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Matteo

Bussola

Sono puri i loro sogni


Lettera a noi genitori sulla scuola
Sono puri i loro sogni

a Gabriella ed Ernesto,
loro sanno perché
Era l’autunno del 1976, settembre era agli sgoccioli, il bambino alto mi disse:
– Sai che abito vicino a casa tua?
Ci trovavamo agli armadietti della scuola materna, entrambi stavamo cercando di appendere le nostre
giacche di una taglia in piú sull’attaccapanni arancione. Le braccia mi tremavano, percorse da brividi di
puro terrore.
– Come fai a saperlo?
– Ti ho visto nel tuo cortile. Io sono Mirco.
Si presentò dritto, senza indugi, allungandomi una mano che mi pareva troppo grande per essere quella
di un coetaneo.
– Io sono Matteo.
La mia mano scomparve nella sua.
Mirco mi superava di una testa, io ero piccolo e gracile, lui sembrava la mia custodia.
Vinta la ritrosia iniziale, divenne il mio primissimo amico. Lo è ancora oggi.
Fino ad allora, non avevo mai sentito il bisogno di averne uno, ero un bambino solitario e introverso.
Mia mamma, ogni volta che ricorda la mia infanzia, mi dice: «Tu ti bastavi da solo».
Avevo il disegno, i fumetti da sfogliare, un giardino con l’erba sempre alta in cui correre e un albero
sul quale arrampicarmi, cos’avrei potuto volere di piú? Al netto dei familiari, la mia realtà cominciava e
finiva con me. Almeno fino a quel giorno del terzo anno di materna, che in verità fu il primo, visto che i
precedenti due li avevo passati a casa con la nonna.
Quell’unico anno fu per me la scoperta di un mondo nuovo.
D’un tratto c’erano «gli altri». Con gli altri non andavo sempre d’accordo, questa cosa mi spaventava,
dopo un po’ ci trovai un senso. Non sentirmi piú al sicuro, avere paura, vedere che la gentilezza di chi
avevo intorno non era dovuta, ma dipendeva anche dalla mia, mi restituiva la responsabilità di scegliere
come volevo essere. Non esisteva piú l’accoglienza incondizionata dei miei genitori, il mio
comportamento generava conseguenze. Imparavo delle regole che, al tempo non potevo saperlo, mi
sarebbero servite per tutta la vita. Una la conoscevo già, me la ripeteva di continuo mia nonna, ma ne
compresi il significato solo lí:
«Chi rispetto vuole, rispetto porta».
La scuola serviva a insegnarci questo: rispetta gli altri, tira fuori il meglio che hai, le due cose sono
alla base di ogni risultato.

Oggi sono padre, ho tre figlie di età differenti che frequentano istituti diversi. Le mie paure sono
adesso tutte per loro.
Perché di rispetto, nella scuola, ne vedo sempre meno. Soprattutto fra genitori e insegnanti.
Noi genitori, in particolare, sembriamo spesso insoddisfatti, eccessivamente critici, a volte arrabbiati.
Intenti a tracciare confini e pronti a fare da scudo ai nostri figli di fronte a qualunque difficoltà,
difendendoli da chiunque provi a metterli in crisi. È questo a confondermi di piú.
Quella fra noi e l’autorità scolastica pare essere diventata una specie di guerra, in cui il mirino delle
nostre paure viene puntato troppe volte sulla classe docente che, ormai, abbiamo costretto a una
comprensibile diffidenza. A farne le spese, è proprio chi crediamo di proteggere.
Vivendo la scuola da genitore ho accumulato negli anni osservazioni, riflessioni, testimonianze,
aneddoti che mi hanno portato a domande che aumentano giorno dopo giorno. E mi hanno condotto, di
nuovo, a interrogarmi sulle mie stesse responsabilità.
Perché siamo diventati cosí?
Non riesco a capire cosa ci sia accaduto.
Quando non capisco qualcosa, se perdo la direzione di un ragionamento, l’orizzonte di uno sguardo,
mi siedo davanti a una pagina bianca e metto in fila le parole.
Ho imparato a fare in questo modo proprio a scuola, cosí tanti anni fa che mi sembrano mille. È una
delle numerose eredità che il percorso scolastico mi ha lasciato, insieme alle poesie di Ungaretti, le
province della Basilicata, il teorema di Pitagora, il profumo alla mela verde di Arianna. Una fiducia
istintiva per chi ha mani grandi.
«Quando non capisci, scrivi, – mi diceva sempre la maestra Miranda, – cosí metti in ordine i
pensieri».
Un’altra cosa che ho imparato a scuola è che scrivere, per me, significa sempre scrivere a qualcuno.
Come se la scrittura dovesse essere orientata dalla consapevolezza di un destinatario, che si tratti di uno
solo oppure di molti, perfino quando il destinatario sono io. Soprattutto, quando anch’io mi sento parte di
quei molti.
Ecco perché questo libro è una lettera.
Ecco perché è rivolta a noi genitori.
Il primo giorno di scuola elementare di Ginevra siamo andati in cinque.
Quasi non riuscivo a vederla, coperta dalle mamme, dai papà e dai nonni che scattavano foto a raffica
ai bambini, oppure facevano lunghi filmini con gli smartphone, manco fossimo a un concerto degli Stones.
Fra loro c’era anche Paola, che sgomitava in mezzo alla folla cercando le inquadrature migliori.
Abbiamo accompagnato i bimbi su per le scale, fin dentro le classi. Siamo stati loro accanto durante la
baraonda della scelta del banco, incollati come tante sentinelle, infine le solite raccomandazioni di rito.
– Papà, adesso però vai via! – mi ha detto Ginevra.
– Ancora un attimo, – ha detto al mio posto la mamma, sull’orlo della commozione.
Noi genitori ci siamo allontanati solo dopo aver ricevuto tutte le opportune rassicurazioni dalle
maestre, avere esaurito le avvertenze intorno al menu del pranzo – «Denis è intollerante ai pomodori!»,
«Marina non mangia i porri!», «Le mozzarelle, quanto tempo prima le tirate fuori dal frigo?» – e dopo
esserci fatti confermare piú volte l’orario preciso di uscita dei bambini.
– Alle 12.45, sul marciapiede di fronte al cancello.
Su quel marciapiede, davanti a quel cancello, molti genitori sono arrivati con piú di mezz’ora di
anticipo. Hanno continuato a fissare alternativamente l’orologio e il cancello per piú di mezz’ora. Lo so
perché io ero uno di quelli.

– Che ore sono?


– Le 12.27.
– Ma sei sicuro? Perché io faccio le 12.28 e cinquantasette secondi, praticamente le 12.29.
– Eh, ma l’orologio della scuola segue l’ora del meridiano di Greenwich. Sono le 12.27 in punto,
diciotto minuti esatti al suono della campanella.
– Okay, sincronizziamo gli orologi. Pronti? Al mio tre.
– Aspetta, chi l’ha detta questa cosa?
– Quale cosa?
– Quella del mediano di Sandwich.
– La dirigente scolastica, alla riunione di apertura.
– Apertura? Allora hanno aperto?! DOVE?!
– Mannò, signora, scherzavamo sull’orar…
– Mario, hanno aperto! Va’ a prendere la macchina!
– La prendo anch’io!
– Ricordati di abbassare i finestrini di ventitre centimetri, sennò Ettore suda!
Di quella mattinata ci restano centosette fotografie, gelosamente custodite nel pc di Paola all’interno
della cartella «Ginevra copia di copia di copia DEF», ma salvate pure su chiavetta usb, ché si sa mai.

Del mio primo giorno di scuola elementare conservo una foto sbiadita.
Nella foto sorrido affacciato alla finestra della cucina, indosso un grembiule scuro con un piccolo
ricamo sul taschino e ho un fiocco azzurro al collo. Che fosse azzurro lo so perché me lo ricordo, visto
che l’immagine è in bianco e nero.
Mio padre non c’era, mia mamma mi lasciò al cancello circondato da centinaia di bambini in cui
riconoscevo il mio stesso sguardo. Eravamo tutti lí, pronti per l’avventura della vita, non sapendo bene
cosa aspettarci. Al suono della campanella salimmo in classe, la maestra ci assegnò i banchi, disse il suo
nome scandendolo piano e fece il primo appello. All’improvviso, ci travolgeva la conferma definitiva di
non essere (piú) gli unici al mondo.
Me n’ero già reso conto il primo giorno di materna, quando mia mamma mi aveva lasciato agli
armadietti senza alcun senso di colpa apparente, dandomi un bacio sui capelli. Niente struggimenti, niente
lacrime. La sola preoccupazione era relativa al cibo, dato che avevo una forte idiosincrasia nei confronti
delle verdure. Alla mensa dell’asilo sperimentai i piselli con la gelatina. Mi facevano schifo, facevano
schifo a tutti, li mangiavamo lo stesso perché era la regola.
Era la fine degli anni Settanta e funzionava cosí.

Una delle differenze fra la scuola di allora e quella di oggi potrebbe essere riassunta in queste due
semplici immagini. Siamo passati da un mondo in cui i genitori stavano a una giusta distanza, a uno in cui
i genitori stanno troppo vicini. Dal portare i figli a scuola, ai figli che portano a scuola noi. Adesso
vogliamo accompagnarli fin dentro, vogliamo essere la prima cosa che vedranno all’uscita. Vogliamo
delegare l’educazione ma al contempo non sappiamo se lo vogliamo davvero. Vogliamo vedere, vigilare,
farci sentire.
La nostra costante presenza parte dal primo giorno, ed è il risultato di una genitorialità che interpreta
troppo spesso l’amore come un mettersi davanti, nel tentativo di proteggere ciò che abbiamo di piú
prezioso.
Perché i figli sono nostri.
Perché nei nostri figli riviviamo noi.
Elena ha trentasei anni, una laurea in Scienze della formazione e una specializzazione in Pedagogia. È
maestra di scuola elementare da sette. Durante una lezione ha ripreso con fermezza un suo alunno per un
episodio di bullismo. Per questo motivo ha subito pesanti conseguenze. Il bambino, a quanto pare, è
tornato a casa e ha raccontato ai genitori di essere stato picchiato dalla maestra. I genitori, dopo averne
sobillato altri, si sono rivolti al dirigente scolastico chiedendo sanzioni. Il dirigente scolastico, intimorito
dalla furia genitoriale, ha preso immediati provvedimenti. Nessuno ha messo in discussione la versione
del bambino, nessuno ha creduto a quella di Elena, che ha tentato invano di scagionarsi. Una settimana
dopo, l’alunno ha rivelato di essersi inventato tutto. Nonostante ciò, i provvedimenti sono rimasti attivi,
perché l’iter burocratico e disciplinare era già in moto.

Un’altra storia vera, di tanti anni prima. Un ragazzino fu uno studente modello per molto tempo. Smise
di esserlo dopo un compito in classe di Matematica a sorpresa, sull’introduzione alla teoria degli
insiemi. La questione era che in una classe di trentadue alunni c’erano sedici studenti che giocavano a
calcio, e diciotto studenti che giocavano a basket. Rappresenta graficamente questa distribuzione,
richiedeva il problema da risolvere. Il ragazzino non capiva come fosse possibile, i conti non gli
tornavano. La risposta, oggi lo sa, era ovvia: due studenti – i due che nella sua mente apparivano «di
troppo» – giocavano in realtà sia a basket che a calcio, quei maledetti. Fu cosí che apprese in maniera
cristallina il concetto di intersezione. Non lo scordò mai piú, perché lo imparò sbagliando. La
certificazione del suo errore fu un quattro in bella vista scritto in rosso sul compito di Matematica. Tornò
a casa, i genitori non nascosero la delusione, fu punito per il brutto voto. Nessuno si chiese se il fatto che
non avesse capito la teoria degli insiemi fosse colpa anche dell’insegnante, si partiva semplicemente dal
presupposto che lui non avesse studiato abbastanza. La colpa poteva essere solo sua.

La scuola, fino ad appena vent’anni fa, era quella di questo ragazzino. Nessuno si sarebbe mai sognato
di discutere l’autorità di un docente, men che meno la sua condotta. Nessun genitore si sarebbe mai
azzardato a contestare un voto ricevuto dal figlio, o un rimprovero subito in classe, figuriamoci
richiedere la sospensione di un insegnante. La stessa autorità dei presidi – oggi dirigenti scolastici – era
appena un gradino sotto quella dell’imperatore Palpatine di Star Wars. Rispettata senza eccezioni,
immune da qualunque tipo di intimidazione.
Era giusto?
No, ma era rassicurante.
Le gerarchie erano cristalline, gli insegnanti stimati, noi eravamo quelli arrivati lí per imparare. Le
cose erano chiare per tutti.
Oggi il ragazzino ha quarantasei anni e tre figlie in età scolare. Una va alla scuola dell’infanzia, una
frequenta la primaria e l’altra sta per cominciare le medie. Incidentalmente ha pure una madre che ha
insegnato nella scuola pubblica per trentacinque anni. Frequenta genitori, attività scolastiche e
parascolastiche, ha amici insegnanti. Vede quel che accade, ascolta ciò che gli raccontano, lo confronta
con quel che ricorda essere capitato a lui.
Quel ragazzino sono io, ma potrebbe essere qualunque genitore della nostra generazione.
Noi sappiamo che, rispetto a quei tempi, è cambiato tutto. Lo vediamo succedere ogni giorno.

Gli studenti che eravamo, oggi diventati genitori, si spingono sempre piú dentro la scuola, animati da
un sano desiderio di partecipazione, ma mettendo troppo spesso in discussione metodi, criticando
valutazioni, creando – involontariamente o volontariamente – veri conflitti di autorità. Arrivando, in
alcuni casi, addirittura a insulti o minacce esplicite nei confronti del corpo docente.
Quando a scuola ci andavamo noi, l’istituzione scolastica era intoccabile e gli insegnanti avevano
ragione a prescindere, mentre oggi sono accusati e giudicati da gruppi di genitori pronti a difendere i
propri figli da ogni rimprovero. Madri e padri che non sono piú disposti ad accettare un brutto voto
considerandolo un incidente di percorso, o un’opportunità di crescita, ma lo vivono come una macchia
indelebile sul curriculum.
Siamo passati da un estremo all’altro.
La scuola che ricordiamo e quella che invece sperimentiamo oggi non hanno quasi piú niente in
comune.
E noi genitori, che dovremmo essere un ponte fra i nostri figli e la scuola, ci troviamo sempre piú di
frequente a rappresentare un ostacolo. Ingombrando il passaggio che dovrebbe garantire ai bambini di
spostarsi dalla famiglia alla classe, e viceversa, senza scossoni.

Cosa ci è successo?
Quando abbiamo cominciato a pensare alla scuola come all’erogazione di un servizio nel quale il
cliente deve avere comunque ragione? Quando abbiamo iniziato a mettere in discussione l’autorità dei
docenti, a partire dai compiti assegnati a casa? Perché il sacrosanto diritto di partecipare al cammino dei
nostri figli, vigilando anche sugli eccessi, si trasforma sempre piú spesso nella giustificazione automatica
dei figli? Infine: quando ci siamo convinti che essere genitori volesse dire vivere le loro vite, che fare il
loro bene significasse impedire a chiunque di metterli in difficoltà, dimenticando che le difficoltà sono
uno strumento di crescita indispensabile?

Tra gli anni della nostra infanzia e quelli odierni c’è stata una profonda evoluzione del ruolo di
genitore. La pedagogia è diventata sempre piú accessibile, nelle scuole sono entrati gli psicologi, ci è
stato spiegato che avere figli comporta responsabilità dalle mille sfaccettature. Non bastasse, a
rendercelo noto, la nostra pratica quotidiana.
Presenza, ascolto, condivisione, interessamento, coinvolgimento, recupero della propria esperienza
per porla al servizio del bambino, sono solo i primi fondamentali requisiti che vengono richiesti a noi
genitori di oggi, con l’obiettivo principale di non commettere gli stessi errori di quelli di ieri, che si
facevano meno domande e navigavano a vista. I nostri doveri, in certi momenti, ci appaiono cosí
complessi da indurre la paranoia che sia impossibile assolverli per intero. Da qui le manie di controllo
su ogni aspetto della vita dei figli, affinché nulla ci sfugga, compreso il loro rendimento scolastico. Di
piú: di fronte a un brutto voto, o a un ammonimento disciplinare, siamo noi a sentirci criticati nel nostro
ruolo, come se le difficoltà scolastiche trovassero unica causa nella nostra disattenzione, o dicessero
della nostra inadeguatezza. Se un insegnante rimprovera nostro figlio non ci stiamo, ci sentiamo sotto
accusa, aggrediti, scoperti, indifesi.
Perché?
Perché i genitori che siamo contengono anche i bambini che siamo stati.
Perché abbiamo la sensazione che stiano cercando, di nuovo, di dare la colpa a noi.
L’inizio dell’anno scolastico è sempre un momento delicato. Per chi la scuola la comincia, per chi la
cambia, per chi passa da un istituto a un altro. Noi genitori viviamo con apprensione ogni tappa,
immemori del fatto che il vero trauma lo abbiamo subito otto mesi prima, a gennaio, al momento delle
iscrizioni. In pieno inverno, appena usciti dal gorgo delle feste natalizie, siamo stati costretti a decidere
cosa fare delle nostre vite e di quelle dei nostri bambini, una volta finita l’estate.
Sono davvero bei momenti, quelli a cavallo tra l’Epifania e San Valentino, in cui ci si ritrova come
massoni nel cuore della notte a tentare di disinnescare problemi, con un anticipo tale che neanche la
programmazione del lancio di uno Shuttle, il panico che circola su tutte le chat di classe del pianeta.

Orario pieno? Con rientri pomeridiani? Fino all’una, sabato compreso? E se poi il sabato vogliamo
andare tutti insieme da qualche parte? Mensa o pranzo a casa? Li accompagniamo in macchina o li
mandiamo in scuolabus? Ho sentito dire che l’autista adesso è un altro e l’hanno visto che fumava una
sigaretta all’aperto a sei metri da un bambino, ma stiamo scherzando? E l’ora di religione? L’ingresso
anticipato o il ritiro posticipato? Al nonno l’hanno poi rinnovata la patente?
In certi casi la decisione appare elementare, in molti altri no.
Perché non tutti possiamo sapere a gennaio quale sarà la nostra situazione lavorativa all’inizio di
settembre, perché non si tratta di prenotare una casa per le vacanze che se poi non va bene te ne potrai
andare rimettendoci solo la caparra o, al piú, avrai buttato una settimana in un posto al di sotto delle tue
aspettative. Perché non possiamo prevedere con un margine di approssimazione sufficiente come saranno
i nostri figli fra una settimana, figuriamoci fra quasi un anno, dato che cambiano – letteralmente – ogni
giorno.
Quell’intolleranza alimentare che si è da poco manifestata si aggraverà? O magari durante l’estate
andrà attenuandosi, fino a scomparire? Se il bambino è intollerante lo devi dire subito, c’è la casella
apposita del modulo da compilare, rigorosamente online, al quale va allegata l’indispensabile
certificazione medica. E conviene iscriverlo al servizio di trasporto scolastico? Gli facciamo fare solo il
viaggio d’andata o anche quello di ritorno? E se non siamo a casa per quell’ora? Facciamo l’andata, dài,
ché tanto al ritorno vanno a prenderlo i nonni. E se i nonni poi stanno male? Ci andrà qualcun altro, ma
allora bisogna fornire un elenco di persone fidate, la fotocopia dei documenti d’identità, il codice fiscale,
i numeri di telefono fisso e cellulare, e via di chiamate allo zio, alla cugina, alla sorella, a qualunque
parente utile in caso di epidemia, ma è meglio verificare anche le disponibilità della baby-sitter, dei
vicini, per disperazione va bene pure il postino. Spuntiamo le voci sull’immancabile modulo online, ci
segniamo il codice di nostro figlio, calcoliamo le ore a mente chiedendoci perché diavolo debba essere
sempre tutto cosí complicato.

La verità è che è complicato perché siamo stati noi a renderlo cosí.


Prima, a scuola si andava e basta, l’orario era unico, lo scuolabus prendeva e riportava – a parte chi a
scuola ci veniva piedi, o in bicicletta –, si pranzava a casa, i pomeriggi erano praterie sconfinate in cui si
giocava solo dopo aver finito i compiti.
Oggi invece è tutto diverso. Il lavoro dei genitori si è fatto piú complesso, le loro esigenze piú difficili
da soddisfare, e quindi via via sono arrivati i rientri pomeridiani, i sabati, le mense, gli orari flessibili e
modellabili attorno a richieste sempre piú personali e articolate. Sul cibo c’è una supervisione
maniacale, dato che le scuole, sopraffatte da proteste perché i broccoli non sono digeribili, i kiwi
contengono i semini che restano incastrati nei denti, il Parmigiano non va bene se non è stagionato almeno
trentotto mesi e il pesce deve essere pescato in giornata pure se vivi a Bolzano, si tutelano come possono.
Hai necessità specifiche? Devi dirlo prima, dando all’istituto il tempo di organizzarsi, perché la
scuola è anche una macchina, composta da centinaia di ingranaggi che, per funzionare bene, devono
essere oliati alla perfezione. Oliati con una rincorsa di otto mesi, cosí che a settembre nessun genitore
possa dire: «Ah, questo non è come dovrebbe essere», nel migliore dei casi, o intentare una causa alla
scuola per negligenza, nel peggiore.
È colpa nostra, quindi? No, è la società a essersi complicata la vita, e la scuola vi si è modellata
attorno. Ma noi, va detto, l’abbiamo lasciata fare.
Ottenendo la scuola su misura che abbiamo lentamente contribuito a costruire, infarcita di troppe
regole, cavillosità, limiti, eccessi di precauzioni a volte surreali. Che crescono col passare dei giorni e
con l’avanzare dell’anno. Che ci schiacciano e ci soffocano, e alimentano una sensazione di
claustrofobia, l’idea di un’istituzione quasi ostile, che pensa a garantire soprattutto sé stessa perché ci
percepisce, ormai, come una minaccia. Che non parla piú con noi, non ci comprende, non capisce le
nostre frustrazioni, non apprezza i nostri sforzi e spesso non sembra riconoscere l’impegno che ci
mettiamo.
Quella scuola, di noi, pensa le stesse cose.
Settembre è il mio mese preferito.
È il periodo dei cambiamenti, dei buoni propositi. Delle crescite.
Settembre è il miglior film di Woody Allen, assieme all’indimenticabile Io e Annie. È anche una
canzone che non dico, perché quella canzone è settembre solo per me.
Settembre sono gli abbracci sugli ingressi delle scuole, gli amici ritrovati e i genitori in macchina.
Che guardano i figli salire quelle scale sapendo che ogni gradino li farà diventare un po’ meno genitori e
un po’ piú vecchi.
Settembre è il primo giorno d’asilo, quando abbandoni quelle braccia per la prima volta davvero.
Il testimone di troppe lacrime trattenute, dietro porte che si richiudono alle spalle di padri che
scoprono cos’è un senso di colpa. Con enorme sollievo delle madri, che invece lo sanno da sempre e
sentono di aver finalmente qualcosa da condividere.
Settembre sono i cieli che si abbassano e la luce inclinata in quell’azzurro tagliente.
È quando vedi passare i trattori impazienti con i rimorchi ancora vuoti e hai di nuovo otto anni e sei
sulle scale con l’ultimo Dalek alla fragola e il «Devil Gigante» fresco di edicola.
Settembre è il campeggio che finisce e la vita vera che torna. È basta sabbia nelle scarpe, l’ultimo
cloro negli occhi. Il gusto della pizzetta unta della piscina che lascia il posto al sapore delle rosette
croccanti.
Settembre è una resa dei conti. È il punto dove si sono dati appuntamento il chi sei e il chi potrai
diventare. Tutti i piani del mondo convergono a settembre, anche quelli destinati a fallire. Ma a settembre
sembrano tutti promettenti.
Settembre sono le braccia che si coprono e gli occhi che si aprono. La luce che all’improvviso non è
piú troppa, accecante, senza speranza. A settembre, vedi.
Settembre è il tempo che ritorna mentre lo spazio attorno si restringe. È la sottile ansia dell’attesa e
agosto che non si arrende ancora del tutto.
Settembre sta a metà tra gli esordi e i bilanci. È la fine, e l’inizio.
Settembre è una bicicletta gialla sporca d’estate con cui affronti un’inattesa pioggia sottile che lava
via la tua infanzia per sempre.
Oggi settembre è diventato una salvezza, e per questo solo una sconfitta.
Trent’anni fa, due mamme si incontrano davanti alla scuola Eugenio Montale.
– Cioè, quello scemo di mio figlio sai cos’ha fatto ieri in classe?
– Guarda, non può essere scemo come il mio, aspetta che ti racconto.
Ridono.
Oggi, due mamme si incontrano su una chat di WhatsApp.
«Cioè, quella deficiente della maestra sai cos’ha fatto ieri in classe?»
«Quale? Dici quella di Italiano o quella di Matematica?»
Faccine che ridono.

Il progressivo slittamento di responsabilità dai figli ai docenti, evidente nel confronto fra i due
dialoghi, è un esempio della visione che molti genitori hanno, ormai, del corpo insegnante.
In percentuali diverse, quest’idea si nasconde dentro ciascuno di noi, per quanto ci costi ammetterlo. È
un’idea che viene da lontano, certificata, secondo alcuni, addirittura dalla nota frase: «Chi sa fa, chi non
sa insegna», diventata uno dei luoghi comuni piú frequentati, assieme allo stigma degli statali
«fannulloni».
Dal rispetto assoluto e incondizionato stiamo infatti passando a una considerazione prossima allo
zero: gli insegnanti sono persone che non sanno fare, perciò insegnano. Di piú: nel pensiero di molti, sono
laureati che insegnano per ripiego, che hanno abdicato ai loro sogni per rifugiarsi in una sacca di
sicurezza, ricevendo uno stipendio fisso per lavorare poco, con tempi flessibili, orari comodi e quasi tre
mesi di ferie.
Sulle vacanze estive si è addirittura sviluppato un dibattito che è in corso da tempo, culminato nella
recente proposta del ministro Fedeli di tenere aperte le scuole anche d’estate. Perché noi poveri genitori
dobbiamo lavorare pure a luglio – e per la maggior parte di agosto – mentre gli insegnanti, che vengono
pagati per l’intero anno, possono invece sfuggire a questa regola? Come può comprendere i nostri
problemi gente che ha giornate lavorative, quando gli va male, di cinque ore, e si lamenta pure?

Enrico Galiano, insegnante e scrittore, sostiene che «calcolare la mole di lavoro di un insegnante solo
sulla base di quante sono le ore passate in classe è come pretendere di calcolare quanto tempo Usain Bolt
passa a correre, tenendo conto solo di una sua gara sui cento metri piani» 1.
Quel che Galiano vuol dire è che c’è un lavoro non visibile che si estende per tutto l’anno, anzi per
tutta la vita professionale di un insegnante e che, proprio come l’allenamento per un atleta, serve a
prepararlo alla prestazione. Come le competenze di un medico, che richiedono un lungo percorso di studi
e di pratica di cui non abbiamo percezione nel breve tempo della nostra visita ambulatoriale, ma sono
precisamente ciò che gli consente di effettuare diagnosi e prescrivere farmaci. Proprio come un architetto
che presenta un progetto a un committente, o un panettiere che ci vende il pane. Dietro ogni progetto ci
sono centinaia di disegni che il cliente non vedrà mai, ma che sono serviti all’architetto per giungere alla
soluzione ottimale, mentre dentro ogni pagnotta ci sono un impasto fatto a regola d’arte e diverse ore di
lievitazione.
L’impegno degli insegnanti non è solo quello delle ore di lezione, ma è anche quello «nascosto» dei
corsi di aggiornamento, è la correzione dei compiti a casa, sono i consigli di classe, le riunioni di
dipartimento, gli scrutini e i prescrutini, la preparazione delle attività didattiche che prevedono, spesso,
percorsi individuali per ogni bambino, a maggior ragione in una scuola in cui ormai il cinquanta per cento
degli alunni arriva dall’India, dalla Nigeria, dalla Cina, dall’Egitto, dalla Romania. Infine, ma non ultimi,
i colloqui con noi genitori.

«Oggi, per diventare insegnante, non devi piú solo laurearti, – mi racconta Sara, trentanove anni,
maestra di scuola primaria. L’ho conosciuta giovanissima, quando faceva l’aiuto-compiti al fratellino di
una mia ex fidanzata, già con l’obiettivo di insegnare. – È indispensabile avere frequentato corsi di
pedagogia, tenersi sempre informati, essere un po’ psicologi, saper vigilare sugli episodi di bullismo,
rispettare i programmi ministeriali ma cercare di arricchirli con elementi che rendano l’esperienza viva
per gli studenti, devi preparare il corso di Educazione alla salute, quello di Educazione stradale e, in
tutto questo, devi pure guardarti dai pregiudizi di chi ti vede come appartenente a una casta di
privilegiati, dunque un nemico».

Il problema è che, senza accorgercene, stiamo trasferendo questa visione ai figli, che contaminiamo
con i nostri discorsi e la nostra sfiducia. Non appaia dunque strano che, se l’autorità di chi dovrebbe
istruirli viene messa in discussione proprio da noi, anche loro facciano fatica ad attribuire agli insegnanti
autorevolezza e rispetto.
Non si tratta di tornare ai tempi del Signora Maestra o delle bacchettate sulle dita, ma io resto
affascinato e sconvolto ogni volta che mia madre mi ricorda di quando insegnava lei, anni in cui, non
appena il docente entrava in classe, gli studenti si alzavano in piedi. Se c’era un minimo accenno di
confusione le bastava battere la mano sulla cattedra, o lanciare l’occhiata segreta del dragone nascente, e
tornava il silenzio. E mi parla di neanche vent’anni fa, non del Milleottocento.
«Oggi, – mi dice Antonia, collega e amica di Sara e docente in una scuola media, – quando entriamo in
classe è tutto diverso: i bambini si ribellano se li richiami, si mostrano insofferenti e magari subito dopo
scoppiano in lacrime per niente, arroganti e fragili allo stesso tempo. Per ottenere l’attenzione necessaria
a svolgere la lezione possono passare diversi minuti».
I bambini non ascoltano, o ascoltano meno, anche perché non temono piú l’autorità scolastica.
Non la temono, o la temono meno, anche a causa nostra.

1. La citazione è tratta da Enrico Galiano, Ammettiamolo: facciamo gli insegnanti per avere tante vacanze, in «ScuolaZoo», 23 giugno 2017
(http://www.scuolazoo.com/info-studenti/diari/diario-del-professore/facciamo-gli-insegnanti-per-avere-tante-vacanze/).
Tutti gli allievi che mia madre ha avuto la ricordano con affetto. È una cosa che posso testimoniare
perché diversi sono miei amici. L’affetto e la stima, perfino a distanza di decenni, sono palpabili. Se
incontro qualcuno di loro mi chiedono di salutarla tanto, mia madre quando glielo dico si commuove e
ricorda, dopo cosí tanto tempo, nomi, carattere, attitudini di ciascuno. C’è chi anche da adulto la
considera una figura di riferimento, capita che passino a trovarla a casa. Tutti ne rammentano la
gentilezza, l’integrità, l’interessamento oltre la sfera squisitamente scolastica, che allora nessuno
percepiva come un’intromissione, ma come la naturale prosecuzione dell’esperienza non tanto didattica
quanto – mi verrebbe da dire – umana.
Il padre di Paola, la mia compagna, sperimenta la stessa cosa. Oltre a essere un idrobiologo piuttosto
noto nel suo campo, e ad avere tenuto lezioni all’università, ha insegnato alle scuole superiori per
trent’anni. I suoi studenti, oggi genitori, gli dànno ancora del lei. Quando Paola e io andiamo a
passeggiare in paese, ogni volta che incrociamo un conoscente, in almeno la metà dei casi la
conversazione si chiude con un: «Porta i miei saluti al caro professor Barbato», e segue in genere un
aneddoto personale che testimonia la ragione di questo attaccamento.

Qualche tempo fa ho letto un articolo in cui si parlava di un quindicenne che, in una scuola romana, ha
detto alla professoressa: – Se mi rompi di nuovo i coglioni ti stupro –. Quando la docente ha convocato i
genitori, questi prima hanno minimizzato, poi le hanno dato della visionaria.

Conosco una giovane insegnante che ha chiesto – e ottenuto – un trasferimento dopo essere stata
aggredita in aula da uno studente. Come se non bastasse, l’aggressione è avvenuta mentre lei era in
avanzato stato di gravidanza. Il trasferimento si è reso necessario perché i genitori l’hanno denunciata per
falso e gli altri studenti si sono rifiutati di testimoniare. Scossa da una vicenda che non pareva
ricomponibile in alcun modo, non sentendosi piú al sicuro, l’insegnante ha scelto un volontario
allontanamento.

Giuliano ha cinquantaquattro anni, insegna Matematica in una scuola media da venticinque, lavora con
una classe di bambini considerati difficili. È finito in ospedale dopo essere stato malmenato da un padre,
per essersi permesso di mettere una nota al figlio di dodici anni. Il ragazzino, in aula, lanciava le sedie
dalla finestra.
– Mio figlio è solo un po’ vivace, è lei che non sa gestirlo, – è stato il commento del padre, prima di
passare alle vie di fatto.

Oggi si parla tanto di bullismo nella scuola, dell’aggressività dei ragazzi fra loro e delle prepotenze
che subiscono i piú deboli, ma si parla ancora troppo poco del bullismo nei confronti degli insegnanti.
«Come si è permesso di dare un’insufficienza a mio figlio?», «Tu non arrivi alla fine dell’anno!», «I
compiti delle vacanze se li infili dove sa!», «Se questo avrà ripercussioni sulla sua pagella me la paga!»,
«Stia attenta, io la rovino!» sono solo alcune delle perle che mi sono state riferite da insegnanti che
conosco, ma frasi analoghe sono reperibili sui giornali e specialmente sul web. Il bullismo, infatti, sta
evolvendo in nuove forme, tracimando dalla scuola alla rete, sulle pagine Facebook di gruppi di genitori
sempre piú agguerriti, in cui non si lesinano critiche anche molto aspre, o vengono messi in circolo
pettegolezzi diffamatori conditi da appellativi sessisti e facilmente immaginabili per le insegnanti, e
minacce piú esplicite e dirette nei confronti dei colleghi uomini. Atteggiamenti che sono in aumento, e che
dipendono da una tendenza a svalutare o screditare chi non ci conferma l’idea che abbiamo dei nostri
figli, o chi contraddice i nostri «valori educativi».

Naturalmente, e non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo, non tutti i genitori sono cosí, come è pur vero
che, in alcuni casi, le loro reazioni sono la conseguenza di un «incattivirsi» dei docenti, che si sentono
attaccati da ogni parte. Ma, quando certi episodi si verificano, gli insegnanti sono spesso privi di
strumenti efficaci per fronteggiare reazioni improvvise ed estreme, o aggressioni dirette, perché
l’influenza dei genitori nella scuola è ormai tale che, talvolta, perfino i dirigenti scolastici si trovano in
condizione di non poter prendere le difese del loro corpo docente. Per il timore di ripercussioni anche
legali, come ci dicono i sempre piú numerosi casi di madri e padri che credono di tutelare i propri figli
intasando i tribunali di cause civili e penali.

Il punto è: i genitori chiedono agli insegnanti di vigilare sul bullismo fra ragazzi, anche se spesso
segnalare le prepotenze di uno studente porta come risultato immediato proprio la negazione e
l’inimicizia dei genitori stessi, in una specie di paradosso senza uscita.
Ma chi vigila, invece, sul bullismo contro gli insegnanti?
Soprattutto: cosa aspettarsi da ragazzi che crescono all’interno di un conflitto fra quelle che sono – o
dovrebbero essere – le loro principali figure di riferimento? Come possono darsi un senso, stabilire
relazioni di fiducia, imparare a riconoscere e rispettare il valore degli altri e il proprio, se niente e
nessuno attorno a loro sembra averne? Se chiunque cerca di renderli consapevoli delle conseguenze delle
proprie azioni, o li invita ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti, si trova di fronte un
muro di minacce e giustificazionismo?

Responsabile deriva dal latino respondere (rispondere), piú il suffisso -bile (facoltà, opportunità).
Diventare responsabili significa dunque cogliere l’opportunità di dare risposte per sé, non scaricare
su qualcun altro i propri compiti o i propri doveri.
Noi genitori, al contrario, continuiamo a rispondere al posto dei nostri figli.
«La prima cosa che dico ai miei studenti, il primo giorno che entrano in classe, è: ricordatevi che il
mio rapporto è e sarà solo con voi, non con vostro padre o vostra madre, – mi racconta Graziella,
giovane professoressa in un liceo scientifico. È una frase che colpisce, una presa di posizione netta. Per
questo suo atteggiamento, Graziella ha ricevuto in cambio l’aperta ostilità di alcuni genitori. – Quel che
cerco di spiegare ai miei ragazzi è che non hanno bisogno di qualcuno che li salvi e che, se si
comporteranno correttamente con me, io mi comporterò correttamente con loro. Se mi comunicheranno le
loro difficoltà, senza nascondersi dietro sotterfugi o scappatoie, si troverà sempre una soluzione
costruttiva. I genitori faranno la loro parte, potranno dare suggerimenti e saranno tenuti al corrente di ogni
cosa, ma nella relazione didattica e umana fra i miei studenti e me, non devono entrare».
È un approccio che, in un tempo in cui si parla di una scuola aperta e partecipativa – che sembra, per
ora, un’occasione persa –, suona anacronistico e provocatorio.
Ho avuto modo di osservare come gli studenti si rivolgano alla professoressa Graziella, come lei li
ascolti, ho parlato con alcuni di loro.
Confermano compatti che, pur vedendo i risultati, non tutti i genitori sono contenti.
Loro sí.
A volte i nostri figli prendono posizioni non scontate, anche da piccoli.
Ogni mattina, quando accompagno Melania alla scuola dell’infanzia, scendiamo insieme le scale per
andare in garage. Stringo forte la sua mano e facciamo i gradini in fretta, dando vita a una breve gara il
cui unico scopo è vedere chi arriva per primo al termine della rampa. Melania, appendendosi alle mie
dita come a un gancio, si impegna con tutta sé stessa e tenta ogni volta di saltare sul gradino avanti al mio.
Presto sempre attenzione a farla arrivare prima, ma certe mattine in cui sono soprappensiero capita che la
preceda.
– Hai vinto prima tu, – mi dice Melania quando accade, poi ride.
Dato che come ogni genitore sento forte su di me la responsabilità dell’educazione, all’inizio cercavo
di correggerla.
– Non si dice hai vinto prima, Melania, – le spiegavo. – Si dice: sei arrivato primo. Oppure: hai vinto
tu. Non le due cose insieme.
Non è mai servito a niente.
Quando è lei a precedermi, dice ancora: «Ho vinto prima io», poi ride.

Ho smesso di correggerla quando ho cominciato a considerare che, forse, il punto di vista sbagliato
era il mio.
Nella visione del mondo di Melania, se ti sei impegnato al massimo, vinci sempre. Quando perdi, se
hai dato quel che avevi, significa solo che hai vinto dopo.
Ho pensato che in fondo è un gran bell’insegnamento, anche per la vita.
Soprattutto quando a dartelo è una bambina di quattro anni, la mattina mentre la accompagni a scuola,
e quello che impara sei tu.
Ma perché siamo cosí arrabbiati con gli insegnanti?
Di cosa abbiamo paura davvero?
L’idea che mi sono fatto, il segreto che come ogni genitore custodisco inconfessabile dentro di me, è
che siamo tutti, chi piú chi meno, dominati da atavici sensi di colpa.
Il senso di colpa perché non vediamo l’ora di avere i figli fuori casa per tot ore di fila, cosicché in
quelle ore sia possibile lavorare, tornare produttivi, in modo da poter mantenere quegli stessi figli con i
quali non abbiamo mai il tempo di stare. Non parliamo del faticosissimo guado dell’estate, o degli orari a
macchia di leopardo dei rientri pomeridiani, gestibili solo grazie al fatto che l’Italia è una Repubblica
fondata sui nonni, autentici salvatori della patria. Senza di loro, le nascite sarebbero ancora piú in calo,
con buona pace del ministro Lorenzin, che invece di pianificare il Fertility day farebbe meglio a istituire
misure strategiche che ci permettano di tenerci buoni e cari e in salute i veri sostenitori della natalità del
Paese, senza i quali avremmo il tasso di crescita di una nazione di vasectomizzati.

Quando le mie bambine erano piú piccole, ricordo quanto detestassi la sensazione di essere in salvo
perché potevo finalmente lasciare una figlia all’asilo, e la salutavo dalla finestra perdendomi ogni volta
in quegli occhi acquosi che avrei giurato mi ridessero consapevoli e materni, a neanche quattro anni, solo
per farmi sentire meno in colpa, e poi proseguivo abbandonando la seconda figlia piangente fra le braccia
di una maestra del nido che la maneggiava quasi fosse un tacchino, con la terza figlia che si era
allontanata la mattina presto prendendo il pulmino per la scuola elementare, e nel suo sguardo
intravedevo già la donna che stava diventando, mentre io ero occupato altrove. Certi giorni piú di altri mi
sembravano, queste, cose sbagliate, ingiuste, irrimediabili. Inevitabili.
Ce le spieghiamo col fatto che il distacco è necessario, che è per il loro bene, che la socializzazione e
lo sviluppo delle competenze e tutto il repertorio. Ma se la parte razionale capisce, la parte istintiva
invece considera, ogni mattina scolastica o lavorativa, quanto questo mondo sembri costruito con le
priorità capovolte. Come se nella piramide alimentare della vita avessimo posto alla base lo zucchero
dei soldi e il grasso del lavoro, e relegato in alto sulla punta le proteine dell’affetto e le vitamine della
presenza. Come se fosse colpa nostra, perché ci eravamo giurati che a noi non sarebbe mai successo, e
invece.

Ed è lí che scatta la rabbia.


Rabbia nei confronti di quelli che hanno a che fare coi figli al posto nostro, perché ci «rubano» un
tempo che ci spetterebbe di diritto, ma sul quale non abbiamo piú alcun controllo. Nessuna scelta.
Ci capita di reagire con disappunto perfino ai nonni, perché pur apprezzandone il supporto ci appare
sbagliato che si «intromettano», e tratteniamo a fatica il fastidio quando ci propongono, come soluzioni
educative, quegli errori che loro hanno già commesso con noi.
Ci succede di contrastare gli insegnanti, in preda a un’autentica confusione tra i nostri ruoli e le
aspettative di genitori. Da una parte vogliamo delegare l’istruzione dei figli alla scuola, alla quale
richiediamo anche compiti educativi che competerebbero a noi stessi – uno su tutti: quello di insegnare a
rispettare il prossimo. Dall’altra, pretendiamo di avere totale autorità sulle figure professionali che
lavorano con i nostri bambini, che siano all’interno della scuola oppure fuori. Pensiamo che gli
insegnanti vadano tenuti sotto osservazione e ci scatta questo istinto fortissimo di sapere i nostri figli al
sicuro, fondato su una vittimizzazione dell’infanzia che, in realtà, ha poco a che fare con loro, ma
riguarda forse soprattutto noi.
Bambini inascoltati allora, adulti privi di tempo adesso, che come soluzione all’isolamento – e per
paura di sentirsi di nuovo ignorati – scelgono di alzare la voce, di parlare piú forte.
Perché adesso siamo noi i grandi, adesso possono sentirci.
Stavolta possiamo fare qualcosa.
L’ossessione di tenere i figli al riparo comincia presto, e a volte si cela con successo dietro
atteggiamenti amorevoli e materni. Nelle pieghe dei maglioni fatti a mano dalle nonne, nelle sciarpe con
troppi giri attorno al collo, nel far indossare ai bambini abiti di due taglie piú grandi.
Io ho passato tutta l’infanzia e l’adolescenza cosí. Non ho mai avuto un vestito che fosse uno che
corrispondesse alla mia età del momento. Andavo a scuola col risvolto in fondo ai jeans prima che i
paninari lo facessero diventare di moda, solo che il mio era alto quindici centimetri. Ho sempre avuto
maglie troppo ampie e troppo lunghe, al punto che credo di non essermi mai visto il culo fino ai sedici
anni almeno.
Mia mamma ha comprato alle bambine tre pigiami.
Le mie figlie hanno dieci, sei e quattro anni. I pigiami sono da dodici, otto e cinque anni. Il risultato è
che ci ballano dentro, hanno maniche lunghissime che occorre arrotolare piú volte, incespicano sui
pantaloni e sono costrette a correre tenendoseli su per la cintura.
È una sindrome, questa, che colpisce moltissimi genitori di tutte le età, e che apparentemente non si
spiega.
Non c’entra la necessità economica di ottimizzare, o non solo. Mi sono fatto l’idea che sia invece una
specie di investimento inconscio sul futuro dei figli, o dei nipoti, un istinto innato piú forte della ragione.
Nel comprare ai bambini abiti piú grandi si annida la volontà di proiettarli in avanti, una forma di
sghemba fiducia mischiata a desiderio di protezione: se ti faccio indossare abiti di anni diversi rispetto ai
tuoi significa che a quell’età ci arriverai, come se un maglione piú largo, o un paio di pantaloni piú
lunghi, o delle scarpe di un numero piú grandi potessero essere una calamita in grado di attirarti verso
l’avvenire, orientando i tuoi passi in sicurezza e al caldo.
A pensarci, fa tenerezza.
Il problema è che ogni figlio vive nell’adesso, proprio come noi quando avevamo la stessa età. E i
loro sogni sono puri, mentre i nostri investimenti, le nostre preoccupazioni, perfino le nostre speranze
rappresentano solo dei modi che usiamo per spostare le loro aspettative di nuovo in avanti, sempre piú in
là. Come se il momento giusto non potesse mai essere ora. Come se noi stessi ci fossimo scordati che la
parola che da piccoli odiavamo di piú era «dopo».
«Dopo» è un tradimento che fa slittare la vita in un tempo e in un posto che non si sanno, proprio come
i maglioni piú grandi che pretendono di essere dei ponti sul futuro. Mentre ai bambini non frega nulla del
futuro, non gliene importa proprio niente.
Perché l’unico futuro che desiderano è un tempo presente.
«Io la pago con le mie tasse, lei deve fare quello che dico!»
È una frase che ho sentito nel corridoio di una scuola, mentre un padre usciva furibondo da un
colloquio con l’insegnante di suo figlio.
Sono parole che ci suonano familiari, perché le abbiamo ascoltate molte volte. Non necessariamente
in un istituto scolastico. Forse a proposito del pagamento del canone tivú, forse assistendo a un litigio con
un vigile urbano, magari le abbiamo lette in qualche post su Facebook che stigmatizzava il
comportamento delle forze dell’ordine o gli stipendi dei parlamentari.
Può essere che sia capitato di pronunciarle proprio a noi, all’interno di un ufficio pubblico, di fronte a
un tecnico che cercava di spiegarci che quell’aumento di cubatura che avremmo desiderato per casa
nostra non era possibile, perché il regolamento edilizio non lo consente.
– Ma come, non lo consente? Dannazione, è casa mia! – mi disse una volta un signore, tanti anni fa,
durante una giornata di lavoro nell’amministrazione pubblica. Quando quel tecnico ero io.
– È casa sua, ma se si trova di fianco ad altre case deve tenerne conto, – fu la mia risposta.

Il problema è che nel nostro Paese il concetto di «pubblico», anziché rimandare a «cosa di tutti»,
dunque da rispettare, troppe volte rimanda a «cosa di nessuno». Siamo abituati a questa visione qui. Il
luogo pubblico non è una cosa della quale prendersi cura insieme, da tenere pulita, verificando che
funzioni, ma è solo un posto in cui buttare le cartacce a terra «perché tanto pago le tasse» o in cui portare
a cagare il cane di nascosto «perché tanto lo fanno tutti», o nel quale abbandonare l’auto con le quattro
frecce sul posteggio dei disabili per andare al bar a lamentarsi delle buche sotto casa, del vicino che
piazza sempre la macchina davanti al nostro passo carrabile, o del fatto che ho appena pestato la cacca
del cane di un altro, quell’incivile.
L’atteggiamento cambia, radicalmente, ogni volta che il «pubblico» incontra un nostro interesse
privato. Allora il pubblico diventa, d’un tratto, nostro.
È quel che accade con la scuola.
Forse perché contiene la cosa piú nostra in assoluto: i figli.

È lí che cominciano i discorsi sui pagamenti, i doveri, le necessità, come se la scuola dovesse fornire
un servizio customizzato in cui il cliente ha sempre ragione.
Il bello è che il modello cliente-professionista, che mettiamo in campo quando applichiamo questi
ragionamenti, non funziona cosí nemmeno nel mondo privato.
Se incarichiamo un architetto di ristrutturarci l’abitazione, e lui ci dice che non possiamo piazzare il
bagno al piano terra dove lo vorremmo, anche se è casa nostra accettiamo il limite, dato che stiamo
pagando un esperto per lasciargli fare il suo lavoro. Visto che ci siamo rivolti a lui scegliendolo proprio
sulla base delle sue competenze, che noi non abbiamo. Se un ingegnere progetta un ponte, nessuno si
sognerebbe mai di dirgli: «Guardi, bello il ponte eh, ma per favore mi tolga quei due pilastri là davanti,
mi rovinano la vista dal balcone», perché l’ingegnere farebbe presente che, senza quei due pilastri, il
ponte crollerebbe. Se andiamo dal dentista e dopo un’estrazione ci prescrive un farmaco, non ci viene in
mente di dirgli: «Senta, questo farmaco è amaro, e poi ha una confezione che non mi piace. Me ne dia un
altro», perché il medico ci direbbe, a ragion veduta, che senza quel farmaco rischieremmo di non guarire.
Di esempi se ne potrebbero fare a decine.
Dunque i clienti non hanno sempre ragione solo perché pagano. Si affidano a determinate
professionalità con la considerazione dovuta e con la consapevolezza che queste risolveranno il loro
problema.
Il punto non è tanto ritenere la scuola un servizio di cui siamo clienti, è comprendere che in quella
scuola operano specifiche competenze, delle quali dobbiamo avere rispetto, per ottenere il risultato che
ci attendiamo per i nostri figli.
Non sto dicendo che non dobbiamo avere voce in capitolo, o che non possiamo avere obiettivi o
aspirazioni circa la loro educazione, ma semplicemente che il lavoro della scuola non è fare quello che
«vogliamo noi», nemmeno con i nostri figli. Perché il suo compito non è insegnare quel che i genitori
desiderano, ma ciò che agli studenti serve.
La «buona scuola» che tanto cerchiamo, forse, parte proprio da qui.
C’è una questione che indica, piú di altre, la nostra sostanziale sfiducia nella scuola.
È il convincimento, sempre piú radicato, che la scuola sottragga troppo tempo alla vita.
Basti pensare a quel padre che lo scorso anno scrisse una lunga lettera ai docenti, apparsa sui giornali,
per informarli che il figlio non avrebbe svolto i compiti assegnati per le vacanze. Che avrebbe imparato
di piú investendo il suo tempo liberamente, senza eseguire noiosi esercizi che tanto non servono a nulla.
E sui social vai di «Bravo!», «Giusto!», «Era ora che qualcuno avesse il coraggio di dirlo!», mentre
spuntavano pagine e gruppi di sostegno al genitore che aveva avuto finalmente l’audacia di opporsi al
sistema. A poco servirono le voci degli insegnanti, i quali cercarono di far notare che i compiti, anche
estivi, non hanno solo una funzione di continuità didattica rispetto al lavoro svolto in classe, ma servono
principalmente per insegnare agli alunni a organizzarsi e a mantenere gli impegni. Sono indispensabili
proprio per favorire lo sviluppo della loro autonomia.

Si dice che i bambini non hanno quasi piú tempo, soprattutto di essere bambini. Ma va detto che la
responsabilità di questo è, spesso, proprio di noi genitori, che riempiamo le loro giornate di infinite
attività extrascolastiche. E il calcio, e il corso di hip-hop, e la pallavolo, e le lezioni di violino, e quelle
di canto e chi piú ne ha. Va tutto bene, se loro si divertono e si confrontano con esperienze diversificate.
Ma una delle ragioni per cui lo facciamo, anche se non lo ammetteremmo mai nemmeno a noi stessi, è che
in fondo non crediamo nella scuola come possibile strumento di sviluppo e di costruzione di un percorso
o di un futuro validi.
La vera passione, la vera opportunità, la vera felicità vanno cercate fuori.

La ragione è che, una volta, la scuola era davvero la tappa fondamentale di un cammino verso la
sicurezza. Ciò che, alla fine, ci sta a cuore per i nostri figli piú del resto. Fare la scuola giusta ci
esponeva al futuro giusto in maniera quasi automatica. Frequentare il liceo scientifico con profitto e
laurearsi in Ingegneria, per esempio, poteva essere un passaporto certo per un posto di prestigio e una
considerazione sociale elevata. Era delegata agli insegnanti l’individuazione di specifiche attitudini, fin
dalla scuola primaria, e l’essere «portati» per l’una o l’altra materia orientava scelte anche decisive.
Questa cosa, oggi, la scuola ha smesso di farla. Non perché funzioni peggio rispetto a prima, ma
perché nell’attuale panorama non ci sono piú garanzie per nessuno. Non esistono percorsi di studio sui
quali investire con certezza. Laurearsi in Ingegneria, o in Architettura, non dà necessariamente piú chance
di trovare lavoro rispetto a una laurea in Lettere o a un diploma in Ragioneria. A meno che per lavoro
non si intenda essere sfruttati in studi professionali attraverso reiterati stage gratuiti o mal pagati, nei
quali professionisti bisognosi di manodopera, con la scusa di insegnarti il mestiere, spendono le tue
capacità ogni giorno e ti usano per svolgere mansioni al posto loro.
Ci sembra che le vere occasioni dipendano sempre piú dall’essere reattivi, pronti a cogliere
opportunità che possono manifestarsi in qualsiasi momento e in qualunque ambito. Piú che sui curriculum
investiamo sulla visibilità, la rete di conoscenze e il tempismo. Non c’è piú un «come», conta solo il
«cosa».
Ecco ciò di cui, da genitori, ci lamentiamo dicendo che la scuola «non prepara piú al mondo del
lavoro», o che «dovrebbe preparare al mondo del lavoro» proprio come sapeva fare.
In realtà, preparare al mondo del lavoro non è mai stata una delle vocazioni della scuola. Ma è un fatto
che, fino a non troppi anni fa, l’istituzione scolastica si raccordasse meglio alle realtà professionali e
potesse diventare garanzia, se non di successo nella vita, quantomeno di una possibile serenità futura.
Investire aspettative sulla scuola aveva senso per tutti.
Oggi, invece, abbiamo smesso di farlo.
Il benessere, l’appagamento, dunque la felicità, che un tempo potevano essere la conseguenza diretta
della capacità di impegnarsi, anche negli studi, ora vivono altrove.

E allora ci danniamo per fornire ai figli i mezzi per ottenerla, questa felicità, intimamente convinti che
esistano percorsi alternativi, senza i quali sarà tutto piú difficile. Viviamo schiavi dell’idea che la felicità
sia una meta da raggiungere, non un luogo da abitare, e se devi arrivare in un posto ciò che conta è avere,
anche all’interno di questo cambio di modello, i mezzi per conseguire il risultato il prima possibile.
Perciò eccoli, i mille impegni di cui infarciamo le loro giornate per avvantaggiarli, l’agonismo
sportivo caldeggiato, a volte, quasi per lenire le nostre frustrazioni giovanili, le attività alle quali li
iscriviamo ormai di default, perché le fanno tutti, con la preoccupazione che non restino tagliati fuori, lo
smartphone a dieci anni per sapere sempre dove sono e poterli seguire di continuo, l’auspicio delle
frequentazioni opportune, tutto ciò che ci illude di fornirgli un’assicurazione sul futuro, di individuare al
piú presto una via. Di poterla, quella via, indirizzare e controllare. Perché spetta a noi, adesso è solo
responsabilità nostra. «Per il loro bene», ci diciamo. Una frenesia imposta che trasforma sempre piú
l’infanzia in un lavoro, riducendo al minimo un elemento indispensabile per una crescita serena: il diritto
all’autodeterminazione.
Sembriamo avere scordato che la felicità è sí un luogo, ma anche un tempo, ed è quel tempo che
dovremmo difendere. Il loro, e il nostro. Ma il fraintendimento piú grande è che quel tempo vada sottratto
alla scuola e agli impegni scolastici.

Lo scrittore Mark Helprin sostiene che oggi «viviamo con un livello di eccitazione che i nostri
antenati conoscevano solo in battaglia».
«Loro, diversamente da noi, – prosegue Helprin, – erano schiavi dei compiti banali. Scrivevano con la
penna, facevano le addizioni, aspettavano all’infinito cose che noi possiamo avere immediatamente» 1.
Ho pensato che questo è proprio il problema di molti bambini di oggi: la contraddizione fra il tempo
lento della scuola e il tempo veloce fuori da essa, in cui tutto pare accadere piú in fretta.
Perché la noia gli sembra cosí insopportabile?
Perché hanno troppi stimoli, dunque nessuno. Perché hanno giornate cosí dense che non sono piú
abituati all’elementare gestione di un tempo vuoto, da riempire a piacimento.

Ve li ricordate quei lunghi pomeriggi al sole, a respirare con le braccia dietro la nuca, semplicemente
a stare lí? Ve le ricordate le passeggiate nei prati, il tempo di una lettera scritta a mano, la scelta di una
cartolina, il tragitto fino alla posta per imbucarla? L’attesa dei programmi alla tivú, su canali che
facevano le righe, il tentativo di indovinare i colori dei protagonisti dei primissimi cartoni giapponesi
giunti in Italia – mentre li ridisegnavi sui fogli a quadretti – perché nelle case molte televisioni erano
ancora in bianco e nero? E la scelta dei giornaletti? Quando le madri ci lasciavano da pazienti edicolanti,
mentre andavano a fare la spesa, e al ritorno ci trovavano ancora lí, col naso affondato nelle storie.
Oggi i nostri figli passano indenni da un recinto a un altro: la scuola, la casa dei nonni, la palestra, i
compiti a casa, il tempo a giocare col tablet o quello speso davanti alla tivú, a guardare cartoni interattivi
solo per finta, il parco giochi sotto stretta sorveglianza.
Al parco giochi, quando accompagno le mie figlie, mi capita di sentire cose tipo: «Denis, non giocare
con la sabbia ché è sporca!», oppure: «Monica, rimetti le calze ché prendi freddo ai piedini!» (a luglio),
o ancora: «Kevin, giú da quell’albero ché cadi!» E provo un profondo senso di solidarietà nei confronti
di questi genitori, in cui riconosco anche le mie stesse ansie e inquietudini, ma al contempo,
specchiandomi in loro, mi chiedo: «Perché?»
Perché questa necessità di evitare ai bambini ogni minimo rischio, di volerli tenere sempre puliti, di
non far prendere loro freddo, o caldo, o tiepido? Chi stiamo proteggendo davvero? Loro, o il nostro
bisogno di sentirci sempre irreprensibili?
Molti di noi sono cresciuti giocando a cielo aperto, ai bordi delle strade di quartiere, rotolandosi nel
fango dei campetti di calcio improvvisati, fra boschi e stagni, spesso a stretto contatto con animali e con
una materia accogliente e primigenia: la terra. Che appare metafora di ciò che terrorizza ogni genitore di
oggi: lo sporco, le sbucciature, le incognite, le cadute. I rischi. Per i ragazzini non sembra esistere piú
avventura. Pare scomparso l’imprevisto. Di quel poco che resta, pensiamo noi genitori a far piazza pulita,
programmando tutto nei minimi dettagli.
Ma a forza di dettagli ci stiamo perdendo il quadro d’insieme.
Il tempo vuoto è una possibilità che i nostri figli riscoprono solo d’estate, e anche questa è una delle
ragioni per la quale, per molti genitori, il periodo estivo è una vera angoscia. Perché è lí che abbiamo
modo di guardarli davvero, scoprendo la loro (in)capacità di gestire gli spazi, la loro fibrillazione
davanti alla noia che si trasforma in continue richieste che ci vengono indirizzate a un ritmo insostenibile.
Come se non riuscissero a far niente senza la nostra presenza. Come se qualcuno gli avesse tolto non tanto
il tempo, quanto la facoltà di saperlo impiegare.
Quel qualcuno, troppe volte, siamo noi.

Viene perciò da chiedersi se non stiamo sbagliando, almeno in parte, affannandoci a fornire
continuamente strumenti, accompagnandoli ovunque, in senso figurato e non, nella nostra smania di
indirizzarli e nella nostra convinzione di sostenerli, anche quando non ne hanno bisogno. Tentando di
proteggerli dal contatto diretto col mondo, perfino dai loro fallimenti, limando libertà e spazi oggi
nell’illusione che questo potrà consentir loro di riprenderseli un domani. Forse la felicità che cerchiamo
per i figli sta soprattutto nella possibilità di esplorare il presente, nello sperimentare autonomie che
passino attraverso la loro libertà e la nostra fiducia. Ma la prima forma di libertà, la prima forma di
fiducia è metterli nelle condizioni di rispettare i loro impegni, prima di caricarli di altri.
Questo suggerisce che il nostro compito di adulti dovrebbe essere anche quello di saperci togliere di
mezzo. Perché forse siamo proprio noi, col nostro terrore che non siano sufficientemente armati e protetti,
con le nostre aspettative, col nostro desiderio di favorirli, che li teniamo a volte troppo lontani dalla vita.
La loro, che non è la nostra.

1. La citazione di Mark Helprin è tratta da Oliver Burkeman, Adesso saprete perché vi annoiate, in «Internazionale», 6 giugno 2017, trad. di
Bruna Tortorella (https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/06/06/noia-annoiarsi).
Ciascuno di noi ha nei confronti della scuola paure tutte diverse, che si fondano su speranze tutte
uguali.
C’è chi va in ansia per i compiti, chi non sa reagire alla flessibilità degli orari, chi si trova in
difficoltà ai colloqui con le maestre, chi odia essere chiamato in causa di continuo e chi, viceversa, non
tollera di non essere consultato perfino per le questioni piú insignificanti.
Ma una delle cose che ci stressa di piú in assoluto, che ci rende solidali in tutto il mondo, è la
preparazione mattutina dei figli per la scuola.
Prepararli per andare a scuola, ogni genitore lo sa, è come trovarsi sulla scena di un crimine in cui sei
il colpevole e il poliziotto insieme.
È un complicato gioco di incastri ed equilibri. Di pan di stelle sbriciolati sul divano, latti tiepidi,
patatine col succhino, panini confezionati all’ultimo e amorevolmente avvolti nel cellophane. Di pipí nel
vasino in cui inciampi regolarmente, telecomandi scomparsi sotto i cuscini, Dore esploratrici e dannati
Spongebob. Pannolini cambiati con una mano sola mentre con l’altra agiti nell’aria biberon. Occhiaie col
riporto, scarpine infilate al contrario, caffè bevuti freddi o non bevuti mai.
È una sinfonia di codini fatti storti, faccini lavati con tre saponi diversi, dentini spazzolati in fretta.
Valutare il tempo, eternamente indecisi tra la felpina o il giubbino oppure niente. Poi le attese: quella
del pulmino per la grande, quella dell’apertura del cancello per la media. L’attesa del pianto per la
piccola.
Ci sono padri o madri lasciati soli, al mattino, perché il coniuge ha fatto il turno di notte e dorme, e ti
chiedi come sia possibile che nelle famiglie delle pubblicità si ritrovino sempre a colazione insieme, con
fragranti crostate appena sfornate da biondissime mamme fresche di trucco, mentre teneri passerotti
entrano dalla finestra per mangiare le briciole dalle mani di bambini sorridenti senza manco una carie.
Quando un genitore è solo, preparare tre figlie per la scuola non è piú un gioco di incastri, ma diventa
fare bungee jumping con una corda di mezzo metro troppo lunga.
La cosa piú commovente dell’accompagnarle a scuola è il silenzio in auto subito dopo averle
depositate, che sia lungo il tragitto verso il lavoro oppure, per chi ha uno studio al piano di sotto come il
sottoscritto, mentre ritorni a casa. Quando rimetti la macchina in garage, ritiri il pane dalla cassetta, entri
dalla porta e quasi indugi sulla soglia, incredulo.
Ti fermi e ascolti. Sono le otto e trentacinque e ti viene da piangere. Stai in perfetto silenzio per quel
mezzo minuto in cui ti senti improvvisamente in armonia con l’universo. La casa vuota con le tapparelle
ancora abbassate suona come una promessa. Puoi farcela, sembra dirti. Va tutto bene. Coraggio.
Inspiri forte, recuperi il caffè freddo abbandonato un’ora prima sul bracciolo del divano, lo scaldi o te
ne prepari un secondo. Finisci mezzo pan di stelle sbavato, ti apri un pacchetto di cracker. Sei cosí di
buonumore che quasi quasi ci starebbe pure una scatoletta di tonno. Anche con la maionese, via. Poi
scendi in studio per attaccare a lavorare e ti accorgi che ti sono rimaste le calzine antiscivolo appallate
nella tasca sinistra dei pantaloni, che sembra tu abbia un’ernia, e capisci d’un tratto perché quella madre
agli armadietti sembrasse cosí felice di vederti.
Allora ri-esci, riparti, e quando arrivi i bambini sono lí che giocano in giardino, e ti fermi a guardare
di nascosto la tua, sentendoti un po’ in colpa. Ma in fondo, chi non è mai andato almeno una volta a spiare
il proprio figlio durante l’ora di ricreazione in cortile?

Io l’ho fatto spesso, e altrettanto spesso ho indugiato in auto al mattino per vedere come le mie figlie
fossero accolte dagli amici. Mi capitava soprattutto con Ginevra, quando ancora frequentava la scuola
dell’infanzia. Ricordo una volta, in particolare, che si guardava attorno come per cercare qualcuno, si è
arrampicata sulla corda del castello di legno e poi ha cominciato a correre in giro svolazzante. Sola. Gli
altri bambini giocavano tra loro e, per un attimo, una sottile tristezza si è infilata nei miei pensieri come
un bigliettino sotto una porta. Non so il perché.
Sono perfettamente consapevole che giocare da soli non vuol dire affatto essere emarginati, o non
sempre, talvolta è anzi segno di indipendenza, ed ero sicuro che nel caso di Ginevra fosse proprio cosí.
Ginevra è una che sceglie, era legata a un’unica bambina eletta ad amica del cuore, le altre compagne la
salutavano con entusiasmo, era lei che non si degnava. Per dire che non sono mai stato preoccupato che
fosse una presa di mira o cose del genere.
È che noi genitori, per tranquillizzarci, ci raccontiamo che ogni mattina lasciamo i figli in un bel posto,
pieno di altri bambini come loro, cosí possono socializzare e sviluppare attitudini relazionali. Ma quelli
che noi vediamo come «bambini» per loro sono coetanei. È come se qualcuno ci lasciasse in una stanza
piena di adulti. Alcuni piú grossi di noi, certi magari dispettosi, certi che fanno gruppetto e certi che no.
Possiamo scegliere di stare soli ma, nella stanza, gli altri saranno sempre presenti. Non è necessario che
ci intimidiscano o ci minaccino in maniera esplicita, sono comunque lí.
E in fondo questa stanza esiste, si chiama mondo. Funziona proprio come all’asilo, però senza
maestre. Forse è questa la vaga inquietudine, l’incerto spavento che a volte i genitori sentono e a cui non
sanno dare un nome.
La consapevolezza che pure da adulti dobbiamo affrontare le stesse sfide di sempre, gestire i tentativi
di sopruso, arrampicarci sulle corde da soli, trovarci a volte chiusi in un angolo e altre, magari, a fare
gruppo con i prepotenti solo perché cosí almeno non toccherà a noi. La certezza che tutto questo non
passerà mai. Che i nostri figli non sono al riparo da niente. Che l’unico rifugio siamo noi, che viviamo
sballottati in un asilo molto piú grande del loro e che esattamente come loro, certi giorni, ci guardiamo
attorno spaesati.
Mentre pensavo tutto questo è arrivata l’amica del cuore di Ginevra, che per uno strano scherzo del
destino porta il suo stesso nome. Si sono abbracciate come se non si vedessero da due anni, poi Ginevra
si è accorta che ero lí, allora mi ha salutato. Si sono allontanate tenendosi per mano, Ginevra si è girata
indietro un’ultima volta ed è inciampata nell’erba. L’altra Ginevra l’ha presa sotto le ascelle e l’ha
aiutata a tirarsi su, rischiando quasi di cadere anche lei.
E guardandole mi sono ritrovato a pensare che alla fine, per farla semplice, credo sia per quella roba
lí che valga la pena stare al mondo, che sia quella la ragione per la quale convenga frequentare ogni asilo
e scuola, metaforica e non, rischiando pure qualche pugno in faccia ogni tanto. È l’unica lezione che
necessita davvero di essere imparata. Il motivo per cui i nostri figli si meritano la nostra fiducia.
Scegliersi, e tenersi per mano. Aiutarsi a vicenda a rialzarsi quando serve. Non voltarsi troppo.
Sta tutto lí.
Antonella esce dal lavoro, ritira Giulia dai nonni, è piú tardi del solito. Sulla strada del ritorno si
fermano al supermercato a comprare poche cose. Arrivata a casa Antonella si mette ai fornelli, il marito
non c’è perché lavora la sera, dopo cena scopre che Giulia, nove anni, dai nonni non ha fatto i compiti di
Matematica.
– Non erano capaci di aiutarmi, – dice.
Antonella si innervosisce: perché nessuno le dà mai una mano? Ormai è tardi, sa che ci sono solo tre
strade che le si aprono davanti: far prendere alla bambina una nota. Scriverle una giustificazione,
spiegando all’insegnante le circostanze. Fare lei i suoi compiti, in fondo si tratta di compilare qualche
scheda a matita sul quaderno di quarta elementare, che vuoi che sia. Niente nota, niente giustificazione e
ci mette un decimo del tempo che impiegherebbe sua figlia.
Ci sarebbe un’altra via, piú lunga e faticosa: resistere alla stanchezza, lasciare i piatti nel lavello per
lavarli l’indomani, seguire pazientemente Giulia durante lo svolgimento dei compiti e gravarla di un
carico che, a quell’ora, le sembra ingiusto.
Antonella sceglie. Si dice che in fondo non se ne accorgerà nessuno, per stavolta.
Giulia prende un bel voto, la mamma è contenta, pensa che forse qualche volta si potrebbe pure rifare,
chissà, giusto per alzare la media.

Vado ai colloqui con le insegnanti di Virginia, chiedo chi è l’ultimo e mi siedo nell’unico posto libero,
lontano dalla porta e vicino a quella della classe accanto. A breve distanza ci sono due mamme che
parlano, quella castana la conosco di vista ma quando l’ho guardata non ha ricambiato il mio saluto.
Forse non si ricorda di me, oppure è solo persa nei suoi pensieri. È vestita e truccata benissimo, ha i
tacchi alti, sembra che debba partecipare a un gran gala. Lí per lí mi viene da sorridere, non sarebbe la
prima volta che vedo un genitore tirarsi a lucido per parlare con le maestre.
Poi afferro uno scampolo della sua discussione con un’altra mamma.
– Cosí gli scrivo una giustificazione.
– Ogni sera?
– Ogni sera. E cosa dovrei fare? Io arrivo a casa alle nove, mica vado a ballare, esco per ultima dalle
riunioni. Secondo loro dovrei buttarlo giú dal letto per chiedergli di farmi vedere i compiti?
– Ma scusa, e tua mamma cosa dice?
– Lui, mia mamma, la intorta come vuole. Le dice che i compiti li ha fatti e lei gli crede. Poi il giorno
dopo mi torna a casa con una nota.
– E per evitare le note tu gli fai una giustificazione ogni sera?
– Certo! E quelle mi contestano le giustificazioni! Ma io vado dal dirigente e vedi come le metto a
posto!
– Se vai dal dirigente poi ti fanno la guerra.
– Me la stanno già facendo.
– Ma tu lo hai spiegato, alle maestre, che tuo marito non c’è e che sei via tutto il giorno?
– Tanto quelle pensano che sia colpa mia. Dicono che lui non fa i compiti perché vuole prendere le
note, e le vuole prendere per attirare la mia attenzione. Non lo dicono, ma sottintendono che io sia una
cattiva madre.
Si sporge verso l’altra mamma, vedo benissimo che sotto il trucco ha delle occhiaie profonde.
Riconosco quel genere di stanchezza senza speranza.
– Io lavoro. Non faccio altro, LAVORO . E visto che sono la responsabile non me li posso prendere i
permessi per fargli fare i compiti, non in questo periodo, non è possibile. E loro a dirmi che anche loro
lavorano, e che pure il bambino deve lavorare. Non gliene frega niente dei miei problemi.
La porta si apre, si affaccia una maestra sorridente. Incrocia lo sguardo con la mamma castana, smette
di sorridere. La mamma si alza, entra, la porta si chiude.
Solo allora mi accorgo che su una sedia è rimasto seduto il figlio, sta giocando col cellulare. Ha
sentito l’intero discorso della madre. Ha la fronte aggrottata e la bocca tesa.
Forse è solo molto impegnato nel gioco.
Forse no.

Manuela ha 32 anni e un figlio di 8, Andrea. Dopo la scuola media ha frequentato qualche anno di un
istituto per il commercio, ma ha mollato presto. Ha svolto diversi lavori, il piú pesante è stato in
un’industria che confezionava pollame, in cui le toccavano molti turni di notte. Adesso lavora come
barista in un locale di qui ed è piuttosto soddisfatta. Andrea a scuola è bravo, si arrangia nei compiti,
prende buoni voti.
Poi un pomeriggio le chiede:
– Mamma, mi aiuti in Inglese?
Manuela l’inglese non lo sa, ha fatto francese e si ricorda male pure quello. Pensa che potrebbe dargli
una mano con lo smartphone, basta usare un traduttore online. Ma il problema di Andrea è che lui non sa
cosa gli chiede l’esercizio, perché la maestra ha adottato un libro interamente in inglese, anche le
domande sono formulate in lingua. Il traduttore non funziona, la domanda non ha senso e le risposte non
saltano fuori. Andrea ha paura di andare a scuola senza il compito fatto, e Manuela si rivolge alla chat di
classe.
Le mamme si sconvolgono.
«Ma non sai l’inglese?»
«E come fai ad aiutarlo con i compiti?»
«Guarda che non te ne liberi fino in quinta liceo».
In sette le mandano la traduzione della domanda.
Un paio le suggeriscono di iscriversi a un corso, magari online. Una le manda il link diretto alla
scuola serale che si tiene nei locali della parrocchia.
«Se inizi subito, vedrai che ti metterai presto in pari con lui».
Manuela è perplessa.
A lei l’inglese non serve a niente, in Inghilterra non ci vuole andare, studiare non le è mai piaciuto,
perché deve farlo?
«Per tuo figlio. Se lo studia lui, devi studiarlo anche tu», le dice una mamma sul gruppo.
Andrea è sollevato, ha ricevuto la domanda e ora riesce a rispondere.
Manuela invece non è convinta, di domande continua a farsene.

Elisabetta guarda i bambini che disegnano. È insegnante alla scuola dell’infanzia da pochi anni, è
carica di entusiasmo, osservare i bambini con la faccia appiccicata al foglio, col naso affondato nel sole
o negli alberi che stanno disegnando, è la cosa che le piace di piú. Tutti i bambini sanno disegnare, lei lo
sa bene. Il problema è che alcuni adulti credono che disegnare bene significhi «farlo uguale», o che
colorare bene significhi «colorare dentro ai bordi». È un approccio da cui non si sfugge, nemmeno a
scuola. Elisabetta quindi, in assoluta buona fede, certe volte ritocca o completa i disegni fatti dai
bambini, solo per mostrare ai genitori lavori che loro considerino «fatti bene». Per ribadire che, anche se
giovane, è una brava insegnante.
I genitori non lo sanno e sono contenti.
I bambini lo sanno e si chiedono il perché.

Sono casi limite? Probabilmente no. In fondo tutti conosciamo almeno un paio di episodi di questo
tipo. Ne abbiamo sentito parlare, o magari ci riguardano.
Alzi la mano chi non ha mai fatto i compiti dei figli. Faccio coming out per primo dicendo che sí, a me
è successo in quinta elementare con Virginia, e quella volta non sono riuscito nemmeno a farle prendere
un bel voto. È stato lí che mi sono reso conto che non stavo danneggiando solo lei, ma anche la mia
autostima.
Cos’hanno in comune questi casi?
Testimoniano una verità: viviamo sempre piú la scuola in base al concetto di «prestazione» che
applichiamo alla vita. Abbiamo dimenticato il tempo della crescita e il valore della difficoltà,
sostituendoli con una visione agonistica che non bada al percorso, ma solo al risultato. Il «so che puoi
farcela» è stato spazzato via dall’«io voglio che tu ce la faccia». Il punto è che se il primo approccio
vuol dire che ti guarderò mentre ci provi con tutte le tue forze, pronto a sostenerti, il secondo significa
che, nel caso in cui non ce la dovessi fare da solo, allora ti aiuterò, facendo il tuo lavoro al tuo posto, o
trovandoti – e trovandomi – una scappatoia.
Il primo approccio denota fiducia e attribuisce qualità al singolo cammino, il secondo è
un’inconsapevole forma di prevaricazione e considera come unico valore il traguardo.
Ricordo che mia mamma, quando da piccolo non mi venivano i compiti e le chiedevo aiuto per finire
prima, si sedeva accanto a me e cercava di farmi ragionare perché ci arrivassi da solo, ogni volta.
Quando protestavo, mi citava spesso un antico adagio che diceva di avere imparato da mia nonna, ma che
ho scoperto in seguito essere di Confucio:
«Se vuoi sfamare un uomo per un giorno regalagli un pesce, se vuoi sfamarlo per tutta la vita
insegnagli a pescare».
Quando finivo, mi dava come ricompensa una fetta di torta, oppure un gelato.
Nella mia fantasia di bambino, imparare a far da solo mentre mia madre mi dava fiducia, mi serviva
per pescare i Dalek alla fragola.
Confucio dopotutto aveva ragione.
Lasciar fare i compiti ai figli da soli, senza intervenire, da un lato è certamente un rischio. Ma
dall’altro, oltre a essere una cosa utile per loro, può rappresentare un’opportunità per noi.
Per esempio un giorno Virginia doveva scrivere un tema, il tema era: Il mio papà.
Quando ha finito di trascriverlo in bella ha abbandonato il quaderno sul tavolo del soggiorno, come fa
spesso. Mi sono messo a leggerlo, carico di aspettative.
Nello scritto diceva molte cose. Ce ne sono state alcune che mi hanno fatto sorridere, altre riflettere,
diverse che mi hanno ferito in maniera inattesa. Era strano non riconoscersi in certe sue descrizioni,
impietose e taglienti come sono sempre quelle dei bambini. Chi era quello lí di cui stava parlando? Non
potevo davvero essere io. Com’era possibile che pensasse certe cose di me? Per un attimo, sono stato
tentato di chiederle di riscrivere il tema per intero, anche perché non mi andava di fare brutta figura con
la maestra.
Ma superato il fastidio ho capito l’occasione che avevo davanti.
Mi stavo vedendo, per la prima volta sul serio, attraverso gli occhi di mia figlia. Quella era la sua
verità, e l’unica cosa che dovevo fare era accettarla, proprio come lei fa ogni giorno con la mia.
Quel che contava non erano le mie aspettative, ma solo il suo sguardo, che io potevo usare come una
lente per vedere meglio anche quel che non mi piaceva.
Perciò se ho riso alle lacrime su «lui la sera ci chiede sempre di mettere in ordine e allora siamo
costrette ad aiutarlo e ci mettiamo a tirare su l’ammasso di roba dal pavimento, ma non si accorge che
stiamo lí tre secondi e mentre lui brontola ritorniamo a giocare», oppure su «la cucina è il suo regno e il
papà non vuole mai fare cucinare la mamma, io non mi spiego il perché», mi sono un po’ seccato
leggendo: «Il mio papà non va mai a camminare, a fare passeggiate, va dappertutto in macchina. Ma un
giorno io sono andata da lui e gli ho detto: “Papà, tu oggi vieni a camminare con me!” e lui, solo
guardandomi in faccia, mi ha detto: “Va bene, ci proverò!”, e siamo andati su per una collina e ci siamo
rimasti una mezz’oretta, e quando siamo tornati a casa io gli ho chiesto: “Ti è piaciuto?” ma lui era già
svenuto sul letto». Perché non mi andava di passare per pigro e, inoltre, non poteva essere che in nove
anni avessimo fatto insieme un’unica escursione. Poi invece ci ho pensato bene, ricordavo perfettamente
il giorno. Era tutto vero.
Una frase mi ha ferito piú di altre: «La cosa molto strana è che lui è triste quando noi siamo felici, e
noi siamo tristi quando lui è felice», e lí ho pensato alla faccia devastata che ho certi giorni dopo il
lavoro, quando forse non mi accorgo dei loro sorrisi. Oppure alle espressioni da pirla con cui cerco di
farle smettere di piangere, che magari vengono interpretate come allegria proprio mentre sto cercando di
alleviare la loro sofferenza. E allora ho capito che io tento solo di fare il meglio che posso, esattamente
come ogni genitore, e forse quel meglio non sempre è abbastanza, che mi sforzo di imparare dai miei
errori e non sempre ci riesco, e che nonostante tre figlie di età diverse ci sono giorni in cui mi sembra di
non sapere niente, e quello spaesamento Virginia lo vede.
La cosa che mi ha piú toccato, però, è questa: «Mi piace tanto quando certe mattine la mamma e le mie
sorelle dormono ancora e io e lui possiamo chiacchierare da soli».
Mi ha dato da pensare, perché mi sono accorto che in effetti quei momenti lí non è che siano poi cosí
frequenti, e io tendo a sottovalutarli. Che ci sono giorni in cui do per scontate troppe cose, nei quali le
ombre dei problemi tendono a offuscare il resto.
In quei giorni, vedermi con gli occhi di mia figlia può fare la differenza.
Perché non siamo solo noi a educare i nostri figli, sono anche loro a educare noi, gli insegnanti lo
sanno da sempre.
Per diversi anni, Paola e io non siamo stati iscritti a WhatsApp. Già era difficile star dietro alle mail
di lavoro, agli sms, alle telefonate urgenti, ai messaggi sui social che ricevevamo ogni giorno. Ci
sembrava solo una distrazione in piú.
Esserne rimasti fuori non ci aveva mai creato problemi, a parte uno: l’evasione delle faccende
scolastiche che riguardano le nostre figlie. Tutti i genitori dei loro compagni, infatti, erano presenti nelle
chat di classe, e spesso e volentieri, per questa semplice ragione, noi venivamo dimenticati. Perché si dà
ormai per scontato che le questioni si discutano solo lí, dalla gita a una riunione importante, dai compiti
arretrati alla festicciola di Natale. Se non hai WhatsApp non sai mai niente, a meno che tu non riesca a
impietosire qualche genitore gentile. Vivi una specie di ostracismo scolastico. Gli stessi rappresentanti di
classe non ti informano, sottintendendo che, in fondo, è colpa tua perché hai voluto fare il «diverso».
Il fatto curioso è che, fra i nostri conoscenti, molti ci parlavano dei gruppi di WhatsApp come se ne
fossero vittime. Ci raccontavano l’esperienza di un luogo in cui scoppiavano polemiche continue, a
discapito della serenità della classe e di quella degli stessi figli. Anche questo ha contribuito a tenercene
lontani.
Quando gli impegni delle bambine sono arrivati al livello massimo di ingestibilità, abbiamo dovuto
capitolare. Al secondo giorno di iscrizione, Paola è venuta da me con due occhi cosí, stringendo in mano
lo smartphone, senza dire una parola. Era un pomeriggio in cui Virginia aveva di nuovo dimenticato a
scuola il quaderno di Matematica, contenente tutti i problemi per il giorno dopo.

La prima stranezza, nelle chat di classe, è che i genitori non sono registrati con il loro nome di
battesimo, ma sulla base del figlio di riferimento.
Mamma di Francesca.
Mamma di Aurora.
Papà di Giacomo.
Mamma di Teresa e Alberto.
La cosa mi è parsa da subito un po’ inquietante, perché sembra che noi genitori, nel momento in cui ci
confrontiamo su dinamiche scolastiche, perdiamo la nostra identità personale per trasformarci in
un’etichetta. Diventiamo una derivazione dei nostri bambini, esistiamo in loro funzione. WhatsApp
somiglia a una dimensione parallela, in cui il nostro ruolo ci assorbe al punto da farci dimenticare di
essere individui a tutto tondo, e non solo mamme o papà.
Il vero problema, però, è che le chat sono rapidamente diventate uno degli strumenti attraverso il quale
noi genitori possiamo applicare le nostre manie di controllo sui figli, mettendo becco su qualunque
aspetto li riguardi.
In pratica: l’inferno.
Mamme che si scambiano i compiti per i bambini, ipotizzano soluzioni ai quesiti dei problemi di
Matematica, si informano su quanti mesi di stagionatura abbia il Parmigiano della mensa, verificano che i
pargoli non le abbiano ingannate quando hanno riferito che la maestra aveva detto di lasciare il quaderno
di Storia in classe, sia mai di avere l’unico figlio che non farà i compiti, sai che figura. Migliaia di
notifiche ogni giorno: proteste perché il figlio di Coso ha spinto Davide e mi hanno detto che l’altro
giorno ha tirato pure le trecce alla Martina, bisogna fare qualcosa – naturalmente, ben accertandosi che i
genitori di Coso non siano presenti su WhatsApp – gare di pettegolezzo sulle maestre, quando non veri e
propri processi, in cui si riprendono frasi decontestualizzate che vengono distorte o amplificate, tutto
questo in mezzo alle foto di ricette di torte, trentaquattro buongiorno di fila al mattino, con relativo
cuoricino, e trentacinque buonanotte di sera, perché la Maria Carla controlla la chat solo dopo le 22.
Allarmi meteo per la pioggia prevista dalle 7.58 alle 8.24, insulti al sindaco perché non ha ancora
emesso un’ordinanza per la chiusura delle scuole, relativo dibattito se far indossare ai bambini le scarpe
di tela o azzardarsi a infilare nello zaino pure le galosce. Se non rispondi in fretta nonostante la doppia
spunta blu, verrai catalogato per sempre come un collaborazionista del «gruppo maestre», che
naturalmente – insinuano le voci – hanno chat segretissime in cui sparlano di noi genitori durante le notti
di plenilunio, dopo avere sacrificato un registro di classe in offerta al dirigente scolastico, subito prima
di assegnare un quattro immeritato a nostro figlio.
Le cosiddette «chat di classe», in definitiva, sono diventate lo specchio piú fedele di quanto sta
accadendo a noi genitori nel rapporto con la scuola.
Il nostro peggio viene documentato giorno dopo giorno, spunta blu dopo spunta blu.

La cosa buffa è che il nome WhatsApp è stato scelto per la sua assonanza con What’s up?, espressione
colloquiale usata quando si incontra un amico per chiedergli come sta, come vanno le cose, come se la
passa, che novità ci sono. È una formula che esprime interesse e affettività, la voglia di accorciare le
distanze con qualcuno. Invece, nella sua declinazione tecnologica, diventa sempre piú spesso sinonimo di
prevaricazione, esclusione, polemica. Alimentando di fatto proprio quelle distanze che ogni tipo di
comunicazione dovrebbe contribuire ad annullare.
La tecnologia supporta le relazioni umane, non lo sostituisce, specialmente quando parliamo di
educazione. Soprattutto, non dovrebbe essere fonte di emarginazione o innesco per interminabili dispute,
altrimenti smette di essere una risorsa e può trasformarsi in un’arma impropria.

L’ultima frontiera, in tal senso, è la scoperta che WhatsApp può essere usato come espediente per
imbrogliare a scuola.
Sono noti i recenti casi di genitori che hanno passato ai figli il tema della maturità, o la soluzione del
compito di Matematica, proprio tramite l’applicazione. Vantandosene poi in chat con gli altri genitori e
riscuotendo decine di «Bravo!», «Cosí si fa!», mentre i pochi che si permettevano di sollevare
perplessità riguardo a tale comportamento venivano condannati all’irrilevanza, tacciati col piú classico
dei «buonisti». Il paradosso è che i genitori che hanno passato le soluzioni hanno trovato pure,
immancabilmente, la maniera di allontanare la propria responsabilità. Lamentandosi – sempre su
WhatsApp – di come fosse stato troppo facile.
«E gli insegnanti che fanno? Dormono?!»
Oltre al danno, la beffa.
Ma il problema non sono gli insegnanti. Il problema è che se proprio noi, che dovremmo per primi
trasmettere ai figli il rispetto delle regole, li aiutiamo invece ad aggirarle suggerendo l’idea che i furbi
vengano premiati, allora non ci può essere scuola o sorveglianza che tenga. E se ci poniamo allo stesso
livello di un compagno che passa il foglietto con la soluzione a un amico, in quel preciso istante, agli
occhi dei nostri figli, smettiamo di essere genitori per diventare, di fatto, dei ragazzetti pure noi.
Cessiamo di essere un punto di riferimento, quelli da cui si può apprendere il valore della disciplina, il
premio per l’impegno, e offriamo scappatoie senza nemmeno renderci conto del danno che stiamo
facendo. Inoltre, proponiamo l’idea che sia meglio farcela bene con l’imbroglio, anziché farcela meno
bene da soli, o non farcela affatto. I nostri figli subito ci saranno grati per «l’aiutino» da casa, ma da quel
momento inizieranno a perdere rispetto per noi, che abbiamo vanificato in un colpo solo la loro
credibilità, la nostra, e quella della scuola.
Poi tutti a lamentarci, alla prima occasione, che questo Paese sia ridotto com’è, che i politici siano
disonesti, che nei concorsi vincano sempre i raccomandati e che non ci sia piú posto per la meritocrazia,
ma dove andremo a finire.
A differenza di quanto potrebbe sembrare, noi genitori non siamo sempre compatti e solidali nei
confronti della scuola – a favore o contro – ma, spesso e volentieri, ci troviamo in conflitto. Questo ci
dice che il problema non è solo con l’istituzione, ma esistono difficoltà relazionali piú generali e
profonde. Una visione del mondo in cui la nostra famiglia è al centro, e i nostri figli devono sempre
apparire i piú bravi, i piú buoni, i piú svegli e soprattutto esenti da critiche. Non come quelli degli altri,
insomma.
Una delle circostanze scolastiche che rivela questo aspetto piú di altre è l’eterna questione che si
presenta ogni anno come una piaga d’Egitto: i pidocchi.
Indipendentemente dal clima, dalle condizioni igieniche, dalla latitudine, a un certo punto dell’anno i
pidocchi arrivano, inesorabili. Si comincia con un foglio infilato nell’armadietto o un avviso sul libretto
personale, con i quali le maestre comunicano la presenza dei parassiti e ci invitano a controllare le teste
dei bambini.
Da quel momento cala un velo di omertà assoluta. Nessuno è disposto ad ammettere ufficialmente che
suo figlio li ha presi, quanto meno non per primo, pena essere additato come untore. Le voci nelle chat di
classe tacciono, in farmacia si comprano i prodotti specifici solo quando gli altri clienti sono usciti, in
presenza di terzi viene intimato ai bambini: «Non grattarti!», pure se li ha punti una zanzara. Iniziano a
circolare sospetti e leggende, i genitori si dividono presto in fazioni e sottogruppi.
Le madri dei maschi si trincerano dietro alla certezza che i loro figli non possano essere stati, dato che
i pidocchi non prediligono i capelli corti, lo sanno tutti. Le madri delle femmine accusano invece proprio
i maschi, che si lavano poco, e poi si vede che si grattano furiosamente tanto quanto le bambine, e c’è
quel biondino che ha la pettinatura da paggetto con i capelli che gli arrivano fino alle spalle, altro che
tagli a spazzola.
Da lí, all’improvviso, è un fiorire di teste ingellate e acconciature complicatissime con trecce
arrotolate, per evitare il contagio. Finché non decide di immolarsi qualche madre volontaria, che con
santa pazienza va a scuola e ispeziona tutte le teste dei bambini. Senza distinzioni, per non farli sentire a
disagio, pur avendo già individuato quali siano quelli che, piú di altri, fungono da condominio per frotte
di pidocchi. Solo poi, con assoluto garbo e segretezza, avviserà i genitori.
La cosa piú ridicola è che, nella stragrande maggioranza dei casi, l’allarme arriva cosí in ritardo che
noi genitori talvolta siamo già stati contagiati. Con imbarazzi molto piú concreti rispetto a quelli dei
bambini, visto che si ripercuotono sul luogo di lavoro.
Sarebbe molto piú semplice se alla prima grattatina ci avvisassimo l’un l’altro, soprattutto chi ha figli
che giocano a stretto contatto. Che ci scambiassimo le ricette della nonna, la marca della lozione, la
miglior tipologia di pettinino a denti ultrasottili: invece di un oscuro segreto, l’infestazione diventerebbe
un problema condiviso da risolvere uniti. Se questo non avviene per facezie come i pidocchi, figuriamoci
per il resto.
Capiamoci, è una guerra persa: visto che dopo oltre un secolo di trattamenti i pidocchi battono in
puntualità pure le tasse, è inutile illudersi.
Ma combatterli insieme è meglio che grattarsi da soli.
Margherita è una mamma quarantenne, la conosco da una vita, ha due figlie alla scuola primaria ed è
rappresentante di classe fin dai tempi di quella dell’infanzia.
«Ho iniziato per volontà di partecipazione, perché volevo occuparmi delle mie bambine a
trecentosessanta gradi, madre giovane e inesperta un po’ come tutte quando si comincia. Volevo sapere ed
essere utile. Il ruolo di rappresentante cambia a seconda del grado d’istruzione scolastica. Alla scuola
dell’infanzia vai alle riunioni, non sono in genere molte, non mi ricordo di preciso nemmeno il numero. Ti
occupi di organizzare la festa di Santa Lucia, i pacchettini di caramelle da far trovare ai bambini, come
entrare a scuola di nascosto senza che ti vedano e capiscano, altrimenti salta la magia. Scegli i regali per
le maestre a fine anno, in sostanza è tutto lí. Le rogne sono poche, anche nei rapporti con gli altri genitori,
è ancora un mondo in parte innocente e protetto. Con la scuola primaria, invece, comincia a cambiare
ogni cosa: per gli alunni, gli insegnanti e i rappresentanti. Crescono le aspettative e l’atteggiamento
critico. E una maestra insegna Italiano male, e di quella di Inglese non ne parliamo proprio, dunque
perché non organizziamo un bel corso di lingue extrascolastico? E io non sono d’accordo. Perché sono
dell’avviso che bisognerebbe ottimizzare le risorse che già si hanno, cercando di farle funzionare al
meglio, e che per gli attestati e i corsi avanzati ci sarà tempo. Allora cominciano i primi screzi, i
gruppetti fuori da scuola, le mamme a capannello la mattina, le discussioni infinite su WhatsApp. Ti
contattano in privato, ti telefonano, cercano alleate. In seconda elementare mia figlia minore ha avuto
un’insegnante che poi è entrata in maternità. La sostituta era brava, severa e preparata, è stata con loro
per l’intera terza. A fine anno le mamme mi hanno chiesto di scrivere una lettera alla dirigente perché
confermasse la sostituta al posto della vecchia insegnante. Non ero contraria a priori, ma ho cercato di
approfondire i motivi e le ragioni di quella richiesta. È venuto fuori che il problema non era tanto la
bravura della supplente, quanto la maternità dell’assente. Con un bambino piccolo – sostenevano le
mamme – non avrebbe mai potuto assicurare una continuità didattica. Ho risposto che io, quella lettera,
non l’avrei scritta e non l’avrei firmata, perché farlo avrebbe significato discriminare il lavoro
femminile, cosa contro cui combatto da sempre. Voleva dire calpestare i diritti di una professionista, e
madre, proprio come lo siamo noi. E che avrebbero fatto bene a richiedere direttamente un insegnante
uomo, ché almeno il rischio che rimanesse incinto non ci sarebbe stato. Ho rassegnato le dimissioni dal
ruolo di rappresentante, sono stata ostracizzata dalle mamme, molte hanno smesso perfino di salutarmi.
La brava sostituta è stata confermata, la precedente maestra è rientrata dalla maternità ed è stata spostata
in un’altra classe. Le mamme avevano vinto, la scuola aveva chinato la testa».

Roberto è un padre cinquantenne, ha due figli che oggi frequentano le scuole medie, non è mai stato
rappresentante di classe per il secondo perché gli è bastata l’esperienza col primo.
«Nella classe di Marco c’era una professoressa di Italiano bravissima, amata dai bambini, in gamba
proprio. E un alunno problematico, prepotente, capriccioso, poco cercato dai compagni. La madre del
bambino addossò all’insegnante la colpa dell’isolamento e delle difficoltà relazionali del figlio, e le
dichiarò guerra. Con una serie di lettere anonime inviate al dirigente scolastico per mesi, di cui io non
sapevo nulla. Fummo convocati per una riunione straordinaria nella quale dovemmo “deporre” a favore o
contro la professoressa, per capire se si trattasse di un malcontento isolato oppure generale, visto che la
mamma in questione attaccava l’insegnante come se fossimo tutti d’accordo con le sue critiche.
Firmammo una sorta di petizione a sostegno della docente, che rimase al suo posto. La madre non accettò
la cosa, e per tutta risposta cambiò scuola al figlio».

Carla ha tre figli di età diverse, uno va alla scuola dell’infanzia, uno alla scuola elementare e una alla
scuola media. È stata rappresentante di classe per cinque anni, lo è anche oggi.
«Ho sempre avuto piú problemi di gestione e di relazione con i genitori che non con gli insegnanti, va
detto. La scuola primaria è stata una guerra. Alle medie il discorso è differente, i figli cominciano ad
andare a scuola da soli, non sei sempre lí ad accompagnarli alla mattina o a prenderli al pomeriggio
quando escono. La natura dei problemi cambia, i ragazzi crescono, è un’età difficile. Gli insegnanti sono
sfibrati. I problemi scolastici o disciplinari, quando ce ne sono, vengono trattati singolarmente, diventa
sempre meno una questione di classe, se non altro per la mia esperienza. Il supplente di Matematica che
mandava in continuazione fuori Gaia perché era piú facile fare lezione escludendola, data la sua indole
iperattiva e il suo continuo desiderio di attirare l’attenzione, è un esempio di debolezza e di incapacità
non solo della persona, ma anche di un ruolo, quello del supplente, che per i ragazzi ha lo stesso peso di
una foglia che passa, e i supplenti spesso lo sentono. Ho spiegato a Gaia che fino a quando lei non avesse
mostrato rispetto per l’insegnante, lui non ne avrebbe mostrato a lei, e con pazienza e delicatezza ne
siamo venuti a capo. Ci sono molta stanchezza e numerose difficoltà. La lingua, i mediatori, le classi
multietniche, i diversi livelli di apprendimento. Gli insegnanti sono soli in prima linea con i casi sociali,
i casi difficili, i ragazzi abbandonati. Non ce la faccio a essere troppo severa».

Queste storie raccontano di vittorie e di sconfitte.


Dove stiano le prime e dove le seconde dipende dall’occhio di chi le guarda.
Quando Ginevra doveva cominciare la prima elementare, eravamo preoccupatissimi.
Ginevra ha sempre mostrato fin da piccola un carattere forte, spigoloso e fiero. Difficile da gestire
anche per noi. Il toto maestre terrorizzava in particolare Paola. E mioddio se le capita quella, e mi hanno
parlato male di quell’altra. Non esagero se dico che, per almeno un paio di mesi, Paola ha vissuto
nell’angoscia. Io mi sforzavo di tenere la parte del maschio alfa pragmatico, le dicevo cose come:
«Eddài, siamo tutti diventati grandi con ciò che abbiamo incontrato lungo la strada, succederà anche a
lei», e Paola mi fissava ogni volta con uno sguardo che diceva: «O tu, dispensatore di massime
filosofiche della minchia, tu non hai alle spalle un’infanzia traumatica come la sottoscritta».
In effetti no. Forse non l’ho avuta anche perché noi due abbiamo (avuto) modi differenti di reagire alle
situazioni problematiche, ma tant’è.
Comunque sia, la conclusione è che a Ginevra la ribelle sono capitate le insegnanti piú autoritarie,
toste, severe di tutta la scuola. Una fra queste, a Natale, riesce a dirigere un coro di un centinaio di
bambini con impercettibili alzate di sopracciglia.
Il risultato è che Ginevra l’indisciplinata, la misteriosa, l’irrefrenabile, è oggi una delle migliori della
classe. Probabilmente, aveva solo bisogno di regole decise e chiare, condivise con altri coetanei. La vita
o il caso le hanno offerto la giusta opportunità, lei l’ha colta senza remore, è una lezione che abbiamo
imparato tutti.
Paola per portarsi avanti ha già cominciato a preoccuparsi per Melania.
Andrà alla scuola elementare fra due anni.
La paura dei genitori non passa mai.
In prima media c’era un bambino che si chiamava Bernardi.
Bernardi se ne stava sempre seduto al suo banco con aria torva, guardando di sottecchi la classe o i
professori. Bernardi non parlava: solo se molto pungolato rispondeva o sí o no. Bernardi non veniva
interrogato, non scriveva i compiti in classe, non prendeva appunti. Entrava, si sedeva, usciva. Non so di
che tipo di problematiche soffrisse, nessuno ce lo ha mai detto. I professori lo ignoravano. Ci dicevano di
lasciarlo stare, non gli chiedevano mai nulla, faceva parte dell’aula al pari del mobilio. Bernardi se ne
stava lí, buttato in un angolo, a veder passare le mattinate. Frequentò la prima e la seconda, in terza è
scomparso, perché non poteva sostenere l’esame. Nessuno ci ha mai spiegato niente.
Una volta se un bambino aveva problemi finiva ghettizzato, non c’erano certo i progetti educativi
individuali che la scuola rende disponibili oggi, affinché ogni studente possa percorrere la sua strada
secondo i suoi tempi, e camminando comunque assieme agli altri. Adesso ci sono gli insegnanti di
sostegno per ogni tipo di difficoltà: da quelle di integrazione a quelle di apprendimento, fino ad arrivare
alle forme di disabilità piú o meno gravi.
«La cosa surreale è che, certe volte, sono proprio i genitori a opporsi, perché ammettere che il figlio
abbia necessità del sostegno, di un aiuto aggiuntivo e conclamato, significa certificare davanti a tutti una
difficoltà o un handicap. È uno stigma che certi genitori non vogliono, arrivando a negare l’evidenza, – mi
spiega la mia amica Sara, insegnante di scuola primaria. Mentre lo dice ha un’aria di irrecuperabile
rimpianto, è evidente che sta pensando a qualche bambino in particolare. – Ma se hai, per esempio, un
figlio che soffre di una forma di autismo, non puoi dire che ha solo bisogno di un po’ di attenzione in piú.
Quel bambino per il suo bene avrà bisogno di essere seguito anche attraverso un percorso specifico. E
l’insegnante, in questo, non può essere lasciato solo, perché il prezzo dell’ignorare una patologia,
dell’evitare un inserimento possibile attraverso strumenti adeguati, lo pagherà il bambino da grande».
La negazione dei genitori, insomma, può avere conseguenze molto gravi.
«Al contempo, e senza che appaia una contraddizione, – prosegue Sara, – ci sono invece genitori che
agognano la certificazione medica per le patologie “leggere”, come le diagnosi di iperattività o i deficit
dell’attenzione, perché questo sposta di nuovo il problema fuori da loro. Non hanno colpe, non ci
possono fare niente, che se la sbrighino gli insegnanti».

Ogni padre o madre sa che ciò che rende il mestiere di genitore il piú complesso di tutti è il dover
decidere, ogni giorno, cosa accogliere e su cosa invece intervenire, e l’ansia e lo spaesamento che a
volte rendono difficoltoso riconoscere questa differenza. Ma la cosa piú difficile in assoluto resta una
sola: accettare che tuo figlio sia diverso dall’immagine che te ne eri fatto, dalle aspettative che porti
dentro e che proietti – consciamente o no – su di lui.
Una delle criticità che la scuola fa emergere, una delle ragioni della nostra diffidenza, è che spesso il
percorso e l’ambiente scolastico ci mettono di fronte al fatto che i nostri figli non sono (solo) quelli che
crediamo noi. A casa magari sono bravi e buoni, ma in classe, in mezzo agli altri, possono scoprirsi
irrequieti, indisciplinati, addirittura prepotenti. Il confronto con i coetanei può svelare aspetti che
preferiremmo non vedere. Tutti i genitori sanno di cosa sto parlando.
Quelle volte che mi capita di sentire Virginia parlare al telefono con la sua migliore amica, mi rendo
conto che le cambia la voce. In casa ha un tono acuto, da bambina, mentre quando parla con Giulia nella
sua cameretta, convinta di non essere ascoltata, la porta socchiusa, la voce le si abbassa misteriosamente
di un’ottava. Ha dieci anni ma fa già battute da preadolescente, dice cose che davanti a me o alla mamma
non si permetterebbe (ancora) di dire. Questo significa solo che il carattere di Virginia ha tante
sfaccettature, che emergono a seconda della situazione e dell’interlocutore. Eppure, ogni volta mi pare
quasi di non riconoscerla, come non fosse piú la mia bambina. Qualcosa, dentro di me, si sente un po’
tradito.

Il fatto è che i nostri maggiori sforzi nei confronti dei figli dovrebbero essere tesi a conoscerli, non a
ri-conoscerli. Il loro processo di crescita è un continuo tradimento, soprattutto delle nostre aspettative di
genitori. Ma è un processo naturale e sano, è proprio ciò che li definisce come individui.
«Tradimento» è una parola che non ha solo la connotazione negativa che siamo abituati ad attribuirle.
Deriva dal latino tradere, che significa: «consegnare in mano a qualcuno». Se pensiamo al senso figurato
di espressioni tipo «i suoi occhi lo hanno tradito», o «le sue parole lo hanno tradito», tutto risulta piú
chiaro: tradire può essere proprio una maniera in cui una verità si svela al nostro sguardo. Non è tanto
come quella verità ti viene consegnata che conta, ma è quel che decidi di farne quando la stringi fra le
mani.
La prima cosa che scopri quando diventi genitore è che la verità dei figli va sempre bene, anche
quando è molto lontana da quella che ti aspetteresti tu. Saper vedere e accogliere quella verità si chiama
amore.
Quando ci viene consegnata in modi inattesi, in contesti o luoghi sui quali sentiamo di non avere alcun
controllo, attraverso parole che ci sembrano quasi descrivere degli estranei, può accadere che sia vissuta
come un’intromissione, o addirittura una bugia.
«Lei non conosce mio figlio» o «mio figlio non è cosí» sono frasi che gli insegnanti durante i colloqui
si sentono ripetere molto spesso. Mentre la scuola chiede aiuto, i genitori si ritraggono vivendo quella
richiesta come un giudizio da allontanare il piú velocemente possibile, espresso da persone che non
conoscono i loro figli davvero.
Quando questo accade, ci lasciamo sfuggire opportunità preziose.
Quando questo accade, la presunzione vince a tavolino, e l’educazione perde per abbandono.
Quando avevo tredici anni, mio padre mi impedí di fare il liceo artistico.
Al tempo lo odiai per questo, ma appartengo a una generazione che non apriva dibattiti sulle decisioni
dei genitori, fu cosí e basta.
Mio padre è la persona col carattere piú difficile che io conosca. Ciò che rende complicato interagire
con lui è che non è costante. Ci sono giorni in cui è affabile e simpatico, altri in cui diventa ombroso o
collerico e ti dà risposte per le quali in un Paese civile dovrebbe essere previsto l’ergastolo. Sul lavoro,
ricordo un paio di incazzature sue leggendarie. Una cosa che gli si deve riconoscere, però, è che non lo
hanno mai piegato. Forse il suo carattere gli è servito anche a questo, a difendersi in un paesino di
provincia dai pregiudizi della gente, dal dito puntato dei benpensanti che lo chiamavano «comunista!», e
da quello dei comunisti che lo consideravano un anarchico. Perfino dal rancore dei miei nonni materni,
che dall’alto del loro cattolicesimo militante si sono opposti al matrimonio dei miei fino all’ultimo, solo
a causa delle idee di mio padre. Non è una questione di fazioni piú giuste di altre, so bene che se
avessimo abitato nella provincia emiliana, per dire, le discriminazioni sarebbero state all’incontrario. E
forse è proprio questo pensiero che mi ha aiutato a crescere, nonostante tutto, come una persona attenta ai
preconcetti, principalmente nei confronti delle religioni. Anche grazie a qualche amico in gamba.
Mio padre una volta, sul finire degli anni Sessanta, occupò una fabbrica da solo. Me lo ha raccontato
mia madre quand’ero piccolo. Ogni volta che metto a fuoco quell’immagine, di una situazione che non ho
mai visto né vissuto, sento di capirlo nel profondo. Non gli ho mai chiesto conferma della cosa. Ormai
per me è andata cosí e basta.
Mio padre è un eccellente pittore. Ha dovuto lottare anche per questo. Quando tornava a casa dal
lavoro, oppure nei giorni di festa, capitava spesso che disegnassimo insieme. Passavamo le domeniche
mattina nel suo studio, lui dipingeva a cavalletto mentre io da dietro ricopiavo i suoi quadri. Quando
avevo finito: «Fanne un altro», mi diceva. Invece sul disegno in sé non mi ha mai detto niente. Zero
spiegazioni, nessuna informazione tecnica, nessun: «Si fa cosí». Penso temesse di influenzarmi o sviarmi
o che non avesse fiducia nell’accademia, nemmeno tra padre e figlio. Qualunque cosa fosse, fu la stessa
ragione per la quale si oppose a farmi fare il liceo artistico.
Credo volesse solo capire se tenevo davvero al disegno. Non rendermi per forza la strada spianata, in
discesa, solo perché era mio padre. Non rischiare di mettere in crisi la mia vocazione rimuovendo gli
ostacoli al posto mio, facendomi scegliere la via apparentemente piú diretta. Tra le righe il messaggio
era: l’arte te la devi guadagnare, solo cosí avrà un senso.

Se penso a come Paola e io cerchiamo di agevolare le nostre figlie in tutto, di interpretare segnali,
anticipare desideri, non far mancare loro niente di ciò che servirà per raggiungere un risultato, confesso
che qualche dubbio mi viene. Perché se oggi sono un disegnatore professionista, se ci sono arrivato tardi,
a trentacinque anni ma guadagnandomi ogni centimetro, facendo il giro largo e senza sconti, se sono stato
costretto a riprendermi il disegno con forza scoprendo una determinazione che non conoscevo, se nelle
mie illustrazioni non c’è solo la preparazione tecnica, ma ci è finito dentro anche quel che ho raccolto
lungo la strada, gli studi scientifici, le ragazze dagli occhi tristi, la musica di Paco de Lucía, tutti i libri
che ho letto e tutta la bellezza che ho visto e tutta l’esperienza e la capacità di concentrazione apprese nei
precedenti lavori, in fondo lo devo solo a quella sua opposizione.
Mio padre aveva capito, oggi lo so, che il disegno era la mia fabbrica occupata da solo. Che ogni
individuo deve trovare la sua, senza che qualcuno gli indichi l’ingresso. Che i genitori ti capitano, mentre
le passioni si scelgono. E quel che ha voluto spiegarmi sul serio non lo ha mai fatto con le parole, ma
solo con l’esempio. Siccome dare l’esempio è roba difficile, sia farlo che capirlo, oggi posso dire che
poche cose mio padre mi ha insegnato nella vita, ma la piú importante è senza dubbio: le tue scelte sono
tue, gli ostacoli anche, soprattutto quelli che non ti aspetteresti mai.
È nel vedere come supererai i secondi che darai validità alle prime.
È nelle difficoltà che germogliano i semi migliori.
A maggio Virginia è andata in gita per un giorno. Ha visitato Padova con la scuola.
Padova è a ottanta chilometri da qui, sono partiti in pullman alle otto del mattino e sono tornati la sera
alle diciotto. Dieci ore in tutto.
Nello zaino aveva, nell’ordine: la giacca a vento, la felpa, un berretto con visiera, l’ombrellino
pieghevole, un panino con la Nutella e uno col salame, due succhini alla pesca, due bottigliette d’acqua,
il portafoglio, una brioche, un libro, la macchinetta fotografica, cinque euro per il gelato, tre cerotti, una
scatola di salviette disinfettanti, mancavano solo un gps satellitare e una bussola magnetica, ma credo che
quella ce l’abbiano abbuonata per il cognome.
Alla fine degli anni Settanta partivi per la gita con una maglietta bianca e cinquecento lire per
comprarti un panino imbottito, che poi Renato non aveva mai le cinquecento e allora rubava le mie. Da
marzo a ottobre si andava in calzoni corti. Se ci veniva sete bevevamo alla fontana, e sennò ciao.
Eppure i bambini di allora avevano le ginocchia come oggi, che si sbucciavano allo stesso modo, il
freddo era uguale e il caldo pure, la pancia andava riempita comunque. Invece, chissà come mai, i
bambini di adesso vengono trattati come fossero di cristallo.
La realtà è che questa è la conseguenza di anni di: «Perché non gli avete fatto portare un cappello?»,
«Ma se poi piove?», «E le scarpe di ricambio? La volta scorsa si sono bagnati i piedi», da parte di noi
genitori.
Pur di parare i colpi e le critiche, le maestre sarebbero ormai pronte a dotarsi di campane di vetro
portatili.
Sarebbe bello, invece, se le gite potessero lasciarsi alle spalle le eccessive cautele. Se potessero
essere ancora un territorio di scoperta, un tempo nuovo, da godere.
Per gli alunni, per le maestre, per noi genitori che andiamo sempre in crisi.
Meno piedi asciutti e piú sorrisi.
Ma quand’è iniziato tutto questo? Perché, a un certo punto, abbiamo cominciato a sovrapporci ai nostri
figli, per evitare che inciampassero? Come siamo arrivati fino a qui?
C’è un lungo video che in rete ha circolato parecchio, è rintracciabile su YouTube. Il video è
un’intervista a Simon Sinek sui cosiddetti millennial. Il termine identifica i nati dalla metà degli anni
Ottanta all’inizio degli anni Duemila, dunque i giovani compresi tra i quindici e i trentacinque anni.
Sinek, esperto di marketing e studioso di dinamiche motivazionali, ha partecipato a un incontro di
Inside Quest, un progetto che racconta come persone di successo siano riuscite a raggiungerlo coltivando
il loro talento.
Nel video Sinek dice cose molto interessanti, soprattutto quando parla dei suoi numerosi colloqui con
giovani adulti che, per la prima volta, si affacciano sul mondo del lavoro. Per esempio, racconta di come
ambiscano a una professione in un ambiente che abbia uno scopo, di come sentano la necessità di lasciare
il segno, qualunque cosa significhi. E di come, anche quando riescono ad avere partenze incoraggianti,
non sono comunque felici. Sono narcisisti, egoisti, dispersivi e spesso pigri, perché molti sono cresciuti
con strategie fallimentari di educazione familiare: è sempre stato detto loro che erano speciali, gli è stato
fatto credere che potevano avere dalla vita tutto quel che volevano, solo perché lo desideravano. Alcuni
sono entrati in scuole prestigiose non perché lo meritassero, ma perché i genitori hanno protestato. Altri
hanno avuto voti alti non perché se li fossero guadagnati, ma solo perché gli insegnanti non volevano
discussioni con i genitori. Sono state date loro medaglie perfino per gli ultimi posti, svalutando in questo
modo i riconoscimenti di chi lavora duro. La conclusione è che quando entrano nel mondo reale, i
millennial scoprono di non essere speciali, e che la mamma non può far avere loro una promozione. D’un
tratto, l’immagine che hanno di sé non corrisponde alla realtà e va in pezzi.
Per quanto riguarda il rapporto con la tecnologia, ciò che Sinek dice è illuminante: abbiamo cresciuto
una generazione di ragazzi che ha poca fiducia in sé stessa, e non ha mezzi per affrontare lo stress.
Individui che credono di poter avere tutto e subito proprio come accade con le gratificazioni illusorie dei
social e con le varie app degli smartphone. Ma per le gratificazioni sul lavoro e personali non c’è
un’app, sono processi lenti, oscuri, piacevoli ma impegnativi.
Ciò che Sinek sostiene, in sostanza, è che siamo passati da un’idea di felicità raggiungibile svolgendo
il nostro dovere, costruendo percorsi e relazioni durature che richiedono tempi lunghi, a una visione della
felicità dominata dall’imperativo di essere subito apprezzati, cool e di successo. Questo causa,
nell’ambito lavorativo, grandi frustrazioni se i risultati attesi non arrivano in fretta. È un problema
attribuibile in larga parte all’educazione che i ragazzi hanno ricevuto.

A metà degli anni Ottanta, il modello morale dell’impegno e del far bene il proprio lavoro è stato
sostituito da un’idea di successo aggressiva, rampante, intraprendente. La spaccatura sociale fra winners
e losers è figlia proprio di quegli anni. Non vinceva piú solo il migliore, ma il piú sveglio, ovvero il piú
furbo. I genitori di allora si sono adeguati e hanno cominciato a insegnare ai figli che la scappatoia era
una strada percorribile, che solo il traguardo contava. Ricordano quelli che gli psicologi definiscono
«genitori spazzaneve», ovvero padri e madri che in maniera sistematica demoliscono ogni ostacolo si
trovi sul cammino dei loro bambini, pronti perfino ad aggirare le regole per farli arrivare prima.
Il risultato di questa modalità educativa – sostiene Sinek – lo abbiamo sotto gli occhi in una
generazione di giovani adulti: è lo smarrimento che i millennial provano quando le loro sproporzionate
aspettative su sé stessi non trovano riscontro nella realtà.
Il rischio è che accada lo stesso a una nuova generazione, in maniera forse anche peggiore. Perché se
il fenomeno dei primi millennial ha raggiunto la piena evidenza dalla scuola secondaria in avanti, con
adolescenti che beneficiavano delle manovre protettive dei loro genitori, oggi i primi segnali si
manifestano già alla scuola dell’infanzia, causando danni potenzialmente piú profondi.

Il problema non è marginale: il compito dei bambini e degli adolescenti è, da sempre, anche quello di
superare gli ostacoli messi dai genitori, attraverso un confronto attivo che rappresenta uno dei passaggi
fondamentali per lo sviluppo di una personalità autonoma. Ora sembra essere diventato quello di trovare
la propria strada fuori dal percorso facilitato che approntiamo per loro.
Invece si diventa grandi vincendo la sfida che permette di trasformare un desiderio prima in obiettivo,
poi in progetto. E se tutti abbiamo bisogno di obiettivi, la vera crescita si dimostra in cosa fai col resto,
con ciò che arriva apparentemente privo di ragione e senza che tu sia pronto. Con le cose brutte, con quel
che non vuoi o che, magari, non sai ancora di volere.
Il nostro compito di genitori, anziché tenere i figli costantemente al riparo, dovrebbe essere quello di
mostrare che la vita non è sempre una linea retta che collega volontà e obiettivi, ma può essere una linea
curva che congiunge impegno e capacità di adattamento, anche alle difficoltà. Che gli incidenti fanno
parte del tragitto. Perché, quando le cose accadono, se ne fregano se tu le volevi o no, loro accadono e
basta, e sono proprio le deviazioni o gli imprevisti, i fallimenti perfino, a servirci di piú.
Ci spingono a impegnarci, sono la benzina che ci fa muovere e ci sono utili per capire che io non sono
l’obiettivo che mi pongo, né il desiderio che lo ha generato, ma sono soprattutto il percorso che faccio
per arrivarci e la maniera in cui affronto quel che incontro lungo la strada.
Una cosa che va detta è che anche la scuola ha le sue responsabilità.
Perché se non tutti i genitori sono irrispettosi o aggressivi, è altrettanto vero che non tutti gli insegnanti
sono integerrimi. Esistono all’interno dell’istituzione scolastica delle zone d’ombra che andrebbero
illuminate meglio. Ci sono docenti stanchi e disillusi che tirano solo a campare, e alcuni di loro ormai –
talvolta a ragion veduta – nutrono pregiudizi verso i genitori, confermando involontariamente in questi
ultimi la fondatezza della loro diffidenza. Cosí come esistono documentate vessazioni di maestri sugli
studenti, in casi estremi addirittura esplicite violenze, che rendono per madri e padri legittimo vigilare
con attenzione sul comportamento degli insegnanti. Del resto gli stessi insegnanti, esasperati da risorse
sempre piú risicate, umiliati da una considerazione sociale e professionale ogni giorno piú misera che si
riflette, anche, in stipendi non all’altezza, non ci stanno piú a sentirsi dire cose come: «Voi lavorate solo
qualche ora e poi siete liberi tutto il santo giorno!», «Fate la bella vita!», o «Tre mesi di vacanze li vorrei
anch’io!» Forse anche per questo risultano poco inclini a qualunque tipo di confronto che tenti, per
esempio, di ottimizzare il loro ruolo gravandoli di ulteriori carichi, o di pensare a una nuova idea di
scuola che possa fornire risposte piú adeguate sia dal punto di vista della gestione del tempo, anche
estivo, sia da quello delle risorse disponibili.

Maddalena ha quarantaquattro anni, due figlie adolescenti, un lavoro nella pubblica amministrazione e
un marito che per ragioni professionali è molto spesso distante.
«Fino all’anno scorso la gestione estiva delle mie figlie era un vero incubo. Cominciavo a pianificarla
a marzo. Conoscevo il calendario scolastico a memoria, comprese festività, ponti e vacanze varie. “Ma
dove le metto, a chi le do?” era il terrificante interrogativo che popolava le mie notti insonni. A Natale, in
trasferta dai nonni: “Come sei messo a ferie tu, marito? Perché io posso prenderle solo a carnevale e poi
un giorno a Pasqua”. “Eh, son messo male, tua mamma non può tenerle per qualche giorno?” Poi le code
genitoriali davanti ai banchetti dell’oratorio, “Ma che attività organizzate quest’anno? Ma c’è la mensa?
Ah, vi alternate con la chiesa dell’Addolorata? Ma lo copriamo luglio?”, e via cosí. A giugno, il lunedí
successivo alla chiusura delle scuole, le mie figlie partivano con il Cer, il centro estivo comunale. Una
marea di ragazzi ingaggiati per tener testa a frotte di bambini. Poi si passava al Grest, ovvero il gruppo
estivo della parrocchia. Ancora una settimana di campo scout da qualche parte, infine le attività sportive
per bambini organizzate dall’università. Una sistemazione dopo l’altra, estranei in successione di cui ti
toccava fidarti per forza. Dulcis in fundo, il vuoto assoluto delle due settimane centrali di agosto, dove
vai in vacanza perché non hai alternative, quindi il prescuola, sempre appaltato a una qualunque delle
varie cooperative. Alla fine, la luce: settembre, un’altra volta i nonni e, finalmente, la ripresa regolare
delle scuole. Adesso le mie figlie sono grandi. Le lascio in completa autogestione dalle otto del mattino
alle quattro e mezza del pomeriggio, quando rientro dal lavoro. Non fanno una mazza, capiamoci, si
alternano tra tv, tablet, cellulare, finché non torno io e allora si dànno una raddrizzata che fornisca un
senso a un giorno che, passato cosí, per me è buttato via. Però almeno posso andare a lavorare senza il
pensiero stracciavesti del “mioddio a chi posso affidarle”. Trattasi comunque, nei fatti, di abbandono di
minore punibile per legge. Ma purtroppo non ho alcuna scelta e, come me, conosco un sacco di genitori
nella stessa situazione. Dunque davvero mi si dice che una riforma seria della scuola che comprenda un
minimo di organizzazione dei tre mesi estivi e una ridistribuzione di attività scolastiche, ludiche, compiti,
programmi e orari, gestiti sia ben chiaro dagli stessi insegnanti, viene considerata sbagliata? Non si tratta
di ridurre i docenti al ruolo di sorveglianti per i figli, come qualcuno ha detto, ma di rendersi conto che
abbiamo a che fare con una scuola che funziona in maniera anacronistica rispetto alle esigenze di tutti.
Perciò ben vengano gli aumenti di stipendio ai professori e ogni incentivo possibile, ma una scuola
strutturata in questo modo, che chiede ai genitori durante l’anno grandi sforzi per seguire i figli nei
compiti, e in tutte le attività, e poi li lascia per tre mesi al pascolo, non è piú sostenibile».

La questione sembra essere duplice: se da un lato abbiamo genitori che entrano sempre piú dentro la
scuola con le loro esigenze, dall’altro abbiamo una scuola che entra sempre piú nelle famiglie con le sue
richieste. Vi entra perché impatta sull’organizzazione familiare e sulla gestione del tempo dei figli,
perché chiede ai genitori partecipazione, costanza e continuità negli impegni scolastici dei bambini.
Perché cerca una collaborazione che noi genitori viviamo anche come un’ingerenza, proprio come gli
insegnanti, talvolta, vivono come un’intrusione le nostre molteplici preoccupazioni.
Il conflitto è evidente.
Noi vorremmo meno scuola nelle famiglie ma piú famiglia nella scuola, per tutelare il nostro ruolo, il
nostro tempo e i nostri figli. Gli insegnanti sembrano volere il contrario, sia per mettere i genitori di
fronte a specifiche responsabilità sia per tutelare la propria professionalità e il percorso degli studenti.
Il fatto è che i nostri figli e quegli studenti sono gli stessi bambini.
Non hanno necessità di sapere in quale campo giocheranno, ma solo di regole chiare e condivise.
Non sono oggetti da contendere, ma futuri da comprendere, insieme.
Il rapporto genitori-insegnanti è questione antica.
Ce lo dimostra una bella lettera di un secolo e mezzo fa.
I genitori hanno sempre avuto la tendenza a mettersi un po’ in mezzo.
Un tempo lo facevano cosí:

Caro insegnante,
insegni al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni
malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso. Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un
amico e gli faccia capire che vale molto piú una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria
profonda di un sorriso silenzioso. Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma gli conceda anche il tempo per distrarsi
con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in
se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti. Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e gli faccia imparare
a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono. Gli insegni ad ignorare le
folle che chiedono sangue e lo esorti a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione. Lo tratti
bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempra l’acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore e gli insegni ad avere fiducia anche in se stesso, perché solo cosí può avere
fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro.
Abramo Lincoln, 1860 1

1. La traduzione della lettera è tratta da Michela Altoviti, Stai calma & fagli fare i compiti serenamente, Wide edizioni, Milano 2016, p. 17.
Ma perché lo facciamo?
Che cosa spinge noi genitori ad abdicare alla nostra vita per vivere, in ogni aspetto, quella dei figli?
Alimentando la nostra rabbia e il loro sentirsi frustrati, rendendoci tutti vittime di questa estenuante
smania di difenderli?
Conosciamo la risposta.
Perché siamo spaventati dall’idea che possa accadere loro qualcosa di brutto, dall’eventualità di non
essere presenti nell’attimo decisivo della caduta, temiamo che senza il nostro aiuto possano sentirsi
come, certe volte, ci sentiamo noi: disorientati, in una realtà che facciamo ogni giorno piú fatica a
comprendere, sulla quale ci pare di non avere alcun controllo.
Per noi sarà sempre insopportabile che possano farsi male, o il vederli in crisi, ma non possiamo
tenerli lontani da qualunque imprevisto, coperti e al caldo, perché significherebbe impedirne la crescita.
Per dar loro la possibilità di diventare, dobbiamo essere disposti a rischiare il freddo, la pioggia, la
siccità e le tempeste. Persino quando quelle tempeste saranno contro di noi.
I nostri genitori, la «vecchia scuola», con i loro metodi anche discutibili, ottenevano comunque
l’importante risultato di favorire lo sviluppo della nostra autonomia. Mentre noi, senza rendercene conto,
stiamo garantendo il contrario: la continua dipendenza dei figli. E le dipendenze sono sempre un
problema.
Questo atteggiamento governa anche le nostre aspettative nei confronti della scuola, alla quale, piú che
educazione e istruzione, sembriamo chiedere costanti garanzie di sicurezza: i bambini non devono sentirsi
a disagio, non devono avere problemi con i compagni, non possono ricevere punizioni nemmeno quando
le meritano, non devono essere bocciati, e sui brutti voti in caso interverremo noi.

La breve ricognizione di questo libro, dal punto di vista di un padre, vuole essere una piccola
testimonianza di criticità che certo non riguardano tutti i genitori, ma che stanno lentamente delineando un
orizzonte preoccupante.
Non esistono risposte o soluzioni facili, anche perché ciascuno di noi è il frutto della propria
esperienza e, pur essendo genitori, ognuno di noi lo è a modo suo.
In piú, chi scrive non è né un pedagogo, né uno psicologo, né un esperto di didattica, ma forse solo,
per vocazione e mestiere, un buon osservatore.
Per queste ragioni, non concluderò con una risposta, ma con alcune domande.
Non sono semplici provocazioni, si tratta di spunti possibili per affrontare il problema attraverso un
piccolo ribaltamento di prospettiva.

E se ricominciassimo a credere negli insegnanti?


E se accettassimo che la nostra presenza non è indispensabile?
Se lasciassimo la scuola piú libera – pur in mezzo ai limiti, alle debolezze, alle fragilità – di fare quel
che davvero può per i nostri figli?
Perché non restituire noi per primi rispetto al ruolo dei docenti, cominciando a (ri)costruire esempi di
relazione e fiducia?
Stiamo crescendo bambini sempre piú convinti che le cose gli spettino, togliendo valore proprio alle
figure a cui abbiamo affidato il loro futuro. Il punto è riuscire a disinnescare la nostra rabbia e a
trasformare la paura che proviamo in un’occasione. Quella di farli crescere in una realtà di valori
condivisi e identificabili con chiarezza, in cui non dovranno piú decidere a chi dare ragione. Un mondo in
cui genitori e insegnanti si scoprano finalmente alleati e non avversari.
Attraverso la fiducia agli insegnanti possiamo ottenere un doppio risultato: riscoprire fino in fondo il
nostro ruolo di genitori, perché riconoscere le altrui competenze significa rinforzare anche le proprie.
Stimolare maggiore autonomia nei nostri figli e metterli in condizione di padroneggiarla, senza l’ansia del
voto o della prestazione. Perché se non li facciamo sentire giudicati ogni volta che commettono un errore
– al quale pensiamo di dover porre rimedio al posto loro – quell’errore può diventare una possibilità di
apprendimento, e di riscatto.

Ma perché dovremmo cominciare noi? Perché ci deve toccare il primo passo nei confronti degli
insegnanti?
Perché puntare il dito non ci ha portato a niente. Perché l’unica maniera di uscire dall’impasse di un
contrasto con qualcuno è smetterla di sottolineare le sue responsabilità, di indicare le sue colpe. Ce ne
sono sempre da entrambe le parti, in ogni tipo di relazione, ma ciascuno può agire solo sulle proprie. È
partendo dalla nostra condotta che possiamo innescare un cambiamento.
Gli insegnanti accetteranno la nostra mano tesa, o la guarderanno con sospetto? Saranno al nostro
fianco, ricambiando la nostra offerta? Non possiamo saperlo e non deve interessarci, noi possiamo solo
fare la nostra parte, costruendo la nostra metà del ponte. Partendo da questo lato della riva. Correndo il
rischio per chi quel ponte è destinato a percorrerlo ogni giorno. Perché se nessuno farà la prima mossa
questa situazione resterà ancora a lungo senza uscita.

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di contribuire a rendere i nostri figli gli adulti che saranno.
Non di stare un passo davanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a
prenderli se cadranno. Se succederà, col nostro aiuto capiranno che da un fallimento si può imparare
quanto da un piazzamento, e che un bel voto immeritato può essere piú mortificante e pericoloso di un
brutto voto giusto o di un rimprovero subito.
Noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere
l’autorevolezza dei docenti è il primo fra questi.
Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini – ed è giusto
prestarvi attenzione – o se non possiamo pretendere che la scuola riconosca sempre le nostre richieste o
necessità, due cose però possiamo farle da subito.
Educare i bambini al rispetto per gli insegnanti.
Lasciarli piú liberi di cadere, perché solo cosí potranno imparare a rialzarsi.
Se lo faremo, avremo fornito loro uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada piú difficile:
quella del diventare individui autonomi, che non vedono nelle regole comuni una gabbia, ma
un’opportunità per strutturare un giorno le proprie. Che vivranno noi genitori non piú come mura che li
tengono al riparo dalla vita, ma come porte da attraversare per raggiungerla.
Soprattutto, potranno trasformare la nostra fiducia in responsabilità, dunque in rispetto verso gli altri.
Ricominciamo da questo.
Ripartiamo da qui.
Una mattina ho accompagnato Melania all’asilo, pioveva fortissimo.
Il piano prevedeva, al solito, di portarla davanti al cancello in auto, prenderla in braccio e
stringermela addosso mentre la riparavo con l’ombrello grande. Non è stato possibile, Melania ha
piantato una scena che voleva assolutamente un ombrello suo. Voleva andare da sola. Subito ho liquidato
la cosa come un capriccio, poi mi sono detto: ma perché? Ho cercato in auto, anche nel bagagliaio, per
vedere se per caso ci fosse l’ombrellino azzurro delle principesse, ma niente. Quasi all’ultimo, ho
intravisto una macchia rossa sotto il sedile del passeggero. Ho infilato il braccio e l’ho tirata fuori. Era
un vecchissimo ombrello pieghevole, chissà da quanto tempo era lí. L’ho aperto, era bucato in tre punti,
ma Melania quando lo ha visto ha deciso che era suo e che sarebbe andata a piedi. Non c’è stato niente
da fare, sapevo già che con Melania non c’è verso, proprio come il giorno che ha visto i pattini di
Ginevra e ha deciso che voleva pattinare, e Paola e io a dirle: – Mannò, sei troppo piccola, ti fai male! –
invece lei se li è infilati, è partita, è caduta la prima volta e poi è andata dritta come un fuso sotto i nostri
sguardi increduli. Perciò l’ho fatta scendere, le ho dato in mano il suo nuovo ombrellino rosso, lei è
avanzata verso l’asilo tutta felice, stringendolo con due mani e oscillando a ogni passo, tenendolo cosí
basso che non riusciva quasi a vedere dove camminava. Ha centrato tutte le pozzanghere possibili, ma
l’ho lasciata fare. Quando siamo arrivati, piedini a parte, era per miracolo quasi asciutta. Le ho tolto il
berretto e la giacca, le ho cambiato le calze, ci siamo guardati per qualche secondo e non so se fosse piú
grande la fierezza nel suo sguardo o quella nel mio.
Mentre saliva di corsa la rampa per entrare in classe ho pensato che tra il non saper fare le cose e il
saperle fare esiste sempre uno scarto. Quello scarto è la nostra paura, e la paura c’è solo una cosa al
mondo in grado di vincerla davvero. Strano a dirsi, non è la forza, né il coraggio, né la determinazione,
ma è una cosa che precede tutte queste e le illumina come un faro.
Si chiama curiosità.
I bambini ne hanno a pacchi, noi invece chissà perché crescendo la perdiamo, ma soprattutto
cerchiamo troppo spesso di farle ombra, usando il nostro desiderio di protezione proprio come fosse un
ombrello. Scordandoci che finché non impari a proteggerti da solo non cresci, e che ogni pozzanghera
pestata vale piú di ogni goccia evitata.
E forse è questo ciò di cui abbiamo davvero paura: lasciar andare i nostri figli soli nel mondo,
permettere che compiano i loro passi ondeggianti senza di noi. Sopportare di sentirci inutili.
Restare in auto con un ombrello asciutto in mano, a guardarli mentre si bagnano le scarpe, non poterci
fare niente, trattenere le carezze.
Amare le loro scelte piú delle nostre certezze.
Il libro

Q UANDO ABBIAMO SMESSO DI FIDARCI DEGLI INSEGNANT I , E ABBIAMO INIZIAT O A VIVERE AL P OST O DEI NOST RI

figli? Essere genitori, a volte, significa fare un passo indietro.

Matteo Bussola ha tre figlie, le accompagna a scuola, le segue nei compiti, parla con gli altri genitori e partecipa pure
alle chat di classe su WhatsApp. Insomma, sulla scuola ha un osservatorio privilegiato. E quindi può testimoniare che,
davanti a un brutto voto, spesso i genitori si sentono messi in discussione, e per tutta risposta negano l’autorità degli
insegnanti. Cosí decide di scrivere a sé stesso, e agli altri genitori, per provare a riflettere sui sensi di colpa e le paure
che si nascondono dietro la mancanza di fiducia nella scuola. Un libro di storie – le sue, ma anche quelle delle madri e
dei padri che frequenta, di sua mamma ex insegnante, degli amici docenti – che parla del nostro tempo, e dei nostri figli.
Di come spesso, senza accorgercene, ci sovrapponiamo a loro per evitare che inciampino. Ma non c’è crescita senza
crisi, e solo facendoci da parte, pur pronti a raccoglierli se cadono, possiamo aiutarli a diventare adulti.

Dal primo giorno di scuola, in cui mamme, papà, nonni e fratelli accompagnano in massa i bambini fino in classe
scattando foto a raffica, neanche fossero a un concerto degli Stones, alle raccomandazioni per la mensa, ché la
stagionatura del Parmigiano, si sa, dev’essere almeno 38 mesi; dai pidocchi, che ogni anno proliferano sulle teste degli
alunni generando ansie e sospetti, al kit di sopravvivenza per la gita, che prevede praticamente tutto tranne un gps
satellitare. Matteo Bussola fa un ritratto divertito e serissimo della scuola di oggi, confrontandola con quella di quand’era
piccolo lui. E si domanda perché abbiamo smesso di considerarla un luogo in cui imparare il rispetto per noi stessi e per
gli altri. Con il tono caldo e intimo che è ormai la sua inconfondibile cifra, lo sguardo attento a ogni storia che incontra,
parte dalla sua esperienza per scrivere una lettera a tutti noi, arrivando al cuore della nostra paura. Quella di «lasciar
andare i nostri figli nel mondo, permettere che compiano i loro passi senza di noi».
L’autore

M AT T EO BUSSOLA (Verona, 1971) nella sua vita passata era architetto. A trentacinque anni ha deciso di cambiare

tutto. Oggi fa il papà di Virginia, Ginevra e Melania. Per lavoro disegna fumetti, e quando è in debito d’ossigeno scrive.
Notti in bianco, baci a colazione, il suo primo libro (Einaudi Stile Libero 2016), ha avuto una grande accoglienza ed è
stato tradotto in molti Paesi. Tiene una rubrica settimanale su «Robinson», l’inserto culturale de «la Repubblica», dal
titolo Storie alla finestra.
Dello stesso autore

Notti in bianco, baci a colazione


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