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I RAPPORTI SINO-AFRICANI

I RAPPORTI SINO-AFRICANI
di Augusto Marsigliante

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EURASIA

Questo articolo prende spunto dal documentato reportage di due giornalisti francesi, autori del volume Cinafrica (Serge Michel, Michel Beuret, Cinafrica. Pechino alla conquista del continente nero, Il Saggiatore, Milano 2009). Non è un caso che ad indagare su un fenomeno di così vasta portata, non a torto definito terremoto geopolitico, siano stati due giornalisti francesi. La Francia, per via del suo passato coloniale, è sempre stato l’interlocutore privilegiato del continente nero, ma tale peculiarità è venuta meno a causa della miope politica estera di Parigi accentuatasi in particolare con la presidenza Sarkozy. A seguito di un lungo viaggio attraverso l’Africa dall’Algeria allo Zambia, dall’Egitto all’Angola, i due giornalisti hanno raccolto una notevole mole di informazioni riguardante una nuova realtà che sta emergendo in maniera preponderante: l’invasione dei mercati africani da parte della Cina, che va dallo sfruttamento di risorse ai corposi investimenti in ambito soprattutto infrastrutturale. Questo partenariato strategico si configura in maniera sostanzialmente diversa da quello tra Africa e paesi occidentali, essendo stato quest’ultimo più un rapporto di tipo coloniale classico, dove alla predazione di risorse non corrispondeva adeguata contropartita. Nella migliore delle ipotesi, si “aiutava” l’Africa con prestiti che esigevano però adeguamenti strutturali delle economie africane in senso chiaramente antisociale e iperliberista, ottenendo oltretutto l’effetto collaterale di drogare tali economie. Invece, a margine del quarto vertice della cooperazione sino-africana, il premier Wen Jiabao lasciava tutti a bocca aperta annunciando un prestito agevolato per l’Africa dell’entità di 10 miliardi di dollari, senza chiedere in cambio “adeguamenti strutturali” o “governi democratici” (che, tradotto dal politicamente corretto, significa governi graditi all’Angloamerica). Il segreto del successo negli scambi tra Pechino e l’Africa probabilmente è tutto lì: totale non ingerenza reciproca negli affari interni dei vari paesi, collaborazione da pari a pari nei settori strategici delle economie nazionali, rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, uguaglianza e vantaggi reciproci. Certo, non è tutto oro quel che luccica: un così massiccio ingresso del “Celeste Impero” sul continente nero si porta dietro tutto un corollario di tensioni e contraddizioni: tensioni etniche, fra autoctoni e allogeni, inasprite dal fatto che in qualche

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caso le numerose imprese cinesi (soprattutto nel tessile) che stanno sorgendo, preferiscano servirsi di manodopera cinese. E tensioni politiche, che portano Cina e paesi occidentali a “scontrarsi” nei paesi africani appoggiando un determinato governo, sovvenzionandolo, e foraggiandolo di armi. In Etiopia, Niger, Nigeria e Sudan, la Cina si trova a fare i conti con gruppi ribelli ostili, ma Pechino non esclude opzioni militari a tutela dei suoi interessi. A proposito di traffico d’armi, il rapporto 2000-2004 del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) parla chiaro: la Cina esporta armi per 1,4 miliardi di dollari (Zimbabwe, Liberia e Sudan i principali acquirenti in Africa), la Gran Bretagna per 1,7 miliardi, gli Stati Uniti addirittura per 25,9 miliardi (arrivati a 33,7 nel 2008). Senza contare gli aiuti militari (difficilmente quantificabili perchè spesso fatti passare per aiuti umanitari) forniti dal Pentagono ai paesi “amici”, che sfondano il tetto del miliardo di dollari. Ancora una volta, gli ipocriti appelli alla pace e ai diritti umani da parte dei poliziotti globali, si scontrano con la cruda realtà delle cifre. Comunque, a proposito di cooperazioni strategiche, bisogna aggiungere che la Cina ha sviluppato partenariati di tipo strategico militare con ben 43 paesi africani, e partecipato ad operazioni cd. di “mantenimento della pace” in Costa d’Avorio, Liberia, Congo, Eritrea e nel Sahara occidentale. Contestualmente, quattro dei sei paesi con i quali la Cina mantiene relazioni di reciprocità a livello militare sono anche quelli dai quali acquista petrolio: Algeria, Nigeria, Sudan ed Egitto. Il caso del Sudan è emblematico: non passa giorno che il governo di al-Bashir non venga accusato di sistematiche violazioni dei diritti umani, mentre Stati Uniti e Israele, interessati ai ricchi giacimenti di petrolio sudanesi, armano (attraverso Etiopia e Uganda) e finanziano i ribelli secessionisti del sud. Inoltre, la Cina in Sudan non ha fatto altro che occupare i posti lasciati liberi nel 1997 dalle compagnie americane in seguito all’ottuso embargo deciso da Clinton nei confronti dello stato africano. Al-Bashir però era al potere dal 1989, e finché le compagnie americane potevano depredare di risorse il Sudan, i diritti umani non erano poi così importanti. Lo sono diventati nel momento in cui la Cina ha cominciato a fare affari con il paese africano. I rapporti tra l’Impero di Mezzo e il continente africano sono di lunga data. Fin dal XV secolo fra le due entità esiste traccia di floridi scambi commerciali e culturali. L’isolamento in cui piomberà la Cina per i cinque secoli successivi farà sì che un nuovo impulso agli scambi si realizzi solo nel 1963, anno della tournée africana di Zhou Enlai. Il 1976 invece è l’anno di un importante infrastruttura realizzata dalla Cina, ossia il collegamento ferroviario di 1860 km tra Zambia e Tanzania, da Lukasa a Dar es-Salam. Deng Xiaoping negli anni ’80 e Jiang Zemin negli anni ’90 danno nuovo impulso all’interesse cinese per l’Africa, e da quel momento ogni progetto per la creazione di infrastrutture in Africa riceve il pieno appoggio politico del governo cinese ed economico della Export Import Bank of China. Le cifre di questa novità in campo economico e strategico (e quindi geopolitico) destano grande impressione. Fra il 2000 (anno in cui si tenne il primo vertice della cooperazione tra Cina e Africa) e il 2007 il commercio tra le due aree è aumentato in