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CAPIRE IL KARMA,

AMARE LA PROVVIDENZA

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Rudolf Steiner

Capire il karma,
amare la provvidenza
Il cammino dell’uomo
di vita in vita

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Testo originale tedesco: Rudolf Steiner Karma verstehen
(Archiati Verlag e. K., Monaco 2004)

Traduzione di Silvia Nerini


Revisione di Pietro Archiati

© Archiati Verlag e.K., Monaco di Baviera


Stampa: Memminger MedienCentrum, Memmingen (Germania)
Foto: Rietmann, © Verlag am Goetheanum, Dornach (Svizzera)

ISBN 3-937078-60-6

Archiati Verlag e. K.
Sonnentaustraße 6a · 80995 München · Germania
info@archiati.com · www.archiati.com

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Indice

Pietro Archiati Sul Lago di Como 8


e Quando l’impossibile diventa realtà 10

Rudolf Steiner
Tre conferenze tenute a Stoccarda e a Berlino

I.
Reincarnazione e karma:
le loro conseguenze per la vita
e per i rapporti umani 41
(Stoccarda, 20 febbraio 1912)

Ciò che troviamo comprensibile o incomprensibile nella


vita: il “meritato” e il “casuale” 42 y L’esperimento con
“l’uomo pensato artificialmente” 44 y La “memoria emo-
tiva” della vita precedente 47 y L’esperimento col dolore
e la gioia: il “Saggio” dentro di noi 51 y L’alternanza di
consaguineità e affinità elettiva di vita in vita 55 y La
scienza dello spirito ottiene risultati mediante la ricerca,
non solo mediante la semplice riflessione 60

II.
Reincarnazione e karma:
i loro effetti sulla civiltà attuale 66
(Stoccarda, 21 febbraio 1912)

Specifica del ricercatore spirituale è la convinzione dell’e-

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sistenza della reincarnazione e del karma 67 y La cultura
attuale bandisce queste verità – e per questo ne ha un
enorme bisogno 70 y L’ordine vigente – e l’insoddisfa-
zione ad esso connessa – fa anch’esso parte delle necessità
karmiche 73 y Il copernicanesimo e la cultura della super-
ficialità vanno di pari passo – come pure i concetti di rein-
carnazione e karma e un’interiorizzazione della vita 77 y
Non c’è scienza senza fede e non c’è fede senza scien-
za 82 y Il senso della vita nell’alternanza e nella reci-
proca integrazione di autorealizzazione e dedizione agli
altri 87 y Nelle ultime incarnazioni le anime sono diven-
tate sempre più vuote e deboli 90 y Dare un’anima alla
vita col “movimento culturale della scienza dello spiri-
to” 92

III.
Reincarnazione e karma:
un maggior senso di responsabilità
nei confronti della Terra e dell’uomo 97
(Berlino, 5 marzo 1912)

La scienza dello spirito non ha bisogno né di istituzioni


né di società – sono gli uomini ad averne bisogno 98 y
L’idea di reincarnazione e karma è la più importante per-
ché è del tutto nuova 104 y Il maggior senso di responsa-
bilità nei confronti della Terra e dell’uomo 108 y Inizio e
parte centrale della vita: i consanguinei di una volta di-
ventano amici liberamente scelti 111 y Tutto nella vita
viene visto alla luce della reincarnazione e del karma 116 y

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Ciò che è interiore diventa esteriore. La natura pacifistica
della scienza dello spirito 121

A proposito di Rudolf Steiner 125

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Pietro Archiati, Sul Lago di Como

Era una bellissima e luminosa giornata estiva. Camminavo


avanti e indietro sullo stretto sentiero che fiancheggia
rasente l’acqua del lago. Questo posto era diventato la
mia casa da quando, alcuni mesi prima, avevo lasciato
New York. Questo lago che si stendeva scintillante da-
vanti a me cullato da una lieve brezza, un tappeto magi-
co intessuto di innumerevoli suoni vibranti come l’acqua,
era lo scenario della mia nuova vita da eremita.
Mi passava per la mente tutto ciò che era accaduto do-
po il radicale cambiamento verificatosi nella mia vita – il
passaggio dalle giornate costellate di impegni a New
York, nel tumultuoso crogiolo del Nuovo Mondo, a que-
sto luogo appartato e solitario.
Non riuscivo ancora a capire che un uomo di nome Ru-
dolf Steiner, un uomo di cui fino a poco tempo prima non
conoscevo neppure il nome, fosse diventato per me im-
portante al punto da indurmi a leggere soltanto i suoi libri.
Non avrei mai potuto immaginare qualcosa di tanto im-
mensamente grande e bello come le sue opere, nelle quali
il mio intelletto e il mio cuore trovavano in uguale misura
ciò che avevano cercato in ogni parte del mondo.
Tutto quello che leggevo ruotava intorno a due concet-
ti: reincarnazione e karma – il coraggio e la gioia di con-
tinuare a ritornare sulla Terra e la chiamata dell’uomo a
diventare sempre più libero e responsabile della sua e
dell’altrui crescita. L’approfondimento di queste due leggi

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dell’evoluzione mi apriva nuovi e insperati orizzonti. Ed io
cominciavo appena a intuire quali conseguenze questo
nuovo modo di vedere avrebbe potuto avere per la mia
vita, ma anche per l’intera umanità.
“Karma”: perché una parola straniera? All’inizio questo
mi infastidiva, fino a quando ho capito che nelle lingue
occidentali non esiste un termine appropriato. Il termine
“destino” si limita ad indicare un volere indotto dall’alto o
dall’esterno, al quale l’uomo non è in grado di sottrarsi.
“Karma” significa invece interazione tra una forza superio-
re e la libera autodeterminazione dell’uomo. Significa:
ogni uomo è oggi ciò che ha fatto di se stesso nel corso di
un lungo passato. E la buona novella consiste nel fatto che
ognuno, anche in futuro, raccoglierà tutte le cose buone
alle quali oggi aspira in piena libertà. Per il karma il “caso”
non esiste, è soltanto un vuoto di pensiero: ciò che accade a
una persona le tocca in sorte nel senso che lei stessa lo
attrae in quanto appartenente a sé, perché l’essere “più
saggio” che è in lei vuole farne occasione di crescita.
Assorto in questi pensieri, sognavo spesso ad occhi
aperti. Vorrei raccontare uno di questi sogni che feci più
volte durante la mia vita da eremita, nel quale alcune
persone si incontrano durante una gita sul lago e dove
accadono cose che da molti probabilmente sono conside-
rate impossibili. Questi personaggi rappresentano persone
che hanno svolto un ruolo importante nella mia vita.

Pietro Archiati
nell’autunno 2004

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Pietro Archiati
Quando l’impossibile diventa realtà

I due amici che aspettavo stavano scendendo lungo il


ripido sentiero del parco. Ci eravamo dati appuntamento
vicino all’acqua, sotto il piccolo pergolato di rose. Tom
era appena arrivato dall’America in aereo e Dieter era
venuto in macchina dalla Svizzera, dove abitava a nord
del Lago di Como, non lontano da me.
In Tom credevo di riconoscere un vero “cercatore della
verità”, sempre disposto a scoprire cose nuove. Gli avevo
scritto a proposito delle mie ultime scoperte e lui mi aveva
comunicato, con mia grande sorpresa, che da diverso
tempo aveva familiarizzato con il pensiero della reincar-
nazione soprattutto attraverso la lettura di Ralph Waldo
Emerson.
Dieter l’avevo conosciuto alcuni mesi prima, mentre
ero alla ricerca di libri di Steiner a un prezzo abbordabile.
Aveva letto molto più di me dell’opera di Steiner e si ado-
perava alacremente per “convertire” all’antroposofia tutti
coloro che erano in qualche modo disposti ad ascoltarlo.
Ci eravamo appena seduti all’ombra delle rose e già
loro due erano rimasti coinvolti in un’accesa discussione
sul modo migliore di comunicare alla gente l’idea della
reincarnazione.
“Perché in America dovremmo ricorrere a Steiner se
già abbiamo gente come Emerson”, chiedeva Tom, “e

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anche altri, come Henry David Thoreau o Benjamin Fran-
klin, tutti vissuti prima del tuo Steiner? Tutti credono nella
reincarnazione. Benjamin Franklin lo ha persino fatto
scrivere sulla sua lapide. Ho portato un passo tratto dal
saggio di Emerson Nominalist and Realist che vorrei
leggervi.”
“Sarà”, replicava Dieter, “ma non si possono parago-
nare i rari e vaghi accenni presenti nella letteratura ameri-
cana con una visione del mondo scientifica e matura,
costruita interamente sulla reincarnazione, che include
ogni sfera dell’esistenza. Questo lo trovi soltanto in Stei-
ner”.
“In effetti hai ragione”, ammise Tom pensieroso. “Il
pieno significato di una verità emerge soltanto nella sua
ripercussione sulla vita. Ma io vorrei sapere da te se credi
a qualcosa solo perché lo dice Rudolf Steiner o se ne sei
personalmente convinto, in base alla tua esperienza di vita.
Altrimenti qual è la differenza tra, diciamo un cattolico,
che accetta devotamente tutto quello che la sua Chiesa gli
racconta e colui che non è da meno nel credere a Steiner in
tutto e per tutto?”
“Ma la reincarnazione si può dimostrare”, scattò deciso
Dieter, “non ci si deve soltanto credere.”
“Tu sei in grado di dimostrare la reincarnazione?”,
chiese sorpreso Tom. “Cosa intendi dire? Ci sono sem-
pre stati uomini che hanno per esempio tentato di dimo-
strare l’esistenza di Dio. Anch’essi ritenevano che non ci
si doveva credere e basta. Ma ben presto è risultato che le
loro “prove” potevano convincere soltanto quelli che co-

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munque già credevano all’esistenza di Dio e non avevano
bisogno di prove. Tutti coloro che non credevano o non
volevano credere in Dio rimasero del tutto indifferenti,
perché questo quesito non gli interessava proprio. Per
esempio, come vuoi convincere qualcuno che qui c’è que-
sto lago se non lo ha mai visto? Gli puoi dimostrare “l’esi-
stenza” di questo lago? Per lui in realtà questo lago non
esiste.”
“Posso proporvi qualcosa?”, mi intromisi. “Avevamo
concordato che ognuno di voi avrebbe portato un testo
che riteneva importante per il nostro colloquio – tu, Tom,
qualcosa di Emerson e Dieter qualcosa di Steiner. Perché
non sentiamo prima cos’hanno da dire questi due? Ci
troveremo sicuramente altri pensieri che potremo discute-
re insieme.”
Entrambi si dichiararono d’accordo, e così Tom iniziò
a leggere Emerson – attento e risoluto, ripetendo a tratti
un’intera frase, soprattutto verso la fine:
“La natura conserva se stessa intera, e la propria im-
magine integra, nell’esperienza di ogni mente. Non tolle-
ra posti vuoti nella sua scuola. È un mistero di questo
mondo che tutte le cose si conservano e non muoiono, ma
che si sottraggono soltanto un poco ai nostri sguardi per
poi ricomparire. (...) Tutti gli esseri umani, tutte le cose
che abbiamo conosciuto sono qui presenti, e molti di più
di quanti ne vediamo. Il mondo è pieno. Come dicevano
gli antichi, il mondo è un pieno solido; e se vedessimo
tutte le cose che effettivamente ci circondano, ci senti-
remmo imprigionati e incapaci di muoverci (...) Nulla è

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morto; gli uomini si fingono morti, tollerano falsi fune-
rali e dolenti necrologi mentre stanno lì a guardare
dalla finestra, sereni e in buona salute, in un nuovo e
strano travestimento. Gesù non è morto, è più che vivo;
e neppure Giovanni, e Paolo, e Maometto, e Aristotele;
a volte crediamo di averli visti tutti e potremmo pronun-
ciare facilmente i nomi con i quali vanno in giro.”*
“Perbacco”, disse Dieter profondamente impressionato,
“non sapevo che in America aveste gente di questo livello.
Sono stato spesso negli Stati Uniti, ma non mi è mai capi-
tato di sentire qualcuno esprimere questi pensieri. Fino ad
ora non ho mai neanche letto niente di simile in inglese.
Come è possibile che una cosa del genere sia assolutamente
ignota alla maggior parte degli americani? A meno che
non si tratti di un accenno fuggevole che Emerson ha fatto
una o due volte, senza che avesse qualche importanza per
la sua visione del mondo o per la sua vita.”

*
Testo originale: Nature keeps herself whole, and her represen-
tation complete in the experience of each mind. She suffers no
seat to be vacant in her college. It is the secret of the world that
all things subsist and do not die, but only retire a little from sight
and afterwards return again. (...) All persons, all things which we
have known, are here present, and many more than we see; the
world is full. As the ancient said, the world is a plenum or solid;
and if we saw all things that really surround us, we should be
imprisoned and unable to move. (...) Nothing is dead; men feign
themselves dead, and endure mock funerals and mournful obitu-
aries, and there they stand looking out of the window, sound and
well, in some new and strange disguise. Jesus is not dead; he is
very well alive; nor John, nor Paul, nor Mahomet, nor Aristotle;
at times we believe we have seen them all, and could easily tell
the names under which they go.

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“Dieter”, interruppi io, “forse prima dovremmo ascol-
tare anche Steiner per poter meglio confrontare i due.”
“Hai perfettamente ragione”, approvò risolutamente.
“Quello che poc’anzi volevo dire a proposito della diffe-
renza tra Emerson e Steiner diventerà più chiaro. Il testo
di Steiner che ho scelto è la descrizione di un caso vera-
mente accaduto, dunque non semplicemente inventato.
Ve lo leggo:
‘Come si deve considerare dal punto di vista karmico
il caso in cui l'essere umano è condannato all’idiozia da
una malattia del cervello?’ A questa domanda Steiner
risponde:
‘Di tutte queste cose si dovrebbe in effetti parlare non
ricorrendo a ipotesi e speculazioni, ma attingendo dall’e-
sperienza della scienza dell’invisibile. Quindi a questa
domanda sarà risposto con un esempio veramente acca-
duto. Una persona era stata condannata in una vita pre-
cedente a condurre un’esistenza ottusa per via di un cer-
vello sottosviluppato. Nell’intervallo tra la morte e la sua
nuova nascita ha potuto elaborare dentro di sé tutte le
deprimenti esperienze di una vita del genere, l’essere
sbattuta qua e là, la freddezza della gente, ed è rinata in
veste di autentico genio di filantropia.’”*
*
Testo originale: Wie hat man den Fall karmisch zu betrachten,
wenn der Mensch durch Krankheit des Gehirns zur Idiotie ver-
urteilt ist? A questa domanda Steiner risponde:
Über alle solchen Dinge sollte eigentlich nicht durch Spekulation
und Hypothesen, sondern aus der geheimwissenschaftlichen Er-
fahrung heraus gesprochen werden. Es soll daher die Frage hier
durch ein Beispiel beantwortet werden, das wirklich vorgekom-

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“Steiner qui fornisce un esempio”, proseguì Dieter,
“del fatto che il senso del destino, del cosiddetto “karma”,
è sempre positivo, perché ci fa vivere sempre quelle cose
che ci fanno progredire. La sofferenza, una malattia, si
fonda sì sul passato di chi la subisce, ma non è mai pensata
come una punizione, bensì sempre come un’opportunità di
imparare anche dagli errori, di ricavare il meglio da ogni
situazione. Si può per esempio sviluppare un modo asso-
lutamente nuovo di vedere le persone disabili che ci cir-
condano se si arriva alla convinzione che qualcuno tra-
scorre volontariamente tutta una vita da psicolabile per-
ché ciò gli consente nel modo migliore di diventare un
genio della carità. Si tratta senz’altro di qualcosa di cui
non tutti gli esseri umani sono capaci. Non tutti sanno
addossarsi un destino simile, non tutti hanno la forza e la
costanza di resistere per una vita intera.”
“For God’s sake!”, interuppe Tom con una veemenza
per lui insolita. “Per l’amor di Dio, mi arrivi con una raf-
fica di affermazioni che tu vorresti spacciare per ovvie,
ma che non lo sono affatto! Pensi forse che l’assumersi
volontariamente la menomazione nel caso di cui stiamo

men ist. Ein Mensch war in einem vorhergehenden Leben verur-


teilt, durch ein unentwickeltes Gehirn ein Dasein der Stumpfheit
zu führen. In der Zwischenzeit zwischen seinem Tode und einer
neuen Geburt konnte er nun all die bedrückenden Erfahrungen
eines solchen Lebens, das Herumgestoßenwerden, die Lieblo-
sigkeit der Menschen in sich verarbeiten, und er wurde als ein
wahres Genie der Wohltätigkeit wieder geboren. (Opera Omnia,
Bibl.-N° 34, pag. 376)

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parlando possa essere compatibile con l’immagine del
mondo e della vita della maggior parte degli uomini? È
proprio il contrario: con il tuo Steiner tu presupponi una
visione del mondo che è assolutamente estranea alla stra-
grande maggioranza della gente, che la maggior parte di
loro riterrebbe folle se ne sentisse parlare. E inoltre cosa
dici alle persone che sfruttano questo pensiero e vanno da
un disabile e gli dicono: guarda, quello che stai passando
non ti può fare che bene. Non è poi tanto grave. E inoltre
te lo sei scelto tu stesso, perché si addice esattamente al
tuo passato.”
“Quello che mi sta a cuore”, proseguì Dieter legger-
mente meno sicuro di sé, “è proprio la questione di co-
me il pensiero della reincarnazione possa incidere pro-
fondamente sulla vita. Il caso citato mette in evidenza
che la vita attuale diventa comprensibile soltanto in re-
lazione a vite precedenti ed anche future, proprio come
una giornata ha un senso soltanto in rapporto ai giorni
precedenti e a quelli successivi. Una giornata particolare
può essere piena di difficoltà e sfacchinate perché dob-
biamo preparare qualcosa di impegnativo, qualcosa di
molto importante. Ma sappiamo che nei giorni successi-
vi raccoglieremo i frutti delle nostre fatiche. Certamente
questo fatto lo si può anche interpretare in modo errato,
come quando si va da qualcuno che ha avuto una giorna-
ta molto pesante e gli si dice: ‘te la sei cercata, te la sei
proprio meritata.’ Può darsi, ma i frutti futuri di una
giornata difficile sono più importanti delle cause nel
passato.”

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“Tutto questo mi sta bene, Dieter”, disse Tom, “ma io
mi domando: uno Steiner, da dove ha preso tutto quello
che racconta? Come può dar prova delle sue affermazioni
per quanto riguarda i disabili? E inoltre: tutti i suoi di-
scorsi e i suoi scritti risalgono al periodo a cavallo tra il
diciannovesimo e il ventesimo secolo. Se c’è qualcosa di
vero, come ti spieghi che fino ad oggi perfino in Germa-
nia è rimasto praticamente sconosciuto?”
“Io faccio tutto quello che posso per farlo conosce-
re”, rispose Dieter con tono rassegnato. “È vero che ha
seguaci in tutto il mondo, ma vengono considerati da
molti dei settari e spesso il pensiero di Steiner viene
stravolto da coloro che ne vogliono impedire la diffusio-
ne.”
“Se il contributo di questo Steiner è così importante
per l’umanità attuale, come affermate voi due”, disse Tom
rivolgendosi a me, “io penso che dopo un certo periodo
di tempo occorre distinguere bene tra l’impulso originale
e ciò che i seguaci ne ricavano. Probabilmente non è altro
che come con lo spirito originale del cristianesimo e ciò
che le chiese e i cristiani lo hanno fatto diventare attraver-
so i secoli. Non mi meraviglierei se molte persone aves-
sero un’immagine di Steiner trasmessa dai suoi seguaci,
senza aver mai conosciuto direttamente la fonte vera e
propria.”
Tom aveva appena finito di parlare, quando la nostra
amica Angela ci fece un cenno con la mano dalla casupo-
la del minuscolo porticciolo – avevamo previsto una gita
sul lago ed era tempo di salire sul battello.

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Da ragazza, sui venticinque anni, Angela era stata ama-
ramente delusa dalla Chiesa. Si era ribellata alle con-
venzioni religiose, come molti suoi connazionali. Era
stata particolarmente indignata dal fatto che la Chiesa,
secondo lei, taceva alla gente alcune verità fondamentali
unicamente per interessi di potere. Citava volentieri e
risolutamente i passi della Bibbia che, dal suo punto di
vista, dimostrano con estrema chiarezza la verità della
reincarnazione. Aveva portato alla nostra gita sul lago la
sua amica tedesca Maria, più anziana di lei, che era venu-
ta a trovarla.
Il battello con pochi passeggeri e la bella giornata of-
frivano alla nostra piccola comitiva una buona occasione
di godere l’alternanza di lago e montagne, il gioco di luci
e acqua e, non da meno, il piacere di stare insieme. Era-
vamo seduti a un tavolino dietro la cabina del pilota e,
com’era prevedibile, il discorso cadde ben presto di nuo-
vo sull’argomento precedente.
Come se fosse infantile o sciocco pensarla diversa-
mente, Angela disse tutta concitata: “Quello che Cristo
dice di Giovanni Battista non potrebbe essere più chiaro.
In tutti i Vangeli è scritto – e in ogni parte del mondo i
cristiani di ogni confessione lo possono leggere – che
Giovanni Battista nella vita precedente era stato il profeta
Elia, del quale la Sacra Scrittura dice che sarebbe ritorna-
to. Cristo come avrebbe dovuto esprimere più chiaramen-
te di così che esiste la reincarnazione, che l’essere umano
ripete la sua vita sulla Terra?” E si apprestò a citare altri
passi della Bibbia...

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“Ma la Bibbia”, la interruppe Dieter, “attraverso i secoli
è stata letta e ritenuta sacra anche da uomini condannati
dalla Chiesa. Come mai dunque nessuno di questi cosid-
detti eretici si è accorto di quello che, secondo te, vi è
espresso in maniera così evidente?”
“E sei così sicura, Angela”, aggiunse Tom, “che il mo-
tivo per cui queste cose nella Bibbia non sono state rico-
nosciute dipenda dal potere esercitato dalla Chiesa? Il
fatto che qualcuno eserciti un potere non significa neces-
sariamente che ciò sia la vera causa di eventi storici.
Prendi un padre di famiglia autoritario che tiranneggia il
figlio di cinque anni. Il padre può sottomettere il bambi-
no, ma questo non basta a spiegare perché il bambino non
è ancora in grado di capire determinate cose. Un fatto non
è la causa dell’altro, entrambi sono indipendenti l’uno
dall’altro, ciascuno deve essere spiegato per sé. Lo stesso
potrebbe essere per l’esercizio di potere da parte della
Chiesa e la capacità degli uomini di comprendere la Bib-
bia.”
“Prendiamo l’esempio di Giovanni Battista, Angela”,
disse Dieter riprendendo il pensiero di Tom. “Non si può
affermare che la Chiesa nasconda la verità annunciata nel
Vangelo, perché ognuno di noi ha accesso a questo testo.
La Chiesa ha soltanto rifilato alla gente la propria inter-
pretazione e questa, fino al giorno d’oggi, da molte per-
sone non viene messa in discussione. La gente crede
semplicemente quello che le dice la Chiesa. E secondo la
Chiesa, qui Cristo intende dire che uno stesso spirito parla
e agisce attraverso due persone, attraverso Giovanni Bat-

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tista ed Elia. Lo spirito di Dio si manifesta, dice la Chiesa,
allo stesso modo o in modo simile attraverso questi due
uomini. E ciò non ha niente a che vedere con la reincar-
nazione, non ti pare?”
“Ma Cristo dice che Elia e Giovanni Battista erano la
stessa persona!”, insistette Angela.
“Questo lo dici tu, sei tu che ci leggi questo pensiero”,
protestò violentemente Dieter, “ma il testo non lo dice.
Tra l’altro per me è sempre stato un mistero il perché
Cristo non abbia detto una sola volta chiaro e tondo:
‘Brava gente, ascoltatemi bene, vi devo dire qualcosa di
molto importante per la vostra vita, per le vostre relazioni
interpersonali: per tutti gli uomini esiste la reincarnazione,
ognuno vive più volte sulla Terra.’ Se la reincarnazione è
il fattore più importante in assoluto per l’evoluzione, se la
consapevolezza di essa può e deve avere le conseguenze
più ampie per la nostra vita, perché Cristo non lo dice da
nessuna parte, lui, che si definisce Verità? Perché ricorre
per esempio continuamente a delle storie, alle cosiddette
parabole, che poi ognuno può interpretare a modo pro-
prio?”
Tutti tacquero. Anche il lago sembrava straordinaria-
mente silenzioso, il liscio specchio dell’acqua era come
un’immagine dell’eternità, i monti scoscesi sulle due rive
come giganti semiaddormentati che sembravano in ascolto
con l’orecchio teso per sentire ogni parola degli esseri
umani. Si percepiva soltanto il rumore sordo e monotono
del motore di bordo, come una rauca voce proveniente da
lontano, dal regno dei morti.

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Maria, l’amica di Angela, sembrava più assorta degli
altri nella contemplazione del lago. Era come se seguisse
i nostri discorsi e nel contempo si trovasse altrove. Ogni
momento distoglieva lo sguardo da noi verso il centro del
lago dove, io non me n’ero accorto, il suo sguardo era
attirato da qualcuno che stava nuotando.
“Anche tu credi alla reincarnazione, Maria?”, chiese
Tom per coinvolgerla nel discorso.
“Se ci credo?”, rispose lei come qualcuno in cerca di
parole. “Se dico che ci credo potrei facilmente essere frain-
tesa. Preferisco dire: ne sono pienamente convinta.”
“Allora ci credi”, replicò soddisfatto Tom.
“Per me credere semplicemente in qualcosa o esserne
assolutamente convinta sono due cose ben diverse”, spiegò
Maria. “Io credo a qualcosa se ritengo che sia vera, pur
senza essere in grado di comprendere quali dirette conse-
guenze abbia per la vita. Se per esempio qualcuno dice di
credere in Dio, intende esprimere di non riuscire a perce-
pirlo in maniera abbastanza tangibile. Una madre non
direbbe del proprio figlio: ‘Credo di avere un figlio’, op-
pure: ‘Credo all’esistenza di mio figlio’. Lei se ne occupa
tutto il giorno, ha molto di più di una semplice fede nell’e-
sistenza del proprio figlio.”
“Vuoi dire con questo”, insistette Dieter, “che la re-
incarnazione per te è un’esperienza reale, simile a quella
della madre con il proprio figlio? Hai forse dei ricordi di
vite precedenti?”
“No, no”, negò decisa Maria. “Io intendo il modo in cui
noi tutti possiamo vivere la nostra vita attuale. Il modo in

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cui ognuno di noi per esempio sperimenta l’amore fa spari-
re in me ogni dubbio che noi viviamo più volte sulla Terra,
che le nostre singole vite sono collegate tra loro altrettanto
saggiamente delle singole giornate della vita. Nelle molte
vite succede come nell’amore: puoi dimostrare di amare
qualcuno? Quando una persona ne ama un’altra, ogni sua
parola e azione sarà plasmata dall’amore. Cosa deve dimo-
strare oltre a ciò? Non dirà neppure mai di credere soltanto
di amare la persona amata.”
“Intendi dire”, chiese nuovamente Dieter, “che tu sei
in grado di ottenere la certezza delle vite ripetute sulla
Terra attraverso l’esperienza dell’amore nella vita quoti-
diana? Se è così, mi piacerebbe capire come.”
“Lo posso spiegare nella maniera più semplice con
una delle parabole del Vangelo da te biasimate”, rispose
Maria, “per esempio con la nota parabola del buon sama-
ritano. Al “Grande Samaritano” – così vorrei chiamare il
narratore di questa parabola, il Cristo – uno scriba do-
manda cosa deve fare per raggiungere “la vita eterna”,
cioè il meglio che ci sia, ciò che gli uomini chiamano
“felicità”. E il Cristo risponde: ‘Cosa dice in proposito
la tua Sacra Scrittura, cosa ci leggi?’ ‘Dunque’, risponde
lo scriba: ‘lì dice che l’amore è la cosa più importante,
amore verso Dio e amore verso il prossimo.’ ‘Ti serve
qualcosa di più?’, gli chiede il Grande Samaritano. ‘La
tua Torah ebraica ha ben ragione: se tendi a un amore
sempre più perfetto, trovi tutto quello che ti serve per
essere felice.’ Tuttavia lo scriba non deve aver trovato
molto lusinghiera questa risposta e ha cercato di tendere

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una trappola al Cristo. A quei tempi gli scribi interpretava-
no la loro Sacra Scrittura in modo che non ogni uomo fosse
considerato il “prossimo” di un ebreo, ma soltanto un altro
ebreo. Il “prossimo” includeva soltanto coloro che appar-
tenevano al popolo ebraico. Perciò chiese lo scriba: ‘E
chi è il mio prossimo?’ In risposta a questa domanda il
Cristo racconta poi la meravigliosa storia del buon Sama-
ritano.”
“Non ricordo esattamente la storia”, confessò Tom un
poco imbarazzato. “Ce la racconteresti di nuovo, dicen-
doci poi dove vedi il nesso con la reincarnazione?”
“Lo faccio volentieri”, rispose Maria. “Da giovane ho
fatto una mia personale traduzione del testo greco cercan-
do di procedere nella maniera più fedele ed esatta possibi-
le, talvolta anche a spese di un linguaggio scorrevole.
Questa parabola mi ha accompagnata per tutta la vita. La
conosco a memoria, quindi eccola:
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde
nelle mani di briganti, i quali, dopo averlo spogliato e
percosso, si dileguarono lasciandolo a terra mezzo mor-
to. Per caso scese per quella stessa via un sacerdote, un
servo di Dio, lo vide e passò oltre sull’altro lato della
strada. Ugualmente venne sul luogo un levita, un servo
del sacerdote, lo vide e anche lui passò oltre sull’altro
lato della strada. Ma un samaritano, uno straniero che
era in viaggio, s’imbatté in lui e quando lo vide fu preso
da una fortissima compassione. Gli si avvicinò, bendò le
sue ferite, ci versò olio e vino e lo caricò sul suo mulo, lo
portò nella locanda ed ebbe cura di lui. Il mattino dopo

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trasse fuori due monete d’argento, il compenso per due
giornate, le diede all’oste e disse: abbi cura di lui, e quel-
lo che spendi in più te lo darò al mio ritorno.”∗
Maria raccontò la storia con la grazia di una nonna che
narra alla nipotina la sua fiaba preferita. Ero incantato,
come se avessi ascoltato questa parabola per la prima
volta in vita mia. Anche a Tom occorse un po’ di tempo
prima di poter ripetere la sua richiesta :
“Ci volevi anche dire che cosa ha a che fare questa
storia con la reincarnazione.”
“Sì”, disse Maria esitando un poco, “quando il Grande
Samaritano ebbe terminato di raccontare la sua storiella,
chiese allo scriba quale dei tre fosse diventato il vero
“prossimo” per colui che giaceva tramortito. ‘Quello che
ha avuto compassione di lui’, rispose lo scriba. Al che il
Cristo gli disse: ‘Allora va’ e fa’ lo stesso. Capirai sempre
meglio anche che cos’è l’amore, e questo sarà la tua vita
eterna!’ Lo scriba dovette ammettere di non aver niente
da obiettare contro questa bella storia. Sebbene egli con-
siderasse come suo prossimo soltanto i propri congiunti e
i membri del suo popolo, non poteva dire niente contro un
samaritano che aveva salvato la vita di un ebreo. Oggi
basta sostituire “samaritano” con “palestinese”, e la storia
del Cristo è ancora più attuale di allora. Se lo scriba stes-
so si fosse trovato mezzo morto al lato della strada, non
avrebbe certamente rifiutato il soccorso, anche se fosse


Cfr. Vangelo di Luca, cap. 10, 25-37

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venuto da uno straniero. Ma proprio questo aveva voluto
dirgli il Cristo: il vero amore non conosce confini, si pro-
diga per tutti gli uomini della Terra senza eccezione.”
Tutti tacevano. Dopo un po’ Maria proseguì: “E qui
vorrei raccontarvi qualcosa che mi è successo molto tempo
fa. Avevo riflettuto per anni su questa bella storia, finché
un giorno mi accorsi che Cristo, il Grande Samaritano,
alla fine della sua storia capovolge la domanda che gli è
stata posta. Lo scriba gli aveva chiesto: ‘chi è il mio
prossimo?’, e il Cristo ha invertito semplicemente la do-
manda: ‘chi dei tre è diventato il prossimo per colui che
giaceva tramortito?’ Ancora oggi ricordo il posto in cui
stavo seduta in mezzo al bosco quando ebbi questa intui-
zione. Mi dissi: nessuno può essere il mio prossimo a
priori, senza che io faccia qualcosa. Diventa il mio pros-
simo, il mio vicino, soltanto nella misura in cui io mi
avvicino a lui, quando io, con il mio amore, divento il suo
prossimo. Devo crescere e imparare ad amare ogni persona
che incontro come ha fatto il buon samaritano con colui
che ha trovato per strada mezzo morto.”
“Va tutto bene, ma io non riesco ancora a vedere un
nesso con la reincarnazione”, la interruppe Dieter con
evidente impazienza.
“Ci sto arrivando”, rispose Maria pacatamente. “Que-
sta parabola consente, mi sembra, due possibilità. La
prima è che viviamo tutti una sola volta: allora l’ideale
presentatoci in questa storia, l’esempio del buon samari-
tano, resta soltanto una bella teoria, pura utopia. Nessuno
di noi, nella vita reale, può essere amorevole come il

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buon samaritano. Il Cristo in questo caso avrebbe propo-
sto un ideale irraggiungibile, che ha poco effetto sulla
vita pratica.
La seconda possibilità è questa: il Cristo intende molto
seriamente la sua parabola, con un ideale del genere in-
tende qualcosa che noi possiamo realizzare pienamente.
Intende dire che ognuno di noi può davvero imparare ad
essere con ogni persona amorevole come lo è stato il
buon samaritano. Ma per questo abbiamo semplicemente
bisogno di molto più tempo di quanto ce lo possa offrire
una sola vita!
E questo è ciò che intendevo, quando poco fa ho detto
di essere assolutamente sicura che ogni essere umano ha
più vite a disposizione per la sua evoluzione interiore.
Non devo né crederlo semplicemente né dimostrarlo teo-
ricamente. La mia capacità di amore oggi è ancora così
scarsa, così imperfetta. So con certezza di aver bisogno
ancora di molte vite per rendere il mio amore forte come
l’amore del buon samaritano. Ho ancora molta strada da
fare prima di essere in grado non solo di sapere teorica-
mente che la sofferenza di ogni uomo è la mia – questo è
facile, può avvenire nel corso di una vita –, ma anche di
sentirla e viverla davvero io stessa.
Per giungere al punto in cui mi fa male o preoccupa
anche me ciò che fa male o preoccupa l’altro – e questo
non con pochi ma con tutti gli esseri umani –, per giungere
a questo punto ci vuole molto tempo. Non ho nessun dub-
bio che il Grande Samaritano, nel suo traboccante amore,
voglia donare ancora e poi ancora ad ognuno di noi la vita

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sulla Terra, perché ciascuno possa far diventare realtà nel
proprio cuore l’ideale dell’amore. Non può volere che ci
rimorda di continuo la coscienza perché riteniamo irrag-
giungibile l’ideale dell’amore. Non può permettere che
noi disperiamo del tutto o che cerchiamo scuse quando
smettiamo di aspirare a questo ideale.”
Ascoltavo rapito le parole di Maria, avevo quasi di-
menticato che ci trovavamo su un battello in mezzo al
lago. Avrei potuto ascoltarla per ore, perché lei sembrava
rispondere a delle domande che mi avevano tormentato a
lungo. Mi pareva di capire per la prima volta, grazie a lei,
che si poteva giungere a quella profondità d’animo sol-
tanto nel corso di un lungo cammino interiore, che evi-
dentemente lei stava percorrendo da anni.
All’improvviso qualcosa d’incredibile mi distolse bru-
scamente dai miei pensieri. Non lontano dal nostro battello
era sfrecciato un motoscafo e Maria si accorse subito che
la nuotatrice, che lei non aveva perso di vista un solo
momento, era finita nella sua scia a pochi metri di distanza.
Bussò forte e più volte alla parete della cabina per segna-
lare l’emergenza al capitano, ma lui evidentemente non
voleva essere disturbato. Maria però non si dava per vinta
e così questi perse la pazienza:
“Perché non interviene lei stessa? A un battello non è
consentito fermarsi da qualche parte del lago per un qual-
siasi nuotatore.”
“Ma io so a malapena stare a galla”, rispose Maria
quasi in tono imperioso. Il pilota però aveva già distolto il
suo sguardo.

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Maria tornò da noi e insistette affinché facessimo qual-
cosa. Io guardai la donna nell’acqua ancora agitata dalle
onde, ma non ero sicuro che avesse realmente bisogno
d’aiuto. Tuttavia la fermezza di Maria mi convinse del
fatto che avesse intuito un serio pericolo.
Era chiaro che Maria non avrebbe desistito. Pensai:
cosa posso fare? Me la cavavo a nuotare, ma non ero cer-
to un nuotatore provetto, e non vedevo come avrei potuto
soccorrere la nuotatrice in acqua. La probabilità che sa-
remmo annegati tutti e due mi sembrava troppo forte.
Malgrado ciò, non riuscivo a staccare lo sguardo da quella
donna, perché mi era già accaduto qualcosa di simile: un
motoscafo mi era venuto vicino mentre nuotavo e avevo
rischiato di annegare.
Mentre questi pensieri mi turbinavano in testa, Maria
si tuffò in acqua all’improvviso – giusto il tempo di libe-
rarsi i piedi dalle scarpe. Mi tuffai anch’io pensando:
“Non farsi mai avvinghiare da chi sta per annegare! So-
prattutto quando non si è addestrati a compiere salvatag-
gi.” Per questo afferrai la mano di Maria per riportarla
verso il battello mentre gridavo che mi gettassero un sal-
vagente. Ma Maria era evidentemente decisa a salvare
l’altra donna.
Quando iniziò a trascinarmi lontano dal battello mi resi
conto che sapeva nuotare meglio di quanto pensavo. Fui
sorpreso di come avanzava persino con gli abiti addosso.
Continuava a trascinarmi verso l’altra donna e non sem-
brava dubitare neanche per un momento di riuscire a sal-
varla. E pareva nuotare sempre meglio! Feci un cenno per

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tranquillizzare i nostri amici sul battello che tentavano di
prestare soccorso.
Ma saremmo riusciti a raggiungere in tempo la donna?
La sua testa spariva sotto l’acqua sempre più di frequente.
E dire che è da un bel po’ che hai smesso di credere ai
miracoli, mi dissi all’improvviso. Ma quello che stai vi-
vendo va oltre la normalità, anzi, oltre tutto ciò che tu ritie-
ni possibile. Prima Maria dice di saper nuotare a malapena,
e ora è lei che trascina in avanti te anziché tu lei...
Arrivammo sempre più vicini, mancavano soltanto
una ventina di metri, ora potevo osservare meglio la don-
na e dovetti dare ragione a Maria: era completamente
esausta e agitava le braccia impotente e spaventata. Non
riuscivo a capire come avesse potuto rimanere a galla per
tanto tempo. E neppure come ci stessimo avvicinando
sempre più velocemente a lei.
Poi la raggiungemmo; ancora un po’ e sarebbe stato
troppo tardi. Tutto accadeva in modo talmente naturale
da non stupirmi affatto. Era come se un potente campo
magnetico, un’invisibile forza aleggiante sull’acqua
avesse attratto irresistibilmente le due donne l’una verso
l’altra.
Riuscimmo a stendere la donna col volto in su. Maria
faceva buffi movimenti nell’acqua e solo allora mi accorsi
che non aveva nemmeno il fiatone e che sorrideva beata.
Era molto meno esausta di me e aiutava l’altra donna
come un’esperta soccorritrice.
Mi guardai intorno e vidi un pescatore su una barca
vicino all’altra riva. Il vecchio si accorse dei cenni che

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stavo facendo con la mano e si mise a remare verso di
noi.
Non appena fummo tutti e tre al sicuro sulla barca, fa-
cemmo adagiare la donna completamente esausta su un
giaciglio fatto di reti. La testa era leggermente sollevata,
gli occhi chiusi e sembrava addormentata. Maria si era
seduta accanto a lei, era felicissima e non mostrava segni
di affaticamento. Accarezzava amorevolmente la fronte
della donna e le lisciava i capelli. Il lago si estendeva
davanti a noi come uno specchio infinito, il crepuscolo
dorato iniziava a tingere l’acqua di rosso.
“Tre giorni fa”, prese a raccontare Maria lentamente e
a voce bassa, “ho fatto un sogno. Ho visto il buon samari-
tano passare accanto all’uomo mezzo morto e soccorrerlo.
Avevo già fatto altre volte quel sogno, ma questa volta
c’era qualcosa di nuovo. Mentre lo straniero della Sama-
ria e il suo “prossimo” ebreo erano seduti insieme sul
mulo diretti alla locanda, per la prima volta, nel mio so-
gno, si misero a conversare. L’uomo ferito si era ripreso
abbastanza da poter parlare. Afferrò le braccia che lo
sostenevano e disse: ‘Sei stato tanto buono con me. Non
puoi neanche immaginare quanto ti sia grato. Sarei già
morto se tu, uno straniero, non mi avessi soccorso. Neppu-
re il sacerdote del mio popolo, che mi ha visto morente, mi
ha aiutato. Vorrei tanto poterti ringraziare, ricambiandoti
l’amore ricevuto.’
Poi nel mio sogno sentii il buon samaritano rispon-
dergli: ‘La tua gratitudine, il tuo desiderio di ricambiare
il mio aiuto vive in te come una grande forza. Se man-

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tieni vivo dentro di te questo desiderio, con il passare
del tempo produrrà fra noi un legame tanto forte da farci
sentire sempre attratti l’uno verso l’altro. Tu inconscia-
mente ti sentirai attrarre là dove io ho bisogno del tuo
soccorso, così come io sono stato attratto irresistibilmen-
te verso di te.’ Quando mi svegliai ero piena di gioia,
perché ero certa che il buon samaritano aveva parlato
proprio a me. Mi sentivo come l’uomo salvato, che vo-
leva ricambiare con lo stesso amore le premure del sa-
maritano.”
Maria guardò la donna che ora stava aprendo lenta-
mente gli occhi. Si era ripresa abbastanza da poter muo-
vere un po’ le braccia. Afferrò la mano di Maria posata
sulla sua fronte, la tirò giù verso le sue labbra e la baciò
delicatamente, guardandola con un affettuoso sorriso.
Gli occhi di Maria brillavano di gioia, e dopo un po’
disse rivolgendosi a me: “Quando in sogno ho sentito
parlare per la prima volta il buon samaritano, nel mio
intimo ho saputo con certezza che la sua voce mi chiamava
a salvargli la vita e mostrare così la mia gratitudine per
avermi lui salvato la vita in un lontano passato.”
Le parole di Maria mi colpirono come una folgore:
capii all’improvviso la differenza abissale tra il suo modo
di affrontare il concetto delle molte vite sulla Terra e la
nostra precedente discussione sul battello. Noi avevamo
cercato soltanto delle prove teoriche, ma in Maria vedevo
davanti a me una persona in cui la convinzione della rein-
carnazione e l’efficacia delle forze del destino erano di-
ventate una forza reale, travolgente, tale da pervadere

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tutto il suo essere. Potevo toccar con mano la forza che la
univa tanto intimamente all’altra donna al punto da averle
salvato la vita, lei che sapeva nuotare a malapena.
“Ma tu avevi detto di non saper nuotare bene”, mi volli
accertare. “E se fossi annegata?”
“Naturalmente ci ho pensato”, rispose. “Ma questo pen-
siero non mi incuteva nessun timore. Il messaggio del mio
sogno mi era molto chiaro: o potrò soccorrere qualcuno
che si trova in pericolo di vita, o verrò soccorsa io se avrò
bisogno di aiuto. Sia l’una che l’altra cosa accadrà per
gratitudine, per ricambiare l’amore che salva e che è stato
dimostrato a me o a un altro in altri tempi.”
Quanto soffrivo per la mia impotenza mentre mi chie-
devo: cosa posso fare per indicare agli uomini la confor-
tante forza che può generare in noi la convinzione che
esiste la reincarnazione? Cosa posso fare per far conoscere
a più persone possibili la bellezza di una vita improntata a
questi pensieri? Come posso convincere la gente del fatto
che noi tutti abbiamo urgente bisogno di queste convin-
zioni se vogliamo arginare le ondate di violenza e di di-
struzione sempre più minacciose che scaturiscono dalla
insensatezza di una vita che noi immaginiamo come mu-
rata tra la nascita e la morte?
Il vecchio pescatore remava ritmicamente, pacatamente,
verso la riva, come se stesse vivendo non nel tempo, ma
nell’eternità.
Chiesi a Maria: “Hai mai sentito parlare di un certo
Rudolf Steiner? In questa fase della mia vita è diventato
molto importante per me.”

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“Ma certo”, disse animatamente, “i miei genitori lo
hanno conosciuto personalmente. Io sono cresciuta nel
sud della Germania, in un ambiente ancora pieno di ricor-
di di Rudolf Steiner.”
“Perché prima non ne hai parlato”, le chiesi, “quando
discorrevamo della reincarnazione?”
“Voi avete soltanto discusso sulla reincarnazione”, dis-
se sorridendo sommessamente, “e io so per esperienza che
queste discussioni non ci avvicinano alla verità. Questi
pensieri cominciano ad essere convincenti soltanto quando
si inizia a viverli. Se qualcuno crede semplicemente alla
reincarnazione e vive esattamente come chi non ci crede,
penso che gli serva a ben poco. Che senso ha voler dimo-
strare teoricamente la reincarnazione o il karma se ciò non
cambia niente nella nostra vita? Non a caso il Cristo, il
Grande Samaritano, non ha espresso apertamente questa
verità. Ha preferito aiutarci a crescere nell’amore per far sì
che noi arriviamo a questa convinzione attraverso la vita
stessa, attraverso i nostri incontri con gli altri.”
“Però”, replicai io, “sembra che all’umanità attuale
non occorra nulla di più urgente di questa convinzione.
Soltanto da essa può scaturire la forza che ci consente di
mostrare più amore reciproco. Soltanto se siamo a cono-
scenza delle vite ripetute possiamo superare l’impulso di
raggiungere tutto nel corso di una sola vita o di ottenere
l’impossibile ad ogni costo. Smetteremmo di essere in-
giusti verso gli altri, perché sapremmo che, passando a
una vita successiva, ognuno raccoglierebbe esattamente
ciò che ha seminato. Soltanto se sapessimo che niente ci

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plasma così fortemente come ciò che facciamo agli altri,
che ognuno oggi vive esattamente quello che ha fatto ad
altri nel passato, troveremmo la forza di trattarci a vicen-
da in modo più umano. Non ci lamenteremmo delle in-
giustizie, avremmo un atteggiamento più responsabile
nei confronti della Terra se fossimo coscienti di conti-
nuare a ritornarci per ricostruire il nostro corpo con le
forze che noi stessi in epoche precedenti abbiamo “in-
corporato” in essa. Vivremmo con la convinzione di
poter ritrovare nei regni della natura tutti gli effetti delle
nostre azioni.”
Maria mi guardò assorta per un momento. Poi volse lo
sguardo verso il lago che ora, al tramonto, ardeva come
un mare di fuoco e disse:
“Non è certo facile sentire l’urgenza di questi pensieri
per l’umanità di oggi senza provare impazienza. L’unica
cosa che ci può aiutare è l’amore. Se aspiriamo ad amare
sempre più intensamente gli esseri umani, ci sarà indicata
la cosa giusta da fare per ogni momento della vita. Più un
uomo ama, più sente l’urgenza di dedicarsi alla propria
crescita e ciò lo rende paziente e tollerante nei confronti
degli altri. Se siamo consapevoli della lentezza con cui
procede la nostra crescita interiore, sappiamo sopportare
meglio le debolezze degli altri.”
“Prima hai detto”, aggiunsi, “che unicamente attraver-
so la nostra esperienza di vita, non soltanto in teoria, pos-
siamo convincerci di trovarci al centro di una serie di vite
terrene sensatamente concatenate l’una coll’altra. Come
diventa esperienza concreta la reincarnazione?”

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“Posso farti un esempio tratto dalla mia vita”, rispose.
“Ero già sposata da qualche anno e avevo i figli piccoli,
quando un altro uomo è entrato nella mia vita. Non avevo
dubbi che tra noi esistesse un legame profondo, perché
l’attrazione era per entrambi molto forte e non accennava
a diminuire. A quel tempo ripresi a leggere la bella storia
di Tristano e Isotta e all’improvviso compresi che anche
questa è una storia sulla reincarnazione. Isotta da parte
sua deve rimanere fedele a re Marco perché è sua sposa,
ma d’altro canto non può staccarsi da Tristano a causa del
filtro d’amore che li attrae reciprocamente in maniera
irresistibile. Tutta la drammaticità risiede nella risolutezza
di lei di restar fedele a entrambi sfidando ogni ostacolo –
il che però si dimostra impossibile. L’unica soluzione per
Isotta è di poter vivere in una vita successiva tutto ciò che
non le riesce in quella attuale. Allora non sapevo ancora
che la ferma convinzione di avere l’opportunità di una
nuova vita potesse produrre in noi la forza di rimanere
interiormente fedeli a qualcuno, anche se occorre aspettare
fino alla prossima vita per poter esprimere anche este-
riormente il sentimento nei suoi confronti. Io sentivo allora
che il mio rapporto interiore con quell’uomo era diventato
più bello e profondo dopo che avevo deciso di aspettare
una vita intera per manifestare il nostro amore reciproco.
Non sono forse le più preziose quelle cose della nostra
vita per le quali abbiamo lottato e che abbiamo atteso più
a lungo?
Ma queste sono domande alle quali ognuno deve ri-
spondere da sé. Se io volessi indurre altre persone a pen-

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sare e ad agire allo stesso modo come ho fatto io con
quell’uomo, la maggior parte di esse riderebbe di me e
penserebbe addirittura che sono pazza. Però le due solu-
zioni abituali sono entrambe insoddisfacenti: se segui il
consiglio di persone piuttosto conservatrici dal punto di
vista morale, rifiuterai con coerenza un rapporto del gene-
re, ma in questo modo reprimi dentro di te qualcosa di
molto importante. La soluzione più liberale suggerisce:
fallo, vivi questa esperienza! Ma quello che noi possiamo
vivere pienamente in una vita sola senza logorare noi e gli
altri ha indubbiamente un limite.”
“Non possiamo aiutare altre persone”, chiesi, “a tra-
sformare questa importante verità in un’esperienza di
vita? Sei riuscita mai a convincere qualcun altro dell’esi-
stenza della reincarnazione?”
“Noi possiamo essere l’uno per l’altro”, rispose lei, “ciò
che il giardiniere è per le piante. Naturalmente possiamo
fare molto per gli altri, stimolandoci reciprocamente a pro-
gredire nel nostro modo di pensare. Ma ognuno può pro-
gredire soltanto con la propria testa, nella capacità di intuire
l’essenza delle cose. Prima volevo trasmettere agli altri le
mie convinzioni, finché mi sono resa conto che ognuno
deve trovare le proprie risposte ai grandi interrogativi della
vita. La povertà interiore di molte persone consiste oggi
proprio nell’essere troppo occupate per porsi domande più
profonde. Tutto il loro tempo e la loro energia vengono
consumati dalle esigenze materiali della vita.
Alcuni anni fa una delle mie migliori amiche rimase
incinta. Per tutto il tempo era stata convinta della reincar-

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nazione, tuttavia rifletteva sul fatto di abortire. Parlammo
di uno dei nessi più importanti tra una vita e quella suc-
cessiva che conoscevamo bene entrambe: come noi sce-
gliamo liberamente di avere come migliori amici a metà
di una vita coloro che in un’altra sono nostri congiunti,
con i quali stiamo insieme dalla nascita. Pensavamo tutte
e due di sapere benissimo che la mancanza di libertà col-
legata alla parentela compensa un rapporto instaurato in
una vita passata in base al libero arbitrio.
Non dimenticherò mai il giorno in cui la mia amica mi
comunicò di aver optato a favore della vita del suo bam-
bino, scartando l’idea dell’aborto. Mi raccontò esultante
di gioia di aver parlato per settimane con suo figlio e che
lui le aveva raccontato della loro spontanea amicizia da
grandi in una vita passata. Le aveva assicurato di non
vedere l’ora di rimediare a tutte le cose sgradevoli che le
aveva procurato in nome della propria libertà. Il nascituro
le dava tanta forza e gioia di vivere, che lei non ebbe più
alcun dubbio di ottenere da lui l’aiuto necessario per essere
una buona madre.”
“Ora riesco a capire meglio”, riflettei ad alta voce,
“come è possibile trovare il giusto equilibrio tra urgenza e
pazienza. Quando si tratta dell’evoluzione degli altri pos-
siamo aiutare soltanto da fuori, qui va bene la pazienza.
Ma per la nostra crescita possiamo essere impazienti, qui
il senso d’urgenza è al posto giusto.”
“Credo”, proseguì Maria, “che il Buon Samaritano ci
abbia regalato un uomo come Rudolf Steiner per indicare
all’umanità di oggi soprattutto la legge che regge l’evolu-

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zione, la reincarnazione e il karma. Quante volte ha sotto-
lineato che senza questa consapevolezza, senza il suo
agire nella vita quotidiana, ci saremmo gettati in un abis-
so di sofferenze e di autodistruzione. Per questo motivo
prego ogni giorno il Cristo, il Grande Samaritano, di aiu-
tare tutti noi, perché siamo davvero tutti mezzi morti come
l’uomo della sua parabola: viviamo solo la metà materiale
del mondo, e per l’altra metà, quella spirituale, siamo
praticamente morti. Anche se non siamo ancora consape-
voli della sua presenza, lui guarisce con amore le nostre
ferite e ci dona generosamente una vita dopo l’altra affin-
ché troviamo sufficienti occasioni di diventare il “prossi-
mo” l’uno dell'altro.”
Ci stavamo avvicinando alla riva, in un punto in cui le
montagne s’immergono a strapiombo nell’acqua. Osser-
vavo lo sguardo sereno del pescatore silenzioso e ascoltavo
lo sciabordio senza tempo provocato dai remi. Mi chiesi: e
che cosa eri tu in epoche remote, che cosa abbiamo fatto
per te perché tu diventassi per noi un “pescatore di uomi-
ni?”
Il sole era scomparso dietro le montagne proiettando
lunghe ombre sulla superficie argentea dell’acqua. Maria
prese tra le braccia l’altra donna per aiutarla a raggiungere
la riva ed io pensai: così deve essere stato l’abbraccio del
buon samaritano, così è sempre e dovunque l’abbraccio
dell’amore che avvolge noi tutti.
Le due donne rimasero un poco sulla riva tenendosi a
braccetto e guardarono il pescatore remare verso il largo,
verso il sole che faceva nuovamente capolino da una fes-

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sura tra due rocce. Giunto al centro dello spazio aperto,
splendette con nuovo vigore come una sfera in fiamme e
per la seconda volta trasformò in pochi attimi lo specchio
d’acqua in un mare di fuoco. Ero poco distante dalle due
donne e vedevo Maria in piedi in mezzo al sole. I pensieri
luminosi che avevo sentito esprimere da lei sembravano
ora risplendere della sua luce.
Il sole, che durante il giorno aveva diffuso nel cielo la
sua luminosità, si apprestava ora a eclissarsi nella Terra
come una palla di fuoco. Ciò che al principio è luce, mi
venne da pensare, viene fatto rinascere dal tempo sotto
forma di calore. Dev’essere questo il senso di tutti i nostri
giorni sulla Terra: trasformare un mondo di splendente
saggezza di Cielo in un mondo di ardente amore sulla Ter-
ra. E che altro avevo vissuto con Maria se non una lumi-
nosa saggezza, che nel corso di una lunga giornata terrena
si era trasformata in fervido amore?
Il sole era sceso ancora più in basso, spostandosi verso
il nord. Le due donne erano adesso in mezzo alla sua luce,
due persone in una, fuse dal sole con il sole in un unico
essere. Fino a che il crogiolo dell’amore unirà tutti gli
essere umani, mi dissi, fino a che cuore umano e spirito
solare diverranno una cosa sola, fino ad allora tu, Terra,
madre di tutti noi, attendi il nostro ritorno.

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Rudolf Steiner
Tre conferenze a Stoccarda e Berlino

I.
Reincarnazione e karma:
le loro conseguenze per la vita
e i rapporti umani
Stoccarda, 20 febbraio 1912

II.
Reincarnazione e karma:
i loro effetti sulla civiltà attuale
Stoccarda, 21 febbraio 1912

III.
Reincarnazione e karma:
un maggior senso di responsabilità
nei confronti della Terra e dell’uomo
Berlino, 5 marzo 1912

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I.
Reincarnazione e karma:
le loro conseguenze per la vita
e i rapporti umani
Stoccarda, 20 febbraio 1912

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Se osserviamo la vita così come si svolge intorno a noi,
nel modo in cui per così dire getta le sue onde nella nostra
interiorità, in tutto ciò che proviamo durante la nostra
esistenza terrena, in tutto ciò che ci fa soffrire o gioire
possiamo riscontrare svariati gruppi o tipi particolari di
esperienze.
Se concentriamo maggiormente l’attenzione su noi
stessi, sulle nostre capacità e i nostri talenti, scopriamo di
poterci dire, quando una cosa o l’altra ci riesce: bene,
dato che siamo questa o quella persona, è del tutto naturale
e ovvio che questo o quello non poteva che riuscirci.
Possiamo però anche capire, nel contesto del nostro
essere, determinati insuccessi che ci hanno colpiti, forse
proprio ciò che dobbiamo definire sfortuna e sventura
perché non ci è riuscito.
Forse in questi casi non riusciremo sempre a indicare
con precisione il nesso esistente fra questo o quell’insuc-
cesso e la nostra incapacità in una direzione o nell’altra.
Ma se in generale dobbiamo dirci: in questa esistenza
terrena sei stato sotto molti aspetti un soggetto sventato,
pertanto puoi ben capire che forse ti sei “meritato” questo
o quell’insuccesso – allora forse non potremo scorgere la
relazione diretta fra insuccesso e incapacità, ma in genere
troveremo comprensibile che se siamo stati sventati non
tutto poteva andare liscio come l’olio.
In base a ciò che ho appena detto potete pensare che
potremmo riconoscere una specie di rapporto causale con
ciò che si è dovuto verificare per via delle nostre capacità
o incapacità.

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Ma nella vita ci sono molte cose in cui, anche se ci
mettiamo all’opera scrupolosamente, non siamo in grado
di porre in relazione con le nostre capacità o incapacità
ciò che ci riesce o non ci riesce, cose in cui ci rimane per
così dire imperscrutabile il modo in cui siamo colpevoli o
meritevoli di questo o di quello.
In breve, se osserviamo più a fondo la nostra vita inte-
riore, saremo in grado di distinguere due gruppi di espe-
rienze: da una parte c’è quello in cui siamo coscienti
delle cause dei nostri successi e dei nostri fallimenti;
dall’altra tutto ciò in cui non riusciamo a scorgere questa
relazione.
Gli eventi del secondo gruppo ci appariranno più o
meno come “caso”: è per caso che una cosa ci va male
mentre un’altra ci riesce. Vogliamo inizialmente notare
che nella vita abbiamo una sufficiente quantità di questo
secondo gruppo di fatti ed esperienze, per poi dirigere la
nostra attenzione su di esso.
Se poi concentriamo la nostra attenzione non su noi
stessi, come abbiamo fatto or ora, ma sul nostro destino
esteriore, dovremo considerare due gruppi di fatti anche a
proposito della vita esteriore.
Possiamo osservare quei casi in cui ci accorgiamo che,
rispetto agli avvenimenti che ci capitano – non a cose
quindi che abbiamo intrapreso personalmente –, siamo
stati noi stessi la causa di certe cose, ne siamo in un certo
senso responsabili.
Ma a proposito di un altro gruppo tenderemo a dire:
non vediamo la relazione con ciò che volevamo, con ciò

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che ci eravamo proposti. Si tratta di quegli eventi di cui si
afferma che siano entrati nella nostra vita per un “caso”
che apparentemente non ha nessun rapporto con ciò che
abbiamo provocato noi stessi.
È questo secondo gruppo che vogliamo esaminare in
rapporto alla vita interiore, gli avvenimenti cioè che non
ci sembrano aver direttamente a che fare con le nostre
capacità e incapacità; eventi esteriori che noi definiamo
“casuali”, che fin dall’inizio non riusciamo a considerare
come provocati da qualcosa di precedente.

A titolo di prova si potrebbe fare una specie di esperi-


mento con questi due gruppi di esperienze. Un esperi-
mento non è qualcosa di vincolante. Si faccia una volta
la prova di ciò che sto per dire, di ciò che sto per descri-
vere.
Possiamo effettuare questo esperimento immaginan-
doci come sarebbe se potessimo costruire coi nostri pen-
sieri una specie di uomo artificiale, se escogitassimo un
uomo concettuale artificiale del quale poter dire: proprio
quelle cose di cui non vediamo il nesso con le nostre ca-
pacità sono tali per cui dotiamo quest’uomo immaginario
delle qualità e dei talenti che hanno causato queste cose
incomprensibili. Un uomo tale che gli debba riuscire o
non riuscire tutto ciò che non possiamo attribuire alle
nostre capacità o incapacità.
Ce lo immaginiamo quindi come un uomo che causi
arbitrariamente, del tutto intenzionalmente le cose che
sembrano essere entrate per caso nella nostra vita.

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Lo si può spiegare partendo da esempi semplici. Sup-
poniamo che ci sia caduta una tegola su una spalla e che
ci abbia feriti. In un primo momento tenderemo a dirci
che si tratta di un caso.
Ma costruiamo coi pensieri un uomo artificiale –
dapprima a titolo di prova, come esperimento – che faccia
questa cosa strana: un uomo che salga sul tetto e ne stac-
chi una tegola, ma in modo che essa resti ancora un po’
appoggiata. Poi quest’uomo artificiale scenderà rapida-
mente dal tetto, così che nel momento in cui la tegola si
stacca gli cada proprio sulla spalla!
Facciamo così con tutti gli eventi che ci sembrano
entrati “casualmente” nella nostra vita. Costruiamo un
uomo artificiale che provochi volutamente tutte quelle
cose che nella vita normale non riusciamo a vedere in
relazione con noi.
Così facendo potremmo in un primo tempo avere la
sensazione che si tratti di un semplice gioco mentale. Il
fatto di metterlo in atto non ci vincola per niente, eppure
eseguendolo emerge una cosa strana: una volta immagi-
nato un uomo tale e dotatolo delle qualità descritte, questi
eserciterà su di noi un’impressione molto particolare. Non
riusciremo più a liberarci dall’immagine dell’uomo che ci
siamo costruiti, nonostante sia apparentemente così artifi-
ciale! Questa immagine ci affascina, ci dà l’impressione
di avere qualcosa a che fare con noi. A questo basta già la
sensazione che si prova nei confronti dell’uomo concettua-
le artificiale: se ci immergiamo davvero profondamente in
questa immagine non ce ne libereremo più.

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Nel nostro animo si forma un singolare processo, un
processo interiore che l’uomo attraversa in ogni istante,
un processo paragonabile a quanto segue: possiamo pen-
sare a una qualunque cosa, prendere una decisione. A
questo scopo abbiamo bisogno di qualcosa che una volta
sapevamo e impieghiamo tutti gli strumenti artificiali
possibili per ricordarci di ciò che sapevamo.
In questo sforzo di richiamare alla memoria qualcosa
che ci è sfuggito compiamo ovviamente un vissuto dell’a-
nimo: il “ricordarci”, come lo chiamiamo nella vita nor-
male. E tutti i pensieri di cui ci serviamo per ricordarci di
qualcosa sono pensieri ausiliari. Provate almeno una volta
a pensare con che frequenza dovete usare questi pensieri
ausiliari, che poi lasciate perdere di nuovo, per giungere a
ciò che volete ricordare. Questi pensieri ausiliari hanno la
funzione di aprire la strada a ciò che dev’essere ricordato,
a ciò che ci serve in quel preciso momento.
L’uomo fatto di pensieri che abbiamo descritto è esat-
tamente come un processo ausiliare, solo molto più vasto.
Non ci abbandona più, lavora in noi così da farci dire: è
qualcosa che alberga dentro di noi come un pensiero,
qualcosa che continua ad agire, che si trasforma dentro di
noi, che si trasforma nell’idea, nel pensiero che ora sorge
come qualcosa che ci viene in mente quando ci ricordiamo
nel normale processo mnemonico, che sorge come qual-
cosa che ci sopraffà.
Come se qualcosa dicesse: lui non può rimanere così,
cambia qualcosa in te, sviluppa vita, diventa qualcosa di
diverso. Si impone. Fate questo esperimento! Si impone

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al punto di dirci: sì, è qualcosa che ha a che fare con un’e-
sistenza diversa da quella che stai conducendo ora sulla
Terra.

Una specie di coscienza di un’altra esistenza terrena –


sicuramente compare questo pensiero. È più una sensazio-
ne che un pensiero, un’impressione, ma come se ciò che
si manifesta nell’animo lo sentissimo come ciò che era-
vamo in un’incarnazione precedente.
Se la osserviamo come un tutto, la scienza dello spirito
non è semplicemente una somma di teorie, di trasmissioni
di fatti oggettivi, ma ci fornisce direttive e istruzioni su
come ottenere questa o quella cosa. La scienza dello spirito
dice: verrai condotto a ricordarti sempre più facilmente,
se tu fai questo o quello.
Si può anche dire – e questo è assolutamente tratto dal
campo dell’esperienza: se vai avanti così otterrai un’im-
pressione interiore, un’impressione emotiva dell’uomo che
sei stato una volta.
Giungiamo a quella che si potrebbe chiamare una di-
latazione della memoria. Inizialmente quello che ci si
apre è solo un fatto mentale, finché costruiamo l’uomo
concettuale sopra descritto. Ma quell’uomo fatto di pen-
sieri non rimane tale. Si trasforma in sensazioni, in im-
pressioni, e mentre ciò avviene sappiamo che nelle sen-
sazioni che proviamo abbiamo qualcosa che ha a che
fare con la nostra incarnazione precedente. La nostra me-
moria si espande fino alla nostra incarnazione preceden-
te.

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In questa incarnazione ci ricordiamo di cose che ac-
compagnamo coi nostri pensieri. Voi tutti sapete che ci si
ricorda con relativa facilità delle cose in cui sono stati
coinvolti i nostri pensieri. Nella vita normale però ciò che
è stato coinvolto nella nostra sensibilità non resta vivo
così facilmente.
Se provate a ripensare a ciò che vi ha procurato grande
sofferenza dieci o vent’anni fa, vi ricorderete facilmente
dell’idea, di ciò che ha avuto luogo, farete ritorno alle vo-
stre rappresentazioni. Non riuscirete invece a rievocare una
sensazione vivace del dolore provato allora. Il dolore sbia-
disce, il suo ricordo si riversa nella nostra rappresentazione.
Quella descritta appena adesso è una memoria dell’a-
nimo, una memoria emotiva. E in effetti è così che sentia-
mo la nostra incarnazione precedente, emerge quello che
possiamo chiamare ricordo di incarnazioni precedenti. Ciò
che è portatore del ricordo delle incarnazioni precedenti
non può venir considerato come qualcosa che interviene
nell’attuale incarnazione.
Pensate un po’ a come le nostre rappresentazioni sono
intimamente connesse con l’espressione delle rappresen-
tazioni – con la nostra lingua. Il linguaggio è il mondo
delle rappresentazioni personificato. E ogni uomo deve
riapprendere la lingua in ogni singola vita. Da bambino il
più grande linguista o filologo deve imparare faticosa-
mente la propria lingua madre. Non è ancora successo che
un ginnasiale abbia imparato facilmente il greco perché si
è rapidamente ricordato del greco che parlava nelle sue
precedenti incarnazioni!

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Il poeta Hebbel ha abbozzato con alcuni pensieri il
progetto di un dramma che aveva intenzione di scrivere.
Peccato che non l’abbia fatto, sarebbe stata un’opera molto
interessante. La trama era concepita in questo modo: il
Platone redivivo come studente del ginnasio prende il
voto peggiore nell’interrogazione sul vecchio Platone!
Peccato che il progetto di Hebbel non sia stato eseguito.
Non dobbiamo pensare unicamente al fatto che gli in-
segnanti siano in parte pedanti ecc.
Sappiamo che questi appunti di Hebbel si basano sul
fatto che i pensieri che hanno luogo anche nell’esperienza
immediata sono più o meno direttamente limitati all’incar-
nazione attuale. E, come abbiamo accennato, la prima
impressione dell’incarnazione precedente si manifesta im-
mediatamente come memoria emotiva, come un nuovo
tipo di memoria.
L’impressione che ricaviamo dall’uomo concettuale che
ci siamo costruiti è più una sensazione, ma del tipo per
cui si capisce che l’impressione proviene da un “tale” che
è esistito una volta e che ero io stesso. La prima impressio-
ne dell’incarnazione precedente è una specie di sensazio-
ne mnemonica.
La costruzione dell’uomo pensato che abbiamo descrit-
to è solo uno strumento per fornirci una prova: questo
strumento si trasforma in un’impressione dell’animo o
emotiva.
Chiunque si avvicini alla scienza dello spirito ha più o
meno l’occasione di compiere facilmente ciò che abbiamo
descritto. E così facendo vedrà che dentro di lui si forme-

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rà davvero un’impressione che – tanto per usare un altro
esempio – potrebbe definire in questo modo: una volta ho
visto un paesaggio, non mi ricordo più che aspetto aveva,
ma mi è piaciuto!
Se è accaduto in questa vita, il paesaggio non produrrà
più un’impressione emotiva molto vivace, ma se l’impres-
sione proviene da un’incarnazione precedente produrrà
un’impressione emotiva particolarmente intensa. Possiamo
interpretare un’impressione particolarmente intensa come
un’impressione emotiva della nostra incarnazione prece-
dente.
E se osserveremo obiettivamente le impressioni desc-
ritte, otterremo a volte una sensazione amara o dolceamara
di ciò che emerge come trasformazione dell’uomo concet-
tuale. Questa sensazione dolceamara o di altro tipo è l’im-
pressione che ci dà la nostra incarnazione precedente. È
una sorta di impressione emotiva o dell’animo.
In questo modo ho cercato di richiamare la vostra at-
tenzione su ciò che può far sì che in ogni uomo sorga una
specie di certezza immediata di essere esistito in vite pre-
cedenti. Una certezza per il fatto che si procura la sensa-
zione di avere delle impressioni d’animo o emotive che sa
di non aver acquisito durante questa vita. Impressioni che
però nascono come sorgono i ricordi nella vita normale.
A questo punto ci si può chiedere: come si fa a sapere
che l’impressione che si ha è un ricordo?
Vedete, non è possibile dimostrarlo, ma ci troviamo in
presenza della stessa circostanza che incontriamo anche
nella vita quando ci ricordiamo di qualcosa e siamo sani

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di mente. In quelle occasioni sappiamo che ciò che si
manifesta nel pensiero si riferisce realmente a qualcosa
che abbiamo vissuto. È l’esperienza stessa a darci la cer-
tezza.
Quello che immaginiamo ci dà la certezza che l’im-
pressione emersa nell’animo si riferisca a qualcosa con
cui abbiamo avuto a che fare non in questa vita, ma in
quella precedente. Ecco allora che abbiamo evocato in noi
artificialmente qualcosa che ci mette in relazione con la
nostra vita precedente.

Possiamo prendere altri tipi di esperienze interiori fatte “a


titolo di prova”, continuando a ridestare in noi qualcosa di
simile a sensazioni di vite precedenti. Possiamo suddivi-
dere in gruppi in un altro modo e sotto un altro aspetto
ancora le esperienze che facciamo nella vita.
Da un lato possiamo mettere in un gruppo le esperienze
di sofferenza, dolore, ostacolo; dall’altro possiamo rag-
gruppare ciò che ci è venuto a coscienza come aiuto, gioia,
piacere e così via.
A questo punto possiamo fare di nuovo una prova e
dirci: sì, abbiamo provato questi dolori, queste sofferenze.
Per come siamo in questa nostra incarnazione, per come
si svolge la vita normale, i nostri dolori e le nostre soffe-
renze sono qualcosa di fatale, qualcosa che sotto un certo
aspetto ci piacerebbe allontanare da noi. Proviamo per
una volta a non farlo!
Supponiamo di essere stati noi stessi, per un motivo
qualsiasi, a procurarci questi dolori, sofferenze e ostacoli

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attraverso queste vite precedenti. Infatti se davvero esisto-
no, per via di ciò che abbiamo combinato siamo diventati
in un certo modo più imperfetti.
Tramite la successione delle incarnazioni diventiamo
non solo più perfetti, ma in un certo modo anche più im-
perfetti. Non siamo forse più imperfetti di prima dopo aver
insultato o danneggiato qualcuno? Non solo abbiamo infer-
to qualcosa a questa persona, ma abbiamo tolto qualcosa
a noi stessi. La nostra personalità complessiva varrebbe di
più se non l’avessimo fatto.
Abbiamo già commesso molte di queste cose che,
proprio per il fatto di essere state compiute, determinano
la nostra imperfezione. Se abbiamo fatto un torto a qual-
cuno e vogliamo recuperare il valore che avevamo prima,
cosa dovrà accadere? Dobbiamo pareggiare il torto, dob-
biamo mettere al mondo un’azione che lo compensi, dob-
biamo escogitare il modo che per così dire ci costringa a
superare qualcosa.
E se riflettiamo in quest’ottica sui nostri dolori e sulle
nostre sofferenze, possiamo dire tranquillamente: quando
superiamo i nostri dolori e le nostre sofferenze, superiamo
anche le nostre imperfezioni. I dolori sono in grado di
farci guadagnare in forza, possiamo diventare più perfetti
attraverso le sofferenze.
Nella vita normale non la pensiamo così, tendiamo piut-
tosto ad assumere un atteggiamento di rifiuto nei con-
fronti delle sofferenze. Possiamo però dire: nella vita ogni
dolore, ogni sofferenza, ogni ostacolo deve ricordarci che
abbiamo dentro di noi un uomo più saggio di noi. Consi-

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deriamo per un po’ come meno saggio l’uomo che siamo
adesso, anche se ci rappresenta la nostra coscienza. Asso-
pito al fondo della nostra anima ne abbiamo uno più sag-
gio.
Con la nostra coscienza ordinaria assumiamo un atteg-
giamento di rifiuto nei confronti dei dolori e delle soffe-
renze, ma l’essere più saggio ci conduce, in opposizione
alla nostra coscienza, verso questi dolori poiché superan-
doli possiamo liberarci di qualcosa. Ci porta a questi do-
lori e sofferenze, ci esorta a farne l’esperienza.
Può darsi che inizialmente questo pensiero ci risulti
difficile, ma non ci obbliga a niente, possiamo metterlo in
atto solo a titolo di prova. Possiamo dire: dentro di noi c’è
un essere più saggio che ci porta a fare l’esperienza del
dolore e della sofferenza, qualcosa che a livello cosciente
preferiremmo evitare. Pensiamo che si tratti del Saggio
dentro di noi. In tal modo giungiamo al risultato, per al-
cuni sgradevole, che il Saggio dentro di noi ci conduce
sempre alle cose che non ci piacciono.
Supponiamo dunque per una volta che sia questo “es-
sere più saggio” dentro di noi che ci porta verso le situa-
zioni a noi sgradite, allo scopo di farci progredire.
E facciamo anche un’altra cosa. Prendiamo le nostre
gioie, i nostri successi, ciò che ci ha procurato piacere e
diciamoci, a titolo di prova: come sarebbe se ti immagi-
nassi, indipendentemente da come stanno le cose in realtà,
di non esserti affatto meritato i tuoi piaceri, le tue gioie,
tutto ciò che ti ha favorito, ma che essi ti siano arrivati per
grazia delle potenze spirituali superiori?

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Non occorre che sia così per tutto, ma vogliamo pro-
vare a ipotizzare che sia stato il Saggio a procurarci tutti i
dolori e le sofferenze, perché ci rendiamo conto di averne
bisogno a causa delle nostre imperfezioni, di cui ci possia-
mo liberare solo attraverso i dolori e le sofferenze. E poi
l’opposto: ci attribuiamo le gioie non come se fossero un
merito nostro, ma come se ci fossero state regalate dalle
potenze spirituali.
Per certe persone vanagloriose un simile pensiero può
essere una pillola amara da ingoiare. Eppure se si è capaci
di farsene una rappresentazione intensa, provare a farlo
porta – poiché essa a sua volta si trasforma nella misura
in cui è inesatta e si rettifica da sola – alla sensazione
fondamentale che in noi viva qualcosa che non ha niente
a che vedere con la coscienza ordinaria, qualcosa di effet-
tivamente più profondo di quanto abbiamo sperimentato
coscientemente in questa vita. C’è quindi in noi “un uomo
più saggio” che si rivolge volentieri alle potenze divino-
spirituali che sono all’opera nel mondo.
La vita interiore acquisisce allora la certezza che die-
tro l’individualità esteriore ve ne sia una interiore, supe-
riore. Grazie a questi esercizi di pensiero prendiamo co-
scienza del nucleo spirituale eterno dell’uomo. Si tratta di
qualcosa di estremamente importante. Abbiamo nuova-
mente qualcosa di cui siamo in grado di dire: possiamo
farlo!
La scienza dello spirito può essere sotto ogni aspetto
una guida, non solo per sapere qualcosa sull’esistenza di
un altro mondo, ma per vivere come chi appartiene a un

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altro mondo, per sentirsi un’individualità che attraversa
successive incarnazioni.

C’è anche un terzo tipo di esperienze, di cui comunque è


più difficile servirsi per giungere veramente a una specie
di esperienza interiore del karma e della reincarnazione.
Ma per quanto lungo e difficile, quello che sto per dirvi
può a sua volta essere applicato a titolo di prova. E se lo
si proverà onestamente nella vita esteriore risulterà – dap-
prima come probabilità, se si riesce a crederci, ma poi
come certezza sempre più grande – che la nostra vita pre-
sente è davvero collegata nel modo indicato a quella pre-
cedente.
Supponiamo di vivere la nostra vita nell’arco di tempo
fra la nascita e la morte e di mettere in chiaro una buona
volta che se abbiamo già raggiunto o superato, diciamo, i
trent’anni – vedremo che anche per chi non c’è ancora
arrivato vi saranno in seguito esperienze corrispondenti –,
e di riflettere su come proprio intorno ai trent’anni nel
mondo esterno abbiamo incontrato queste o quelle perso-
ne. Tra i trenta e i quarant’anni abbiamo incontrato per-
sone del mondo esterno nelle più svariate situazioni di
vita.
Bene, ora emerge che i rapporti che abbiamo instaura-
to in quegli anni ci appaiono realizzati in una condizione
di piena maturità per noi uomini. Questo ci dice la nostra
riflessione.
Ma una riflessione scaturita dai principi, dalle cono-
scenze della scienza dello spirito può portarci a ritenere

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giusto ciò che vi sto dicendo non solo come mia consi-
derazione, ma come risultato della ricerca scientifico-
spirituale. Quello che sto per dire non è semplicemente
escogitato, frutto di pensiero logico, ma è stato appurato
da una ricerca scientifico-spirituale. Il pensiero logico è
poi in grado di convalidare i fatti e di trovarli sensati.
Se riflettiamo su certe cose che abbiamo imparato, per
esempio sul modo in cui emergono le singole componenti
umane∗ nel corso della vita – sappiamo che a sette anni
nasce il “corpo eterico”, a quattordici il “corpo astrale”, a
ventuno “l’anima senziente”, a ventotto “l’anima razionale”
e a trentacinque “l’anima cosciente” –, se consideriamo
tutto questo possiamo dire: fra i trenta e i quarant’anni
abbiamo a che fare con la formazione dell’anima razionale
e dell’anima cosciente.
L’anima razionale e quella cosciente rappresentano
quelle forze della natura umana che più di tutte ci mettono
in relazione con il mondo fisico esterno, poiché hanno la
funzione di manifestarsi soprattutto nell’età in cui siamo
maggiormente in interazione con questo mondo.


Come ogni scienza, anche la scienza dello spirito ha bisogno
di una terminologia. Rudolf Steiner ha spesso sottolineato che
non sono i termini, le parole ad essere importanti, bensì le cose
da esse designate. Per quanto riguarda l’uomo, la triade corpo-
anima-spirito viene suddivisa ancora in tre parti: ci sono tre tipi
di corpo (il corpo minerale o fisico, quello vitale o eterico,
quello animico o astrale), tre energie dell’anima (anima sen-
ziente, anima razionale e anima cosciente, a seconda che pre-
domini il volere, il sentire o il pensare), e tre archetipi dello
spirito (che Rudolf Steiner chiama sé spirituale, spirito vitale e
uomo spirituale).

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Nella prima infanzia vengono configurate le forze del
nostro corpo fisico, a partire da ciò che è ancora diretta-
mente racchiuso in noi. Tutte le forze di cui l’uomo si è
appropriato nelle incarnazioni precedenti, ciò che ha at-
traversato con noi le porte della morte, le energie spiritua-
li che abbiamo accumulato e che ci portiamo dietro dalla
vita precedente, tutto ciò contribuisce alla costruzione del
nostro corpo fisico. Continua ad agire sul corpo in manie-
ra invisibile dall’interno. A mano a mano però che l’età
avanza, questa azione dall’interno si riduce sempre più e
si avvicina l’età della vita in cui le antiche forze hanno
concluso il loro lavoro sul corpo.
E viene il tempo in cui ci troviamo di fronte al mondo
con un organismo completo. Ciò che portiamo nella nostra
interiorità ha conferito la propria impronta al nostro cor-
po esterno. Intorno ai trent’anni – può anche essere un
po’ prima o un po’ dopo – affrontiamo il mondo nel mo-
do più fisico possibile. La nostra relazione col mondo è
tale per cui ci sentiamo in piena sintonia con il piano
fisico.
Se a questo punto crediamo di possedere la massima
chiarezza da un punto di vista fisico esterno sulle condi-
zioni in cui ci troviamo, ci tocca dire: queste condizioni di
vita in cui viviamo sono quelle che per questa incarnazio-
ne hanno meno a che fare con ciò che agisce dentro di noi
fin dalla nascita. Possiamo tuttavia supporre che non sia
dovuto al caso che intorno ai trent’anni incontriamo per-
sone che devono comparire nel nostro ambiente proprio
allora.

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Possiamo anzi supporre che anche lì sia all’opera il
nostro karma, che anche queste persone abbiano qualco-
sa a che fare con una delle nostre precedenti incarna-
zioni.
E i fatti scientifico-spirituali che sono stati indagati in
diversi modi mostrano che le persone che incontriamo
intorno ai trent’anni sono state collegate con noi nelle
incarnazioni precedenti – molto spesso ciò si manifesta
alla ricerca scientifico-spirituale – in modo tale che per-
lopiù siamo stati in relazione con loro all’inizio dell’incar-
nazione immediatamente precedente, o di una prima an-
cora, come genitori o fratelli. Questo fatto appare dapprima
strano e sorprendente.
Non dev’essere per forza così, ma molti casi mostrano
alla ricerca scientifico-spirituale che è proprio così, che
effettivamente i nostri genitori, le persone che sono state
al nostro fianco al punto di partenza della nostra vita pre-
cedente, che ci hanno inseriti nel piano fisico, da cui ci
siamo poi allontanati crescendo, sono karmicamente con-
giunti con noi in modo tale che non li incontriamo di nuo-
vo nell’infanzia, ma una volta usciti completamente sul
piano fisico.
Non dev’essere sempre così, dato che l’indagine scien-
tifico-spirituale mostra molto spesso che solo in un’incar-
nazione successiva incontreremo come genitori, fratelli o
congiunti le persone con cui ci siamo trovati in questa
incarnazione intorno ai trent’anni. Le conoscenze fatte
intorno ai trent’anni in una determinata incarnazione pos-
sono presentarsi in modo che le persone in questione ab-

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biano con noi un legame di consanguineità nella vita pre-
cedente o in una successiva.
È pertanto utile dirci: le personalità che la vita ti ha
fatto incontrare intorno ai trent’anni erano con te come
genitori o fratelli in un’incarnazione precedente, oppure
puoi presumere che lo saranno in una delle tue prossime
incarnazioni.
Vale anche il contrario: se osserviamo quelle persone
che scegliamo nel modo meno arbitrario, non con le forze
esteriori adeguate al piano fisico – cioè i genitori e i fratelli
con cui ci siamo incontrati all’inizio della nostra vita –, se
li osserviamo arriviamo spesso a dire di aver scelto arbi-
trariamente, con le nostre forze, intorno ai trent’anni e in
un’altra incarnazione, proprio le persone che ci hanno
accompagnati nella vita a partire dall’infanzia. In altre
parole, scopriamo di aver scelto a metà della nostra vita
precedente quelle persone che ora sono diventate i nostri
genitori e i nostri fratelli.
Emerge stranamente un fatto particolarmente interes-
sante, e cioè che nelle incarnazioni che si susseguono le
cose non stanno così da ripresentarci lo stesso tipo di
rapporto con le personalità che incontriamo, né le in-
contriamo sempre alla stessa età. E non avviene neanche
l’opposto: non sono le personalità che incontriamo alla
fine della vita ad essere in relazione con l’inizio della
nostra esistenza in un’altra incarnazione, bensì quelle che
incontriamo nel tratto centrale della nostra vita.
Quindi né le personalità che incontriamo all’inizio della
vita né quelle che incontriamo alla fine, ma quelle con cui

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entriamo in contatto a metà della nostra esistenza erano
nostri parenti all’inizio di una precedente incarnazione.
Coloro che erano con noi all’inizio di quell’altra esistenza
li incontriamo di nuovo “nel mezzo del cammin di nostra
vita”.
E quelli che adesso ci stanno intorno all’inizio di questa
vita possiamo presumere di incontrarli a metà di una pros-
sima incarnazione, di modo che diventino nostri com-
pagni di vita liberamente scelti. Così singolari sono i nessi
karmici!

Le cose che vi ho detto adesso sono risultati della ricerca


scientifico-spirituale. Vi ho però già fatto notare che se si
osservano le connessioni interne fra l’inizio di un’incarna-
zione e la metà di un’altra nel modo indicato dalla ricerca
scientifico-spirituale, ci si rende conto che non si tratta di
qualcosa di insensato o inutile.
D’altro canto grazie a queste cose, se ci vengono pre-
sentate e noi ci rapportiamo ad esse in modo ragionevole,
la vita diventa chiara e comprensibile.
Lo diventa se non ci limitiamo ad accettare tutto in
modo ottuso, per non dire “stupido”; se vogliamo davvero
capire le cose che ci capitano nella vita, vederle in modo
da rendere concreti i rapporti, che non diventano del tutto
trasparenti e comprensibili finché si parla di karma solo in
astratto, in generale.
È utile riflettere su questo: come mai a metà della no-
stra vita veniamo letteralmente spinti dal karma, appa-
rentemente con tutta la facoltà intellettuale, a fare questa

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o quella conoscenza di cui possiamo dire: non sembra
essere stata fatta liberamente, oggettivamente. Dipende
appunto dal fatto che queste personalità erano imparentate
con noi nella vita precedente e adesso ci incontrano in
base al nostro karma, perché abbiamo qualcosa da fare
con loro.
Se applichiamo ogni volta queste considerazioni allo
svolgimento della nostra vita, vedremo che le apporteremo
davvero una luce maggiore.
Anche se ci sbagliamo una volta, e persino dieci, con
qualcuno che incontriamo nella vita prima o poi ci azzec-
cheremo. E se a partire da queste considerazioni diciamo:
questa persona l’abbiamo già incontrata qui o là –, questo
pensiero è qualcosa che ci guida verso altre cose di cui
altrimenti non ci saremmo mai accorti e che con il loro
coincidere procurano una sempre maggiore convinzione
dell’esattezza dei singoli fatti.
I nessi karmici non possono essere capiti di colpo. Le
massime conoscenze della vita – quelle più importanti
che illuminano la nostra esistenza – vanno conquistate
lentamente e con gradualità. Agli esseri umani non piace
credere a questa affermazione. È più facile credere di
poter scoprire in un lampo di essere stati insieme a questa
o a quella persona in una vita precedente o di essere stati
noi stessi questa o quella.
Forse è scomodo pensare che si tratti di conoscenze
acquisite lentamente, ma è proprio così. Anche quando
crediamo già che potrebbe essere così dobbiamo continua-
re a indagare, e la nostra convinzione diventerà sempre

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più certa. La ricerca ci farà progredire ulteriormente an-
che rispetto a ciò che sembra probabile in questo ambito.
Se ci abbandoniamo a un giudizio affrettato in questi cam-
pi ci muriamo l’accesso al mondo spirituale.
Provate a riflettere su quanto è stato detto oggi a pro-
posito dei rapporti nella parte centrale della nostra vita e
alla loro relazione con le persone a noi vicine per sangue
in una precedente incarnazione. Giungerete a pensieri
quanto mai fecondi, specialmente se prenderete in consi-
derazione anche il contenuto del mio scritto Die Erzie-
hung des Kindes vom Gesichtspunkt der Geisteswissen-
schaft (L’educazione del bambino dal punto di vista della
scienza dello spirito). Allora vedrete con chiarezza che il
risultato delle vostre riflessioni è in sintonia con quanto
viene detto in questo scritto.
Le cose dette oggi devono essere però accompagnate
da una seria esortazione: il vero ricercatore spirituale si
guarda bene dal fare deduzioni teoriche. Lascia che siano
i fatti a parlargli, e solo quando ci sono li passa al vaglio
della logica comune. Allora non è possibile che si verifi-
chino episodi come quello in cui mi sono imbattuto recen-
temente e che è tipico dell’atteggiamento odierno nei
confronti della scienza dello spirito.
Un signore molto intelligente – lo dico senza ironia,
ammettendo senz’altro che si tratta di un uomo davvero
intelligente – mi ha detto: “Quando leggo le cose scritte
nel suo libro La scienza occulta nelle sue linee generali
mi sembra tutto così logico, così in sintonia con i fatti che
ci mostra il mondo, che devo ammettere che si potrebbe

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arrivare a queste cose anche con la semplice riflessione.
Queste cose non hanno bisogno di essere il risultato di
una ricerca spirituale. Le cose dette in questo libro non
sono soggette al dubbio, ma corrispondono alla realtà.”
Ho potuto assicurare questo signore che non credo
proprio che sarei giunto a questi risultati con la semplice
riflessione e che, pur con tutto il rispetto per la sua intelli-
genza, credo che neppure lui avrebbe scoperto questi fatti
per puro esercizio intellettuale. Tutto ciò che può essere
trovato logico in ambito scientifico-spirituale non ha dav-
vero potuto essere scoperto con la pura riflessione! Il fatto
che una cosa sia verificabile e venga trovata comprensibile
a livello logico non dovrebbe rappresentare un motivo per
dubitare della sua origine scientifico-spirituale.
Al contrario, mi pare che il poter riconoscere come in-
dubbiamente giuste le affermazioni scientifico-spirituali
alla luce della riflessione logica dovrebbe in qualche modo
rassicurarci. Non può essere mica l’ambizione del ricerca-
tore spirituale quella di dire cose prive di logica per far sì
che gli si creda!
Vedete come il ricercatore spirituale non possa soste-
nere di scoprire queste cose solo mediante la riflessione.
Ma se si riflette sulle cose trovate col metodo d’indagine
scientifico-spirituale, esse possono apparire così logiche
da sembrare fin troppo logiche, fino al punto da non cre-
dere più all’origine scientifico-spirituale delle cose co-
municate. Così avviene in effetti per tutte le cose di cui si
dice che sono sorte sul terreno della pura ricerca scientifico-
spirituale.

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Anche se in un primo tempo ciò che ho detto oggi vi
sembra grottesco, provate a riflettere logicamente sulle
cose. Non lo avrei di certo dedotto col pensiero logico
normale, sono stati i fatti spirituali stessi a condurmici.
Ma una volta osservati possiamo affrontarli logicamente.
Si vedrà allora che quanto più sottilmente e scrupolosa-
mente si procede nell’esame, tanto più risulterà che tutto
quadra.
Persino per le cose di cui non si può verificare l’ogget-
tività, dal modo in cui i vari elementi interagiscono si
troverà che fanno un’impressione non solo estremamente
probabile ma che rasenta la certezza – per esempio ciò
che è stato detto oggi sui genitori e i fratelli di una vita e
le libere amicizie nel mezzo di un’altra.
E la certezza si rivela fondata soprattutto quando si ve-
rificano le cose nella vita. In certe personalità che incon-
triamo vediamo il nostro comportamento e quello altrui in
una luce completamente diversa, se ci poniamo nei con-
fronti di chi troviamo nel mezzo della nostra vita come se
fossimo stati fratelli nell’esistenza precedente. E in tal mo-
do la relazione sarà molto più proficua di quanto lo sarebbe
se ci limitassimo ad attraversare la vita ottusamente.
Possiamo allora dire che la scienza dello spirito diven-
terà sempre più non solo qualcosa che fornisce conoscenza
e comprensione della vita, ma anche qualcosa che ci dà le
istruzioni su come possiamo interpretare le relazioni della
vita e renderle chiare non solo per noi, ma anche per il
nostro comportamento rispetto alla vita e per il compito
che siamo chiamati a svolgere in questa esistenza.

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È importante non credere di rovinarci così la sponta-
neità del vivere. Solo le persone paurose che non hanno
intenzioni serie nei confronti della vita possono credere
una cosa simile.
Ma a noi dev’essere ben chiaro che conoscendo in
maniera più precisa la vita la rendiamo anche più fertile e
più ricca di contenuto. Grazie alla scienza dello spirito,
gli eventi che ci capitano devono essere visti in un’ottica
che rende tutte le energie più ricche, fiduciose e promet-
tenti di quanto non fossero prima di essere viste in questa
prospettiva.

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II.
Reincarnazione e karma:
i loro effetti sulla civiltà attuale
Stoccarda, 21 febbraio 1912

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Ieri abbiamo dovuto portare il discorso su questioni che
riguardano il karma umano e abbiamo cercato di trattarle
in modo che ci apparissero collegate con dei processi
interiori dell’anima umana.
Si potrebbe dire che ci appaiono collegate con qualcosa
di raggiungibile, poiché è stato fatto notare che si possono
per così dire introdurre a titolo di prova determinate cose
nella propria vita animica, così da produrre in essa deter-
minate esperienze interiori che devono portare ad una
convinzione decisamente spiccata della verità sulla legge
del karma.
Se non desistiamo dal considerare queste questioni da
un punto di vista scientifico-spirituale, non è affatto per
arbitrarietà, ma dipende dalla necessità di capire sempre
meglio come quella che chiamiamo “scienza dello spiri-
to” o “antroposofia” nel vero senso della parola si pone
in relazione con la vita e l’evoluzione globale dell’uma-
nità.
Ci si potrà formare un’idea perlomeno approssimati-
vamente giusta di come tutta la vita umana debba essere a
poco a poco cambiata, solo se un numero maggiore di
persone farà sua la convinzione che sta alla base delle
considerazioni espresse ieri. La vita dovrà in un certo
modo cambiare per il fatto che gli uomini si porranno
diversamente nei suoi confronti grazie alla compenetrazio-
ne di queste verità.
Arriviamo allora alla domanda cruciale, che dovrebbe
essere una questione di coscienza per le persone che ade-
riscono al movimento scientifico-spirituale: che cos’è che

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rende un uomo d’oggi “antroposofo”, “scienziato dello
spirito”?
Se si cerca di rispondere a questa domanda in maniera
adeguata è molto facile generare un equivoco. Al giorno
d’oggi infatti sono molte le persone, anche dei nostri, che
confondono il movimento scientifico-spirituale con una
qualche organizzazione esterna.
Nulla va detto contro un’organizzazione esterna, che
in un certo senso deve esistere allo scopo di permettere di
coltivare la scienza dello spirito sul piano fisico. Ma è
importante aver ben chiaro che in fondo ad una simile
organizzazione esterna possono appartenere tutti gli uo-
mini che provano in modo serio e sincero un profondo
interesse per le questioni della vita culturale e che inten-
dono approfondire la loro concezione del mondo in base a
un tale movimento della vita spirituale. E con ciò è chiaro
che a chi aderisce a un’organizzazione di questo tipo non
si può imporre nessun dogma, che non gli si può richiedere
l’adesione ad alcun enunciato positivo.
Ma un’altra cosa è far notare chiaramente ciò che rende
l’uomo moderno, l’uomo del nostro tempo, un effettivo
scienziato spirituale.
La convinzione comune di aver a che fare con un mon-
do spirituale è senz’altro l’inizio della visione scientifico-
spirituale – e va sempre sottolineata ogni volta che si
presenta la scienza dello spirito in pubblico e si parla dei
suoi compiti, dei suoi obiettivi e della sua missione attuale.
Ma all’interno delle vere e proprie cerchie scientifico-
spirituali bisogna rendersi conto che è qualcosa di molto

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più preciso e particolare che non la sola convinzione
dell’esistenza di un mondo spirituale a fare lo scienziato
dello spirito. Perché dopo tutto, questa convinzione dell’e-
sistenza di un mondo spirituale è sempre stata presente in
tutte le cerchie che non erano dichiaratamente materiali-
stiche.
Quello che fa di un uomo uno scienziato spirituale mo-
derno, che in fin dei conti non c’era ancora ad esempio
nella teosofia di Jakob Böhme o di un altro teosofo anterio-
re, è qualcosa a cui da un lato la nostra cultura occidentale
ha puntato con tutte le sue forze – così che questa tendenza
ha finito per caratterizzare gli sforzi di molte persone – e
dall’altro ci si trova di fronte il fatto che ciò che caratterizza
lo scienziato dello spirito viene ancor oggi massimamente
contestato, viene considerato una follia dalla cultura este-
riore, dalla formazione umana esteriore.
Certo, attraverso la scienza dello spirito impariamo tan-
te cose. Facciamo la conoscenza dell’evoluzione dell’uma-
nità, conosciamo persino l’evoluzione della nostra Terra e
del nostro sistema planetario. Tutte queste cose fanno parte
dei fondamenti per lo studioso scientifico-spirituale.
Ma la cosa particolarmente importante di cui stiamo
parlando è il conseguimento di una convinzione a propo-
sito delle questioni della reincarnazione e del karma.
E il modo in cui gli uomini faranno propria questa
convinzione della reincarnazione e del karma, in cui tro-
veranno la possibilità di inserirla nella vita di ogni giorno,
trasformerà essenzialmente questa vita moderna dal pre-
sente al futuro.

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Creerà forme di vita del tutto nuove, una convivenza
umana assolutamente nuova, ma una convivenza necessa-
ria se la civiltà umana non deve soccombere al declino
ma salire verso l’alto e progredire.
In fin dei conti ogni uomo moderno può fare le consi-
derazioni e le esperienze animiche interiori descritte ieri.
E se dispone di energia e dinamismo a sufficienza, ci
arriverà, giungerà ad essere intimamente convinto della
reincarnazione e del karma.

Ma a tutto ciò a cui deve mirare una vera scienza dello


spirito potremmo dire che si oppone tutto il carattere fon-
damentale esteriore della nostra epoca attuale.
Il carattere fondamentale del nostro tempo si esprime
forse nel modo più radicale e caratteristico nel fatto che si
può pur sempre trovare un interesse più o meno grande
per le domande basilari relative ad argomenti religiosi,
all’evoluzione dell’uomo e del mondo, e anche al karma e
alla reincarnazione. Dopo tutto, al giorno d’oggi si trova
ancora un grande interesse per queste domande, anche
quando si estendono agli insegnamenti singoli delle con-
fessioni religiose – per esempio in rapporto alla natura del
Buddha o del Cristo.
Ma questo interesse si affievolisce notevolmente, di-
minuisce di molto, se si parla in dettaglio, in concreto, di
come la scienza dello spirito debba fare il suo ingresso in
tutti gli aspetti della vita esteriore.
Ciò è in fondo più che comprensibile. L’uomo è inse-
rito nella vita esteriore, l’uno occupa una posizione nel

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mondo, l’altro un’altra. Si potrebbe dire che il mondo si
presenta nei suoi ordinamenti odierni come se fosse un
grande stabilimento, nel quale l’uomo rappresenta una
specie di ingranaggio. È così che lui si vive in questo
mondo con il suo lavoro, le sue preoccupazioni, con ciò
che lo occupa da mattina a sera, e sa soltanto di dover
adeguarsi a questo assetto del mondo esteriore.
Accanto a ciò sorge la domanda che dovrebbe nascere
in ogni anima in grado di sollevare un poco lo sguardo al
di sopra della quotidianità: la domanda relativa al destino
dell’anima, all’inizio e alla fine della vita dell’anima, al
rapporto con le entità divine, alle forze spirituali del
mondo.
E fra ciò che l’uomo riceve dalla quotidianità, che gli
causa preoccupazioni e così via, e ciò che ottiene nell’am-
bito della scienza dello spirito c’è un vero e proprio abisso.
Si potrebbe dire che oggi per la maggior parte degli uomini
non c’è il minimo accordo fra le loro convinzioni e ciò che
pensano e fanno nella vita quotidiana esteriore.
Basta sollevare pubblicamente una questione concreta
qualsiasi e trattarla in senso scientifico-spirituale, antro-
posofico, per vedere immediatamente come non ci sia
alcun interesse per tali questioni concrete, mentre ce n’è
ancora per quelle generali – religiose o analoghe.
Non si può pretendere, certo, che la scienza dello spi-
rito prenda piede immediatamente, che ciascuno la mani-
festi già a livello pratico; ma va fatto notare che la missio-
ne di questa scienza è inserire, incorporare nella vita tutto
ciò che deve risultare da un’anima che a poco a poco si

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convince che i concetti di reincarnazione e karma corri-
spondono a delle realtà.
Si potrebbe addirittura dire che il tratto caratteristico
dello scienziato spirituale odierno è il suo essere in via di
acquisire una fondata convinzione interiore riguardo
all’operare della reincarnazione e del karma. Possiamo
dire che tutto il resto ne risulta poi da sé come conse-
guenza diretta, come effetto.
Naturalmente ciò non significa che ciascuno debba
dirsi: affronterò direttamente la vita sociale con quello
che ottengo dalla reincarnazione e dal karma. Ovviamente
non è così che funziona!
Ma bisogna farsi delle idee di come reincarnazione e
karma si inseriscono nella vita esteriore, in modo da darle
un nuovo orientamento.
Prendiamo l’idea del karma, di come il karma agisce
attraverso le varie incarnazioni dell’uomo. Quando un
uomo fa il suo ingresso nel mondo, dobbiamo in definitiva
considerare i suoi talenti e le sue energie come il risultato
di cause che lui stesso ha creato in incarnazioni prece-
denti.
Se vogliamo applicare in modo coerente questa idea,
dobbiamo trattare ogni uomo come una specie di enigma
interiore, come qualcosa che fluttua negli oscuri recessi
delle sue incarnazioni precedenti. Se si prende sul serio
questa idea del karma, si produce un cambiamento signi-
ficativo non solo nell’educazione ma in tutta la vita.
E se questo venisse riconosciuto, l’idea del karma
smetterebbe di essere puramente teorica per diventare

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invece qualcosa che deve realmente intervenire nella vita
pratica, una questione pratica della vita.
Ma tutta la vita pubblica così come ci si presenta oggi è
ovunque l’immagine di un contesto umano che è stato for-
mato escludendo, anzi negando l’idea della reincarnazione e
del karma. E in un certo senso la vita esteriore è organizzata
come se si volesse assolutamente impedire che attraverso la
loro evoluzione animica gli uomini giungano alla convin-
zione dell’esistenza della reincarnazione e del karma.
In effetti non c’è niente di così ostile ad una vera con-
vinzione dell’esistenza della reincarnazione e del karma
come il principio di vita in base al quale per la propria
immediata attività lavorativa si debba ricevere un salario
adeguato, a titolo di pagamento del lavoro.
Un discorso simile sembra strano, lo so, davvero strano.
Non considerate la cosa come se la scienza dello spirito
volesse mandare a monte radicalmente i principi della
prassi di vita in corso e introdurre nottetempo nuove regole.
Non è possibile.
Ma l’uomo dovrebbe rendersi conto che in un ordine
mondiale in cui si ritiene che lavoro e paga debbano diret-
tamente corrispondersi, in cui per così dire ci si deve gua-
dagnare col proprio lavoro ciò che occorre per vivere, non
potrà mai prosperare una vera convinzione dell’esistenza
della reincarnazione e del karma.

È ovvio che in un primo tempo l’ordinamento sociale


deve rimanere così com’è, poiché proprio lo scienziato
dello spirito deve capire che ciò che esiste è stato a sua

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volta prodotto dal karma ed è quindi necessario e legittimo.
Deve però anche saper comprendere che le conseguenze
dell’accettazione dell’idea di reincarnazione e karma si
svilupperanno come un germoglio all’interno dell’organi-
smo del nostro ordine mondiale.
Dall’idea del karma deriva soprattutto il fatto che non
dobbiamo sentirci collocati dal caso nell’ordine universa-
le – questo risulta dalle osservazioni di ieri, credo – e
nemmeno nel posto concreto che occupiamo nella vita,
ma che alla base di questa situazione c’è una specie di
atto di volontà subconscio: prima di entrare in questa esi-
stenza terrena in cui siamo giunti dal mondo spirituale fra
la vita e la morte, come risultato delle nostre incarnazioni
precedenti, abbiamo preso la decisione nel mondo spiri-
tuale – decisione che abbiamo dimenticato entrando nel
corpo – di metterci esattamente nel posto in cui ci trovia-
mo. È quindi il risultato di una nostra decisione prenatale,
preterrena, che ci colloca al nostro posto nella vita e fa
sì che affrontiamo proprio quelle avversità che ci colpi-
scono.
Quando poi l’uomo si convince della verità del karma
non può fare a meno di cominciare a provare simpatia, se
non addirittura amore, per il posto che occupa nel mondo,
di qualunque tipo esso sia.
A questo punto potreste dire: sì, stai dicendo delle pa-
role ben strane! Questo potrebbe andar bene per i poeti,
per gli scrittori, per chi agisce a livello spirituale. A loro
sì che puoi dire che devono provare gioia, amore e passio-
ne per il posto che occupano nella vita.

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Ma come la mettiamo con tutti gli altri uomini che si
trovano in situazioni di vita con un contenuto e delle attività
non idonei a suscitare una particolare simpatia, ma piuttosto
atti a destare nelle anime umane la sensazione di far parte
delle persone più neglette, se non sfruttate dalla vita?
Chi potrebbe negare che gran parte degli obiettivi so-
ciali della nostra civiltà odierna miri ad introdurre nella
nostra vita continui miglioramenti, in grado per così dire
di porre riparo ad ogni insoddisfazione relativa ad una
sgradevole collocazione? Quanti partiti, quanti programmi
settari che vogliono migliorare la vita in tutte le direzioni,
così che anche esteriormente la vita terrena dell’umanità
possa diventare in qualche modo sopportabile!
Ma tutti questi sforzi non tengono conto del fatto che
il tipo di insoddisfazione che si vorrebbe sparisse dalla
vita di molti uomini dipende in modo molteplice dall’intero
corso dell’evoluzione umana: che in fin dei conti la situa-
zione odierna dell’evoluzione umana deriva di necessità
dal modo in cui gli uomini si sono evoluti nelle epoche
precedenti, in cui sono arrivati a questo karma, e dall’inte-
razione fra questi diversi tipi di karma.
E, se vogliamo tratteggiare lo stato in cui si trova la ci-
viltà, dobbiamo dire che si rivela estremamente complesso.
Dobbiamo dire inoltre che le cose che l’uomo fa hanno
sempre meno a che fare con ciò che gli sta a cuore.
E se oggi contassimo gli uomini che devono svolgere
un’attività esteriore a loro sgradita nel posto che occupano
nella vita, vedremmo probabilmente che il loro numero è
molto superiore a quello di coloro che dichiarano di amare

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la loro attività esterna e che essa li rende felici e soddi-
sfatti!
Vedete, poco tempo fa ho sentito una persona dire
queste singolari parole ad un suo amico: “Se considero la
mia vita in tutti i dettagli, devo dire che se in questo mo-
mento potessi ricominciarla da capo e viverla come desi-
dero, farei esattamente le stesse cose che ho fatto finora.”
Al che l’amico ha replicato: “Lei appartiene a quelle per-
sone che oggi è molto raro incontrare.”
È probabile che questa persona abbia ragione su quan-
to afferma a proposito della maggior parte degli uomini
d’oggi. Non sono molti i nostri contemporanei che, se
avessero la facoltà di ricominciare subito la vita con tutte
le sue gioie, i suoi dolori, le sue avversità e i suoi ostacoli,
accetterebbero di ripeterla nello stesso modo.
Non si può dire che questo dato di fatto – cioè che al
giorno d’oggi esistano così poche persone disposte ad
assumere nuovamente il loro karma attuale nei minimi
dettagli –, non si può dire che questo non sia in relazione
con tutto ciò che il presente stato culturale dell’umanità
ha portato.
La nostra vita si è fatta più complicata, ma è diventata
così com’è per via dei vari tipi di karma dei singoli indi-
vidui che vivono oggi sulla Terra. È assolutamente fuor di
dubbio.
Chi riesce a capire un po’ l’andamento dell’evoluzione
umana sa che in futuro non ci aspetta una vita meno
complessa. Al contrario, la vita diventerà sempre più
complicata.

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La vita esteriore diverrà sempre più complicata, anche
se in futuro le macchine alleggeriranno l’uomo di molte
attività. Ci saranno poche vite capaci di rendere felici gli
uomini in questa incarnazione fisica se non subentreranno
condizioni completamente diverse da quelle in vigore
nella nostra attuale civiltà. E queste condizioni diverse
devono essere quelle che risultano dall’anima umana per-
vasa dalla verità della reincarnazione e del karma.
Grazie a questa verità ci si renderà conto che paralle-
lamente con la complessità della civiltà esteriore c’è
qualcos’altro che avviene.

Di cosa ci sarà bisogno affinché gli uomini vengano per-


vasi sempre più dalla verità della reincarnazione e del
karma? Che cosa sarà necessario perché il concetto di
reincarnazione e karma – come deve avvenire se la nostra
civiltà non vuole tramontare – agisca in tempi relativamen-
te brevi nella nostra istruzione scolastica, raggiunga gli
esseri umani già nell’infanzia, proprio come fa oggi la
convinzione dell’esattezza del sistema copernicano?
Che cosa ci è voluto perché il sistema copernicano
raggiungesse le anime?
Questo sistema copernicano è una faccenda decisa-
mente particolare. Non voglio parlare del sistema coper-
nicano in quanto tale, ma del suo ingresso nel mondo.
Tenete conto che questo sistema è stato concepito da un
canonico cristiano e che Copernico aveva una concezione
tale di questo sistema da poter pensare di dedicare al Papa
l’opera in cui l’aveva elaborato. Poteva credere che ciò

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che aveva concepito fosse in piena sintonia con il cristia-
nesimo.
All’epoca c’erano prove per il copernicanesimo? C’era
qualcuno che potesse dimostrare le teorie di Copernico?
Nessuno era in grado di dimostrare il copernicanesimo,
eppure pensate alla rapidità con cui si è diffuso nell’uma-
nità!
Da quando lo si può dimostrare? In una certa misura
dagli anni cinquanta del XIX secolo, dal momento dell’e-
sperimento con il pendolo di Foucault. Prima non c’era
nessuna prova che la Terra ruotasse. È un’assurdità soste-
nere che Copernico fosse anche in grado di provare ciò
che ha formulato e riconosciuto come ipotesi. Questo vale
anche per l’affermazione che la Terra ruota intorno al
proprio asse. Solo da quando si è scoperto che il “pendolo
polare” oscillante si muove sempre sullo stesso piano e
che se si fa oscillare un pendolo grande questo si sposta, è
stato possibile giungere alla conclusione che la Terra
deve aver ruotato sotto il pendolo. Questo esperimento,
che è una prima vera dimostrazione del fatto che la Terra
si muove, è stato fatto solo nel XIX secolo. Prima non
c’era nessuna possibilità di considerare il copernicanesi-
mo come qualcosa di diverso da un’ipotesi.
Ciononostante esso ha agito sulla natura dell’anima
umana dell’epoca moderna in modo tale per cui, mentre
Copernico ha creduto di poter dedicare la sua opera al
Papa, essa è rimasta all’indice fino al 1822. Solo nel 1822
l’opera su cui si fonda il copernicanesimo è stata tolta
dall’indice. Prima che ci fosse una vera e propria prova,

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la forza dell’impulso con cui il sistema copernicano è
entrato nell’anima umana ha costretto persino la Chiesa a
riconoscerlo come qualcosa di non eretico.
Il fatto che questa conoscenza mi sia stata trasmessa
quando ero un piccolo scolaro da un sacerdote e non da
un maestro mi è sempre sembrato profondamente signifi-
cativo. E chi può dubitare che il copernicanesimo si sia
annidato fin nell’animo infantile? Non stiamo conside-
rando i suoi errori e le sue verità, ma il suo ingresso negli
animi.
Nello stesso modo, se la civiltà umana non vuole an-
dare in sfacelo, è necessario che in essa si affermi la verità
della reincarnazione e del karma – ma per questo l’umanità
non ha a disposizione così tanto tempo come ne ha avuto
per assimilare il copernicanesimo.
E quelli che oggi si considerano scienziati dello spirito
sono chiamati a fare la propria parte affinché reincarna-
zione e karma entrino nell’animo umano fin dalla prima
infanzia. Con ciò non si vuole naturalmente dire che d’ora
in poi gli scienziati dello spirito con figli debbano insegna-
re loro questo “dogma”. Si tratta di capire le cose in modo
giusto!
Non per niente ho citato il copernicanesimo. Osser-
vando ciò che ha determinato il suo successo, possiamo
imparare cosa sarà in grado di determinare il successo
culturale dei concetti di reincarnazione e karma.
Che cosa ha fatto sì che il copernicanesimo si diffon-
desse così rapidamente? Ora dirò qualcosa di terribilmente
eretico, qualcosa che risulterà addirittura raccapricciante

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per l’uomo moderno. Ma è necessario che la scienza dello
spirito venga abbracciata dagli uomini con la stessa serietà
e intensità con cui i primi cristiani hanno abbracciato il
cristianesimo al momento della sua comparsa, entrando
anche in contrasto con la morale allora vigente. Se la
scienza dello spirito non verrà presa altrettanto sul serio
dai suoi seguaci, non potrà compiere per l’umanità ciò
che deve.
Devo dire qualcosa di terribile, e precisamente che il
copernicanesimo, quello che gli uomini d’oggi imparano
come sistema copernicano – il cui grande merito e la cui
importanza come fatto culturale di prim’ordine non pos-
sono essere contestati –, ha potuto insediarsi nell’anima
umana grazie al fatto che occorre essere uomini superficia-
li per poter aderire a questo sistema.
Superficialità ed esteriorità erano necessarie per con-
vincersi rapidamente del copernicanesimo. Con ciò non
sto dicendo che l’importanza di questo sistema per l’uma-
nità dev’essere sminuita. No, ma si può dire che per esse-
re seguaci del copernicanesimo non occorre essere perso-
ne particolarmente profonde, che non occorre un cammi-
no di interiorizzazione quanto piuttosto l’esteriorizzazione
dell’uomo.
E ci è voluto davvero un alto grado di esteriorizzazione
dell’animo umano perché gli uomini aderissero a frasi
banali come quelle contenute nei moderni libri monistici,
di fronte alle quali si esclama con un certo entusiasmo:
“La Terra abitata dagli uomini è un granello di polvere
rispetto agli altri mondi dell’universo.”

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È un banale sproloquio, per il semplice motivo che
questo “granello di polvere” con tutti i suoi particolari
interessa molto agli uomini sulla Terra –, mentre le altre
cose sparse per l’universo e che possono essere paragonate
alla Terra sono poco importanti per l’uomo. L’evoluzione
umana si è dovuta esteriorizzare molto per diventare ve-
locemente capace di accogliere il copernicanesimo.
Ma che cosa deve fare l’umanità per appropriarsi della
verità della reincarnazione e del karma? Questa deve avere
un successo molto più rapido che non il copernicanesimo,
se l’umanità non vuole andare incontro al proprio declino.
Che cosa ci vuole affinché si annidi già nell’animo infan-
tile?
Il copernicanesimo ha avuto bisogno dell’esteriorizza-
zione, mentre per entrare nello spirito delle verità di rein-
carnazione e karma occorre un’interiorizzazione: un saper
prendere sul serio cose come quelle di cui abbiamo parlato
ieri, un saper ascoltare le esperienze animiche interiori, le
intimità dell’animo, le cose che ogni anima deve speri-
mentare nelle profondità della propria essenza.
Le conseguenze del copernicanesimo per la civiltà at-
tuale vengono esposte ovunque, in tutte le forme di co-
municazione popolare. E si ravvisa un successo particolare
nel fatto di poterle offrire agli uomini sotto forma di im-
magini, magari anche nei fotogrammi cinematografici. Già
questo basta a caratterizzare l’enorme esteriorizzazione di
questo tipo di cultura.
Con le immagini si mostra e si comunica poco riguardo
alle intimità di quelle verità riassunte nelle parole rein-

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carnazione e karma. Nell’apprendimento e nell’interioriz-
zazione delle cose di cui abbiamo parlato ieri si trova il
modo per arrivare a capire che la convinzione dell’esisten-
za della reincarnazione e del karma è fondata.
Allora, affinché reincarnazione e karma si inseriscano
nell’umanità, è necessario il polo opposto – il contrario di
ciò che si trova comunemente nella cultura esteriore at-
tuale.
Per questo occorre insistere che questa interiorizzazione
avvenga realmente anche in ambito scientifico-spirituale.
Pur non potendo negare che certe rappresentazioni schema-
tiche possano risultare utili per la comprensione razionale
delle verità fondamentali, va detto che la cosa essenziale in
ambito scientifico-spirituale è l’accento messo sulle leggi
operanti nel profondo dell’anima, su ciò che nelle forze
dell’anima agisce in modo simile a quello in cui le leggi
fisiche agiscono nei mondi esteriori spazio-temporali.

Ma al giorno d’oggi gli uomini capiscono ancora molto


poco di queste singole leggi karmiche. Possiamo vederlo
in certe cose che continuano ad essere ripetute dalla cultu-
ra esteriore.
Chi oggi nella nostra cultura ufficiale non si riterrebbe
una persona istruita, che ha sempre ripetuto queste parole:
l’umanità è uscita dallo stadio infantile, nel quale ha
“creduto”, ed è entrata nell’età adulta, in cui è in grado di
“sapere”.
Non si fa altro che declamare simili discorsi, da cui
escono molte cose che incantano gli uomini là fuori, ma

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che non devono affatto ammaliare gli scienziati spirituali,
soprattutto frasi come quelle che sostengono che il sapere
deve prendere il posto della fede. Non si tiene conto che
ci sono persone a orientamento materialistico che “credo-
no” a cose che non “sanno”… (lacuna nel testo)∗.
Tutte queste frasi fatte su fede e conoscenza non ten-
gono conto di quelli che possiamo chiamare i “nessi kar-
mici” della vita. Colui che è in grado di compiere ricerche
scientifico-spirituali e osserva le nature particolarmente
credenti e devote del presente deve chiedersi: come mai
questo o quell’individuo è una persona particolarmente
“credente”? Perché c’è il fervore della fede, dell’entusia-
smo, perché in questa o in quell’altra persona c’è addirittura
un talento per il raccoglimento religioso che fa indirizzare
i pensieri verso il mondo sovrasensibile?
Se ci si pongono queste domande si ottiene una sor-
prendente risposta. Se si torna indietro alle incarnazioni
precedenti di queste nature, nelle quali magari la fede si
manifesta come elemento importante della loro vita solo
in età avanzata, si scopre che si tratta di individui che
nelle loro esistenze passate erano dei veri “sapienti”.
La conoscenza, l’elemento razionale dell’incarnazione
precedente, si è trasformato nell’elemento fideistico dell’in-


Nell’edizione in Das Goetheanum (1936) le lacune minori
presenti in oltre venti punti vengono indicate con … Dato che
per questa edizione è importante garantire una leggibilità priva
di interruzioni, viene segnalato solo questo punto particolar-
mente lacunoso. Chi desidera verificare anche gli altri lo può
fare alla pagina www.steinerforum.de

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carnazione attuale. Siamo in presenza di uno di quei sin-
golari fatti karmici!
Se ora ci accostiamo agli uomini che, in quanto persone
particolarmente materialistiche, non vogliono più credere
ma solo sapere – perdonatemi, ma devo dire qualcosa che
potrebbe scioccare qualcuno di quelli che non sono seduti
qui –, che ci giurano sopra e dichiarano di accettare solo
ciò che viene loro offerto dai sensi e dalla ragione limitata
al cervello, nell’incarnazione precedente si trova – ed è
una realtà – ottusità.
Così che un’effettiva analisi delle varie incarnazioni
produce il singolare risultato: proprio le nature entusiaste
della fede, che non sono fanatiche ma che orientano il
proprio essere verso i mondi superiori, hanno fondato
questa fede del presente su una conoscenza acquisita nelle
incarnazioni precedenti; mentre ci si è procurati una co-
noscenza su basi materialistiche mediante l’ottusità nei
confronti delle concezioni del mondo in incarnazioni
precedenti.
Pensate a come cambia la visione della vita se si spo-
sta lo sguardo da ciò che stiamo vivendo nell’immediato
presente a ciò che l’individualità umana vive passando
attraverso diverse incarnazioni!
Allora certe cose di cui l’uomo è fiero nella sua attuale
incarnazione sembrano strane se osservate in relazione al
modo in cui sono state acquisite nell’incarnazione prece-
dente. Se le si osserva dal punto di vista della reincarna-
zione, certe cose non appaiono poi così incredibili. Basta
tener presente il modo in cui l’uomo si evolve durante

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un’incarnazione sotto l’influsso di queste forze animiche
interiori.
È sufficiente osservare la forza d’animo della fede, la
forza d’animo che l’uomo può avere nella fede in qualcosa
di sovrasensibile, che va al di là dei fenomeni percepibili.
Un monista materialistico moderno potrebbe opporsi a
questo atteggiamento e dire: “Solo la conoscenza ha valo-
re, la fede non ha nessun fondamento certo.” Questa af-
fermazione viene però contrastata dal fatto che proprio
l’atteggiamento animico della fede esercita un effetto vivi-
ficante sul nostro corpo astrale∗, sulla nostra anima, mentre
l’ateismo, l’incapacità di credere, inaridisce il corpo astra-
le, lo indebolisce.
La fede agisce sul corpo astrale come il nutrimento sul
corpo fisico.
E non è forse importante rendersi conto degli effetti
prodotti dalla fede sull’uomo, sul suo benessere, sulla
salute della sua anima e – dato che questa agisce anche
sulla salute fisica – su questo corpo? Non è strano che da
un lato si voglia abolire la fede e dall’altro avvenga che
ad un uomo incapace di credere debba inaridirsi l’anima,
il corpo astrale?
Se lo si vuole davvero vedere lo si può fare anche
prendendo in considerazione una sola vita. Non occorre


La scienza dello spirito di Rudolf Steiner vede l’uomo com-
posto di quattro elementi fondamentali: il corpo fisico, il corpo
“eterico” (tutto l’insieme delle forze vitali), il corpo “astrale”
(quello che comunemente si chiama anima) e l’Io (lo spirito
individuale di ogni uomo).

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osservare le varie incarnazioni successive per accorgersi
che un uomo privo di fede si ritrova con un corpo astrale
inaridito, è sufficiente considerare quell’uomo in un’unica
incarnazione. Può allora capitare che ci rendiamo conto di
questo: l’ateismo inaridisce la nostra anima, con l’ateismo
ci impoveriamo e nell’incarnazione seguente inaridiamo
la nostra individualità. L’ateismo ci rende ottusi per l’in-
carnazione successiva e incapaci di acquisire un vero
sapere.
Quella che oppone la conoscenza alla fede è una logica
vanesia, arida e fredda. Per chi ha una percezione profonda
delle cose, tutte le banalità formulate su fede e conoscenza
hanno più o meno la stessa importanza che avrebbe una
discussione fra due individui, uno dei quali dicesse: “Fi-
nora per l’evoluzione umana sono stati più importanti gli
uomini.” Uno dice: “Adesso gli uomini vengono messi da
parte”, l’altro dice: “Adesso le donne vengono sostituite
dagli uomini. Durante l’infanzia dell’umanità è stato im-
portante un sesso, ma adesso è più importante l’altro.”
Per il conoscitore delle realtà spirituali è chiaro: fede e
conoscenza stanno tra loro come i due sessi nella vita
fisica esteriore. Dobbiamo considerarla una realtà precisa
e significativa – solo così guardiamo alle cose nel modo
giusto.
Questo parallelismo arriva al punto di consentirci di
affermare che come un individuo – l’abbiamo spesso
sottolineato – cambia sesso nelle incarnazioni successive,
così da essere in genere alternativamente uomo e donna,
così di solito ad un’incarnazione in cui prevale la fede ne

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segue una in cui prevale la ragione, poi di nuovo una in
cui prevale la fede e così via. Certamente ci sono delle
eccezioni, per cui ci può essere una serie di incarnazioni
maschili o femminili, ma di solito si verificano una fe-
condazione e un completamento reciproci.

Ma anche altre energie umane sono in un analogo rappor-


to di integrazione reciproca, per esempio le due facoltà
animiche che chiamiamo capacità d’amare e saldezza
interiore.
Il fatto che nell’uomo ci sia coscienza di sé, armonia
interiore, l’essere fondato su se stesso, che egli sappia
cosa deve fare nella vita: anche qui il karma agisce alter-
nativamente nelle varie incarnazioni imprimendo a un
individuo in misura maggiore l’amore di dedizione per le
persone che lo circondano, l’abnegazione, il prodigarsi
per il proprio ambiente. E una simile incarnazione sarà
seguita da una in cui l’individuo si sentirà più chiamato a
non perdersi nel mondo esterno, ma a rafforzarsi nella sua
interiorità, in modo da usare questa energia per evolvere
ulteriormente lui stesso.
Naturalmente quest’ultimo non dovrà cadere nell’in-
sensibilità, come il primo dovrà evitare di perdere del
tutto il proprio sé. Anche queste due caratteristiche sono
complementari.
E va continuamente sottolineato che non basta che gli
scienziati dello spirito vogliano far dono di sé. Vi sono
persone che sacrificano volentieri se stesse – ma per po-
terlo fare l’uomo deve prima acquisire la forza necessaria.

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L’uomo dev’essere qualcosa prima di potersi sacrifica-
re, altrimenti il sacrificio dell’Io non ha un valore partico-
lare. Sotto un certo aspetto il non tendere alla perfezione,
il non aspirare a dar valore alle proprie prestazioni, è an-
che una specie di egoismo – se pur celato –, una sorta di
comodità.
Potrebbe sembrare – ma vi prego di non fraintendere
le mie parole – che predichiamo l’insensibilità. Così il
mondo esterno oggi muove con facilità il seguente rim-
provero agli scienziati dello spirito: “Voi mirate a perfe-
zionare la vostra stessa anima, a progredire nell’anima,
ma così diventate egoisti!”
Ora bisogna ammettere che in questa aspirazione
dell’uomo alla perfezione possono manifestarsi molti ca-
pricci, molte scorrettezze e molti errori. Non deve apparire
tutto simpatico quello che spesso emerge fra gli scienziati
dello spirito in base al principio dell’evoluzione personale.
Sovente questa aspirazione cela un egoismo molto più
subdolo.
D’altra parte occorre sottolineare che viviamo in un
periodo, in un’epoca culturale in cui si fa un grande spre-
co di forze per via dell’abnegazione. Anche se l’insensibi-
lità è presente ovunque, vediamo che anche lo spreco di
amore e abnegazione è ampiamente diffuso. Ciò non va
frainteso, bisogna aver ben chiaro che l’amore, se non si
manifesta insieme ad una saggia gestione della vita, ad
una saggia comprensione dei contesti di vita, può essere
decisamente fuori luogo e rivelarsi più un danno che un
vantaggio per l’uomo.

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Viviamo in un’epoca in cui una gran percentuale di
uomini ha bisogno che nell’anima penetri di nuovo qual-
cosa che la possa far progredire – qualcosa di ciò che
viene offerto dalla scienza dello spirito – per rendere più
ricche di contenuto le loro anime. Per la prossima incar-
nazione e anche già per l’attività nel periodo che intercorre
fra la morte e la nuova nascita, l’umanità deve compiere
delle azioni che non si basino solo sulle antiche usanze
ma che siano davvero nuove.
Occorre considerare queste cose con grande serietà e
sincera dignità, poiché dev’essere chiaro che la scienza
dello spirito ha una missione, che è come un seme cultu-
rale che deve germogliare nel futuro.
Il modo migliore per capire come ciò si compie nella
vita è prendere in considerazione nessi karmici come fede
e ragione, amore dell’altro e cura di sé.
L’uomo che, in base all’evoluzione del nostro tempo,
è convinto che quando si oltrepassa la soglia della morte
ci si congiunga immediatamente con un’eternità extrater-
rena in qualche luogo al di fuori di questo mondo, non
potrà mai dare il giusto peso all’evoluzione dell’anima,
poiché si dirà: “Se c’è un progresso dell’anima non puoi
affatto comprenderlo in quanto tale, poiché sei solo di
passaggio in questo mondo, solo per poco e ti devi prepa-
rare per l’altro.”
Eppure accade che la più grande saggezza ci derivi
proprio dai nostri sbagli. Noi impariamo dai nostri errori.
Proprio le cose che non ci sono riuscite ci rendono mas-
simamente saggi. E ora chiedetevi seriamente quante volte

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vi si presenta l’opportunità di ripetere esattamente nella
stessa situazione ciò che avete mancato. Accadrà rara-
mente. Ma allora la vita non sarebbe qualcosa di profon-
damente insensato se la saggezza che possiamo acquisire
tramite gli errori andasse perduta per questa umanità ter-
rena?
Solo potendo ritornare, solo potendo usare in una vita
del tutto nuova l’esperienza che ci siamo fatti nelle esisten-
ze precedenti, la nostra vita acquista un senso. Per questo
è assurdo tendere alla perfezione dell’anima, sia per
questa esistenza terrena, qualora venga considerata unica,
sia per l’eternità al di fuori della Terra. Ed è ancora più
privo di senso per quelli che col passare attraverso le porte
della morte ritengono finita ogni esistenza.
Che forze, che energia e che sicurezza avrebbero gli
uomini se sapessero di poter usare in una nuova vita quella
forza che sembra andare perduta!

La cultura attuale è così com’è perché nelle incarnazioni


che l’uomo ha vissuto precedentemente si è raccolto stra-
ordinariamente poco per questa civiltà. Le anime si sono
davvero impoverite nel susseguirsi delle incarnazioni!
Come mai? Rivolgiamo lo sguardo a quei tempi anti-
chissimi antecedenti al mistero del Golgota. All’epoca
c’era ancora un’antica chiaroveggenza, c’erano ancora
energie volitive magiche. Le cose sono rimaste così fino
all’epoca cristiana.
Ma negli ultimi tempi dell’antica chiaroveggenza dai
mondi superiori proveniva solo il male, il “demoniaco”.

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Nei vangeli si cita dappertutto la presenza di nature de-
moniache intorno al Cristo Gesù. Le anime umane avevano
perduto quello che nei tempi antichi era il collegamento
originario con le forze e le entità divino-spirituali.
Poi il Cristo ha fatto il suo ingresso nell’umanità. Gli
uomini che vivono al giorno d’oggi hanno vissuto da
allora due, tre o quattro incarnazioni, a seconda del loro
karma. Il cristianesimo ha dovuto agire fino ad oggi in un
dato modo, poiché nell’umanità c’erano anime deboli,
svuotate. Non ha potuto esprimere la sua forza interiore
perché nell’evoluzione umana c’erano anime deboli.
Ci si può rendere conto di come le cose stessero così
prendendo in esame un’altra corrente della civiltà umana,
e precisamente quella che in oriente ha portato al buddi-
smo.
Il buddismo è convinto dell’esistenza della reincarna-
zione e del karma, ma in modo da considerare il progresso
dell’evoluzione umana come incaricato di togliere l’uomo
dalla vita il più presto possibile. In oriente agiva una cor-
rente ormai priva del desiderio di esistenza terrena. Vedia-
mo quindi come nei seguaci della corrente culturale che
ha dato origine al buddismo sia sparito tutto ciò che do-
vrebbe rendere l’uomo entusiasta della vita e proteso
verso la missione della Terra.
E se il buddismo si diffondesse particolarmente in oc-
cidente, sarebbe la prova di quanto siano numerose le
anime più deboli, meno adatte alla vita, poiché sarebbero
queste ad adottarlo. In ogni luogo dell’occidente in cui il
buddismo potesse in qualche modo prender piede, ci tro-

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veremmo di fronte alla prova che le anime vogliono ab-
bandonare quanto prima la missione terrena, che non sono
in grado di farla propria.
Quando il cristianesimo si è diffuso nel sud dell’Europa
ed è stato adottato dai popoli nordici, le anime di quei
popoli erano salde nella loro forza istintiva. Hanno assor-
bito il cristianesimo, che però ha dapprima potuto far
risaltare solo i suoi lati esteriori – vale a dire, ciò per cui è
particolarmente importante che l’uomo nella cultura odier-
na possa approfondire l’impulso cristico, così che questo
diventi la forza più intima dell’anima umana stessa, ren-
dendola sempre più ricca e profonda a mano a mano che
va verso il futuro.
Le anime umane hanno attraversato incarnazioni più
deboli e inizialmente il cristianesimo le ha sostenute este-
riormente. Ora è giunto il tempo in cui le anime devono
diventare interiormente forti e salde.
Per questo in futuro ciò che l’anima farà nella vita este-
riore conterà di meno. Sarà invece importante che trovi se
stessa, che si interiorizzi, che si faccia un’idea di come
introdurre l’interiorità nella vita esteriore, di come com-
piere la missione della Terra grazie alla coscienza e alla
forte interiorità conseguite facendosi permeare dalle verità
della reincarnazione e del karma.

Per quanto modesti, i primi passi per introdurre la rein-


carnazione e il karma nella vita sono di estrema impor-
tanza. Più riusciamo a valutare l’uomo in base ai suoi
talenti interiori, ad interiorizzare la vita, e più creiamo

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quello che dovrà essere il carattere fondamentale di un’u-
manità futura.
La vita esteriore diverrà sempre più complessa, non lo si
può impedire, ma le anime s’incontreranno nell'interiorità.
Il singolo potrà esercitare esteriormente l’una o l’altra
attività: il patrimonio interiore dell’anima farà incontrare
le singole anime nella vita scientifico-spirituale e le farà
agire così che questa vita possa fluire sempre più anche
nella civiltà esteriore.
Sappiamo che tutta la vita esteriore viene rafforzata se
l’anima trova la propria realtà nella scienza dello spirito.
Per questo uomini di ogni orientamento, professione e
carattere esteriore si incontrano.
L’anima stessa del movimento culturale esteriore viene
creata per mezzo di ciò che possiamo trovare nella scienza
dello spirito: dare un’anima alla vita esteriore.
Perché ciò possa verificarsi occorre prima che nell’ani-
ma entri la coscienza dell’importante legge del karma.
Quanto più viviamo andando incontro al futuro, tanto più
il singolo deve sentire in quella coscienza ciò che anima
l’intera vita.
La vita esteriore diventerà così complicata per via delle
leggi e delle istituzioni esterne, che gli uomini non ci si
raccapezzeranno più. Ma l’essere pervasi dalla legge del
karma introdurrà nell’anima la coscienza di ciò che deve
fare per percorrere il suo cammino seguendo il dettame
interiore.
Lo troverà soprattutto laddove le cose vengono regolate
dalla vita animica interiore. Nella vita abbiamo delle cose

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che vanno abbastanza bene perché ognuno segue l’istinto
interiore che lo guida con sicurezza. Lo vediamo per esem-
pio nell’andare per strada. A nessun singolo individuo
viene prescritto che deve evitare gli altri su questo o su
quel lato della strada, eppure non succede mai che due
persone si scontrino, dato che seguono un orientamento
interiore. Altrimenti accanto a ogni uomo bisognerebbe
mettere un gendarme che gli ordini di andare a sinistra o a
destra!
È vero che certe cerchie mirano a che l’uomo abbia
sempre un gendarme da una parte e un medico dall’altra.
Ma questo non è possibile! Le cose in cui si progredisce
meglio sono comunque quelle in cui si segue la propria
spontanea interiorità.
Inoltre, nella convivenza umana si deve tendere al
rispetto, bisogna tener presente la dignità umana. E ciò
può avvenire solo se gli uomini vengono compresi nel
modo giusto, cioè se si tiene conto della legge della rein-
carnazione e del karma.
Questa convivenza umana si svolgerà su un piano su-
periore solo se l’anima capirà la portata della legge della
reincarnazione e del karma. Lo vediamo al meglio osser-
vando concretamente il rapporto fra fede e conoscenza,
fra amore e amore di sé. Ce lo mostrano delle osservazioni
come quelle fatte ieri.
Non per niente ho voluto tenere per voi delle confe-
renze come quella di ieri e questa di oggi. Qui non conta
tanto che cosa viene detto – lo si potrebbe dire anche
diversamente. Le cose dette ieri e oggi non sono di mas-

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sima importanza. Ma ritengo importante che coloro i quali
aderiscono al movimento culturale della scienza dello spi-
rito siano permeati dalle idee di reincarnazione e karma in
modo da procurarsi una consapevolezza di come la vita
dovrà cambiare quando in ogni anima ci sarà la coscienza
della reincarnazione e del karma.
La vita culturale del presente si è formata proprio
escludendo la coscienza della reincarnazione e del karma.
E la cosa più importante che deve avverarsi mediante la
scienza dello spirito è che queste cose entrino nella vita,
che pervadano la cultura e la trasformino nella sua es-
senza.
Proprio come un uomo d’oggi che dice che reincarna-
zione e karma sono fantasticherie e sciocchezze, che basta
guardare come nascono e muoiono gli uomini e che al
momento della morte non si vede se qualcosa vola fuori,
per cui non c’è da preoccuparsene – come un uomo che
parla in questo modo si pone in relazione con l’altro che
afferma: certo, non la si vede volar fuori, l’anima, ma si
può tener conto di queste leggi e solo allora tutti i processi
della vita risulteranno comprensibili, si capiranno cose
che altrimenti non erano spiegabili –, così la cultura del
presente starà in rapporto con quella del futuro, che in-
cluderà le leggi e la dottrina della reincarnazione e del
karma.
E mentre queste due idee non hanno giocato nessun
ruolo nell’instaurare la cultura del giorno d’oggi come
pensieri generali dell’umanità, ricopriranno un ruolo di
primo piano in tutta la cultura del futuro!

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Lo scienziato dello spirito deve coscientemente sentire
che in questo modo collabora alla realizzazione di una
nuova cultura. Questa percezione dell’intenso significato
che la reincarnazione e il karma rivestono per la vita di-
venterà qualcosa in grado di tenere insieme un gruppo di
persone, indipendentemente dalle condizioni esteriori in
cui si trovano. Le persone unite da questo modo di pensare
potranno incontrarsi solo tramite la scienza dello spirito.

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III.
Reincarnazione e karma:
un maggior senso di responsabilità
nei confronti della Terra
e dell’uomo
Berlino, 5 marzo 1912

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Qui in questa sede∗ abbiamo considerato per anni verità e
conoscenze scientifico-spirituali. Abbiamo cercato di avvi-
cinarci dalle direzioni più disparate a quella che crediamo
di dover chiamare “scienza dello spirito” o “antroposofia”,
e di far nostro ciò che proviene dalle conoscenze scienti-
fico-spirituali.
A questo punto è consigliabile, nel corso delle osser-
vazioni fatte qui l’ultima volta e che continueremo a fare,
sollevare la questione di cosa può e deve dare la scienza
dello spirito agli uomini del presente, del nostro tempo.
Grazie alle nostre riflessioni, conosciamo buona parte
del suo contenuto e in base alla conoscenza di alcune
verità scientifico-spirituali possiamo accostarci alla do-
manda: che cosa può dare agli uomini d’oggi la scienza
dello spirito?
Se affrontiamo questa domanda, dobbiamo soprattutto
distinguere nettamente – perlomeno nei nostri pensieri –
la vita scientifico-spirituale, il movimento antroposofico,
da qualsiasi istituzione sociale, da qualunque cosa a cui si
possa attribuire il nome di “società antroposofica”.
In realtà tutta la vita attuale renderà ovviamente sempre
di nuovo necessario che coloro i quali vogliono mettere in
pratica la scienza dello spirito si riuniscano in organizzazio-
ni di tipo sociale. Ma se questo tipo di associazione è ne-
cessario, è dovuto alla vita d’oggi quale si svolge fuori


Questa è l’ultima di tre conferenze tenute a Berlino su questo
argomento. Rudolf Steiner comunica agli ascoltatori di Berlino
alcune cose che aveva detto ad altri a Stoccarda. Anche se il
tema è lo stesso, l’esposizione è ogni volta diversa.

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dalla scienza dello spirito, non al contenuto, alla natura o a
qualsiasi altra cosa all’interno di questa stessa scienza.
In sé la scienza dello spirito potrebbe essere annunciata
agli uomini esattamente come qualunque altra cosa. La
scienza dello spirito in quanto tale – sarebbe del tutto
possibile – potrebbe essere divulgata fra gli uomini come
al giorno d’oggi avviene per esempio con la chimica. E
gli uomini potrebbero accostarsi alle verità scientifico-
spirituali come si accostano alla chimica o alla matematica.
Le conseguenze per l’anima del singolo individuo, il modo
in cui l’anima del singolo accoglie la scienza dello spirito
e la trasforma in impulso di vita, potrebbe essere una
questione squisitamente individuale.
Una “società antroposofica” o una qualsiasi associazio-
ne per coltivare la scienza dello spirito è resa necessaria
dal fatto che questa scienza in quanto tale fa il proprio
ingresso nel nostro presente come qualcosa di completa-
mente nuovo, come una conoscenza del tutto nuova, che
dev’essere assimilata dalla cultura generale – per cui gli
uomini che si trovano al di fuori della vita scientifico-
spirituale hanno bisogno non solo dello stato d’animo
generale del presente perché la scienza dello spirito agi-
sca su di loro, ma anche di una particolare preparazione
dell’animo, del cuore.
E una tale preparazione dell’animo e del cuore la si
acquisisce solo grazie alla convivenza in “gruppi antropo-
sofici”, in associazioni o simili. Lì facciamo nostro un
certo modo di pensare, un certo modo di sentire, che ci
permettono di prendere sul serio delle cose in cui gli uo-

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mini là fuori nel mondo, che non hanno la più pallida idea
della scienza dello spirito, è chiaro e comprensibile che
vedano delle assurde fantasticherie.
Certo, si potrebbe obiettare che la scienza dello spirito
viene diffusa anche mediante le conferenze pubbliche,
che si rivolgono a persone del tutto impreparate. Ma
proprio coloro i quali appartengono più da vicino alle
nostre cerchie sapranno che il tono e il tipo di atteggia-
mento di una conferenza scientifico-spirituale devono
essere completamente diversi, a seconda che sia rivolta ad
un pubblico impreparato o a persone con cui si può parlare
in modo che prendano sul serio mediante la voce del cuore
e tutta la loro interiorità quelle cose che il grande pubblico
non potrebbe ancora prender sul serio.
E la situazione non migliorerà nel prossimo futuro – è
fuori discussione –, anzi, si manifesterà sempre più diffi-
cile. Nel mondo l’ostilità culturale nei confronti di tutto
ciò che è scientifico-spirituale diverrà sempre più grande,
e ciò proprio per il fatto che ai nostri giorni la scienza
dello spirito è qualcosa di estremamente attuale e neces-
sario, e perché in fondo la ribellione degli uomini contro
le cose più attuali e necessarie è sempre la più forte.
Si potrebbe chiedere: come mai? Perché la ribellione
dei cuori umani di qualsiasi epoca è la più forte proprio
nei confronti di ciò che è massimamente necessario e
vitale per quell’epoca? Si tratta di qualcosa che lo scien-
ziato spirituale dovrebbe poter comprendere, ma che è
troppo difficile da spiegare anche solo lontanamente a un
pubblico non preparato.

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Lo scienziato dello spirito sa che esistono forze ed en-
tità “luciferiche”∗ che sono rimaste indietro rispetto all’e-
voluzione generale. Esse agiscono attraverso i cuori e le
anime degli uomini, e nei tempi in cui l’anelito verso
l’alto diventa maggiore hanno tutto l’interesse a intensifi-
care il più possibile i loro attacchi, i loro assalti.
Ora, poiché la ribellione dei cuori umani contro ciò
che tende a far progredire l’evoluzione umana proviene
dalle forze luciferiche, e poiché queste devono moltiplicare
i loro attacchi quando per così dire hanno l’acqua alla gola,
allora questi attacchi – e anche la ribellione dei cuori uma-
ni – sono fortissimi in tali periodi.
Capiamo quindi che le verità più importanti per il genere
umano si sono sempre inserite nell’evoluzione dell’uma-
nità proprio facendo fronte agli ostacoli più forti.
Qualcosa che non si differenzia molto da ciò che già
c’è nel mondo non incontrerà grandi ostacoli. Ma ciò che
fa il suo ingresso nel mondo poiché l’umanità ne ha sete


Le potenze spirituali che hanno il compito di predisporre gli
ostacoli e le controforze necessari all’evoluzione dell’uomo sono
di due specie, così da offrire all’uomo la possibilità di diventare
unilaterale su due lati in ogni ambito della vita. Gli esseri spiri-
tuali che vogliono rendere l’uomo spiritualmente unilaterale –
attraverso il disprezzo per la materia – vengono definiti “lucife-
rici”, mentre quelli che devono tentarlo ad abbracciare il mate-
rialismo unilaterale, a negare lo spirito, vengono definiti “ari-
manici”. “Arimane” è il nome del dio delle tenebre presso
l’antico Zarathustra. Il Mefistofele di Goethe è prevalentemente
“arimanico”, soprattutto nella seconda parte del Faust, nono-
stante presenti anche dei tratti “luciferici”, specialmente nella
prima parte.

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da tempo e non l’ha ancora ricevuto è qualcosa che pro-
voca gli attacchi più violenti da parte delle forze luciferi-
che.
Così una “società” non è altro che un muro di difesa
contro questo comprensibile atteggiamento del mondo
esterno. Bisogna avere un’istituzione all’interno della
quale poter coltivare queste cose in modo da poter dire:
quelli a cui si parla o con cui si è insieme hanno una certa
comprensione della faccenda, che non riguarda invece
quelli che non si sono associati con chi ne parla.
Gli uomini credono che tutto ciò che viene affermato
pubblicamente li riguardi e ritengono di dover esprimere
il loro giudizio in proposito – stimolati naturalmente dalle
forze luciferiche. Da questo risulta che è necessario colti-
vare la scienza dello spirito, ma che essa introduce nel
nostro presente qualcosa che deve venire e che viene ri-
chiesto dalla sete e dalla fame spirituale del nostro tempo,
e che in ogni caso si affermerà, in qualunque modo. Le
potenze spirituali che si sono votate all’evoluzione si
occupano infatti della sua venuta.
Possiamo allora porre la seguente domanda in senso pu-
ramente scientifico-spirituale: quali sono le cose più impor-
tanti che al giorno d’oggi devono venir inserite nell’umanità
dalla scienza dello spirito? Saranno quelle di cui l’umanità
odierna ha una gran sete, le più necessarie.
Proprio rispondendo a questa domanda si rischia di es-
sere massimamente fraintesi. Per questo è così necessario
operare dapprima nel pensiero una separazione fra antro-
posofia e società antroposofica. Quelle che l’antroposofia,

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la scienza dello spirito, deve portare all’umanità sono nuo-
ve conoscenze, nuove verità. Ma una società non può mai –
e tanto meno in questa nostra epoca – essere vincolata a
qualche verità particolare.
La più assurda di tutte le domande sarebbe: “Qual è la
fede di voi antroposofi?” Assurda, se con “antroposofo”
si intende chi fa parte della “società antroposofica”, in
quanto si partirebbe dal presupposto che un’intera società
abbia una convinzione comune, un dogma comunitario.
Ciò non può essere! Nel momento in cui un’intera società –
a livello di statuto – dovesse giurare su un dogma comu-
ne, smetterebbe di essere una società e comincerebbe il
settarismo. Questo è il confine oltre il quale una società
cessa di essere tale.
Nel momento in cui un uomo fosse obbligato ad avere
una convinzione impostagli dalla sua società, si avrebbe
un fenomeno di settarismo. Per questo una società che si
dedica a quanto abbiamo descritto lo può essere solo fon-
dandosi sull’anelito spirituale naturale di ognuno.
Ci si può domandare: che tipo di persone si riuniscono
per ascoltare qualcosa sulla scienza dello spirito? E si
potrà rispondere: sono quelle che vogliono sentire qualco-
sa a proposito degli argomenti spirituali, che hanno un
desiderio di sentir parlare di cose spirituali. Questo “desi-
derio” non è un dogma. Se infatti qualcuno cerca qualco-
sa di cui non dice: “Troverò questo o quello”, ma si limita
a cercare, questa ricerca è l’elemento comune che deve
avere una società che non vuol diventare una setta.

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Ma del tutto indipendente da ciò è la domanda: che cosa
porta all’umanità la scienza dello spirito in quanto tale?
Al che si deve rispondere: la scienza dello spirito in
quanto tale porta all’umanità qualcosa di analogo a tutte
le grandi verità che le sono state portate, solo che si tratta
di qualcosa di più spirituale e in rapporto all’animo uma-
no di più profondo e importante.
Ora, fra le cose che abbiamo affrontato nel corso delle
nostre considerazioni ve ne sono alcune di cui si può dire:
sono tali da non poter essere indicate come quelle più
importanti e peculiari quando si parla di ciò che l’umanità
odierna deve ricevere come qualcosa di nuovo.
Ma le cose e le verità fondamentali sono quelle che
fanno il loro ingresso nell’umanità come qualcosa di ve-
ramente nuovo.
E non occorre spingersi molto avanti per caratterizzare
in che cosa consiste effettivamente l’elemento nuovo del
movimento scientifico-spirituale. Esso consiste nell’ac-
costarsi all’anima umana in maniera sempre più convin-
cente da parte delle due verità che per così dire fanno
parte delle nostre cose più fondamentali: le due verità
della reincarnazione e del karma.
Si può dire: oggi lo scienziato spirituale che cerca se-
riamente si imbatte in primo luogo nel riconoscimento
della necessità della reincarnazione e del karma.
Non possiamo per esempio dire che nella cultura occi-
dentale certe cose, come la possibilità di innalzarsi ai
mondi superiori, appaiano come novità fondamentali
introdotte dalla scienza dello spirito. Chi infatti conosce

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l’evoluzione occidentale e sa dell’esistenza di mistici
come Jakob Böhme o Swedenborg o della scuola di Jakob
Böhme, sa anche che si è sempre creduto – pur essendo
una questione molto controversa – che l’uomo può ele-
varsi ai mondi superiori dal mondo sensibile ordinario,
per cui questa non è una novità fondamentale.
Anche altre cose non sono qualcosa di fondamental-
mente nuovo. Anche quando parliamo di ciò che è fon-
damentale rispetto all’evoluzione, quando ci occupiamo
per esempio della questione del Cristo, vediamo che in
rapporto al movimento scientifico-spirituale l’elemento
fondamentale non è questa questione stessa ma la forma
che essa assume per il fatto che reincarnazione e karma
vengono accettati come verità nei cuori degli uomini.
L’essenziale è la luce che la questione del Cristo riceve
grazie al presupporre le verità di reincarnazione e karma,
dato che questa questione ha occupato l’occidente in modo
davvero profondo nelle epoche più diverse. Possiamo ri-
cordare i tempi della gnosi, le epoche in cui si è approfon-
dito il cristianesimo esoterico, per esempio di coloro i quali
si sono riuniti nel segno del Graal o dei Rosacroce. Non è
quindi questo l’elemento fondamentale.
La questione diventa fondamentale solo per il fatto di
essere qualcosa di essenziale per gli animi occidentali –
per la conoscenza e la prassi religiosa – e che pertanto chi
sperimenta un ampliamento del proprio animo grazie alla
conoscenza della reincarnazione e del karma esige neces-
sariamente una conoscenza rinnovata anche su questioni
vecchie.

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Per quanto concerne la reincarnazione e il karma dob-
biamo invece dire l’esatto contrario. Possiamo al massi-
mo far notare che questi due concetti si insinuano timi-
damente nella cultura occidentale ai tempi di Lessing, che
vi arriva nella sua Educazione del genere umano. Trovia-
mo poi anche altri esempi di come spiriti più profondi
siano giunti a questa domanda.
Ma che reincarnazione e karma si impongano come
elemento costitutivo della coscienza umana, che vengano
accolti nel cuore e nell’animo dell’uomo come avviene
grazie alla scienza dello spirito, è qualcosa che si può
verificare realmente solo al giorno d’oggi.
Si potrebbe quindi dire: il rapporto di un uomo d’oggi
con la scienza dello spirito è caratterizzato dal fatto che
egli diventa capace di accogliere dentro di sé la reincar-
nazione e il karma, a partire da qualsiasi premessa. Questa
è la cosa essenziale. In fin dei conti tutto il resto deriva
in modo più o meno scontato dalla capacità dell’uomo di
rapportarsi adeguatamente alla reincarnazione e al kar-
ma.
Se consideriamo così la questione, dobbiamo anche
renderci conto di cosa significhi per l’umanità occidentale
e per l’umanità intera il fatto che reincarnazione e karma
diventino conoscenze che entrano nella quotidianità come
già altre verità hanno fatto.
Reincarnazione e karma dovranno nell’immediato fu-
turo entrare nella coscienza dell’umanità in un’estensione
ancora più ampia, come per esempio ha fatto il coperni-
canesimo.

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Per quanto riguarda quest’ultimo, chiariamoci una volta
per tutte come ha fatto ad insediarsi rapidamente negli
animi umani. Pensate solo a quanto ho detto anche in
conferenze pubbliche: quanto tempo è passato in termini
storici perché si diffondesse questa concezione coperni-
cana? E pensate che questa concezione del mondo ha
raggiunto gli uomini fino ai livelli più elementari della
scuola.
Riguardo all’afferrare l’anima umana, c’è una signifi-
cativa differenza fra questa concezione copernicana e
quella scientifico-spitituale, nella misura in cui quest’ulti-
ma si basa su reincarnazione e karma. Per descrivere
questa differenza occorre davvero una ”loggia teosofica”
o un “gruppo antroposofico”, dove uomini di buona vo-
lontà siedono gli uni accanto agli altri, e ciò perché per
descrivere questa differenza, va necessariamente detta una
cosa che farà letteralmente rivoltare lo stomaco a chi si
trova al di fuori del movimento scientifico-spirituale.
Com’è stato possibile che gli uomini abbiano assorbito
così in fretta e fin da piccoli la concezione copernicana?
Coloro i quali mi hanno sentito parlare della concezione
copernicana o delle più recenti scienze naturali sapranno
che non la penso affatto in modo negativo su questa visio-
ne scientifica moderna. Mi è pertanto concesso affermare,
volendo descrivere la differenza in questione, che per
assumere la concezione copernicana del mondo – pura-
mente limitata ad una caratteristica dello spazio, a rapporti
spaziali esteriori – era necessaria un’epoca culturale
contraddistinta dalla superficialità.

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La visione copernicana si è imposta così rapidamente
solo perché gli uomini sono diventati superficiali nel corso
di un’epoca. La superficialità nella comprensione del mon-
do ha costituito il presupposto necessario affinché la con-
cezione copernicana prendesse piede.
Se nell’anima umana vorranno insediarsi le verità della
scienza dello spirito – e in particolar modo le verità fon-
damentali della reincarnazione e del karma –, ci sarà bi-
sogno delle qualità opposte, profondità e interiorità.
Allora, se oggi ci convinciamo della necessità che le
verità di reincarnazione e karma si introducano nell’uma-
nità in modo molto più intenso e su scala più vasta, dob-
biamo aver ben chiaro di trovarci sul confine fra due epo-
che: tra l’epoca della superficialità e quella del necessario
approfondimento, dell’interiorizzazione del cuore e dell’a-
nima umani.
Questo dobbiamo soprattutto scriverci nell’anima se
vogliamo avere piena coscienza di ciò che oggi la scienza
dello spirito deve portare all’umanità moderna.

Dobbiamo poi chiederci: che forma dovrà assumere questa


vita sotto l’influsso delle conoscenze della reincarnazione
e del karma?
Occorre tener presente cosa significa per il cuore umano
riconoscere che reincarnazione e karma sono una verità.
Che cosa rappresenta questo per la coscienza umana, per
il sentire e il pensare dell’anima umana?
Non è niente di meno – e chiunque rifletta su queste
cose se ne rende conto – che un ampliamento del Sé uma-

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no, grazie al sapere e alla conoscenza, oltre i limiti che di
solito vengono imposti al sapere e alla conoscenza. Che
infatti si possa conoscere solo ciò che è compreso fra la
nascita e la morte e che al massimo nella fede si possa
sollevare lo sguardo verso qualcuno che entra cosciente-
mente nel mondo spirituale – ciò è stato sottolineato con
estrema durezza nell’epoca passata. Era una convinzione
che diventava sempre più forte.
La questione non è così importante se ci si ferma al
punto di vista della conoscenza teorica, ma lo diventa se
si passa al punto di vista morale, al punto di vista del
sentimento morale. Solo allora si manifestano tutta la
grandezza e l’importanza delle idee di reincarnazione e
karma.
Potremmo citare centinaia di esempi a convalida di
quanto abbiamo appena detto, ma basti quest’unica cosa.
Prendiamo l’uomo dei tempi passati della civiltà occiden-
tale e il maggior numero di uomini contemporanei all’in-
terno di questa civiltà: anche se questi uomini aderiscono
con la massima intensità all’assunto che l’uomo conservi
intatta la propria essenza oltre la soglia della morte, è
comunque certo che, se non si pensa alla reincarnazione e
al karma, tutta questa vita spirituale successiva alla morte
viene sottratta all’esistenza terrena. Si ha a che fare con
l’ingresso in un mondo puramente spirituale.
Ma, ad eccezione appunto di quelle “eccezioni” am-
messe dai soggetti con facoltà spiritiche, casi in cui i de-
funti intervengono, quando si esclude la realtà di reincar-
nazione e karma abbiamo a che fare con l’idea che quanto

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accade nel mondo spirituale una volta che l’uomo ha at-
traversato la porta della morte – si tratti di castigo o di
ricompensa –, venga sottratto alla sfera terrena e le con-
seguenze risultanti dalla sua vita si svolgano su una scena
diversa, extraterrena.
Ma se l’uomo riconosce l’esistenza della reincarnazione
e del karma le cose cambiano radicalmente. Dev’esserci
allora chiaro che ciò che vive nell’anima di quest’uomo
dopo aver attraversato la porta della morte non ha signifi-
cato solo per una sfera estranea alla Terra, ma che dalle
esperienze che lui fa fra la nascita e la morte dipende la
formazione della Terra in futuro.
La Terra avrà per così dire la configurazione esteriore
che le avranno dato gli uomini che l’hanno abitata in pas-
sato. La configurazione futura dell’intero pianeta e la futu-
ra convivenza umana dipendono dal modo in cui gli uo-
mini hanno vissuto nelle loro precedenti incarnazioni.
È questo l’elemento animico-morale collegato a questa
idea, così che un uomo che l’ha fatta sua sa: come sono
stato nella vita, così agirò su tutto ciò che si verificherà in
futuro, su tutta la cultura del futuro!
Grazie alla conoscenza della reincarnazione e del
karma, qualcosa che fino ad oggi l’uomo ha conosciuto
solo in misura estremamente limitata si estenderà oltre i
limiti di nascita e di morte: il senso di responsabilità!
Vedremo nascere un maggior senso di responsabilità.
Così si esprime ciò che emerge come profonda conse-
guenza morale da idee come quelle della reincarnazione e
del karma.

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L’uomo che non crede nella reincarnazione e nel karma
può dire: “Quando avrò attraversato la porta della morte,
verrò al massimo punito o premiato per ciò che ho fatto
qui. Vivrò in un altro mondo le conseguenze di questa
esistenza. Ma quest’altro mondo si trova sotto il dominio
di qualche potenza spirituale che impedirà che quanto
porto dentro di me danneggi eccessivamente l’insieme del
mondo.”
Non può più dire così chi invece sa che reincarnazione
e karma sono un’idea accessibile alla conoscenza. Costui
sa infatti che gli uomini si reincarnano a seconda di ciò
che hanno vissuto nella vita precedente. Sarà questo l’im-
portante: le idee fondamentali della concezione scientifico-
spirituale entreranno nella vita interiore e nel modo di
pensare degli uomini – e si manifesteranno come impulsi
morali di cui gli uomini del passato non avevano la più
pallida idea.
Abbiamo visto che il senso di responsabilità sorgerà in
un modo che prima non era affatto possibile. E poi altre
idee morali nasceranno in modo analogo a questo senso di
responsabilità. Come uomini che imparano a vivere sotto
l’influsso delle idee di reincarnazione e karma, impare-
remo che non può trattarsi di una valutazione della nostra
vita unicamente in base alle premesse che si manifestano
fra la nascita e la morte, ma in base a premesse che si
estendono su tante e tante vite.

Se ci accostiamo al nostro prossimo in base alle premesse


esistite finora, sviluppiamo nei suoi confronti sentimenti

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di simpatia, antipatia, amore più o meno grande e altri
sentimenti analoghi. Dobbiamo dire: il modo in cui l’uo-
mo si relaziona all’altro uomo nel presente è in verità il
risultato di quel punto di vista che considera la vita sulla
Terra racchiusa nell’arco di tempo che va dalla nascita
alla morte – e per una volta sola. In realtà viviamo come
dovremmo vivere se fosse vero che l’uomo vive sulla
Terra un’unica volta.
Possiamo dire: incontriamo i nostri amici, genitori,
fratelli e sorelle ecc. come se tutte le nostre sensazioni ci
dicessero che siamo sulla Terra per una sola volta. E as-
sisteremmo ad una straordinaria trasformazione della vita
se la convinzione dell’esistenza della reincarnazione e del
karma non fosse presente solo in alcune menti e solo sotto
forma di teoria, come avviene oggi.
Fino ad oggi è ancora più che altro teoria. Si può dire:
oggi c’è un certo numero di antroposofi che credono alla
reincarnazione e al karma. Costoro tuttavia vivono come se
la reincarnazione e il karma non esistessero, come se la vita
fosse racchiusa una sola volta fra la nascita e la morte.
E non può essere diversamente, dato che le abitudini
che la vita porta con sé si modificano meno velocemente
delle idee. Solo introducendo nella nostra vita idee signi-
ficative e concrete sulla reincarnazione e sul karma – e
solo di queste si può trattare – vedremo come queste idee
feconderanno la nostra esistenza.
Vediamo che come uomini entriamo nella vita quando
al suo inizio incontriamo genitori, fratelli ecc. Vediamo
che, tramite questa istituzione naturale, nei primi tempi

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della nostra vita le persone che ci stanno attorno sono
collocate al loro posto necessariamente da elementi di
natura come la consanguineità, la vicinanza della residenza
e così via. A mano a mano che cresciamo vediamo come
le cerchie della parentela si allarghino e come le nostre
relazioni interpersonali non dipendano più solo dalla
consanguineità.
Ora si tratta di considerare queste cose dal punto di
vista del karma; esse allora acquisteranno un significato del
tutto diverso per la nostra vita. Il karma diventa importante
per la vita quando lo consideriamo concretamente, quando
applichiamo davvero all’esistenza le realtà sul karma forni-
teci dalla ricerca scientifico-spirituale. Sono cose che ovvia-
mente possono essere constatate solo dalla ricerca scienti-
fico-spirituale, ma che è poi possibile applicare alla vita.
Una questione karmica importante è la seguente: come
mai nella vita attuale incontriamo persone unite a noi da
vincoli di parentela comprensibili per chiunque? Perché
incontriamo queste persone proprio all’inizio della vita?
La ricerca scientifico-spirituale evidenzia qualcosa di
molto particolare a proposito di questa domanda. In gene-
re – per i singoli fatti citati ci sono comunque moltissime
eccezioni – nella parte centrale di una vita precedente (il
più delle volte addirittura in quella immediatamente pre-
cedente a questa), quindi intorno ai trent’anni, eravamo
insieme alle persone che incontriamo involontariamente
all’inizio di questa esistenza. Allora le avevamo scelte
volontariamente, dato che provavamo per loro qualche
tipo di attrazione.

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Sbaglieremmo a credere di essere stati insieme anche
all’inizio di un’altra vita alle persone che incontriamo
quando comincia questa. Né all’inizio né alla fine, ma
nella parte centrale di un’esistenza siamo stati insieme per
libera scelta a coloro i quali ritroviamo come parenti in
una vita successiva.
Molto spesso nella vita seguente accade di ritrovare
come padre, madre, fratello o sorella una persona con cui
in un’altra si era stati sposati, una persona scelta quindi
liberamente.
La ricerca scientifico-spirituale mostra come di solito
le speculazioni e le elucubrazioni su queste cose si riveli-
no sbagliate. Di solito i fatti smentiscono tutte le specula-
zioni.
Pensiamo al fatto appena descritto e comprendiamolo
così come risulta dalla scienza dello spirito, se si indaga
senza pregiudizi, come rende più ampio il nostro modo di
rapportarci alla vita.
Nella civiltà occidentale l’uomo è stato portato a poco
a poco a non poter far altro che parlare di “caso” quando
pensa al suo rapporto con le persone con cui è imparentato.
Si parla di caso e per di più ci si crede.
E come si potrebbe credere a qualcosa di diverso dal
caso, visto che si pensa alla vita come a qualcosa di rac-
chiuso nel periodo che intercorre fra nascita e morte – e
per giunta una sola volta!
Per quell’unica vita ammetteremo naturalmente di es-
sere responsabili delle conseguenze degli eventi da noi
stessi provocati. Ma se portiamo il nostro Sé oltre agli

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avvenimenti che intercorrono fra nascita e morte, se lo
sentiamo collegato a persone dell’altra incarnazione, ci
sentiamo responsabili delle nostre azioni di allora come di
quelle compiute in questa vita. Gli uomini dovranno venire
a conoscere sempre più i fatti concreti. L’idea generale
secondo cui l’uomo si è scelto i genitori in base al karma
non incide più di tanto.
Ma ci si fa un’idea di questa “scelta”, che può davvero
essere consolidata dalle altre esperienze della vita, quan-
do si sa che le persone che ci siamo scelti adesso in modo
del tutto inconsapevole le avevamo scelte in piena co-
scienza in una vita precedente, nel momento della piena
maturità.
Per alcuni ciò potrà risultare sgradevole, ma è la verità.
Se non si è contenti dei propri parenti si verrà a sapere
infatti di aver causato personalmente questa insoddisfazio-
ne e che per la prossima incarnazione si dovrà provvedere
diversamente. E allora l’idea di reincarnazione e karma
diventerà proficua per la vita!
Queste idee non hanno lo scopo di soddisfare la nostra
curiosità o altro, bensì di aiutarci a crescere e a rendere
sempre più perfetta tutta la vita.
Sapremo inoltre che quanto è stato detto comporta
qualcosa di simile per la vita presente e per le sue conse-
guenze, e precisamente che quelli che incontriamo intorno
ai trent’anni, nell’età in cui crediamo di saper giudicare
con piena lucidità, intrecciano con noi un rapporto tale
per cui li ritroveremo già all’inizio di una vita successiva,
magari come genitori o fratelli.

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Venendo a sapere cosa dipende dalla formazione delle
configurazioni familiari, dal fatto che queste o quelle
persone si incontrino, il nostro senso di responsabilità si
estenderà proprio grazie alle idee di reincarnazione e
karma.
Ho detto che possiamo evidenziare che nella vita queste
cose si rivelano comprensibili, plausibili.
Le energie che portano un’individualità umana a in-
carnarsi in una certa famiglia non devono essere partico-
larmente significative e forti? Ma non possono essere
forti nell’uomo che si incarna adesso, poiché non possono
avere molto a che fare con i mondi in cui scende. Non è
evidente che le forze che agiscono nel profondo dell’ani-
ma devono provenire dai tempi della vita precedente, in
cui le relazioni sono state create da noi con la forza intensa
dell’amicizia, del cosiddetto “amore consapevole”?
Ciò che è stato presente in una vita sotto forma di forze
coscienti agisce nella successiva sotto forma di forze in-
consce. In tal modo si spiega tutto ciò che avviene in modo
più o meno inconscio.

È comunque necessario non intorbidire i fatti, poiché i


risultati della ricerca spirituale smentiscono quasi sempre
le speculazioni, di modo che solo in seguito si possa tro-
vare la logica nei fatti. Non ci si deve lasciar indurre a
proseguire in base a speculazioni.
Con esse infatti non si giungerà al giusto punto di vista,
ma sempre a qualcosa di simile a ciò che si può descrivere
con quel dialogo di cui vi ho già raccontato. In una città

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della Germania del sud una volta un teologo mi ha detto:
“Ho letto i suoi scritti e ho constatato che sono molto
logici. Per questo mi sono detto: se sono così logici, il
loro autore ci può essere arrivato anche per mezzo della
semplice logica.”
In altre parole: se mi fossi sforzato di scrivere in ma-
niera meno logica, mi sarei acquistato un merito agli oc-
chi di quel teologo, perché così avrebbe visto che quanto
esposto non è stato trovato mediante la pura e semplice
logica! Ma chi si occuperà di questi scritti vedrà che le
forme logiche sono state date in seguito, che il loro con-
tenuto non è stato trovato in base a pura logica. Io perlo-
meno non ci riuscirei, ve lo posso assicurare. Altri forse
potrebbero arrivarci attraverso la semplice logica.
Se consideriamo le cose in questo modo, si rivela pro-
fondamente significativa l’idea che gli impulsi principali
che devono scaturire dalla scienza dello spirito debbano
essere impulsi di tipo morale-animico. Oggi abbiamo dato
rilievo al senso di responsabilità in vari campi. Potremmo
analizzare nello stesso modo anche l’amore e la compas-
sione – sotto l’influsso della reincarnazione e del karma
assumono essi pure forme diverse.
È per questo motivo che nel corso degli anni abbiamo
anche attribuito così tanto valore al fatto che la scienza
dello spirito, persino nelle conferenze pubbliche, va vista
in rapporto alla vita, in rapporto alle manifestazioni più
immediate della vita. Così abbiamo parlato della missione
dell’ira, della coscienza umana, della preghiera, dell’edu-
cazione del bambino, delle varie età dell’uomo – e ab-

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biamo messo tutte queste cose nella luce in cui vanno
messe se si parte dal presupposto che le idee di reincarna-
zione e karma siano giuste.
E abbiamo visto come queste idee di reincarnazione e
karma intervengono sulla vita trasformandola. L’osserva-
zione degli effetti esercitati sulla vita da queste idee fon-
damentali ha costituito in definitiva la parte principale
delle nostre riflessioni. Anche se non sempre il significato
è stato “dedotto” da reincarnazione e karma con parole
astratte riferite per esempio a qualità dell’animo o alla
coscienza, al carattere, alla preghiera, anche se non sem-
pre è stato dedotto in modo da dire: “Se si accettano rein-
carnazione e karma, allora segue che…” e così via, cio-
nonostante tutte le nostre considerazioni sono sempre state
mosse dalle realtà della reincarnazione e del karma.
E questa sarà la cosa importante per il prossimo pre-
sente: non solo la psicologia, ma anche le altre scienze
verranno influenzate dalle idee di reincarnazione e kar-
ma.
Se considerate una conferenza come l’ultima tenuta
pubblicamente, dal titolo Der Tod bei Mensch, Tier und
Pflanze (La morte nell’uomo, nell’animale e nella pian-
ta)∗, vedrete che si è trattato di mostrare come gli uomini
impareranno a pensare sulla morte nelle piante, negli
animali e negli esseri umani quando saranno in grado di
scorgere dentro di sé ciò che va al di là della singola vita
umana.


Nell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, Bibl.-N° 61.

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Abbiamo capito il significato della morte nell’uomo,
nell’animale e nella pianta quando ci siamo resi conto che
il Sé vive in modo diverso nell’uomo, nell’animale e nella
pianta. Nell’uomo è un Io individuale, negli animali è
“l’anima di gruppo” e nelle piante abbiamo a che fare con
una parte dell’anima del pianeta.
Abbiamo così compreso che quanto nelle piante ci si
manifesta esteriormente come morte e nascita è in realtà
un addormentarsi e un risvegliarsi. Le cose stanno diver-
samente per gli animali: è più o meno come accade a noi
quando il Sé fa dei passi in avanti in un’incarnazione,
superando determinati istinti e così via.
Ma ci siamo resi conto che è solo nell’uomo, che in-
terviene direttamente per realizzare le sue incarnazioni,
che la morte garantisce l’immortalità e che la parola
“morte” con questo significato può essere usata solo per
l’uomo. Se invece la usiamo in generale, dovremmo sot-
tolineare la maniera in cui muoiono l’uomo, l’animale e
la pianta – per animali e piante dovremmo coniare un
nuovo termine.
Tutto il resto nella scienza dello spirito è qualcosa che
l’anima umana richiede per apprendere qualcosa su un
argomento o su un altro, ma non è questo che fa lo scien-
ziato spirituale. Egli arriva da sé a certe cose quando è il
momento.
Una volta in grado di accogliere le idee di reincarna-
zione e karma nel senso che dobbiamo loro attribuire – a
differenza delle antiche idee di reincarnazione e karma
che troviamo per esempio nel buddismo –, l’uomo giunge

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spontaneamente ad altre cose nel corso della sua ricerca.
Per questo la parte principale del nostro lavoro è stata de-
dicata alla comprensione dell’influsso esercitato sull’intera
vita dalla reincarnazione e dal karma.
Sotto questo aspetto dovrebbe essere chiaro che il la-
voro all’interno di una qualsiasi associazione o società
antroposofica dovrebbe venir inteso nel senso di questa
missione della scienza dello spirito. È quindi comprensi-
bile che, in fin dei conti, delle questioni che a un “estra-
neo” – meno toccato dalla scienza dello spirito – in un
primo tempo sembrano forse le più importanti, noi parliamo
solo quando vogliamo passare dalle verità fondamentali
alle cose più vicine ad ogni anima in quanto anima occi-
dentale.
Sarebbe senz’altro immaginabile che l’elemento nuovo,
quello che oggi è stato descritto come l’elemento fonda-
mentalmente nuovo della scienza dello spirito, venisse
accolto senza curarsi inizialmente dei contrasti religiosi
degli uomini.
Non è infatti una caratteristica di questa nuova scien-
za dello spirito fare uno studio comparato delle religioni.
Al giorno d’oggi se ne fanno già abbastanza. E in con-
fronto a quanto viene fatto oggi, ciò che viene fatto
nell’ambito della scienza dello spirito non è particolar-
mente originale.
Ma l’importante è che nella scienza dello spirito tutte
queste cose vengono viste alla luce che proviene dalle
idee di reincarnazione e karma.

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Il senso di responsabilità dovuto all’incidenza della rein-
carnazione e del karma crescerà in misura notevole anche
sotto un altro aspetto. Se osserviamo quanto è stato detto
oggi a proposito del rapporto fra parentela e persone scelte
liberamente, vi troviamo un certo contrasto: quello che in
una vita è l’impulso più intimo, più recondito, è il più
manifesto in un’altra. Quando in un’incarnazione offriamo
i nostri più profondi sentimenti di amicizia a qualcuno,
stiamo preparando un’affinità esteriore, una parentela o
qualcosa di analogo.
Una cosa simile si verifica anche in un altro ambito. Il
nostro modo di pensare a quella che in questa incarnazione
ci sembra la cosa più irreale fa sì che questa diventi per
noi la cosa più decisiva, quella che determinerà le forze
per la prossima incarnazione.
Il modo in cui pensiamo – se ci abbandoniamo a cuor
leggero ad una verità o ci accostiamo ad essa verificandola
con tutti i mezzi a nostra disposizione, se abbiamo il sen-
so della verità o tendiamo al fanatismo –grazie all’introdu-
zione delle idee di reincarnazione e karma assume una
funzione completamente diversa da quella di oggi rispetto
all’evoluzione umana.
Ciò che infatti in questa incarnazione è la nostra carat-
teristica più intima sarà quella più palese nella prossima.
E chi dice molte bugie o tende a prendere le cose alla
leggera, diventerà un individuo sconsiderato nella pros-
sima incarnazione o in una di quelle successive. Ciò che
pensiamo, il modo in cui pensiamo, il nostro modo di
porci in relazione con la verità, cose che in questa incar-

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nazione sono interiori, costituiranno il parametro del com-
portamento esterno nella nostra prossima incarnazione.
Se per esempio, senza verificare troppo minuziosa-
mente, in questa incarnazione riteniamo cattiva una per-
sona – mentre ad un esame attento potrebbe rivelarsi buona,
o perlomeno mediamente buona –, se facciamo attraver-
sare la nostra vita da questo pensiero senza verificarlo,
emergerà che, formandoci giudizi sulla gente in questo
modo, nella prossima incarnazione saremo persone intrat-
tabili, litigiose, detestabili. Ci troviamo di nuovo in pre-
senza di una dilatazione dell’elemento morale-interiore
nella nostra anima.
È estremamente importante che prendiamo in conside-
razione queste cose e che ci rendiamo conto dell’impor-
tanza fondamentale di accogliere nella propria interiorità,
nel proprio animo, l’elemento realmente nuovo – e che in
un certo modo rende nuovo tutto il resto – che fa il suo
ingresso nell’evoluzione spirituale del presente grazie alle
idee della reincarnazione e del karma.
È per questo che le abbiamo considerate la cosa fonda-
mentale nell’intero sviluppo del nostro movimento scienti-
fico-spirituale e che trattiamo alla loro luce anche le altre
questioni che risultano necessariamente da esse. Ne deriva
allora che, attraverso il modo particolare con cui la scienza
dello spirito viene messa in pratica all’interno della nostra
cerchia, quando le cose vengono descritte in verità come
facciamo noi, ciò che facciamo non potrebbe mai essere
ritenuto in opposizione ad un movimento che pone al
centro delle sue riflessioni la reincarnazione e il karma.

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Il contrasto dev’essere sempre costruito dall’esterno, è
impossibile che risulti se si descrivono correttamente le
cose che avvengono nel nostro movimento. Ci basti pren-
dere in considerazione questo per un momento: quanto
poco si parla della questione cristica nella nostra cerchia!
Nessuno può ingigantire quanto viene detto solo perché
gli sta a cuore particolarmente, ma deve osservarlo in
modo oggettivo.
Il fatto che questa o quella cosa risulti una conseguenza
necessaria per la comprensione matura della reincarnazione
e del karma non deve dare a nessuno motivo di dire che
parliamo molto della questione cristica – perché non è
questa la cosa fondamentale che lo scienziato spirituale
compie nel presente –, ma ciò di cui parliamo è qualcosa
di nuovo che entra nell’umanità e del fatto che ciò che di
nuovo entra viene davvero accolto dall’umanità.
Dovremmo quindi capire che si potrebbe costruire un
contrasto solo in base alla premessa di una scorretta de-
scrizione del modo in cui gestiamo le cose, poiché l’anta-
gonismo verso di noi deve sempre essere inventato dall’e-
sterno. Altri possono essere nostri avversari, ma noi non
abbiamo bisogno di porci in opposizione con nessuno. Il
non occuparsi di una cosa non costituisce un’avversione,
altrimenti si dovrebbe essere oppositori di tutto ciò di cui
non ci si occupa!
Mi premeva che noi riflettiamo su qual è l’elemento
nuovo e fondamentale della scienza dello spirito. Natur-
almente con ciò non si deve dire: “Una società antroposo-
fica è quella che crede nella reincarnazione e nel karma”,

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bensì che come una volta i tempi sono diventati maturi
per adottare la concezione copernicana, così la nostra epoca
è diventata matura per portare alla coscienza ordinaria
dell’umanità i concetti di reincarnazione e karma.
E ciò che deve accadere nel corso dell’evoluzione uma-
na si verificherà, indipendentemente dalle potenze che vi
si opporranno. E con la reincarnazione e il karma, con
l’effettiva comprensione di queste idee, tutte le altre cose
seguiranno da sé. Le altre cose emergono grazie alla luce
emanata da reincarnazione e karma.
È stato sicuramente utile aver considerato una volta la
differenza fondamentale fra chi si sente interessato alla
scienza dello spirito e chi si oppone a questa scienza. Non
si tratta dell’accettazione di un mondo superiore in quanto
tale, bensì di come diventano le rappresentazioni della
realtà superiore grazie al presupposto delle idee di rein-
carnazione e karma.
E con questo abbiamo oggi accennato a qualcosa che
può essere considerato essenziale nella visione scientifico-
spirituale del mondo.

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Rudolf Steiner (1861-1925) ha inte-
grato le moderne scienze naturali con
un’indagine scientifica del mondo spiri-
tuale. La sua «antroposofia» rappresen-
ta, nella cultura odierna, una sfida unica
in vista di un superamento del materia-
lismo, questo vicolo cieco e disperato
nel quale si è infilata l’evoluzione umana.
La scienza dello spirito di Steiner non è solo teoria. La
sua fertilità si palesa nella capacità di rinnovare i vari
ambiti della vita: l’educazione, la medicina, l’arte, la reli-
gione, l’agricoltura, fino a prospettare quella sana triarti-
colazione dell’intero organismo sociale che riserva all’am-
bito della cultura, a quello della politica e a quello dell’eco-
nomia una reciproca indipendenza.
Fino ad oggi Rudolf Steiner è stato censurato dalla
cultura dominante. Questo forse perché molti uomini arre-
trano impauriti di fronte alla scelta, che ogni uomo prima
o poi deve fare, tra potere e solidarietà, fra denaro e spiri-
to. In questa scelta si manifesta quell’interiore esperienza
della libertà che è stata resa possibile a tutti gli uomini a
partire da duemila anni fa, e che porta a una crescente
cernita degli spiriti nell’umanità.
La scienza dello spirito di Rudolf Steiner non può es-
sere né un movimento di massa, né un fenomeno elitario.
Da un lato è solo il singolo individuo che in piena libertà
può decidere di farla sua, e dall’altro questo individuo
può tener salde le sue radici in qualsiasi strato della socie-
tà, in qualsivoglia popolo o religione egli sia nato e cre-
sciuto.

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