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PONTIFICIA FACOLTA’ TEOLOGICA DELL’ITALIA MERIDIONALE

SEZIONE S. TOMMASO D’AQUINO – NAPOLI

BIENNIO DI SPECIALIZZAZIONE IN TEOLOGIA PASTORALE PROFETICA

Scoutismo ed educazione alla fede:


un itinerario pastorale per la branca rover
DISSERTAZIONE PER LA LICENZA IN
TEOLOGIA PASTORALE

Relatore Studente
prof. Pasquale Incoronato Pasquale Iannone
matr. 01ST1521

Correlatore
prof. Antonio Palmese

Anno Accademico 2017 – 2018


Alla mia famiglia
ed in modo particolare
a mio padre Angelo,
che dal cielo protegge il mio viaggio

“Quando la strada non c’è,


inventala!”
(Robert Baden Powell)
RINGRAZIAMENTI

Esprimo il più vivo sentimento di sincera gratitudine a tutti coloro i quali hanno
contribuito alla realizzazione di questo lavoro.
Un riconoscimento va attribuito a don Pasquale Incoronato e a don Antonio
Palmese per la loro disponibilità e pazienza, nonché per i loro continui incoraggiamenti
e a don Antonio Landi per i suoi suggerimenti nell’elaborazione della tesi.
Ringrazio mons. Mario Pierro e a don Michele del Regno per avermi dato la
possibilità di vivere con entusiasmo il biennio di specializzazione in Teologia
Pastorale Profetica presso la Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale -
Sezione S. Tommaso d’Aquino di Capodimonte.
Inoltre vorrei esprimere forte gratitudine ai gruppi scout dove svolgo
un’importante servizio pastorale-educativo per il bene dei ragazzi: gli Scout d’Europa
del distretto Campania e l’AGESCI di Olevano sul Tusciano.
Infine, il grazie più grande va a Dio il quale, essendo ricco di misericordia non si
stanca mai di amare e cercare i suoi figli.
1

INDICE

INTRODUZIONE pag.5

CAPITOLO I: ORIGINI E FONTI DELLO SCOUTISMO

1.1 Le origini dello scoutismo pag. 10


1.2 La personalità di Baden-Powell e la sua opera 13
1.3 Aspetti storici dello scoutismo italiano 15
1.4 L’AGESCI e il FSE (Associazione Guide e Scout Cattolici
Italiani e Federazione Scout d’Europa) 22

CAPITOLO II: LA META SCOUT: EDUCARE ALLA FEDE OGGI

2.1 In quale contesto vivono i giovani? Come educarli oggi? 29


2.2 Lo scoutismo nel Magistero della Chiesa 34
2.3 Un progetto-itinerario di fede 37
2.4 Costruire il sentiero della fede 40
2.5 Spiritualità scout: un modo originale di essere cristiani 44
2.5.1 Quali sono le caratteristiche della spiritualità scout? 45

CAPITOLO III: LA BRANCA ROVER

3.1 Il Roverismo 49
3.1.1 Il Noviziato 50
3.1.2 La scelta di servizio: firmare la Carta di Clan 52
3.1.3 Il Clan 53
3.1.4 Il campo di Clan 54
3.1.5 La strada 54
3.1.6 Il coraggio 56
3.1.7 Il servizio 58
3.1.8 L’inchiesta e il capitolo 61
3.1.9 La partenza 62
3.2 L’impegno Rover per la salvaguardia del creato 63
3.3 Come educare alla fede gli scout-rover con il contributo
delle famiglie? 67
3.4 Lo sviluppo della religiosità nella branca Rover 73

CAPITOLO IV: SAN PAOLO ED IL CLAN

4.1 Chi è San Paolo? 77


4.2 La vocazione-conversione di San Paolo 79
4.3 La Comunità 85
2

4.4 La Chiesa 89
4.5 Il carattere di San Paolo: la partenza 91
4.6 L’apostolato di Paolo nel piano di Dio 95
4.7 Rapporto personale con Cristo 99
4.8 San Paolo ed il Rover: testimoniare il Vangelo 102

CAPITOLO V: UN ITINERARIO PASTORALE PER LA BRANCA


ROVER

5.1 Educare i giovani nella prospettiva della santità propria ai


“figli della luce” 111
5.2 Educare ad una vita di battezzati consapevoli della loro
grandezza, coerente con essa in ogni circostanza 116
5.3 Educare i giovani come coraggiosi testimoni di Cristo in
virtù del sacramento della cresima 119
5.4 La dimensione eucaristica dell’educazione scout 121
4.4.1 Qualche punto pratico 123
5.5 Educare alla pratica della misericordia 124
4.5.1 Qualche punto pratico 125
5.6 Parrocchia e Scoutismo 127
5.7 Gli Scout e il Sinodo dei Giovani 129

CONCLUSIONE 135

BIBLIOGRAFIA 139
3

SIGLE E ABBREVIAZIONI

1. BIBLICHE

Ap Apocalisse

At Atti degli Apostoli

Col Colossesi

1Cor Prima Corinzi

2Cor Seconda Corinzi

Eb Ebrei

Ef Efesini

Fil Filippesi

Gal Galati

Gv Giovanni

Lc Luca

Mc Marco

Mt Matteo

1Pt Prima Pietro

2Pt Seconda Pietro

Rm Romani

1Tm Prima Timoteo

2Tm Seconda Timoteo

1Ts Prima Tessalonicesi

Tit Tito

Qo Qoèlet
4

2. ALTRE

AA Apostolicam actuositatem

AAS Acta Apostolicae Sedis

AL Amoris Laetitia

CCC Catechismo della Chiesa Cattolica

Cf. Confronta

ID. Idem

ECei Enchiridion Conferenza Episcopale Italiana

EG Evangelii Gaudium

EV Enchiridion Vaticanum

LG Lumen gentium

LS Laudato Sì

GS Gaudium et spes

[S. N.] Senza nome


5

INTRODUZIONE

Lo scoutismo è un movimento internazionale fondato in Gran


Bretagna da Robert Baden-Powell nel 1908 per soddisfare le richieste
educative delle nuove generazioni e, per sostenere lo sviluppo delle
potenzialità fisiche, intellettuali e spirituali. Il movimento scoutistico
rappresenta attualmente uno dei fenomeni educativi più interessanti del
nostro secolo.
Caratterizzato da una disciplina basata sull’autogoverno e su un
codice morale di comportamento, questo movimento conta oggi
numerosi aderenti sparsi in diverse nazioni.
Di fronte alla grandezza del fenomeno, che non si può non
riconoscere, si deve però constatare che una grande maggioranza di
persone tiene verso lo scoutismo una posizione d’indifferenza o
d’opposizione, le cause principali sembrano essere: il disinteresse dei
genitori e dei dirigenti politici nel dare una educazione morale e civile
ai giovani, essendo l’attenzione tutta volta alla sola scuola;
l’impostazione del tutto culturalistica e nozionistica della scuola che
non considera attività formative come quella dello scoutismo;
l’impressione che lo scoutismo con le sue divise, simboli, cappelloni,
sia qualcosa di infantile e che serva solo per le parate, le inaugurazioni
e le processioni. Così un movimento con notevoli possibilità educative
resta chiuso in sé stesso, poco conosciuto e poco valutato.
Per giudicare e valutare esattamente lo scoutismo bisogna saper
penetrare lo spirito con umile ed appassionato animo di educatore, con
capacità pedagogiche ed anche con una certa maturità di fede e di
costume democratico personale. Solo allora esso rivelerà la sua grande
ricchezza e genialità educativa.
6

Il presente lavoro dal titolo Scoutismo come educazione alla fede:


un itinerario pastorale per la branca rover ha l’obiettivo di presentare
le caratteristiche principali dell’educazione scout, specialmente per
quei giovani che si apprestano affacciarsi nella società.
Dopo aver esaminato nel primo capitolo alcuni aspetti che hanno
caratterizzato le origini storiche dello scoutismo in Italia e nel mondo,
proseguendo per la seconda parte, ho cercato di evidenziare
l’importanza di educare alla fede nello scoutismo in questo periodo
storico così complesso. Infatti, è opinione ormai diffusa che il mondo
contemporaneo si trovi in piena crisi a causa delle istituzioni e delle
strutture sociali ormai troppo vecchie per sopravvivere. Chi soffre di
più per questo stato di cose è proprio la gioventù che si è vista investita
da troppe difficoltà e dalla urgenza di cercare nuove vie per il mondo
dell’educazione.
Lo scoutismo pur essendo un metodo molto efficace è stato quasi
ignorato perché si pensa che un metodo fondato su osservazioni
pratiche e su esperienze vissute che non abbiano un effettivo valore e
non susciti uno studio serio e approfondito.
E’ cosa ormai risaputa che Chiesa - scuola - scoutismo sono mezzi
educativi che spesso si intralciano, pur essendo, lo scoutismo, ideato
per essere il completamento della fede cristiana e dell’opera scolastica,
poiché ciò che lo scoutismo non può dare, la cultura e l’istruzione
intellettuale, dà la scuola, e ciò che la scuola non dà, una formazione
integrale della personalità, si sforza di dare lo scoutismo.
La scuola si preoccupa poco del bambino come veramente è, non
sa tener conto né tanto meno sfruttare la sua vita extrascolastica che
invece potrebbe influire potentemente sulla sua formazione
intellettuale.
7

Di fronte alla crisi della scuola contemporanea lo scoutismo può


dunque rappresentare un aiuto immediato a superare le sue più evidenti
e gravi manchevolezze.
Le mete che lo scoutismo si propone sono la formazione del
carattere e della personalità. Ogni uomo ha ricevuto in natura un
insieme di qualità e capacità che hanno solo bisogno di essere
opportunamente sviluppate, lo scoutismo offre concretamente la
possibilità di ottenere questo sviluppo della personalità.
Vivendo la vita scout il ragazzo si viene a trovare di fronte a
problemi e situazioni che lo inducono ad esercitare le sue capacità, a
cavarsela in ogni situazione: è questa una scuola veramente
insostituibile di fiducia in sé stessi e di sicurezza, che sono il
fondamento di ogni carattere umano e spirituale.
Molti educatori si sono interrogati sulla ragione del successo dello
scoutismo. Forse la spiegazione più semplice è che non si tratta solo di
un metodo studiato per i giovani, ma che viene continuamente
reinventato e realizzato dai giovani stessi. Lo scoutismo chiede loro di
essere protagonisti della propria vita, non semplici spettatori e li abitua
sin da bambini a scegliere la direzione del proprio cammino.
Tra scoutismo ed educazione vi sono delle affinità, essi si integrano
a vicenda. La pedagogia piuttosto che comprimere l’educando con
schemi troppo rigidi deve tendere a svilupparne la natura, dare libero
sfogo alle sue attitudini: questo è il metodo dello scautismo.
Presupposto insostituibile di tutto il metodo è la fiducia
dell’educatore nei riguardi del ragazzo: è dalla fiducia che nascono i
valori che devono diventare in ogni ragazzo vere e proprie abitudini,
come il senso del proprio onore e lo spirito di lealtà.
Il fondatore dello scoutismo Baden-Powell ha dedicato tutta la sua
vita alla psicologia del ragazzo: egli suggerisce agli educatori di
8

ricordare le loro idee da bambini, perché così è più facile comprendere


i desideri degli educandi. I ragazzi hanno un mondo tutto loro dal quale
escludono coloro che si dimostrano incapaci di comprenderlo. E’
importante saperli trattare, altrimenti si corre il rischio di ribellione che
spesso si trasforma in un atteggiamento antisociale.
Nel terzo capitolo ho cercato di mettere in luce un ramo educativo
dello scoutismo, spesso ignorato negli ambienti educativi, ed è
composta da adolescenti che si preparano ad esplorare e a prendere le
prime responsabilità nella propria vita: la branca rover.
Infatti, per una buona educazione è sufficiente lasciar fare al
ragazzo tutto ciò che egli desidera spontaneamente. Ciò significa che
l’arte dell’educatore deve consistere nel saper rendere educativo tutto
quello che al ragazzo piace e interessa; se l’educatore avrà proposto
all’educando attività che lo abbiano interessato e divertito egli si sarà
anche conquistato la sua fiducia e simpatia. Questo stesso modo di
procedere è caratteristico dello scoutismo.
Purtroppo, il sistema scolastico si limita a dare al giovane un tipo
di istruzione puramente intellettuale; lo scoutismo invece, poiché vuole
realizzarsi come sola educazione, si propone di formare il ragazzo in
tutte le sue parti.
Il lavoro dell’educatore consiste nel suscitare nel ragazzo
l’ambizione di imparare da solo, nel suscitare il senso di curiosità ed il
gusto di imparare.
Grande importanza è da attribuire nello scoutismo, specie nel
roverismo alla natura, e alla famiglia, ad entrambi è infatti assegnata
una grande funzione educativa.
La natura ha nello scoutismo una funzione molto importante poiché
con le sue innumerevoli difficoltà e con le grandi possibilità che offre,
9

rappresenta il mezzo migliore per mettere alla prova e per utilizzare


tutte le nozioni acquisite dal ragazzo durante la carriera scout.
La famiglia riveste un grande valore pedagogico: è chiamata ad
educare per primo, con l’ascolto, con il dialogo e con la pazienza, i loro
figli; trasmettere contenuti e valori che costituiscono l’insieme della
cultura della propria comunità, della storia della propria nazione.
Nel quarto capitolo ho cercato di presentare la persona di San Paolo,
patrono del Clan Rover. Spesso “l’Apostolo delle genti” viene
considerato unicamente sotto l’aspetto di profondo teologo, i cui testi
non smettono mai di provocare indagini, discussioni e controversie.
Pertanto, ho tentato di esaminare alcuni aspetti del suo apostolato
per dare la possibilità a tutti i rover di formarsi sia in ambito umano che
spirituale.
Infine, nel quinto capitolo ho proposto un itinerario pastorale, dal
punto di vista teologico-sacramentale, facendo emergere soprattutto il
ruolo chiave della comunità parrocchiale nell’essere casa d’accoglienza
per tutti i nostri giovani. Infatti, ogni ragazzo e ragazza, in base a ciò
che sperimenta nella formazione scout trova sempre riferimenti agli
insegnamenti di Gesù contenuti nel Vangelo e nel Magistero della
Chiesa.
10

CAPITOLO I
ORIGINI E FONTI DELLO SCOUTISMO

1.1 Le origini dello scoutismo


All’interno dei paesi di cultura europea, tra la fine del XIX secolo
e l’inizio del nostro secolo, si intraprendono studi speculativi e
sperimentali sull’infanzia e sulla adolescenza. Ricordiamo, tra coloro
che diedero vita al rinnovamento speculativo pedagogico, Edoaedo
Claparède (1873-1940) in Svizzera, Ovidio Decroly (1871-1932) a
Bruxelles, Maria Montessori (1870 1952) in Italia, Alfredo Binet
(1857-1911) in Francia, Stefano Hall (1846-1924) negli Stati Uniti.
Nello stesso tempo nascono iniziative pratiche con il fine di salvare
i giovani dalla strada e di preservarli dai pericoli che presentavano il
loro precoce ingaggio nel mondo del lavoro e il fenomeno
dell’urbanesimo. In modo particolare si sviluppano in Italia gli oratori
salesiani di don Bosco 1 . In tale contesto va posta, storicamente, la
nascita dello scoutismo e il suo rapido sviluppo2.
La parola scoutismo definisce un movimento educativo di tipo
volontario, il cui obiettivo è quello di aiutare i giovani a crescere in
modo armonico nelle dimensioni fisica e intellettuale, sociale e
spirituale. Questo obiettivo è perseguito proponendo ai ragazzi un
cammino di autoeducazione scandito da esperienze concrete vissute a
contatto con la natura e con la società, nelle quali il singolo cresce anche
imparando a collaborare con gli altri3.
Lo scoutismo ha origine in Inghilterra nel 1908 per iniziativa del
generale Robert Baden Powell. Il movimento si colloca nello scenario

1
Cf. [S. N.] Lo scoutismo, in:
http://digilander.libero.it/orio8/lo_scoutismo.htm [consultato il 16 dicembre 2016].
2
Cf. ivi.
3
Cf. M. LAENG, Lo Scoutismo, in Enciclopedia Pedagogica, VI, La Scuola, Brescia
1994, 10346.
11

delle agenzie educative e formative extrascolastiche come uno dei


riferimenti più significativamente positivi del nostro secolo4.
La validità della proposta educativa scout è testimoniata dal
successo che il movimento ha avuto e continua ad avere presso i ragazzi
di tutto il mondo. Attualmente ci sono nel mondo più di 30 milioni di
scout in più di 150 paesi diversi ed il trend di crescita a livello
internazionale è tale che lo scoutismo ha più che raddoppiato i suoi
ragazzi negli ultimi vent’anni. In tempi recenti il tasso di crescita
dell’organizzazione è fortemente sollecitato dall’apertura allo
scautismo dei paesi dell’Europa orientale5.
Le origini del movimento sono strettamente legate all’esperienza
educativa del suo fondatore. La prima guerra mondiale (1914-1918) fu
vissuta come un trauma da Baden-Powell:

«Questa guerra sarà giudicata da una giuria di nazioni. Essa deve provare se le
cause e i suoi risultati ultimi possono giustificare l’immane distruzione della
migliore gioventù di un continente […]. Ma le lezioni di questa guerra […] devono
invece offrire un motivo più urgente per un’educazione più efficace alla fraternità
umana che impedisca il riprodursi di quest’orrore che attualmente ricade su noi e su
milioni d’innocenti di tutte le nazioni che con noi soffrono»6.

Negli anni successivi Baden-Powell consolidò le sue intuizioni:


nasce il settore femminile del movimento; nel 1916, dopo diversi anni
di riflessione, viene pubblicato il Wolf cub’s handbook (Manuale dei
lupetti) che dà vita al settore del movimento rivolto ai ragazzi più
giovani tra gli 8 e i 12 anni7. In questi anni la vita di Baden-Powell
trascorre in un continuo sforzo di animazione del movimento. La sua
produzione editoriale è estremamente feconda, ma sempre legata alla

4
Cf. C. CARABETTA, Il dialogo per i giovani. Indagine sugli scout di Messina, Franco
Angeli, Milano 2000, 11.
5
Cf. M. LAENG, Lo Scoutismo, in Enciclopedia Pedagogica, 10346.
6
Ivi, 10347.
7
Cf. ivi.
12

vita del movimento e distante dai modelli della pedagogia accademica8.


Nel 1918 pubblicò Girl Guiding, destinato a dare indicazioni al
movimento delle ragazze, nel 1919 Aids to scoutmastership
(Suggerimenti per l’educatore scout) in cui condensò le linee portanti
della proposta educativa dello scautismo, infine nel 1922 completò la
costruzione della metodologia scout con il libro Rovering to success (La
strada verso il successo) diretto ai giovani dai 16 anni in su9.
Prima di procedere nella nostra analisi cerchiamo di capire che
cos’è il movimento scout. Utilizzando le parole di Baden-Powell,
possiamo affermare che «è un gioco allegro all’aperto, dove uomini
ragazzi e ragazze possono vivere insieme l’avventura come fratelli più
anziani e più giovani crescendo in salute e felicità, in attività manuali e
in disponibilità ad aiutare il prossimo»10.
La definizione del fondatore dello scoutismo, pur nella sua
apparente semplicità, mette chiaramente in risalto una molteplicità di
finalità abbastanza serie che il movimento intende perseguire. In questa
direzione risalta principalmente il desiderio di aggregare i ragazzi ed i
giovani all’interno dello scenario formativo che offre la natura in un
clima ludico che orienta ed esalta la vitalità giovanile. Lo scoutismo
rappresenta, in questo senso, una palestra di vita dove si apprende, in
maniera indiretta più che diretta, occasionale più che intenzionale, l’arte
del vivere in riferimento ai valori maggiormente rispondenti alle
esigenze fondamentali della vita civile. Il valore della solidarietà e della
disponibilità ad aiutare il prossimo sono il fondamento della pedagogia

8
Cf. ivi.
9
Cf. ivi.
10
R. BADEN POWELL, Taccuino, Scritti sullo scoutismo 1907-1941, Ancora, Milano
1983, 209.
13

scout, che intende formare cittadini sani nello spirito e nel fisico
affinché possano prestare la loro opera a favore dei più deboli11.

1.2. La personalità di Baden-Powell e la sua opera


Studiare la vita di Baden-Powell, nei suoi momenti più significativi,
è forse il modo più adatto per poter comprendere le origini dello
scautismo; infatti molti elementi che saranno presentati si possono
ritrovare nell’ambiente educativo dell’autore12.
Robert Stephenson Smyth Baden-Powell nasce il 22 febbraio 1857
a Londra13. Il padre, professore di geometria ad Oxford, morto quando
Baden-Powell aveva tre anni, era considerato dal figlio nella vita pratica
«quello che noi insegniamo ad essere ai nostri scout».
Baden-Powell studiò nel collegio di Charterhouse, il cui direttore
aveva impostato l’attività educativa sui principi dell’autoeducazione,
della collaborazione tra i vari gruppi e sulla convinzione
dell’importanza del contatto diretto con la natura per lo sviluppo di
personalità attive ed equilibrate 14 . Nel 1876 Baden-Powell iniziò la
carriera militare, svoltasi soprattutto in India e in Africa, dove si distinse
in qualità di esploratore e istruttore di reclute, mirando, nel fare ciò, a
rivalutare la personalità dei soldati dando loro fiducia e considerandoli
prima di tutto uomini. E’ del 1899 l’episodio dell’assedio di Mafeking
(guerra anglo-boera), che fece di Baden-Powell un eroe nazionale e che
gli permise, nell’organizzazione di un corpo di cadetti, l’applicazione
delle sue intuizioni psicologiche nei confronti dei ragazzi. Nello stesso
anno scrisse Aids to Scouting (Sussidi per la esplorazione), opuscolo

11
Cf. C. CARABETTA, Il dialogo per i giovani. Indagine sugli scout di Messina, 12.
12
Cf. M. LAENG, Baden-Powell, in Enciclopedia Pedagogica, I, La Scuola, Brescia
1994, 1390.
13
Cf. R. BADEN POWELL, Scoutismo per ragazzi, Nuova Fiordaliso, Roma, 2008, 358.
14
Cf. M. LAENG, Baden-Powell, in Enciclopedia Pedagogica, I, 1390.
14

che ebbe un enorme successo anche fra gli insegnanti, pur essendo uno
strumento di formazione essenzialmente militare15. Nel 1908, dopo vari
tentativi di applicazione del suo metodo educativo, pubblicò il testo
Scouting for Boys che segna la nascita dello scoutismo come
«strumento di civica formazione in tempo di pace». Moltissime
organizzazioni giovanili adottarono il metodo ideato da Baden-
Powell16.
Nel 1909 si ha la nascita spontanea della branca femminile dello
scoutismo, il Guidismo. Solo dopo molte incertezze e come risposta
all’accusa rivolta a Baden-Powell di voler mascolinizzare le ragazze,
egli nel 1912 fissò il programma del Guidismo nel volume Girl
Guiding, in cui si ritrovano gli stessi presupposti dello Scouting for
Boys, ma con una differenziazione di attività, e ne affidò
l’organizzazione alla sorella Agnese17.
Durante il rallentamento organizzativo imposto dalla prima guerra
mondiale, Baden-Powell che già dal 1910 aveva lasciato l’esercito,
ebbe modo di chiarire e sviluppare molti aspetti dello scoutismo che
ormai si era diffuso in Inghilterra e all’estero, e si oppose ad ogni
affiliazione politica o religiosa del movimento, di tipo partitico o
confessionale che avrebbe irrimediabilmente compromesso il suo
carattere di universalità18.
Spinto dalla volontà di molti ragazzi fra gli 8 e i 12 anni di far parte
del movimento, Baden-Powell elaborò un loro programma: il
Lupettismo (1916), fondato sull’utilizzazione educativa del naturale
amore nei ragazzi di quella età per il mondo delle fiabe, ricorrendo al

15
Cf. ivi, 1390-1391.
16
Cf. ivi.
17
Cf. ivi, 1391.
18
Cf. ivi.
15

Libro della giungla di R. Kipling19. Nel 1922, infine, fu creata l’ultima


branca scout e cioè il Clan dei Rovers, che è «il tentativo di perfezionare
e completare il processo educativo iniziato con la vita di branco, ed
insieme, ne costituisce in un certo senso l’aspetto interiore più
elevato» 20 . Gli ultimi anni della sua vita, Baden-Powell li dedicò
totalmente alla guida e al continuo sviluppo dello scoutismo nel
mondo21. Morì l’8 gennaio 1941 a Nyeri, in Kenya22.

1.3 Aspetti storici dello scoutismo italiano


Riferendoci allo scoutismo in Italia, è opportuno precisare che, nel
nostro Paese, il movimento ha una doppia connotazione: da una parte
abbiamo lo scoutismo laico e dall’altra quello cattolico 23. Il primo è
stato fondato nel 1910 per interesse dell’italiano Molinari e dell’inglese
Vane. Quest’ultimo fu di rilevante aiuto nella fase della fondazione del
movimento anche perché, in Inghilterra, aveva già collaborato con
Baden-Powell alla creazione del movimento inglese24.
Per diversi anni, in Italia, il movimento scout laico fu l’unico
riferimento per i ragazzi che volevano vivere un’esperienza di questo
genere. A livello organizzativo il movimento scout laico riproduceva la
struttura ideata da Baden-Powell, mentre sul piano ideologico si
discostava parzialmente dalle indicazioni del movimento inglese 25 .
Gli elementi, che maggiormente evidenziavano la diversità, erano,
fondamentalmente, due26.

19
Cf. ivi.
20
P. BERTOLINI, Educazione e scoutismo, Malipiero, Bologna 1957, 18.
21
Cf. M. LAENG, Baden-Powell, in Enciclopedia Pedagogica, I,1391.
22
Cf. R. BADEN POWELL, Scoutismo per ragazzi, 363.
23
Cf. C. CARABETTA, Il dialogo per i giovani. Indagine sugli scout di Messina, 12.
24
Cf. ivi.
25
Cf. ivi, 13.
26
Cf. ivi.
16

Il primo era determinato dal carattere laico ed areligioso del


movimento italiano, che affermava la sua estraneità a qualunque
questione religiosa. Questa rigida decisione, di carattere ateo, era in
netta contraddizione con quanto viceversa affermava Baden-Powell,
secondo il quale ogni individuo deve credere in Dio27.
Il secondo elemento di diversità era rappresentato dalla vocazione
militaristica, che caratterizzava il (CNGE) Corpo Nazionale Giovani
Esploratori. Powell che aveva vissuto un lungo segmento del ciclo
della propria vita all’interno della organizzazione militare e dei
molteplici elementi di negatività, che essa alimenta e favorisce, avvertì
chiaramente il desiderio di fondare un movimento che esaltasse principi
completamente diversi.
Gli schemi e le finalità della vita militare non sono presenti nello
scoutismo del generale anglicano, che esalta l’amore per la pace e la
non violenza all’interno di un disegno superiore finalizzato alla
realizzazione dell’amore per il prossimo28.
Gli elementi che Baden-Powell esclude dal suo movimento,
viceversa, vengono privilegiati dai fondatori del primo movimento
scout italiano. Le motivazioni che possono giustificare le
determinazioni del Molinari e del Vane, iniziatori dello scoutismo
italiano, possono essere individuate principalmente nel rapporto di
ostilità fra l’Italia e lo Stato Vaticano e nel clima prebellico che
interessava l’Italia29. In ogni caso, il movimento laico, malgrado i suoi
limiti, si affermò ugualmente e si diffuse su tutto il territorio nazionale.
Per circa cinque anni, in Italia fu l’unico movimento di ispirazione scout
e per questo motivo ebbe la fortuna di godere di una particolare

27
Cf. ivi
28
Cf. ivi.
29
Cf. ivi.
17

notorietà e di una attenzione rilevante, sia da parte dei ragazzi, sia da


parte degli adulti laici e cattolici, che, in assenza di analoghi riferimenti
ideologici a loro più congeniali, furono costretti ad iscrivere i loro figli
al movimento scout laico 30 . Il movimento si diffuse rapidamente in
quasi tutte le regioni e nel breve volgere di due anni venne costituito il
Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani (CNGEI), che riuscì ad
espandere il movimento su tutto il territorio nazionale con rilevante
successo31.
Nel gennaio del 1916 la Chiesa, fino ad allora estranea e diffidente
nei confronti dello scoutismo, cambiò atteggiamento. In quel periodo,
gli organi superiori ecclesiali deliberarono di fondare un movimento
scout cattolico che, in antitesi al movimento laico, si ispirasse ai principi
ed ai valori del cristianesimo. In questo modo la gestione del tempo
libero dei ragazzi cessò di essere prevalente, se non esclusivo,
monopolio del movimento scout laico. In poco tempo moltissimi
ragazzi che si riconoscevano negli insegnamenti della religione
cristiana, transitarono nel movimento scout cattolico. La diffusione su
tutto il territorio nazionale fu immediata nel segno di adesioni sempre
più massicce che in poco tempo fecero del movimento cattolico la meta
ambita della maggior parte dei ragazzi e degli adolescenti italiani32.
Sin dall’inizio il movimento fu posto sotto la gestione della Chiesa,
la quale operò con enorme impegno per recuperare i giovani e sottrarli
all’opera di scristianizzazione che il CNGEI si sforzava di affermare.
Nel corso degli anni la Chiesa affermò in maniera sempre più decisa
la sua superiorità ed ancora oggi vanta una supremazia numerica di

30
Cf. ivi,14.
31
Cf. ivi.
32
Cf. ivi.
18

evidente rilevanza33, ad oggi il CNGEI, l’associazione laica, rappresenta


poco più del 10% dello scoutismo italiano34.
Nel 1916 nasce l’ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica
Italiana), mentre bisognerà aspettare il 1943 per la nascita della
associazione cattolica femminile AGI (Associazione Guide Italiane)35.
Gli anni del fascismo videro una dura azione del regime contro lo
scoutismo, esercitata attraverso violenze nei confronti dei ragazzi e dei
capi. Queste violenze culminarono nel 1923 con l’assassinio di Don
Minzoni, assistente ecclesiastico del gruppo scout di Argenta.
Nel 1927 il regime sospese le attività del CNGEI. L’ASCI cercò di
resistere, ma l’anno successivo, anche in seguito alla scelta della Santa
Sede di sacrificare lo scoutismo per salvare l’Azione Cattolica, i capi
furono costretti a sciogliere l’associazione. Lo scoutismo tuttavia,
benché disciolto ufficialmente come associazione, continuò a vivere e
a svolgere attività in forma clandestina. In modo particolare alcune
unità del nord Italia collaborarono attivamente alla Resistenza con un
intenso lavoro soprattutto volto a salvare dalle persecuzioni razziali gli
ebrei 36 . Dopo la fine della guerra le organizzazioni scout ripresero
immediatamente le attività. In questo primo periodo furono
particolarmente delicati i rapporti tra l’ASCI e l’Azione Cattolica,
quest’ultima infatti voleva in qualche modo assorbire lo scoutismo
all’interno delle sue file. Grazie alla mediazione di monsignor Giovanni
Battista Montini (poi papa Paolo VI), l’ASCI riuscì nel 1948 ad ottenere
il riconoscimento come associazione indipendente37.

33
Cf. ivi.
34
Cf. M. LAENG, Lo scoutismo, in Enciclopedia Pedagogica, VI, 10352.
35
Cf. ivi, 10351.
36
Cf. ivi.
37
Cf. ivi.
19

Le associazioni scout italiane crebbero gradualmente fino agli anni


settanta; fu proprio la contestazione, con il crollo di tutte le altre forme
associative, ad imprimere allo scoutismo italiano, ed in particolare a
quello cattolico, un impulso nuovo ed a caratterizzarne l’impostazione
metodologica38.
In questo periodo vengono maturate scelte importanti che hanno
fatto dello scoutismo italiano il punto di riferimento di innovazioni per
tutta l’organizzazione internazionale. In primo luogo viene definita una
metodologia forte per i giovani.
Nella maggior parte degli altri paesi lo scoutismo tende a perdere i
ragazzi dopo la branca Esploratori e Guide, mentre in Italia, e proprio
durante la contestazione, lo scoutismo trova il passo giusto per
raccogliere i giovani (tra i 16 e i 21 anni) attuando una rilettura attenta
della valenza politica dell’impegno per gli altri e del servizio a favore
dei poveri e degli emarginati39.
Un altro aspetto innovativo caratterizzante lo scoutismo italiano è
la coeducazione: nel 1974 dopo alcuni anni di sperimentazione le due
Associazioni Cattoliche ASCI ed AGI si fondono nell’AGESCI, dando
luogo ad un cammino di ricerca di una metodologia adatta ai due sessi,
capace di proporre una situazione di coeducazione. Questo cammino è
reso difficile da resistenze, sia interne (in particolare alcuni capi
tradizionalisti danno vita negli stessi anni ad una scissione), sia esterne,
dato che la gerarchia ecclesiale impiega alcuni anni ad accettare le
nuove linee dell’associazione. Tuttavia, l’impegno dei capi AGESCI
porta ad un pieno riconoscimento di questi nuovi indirizzi e delle
caratteristiche dell’associazione40.

38
Cf. ivi.
39
Cf. ivi.
40
Cf. ivi, 10351-10352.
20

Il movimento scout cattolico oggi è radicato su tutto il territorio e


come opportunamente scrive Stefano Martelli, è «un’associazione
volontaria a finalità educativa»41. Sicuramente la vocazione prioritaria
del movimento è quella considerata da Martelli ma, accanto a questa,
riteniamo che si possa considerare come rilevante anche la finalità
solidaristico-sociale42.
Le mete che lo scoutismo intende raggiungere in effetti sono due:
una è di tipo interno e riguarda la formazione del carattere e
dell’intelligenza dei ragazzi, l’altra, di carattere esterno, che interessa
l’aiuto verso il prossimo che gli scout sono chiamati a dare nel corso
della loro vita quotidiana. Il movimento, nell’ambito delle sue
prerogative essenziali, infatti, intende formare nei propri associati la
disponibilità verso il prossimo attraverso l’aiuto al vicino, al bisognoso,
all’emarginato ed ai soggetti deboli43.
In questa direzione, in Italia, in molteplici momenti di calamità,
come alluvioni, terremoti, incendi ed altro, i giovani scout ed in maniera
particolare le guide ed i rovers, sono i primi ad intervenire per portare
il loro impagabile aiuto materiale e spirituale.
L’impegno sociale trova una sua costante esemplificazione nel
pieno rispetto dell’insegnamento di Baden-Powell, che rimarca questa
fondamentale necessità di tipo solidaristico nei suoi scritti. Il progetto
del generale inglese non si limita solo ad aggregare i ragazzi per aiutarli
a crescere in riferimento ad una molteplicità di valori ritenuti
fondamentali per la vita civile, ma tende anche a realizzare attività
sociali nel rispetto di un insegnamento ancora valido, che passa

41
S. MARTELLI, C. CIPOLLA, A. ARDIGO’, Scouts oggi. Diecimila rover-scolte
dell’Agesci rispondono, Borla, Roma 1989, 40.
42
Cf. C. CARABETTA, Il dialogo per i giovani. Indagine sugli scout di Messina, 15.
43
Cf. ivi.
21

attraverso i precetti che invitano a “fare del meglio”, per “essere


preparati” e per “servire il prossimo”44.
Il mondo scout, AGESCI e CNGEI rappresenta una interessante
realtà da studiare per capire fino in fondo la vera natura dei giovani45.
Per molti aspetti, la cultura degli scout utilizza un sistema di valori
pienamente positivo, che fa riferimento ad una tradizione non
adeguatamente diffusa nella mentalità comune. Valori di estrema utilità
per la coesione degli individui in un clima di reale rispetto ed altruismo,
caratterizzano tutta la vita degli associati.
La legge scout dà particolare importanza alla necessità di meritare
la “fiducia”, di essere “leali”, di rendersi “utili” ed aiutare gli altri, di
essere “cortesi”, di “obbedire”, di essere “laboriosi ed economi”. Tutta
la vita scout fa riferimento a questi valori, che finiscono con il
caratterizzare la formazione dei ragazzi e dei giovani. Nell’ambito di
tutte le altre agenzie di socializzazione, sia formali, sia informali,
difficilmente sono presenti i principi portati avanti dallo scautismo. La
famiglia, la scuola ed il vasto universo associazionistico non sembrano
più caratterizzati da quei riferimenti educativi che supportano l’azione
formativa scoutistica. L’obbedienza, la lealtà, la cortesia sono termini
che non trovano più una loro abituale diffusione all’interno dei contesti
educativi in generale, dove si tende quasi esclusivamente alla
formazione intellettiva e/o professionale degli individui.
La formazione integrale delle persone, in riferimento alle qualità
morali e spirituali, sembra, ormai, un fenomeno di altri tempi46.

44
Cf. ivi.
45
Cf. ivi.
46
Cf. ivi,16.
22

1.4 L’AGESCI e il FSE (Associazione Guide e Scout Cattolici


Italiani e Federazione Scout d’Europa)
Per una presentazione più completa del metodo scout è utile fare
riferimento a due associazioni presenti nel nostro paese: l’AGESCI e la
FSE.
Il primo è l’esperienza dell’Associazione Guide e Scout Cattolici
Italiani (AGESCI): propone di educare i giovani attraverso lo
scautismo, metodo educativo inventato da Robert Baden-Powell 47 .
L’AGESCI è nata il 4 maggio 1974 dall’unione di ASCI (Associazione
Scout Cattolici Italiani) e AGI (Associazione Guide Italiane), è diffusa
sull’intero territorio nazionale, sia nei capoluoghi di provincia che nei
piccoli comuni 48 . E’ riconosciuta dalla CEI (Conferenza Episcopale
Italiana) e dal Dipartimento di Protezione Civile, intervenendo in quasi
tutte le emergenze, (basti pensare dal terremoto del 1976 in Friuli fino
ai giorni nostri), ha stipulato protocolli d’intesa con il Ministero
dell’Ambiente e il Ministero della Pubblica Istruzione, è attiva nel
volontariato tramite il servizio svolto dagli adulti e dai giovani di età
compresa fra i 18 e i 21 anni, collabora con diversi altri enti, realtà
associative e del volontariato nazionale e internazionale49.
Nell’AGESCI l’unità organizzativa di base è il gruppo. Ciascun
gruppo è composto da una comunità capi e da un certo numero di unità.
La comunità capi ha il compito di elaborare, in relazione ai valori dello
scoutismo ed alle esigenze dei ragazzi, della chiesa locale e del
territorio, il progetto educativo del gruppo, che poi si concretizza nei
programmi e nelle attività delle singole unità 50 . I capi acquisiscono

47
Cf. R. BADEN POWELL, Scoutismo per ragazzi, 363.
48
Cf. ivi.
49
Cf. ivi.
50
Cf. M. LAENG, Lo scoutismo, in Enciclopedia Pedagogica, VI,10352.
23

questa qualifica dopo alcuni anni di tirocinio e dopo un iter di


formazione che comporta tre campi scuola residenziali di 8 giorni a
distanza di circa un anno uno dall’altro. I primi due campi sono gestiti
dalle strutture regionali di formazione, mentre l’ultimo è gestito a
livello nazionale e dà diritto al brevetto internazionale (Wood Badge)51.
I capi sono legati da un patto associativo che richiede tre scelte
fondamentali: la scelta cristiana, la scelta politica e la scelta scout.
La scelta cristiana chiede ai capi di testimoniare il messaggio di
salvezza del Cristo secondo la fede che è loro concessa da Dio.
La scelta politica nasce dalla constatazione che l’azione educativa
proprio perché presuppone e contiene una scelta politica non può essere
neutrale. Essa è tesa al superamento dell’individualismo, alla
acquisizione di capacità critiche, alle scelte di libertà. L’educatore non
può dunque limitarsi a riconoscere e denunciare i problemi della società
in cui opera, ma deve operare attivamente per superarli52.
Infine, la scelta scout qualifica l’adesione alla proposta educativa
di Baden-Powell ed ai principi del metodo scout. Questi principi sono:
l’autoeducazione (il ragazzo è protagonista, anche se non l’unico
responsabile della propria crescita); l’esperienza e l’interdipendenza tra
pensiero ed azione; la vita di gruppo e la dimensione comunitaria, la
coeducazione (i ragazzi e le ragazze devono vivere esperienze educative
comuni, al di là di ogni ruolo artificiosamente costituito); la vita
all’aperto; il gioco e il servizio53.
Il secondo caso proviene dalla Federazione Scout d’Europa
cattolici (FSE). Il loro obiettivo è promuovere l’educazione integrale di
ogni singolo ragazzo e ragazza. Si tratta di una formazione dell’uomo

51
Cf. ivi.
52
Cf. ivi.
53
Cf. ivi,10352-10353.
24

integrale, l’uomo cioè considerato nell’insieme delle sue dimensioni,


quelle naturali e quelle soprannaturali. Si tratta di un servizio all’uomo
basato sul pieno riconoscimento del valore primario, sempre unico e
irripetibile, come aveva affermato San Giovanni Paolo II, di ogni
persona umana, con la sua natura complessa di corpo e anima, così
come è stata voluta da Dio. La FSE non pretende assolutamente di
“inventare l’uomo” o di “costruirlo” 54 , ma vuole portare l’uomo ad
essere sempre più legato al volere di Dio. In essa il “servire l’uomo”
significa conformarsi alla Verità sull’uomo che la Chiesa possiede
grazie al Vangelo che con chiarezza e con tanta forza viene annunciato
attraverso la voce dei Papi.
La FSE accetta questa verità, la fa sua, si mette con entusiasmo al
suo servizio collaborando con il Signore della vita nel plasmare ogni
ragazzo o ragazza che le è affidato secondo il Suo disegno ed il Suo
amore. Pertanto, riferendosi alla chiamata dei suoi membri
“all’apostolato in virtù del loro Battesimo e della loro Confermazione”
ribadisce il loro dovere di “dedicarsi all’educazione cristiana della
gioventù, utilizzando il metodo originale concepito dal fondatore dello
scoutismo Baden-Powell”55.
Certamente, nella FSE lo scoutismo, inteso nella prospettiva di
Baden-Powell e dei fondatori dello scautismo cattolico56, che qualcuno

54
Cf. FEDERAZIONE SCOUTS E GUIDE D’EUROPA, Commentario al Direttorio Religioso,
in: http://fse.it/wpcontent/uploads/2015/03/Commentario_Dir_Rel_10_03_2001.pdf
[consultato il 16 dicembre 2016].
55
Cf. ivi.
56
Possiamo considerare a buon titolo come fondatori dello scautismo cattolico il padre
Jacques Sevin, francese, il prof. Jean Corbisier, belga, e il conte Mario di Carpegna, italiano,
promotori rispettivamente delle associazioni cattoliche degli “Scouts de France”, dei
“Baden Powell Belgian Boy Scouts”, dell’”Associazione Scoutistica Cattolica Italiana”
(ASCI). Dal loro impegno nasce anche, nel 1920, l’«Office International des Scouts
Catholiques», con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per tutti gli scouts cattolici.
Sevin, Corbisier e Carpegna riescono a trasporre negli ambienti cattolici delle loro nazioni,
senza alterarlo, un metodo educativo nato in un contesto anglosassone e protestante. Baden
Powell diceva: “Il nostro programma mira verso quattro scopi: l’educazione del carattere,
25

potrebbe considerare come educazione puramente civica, ha un grande


valore, ed è praticato nella sua genuina purezza nella convinzione che
questa sia anche la più adatta alla gioventù moderna57.
Tuttavia, la FSE, in tutte le sue dimensioni e attraverso tutti i suoi
Capi, intende essere collaboratrice di Dio educatore58, nel formare ogni
ragazzo e ragazza secondo il disegno di Dio.
Con tutta la stima e il massimo rispetto per le altre associazioni
scout esistenti nel mondo, nella FSE, che si sente chiamata ad essere
sempre ed innanzitutto uno strumento di santificazione: la promessa
Scout, i Motti, i Principi, la Legge sono proposti nella luce evangelica.
Infatti, se solo «Cristo svela pienamente l’uomo all'uomo e gli fa
nota la sua altissima vocazione e solo in Lui l’uomo ritrova la
grandezza, la dignità e il valore propri della sua dignità» (GS 22), si può
ritenere che anche i predetti valori scout, soprattutto quelli contenuti
nella Legge Scout, ideata da Baden-Powell, così profondamente umana
e che dovrebbe rimanere comune a tutte le associazioni scout del
mondo, ritrovano in Gesù il suo pieno significato.
È in questa prospettiva che la FSE percepisce la più profonda
aderenza alla realtà scout, e la vuole vivere in pienezza, accogliendo

l’abilità manuale, la salute fisica, il servizio degli altri”. I fondatori dello scautismo cattolico
rendono più esplicito un quinto scopo: “il servizio di Dio”. Lo scoutismo cattolico deve molto
al padre Sevin (l’innesto in maniera più marcata del progetto educativo di Baden Powell su
Gesù Cristo e la sua Chiesa, la base del Cerimoniale per le Branche più giovani, il testo della
Promessa, la preghiera scout, l’uniforme, numerosi canti e il campo scuola). Il padre Jacques
Sevin è morto nel 1951, ma le Guide e Scouts d’Europa trovano nell’opera del padre Sevin
la fonte della loro ispirazione, in cf. ivi.
57
Lo scoutismo talvolta è criticato da certa stampa piuttosto malevola. Spesso alcune
sue carenze vengono messe in risalto. Tuttavia dovremmo interrogarci sulle motivazioni del
suo successo che prosegue da circa un secolo. In un momento in cui, nei paesi occidentali,
assistiamo ad una diminuzione del dinamismo della vita associativa e al diradamento del
volontariato, lo scoutismo è sempre ben vitale, moderno e sempre altrettanto capace di
entusiasmare i giovani di oggi, che vivano nell’Europa dell’Est o dell’Ovest, in cf. ivi.
58
GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, Esortazione apostolica post-sinodale, 30
dicembre 1988, in AAS 81(1989), 512.
26

con gioia le parole che il papa Giovanni Paolo II rivolse il 3 agosto 1994
nella Basilica di san Pietro in Roma:

«Per rispettare questa Legge Scout, programma di una vita retta ed attraente,
prendete coscienza di quanto sia importante vivere nella Chiesa e accostarsi ai
sacramenti»59.

Pertanto, sia l’AGESCI e la FSE si pongono in attento ascolto agli


insegnamenti dei Papi, i quali, di fronte ad una scristianizzazione
dell’Europa che sta divenendo sempre più evidente e drammatica,
indicano a tutti i fedeli una precisa missione: rinnovare
l’evangelizzazione di tutti i popoli.
In questa prospettiva la nostra guida fondamentale sono le parole di
Giovanni Paolo II pronunciate a San Giacomo di Compostella il 9
novembre 1982, e quelle del discorso del 3 agosto 1994, pronunciate
all'udienza concessa alle Guide e Scouts d’Europa nella Basilica di San
Pietro a Roma.
A San Giacomo di Compostella, il papa come “vescovo di Roma e
pastore universale della Chiesa”, lanciò all’Europa “un grido pieno
d’amore”:

«Ritrovati, sii di nuovo te stessa, riscopri le tue origini, ravviva le tue radici,
rivivi quei valori autentici che fecero gloriosa la tua storia e benefattrice la tua
presenza negli altri continenti, ricostruisci la tua unità spirituale in un clima di pieno
rispetto verso le altre religioni e verso autentiche verità»60.

Questo grido del pontefice gli scout lo hanno accolto con grande
emozione perché entra in risonanza con le intuizioni fondatrici del
movimento e si sente chiamata.

59
ID., Discorso alle Guide e agli Scouts d’Europa riuniti nella Basilica Vaticana, 3
agosto 1994, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII/2, Libreria Editrice Vaticana, Città
del Vaticano, 105.
60
ID., Atto europeistico a Santiago de Compostela. Discorso del 9 novembre 1982, in
AAS 75 (1983) 330.
27

Parlando a Roma della “missione affidata” alle Guide ed agli


Scouts, il papa specificò questa missione come segue:

«In effetti, voi siete chiamati a partecipare con tutto l’ardore della giovinezza
alla costruzione dell’Europa dei popoli, affinché ad ogni uomo sia riconosciuta la
dignità di figlio amato da Dio, e perché sia edificata una società fondata sulla
solidarietà e sulla carità fraterna»61.

Le due associazioni accolsero questa consegna di Giovanni Paolo


II con profonda gratitudine, sottoponendo le sue parole a uno studio
profondo con ferma volontà di tradurle in pratica a tutti i suoi livelli,
con l’obiettivo finale, che lo stesso papa indicava in un’altra occasione
con il seguente auspicio:

«Occorrono araldi del Vangelo esperti in umanità, che conoscano a fondo il


cuore dell’uomo d’oggi, ne partecipino gioie e speranze, angosce e tristezze e allo
stesso tempo, siano contemplativi innamorati di Dio. Per questo occorrono nuovi
santi. I grandi evangelizzatori dell’Europa sono stati i santi»62.

Per quanto concerne i santi, lo scoutismo promuove a tutti i livelli


la conoscenza e la devozione verso san Benedetto, patrono d’Europa.
Dopo la bolla Egregiae virtutis (31 dicembre 1980) con la quale
Giovanni Paolo II li proclamò “compatroni celesti dell’Europa presso
Dio i santi Cirillo e Metodio”, essa promuove anche la conoscenza e la
devozione verso questi due santi63.
È nello spirito di questi santi che le due associazioni desiderano
contribuire alla costruzione di un’Italia e un’Europa autenticamente
umana, inserita nella civiltà dell’amore e che respira con i suoi due
polmoni: il polmone occidentale, caratterizzato dal motto di san
Benedetto “ora et labora” e l’inesauribile dinamismo che esso ha
suscitato sul piano del perfezionamento spirituale e della creatività

61
ID., Discorso alle Guide e agli Scouts d’Europa riuniti nella Basilica Vaticana, 3
agosto 1994, in Insegnamenti, 104.
62
ID., Discorso al Simposio dei Vescovi Europei, 11 ottobre 1985, in Insegnamenti,
VIII/2, 918.
63
ID., Egregiae virtutis, Lettera apostolica, 31 dicembre 1980, in EV 7, 962.
28

culturale, e il polmone orientale, segnato dal profondo rispetto dei due


santi fratelli per la diversità e la sovranità di ogni popolo e di ogni
lingua.
Allo stesso modo, i due movimenti scout educano i giovani nello
spirito delle compatrone d’Europa proclamate con la lettera apostolica
Spes aedificandi (1 ottobre 1999): santa Brigitta di Svezia, che viveva
santamente le “occupazioni ordinarie della vita laica nel mondo” e la
“vocazione alta ed esigente di formare una famiglia cristiana”; santa
Caterina da Siena, soprattutto per la “sua opera pacificatrice per una
società ispirata dai valori cristiani”; santa Teresa Benedetta della Croce
(Edith Stein) che lavorava all’”insegna del rispetto, della tolleranza,
dell’accoglienza, che invita gli uomini e le donne a comprendersi e ad
accettarsi al di là delle differenze etniche, culturali e religiose, per
formare una società veramente fraterna”64.
Partecipando all’educazione di uomini e di donne di questa tempra,
lo scoutismo si mette sul cammino della riscoperta, della salvaguardia
e della promozione coraggiosa dei valori che il cristianesimo ha dato
all’Europa, nel convincimento che è unicamente su questi valori che si
può costruire un’Europa dei popoli in una società fondata sulla
solidarietà e sulla carità fraterna. Lavorando perché questi valori siano
compresi, difesi e messi in pratica, si pongono in linea, con il Magistero
della Chiesa sulla Verità evangelica e la morale cristiana, la dignità
della persona umana e la vita umana.

64
ID., Spes aedificandi. Lettera apostolica, 1 ottobre 1999, in EV 18, 1632.
29

CAPITOLO II
LA META SCOUT: EDUCARE ALLA FEDE OGGI

2.1 In quale contesto vivono i giovani? Come educarli oggi?


Attualmente ci troviamo in un’epoca dove sta dominando una
cultura della sensitività la quale esalta i sensi e la sensualità quasi come
valori morali assoluti: ciò che mi dona piacere, si afferma, è bene, ciò
che mi provoca dolore è male. Non ci domandiamo più se è bene o male,
vero o falso ma ne ho voglia oppure no, me la sento oppure no.
All’intelligenza, alla ragione, sostituiamo sovente la sola sensitività se
non la sola instintualità.
Oggi è il tempo del dominio della cultura del piacere sensitivo,
moltissime scelte che vengono compiute sono legate a questa sola
percezione immediata con conseguenze enormi. Ma il piacere, per sua
definizione, è qualcosa di effimero, di momentaneo, di passeggero e poi
non ti sazia mai. Vi è diversità nel percepire la realtà perché siamo
selettivi che ci portano ad affermare che occorre non confondere
l’istintuale, l’attrazione fisica, un sentimento, un affetto, il piacere di
essere insieme, con il bene e tanto meno con l’amore.65
L’amore è anche desiderio, attrazione, sentimento, piacere ma al
contempo trascende l’istinto. Anche il possedere una forte aspirazione
al formarsi di una propria nuova famiglia può condurre a non pochi
errori, così la voglia di non essere soli o meglio ancora la paura di
rimanere soli.
Risulta importante coltivare un’educazione all’amore e
considerarlo come punto irrinunciabile di qualunque percorso
formativo. Lo potremmo definire il percorso ascetico fondamentale per
qualunque persona, ogni amante come ogni cristiano, deve imparare

65
Cf. S. GIUSTI, Sentieri di Pastorale Giovanile. Generare giovani cristiani nella
cultura del desiderio, Pharus Editore Librario, Livorno 2016, 10.
30

l’ascesi dell’amore come richiesto espressamente da Gesù: «amatevi


come io ho amato voi» (Gv 15,12). Infatti, solo incontrando persone che
amano e ci amano, impariamo ad amare e diventiamo a nostra volta
capaci di amare. Ma per vivere e sperimentare l’amore è fondamentale
ascoltare mettere in pratica con la propria vita gli insegnamenti del
Maestro Gesù.66
Noi siamo oggetto di carità da parte di Dio ma non solo da Lui
perché in ciascuno di noi vi sono alcuni aspetti che gli altri
spontaneamente non sono portati ad amare e quindi ci sopportano, ci
amano così come siamo. Occorre quindi che la nostra umanità sia
purificata per divenire sempre più amabile. Dobbiamo mirare a un
amore liberante il quale ci rende agli occhi dell’altro amabili. L’amore
non rende schiavi, non soffoca. Non lega alla propria persona ma solo
all’Amore, a Dio e all’amore incarnato che è la Chiesa. Se “l’amore
bisogno” che abita in ogni cuore non riceve purificazione e sostegno, è
vano sperare che non muoia in noi una volta cessato il bisogno o si
trasformi in un sentimento egoistico che tende progressivamente ad
asservire l’altro.
Su questo argomento papa Benedetto XVI affermò nell’enciclica
Deus Caritas Est:

«I santi, pensiamo ad esempio a madre Teresa di Calcutta, hanno attinto la loro


capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore
eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua
profondità proprio nel servizio agli altri. L’amore cresce attraverso l’amore.
L’amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo
processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa
diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia in «tutto in tutti» (1Cor
15,28)».67

66
Cf. ivi 20.
67
BENEDETTO XVI, Deus Caritas Est. Lettera Enciclica, 25 dicembre 2005, in AAS 98
(2006) 232.
31

Quindi, i giovani sono assetati d’amore e si dovrà far conoscere il


cristianesimo a partire dal suo fuoco vivo che è l’Amore Gesù Cristo. Il
cristianesimo non è una ideologia, non è una filosofia religiosa precisa,
logica, razionale bensì esperienza di “fuoco vivo” il quale già vive in
ogni uomo. La ricerca di Dio sarà sempre un evento personale ma
necessita di un qualcuno che ti ponga dei punti interrogativi, che ti
faccia intravedere la luce: esige evangelizzare.
I giovani necessitano di educatori ricercatori di Dio, i quali sono
chiamati nell’aiutarli a far percepire la Sua presenza, nel decifrare la
Sua Parola di vita, trasmettere le proprie esperienze vissute con Lui.
Solo adolescenti che hanno sperimentato la bellezza del Creatore
potranno orientarsi nel mondo e riconoscere il Signore fra mille volti e
voci e radicarsi nella fede. 68
Un educatore può dirsi veramente tale solo quando ha fatto
incontrare i ragazzi con il Signore Gesù. Solo se incontrato e
sperimentato come persona unica, significativa e imperdibile, potrà
nascere una Sequela Christi.
E quando li avremo condotti al Signore occorre lasciare che lui
parli, lui agisca; lui sa dove condurre ciascuno, lui è il vero educatore,
lui solo conosce la strada di tutti. 69
Dopo aver iniziato a sperimentare l’incontro con Cristo i giovani
sono invitati ad essere apostoli della gioia donando quanto Lui
gratuitamente ha dato a loro (entusiasmo, speranza, capacità
d’iniziativa, gioia, innocenza, fede, bontà, amore), e testimoni viventi
di Cristo tra i compagni vincendo le seduzioni ingannevoli dei sensi,
dell’orgoglio, dell’egoismo, dell’odio. Inoltre hanno il compito di

68
Cf. S. GIUSTI, Sentieri di Pastorale Giovanile. Generare giovani cristiani nella
cultura del desiderio, 65-66.
69
Cf. ivi, 125.
32

creare occasioni per annunciare, parlare esplicitamente di Gesù affinché


Egli sia conosciuto e non dimenticato. Infine, non devono limitare la
loro azione alla parrocchia ma aprirsi ed espandersi ovunque per
raggiungere i coetanei più soli e lontani e per essere, nei vari ambienti,
presenza di Cristo.70
Ma per realizzare tutto ciò i ragazzi hanno bisogno, di modelli
culturali e concreti stili di vita. Intatti è necessario impegnare i gruppi
giovani su cammini di comunione, di solidarietà, di volontariato, di
impegno sociale e politico, capaci di far incontrare Gesù nel povero e
far loro percepire l’efficacia anche storica della fede nel qui e
nell’oggi71; favorire loro una formazione sulla propria vita interiore al
fine di personalizzare il rapporto con il Signore Gesù; radicare la
formazione in una conoscenza sempre più profonda delle Scritture e
delle verità della fede.
Certamente questi modelli sono fondati sulla relazione, ma, a
completamento dell’opera educativa, necessita di figure reali in cui
identificarsi o a cui riferirsi per uscire dall’indistinto del desiderio o
dell’ideale. I gesti hanno spesso maggior forza di tanti discorsi, pur
illuminanti.72

70
Cf. ivi, 181-183.
71
Per esempio: gemellaggi con altri gruppi della zona per affrontare insieme i problemi
che ci sono a scuola; incontri con i professori per dire loro come a loro avviso dovrebbero
curare la preparazione degli alunni; incontri con i sindacati sullo sfruttamento del lavoro
giovanile, sulla carenza di lavoro per i giovani; non lasciare soli i malati in ospedale, specie
i più poveri di affetti: incontri con l’Associazione Volontari Ospedalieri, inizio di esperienze
in ospedale; creare una rete di solidarietà intorno alle case delle Caritas Diocesane, visita e
inizio di collaborazione specie alle mense dei poveri; provare a progettare la città che
desideriamo; realizzare un giornale per dire liberamente il proprio pensiero; gemellaggi con
gruppi parrocchiali di altre regioni e durante l’anno e in particolare in estate, scambi di visite;
andare ed incontrare i testimoni del nostro tempo (Sermig di Torino, Comunità Giovanni
XXIII, Comunità di Sant’Egidio, le Suore di Madre Teresa di Calcutta, i Focolarini ecc…).
72
Cf. S. GIUSTI, Sentieri di Pastorale Giovanile. Generare giovani cristiani nella
cultura del desiderio, 129-130.
33

Sotto questo profilo, una comunità non può considerarsi tale se non
è pedagogica, intenzionalmente educativa. Come luogo di
comunicazione è nella condizione di creare un tessuto di relazioni
educative e di cammini di crescita. La spinta educativa non è scontata
in nessun ambiente, è piuttosto una scelta cosciente. E una comunità
che non si rende abitabile agli adolescenti è la negazione
dell’educazione.
Il primo passo da svolgere, infatti, è nel restituire ai ragazzi il
sentirsi a casa. Con il dialogo e il confronto si potranno ottenere esiti
che favoriscono la crescita. Inoltre, la loro disponibilità nel scrutarsi,
senza aver paura di riconoscere i propri sentimenti, a chi li accompagna
consentirà di evidenziare la loro trasparenza e maturità.73
Dunque, è importante sottolineare che l’esperienza umana avviene
all’interno e grazie alla dimensione della fiducia. Sono molti i gesti
della vita quotidiana che noi compiamo accompagnandoli con azioni
semplici, ma basilare di fiducia negli altri e nella stessa vita; occorre
ricordarci che noi viviamo di fiducia molto di più di quanto ne siamo
coscienti.74
L’accompagnamento è un dono che il Signore fa ad ognuno, che
possiamo prendere, possiamo lasciare da parte, nella libertà, ma è
comunque un dono, che presuppone che io mi fidi di chi mi ha fatto
questo dono, cioè del Signore, e quindi anche della persona che mi ha
ispirato. Esso è un percorso che ha come preciso punto di arrivo quando
il giovane è in grado di scoprire il progetto di Dio e di sceglierlo in
libertà e responsabilità come rivelazione della propria identità.75

73
A. CENCINI, I sentimenti del figlio, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005, 223-224.
74
L. MANICARDI, Il vangelo della fiducia, Edizione Qiqajon, Magnano (Biella) 2014,
9.
75
«Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata
dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti perché esso cerchi spontaneamente il suo
34

L’ambiente può essere trasformato in un luogo di spiritualità. Basta


avviarsi seriamente nei cammini di fede. Alla radice di tutto ciò deve
stare la convinzione della presenza operante di Dio nell’impegno
educativo: Egli vuole condividere la Sua vita con i ragazzi, diffondere
il suo Regno tra gli uomini, ci spinge a renderli consapevoli di tale
ricchezza e a farci suoi compagni di viaggio, perché in tutti si possa
sviluppare la vita in pienezza.

2.2 Lo scoutismo nel Magistero della Chiesa


Lo scoutismo ha come obiettivo di contribuire, in maniera
complementare alla famiglia e alla scuola, alla formazione di giovani
nella integrità della loro persona, non solo come umana, creata ad
immagine di Dio, ma anche come battezzata, cioè elevata con il
battesimo alla «straordinaria dignità» 76 di «nuova creatura» (2Cor
5,17), di «figlia adottiva di Dio» (Gal 4,5-6) «partecipe della natura
divina» (2Pt 1,4), «membro di Cristo» (1Cor 6,15;12,27), «coerede»
con Lui (cf. Rm 8,17), «tempio di Dio» (1Cor 3,16); «tempio dello
Spirito Santo» (1Cor 6,19), «figlia della Luce» (Gv 12,36; Ef 5,8).
In questa prospettiva ogni associazione scout è chiamata a rendere
consapevoli i giovani della loro «prima e fondamentale vocazione che
il Padre, in Gesù Cristo e per mezzo dello Spirito Santo, rivolge a
ciascuno: la vocazione alla santità»77, e di spronarli a realizzarla in tutta
la loro vita, raggiungendo così «la pienezza della vita cristiana e la
perfezione della carità»78, in altre parole, la massima somiglianza con
Dio, loro Creatore e Padre. Pertanto, il capitolo V della Lumen gentium

Creatore e giunga liberamente con ‘adesione a Lui, alla piena e beata perfezione». (CCC
1730)
76
GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, in AAS 81(1989) 518.
77
Ivi, 416.
78
Ivi, 446.
35

del Concilio Vaticano II sulla “Vocazione universale alla santità nella


Chiesa” è al centro del movimento scout cattolico e deve permeare tutta
la sua pedagogia.
Nell’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici, San
Giovanni Paolo II evidenziò cinque criteri di ecclesialità 79
, da
considerarsi in modo unitario: al primo posto, richiede che si dia «il
primato alla vocazione di ogni cristiano alla santità, manifestata “nei
frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli” (LG 39) come
crescita verso la pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità
(LG 40)».
In tal senso ogni e qualsiasi aggregazione di fedeli laici è chiamata
ad essere sempre più strumento di santità nella Chiesa favorendo e
incoraggiando «una più intima unità tra la vita pratica dei membri e la
loro fede» (AA 19).
Lo scoutismo cattolico traccia la linea maestra da seguirsi nel
cammino verso la santità, per ogni Scout e Guida:

«Lo Scout (la Guida), cosciente della sua eredità cristiana, è fiero della sua fede;
egli lavora per realizzare il Regno di Cristo in tutta la sua vita e nell'ambiente che lo
circonda»80.

In questa prospettiva lo scoutismo propone ad ogni Scout e Guida


di essere “fiero/a della sua fede” e di lavorare “per realizzare il Regno
di Cristo in tutta la sua vita e nell’ambiente che lo/la circonda”. Con
queste ultime parole si vuole esprimere quanto il magistero della Chiesa
insegna circa la vocazione alla santità di tutti i battezzati. Infatti, il

79
Gli altri criteri riguardano: la responsabilità di confessare la fede cattolica; la
testimonianza di una comunione salda e convinta, in relazione filiale con il Papa (...) e con il
Vescovo; la conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa; l’impegno di una
presenza nella società umana, in cf. ivi 446-448.
80
FEDERAZIONE SCOUTS E GUIDE D’EUROPA, Commentario al Direttorio Religioso, in
http://fse.it/wp-content/uploads/2015/03/Commentario_Dir_Rel_10_03_2001.pdf
[consultato il 16 dicembre 2016].
36

realizzare il Regno di Cristo in tutta la propria vita, significa, vivere e


crescere «in grazia» (Lc 2,52) santificante, ricevuta nel battesimo, nella
trasparenza della vita divina da «figli della Luce» (Gv 12,35, Ef 5,7-10).
Questo significa divenire “profeti della vita, dell’amore e della gioia”81,
e adempiere il «compito quotidiano di testimoniare Cristo risorto»,
consegnatoci dal Papa in un discorso che costituisce per il movimento
scout la “magna charta”82. In questa prospettiva viene valorizzato a tutti
i livelli, in un modo adatto alle diverse età, l’approfondimento della fede
insegnata dal magistero della Chiesa, un intenso “stile sacramentale
della vita”83 considerandolo parte integrante dello stesso “stile scout”
dei propri Capi e dei giovani affidatile, e la partecipazione alla vita della
Chiesa al livello parrocchiale, diocesano ed universale.
Nello sviluppare la propria specifica pedagogia per essere,
attraverso tutte le sue attività, sempre più valido strumento di alte
finalità umane e cristiane, sia l’AGESCI che la FSE agiscono
autonomamente, ma con la vigilanza dell’autorità ecclesiastica. In
modo particolare per gli Scout d’Europa, che sviluppano l’educazione
differenziata delle ragazze e dei ragazzi, hanno fatto un lungo cammino
di profonda riflessione ed esperienza, che ha confermato la validità
della loro scelta originaria, fedele alla genuina impostazione del metodo
scout differenziato al maschile e al femminile. La FSE, con fraterno
rispetto per altre metodologie scout, considera questa sua scelta come
sostanzialmente ancora la più adatta alla gioventù moderna, e in ciò a
sua volta chiede di essere rispettata. La FSE proponendo l’educazione

81
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio ai giovani e alle giovani del mondo in occasione
della XI Giornata Mondiale della Gioventù, 26 novembre 1995, in Insegnamenti, XVIII/2,
1254-1260.
82
Cf. ID., Discorso alle Guide e agli Scouts d’Europa riuniti nella Basilica Vaticana, 3
agosto 1994, in Insegnamenti, XVII/2, 105.
83
Cf. ID., Dominicae Cenae, Lettera sul mistero e culto dell’eucarestia, 24 febbraio
1980, in AAS 72 (1980) 124.
37

per sezioni distinte, maschile e femminile, intende favorire la piena


realizzazione dei giovani come persone nella loro specificità maschile
e femminile, non tanto l’uno con l’altro ma sempre l’uno per l’altro, in
vista del matrimonio che esige in una donna ed in un uomo la piena
maturità designata per loro dal Creatore. La FSE è evidentemente
consapevole che un metodo formativo integrale della persona nella sua
concretezza, qual è lo scoutismo, esige anche momenti di incontro tra
ragazzi e ragazze, di scambio comune delle ricchezze personali
conquistate.
Pertanto, essa provvede anche a questi con scelte responsabili
sempre dirette alla crescita umana e cristiana dei ragazzi e delle ragazze.
L’educazione differenziata dei ragazzi e delle ragazze non proviene
da una presunto timore di attrazioni, di comportamenti, di incontri, o di
esperienze sessuali precoci, che comunque non sono immaginari, ma da
una lunga esperienza che mostra come lo sviluppo completo e
armonioso dei ragazzi e delle ragazze all’età dell’adolescenza, in
particolare nelle attività dei movimenti giovanili, richieda un ambiente
omogeneo che assicuri ai giovani la possibilità di essere loro stessi
prima di aprirsi, prima di intraprendere gli studi superiori o la vita
lavorativa, ad incontri che prepareranno in maniera sana la prospettiva
del fidanzamento e del matrimonio o la scelta di una forma di celibato
consacrato «per il Regno dei Cieli» (Mt 19,12).

2.3 Un progetto-itinerario di fede


La Chiesa è la comunità dei credenti in Cristo, il popolo di quanti
hanno accolto la buona notizia della sua venuta, della sua morte e
risurrezione, della sua presenza nella storia, per la salvezza degli
uomini. La Chiesa è il corpo di Cristo e ogni cristiano, membro di
questo corpo, ascolta e pratica la parola di Gesù, e la annuncia ai fratelli,
38

perché cresca il regno di Dio (cf. LG 7). Non può non evangelizzare (cf.
1Cor 9,16): specie nel nostro tempo urge un impegno di tuti perché la
novità di Cristo venga consegnata alle giovani generazioni e, anche nel
futuro, la fede si diffonda e sia bene accolta.
In tale prospettiva di evangelizzazione, la catechesi è
l’approfondimento sistematico del messaggio del vangelo nel cuore e
nella vita degli uomini. Essa mira alla maturazione della fede, della
speranza e della carità, lungo itinerari adeguati alle età e alle situazioni
di ciascuno. Pertanto, la Chiesa non può non fare catechesi: «la
catechesi è compito assolutamente primordiale della missione della
Chiesa»84, ed ogni attività educativa cristiana deve avere come obiettivo
qualificante la catechesi, cioè il raggiungimento di una conoscenza viva
e di un’accoglienza personale del messaggio evangelico nella sua
genuinità e completezza.
Se «compito della catechesi è guidare l’itinerario degli uomini alla
fede»85, è sempre necessario un progetto, un itinerario di iniziazione
cristiana, volto alla maturazione della fede e all’assunzione
responsabile del proprio battesimo: attraverso l’ascolto della Parola e la
graduale introduzione alla vita cristiana nella Chiesa, si costruisce
l’unità interiore della persona, intorno ad una visione unitaria della fede,
della storia, della vita.
Una catechesi “occasionale”, provocata da avvenimenti imprevisti
e situazioni particolari, può favorire la percezione della Parola di Dio
come luce sulla concretezza del vivere umano, ma non offre quella
organicità, che è propria sia della rivelazione di Dio che della crescita
dell’uomo.

84
ID., Catechesi tradendae, Esortazione apostolica, 16 ottobre 1979, in EV 6, 1793.
85
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il rinnovamento della catechesi, 2 febbraio
1970, in ECei 1, 2458.
39

Sono queste le principali scelte fatte dalla Chiesa Italiana, che punta
ad una catechesi come itinerario di vita cristiana, teso allo sviluppo di
una fede adulta e responsabile, a cui lo scoutismo fa riferimento per
cercare di aiutare i ragazzi e i giovani a conoscere Gesù e il suo vangelo,
e a decidere per essi, nella grazia della fede.
Fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo: è questa la legge fondamentale
dell’educazione cristiana 86 , e la catechesi deve realizzarla per essere
veramente efficace. Fedeltà a Dio, significa trasmettere tutta la sua
Parola, senza compromessi e senza eccezioni, e fedeltà all’uomo vuol
dire rispettarne sensibilità, esigenze e capacità nel suo vivere dentro una
storia, una realtà e una cultura ben precisa. La storia del cristianesimo
ricorda che non è facile conciliare queste due fedeltà: accettare
l’incarnazione, accettare cioè che l’uomo Gesù di Nazareth morto
crocifisso e risorto, sia veramente Dio e che Dio sia fatto veramente
uomo.
Perché la catechesi sia fedele all’azione di Dio, è essenziale
conoscere il contenuto della rivelazione cristiana, seguendo il cammino
della Chiesa che mette in luce “il nuovo e l’antico” con accentuazioni
diverse secondo i tempi e i luoghi. E’ altrettanto necessario essere
attenti allo sviluppo dell’uomo, alle svolte della storia determinate da
avvenimenti culturali e sociali di grande portata ma anche da fatti meno
visibili, sapendo che così si può rivelare il misterioso progetto di Dio.
Ogni comunità cristiana, ogni parrocchia, ogni associazione scout,
è chiamata ad attuare una catechesi che risponda più direttamente alle
esigenze dei destinatari. Una vera catechesi, infatti, per far risuonare il
messaggio eterno di Cristo, deve incarnarsi nel proprio contesto,
assumendone il linguaggio, i problemi, i valori, le attese. Incarnarsi

86
Cf. ivi, 2856.
40

esige anche coinvolgersi in un’esperienza: catechesi è sempre un


incontro con la Parola di Dio che è viva, perché è una persona, che
suscita sempre nuovi atteggiamenti, rapporti, forme di vita.
Fare catechesi impegna, perciò i gruppi scout a condividere la vita
della comunità cristiana, attuando nella quotidianità ciò che si crede e
si annuncia, nello stile evangelico che rende testimonianza viva al regno
dei cieli e colpisce il cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo.

2.4 Costruire il sentiero della fede


La tensione alla fedeltà a Dio e alla fedeltà all’uomo, essenziale per
una vera catechesi e una vera educazione, si realizza con particolare
intensità all’interno della vita scout. I cattolici, infatti, riconoscono
«nell’educazione fondamentalmente liberatrice proposta dal metodo
scout un accesso ai valori del vangelo»87.
Nel progetto educativo dello scoutismo, la crescita della persona,
dalla promessa alla partenza, è orientata dall’unico ideale di uomo
“preparato a servire nel modo migliore”. La prospettiva del servizio
caratterizza un’educazione globale che comprende le varie tappe del
divenire umano e le diverse dimensioni in cui si struttura la personalità
cristiana.
Dal 1983 è maturata, sia nell’AGESCI che nell’FSE, l’esigenza di
precisare la propria azione educativa nei confronti della fede, attraverso
un progetto in sintonia con le scelte e le iniziative della Chiesa: il
Progetto unitario di catechesi (PUC): un documento di lavoro offerto
ai capi per la loro opera educativa, affidando alla loro creatività il
compito di tradurre in pratica nei progetti e nelle attività delle singole
unità le proposte evidenziate a livello generale.

87
[S. N.] Carta cattolica dello scoutismo e del guidismo, 10 settembre 1992, in:
http://digilander.libero.it/pomic/carta_cattolica.htm [consultato il 20 dicembre 2016]
41

Da allora, tutta l’associazione ha sperimentato piste di


programmazione unitaria, sviluppando itinerari con tappe e punti di
riferimento obbligati.
L’esigenza di progettualità e sistematicità è oggi viva nelle
comunità capi che, però, mancano spesso di mediazioni adeguate alla
proposta cristiana nella metodologia delle diverse branche. Ecco perché
nel 1997 è stato rielaborato, in sette schede, il progetto educativo, con
l’intento di percorrere, esplorare il sentiero della fede:

«Capitolo 1: quando i capi sanno applicare in maniera integrale e sapienziale il


metodo scout, cogliendone tutta la profondità spirituale, il vasto mondo di valori, la
continuità della proposta al di là della singola branca… si apre un sentiero
affascinante verso Dio.
Capitolo 2: certamente non basta questa iniziale apertura alla religiosità, per
quanto influenzata dall’ispirazione cristiana riconoscibile negli scritti di Baden
Powell, ma occorre, particolarmente oggi, un più incisivo annuncio del vangelo, un
incontro faccia a faccia con Cristo, con la sua Parola da ascoltare, celebrare e vivere
per giungere a un modo originale di essere cristiani, appunto da scout.
Capitolo 3: il linguaggio caratteristico di una catechesi che attinga al meglio del
metodo scout, utilizza simbolismo ed esperienza, esplorandone i significati umani,
religiosi, cristiani.
Capitolo 4: è sempre indispensabile entrare in comunicazione con il ragazzo che
vive la sua ricerca religiosa qui e ora, ascoltandone le domande, conoscendone i
talenti, tenendo conto del suo sviluppo psicologico e dell’influsso della società e
della sua cultura.
Capitolo 5: quasi raccontando la vita quotidiana delle unità scout, possiamo
delineare obiettivi e strumenti della catechesi proposta nelle branche
dell’associazione (Lupetti, Esploratori, Rover, per il ramo maschile, e Coccinelle,
Guide, Scolte, per il ramo femminile), stimolando i lettori a riscrivere nella propria
situazione itinerari effettivamente percorribili dai ragazzi.
Capitolo 6: un richiamo necessariamente forte alle responsabilità del capo,
dell’assistente ecclesiastico e soprattutto della comunità capi in ordine alla
progettazione dell’educazione alla fede e alla formazione permanente dei capi.
Capitolo 7: un ponte lanciato verso l’uso progettuale e creativo delle schede». 88

L’assenza del riferimento all’iniziazione nel Sentiero Fede è legata


alla scelta di porre l’accento più sull’evangelizzazione che
sull’iniziazione.
Si afferma infatti che nel nostro tempo urge un impegno di tutti
perché la novità di Cristo venga consegnata alle giovani generazioni e,

88
ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUTS CATTOLICI ITALIANI, Sentiero fede. Il progetto,
Nuova Fiordaliso, Roma 1997, 17.
42

anche nel futuro, la fede si diffonda e sia bene accolta. In tale


prospettiva di evangelizzazione, la catechesi è l’approfondimento
sistematico del messaggio del Vangelo nel cuore e nella vita degli
uomini. Essa mira alla maturazione della fede, della speranza e della
carità, lungo itinerari adeguati all’età e alle situazioni di ciascuno.
Pertanto, la Chiesa non può non fare catechesi: «la catechesi è compito
assolutamente primordiale della missione della Chiesa» 89 , ed ogni
attività educativa cristiana deve avere come obiettivo qualificante la
Catechesi, cioè il raggiungimento di una conoscenza viva e di
un’accoglienza personale del messaggio evangelico nella sua genuinità
e completezza.
Questo, naturalmente, non vuol dire rinunciare alla scelta della
dimensione dell’iniziazione cristiana. Infatti, il Progetto del Sentiero
Fede sente il bisogno di aggiungere che «se compito della catechesi è
guidare l’itinerario degli uomini alla fede»90, è sempre necessario un
progetto, un itinerario di iniziazione cristiana, volto alla maturazione
della fede e all’assunzione responsabile del proprio battesimo:
attraverso l’ascolto della Parola e la graduale introduzione alla vita
cristiana nella Chiesa, si costruisce l’unità interiore della persona,
intorno a una visione unitaria della fede, della storia, della vita.
Pertanto, evangelizzazione e iniziazione costituiscono due
dimensioni imprescindibili, sebbene a volte se ne sottolinei una
piuttosto che l’altra.
In rapporto a ciò merita di essere qui ricordato come anche il
magistero pontificio nella lettera apostolica Novo Millennio Inenunte e
quello dell’episcopato italiano negli orientamenti pastorali Comunicare

89
GIOVANNI PAOLO II, Catechesi tradendae, in EV 6, 1793.
90
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il rinnovamento della catechesi, in ECei 1,
2458.
43

il Vangelo in un mondo che cambia, che ad essa fa riferimento: ci


invitano a rimarcare il bisogno di una nuova evangelizzazione.
Giovanni Paolo II infatti invita i cristiani a nutrirsi della Parola «per
essere “servi della Parola” nell’impegno dell’evangelizzazione: questa
è sicuramente una priorità per la Chiesa all’inizio del nuovo millennio.
È ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la
situazione di una “società cristiana”, che, pur fra le tante debolezze che
sempre segnano l’umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici.
Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre
più varia e impegnativa, nel contesto della globalizzazione e del nuovo
e mutevole intreccio di poli e culture che la caratterizza. Ho tante volte
ripetuto in questi anni l’appello della nuova evangelizzazione. Lo
ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo
slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della
predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in
noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: “Guai a me se
non predicassi il Vangelo!” (1Cor 9,16)91. E i vescovi italiani, dal canto
loro: «Per questo, ci pare che compito assolutamente primario per la
Chiesa, in un mondo che cambia e cerca ragioni per gioire e sperare, sia
e resti sempre la comunicazione della fede, della vita in Cristo sotto la
guida dello Spirito, della perla preziosa del Vangelo»92.
Dunque, sia la proposta della Chiesa sull’iniziazione, sia il Sentiero
Fede che parte dall’avventura e dal gioco dello scoutismo, non sono,
naturalmente, due prospettive che si pongono in alternativa tra loro, ma
due elementi imprescindibili dell’incontro tra lo scoutismo e la fede

91
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte, Lettera apostolica, 6 gennaio 2001,
in EV 20, 78.
92
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il Vangelo in un mondo che
cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, 29
giugno 2001, in ECei 7, 144.
44

cristiana, che possono essere guardati insieme partendo da uno o


dall’altro.

2.5 Spiritualità scout: un modo originale di essere cristiani


Il termine generico “spiritualità” 93 oggi viene usato spesso per
indicare un modo particolare di concepire l’uomo, da cui nasce un
originale stile di vita. In questo senso si parla, ad esempio di spiritualità
umanistica, di spiritualità orientale, di spiritualità cristiana, come di
qualcosa che da unità a tutta a persona e la rende capace di fare scelte,
di formulare progetti, di tendere verso una meta.
Così, parlare di spiritualità scout significa sottolineare che lo
scoutismo non è soltanto una buona tecnica igienica o una sana
esperienza di sport e di cultura fisica e nemmeno un mezzo intelligente
per imparare a trarsi d’impaccio nelle varie situazioni quotidiane, ma è
un modo di concepire la vita secondo gli ideali proposti da Baden
Powell, divenuti importanti per la persona al di là dei momenti vissuti
nelle unità e della propria appartenenza a un gruppo.
Non ci basta, però definire la spiritualità scout in questo modo:
rischieremo di rimanere in un ambito troppo umano. Spiritualità, per
noi cristiani, rimanda non anzitutto allo spirito dell’uomo, ma allo
Spirito di Dio, lo Spirito Santo, dono di Cristo risorto per guidare i
cristiani, la Chiesa, «alla verità tutta intera» (Gv 16,13).

93
Per parlare di “spiritualità” mi riferisco chiaramente alla teologia spirituale, che è
quella scienza teologica che anima la vita e fa sì che l’esistenza del cristiano sia una risposta
alle esigenze dello Spirito di Dio. Scienza teologica che, illuminando la mente, riscalda il
cuore e informa la vita; scienza che conduce a cogliere il senso profondo delle verità
dogmatiche, le quali non sono puri assiomi intellettuali a cui prestare assenso, ma principi
ispiratori di vita e del modo di comportarsi nel mondo e nella società. Cf. in S. DE FIORES,
Spiritualità contemporanea, in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Edizione Paoline, Roma
1979, 1516-1517.
45

In questo senso, spiritualità scout indica un modo particolare di


essere cristiani, è una via verso la santità, intesa come risultato non tanto
dello sforzo umano, ma dell’incontro tra la volontà di Dio che chiama
e la risposta dell’uomo: «come figli obbedienti, non conformatevi ai
desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine
del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra
condotta, poiché sta scritto: voi sarete santi, poiché io sono santo» (1Pt
1,14-16).
Scoutismo e vangelo si incontrano: ne scaturisce un tipico modo di
concepire la vita secondo il messaggio evangelico, non dimenticando
certe parole per evidenziarne altre, poiché ciò significherebbe tradire la
parola di Gesù Cristo; ma, invece, dando alla vita scout la profondità e
la coerenza che nascono dalla fede cristiana e dal rispondere con
coraggio alle esigenze che il vangelo pone a ogni uomo di ogni tempo.94
Il percorso degli scout cattolici non è chiuso in sé stesso, ma trova
il proprio luogo naturale di confronto e verifica nella vita della Chiesa
tutta, che apre al soffio dello Spirito, e rende pronti a rispondere con
generosità alla chiamata a servire anche attraverso le vocazioni di
speciale consacrazione.

2.5.1 Quali sono le caratteristiche della spiritualità scout?

E’ in questo senso cristiano, che si può parlare di spiritualità scout


e cercare di delineare le caratteristiche principali.
Un primo elemento è il radicale ottimismo sull’uomo: non è
l’ingenua convinzione che l’uomo ha il potere di salvare sé stesso, bensì
la coscienza profonda di essere fatti “Tempio” di Dio, nonostante tutto
partecipi, pertanto, di un disegno di grazia e di gioia. La docilità

94
Cf. ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUTS CATTOLICI ITALIANI, Sentiero fede. Il progetto,
56.
46

all’azione di grazia alimenta la fiducia nel ragazzo, il riconoscere


ciascuno capace di camminare verso la propria vocazione e l’accettare
di accompagnarlo fidandoci di lui, per farne un testimone di speranza,
dentro le tormentate realtà del nostro tempo.
Dentro questa fiducia fondamentale, si colloca l’annuncio esplicito
di Gesù Cristo, uomo perfetto e vero Dio: non basta una generica
apertura alla dimensione spirituale della vita, occorre riconoscere in
Cristo, Figlio incarnato del Padre, l’uomo nuovo, la nuova e perfetta
immagine a cui riferirsi per ricostruire l’umanità danneggiata dal
peccato e rinnovata dalla sua morte e risurrezione. Il cristiano del terzo
millennio è chiamato ad appropriarsi del dono della fede per
testimoniarla e trasmetterla alle nuove generazioni.
Un terzo elemento è dato dalla vita cristiana che appare come un
cammino, come una strada: siamo pellegrini e stranieri, in attesa di
abitare per sempre nella casa del Signore. San Paolo descrive la sua vita
come un “correre verso la meta” (cf. Fil 3,14); la strada dello scout è
segnata dalla stessa tensione, dallo stesso desiderio: c’è sempre
qualcosa di nuovo da scoprire, sulla strada della conoscenza del
Signore; c’è qualche passo avanti da fare, sul sentiero del servizio ai
fratelli.
Il quarto elemento è la vita cristiana come un’avventura: ci vuole
coraggio per mettersi in ascolto del Signore che chiama a seguirlo in
una vocazione personale. La risposta a questa chiamata comporta
sempre una certa dose di rischio che impegna tutta la propria vita.
Componente fondamentale della vita scout è il gioco: si fa
esperienza di libertà, di creatività, di gratuità, di tempo ricevuto e
donato, di condivisione, di gioia. Tutti questi aspetti rappresentano non
solo l’identità dello scout ma soprattutto di ogni credente.
47

La vita della natura porta a riconoscere l’opera del Creatore in ogni


cosa e a distinguere ciò che è essenziale da quanto è secondario. A
lezione di Gesù nel discorso della montagna: «guardate gli uccelli del
cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure…»
(Mt 6,25-34), richiama ad uno stile di vita essenziale e sobrio, capace
di rinunciare al superfluo per non perdere di vista ciò che veramente
conta e per attuare una maggiore condivisione, nella solidarietà e
nell’impegno per una maggiore giustizia tra i popoli.
Inoltre, è importante per lo scoutismo l’esperienza di comunità: la
vita di clan (rover e scolte), la realtà della squadriglia (esploratori e
guide), la famiglia felice (lupetti e coccinelle), non sono soltanto
momenti di vita scout, ma occasioni e linguaggi per vivere i valori
fondamentai della comunità cristiana. La comunità è così luogo di
confronto, di verifica e sostegno, di dono di sé stessi, di incontro
sacramentale con Cristo: «dove due o tre…» (Mt 18,20), «erano assidui
nell’unione fraterna» (At 2,42). Oggi si richiede fantasia per
sperimentare nuove forme di esperienza comunitaria, nella Chiesa e
nella società, soprattutto a fianco degli ultimi, degli emarginati, di chi
non ha famiglia.
Punto d’arrivo è la vita cristiana come servizio: sia la progressione
scout che l’insegnamento cristiano mirano a questo, cioè ad una vita
spesa per i fratelli. Confrontandosi con l’esperienza esemplare di Gesù,
si riconosce nel servizio una dimensione essenziale della risposta al suo
vangelo: «anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri…» (Gv 13,1-
20)
Risultano così valorizzati i tanti sentieri concreti di impegno nel
volontariato, mentre la forza del vangelo spinge i credenti a lavorare in
ambiti e situazioni che altri rifiutano.
48

In una parola: la spiritualità scout è la spiritualità dell’uomo e della


donna della partenza, che scelgono di “giocare” la propria vita secondo
i valori proposti dallo scoutismo, di voler essere uomini e donne che
indirizzano la loro volontà e tutte le loro capacità verso quello che
hanno compreso essere la verità e i bene, di annunciare e testimoniare
il vangelo di voler essere membri vivi della Chiesa, di voler attuare un
proprio impegni di servizio.95

95
Cf. ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUTS CATTOLICI ITALIANI, Sentiero fede. Il progetto,
58.
49

CAPITOLO III
LA BRANCA ROVER

3.1 Il Roverismo
Occorre una conoscenza viva e profonda del metodo Rover. Per
alcuni è ancora troppo ignoto il meccanismo interno e o spirito di alcune
iniziative di branca.
Nei suoi scritti sullo scoutismo, mons. Andrea Ghetti (1912-
1980) 96 , ed in modo particolare sul roverismo affermò che prima di
essere una struttura, organizzazione, metodo è, con tensioni valide e
profonde, un modo di concepire la vita. È una educazione che ti invita
a pensare.97
Dopo il periodo dell’adolescenza l’educazione scout punta sulla
formazione dell’uomo.98 Il giovane si chiama Rover - cioè navigatore –
nel simbolismo di un procedere verso il grande mare della vita. 99 Ed il
metodo educativo di quest’ultimo periodo di formazione poggia su
punti ben chiari: una religione personale, fondata su un “cristianesimo
virile”; una vita basata sul sacrificio e della sobrietà, con un apertura
contemplativa sul creato; una consapevolezza di responsabilità di fronte

96
Soprannominato dagli scout “Baden”, è stato un presbitero ed educatore italiano,
noto soprattutto per le sue attività legate allo scoutismo clandestino e alla resistenza in
Lombardia dall'inizio dell'epoca fascista fino a dopo la seconda guerra mondiale.
97
V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, Edizione Tipi, Belluno
2014, 438
98
Sin dal primo incontro con il grande gioco scout, ragazzi e ragazze sono coinvolti in
un cammino: la pista del lupetto e della coccinella (7-11 anni), il sentiero dell’esploratore e
della guida (11-16 anni), la strada del rover e della scolta (16-21 anni). Se i capi sanno
proporre esperienze educative con continuità e armonia rifacendosi al medesimo progetto e
ala tessa visione del metodo scout, la famiglia felice ed il gioco, l’avventura e la strada
aiutano gradualmente i ragazzi a maturare come persone aperte ai valori dello spirito, alla
vita come servizio, al senso della fede. Questo, tuttavia, non avviene automaticamente. La
catechesi con il metodo scout esige un’accurata progettazione, che tenga conto di diversi
fattori. Cf. ivi, 102.
99
Cf. P. BERTOLINI, Educazione e scoutismo, 18.
50

a tutti i problemi; un impegno di servizio attuato in tutte le forme e le


circostanze.100
Infatti, ai giovani gli dobbiamo presentare delle mete, cui essi
devono tendere, ma il campo dell’esecuzione e l’iniziativa è dei singoli.
Ognuno deve fare, con le proprie forze, la sua strada.
Ma il senso ultimo e più profondo del roverismo sta nell’invito che
Baden-Powell lancia ad ogni Rover affinché diventi davvero un uomo
cosciente e responsabile delle sue azioni: «guida da solo la tua barca e
guarda in avanti» ed ancora, «se la strada non c’è, inventala!». Ecco
perché esso è stato giudicato come una delle più potenti vie che
conducono alla vera libertà.101

3.1.1 Il Noviziato

Un elemento, acquisito dal roverismo, è l’insostituibilità del


noviziato. Tra la vita di riparto (avventura) e la vita rover (servizio) è
necessario una sosta. È l’anno della maturazione spirituale e
dell’orientamento personale. Deve continuare intensa la vita all’aperto,
l’attività tecnica, l’educazione alla ricerca e alla scoperta.
Evidentemente la riuscita del noviziato sta nella qualità del maestro dei
novizi che ha il compito di prendersi cura dei ragazzi in formazione
scout. In questo percorso annuale l’educando è guidato da educatori alla
scoperta di sé, degli altri, di Dio: al prendere coscienza della propria
vocazione.
Occorre al suo ingresso nel roverismo, che lo scout “lasci” il riparto
e la squadriglia non solo come cambiamento di mentalità e di
prospettive, ma pure come contatto con gli antichi compagni. Per questo
occorre impedire, soprattutto nei primi tempi, che egli si faccia vedere

100
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 438.
101
Cf. P. BERTOLINI, Educazione e scoutismo, 20.
51

alla sua vecchia squadriglia o che il capo riparto esploratori lo inviti ad


una uscita. D’atra parte bisogna evitare anche un l’eccesso opposto, di
dimenticare il cammino fatto in precedenza. Ogni crescita, presuppone
l’ieri: altrimenti si ha una rivoluzione e non una evoluzione.102
L’anno di noviziato è una parentesi tra due grandi periodi formativi:
quello dello scoutismo e quello del roverismo. E’ una sosta per maturare
e ripensare. Nei primi mesi il novizio deve accorgersi che c’è qualcosa
di più che nel riparto: più faticose le uscite, le attività, più esigenti i
capi. Tutto deve essere curato nei particolari: così lo stile della divisa,
della parola, del comportamento.103
Il passaggio al periodo rover deve segnare un allenamento ad una
più precisa riflessione su alcuni temi: verità, libertà, giustizia, carità. In
questa fase il cammino di fede riprende vigore, dentro una riscoperta di
responsabilità, dove le grandi domande vengono accolte ed educate, in
prospettiva di un incontro faccia a faccia con la novità di Cristo e coi
suoi testimoni, viventi oggi nella Chiesa e sulle strade del mondo.104 Ma
occorre abituare i giovani a passare dal teorico al concreto, a vedere i
valori nelle dimensioni della realtà quotidiana affinché possano
acquisire una certa personalità.105
Comunque diciamo che il noviziato deve essere una comunità: e
perché questo avvenga si esige una convergenza di idee, un vincolo di
carità, un senso di preghiera fatta insieme.

102
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 436.
103
Cf. ivi, 437.
104
Cf. ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUTS CATTOLICI ITALIANI, Sentiero fede. Il progetto,
122.
105
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 437.
52

3.1.2 La scelta di servizio: firmare la Carta di Clan

Lo scoutismo è volontaristico: chi resta sappia che si tratta di


mantenere un impegno. Chi resta deve avere il coraggio di una adesione
operante, totale, senza calcoli.
La vita di ogni uomo, in ogni occasione, presenta delle scelte. Ogni
scelta implica delle rinunce. Quando il rover firma la carta di clan106 fa
una scelta: e se il maestro dei novizi non mette in luce le rinunce che lo
scoutismo comporta, avrà sbagliato. Firmando la carta di clan fa una
scelta di servizio che si articola in: vivere la promessa e la legge scout107
per tutta la vita; impostare la propria vita su alcuni punti fondamentali
che ogni carta di clan deve sottolineare (vita all’aperto, impegno ad un
progresso spirituale, morale, fisico, servizio); accettare l’ambiente in
cui viviamo e prendere coscienza delle esigenze del mondo giovanile,
per dare risposte concrete e positive.
Occorre avere “fede” nello scoutismo come forma e concezione di
vita. È vero: non tutti sono fatti per lo scoutismo: tocca al maestro dei
novizi, dirottare chi non si sente nella mentalità scout verso altre
associazioni o movimenti ecclesiali, senza creare fratture che possono
risultare insanabili.
Lo scoutismo ti può indicare forme di cultura, ma non è un circolo
culturale; ti può offrire attività fisiche, m non è un centro sportivo; ti
può sensibilizzare a problemi sociali, ma non è una scuola di politica;

106
La carta di clan è la firma dell’impegno, dove il giovane rover si propone delle mete
e personalmente si avvia ad attuarlo. Cf. ivi, 453.
107
Il motto della promessa è: «con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio
meglio: per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese; per aiutare gli altri in
ogni circostanza; per osservare la Legge scout». Mentre la legge scout si compone di dieci
articoli: la guida e lo scout pongono il loro onore nel meritare fiducia; sono leali; si rendono
utili e aiutano gli altri; sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout; sono cortesi;
amano e rispettano la natura; sanno obbedire; sorridono e cantano anche nelle difficoltà; sono
laboriosi ed economi; sono puri di pensieri parole e azioni, in
http://www.albenga5.org/reparti/legge-promessa-motto-del-reparto/ [consultato il 10
settembre 2017].
53

ti può offrire delle amicizie, ma non è un punto di incontro e di aperture


per queste conoscenze che valgono per la vita.
Lo scoutismo è vocazione ad un servizio educativo. Occorre essere
convinti fino a fondo. Occorre una visione globale sull’uomo, nel suo
profilo oggi e nel suo destino di domani.
Il roverismo è scelta e perciò limite e rinuncia. E’ scelta di uno stile
di vita e di un servizio nella vita.

3.1.3 Il Clan

L’ingresso nel clan coincide solitamente nel giovane al periodo


della “crisi”, cioè del passaggio dalla giovinezza alla maturità. Ogni
crisi è travaglio e nascita di qualcosa di nuovo: può essere però
temporale e rinnovatore. Una sola cosa si chiede al giovane: l’onestà
delle intenzioni e la volontà di giungere a una meta.108
Nel momento della sua salita al clan il rover deve trovare a fianco
un prete che lo capisca, lo illumini e soprattutto lo ami. Un prete che
“sente” come lui e “pensa” con lui: che sappia partire dai suoi bisogni
concreti per averli un giorno sperimentati, che sopporti le sue
inquietudini esasperanti o il tumulto disordinato di tante passioni. Un
prete che predici con la sua vita, e redima col suo dolore: che sappia
molto attendere e molto perdonare.109
Nel clan sono presenti aiuti per raggiungere, con l’ausilio della
grazia, una perfezione. Insieme si soffre, si lotta, si cammina e si prega
fraternamente. Un clan che non prega insieme non può creare un senso
comunitario.
Il clan deve essere anzitutto “comunità” di giovani che cercano Dio,
di comprensione, di sforzi. Possa ogni giovane incontrare una scuola

108
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 450.
109
Cf. ivi.
54

del servizio del Signore che si basa sull’Amore. Per servire occorre
competenza, saper ascoltare, condividere le gioie e le sofferenze.110

3.1.4 Il campo di clan

Il campo rover è scuola di virilità, disciplina dello Spirito, mezzo


di personale valutazione. L’andare al campo rover è una scelta:
personale, cosciente. Occorre saper cogliere il campo nel suo significato
vero e profondo: come occasione di amicizia, di dialogo, di scoperta, di
contatti umani, di arricchimento spirituale. E’ esercizio al sacrificio,
alla rinuncia, al risolvere gli imprevisti, ad affrontare l’ignoto. E’
momento pure di sosta per una riflessione interiore. Il campo rover è
scelta che condiziona tutta una posizione personale di fronte a sé, al
clan, agli amici per l’oggi e per il domani.111
Il campo deve servire come costruzione interiore ed edificazione
spirituale. Il campo può essere un ritiro spirituale. Cosa significa ciò?
Si tratta in primo luogo di rompere la “routine” delle cose comuni e la
successione delle nostre azioni quotidiane: per guardarci “dentro” con
sincerità e coraggio. Non si tratta solo di camminare insieme per alcuni
giorni, ma di edificare insieme la nostra vita spirituale. Il campo di clan
è strada, è sosta, è meditazione, sofferenza e gioia.112

3.1.5 La strada

Tra e forme più originali dell’età rover è quella della educazione


attraverso la strada. Cioè di una attività che implica rischio, avventura,
fortezza, coraggio, temperanza, dominio di sé, senso del creato; che
esce dagli agglomerati urbani per disperdersi in mezzo alle verdi

110
Cf. ivi, 451.
111
Cf. ivi, 453.
112
Cf. ivi, 454.
55

campagne; che porta ad umili villaggi, dove è così facile e bello parlare
con i “dimenticati” e i poveri.113 Ma c’è di più. Se il rover ha penetrato
questo spirito, non deve aspettare il programma del capo o il calendario
del clan per mettersi in cammino. E’ chiamato ad essere sempre pronto
nell’andare.
Lo scoutismo, a differenza delle altre associazioni fa camminare
sulla strada i ragazzi insieme. Nel bel mezzo della natura potrebbero
nascere le amicizie più vere, nello spezzare il pane si può scoprire la
carità, attorno a un fuoco si discute. Il rover che non ha mai
sperimentato un’uscita, anche da solo, non può comprendere la
presenza di Dio in lui. E’ questo spirito in cerca di semplicità, è questa
riduzione di tutto all’essenziale, è questa spoliazione delle cose inutili,
che forma l’anima del roverismo. Solo da uomini cresciuti in questo
stile verrà qualcosa di valido e di nuovo.114
Bisogna ritornare a questo spirito scout, da cui emergerà il vero
uomo: quello aperto, leale, semplice, libero. Soprattutto libero dalla
falsità e dall’ipocrisia. Dopo, quando saranno in politica e persone
responsabili, questi uomini conserveranno tale stile di vita.
Pertanto, ai giovani bisogna dare un messaggio nuovo. Lo
attendono. E tale messaggio si fonda sulla libertà. Quella libertà che la
natura, in mille forme, ci insegna a conoscere la nostra personalità.
Sulla strada nascono le amicizie più profonde perché più sincere: si
scopre il mondo della fame, del dolore, del lavoro; si prega
nell’interiorità o in comunità; si va con il Maestro Cristo Gesù in
povertà di spirito ed in purezza di cuore, nella fatica dei lunghi percorsi
«senz’oro né argento» (Mt 10,9), «senza una pietra su cui posare il

113
Cf. ivi, 456.
114
Cf. ivi, 457.
56

capo» (Lc 10,58). Questa è la nostra avventura che vogliamo far vivere
ai nostri ragazzi.115

3.1.6 Il coraggio

Il coraggio è il corpus del roverismo. E’ la virtù dell’uomo che


comincia un’impresa, che si lancia in una azione che inaugura un
qualcosa: è la virtù del cominciare vincendo le misteriose e illusorie
forze che fanno apparire il restare fermi, perché non si vuol partire o
perché si pensa di essere già arrivati. In realtà l’uomo è un pellegrino,
da quando nasce a quando muore.116
Il coraggio è una delle tematiche mai affrontate da Baden Powell.
Perché non ha inserito nella legge scout l’articolo “lo scout e la guida
sono coraggiosi”? Lo scout Piero Gavinelli ha cercato di darne una
risposta e ha trovato questa: «perché tutta la legge è un “inno” al cercare
di essere persone capaci di gesti significativi».117
La fiducia data e ricevuta, la lealtà, il servire gli altri, la fraternità,
l’essere ottimisti, l’essere retti, non sono virtù da persone coraggiose,
particolarmente nel nostro tempo? Non sono forse in controtendenza
rispetto ad alcuni aspetti della vita odierna che rendono meno facile
quella vocazione verso l’esercizio di azioni coraggiose e quindi, di per
sé atteggiamenti coraggiosi?
Voglio riportare un passo che più di tante altre parole può meglio
esplicitare il mio pensiero:

«I fatti a cui abbiamo accennato sono di per se stessi assai limitati. Il nostro
gruppo di nove sacerdoti, passati attraverso tanti altri campi (di concentramento) e
prigioni, teatro dei loro anni di prigionia, era unicamente d’accordo nell’ammettere
che, in questa spaventosa scuola di condannati alla morte lenta, furono compiuti
dalla maggioranza dei prigionieri politici degli atti innegabili di identica natura.

115
Cf. ivi, 458.
116
D. BRASCA, Umiltà, coraggio, fedeltà, in Servire, 3 (2013) 7.
117
P. GAVINELLI, Attori di un paradosso educativo, in Servire, 3 (2013) 16.
57

Ora, per la loro funzione, per la loro cultura, le loro responsabilità di capo, di
consigliere o di guida di uomini, essi avrebbero dovuto dar prova, anche nelle
circostanze più tragiche, di una forza morale indomabile, di una capacità d’esempio
stimolante e travolgente.
Le eccezioni sono appunto per questo tanto più sublimi, m non fanno che
confermare la regola, questa regola intessuta d’innumerevoli atteggiamenti di una
indiscutibile e tragica evidenza […]
Partendo da queste considerazioni ci siamo chiesti: «Qual è la categoria di
uomini incontrati nei campi di concentramento, che ha dato la prova stupefacente di
saper conservare ancora qualche briciolo di quelle virtù e qualità naturali? Gli
intellettuali o i lavoratori manuali?». Né gli uni né gli altri. Troppo poco adattamento
nei primi alle condizioni materiali innominabili. Troppo poca capacità di riflettere
troppo poco carattere nei secondi.
Una dopo l’altra tutte le professioni furono scartate. Gli impiegati? No. Gli
avvocati, i magistrati, i notai, i funzionari, gli ufficiali? No. I sacerdoti? Non sempre.
E i commercianti, gli agricoltori, gli operai, i minatori, i marinai? Neppure. E allora
chi rimane?
È a questo punto che il nostro verdetto, emesso all’unanimità, diventa sferzante
come una verga: una sola categoria di uomini s’è dimostrata, indiscutibilmente,
all’altezza del proprio compito, s’è imposta come superstite all’ecatombe delle
personalità: gli antichi scout.
Precisiamo: non si tratta del cappello o dell’uniforme. Non può essere questione
d’un qualsiasi temperamento fantastico che ha aderito allo scoutismo per qualche
mese, da dilettante. Non è neppure necessario d’aver aderito, ex professo, alle
massime di Baden Powell, ma d’averne attuato lo spirito con un allenamento lungo
e fecondo, iniziato sin dalla prima giovinezza, alla pratica delle virtù naturali. Lo
scout è franco, si fa un onore di meritare la fiducia, canta nelle contrarietà, sorride
di fronte agli insuccessi […]».118

Quegli “antichi scout” sono stati coraggiosi? Forse. Certamente


sono state persone che dell’impegno preso nel giorno della promessa ne
hanno fatto un abito di dignità, di rispetto per sé e per gli altri, di
testimonianza.
Pertanto, lo scout coraggioso deve essere:
- competente: perché deve assumere un atteggiamento di curiosità
e di umiltà nei confronti dell’imparare e dell’approfondire;
- essenziale: perché deve fare esperienza di campo con il minor
bagaglio possibile per esseri leggeri; si muove con maggiore libertà (sia
fisico che spirituale);
- tenace: perché deve vivere con costanza e in fedeltà lo scoutismo;

118
E. FROIDURE, L’Educazione ai valori, Edizioni Paoline, Roma 1966, 100-101.
58

- esperienza vera: perché deve creare occasioni che siano “palestre”


e non “teatri”.
Ciò significa che senza la concretezza difficilmente ci si può
educare ad essere persone che sanno andare al cuore delle situazioni e
di misurarsi con esse.

3.1.7 Il servizio

Lo scoutismo ha un’anima che guida e sostiene ogni suo pensiero


ed atteggiamento: lo spirito del “servizio”.
Mons. Andrea Ghetti (per gli scout “Baden”), durante l’attività di
soccorso nel Polesine, insieme al clan rover di cui era l’assistente
ecclesiastico, raccontò che:

«sul margine del Po sotto Piacenza, nella foschia della sera, sotto le sferzate
violente della pioggia, uomini si muovono. Dall’uno all’altro passano sacchetti di
sabbia. E’ una lotta gigantesca nel tentativo di fermare l’avanzata del fiume. Rombo
di motori, sprazzi luminosi dei fari dei camion. Arrivano rinforzi: soldati, vigili del
fuoco, volontari. Le acque crescono e su esse passano tronchi d’albero e carogne di
animali. I contadini, le cui case sono più da vicino minacciate, lavorano con
disperata energia! E l’acqua sale. Le donne portano dove è possibile i mobili al
primo piano: raccolgono le masserizie e infilano la biancheria nei sacchi; si
attaccano i cavalli, si evacua il bestiame. Sui volti il segno della stanchezza, della
disperazione, dello smarrimento […]».119

E il suo scritto prosegue così:

«per molti rovers è stata la prima esperienza, immediata, palpabile della


sofferenza. Di fronte al dolore cadono le nostre parole e le nostre formule!
“Coraggio, non siete soli!”, è stata questa una frase che mi ha colpito, la pronunciava
un Rover ricurvo sotto una voluminosa valigia; lo seguivano due vecchietti. Questo
è un dono grande: dare a chi soffre il senso della solidarietà nel pianto e nel dolore
[…] In questi momenti non ci sono ideologie o partiti o lotte: c’è solo il gesto di
solidarietà umana».120

Una frase più volte ripetuta: “Il rover è un capo nella vita” può
avere, malintesa da certuni, creato un equivoco, se non si tiene ben
presente il divino mandato che comandare significa servire. Cioè

119
A. GHETTI, Al ritmo dei passi, Ancora, Milano 1983, 73.
120
Cf. ivi, 74.
59

aiutare, confortare, sopportare, cioè scoprire gli uomini, capirli per


quello che sono, amarli per quello che dovrebbero essere.
La vita è posta sul piano della donazione, della comprensione degli
altri. Il vero peccato è l’egoismo, in tutte le sue espressioni, come rifiuto
dell’amore. Tutta l’attività giovanile-scout, tutto il progresso umano e
spirituale, è rivolto all’impegno di offrire tutta la propria per gli altri.
E’ il “Servizio” l‘abito che qualifica lo scout.121
Servire significa porre le proprie forze, la propria intelligenza, la
propria cultura in utilità ai fratelli perché possano crescere in pienezza
della loro statura umana e cristiana. Dobbiamo servire dovunque, senza
pretendere di ricevere nulla in cambio, ci basta la gioia di donare e la
certezza quotidiana di farci sempre più prossimi a Dio. Un servizio
concreto da svolgersi fuori o dentro il clan. Tutto lo scoutismo apre
infatti alla dimensione della gratuità, della generosità senza eccezioni,
dell’ottimismo che sempre incoraggia a donare anche di fronte ad
apparenti e momentanee esperienze di chiusura e di ostilità, persino
quando sembra che il proprio dono non venga recepito in tutto il suo
valore.
La vita è un dono da porre al servizio degli altri.122 Nella misura di
Gesù Cristo nascono impegni e sacrifici per donare il senso della libertà
e della gioia. Il suo umile gesto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13), ci
invita a servire i fratelli che incontriamo. E’ appunto all’interno della
comunità dei discepoli che si realizza l’imitazione di Gesù e il
comandamento di “lavarsi i piedi”; la comunione di vita trova la sua
espressione nella celebrazione eucaristica, segno della realtà concreta e
visibile che è la Chiesa.

121
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 459.
122
Cf. P. VALENTE, Il buon servizio non andrà perduto, in Proposta Educativa, 15
(2015) 4.
60

Quando il papa Paolo VI affermò che il fine ultimo del Concilio


Vaticano II è dato dal fatto che:

«tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un'unica direzione: servire l’uomo.


L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua
necessità».123

E’ stato così posto il programma di azione per la Chiesa e per tutti


i fedeli per i tempi avvenire. Siamo impegnati al servizio dell’uomo per
salvarlo nella sua dignità, nelle sue ricchezze, nel suo destino. Per
servire l’uomo occorre conoscerlo con rispetto e delicatezza; occorre
dialogare, cioè saper ascoltarlo, senza farsi scrupoli e prevenzioni.
Secondo Papa Francesco:

«dobbiamo convincerci che la carità è il principio non solo delle micro-relazioni:


rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni:
rapporti sociali, economici, politici».124

Per servire bisogna amare fuori da ogni sentimentalismo: si ama


donando, senza restituire.125 Il nostro servizio deve essere tempestivo,
concreto, rispondente ai bisogni di ogni epoca e situazione. Occorre
servire la Chiesa, in quanto è l’impegno più alto cui ci ha educato lo
scoutismo: servirla in umiltà, in nascondimento, in donazione totale.

3.1.8 L’inchiesta e il capitolo

Un altro compito fondamentale del giovane rover è di indagare lo


stato di salute della società odierna. L’inchiesta rover non deve ridursi
a un formulario o ad uno schema: ma a un contatto vivo con uomini

123
PAOLO VI, Allocuzione per l’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico
Vaticano II, 7 dicembre 1965, in AAS 58 (1966) 57.
124
FRANCESCO, Evangelii Gaudium, Esortazione Apostolica. 24 novembre 2013, in
AAS 105 (2013) 1106.
125
Cf. P. VALENTE, Il buon servizio non andrà perduto, in Proposta Educativa, 15
(2015) 5.
61

vivi, ognuno dei quali porta il suo mondo interiore di luci e di ombre.
Diviene scuola di ricerca, di scoperta, soprattutto di carità.
L’inchiesta sociale ha il suo valore ed un posto importante: si tratta
di abituare il giovane a saper vedere con i propri occhi e a sperimentare
situazioni di ambiente, a sentirsi membro di una comunità di lavoro, di
dolore, di speranze. Col risalire delle cause di alcuni aspetti economici,
col giudicare atteggiamenti dell’epoca di fronte a problemi politici e
morali.
Questo lavoro, personale o comunitario, trova la sua conclusione
nel Capitolo126 ove ognuno porta i frutti della propria esperienza. Non si
tratta di allargare il patrimonio intellettuale di ciascuno, ma di abituare
il giovane a un metodo di ricerca e al raggiungimento di qualche
conclusione. Soprattutto si vuole aprire il giovane a contatti con il suo
ambiente, col suo mondo per essere un buon realizzatore. Per noi
cristiani poi si tratta di scoprire l’uomo nelle sue complesse ricchezze,
e scopertolo, amarlo. Possano le inchieste Rover aiutarci a rendere la
nostra società migliore.127

3.1.9 La partenza

La partenza è l’ultima tappa del giovane rover che si appresta ad


iniziare il cammino della vita quotidiana con piena maturità e
responsabilità. Il capo clan gli consegna la forcola per significare che è
giunto il momento di fare la scelta; il sacerdote gli dona il Vangelo ed

126
Il Capitolo tende a condurre ognuno ad una ricerca metodologica e seria e a porre in
comunità i risultati di essa. Diviene così il Capitolo un incontro ove si lavora insieme in
vincolo di fraternità. Nulla di artificioso, di esibizionismo, di personale. E’ ritrovamento di
verità: e poiché ogni verità è riflesso dell’unico vero, è scoperta di Dio. Per questo gli scout
pregano prima e dopo il Capitolo. Perché il Signore sia la base di ogni ricerca. Cf. V.
CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 456.
127
Cf. ivi, 455-456.
62

il crocifisso perché la sua scelta è orientata con l’aiuto del Signore Gesù.
Il rover chiede la partenza dopo aver pregato e valutato le proprie forze.
Ci sono doti indispensabili per chiedere: nel campo religioso, della
vita interiore, del senso sociale, della visione della famiglia, della
disponibilità al servizio. Infatti, qualifica un tipo di uomo: cioè
definisce uno scout. Non è un’evasione, ma un legame più forte, poiché
nella vita del professionista, nei rapporti sociali, infinite sono le
occasioni per tradire, sfruttare e ingannare. Il non essere come gli altri
non è facile: solo chi prega ed apre il proprio cuore alla grazia di Dio,
può riuscire ad essere fedele in ogni circostanza alla propria vocazione
cristiana e scout.128
La partenza non apre l’epoca dei “cari ricordi”, ma quella delle dure
testimonianze. Lo scoutismo ha bisogno di uomini che sappiano capire
il difficile mondo dell’adolescenza, per indirizzarla a mete di bene.
Quando incontriamo un giovane sul cui cappellone brilla l’insegna
scout, dovremmo sentirci di trovare di fronte a un qualcuno che ha il
coraggio di essere se stesso e che ha voluto fare della propria vita un
servizio.
Però emerge un problema: perché dopo la partenza in pochi restano
nell’associazione? Perché raggiunto il livello di uomo “completo”
ognuno fa la “sua” strada estraniandosi dagli altri.
Allora educhiamo ad educare e lo scoutismo avrà una funzione
essenziale nella nostra epoca.
Al termine di ogni giornata i giovani rover dovrebbero fare un
esame di coscienza sulla propria carta di clan per riconoscere quello che
è stato fatto oppure le proprie debolezze per ricominciare da capo con
coraggio.

128
Cf. ivi, 467.
63

3.2 L’impegno rover per la salvaguardia del creato


Pensiamo che la terra possa vivere senza la specie umana? E’ certo
una prospettiva verosimile: in fondo il nostro pianeta e tutti i suoi esseri
viventi si sono sviluppati e sono cresciuti per milioni di anni senza alcun
bisogno dell’uomo. Quale ruolo possiamo allora avere se non siamo
significativi per la sua sopravvivenza? Oppure ne siamo parte attiva e
abbiamo un ruolo in questo complesso universo?
Il Cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) 129 ci rimanda alla
visione della biblica alleanza che Dio stabilì con Noè, quando affidò
alla protezione dell’Arca la preservazione e la cura dei viventi sulla
terra, dandogli la responsabilità di osservare “con gli occhi degli altri”
esseri viventi, vicini e lontani, quanto era loro utile per una vita vera e
compiuta, “tutti insieme”, corresponsabili, con Dio, del creato:

«dobbiamo imparare a vedere i nostri atti con gli occhi degli altri, vicini, lontani,
presenti e futuri, e sapere infine che alla radice di tutta la storia biblica c’è un patto
di alleanza, l’alleanza di Noè, la quale insegna che gli uomini e le donne della terra
tutti insieme portano con Dio la responsabilità del creato». 130

La vita sulla terra è un eco-sistema complesso, dove ciascuno ha un


ruolo importante, essenziale alla vita stessa e alla biodiversità. La
difficoltà è che l’uomo spesso questa complessità non la conosce
davvero e sembra agire senza una visione della multiforme e
stupefacente ricchezza che è la creazione. Ci dice che siamo davvero
poca cosa di fronte a questa complessità. Eppure, il ruolo e il valore
della specie umana è anche legato a quanto riesca a mettersi in
relazione, meglio, in servizio di qualcosa di più grande da sé. Ne

129
Biblista ed esegeta, è stato cardinale arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002. Uomo
di grande cultura teologica e di fede.
130
C. M. MARTINI, Invito alla responsabilità, in
http://www.aclicuneo.it/public/UserFiles/file/IPSIA/Acli%20libretto%202012%20spe
ranza.pdf, 13 [consultato il 12 settembre 2017].
64

discende che è essenziale da un lato conoscere la natura, per amarla e


custodirla, ma poi che ciò comporta anche una conversione, una
revisione profonda dei nostri paradigmi con cui ci rapportiamo ad essa.
Siamo infatti parte della natura ma senza di lei non sopravvivremmo
nemmeno un giorno, mentre la natura, senza l’uomo, può certo
svilupparsi illimitatamente.131
In definitiva il contributo che possono dare gli scout, specialmente
i rover (il servizio alla creazione), presuppone una conversione del
nostro stile di vita: ecco allora il cammino che coniuga un’azione libera
e gratuita (il servizio) ad un processo evolutivo che coinvolge tutto
l’ambiente.
La strada sembra quindi essere quella di uno stile di vita più sobrio,
più attento alle relazioni con il tutto, con gli ecosistemi e la biodiversità,
con a necessità di un cammino armonico nella natura, “in punta di
piedi” sul pianeta che ci accoglie e che dobbiamo restituire alle nuove
generazioni (se non migliore di prima) come lo abbiamo trovato,
preservando per il futuro.
Occorre allora in questo cammino, come ci invita a fare anche Papa
Francesco nella sua Enciclica ispirata al santo d’Assisi, Laudato sì, un
cambio di passo, un serio esame di coscienza su come poter essere più
in sintonia con il Creato e contribuire, fin dalle piccole cose e scelte
quotidiane, all’evoluzione e al compimento pieno della Creazione: essa
è donata all’uomo e alla donna dal Signore ancora “imperfetta”, da
completare e da portare a perfezione anche col loro operato, con la loro
cura e protezione del meraviglioso mondo naturale che ci è affidato,
nelle nostre povere ma anche potenti mani (spesso usate per ferirlo,
depredarlo, inquinarlo e distruggerlo).

131
Cf. S. AITA, Servire alla vita, servire al creato, in Proposta Educativa, 15 (2015) 31.
65

Il cambio di passo per Francesco è orientato, oltre che da


considerazioni ecologiche e scientifiche, anche da una preziosa
osservazione: non siamo soli sulla terra, di cui siamo figli e perciò
siamo quindi fratelli tra noi e con le altre creature che la popolano, in
una “fraternità universale” (cf. LS 228), la sublime fratellanza con tutto
il creato, così ben descritta da san Francesco nel suo Cantico delle
Creature (cf. LS 87-88).
Se noi siamo stati concepiti nel cuore di Dio (cf. LS 65) insieme a
tutte le creature e se la terra, l’acqua, il vento e le stelle sono nostri
fratelli e sorelle, il nostro atteggiamento non può essere quello del
dominio, bensì quello della tenerezza (cf. LS 220). Coltivare e custodire
la terra, accudendola: significa, per il Papa (cf. LS 64), prendersi cura
di sé stessi, perché «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16 e
138). C’è una «relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e
natura» (LS 67) dove, se ci curiamo della natura, la natura si prende cura
di noi, mentre se vogliamo dominarla, essa si ribella e distrugge quanto
la offende. Essa ci educa al legame e alla solidarietà, dove non si tratta
però di un “dover essere” che ci imponiamo, ma del riconoscimento che
«tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri» (LS 42). E se
le crisi profonde che la terra e gli uomini stanno vivendo sono connesse
tra loro, «le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale
per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello
stesso tempo per prendersi cura della natura» (LS 139).
Ora, se questo è l’orizzonte che si disvela ai nostri occhi, allora è
nell’atteggiamento libero e concreto del “servire” gratuito che si profila
l’opera di cura e compimento della creazione che spetta l’uomo sulla
terra. E’ nella “conversione ecologica” a servire il prossimo e tutte le
creature viventi che si compie la “ecologia integrale” proposta dal Papa:
egli ci propone di iniziare quotidianamente dai piccoli gesti semplici
66

ma potenti, perché concreti, misurabili e alla portata di tutti, che hanno


il potere di cambiare il mondo (cf. LS 211).132 Perché sono questi gesti
che possono costruire una cultura diversa da quella della voracità e della
sopraffazione (verso l’uomo e verso la natura): «tali azioni diffondono
un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si
possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che
tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (LS 212).
In ogni caso uno dei pregi fondamentali dell’Enciclica sembra
quello di stimolare a costruire un’etica nuova come frutto di un
atteggiamento veramente più umano, fondato sulla coscienza che nulla
nella vita umana può essere sottratto all’etica, neppure la scienza e tanto
meno la tecnologia, ma nello stesso tempo l’etica non può in alcun caso
essere immaginata come sistema di regolette precostituite e chiuse,
perché la sua base è rappresentata da criteri di ricerca del nuovo, non di
chiusura.133
Per concludere il metodo scout propone, in relazione al creato, di
far vivere l’esperienza del servizio (individuale) al prossimo, senza
lasciarsi scoraggiare o impigrire dall’indifferenza e dal lasciar correre,
contro la diffusa “spensierata irresponsabilità” (cf. LS 59). Il Papa ci
invita a fare un passo in più, assumendoci la responsabilità di informare
e di informarsi: saper osservare e ascoltare i lamenti dei più poveri della
terra e della natura depredata, così da «lasciarcene toccare in profondità
e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» (LS 15),
cogliendo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (LS 49).
E ancora ci invita a non trascurare la dimensione “politica” di azioni

132
Il Papa in questo paragrafo riporta molti esempi concreti di azioni quotidiane,
dall’uso dell’acqua, il cibo, dell’energia, dei trasporti.
133
M. MILLO, Etica, tecnologia e scienza nell’Enciclica Laudato sì, in Servire, 1 (2016)
22.
67

che hanno la capacità di cambiare le condizioni sociali in apparenza


immutabili, promuovendo il bene comune (cf. LS 189-198).
Ecco allora la proposta di uomo che Baden Powell identifica nella
figura del rover:

«essendo preparato a costruire la propria felicità attraverso la felicità altrui, lo


scout gentiluomo offre strumenti per un’autentica e libera collaborazione, unica via
per realizzare un’integrazione credibile. Lo spirito di servizio si mostra così come
l’autentica risposta alla domanda di salvezza dell’uomo». 134

E’ quindi, rileggendo la Laudato Sì, dell’intero creato, è di grande


attualità lo scoutismo, se vuole davvero vivere il rapporto con la natura
con lo spirito tanto “antico” quanto “profetico” proposto ad ogni rover
da Baden Powell: servitore del suo prossimo e del creato che lo ospita
e ricorda, proprio alla fine, che la guida e lo scout amano e rispettano,
appunto, la natura.

3.3 Come educare alla fede gli scout con il contributo delle
famiglie?

Quando ci chiediamo come trasmettere qualcosa ai ragazzi


contenuti di fede e di morale, cerchiamo spesso soluzioni interessanti e
accattivanti, dimenticandoci che i primi messaggi ad arrivare dritti al
cuore sono il nostro corpo, le nostre parole, la nostra vita. Quando poi
questi interrogativi toccano il campo della fede, tutto sembra
complicarsi ulteriormente: come educare alla spiritualità? Cosa può
chiedere la comunità scout alle famiglie per interagire positivamente
nel cammino di fede e di preghiera dei loro figli?
Senza dispensare soluzioni pronte e facili, Papa Francesco aiuta a
rispondere a queste domande, invitando nell’Amoris Laetitia a un

AA. VV., Idee e pensieri sull’educazione – una rilettura di B. P., Nuova Fiordaliso,
134

Roma 2007, 45.


68

cammino personale di fede che, partendo dagli adulti, contagi i ragazzi.


La fede è un dono divino ricevuto nel battesimo, ma ben presto è
necessario che diventi un percorso. Nel linguaggio rover si parlerebbe
di strada e, più in generale, di un itinerario a tappe che caratterizza la
progressione personale in ogni branca. Come ogni percorso, quello di
fede richiede dedizione e assiduità: un investimento di tempo che è reso
difficoltoso dagli orari di lavoro e dai “ritmi frenetici” che molti sono
costretti a sostenere per “sopravvivere” (cf. AL 287).
La prima indicazione che il giovane e l’adulto, riceve dalla
esortazione è semplice quanto pungente: per educare altri alla fede
occorre anzitutto educare sé stessi, gustare e progredire autenticamente
in quella esperienza. Solo così si può diventare soggetti attivi della
catechesi ed evangelizzare la propria famiglia, come il proprio gruppo
scout, collaborando creativamente ala iniziativa di Dio.
A questa considerazione se ne aggiunge un’altra, altrettanto
convincente: l’educazione alla fede, per essere effettiva, ha bisogno di
adattarsi a ciascuno. Ogni età ha i suoi bisogni: i bambini cercano
simboli, gesti, racconti; gli adolescenti esperienze e testimonianze,
diffidando dell’autorità e delle norme (cf. AL 288). Si parla di figli, ma
il discorso può valere anche per i nostri scout e costituisce un invito a
fuggire soluzioni preconfezionate che non tengono presenti le esigenze
dei ragazzi che abbiamo.
A queste due osservazioni dell’esortazione apostolica, si può
aggiungerne una terza: se è vero che i genitori sono la prima risorsa per
la crescita della fede nella famiglia, una volta iscritti i loro figli al
catechismo o agli scout, essi non possono credere di aver assolto i loro
doveri nel campo dell’educazione alla fede. I capi vanno trattati dalle
famiglie come dei delegati dei genitori, che sono i primi responsabili
dell’educazione dei figli, anche alla fede.
69

Pertanto, sia i genitori sia i capi dovrebbero poter contare su un


dialogo costante per far comunicare fra loro i vari contesti educativi con
cui il ragazzo è a contatto.
Papa Francesco, ci ricorda come in educazione ci sia sempre
bisogno di «vigilanza e di orientamento» (AL 261). Naturalmente
questo non vuole dire diventare ossessivi e apprensivi tanto da non
lasciare i ragazzi la libertà di scelta, occasioni di sperimentare nuove
relazioni, confrontare e mettere in discussione le proprie idee e
convinzioni, scegliere nuove amicizie, frequentare gruppi e realtà
diverse. Solo in questi termini si può educare al discernimento, alla
conoscenza di sé stessi e degli altri, dei propri limiti e delle proprie
qualità. Sono tantissimi gli spazi, gli ambiti in cui un fanciullo, un
giovane, ma anche un adulto, un capo, si trova a operare, a scegliere, a
cercare, a discernere.
La preoccupazione di un genitore e di un educatore non deve essere
soltanto quella di sapere e controllare dove in quel preciso istante il
figlio, il giovane o il ragazzo si trova e con chi, ma piuttosto quali sono
i suoi spazi interiori, le sue esigenze intellettuali. Ciò risulta difficile
che un giovane abbia raggiunto una maturità tale da conoscersi dentro
di sé. L’importante comunque è che ci sia una tensione, uno sguardo
attento e vigile negli spazi dove si sta muovendo.135
Il Papa ci ricorda l’importanza di:

«generare processi più che dominare spazi. Se un genitore è ossessionato di


sapere dov’è suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di
dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo
preparerà ad affrontare le sfide» (AL 261).

135
Cf. G. FERRARIO, L’antitesi spazio-tempo nel rapporto educativo genitori-figli e
capi-ragazzi, in Servire, 1 (2017) 36.
70

L’invito che ci viene offerto dal pontefice è quello di considerare


“il tempo superiore allo spazio”: il tempo è lo spazio prezioso in cui
giochiamo il nostro destino. C’è un tempo che passa e un tempo che
dura. Purtroppo, la nostra vita è breve e noi abbiamo fretta ma in
educazione la pazienza è fondamentale e va oltre ogni nostra aspettativa
e desiderio (cf. EG 222).136
E’ anche corretto sottolineare che viviamo in un tempo molto
caotico, prodotto di tecnologie avanzate che ci portano ad accelerare e
risolvere tutti i nostri impegni in un tempo sempre più breve. Chi arriva
primo ha vinto. E’ sempre stato così, ma oggi più che mai: non si può
perdere tempo, bisogna fare prima, non ci si può fermare. Le famiglie,
i capi, non possono essere preda di questa logica perché il tempo ha
bisogno di indulgenza, pazienza, attesa e rassegnazione. Dunque, è
importante fermarsi per guardare, meditare, pregare, pensare e
insegnare ai giovani, scout compresi, ciò che è bello e giusto. Questo è
il nostro tempo ed è il tempo più bello che sia mai esistito, perché siamo
noi che scriviamo questa pagina della storia. Allora gli spazi, gli ambiti,
gli obiettivi in cui i ragazzi si muovono, crescono e maturano dipendono
dal tempo, ma diventa irrilevante rispetto ai passi che vengono fatti in
questo spazio. L’importante è procedere, è crescere con il tempo, senza
fretta ma con determinazione. Bisogna muoversi e andare avanti, senza
ansia ma con criteri e obiettivi precisi e predeterminati. Così se un capo
non trova il tempo per studiare, stare in famiglia, divertirsi, frequentare
gli amici, stare con la persona che ama perché deve fare il capo, deve
fare il bene, deve essere servizievole, smetta di fare il capo. Si tratta di
trovare gli equilibri giusti e per ogni cosa c’è il suo momento (cf. Qo
3,1-8).

136
Cf. ivi.
71

Pertanto, lo strumento privilegiato per l’educazione personale alla


fede, suggerito dall’esortazione, è la preghiera (cf. AL 318); anche qui
è fondamentale che l’adulto sperimenti la fecondità di questa pratica,
prima di proporlo al ragazzo. A questo si può dedicare qualche tempo
per stare insieme con il Signore, mettendo davanti a Lui preoccupazioni
e bisogni, rendendo grazie per i doni ricevuti, poiché Dio dimora nel
tempio della famiglia. Si tratta di un momento di preghiera familiare
che nella sua semplicità può fare molto bene alla famiglia e che culmina
nella partecipazione all’Eucarestia domenicale.
Molti di noi, consci dell’inadeguatezza del proprio cammino di
fede, si sono spesso immedesimati in quel discepolo che a un certo
punto disse a Gesù: «Signore insegnaci a pregare, come anche
Giovanni insegnò ai suoi discepoli» (Lc 11,1). Non è una richiesta
scontata, ed è forse proprio da questa richiesta che la nostra preghiera
potrebbe cominciare a crescere.
A tale domanda Gesù dà una risposta molto precisa: invita a pregare
con le parole del Padre Nostro (cf. Mt 6,9-13; Lc 11,1-4). Se ci facciamo
caso gli interlocutori di questa preghiera sono due: il Padre e un “noi”
plurale, che ci lega come “fratelli”. Ogni volta che diciamo questa
preghiera, invochiamo il dono di conoscere e accettare la paternità di
Dio e la conseguente fraternità che ci lega tutti. Questo è il compimento
della sua volontà di amare. Nella preghiera cristiana ci mettiamo
davanti a Dio e accettiamo di essere amati da lui come Padre e di amarlo
nei fratelli, realizzando così la nostra natura di suoi figli.137 Non a caso,
l’esortazione insiste molto su cosa significa per un cristiano vedere
l’altro come “fratello”, dal momento che, a cominciare dalla vita di
coppia e di famiglia, «ciascuno è per l’altro una permanente

137
Cf. C. COLZANI – V. BACHELET, L’educazione alla fede e alla preghiera: cosa
possiamo chiedere alle famiglie, in Servire, 1 (2017) 43.
72

provocazione dello Spirito» (AL 321). Un primo esercizio suggerito da


Papa Francesco, ed estremamente utile anche per essere rover e capi, è
quello di riconoscere il Gesù che c’è nell’altro: «Gesù era un modello,
perché quando qualcuno si avvicinava a parlare con Lui, fissava lo
sguardo, guardava con amore (cf. Mc 10,21)» (AL 321).
Infatti, è nello stile dello scoutismo instaurare relazioni dove adulto
e ragazzo si fidano reciprocamente, si rispettano, non hanno altro
interesse che non sia quello della crescita armonica. Si può sperimentare
la presenza dell’adulto che mette alla prova e che aiuta a superare gli
ostacoli. Il capo è il fratello maggiore che regge il timone e che indica
la direzione: ciascuno poi è libero di seguire la rotta.138
Un secondo aspetto riguarda la fratellanza reciproca, ed è
l’educazione alla non-perfezione: sul punto, il Papa sottolinea come sia
importante smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una
perfezione, una «purezza di intenzioni e una coerenza che potremo
trovare solo nel Regno definitivo» (AL 325), invitando a vivere l’amore
di coppia e le nostre amicizie con umanità. Non per nulla, Gesù è Dio
fatto uomo: per ricordarci che la nostra vita si gioca su un piano umano
e imperfetto.
Una terza considerazione è rivolta alla “apertura” della famiglia,
che attraverso l’ospitalità può diventare una «Chiesa domestica e una
cellula vitale per trasformare il mondo» (AL 324).
Ecco perché risulta importante per lo scoutismo vivere l’esperienza
della vita comunitaria, dove i rapporti si giocano sull’altruismo e sulla
disponibilità a rinunciare a una parte di sé a vantaggio del bene comune.
Questo è uno strumento che va sempre valorizzato, per dare
un’alternativa a situazioni familiari dove ciascuno vive nel proprio

138
Cf. S. PIROVANO, I casi difficili e quotidiani: cosa possiamo fare e se dobbiamo fare,
in Servire, 1 (2017) 38.
73

mondo e dove le relazioni sono determinate dal tornaconto di


ciascuno.139
Il bravo capo conosce le famiglie dei propri ragazzi, ne sa cogliere
le qualità, le potenzialità, le debolezze, i conflitti e sa mantenere il suo
ruolo di adulto accogliente e amorevole, capace di favorire le scelte
esistenziali e sostenere nei momenti di crisi.

3.4 Lo sviluppo della religiosità nella branca Rover

Nella fase della prima giovinezza (16-17 anni), esiste la “cultura


adolescenziale”: l’insieme di valori e costumi propri del gruppo, di
fattori positivi e negativi che segnano profondamente una fase che oggi
si va artificialmente prolungando, fino a diventare per molti
un’indefinita “area di parcheggio”. In genere ne scaturiscono
atteggiamenti di sfiducia e disimpegno, riflusso nel privato,
comunicazione sofferta e spesso ripiegata nel piccolo mondo del
gruppo giovanile. La carenza di modelli di riferimento e di adulti
significativi e disponibili a dialogare, aggrava la solitudine, che i
giovani cercano di spezzare a volte in modi improduttivi, se non
addirittura distruttivi.
Pertanto, occorre promuovere tra i giovani, specialmente nei rover
uno sviluppo conoscitivo che è caratterizzato da una fase di
interiorizzazione e di impegno personale generalizzato. L’adolescente
diventa capace di ricercare, porsi in modo personale dei problemi
generali, che coinvolgono anche valori religiosi e morali. Cerca di
elaborarli in un sistema unico, globale, ma spesso trova ad essi risposte
generiche, teoriche, astratte. Scopre i valori fondamentali della realtà ed
in particolare il valore sostanziale della persona. Inoltre, bisogna

139
Cf. ivi.
74

promuovere uno sviluppo intenzionale – morale affinché tra i giovani


ci sia capacità nel fare scelte di vita concrete. 140
La religione si pone come problema in sé stesso ed in modo
radicale. Il Giovane è di fronte ad un bivio: se la religione entra in
rielaborazione personale può uscirne rafforzata, viva, efficace, come
senso generale della vita; al contrario, se non attraversa questo
processo, resta una religiosità immatura, legata a forme di
conformismo, emotività, paura. Dio può essere visto come “significato”
della propria vita, senso e valore centrale, termine di confronto e di
valutazione della riuscita personale. La Chiesa è un mezzo necessario a
vivere il proprio rapporto con Dio, anche se si fa spesso fatica ad
attuarne l’esperienza in maniera armonica e quotidiana.141
Come affrontare il problema generalissimo del senso ultimo
dell’esistenza? Con equilibrio fra la tendenza intimistica, la tendenza
ideale ed il bisogno di avviarsi a compiere la propria scelta vocazionale
concreta. Tenendo conto che i giovani di questa età spesso evitano, per
superficialità o per paura, il problema del senso ultimo della vita, o lo
ricercano nell’impegno in realtà umane (politiche, sociali, economiche)
inevitabilmente parziali. Frequentemente rifiutano ogni mistero e ogni
verità cadendo in un’illusione illuministica, o cedono all’intimismo e
allo spontaneismo che impediscono una vera partecipazione alla vita
della comunità cristiana. In particolare, nel primo periodo
dell’adolescenza, rifiutano i valori religiosi in quanto portati dai
genitori dai quali vogliono rendersi indipendenti.142
L’educatore, di fronte all’eventuale fuga del problema religioso,
deve creare le condizioni perché la scelta sia preparata attraverso varie

140
Cf. ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUTS CATTOLICI ITALIANI, Sentiero fede. Il progetto,
97.
141
Cf. ivi, 98.
142
Cf. ivi.
75

esperienze e sia compiuta quando c’è la possibilità di una visione


globale dei problemi e si ha la capacità di dare una risposta religiosa
esauriente al problema del significato ultimo della vita.
Infatti, nel periodo della giovinezza (18-21 anni), per i giovani e
soprattutto per i Rover, inizia il periodo delle scelte: studio o lavoro,
stato d vita, professione, concezione politica e sociale, scelta di fede.
In questa fase lo sviluppo conoscitivo e morale sono molto più uniti
che in precedenza: il giovane è spinto all’elaborazione personale di un
progetto che realizzi la massima integrazione fra soggetto ideale e vita
concreta. Egli percepisce come i vari aspetti della sua vita personale e
della vita sociale siano riferibili ai principi generali, al senso ultimo
della realtà; non si limita, però, ad una soluzione astratta dei problemi,
ma ricerca applicazioni pratiche per la sua vita quotidiana. Diviene così
sempre più in grado di incarnare i valori ideali nella sua concreta
situazione personale e sociale, anche assumendo responsabilità e
impegni continuativi, facendo scelte controcorrente.143
Per quanto riguarda lo sviluppo della religiosità, Dio è percepito ed
accolto come “il compagno di viaggio”. Si definisce meglio il proprio
rapporto con la Chiesa ed anche il proprio ruolo nella comunità
cristiana: è questo il tempo della conclusione cosciente e responsabile
dell’iniziazione cristiana. La vita cristiana proposta come vocazione si
fa lentamente progetto e realizzazione concreta nella scelta della vita
affettiva, professionale e sociale e di un particolare stile di vita. E’
questo il tempo dell’educazione paziente delle domande giovanili, per
farne risaltare il carattere religioso, attraverso un’evangelizzazione in
costante dialogo con la ricerca di senso che accompagna la crescita del
giovane, fino a condurlo in un vero e proprio itinerario di

143
Cf. ivi, 98-99.
76

riappropriazione dei contenuti e dei linguaggi della fede. Ma spesso


questo cammino ulteriore di catechesi sistematica, con una coscienza
più adulta che giovanile, è un compito da sviluppare ancora,
personalmente o in nuovi contesti comunitari, dopo la conclusione del
cammino del cammino educativo scout.144

144
Cf. ivi, 99.
77

CAPITOLO IV
SAN PAOLO ED IL CLAN

4.1 Chi è San Paolo?


Spesso nella vita di un rover si prega il santo protettore, l’Apostolo
delle genti Paolo, senza conoscere la sua personalità. Si rivolge a colui
che è soprannominato dallo scoutismo come “il primo rover di
Cristo”. 145 Infatti, bisogna ammettere che poco si riesce a sapere di
questa figura e poco rientra nella programmazione di attività di un clan.
Pertanto, è importante riflettere su come proporre san Paolo nella
vita di un clan, per poi comprendere da che cosa nasce questo rapporto
particolare che gli scout vivono con l’Apostolo.
Saulo (2-3 d.C.), così si chiamava, apparteneva alla tribù di
Beniamino. Da ragazzo apprese l‘arte della tessitura delle tende, perché
ogni studente della legge ebraica doveva imparare un mestiere oltre che
attendere allo studio; successivamente fu inviato a Gerusalemme dove
fu discepolo del famoso rabbì Gamaliele, nipote e successore del grande
rabbì Hillel (60 a.C – 20 d.C.). Nel dettato delle sue lettere Paolo lascia
qualche traccia della sua autobiografia. Il genere epistolare si presta alle
confidenze personali. D’altra parte, anche quando scrive a nome del
gruppo dei missionari o dei suoi collaboratori, Paolo è il protagonista
del dialogo a distanza con i destinatari delle sue lettere. In questi scritti,
dettati in greco per le comunità cristiane disseminate nelle grandi città

145
Infatti, la preghiera è composta in questo modo: a noi Scolte e Rover piace avere te,
san Paolo, come nostro patrono perché tu sei stato il primo Rover di Cristo: camminando per
tutte le strade del mondo allora conosciuto, hai amato, annunciato a testimoniato colui che
ha detto di sé: «Io sono la Strada» Fa’ crescere in me il gusto dell’avventura e sostieni la mia
volontà nel seguire con slancio e con amore Cristo, unico mio maestro e guida verso la Casa
del Padre. Aiutami a conquistare un carattere umile e forte, paziente e costante nelle
difficoltà, attento e generoso nel fare della mia vita, come la tua, un servizio a Dio e ai fratelli.
Così saprò più facilmente riconoscere nel volto dell’uomo, che cammina sulla stessa mia
strada, il volto del Signore e ne saprò condividere le speranze e le gioie. Amen, in
ASSOCIAZIONE GUIDE E SCOUT CATTOLICI ITALIANI, Il patrono delle rover e scolte, in
http://www.sanvito1.org/branche/rs/patrono [consultato il 15 settembre 2017].
78

dell’Impero Romano, egli si presenta con il suo nome Paulos. Il doppio


nome, uno per l’ambiente di lingua ebraico-aramaico e l’altro per quello
di cultura greca, rientra nelle consuetudini delle famiglie ebraiche che
partecipano della doppia cultura. Quindi il nome greco romanizzato
Paulos fa assonanza con Saulos. Quest’ultimo appellativo nella lingua
greca ha un significato equivoco. E’ comprensibile allora il ricorso al
nome “Paolo”, associato a personaggi noti dell’ambiente romano.146
Fu senza dubbio alla scuola di Gamaliele che Paolo conobbe per la
prima volta il grande compito che bisognava svolgere tra i non ebrei
dell’Impero Romano. Ebbe una formazione farisaica e serbò gli
insegnamenti migliori dai vari maestri del tempo.147
Paolo come giudeo aspettava l’arrivo del Messia che avrebbe fatto
d’Israele la nazione più grande del mondo, che avrebbe scacciato gli
odiati romani dal paese, e quando Gesù muore in croce non ha dubbi:
non è Lui il Messia. Paolo condivideva il disprezzo dei capi ebrei per
questo “Messia” crocifisso e detestava ancor di più l’attività dei suoi
seguaci, gente rozza, ignorante e priva di qualsiasi istruzione, che per
di più accusava i capi ebrei di aver condannato a morte il Figlio di Dio.148
Quando Stefano osò affermare in pubblico che i giorni della
religione ebraica erano finiti (cf. Eb 7), Paolo e gli altri farisei decisero
di agire. Non bastava più considerare quei seguaci “della Via” (così
furono chiamati gli apostoli e i primi cristiani) come dei simpatici
eccentrici, in quanto cominciavano a rappresentare una minaccia
pericolosa per il sistema religioso ebraico.

146
Cf. R. FABRIS – S. ROMANIELLO, Introduzione alla lettura di Paolo, Borla, Roma
2009, 20.
147
Cf. ASSOCIAZIONE ITALIANA GUIDE E SCOUTS D’EUROPA CATTOLICI, San Paolo,
Scouting, Soriano nel Cimino (Viterbo) 2014, 13-14.
148
Cf. Cf. R. FABRIS – S. ROMANIELLO, Introduzione alla lettura di Paolo, 20.
79

Alla lapidazione di Stefano Paolo prese parte custodendo i mantelli


di coloro che lo lapidarono.
I cristiani cominciarono a fuggire alla volta di Damasco e Paolo
capì che stava iniziando una nuova diaspora che avrebbe diffuso il
Cristianesimo nei territori circostanti, così si fece autorizzare dal
Sinedrio, di cui faceva parte, per andare a riprenderli al fine di poterli
giudicare e punire a Gerusalemme. Fu durante questo viaggio che egli
ebbe un’esperienza che cambiò radicalmente la sua vita.

4.2 La vocazione - conversione di San Paolo


La vocazione di san Paolo è stato un evento sensazionale. Quando
se ne parla, vengono subito alla mente i racconti di san Luca, illustrati
da tanti artisti, che hanno rappresentato l’apostolo abbagliato da una
luce celeste e buttato a terra dalla manifestazione folgorante di Cristo
glorioso. Così Paolo, persecutore accanito delle prime comunità
cristiane, divenne egli stesso discepolo di Cristo, anzi apostolo. Nel
libro degli Atti, l’evangelista Luca evidenzia l’importanza di
quell’evento per la vita della Chiesa raccontandolo per tre volte; la
prima volta (cf. At 9,1-19), egli mette il racconto nell’ordine
cronologico dei fatti, qualche tempo cioè dopo il martirio di Stefano, al
quale Paolo era stato presente: i lapidatori del primo martire avevano
deposto i loro mantelli ai piedi di un ragazzo chiamato Saulo (cf. At
7,58); anzi, Luca precisa che Saulo era fra coloro che approvarono
l’uccisione di Stefano (cf. At 8,1). Questo primo racconto insiste molto
sull’intervento potente di Cristo e sulla destinazione di Paolo a una
missione apostolica. La vocazione, infatti, comprende regolarmente due
aspetti: il Signore mette la persona in relazione con sé stesso e le
conferisce una missione che la mette in rapporto con altre persone
umane. Capita che il primo aspetto venga dimenticato, benché sia
80

basilare. Sulla via di Damasco, Paolo è stato «afferrato da Cristo» (Fil


3,12) ed è diventato «strumento scelto» per portare il nome di Cristo
«dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele» (At 9,15).149
Il racconto è ripetuto più tardi (cf. At 22,6-16), con qualche variante,
da Paolo stesso a Gerusalemme, dopo il suo arresto provocato
dall’ostilità dei giudei. Paolo si rivolge allora ai suoi connazionali e
cerca di spiegare loro che la sua vocazione era veramente venuta da
Dio. Paolo insiste sulle parole indirizzategli da Anania, il quale gli
aveva detto: «il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la
sua volontà». Questa volontà è poi definita con il senso di «rendere
testimonianza al Giusto, davanti a tutti gli uomini” (At 22,15). Paolo poi
aggiunge il racconto di una sua estasi posteriore, nella quale la missione
apostolica gli fu precisata nel senso di una missione lontana, presso le
nazioni pagane (cf. At 22,21).150
Un’altra volta ancora (cf. At 26,12-18), Paolo trova l’occasione di
raccontare la sua vocazione, durante la sua prigionia di due anni a
cesarea. Il procuratore romano Festo lo fece parlare davanti al re
Agrippa e alla regina Berenice (cf. At 25,23) e Paolo di nuovo racconta
il suo zelo di fariseo e le persecuzioni che aveva fatto subire ai discepoli
di Gesù il Nazareno, poi l’evento folgorante sulla strada verso
Damasco. Paolo questa volta sottolinea l’aspetto di missione legato
all’aspetto di chiamata personale: egli riferisce cioè che alla sua
domanda ricolma di sgomento: «Chi sei, o Signore?», il Signore
rispose: «Io sono Gesù, che tu perseguiti. Su, alzati, rimettiti in piedi!
Ti sono apparso, infatti, per costituirti ministro e testimone delle cose
che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti
libererò da popolo e dalle nazioni alle quali ti mando ad aprire loro gli

149
Cf. A. VANHOYE, Pietro e Paolo, Edizioni Paoline, Milano 2008, 32.
150
Cf. ivi.
81

occhi perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a
Dio» (At 26,15-18).
Così è definita la vocazione di Paolo: Cristo gli è apparso per
stabilire con lui un nuovo rapporto; il rapporto era di ostilità, sarà ormai
di unione e di servizio. Cristo fa di Paolo un suo apostolo; lo manda alle
nazioni pagane per liberarle dalle tenebre e introdurle nel regno
luminoso di Dio, procurando loro la remissione dei peccati e l’eredità
promessa ai santificati dalla fede.
Delle grandi lettere, l’unico testo fondamentale in cui descrive
l’incontro di Damasco è la lettera ai Galati:

«Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la
sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo
ai pagani» (Gal 1,15-16).

I verbi che usa per parlarne sono quattro: mi scelse… mi chiamò…


si compiacque di rivelare… perché lo annunziassi.
Di questi verbi soltanto il terzo (rivelare) si riferisce direttamente
alla conversione. Gli altri collocano la conversione in un quadro di
provvidenza: mi scelse, si compiacque, cioè decise, volle rivelare a me.
L’esperienza è quindi descritta essenzialmente come rivelazione
del Figlio a lui e come missione.
In un passo della lettera ai Romani Paolo trasferisce in un quadro
di descrizione generale ciò che lui stesso ha sperimentato:

«Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati Ad


essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti
fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati
li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8,29-
30).

Nella prima lettera ai Corinzi c’è un brevissimo accenno, in un


contesto polemico: «Non sono forse libero, io? Non sono un Apostolo?
82

Non ho veduto Gesù, Signore nostro?» (1Cor 9,1): Damasco è stato un:
«vedere il Signore». E più avanti, nella stessa lettera:

«Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Infatti, sono l’infimo
degli Apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato Apostolo, perché ho
perseguitato la Chiesa di Dio» (1Cor 15,8-9).

Da lui che perseguitava la Chiesa l’evento di Damasco è definito


come apparizione «a me indegno». Ci sono gli elementi di conversione
morale; ma il fatto è che Gesù è apparso.
Il passo però in cui Paolo presenta la sua conversione in modo più
bello e più profondo è quello contenuto nella lettera ai Filippesi. In
questo passo, egli descrive chiaramente come una conversione, cioè
come un capovolgimento completo del suo essere e del suo modo di
vivere. Paolo prima comincia con un accenno al sistema di valori che
era suo prima dell’incontro con Cristo e poi proclama di averlo
abbandonato, anzi di disprezzarlo ormai, e di essersi attaccato a Cristo.
Il suo sistema di valori non era di per sé disprezzabile, anzi Paolo stesso
l’apprezzava al massimo punto, ne era orgoglioso e non senza ragione:
esso era un sistema fondato sull’elezione, da parte di Dio, del popolo
d’Israele, un sistema garantito dalla Parola di Dio. 151
Paolo scrive:

«Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso
l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei,
fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile
quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge. Ma quello che poteva
essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi,
tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo
Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero
come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con
una mia giustizia derivante dalla Legge, ma con quella che deriva dalla fede in
Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,4-9).

151
Cf. ivi.
83

Paolo desidera conoscere Gesù perché è rimasto affascinato, e


ormai è l’unico tesoro. La sua conversione non è un atto ragionevole, è
un atto da innamorato, quindi provocato dalla follia dell’amore: Paolo
lascia le cose più stimate, per seguire la persona amata. Si basa nel
riconoscere che la giustizia fondata nella legge non poteva essere
autentica, proprio perché, in fin dei conti, essa è basata sui nostri sforzi,
sule nostre capacità, sulle nostre pretese. La legge mi dice cosa devo
fare, io la faccio, e sono in regola: non sono uscito da me, sono rimasto
nella mia limitatezza umana e fondo il mio valore sui miei sforzi.
Questo sistema, che sembra a tutti un sistema normale, Paolo l’ha
riconosciuto difettoso, perché non fa uscire la persona da sé stessa ma
la lascia nel suo egocentrismo e nella sua superbia. Tutti i suoi sforzi,
anche i più belli, servono in fin dei conti a nutrire il suo orgoglio, la sua
superbia più o meno consapevole. 152
Invece la vera giustizia viene da Dio mediante la fede: in tal caso la
persona esce da sé stessa, riconosce di non poter andare avanti con le
proprie forze, di non essere una persona perbene grazie alle proprie
capacità, di aver bisogno di una relazione con un’altra persona che la
salverà: Gesù Cristo.153
Nella prima lettera ai Corinzi ha scritto: «sono l’infimo» (noi
diremmo peccatore); ora si definisce «irreprensibile quanto alla
osservanza della legge». Ecco perché non è facile usare la categoria del
peccatore e del bestemmiatore parlando di Paolo. Se è irreprensibile,
che cosa è cambiato? «Quello che poteva essere per me un guadagno
l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo». In lui è avvenuta una
rivalutazione completa di tutto il suo mondo; ciò che prima considerava
importante, ora gli appare zero, non gliene importa più niente. Ciò che

152
Cf. ivi, 55.
153
Cf, ivi, 56.
84

prima sarebbe stato per lui irrinunciabile, adesso è diventato spazzatura,


perché la conoscenza di Cristo ha assunto un primato assoluto, è la
capacità di riempire tutto. L’incontro, la conoscenza, la pienezza di
Cristo fa impallidire i suoi giudizi e le sue valutazioni.
Un altro testo importante: «E Dio che disse: Rifulga la luce nelle
tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della
gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2Cor 4,6). Qui il
riferimento è ad ogni Apostolo, ma ha una forza particolare se lo
applichiamo alla conversione di Paolo. Il Dio della creazione rifulge nel
suo cuore e lo illumina per fargli comprendere la ricchezza di Cristo,
sua vita.
L’ultimo passo è quello che più facilmente ci fa interpretare
moralmente la conversione di Paolo. Sarebbe ingiusto trascurarlo,
anche se presenta dei problemi dal punto di vista del linguaggio:
«Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore
nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al
ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un
persecutore e un violento» (1Tm 1,12-13). Ma allora, era un
bestemmiatore e un violento? Era irreprensibile – come scrive ai
Filippesi –, o era un peccatore anche moralmente?
Prosegue:

«Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla
fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla
carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta:
Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io.
Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto
dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti
avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1Tm 1,13-16).

Ecco tutto l’incomprensibile, ricchissimo mistero di questa


conversione.
85

Dunque, i principali aspetti della vocazione di san Paolo, come li


spiega lui stesso: una iniziativa divina, non un progetto umano; una
iniziativa preparata da lontano, non improvvisata. La vocazione ha un
aspetto di “separazione”, che non costituisce però una segregazione:
Paolo la capisce alla luce della vocazione degli antichi profeti, con
caratteristiche ancora più elevate, perché è una vocazione in cui si
manifesta la grazia, l’amore generoso di Dio, una vocazione che è
rivelazione interiore del Figlio di Dio in vista di un lieto annuncio
universale.154
Di questa vocazione siamo partecipi. Dio ci ha messo in relazione
personale forte con Gesù, ci ha messi con lui interiormente, perché
portiamo il lieto annuncio in ogni parte della terra.
Quindi, meditando sulla vocazione di Paolo, siamo invitati a
meditare sulla nostra vocazione: nella preghiera, ammirare innanzi tutto
l’intervento di Dio nella vocazione di san Paolo; ringraziare Dio per
questo dono fatto a san Paolo e per mezzo di Paolo a tutta la Chiesa.
Inoltre, è importante ripensare alla nostra vocazione personale: la
grazia, cioè l’amore gratuito e generoso di Dio è sempre una grazia
personale, non una cosa generica, ma un dono fatto a una persona in
modo molto speciale.

4.3 La Comunità
Paolo insieme a Pietro fondarono le prime comunità cristiane, ne
costruirono il senso, la forma e la spiritualità. Le seguirono, corressero
gli errori e le intemperanze: sono le basi della Chiesa, un modo di
vedere la comunità, illuminante soprattutto in chiave scout per le

154
Cf. ivi, 48.
86

comunità di clan rover. Ci deve essere di esempio e di costante


riferimento per crescere in Cristo.
Le comunità cristiane ci offrono una realtà non distante dai nostri
tempi: in esse ritroviamo i problemi dei nostri ragazzi e le difficoltà
umane ad abbracciare la croce di Cristo, il nostro essere peccatori, la
nostra fede e le nostre intemperanze.
Infatti, nella lettera ai Galati, dopo aver asserito che assieme agli
altri giudeo-cristiani, a creduto in Cristo per ottenere la giustificazione,
Paolo detta alcune righe autobiografiche di una forza straordinaria:

«In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono
stato con-crocifisso a Cristo e non sono più io ce vivo, ma Cristo che vive in me»
(Gal 2,19-20).

Il rapporto che nella fede, Paolo vive con Cristo lo conduce a


rendere significativo per la propria esistenza l’evento della croce.
Questo non è, allora, un evento circoscrivibile in uno spazio e tempo
determinati, ma è presente perennemente alla vita del credente,
permettendogli così un nuovo rapporto con Dio.
Paolo asserisce che Cristo lo associa a una forma del tutto singolare
di comunione, lo rende partecipe della sua autodonazione. Ma nello
stesso tempo si fa anche garante di un rapporto nuovo con il Padre.
Tutti i cristiani battezzati formano un tutt’uno con Gesù Cristo
morto in croce al punto che il vecchio padrone, il peccato, non può
rivendicare nessun diritto su di essi (cf. Rm 6,3-7; 7,4). In questo caso,
Paolo passa dal linguaggio della comunione a quello sociale della
liberazione, anzi lo fonda. E’ propriamente l’essere associati alla morte
di Cristo a fondare la nostra libertà. Uniti, infatti, intimamente a lui,
siamo sottratti al vecchio regime del peccato, ce ha come esito finale la
morte, e viviamo nel nuovo statuto in attesa di essere pienamente
associati alla sua risurrezione. La descrizione positiva di tale statuto
87

prosegue nel testo di Rm 8,1-17, dove viene caratterizzato come vita


nello Spirito.155
La comunione con la morte di Cristo, evento soteriologico
determinante, è mediata dall’evento sacramentale del battesimo:

«O non sapete che quanti venimmo battezzati in Cristo Gesù, nella sua morte
venimmo battezzati in Cristo Gesù, nella sua morte venimmo battezzati? Per mezzo
del battesimo venimmo dunque con-sepolti nella morte, perché come Cristo fu
risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi camminiamo
in una novità di vita» (Rm 6,3-4).

Analogamente, Paolo può dire che la partecipazione alla “cena del


Signore” media la comunione con il corpo e sangue di Cristo, ossia con
la sua persona che ha donato la sua vita:

«Il calice della benedizione che benediciamo, non è comunione con il sangue di
Cristo? E il pane che spezziamo, non è comunione con il corpo di Cristo?» (1Cor
10,16).

Spontaneamente Paolo passa dal linguaggio della giustificazione a


quello della comunione (cf. Gal 2,15-21). Questo mostra che nel suo
pensiero teologico le due categorie sono complementari. Entrambe
esprimono la priorità fondante dell’agire gratuito di Dio, che ci dichiara
giusti in forza del dono di Cristo e ci associa a tale evento in base alla
sua liberalità. Non siamo noi ad entrare nell’evento pasquale di Cristo,
ma Dio gratuitamente ci associa a lui.156
Analoga compresenza di terminologie si riscontra in altri testi
paolini. Nela sezione 2Cor 5,14-21 si inizia con l’affermazione che
“tutti sono morti”, nel senso che tutti sono morti con Cristo in quanto
associati al suo evento pasquale. Poi si prosegue utilizzando la
terminologia della riconciliazione.157

155
R. FABRIS – S. ROMANIELLO, Introduzione alla lettura di Paolo, 203.
156
Cf. ivi, 204.
157
Cf. ivi.
88

Il brano di Fil 3,7-11 è tutto imperniato sulla comunione reciproca


tra Paolo e Cristo Gesù. Essa è ritenuta di valore così eminente che tutto
ciò che la contrasta è considerato “spazzatura”. In tale contesto viene
incluso il linguaggio della giustificazione, perché essere «trovato in
Cristo» comporta rinunciare a «una giustizia che proviene da Dio,
basata sulla fede».158
L’alternanza di queste terminologie è quindi un indizio sicuro della
loro complementarità. Ma nello stesso tempo va rimarcato che questi
modelli linguistici non sono identici. L’annuncio della riconciliazione
e della giustificazione è di una portata grandissima, poiché si afferma
che ogni persona è accolta da Dio nella sua condizione di peccatore,
nonostante le sue trasgressioni. Ma con il linguaggio della reciproca
comunione si dice ancora qualcosa di più a riguardo allo statuto dei
credenti. Si afferma che essi sono inseriti in una comunione continua ed
attuale con Cristo. A sua volta essa determina gli orientamenti
esistenziali, la vita e l’identità di una persona.159
Nei due testi autobiografici di Gal 2,19-20 e Fil 3,7-11, Paolo
precisa che la comunione con Cristo sta all’origine della sua identità e
trae un’importante conseguenza per la vita comunitaria: tra i credenti
battezzati, infatti, spariscono le discriminazioni di carattere etnico,
religioso e sociale, poiché tutti, inseriti nella comunione con l’unico
Cristo, sono di conseguenza stabiliti in un rapporto di comunione
reciproca, che si basa su di un’eguale dignità.
Quindi, nella prospettiva scout, i nostri giovani provenienti da
diverse culture e religioni devono camminare insieme per costruire
concretamente la civiltà dell’amore rispettandosi reciprocamente.

158
Cf. ivi.
159
Cf. ivi, 205.
89

4.4 La Chiesa

L’immagine tradizionale di Paolo è legata alla sua attività di


Apostolo. Mediante l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo egli dà
origine nelle grandi città dell’Asia e della Grecia a piccoli gruppi
cristiani, che si riuniscono nelle case delle persone benestanti per
celebrare la “cena del Signore” o fare la preghiera comune.
La prima lettera di Paolo è indirizzata alla «Chiesa dei
Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo» (1Ts 1,1).
Secondo il senso profano, si deve intende qui l’assemblea radunata, alla
quale Paolo si rivolge perché vi legga la sua lettera (1Ts 5,26). Il termine
ekklesia 160 , indica il convenire dei singoli cristiani di ogni comunità
locale. L’unica specifica è che non si tratta di un’adunanza politica, ma
religiosa, proprio perché «è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo».
Ancora più ampio ed esplicito, in questo senso, è l’indirizzo della prima
lettera ai Corinzi:

«Alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in cristo
Gesù, chiamati ad essere santi insieme con tutti quelli che in ogni luogo invocano il
nome del Signore nostro Gesù cristo, Signore nostro e loro» (1Cor 1,2).

I cristiani di Roma, ai quali Paolo indirizza la sua ultima lettera,


sono: «chiamati da Gesù Cristo», «amati da Dio», «santi per
vocazione» (Rm 1,6.7). Tutte queste espressioni evidenziano che
all’origine della convocazione dei credenti sta l’iniziativa gratuita ed
efficace di Dio. L’accoglienza del Vangelo per mezzo della fede fa

160
La terminologia ecclesiale è predominante nell’epistolario paolino: 46 volte su 114
di tutto il Nuovo Testamento. Nell’ambiente greco profano il termine ekklesia designa
l’assemblea plenaria dei cittadini della polis, aventi capacità giuridica per intervenire e
decidere sui problemi della vita sociale e pubblica della città. Nella edizione della Bibbia
greca dei “Settanta” con questo vocabolo si indica il popolo d’Israele convocato per varie
ragioni, sia militari sia religioso-cultuali. Paolo precisa che i cristiani radunati costituiscono
l’”assemblea” o “chiesa” “di Dio” o “del Signore”. E’ Dio, quindi, a “convocare” – ek-kalein,
composto di kalein, “chiamare” i credenti per mezzo dell’annuncio del Vangelo di Gesù
Cristo. Cf. ivi, 225.
90

nascere la Chiesa come “convocazione” dei “santi” o dei “santificati”.


Questa terminologia, desunta dalla tradizione biblica, indica lo statuto
ecclesiale dei credenti battezzati. Infatti, mediante l’immersione
battesimale, che sigilla la loro adesione di fede al Vangelo, i cristiani
sono stati liberati dalla loro condizione di peccatori e sono inseriti nella
comunione con Gesù Cristo Signore mediante il dono dello Spirito
Santo. Questa nuova e radicale appartenenza a Dio, fondata sulla fede
battesimale, costituisce lo statuto di santità dei cristiani e li impegna a
vivere in modo corrispondente (cf. 1Cor 6,11).161
Un’ altra metafora paolina è “il corpo di Cristo” o “corpo del
Signore”. Appare innanzitutto nel contesto eucaristico:

«Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il
sangue di Gesù Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il
corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo:
tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,16s.).

Poiché i cristiani sono radunati da Cristo per il pasto eucaristico e


condividono il pane che è il corpo del Signore, questa comunione è
insieme una comunione tra i credenti e il Signore e tra di loro. Non è la
comunità dei credenti che, da sé stessa, si costituisce in Chiesa. E’
Cristo che, radunando i credenti in un solo corpo e nutrendoli del suo
proprio corpo, fa la Chiesa.162
Questa nozione mette in evidenza l’unità organica e visibile della
comunione di coloro che confessano la medesima fede in Cristo e sono
al servizio di Cristo. Per cui, in seno a questo copro, i membri sono
diversi gli uni dagli altri, ma arricchiscono la comunità di questa
differenza che deve essere rispettata. La comunità cristiana, specie in
questo ambito i nostri giovani, non può essere coerente con ciò che essa

161
Cf. ivi, 226.
162
Cf. C. REYNIER, Per leggere San Paolo, Queriniana, Brescia 2008, 247.
91

confessa se non ha consapevolezza di ciò che essa deve essere e se non


mette in opera tutto per vivere questi diversi aspetti. All’interno di
questo corpo (comunità parrocchiali, gruppi scout ecc…) ciascuno ha il
suo posto e il suo ruolo da svolgere in maniera armoniosa, in vista della
crescita (cf. Ef 4,15s.). Questo non vuol dire che la Chiesa sia lasciata
alla buona volontà di ciascuno: essa è affidata allo Spirito Santo che la
anima e, educando la sua coscienza, la differenzia da ogni altro gruppo.

4.5 Il carattere di San Paolo: la partenza

Anche se abbiamo un carattere molto diverso da quello di san


Paolo, il suo esempio può esserci utile come ispirazione d’insieme.
Dalle sue lettere possiamo vedere che aveva un carattere attivo,
dinamico ed emotivo. Egli si è speso senza limiti al servizio di Cristo e
della Chiesa; ha preso iniziative di grande importanza; ha intrapreso
numerosi viaggi; ha affrontato ogni tipo di uditore; ha superato ogni
sorta di prove.
Certo, lo Spirito lo ha spinto, però sfrutta le possibilità di un
carattere: se Paolo non avesse avuto questo temperamento attivo,
l’impulso dello Spirito avrebbe avuto meno risonanza, avrebbe
cominciato la missione, ma non sarebbe andato così lontano (Arabia,
Siria, Cipro, Licaonia, Pisidia, Galazia, Europa). L’Apostolo concepiva
sempre nuovi progetti, al punto che i corinzi lo accusarono di essere
incostante, perché quando sembrava che avesse deciso di fare una cosa,
subito si gettava a farne un’altra. Lui stesso dice nella lettera ai Romani
che da Gerusalemme fino all’Illiria ha portato a termine la predicazione
del Vangelo di Cristo e adesso progetta, dice, di andare a Roma e poi in
Spagna, perché vuole sempre trovare nuovi terreni (cf. Rm 15,19-24).
92

La caratteristica del temperamento attivo è quella di non rinunciare


all’azione di fronte agli ostacoli, alle difficoltà: Paolo ha affrontato tutti
gli ostacoli immaginabili (cf. 2Cor 11,23ss.).163
Inoltre, l’Apostolo delle genti aveva anche un temperamento
emotivo e affettivo, e ha sfruttato tutte le sue capacità per amare Cristo
e le comunità che lui fondava. Nei suoi rapporti con gli altri, sfruttava
tutte le doti della sua affettività, a cominciare dai suoi collaboratori,
come Timoteo, che egli chiama figlio, a cui scrive: «sento la nostalgia
di rivederti per essere pieno di gioia» (2Tm 1,4), e anche tante altre
persone, uomini e donne, suoi collaboratori, a cui mostra molto affetto
(cf. Rm 16). Alle sue comunità manifestava un affetto paterno, materno
e anche sponsale: ci insegna a investire pienamente tutte e nostre
capacità di azione e di affetto, nel nostro amore per Cristo e nell’amore
per le persone che Cristo ci affida.164
Paolo è un uomo che riflette; egli non è per niente superficiale:
basta leggere alcuni capitoli delle sue lettere per rendersi conto come
egli abbia approfondito il pensiero teologico del Nuovo Testamento. Se
paragoniamo la lettera ai Romani a quella indirizzata ai Galati, vediamo
che tra l’una e l’altra ha approfondito il problema dei rapporti tra legge
e fede: nella lettera ai Galati è molto polemico, nella lettera ai Romani
ha preso una posizione più equilibrata. Riconosce che la legge è santa e
fa quindi una distinzione: «la legge è spirituale, ma io sono carnale»
(Rm 7,14) cioè: l’uomo, senza Cristo, è carnale, quindi la legge non
serve. Si vede una riflessione profonda, di un grande teologo del Nuovo
Testamento: egli ha approfondito il mistero di Cristo.165

163
Cf. Cf. A. VANHOYE, Pietro e Paolo, Edizioni Paoline, Milano 2008, 128.
164
Cf. ivi, 128-129.
165
Cf. ivi.
93

Però d’altra parte, in molte circostanze, Paolo si rivela spontaneo


che quando si mette a scrivere non è un autore che corregge le sue frasi.
Esprime sé stesso senza esitare, ed è un bene per noi, che così siamo
resi partecipi di tutta la ricchezza della sua vita spirituale e apostolica.
Non soltanto esprime quanto sente, ma a lui piace l’esagerazione. Nei
suoi sentimenti, egli va subito all’eccesso: ad esempio, non dice
soltanto che è stato consolato dal Signore, ma dice: «sono pieno di
consolazione, sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor
7,4). 166 D’altra parte, è anche un apostolo che giura. Questo può
sembrare strano, sembra che non abbia conosciuto il discorso della
montagna, dove Gesù dice di non girare, né per il cielo né per null’altro,
ma di dire la verità e basta. Paolo non segue questo consiglio, e spesso
chiama Dio a testimone di ciò che dice: «mai abbiamo avuto pensieri
di cupidigia, Dio ne è testimone» (1Ts 2,5).167
Un’altra osservazione, continuando in questa direzione: a Paolo
piace molto parlare di sé stesso, mettersi in mostra, vantarsi. Il suo
“ego” è invadente e si mostra anche nei momenti in cui non lo si aspetta
per niente; ad esempio mentre sta parlando del kerygma, cioè della parte
essenziale della predicazione cristiana, della passione di Cristo e la sua
risurrezione, e fa un elenco dei testimoni della risurrezione, un elenco
molto sobrio, parla di sé (cf. 1Cor 15). Un tale carattere è naturalmente
anche scontroso, perché chi afferma sempre sé stesso, lo fa talvolta
contro gli altri, si pone opponendosi, come si suole dire.168
Non era facile vivere con Paolo, perché egli era suscettibile. Si
scontrò anche con Pietro, ed era orgoglioso di raccontarlo:

«Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto, perché


evidentemente aveva torto. Quando vidi che non si comportavano rettamente,

166
Cf. ivi, 131.
167
Cf. ivi.
168
Cf. ivi, 133
94

secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa, in presenza di tutti: se tu che sei giudeo
vivi come i pagani» (Gal 2,11ss.).

Quando veniva criticato, Paolo se ne risentiva tremendamente e


provava il bisogno di difendersi e di contrattaccare, senza esclusione di
colpi. Utilizza l’ironia, il sarcasmo, gli attacchi personali, usa
espressioni offensive e crude perché viveva senza pericoli.
Inoltre, ha lottato contro la sua tendenza all’autoaffermazione,
specialmente nella comunità di Corinto: c’era il culto della sua
personalità, cioè c’erano quelli che si dicevano “cristiani paolini”.
Paolo lo riferisce: «mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io
sono di Paolo”, altri invece dicevano “Io sono di Apollo”; e altri
ancora “ed io di Cefa”» (1Cor 1,12). Era una situazione di divisione,
ma Paolo cercò di evidenziare, negando di essere qualche cosa, che chi
fa crescere e rende matura la fede è solo Dio.169
Mi pare che sia interessante vedere questa lotta di Paolo con il suo
carattere: ci porta a ringraziare il Signore per la diversità dei doni nella
Chiesa e poi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ci ispira di chiedere la
grazia di utilizzare bene, anche noi il nostro carattere, che come ogni
carattere ha i suoi pregi e i suoi difetti, di saperlo valorizzare abilmente,
come ha fatto Paolo, trovando la nostra via, cioè il nostro modo di
progredire nel servizio del Signore e nella dedizione agli altri.
Ciascuno ha la propria via, non ci sono due vie identiche, non ci
sono “ricette” universali che avrebbero valore per ogni persona in una
data situazione. Nella stessa situazione, una persona reagirà in un modo,
un’altra persona in un altro, sfruttando le proprie doti naturali e le
proprie attrattive spirituali. Ciascuno deve anche accettare che le altre
persone siano diverse e fare in modo che la diversità non vada nel senso
dell’opposizione, bensì nel senso della complementarità armonica,

169
Cf. ivi, 136
95

nella misura del possibile. Per progredire nell’amore è indispensabile


camminare insieme, non isolatamente. Lo Spirito Santo ci aiuterà a
trovare questo cammino, che è il solo cammino efficace e fruttuoso.

4.6 L’apostolato di Paolo nel piano di Dio

La funzione apostolica è una componente essenziale per realizzare


il disegno di Dio sull’umanità: salvare tutti gli uomini incorporandoli al
Figlio morto e risorto.
Questa “incorporazione” in Cristo si realizza attraverso la fede e i
sacramenti. Bisogna dunque predicare il Mistero di Cristo sì che l’uomo
possa salvarsi aderendo a Lui per la fede (cf. Rm 10,13-17). Come la
salvezza viene dalla fede, la fede viene dall’apostolato (predicazione).170
L’Apostolo è veramente cosciente che la buona novella che egli
predica è la chiamata di Dio invitante alla salvezza e alla gloria di Gesù
Cristo:

«Ma noi, o fratelli cari al Signore, dobbiamo continuamente ringraziare Dio per
voi, perché egli vi ha eletti, fin dall’eternità, affinché siate salvi mediante l’azione
santificatrice dello Spirito e la fede nella verità. Ed è precisamente a questa che Dio
vi ha chiamati mediante la nostra predicazione del Vangelo, affinché anche voi
possiate conquistarvi la gloria del nostro Signore Gesù Cristo» (2Ts 2,13-14).

Predicare il Vangelo per san Paolo è opera di Dio e di ciò egli si


entusiasma, e non vi è per lui migliore presentazione che quella di
essere uno che fa conoscere il disegno di Dio.
Nell’Antico Testamento i profeti avevano l’incarico di annunciare
la Parola di Dio preannunciando la Parola del Cristo Salvatore; nel
Nuovo Testamento gli apostoli assolvono questo incarico unendosi a
Cristo che è venuto, ed è per la comunione con loro che i cristiani
entreranno nella casa di Dio:

170
Cf. ASSOCIAZIONE ITALIANA GUIDE E SCOUTS D’EUROPA CATTOLICI, San Paolo,
Scouting, Soriano nel Cimino (Viterbo) 2014, 48.
96

«Voi dunque non siete più degli stranieri né degli ospiti, ma siete divenuti
concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Voi siete, infatti, costruiti
sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, mentre Cristo Gesù in persona
costituisce la pietra angolare» (Ef 2,19-20).

Quando Paolo termine le solenni dichiarazioni sul proprio


ministero non è fuori del “mistero”, al contrario è nel mistero, poiché
funzione apostolica è parte integrante del piano di immenso amore che
vuole salvare il mondo. In questo piano l’apostolato non scaturisce dal
cuore dell’uomo ma viene da Dio che permea tutta la vita dell’Apostolo:

«Siano rese grazie a Dio che, in Cristo, ci conduce sempre in trionfo e, per mezzo
nostro, fa sentire in ogni luogo il profumo della sua conoscenza» (2Cor 2,14).

Ai Colossesi così scrisse:

«E’ di questa Chiesa che io sono stato fatto ministro secondo la missione che
Dio mi ha affidato a vostro favore, di annunziarvi cioè integralmente il Vangelo di
Dio, questo mistero tenuto nascosto fin dall’origine dei secoli e degli uomini, ma
ora rivelato ai suoi Santi. Dio ha voluto far conoscere loro la gloriosa ricchezza di
questo mistero tra le Genti: ecco avete fra voi Cristo, la speranza della vostra
gloria» (Col 1,25-27).

E’ per questo che nel suo saluto agli anziani della Chiesa di Efeso
definisce il Vangelo “parola” di amore gratuito: «Ed ora vi affido al
signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e
dare la sua eredità in mezzo a tutti i suoi santificati» (At 20,32).
Da questo principio (l’apostolato non viene dal cuore dell’uomo ma
da Dio) derivano quattro essenziali conseguenze:
1. l’autorità apostolica: la consapevolezza di portare il Vangelo
della salvezza e di essere per questo l‘Apostolo di Cristo, dà a San Paolo
un’autorità che esprime di volta in volta nell’affermazione dei suoi
diritti (cf. 1Cor 9,1ss.), nella grandezza del suo apostolato e anche nella
forza con la quale condanna i suoi avversari:

«Le armi delle nostre battaglie non sono carnali, ma potenti in Dio, tanto da
abbattere anche le fortezze. Noi smascheriamo e distruggiamo i sofismi umani,
come pure ogni orgogliosa potenza che osa levarsi contro la conoscenza di Dio e
97

pieghiamo ogni intelletto per ridurlo all’obbedienza di Cristo […] e se anche mi


gloriassi un po' di più dell’autorità che il Signore ci ha data per la vostra
edificazione e non per la vostra rovina, non avrei da arrossire» (2Cor 10,4-5.8).

Nella lettera ai Galati il suo stupore indignato esplode e lancia


l’anatema:

«Ma quand’anche noi stessi o un Angelo disceso dal cielo vi annunciasse un


Vangelo diverso da quello che noi vi abbiamo predicato sia scomunicato!» (Gal
1,8-9).

Questo tono autoritario è senza dubbio una caratteristica propria


dell’Apostolo che ha ricevuto una missione personale: di predicare in
nome di Cristo. E’ bene ricordare che questo carattere autoritario non
lo isola dagli altri apostoli; infatti nella stessa lettera ai Galati, poco
oltre, san Paolo ricorderà il suo viaggio a Gerusalemme per rendere
visita a Pietro, ed ancora come una rivelazione lo portò a confrontare il
suo punto di vista con le “autorità costituite” chiedendo loro «se mai
corressi o avessi corso invano» (Gal 2,2).171
Questa autorità si riscontra oggi nell’apostolato del Papa e dei
Vescovi a lui uniti. Quando si tratta di laici, l’autorità del loro
apostolato viene loro dalla fede in Cristo e dalla loro unione a Cristo e
a tutta la Chiesa.
2. la responsabilità: è infinita come è infinito il messaggio che
porta: nel Vangelo di Cristo, divulgato dall’Apostolo, sono portate la
gloria di Dio e la salvezza dell’uomo:

«A tale fine noi preghiamo di continuo per voi, affinché il nostro Dio vi renda
degni della sua vocazione, anzi voglia con la sua potenza portare a compimento
tutti i vostri buoni desideri e l’operosità della vostra fede; sicché il nome del Signore
nostro Gesù Cristo venga glorificato in voi e voi siate glorificati in Lui, secondo la
grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo» (2Tm 1,11-12).

171
Cf. ivi, 51.
98

Di fronte a questo mistero si comprendono in pieno le parole di


Paolo sulla necessità di predicare il Vangelo e del danno che
deriverebbe a lui nel sottrarsi a questo compito (cf. 1Cor 9,16).172
3. la fierezza: questo ministero è anche pieno di gloria. Alla
comunità di Corinto Paolo affermò:

«Tale è la convinzione che noi abbiamo davanti a Dio per mezzo di Cristo. Non
che da parte nostra si possa rivendicare qualche cosa, come proveniente da noi; no,
perché la nostra capacità viene da Dio, i quale ci ha anche resi capace di essere
ministri del Nuovo Testamento, non della lettera, ma dello Spirito, poiché la lettera
uccide, mentre lo Spirito dà la vita. Ora, se il ministero della morte, scolpito con
lettere su delle pietre, fu circondato di tale gloria che i figli di Israele non potevano
fissare o sguardo su Mosè per lo splendore, si pure passeggero, della sua faccia, di
quanta maggior gloria sarà circondato il ministero dello Spirito? Se fu glorioso il
ministero di condanna, quanto più lo sorpassa, in gloria, il ministero della giustizia!
Anzi, ciò che vi fu di più glorioso, sotto questo aspetto non lo è più a confronto della
sovraeminente gloria della Nuova Alleanza. Se dunque ciò che era transitorio fu
glorioso, ben più glorioso deve essere ciò che è duraturo. Avendo, dunque, una tale
speranza noi parliamo apertamente e con grande libertà» (2Cor 3,4-12).

Parlare di salvezza è come dire che l’apostolo non mira alle cose
visibili che passano, ma alle realtà invisibili che durano in eterno (cf.
2Cor 1,18).173
4. la sicurezza: l’audacia è uno dei tratti salienti dello spirito
apostolico. Non si basa sulla fiducia in sé stessi, ma sulla fiducia in Dio;
nessun ostacolo può trionfare perché «in tutto noi siamo più che
vincitori per virtù di Colui che ci ha amati» (Rm 13,37). La sicurezza
si collega alla vittoria di Cristo e alla forza del suo amore. Paolo lo
raccomanda ai suoi figli carissimi:

«Ricordati che Gesù Cristo, nato dalla stirpe di Davide, risuscitò da morte,
secondo il mio Vangelo per il quale io soffro fino a portare le catene come un
malfattore; ma la Parola di dio non è incatenata! Ecco perché tutto sopporto per il
bene degli eletti, perché essi pure raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, e
a gloria eterna. Parola di verità è questa: se noi siamo morti con lui, vivremo pure
con lui; se lo rinneghiamo, egli pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimarrà
fedele, perché non può negare se stesso» (2Tm 2,8-13).

172
Cf. ivi, 52.
173
Cf. ivi, 53.
99

Questa sicurezza è tanto grande nell’Apostolo che si sente investito


di un benefico potere divino:

«Non abbiamo alcun potere contro la verità, ma solo a favore di essa […] per
questo vi scrivo queste cose, affinché quando sarò presente non abbia ad agire
severamente con il potere che il Signore mi ha dato per edificare e non distruggere»
(2Cor 13,8-10).

I denigratori di Paolo lo rimproverano di abbassare le cose al suo


livello umano. Al contrario lo studio attento di questi atteggiamenti, di
queste affermazioni, dimostra che san Paolo vuole elevarsi al livello del
messaggio che egli trasmette identificandosi alla Parola del Signore che
è stata a lui affidata.174

4.7 Rapporto personale con Cristo


«Apostolo di Gesù Cristo» (1Cor 9,2-3). Questo motto con il quale
san Paolo si definisce, non qualifica una persona dedicata ad un’opera
di qualcosa, ma un uomo che si identifica con la persona che lo manda.
Il termine “inviato” (apostolo) sul piano umano designa una persona
che è il rappresentante di un assente; nel piano di Dio afferma uno
stretto legame (mandante-mandato) che realizza un’azione congiunta
che unisce, che incorpora a Cristo il quale rende efficace l’azione.175
L’Evangelista Marco espressamente ricorda che Cristo scelse i
dodici «che stessero con lui per mandarli a predicare» (Mc 3,14): ciò
non esclude il lavoro e i viaggi dei “mandati” ma afferma che
l’apostolato si realizza sempre in stretto rapporto con Colui che è tutto
in tutti. Ne consegue che si attua in uno stretto rapporto di persona in
persona e cioè tra Cristo e il suo inviato.176

174
Cf. ivi, 54.
175
Cf. ivi, 55.
176
Cf. ivi.
100

Molti sono i riferimenti a questa chiamata di Gesù che invita Paolo


ad adempiere la sua missione (cf. Gal 1,15, Rm 1,1). La conversione
che ha sconvolto la sua vita e che da persecutore lo ha fatto Apostolo è
sempre presente nella mente di Paolo. Non può dimenticare che tutta
l’iniziativa viene da Dio «in virtù del suo proprio disegno» (2Tm 1,1).
E’ per questo che, non venendo l’iniziativa da lui, l’Apostolo sente di
non avere alcun diritto alla ricompensa (cf. 1 Cor 9,16-17). Cristo lo ha
scelto come suo «strumento per portare il mio nome» (At 9,15): così si
esprime Cristo risorto ad Anania stupito. Paolo si qualifica dunque
«Apostolo non da parte degli uomini, né per mezzo di un uomo, ma per
mezzo di Gesù Cristo e da parte di Dio che lo ha risuscitato da morte»
(Gal 1,1).177
Paolo sa di aver ricevuto da Gesù «la Grazia e l’apostolato,
affinché nel suo nome siano condotti all’obbedienza della fede tutti i
Gentili» (Rm 1,5); e ciò lo ricorda spesso: «Tuttavia vi ho scritto […] a
motivo della grazia che mi è stata data da Dio» (Rm 15,15), «secondo
la Grazia di Dio che mi è stata concessa» (1Cor 3,10).
Egli sa che la Grazia è un dono della misericordia di Dio e che in
virtù di questo dono non teme per la sua debolezza e limitatezza, tanto
che si rallegra di questo stato che consente alla Grazia di risplendere in
lui (cf. 2Cor 12,9-10).
Questo mandato missionario rende l’Apostolo collaboratore di Dio,
ed è ricca di valori, e rivela nuovi aspetti del rapporto personale con
colui che lo invia (cf 1Cor 3,19; 2Cor 6,1).
La cooperazione manifesta lo sforzo comune e le medesime
intenzioni; è per questo che Paolo afferma che nulla lo interessa né lo

177
Cf. ivi, 56.
101

spinge nel suo lavoro, niente gli dà gioia o dispiacere se non quello che
riguarda Gesù Cristo.178
Ogni volta che Paolo parla della sua missione sente sorgere dentro
di sé un inesauribile slancio di ringraziamento:

«A me, che sono il minimo tra i santi, è stata concessa questa grazia, di
annunciare tra i Gentili le incomprensibili ricchezze di Cristo […] piego perciò e
mie ginocchia dinanzi al Padre» (Ef 3,8-14).

L’entusiasmo che lui sente per l’incarico affidatogli è arricchito


dalla consapevolezza della gratuità che l’unisce a Cristo. E’ per questo
che spesso ricorda il dono ricevuto e la sua conversione. Teme che sia
a lui attribuita qualche incapacità: tutta l’iniziativa viene da Cristo che
lo ha amato gratuitamente.
Un solo problema lui si pone, quello di essere «trovato fedele»
(1Cor 4,2), e ciò è un costante assillo che mai lo abbandonerà:

«E tutto ciò che faccio per il Vangelo […] I lottatori si sottopongono ad ogni
sorta di astinenze; essi o fanno per guadagnare una corona corruttibile, noi invece
per una corona eterna […] tratto il mio corpo duramente; lo riduco schiavo,
affinché, dopo aver fatto da araldo agli altri, non rimanga io squalificato» (1Cor
9,23-26.27).

Per questa grazia ricevuta, alla quale deve tutto, si sente obbligato
ad operare:

«Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia che mi ha data non fu
vana, ma ho lavorato più di tutti loro: non io, ma la grazia di Dio insieme a me»
(1Cor 15,10).

Questo lavoro per Paolo è così avvincente che la sua vita non ha
altro senso, altro scopo:

«Lo Spirito Santo mi attesta in ogni città che catene e tribolazioni mi attendono.
Ma io non tengo in nessun conto la vita, come se mi fosse preziosa, pur di compiere
la mia corsa e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù, di annunciare la buona
novella della grazia di Dio» (At 20,23-24).

178
Cf. ivi, 58.
102

Questo lavoro apostolico non fa sorgere in Paolo il desiderio di


apprezzamenti umani; poco gli importano perché sa «quanto a Dio non
gli siamo noti» (1Cor 5,11) così da non considerare la valutazione degli
uomini: «a me non importa affatto di essere giudicato da voi, o da un
tribunale umano. Anzi non giudico neppure me stesso» (1Cor 4,3).
Quando scrive alla comunità di Tessalonica palesa questo suo
profondo sentimento: una cosa sola conta per Paolo quando esercita il
suo ministero, quando proclama il Vangelo: piacere a Dio “che scruta i
cuori” di ogni uomo.

4.8 San Paolo ed il Rover: testimoniare il Vangelo

Sappiamo che la missione dell’Apostolo è di portare il nome di


Cristo a tutti. Quale deve essere il metodo, lo spirito, lo stile di una vita
dedicata a questo servizio, specialmente nel contesto scout?
In un articolo pubblicato nell’aprile 2009, l’assistente spirituale
AGESCI della branca rover e scolte, Jean-Paul Lieggi, disse:

«un primo tratto per conoscere Paolo è la tenda. Si a tenda! E’ noto, infatti, che
una tenda non può mancare nell’equipaggiamento di uno bravo scout. Ma che
relazione ha questa con Paolo di Tarso? Il guizzo di un’intuizione ci conduce a
scorgerne il legame nel mestiere di Paolo: era un fabbricante di tende, come ci
ricorda Luca (cf. At 18,3). Intuizione che potrebbe sembrare stravagante e frutto di
giocosa fantasia, ma che in realtà nasconde una profonda verità che merita di essere
colta e valorizzata».179

Infatti, come il fabbricante di tende fornisce uno strumento prezioso


e indispensabile a chi sceglie uno stile di vita itinerante, così Paolo offre
agli scout gli “strumenti” per poter percorrere audacemente, senza

179
J. P. LIEGGI, Paolo educatore alla libertà, in: https://it.zenit.org/articles/la-
spiritualita-della-strada/ [consultato il 15 settembre 2017].
103

stancarsi e con coraggio, le strade della propria vita, illuminati dalla


luce della Parola e della fede.180
Paolo è stato uomo d’azione: «azione missionaria, in terra ancora
vergine, e azione pastorale a favore delle sue comunità. In lui è legittimo
vedere il più grande missionario delle origini cristiane, impegnato al
massimo perché il Vangelo arrivasse al mondo pagano».181 Infatti la sua
tensione missionaria era di carattere universale: circoncisi e incirconcisi
chiamati ad accogliere Cristo e in lui l’iniziativa di grazia di Dio
mediante la sola fede.182
La missione è talmente grande che la vita ha perso ogni altro senso,
«non ritengo la mia vita meritevole di nulla» (At 20,24) afferma san
Paolo agli anziani di Efeso. Egli si sente come prigioniero incatenato al
trionfo del suo vincitore al quale però è legato da una fede e piena di
amore:

«Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e


diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi
siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli
che si perdono, per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita
per la vita» (2Cor 2,14-16).

Egli mette in luce un amore così grande da sentirsi più che


vincitore. E’ una vita dove non c’è posto per altre cose e dove tutto è
cambiato. Tutto in lui è subordinato alla sua missione: egli è l’Apostolo
di Gesù Cristo che non manifesta un complesso di inferiorità. Non è un
Apostolo di scarto e non si nasconde sotto una falsa modestia, è inserito
nella comunità apostolica in un modo che non corrisponde i criteri di
appartenenza al corpo apostolico.183

180
Cf. ivi.
181
G. BARBAGLIO, La persona e l’opera di Paolo, in AA. VV., Lettere paoline e altre
lettere, Elledici, Torino 1995, 56.
182
Cf. ivi, 57.
183
In effetti ciò che costituisce gli apostoli è l‘essere stati scelti da Gesù durante la sua
esistenza terrena, l’aver vissuto con lui e l’aver avuto il privilegio delle apparizioni (cf. Mt
104

Ma Paolo è integrato nel gruppo apostolico in maniera del tutto


originale a motivo della chiamata singolare che egli ha ricevuto. Non
sono i Dodici illuminati dallo Spirito a decidere di integrare Paolo. E
non è neanche Paolo che si inserisce nel loro gruppo. Egli si impone
loro, non per sua propria volontà, bensì per la forza dell’evento che lo
ha colpito a Damasco (cf. At 9,1-19).184
Dunque, come gli altri apostoli, Paolo dipende dalla scelta di Gesù.
La differenza sta nelle modalità grazie alle quali egli viene abilitato ad
annunciare la bona notizia, modalità che gli conferiscono un posto
particolare nel gruppo degli apostoli. Egli viene riconosciuto da loro per
il tramite di Cefa e Giacomo (cf. Gal 1,18). La sua missione non
differisce in nulla dalla loro (cf. 1Cor 15,11).185
Paolo è il testimone del Risorto. L‘evento di Gesù è tale che gli
apostoli sono chiamati a essere testimoni oculari186 della storicità della
vita di Gesù e di ciò che egli ha detto.
Su due temi possiamo raggruppare l’azione apostolica di Paolo: su
come ha testimoniato e su come è stato servitore e collaboratore di Dio.
Nel discorso ad Agrippa, riportato dall’evangelista Luca negli Atti,
Paolo precisa la missione affidatagli dal Signore:

«Su alzati e mettiti in piedi: ti sono apparso infatti per costituirti ministro e
testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per
questo ti libererò (ti ho scelto) dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprir
loro gli occhi, perché passino dalle tenebre e dal potere di Satana a Dio e ottengano
la remissione dei peccati e l’eredità con i santificati per la fede in me» (At 26,16-
18).

10,1-4; Mc 3,13-19; Lc 6,12-16). Quando gli apostoli si ritrovano in undici dopo gli eventi
della passione e della risurrezione, ritengono necessario sostituire Giuda. Lo fanno secondo
due criteri: aver condiviso la vita di Gesù, essere testimone della sua resurrezione e delle
apparizioni (cf. At 1,21-26). Cf. C. REYNIER, Per leggere San Paolo, 48.
184
Cf. ivi.
185
Cf. ivi, 49.
186
Significa che essi possono dare testimonianza di fede di ciò che hanno visto e udito
di Gesù o del Signore risorto.
105

L’Apostolo, come afferma il prof. Antonio Landi, «è costituito


“ministro e testimone delle cose” che ha viste e di quelle per le quali il
Signore gli apparirà ancora, non solo per il popolo israelita, ma anche
per i pagani».187
La “sincerità” è il pregio più alto del testimone; ripetere quello che
sa in perfetta trasparenza. San Paolo insiste molto su questo: «noi
falsiamo come tanti e tanti la Parola di Dio, ma la predichiamo com’è
nella sua purezza, come viene da Dio, davanti a Dio, in unione con
Cristo» (2Cor 2,17).
Egli si sente sincero davanti a Dio e come tale vuole essere
conosciuto: «per quanto riguarda Dio gli siamo ben noti e spero di
esserlo anche davanti alle vostre coscienze» (2Cor 5,11).
Su questo punto è intransigente anche in questioni che non
riguardano direttamente la fede: egli sente di dire il vero e non permette
ad alcuno, chiunque esso sia di considerarlo un superficiale, un
bugiardo:

«Questo infatti è il vostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci


comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che
vengono da Dio, non con la sapienza della carne ma con la grazia di Dio […]
In questo progetto mi sono forse comportato con leggerezza? O quello che
decido lo decido secondo calcoli umani, in modo che vi sia, da parte mia, il "sì, sì"
e il "no, no"? Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è "sì" e "no". Il
Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo,
non fu "sì" e "no", ma in lui vi fu il "sì". Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono
"sì". Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro "Amen" per la sua gloria»
(2Cor 1,12.17-20).

L’Apostolo deve essere in tutto in Cristo per la gloria di Dio. Ed è


per allontanare ogni sospetto, od occasione di sospetto, che Paolo lavora
per guadagnarsi da vivere per sé e per i suoi compagni; egli annuncia
gratuitamente il Vangelo e attua in questa maniera la sua “gloria”
perché dimostra il suo disinteresse, anche se comprendo che questo suo

187
A. LANDI, La testimonianza necessaria, Gregorian e Biblical Press, Roma 2015, 110.
106

atteggiamento sarà considerato da alcuni cristiani mancanza di amicizia


ed affetto.188
Questo aspetto della gratuità dell’annuncio, anche se la ricompensa
è riconosciuta lecita dal Vangelo, per san Paolo ha un’importanza
fondamentale:

«Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che


alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani.
In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli
ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che
nel ricevere!» (At 20,33-35).

Questo atteggiamento espresso in maniera forte e decisa


manifestano la verità profonda che è nel cuore di Paolo che si rifà alle
raccomandazioni divine come «dovete lavarvi i piedi gli uni con gli
altri» (Gv 13,14) e di essere “servitori” e gli “ultimi”.189
Nella prospettiva di queste annotazioni il brano che segue della
lettera ai Corinzi diventa una legge fondamentale della vita apostolica:

«Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare
il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, con coloro che sono sotto la
legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge,
allo scopo di guadagnare tutti coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non
hanno legge sono diventato uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge
di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza la
legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli, mi sono fatto tutto
a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per
diventarne partecipe con loro» (1Cor 9,19-23).

Questo stesso pensiero lo esprime con altro esempio nella lettera ai


Tessalonicesi, ove mette in risalto l’amore per i fratelli sottolineando la
volontà di farsi “piccolo” per mettersi al loro livello:

«Pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo […]. Siamo stati
amorevoli in mezzo a voi come una madre che nutre e ha cura delle proprie
creature» (1Ts 2,6-7).190

188
ASSOCIAZIONE ITALIANA GUIDE E SCOUTS D’EUROPA CATTOLICI, San Paolo, 80-81.
189
Cf. ivi, 81-83.
190
Cf. ivi, 83.
107

San Paolo non pensa di poter agire differentemente, pensando a sé


stesso, quando può essere in gioco la salvezza del fratello come «Cristo
non cercò di piacere a sé stesso» (Rm 15,3); è per questo che
categoricamente invita a comportarsi come lui: «Fatevi miei imitatori,
come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1) e così insiste con i Galati: «Siate
come me, ve ne prego, poiché anch’io sono stato come voi, fratelli»
(Gal 4,12).191
Quindi, possiamo comprendere come tutta la vita dell’apostolo
tenda ad identificarsi con il suo messaggio o meglio come egli sia teso
a vivere in Cristo, suo ultime fine.
Nella lettera ai Filippesi esprime certamente in maniera molto
chiara questo suo pensiero:

«Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla
perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato
conquistato da Gesù Cristo. Fratelli io non ritengo ancora di esservi giunto, questo
soltanto so; dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per
arrivare l premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù […] Fatevi
miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che
avete in noi» (Fil 3,12-14.17).

Per altro è importante tenere presente che Paolo è Apostolo e come


tale fa sempre riferimento alla visione avuta del Cristo che ha
completamente cambiato la sua vita, e all’insegnamento avuto
direttamente dal Signore; spesso lo ricorda:

«Vi dichiaro dunque, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato


sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per
rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,11-12).

Malgrado questa certezza interiore, per non «dover correre invano»


(Gal 2,2), confronta la sua predicazione con quella dei capi della Chiesa
di Gerusalemme, la sua testimonianza con quella dei dodici, e il suo
ruolo è quello di incorporare i fratelli in Cristo, di costruire in terra la

191
Cf. ivi, 84.
108

casa di Dio per i cristiani ed anche per quelli che vengono dal
paganesimo:

«Così dunque voi non siete più stranieri, ma siete concittadini dei santi e
familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, ed avendo
come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo» (Ef 2,19-20).

Queste riflessioni sulla testimonianza comportano un rilievo


fondamentale. Essendo Paolo, l’Apostolo testimone di Dio, ha ricevuto
il potere di agire con tutta la potenza di Dio: il dono dei miracoli. Gli
Atti parlano in più punti di questo dono; ad Efeso al solo contatto del
suo corpo fazzoletti acquistavano potere di guarire malattie:

«Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si
mettevano sopra i malati fazzoletti e grembiuli che erano stati a contatto con lui e
le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano» (At 19,11-12).

A Troade Paolo risuscita il giovane Eutico caduto da una finestra:


«un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un
sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno,
cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo allora scese giù, si gettò su di
lui, lo abbracciò e disse: “non vi turbate, è ancora in vita!”. Poi risalì, spezzò il
pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. Intanto
avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati» (At 20,9-12).

ed ancora a Malta dove dimostra di essere immune dal veleno di


una vipera (cf. At 28,3-6). E’ da notare che questi due ultimi miracoli
sono nei racconti di Paolo ove egli è testimone oculare e sembra talvolta
trarre le informazioni dal suo giornale di viaggio. Questo potere
miracoloso è senza dubbio unito alla carità.192 E’ lo stesso apostolo che
chiaramente lo afferma:

«e se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i isteri e tutta la scienza e


possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la
carità, non sono nulla» (1Cor 13,2).

E’ bene ancora ricordare, per completare, che San Paolo è testimone


irrecusabile non solo per gli interventi miracolosi che Dio opera nella

192
Cf. A. LANDI, La testimonianza necessaria, 132.
109

vita degli uomini attraverso di lui, ma anche per quello che lui ha
sofferto per Cristo: «d’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io
porto le stimmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17).
Pertanto, da questa riflessione possiamo evincere che ogni Rover è
chiamato a compiere una scelta di vita coraggiosa, a credere nei suoi
formatori (i capi) e nel metodo che loro applicano, e nell’essere
disponibile a servire il prossimo. La sua missione, infatti è di essere
pellegrino e missionario di Cristo presso le comunità cristiane, portando
il proprio modo di porsi di fronte agli altri, capendo e penetrando prima
la loro cultura e tradizione per poter portare con migliore forza e
convinzione il suo credo.
San Giovanni Paolo II, nel magnifico scenario dell’appennino
abruzzese, il 9 agosto 1986, incontrando tantissimi rover e scolte riuniti
per la loro Route Nazionale193, volle indossare il fazzolettone scout e
affidare loro la forza e l’entusiasmo che le sue parole erano capaci di
trasmettere. Infatti, nell’omelia, commentando il versetto lucano
ascoltato nel vangelo «Siate pronti con le cinture ai fianchi e le lucerne
accese» (Lc 12,35), disse:

«L’immagine è molto significativa per voi, perché esprime l’atteggiamento


vigile di chi si mette in cammino alla ricerca di Dio, conducendo una vita fatta di
sobrietà e di libertà da tutte quelle realtà che ingombrano lo spirito e appesantiscono
il percorso. Essa vi appartiene perché gli scout non amano la vita sedentaria e inerte,
ben sapendo che il regno di Dio non è fatto per i rinunciatari, i distratti e i superficiali
che si lasciano sfuggire le occasioni di grazia, che la Provvidenza pone lungo il
tragitto dell’esistenza. [...] Carissimi rover e scolte, so che avete come celeste
patrono Paolo di Tarso, l’apostolo delle Genti che, dopo la missione ricevuta da
Gesù sulla via di Damasco, fece della sua vita un’incessante e instancabile
peregrinazione per portare il Vangelo della salvezza a tutti i popoli. [...] Non vi
sembra di potergli assomigliare anche voi in tanti aspetti della vostra attività e nello
stile della vostra vita? Imitatene le gesta, portando nel vostro cuore lo stesso slancio,
lo stesso zelo e lo stesso entusiasmo per la causa del Vangelo. Voi dopo aver
percorso le Piste come lupetti e coccinelle, e poi i Sentieri quali arditi esploratori e
guide, siete entrati ora nella Strada o Route. È questa l’ultima tappa del vostro

193
Route in francese significa “strada”, ma per i rover e le scolte, la strada non è soltanto
un luogo da percorrere fisicamente, ma una metafora di un cammino che porta a diventare
adulti.
110

itinerario scoutistico, che vi prepara ad attuare le vostre scelte delle quali poi dovrete
dare testimonianza al di fuori del Clan, in mezzo alla società, là dove la Provvidenza
vi chiamerà a svolgere la vostra vita civile e sociale e a portare il vostro servizio agli
altri, secondo lo stile che vi è stato inculcato nella vostra Associazione scoutistica.
[...] Siate sempre coerenti con i vostri princìpi e con la vostra identità: ci sia
continuità tra la fede e la vita, tra il pensiero cristiano e l’azione pratica. Abbiate una
condotta lineare, ispirata a una fedeltà vera verso la Chiesa e verso la Patria, che vi
affranchi dalle suggestioni di modelli culturali o di costume, apparentemente
innovatori, ma in realtà ancorati al conformismo. Sarete così in grado di arrivare
all’autentica libertà interiore».194

Le parole del Papa non solo evidenziano le ragioni del rapporto


degli scout con san Paolo, ma tracciano una descrizione della proposta
educativa dello scoutismo: è palestra per scelte coraggiose e difficili,
ma nello stesso tempo luminose, belle e liberanti, punta ad educare i
giovani alla libertà. È un “gioco”, nel senso più nobile del termine, che
vuole formare uomini e donne capaci di scegliere, e di farlo
responsabilmente nella fedeltà a Dio e agli uomini, con quello stile di
servizio e di attenzione al più piccolo che Gesù ha vissuto e ci ha
consegnato.

194
GIOVANNI PAOLO II, Ai partecipanti alla route nazionale dell’AGESCI. 9 agosto
1986, in ID., Ai partecipanti alla route nazionale dell’AGESCI. 9 agosto 1986, in
https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1986/august/documents/hf_jp-
ii_spe_19860809_piani-di-pezza.html [consultato il settembre 2017].
111

CAPITOLO V
UN ITINERARIO PASTORALE PER LA BRANCA ROVER

5.1 Educare i giovani nella prospettiva della santità propria ai


“figli della luce”
Realizzare il Regno di Cristo in tutta la propria vita, significa vivere
e crescere «in grazia» (Lc 2,52) nella trasparenza della vita divina, cioè
della grazia santificante, ricevuta nel Battesimo.
Prima di ogni discorso sullo stile sacramentale della vita occorre
innanzitutto rendere consapevoli i nostri giovani, che con il Battesimo
sono diventati creature nuove, con l’anima trasparente di quella vita per
la quale Gesù è sceso quaggiù, come lui stesso attestava: «io sono
venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Questo lo ha fatto su una piazza pubblica piena di gente ben viva della
vita di quaggiù, anzi in grande agitazione in seguito al miracolo del
cieco nato.
Occorre convincere i nostri giovani che devono custodire questa
vita divina gelosamente come la «perla preziosa» e «il tesoro nascosto»
di cui parla Gesù in due parabole (Mt 13,44-46), come «l’abito nuziale»
(Mt 22,11) e «la lampada accesa» delle cinque «vergini sagge» (Mt
25,1-13). Devono esser convinti che senza questo «abito», senza questa
«lampada accesa» non è possibile essere ammessi alle «nozze
dell’agnello» (Ap 19,7) che celebreremo eternamente nel Regno dei
Cieli. Tutti i nostri giovani devono essere resi consapevoli che, per
usare le parole di Pio XII,

«nessuna bellezza o grazia, nessuna ricchezza o potenza, può essere in alcun


modo paragonata alla incommensurabile grandezza, di chi è partecipe della stessa
vita di Dio».195

195
PIO XII, Discorso alla moltitudine delle giovanissime della gioventù femminile
italiana di Azione Cattolica, 2 ottobre 1955, in: https://w2.vatican.va/content/pius-
xii/it/speeches/1955/documents/hf_p-xii_spe_19551002_azione-cattolica.html [consultato il
7 settembre 2017].
112

Occorre ribadire spesso che la grazia santificante è la vita divina in


noi: chi ha la grazia santificante nella sua anima è vivo; chi l’acquista,
viene generato; chi la perde, muore; chi la riacquista, risuscita; chi la
comunica ad un altro, lo partorisce; ci la fa perdere ad altri, per esempio
con lo scandalo, uccide.196 Sono parole forti, è vero, ma sono le sole
giuste! La vita non ammette mezzi termini.
Occorre far si che i nostri giovani siano convinti sui seguenti punti:
a. con la grazia santificante nell’anima, ognuno è figlio di Dio.
Infatti, Gesù è venuto affinché ricevessimo «l’adozione di figli» (Gal
4,5). Con la grazia santificante viviamo della vita divina, vita «nascosta
con Cristo in Dio» (Col 3,3); siamo «guidati dallo Spirito di Dio» (Rm
8,14), che attesta questo e fa sì che ognuno di noi, rivolgendosi a Dio,
continuamente con grande gioia esclama nel suo cuore: «Abbà, Padre!»
(Rm 8,15-16);
b. con la grazia santificante nell’anima, ognuno è tempio dello
Spirito Santo come ci insegna San Paolo, quando ci domanda: «Non
sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?». E’
un tempio di Dio, così grandioso che San Paolo ci assicura che chiunque
«distrugge questo tempio», cioè distrugge in un’anima la grazia
santificante, «Dio distruggerà lui», e ribadisce ancora che sarà così,
«perché santo è il tempio di Dio, che siete voi» (1Cor 3,16-17). E dato
che l’anima nostra abita in un corpo, San Paolo dice ancora: «O non
sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che
avete da Dio, e che non appartenente a voi stessi? Infatti, siete stati
comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!»
(1Cor 6,19-20);

196
Cf. P. M. CORTI, Vivere in grazia, Editrice Selecta, Milano 1955, 97.
113

c. con la grazia santificante nell’anima ognuno è fratello o sorella


di Gesù, perché ha in sé quella vita che Lui ci ha portato e di cui Lui
stesso viveva come Figlio di Dio fattosi uomo. Perché, come dice
ancora San Paolo, «colui che santifica» che è Gesù, «e coloro che sono
santificati», cioè chi ha la grazia santificante, «provengono tutti da una
stessa origine» e quindi Gesù, il Signore dei Signori e i Verbo di Dio
stesso, «non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11);
d. con la grazia santificante nell’anima, ognuno è l’erede del Cielo.
Infatti, ha in sé la vita divina, è vivo come è vivo Dio, e perciò il suo
destino eterno è il Cielo. Se con la grazia santificante, si è figlio/a di
Dio si è «anche erede di Dio, coerede di Cristo» (Rm 8,14), erede «per
volontà di Dio» (Gal 4,7).
Gesù è venuto duemila anni fa perché noi «giustificati dalla sua
grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna» (Tit
3,7). Egli non desidera altro che poter pronunciare per noi, quando verrà
la seconda volta, nel Grande Giorno, il suo magnifico invito: «Venite
benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi
fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). Perché possa farlo, è
necessario che le nostre anime siano spendenti della grazi santificante.
Il nostro posto nel Cielo, lo prepara lo stesso Gesù e lo ha detto
chiaramente nell’Ultima Cena: «Io vado a prepararvi un posto: quando
sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con
me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv 14,3).
Insegniamo ai nostri giovani che, se c’è un simile trono per ognuno
di loro nel cielo, allora non vi è da esitare: bisogna che ognuno di loro
si comporti come un “principe ereditario”, come una “principessa
ereditaria”. Deve tenerci a questo, custodendo gelosamente la propria
“lampada ardente e piena di olio”, e far sì che essa splenda ogni giorno
di più. Deve diventare «figlio/a della luce» come Gesù vuole lui sia (Gv
114

12,36), e comportarsi di conseguenza in tutta la sua vita «in ogni bontà,


giustizia e verità», come ci esorta San Paolo (Ef 5,7-10).
Così realizzerà il Regno di Dio in tutta la sua vita e nell’ambiente
che lo circonda. La sua luce risplenderà davanti agli uomini, che così
diventeranno più buoni e renderanno gloria al Padre che è nei cieli (cf.
Mt 5,14-16).
Si deve fare tutto il possibile, con grande entusiasmo, affinché i
nostri giovani, fin dalla più tenera età, sentano la propria vocazione alla
santità. Il capitolo V della Lumen gentium, che tratta di questa
vocazione, dell’esercizio, della via e dei mezzi della santità, deve
costituire la base della nostra educazione dei buoni cristiani. Con parole
appropriate all’età dei giovani, esso può essere reso comprensibile a
tutti ed i più piccoli, sono i più sensibili e pronti a comprendere tale
messaggio, poiché sono innocenti. Ognuno di essi n’è un profeta. Che
rimanga tale e cresca in grazia tutta la sua vita, è lo scopo principale
della presenza sacerdotale in mezzo a loro.
Ma è anche lo scopo primario di ogni Capo adulto che, sentendosi
chiamato a ciò dal Signore, ha accettato, e ne rimane costantemente
consapevole, il meraviglioso compito di cooperare con lo stesso
Signore nel formare negli scout, ogni singolo ragazzo che gli sono
affidati, secondo il disegno di Dio, nella integralità della persona
umana, creata da Lui secondo la Sua immagine e somiglianza. A questa
integralità appartiene la realizzazione della

«prima e fondamentale vocazione che il Padre in Gesù Cristo per mezzo dello
Spirito Santo rivolge a ciascuno: la vocazione alla santità». 197

Pertanto, il discorso di Giovanni Paolo II all’udienza concessa agli


Scout d’Europa, il 3 agosto 1994, è una consegna forte e chiara che

197
GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, in AAS 81 (1989) 416.
115

impegna profondamente ogni Capo, prima di tutto per quanto riguarda


ciò che fa crescere i nostri giovani nella santità, promuovendo a tutti i
livelli uno «stile sacramentale della vita», cioè la vita centrata sui
Sacramenti della Chiesa di Cristo.
Infatti, diceva San Giovanni Paolo II:

«il condurre una vita basata sui Sacramenti, significa anzitutto da parte del
cristiano, desiderare che Dio agisca in lui per farlo giungere nello Spirito alla “piena
maturità di Cristo” (Ef 4,13). Dio, da parte sua, […] agisce in lui, con maggiore
certezza e forza, attraverso i Sacramenti. Essi danno alla sua vita uno stile
sacramentale».198

Pertanto, lo stile sacramentale della vita del cristiano, di cui parlava


il Papa, deve appartenere allo stesso stile scout, che mi può prescindere
da ciò che richiede l’educazione di buoni cristiani.
E’ necessario educare i nostri giovani ad essere convinti che Gesù
stesso ha istituito i Sacramenti, come mezzi principali della nostra
santificazione e «necessari alla salvezza» (CCC 1129); che attraverso
di essi, amministrati dalla Chiesa, ci venga «elargita ala vita divina» e
«le grazie proprie di ciascun sacramento» (CCC 1131).
A ben guardare, un’intensa vita sacramentale coinvolge tutta la
pedagogia scout. Essa, infatti, ha come scopo formare in ogni ragazzo
quella statura di persona umana che realizza in pieno l’immagine e la
somiglianza di Dio secondo il disegno del Creatore e secondo il
Vangelo di Gesù. Per essere santi, per osservare i comandamenti di Dio
e quelli della Chiesa, per essere buoni cristiani e anche per osservare la
Legge scout che, come concepita da Baden Powell, è piena di Dio e che
noi manteniamo intatta, i Sacramenti sono mezzi indispensabili.

198
ID. Dominicae cenae, in AAS 72 (1980) 124.
116

5.2 Educare ad una vita di battezzati consapevoli della loro


grandezza, coerente con essa in ogni circostanza

Vivere giorno per giorno in conformità con i Sacramenti del


Battesimo e della Cresima, è la massima lealtà che dobbiamo suscitare
in tutti i nostri ragazzi, non come una preoccupazione, ma come
manifestazione della vita nella grazia di Dio, radiosa di gioia, che
conquista l’ambiente che ci circonda.
Infondiamo nei nostri giovani la gioia di poter vivere nella
profondità della dimensione del Battesimo che hanno ricevuto.
Innanzitutto abituiamoli ad essere molto grati al Signore di essere
trovati, appena nati, circondati dal grande amore di una famiglia
cristiana, immersi nella fede in Gesù, fede della famiglia stessa e di tutta
la Chiesa cattolica. Devono essere consapevoli che è stata una grande
grazia l’essere nati così, circondati da un tale amore e da una tale fede,
nella quale sono stati battezzati. Certo, allora non potevano essi stessi
pronunciare la Professione di Fede o le Promesse Battesimali, ma
devono essere grati ai genitori, al padrino e alla madrina, che nella
comunione con la fede di tutta la Chiesa,199 l’hanno fatto per loro. Siano
grati ai loro genitori. Quale maggior dono potevano ricevere da essi se
non la fede in Gesù Cristo e, in questa fede, i Battesimo, con cui essi
hanno con premura assicurato, che i loro figli, quasi appena nati,
fossero, non solo liberati dal peccato originale, ma anche elevati alla
«straordinaria dignità»200 di «nuove creature» (2Cor 5,17).
Una convinta gratitudine a Dio, alla chiesa, che fin dai suoi albori
ammetteva al Battesimo i bambini (cf. CCC 1252), e ai genitori, per il
dono del Battesimo, sarà, per i nostri giovani, la migliore difesa dinanzi

199
Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Pastoralis actio. Istruzione sul
Battesimo dei bambini, 20 ottobre 1980, in AAS 72 (1980) 1144.
200
GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, in AAS 81 (1989) 518.
117

alle tentazioni «di abbandonare la fede e la pratica sacramentale,


nonostante l’educazione cristiana che i genitori si sono sforzati di
impartire loro».201 Molte battaglie dovranno sostenere la fede in Cristo
e la pratica sacramentale, ma, se convinti della loro incommensurabile
grandezza ricevuta nel Battesimo, insieme ad una intensa vita
sacramentale, ne saranno vittoriosi.
Occorre spesso, però, anche parlare del Battesimo e di tutto ciò che
esso comporta, specialmente con gli scout più grandi (Scolte e Rover)
ed anche con i Capi, attraverso i documenti del Magistero, come
l’Istruzione sul Battesimo dei bambini, 202 l’Esortazione apostolica
Christifideles laici203 e, naturalmente, ciò che sta sul Battesimo e sulla
Grazia santificante nel Catechismo della Chiesa Cattolica. 204 A tal
proposito, conviene rilevare che la Christifideles laici non ritiene

«esagerato dire che l’intera esistenza del fedele laico ha lo scopo di portarlo a
conoscere la radicale novità cristiana che deriva dal Battesimo, Sacramento della
fede, perché possa vivere gli impegni secondo la vocazione ricevuta da Dio». 205

E in questa prospettiva che nella stessa esortazione apostolica è


descritta la figura del laico, tenendo presente tre fondamentali aspetti, e
cioè che

«il Battesimo ci rigenera alla vita di figli di Dio, ci unisce a Gesù Cristo e al suo
Corpo che è la Chiesa […] ci unge nello Spirito Santo costituendoci templi
spirituali».206

L’ultima frase viene precisata ulteriormente dicendo che

201
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Pastoralis actio, in AAS 72 (1980)
1138.
202
Ivi, in AAS 72 (1980), 1137-1156.
203
Cf. GIOVANNI PAOLO II Christifideles laici, in AAS 81 (1989) 407-409.
204
Sul Battesimo CCC 1212-1284; sulla Grazia CCC 1996-2005.
205
GIOVANNI PAOLO II Christifideles laici, AAS 81 (1989) 407.
206
Ivi, in AAS 81 (1989) 408.
118

«lo Spirito Santo unge il battezzato, vi imprime il suo indelebile sigillo (cf. 2Cor
1,21-22) e lo costituisce tempio spirituale, ossia lo riempie della santa presenza di
Dio grazie all’unione e alla conformazione a Gesù Cristo». 207

Dovremmo essere ceri che i nostri Rover e Scolte già prima di


prendere “la partenza”, non solo si siano convinti della loro grandezza
proveniente dal Battesimo, ma anche di poter, in virtù di esso,
adempiere nel mondo, nel quale si accingono a camminare con le
proprie gambe, la propria vocazione alla santità e la propria missione
evangelizzatrice, entrambe radicate nel Battesimo.
Le forze non mancheranno. Infatti, il Catechismo della Chiesa
Cattolica ci assicura che

«la Santissima trinità dona al battezzato la grazia santificante, la grazia della


giustificazione che:
- lo rende capace di credere in Dio, di sperare in lui e di amarlo per mezzo delle
virtù teologali [fede, speranza, carità];
- gli dà capacità di vivere e agire sotto l’azione dello Spirito Santo per mezzo dei
doni dello Spirito Santo [la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza,
la pietà, il timore di Dio];
- gli permette di crescere nel bene per mezzo di virtù morali [prudenza, giustizia,
fortezza, temperanza]». (CCC 1266)208

Riassumendo: vivere giorno per giorno in conformità con il


Battesimo significa custodire e far crescere in noi la grazia santificante
ricevuta nel Battesimo. Ciò si ottiene evitando il male e facendo il bene,
evitando il peccato e ciò che esso induce, e, donandosi agli altri secondo
il comandamento di Gesù «amatevi gli uni gli altri come io ho amato
voi» (Gv 15,12), ottenendo per questo il necessario aiuto di Dio,
attraverso una intensa vita sacramentale e una continua preghiera.

207
Ivi, in AAS 81 (1989) 409.
208
Per quanto riguarda le virtù ed i doni dello Spirito Santo, cf. CCC 1083-1645.
119

5.3 Educare i giovani come coraggiosi testimoni di Cristo in


virtù del sacramento della Cresima

Anche di questo sacramento dobbiamo parlare spesso perché la


comprensione di esso «è necessaria per il rafforzamento della grazia
battesimale» (CCC 1285). Infatti, come afferma il Concilio Vaticano II,
con esso i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa,
sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo, e in questo
modo sono più strettamente obbligati a diffondere, con la parola e con
l’opera, la fede come veri testimoni di Cristo» (LG 11).
E’ bene che i Capi, fin dalle prime unità, parlino della Cresima in
modo da suscitare, per chi non l’ha ricevuta, il desiderio di essa, e con
premura aiutino le Guide e gli Scout a prepararsi bene per ricevere
questo Sacramento con l’entusiasmo di chi davvero vuole essere forte,
perché segnato con sigillo indelebile dallo Spirito Santo, nell’effondere
intorno a sé «il profumo di Cristo» (2Cor 2,15) (cf. CCC 1294), ed
assolvere il compito di testimoniare Cristo risorto.
Evidentemente l’Assistente spirituale darà in ciò tutto l’aiuto ai
Capi. Non deve mai capitare che si scopra solo dopo anni di vita scout,
che uno dei nostri giovani non abbia ancora ricevuto la Cresima e, con
l’Assistente, risolvano con amore e prudenza i casi difficili. E’ vero che
la Cresima non è di assoluta necessità per la salvezza, ma, come già
detto, è necessaria per il «rafforzamento della grazia battesimale» e
costituisce insieme al Battesimo e l’Eucarestia un’unità e pertanto «ne
deriva che i fedeli sono obbligati a ricevere tempestivamente questo
sacramento; senza la Confermazione e l’Eucarestia, infatti il
sacramento del Battesimo è certamente valido ed efficace, ma
l’iniziazione cristiana rimane incompiuta» (CCC 1306).
Occorre far comprendere ai nostri giovani che con la Cresima sono
segnati con “marchio indelebile” che «è il segno che Cristo ha
120

impresso» su di loro «il sigillo del suo Spirito» rivestendoli «di potenza
dall’alto» perché siano suoi testimoni (CCC 1304) e che ogni
«cresimato riceve il potere di professare pubblicamente la fede
cristiana, quasi per un incarico ufficiale» (CCC 1305). Si tratta di un
“incarico” di testimoni di Gesù, che è facilmente compreso da ognuno
dei nostri giovani, e che nella vita giorno per giorno significa non solo
l’osservanza a testa alta dei Comandamenti di Dio e della Chiesa, ma
anche una coraggiosa vita secondo la Promessa e la Legge scout.
Per essere Cavalieri di Cristo nel mondo di oggi, a pensare solo alla
«cultura della morte» contro la quale «urge una generale mobilitazione
… per costruire una nuova cultura della vita»209, ci vuole la Cresima il
cui effetto principale «è la piena effusione dello Spirito Santo, come già
fu concessa agli Apostoli il giorno di Pentecoste» (CCC 1302).
In questa prospettiva vengano formati tutti i nostri giovani, ma
soprattutto le Scolte e i Rover, che si preparano a realizzare la loro
vocazione nel mondo.
Per quanto riguarda i Capi e le Capo che educano tali testimoni di
Cristo, si affidino con profonda umiltà al dono dello Spirito Santo e
adempiano il loro servizio come adempimento di una speciale
vocazione alla quale lo stesso Spirito li ha chiamati. Prima di ogni scelta
o decisione invochino lo Spirito Santo perché essa sia conforme al
volere del Signore. Si ricordino che essi, come tutte le Associazioni
Scout cattoliche, possono essere chiamati collaboratori di Dio.210

209
GIOVANNI PAOLO II, Evangelium vitae. Lettera Enciclica, 25 marzo 1995, in AAS 87
(1995) 509.
210
Cf. ID. Christifideles laici, in AAS 81 (1989) 512-517.
121

5.4 La dimensione eucaristica dell’educazione scout

Le parole riguardanti l’Eucarestia consegnate da Giovanni Paolo II


agli Scout d’Europa il 3 agosto 1994 sono le seguenti:

«Nell’Eucarestia, la comunità radunata dal Signore suo capo, riceve il


nutrimento per compiere con coerenza il proprio cammino. Riconoscete lo
straordinario dono di cristo, che viene ad abitare in tutto il vostro essere, facendo del
vostro corpo e del vostro cuore un tempio a Lui gradito (cf. 1Cor 3,16)».211

Iniziamo con un rimprovero. Quello che Gesù ha fatto agli


Apostoli, quando li esortava di guardarsi dal «lievito dei farisei e dei
sadducei», ma essi credevano che accennava al fatto che per quella
volta «avevano dimenticato di prendere il pane». «Uomini di poca
fede», li rimproverava Gesù, «non ricordate i cinque pani per i
cinquemila … e neppure i sette pani per i quattromila …» (Mt 16,5-12).
E andiamo a cercare i testi delle due moltiplicazioni dei pani (A. Mt
14,13-20; Mc 6,31-44; Lc 9,10-17; Gv 6,1-15. B. Mt 15,32-38; Mc 8,1-
10), che «prefigurano la sovrabbondanza di questo unico pane che è la
sua (di Gesù) Eucarestia» (CCC 1151). Passiamo in seguito al discorso
di Gesù a Cafarnao (Gv 6), di cui i giovani capiscono più che potessero
farlo gli Apostoli allora, che, tuttavia non se ne sono andati, ma con ca
capo Pietro hanno fatto il più profondo atto di fede nell’Eucarestia. In
seguito studiamo i testi sinottici (Mt 26,26-27; Mc 14,22-24; Lc 22,19-
20) sulla prima Santa messa del giovedì santo, per non usare termini
difficili come l’istituzione dell’eucarestia, aggiungendo il testo di San
Paolo (1Cor 11,24-25). In seguito i giovani stessi devono trovare le
parole consacratorie del Sacerdote alla Santa Messa, componendo un
quadro di questi testi. Segue lo studio delle parti della Santa Messa, i
cicli dell’Anno Liturgico, con relativi cartelloni composti dai ragazzi,

211
ID. Discorso alle Guide e agli Scouts d’Europa, mercoledì 3 agosto 1994, in
Insegnamenti, XVII/2, 105.
122

l’esercizio di come si preparano le vesti per il sacerdote, l’altare in tutti


i dettagli e le letture per ogni giorno servendoci del Messale quotidiano,
i doni per l’offertorio, le preghiere dei fedeli. Così passa l’anno. Ma
dopo di esso, provate a dire ai giovani che la Santa Messa non è la loro
Messa. Saranno sconvolti. Infatti, forse senza rendersene conto, sono
oramai convinti che la celebrazione liturgica è un’azione sacra, non
soltanto del clero, ma di tutta l’assemblea.212 Il sacerdote tra tali giovani
si sentirà a suo agio, desiderato, stimato come agente in persona Christi
nella celebrazione eucaristica.
Infatti, così si crea una comunità, e ciò intorno all’altare del
Signore, che vive, nello stile scout integrato con tutta la naturalezza con
lo stile sacramentale della vita. Sia questo stile educativo comune a tutte
le associazioni scout cattoliche.
Il Signore conceda che tutti i Capi siano non solo convinti
promotori della centralità dell’Eucarestia nel metodo scout, ma
realizzino in sé stessi quanto auspica il Catechismo della Chiesa
Cattolica, servendosi della seguente frase di Sant’Ireneo di Lione:

«il nostro modo di pensare è conforme all’Eucarestia, e l’Eucarestia, a sua volta,


si accorda con il nostro modo di pensare» (CCC 1327).

E’ importante che i nostri ragazzi si abituino ad andare alla Santa


Messa con grande umiltà, ma anche con tutta la dignità di figli di Dio.
Nel programmare i campi estivi, o altre uscite, i Capi siano attenti
a questo punto. E’ indispensabile promuovere a tutti i livelli, iniziando
di più piccoli, la conoscenza della liturgia eucaristica, e, con il metodo
scout, coinvolgerli nella preparazione e nella celebrazione di ogni Santa
Messa.

212
Cf. ID. Christifideles laici, in AAS 81 (1989) 429-433.
123

Con lo stesso entusiasmo i nostri giovani partecipino, per quanto


possibile, attivamente alle Sante Messe domenicali parrocchiali. Anzi,
i Capi, dando il buon esempio, devono saper trovare ogni possibile via,
perché i ragazzi si sentono inseriti nella vita ecclesiale.
E’ auspicabile che l’animazione di qualche Santa Messa
domenicale, magari a turno con gli altri gruppi parrocchiali, sia affidata
alle unità scout. Se ciò avviene, la Santa Messa va preparata con ogni
cura, seguendo scrupolosamente le direttive del parroco.

5.4.1 Qualche punto pratico

Merita profonda riflessione la domanda se le nostre Associazioni


scout si distinguono nell’animazione e l’approfondimento del culto
eucaristico. Ritengo che la risposta a questo interrogativo non sia
positiva. Bisogna riconoscere la mancanza di attenzione da parte dei
Capi su questo ambito. Pertanto, occorre ritrovare la strada giusta da
seguire.
Relativamente alle processioni eucaristiche a livello parrocchiale o
diocesano, dobbiamo sentire un vero obbligo di prendere parte. E’
importante che gli scout partecipino ben preparate: si recano non per
farsi vedere, ma per manifestare pubblicamente la propria fede in Gesù
Cristo.
Si portino i giovani alle visite al Santissimo. Sono queste che
avvicinano i ragazzi a Gesù. Per i Rover e le Scolte sarebbe opportuno
organizzare adorazioni prolungate del Santissimo.
124

5.5 Educare alla pratica della misericordia

La parabola del Figlio Prodigo (cf. Lc 15,11-32) è al centro


dell’enciclica di San Giovanni Paolo II Dives in misericordia 213 e
dell’esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia,214
con stupende spiegazioni di essa, che sono di indispensabile conoscenza
(anzi i due interi documenti) da parte di tutti i nostri Capi. Esse
presenterebbero anche un ottimo programma per i Clan ed i Fuochi che
volessero approfondire quanto il Papa polacco ci ha consegnato.
Innanzitutto è necessario che i nostri giovani vedano la
Confessione, come l’abbraccio del Padre al suo figlio prodigo.
Certamente, gli Assistenti e i Capi scout faranno del loro meglio
affinché tutti i nostri giovani sappiano che per ricevere questo
Sacramento da parte loro ci vuole l’esame di coscienza, l’accusa dei
peccati, l’atto di contrizione, ma questo sarà facilmente compreso, se
visto come un cammino verso l’abbraccio del Padre, che avverrà con
l’assoluzione del sacerdote.
E in questo abbraccio dobbiamo continuare a riflettere grazie alle
parole del pontefice:

«l’autentica conoscenza del Dio della misericordia, dell’amore benigno è una


costante ed inesauribile fonte di conversione, non soltanto come momentaneo atto
interiore, ma anche come stabile disposizione, come stato d’animo. Coloro che in
tal modo arrivano a conoscere Dio, che in tal modo vedono, non possono vivere
altrimenti che convertendosi continuamente a lui. Vivono, dunque in statu
conversionis; ed è questo stato che traccia la più profonda componente del
pellegrinaggio di ogni uomo sulla terra in statu viatoris».215

A questa stabile disposizione, come stato d’animo dobbiamo


portare tutti i nostri giovani, verso la purezza del cuore.

213
Cf. ID. Dives in misericordia. Lettera Enciclica, 30 novembre 1998, in AAS 72 (1980)
1177-1232.
214
Cf. ID., Reconciliatio et paenitentia. Esortazione apostolica, 2 dicembre 1984, in AAS
77 (1985) 196.
215
ID. Dives in misericordia, in AAS 72 (1980) 1220-1221.
125

Il divenire puri deve essere spiegato verso ogni scout come


un’opportunità per edificare il Regno di Dio. Infatti, come richiede il
decimo articolo della Legge scout

«ogni Guida e ogni Scout sappia che la purezza agisce da sé, attira su di noi e su
tutto l’ambiente che ci circonda le grazie di Dio, la sua luce, la sua forza, la bontà,
l’amore, la cortesia […] in una parola: Gesù». 216

Il discorso sulla Riconciliazione è strettamente collegato con


l’Eucarestia, alla quale siamo esortati dal Magistero, non solo di
riceverla frequentemente ma anche tutti i giorni, e dinanzi la quale è
sempre valido quanto scrive San Paolo: «ciascuno esamini se stesso, e
poi mangi di questo pane e beva di questo calice» (1Cor 11,28).
In questa luce ci si potrebbe aspettare che chi si accosta
frequentemente all’Eucarestia, si accosta anche alla Confessione.
Invece, come sappiamo dall’esperienza, ciò, anche tra i giovani, crea
alcune perplessità.
I nostri ragazzi, succubi di un ambiente opaco e triste, hanno
difficoltà ad accostarsi al Sacramento della Penitenza con quella
naturalezza e frequenza. Dovremo parlare molto sulla bellezza di questo
Sacramento e dei suoi frutti seguendo le tracce del Catechismo della
Chiesa Cattolica, ma quello che convincerà di più saranno l’entusiasmo
dei capi, i loro esempio, l’immensa bontà del Confessore.

5.5.1 Qualche punto pratico


Come primo passo di educazione alla frequente Confessione,
sarebbe opportuno promuovere la pratica di un breve esame di
coscienza serale giornaliero, seguito da una preghiera che suggerisce lo
Spirito Santo e il proposito di essere l’indomani più buoni. Assai adatto

216
I. ZUZEK, Lo stile sacramentale della nostra vita, in Quaderni di Azimuth 8 (1997)
77.
126

per promuovere questo è il campo estivo, con lo scopo di portare i


giovani a continuare tale pratica ogni giorno anche a casa loro.
Importante è che tale esame sia davvero breve, piuttosto positivo,
ed inquadrato nella preghiera della sera alla quale dobbiamo educare
tutti i giovani. I Capi con gli Assistenti spirituali possono anche
suggerire brevi schemi di tale esame, impostati forse sulla Promessa o
la Legge, E’ però difficile che i giovani seguano tali schemi.
Occorre entusiasmare i giovani ad accostarsi frequentemente al
Sacramento della Riconciliazione come ad uno dei principali mezzi per
«edificare il Regno di Dio in tutta la loro vita» o, in altre parole, per
condurre una vita santa, come lo richiede la nostra vocazione ricevuta
nel Battesimo. Infatti dice, il Papa polacco, «la confessione
periodicamente rinnovata, ha accompagnato sempre nella Chiesa
l’ascesa alla santità».217
Come specificare la frequenza in merito? Non si possono dare
parametri che valgano per tutti. Proporrei che in tutte le Associazioni
scout cattoliche ci si orienti ad esortare i giovani ad accostarsi al
Sacramento della Penitenza almeno una volta al mese con
raccomandazione di farlo con maggiore frequenza anche ogni
settimana, purché sia fatto con gioia e libertà di figli di Dio. Di grande
aiuto in ciò è un Capo, che accortasi del bisogno di ogni singolo
ragazzo, ne parla con l’Assistente.
Pertanto, si sensibilizzano tutti i Capi alla esigenza di dare ai
giovani sufficiente spazio per poter accostarsi alla Confessione ogni
qualvolta si organizza una Santa Messa. 218

217
GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione ai Penitenzieri delle quattro Basiliche di Roma, 30
gennaio 1981; in AAS 73 (1981) 204.
218
A. DE VENERE, Educare alla pratica della Confessione, in Quaderni di Azimuth, 1
(1981) 28.
127

5.6 Parrocchia e Scoutismo


Da parte della parrocchia è necessario accettare lo scoutismo per
quello che è: cioè scuola di formazione di uomini: perciò strumento
pedagogico, con un ben chiaro metodo ed un preciso volto.
In tal modo Scout, Rover, Scolte, non saranno “elemento
decorativo”, ma collaboratori intelligenti allo svolgersi delle varie
forme di culto o di carità. Da parte dell’intero gruppo Scout deve essere
rispettato il senso di convivenza: si tratta di aprire un dialogo aperto e
cordiale con le altre associazioni parrocchiali, di comprendere che certe
assenze, in certi giorni, può apparire come gesto di frattura.
Oggi la Chiesa è posta in stato di missione. E la missione implica
presenza, dialogo, comprensione e amore.
Lo scoutismo può divenire, per la sua specifica caratteristica di
movimento educativo, il fulcro per la presentazione e la soluzione dei
problemi inerenti la formazione giovanile, deve tenere desti argomenti
oggi fra i più urgenti: famiglia e scuola, famiglia e tempo libero, i
giovani e la famiglia.
Lo scoutismo può essere il movimento più adatto, per la sua
fisionomia e i suoi modi di azione, per un contatto con i “lontani”:
quante volte attraverso i figli lo scoutismo ha riaperto il dialogo con
famiglie assenti, per motivi vari, dal mondo religioso. Resta il principio
che allo scoutismo spetta il compito di evangelizzare nel “mondo” dei
ragazzi, di quelli che vengono al Riparto, per diventare Scout, cioè per
realizzare un’avventura che riempie la loro fantasia.219 Nella parrocchia
lo scotismo diviene così una forza di conquista, di quella imponente
massa di adolescenti che sfugge alla Chiesa. Ragazzi della strada, dei

219
Cf. V. CAGNONI, Baden. Vita e pensiero di mons. Andrea Ghetti, 485.
128

campetti, dei cinematografi, destinati, spesso, alla più dolorosa


esperienza di male. Quelli che nessuno chiama e pochi e amano.
Lo scoutismo, come associazione, può essere utile alla parrocchia
come “gruppo”, prima di tutto sensibilizzando il problema educativo.
Se il gruppo è veramente funzionante ed è capace di organizzare
riunioni con i genitori dei ragazzi, gradualmente si riuscirebbe a creare
coscienze sensibili a certi problemi. Prendere i genitori più validi e
convergerli su dei temi e farli poi portatori di questi valori in seno alle
altre famiglie. Cioè usare come strumento il metodo scout, per
“scoutizzare” le famiglie.220
Allora il gruppo può diventare l’ente promotore o sostenitore di
tutte le iniziative educative parrocchiali. Vuol dire la “Settimana della
Famiglia”, vuol dire “dibattiti cinematografici sulla famiglia o
sull’educazione” e altro ancora.
Impegnati nell’aspetto di educazione all’espressione, i Rover
possono collaborare alla liturgia parrocchiale, come voce guida, come
lettori in alcune occasioni, con delle paraliturgie in alcune feste.
Pensiamo a un gruppo che organizza una veglia di Natale. Veramente
possono dare il senso del cammino della scoperta di aver incontrato
Cristo nella loro vita.
L’Unità scout può essere la forza presente al servizio delle grandi
idee della Chiesa. Ecco la “Giornata della Fame”, non per raccogliere
denaro, ma per organizzare una mostra; la “Giornata Missionaria”, per
creare un’attenzione attraverso un “Grande Gioco” a cui partecipano
tutti i bambini della parrocchia e che coinvolge il rione per scoprire
questo “missionario africano”, che può essere uno “travestito”, in modo
che vi sia una fase preparatoria della Giornata Missionaria Mondiale di

220
Cf. ivi, 486.
129

ottobre. Non sarà più la banalità di mettere il denaro nella busta e darla
al missionario, ma diventerà un atteggiamento di attenzione
preparando, svolgendo e riassumendo il gioco.
Quando le parrocchie, siano esse tradizionali o illuminate, pongono
più attenzione al “devozionismo” sentimentale, allo zelo politico-
religioso, al conformismo che è rassegnazione ai progressi intelligenti
e controllati, e quindi sono “pietre di inciampo” per la conversione di
questo mondo, allora lo scoutismo che vive in queste comunità, ha come
compito quello di rompere questa “crosta” di ipocrisie e di lievitare
decisamente perché l’essere cristiani diventi sempre più occasione di
resurrezione efficace, di servizio, di testimonianza e di messaggio per
l’oppresso, lo sfruttato, il perseguitato, l’ignorante, l’affamato,
l’analfabeta.221 Spesso comporta una lotta contro chi rimane attaccato al
suo piccolo nido sicuro e può anche accadere di essere scacciati come
eretici. E’ il rischio che possiamo e dobbiamo correre.
Una cosa è certa: se non ci sono più tanti giovani desiderosi di
mettersi in gioco è perché manca un autentico spirito di testimonianza
e proprio per questo non possiamo aspettarci che siano i laici a mutare
il volto della Chiesa. Solo se cambieranno i preti, se cambierà il modo
di pensare la Chiesa chiusa in sé stessa, solo allora le persone
diventeranno realmente il popolo di Dio.222

5.7 Gli Scout e il Sinodo dei Giovani


Se il rapporto tra la Chiesa e i giovani di oggi fosse una canzone,
potrebbe essere un brano recente di Jovanotti: Pieno di vita. Un pezzo
intenso che parla di contraddizioni e gioie.

221
Cf. ivi, 487.
222
G. MATINO, Il governo della Chiesa locale, Edizione Dehoniane, Bologna 2016,
210.
130

In questo tempo di grazia, Papa Francesco ha donato al mondo un


Sinodo sui giovani dal tema Giovani, fede e discernimento vocazionale
che si svolgerà nel 2018, perché ha notato che la Chiesa sente l’esigenza
di interrogarsi sul suo rapporto con giovani.
Come ha evidenziato il segretario nazionale del Movimento
studenti di Azione Cattolica (MSAC) Gioele Anni, ci troviamo in una
fase di “rivoluzione gentile”, che, in contrasto con un mondo scosso da
fatti traumatici, passa invece da gesti semplici e parole buone. Infatti, il
Giubileo della Misericordia è stato un segno evidente di questo
processo: in ogni angolo della terra le opere del Giubileo hanno toccato
le storie di tanti giovani, mostrando che sempre più la trasmissione della
fede passa per esperienze di vera e profonda umanità.223
La Chiesa è ancora capace a far risuonare una gioia a volte un po'
nascosta nella vita delle nostre comunità. Una Chiesa che benedice, che
vive e mette al primo posto le esperienze di misericordia e di gioia, è
una Chiesa che dialoga con i giovani.
Così, in questo contesto, sembra possibile superare ogni
pregiudizio verso la Chiesa (scandali o casi di mala gestione dei beni)
che ultimamente tiene molti giovani lontani dagli ambienti ecclesiali.
A queste generazioni occorre far sentire che la Chiesa le ama. Non
si sbaglia mai ad amare le persone e non si perde mai tempo quando si
impegna a farlo capire. La prima condizione perché una parola di verità
sia accolta è che sia anche parola d’amore. L’amore è il segno della
presenza di Dio.224
Tra i giovani si può evangelizzare aiutandoli nella loro sete di
ricerca. Non si evangelizza dall’esterno, ma “incarnandosi” nelle loro

223
G. ANNI, Una “rivoluzione” gentile, in Note di Pastorale Giovanile, 2 (2017) 17.
224
Cf. P. INCORONATO, Giovani, Chiesa e Relazioni [pro manuscripto ad uso per gli
studenti], 63.
131

situazioni. La Chiesa li deve incontrare nelle loro esperienze


fondamentali di vita, combattere con loro nelle situazioni di ingiustizia,
trasmettere il messaggio di fiducia di Dio nel mondo.225
Anche nell’ambito della formazione scout è necessario innescare
un processo di evangelizzazione che parta dai capi clan, si estenda ai
Rover e, attraverso di loro, raggiunga ogni ambito frequentato:
familiare, scolastico, di lavoro ma soprattutto i gruppi stessi.
Scriveva San Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica
Catechesi Tradendae:

«Ogni educatore dovrebbe poter applicare a sé stesso la misteriosa parola di


Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”. E’ questo che fa
San Paolo trattando una questione di primaria importanza: “Io ho ricevuto dal
Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Quale frequentazione assidua della
Parola di Dio trasmessa dal magistero della Chiesa, quale profondità familiare col
Cristo e col Padre, quale spirito di preghiera, quale distacco da sé deve avere un
catechista per poter dire: “La mia dottrina non è mia”!». 226

Insomma, siamo di fronte a quella che potremmo definire una vera


e propria “arrampicata spirituale” che impone dei passaggi che sono
obbligati. Principalmente sono due: la frequentazione assidua della
Parola di Dio e la preghiera del cuore.227
Soffermiamoci sulla preghiera del cuore, poiché viverla è di per sé
stesso una “arrampicata spirituale”. Imparare a vivere giornalmente la
preghiera del cuore saprà darci l’equipaggiamento necessario e
l’attrezzatura utile per riuscire, attraverso il nostro esempio di vita, ad
essere veri catechisti ed evangelizzatori credibili in tutti gli ambiti in
cui siamo chiamati a svolgere un compito o una attività di
evangelizzazione.228 Infatti, è necessario vivere in una condizione di:

225
Cf. ivi.
226
GIOVANNI PAOLO II, Catechesi tradendae, in AAS 71 (1979) 1281.
227
Cf. L. INGRASSIA, L’arrampicata spirituale, in Azimuth, 2 (2017) 27.
228
Cf. P. LA TERRA, Dentro-fuori: evangelizzare a partire da ciò che si è e che si vive,
in Azimuth, 2 (2017) 6.
132

a. umiltà: leggiamo nel Vangelo di Luca (Lc 18,10-14) la parabola


di due persone che decidono di salire al tempio a Gerusalemme;
immaginiamo come due scalatori che vogliono apprestarsi a fare la
nostra arrampicata. L’uno ero fariseo e l’altro un pubblicano: due
persone che si recavano a un incontro con Dio. All’incontro con Dio si
giunge attraverso un cammino in salita, la preghiera stessa è questo
cammino.
Noi preghiamo come viviamo e viviamo come preghiamo. Chi
inizia il cammino pensando di essere perfetto, come il fariseo, procede
all’incontro con Dio nel modo in cui vive: pregando senza il cuore e
senza gesti autentici di umiltà e di apertura ai fratelli, in definitiva senza
amore; per tale motivo costui non potrà raggiungere la vera totale
comunione con il Padre. Il pubblicano invece, pur essendo un peccatore,
ha la consapevolezza dei propri limiti, e questo gli permetterà di
giungere alla piena comunione con il Padre misericordioso.229
b. affidamento a Dio Padre: significa far riferimento ai suoi
insegnamenti, ciò può avvenire solo attraverso l’ascolto e la
frequentazione dei sacri testi.
Affinché ogni nostra attività abbia da Cristo il suo inizio ed in
Cristo il suo compimento, moltiplichiamo le occasioni di ascolto della
Parola di Dio in ogni modo e luogo.
In tutto possiamo e dobbiamo imparare ad avvertire la presenza di
Dio dal momento in cui ci alziamo per aver ottenuto un nuovo giorno,
fino a quando ringraziamo ciò che abbiamo ricevuto, così come ad ogni
pasto per il cibo quotidiano (cf. Ef 5,20).230
c. uscire da noi stessi per interessarci dell’altro: la buona volontà
di amare l’altro avviene attraverso passaggi complicati e ardui che,

229
Cf. L. INGRASSIA, L’arrampicata spirituale, 28.
230
Cf. ivi 28-29.
133

come quelli di montagna, possono essere misurati in differenti livelli di


difficoltà.231
Alcuni “passaggi complessi” sono dettati dalla convivenza con per
esempio la vita in comunità. Si potrebbe verificare quanto siamo
disposti a perdonare l’altro, oppure se il nostro amore è veramente
disinteressato, oppure se amiamo veramente tutti indistintamente o solo
quelli simili a noi. La nostra buona volontà dovrà anche essere capace
di trasformarsi in un servizio fatto davvero di cuore. Il livello di
difficoltà quindi nell’arrampicata spirituale sarà collegato ai rischi-
sacrifici e rinunce che sembrano attentare ai nostri spazi vitali. I nostri
“gesti d’amore” saranno più o meno difficili da effettuare perché ancora
non abbiamo un buon allenamento spirituale alle spalle, poca
conoscenza della Parola di Dio e poca preghiera del cuore.232
Se il nostro equipaggiamento è buono riusciremo a vivere e a
mettere in pratica la Parola di Dio. Infatti, come dice l’evangelista
Giovanni «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo
amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv
14,23).
Questa arrampicata ci farà giungere alla vetta, ossia a un sincero e
profondo incontro con Dio e con l’altro, facendo della nostra stessa vita
una preghiera a Lui gradita, diventando strumenti nelle Sue mani capaci
di evangelizzare e di testimoniare con la propria vita l’amore che Gesù
ha per ciascuno di noi.233
Per cui, avendo questi strumenti a disposizione è importante che
ogni educatore-capo scout accolga il mondo giovanile nella sua varietà.

231
Cf. SINODO DEI VESCOVI, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
Documento preparatorio e questionario, Editrice Elledici, Torino 2017, 55.
232
Cf. L. INGRASSIA, L’arrampicata spirituale, 29.
233
Cf. SINODO DEI VESCOVI, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
Documento preparatorio e questionario, 64.
134

Accogliere significa dare spazio, ascoltare, tentare di comprendere il


come e il perché di certi atteggiamenti e di certi bisogni. Nell’educare i
giovani resta importante privilegiare un accompagnamento discreto, del
“gomito a gomito”, dove ci si trova gli uni accanto agli altri,
condividendo le stesse esperienze.
I giovani hanno un bisogno profondo di essere aiutati a credere che
la logica della gratuità, dell’amore e del servizio, dell’attenzione
all’altro sia davvero la linea portante della proposta cristiana. 234
Per potare ogni ragazzo all’incontro con Dio occorre sperimentarlo,
incontrarlo, avvertirne la presenza nella propria vita. Dio non si insegna,
lo si rende presente aiutando la persona a entrare in relazione con lui
che solo trasfigura tempo, storia, relazioni con gli altri e con noi stessi,
e infine la verità che ricerchiamo e che ci inquieta.235
Comprendere il ruolo di adulti e giovani nel percorso di
discernimento, evangelizzazione e fede è comprendere come far
crescere la Chiesa di Dio in termini di carità e servizio.
Cosa emergerà dal Sinodo sui giovani? Che la riflessione sia una
rivoluzione che svegli ogni angolo de mondo e chiami tutti a
confrontarsi, a dialogare su un tema troppo spesso ignorato e
banalizzato, un risvegliarsi anche dei giovani perché si riconoscano
protagonisti indiscussi della storia futura.

234
Cf. P. INCORONATO, Giovani, Chiesa e Relazioni, 64.
235
Cf. ivi, 65.
135

CONCLUSIONE

Dopo aver percorso la storia del movimento scoutistico, le idee del


suo fondatore Baden-Powell, ci sentiamo più vicini a questo “metodo
educativo”, ai suoi principi e alle sue finalità.
Intendo evidenziare la validità e l’attualità di questa originale
proposta educativa. Lo scoutismo, troppe volte è da troppo tempo
ignorato, sottovalutato o male interpretato, ha oggi bisogno delle dovute
attenzioni, in quanto esso rappresenta un valido contributo affinché la
nostra attuale società, sommersa da formidabili ed angoscianti
problemi, tra i quali certamente spicca quello della condizione (e
dunque della formazione) giovanile, esca dalla triste situazione in cui si
trova.
Ecco perché risulta fondamentale il ruolo educativo dei capi scout.
Essi sono educatori alla fede, partecipando attivamente della missione
della Chiesa, impegnata a custodire e trasmettere il messaggio di Cristo.
Lo scoutismo è un terreno che accoglie questo messaggio dandogli la
possibilità di crescere, è un veicolo efficace per comunicare la proposta
cristiana.
Le catechesi nelle associazioni ha una sua specificità rispetto a
quella nella famiglia, nella scuola, nella parrocchia, perciò i capi-
educatori devono cercare la giusta complementarietà fra la proposta di
fede offerta della Chiesa locale e quella attuata nel gruppo scout. Sulla
base degli orientamenti descritti, potranno rendersi conto di quando e
come la catechesi parrocchiale ha bisogno di venire integrata nel
percorso educativo di ogni singolo ragazzo dell’unità, senza
dimenticare le diverse esigenze di fanciulli, ragazzi e giovani che, col
crescere dell’età, sono spesso privi di un annuncio cristiano costante ed
efficace.
136

Possediamo un metodo ricco di eccezionali mezzi per dare


all’adolescente delle mete di bene e degli strumenti efficaci per
raggiungerle: per destare nei giovani l’ansia a cose valide e grandi. Oggi
occorre primariamente educare: cioè formare l’uomo nei suoi aspetti
molteplici: l’intelletto, volontà spirito e corpo. E’ forse questo il
compito più arduo e meno allettante: poiché tutto è ovattato da un clima
di faciloneria, c’è chi vuole il successo senza fatica, la carriera, il
benessere, la libertà da ogni limite, senza responsabilità. Non
lasciamoci distrarre: non lasciamoci prendere dal complesso degli altri
o dalla fretta di risultati a breve scadenza. Noi dobbiamo porci al
servizio della gioventù attraverso lo scoutismo. Mettiamo ovunque, in
circolazione idee e forze, perché solo così prepareremo uomini capaci
di un domani migliore.
Pertanto, nasce spontaneo rivolgere un appello ed un richiamo a
tutti i protagonisti dello scoutismo, a partire naturalmente da coloro che
vi esercitano in prima persona le funzioni educative, affinché prendano
coscienza fino in fondo delle potenzialità che sono loro affidate,
rinunciando alla tradizionale forma riduttiva in cui spesso utilizzano il
metodo, per dargli invece un respiro ben più ampio nel quale e per il
quale lo sforzo per realizzare un autentico rinnovamento della società
nel suo complesso trovi una consapevole collocazione.
Vorrei concludere queste pagine lasciandomi aiutare dal Piccolo
Principe. Quando si parla con i ragazzi di un nuovo amico, i “grandi”
non domandano mai “qual è il suono della sua voce, i giochi che
predilige e se colleziona farfalle”. Vi domandano invece “qual è la sua
età, la sua famiglia e quanto guadagnano”. D’altronde, in un passo
precedente, il piccolo protagonista aveva già precisato che “i bambini
devono essere molto indulgenti con le persone grandi”.
137

Ecco l’obiettivo che ho cercato di focalizzare con queste pagine:


aiutare gli educatori scout, del presente e del futuro, a superare il rischio
di diventare come le persone grandi che non si interessano altro che dei
numeri. E i numeri sono i progetti a tavolino, le idee precostituite sui
ragazzi e la presunzione di essere gli esperti che non hanno bisogno di
confrontarsi con gli altri.
L’idea portante che sta alla base di tutto l’elaborato è la stessa che
il Piccolo Principe cerca di insegnare al povero aviatore mentre si sta
dando da fare per rimettere in volo il suo aereo: siamo al quinto giorno
del loro incontro, quando il Piccolo Principe rompe il silenzio per
chiedergli di aiutarlo a risolvere un problema che stava meditando da
tempo, vedendo l’atteggiamento superficiale dell’aviatore, perché era
troppo interessato a riparare il suo aereo, si irrita. L’aviatore, infatti, si
era dimostrato come l’adulto che ama le cifre, le cose, i numeri, e che
faceva fatica a cogliere l’essenziale, la quale “è invisibile agli occhi” e,
per vederlo, ci vuole un cuore da bambino.
Risulta importante che quando leggiamo questo libro, o altro, è
necessario interrompere la lettura e chiedere agli educatori di dividersi
in piccoli gruppi e di scambiarsi esperienze e considerazioni. E in
questo confronto, gradualmente fanno cadere le loro difese e si lasciano
coinvolgere, anche il loro modo di considerare il ragazzo ribelle,
presuntuoso, agguerrito e polemico si modifica. Quando si mettono
sulla lunghezza d’onda del Piccolo Principe, sono in grado di impostare
la relazione con i ragazzi sottolineando “qual è il suono della loro voce”
piuttosto che qual è la loro età”.
E’ fondamentale considerare ogni ragazzo scout come unico e
diverso dagli altri, permettere di far brillare la sua stella come unica e
insostituibile ed incoraggiarlo ad essere protagonista per le strade del
mondo, perché sentiamo il bisogno di uomini e donne che siano adulti
138

e consapevoli delle proprie scelte. Gente che sa pensare; gente che


comprende e vive la Parola di Dio, che è responsabile; che non si
spaventa quando gli si dice “impegno definitivo”; che sa considerare
necessaria e indispensabile la capacità di far fatica e compiere scelte
che comportano sacrifici, formati a vivere la Legge scout che punta a
persone serene, gioiose, positive. Gente che sa scoprire il richiamo
continuo dello scoutismo al Dio che ti guarda, ti vede perché ti ama e
da Lui imparare ad amare.
Ecco l’educatore: uomini e donne che sanno guidare a guardare e
vedere, a contemplare a dedurre, a sentire e provare gioia; che sanno
entusiasmare ad andare a incontrare il grande “Libro della Natura”; che
sanno comprendere la grandezza del donarsi nel matrimonio.
139

BIBLIOGRAFIA

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ID., Evangelium vitae. Lettera Enciclica, 25 marzo 1995, in AAS 87


(1995) 401-522.

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