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LA MAPPA MUNDI FANTASMA DI LORENZETTI Un sensorium communis premoderno

Pisa, 23 aprile 2008

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L A M A P PA M U N D I FA N TA S M A D I L O R E N Z E T T I

Premessa1
Non è pensabile lo sviluppo di alcuna comunità umana che prescinda dall’adozione di tecniche che consentano al gruppo di produrre un proprio milieu 2. Il milieu non va confuso con ciò che il senso comune intende con il termine ‘ambiente’: come qualcosa di separato, per quanto influente, rispetto alla comunità umana. Nel suo significato di «mezzo-ambiente» [Canguilhem 1976, 192] esso va compreso in un duplice senso: il milieu come l’ambiente che qualsiasi essere vivente struttura, compone (non diversamente dunque da piante o animali); ma anche come ciò che media – in senso tecnico, è un mezzo – creando un vero e proprio mondo intermedio, quello costituito dagli oggetti tecnici.
L’uomo può dare più soluzioni a uno stesso problema posto dall’ambiente. L’ambiente propone una soluzione senza mai imporgliela. Certamente, a uno stadio dato di civiltà e di cultura, le possibilità non sono illimitate. Tuttavia il fatto di considerare a un certo momento come un ostacolo ciò che, in seguito, si rivelerà forse come un mezzo d’azione, dipende in definitiva dall’idea e dalla rappresentazione che l’uomo – si tratta, naturalmente, dell’uomo collettivo – si fa delle sue possibilità, dei suoi bisogni, ciò dipende, in sostanza, da quel che egli si rappresenta come desiderabile, il che non può essere disgiunto dall’insieme dei valori. [Canguilhem cit., 201]

Il milieu evidenzia il carattere dinamico dei luoghi, non contenitori statici delle cose e degli esseri ma nodi di tensione delle azioni, dei desideri, dei valori. Un gruppo umano, per vivere in un determinato ambiente, elabora, a differenza delle altre forme di vita, un proprio mondo in cui lo stesso territorio è il medium tecnico-simbolico che costituisce, allo stesso tempo, la risposta tecnica alle esigenze del gruppo in rapporto ai fattori ambientali, e la materializzazione dell’idea che ha consentito di elaborare quella risposta e di svilupparla o rigettarla in seguito. Il milieu «è il dominio sul quale agiamo, e che porta le tracce di questa azione, ma è anche il dominio che ci influenza, e al quale in qualche modo apparteniamo […] I milieu umani sono una relazione, non un oggetto» [Berque 2000, 89 e 90]. Il luogo, in
1 Per una disamina più ampia della premessa teorica si vedano i due articoli allegati, di cui si danno di seguito i riferimenti: M. Neve., «Milieu», luogo e spazio. L’eredità geoestetica di Simondon e Merleau-Ponty, in «Chiasmi International», vol. 7, 2005, pp. 153 - 170; Id., Geoestetica della scoperta, in «Geotema», vol. 27, 2008, pp. 165 - 176.
2 Su questa nozione di ambiente cfr. G. Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, Roma, DeriveApprodi, 2001.

Ho preferito conservare il termine ‘milieu’, a causa della particolare storia di questo termine, che in Simondon, come lettore di Canguilhem, ha delle risonanze particolari: «A partire da Galilei e da Cartesio, è necessario scegliere tra due teorie dell’ambiente, cioè, in fondo, dello spazio: uno spazio centrato, qualificato, in cui l’ambi-ente [mi-lieu] è un centro; uno spazio decentrato, omogeneo in cui l’ambi-ente [mi-lieu] è un campo intermedio» [Canguilhem, cit., p. 213].

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questa prospettiva, è concreto poiché «concretus, in latino, era il participio passato di concrescere: crescere insieme. Effettivamente […] le genti, le parole e le cose sono cresciute insieme; hanno una storia comune» [Berque cit., 18-19]. Ogni generazione umana nasce all’interno di un orizzonte tecnologico dato che costituisce il suo milieu tecnico di riferimento – al modo dell’acqua per i pesci: ambiente vitale eppure non percepito 3. Componenti fondamentali riscontrabili in quasi tutti i milieu tecnici delle civiltà conosciute sono i tentativi di raffigurare in maniera sinottica, con un solo colpo d’occhio dell’immaginazione potremmo dire, lo spazio terrestre: ‘mappe’, radunando in questa categoria svariati artefatti di cui si sono conservate testimonianze risalenti almeno al Neolitico4. Oltre che per il suo ruolo originario come strumento di rappresentazione – in grado di fornire ragguagli su come un determinato gruppo umano in una determinata epoca storica concepiva la propria collocazione geografica nei confronti dell’ambiente e il suo rapporto con gli altri gruppi – il mapping è salito alla ribalta degli studi dagli anni ottanta del secolo scorso anche per la sua capacità, altrettanto originaria, di produrre spazio. In questa nuova prospettiva di studio, la cartografia, è stata interpretata come ciò che fa emergere la struttura d’ordine che soggiace all’apparenza sensibile, preesistendo allo spazio, anzi creandolo [Jacob, 1992], o anche come il modello di razionalità che caratterizza il Moderno [Farinelli, 2003], rivelando la sua efficacia performativa nei confronti del reale. ARISTOFANE E PEARL HARBOUR
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Verso la fine del XVIII secolo Georg Lichtenberg notava come le scoperte fossero state generate più da una riduzione dimensionale degli oggetti d’indagine che da un loro ingran-

3 Aristotele, De Anima, B 11 423 a 31- 423 b 1.
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Come fanno notare Harley e Woodward [1987], i riferimenti nelle lingue europee all’oggetto cartografico sono derivazioni del latino tardo ‘charta’, cioè il foglio (spesso di papiro) su cui scrivere. Infatti, sia lo spagnolo [carta], che il tedesco [Charte, Karte], che l’inglese [chart] o il fiammingo [kaart] alludono al supporto materiale del disegno [Dainville 1964, 28]. Per completezza va però aggiunto che se si esclude l’anglosassone ‘map’ (derivato dal latino medievale ‘mappa’, che in origine era la ‘salvietta’ o il ‘drappo’), resta il termine greco antico ‘pinax’ (che significa ‘tavola’), il quale rimanda anch’esso ad un supporto scrittorio (ripreso anche nel tedesco ‘Tafel’ e nel vocabolo italiano, ormai in disuso, ‘tavola’) [Dainville, ibidem].

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dimento 5 Il wit lichtenberghiano era la spia di una sua attitudine critica verso gli strumenti ottici (telescopio e microscopio) e la loro implicita promessa di accesso al duplice infinito pascaliano. Lichtenberg additava, con grande anticipo, il pericolo derivante da quell’information overload oggi imperante, che contraddice e ostacola in maniera eclatante le modalità conoscitive propriamente umane: vedere sempre di più non vuol dire vedere quel che davvero conta. Infatti (e questo vale anche per le società in cui predomina l’oralità) il fondarsi del sapere umano su un tipo di memoria che lo differenzia dagli altri esseri viventi, che sfugge alle leggi biologiche e all’imprinting genetico, esige la contrazione 6 dei dati conoscitivi.
L’umano […] è una forma di vita costituita da tre memorie: la genetica e l’epigenetica, comuni a tutti i viventi sessuati, dotati di un sistema nervoso, ma anche la tecnologica – gli oggetti tecnici in generale (tra cui il territorio, supporto7 di itinerari, monumenti e cimiteri, strumenti d’orientamento cardinale e di computo calendariale, come il quadrante solare), in quanto supporti della memoria dei fatti e delle gesta delle generazioni anteriori di questo genere di vivente detto “umano”, e che permettono che l’esperienza individuale si trasmetta di generazione in generazione, trasgredendo le leggi della biologia (in cui il programma genetico “non prende lezioni dall’esperienza”), e facendo sì che questo genere non sia semplicemente una specie. Ho definito questo terzo livello di memoria “epifilogenetico”. Ora, l’accumulazione epifilogenetica esige l’abbreviazione. Come accedere altrimenti al sapere accumulato se bisognasse ripercorrerne una per una e in ordine tutte le tappe? Sapere è formulare il proprio sapere in una forma condensata che lo rende ad un tempo trasmissibile e manipolabile, proprio come la formalizzazione e la generalizzazione sussumono la diversità proliferante nel concetto che la riduce – il che presuppone sia degli abbreviatori autorizzati (chierici, dottori, professori, ispettori, cioè anche, come fare altrimenti, censori e poliziotti del pensiero), sia dei criteri di selezione. [Stiegler, 2000, 116-117]

Ai fini della trattazione qui svolta si è focalizzata l’attenzione sul rapporto del mapping con la memoria collettiva. Non considerando quindi semplicemente la carta come un strumento di mera registrazione, più o meno fedele, di una realtà preesistente. Il mapping agisce come la memoria: seleziona, contrae e condensa i dati; e anche se non si vuole accettare l’idea di una cartografia come espressione, sempre e comunque, di un “potere”, di una “mentalità”, di un “modello di pensiero”, sembra difficile negare il suo ruolo
5 Cfr. H. Blumenberg, Die Genesis der kopernikanischen Welt, Frankfurt a. Main, Suhrkamp Verlag, 1975, engl. tr., The

Genesis of the Copernican World, Cambridge, Mass., MIT Press, 1987, p. 762, n.5.
6 Si noti che in ‘contrazione’ e ‘contratto’ (da ‘contrahere’ e ‘cum trahere’) sono presenti sia l’idea di diminuzione delle

dimensioni, che di raccolta di elementi eterogenei, e di stipula di un patto. Per questo elemento «negoziale» nel riconoscimento percettivo si veda Eco, 1997.
7 Il senso del termine ‘supporto’ va qui inteso sia come sostrato materiale che come medium.

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come supporto immaginativo, ruolo che, proprio a causa delle sue modalità di funzionamento, analoghe a quelle della memoria umana8, produce allo stesso tempo la traccia di una certa idea dello spazio raffigurato che un gruppo umano trasmette alle generazioni successive e lo strumento con cui quel medesimo gruppo umano ha potuto immaginare quello spazio. Come ricordava Lucio Gambi nell’esordio di un suo celebre saggio:
I paesi della inarcatura alpina, la pianura del Po e la stretta penisola, corsa da una lunga catena di monti, che si profila a mezzogiorno di essi nel cuore del mare Mediterraneo, dovevano apparire – visti da una altitudine di qualche decina di chilometri – sostanzialmente eguali nel loro disegno, agli sguardi mitici di Phaeton, qualcosa come da tre a cinquemila anni fa, e agli sguardi di Aleksej Leonov quando il 18 marzo 1965 fornì dal cosmo la prima descrizione di essi. [Gambi, 1972, 5]

Pensare al mapping come una ‘semplice’ registrazione di una realtà data vuol dire ignorare che esso è anche stato per lungo tempo l’unico modo per farsi un’idea di uno spazio geografico non percepibile direttamente (come già ricordava il geografo Tolomeo nel II secolo d.C.): d’altra parte, chi ha mai potuto immaginare l’Italia come uno ‘stivale’ se non osservando una carta geografica9? Altro elemento di rilievo di cui tener conto è il rapporto, storicamente determinato, tra l’idea, socialmente condivisa, di come si debba conoscere e cosa lo permette: il medium, il supporto10 . Qui poggia infatti la distinzione tra la nozione di conoscenza come percezione della filosofia antica e la nozione moderna di operazione 11. Ed è in tale rapporto che si svela il ruolo, tutt’altro che passivo, del supporto.
8 Senza contare che proprio la memoria umana potrebbe essersi formata sul modello del mapping. A questo riguardo val la pena ricordare la concezione riproduttiva dell’immaginazione secondo Vico: G.B. Vico, De Antiquissima Italorum Sapientia, VII, III.
9 Quanto meno prima di Aleksej Leonov, appunto. E tuttavia, anche ciò che vide l’astronauta sovietico, come anche le

attuali diffuse immagini satellitari, comporterebbero più di un distinguo, che qui rinunciamo a esplicitare perché ci allontanerebbe troppo dal nostro percorso.
10 Sul supporto si veda G. Bateson, Mind and Nature, New York, Dutton, 1979, trad. it. Mente e natura, Milano, Adelphi, 1984; G.O. Longo, Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Roma-Bari, Laterza, 1998; Id., L’uomo potrà mai imitare il computer?, in S. Gozzano (a cura di), I volti della mente, Napoli, CUEN, 2000, pp. 119-153; Id., Homo technologicus, Roma, Meltemi, 2001. 11 Sulla distinzione tra conoscenza come percezione e come operazione, sull’idea di «costruzione» e sull’immaginazione riproduttiva si veda (oltre a G.B. Vico, De Antiquissima…, cit.): G. Simondon, Cours sur la perception (1964-1965), Chatou, Les Éditions de la Transparence, 2006; D.R. Lachterman, Vico, Doria e la geometria sintetica, in «Bollettino del Centro di Studi Vichiani», X, 1980, pp. 10-35; Id., The Ethics of Geometry. A Genealogy of Modernity, New York-London, Routledge, 1989; M. Ferraris, Estetica razionale, Milano, Cortina, 1997, in part. pp. 70-87 e 432-37.

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Nella cultura manoscritta la produzione di immagini che riproducevano gli oggetti descritti nel testo era soggetta a notevoli imperfezioni: i manoscritti riportavano spesso immagini inesatte quando non erronee e quindi il rapporto tra testo scritto ed immagine non era quello, oggi comune, per cui la verbalizzazione e l’osservazione vanno di pari passo per mezzo dell’esattezza nella riproducibilità dell’immagine. Mentre la copiatura di immagini da riprodurre in assenza dell’oggetto porta a progressive alterazioni, la stampa di un cliché è sempre invariabilmente identica all’originale. Con le parole di William Ivins12 esso produce «asserzioni visive riproducibili con esattezza» [exactly repeatable pictorial statements]13. Possiamo considerare una carta geografica come un sensorium communis14, secondo il concetto aristotelico di koine aisthesis. La koine aisthesis (sensus communis) è, per Aristotele, quella facoltà rettrice interna che consente la sintesi dei dati sensibili provenienti dai diversi organi di senso, unificandoli e rendendo possibile il giudizio. Dopo la sua elaborazione in ambiente medievale, la tematica del sensus communis si ripresenta ai primi albori della Rivoluzione scientifica, proprio in forma cartografica:
L'animale perfetto, nel quale vi sono sensi e intelletto, è da considerare come un cosmografo che ha una città dotata di cinque porte, i cinque sensi, attraverso le quali entrano gli ambasciatori da tutto il mondo che annunciano la disposizione del mondo stesso […] Alla fine, dopo aver raccolto nella sua città tutti i segni del mondo sensibile, affinché non vadano perduti li fissa in una mappa bene ordinata e redatta in scala, si volge ad essa, licenzia gli ambasciatori e chiude le porte. E trasferisce la sua intuizione interiore al fondatore del mondo, il quale non è nessuna

12 W.M. Ivins, On the Rationalization of Sight: With an Examination of Three Renaissance Texts on Perspective, New

York, Metropolitan Museum, Papers, n. 8, 1938, 2nd ed. New York, Da Capo Press, 1973; Id., Art and Geometry: A Study in Space Intuitions, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1946, 2nd ed. New York, Dover, 1964; Id., Prints and Visual Communication, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1953, 2nd ed. Cambridge (Mass.) and London, The MIT Press, 1969.
13 W.M. Ivins, Prints and Visual Communication, cit., p. 16. Sul ruolo del supporto nei confronti della durata e stabilità della memoria collettiva si veda R. Capurro, Stable knowledge?, paper presented at the Workshop Knowledge for the Future Wissen für die Zukunft, Brandeburgische Technische Universität Cottbus, Zentrum für Technik und Gesellschaft, March 19-21, 1997, http://www.capurro.de/cottbus.htm; T. Maldonado, Memoria e conoscenza, Milano, Feltrinelli, 2005.
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Abbiamo sviluppato la nozione di sensorium communis, qui solo accennata per ragioni di spazio, a partire da Arendt

1958 e 1982 e dalle riflessioni di Bernard Stiegler.

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delle cose che egli ha appreso e annotato dagli ambasciatori, ma di tutte è artefice e causa; e ritiene che è anteriore al mondo universo, proprio come lui, cosmografo, lo è della mappa15.

In seguito, la diffusione e il perfezionamento dei mezzi di registrazione e controllo dei dati ottenuti, che divengono i testimoni dell’osservazione, renderanno possibile un effettivo senso in comune. E non solo rispetto ai dati contemporanei, ma anche nei confronti dell’elaborazione del passato, di quell’immagine del passato – «non vissuto» [Stiegler 1994, 1996, 2001] come esperienza diretta dai contemporanei, ma adottato per il tramite dell’educazione e dello studio – che si sarebbe fissata negli atlanti storici i quali, insieme agli atlanti nazionali, forgeranno l’eredità temporale degli Stati nazione.

La cartografia medievale
L’artefatto cartografico di cui ci occupiamo ora necessita che si spenda qualche parola sulle modalità di rappresentazione spaziale nel Medioevo, per evitare di cadere nell’inganno che Charles Whittaker, con efficace understatement, definisce «il presupposto semplicistico che i cartografi antichi e medievali fossero come noi ma più stupidi» [Whittaker 2004, 74]. Ci occupiamo in particolare di due generi (potremmo dire i principali) di rappresentazione cartografica medievale: le carte del mondo (mappaemundi)16 e le carte nautiche allegate ai portolani (cioè i testi contenenti le istruzioni sulle rotte da tenere e le distanze tra i porti, eredi dei peripli antichi). Le mappaemundi sono un prodotto complesso, generato prevalentemente nel chiuso degli scriptoria monastici, e rispecchiano la necessità di conciliare l’eredità del canone greco-roMario Neve 14 aprile 2008 20:15 COMMENTA BREVEMENTE

mano con il nuovo senso dello spazio e della temporalità della res publica christiana.
15 Nicolai Cusae Cardinalis Opera, I (Parisiis: Officina Ascensiana) 1514, rist. anast. (Frankfurt a. Main: Minerva)

1962, Compendium, VIII, CLXXI-CLXXII. Per le traduzioni di questo passo cfr. N. Cusano, Scritti filosofici (a cura di G. Santinello), vol. I (Bologna: Zanichelli) 1965 e N. Cusano, Opere filosofiche, a cura di G. Federici-Vescovini (Torino: Utet) 1972.
16 Della sterminata bibliografia su questo tema si veda: D. Woodward, Medieval Mappaemundi, in Harley e Woodward

1987, 286-370; M. Pelletier (éd. par), Géographie du Monde au Moyen Âge et à la Renaissance, Paris, C.T.H.S., 1989; Jacob 1992; C. Bousquet-Bressolier (éd. par), L'oeil du cartographe et la représentation géographique du Moyen Âge à nos jours, Paris, C.T.H.S., 1995; Edson 1999; Licini 2006.

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La cartografia medievale europea presenta, come carattere comune, la sua parentela con i diagrammi, così comuni all’epoca nei testi più disparati17. Ed è tale carattere a sconcertare l’osservatore odierno che si attende di scorgere e riconoscere le fattezze delle terre rappresentate, riuscendo invece solo a fatica ad intuire alcune figure note , pur se deformate. Il fatto è che nella cartografia medievale: «la deformazione per uno scopo specifico era considerata legittima e non denota necessariamente ignoranza o un’idea errata della regione»18. Si tratta di un punto importante che è bene ribadire. Nonostante anche studiosi avvertiti inclinino a considerare la rappresentazione spaziale che si affermerà con la prospettiva quattrocentesca il prodotto di una tendenza naturale verso la corrispondenza tra ciò che è effettivamente visto e ciò che è raffigurato19, il modo di raffigurare tipico dei diagrammi che affollano i testi scientifici medievali, si preoccupa soprattutto di convogliare con la massima chiarezza possibile l'informazione, non preoccupandosi della verosimiglianza se questa è d'impaccio20.
Come ha ricordato Catherine Delano Smith, i lettori medievali erano abituati ad utilizzare grafi mnemonici e diagrammi […] Fu l’ampliamento della cerchia dei lettori, specie con l’introduzione della stampa, a riportare in auge la forma naturalistica delle mappe e delle illustrazioni in genere, come veicoli di comprensione e memorizzazione dei testi scritti. [Mangani 2006, 94]

Paradossalmente quindi non è il naturalismo, il ‘realismo’ in sé della cartografia moderna, a noi familiare, a testimoniare il suo maggior grado di ‘scientificità’, né, per converso, l’aspetto ‘infantile’ delle mappaemundi, a segnalarne la rozzezza. Al contrario, è proprio il grado di sofisticazione di queste ultime che ne rende complessa la decifrazione a un pubblico di massa, educato da secoli di riproduzioni naturalistiche e seriali d’immagini. Pro-

17 Cfr. J. Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit.; S.K. Heninger Jr., The Cosmographical Glass. Renaissance Dia-

grams of the Universe, San Marino (CA), The Huntington Library, 1977, J. E. Murdoch, Album of Science. Antiquity and the Middle Ages, New York, Scribner's, 1984; M.J. Carruthers, The Book of Memory : A Study of Memory in Medieval Culture, Cambridge, Cambridge University Press, 1992; Id., The Craft of Thought : Meditation, Rhetoric, and the Making of Images, 400-1200, New York, Cambridge University Press, 1998.
18 J.B. Mitchell, Early Maps of Great Britain. The Matthew Paris Maps, in «Geographical Journal», LXXXI, 1933, pp.

28-29.
19 Cfr. S.Y. Edgerton jr., The Heritage of Giotto's Geometry. Art and Science on the Eve of the Scientific Revolution,

Ithaca and London, Cornell University Press, 1991, pp. 1-10. Salvo poi affermare che i diagrammi bidimensionali medievali producevano un’ «informazione non ottenibile nella prospettiva moderna" (Edgerton, cit., p. 33).
20 Cfr. Murdoch, Album of Science, cit., e Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit.

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prio come i bambini oggi sono gli utenti più abili nell’uso degli ipertesti che governano le pagine web, così i fuitori medievali delle mappaemundi si muovevano a proprio agio nell’interfaccia culturale – simbolico, grafico, alfabetico – che rendeva possibile il viaggio senza spostamento materiale attraverso la mappa, la peregrinatio in stabilitate, un «viaggio a più livelli» [Licini 2006]. I diagrammi sono in grado di rappresentare in uno «spazio astratto di schemi puri» 21 il visibile e l'invisibile, il sensibile e l'intelligibile. Il ruolo del diagramma non è quello di schematizzare nel senso di impoverire, bensì di esaltare le forme, le connessioni e le interrelazioni che il mondo esibisce in maniera disordinata e, spesso, inattingibile alla semplice visione. Le mappaemundi rispecchiano la necessità di conciliare l’eredità del canone greco-romano con il nuovo senso dello spazio e della temporalità della res publica christiana. La loro struttura più comune è quella detta T-in-O, orientata ad est con l’anello dell’Oceano a racchiudere il mondo tripartito in Asia, Europa e Libia (Africa) con, in più casi celebri, il paradiso terrestre posizionato in alto, a oriente22 . Mettono in figura un nuovo senso dello spazio, derivato dall’universalitas cristiana, e un nuovo senso del tempo, in cui sono racchiuse le idee di continuità, l’«identità nel mutamento», e di comune discendenza genealogica dell’umanità:
Il concetto cristiano del mondo come fenomeno temporale, derivato dalla creazione simultanea del tempo e dello spazio come descritta nella Genesi, ispirò una cartografia che avrebbe mostrato ambedue le dimensioni. La divisione dei continenti fra i tre figli di Noé ne è un esempio […] i cartografi medievali evidentemente sovrapposero la propria formula tripartita 23 allo schema esistente dei tre continenti […] L’idea che tutte le razze del mondo nella loro apparente diversità discendessero da Noé, il solo uomo giusto e fondatore della razza umana rinnovata, era […] attraente […] stabilendo un legame in tal modo tra spazio e tempo, la divisione della terra, e la discendenza della razza umana. [Edson 1999, 15]

21 J. Baltrusaitis, Risvegli e prodigi. La metamorfosi del gotico, Milano, Adelphi, 1999, p. 285.
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Cfr. A. Scafi, Mapping Paradise: A History of Heaven on Earth, London, British Library, 2006.

23 Che rimandava inoltre allo schema trinitario.

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Se osserviamo la mappamundi di Ebstorf24, la circolarità dell’orbis allude alla transustanziaMario Neve 15 aprile 2008 00:13

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zione nella forma dell’ostia, ribadita dal corpo del Cristo che abbraccia il mondo (o lo veste: mappa-velum) e di cui vediamo il capo, le mani e i piedi emergere alle estremità dell’orbis in coincidenza delle quattro direzioni cardinali. Il modello del corpo, già presente nel costituirsi del canone greco, assume qui una valenza diversa, imbevuta della nozione di corpus mysticum [Kantorowicz 1957, trad. it 166-233]. L’universalismo spaziale è segnalato dall’inclusione di mirabilia lungo il bordo del continente africano: l’orbis-ostia enfatizza l’unità del mondo, inclusiva, mentre saranno le carte moderne ad espellere i mirabilia ai margini di carte non più circolari ma rettangolari. Un esempio invece del senso della temporalità espresso dal nuovo frame medievale si può trovare nella presenza di luoghi storici scomparsi, come Cartagine, elemento non ospitabile in una carta moderna, ma qui perfettamente logico, nel quadro di una concezione diagrammatica della mappa, in cui «il passato resta un luogo soggetto alla rappresentazione geografica»25. Nel XIII secolo il viaggio, per motivi religiosi, commerciali o politici, è ampiamente praticato. La scienza nautica produce risultati notevoli sulla base di strumenti a volte rudimentali e di nozioni astronomico-matematiche elementari26 . Le carte nautiche – tra cui la più antica giuntaci è la cosiddetta Carta Pisana della fine del Duecento – era di frequente allegata al portolano, cioè il libro che descriveva le coste in ma-

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niera particolareggiata, con gli approdi e gli eventuali rifornimenti d’acqua. Sia il portolano che la carta nautica erano pensati per la navigazione mediterranea. In particolare la car-

24 La mappamundi di Ebstorf (1234 circa) deve il suo nome al monastero benedettino di Ebstorf dove venne ritrovata

nel 1830. Venne in seguito custodita presso l’Historisches Verein für Niedersachsen ad Hannover. In origine la mappa era costituita da 30 fogli di pergamena e misurava circa 3,58 x 3,56 metri. Durante un bombardamento nel 1943 su Hannover la mappamundi è andata distrutta, e le riproduzioni esistenti sono basate sulle fotografie che erano state prese per il restauro ottocentesco.
25 Cfr. K. Hillis, The Power of Disembodied Imagination: Perspective's Role in Cartography, in «Cartographica», vol.

31, n. 3, 1994, p. 4.
26 Cfr. U. Tucci, La carta nautica, in S.Biadene (a cura di), Carte da navigar. Portolani e carte nautiche del Museo

Correr 1318-1732, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 9-19; T. Campbell, Portolan Charts from the Late Thirteenth Century to 1500, in Harley e Woodward 1987, 371-461; J.T. Lanman, On the Origin of Portolan Charts, Chicago, The Hermon Dunlap Smith Center for the History of Cartography, 1987; M. Mollat du Jourdin et M. de La Roncière, Les portulans, cartes marines du XIIIe au XVIIe siècle, Fribourg et Paris, Office du Livre, 1984; E. G. R. Taylor, The Haven-Finding Art: A History of Navigation from Odysseus to Captain Cook, London, Hollis and Carter, 1956.

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ta, non essendo basata su proiezioni di qualche sorta, doveva il suo livello di precisione alla trascrizione di informazioni tratte dall’esperienza della comunità marinara, pur evidenziando il suo carattere diagrammatico. Non utilizza coordinate, ma un sistema estremamente funzionale per calcolare le rotte mediterranee, cioè:
[…] la rete policroma delle semirette, che irradiandosi da una o più rose – ciascuna di sedici venti principali e mezzi venti, e molte volte di altrettante quarte – suddividono a intervalli regolari l’orizzonte, in rombi rispettivamente di 22°30’ (1/16) o di 11°15’ (1/32). E da ciascuno dei punti nodali secondari partono altre semirette che – intersecandosi – costruiscono un complesso reticolato che copre la carta. Queste linee permettevano di tracciare la rotta che la nave doveva seguire nella direzione indicata dal portolano, fissando il giusto orientamento. La distanza tra il punto di partenza e quello d’arrivo si misurava con l’aiuto del compasso, utilizzando la scala riportata a margine27.

In sostanza, le semirette costituiscono una visualizzazione grafica dell’energia base sfruttata dalla navigazione, quella eolica, un diagramma delle forze cui conformarsi per muovere l’imbarcazione. Anche se le carte portolaniche si presentano abbastanza di frequente orientate a nord, a differenza delle mappaemundi, questo non vuol dire che vi sia la medesima rilevanza data all’orientamento della carta: nella grande maggioranza delle carte portolaniche, almeno nel periodo tra la Carta Pisana e l’Atlante Catalano (1375), è impresa vana cercare di reperire un ‘verso preferenziale’ di orientamento della carta28. Mentre l’orientamento a est delle mappaemundi si motiva con la rilevanza della direzione da cui sorge il sole – il ‘levante’, l’oriens – sia per la tradizione greco-romana sia per quella cristiana (che vi localizza il Paradiso Terrestre), sulle carte portolaniche ciò che conta è lo stabilire la direzione da seguire per andare da un punto all’altro, e, in assenza di un quadro di riferimento assoluto come le coordinate, risulta indifferente ‘orientare’ la carta: a seconda della posizione relativa del porto di partenza e di quello di approdo, la carta veniva rigirata in modo adeguato per consentire di tracciare la rotta. Tale indifferenza ad un orientamento globale della carta era accentuata inoltre dall’uso di tracciare i toponimi costieri o dei centri in prossimità delle foci di fiumi navigabili (gli unici ad essere rilevanti per la navigazione, almeno per le carte nautiche redatte strettamente per la navigazione e non per mostra, come l’Atlante Catalano)
27 U. Tucci, La carta nautica, cit., p. 10. 28 Cfr. T. Campbell, Portolan Charts, cit., 377-8.

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ad angolo retto rispetto all’andamento della costa: in tal modo, i toponimi non avevano tutti il medesimo verso di lettura. Ma ora veniamo all’oggetto che ci interessa.

La mappa mundi fantasma e il niente-in-comune
È il 1345. A cinque anni dall’ultimazione del suo celebre ciclo di affreschi, noto come il «Buon Governo», ubicato al secondo piano del Palazzo Pubblico di Siena nella sala dei Nove, Ambrogio Lorenzetti realizza e installa nella sala attigua, la Sala del Gran Consiglio,
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nella parete di fronte alla Maestà di Simone Martini (1312), un oggetto che, se non fosse andato perduto lasciando solo la traccia della sua antica presenza, affermerebbe con il suo semplice e perentorio impatto visivo quei legami tra arte e cartografia che al suo tempo apparivano molto più ovvi di oggi [Rees 1980]. Dopo la pace di Costanza (1183), a seguito della relativa indipendenza acquisita, le cittàrepubbliche del centro e nord Italia s’impegnano nei più massicci programmi di edilizia e arte pubblica dall’antichità. Con la rivoluzione urbana il rapporto tra luogo e identità si stabilizza, giungendo a identificare la cittadinanza con l’appartenenza allo spazio urbano:
L’idea che la sorte umana e familiare degli uomini fosse legata alla sorte della Città, che il destino individuale dei cittadini fosse saldamente intrecciato alla politica locale, che il patrimonio, la posizione sociale, l’identità dipendesse dallo spazio urbano. [Finotto 1992, 87]

In questo senso, il rapporto tra spazio pubblico e privato si presenta sotto una veste peculiare:
Lo spazio medievale della città è fatto di segmenti comuni e particolari. Questi ultimi possono essere pubblici e privati […] I consumi appartenenti alla categoria del particolare privato vanno opportunamente regolati, così come prescrive la morale suntuaria; invece quelli classificati nel versante del particolare pubblico vanno lasciati liberi di ostentare il proprio orgoglio. In questo campo la gara di rappresentatività non va ostacolata, bensì incoraggiata, perché è l’immagine stessa della città che ne risulta potenziata. L’individuale non si identifica col privato. Né il pubblico con il collettivo […] Mentre il senso delle attrezzature collettive si radica nel sentimento di cittadinanza, quello dell’apprezzamento estetico si esercita nel confronto di rango. La magnifi

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cenza e la vastità delle fabbriche private mostrano contemporaneamente la personalità delle famiglie che le hanno innalzate e il decoro collettivo. [Finotto cit., 85 e 112]

Ora, il fatto che la proprietà, derivante da ‘proprium’29 – ciò che è proprio, specifico, singolare, insomma non condivisibile –, possa fondare l’identità di ciascun cittadino ‘in comune’ con gli altri pone una contraddizione:
Se ci si ferma solo un attimo a riflettere fuori dagli schemi correnti, il dato più paradossale della questione è che il “comune” è identificato esattamente con il suo più evidente contrario: è comune ciò che unisce in un’unica identità la proprietà - etnica, territoriale, spirituale - di ciascuno dei suoi membri. Essi hanno in comune il loro proprio; sono i proprietari del loro comune. [Esposito 1998, XI-XII]

È questo il nodo problematico che sarà al fondo delle tensioni politiche della stagione comunale, di cui Siena è un caso paradigmatico. Siena beneficiava di una posizione geografica favorevole, all’incrocio della Via Francigena da nord – che dal X secolo era la via principale da e per la Francia – e verso sud della via da e per la Germania e l’Austria attraverso il passo della Futa e Bologna. Le porte principali a nord e a sud lungo le tre creste collinari su cui si sviluppavano le vie principali conferivano a Siena la forma di una Y invertita. Le tre parti della città topograficamente distinte, corrispondenti ai tre rami della Y, i Terzi, erano i tre principali raggruppamenti politici rappresentati nei consigli, ognuno suddivisa in unità minori. Nella Piazza del Campo, in cui convergono le pendenze naturali del terreno e le strade principali, incombeva il Palazzo Pubblico, che ospitava dal 1310 il complesso governo della Repubblica, dominato dal Concistoro, un aggregato «consiglio di consigli», diviso in quattro «ordini», tra cui i Nove – i governatori e difensori della repubblica a capo del consiglio di governo della città dal 1287 al 1355 – eletti, principalmente tra i membri della classe mercantile, in tre gruppi di tre: un gruppo per ogni Terzo, per due mesi a rotazione. Un sistema di governo che era teso a controbilanciare sia i pericoli di una tendenza alla concentrazione del potere che le disfunzioni derivanti da una così grande dispersione degli uffici. Ma la preminenza della classe mercantile nel governo della repubblica non poteva non alimentare le tensioni derivanti dalla sua natura ancipite: ente astratto che si vuole corpo unico – «distinto dalla città materiale considerata in un certo momento e staccato sia

29 Si vedano a riguardo le considerazioni di F. Dagognet, Philosophie del propriété. L’avoir, Paris, Puf, 1992.

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dai cittadini viventi di volta in volta entro le mura […] sia dalle pietre che formavano queste stesse mura» [Kantorowicz 1957, cit., 259] – e aggregato d’individui a cui, in ragione del loro essere proprietari, appartiene la communitas 30 e che vi appartengono.
La repubblica degli interessi e la repubblica dei principi – per la prima volta dall’antichità le città-repubbliche d’Italia si confrontavano con i doppi vincoli dell’ideologia repubblicana. Da una parte, il comune repubblicano era una “mera alleanza”, restrittiva per sovrappiù; dall’altra, lungi dal rappresentare semplicemente una somma di differenze private, si supponeva che ne stesse al di sopra. [Starn in Starn e Partridge 1992, 13]

Il problema era reso più complesso dal fatto che l’autonomia comunale, ponendosi al di fuori di fuori delle gerarchie tradizionali del potere, mancava di una legittimità che non promanasse dalla sua pura e semplice esistenza.
Le istituzioni comunali sollevavano questioni circa la propria legittimità al di fuori dell’ordine gerarchico “naturale” delle cose […] In tal modo l’esperimento repubblicano richiedeva l’articolazione e la soppressione dei dubbi sulla propria legittimità, la dimostrazione delle conseguenze temibili di una disciplina civica inadeguata, l’affermazione e il controllo degli interessi particolari che un regime repubblicano non poteva facilmente soddisfare né di cui poteva fare a meno. [Starn cit., 21]

Ed è un tale groviglio di temi che Lorenzetti cerca di dipanare, con straordinaria efficacia visiva, nel suo ciclo del «Buon Governo». All’alllegoria della Tirannide – pericolo sempre
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incombente sulla repubblica e raffigurato con fattezze demoniache seguendo gli stilemi medievali – e all’affresco che illustra i nefasti effetti del regime tirannico sulla città e sul contado, fanno da contraltare la complessa allegoria del Buon Governo e il magnifico panorama che dispiega agli occhi del visitatore i benefici effetti del governo comunale. Nel panorama, in cui si riconoscono dettagli realistici della città, si adombra la tematica del ‘proprio’ e del ‘comune’ che costituisce la spina del fianco della Repubblica.
Il fatto che colpisce del grande panorama è che incorpora prospettive molto differenti così come integra gruppi sociali e attività distinte. Abbiamo qui, se mai esiste da qualche parte, un modello della (e per la) composizione conviviale della diversità immaginata dall’ideologia repubblicana. [Starn cit., 50]

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30 Il termine da cui discendono i communia da cui proviene il nostro ‘comune’. L’origine comunale è stata, nell’espe-

rienza europea medievale, conflittuale, aspetto riflesso dall’accezione spesso negativa data a tali termini: «communa, communia, o communio sono di frequente intercambiabili con communitas. D’altra parte, dall’undicesimo secolo in poi agli stessi termini viene sempre più conferito il significato specifico, più o meno sinistro, di un’associazione giurata […] quando impiegato dagli annalisti ecclesiastici per riferirsi ad alleanze contro l’autorità, communa e le sue varianti divengono sinonimi di coniuratio o conspiratio». [C. Stephenson, The French Commune and the English Borough, in «The American Historical Review», vol. 37, n. 3, (Apr., 1932), p. 454]

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Nella figura del Comune, che campeggia nell’allegoria del Buon Governo, Lorenzetti ha dato
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corpo, è il caso di dirlo, all’ente astratto comunale rendendo in immagine la traslazione degli attributi dei corpora della Chiesa e dell’Impero al comune. Tale tentativo di adoperare simboli del potere tradizionale per conferire legittimità al nuovo ordine è avallato dalla recente scoperta della prima versione del volto del Comune. Nella prima versione Lorenzetti avrebbe posto sul capo del Comune non il cappello di vaio da magistrato, ma una laurea, la corona d’alloro noto attributo imperiale31.
L’Allegoria include un’allusione, in chiave imperiale, all’espansione territoriale; e si noterà che la panoramica della terra felice, sulla parete destra, palesa l’“effetto” del buon governo anche in termini di estensione – dalla città al mare – e di saldo controllo del territorio: lo domina, appunto, Securitas; né manca, a ricordare il capillare presidio del contado, lo stemma senese su un edificio rurale […] Una pax senensis, insomma, cui fa da contraltare, nel regno di Tirannide, un territorio fuori controllo, straziato da guerre e scorrerie32 .

La ricerca di legittimità da parte della Repubblica si salda quindi all’affermazione dell’egemonia territoriale – «a Siena il tema del dominio territoriale, con spiccati accenti romani e universalistici, è il più tenace nella politica d’immagine del Comune»33 –, sottolineata anche dal fatto che mentre Lorenzetti lavora al ciclo dal 1338 al 1340, negli anni tra il 1337 e il 1339 i Nove fissano il territorio sotto la giurisdizione della Repubblica in un raggio di trenta miglia dalla città. E a coronamento di questo complesso e articolato programma iconografico, Lorenzetti realizza l’artefatto cartografico, doppiamente fantasma34, di cui ci occupiamo: un mappamondo.
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Il mappamondo circolare 35, delle dimensioni (ricavate dalla traccia lasciata sul muro) di circa 4,83 metri di diametro – più grande quindi della mappamundi di Ebstorf, la più grande conosciuta – era presumibilmente di tessuto teso su un’intelaiatura di legno sostenuto

31 Cfr. M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città. Novità su Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubbli-

co di Siena, in F. Bocchi, R. Smurra (a cura di), Imago Urbis. L’immagine della città nella storia d’Italia, Atti del convegno internazionale (Bologna 5-7 settembre 2001), Roma, Viella, 2003, pp. 394-98.
32 M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città, cit., p. 397. 33 M.M. Donato, Il princeps, il giudice, il «sindacho» e la città, cit., p. 398. 34 Phantasma in quanto traccia visiva della legittimità della communitas, come vedremo, e traccia, di cui restano i segni

della sua presenza, che cerchiamo di ricostruire.
35 Le ultime testimonianze dirette della sua presenza, anche se ridotto ad un frammento, risalgono al XVIII secolo.

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al muro da un perno centrale (di cui è visibile il foro sul muro) con dei rulli al di sotto dell’intelaiatura lignea per impedire alla struttura d’inclinarsi nel movimento [Kupfer 1996]. Era pensato dunque – caso unico a nostra conoscenza nella cartografia dell’epoca – per ruotare al tocco della mano. Tale caratteristica lo apparenta ai diagrammi circolari in uso nei testi medievali: vi sono esempi di diagrammi circolari – rotae – in cui il diagramma era addirittura costruito materialmente e rilegato con il libro, in modo da poter esser fatto ruotare concretamente 36. Marcia Kupfer afferma che il mappamondo rappresentava il mondo con al centro, in corrispondenza del perno, la città di Siena e il contado. Il movimento rotatorio doveva però consentire la riconoscibilità delle forme e la lettura delle iscrizioni all’occhio dello spettatore. Kupfer suggerisce l’adozione da parte di Lorenzetti dello stile delle carte portolaniche che erano redatte in modo da non avere un orientamento unico, orientando di conseguenza i toponimi rispetto all’andamento delle forme raffigurate. La sua collocazione nella parete di fronte a quella che ospita la Maestà di Simone Martini lo mette in relazione con
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l’idea di patria communis, esemplata dalla Vergine, protettrice della città, che alla postura supplice dei santi senesi risponde nell’iscrizione con toni che anticipano l’ideologia repubblicana del ciclo del Lorenzetti. Nel ciclo del Buon Governo infatti:
[…] modelli retorici tipicamente religiosi vengono applicati […] quasi in maniera “blasfema” a un argomento laico: la comunità dei cittadini senesi [Mangani cit., 143]

Nella Sala del Gran Consiglio, lungo lo stesso asse ottico, la Maestà e il mappamondo si rispecchiano: la mutevole fortuna del mondo (la rotazione come nelle Ruote della Fortuna medievali) non muta la posizione di Siena sotto lo sguardo della Vergine e del Bambino: identità nel mutamento. Il mappamondo e l’affresco degli Effetti del Buon Governo sul territorio sono il recto e il verso, sono complementari: il primo è la visione globale, divina, che la Maestà ha del mondo e della città che protegge, il secondo è la visione interna, locale, del cittadino o del peregrinus.

36 Cfr. J. Franklin, Diagrammatic reasoning…, cit..

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Ma l’assenza di orientamento nel mappamondo e la policentricità del panorama segnalano un’ulteriore complementarità. Se è vero che negando l’orientamento alla mappamundi era negato l’ordine tradizionale della cartografia medievale a vantaggio dell’immutabilità del centro – negando al contempo la soggezione ai poteri che si riconoscevano nelle mappaemundi tradizionali –, un ordine comunque continuava ad esistere, ed è quello dell’immagine che compone in una totalità visiva immediata attorno a fuoco visivo centrale un mondo altrimenti disorientato. Nel panorama, la dialettica proprio/comune, vedeva comporsi in immagine l’utopia di uno spazio che armonizza le diversità in un tutto, che ne conserva la policentricità degli interessi e delle attività, in un’identità che risponde, echeggia, il centro del mappamondo retrostante. Ma questo aspetto, proprio come le mappe che vengono usate per ricostruire in un’unità visiva i frammenti delle proprietà per garantirne il possesso37, segnala come il ‘proprio’ che si vuole ‘comune’ si possa comporre solo in imago. Come sono soprattutto gli interessi della classe mercantile che trovano rappresentanza preponderante nelle istituzioni di governo, pur volendo la Repubblica, come la figura del Comune del Lorenzetti, essere al di sopra del particulare e coniugare Iustitia e Concordia, così la straordinaria efficacia unitaria, totalizzante, del programma iconografico del Lorenzetti non può nascondere il niente-in-comune su cui poggiava lo spazio civico.
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Mario Neve 22 aprile 2008 Mario Neve 22 aprile 2008

Con l’età moderna si realizza ciò che era prefigurato qui. Utopia, Parergon. L’Europa di Ortelio

37 F. de Dainville, Cartes et contestations au XVe siècle, in «Imago Mundi», t. XXIV, 1970, pp. 99-121, ora in Id., La

cartographie reflet de l’histoire, Genève-Paris, Slatkine, 1986, pp. 177-99..

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