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Introduzione alla musica

klezmer

di Moni Ovadia

La parola klezmer viene dalla fusione di due parole ebraiche, kley e zemer, letteralmente strumento
musicale. La musica klezmer dunque, volendo definire sé stessa, si definisce tautologicamente musica
strumentale. Eppure questa definizione un po' ingenua in una certa misura ci spiega la ragione d'essere
profonda di questa musica venuta da lontano, da lontano nel tempo e nello spazio, che ciò nondimeno
affascina e commuove persone apparentemente ad essa estranee. In termini sintetici, familiari ad un
pubblico giovanile, il klezmer è insieme una fusion music e una soul music.

Fusion music in quanto è musica di sincretismo che fonde in sé strutture melodiche, ritmiche ed
espressive che provengono da differenti aree geografiche e culturali; soul music perché esprime
profondamente sentimenti di un popolo, il suo travaglio, la sua estasi, la sua esistenza, la sua fede.

Il klezmer si genera all'interno delle comunità ebraiche dell'Europa orientale, in particolare delle comunità
khassidiche, ed è patrimonio e prerogativa di musicisti che per scelta o costrizione sono in continuo
movimento.

Le forme musicali presenti nel klezmer provengono da un'area territoriale molto vasta che comprendeva:
l'Impero Austro-Ungarico, tutto l'Impero zarista fino a lambire consistentemente l'Impero Ottomano, ragione
per la quale si avvertono influenze della musica greca e di quella turca.

Lo strumento emblematico del mondo ebraico degli zhtetl e dei ghetti è sicuramente il violino, ma nel
klezmer acquisterà crescente rilievo il clarinetto apportando un contributo centrale che marcherà il carattere
delle sonorità più tipiche. Ma svolgeranno un ruolo importante anche gli ottoni, in particolare la tromba, gli
strumenti percussivi, melodico percussivi come il cymbalon e altri strumenti come il cello, usato in funzione di
bassetto portatile.

Il klezmer, in quanto musica tradizionale, non nasce per ragioni meramente estetiche, ma con la funzione
di accompagnare eventi della vita delle comunità da cui proviene. Quindi questa musica era intimamente
legata alla vita ebraica e al popolo dell'ebraismo est-europeo e veniva eseguita in occasione di matrimoni,
nascite e circoncisioni, maggiorità religiose, feste e riti, segnava in generale il ritmo dell'esistenza degli ebrei
intrecciata con lo studio e la prassi della Torah. Legato al destino della sua gente, il klezmer ha subito ogni
sorta di vessazione. Ha subito proibizioni, revoche delle proibizioni, revoche delle revoche.
È stato in balia del ridicolo furore di poteri locali laici e religiosi che ne chiedevano il contingentamento, così
che era lecito esibirsi in un trio ma non in un quartetto e altre bizzarie del genere.

Una musica dalla vita estremamente travagliata ma che, nascendo dalla profondità dei sentimenti della
sua gente, è riuscita ad arrivare fino a noi integra e vitale resistendo alle temperie delle migrazioni, prima la
fuga seguita alla dissoluzione dello Shetl (per accogliere una espressione dello scrittore Joseph Roth), poi la
massiccia emigrazione degli ostjuden negli Stati Uniti dove questa musica ha conosciuto una nuova
stagione. Si è contaminata con il jazz e lo ha verosimilmente influenzato nel periodo del suo formarsi come
espressione artistica originale.

La familiarità del klezmer con l'improvvisazione ha evidentemente favorito questo incontro. Musicisti ebrei
di origine est e centro Europa come Benny Goodman e George Gershwin hanno probabilmente e vissuto il
klezmer in ambito familiare.
La musica klezmer non cesserà mai di esistere negli USA, ma vi
conoscerà un declino negli anni fra i ’30 e i ’60 a causa dell'ardente
aspirazione della prima generazione di ebrei "born in U.S.A." di integrarsi
e confondersi nella nuova patria. In seguito la sua inestinguibile forza
vitale troverà nei nipoti e nei pronipoti della generazione dei maestri, nuovi
profeti e il klezmer conoscerà un impetuoso revival nord-americano negli
anni ’70 e ’80, quindi dilagherà in Europa, in particolare in Francia,
Germania, Olanda e da ultimo anche in Italia.

In Israele il mitico clarinettista Giora Feidman sarà il mirabile e


ineguagliato musicista-ponte fra la grande tradizione del passato e il futuro
ancora tutto da scrivere. Ma qual'è identità intima di questa musica, cosa
la differenzia dalle espressioni musicali dell'est-Europa, verso le quali ha
debiti evidenti ed imprescindibili.

Il suo specifico è il filo rosso del canto sinagogale, del nigun khassidico, la melodia paraliturgica,
creazione di geniali cantori su memorie antiche cha hanno ancora il sapore di quel deserto dove l'uomo si
smarrisce per incontrare il divino. E questo filo è ineluttabilmente intessuto nelle fibre dei suoni, così come
nell'ordito che forma il tessuto di quella musica.

I modi, lo stile, melismi, espressioni, tensioni espressive dell'arte cantoriale sono ripresi e assimilati
nell'intenzione esecutiva ed espressiva dei klezmorin (i musicisti klezmer). Lo sono tecnicamente, ma lo
sono soprattutto nell'interiorità, "nell'essere cantati", più che nel cantare. I klezmorin provenivano spesso dal
mondo della sinagoga, che è insieme teatro e teatro d'opera ebraico, erano stati khazanim, cantori, o
meshorerim, aiuto-cantori.

Il klezmer, secolarizzandosi e laicizzandosi, è in qualche misura "decaduto", ma nel suo profondo


mantiene i suoi geni di musica "povera" proveniente da una cultura a lungo vessata e disprezzata, è musica
"sporca", mai salottiera, non è fatta per essere commerciale, anche se lo scempio mercantile non l'ha
risparmiata.

I giovani che entusiasticamente vi si avvicinano devono avere la consapevolezza che il popolo che ha
generato il klezmer ha vissuto un destino unico, è stato sradicato dalla terra d'Europa, la sua terra, è stato
annientato e bruciato nel silenzio. Questo mondo e i suoi segni ci parlano da un infinito dolore e pure
riescono a trasmetterci vita e gioia nel loro essere sospesi fra cielo e terra, fra il divino e la sua assenza.

Chi sceglie di vivere con essi e di esse non può prescindere dalle loro singolarità, deve curarsi di non
museificarli, né per converso di ucciderli con la banalità delle kermesse festaiole.