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Non darmi la risposta giusta, aiutami a cercare

tutte quelle possibili
Fin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico
momento in cui il professore si appresta ad interrogarci: l’ansia che sale, la speranza che ci chieda
proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo
rispondere.

Le risposte giuste sono quelle che fanno girare il mondo. Sono quelle che ci permettono di
diplomarci, di vincere a un quiz televisivo o di superare il test di ammissione all’università.

Praticamente tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate. O almeno questo è quello che ci
arriva dal nostro approccio educativo e dai tanti test multiple choice che sempre più spesso
rappresentano il principale metodo di valutazione dell’apprendimento. Semplici, oggettivi e veloci.

Ma è davvero così? Come noto agli amici e colleghi che mi seguono i metodi per affrontare
situazioni e problemi complicati sono molto diversi da quelli adatti alle situazioni complesse. Si
definiscono complicati i problemi di cui, pur non conoscendo la soluzione, sappiamo che esiste una
soluzione ottimale. Le variabili presenti in un problema complicato possono essere molte ma la loro
relazione è tendenzialmente stabile e lineare. Per affrontarli occorrono competenze specialistiche e
forti capacità analitiche. Esempi di problemi complicati sono il cubo di Rubik, il Sudoku o, in
campo calcistico, la risoluzione di un problema tecnico.

Per questo genere di problemi la ricerca della risposta giusta è corretta. Sappiamo che esiste una
soluzione ottimale ed è quindi giusto ricercarla e verificare se il calciatore la realizza.

Un problema complesso è molto diverso. Si definisce tale un problema le cui variabili sono
fortemente interconnesse e la cui relazione è tendenzialmente non-lineare. Un problema complesso
non ha una soluzione valida a priori e in senso assoluto. Ammette solo diverse soluzioni sub-
ottimali che anche quando funzionano hanno una valenza contestuale, ovvero funzionano solo “qui
e ora”. Tipiche situazioni complesse nel calcio sono quelle di natura tattica.
Nel caso di situazioni complesse la ricerca della risposta giusta non ha alcun senso eppure molti casi
si comportano come se esistesse una ricetta perfetta.

La realtà della gara è sempre più interconnessa (e quindi complessa) e purtroppo, ancora molti
continuano ad “addestrare” i calciatori alle risposte corrette.

Invece di favorire l’apertura, l’emergere di diverse alternative, la consapevolezza dei trade off
sistemici, riducono gran parte del processo di apprendimento a logiche binarie on-off, giusto-
sbagliato.

Stafford Beer ha indicato nella varietà dei possibili stati la misura della complessità. Una situazione
cresce quindi di complessità al crescere dei possibili stati che può assumere. Ross Ashby, attraverso
la sua legge delle varietà necessaria, ci ha insegnato che per governare un sistema complesso
occorre avere una complessità (intesa come varietà di possibili comportamenti) simile o superiore a
tale sistema (“only variety can destroy variety”). Questo ci dice che dobbiamo sviluppare il
maggior numero di alternative possibili. La complessità del nostro pensiero tattico si misura
attraverso la varietà di scenari del futuro che ci creiamo e il numero di opzioni d’azione che
produciamo nella nostra continua interazione con il contesto.

E’ questa ridondanza cognitiva che ci permette di non essere sorpresi da eventi totalmente
inaspettati, ci permette di riconoscere le possibili retroazioni sistemiche delle nostre azioni e quindi
di concepire schemi di azione più solidi, sostenibili ed efficaci.

Educare alla complessità significa allenare questa capacità di generare molteplici alternative. E
molti questo non lo stanno facendo. Al contrario, insegnano ai propri calciatori che esiste una
soluzione giusta e tante sbagliate.

Li riempiono di nozioni, allenano la loro memoria e, in definitiva li fanno diventare dei semplici
esecutori. E’ giustissimo, ad esempio insegnare ai bambini come calciare la palla. Ma è altrettanto
giusto allenarli a situazioni che tendono ad aprire anziché chiudere.

Provate a chiedere a un bambino di scuola calcio che ha appena finito di imparare il calcio di
interno piede: “Interno piede. Quando e perché eseguirlo?” e vedrete il suo smarrimento iniziale.
Dopo qualche istante vi darà una risposta corretta e resterà sorpreso se gli chiederete di andare
avanti e di riprodurre altre possibili risposte giuste. E’ un tipo di problema su cui non si è mai
imbattuto perché è abituato ad associare a ogni problema una sola risposta corretta.

L’ossessione della risposta giusta a prescindere dalla complessità della situazione da affrontare oltre
ad essere sbagliata può essere molto pericolosa. Crea false certezze, rende le proprie posizioni e
decisioni rigide e genera intolleranza verso possibili alternative.

La storia ci ha già insegnato dove porta tutto ciò.

Edgar Morin ha sottolineato che “la nostra realtà non è altro che la nostra idea della realtà”. Se la
nostra educazione ci porta a concepire la realtà come lineare, i problemi come complicati, e le
risposte come “giuste e sbagliate”, certamente non preparerà i giovani a convivere con l’incertezza
e a comprendere l’evoluzione e le dinamiche di un mondo globalizzato e interconnesso.

Prof. Raffaele Di Pasquale

Allenatore UEFA PRO