Le immagini parlano: così lo spazio racconta il tempo (Ttl, 13.09.2003) Esiste un linguaggio dell’arte?

La domanda, tutt’altro che banale, circola da tempo nella nostra cultura, e ha ricevuto risposte di vario genere, dai purovisibilisti tedeschi ai formalisti russi, dagli strutturalisti francesi agli iconologi anglosassoni, per non parlare delle riflessioni vecchie e nuove dell’estetica filosofica. Tutto dipende, per molti versi, da che cosa si intende per “linguaggio”, se si usa cioè questo termine in senso intuitivo, come spesso accade, o in senso tecnico, come sarebbe auspicabile. E poi, naturalmente, da che cosa si intende per “arte”: semplice documento visivo o opera dotata di valore estetico? Insomma, la materia è tutt’altro che risolta, e le sue implicazioni trascendono di gran lunga le dispute accademiche per riguardarci tutti, qui e ora, non foss’altro che per la pervasività e il peso delle immagini nella nostra vita quotidiana. Da qui l’interesse dell’ultimo libro di Cesare Segre, riconosciuto filologo, linguista e critico letterario, che raccoglie sei diversi saggi, tutti incentrati sulla spinosa questione del valore comunicativo delle immagini. Più che discutere le recenti tendenze della ricerca semiotica, che in questo campo ha comunque fatto negli ultimi anni passi da gigante, Segre preferisce affrontare il problema a partire dalle sue fondamenta teoriche: la lingua si diffonde nel tempo mentre l’immagine si irradia nello spazio; come trovare un unico comune denominatore in supporti comunicativi così diversi? Per formulare una possibile risposta, secondo Segre, bisogna andare a vedere se e come questa specie di impasse di principio è stata superata nei fatti, nel momento in cui cioè un testo scritto descrive un’esperienza visiva o, viceversa, un’immagine presenta elementi linguistici al suo interno. Già Lessing, a metà Settecento, osservava come il celebre gruppo scultoreo del Laocoonte riesca perfettamente a raccontare la storia del sacerdote troiano presente nel secondo canto dell’Eneide inserendo nella rappresentazione più momenti temporali: il ventre contratto rende il “prima” mentre il sospiro significa il “dopo”. Allo stesso modo ragiona Segre: così come una pagina scritta può perfettamente dare il senso della spazialità di un’immagine (si pensi alla figura retorica dell’ipotiposi, o all’ekfrasis), anche un quadro può inserire al suo interno elementi di temporalità, dunque di narrazione; usando per esempio lo sfondo per dare l’idea del passato e il primo piano per offrire quella del presente, oppure la destra e la sinistra, o il grande e il piccolo, e così via. Così, quando vediamo un quadro dove San Bartolomeo è ritratto con la sua pelle in collo, non stiamo osservando una sola scena ma almeno due:

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stiamo in tal modo seguendo la storia del martirio del santo dal momento iniziale in cui viene scuoiato a quello finale in cui viene portato in trionfo. Ugualmente, in moltissime Annunciazioni vediamo riprodotti nella medesima immagine sia la comunicazione dell’angelo (che accade prima) sia le reazioni della Vergine (che hanno luogo in un secondo momento). Si tratta di convenzioni usate dall’artista, e perfettamente comprese dall’osservatore, mediante cui si traduce la temporalità in spazialità, allo stesso modo in cui la descrizione verbale di un’immagine traduce la spazialità in temporalità. Dal problema del linguaggio dell’arte si arriva così a quello della traduzione fra diversi linguaggi, tema su cui oggi si lavora moltissimo: sono appena stati pubblicati la seconda edizione dell’Elogio di Babele di Paolo Fabbri (Meltemi) e Il cinema come traduzione di Nicola Dusi (Utet), entrambi interamente dedicati all’argomento. E lo spostamento non è indifferente: mettere in campo la nozione di traduzione (impossibile a priori, ma ala fine sempre realizzata) permette di ragionare più che su elementi di principio su dati di fatto. Quel che importa non è più il “linguaggio” delle immagini, artistiche e non, ma il “discorso” che esse in effetti conducono, ossia il modo in cui esprimono dei particolari significati usando i loro strumenti specifici, spesso superando le loro presunte barriere comunicative. Un calabrone ha ali troppo piccole rispetto al suo peso, e in linea di principio non potrebbe volare. Eppure vola. Allo stesso modo si comportano i testi, andando spesso al di là delle loro sostanze espressive. Lo sapeva bene Leonardo – nota Segre – che riusciva perfettamente a descrivere le battaglie che, poi, rappresentava nei suoi quadri: oltre che col pennello, dipingeva già con le parole. Gianfranco Marrone

Cesare Segre La pelle di San Bartolomeo. Discorso e tempo nell’arte Einaudi, pp. 134 + 47 tavole fuori testo, € 19,50

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