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L’ITALOFONIA NEL MONDO

relazione di Renata Puleo

Linguistica italiana secondo modulo

IUL Anno Accademico 2007/2008

SOMMARIO

I. L’italofonia nel mondo………………………………pag. 3

II. La diffusione dell’italiano nel mondo e le lingue

parlate dalle comunità emigrate………………pag. 4
III. Aspetti di politica linguistica………………………………

……………......pag.11
IV. Censimento degli istituti e delle associazioni

degli Italiani o della lingua italiana all’estero….. pag. 16
V. Le funzioni della Dante…………………………… pag.

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VI. Bibliografia e sitografia…………………………….pag.

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I. L’italofonia nel mondo Dal terzo Rapporto Tecnico su “Corsi di lingua e cultura e Scuole italiane in Svizzera”, a cura dell’Ispettorato Tecnico dell’Ambasciata italiana a Berna, pubblicato il 30 ottobre 2004, la lingua italiana conta circa 57 milioni di parlanti (che arrivano a 70 milioni compresi i parlanti fuori dall’Italia) con un bacino potenziale di utenza valutato intorno ai 120 milioni di persone. Essa è tra le lingue comprimarie dell’Unione Europea, è al diciannovesimo posto nel mondo come numero complessivo di parlanti ed è al quarto - quinto posto tra le lingue più studiate fuori dai confini nazionali (Tullio De Mauro, “Italiano 2000”). Ne “Il mondo in italiano”, Barbara Turchetta, confrontando i dati forniti dal Ministero degli Affari esteri per i cittadini italiani residenti fuori dal Paese e quelli forniti dalla Chiesa Cattolica in merito al numero degli oriundi italiani, nota come il numero degli Italiani residenti all’estero è nettamente superiore a quello degli italofoni in grado di utilizzare l’italiano nelle sue varietà contemporanee e vicine allo standard.

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Dalla tabella si può notare come solo le colonne indicanti i cittadini iscritti all’ AIRE (Anagrafe Italiani Residenti Estero) rappresentano il totale delle persone all’estero che sono oggi cittadini italiani e che sono in grado di comprendere la nostra lingua secondo le varietà in uso in Italia. Si nota la forte disparità tra il numero degli oriundi (individui di accertata origine italiana) e il numero dei cittadini italiani (iscritti all’ AIRE), con buona competenza in italiano, che sarebbero dunque circa 4 000 000. Secondo la Turchetta, poiché gran parte degli Italiani emigrati fino al secondo conflitto mondiale erano analfabeti e/o avevano una bassissima competenza della lingua unitaria, vi è stata una scarsa conservazione dell’uso della lingua di origine e oggi, all’estero, si trovano quindi varietà dell’italiano vicine ai dialetti delle aree di origine che, in alcuni casi, hanno dato luogo a varietà pidginizzate relativamente stabili di italiano.

II. La diffusione dell’italiano nel mondo e le lingue parlate dalle comunità emigrate L’italiano costituisce lingua ufficiale in Italia, nella Svizzera e nei piccoli stati di San Marino e Città del Vaticano, dove è utilizzata dalle gerarchie ecclesiastiche come “lingua franca”. È seconda lingua, coufficiale insieme al croato, nella Regione Istriana (Croazia) e, insieme allo sloveno, nelle città di Pirano, Isola d'Istria e Capodistria, in Slovenia. Pur non figurando tra le lingue parlate in questi paesi e non essendo quindi utilizzato a livello ufficiale, l'italiano è inoltre ampiamente compreso

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nel Principato di Monaco, a Malta, in Corsica e nel Nizzardo (Francia) e, in misura minore, in Albania e in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia. A seguito dei flussi migratori realizzatisi tra il 1876 e il 1976, vi sono forti comunità italofone nell’Europa centrale, nel continente americano e in quello australe. In Svizzera l’italiano è al terzo posto come lingua di comunicazione, dopo il tedesco e il francese ed è lingua ufficiale cantonale nel Canton Ticino, dove si registra la maggior concentrazione di italofoni. Oltre a questa, secondo Schmid, si possono considerare la variazione dell’ italiano come L2 per gli Svizzeri e gli immigrati di altre nazionalità, come lingua madre di migranti provenienti dall’Italia e stanziatisi in tutta la Svizzera e, infine, come varietà in prevalenza scritta dell’amministrazione e della burocrazia. Nei cantoni francofoni la diffusione dell’italiano come L2 è piuttosto bassa e limitata a contesti ristretti mentre nei cantoni tedescofoni, dove la percentuale di cittadini italiani è la più alta fra tutte le comunità immigrate, l’italiano viene ancora parlato dalla terza generazione di migrati, fatto insolito se confrontato con l’America e l’Australia. Caratteristica dal punto di vista linguistico e sociale è la varietà di italiano parlata dagli stranieri di recente immigrazione nella Svizzera tedesca e definita Fremdarbeiteritalienisch (=italiano dei lavoratori stranieri). Secondo Schmid essa è “lingua franca” fra immigrati di madrelingua diversa anche senza la presenza di interlocutori italofoni. Dal punto di vista fonologico presenta

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caratteristiche dello spagnolo, dell’italiano e fonemi di sviluppo autonomo. Nel Principato di Monaco, nonostante non abbia un riconoscimento ufficiale, l'italiano è la seconda lingua madre dopo il francese e subito prima del monegasco, una variante del ligure, che invece gode dello status di lingua nazionale. Ciò è soprattutto dovuto all'immigrazione dall'Italia, infatti, secondo gli ultimi dati del Ministero degli Affari Esteri italiano, relativi alla fine del 2004, la comunità italiana costituisce il 21% dei residenti del Paese. In Corsica è diffusa la competenza passiva dell’italiano ma l’interesse dei Corsi verso l’italiano è andato via via scemando negli ultimi decenni. Confrontando l’italiano standard moderno e la koinè formata dall’insieme dei tratti comuni delle diverse varietà di corso parlato si riscontrano numerosi fenomeni di interferenza linguistica, soprattutto di calco sintattico e morfologico. A Malta, con cui la penisola italiana e soprattutto la Sicilia ha avuto relazioni storiche già a partire dal XV secolo, l'italiano è stato lingua ufficiale fino al 1936, insieme all’inglese che era stato imposto dall’amministrazione britannica. Da questa data è stato sostituito dal maltese e, dal secondo dopoguerra, è stato messo in secondo piano rispetto all’inglese, usato per la comunicazione internazionale. Oggi l'italiano è usato come lingua di insegnamento e nella letteratura scientifica presso alcune facoltà universitarie ed è diffuso nel lessico giuridico ed amministrativo.

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In Albania l'italiano è conosciuto principalmente grazie alla possibilità di vedere ed ascoltare le trasmissioni italiane attraverso una comune antenna radiotelevisiva, oltre che ai continui spostamenti, per questioni economiche, di albanesi sul suolo italiano. In Somalia l'italiano è stata lingua ufficiale fino al 1963 ed è stata usata nell'insegnamento universitario fino al 1991, allo scoppio della guerra civile. In Eritrea e in Etiopia sono diffuse due varietà di italiano: o quella a cui fa riferimento la comunità di origine italiana, rappresentata dalla lingua curricolare utilizzata dalle istituzioni scolastiche e da tutti gli organi o enti facenti capo allo Stato italiano; o quella pidginizzata in uso tra parlanti autoctoni non di origine italiana o nell’interazione con gli oriundi italiani; Nell’Unione Europea a 25, un recente sondaggio effettuato su un campione di 28.694 cittadini europei e relativo al 2006, ha confermato la seconda posizione dell'italiano quanto a numero di madrelingua comunitari, preceduta solo dal tedesco (18%), a pari merito con l'inglese (13%), e davanti al francese (12%), mentre lo colloca al sesto posto fra gli idiomi più parlati come lingua

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straniera (3%), preceduto da inglese (38%), Lingue usate più comunemente dall'UE - % francese (14%), tedesco (14%), spagnolo (6%) e russo (6%) (v. tabella)
Lingua materna
13% 38% Inglese

Lingua straniera

18%

14%

Tedesco

12% 13% 3% 9% 9% 1% 6% 6% 1%

14%

Francese

Italiano

Spagnolo

Polacco

Russo

Nel continente americano, nei luoghi dove la migrazione italiana risulta maggiormente consistente, si trova l’uso di dialetti appartenenti agli Italiani migrati fino alla seconda guerra mondiale influenzati dalle lingue ufficiali del Paese ospitante come, ad esempio, l’italo-portoghese di San Paolo del Brasile. Nelle zone più che altro rurali o isolate dove si sono stabiliti gruppi di migranti provenienti dalle stesse aree regionali, si sono sviluppate lingue vicine ai dialetti italiani di origine, ancora in uso oggi, in contesti comunicativi ristretti come canti tradizionali o espressioni idiomatiche. Un esempio è costituito dal talian, la lingua parlata, a distanza di oltre 120 anni, dalle comunità di origine veneta

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del Rio Grande do Sul in Brasile. La varietà di italiano più interessante per gli studiosi è quella parlata dalla prima generazione di Italiani migrati negli Stati Uniti dopo gli anni ’30 – ’40, poiché prima di tale data non si può parlare di popolazione realmente italofona per la scarsa competenza posseduta nell’italiano. Si è diffuso così l’uso di varietà di italoamericano pidginizzato di cui restano poche tracce scritte. Attualmente le varietà di italoamericano parlate dalla seconda generazione in poi di migranti sono molto vicine all’italiano popolare, con qualche marcato tratto regionale, e godono di basso prestigio rispetto a quelle parlate nei decenni precedenti; ciò, come risulta dal censimento USA del 2000, ha portato il numero degli italofoni a calare del 23% rispetto al censimento del 1990, nonostante sia in aumento il numero degli oriundi italiani. In generale, la seconda e la successiva generazione di migrati si orientano, in misura limitata, verso un italiano standard appreso ex novo, passando da corsi di lingua o da rapporti di lavoro o studio con l’Italia mentre l’italoamericano in uso fino alla seconda guerra mondiale era molto più lontano dall’influenza dell’italiano standard e comprendeva il totale riadattamento fonologico di intere porzioni di inglese. Tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900, tra le mete principali dei migranti italiani vi fu l’Argentina dove, nel 1914, essi costituivano l’11% della popolazione globale. La vicinanza genetica tra spagnolo e italiano e la forte eterogeneità dei dialetti parlati dai migrati italiani, favorirono il nascere di una lingua mista, il cocoliche, caratterizzata dall’uso di strutture grammaticali di italiano e spagnolo e dall’uso di lessico

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appartenete ad entrambe le lingue. L'italiano standard non fu mai parlato dagli immigrati italiani in Argentina, poiché la maggioranza di essi era dialettofona. Questo ostacolò lo svilupparsi di una cultura della lingua italiana. Gli immigrati di seconda generazione crebbero parlando spagnolo a scuola, al lavoro e nel servizio militare e il Cocoliche rimase confinato soprattutto nella parlata degli immigrati di prima generazione e andò con gli anni estinguendosi (circa negli anni ‘60 del ‘900). Alcune parole del cocoliche sono state prese in prestito dal lunfardo, un gergo della malavita, sviluppato negli ambienti più bassi di Buenos Aires, che possedeva numerosi termini provenienti dalle varie lingue degli immigrati. Il lessico di questa lingua contribuì ad arricchire il vocabolario dell’argentino parlato. In Australia, diversamente da quanto accaduto in Nord America, la migrazione europea non fu mai ostacolata ma, al contrario, specie negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 fu assai incoraggiata. Secondo un’indagine del 2003 – 2004, gli oriundi italiani sarebbero 600 000 e vi si distinguono due diverse realtà sociolinguistiche: o quella delle comunità rurali in cui le generazioni di parlanti successive alla prima hanno conservato un uso dell’italiano vicino alle parlate dialettali della prima generazione migrata; o quella delle comunità dei contesti urbani in cui tra le generazioni di oriundi che si sono via via susseguite, l’uso dell’italiano è andato dissolvendosi, fino a scomparire del tutto.

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La migrazione più consistente di Italiani verso l’Australia si registra a partire dal secondo dopoguerra e i dati relativi all’uso dell’italiano segnalano una perdita linguistica di questo rispetto all’inglese, soprattutto nel passaggio dalla prima alla seconda generazione migrata. In Australia non vi è stata la genesi di una varietà comune di lingua simile all’italoamericano parlato dai migrati negli USA dopo la seconda guerra mondiale e ciò è probabilmente da attribuirsi all’eterogeneità della provenienza geografica e alla stratificazione storica della migrazione italiana. Si riscontrano tuttavia alcune caratteristiche comuni, in particolare fonetiche e di interferenza dall’inglese australiano, tipiche dell’italiano parlato oggi dagli oriundi del nostro Paese.

III. Aspetti di politica linguistica La politica linguistica, in quanto riflette la volontà di influenzare e modificare la naturale evoluzione delle lingue che si inserisce in un complesso insieme di fattori sociali, politici ed economici, ha ricadute sul tessuto economico, politico e sociale di una comunità. Alcuni requisiti linguistici possono costituire in ambito comunitario un ostacolo al commercio e sollevare sospetti su una loro funzione protezionistica nei confronti tanto delle merci quanto del lavoro di uno Stato membro; in altri casi, le scelte di politica linguistica possono nascondere intenzioni discriminatorie nei confronti di una cultura o di un’etnia. Al fine di evitare tali effetti, i trattati internazionali sui diritti dell’uomo

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vietano qualsiasi discriminazione in base alla lingua. Si possono ipotizzare tre indirizzi di politica linguistica: • quello verso l’uniformità linguistica, per cui un’autorità sceglie una lingua e scoraggia o proibisce l’uso di lingue alternative. Nel periodo moderno ne sono stati esempi i regimi centralisti, caratterizzati da forme più o meno spiccate di nazionalismo, come l’Unione Sovietica, la Spagna di Franco e l’Italia fascista che hanno visto l’imposizione di una lingua nazionale, coincidente spesso con la lingua della classe dirigente. Non sono però mancati esempi di ordinamenti non totalitari che perseguono questa via, come ad esempio la Francia, in cui solo negli ultimi anni, grazie ad un mutato clima politico e all’azione dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, si è potuta notare una timida apertura verso le lingue regionali e minoritarie, come il bretone, il corso e l’occitano. L’atteggiamento verso le lingue straniere, in particolare verso l’inglese, è tuttavia caratterizzato dal rifiuto delle loro influenze e dalla ricerca di preservare la “purezza” del francese, “Langue de la Republique”, dal 1992. • quello della neutralità, per cui le autorità e le istituzioni si astengono dall’intervenire e lasciano che i meccanismi sociolinguistici che determinano la nascita, l’evoluzione e la morte di una lingua agiscano senza influenze esterne, con il risultato che le lingue più dinamiche, più rispondenti al mondo che rappresentano, sopravvivranno, mentre le più

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deboli si estingueranno. È difficile trovare esempi di imparzialità assoluta negli Stati moderni: è infatti necessario che sia chiaro quali siano le lingue dell’apparato statale, le lingue insegnate nelle scuole, le lingue usate nei tribunali, per cui di solito le autorità intervengono, adottando misure che rientrano nel primo atteggiamento, di uniformazione linguistica, o al contrario incentivando l’uso delle lingue minoritarie. • Quello del protezionismo, per cui lo Stato può decidere di tutelare le lingue minoritarie e i dialetti locali, ritenuti deboli in confronto alla lingua nazionale o ad una lingua straniera. In questo caso l’azione si concreta nel permettere o nell’imporre l’uso della lingua protetta nelle scuole, nelle istituzioni, e nell’attribuire ad essa pari dignità rispetto alle lingue nazionali o dominanti. Ognuno di questi tre indirizzi presenta vantaggi e svantaggi. L’approccio uniformante ha il vantaggio di semplificare il panorama linguistico di una nazione. Nel territorio dell’Unione Sovietica, ad esempio, erano parlate circa 300 lingue: riconoscere l’ufficialità di ciascuna avrebbe comportato che l’apparato statale e la produzione normativa fossero in grado di operare in trecento lingue: uno sforzo organizzativo ed economico difficilmente sostenibile. D’altra parte, l’imposizione dall’alto di una lingua percepita come estranea può essere avvertita come una violazione della libertà di espressione, oltre che costituire un pesante ostacolo per chi non conosca la lingua imposta dalle autorità. Misure di questo tipo, inoltre, nascondono spesso intenzioni

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discriminatorie da parte delle autorità centrali nei confronti delle minoranze etniche collegabili agli idiomi minoritari. Il secondo approccio, che accetta come un fatto ogni risultato della naturale evoluzione linguistica, ha come vantaggio la costante corrispondenza tra la situazione linguistica della nazione ed il suo regime linguistico, in quanto i mutamenti provengono dal basso e non sono imposti dall’alto. Nella pratica, nelle società contemporanee, potrebbe essere difficile, per l’amministrazione statale, seguire le mutazioni di natura sociolinguistica che si verificano nella popolazione. Inoltre bisogna rilevare le difficoltà di carattere politico e ideologico a cui questa soluzione potrebbe andare incontro: lo Stato moderno ha tra i suoi fondamenti il concetto di nazione, del quale la lingua è una componente importante e un approccio liberale in politica linguistica può essere visto come un attacco all’idea stessa di Stato. Un altro vantaggio di questa scelta è quello di non far gravare le spese relative agli interventi di politica linguistica sul bilancio dello Stato. L’approccio protettivo si basa su motivazioni non economiche: è necessario preservare una lingua debole perché non vada perso il suo patrimonio linguistico, al fine di tutelare la diversità e la ricchezza culturale di un Paese. Un’esasperazione di questo approccio concepisce le lingue come elementi di un complesso tessuto socio-culturale all’interno del quale non si può modificare alcun elemento senza compromettere anche gli altri; per preservare un idioma bisognerebbe quindi anche mantenere in vita tutte le espressioni della cultura materiale e sociale proprie del contesto in cui si utilizza tale lingua, come ad esempio il tipo di

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economia, le condizioni di vita, l’ordinamento sociale. Quest’ultima concezione risulta poco applicabile nelle società contemporanee, caratterizzate da un susseguirsi ininterrotto di scoperte e innovazioni. La tutela delle lingue minoritarie è oggi un problema molto sentito, in particolare nell’Europa occidentale, ed è vista come un esigenza morale collegata a temi quali la tolleranza, il rispetto delle etnie e delle culture cosiddette “diverse”. Il problema consiste però nel trovare una forma di tutela realmente efficace che dovrebbe riguardare non solo la lingua ma tutti i principali elementi che caratterizzano un’etnia: sviluppo demografico, organizzazione sociale, quadro economico generale. In Italia vivono molti gruppi di minoranza linguistica. Secondo le stime del Ministero dell’Interno circa il 5% della popolazione italiana ha come lingua materna una lingua diversa dall’italiano. Le costituzioni di molti Pesi europei non contengono disposizioni specifiche riguardo la tutela delle minoranze linguistiche, ma si limitano a richiamare il principio di eguaglianza che vieta la discriminazione a causa della religione, della lingua e dell’etnia. L’Italia, pur non avendo ancora ratificato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, si è data, nel 1999, una specifica legge-quadro, la n. 482/99 intitolata «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche».

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IV. Censimento degli istituti e delle associazioni degli Italiani o della lingua italiana all’estero Attualmente l’insegnamento della lingua all’estero è assicurata da varie Istituzioni attraverso cui il Governo, e cioè il Ministero degli Esteri con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, è impegnato nella diffusione della lingua e cultura italiana. Gli Istituti Italiani di Cultura promuovono e diffondono la cultura e la lingua italiana negli Stati dove hanno sede. L’elenco completo si può trovare consultando il sito: http://www.comuni.it/servizi/emigrati/italiamondo /istcultura/elenco.htm Essi:  stabiliscono contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico del paese ospitante e favoriscono le proposte e i progetti per la conoscenza della cultura e della realtà italiane o comunque finalizzati alla collaborazione culturale e scientifica;  forniscono la documentazione e l'informazione sulla vita culturale italiana e sulle relative istituzioni;  promuovono iniziative, manifestazioni culturali e mostre;  sostengono iniziative per lo sviluppo culturale delle comunità italiane all'estero, per favorire sia la loro integrazione nel paese ospitante che il rapporto culturale con la patria d'origine;

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 assicurano collaborazione a studiosi e studenti italiani nella loro attività di ricerca e di studio all'estero;  promuovono e favoriscono iniziative per la diffusione della lingua italiana all'estero, avvalendosi anche della collaborazione dei lettori d'italiano presso le università del paese ospitante, e delle università italiane che svolgono specifiche attività didattiche e scientifiche. Sono oggi attivi 93 Istituti di Cultura nel mondo: il 52 % di essi è presente nell’Europa occidentale e centro - orientale, il 13% in Africa settentrionale e Medio Oriente, il 12% in America Latina, seguono percentuali minori in America del Nord, Asia, Africa subsahariana. Secondo gli ultimi dati, gli Istituti hanno organizzato complessivamente nel mondo circa 4200 corsi cui hanno partecipato più di 55.000 persone. Le Scuole Italiane all’estero formano una rete composta da 181 scuole italiane e 116 sezioni italiane presso scuole straniere (bilingui o a carattere internazionale) e presso scuole europee, per un totale di 297 istituzioni. Le finalità prevalenti di queste istituzioni sono: • la promozione e diffusione della lingua e cultura italiana negli ambienti stranieri; • il mantenimento dell’identità culturale dei figli dei connazionali e dei cittadini di origine italiana, anche di seconda e terza generazione. Al complesso delle istituzioni scolastiche italiane all’estero si deve aggiungere la rete delle direzioni didattiche dei corsi di lingua e cultura italiana

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rivolti ai nostri connazionali residenti all’estero. Tali iniziative si realizzano mediante l’istituzione di corsi con docenti locali presso i nostri Consolati o enti finanziati dal Governo. Negli ultimi anni è proseguita la politica mirata all’integrazione nel curricolo scolastico dei corsi di lingua e cultura italiana in quei Paesi dove maggiore è la presenza di nostre comunità (Argentina, Brasile, Canada, Stati Uniti, Australia). Oggi il 59% dei nostri corsi di lingua italiana è integrato nell’orario scolastico curricolare. Di seguito è fornito un elenco di alcune Associazioni e Comunità italiane nel mondo.

Associazioni e Comunità italiane nel mondo Emigrati d'Italia Il sito degli italiani all'estero. Raccoglie link e informazioni su tradizioni italiane, associazioni, ambasciate, istituti di cultura, legislazione. http://www.comuni.it/servizi/emigrati/ • Altreitalie portale di studi sulle popolazioni di origine italiana nel mondo Versione online della rivista edita dalla Fondazione Agnelli. Disponibili i full-text in pdf anche dei numeri arretrati. http://www.altreitalie.it/

L'Unione Italiana (in inglese) comunità italiana in America (Tampa, FL) http://www.italian-club.org/ che si propone lo

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scopo di difendere la cultura e le tradizioni italiane.

ECCO! (in portoghese) Comunità italiana Attivo dal 1997. Portale italiano in Brasile http://www.ecco.com.br/ CIB - Comunità Italiana in Brasile Sito bilingue in italiano e in portoghese, attivo dal 1995 http://www.associb.org.br/index.php3

VII. Le funzioni della Dante La Società Dante Alighieri, (http://www.ladante.it/index.asp) è sorta nel 1889, grazie ad un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci. Il suo scopo primario, come recita l’articolo 1 dello Statuto sociale, è quello di “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana”. Essa si avvale di una rete di circa 500 Comitati, di cui più di 400 attivi all’estero, in Africa, America, Europa, Asia e Oceania per istituire e sussidiare scuole, biblioteche, circoli e corsi di lingua e cultura italiana, diffondere libri e pubblicazioni, promuovere conferenze, escursioni culturali e

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manifestazioni artistiche e musicali, assegnare premi e borse di studio. Per mezzo dei Comitati in Italia, la Dante Alighieri partecipa alle attività intese ad accrescere ed ampliare la cultura della nazione e promuove ogni manifestazione rivolta ad illustrare l’importanza della diffusione della lingua, della cultura e delle creazioni del genio e del lavoro italiani. Punto di riferimento per i Comitati dell’Italia e dell’estero è la Sede Centrale, situata a Roma, in Palazzo Firenze, e presieduta dall’Ambasciatore Bruno Bottai. Dal 1993, in base ad una convenzione con il Ministero degli Affari Esteri, la Società Dante Alighieri opera per la certificazione dell’italiano di qualità con un proprio certificato PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), riconosciuto anche dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che attesta la competenza in italiano come lingua straniera secondo una scala di sei livelli rappresentativi di altrettanti fasi del percorso di apprendimento della lingua che corrispondono a quelli stabiliti dal Consiglio d’Europa.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

B. Turchetta. Il mondo in italiano. Edizioni Laterza, 2005 http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_italiana http://www.jus.unitn.it/cardozo/review/2002/ortolani.htm http://it.wikipedia.org/wiki/Cocoliche http://www.ambberlino.esteri.it/NR/rdonlyres/F057F198FEEE-4304-BA26D777AD7F4116/15279/Rapportotecnico1.pdf

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