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Il capitale dopo la nuova edizione storico-

critica (MEGA2)
Pubblicazione e teoria

di

Roberto Fineschi

Premessa

Un libro relativamente noto di Jacques


Bidet s’intitola significativamente Que faire du
Capital? Io credo che si possa essere più radicali
e fare un passo indietro chiedendosi che cosa
sia Il capitale? Attraverso quest’opera Marx
voleva rendere comprensibile il funzionamento
della società borghese. Quale però? Quella della
Rivoluzione industriale? Oppure voleva
elaborare un modello generale che andasse
oltre la contingenza, o la limitatezza di fase e
che servisse come quadro generale al quale
riferire dei sottoperiodi o delle articolazioni
ulteriori? Ma in verità il problema non consiste
solamente nello stabilire come intendere il testo
da un punto di vista teoretico: la domanda può
essere estesa all’esistenza stessa di tale testo,
2
soprattutto in considerazione della nuova
edizione storico-critica delle opere di Marx ed
Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe
(MEGA).
Un testo licenziato da Marx in tre volumi,
ciò che per più di un secolo è stato letto come Il
capitale, non esiste. Ciò che è stato letto è in
verità l’edizione engelsiana di una serie di testi
di Marx che si trovavano a livelli di elaborazione
assai diversa fra loro. Mentre per il primo
volume Engels poteva contare su ben tre
edizioni curate dallo stesso Moro (la I e la II
tedesca e la francese) e di materiali preparatori
per la III, per il secondo libro disponeva di ben
otto manoscritti nessuno dei quali poteva
essere considerato pronto per la stampa. Non
parliamo poi del terzo libro di cui esisteva un
solo grande manoscritto complessivo e poi
esposizioni parziali di argomenti determinati.
Anche in questo caso parlare di versione a
stampa sarebbe quanto mai improprio. [[glossa:
su Engels e precisazioni anti-loriana]]
Così il discorso si complica: invece di
parlare di “che cosa fare del Capitale”,
limitando così il discorso all’opera a stampa che
porta questo titolo e suggerendo, quanto meno
implicitamente, che essa esista in versione
definitiva, è più appropriato parlare di “che cosa
3
fare della teoria marxiana del modo di
produzione capitalistico”, o della “teoria
marxiana del «capitale»”, con la c minuscola e
non in corsivo. Affrontare in questo modo
l’argomento amplia il quadro di riferimento: i
volumi da studiare infatti non sono più 3 ma
almeno 15. Vediamo di che cosa si tratta.
Le ricostruzioni filologiche più accreditate
hanno mostrato come Marx inizi a sviluppare
una propria teoria del capitale e della merce,
svincolandosi cioè dalla teoria quantitativa del
valore di Ricardo, [[rimando bibliografico a
Vygodskij e Tuchscheerer, Jahn]] non prima del
Manoscritto del 1857/58, noto come Grundrisse
(vol. II/1 della MEGA) in cui Marx per la prima
volta redige tutta o quasi la teoria del capitale.
Successivamente abbiamo il cosiddetto Urtext,
manoscritto preparatorio a Per la critica
dell’economia politica e quindi quest’opera,
stampata del 1859 (II/2). Scrivendone la
continuazione Marx per la seconda volta buttò
giù una riesposizione, in parte in forma di
ricerca storico-teorica, di tutta le teoria. I
Manoscritti del 1861/63 costituiscono quindi il
secondo grande abbozzo della teoria del modo
di produzione capitalistico (II/3). Dal 1863/65
Marx redige il tutto per la terza volta, questa
volta con l’intenzione di dare l’opera alle
4
stampe. Questo terzo grande manoscritto
prende il vol. II/4. Nel 1867 esce la I edizione
tedesca del primo libro (II/5), seguita da un
interessantissimo manoscritto preparatorio per
la II ed. tedesca e per quella francese in cui
Marx riscrive il primo fondamentale capitolo
sulla merce (in II/6). Quindi abbiamo la II ed.
tedesca (II/6), l’ed. francese (II/7), la terza ed.
tedesca, la prima a cura di Engels (II/8),
l’edizione inglese (II/9) ed infine la IV ed.
tedesca, quella letta storicamente (II/10). Ma
non finisce qui perché sono in via di
pubblicazione i manoscritti su cui Engels ha
lavorato per dare alle stampe l’opera
“definitiva”: i restanti sette manoscritti redatti
fra 1868 ed il 1881 per il secondo libro (II/11), il
manoscritto redazionale engelsiano per il
secondo libro, utilissimo per comprenderne gli
interventi (II/12), e quindi il secondo libro uscito
nel 1885 (II/13). Infine gli ulteriori manoscritti
marxiani per il terzo libro ed i materiali
redazioni di Engels appariranno nel vol. II/14 e
nel vol. II/15 il terzo libro come fu dato alle
stampe nel 1894.
Non entro nei dettagli per i quali rimando
alla letteratura, ormai disponibile anche in
italiano. [[MEGA2: Marx ritrovato]] Sottolineo
solo come questo sia oggi l’oggetto di ricerca
5
per chi intenda interessarsi della teoria
marxiana del capitale, un materiale ricchissimo,
in parte considerevole inedito, sulla cui base
gettare nuova luce su una teoria che troppo alla
svelta si vorrebbe trattare come un ferro
vecchio. [[cenno alla IV sezione, esempio
quaderni sulla crisi del ’57 o quaderni
londinesi]]
Per dare una prima indicazione, a quanto
è emerso dalla ricostruzione filologica pare si
possa periodizzare il lavoro marxiano a questa
teoria come segue. Due periodi: il primo periodo
è quello che precede il 1857, in cui Marx si “fa
le ossa” prima studiando i classici dell’economia
politica, poi criticando i falsi critici (Proudhon),
quindi cercando di spiegare la realtà facendosi
una ragione di ciò che si manifesta alla
superficie: le tempeste monetarie; il secondo
periodo inizia nel 1857 ed è quello della
costruzione del modello teorico del “capitale”
che si articola a sua volta in quattro fasi
cronologicamente successive: i manoscritti del
1857/58, i manoscritti del 1861/63, i manoscritti
del 1863/65, il periodo che inizia col 1867.
Questa ultima fase si sviluppa in tre direzioni
che si intrecciano: pubblicazione e
rielaborazione del I libro del Capitale
(manoscritto Ergänzungen..., II ed. tedesca, ed.
6
francese, materiali per la III ed. tedesca e per
l’ed. statunitense poi mai realizzata);
manoscritti per il II libro; manoscritti per il III
libro.
Vado ad esporre i risultati della mia
ricerca sulla teoria marxiana del “capitale” che
presento necessariamente in forma di tesi non
potendo avere qui il tempo necessario per
entrare nel merito.

Il concetto di “torso” si impone quindi a


proposito della teoria generale del capitale; è
noto poi che il piano complessivo che Marx si
proponeva di realizzare consisteva nello
scrivere sei libri: Capitale, Rendita fondiaria,
Lavoro salariato, Stato, Marcato internazionale,
Mercato mondiale [Lettera a Lassalle del 22
febbraio 1858 (MEW 29, pp. 550s.) e Prefazione
a Per la critica dell’economia politica]. Di questi
egli ha portato a termine solo il primo sul
capitale (e non completamente) redigendo i
lineamenti generali del secondo e del terzo
(ossia nella misura in cui rientravano nella
teoria generale del capitale, ma non si esclude
affatto la necessità di scrivere libri per trattare
lo specifico dell’argomento). Ma il testo sullo
Stato, sul Commercio estero e sul Mercato
mondiale, la questione della loro connessione
7
con la teoria generale, quella del livello di
astrazione a cui si sarebbero collocati sono
rimaste praticamene senza risposta organica da
parte di Marx, intendendo che non ne esiste una
trattazione sistematica in connessione
sistematica con la teoria generale del capitale.
La teoria marxiana del modo di
produzione capitalistico appare dunque come
un grandioso inizio di una teoria generale della
società borghese a cui però mancano ancora
molti mattoni. L’autore non ha potuto metterli in
quanto individuo psico-fisicamente limitato (per
quanto straordinariamente dotato). Il progetto
trascendeva se non altro la disponibilità di
tempo. Marx ha fatto la scelta teorica di
pensare la complessità, forse nell’applicare la
sua teoria si è presa talvolta la strada del
riduzionismo e della semplificazione.

1. Struttura logica e suo livello di


astrazione

Alla luce dei risultati raggiunti nell'ambito


della pubblicazione della nuova edizione storico-
critica e del dibattito sviluppatosi intorno ad
essa, pare si possa concludere che il livello di
8
astrazione a cui si colloca la teoria marxiana del
modo di produzione capitalistico è molto alto: vi
si descrive a grandissime linee la dinamica
"epocale" di questa forma specifica della
riproduzione umana nella natura.

1.1. Linee di tendenza e raggiungimenti


(produttività; mondializzazione;
riduzione del lavoro necessario come
condizione del regno della libertà)

A questo livello le acquisizioni "storiche"


ottenute grazie al modo di produzione
capitalistico sono secondo Marx principalmente
tre: 1) una straordinaria produttività del lavoro
che non ha precedenti e che costituisce la base
materiale imprescindibile di una nuova
(possibile) organizzazione razionale della
produzione in qualunque modo la si voglia
chiamare; 2) attraverso di essa riduzione del
tempo di lavoro necessario ad un minimo tale
da permettere l’esistenza di un tempo per lo
sviluppo libero degli individui (autodiretto e non
eterodiretto dal bisogno); 3) attraverso
l'integrazione della riproduzione sociale
complessiva a livello mondiale, l'unificazione
effettiva dell'umanità; per la prima volta nella
storia questo concetto non indica
9
semplicemente l'astrazione del genere, ma,
grazie all'universalizzazione del lavoro
individuale e viceversa, contrassegna il risultato
di un processo reale, addirittura un dato di fatto
empiricamente riscontrabile.

1.2. Capacità di previsione e verifica

Se questi sono i risultati epocali che,


secondo la teoria marxiana del modo di
produzione capitalistico, questa fase storica
della riproduzione umana nella natura arriva a
porre, vediamo che tali previsioni teoriche sono
tutt'altro che contraddette dalla realtà empirica.
Oggi più che al tempo in cui Marx scrisse i
fenomeni previsti sono realtà. Ciò conferma la
forza straordinaria di una teoria scientifica che,
formulata oramai quasi 150 anni fa, consentiva
di pensare processi il cui sviluppo effettivo si
sarebbe verificato solo molto dopo.
Se collocare la teoria marxiana ad un
livello di astrazione così alto, epocale, ne salva
l'impianto teorico generale, quello che perdiamo
è la presa sociologica, politica che a questa
teoria sì è sempre riconosciuta. Il movimento
politico, od i vari movimenti politici che alla
teoria marxiana si sono richiamati, talvolta
hanno cercato nella lettera del Capitale
10
indicazioni non epocali ma concrete, se non
concretissime, precetti politici da seguire più o
meno pedissequamente per trasformare la
società attuale in una socialista o comunista.
Quando nell'edizione a stampa del I libro della
sua opera Marx ha insistito molto nella
descrizione della Manifattura e della Fabbrica,
calcando la mano anche su determinati aspetti
della condizione operaia e reintroducendo il
concetto di Estraniazione, senz'altro pensava ad
un possibile uso politico del suo testo; su questo
tornerò fra breve, ma già da adesso mi preme
mettere in evidenza come l'applicabilità più o
meno legittima di certe formule non ne
esaurisca la portata teorica generale.

1.3. Limiti legati al livello di astrazione e


teorie cuscinetto

Ciò non significa certo che il capitale non


possa essere utilizzato con finalità politiche.
Tuttavia, per raggiungere un livello di
astrazione in cui questo tipo di problematiche
possa essere trattato, è necessario procedere
ulteriormente nella discesa dall’astratto al
concreto, scrivendo quei libri che Marx non ha
scritto ma che avrebbe voluto scrivere,
11
contestualizzando la teoria generale del modo
di produzione capitalistico nei capitalismi
empirici, storicamente e geograficamente
qualificati. Oppure valutare in che misura
possano essere individuate delle sottofasi, ecc.

2. Politica inderivabile meccanicamente


ed automaticamente. Forme e figure

Quello che appare oggi francamente


impraticabile è derivare dalla lettera del
Capitale una dottrina politica. Anche il ruolo
dell’operaio nella fabbrica va ricontestualizzato
in questo quadro. La teoria della sussunzione
del lavoro sotto il capitale può essere letta
come una descrizione storico-sociologica del
capitalismo della rivoluzione industriale. Questo
è sicuramente un aspetto presente, ma ridurre
a questo tutto l’impianto, ne sminuirebbe molto
il valore teorico. In verità Marx con la
sussunzione sviluppa una teoria della
trasformazione formale del processo lavorativo
nella sua concretizzazione capitalistica ed
individua tre elementi formali fondamentali: il
carattere cooperativo, l’essere-parte e l’essere-
appendice dal lavoro vivo. Queste
determinazioni formali vengono poi esposte nel
12
contesto di una loro configurazione
determinata, quella della rivoluzione industriale
appunto. Ma questo non ne esaurisce certo il
valore formale che resta vigente anche con
altre figure purché siano conformi alle
determinazioni di forma suddette. Quindi, la fine
della fabbrica non segna certo la fine
dell’appendicizzazione del lavoro individuale,
tanto meno della cooperazione o dell’esser
parte, solo di determinate figure che quelle
forme hanno impersonificato. In questo senso
pare a me un orizzonte di ricerca aperto la
valutazione scientifica di quali figure oggi
incarnino quelle forme.
Del resto nella riduzione storico-
sociologica, considerando le fasi della
sussunzione come una successione cronologica
avvenuta ed ormai sostanzialmente finita, si
perde di vista che quelle categorie sono
funzionali al processo di produzione del
plusvalore relativo e che quindi variano,
subentrano e scompaiono, si riproducono, ecc.
come variabili dipendenti del processo di
valorizzazione. Quindi, nulla vieta che in
determinate configurazioni o ancora più
concretamente congiunture si possa tornare
indietro, questo non fa alcun problema se si
intende dialetticamente la costruzione del
13
capitale. In realtà qui Marx espone queste figure
in forma pura (anche se lo fa impuramente
parlando anche di determinate figure concrete)
e solo dopo, a livello di dinamica complessiva si
potrà parlare del loro effettuale avvicendarsi e
concretizzarsi, della loro dinamica effettiva.

A me pare che si possa intendere lo sforzo


gramsciano dei Quaderni dal carcere come il
tenativo di cogliere le figure come
concretizzazione delle forme, ossia di cercare la
specificità di sottoperiodizzazioni alla luce di
una teoria generale del capitale e
dell’egemonia. Questo è in effetti il livello della
teoria politica e dell’azione, come già dicevo
cioè ad un livello di astrazione più basso a cui si
deve scendere attraverso delle teorie
cuscinetto. Oggi, quindi, mi pare che da un
punto di vista politico la teoria del capitale
possa dare indicazioni di questo tipo: 1) non
derivare da essa immediatamente alcuna
prassi, 2) usarla come presupposto concettuale
per un’ulteriore concretizzazione.
Stando così le cose non fa neppure
problema che Marx si sia rivolto agli operai,
perché in quel momento era quella
effettivamente la figura. Ma le potenzialità
politiche della teoria marxiana sono più forti
14
della stessa applicazione che ne ha fatta
l’autore.

3. Teoria del modo di produzione


capitalistico come teoria della storia

Il modello teorico del modo di produzione


capitalistico ha una temporalità sua propria,
ossia, per come è concepito da Marx, ha un
inizio, una dinamica di svolgimento ed una
finitezza sua intrinseca. Nel corso di questo
svolgimento emergono delle forme (incarnate
da figure) che anticipano forme di una società
futura, proprio come al suo inizio il capitale
eredita delle condizioni di partenza da lui stesso
non poste. C’è quindi una doppia direzionalità,
una verso il passato e un’altra verso il futuro.
Che il capitale abbia una finitezza
concettuale – che consiste nel creare una
produttività spaventosa ma nel vincolarla alla
valorizzazione e quindi, da una certa fase di
sviluppo in poi, nel volerla ma non poterla
utilizzare – non significa di per sé che esso crolli
spontaneamente o cose simili. La
contestualizzazione di queste astratte linee di
tendenza si trova di nuovo ad un livello di
astrazione più basso.
15

3.1. Verso il passato. Torso: manca la teoria


degli altri modi di produzione

Il materialismo storico come teoria


generale della storia è restato un torso. Lo è
restato Il capitale come teoria della fase
capitalistica della riproduzione umana nella
natura – per quanto ci sia un’egregia
esposizione, confermata dai fatti, delle sue
tendenze generali – ma per le altre celebri fasi
indicate sommariamente nella Prefazione a Per
la critica dell’economia politica, non si può
parlare neppure di delineazione generale [Per la
critica dell’economia politica, Prefazione:
asiatico, antico, feudale].
La teoria del modo di produzione
capitalistico permette di individuare un punto di
partenza logico ideale che è il punto di arrivo di
un periodo precedente. Sapendo ciò si possono
fare almeno due cose: 1) ricostruire
storiograficamente quali vicende hanno portato
alla posizione di quei presupposti iniziali in
determinate circostanze e luoghi, cosa che Marx
fa nell’esposizione della cosiddetta
accumulazione originaria per l’Inghilterra; 2)
cercare di elaborare una teoria in cui si
ricostruisce teoreticamente il funzionamento del
16
modo di produzione precedente le cui linee di
tendenza portano alla posizione di ciò che è
presupposto del modo di produzione futuro.
Questa naturalmente non avrà riscontro
empirico immediato, ma descriverà dei modelli
teorici di spiegazione, esattamente come fa la
teoria marxiana del capitale [vedi l’interessante
Kula***]. In questa direzione, soprattutto per
quanto riguarda la tendenza alla dissoluzione,
Marx si mette nelle Formen. In generale Gian
Mario Cazzaniga ha efficacemente mostrato
pregi e limiti della ricerca marxiana in questo
senso. Mi pare che si possa sostenere che una
teoria del modo di produzione feudale o asiatico
in Marx non ci siano, ma non nel senso che non
ci possano essere, bensì in quello più semplice
che sono ancora da elaborare. Solo tale
elaborazione consentirà di valutare
effettivamente, cioè con una sicurezza teoretica
paragonabile a quella della teoria del capitale,
se e come in quelle epoche c’è lotta di classe
ecc. ecc.

3.2. Verso il futuro

Se la teoria del modo di produzione


capitalistico dà delle indicazioni verso il passato,
ossia indica i punti di arrivo del modo di
17
produzione precedente, essa dà anche delle
indicazioni per il futuro, ossia mostra delle linee
di tendenza che portano alla formazione di
figure soggettuali nuove che rappresentano
nella forma capitalistica i germi del futuro modo
di produzione.

3.2.1. Figure di soggettività (capitale


azionario e cooperative)

Quali sono queste figure? Innanzitutto la


nuova forma storica del lavoro che si instaura
grazie al modo di produzione capitalistico, e che
rappresenta un’acquisizione storica di
importanza capitale, è il lavoratore complessivo.
Con ciò non si intende strettamente l’operaio-
massa, se non nel senso che questa potrebbe
essere una figura di quella forma, ma la
realizzazione del processo di riproduzione socio-
naturale in forma cooperativa, con scopo
complessivo che sussume gli scopi parziali, e
con i singoli lavoratori come parti o appendici, o
potenzialmente assenti o presenti solo come
supervisori di un processo automatizzato. La
potenzialità produttiva che viene ad esistere
grazie a questa nuova figura soggettuale, il
nuovo contenuto materiale istauratosi grazie
alla forma capitalistica di produzione sono ciò
18
che il modo di produzione capitalistico fa di
buono nella storia mondiale (anche se lo fa in
modo cruento e contraddittorio): la società
futura non deve tornare indietro alla produzione
individuale, ma superare la forma capitalistica
contraddittoria. Il problema di non poco conto
consiste naturalmente nello stabilire come tale
forma si superi e soprattutto con che cosa la si
sostituisca.
Marx indica a questo proposito una forma
principale: la cooperativa. Essa incarna già nel
modo di produzione capitalistico la forma
autogestita della produzione. D’altro canto, se ci
si riferisce all’emergenza del lavoratore
complessivo in senso lato, con esso si può
intendere l’umanità integrata che
cooperativamente gestisce il ricambio organico
con la natura come soggetto integrato.

3.2.2. Da Marx solo indicazioni di


carattere molto generale e per lo più
in rapporto di differenziazione rispetto
al modo di produzione capitalistico

Ma come funzionerà questa società


futura? Marx dà a questo proposito delle
indicazioni di carattere generale e spesso in
rapporto di differenziazione dal modo di
19
produzione capitalistico. Pare realisticamente
difficile ricavarne una teoria. Procedendo in
questo modo è certo che il concetto che ritorna
con maggiore frequenza è quello del “piano”,
come alternativa alla riproduzione caotica in
forma mercantile del capitalismo. Attenendoci
quindi alle indicazioni di massima si potrebbe
dire che Marx veda nel lavoro cooperativo, nella
presenza di un piano e nel sostanziale
superamento del mercato i fattori determinati
per distinguere la società futura da quella
attuale. Si tenga conto però che la forza della
nuova società consisterà proprio nel
superamento della contraddizione di quella
capitalistica per cui alla infinita produttività
potenziale corrisponde il vincolo della
valorizzazione: nella nuova società tale
potenzialità dovrebbe poter essere sfruttabile
senza limiti. La nuova società vince perché più
produttiva.
Se pensiamo al cosiddetto socialismo
reale invece ciò che colpisce è proprio la
cocente sconfitta da questo punto di vista.
Certo, si può discutere se tale risultato dipenda
dalla realtà storica russa oppure se derivi
proprio dall’economia pianificata come tale.
Diversi classici del marxismo pare abbiamo
sottovalutato la complessità ed i problemi legati
20
alla pianificazione. Si è sostenuto con
autorevolezza che proprio nella pianificazione
stia il germe dell’inefficienza e della
burocratizzazione, al di là degli eccessi
contingenti di natura storica o legati al
particolare carattere di una nazione.
Se poi stiamo al metodo marxiano, in
realtà della società futura noi non possiamo fare
una teoria se non quando essa abbia raggiunto
un certo grado di sviluppo, quando cioè le sue
leggi abbiano già cominciato ad agire nel
presente, siano in atto. Forse ai tempi di Marx
era presto da questo punto di vista, gli albori del
futuro non erano ancora che luccichii.

4. Conclusioni

La teoria marxiana del capitale è più


attuale oggi che ai tempi di Marx. Le sue linee di
tendenza sono confermate dai fatti e questo
attesta la sua grande capacità di previsione. Il
suo livello di astrazione è però molto alto. Per
avere una politica ed un’analisi del
contemporaneo non basta “applicarla”; per fare
ciò essa può servire come premessa
concettuale, ma è necessario scendere verso
livelli di astrazione più bassi che tengano conto
21
di sottoperiodizzazioni, di fasi, di
sistematizzazioni analitiche ulteriori (in campo
economico per esempio) tutte da scrivere o da
aggiornare rispetto a quelle svolte da Marx.
Se teniamo presente questo, la teoria
marxiana del modo di produzione capitalistico
non è un ferro vecchio, ma l’unica in grado di
spiegare le tendenze storiche di ciò che avviene
anche oggi. Se si pretende invece che essa sia,
come tale, il grimaldello di tutto si rischia di
commettere errori. La conclusione è che c’è
molto da fare e da studiare per portare avanti
quello che Marx ha “solo” iniziato.