Antonio Montanari Virgolette sadiche

1. Voglio essere sincero. Non sono sicuro che il titolo scelto sia quello adatto. Mi ero proposto di usare una citazione che mi sembrava (e mi pare) molto intelligente. Ricavata da un recente libretto di Giampaolo Dossena, pagina dieci. Cioè all’inizio. E se dici inizio per un libro, significa che il lettore è ancora lì a bocca aperta per gustarsi quelle pagine. Anche per i libri che poi non piacciono e si accantonano perché si arriva soltanto alle prime dieci o quindici pagine. Dossena comincia il vero libro («cose» sue e non indici, apparati, dediche o quant’altro), soltanto a pagina sette. La otto è bianca, quindi la citazione di cui ho detto è in effetti alla pagina tre delle «cose» di Dossena. Quando l’ho letto ero nello stato d’animo vergine che si ha con un libro appena iniziato. Oltretutto con la voluttà d’incontrare nuovamente uno scrittore che apprezzi a prescindere. Altrimenti non avresti neanche speso dieci euro per 110 fogli in gran parte bianchi. Perché gli editori, si sa, con poco fanno molto. Ma poi le pagine di questo libro sono annotazioni molto stitiche anche se divertenti. Le apprezzo perché divertenti. Se dicessi che sono soprattutto stitiche farei la figura del tirchio che si lamenta di aver pagato dieci euro per un totale di sole 82 pagine filate di testo. Più una nota di nove righe che riempie tutto un foglio di carta. Quasi tredici centesimi a facciata. 2. Dunque alla terza pagina reale del libro di Dossena, c’è un passo che ha attirato l’attenzione, svegliando ricordi personali. Quando ci ho ripensato ed ho progettato di stenderli, l’avevo accettato come titolo. Quel passo dice che i collezionisti di pennini sono sadici. Poi mi sono detto: cosa vuoi che interessi un titolo come: «I collezionisti di pennini sono sadici»? Siccome poi la frase non è un mio brevetto, ma ricopiata da un vero scrittore e da un vero libro (quello che sto scrivendo non lo è ancora e non so nemmeno se mai lo diventerà perché come si sa tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare), per questo fatto avrei dovuto usare le virgolette. Per cui adesso, citandolo qui come progetto, dovrei usare le doppie virgolette perché si usa così. Infatti se

l’idea fosse stata mia, avrei dovuto e potuto scrivere semplicemente come ho fatto sopra «I collezionisti di pennini sono sadici». E magari avrei indotto in tentazione qualcuno a pensare: ma guarda che idea geniale, si deve trattare senz’altro di un trattato scientifico. Ma poi esaminando nome e cognome dell’autore sarebbero sorti i primi dubbi, forse si tratta di un caso di omonimia. Come mi diceva mia madre: di gente che si chiama come te, ce n’è più che nella litanie dei santi. Ed io ho appurato che esiste anche un illustre studioso che è un abate di qualche ordine religioso, ma che credo sia poco conosciuto per cui nessuno avrebbe avuto il dubbio che a scriverlo fosse stato lui, un libro che correttamente avrebbe dovuto intitolarsi «“I collezionisti di pennini sono sadici”». Dove le virgolette alte (o inglesi) stanno ad indicare che è appunto una citazione quanto introdotto dalle virgolette basse o francesi, come dicono gli addetti ai lavori. Forse come dicevano, perché credo che diminuisca il numero degli addetti ai lavori che conoscono le cose di cui parlano. L’altra settimana in un quotidiano locale, una fanciulla ha scritto: «… per distinguere il grano dall’olio», ignorando che l’olio è una cosa che si usa non sul grano ma sulla pasta o sul pane ricavati da quel grano, e che il loglio è tutt’altra faccenda, quella che va strappata dai campo di grano, essendo un’erbaccia. Mentre un assessore alla Cultura (non esageriamo: alla cultura) ha parlato dei «pizzini» di Alfredo Panzini, anziché di foglietti di appunti, come se si fosse trattato di un mafioso siciliano in piena regola e non di un illustre letterato romagnolo. Ma tant’è.

3. Il ragionamento su virgolette basse ed alte potrebbe indurre qualcuno a fraintendere. E ritenere che quelle basse sono oscene: perché alludono ad argomenti volgari. Come succede ad esempio con i calzoni a vita bassa. Che davanti arrivano appena all’orlo dell’indicibile. E dietro scorrono a rivelare l’osso sacro che profanamente introduce alla divisione delle due parti corporee volgarmente dette chiappe. Posso garantirlo e persino giurarlo. Le virgolette basse una volta erano le più usate. Non perché ci si arrivasse meglio pure dalle persone culturalmente meno alte. Ma perché usava così. Adesso per colpa dei programmi dei computer, che hanno quasi sempre origine nel mondo anglosassone, tu apri un libro e trovi che non c’è nemmeno una virgoletta bassa (o «francese»), ma tutte sono alte (appunto le «inglesi»). Per cui succede il classico casino, quando si debbono fare delle citazioni dentro le citazioni, come sarebbe nel mio titolo: «“I collezionisti di pennini sono sadici”». Titolo che alla fine risulterebbe scritto da quei computer in maniera ridicola, se fosse citato da qualcuno che usasse un programma anglosassone, ed apparirebbe come ““I collezionisti di pennini sono sadici””. Il che sarebbe fonte di disprezzo intellettuale ancora prima di affacciarsi alla prima pagina. Una soluzione ci sarebbe, usare il classico corsivo dei titoli dove basterebbe una coppia di virgolette, francesi od inglese fa lo stesso, ma oggi chi sa che cos’è il corsivo (detto anche stile italico)? 4. Nella prima pagina sarei costretto a mettere una premessa, appunto per spiegare che le parole di Dossena: «I collezionisti di pennini sono sadici», diventando titolo di questo libro, obbligatoriamente diventavano pur anche una citazione. Per cui la citazione corretta del titolo se dovesse a qualcuno capitare di farla chissà per quale motivo, probabilmente per sputtanarlo, sarebbe questa: «“I collezionisti di pennini sono sadici”». Aggiungendo che se avessero trovato scritto ““I collezionisti di pennini sono sadici””, si sarebbe trattato di un errore dovuto ai computer dei compositori moderni ed ultrapiatti (come gli schermi dei televisori) che quando impaginano un libro scritto correttamente lo vanno a rovinare perché non hanno impostato composizione e sillabazione in modalità italiana.

E questo aspetto della sillabazione all’inglese crea veri e propri errori per cui il lettore legge «esame di cos/cienza» (dove il segno «/» indica l’andare a capo o daccapo), mentre la sillabazione italiana dà correttamente «esame di co/scienza». Ma se queste cose il lettore non le sa, dà la colpa all’autore e pensa che lui (l’autore) sia un ignorante, mentre ignorante è il lettore, ma questo non si può dire perché se ha comperato il libro va rispettato, punto e basta. 5. Insomma sinora ho scritto quasi settemila battute spazi compresi per spiegare quello che non c’è, quindi senza combinare nulla. È ora che arrivi ad una conclusione cioè ad un principio del discorso. Una conclusione qualsiasi, tanto quella che si legge non si può immaginare migliore o peggiore di una che non c’è, nero su bianco. Ho deciso di lasciare perdere la frase di Dossena sui collezionisti di pennini (a suo dire) sadici, per la storia delle virgolette. Le quali, a quel punto, erano diventate le protagoniste del mio discorso (come dovrebbe apparire da quanto ho masticato sin qui). Il fulmine della genialità (se è permesso l’ardire) mi ha suggerito di mettere le virgolette non dentro il titolo (altrui), ma come protagoniste assolute. Cioè come se fossero loro una Maria Callas od un Vittorio Gassman che appaiono sulla scena, mentre la citazione potrebbe essere interpretata come una copia diversa dall’originale, un semplice imitatore che fa il verso all’attore o alla cantante. A proposito di fulmine della genialità temo che la frase possa suggerire a qualcuno il commento: che il fulmine ti fulmini con la tua genialità e tutto. Grazie comunque lo stesso. Sperando che l’augurio non si avveri. 6. Però, per onestà, ho voluto che si conservasse traccia di tutto il preludio su Dossena. O per meglio dire tutto il travaglio provocato dalla frase di Dossena alla pagina dieci del suo libretto. Anche perché sarebbe stato più logico tagliare quanto avevo scritto sin qui e partire da zero, facendo finta di niente. E tutta la fatica fatta dove sarebbe andata a finire? Il lettore deve sapere che una seconda scelta mi aveva portato verso un altro titolo diverso da quello che appare, «Tra virgolette». L’ho accettato ed amato per varie settimane. Poi mi sono convinto che era traditore,

che poteva trarre in inganno. Cioè suonava minaccioso come se poi all’interno (o sotto) quel titolo fossero soltanto apparse cose altrui che riportavo appunto tra virgolette. Fu così che scelsi «Virgolette sadiche» che buttato là senza avvertenza non è che dica granché, ma il bello dovrebbe stare nel gioco da fare per spiegare tutto quello che in esso c’è di misterioso e nascosto, oltre a quello che non c’è. Di tutto ciò siamo fiduciosi nel sèguito dell’impresa perché per il momento non osiamo dire. Infatti, mi sono posto il problema di educazione di spiegare il titolo al lettore, senza stare lì a fare la solfa di Dossena, dei collezionisti di pennini e del loro presunto sadismo. Sul quale aspetto comunque sarebbe utile per il bene dell’umanità soffermarsi in una sede non così terra terra come questa, dove non posso scomodare trattati di psichiatria o di psicologia criminale, sperando che si dica così, bisognerà che m’informi, conosco degli avvocati e dei medici. 7. Meglio fidarsi dei primi o dei secondi? Chi conosce meglio l’animo umano? Ci vorrebbe un filosofo. Ma non ho amici tra i filosofi. Ne vedo passare qualcuno per la strada. Lui dice in giro di essere filosofo, ma non è che sia come per i preti. Uno è prete e basta. Lo sanno tutti per mille motivi, anche quelli che non praticano le chiese. Per i filosofi è diverso: non celebrano, non sono consacrati, l’ordinazione è per loro un rito da rifiutare se sono liberi pensatori, o da nascondere se sono affiliati a qualche setta o ad un partito come erano una volta ed allora si facevano chiamare ideologi. Ma oggi che le ideologie sono morte, sono forse sopravvissuti gli ideologi? Ho motivo di pensare che non sono bene informato. Per esperienza personale, come conoscitori dell’animo umano scarterei sia i medici sia gli avvocati. Ma se poi comincio a porre domande io, non finiscono più di farmene loro, e perché e percome, per cui va a finire che il medico o l’avvocato sospettano (guai se tutti due assieme) che con quella domanda mi confessi autore di atti di sadismo mediante l’uso di pennini, per cui è meglio restare nel dubbio, non chiedere nulla. Perché mi è già successo da ragazzo che ho chiesto dov’era l’appendice, per la verità avevo detto l’appendicite, e tac il dottore aveva sospettato che io sospettassi di avere l’appendicite per l’appendice infiammata, mentre era semplicemente un dubbio che

mi era venuto perché sapevo dov’era l’appendice, ma non ne ero del tutto convinto per motivi che sinceramente ora non saprei spiegare (turbe adolescenziali, definizione che va bene per tutto come dimostrano gli esperti cha appaiono in tivù). Non so quale reazione potrebbe avere l’avvocato (più pericoloso naturalmente del medico che contempla soltanto le malattie per le quali esistono farmaci in commercio, e non credo ne esistano nella fattispecie), davanti alla mia richiesta se il sadismo dei collezionisti di pennini è contemplato nei trattati di psicologia criminale. Potrebbe anche pensare che forse io sono un collezionista di pennini che ne fa un uso improprio, per cui potrebbe cominciare a guardarmi sotto un altro punto di vista. Appunto secondo il suo manuale di psicologia criminale (ammesso che lo abbia usato in giovinezza assieme a pleiboi), che non sarebbe per me un bel vedere, anzi un bell’essere visto sotto quel punto di vista. Ma io non sono collezionista di pennini, ho soltanto una scatoletta di bachelite anni cinquanta con pennini di quando frequentavo le elementari e le medie, cioè di tempi in cui era obbligatorio usare cannetta e pennini, quindi tutto lecito, è come se adesso venisse fuori uno e gli chiedessi come si paga il bollo per la patente e lui ti sospettasse di voler evadere il bollo, dimenticando che una volta il bollo della patente si pagava comprando il bollo (cioè una cosa simile al francobollo usato per le lettere) dal tabaccaio, ed invece adesso devi andare a fare la fila all’Aci. Ma per fortuna che la sede dell’Aci è vicino a casa, e che ci sono le sedie per fare comodamente la fila, perché a dire la verità io vado sempre nei primi giorni del mese, non aspetto gli ultimi, tanto non ci guadagno niente ed anzi mi risparmio la puzza delle file perché a maggio comincia già ad esserci qualche giornata calda se il tempo va bene e la gente comincia a puzzare. Per non parlare poi di quei maschi che arrivano tutti profumati, ma profumati per che cosa, per l’impiegato strabico e con barba incolta che può capitare dall’altra parte dello sportello? E poi soprattutto non sto in piedi che non sarebbe un gran bel stare causa l’osteoporosi al femore sinistro. Quindi, scartata la solfa su Dossena e sui suoi pennini da raccoglitori sadici (in verità quello che conoscevo come collezionista di pennini c’è, ma ne parlerò più avanti, dato che come ho dichiarato non sono io, ed

adesso sto parlando soltanto di me), quindi dovrei spiegarmi su questo titolo «Tra virgolette». Per dire per che modo e per come ci sono arrivato (insomma un riassunto di quello che ho scritto, ma adesso vi risparmio il riassunto perché non ne avreste voglia), e per spiegare che quando uno dice «tra virgolette» è una persona che può voler intendere molte cose. A questo passaggio del discorso, occorrerebbe distinguere le molteplici intenzioni di chi quando parla dice «tra virgolette», ma sinceramente per il momento ho finito la scorta della volontà, e quindi rimando ad un prossimo capitolo, che potrebbe essere anche il prossimo capitolo. Come credo in effetti. Non può essere diversamente da così, il lettore non deve essere deluso, se gli prometti una cosa devi poi mantenerla. Da scartare dall’elenco, lo dico prima di principiare (se dicessi iniziare addio cacofonia), ci sono quelli che confondono le virgolette con le parentesi. L’ho sentito io un politico di grido qui in città. Dichiarava in solenne occasione: «Ed aggiungo tra virgolette». Gnorante. Tra parentesi intendeva, ma lui non se ne intendeva ed allora ecco la prosopopea del so tutto io che invece non sa un’eco di niente. Mi sono ripromesso di non usare termini volgari, ed ascoltando uno spettacolo di Aldo Giovanni e Giacomo, con una battuta sull’eco nelle valli alpine (che non riguarda il presente discorso) ho fatto il fioretto. Dirò sempre non capisce un eco, invece dell’altra parola popolare anzi plebea, nobilitata però da Carlo Bo che trasformò genialmente un motivetto antico, «Bimba tu non sai cos’è l’amore, scambi sempre il cazzo per il cuore». Da ridere se qui sostituiamo il cazzo con l’eco del cuore, sarebbe una roba da medici, l’eco-doppler al cuore, che non c’entra un’eco con il discorso del magnifico rettore, critico e scrittore ei fu Carlo Bo. E soprattutto con le ragazze in fiore ed in calore che non hanno altra teoria anatomica che quella della pratica, fermo restando che vale meglio la pratica della matematica, come dicevano nel secolo scorso, soprattutto perché a quelle ragazze non riuscirebbe granché con le sottrazioni e le divisioni, essendo più pratiche ad aggiungere sommandosi reciprocamente con sano istinto evangelico, appunto crescete e moltiplicate(vi). Dove la matematica è il risultato talora, uno più uno uguale a tre, con battesimo appresso. Risultato ma sballato in teoria, gran obbedienza alla legge di Natura, che faceva andare in bestia il povero gobbo di Recanati, ma perché metter al mondo chi poi

avrebbe dovuto soffrire. Lo riassumo così il pensiero di Giacomimo perché se facessi una citazione tra virgolette ed anche tra parentesi in questo caso, allora la tirerei troppo per le lunghe. Forse non sarebbe fuori luoghi una divagazione stravagante sull’uso delle parentesi, dalla matematica alla logica del vivere quotidiano. Perché uno dice in assoluta tranquillità «tra parentesi». Ma non per pignoleria dovrebbe essere interrogato se conosce l’ordine gerarchico delle parentesi, che uno oggi crede che la parentesi sia soltanto una quella tonda aperta e chiusa, che non sono due ma ripeto soltanto una piegata diversamente nella posizione di coppia. Come se insomma si trattasse di un maschio e di una femmina, sempre persona è, ma di sesso diverso. Le parentesi non hanno sesso diverso, ma pressappoco è uguale perché quella che apre non può chiudere e viceversa. Poi dopo la tonda c’è la quadra che verrebbe scritta così come oggi si usa nelle mail, ma il simbolo che ne scaturisce non significa un’acca, ovvero altra variante dell’eco: ([]). Forse se si scrivesse aggiungendo qualcosa tipo un punto ([.]) potrebbe sembrare un elefante visto dal dietro che non vorrebbe dire nulla neppure alle persone più dotate di fantasie. E c’è anche la graffa, come parentesi, almeno quando andavo a scuola io, e si scrivevano tutte e tre le parentesi con questa successione ([{}]) che sembra il ritratto di un tizio con le orecchie a sventola. Ma tutto questo serve per dire che c’era un ordine nei segni e nella logica con cui li si usava, adesso non lo so, leggi cose terribili della scuola dove anche le professoresse hanno le virgolette basse, pardon abiti a vita bassa e producono gioie non ascose nel loro elettorato maschio, ammesso e non concesso che non sia attratto fiftififti dallo stesso sesso perché nel sesso non è come per la parentesi tonda che ce ne sono solo due, una aperta ed una chiusa, adesso dicono che i sessi sono tanti come neanche nella Bibbia (Sodomia e Gomorra, chiuso lì). Ed io data l’età ho perso il conto, a me basta ed avanza quello che ho, tanto andando avanti negli anni dicono che si deve raggiungere la pace dei sensi. Sperando che non insorga un senso di colpa a turbare quella pace. Ma anche questo è un discorso che non c’entra nulla con l’elenco delle intenzioni di chi quando parla dice «tra virgolette». Intanto un passo si è fatto, avendo già scartato chi

confonde virgolette e parentesi, per cui abbiamo fatto (siamo stati costretti a fare) anche noi una parentesi, risultata alla fine più lunga del previsto. Un primo risultato è stato raggiunto, pur non essendo ancora partiti. Vedete le stranezze della vita, siamo soltanto agli inizi, ma abbiamo già delineato un percorso diverso da quello della pista su cui siamo appoggiati. Non dite che non c’è genialità in tutto questo. Capirne le origini è un altro paio di maniche. Succede sempre che a qualcuno scappa detto che si tratta di un altro paio di macchine anziché di maniche, e non sa che cosa vuol dire, ma siamo sempre lì, virgolette anzi parentesi, e oltretutto non sappiamo se pure viceversa. Dovrebbero saperlo in qualche università del Nord. Ripartiamo dalle virgolette. Succede come per l’alcool, chi ne usa moderatamente e chi si sbronza. L’eccesso di virgolettismo era una caratteristica dei vecchi professori nati all’inizio del secolo scorso, diciamo anni venti, che facevano risiedere la sapienza nell’apprendimento mnemonico di citazioni. Che loro usavano nel corso delle discussioni come armi improprie per ribattere alle argomentazioni altrui, smontarle e deriderle, annientando senza alcuna cortesia o umana compassione le persona con la quale stavano parlando. Era un modo di agire da sadico del villaggio, che però non sappiamo se collezionasse pennini. Forse penne stilografiche, o matite tedesche. Non so se dal punto di vista teorico quello che sto per dire sia considerato legittimo, ma confesso che la cosa non m’interessa, adesso dico il mio pensiero, a chi non va giù non vada pure avanti o «salti addirittura al capitolo seguente» (XXII, Promessi Sposi), tanto il mondo va avanti lo stesso da solo senza la nostra contribuzione. Il professore anni venti era come un rappresentante di commercio con la sua valigetta e con il suo campionario in essa contenuto, da mostrare al cliente che andava affascinato, convinto e costretto ad ordinare la merce esibita. I professori solitamente non vendono, anche se propongono, ma le loro proposte possono essere considerate offerte simili a quelle di una peripatetica sulla circonvallazione urbana, ovvero guardi e non te ne frega niente e tiri diritto per la tua strada. Il bello della cultura è questa, che viene celebrata come una gran cosa ma poi non gliene frega niente a nessuno, tranne alle madri ed alle nonne che debbono esibire le virtù della prole, la Rendy è andata alla

selezione di missitalia, e Gringo va solo a correre con la moto sul circuito clandestino, però diciamo a tutto in giro che studia all’università lontano di qui, e così la gente dice oooh, che ragazzo intelligente che ci avete in casa. Se poi gli aggiungete la parola stage, orca stecchite l’interlocutore, che se la Rendy fa lo stage allora voi credete che lei poverina sudi le sette camicie per farsi un futuro, invece va a finire che la stagista è come quella che alla casa bianca andava da Clinton sotto il tavolo ovale. Dio non voglia mai. Però se càpita, capìte che soddisfazione. Mica sulla circonvallazione cittadina, ma dentro uffici importanti, che così si fa il corredo da sola e noi non dobbiamo spendere niente. Ci paghiamo una crociera, quando loro vanno in viaggio di nozze. Comunque il professore anni venti lo sapeva anche lui che certe cose succedevano, ed infatti sono sempre successe, non per parlare del povero Giosue Carducci e della sua Annie Vivanti, ma insomma niente di nuovo sotto il sole, anche se per rispetto a Giosue non avrei dovuto tirarlo il ballo. Infatti il fratello di Giosue era Valfredo che dirigeva la scuola di Forlimpopoli dove era segretario mio nonno omonimo di me stesso, e Valfredo Carducci («Il fratello Valfredo», titolo di un grosso volume di Manara Valgimigli) tenne a battesimo mio padre che prese anzi gli dettero il suo nome. Ma pure questo non c’entra con le virgolette dei professori anni venti. I quali le usavano come armi contundenti, senza pensare se potessero aver valore logico le cose che vi nascondevano dentro, perché si sa che virgolette da sole non si reggono e bisogna sempre riempirle di qualcosa. Ed allora se voi parlavate dell’equilibrio del terrore basato sulle armi atomiche negli anni del secondo dopoguerra (eravamo prima della caduta del muro di Berlino, anni settanta diciamo), loro aprivano la valigetta che tenevano in testa ed esibivano il campionario di citazioni con cui controbattere. Perché dico controbattere, va poi spiegato, perché per loro era valido solo il pensiero che avevano in testa. Ed il pensiero che avevano in testa era semplicemente convalidato dalla loro stessa opinione, confortata dal parere di illustri pensatori del passato, vissuti quando della bomba atomica non avevano neppure l’idea. Di pensieri assoluti negli anni settanta ce ne erano di vari tipi, quelli marxisti, quelli idealisti tardo-crociani, quelli idealisti tardo-marxisti che sognavano la rivoluzione (tipo Cuba e Cina) e poi l’avrebbero tentata

e sappiamo con quali risultati, e poi quelli cattolici che si dibattevano a giorni alterni sulla breccia di porta Pia, sul problema del controllo delle nascite e sulla questione della fame nel mondo. C’erano cattolici tutti dogmatici, di destra sinistra centro, ed un cattolico pietoso del mondo e delle nostre colpe era difficile incontrarlo se non in qualche vecchio sacerdote che recava sul volto il pallor della morte. Insomma tutti a modo loro discutevano su tutto, ma per ogni problema ognuno aveva una ricetta esclusiva che escludeva le altre, anche se poi ad un certo punto si capì che facendo così non si combinava nulla ed allora nacque la teoria del dialogo che, visto da oggi, e finite le speranze di ieri, si direbbe essere stato un dialogo tra sordi. Comunque questo è un altro discorso troppo difficile nel presente contesto, per cui lo accantono per non essere superficiale e non prestare il fianco a facili critiche. (Esistono persone specializzate nel criticare le opinioni altrui, e basta. Solo quello che dicono loro va bene. Va bene anche per noi, se va bene a loro. Ma a volte potrebbero essere così gentili da stare a sentire, ed ammettere che si sono sbagliati, che poi a volte fanno la figura degli stronzi che dicono no a cose che risultano vere ed accertate, cioè accertate e quindi vere, se gli epistemologi lo consentono, ma non ne sono tanto sicuro. Comunque se Sempronio mi dice che non è vero che Tizio è parente di Caio, e poi Caio mi confida che è parente di Tizio, allora il negatore Sempronio dovrebbe chiedermi scusa se ha negato pro domo sua che Tizio è parente di Caio, avendo Tizio istigato Sempronio contro di me attraverso Caio…) I professori anni venti tardo-crociani erano soprattutto meridionali, con un eloquio sciolto, una dialettica forense apparentemente inappuntabile ma alla fine non cavano un ragno da un buco e rinnovavano soltanto la loro fede nel principio di autorità perché Croce aveva detto, e giù la citazione ovviamente dopo i due punti e le virgolette che sono cose che non si pronunciano se non in particolari occasioni, e non si vedono, ma si sentono volare per l’aria. Dopo la premessa, «Come diceva Benedetto Croce», voi vi aspettavate l’apparizione dei due punti e virgolette, come si usava in quinta elementare con i dettati, prova che adesso debbono far fare agli studenti universitari perché sembra che non sappiamo l’ortografia, ed io me ne accorgo anche leggendo i blog su internet.

Il principio di autorità è vecchio come il cucco, la terra stava ferma, ipse dixit, ed amen. Ma poi il mondo è andato avanti lo stesso, la terra si è mossa, però la gente è finita sui roghi, nelle carceri, nell’indice librorum prohibitorum, con le scomuniche, le guerre, le fucilazioni, tutto perché qualcuno da papa o da dittatore diceva che lui sapeva tutto ed amen, invece non sapeva un tubo. Alias un’eco. Gente che moriva in mille modi per colpa delle virgolette e dell’ipse dixit, per cui se il lettore mi segue deve ammettere che poi il discorso sulle virgolette non è mica una passeggiata fatta tanto per fare o una divagazione tirata in ballo per non parlare di cose serie. Se non vi pare una cosa seria la condanna di Galileo tutta frutto del virgolettato aristotelico, allora siete pregati di chiudere qui le presenti pagine e di fare un esercizio spirituale da certi preti che amano la messa in latino e la preghiera contro i perfidi ebrei che l’hanno tolta dal messale, ma poi volete che non ci sia qualcuno che vorrebbe ripristinarla pur essa assieme al solenne eloquio, con cui dovrebbe essere più facile farsi capire dal Signore, mentre lo Spirito Santo si faceva intendere in tutte le lingue nella Pentecoste. Ma oggi i celebranti in latino non hanno molta fiducia nelle lingue diverse dal latino medesimo, per cui rimpiangono quando il latino in questione era mezzo di scomunica e di condanna. Olé, vale sempre la vecchia battuta: li ammazziamo? No mandiamo prima le loro anime in cielo. A beneficio della loro salute spirituale. Dal che si conclude che le virgolette se messe attorno a delle parole antiche sono ancora più perigliose di quelle espresse in linguaggio corrente, tanto per essere ottimisti sul futuro inteso come ritorno al passato che gira attorno alla questione della messa in latino, che poi non tutto si ferma lì, ma è soltanto il punto di partenza di nostalgie più panoramiche. A questo punto ho l’obbligo morale di fare una precisazione linguistica. Ho usato l’aggettivo «perigliose» che è tipicamente dantesco, Inferno, canto I, verso 24: «si volge a l’acqua perigliosa e guata». Dove gli studentelli d’un tempo trovano il verbo guardare alla terza persona del tempo presente del modo indicativo, e dove quelli di oggi non sanno cavarci un ragno da un buco stando alle leggende che si leggono sui giornali. Quel «guata» (verbo) io mi sono divertito nel parlare corrente con il prossimo tuo come te stesso, di trasformarlo in aggettivo per cui spesso dico che ad

esempio trattasi di cosa o faccenda «perigliosa e guata», sottolineando che soprattutto in effetti è in particolare «guata». Al che l’ascoltatore resta attonito e convinto, soprattutto non comprendendo il senso del primo aggettivo quel periglioso magnificamente arruffato come testa d’artista fine otto-inizio novecento, appunto uno scapigliato quale è in panni moderni figurativamente il simpatico cantante (Cristicchi) che a San Remo cantava «Mi chiamo Antonio, e sono matto», verso che ho adottato come blasone individuale onde tener lontano il prossimo. Perché il prossimo meno vicino è, cioè più il prossimo è meno prossimo a noi meglio è, non si sa mai che scherzi ti può fare. Hai voglia a sostenere con Aristotele che l’uomo è un animale socievole. Spesso e volentieri è soltanto un animale, come gridava Bracardi ad «Alto gradimento» (trasmissione radiofonica di Arbore e Boncompagni): «L’uomo è una bbbessstia». Il giochetto terrorizzante della situazione «perigliosa e guata», non è un gesto originale mio, per carità, non sono capace di arrivare a tanto, ma uno scherzetto mutuato dal buon Manzoni, quello del saltare «addirittura al capitolo seguente», il don Lisander, mica il Carletto Manzoni inventore grande pure lui nelle patrie lettere, per via del suo signor Veneranda, quindi da ricordare nell’odierna dimenticanza pur non essendo venerabile come il nevrotico aristocratico figlio di quella buonadonna di Giulia Beccaria. Una che oggi farebbe lo stage con successo e sarebbe in televisione tutte le sere a spiegare i dettami del bon ton. Quando nella notte degli imbrogli e dei sotterfugi Renzo e Lucia vanno al convento di padre Cristoforo, fra Fazio il laico sagrestano (quindi indotto, nel senso di gnurante) si scandalizza per quelle donne che arrivano appunto di notte e per giunta in chiesa, e il padre Cristoforo lo mette a tacere con una frase dotta, in latino: «Omnia munda mundis», «dimenticando che questo non intendeva il latino», «Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto». Per cui fra Fazio s’arrese. A dimostrazione che la lingua che usiamo, sia nel bene sia nel male, può essere strumento pericoloso di prevaricazione. Fine della morale della favola. Che come tutte le cose di questo mondo, al pari delle favole, può essere «perigliosa e guata». Di palo in frasca saltando, non ho chiuso la classificazione del virgolettare. Accantonati i vecchi professori adusi ad abusarne abnormemente,

dovremmo almeno rintracciare qualcuno che ne fa un uso moderato, ma al momento non mi vengono in mente altro che i giornalisti, i quali sono costretti dalla malvagità del mestiere cronachistico, a riportare i pensieri altrui, appunto con le virgolette. Ma il caso dei giornalisti non è semplice come potrebbe apparire così a prima vista, perché noi siamo abituati a considerare il giornale una cosa che oggi si legge e domani ci si incarta l’immondizia a gloria perenne dei loro sudori. Molto meglio incartarci l’immondizia con rispetto parlando che farne l’uso che ne faceva fare a tutta la famiglia mio nonno, collezionista di carta sia di giornale sia di libri, ma non so per quale motivo avvezzo a porne una discreta quantità regolarmente tagliata in apposito contenitore di cartone da lui stesso costruito (era pure un meraviglioso legatore di libri), e posto sopra il water, da cui alla bisogna attingevamo nel dopoguerra nella casa popolare appena costruita in via Soleri Brancaleoni civico 30, primo piano, in un cesso dove d’inverno si gelava perché allora le case non avevano riscaldamento se non nella cucina grazie alla stufa economica la quale dava calore cucinava cibo e forniva acqua calda. Dalla finestrina del cesso, alta ed inarrivabile, si poteva vedere salendo sopra una scala tutto il panorama della campagna e sullo sfondo l’azzurra vision di San Marino, dove ci eravamo salvati durante il fronte, in mezzo a centomila e passa rifugiati, compreso anche il nostro cane. Che si chiamava Garbì, nome derivato da garbino, il vento di scirocco. E che fu protagonista pure di un’azione di guerra. Mio zio fingendo di giocare con il cane passò le linee nemiche e da San Marino rientrò in Italia, era un gappista della squadra dove i fascisti ne presero tre e poi li impiccarono nella piazza centrale di Rimini che si chiamava Giulio Cesare e dove c’era la statua donata dal duce. Sai che maroni quel giorno che venne Benito Mussolini tutti a sfilare e ad ascoltare. Sperando nei radiosi destini, finiti nella merda della guerra. Garbì e mio zio vennero a Rimini, al comando alleato a dire che a San Marino non c’erano i tedeschi ma i rifugiati, non avessero bombardato perché volevano fare come a Cassino, tutto giù, ma sul monte c’era soltanto una radio tedesca, gli inglesi tennero mio zio tutta una notte intanto che controllavano perché loro avevano i loro informatori e c’era una spia che era una professoressa del liceo classico Giulio Cesare dove ha studiato Federico Fellini, ed ebbero conferma che quello che diceva mio zio era tutto vero, così non bombardarono a tappeto San Marino e noi fummo salvi in centomila e passa grazie a mio zio ed a Garbì, il cane

del nonno con il quale aveva attraversato le linee facendo finta di giocare, invece era in missione speciale, ma nessuno gli ha mai detto grazie. Perché a San Marino sono un po’ di testa dura ed a certe cose non pensano, anzi se possono ricostruiscono (è successo) la storia in maniera diversa da come è andata realmente. Non me ne viene in tasca nulla, a dire ciò, anzi se leggono lassù sono capaci anche d’incazzarsi, ma sinceramente non me ne frega un’eco. I giornalisti usano le virgolette in due modi, uno serio ed uno scherzoso che forse è ancora più serio di quello serio. Quello serie è quando ad esempio scrivono che il presidente del Consiglio ha detto che «la crisi è stata superata». Quello scherzoso è quando rimproverano al presidente del Consiglio di aver detto che «la crisi era stata superata». Invece, eccetera. Il modo serio è quello più frequente, ogni giorno i giornali sono pieni di dichiarazioni autorevoli, basta che si alzi in piedi uno e tutti già a mettere tra virgolette il suo pensiero. Una volta in una televisione della mia città è capitato un episodio molto significativo, un saggista direbbe emblematico. Lo racconto, ma occorre una premessa. Al settimanale al quale collaboravo era giunta un’estate una giovane signora che veniva in redazione in costume da bagno. Bisogna sapere che la sede era presso la curia vescovile a fianco del tempio malatestiano, a tre metri e 28 centimetri dalla porta da cui passava il vescovo. I due preti del giornale, direttore e redattore capo, non avevano il coraggio di dire alla signora che il suo vestimento non era decente per il luogo nel quale si recava. Allora glielo dissi io. Si capiva da un chilometro che la poverina non era molto equilibrata, anzi che era del tutto squilibrata. Il direttore per togliersela dai piedi le disse: tu abiti a Bruxelles, ed io ti nomino nostra corrispondente dalla tua città, parti subito e mandaci degli articoli. Le finse di partire, e non si fece più viva in redazione, ma s’infilava di continuo nella conferenzestampa. Un giorno una televisione locale la intervistò, come se fosse una dei protagonisti dell’evento, lei disse cose che non avevano né capo né coda, poi intervistarono un altro tra gli addetti ai lavori proprio su quello che la signora squilibrata aveva prima dichiarato. E l’addetto dovette dire che a loro non risultava quello che lei aveva spiegato. Questo per fare un esempio molto illuminante di che cos’è l’informazione. Voi vedete il televisione i grandi giornalisti che litigano

con i politici, e più litigano e più sono bravi e rispettati, ma in provincia mica succede così. I giornalisti stanno inginocchiato davanti al potere, mica per niente, ma soltanto perché il potere paga la pubblicità e con quei soldi i giornalisti ci mangiano. Pensate che addirittura in quella televisione che ha mandato in onda la signora squinternata, il segnale orario è sponsorizzato dal nostre comune, quasi a voler significare: signori, regolate i vostri orologi sui nostri, ovvero fate quello che vogliamo noi. Quando ripenso alle mie esperienze giornalistiche durante quarant’anni, mi viene in mente l’ultimo ricordo, l’estate del 2006, stavo scrivendo qualcosa al proposito, e mi arrivò una telefonata che era morto un amico che aveva sempre fatto il giornalista in sede locale. Dunque riporto la paginetta scritta nel 2006, che è inedita. «Ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Si passa dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un popolo che vanta una superiorità mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore. Una via di mezzo fra…». Erano le 16:30 del 29 luglio 2006. Stavo per scrivere appunto che la via di mezzo fra le partite a biliardo e la costruzione di navi in bottiglia, era scrivere sui giornali. Mi fermai lì perché mi arrivò la telefonata del direttore del settimanale a cui collaboravo per dirmi appunto che era deceduto Silvano Cardellini. Per il quale scrissi immediatamente questo articolo che fu orribilmente mutilato dal «Resto del Carlino» da dove mi telefonarono per chiedermi se io fossi un amico del povero Silvano. Poi spiego tutto (non avrebbero potuto pubblicarlo integralmente), intanto leggete l’articolo com’era prima dei loro tagli tipografici. Adesso che ci hai provvisoriamente lasciati, lo sai che dieci minuti fa mi ha telefonato Giovanni Tonelli per dirmi che te ne sei andato. Il tuo calvario è finito. Magra consolazione. Retorica inevitabile. A Giovanni ho detto che stavo scrivendo al computer proprio una cosa sul giornalismo, riandando al pensiero a quegli anni lontani in cui ci siamo conosciuti, quaranta

anni fa tondi tondi. Stavo scrivendo che ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Che si passa dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un popolo che vanta una superiorità mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore. E che come via di mezzo fra le partite a biliardo e le navi in bottiglia c’è il giornalismo. Giornalismo che tu, al contrario di me, hai esercito da professionista al «Carlino» con quell’intermezzo nella gloria di un’impresa disperata, con il «Messaggero» traghettato in Romagna da Raul Gardini. Ecco: i giornalisti spesso hanno l’ambizione di capire più degli altri (come i giocatori di biliardo) e di costruire cose inutili come le navi in bottiglia. Questo accade soprattutto in un terra di provincia come nonostante tutto era ed è Rimini. Capitale del turismo, ma pur sempre gretta città che non amava Fellini, ed adesso che è diventato come un marchio di fabbrica, lo esibisce ad ogni passo ed in ogni occasione. Sino alla nausea. Tu queste cose le sapevi. Hai scritto un bel pezzo, «Una botta d’orgoglio», poche pagine che finite nei libri sono un documento che all’inizio dice che «Normali non siamo». Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno. Abbiamo lavorato assieme, alla fine degli anni Sessanta, al «Corso» con Gianni Bezzi. Bezzi era ‘reduce’ dal «Carlino» dove lo avevo conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Tu avevi dimostrato sin dall’inizio una particolare attenzione verso il commento sarcastico, eri il ragazzino del liceo che maturava un’esperienza nuova, scrivevi bene, non c’era da correggere nulla. Stavamo crescendo assieme, io poi avevo lasciato quel mondo, avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982, per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio Terenzi, il fondatore del «Ponte». Tante volte ci siamo trovati assieme in varie occasioni.

Il tempo passava. Con un particolare accanimento del destino, sei stato dolorosamente provato dalla malattia per molti anni. Una delle ultime volte che ci siamo incontrati per strada, eri in bicicletta, qualche mese fa, hai risposto al mio saluto con una frase che mi ha raggelato: «È dura». Era la prima volta che mi lasciavi intravedere il tuo tormento. Hai scritto con Fortunato Urbinati (l’amico bancario che faceva stupende ed irridenti vignette firmandosi «Uf!») una storia del giornalismo riminese. Chi ne farà una nuova dovrà dedicare una pagina anche a te, testimone per vari decenni delle cronache di una città che non è «normale». E quando incontri Davide Minghini, Uf!, Gianni ed i vecchi amici riminesi d’un tempo, abbraccia tutti. Aspettiamo i vostri commenti. Ciao, Silvano. Poi spiego tutto, ho scritto sopra alludendo al «Carlino» ed al fatto che il mio articolo non avrebbero potuto pubblicarlo integralmente. Semplice finita in gloria l’avventura del «Messaggero», Silvano era rientrato al quotidiano di Bologna, da dove era stato sempre lasciato marcire come il ragazzino apprendista nella cronaca quotidiana ufficiale, quella delle conferenzestampa: un rito che gli inesperti affrontano timidamente magari facendo domande perché hanno visto che alla conferenze-stampa dei presidenti degli Stati Uniti of America od anche, sia detto con rispetto, del presidente del Consiglio d’Italia, usa così: che il giornalista alza la mano, chiede una cosa, e poi aspetta la risposta. Ma le conferenze-stampa di un comune o di una provincia sono tutta una manfrina diversa, chi parla vuole che gli si chieda quello che lui ha già detto, come se tu dovessi confessare: scusi, sa sono stato poco attento, le dispiacerebbe ripetere, no non è così il giornalismo, ma se tu gli chiede: ma come voi avete deciso una cosa che non è condivisa, eccetera, allora lui, l’autorità costituita con fascia invisibile ma onnipresente attorno al corpo a rappresentare il segno del potere, dice: ma che cosa c’entra l’opinione altrui, a noi interessa in nostro programma, dove c’erano le cose decise da noi, e quello che è deciso da noi va bene per tutto il popolo, quindi è inutile porsi queste domande. Silvano queste cose le sapeva, faceva domande di conforto ai politici, scriveva telegrafiche annotazioni che i più giovani copiavano perché non capivano, aveva questo pregio del mestiere imparato con gli anni, era

diventato vecchio così, atrofizzato dal commercio intellettuale con il Potere, magari il giorno dopo sul «Carlino» gli sparava quattro righe di derisione, censura o condanna, perché si sa che il mondo è una recita, gli altri giocano nel ruolo degli amministratori, e lui in quello della coscienza critica, ma poi andavano al caffè Vecchi (un’istituzione che adesso non c’è più nella piazza, davanti al palazzo del sindaco), si scambiavano le confidenze, e quello che la stessa mattina era stato pizzicato sul giornale da lui, gli batteva una mano sulla spalla con la confidenza del «tu» cameratesco, come se avessero fatto il soldato o le elementari assieme. La sede del «Carlino» fronteggia il palazzo del sindaco, due potestà a confronto. Tra di loro il gioco è sempre stato di una raffinata e consumata eleganza, anche quando in comune c’erano i rossi, ed il «Carlino» avrebbe dovuto tuonare contro di loro, anzi fingeva di tuonare, suonava tromboni e tamburi all’armi all’armi, ma adelante con juicio perché poi i padroni del «Carlino», non la proprietà finanziaria, ma quella intellettuale, erano gli industriali grandi e piccoli ai quali faceva comodo andare d’accordo con i nemici di classe, onde per cui siccome suole tarallucci e vino erano la ricetta e la modalità conclusiva di ogni fatto civico. Ed il povero cronista del «Carlino» era coinvolto sino ai cappelli, e doveva annuire fingendo di parlare, e parlare fingendo di tacere, questo non lo dico nel caso specifico, ma in generale. Fatto sta che al povero Silvano hanno riservato un funerale pubblico ed ufficiale, in duomo, con il vescovo a celebrar messa, ed un’amica di sua moglie che la stessa sera ha scritto in un blog di esser scappata via inorridita. Più semplicemente al funerale io non ci sono andato, sapevo che sarebbe stata una cosa degna del Palazzo, ma io e Silvano ci siamo conosciuti quando facevamo la fronda al Palazzo, a metà degli anni sessanta e scrivevamo assieme in un giornale locale dove lui ha avuto il battesimo del fuoco, ma questo è già scritto nel pezzo che ho riportato e che è stato massacrato dal «Carlino», ma poi mi è stato integralmente pubblicato dal «Ponte» al quale allora collaboravo. I funerali sono una cosa ben strana. Quando è morto mio zio, ci sono ovviamente andato. Dopo qualche giorno ho incontrato una signora che mi ha detto di essersi chiesta che cosa ci facessi io a quel funerale. Dal che si ricava che anche i funerali possono essere motivi di scandalo e di comicità. La signora si era scandalizzata chissà perché, avanzo soltanto un’ipotesti

che mi pare scientificamente valida: lei si riteneva capace di comprendere il senso delle cose, senza conoscere le cose, lei non sapeva che il defunto era fratello di mia madre, e pur non sapendo questo ha voluto sentenziare sulla stranezza della mia presenza alle esequie, frettolose dall’ospedale al cimitero, con un forte gruppo di amici, persino l’aulico Sergio Zavoli al quale mi ha presentato mia zia Anna ed al quale io ho detto: ma ci conosciamo già, e lui ha sorriso con lo sguardo televisivo dicendomi: ah, questo è il nipotino. Faccio soltanto presente che allora avevo quasi 60 anni, e tanto nipotino obbiettivamente non potevo esserlo, ma nel mondo bisogna accettare tutto ed abituarsi a sentire le cose strampalate. Quando fuori dell’ospedale aspettavamo di metterci in moto verso il cimitero per quello che chiamano l’ultimo viaggio, ma non garantisco sull’esattezza della definizione (ti vengono a rompere i maroni anche dopo morto), c’era un gruppettino di amici di mio zio: ed allora ci siamo messi a raccontare di cose divertenti, e abbiano riso forse in un modo sconveniente secondo le opinioni correnti, ma molto umano, veramente fedeli allo spirito del defunto, che forse è stato così commemorato nella dignità del suo vivere. A quel funerale è successo anche che mio cugino si è incazzato con qualcuno, e dico che ha fatto bene, per la falsità di un necrologio politico apparso sul «Corriere della Sera» di Milano. Ma questo è un discorso per il momento troppo prematuro perché mi porterebbe lontano, anzi forse mi avvicinerebbe al tema del discorso dei collezionisti di pennini. Per cui, aspettiamo di farlo perché se il caos creativo è eccessivo, allora occorre mettere un po’ in ordine le idee e le carte. Pensandoci bene, quell’incazzata riguarda anche il discorso della verità citata tra virgolette, ovvero come pretesa che le cose dichiarate corrispondano alle intenzioni di chi quelle cose le ha fatte ed anche alle sue azioni e parole. Ma comunque, aspettiamo. Piuttosto vorrei riportare un mio ricordo personale sulle conferenze-stampa. Anno 2000, ricorrenza del 550 anni della costruzione del tempio malatestiano e dei 50 del suo restauro dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Le celebrazioni sono indette da curia, comune e una fondazione bancaria che ritroviamo dappertutto, sino al deliro di onnipotenza del suo presidente che dopo i nuovi restauri con la ripulitura di tutto il tempio ha detto usando il plurale maiestatis: abbiamo riconsacrato il tempio, come se lui avesse

celebrato la funzione accanto al vescovo. Lo stesso presidente della fondazione bancaria nell’occasione dei 550 anni dice nella conferenza-stampa alcune cose non rispondenti agli atti, ad esempio che il vescovo Luigi Santa era contrario ai lavori di restauro, io allora faccio notare che ciò non era vero, Santa temeva soltanto che il tempio potesse crollare tutto, ma si rimetteva al parere degli esperti che fu poi accettato ed i lavori eseguiti. Allora il presidente mi risponde: ma queste sono sciocchezze, quello che conta è il nostro lavoro che abbiamo fatto. Bene, dire che sono sciocchezze le correzioni ad una falsità attribuita ad una persona che quelle cose non le ha né dette né pensate, e che oltretutto non può difendersi dalle accuse odierne, significa dimostrare un’ipertrofia dell’ego amministrativo e burocratico che potrebbe sfociare anche nella richiesta di un monumento in vita per il soggetto che presiede all’istituzione che la finanzierebbe con i soldi degli altri, almeno i potenti di una volta statue e ritratti li pagavano di tasca loro. Ma il prof. Giovanni Sartori ci saprebbe spiegare, lo giuro, che questa è un’evoluzione dall’oligarchia alla democrazia. Evoluzione, se permette prof. Sartori, del cavolo, perché i signorotti onnipotenti del giorno d’oggi, prendono un fracco di indennità solo per apparire nelle riunioni, e poi pretendono democraticamente di essere elogiati per il loro spirito di sacrificio rivolto al bene comune, il che insomma è tutta un’enorme presa per i fondelli, altro che democrazia rappresentativa, almeno sia chiaro che per me signori potenti non mi rappresentate un bel niente, ma siete soltanto un club riservato, come il circolo del casino civico che nonostante il nome non era un casino ovvero bordello, ma luogo di ritrovo della buona borghesia, come diceva i cronisti del « Carlino». Che poi se vai a vedere se era buona allora, lo capisci dal fatto che oggi non ne parla più nessuno, buona a mangiare a quattro ganasce diceva la gente comune, e forse neanche quello sapeva fare perché si è ridotta che non conta nulla, sarebbe curioso leggere le liste delle dichiarazioni dei redditi per capire chi ha preso il loro posto, ma io debbo mica scrivere un saggio sociologico. 29.09.2007, 10:34