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STUDIUM BIBLICUM FRANCISCANUM

AnaIecta
48

ALFIO MARCELLO BUSCEMI

GLI INNI DI PAOLO


UNA SINFONIA A CRISTO SIGNORE

FRANCISCAN PRINTING PRESS


Jerusalem
2000
PREFAZIONE

Una sinfonia! Ho usato tale termine di carattere musicale voluta-


mente, perch gli inni paolini non sono solo poesia, ma soprattutto
canto a Cristo Signore, una lode cosmico-ecclesiale. Inoltre, se si
lasciano da parte alcuni frammenti (Ef 5,14; lTim 3,16; 2Tim 2,11-13)
sparsi negli scritti di tradizione paolina, i quattro inni di Fil 2,6-11; Col
1,15-20; Ef 1,3-14; Ef 2,14-18 si possono considerare come i
movimenti di un 'unica sinfonia, che pur nella loro diversit tematica
esprimono consonanza nella lode armoniosa di Cristo Signore
dell 'universo e della chiesa. Ed questo il carattere specifico della
presente pubblicazione. Infatti, non mancano di sicuro in italiano degli
studi critici sugli inni paolini (Heriban, Marcheselli, Fabris e altri), ma
per lo pi si interessano a ciascun inno in maniera isolata. lo, invece,
intendo presentare gli inni nella loro unit ideale di canto a Cristo
Signore.
Tale prospettiva maturata in me piano piano, man mano che il mio
interesse per gli inni si faceva sempre pi consistente. La gestazione,
infatti, di questa pubblicazione ha avuto un processo lento, ma continuo
nel tempo. Ha avuto inizio in un seminario accademico (1996) ed
stato portato avanti in una serie di conferenze sulla cristologia paolina,
tenute in vista del giubileo del 2000 durante l'anno dedicato a Ges
Cristo. Infine, in vista della pubblicazione, ho soprattutto curato la
parte strutturale degli inni, in modo da offrire un'analisi esegetica
particolareggiata di ciascun inno. la parte pi originale di questo mio
lavoro. Spero che esso sia di aiuto a comprendere sempre meglio la
lode della Chiesa delle origini a Cristo Signore. Anzi.a tal proposito,
nella parte teologica, ho scartato l'interpretazione gnostica o
giudeocristiana gnosticizzante, per leggere gli inni paolini come
rilettura ecclesiale del mistero di Cristo alla luce degli scritti profeti ci e
sapienziali dell' AT.
Un grazie va ai miei studenti. Il loro contributo di ricerca mi stato
prezioso per approfondire meglio certi aspetti particolari, storici e
ambientali, degli inni. Infine, un grazie anche al mio confratello
Stefano De Luca, che ha curato la grafica della copertina.

Gerusalemme 6/1/2000
Epifania del Signore
SIGLE E ABBREVIAZIONI

ABI Associazione Biblica Italiana


a. C. avanti Cristo
AnBib Analecta Biblica
ANRW Aufstieg und Niedergang der romischen Welt
Anton Antonianum
AT Antico Testamento
ATANT Abhandlungen zur Theologie des Alten und Neuen Testaments
BAGD Bauer W. - Arndt W. F. - Gingrich F. W. - Danker W., A
Greek-English Lexicon ofthe New Testament and Other Early
Christian Literature, Chicago-London 1979.
BETL Bibliotheca Ephemeridum Theologicarum Lovaniensium
BGBE Beitrage zur Geschichte der biblischen Exegese
Bb Biblioteca biblica
Bib Biblica
BS Bibliotheca Sacra
BSR Biblioteca di Scienze Religiose
BZ Biblische Zeitschrift
BU Biblische Untersuchungen
BZNW Beiheft zur Zeitschrift fiir die neutestamentliche Wissenschaft
CAT Commentaire de l'Ancien Testament
CBNT Coniectanea Biblica New Testament
CBQ Catholic Biblical Quarterly
CCSL Corpus Christianorum Series Latina
cfr confronta
CNT Commentaire du Nouveau Testament - Neuchitel
CTNT Commentario Teologico del Nuovo Testamento
DBS Dictionnaire de la Bible. Supplment
d. C. dopo Cristo
DCB Dizionario dei Concetti Biblici
ed. o eds editore o editori
B tudes Bibliques
EDNT Exegetical Dictionary ofthe New Testament
Est.Bib Estudios Biblicos
ETL Ephemerides Theologicae Lovanienses
ETR tudes Thologiques et Religieuses
EvQ Evangelical Quarterly
Greg. Gregorianum
GLNT Grande Lessico del Nuovo Testamento
HTR Harward Theological Review
IThQ The Irish Theological Quarterly
JBL Joumal ofBiblical Literature
JewEnc. Jewish Encyclopedia
JJS Joumal of Jewish Studies
JSNT Joumal for the Study ofthe New Testament
JTS Joumal ofTheological Studies
LA Studii Biblici Franciscani Liber Annuus
LCL Loeb Classical Library
NIBC New Intemational Biblical Commentary
NIGTC New International Greek Testament Commentary
NRT Nouvelle Revue Thologique
NovT Novum Testamentum
NT Nuovo Testamento
NTS New Testament Studies
PSV Parole Spirito e Vita
RB Revue Biblique
RSR Recherches de Science Religieuse
RevSR Revue des Sciences Religieuses
RivBibit Rivista Biblica Italiana
SBF An. Studii Biblici Franciscani Analecta
ScotJT Scottish JoumalofTheology
SNTSMS Society for New Testament Studies Monograph Series
SPCIC Studiorum Paulinorum Congressus Intemationalis Catholicus
Spic. PAA Spicilegium Pontificii Athenaei Antoniani
StTh Studia Theologica
StBibTh Studia Biblica et Theologica
Suppl.RivBibit Supplementi alla Rivista Biblica Italiana
ThSt Theological Studies
VT Vetus Testamentum
WBC Word Biblical Commentary
WestThJour Westminster Theological Joumal
WUNT Wissenschaftliche Untersuchungen zum NT
ZNW Zeitschrift fur die Neutestamentliche Wissenschaft
ZTK Zeitschrift fur Theologie und Kirche
INTRODUZIONE

Parlare di inni nel NT non pi un problema per nessuno. Anzi,


dopo la riforma liturgica del Vaticano II, ci che poteva sembrare una
acquisizione laboriosa e riservata agli studiosi, ora divenuto, grazie alla
liturgia, di dominio pubblico. Nonostante ci, le nostre idee rimangono
vaghe sotto molti aspetti: recitiamo degli inni, ma non sappiamo: quanti
inni vi sono nel NTI; quali sono i criteri per dire che una determinata
preghiera, tratta dal NT, pu essere detta un "inno"2; dove e quando
questi inni sono sortP; quale teologia generale e particolare ci presenta-
no; quale funzione ecclesiale: liturgico-battesimale, omologica, cateche-
tica o parenetica,4 svolgono all'interno della comunit credente.
A motivo di tutte queste incertezze, la ricerca sugli inni del NT re-
gistra a partire dal 1962 dei buoni contributi che aiutano a chiarire me-
glio sia i problemi formali ed ambientali degli inni che la loro teologia.
Cos, per esempio, nel 1962 apparve un breve contributo di G. Schille5 ,
nel 1967 quello di R. Deichgriiber6, nel 1971 quello di J. T. Sanders1,

Tale incertezza si riscontra in molti autori che hanno trattato espressamente del
problema: cfr Hengel, "Hymns and Christology", 88-89; Martin, "Hymns in the New
Testament", 38-39.
2 Su questo punto cfr la buona sintesi di Martin, "Hymns, Hymn Fragments, Songs",
419-423.
Il problema stato affrontato da Hengel, "Hymns and Christology", 88-93, dove si
chiede: "H ere we come up against the problem which really concerns uso Is it possible to
pursue the origin of the Christ hymn behind the letters of Paul into the obscure peri od
between AD 30 and AD 50, where the real decisive christological development took pIa-
ce?" (p. 89; cfr anche p. 78); Martin, "Hymns in the New Testament", 34-41; Bradshaw,
The Search oj Christian Worship, 42-45.
4 Martin, "Hymns, Hymn Fragments, Songs", 421-423.
Fruhchristliche Hymnen; su quest'opera cfr il giudizio molto pesante di Hengel,
"Hymns and Christology", 189: "The investigation by G. Schille is a deterrent example
of an early Christian 'panhymnology"'.
6 Gotteshymnus und Christushymnus in der jruhen Christenheit. Untersuchungen zu
Form, Sprache und Stil der jruhchristlichen Hymnen. Ottimo lavoro, che mette bene in
evidenza il genere letterario di ciascun inno e il loro ambiente vitale. Forse insiste trop-
po nella distinzione tra "inni a Cristo" e "inni a Dio". A causa di tale rigida distinzione,
per esempio, Ef 1,3-14 non rientra tra gli "inni cristologici".
7 The New Testament Christological Hymns. Their Historical Religious Background,
2 Introduzione

nel 1972 quello di K. Wengst8 , nel 1983 R. P. Martin pubblica il suo


studio su Fil 2,5-11 alla luce del culto della Chiesa primitiva9 e M. Hen-
gel pubblica un denso articolo sugli "inni e cristologia"IO, nel 1984 K.
Berger fa il punto della situazione della ricerca sugli inni in ANRff'lI. A
questi studi generali sono seguiti molti altri contributi relativi a ciascun
"inno cristologico" del NTI2. Bisogna riconoscere che essi hanno por-
tato molta luce nel campo dell 'innologia e hanno contribuito a far co-
noscere il clima di preghiera della comunit primitiva.

Aspetti storici degli inni del NT

1) Gli inni cristologici del NT


Di inni cristologici nel NT se ne trovano un po' dovunque: nella
tradizione lucana, il Benedictus (Lc 1,68-79), il Nunc Dimittis (2,29-32);
in quella giovannea, il Prologo (Gv 1,1-18) e alcuni inni dell' Apocalis-
se; in quella vicina a Paolo, gli inni di Ebr 1,3-4 e di 1Pt 2,21-25; 3,18-
20 13 Ma proprio in Paolo che si riscontra il numero maggiore di inni
rivolti direttamente a Cristo o che lo pongono al centro della lode: Fil
2,6-11; Col 1,15-20; Ef 1,3-14; 2,14-18; 5,14 14 ; lTim 3,16 15 Tutti que-
sti inni sono nati da un bisogno concreto delle comunit cristiane primi-

che a mio parere insiste troppo sullo sfondo gnostico degli inni.
8 Christologische Formeln und Lieder des Urchristentums.
Carmen Christi: Philippians 2:5-11 in Recent Interpretation and in the Setting 01
Early Christian Worship. Ottimo studio che, oltre a fornire una precisa analisi della
forma e del contenuto di Fil 2,5-11, mette bene in luce molti aspetti del culto cristiano
della Chiesa primitiva.
IO "Hymns and Christology", 78-96; 188-190.
Il "Hellenistische Gattungen im Neuen Testament", 1149-1169, che insiste troppo
sulla comparazione con i modelli innici del mondo ellenistico-romano.
12 Per la bibliografia cfr l'esposizione dei singoli inni.
13 Oltre ai commentari, cfr G. Delling, UflVO, 522-531; Hengel, Studies, 227-291.
14 Certamente sorge il problema di sapere se la Lettera ai Colossesi e la Lettera agi i
Efesini siano paoline o deutero-paoline. La questione, a mio parere, non si pu risolvere
in maniera apodittica e tutti gli argomenti che si possono addurre sono tutti ipotetici e
spesso di scarso valore argomentativo. Personalmente le ritengo autentiche (cfr Busce-
mi, Paolo, 244-256); invece, per portare un esempio, Fabris, La tradizione paolina, 97-
205, le ritiene pseudepigrafe (cfr comunque la mia recensione a quest'opera in Alltoll
72/2 (1997) 317-319).
15 Ef 5,14 e !Tim 3,16, pi che inni, sono frammenti di inni c in quanto tali non saran-
no presi qui in considerazione. Ef 2,14-18 molto discusso come "inno": alcuni non lo
ritengono tale, altri restringono la fonna innica solo ad Ef 2,14-16. Ef 1,3-14 vIene
considerato da molti, pi che un "inno a Cristo", una "eulogia a Dio Padre".
Aspetti degli inni del NT 3

tive di lodare la persona di Cristo, ammirata ed amata per tutto ci che


egli ha compiuto per noi all'interno dell'opera salvifica. L'inno per-
tanto celebrazione ecclesiale dell' esperienza di salvezza, vissuta nel Si-
gnore morto e risorto e sempre presente tra i suoi. Non una rievocazione
drammatico-entusiasta di un'azione salvifica passata, ma UIi grido po-
tente della fede del credente che esperimenta nel Cristo Signore la sal-
vezza, la liberazione, la santit, e proprio per questo il fedele canta e in-
neggia a colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui, innalza a lui la
sua lode e il suo ringraziamento.
2) Testimonianze bibliche e storiche
Di tale prassi ecclesiale testimone lo stesso Paolo, che in 1Cor 14,26
scrive: "Quando vi riunite, ciascuno ha un salmo (\jfu-Ilov), ha un inse-
gnamento, ha una rivelazione, una lingua (= un discorso in lingua), ha
un'interpretazione. Tutto per si faccia per l'edificazione". Il termine
\jfa.llo certamente non pu essere preso nel senso letterale greco, in
quanto indica uno "strumento a corda", ma piuttosto designa un "can-
to di lode" e nella tradizione giudaico-ellenistica un "inno religioso"
in generale l6 Quindi, Paolo esorta i Corinzi a innalzare dei "canti" du-
rante le assemblee liturgiche per l'edificazione della comunit l7 Tale
esortazione confermata da Ef 5,19-20: "Lasciatevi riempire di Spirito,
intrattenendo vi fra di voi con salmi, inni e cantici spirituali (v \jfu-Ilo'i
Ku UIlVOt Ku Clou'i 1tvEUfluUKU'i), cantando e inneggiando (~OOV'!E
Ku \jfa--ov'!E) di tutto cuore al vostro Signore, rendendo continuamen-
te grazie a Dio e Padre nostro per tutte le cose, nel nome del Signore
nostro Ges Cristo", e da Col 3,16: "La parola di Cristo dimori in voi
abbondantemente, ammaestrandovi e ammonendovi a vicenda con ogni
sapienza, cantando (~OOV'!E) nei vostri cuori a Dio' per la grazia ricevuta
con salmi, inni e cantici spirituali (\jfu-1l0t Ku UIlVOt Ku Clou'i 1tvEU-
IlU'!l KU'i)" 18. difficile dire se i tre termini \jfa.1l0t, UIlVOt e cPui indi-

16 Cfr Schlier, 0311, 441-444; Delling, U)1VO, 509-512; Hengel, "Hymns and
Christology"', 78-79; Balz, IJIcx)10, 495-496.
17 Cfr Barbaglio, La Prima lettera ai Corinzi, 733-736; Hengel, Studies, 267-270.
18 Da un punto di vista sintattico, in Ef 3,19 i tre tennini IJICX)10I lCcx u)1VOt lCcx 03cxl
7rVEU)1CXnlCCXl possono essere uniti ai participi precedenti: laO'lCOV1:E lCcx vOU9nO\lV1:E,
come fa per esempio la Volgata: " ... in omni sapientia docentes et commonentes vosme-
tipsos psalmis, hymnis, canti cis spiritualibus, in grati a cantantes in cordibus vestris
Deo". Il canto, pertanto, avrebbe una funzione catecheti ca e parenetica (cfr in questo
senso anche Schlier, 03r\, 443-44; Deichgriiber, Gotteshymnlls lInd Christushymnlls,
188-196; Hengel, "Hymns and Christology", 94-95; Penna, Efesini, 223; Lincoln,
4 Introduzione

chino tre tipi diversi di canto dell'assemblea liturgica; molto probabil-


mente essi indicano solo i vari canti religiosi che la comunit elevava a
Dio o a Cristo l9 L'importante che, sotto l'impulso dello Spirit020, il
cristiano deve esultare, esprimendo nel canto la gioia dell' essere stato
salvato da Dio, della grazia ricevuta da lui nel Cristo e per mezzo del
Cristo. Ma non soltanto, come gi si detto, un canto dettato da un en-
tusiasmo passeggero e momentaneo, ma un entusiasmo che trabocca dal
cuore e ha un rifles.so nella vita quotidiana: "E tutto ci che fate, sia in
parole sia in opere, fatelo tutto nel nome del Signore Ges, rendendo
grazie a Dio Padre per mezzo di lui" (Col 3,17)21. Unita a lui, compene-
trata da lui, tutta la vita dei cristiani diviene un' eulogia, un inno, una
liturgia di lode a Dio e a Cristo per le meraviglie del suo amore. La chie-
sa primitiva visse a lungo in tale entusiasmo carismatico e lo trasmise alle
generazioni seguenti, tanto che Plinio il Giovane scriver nel 119 d. C.
all'imperatore Traiano: "(1 cristiani) sono soliti riunirsi in un giorno
stabilito, prima dell'alba, per cantare alternativamente tra loro inni e lodi
a Cristo quasi fosse un Dio; e si impegnano con un giuramento non gi
a commettere qualche delitto, ma a rifuggire da furti, assassini, adulterio;
a non mancare alla parola data; a non appropriarsi indebitamente di
beni loro affidati in custodia''22. La sensibilit morale dello stoico Plinio
rileva perfettamente la coerenza tra la vita e la professione di fede dei
primi cristiani, espressa nei loro inni. Giustino, nella sua Prima Apolo-

Ephesians, 345-347). Ci insinuato, d'altra parte, dalIa precisazione di I Cor 14,26:


"tutto si faccia per l'edificazione". Per il testo di Col 3,16 cfr Lohse, Le lettere ai
Colossesi e a Filemone , 275-278; Harris, Colossians & Philemon, 166-170.
19 Cfr Hengel, "Hymns and Christology", 80-81; Balz, \jIa..J.lO, 495. Rutenfranz,
UJ.lvo, 393, ritiene possibile che il testo voglia distinguere i \jIa.J.loi, termine di origine
biblica e per lo pi indicante i "Salmi di David", dagli UJ.lVOl e ci>Oat, termini elIenistici e
indicanti una lode alla divinit. Ma non credo che il tenore del testo possa favorire una
simile ipotesi.
20 Con Schlier, ci>OiJ, 442-444, il quale giustamente fa osservare che tali canti non solo
erano ispirati dallo Spirito, ma riempivano i fedeli delIo Spirito di Cristo, permettendo
ad essi di ripetere il canto di lode di Cristo (cfr anche Schlier, La lettera agli Efesini,
388-392; Hengel, "Hymns and Christology", 81 e 91-93; Balz, \jIa.J.lo, 495-496).
21 Schlier, Efesini, 391, ritiene che "l'assemblea liturgica" a cui si fa riferimento sia
quella "eucaristica" e a tale interpretazione non si oppone il fatto che il cristiano deve
"rendere continuamente grazie a Dio", perch l'eucaristia deve tradursi nelIa vita di ogni
giorno. Per quanto suggestiva sia tale interpretazione, mi sembra che essa speculi trop-
po sul termine eUxaptm:E1v di Ef 5,20 (cfr anche Penna, Efesini, 224; Lincoln, Eph-
esians, 347).
22 Epistola X, 96,7; cfr anche le osservazioni di Hengel, Studies, 262-264.
Aspetti degli inni del NT 5

gia23 , ci fa rivivere il clima della liturgia della Chiesa del I sec., modellata
su quella della comunit primitiva, quando scrive: "E nel giorno detto
del sole", dopo aver ascoltato le memorie degli apostoli e le scritture dei
profeti e celebrata l'Eucaristia, "colui che presiede innalza preghiere e
ringraziamenti e il popolo acclama pronunciando l'Amen". E ancor
pi significativo Tertulliano: "Ci riuniamo per leggere le Scritture Sa-
cre ... e dare nutrimento alla fede con i nostri canti sacri: ci solleviamo a
viva speranza, rafforziamo la costanza, la fiducia e, con tali pratiche con-
tinue, rinsaldiamo tutta la nostra condotta di vita"24.
3) All 'origine degli inni: una comunit orante
Tali testimonianze bibliche ed extrabibliche, ci riportano tutte ad una
comunit vivente, che trova il suo centro vitale ed esistenziale nella litur-
gia. L'ambiente in cui sono sorti gli inni la liturgia, o me~li~ ancora la
comunit che si raduna per ascoltare la Parola e le meravlghe della sal-
vezza operata da Dio in Ges Cristo Signore e, mos~i dallo Sp~to, pro-
clamare nel canto la propria risposta di fede che cOInvolge la vlta. Non
poteva essere differentemente, perch la comunit liturgico-primitiva
in continuit storica con le assemblee liturgiche giudaiche e da esse ha
ereditato lo schema essenziale della liturgia: celebrazione della Parola:
lettura della Scrittura e omelia, celebrazione delle meraviglie operate da
Dio nel canto dei salmi e di altre composizioni liturgico-poetiche25 . Echi
di tali usi liturgici cristiani si hanno in Lc 4,14-30; At 13,15-43 e altri te-
sti della missione paolina. Ma la liturgia cristiana si differenzia essenzial-
mente da quella giudaica, perch sempre celebrazione della Pasqua,
memoria di ci che Dio ha fatto in Ges per il popolo della nuova al-
leanza, memoria dei gesti salvifici di Ges nell 'ultima cena, gesti che
preannunciavano la sua morte e resurrezione in riscatto per moltj26. E in
quell' occasione Ges aveva cantato con loro gli inni dell 'Haggada Pa-
squale, che in lui divenivano il canto della nuova Pasqua.

23 Apologia I, 67,3-7.
24 Apologeticum, 39,3, anche se il testo parla di "sacris voci bus", che alcuni traducono
con "canti sacri" e altri con "parole sacre" (cfr anche Apologeticum, 39/19).
25 Certamente non ci riferiamo ai cosiddetti piyyut, inni religiosi delle Ve VI sec. d.
C., ma all'ambiente del I sec., che conosce gi gli Hodayoth di Qumran e altri canti
religiosi (cfr Hengel, "Hymns and Christology", 89-91; Hengel, Studies, 239-262;
Charlesworth, "A Prolegomenon", 265-285, che offre una lunga serie di "inni", anche se
molti di essi, rispetto ai nostri inni, sono certamente assai tardivi).
26 Hengel, "Hymns and Christology", 89-91; Martin, "Hymns in the New Testament",
34-37.
6 Introduzione

Molti studiosi si sono lambiccati il cervello per trovare l'ambiente vi-


tale degli inni cristiani o trovarne la matrice culturale. E pur ammetten-
do quasi unanimemente la liturgia come ambiente vitale, hanno scomo-
dato i miti gnostici o le credenze dell'ermetismo come matrice culturale
degli inni neotestamentari, e molti li prendono sul serio. Ma la loro vera
matrice l'AT, alla luce del quale viene riletta la persona e il senso di
Ges per la Chiesa27 In particolare essi sono una potente espressione del
"mistero di Cristo", della sua preesistenza in Dio e della sua missione
redentrice e universale nel tempo e nello spazio, che ha inizio nella sua
morte, resurrezione ed esaltazione, che diviene trionfo e vittoria sulle
potenze del male (peccato, mondo, carne, legge, elementi del mondo) e
sulla morte ultimo nemic0 28
,~.:
I~
..
4) Inni prepaolini o paolini?
Una tale descrizione della comunit cristiana primitiva rimane, nono-
stante tutto, molto vaga. Infatti, molti esegeti continuano a sostenere che
gli inni cristologici, presenti nell'epistolario paolino autentico o deute-
ro-paolino, sono tutti prepaolini. Ci significa, in termini storici, che
dobbiamo far riferimento alla comunit cristiana degli anni 30-50 d. C.,
cio ad un periodo molto oscuro della storia del cristianesim029 Il dato
di 1Cor 14,26, il quale attesta che la comunit si raduna per celebrare
l'agape e che durante tale raduno i suoi membri sono esortati a cantare
dei \jf(XllOt, da collocare verso gli anni 53-54 d. C.30 e quindi si riferi-
sce ad una prassi databile verso gli anni 50-52. Ef 5,19 e Col 3,16 sono
certamente pi tardivi, sia che le due lettere, a cui appartengono, venga-
no considerate autentiche o pseudepigrafe31 . Ci significa che l'unica
fonte di riferimento rimangono solo gli Atti. Ma il resoconto degli Atti
per ci che riguarda il nostro periodo spesso sotto forma di "somma-
rio", per cui molti dati sfuggono ad una precisazione storica.
Cos, At 1,14 ci fa sapere che i membri della piccola comunit (circa
120 persone in base ad At 1,15) "erano assidui e concordi alla preghie-
ra C'n] 1tpOcrEuxfj) con Maria, la madre di Ges, e i suoi fratelli". Qualche

27 Hengel, "Hymns and Christology", 90-91.94-96.


28 Hengel, "Hymns and Christology", 81-88; Martin, "Hymns in the New Testament",
39-41.
29 Ci ammesso pacificamente da Hengel, "Hymns and Christology", 89; la maggio-
ranza non si pone neppure il problema, anche se continua a parlare di "inni prepaolni".
30 Cfr Buscemi, Paolo, 161 nota 38.
31 Per la mia posizione su tale argomento cfr Buscemi, Paolo, 244-256.
Aspetti degli inni del NT 7

dettaglio in pi ci viene dal sommario di At 2,42-48: "Erano assidui


nell' ascoltare l'insegnamento degli apostoli ('t'Q tOUX'Q 'trov (X1tO<no-
COV)32 e nell'unione fraterna33 , nella frazione del pane ('t'Q Ka<JEt 'tOu
ap'tou )34 e nelle preghiere ('tu' 1tpO<JEUXU') 35 .... Ogni giorno tutti insie-

32 Con il teonine didach si intende non solo la nonnale predicazione degli apostoli,
ma soprattutto la catechesi noonativa che illustrava il kerygma e lo adattava alla vita.
Era, pertanto, un insegnamento che foonava ed educava la comunit. Ciascun membro
della Chiesa trovava in esso il nutrimento e lo stimolo per crescere sempre pi nella
fedelt alla Parola e nella propria testimonianza a Cristo nella forza dello Spirito. La
fedelt a tale insegnamento detenninava un rapporto speciale tra gli apostoli e i membri
della comunit e una coesione di pensare e di sentire nella comunit. In ogni caso, la
comunit viene caratterizzata da Luca come una comunit convocata dalla Parola, a tal
punto che il confronto abituale con essa diviene un tratto indispensabile della vita co-
munitaria: al primo annuncio (kerygma) deve fare seguito la perseveranza all'insegna-
mento (didach) degli apostoli, in modo da divenire a sua volta testimoni e trasmettitori
della stessa Parola di salvezza.
33 Il teonine koinonia, in base al contesto e ai sommari di 4,32-35 e 5,12-16, si rife-
risce alla comunione dei beni e non tanto alla semplice "comunanza di vita tra i
cristiani" (come sostiene Hauck, lCOtvffiVta., 724). Anche se i I quadro tracciato da Luca i n
questi sommari alquanto idealizzato, la comunit degli inizi nel suo fervore e anche per
il suo forte orientamento escatologico ha vissuto realmente un atteggiamento di condi-
visione dei beni, che non ha nulla a che fare con l'idea romantico-idealistica del "comu-
nismo" dei nostri tempi. Non partiva dall'idea di uguaglianza tra gli uomini, ma piut-
tosto era una conseguenza dell'amore reciproco, dell'''essere un cuor solo e un'anima
sola"; non intendeva risolvere un problema socio-economico quanto un problema di
identit cristiana, in cui tutti i membri sono partecipi di un unico corpo, quello del
Cristo, la Chiesa, che nella condivisione dei beni coniugava unit e amore fraterno.
34 L'espressione spezzare il pane stata intesa o in senso tecnico-cultuale come la cele-
brazione dell'eucaristia o in senso comunitario di una riunione conviviale tra i membri
della comunit primitiva; in quest'ultimo caso sarebbe quasi una precisazione del tenni-
ne koinonia. lo credo che non il caso di distinguere molto e quindi lo spezzare il pane
pu indicare !'insieme dell'agape fraterna, che prevedeva un pasto in comune e anche la
celebrazione della Cena eucaristica (cfr ICor Il, 17 -34). Ci non contrasta neppure con
At 2,46, in quanto lo spezzare il pane in ciascuna casa pu essere inteso nello stesso
senso, perch gi Paolo parlava in Rom 16,5; I Cor 16,19; Fm 2; Col 4,15 di diverse
"comunit domestiche" e la Chiesa di Gerusalemme doveva essere composta sicuramente
di tante di queste piccole "comunit domestiche" che spezzavano il pane.
35 Stando ad At 2,46 i membri della comunit primitiva di Gerusalemme "erano assidui
nel frequentare ogni giorno tutti insieme il tempio". La maggioranza di tali membri
erano di origine giudaica e quindi nulla di particolare che essi continuassero a frequentare
da buoni giudei il tempio. Cos, per esempio, Giovanni e Pietro all'ora nona "salivano
al tempio per la preghiera" (At 3, l). Ma ci non impediva loro di avere anche delle riu-
nioni di preghiere comuni all'interno delle comunit domestiche, come attestano At
1,14.24-25; 4,24-30; 12,12; 16,5.40; 20,20. Ci era dovuto a motivi pratici, ma si
noti che non era l'ambiente che creava la comunit, ma al contrario era la comunit che
si creava il suo ambiente di culto secondo i suoi bisogni concreti. Infine, bisogna
osservare che tutta l'opera lucana pervasa da questo spirito di preghiera, tanto che Luca
8 Introduzione

me frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa (KroV'tE; Ka't'


olKov ap'tOv) prendendo i pasti con letizia e semplicit di cuore, lodando
Dio (aivouv'tE; 'tv 0EOV) e godendo la simpatia di tutto il popolo ... ". Il
brano in se stesso e molti dei suoi elementi sono veramente interessanti
per parlare di una "comunit orante" e che fa della "liturgia" il centro
della propria vita quotidiana. Inoltre, degno di nota il fatto che "l'i n-
segnamento degli apostoli" unito sia alla "frazione del pane" sia
"alle preghiere", in quanto potrebbe testimoniare a favore della stretta
unione tra catechesi (insegnamento dottrinale e parenetico), liturgia eu-
caristica, preghiera e canti di lode gi a partire dalla "comunit primi-
tiva gerosolimitana". Un altro dato di rilievo l'atvouv'tE; 'tv 0EOV che,
in base ad At 4,23-31, potrebbe essere un ottimo riferimento all' ~OOV'tE;
di Col 3,16 e all' ~OOY'tE; Ka \jIaUOV'tE; di Ef5,19. Anche il riferimento
all'unanime frequenza al tempio (cfr anche At 5,12b) ci parla concre-
tamente di una comunit cristiana in stretta continuit storica con la
"liturgia giudaica". Ci dimostrato anche dalla "breve liturgia comu-
nitaria" di At 4,23-31, che alza la sua voce pregando con il Sal 2,1-2.
Infine, mi sembra bene mettere in evidenza che la comunit cristiana,
pur essendo in continuit con la matrice liturgico-giudaica, sviluppa
contemporaneamente una propria "liturgia di lode a Dio". Di un certo
rilievo anche il testo di At 16,25, parallelo ad At 5,40-42, il quale narra
che Paolo e Sila in prigione "pregando inneggiavano a Dio (7tpoO'Eul;o-
J..lEVOl UJ..lVOUV 'tv 0EOV)". Il testo non parla di una liturgia comunitaria,
ma interessante perch mette in stretta connessione il "pregare" e il
"cantare con inni". Da ci si pu anche dedurre che la preghiera co-
munitaria di At 1,15; 4,42-48; 13,2-3 poteva anche includere degli inni
e questi inni erano rivolti a Dio per tutto ci che egli compiva per mezzo
del "suo santo servo Ges" (At 4,30; 5,41 )36.
Non c' bisogno di andare oltre in tale ricerca, in quanto ogni altro

definito "l'evangelista della preghiera": ci significa che per Luca presentare la Chiesa
come assidua nella preghiera era una necessit, in quanto corrispondeva alla sua visione
teologica particolare. La preghiera, per lui, un tratto specifico della comunit cristia-
na, che continua in s la grande tradizione giudaica.
36 Comunque At 16,25 fa parte della descrizione della missione paolina nel mondo elle-
nistico-romano e quindi potrebbe riflettere un atteggiamento estraneo alla "comunit
giudeo-cristiana" di Gerusalemme e pi confonne a quello della "comunit ellenistica" di
Antiochia. In ogni caso, credo che la comunit gerosolimitana abbia sviluppato an-
ch' essa degli inni, anche se a carattere pi messianico e sul modello dei salmi veterote-
stamentario-messianici (cfr anche Hengel, "Hymns and Christology", 90-93).
Aspetti degli inni del NT 9

riferimento ad Atti risulterebbe susseguente all'esortazione di l Cor


14,26. Comunque, i risultati ottenuti sono abbastanza indicativi e possia-
mo enuclearli cos: l) la comunit cristiana, proprio perch in continui-
t storica con il giudaismo, prega con i salmi (At 4,23-31) e forse con
altri canti di lode (At 16,25)37; 2) la preghiera rivolta a Dio per tutto
ci che egli ha compiuto per mezzo del "suo santo servo Ges" (At
4,30); 3) la preghiera il centro della vita quotidiana della "comunit
cristiana" (At 1,14; 2,42-48) e la sorgente da cui promana la sua azione
missionaria nella forza dello Spirito (At l3,2-3); 4) tutte le "comunit
cristiane" sono "comunit oranti": quella di Gerusalemme come quella
di Antiochia (At 13,2-3), quella di Samaria (At 8,14-17) come quella di
Damasco (At 9,14: "tutti quelli che invocano il tuo nome"), di Cesarea
(At 10,24-48), di Corinto (14,26). Tutti pregavano per allo stesso mo-
do? difficile dirlo. Stando alla sezione di l Cor 11-14 e ai testi di Ef
5,19 e Col 3,16, sembra che le comunit paoline cerchino un loro modo
di organizzare la preghiera. Proprio per questo, bisogna chiedersi a qua-
le modello ecclesiale gli inni fanno riferimento. Rispondere: alla "c 0-
munit primitiva" dare una risposta generica che non risolve per nulla
il problema. Si potrebbe pensare alla "comunit giudeo-cristiana" di
Gerusalemme, e molti lo pensano, ma stando ai testi degli Atti, questa
comunit "pregava lodando Dio per tutto ci che egli ha compiuto per
mezzo del suo santo servo Ges". vero che in questa comunit risuo-
nava il grido del Marana' la, che Paolo ha conservato gelosamente in
l Cor 16,22 e che ha adottato per le sue comunit di stampo ellenistico, e
si pregava con i "salmi messianici" (At 4,23-31)38, ma ci non dimostra
che nella comunit di Gerusalemme siano sorte delle forme inni che
simili a quelle che troveremo pi tardi nell'epistolario paolino. Ancor
meno sappiamo delle altre comunit ecclesiali succitate: Samaria, Dama-
sco, Cesarea, Antiochia.
A tal riguardo, d'altra parte, mi sembra che sorga un altro problema.
Paolo afferma in Gal 1,18-20 di essere salito a Gerusalemme "dopo tre
anni" dalla sua "chiamata" e di essere rimasto col solo" 15 giorni" e

37 Su questo punto confrontare l'interessante articolo di Charlesworth, HA Prolego-


menon", 265-285. Comunque, pur condividendo la tesi di fondo dell'Autore, io credo che
gli "inni" della tradizione paolina sono sotto influsso di "giudeo-cristiani ellenisti"
residenti nelle citt della Diaspora, a cui il Charlesworth non mi sembra che abbia
prestato molta attenzione.
38 Hengel, "Hymns and Christology", 93-94.
lO Introduzione

di aver avuto pochi contatti con i membri di quella comunit. At 9,26-


30 conoscono un soggiorno un po' pi lungo: qualche mese e presen-
tano Paolo piuttosto impegnato a polemizzare con gli "ellenisti" che a
condividere la vita della comunit gerosolimitana39 Partito da Gerusa-
lemme, il punto di riferimento ecclesiale per Paolo diviene la comunit
mista di Antiochia di Siria (cfr Gal 1,21-24; At Il,19-30; 13,1-3), una
comunit molto attiva nel predicare la buona novella del Signore Ges
Cristo, tanto che i membri di essa per la prima volta furono chiamati
"cristiani" (At 11,19-26)40. Tale fatto molto importante a mio parere.
A Gerusalemme, pur predicando "la buona novella del Signore Ges",
si continuava a frequentare il tempio, a recitare pi volentieri i salmi in
genere e quelli messianici in particolare, ma ad Antiochia che la comu-
nit cristiana per la prima volta rompe con gli schemi precedenti e si
apre definitivamente al mondo pagano. A motivo di ci, essa deve creare
anche motivi nuovi di preghiera, schemi nuovi di liturgia comunitaria
sotto l'azione dello Spirito. "I profeti e i maestri" la educano e la fan-
no vivere in un entusiasmo che non sembra quello di Gerusalemme,
tanto vero che "la notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusa-
lemme, la quale mand Barnaba ad Antiochia" e questi, quando "vide
la grazia del Signore, si rallegr e, da uomo virtu~so qual era e pieno di
Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel
Signore" (At 11 ,23-24). Questa la "comunit primitiva" di Paolo,
non tanto quella di Gerusalemme con la quale ebbe pochi e controversi
contatti, come ne fa fede Paolo stesso in Gal 1,22: "Ma ero sconosciuto
personalme.nte alle chiese della Giudea che sono in Cristo". Da essa egli
ha motivato la predicazione di Ges, quale Cristo e Signore4\, come
risulta da At Il,19-26. Con la comunit di Antiochia egli celebra il
"culto del Signore" (At 13,2), cio il culto del "Signore Ges Cristo".
Stando ad At 8,1-4 elI, 19-21, i fondatori della comunit di Antio-
chia sono stati dei "predicatori cristiano-ellenisti". molto importante
sottolinearlo per due motivi: l) perch il sotto fondo degli inni non
tanto l'AT in generale, quanto la tradizione sapienziale biblico-ellenisti-

39 Su questi testi e il loro valore storico cfr Buscemi, Paolo, 56-65.


40 Buscemi, Paolo, 74-77; per l'attribuzione del nome "cristiani" ai credenti della co-
munit di Antiochia cfr Buscemi, Paolo, 65 nota 59.
4\ In At 9, I 9b-22, la predicazione di Paolo a Damasco ancora centrata su Ges, i I
Cristo, il Figlio di Dio; ad Antiochia invece sembra che la predicazione va oltre e pro-
clama Ges come Cristo e Signore (At Il,19-26), che sono certamente i titoli pi
ricorrenti del kerygma paolino.
Aspetti degli inni del NT Il

ca, letta nella fonna conferitagli dalla LXX; 2) perch, seguendo tale
tradizione sapienziale, la comunit di Antiochia rilegge i titoli cristologi-
ci della comunit primitiva gerosolimitana: Cristo, Signore, Figlio di Dio,
con schemi nuovi adatti all'ambiente fortemente ellenizzato di Antio-
chia e delle comunit della missione ai gentili 42 Tali motivi, a mio pare-
re, spiegano da una parte la continuit della tradizione su Ges, quale
Messia, Signore e Figlio di Dio, dall'altra anche l'introduzione di nuovi
titoli attribuiti a Cristo, che in qualche modo approfondiscono quelli an-
tichi. Ora, a mio parere, tutto ci non poteva avvenire a Gerusalemme,
dove si erano arroccati in un "tradizionalismo" che non pennetteva
molti cambiamenti, come fanno fede At 11,1-18: Pietro deve difendersi
della "novit" di aver imposto le mani sui gentili; 15,1.5: i giudeocristi-
ni provenienti dal fariseismo pretendono che tutto si svolga "secondo la
legge di Mos"; 21,17-25: Giacomo estremamente orgoglioso che
"migliaia di giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attac-
cati alla legge", per questo esorta Paolo a mostrarsi "zelante della leg-
ge" dinanzi ad essi. Ad Antiochia si respira una diversa impostazione
comunitaria: guidata dai profeti, la comunit apre le porte ai pagani di-
venendo una comunit mista (cfr Gal 2,1l-14a), prega nello Spirito e da
esso riceve il comando di estendere la missione a tutto il mondo elleni-
stico attraverso l'azione di Paolo e Barnaba. Ora, stando a Gal 2,7-9, i
criteri della missione di Paolo non erano certamente quelli di Pietro e
dei "notabili" di Gerusalemme. Ci significava che nelle zone di influs-
so paolino, pur predicando lo stesso kerygma di base, si aveva uno sche-
ma diverso di predicazione e di costituzione delle comunit43 Per que-
sto, l'invito di lCor 14,26, e quelli pi tardivi di Col 3,16 ed Ef 5,19, so-
no un dato storico fondamentale per comprendere l'urgenza di dotare

42 Ci messo in evidenza anche da Hengel, "Hymns and Christology", 93-96.


43 Stando ad At 14,23; 20,17.28, anche nelle comunit paoline gli "anziani" sono
preposti alle singole comunit quali capi, pastori del gregge, episcopi e facenti funzioni
dell'apostolo. chiaro che ci fa sorgere un problema: Paolo nelle sue lettere nomina
molti ministeri: profeti, maestri, episcopi, evangelisti, ccc., ma non nomina mai degli
"anziani". Quindi, la notizia sulla loro istituzione nelle comunit del "primo viaggio
missionario" da un punto di vista storico risulta poco sicura. probabile che Paolo e
Barnaba abbiano lasciato dci responsabili nelle comunit di Antiochia di Pisidia, di
Lystra e Iconio. Luca, non avendo notizie certe c volendo dare loro un nome, li ha
indicati con quello comune della comunit-madre di Gerusalemme e forse divenuto comu-
ne anche nella sua chiesa. D'altra parte, possibile anche che il tennine possa essere
tradizionale, almeno per le comunit di Antiochia di Pisidia c di !conio, i cui membri i n
buona parte provenivano dalla sinagoga (cfr Buscemi, Paolo, 92 nota 97).
12 Introduzione

le assemblee ecclesiali di schemi nuovi di preghiera: gli "inni" della


tradizione paolina nascono in queste comunit e per queste comunit.
Con ci, vero, non si pu affermare apoditticamente che questi inni
siano di Paolo. Da una parte, per, mi sembra che fanno giustizia del
facile "prepaolinismo" che gli si vuole attribuire44 , dall'altra rendono
probabile il loro "paolinismo", dato che l'apostolo era solito offrire
personalmente dei modelli di comportamento ai suoi discepoli e alle sue
giovani comunit. Comunque, il "paolinismo" degli inni potrebbe esse-
re concepito o in maniera stretta: tutto deriva da Paol045 o in maniera
larga: egli ha offerto una traccia e i suoi discepoli l'hanno sviluppata. In
ogni caso, l'influsso di Paolo su tali inni talmente forte che non vi
sono motivi letterari e teologici e cristologici per parlare di "prepaolini-
smo". Cos, per esempio, per quanti sforzi si facciano per mettere in evi-
denza degli hapax-legomena o delle formulazioni rare in Pao~, bisogna
riconoscere che essi non sono un motivo sufficiente per dichiararli
"prepaolini": il vocabolario raro in una composizione poetica o in una
prosa ritmata quasi una necessit. Allo stesso modo, la teologia di fon-
do degli inni quella paolina e, se qualche elemento pu sembrare
derivato dalla tradizione giudeo-cristiana, cosa possibile, esso per
talmente amalgamato con gli altri elementi da risultare nuovo nella sua
interpretazione. A causa di ci, mi sembra sterile e del tutto inutile parla-
re di "prepaolinismo": l) perch della letteratura cristiana degli anni
30-50 non sappiamo nulla; 2) perch Paolo stato, insieme a Barnaba
ed altri "profeti e dottori", elemento-chiave della formazione della co-
munit primitiva di Antiochia e quindi anche della preghiera che in essa

44 E ci vale non solo per gli "inni", ma anche per molte altre fonnule che, pur tro-
vandosi solo nell'epistolario paolino e deutero-paolino, vengono classificate come
"prepaoline", senza per dame alcuna prova. Spesso ci avviene perch alcune di queste
fonne pongono qualche problema non tanto al testo paolino in se stesso, ma all 'impo-
stazione logico-interpretati va dell'esegeta che tratta il testo. Cos accade che una stessa
fonnula viene considerata "paolina" da un esegeta e "prepaolina" da un altro e entrambi
si dichiarano sicuri della loro attribuzione. In ogni caso, per, l'elemento pi sacrificato
il testo e la sua collocazione storica.
45 Non so se Paolo fosse dotato di una "vena poetica", ci a mio parere poco
importante, in quanto gli inni della tradizione paolina non vanno giudicati da un punto
di vista strettamente poetico, ma dai contenuti che ci propongono. Inoltre, anche se si
trattasse di una "prosa ritmata", credo che Paolo, in quanto retore, sarebbe stato capace
di poter scrivere simili inni. Qualsiasi retore antico, infatti, cercava di dare al suo parlare
un certo ritmo (o cursus) che fosse gradevole agli orecchi dei suoi uditori. E una lettura -
che per lo pi veniva fatta a voce alta - non risultava gradita, se l'autore dello scritto non
gli avesse impresso un detenninato ritmo consono all'argomento.
Forma e jnzione degli inni della tradizione paolina 13

si svolgeva; 3) perch solo nelle comunit di tradizione paolina, in


questo periodo storico, troviamo questo tipo di "inni cristologici", ba-
sati, pi che sull' interpretazione messianica dell'A T, sulla tradizione
profetica di Is 52,13-53,12 o su quella biblico-sapienziale dei testi di
Proverbi, Sapienza e Siracide. Quelli di lPt 2,21-25; 3,18-20 ed Ebr 1,3-
4; l Tim 3,16, pur essendo di tradizione paolina, rispecchiano un mo-
mento differente di tale tradizione; mentre quelli della tradizione gio-
vannea (Vangelo ed Apocalisse) sono molto tardivi e con una concezio-
ne teologica e cristologica diverse.

Forma e funzione degli inni della tradizione paolina


A chi legge queste ricchissime composizioni di fede, pu sorgere un
legittimo dubbio: si tratta veramente di inni? Abituati come siamo ai
nostri canti ecclesiali, belli o brutti che sono, difficilmente riusciamo a
pensare agli inni del NT come a composizioni di tipo poetic046 . Anche
la comparazione con i salmi e gli inni de II ' AT, redatti d'altronde in
ritmi e criteri poetici molto lontani dai nostri gusti, ci lascia perplessi,
tanto che gli studiosi preferiscono parlare pi che di "inni" di "prosa
ritmata"47. Inoltre, bisogna tener conto che essi non esistono in forma
autonoma, ma sono stati inseriti o in una dimostrazione dogmatica o in
una parenesi, cosa che ha potuto determinare dei cambiamenti, per acco-
modarli al senso letterario del nuovo contesto. Ci obbliga l'esegeta a
studiare la forma e la funzione degli "inni" sia del NT in genere che
quelli della tradizione paolina in particolare.
1) Inni o prosa ritmata
Certamente molto difficile stabilire, con criteri di metrica poetica,
delle strofe ben precise48 . Per rendersene conto, basta vedere i tentativi
degli studiosi di dividere i grandi inni di Ef 1,3-14; Fil 2,6-11; Col 1,15-
2049 . Comunque, si notano in essi un certo ritmo, assonanze e paralleli-
mi di frasi, comuni nella poesia di ogni tempo, come in lTim 3,16:
"Quegli che fu manifestato nella carne / fu giustificato nello Spirito; I

46 La divisione degli inni della tradizione paolina in stanze ben precise e uguali un
adattamento liturgico che ha poco riscontro nel testo originale.
47 Cfr Rigaux, Saint Paul et ses lettres, 184-186.
48 Hengel, "Hymns and Christology", 88. Tentativi pi o meno riusciti sono stati fatti
per ciascun inno, ma con scarsi risultati e spesso anche forzando il testo.
49 Rimando all'esposizione di ciascun inno.
14 Introduzione

apparve agli Angeli I fu predicato alle nazioni; Il fu creduto nel mondo, I


fu assunto nella gloria"; o come in Col 1,15-17: "Egli immagine del
Dio invisibile, I primogenito di ogni creatura, I poich in lui furono
create tutte le cose Il visibili o invisibili, I siano Troni o Dominazioni, I
siano Principati o Potest. I Tutte le cose sono state create per mezzo di
lui e in vista di lui. II Ed Egli prima di tutte le cose I e tutte le cose in lui
hanno consistenza I ed Egli il capo del corpo, della Chiesa".
innegabile che esempi come questi non possono essere classificati
come "prosa normale"; c' in essi qualcosa che eleva il tono della
composizione e che li distingue decisamente dal contesto in cui si
trovano. Cos, in primo luogo, gli studiosi si sono sforzati di enucleare
alcuni criteri per mettere in evidenza queste forme inniche50 :
l) L'uso del pronome dimostrativo a1YtO (cfr Ef 2,14) o del pro-
nome relativo pregnante o (cfr Fil 2,6; Col 1,15), che fungono da ele-
mento di transizione e di collegamento con ci che precede. possibile
che gli inni, se essi sono precedenti alla composizione delle lettere che li
contengono, avessero all'inizio il nome del personaggio di cui si tessono
le lodi, cio "Cristo Ges" o il "Signore Cristo Ges".
2) L'uso di hapax-legomena o di un vocabolario raro, ricercato,
ieratico e spesso unico all'interno della lette~a in cui si trovano. Cos, per
esempio, i termini EiKroV e 1tpOnOKO in Col 1,15-20; o il termine eiPrlVll
in Ef 2,14-18.
3) L'uso del parallelismo antitetico in Fil 2,6-8 119-11, quello sim-
metrico in Col 1,15-16 1118-20, quello inclusivo in Ef 2,14-18 e quello
progr.essivo di Ef 1,3-14.
4) L'uso del ritmo (cfr Fil 1,9-11; Col 1,15-16), dell'anafora (Col
1,15-16a Il 1,18b-19), dell'epifora (cfr Col 1,16; Ef 1,3-14), dell'asso-
nanza, delle ripetizioni, delle inclusioni, chiasmi ed altri fenomeni lin-
guistici che, se non appartengono totalmente allo stile innico, spesso
sono usati con l'intento di creare ritmo o un movimento differente da
quello della prosa normale.
5) L'uso delle frasi participiali (cfr Fil 2,7-8; Ef 1,3-14; 2,14-18; Col
1,18-20), che permettono un fraseggiare pi sintetico e quindi pi con-
sono allo stile innico.
6) L'uso abbondante del pronome dimostrativo a1YtO nei casi obli-

50 Cfr per esempio Rigaux, Saint Pau/ et ses /ettres, 184-196; Martin, "Hymns, Hymn
Fragments, Songs", 420-421; Bailey - Vander Broek, Literary Forms , 76-82.
Forma e funzione degli inni della tradizione paolina 15

qui, che crea collegamenti tra le varie parti ed spesso determinante per
la caratterizzazione cristologica dell'inno.
r) Infine, non tutti gli inni hanno lo stesso genere letterario: Ef 1,3-
14 si presenta sotto la forma dell' eulogia a Dio Padre del Signore
nostro Ges Cristo; Fil 2,6-11 come una riflessione teologica sull 'umilt
di Cristo alla luce dello schema biblico dell 'abbassamento-glorificazio-
ne del Servo di Jahv; Col 1,15-20 ed Ef 2,14-18 hanno la forma del-
l'encomio a Cristo per la sua opera di salvezza51
2) Funzione ecclesiale degli inni
Data la collocazione attuale degli inni all'interno delle diverse lettere,
io credo che essi assumono una duplice funzione: una immediata e una
originaria. Quella immediata da determinarsi in base ai brani che
contengono gli inni. Cos, Ef 1,3-14, posta all'inizio della lettera agli
Efesini, dove normalmente Paolo pone o una dossologia o un ringrazia-
mento, assume la funzione di un'apertura solenne, consona al grande
impianto teologico di questa lettera; Fil 2,6-11 si aggancia all' esortazio-
ne di 2,5 e anche alla serie di esortazioni che si trovano in Fil 1,27-2,18,
quindi la sua funzione immediata parenetica; Col 1,15-20 ed Ef 2,14-
18 sono invece agganciate a delle argomentazioni dottrinali e quindi as-
sumono un carattere argomentativo all'interno delle pericopi che li con-
tengono. In base a tutto ci, la funzione di questi inni sembra piuttosto
di carattere didattico-esortativo.
Pi difficile determinare la funzione originaria dei quattro inni
della tradizione paolina52 molto probabile che essi siano stati compo-
sti in primo luogo nella liturgia per acclamare Cristo, quale Signore e
Salvatore della comunit. Precisare di pi entrare nel campo dell' opi-
nabile. Cos, c' chi fa riferimento alla liturgia battesimale o a quella eu-
caristica; oppure come forn1e espanse di homologhie che mettono in
evidenza il ruolo fondamentale di Cristo nella vita del cristiano. In ogni
caso, il carattere cristologico degli inni certamente fuori dubbio ed il
principale elemento di queste composizioni. Essi inneggiano a Cristo e
di lui presentano particolarmente il suo ruolo nella creazione e nella
redenzione, la sua preesistenza, incarnazione ed esaltazione, il suo ruolo

51 Deichgriiber, GotteshYl1llllls 1I1ld ChristushYl1lllllS, 21-23.24-44.106-117.


52 Cfr soprattutto Martin, '"Hyl11ns, Hyl11n Fragl11ents, Songs". 421-422; Hengel,
'"Hyl11ns and Christology", 94-96, che sostiene s,110 il carattere didattico-cristologico
degli inni.
16 Introduzione

di pacificatore universale del cosmo e della chiesa, di capo che stabilisce


la nuova creazione e l'uomo nuovo. Tale cristologia, inoltre, forte-
mente congiunta con la teologia: si inneggia a Cristo "a gloria di Dio
Padre". Ci avviene chiaramente in Fil 2,6-11, dove Dio che esalta
Cristo quale Signore dell 'universo e tutte le creature confessano il suo
nome "a gloria di Dio Padre" (Fil 2,11); in Col 1,15-20 abbiamo un'e-
spansione del ringraziamento al Padre che ci ha stabiliti nel regno del
suo Figlio diletto (Col 1,12-13), per questo il Cristo l'immagine del
Dio invisibile (Col 1,15) e per mezzo di lui il Padre riconcilia a s le
cose che sono sulla terra e nel cielo (Col 1,20); in Ef 1,3-14 l'azione
salvifica di Dio Padre talmente predominante che qualche esegeta lo
vorrebbe considerare come una "eulogia a Dio Padre"; in ogni caso al
cuore della teologia di Ef 1,3-14 ci sta proprio la cristologia e questa
"a lode della gloria di Dio Padre" (Ef 1,6.12.14); infine, in Ef 2,14
Cristo la nostra pace per riconciliarci al Padre (Ef 2,16) e perch
possiamo avere accesso a lui (Ef 2,18). A questi motivi principali si ag-
giungono negli inni anche dei motivi soteriologici, ecclesiologici e
antropologici, che noteremo a suo tempo all'interno dell'esposizione di
ciascun inno.

Piano e metodo del lavoro


La struttura di questo nostro lavoro semplice: prevede solo quattro
capitoli riguardanti i quattro inni principali della tradizione paolina.
Non vengono trattati invece i frammenti di Ef 5,14 e di lTim 3,16, che,
pur offrendo degli elementi cristologici interessanti, sono per troppo
parziali per avere uno sviluppo cristologico coerente: i loro contributi
verranno inglobati qua e l nella trattazione degli altri inni. Ciascun in-
no, in primo luogo, sar approfondito esegeticamente secondo il metodo
storico-critico e quello strutturale; segue, poi, l'approfondimento teolo-
gico di tipo narrativo pi che sistematico, che porr in evidenza soprat-
tutto la cristologia e la teologia e all'interno di esse anche i motivi sote-
riologici, ecclesiologici e antropologici che ciascun inno presenta.
CAPITOLO I

FIL 2,6-11

UMILIAZIONE ED ESALTAZIONE DI CRISTO

Egli che, pur essendo nella forma di Dio, non stim come un bene da
sfruttare a proprio vantaggio l'essere uguale/alla pari con Dio, ma svuot
se stesso prendendo la forma di schiavo, divenendo simile agli uomini; ri-
trovato anche nell 'aspetto esterno come un uomo, umili se stesso divenen-
do ubbidiente fino alla morte, la morte di croce. Perci anche Dio lo ha su-
peresaltato e gli ha conferito il nome che () sopra ogni nome, affinch nel
nome di Ges ogni ginocchio si pieghi dei celesti, dei terrestri e subterre-
stri, e ogni lingua professi: Signore () Ges Cristo, a gloria di Dio Padre.

Analisi letteraria

1) Contesto
Fil 2,6-111 uno dei testi del NT pi studiati e variamente interpretat02.
In esso, la cristologia raggiunge uno dei vertici dottrinali pi significativi e
celebra con tocchi ben rifiniti il cammino di abbassamento volontario di
Cristo e la sua esaltazione a Signore universale del cosmo. Fil 2,6-11 co-
munque, in base al suo contesto, si inserisce in una serie di esortazioni che
Paolo3 in Fil 1,27-2,18 rivolge ai fedeli di Filippi: a) 1,27-30: state saldi in
un solo spirito per la fede nel Vangelo; b) 2,1-4: concordi nell'unit dell'a-

Il presente studio riproduce con alcune leggere modifiche un mio precedente contributo:
"Umiliazione ed esaltazione di Cristo", L'ancora nell'unit di salute XII (1997) 123-143.
2 Per la bibliogratia su Fil 2,6-1 I cfr Kiisemann, "Kritische Analyse von Phil. 2,5-11 ", 51-
95; Feuillet, "L'Hymne christologique", 352-353); Heriban, Retto .ppoVEiv, 15-28.
3 Per l'attribuzione di Fil 2,6-1 I a Paolo o alla comunit cristiana prepaolina o a qualche
comunit giudeo-cristiana o gnostica cfr soprattutto Feuillet, "L 'hymne christologique",
481-507; Martin, Carmen Christi., 42-62; 315-319. Personalmente ritengo che sia paolino
sia dal punto di vista dello stile che da quello dottrinale (vedi Introduzione, pp. 5-10).
18 Capitolo I

more e dei sentimenti; c) 2,5-11: abbiate gli stessi sentimenti di Cristo; d)


2,12-18: solleciti per la propria salvezza. In tale schema contestuale, Fil
2,6-11 rappresenta la migliore chiave di lettura del brano: guardando al-
l'esempio di Cristo, i cristiani debbono rimanere saldi nella fede e lavorare
indefessamente per il Vangelo, rimanere uniti e concordi nell'amore di Cri-
sto Signore, lavorare con timore e tremore per la propria salvezza in modo
da risplendere come astri nel mondo. Tutto, quindi, parte da Cristo e dal
suo esempio di perfetta ubbidienza. In lui, il cristiano trova la sua salvezza
e i motivi per lasciarla operare in se stesso e nei suoi rapporti con la co-
munit cristiana e il mondo esterno.
2) Delimitazione della pericope
Fil 2,6-11, pertanto, appartiene alla suddivisione di Fil 2,5-11, come di-
mostra il relativo o del v. 6, che si riferisce a "in Cristo Ges" del v. 5.
Cos, Fil 2,6-11 porta avanti l'esortazione di "avere in noi gli stessi senti-
menti di Cristo". D'altra parte, proprio il relativo pregnante o pone una
leggera cesura tra l'esortazione e lo sviluppo di essa attraverso l'esempio di
Cristo Ges. La cesura stabilita: l) dal cambio del soggetto: dalla 2 per-
sona plurale dell'esortazione, i cristiani, alla 3 persona singolare della rela-
tiva, il Cristo Ges; 2) dal cambio del modo: dall'imperativo dell'esorta-
zione all'indicativo della relativa, che descrive l'abbassamento e l'esalta-
zione del Cristo; 3) dal cambio dello stile: dal discorso parenetico alla for-
ma dell'inno o della prosa ritmata; 4) dal cambio tematico: dall'umilt che
i cristiani debbono coltivare per raggiungere l'unit del sentire all'umilt
del Cristo che si abbassato per noi e a motivo di essa stato esaltato.
Cos, il v. 5 funge da cerniera: da una parte riprende il contenuto essen-
ziale delle esortazioni di Fil 1,27-30: state saldi in un solo spirito per la fe-
de del Vangelo, e di Fil 2,1-4: concordi nell'unit dell 'amore e dei senti-
menti; dall'altra, fa avanzare le due esortazioni dando ad essi il fondamento
dell'esempio di Cristo. Fil 2,5-11 cos risulta composta di due parti: a) 2,5:
ripresa formale e contenutistica dell'esortazione a rimanere saldi, concordi
e uniti negli stessi sentimenti; b) 2,6-11: l'esempio di Cristo come fonda-
mento della vita cristiana, comunitaria e di testimonianza al mondo (Fil
2,12-18). La suddivisione di Fil 2,6-11, poi, trova il suo completamento in
2, Il, in quanto il v. 12 introduce una nuova suddivisione con un "cosic-
ch", che, facendo leva sull'esempio di Cristo, invita (ritorno dell'impera-
tivo) i cristiani (cambio di soggetto rispetto a 2,6-11) a lavorare con impe-
gno per la propria salvezza e a testimoniare a tutti la Parola della vita che li
Fil 2,6-11 19

fa risplendere come astri nel mondo. La suddivisione, pertanto, stabilita:


l) in base al ritorno della forma dell'imperativo; 2) dal cambio del sog-
getto: di nuovo i cristiani; 3) dal cambio del tema: operare con timore e
tremore obbedendo alla Parola e testimoniando la con la vita in mezzo al
mondo.
3) Genere letterario
Fil 2,5-11, nel suo insieme, un'esortazione, come indica l'imperativo
della frase principale reggente: "abbiate gli stessi sentimenti"; da essa
dipende tutto il carattere di Fil 2,5-11. Vista per in dettaglio, la pericope
assume due caratteri differenti: il v. 5 ha la forma propria dell'esortazione,
mentre i vv. 6-11 hanno una forma innica o di prosa ritmata. Pi precisa-
mente, Fil 2,6-11 ha la forma neotestamentaria di un "inno a Cristo", le cui
caratteristiche principali sono: l) la frase relativa introduttoria (cfr Col
1,15; 3,16b; Ebr 5,7-10; lPt 2,22-24); 2) il ritmo, creato attraverso il fra-
seggiare asciutto, il vocabolario alquanto ricercato, il parallelismo dei
membri di frase, l'assonanza verbale; 3) poco uso delle particelle di
connessione, ma molto uso dei participi congiunti; 4) uso dell'antitesi
letteraria, molto cara a Paolo, per creare movimento e progressivit nelle
idee; 5) la dossologia finale.
4) Struttura letteraria 4

A. vv. 6-8: l'abbassamento volontario ed estremo del Cristo Ges

1) v. 6: la condizione preesistente del Cristo


o f.V 1l0pQl1J eeou U1t<XPXrov
OUX ap1tuYllV i)Y1lO'uw
1: EtVUt tO'u eE<\'>,
2) v. 7abc: l'abbassamento di Cristo nell'incarnazione

a UU1:V EKVroO'EV
1l0P<!>1v ouou Uprov,
f.V 0llotrollUn cXvepro1trov yEvollEVO'

Fondamentalmente lo schema di Lohmeyer, anche se con diverse motivazioni. Per altri


tipi di strutture cfr Jeremias, "Zu Phil. Il,T', 182-188; Manns, "Un Hymne Judo-chrtien:
Philippiens 2,6-1 l'', 12-18.
20 Capitolo I

3) v. 7d-8: l'abbassamento di Cristo nell'obbedienza fino alla morte


Kat aX1lllan EUpE8Et ffi av8pro1w
E'ta1tEtVffiO"EV amv
YEvollEVO U1t11KOO IlXpt 8av(x-cou,
8av(l-tou a1:aupou.

B. vv. 9-11: l'esaltazione del Cristo

1) v.9: esaltazione e dono del nome


t Kat 8E a1:v U1tEp{nj1roaEv
Kat Exaptaa1:o a1:4) 1: ovolla
1: U7tp m'Xv ovolla,

2) v. lO: l'adorazione del Cristo

'{va EV 1:4) vollan '!l aou


m'Xv yovu KUIl'l'l)
E7tOUpaVtrov Kat Em yEtrov Kat Ka1:ax8ovtrov

3) v. Il: homologhia e dossologia


Kat 7tuaa y'Aroaaa ESoll0'AoY1lal1:at 01:t
KUpW Tr1aou Xpta1:
Ei 80sav 8wG 7ta1:po.

Osservazioni sulla struttura


a) Fil 2,6-11 si divide in due parti: formalmente, per la congiunzione
metabatica: t Kat del v. 9; grammaticalmente, per il cambio del soggetto:
in 2,6-8 il soggetto agente Cristo Ges, mentre in 2,9-11 il soggetto Dio
Padre; contenutisticamente, per il cambio tematico: dal tema dell'abbassa-
mento di Cristo in 2,6-8, si passa in 2,9-11 alla sua esaltazione.
b) Le due parti sono divisibili in 3 stichi ciascuno:
IO) vv. 6-8: I stico (v. 6): presenta la condizione preesistente di Cri-
sto, delineata in forma inclusiva (EV 1l0p<j>i] 8eou U7tUPXrov - 1: etvat 'iaa
8E4)); II stico (v. 7abc): descrive in antitesi ('A'Au) e attraverso una frase in-
dipendente affermativa e due participiali dipendenti congiunte modali la
kenosis del Cristo nell'incarnazione; III stico (vv. 7d-8): mostra ancora in
maniera inclusiva (cfr le due participi ali congiunte) l'estremo grado della
kenosis nell'obbedienza fino alla morte di Croce.
Fi/2,6-11 21

2) vv. 9-11: I stico (v. 9): presenta l'esaltazione di Cristo (v. 9a),
che si realizza nel conferimento del nome (v. 9b), un nome che al di sopra
di ogni altro nome (v. 9c); II stico (v. lO): composto da una frase finale,
che, attraverso diverse accentuazioni stilistiche (prolessi: v. IOa ed iperba-
to: v. IIc), descrive l'adorazione del nome di Ges (v. IOb); III stico (v.
Il): il versetto formato da una frase finale coordinata (v. Ila), che intro-
duce la confessione di fede del nome: Ges Cristo il Signore (v. Il b), e
tale confessione a gloria di Dio Padre (v. llc). I vv. 9-11 sono costruiti in
perfetta inclusione letteraria, determinata dall'uso del termine 9E6 all'ini-
zio e alla fine della suddivisione.
3) Le due parti sono costruite stilisticamente in maniera abile e
compatta: formalmente si trovano racchiuse in un'inclusione letteraria sta-
bilita attraverso il termine 9E6, che ricorre all'inizio e alla fine di tutta la
pericope (v. 6a Il 11c); contenutisticamente sono in antitesi: abbassamento
(vv. 6-8) - esaltazione (vv. 9-11); stilisticamente esse sono costruite, sia nel
loro insieme che all'intemo delle singole parti, secondo la figura retorica
del climax. Cos, nella I Parte si pu notare il progredire della kenosis del
Cristo: stato preesistente, incarnazione, obbedienza fino alla morte in
Croce; nella II Parte il progredire dell'esaltazione: esaltazione e dono del
nome, adorazione, proclamazione di fede: Signore Ges Cristo.

Analisi esegetica
v. 6: o v llOpcj>fj 9EO'U l>1t<XpXrov: il relativo greco o pu essere inter-
pretato, in base al contesto, in diversi modi: l) come un semplice relativo
("il quale"): si aggancia al nome che precede e ne offre una descrizione; 2)
come un relativo pregnante: cio include in s un pronome dimostrativo o
personale: "Egli che"; stabilisce, quindi, come una piccola cesura con ci
che precede e dona alla frase una certa enfasi; 3) come un dimostrativo:
"questi" e pi liberamente: "Egli"5. Anche se questa terza ipotesi snellisce
il testo, di fatto per stacca troppo l'inno dalla parenesi a cui intimamente
legato. Per questo credo che sia meglio adottare la seconda possibilit, in
quanto lascia intatto il valore del relativo, d pi enfasi all'affermazione
paolina e mantiene il collegamento stretto con la parenesi. In ogni caso. il
riferimento al Cristo Ges e ai suoi sentimenti: egli il modello unico del
cristiano.
'Ev I.lOpcj>fj 9Eou l)1ux.PXrov: "pur essendo nella forma di Dio". Nel greco

BDR,293,3bc.
22 Capitolo I

la frase espressa attraverso una proposizione participiale congiunta di va-


lore concessivo con aspetto duraturo continuo di uno stato di essere o esi-
stere: "pur essendo"6. 'Ev /loP<l>1 ew: v + dativo indica lo stato in luogo
figurato con termini astratti: la condizione nella quale Cristo si trovava; op-
pure un locativo circostanziale di modo: la modalit dell'essere di Crist07.
Mop<I>iJ: il termine greco ha: l) un senso proprio: "forma o apparenza este-
riore", "condizione", "modo di essere o di esistere"8, sottolineando la con-
dizione in cui si trova o si manifesta o l'aspetto proprio di un determinato
essere animale, umano o divino; 2) un senso filosofico: una "forma" in
quanto percepibile, la figura di un essere o di un concetto; 3) in senso reli-
gioso: l'immagine o la forma esterna con cui una divinit appare; ma pu
indicare anche la condizione in cui si trova la divinit. chiaro che Paolo,
non condividendo le concezioni pagane sulla divinit, non ha usato il termi-
ne n in senso religioso n in senso filosofico. Pertanto, il senso oscilla tra
"forma" e "condizione". L'ultimo senso mi sembra il migliore. 0w: pu
essere o un genitivo adnominale possessivo: "la forma o il modo d'essere
proprio di Dio" o un genitivo adnominale qualitativo: "la forma o il modo
d'essere divino". In base a tale esegesi, l'espressione participiale indica la
preesistenza del Cristo Ges nella sua condizione divina.
OX ap1taY/lv i]yiJcra1:o: "non stim .... come un bene da sfruttare a
proprio vantaggio (lett.: preda)": in italiano tutta questa perifrasi sta al po-
sto della frase idiomatica greca ap1taY/lv i]yE1creai 'H = "considerare qual-
cosa come un proprio vantaggio"9. "L'essere uguale/alla pari con Dio": il
"qualcosa" (oggetto diretto di "stimare") che il "Cristo preesistente non
consider come una rapina o un proprio vantaggio (predicato dell'ogget-
tO)"IO. T Etvm lcra eEql: l'infinito sostantivato presente esprime qui solo
l'aspetto e quindi l'idea verbale in generale II, pi precisamente esprime l'a-
spetto durativo continuo del permanere del Cristo nella sua condizione di

Mateos, El aspecto , 133; Fanning, Verbal Aspect, 411-412.


Buscemi, Preposizioni, 58.64; BDR, 219,4.
Per il senso preciso da dare al tennine, oltre ai dizionari, cfr Behm, /.IOP<PT1, 477-509;
Trench, Synonyms , 261-267; Spicq, 1l0P<PT1, in Notes, 568-573.
9 Cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem; Zorell, Lexicon, ad vocem; Thayer, Lexicon , ad
vocem; Lightfoot, Philippians, III; Zerwick, Analysis, 440-441; Hoover, The term
'ApnArMOL in Philippians 2.6., Massachusetts 1968; Idem, "The Harpagmos Enigma", 95-
119; per una presentazione estesa e ben documentata cfr Heriban, Retto t/lpoviv, 248-269;
Foerster, aprr<xwo, 1259-1264.
IO Per T1yeOllat, che regge il doppio accusativo dell'oggetto e del predicato, cfr Smyth,
Greek Grammar, 1613-1616; BDR, 157,3.
II Humbert, Syntaxe, 271.
Fil 2,6-11 23

uguaglianza con Dio. Tale uguaglianza, per Ges Cristo, non fu n una ra-
pina n un vantaggio, ma anzi, stando al contesto, un'occasione in pi per
la sua decisione a nostro favore: l'incarnazione. In tal senso, stando alla
struttura di 2,6 (un'indipendente affermativa + due frasi dipendenti), la pre-
esistenza del Cristo non vista direttamente, ma in funzione del mistero
dell' incarnazione.
v. 7a-c: U amv ioKVroO'EV: "ma svuot se stesso". La frase conti-
nua con una congiunzione avversativa forte: "ma", che introduce un atteg-
giamento antitetico a quello descritto nella precedente proposizione. 'EK-
vroO'EV I2 : notare l'aoristo, che esprime un'azione effettiva singola puntuale
passata: l'incarnazione, per Paolo, un evento avvenuto in un momento
preciso della storia umana; inoltre, vista come un abbassamento (kenosis)
volontario (m)'t()v): nessuno ha imposto a Cristo di "abbassare se stesso" o
"svuotare se stesso" dalla sua "condizione divina".
Mop</>1v ouou a13rov: "prendendo la forma di servo". Abbiamo una
proposizione participiale congiunta che spiega l'affermazione della frase
principale. Essa pu avere valore causale: "per il fatto che assunse la forma
di servo"; ma meglio darle valore modale di azione concomitante con
quella della frase reggente principale: "assumendo la forma di servo".
Mop</>1v ouou: per il parallelismo con la precedente formula iov ~oP</>iJ
em, l'espressione indica: "la forma o il modo d'essere proprio di un
servo" o "la forma o il modo d'essere servile".
'Ev ~Otro~a'tt vepro1trov yEv~EVO: "divenendo simile agli uomini".
Altra precisazione sull'evento dell 'incarnazione, espressa ancora con un
participio: congiunto modale di azione concomitante a quella della princi-
pale, se lo si riferisce direttamente a "nascendo", oppure participio con-
giunto causale-esplicativo di azione concomitante a quella della principale:
"poich/in quanto nacque", specialmente se lo si fa dipendere dalla prece-
dente proposizione modale "assumendo la forma di servo". Pertanto, il v.
7abc pu essere letto in due modi: l) "ma svuot se stesso prendendo la
forma di schiavo, nascendo in figura umanala somiglianza degli altri uomi-
ni"; 2) "ma svuot se stesso prendendo la forma di schiavo, poich/infatti
nacque in figura umana/a somiglianza degli altri uomini". 'Ev ~otro/J.a'tt

11 KEVOOO (verbo denominativo tratto da KEVO = "vuoto") = "svuotare"; anche "annientare",


"distruggere", "annichilire" (oltre ai dizionari efr anche Oepke, KEVO, 325-333; Spieq,
KEVO, in Notes, Supplment, 395-402). Nel nostro caso, meglio il primo senso.
24 Capitolo I

vepro1tffiV: il termine greco 6~0{ffi~a 13 uguale ad "immagine", "ritratto" e


pi liberamente: "figura", "forma". Il plurale vepro1tffiV generale: denota
la classe l4, e distributivo, una figura condivisa con ciascun uomo l5 ; in tal
senso e dato che manca l'articolo, il genitivo pu essere interpretato in sen-
so qualitativo: "nascendo in figura umana", ma possibile, dato il senso di-
stributivo, anche un genitivo di possesso: "nascendo nella figura propria
degli uomini" e anche un genitivo comparativo: "nascendo a somiglianza
degli altri uomini"; comunque la prima possibilit mi sembra la migliore.
Allora, le due proposizioni participiali indicano sia il modo che la causa
dell"'incarnazione". Il modo, se si vuole precisare il "come concreto" della
kenosis e quindi dell'incarnazione di Cristo; la causa, se si pone l'accento
sull' atto volontario di Cristo nell'abbassarsi e nell' incarnarsi.
v. 7d-8: l<:a crXr1~a'tt EUpEeE ro aVepffi1tO: "ritrovato anche nell'a-
spetto esterno come un uomo". Questa nuova frase participiale congiunta
pu avere valore temporale: "quando si venne a trovare", cio quando il
Cristo speriment nel tempo la sua reale natura umana; o di valore causale:
"poich si venne a trovare", cio porterebbe la motivazione della decisione
del Cristo di umiliarsi". Il participio aoristo, EUpEeEl, indicando un aspetto
puntuale complessivo di azione anteriore a quella della principale l6 , sottoli-
nea non solo l'esperienza di Cristo, ma soprattutto la consapevolezza della
decisione di Cristo di andare avanti nel cammino intrapreso fino all'umilia-
zione pi profonda. Kai: in verit la maggioranza degli esegeti la prende
come congiunzione coordinativa: "e", che unisce i due verbi prinipali K-
VrocrEV ed 'ta1tElVfficrEv; ma qui , a mio parere, una particella intensiva da
riferire direttamente a crXr1~a1l e i v'V. 7d-8 si riallacciano asindeticamente
al v. 7abc, in maniera pi consona allo stile poetico. LXr1~a'tt: dativo di re-
lazione: "in quanto all'aspetto"17; il termine crxi~al8 indica la "figura", la
"forma esteriore", l'''aspetto esterno"19.

13 Dall'aggettivo OflOlO = "simile" + il suffisso in fl<Xt dei nomi indicanti l'effetto di


un'azione (cfr Smyth, Greek Grammar, 841,2; Moulton - Howard, A Grammar, Il, 353-
354).
14 Smyth, Greek Grammar, 1000; BDR, 141; BAGD, Lexicon, ad vocem av9pro1w lad;
Thayer, Lexicon, ad vocem av9pro1to I b.
15 Smyth, Greek Grammar, 1004.
16 Mateos, El aspecto, 296.298; Fanning, Verbal Aspect, 414-416.
17 Smyth, Greek Grammar, 1495; BDR, 197; Zerwick, Ana~vsis, 441.
18 Dalla radice verbale crXE del verbo EXro= "avere" + il suffisso in fl<X"C dei nomi indicanti
l'effetto di un'azione = al latino habitus (Smyth, Greek Grammar, 841,2; Howard, A
Grammar, Il, 353-354).
19 Oltre ai lessici, cfr Schneider, crXlfl<X, 417-425; Trench, Synonyms, 261-267.
Fil 2,6-11 25

'E'ta1tetvroO"ev au'tov: "umili se stesso": da 'ta1tEtVoro 20 = "abbasso",


"umilio" e con l'aggiunta dell'oggetto diretto: au'tov, indica ancora una
volta l'azione volontaria di Cristo di spingere la propria kenosis fmo all'e-
strema umiliazione.
revo~Evo U1tTl1COO ~XPt 9av<X'tou: "divenendo ubbidiente fino alla
morte". Anche qui la proposizione participi aIe pu assumere un doppio
significato: l) participio congiunto modale di azione concomitant&1 a
quella della principale: "divenendo"; indica il modo come il Cristo port
all'estremo grado la sua kenosis; 2) participio congiunto causale-esplicati-
vo di azione concomitante a quella della principale: "poich/in quanto di-
venne"; viene spiegato in che senso si pu dire che il Cristo port all' e-
stremo grado la sua umiliazione. 'Y1tTl1COO22: il suo senso etimologico
quello di "chi d ascolto con sottomissione"; per questo il termine, in
quanto predicativo del soggetto, esprime bene l'idea della sottomissione e
dell 'umiliazione: Cristo, nella sua decisione di abbassarsi, si sottomise nel-
l'obbedienza a Dio. MXpt 9ava'tou: indica il punto spaziale e metaforico
(grado, misura)23; sottolinea, pertanto, il grado di sottomissione e di obbe-
dienza nell'umiliarsi: fino al dono della propria vita, cio di tutto se stesso.
8avawu o O"'taupou: apposizione esplicativa e climatica, in quanto da
una parte spiega a quale tipo di morte Cristo si sottomise e dall'altra de-
termina un crescendo rispetto alla precedente affermazione. Sulla croce 24,
l'umiliazione di Cristo raggiunse il fondo della kenos is, essendo essa il
supplizio riservato agli schiavi e ai peggiori malfattori.
v. 9: t Ka ge a'tv unepU\jIroO"EV: "perci lo ha superesaltato".
L.\to: congiunzione composta con valore inferenziale e metabatico; e in sen-
so pi attenuato "quindi"25; Kai: particella avverbiale intensiva 26 , da unire a
ci che segue, cio all'azione che Dio ha compiuto verso Ges a motivo

20 Verbo denominativo fattivo derivato dall'aggettivo 't<X1OCtVO = "rendere basso" (Smyth,


Greek Grammar, 866,3; Howard, A Grammar, II, 396-397).
21 Fanning, Verbal Aspect, 408.
22 Da {mo con il valore metaforico di "sottomissione" (Buscemi, Preposizioni, 101;
Howard, A Grammar, II, 327) + la radicale allungata di <XK:Oll + il suffisso o degli aggettivi
denominativi (Smyth, Greek Grammar, 237) indica "chi d ascolto con sottomissione".
23 Cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem 2b; Humbert, Syntaxe, 577; Buscemi, Preposizioni,
106; BAGD, Lexicon, ad vocem IlXPI c.
24 Il genitivo "di croce" pu essere o genitivo adnominale di causa: "la morte che sub a
motivo dell'essere messo in croce", oppure un genitivo d'origine: "la morte detenninata
dali' essere stato posto in croce".
25 BAGD, Lexicon, ad vocem; BDR, 451,5; Buscemi, Preposizioni, 43.
26 Smyth, Greek Grammar, 2881-2891; BDR, 442,8a.
26 Capitolo I

della sua profonda kenosis. 'O 8EO: con l'articolo, in quanto si tratta del-
l'unico e vero Di027 'Ym:ptnl'roO'EV: usato il verbo intensivo U1tEPU 'I'Oro :
"esaltare immensamente", "superesaltar&8. Esso esprime il grado massimo
della glorificazione del Cristo. Il contrasto forte e poeticamente molto im-
mediato: alla umiliazione volontaria e piena del Cristo Dio fa corrispondere
il massimo della glorificazione e dell'esaltazione.
Ka't xaptO'aw a{nc!> 't avo/la 't U1tp m'Xv avo/la: "e gli ha confe-
rito il nome che () sopra ogni nome". Kat: congiunzione coordinante, pro-
babilmente con senso esplicativo: "cio"; la frase seguente spiega il conte-
nuto della prima affermazione sull'esaltazione del Cristo: essa concreta-
mente avvenuta attraverso il conferiment029 "del nome". T avo/la: l'arti-
colo determinativo e vuole indicare un nome ben conosciuto dai cristiani.
T U1tp m'Xv avo/la: questa frase attributiva ellittica (manca il participio)
un'ulteriore precisazione "del nome". Esso non solo conosciuto, ma "il
nome" in assoluto, con il quale non si pu comparare 30 nessun altro "no-
me". Pertanto, qui il termine 't avo/la indica non solo la "denominazione"
particolare che gli viene attribuita, ma soprattutto "la dignit", "l'autorit"
e "la potenza" di cui Dio fa partecipe Ges Cristo. Ed essendo "il nome che
al di sopra di ogni altro nome", tale "dignit, autorit e potenza" non pu
essere che quella "divina", a cui ogni altro "nome" sottomess0 31 In tal
senso, il conferimento del nome indica l' intronizzazione del Cristo, la sua
elevazione alla "dignit divina".
v. lO: "Iva v 'tc!> vo/lan 'IllO'ou: "affinch nel nome di Ges". "Iva:
congiunzione finale e consecutiva che indica sia lo scopo che Dio si
proposto nel conferire il nome a Ges sia la conseguenza della sua eleva-
zione alla "dignit divina". 'Ev 'tc!> vo/lan 'IllO'ou: la preposizione v in
quest'espressione assume o un senso strumentale (ebraismo): "con la men-

27 BDR,254,1.
28 Da um:p con l'idea di "eccesso" (Buscemi, Preposizioni, 99; Howard, A Grammar, Il,
327) + il verbo denominativo fattivo UIjIOW = "innalzare" = "innalzare oltre misura/oltre il
limite") = in senso intensivo perfettivo: "esaltare", esaltare immensamente", "superesaltare"
(Bertram, uIjIOW, 793-81 I).
29 Il verbo Xapiol-lat ha qui un senso pi forte di quello di "donare"; quindi meglio
interpretarlo nel senso di "conferire" (cfr Conzelmann, xapt, Xapiol-lat, GLNT, XV, 590,
anche se non riesco a comprendere perch in 2,9 il termine sia prepaolino, dato che il
termine nel NT appare solo 20 volte, di cui 13 in Paolo e 7 in Luca).
30 Cfr il senso della preposizione um:p + ace., che prende qui il senso metaforico di
"superiorit" e un'idea sottintesa di "comparazione": "al di sopra" (BAGD, Lexicon, ad
vocem um:p 2; BDR, 230; Buscemi, Preposizioni, 99).
]I Cfr Gnilka, Filippesi, 220-222; Heriban, Retto I/IPOVl'lV, 331-334.
Fil 2,6-11 27

zione del nome di Ges" o temporale: "mentre si nomina/nel professare il


nome di Ges"32; forse meglio questo secondo senso: tutti gli esseri, appe-
na si nomina il "nome" che Dio ha attribuito a Ges 33 , debbono prestare il
segno dell'adorazione. nav yovu Ka~1\"1:J: "ogni ginocchio si pieghi"; una
metonimia: la parte per il tutt034, in quanto "tutto l'essere" dei celesti, dei
terrestri e dei subterrestri si deve piegare dinanzi a Ges per adorarlo.
'E1tOUpaVtffiV Ka, myEtffiV Ka, Ka'tax90vtffiV: "dei celesti, dei terrestri e
dei subterrestri": l'espressione, un efficace iperbato (il complemento di
specificazione staccato dal suo nome reggente), indica la totalit degli
essere, il cosmo intero. L'adorazione di Ges, elevato alla "dignit divina",
deve essere universale.
v. 11: Ka, 1tacra ydcrcra SOI-LOOy"crrl1:at on: "e ogni lingua pro-
fessi". una proposizione finale-consecutiva coordinata. nacra yoocra:
altra metonimia: "tutto l'essere" dei celesti, dei terrestri e dei subterrestri,
per mezzo della "lingua", proclama la "signoria" del Cristo. 'ESOI-woy,,-
crrrrat: in senso intensivo perfettivo tecnico, "confessare", "proclamare",
"riconoscere"; seguito qui da un cm recitativo, che conferisce pi enfasi a
ci che segue. La homologhia una professione di fede, una proclamazione
cultuale e quindi va resa con "lodare", "celebrare", "proclamare lodando".
Questo senso sembra il migliore, dato che il nostro testo letterariamente di-
pende dalla formulazione di Is 45,23 (LXX): "a me si piegher ogni ginoc-
chio e ogni lingua proclamer lodando Dio". Allora, la proskynesis e la
homologhia hanno un solo fine: la proclamazione della "Signoria di Ges
Cristo"35.
Kupto 'Il'lcrou Xptcr'to: la frase ellittica per enfasi e quindi va inte-
grata nelle nostre lingue. Con essa l'inno raggiunge il punto massimo del
climax dell'esaltazione e in conseguenza anche dell'antitesi con la kenosis
di 2,6-8. In tal modo, l'affermazione che Ges Cristo il "Signore" illumi-
na l'espressione "il nome che () sopra ogni nome" di 2,9: il nome che Dio
ha conferito a Ges Cristo "Signore". Tale nome appartiene solo a Dio ed
esprime la sua "dignit, autorit e potenza divina". Cristo, ricevendo tale
nome, reso partecipe di tale "dignit, autorit e potenza divina". Per que-
sto tutto il cosmo deve proclamarlo e prostrarsi dinanzi a lui. Abbiamo qui

32 BAGO, Lexicol1, ad vocem OVOJ.HX 1,4cg; Thayer, Lexicol1, ad vocem ovolla 1-2; BOR,
206,2,4.
33 'l'lcWU un genitivo adnominale possessivo o di detenninazione personale.
34 BOR, 495,4; Smyth, Greek Grammar, 3033.
35 Heriban, Retto rjJpovt:v, 351-357.
28 Capitolo I

una proclamazione di fede della comunit, che viene estesa a tutto l'univer-
so, il quale per volere di Dio reso partecipe a tale lode. Ei ooav eeou
1tu'tpo: "a gloria di Dio Padre": indica lo scopo o il fine della proclama-
zione36 della Signoria di Ges Cristo: essa ha come ultimo destinatario Dio
stesso, il Padre del Signor nostro Ges Cristo.

Analisi tematica
L'analisi letteraria precedente mi sembra che evidenzi in Fil 2,6-11
soprattutto tre linee di contenuto: uno schema teologico ben definito: ab-
bassamento-esaltazione, linea portante e progressiva di tutto l'inno, un'ac-
centuazione evidente sul dato cristologico e infine un'orientamento teologi-
co che d senso e coronamento sia allo schema di base come anche alla
cristologia tutta protesa "alla gloria di Dio Padre".
1) Lo schema biblico-teologico dell'abbassamento-esaltazione
Particolare interesse stato riservato dagli studiosi allo sfondo storico-
religioso dell'inno, determinandone la struttura formale e i contenuti teolo-
gici. vero che sono state fatte molte proposte a tale riguard037, ma quelle
che hanno avuto una certa rilevanza sono tre, provenienti da un ambiente
biblico e giudaico, il pi consono ad un testo neotestamentario: a) il carme
del Servo di Jahv di Is 52,13-53,12; b) la tipologia di Adamo-Cristo o
Satana-Crist0 38 ; c) la tradizione apocalittico-sapienziale del Figlio dell'uo-
m039 o della Sapienza divina40 Senza escludere nessuna di queste ipotesi,

36 Smyth, Greek Grammar, 1686; Humbert, Syntaxe, 519; Buscemi, Preposizioni, 44;
BAGD, Lexicon, ad vocem et4f.
37 Cfr il quadro tracciato da Heriban, Retto IPpoviv, 131-134, specialmente la nota 87.
38 Si tratta di un parallelismo tipologico di contrasto: i cristiani non debbono avere n l'at-
teggiamento di Satana n quello di Adamo, ma quello di Cristo. A mio parere, per, tale
rapporto antitetico insufficiente a spiegare lo sviluppo progressivo di Fil 2,6-11 e soprat-
tutto lo schema essenziale: abbassamento volontario - esaltazione da parte di Dio. Neppure
l'idea gnostica dell'Adamo primordiale riesce a spiegare l'idea teologica di fondo del
nostro inno. Anche se riesce a spiegare il tema dell'abbassamento volontario, non credo che
l'idea del "redentore redento" collimi con il tema dell'esaltazione del Cristo e della sua
Signoria universale.
39 Il paragone con il Figlio dell'uomo della profezia apocalittica di Dan 7,13-14 molto
suggestivo e spiega molto bene il tema della preesistenza del Cristo e la sua esaltazione. Il
Figlio dell'uomo, per, non si spoglia affatto della sua dignit, n si umilia volontariamente
fino alla morte. In altre parole, manca nel parallelismo lo sviluppo progressivo antitetico:
abbassamento-esaltazione. La stessa cosa bisogna dire riguardo al parallelismo con la Sa-
pienza divina: pu avere qualche contatto con alcuni elementi dell'inno, ma certamente
Fil 2,6-11 29

dato che ciascuna a suo modo pu portare una certa luce al testo di Fil 2,6-
Il, mi sembra chiaro che lo schema teologico pi completo lo offre Is
52,13-53,1241 , uno dei testi pi utilizzati e meditati dalla comunit primi-
tiva42 Ci significa che tra Fil 2,6-11 e Is 52,13-53,12 non bisogna ricerca-
re tanto la concordanza letterale, quanto piuttosto lo schema biblico di fon-
d0 43 : umiliazione volontaria del Servo di Jahv fino al sacrificio di se stesso
- esaltazione dello stesso Servo da parte di Dio.
Tale concordanza schematica in primo luogo la si nota tra Is 53,2-9 e Fil
2,7 -8: entrambi parlano dell' abbassamento e umiliazione rispettivamente
del Servo di Jahv e di Ges Cristo, ma mentre il testo isaiano si dilunga a
descrivere le sofferenze del Servo, il testo di Fil 2,7-8 li tratteggia con
rapidi tocchi e con un crescendo molto ben rifinito, che va dalla preesisten-
za del Cristo alla sua incarnazione e alla sua umiliazione fino alla croce. In
ogni caso, l'elemento comune essenziale tra i due testi non sta nella descri-
zione dell'abbassamento, ma nella libera volontariet di tale abbassamento.
Cos, del Servo di Jahv detto: "egli si caricato delle nostre sofferenze,
si addossato i nostri dolori" (Is 53,4), "la nostra iniquit" (53,11), "conse-
gn se stesso (la sua vita) alla morte". In Filippesi, Paolo insiste su tale
abbassamento volontario del Cristo: "svuot se stesso" (Fil 2,7), "umili se
stesso" (Fil 2,8). Il parallelismo certamente stretto, tanto che qualche ese-
geta stabilisce un'equivalenza tra l'espressione di Is 53,12: "consegn se
stesso alla morte" con "svuot se stesso" di Fil 2,7, cos da pensare che in
Fil 2,7-8 non si parli tanto dell'incarnazione, ma della morte sacrificale di
Cristo. Da un punto di vista filologico, la cosa possibile, ma non credo
che il parallelismo tra i due testi debba essere spinto fino ai dettagli formali

insufficiente a spiegare la dinamica dell 'inno, come riconosce lo stesso Feuillet che l'ha
proposto.
40 Una buona esposizione di questi tentativi esegetici la si pu trovare in Feuillet,
"L 'Hymne christologique", 352-380; Heriban, Retto rppovElv, \3 1-162.
41 Qualche esegeta ha mostrato con molto zelo le differenze esistenti tra il testo paolino e il
testo isaiano, ma in verit non ha mostrato con altrettanto zelo le somiglianze tra i due testi,
in particolare lo schema teologico di fondo. A tale riguardo mi sembrano molto indicativi gli
studi di Dupont, "Jsus-Christ dans son abaissement", 426-437; Feuillet, "L 'Hymne
christologique", 356-365; Heriban, Retto rppOVElV, 145-162.
42 Cfr Dodd, Secondo le Scritture, 92-100.
43 Cfr in questo senso anche Murphy O'Connor, "Christological Anthropology", 45-46;
Marcheselli Casale, "Cristo Ges Signore", 361-379, anche se mi sembra un po' troppo
drastica la sua conclusione: "Fil 2,6-11 pu implicitamente alludere al servo di 1s 52,13-
53,12 e solo a livello tematico".
30 Capitolo I

e a negare le evidenti differenze di contenut044 Il confronto, a mio parere,


deve rimanere solo a livello di schema teologico: Cristo, come il Servo di
Jahv, ha volontariamente abbassato se stesso al punto da non "considerare
un vantaggio la sua uguaglianza con Dio" (2,6) nella sua condizione divina
preesistente, da "svuotare se stesso prendendo la forma di servo e dive-
nendo uomo" (2,7) nell'incarnazione, da "umiliare se stesso" in un'ubbi-
dienza spinta fino al sacrificio di se stesso nella morte di Croce (2,8).
Allo stesso modo, anche Fil 2,9-11 trova una corrispondenza a livello di
schema teologico. La sola concordanza verbale tra {nv6ro di Is 52,13 e
1tCpu\jI6ro di Fil 2,9 non credo che sarebbe sufficiente per stabilire un
qualsiasi rapporto letterario. Ma tale parallelismo, se letto alla luce dello
schema generale, assume grande rilevanza nel confronto. Cos, come all'u-
miliazione volontaria del Servo di Jahv segue la sua esaltazione da parte
di Dio (ls 53,12), allo stesso modo in Fil 2,9-11 il Cristo sovraesaltato da
Dio e riceve un "nome" che gli conferisce la dignit divina (Fil 2,9), tanto
da ricevere l'adorazione di tutti gli esseri del cosmo (Fil 2,10) e la procla-
mazione universale della sua Signoria (Fil 2, Il). Di tutti questi elementi
non c' alcuna traccia in Is 52,13-53,12, ma l'idea dell'esaltazione conse-
guente all'abbassamento e all'umiliazione volontaria comune a tutti e due
gli inni. E inoltre, sembra essere uno schema molto caro a Paolo, che lo
applica con molta spontaneit e lo pu variare con altrettanta libert in
2Cor 8,9 e in altri testi 45
2) Cristologia funzionale di Fil 2.6-11
Non c' dubbio, Fil 2,6-11 un inno cristologico, una proclamazione di
fede del ruolo centrale di Cristo nella vita del cristiano e una celebrazione
liturgica di Cristo Signore. Si tratta di un vertice della confessione della
fede cristiana primitiva che con immediatezza e profondit mette in eviden-
za i tratti fondamentali della cristologia neotestamentaria: preesistenza,
incarnazione, sacrificio volontario e Signoria universale di Crist046

44 Cos, qualche esegeta (Dupont, "Jsus dans son abaissement", 509-512; Feuillet,
"L'Hymne christologique", 359-362) vorrebbe riferire "svuot/annient se stesso" non tanto
all'incarnazione, ma al "sacrificio di Cristo"; credo per che questa idea pi legata a Fil
2,8 e non a 2,7. Inoltre, inutile voler trovare in Fil 2,7 l'idea dell'incarnazione alla maniera
dei nostri trattati dogmatici. Tutte le fasi del mistero di Cristo: preesistenza, incarnazione,
morte sacrificale, sono viste in maniera sintetica e funzionale.
45 Cfr Dupont, "Jsus dans son abaissement", 509-512. Cfr anche Mt 23,12; Lc 14,11;
18,14.
46 Cfr in questo senso anche Cullmann, Cristologia, 271-280 (in particolare p. 278);
Schnackenburg, "Cristologia", 392-408.
Fil 2,6-11 31

a) La preesistenza di Cristo
Si potr discutere a lungo se l'immagine del Cristo preesistente tratteg-
giata da Fil 2,6-11 abbia come modello la figura dell "'uomo celeste" della
dottrina giudaica dei "due Adamo" (cfr 1Cor 15,49), del Messia pre~sisten
te delle tradizioni rabbiniche47 o forse meglio le speculazioni biblico-elle-
nistiche sulla "sapienza" (Prov 8,22-31; Sap 7,22-8,l; 9,1-18; Sir 24,1-30).
Nessuna ipotesi pu essere esclusa, ma mi sembra pi probabile che su
questo punto Paolo si sia servito del modello biblico-sapienziale, anche se
da un punto di vista formale non escluso un accostamento all'''Adamo
celeste", come dimostra il fatto che Paolo continua a parlare di "forma". In
ogni caso, tutti questi paralleli dimostrano solo una cosa: l'idea di preesi-
stenza non estranea al mondo concettuale e religioso del tempo di Paolo.
Ma ci che mi sembra pi importante il fatto che Paolo non parla di pree-
sistenza di Ges, ma di preesistenza divina di Ges. Fil 2,6, a tal riguardo,
ha delle espressioni inequivocabili. Ges, prima della sua kenosis volonta-
ria, era "nella forma di Dio" (v IlOP<!>D 8CO), "era uguale/alla pari a Dio"
('t et v<Xt '{crcx 8cci)). Le due espressioni sono sinonime, ma la prima indica
la "condizione divina" di Cristo, la seconda il suo rapporto speciale con
Dio. In tal senso, Cristo prima dell'incarnazione, aderendo al 8ll11CX del
Padre (cfr Gal 1,4; 4,4-5.7), non consider un vantaggio il ritenere la sua
condizione divina e il suo rapporto speciale con il Padre. Di pi: obbedendo
(Fil 2,8) al disegno del Padre, "svuot se stesso", non perdendo la sua
"natura divina", ma spogliandosi della sua condizione e del suo rapporto
speciale con il Padre.
Tutto ci mi sembra confermato anche dal fatto che Paolo non tratta in
maniera diretta della preesistenza di Cristo, ma in maniera funzionale, cio
orientata verso il raggiungimento di un obiettivo da portare a compimento.
Per questo, egli ha stabilito un rapporto stretto tra il v. 6 e il v. 7, come di-
mostra la costruzione participiale congiunta concessiva: "pur essendo"
(im:apXffiv) del v. 6a, l'infinitiva oggetto del v. 6c ('t etv<Xt '{crcx ecci)) di-
pendente dalla frase idiomatica greca ap1tcxYllV "Yelcr8cxt "Cl e anche dalla
congiunzione avversativo-progressiva Cxa del v. 7. Tutto il contenuto del
v. 6 orientato all'espressione "svuot se stesso" (mnv KVfficrcV) e in-
dica allo stesso tempo la ferma decisione del Cristo preesistente di assume-
re la nostra natura umana per portare a compimento il disegno del Padre.

47 Cfr Manns, "Un Hymne Judo-chrtien: Philippiens 2,6-11", 18-42.


32 Capitolo I

b) L'incarnazione di Cristo
Fil 2,7 ha il suo centro portante nell'espressione "svuot se stesso"
(aw'Cv lcvcooev), come dimostra la costruzione sintattica e il contenuto
di tutto il versetto. Di pi: tutta la prima parte dell'inno (vv. 6-8) caratte-
rizzata da questa kenosis di Cristo. Ed essa vista come una nuova "condi-
zione". Paolo non insiste sul concetto negativo di svuotamento, ma attra-
verso le due participiali congiunte modali del v. 7 ci indica come questa ke-
nosis avvenuta. In primo luogo, "prendendo la forma di servo" (/.lOp<!)1v
ouou a~<v), espressione che si trova in netta opposizione a "pur essen-
do nella forma di Dio" (v 1l0P<!)1] 9eou umxpxrov) del v. 6; quindi, la keno-
sis ha avuto luogo attraverso un cambio di condizione: dalla "condizione
divina" alla "condizione umana" di essere. D'altra parte, il Cristo " dive-
nuto simile agli uomini" (v llot<llan av9p<nrov )'evollevo), mentre pri-
ma "era uguale/alla pari di Dio" (t etvat '{aa gecj)). Siamo in presenza di
un cambiamento radicale: la kenosis rinuncia totale alla condizione di
gloria, alle prerogative divine, al rapporto privilegiato di Cristo con il Pa-
dre. Per comprendere ci, dal punto di vista teologico, non bisogna far rife-
rimento alla dottrina posteriore delle "due nature divine" (ci estraneo a
Paolo), ma piuttosto al suo modo di concepire l'incarnazione (termine, in
verit pi giovanneo che paolino). Cos, in Gal 4,4, il Figlio inviato dal
Padre "nasce da donna, nasce sotto la legge", che decodificando significa
che divenuto uomo secondo le leggi della natura e come ogni altro uomo
appartiene ad un popolo particolare; allo stesso modo in 2Cor 8,9 il Cristo
assume la nostra "povert umana" per renderci partecipi della sua ricchez-
za. Pertanto, la kenosis di Cristo non va vista come uno spogliarsi della na-
tura divina, ma come un assumere la nostra condizione umana, un ingresso
nella nostra condizione di schiavit, in vista dell' attuazione del disegno
salvi fico del Padre. In altre parole, anche l'incarnazione vista da Paolo
come funzionale, cio orientata all'opera della redenzione.
c) Il sacrificio volontario di Cristo
Anche l'espressione "umili se stesso" ('tanetvroaev aU'tov) fa riferi-
mento alla kenosis di Cristo e indica lo stato di profonda umiliazione a cui
giunto il Cristo nella sua vita concreta di uomo. Interessante a riguardo
FiI2,7d, dove il participio eupe9d sottolinea non solo l'esperienza di Cri-
sto, ma soprattutto la consapevolezza della sua decisione di andare avanti
nel cammino intrapreso fino all'umiliazione pi profonda. Divenuto uomo,
ha sentito il peso della debolezza umana, ma soprattutto "impar l'obbe-
Fil 2,6-11 33

dienza" (cfr Ebr 5,7-10). La kenosis, in tal modo, raggiunge nell'obbedien-


za del Cristo il suo grado estremo: egli non solo si spogliato della sua
condizione divina, non solo ha assunto la nostra condizione umana, ma si
fatto "obbediente fino alla morte e alla morte di Croce". Nella sua morte in
Croce Cristo "annient se stesso" raggiungendo il massimo della ob-
bedienza alla volont del Padre, il grado pi profondo del suo abbassamen-
to, il grado pi basso ('!<X1tetVOOlC;) del suo essere "nella forma di schiavo".
d) La Signoria universale di Cristo
La seconda parte dell 'inno (Fil 2,9-11) riservata all'esaltazione di Cri-
sto da parte di Dio Padre. Teologicamente ci rilevante: l'esaltazione il
culmine di tutto il mistero personale di Cristo. Anzi, l'espressione metaba-
tica t KUt di Fil 2,9 stabilisce un legame stretto tra la kenosis e l'esalta-
zione: tutti i gradi della kenosis sono funzionali e orientati all'esaltazione di
Cristo. Ci corrisponde al disegno di Dio e l'esaltazione di Ges "a gloria
di Dio Padre" (Fil 2,11) che tale piano ha stabilito nel suo etll/-lU di
amore. In base al solo v. 9, tale esaltazione sembrerebbe configurarsi in due
parti: Dio "superesalta" Ges e gli "conferisce il nome che sopra ogni
altro nome". Ma ci non corrisponde, a mio avviso, al tenore del testo e del
suo contesto, dove l'esaltazione sembra coincidere con il "conferimento del
nome". Se ci vero, la congiunzione KUt di 2,9b va interpretata come
esplicativa: "cio". Dio ha esaltato il Cristo Ges conferendogli "il nome
che al di sopra di ogni altro nome", un nome che stando alla mentalit
degli antichi indica la dignit sovrana di Cristo, la Signoria di Cristo. Essa
una "Signoria" universale e divina, tanto che tutti gli esseri - celesti, terre-
stri e subterrestri - debbono professare e adorare Ges al solo pronunciare il
suo nome di "Signore". Cos la homologhia e l'adorazione di "Ges Cristo
Signore" divengono il centro della professione di fede e del culto cristiano.
Tale culto e tale professione sono da una parte una vera trasposizione cri-
stologica degli attributi divini a Ges e dall'altra un rendimento di "gloria a
Dio Padre" per tutto ci che egli ha compiuto in Ges.
3) Teologia di Fil 2,6-11
Fedele al suo schema teologico, Paolo coniuga anche in Fil 2,6-11 cri-
stologia e teologia. Cos, se nella prima parte dell'inno (2,6-8) il soggetto
agente Cristo, nella seconda parte (2,9-11) Dio Padre. Anche la struttura
inclusiva dei vv. 9-11 mostra come il Padre all'origine dell'esaltazione di
Ges e anche il fine a cui conduce la homologhia e l'adorazione di Ges.
34 Capitolo I

a) Il ruolo di Dio Padre


Purtroppo non si insiste molto su questo dato fondamentale della teolo-
gia paolina48 Eppure, basterebbe rileggere un po' tutti gli inni paolini, per
rilevare il ruolo determinante del Padre nell'''economia del mistero". Per
Paolo, il Padre la causa agente originante dell'''economia del mistero del-
la salvezza". lui che "ci ha prescelti prima della fondazione del mondo,
perch fossimo santi e immacolati al suo cospetto nell'amore" (Ef 1,4), "ci
ha predestinati alla figliolanza adottiva (Ef 1,5) e all'eredit (Ef 1,11) dei
santi nella luce (Col 1,12) per mezzo di Ges Cristo, secondo il beneplacito
del suo volere" (Ef 1,5.11), ci ha fatto conoscere il mistero della sua volon-
t: di "ricapitolare tutte le cose in Cristo, sia quelle celesti, sia quelle terre-
stri" (Ef 1,9-10), ci ha gratificati nel suo Diletto, donandoci la redenzione e
la remissione dei peccati (Ef 1,6-7; cfr Col 1,13-14). il Padre che ha so-
vraesa1tato Ges e gli ha dato un nome che al di sopra di ogni altro nome
(Fil 2,9): in lui ci ha benedetti con ogni benedizione (Ef 1,3), ci ha liberati
dalla potest delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo
amore (Col 1,13), lui che immagine del Dio invisibile e Signore a gloria
di Dio Padre (Fil 2,11). Di pi, l'azione di Cristo ha un fine ultimo ben
preciso: "riconciliarci a Dio in un solo corpo" (Ef 2,16), "divenire abita-
zione di Dio" (Ef 2,22), avere "accesso al Padre ed essere cos concittadini
dei santi e familiari di Dio" (Ef 2,18-19). Per questo ogni cristiano deve
"crescere nella conoscenza di Dio" (Coll,IO), ringraziarlo (Col 1,12) e
benedirlo: "Benedetto sia Iddio e Padre del Signore nostro Ges Cristo, che
nei cieli ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo" (Ef 1,3).
In Fil 2,9-11 tale teologia messa molto bene in evidenza sin dalle
prime battute. Il Padre, infatti, "superesalta" Ges "conferendogli il nome".
L'esaltazione di Ges, infatti, ha la sua origine nella dynamis del Padre,
nella sua iniziativa, che guardando all'obbedienza umile ed estrema di
Ges si compiace di lui e lo innalza donandogli la sua stessa dignit divina.
Con ci non si vuoI dire che Ges non possedesse tale dignit, ma che Dio
gli restituisce quella "condizione divina", quell "'essere alla pari di Dio" di
cui egli, per compiere la volont del Padre, si era "svuotato". Anzi, con una
ardita trasposizione cristologica, il Padre lo "superesalta" donandogli come
Xapl; la sua stessa dignit di Signore e impone a tutte le creature del co-

48 Cfr Lyonnet, "La Sotriologie paulinienne", 841-858; Romaniuk, L 'amour du Pre et du


Fili', 153-235; Alonso Schoekel, "La Rdemption oeuvre de solidarit", 449-472; Buscemi,
"Libert e Huiothesia", 117-119.
Fil 2,6-11 35

smo (2,1O-lla) di adorare il Cristo Ges esaltato dalla sua potenza (cfr
Rom 1,4) e di professare nella fede: "Ges il Signore" (Fil 2,11). In tal
modo, il Cristo non solo innalzato, ma anche intronizzato come sovrano
universale di tutti gli esseri del cosmo, dinanzi al quale tutti devono piegare
le ginocchia e tutti devono professare la sua Signoria universale. Di pi:
dato che il testo di Fil 2,10-lla sembra fare riferimento ad Is 45,23, tale
adorazione e homologhia diventano anche celebrazione liturgica del
"Cristo Signore dell 'universo".
b)"A gloria di Dio Padre"
Come tutto ha origine dal Padre, cos tutto ha come fine la gloria del
Padre. Letta alla luce di ICor 15,20-28, tale dossologia afferma in maniera
inequivocabile un'idea molto cara a Paolo: "la gloria del Padre" la finalit
ultima di tutto l'evento salvi fico stabilito dal Padre e portato a compimento
dall'obbedienza umile di Ges, il culmine verso cui tutta l'esistenza di Ge-
s orientata. La sua kenosis volontaria e la sua esaltazione hanno un solo
scopo: la "gloria di Dio Padre". Cos, mi sembra che tale dossologia finale
dell'inno vada riferita in primo luogo a tutto l'inno e solo dopo all'adora-
zione e alla homologhia del cosm0 49 , che professando la "Signoria di Ge-
s" riconosce l'opera salvi fica del Padre e gli rende "gloria".
4) Il senso della parenesi di Fil 2,6-11
L'inno di Fil2,6-11 parte integrante di una parenesi sull'unit nell'a-
more e nei sentimenti e soprattutto ad avere "gli stessi sentimenti del Cristo
Ges". Parenesi che propone Cristo come modello della comunit cristiana,
un esempio non solo da seguire ed imitare, ma da porre come fondamento
ad ogni relazione interpersonale e comunitaria. L'esempio di profonda
umilt e di piena disponibilit del Cristo diviene la base portante del vivere
cristiano, un modo di attuare in pienezza la prop.ria fede nel Vangelo (Fil
1,27-30), di promuovere la concordia dei sentimenti nell 'amore reciproco
(Fil 2,1-4) e dell'essere solleciti nel cammino della salvezza (Fil 2,12-18).
Tutto parte da lui e tutto ha senso in lui, secondo la grande intuizione che
Paolo suggerisce in Fil 1,21: "Il mio vivere Cristo".
Ma l'inno non suggerisce solo quest'aspetto parenetico. Esso preesiste-
va a questa parenesi e cantava in maniera mirabile la via percorsa da Cristo
per obbedire al Padre e per manifestare il suo amore ai fratelli. Pertanto,
l'inno delinea un cammino di umilt, di obbedienza, di donazione piena e

49 Cfr in questo senso Gnilka, Filippesi, 229.


36 Capitolo I

radicale al volere del Padre. Un cammino a prima vista tutto in discesa,


tutto orientato al fallimento e alla morte. Ritornano alla mente le parole di
Sap 5,4: "Ecco colui che noi una volta abbiamo deriso e che stolti abbiamo
preso a bersaglio del nostro scherno; giudicammo la sua vita una pazzia e la
sua morte disonorevole". Ma stata "la follia dell'amore" che ha fatto s
che Ges scegliesse di spogliarsi della sua condizione divina e assumesse la
condizione umana dei suoi fratelli e l'obbedienza totale al Padre per portare
a compimento il suo disegno di amore e di grazia. L'inno, pertanto, diviene
contemplazione in primo luogo del mistero di Cristo, ma anche canto a
Colui che per amor nostro sacrific se stesso e lode al Padre che lo ha
innalzato quale Signore del nostro vivere e sentire.
CAPITOLO II

COL 1,15-20
CRISTO, IMMAGINE DEL DIO INVISffiILE

Egli l'immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura,


poich in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, le visibili e
le invisibili, sia Troni sia Dominazioni, sia Principati sia Potest; tutte le
cose sono state create per opera di lui e in vista di lui. Ed egli prima
di tutte le cose e tutte le cose in lui sussistono; egli anche il capo del
corpo, cio la Chiesa. Egli principio, primogenito di tra i morti, affin-
ch sia sempre primo in tutte le cose (per ottenere il primato su tutte le
cose), poich in lui si compiacque di far abitare tutta la pienezza e per
opera di lui riconciliare tutte le cose a s (o in vista di lui), facendo
pace per mezzo del sangue della sua croce, per opera di lui, sia le cose
che sono sulla terra sia le cose che sono nei cieli.

Analisi letteraria
1) Contesto
Non c' dubbio che l'inno abbia inizio con il relativo pregnante o,
che enfaticamente continua la parenesi di Col 1,9-13 1 dandogli un fon-
damento cristologico (cfr Fil 2,1-5.6-11). Ma esso, proprio perch rela-

Con Aletti, Colossiens 1.15-20, 11-20, anche se ritengo che la pericope non sia un
"rendimento di grazie" o un prolungamento del "rendimento di grazie" di 1,3-8, ma un
"invito" o un'''esortazione'' a lasciarsi riempire della conoscenza della volont di Dio e a
corrispondervi con sapienza spirituale e gratitudine a colui che ci la liberati e immessi
nel regno del Figlio del suo amore (Col 1,9-14). In tal senso, mi sembra che vada anche
la sintassi del brano con tutte le sue proposizioni finali (ivcx + cong in 1,9; infinito
finale in l, l O; e tutti participi congiunti di valore finale di l, l 0-12, sia che li si faccia
dipendere dal verbo di "movimento comportamentale" 1tI:'pmcx'tllcrCX\di l, l O o dal verbo
7tllProell'tE di 1,9), con cui Paolo invita i suoi fedeli di Colossi a determinati comporta-
menti rispetto al mistero del piano salvi fico di Dio. In tale prospettiva, l'inno riveste
un'importanza fondamentale, in quanto illumina l'orientamento del cristiano verso quel
"regno del Figlio" a cui Dio lo ha reso partecipe.
38 Capitolo II

tivo, si riallaccia ad un sostantivo che lo regge: all'espressione genitivale


"del Figlio del suo amore" di Col 1,13. D'altra parte, in 1,13 il sogget-
to "Dio Padre" (cfr 1,12) e in 1,14 "noi" che "nel Figlio del suo a-
more" abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati. In 1,15 il sog-
getto cambia e rimane fisso fino ad 1,23: "il Figlio del suo amore",
immagine del Dio invisibile e primogenito di tutte le cose create (1,15-
18a), inizio e primogenito di tra i morti, in cui abita la pienezza e in cui
tutte le cose sono riconciliate (1, 18b-20), che riconcilia anche i pagani,
perch anch'essi siano santi e irreprensibili al suo cospetto (l,21-23).
Cos, il contesto immediato dell'inno la pericope 1,9-23 2 e Col 1,15-
20, da una parte, precisa l'espressione "il Figlio del suo amore" di 1,13
dando un fondamento cristologico all'esortazione di 1,9-13, centrata
sull'azione salvifica del Padre3; dall'altra, offre un appoggio anche al-
l'applicazione parenetica (cfr il Kat consecutivo) di 1,21-23, rivolta alla
comunit di Colossi, i cui membri in maggioranza provenivano dal
paganesimo.
2) Delimitazione della pericope
L'inno ha inizio in 1,15 per due motivi: a) il pronome relativo enfati-
co o, che da una parte porta avanti il discorso e dall'altra crea una so-
spensione per porre enfaticamente l'accento sul nuovo soggetto della
frase: "il Figlio del suo amore"; b) lo stile differente: si passa dalla pro-
sa piana di Col 1,9-13 ad una prosa ritmata; dai participi congiunti di
Col l, l 0-124 agli indicativi di 1,15-20. La conclusione dell'inno, poi,
bisogna porla in Col 1,20, dato che nel v. 21 ritorna lo stile piano del-
l'esortazione, che viene introdotta con un Kat consecutivo: "e cos"5.

Cfr anche Fabris, "Inno cristologico (Col 1,15-20)", 498-499.


Deichgraber, Gotteshymnus und Christushymnus, 78-82, vede in Col 1,12-14 un in-
no a Dio Padre, strettamente unito a quello di Col 1,15-20, un allargamento delle affer-
mazioni cristologiche contenute in 1,12-14. A mio parere, difficile dire se Col I, I 2-
14 sia un inno, anche se ha un andamento di prosa ritmata; in ogni modo, il legame che
unisce i vv. 12-14 con 1,15-20 un po' tenue. Il v. 14, infatti, potrebbe essere benissi-
mo la conclusione di questo ipotetico inno di 1,12-14, mentre l'inno di 1,15-20 certa-
mente un allargamento redazionale fatto dall'autore della lettera.
4 Alcuni esegeti considerano questi participi come "imperativali". In verit, tutti i
participi di Col I, 10-12 sono dei participi congiunti: o di valore modale strumentale,
che esplicano il "camminare in maniera degna del Signore" di I, IO, o di valore finale,
dipendenti da un verbo di movimento, che mettono in rilievo lo scopo da raggiungere
con il "camminare in maniera degna del Signore" (I, I O).
5 Per il Kui consecutivo, cfr Zerwick, Graecitas, 455, p. 154.
Col 1,15-20 39

3) Genere letterario
In base a ci, ColI ,15-20 pu essere classificato in senso largo come
un "inno"6 o come una "prosa ritmata"7, che inneggia a Cristo attri-
buendogli diversi titoli. Come altri "inni cristologici neotestamentari",
le sue caratteristiche principali sono: 1) la frase relativa introduttora (cfr
Fil 2,6-11; Ebr 5,7-10; 1Pt 2,22-24); 2) il ritmo, creato attraverso un
fraseggiare asciutto, un vocabolario alquanto ricercato, il parallelismo
dei membri di frase, le assonanze verbali; 3) poco uso delle particelle di
connessione: o'n, Et 'te, Kai, '{va, e degli articoli con i termini che caratte-
rizzano il soggetto dell'inno; 4) ripetizione di Kai e di Et 'te, per creare la
progressione delle coppie di sostantivi;
Dato, poi, che l'inno inserito nell 'insieme della pericope di Col 1,9-
23, esso condivide in qualche modo il carattere esortativo della pericope.
vero che, facendo leva sul participio 1tpoO"euxo/levot di 1,9 e sul partici-
pio euxaptO"'touv'te di 1,12, si pu ipotizzare un carattere "doxologico"
del brano, ma nell'insieme Col 1,9-23 rimane a mio parere un'esorta-
zione a "camminare in maniera degna del Signore". Inoltre, anche se
l'inno collegato con Col 1,12-14, bisogna precisare che questi versetti
dipendono dal participio congiunto modale o finale euxaptO"'touv'te di
1,12, che precisa o il modo o lo scopo del "camminare in maniera de-
gna del Signore". Cos, essendo l'inno un allargamento cristologico del
v. 14, esso partecipa al carattere esortativo della pericope a cui appar-
tiene. Cos, Coll, 15-20, pur essendo un inno di lode a Cristo, un enco-
mio a colui per opera del quale e nel quale siamo stati creati e salvati,
all'interno di ColI ,9-23 riveste un carattere anche esortativo.
4) La struttura di Col 1,15-20
Sono state proposte molte strutture, ma differiscono tra loro solo per
una divisione bipartita o tripartita della pericope8 e per la disposizione di
alcuni dettagli del test0 9 Inoltre, pochi esegeti trattano direttamente la

Cos, per esempio, Benoit, "L'hymne christologique", 229-231; Sanders, The New
Testament Christological Hymns, 1-5; Aletti, Colossiells 1,15-20, 3-6; 118-120;
Baugh, "The Poetic Fonn of Coll, 15-20", 227-244; Fabris, "Inno cristologico", 499.
7 Con Bruce, "Colossians Problems", 99-111.
Fa eccezione la struttura quadripartita di P5hlmann, "Die hymnische All-
Priidikationen in Kol 1,15-20", 53-74; e quella quintopartita di Masson, Colossiens,
105; e di Huged, Colossiens, 48-49.
9 Per una presentazione critica delle principali strutture letterarie proposte cfr
Robinson, "A Fonnal Analysis", 270-287; Gabathuler, Jesus Christus, Haupt der Kirche
40 Capitolo II

struttura letteraria in se stessa; in genere, essa coniugata con la ricerca


della sua forma redazionale e del suo sfondo letterario lO. Per quanto ci
sia interessante, credo che nello stabilire la struttura di Col 1,15-20 il te-
sto vada trattato e compreso nella sua formulazione definitiva e attraver-
so tutti gli elementi strutturali che possono aiutarci a comprendere me-
glio la sua linea di pensiero ll Comune, poi, a tutte le strutture il paral-
lelismo: o crnv ... on v a:lJ'teP di 1,15-16 e 1,18b-19. Esso, poi, raf-
forzato dal ripetersi del termine 1tpro'tO't01W in 1tpro'tO't01W 1t<icrll Kn-
crEro di 1,15b e in 1tpro'tO'tOKO K 'trov vEKproV di 1,18c 12 In base a tale

- Haupt der Welt, 11-124: le diverse ipotesi di divisione da Schleiennacher fino a


Conzelmann; 125-149: un tentativo di struttura visto come "risultato" della ricerca pre-
cedente; Benoit, "L'hymne christologique", 226-262; Sanders, The New Testament
Christological Hymn, 12-14; Aletti, Colossiens 1,15-20, 1-47; Balchin, "Colossians
1:15-20",65-94.
IO Oltre allo studio gi citato di Robinson, cfr Salas, "Primogenitus omnis creaturae",
3-59; Vawter, "The Colossians Hymn", 62-81; Manns, "Col 1,15-20", 100-110;
Marcheselli Casale, "La struttura letteraria di Col 1,(l4b) 15-20a.b 1.2", 479-519
(ripreso con lievi ritocchi in "La comunit cristiana di Colossi", 273-291). Lo studio del
Marcheselli Casale pu essere considerato come punto di arrivo di tale ricerca strutturale-
redazionale ed essa perviene ai seguenti risultati circa la nostra pericope: I) Materiale
protocristiano-prepaolino: Col 15a' .b; 16a; 18b.c; 19, che stabilisce la struttura bipar-
tita parallela di tutto l'inno; 2) Materiale extrapaolino, extracristiano, giudaico ed elle-
nistico: Col 15a"; 16b.c.d.e; 20b2; 3) Materiale redazionale: Col 16f; 17a.b; 18a.d;
20a.b1. 2; 4) La mano di Paolo apostolo: Col 15a"; 18a; 18c; 20bl. Per quanto interes-
sante, il lavoro redazionale del Marcheselli Casale e di molti altri prima di lui mostra
alcuni punti deboli evidenti: l) non si sa perch la struttura bipartita parallela sia pro-
tocristiana-prepaolina; 2) i tennini EiKO)V e 1tpro'tO'tOKO , se si eccettua Ap 1,5, appaiono
in senso cristologico solo nell'epistolario paolino, ma nonostante ci essi sono
prepaolini (cfr anche Deichgriiber, Gotteshymnus und Christushymnus, 152-153; e mol-
ti altri); lo stesso dicasi per il tennine pXTt, che solo nell'epistolario paolino o di
tradizione paolina assume il senso di potenza e di potenze personificate; 3) trovare
delle affinit di vocabolario con l'ellenismo, filoniano o neoplatonico, o con l'enneti-
smo (cfr Eltester, Eikon, 130-152) non credo che ci pennetta di parlare di dipendenza da
essi, come riconosce lo stesso Marcheselli Casale; 4) trovare degli stadi redazionali i n
una composizione letteraria non significa trovare automaticamente la sua struttura lette-
raria definitiva. Cos, senza negare l'utilit di tali analisi redazionale, che ci pennette di
stabilire meglio lo sfondo letterario della nostra pericope, ritengo che essa non ci aiuti
molto a stabilire la struttura letteraria del brano.
II Cfr Wright, "Poetry and Theology", 444-468: "The bes t way to proceed is to treat
the passage, in the first instance, as it stands, and to see if it will yield satisfactory
sense" (p 445); e le osservazioni di Karris, A Symphony, 64-66.
12 Cfr Benoit, "L'hymne christologique", 227-228; Marcheselli Casale, "La struttura
letteraria di Col 1,( 14b) I 5-20a. b 1.2", 500; Wright, "Poetry and Theology", 446, che
aggiunge anche il parallelismo di 't mv'ta v 't01 oupavol m't 1t't 'tfi yfi di I, 16a-b
con la fonnulazione 't mxv'ta ... t'i"CE 't 1t't 'tfi yfi t'l'tE 't v 'to1 oupavo1 di 1,20a.c.
Col 1,15-20 41

parallelismo, molti esegeti preferiscono una divisione strutturale della


pericope in due parti. Ma ci non automatico I3 , in quanto i vv. 17ab e
l8a sembrano formare un blocco unico, determinato dal ripetersi del
KUl coordinativo 14 e dall'inclusione letteraria Ku ul)'t() O"'ttv di l, l7a e
1,18a I5 Per questi motivi, Col 1,15-20 si pu dividere in tre momenti
principali, che graficamente offrono una struttura del tipo ABA' 16.

A. Cristo, immagine di Dio e primogenito di ogni creatura

1) v. 15: Duplice caratterizzazione del Figlio:


o O"'ttv EiKCV 'W1> 8O1> 101> opa1Ou,
1tpoHJ'WKO 1taO"T] K'tlO"Effi,
2) v. 16: motivazione esplicativa
o'tt v u1Yr<p KT10"8T] T 1taVTU
v To oupuvo Ku 1t Tf rf,
T opuT Ku T opuTa,
et TE 8pOVOl Et TE KUptOTT]TE
Et TE pxu Et TE ~ouO"iat
T 1taVTa 8t' UUT01> Ku Ei mhv EK'ttO"Tat

13 Cfr Robinson, "A Fonnal Analysis of Colossians 1,15-20", 250-252; Marcheselli


Casale, "La struttura letteraria di Col 1,(I4b) 15-20a.b 1.2", 508-512; Wright, "Poetry
and Theology", 446-448, che a mio parere esagera nel voler spezzare in due il v. 18a, i n
modo da fornire una struttura chiastica di tutto l'inno (cfr p. 449). Comunque, non i I
solo che vorrebbe trovare chiasmi in questo testo, basta cfr Marcheselli Casale, "La
struttura letteraria di Col 1,( 14b) 15-20a.b 1.2", 514, che vede in Col 1,15-20 un "chia-
smo a spirale concentrica" e, mutando la posizione degli elementi, un "chiasmo a paral-
lelismo polare"; e ancora pi vistosamente Giavini, "La struttura letteraria", 317-320.
14 Elemento rilevato anche da Schnackenburg, "Die Aufnahme des Christus-hymnus",
33-50.
15 Benoit, "L'hymne christologique", 228; Marcheselli Casale, "La struttura letteraria
di Col 1,(14b) 15-20a.bI.2", 508, anche se ritiene che l'elemento sintattico da mettere
in evidenza sia solo il pronome a,6, mentre pi rilevante proprio la costruzione
coordinata e parallela Ka a,6 f(HIV di I, 17a e I, 18a, che in tal modo fa da cornice
all'elemento centrale di questa suddivisione, cio I, I 7b.
16 Aletti, Colossiens 1,15-20, 35-42, attraverso una complessa analisi del testo,
esclude la possibilit di una divisione tripartita. A mio parere, la sua analisi usa un meto-
do troppo rigido, che non tiene conto a sufficienza di tutte le asimmetrie che l'inno
mostra. Inoltre, egli tende a piegare la sintassi ai suoi scopi, trascurando il carattere
mctabatico di I, 17-18a e la fonnulazione para tattica del brano rispetto a quella ipotat-
tica di ci che precedc e di ci che seguc.
42 Capitolo II

B. Il primato di Cristo

1) v. 17a: KCl a{yto cr'Ctv 1tp 1tCXV'CON


2) v. 17b: Ka 'C< 1tCxv'Ca v a{mp cruvcrTT1KEv ,
3) v. 18a: Ka a'Co cr'ttv " KE<!>aAl 'C. crIDllaw 'CTl KK1 cria-

A'. Cristo, inizio e primogenito di tra i morti

1) v. 18b: Duplice caratterizzazione del Figlio


o <HtV pX1l,
1tpOno'CoKo K 'Crov VEKproV,
'i va yv1'Cat v 1tCxO'tv a'C 1tpOnEurov,
2) v. 19-20: motivazione esplicativa
o'tt v aH!> EMK1crEv 1t<lV 'C 1t1lprolla KaWtKTlcrat
Ka. Ot' a'Co 1tOKa'Caasat 'C< 1tav'Ca E a'Cov,
Ep1vo1tot1lcra Ot< w a'illa'Co w cr'Caupo a'Co,
[Ot' awl
Et 'CE 'C< 1t 'CTl YTl i 'CE 'C< v wl opavol.

Osservazioni sulla struttura


1) L'unit della pericope la si pu stabilire facilmente attraverso al-
cuni suoi elementi letterari formali e di contenuto:
a) Attraverso la struttura parallela e inclusiva di Col 1,15-16 e l, l8b-
20, che dal punto di vista formale determinata dalla ripetizione dello
schema o cr'ttv ... o'tt v anp, mentre dal punto di vista contenutistico
il relativo o, pur ricevendo una duplice caratterizzazione come EKroV
w 9eo w opa'Cou in 1,15a e come pX1l in 1,18b, sempre un 1tpO>-
'COWKO (1, 15b; 1, 18c), che deve essere primo in tutto (1, 18d).
b) Attraverso l'inclusione in forma chiastica di 1,16b e 1,20d I7 :
v wl opavol Ka m 'CTl YTl
Et 'CE 'C< m 'CTl YTl d'CE 'C< v wl opavol.
c) Attraverso il continuo ripetersi del pronome anaforico a'CoI8,
variato contenutisticamente lungo tutto il corso della pericope: a'Co

17 Dello stesso avviso sembra essere Benoit, "L'hymne christologique", 259; Karris, A
Symphony, 67.
18 Cfr anche Benoit, "L'hymne christologique", 227.
Col 1,15-20 43

(l,17a.18a.d), au'tO (l,20b), v au-up (1,16a.17b.19), l' au'tO (1,16f.


20a.c), E au-'t'ov (1, 16f.20a), ma sempre riferentesi allo stesso personag-
gio di cui si celebra la lode.
d) Attraverso la costante ripetizione dell'aggettivo-pronome totaliz-
zante no:, no:O'a, no:v nelle sue varie forme l9 : no:v (1,19), naO'll (1, 15b),
't nana (l,16a.f.17b.20a), np nanrov (l,17a), v no:mv (1,18d), ripeti-
zione che sottolinea il ruolo cosmico-salvifico del personaggio celebrato
nell'inno.
e) Attraverso il parallelismo inclusivo tra l, 16f e 1,20a:
't nav'ta l' au'tO !w. E au'tv EKnO''tat
Ka. l' au'tO noKawal;at 't nana E au'tov,
per mezzo del quale i due concetti del "creare" e del "riconciliare"
si fondono in una sintesi nuova: quella soteriologica della "nuova
creazione" redenta attraverso il sangue della croce di Cristo" (1,20).
f) Attraverso il ripetersi dei termini indicanti un "primato" del per-
sonaggio descritto: npro'to'toKO (l, 15b.18c), l KE<j>ai} (l, 18a), pxi!
(l,18b), np nav'Lrov (l,17a), '{va yvllWt ... npro'tt:urov (l,18d).
2) Anche la suddivisione della pericope non difficile a stabilirsi ed
basata su elementi formali e contenutistici:
a) Lo schema o <HtV ... on v au'tql, pur essendo uguale nella for-
ma, differisce nel contenuto: 1,15-16 caratterizza il personaggio dell'in-
no come l' E K)V 'tO eEO 'tO opa'tOu (1, 15 a), npro'to'toKO naO'll K'tt-
O'Ero (l, 15b) e mette in rilievo nella motivazione il suo ruolo cosmico
nella "creazione di tutte le cose"; l, l8b-20, invece, lo caratterizza come
l'pxi!, npro'to'tOKO K 'trov vEKproV e mette in risalto la sua funzione
soteriologica in vista della riconciliazione di tutte le cose tra loro e con
Dio. I due concetti, a motivo del parallelismo, sono pertanto in progres-
so: attribuiscono al personaggio il duplice ruolo cosmico-ktiseologico e
quello cosmico-soteriologico.
b) Col 1,15-16 formano un 'unit a se stante per un triplice motivo
formale e per un motivo contenutistico: l) l'espressione naO'll K'ttO'Ero
di 1, l5b prolettica -rispetto a l, 16a e a tutto il contenuto di 1,16, dive-
nendo cos una parola-gancio che salda insieme i due versetti e stabilen-
do un 'inclusione letteraria con l, l6f; 2) il contenuto di l, 15b-16, per-
tanto, riguarda il ruolo di Cristo nella "creazione di tutte le cose"; 3)
l' on, in quanto motivazione delle due caratterizzazioni di 1,15, rafforza

1<) Cfr anche Karris, A Symphol1y, 66.


44 Capitolo II

il legame formale-contenutistico stabilito dall'espressione 1tacrll Kn-


crero; 4) l'inclusione letteraria in forma chiastica tra l, l6a e l, l6f:
v a't0 K'ticr91l 't 1tav'ta
't 1t<Xv'ta Ot' a'tOu Kat et a'tv EK'ttcr't<Xt20
c) Col 1,17-l8a formano anch'essi un'unit stabilita attraverso il tri-
plice ripetersi del Kai coordinante, che spezza il ritmo subordinato della
prima parte, e attraverso l'inclusione letteraria formale Kat a'to cr'ttv,
che pone i contenuti di 1,17a e 1,18a come cornice all'asserto centrale
di 1,17b. In tal senso, il contenuto di 1,17 -18a progressivo e metabati-
C0 21 , in quanto la progressione del pensiero parte dall'idea cosmologica
del primato temporale del personaggio celebrato (l, l7a), continua con
l'affermazione del suo primato esistenziale su tutte le cose (l, l7b), infi-
ne introduce il primato ecclesiologico-soteriologico (1,18a) che sar svi-
luppato nella seconda parte dell'inno.
d) Col l, l8b-20, da un punto di vista strutturale, presenta delle ano-
malie evidenti22 : l) l'introduzione della finale di 1,18d che spezza il pa-
rallelismo dello schema o cr'ttv ... o'tt v a't0, gi precedentemente
sottolineato; 2) l'esplicativo Ot' a'tou di l,20c che appesantisce di mol-
to il ritmo della frase, tanto che parte della tradizione manoscritta ha
cercato di eliminarlo; 3) il1tpro'to'tOKo K 'trov veKprov di 1,18c dovreb-
be avere la stessa funzione prolettica di 1,15b rispetto a 1,19-20, ma la
frase nella sua formulazione brachilogica risulta immediatamente poco
adatta ad esprimere il ruolo soteriologico della riconciliazione operata
dal personaggio celebrato. Cos, da un punto di vista strutturale formale
l'unico elemento di connessione rimane l' o'tt causale di 1,19, che moti-
va quanto affermato in l, 18b; mentre da un punto di vista contenutistico
si potrebbe vedere un'inclusione tra l'espressione totalizzante: 't 1tav'ta
di 1,20a e quella esplicativa coordinata: ii 'te 't 1tt 'tf yf et 'te 't v
'tOl opavol di 1,20d. In base a tutto ci, ritengo che la terza parte del-

20 Karris, A Symphony, 67. Forse tale parallelismo inclusivo potrebbe spiegare la


variante di p46 che inserisce un on causale, per rendere meglio formalmente tale
parallelismo inclusivo. Cfr anche Aletti, Colossiens 1,15-20, 20, il quale mi sembra
che vada troppo oltre le intenzioni del p46 volendo legare Col 1,16f con 1,17-18b. Tali
versetti, come gi si detto, hanno una struttura di frase molto differente da ci che
precede.
21 Benoit, "L'hymne christologique", 228, dove mostra di aver intuito il carattere
metabatico di queste versetti.
22 Cfr anche Benoit, "L'hymne christologique", 229 e 248-250, anche se non condi-
vido la sua opinione che l'inno sia contemporaneo o leggennente posteriore alla com-
posizione della lettera ai Colossesi.
Co/l,15-20 45

l'inno sia meno bilanciata rispetto alle altre due parti, in quanto si nota
una prevalenza del contenuto sulla forma letteraria.

Analisi esegetica
v. 15: o crnv ebcrov 'to geo 'to aopu'tou: "Egli che l'immagine
del Dio invisibile"23. la prima affermazione dell'inno sul "Figlio
dell'amore" del Padre di 1,13; in base a ci, come gi in Fil 2,6, il rela-
tivo greco o pu essere interpretato, in base al contesto, in diversi modi:
1) come semplice relativo ("il quale"): si aggancia al nome che prece-
de e ne offre una descrizione; 2) come relativo pregnante: cio include
in s un pronome dimostrativo o personale: "Egli che"; stabilisce, quin-
di, una piccola cesura con ci che precede e dona alla frase una certa
enfasi; 3) come dimostrativo: "questi" e pi liberamente: "Egli". lo
credo che in italiano l'equivalente enfatico: "Egli che"24 sia il migliore,
in quanto da una parte si aggancia all'espressione "Figlio dell' amore"
di 1,13 e dall'altra introduce con enfasi questa "professione di fede" in
Cristo, sapienza creatrice e soteriologica del Padre. In questo "Figlio" si
realizzato per noi "la redenzione, la remissione dei peccati" (1,14);
per questo l'inno non vede il "Figlio" nella sua gloria eterna, ma nella
realizzazione della storia della salvezza. Il termine greco El. lCcOV2S, "i m-
magine", assume diversi sensi: figura, immagine materiale e ideale, ma-
nifestazione concreta di una realt invisibile; proprio per questo, l' im-
magine per il pensiero greco partecipa della realt della cosa riprodotta,
in essa si manifesta l'essenza stessa della cosa. In tal senso, anche in Gen
1,26; 5,1-3; 9,6 il linguaggio biblic026 usa il termine "immagine" per
dimostrare che l'uomo partecipa alla natura di Dio e la manifesta all'in-
terno della creazione (Sap 2,33; 7,25-26). In Paolo, il termine ricorre
nove volte: Cristo, il Figlio, l'immagine di Dio (2Cor 4,4) invisibile
(Col 1,15); l'uomo immagine e gloria di Dio (lCor 11,7), creato a sua

23 Vanni, "Immagine di Dio invisibile", 97-113; Cantalamessa, "Cristo immagine di


Dio", 269-287.
24 BDR, 293,3bc. In italiano, per, meglio adottare la traduzione libera: "Egli".
25 Von Rad - Kleinknecht - Kittel, dKc.OV, 160-164; Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu,
166-175; cfr anche le pp. 152-158; Flender, dKc.OV, 839-840; Vanni, "Immagine di Dio
invisibile", 99-101; Spicq, dKc.OV, 202-210; Kuhli, EiKc.OV, 388-391 (con molta
bibliografia).
26 Nella LXX il termine EiKc.OV ricorre 43 volte e il suo senso quello classico e qualche
volta diviene sinonimo di "idolo"; cfr Vanni, "Immagine di Dio invisibile", 99-101,
che sottolinea il carattere funzionale del tennine all'interno del linguaggio biblico.
46 Capitolo II

immagine (Col 3, l O); e anche se ha mutato la gloria dell'incorruttibile


Dio in rassomiglianza di immagine di uomo corruttibile (Rom 1,23),
egli stato predestinato ad essere confoffile all'immagine del Figlio suo
(Rom 8,29), in modo che, trasformati nella sua immagine (2Cor 3,18),
come abbiamo portato l'immagine dell'(Adamo) terrestre porteremo
anche quella dell'(Adamo) celeste (lCor 15,49). To' 9eo' 'w' <xop<hou:
"del Dio invisibile": un genitivo oggettivo; quindi Cristo rivela il Dio
invisibile e in base al contesto anche il suo amore, che si manifesta nella
redenzione, nella remissione dei peccati (Coll,B), nella riconciliazione
(Col 1,20) e nella partecipazione al suo regno (1,13)27.
IlpOHO'WKo; 1tacrll; K'ttm:ro;: "primogenito di ogni creatura"28. il
secondo titolo che il testo attribuisce a Cristo. Il termine 1tpro'tO'WKO;, nel
greco classico, pu avere senso attivo: "che partorisce la prima volta",
senso passivo: "primogenito", senso traslato: "la posizione primaria di
una persona"29. Nei LXX il termine ricorre circa 130 volte. Molto signi-
ficativo il senso traslato religioso, che si registra soprattutto in Es 4,22:
"il mio figlio primogenito Israele", con cui viene espressa la relazione
unica e speciale tra Dio e Israele, e in Prov 8,22 in cui la Sapienza divina
detta "inizio o primogenita"30. Nel NT appare solo 8 volte: in Lc 2,7
in senso letterale; negli altri testi in senso traslato: Rom 8,29; Col 1,15.
18; Ebr 1,6; Il,28; 12,23; Ap 1,5. Paolo ela tradizione paolina lo appli-
cano sempre a Cristo: in Col 1,15 si riferisce al Cristo quale mediatore di
tutte le cose create; in Rom 8,29 egli "il primogenito tra molti fratel-
li", in quanto tutti sono predestinati ad essere conformi a lui; in vista di
ci, in Coll, 18 il Cristo "il primogenito di tra i morti", in quanto Dio
lo ha risuscitato ed esaltato per primo e in lui tutti ricevono la resurre-
zione e la vita. Ilacrll; K'ttm:ro;: "di ogni creatura": un genitivo partiti-
V0 31 , dipendente da un sostantivo esprimente superiorit e anteriorit in-
sieme32 : Cristo "primogenito", in quanto prima di ogni cosa e supe-

27 Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 172-175; Aletti, Colossiens 1,15-20, 82-87.


28 Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 175-202.
29 Michaelis, 1tp(01:)'tOKO, 676-703; Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 175-185;
Vanni, "Immagine di Dio invisibile", 105-111; Spicq, 1tPOOtOtOl(O, 771-773; Bartels,
1tPOOtOtOKO, 1432-1435; Langkammer. 1tpOOtOtOlCO, 189-191; Aletti, Colossiens 1,15-
20, 63-70.
30 Per il senso cfr Bonnard, Cristo Sapienza di Dio, 13-20; Feuillet, Le Christ Sagesse
de Dieu, 185-194; Conti, "Natura della Sapienza", 43-66.
31 Smyth, Greek Grammar, 1313 e 1315, p. 316; Thayer, Lexicon, ad vocem
1tPOOtOtOKO b; Turner, Syntax, 210.
32 Dunn, Christology in the Making, 188-189, a motivo di una sua particolare idea del
Col 1,15-20 47

riore ad esse. Il termine K'ttOl, di per s, un sostantivo di azione, e


quindi indica "l'atto del creare", ma in questo contesto tale significato
non si adatta bene. Spesso, per, K'tlOl indica l'effetto del "creare",
cio la "creazione", costituita da elementi animati ed inanimati33 In ba-
se a 1,16b-e, questo senso il migliore nel nostro contesto. Pertanto, Cri-
sto prima di ogni cosa34 e superiore ad ogni cosa creata35
v. 16: o'tt v almp K'tlcrell 't. mlv'ta: "poich in lui furono create
tutte le cose". "O'tt motiva l'affermazione precedente; v almp: l'es-
pressione preposizionale v + dativo pu essere interpretata in due sen-
si: a) con senso causale-strumentale o di causa agente ministeriale: "per
opera di lui" e tale senso andrebbe molto d'accordo con 1,16f e con
l'ambientazione sapienziale che normalmente si d all'inno36 ; b) con
senso locale-sociativo: "in lui", cio in stretta unione con lui, principio
di coesione di ogni realt creata: tutto stato pensato e voluto nel Cri-
sto37 'EK'tlcrell: un passivo teologico; Dio che ha creato tutto per ope-

"monoteismo giudaico", ritiene che l'espressione 1tPOl'tO'tOlCO 1t<xO"ll lCnO"EOJ, pur facen-
do riferimento alla Sapienza dei libri veterotestamentari, esprima solo la superiorit del
Cristo esaltato. In ogni caso, il punto di partenza nell'interpretare Paolo non credo che
possa essere il "monoteismo giudaico", dato che Col 1,15-20 legato strettamente
all'espressione "il Figlio del suo amore" di Col 1,13, come riconosce lo stesso Dunn,
nella sua opera pi recente: The Teolog)! oj Paul /he Apos/le, 205 e 268. Ci significa, a
mio parere, che Paolo non sta usando una possibile categoria giudaica di "monoteismo",
ma quella proprio del cristianesimo, che sin dall'inizio, anche nella sua fase giudeo-
cristiana, pur ammettendo l'unicit dell'unico Dio, pu parlare di un Padre, di un Figlio e
di uno Spirito.
33 Oltre ai dizionari e ai commentari, cfr la buona sintesi critica di Rossi, La creazione,
70-78.
34 L'espressione greca 1t<XO"ll lCnO"EOl ha senso distributivo e quindi non pu essere
interpretata come "di tutta la creazione", in quanto si dovrebbe avere in greco 1ta.O"l1 'tij
lC'tIO"EOJ (cfr Zerwick, Graeci/as, 188). Su questo punto notare l'imbarazzo ideologico di
Feuillet, Le Chris/ Sagesse de Diel/, 200-202.
35 Feuillet, Le Chris/ Sagesse de Dieu, 200.
36 Forse potrebbe ipotizzarsi anche una causa motiva: "a causa di", "per amore di",
come suggerisce una bella interpretazione di Rashi nel suo commento a Gen 1,1: "This
verse calls aloud for explanation in the manner that our Rabbis explained it: God crea/ed
the world for the sake of the Torah which is called (Prov VIII,22) 'The beginning (rn.:il\')
of His (God's) way', and for the sake of Israel who are called (Jer Il,3) 'The beginning
(n'i.:il\') of His (God's) increase'" (Rosenbaum - Silbennann, Penta/el/ch with Targllm
Onkelos, 2).
37 Cfr Aletti, Colossiens 1,15-20, 52-56. Egli riferisce anche del tentativo di
interpretare "in lui" in senso locale metaforico, basandosi sull'esemplarismo platonico
delle idee: Cristo sarebbe la causa esemplare in cui tutte le cose sono state create (cfr a
riguardo anche la lunga discussione di Feuillet, Le Chris/ Sagesse de Dieu, 202-210, ma
mi sembra che non approdi ad un risultato molto soddisfacente). Tale significato sembra
48 Capitolo II

ra di Cristo e nel Cristo T 1tana: in base a l, 15b e a l, 16b-e, "tutte e


singole le cose". 'Ev Wt~ opavOt Kat 1tt Tf Yi1~: precisa l'espressione
"tutte le cose" e le conferisce senso cosmologico. "Cielo e terra" in-
fatti indicano la totalit del cosmo: tutti gli esseri, in esso compresi, sono
stati creati per mezzo del e nel Cristo. T pa't Kat 't opa'ta:
all'interno del cosmo nessun essere escluso. Le "visibili": le cose ma-
teriali, che l'uomo vede e tocca; le "invisibili": le cose che sfuggono al-
l'esperienza immediata dell'uomo, ma che la mente umana pu conce-
pirecome esistenti e che la rivelazione manifesta come esistenti. Tra
questi le potenze angeliche: "sia Troni sia Dominazioni, sia Principati
sia Potest" (d'te 8povOt ehe KUptO'tTl'te~ ehe pXat ehe oucriatJ8, per-
ch Cristo il Signore di ogni forza e potenza (cfr Col 2, 10.15).
T 1tav'ta t' awu Kat et~ a'tv EK'ttcr'tat: "tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in vista di lui". La prima parte di 1,16f una
ripresa enfatica di 1,16a. ~t'a'tou: in linea con il pensiero biblico-
sapienziale ribadisce il ruolo di mediatore di Cristo, quindi non si tratta
di una causa strumentale passiva, ma della causa agente efficiente, per
opera della quale tutte le cose sono state create39 Et a'tov: et~ + accu-
sativo con senso di finalit o scopo "in vista di lui": Cristo la causa fi-
nale verso cui va tutta la creazione40 Probabilmente esprime una conce-
zione in linea con il pensiero giudaico espresso in Sahn 98b e attribuito
a R. Johanan (morto nel 279 d. C.): "tutto il mondo stato creato in vi-

da doversi escludere. Dunn, Christology in the Making, 189-191, continuando la sua e-


segesi basata sul presupposto del "monoteismo giudaico" (la stessa preoccupazione la si
pu risc.ontrare anche nel suo commentario: The Epistle to the Colossians and to
Philemon, 88-89), arriva qui a sacrificare persin.o la sintassi del test.o (verbo e
preposizioni). E ci in maniera cosciente, dato che a p. 193 pu scrivere: "In both case
(Col 1,15-20 e il racc.onto della cena del Signore) the sequence .of prepositions would be
used not because the user wished to press every preposition or to give a precisi.on of
meaning to every prep.ositi.on, but because this was the accepted termin.ol.ogy for the
subject at hand, and to omit a regularly used preposition c.ould arouse suspicion that the
statement was n.ot sufficient1y c.omprehensive". Cred.o che questo n.on sia un buon prin-
cipio esegeti CD e proprio per questo egli non sol.o sacrifica il sens.o precis.o del test.o di
Col 1,15-20 ad un pretes.o m.on.olitic.o "monoteism.o giudaico", ma anche l'interpreta-
zi.one giudeo-cristiana dei testi veter.otestamentari sulla Sapienza. La stessa cosa si pu
dire anche per l'interpretazione di I C.or 8,6 (Dunn, Christology in the Making, 179-
183; in c.ontrari.o cfr la buona interpretazione, basata sull'us.o delle preposizioni, offerta
da Thiels, Paulus als Weisheitslehrer, 393-394).
38 Cfr ICor 15,24; Rom 8,38; Ef 1,21; 3,10; 6,12, d.ove Pa.olo adotta il linguaggi.o
della comune angelologia giudaica.
39 Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 210-211.
40 Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 211-213.
Col 1,15-20 49

sta del Messia". In tal senso, non solo l'origine della creazione dipende
dalla Signoria di Cristo, ma anche la sua destinazione finale orientata
al suo dominio eterno e parteciper al "regno del Figlio" (Coll, 13).
v. 17-18a: la seconda parte dell'inno precisa in che senso Cristo ha il
primato su ogni creatura e lo fa con tre affermazioni coordinate e in
progressione climatica tra loro. Ka alYro crnv n:p n:avHv: "ed egli
prima di tutte le cose"41: afferma la priorit temporale del Cristo su ogni
creatura. Essendo generato dall'eternit, egli prima che tutte le cose
fossero create e per questo tutte furono create in lui. Ka -r n:av-ra v
almp crUVcr-rllKEV: "e tutte le cose in lui sussistono": afferma il ruolo
determinante del Cristo nella vita di ogni essere: solo in lui il cosmo ha
origine e consistenza42 . Il termine greco crUVicr-rll~l ha diversi sensi: a)
quello proprio: "mettere insieme", "comporre", "costituire"; b) quel-
lo traslato, derivato da costituire: "esistere", "essere"; c) quello traslato,
ma derivato da mettere insieme e comporre: "rendere consistente"43.
Col l, 17b, pertanto, non riafferma per la terza volta l' esistenza44 delle
cose "nel Cristo", ma che in lui esse trovano il punto di forza e di coe-
sione nella loro esistenza45 . Proprio per questo la terza affermazione di
l, 18a pu dichiarare solennemente: Ka a-ro crn v 11 KE<j>a1 wl) crro-
~aw -rf KKllcria: "ed egli il capo del corpo, cio la Chiesa". An-
che se il versetto potrebbe ricevere diverse interpretazioni (cosmologi-
che, ecclesiologi che)46, il suo senso chiaro: Cristo non solo all' origi-
ne e d consistenza al cosmo, ma soprattutto egli colui che lo domina,
lo determina e lo dirige47 . Il termine greco KE<j>arl, infatti, designa il
punto pi elevato di una persona, di un animale, di un monte; ma pu

41 Feuillet, Le Christ Sagesse de Diell, 213, scguendo l'opinione di S. Basilio,


Lightfoot c Lohmcycr, pensa che l'a,o fan v sia uguale ad Eyro Eif.l\ di Gv 8,58,
mettendo in risalto l' csscre eterno del Cristo rispetto al divenire delle creature.
42 Cfr Ic buonc osscrvazioni di Feuillet, Le Christ Sagesse de Diel/, 214-216.
43 Cfr Rocci, Vocabolario greco, ad vocem 5; BAGD, Lexicoll, ad vocem 3; Thayer,
Lexicoll, ad vocem 4.
44 Cfr per csempio Kasch, auV\aTTlf.l1, 263-266.
45 Cfr anche Sir 43,24-25: "Nclla sua parola tuttc le cose sussistono"; ma anche per
Filonc il 6yo divino il legamc uniticantc chc tutto ticnc unito e mantiene nell'unit
(cfr Lohse, Colossesi, 117).
46 Cfr pcr escmpio Lohsc, CohiS.\esi, 117-121; Bcnoit, "Corps, Ttc ct Plrme", 5-44
(= Exgse et Thologie, Il,107-153); Fcuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 217-225;
Dacquino, "Cristo capo dcI corpo", 131-175.
47 Cfr Schlier, KE!a.~, 363-364; Benoit, "Corps, Ttc et Plro111c", 128-138; Gonzalez
Ruiz, "Senti do soteriologico dc KE!a.rl', 185-224; Tromp, "Caput intluit sensum et
motum", 353-366; Fcuillet. Le Christ Sagesse de Diell, 225-228.
50 Capitolo II

anche indicare il punto di inizio o di partenza, come anche la parte e-


strema o il fine di una determinata realt. Cos, in senso traslato, esso de-
nota l'elemento predominante, superiore e determinante. Tou crro/la'to:
nel greco il termine crro/la assume un senso antropologico: il corpo del-
l'uomo, e un senso cosmologico: il cosmo, un corpo che riassume in s
tutte le cose create48 In base al contesto precedente, Col 1,15-17, il
"corpo" certamente il "cosmo", che trova nel Cristo il suo principio:
"creato per mezzo di lui", la sua guida superiore e determinante: "tutto
sussiste in lui", il suo fine: "tutto stato creato in vista di lui". In base a
ci, 'tou crro/la'to, pi che un genitivo possessivo, sembra essere un geni-
tivo oggettivo: Cristo appartiene al "corpo" a motivo della sua incarna-
zione, ma il "corpo" ha origine per mezzo suo, determinato da lui, e
si orienta a lui. Tf KKllcria: non si sa se questo genitivo appartenesse
all'inno primitivo o sia stato aggiunto da qualche redattore49 In ogni
caso, tale precisazione divenuta essenziale se si vuoI comprendere in
pieno la terza parte dell'inno, Col 1, 18b-20. Si tratta di un genitivo epe-
segetico: "cio la Chiesa". In tal senso, all'interpretazione cosmologica
necessariamente fa seguito 1'interpretazione ecc1esiologicaSO , molto con-
sona d'altronde al pensiero di Paolo (lCor 12,12; Rom 12,4-5; Ef 1,22-
23; 4,12.15-16; Col 2,10.19) e che trova il suo seguito normale in Col
1,18b-20. In senso ecc1esiologico, Cristo "capo" della Chiesa, perch
essa ha la sua origine in lui che l 'ha costituita nella santit, la sua
consistenza e crescita rimanendo unita a lui, il suo fine ultimo quale
orientamento escatologico definitivo si .
v. 18b: o cr'tlV pXr1, 1tpOHO'tOKO K 'trov VfKproV: "Egli principio,
primogenito di tra i morti". "O: ripresa del relativo pregnante anafo-
rico: "Egli che" (cfr 1,15). 'APXr1: questo nuovo titolo attribuito a
Cristo, in quanto egli "capo" (Col l, 18a)S2; per questo il termine p-
Xr1, che attribuisce a Cristo la stessa prerogativa della Sapienza (Prov

48 Schweizer - Baumgartel, arol-W, 609-790.


49 Che potrebbe essere anche Paolo, se l'inno appartiene alla comunit primitiva, o un
discepolo di Paolo, se la lettera non paolina.
so Cfr anche Deichgraber, Gotteshymnus und Christushymnus, 148.
51 Cfr Schlier, ICE<!>aTl, 382-384; Dacquino, "Cristo capo del corpo", 131-175 (con
bibliografia).
52 Non il caso di riferirsi ancora a Col 1,15 e interpretare apXrl in senso cosmologico
(cfr per esempio Delling, pXTl, 1286): l) perch Col I, 18b-20 uno sviluppo di I, 18a
in chiave ecclesiologica ed escatologica insieme; 2) non lo pennette il titolo seguente
"primogenito tra i morti" (cfr anche Lohse, Colossesi, 122-123).
Col 1,15-20 51

8,23)53, indica che egli l'origine e il fondamento della Chiesa e del


tempo della Chiesa. In tal senso, egli il1tpurro'WKo K 'trov vEKproV, in
quanto egli "primizia di quanti si sono addormentati" (l Cor 15,20),
"primo della resurrezione dei morti" (At 26,23); non solo perch egli
risuscitato per primo, ma perch egli il fondamento della nostra resur-
rezione: "in Cristo tutti saranno vivificati .... Primizia Cristo, poi quelli
di Cristo al momento della sua Parusia" (lCor 15,22-23)54. Cristo, per-
tanto, primo nel piano cosmologico, primo nel piano ecclesiologico,
primo nel tempo escatologico della salvezza.
"Iv <X yvT]'tm v 1t&mv <X't 1tpOHEUroV: "affinch sia sempre primo
in tutte le cose". Anche se grammaticalmente il participio 1tpro'tEUrov pu
essere interpretato come predicato nominale, a me sembra che sia me-
glio intenderlo come unito strettamente all'ausiliare yvT]'tm e in tal mo-
do forma una coniugazione perifrastica55 , che intende rimarcare la dura-
ta (presente) e la continuit dell'azione: "sia sempre primo"; v 1tmv:
pi che le singole creature, qui il neutro indica in maniera globale il
primato cosmologico (1,15-16), il primato ecclesiologico (l, 18a) e il
primato escatologico (l, 18b-20).
v. 19: O'tl v <X't<!l EMKT]crEv 1tv 't 1trlProll<X K<X'tOlKfcrm: "poich
in lui si compiacque di far abitare tutta la pienezza". "On: introduce la
motivazione dei due titoli di Col l, 18b. La frase greca seguente pu
essere tradotta in due modi: P) ponendo come soggetto il termine "ple-
roma": "poich il pleroma si compiacque di abitare in l u i "5; 2) po-
nendo come soggetto logico "Dio": "poich in lui si compiacque di
fare abitare tutto il pleroma"57. Nonostante che la grammatica sopporti

5, L'accostamento a Prov 8,23, e quindi alla Sapienza creatrice, non implica ne-
cessariamente che Paolo continui a svolgere l'idea cosmologica. A mio avviso, il Cristo
"primo" non solo perch egli inizio e fondamento della "creazione di tutte le cose",
ma anche inizio e fondamento della "nuova creazione", del "corpo, che la Chiesa"
(Benoit, "L 'hymne christologique", 242-243).
54 Michaelis, 1tp<TO'COKO, 690-693; Alctti, Colossiel/s 1.15-20, 71-72.
55 Regard, La phrase nominale, 218; Tumer, S)'ntax, 158 (cfr anche 87-89).
56 Cfr in questo senso Percy, Dic Prohleme, 75-78; Lohse, Colossesi, 123-126,
facendo leva su un'ambientazione gnostico-cristiana; Bernini, "La pienezza di Cristo",
207-219, basandosi su paralleli dell'AT considerando Ep'lv01tOl~cra (maschile) come una
construclio ad scnsl/m; Ghini, Colossesi, 55-65; Nobile, Premesse, 108 nota 132.
57 Molti esegeti (etr Lohse, Colosscsi, 123 nota 175: Lightfoot, Haupt, Lohllleyer,
Sehrenk, Delling, Mussner, Feuillct. Le Christ Sagcsse de Diel/, 228-229), tra cui
Panilllolle, "L'inabitazione del Plroilla nel Cristo", 177-205, che difende tra l'altro il
senso causativo di K(HOI K< (tr abitare).
52 Capitolo II

entrambe le ipotesi, io credo che la seconda possibilit sia la migliore:


l) perch in base a Col 1,13-14 Dio che stabilisce il piano della sal-
vezza e lo compie "nel Figlio del suo amore"; 2) perch in base a Col
2,9 il termine "pleroma"58 non ha il senso cosmologico di "cosmo",
ma quello teologico di "pienezza della divinit"; 3) perch il verbo
Ka'tOtKro, non solo pu avere senso causativo, ma trova buona corri-
spondenza nella letteratura profetica (cfr Is 6,3; Ger 23,24) e biblico-
sapienziale (cfr Sir 42,16; Sap 1,7)59; 4) perch il verbo EOOKro indica
la compiacenza di Dio riguardo al "Figlio del suo amore" (cfr Mt 3,17;
12,18; 17,5; Mc 1,11; Lc 3,22): indica pertanto lo speciale rapporto tra il
Padre e il Figlio, speciale rapporto che determina nel Figlio l'abitazione
della "pienezza della divinit"60 e all'interno della storia della salvezza
la "riconciliazione" di tutte le cose che vengono "pacificate per mezzo
del suo sangue61 ; 5) perch il participio congiunto modale E1PllV01tOtrl-
(m trova migliore spiegazione grammaticale e si accorda molto bene
con il soggetto logico di tutto il brano; 6) perch in Col 1,20 l'azione
della "riconciliazione" di Dio, che la attua "per mezzo di Cristo". In
definitiva, Cristo "l'inizio e il primogenito di tra i morti" a motivo del
suo speciale rapporto con Dio.
v. 20: Ka Ot' a'tou a1tOKa'taasat 't mxv'ta El a'tov: "e per ope-
ra di lui riconciliare tutte le cose a s o in vista di lui". L'affermazione
sottolinea che Cristo non stato soltanto mediatore (Ot' a'tau) nella
creazione, ma lo anche nell'opera della riconciliazione62 . 'A1tOKa'ta-
asm: un termine paolin0 63 con cui viene espressa l'opera della reden-
zione, giustificazione e santificazione che Dio ha operato attraverso l'a-

58 Il tennine indica l'effetto del riempire, quindi ci che riempie, il contenuto; per
estensione poi "pienezza, completezza, totalit". A volte pu indicare anche "l'atto del
riempire", ma chiaro che nel nostro testo il senso quello passivo: "pienezza, comple-
tezza, totalit" (Delling, 1tT\ProIlU, 674-696; Gewiess, "Die Begriffe 1tT1poV und
1tT\prollu ", in Vom Vort des Lebens, Festschrift fiir M. Meinertz, Miinster 1951;
Virgulin, "L'origine del concetto di 1tT\ProIlU in Ef 1,23", 39-43; Feuillet, "Plrme",
18-40 (con bibliografia); Aletti, Colossiens /, /5-20, 76-82 (con bibliografia).
59 Cfr Cignelli - Bottini, "La diatesi del verbo nel greco biblico l'', 121-123; Feuillet,
Le Christ Sagesse de Dieu, 236-238.
60 Cfr Spicq, nJOOKro, 310-311.
61 Cfr anche Panimolle, "L'inabitazione del Plrma nel Cristo", 186-187.
62 Sacchi, "La riconciliazione universale", 221-245.
63 Lo si trova sotto la fonna di 1tOKatuacrcrro in Ef 2,16; Col 1,20.22; e sotto quella
di KatU<icrcrro in Rom 5,10 (bis); 2Cor 5,18.19.20; per lo pi usato con il dativo di
termine.
Col 1,15-20 53

zione del Cristo; Et a\l'tov: l'interpretazione di questa espressione pre-


posizionale pu essere duplice: l) equivale al dativo di termine: "a s",
e allora avremmo la normale teologia di Paolo: "per mezzo di Cristo
Dio riconcilia a s tutte le cose"; 2) Et + accusativo ha senso finale: "i n
vista di lui" (cfr 1,161), e il verbo "riconciliare" assume il senso assolu-
to di "salvare, giustificare, santificare"; in base a ci, Dio "riconcilia"
per opera di Cristo (causa agente ministeriale) e in vista di lui (causa fi-
naIe). In altri termini, Dio riconcilia tutte le cose per opera di Cristo e in
vista di Cristo. Nel primo caso, tutte le cose sono rappacificate con Dio
attraverso la mediazione giustificante di Cristo; nel secondo caso, Dio
riconcilia tutte le cose (tra loro?) attraverso la mediazione di Cristo e in
vista della loro sottomissione a Crist064 .
EtPllV01tOlTlO'<X t 'to at/law w O''taupo auw, [t' auwl:
"facendo pace per mezzo del sangue della sua croce, per opera di lui".
Etpllvo1tOt TlO'<X un participio congiunto di valore modale che aderisce
ed esplica il senso di "riconciliare": l'opera della riconciliazione si
compie nella pacificazione universale del Cristo, che ha stabilito tutte le
cose nella concordia e nella pace65 . ~t w di/law w O''taupo au-
w: 'to O''taupo au'to da interpretare come un genitivo oggettivo
indiretto: "versato sulla croce"66; quindi si tratta del sacrificio cruento
di Cristo sulla croce. La riconciliazione, pertanto, avvenuta attraverso il
sacrificio di Cristo, meglio: [t' auwl, che versando il suo sangue ha
stabilito nella pace tutte le cose, "quelle della terra come quelle del cie-
lo" (Col l ,20c). La riconciliazione, quindi, non una realt salvifica del
futuro, ma una realt escatologica che opera nella Chiesa e nel cosmo
(et 'tE 't 1tl 'tf1 yf1 et 'tE 't v w' oupavo'), quando essi si lasciano
investire da tale pace (cfr Col 1,23).

Analisi tematica

1) Sapienza e Inno cristologico di Coll, 15-20


I tentativi di stabilire uno sfondo letterario per Col 1,15-20 sono mol-
ti. Certi autori, a motivo di alcuni termini comuni all'inno e allo gnosti-
cismo (1tpffi'tOWKO, 1tTlpffi/la, EtKcOV), optano per uno sfondo gnostico;
altri, invece, pensano ad uno sfondo giudaico: biblico in generale, sa-

64 Cfr in questo senso Aletti, Colossiens 1.15-20, 87-93.


65 Cfr Foerster, eipllV01tOIC, 243-244; Spieq, P~Vll, fPllV01tOlC, 215-230.
66 Cfr Thayer, Lexicol1, ad voeem 2b.
54 Capitolo II

pienziale in particolare o biblico secondo una rilettura rabbinica67 Nes-


suna di queste ipotesi va esclusa per principio, anche se a motivo della
formazione paolina lo sfondo giudaico sembra essere il pi ovvio.
a) Coll, 15-20 alla luce del pensiero gnostico
Molti commentatori di Col 1,15-20, come si visto in esegesi, fanno
spesso riferimento alla dottrina gnostica a motivo dei suoi risvolti co-
smologici e per il riferimento alle potenze angeliche. In ogni caso, mi
sembra che sia da escludere una dipendenza letteraria stretta dallo gno-
sticismo: i pochi termini gnostici che si possano riscontrare nell'inno e
nella lettera in genere possono avere anche una spiegazione non gnosti-
ca. E' possibile, per, che Paolo, combattendo un errore gnosticizzante,
si sia servito di una terminologia vicina alla gnosi 68 Ci pu essere con-
fermato dal fatto che Paolo dice di combattere una certa "filosofia" che
serpeggiava all'interno della comunit ecclesiale di Colossi69
In base a Col 2, tale "filosofia" sembra riguardare un culto latreuti-
co alle potenze angeliche che non solo dirigono il cosmo, ma anche lo
dominano. Cos configurato, l'errore della comunit non necessaria-
mete un errore gnostico, tranne a voler prestare a Paolo e ai suoi fedeli
colossesi del I sec. d. C. una cosmologia e un'angelologia propria dello
gnosticismo del II sec. d. c.. Infatti, sappiamo benissimo che Paolo in
Gal 4,3.9 parla degli (J'tmxe'a 'tO\) KOcrl!OU (gli elementi del mondo) sen-
za far alcun riferimento ad alcuna dottrina gnostica; tutt'al pi fa riferi-
mento al giudaismo apocalittico che abbondava in riferimenti ad esseri
celesti che presiedevano agli astri e a certi fenomeni del cosmo. La stessa
terminologia dell'inno non va necessariamente interpretata alla luce del-
la dottrina gnostica, ma come sembra pi probabile alla luce della sa-
pienza giudaico-biblica. Cos, possibile che termini come 1tpOrco'tOKo,
1trlPffil!a, EtKroV ecc. possano evocare concetti gnostici, ma in ogni caso
in maniera ridotta e approssimativa. Anzi, si pu vedere nel Cristo, "pri-
mogenito di ogni creatura" l'immagine dell' Urmensch, dell' Uomo Ar-
chetipo 70, capo di tutto il cosmo, che, disceso dal cielo, riassume in s

67 Burney, "Christ as the ARCH of creation", 160-177; Manns, "Col 1,15-20", 100-
110; Davies, Paul and Rabbinic Judaism, 147-176.
68 Kiisemann, "Begriindet der neutestamentliche Kanon", 219; Wright, "Poetry and
Theology", 451-452.
69 Cfr Grech, "L'inno cristologico di Col l'', 87-89; inoltre, Lohse, Colossesi, 237-
244.
70 In verit, l'esegesi antica, dominata totalmente dal pensiero greco, interpreta i n
Col 1,15-20 55

tutto il cosmo, lo pacifica riconciliando gli eoni e la terra e risalendo al


1tArlProllCX ristabilisce l'unit essenziale del cosmo stesso 71.
b) Coll, 15-20 alla luce della tradizione giudaico-biblica
A prima vista, neppure la tradizione giudaico-biblica (Proverbi, Si-
racide, Sapienza; Baruch) ed extra biblica (Filone, Pseudo-Aristea) di
stampo ellenistico, lontana da una simile idea: in essa l'Uomo Archeti-
po viene identificato ora con la Sapienza ora con il LogoS72. Ma la tradi-
zione giudaica in generale e biblica in particolare non si fermano solo
ad una tale evocazione, ma offrono dei paralleli formali e contenutistici
al nostro inno che vanno approfonditi per capirne meglio il sens0 73 .
l) Il rapporto cosmo - storia della salvezza 74 Tale rapporto pre-
sente in tutta la Bibbia: dalla prima pagina del Genesi 75 all'ultima pagina
dell' Apocalisse. Dio crea il mondo e nella potenza del suo amore lo fa
"buono"; Dio ricrea "cielo e terra" e nella forza del suo amore reden-
tore li riconcilia a s e li rende "giusti"76. Quindi, la rivelazione biblica
legge il rapporto cosmo - storia della salvezza in maniera globale: il
creato ha un senso nel piano divino, opera dell'amore del Dio creatore

diversi modi questa figura dell'Uomo Archetipo. Cos, Origene e altri pensano che le
"idee" di tutte le cose si trovano in Cristo come nella loro causa esemplare; altri, facendo
appello alla distinzione tra mondo intelligibile e mondo sensibile, sostengono che
Cristo l'Archetipo universale, nel quale erano contenute le idee di tutte le cose che
vengono all'esistenza; altri, richiamandosi al Logos filoniano, ritengono che il Cristo
sarebbe da concepire come l'Anima del mondo; infine, facendo riferimento alla conce-
zione gnostica, altri lo identificano con la figura del "Redentore redento" (Sanders, The
New Testament Christological Hymns, 79-80).
71 Cfr anche Grech, "L'inno cristologico di Col l", 90; Sanders, The New Testament
Christological Hymns, 75-79.
72 Cfr anche Grech, "L'inno cristologico di Col 1",90-91.
73 Su questo punto confrontare le buone osservazioni critiche di Sanders, The New
Testament Christological Hymns, 79-87; Wright, "Poetry and Theology", 452-458,
anche se attribuisce eccessiva importanza alla ricerca dci Bumey. Di particolare interes-
se mi sembra la seguente osservazione: nell'esaminare lo sfondo giudaico, non bisogna
considerare solo una corrente di tale tradizione, ma vederla possibilmente nelle sue varie
sfaccettature (p. 453). In tal senso va pcr esempio G. Schimanowski, Weisheit IInd
Messias, Tiibingen 1985.
74 Feuillet, "La cration de r Univers 'dans le Christ''' 1-9; Barbour, "Salvation and
Cosmology", 257-271; Marangon, "Rapporti tra cosmo e storia della salvezza", 13-35;
Montagnini, "Linee di convergenza", 37-56.
75 Cfr Manns, "Col 1,15-20", I 00-11 O lo ritiene un "midrash cristiano" su Gen l, l .
Cfr anche Pollard, "Colossians 1,12-20", 195-203.
76 Cfr le buone osservazioni di Marangon, "Rapporti tra cosmo e storia della salvezza",
24.
56 Capitolo II

e salvatore, esso partecipa alla sinfonia di lode e di gloria della manife-


stazione dei figli di Dio. Esso non isolato, ma tende all'unit essenziale
di tutta la creazione. Ma ci non avviene per una forza intrinseca al
creato, ma per la potenza creatrice e salvatrice della Parola di Dio che lo
chiama dal caos della inesistenza all'ordine della esistenza.
Incontriamo, cos, nell'espressione "Parola di Dio" la prima forma
di mediazione 77 , che pi tardi assumer, all'interno del giudaismo bibli-
co di stampo ellenistico, il carattere personificato del "Logos creatore"
o della "Sapienza creatrice". In ogni caso, il rapporto cosmo - storia
della salvezza non si delucida portando una serie di testi pi o meno
probanti da mettere a confronto poi con Col 1,15-20, ma rilevando lo
spirito evocatore che essi vogliono suscitare nel lettore attento. In tal
senso, la Parola creatrice, il Logos creatore o la Sapienza creatrice, l'Uo-
mo Archetipo, esprimono tutti la stessa idea: la ricerca del principio uni-
ficatore di tutte le realt create: dagli esseri inanimati all'uomo; del prin-
cipio unificatore della creazione del cosmo e della sua storia: una sola
storia di salvezza.
Tale riflessione biblico-sapienziale determinante per la comprensio-
ne profonda di Col 1,15-20, dove il Cristo presentato come il "primo-
genito della creazione" (aspetto cosmologico) e come "l'inizio, il pri-
mogenito di tra i morti" (aspetto storico-salyifico). In tal senso, Cristo
il principio personale unificatore che crea e fa sussistere il cosmo, che
salva e riconcilia il cosmo con se stesso e con Dio78 Risulta chiaro allora,
anche da un punto di vista strutturale, che l'elemento decisivo di tutto
l'inno il rapporto, continuamente sottolineato tra a:tl1o e 't 1tUv'ta., tra
il cosmo e Cristo, che lo crea, lo fa sussistere, lo riconcilia con Di0 79
2) Testi sapienziali e Col 1,15-20. La maggioranza degli studiosi di
Col 1,15-20 ammette uno stretto rapporto tra l'inno e alcuni testi sapi-
enziali veterotestamentari, quali Prov 8,22-31, Sir 24,3-12, Sap 7,22-
8,18. L'importante, comunque, non tanto il trovare qua e l, all'inter-
no dell' AT, dei paralleli formali, quanto di entrare nello spirito che ani-
ma sia i testi dell'AT citati sia il testo dell'inno. Si impone, cos, un esa-
me attento dei vari testi e del loro contesto e del milieu culturale che li

77 Marangon, "Rapporti tra cosmo e storia della salvezza", 24-33.


78 Cfr in tal senso anche Niccacci, La casa della sapienza, 137-176.
79 Montagnini, "Linee di convergenza", 40-44.
80 Per questi testi e altri di matrice sapienziale riferentisi al problema cfr Schima-
nowski, Weisheit und Messias, 17-85; Edwards, Jesus the Wisdom oJ God, 19-68.
Col 1,15-20 57

ha prodotti.
Prov 8,22-31 81 : questa autopresentazione della Sapienza82 mette in
evidenza alcuni elementi importanti di confronto con l'inno:
- La Sapienza personificata: parla, presenta se stessa come inizio
dell'operare divino, concepita, generata e costituita da Dio8~, al suo
fianco quale architetto 84 di tutta l'opera di Dio, lieta e si diletta dinanzi
alla sua opera e soprattutto di stare con i figli dell'uomo.
- La Sapienza preesistente: dal v. 22 al v. 26 un martellare conti-
nuo quest'idea di preesistenza e di eternit della Sapienza 85 , mentre dal
v. 27 al 31 essa a fianco di Dio per ordinare, quale esperto architetto,
tutto il cosmo voluto da lui86 .
- La Sapienza inizio 87 delle opere di Dio: inizio eterno del disegno

81 Per Prov 8,22-31 cfr Vischer, "L'hymne de la Sagesse", 175-194; Aletti, "Pr 8,22-
31",25-37; Bartina, "La Sabiduria in Pr 8,22-36", 5-31; Gilbert, "Le discours de la
Sagesse en Pr 8", 202-218; Conti, "Natura della Sapienza", 43-66; Schimanowski,
Weisheit und Messias, 26-38; Niccacci, La casa della sapienza, 144-147.
82 Prov 8,22-31 si inserisce in una pi vasta autopresentazione della Sapienza,
precisamente nel contesto di 8,1-9,6: a) 8, I-II: la Sapienza invita gli uomini ad ascol-
tare la sua voce, ad accogliere la sua istruzione, per divenire prudenti e da inesperti as-
sennati; b) 8,12-21: le virt della Sapienza i suoi molteplici benefici: essa possiede
prudenza, intelligenza, consiglio, buon senso, potenza, giustizia, equit e timore del Si-
gnore; assicura successo nella vita, capacit di governo nella giustizia e nella rettitu-
dine, riempie di beni quanti la amano; c) 8,22-31: la Sapienza creatrice del cosmo, che si
diletta dell'opera di Dio e di stare con i figli dell'uomo; d) 8,32-36: la Sapienza, maestra
e dispensatrice di vita; 9,1-6: invito conclusivo della Sapienza a mangiare il suo pane, a
bere il suo vino, ad abbandonare la stoltezza, ad andare diritti per la via dell'intelli-
genza. Per una struttura simile cfr Conti, "Natura della Sapienza", 44.
83 Sul vocabolario genetico di Prov 8,22-31 cfr Conti, "Natura della Sapienza", 45-47.
84 Il tennine iii.lt;li ('tExvi 'tT], artifex, architetto) deve essere preso nel senso di una
persona capace di preparare progetti e di attuarli praticamente (cfr Conti, "Natura della
Sapienza", 51-53).
85 Conti, "Natura della Sapienza", 49-50, che fa coincidere preesistenza ed eternit. lo
credo che i due concetti vanno tenuti separati, ponendo l'accento non tanto sull"'atem-
poralit" della Sapienza, quanto sulla sua preesistenza presso Dio.
86 Il concetto di cosmo, a mio parere, va precisato, sia all'interno dell'inno di Prov
8,22-23 sia in Col 1,15-20. Esso, infatti, non riguarda la creatura inanimata, ma anche
gli esseri animati e in particolar modo "i figli di Dio", gli uomini (v. 31).
87 Sul senso del tennine l'n:!1 cfr le buone osservazioni di Conti, "Natura della Sa-
pienza", 47-49. Certamente, il tennine preso senza alcuna detenninazione e quindi pu
avere diversi sensi: inizio, primizia, punto di partenza e, in senso genetico, primoge-
nito. Questo senso molto interessante nel confronto con Col 1,15-20, ma, essendo un
predicativo dell'oggetto, forse meglio mantenere il suo senso proprio: "inizio", che
poi l'esegesi pu esplicitare.
58 Capitolo Il

di Dio e in quanto tale sua "primogenita"88 (v. 22), inizio temporale dei
tempi di realizzazione (vv. 23-26), inizio esecutivo di ciascuna opera al-
l'interno dell'ordine del cosmo (vv. 27-30).
- La Sapienza il principio unificatore del cosmo in tutte le sue
dimensioni: inanimata, animata e personale. Tutto ha inizio da lei e tutto
in lei riceve forma, ordine, consistenza e finalit.
Sir 24,3-21 89 . Si tratta di un autoelogio della Sapienza sotto forma
innica, che da una parte conclude la prima parte del libro del Siracide e
dall'altra introduce la seconda parte di esso. In tal modo, rappresenta il
punto centrale90 del pensiero sapienziale di Ben-Sira: tutto trova unit,
coesione e guida per la vita nella Sapienza-Tora. Alcuni elementi di
questo autoelogio della Sapienza91 possono essere utili per un confronto
con l'inno di Col 1,15-20:
- La Sapienza personificata: essa appartiene a Dio, procede da lui 92 ,
ma distinta da lui, la sua Parola93 , il suo "alito"94 che ricopre la terra.
- La Sapienza la Parola creatrice preesistente: essa era presso Dio,
fu creata all'inizio, prima del tempo (Sir 24,9), aveva la sua dimora sta-
bile nelle altezze del ciel095 e il suo tron0 96 in una colonna di nubi 97 ,

88 Conti, "Natura della Sapienza", 47-49.


89 Su Sir 24,3-21 cfr Virgulin, "Elogio della Sapienza", 465; Minissale, Siracide, 124-
125; Schimanowski, Weisheit und Messias, 44-61; Schnabel, Law and Wisdom,
Tiibingen 1985; Conti, "Origine divina della Sapienza", 9-42; Niccacci, La casa della
sapienza, 149-151.
90 Cfr in questo senso Minissale, Siracide, 124; Conti, "Origine divina della
Sapienza", IO.
91 Sir 24,3-21 si inserisce nella seguente cornice letteraria: a) Sir 24,1-2: introduzione
all'autoelogio; b) Sir 24,3-4: la Sapienza presso Dio; c) Sir 24,5-6: la dimora della
Sapienza nel cosmo; d) Sir 24,7-11: la dimora della Sapienza in Israele; e) Sir 24,12-17:
grandezza e splendore della Sapienza; f) Sir 24,18-21: invito della Sapienza.
92 Per l'espressione "uscire dalla bocca dell' Altissimo" cfr Conti, "Origine divina della
Sapienza", 11- 13.
93 Minissale, Siracide, 125; Conti, "Origine divina della Sapienza", 14.
94 Il termine OlltXll pu indicare la "nebbia", il "vapore", la "nube", l'''alito''. Nel no-
stro testo, dato che la Sapienza "esce dalla bocca di Dio", il senso migliore quello di
"alito". In tal senso, la Sapienza, in quanto Parola, il segno concreto della presenza
creatrice di Dio (cfr anche Sap 7,25-26; inoltre, Conti, "Origine divina della Sapienza",
13-14 ).
95 Cfr l'analisi di Conti, "Origine divina della Sapienza", 15-16.
96 La Sapienza, proprio perch procede da Dio, assisa su un trono presso Dio (Sap
9,4.10-17) e partecipa della sua regalit (cfr anche Conti, "Origine divina della
Sapienza", 16-17).
97 La "colonna di nube" indica la presenza potente di Dio (Es 14,21-22; Sap 10,17-18)
e quindi il fondamento stabile su cui poggia il trono della Sapienza. Leggermente diversa
Col 1,15-20 59

entrambi segno della presenza e della potenza divina della Sapienza.


- La Sapienza ha il dominio sul cosmo: esso si estende nel cielo, negli
abissi, sul mare e sulla terra; essa domina sulle realt cosmiche come sui
popoli e le nazioni98
- La Sapienza pone la sua tenda tra il popolo di Dio, in' Israele: in
esso mette radici, cresce, stende i suoi rami, produce i suoi frutti 99 ; in
esso esercita l'ufficio profetico (24,8-9), l'ufficio sacerdotale (24,10),
l'ufficio regale (24, Il), per mostrare al popolo di Dio, quale albero del-
la vita, tutta la sua magnificenza e la sua vitalit, per spandere in esso la
sua soavit e la sua fragranza lOo , per rivolgere a coloro che la amano il
suo invito a saziarsi dei suoi frutti di gloria, di grazia e di ricchezza e a
seguirla per il cammino della giustizia.
Sap 7,22-8,1 101 . La pericope fa parte del lungo discorso (Sap 7,1-
8,21) con cui Salomone tesse l'elogio della Sapienza divina 102. In essa
viene descritta soprattutto la natura divina della Sapienza e la sua attivit
cosmical03 Alcuni elementi sono certamente interessanti per il nostro
confronto con l'inno di Col 1,15-20 e si possono cos enucleare:
- La Sapienza personificata: uno spirito, emanazione della poten-
za di Dio, effluvio della sua gloria, irradiazione della sua luce eterna,

l'interpretazione di Conti, "Origine divina della Sapienza", 16-18.


98 Anche qui, il tennine "cosmo" non deve essere inteso solo in senso restrittivo, ma
in senso pieno, cio come comprendente le "realt cosmiche" e l'uomo, verso cui Dio ha
una speciale predilezione; inoltre, il testo parla di "ogni popolo e nazione", cio
dell'uomo nelle sue detenninazioni concrete di razza, di lingua e di costumi.
99 Notare il climax di Sir 24,11-17 con cui l'autore esprime la grande vitalit della
Sapienza (Conti, "Origine divina della Sapienza", 31-32).
100 Molti profumi, di cui si paria in Sir 24,15, erano usati nel culto (cfr Es 30,23.34-38)
e, pertanto, sottolineano l'ufficio sacerdotale della Sapienza, la quale soprattutto diffon-
de il suo profumo "come vapore d'incenso nel santuario'" (cfr Minissale, Siracide, 127;
Conti, "Origine divina della Sapienza'", 32).
101 Conti, Sapienza, 116-122; Schimanowski, Weisheit und Messias, 74-79; Niccacci,
La casa della sapienza, 154-157.
102 La cornice letteraria di 7,22-8, I si configura nel seguente modo: 6,22-25: intro-
duzione al discorso sulla Sapienza; 7,1-6: la natura umana di Salomone, paradigma per
ogni uomo; 7,7-12: Salomone chiede la Sapienza come il tesoro inesaurabile, incalcola-
bile e imperituro; 7,13-21: proposito di Salomone di comunicare a tutti la Sapienza;
7,22-8,1: natura divina della Sapienza e sua attivit cosmica; 8,2-21: la Sapienza, fonte
di vita e consigliera di virt; 9,1-18: preghiera di Salomone per avere la Sapienza
(Conti, Sapienza, 109 e 111).
103 La struttura di 7,22-8,1 abbastanza semplice: 7,22-24: attributi e funzioni della
Sapienza; 7,25-26: origine e natura divina della Sapienza; 7,27-8,1: l'attivit
uniticatrice della Sapienza (cfr anche Conti, Sapienza, 116).
60 Capitolo Il

specchio tersissimo della sua attivit, immagine della sua bont; per
questo ad essa vengono attribuiti una serie di 21 attributi, che indicano
la sua eminente perfezione e sottolineano la sua intimit con Dio (7,23.
25.27), la sua collaborazione nell'opera creatrice (7,22; cfr 7,12: "ma-
dre di tutte le cose"; 7,21: "artefice di tutto"; 7,26; 8,4.6), la sua attivit
benefica, rinnovatrice, santificatrice a favore degli amici di Dio (7,23.
27-28; cfr 7,14).
_ La Sapienza eterna: essa infatti "irradiazione della luce eterna"
(7,26), per questo anche uno "spirito immutabile e fermo" (7,23) e
inoltre, "pur essendo unica, pu tutto, restando in se stessa, rinnova ogni
cosa" (7,27).
_ La Sapienza principio di coesione di tutte cose: essa, infatti,
"unica" (7,22.27), ma nello stesso tempo "molteplice" (7,22), per
questo penetra tutti gli spiriti (7,23), pervade, penetra e rinnova ogni
cosa (7,24.26), entrando nelle anime prepara gli amici di Dio e i profeti
(7,27.28).
_ La Sapienza domina il cosmo: essa si estende da un confine all 'al-
tro dell'universo e lo governa con rettitudine.
In conclusione, dai testi analizzati mi sembra che risulti evidente che
lo sfondo letterario di ColI, 15-20, pi che quello gnostico, sia quello
dei testi della Sapienza veterotestamentaria. Tali testi sono riletti da Pao-
lo alla luce di Cristo e rappresentano la struttura portante del suo pensie-
ro. Da essi egli ricava una figura molto ricca e variegata della Sapienza
divina, personificata, increata, creatrice, reggitrice del cosmo e degli
uomini, principio unificatore di tutte le cose, che da essa hanno inizio e
per mezzo di esse sussistono e operano l04

104 Secondo Dunn, Christology in the Making, 168-176, tale conclusione non sarebbe
possibile per tre motivi: l) a causa dello stretto monoteismo giudaico; 2) a motivo di
alcuni testi sapienziali che affermano chiaramente che Dio che crea tutte le cose e quin-
di la sapienza non altro che un modo poetico di esprimere la sapienza ordinatrice di Dio
stesso; 3) perch, se attribuiamo una qualche entit personale alla "sapienza", dobbia-
mo farlo anche per altre espressioni con cui si indica la potenza di Dio: per esempio: "il
braccio di Dio", "la mano destra di Dio". Credo che il concetto di "monoteismo", di cui
si serve Dunn, non sia quello biblico veterotestamentario, neppure nella sua conforma-
zione giudaico-sapienziale (cfr Bonsirven, "Judaisme", 1149-1163; Schimanowski,
Weisheit und Messias, 17-205; Nobile, Premesse, 47-62), ma probabilmente si serve
del concetto giudaico-rabbinico che si determin alla luce della polemica giudaico-
cristiana (comunque, a tal riguardo cfr anche Philipson, "Monotheism", 659-661;
Urbach, The Sages, 19-65; Schimanowski, Weisheit und Messias, 207-303). Infatti, il
concetto biblico di "monoteismo" non un dogma astratto, ma una confessione di fede
Co/I,15-20 61

2) La cristologia di Col J, J5-20


Sia l'esegesi che la ricerca dello sfondo culturale hanno mostrato la
grande ricchezza cristologica di Col 1,15-20. L'analisi esegetica, mi
sembra, ci permette di scoprire tre direttive cristologiche fondamentali
su cui si muove l'inno della Lettera ai Colossesi: precisamente, i titoli at-
tribuiti a Cristo, il ruolo che egli riveste all'interno del piano cosmico-
salvi fico di Dio e in conseguenza il primato assoluto che Cristo assume
all'interno di tutta la creazione e della storia universale dell'uomo. Tre
direttive che, coniugandosi dinamicamente tra loro, offrono una visione
unitaria del mistero di Cristo: egli il principio personale di incontro tra
realt cosmica e realt umana, principio di coesione, di dinamismo e di
unit di tutta l'opera di Dio, principio di amore e per questo di vita, di
riconciliazione e di salvezza. Proprio per questo, la migliore lettura della
cristologia di Col 1,15-20 non pu venire dal mondo ellenistico o gno-
stico, anche se a volte molto vicino nell'espressione termino logica, ma
dal mondo biblico-sapienziale che gli fa da sfondo e che ci permette
una lettura sintetica molto ricca e profonda del mistero di Cristo e del
suo primato universale. Di pi: seguendo lo stile dei testi sapienziali,
l'autore di Col 1,15-20 non ha trovato un modo migliore di presentare
tale mistero se non nella forma innica, poesia e canto a Cristo, sapienza

che salvaguarda il fedele dal cadere nel politeismo pagano. Esso, quindi, non riguarda la
vita intima di Dio, ma l'agire di Dio nei nostri confronti. Pertanto, riconoscendolo
come "unico", professiamo che egli il nostro creatore, il nostro aiuto, il nostro libe-
ratore, ecc. Proprio a motivo di un tale "monoteismo funzionale", il giudaismo ha
potuto ammettere non solo degli esseri intermedi e angelici, ma anche delle vere e
proprie "realt preesistenti" alla creazione del mondo e al concreto effettuarsi della
storia della salvezza a favore dell'uomo: la parola di Dio, lo spirito, la gloria, la
shekina, la legge e, tra di esse, anche la sapienza, che manifestno l'unico Dio e la
potenza e sapienza del suo agire (cfr anche il punto di vista giudaico di Wyschogrod, "A
Jewish Perspective on Incarnation", 195-209). Cos, mi sembra strano affermare che,
perch vi sono dei testi che attribuiscono la creazione del mondo direttamente a Dio,
essi annullano quelli che parlano della "sapienza creatrice" che opera accanto a Dio.
Infine, non credo che la "sapienza", cos come viene descritta dai libri sapienziali, sia da
mettere in paragone con certe espressioni metonimiche come il "dito di Dio", il "braccio
potente di Dio" ecc. La metonimia antropologica di tali espressioni non ha nulla da fare
con la personificazione della sapienza creatrice e ordinatrice di Dio: essa generata da
Dio, opera accanto a lui, agisce da "architetto di Dio". Non si tratta di una "prosopopea",
un modo poetico per indicare un intervento diretto di Dio. La sapienza non Dio stesso,
ma realizza ci che Dio vuole, lo ordina e lo porta al pieno compimento. Comunque, lo
stesso Dunn, The The%gy o[ Pau/, 267-277, dopo le tante reazione suscitate, sembra
essere pi prudente nell'esprimersi; almeno pi prudente di qualcuno che lo segue troppo
da vicino: cfr per esempio, McGrath, "Change in Christology", 39-50.
62 Capitolo II

di Dio, mediatore universale di riconciliazione, capo 10 CUI tutto e tutti


trovano esistenza, consistenza e vita.
a) I titoli di Cristo
Ed proprio dello stile innico accumulare dei titoli per esaltare il
personaggio che 1'inno celebra. In tal senso, Col 1,15-20, non solo
una riflessione teologica o cristologica, ma preghiera di lode e di ringra-
ziamento a Dio e al Figlio del suo amore (Col 1,12-13), canto di esalta-
zione del ruolo cosmico-salvifico di Cristo, lode a lui quale capo in cui
abita la pienezza della divinit (Col 1,19; 2,9), a lui che tutto compone in
unit, tutto conduce a salvezza, tutto pacifica per mezzo del sangue della
sua croce (Col l,20). Lode, preghiera, riflessione, pertanto, si intrecciano
tra loro, per esaltare Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di
ogni creatura venuta all'esistenza e alla salvezza, capo della realt creata
e soprattutto riconciliata con Dio.
1) Cristo, immagine del Dio invisibile
Il primo titolo, o la prima lode, che l'inno attribuisce a Cristo con-
densato nell'espressione: "immagine del Dio invisibile". Senza negare
tutte le implicazioni "ontologiche" che esso comporta, bisogna ricono-
scere che in base al contesto esso assume in primo luogo una chiara di-
mensione funzionale: Cristo "immagine del Dio invisibile", perch ci
fa conoscere Dio che crea il cosmo, stabilisce per esso un piano di sal-
vezza, ci rivela il suo amore nella creazione, nella redenzione, nella
remissione dei peccati (Coll, 13), nella riconciliazione (Coll,20) e nella
partecipazione al regno del Figlio del suo amore (l, 13). Pertanto, mi
sembra che il titolo "immagine del Dio invisibile" non va solo letto
all'interno dell'inno, ma anche e soprattutto all'interno del suo contesto
immediato e pi precisamente alla luce di Col 1,12-14, a cui esso fa
diretto riferimento.
In base a ci, il titolo "immagine del Dio invisibile" attribuito al
"Figlio del suo amore" di cui si parla in l, 13 e a cui il relativo di 1,15
fa diretto riferimento. L "'immagine del Dio invisibile" , pertanto, in
collegamento con "il Diletto" (Ef 1,6), con il "il Figlio diletto" (Mc
9,7; Mt 17,5), nel quale il Padre si compiaciuto (Mc l, Il; Mt 3,17; Lc
3,22) di far abitare la pienezza della sua divinit (Col 1,19; 2,9) e nel
quale viene rivelato tutto il suo amore per il creato e per gli uomini.
"L'immagine di Dio" il "Figlio", che manifesta il Padre e il suo a-
Co/l,15-20 63

more. Ci va sottolineato, non tanto per dare man forte a questa o a


quella scuola teologica (tomista o scotista)I05, ma per concretizzare me-
glio l'identit del personaggio di cui si parla nell'inno. Egli una per-
sona unica, non divisibile tra M'Yo acra.pKo e M'Yo EVcra.pKO, tra "Fi-
glio preesistente" e "Figlio incarnato": di tali distinzioni non c' alcu-
na traccia nell'inno. Il "Figlio" uno ed agisce nella sua preesistenza
per attuare l'opera di amore del Padre e nella sua incarnazione per ri-
conciliare gli uomini al suo amore.
Visto, poi, alla luce dello sfondo sapienziale anticotestamentario, il
"Figlio" assume in s non solo tutti i contorni della Sapienza creatrice:
personificazione, preesistenza, origine divina, dominio universale su tutte
le cose, principio di unit e di coesione di tutta la realt creata materiale
e spirituale, ma assume anche quelli propri dell' azione soteriologica del
Padre (1,12-14). Egli il "capo del corpo" (l,18a) in quanto ha il pri-
mato su tutte le cose (l, 17a.18d), in lui abita la pienezza della divinit
(2,9), in lui si attua la riconciliazione e la pacificazione universale delle
cose tra loro e con Dio (1,20; Ef 2,14-18), egli il capo della Chiesa
(1,18a), l'inizio dei risuscitati alla nuova vita (l, l8c), del popolo di Dio.
Cristo infatti, in quanto "Figlio, immagine del Dio invisibile", partecipa
al potere creatore del Padre e al suo potere soteriologico e nello stesso
tempo lo rivela a noi. Cos, nel "Figlio" possiamo conoscere il Padre e
il mistero del suo amore per noi e per tutta la sua creazione. Egli
"immagine" di Dio in tutto l'insieme del eTU.ta. divino, nella creazione
e nella redenzione. Egli generato dal Padre quale suo "primogenito"
prima della creazione di ogni cosa e prima della redenzione di tutte le
cose; egli agisce nella creazione, gli d consistenza e finalit; egli opera
nel popolo di Dio, lo riconcilia e lo pacifica con Dio, gF d unit e coe-
sione con tutta la creazione. In una parola, egli l'immagine dell'amore
del Padre, perch nella sua funzione mediatrice ce lo rivela e ce ne rende
partecipi.
2) Primogenito di ogni creatura
Cos106, il "Figlio" ci manifesta in primo luogo l'amore del Padre

105 Cfr in questo senso Feuillet, Le Christ Sagesse de Dieu, 200-202, che si attarda a
discutere se hanno ragione i tomisti o gli scotisti, anche se riconosce che il testo non d
appoggio n agli uni n agli altri.
106 Con Vanni, "Immagine del Dio invisibile", 111-112: il collegamento asindetico dei
due titoli: "immagine del Dio invisibile" e "primogenito di ogni creatura", considera i
64 Capitolo II

verso tutte le cose create, verso la "creazione". E il termine KTIO'U; non


va preso solo nella sua connotazione passiva di creatura quale "effetto
de Il 'atto del creare", ma anche nella sua connotazione attiva quale azio-
ne amorosa di Dio l07 che crea tutto per mezzo del Figlio e in vista del
Figlio (1,16)108. In tal senso, il secondo titolo, attribuito al "Figlio":
"primogenito di ogni creatura", assume un senso pregnante. Egli, in-
fatti, stato "generato prima" dell'azione creatrice del Padre e in lui e
per mezzo di lui Dio ha creato tutto il cosmo, le cose del cielo e della
terra, le visibili e le invisibili, i troni e le dominazioni, i principati e le
potest, in una parola "tutte le creature" di Dio, effetto della sua azione
d'amore (1,15-16). Nel Figlio, inoltre, l'amore creatore del Padre si ma-
nifesta come azione provvidente e finalizzante, perch "tutte le creature
di Dio" trovano nel Figlio esistenza, consistenza e coesione: "Egli
prima di tutte le cose, e tutto in lui ha consistenza, egli il capo del
corpo" (l, 17-l8a).
Ma non solo il termine "creazione" ha un senso pregnante, ma an-
che e soprattutto il termine "primogenito". E ci perch il termine
"primogenito" in relazione al Padre indica la preesistenza, la genera-
zione eterna e l'origine divina del Figlio: egli appartiene al Padre da
sempre, il Diletto in cui il Padre si compiaciuto, in cui ha riversato la
pienezza del suo amore divino e nel quale ha stabilito il suo piano eter-
no d'amore; in relazione alle creature, poi, "primogenito" indica la
mediazione creatrice del Figlio rispetto a tutte le creature del cosmo e in
particolare degli uomini: egli l'inizio della creazione, il principio di
unione e di coesione di tutte le creature, il fine ultimo verso cui tutto il
cosmo tende e trova pace e unit con Dio.
3) Primogenito di tra i morti
Tale mediazione del Cristo non si manifesta solo a livello del cosmo,
ma soprattutto a livello ecclesiale 109 Formalmente lo si pu stabilire in
base a due elementi letterari del testo: l) in base al genitivo epesegetico
"della Chiesa" aggiunto all'espressione "Egli il capo del corpo"

due titoli come uniti tra loro e rappresentanti "un unico campo semantico delimitato
progressivamente da due linee convergenti".
107 In Col 1,16 l'aoristo Kttcr91l e il perfetto Kncr'W.l sono passivi teologici, che si
richiamano all'azione creatrice di Dio: Dio che crea per mezzo e in vista di Cristo.
108 Allo stesso modo anche Vanni, "Immagine del Dio invisibile", 109.
109 Per un collegamento tra i titoli di Col 1,15 e di Col l, 18b cfr anche Vanni,
"Immagine del Dio invisibile", 112, anche se con diversa argomentazione.
Col 1,15-20 65

(l,18a), stabilendo cos uno stretto rapporto tra cosmologia ed eclesio-


logia: la creazione tende verso la sua determinazione ultima divenendo il
"corpo ecclesiale" di Cristo; ci si precisa meglio 2) in base alla per-
manenza del termine "primogenito", che mantiene tutta la sua ampiez-
za semantica: il "Figlio" "primogenito" in rapporto al Padre, perch
egli l'inizio della nuova vita nella resurrezione (1,18b), della Eoolcia
del Padre, che nel Figlio ha stabilito sin dall'eternit la nostra liberazio-
ne dal potere delle tenebre (1,13), la riconciliazione rappacificando con
s tutte le creature per mezzo del sangue del suo Figlio (1,20), la nostra
partecipazione alla sorte dei santi nella luce (l,12) e al regno del Figlio
del suo amore (1,13). Contemporaneamente, il Figlio "primogenito"
in rapporto "(a coloro che sono risuscitati) di tra i morti", divenendo
per loro capo (l,18b), riconciliazione (1,19), pacificazione (1,19; 2,14),
partecipazione all'eredit dei santi (1,12) e al suo regno (1,13). Il termi-
ne "primogenito", comunque, non ha pi qui un senso generazionale,
ma una dimensione soteriologica ed ecclesiologica insieme: il Figlio
"primogenito" perch "inizio" (pxi!) di tutta l'opera salvifica del
Padre, perch "capo" (KElj>aAi!) della Chiesa formata da tutti coloro che
in lui sono risuscitati a vita nuova, riconciliati, rappacificati e santificati
dall'amore di Cristo e del Padre.
4) Capo del cosmo e della Chiesa
Derivato dai precedenti titoli, quale loro corollario formale e conte-
nutistico, l'ultimo titolo, che l'inno attribuisce a Cristo, quello di "ca-
po del cosmo e della Chiesa". Formalmente, esso scaturisce dal senso
metaforico di eccellenza e superiorit che assumono i termini "primo-
genito", "inizio", "capo" all'interno dell'inno: il Figlio, perch "im-
magine del Dio invisibile", non ha solo una priorit temporale (l, 17a)
rispetto alla creazione e al cosmo redento, ma soprattutto una priorit di
eccellenza e di superiorit (1,17-20), che lo rende origine, fondamento,
capo di tutte le realt create e redente. Contenutisticamente, il titolo di
"capo" si rif alla Sapienza che, in quanto reshit (inizio, primogenita,
capo), domina, d fondamento e guida uomini e cose nella giustizia e
santit.
In tal senso, i tre termini precedenti esprimono tre aspetti differenti
della superiorit del Figlio nel piano cosmico-salvifico di Dio: primoge-
nito, infatti, sottolinea la relazione intima che intercorre tra il Padre e "i l
Figlio del suo amore", relazione che lo rende "immagine del Dio invi-
66 Capitolo II

sibile", perch manifesta a noi il mistero creatore e redentore dell' amo-


re del Padre; inizio rimarca la superiorit del Figlio nel piano d'amore
di Dio, in quanto egli la causa agente efficiente da cui tutto ha origine,
unit e coesione (l, 16-17): la creazione e la redenzione, egli l'origine
e il fondamento della Chiesa e del tempo della Chiesa; capo mette in
rilievo la superiorit regale del Figlio (l,B) rispetto al cosmo e alla
Chiesa 110: Cristo non solo all'origine e d consistenza al cosmo e alla
Chiesa, ma soprattutto egli colui che domina, determina, dirige e d vi-
ta a tutta la realt creata e redenta. Ma egli soprattutto capo, perch ci
rende partecipi del suo regno, in cui godiamo della libert dal potere
delle tenebre, del bene della riconciliazione con il Padre e della remis-
sione dei peccati, dell' eredit dei santi nella luce, della pace universale
con cui Cristo ci rende fratelli tra noi e figli dell 'unico Padre. Egli il
primo e ha il primato su tutte le cose.
b) Il ruolo cosmico-salvifico di Cristo
Da tutte le considerazioni esposte, mi sembra che il ruolo di Cristo in
Col 1,15-20 vada descritto sotto due angolazioni differenti, anche se
complementari: il ruolo cosmico-salvi fico di Cristo nella creazione e il
ruolo cosmico-salvi fico di Cristo nella riconciliazione. Non si tratta di
due ruoli, ma di un unico ruolo cosmico-salvifico: Cristo, "immagine
del Dio invisibile", mostra ai credenti I I I il piano misterioso d'amore di
Dio, che si manifesta nella creazione e ancor di pi nella riconciliazione.
l) Il ruolo cosmico-salvifico di Cristo nella creazione
La prima parte de Il 'inno si sofferma a descrivere il ruolo di Cristo
nella creazione con delle espressioni preposizionali molto pregnanti: in
lui sono state create tutte le cose (1,16), tutte le cose sono state create per
mezzo di lui (1,16), tutte le cose sono state create in vista di lui (1,16),
tutte le cose sussistono in lui (l, 17b). Attraverso questo alternarsi di pre-
posizioni, l'inno ci presenta diverse sfumature del ruolo di Cristo nel

IlO Mi sembra giusto sottolineare con Feuillet, Le Christ sagesse de Dieu, 225, che
questo titolo stato posto nell 'inno per colpire la particolare dottrina colossese sugl i
angeli: essi, per quanto creature superiori al creato e agli uomini, sono sottomesse a
Cristo, che a capo di tutte le cose che sono in cielo e sulla terra, "visibili e invisibili,
sia troni che dominazioni, sia principati che potest" (Col 1,16).
111 Come risulta dal contesto di Col 1,9-14 e 1,23, il mistero dell'amore creatore e
salvi fico di Dio proposto alla contemplazione dei cristiani n, in maniera pi larga, ai
credenti.
Col 1,15-20 67

piano della creazione di Dio, Ciascuna di esse, pertanto, un tassello per


comprendere meglio e in profondit la ricchezza dell'azione cosmico-
salvifica di Cristo,
a) Tutto stato creato nel Cristo Ges
Come si visto sopra in esegesi, l'espressione v umql e una form u-
la pregnante di senso, cio potrebbe assumere: a) senso causale-strumen-
tale o ministeriale: "per mezzo/per opera di lui" e tale senso si accorde-
rebbe molto bene con l'ambientazione sapienziale che normalmente si
d all'inno, ma allora Col 1,16f sarebbe una ripetizione inclusiva quasi
inutile; b) con senso locale-sociativo: "in lui", cio in stretta unione con
lui, principio di coesione di ogni realt creata: tutto stato pensato e
voluto nel Cristo ll2 . Nessuno dei due sensi deve essere sacrificato, perch
ciascuno di essi rappresenta una parte della grande ricchezza contenuti-
stica della formula pi ricorrente in tutto l'epistolario paolino: "nel
Cristo Ges". Tutto avviene in lui, tutto si svolge in lui, tutto trova il suo
orientamento in lui.
Non fa meraviglia, quindi, che anche la creazione, quale atto d'amore
di Dio, e le creature, quale effetto concreto del suo amore, hanno la loro
origine "nel Cristo". E' possibile che la formula unita al verbo "crea-
re" assuma principalmente il senso locale-sociativo: Dio crea il cosmo
"nel Cristo", cio in stretta unione con lui lo pensa, lo vuole, lo attua.
Cristo, in tal senso, diviene il luogo privilegiato in cui il Padre manifesta
il suo 8ll/lu, la sua volont di creare il cosmo; nello stesso tempo, il
Cristo anche la causa esemplare, in base alla quale il Padre d vita a
tutte le cose, e la causa ministeriale, per opera del quale il Padre manda
ad effetto il suo progetto d'amore. In altre parole, il Cristo il principio
di unit e di coesione di tutte le cose llJ : tutte le cose sono state stabilite
in lui, tutte hanno la loro forma e il loro fondamento in lui, tutte sono
state create per opera (e per amore) di lui.
Con ci il ruolo di Cristo assume quello dei testi sapienziali di Prov
8,26-30, nel quale Dio crea e stabilisce tutte le cose in intima unione con

112 E accettando anche l'esegesi di Rashi a Gen l, l: tutto stato pensato e voluto a
motivo c per amore di Cristo. Sarebbe un' ottima base esegetica per la visione scoti sta
del primato di Cristo. Comunque, per la storia dell'interpretazione cfr Feuillet, Le Christ
sagesse de Dieu, 202-210.
1L' Cfr in questo senso anche Feuillet, Le Christ sagesse de Dieu, 206, anche se tenta di
restringere il senso a questa sola interpretazione di "in lui".
68 Capitolo II

la Sapienza e avendola come suo "architetto" per dare forma e fonda-


mento a tutte le cose; di Sir 24,5, in cui la Sapienza, che procede dalla
bocca di Dio, ricopre tutte le cose come una nube, cio, fuori metafora,
quale presenza di Dio che "nella sapienza e per mezzo di essa" d a
tutte le cose fondamento sicuro e stabile; ma soprattutto di Sap 7,23-30,
in cui la Sapienza uno spirito che pervade ogni cosa, penetra in esse
rinnovando le e dandole forma e guidandole verso la pienezza della loro
esistenza. In Cristo, vera Sapienza di Dio, tutto trova vita, fondamento,
sicurezza, pace e stabilit nella giustizia e santit (cfr Prov 8,12-21; Sir
24,16.21; Sap 7,27).
ii) Tutto stato creato per opera di Cristo
Anche questa seconda affermazione dell'inno circa il ruolo cosmico-
salvi fico di Cristo fatta attraverso un' altra espressione preposizionale:
tutto stato creato Ot'(x'tou (Col 1,16f). La preposizione oui + genitivo,
trattandosi di una persona e non di uno strumento inanimato, deve
essere intesa della causa agente efficiente ministeriale che agisce come
intermediario nell'azione del creare: Dio che crea, ma crea per opera
del Figlio. Pertanto, in Col l, l6f viene ripreso ed esplicitato con chiarez-
za il ruolo mediatore del Cristo, componente essenziale dell'espressione
pregnante "tutto stato creato in lui" di 1,16a. Tale ruolo , in primo
luogo, permanente, come suggerisce la variazione tra l'aoristo fK'ttcr91l
(fu creato) e il perfetto EK'ttcr'tat ( stato creato): Cristo mediatore non
solo nel momento in cui Dio formava tutte le cose "nel Figlio", ma egli
rimane tale per chiunque contempla l'opera creatrice di Dio 114. Inoltre,
essendo Cristo causa agente efficiente ministeriale, egli unito stretta-
mente al Padre: egli opera insieme al Padre e la creazione opera del
Padre e del Figlio. Per questo, il ruolo di Cristo dinamico: attua il
piano del Padre e lo porta al suo compimento e alla sua perfezione.
La mediazione di Cristo, in tal modo, riletta alla luce dei testi
yeterotestamentari della Sapienza creatrice, per mezzo della quale tutto
stato creato. Anche se qualcuno esprime dei dubbi sul termine "archi-
tetto" di Proy 8,30, chiaro che la Sapienza gioca un ruolo molto dina-
mico nell'opera della creazione, come fanno fede Proy 3,19-20: "Il
Signore ha fondato la terra con la Sapienza"; Sap 7,21: "essa artefice
di tutte le cose" (cfr anche 8,6); Sap 8,26: "(La sapienza) uno spec-

114 Per il valore del perfetto in Col 1,16 cfr Fanning, Verbal Aspect, 153-154; 293-295.
Col 1,15-20 69

chio senza macchia dell'attivit di Dio"; Sap 9,1-2: "Dio dei padri e Si-
gnore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la
tua sapienza hai formato l'uomo". Tale ruolo dinamico della Sapienza
non visto come subordinato: essa appartiene a Dio, procede dalla sua
bocca (Sir 24,3), emanazione della sua potenza, effluvio genuino della
sua gloria, riflesso della sua luce perenne, specchio della sua attivit,
immagine della sua bont (Sap 8,26-27). Essa eterna come colui che
l'ha generata (Prov 8,23-24), sempre presente (Sir 24,9), presso di lui,
nell 'attuazione delle sue opere (Prov 8,26-30).
La rilettura sapienziale dell'inno molto attenta e vuoI mettere in
evidenza non solo la mediazione di Cristo nella creazione di tutti gli
esseri del cielo e della terra, ma anche che tutti gli esseri trovano in lui,
come nella Sapienza divina, la loro origine, la loro unit, la loro coesio-
ne. La mediazione divina, dinamica ed eterna di Cristo il fondamento
della nostra esistenza e del nostro destino ultimo.
iii) Tutto stato creato in vista di Cristo
Proprio per questo Paolo coniuga la mediazione di Cristo con l' 0-
rientazione di tutte le creature verso Cristo. Egli la causa finale verso
cui tutto tende. In ci vi certamente un superamento del ruolo della
Sapienza. Lo stesso Paolo pone spesso come fine ultimo di tutte le cose
Dio: "Poich da lui, grazie a lui e per lui (ei a'tov) sono tutte le cose.
A lui la gloria nei secoli" (Rom Il,36); "Per noi c' un solo Dio, il Pa-
dre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui (e a'tov), e un solo Si-
gnore Ges Cristo, per opera del quale tutto esiste e noi per opera sua".
Ma qui, in Coll,16f, il Cristo diviene la causa finale di tutto. L'idea pro-
babilmente motivata, come si visto dalle speculazioni rabbiniche sul
Messia: "tutto il mondo stato creato in vista del Messia" (R. Johan-
nan). Ci, a mio parere, significa che la creazione, in quanto deve la sua
origine alla mediazione di Cristo e ha in lui la sua forma e il suo prin-
cipio di consistenza, orientata alla sua Signoria, destinata al suo regno
(Col 1,13). In tal senso, si avrebbe una coincidenza con lCor 15,25-28:
"Bisogna che egli regni e tutto gli sia sottomesso, allora egli consegner
il regno al Padre, affinch Dio sia tutto in tutti". Allora, abbiamo questo
senso: tutto orientato a Cristo come Cristo orientato al Padre; tutto
trova unit in Cristo e in lui con il Padre.
70 Capitolo II

2) Il ruolo cosmico salvifico di Cristo nella riconciliazione


La seconda angolazione, con cui l'inno presenta il ruolo cosmico-
salvifico di Cristo, quella della "riconciliazione", intesa nel suo senso
pi ampio di tutta l'opera storico-salvifica di Cristo. Proprio per questo,
in essa va incluso tutto il mistero di Cristo: dall'incarnazione alla morte
e resurrezione. In base a ci il mistero personale di Cristo visto in ma-
niera funzionale, in quanto non ci parla tanto dell' incarnazione, della
morte o della resurrezione, ma di ci che essi hanno prodotto nel piano
d'amore del Padre, che vuole riconciliare a s tutte le cose, sia quelle
della terra che quelle del cielo (l,20), ci vuoI rendere partecipe dell' ere-
dit dei santi (1,l2) e del Regno del Figlio del suo amore (l,13).

i) "In lui si compiacque di far abitare tutta la pienezza"


Al di l di tutte le divergenze di costruzione che la frase comporta, mi
sembra che il senso esegetico e anche quello teologico trovano un punto
fermo ancora una volta nell' espressione preposizionale "in lui". Il suo
senso mi sembra che in 1,19 sia solo quello locale: Cristo il luogo in
cui "la pienezza di Dio (= Dio)" si compiaciuta di manifestarsi al-
l'uomo e a tutte le creature del cielo e della terra; oppure, se si preferi-
sce Dio come soggetto della frase: Cristo il luogo in cui Dio si
compiaciuto di far abitare la sua "pienezza", cio, in base a Col 2,9, la
pienezza della sua divinit. Nell'uno e nell'altro caso, il riferimento al-
l'incarnazione del Figlio, quale manifestazione concreta del piano di
salvezza di Dio per il mondo. Ci ha un parallelo molto significativo
con la Sapienza che trova la sua delizia tra i figli dell 'uomo e pone la
sua tenda in Israele, tra il popolo di Dio. I! Cristo incarnato, in base a
tale parallelo, la presenza concreta di Dio in mezzo alla creazione e in
mezzo al suo popolo.
I! nesso causale (o'n) tra 1,19 e l, 18b, allora, si arricchisce di un
nuovo senso. I! Cristo "inizio" e "primogenito di tra i morti", perch
con la sua incarnazione d inizio al piano salvi fico del Padre e attraverso
essa veniamo generati alla nuova vita. Cos, il Cristo non solo l'inizio
della creazione, ma anche e soprattutto della nuova creazione, che trova
nell 'incarnazione del Figlio la prima manifestazione concreta della pre-
senza di Dio in mezzo al suo popolo. Siamo in presenza di un 'intuizio-
ne teologica formidabile, che conferisce all 'incarnazione il suo giusto
ruolo cosmico-salvi fico. Una tale prospettiva la si pu leggere, fatte le
dovute differenze di prospettiva, anche in Gal 4,4-5, in cui l' incarnazio-
Col 1,15-20 71

ne nella pienezza del tempo si coniuga perfettamente con la soterio10gia,


divenendo il principio dinamico della nostra liberazione e del nostro es-
sere partecipi alla figliolanza divina. Cos, proprio l'incarnazione l'ini-
zio del nostro divenire "conformi all'immagine del Figlio", affinch
Cristo sia "il primogenito tra molti fratelli" (Rom 8,29). "In lui", nella
sua incarnazione, l'uomo non solo gode della presenza gioiosa e fecon-
da del suo Dio, ma esperimenta anche tutta la ricchezza del suo amore
misericordioso che lo libera dal potere delle tenebre, lo redime dal pec-
cato, lo fa partecipe della sorte dei santi e lo introduce nella luce e nel
regno del suo Figlio diletto (Col 1,12-14). L'incarnazione, pertanto
l'inizio del piano d'amore del Padre e il Cristo l'inizio della nostra
nuova vita di figli e di comunione con Dio.
ii) La riconciliazione per opera e in vista di Cristo
Il ruolo di Cristo, se ha inizio nell'incarnazione, ha per il suo centro
portante nell'opera della "riconciliazione". Il verbo U1tOKu"CuAMlaaro
un termine paolino (Ef 2,16), intensivo del pi comune KU"CaAAUaaro
(Rom 5,10-11; Il,15; 2Cor 5,18-20); entrambi indicano l'opera della
redenzione, giustificazione e santificazione che Dio ha operato per ope-
ra del Cristo. In tal modo viene riconfermato il ruolo cosmico-salvifico
di Cristo: egli la causa agente efficiente ministeriale per opera del qua-
le il Padre opera la "riconciliazione". Questa, in base al testo e al suo
contesto, da riferirsi alla liberazione dal potere delle tenebre, alla
redenzione e remissione dei peccati (Col 1,13-14). Di pi: l'azione
con cui il Padre, liberandoci dal potere oscuro del peccato, ci redime e ci
rende partecipi della figliolanza divina nel Cristo e per opera di lui
partecipi della sorte dei santi e del regno del suo Figlio diletto (Coll, 12-
13). In altre parole, l'espressione preposizionale "per opera del Cristo"
indica il ruolo redentore del Cristo e, in base a 1,20b, pi precisamente il
suo sacrificio redentore.
N ormalmente nei testi paolini succitati Cristo riconcilia gli uomini
con Dio, per questo alcuni esegeti interpretano Ei u'tov di 1,20 come e-
quivalente di un dativo di termine: Dio riconcilia a s tutte le cose attra-
verso l'opera mediatrice e redentrice di Cristo. Altri interpreti, stabilen-
do un parallelismo con l, 16f, danno ad Ei u'tov un senso finale: "i n
vista di lui": Dio non solo realizza la riconciliazione per opera di Cristo,
ma anche in vista di Cristo. Egli, infatti, nel piano salvifico di Dio non
solo la causa agente ministeriale, ma anche la causa finale verso cui tutto
72 Capitolo II

si orienta, trova forma e santit. In tal senso, Cristo, in quanto "inizio" e


"primogenito dei morti", inaugura il tempo ultimo della nuova creazio-
ne riconciliata per mezzo del sangue di Cristo e pacificata secondo la
cuBorla divina. Egli, quindi, l'inizio e il fine a cui tutta l'opera di Dio
tende incessantemente in una ricerca continua di pace e di armonia con
se stessa e con Dio. In lui, per lui e in vista di lui tutte le creature trovano
la pace, perch egli la nostra pace (Ef 2,14).
3) Il primato di Cristo
Da quanto detto fin qui, mi sembra che dall'inno scaturisca un'ulti-
ma tematica: il primato di Cristo. Esso rappresenta il culmine e la sintesi
di tutto il pensiero cristologico di Col 1,15-20. In esso Cristo ha un
triplice primato: un primato assoluto, un primato di eccellenza, un pri-
mato universale 115.
Cristo il primo, perch egli prima di tutte le cose (1,17), della terra
e del cielo, delle visibili e delle invisibili (1,16). Egli, infatti, il Figlio
diletto (1,13), immagine eterna del Dio invisibile (1,15), che era presso il
Padre e per mezzo del quale tutto ha ricevuto esistenza e vita (1,16.17).
Per questo egli il "primogenito di ogni creatura" (1,15), perch inizio
della creazione di Dio (1,16-17), il "primogenito di tra i morti" (1, l8c),
perch inizio della nuova vita secondo la resurrezione e la redenzione da
lui operata (1,19-20). Egli il capo del corpo (1,18a), perch tutto in lui
trova consistenza, unit e coesione (1,17), ma soprattutto capo della
Chiesa (1, 18a), perch in lui e in vista di lui, inizio e primogenito della
resurrezione e della nuova creazione (1, 18bc), Dio si compiaciuto di
far abitare nell'incarnazione la pienezza della sua divinit (1,19; 2,9),
manifestando (immagine) a tutti gli uomini la bont del suo piano d'a-
more; si compiaciuto di riconciliare tutti gli esseri a s (1,20a), quelli
della terra e quelli del cielo (1 ,20c), pacificandoli (1 ,20b), ricostituendo
nel Cristo la loro unit perduta a causa del peccato (1,14) e rendendo l i
degni dell'eredit e del regno (1,12.13).
Cristo capo (1,18), perch egli l'inizio (1, 18b), il primogenito
(1,15 .18b) e colui che presiede a tutte le cose (l, 17a.18c). In lui e per

115 Per un approccio simile, ma articolato diversamente, cfr Aletti, Colossiens /./5-20,
93-94; Karris, A Symphony, 78-80, che vi trovano sei modi di esprimere il "primato di
risto": di eminenza, di universalit, di unicit, di totalit, di priorit, di compimento.
E chiaro che un modo, a volte molto sottile, di esprimere gli stessi concetti che qui ho
sintetizzato in tre momenti.
Col 1,15-20 73

opera di lui tutte le cose hanno origine (1,16), consistenza (l, 17b) e fine
(l,16f.20a). Egli ha il primato, perch Dio in lui ha fatto abitare la
pienezza (1,19) della sua divinit (2,9) e per opera di lui e in vista di lui
ha stabilito la nostra redenzione (1,14), riconciliandoci e rappacifican-
doci (l,20) nel suo amore infinito e misericordioso. Nel mistero totale di
Cristo - incarnazione (1,19), morte (l ,20b) e resurrezione (l, 18b) - tutte
le creature formano il suo corpo (1, 18a) e insieme a lui partecipano
all'unica Chiesa (l,18a), che canta l'inno di lode a Dio e a Cristo (1,15-
20), Figlio del suo amore (1,13).
Cristo Re dell'universo, perch possiede un regno d'amore (1,13) e
di luce (1,12), a cui tutte le creature prendono parte (1,13), perch in lui
abbiamo ricevuto la redenzione, la remissione dei peccati (1,14), la libe-
razione dal potere delle tenebre (1,13), perch il Padre ci ha resi degni
di avere parte a questa eredit dei santi (1,12). Ma non solo gli uomini
sono chiamati a far parte della Signoria di Cristo, ma tutte le creature vi-
sibili e invisibili, troni e dominazioni, principati e potenze (1, 16.20c), so-
no state create per opera di lui e in vista di lui (l, 16af) e tutte sono state
riconciliate e rappacificate per opera di lui e in vista di lui (1,20), in
modo che egli abbia il primato assoluto e universale su tutte le cose
(l,18c)116.
3) La teologia di Col 1,15-20
Col 1,15-20 ha un carattere certamente cristologico. Ci non signifi-
ca, per, che nell 'inno non vi siano anche degli aspetti teologici molto
rilevanti, che da una parte danno la giusta dimensione della cristologia e
dall'altra ci permettono di rilevare il quadro teologico globale in cui la
cristologia dell'inno si inserisce ll7 Tale quadro teologico globale ha
due momenti forti:
a) Dio creatore del cosmo. E' un aspetto che risalta in maniera evi-
dente dall'analisi di Col 1,16, che in maniera inclusiva pone l'atto della
creazione del cosmo tra due passivi teologici: K'tlcr811 - EKncr't<Xt (l, 16a;
1,16f). La causa agente originante di tutto il cosmo, di ogni creatura del
cielo e della terra, delle creature visibili e invisibili, come delle potenze

116 A tale proposito cfr le buone applicazioni pratico-pastorali di Edwards, JeslIs the
Wisdom 01 Cod, 69-171; Karris, A Sympholly, 83-89.
117 Di diverso avviso sembra Aletti, Colossiells /./5-20, 45, per il quale "Dieu - nella
nostra pericope - est pass sous silence" e si sforza di minimizzare qualsiasi dato
teologico presente nella pericope. Ma la sua interpretazione mi sembra non solo esage-
rata, ma anche non tiene eonto del contesto in eui l'inno di Col 1,15-20 stato inserito.
74 Capitolo II

angeliche (l, 16b-d), il Padre. Da lui scaturisce la vita, sia come pro-
getto d'amore sia come attuazione attraverso l'opera del Figlio. Il Padre
e il Figlio sono uniti intimamente nell'atto della creazione, tanto che il
Figlio non altro che "l'immagine del Dio invisibile" (l, 15), cio colui
che manifesta nella creazione l'atto d'amore (1,12-13) del Padre che
progetta la creazione e la mette in atto, la concretizza per opera del
Figlio e la orienta verso il Figlio (1, 16af), perch "nel Figlio" (1,16)
trovi il suo scopo (1, 16f), la sua unit (l, 17a.18a), la sua coesione
(1, 17b) e il suo fondamento stabile (1, 16a). Tutte le creature e tutti gli
esseri hanno, cos, la loro origine dal 8l1J.1a divino, dalla volont co-
smico-salvifica del Padre.
b) Dio salvatore del cosmo. Il secondo momento forte de Il 'inno da
ricercare nella eooKia divina (1,19), che intende riconciliare tutti gli es-
seri a s (1,20). Nonostante la dimensione cosmica che l'inno offre in
Col 1,20c, mi sembra che Col 1,15-20 mantenga la normale teologia
paolina della riconciliazione: il soggetto del riconciliare il Padre (1,19-
20) e la riconciliazione ha luogo tra Dio e gli uomini in primo luogo e
in senso subordinato anche con tutti gli esseri della terra e del cielo
(1,20; cfr Rom 8,18-26), mediatore della riconciliazione il Cristo
(1 ,20abc). Ma anche il contenuto interno della riconciliazione paolino,
come dimostrano sia il testo di Coll, 19-20 come il contesto di Col 1,12-
14. In base ad essi, infatti, la riconciliazione ha il suo punto di origine
nell'azione del Padre (1,19), che nel Cristo (1,19a), per opera di Cristo
(l,20) e in vista di Cristo (1,20a) ci libera (l,13), ci redime (1,14), ci of-
fre la remissione dei peccati (1,14), ci dona la sua pace (1,20b), ci rende
degni della sorte dei santi (l, 12) e ci fa partecipe del regno del suo Fi-
glio diletto (1,13). Inoltre, come si detto, la riconciliazione ha il suo
punto forte nel mistero di Cristo: incarnazione (1,19), morte (l ,20b) e
resurrezione (l, 18b). Nella totalit del suo mistero, pertanto, il Cristo di-
viene per volont del Padre (1,19) il primogenito dei risuscitati da morte
(l, 18b) per introdurli nella vita nuova, inizio (1, 18b) della pacificazione
universale (1 ,20b) per ristabilire l'unit di tutti gli esseri, capo del corpo
che la Chiesa (l, 18a), punto culmine della comunione di Dio con gli
uomini, stabilito per mezzo della mediazione universale di Cristo.
CAPITOLO III
EF 1,3-14

IL DISEGNO SAL VIFICO DI DIO NEL CRISTO GES

Benedetto () il Dio e Padre del Signore nostro Ges Cristo, che


ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo,
poich ci ha scelto in lui prima della fondazione del mondo, per es-
sere santi e immacolati al suo cospetto nell 'amore, predestinandoci
alla figliolanza adottiva per opera di Ges Cristo in vista di luilper
s, secondo il beneplacito della sua volont, a lode gloriosa (lett. di
gloria) della sua grazia con la quale ci ha gratificato nel Diletto. In
lui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione
dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che egli ha fatto
abbondare per noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci co-
noscere il mistero della sua volont secondo il suo beneplacito, che
prestabil in lui in vista dell 'amministrazione della pienezza dei tem-
pi, di ricapitolare/raccogliere sotto un capo tutte le cose nel Cristo,
quelle nei cieli e quelle sulla terra. In lui, nel quale anche siamo
stati scelti/messi a parte predestinandoci (o essendo stati predestina-
ti) secondo il disegno di colui che opera potentemente secondo la
decisione della sua volont, affinch noi, che abbiamo sperato pri-
ma nel Cristo, fossimo a lode della sua gloria. In lui anche voi, a-
vendo ascoltato la parola della verit, il vangelo della vostra sal-
vezza, in lui, avendo anche creduto, foste segnati con lo Spirito salI-
to della promessa, che caparra della nostra eredit in vista della
redenzione della (sua) acquisizione a lode della sua gloria.

Analisi letteraria
l) Contesto
L'inno di Ef 1,3-14 segue immediatamente il praescriptum (1,1-
2) della Lettera agli Efesini, occupando il posto che di norma Paolo
riserva al ringraziamento (Rom 1,8; lCor 1,4-8; 2Cor 1,3-7; Fil 1,3-
76 Capitolo III

lO; Col 1,3~8; 1Tess 1,2-5; 2Tess 1,3-10; Fm 4-7)1. Questo risulta
come un prolungamento della lode che Paolo rivolge a Dio per
l'azione di grazia che opera in mezzo agli Efesini, divenendo insie-
me alla benedizione un'introduzione alla prima parte della lettera
(2,1-3,19), che a sua volta si conclude inclusivamente con una
dossologia a Dio che opera nel Cristo e nella Chiesa (3,20-21).
2) Delimitazione della pericope
L'inno inizia in 1,3 con una formula di benedizione e si prolun-
ga in una serie ininterrotta di participi (1,3b; 1,5; 1,9), di proposizio-
ni relative (1,7; 1,8; 1,11; 1,13; 1,14), causali (l,4) e infinitive finali
(1,4b; 1,12), che determinano l'unit formale dell'inn02 A causa di
ci, l'unica vera cesura si ha con il t 't01)'to di 1,15, dove inoltre si
passa dalla benedizione al ringraziamento ("non cesso di ringrazia-
re") introdotto con il soggetto al singolare (eyro). Anche il contenu-
to di 1,3-14 unico: la lode al Padre per il suo piano salvifico ("il
beneplacito della sua volont", cfr 1,5; 1,9; 1,11), che porta a com-
pimento nella redenzione (1,7; 1,14) nel e per opera di Cristo (1,3.4.
5.6.7.9.10 11.12.13) e per mezzo dello Spirito promesso (1,3; 1,13-
14) a lode della sua gloria (1,6; 1,12; 1,14).
3) Genere letterario
Ef 1,3-14, dal punto di vista della forma, lina eulogia a Dio, una
proclamazione di lode per il piano di salvezza stabilito dalla benevo-
lenza del Padre, realizzato per la mediazione del Cristo e portato a
compimento dall'azione teleologica dello Spirito. Sia per la forma
che per il contenuto si ispira a delle forme inniche dell' AT che han-
no inizio con baruk 'elohe Jahw (cfr SI 31,22; 144,1; Tob 13,1
ecc.) o del giudaismo (cfr 1QM XIII,2; Shema; Shemone 'esre)3. An-
zi, la eulogia cristiana ha la sua origine proprio dalla berakah giu-

A causa di ci, Penna, Efesini, 82, lo ritiene "come blocco a s stante i n


funzione di proemio".
2 Cfr anche l'analisi di Schlier, Efesini, 48-49; Grelot, "La structure", 194-195.
Norden, Agnostos Theos, 253 nota I, ha scritto esagerando alquanto: "E' il pi
mostruoso conglomerato di frasi che io abbia incontrato nella lingua greca". Tale
giudizio sembra essere troppo pesante e in qualche modo stato ridimensionato da
Robbins, "The Composition of Eph 1:3-14",677-687. Inoltre, la letteratura paoli-
na conosce altri periodi molti lunghi e complicati alla maniera di quello di Ef 1,3-
14, basta cfr Rom 1,1-7; 12,4-8.9-13; 2Cor 10,3-6; 11,24-29; ecc. In ogni caso,
l'inno di Ef 1,3-14 ha un suo fascino, che non deriva tanto dalla fonna, ma dai suoi
contenuti, espressi in fonna ritmica (cfr anche Penna, Efesini, 83).
3 Schlier, Efesini, 52-55; Cambier, "La bndiction", 60-61; Deichgraber,
Gotteshymnus und Christushymnus, 40-43; Montagnini, "Christological Feat-
ures", 530; Grelot, "La structure", 200; Fabris, "Il piano divino", 511-523.
EI1,3-14 77

daica4 Nel NT, solo due inni incominciano con la fonnula "Bene-
detto Dio": precisamente il Benedictus5 e il nostro inno di Ef 1,3-
146 Nonostante questi riferimenti fonnali, bisogna riconoscere che
Ef 1,3-14 non ha la fonna propria di un salmo7, a cui invece si rif
certamente il Benedictus, ma quella delle composizioni di "prosa
ritmata" che si incontrano nell'epistolario paolino (Fil 2,6-11; Col
1,15-20; Ef 2,14-18; Rom 8,31-39) e nel Prologo di Gv 1,1-18.
In Ef 1,3-14, infatti, si riscontrano gli stessi fenomeni gi registra-
ti negli "inni paolini": il ritmo incalzante delle frasi, un vocabolario
alquanto ricercato e fonnato di parole perispomene8 , il parallelismo
dei membri di frase, le assonanze verbali, poco uso delle particelle di
connessione, molto uso dei participi per creare collegamenti (1 ,3b.5.
9.11.13), ripetizioni di fonnule come "secondo il beneplacito della
sua volont" (1,5.7.9) o "a lode della sua gloria" (1,6.12.14)9 e il
ripetersi martellante, anche se variato nelle fonne pronominali: "i n
lui", "nel quale", della fonnula molto cara a Paolo: "in Cristo"
(1,3.4.5.6.7.9.10-11.12.13)1.
L'importanza di tale fonnula, nell'insieme dell'inno, fa s che Ef
1,3-14, nonostante la sua dimensione trinitaria ll , deve essere conside-
rato come un inno cristologico l2 Infatti, l'elemento cristologico il
cuore o la base portante della benedizione del Padre e dell'azione
santificatrice dello Spirito. Tutto avviene "nel Cristo" e "per mezzo
del Cristo": "in lui", il Diletto (1,6), il Padre rivela il suo disegno
benevolo (1,6; 1,9; 1, Il) di salvare tutti gli uomini, renderli santi e

Cfr Lyonnet, "La bndiction", 341-352; Penna, Efesini, 106.


Cosi Schlier, Efesini, 53; contrario Cambier, "La bndiction", 60.
Comunque, fonnule eulogiche, simili a quella di Ef 1,3 e poste all'inizio delle
rispettive lettere, si trovano anche in 2Cor 1,3 e I Pt 1,3, ma non fanno parte di
inni, anche se 2Cor continua con una certa prosa ritmata.
7 Cambier, "La bndiction", 60; Fabris, "II piano divino", 513, ammette invece
che l'autore "si ispirato liberamente alle composizioni bibliche dei salmi e degli
inni dell'ambiente giudaico".
8 Cio con accento circontlesso alla tine; se ne contano ben 35 e anch 'esse deter-
minano un certo ritmo, specialmente in tinale di frase (cfr Innitzer, "Der Hymnus i n
Eh 1,3-14",612-621; Penna, Efesini, 83).
9 Cambier, "La bndiction", 98; Montagnini, "Christological Features", 537-
538, la ritengono una "formula-ritornello", avente tnzione strutturante.
IO Cfr Montagnini, "Christological Features", 535-537, che lo ritiene elemento
strutturante del brano; di diverso avviso Schlier, Efesini, 49-50 nota 4: incerto
Cambier, "La bndiction", 66-67 e 98-99.
Il Cfr anche Coutts, "Ephesians 1.3-14", 117-118; Barth, Ephesians /-3, 101.
12 Schlier, Efesini, 56-57; Cambier, "La bndiction", 66-67; Montagnini.
"Christological Features", 538-539. In contrario, Deichgriiber, GotteshYl1lll/ls /Ind
Christushymnus, 65-76, seguendo Conzelmann, lo ritiene: "eine Meditation liber
das Thcma 'Gott in Christus"'; Lincoln, Ephesians, 43: 'The theocentric pers-
pectivc rcmains dominant".
78 Capitolo III

figli (l,4-5), e li ha segnati con il sigillo dello Spirito (1,13) in vista


di divenire sua speciale propriet (1,14); "per mezzo di Cristo" ot-
teniamo la redenzione (1,7.14), la remissione dei peccati (1,7), la
ricchezza della grazia divina (l, 7), la conoscenza del mistero (l,8-9).
In tal senso, la formula "in Cristo" conserva la sua pregnanza se-
mantica ed esprime tutta la ricchezza dell'opera redentrice e salvifica
del Cristo: non solo il suo ruolo di mediatore l3 nel piano divino del
Padre, ma anche il centro portante di tutta l'opera salvi fica di Dio l4
difficile dire quale sia l'ambiente proprio dell' inno, anche se
quello liturgico sembra il pi probabile, stando anche a ci che si
legge in Ef 5,19-20 e Col 3,16-17 15 Ma, a causa di questi testi, risul-
ta arduo voler attribuire quest'inno (e anche gli altri inni paolini)
alla liturgia battesimale o alla catechesi pre-battesimale I6 Quest'ul-
tima ipotesi potrebbe essere verosimile, dato che Paolo si serve degli
inni o all'inizio di una parenesi (Ef 1,3-14.15-2,lO) o all'interno di
essa (Fil 2,1-18; Col 2,9-29). In ogni caso, essa serviva per dare fon-
damento alla dottrina che si stava esponendo.
4) La struttura letteraria
A. Ef 1,3: Introduzione della eulogia
l) v. 3a: Dio oggetto della nostra benedizione
Eoyrrt 8E Kat n:a'tllP 'COD Kupiou 1lj.Hl)V 'IllO'OD XplO''tOD,
2) v. 3b: Dio soggetto della nostra benedizione
EoYrlO'a 1l)l<X v n:cXO'l] Eoyi<;x 1tVEUllanKlJ
v 'tOt n:oupaVtOl
v XptO''teP,
B. Ef 1,4-6: Eletti per essere santi e figli
1) v. 4a: il motivo della eulogia: l'elezione
Ka8l ;E.;<X'tO 1lIlU v a'teP n:p Ka'tapol1 KOO'Il0U
2) vv. 4b-5: scelti per la santit e la figliolanza
cl Val 1lIlU ayiou Kat cXllcOllOU K<X'tEVc01ttOV a'toD v YcXn:l],

13 Per questa interpretazione cfr Cambier, "La bndiction", 66-67.


14 Sch1ier, Efesini, 57.
15 Cambier, "La bndiction", 66-67; Barth, Ephesians 1-3, 98; Montagnini,
"Christological Features", 530-531; Penna, E(esini, 107.
16 Secondo Schlier, Efesini, 96-99, Ef 1,3-14 allude certamente al battesimo e alla
liturgia battesimale, anche se l'inno in se stesso non un "inno liturgico", ma un
"brano omogeneo, composto (J{! hoc, di genere innico, in ritmica prosa d'arte" (p.
51); cfr anche Coutts, "Ephesians 1.3-14", 124-127; Grelot, "La structure", 203-
206; Montagnini, E(esini, 73-74.
EI1,3-14 79

rrpooptO"a T)JlU Ei Ut08EO"taV cSt 'IllO"OU XptO"'tau Ei alYCov,


K<X'! 'tT]V EOOKtaV 'tau 8EiJJl<X'!o a'tou,
3) v. 6: il fine ultimo dell'elezione
Ei E1tatvov 06~l1 'tf1 Xapt 'to a'tou
~ Xapl 'troO"EV T)JlU v 't4'> T)Y<X1tllJlvql.
C. Ef 1,7-10: I benefici apportati da Cristo
l) VV. 7-8: la redenzione
'Ev iP fxOJlEV 'tT]v arrou'tproO"tv cSt 'tou a'iJla'ta a'tau,
'tT]V a<EO"t v 'trov rraparr'troJla'trov,
Ka't 't rrou'ta 'tf1 Xapt 'to a'tau
~ rrEplO"O"EuO"Ev Ei T)JlU,
v rraO"1] O"o<t<x Ka <poviJO"Et,
2) vv. 9-lO: la conoscenza del mistero
yvroptO"a T)JlLV 't JluO"'tiJptOV 'tou 8EiJJla'ta a'tau,
K<X'! 'tT]v EOOKtaV a'tau
llv rrpo9no v a't4'>
d OiKOVOJltav 1:0U rrllPWJla1:0 1:rov KatproV,
avaKE<aatwO"a0"9at 1: rrana v 1:4'> XptO"1:4'>,
1: bit 'taL opavot Ka 't rr 1:f1 yf1 v a't4'>.
D. Ef 1,11-14: giudei e pagani segnati con lo Spirito di salvezza
l) vv. 11-12: i giudei scelti per primi
'Ev iP Ka KllPw811JlEV
rrpoopt0"9V1:E Ka't rrpo8EO"tv 'tau 1: rrav't<X vepyouv'ta
K<X'! 1:T]v ~ouT]v 'tau 9EiJJla'ta a'tau
e 1: dvat T)IlU e Errat vov 06~l1 a'tau
'ta rrpollrtt K<)'];a v 1:4'> XptO"1:4'>.
2) v. 13: i pagani segnati con lo Spirito della promessa
'Ev iP Ka uJld
1:V Myov 1:f1 a118eta,
1: eayytOv 1:f1 O"ro1:11pta uJlrov,
v iP Ka rttO"'teuO"av'te
O"<payt0"8111:E 1:4'> rrveulla'tt 'tf1 rrayyeta 1:4'> yt{fl,
3) v. 14: Conclusione: lo Spirito, caparra della nostra eredit
oO"'tt v ppa~)V 1:f1 KllPovoJlla T)Jlrov,
drrou'tproO"tv 'tf1rreptrrot iJO"ero,
Ei ErratVOV 'tf1 M~l1 all'Wl).
80 Capitolo III

Osservazioni suDa struttura l7


1) L'unit della pericope non difficile a dimostrarsi:
a) La pericope Ef 1,3-14 infatti, nonostante che sia stata divisa
dagli editori con punti e virgole, da un punto di vista grammaticale
un solo periodo; quindi la punteggiatura rispecchia solo il punto di
vista esegetico dell'editore che l'ha adottata l8 Cos, solo per rilevare
gli attacchi principali l9 : l) il KaOcb causale di 1,4 in stretto colle-
gamento con 1,3, in quanto offre la motivazione della nostra eulogia
a Dio; 2) l'infinito finale di 1,4b: etvat TtJ..la. e il participio congiun-
to: 1tpoOptcr<Xdi 1,5 sono entrambi da collegare strettamente con
~EAi~a'to di l,4a; 3) il pronome relativo v cP di 1,7 si aggancia
strettamente a v 'tcj) Ttya1tllJ..lvep di 1,6; quindi, pi che un punto nel
testo, ci saremmo aspettati una virgola; 4) dato che la proposizione
relativa secondaria nel discorso, il participio congiunto yvroptcr<X di
1,9 pu avere un duplice collegamento con ci che precede: o con il
verbo ltEPtcrcrEucrEvdella frase relativa secondaria di 1,8 o forse an-
che con l'~EAi~a'to di l,4a; 5) i pronomi relativi v cP di 1,11 e di

17 Per altri schemi di struttura cfr Cambier, "La bndiction", 103; Penna, Efesini,
85; lovino, "La conoscenza del mistero", 332-346; Fabris, "II piano divino",
514-515. Molto originale la struttura proposta da Grelot, "La structure", 201-209:
secondo l'Autore Ef 1,3a sarebbe un "refrain" da dover ripetere, almeno mentalmen-
te, in alcuni punti chiave dell'inno, in particolare dinanzi ai tre participi aoristi:
E'l.OYTlaadi I ,3b, 7tpooptaa di 1,5, yvroptaa di 1,9, che introducono delle strofe ri-
guardanti una lode a Dio, e dinanzi alle tre relative EV ciJ di 1,7.1 1.13, che introduco-
no delle strofe riguardanti l'opera di Cristo nel piano di Dio. L'ipotesi, che somi-
glia in parte a quella di Coutts, "Ephesians 1.3- \4", 115-127, molto industriosa ed
difficile negarla come anche ammettarla, dato che non sappiamo se realmente
questo "inno" o "prosa ritrnata" sia mai stata utilizzata per il canto ecclesiale. Inol-
tre, staccare Ef I ,3a da 1,3b un'operazione di convenienza, dato che il participio
attributivo E'l.OYTlaa di 1,3b strettamente unito a E>E Kal 1t<X-nlP, come rico-
nosce lo stesso Grelot (cfr anche Coutts, "Ephesians 1.3-14", 116); d'altra parte, i I
ltpooptaa di 1,5, e forse anche il yvroptaa di 1,9, va legato grammaticalmente ad
EE~a'to Tllii di 1,4 e solo contenutisticamente a 1,3a. Infine, l'ondeggiare del
"refrain" - ora applicato a Dio ora a Cristo - certamente un po' problematico, in
quanto l'inno si rivolge sempre direttamente a Dio che agisce nella storia della
salvezza per mezzo del Cristo. Per una visione d'insieme delle varie proposte cfr
Lincoln, Ephesians, 13-15; Montagnini, Efesini, 71-82.
18 Ho qui adottato il testo del K. Aland, senza per attribuire gran peso alla
punteggiatura da lui proposta. Inoltre, nel v. 14 ho adottato la lettura con il neutro o
piuttosto che quella con il maschile o, perch ritengo, non solo che meglio
testimoniata, ma perch sembra essere, in base al p46 e da alcuni codici dell 'it (b d),
la lettura pi antica che conosciamo. Barth, Ephesians /-3, 95-96; Lincoln, Ephes-
ians, 9-10, accettano invece quella con il maschile oc;, perch sembra essere "Iectio
difficilior". Comunque, se si esclude la testimonianza di a, gli altri codici (D 'l' e !In)
operano spesso cambiamenti sintattici anche per motivi non strettamente letterari,
per cui la loro lettura non del tutto certa.
19 Per un 'analisi pi dettagliata del brano cfr Lincoln, Ephesians, 11-12.
Ef 1,3-14 81

1,13, anche se nelle edizioni vengono staccati dal loro termine reg-
gente con dei punti, sono di fatto da collegare rispettivamente con v
a{ne!) di 1,1 O e con v 'te!) Xptcr'te!) di 1,12.
b) Altro elemento determinante per l'unit del brano la pre-
senza del "Cristo Ges"20: Dio presentato come ilrra'tilp 'tou K'O-
pio'O 1l/lIDV 'Illcrou Xptcr'tOu (l,3a), che ci ha benedetti v Xptcr'te!)
(l,3b), ci ha scelti v a'te!) (l,4), ci ha predestinati ad essere figli 8t
'Illcrou Xptcr'tOu (l,5), ci colm di grazia v 'te!) lyaJtll/lVCP (l,6), v q,
(1,7) abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati 8t 'tou
cii/la'tO a'tOu (1,7), ci svel il mistero della sua volont benevola
che aveva stabilito v a'te!) (l,9): ricapitolare tutte le cose v 'te!)
Xptcr'te!) (l, IOa), quelle del cielo e quelle della terra v a'te!) (l, l Ob);
v q, (l, Il) sono stati scelti i giudei che per primi hanno sperato v
'te!) Xptcr'te!) (1,12); v q, (1,13), dopo aver ascoltato e creduto nella
parola della verit, anche i pagani sono stati segnati con lo Spirito
santo della promessa.
c) Un terzo elemento di unit della pericope il pronome perso-
nale plurale 1l/lE1: lo si trova come soggetto sottinteso in 1,7.11 e
come soggetto delle infiniti ve finali di 1,4b.12; come genitivo pos-
sessivo nelle espressioni 'tou K'OptO'O 1l/lIDV di 1,3a e Tf\ KllPOVO/lta
1l/lIDV di 1,14; come accusativo lo si ritrova: in EOYrlcra 1l/la di
1,3b, in ,E,a'tO 1l/l<X di 1,4a, in rrpooptcra 1l/la di 1,5 e in
Xapi 't(OOEV 1l/la di 1,6; come dativo di termine o vantaggio in yvO)-
picra 1l/l1V di 1,9; e come complemento di favore nell'espressione ~
rrEptcrcrE'OcrEv Ei 1l/la di 1,8.
d) Un quarto elemento di unit della pericope sono le tre espres-
sioni: Ka't 'tilv EOOKtaV 'tOu 8Erl/la'tO a'tOu di 1,5; Ka't 'tilv
EOOKtaV a'tOu di 1,9; Ka't 'tilv ~o'Oilv 'tOu 8Erl/la'tO a'tOu di
l, Il, che sottolineano la costante dinamicit del piano di Dio nell' e-
conomia della storia della salvezza stabilita a nostro favore.
e) Un quinto elemento lo si riscontra anche nella triplice espres-
sione Et Errat vov 'tf 6,ll a'tou di 1,12 e 1,14 e, leggermente va-
riata: Et Errat vov 06,ll 'tf Xapt 'tO a'tOu di 1,6; esse rimarcano che
tutta la storia della salvezza ha un fine unico: la gloria di Dio Padre.
f) Un ultimo elemento degno di nota, sempre da un punto di vista
dell 'unit, la pleroforia delle due espressioni simili21 : Et Errat vov

20 Tale elemento messo in rilievo soprattutto da Kramer, "Zur spraehlichen


Fonn", 34-46, tanto da ritenere che la fonnula v XPlcrtC!> sia l'elemento strutturante
principale di tutto il brano.
21 Mi limito a citare solo queste due pleroforie, in quanto hanno elementi di con-
fronto; del resto la pericope piena di espressioni pleroforichc. cfr per es. quella di
I, I b: Eoy~crU(; ~J.lii v mXcr\1 Eoyi~ 7tVuJ.latl K] v t 1wupaviol<; v XPlcrt<i.
82 Capitolo III

80ll 'tf Xapt 'tO a'tOu ~ xapi 'trocrV 1llld v 't4) Tya1tllllvep di
1,6 e Ka't< 't 1t.ou'tO 'tf Xapt 'tO a'tOu ~ 1tpicrcrucrV d 1llld,
v 1tCxcrl] cro<l>i~ Kat <l>povrlcrt di 1,8, espressioni che nella loro sovrab-
bondanza vogliono sottolineare la ricchezza di grazia con cui Dio ha
stabilito il suo 9.1l1la a nostro favore.
2) La suddivisione della pericope pi difficile, dato che gli ele-
menti formali del testo non offrono agganci sicuri per una sua sud-
divisione. Cos, c' chi stabilisce una suddivisione facendo leva sui
participi aoristi: 6 .0yrlcra di 1,3a, 1tpoopicradi 1,5, yvropicra di
1,9, 1tpooptcr9v't di l, Il, <XKocrav't Kat mcr'tucrav't di 1,13. Tali
participi hanno un ruolo importante nel nostro testo, in quanto in
1,3-10 mettono in risalto alcune delle azioni salvifiche conseguenti
all'elezione divina (1,4), mentre in 1,11-12 alcune disposizioni ne-
cessarie dei credenti relative al conseguimento della salvezza. Ma i
participi non risolvono tutti i problemi di strutturazione della perico-
pe, per questo altri autori hanno tentato di unire ad essi alcune
ricorrenze dell'espressione finale t E1tatVOV 'tf 80ll di 1,6.12.
l 422 e quelle pi significative dell' espressione preposizionale v ci>
dando ad essa il valore enfatico di " in lui nel quale"23. Comun-
que, sia tali espressioni che i participi, dato che sono elementi gram-
maticali dipendenti, pi che una divisione della pericope indicano
unione con qualche elemento principale della frase. In tal senso, una
divisione rigida della pericope, cio basata su elementi formali asso-
lutamente certi, non possibile. Gli elementi rilevati sono utili, ma
non sempre sicuri. Cos, senza rinunciare del tutto ad essi, credo che
si possa seguire un'altra via di ricerca, basata su altri elementi gram-
maticali: il variare dei tempi, il variare dei soggetti di frase, alcuni
collegamenti sintattici particolari. Tenuto conto di ci, credo che si
possa stabilire:
a) Ef 1,3a e 1,3b sono strettamente uniti per due motivi 24 : l)
perch il participio attributivo descrittivo di 1,3b, redatto sotto la
forma dell' antanak/asis 25 , aggiunge una determinazione particolare
alla eu/ogia di 1,3a, da cui dipende tutto il resto della pericope: Dio

22 Cambier, "La bndiction", 78-80 e 98.


23 Cfr il tentativo di Grelot; inoltre, Lincoln, Ephesians, 15-16; Montagnini,
Efesini, 95 elIO.
24 Lincoln, Ephesians, 17-18, pur ritenendo che ogni parte dell'eu/ogia finisca
con una frase preposizionale con v, lascia questa parte iniziale senza questa carat-
teristica generale del brano. Pur non condividendo del tutto l'ipotesi del Lincoln,
credo che, lasciando unito il v. 3, esso funzioni meglio.
25 Cfr Cambier, "La bndiction", 62, anche se non mi sembra esatto dire che
l'antanak/asis, introdotta dal participio attributivo, risulta come una prima moti-
vazione della eu/ogia.
EI1,3-14 83

non solo il "benedetto", ma anche "colui che ci ha benedetti"26;


2) perch il Kaecb di 1,4 fa passare dalla formula eulogica alla
motivazione di essa, creando un leggero stacco nel test0 27 e facen-
dolo avanzare nel contenuto. Proprio per tali motivi, credo che Ef
1,3 nel suo insieme sia da considerare come l'introduzione generale
dell' inn0 28 .
b) Il Kaecb causale di 1,4 introduce la motivazione29 di tutta l'eu-
logia: noi benediciamo Dio, perch egli ci ha scelto nel Cristo prima
della creazione del mondo. Si noti come formalmente tale motiva-
zione in progresso rispetto alla eulogia. Essa, infatti, da una parte
riprende sia il soggetto agente: e.oyT!cra, sia i destinatari della be-
nedizione divina: TJ,..u'i, sia il ruolo determinante di Cristo nel piano
di Dio: Ev Xptcr'tep, dall'altra esplica con l'aoristo e..a'to in che
cosa consista la "benedizione divina" e che 1'''elezione divina" ha
avuto luogo "prima della costituzione del mondo", nel disegno
eterno di Dio. Tale aoristo indicativo, poi, trova la sua continuazione
temporale nel participio congiunto 1tpoopicra, qualunque valore esso
abbia: modale temporale o causale, e trova il suo compimento nel-
l'Xapi'tcooev TJllidi 1,630 , dato che in 1,7 non solo troviamo il pre-
sente indicativo: exollev, ma anche il cambio del soggetto. Per questi
motivi formali, credo che Ef 1,4-6 forma il primo blocco unitario,
tutto centrato sul tema della elezione. A sua volta, esso pu essere
suddiviso in tre parti:
l) v. 4a: la motivazione della eulogia: la nostra elezione;
2) w. 4b-5: scelti per la santit e la figliolanza: questa leggera
cesura si fonda sull'infinitiva finale di 1,4b3 \ e sulla participiale con-

26 Con Penna, Efesini, 84; meno preciso mi sembra Montagnini, Efesini, 82, che
ritiene il participio attributivo descrittivo EUoY~O<x come una motivazione.
27 Cfr anche Penna, Efesini, 84.
28 Allo stesso modo anche Cambier, "La bndiction", 62-67 e 103; Barth,
Ephesians /-3, 99; Penna, Efesini, 84.
29 Per il senso causale di K<x6ro nel nostro contesto cfr BAGD, Lexicon, ad vocem
3; BDR 453,2; per un senso pi sfumato cfr Thayer, Lexicon, ad vocem 3, che lo
definisce pi che causale come "corresponsive"; Cambier, "La bndiction", 67-68;
Lincoln, Ephesians, 16-17; Montagnini, Efesini, 84 nota 46: "come verQ che";
ma forse va molto bene la congiunzione causale italiana: "siccome" (con Penna,
Efesini, 88).
30 L'esclusione dell'intinito presente tinale ev<XI di Ef l,4b dall'attuale discussione
non pone problema, in quanto esso non indica temporalit, ma solo valore aspet-
tuale: Dio ha scelto il cristiano, perch egli sia sempre santo e immacolato dinanzi
a lui nell'amore.
3\ L'intinitiva tinale di I Ab certamente una proposizione dipendente da
eEi:<X"tO, ma rimane sempre una proposizione distinta dalla sua principale; quindi
pu stabilire una leggera cesura strutturale, che mette in rilievo il progredire del
pensiero generale dci testo.
84 Capitolo III

giunta di valore probabilmente modale 32 e sul primo richiamo alla


euoOldav 'tou 8erllla'to au'tou di 1,5;
3) v. 6: il fine ultimo del! 'elezione: la gloria di Dio, ed esso viene
espresso attraverso la pleroforia33 di valore finale: ei E1tatVOV OOll
'tf Xapt 'tO au'tou ~ Xapi 'tcooev "Il<i v 'te? itya1tllllvep di 1,6,
rafforzata dalla paronomasia: Xapt 'tO - Xapi 't(ocrev, determinando
una stretta unit tra 1,6 e 1, 6b34 .
Ef 1,4-6, inoltre, unitario a motivo dell 'inclusione letteraria:
ea'to "Il<i v au'te? di 1,4 ed xapi'tcooev "Il<i v 'te? "ya1tllIlvep
di 1,635 . La corrispondenza perfetta: il soggetto agente sempre
Dio, ea'tO/xapi't(Ocrev mostrano l'agire salvifico di Dio, i destina-
tari siamo "noi", l'agire di Dio avviene v au'te?/v 'te? itya1tllIlvep.
c) chiaro che la proposizione relativa di Ef 1,7, introdotta dal-
l'espressione preposizionale relativa v <!), non sufficiente da sola a
stabilire una cesura forte nel progredire del pensiero. Anzi, proprio
perch relativa, rimane legata al suo termine reggente: v 'te? itya-
1tllllVep di 1,6. Il presente indicativo Exollev un segno abbastanza
forte per determinare una svolta: dal progetto salvifico eterno di Dio
si passa al presente storico salvi fico di coloro che hanno ascoltato la
parola e hanno creduto (cfr 1,13). Inoltre, il soggetto non pi Dio,
ma "noi"36, cio i destinatari dell'elezione, che nel tempo presente
possediamo la realt della redenzione e la remissione dei peccati
ricevuta per mezzo del sacrificio cruento di Cristo. Ci significa che,
oltre al cambio grammaticale del tempo e del soggetto, si determi-
nato anche un cambio tematico: dall'elezione eterna di Dio alla re-
denzione storica operata da Cristo a nostro favore.
Il nuovo blocco, introdotto da Ef 1,7, si prolunga a mio parere

32 Per il valore di questo participio congiunto confrontare l'esposizione esegetica


di 1,5.
33 Cfr anche Montagnini, Efesini, 91-93.
34 Molti autori, non tenendo in debito conto i due fenomeni retorici della plerofo-
ria e della paronomasia, pongono una cesura tra 1,6a e 1,6b. A mio parere, tali
fenomeni di 1,6 pi il cambio del tempo e del soggetto in 1,7 fanno propendere per
l'unit di 1,6 e per una cesura pi forte tra 1,6 e 1,7.
35 Penna, Efesini, 89 e 92, pensa che l'aoristo ExapttO)(jEv da una parte crea un
leggero stacco con ci che precede e dall'altra domini il pensiero di 1,6b-7. lo credo
che sia molto difficile operare uno stacco anche leggero tra 1,6a e 1,6b, in quanto la
relativa strettamente legata a ci che precede. Pi possibile, invece risulta uno
stacco tra 1,6 e 1,7, non tanto a motivo della relativa, ma a motivo del cambio del
tempo: dall'aoristo al presente, e a motivo del cambio tematico: dall'elezione eter-
na di Dio alla redenzione operata per mezzo del sangue di Cristo.
36 Penna, Efesini, 84, pur ammettendo che il "noi" si trova abbastanza frequente-
mente nella nostra pericope, ritiene che un cambio del soggetto si abbia solo in Ef
l,Il, ma in realt nell'espressione v <il EXOI-IEV di 1,7 il soggetto non pi Dio, ma
la comunit dei credenti in Cristo.
Ef 1,3-14 85

fino ad Ef 1,1037 . Infatti, l'Ev cl KCXt EK.TlProerUlev di l,Il, pur ripro-


ponendo lo stesso soggetto fonnale di Ef 1,7, ritorna all'aoristo e in
qualche modo al soggetto logico di Ef 1,4-6 (cfr il passivo)38. In
verit, n tale soggetto logico n l'aoristo sono scomparsi da Ef 1,7-
lO, perch essi si trovano presenti in tutte quelle frasi subordinate
che fanno riferimento al progetto salvi fico di Dio. Cos, li ritroviamo
nella frase pleroforica: KCX't. 't 1t.ou'to 'tf Xapt 'to CX\>'tou ~
E1tepicrcreucrev ei lil. Ul, EV 1tacru crocpi~ KCXt cppovtlcret di 1,8; nella frase
participiale congiunta: yvropicrcx lilltv 't llucr'ttlPtOV 'tou ee.tlllcx'to
cx'tou di 1,9a; nella frase pleroforica: KCX't. 'tilv eooKtcxv cx'tou iiv
1tpoee'to EV cx't<!> di l ,9b39 . Tutto ci pennette, a mio parere, due
conclusioni riguardo alla suddivisione di Ef 1,7-10: l) la fonnula EV
cl KCXt EK.TlProeTllleV di 1,11, pur mantenendo lo stesso soggetto di
1,7, fa ritorno all'aoristo detenninando un passaggio verso un nuovo
sviluppo della eulogia. Tale cambiamento sottolineato anche dalla
ripresa tematica dell'elezione (1,4) attraverso il verbo EK.Tlpro9T)llev
(1,11) e dall'introduzione di un nuovo tema: l'essere segnati per
mezzo dello Spirito, caparra della nostra eredit (1,13-14). 2) Ef
1,7-10, pur svolgendo un pensiero unico e pur essendo delimitata
dall'inclusione letteraria: EV cl / ev CX't<!>40, a motivo del movimento
temporale delle sue proposizioni, suddivisibile in due parti: 1,7-8
parla della redenzione e della remissione dei peccati secondo la ric-
chezza della grazia divina; 1,9-10, invece, mostra tale evento storico
come gi inserito nel pi vasto progetto eterno di Dio, in quel
"mistero" che ci stato rivelato: la ricapitolazione di tutte le cose in
Cristo. Fonnalmente tale suddivisione trova il suo punto di appog-
gio, pi che nell'indicativo aoristo E1tepicrcreucrevdella frase relativa
secondaria di 1,8, nel participio aoristo congiunto yvropicrcx di 1,9, in

37 Montagnini, Efesini, 95-96, ritiene che la pericope si prolunghi fino a 1,12.


Ci, a mio parere, impossibile, dato che I, Il, pur mantenendo lo stesso soggetto
grammaticale: "noi", introduce un cambio di tempo: dal presente di 1,7 ali' aoristo
di I, Il. Inoltre, anche se il soggetto grammaticale in I, Il "noi", bisogna sotto-
lineare due elementi importanti per l'interpretazione del testo: l) in I, Il il "noi"
soggetto grammaticale della frase, ma il soggetto logico Dio, come dimostrano i I
passivo di EK'lproeTlIu::V e quello del participio congiunto 1tpooptaeVtE; 2) il "noi"
di 1,7 riguarda certamente tutti i credenti che sono stati redenti dal sangue di Cristo,
mentre il "noi" di I, Il riguarda solo "coloro che hanno sperato per primi nel
Cristo", come si pu ricavare dal parallelismo tra EV <> Ka K'lproe'lJ.lEV di I, Il e EV
<> Ka uJ.lEl di 1,13. Pertanto, io credo che la suddivisione pi probabile sia 1,7-10.
38 Cfr anche Penna, Efesini, 84.
39 Non da includere in queste ricorrenze l'infinito aoristo medio <xvaKEcpaatCCJa-
aeat di Ef I, I O, in quanto non esprime temporalit, \1Ia solo l'aspetto puntale di
un 'azione etlttiva complessiva.
40 In verit l'inclusione stabilita prima con l'v t<i> Xptat<i> che chiude
l'infinitiva di 1,10 e poi dall'v aut<i> della frase pleroforica conclusiva di 1,10.
86 Capitolo III

quanto esso - sia che abbia valore modale, temporale o causale -


determina non solo un passaggio della temporalit: dal presente al-
l'aoristo, ma soprattutto l'inserimento dell'evento della redenzione
nel vasto quadro della "rivelazione del mistero di Dio".
d) L'ultima parte dell'inno, come gi si visto, introdotta for-
malmente dalla proposizione relativa v q) Ka K:llPro8rU1Ev di 1,11,
che da una parte si aggancia ad v a\YCe!> di l, lO, ma dall' altra,
ritornando rispetto a l, lO al soggetto plurale 1~EtC;, lo fa progredire
verso un nuovo sviluppo concettuale. La ripresa di 1~EtC; in l, Il, a
mio avviso, solo formale, perch da un punto di vista contenutistico
tale 1~dc; si riferisce non pi a tutti i credenti, ma ad una parte di
essi, precisamente a "quelli che hanno sperato per primi nel Cristo":
cio i giudeo-cristiani. L'insistenza formale, in 1,11-12, sui composti
con il preverbio temporale 1tpO- non casuale, ma voluta e sottoli-
neata. Cos, i giudeo-cristiani41, secondo la decisione sovrana e in-
sondabile del piano prestabilito (1tpo81low) da Dio, sono stati prede-
stinati per primi (1tpOOptO"Sv'tEc;)a manifestare e ad essere gloria di
Dio, essi che per primi hanno posto la loro speranza (1tpOll1ttKo'tac;)
in Cristo. Ci rafforzato ulteriormente dal parallelismo dell'espres-
sione: v q) Ka u~dC; di 1,13, che certamente si rivolge ad un gruppo
diverso da quello indicato con 1'1~dC; di 1,li-12: cio, i pagani, che,
dopo aver ascoltato la parola e aver creduto, sono stati segnati (da
Dio) per mezzo dello Spirito santo della promessa. Fin qui, cio in
1,11-l3, ha dominato l'aoristo, mentre in 1,14 inaspettatamente ap-
pare di nuovo il presente indicativo e di nuovo 1'1~dc;42, per giunta
riferito a tutti i cristiani: lo Spirito, infatti, una realt del presente
per tutti i credenti; la caparra dell'eredit promessa a tutti i figli di
Dio (cfr 1,5) in vista della redenzione definitiva e della gloria di Dio.
Se tale ricostruzione vera, l'ultima parte dell'inno suddivisi-
bile in tre parti:
l) 1,11-12: i giudei scelti per primi. In essa sono interessanti al-
cuni fenomeni letterari: l'uso marcato di parole composte con il pre-
verbio 1tpO-; l'inclusione letteraria tra v q) di l, Il e v 'te!> XptO"'te!> di
1,12; l'altra inclusione formale tra il participio congiunto 1tpOOpt-
0"8V'tEC; di l, Il e quello predicativo del soggetto dell 'infinitiva 1tpO-

41 Cfr anche Penna, Efesini, lO 1-102; in contrario Montagnini, Efesilli, 110, ma


il suo ragionamento non mi sembra molto convincente, dato che bisogna far leva
nell'interpretazione non tanto sull'aspetto "polemico", ma sul "fatto storico": nes-
suno pu contestare che i primi cristiani provenivano dal giudaismo e quindi la loro
"pre-elezione" un dato che risulta sia dagli Atti degli Apostoli che dali' epistolario
paolino, in particolare dalla Lettera ai Romani.
42 Penna, Efesilli, 104, il quale per registra solo il ritorno del "noi", ma non d
alcun peso al ritorno del presente indicativo.
Ef 1,3-14 87

11mKo,t<Xdi 1,12; infine la posizione centrale dell'espressione ple-


roforica Ka't 't1v pou1v 'tou ger1lla'to au'tou di l,Il.
2) 1,13: i pagani segnati con lo Spirito della promessa: anche
qui la costruzione molto ricercata: si noti in primo luogo l'in-
clusione iperbatica che stabilita tra ullel, posto all'inizio di 1,l3, e
il suo predicato verbale O"<I>payt0"911'te,posto quasi alla fine43 ; al cen-
tro poi di tale inclusione sono stati posti i due participi congiunti:
<lKouO"av'te e mO"'teuO"av'te, entrambi introdotti dall'espressione pre-
posizionale enfatica v ci> Kat; infine si noti anche la posizione cen-
trale che assume l'espressione 't euayywv 'tfl O"ro't11Pt<X UIlOOV.
Tutti questi elementi formano come un chiasmo concentrico:
A v ci> Kat uJlEl
B <lKouO"av'te 'tv AOYOV 'tfl <lA11get<X,
C 't eucxyywv 'tfl O"ro't11Pt<X UIlOOV,
B' V ci> Kat mO"'teuO"av'te
A' m!>payt0"911'te 'tq, 7tVeulla'tl 'tfl 1t<Xyyeta 'tQ) ytq>.
3) 1,14: lo Spirito caparra della nostra eredit: l'ultima delle
pleroforie dell'inno, costituita formalmente da un'unica proposizio-
ne relativa, che richiama alcuni elementi portanti di Ef 1,3-14. In
primo luogo, si noti il termine K11PovOllta 1lloov che da un punto di
vista formale e semantico richiama inclusivamente K11Pro911lleV di
1,11; anche il termine <l7tou'tproO"t v un richiamo significativo del-
1'<l7tou'tpOlO"tV di 1,7; infine, ei E7textvov'tfl 061;11 au'tou anch'es-
so in relazione inclusiva con ei E7tatvOV 'tfl 061;11 au'tO'u di 1,12 e
con ei E7tatvoV 'tfl 061;11 di 1,6, stabilendo uno stretto rapporto tra
la varie parti dell'inno. A motivo di ci, io credo che Ef 1,14 abbia
carattere conclusivo. Infatti, K11PoVOllta 1lloov conclude il ragiona-
mento di Ef 1,11-13, mentre il termine <l7tou'tproO"tve l'espressione
ei E7textVOV 'tfl 061;11 au'tou 44 pongono termine in maniera significa-
tiva a tutta l'eulogia di 1,13-14.

Analisi esegetica
EUOY11't ge Kat 7ta't1p 'tou KUptOU 1lloov 'I11O"oU XptO"'tou:
"Benedetto () il Dio e Padre del Signore nostro Ges Cristo".
EUoY11'to: in italiano abbiamo la forma del participio passivo: "be-
nedetto", mentre il testo greco riporta l'aggettivo verbale eUoY11'to,

4~ Barth, Ephesians /-3,94-95, ipotizza delle clissi in 1,13, da dover supplire con
l'introduzione di qualche fonna dci verbo Ei~i. Personalmente, non credo che vi sia
n un anacoluto n alcuna dissi (come pensa Lincoln, Ephesians, 38), ma solo un
iperhato tra il soggetto ~E' e il suo predicato verbale O'$payl0'9'1tE.
44 Tale elemento ritenuto conclusivo anche da Lincoln, Ephesians, 16.
88 Capitolo III

che si addice di pi ad una formula45 , dato che l'aggettivo verbale ha


la doppia funzione di caratterizzare (aggettivo: Dio degno di bene-
dizione) e di esprimere l'idea dell'azione (verbo: l'uomo deve sem-
pre benedire Dio). E.o/,Elv: il suo senso quello di "benedire",
"lodare", "glorificare", "onorare"46. Nessuno di questi sensi da
escludere, perch il "benedire" di Ef 1,3 include in s la lode, la
gloria, l'onore da dover rendere a Di047 . Anzi, proprio perch si trat-
ta di una "benedizione comunitaria", l' eulogia racchiude in s an-
che il concetto solenne di "confessare", "proclamare", "esaltare"
e "magnificare" Dio per i prodigi del suo amore48 . Pi che il con-
giuntivo desiderativo: "sia", da inserire l'indicativo presente
" "49, dato che non si tratta di un augurio, ma di una proclamazione
di lode nei riguardi di Dio. 'O eE Ku rtu'tilp 'tou Kupiou ru.ui'>v
'Ill(}"Ou Xp\'o'tOu: una formula abbreviata50 che esprime l'intimo
rapporto che intercorre tra "Dio Padre", il "Signore Ges Cristo" e
"noi". Cos, la formula mette in luce la relazione intima che esiste
tra "Dio Padre" e "Ges Cristo": questi "il Diletto" (1,6) che il
Padre ha stabilito come "Signore". Proprio per questo, la formula
indica lo speciale rapporto di appartenenza di "noi" a "Ges Cri-
sto", dato che egli il "nostro Signore", e di intimit con il Padre,
dato che "nel Cristo", non solo siamo redenti, ma "siamo figli" del
"Padre del Signore Ges Cristo". La formula, pertanto, ha un forte
senso cristologic051 : l) perch formula di rivelazione dell 'intimo
rapporto tra il Padre e Ges Cristo, cio Ges di Nazareth quale

45 NeJ1a LXX si trova anche il participio passivo in Gb 1,21; SI 71,17; I Re 10,9,


che traduce la fonna passiva baruk. Comunque, per l'equivalenza tra EoyrrtO e
EOYOU!lEVO cfr Cignelli, "La Grecit biblica", 206.
46 Per il concetto di "benedire" nel mondo biblico cfr Beyer, EOYElv, EOyia,
1149-1180; Murtonen, "The Use and Meaning", 158-177; Scharbert, "Di e
Geschichte", 1-28; Patsch, EOyro, 77-78; Mateos, "Amilis", 5-25. Di per s
EOYElV etimologicamente ha il senso neutro di "bene - dire", cio di "parlare bene"
di una persona. Ma, in base a ci, il concetto si evoluto semanticamente verso la
lode e la celebrazione di una persona, per magnificarne le gesta e le virt. A maggior
ragione ci avvenuto nel culto, in cui Dio "benedetto", cio lodato, glorificato,
celebrato per le meraviglie del suo amore salvi fico.
47 Cfr Beyer, EoyElv, 1151-1152.
48 Schlier, Efesini, 54-55; Penna, Efesini, 85.
49 Sia l'ottativo iiT] che il presente cr'ttv sono grammaticalmente possibili (cfr
Rom 1,25), anche se il presente sembra pi idoneo al contesto del1a benedizione-
proclamazione (cfr BDR, 128,8; Schlier, Efesini, 54; Cambier, "La bndiction",
62-63).
50 Cfr soprattutto Schlier, Efesini, 55; Cambier, "La bndiction", 63.
51 Ci detenninante nel risolvere il problema del1a classificazione dell'inno:
esso, pi che un inno rivolto a Dio, una benedizione rivolta al "Padre del Signore
nostro Ges Cristo". Si tratta, quindi, di una caratterizzazione cristologica del1 'inno
di Ef 1,3-14.
EI1,3-14 89

inviato del Padre, il Messia, per la nostra salvezza; 2) perch 1ll essa
percepiamo un'altra grande rivelazione del NT: "nel Cristo Ges"
abbiamo ricevuto il grande dono di "essere figli di Dio"; 3) perch
il Cristo Ges il "centro", il fondamento e il mediatore di tale
rapporto filiale del Padre con noi e di noi con il Padre: "in lui" noi
incontriamo la salvezza del Padre e riceviamo i benefici con cui il
Padre ci ha benedett052 . In tal modo, la benedizione di Dio da parte
della comunit diviene proclamazione, riconoscimento e lode della
paternit di Dio, che "ne Il 'amore" e "nel Diletto" ci ha redenti, ri-
colmati dei doni della sua grazia e soprattutto resi suoi figli. Ma
anche proclamazione e lode di Ges, che quale mediatore tra noi e il
Padre ci rende degni di innalzare a lui la nostra "benedizione".
'O E.oyi]cra TUHX v mxcrD E.Oyt~ 1tvEU/-la'n K1J v 'tOt
1wupavtotv Xptcr't0: "Che ci ha benedetto con ogni benedizione
spirituale nei cieli, in Cristo". E.oyi]cra T]/-l&: il participio aoristo
E.oyi]cra in funzione attributiva a "Dio" e, in quanto tale, intro-
duce un'efficace figura retorica: l' antanaklasis, che consiste nella
ripetizione di uno stesso termine, ma in senso differente53 , qui uno
passivo e uno attivo: il Padre non solo benedetto (oggetto della
benedizione), ma anche "colui che benedice" (soggetto della
benedizione)54. Ma, mentre nel primo caso, il termine equivalente a
"lodare, celebrare, magnificare", ora esso assume il senso di "con-
cedere abbondanza di doni", "fare benevolenza" e concretamente
nel nostro testo "elargire il dono della salvezza". Ci avvenuto,
come indica l'aoristo, in un momento precis0 55 : nel sacrificio cruen-
to di Cristo (l, l O) per mezzo del quale abbiamo avuto parte alla
sorte dei santi (1,7.11), nella fede (1,13: "avendo ascoltato e
creduto") con cui abbiamo avuto parte alla "parola della verit", al
"vangelo della salvezza" (1,13) e nel battesimo quando siamo stati
segnati con lo Spirito (1,13-14) per ricevere la redenzione (1,7.14),
la remissione dei peccati (1,7), l'adozione a figli (1,5.14) e l'abbon-
danza della grazia (1,7-8). Non si tratta di tre momenti distinti, ma di

52 SchIier, Efesini, 55; Cambier, "La bndiction", 63; Penna, Efesini, 86; Fabris,
"Il piano divino", 516.
53 Per questa figura retorica cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem b; Lausberg,
Handbuch, 663, p. 335; Marchesi, Dizionario, 23; Cambier, "La bndiction", 62;
Barth, Ephesians 1-3, 77.
54 Schlier, Efesini, 55; Cambier, "La bndiction", 62.
55 Cfr Fanning, Verbal Aspect, 415-416. Schlier, Efesini, 56, pensa che l'aoristo
oYTlcra si riferisca al battesimo; Cambier, "La bndiction", 63, ritiene che esso
in primo luogo richiama la "morte di Cristo" e poi (in senso logico, non cronologi-
co) l'''inizio della vita cristiana". lo credo che bisogna anche aggiungere il momen-
to in cui attraverso la fede il cristiano si unisce a Cristo e partecipa alla sua morte e
resurrezione.
90 Capitolo III

tre aspetti differenti dell 'unica benedizione divina: la morte cruenta


di Cristo l'aspetto oggettivo della benedizione che il Padre opera a
nostro favore; la fede l'aspetto esperienziale-individuale con cui il
fedele si unisce a Cristo e riceve la benedizione del Padre; il battesi-
mo l'aspetto esperienziale-ecclesiale con cui il cristiano esperimen-
ta, segnato dallo Spirito, i benefici della benedizione del Padre e
quindi pu benedirlo, ringraziarlo con la lode e celebrare il mistero
del suo amore. In base a ci, evidente che il "noi" si riferisce a
tutti i cristiani, che nella fede e nel battesimo sono divenuti oggetto
della sua benedizione, cio della benevolenza della volont del Padre
(1,5.7.9.11).
Tale benedizione ora viene precisata attraverso tre espressioni
preposizionali: v 1t<Xcr1:t E.Oyt~ 1tVEUIlU'ttKD v 'tol 1tOupuviot v
XptO''tQ). Ognuna di esse aggiunge una sfumatura al benedire divino
del Padre. Cos, in primo luogo siamo stati benedetti: "con ogni be-
nedizione spirituale". L'espressione ha senso distributivo e quindi
indica la totalit dei doni, nessuno escluso, con cui il Padre lungo il
corso della storia della salvezza ci ha benedetto56 . Tale benedizione
"spirituale"57, perch appartiene a Dio e ha origine da lui e ce la co-
munica per mezzo del suo Santo Spirito, che la rende efficace per
noi nell'azione redentrice del Cristo (1,4-10) e nella sua azione te-
leologica a nostro favore (1,13-14)58. "Nei cieli"59: l'espressione
propria della Lettera agli Efesini60 . In 1,20 indica il luogo dove Cri-

56 Con Barth, Ephesians 1-3, 78.


57 In greco abbiamo l'aggettivo ltVE'Ulla'ttKiJ che appartiene agli aggettivi in tKOS,
che indicano appartenenza: "relativo al pneuma", "della natura del pneuma" (cfr
BDR, 113,2,2; Howard, A Grammar, II, 377-379). Per il senso teologico cfr Barth,
Ephesians 1-3, 101-102, che giustamente insiste nel dire che tale benedizione non
fuori del tempo n fuori del nostro mondo, ma essa produce storia e ed storia di
salvezza che Dio ci comunica nella sua eudokia.
58 Cfr Schlier, Efesini, 56; ; Cambier, "La bndiction", 64; Barth, Ephesians 1-3,
78-79 e 102-103; Penna, Efesini, 87; Lincoln, Ephesians, 19-20.
59 Per il senso dell'aggettivo sostantivato , 1tO'Upt'Jw cfr Schlier, Efesini, 57-
63, per il quale, in base a certe elucubrazioni gnostiche, il termine "indica la tra-
scendenza quale dimensione di una Potenza avvolgente, varia, la quale, in quanto
cielo della terrena esistenza, allarga ed innalza (od abbassa), prega ed esige e pone
in conflitto questa stessa esistenza. In essa, ma anche in un luogo superiore e in una
superiore signoria si vive quando si 'in Cristo'. Ci si trova dunque, avvolti dallo
spazio temporale di Dio nel corpo di Cristo, la Chiesa, esposti a tutte le altre
Potenze, che ora appunto mettono in opera tutti i loro cieli contro questa sicurezza"
(p. 63). In maniera pi accessibile, e anche meno filosofica, cfr Cambier, "La bn-
diction", 65-66: "v ,O\S btO'Upavlot<; a bien le sens spatial, mais en le comprenant
au sens biblique, suivant une signification spatio-temporelle: avec l'vnement
salvifique du Christ, nous sommes transports dans un autre monde et en un autrc
temps; de cela nous bnisson le Pre de notre Seigneur Jsus-Christ" (p. 66).
60 Lincoln, "A Re-Examination", 468-483; e inoltre Lincoln, Ephesians, 20-21.
Ef 1,3-14 91

sto stato assiso, quando Dio lo risuscit dai morti; in 2,6 ancora il
luogo dove Dio, ricco di misericordia, fa sedere tutti coloro che sono
stati salvati e risuscitati con Cristo; in 3, lO il luogo dove Dio
manifesta a tutti, compresi i Principati e le Potenze, le insondabili ric-
chezze di Cristo, il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio e la
sua multiforme sapienza; in 6,12 il luogo dove abitano le potenze
del male61 , contro le quali il cristiano deve lottare e avere fiducia di
vincere nella potenza del Signore risorto e glorioso. In base a tutti
gli esempi riportati, l'espressione "nei cieli" indica non solo il luo-
go da dove proviene la benedizione divina, ma soprattutto il luogo
dove Cristo con la sua vittoriosa resurrezione ci ha reso partecipi
della benedizione del Padre. Per questo, viene aggiunta un'altra de-
terminazione preposizionale: "nel Cristo"62. Essa non va intesa solo
in senso 10cale63 , come la precedente determinazione, ma con la stes-
sa ampiezza della formula paolina: "per opera di Cristo", che
attraverso la sua mediazione (senso causale efficiente ministeriale) ci
ha resi partecipi della redenzione e della filiazione divina, e "i n
Cristo", cio uniti a lui (senso locale-sociativo), abbiamo sperimen-
tato ed esperimentiamo tutto l'amore del Padre e della sua benevo-
lenza salvifica 64

61 Secondo gli antichi (pagani, apocalittici, gnostici), le "potenze celesti"


abitavano nei cieli e di l guidavano gli astri. Essi abitavano una zona intennedia tra
il "cielo di Dio", il suo soggiorno, e il mondo, soggiorno degli uomini. Questi,
proprio perch abitavano sotto i loro cieli, subivano l'influenza degli astri e delle
"potenze" che li guidavano. Anche se Ef 6,12 non calza bene con il resto degli
esempi, esso per molto indicativo, in quanto indica sempre un luogo superiore,
dove abitano gli esseri che trascendono la natura umana.
62 Per l'uso della fonnula "in Cristo" cfr Allan, 'The 'In Chrisf Fonnula", 54-62; e
la critica molto pertinente di Lincoln, Ephesians, 21-22.
63 Cos, per esempio, Schlier, Efesini, 63: "Cristo rl nostro luogo trascenden-
tale"; mentre Cambier, "La bndiction", 66-67, pensa che abbia solo senso stru-
mentale; Fabris, "Il piano divino", 516-517, oscilla tra la causa strumentale mini-
steriale: la mediazione di Cristo e quello locale: "la radice o fonte pennanente nella
quale sono vitalmente innestati i credenti"; mentre Barth, Ephesians 1-3, 78,
basandosi su Gen 18,18, vorrebbe attribuire alla fonnula "in Cristo" un valore simi-
le a quello di Gal 3,8 (e 14?): come Abramo, Cristo sarebbe il beneficiario, l'inizio,
il modello e lo strumento della nostra benedizione. Tale interpretazione mi sembra
gi abbastanza discutibile per Gal 3,8.14, a maggior ragione mi sembra che lo sia
qui. La fonnula, a mio parere, mantiene il suo duplice senso: causale strumentale e
locale sociativo, a cui forse si potrebbe aggiungere, dato il contesto, anche quello
di causa esemplare.
64 Con Penna, Efesini, 88, che, rifacendosi al participio aoristo EoYTlO"CXI; pensa
che "ne risulta una prospettiva storico-salvifica al passato". In verit, il participio
in se stesso esprime qui l'aspetto ingressivo dell'azione del Padre e quindi l'inizio
della sua benedizione. In base al contesto, poi, tale benedizione divina investe tutta
resistenza del cristiano e, pertanto, la prospettiva quella generale della storia
della salvezza: passato, presente e futuro sono investiti della benedizione divina
92 Capitolo III

Kaec SE.Sa'tO 1l1.UX v a't<!) 1tp Ka'ta~o:i KOO"I10'O: "poich


ci ha scelto in lui prima della fondazione del mondo". Kaero;5 da
una parte introduce la motivazione della benedizione che l'uomo
rivolge a Dio e dall'altra serve ad introdurre la descrizione dell'ope-
ra salvifica divina per mezzo di Cristo. 'EE.Sa'to 1l11a:: il "noi" si
riferisce ai cristiani, quale popolo eletto da Dio in Cristo. Ci sotto-
lineato dall'uso del verbo K."{EO"eat,che etimologicamente signifi-
ca: "scelgo qualcuno per me da un'insieme di persone" e in senso
tecnico-religioso e con la sfumatura del medio di interesse: "scelgo,
eleggo per me". Siamo, cos, in presenza del concetto veterotesta-
mentario dell'elezione divina, cio di Dio che sceglie Israele, quale
suo popolo particolare, tra molti popoli. Il concetto ripreso dagli
scritti del NT: "nel Cristo Ges" i cristiani sono il popolo che Dio si
scelto "fin dalla fondazione del mondo". In Ef 1,4, poi, abbiamo
una duplice caratterizzazione del "popolo di D io "66: esso stato
scelto v a't<!), cio "nel Cristo Ges"67, perch "per mezzo di l u i"
noi siamo stati chiamati a far parte della Chiesa, comunit della
salvezza, e "in lui", uniti a lui e rivestiti di lui, "siamo uno" (Gal
3,28), formiamo un solo corpo, il popolo che Dio si scelto 1tp
Ka'ta~o:i KOO"I101f8. In base anche a Rom 8,28-31 (cfr anche Gal
1,15; Ger 1,5), questa seconda caratterizzazione non significa che
noi preesistevamo al mond0 69 , ma che la nostra elezione nel Cristo
rientrava nel progetto eterno del Padre70 E, come indica l'aoristo, il
momento preciso della nostra elezione ha avuto luogo nella "deci-
sione eterna e benevola della volont del Padre" (1,5.9.11). La
Chiesa non il "nuovo Israele", come se ci fossero due "popoli di
Dio": uno vecchio e uno nuovo, ma il vero Israele che Dio ha scel-
to, chiamato e formato per s dall'eternit (cfr anche Ef 2,15-16).
Etvat 1l11a: <iyio'O Kal eXl1rol-.lO'O Ka'tEvromov a'tou v eX"{a1t1:r

che nel Cristo ci redime, ci rende figli e nello Spirito ci segna per essere santi e
immacolati.
65 Per l'uso di Kcx9wC; con senso causale di "siccome = poich" cfr Rom 1,28; I Cor
1,6; 5,7; Fil 1,7; cfr, oltre la p. 8 nota 33, anche BDR, 453,2,4.; Rocci,
Vocabolario, ad vocem.
66 Schlier, Efesini, 64; Cambier, "La bndiction", 68-69.
67 Con Schlier, Efesini, 64; Cambier, "La bndiction", 69, pensa ancora al solo
senso strumentale, cio alla mediazione del Cristo.
68 Cfr Hauck, )((X1:(X~o.T\, 231-234; Hofius, )((X1:(X~0.r\, 255-256; Idem, '" Erwahlt vor
Grundlegung der Welt' (Eph 1,4)", 123-128, dove riporta anche dei parallel i
giudaici, in particolare l'espressione q6dem b'r/'al 'olam di Midr.Pss 10,1; 74,1;
93,3.
69 Cfr tutti i ragionamenti pi o meno credibili di Schlier, Efesini, 65-67; e le
precisazioni di Cambier, "La bndiction", 68-70; Lincoln, Ephesians, 23-24.
70 Cosi Fabris, "Il piano divino", 517. In quanto a tutte le speculazioni sulla
preesistenza del popolo eletto cfr Schlier, Efesini, 65-66; Penna, Efesini, 89-90.
EI1,3-14 93

"per essere santi e immacolati al suo cospetto nell'amore". Tale


proposizione infinitiva finale indica lo SCOp071 che Dio si prefiggeva
nello sceglierei. "Essere santi": gi nell' AT Dio chiedeva al suo
popolo di "essere santo come egli santo" (Lev 19,2). Nella santit,
infatti, l'uomo si avvicina a Dio e diviene sua propriet particolare,
"segregato per lui", offerta integra dinanzi a lui72 La santit cristia-
na un culto reso a Dio. Per questo Paolo aggiunge spesso un altro
aggettivo, tratto anch'esso dal mondo cultuale: "immacolati" (Fil
1,15; Col 1,22), che specifica e completa il senso dell'essere santF3.
Dinanzi a Dio bisogna essere integri e senza macchia, come tutte le
vittime sacrificate a Dio. In questo senso, lo scopo dell'elezione divi-
na indica il vivere cristian074 come impegno ad essere santi e offerta
gradita a Dio (Ef 5,1-2; Rom 12,1-2). Tale culto spirituale deve esse-
re prestato "al suo cospetto": tutta la vita del cristiano nel periodo
escatologico deve svolgersi dinanzi a Di0 75 , per piacere a lui (Rom
12,1) e da lui essere riconosciuti come figli (Gal 4,9); inoltre, deve
"essere ... nell' amore"76: come l'elezione di Dio avviene "nel Cri-

71 L'infinito dvm un infinito di scopo dipendente da un verbo indicante un'inten-


zione (Viteau, tude, I, 263). Tale costruzione comune sia nella LXX: I Re 8,16;
ICron 28,4-5; IMacc 7,37; che nel NT: At 15,7.22.25. L'infinito presente, poi,
indica che tale finalit duratura continua: la vocazione ad essere sempre santi e
immacolati.
72 Schlier, Efesini, 68; Cambier, "La bndiction", 71-72.
73 Probabilmente siamo in presenza di un'endiade, come sostengono Schlier,
Efesini, 68; Cambier, "La bndiction", 71-72.
74 Cfr anche Barth, Ephesians 1-3, 80; Lincoln, Ephesians, 24.
75 L'espressione "al suo cospetto" non si riferisce affatto al "giudizio futuro
dinanzi al cospetto di Dio", ma all'atteggiamento escatologico del cristiano, che
pennane saldo nella fede, nella speranza e nell'amore (cfr Col 1,22) "secondo la
volont di Dio" (cfr Barth, Ephesians 1-3,80, che riporta l'opinione di E. Speiser e
di M. Dahood, secondo i quali lCatEvromov U1JTO equivale a "hy his will"). Quindi,
mi sembra del tutto ambigua la distinzione di Schlier, Efesini, 68, che vuoi distin-
guere tra "presenza escatologica" (= futura?) e "continua presenza agli occhi di Dio".
76 Schlier, Efesini, 70; Cambier, "La bndiction", 72-74, e altri con loro, pensa-
no che l'espressione "nell'amore" vada unita, pi che ai due verbi precedenti: "ha
scelto", "essere", al participio seguente in Ef 1,5: "predestinadoci". Nonostante la
possibilit suggerita da Lyonnet, "La bndiction", 348, di unire v yCX1tl] con
EkatO in base al parallelo dello shema: "Benedetto sei tu, Signore, che hai eletto
il tuo popolo nell'amore" (cfr anche Drago, "La nostra adozione", 206-209), io
credo che in Ef 1,4 l'espressione v yt1tl] va riferita grammaticalmente al verbo pi
vicino: "per essere santi". Ci non mi sembra neppure invalidato da quanto sostiene
Schlier, Efesini, 70 nota 39: "il fatto che in 4a non si parla di una condotta santa,
ma di un'essenza santa". Tale distinzione non annulla affatto la dipendenza gramma-
ticale di v yt1tl] dall' infinito di scopo El vm, sia che suggerisca di "comportarsi i n
maniera santa" sia che affenni "la santit essenziale del cristiano" (cfr anche Barth,
Ephesians 1-3, 79-80; Penna, Efesini, 90-91; Fabris, "Il piano divino", 518).
D'altra parte, non mi sembra che debba suscitare molta meraviglia l'accumulo di
affennazioni preposizionali (cfr la meraviglia di Cambier, "La bndiction", 73-
94 Capitolo III

sto, il Diletto" (1,4.6), cos anche la santit del cristiano ha il suo


ambiente .vitale "nell' amore", condizione essenziale della santit
cristiana (lCor 13). Cos, in Ef 3,17-19, l'amore che permette al
cristiano di penetrare nella conoscenza profonda dell'amore di Cri-
sto, "per pervenire all'intera pienezza di Dio"; in 4,2 il cristiano de-
ve realizzare la sua vocazione alla santit "nell'amore", che umilt
e mitezza, magnanimit e tolleranza (cfr Gal 5,22); mentre, in 4,15-
16, egli deve "crescere proiettato verso Cristo facendo la verit ed
edificando nell'amore"; infine, in 5,2, la santit del cristiano imita-
zione dell'amore sacrificale di Cristo, che per noi si offerto "quale
oblazione e vittima a Dio in odore di soavit" (cfr Rom 12,1-2). In
definitiva, nell'amore, quale partecipazione all'amore di Cristo e di
Dio, che realizziamo il progetto di santit, a cui Dio ci ha chiamati.
I1poopt<Ja T)!J.<i ei ut08emav t 'Ill<Jou Xpt<J'tou ei a{nov:
"predestinandoci all'adozione per opera di Ges Cristo in vista di
lui". Il participio aoristo 1tpOOpt<Ja rimanda ancora al progetto eter-
no di Dio sull 'uomo e quindi indica la nostra predestinazione alla
salvezza e la nostra vocazione alla santit77 Inoltre, essendo un par-
ticipio congiunto dipendente da Se.Sa'tO T)!J.<i ("ci ha scelto") di
1,4, pu avere valore temporale (temporalit materiale): "quando ci
predestin ad essere figli", allora indicherebbe il momento preciso
in cui si manifestata la nostra vocazione alla santit; oppure valore
causale (temporalit logica): "poich ci predestin ad essere figli",
fornendo cos la motivazione della scelta divina; o meglio ancora un
valore modale di azione concomitante con quella del verbo principa-
le: "Dio ci ha scelto ad essere santi e ci ha predestinati ad essere fi-
gli". In tal senso, Ef 1,5 precisa ulteriormente la nostra vocazione

74); basta rileggere Ef 1,3 e il resto dell'inno: nello stile di quest'inno moltipli-
care le aggiunte preposizionali.
77 Il verbo composto 1tpoopiElv etimologicamente significa "porre un limite prima
di qualcosa", quindi "predelimitare", "prefissare", "predetenninare", "prestabilire" e
poi in senso tecnico-religioso: "predestinare". In base a l ,4, il "punto limite" sem-
bra essere "la creazione del mondo". Allora, la vocazione cristiana alla santit e alla
figliolanza divina posta oltre questo limite storico-cosmologico e si inserisce nel
piano eterno di Dio. In tal senso, la "predestinazione" non si riferisce alla salvezza
eterna, ma alla proposta che Dio fa ad ogni uomo di partecipare alla santit e alla
figliolanza, in altre parole di accettare nella fede il suo progetto di amore (Barth,
Ephesians /-3, 105-109; Coenen, KkyOl!at, 564-565). In base a tale progetto, Dio
"ci ha predestinati ad essere confonni all'immagine del Figlio suo" (Rom 8,29),
chiamati ad essere santi (Rom 1,7; 8,30) e figli (Ef 1,5), secondo il disegno di colui
che tutto opera (Ef I, Il) e tutto ha predisposto, nella sua sapienza avvolta nel mi-
stero, per la nostra gloria (ICor 2,7; cfr Ef 1,8-9) e per la lode gloriosa della sua
grazia (Ef 1,6.12.14). Per l'uso di 1tpoopiElv cfr Schmidt, 1tpoopinv, 1278-1280;
Allen, "The OT Background", 104-108; inoltre, a tal proposito, cfr la buona
osservazione di Penna, Efesini, 91.
Ef 1,3-14 95

cristiana alla santit: essa coincide con il nostro "essere figli" e si


realizza nella nostra condotta da figli7 8 All'interno del "beneplacito
della volont divina", infatti, non vi successione temporale n
progressione logica, ma solo il progetto eterno della nostra santit e
figliolanza, per questo il 1tpOOpiEtv di 1,5 coincide contenutistica-
mente con l'SEsmo ... 1tp Kampof 'Wl> KocrllOU di 1,4 ed en-
trambi si rifanno alla "decisione (1,11) benevola (1,5.9) della volon-
t divina (1,5.9.11)".
Ei ul08Ecriav:"all'adozione". il fine a cui mira la predesti-
nazione divina. Il termine ul08Ema, raro nel greco profano e assente
dalla LXX, nel NT esclusivo della letteratura paolina79 In Rom 9,4
Paolo afferma, in linea con la teologia dell 'Esodo e dei profeti, che
l'adozione a figli uno dei privilegi dell 'Israele di Dio. Tale privile-
gio, per, divenuto una realt piena e definitiva solo nel periodo
escatologico, "nella pienezza dei tempi" (Gal 4,4), quando Dio
mand il suo Figlio per liberarci dalla schiavit della legge e donarci
l'adozione a figli (Gal 4,4-5)80 e per mezzo di lui portare a compi-
mento tale nostra predestinazione (Ef 1,5)81. Di pi: per garantire
questa nostra figliolanza e renderla stabile, "Dio mand lo Spirito
del Figlio suo per gridare nel nostro cuore: Abba! Padre!" (Gal 4,6).
Egli non comunica uno spirito di schiavit, ma uno spirito di figlio-
lanza, per mezzo del quale veniamo abilitati a chiamare Dio: Abba!
Padre! (Rom 8,15), a comprendere profondamente il senso di "esse-
re figli di Dio" (Rom 8,16) e attendere insieme a tutte le creature del
cosmo la manifestazione gloriosa della nostra figliolanza (Rom
8,23)82. In base a tutti questi testi paolini, la ul08Ema l'attuale con-
dizione esistenziale dei cristiani, a cui Dio ci ha predestinati dall' e-
ternit, che ci stata comunicata per mezzo di Cristo e che sperimen-
tiamo nella nostra vita attraverso l'azione teleologia dello Spirito
che ci spinge ad essere e a vivere da figli di Dio. La frase viene com-
pletata anche qui con varie espressioni preposizionali: ot '!llcrOl>

78 Sul concetto di predestinazione cfr Dion, "La prdestination chez S. Paul", 5-43.
79 Per il concetto di uio9EO'lacfr von Martitz - Schweizer, Ut09Ema,268-274;
Feigin, "Some cases of Adoption", 186-200; Schoenberg, "Huiothesia", I 15-123;
Lyall, SIa ves, Citizens, Sons, 67-99; Scott, Adoption as Sons oj God, Tiibingen
1992. Nel greco profano presente dal 11 sec. a. C. ed un termine giuridico per
indicare l'adozione a figlio, mentre nel NT assume una chiara valenza teologica,
come testimoniano Rom 8,15.23; 9,4; Gal 4,5.
80 Buscemi, "Libert e Huiothesia", 130-135.
81 Flowers, "Adoption and Redemption", 16-21; Theron, "Adoption in Pauli ne
Corpus", 6-14; Schoenberg, "St. Paul's Notion", 51-75; Drago, "La nostra adozio-
ne", 203-219; Lyall, "Roman Law", 458-466; Byrne, 'Sons ojGod', 126-127.
82 De la Calle, "La 'Huiothesia' de Rom 8,23", 77-98; Rossi, La creazione tra il
gemito e la gloria, 127-128.
96 Capitolo III

XptO""CO'0: indica la causa agente ministeri aIe e quindi sottolinea la


mediazione di Cristo nella nostra predestinazione a figli 83 Ei a:tytov:
Ei + accusativo con senso di finalit o scopo "in vista di lui/per s".
Pi difficile dire se a{l'tov indichi Cristo come causa esemplare ulti-
ma (cfr Col l, 16f.20) verso cui si indirizza la nostra figliolanza per
avere la sua pienezza di gloria (cfr Rom 8,29; Fil 3,21; Ef 4,13-16),
o il Padre che ci ha resi figli per s, per la lode gloriosa (Ef 1,6.12.
14) che a lui noi tutti dobbiamo. Quest'ultima opinione mi sembra
pi probabile, dato che nel contesto il soggetto Dio e tutto il piano
della salvezza si compie "a lode della sua gloria"84.
Ka't Tilv fOKtaV "CO'0 efrllla'tO a"CO'0: "secondo il beneplaci-
to della sua volont": tale costruzione rarissima nell'epistolario
paolin0 85 e nel resto del NT86, ma abbastanza documentata nella
letteratura veterotestamentaria, specialmente in quella del cosiddetto
"giudaismo biblico"87. Ka't<X + ace. sottolinea fortemente la corri-
spondenza88 tra la predestinazione a figli mediante l'opera di Cristo
con il piano salvi fico del Padre. Tutto ci dipende dalla "benevolen-
za" del Padre 89 , o pi precisamente, interpretando il genitivo se-
guente come di provenienza: "dalla benevolenza che emana dalla
volont salvifica del Padre"; oppure, ipotizzando un genitivo di qua-
lit: "dalla benevola volont del Padre"90. Pertanto, il termine ell-

83 Cfr anche Gal 4,4-5, ma sottolineando una differenza prospetti ca: mentre Ef 1,5
sottolinea la mediazione nel progettare la nostra predestinazione, Gal 4,4-5 pone
l'accento sulla mediazione di Cristo nella realizzazione concreta della nostra figlio-
lanza divina all'interno della storia umana o, per dirla con Paolo, "nella pienezza
dei tempi" (cfr anche Drago, "La nostra adozione", 212-213).
84 Con Cambier, "La bndiction", 75-76; Penna, Efesini, 91-92; ma anche
Schlier, Efesini, 72 nota 42, nonostante che egli sceglie la prima interpretazione.
85 La si trova solo qui e con leggere variazioni in Ef 1,9: Ka't 't'jv EOOKtaV a'toi);
l, Il: Ka't 'tl1v ~01J.l1v wi) 9E.T1Ila1:0 a'toi) (e poco prima 1,11: Ka't 1tp09EOW 'toi)
't mXv'ta VEpyoi)V'to, che certamente sulla stessa linea di pensiero) e in Gal 1,4:
Ka't 't 90" lllw 'toi) 9EOi) Kat 1tmp TUHOV.
86 Fuori dell'epistolario paolino si trova in IPt 4,19; IGv 5,14 (cfr anche Ebr 2,4:
Ka't 'tl1V awi) 9.ll<J\V); nella letteratura patristica: Ignazio, Ad Smyrnaeos, l, l;
Giustino, Dia!. Tryph., 116.
87 Cfr IEsd (LXX) 8,16; Sir 8,15; 32 (35),17; Dan Il,16.36 (nel TM anche in
4,32; 8,4; Il,3); nella letteratura rabbinica lo si trova all'inizio del Qaddish: "Ma-
gnificato e santificato sia il suo grande Nome nel mondo che Egli ha creato secondo
il suo volere (T1m:l::J)". Un esempio lo si pu trovare anche nella letteratura profana
in POxy VI,924,8, ma tardivo (IV sec. d.C.) (cfT Moulton - Milligan, Vocabulary,
ad vocem 9.lllla; Schrenk, 9.lllla, 295 nota 16).
88 Buscemi, Preposizioni, 76.
89 Per il concetto di EooKla cfr Schrenk, EoKta, I 131-1 132; Bietenhard,
EOOKW, 1285-1288; Spicq, EOKW, 307-315; Mahoncy, EooKla, 75-76.
90 Per il genitivo di qualit cfr BDR, 165; mentre per l'accumulo dei genitivi di
diversa valenza grammaticale cfr BDR, 168,2,2.
EI1,3-14 97

/la indica la volont divina salvifica91 , che, nel suo beneplacito


(1,1,5.9) e nell'abbondanza della sua grazia (1,7), ci svela nella pie-
nezza dei tempi (1,10) il mistero della nostra salvezza (l,Il): il van-
gelo (1,13) della predestinazione alla santit (1,4-5.11), della reden-
zione che ci fa propriet speciale di Dio (1,7.l4), partecipi della sor-
te dei santi (Col l, Il) e inseriti nel Cristo in cui tutti gli esseri del
cielo e della terra sono ricapitolati/raccolti in unit (l, lO). La volont
salvi fica del Padre , pertanto, all'origine di tutta l'opera della sal-
vezza, ne guida la realizzazione nel Cristo e la conduce al suo fine
mediante l'opera santificatrice dello Spirito. La volont divina del
Padre diviene la ragione di fondo, la norma suprema, la fonte unica
nella quale tutto ricapitolato, la ragione pretemporale, benigna e
amorosa da cui tutto scaturisce92
Ei; E1tatVOV 6Sll; 'tf; Xapt w; a'to: "A lode gloriosa della sua
grazia". l'ultima aggiunta preposizionale, legata al tema della
"predestinazione" in Ef 1,5-6, che indica il fine ultimo non solo
della predestinazione e dell' elezione divina, ma di tutto l' inn0 93 : la
10de94 e la gloria del Padre. Si tratta di una breve dossologia 95 che
inneggia a Dio per il conferimento della sua "grazia", intendendo
questo termine come la sintesi di tutta l'opera divina, dono gratuito
del Padre ai suoi figli. Fedele al suo stile evocativo e pleroforico, la
frase viene ulteriormente ampliata attraverso una relativa paranoma-
sica (Xapt; - Xapi 'tfficrEVJ6: ~; Xapi 'tfficrEV T]/la; v 'tei'> 1ya1tll/lvql,

91 Sul concetto di eru.la CIT Schrenk, eT]IHX, 263-311; Miiller, "Volont/e.<o",


2022-2027; George, "La volont de Dieu", 3-17; Romaniuk, "La volont di Dio",
353-368.
92 Cfr Schrenk, eT]I-Ia, 296-297.
93 A tal proposito significativa la triplice ripetizione di questa breve dossologia:
Ef 1,6.12.14.
94 Nella LXX e nel NT, f1talVO il riconoscimento, la . lode, l'atteggiamento di
adorazione, la celebrazione della comunit della gloria di Dio (cfr Preisker, f1tatVO
699 e 702); Dreyfus, "Pour la louange de sa gIoire (Ep 1,12.14)", 233-248.
95 Dal punto di vista grammaticale composta: I 0) da una affennazione preposizio-
naIe di valore finale: E 1tatVOV Ca lode"); 2) da un genitivo oggettivo: la lode che
magnifica la gloria di Dio, o di qualit: la lode gloriosa; 3) da un genitivo di appar-
tenenza: che si addice alla sua grazia o genitivo di oggetto indiretto: a motivo della
grazia a noi concessa, cio la predestinazione ad essere figli. Semplificando, "a lode
gloriosa della grazia che ci stata concessa (CIT Schlier, Efesini, 74-75; Cambier,
"La bndiction", 78-79; per una spiegazione differente cfr Penna, Efesini, 92).
96 Per la paronomosia cfr BDR, 488; Castellino, "La dossologia", 148. Inoltre, bi-
sogna notare il fenomeno dell'attrazione del relativo nel caso del suo tennine reg-
gente: 't~ Xapl 'tO; pi problematico stabilire se ~ sia da sciogliere con i:v D(=
"nella quale si mostr benevolo nel Diletto"), come ipotizzano alcuni codici antichi
(a 2 DFG'f'!IJ1 ), o con il dativo D(= "per mezzo della quale si mostr benevolo nel
Diletto"), o con l'accusativo ~v (= "la quale ci stata donata gratuitamente nel
Diletto". Per tutte queste possibilit cfr BDR, 294,3,5. Stando alla paronomasia che
98 Capitolo III

che da una parte conclude il tema della predestinazione e dall'altra


annuncia proletticamente il tema della redenzione97 , opera della gra-
zia divina che ci stata donata gratuitamente98 da Dio nel Dilett099
In tal modo, da un punto di vista formale che contenutistico, non
solo la nostra elezione ad essere santi (1,4), ma anche la nostra pre-
destinazione ad essere figli viene progettata da Dio nel Cristo e nel-
l'amore. Cos, tutto sorge dall'amore del Padre per il Diletto e in lui
per noi.
'Ev q) EXollev 1:'f)v cX1to{Ytproffiv Ot 'tOD a'illa'to alJ'toD, 'tlv
a<effiv 'trov 1tapa1t'troll<X'troV: "In lui abbiamo la redenzione per mez-
zo del suo sangue, la remissione dei peccati". Il v. 7 incomincia con
il relativo EV q), che si riferisce al "Diletto". Esso pu essere inter-
pretato in senso dimostrativo: "in costui", "in lui "100. Pertanto,
"nel Diletto" abbiamo la redenzione. Con tale affermazione si passa
dal "progetto divino" all'esecuzione di tale progetto, come indica
molto bene il passaggio dall'aoristo ("ci ha scelti", "avendoci pre-
destinato", "ci ha fatto grazia") al presente indicativo "abbiamo",
che esprime l'idea di una realt concreta e duratura continua nella
vita cristiana lol Tlv cX1tou'tproow: il termine cX1tOU'tproffi, se si eccet-
tua Lc 21,28, lo si trova esclusivamente nell'epistolario paolino l02

stabilisce il testo, mi sembra che l'accusativo sia la migliore soluzione (con


Schlier, Efesini, 76 nota 49).
97 A causa di ci, alcuni autori (Schlier, Penna) vorrebbero porre qui una cesura:
avremmo il passaggio dal piano dell'intenzione al piano della realizzazione. Sia la
paronomasia che la prolessi fanno pensare che la frase strettamente legata a ci
che precede e solo con il v. 7 si ha un vero passaggio ad un'altra tematica.
98 Il verbo denominativo fattivo Xapnoro (BDR, 108, I, I) di per s significa: "fare
grazia", ma anche "mi mostro benevolo, pietoso, grazioso" (cfr Rocci, Vocabola-
rio, ad vocem). Da qui la possibilit di tradurlo in diversi modi. Comunque, l'espres-
sione paronomasica sottolinea l'abbondanza e la gratuit del dono divino (cfr
Barth, Ephesians J-3, 82).
99 "Il Diletto" una trasposizione messianico-cristologica. Il titolo, infatti, nel-
l'A T attribuito ad Israele, quale popolo amato da Dio (Dt 32,15; 33,5.12; Is 5, I .7;
44,2; Ger 11,15; 12,7 ecc). Nel NT, attraverso la mediazione di Gen 22,2; Is 42,1,
il titolo, riservato prima a Cristo, il Diletto (Mt 3,17; 17,5; Mc I, II; 9,8; Le
3,22), e in lui anche ai cristiani, "gli eletti di Dio, santi e amati" (Col 3,12; I Tess
1,4) (cfr Schlier, Efesini, 76-77; Cambier, "La bndiction", 79-80; Barth, Ephes-
ians J-3, 82-83).
100 BDR, 293, I c.
101 Cfr anche Penna, Efesini, 94. Barth, Ephesians J-3, 83 e 115-119, insistendo
troppo sull'idea del "possesso", finisce per dare troppo rilievo ad un concetto esca-
tologico, che nel brano solo tra le righe. Inoltre, non mi sembra che ci sia alcuna
contraddizione tra Ef 1,7 e 1,14; entrambi hanno il presente indicativo: in 1,7
indica che la redenzione e la remissione dei peccati sono una realt concreta che
opera gi nel cristiano, mentre in 1,14 tale realt presentata come un anticipo i n
vista della redenzione che ci far divenire "possesso pieno e definitivo di Dio".
102 Cfr Buchsel, <X1to.{rtpro<n 949-962; Lyonnet, De Peccato et redemptione, 25-
EI1,3-14 99

Esso appartiene al linguaggio giuridico del riscatto degli schiavi, la


"manumissio sacra", e significa: la liberazione ottenuta attraverso il
pagamento di un riscatto. Nel NT, come gi nel linguaggio giuridico
religioso dell' AT, il nostro riscatto avviene senza alcun pagamento
concreto e senza indicare alcuna persona a cui viene versato il prez-
zo del riscatto. Pertanto, esso indica la liberazione in generale, la
redenzione operata da Cristo "mediante il suo sangue"103, espressio-
ne che da una parte richiama espressamente il sacrificio redentore di
Cristo sulla Croce (cfr Ef 2,16; ma anche Rom 3,24; 5,9-10; lCor
1,30; Col 1,4) e dall'altra in maniera alquanto vaga "il prezzo" (cfr
l Cor 6,20; 7,23) che tale sacrificio ha comportato. Vista nel suo
insieme, l'espressione "la redenzione mediante il suo sangue" indi-
ca il sacrificio espiatorio e propiziatorio di Cristo per liberarci dalla
schiavit del peccato. Per questo, esso "remissione dei peccati"
('tr,v a<l>Ecrt v nJ)v 1tapa1t'tffi!l<X'tffiV)104 e conferimento della grazia che
ci permette di realizzare lo scopo dell'elezione divina: essere santi e
figli di Dio. Allora, il concetto di "redenzione" di 1,7 non coincide
con quello di 1,14: l) perch in 1,7 esprime la liberazione da qual-
cosa di negativo, mentre in 1,14 sottolinea la liberazione in vista di
qualcosa di positivo: il nostro totale appartenere a Dio, divenire
"propriet" di Dio, suo popolo; 2) la redenzione in quanto "re-
missione dei peccati" l'inizio dell'opera redentrice di Cristo, men-
tre la redenzione in quanto "acquisizione" il fine a cui escatologi-
camente tutti i cristiani tendono, per essere il popolo santo di Dio.
Ka't 't 1tow Ti Xapt 'to aw: "secondo la ricchezza della
sua grazia". Anche qui, come gi in l,S, Ka'ta + acc. sottolinea la
corrispondenza tra la redenzione che Dio ci ha concesso nel Diletto
e la sovrabbondante ricchezza della sua grazia. Paolo ama sottolinea-
re nelle sue lettere questa "sovrabbondante ric.chezza" di Dio nei
nostri confronti (cfr Rom 2,4; 9,23; 10,12; Il,33; Fil 4,19; Col 1,27),
ma in particolare nella Lettera agli Efesini. Cos, in 1,18 siamo invi-
tati a considerare attentamente qual la ricchezza della gloriosa ere-
dit che Dio riserva ai suoi santi; in 2,4-7 Dio ricco di misericordia,
perch nel suo amore ci ha liberati dai peccati, ci ha convivificati e
conrisuscitati con Cristo e con lui ci ha fatto sedere nei cieli, per
mostrare i l'abbondanza della sua ricchezza di grazia; in 3,16 egli ci
concede di essere corroborati per mezzo dello Spirito nell'uomo in-

48.49-69; Mundle, M,pov, 1507-1511; Kerte1ge, <X1to1JtplOO\(; 138-140; Lincoln,


Ephesians, 27-29.
103 Per l'espressione cfr Penna, "" sangue di Cristo nelle lettere pao1ine", 789-813.
104 Per quest'espressione cfr Bultmann, a<l>Ecr\(;, 1353-1362; Vorliinder - A.T.,
"Pcrdono/<l>(qH", 1272-1278; Leroy, a<l>EO"l, 181-183; Spicq, a<l>Ecrt, 81-87.
100 Capitolo III

teriore secondo la ricchezza della sua gloria. Tutto il mistero della


nostra salvezza: elezione, redenzione, remissione dei peccati, figlio-
lanzadivina, partecipazione all'eredit, tutto scaturisce dall'inesauri-
bile pienezza della grazia di Dio. Essa talmente traboccante che
l'autore sente il bisogno di aggiungere un'altra relativa pleroforica:
~ 1tEplcrcrEU<H:v El TU.UX, v 1t<xcrD cro<jll<;X. Kat <jlpOV1lcrEt: "che ha fatto
abbondarel05 per noi con ogni sapienza e intelligenza". Tale propo-
sizione relativa sottolinea due punti importanti: la sovrabbondanza
della grazia "per noi"106, cio a nostro favore e con essa Dio ci
mostra tutta la ricchezza del suo amore infinito; inoltre, tale pienezza
non manca di nulla, perch essa ci concessa "con ogni sapienza e
intelligenza"I07, cio con quella capacit interiore che ci fa penetrare
nel mistero di Dio, ce lo fa esperimentare, gustare e amare.
rvropicra Y!1l1v 't llucr't1lPWV 'tO OE-1llla'tO a'tO: "facendoci
conoscere il mistero della sua volont". rvroplcrm; un participio
congiunto e in quanto tale si riallaccia al suo verbo reggente pi vi-
cino: 1tEplcrcrEuEvdi 1,8a, ma da un punto di vista logico esso pu
essere riferito anche ad SEfsa'to Y!IlU ("ci ha scelto") di 1,4 108 alla
stessa maniera di 1tpooplcra di 1,5 109 . Verrebbe, cos, indicata un'altra
dimensione teologica della nostra elezione: la rivelazione del miste-
ro, che si aggiunge alla predestinazione ad essere figli e alla reden-
zione, ed essa rappresenta la pienezza del dono di grazia che ci
stato concesso. In entrambi i casi, il participio yvropicra<; pu avere
valore temporale: la pienezza della grazia della nostra elezione si
manifestata "quando ci ha fatto conoscere il mistero della sua vo-
lont"; oppure valore causale: "poich ci ha manifestato il mistero
della sua volont"; o meglio ancora un valore moda le di azione
concomitante con quella del verbo principale: "facendoci conoscere

105 Il verbo m:pt<J<Juro ha qui il senso transitivo di "far abbondare", di "sommi-


nistrare abbondantemente" come in Rom 5,15.20; 2Cor 4.15; 9,8 (cfr Rocci,
Vocabolario, ad vocem 2; Hauck, m:pt<J<Juro, 6 e 9-13); Brandt, m:pt<J<Juro, 1289-
1292; Schneider, m:pt<J<Juro, 76-77; Schlier, Efesini, 80).
106 La proposizione Ei indica l'intenzione favorevole divina nei nostri confronti
(cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem 3b; BDR, 207,3,4).
107 Anche se i due concetti hanno un loro senso proprio, in questa fonnula essi
fonnano un 'endiade per esprimere la capacit che Dio ha concesso al cristiano di
esperimentare la ricchezza della sua grazia e del suo amore (cfT Schlier, Efesini, 80-
81; Penna, Efesini, 95; Barth, Ephesians /-3, 84-85; Lincoln, Ephesians, 29;
Fabris, "II piano divino", 520).
108 Comunque, i due aspetti, quello logico e quello grammaticale, non si escludono,
in quanto sempre lo stesso Dio che sceglie e concede la sua grazia con abbon-
danza; inoltre, l'elezione divina l'origine della grazia, che diviene predestinazio-
ne, redenzione e rivelazione del mistero.
109 Ci riconosciuto anche da Schlier, Efesini, 82, e da Cambier, "La bndic-

tion", 84.
EI1,3-14 101

il mistero della sua volont". Pi liberamente: Dio ci ha scelto, ci ha


predestinato, ci ha redento, ci ha manifestato il suo mistero; in una
parola nella sua elezione ha fatto abbondare per noi la sua grazia,
che intelligenza o conoscenza profonda del mistero della sua vo-
lont salvifica e sapienza per divenire partecipi di tale mistero.
In base a ci, yvcopi.co un verbo di rivelazione e per questo' viene
connesso con il termine "mistero"110, pi precisamente con l'e-
spressione: "il mistero della sua volont" et J..luO''trlPwv 'tou gerl-
J..la'tO a'tOu). Tale sfumatura semantica importante: non si tratta
di un mistero qualsiasi, ma di quello proprio della volont di Dio
(gen. possessivo), il mistero che Dio stesso ha stabilito secondo la sua
benevolenza (gen. soggettivo; cfr 1,9b: !X't 'tllv e01ciav a'tOu f\v
1tpoge'tO v a'tcp) o che concerne la volont divina (genitivo ogget-
tivo). In altre parole, il mistero connesso con tutto il piano salvi fico
di Dio (1,9a)lll, mostra tutta la ricchezza della sua grazia (1,8),
secondo il beneplacito che egli ha stabilito nel Cristo (1 ,9b: Ka't
'tllv eoK1.av a'tou; cfr anche 1,5.11), orientato all'amministra-
zione e all'ordinamento l12 della pienezza dei tempi: et OtKovoJ..liav
'tOu 1tllproJ..la'to 'trov KatproV (1, l 0)113. In base a tutte queste caratte-
rizzazioni e al senso proprio del termine, "mistero" indica qui l'in-
tenzione divina, rimasta nascosta agli uomini e alle potenze, ma ora
manifestata nello Spirito (cfr l Cor 2,6-7), di portare a compimento
nel periodo escatologico il suo progetto di amore e di grazia, mistero
che si compie nel Cristo e in lui riceve ordinamento e unit 114.

110 Per il concetto di "mistero" cfr Bomkamm, /J'llcr,i]ptOV, 645-715; Schlier,


Efesini, 83-85, in particolare la nota 65; Barth, Ephesians 1-3, 85 e 123-127;
Caragounis, The Ephesians Mysterion, Lund 1977; Penna, Il mysterion paolino,
Brescia 1978; Harvey, "The Use of Mystery Language", 320-336; lovino, "La
conoscenza del mistero", 327-367. .
111 Anche se il suo pensiero un po' contorto, cfr Barth, Ephesians 1-3, 85-86, che
in definitiva arriva ad una simile conclusione.
112 11 tennine OiKOVO/J(CX, nel greco classico indica la direzione, l'amministrazione o
l'ordinamento della casa o della vita pubblica (cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem).
Quindi il tennine ha il senso attivo, non tanto di realizzare la pienezza dei tempi,
ma di amministrarli e dar loro un ordinamento nel Cristo (cfr Reumann, "Oikonomia
= "Covenant", 282-292; Idem, "Oikonomia-Tenns in Paul", 164; Barth, Ephesians
1-3, 86-88; Penna, Efesini, 97).
113 L'espressione , 7ti]pw/Jcx 1:(OV KatproV si avvicina a quella di Gal 4,4: ,
7ti]pw/Jcx W XPOVO'll, in quanto vuoi indicare il tempo escatologico, ma differisce da
essa sia per il tennine KatpO, che indica il tempo favorevole, sia per il plurale di
questi "tempi"; pertanto, l'espressione indica s il tempo escatologico, ma come
ordinamento della totalit dei tempi stabiliti da Dio (cfr Barth, Ephesians 1-3, 128-
; 3u; Penna, Efesini, 97).
:.J In base a tale caratterizzazione, mi sembra eccessivo, da parte di Barth, Ephes-
fans /-3, 85 e 123-127, a non voler usare il tennine "mistero". Se Paolo (o chi per
lui) non ha avuto paura ad usare un simile tennine, che poteva generare qualche con-
102 Capitolo III

VUKE<j>Uatooucr8at 't miv'tu v 't4) Xptcr't4): "Ricapitolare /


raccogliere sotto un capo tutte le cose nel Cristo". La proposizione
infiniti va esplicativa e in quanto tale oggetto diretto di )'VropiroI15 :
mostra concretamente qual' il contenuto del mistero della volont
di Dio, che egli ora manifesta a noi. Il composto vUKE<j>UatOro 116
pu derivare dal preverbio v = su + KE<j>aUtOV = "punto principa-
le", "parte essenziale e rilevante", "ci che ricapitola tutto",
"somma", allora in senso temporale-intensivo ll7 : "ricapitolare".
L'idea teologica sarebbe: ricapitolare tutto, le cose del cielo e della
terra, in Cristo. Egli il principio unificatore di tutto il cosmo e di
tutto il piano salvifico di Dio. E' una lettura possibile" 8 , ma non
esclude un'altra lettura filologica di vUKE<j>aatOro, che pu derivare
anche dal preverbio va = su + KE<j>U1'\ = "punto pi elevato, inizia-
le, finale o determinante", "testa", "capo", quindi in senso perfet-
tivo-risultativo: "riportare tutto sotto un capo", "raccogliere sotto
un capo""9. L'idea teologica: Dio raduna tutto il cosmo in unit e
gli d in Cristo un capo che lo ordina e gli conferisce unit. Inoltre,
bisogna osservare che il verbo VUKE<j>Uatooucr8at un aoristo me-
dio dinamico l2O : Dio si impegna attivamente a realizzare la Signoria
di Cristo, in modo che tutto il cosmo tenda verso di lui e in lui trovi
unit, fondamento e pienezza di senso. Inoltre, in tale qualit di capo
del cosmol 21 , Cristo stato dato alla chiesa, suo corpo e pienezza di

fusione con i "misteri" delle religioni pagane, non si vede il motivo per cambiarlo
nelle nostre lingue con il tennine meno evocativo: "segreto" (cfr anche Lincoln,
Ephesians, 30-31). D'altra parte, il tennine "segreto" potrebbe adattarsi all 'inten-
zione divina, finch era rimasta nascosta; il tennine "mistero", invece, evoca una
dimensione escatologica: esso stato manifestato nell'evento-Cristo, ma nello
stesso tempo siamo condotti dallo Spirito a comprenderlo meglio e soprattutto a
divenirne partecipi.
115 Viteau, tude, I, 355, p. 151, e 267, p. 161; BDR, 394.
116 Per il tennine <XVu,lCE<j)u,,moro cfr Schlier, <xvU,lCE<j)u,,moollm, 386-390; Merklein,
<Xvu,w)>u.,moro, 82-83; Schlier, Efesini, 89-91; Barth, Ephesians /-3, 89-92; Penna,
Efesini, 98-100, anche se la sua traduzione estremamente letterale poco convin-
cente; inoltre, l'azione non parte dal basso, ma parte da Dio che muove tutto il co-
smo a trovare la sua unit e il suo capo in Cristo.
117 Buscemi, Preposizioni, 23.
118 Anzi, a partire da S. Ireneo stata la lettura esegetica pi comune (cfr Lincoln,
Ephesians, 32-34).
119 Tale senso, per, non si registra nel greco classico. Anzi, si pu essere certi che
il tennine <xvu,n:cI>u,,moro deriva da lCEcI>U,U,\OV e non da lCEcI>U,,Tl. Dato che Cristo veni va
denominato lCEcI>U,,Tl (Col 1,18), possibile che in base ad esso venne data una
sfumatura semantica diversa al verbo <xvu,n:cI>u,,moro (cfr Schlier, <XVu,lCEcilu,,moollm,
390). Barth, Ephesians /-3, 91 nota 92, fa risalire tale interpretazione fino al
Crisostomo.
120 Cfr Thayer, Lexicon, ad vocem <xvu,n:cI>u,,moro; per il medio dinamico cfr Cignelli
- Bottini, "Le diatesi del verbo II", 237-244.
121 In Ef 1,22 non c' dubbio che lCEcilu,,Tlv un predicativo dell'oggetto (u'ln:ov). Pi
Ef 1,3-14 103

lui che tutto riempie in ogni sua parte (Ef 1,22-23). "Tutte le cose":
come specifica l, 10b, si tratta di "tutte le realt che sono nel cielo e
nella terra" ('t 7t 'to' oupavo' Ka 't 7t 'tf yf v au'te!', quin-
di, decodificando il binomio "cielo-terra", tutto il cosmo.
'Ev Q) Ka KT\proerUleV: "In lui, nel quale anche siamo stati
scelti/messi a parte". 'Ev Q): il pronome relativo ha valore pregnante,
per questo bene renderlo con l'enfatico "in lui, nel quale", che
anche se risulta sovrabbondante, per consono allo stile dell' inno:
indica il Cristo, signore di tutte le cose e della Chiesa. Kai: additivo
e pu rafforzare sia ci che precede: "proprio in l u i "122, sia ci che
segue: "anche siamo messi a parte"l23. Nel primo caso l'accento ca-
de sul ruolo di Cristo, nel secondo sull'essere "messi a parte". For-
se, il fatto di essere posto a centro dell'espressione una finezza re-
torica per attribuirlo ad entrambi i membri della frase: "Proprio in
lui anche (noi) siamo messi a parte". KT\pocreai 24 : un verbo de-
nominativo fattivo: "stabilisco, scelgo mediante la sorte" e in senso
intensivo-perfettivo: "scegliere", "mettere a parte", "destinare".
In base al contesto, "siamo scelti e destinati" a ricevere come nostra
"parte" "lo Spirito della promessa"125 e l'eredit (Ef 1,13-14). A
chi si riferisce la prima persona plurale KT\ProeT\lleV? ancora a tutti i
cristiani oppure ai soli giudei, dato che in 1,13 il "voi" si riferisce ai
destinatari della lettera, per lo pi di origine pagana? Questa seconda
ipotesi, stando anche a 2,14-18 e altri brani, sembra la pi probabile.
Con essa si spiega meglio anche l'uso del participio attributivo w
7tpOT\ID KOW, che indica persone che hanno sperato per prime o pri-
ma di altre, e forse anche di 7tpooplcrev'te, che allora prenderebbe il
senso di "essere destinati prima o per primi". L'espressione v au-
'te!'> KT\ProeT\IlEV sembra riferirsi all'azione storica di Dio in Cristo e
pertanto non si riferisce tanto alla predestinazione pretemporale, ma

discutibile l'attribuzione di \mp 1tavta a KE<I>a).,~v. In base al contesto immediato


esso possibile e forse anche il miglior senso (cfr SchIier, Efesini, 128-129, che lo
assimila al t 1tana di Ebr 2,8; Penna, Efesini, 119). In ogni caso, per, non
escluso che esso possa avere un valore avverbiale: Dio sottopose tutte le cose sotto
i suoi piedi e lui diede quale capo soprattutto alla chiesa, detenninando un passaggio
simile a quello di Col 1,18-19.
122 Cambier, "La bndiction", 91.
123 Schlier, Efesini, 92 nota 75.

124 Per l'uso di K).,T1pococfr Foerster, K).,T1Poco,601-604; Eichler, Kipo, 569-575;


Barth, Ephesians 1-3, 92-94.
125 Schlier, Efesini, 93, pensa che in Cristo noi abbiamo ottenuto "la terra promes-
sa", ma in tutto il testo non c' alcun accenno a ci, tranne che non si vogliono
accettare tutte le speculazioni gnostiche sull'espressione "nei cieli". A mio parere,
il verbo KT1poucr9<Xt apparentato con il tema della K).,T1povo~la e con quello della
promessa (cfr anche Gal 3,14.29; 4,1-7).
104 Capitolo III

al fatto che i giudei siano stati scelti per primi a ricevere i benefici
della salvezza 126
npooptcrev'te Kcl't 1tpOeecrtv wu 't miv'ta vepyouv'to Ka't 't1v
~OUA1v 'tOu eeArllla'to a'tou: "predestinandoci (o essendo stati pre-
destinati) secondo il proposito di colui che opera potentemente se-
condo la decisione della sua volont". npooptcrev'te: un partici-
pio congiunto di valore causale: "dato che/poich siamo stati prede-
stinati"; oppure, di valore modale di azione concomitante a quella
principale: "predestinandoci" o pi liberamente: "siamo stati messi
a parte e destinati per primi". Il senso del verbo 1tpoopi,etv 127
certamente mutato rispetto a quello registrato in 1,5: ha assunto il
senso etimologico di essere "destinato per primo o prima di altri".
Infatti, esso non si riferisce pi al disegno eterno di Dio, ma al realiz-
zarsi concreto e storico di quel disegno nel Cristo l28 . Quindi, la
"p re-destinazione" dei giudei si inserisce nello svolgimento storico
del disegno salvi fico di Dio. Ka't 1tpOeecrtv: il termine 1tpOeecrt 129,
allora, non coincide con il "disegno di Dio" (eATUW), ma indica il
modo concreto che Dio ha prestabilito per realizzare il suo dise-
gno l3O Ci confermato dal fatto che subito dopo viene inserita
un'ulteriore precisazione: Ka't 't1v ~OUA1V 'tou eeArllla'to a'tOu,
che richiama le espressioni simili di 1,5: "secondo il beneplacito
della sua volont" e di 1,9: "secondo il suo beneplacito, che egli
prestabil in lui". Unica differenza, ma molto indicativa, l'uso del
termine ~OUArl. Esso indica la "decisione", la "determinazione";
quindi, indica qualcosa di concreto, tanto che pu anche significare
il "decreto stabilito dalla decisione presa dall' assemblea"131. Allora,
i giudei sono stati scelti per primi secondo la decisione di Dio, che
ha stabilito l'adempiersi storico della salvezza nel Cristo.
Ei 't elVat 1lla ei E1tatVOV 6Sll a'tOu 'tO 1tpollAmKo'ta v
't<\) Xptcr't<\): "affinch noi, che abbiamo sperato prima nel Cristo,
fossimo a lode della sua gloria". L'ei + accusativo dell'infinito in-
dica finalit o scopo. "noi": a motivo dell'aggiunta participiale at-

126 Schlier, Efesini, 92; Barth, Ephesians 1-3, 92-94 e 130-133; Penna, Efesini,
IO 1-102; Fabris, "11 piano divino", 521; in contrario Lincoln, Ephesians, 37;
Montagnini, Efesini, IlO (cfr sopra p. IO nota 45).
127 Per l'uso di npoopiElv cfr Schmidt, npoopinv, 1278-1280.
128 Cfr Penna, Efesini, 101; Fabris, "11 piano divino", 521-522.
129 Per ii senso di np09Ecr\(; cfr Maurer, npo9E(J\(;, I 159-1266; Jaeobs - Krienke,
npoTi9TUlt, 1470-1471; Balz, npo9Ecrt, 157-158.
130 Il testo lo indica come "colui che opera tutto potentemente", secondo una
definizione molto cara a Paolo (cfr ICor 12,6.11; Gal 3,5; Fil 2,13).
131 Per l'uso di ~o'\J1l cfr Rocci, Vocabolario, ad vocem; Schrenk, ~o'\J1l, 311-319;
Schlier, Efesini, 94.
El 1, 3-14 105

tributiva: "che abbiamo sperato prima/per primi nel Cristo", non si


riferisce pi ai giudei in generale, ma ai giudeo-cristiani che hanno
posto la loro fiducia nel Cristo per ottenere la salvezza. Cos, la scelta
di Dio di "scegliere per primi" i giudei riguardava tutto l'Israele
storico, di fatto per tale scelta ha conseguito il suo effetto solo per
coloro "che hanno sperato in Cristo", hanno posto la loro totale fi-
ducia non pi nella legge, ma nell' azione mediatrice di Cristo e sono
uniti a lui nel battesimo. In tal modo, questi giudeo-cristiani - non la
loro decisione, ma essi stessi in quanto hanno sperato e continuano a
sperare in Cristo l32 - sono divenuti una "lode per Dio", una procla-
mazione permanente della sua gloria, una testimonianza vivente della
sua bont e del suo amore salvifico.
'Ev cI> lm U/lEt (h:oucraV'tE 'tv Myov 'tf 1l8Eia, 't Euan-
lOV 'tf croHllpia ullmv: "in lui anche voi, avendo ascoltato la paro-
la della verit, il vangelo della vostra sal vezza". L'espressione "a n-
che voi", in base all'interpretazione precedente del "noi" di 1,11-
12, indica i cristiani destinatari della Lettera (cfr Ef 1,2.15) e prove-
nienti dal paganesimo. L'additivo Kai suggerisce che non solo i giu-
dei sono stati chiamati alla grazia e segnati con il "sigillo dello Spi-
rito", ma "anche" i pagani che hanno ascoltato la parola della veri-
t e hanno creduto. 'AKoucraV'tE: un participio congiunto di valore
temporale-causale di azione anteriore a quella della principale
reggente: "dopo aver/poich avete ascoltato". Si riferisce, quindi, ad
una circostanza anteriore a quella del credere e dell'essere segnati.
L'ascolto produce la fede (cfr anche Gal 3,2.5; Rom 10,14) e questa
permette di ricevere il "sigillo dello Spirito". Tv Myov 'tf ll-
8da: il genitivo 'tf cX1l8da oggettivo, quindi la parola che
annuncia, proclama e stabilisce la verit m. Essendo questa ben deter-
minata dall'articolo, si tratta della verit di Dio e in base all'apposi-
zione seguente si identifica con "la verit del Vangelo" di Gal
2,5.14. T EantoV 'tf croHllpia ullmv: un'apposizione esplica-
tiva, in base alla quale "la parola della verit" "la buona notizia"
che ci viene da Dio e che annuncia e opera per noi la sua salvezza
(genitivo oggettivo).
'Ev cI> Kat mcr'tEucraV'tE: l'enfatico v cI>D4 Kal probabilmente deve

132 Il participio perfetto non indica solo il momento dell'adesione dei giudeo-
cristiani a Cristo, ma anche l"effetto del perdurare della loro tiducia nell'azione sal-
vifica di Cristo (cfr anche Schlier, Efesini, 95; Lincoln, Ephesians, 37), tanto che il
participio perfetto potrebbe essere tradotto con il senso durativo continuo del parti-
cipio presente: ""noi, che speriamo nel Cristo". Ed proprio il perdurare di questa
"speranza" che li rende testimoni della gloria di Dio.
111 Tale espressione la si trova anche in 2Cor 6,7; Coll,S.
1.14 Questo secondo relativo preposizionale v 4> pu avere nel testo una doppia di-
106 Capitolo III

essere riferito sia all'atto di fede sia all'azione dell'essere segnati.


TItcr'tEucraV'tt: altro participio congiunto di valore temporale/causale
di azione anteriore a quella della principale: "dopo aver/poich ave-
te creduto". Si tratta di un atto necessario, come insinua l'additivo
"anche": non basta aver ascoltato la "parola del Vangelo", ma bi-
sogna renderla operante nella fede. Solo la fede ci permette di rice-
vere il battesimo e di "essere segnati con lo Spirito santo".
'Emj>payicr81l'tE 'tQ) 1tVEUllan Tf 1taYYEta 'tQ) <xytcp: "Foste
segnati con lo Spirito santo della promessa". il culmine della cli-
max che Paolo stabilisce: ascolto, fede, recezione del sigillo dello
Spirito. Il verbo mj>payiffi significa: "porre il sigillo" e da qui due
diversi sensi: a) chiudere con sigillo", "sigillare"; b) "segnare con
il sigillo", "contrassegnare"135. Questo secondo senso da collega-
re sia con l'immagine profana del padrone che pone il sigillo sulle
persone e cose che gli appartengono, sia con quella religiosa di una
persona che, segnata con il sigillo della divinit, passa in suo posses-
so e sotto la sua protezione. Su questa linea troviamo che nell' AT la
circoncisione il sigillo de Il 'alleanza di Dio con Abramo (Gen 17,1-
16), in Is 44,5 ed Ez 9,4-7 sugli eletti viene posto il sigillo escatolo-
gico del tau: entrambi indicano che Israele divenuto propriet spe-
ciale di Dio e gode della sua protezione l36 . Allo stesso modo il cri-
stiano, dopo aver ascoltato la parola della salvezza e aver creduto in
essa, riceve il segno della sua totale appartenenza a Dio: lo Spirito
santo promesso e che realizza la promessa 137 Con esso il Padre nel
battesimo l38 lo ha segnato in vista della liberazione totale che lo ren-

pendenza sintattica: l) pu riferirsi direttamente all' espressione che lo precede: 't


Eayytov 'ti <H'tllpia ullrov, quindi si tratta dell 'adesione al "vangelo de\1a sal-
vezza"; 2) pu essere una ripresa enfatica del primo v <)l, riprendendo cos v 't<p
Xptcr't<p di 1,12, quindi si tratta ancora della fede in Cristo.
135 Per il concetto di cr<l>payiro cfT Fitzer, cr<l>payi, 377-418; Schippers, cr<l>pay(,
1751-1755; Schramm, cr<l>payiro, 316-317.
136 Molto interessanti sono alcuni testi del giudaismo rabbinico. Berakh. 7,1.1:
"Lodato sia colui che ... ha contrassegnato col sigillo del patto (la circoncisione) i
suoi discendenti" (cfr anche ExR. 19); TargCant 3,8: "I sacerdoti, i leviti e tutte le
trib di Israele si tennero saldi alle parole della Tor ... e ciascuno di essi portava
su\1a sua carne il sigi\10 della circoncisione, come stava impresso nella carne di
Abramo".
137 Non il caso di distinguere troppo tra genitivo di qualit: lo Spirito promesso
(cfT 3,14), come vuole Schlier, Efesini, 100 nota 90, e genitivo oggettivo, come
interpreta Cambier, "La bndiction", 96. Entrambi i sensi sono buoni per l'inter-
pretazione del nostro testo e indicano il ruolo dello Spirito nel tempo escatologico.
138 L'aoristo rimanda certamente ad un momento preciso della vita del cristiano, i I
momento in cui, dopo aver ascoltato la parola e creduto, viene segnato con il sigil-
lo de\10 Spirito. Tale momento nella tradizione cristiana certamente il battesimo,
come insinua anche l'''avete cominciato con lo Spirito" di Gal 3,3. Se poi esso
indica un rito particolare, questo poco importante, perch ci che determinante
Ef 1,3-14 107

der sua propriet speciale e partecipe dell' eredit.


"O <HtV <xppaprov 'ti~ KvI1Povo~ia~ i]~rov: "che caparra della
nostra eredit". un'aggiunta in perfetta consonanza con lo stile di
tutto l'inno. La sua funzione quella di presentare il ruolo dello
Spirito nel disegno divino. In esso, lo Spirito l'<xppaprov, la "ca-
parra"139, ci che ci vien dato in anticipo e in vista dell 'adempimen-
to pieno e definitivo della promessa di Dio. Ti~ KllPovo~i~ i]~rov140
un genitivo di relazione: ci che riguarda la nostra partecipazione
piena alla gloria di Dio; essa "nostra", ci appartiene, perch Dio
stesso ci ha predestinati ad essere suoi figli. Il concetto di "caparra",
per, non va inteso in senso statico, ma dinamico. Lo Spirito, infatti,
non solo un "segno", ma la presenza teleologica di Dio che ci
guida verso il raggiungimento del nostro "essere santi e immacolati
al suo cospetto". Per questo, la "caparra" data i~ <XltOt'HPoxnV
'ti~ nept1tOt rlcrffi~: "in vista della redenzione dell'acquisizione". Non
si tratta pi della redenzione in quanto remissione dei peccati (Ef
1,7), ma della redenzione con cui Dio ci acquista 141 come suo popolo
speciale, ci rende pienamente figli per ottenere la pienezza dell' ere-
dit, ci fa partecipi della gloria del suo Regno. Ma la dinamicit del-
lo Spirito non si ferma solo qui: l'azione dello Spirito ha lo scopo di
suscitare in noi "la lode della gloria di Dio" (~ f.ltatVOV 'ti~ 6ll~
a'tou), perch da lui, dal suo amore eterno e glorioso, proviene la
nostra salvezza, la nostra redenzione, la nostra figliolanza, la nostra
eredit; ma anche perch nel Cristo e per mezzo del suo Spirito noi
siamo orientati verso la comunione di vita con lui, verso la pienezza
della sua santit e verso la partecipazione della sua gloria infinita.

Analisi tematica
La ricchezza tematica di Ef 1,3-14 risulta abbastanza evidente
dall' analisi esegetica, che da un punto di vista contenutistico svilup-

nel nostro testo che attraverso lo Spirito diveniamo appartenenti a Dio e partecipi
dell'eredit. Comunque, cfr Schlier, E(esini, 99-102; Penna, E(esini, 103. Barth,
Ephesians 1-3, 135-143, che, pur non escludendo il riferimento al battesimo, lo
riferisce ad una "eschatological preservation". Ma io credo che il cristiano nel
battesimo viene proprio segnato per godere tale "eschatological preservation", i n
quanto diviene possesso di Dio.
139 Per il concetto cfr Behm, ppa~wv, 1263-1266; Becker, ppa~wv, 517-518;
Sand, ppa~wv, 157- I 58.
140 Pcr l'uso del tcrmine cfi- Foerster, Kl]povoflia, 6 I 1-664.
141 nfpl1toil]cn un tcnnine di azione, divenuto nella lingua greca un temline tecni-
co della vita commerciale. Applicato a Dio, indica ratto con cui egli acquista per s
il suo popolo (cfi- Kruse, "II signiticato di peripoiesis in Ef 1,14", 465-493;
Beyreuther, 1tfPI1tOlfOflat, 1336-1337; Spieq, 1tfPI1tO\Oflat, 687-(89).
108 Capitolo III

pa alcune traiettorie dottrinale di grande rilievo e di importanza ca-


pitale per la vita del cristiano: la benedizione a Dio, il disegno salvi-
fico di Dio, Cristo capo del cosmo e della Chiesa, l'esistenza cristiana
nel Cristo e nello Spirito. In base ad esse, Ef 1,3-14 si presenta come
una grande sinfonia liturgica, in cui teologia, cristologia, pneumato-
logia, antropologia si intrecciano tra loro per innalzare a Dio un
inno grandioso "a lode gloriosa della sua grazia", con la quale nel
Cristo e nello Spirito ci ha predestinati, redenti, acquistati come sua
propriet speciale, resi figli, eredi della sua promessa, santi e imma-
colati al suo cospetto.
1) La benedizione a Dio
Proprio per questo, l'inno di Ef 1,3-14 si riallaccia a un modello
ben collaudato: l'eulogia. Alla epifania di Dio quale salvatore, alla
rivelazione del mistero che racchiude il suo disegno di salvezza,
l'uomo risponde benedicendo o ringraziando, ma mentre il "ringra-
ziamento" mostra la gratitudine di chi ha ricevuto il dono divino
della grazia, la "benedizione" diviene contemplazione e lode di Dio
e del suo progetto di amore verso l'uomo. In tal senso, la eulogia di
Ef 1,3-14 sgorga dalla "conoscenza del mistero" (Ef 1,9), dall'epi-
fania della volont salvifica divina (Ef 1,5.9.1 D che rivela il suo
disegno di grazia (Ef 1,6-7) nella nostra predestinazione, redenzione,
remissione dei peccati, figliolanza divina e partecipazione all' eredit
nel Cristo e per mezzo dello Spirito.
Cos, l' eulogia nel nostro inno assume delle caratteristiche preci-
se: una chiara connotazione teologica, in quanto rivolta al Padre, che
tutto attua secondo il beneplacito della sua volont salvifica e a cui
tutto orientato, a lode gloriosa della sua grazia (Ef 1,6.12.14); se-
gue una predominante connotazione cristologica: la nostra eulogia,
infatti, avviene "nel Cristo", come dimostra il continuo riferimento
a lui, alla sua mediazione (Ef 1,5.7) e al nostro essere redenti (Ef
1,7.14), santi (l,4), figli (Ef 1,5), ricapitolati "nel Cristo" (Ef l, IO);
ad esse si aggiunge una connotazione pneumatologica, che qualifica
sia la nostra eulogia al Padre come "spirituale" (l,3) sia il nostro
essere cristiani mediante lo Spirito (Ef 1,13-14) a lode della sua glo-
ria (Ef 1,14); infine, una conseguente connotazione antropologica,
in quanto il cristiano, destinatario della rivelazione del mistero, nel
Cristo e guidato dallo Spirito, risponde a Dio con la fede (Ef 1,13),
la speranza (Ef 1,12) e l'amore (Ef 1,4.5.14), in cui si attua il nostro
culto spirituale in onore e gloria del Padre. Anzi, vista dal basso,
l'eulogia in primo luogo contemplazione, che si approfondisce
nell' obbedienza allo Spirito, si trasforma in vita di unione con Cristo
Ef 1,3-14 109

e "in lui" diviene lode all'amore del Padre che tutto ha stabilito,
previsto e attuato nella sua benevolenza verso gli uomini, suoi figli.
2) Il disegno di Dio
La teologia di Ef 1,3-14, rispetto a quella degli inni di Fil 2,6-11
e di Col 1,15-20, non solo molto sviluppata, ma fa anche parte di
un disegno trinitario molto ben delineato, tanto che qualche autore
l'ha ritenuto come l'elemento pi importante per la struttura del-
l'inno: il Padre l'autore della salvezza, che ci ha eletti e predestina-
ti, ci ha fatto grazia e ci ha manifestato il suo mistero, egli anche il
fine di tutta la storia della salvezza; il Figlio il mediatore universale,
nel quale riceviamo la redenzione e la figliolanza, nel quale Dio nel-
l'amministrazione della pienezza dei tempi fa tutto convergere in
unit, perch egli sia il capo del popolo santo di Dio; lo Spirito il
segno della nostra totale appartenenza a Dio, del nostro cammino
verso la santit e dell' eredit che ci attende nei cieli per proclamare
la lode gloriosa di Dio.
L'azione del Padre, in Ef 1,3-14, descritta attraverso una serie di
verbi all'aoristo: "ci ha benedetto" (1,3), "ci ha scelto" (1,4), "ci
ha predestinati" (1,5), "ci ha fatto grazie" (1,8), "ci ha rivelato il
mistero del suo disegno di amore" (1,9), aoristi che si richiamano
tutti al "beneplacito della volont del Padre" (1,5.9), alla ricchezza
della sua grazia (1,7), al mistero del suo disegno (1,9), alla decisione
della sua volont (1, Il). In base a ci, la nostra salvezza ha origine
in primo luogo dalla EOKta del Padre, da un atto del suo amore
infinito per tutte le creature, uomini e cosmo; tale amore, poi, si con-
cretizza nel 9:rllla del Padre, che come indica il termine greco
l'effetto del suo volere di amore, ci che egli vuole per amore del-
l'uomo o in termini pi concreti: il suo progetto, il suo disegno.
Volont e amore sono talmente connessi che il testo di Ef 1,3-14 li
coniuga continuamente tra loro, in espressioni talmente cariche di
senso che a volte risulta difficile esprimerne tutta la ricchezza. Cos,
in 1,5 siamo predestinati "secondo il beneplacito della sua volont",
dove il genitivo pu essere soggettivo e oggettivo insieme. Dio, infat-
ti, attraverso il suo amore manifesta il suo disegno salvi fico e la sua
volont salvi fica manifesta il suo infinito amore. E tutto ci si rivela
a noi nel fatto che egli ci ha predestinati ad essere santi e immacolati
come lui dall'eternit, da prima della creazione del mondo. Tutto
ci, in 1,7, manifesta la ricchezza della grazia del Padre, cio della
salvezza intesa come dono divino che ci stato concesso gratuita-
mente, con la gratuit dell 'amore che tutto redime, eleva, santifica e
unifica. E' il mistero dell 'amore di Dio, che nel Figlio diletto (1,6.
110 Capitolo III

lO) porta tutto all'unit, secondo quel progetto che egli aveva
stabilito nella sua benevolenza: "ricapitolare/raccogliere sotto un
capo tutte le cose nel Cristo" (1,10). Inseriti in lui, infatti, siamo
scelti per aver parte all'eredit secondo la decisione amorosa del
Padre (1, Il) per i suoi figli (1,5).
Concretamente, l'inno definisce questo agire amoroso di Dio
come una eulogia di Dio a favore degli uomini. Il senso non pi
quello passivo di ricevere una lode o un ringraziamento, ma quello
attivo di concedere un bene, un favore: il A.Oyo 'tou eeou che an-
nuncia e opera il bene a favore delle sue creature e in particolare
dell'uomo. Nell' AT la benedizione si coniuga col tema dell'allean-
za. Cos, in Abramo e nella sua discendenza tutte le genti ricevono la
benedizione (Gen 12,3; 18,18; 22,18; cfr Gal 3,14) e in Ez 34,23-31
e 36,22-32 la nuova alleanza di Dio con il suo popolo (cfr anche
Ger 31,31-33) stabilita attraverso la benedizione. In base a questi
testi, proprio la benedizione che costituisce il popolo santo di Dio e
gli concede un cuore nuovo e soprattutto uno Spirito nuovo che lo
rende fecondo di ogni bene e lo introduce nell'eredit. Cos, il tema
della eulogia costituisce il perno dell'iniziativa divina, del suo dise-
gno eterno di amore: tutto scaturisce da questa benedizione, espres-
sione piena della volont amorosa del Padre verso il suo popolo e
verso tutti i suoi figli. Tale pienezza di benedizione un dono che
viene dall'alto: ha origine in Dio, ci dispensata nel Cristo in cui
tutte le promesse trovano il loro compimento (1,4-10), agisce inte-
riormente in noi nell'azione santificatrice dello Spirito (1,13-14).
a) Eletti per essere santi
Da questa pienezza di grazia (1,7) scaturisce l'elezione (1,4),
quale prima manifestazione concreta del A.Oyo 'tou eeou a favore del
suo popolol42, che in base a Ef 1,11-14 costituito ormai da tutti
coloro, giudei prima e pagani dopo (cfr il "noi - voi" di 1,11.13),
che hanno "sperato nel Cristo" (1,12), hanno ascoltato "la parola
della verit" (1,13), hanno creduto nel "vangelo della salvezza"
(1,13), sono stati scelti (1,4) e segnati nel Cristo (1,13) con il segno
dell'alleanza: lo Spirito di Dio, posto nel nostro cuore (cfr Gal 4,6;
Rom 8,15-16) quale "caparra" (1,14) della nostra figliolanza (1,5),
della nostra appartenenza al popolo di Dio (1,14) e alla partecipazio-
ne all'eredit (1,14). Tale elezione, stando ad Ef 1,4, assume tre ca-

142 Notare come entrambi i tennini e-,oyiae h::-.yro derivano da una radice comu-
ne: .yro. In tal modo, il dire del Padre non si limita solo ad augurare il bene, ma
soprattutto a realizzare il bene per le sue creature e ci avviene mediante il suo rivol-
gersi alle creature scegliedole e chiamandole nel suo amore.
Ef 1,3-14 111

ratteristiche fondamentali: una teologica, una cristologica, una esca-


tologica. In primo luogo, ha una connotazione teologica: essa stata
stabilita da Dio "prima della fondazione del mondo", cio dall'e-
ternit, perch essa, come gi si detto, procede dall'amore infinito
di Dio (l,4) e dal suo disegno salvifico in favore dell'uomo; inoltre,
essa trova il suo compimento "dinanzi a lui" (l,4), che nell'amore
tutto stabilisce e realizza. L'elezione, poi, non trova il suo compi-
mento in un "amore" astratto, ma "nel Diletto" (1,6), "nel Cri-
sto", in cui tutto ricapitolato e tutto tende verso l'unit (1,10): la
dimensione cristologica dell'elezione. Essa voluta e stabilita nel
Cristo, cio in colui in cui il Padre trova la sua compiacenza e nel
quale ci fa partecipi della ricchezza della sua grazia. Infine, l' elezio-
ne ha un carattere escatologico, perch essa orientata "all' essere
santi e immacolati" (l,4), in una parola alla santificazione, che
insieme partecipazione alla santit di Dio (cfr 1,14) e offerta santa e
a lui gradita di tutto noi stessi (cfr 1,12).
b) Predestinati ad essere figli
Legato intimamente al tema della nostra santit, quello della pre-
destinazione alla figliolanza vista da Ef 1,5 come uno sviluppo
contenutistico-progressivo. Infatti, il participio congiunto, probabil-
mente di valore modale di azione concomitante, vuoI sottolineare
che l'elezione alla santit Dio l 'ha concepita come un rapporto fa-
miliare tra Padre e figli, pi precisamente come un nostro partecipa-
re al rapporto che intercorre tra il Padre e il Diletto. Tutto ci ha una
valenza teologica molto rilevante. La santit in Ef 1,4-6 non astra-
zione, n progetto platonico-idealistico, ma un disegno d'amore che
si concretizza in maniera dinamica e progressiva all'interno del S-
.lllHX divino. Non che in Dio vi sia progressione di pensiero o di vo-
lere: il suo amore sempre presente, sempre attuale, ma, proprio
perch amore, esso da sempre dinamico e progressivo. In tal sen-
so, il progetto d'amore di Dio a nostro favore eterno "nel Dilet-
to": in lui siamo predestinati all'amore; in lui che il Figlio in cui il
Padre si compiace, noi siamo predestinati ad essere figli in cui ri-
splende la santit a gloria della sua grazia (1,6).
La predestinazione, allora, da una parte coincide con la nostra
elezione alla santit, dall'altra la fa progredire verso una direzione
particolare: la nostra adozione a figli. Cos, elezione e predestinazio-
ne sono due aspetti dell'unico disegno d'amore del Padre. Il prefis-
so di "pre-destinare" (1,5) non si riferisce all'azione divina di "e-
leggere", ma all'espressione "prima della fondazione del mondo"
(1,4). In altre parole, non siamo predestinati prima dell'elezione, pri-
112 Capitolo III

ma che l'amore del Padre ci scegliesse, ma siamo scelti e destinati a


realizzare la santit come figli, a stabilire lo stesso rapporto d'amore
che intercorre tra il Diletto e il Padre; di pi: siamo scelti nel Cristo
(1,4) per partecipare da figli alla santit del Padre, secondo quella
benedizione spirituale che proviene a noi dall'alto per mezzo dello
Spirito (1,3). In tal modo (cfr il senso modale del participio), viene
indicato al cristiano l'orientamento concreto che deve assumere la
sua santit. Essa consiste nell' essere e operare da figli. A motivo di
ci, Ef 1,5 afferma che siamo destinati "per lui/in vista di lui", cio
del Padre. Tutta la vita del cristiano orientata, destinata nell'amore
(1,4) e avendo come modello l'amore stesso di Cristo (1,5; cfr Rom
3,29; Fil 3,21): far risplendere nella propria esistenza la gloria del
Padre (1,6), la ricchezza della sua grazia (1,7), la grandezza del suo
amore infinito per i suoi figli (1,5.11). Nessuno, per, pu realizzare
tale progetto divino con le proprie forze: l'autogiustificazione fuo-
ri dallo schema teologico paolino. Per questo la nostra adozione a
figli, nel progetto divino, avviene "per mezzo di Cristo" (1,5). At-
traverso la sua mediazione noi abbiamo accesso alla santit del Padre
(1,4) e per mezzo di lui noi siamo segnati con il "sigillo dello Spi-
rito promesso" (1,13), redenti per essere partecipi della santit del
popolo di Dio (1,7.14).
Predestinazione, mediazione del Cristo, orientamento della vita di
santit del cristiano sono "conformi al volere amoroso del Padre"
(1,5). Non si tratta di una ripetizione, ma di una sottolineatura: la
nostra predestinazione, come gi l'elezione, sgorga dall'amore be-
nevolo del Padre, dal suo progetto d'amore nel Cristo e ha il suo
compimento nell'amore verso di lui. Sono i tre momenti essenziali
della santit/figliolanza cristiana. Essa, in primo luogo, riconosci-
mento che tutto procede dalla Eo01aa del Padre. Con questo termi-
ne, come indica gi il suo senso etimologico e i testi neotestamentari,
siamo come immersi nel mistero profondo dell'amore di Dio, del-
l'amore del Padre verso il Diletto e in lui verso tutte le creature sia
della terra che del cielo. Da questo amore infinito e insondabile
sgorga, come da sorgente pura e ricca di grazia, la nostra elezione ad
essere santi, la predestinazione ad essere figli, la redenzione come
remissione dei peccati, la rivelazione del mistero nascosto dai secoli,
la recezione dello Spirito promesso e che ci fa partecipi della pro-
messa, la piena liberazione che ci rende popolo santo di Dio a gloria
della sua grazia. Ma ci non basta, perch l'amore del Padre si
manifesta a noi "nel Diletto", cio "per mezzo di lui" e "in
unione a lui". I due aspetti non sono da distinguere, anche se
cristologicamente l'uno indica la mediazione di Cristo e l'altro il
Ef 1,3-14 113

nostro vivere in Cristo e di lui in noi (cfr Gal 2,20), ma da mantenere


sempre uniti. Proprio per questo in Ef 1,3-14 i due aspetti si intrec-
ciano e si complementano a vicenda: tutto il disegno del Padre
pensato, voluto e attuato per mezzo di Cristo e nel Cristo, sia nella
sua dimensione pretemporale che in quella storica. L'essere e opera-
re del cristiano ha senso solo nel Cristo e per mezzo di Cristo. Ma
chi vive nel Cristo ne assume anche l'orientamento escatologico: la
gloria del Padre (1,6). La vita del cristiano deve realizzare tale pro-
getto d'amore di Ges verso il Padre. Per questo si eletti per essere
santi al suo cospetto nell'amore verso il Padre (1,4), si predestinati
ad essere figli per far risplendere la gloria della sua grazia (1,6),
abbiamo la redenzione dai peccati per proclamare a tutti la ricchezza
e abbondanza della sua grazia (1,7-8), ci svelato il mistero dell'e-
conomia divina per lodare la sua benevolenza (l, IO), siamo resi
partecipi dell'eredit per mezzo dello Spirito della promessa per es-
sere a gloria del Padre (l, 11-12), infine nella fede riceviamo il segno
della nostra appartenenza al popolo santo di Dio per innalzare a lui
la lode della sua gloria (1,14).
c) Redenti per appartenere totalmente a Dio
Tale appartenenza a Dio viene espressa da Ef 1,7.14 attraverso un
altro termine molto comune nella letteratura paolina: 1tou-rprom
(cfr Rom 3,24; 8,23; 1Cor 1,30; Ef 1,7.14; 4,30; Col 1,14)143. Il ter-
mine, presente nella letteratura greca l4 4, indica la liberazione definiti-
va di uno schiavo mediante un pagamento l45 Le due letterature, pe-
r, differiscono nel modo di concepire tale liberazione: mentre il
mondo greco-romano fa riferimento all'istituto giuridico-religioso
della manumissio sacra l46 , la LXX riprende l'idea giuridico della
ge 'ulla veterotestamentaria l47 Secondo tale istituzione giuridica, il
go 'et, il parente pi prossimo: fratelli, cugini, zii ecc, tenuto a
riscattare il familiare che per un motivo o per un altro caduto in

143 Per il concetto di "redenzione" cfr Buchsel, cX7toM'tpro<Jl 949-962; Lyonnet, De


Peccato et de Redemptione, 25-48.
144 Nella LXX solo in Dan 4,34 c con il senso generale di liberazione da un male.
145 Il tennine cX7to:o'tpoxn un sostantivo intensivo di azione fomlato sul termine
;':o'tpov, che di per s indica il "mezzo" con cui si opera un riscatto e quindi venne a
signiticare il "prezzo" del riscatto. Ma ben presto il senso etimologico si and af-
tievolendo, per cui cX7tou'tpoxn pu indicare in generale la liberazione senza alcuna
idea di prezzo da pagare a qualcuno. Inoltre, il prefisso CX7tO intensivo e sottoI i nea
la "liberazione definitiva" (cfr BuchseI, U'tpov, 916-921).
146 Ctr Deissmann, Light Fom the Anciel1t East; 318-331, Swallow, "Redemption
in St. Paul", 2 I -27; Guemes Villanueva, La /ibertad en San Pab/o, 83-87; 126 n. 37;
Spicq, cXyoparo, 34-37.
147 Lyonnet, De peccato el Redemptione, Il, 49-69; Pax, "Der Loskauf', 259-269.
114 Capitolo III

schiavit o aiutarlo a riacquistare i beni del patrimonio familiare


alienati a motivo dell'indigenza. Ben presto tale "idea giuridica" fu
applicata ai rapporti familiari tra Dio e il popolo di Israele: Dio il
go 'el di Israele, che lo riscatta dalla schiavit del peccato e del male
e lo riammette alla pienezza della libert e all'intimit con s. Quin-
di, la "redenzione" ha un duplice movimento teologico, molto bene
espresso gi nell'evento dell'Esodo I48 : uscire dall'Egitto, terra di
schiavit e di lontananza da Dio, per entrare nella Terra promessa,
luogo di libert e di intimit con Dio.
Tale movimento lo si ritrova spesso nell'epistolario paolino, ma
viene espresso non solo con il termine "redenzione", ma anche con
altri termini greci: ,ayoparo, ,atpOllat, che indicano pur essi la li-
berazione che Cristo ha compiuto per tutti noi l49 Il nostro inno
riproduce perfettamente tale teologia paolina, distinguendo efficace-
mente i due momenti della nostra redenzione: "liberazione da" e
"liberazione per". Cos, in 1,7, abbiamo l'espressione parallelistica:
"abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati". Essa, proprio a
causa del parallelismo sintetico, va interpretata nel senso della "libe-
razione da": la redenzione che produce in noi la remissione dei
peccati. Come indica il presente tale redenzione gi una realt
permanente nel cristiano: egli per la ricchezza di grazia di Dio la
possiede "nel Diletto". Tale affermazione, teologicamente, molto
ricca: l) essa afferma che Dio colui che opera il nostro riscatto e
la nostra liberazione dal peccato non frutto delle nostre possibilit
auto giustificanti, ma dono che proviene dall'abbondanza della ric-
chezza della sua grazia l50 ; 2) la nostra liberazione dai peccati stata
operata mediante il Cristo, il nostro go 'el familiare, che "mediante il
suo sangue" l'ha resa una realt all'interno della nostra storia uma-
na; 3) la libert dal peccato, il cristiano la vive ed esperimenta co-
stantemente "nel Cristo", in unione intima con lui.
Tale dinamicit del concetto di "redenzione" introduce anche il
secondo momento: la "liberazione per". La remissione dei peccati
non lo scopo finale del progetto divino. Dio ci ha eletti per essere
santi, per essere figli, per essere suo popolo speciale che lo serve nel-
l'amore e nella santit. Per questo, in Ef 1,14, al termine redenzione

148 Buscemi, "EXAIREOMAI", 298-304.


149 Buscemi, "EXAIREOMAI", 311-314; Spicq, ;atpo!-lat, 276-279.
150 Sul ruolo del Padre nell'opera della redenzione cfr Prat, La Th%gie de Saint
Pau/, II, 91-130; Lyonnet, "La Sotriologie paulinienne", 841-858; Romaniuk,
L 'amour du Pre et du Fils, 153-235; Sabourin, Rdemption sacrifcielle, 200-20 I;
Alonso Schiikel, "La Rdemption", 449-472; Schulte, "L'opera salvifica del Padre
in Cristo", 69-116; Marchel, Abba, Pre!, 214-222.
Ef 1,3-14 115

viene aggiunto un genitivo oggettivo: la redenzione l'atto con cui


Dio acquista il suo popolo, lo rende sua propriet. Il cristiano, segna-
to dallo "Spirito della promessa", non appartiene pi al peccato, e
neppure a se stesso, ma a Dio che lo ha segnato con il suo sigillo. La
redenzione raggiunge cos il suo culmine: essa vita di intimit con
Dio che si manifesta nel servizio d'amore a lui. Tale servizio si espli-
ca in un legame profondamente religioso, in cui l'esistenza quotidia-
na del cristiano diviene culto a Dio, offerta gradita a lui. Tutto ha
origine dall'amore e tutto va verso l'amore in una donazione reci-
proca tra Dio e l'uomo santificato e trasformato per mezzo di Cristo,
il Diletto. In lui, l'amore diviene risposta di fede e attesa, carica di
speranza, del nostro ritorno alla casa del Padre, di unione con colui
che ci ha predestinato per s dalla fondazione del mondo.
d) La rivelazione del mistero
Con ci raggiungiamo il vertice teologico dell'inno di Ef 1,3-14:
la rivelazione del mistero. Nella Lettera agli Efesini si parla spesso di
tale "mistero": in 1,9 definito come il "mistero della volont di
Dio", che in base al genitivo soggettivo corrisponde a ci che Dio
ha stabilito per noi; per questo esso pu essere chiamato in 6,19
anche "il mistero del vangelo", in quanto annuncia la buona novel-
la della salvezza (genitivo oggettivo). Esso si compie "nel Cristo" e
"mediante Cristo" e per questo in 3,4 riceve un'altra definizione
"il mistero di Cristo": esso riguarda Cristo, stato stabilito nel Cri-
sto e ci stato rivelato per mezzo di Cristo. Proprio perch orientato
a lui, un mistero che rimasto nascosto alle generazioni passate
(3,5; cfr anche lCor 2,7), ma ora, nell'amministrazione della pienez-
za dei tempi, stato svelato a noi nello Spirito per mezzo del mini-
stero degli apostoli e dei profeti (3,5). Le definizioni di tale "miste-
ro" sono diverse, a seconda dell' angolazione da dove si guarda, ma
"il mistero" rimane uno solo: il mistero di Dio (cfr l Cor 2, l), del-
la sua volont salvi fica, che nel suo amore (1,7) ha stabilito per noi il
suo disegno di salvezza nel Cristo e nella potenza del suo Spirito.
L'iniziativa del Padre, che nel suo amore (EOKta) ha con-
cepito (O:rUla) tale mistero, l'ha stabilito (1tp60Em) e tutto ha orien-
tato verso la sua manifestazione e rivelazione. Molto significativa a
riguardo l'espressione "in vista dell'amministrazione della pienez-
za dei tempi". In essa il termine greco OiKOVO/lta indica l'attivit
divina che guida i "tempi della grazia" fino al raggiungimento del-
la pienezza del tempo (Gal 4,4), quando Dio manifesta all'uomo il
suo disegno d'amore nel Cristo. Anzi, nel disegno di Dio, Cristo la
pienezza dei tempi, perch porta a compimento ci che essi hanno
116 Capitolo III

annunciato nel mistero, ed anche il contenuto stesso del mistero,


che quei tempi annunciavano. Proprio per questo, al termine <XvaKE-
<!>a<Xtoro bisogna attribuire tutta la sua ricchezza semantica. Cos, Dio
ricapitola e fa convergere tutti i "tempi della salvezza" nel Cristo e
verso Cristo, il quale porta a compimento la benedizione ad Abramo
e alla sua discendenza (Gen 12,3; 18,18; 22,18), in cui si manifesta la
salvezza divina per tutte le genti, la benedizione annunciata per mez-
zo dei profeti in cui stabilita la nuova alleanza di Dio con il suo
popolo (Ez 34; 36; Ger 31,31-33), la liberazione dell'Esodo in cui il
popolo di Dio liberato dalla schiavit e fatto partecipe dell'intimit
con il suo Signore. Tutta la storia della salvezza converge verso Cri-
sto; tutto il cosmo tende verso di lui per trovare in lui la sua unit
essenziale; tutti gli esseri del cielo e della terra dipendono da lui che
il capo voluto da Dio per dare al suo popolo unit e salvezza. In lui
giudei e gentili sono divenuti figli, partecipi della figliolanza divina e
dell'eredit, sono segnati con lo Spirito promesso, che realizza in noi
la promessa divina e la redenzione che ci rende propriet di Dio a
lode gloriosa della sua grazia.
3) Cristo, centro del disegno di Dio
Il pensiero cristologico di Ef 1,3-14 lo si rileva dall 'uso continuo
delle espressioni preposizionali: "in Cristo" (1.,3.4.6.7.9.10.11.12.
13), "per opera di Cristo" (1,5.7), che nella loro pregnanza conte-
nutistica indicano ora la mediazione salvifica del Cristo, ora il "l u 0-
go" privilegiato in cui si manifesta concretamente l'amore salvi fico
del Padre e in cui tutto l'agire divino trova la sua realizzazione piena
e definitiva. Tutto "ricapitolato nel Cristo" (1, l O), perch Cristo
l'inizio del pensiero del Padre, il centro del disegno dell'amore divi-
no verso cui tutto converge e trova la sua unit di salvezza, il fine
verso cui tutto si dirige per divenire espressione di lode al Padre.
a) Il disegno di Dio "in Cristo"
Se si eccettua Ef 1,8.14, tutti gli altri versetti dell'inno fanno rife-
rimento a Cristo attraverso le formule paoline "nel Cristo", "per o-
pera di Cristo". Cos, l'accentuazione cristologica dell'inno mostra
l'importanza di Cristo e il suo ruolo nel disegno di Dio. Due mo-
menti cristologici essenziali per comprendere tutta la struttura for-
male e contenutistica di questo incomparabile inno a Cristo.
l) I titoli cristologici
La formula "in Cristo" certamente importante, ma essa si pre-
cisa meglio se la leggiamo alla luce di Ef 1,3, dove Dio viene indi-
Ef 1,3-14 117

cato come il "Padre del Signore nostro Ges Cristo" (cfr Rom 15,6;
2Cor 1,2; Il,31; Col 1,3). In base a ci, la formula si arricchisce di
una splendida luce teandrico-messianica. Infatti, essa si riallaccia al
titolo messianico-cristologico Kuptou 'Ill<mu XplO"WV 51 Tale formu-
la comune nell'epistolario paolino e anche nella Lettera agli Efesi-
ni, dove compare in 1,3.17; 3,11; 5,20; 5,23.24. Essa ci immette nel-
la comprensione profonda del mistero di Cristo: egli il "Signore
Ges Cristo". Ges fa riferimento al Ges storico l52 , al quale sono
attribuiti i due titoli cristologici di "Cristo" e di "Signore": Cri-
sto l53 sottolinea la messianicit di Ges: egli l'inviato di Dio che
deve portare a compimento il disegno salvifico di Dio, la santifica-
zione (1,4), l'adozione a figli (1,5), la redenzione totale dell'uomo
(1,7.14), la rivelazione del mistero (1,9-10), la partecipazione al po-
polo santo di Dio e all'eredit (1,13-14). Signore l54 evidente tra-
sposizione cristologica dell'attributo divino che l'AT riservava solo
a Jahv e sottolinea che per Paolo Ges non era un semplice "invia-
to di Dio", ma insieme al Padre l'autore stesso della nostra salvezza:
in lui Dio stesso opera concretamente la liberazione all'interno della
storia umana secondo il suo eterno disegno di amore. Ma con ci
non si esaurisce ancora la ricchezza cristologica della formula di Ef
1,3, in quanto il titolo cristologico: "Signore Ges Cristo" specifica
il titolo divino: "Padre" sottolinenando il rapporto di intimit che
esiste tra Dio e Cristo. Egli "il Diletto" (Ef 1,6) del Padre o, come
dice in maniera stupenda ed efficace Col l, l3, "il Figlio del suo
amore". In lui, origine, centro e termine dell'amore divino, il Padre
ci ha scelti, ci ha redenti, ci ha segnati con il suo Spirito, ci ha resi
figli e ci fa trovare il punto di unit e di incontro con s. Cos, "nel
Cristo" anche noi abbiamo un rapporto speciale con il Padre l55 La

151 In tal senso cfr Romaniuk, L 'amollr dll Pre et du Fils, 55; Hengel, Between Jesus
and Paul, 65-67.
152 Cosi per esempio Cerfaux, Le Christ, 375; Foerster, KuptO, 1470; e in maniera
pi estesa in "llO"o', 917-934.
153 Per questo titolo cristologico cfr Cerfaux, Le Christ, 361-381; Kramer, "Christ,
Lord, Son of God", 19-64; Verms, Jesl/s the Jew, 129-159; Hengel, Between Jesus
and Paul, 65-77.
154 La letteratura molto vasta. Qui baster citare Certux, "Le titre Kyrios", 3-188;
Le Christ, 345-359; Cullmann, Cristologia, 301-358; "Kyrios", 200-228; Venns,
Jesus the Jew, 103-128; Hurtado, "New Testament Christology", 306-317 (con
bibliografia recente); Foerster, KuptO, 1450-1488; Spicq, KuptO, 415-428.
155 Cfr Penna, E(esini, 86, anche se tende a ridimensionarne il valore per il fatto
che cssa si trova pi spesso nei fonnulari protocollari (Rom 1,7; ICor 1,3; 2Cor
1,2; Gal 1,3.4; Ef 1,2; Fil 1,2; Col 1,2; 2Tess I, I; Fm 3) che nei "corpus" delle
lettere paoline (Fil 4,20; ITcs 1,3; 3,11.13; 2Tess 2,16). Ma per quanto stereo-
tipata, la fOn1lUla indica un profondo convincimento di Paolo: noi siamo figli di
Dio (Rom 8,9.14; 9,26; Gal 3,26; 4,5-7; Ef 1,4) e tmiliari di Dio (Ef 2,19).
118 Capitolo III

formula, in tal senso, risulta un'efficace prolessi della nostra prede-


stinazione a figli.
2) Il carattere cristologico del disegno divino
Con ci non fa meraviglia che il disegno di Dio assuma un'evi-
dente caratterizzazione cristologica: sia il eD"ru.w. eterno del Padre,
sia l'attuazione storica della salvezza, sia il suo compimento escato-
logico, tutto porta l'impronta del Cristo. Tutto dipende dal rapporto
di figliolanza stabilito inizialmente in Ef 1,3, che ci fa comprendere
l'unit essenziale del volere tra il Padre e il Figlio, la concordanza
eterna di reciproco amore tra il Padre e il Diletto (1,6). Da questa
unit di essere e di volere scaturisce il "disegno divino" ed esso non
pu essere concepito che "nel Diletto": il Padre mostra il suo amore
verso di noi, la sua benevolenza, la sua grazia nel Figlio del suo
amore (Col 1,13). Da questo amore reciproco scaturiscono tutte le
fasi del "mistero", un mistero d'amore che si svela a noi per gradi,
"nei tempi di grazia" della storia della salvezza, ma sempre alla luce
di Cristo. Diviene, cos, benedizione ad Abramo e alla sua discenden-
za, che Cristo (cfr Gal 3,16); una benedizione che segna la vita dei
patriarchi, di Israele, dei profeti, una benedizione dall'alto (1,3) che
comunica "lo Spirito della promessa" (1,13-14; cfr Gal 3,14), che
ci rende nel Cristo partecipi della figliolanz divina e dell' eredit dei
santi (1,11.14; cfr Col 1,12).
Tale benedizione ha i suoi momenti forti nel Cristo: l'elezione ad
essere santi (1,4), la predestinazione ad essere figli (1,5), la redenzio-
ne dalla schiavit del peccato (1,7), la conoscenza del mistero di Dio
(1,9-10), l'essere segnati con lo Spirito (1,13), la partecipazione al-
l'eredit (1,1l.l4). Tutta la nostra esistenza cristiana, in tal modo,
segnata da questo volere divino che tutto pensa, tutto opera e tutto
porta a compimento nel Cristo. Cos, nel Cristo, prima della creazio-
ne del mondo (1,4.5), siamo stati scelti per essere santi (1,4) e desti-
nati ad essere figli (1,5); nel Cristo, in questo tempo presente della
grazia, dopo aver ascoltato la parola della verit e creduto nel van-
gelo della salvezza, siamo stati redenti dai nostri peccati, resi degni di
conoscere il mistero della volont salvi fica di Dio, segnati con lo
Spirito promesso, acquistati al popolo santo di Dio per essere par-
tecipi dell'eredit. Tutto si compie "nel Cristo", perch Dio in lui
ha riversato per noi tutta la benevolenza, la ricchezza e la sovrabbon-
danza del suo amore eterno ed infinito. Tutto si compie "nel Cri-
sto", perch in lui tutti noi abbiamo accesso, quali figli, ali 'amore
del Padre e a tutte le manifestazioni della sua grazia. Cristo il punto
d'incontro di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. Anzi, Dio, nel-
Ef 1,3-14 119

l'amministrazione dei tempi della salvezza, tutto ha fatto convergere


verso di lui, perch egli sia il capo del cosmo e della Chiesa.
Tutto si compie "nel Cristo", ma anche tutto si compie "per
mezzo del Cristo". La mediazione del Cristo, certamente espressa
in Ef 1,5, dove la nostra "predestinazione a figli" non stata stabi-
ita solo "nel Cristo", ma anche "per mezzo di Cristo". Abbiamo,
cos, una duplice caratterizzazione cristologica: l'essere "predestina-
ti nel Cristo" indica che il progetto del Padre stato pensato e
voluto "nel Figlio diletto", mentre l'essere stati "predestinati per
mezzo di Cristo" indica che l'attuazione del progetto divino della
nostra adozione a figli avvenuta attraverso la mediazione del Cri-
sto. Nel primo caso, Cristo causa agente efficiente insieme con il
Padre, nel secondo caso Cristo la causa agente ministeriale per
mezzo della quale Dio porta a compimento il suo progetto di Padre
nei nostri confronti. Tale mediazione del Cristo ha avuto luogo nel
suo sacrificio cruento sulla Croce: siamo stati redenti ed abbiamo
sperimentato la ricchezza della grazia amorosa del Padre "per mez-
zo del sangue di Cristo" (1,7). Per mezzo di questo sangue versato
per noi abbiamo ricevuto la remissione dei peccati, siamo stati
purificati e resi santi, siamo divenuti figli di Dio e acquistati quale
suo popolo santo per la lode gloriosa della sua grazia.
b) Cristo, capo del cosmo
Tutto ci sfocia nell'idea centrale dell'inno di Ef 1,3-14 e pre-
cisamente nella "rivelazione del mistero" di 1,9-lO. Infatti, tutta l' a-
zione del Padre orientata a tale rivelazione, come sottolinea in ma-
niera efficace l'espressione "l'amministrazione della pienezza dei
tempi". La salvezza azione dinamica di Dio che si svela "nei tem-
pi" e questi "tempi" sono amministrati da Dio, che li porta avanti e
li guida verso la loro pienezza, perch raggiungano lo scopo per cui
sono stati stabiliti. Sono tappe di grazia e di benedizione, segnate
dalla benevolenza divina, che portano a compimento ultimo e defini-
tivo il piano di salvezza voluto da Dio a nostro favore. Il tempo scor-
re, ma nelle mani di Dio, che lo guida per le sue vie e lo porta al
suo compimento attraverso i momenti della sua grazia e questi rag-
giungono nel tempo stabilito "la pienezza del tempo" (cfr Gal 4,4).
In questo scorrere del tempo e attraverso i tempi, il disegno di Dio si
realizza incessantemente fino a raggiungere lo scopo per cui stato
stabilito, fino alla manifestazione piena del "mistero di Dio", che
per secoli era rimasto nascosto a causa dei "tempi dell 'ignoranza",
ma ora nel compimento dei tempi svelato nel Cristo e per mezzo di
Cristo. Egli la rivelazione della volont salvifica di Dio per noi.
120 Capitolo III

Certamente non facile stabilire, come si visto, il senso preciso


del termine greco vaKe<\>amoro. In ogni caso, meglio mantenere
tutta la sua ampiezza semantica, in modo da poter esprimere teologi-
camente tutta la ricchezza pregnante dell'espressione paolina. In
primo luogo, per, bisogna rilevare la dinamicit del verbo: usato
nella forma del medio, esso esprime tutta la forza dell'intenzione del
Padre e del suo impegno nell'amministrazione dei "tempi della
salvezza". Essi sono tali, momenti di grazia, proprio perch portano
a compimento il disegno divino di far convergere tutto verso Cristo.
Ecco, il mistero! L'uomo, infatti, non pu mai con le sue sole forze
di scienza, di intelligenza e di sapienza penetrare nel disegno di Dio.
Solo nel Cristo, la conoscenza umana, la gnosi, la sofia di questo
mondo, illuminata e riceve la rivelazione del mistero nascosto dai
secoli. Egli solo ci fa conoscere l'insondabile ricchezza dell'econo-
mia dinamico-salvi fica di Dio. In lui, attraverso "i tempi", tutte le
cose, quelle del cielo come quelle della terra, sono, perch egli il
principio unificatore di tutti i tempi, di tutto il cosmo, di tutto il pia-
no salvi fico di Dio. Cos, tutto il cosmo, radunato in unit nel Cristo,
ha un capo che lo ordina e lo porta alla pienezza della salvezza.
Tutto orientato a Cristo e tutto nel Cristo, capo e guida del co-
smo e della Chiesa, diviene lode a Dio, ben~dizione per i benefici del
suo amore (1,4.5.9). Lode a Dio per l'abbondanza di grazia di cui ci
ha fatto dono nel Diletto (1,6). Lode al Padre per la benevolenza
mostrataci nell'elezione ad essere santi, nell'averci predestinato ad
essere figli e nell'averci redenti purificandoci dai nostri peccati (1,4-
7). Lode a Dio, perch, predestinandoci ad essere santi e figli, ci ha
resi nel Cristo lode perenne della sua gloria (1,11-12). Infine, lode a
Dio, perch avendoci segnati con il suo Spirito ci ha inseriti nella
promessa, ci ha acquistato come suo popolo e ci d accesso all' ere-
dit dei santi, per essere lode della sua gloria (1,14). Nel Cristo la
nostra eulogia raggiunge il suo culmine e la sua pienezza: tutto
orientato a Cristo e tutto in lui diviene benedizione al Padre.
CAPITOLO IV

EF 2,14-18

CRISTO NOSTRA PACE

Egli, infatti, la nostra pace, colui che ha fatto di ambedue una


cosa sola, che ha abbattuto il muro divisorio del recinto, l'inimici-
zia nella sua carne, annullando/poich annull la legge dei precetti
per mezzo rli ordinamenti, allo scopo di creare in se stesso i due co-
me un unico uomo nuovo, facendo la pace, e riconciliare a Dio l'u-
no e l'altro in un solo corpo mediante la croce avendo ucciso/ucci-
dendo l'inimicizia in se stesso. Ed essendo venuto, annunzi pace a
voi lontani e pace ai vicini, poich per lui abbiamo accesso entram-
bi in un unico Spirito al Padre.

Analisi letteraria
1) Contesto
L'inno di Ef 2,14-18\ inserito nella lunga catechesi ecc1esiolo-
gica di Ef 1,15-3,21, le cui articolazioni mostrano un approfondi-
mento sapienziale progressivo del mistero di Cristo e della Chiesa.
Cos, in Ef 1,15-23, ci viene mostrato il progetto di Dio, che tutto ha
sottomesso al Cristo, costituendolo capo del coSmo e della Chiesa,
principio della speranza a cui siamo stati chiamati, della ricchezza
dell'eredit divina tra i santi e della straordinaria grandezza della po-
tenza salvifica di Dio verso tutti i credenti. Tale potenza si manife-
stata a favore dei gentili che a causa dei loro peccati erano figli della
disobbedienza e a favore dei giudei che adempiendo i voleri della
carne erano divenuti figli dell'ira (Ef 2,1-10). Ma Dio, nel suo gran-
de amore, ha convivificati con Cristo tutti i credenti, noi una volta
morti a causa dei peccati, ma ora conrisuscitati con Cristo e salvati

Per Ef 2, 14-18 cfr Merklein, "Zur Tradition", 79-102; GonzaIez Lamadrid, Ipse
est pax nostra, Madrid 1973; Zerwick, Cristo nostra pace, Torino 1974; Ramaro-
son, "Le Christ, notre Paix", 373-382; Penna, "L'Evangile de la paix", 175-
199; Karris, A Symphony, 92-111, che restringe l'inno a Ef 2,14-16.
122 Capitolo IV

per grazia mediante la fede. Di pi: in Cristo la salvezza riconcilia-


zione universale tra giudei e gentili, tra i credenti e Dio. Cristo, infat-
ti, la nostra pace, colui che per mezzo del suo sangue ha distrutto il
muro di divisione della legge e con ci ha proclamato il buon an-
nuncio della pace e ci ha costituito dimora di Dio nello Spirito (Ef
2,11-22)2. Questo il mistero di Cristo e della Chiesa, che Paolo, mi-
nistro del Vangelo per i gentili, annuncia a tutti, perch comprenda-
no da una parte l'insondabile ricchezza di Cristo e del suo amore e
dall'altra la straordinaria missione della Chiesa di rendere nota la
multiforme sapienza di Dio, che nel Cristo ci ha dato accesso alla sua
grande misericordia (Ef 3,1-19). A lui la gloria nella Chiesa e nel
Cristo Ges per tutte le generazioni e per tutti i secoli (Ef 3,20-21).
Ef 2,14-18, quindi, rappresenta il culmine dell'argomentazione
paolina: Cristo la nostra pace, perch egli ha annullato l'antica
condizione di lontananza dei gentili da Dio (Ef 2, 11-l3), abolendo
la legge dei precetti che creava l'inimicizia, ha riconciliato gli uomi-
ni tra loro e con Dio (2,14-18), ma soprattutto ha stabilito una nuova
situazione ecclesiale, dove tutti sono cittadini dei santi e familiari di
Dio, fondati su Cristo e sugli apostoli, per crescere e divenire dimora
di Dio nello Spirito (Ef 2,19-22)3.
2) Delimitazione della pericope
L'inizio dell'inno stabilito dall'introduzione enfatica del pro-
nome personale Utl'tO; , che crea uno stacco molto forte con il pro-
nome UIlEl; che in Ef 2,11-13 caratterizza i cristiani provenienti dal
paganesimo. Inoltre, con 2,14 ha inizio un fraseggiare pi solenne e
ritmato che dura fino al v. 184, mentre in 2,19 si riprende il normale

Cfr anche Lincoln, Ephesians, 131-134; pur condividendo lo stesso contesto di


Ef 2,14-18, cio Ef 2,11-22, Karris, A Symphony, 95-97, offre una diversa
ricostruzione del contesto, che va a mio parere oltre i limiti del suddetto contesto.
3 Cfr Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 9-55; Barth, Ephesians 1-3, 275-
276; Lincoln, Ephesians, 131-133; Idem, "The Church and Israel in Ephesians 2",
607-609.
Con Barth, Ephesians 1-3,260-261. Per un'opinione diversa cfr Lincoln, Eph-
esians, 128-129, che si basa non tanto su elementi di stile, ma sulla possibilit che
Ef 2,17 possa usare il testo di Is 57,19 mettendolo cos in connessione con Ef 2,13.
Per quanto significativa possa essere tale motivazione da un punto di vista redazio-
naie, non credo che essa possa cancellare il ritmo impresso ad Ef 2,17-18. Tale
osservazione valida anche per Sanders, The New Testament Christological
Hymns, 14-15, dove offre anche un 'improbabile, quanto curiosa ricostruzione del-
l'inno. Cos, secondo lui, il termine EX9pa. di 2,14d sarebbe un 'interpolazione
interpretativa dell'autore della Lettera agli Efesini, in quanto troppo connesso con
il tema dell 'inno, allo stesso modo di 1tOlWV dpllvf\v di 2,15c; lo stesso dicasi di
2,15a, perch crea un certo disturbo nel parallelismus membrorum dell'inno che
consta solo di due membri; infine anche lil ,OU (Ha.UpOU di 2, 16a non altro che un
Ef2,14-18 123

stile dell'argomentazione con l'espressione conclusiva: "ora dun-


q u e"5 e si registra di nuovo il cambio del soggetto: ritorno del
"voi ''6, cio i cristiani della gentilit, rispetto al soggetto di Ef 2,14-
17: "Cristo", che in Ef 2,18 diviene il soggetto logico della frase,
mentre il soggetto grammaticale "noi", cio tutti i cristiani che per
mezzo del Cristo e nello Spirito hanno accesso al Padre. Cos; il no-
stro brano risulta molto unitario per il ritmo e per l'inclusione lette-
raria tra 2,14 e 2,18, stabilita dalla ripetizione del termine pace e del-
l'aggettivo pronomina1e Ot ,.Hj><hepm / 't ~<I>6'tep(X; inoltre, punto
di congiungimento di tutta l'argomentazione di 2,11-13 e 2,19-22.
3) Genere letterario
La discussione sul genere letterario di Ef 2,14-18 una questione
aperta. Cos, c' chi considera il brano una normale prosa e, facendo
leva sul yap e su u~'iv w'i ~(XJ(pv J(Xt ePrlVT]V 'to yyu, vi vede
una normale continuazione del pensiero svolto da Paolo in 2,11-227;
altri, pur accettando la possibilit che si possa parlare di "inno", lo
limitano solo ad Ef 2,14-16 8; altri ancora, e sono la maggioranza, te-
nendo conto dello stile del brano e della sua composizione, ritengo-
no che Ef 2,14-18 ha tutte le caratteristiche degli altri "inni paoli-
ni". In effetti, non si tratta di un vero e proprio "inno", ma di una
"prosa ritmata" che presenta, rispetto al brano in cui inserito (Ef
2,11-22), delle peculiarit che la distinguono sia da ci che precede
(2,11-13) che da ci che segue (2,19-22).
Tra queste peculiarit possiamo enumerare9 : l'apertura enfatica lO

paolinismo aggiunto dopo.


5 Deichgraber, Gotteshymnus und Christushymnus, 166.
Deichgraber, Gotteshymnus llnd Christushymnus, 166.
Cos, per esempio, Deichgraber, Gotteshymnus umi ChriStushymnus, 165-167,
che cita anche il parere di Conzelmann e di Dibelius - Greeven; Penna, Efesini, 140,
lo considera un "excursus cristologico"; Montagnini, Efesini, 174-175, si mostra
alquanto scettico sul carattere "innico" del brano (cfr comunque p. 176, dove parla di
"genere innico").
8 Cos, per esempio, Testa, "Ges pacificatore universale", 18-22; Sanders, The
New Testament Christological Hymns, 14-15; Lincoln, Ephesians, 128; Karris, A
Symphony, 92-95.
9 Lincoln, Ephesians, 127. Barth, Ephesians 1-3,261, enumera pi fenomeni di
quanti se ne trovano nell'inno. Non si trovano, infatti, n relative n sinonimi;
inoltre, il carattere cristologico o il carattere trinitario riguarda il contenuto non i I
genere letterario innico. In quanto alle possibili o probabili interpolazione, biso-
gna ripetere che, anche ad ammetterne la possibilit, l'inno onnai va esaminato
nella sua struttura definitiva.
lO Senza negare la possibilit che il yo.p possa avere valore causale (Deichgraber,
Gotteshymnus und Christushymnus, 166), credo che ci non sia strettamente neces-
sario, per cui lo si pu ritenere come "esplicativo: infatti" o meglio ancora come
"inferenziale: certamente".
124 Capitolo IV

dell'inno con at')'to~, che introduce un soggetto diverso da quello di


Ef 2,11-13 11 e inneggia a Cristo attribuendogli il titolo: "nostra pa-
ce", il vocabolario particolare del brano con diversi hapax-legome-
na, la cOstruzione parallelistica delle frasi, l'uso abbondante e variato
dei participi, diverse costruzioni sintattiche alquanto fuori del nor-
male (cfr per esempio 2,14d) per dare enfasi a qualche elemento
dell'inno, una certa pleroforia nel fraseggiare per creare parallelismi
e ritmo. Tutto ci fa pensare ad un "inno di lode", un encomio che
acclama Cristo come "Colui che la pace" della comunit cristiana
("nostra pace").

4) Struttura letteraria/ 2

A. Ef 2,14-15a: presentazione di Cristo nostra pace


A u't~ yap O"nv " EtPllVll "J.leOv,
1tot1l0"a~ 't <lJ.lt1>o'tEpa EV
Ka 't J.lEO"o'totXOV 'tou t1>payJ.lOU MO"a~,
'tilv EX9pav v 'tl} O"apK au'tou,
'tv VOJ.lOV 'teOv v'to.eOv v 06YJ.laO"tv Ka'tapYllO"<X,

B. vv. 15b-16: lo scopo dall'azione di Cristo


'i va 'to~ ODO K'ttO"1] v au'tql E Eva Kat vv iv9pro1toV
1tOteOvEPllvllV
1ca't <X1toKa'taUal;1] 'to <XJ.lG>o'tpou EV v't oolJ.lan 'te!> efe!> . 't. o'taupou,
<l1tOK'tetVa~ 'tilv Ex9pav v au'tql.

A'. vv. 17-18: Cristo proclama la pace a tutti gli uomini


Ka .9lV EU1lYYE.tO"a'tO (EPllv llv )
EtPllVllV uJ.llV 'tOl~ J.laKpv Ka EtPllVllV 'tol~ yyD~'
(ht Ot' au'tou EX0J.lEV 'tilv 1tpoO"ayroYilv
Ol <lJ.lt1>O'tEpot v v 1tVEDJ.la'tt 1tp~ 'tv 1ta'tpa.

Il La presenza di ul-llv in 2,17 non credo affatto che incida, come pensa Lincoln,
Ephesians, 128, sul carattere innico di Ef 2,17-18, in quanto il soggetto rimane an-
cora o.U1:0, cio Cristo; inoltre, come si vedr nella struttura, anch'essa presenta
una costruzione ritmata e parallela. D'altra parte, non credo che l'uso dei pronomi
"noi" o "voi" detenni nano lo stile del nostro brano, come pensa Barth, Ephesians
1-3, 261, ma solo i limiti del brano in questione.
12 Per altre possibilit di strutturazione del testo cfr Schlier, Efesini , 188: divisio-
ne in tre parti; Penna, Efesini, 139-140: divisione quatripartita. Per altre possibi-
lit cfr H. Merklein, "Zur Tradition", 79-102, che discute le proposte strutturali di
G. Schille, J. T. Sanders e J. Gnilka; Wilhelmi, "Der Vers6hncr-Hymnus", 145-152.
Ef 2,14-18 125

Osservazioni sulla struttura


l) Ef 2,14-18 un blocco unitario per diversi motivi:
a) per la terminologia particolare che viene usata e che separa il
nostro testo da ci che precede e da ci che segue. Cos:
- EtPy!Vll, il termine-chiave della nostra pericope, si trova 4 volte
nel brano (2,14a.15b.17a.17b) e cosa molto significativa il fatto
che tale blocco di ricorrenze preceduto da un solo caso: precisa-
mente dall'espressione stereotipata di Ef 1,2: XaPl UlllV K( dpy!Vll,
ed seguito da altre ricorrenze molto lontane dal contesto: in Ef 4,3;
6,15.23;
- l'aggettivo sostantivato 01 <XIl<l>(l-tEpOl / 't <XIl<l>o-'t'Epa ricorre tre
volte nel testo: 2,14b.l6c.l8b, mentre non ricorre pi nel resto della
Lettera; altrettanto significativa l'unione tra questo aggettivo so-
stantivato e l'aggettivo numerale d~ / EV, 't <X1l<P(l-tEpa EV (2,14b),
'w <XIl<l>O'tpou EV Vt (2,16a), 01 <XIl<l>(l-tEpOl EV hl (2,18b); vicina
anche l'espressione variata: w Mo ... d Eva di 2,15b 13 ;
- Ex9pa ricorre in Ef 2,14d e 2,16b ed anche questo termine non
ricorre pi nel resto della lettera; molto significativa dal punto di vi-
sta dell 'unit del brano anche la costruzione 't'lv Ex9pav EV 'ti]
crapit au'tou di 2, l4d e 't'lv Ex9pav EV almi) di 2, l6b;
- <X1tOKa-raUacrcrro, che collegato al tema della EtPy!Vll, ricorre so-
lo in 2,16a; altri termini, non collegati al tema specifico della pace e
che all'interno della Lettera agli Efesini ricorrono solo nell' inno, so-
no: IlEcrO'tOlXOV, <l>paYllo, VOIlO, UE1V, <X1tOK'tElVE1V, Ka-raPyEv I4 ;
- l'insistenza sulle espressioni di unit: 6 1tOly!cra 't <XIl<l>o'tEpa EV
(2, l4b), 'i va w Mo K'tlcr1] EV almi) Et Eva Kat vv av9pro1tov
(2, l5b), <X1tOKa'taa1] 'to <XIl<l>o'tpou EV v crmllan (2, 16a), Ol
<XIl<l>O'tEpOl EV v 1tVEUllan (2,18b)15;
- le diverse inclusioni letterarie che si possono riscontrare nel
testo:
-- il termine EtPy!vll di 2,14a e di 2,17b crea un' inclusione lette-
raria tra la prima parte e la terza parte dell'inno I6 ;
-- l'espressione 't <XIl<l>o'tEpa EV di 2,14b stabilisce un'inclusione
letteraria con 01 <XIl<l>O'tEpOl EV Vl di 2, l8b, cio tra la prima e l'ultima
parte dell'inno.

2) Anche la suddivisione della pericope in tre parti sostenuta da

13 Elemento rilevato anche da Wilhelmi, "Der Versohner-Hymnus", 146.


14 Cfr Wilhelmi, "Der Versohner-Hymnus", 151.
15 Cfr anche Wi1helmi, "Der Versohner-Hymnus", 145.
16 Tale inclusione notata anche da Montagnini, Efesini, 174.
126 Capitolo IV

parecchi elementi letterari, che permettono un sviluppo logico ed e-


quilibrato dell'inno:
a) Ef 2,14-15 a: presenta il Cristo e la sua azione pacificatrice a
favore di tutti gli uomini. Il brano si snoda in tre momenti: a) una
proposizione affermativa che proclama Cristo nostra pace; b) due
proposizioni participiali sostantivate appositive, poste in inclusione
tra loro (6 1totr1cra ... :Ucra)I\ trattano dell'opera salvifico-pacifica-
trice di Cristo; c) una proposizione participiale congiunta, probabil-
mente di valore causale l8 , che offre la motivazione della caduta del
"muro di divisione" e dell "'inimicizia" e conseguentemente della
nuova unit stabilita da Cristo. La posizione dell'espressione 'tllv ex-
8pav v 't'l] crapK a'tou di 1, 14d pone qualche problema dal punto
di vista sintattico, ma nell'insieme della prima suddivisione rappre-
senta un momento interpretativo essenziale, dato che si trova al cen-
tro dell' immagine del "muro divisorio" di l, 14c e la decodificazio-
ne di essa: "la legge dei precetti" (l, 15a).
b) Ef 2,15b-16: si sofferma sullo scopo dell'azione salvi fico-
pacificatrice di Cristo. Dal punto di vista sintattico essa legata a ci
che precede, dato che si tratta di una proposizione finale dipendente
da 2,14a o da tutto l'insieme di 2,14-15a.
Ma la sua composizione letterario retorica credo che permetta
una suddivisione che si basa:
l) sul parallelismo tra 2,15bc e 2, 16ab, che segue uno schema
del tipo: aba'b'19:
'{va w UO K'tlcrl) v a'tq) el Eva KatVV iv8pol1tov
1totcOvePr1VllV
Kal (i1tOKa'ta.ci~1J 'to'; ll<l>o'tpou; v v mOllan np 9E<!> O. 't. O"'taupo,
U1tOK'tetVa 'tllv ex8pav v a'tq),
2) sull'inclusione letteraria determinata da v a'tq) di 2,15a e
2,16b;
3) sul parallelismo chiastico tra 2, 15b e 2,16a: 'to 8Uo K'ttcrl) ...
U1tOKa'tanUSl) 'to ull<PO'tpou2o;
4) sul parallelismo formale e contenutistico delle due espressioni
di unit: el Eva KalVV av8pro1tov (l,15b) e v Vt crrolla'tt (2,16a);
5) dal parallelismo progressivo delle due proposizioni partici-

17 Cfr anche Wilhelmi, "Der Versohner-Hymnus", 147.


18 Per Montagnini, Efesini, 175, si tratta di un altro participio sostantivato appo-
sitivo, ma ci mi sembra difficile a motivo della costruzione sintattica: il KUt
unisce solo i primi due participi, mentre il terzo chiaramente subordinato; inoltre,
a causa dell'inclusione letteraria stabilita dal testo: 1tOt1lcru .. , :ucru.
19 Cfr Wilhelmi, "Der Versohner-Hymnus", 146.
20 Cfr Wilhelmi, "Der Versohner-Hymnus", 146.
Ef2,14-18 127

piali congiunte di 2,15c e 2,16b,


c) Ef 2, l 7-18: conclude con la proclamazione del "vangelo della
pace" ai vicini e ai lontani. Il participio congiunto di valore modale
E8rov, unito alla congiunzione Kat, crea un passaggio ad una nuova
fase dell'inno. Formalmente la suddivisione composta da un'affer-
mazione sul "vangelo della pace" annunciato da Cristo 'e da una
motivazione ('n) che riguarda l'azione di Cristo a favore di tutti gli
uomini (cfr EXOl-UV). Letterariamente essa si articola in quattro mo-
menti secondo lo schema aba'b': a) venuta di Cristo e annuncio del-
la pace; b) i destinatari del "vangelo della pace", indicati attraverso
il parallelismo di due frasi ellittiche complementari, esprimenti la
totalit dei membri della comunit cristiana; c) l'effetto della procla-
mazione del "vangelo della pace": l'accesso al Padre; d) i destina-
tari della nuova possibilit di accedere unanimi al Padre.

Analisi esegetica
A1'rr yap EO''tlV 11 fPtlVll 11f.lrov: "Egli, infatti, la nostra pace".
L'inno si aggancia a ci che precede nel v. l3 con un "infatti"
(yap) esplicativ02 ! o inferenziale: "certamente": i gentilo-cristiani
sono divenuti vicini mediante il sacrificio cruento di Cristo, infatti!
certamente egli la nostra pace. A{rro: si riallaccia alle due formule
cristologiche del v. 13: "nel Cristo Ges", "per mezzo del sangue
di Cristo". Il pronome personale quindi, posto in enfasi, indica che
Cristo il soggetto di tutto ci che si dice in Ef 2,14-18. Proprio per
questo, il pronome a'to lo si ritrover in quasi tutti i versetti del-
l'inno: a'to (2,14), a'to (2,14), EV a't<p (2,15.16), 8t a'tO
(2,18). importante rilevarlo, perch attribuisce a tutto il brano una
forte caratterizzazione cristologica22 L'espressione seguente: " la
nostra pace" una chiara definizione cristologica, simile ad altre
che si trovano sparse qua e l nell'epistolario paolino. Cos, in l Cor
1,30: "Cristo divenuto per noi sapienza, giustificazione, santifica-
zione e redenzione"; in Fil 1,21: "Per me il vivere Cristo"; in Col
3,4: "Cristo la vostra vita"; in Col 1,27: "Cristo la speranza della
gloria". Notare in primo luogo il possessivo "nostra": la pace ap-
partiene a tutti i cristiani, perch Cristo per mezzo del suo sangue
l 'ha stabilita a favore di tutti coloro che hanno creduto (Ef 1,13) e
sperato in lui (Ef 1,12). L'espressione: "Cristo la nostra pace"

2! Comunque, non da escludere il senso causale del yap: i gentilo-cristiani sono


divenuti vicini mediante il sacrificio cruento di Cristo, perch egli la nostra pace
(cfr per es. Schlier, Efesini, 180 e 187; Deichgriiber, Gotteshymnus umi Christl/s-
hl'/IlIlIlS, 166).
2i Cfr anche L. Ramaroson, "Le Christ, ntre Paix", 373-374.
128 Capitolo IV

probabile 23 che faccia riferimento o ad Is 9,52\ dove al futuro Messia


sono attribuiti diversi titoli dell'intronizzazione regale: "Consigliere
ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace", o a
Mi 5,4 dove con qualche incertezza testuale si afferma che il Messia
" pace". Ma l'affermazione di Ef 2,14 non indica soltanto che il
Messia porter la pace (gen. oggettivo) a tutti, ma afferma con chia-
rezza che egli la pace in persona25 Per questo, il testo non insiste
solo sulla mediazione di Cristo ("per mezzo di Cristo") per ottener-
ci la pace, ma soprattutto pone l'accento sul fatto che tale pace
l'abbiamo "nel Cristo", perch egli il luogo dove Dio si manifesta
a noi come pace26 e ci concede la pace. Nel contesto di Ef 2,11-22, il
concetto di pace27 assume un senso particolare, sia per l'articolo de-
terminativ0 28 che per le due aggiunte participiali appositive: Cristo
la nostra pace, colui che ha stabilito l'unit della comunit cristiana e
che ha fatto cadere il muro di divisione tra questi membri della co-
munit (Ef 2,14b). In altre parole, Cristo la nostra pace, perch ha
fatto di noi una cosa sola (2, 14b), un solo uomo nuovo (2, 15b), un
solo corpo (2,16) e riconciliandoci con Dio ci ha dato accesso al
Padre in un solo spirito (2,18).
'O 7tol-rlcra 1: all<l>01:Epa EV: "colui che ha fatto di ambedue una
cosa sola". Il participio articolato 1tot-rlcra un participio sostan-
tivato appositivo, quindi specifica l'intera affermazione di 2,14a:

23 In tal senso vanno alcune tradizioni rabbiniche riferite sotto il nome di Rabbi
Jos Hagalili (vissuto verso il 110 d. C.): "Anche il nome del Messia detto 'pace',
come sta scritto: 'Padre eterno, Principe della pace (Is 9,5)'; 'Grande la pace, giac-
ch quando il re, il Messia, si riveler ad Israele, egli dar inizio alla sua opera sola-
mente con la pace, come sta scritto: Come sono belli sui monti i piedi del messag-
gero di gioia che annuncia la pace' (ls 52,7)" (cfr Schlier, Efesini, 189 nota 15).
24 Barth, Ephesians 1-3,276-279, fa riferimento solo a Is 57,19, ma ci mi sem-
bra poco probabile. Paolo, seguendo il modello interpretativo rabbini co, fa a mio
parere riferimento a pi testi e li combina tra loro in modo da ottenere una rilettura
pi vicina alla sua presentazione di Cristo come "nostra pace".
25 Cfr Barth, Ephesians 1-3, 292-298; Lincoln, Ephesians, 140.
26 Cfr Gdc 6,24: "Allora Gedeone costru in quel luogo un altare al Signore e lo
chiam: il Signore () Pace"; Rom 15,33: "II Dio della pace sia con tutti voi" (cfr
anche Rom 16,20; 2Cor 13,11; Fil 4,9; ITess 5,23; 2Tess 3,16); e il detto di Rabbi
Jehoshua (vissuto verso l'anno 90 d. C.): "Grande la pace, giacch il nome di Dio
vien detto 'pace'" (cfr Schlier, Efesini, 189 nota 15: cfr anche Penna, "L'Evangile
de la paix", 182.184-185, che per non sembra andare al di l di un genitivo
oggettivo, mentre l'espressione a mio parere sopporta molto bene anche il valore
di un genitivo epesegetico, riallacciandosi cos alla tradizione veterotestamentaria
e rabbinica; comunque, cfr la nuova posizione assunta da Penna, Efesini, 141, dove
ammette che il termine "pace" divenuto "quasi un titolo cristologico").
27 Per il concetto di pace nel mondo greco-romano e nel mondo biblico cfr Penna,
"L'Evangile de la paix", 177-181.
28 Con Gonzalez Lamadrid, 1pse est pax nostra, 18-19.
Ef2,14-18 129

"Cristo la nostra pace". L'aoristo effettivo e, in base al contesto


immediato, fa riferimento al sacrificio della Croce di Cristo (2,14b.
16)29. Pi difficile a determinarsi il senso dell'aggettivo pronomi-
naIe neutro "C<X ./l<!>o"CEpa. Probabilmente viene usato il neutro 30 ,
perch non si parla dei cristiani in se stessi, ma delle due situazioni
(paganesimo e giudaismo; cfr Ef 2,11-12; Gal 5,6; 6,15) in cui essi si
trovavano prima che Cristo li radunasse in "una nuova realta",
precisamente quella ecclesiale. Quindi, Cristo nostra pace, perch
egli il principio costitutivo e fondante dell 'unit della Chiesa, suo
unico corpo (cfr Ef 2,16), in cui entrambi giudei e pagani sono stati
inseriti mediante il sacrificio di Cristo.
Ka "C /lEO'o"COtXOv "Cou <!>paY/lou :oO'ac;: "e il muro divisorio del
recinto ha abbattuto". A causa della congiunzione (Kai)31 anche il
secondo participio UO'ac; un participio sostantivato appositivo, che
precisa ancora il senso dell' affermazione di Ef 2, 14a: Cristo nostra
pace, perch colui che ha abbattuto il muro divisorio del recinto 32 .
Il verbo ,Uffi di per s significa "sciogliere", ma anche "discioglie-
re" e in senso intensivo-negativo e idiomatico: "rompere" e" ab-
battere". Cristo, perch nostra pace, ha fatto cadere "C /lEO'o"COtxov,il
"muro divisorio", il "recinto" ("COu <!>paY/lou: gen. appositivo) che
determinava la "separazione"33 (gen. oggettivo o di contenuto) e

29 Mateos, El aspecto, 380-381, pp. 119-120; Fanning, Verbal Aspect, 414-415.


30 Smyth, Greek Grammar, 1024; BDR, 138, l; Pax, "Stilistische Beobachtun-
gen", 336-337. 344-345); Barth, Ephesians 1-3, 262-263; Gonzalez Lamadrid, lpse
est pax nostra, 20-21; Lincoln, Ephesians, 140, anche se ritiene che il neutro "t
J.lljlo"tcpa sia un resto di materiale tradizionale riferentesi al cielo e alla terra. Tale
ipotesi accettata da quegli autori che si basano su speculazioni giudiaco-gnostiche
o giudaico-apocalittiche: cfr Testa, "Ges pacificatore universale", 18; Schlier,
Efesini, 190-204, ma mi sembra che la forza dei testi addotti non sia molto
probante. In ogni caso, a mio parere, pi che di "zone" si tratta di "situazioni vitali"
(cfr Ef 2,11-12; ma anche Gal 5,6; 6,15) che hanno detenninato la vita dei cristiani
prima di aver creduto in Cristo (Ef 1,11-13). D'altra parte, mi sembrano un po' stra-
ne anche le spiegazioni di Penna, Efesini, 141, e di Montagnini, Efesini, 177.
31 Gonzalez Lamadrid, lpse est pax nostra, 21, lo considera come epesegetico;
Montagnini, Efesini, 177, un ICal consecutivo; tali interpretazioni non mi sembra-
no flologicamente necessarie, anche perch il testo gi stabilisce attraverso l'in-
clusione uno stretto rapporto tra i due participi.
32 Il valore aspettuale effettivo di azione anteriore a quella della principale di
2,14a (Mateos, El aspecto, 380-381, pp. 119-120; Fanning, Verbal Aspect, 413).
33 Di per s il tennine IjlpaYJ.lo indica un luogo chiuso, una chiusura e da qui uno
"steccato", una "siepe" o un qualche cosa che separa e chiude. Pertanto, in base al
contesto di Ef 2, 14b-15, si rif all'idea della "legge" che "separa" (= cinge come una
siepe) per proteggere. Questa la posizione pi nonnale del giudaismo ellenistico e
rabbinico. I testi certamente pi significativi sono quelli dello Ps. -Aristea 139:
"(Mos) ci ha circondati con una trincea invalicabile e con mura di ferro, perch non
ci mescolassimo minimamente con gli altri popoli"; e in 142: "(Mos) ci ha cir-
condati con misure di purezza"; e quello di I QH 1,3: "E tu hai fatto una siepe intorno
130 Capitolo IV

soprattutto era una "separazione" (gen. epesegetico )34, una barriera


tra giudei e pagani. Quale sia tale "muro divisorio" che creava "se-
parazione" ed era "separazione" Paolo non lo dice espressamente,
ma in base a Ef 2,15a sembra che sia "la legge dei precetti", dato
che Cristo, abbattendola, divenuto la nostra pace35
Tilv Exepav v 'tl) crapK a'toD: "l'inimicizia nella sua carne".
Cos, come sta in Ef 2,14c, l'espressione pu essere appositiva del-
l'espressione 't llecrO't01XOV 'tOD <paYlloD di Ef 2,14b oppure pro-
lettica rispetto al suo verbo reggente: "avendo abbattuto"36. En-
trambe le soluzioni sono problematiche: la prima a motivo dell 'in-
clusione letteraria stabilita attraverso i due verbi: 1t0l rlcra ... :ucra,
che stabilisce un duro hyperbaton tra l'espressione reggente di
2,14b e l'apposizione di 2,14c; la seconda, interpretando l'espressio-
ne 'tv VOIlOV 'trov V'tOArov v o'Yllacrtv come apposizione, diminui-
sce la forza dell'argomentazione paolina, che parla di "annullamen-
to della legge". In conclusione, anche se lo stile risulta un po' duro,
meglio accettare la prima soluzione e l'hyperbaton d'altra parte ha
una certa forza espressivo-poetica37 . In tal senso, l'espressione indica
che il "muro di divisione", stabilito dalla legge mosaica, sorgente

a me e mi proteggi da tutte le insidie della perdizione" (cfr Schlier, Efesini, 196). Di


fatto, dice spesso Paolo, tale"siepe" divenuta "una prigione" (Gal 3,22-23), una
"barriera" tra i popoli, che ha creato diffidenza e inimicizia.
34 Per il valore del genitivo cfr Schlier, Efesini, 190: gen. epesegetico; Gonzalez
Lamadrid, lpse est pax nostra, 21: gen. epesegetico; Ramaroson, "Le Christ, notre
Paix", 375: gen. epesegetico o di contenuto; BDR, 167: gen. di contenuto;
Montagnini, Efesini, 177.
35 Con Ramaroson, "Le Christ, notre Paix", 375-376; Penna, Efesini, 142-143.
Altri (Abbott, Mitton; Montagnini, Efesini, 178-179), a motivo dell'insistenza sul
termine "recinto" hanno pensato alla "balaustra di pietra" che, secondo la notizia di
Flavio Giuseppe, Bel.Jud 5,193-194 e Ant.Jud 15,417, separava il "cortile degli
Israeliti", dal "cortile dei Gentili" ed era un confine invalicabile da parte dei Gentili,
pena la loro morte. Paolo l'ha intesa come un "simbolo" o un "segno" di separazio-
ne e di inimicizia. Schlier, Efesini, 190-203, basandosi su un 'abbondante letteratu-
ra giudaico-gnostica e giudaico-apocalittica, lo intende come la "barriera cosmica"
che separa il pleroma celeste dal mondo terreno e crea inimicizia tra potenze celesti
e gli uomini, impedendo ad essi per mezzo della legge dei precetti di raggiungere la
pace e la salvezza. Allo stesso modo Testa, "Ges pacificatore universale", 18-22,
lo definisce: "il diaframma orizzontale che separava idealmente la zona celestiale
del Pleroma da quella terrestre del Kenoma". Infine, Barth, Ephesians /-3, 283-287,
che enumera cinque possibili interpretazioni, delle quali nessuna lo soddisfa, alla
fine ritiene che non la legge che stata abolita, ma la "funzione divisiva" della
legge riguardo alla separazione dei giudei dai gentili (cfr pp. 291 e 306-307).
36 Cfr Penna, Efesini, 142 nota 220, che opta per la seconda possibilit.
37 Per queste possibilit sintattiche di costruzione della frase cfr anche Gonzalez
Lamadrid, lpse est pax nostra, 24; Barth, Ephesians /-3, 264, e la strana soluzionc
che egli propone: quella di accettare un'interpolazione poco sostenuta dai codici.
Ef2,14-18 131

di divisione e di inimicizia tra il popolo giudaico e gli altri popoli38 .


Cristo, abbattendo tale "muro di divisione" e facendo cadere il "re-
cinto di separazione" tra i popoli, ha distrutto "nella sua carne" l'i-
nimicizia tra giudei e pagani. L'espressione v 't1J O'apK mhou, in
base a Ef 2,13: "siete divenuti vicini mediante il sangue di Cristo",
ed Ef 2,16: "riconciliare entrambi mediante la Croce", non ' un
riferimento generale alla persona di Cristo 39 , alla sua incarnazione40 ,
al suo ministero terreno 41, ma al suo sacrificio sulla Croce42 .
'tv VOIlOV 'trov v'tOrov v 06Yllamv Ka'tapy"O'a' "avendo
annullato/ annullando la legge dei precetti per mezzo di ordi-
namenti". Ka'tapy"O'a un participio congiunto 43 che pu avere un
duplice valore: l) modale strumentale di azione concomitante a
quella dei due participi attributivi reggenti: "annullando la legge"44,
cio l'abbattimento dell'inimicizia tra i popoli e il loro essere dive-
nuti una cosa sola si determinato con l'annullamento della legge;
2) causale di azione anteriore a quella dei due participi attributivi:
"dato che/poich Cristo annull la legge", cio Ef 2,16a offre la
motivazione della caduta del "muro di divisione" e dell '''inimici-
zia" e conseguentemente della nuova unit stabilita da Cristo. La
seconda possibilit45 mi sembra migliore, dato che il testo afferma
che l'inimicizia stata distrutta attraverso il sacrificio di Cristo sulla
Croce. Allora, l'annullamento della legge ha determinato negativa-
mente la caduta del "muro divisorio di separazione" e l'inimicizia
che esso produceva e positivamente l'unit di giudei e pagani in una

38 Per i sentimenti che i giudei nutrivano verso gli altri popoli cfr Bonsirven, 11
giudaismo palestinese, 47-52; Alexander, "'The Parting ofthe Ways', 1-25; mentre
per i sentimenti che gli altri popoli nutrivano verso i giudei cjT Stern, Greek and
Latin Authors on Jews and Judaism, Jerusalem 1974-1984.
39 Barth, Ephesians /-3, 264 e 297-298, dove aggiunge anche un 'interpretazione
sacramentale che mi sembra poco probabile nel contesto di Ef 2,14-18.
40 Schlier, Efesini, 191.
41 L'ipotesi ammessa come possibile da Penna, Efesini, 143.
4:! Cfr Schlier, Efesini, 191; Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 26; Penna,
Efesini, 143; Ramaroson, "Le Christ, n6tre Paix", 377-378, suggerisce un senso
pregnante: "l'inimicizia stata annullata mediante il sacrificio della Croce e la no-
stra unione a Cristo, con il quale siamo stati crocifissi"; Montagnini, Efesini, 179.
43 Con Schlier, Efesini, 191, che lo ritiene "subordinato al precedente o precedenti
participi", anche se non precisa di che tipo di subordinazione si tratti, ma data la
traduzione che offre sembra trattarsi di un participio congiunto di valore causale: "in
quanto ha distrutto l'inimicizia".
44 Cosi, per esempio, Mateos, El aspecto, 381 (2), pp. 119-120; ma ci solo una
possibilit, in quanto l'aspetto del participio aoristo pu assumere il valore di
un'azione anteriore a quella della principale reggente (Fanning, Verbal Aspect,
413).
45 Cfr anche Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 26.
132 Capitolo IV

sola realt. Il tennine Ka:mpyro molto usato da Paol046 e il suo


senso oscilla tra "rendere inoperoso, rendere inefficace", "mettere
fuori uso", e in senso intensivo-negativo: "annullare", "annienta-
re". Il verbo esprime un'idea paolina molto forte: la legge stata
resa inefficace, annientata, abolita (Ef 2,15; Rom 7,2). Ma con ci
ancora non viene espressa tutta la radicalit del pensiero di Paolo, il
quale affenna che Cristo la fme della legge (Rom 10,4) e noi "sia-
mo morti alla legge per vivere per Dio" (Gal 2,19)47. "La legge dei
precetti48 (che si esplica) per mezzo di ordinamenti49": l'espressione
alquanto brachilogica, ma interessante dal punto di vista del pen-
sieroSO. Il cristiano non "un senza-legge", anche se per lui la leg-
ge, la sua precettistica e i suoi correlativi ordinamenti, non ha pi
senso. Ci che conta la legge dell'amore (cfr Rom 13,8-10; Gal
5,14); meglio: "la fede agente per mezzo della carit" (Gal 5,6).
"Iva 'to ouo Kncr1J v au'tQ) ci Eva KatvV &veproltOv: "allo
scopo di fonnare in se stesso i due come un unico uomo nuovo".
"Iva + congiuntivo aoristo indica lo scopo che si proposto Cristo
nell'abolire la legge; il congiuntivo aoristo ha aspetto ingressivo di
azione posteriore a quella della principale reggenteSI e sottolinea
bene la dimensione escatologica della "creazione dell 'uomo nuo-

46 Su 27 ricorrenze nel NT 24 si trovano in Paolo; fuori dell'epistolario paolina,


in Le 13,7; 2Tim l,IO; Ebr 2,14. Per il senso del verbo cfr Delling, 1X't(Xpyro,
1207-1212; Buscemi, Preposizioni, 78. Per lo pi usato con il senso traslato e i n
rapporto a realt positive (Rom 3,3: la fede; Rom 3,31: la legge, in quanto volont
di Dio; Rom 4,14; Gal 3,17: la promessa; ICor 13,8: la profezia; ICor 13,10: la
conoscenza; 2Cor 3,7.11.13: la gloria sul volto di Mos; Gal 5,4: essere decaduti da
Cristo; Gal 5, Il: decaduto lo scandalo della Croce?) e negative (Rom 6,6: il corpo
del peccato; Rom 7,2: la legge del legame maritale; Rom 7,6; Ef 2,15: la legge,
quale regime di schiavit; I Cor 1,28: le cose che contano per il mondo; I Cor 2,6;
15,24: i principi di questo mondo; I Cor 6,13: i cibi; I Cor 13, Il: "le cose di
fanciulli"; ICor 15,26: la morte; 2Cor 3,14: il velo sul volto di Israele; 2Tess 2,8:
l'iniquo annullato per mezzo dello spirito della bocca di Ges).
47 In base a ci, mi sembra strano quanto afferma Penna, Efesini, 143: "un'af-
fermazione, che riflette gi uno stadio storico avanzato nel rapporto tra il movi-
mento cristiano e il giudaismo"; Montagnini, Efesini, 180, pensa che l'espressione
di Ef 2, 15a si riferisca solo alla "somma delle prescrizioni", alla "parcellizzazione
della legge", e non alla legge in quanto tale. A me sembra che Ef 2, 15a rifletta i I
normale pensiero di Paolo sulla legge, quello di sempre (cfr anche Lincoln,
Ephesians, 142-143).
48 Schlier, Efesini, 192, sembra leggerlo come un gen. di contenuto, ma forse si
tratta o di un gen. di qualit: "la legge precettistica", oppure un gen. oggettivo: "la
legge che ordina di osservare i suoi precetti".
49 L'espressione "per mezzo dei suoi ordinamenti" accentua l'aspetto impositivo
della "legge dei precetti" (cfr Penna, Efesini, 143).
50 Cfr anche Roetzel, "Jewish Christian - Gentile Christian Relations", 81-89.
51 Mateos. El aspecto, 274-275, p. 116. chiaro che la proposizione finale retta
non solo da lxwPYT1O"(X, ma da tutto l'insieme di 2,14-15a.
Ef2,14-18 133

VO"52. 'Ev almi'>: l'elemento cristologico ribadito, in modo che ri-


sulti evidente che come la prima creazione avvenuta "nel Cristo"
(cfr Col 1,16; Ef 2, lO), cos anche la "nuova creazione" avviene
"in l u i "53. Ma l'espressione preposizionale di Ef 2,15b, usando il
pronome riflessivo al posto del pronome personale, attribuisce diret-
tamente a Cristo la "creazione dell'uomo nuovo". Anche se ci
non trova riscontro nel resto dell'epistolario pao1ino, la stessa idea
forse la si pu trovare ancora in Ef 4,24: "e rivestire l'uomo nuovo,
creato secondo Dio nella giustizia e nella santit", dove l'aggiunta
"secondo Dio" fa pensare che a creare "l'uomo nuovo" sia Cristo.
Ci, a mio parere, non deve meravigliare, in quanto la "nuova crea-
zione" la conseguenza dell 'azione storico-sa1vifica di Cristo54, il
quale d inizio al "tempo nuovo" e alI "'uomo nuovo" creato se-
condo Dio (Ef 4,24), cio secondo il disegno salvifico di Dio nel
Cristo Ges (Ef 1,3). To <>Do: giudei e pagani, sono l'oggetto di-
retto della "nuova creazione". Ei Eva KCXlVV av8pomov: Et + accu-
sativo una normale costruzione del greco biblico della LXX e del
NT55 per esprimere il predicato dell' oggetto diretto. Pertanto risulta
come una reminiscenza letteraria dell'espressione di Gen 2,24 (cfr
Mt 19,5; Ef 5,31). "Eva KCXlVV av8pffi1tOV: l'epressione pu risultare
alquanto sorprendente: dall'unione di due popoli diversi ci saremmo
aspettati "un unico popolo nuovo". Nonostante ci, mi sembra che
il pensiero di Ef 2,15b sia pi profondo e in linea con il pensiero
paolino espresso in 2Cor 5,17: "Chi in Cristo, questi una nuova
creatura". Infatti, "non conta pi n la circoncisione n l' incircon-
cisione, ma solo la nuova creazione" (Gal 6,15). Anzi, "non c' pi
n giudeo n greco, ma tutti siete uno nel Cristo Ges" (Gal 3,28) e
questo "uno" "l'unico uomo Cristo Ges" (Rom 5,15-17), il
nuovo Adamo escatologico, nel quale per noi ha sovrabbondato il
dono della grazia di Dio (Rom 5,15). L'uomo nuovo, quindi,

52 Cfr Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 29.


53 Probabilmente, tale idea sta alla base della variante testuale v U\J1:<1>, che i co-
dici FG pc latt hanno cambiato in v u\Yt<1>. Tale variante una facilitazione del te-
sto e di per s non pu essere accettata. Ma, se si tiene conto che il soggetto della
frase sempre Cristo, allora il senso del pronome proprio quello del riflessivo.
D'altra parte, pu essere anche che l'autore abbia usato la forma v U\J1:<1> per espri-
mere contemporaneamente le due idee teologiche: la prima creazione e la nuova
creazione sono avvenute "nel Cristo"; la nuova creazione, poi, ha come causa
efficiente originante Cristo stesso. Comunque, cfr anche la proposta e l'interpre-
tazione di Montagnini, Efesini, 183.
54 Cfr in questo senso anche Foerster, Knw, 1327; Barth, Ephesians 1-3, 266.
55 Cfr BDR, 157,5, anche se purtroppo non registra tale costruzione con KTiw, ma
la registra per ltOlW che certamente un equivalente (cfr Cignelli, "La grecit bibli-
ca", 207); Montagnini, Efesini, 181, trova la costruzione involuta e inconsueta.
134 Capitolo IV

Crist056 , in cui tutti noi siamo riconciliati con Dio mediante la sua
croce e formiamo un solo corpo (Ef 2,16), per avere in un solo
spirito accesso al Padre (Ef 2,18). In lui, non sono annullate le
differenze, ma valorizzate in vista della "nuova creazione" del-
l "'uomo nuovo"57.
ITOtrov EipTlvllv: "facendo la pace": un'aggiunta in linea con lo
stile pleroforico sia dell' inno che della Lettera agli Efesini. Si tratta
di un participio congiunto probabilmente58 di valore causale: "per-
ch la pace sia stabile". In tal modo, il senso dell'espressione al-
quanto idiomatico: "stabilire la pace" e pi liberamente: "essere
stabili nella pace". Tale stabilit della pace continua e duratura,
come sottolinea l'aspetto del presente59 . In conclusione, Cristo ha
fatto in se stesso dei giudei e dei pagani un solo uomo nuovo, perch
in lui la pace sia stabile (Ef 4,3; Col 3,15), anzi egli stesso per sem-
pre la loro pace (2,14a).
Ku (X1tOKU'ta..cX1] 'tO ll<l>O'tpou v v <HOllun 'tc!> eEc!> t
'tou (J'tuupou: "e riconciliare a Dio l'uno e l'altro in un sol corpo
mediante la croce". Come indica la congiunzione Kui, il Cristo aveva
anche un altro scopo nell'annullare la legge, precisamente "riconci-
liare gli uomini a Dio". Il verbo 1tOKu'tu..acrcrro, intensivo di KU't-
u..acrcrro, indica nell'epistolario paolino la riconciliazione dell 'uo-
mo con Dio per mezzo di Cristo (Rom 5,10-11; 2Cor 5,18-20; Col
1,20.22; cfr anche Rom 11,15). Il pensiero, quindi, si approfondisce:
Cristo, abolendo la legge, non solo ci ha costituiti in se stesso come
un solo uomo nuovo, ma in lui siamo pacificati anche con Dio e
riacquistiamo l'intimit con lui. Abbiamo, cos, il duplice movimen-
to biblico della teologia paolina della liberazione: Cristo ci libera
dalla schiavit della legge e ci immette nella figliolanza divina (cfr
Gal 4,4-5). Ma il tema della riconciliazione, in Ef 2,16, ha anche un
altro sviluppo cristologico con le due aggiunte seguenti: la riconci-
liazione con Dio avvenuta t 'tOu cr'tuupou, cio attraverso la
mediazione onerosa e amorosa di Cristo (cfr Rom 5,6-11; Gal 2,20;

56 Con Gonzalez Lamadrid, lpse est pax nostra, 30-31.


57 Cfr le buone osservazioni di Barth, Ephesians 1-3, 308-311; meno bene
Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 31; Lincoln, Ephesians, 144, i quali
ritengono che Cristo ha abolito totalmente le differenze creando "the third race".
Montagnini, Efesini, 184, ha scritto molto bene: "Quella che viene annullata non
la diversit, ma la divisione .... (i due gruppi) diventano come mani che si proten-
dono verso di lui".
58 Un senso finale, infatti, grammaticalmente e contenutisticamente non da
escludere, ma mi sembra poco probabile in quanto gi la finalit dell'azione del
Cristo la si ha nella prima parte di Ef 2, 15b. Per questo, mi sembra meglio il senso
causale che motiva tale finale.
59 Con Gonzalez Lamadrid, lpse est pax nostra, 32.
Ef2,14-18 135

Ef 5,25), e v v. crc.Ollc:xn, che assume nel testo una duplice dimensio-


ne: cristologica ed ecclesiologica. In base ad Ef 5, 15b, la nostra
riconciliazione avvenuta nel Cristo, nel quale siamo divenuti un
solo uomo nuovo e per mezzo di lui un solo corpo, la Chiesa60 In tal
modo, teologia, cristologia ed ecclesiologia si coniugano perfetta-
mente tra di loro, ma il centro portante di essi proprio la Cristolo-
gia. Nel Cristo, la pace riacquista la sua dimensione orizzontale
ecclesiologica: gli uomini divengono una cosa sola tra loro, un solo
corpo, un solo uomo nuovo; nello stesso tempo, riacquista anche la
sua dimensione verticale ecclesiologica: i credenti, costituiti in un so-
lo corpo, sono riconciliati con Dio per mezzo di Cristo e vivono da
figli di Dio in attesa della pienezza della loro intimit con il Padre61
,A1tOK'tet vc:x 't1v ex6pc:xv v C:X't<!l: "avendo ucciso/uccidendo l'i-
nimicizia in se stesso": ancora un'altra espressione pleroforica, pa-
rallela a quella di Ef 2,15c e costituita da un participio congiunto di
valore causale di azione anteriore a quella della proposizione reg-
gente: "poich uccise l'inimicizia", o di valore modale strumentale
di azione concomitante a quella della reggente: "uccidendo l'inimi-
cizia". A motivo del parallelismo bisognerebbe scegliere il primo
senso, ma il secondo molto buono e, dato l'aoristo della reggente e
della subordinata, forse il migliore. Cristo ci ha riconciliati con Dio
uccidendo l'inimicizia in se stesso. Anche qui, come in Ef 2,15b, v
c:x't<!l ha senso pregnante di "per mezzo suo" e quello locale del
pronome riflessivo v c:xU't<!l, "in se stesso". In tal modo, Ef 2,16
manifesta un perfetto parallelismo formale e contenutistico tra le due
parti della finalit che Cristo si proponeva:
a) in se stesso creare i due come un unico uomo nuovo,
b) facendo la pace,
a') riconciliare a Dio entrambi in un sol corpo 'mediante la croce,
b') avendo ucciso/uccidendo l'inimicizia in se stesso.
Notare l'inclusione letteraria stabilita attraverso l'espressione
preposizionale: "in se stesso" e, se essa vista unita ai due verbi:
creare e riconciliare, si evidenzia anche un parallelismo chiastico:
in se stesso creare
riconciliare in se stesso
tutto avviene "nel Cristo": sia la creazione dell'uomo nuovo
come la riconciliazione con Dio in un solo corpo. In lui, la Chiesa,
costituita dai credenti giudei e pagani, non solo liberata dall'inimi-
cizia causata dalla legge, ma ritrova anche la pace con i fratelli e con

60 Ramaroson, "Le Christ, notre Paix", 378-379.


61 Per lo sfondo letterario dell'immagine: gnostico, stoico, giudaico-veterotesta-
mentario, sacramentale cfr Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax nostra, 35 nota 54.
136 Capitolo IV

Dio. Tale parallelismo centrale deve essere inteso in senso progressi-


vo in tutti i suoi elementi: a) "creare" e "riconciliare": la nuova
creazione ha la sua pienezza nella riconciliazione con Dio; b) nella
nuova creazione "i due" divengono "entrambi": si passa dalla di-
visione all'unit; c) tale unit forma "l'unico uomo nuovo" che
diviene "un solo corpo": il senso cristologico genera quello ecc1e-
siologico; d) nella Chiesa, corpo di Cristo, regna la pace, perch non
c' pi spazio per l'inimicizia tra i credenti nel Cristo Ges.
Ka e8rov EllYYEtcra'tO: "ed essendo venuto annunci": l'ulti-
ma parte dell 'inno (vv. 17-18) si apre con un participio congiunto
di valore temporale di azione antecedente a quella della principale
reggente: "dopo essere venuto", oppure di valore modale: "venen-
do, annunci" e pi liberamente: "venne e annunci". La seconda
possibilit sintattica mi sembra la migliore e la frase trova un ottimo
parallelo di sfondo nella profezia di Zac 9,9-10: "Esulta grande-
mente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme. Ecco, a te viene
il tuo re ... annunzier la pace alle genti", ma anche in quella di Is
57,19, che, in base al contesto, parla di preparare la via al Messia (Is
57,14), al quale Dio ha posto sulle labbra: "Pace, pace ai lontani e ai
vicini" e di Na 2,1: "Ecco sui monti i passi di un messaggero, un
araldo di pace"62. A causa di ci, credo che il participio e8rov indi-
chi in generale la venuta del Messia (Zac 9,9), quale portatore del
"vangelo di pace" (Is 52,7; Is 57,19; Zac 9,10) ai lontani e ai vicini
(Is 57,19; Zac 9,10)63.
EllYYEtcra'tO EtPrlVllV UJllV 'tol JlaKpv Ka dprlVllV 'tol eyy:
"annunzi pace a voi lontani e pace ai vicini". Formalmente l' e-
spressione una fusione e rilettura messianica dei due testi del Trito-
Isaia e di quello di Zaccaria, ma con una differenza significativa:
mentre nei tre testi si parla dell' annuncio di pace come un evento
futuro che si deve realizzare alla venuta del Messia, in Ef 2,17
presentato come un evento gi compiuto, come dimostra l'aoristo
complessivo: EllYYEtcra'tO. In base ad esso, la pace non stata solo
annunciata, ma ormai il contenuto centrale dell' evangelo predicato
dai credenti, come afferma Ef 6,15: "avendo calzato i piedi con la
prontezza per il Vangelo della pace", dove il genitivo oggettivo:
"il Vangelo che annuncia la pace", essendo una rilettura di Is 57,2,

62 Cfr anche Lincoln, Ephesians, 147, che parla di "creative combination" dei testi
di Is 57,19 e 52,7, ma a mio avviso anche di altri testi veterotestamentari.
63 Con Penna, "L'Evangile de la paix", 188-189, anche se si sforza non solo di
includere tutte le fasi della vita terrena di Ges, ma soprattutto il suo sacrificio sulla
Croce. Per le varie opinioni esegetiche cfr Ramaroson, "Le Christ, n6tre Paix",
380-381.
Ef2,14-18 137

di Zac 9,10; Na 2,1: "Quanto sono belli i piedi del messaggero di


lieti annunzi che annunzia la pace". Tale "evangelo della pace"
per tutti i credenti, per i pagani ('tol llaKpav) e per i giudei ('tOl
Eyyu)64: una ripresa immediata del contesto dell'inno, precisamen-
te di Ef 2,13 e in parte di Ef 2,19, che mostra che l'antica profezia
divenuta una realt per tutti i credenti in Cristo.
"On Ot' a1:n:o exollEv 'tr,v npocrayO)yr,v oi ,1l<!><)'[EPOt EV v 1tVEU-
llan np 'tv na'tpa: "poich65 mediante lui abbiamo accesso en-
trambi in un unico spirito al Padre". Ef 2,18 una motivazione del-
l'affermazione di 2,17 e per suo mezzo anche dei contenuti di tutto
l'inno. Questi sono riletti in maniera originale attraverso l'idea del-
l "'accesso al Padre". La nostra (exollEv - oi ,1l<!>()'[EPot) liberazione
dalla legge "per opera di Cristo", l'essere riconciliati con Dio me-
diante il suo sangue e l'essere divenuti una nuova creazione "nel
Cristo" sono una realt che possediamo stabilmente (cfr il presente
indicativo: exollEv) per mezzo del Cristo e che ci introduce nell'inti-
mit con il Padre. In base ad Ef 1,5.14, ma anche ad Ef 2,19, l'e-
spressione "avere accesso al Padre" fa riferimento alla nostra parte-
cipazione al popolo santo di Dio e soprattutto alla nostra figliolanza,
che ci fa partecipi della sua gloriosa eredit. Tale intimit la posse-
diamo per opera di Cristo EV v 1tVe\)lla'tt. In base a tutti i riferimenti
del testo all'unit: "ha fatto di entrambi una cosa sola" (2, 14b),
"creare i due in un solo uomo nuovo" (2,15a), "riconciliare en-
trambi in un solo corpo" (2,16), possibile che anche quest' espres-
sione debba essere intesa in senso ecclesiologico: i credenti hanno
accesso al Padre perch riuniti in un solo spirito dal sacrificio media-
tore del Crist066 . Essi, in quanto "corpo di Cristo", hanno "in lui"
accesso al Padre (cfr Ef 3,12). Comunque, in base .ad Ef 1,14, non
da escludere un senso pneumatologico: essendo lo Spirito "la ca-

64 Le due espressioni 'tol WXKpav e 'tOt fyyU sono ellittiche e presuppongono


l'integrazione del participio presente oumv, che sintatticamente un participio
attributivo di UlllV.
65 Montagnini, Efesini, 186, ritiene l'on di 2,18 come asseverativo e su questo
argomento abbastanza debole (la punteggiatura del testo molto tardiva e per lo pi
mostra l'interpretazione dell'editore che la adotta) esclude il v. 18 dall'inno. Infatti,
se il v. 17 stabilisce un 'inclusione con 2,14a attraverso il tenni ne EiPTlVll, il v. 18 b
stabilisce un 'inclusione con 2,14b, come dimostrano le due espressioni: 't eXll-
cjlotI:pa EV di 2, 14b e 01 eXllcjlO'tEPOt v v( di 2,18b.
66 Cfr le argomentazioni di Penna, Efesini, 145-147; mentre Schlier, Efesini, 214-
215, per un senso pneumatologico e trinitario del testo; anche Ramaroson, "Le
Christ, notre Paix", 381, si pronuncia per il senso trinitario di Ef 2,18. A me
sembra che non si debba sforzare il testo, ma neppure diminuirne la portata teolo-
gica. Pertanto, mi sembra che sia giusto mettere in primo piano l'elemento eccle-
siologico e come elemento integrante quello pneumatologico.
138 Capitolo IV

parra" della nostra figliolanza e della nostra partecipazione al "p 0-


polo santo di Dio". In tal modo, l'ecclesiologia si coniuga non solo
con la cristologia e con la teologia, ma anche con la pneumatologia.
D'altra parte, "l'esSere un solo spirito" dei credenti pu avere luo-
go solo nell'unico Spirito (cfr Ef 4,4) che nella sua azione teleolo-
gica ci conduce verso il Padre e ci fa realizzare il suo disegno salvifi-
co (Ef 1,3-14) nella pace (Gal 5,22)67.

Analisi tema tic a

1) Lo sfondo del concetto di pace


Per comprendere meglio il pensiero di Paolo in Ef 2,14-18,
necessario determinare in primo luogo lo sfondo letterario in cui si
colloca il "Vangelo della pace" che Paolo annunzia a tutti i credenti
in Crist068 L'espressione formale "Vangelo della pace", anche se
sembra motivata da Is 52,7, paolina e la si trova in Ef 6,15 e quindi
ha uno sfondo letterario a cui Paolo fa riferimento. Oggi c' una
certa unanimit nell'attribuire ad essa uno sfondo biblico, ma nel
passato la si voluta leggere alla luce del pensiero ellenistico greco-
romano del I sec. a. C. - I sec. d. C. o dei sistemi gnostico-giudaici o
apocalittico-giudaici, poco posteriori alla Lettera agli Efesini, basta
dare in tal senso uno sguardo al commentario esegetico-teologico di
Schlier o di Gnilka. Tutto ci, mi sembra che ci imponga un'attenta
valutazione del termine "pace" all'interno di questi sistemi di lettu-
ra dei testi biblici e un confronto di essi con il pensiero di Paolo.
a) La pace nel mondo ellenistico greco-romano
Si sa che il Pantheon greco-romano possedeva una divinit chia-
mata "Pace" o "Eirene", figlia di Zeus e di Themis. Essa veniva
raffigurata insieme con il piccolo Plutos, la cornucopia e le spighe di
gran069 Veniva invocata come "colei che distribuisce la ricchezza",
"la nutrice delle citt", "colei che rende felice". Ad essa Augusto
alla fine del I sec. d. C. innalz a Roma un meraviglioso altare: l'ara
pacis 70 e in quell'occasione i poeti latini ne cantarono le 10dFI. Cos,

67 Barth, Ephesians /-3, 268; Lincoln, Ephesians, 149-150; Montagnini, Efesini,


186-187.
68 Cfr Foerster - von Rad, eipTtvT1, 191-244; Rader, The Church and Racial
Hostility, Tiibingen 1978; Beck, PaceleipTtvT1, 1129-1133; Liberti (a cura), La Pace
secondo la Bibbia, L'Aquila 1993; Alganza Rodan, "Eirne", 123-152.
69 Cfr Toutain, "Pax", 362-363; Foerster, eipTtvT1, 193; Spicq, eipTtVT1, 215-217.
70 Stando alla testimonianza di Pausania, 1,8,2, anche nel mercato di Atene c'era
una statua della dea EipTtvT1: "Dopo le statue degli 'eponimoi' [eroi delle IO trib di
Clistene], ci sono i simulacri (aya.,wx'ta) degli dei Anfiarao [indovino e re di Argo]
Ef2,14-18 139

Ovidio: "Ipsum nos carmen deduxit Pacis ad aram, / haec erit a


mensis fine secunda dies. / Frondibus Actiacis comptos redimita
capillos / Pax ades et toto mitis in orbe mane! / Dum desint hostes,
desit quoque causa triumphi: / tu ducibus bello gloria maior eris"72;
Tibullo: "Interea Pax arva colat. Pax candida primum / duxit aratu-
ros sub iuga curva boves, / Pax aluit vites et sercos condidit" uvae, /
funderet ut nato testa paterna merum, / Pace bidens vomerque nitet:
at tristia duri / militis in tenebris occupat arma situs/ ... At nobis, Pax
alma, veni spicamque teneto l perfluat et pomis candidus ante si-
n u m "73. A prima vista, tutto ci potrebbe sembrare un buon paralle-
lo al nostro testo, ma non cos. La Eirene, di cui si parla in questi
testi, non una persona che stabilisce la pace, ma l'esaltazione o per-
sonificazione di una condizione o di uno stato di pace74, un'esal-
tazione della Pax Romana imposta con la guerra e spesso anche con
il sorpruso. Non una pace che viene dall'alto n da un rapporto
personale 7S, ma esprime soltanto lo stato di non-belligeranza e la
conseguente condizione di felicit e di benessere 76 . Tale prospettiva,
chiaro, insufficiente per spiegare il nostro testo, in cui la pace
non nasce dalle potenzialit dell'uomo, ma procede da Cristo e viene
instaurata attraverso un profondo rapporto religioso di fede in lui.
b) La pace nel pensiero gnostico
Tale idea viene messa meglio in evidenza da un'altra corrente in-
terpretativa del nostro brano: quella gnostica77 o gnostico-giudaica78 .

e Eirene che porta il piccolo Pluto"; tale statua, secondo Pausania, IX,16,2, era
opera di Cefisodoto.
71 Pi tardi, prima Vespasiano e dopo Domiziano gli consacrarono un tempio nel
Foro, da essi costruito e che chiamarono "Foro della Pace" ~cfr Richardson, "Pax,
Templum", 286-287; "Pax Augusta, Ara", 287-289; ; Staccioli, Roma Antica, 123-
126; Grimal, Enciclopedia dei miti, 468; Munoz, "La Pax Romana", 201-204).
72 Ovidio, Fasti, I, 709-714 (il discorso sulla pace continua fino al v. 720).
73 Albio Tibullo, Elegia l, 10,45-50.69-70.
74 Cfr Virgilio, Egloga IV, 15-17: "I11e deum vitam accipiet divisque videbit I per-
mixtos heroas et ipse videbitur illis, I pacatumque reget patriis virtutibus orbem";
inoltre, Spicq, Ep~VT], 216-217; Munoz, "La Pax Romana", 204-228.
75 Basta confrontare in tal senso Virgilio: "Tu regere imperio populos, Romane,
memento I haec ti bi erunt artes - pacisque imponere morem, parcere subjectos et
debellare superbos" (Eneide, VI, 851-853). Si tratta di una "pace imposta", tanto
che Epitteto invita il suo interlocutore ad andare in piazza e a gridare: "O Cesare, i n
questa pace che tu hai stabilito, quanto io debbo soffrire; agiamo per procura"
(Epitteto, Diss. 111,22,54-55).
76 Cfr Beck, Eip~vT], 1129.
77 In tal senso si pu confrontare la posizione di Conzelmann, Schweizer e altri.
Essi, in verit, non sostengono un influsso diretto dello gnosticismo, ma, non rite-
nendo autentica la Lettera agli Efesini, pensano che essa vada collocata verso la fine
del primo secolo e quindi risente della problematica gnostica a motivo della lotta
140 Capitolo IV

Essa, facendo leva su alcuni elementi problematici del testo, tende a


risolverli invocando uno sfondo letterario gnostico-giudaico. Cos, il
neutro 't <X1l<!lo'tEpa di 2,14b, pi che i due gruppi religiosi di cui
costituita la comunit, indica le due zone cosmiche: la "zona del-
l'epuranio" e la "zona del kenoma". Essendo esse in lotta, il Re-
dentore cosmico o Pacificatore universale redime la "zona del keno-
ma" e la rappacifica con la "zona dell' epuranio"79. Per far ci, il
Principe della pace ha dovuto distruggere 't IlEcrO'totXOV wu <!lpay-
IlOU che le separava. Il termine <!lpaYllo, un altro termine difficile a
spiegarsi all'interno dell'inno, lo si trova nella letteratura giudeo-
cristiana e gnostica per indicare il diaframma orizzontale che separa-
va idealmente la zona celestiale del pleroma da quella terrestre del
kenoma80 Dato che il Verbo in quanto essere primordiale possedeva
il pleroma (cfr anche Coll, 19; 2,9), egli incarnandosi fece cadere il
muro di divisione e pacific in se stesso le due zone cosmiche. Egli,
venendo nel mondo, tolse l'exepa, "l'inimicizia". Anche l'uso asso-
luto di questo termine, la sua posizione sintattica nella frase, l'unione
con la locuzione preposizionale v cmpK m'Hou e infine il richiamo
allo cr'taupol1, secondo questi autori, fanno propendere per uno
sfondo letterario gnostico-giudaic0 82 o giudaico-cristiano influenza-
to dallo gnosticism083 Tolta l'inimicizia, Cristo, il nuovo Adamo, ha
fatto dei membri della comunit, giudeo-cristiani e gentilo-cristiani,

che la comunit cristiana conduceva contro lo gnosticismo emergente. chiaro che


tale impostazione si basa su elementi poco sicuri: l) si dovrebbe provare apoditti-
camente che la Lettera agli Efesini non sia paolina; 2) che Ef 2,14-16 (o 18) sia
stato inserito dal redattore della lettera e quindi si dovrebbe poter stabilire quando
quest'inno o parte di esso stato composto; 3) essendo lo gnosticismo un fenome-
no molto complesso e ramificato, bisognerebbe precisare anche quale tipo di gno-
sticismo la Lettera agli Efesini e l'inno in particolare combattano. Tale problema
stato sentito in particolare da Schlier, che fa riferimento ad uno "gnosticismo giu-
daico", e da Testa, che propende per uno sfondo giudeo-cristiano influenzato da
elementi gnostici.
78 Per un quadro sintetico di tale posizione cfr Rader, The Church and Racial
Hostility, 177-185, dove prende in esame i contributi di Schlier, Kiisemann,
Merklein, Pokorny, Chadwick, Mussner; Schlier, Efesini, 177-211; Sanders, The
New Testament Christological Hymns, 89-92. Inoltre, cfr Testa, "Ges pacificatore
universale", 5-64: l'autore, oltre a sostenere uno sfondo gnostico di Ef, ritiene che
Coll, 15-20 ed Ef 2,14-16 siano parti di un unico inno della Chiesa Madre di Geru-
salemme. L'ipotesi, per quanto seducente, mi sembra difficile a dimostrarsi sia sul
piano letterario che su quello delle tradizioni. Infatti, i pochi contatti letterari e
contenutistici, che vi possono essere tra i due testi, non credo che portano ad una
fusione tra i due inni.
79 Cfr Testa, "Ges pacificatore universale", 18; Schlier, Efesini, 190.
80 Cfr Testa, "Ges pacificatore universale", 18-22; Schlier, Efesini, 190-204.
81 Schlier, Efesini, 191.
82 Cfr Schlier, Efesini, 191-215.
83 Cfr Testa, "Ges pacificatore universale", 24-63.
Ef2,14-18 141

"un solo uomo nuovo" riconciliato con il cosmo e con Dio.


Senza voler togliere validit a tale ricerca, mi sembra che gli ele-
menti, che l'inno offre per un'interpretazione "gnostico-giudaica",
siano pochi e anche molto discutibili. Comunque, essa ha messo in
evidenza che lo sfondo letterario-teologico di Ef 2,14-18 da ricer-
care nell'ambiente "giudaico, pi precisamente in quello "giudeo-
cristiano". Ci non significa necessariamente che bisogna far ri-
corso ad un "giudeo-cristianesimo" influenzato da uno "gnostici-
smo emergente". D'altra parte, la composizione della Lettera agli
Efesini, sia che la si ritiene autentica o non autentica, credo che la si
possa porre tra il 63-80 84 e l'inno, essendo una citazione, vada posto
prima di questa datazione. Se ci vero, mi sembra difficile poter
dimostrare influssi gnostico-giudaici o giudeo-cristiano gnosticiz-
zanti, a causa della carenza di documentazione relativa a questo pe-
riodo. In ogni caso, come avviene per altri inni paolini, a me sembra
che lo sfondo letterario sia quello giudaico veterotestamentario,
riletto alla luce dell'evento di Cristo.
c) La pace nell'Antico Testamento
Pi precisamente, lo sfondo pi adeguato mi sembra quello
veterotestamentario dello shalom 85 Il termine ha un'ampiezza se-
mantica molto pi ampia di quella del termine greco EtPllVll e di
quello latino "pax", tanto da poter indicare sia il benessere persona-
le che quello collettivo, il rapporto sociale tra due persone o tra due
popoli che viene stabilito attraverso un accordo o un'alleanza. Ma la
differenza pi importante sta nel fatto che lo shalom non in primo
luogo una condizione o uno stato di benessere, ma la disposizione
essenziale di persone che stabiliscono tra loro un rapporto vicende-
vole di fiducia, di collaborazione, di progresso e di benessere. Cos,
non fa meraviglia che la pace si manifesta sia come un rapporto so-
ciale tra persone o popoli sia come un rapporto religioso tra Dio e il
suo popolo.
Anzi, sotto l'aspetto religioso, il concetto di pace assume un' altro

84 Su questa problematica cfr Buscemi, Paolo, 12-14 e 250-252.


85 Per un quadro sintetico delle varie opinioni cfr Rader, The Church and Racial
Hoslility, 186-196, che prende anche in considerazione le interpretazioni veterote-
stamentarie di Qumran. L'autore, inoltre, offre un'interesante panoramica sugli studi
di Ef2,11-22 in chiave sociologica (pp 201-212), che mettono in chiaro la rile-
vanza del nostro inno, non solo per l'unit spirituale dei cristiani, ma anche per la
loro dimensione sociale nel mondo. Inoltre, cfr la sintesi teologica di Gonzalez
Lamadrid, Ipse est pax nostra, 57-131; Ravasi, "Shalom e Eirene, i due vocabol i
della pace", 93-96; Cano, "Paz en cl Antiguo Testamento", 29-61; Pcrez,
"Shalom", 63-122.
142 Capitolo IV

senso: la pace un dono che viene da Dio. E' lui, infatti, che facen-
do alleanza con il suo popolo lo stabilisce nella pace. Cos, si pu
leggere in Ez 37,26; 34,25: "lo concluder con essi un'alleanza di
pace e sar un'alleanza eterna. Li stabilir e li moltiplicher e porr
il mio santuario in mezzo a loro per sempre". Tale pace non affat-
to assenza di guerra, ma il trionfo del rapporto personale che si in-
staura tra Dio e il suo popolo: "lo sar il loro Dio ed essi il mio
popolo", il trionfo dell'amore di Dio verso i suoi figli: "Anche se i
montisi spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te
il mio amore, n vacillerebbe la mia alleanza di pace" (ls 54,10).
Se ci vero, bisogna dire che la pace nell'AT un concetto es-
senzialmente religioso che ha riflessi nella vita sociale del popolo di
Dio, che da lui viene stabilito nello shalom, nella prosperit e nel be-
nessere. Lo dimostra la bellissima espressione di Gdc 6,24: "Allora
Gedeone costru in quel luogo un altare al Signore e lo chiam Si-
gnore-Pace". L'espressione, in base a tutto ci che abbiamo detto,
significa che Dio la pace del suo popolo, il garante di pace da cui
proviene sicurezza, giustizia, benessere, prosperit e ogni altro bene.
Egli infatti, dice il Sal 85, "annunzia la pace per il suo popolo, per i
suoi fedeli ... La sua salvezza vicina a chi lo teme e la sua gloria
abiter la nostra terra; misericordia e verit si i1.lcontreranno, giustizia
e pace si baceranno. La verit germoglier dalla terra e la giustizia si
affaccer dal cielo. Quando il Signore elargir il suo bene, la nostra
terra dar il suo frutto. Davanti a lui camminer la giustizia e sulla
via dei suoi passi la salvezza (= lo shalom)" (SI 85,9-14). Per questo,
Dio pace e ha "disegni di pace e non di sventura, per concedervi
(= al suo popolo) un futuro pieno di speranza" (Ger 29,11; SI
35,27). In tal modo, la pace non solo un dono di Dio, ma il dono
escatologico per eccellenza in cui viene riassunto tutto il progetto di
salvezza di Dio per il suo popolo.
Tale dimensione escatologica della pace essenziale, tanto che il
Messia che deve portare lo shalom di Dio riceve il titolo di "Principe
della pace" (ls 9,5) ed "egli sar pace" (Mi 5,4)86. Egli, infatti,
"colui che annunzier la pace alle genti" (Zac 9,9-10), "l'araldo
della pace" (Na 2,1) sulle cui labbra Dio ha posto il "lieto annun-
zio" (Is 52,7; Is 57,19; Zac 9,10): "Pace, pace ai lontani e ai vici-
ni" (Is 57,19). In tal modo, il termine "pace" non acquista solo una

86 Sull'interpretazione di questo versetto cfr Cathcart, "Notes on Micah 5,4-5",


511-514, dove traduce: "And He will be the One of Peace"; Idem, "Micah 5,4-5 and
Semitic Incantantions", 38-48, cambiando parere, traduce: "And this will be prot-
ection from the Assyrian"; Vuilleumier - Keller, Miche, 63; Hillers, Micah, 64-67;
Achtemeier, Minor Prophets I , 342-343.
El 2, 14-18 143

dimensione futura, ma anche una dimensione salvi fico-universale:


tutti i popoli riceveranno l'annunzio della pace e saranno investiti
dall'azione salvi fica del Messia (Is Il,1-9) che li raduner e li ren-
der partecipi del banchetto escatologico che Dio ha preparato sul
suo santo monte: "Preparer il Signore degli eserciti per tutti i po-
poli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto
di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapper su
questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre
che copriva tutte le genti. Eliminer la morte per sempre; il Signore
Dio asciugher le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole
del suo popolo far scomparire da tutto il paese, poich il Signore ha
parlato. E si dir in quel giorno: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo
sperato perch ci salvasse; questi il Signore in cui abbiamo sperato,
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza" (Is 25,6-10). Anzi, non
solo sul Messia si poser lo Spirito del Signore (Is Il,2), ma anche
su tutti coloro che hanno creduto e sperato nel Signore: "Infine, in
noi sar infuso uno spirito dall'alto; allora il deserto diventer un
giardino e il giardino sar considerato una selva. Nel deserto prende-
r dimora il diritto e la giustizia regner nel giardino. Effetto della
giustizia sar la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio
popolo abiter in una dimora di pace" (Is 32,15-18), in cui "il lupo
dimorer insieme con l'agnello, la panter si sdraier accanto al
capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo
li guider" (ls Il,6-8). Tali espressioni non vogliono presentare una
visione poetica e utopica della realt futura, ma una realt salvi fica
che Dio stabilisce per l'uomo, se questi si lascia investire dal suo
progetto di pace. La visione profetica, pertanto, mette ancor meglio
in luce il concetto di "pace": essa non deriva dall'uomo, ma un
dono di Dio; essa una condizione, uno stato di benessere, che sca-
turisce dal rapporto d'amore tra Dio e il suo popolo; essa si concre-
tizza come giustizia che salva e come salvezza che investe tutto l'uo-
mo, donandogli sicurezza e benessere, giustizia e concordia con i
fratelli. Tale pace deriva dallo Spirito di Dio (Is 32,15), che opera
nel cuore dell 'uomo e vi instaura la pace, quale effetto diretto del-
l'intimit di amore con Dio.
2) Il "Vangelo paolina della pace"
Se tale ricostruzione biblico-teologica del concetto di pace nel-
l'AT risulta vera, allora mi sembra che il testo di Ef 2,18: "mediante
lui abbiamo accesso entrambi in un unico Spirito al Padre" assuma
uno spessore teologico molto rilevante e risulta una rilettura molto
pregnante del messaggio veterotestamentario sulla "pace". Inftti,
144 Capitolo IV

in esso troviamo gli elementi essenziali. La pace viene da Dio come


dono di salvezza integrale dell'uomo: egli "il Dio della pace"
(Rom 15,33; 16,20; 2Cor 13,11; Fil 4,9; lTess 5,23; 2Tess 3,16); il
Messia, l'inviato di Dio per proclamare il lieto annunzio della pace,
non solo proclama la pace a tutti gli uomini, ma egli stesso "p a c e "
e fondamento universale della pace: "Cristo la nostra pace" (Ef
2,14); tale pace Cristo ce la comunica attraverso lo Spirito, che pro-
duce in noi il frutto della pace, quale espressione dell'amore a Dio e
ai fratelli: "il frutto dello Spirito amore, gioia, pace" (Gal 5,22).
In tal modo, il concetto di pace nell'epistolario paolino assume un
carattere marcatamente trinitario e conserva la connotazione di rela-
zioni interpersonali d'amore tra Dio e l'uomo, tra Cristo e l'uomo,
tra lo Spirito e l'uomo, tra uomo e uomo.
a) "Il Dio della pace"
La dimensione teologica del concetto di pace risulta evidente da
una formulazione originale di Paolo: "il Dio della pace", che gram-
maticalmente pu avere una doppia interpretazione a seconda come
si intende il genitivo "della pace". Se lo si prende con senso ogget-
tivo, allora l'espressione assume il senso: Dio colui che promuove
la pace, che d la pace, che garantisce la pace; se invece il genitivo va
preso in senso epesegetico, la frase assume un senso molto pi forte
e si avvicina all'affermazione di Gedeone in Gdc 6,24: "Dio pa-
ce". Entrambi i sensi sono possibili, non solo grammaticalmente, ma
anche concettualmente. Infatti, il secondo la base portante del pri-
mo: nulla si pu dare e garantire, se non lo si possiede in pienezza.
Dio pace e per questo da lui scaturisce come da sorgente pura e
ricca la pace per l'uomo. Dio pace e la promuove con amore a fa-
vore dei suoi figli. Dio pace e in quanto tale garante assoluto e fe-
dele della nostra pace, che salvezza e benessere integrale a cui cia-
scuno di noi aspira nella fede e nella speranza. Raggiungiamo, in tal
modo, un'altra certezza di fede di Paolo espressa in 1Cor 14,33:
"Dio non un Dio di disordine, ma di pace". In questo testo, il ter-
mine "disordine" non ha solo il senso etico di una disarmonia che
turba il buon ordinamento della comunit cristiana nell' espletamen-
to delle "agapi" (lCor 12-14), ma quello teologico-religioso ben
pi profondo: Dio non pu essere sorgente di un disordine che
compromette l'amore fraterno all' interno delle comunit, perch
egli il "Dio dell'amore e della pace" (2Cor 13,11).
Proprio per questo Dio "colui che chiama alla pace" (1 Cor
7,15; Col 3,15b). L'affermazione paolina di una ricchezza unica,
in quanto coniuga il tema della pace con quello della vocazione
Ef2,14-18 145

cristiana alla santt. Ci significa, in primo luogo, che non vi pu


essere santit che non partecipi alla vita stessa del Dio della pace, al
mistero insondabile del "Dio dell'amore e della pace". Per questo,
per Paolo, la pace pu divenire una realt nel cristiano solo quando
Dio, per mezzo di Cristo, lo riconcilia con s (2Cor 5,18-20). E la ri-
conciliazione non solo remissione dei peccati (Rom 5,8-10; Ef
1,7), ma soprattutto giustificazione (Rom 5,1-11; 1Cor 1,30), santifi-
cazione (lCor 1,30; 2Cor 5,17-20), adozione a figli (Rom 8,15-16;
Gal 4,5; Ef 1,5), partecipazione al popolo santo di Dio (Ef 1,14),
essere concittadini dei santi e familiari con Dio (Ef 2,19). La pace
viene da Dio ed intimit con Dio. Per questo Paolo augura ai cri-
stiani che "il Dio della pace sia con voi" (Rom 15,33; 2Cor 13,11;
Fil 4,9), perch da questa comunione intima con Dio sorge la garan-
zia assoluta che "il Dio della pace" schiaccer potentemente Satana
(Rom 16,20), santificher il cristiano totalmente (lTess 5,23) e lo
ricolmer della pace in ogni tempo e in tutte le forme (2Tess 3,16).
Dio, infatti, la sorgente della pace e la pace dono d'amore di
Dio per tutti coloro che credono in lui e sperano in lui. In tal senso
va la formula protocollaria dell'inizio di tutte le lettere paoline:
"grazia e pace da parte di Dio e del Signore nostro Ges Cristo".
Per quanto stereotipata possa essere, tale formula di saluto contiene
tre elementi essenziali che contraddistinguono la pace cristiana da
ogni altro tipo di pace: essa "grazia", cio un dono gratuito d'a-
more di Dio all 'uomo in vista della realizzazione della sua volont
salvi fica (Gal 1,3-4); essa un dono che proviene da Dio che comu-
nica alla sua creatura la sua "grazia", che amore che salva, giusti-
fica e santifica; essa, infine, un dono che ci comunicato per mez-
zo di Cristo che ci giustifica dandoci accesso al Padre (Rom 5,1; Ef
2,18), riconciliandoci con lui (Rom 5,10) e con i fratelli (Ef 2,16) e
immettendoci come un solo uomo nuovo nella vita stessa di Dio (Ef
2,16), in cui la nostra pace87
b) "Cristo, nostra pace"
L'inserimento cristologico: "e del Signore nostro Ges Cristo",
nella formula "grazia e pace da parte di Dio", suggerisce qualcosa
di pi che la semplice mediazione di Cristo nel dono che Dio ci fa

87 Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax /lostra, 67-69, facendo riferimento ad alcuni
testi dell'AT e di Qumran, in cui si ritrova la terminologia dell'''avvicinarsi a Dio",
sostiene anche un senso cultuale dell'idea teologica del nostro "accesso al Padre",
Tale proposta, pur non essendo in primo piano nel nostro testo, non credo che sia
totalmente da escludere, dato che per Ef 2,21-22 i cristiani debbono crescere i n
"tempio santo di Dio", in "dimora di Dio nello Spirito",
146 Capitolo IV

della sua pace. Infatti, il testo afferma chiaramente che tale "d o n o
della pace" proviene da Dio e da Cristo, entrambi visti come sorgen-
te da cui promana tale dono, tanto che Paolo pu caratterizzarla in-
distintamente come "la pace di Dio" (Fil 4,7) o come "la pace di
Cristo" (Col 3,15). Inoltre, tutto il testo di Ef 2,14-18 attribuisce a
Cristo tutta una serie di azioni che stabiliscono la pace per il credente
e tra i credenti. Cos, Cristo abbatte il muro di divisione che determi-
nava l'inimicizia tra giudei e pagani (2,14), annulla la legge dei pre-
cetti (2,15), riunisce giudei e pagani in una sola realt (2,14.5.16) e
li crea in se stesso come un solo uomo nuovo (2,15), li riconcilia in
un solo corpo con il Padre uccidendo in se stesso l'inimicizia (2,16)
e venendo nel mondo annuncia la pace ai vicini e ai lontani (2,17),
tanto che per mezzo di lui ritroviamo l'accesso al Padre (2,18). Ci
importante sottolinearlo, in quanto porta a compimento tutto ci che
l'AT dice sul Messia, il quale "Principe della pace" (ls 9,5) e,
anche se con qualche incertezza letteraria, " la pace" (Mi 5,4). In
tal modo l'affermazione paolina di Ef 2,14 non appare n isolata n
senza un fondamento sicuro nella tradizione biblica. Essa una
rilettura cristologica di Paolo di carattere tipologico: ci che viene
detto nell' AT del Messia non solo si adempie nel Cristo, ma rag-
giunge chiarezza, perfezione, tanto da caratterizzare la nuova econo-
mia della salvezza come "alleanza di pace nel Cristo". In lui, la pace
di Dio viene a noi e si manifesta come relazione personale di ricon-
ciliazione nell'amore. Cristo la nostra pace.
Tale solenne affermazione non isolata nel testo, ma viene tema-
tizzata e spiegata. Cos, in Ef 2,17 troviamo un'altra potente affer-
mazione, che sviluppa il tema di "Cristo, nostra pace": "Egli venne
ed annunci la pace ai vicini e ai lontani". Sullo sfondo dell' adem-
pimento della profezia di Is 57,19, l'espressione paolina coniuga il
"venire", che fa riferimento all'incarnazione, e "il lieto annuncio
della pace", che fa riferimento a tutta l'opera salvifica di Cristo a
nostro favore. Cos, tutto il mistero personale di Cristo, dall'incarna-
zione alla predicazione e alla sua morte sacrificale per noi, orien-
tato all'annuncio della pace e allo stabilimento in noi e fra noi "del-
la pace di Dio", che amore salvifico per tutti gli uomini. Nel Cristo
la pace non solo condizione socio-religiosa di tranquillit o di be-
nessere, ma soprattutto un rapporto interpersonale di amore, che
elimina ogni inimicizia, ci immette nel Cristo, l'uomo nuovo, che ci
apre alla riconciliazione con il Padre, raggiungendo cos il vertice
pi alto della nostra pace. Proprio perch solo inseriti nel Cristo, nel
suo mistero personale di totale disponibilit per tutti gli uomini, noi
possiamo avere pace tra noi e con Dio, egli la nostra pace, colui
Ef2,14-18 147

che non solo ha eliminato ogni inimicizia tra "i lontani" (i pagani)
e "i vicini" (i giudei), ma li ha resi entrambi un solo uomo nuovo
(2,15), ha dato loro accesso al Padre (2,18) rendendoli concittadini
dei santi e familiari di Dio (2,19).
Ma l'evento, che pi di ogni altro ci fa comprendere in profondi-
t l'affermazione paolina: "Cristo la nostra pace", certamente la
sua oblazione personale (2,14: "nella sua carne") sulla croce (2,16).
Per mezzo di essa, Cristo ha eliminato il muro di divisione (2,14b), la
legge dei precetti (2,15), sorgente di inimicizia tra i popoli (l,14c),
facendo di essi una sola realt (1,14a), un solo corpo (2,16), un solo
uomo nuovo (2,15). In altre parole, attraverso il suo sacrificio perso-
nale (2,14) Cristo divenuto il principio costitutivo e fondante del-
l'unit della Chiesa, suo unico corpo (2,16), in cui ogni popolo, giu-
daico o pagano, stabilito nella pace. Ma nel Cristo, inseriti in lui, gli
uomini non solo trovano la pace reciproca, ma soprattutto sono ri-
conciliati con Dio (2,16) ritrovando l'intimit con lui (2,18), l' ado-
zione filiale (1,5; Gal 4,5) e la partecipazione alla redenzione del-
l'acquisizione (1,14) per essere e rimanere popolo santo di Dio
(2,19), stabilito permanentemente nella pace (2,15c) che proviene
dall'amore del Padre e di Cristo.
Tre sono, dunque, i motivi per cui essenzialmente la comunit in-
nalza il suo canto di lode a "Cristo, nostra pace": l'abolizione della
legge, la riconciliazione con Dio, la costituzione dell 'uomo nuovo.
Certamente l'affermazione "Cristo ha abolito la legge" molto ar-
dita, dato che "la legge dei precetti" la legge mosaica, la legge che
Dio stesso ha dato a Mos come espressione della sua volont e
come dono per la vita (Lev 18,5; cfr anche Gal 3,12). Ma non una
novit nell'epistolario paolino, basta pensare a Rom 10,4: "Cristo
la fine della legge" o Gal 2,19: "Per mezzo della legge sono morto
alla legge per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo". Ed
proprio la morte di Cristo che ci offre la chiave di soluzione del pro-
blema. Sulla croce Cristo ha assunto su di s tutta la maledizione che
la legge comminava contro di noi: "Maledetto chiunque non osser-
va tutti i precetti della legge" (Gal 3,10) ed divenuto per noi male-
dizione: "Maledetto colui che pende dal legno" (Gal 3,13). In que-
sta oblazione totale, Cristo ha compiuto una volta per tutte l' obbe-
dienza al Padre, centro portante di tutta la legge ed espressione
dell'amore incondizionato al Padre. Egli non ha abolito la legge
profonda dell'amore che si abbandona nella fede alle esigenze della
volont del Padre. Cristo ha abolito "la legge dei precetti", quella
legge esteriore che si nutre di casistica e di formalit esteriore, ma
non sa penetrare nella volont del Padre e non sa rispondere con
148 Capitolo IV

amore all'amore. Cristo ci ha liberato da questa maledizione e ci ha


reinseriti nella pace, che comunione d'amore con Dio, obbedienza
totale e radicale da figli, gioia di vivere in unit con il Padre e con i
fratelli.
Per Paolo non c' pace senza "riconciliazione con Dio", basta
cfr Rom 5,1-11, dove il tema della pace coniugato con quello della
giustificazione e della riconciliazione. Rispetto a tale testo, per, Ef
2,16 rappresenta un approfondimento molto interessante che si arti-
cola in due momenti essenziali: l) l'autore della nostra riconcilia-
zione Cristo, nel quale non solo siamo divenuti "un solo uomo
nuovo", ma anche siamo stati riconciliati con Dio, avendo egli elimi-
nato attraverso la sua mediazione onerosa e amorosa l'inimicizia che
ci divideva tra noi e ci allontanava dall'intimit con il Padre; 2) la
riconciliazione, pertanto, non un fatto individuale tra me e Dio, ma
un fatto ecclesiale: la riconciliazione non avviene tra me e Dio, ma
tra tutti i credenti, che nel Cristo sono divenuti un solo uomo nuovo,
e Dio; in altre parole, non vi pu essere riconciliazione con Dio, se
prima non si eliminata la divisione e l'inimicizia tra noi. In tal mo-
do, teologia, cristologia ed ecclesiologia si coniugano perfettamente
tra di loro, ma il centro portante di essi proprio la cristologia. Nel
Cristo, la pace riacquista la sua dimensione o:t:izzontale ecclesiologi-
ca: gli uomini divengono una cosa sola tra loro, un solo corpo, un
solo uomo nuovo; nello stesso tempo, riacquista la sua dimensione
verticale: i credenti, costituiti in un solo corpo, sono riconciliati con
Dio per opera di Cristo e vivono da figli di Dio in attesa della pie-
nezza della loro intimit con il Padre.
Raggiungiamo cos il vertice cristologico pi alto dell'inno: la
costituzione dell'uomo nuovo. Il tema percorre tutto l'inno: la pace
di cui parla Paolo proprio l'unificazione di pagani e giudei nel
Cristo e per mezzo del Cristo in vista di formare un solo corpo ed
entrambi essere inseriti nell'uomo nuovo. Ma al di l di questa pro-
blematica contingente di natura inerreligiosa, credo che l'inno sotto-
linea una dimensione fondamentale della vita cristiana: quella eccle-
siale del nostro essere uno nel Cristo Ges. Cos, in Ef 2,14 Cristo
nostra pace perch "colui che ha fatto di ambedue una cosa sola".
Egli, infatti, ha determinato all'inizio della storia della Chiesa il crol-
lo delle antiche istituzioni umane: giudaismo e paganesimo, facendo
cadere il muro della divisione e dell'inimicizia: la legge dei precetti,
e stabilendo nella fede una realt nuova attraverso il suo sacrificio
sulla Croce. Una "nuova creazione" si determinata per coloro che
credono: "Chi in Cristo, questi una nuova creatura" (2Cor 5,17).
Nasce "l'uomo nuovo" (Ef 2,15): "non conta pi n la circonci-
Ef2,14-18 149

sione n l'incirconcisione, ma solo la nuova creazione" (Gal 6,15),


che si instaura attraverso "una fede agente per mezzo dell'amore"
(Gal 5,6). Anzi, "non c' pi n giudeo n greco, ma tutti siete uno
nel Cristo Ges" e questo "uno" "l'unico uomo Cristo Ges"
(Rom 5,15-17), il nuovo Adamo escatologic088 , nel quale per noi ha
sovrabbondato il dono della grazia di Dio (Rom 5,15). Il cristiano,
liberato dalla legge, totalmente rinnovato nel battesimo, si rivesti-
to di Cristo e vive in lui un'esistenza nuova, riconciliata con Dio e
stabilita nella pace che amore a Dio e ai fratelli. Non vi sono pi
"lontani" e "vicini" (Ef 2,17), ma tutti portiamo impressa in noi
l'immagine di Cristo nostra pace, che ci guida all'unit del pensare,
del sentire e dell'operare nella forza dell'unico Spirito che ci rende
fecondi di amore per l'utilit e l'edificazione dell'unico "corpo di
Cristo" (Ef 2,16.18).
c) La pace, "frutto dello Spirito"
In base a ci, il concetto cristiano di pace assume anche una di-
mensione pneumatologica. Essa viene dall'alto: da Dio, entrata
nella nostra storia per opera di Cristo, agisce in noi per mezzo dello
Spirito: essa frutto dello Spirito (Gal 5,22)89. In tal senso, la pace
una forza dinamica che rende stabile il nostro rapporto di amore con
Cristo e con il Padre. Lo Spirito sempre in opera: grida nel nostro
cuore ricordandoci che siamo figli di Dio, fratelli di Cristo (Gal 4,6-
7), ci spinge ad essere operatori di pace (Mt 5,9), produce in noi il
frutto dell'amore (Gal 5,22) che rende stabile la pace in noi (Ef
2,15c) e tra noi per edificare la Chiesa, corpo di Cristo. Nello Spirito
l'affermazione paolina: "Cristo la nostra pace" raggiunge il mas-
simo della sua forza salvi fica e diviene operante in noi: "Il desiderio
dello Spirito, infatti, vita e pace" (Rom 8,6). Il cristiano, che si la-
scia guidare dallo Spirito, non solo non pi sotto la legge (Gal
5,18), ma Cristo vive in lui ed egli nel Cristo che lo ha amato e ha
dato se stesso per lui (Gal 2,20; Ef 5,2). Cos lo Spirito, facendoci vi-
vere nel Cristo, ci d la forza di vincere tutte le sollecitazioni del no-
stro egoismo che ci porta alla divisione e all' inimicizia (Gal 5, 16-
21), ci fa agire da figli di Dio per essere sempre nella pace e comu-
nicare la pace, ci perfeziona continuamente (Gal 3,3) per avere ac-

88 Sull'Adamo escatologico, come principio unificatore della nuova umanit, cfr le


interessanti osservazioni di Gonzalez Lamadrid, Ipse est pax lIostra, 96-98, basate
su testi della tradizione rabbinica (M. Sallh 4,5; T.b Sallh 38-a-b; Pirke R. Eliezer,
XI,76-77) e patristica (Agostino, 111 Johallllis Evallgelill/1/, IX,14).
89 Per tale affermazione paolina e il suo contesto, oltre ai commentari, cfr
Buscemi, Leltera ai Galati /1/ , 28-60.
150 Capitolo IV

cesso al Padre (Ef 2,18) ed essere partecipi della sua eredit tra i
santi (Ef 2,19; Gal 4,7; Col 1,12). Cos, lo Spirito la nostra forza in-
teriore, il coraggio divino, che ci spinge a vivere nella pace con Dio e
con i fratelli, a costruire la pace per l'edificazione della Chiesa di
Cristo e a beneficio di tutti gli uomini che Dio ha amato e per i quali
Cristo ha dato se stesso sulla Croce.
CONCLUSIONE

Volendo riassumere i dati essenziali di questa mia ricerca sugli inni,


credo che si possano ricapitolare sotto due aspetti diversi: uno storico-
ambientale e l'altro teologico.
Sotto il punto di vista storico, ho cercato soprattutto di indagare
sulle origini degli inni paolini esulI' etichetta di "prepaolini" spesso
attribuita ad essi. Gli inni paolini sorgono in un periodo molto antico
della Chiesa primitiva, tra il 30-50 d. C., un periodo poco documetato
dalla letteratura cristiana e quindi scarso di elementi di confronto con i
nostri inni. Essi sono sorti certamente all'interno delle comunit delle
origini e in vista dell' animazione liturgica di tali comunit. Pi difficile
precisare se essi siano stati prodotti dalla comunit giudeo-cristiana di
Gerusalemme o dalle comunit giudeo-ellenistiche della diaspora
cristiana. Da un 'analisi attenta del comportamento ecclesiale e liturgico
delle comunit di Gerusalemme e dintorni, essenzialmente legate alla
liturgia e alla salmodia del tempio, e soprattutto degli schemi teologici
soggiacenti agli inni, mi sembra che l'ipotesi pi probabile sia quella di
attribuirli alle comunit giudeo-ellenistiche. Erano esse che avevano
bisogno di una "liturgia nuova" e che rileggevano la persona del Cristo
alla luce della "sapienza creatrice e preesistente" o del "Kyrios
esaltato". Elementi questi che potevano far presa sull'animo fortemente
ellenizzato dei membri delle comunit di Antiochia e di quelle delle
missioni paoline. Se ci vero, mi sembra quasi impossibile parlare di
"prepaolinismo", in quanto Paolo ha operato all'interno della comunit
mista di Antiochia e ha plasmato con la sua predicazione le comunit
da lui fondate. AI limite, se non si vuoi attribuire direttamente a Paolo
il merito di tali composizioni, si deve parlare di "paolinismo" degli inni
delle lettere paoline, in quanto il pensiero di Paolo ha influito su tali
composizioni ecclesiali. In ogni caso, Paolo si servito di tali inni e li
ha inseriti come parte integrante della sua catechesi o della sua
parenesl.
In quanto al contenuto teologico, bisogna distinguere negli inni di
Paolo lo schema teologico generale e l'accentuazione cristologica.
Infatti, la teologia non esclude affatto la cristologia, ma la prima
include in s, come momento essenziale e centrale, la cristologia. Anzi,
per comprendere bene la cristologia paolina, bisogna prima studiare lo
schema teologico in cui essa inserita.
152 Conclusione

a) Lo schema teologico generale


Se si escludono i due frammenti di Ef 5,14 e di l Tim 3,16, tratti
probabilmente da inni cristologici pi ampi, gli altri inni (Fil 2,6-11;
Col 1,15-20; Ef 1,3-14; 2,14-18) mostrano una struttura teologica
molto consistente, che pu essere definita come "sintesi della storia
della salvezza" o, per usare un termine caro a Paolo, come "economia
del mistero" (Ef 3,9), nascosto agli uomini lungo i secoli, ma ora
svelato da Dio ai suoi santi apostoli e profeti (Ef 3,5-7), per far
conoscere a tutti "le insondabili ricchezze di Cristo" (Fil 3,8). Tale
piano ha la sua origine nella volont salvi fica del Padre, la sua
attuazione concreta alI' interno della storia umana nell' azione redentrice
di Ges Cristo-Figlio di Dio, ed portata al suo compimento ultimo e
definitivo nell'azione perfettiva dello Spirito Santo.
Il Padre, origine della salvezza. Purtroppo non si insiste molto su
questo dato fondamentale della teologia paolina. Eppure, basterebbe
rileggere l'inno di Ef 1,3-14, per rilevare il ruolo determinante del
Padre nell"'economia del mistero", tanto che si pu anche discutere se
in quest'inno si parli pi del Cristo o del Padre. Ma tale verit non
risulta solo da Ef 1,3-14, ma anche dagli altri inni paolini: Fil 2,9-11;
Col 1,12-14.19; Ef 2,16-18. Per Paolo, il Padre la causa agente
originante dell'''economia del mistero della salvezza". lui che "ci ha
prescelti prima della fondazione del mondo, perch fossimo santi e
immacolati al suo cospetto nell 'amore" (Ef 1,4), "ci ha predestinati alla
figliolanza adottiva (Ef 1,5) e all'eredit (Ef 1,11) dei santi nella luce
(Col 1,12) per mezzo di Ges Cristo, secondo il beneplacito del suo
volere" (Ef 1,5.11), ci ha fatto conoscere il mistero della sua volont: di
"ricapitolare tutte le cose in Cristo, sia quelle celesti, sia quelle
terrestri" (Ef 1,9-10), ci ha gratificati nel suo Diletto, donandoci la
redenzione e la remissione dei peccati (Ef 1,6-7; cfr Col 1,13-14). il
Padre che ha sovraesaltato Ges e gli ha dato un nome che al di sopra
di ogni altro nome (Fil 2,9): in lui ci ha benedetti con ogni benedizione
(Ef 1,3), ci ha liberati dalla potest delle tenebre e ci ha trasferiti nel
regno del Figlio del suo amore (Col 1,13), lui che immagine del Dio
invisibile (Col 1,15) e Signore a gloria di Dio Padre (Fil 2,11). Di pi,
l'azione di Cristo ha un fine ultimo ben preciso: "riconciliarci a Dio in
un solo corpo" (Ef 2,16), "divenire abitazione di Dio" (Ef 2,22), avere
"accesso al Padre ed essere cos concittadini dei santi e familiari di
Dio" (Ef 2,18-19). Per questo ogni cristiano deve "crescere nella
conoscenza di Dio" (Col l, l O), ringraziarlo (Col 1,12) e benedirlo:
"Benedetto sia Iddio e Padre del Signore nostro Ges Cristo, che nei
cieli ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo" (Ef 1,3).
Lo schema teologico generale 153

Il Figlio, autore della salvezza. Se il piano della nostra salvezza ha


origine dal beneplacito del Padre, esso per divenuto una realt
storica "nel Figlio", cio per mezzo di Ges Cristo e in Ges Cristo.
Per gli inni paolini, il Figlio preesistente, incarnato, morto, risuscitato
ed esaltato, la causa agente efficiente della nostra salvezza. "In lui"
siamo stati prescelti prima della fondazione del mondo (Ef 1,4),
predestinati alla figliolanza adottiva (Ef 1,5): siamo figli nel Figlio. "In
lui e in vista di lui" sono state create tutte le cose e tutte hanno
consistenza (Col 1,16-17); "in lui" abbiamo conosciuto il mistero della
volont di Dio (Ef 1,9) e abbiamo ricevuto la benedizione (Ef 1,3), la
redenzione, la remissione dei peccati e l'abbondanza della grazia
mediante il suo sangue (Ef 1,6-7); "in lui" abbiamo ricevuto la Parola
della Verit, il Vangelo di salvezza, e siamo stati contrassegnati con lo
Spirito promesso per il raggiungi mento della redenzione (Ef 1,13),
abbiamo avuto accesso al Padre e siamo divenuti tempio santo di Dio e
suoi familiari (Ef 2,19-21), stato abbattuto il muro di separazione, la
legge, che divideva giudei e pagani, e ha fatto di tutti noi "un solo
uomo nuovo" (Ef 2,14-16); "in lui", mediante il Sangue della sua
Croce, tutte le cose sono riconciliate e rappacificate tra di loro e con
Dio (Col 1,20): egli la nostra pace. E lo , perch egli il Figlio (Ef
1,3), l'immagine di Dio (Col 1,15), il diletto (Ef 1,6), il primogenito di
ogni creatura (Col 1,15), il servo obbediente (Fil 2,6-8), il redentore (Ef
1,7), il riconciliatore (Ef 2,16; Col 1,20); egli il capo della Chiesa
(Col 1,18), il Signore nostro Ges Cristo (Ef 1,3; Fil 2,9-11), morto,
risuscitato ed esaltato per noi, in cui abita corporalmente tutta la
pienezza della divinit (Col 1,19; 2,9) e in cui sono riposte tutte le
ricchezze della grazia divina (Ef 3,8).
Lo Spirito, il perfezionatore nell'opera della salvezza. Accanto al
Padre e al Figlio, negli inni appare, anche se con frequenza molto
limitata, lo Spirito Santo, come causa agente teleologica. La pneu-
matologia degli inni molto ridotta, ma teologicamente consistente: lo
Spirito Santo il segno e il pegno della nostra redenzione: "siamo stati
contrassegnati con lo Spirito della promessa", lo Spirito Santo, il quale
pegno della nostra eredit per il raggiungimento della redenzione che
ci ha acquistati a Dio, a lode della sua gloria (Ef 1,13), e il segno e il
pegno della nostra giustificazione in quanto in lui diveniamo "uno in
Cristo", "il quale fu manifestato nella carne, fu giustificato nello
Spirito" (l Tim 3,16); infine, segno e pegno del nostro accesso al
Padre (Ef 2, 18) e della sua abitazione in noi: "in lui anche voi, insieme
con gli altri, venite costruiti per diventare abitazione di Dio in virt
dello Spirito" (Ef 2,21).
154 Conclusione

In vista della lode eterna a Dio Padre. La teologia degli inni


marcata fortemente dalla tensione escatologica. E non pu essere
differentemente, dato che il "mistero di Dio" trova la sua piena rea-
lizzazione solo "nella pienezza dei tempi", nel mistero di Cristo.
Ges, infatti, che porta tutto a compimento nel mondo, nella storia e
nell 'uomo. Tutta la sua vita - incarnazione, morte e resurrezione -
l'evento escatologico per eccellenza, che determina la vittoria di Dio
sulla morte, sul peccato e sulle potenze del male. "In Cristo Ges",
morto, risorto ed ora esaltato come Signore, si gi realizzato l' e-
schaton nella storia degli uomini e del mondo e si continua a realizzare
nella vita della Chiesa, in cui si stabilisce proletticamente per la
presenza dello Spirito il Regno futuro di Dio. Gli inni paolini hanno
espresso tale dimensione essenziale della vita di Cristo e della Chiesa
con espressioni cariche di ardente attesa escatologica. Dio infatti -
leggiamo in Ef 1,9-10 - "ci ha fatto conoscere il mistero della sua
volont in vista dell'economia della pienezza dei tempi: cio il
proposito di ricapitolare tutte le cose in Cristo, sia quelle celesti, sia
quelle terrestri". A tale scopo, "Dio ha sovraesaltato Ges e gli ha dato
un nome che al di sopra di ogni nome, affinch nel nome di Ges si
pieghi ogni ginocchio degli esseri celesti, terrestri e sotterranei, e ogni
lingua proclami che Ges Cristo Signore, a gloria di Dio Padre" (Fil
2,9-11). Proprio per questo stato costituito "primogenito di ogni
creatura", "Capo del corpo, che la Chiesa, lui che il principio, il
primogenito di tra i morti, per ottenere il primato su tutte le cose" (Col
1,18). Il cristiano conosce tale piano di Dio e sa che in tale piano, per il
benepll;lcito divino (Ef 1,5), egli stato predestinato ad essere santo e
immacolato al suo cospetto (Ef 1,4), ad essere partecipe della
figliolanza adottiva (Ef 1,5) e a trasformare la sua vita in una lode
perenne a Dio (Ef 1,3), in vista della sua gloria (Fil 2, Il; Ef
1,3.6.12.14). Tutto ci possibile, perch ha ricevuto lo Spirito "pegno
della nostra eredit in vista del raggiungi mento della redenzione che ci
ha acquistati a Dio a lode della sua gloria" (Ef 1,14).
b) L'accentuazione cristologica
In base a quanto si detto, penso che a nessuno sfugga che la
cristologia negli inni paolini riveste una posizione centrale. Cos, pur
continuando a leggere gli inni entro lo schema teologico generale,
dobbiamo parlare in essi di accentuazione cristologica, che si manifesta
L'accentuazione cristologica 155

soprattutto nella concentrazione dei modelli cristologici! adottati e


nella moltiplicazione dei titoli attribuiti a Cristo.
Ho parlato di "concentrazione dei modelli cristologici", perch non
credo che negli inni troviamo un modello unico di cristologia, ma
troviamo mescolati insieme, in una sintesi per lo pi ben riuscita,
diversi livelli della cristologia della comunit primitiva: la cristologia
kerygmatica, quella soteriologica, quella protologica.
La cristologia kerygmatica. La cristologia, cio, basata sul kerygma
fondamentale della fede. Gli inni sono per la comunit cristiana
primitiva non solo rievocazione, ma soprattutto annuncio e procla-
mazione della morte e resurrezione di Cristo, composti non sotto forma
di predicazione, ma di lode rivolta a Dio per il dono della salvezza
operata per mezzo di Cristo e che possiamo vivere nel Cristo. Al centro
di tale schema stanno, e in ci gli inni riflettono perfettamente il
pensiero paolino, la morte in croce (Fil 2,8; Col 1,20; Ef 1,7; 2,16) e la
resurrezione di Cristo (Fil 2,9-11; Col l, 18b). Nella morte e
resurrezione di Cristo ha fatto irruzione nella vita del mondo e nella
storia degli uomini la salvezza di Dio, la redenzione, la remissione dei
peccati, la riconciliazione. La salvezza, per, non concepita come
futura, ma come gi presente e perfezionantesi fino alla parusia del
Cristo. La cristologia assume una forte coloritura escatologica: l'uomo
e il mondo sono introdotti nel futuro di Dio, una nuova vita si apre e si
lascia plasmare dallo Spirito di Cristo.
La cristologia soteriologica. Negli inni tale riflessione su Cristo, la
si nota appena. Viene sviluppata, invece, in antitesi con certo giudeo-
cristianesimo e con correnti gnosticizzanti, la cristologia soteriologica:
con la morte e resurrezione di Cristo entra nel mondo un principio
religioso nuovo, si determinata una nuova creazione, una nuova
economia di salvezza, opposta all 'antica economia della legge: il muro
di divisione tra le genti - giudei o pagani - stato distrutto mediante il
sangue di Cristo (Ef 2,15). Egli la nostra pace (Ef 2,14) e la salvezza
viene all 'uomo mediante la fede, professata nel battesimo, nel Signore
morto, risorto ed esaltato e nella partecipazione alla sua nuova
condizione esistenziale per la forza del suo Spirito (Ef 2,12-14). Il
cristianesimo si configura cos come accettazione dell'efficacia
salvifica di Cristo, sempre presente in mezzo ai suoi, e come vita da
figli di Dio in lui. Anzi, Cristo la vita del cristiano e della chiesa,
corpo di Cristo, formato da tutte le membra che sono divenuti "uno in
lui".

Pcr qucsti modclli cristologici cfr Segali a, "L'inno cristologico di Col 1,15-20",
375-377; inoltrc, "Cristologia dci Nuovo Testamento", 112-123.
156 Conclusione

La cristologia protologica. Tutto ci ha determinato negli inni


un 'ulteriore sviluppo cristologico: il centro dell "'economia del mistero
di Dio" si spostato dall'opera redentrice di Cristo alla persona di
Cristo. Anzi, Cristo stesso il "mistero di Dio" (Ef 3,4; Col 4,3), "nel
quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza" (Col
2,3). Tale mistero "nelle passate generazioni non fu fatto conoscere ai
figli degli uomini, al presente invece stato rivelato in virt dello
Spirito ai suoi santi Apostoli e Profeti" (Ef 3,5). La riflessione sulla
persona di Cristo cos si impone. Con l'aiuto dell' apocalittica
veterotestamentaria e giudaica in generale e delle correnti sapienziali
dell' AT, la cristologia protologica si sofferma particolarmente sul
primato di Cristo, riflettendo sulla sua preesistenza, sul suo ruolo nella
creazione: tutto stato fatto in lui e in vista di lui, sulla sua kenosis
nell 'incarnazione, sulla sua esaltazione nella resurrezione, divenendo
principio di salvezza e di riconciliazione per tutti gli esseri celesti e
terrestri e per tutta la creazione: egli il Signore che detiene il primato
su tutto. In lui il Padre, nella pienezza dei tempi, ricapitoler tutte le
cose (Ef 1,9-10).

Una tale prospettiva cristologica, come gi si detto, ha determinato


il moltiplicarsi dei titoli attribuiti a Cristo: essi vogliono sottolineare
l'importanza e la centralit di Cristo nell '''economia del mistero di
Dio". Rileggerli oggi diviene per noi, come per i nostri fratelli che ci
hanno preceduti e ce li hanno trasmessi nel canto, una potente
professione di fede ecclesiale. Essi si possono ragruppare sotto due
formule molto care a Paolo:
Il Signore nostro Ges Cristo. La formula contiene due titoli molto
antichi, attribuiti dalla comunit primitiva a Ges. Il nome Ges fa
riferimento al Ges storico: non un personaggio mitico, ma un uomo,
"nato da donna, nato sotto la legge" (Gal 4,4), "della stirpe di Davide"
(Rom 1,3), "che diede la sua magnifica testimonianza davanti a Ponzio
Pilato" (l Tim 6,13), morto, risorto e innalzato alla destra di Dio.
Questo Ges il Cristo: l'inviato di Dio che, avendo preso forma di
servo (Fil 2,6-7), ha portato agli uomini la redenzione (Ef 1,7.14), la
remissione dei peccati (Ef 1,7), la riconciliazione (Ef 2,15-16; Col
1,20), la pace degli uomini tra loro e con Dio (Ef 2,15-16; Col 1,20), la
benedizione (Ef 1,3) l'adozione a figli (Ef 1,5) e l'eredit (Ef l,Il). In
lui siamo stati prescelti e predestinati a lode della gloria di Dio e in lui
tutte le cose sono state create (Col 1,16), sussistono (Col 1,17) e sono
ricapitolate (Ef l, lO), per essere il primogenito di tutte le creature (Col
1,15), il principio e il capo della chiesa (Col 1,18). Proprio per questo
Ges, il Cristo, il Signore: tale titolo un evidente trasposizione
L'accentuazione cristologica 157

cristologica dell'attributo divino che l' AT riservava solo a Jahw e


sottolinea che per gli inni paolini Ges non era un semplice "inviato di
Dio", ma che tale inviato di natura divina e, in quanto tale, ha
ricevuto "un nome che al di sopra di ogni nome, affinch nel nome di
Ges si pieghi ogni ginocchio ... e ogni lingua proclami che Ges Cristo
il Signore, a gloria di Dio Padre" (Fil 2,9-11).
Ges il Figlio di Dio. In verit, tale formula di fede non appare
negli inni paolini, ma in essi Ges viene chiamato: il Figlio del suo
amore (Col 1,13), stupenda definizione cristologica, che non dice
semplicemente la filiazione divina di Ges, ma che Ges in quanto
Figlio il termine dell'amore del Padre. Nell'amore il Padre partecipa
al suo Figlio la natura divina e lo fa centro di incontro e di attuazione
dei suoi disegni di redenzione, di riconciliazione e di amore verso gli
uomini. L'immagine del Dio invisibile (Col 1,15): richiamandosi alle
affermazioni bibliche e giudaiche sul ruolo cosmico-teologico della
"sapienza divina, immagine della bont di Dio" (Sap 7,26),
l'espressione afferma non solo l'identit esistente tra Ges-Figlio di
Dio e il Padre: egli era "nella forma di Dio" e "uguale a Dio" (Fil 2,6),
ma anche l'identit della volont salvifica: egli rivela agli uomini
l'amore creatore e salvifico del Dio invisibile, facendolo presente nella
loro vita e nella loro condotta: "vi siete spogliati dell 'uomo vecchio con
le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena
conoscenza, ad immagine del suo Creatore" (Col 3,10); in tal modo egli
partecipe della creazione di tutte le cose e del loro rinnovamento nella
redenzione. Il primogenito di ogni creatura: l'espressione, nella sua
sinteticit, potrebbe esssere equivoca: Cristo non il primo delle
creature, ma egli il primogenito da cui tutte le creature hanno origine,
perch in lui e per lui tutte le cose sono state create; pertanto
l'espressione sottolinea da una parte lo speciale rapporto esistente tra il
Padre e Ges: egli stato generato non creato, l'unigenito, che,
essendo eterno, anteriore a tutti gli essseri creati, e in tal senso
anche primogenito; dall'altra, l'espressione rimarca il ruolo di Cristo
nella creazione: egli, sapienza increata del Padre, il principio-origine
della creazione e della nuova creazione.
c) Cristo. centro e senso della storia
Egli ha il primato su tutte le cose (Col 1,18), perch in lui Dio Padre
si compiaciuto di far abitare la pienezza della divinit (Col 1,19) con
tutte le sue prerogative, in particolare quello della "creazione" e quello
della "santificazione". Tale primato di Cristo ha senso a livello
personale: egli l'inizio della nostra esistenza naturale e l'inizio della
nostra esistenza spirituale; egli la nostra vita (Gal 2,20; Fil 1,21). E la
158 Conclusione

nostra vita ha consistenza (Col 1,17) solo se rimaniamo a lui uniti per
mezzo della fede e dell'amore: egli vive in me e io in lui (Gal 2,20). E
ha senso, solo se orientata a lui: tutto stato creato in vista di lui (Col
1,16). A livello ecclesiale: egli la nostra resurrezione, la nostra
riconciliazione con Dio e con i fratelli, la nostra pace (Ef 2,14); Egli
il capo della chiesa, radunata e santificata dalla sua morte e
resurrezione e riunita attorno a lui che il Signore: in lui diveniamo
"uno" (Gal 3,28) e siamo un solo corpo (lCor 12,12.27; Rom 12,5).
"Tutto, infatti, Dio ha posto sotto i suoi piedi e l 'ha costituito, sopra
tutte le cose, capo della chiesa, la sua pienezza riempie di ogni bene
tutte le cose" (Ef 1,22). Infine, a livello cosmico, perch in lui, centro
dell 'universo, Dio ha stabilito di ricapitolare tutte le cose, quelle del
cielo e quelle della terra; in lui, senso della storia, tutte le cose
partecipano alla redenzione, divenendo nuova creazione; in lui, fine
ultimo di tutte le cose create nell'amore, la creazione attende
bramosamente la rivelazione dei figli di Dio e la liberazione dalla
corruzione per entrare insieme a tutti noi nella gloria dei figli di Dio
(Rom 8,19-23) ed essere cos tutti, riuniti attorno a Cristo, una lode
eterna a gloria di Dio Padre
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Genesi Tobia 7,12-21: 5960
1,1: 67 13,1: 76 7,22-24: 5960
2,24: 133 7,22-8,1: 31 59
IMaccabei 7,23.25.27: 60
12,3: 110 116
17,1-16: 106 7,37: 93 7,23-30: 68
18,18: 110 116 7,25-26: 58 59 60
22,2: 98 Giobbe 7,26: 157
22,18: 110116 1,21: 88 7,27-8,1: 596068
8,2-21: 59
Esodo Salmi 8,6: 68
2,1-2: 8 8,26: 68
14,21-22: 58
31,22: 76 8,26-27: 69
30,34-38: 59
35,27: 142 8,26-30: 69
Levitico 71,17: 88 9,1-2: 69
85,9-14: 142 9,1-18: 31 59
18,5: 147 10,17-18: 58
144,1: 76
19,2: 93
Proverbi Siracide
Deuteronomio
3.19-20: 68 8,15: 96
32,15: 98
8,1-9,6: 57 24,1-2: 58
33,5.12: 98
8,1-11: 57 24,3-4: 58 69
Giudici 8,12-21: 5768 24,3-21: 58
8,22-23: 57 24,5-6: 58 68
6,24: 128 142 144 8,22-31: 3157 24,7-11: 58
IRe 8,23-24: 69 24,8-9: 59
8,26-30: 67 24,9: 58 69
8,16: 93 8,32-36: 57 24,10: 59
10,9: 88 9,1-6: 57 24,11: 59
24,11-17: 59
ICronache Sapienza 24,12-17: 58
28,4-5: 93 5,4: 36 24,15: 59
6,22-25: 59 24,16-21: 68
Esdra 24,18-21: 58
7,1-6: 59
8,16: 96 7,1-8,21: 59 32 (35),17: 96
176

Isaia Michea Atti


5,1.7: 98 5,4: 128 142 146 1,14:679
9,5: 128 142 146 1,15: 68
Il,1-9: 143 Nahum 1,24-25: 7
11,6-8: 143 2,42-48: 79
2,1: 136137 142
25,6-10: 143 2,46: 7
32,15-18: 143 Zaccaria 3,1: 7
42,1: 98 4,23-31: 89
9,9: 136 4,24-30: 7
44,2: 98
9,9-10: 136 137 4,30: 8 9
44,5: 106
142 4,32-35: 7
45,23: 35
9,10: 137 142 4,42-48: 8
52,7: 128 136 138
142 Daniele 5,12b: 8
52,13: 30 5,12-16: 7
52-13-53,12: 13 4,32: 96 5,40-42: 8
282930 4,34: 113 5,41: 8
53,2-9: 29 7,13-14: 28 8,1-4: lO
53,4: 29 8,4: 96 8,14-17: 9
53,11:29 Il,3: 96 9,14: 9
53,12: 29 30 11,16.36: 96 9,26-30: lO
54,10: 142 10,24-48: 9
Matteo Il,1-18: Il
57,2: 136
57,14: 136 3,17: 62 98 11,19-21: lO
57,19: 122 128 5,9: 149 Il,19b-22: lO
136142 146 17,5: 98 11,19-26: lO
19,5: 133 Il,19-30: lO
Geremia 23,12: 30 12,12: 7
13,1-3; lO
1,5: 92 Marco 13,2-3: 8 9 lO
Il,15: 98
1,11: 6298 13,15-43: 5
12,7: 98 14,23: Il
29,11: 142 9,8: 98
15,1.5: Il
31,31-33: 110116
Luca 15,7.22.25: 93
16,5.40: 7
Ezechiele 1,14-30: 5
16,25: 89
3,22: 6298
9,4-7: 106 20,17.28: Il
34: 116 13,7: 132
20,20: 7
34,23-31: 110 14,11: 30
21,17,25: Il
34,25: 142 21,28: 98
36: 116 Romani
Giovanni
36,22-32: 110 1,1-7: 7694
37,26: 142 1,1-18: 77 1,3: 156
177

1,4: 35 12,1-2: 93 94 1,3: 77


1,7: 118 12,4-8.9-13: 76 1,3-7: 75
1,8: 75 12,5: 158 3,7.11.13: 132
1,28: 92 13,8-10: 132 3,14: 132
2,4: 99 15,6: 117 4,15: 100
3,3: 132 15,33: 144145 5,17: 133 145 148
3,24: 99 113 16,5: 7 5,18-20: 71 134
3,29: 112 16,20: 144 145 145
3,31: 132 6,7: 105
4,14: 132 lCorinti 8,9: 3032
5,1: 145 1,3: 118 9,8: 100
5,1-11: 145 148 1,4-8: 75 10,3-6: 76
5,6-11: 134 1,6: 92 Il,24-29: 76
5,7: 92 1,28: 132 11,31: 117
5,8-10: 145 1,30: 99 127 145 13,11: 128 144
5,9-10: 99 145 2,6-7: 100132
5,10-11: 71134 2,7: 94 115 Galati
5,15-17: 133 149 6,13: 132
1,3.4: 118 145
5,15.20: 100 6,20: 99
1,4: 31 96
6,6: 132 7,15: 144
1,15: 92
7,2: 132 7,23: 99
1,18-20: 9
7,6: 132 11,17-34: 7
1,21-24: lO
8,6: 149 11-14: 9
2,5.14: 105
8,9. 14: 118 12,6.11: 104
12,12.27: 158 2,7-9: 11
8,15: 95 145
2,11-14a: 11
8,16: 95 145 12-14: 144
2,19: 132 147
8,18-26: 74 13:94
2,20: 113 134 149
8,19-23: 158 13,8: 132
13,10: 132 157 158
8,23: 95
3,2.5: 105
8,28-31: 92 13,11: 132
14,26: 3 4 6 9 Il 3,3: 106 149
8,29: 71 9496
3,5: 104
8,30: 94 14,33: 144
3,8: 91
8,31-39: 77 15,20-28: 69
3,12: 147
9,4: 95 15,24: 132
3,14.29: 103 110
9,23: 99 15,26: 132
3,17: 132
9,26: 118 15,33: 128
15,49: 31 3,22-23: 130
10,4: 132 147
16,19:79 3,26: 118
10,12: 99
16,20: 128 3,28: 133 158
10,14: 105
4,1-7: 103
Il, I 5: 71 134
2Corinti 4,4: 101 115 120
l 1,33: 99
1,2:117118 156
Il,36: 69
178

4,4-5: 70 95 96 1,13: 127 153 3,5-7: 152


134145 1,14: 137 145 154 3,9: 152
4,4-5.7: 31 32 156 3.10: 91
4,5-7: 118 149 1,15-23: 76 121 3,11: 117
149 1,15-3,21: 121 3,12: 137
4,6: 95 1,18: 99 3,16: 99
4,9: 93 1,20: 90 3,17-19: 94
5,4:132 1,22: 158 3,19: 3
5,6: 129 132 149 1,22-23: 103 3,20-21: 76 122
5,11: 132 2,1-3,19: 76 4,2: 94
5,14: 132 2,1-10: 121 4,3: 125 134
5,16-21: 149 2,4-7: 99 4,4: 138
5,18: 149 2,6: 91 4,13-16: 96
5,22: 94 138 144 2,10: 133 4,15-16: 94
149 2,11-12: 129 4,24: 133
6,15: 129133 148 2,11-13: 122 123 4,30: 113
124 5,1-2: 9394 149
Efesini 2,11-22: 122 123 5,14: 2152
1,1-2: 75 118 125 128 5,19: 8911
1,2.15: 105 2,12-14: 155 5,19-20: 3678
1,3: 34 133 153 2,13: 122 131 5,20: 4117
154 156 2.14: 14 16 72 5,23.24: 117
1,3-14: 1 2 13 14 155 158 5,25: 135
15 16 75-120 2,14-16: 2 153 5,31: 133
138 152 2,14-18: 2 14 15 6,12: 91
1,3-14.15-2,10: 77 103 121 6,15: 138
78 152 6,15.23: 125 136
1,3.17: 117152 2,15: 155 6,19: 115
1,4: 34 118 152 2,16: 16 34 71 99
153 154 152 155 Filippesi
1,5: 34 145 152 2,15-16: 156 1,3-10: 75-76
153 154 156 2,16-18: 152 1,7: 92
1,5.14: 137 2,18: 16 153 1,15: 93
1,6: 62 154 2,18-19: 34 152 1,21: 35 127 157
1,6-7: 34 152 153 2,19-22: 122 123 1,27-2,18: 15 17
1,6.12.14: 16 137 145 147 1,27-30: 17 1835
1,7: 145 155 156 149153 2,1-4: 171835
1,9-10: 34 152 2,21: 153 2,1-18: 78
153 154 156 2,22: 34 152 2,5: 15
1,10: 156 3,1-19: 122 2,5-11: 2 18 19
1,J 1: 34 152 156 3,4: 156 2,6: 14157
1,12: 127 154 3,5: 115 156 2,6-7: 156
INDICE DEGLI AUTORI
Achtemeier E.: 142 165 Bernini G.: 51 162
Aland B.: 159 Bertram G.: 26 166
Aland K.: 80 159 Beyer H. W.: 88 166
Aletti J.-N.: 37 39 40 41 4446 Beyreuther E.: 107 166
47 51 52 53 57 72 73 162 Bietenhard H.: 96 166
165 Blashki A: 172
Alexander Ph. S.: 131 165 Blass F.: 21 26 27 45 83 88 90
Alganza Rodan: 138 165 92 97 98 100 102 129 130
Allan A: 91 163 l33159
Allen L. C.: 94 165 Bonnard P.: 46 166
Alonso Schoekel L.: 34 114 Bonsirven J.: 61 l31 166
165 Bornkamm G.: 101 166
Arndt W. F.: 24 25 2627 28 49 Bottini G. c.: 52 102 159
83 159 Bradshaw P.: 1 160
Bailey J. L.: 14 165 Brandt Th.: 100 166
Balchin J. F.: 40 162 Bruce F. F.: 39 162
Balz H.: 3 4 104 165 Biichsel F.: 99 113 166
Barbaglio G.: 3 165 Bultmann R.: 99 166
Barbour R. S.: 55 165 Burini C.: 169
Bartels K.H.: 46 165 Burney C. F.: 5455 162
Barth M.: 77 78 80 83 87 89 90 Buscemi A M.: 2 6 lO Il 22
91 93 94 98 100 101 102 25 26 28 34 95 96 102 114
103 104 107 122 123 124 132141 149159 161 166
128 129 130 131 133 134 Byrne B.: 95 166
138 165 Calzecchi R.: 174
Bartina S.: 57 166 Cambier J.: 76 77 78 80 82 83
Battaglia V.: 167 88 89 90 91 92 93 9496 97
Bauer W.: 24 25 26 27 28 49 98 100 103 106 163
83 159 Cano M. J.: 142 166
Baugh S. M.: 39 162 Cantalamessa R.: 45 162
Baumgiirtel F.: 50 Caragounis C. c.: 101 167
Beck H.: 138 l39 166 Castellino G.: 97 163
Becker O.: 107 166 Cathcart K. J.: 142 167
Behm J.: 22 107 166 Cerfaux L.: 117 161 167
Benoit P.: 394041 42444950 Charlesworth J. H.: 5 9 167
51 162 166 Cignelli L.: 5288 102 l33 159
Berger K.: 2 160 Coenen L.: 94 167
182

Conti M.: 4657585960 167 Flowers H. J.: 95 168


Conzelmann H.: 26 40 77 123 Foerster W.: 53 103 107 117
139167 133 138 168
Cordi C.: 169 Frazer J. G.: 171
Coutts J.: 77 78 80 164 Gabaluther H. J.: 39 162
Cullmann O.: 30 117 167 George A: 97 168
Dacquino P.: 4950 162 Gewiess J.: 52 168
Danker F.: 24 25 26 27 28 49 Ghini E.: 51 168
83 159 Giavini G.: 41 162
Daremberg Ch.: 173 Gilbert M.: 57 169
Davies W. D.: 54167 Gingrich F. W.: 2425 2627 28
Debrunner A: 21 26 27 45 83 4983 159
88 90929798 100 102 129 Gnilka J.: 2635 124 169
130 133 159 Gonza1ez Lamadrid A: 121
Deichgraber R: 1 3 15 38 40 122 128 129 130 131 132
507677 123 127 160 133 134 135 141 145 149
Deissmann A: 113 167 164
De la Calle F.: 95 167 Gonzalez Ruiz J. M.: 50 169
DellingG.: 235152132167 Grech P.: 54 55 162
De Lorenzi L.: 164 Grelot P.: 7678 80 81 164
Dion H. M.: 95 167 Grimal P.: 139 169
Dodd Ch. H.: 29167 Guemes Villanueva A: 114
Drago P. A: 95 96 164 169
Dreyfus F.: 97 164 Harris M. J.: 4 169
Dunn J. D. G.: 47486061 159 Harvey A E.: 101 169
168 Hauck F.: 7 92 100 169
Dupont J.: 29 30 168 Hawthome G. F.: 160
Edwards D.: 5773 168 Hengel M.: 1 2 3 4 5 6 8 9 Il
Eichler J.: 103 168 13 15 117 160 169
Eltester F.-W.: 40 168 Heriban J.: 17 22 26 27 28 29
Fabris R.: 2 38 39 76 77 80 89 161
91 92 93 100 104 162 164 Hillers D. R: 142 169
168 Hofius O.: 92 164 169
Fairc10ugh H. R: 174 Hoover R W.: 22 161
Fanning B. M.: 22 24 68 89 Howard W. F.: 24252690 159
129131159 Huged N.: 39 169
Feigin S.: 95 168 Humbert J.: 222528 159
Feuillet A.: 17 29 45 46 47 48 Hurtado L. W.: 117 169
49 52 55 63 66 67 68 160 Innitzer T.: 77
161 162 168 170 lovino P.: 80 lO l 164
Fitzer G.: 106168 Jacobs P.: 104 169
Flender O.: 45 168 Jeremias J.: 19 161
183

Jones W. H. s.: 168 Martini C. M.: 159


JosephL.: 172 Metzger B. M.: 159
Karavidopoulos J.: 159 Masson C.: 39 170
Karris R J.: 40 42 43 44 72 73 Mateos J.: 22 24 88 129 131
121 122 123 169 132159170
Kasch W.: 49169 Maurer C.: 104 170
Kasemann E.: 17 54 140 161 McGrath J. F.: 61 170
169 Merklein H.: 102 121 124 140
Keller C.-A: 142 168 170170
Kertelge K.: 99 169 Messing G. M.: 160
Kittel G.: 45 167 Michaelis W.: 46 51 170
Kleinknecht H.: 45 167 Milligan G.: 96 159
Kramer W.: 117 169 Minissale A: 58 59 170
Kramer H.: 81 164 Molina Rueda B.: 165 166 171
Krienke H.: 104 169 Montagnini F.: 55 56 76 77 78
Kruse c.: 107 164 80 81 83 84 85 86 104 123
Kuhli H.: 45 169 125 126 129 130 131 132
Langkammer H.: 46 170 133 134 137 138 163 164
Lausberg H.: 89 159 170
Leroy H.: 99 170 Moulton J. H.: 2496 159
Liberti v.: 138 170 Miiller D.: 97 170
Lightfoot J. B.: 2249 52 170 Mundle W.: 99 171
Lincoln A T.: 3 4 77 80 81 83 Munoz F. A: 139.165 166 171
87 90 91 92 93 99 100 102 Murphy O'ConnorJ.: 29161
104 105 122 123 124 128 Murtonen A: 88 171
129 132 134 136 138 164 Namia G.: 159
170 Neusner J.: 162
Lohmeyer E.: 1949 Niccacci A: 56575859171
Lohse E.: 449515254170 Nobile M.: 51 61 171
Lyall F.: 95 170 NordenE.: 76171
Lyonnet S.: 34 77 93 99 113 Oepke A: 23 171
114 164 170 Panimolle S. A: 52 163
Mahoney R: 96 170 170 Patsch H.: 88 171
Manns F.: 19 30 40 54 56 161 Pax E. W.: 114129171 171
162 Penna R: 3 4 76 77 78 80 83
Marangon A: 55 56 170 84 85 8688 8990 91 92 93
Marchel W.: 114 170 94969798 99 100 101 102
Marcheselli Casale C.: 29 40 103 104 107 118 121 123
41 161 162 124 128 129 130 131 132
Marchesi A: 89 170 136137 164 171
Martin R. P.: 1 256 14 15 17 Percy E.: 51 171
160 Prez Fernandez M.: 141 171
184

Philipson D.: 61 171 Sch1ier H.: 3 4 50 76 77 78 88


P6h1mann W.: 39 163 89 90 91 92 93 96 97 98
Pollard T.: 56 163 100 101 102 103 104 105
Prat F.: 114 171 106 107 124 127 128 129
Preisker H.: 97 171 130131132137140172
Rader W.: 138 140 141 171 Schmidt K. L.: 94 104 172
Rah1fs A: 160 Schnabe1 E. J.: 58 172
Ramaroson L.: 121 127 130 Schnackenburg R.: 30 41 163
131135 136137 164 172
Ravasi G.: 141 Schneider G.: 100 172
Regard P. F.: 51160 Schneider J.: 24 172
Rehkopf F.: 21 2627 45 83 88 Schoenberg M. W.: 95 173
90 92 97 98 100 102 129 Schramm T.: 106173
130133 159 Schrenk G.: 52 96 97 104 173
Reid D. G.: 160 Schu1te R: 114173
Reumann J.: 101 172 Schweizer E.: 50 95 139 163
Richardson L.: 139 172 167
Rigaux B.: 13 14 172 Scott J. M.: 95 173
Robert A: 170 Segalla G.: 155 173
Rocci L.: 22 25 49 89 92 98 Silbermann A. M.: 47 172
100 101 104 160 Smyth W. H.: 22 24 25 27 28
Robbins Ch. J.: 76 164 46 129 160
Robinson J. M.: 394041 163 Spicq C.: 2223 45 5253 9699
Roetze1 C. J.: 132 165 107114117138139173
Romaniuk K.: 34 97 114 117 Staccio1i R: 139 173
172' Stern M.: 131 173
Rosenbaum M.: 47 172 Strachan L. R. M.: 167
Rossi B.: 47 95 172 Swallow F. R: 113 173
Rutenfranz M.: 4 172 Testa E.: 123 129130 140 165
Sabourin L.: 114 172 Thayer J. H.: 22 27 46 49 53 83
Sacchi A: 52 162 163 164 102 160
Saglio E.: 173 Theron D. J.: 95 173
Sa1as A: 40 163 Thie1s J.: 48 174
Sand A: 107 172 Toutain J.: 138 174
Sanders J. T.: 1 39 40 55 122 Trench R C.: 2224 174
123 124 139 161 Trisoglio F.: 171
Scharbert J.: 88 172 Tromp S.: 50 163
Schille G.: 1 124 161 TurnerN.:4651159
Schimanowski G.: 55 57 58 59 Urbach E. E.: 61 174
61 172 Vander Broek L. D.: 14 165
Schippers R: 106 172 Vanni U.: 45 6465 163
Vattioni F.: 171
185

Vawter B.: 40
Verms G.: 117 174
Virgulin S.: 5258 174
Vischer W.: 57 174
Viteau J.: 93 102160
Von Martitz W.: 95 174
Von Rad G.: 45 138 174
VorHinder H.: 99 174
Vuilleumier R.: 142 174
Vawter B.: 40 163
Wengst K.: 2 161
Wilhelmi G.: 124125 126 165
Wright N. T.: 404154 163
Wyschogrod M.: 61 174
Zerwick M.: 22 24 38 47 121
160 165
Zimmerli W.: 161
Zorell F.: 22 160
INDICE GENERALE

Prefazione V
Sigle e Abbreviazioni VII

Introduzione

Aspetti storici degli inni del NT 2

Gli inni cristologici 2


l) Testimonianze bibliche e storiche 3
2) All'origine degli inni: una comunit orante 5
3) Inni prepaolini o paolini? 6

Forma e funzione degli inni della tradizione paolina 13


l) Inni o prosa ritmata 13
2) Funzione ecclesiale degli inni 15

Piano e metodo 16

Capitolo I: Fil 2,6-11. Umiliazione ed esaltazione di Cristo

Analisi letteraria di Fil 2,6-11 17


l) Contesto 17
2) Delimitazione della pericope 18
3) Genere letterario 19
4) Struttura letteraria 19

Analisi esegetica 21

Analisi tematica 28
l) Lo schema biblico-teologico dell' abbassamento-esaltazione 28
2) Cristologia funzionale di Fil 2,6-11 3O
a) La preesistenza di Cristo 31
187

b) L'incarnazione di Cristo 32
c) Il sacrificio volontario di Cristo 32
d) La Signoria universale di Cristo 33
3) Teologia di Fil 2,6-11 33
a) Il ruolo di Dio Padre 34
b) "A gloria di Dio Padre" 35
4) Il senso della parenesi di Fil 2,6-11 35

Capitolo II: Col 1,15-20. Cristo, immagine del Dio invisibile

Analisi letteraria di Col 1,15-20 37


l) Contesto 37
2) Delimitazione della pericope 38
3) Genere letterario 39
4) Struttura letteraria 39

Analisi esegetica 45

Analisi tematica 53
1) Sapienza e Inno cristologico di Col 1,15-20 53
a) Col 1,15-20 alla luce del pensiero gnostico 54
b) Col 1,15-20 alla luce della tradizione giudaico-biblica 55
2) La cristologia di Col 1,15-20 61
a) I titoli di Cristo 62
l) Cristo, immagine del Dio invisibile 62
2) Primogenito di ogni creatura 63
3) Primogenito di tra i morti 64
4) Capo del cosmo e della Chiesa 65
b) Il ruolo cosmico-salvifico di Cristo 66
l li) Ruolo cosmico-salvi fico di Cristo nella creazione 66
i) Tutto stato creato nel Cristo Ges 67
ii) Tutto stato creato per opera di Cristo 68
iii) Tutto stato creato in vista di Cristo 69
2) Ruolo cosmico-salvifico di Cristo nella riconciliazione 70
i) In lui si compiacque di far abitare tutta la pienezza 70
188

ii) La riconciliazione per opera e in vista di Cristo 71


3) Il primato di Cristo 72
3) La teologia di Col 1,15-20 73
a) Dio creatore del cosmo 73
b) Dio salvatore del cosmo 74

Capitolo III: Ef 1,3-14. Il disegno salvifico di Dio nel Cristo Ges

Analisi letteraria 75
1) Contesto 75
2) Delimitazione della pericope 76
3) Genere letterario 76
4) Struttura letteraria 78

Analisi esegetica 87

Analisi tematica 107


1) la benedizione a Dio 108
2) Il disegno di Dio 109
a) Eletti per essere santi 110
b) Predestinati ad essere figli 111
c) Redenti per appartenere totalmente a Dio 113
d) La rivelazione del mistero 115
3) Cristo centro del disegno di Dio 116
a) Il disegno di Dio "in Cristo" 116
l) I titoli cristologici 116
2) Il carattere cristologico del disegno divino 118
b) Cristo capo del cosmo 119

Capitolo IV: Ef 2,14-18. Cristo nostra pace

Analisi letteraria 121


l) Contesto 121
2) Delimitazione della pericope 122
3) Genere letterario 123
4) Struttura letteraria 124
189

Analisi esegetica 127

Analisi tematica 138


1) Lo sfondo del concetto di pace 138
a) La pace nel mondo ellenistico greco-romano 138
b) La pace nel pensiero gnostico 139
c) La pace nell'Antico Testamento 141
2) Il "Vangelo della pace" 143
a) "Il Dio della pace" 144
b) "Cristo, nostra pace" 145
c) La pace, "frutto dello Spirito" 149
Conclusione
1) Lo schema teologico generale 152
2) L'accentuazione cristologica 154
3) Cristo, centro e senso della storia 157

Bibliografia 159
Indice dei testi biblici 175
Indice degli autori moderni 181
Indice generale 187