Editoriale

DOSSIER

di Sandra Federici

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bbiamo lavorato alla chiusura di questo numero proprio nel mese in cui si celebrava South Africa 2010, il primo Campionato mondiale di Calcio organizzato in Africa. Abbiamo voluto cogliere l’occasione di questo evento così ricco di valenze storiche e simboliche per organizzare una riflessione sul fenomeno sociale e politico oltre che sportivo del calcio in relazione al continente africano. Lo abbiamo fatto seguendo il nostro approccio, e cioè proponendo a diversi esperti di contribuire con l’approfondimento di un aspetto specifico e con l’applicazione di un determinato punto di vista disciplinare. Ne risulta, a nostro parere, una costruzione complessa che, offrendo visuali del fenomeno da diversi approcci scientifici, e articoli di alcuni tra i più riconosciuti specialisti dell’argomento a livello internazionale, ne consente una comprensione a tutto tondo. Innanzitutto, si aggiunge un tassello alla decostruzione del mito dell’Africa senza storia, applicando l’analisi storica al gioco del calcio in Africa come pratica che fa emergere personalità mitiche, che coagulano simbolismi, significati e tensioni nonché come fattore importante per la collocazione geopolitica degli Stati. Abbiamo così il racconto di Peter Alegi, importante storico del calcio africano e conduttore di Africa Past & Present, podcast su storia, cultura e politica del continente, che racconta l’appassionante e paradigmatica vicenda biografica del mitico Darius Dhlomo, calciatore, pugile e musicista poi emigrato in Europa per fuggire l’oppressione razziale dell’Apartheid. L’articolo di Giovanni Armillotta analizza la storia del calcio in Africa come struttura dell’organizzazione sociale e politica degli Stati, delineando con impressionante ricchezza di dati una partecipazione dell’Africa alle diverse organizzazioni del calcio mondiale non solo antica nel tempo ma anche complessa, con successi non trascurabili (creazione delle Federazioni nazionali del calcio, iscrizione alla FIFA, partecipazioni e piazzamenti nei campionati mondiali e nelle olimpiadi). Gli approcci sociologico e antropologico si prestano bene ad analizzare la pratica del calcio a livello di base, visto che è riconosciuto come lo sport più amato e praticato nel continente. Abbiamo un resoconto dello studio sul campo di Bea Vidacs in un villaggio del Camerun, dove si mostra come la creazione e gestione di due squadre di calcio locali sia intensamente legata all’appartenenza a gruppi etnici e all’affiliazione a due partiti politici. L’autrice analizza i meccanismi di messa in gioco sia della “moral ethnicity”, secondo la quale le relazioni di fiducia e potere dipendono da determinate obbligazioni sociali degli uni verso gli altri, sia del “political tribalism”, che concerne le relazioni

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tra gruppi etnici, tra i gruppi etnici e lo Stato, e la relativa competizione per le risorse basata sull’appartenenza etnica. I sociologi dello sport Gary Armstrong e James Rosbrook-Thompson raccontano del progetto del presidente Kwame Nkrumah di promuovere il calcio come importante espressione di identità post-coloniale e di “personalità africana” per il suo Paese, il Ghana, in cui invece la politica e le divisioni etniche hanno sempre influenzato il gioco del calcio, con pesanti e a volte violente conseguenze in termini di rivalità, antagonismo e anche corruzione. Un po’ come dappertutto. Interessante l’analisi del fiorente sistema delle “Accademie di calcio”, molto importanti come vivai di calciatori non solo per il Ghana (che in effetti è stata la squadra africana ad ottenere il migliore risultato nel Mondiale 2010, arrivando a un passo dalle semifinali) ma anche per le squadre europee, con un approccio competitivo, commerciale e non certo educativo che porta gravi conseguenze di sfruttamento e maltrattamento dei giovani allievi. L’antropologo culturale Fabio Dei mostra come il calcio e in particolare il tifo sportivo siano interessanti per gli studiosi di scienze sociali che vogliano comprendere le società contemporanee, del Sud come del Nord del mondo, non considerandoli, come in passato, oppio dei popoli o espressione di ribellione al potere, ma puntando all’analisi dei significati del calcio (in particolare i linguaggi delle tifoserie, l’affermazione di personaggi mitici) come pratica culturale e come espressione dell’esperienza sociale. Ma, afferma Dei, è importante considerare anche il ruolo del calcio nel definire la posizione dell’Africa nell’ordine geopolitico mondiale contemporaneo, ad esempio dal punto di vista dell’immagine derivata dal successo dei calciatori africani nelle squadre europee (citiamo tra i più famosi Eto’o, Muntari, Drogba) e dei riflessi che questo ha sull’auto-percezione del pubblico africano stesso. E, aggiungiamo noi, dopo il successo organizzativo di questo Mondiale, nella competizione per l’ospitalità di grandi manifestazioni sportive ormai l’Africa può entrare alla pari. Il punto di vista letterario ci è offerto da Abdourahmane A. Waberi, intervistato da Valentina Valle Baroz: in Enfants de la balle, una raccolta di racconti di autori africani da lui ideata, possiamo leggere, attraverso il prisma del calcio, la vita reale di un’Africa contemporanea violenta e povera ma anche gioiosa e brulicante di giovani. Una seconda parte del dossier è dedicata a progetti di sostegno allo sviluppo, animazione sociale e cooperazione sanitaria realizzati in Africa in occasione del Mondiale (Del Soldà, Chiodo, Mbaziira, Haenlein e Caputo). Abbiamo rilevato una grande quantità di progetti, dalle campagne globali delle grandi organizzazioni sportive come la FIFA ai programmi delle cooperazioni nazionali alle tante picco-

le azioni delle ONG africane e non, che si sono mosse per far sì che la prima Coppa del Mondo celebrata in Africa avesse anche una ricaduta a livello di base. Scriviamo questo editoriale subito dopo la chiusura del Mondiale South Africa 2010, è quindi possibile proporre un primo bilancio. Cominciamo dalle critiche, che vengono soprattutto dall’attenta società civile sudafricana e dai suoi intellettuali, rivolte alle classi dirigenti politiche e sportive le quali hanno partecipato e soprattutto beneficiato dell’evento. È possibile reperire sul web delle slide redatte da Patrick Bond del Centre for Civil Society dell’Universtiy of Kwazulu Natal (http://www.ukzn.ac.za/ccs/ cliccare il post “World Cup Watch. A political economy of the 2010 World Cup”), che sintetizzano gli aspetti critici in 6 “cartellini rossi” per la FIFA e per le élite della Coppa del Mondo: - priorità dubbie, con spese eccessive per stadi che non saranno più riempiti dopo la fine del Mondiale, e un’impronta ecologica devastante; - profitti per la FIFA, con corruzione politica denunciata da vari giornali; - debito e importazioni, crisi economica (le spese per la preparazione del Mondiale e per la costruzione degli stadi, che ammontano in totale a 4,1 miliardi di dollari USA, hanno causato una enorme aumento dell’import e del debito estero), aumento dei prezzi degli immobili; - errori, e promesse tradite: i gadget ufficiali della manifestazione sono stati importati dalla Cina, ai venditori informali è stato proibito di vendere senza un permesso speciale della FIFA, le associazioni calcistiche hanno deplorato l’approccio top-down che non ha portato benefici al calcio “di base”; - sospensione delle libertà democratiche: tutte le forme di protesta sono state dichiarate illegali fino al 15 luglio 2010. Si è cercato di censurare sulla stampa le critiche all’organizzazione, in particolare il Comitato organizzativo locale della 2010 FIFA World cup non ha reso noti i documenti sulle gare d’appalto (richiesti ripetutamente dal giornale Mail & Guardian), dichiarando di essere un ente privato e di non dovere sottostare ai principi di trasparenza; - proteste affrontate con la repressione: le slide si concludono con i link a diversi video rap di denuncia e con le immagini delle manifestazioni di protesta organizzate negli anni precedenti al Mondiale. Queste slide sono dedicate alla memoria di Dennis Brutus (1924-2009), importante poeta, attivista ed economista politico dello sport, compagno di prigionia di Mandela a Robben Island; critico delle corporazioni sportive, organizzatore del boicottaggio del Sudafrica bianco alle olimpiadi degli anni ’60 e fortemente critico nei confronti delle modalità di organizzazione del Mondiale sudafricano. Anche la rivista Social Text ha pubblicato un insieme di post di analisi critica della manifestazione. http://www.socialtextjournal.org/periscope/worldcup-2010/. Insomma, il bilancio sembra negativo, soprattutto per i Sudafricani che non si accontentano dell’inebriante vertigine della febbre del calcio e dell’orgoglio patriottico di avere ospitato per prima tra le nazioni africane un Mondiale. Però, bisogna rilevare che per il pubblico e i media globali la Coppa del Mondo dal punto di vista organizzativo è stato un successo. L’immagine del Sudafrica che circolava era caratterizzata da grande criminalità, conflittualità etnica,

problemi di xenofobia, disorganizzazione: ci si aspettavano solo omicidi e stadi non finiti, in base alla “soft bigotry of low expectations”, una definizione coniata da un collaboratore di George Bush e ripresa dall’economista Dambisa Moyo per descrivere la sfiducia nei confronti dell’Africa. Invece… Invece per un mese il mondo ha sentito parlare di Città del Capo, Pretoria, Johannesburg, Nelspruit, il tutto costantemente collegato a quel sogno universale che è il calcio. Collegato al divertimento, allo sport, allo spettacolo. Ha seguito i servizi di approfondimento sulla realtà sudafricana realizzati da giornalisti di tutto il mondo che si sono dati appuntamento lì. Certo, i formati del servizio giornalistico televisivo e dell’articolo di quotidiano costringono a sintesi, retorica e anche superficialità, e spesso non si è andati oltre alle solite vuvuzelas... Ma siamo convinti che i giornalisti non abbiano applicato parametri diversi quando hanno trattato il “colore locale” in margine ai Mondiali ospitati dalla Germania o dall’Italia. Insomma, forse qualcosa di buono da questo South Africa 2010 possiamo prenderlo ed è la straordinaria potenza simbolica di questo successo organizzativo nel controbilanciare la sfiducia e il razzismo nei confronti dell’Africa. È un meccanismo semplice, anzi semplicistico, come semplicistico è il pensiero razzista. Chi sa approfondire sa che dietro questo emozionante spettacolo ci sono difficoltà che persistono, ingiustizie e corruzione, e che sarebbe stato meglio per l’Africa cogliere la sfida di percorrere una strada alternativa. Ma contro il pensiero razzista, e contro il razzismo inconscio, il pensiero razionale basato sui fatti non funziona. Funzionano le emozioni, gli eventi simbolici, come l’elezione di Obama. Quindi, consapevoli del lato B, prendiamoci il lato A, e godiamocelo come momento storico da poter mettere sul piatto della bilancia come contrappeso al pregiudizio, all’afropessimismo, all’ignoranza.

Soly Cissé, Balluu Xalliss, exposition Le ballon d’art, Canal+ Sénégal, Dak'Art 2010 OFF