La diversità dei contrari nell’alchimia dell’Unità primigenia.

di

Antonio Gaetano

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Pensieri:
…… “E chi crede alle cose belle, ma non alla bellezza in sé e non riesce a seguire chi tenta di condurlo a questa conoscenza, ti sembra che viva nel sogno o nella realtà?” Risp. “Io credo che un uomo siffatto stia sognando.” “E allora un uomo che, al contrario, riconosce l’esistenza del bello in sé e sa vederlo nella sua assolutezza… Come direste che costui viva, in sogno o desto? ” Risp. “Desto! Non c’è dubbio.”
Platone - “Politeia”

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Prefazione
Ramesh Balsekar, discepolo di Nisargadatta Maharaji, grande maestro vedantino, diceva: “Quando pensi “Realtà”, quando pensi “Soggetto”, quando pensi “Assoluto”, quando pensi “Verità”, devi sapere che questi sono solamente concetti.” La Verità, infatti, scaturisce solo in assenza del pensiero concettuale. Nello stato di Veglia noi possiamo percepire la presenza o testimonianza del senso di presenza, mentre nello stato di Sonno profondo ci rendiamo conto che tale testimonianza viene a mancare, per cui si verifica l’assenza del senso di presenza suddetto. E’ chiaro che la percezione o testimonianza della presenza, o dell’assenza del senso di presenza, appartengono al piano fenomenico e all’Io, in quanto pseudo e fittizia entità concettuale. Uno stato privo di opposti, se vogliamo immaginarlo, dovrà essere quello in cui è assente, o viene meno, non solo la presenza del senso di presenza che possiamo trovare nello stato di veglia, ma anche l’assenza del senso di presenza, cosa naturale nello stato di “sonno profondo”. In tale dimensione c’è quindi una doppia assenza: l’assenza (di presenza del senso di presenza che invece persiste nello stato di veglia) e l’assenza (di assenza del senso di presenza, se così si può dire, che invece è normale nello stato di sonno profondo). In altre parole, in tale stato superiore in cui le polarità scompaiono, il concetto di presenza e di assenza non c’è più, viene assolutamente a mancare. Ci troviamo quindi davanti ad un vuoto assoluto privo di qualsiasi percezione. E’ chiaro che le parole a questo punto 3

non bastano più a donarci chiarezza e per tal ragione dobbiamo lasciar posto all’intuizione. Quando parliamo dello spazio e del tempo diciamo che lo spazio è infinito e che il tempo è eterno. Ma chiaramente questi sono solo concetti e la mente non può concepire uno stato che precede il sorgere dello spazio-tempo. L’unica cosa certa, perciò, è che tu sei quella “Realtà” che la mente divisa e polarizzata traduce momentaneamente in un concetto. Tu sei quella Realtà, ma non come un “io” pseudo-entità fittizia (oggetto e strumento della Totalità) che pensa di essere il Puro Soggetto e concettualizza ciò che realmente “E”. Certamente tu sei “Quello” perché lo sei sempre stato e sempre lo sarai, “Sat-Cit-Ananda”: pura Esistenza, pura Coscienza e pura Beatitudine. Antonio Gaetano Reggio Cal. Anno 331 del dup. Yuga. al sec. Maggio 2010

Presentazione
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La diversità dei contrari nell’alchimia Primigenia di Antonio Gaetano

dell’Unità

E’ interessante osservare come ancora ai nostri tempi – permeati dell’imperativo categorico: separare, scindere, analizzare; sia possibile leggere un saggio come questo dove all’attenzione culturale e filosofica di uno studioso attento e sensibile si affianca la dimensione scientifica e spirituale. Ad un primo livello di approccio – i “famosi” non addetti ai lavori – potrebbero interpretarlo come uno dei tanti tentativi di gettare ponti o tessere relazioni tra mondi apparentemente inconciliabili (ragione e fede è uno di questi) per uno scopo di mero esercizio mentale, che alla fine sarebbe purtroppo destinato a non produrre nulla di concreto sul piano del migliorato livello di comprensione della realtà. Non è questo il caso. E di ciò testimonia inequivocabilmente l’impegno di Antonio Gaetano che compie una dettagliata disamina del lungo iter storico culturale che, nei secoli, ha caratterizzato lo sviluppo del pensiero umano nell’ordinato equilibrio tra mondo occidentale ed orientale, pur nel contemporaneo agitarsi di filosofie e schemi di pensiero spesso antitetici che spaziano da Platone a Gandhi. In prima analisi l’opera tratta essenzialmente del problema dualistico ovvero dell’esistere – o meno – di un conflitto tra ciò che è unità e ciò che invece è molteplicità. Conflitto che l’autore dimostrerà inesistente poiché tutto sarebbe in sintonia con il resto ed il resto con il tutto e quindi, ad un livello più profondo, si osserva come tutte le cose devono essere connesse ed interrelate tra loro. In una sintonia di tipo dinamico, attiva mai statica, finalizzata a tenere desto il valore essenziale che è nell’essenza della materia che è allo stesso tempo anima e corpo e, a ben guardare, ciò è 5

possibile perché tutto si regge sull’esistenza di qualcosa d’impalpabile (ma reale) che ora prende la forma di corpuscoli, ora di onde elettromagnetiche. In realtà il saggio tende a dimostrare come, proprio nel sapiente equilibrio tra entità opposte, si realizzi il massimo equilibrio, che è alla base del senso stesso dell’esistenza. Fino quasi all’inattingibilità della stessa in seno all’ipotesi che – paradossalmente – noi potremmo addirittura non esistere nella forma secondo la quale ci percepiamo essendo costituiti di flussi energetici – che sin dagli albori – sono destinati probabilmente ad altre prospettive. Interessante a questo proposito l’esempio offertoci dal Nostro quando cita il concetto avanzato dallo scienziato David Bohm, che sulla scorta dell’esperimento di Parigi aveva asserito che <<la realtà oggettiva, così come noi la vediamo, in realtà non esiste e che, nonostante la sua apparente solidità, l’universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco splendidamente dettagliato>>. Dalla lettura si può subito scorgere quanto il sapere dell’autore sia ben fondato sulla profonda conoscenza della filosofia orientale e questa ben s’accompagna alla passione verso la scienza sperimentale che egli – a buon diritto – reputa strutture di pensiero che vivono in stretta, omogenea collaborazione e sinergia. Gaetano riferisce che il Lama Govinda asserì: <<Il modo orientale di pensare consiste soprattutto nel girare intorno all’oggetto della contemplazione… creando una impressione sfaccettata, pluridimensionale della realtà che viene a formarsi attraverso la sovrapposizione di singole impressioni ottenute da punti di vista diversi>>. Numerosi sono gli esempi che egli reca a testimonianza di quanto sostiene. Spazia dal complementarismo di Bohr 6

all’indeterminismo di Heisenberg, a E. Schrodinger che scrisse: <<La vita che state vivendo, non è solo una piccola parte dell’esistenza nel suo insieme, ma in un certo senso è la globalità dell’esistenza>>, a F. Capra che asserì: <<Le particelle sono strutture dinamiche, modelli di attività che hanno un aspetto spaziale e un aspetto temporale. Gli atomi sono formati da particelle e tali particelle non sono fatte di sostanza materiale. Quando le osserviamo non vediamo sostanza alcuna; ciò che osserviamo sono strutture dinamiche, simili a schemi o immagini che si trasformano di continuo l’una nell’altra>>. La disamina di Gaetano - a mio parere - contribuisce a sostanziare il valore essenziale del discorso sul divino, inquadrato come necessità originale, come pura realtà da cui tutto prende origine, dal quale sorge la <<sottile materia>> le cui dinamiche interne (ma non solo) sono svelate dalle leggi astratto-matematiche che l’interpretano. Meccanismi messi in moto ab origine che nessuno ha più fermato e che nella loro perfezione hanno rappresentato un modello per i futuri sviluppi del metodo scientifico e dei suoi riflessi di tipo tecnologico. Se non possiamo negare l’importanza delle leggi della meccanica di Isaac Newton non possiamo neppure disconoscere che si deve alla quantomeccanica di Max Planck, alla relatività ristretta e successivamente alla relatività generale di Einstein, il nuovo livello di percezione che ha dettato inusitati paradigmi che hanno consentito di appropriarci di un livello di realtà inattingibile se non per astrazione e che tuttavia ci ha dimostrato che spazio e tempo sono strettamente connessi così come materia ed energia. Dunque il nostro esistere è il risultato di una continua esposizione alle fluttuazioni di tipo corpuscolare / ondulatorio (altra dualità: corpuscolo – onda). 7

Ci ricorda l’autore che noi siamo abituati a muoverci in un mondo a tre dimensioni mentre la realtà vera si svolge in un contesto a quattro dimensioni, alle tre coordinate cartesiane va infatti aggiunta la quarta: il tempo. Gaetano dice: “ I fisici atomici, come i mistici orientali si sono sempre occupati di una realtà che va oltre i piani di esistenza e non esistenza” ed aggiunge: <<L’Unità primigenia risolve i contrari attraverso un rapporto di complementarità o di interrelazione. Tutto si muove in questo grande lavoro alchemico di armonizzazione…>>. Dobbiamo dunque abbandonare l’idea di un universo - come lo vorremmo noi bello e ordinato – per accettare invece una realtà che se pur caotica è vitale ed insostituibile, costituita di diversità interagenti. Il grande Gandhi, a proposito delle religioni, scriveva:<<… Non è necessaria un’unica religione, ma il rispetto e la tolleranza reciproca tra i credenti di diversa confessione religiosa. Noi aspiriamo non ad una desolante uniformità, ma all’unità nella diversità>>. Gaetano facendo propria questa massima ci dimostra come l’unico modo per tentare di comprendere l’universo e di comprenderci sia costituito dall’accettazione delle diversità che nel loro reciproco interagire collaborano - da sempre al mantenimento dell’Unità primigenia. Francesco Cardone

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La specularità del Tutto

“μόνος δ’έτi μ’ΰτος όδοϊο λείπεται ώς έστιν. ταύτηι δό έπί σήματό έασι πολλά μαλό, os άγένητον έόν καί άνώλεθρόν έστιν, έστι γαρ ούλομελές τε καί άτπεμές ήδό άτέλεστον . (Parmenide)

“Rimane solo un discorso sulla Via che è. Su questa Via ci sono segni rivelatori assai numerosi: che l’Essere è non nato (άγένητον), incorruttibile (άνώλεθρόν) infatti è intero nel suo insieme, immobile e senza fine (ατέλεστον)”

“Tat tuam asi, Tu sei Quello”
“Colui che conosce questo supremo Brahman, costui diventa il medesimo Brahman”.

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I grandi saggi hanno sempre parlato di una fondamentale unicità che sta alla base di tutti gli eventi, di tutte le manifestazioni. Essi non affermano che tutte le cose siano uguali, ma riconoscono invece un’implicita diversità che esiste in tutto il visibile manifesto, anche se sono convinti che tutte le differenze alla fine si risolvano all’interno di un’unità primordiale che tutto comprende. Mentre per noi occidentali quest’unità delle polarità, in specie degli opposti, è difficile da accettare, essa viceversa costituisce la base principale della filosofia orientale. Secondo la filosofia perenne, o Sanathana dharma, questo senso di unità si può realizzare tramite un’intuizione o attraverso una grande “Comprensione” che si verifica allorché non c’è più un “io” che comprenda; si tratta cioè di uno stato di pura Coscienza in cui soggetto e oggetto, osservatore e osservato, si annullano per far posto ad uno stato superiore di “Conoscenza-Coscienza” al di là delle dimensioni di spazio-tempo. Si tratta cioè di una percezione-non percezione non definibile, o comunque non classificabile nemmeno da coloro che la sperimentano. Bisogna comunque affermare che il concetto di polarità, o dei contrari, non è altro che un’immagine astratta che fa sempre parte del nostro mentale, o meglio del mondo del pensiero, o “Manas” e, come tale, ad essa si può attribuire solo un valore relativo. Basta infatti concentrare la nostra attenzione su un qualsiasi concetto per far sì che immediatamente se ne crei il suo opposto. Solo i saggi o coloro i quali hanno trasceso il mondo della concettualità (piano mentale) possono comprendere perfettamente quanto sia relativo il rapporto 10

polare e quindi il piano dei contrari. Costoro sono pienamente consapevoli che buono e cattivo, piacere e dolore, vita e morte, non rappresentano esperienze assolute appartenenti a categorie diverse univoche e separate, ma che esse in realtà non sono altro che due facce della stessa medaglia. Raggiungere tale consapevolezza (opposti polari facenti parte di una sola unità trascendentale), significa pervenire ad una delle più alte mete di realizzazione coscienziale. Bisogna dire che nel misticismo orientale, come anche nella Grecia di Platone, Proclo, Parmenide, ecc…, tale stato superiore di Coscienza è stato sempre al centro dell’attenzione delle scuole iniziatiche dove ci si abbeverava al fuoco sacro della filosofia perenne. Diceva Sri Krishna, uno dei più antichi Avatar dell’India: “Sii eterno nella verità al di là delle opposizioni terrene”. La stessa cosa dicevano i buddisti. L’idea fondamentale era quella di superare il mondo degli opposti, un mondo costruito su fittizie costruzioni mentali, sviluppando la “Comprensione” della non distinzione, la qualcosa avrebbe potuto provocare il conseguimento dell’Unitarietà del tutto.

Polarità non polarità…
Il grande filosofo Platone, a proposito dei contrari, afferma che l’Uno Bene-Nous non si esaurisce nella Diade IllimiteChàos//Limite-Cosmos, perché, per potenza e dignità, esso è superiore alle parti che la compongono e, cioè, sia all’Illimite-Chàos (Espressione dell’indefinita molteplicità 11

illimitata: disordine, stato causale, mondo delle idee), nonché al Limite-Cosmos, (il reale determinato, un aspetto istantaneo e statico dell’indefinita molteplicità limitata che invece rappresenta l’ordine, la perfezione, il bene, lo stato grossolano e, per Samkara, il Brahman Saguna). La Manifestazione (Saguna) per Platone è quindi costituita da una Diade, (Chàos–Cosmos), mentre l’Uno Bene-Nous (Nirguna) entro cui alla fine la stessa diade si risolve, sarebbe l’Infinito, Impersonale, Assoluto. Questo ci fa capire che Platone era a conoscenza della problematica dei contrari e dell’Uno metafisico quale espressione dell’assoluto Bene. Lo stesso Cristianesimo s’innesterà successivamente a questa tradizione per concepire l’infinitezza di Dio. A proposito dei contrari, così dice Platone nella dialettica dei primi dialoghi (ad esempio in Liside):
“...Di tali coppie di opposti è infinitamente ricca la vita, per la tendenza degli uomini a polarizzare le proprie idee. Ad esempio, ci chiediamo, l’amicizia nasce da somiglianza o da dissomiglianza? Ammettiamo il primo caso; e ancora, nel bene o nel male? Nel male non è possibile, perché il cattivo non è amico del cattivo, in quanto tale; nel bene nemmeno, perché il buono è sufficiente a se stesso. Dunque da dissomiglianza e opposizione… … Ma gli assolutamente contrari si escludono: l’odio e l’amicizia non potranno mai essere amici. Da qui un’altra specificazione ed ecco come. La malattia per esempio è un male, la medicina è un bene; il corpo in sé non è né bene né male. Avviene ora che il corpo, in vista del morbo, ami la medicina, ami cioè il bene in vista del male. Similmente nell’amicizia si

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ama l’amico in vista del nemico; l’opposizione tra il bene e il male è risolta, in quanto l’uno è necessario all’altro; la presenza del male spinge il bene a propagarsi, a diffondersi a rinunciare alla propria sufficienza.”

Osserviamo come anche in tali riflessioni emerge quella stessa medietà risolutrice del conflitto, che già abbiamo visto nella definizione del filosofo come essere intermedio tra il sapiente e l’ignorante e che ritroveremo ancora nel “Convito” nella definizione dell’Amore come figlio di Pènia e di Pòros, di povertà e di abbondanza. Questa “Medietas”, o essenza intermedia, è sicuramente più reale dei due termini antagonistici, in quanto dirime il loro conflitto: essa è l’identità profonda da cui scaturirono e a cui una più penetrante considerazione li riconduce. Dice Platone: “Qual è il carattere di quella identità che vince il
contrasto delle opinioni, componendole in un tutto? Essa è relazione, complementarità, riferimento dei contrari l’un l’altro, unificazione mentale della loro pluralità”.

Scoprire l’identità significa eliminare ciò che vi è d’instabile e mutevole nella pluralità, epurare il pensiero schietto dalle scorie che lo circondano e l’avviluppano, ascendere grado a grado alla comprensione della verità pura.* (1) Tale concetto dei contrari, e cioè della Diade Illimitedisordine-Chàos//Limite-ordine-Cosmos, Platone lo ha ricavato dalla tradizione Pitagorica, la quale ammette il pari e il dispari, vale a dire l’illimitato e il limitato. Il LimiteCosmos esprime il reale determinato (il pari, l’ordine la perfezione, il bene) un aspetto istantaneo e statico dell’indefinita molteplicità limitata; mentre l’Illimite-Chàos 13

(il dispari, il disordine, l’imperfetto, il male) rappresenta invece l’indefinita molteplicità illimitata, che presuppone una Unità Ontologica. Da questa coppia pèras àpeiron nasce l’Armonia che Filolao pitagorico definisce “L’unificazione del molteplice e l’accordo dei dissenzienti”. Il Nous – Impersonale – Assoluto, “L’infinito zero metafisico”, sta al di là, a monte, sia del Limite-CosmosOrdine o Iswara,Universale manifesto e sia dell’IllimiteChàos-Disordine, Unità ontologica o Saguna per il Vedanta che entrambi racchiude e che rappresenta una continuità senza soluzione o una molteplicità illimitata. E’ solo nello zero metafisico o infinito che si risolvono la molteplicità limitata (Cosmos) e l’unità illimitata (Chàos), la quantità e la qualità. E’ solo nell’Assoluto che si dissolvono la distinzione e la relazione, la diversità e l’uguaglianza, l’Essere e il non essere; solo nell’Infinito si dissolvono il “Molteplice individuale Limitato, Cosmosmacro, Ordine, Iswara” e l’Illimitato universale-unitario, Chàos-micro, Disordine, Saguna, vale a dire la quantità e la qualità. Tale stato superiore in cui Chàos e Cosmos (Saguna e Iswara) si dissolvono è lo stato incondizionato Uno-uno o zero metafisico (Turya-nirguna) sostrato assoluto di tutto ciò che è. * (22)
Nb: Cosmos espressione del molteplice individuale limitato (Iswara, Ordine-Piano individuale); Chàos: espressione del molteplice unitario illimitato (Universale-Saguna)

Il più-meno devono bilanciarsi, come devono bilanciarsi l’illimitato energetico (Campo-quanti) per la fisica e il limitato atomo (massa). 14

Passando al mondo degli enti autoconsapevoli, dobbiamo dire che anche qui Spirito e materia devono equilibrarsi se si vuole creare un Cosmos-ordine umano. La passione, l’autoaffermazione, l’invidia, la sete di possesso sono sbilanciamenti psicologici che creano squilibri, disaccordo, malattia, “male”; mentre il perseguire virtù in senso Platonico, significa rendersi compiuti, significa manifestare l’armonia che è l’effetto del giusto accordo spirito-materia, psiché–soma, logos-sentimento. L’energia atomica infatti in sé e per sé non è né buona né cattiva, essa è, e basta; e solo dalla direzione che le si vuole imprimere che può derivare la distruzione o il progresso del pianeta. Nell’Assoluto, impersonale, “Infinito e finito, Essere e divenire” si trovano conciliati ma per poter comprendere ciò, l’uomo deve avvicinarsi non con la mente empirica, ma con quella Noetica. L’idea che gli opposti siano polari, che luce e buio, buono e cattivo, ecc., siano soltanto aspetti differenti della stessa sostanza, rappresenta uno dei principi fondamentali della filosofia perenne. Poiché gli opposti per loro natura sono interconnessi, il loro conflitto non potrà mai finire con la vittoria dell’uno o dell’altro polo, perchè esso in quanto tale sarà sempre una manifestazione energetica scaturita dall’azione interrelata tra l’uno e l’altro polo. * (2) Saggio, perciò, non è chi affronta l’impossibile compito di battersi per il bene e così sconfiggere il male, bensì colui che è capace di mantenere un equilibrio dinamico tra le due polarità.

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Quest’idea di un equilibrio dinamico tra gli opposti è stata sempre portata avanti dai mistici orientali. Essi hanno sempre affermato che c’è sempre alla base di tutto un’interazione dinamica tra i due estremi polari. C’è da chiedersi: “Gli animali si sentono separati dalle cose che stanno loro intorno?” A ciò si risponde negativamente, dal momento che essi non si considerano avulsi dall’Unità del tutto ma vivono tale stato di diversità come quella che c’è tra predatore e preda. Essi, si considerano come facenti parte della dualità primigenia e originaria, cioè di quello stato “a-priori” dove nonostante sia potenzialmente prevista la scissione primordiale (simbolica caduta), rimane tuttavia sempre implicita, l’unicità della Coscienza Impersonale di soggettooggetto, di osservatore e osservato, cosa che è inerente a tutto il piano manifesto. E’ solo successivamente che questa dualità o polarità originaria (Vita-morte, bene–male) pian piano si trasforma nel dualismo io-tu, e ciò avviene quando a causa dell’identificazione, l’ente individuato dimentica di essere un normale strumento, oggetto di Pura Coscienza, ed assume erroneamente la funzione di agente vero e proprio dell’azione, in qualità di pura Soggettività con libertà di decisione e di scelta. Bisogna far presente che tale stato di separatività tra me e l’altro scaturisce sempre nella mente ed è per questo che bisogna fortemente comprendere la differenza che esiste tra la dualità primigenia originaria (Prakriti-Purusha) stato apriori dove nonostante sia potenzialmente prevista la scissione primordiale rimane sempre implicita una unità di 16

Coscienza impersonale, e il dualismo (io-tu) che sorge in un secondo momento in seguito all’identificazione mayanica di cui sopra e che erroneamente fa credere all’ente individuato e sempre a livello mentale di essere l’agente reale dell’azione. Questa dualità o “polarità potenziale originaria” in cui è comunque sempre implicita e presente l’unitarietà della Coscienza Impersonale relativa al piano manifesto, rappresenta quella scissione primaria (la caduta simbolica) che si verifica nella Coscienza Impersonale nel preciso momento in cui si mette in moto il processo percettivo duale della manifestazione. Quest’ultima, infatti, per esistere su di un piano reale deve necessariamente essere osservata o percepita e l’osservazione a sua volta richiede sempre una vera e propria divisione seppure illusoria tra soggetto-oggetto, osservatore osservato. L’illuminazione è l’inversione di tale processo che lo stesso Platone chiamerà “Seconda navigazione” o “MetanòiaPeriagoghé” e ciò accade quando il pseudo soggetto separato comprende finalmente di non essere più in tale situazione alienante ma di essere sempre stato unito al Tutto-Uno, anche se il suo corpo-mente in realtà non è altro che un semplice strumento della stessa Totalità. Allorché si verifica questa presa di coscienza, viene a cessare il dualismo io-tu sorto in seguito all’illusoria identificazione e così l’ente viene reintegrato nella primitiva scissione o dualità originaria e potenziale, parte essenziale dell’Unicità della Pura Coscienza. 17

Risulta chiaro che il dualismo io-tu non è altro che un meccanismo indispensabile messo in moto dalla Pura Coscienza affinché avvenga e perduri la manifestazione. Da ciò la profonda comprensione-intuizione che l’ente individuato non è una parte separata, ma solo uno strumento-oggetto provvisorio attraverso cui si manifesta l’attività della Coscienza Impersonale. Concludiamo ripetendo che nello stato di dualità originaria o potenziale c’è un unico soggetto: la Coscienza impersonale o Dio. Qualunque percezione si produca, qualunque cosa vedano gli occhi, odano le orecchie, tutto rientra nell’attività impersonale della pura soggettività. Da ciò nasce la comprensione che Io-tu non è il soggetto agente: non sono io che sento, ma il sentire stesso avviene attraverso le orecchie legate allo strumento corpo-mente di cui la Totalità si serve per la sua multiforme attività. La dualità potenziale principiale e originaria in cui resta sempre implicita l’unita di Coscienza impersonale (Sé) rappresenta quindi l’anticamera del dualismo io-tu.
Nb: Forniamo alcune riflessioni di alcuni interpeti moderni che,

lungi da considerazioni dualistiche, hanno fornito una lettura sull’Uno-Bene in maniera conforme al vero spirito del Platonismo: * (22)
Friedrich Schlegel (1772-1829):

Secondo questo noto esponente del Romanticismo, la tensione verso l’Infinito rappresenta il vertice della filosofia platonica. Poiché l’Infinito, per sua natura, non è circoscrivibile, l’uomo può solo averne delle intuizioni soprattutto tramite le espressioni

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artistiche ed alcune allegorie che tentano di mostrare qualcosa dell’Infinito nel finito. Ne consegue che i “Dialoghi” di Platone non pretendono di formare un sistema concettuale chiuso nel quale definire e racchiudere l’Assoluto, impresa impossibile. Ed è per questo che essi fanno capo a rimandi simbolici e allusivi.
Friedrich Schleiermacher (1768-1834):

Questo autore, cercando di rimanere fedele al significato più vero dei dialoghi platonici, ha il merito di rifiutare le interpretazioni “dualistiche” del platonismo, affermando che il Bene comporta il superamento di qualsiasi dualità oppositiva e che, proprio per questo, coincide con il divino per eccellenza. Il Principio assoluto, dunque, è esente da qualsiasi limitazione e contrapposizione dato che “per l’Essere Supremo medesimo non ci può essere alcuno opposto”
John Findlay (1903-1987):

Findlay denunciò le letture “dualistiche” di Platone, riprese anche da vari autori contemporanei, che prendono per valide alcune fantasiose divagazioni aristoteliche sul Bene-Uno di Platone. Dice Findlyai: “Il dualismo di archai, di principi fondamentali, che attraversa il pensiero di Platone e che è solennemente documentato da Aristotele, si riduce realmente ad un monismo. Una delle archai non è affatto un arché ma una semplice ombra dell’altra. L’Uno è realmente responsabile di ogni cosa…” (Platone le dottrine scritte e non scritte, Vita e pensiero 1994, pag. 295). Come si può notare, traspare una certa approssimazione nel modo di neutralizzare le forzature Aristoteliche, il termine “monismo” può far pensare ad una concezione riduttivistica, per cui è meglio il termine “Non– dualismo”.

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Cornelia J. De Vogel (1905-1986):

La nota studiosa di Platone rigetta con fermezza le presunte testimonianze dualistiche aristoteliche, dicendo che “Aristotele non aveva nessuna affinità con il pensiero del maestro. Egli non era in grado di comprendere e di tradurre questo pensiero in modo corretto: Aristotele lo fraintende e lo distorce” (Ripensando Platone e il Platonismo, Vita e pensiero, 1990 pag. 304). In polemica con le deformazioni aristoteliche, essa così dice: Circa la teoria dei due principi ultimi, per quanto dualistica la si possa presentare in un testo come Metafisica, A 6 di Aristotele, o in un testo come quello di Sesto, (Adv. Math, X 270-276), una più profonda riflessione ci mostra chiaramente che un reale dualismo non è in linea col pensiero di Platone” (pag. 208).
Raphael (Filosofo e asceta Vedantino):

Tra i numerosi testi di Raphael, solo uno è dedicato a Platone: trattasi di “Iniziazione alla filosofia di Platone” (Ed. Asram Vidya, 2008). Il platonismo costituisce, per l’autore, una delle migliori espressioni della metafisica della non-dualità in occidente, al pari del Vedanta Advaita in India, con il quale viene spesso confrontato. Raphael mette bene in evidenza le numerose correlazioni esistenti tra Platone, Plotino, Gaudapada, Samkara, e specie per quanto concerne le nozioni più elevate, quali quelle di Bene e Uno, che invece vengono spesso travisate o rimaneggiate dagli interpreti occidentali moderni. Ciò che scrive Raphael sull’Uno-Bene di Platone costituisce una delle migliori riflessioni sull’argomento. Si mediti in particolare sul capitolo intitolato “L’Uno-Bene quale realtà metafisica”. E’ bene notare che i testi di Raphael non hanno alcun intento di erudizione.

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Pitagor
Part. della scuola di Atene: Raf faello

La Scienza Pitagorica: La diade nell’Uno
Pitagora nacque il 26 Novembre dell’anno 582 a.C. a Samo, in Asia Minore. Egli costituisce un grande enigma per gli storici contemporanei, sia perché non ha lasciato alcuno scritto e sia perché, fino all’epoca di Socrate, il suo pensiero fu conosciuto solo da gruppi segreti e sempre sotto forma di tradizione orale tramandata da maestro a discepolo. Molto tempo prima della sua nascita, gli oracoli avevano profetizzato la venuta di una grande luce che avrebbe operato per il bene del mondo occidentale.

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Il nome “Pitagora” significa “Che parla come il pitone”. E’ vero che la scienza dei suoni o mantra, era ben nota al grande filosofo che l’aveva appresa durante i suoi viaggi in oriente, tuttavia il vero significato del nome vuole indicare colui che parla al serpente nella lingua degli iniziati. Infatti, solo quelli di grado più elevato avevano un nome simbolico che richiamava un serpente. Pitagora era dunque considerato un grande educatore divino. All’età di un anno, sua madre, su consiglio di uno dei sacerdoti di Delfi, lo condusse al tempio di Adonai in una valle del Libano dove esisteva un collegio di saggi. Uno dei gerofanti intuì la grandezza spirituale del bambino e consigliò a Partenide, sua madre, di portarlo in Egitto ove egli venne riconosciuto da un consiglio supremo di grandi sacerdoti. In un’epoca successiva, Pitagora fece loro una visita e venne ricevuto dal faraone Amasis, il quale lo presentò ai sacerdoti di Menfi. Come conseguenza di ciò, il 2 Aprile del 531, egli fu ammesso nella confraternita segreta di Tebe. Pitagora soggiornò per diversi anni in Egitto, e poi viaggiò in altre parti del mondo. Venne introdotto nelle cerchie difficilmente accessibili dei rabbini iniziati alla tradizione originale di Mosè. Successivamente entrò in contatto con gli alti membri della fratellanza degli Esseni e dei Nazareni sparsi sulle sponde del Giordano e sulla riva occidentale del Mar Morto. Visitò molti altri paesi ancora e venne iniziato ai misteri babilonesi e caldei. Era molto dotto anche in materia di culto di Zoroastro. Infine Pitagora si recò in India per ricevere gli insegnamenti segreti di Elephanta e di Ellora, ove era situato un centro di adepti in stretto rapporto

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con l’Occidente, con lo scopo di contribuire allo sviluppo di codesta civiltà. Il dottor Lewis scrive a tale proposito: “Dopo aver superato tutte le iniziazioni e tutti gli esami, il 16 ottobre 531 egli venne ammesso tra gli illuminati; carico di gemme e di documenti partì subito per Crotone, in Italia, intenzionato a fondarvi un’Accademia.” Pitagora era estremamente severo per quanto riguardava l’ammissione dei novizi e soleva dire che “non tutto il legno è adatto a fare un mercurio”. Le prove da superare erano molto difficili e, fin dal suo ingresso, l’allievo veniva istruito soprattutto sulla purificazione del suo carattere, indispensabile strumento dell’anima. Dopo l’ammissione, l’allievo veniva messo alla prova, doveva dimostrare le proprie qualità, il proprio spirito fraterno ed il proprio autocontrollo. Se tutto questo risultava soddisfacente, l’allievo diventava discepolo, ed in quanto tale, doveva studiare per un periodo di cinque anni, durante il quale aveva l’obbligo di tacere, di ascoltare e di meditare sugli insegnamenti degli anziani, i soli in grado di poter vedere e di avvicinare il Maestro. Dopo un esame i discepoli venivano ammessi al suo santo cospetto. Nel corso dei cinque anni, il discepolo, insieme alla purificazione del corpo, doveva purificare la propria natura inferiore, vincere desideri e passioni. Ma questo non aveva nulla in comune con un esagerato ascetismo, poiché ai discepoli veniva concessa la facoltà di sposarsi.

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Studiando le dottrine di Pitagora, non si può evitare di fare un parallelo con quella degli Esseni, giacché molti sono i punti in comune tra la vita di Gesù l’Esseno e la vita di Pitagora, e cioè: indossare abiti bianchi, osservare una dieta alimentare frugale e moderata e, soprattutto, considerare il silenzio come fondamentale per l’apprendimento dei primi rudimenti di saggezza. La giornata dell’allievo era organizzata in questo modo: all’alba i discepoli intonavano un inno ad Apollo davanti al sole nascente. Il canto, la musica, l’aritmetica e la geometria erano le materie principali insegnate dal Maestro. Al mattino, dopo qualche pausa, bisognava passare in rassegna mentalmente gli atti compiuti il giorno prima allo scopo di sviluppare le capacità mnemoniche che Pitagora considerava essenziali. Dopo le abluzioni obbligatorie, gli allievi andavano in silenzio per una passeggiata fino al tempio. A mezzogiorno, la preghiera collettiva precedeva un pasto semplice e genuino. Il pomeriggio era riservato all’esercizio mentale e fisico. Dopo il tramonto, la preghiera in comune, i canti e i commenti sulle lezioni del mattino chiudevano la giornata. Pitagora consigliava a tutti di recitare i seguenti versi prima di addormentarsi: “Che mai il sonno richiuda le tue palpebre prima che tu ti sia chiesto: «Che cosa ho dimenticato? Che cosa ho fatto? Se è male astieniti, se è bene persevera».” Pitagora era un’autorità in matematica. Secondo i suoi insegnamenti, la grande Monade, l’Uno, agisce sempre come diade creatrice; in altre parole, Dio, l’Unità è un

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Padre-Madre eterno che si esprime e si manifesta sempre per mezzo della dualità. La Monade rappresenta l’essenza di Dio, mentre la diade simboleggia la sua facoltà generatrice e riproduttrice. Da tale fusione nasce la triade, simbolo della creazione perfetta, la divina trinità del Logos. Vi è poi la tetrade, o tetractys, alla quale Pitagora attribuiva un profondo valore. In realtà essa è formata dalle prime quattro cifre 1, 2, 3, 4 la cui somma è 10, numero della perfezione, perché contiene in sé la totalità dei principi e li raggruppa in una nuova unità. Si tratta dei dieci Sefiroth, che prendono origine dalla Monade e alla quale ritornano dopo la reintegrazione. Pitagora ha lasciato ai posteri l’esempio della sua vita, i suoi simboli e i suoi “versi aurei” ancor oggi considerati un manuale di vera morale. Attraverso questi versi, in realtà composti dal discepolo Liside, giacché Pitagora non ha lasciato alcun scritto, egli predica il rispetto degli Dei, dei Saggi e quello dei genitori, consiglia il perdono delle offese, sprona gli allievi a bandire i bassi istinti, intima al discepolo di pensare che la morte può sopraggiungere ad ogni istante, ma che ciò non è una ragione sufficiente per trascurare il proprio corpo. Egli dice: “Nell’udire ingiusti proponimenti, che il tuo cuore si rassegni; lascia parlare il mondo e segui sempre la tua via, consacra allo studio il tempo che la felicità ti renderà e la sera rifletti sull’intera tua giornata”.

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I “Versi Aurei” sono molto più di massime di morale spicciola: sono leggi che qualsiasi candidato all’iniziazione deve conoscere. Pitagora possedeva quella facoltà che noi chiamiamo la seconda vista; come Gesù e Apollonio di Tiana, egli aveva trasceso l’illusione e percepiva al di là dello spazio-tempo. Come tutti i maestri di saggezza, Pitagora aveva raggiunto un tal grado di realizzazione da riuscire ad essere in due luoghi diversi contemporaneamente; ecco perché venne visto lo stesso giorno e la stessa ora a Crotone e a Metaponto. Anche gli animali obbedivano alla sua voce. Nell’impartire gli insegnamenti, egli chiamava i suoi discepoli “matematici” e la dottrina dei numeri ch’egli aveva appreso nei santuari d’Egitto e d’Asia, veniva insegnata solo a coloro che da novizi erano diventati discepoli. Pitagora affermava che la scienza era quella delle facoltà divine in azione nel macrocosmo e nel microcosmo. Secondo la tradizione, egli sarebbe stato vittima di uno spaventoso incendio; si dice anche che sopravvisse e che fuggì in uno dei monasteri della città di Metaponto. Quanto agli archivi occulti, in essi si legge ch’egli fece ritorno vivo e vegeto alla dimora dei suoi padri, a Samo, dove morì in pace. * (23)

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La polarità nella natura umana
Una delle principali problematiche che ci riguardano da vicino è quella inerente alla natura umana che si diversifica nel genere maschile e femminile. Generalmente ci sentiamo a disagio di fronte alla polarità maschio-femmina che trovasi in noi stessi e cerchiamo così di far risaltare uno o l’altro di questi aspetti. L’occidente, per tradizione, ha favorito in genere più l’aspetto maschile che quello femminile. Invece di riconoscere che la personalità di ogni ente è il risultato di un’azione combinata tra i due generi, la tradizione occidentale ha stabilito un ordine prefissato in base a cui si presume che tutti gli uomini appartengono al genere maschile e tutte le donne a quello femminile, assegnando all’uomo i ruoli prioritari di guida, nonché la maggior parte dei privilegi della società. Questa tendenza ha fatto sì che si desse un’eccessiva importanza al genere prettamente maschile della natura umana: attività, pensiero, razionalità, aggressività e così via. Viceversa le qualità caratterialmente femminili: intuitive, religiose, mistiche, occulte, psichiche, sono state quasi sempre soffocate da una società di tendenze prevalentemente maschiliste. In oriente, viceversa, si cercò di pervenire ad una unità tra i due aspetti della natura umana. Ciò naturalmente in accordo ai principi della Tradizione eterna, o della filosofia perenne, che mira all’Unità del tutto.

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Un essere umano pienamente realizzato è quello che, come dice Lao-Tzu, sa essere maschile e femminile insieme. Una stupenda scultura di Siva nel tempio di Elephanta presenta tre facce del dio: a destra vi è il suo profilo maschile che mostra virilità e forza di volontà; a sinistra il suo aspetto femminile, dolce, affascinante, seducente, mentre al centro fa intravedere una sublime unione tra i due aspetti nella magnifica testa di Siva Mahèsvara, il grande Signore che irradia serena tranquillità e distacco trascendente. Secondo alcuni, il simbolismo vedico in passato è stato associato agli stati della materia in cui essa è legata all’energia, lo stato sub-atomico. Per cui Brahma, Siva e Visnu non rappresentano altro che le tre particelle subatomiche principali: protone, elettrone e neutrone. Per altri invece la Trimurti indica la Manifestazione e ogni ente in essa contenuto, nelle varie fasi di “creazioneconservazione-dissoluzione”. Nel buddismo tantrico la polarità uomo-donna è spesso indicata con l’aiuto dei simboli sessuali. Comunque i mistici orientali affermano che è possibile sperimentare in vita l’unione della propria mascolinità e della propria femminilità (matrimonio mistico) solamente quando si perviene ad un livello superiore di Coscienza, nel quale il mondo dei pensieri e del linguaggio (manas) viene trasceso e dove tutti gli opposti spariscono nell’unità di pura coscienza. Ciò si verifica nei vari stati di Samadhi (stati di yoga superiore) allorquando Kundalini, l’energia cosmica attorcigliata che riposa dormiente nel centro basale o 28

Muladhara Chakra, comincia a salire nella Sushumna (canale centrale situato sulla spina dorsale) fino a raggiungere il Loto di mille petali sulla sommità del capo, celebrando così il matrimonio mistico (Siva-Shakti). La medesima cosa avviene sviluppando la Seconda navigazione, o Periagoghè di Platone, allorché la molteplicità “Chàos-Cosmos” confluisce nel Nous, o Uno Bene.

Shiva-Shakti (περιαγωγή- μετάνοια)

Dalla polarità Padre-Madre nascono i figli innumerevoli (Mondo delle Idee) fino ad arrivare al Demiurgo rappresentato da Dioniso. In India i grandi Rsi hanno dato il nome di Prakriti e Purusha, alle due polarità attraverso cui si esprime il grande Brahman. La Prakriti rappresenta l’energia attiva ed esecutiva, in rapporto al Purusha ma non in opposizione a lui, giacché essa rappresenta una sua proiezione o polarizzazione; Eva nasce, come si sa, dalla costola di Adamo, e il Purusha stesso o Isvara è un riflesso del Brahman o Turya che osserva e sostiene ogni cosa, senza prendere parte all’azione.

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La polarità alla luce nella fisica moderna
L’esplorazione recente del mondo sub-atomico lascia intravedere una realtà che trascende il pensiero e il ragionamento, mentre l’unificazione di concetti che fino a poco tempo fa sembravano opposti e inconciliabili sembra un fatto ormai tangibile. Nella fisica moderna, infatti, possiamo trovare esempi unificanti di concetti opposti osservando il livello sub-atomico della materia dove le particelle si presentano davanti allo sperimentatore sia come distruttibili che come indistruttibili; dove la materia si manifesta come continua e discontinua e dove pure sia l’energia quanto la materia si presentano come aspetti diversi ma complementari dello stesso fenomeno. Esaminando alcuni di questi aspetti della fisica moderna possiamo comprendere come lo schema degli opposti polari, derivante dalla nostra esperienza quotidiana, mal si adatta o comunque si restringe parecchio, e specie qualora la si confronti con la logica delle particelle sub-atomiche. Gli stessi concetti di Spazio e di Tempo che fino a qualche tempo fa sembravano completamente distinti, oggi sono stati unificati nella fisica relativistica. Come i mistici realizzano l’unità degli opposti pervenendo a stati superiori di Coscienza, così in fisica quest’unità fondamentale si realizza ad altri livelli manifestandosi come un fatto dinamico (energia-frequenze) e ciò accade proprio perché lo Spazio-Tempo relativistico viene pian piano a risolversi in una realtà puramente concettuale nella quale gli oggetti e tutte le forme vengono a porsi come configurazioni dinamiche.

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Alcuni processi, che sembravano separati e non conciliabili tra di loro, vengono oggi unificati nella teoria della relatività in un passaggio che va da tre a quattro dimensioni. Secondo tale teoria, infatti, il mondo quadridimensionale è un mondo in cui energia e materia formano un tutt’uno. In un mondo siffatto la materia verrebbe a configurarsi sotto forma di particelle discontinue o come un campo continuo di quantifrequenze. E’ chiaro però che non potremmo visualizzare né rendere materialmente percepibile tale processo unitario e ciò perché esso sfuggirebbe anche ai controlli scientifici più sofisticati. Si tratta, infatti, di cose che vanno oltre il nostro mondo tridimensionale e difficili da esaminare con i nostri normali parametri. A proposito di ciò dobbiamo dire che nonostante la legge della polarità, (limite e illimite, certezza e incertezza) abbia fatto angustiare tanti sinceri ricercatori, tuttavia essa sta preparando gli esseri umani a nuovi stati superiori di coscienza che porteranno sicuramente l’uomo verso il superamento di barriere che per ora risultano impossibili se non proibitive. Il Computer CMS a 1024 nodi dell’università di Adelaide quasi certamente è uno dei più veloci del mondo. Ridotto all’essenziale, il PC si presenta come una vasta rete di fili e di interruttori disposti in modo da realizzare velocemente diversi compiti semplici. Piccolissimi impulsi elettrici scorrono attraverso circuiti invisibili, trasportando informazioni in maniera frenetica. Nella loro insaziabile ricerca di una capacità di calcolo sempre maggiore, gli scienziati hanno prodotto circuiti e microinterruttori sempre più veloci. Per incrementare la 31

velocità, stanno passando dall’uso dell’elettricità a quello della luce, ma prima o poi incontreranno i limiti basilari della velocità che sono legati ai parametri propri della natura. Ben sappiamo che la teoria della “Relatività speciale” di Einstein o dello Spazio-tempo non ammette che determinate informazioni possano attraversare i collegamenti elettrici più velocemente della luce. Anche tra i Computer più evoluti esiste un limite di tre (3) nano-secondi, quale misura della velocità di trasferimento delle informazioni attraverso la macchina. Al fine di aggirare tali ostacoli, gli scienziati hanno prodotto componenti sempre più piccoli, ma in tal modo si sono ritrovati di fronte un altro limite fondamentale: “La fisica quantistica”. Infatti secondo tale disciplina i singoli fotoni ed elettroni di un calcolatore sono soggetti al principio d’indeterminazione di Heisenberg e al principio d’invarianza temporale. Si è visto infatti che diversamente dal determinismo assoluto, base e fondamento della fisica classica (dove c’è un prima e un dopo), nel mondo delle particelle (fotoni, elettroni) tutto questo non avviene, anzi si è potuto osservare che alcune antiparticelle si muovono dal passato verso il futuro mentre altre vanno in direzione opposta. Ogni cosa si dissolve così in onde di mera probabilità. *(Vedi a tal proposito successiva Nota del fisico A. Ferrantelli pag .153) Heisenberg stesso, grande fisico, esortava a riflettere su uno dei più bizzarri processi quantistici largamente utilizzati nei dispositivi elettronici pratici, chiamato “Effetto tunnel”. 32

Egli dice: “Immaginiamo di tirare delicatamente un sasso
contro una finestra. Noi ci aspettiamo che il sasso rimbalzi indietro. Invece succede che esso anziché essere respinto dalla finestra, lo attraversa comparendo dall’altra parte e lasciando il vetro intatto. Chiunque griderebbe al miracolo, ma è necessario dire che tale miracolo avviene continuamente nel regno subatomico, dove le regole quantistiche (particella-onda) sfidano il buon senso.”

A livello atomico il sasso corrisponde a una particella quantistica, elettrone o fotone (frequenze) mentre, la finestra ci fa pensare ad una specie di esile barriera che potrebbe essere costituita da un sottile strato di materia (particella) o da un invisibile campo di forza (onda). La particella, in tal modo, può avanzare senza intralcio, nello stesso modo in cui un escursionista trasportato dallo Ski-lift in cima alla montagna riesce ad attraversare e superare la vetta. Quando l’effetto tunnel venne scoperto, la domanda ovvia fu: “Quanto tempo impiegano le particelle ad attraversare la barriera?” La risposta fu che era possibile determinare il tempo impiegato da una particella durante il tragitto al fine di attraversare la barriera, pur in circostanze avverse. Secondo alcuni autori, tale processo poteva verificarsi in modo istantaneo: la particella, cioè, semplicemente spariva da una parte della barriera e riappariva istantaneamente dall’altra parte. Altri si limitarono a dire che non era possibile definire il tempo trascorso durante il tragitto per cui non si sarebbe mai potuto avere una sicura risposta. Tuttavia, è da dire che uno scienziato che si occupa di calcolatori dovrebbe sicuramente essere in grado di 33

determinare la velocità di calcolo della macchina; si tratterebbe quindi, e in ogni caso, di una grandezza osservabile. Comunque, osserviamo come ben altri spunti emergono dall’osservazione di taluni processi quantistici. Quando, ad esempio, un atomo viene eccitato, un suo elettrone passa in uno stato in cui risulta un livello di maggiore energia, e che tale rimane fino a quando non ritorna nel suo stato fondamentale; questo processo viene indicato come “decadimento”. L’energia in eccesso, proveniente dal decadimento, viene liberata generalmente sotto la forma di un fotone che si allontana dall’atomo. Svelando e misurando l’energia del fotone si può conoscere la differenza di energia tra i due livelli atomici. In ogni caso, una delle caratteristiche preminenti della fisica quantistica è “l’indeterminatezza”, nel senso che non è possibile prevedere il comportamento di sistemi o processi individuali (come ad esempio quello delle onde particelle). Teoricamente si potrebbe avere la durata media (tempo) dello stato eccitato di un atomo, ma non si sarebbe comunque in grado di definire con precisione il tempo in cui, in un caso particolare, un dato elettrone verrebbe a decadere. Oltre a ciò, bisogna anche comprendere che non è possibile osservare un atomo durante il processo di decadimento (quando cioè si verifica una liberazione di energia). Ciò che accade, allorché si osserva un atomo da vicino e in continuazione, è il fatto che l’atto stesso di osservazione viene ad interferire con i processi di decadimento 34

provocando un effettivo blocco dell’atomo nel suo tragitto di sviluppo energetico (durante lo stato di eccitazione). Questo fenomeno è stato definito come “L’effetto del bollitore quando viene posto sotto osservazione” perché ricorda un noto proverbio secondo cui se si continua ad osservare un bollitore, l’acqua non bollirà mai. Bisogna dire che questo strano effetto non potrà essere mai eliminato: per controllare qualsiasi sistema o processo quantistico bisogna in qualche modo interagire con esso e tale osservazione disturberà inevitabilmente il processo analizzato. Tuttavia, se noi distogliamo per un attimo lo sguardo, vediamo che l’atomo dispettoso decadrà proprio nel momento in cui si era disattenti. Non siamo i soli ad essere in difficoltà. Infatti tenendo fede al principio d’indeterminazione di Heisenberg sarà sempre impedito a qualunque dispositivo, come a qualunque osservatore, di poter determinare l’istante e la durata del decadimento dell’atomo. Non si tratta di una semplice incapacità dell’uomo, ma di un limite basilare della conoscenza delle leggi naturali. Einstein dedicò molto del suo tempo nel tentativo di escogitare possibili stratagemmi per aggirare il problema, ma, alla fine, abbandonò l’impresa perché era proprio disperata. Tutto rimane nell’indeterminatezza. I fisici possono fare esperienza del mondo quadridimensionale dello spazio-tempo attraverso il formalismo concettuale matematico e astratto delle loro teorie, ma una vera e propria esperienza visiva di tutto questo resterà sempre più legata al nostro mondo 35

tridimensionale dei sensi. Gli schemi del nostro linguaggio si sono sviluppati fino a questo momento in maniera tridimensionale e per tal motivo sarà estremamente difficile osservare la realtà quadridimensionale (unità di energia e materia) della fisica relativistica con i nostri limitati parametri. Alcuni mistici orientali, al contrario, sembrano in grado di percepire direttamente questa realtà multidimensionale e ciò perché, mediante speciali tecniche iniziatiche ormai acquisite, riescono a liberarsi o ad uscir fuori dal proprio corpo-mente (manas) svincolandosi così dai parametri spazio-tempo. Nello stato di meditazione profonda essi riescono ad andare oltre il mondo tridimensionale della vita normale di questo piano manifesto, con possibilità di contattare una diversa realtà nella quale gli opposti polari vengono ad unificarsi in un tutto organico. Tuttavia, anche loro stessi quando tentano di esprimere tali esperienze servendosi delle parole, si trovano davanti alle stesse difficoltà che si presentano ai fisici quando cercano di interpretare la realtà multidimensionale della fisica relativistica. Lama Govinda cosi afferma: “Si può pervenire ad una esperienza superiore integrando esperienze di centri e di livelli di coscienza diversi. Da ciò nasce la difficoltà di descrivere certe esperienze di meditazione trovandosi sul piano della normale Coscienza tridimensionale e quindi attraverso un sistema di ragionamenti che presenta una possibilità ristretta dal punto di vista espressivo.”

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In ogni caso, rientrando nel nostro discorso inerente alla logica dei contrari è da dire che il mondo quadridimensionale della teoria della relatività non è l’unico esempio in cui alcuni concetti apparentemente opposti e contraddittori vengono poi a rivelarsi nient’altro che aspetti seppur differenti della stessa realtà. Energia e materia, particelle e onde, movimento e quiete, esistenza e non esistenza: tali concetti seppur opposti e contradditori, come sopra dicemmo, sono stati oramai superati dalla nuova fisica. Di queste coppie di opposti, l’ultima, e cioè vita-morte, sembra la più importante. Tuttavia osservando la fisica atomica, vedremo che esiste la possibilità di andare più oltre. Analizzando, infatti, la meccanica quantistica possiamo vedere che onde e particelle non vengono considerate in opposizione, bensì come parti complementari di un tutt’uno, anche se ciò risulta difficile da accettare ed è ancora tutt’oggi motivo di continua discussione. Una simile situazione possiamo vederla riflettendo sul superamento del concetto vita-morte che rappresenta uno degli aspetti più sconcertanti del misticismo orientale. Alla stessa maniera dei fisici atomici, i mistici orientali si sono sempre occupati di una realtà che va oltre i piani di esistenza e non esistenza. Così dice il grande mistico Asvaghosa:
“L’essenza assoluta non è né ciò che è esistenza né ciò che è non esistenza, né ciò che è nello stesso tempo esistenza e non esistenza”

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E’ chiaro che messi di fronte ad una realtà che giace al di là degli opposti concettuali, i fisici ed i mistici hanno dovuto utilizzare strumenti adeguati e cioè un nuovo modo di pensare adeguato alle circostanze dove la mente non può essere più legata agli schemi rigidi della logica classica. Nella fisica atomica, per esempio, si è cercato di utilizzare in modo unitario il concetto di particella e di onda al fine di descrivere la realtà manifesta. Si è imparato ad utilizzare entrambe le due rappresentazioni o forme concettuali di cui sopra, passando dall’una all’altra per poter essere pienamente all’altezza durante la descrizione della realtà atomica. Alla stessa maniera il Lama Govinda così afferma:
“Il modo orientale di pensare consiste soprattutto nel girare intorno all’oggetto della contemplazione… creando una impressione sfaccettata, pluridimensionale della realtà che viene a formarsi attraverso la sovrapposizione di singole impressioni ottenute da punti di vista diverse.”

Precedentemente abbiamo osservato come nel mondo subatomico esista una interrelazione o complementarità tra le varie parti che compongono il tutto unico. E’ chiaro, tuttavia, che i nostri strumenti classici d’indagine impostati su quella che è l’ordinaria esperienza macroscopica non sono del tutto adeguati a descrivere questo mondo. Anzitutto bisogna dire che il concetto di un’entità fisica ben distinta qual è quello di onda-particella, non riesce ad assumere alcun significato fondamentale. Tale concetto-immagine potrà essere definito solo in base alle connessioni che l’onda-particella ha col tutto, e tali connessioni, sempre che ci siano, potranno avere solo un 38

valore di natura statistica: esse rappresentano varie ipotesi di probabilità invece che di certezze. Per dare una migliore comprensione di ciò e specialmente riguardo alla suddetta connessione dell’onda-particella col tutto, Niels Bohr introdusse l’idea di “complementarità”. Egli considerò il concetto corpuscolare e quello ondulatorio delle onde-particelle come due aspetti complementari della stessa realtà, ognuna delle quali è solo parzialmente adeguata allo scopo ed ha un limitato piano di applicazione. Infatti, vediamo che entrambe le immagini (onde-particelle) sono necessarie per dare una descrizione completa della realtà atomica, ed entrambe devono essere applicate sempre nei limiti fissati dal principio d’indeterminazione (… secondo il quale non si può determinare con precisione e contemporaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella). In ogni caso quest’idea di complementarità nell’Unicità (onda-particella) è divenuta un aspetto essenziale di come i fisici riflettono sulla natura e Bohr ha sempre suggerito che tale idea interattiva potrebbe costituire un concetto utile anche fuori della fisica. In realtà, tale concetto è stato estremamente utile 2500 anni fa. Il pensiero cinese antico era, infatti, basato sull’intuizione secondo cui gli opposti stanno tra di loro in rapporto d’interconnessione l’uno rispetto all’altro. Alcuni saggi cinesi indicavano questa complementarità degli opposti con gli archetipi polari Yin e Yang e consideravano la loro interrelazione dinamica come l’essenza unica di tutti i fenomeni naturali e di tutte le situazioni umane.

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Bohr sicuramente fu veramente consapevole di questa corrispondenza tra il suo concetto di complementarità e quello cinese concernente l’yin e yang degli archetipi universali. Nel 1937 quando la sua interpretazione della meccanica quantistica era già stata elaborata, egli fu profondamente colpito dell’antica idea cinese degli opposti polari. Dieci anni più tardi, quando ebbe grandi meriti per i suoi risultati scientifici e quando gli fu chiesto di scegliere un soggetto adatto per il suo stemma, egli scelse il simbolo cinese del Tai-Chi, che rappresenta appunto la complementarità degli opposti archetipali Yin e Yang. Egli così unì per il suo stemma il simbolo suddetto insieme al motto “Contraria sunt complementa” (opposti complementari) riconoscendo una profonda armonia tra l’antica saggezza orientale e la scienza occidentale moderna. Nel capitolo conclusivo di un suo libro, rivolgendosi al suo amico Friedrich, Heisenberg, disse:
“Tu vuoi giungere alle particelle elementari e con esse al mondo partendo da varie alternative possibili (schemi, immagini, concetti): ma alla stesa maniera Platone cercò di pervenire ai corpi regolari e al mondo partendo dall’immagine-schema triangolo. Le tue alternative sono immateriali quanto i triangoli del Timeo. Ma applicando la logica dei Quanti, l’unica alternativa possibile da cui tu vorresti partire, ci sembra una forma prima da cui derivano le altre per ripetizione…

e continuando:….
se ho capito bene l’itinerario che ti proponi di seguire per arrivare alle particelle elementari comincia dalle alternative (schemi-immagini) per giungere ai gruppi di simmetria, cioè alle

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espressioni matematiche o proprietà. Le espressioni matematiche che simboleggiano le particelle elementari rappresentano le proprietà. L’espressione matematica (proprietà) rappresenta per così dire l’idea delle particelle elementari sulla quale idea poi si modellano le particelle reali... Sono d’accordo con te.”

La portata rivoluzionaria della concezione che andò emergendo (La cosiddetta idea archetipale o noetica della realtà) fu che di colpo venne spazzata via la dualità tra soggetto conoscitore e cosa conosciuta (oggetto) essendo insostenibile una forma separata o oggettiva della realtà (Tutto cioè fa capo all’unicità della Coscienza impersonale) Il concetto di dualità è stato solamente un pregiudizio profondamente radicato nel senso comune e soprattutto nella descrizione “scientifica” della fisica classica. La divisione tra res extensa e res cogitans in fondo si basava su tale pregiudizio e la fortuna della formulazione di Cartesio: “Cogito ergo sum” ha contribuito a rafforzarlo. Anche la distinzione di Kant tra fenomeno e Noumeno, al di là della intenzione dell’autore, ha avuto un simile effetto di separatività. Nella sua “Critica della ragion pura” Kant sostenne che la mente umana assorbe i dati empirici in accordo con i parametri dello spazio e del tempo. In base a questi principi e alle loro conseguenze logiche (giudizi sintetici a priori) Kant metteva al centro la geometria euclidea a tre dimensioni, nonché la distinzione tra Noumeno e fenomeno: dall’evidenza empirica allora disponibile nacque l’opinione comune che la geometria euclidea fosse unica e necessaria.

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D’altra parte, poiché l’uomo si era effettivamente evoluto ed aveva lottato in uno spazio euclideo a tre dimensioni, l’affermazione di Kant non avrebbe potuto destare scandalo. In realtà l’uomo di Neanderthal poteva fare a meno della quarta dimensione. Tuttavia bisogna pur dire che a differenza dei comuni esseri viventi l’uomo tende naturalmente all’astrazione. Lo stesso Giordano Bruno scrisse: “Possiamo affermare con
certezza che l’universo è tutto esso centro, o che il centro dell’universo sia dappertutto e la sua circonferenza in nessun luogo”.

D’altra parte, se ci si attiene ad una visione rigorosamente scientifica, cioè sperimentale, non si può non riconoscere che l’oggetto di conoscenza, non è altro che un qualcosa che appare alla coscienza e quindi un contenuto della coscienza, non qualcosa di esteriore ad essa e quindi non è giusto dire che sia separato da essa. Ad esempio, quando si osserva un tavolo, non si vede altro che una modificazione percettiva che si è verificata nella coscienza, una impressione arrivata sul mentale in seguito ad una sensazione, poi si pensa e si concettualizza che tale sensazione sia avvenuta a causa dell’incontro tra una realtà esteriore (oggetto) e gli organi di percezione. Oggi si può comprendere meglio cosa intendeva Platone quando parlava di ombre sensibili: gli oggetti sensibili in realtà non esistono, essi sono l’ombra, la proiezione dei fenomeni, dal momento che essi rimandano a qualcosa di esteriore che di fatto non c’è. Esiste solo un’impressione che arriva sul mentale in seguito ad una modificazione della coscienza (ciò che realmente si vede). Tale impressione è 42

un fatto interiore mentale, concettuale. Gli oggetti, come abbiamo detto non sono altro che ombre, o meglio impressioni che arrivano sul nostro schermo interiore di percezione. Dunque, poiché non c’è più un reale oggetto (ma solo ombre), non si può continuare ad inseguire una realtà separata, epidermica, oggettiva. Né bisogna credere che a tal punto rimarrebbe soltanto una conoscenza soggettiva, un’opinione personale: infatti, scomparso l’oggetto non c’è più neanche il soggetto, ma solo un'unica realtà che supera la polarità (soggetto-oggetto) e che in quanto tale è una realtà non duale. E’ vero, comunque, che pur avendo compreso che non esiste alcuna realtà esteriore, si sperimenta quasi sempre un forte condizionamento da qualcosa che è al di fuori. Platone risponde dicendo che ciò è dovuto al fatto che la coscienza, come l’auriga che si è addormentato, non esercita più la sua funzione di guida ma è trascinato da ciò che normalmente dovrebbe ubbidirgli (il cavallo). La coscienza “manasica”, cioè, dimenticando che i fenomeni sono solamente una proiezione, attribuisce loro una realtà esteriore dipendendo fortemente da questa proiezione illusoria. A tal punto dobbiamo convenire che la vera Conoscenza non può non essere che “Conoscenza per identità”, il che significa: “Conoscere è essere” ovverosia “ConoscenzaCoscienza”. Una volta liberi dall’illusione di un mondo oggettivo è chiaro che la molteplicità non potrà più essere considerata reale ma soltanto un riflesso, un’ombra. 43

Essa non è altro che la magica apparizione di una realtà non separata dalla fonte ma ad essa unita. Ne risulta quindi che questo tipo di comprensione del mondo, non è per niente diversa da quell’antica prospettiva pitagorica che riusciva a svelare l’armonia del mondo e si poneva nei confronti della vita in termini di “Comprensione” dal latino “Compre...hendere” e non di “esclusione”: la molteplicità ricondotta all’Unità primordiale è quindi tutto ciò che costituisce l’Armonia primigenia. Pitagora sosteneva che il cosmo fosse una struttura armonica di leggi naturali percettibili musicalmente. Gli stessi atomi circolano dappertutto: terra, piante, animali e uomini senza far altro che entrare in combinazioni diverse. Tutto questo permette di scorgere dietro le diversità o differenze create dalla mente, la sola unica e vera essenza: il Reale che è infinito e che vive nella nostra e più profonda intimità.

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L’advaita Vedanta e la fisica delle particelle

Sri Samkara (788-820) Non solo “il linguaggio è la casa dell’Essere” ma noi siamo “parlati dal linguaggio”, e dunque dall’Essere: è dunque sul linguaggio, su quello poetico in particolare, che ci dobbiamo concentrare per comprendere l’Essere e la nostra condizione in relazione ad esso. Ci metteremo così sulle tracce del linguaggio originario che nasconde la parola fondamentale dell’Essere, fino a toccare il fondo trascendente che regge tutto quanto, salvo a sprofondare nell’abisso dell’Ab-grund, l’assenza di fondamento, che costituisce ciò che i grandi Rsi chiamano “Brahman Nirguna”.

Da: “Riflessioni sul pensiero di Heidegger.”

Un grande asceta Vedantino, il maestro Raphael, ci ha fatto notare che esiste un reale parallelismo tra lo Yoga Vedanta e la fisica delle particelle, fornendoci sempre più nuovi chiarimenti circa il discorso sulla polarità. Egli si esprime in tal modo:
“La scienza, pervenendo all’unità elettronica, non ha fatto altro che convalidare le esperienze degli antichi yogi, i quali hanno sempre affermato che la manifestazione non è altro che una modificazione dell’Akasa, sostanza prakritica, o crogiuolo informe, del quale sono impastate tutte le forme materiali”. *(3)

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L’Advaita Vedanta rappresenta il frutto finale della metafisica dei popoli Indoeuropei o Ariani che fu rivelata nei sacri testi dei Veda (1500-800 a.C.). Samkara, codificatore del Vedanta Advaita, darsana metafisico (Visione mistica) della non dualità, nacque nell’VIII secolo da una famiglia Brahmana. Alla stessa maniera dei suoi maestri Gaudapada e Govinda, egli seppe condensare l’essenza della poliforme mitologia vedica (sovrapponibile a quella Greco-Romana) interpretando validamente la profondissima filosofia delle Upanishad, ultima parte dei Veda. E’ opinione generale di fisici eminenti, che la Scienza debba avere oggi un ruolo sociale e politico come ci è stato tramandato dall’antica filosofia Greca. * (2) Ben vedremo quanto questi antichi filosofi siano in perfetta sintonia con la chiara bellezza speculativa e la perfetta simmetria che si ricava tutt’oggi dalle teorie della fisica delle particelle. Nella sua opera “Aparoksanubhuti” (Realizzazione), Samkara espone un esempio basilare della sua metafisica. Così egli dice: “Come contemplando un vaso possiamo
percepire ad un tratto l’argilla, così contemplando il mondo fenomenico possiamo percepire il sempre risplendente Brahman (Assoluto immanifesto).

Questo fenomeno quasi magico che è provocato da Maya Avidya (ignoranza) e da Vidya (Conoscenza), viene da lui più volte riproposto con vari esempi: sogno-veglia, ondaoceano, stoffa-filo, spada-ferro, orecchino-oro, casa-legno lavorato, nebbia-sole, lucciola-sole, Re-servitore, monte Meru- atomo. 46

Riportando tutto questo nel linguaggio scientifico moderno, possiamo dire che la Maya vedica corrisponde al mondo delle Mega-Strutture percepito dai sensi ed essa, come dice il Maestro Raphael, la possiamo riconoscere, anche se è velata, dal momento che ne facciamo esperienza tutti i giorni. In opposizione a tale mondo, osservando l’Universo delle micro-strutture o delle particelle fondamentali, è facile rendersi conto che quest’ultimo presenta molte delle caratteristiche che i testi Advaita attribuiscono al Brahman stesso (Assoluto immanifesto). Lo stesso Parmenide, nei suoi scritti, dice le stesse cose:
“… che l’Essere è non nato (άγένητον), incorruttibile (άνώλεθρόν) infatti è intero nel suo insieme, immobile e senza fine (ατέλεστον)”

Alla stessa maniera, nei testi Advaita, vediamo che il Brahman si presenta come: -Esente da limitazioni: Ed è alla stessa maniera che si presenta l’universo delle particelle e cioè come finito ma illimitato (ricordiamo comunque che si tratta di un parallelo e non di un’effettiva equivalenza col Brahman). In geometria abbiamo l’esempio della linea infinita che diventa finita ma comunque illimitata allorché si chiude in un cerchio. -Non nato: Nella fisica classica ogni cosa che ha avuto un inizio è destinata ad avere una fine; infatti dove esiste un prima e un dopo vi è sempre una direzione irreversibile (determinismo) a senso unico nella dimensione temporale. 47

Viceversa, nel mondo interattivo o interconnesso delle particelle tutto ciò non accade. Infatti, vediamo che nelle formule matematiche il suddetto movimento tra le particelle è descritto sia come un’antiparticella che si muove dal passato verso il futuro, sia come una particella complementare che invece si muove dal futuro verso il passato (*vedi il principio d’indeterminazione di Heisenberg e il
principio d’invarianza temporale nonché la nota di A. Ferrantelli).

Dice Heisenberg: “Risulta che è impossibile stabilire fin
dall’inizio quale direzione potrebbe prendere una singola particella nella temporalità.”

“Il principio d’invarianza” si affermò in seguito alla difficoltà di poter prevedere quale direzione possa prendere una singola particella nello spazio-tempo (insieme di dimensioni) e ciò in opposizione alla logica della fisica classica legata ad un determinismo irreversibile e a senso unico. * Nota del fisico A. Ferrantelli: “ Una dimensione è ad esempio la
lunghezza, mentre lo Spazio può essere n-dimensionale, con n-intero. Anche il tempo è una dimensione distinta, quindi lo Spazio-tempo è diciamo un insieme di dimensioni, ma non una dimensione singola”

Fu proprio tale strano comportamento delle particelle che fece pensare al fatto che il microcosmo si dovesse reggere non alla maniera di un assoluto determinismo, bensì in base al principio di indeterminazione. Continua il grande fisico:
“Tale modo di comportarsi delle particelle subatomiche mette in crisi il concetto di causalità: nel microcosmo, infatti, sembra ci siano eventi senza causa. Tali considerazioni ci fanno pensare che i “punti” quali costituenti elementari dello spazio, non sono altro che “nuvole di probabilità” alla stessa stregua delle particelle “costituenti elementari” della materia anch’esse “nuvole di probabilità” che si evolvono nel tempo in modo

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deterministico. Questa è la danza di Siva, simbolo della creazione e distruzione, nascita e morte di tutte le cose illusorie e mutevoli nel flusso incessante di “lila” (maya). …Il tempo irreversibile, l’invecchiamento, la putrefazione, dal punto di vista della microfisica sono tutte delle illusioni. Lo stesso Einstein disse: “Per le persone come noi che credono nella fisica, è abbastanza chiaro che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione dura a morire.” …La meccanica quantistica ha quindi demolito i concetti classici di oggetti solidi e di leggi rigorosamente deterministiche della natura. A livello sub-atomico, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in configurazioni di onde di probabilità. Non possiamo mai prevedere con certezza un evento atomico: possiamo solo dire quanto è probabile che esso avvenga. … Un’attenta analisi del processo di osservazione in fisica atomica ha mostrato che le particelle sub-atomiche non hanno alcun significato come entità isolate, mentre possono essere comprese solo come interconnessione tra la fase di preparazione di un esperimento e le successive misurazioni. La meccanica quantistica rivela quindi una fondamentale unità dell’universo: non possiamo scomporre il mondo in unità minime indipendenti. Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di “nessun mattone fondamentale” o isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto. Quando ci occupiamo della materia a livello atomico, non possiamo più operare la separazione cartesiana (res cogitans e res extensa) tra l’io e il mondo, tra osservatore e osservato. Nella fisica atomica non possiamo parlare della natura senza parlare contemporaneamente di noi stessi. Da ciò risulta chiaro che l’ideale classico di una descrizione oggettiva della natura non è più valida. * (19)

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-Continuo stato di equilibrio: sono note le leggi della conservazione dell’energia secondo le quali la somma di tutte le forme di energia presenti nell’universo è costante; alla stessa maniera delle leggi di conservazione delle cariche elettriche e di quelle relative alla fisica delle particelle, che ammettono una carica totale dell’universo uguale a zero. -Sempre identico a se stesso: A tal proposito è da dire che le stesse leggi di conservazione dell’energia derivano come conseguenza diretta dalle leggi di Simmetria. Queste leggi fanno riferimento al fatto secondo cui alcuni oggetti restano sempre invariati o esenti da mutazione anche in seguito ad una probabile trasformazione o movimento. Ad esempio, se noi facciamo ruotare una sfera intorno al proprio asse, vediamo che la sfera rimane sempre identica a se stessa. -Unico sostrato del mondo dei nomi e delle forme: Oggi si da per scontato che dietro tutte le creature cui veniamo in contatto: oggetti, piante, animali, esseri umani, ci debba essere un unico e identico sostrato di particelle fondamentali. L’albero, il PC, il corpo di una donna, una farfalla ecc., ecc., sono tutti fatti della stessa sostanza. Non c’è differenza, ogni limitazione si dissolve, ogni confine si annulla, la misera superficie della pelle non presenta più alcun significato. Non c’è più divisione soggetto-oggetto, non c’è più l’opposizione io-non io, osservatore e osservato, esiste solamente una perfetta unità del tutto. …C’è una rete infinita che lega invisibilmente tutte le creature viventi: la fisica ci dice che nel nostro ultimo respiro abbiamo inalato almeno uno degli atomi del respiro di Platone o di Samkara mentre erano intenti ad insegnare ai 50

loro discepoli la filosofia di quell’ “Essere” che sempre è e non diviene. -Non può essere oggetto di percezione: Come il Brahman, anche l’Universo delle particelle non può essere percepito dall’occhio umano, neanche con l’ausilio di potentissimi acceleratori. Le particelle si possono visualizzare solo indirettamente attraverso le foto relative alle tracce delle bollicine che esse stesse lasciano allorquando attraversano l’apparecchiatura nota come “Camera a nebbia”. Un esempio di ciò si può avere osservando le scie di condensazione che un aereo a reazione lascia dietro di sé nel cielo. -Continuo ed omogeneo (Brahman): La continuità e l’omogeneità (cioè la presenza delle stesse proprietà in ogni suo punto) sono caratteristiche intrinseche del nostro universo, insieme al carattere dell’isotropia, cioè al fatto che le sue proprietà restano sempre uguali indipendentemente da qualsiasi direzione scelta. -…E’ Pienezza: A tal proposito è da dire che, su grande scala, la geometria dello spazio-tempo appare piatta e calma come la superficie di un oceano. La stessa geometria però alla scala di 10.33 cm appare simile alle onde spumeggianti nella tempesta (cosiddetta in termini tecnici: “Schiuma spazio-temporale”). Su questa scala è, infatti, possibile osservare un oceano ribollente di miriadi di particelle virtuali che nascono e muoiono, strettamente create e annichilite nel corso di tempi e distanze estremamente brevi. -…E’ causa di produzione, preservazione e dissoluzione del cosmo (Brahma, Siva, Visnu): Abbiamo precedentemente 51

detto che le particelle, pur muovendosi in una dimensione atemporale, furono la causa prima dei fenomeni avvenuti durante il big-bang. Attualmente esse mantengono in vita l’ordine del cosmo e, probabilmente in un lontanissimo futuro, saranno causa di distruzione cancellando ogni informazione e memoria in esso contenuta. Un Kalpa (ciclo temporale), secondo i grandi Rsi, rappresenta un ciclo di tempo che comprende questi eventi ed innumerevoli kalpa si susseguono nel respiro eterno di Brahma. * (4) Considerando il punto di vista Vedantico possiamo arguire che tutto ciò che la scienza esprime in formule concettuali si muove in perfetta sintonia con la filosofia perenne e quindi con la Tradizione eterna. Nell’Europa odierna, come ben sappiamo, grazie ai fisici del CERN di Ginevra che operano su acceleratori di particelle del tipo Super-Sincrotrone (in un tunnel lungo sette chilometri) e grazie a scienziati come Rubbia, la fisica moderna è ritornata al vertice della ricerca mondiale.
*Nota A. Ferrantelli: Il LEP in cui Rubbia ha scoperto i bosoni W e Z era un tunnel di sette chilometri di lunghezza. L’LHC che però funziona attualmente è lungo 27 Km.

E’ molto importante osservare come la gente comune, abbastanza disorientata a causa dell’instabilità dei valori basilari della vita, si rivolga sempre più verso opere di divulgazione scientifica in cerca di risposte concrete sull’esistenza. La fisica tuttavia solo oggi è arrivata a convalidare le esperienze interiori dei grandi Yogi vedici, riaffermando che 52

non c’è alcuna differenza tra le particelle fondamentali che sono la “Sostanza” di un individuo e le particelle fondamentali che sono la “Sostanza” dell’intero universo. L’Atman, spirito divino, partecipa totalmente della divinità del grande Brahman, e ciò per pura identità di sostanza: tutto è Brahman. L’Atman (spirito divino) è il testimone, fulcro permanente della Coscienza individuale; egli solo conserva la posizione privilegiata da cui osserva ogni cosa: il mondo scorre davanti ai suoi occhi ma egli permane immutato pur essendo al centro di questi innumerevoli cambiamenti. Nel Vivekacudamani 481,482, 365) è scritto:
(Il gran gioiello della discriminazione, versetti

“Avendo realizzato l’identità dell’Atman con il Brahman, la mia mente, con tutte le sue attività è svanita… Non posso esprimere lo splendore di questo supremo Brahman: in quest’oceano, essenza di beatitudine, la mia mente si è dissolta come un chicco di grandine sul mare.”

e continuando:
“La vera natura del Brahman può essere realizzata in tutta la sua evidenza e nella sua pienezza soltanto attraverso il Nirbikalpa Samadhi (Samadhi senza differenze). Altro mezzo non c’è, in quanto la mente, essendo instabile, è sempre pronta ad associarsi ad altre percezioni.”

Per il grande Samkara, quindi, le polarità esistono solo come apparenze (Maya), la sola realtà è il Brahman, mentre il mondo fenomenico, duale (luce-ombra), è soltanto un’illusione alla stessa maniera che una corda è scambiata per un serpente o come una scia luminosa tracciata da un tizzone ardente che in veloce movimento appare e scompare. 53

Da ciò consegue che le vecchie superate concezioni del positivismo sono alquanto ridimensionate: ciò che si osserva è almeno in parte apparenza, anche se corrisponde tuttavia ad un qualcosa di reale che esiste indipendentemente dagli esseri umani, alla stessa maniera di come gli oggetti della Maya fanno capo ad una realtà soggiacente. Secondo tale criterio di realtà, è falso dire che il colore azzurro del cielo è reale: sappiamo, infatti, che i colori osservati sono almeno parzialmente delle apparenze e che la realtà oggettiva è invece quella relativa alla lunghezza d’onda della luce riflessa nel cielo. Sempre nel Vivekacudamani (versetto 195) si legge:
“Tra il senza forma (Sé-Atman) e il mondo degli oggetti può esserci un rapporto solo sul piano dell’illusione, come avviene quando si attribuisce il colore azzurro del cielo, basandosi solo su una percezione sensoriale.”

Il Timeo di Platone e la nuova fisica
Nel “Timeo” di Platone dove, sotto forma di dialogo, Timeo rappresenta il protagonista, si fa riferimento alla Scienza Pitagorica. In passato il carattere magico e misterioso, come approccio alla realtà, è stato considerato come esattamente opposto alla rigorosa precisione e chiarezza del metodo empirico sperimentale. Platone, nel far suo il punto di vista 54

Pitagorico, a causa della sua espressione mitologica e vaga, sembra ancor più allontanarsi da questo ideale scientifico. La concezione dell’universo esposta nel Timeo era, per la fisica classica, poco più che una favola, un mito forse utile per arricchire lo spirito, ma inutile alla comprensione scientifica. Oggi però, lo sviluppo della fisica ha portato ad una concezione del mondo molto diversa e il nuovo atteggiamento scientifico sembra avere abbattuto le antiche barriere cristallizzate che impedivano di guardare spassionatamente altri metodi d’indagine al di là degli schemi della fisica classica. L’uomo è stato costretto a vedere la natura entro una nuova luce. L’idea Pitagorica che spiegava l’universo come una costruzione geometrica, e basata sui rapporti numerici, in passato era considerata come superstizione religiosa; oggi invece risulta molto attuale. Basta, infatti, considerare il valore delle cosiddette “costanti di natura”, costanti che appaiono osservando le leggi che regolano i fenomeni generali della natura. Tali costanti sono dei numeri che non misurano un’entità fisica, ma descrivono un rapporto virtuale seppure costante. Le più famose sono “G”. o costante di gravità, “e” la carica elettrica, “c” velocità della luce. Inoltre, le due famose tavole dei corpi semplici di Mendeleev e Moseley, che riducono la varietà della materia da un livello macrofisico ad una semplice variazione quantitativa, sembrano condurre nella stessa direzione. Oggi, più che in passato, osservando la microfisica emerge una visione straordinariamente Pitagorica. 55

Fra le nuove idee speculative, vi è quella che è chiamata “geometrizzazione della fisica”, l’idea cioè che lo spazio e il tempo siano tutto e che gli attori, l’azione e la scena della natura siano tutti e tre manifestazioni di una basilare geometria quadridimensionale dello “Spazio-tempo”. D’altra parte, il mito della precisione oggettiva deterministica attribuita alle scienze empiriche è stato fortemente scosso dal principio d’indeterminazione, dal principio d’invarianza e dalla teoria della relatività (Heisenberg – Einstein). Conoscendo più profondamente il mondo subatomico, la natura ci appare proprio come qualcosa di misterioso, almeno per quanto riguarda le conoscenze attuali. In questa nuova situazione, ricorrere ad un linguaggio approssimativo non è più mancanza di scientificità, ma sotto certi aspetti, è una necessità della scienza. “La teoria dei quanti” ci offre un esempio tra i più clamorosi di come si possa capire a fondo una correlazione, ricorrendo ad immagini e analogie. Immagini che corrispondono nel caso nostro ai concetti classici di “Onda” e “Particella”. Dal momento che i fenomeni naturali sono descrivibili solo attraverso il linguaggio corrente, è solo per mezzo di queste immagini e di queste analogie che possiamo sperare di conoscere il reale. Tutto ciò mostra come le riserve e la diffidenza di un atteggiamento scientista nei confronti della visione “Pitagorica” sia stata quasi sempre frutto d’incomprensione.

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In effetti, è da dire che la scienza pitagorica è per lo più sconosciuta nel suo aspetto profondo, sia per il suo carattere misterioso, ma soprattutto perché la cultura occidentale sembra essere avversa o poco interessata ad un tipo di conoscenza che richiede una specifica attitudine all’interiorizzazione. Attualmente sembra ci siano condizioni più favorevoli per una comprensione più adeguata circa il reale valore scientifico del “Timeo” e specialmente al fine di superare la contrapposizione tra ricerca scientifica e filosofia misterica. Anche la fisica di Kant, avendo posto i principi fondamentali della fisica classica come la condizione “a priori” dell’indagine fisica, fece sorgere la credenza che tali principi fossero assoluti, cioè valevoli per sempre e tali da non poter più essere modificati da nuove esperienze. Nacque l’idea di un mondo materiale obiettivo svolgentesi nello spazio-tempo e che, simile ad una macchina, andava avanti secondo leggi inalterabili; un mondo posto e strutturato su degli schemi rigidissimi. Il fatto che questa macchina, come l’intera scienza della natura fosse a sua volta un prodotto dello spirito umano e quindi avesse natura soggettiva e non oggettiva, parve senza importanza per la comprensione della natura. L’immagine scientifica che nacque in tal modo, caratterizzando il secolo 19°, passò per razionalistica, perché il suo centro era basato su un certo numero di concetti razionalmente analizzabili.

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Da ciò nacque la fede nella possibilità di analizzare razionalmente ogni realtà (Assolutismo scientifico). Su tale questione, furono di gran lunga importanti alcune riflessioni che preparavano ad una nuova visione:
“Ma bisogna dire ben chiaro che non potrà mai essere che attraverso la conoscenza di una piccola parte del mondo, si possa giungere alla comprensione della sua infinita molteplicità. …Nei tempi passati il modello della scienza esatta faceva riferimento ai sistemi filosofici in cui una certa validità – quale il “Cogito ergo sum” di Cartesio - era il punto di partenza per poter affrontare tutte le questioni relative alla concezione del mondo. …Ma ora, nella fisica moderna, la natura ci ha ricordato ben chiaramente che non è possibile comprendere tutto lo scibile partendo da una simile salda base di principi (ad esempio: Cogito…), anzi, di fronte ad ogni conoscenza sostanzialmente nuova, dovremmo cercare di ritrovarci sempre nella situazione di Colombo che ebbe il coraggio di abbandonare tutta la teoria sulla terra finora conosciuta, nella folle speranza di trovare terra al di là dei mari.”

Questa pagina di Heisenberg, uno dei massimi esponenti della scuola di Copenaghen, fa comprendere come la scienza fosse pervenuta ad una conquista decisiva e cioè ad un nuovo modo di vedere le cose. In primo luogo, si può notare che mentre in passato le innovazioni erano accompagnate da una vera contrapposizione, per cui una nuova conoscenza provocava uno scontro nei confronti della vecchia concezione, ora, nel nuovo modo di pensare, ci si rende conto sempre con più chiarezza che la “Conoscenza” coincide con una “Comprensione” più che con una “Esclusione”.

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Finalmente si capisce che la vera conoscenza non può più consistere nell’accettare o rifiutare una teoria, ma nel comprenderla, cioè nel valutare correttamente entro quali limiti essa si pone. Tale fatto è della massima importanza. Esso mette in guardia da quello che potrebbe essere uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo della conoscenza, cioè “assolutizzare” ciò che assoluto non può essere. In tale condizione è come se si verificasse una “Decristallizzazione” tale da renderci capaci di una vera conoscenza, spingendoci cioè a cercare la certezza nella giusta direzione. Il non attaccarsi ad alcuna idea scientifica consente di non essere “attaccati” ai ceppi sempre in agguato della cristallizzazione mentale, poiché in fondo la rappresentazione mentale, o immaginazione rappresentativa, è sempre provvisoria, non essendo conoscenza diretta. Solo una tale condizione di libertà permetterebbe di espandere i propri orizzonti di conoscenza, poiché non è possibile, come a volte si è creduto, che lo sviluppo di essa possa consistere soltanto nell’analisi del già conosciuto. In passato si è guardato, da parte degli ambienti scientifici, con un certo disprezzo e con aria di superiorità al mondo della ricerca interiore, partendo dal presupposto che la vera conoscenza si ha solo in riferimento al mondo esteriore. Ora però molti scienziati moderni fanno accostamenti tra le leggi da loro scoperte e la metafisica tradizionale. Dunque non si tratta di avvalorare la “scientificità” del Timeo, bensì di un tentativo più importante che possa 59

permettere di realizzare una sintesi delle varie vie di conoscenza, ipotizzando, che non sia soltanto “Una”, la via che porta alla verità, per quanto la verità sia Una. Se i due tipi di approccio alla realtà (interiore ed esteriore) per molto tempo non si sono incontrati, probabilmente ciò è stato a causa di precise esigenze storiche: da entrambe le parti si è spesso cercato di assolutizzare il proprio punto di vista; ma ciò come ben si sa è stato solo frutto d’incomprensione, di incapacità di pensare la stessa realtà secondo modi diversi e forse era davvero necessario che le due strade fossero percorse in maniera autonoma al fine di raggiungere profonda consapevolezza della validità di ciascuna. Un modo per rendersi conto della convergenza tra la cosmologia del Timeo e l’immagine del mondo prospettata dalla nuova fisica, è quello di considerare il rapporto tra ciò che cambia e ciò che rimane costante. Nb: Questo punto è della massima importanza nella filosofia di Platone: esso ricorre più volte nel Timeo, esprimendo la conclusione che solo di ciò che è costante si può avere conoscenza, mentre del mondo sensibile che è soggetto a mutamento, si può avere solo una conoscenza verosimile, cioè probabile.
“Secondo il mio parere, bisogna fare questa distinzione: Che cosa è ciò che sempre è e non ha generazione e che cosa è ciò che si genera sempre e mai non è. L’Uno è apprendibile dall’intelligenza mediante ragionamento, perché è sempre allo stesso modo; l’altro è invece opinabile dall’opinione mediante la sensazione irrazionale, perché nasce e perisce, ma in realtà non è mai” (Platone, Timeo).

Nella fisica classica si riteneva che solo un’indagine oggettiva intorno alla natura potesse culminare in una 60

conoscenza certa, poiché si pensava che la probabilità cui essa era momentaneamente legata non fosse altro che il frutto della nostra ignoranza, la quale solo grazie ad un progressivo ampliamento della conoscenza, poteva essere rimossa al fine di poter prevedere con esattezza e precisione ogni evento naturale. Oggi, in seguito alle intuizioni di Heisenberg basate sulla constatazione che “risulta impossibile un’osservazione pienamente oggettiva (esteriore) poiché il fenomenooggetto osservato non è qualcosa di separato o indipendente dal soggetto- osservatore”, vediamo che la suddetta indagine deterministica e oggettiva della realtà su cui si basava la fisica classica è stata messa in crisi e completamente ribaltata. Mentre, nella fisica classica, si pensava che almeno in linea di principio fosse possibile partendo da conoscenze sufficienti relative ad una particella, pervenire a delle previsioni certe riguardo al suo futuro comportamento (Logica di Newton), nella nuova fisica non è possibile né di fatto, né in linea di principio, poter calcolare l’andamento esatto di tali fenomeni. Un’identica e simile posizione si trova in Platone. Secondo il grande filosofo, la conoscenza è intellegibile, riguarda il mondo delle idee che sono sempre identiche a se stesse: … “Bisogna credere che ci siano due realtà, l’una
costante e conoscibile, l’altra mutevole e inconoscibile e, poiché il mondo sensibile (mutevole) è legato a ciò che è costante da un preciso rapporto di dipendenza: ciò che è costante governa il mutamento (La Diade: Cosmos-Chàos, nella
costante unità del Nous)”.

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Sembra sempre più chiaro che la comprensione del mondo fisico coincida con l’osservazione di ciò che rimane costante. Secondo la nuova visione, per tal motivo gli oggetti del mondo fisico non possono essere considerati reali; non è possibile dire che qualcosa muore e qualcos’altro nasce ma piuttosto che la medesima realtà, rimanendo costante, assume forme diverse.
“E’ necessario, dice Platone, proporre dei dubbi circa il fuoco e gli altri corpi che si accompagnano al fuoco; poiché dire per ciascuno di essi quale realmente convenga chiamare acqua piuttosto che fuoco in modo da potersi valere di un discorso attendibile e sicuro, è difficile… Prima di tutto quello che ora abbiamo chiamato acqua, allorché si congela, vediamo che, a quanto ci pare, diventa pietre e terra; e allorché invece evapora e si dissolve, esso stesso diventa vento e aria; e l’aria arroventata diviene fuoco; mentre il fuoco compresso e spento, se ne va via di nuovo in forma di aria… …E poiché queste cose, una per una non appaiono mai sotto una stessa forma, qual è tra loro quella di cui si potrà sostenere che è “Questo” e non un altro?” Non c’è; ma più sicuro intorno a tali cose è meglio dire: -che di quello che vediamo assumere forme sempre più differenti. Per esempio, il fuoco, non si debba dire “questo” è il fuoco, ma ogni volta; ciò che è così fatto (che appare) è fuoco, cioè questo modo di apparire, questo fenomeno.”

Da queste considerazioni ne viene che il divenire sensibile comincia ad assumere una configurazione più adeguata, sostituendo al materialismo oggettivo, un materialismo strutturale, (forme-simboli) in quanto ciò che diviene non è un ente ma una forma-strutturata; è come se una sostanza indistinta e omogenea, strutturandosi in modi diversi desse luogo a figure o forme molteplici: ma le 62

forme varie che tale sostanza assumerebbe non sarebbero reali nel senso comune del termine. Queste forme non sarebbero altro che una momentanea espressione simbolica della realtà sottostante (sostrato primigenio della materia). Scrive F. Capra:
“Le particelle sono strutture dinamiche, modelli di attività che hanno un aspetto spaziale e un aspetto temporale. Gli atomi sono formati da particelle e tali particelle non sono fatte di sostanza materiale. Quando le osserviamo, non vediamo mai sostanza alcuna; ciò che osserviamo sono strutture dinamiche, simili a schemi o immagini che si trasformano di continuo l’una nell’altra”.

Pensare che esista una qualche realtà materiale dietro questi fenomeni è una congettura che non ha mai avuto riscontro nell’esperienza. Il mondo materiale, perciò, non è fatto altro che da queste strutture fenomeniche, forme simboliche schematiche (che appaiono, durano e scompaiono). Torna a proposito la concezione di Platone, secondo cui la materia è intesa come ricettacolo di forme per cui si potrebbe così intendere: Immaginiamo che ci sia una sostanza omogenea (sostrato) che riempie vari contenitori: un bicchiere, un vaso, una bottiglia, ecc… La sostanza si è quindi strutturata in modo da assumere le diverse forme del bicchiere, del vaso ecc.. Eliminando i vari contenitori, mantenendo le varie forme della sostanza, noi non percepiamo la sostanza (il sostrato) ma le forme che essa assume; e siccome essa è libera di strutturarsi come crede, noi crediamo che ci sia un bicchiere, una bottiglia, un vaso, insomma una 63

molteplicità di oggetti, là dove invece c’è solo il sostrato o la sostanza primigenia che ha momentaneamente assunto cotale molteplicità di forme o di modelli. Ecco come si esprime Platone:
“Lo stesso discorso si deve ripetere circa quella tale natura (sostrato) che accoglie in sé tutti i corpi: che è sempre la stessa, in quanto non perde mai il proprio potere. Essa accoglie sempre in sé tutte le cose senza prendere mai in nessun caso e in nessun modo alcuna forma somigliante alle cose che entrano in lei, poiché la sua natura è come cera d’impronta per ogni cosa, essendo mossa e figurata dagli oggetti che v’entrano e, a causa di questi, assume ora l’una ora l’altra parvenza.”

Questa sostanza primigenia (Xώρα-Platonica) dunque, è quel potere o potenzialità di assumere forme diverse, senza mai trasformarsi o modificarsi realmente. Essa sarà intesa più adeguatamente se paragonata non ad una sostanza materiale simile a quella concepita dal materialismo oggettivo, bensì a quella sostanza archetipale che continuamente va plasmando tante immagini, rimanendo sempre identica a se stessa, pur nella molteplicità delle forme che essa assume. Se confrontiamo questa prospettiva della microfisica con il Timeo di Platone, si può notare una mirabile concordanza. Infatti, alla base del discorso di Timeo, per quanto riguarda la costituzione del mondo sta l’idea che le particelle elementari non siano corpuscoli materiali oggettivi e indivisibili: le particelle (secondo la vecchia fisica) erano paragonate alle lettere, mentre secondo quanto dice Timeo, esse non corrispondono neanche alle

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sillabe, dal momento che non sono altro che pura luce incontaminata. Platone, in definitiva, prospetta una posizione diversa da quella di Democrito secondo cui il mondo fisico è formato di piccole parti indivisibili; per il filosofo ateniese gli elementi ultimi sono i due triangoli più belli, cioè più semplici. Uno è il triangolo rettangolo isoscele, chiamato dai pitagorici il “semiquadrato”, l’altro è il triangolo che si ottiene dividendo il triangolo equilatero in sei triangoli minori, tirando le perpendicolari da ciascun vertice al lato opposto, o meglio dividendo il triangolo equilatero in due con una sola perpendicolare. Timeo non spiega quale sia la particolare bellezza di questi triangoli, ma si sa da altra fonte che essa consiste nel fatto che i rapporti degli angoli dei due triangoli sono i più semplici possibili (Taylor). Secondo il grande filosofo, l’esperienza del mondo materiale si fonda su un principio geometrico. Questa idea rimasta incompresa dal punto di vista empirico più di due mila anni, risulta oggi di estrema attualità scientifica. Non è un caso che il fisico Heisenberg in un suo libro faccia dei continui paralleli tra la nuova fisica delle particelle e il Timeo di Platone.
*Nel libro “La fisica e oltre”, che è una sua autobiografia scientifica è interessante leggere qualche brano per capire come Heisenberg ebbe una profonda intuizione circa la concordanza tra i risultati della nuova scienza e la visione Platonica.

Egli, inoltre, nel libro “Particelle elementari e filosofia platonica”, fece continui accostamenti tra la nuova fisica e il Timeo. Raccontando di quando per la prima volta si occupò della fisica delle particelle, egli disse:

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“Mi tornò improvvisamente alla mente un libro affascinante che avevo letto con grande interesse: il Timeo di Platone… …Mi affascinava l’idea che le particelle elementari della materia si dovessero ricondurre ad una forma geometrica, cioè matematica… Ma perché Platone avesse scelto i solidi regolari della geometria rimaneva per me un mistero. In realtà il brano mi aveva turbato e nasceva in me la convinzione che per interpretare il mondo materiale era necessario conoscere le particelle che lo costituivano. Forse la materia era divisibile fino al punto di pervenire non solo ad una singola particella ma per arrivare ad una trasformazione dell’energia in materia, in cui le parti non sarebbero inferiori al tutto da esse composto… …Ma che cosa c’era in principio? Una legge di fisica, la matematica, un principio di simmetria? In principio c’era una simmetria: “energia=materia”, ma questo era quanto diceva il Timeo di Platone…

Per concludere, si scopre che la diversità delle particelle non è assoluta o meglio è solo apparente: esse in realtà sono costituite da un’unica energia, la quale si può definire l’essenza indifferenziata o il sostrato del mondo materiale. Quindi la molteplicità o l’unità del mondo, dipende dalla prospettiva o dal punto di vista da cui ci si pone: ciò che è uno e omogeneo e può apparire in una grandissima diversità di forme. Bisogna capire che la conoscenza formale (epidermicaoggettiva) essendo interessata alle differenze, potrebbe spingere fino far credere che le forme mutevoli abbiano una realtà vera al di là dal loro apparire mayanico, tanto da assegnare alle stesse un valore assoluto.

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Tutto questo, come si è visto, è solo un’illusione dal punto di vista della conoscenza, mentre, dal punto di vista pratico, induce a concepire la vita in termini di conflitto e contrapposizione: finché c’è un migliore e un peggiore, qualche cosa da acquisire o da tenere, allora una forma si contrapporrà sempre ad un’altra forma. Liberati, così, attraverso la comprensione, dall’illusione di un mondo oggettivo, la molteplicità non potrà più essere considerata reale. …Essa è piuttosto la magica apparizione di una realtà unica: la molteplicità ricondotta all’unità è propriamente ciò che costituisce l’armonia. Ad essa quindi si perviene allorché il mondo duale viene trasceso interiormente nell’unità di pura coscienza. Questa concezione del mondo è perciò la prospettiva pitagorica attraverso la quale ci si pone nei confronti della vita in termini di comprensione e non di esclusione. Infatti, la teoria pitagorica sosteneva che il cosmo fosse una struttura armonica di leggi naturali percettibili musicalmente. Gli stessi atomi circolano nella terra, nelle piante, negli animali e negli uomini: da una stessa tastiera si può ricavare ogni tipo di musica. Ciò permette di scorgere, dietro diversità rilevate dalla nostra mente, l’unica e vera essenza: il reale che è infinito e che vive nella nostra più profonda intimità. Ma non è sul piano del concetto che si può ascoltare un accordo: la mente definisce, limita ed esclude; è solo al di là di ogni limitazione concettuale che è possibile cogliere una vibrazione armonica nel profondo del proprio essere. Chi possiede una certa sensibilità musicale sa che

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l’incontro di note armoniche è un rapporto matematico, punti nello spazio che creano geometria perfetta. Scrive Haare R., studioso pitagorico, a proposito dell’armonia musicale dell’universo: Oggi sappiamo che i pitagorici non intendevano occuparsi della rappresentazione del mondo come opera d’arte, e neanche possedevano una certa immagine quasi romantica della disposizione del mondo; il loro intento era rigorosamente gnoseologico e scientifico. L’iniziazione ai misteri, infatti, doveva coincidere con questo tipo di conoscenza. Platone così diceva: Ma la bellezza brillava allora intera ai
nostri occhi, quando insieme con il coro dei beati… godevamo d’una vista e di uno spettacolo beatificante e ci iniziavamo alla più beata, è ben lecito dirla, delle iniziazioni che celebravamo allorché perfetti e immuni dai mali che ci attendevano nell’avvenire, iniziati ai più profondi misteri, godevamo di quelle visioni perfette, semplici, calme, felici in una luce pura, puri noi stessi e non sepolti in questa tomba, che chiamavamo corpo e che trasciniamo con noi, imprigionati in esso come ostriche nel proprio guscio (Fedro).

La causa di questa beatitudine era proprio la consapevolezza che i mali riguardavano le varie forme non reali, non l’essenza che permane sempre e non si trasforma mai. Alla fine egli concludeva dicendo:
…“Il tempo è una finzione mobile dell’eternità.”

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La coppia particella-onda e il concetto di “ Campo”

Luce e ombra Tullio Regge, uno dei più grandi fisici viventi affermò che l’uomo, prodotto dell’evoluzione naturale, possiede una struttura mentale con delle categorie logiche che sono state profondamente influenzate dalla lotta per la sopravvivenza nell’ambiente in cui si era evoluto. Secondo lui, il grande progresso compiuto negli ultimi tre secoli relativamente alla comprensione delle leggi naturali e della struttura della materia ci ha liberati gradualmente da una visione antropomorfa del mondo, donandoci mezzi potentissimi per seguire fenomeni finora sconosciuti, sia attraverso lo sviluppo della tecnologia, sia attraverso strumenti matematici astratti. Tuttavia il cervello umano non può visualizzare uno spazio a quattro o più dimensioni. La stessa definizione di materia ha subito numerose revisioni che ci portano a considerare come materia non solo quella trattata tradizionalmente come tale, ma anche il campo elettromagnetico e le varie particelle che sono state scoperte nei raggi cosmici e sintetizzate negli acceleratori. 69

Ci si avvia così verso una nuova metodologia d’indagine estremamente unificata. L’uomo della strada sente parlare di elettroni, protoni e neutroni e gli viene detto che la materia è composta da queste particelle. Non sempre, però, si rende conto che in mezzo alle particelle elementari esistono forze elettromagnetiche e nucleari, (i quanti, vere e proprie espressioni energetiche di un campo elettromagnetico) che hanno una vera e propria attitudine coesiva, tramite cui formano i nuclei, gli atomi, le molecole e tutte le strutture macroscopiche che formano la materia visibile. Ad esempio, un bicchiere non è composto solo di atomi ma anche da forze che tengono legati gli atomi tra di loro. Un elettrone e un protone hanno cariche elettriche opposte che si attraggono e questa forza coesiva deriva dalla suddetta particolare energia o forza “quantica” del Campo elettromagnetico.
*Nota di A. Ferrantelli: le quattro forze fondamentali, gravitazionale, elettromagnetica, forte e debole sono distinte, con proprietà molto diverse l’una dall’altra. Non possono essere tutte manifestazioni del campo elettromagnetico. Le forze: forte, debole ed elettromagnetica, sono unificate in un’unica forza ad una scala di 10^16 GeV , che è altissima e fu raggiunta solo nei primi istanti di vita dell’Universo. Inoltre non conosciamo nessuna forza unificata che comprende le quattro alterazioni fondamentali, perché non abbiamo una teoria unitaria della natura. Quindi questa grande forza attrattiva quantistica non esiste ancora dal punto di vista scientifico. Inoltre la forza gravitazionale e la meccanica quantistica sono inconciliabili. Postulare una teoria di gravità quantistica consistente è il sogno di ogni fisico teorico. La gravità è speciale in molti sensi e deve essere trattata diversamente

Bisogna dire che le forze nucleari (forte e debole) e quella elettromagnetica, sono espressioni o manifestazioni energetiche che provengono da un Campo. Tali forze trasmettono energia e moto da una particella all’altra con grandi forze attrattive che esse stesse utilizzano per formare atomi e molecole. 70

La teoria quantistica dei Campi ha perciò risolto il dualismo tradizionale della fisica classica considerando la materia ed i Campi come manifestazioni diverse (biodiversità) di un tutto unico. Secondo tale teoria, i Campi possono trasmettere energia coesiva e quantità di moto a sistemi materiali separati, (Onde-particelle) ma solamente in pacchetti o in “quanti” ben definiti. Questa comunanza di proprietà fondamentali tra Campi e particelle incuriosì e preoccupò non poco Einstein in quanto si trattava di enti apparentemente molto diversi tra loro. Dice A. Ferrantelli: Un Campo generico è
proprio l’onda; esso non contiene la forza ma la trasmette. Il dualismo della teoria quantistica dei campi è: “campo particella”, per cui ogni Campo quantistico media quindi delle forze attrattive e nucleari che sono “quanti di particelle”, e “quanti di onde”.

Queste forze coesive sono manifestazioni apparentemente diverse della stessa entità, la materia. L’ambiguità iniziale che preoccupava Einstein circa una divisione in seno alla materia si dissolse così con la teoria quantistica dei Campi nel senso che la materia alla fin fine diventò un agglomerato di quanti che sono energie specifiche trasmesse dai campi elettromagnetici. Il tutto si risolse in modo definitivo e convincente dopo l’esperimento in seguito a cui Compton mise in evidenza il rimbalzo dei fotoni nella collisione fotone-elettrone. La scoperta dell’effetto Compton dimostrò che il fotone non è solamente un’onda, cioè un quanto di energia (Ondulatoria), ma è anche un quanto energetico di forza coesiva simile a quella che troviamo nelle particelle. Dopo questo esperimento, nessuno ha più messo in dubbio 71

l’esistenza del fotone che si configura non solo come un “quanto” particella, ma anche come un “quanto” onda dello stesso campo elettromagnetico. Il Campo elettromagnetico, per tal motivo, sembrava avere una natura duale e schizofrenica dal momento che a volte si manifestava come onda (quanto ondulatorio) ed altre volte come fotone (quanto particella): una particella che si differenziava dalle altre per la sua misteriosa struttura ondulatoria. Il premio Nobel conferito ad Einstein nel 1922 per i suoi lavori sull’effetto fotoelettrico, ma non per la relatività, sancì l’accettazione ufficiale del mondo scientifico della nuova particella: il fotone. Il Campo elettromagnetico, in ogni caso, è una forma di materia, ma fino ai tempi recenti non è mai stata considerata tale, sia perché non esistono fotoni in stato di quiete, sia per il modo particolare con cui i fotoni interagiscono con la materia, la stessa materia di cui è composto l’uomo e i suoi strumenti. *(21) (T. Regge
“Viaggio ai limiti dell’universo”).

Anche il grande fisico Bohr si rese conto che nella coppia particella-onda esisteva un processo di complementarità e che la stessa coppia veniva a trovare una collocazione unitaria nel concetto di “Campo”, infatti egli aggiunse che, attraverso la formulazione centrale della teoria quantistica, non si faceva altro che postulare come essenza della realtà nient’altro che un insieme di campi.

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Ed è proprio attraverso l’unità dei “Campi” che alla fine si sarebbe potuto ottenere il superamento della complementarità, permettendo così di ripristinare quell’immagine simmetrica e globale che invece non era possibile vedere nel mondo fenomenico, perché in esso la simmetria originaria per la legge dei contrari veniva a scindersi nel dualismo polare caratteristico della manifestazione. Un esempio di ciò lo possiamo vedere osservando l’immagine “Luce e ombra” in testa al capitolo: in essa abbiamo una faccia visibile: (una coppa) e una faccia invisibile (due volti) che continuamente ci spingono a scegliere tra il punto di vista dell’una o dell’altra. Tuttavia noi sappiamo che le due facce sono soltanto aspetti complementari legati all’unico elemento di “Realtà” insito nell’immagine in sé. Riflettendo ancora sull’esperimento di Compton, relativamente ai “Fotoni” (onde elettromagnetiche che si sviluppano in seguito ad un decadimento dell’atomo allorché esso stesso viene eccitato), così aggiunge F: Capra: “Poiché i Fotoni sono anche onde elettromagnetiche e
poiché tali onde sono Campi variabili di quanti-particelle, ne scaturisce da ciò il concetto di “Campo quantistico” e cioè di un Campo che può assumere sia la forma di quanti (onde) o di quanti (particelle).”

E’ chiaro che con queste nuove teorie quantistiche sui Campi, risulta completamente superato il contrasto insanabile che figurava nella fisica classica tra le particelle solide e lo Spazio circostante. Infatti, vediamo che ora la materia non può più considerarsi avulsa dal suo Campo gravitazionale (composto da quanti onde (Vuoto) e quanti

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particelle (Pieno) che si esprime attraverso una curvatura dello spazio intorno alla massa stessa. Vuoto e pieno, quindi, rappresentano una sola cosa. Dove c’è una massa (pieno), lì ci sarà sempre un campo gravitazionale che formerà un tutt’uno con essa. Il Campo gravitazionale-rappresentato dall’onda-particella che trasmette l’interazione-nella teoria della relatività generale di Einstein diventa quindi il substrato della realtà, un’entità fisica fondamentale: uno strumento sempre presente e continuo ovunque nello spazio. I Quanti (particelle-strutture) non sono altro che condensazioni energetiche, espressioni coesive dello stesso Campo che assumono la forma di spazi curvi “Onde o aureole” che vanno a circondare le stesse masse strutture o particelle; concentrazioni energetiche che vanno e vengono, perdendo di conseguenza il loro carattere individuale e dissolvendosi nello stesso Campo in cui si erano precedentemente formati sotto forma di semplici condense energetiche. A proposito di questa nuova intuizione, così dice Einstein:
“In questo nuovo tipo di fisica non c’è posto per Quanti- Onda (Spazio-vuoto) e Quanti-Particelle (spazio-Pieno) separati, poiché il Campo gravitazionale è la sola realtà” in cui essi stessi convivono in un rapporto di complementarità.”

Alla stessa maniera vediamo come tutto ciò sia confermato da “F. Capra” nel “Tao della Fisica”:
“Questa trasformazione, che si realizzò attraverso la cosiddetta teoria dei Campi (un campo rappresenta il giusto sito per una coppia onda-particella tale che l’insieme dei campi costituisce

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l’essenza della Realtà) ebbe inizio con l’idea Einsteniana di legare il campo gravitazionale alla geometria dello spazio, facendo intuire che non si doveva più pensare più in termini di spazio-tempo separati, bensì di Spazio-tempo come l’ insieme di un’unica grandezza quadridimensionale che possedeva in se stessa le tre dimensioni dello spazio (Lunghezza, larghezza e profondità) con l’aggiunta di quella del Tempo.”

Normalmente ci viene difficile considerare lo SpazioTempo come una sola ed unica grandezza: tuttavia i due parametri, anche se apparentemente contraddittori, fanno parte entrambi dell’Unicità della stessa realtà. Noi facciamo fatica a comprendere tutto questo in quanto la nostra mente come tante volte dicemmo è abituata a pensare sempre in maniera duale (Soggetto-Oggetto). Oggi, in seguito alla relatività generale di Einstein, i due concetti pieno-vuoto; materia-spirito; onda-particella; non possono più considerarsi separati. Ovunque sia presente una massa (struttura-materia-particella-pieno) sarà anche presente un Campo gravitazionale (un’onda-vuoto) che si esprimerà sotto forma di una curvatura dello spazio, che circonderà come un’aureola la stessa massa-struttura. Non dobbiamo perciò pensare che Campo gravitazionale e Spazio siano totalmente distinti; il Campo non è altro che la geometria dello spazio curvo che circonda la massa struttura in un tutt’uno. Nella relatività generale il Campo gravitazionale e la geometria dello Spazio rappresentano una sola cosa.
*Nota di A. Ferrantelli: Il punto importante riguardo al campo gravitazionale ed alla teoria della gravitazione di Einstein, è che la massa che genera l’interazione gravitazionale deforma la geometria dello spazio-tempo. In questo senso la forza gravitazionale modifica la struttura dello spazio-tempo. Ciò è in contrasto con le altre tre forze: Campo e spazio-tempo rimangono

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comunque distinti, seppur in relazione: il campo è la metrica dello spaziotempo, ovvero ne determina la geometria ma non è lo spazio-tempo.

Come si può intuire, il limite della Scienza sta proprio nell’incapacità di andare oltre il piano del freddo intellettualismo delle formule, mentre, nell’Advaita Vedanta, la distinzione tra il jiva (anima individuale) e l’Atman (Spirito divino) viene superata allorché il Jiva cessa di esistere come tale lasciando il posto al Jiva-Atman (Puro Sé). Attraverso quest’unione metafisica viene a realizzarsi quanto afferma la “Chandogya Upanishad”, e cioè “Tu sei Quello”, che è uguale a “Tat tuam asi” in sanscrito; tutto questo ci permette di andare oltre la contraddizione o opposizione dei due termini. Infatti, la conclusione del Vedanta è che il Jiva e l’intero universo non sono altro che il Brahman immanifesto. La polarità (saguna) quindi sparisce nell’Unità dell’Uno senza secondo (Nirguna). Da quanto sopra, vediamo che l’apparenza illusoria (Maya) non è altro che il riflesso del Brahman Saguna o dell’Assoluto Manifesto, mentre quest’ultimo non è altro che il riflesso del Brahman Nirguna o Assoluto Immanifesto. Così dice il Maestro Raphael:
“Il maestro è il Sé e, come tale, puoi riconoscerLo in funzione del tuo stato coscienziale: dapprima lo vedi all’esterno, come Uno che ha realizzato il Sé, poi Lo vedi all’interno, come il tuo stesso Sé; infine Lo comprendi come il Sé onnipresente, nel quale non c’è alcuna differenziazione. Shanti.”

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Per concludere non possiamo fare a meno di ricordare che, secondo la tradizione eterna, Brahman (l’intelligenza demiurgica di Platone) ordinò il mondo secondo precise misure (Matra) corrispondenti al suono dell’AUM le cui note richiamano il piano materiale, il piano sottile e il sostrato Assoluto da cui ogni cosa deriva. La verità è una, ma le sue espressioni verbali possono mutare. In ogni caso la Χώρα intellegibile (Purusha), così chiamata da Platone per distinguerla dalla Χώρα sensibile (Prakriti vedantica), rappresenta quel substrato universale Cosmico cui sopra accennammo. Essa cioè indica l’energia virtuale o potenziale che diviene attuale nel momento preciso in cui essa si unisce col seme-idea (Purusha) facendo fruttificare i dati sensibili, mentre l’Uno-bene, il Nous, non è altro che il sole che ha il grande compito di far maturare l’idea-seme. Nasce a questo punto il problema: Se tutte le cose create dalla Χώρα sensibile (Prakriti) nascono e scompaiono (il che comporta l’inversione del moto dell’universo), si potrebbe pensare che le stesse idee-seme possano essere soggette a mutamento? Circa tale quesito, e cioè se alla fine del ciclo cosmico anche le idee-seme possano aver termine, si risponde dicendo che secondo la Tradizione misterica, seguita dallo stesso Platone, le suddette idee costituendo l’archetipo stabile e fermo di una manifestazione, dovrebbero avere una durata fino al termine di un ciclo cosmico (Vedi “La
sacra Scienza di Sri Yukteswar” Ubaldini Ed., circa le concordanze con la Tradizione Vedica.)

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Qui si accenna alla teoria dei cicli cosmici o eoni dove ogni ciclo di manifestazione, o prelaja, non è altro che l’espressione dei semi irrisolti di un Manvantara precedente. Bisogna dire, però, che in tali cicli di manifestazione il “Tempo” non è considerato come “Cronologico” dal momento che sul piano dell’”Essere” esiste soltanto il continuo presente. L’Essere in quanto “Saguna-Nirguna” non è soggetto a divenire in quanto espressione dell’infinito Bene (Nous) e per tale ragione il suo tempo è sempre di ordine “Ontologico” (Metafisico). Quindi, relativamente all’Essere, non possiamo parlare di tempo sensibile e per quanto si possa parlare nei suoi confronti di nascita e dissoluzione, in realtà non c’è un vero trascorrere, né un prius né un post in cui si possa inquadrare. Da tutto ciò possiamo arguire che la concezione delle cose e dei fenomeni fisici come espressione virtuale ed effimera di un’Entità fondamentale soggiacente di fondo, non costituisce soltanto la base della teoria dei Campi gravitazionali, come lo stesso F. Capra affermava, ma essa non fa altro che riportare in vita la parte fondamentale della concezione orientale della realtà (Tradizione eterna o Sanathana dharma). I fenomeni per Platone e per Samkara non sono altro che apparenze, simulacri, parvenze e, a ben dire, “… condensazioni energetiche locali di un Campo gravitazionale che possono apparire e poi sparire, dissolvendosi nello stesso campo in cui soggiacciono”. 78

Platone considera le idee come la sola vera realtà, mentre il fenomeno sensibile lo spiega come una via di mezzo tra Essere e non essere, come un qualcosa cui spetta solo un passaggio dall’Essere al non essere: nella fase fenomenica, l’idea non si presenta mai pura, ma sempre legata al suo contrario, frantumata in una pluralità di esseri singoli e celata sotto un involucro materiale. In una sola parola, l’esistenza sensibile è solo un’ombra del vero Essere; ciò che in questo è Uno, in quello è molteplice e diviso. In ogni caso, per Platone la materia non è un puro “Non essere”, non è un niente (come disse Samkara: “il figlio di una donna sterile”) ma ha un suo grado di realtà che però di fronte all’Uno-Bene o Brahman, presenta il carattere di aleatorietà, indeterminatezza, dipendenza (limite-illimite). Un effetto dipende sempre dalla sua causa. La materia comunque non è contrapposta all’idea, poiché rappresenta una semplice polarità. Possiamo ben dire che dall’Uno-Bene o Nous emergono come riflessi o rami intelligibili e quindi come propri aspetti polari e complementari, sia l’Idea sia la Χώρα (Purusha-Prakriti). L’universo è un tutt’uno correlato e presenta gradi diversi di manifestazione, aspetti vari di espressione. La trama con cui Platone spiega l’universo è chiara: vi è un mondo ideale o modello divino; vi è una copia o riflesso rappresentata dal mondo sensibile; vi è un arteficeintelligenza che modella la copia sull’Archetipo divino; vi è una materia elementare (sostrato) con cui sono formati i corpi; vi è infine l’Uno-Bene che sovrasta tutto ed è causa dell’Essere e del divenire, pur essendo esso stesso incausato.

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E’ così che il piano sensibile riceve la sua ragion d’essere dall’Intellegibile o Totalità della Coscienza impersonale e ciò risulta dimostrato dal fatto che trovandosi il sensibile in un continuo cambiamento (la Χώρα fa nascere e perire i corpi) non può, in quanto tale, essere causa di se stesso. Dice il Reale: “Con la teoria delle idee, Platone vuole dire che il sensibile si può spiegare solo ricorrendo alla dimensione soprasensibile; il relativo con l’Assoluto; il mobile con l’immobile; il corruttibile con l’eterno: la vera causa del materiale e dell’Immateriale.” Le polarità scompaiono e trasmutano in tal modo nell’Uno senza secondo (Nirguna-non due) così come la Tradizione eterna, sia occidentale che orientale, ha da sempre affermato tramite i saggi e i filosofi che in ogni tempo hanno sacralmente custodito l’insegnamento nelle Accademie e circoli iniziatici preparando in silenzio quell’età aurea ancora da venire.

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Il saggio dev’essere sempre uno con Quel Silenzio

Lord Shiva
Alcuni pensano che la Non-dualità (Advaita) sia la filosofia del nichilismo, dell’illusionismo, ma ciò è solo perché costoro non riescono ad approfondire tale nuovo stato di Coscienza. Noi dobbiamo ribadire che tale metafisica non si contrappone a nulla dal momento che essa stessa, facendo parte della Tradizione eterna, è una conoscenza Unitaria proprio perché unisce l’Essere al non-Essere. Tale filosofia rappresenta quindi il più semplice e il più alto insegnamento spirituale che si conosca e ciò perché attesta l’esistenza di un Principio eterno in noi stessi; essa è la filosofia del massimo “Positivismo”, la dottrina della suprema garanzia e certezza.

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I grandi saggi, e i maestri di tutti i tempi, hanno sempre affermato che la verità è semplice, ed è proprio per la sua semplicità e innocenza che essa non è mai intuita e realizzata. Il Maestro Raphael, grande asceta e filosofo Vedantino, commentando un sutra dell’Aparoksanubhuti (Autorealizzazione) afferma:
“L’Assoluto Atman è una realtà metafisica positiva ed esso stesso può essere realizzato e svelato in ogni momento e ciò proprio perché esso non dipende dai principi di Causalità, Tempo, Spazio”.

Non appena colui che ricerca “l’altro” smette finalmente di cercare e si porta nel silenzio interiore, lo svelamento può accadere in qualsiasi momento: perché tutto dipende dalla nostra esclusiva “Comprensione”, quella comprensione che avviene allorché non c’è più alcuno (io-tu) che possa comprendere, trattandosi di un atto di pura intuizione. E’ importante “Comprendere”. Quest’autentica Comprensione non-dualistica, chiamata “Conoscenza d’identità”, può verificarsi in qualsiasi momento della vita e su qualunque piano esistenziale a condizione che essa sia ricercata ed amata più di qualsiasi altra cosa. L’Assoluto Atman, ciò che siamo realmente, è sempre presente; esso è atemporalità, è acausalità e si manifesta spontaneamente allorquando il sogno fenomenico esistenziale comincia a finire. Possiamo tranquillamente affermare che la nostra Reale Identità è riposta nel “Silenzio”, qui ed ora, ovunque e sempre. Essa non è soggetta al divenire perché la sua natura è eterna compiutezza e beatitudine. Il vero ricercatore deve quindi sparire nella consapevolezza-pienezza del silenzio. Il nostro

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stato reale è nel Silenzio, dimora nel silenzio ed ha la natura del Silenzio. Bisogna a questo punto fare una giusta considerazione. Abbiamo già detto che i grandi Rsi nelle Upanishad avevano indicato il “Reale” con il nome di Sat-Cit-Ananda e cioè uno stato coscienziale di pura Esistenza, pura Coscienza e pura Beatitudine e Pienezza infinita. Il centro immutabile di tutta la manifestazione è proprio il Sat-CitAnanda Swarupa (senza forma). Questi grandi saggi del periodo vedico avevano sperimentato l’illuminazione dell’Essere Puro. Proprio per questo essi avevano detto: “Ekam sad; viprà bahudhà vedanti”, affermando categoricamente che la Realtà è Una, anche se ad essa sono dati nomi diversi. Dalla Trazione Vedica fino ai nostri giorni si può dire che tutta la cultura si sia conformata a questa suprema verità che, come abbiamo accennato in precedenza, è sempre stata identica a quella che in Grecia Platone, Pitagora, Proclo affermavano nel III, IV secolo a.C. Questi grandi saggi hanno sempre dato prova di un grande spirito di tolleranza: non hanno indicato alcuna preferenza per una determinata religione. Se noi mettiamo a fuoco tale substrato (Sat-Cit-Ananda), facendo sparire tutte le limitazioni sovrapposte (Upadhi) create dalla mente, ecco che ci avviamo oltre il dominio delle varie religioni, elevandoci verso quei piani superiori dove regna incontrastata la Pura Coscienza. Bisogna dire a tal proposito che ogni Religione rappresenta un approccio individuale alla Realtà Ontologica, ma tale realtà non può 83

essere condizionata neanche da qualsivoglia “Rivelazione”, perché una “Rivelazione” per quanto degna di rispetto e di venerazione è pur sempre un’espressione che si verifica nella manifestazione limitata. La Realtà Suprema è Una e la Religione fornisce i mezzi per poterne fare esperienza direttamente; tuttavia, una volta realizzato tutto ciò, ogni fedele o ricercatore dovrà per forza ridiscendere sul piano empirico e, se vorrà comunicare tale esperienza ad altre persone, lo potrà fare in funzione della sua mente, dell’eredità culturale e della razza cui esso stesso appartiene. In virtù di questo fatto, la “Realtà” che egli ha sperimentato sarà presentata necessariamente sotto una certa luce o coloritura, anche perché lo spirito umano incarnato non ha la possibilità di esprimerla nella sua interezza. Il ricercatore darà di essa sempre una interpretazione personale avvolgendola di un rivestimento che, in un modo o nell’altro, la deforma o la maschera. Ad esempio, anche gli stessi Indù riconoscono il valore della rivelazione data dai grandi Rsi, professando verso quelle scritture un sentimento di pia venerazione. Ma in tal modo non si fa altro che restare sempre sul terreno religioso e i Cristiani, i Mussulmani, gli Israeliti e quanti professano una certa dottrina cercheranno di dar valore alla loro Tradizione, ai loro libri sacri e alla loro rivelazione, contestando eventualmente quella degli altri (visione monistica). Diverso è l’atteggiamento del filosofo illuminato. Quest’ultimo ammette e rispetta la validità di ogni 84

religione, anche perché egli cerca la verità su di un piano in cui la discussione non può arrivare. Da ciò la differenza tra “Essoterismo” inteso come insegnamento rivolto alle masse (Via orizzontale) ed “Esoterismo” che fa riferimento invece a tutte quelle discipline riservate solo agli iniziati (Via verticale). Nelle Upanishad, Sri Krsna dice ad Arjiuna suo discepolo: “In qualsiasi maniera mi adoriate è sempre a me che venite.” Certamente restiamo anche qui sul terreno religioso, ma se vogliamo trovare la base, il supporto e il fondamento della Verità, dobbiamo per forza fare un salto nell’abisso, avere il coraggio di morire a noi stessi come enti limitati e prendere in considerazione solo l’aspetto metafisico. Solo a tale livello la “Realtà” sfida ogni forma espressiva facendo sì che anche le parole più ardite che tentano di raggiungerla precipitino nuovamente a terra come le frecce che falliscono il bersaglio. Esistono quindi uomini diversi, accostamenti diversi, ma che sfociano tutti sulla medesima Realtà: il Sat-Cit-Ananda Swarupa, al di là dei nomi (nama) e delle forme (rupa). Tuttavia questi nomi e queste forme non sono altro che codici mentali, i quali, anche se utilizzati in modo diverso, potranno diventare veri e propri strumenti d’accesso verso Realtà superiori.

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Il cervello cosmico è un ologramma
Nel 1982 un’equipe dell’università di Parigi, condusse un importante esperimento scoprendo che alcune particelle sub-atomiche, come gli elettroni, in certe condizioni potevano comunicare immediatamente l’una con l’altra a prescindere dalla distanza in cui si trovavano, sia che si trattasse di pochi metri o di miliardi di chilometri. Era come se ogni particella sapesse esattamente cosa stessero facendo tutte le altre. David Bohm, noto fisico dell’Università di Londra, recentemente scomparso, sosteneva che le esperienze di Parigi portavano alla naturale conclusione che la realtà oggettiva, così come noi la vediamo, in realtà non esiste e che, nonostante la sua apparente solidità, l’universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco splendidamente dettagliato. L’ologramma è il risultato di una fotografia tridimensionale prodotta con l’aiuto di un laser. L’oggetto da fotografare è immerso nella luce di un raggio laser e, successivamente, un secondo raggio laser viene proiettato sulla luce riflessa del primo e la zona dove i due raggi s’incontrano viene impressa sulla pellicola fotografica. Quando la pellicola è sviluppata, risulta pienamente visibile un’immagine tridimensionale. Tuttavia la tridimensionalità non è l’unica caratteristica che hanno gli ologrammi: infatti, vediamo che anche se l’ologramma di una rosa viene tagliato a metà e poi irradiato da un laser, si scoprirà che ciascuna metà conterrà l’intera immagine dell’ologramma originale.

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Anche continuando a dividere le due metà, vedremo che ogni minuscolo frammento conterrà sempre una versione più piccola, ma sempre intatta, della stessa immagine primitiva. Diversamente di quello che accade nelle normali fotografie, ogni parte di un ologramma, seppur separata dall’intero, contiene tutte le informazioni dell’ologramma originale. La scienza occidentale ha sempre pensato che il modo migliore per capire un fenomeno fisico, una rana, un atomo, ecc., ecc., fosse quello di sezionarlo e di studiarne le varie parti. L’esperimento sull’ologramma ci fa capire che alcuni fenomeni vanno studiati oltre il suddetto modo di vedere le cose. Attraverso questa intuizione ci si convinse che il motivo per cui le particelle sub-atomiche restavano sempre in contatto nonostante la distanza che le separava, risiedeva nel fatto che la loro separazione era soltanto illusoria. Si comprese, infatti, che ad un livello di realtà più profondo, le particelle non si sarebbero presentate più come entità separate, bensì come estensioni di uno stesso organismo fondamentale. Un tale modo di comportarsi delle particelle sub-atomiche indicava chiaramente che esistono livelli di realtà di cui non siamo minimamente consapevoli; si trattava di dimensioni che oltrepassano sicuramente la nostra. In realtà, il vero motivo per cui le particelle ci appaiono separate deriva dal fatto che noi siamo capaci di vedere soltanto una parte della loro realtà. Esse, infatti, non sono disunite, bensì si presentano come sfaccettature di una unità più profonda e basilare che risulta 87

altrettanto olografica e indivisibile quanto la “rosa” dell’esperimento sopra accennato. E poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da tali immagini tridimensionali, ne consegue che l’universo stesso è una proiezione, un ologramma, il magazzino cosmico di tutto ciò che è, che sarà o sia stato. Oltre a ciò, questo universo avrebbe ben altre stupefacenti caratteristiche: dal momento che la disunione tra le particelle sub-atomiche è soltanto apparente, ne verrebbe per conseguenza che, ad un livello più profondo, tutte le cose debbano essere infinitamente collegate e interrelate. Gli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano verrebbero ad essere connessi alle particelle sub-atomiche di ogni salmone che nuota, di ogni cuore che batte e di ogni stella che brilla nel cielo. Tutto compenetra tutto. Tutta la natura non sarebbe altro che una immensa rete interconnessa dentro una unicità di base. In un universo olografico anche il tempo e lo spazio non sarebbero più principi basilari, dal momento che concetti come “luogo-dimora” vengono superati in un universo dove nulla è separato dal tutto, anche le suddette dimensioni tempo e spazio, verrebbero interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso. Ad un livello più profondo, la realtà si presenterebbe come una specie di superologramma, dove presente, passato e futuro coesistono simultaneamente. Ciò significa che, con i dovuti strumenti, un giorno non lontano potremo spingerci

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più oltre fino a cogliere scene del nostro passato da lungo tempo dimenticate. Cos’altro potrebbe contenere il superologramma è una domanda senza risposta. Ammettendo che esista, esso potrebbe contenere ogni singola particella sub-atomica, che sia, che sia stata e che sarà, nonché ogni possibile sorta di materia e di energia. Affermare che ogni singola parte di una pellicola olografica possa contenere tutte le informazioni della pellicola intera, significa che tali informazioni non sono distribuite in maniera separata, bensì secondo un principio di unicità principiale, principio che fa capo a quello stato a-priori, dove nonostante sia avvenuta la scissione primordiale, rimane sempre implicita l’unicità della Coscienza impersonale: una memoria cosmica inserita in un PC cosmico. Se è vero, quindi, che l’universo è organizzato secondo principi olografici, si suppone che anch’esso, e ogni particella esistente, contengono in sé l’immagine intera dello stesso. Partendo da tali presupposti, si può veramente dedurre che tutte le manifestazioni della vita provengano da un’unica fonte di causalità che include ogni atomo dell’universo. A partire dalle particelle sub-atomiche fino alle galassie giganti possiamo osservare che tutto si può considerare nello stesso tempo parte infinitesimale e totalità del “Tutto”. Il cervello cosmico è un immenso ologramma capace di conservare miliardi di informazioni. Il Prof. Karl Pribram dell’Università di Standford è pienamente convinto della natura olografica della realtà. Egli crede che i ricordi, che 89

fanno parte di questa immensa memory card, non siano immagazzinati soltanto entro i neuroni, ma anche negli schemi degli impulsi nervosi che, come una ragnatela, attraversano tutto questo grande cervello cosmico, e ciò alla stessa maniera degli schemi prodotti dai raggi laser che s’intersecano sull’area di un piccolissimo frammento di pellicola che però contiene tutta l’immagine olografica per intero. Ci sarebbe, quindi, come un immenso ologramma e, in questo gigantesco archivio alfabetico cerebrale, ogni frammento d’informazione sembrerebbe essere istantaneamente correlato a tutti gli altri; e ciò rappresenta un’altra caratteristica degli ologrammi. Alla luce di queste considerazioni, possiamo affermare che la realtà è solo un paradigma olografico; ma l’aspetto più sbalorditivo di questo modello cerebrale olografico dell’universo si mette bene in evidenza allorché lo si unisce alla teoria precedentemente accennata di Bohm. Infatti, se la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria, e se ciò che esiste non è altro che un turbine olografico di frequenze, e se persino il cervello è solo un ologramma che seleziona alcune di queste frequenze (schemi) trasformandoli in percezioni sensoriali, ci si chiede: cosa resta allora della realtà oggettiva? In realtà essa non esiste. Da sempre le filosofie orientali hanno sostenuto che il mondo materiale non è altro che un’illusione.

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Noi pensiamo di essere persone fisiche che si muovono in un mondo fisico, ma tutto ciò è solo un fatto illusorio. In realtà siamo una specie di ricevitori che galleggiano su di un mare di frequenze, dove tutto ciò che è ricevuto, viene successivamente trasformato in una realtà fisica virtuale quale quella che potrebbe essere uno dei tanti miliardi di mondi esistenti in un superologramma cosmico. In un universo in cui le menti individuali si rappresentano come parti indivisibili di un grande ologramma, dove tutto è infinitamente interconnesso, anche i cosiddetti stati alterati di coscienza potrebbero considerarsi come l’effetto di un passaggio ad un livello olografico più elevato. Se la mente fa effettivamente parte di un continuum, di un labirinto collegato non solo ad ogni altra mente esistente, ma anche ad ogni atomo che esiste nello spazio, il fatto che essa sia capace di farci sperimentare in questo labirinto delle esperienze extracorporee, non appare per niente strano. Una volta che si perviene ad un livello superiore di unicità coscienziale non vi sono limiti riguardo i cambiamenti che noi possiamo apportare alla sostanza della realtà, in quanto ciò che noi percepiamo non è altro che l’immagine di una tela in attesa che vi si dipinga sopra qualsiasi forma o colore. Infatti, se l’apparente struttura fisica del corpo non è altro che una proiezione olografica della coscienza, ne deriva che ognuno di noi si debba sentire molto più responsabile della propria salute più di quanto lo potremmo essere tramite le attuali conoscenze nel campo della medicina. In realtà quelle che noi oggi consideriamo guarigioni miracolose potrebbero essere state provocate da un mutamento del

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nostro stato di coscienza che avrebbe potuto apportare cambiamenti positivi nel nostro ologramma corporeo. Alla luce di quanto detto si potrebbero giustificare alcune guarigioni come quelle, ad esempio, nel campo della medicina alternativa ottenute tramite la visualizzazione, considerando che nel campo di una concezione olografica del pensiero, le immagini provocate tramite le suddette tecniche possono diventare delle vere e proprie realtà. * (5) Un altro esempio ci viene dato dalle guarigioni provocate da alcuni sciamani attraverso certe danze rituali che, provocando stati superiori di coscienza, sono capaci di produrre miracoli modificando situazioni precarie di salute. Tutto ciò non è assolutamente diverso dalla capacità che tutti noi abbiamo di plasmare la realtà a nostro piacimento durante i sogni notturni. Il mondo concreto, come sopra dicemmo, in realtà non è altro che l’immagine di una tela bianca che attende di essere dipinta. David Bohm si esprime così:
“S’impone da sé la nuova idea relativa all’Unicità o globalità primaria e inscindibile del Tutto, cosa che contrasta con l’idea classica di poter analizzare il mondo come un insieme di parti separate e indipendenti.”

Con una bellissima frase un maestro Taoista disse:
“Strappate un filo d’erba e farete così tremare l’universo”.

Ciò vuol significare che non c’è alcun evento che non sia collegato o connesso con tutto ciò che accade nell’Universo (unicità del tutto, Uno-Uno di Platone). A conferma di ciò, nel 1925 Schrodinger scrisse:
“La vita che state vivendo, non è solo una piccola parte dell’esistenza nel suo insieme, ma in un certo senso è la globalità dell’esistenza.”

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In realtà i vari problemi sorgono nell’essere umano proprio perchè vorrebbe essere libero di esercitare un controllo perfetto sulla propria vita quotidiana, credendo erroneamente di essere il soggetto agente principale, mentre in realtà poi si accorge di essere solo la vittima impotente di una superiore volontà, oggetto e strumento di un ordine più alto che Schopenhauer definisce “Entità metafisica”, cioè una specie di cervello cosmico, una sorta di coscienza universale rispetto a cui la coscienza individuale non è che un sogno. Se invece comprendiamo la totalità dell’universo, e accettiamo il fatto di un ordine miracoloso che in base ad una legge di complementarità, scaturisce da un apparente disordine, una certezza che nasce dall’incertezza legata alle leggi di probabilità, se accettiamo ciò, senza pretendere spiegazioni, non avremo difficoltà ad ammettere quanto precedentemente accennato circa l’esistenza di una diversità primigenia nell’Unicità della Coscienza impersonale. Tutto ciò collima perfettamente con quanto il grande filosofo Platone affermava parlando della famosa “Diade” “Cosmos-Chàos”, ordine//disordine e del “Nous”, l’Intelligenza Suprema ordinatrice che opera dall’alto di Se medesima facendo fluire il limite-Cosmos (ordine) nell’illimite-Chàos (indefinito-disordine) e ciò in base ad una legge cosmica di causa-effetto, che gli stessi Rsi dell’India chiamavano Rta e a cui tutto il piano manifesto e immanifesto, “Brahman saguna”, è sottoposto. Naturalmente è chiaro che per Platone l’Uno-Bene-Nous non si esaurisce nella Diade Cosmos-Chàos perché egli è superiore alle parti che lo compongono e cioè superiore sia

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all’illimite-Chàos- disordine-stato causale mondo delle idee, e sia al limite-Cosmos (ordine), stato grossolano. Ne consegue che il Nous, l“Uno-Bene”, nell’atto di porre il Cosmos-Chàos, deve considerarsi come l’Unità primigenia che risolve i contrari attraverso un rapporto di complementarità o di interrelazione. Tutto si muove in questo grande lavoro alchemico di armonizzazione che il Nous svolge imperterrito nella diade in una continuità senza fine. Tuttavia, l’intelletto umano dell’ente individuato ama l’ordine e la certezza e, volendo essere libero dagli imprevisti, non vuole assolutamente scendere nel probabilismo e nell’incertezza. Per lui l’alternativa al mondo dell’incertezza è un mondo di certezze in cui le particelle possano seguire sempre precise traiettorie e possano venir collocate in punti ben precisi e prestabiliti (determinismo). Questo è ciò che vorrebbe l’intelletto umano. Tale ipotesi è però irrealizzabile in quanto, pur ammettendo un mondo così strutturato, perfetto e basato sul determinismo, ne verrebbe che il minuscolo elettrone dell’atomo, dovendo irradiare continuamente, dissiperebbe tutta la sua energia, finendo così per collassare nel nucleo. Gli atomi scomparirebbero e così pure l’energia elettromagnetica finirebbe di esistere. Ogni sistema nervoso cesserebbe di funzionare. La vita si fermerebbe. Da ciò risulta che una tale certezza tanto desiderata è destinata a restare una pura e semplice illusione. Bisogna quindi accettare che il libero arbitrio, legato ad un ente illusorio che pensa di essere il Puro soggetto agente libero di decisioni e scelte, mentre invece è soltanto uno strumento o un oggetto della Totalità, non è in contrasto al crudele 94

determinismo della predestinazione (secondo cui ogni cosa deve seguire precisi indirizzi prestabiliti) dal momento che anche quest’ultimo fa parte integrante dell’Unicità o Totalità di questa grande Coscienza impersonale e universale dell’Uno-Uno o Uno-Bene. E’ necessario perciò accettare un nuovo concetto di globalità inscindibile rispetto all’idea classica di un mondo considerato in parti separate e indipendenti l’una dall’altra. Tutte le cose devono quindi essere considerate sotto una nuova ottica e osservate nella loro diversità e unicità primigenia, rimanendo pieni di stupore di come la Coscienza impersonale abbia potuto dar vita a tante varietà restando pur sempre immutata, e di come essa stessa sia immanente ed eguale in miliardi di esseri, pur rimanendo tuttavia in ognuno di essi così diversa, tale da non potersi trovare nel mondo due esseri umani uguali tra di loro. Questa comprensione profonda fa intuire che pur nella diversità esiste una Unicità immanente Alla luce di quanto si è detto a proposito dell’ologramma e sull’“Uno-Diade” di Platone, dobbiamo affermare che la nuova visione organica dell’universo si debba sicuramente impostare sul principio che il Cosmo sia completo in ogni sua parte e tale da poter considerare ogni punto come suo centro.

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Eleusi Attica: VII sec. a.C.

Pensieri…
Infatti le cose celate alle spalle, per quanto lontane profonde ed oblique, da noi separate per aditi attorti e segreti una serie di specchi le rivela presenti: tanto da specchio in specchio traspare l’immagine.
(T. Lucrezio Caro, De rerum natura, IV, 302, 308)

Illuminazione e polarità originaria
A tal proposito, bisogna dire che lo stato di “Illuminazione” può essere utile come strumento di liberazione dal dualismo mayanico io-tu e, cioè, per liberare l’ente identificato dalla pseudo entità fittizia che finalmente viene messa a tacere tramite la Comprensione, ma non per affrancarlo definitivamente dalla dualità o polarità originaria potenziale 96

(Cosmos-Chaos//-Prakriti), che rappresenta la base principiale del piano fenomenico relativo al suo stato individuato, in cui nonostante un’apparente separatività manifesta vi è comunque sempre presente una Unicità di Coscienza impersonale (Nous-Purusha). Durante l’illuminazione, l’ente identificato liberatosi dal dualismo io-tu, finalmente si rende conto di non essere mai stato separato dal tutto, e ciò accade allorché si verifica quella Comprensione verticale in cui non c’è alcun io-tu che comprenda, in quanto trattasi di un atto di pura intuizione. Per tal motivo si può ben dire che cessando l’identificazione, ciò che si verifica non è altro che l’illuminazione suddetta. Naturalmente questo evento straordinario comporta la morte di quella pseudo entità autocostruita che aveva fatto precipitare l’ente individuato nel piano duale facendogli erroneamente credere di essere il vero soggetto titolare dell’azione, mentre in realtà egli era ed è sempre stato un semplice strumento, un oggetto della Totalità. Tuttavia l’identificazione ordinaria con lo strumento corpomente dovrà necessariamente persistere per tutto il corso della vita, altrimenti l’organismo finirebbe di funzionare. Ciò che invece cambia è che durante il nuovo stato superiore di coscienza (illuminazione), le azioni continueranno ad essere effettuate attraverso il meccanismo corpo-mente, e solo nel caso in cui non si presentassero in linea con il nuovo stato realizzativo esse verrebbero subito testimoniate e immediatamente recise. E ciò perché in tale

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dimensione superiore non è l’io che agisce ma la Coscienza impersonale, la Totalità, il Puro testimone. Cessata l’identificazione, l’ente riesce finalmente a comprendere che la pseudo entità precedentemente autocostruita non esiste più e che è sempre la coscienza impersonale che utilizza l’organismo individuale come suo oggetto o strumento per esprimersi nella sua insondabile attività cosmica. Da ciò nasce la profonda intuizione che il Soggetto Assoluto e l’oggetto identificato (io-tu) manifesto, in realtà non sono più separati. L’unità dell’immanifesto e del manifesto rappresenterà quindi un aspetto fondamentale della Comprensione. Finalmente ci si rende veramente conto che tutto ciò che esiste è Coscienza e che essa si manifesta con le sue infinite varietà. Tuttavia in questa grande varietà vi è un’Unita fondamentale, un’Unicità principiale di base. Quando Samkara diceva che il mondo fenomenico è irreale egli voleva dire che esso è come un’ombra la quale, però, non può esistere senza qualcuno che la proietti. Il mondo fenomenico, manifesto, è irreale perché è un riflesso del Noumeno immanifesto che va oltre ogni manifestazione fenomenica. Pertanto, la vera Comprensione basata su di una Unicità principiale di base, viene ad annullare ogni polarità (io-tu, soggetto-oggetto, bene-male, ecc.) che sarà vista solamente come apparenza superficiale.

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Appare finalmente chiaro che tutti gli eventi che accadono in qualsiasi meccanismo corpo-mente avvengono al di là di qualsiasi controllo da parte dell’entità separata io-tu. L’ente identificato che erroneamente pensava di poter cambiare il mondo con le sue azioni, alla fine riesce a capire che il controllo che egli stesso credeva di poter esercitare sugli eventi, non esiste affatto. Attraverso l’illuminazione egli intuirà l’Unicità del Tutto e, una volta maturata la suddetta comprensione, non si sentirà più coinvolto non solo nelle azioni che provengono dal suo organismo corpo-mente, ma neanche in quelle provocate da tutti gli organismi con i quali potrà venire in contatto, ed accetterà tutto ciò come naturale espressione della Totale attività della Coscienza impersonale. Bisogna comunque dire che non è affatto vero che in seguito alla illuminazione i pensieri o le emozioni nell’organismo corpo-mente cesseranno. Il corpo-mente, infatti, continuerà ad essere un organismo, e come organismo reagirà ad un pensiero, ad una emozione, ad un evento. La differenza rispetto allo stato precedente (coinvolgimento identificato), si trova nel fatto che automaticamente nell’ente si mette in moto il meccanismo della trasmutazione o periagoghé, per cui non appena sorgeranno modificazioni mentali, le stesse verranno immediatamente testimoniate e se non risultassero conformi con lo stato superiore acquisito (illuminazione) verranno immediatamente recise. Non esisterà più coinvolgimento per colui che ha ormai compreso. Pensieri, desideri ed emozioni continueranno a 99

sorgere nell’organismo corpo-mente, ma egli non li prenderà più in consegna: le turbe mentali sorgeranno, saranno testimoniate e se non conformi all’archetipo, saranno eliminate. Vi sarà, quindi, durante l’illuminazione un’assenza assoluta d’identificazione sul piano orizzontale. Nella nuova situazione coscienziale l’ente individuato non perderà mai l’interesse per le cose mondane, ma finalmente capirà di non essere più l’agente dell’azione, e comprenderà che tutto ciò che accade fa parte dell’attività della Coscienza impersonale e che tutto questo gioco esiste in quanto fa parte del destino karmico di “questo o quello” ente, in “questo o quello” spazio-tempo. Infatti, anche se l’ente in seguito all’illuminazione, come puro Sé, potrebbe trascendere qualsiasi coercizione karmica di causa, tempo e spazio, il suo corpo non essendo ancora perfetto, potrebbe risentirne, come qualsiasi altro strumento psico-fisico ancora legato al piano manifesto e alle leggi che regolano tale piano. Egli comprenderà comunque che c’è un Tutto-Uno e che questo Tutto abbraccia gli opposti per cui l’assurda caccia alla perfezione e alla certezza è solamente una pura follia. Il fondamento della Comprensione sta quindi nel fatto che qualunque cosa accada, essa rientra nell’attività di questa Coscienza impersonale. Il saggio non cadrà in alcun coinvolgimento. In lui persisterà la testimonianza dell’evento fin quando ci sarà qualcosa da testimoniare, altrimenti ritornerà naturalmente nello stato di non testimonianza.

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Egli ha compreso che il cambiamento è la base della vita e che gli opposti rappresentano polarità correlate o complementari, ma non contrari e in opposizione. Tutto è Coscienza: Coscienza Impersonale che diventa coscienza personale allorché essa stessa utilizza lo strumento individuato corpo-mente e ciò con lo scopo precipuo affinché ogni ente possa interagire in questo piano visibile e limitato secondo una logica eterna che Lei stessa ha predeterminato. La logica degli opposti e dei contrari ha sempre dominato questo piano visibile in quanto da sempre siamo stati condizionati a pensare a Dio in termine di bene escludendo ciò che è considerato male. Ed è proprio per tal motivo che nel mondo sono accaduti tanti fatti terribili e ci sono state tante persecuzioni religiose e tanti fanatismi nella storia dell’umanità. Dobbiamo però comprendere che tutto accade perché deve in ogni caso accadere. Tutto rientra nell’attività superiore della Coscienza impersonale, la quale è assolutamente al di fuori di tutto e per niente interessata al bene o al male in sé e per sé. La sua è un’attività completamente libera da ogni forma di attrazione o repulsione e che si esplica principalmente da un punto di vista archetipale per dar vita al piano manifesto. Non accettare ciò significa vivere nella dualità, nel dolore e nella sofferenza. Fino a quando non si realizzerà che tutto quanto fa parte dell’attività della Coscienza impersonale, maturando il grande insegnamento Cristico “…Sia fatta la Tua Volontà”, fino a quando cioè per opera della Grazia 101

non si maturerà l’abbandono e la resa, fino ad allora si vivrà nella separatività e nella conseguente conflittualità (io-tu; soggetto-oggetto). Tale abbandono non rappresenta una forma conflittuale di passività di fronte alla sorte avversa, ma una presa di coscienza illuminante di far parte del tutto e quindi anche di rispetto nei confronti della legge di causa ed effetto fino a quando non si smaltiranno i residui karmici legati a questo corpo che ci tengono legati al ciclo del divenire. Ma anche la suddetta legge cesserà di operare allorché sarà possibile, per l’ente ormai realizzato, il grande salto finale dal “saguna” piano manifesto al “Nirguna” o Assoluto immanifesto. Bisogna comprendere che tutto è Coscienza. Che tutto ciò che è, non è altro che Dio, e che tutto accade in accordo al suo volere. Alla luce di quanto abbiamo detto, bisogna capire profondamente che ogni ricerca realizzativa non inizierà mai per volontà nostra ma solo quando sorgerà quella giusta Comprensione secondo cui non esiste una volontà individuale libera di scegliere o di agire. In ogni istante si verificano eventi e azioni ad opera della Coscienza impersonale. Tali azioni producono effetti. Tuttavia affinché si producano certe azioni, che sono il risultato di azioni precedenti, devono sicuramente essere stati creati determinati organismi corpo-mente con specifiche caratteristiche adatte a compiere quelle azioni. In seguito all’illuminazione ciò che viene a cambiare è il concetto d’individualità. 102

Si comprenderà non solo che tutte le azioni messe in moto che si effettuano tramite il “mio corpo-mente”, non sono “mie”, nel senso personale del termine, ma che anche le azioni che avvengono attraverso altri organismi corpomente non appartengono a coloro che le compiono in quanto tutte fanno parte o vanno attribuite all’attività della Coscienza impersonale. E’ sempre Dio che opera attraverso gli strumenti (corpomente) più idonei che egli stesso ha creato. E’ solamente in seguito a queste considerazioni che vengono a cadere tutti i sostegni. Da ciò la grande comprensione che non esiste libero arbitrio (in un mondo basato sui parametri di probabilità certezza-incertezza) non esiste predestinazione (non esistendo un determinismo o un monismo assoluto), ma che ogni cosa fa parte, o è da addebitare, all’attività impersonale della Totalità nella quale libero arbitrio e predestinazione si annullano. E’ solo in seguito a tale consapevolezza che nasce un vero senso di liberazione e la fine di ogni paura. Libertà o liberazione significa assenza di paura. Assenza di paura significa che comincia a venir meno il senso di sentirsi separati. Dove c’è dualità-separazione (io-l’altro) c’è paura; ma se nasce la certezza che siamo tutti strumenti tramite cui opera la Totalità, l’altro non esisterà più perché è finalmente sorta la comprensione dell’Unità del tutto.

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Nascendo la comprensione dell’Unità essenziale del tutto, finisce il senso di paura e, dove non c’è paura, c’è libertà. Da questo “Sentire immenso”, inclusivo del sentire di tutti, tale che possiamo chiamarlo Sentire Assoluto, viene chiaro il significato delle parole “Ama il prossimo tuo come te stesso” del nostro grande Maestro Gesù. Non vi è più alcuna differenza tra noi, voi e gli altri perché ogni cosa è in lui. E’ Lui moltiplicato nei molti che si riassume nel Tutto e nell’Uno. E’ questo mare immenso di “Sentire” che compenetra ogni unità elementare dei cosmi e del Suo stesso Essere. E’ sempre Lui che esiste non solo nello stato di “sentire individuale” ma anche in quel “Sentire assoluto” che compenetra fino all’ultimo atomo del Suo stesso Essere. Lui è il “Sentire” per eccellenza. I nostri sentire individuali che sembrano trascorrere e giungere ad una conclusione e che osservano nel tempo il “sentire” dell’inizio e il “sentire” della fine, in realtà non trascorrono mai, non mutano mai, sono eterni come Lui, perché di Lui fanno parte. Da ciò nasce spontanea la domanda: “Dov’è allora il determinismo? Dove la predestinazione? Dove il libero arbitrio?” Ne viene di conseguenza che chi ha erroneamente diviso questo “Sentire Assoluto” nei vari “sentire individuali” non è altro che Lui stesso. Ed è sempre stato Lui a far sì che questi frammenti potessero tornare successivamente ad essere uniti a Lui stesso.

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Solo con tale consapevolezza possono esistere le varie unità di “sentire”; solo in questo modo si poteva chiudere il cerchio che delimitava un sentire limitato, considerando un’unità di sentire diversa l’una dall’altra. * (6)

“….Non è necessaria un’unica religione, ma il rispetto e la tolleranza reciproca fra i credenti di diversa confessione religiosa. Noi aspiriamo non ad una desolante uniformità, ma all’unità nella diversità. Ogni tentativo di soffocare le tradizioni religiose, che pur derivando da una comune eredità, subiscono il condizionamento del clima e dell’ambiente non soltanto è destinato al naufragio, ma è un sacrilegio.”
M. Ghandiji India, 25.9.1924

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Energia e polarità alla luce della Tradizione
“Laddove esiste dualità, ivi l’uno adora l’altro, l’uno vede l’altro, l’uno ode l’altro, l’uno parla all’altro, l’uno conosce l’altro; ma allorché tutto è divenuto l’Atman di ognuno, quale odore e di chi si potrà sentire?” (Mandukya Upanisad) Vivendo nel mondo noi percepiamo due principi polari, due energie ben definite che, attraverso il loro continuo mutamento, sostengono e generano il mondo. Tali energie sono: La forza di espansione, che comprende tutti i fenomeni e le cose visibili sul piano manifesto. In essa prevale la forza centrifuga che la scienza chiama energia termica (calore). Questa forza, che è quella che ha dato origine all’universo, viene anche chiamata “Big-Bang”, la grande esplosione, il grande fuoco. La forza di contrazione, (campo gravitazionale) che rappresenta la forza di gravità e riguarda tutti i fenomeni esseri o cose in cui prevale la forza centripeta. Tale energia è quella che provocherà la fine dell’universo, chiamata anche la grande compressione. Queste due forze secondo i grandi Rsi vedici costituiscono il respiro di Brahman. Si dice, infatti, che tra un’inspirazione e una successiva espirazione nascano e si distruggano infiniti mondi. Lo Stato di equilibrio, che è quello in cui le tendenze dei due principi polari sono armonizzate; non esiste più né 106

espansione, né contrazione, non c’è movimento e quindi non c’è divenire. Esso è lo stato di non-manifestazione in cui i due poli coesistono formando un’unità. Le due forze in tal caso rimangono allo stato potenziale. Bisogna comprendere che i due principi polari, non sono tra di loro in opposizione, ma interconnessi e inseparabili, Essi sono aspetti differenti di una stessa unità che sta dietro la manifestazione e in cui coesistono non ancora separati. Infatti, se togliamo la luce, essa non ha più ragione di esistere dal momento che non ha un termine cui confrontarsi. Un altro esempio calzante di tale fatto è dato dalla polarità nascita e morte (esteriorizzazione-interiorizzazione). Dove c’è l’una c’è anche l’altra. Dove c’è morte c’è anche nascita. Entrambi procedono insieme. Poli opposti e separati sono inconcepibili. Il principio di polarità, in qualunque modo sia chiamato, non è altro che la rappresentazione di simboli indicanti tutte le varie coppie di contrari che si trovano nella manifestazione e che tendono all’armonia e all’equilibrio e non al contrasto tra di loro. Tale logica si applica in tutte le circostanze e in ogni cosa. Il ritmo rappresenta l’interazione dinamica tra i due poli ed esso, provocando i fenomeni, mantiene costante il divenire; in ogni caso il continuo mutamento della manifestazione ci fa comprendere il suo valore relativo facendoci anche capire che i fenomeni sono del tutto effimeri, nel senso che tutto ciò che inizia è destinato a finire e ciò che nasce, dopo un certo periodo più o meno lungo, morirà.

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In tale situazione alienante non ci sono regole prefissate; non ci può essere stabilità neanche nelle opinioni, concetti, giudizi che ognuno potrebbe fare su tali argomenti. Naturalmente, vivere in continua certezza-incertezza, ci fa paura: non ci si sente affatto sicuri nel dover impostare la propria vita su cose instabili, non ci va di restare continuamente ansiosi. Abbiamo bisogno di tranquillità, di avere qualcosa di stabile cui far riferimento, cerchiamo inconsciamente l’equilibrio tra le due polarità. Le varie culture dal canto loro, al fine di farci vivere senza ansie e timori, si son date da fare per creare artificialmente determinati punti di riferimento o sostegni cui aggrapparsi; per raggiungere tale obiettivo hanno riempito le nostre menti di condizionamenti, pregiudizi, ordinamenti, opinioni, iniettando nella nostra psiche determinati codici di comportamento; il risultato di tutto ciò è che dobbiamo sempre più adattarci a vedere il mondo secondo le opinioni di altri. Dice H. Benson: “In origine ogni essere nasce senza alcuna
idea sua propria e poi cessa di vivere, ma sempre senza alcuna idea strettamente personale.”

Ciò significa che molti di noi nascono e muoiono lasciandosi semplicemente vivere, senza cercare alcun perché della loro esistenza. Resta inevitabile che in una simile condizione non facciamo altro che classificare ogni esperienza di bene o di male a seconda dei pregiudizi inculcatici, divenendo prigionieri delle leggi e convenzioni del nostro ambiente. Tali pregiudizi sono talmente radicati in noi come un bozzolo che ci tiene imprigionati, ma nel quale ci sentiamo 108

in ogni caso sicuri. In tale prigione agiamo secondo i vari modelli o condizionamenti che la comunità ci ha fatto credere sia il modo più corretto di vivere. Solo successivamente, avendo compreso, facciamo di tutto per uscirne fuori, perché vogliamo osservare il mondo con i nostri stessi occhi e senza le tante limitazioni che ci hanno precedentemente inculcato. Ritornando poi all’essere umano che, in balia dei contrari crede di vivere senza alcuna certezza e senza alcuna sicurezza, cerchiamo di esaminare ogni cosa alla luce della Tradizione millenaria dei grandi saggi. Nella tradizione Vedica sono raccolti vari insegnamenti che ancora oggi sono oggetto di studio. Con certezza sappiamo che essi erano conosciuti circa quindici secoli prima di Cristo. Il Buddismo che si diffuse in India intorno al 500 a.C. era al corrente non soltanto dell’esistenza degli Inni vedici, ma di tutta la letteratura vedica, compresi i Brahmana e le Upanisad. Nel secondo millennio a.C., provenienti dal Settentrione, giunsero nell’India gli Arii europei i quali spinsero verso sud i Dravidi, assoggettando quasi del tutto le genti che parlavano la lingua munda, due gruppi di popoli che occupavano precedentemente l’India. I Veda sono i canti ispirati che gli Arii si portarono appresso come patrimonio prezioso della loro patria originaria; a tal proposito si ritiene che essi furono raccolti con lo scopo di essere tenuti ben custoditi, e tale esigenza era nata dall’incontro nel nuovo paese con le popolazioni che adoravano altre Divinità. 109

Questi testi furono prima tramandati oralmente e poi codificati. I Veda non contengono solo lodi rituali e narrazioni di miti riguardanti le divinità degli Arii, ma in essi sono presenti pensieri profondi di alta spiritualità. Gli Arii plasmarono con le loro istituzioni la vita dell’India da allora fino ai nostri giorni. La loro lingua, il Sanscrito, fu la base di una letteratura non inferiore a quella greca o latina con la quale era strettamente imparentata. La parola Arii deriva dal vocabolo sanscrito “arya” e ha diversi significati come ad esempio: nobile, dotato di purezza spirituale, persona degna di rispetto. Successivamente, con il nome suddetto verranno indicati gli appartenenti ai primi tre ordini sociali: Brahmana (sacerdoti), Ksatria (guerrieri), Vasisya (commercianti). I Veda sono quattro: Rg, Sama, Yaiur e Atharva. Essi costituiscono la Sruti (la parola significa audizione), cioè una rivelazione che è il frutto di un’ispirazione diretta tale da possedere per se stessa la propria autorità. Secondo la tradizione indù i Veda furono “visti” e “uditi” dai Rsi o Veggenti che essendosi elevati coscienzialmente carpirono verità di ordine universale appartenenti al mondo archetipale. In base a tale tradizione, i due princìpi polari che danno origine a tutto il manifesto si chiamano: Purusha (essenza) e Prakriti (sostanza). Gli attributi principali della sostanza (Prakriti) sono i tre guna (qualità) e cioè: Tamas, la forza di contrazione (gravitazionale) che nasce dall’ignoranza e lega gli esseri a causa della loro negligenza. Tale forza rappresenta inoltre la tendenza all’inerzia e produce la 110

confusione mentale. Rajas, la forza di espansione che esprime l’impulso all’azione e ciò a causa del desiderio: attrazione-repulsione; tale forza rappresenta la sete del vivere, la grande esplosione, il fuoco. Sattua esprime invece l’equilibrio tra le due forze; rappresenta la non azione oppure l’azione fuori dal desiderio. Tutta la manifestazione, e tutti i fenomeni legati ad essa, derivano dallo squilibrio di tali (guna) attributi principali della Prakriti o sostanza. E’ proprio a causa di tale squilibrio che nascono sia le forme che lo stesso stimolo al movimento. Quando i guna sono invece in equilibrio, tali fenomeni si risolvono nell’unità indifferenziata e quindi nella pura Coscienza. Continuando il discorso sui contrari alla luce della Tradizione, dobbiamo dire che anche nella Qabbalah, che significa letteralmente “Tradizione”, è sempre presente il discorso di due forze antagoniste che poi si annullano in un'altra forza centrale che fa da motore immobile allo sviluppo della manifestazione. Dal punto di vista storico bisogna dire che tale “Visione” o “Darsan” spirituale si afferma in alcune aree europee a partire dal XII secolo, grazie a esponenti della mistica ebraica disposti a fornire per iscritto una sorta di divulgazione e sistemazione del Corpus simbolico accumulato durante secoli di speculazione e fino ad allora custodito gelosamente in alcune cerchie elitarie. Grazie a questa tendenza divulgativa che ha la sua espressione più valida nello “Zohar”, il libro dello 111

splendore redatto in Castiglia alla fine del duecento, siamo venuti in possesso di testi, veri e propri manuali, che conducono il lettore attraverso i vari gradi del simbolismo esoterico ebraico che fanno capo al patrimonio biblico a cui essi attingono. L’esordio del libro della Genesi e il terzo capitolo di Ezechiele costituiscono i punti focali di questa tradizione; al primo, che descrive la creazione del mondo, è legata la speculazione che prende il nome di Ma’aseh be-re’ sit (L’opera della Creazione) al secondo che si incentra sulla visione del carro divino si ispira il Ma’aseh merkavah (L’opera del carro).

La Qabbalah

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Il senso di mistero che circondava questi due libri biblici già in età tardo antica ci è testimoniato da un passo delle Epistole di Girolamo: “Il principio e la fine del capitolo terzo (di Ezechiele) contengono tali oscurità che presso gli ebrei queste parti - così come l’inizio della Genesi - non si leggono prima dei trent’anni.” Dobbiamo inoltre ricordare che anche il Sefer yesirah (il libro della formazione) è impostato su di un tema conduttore che concerne la lotta tra gli opposti. Tale libro poi culmina in questa lucida considerazione finale:
“L’essenza del discorso: una parte degli uni si unisca agli altri e viceversa; gli uni si alternano agli altri e viceversa; gli uni si oppongono agli altri e viceversa. Senza gli uni non possono sussistere gli altri...“ “…Dio ha collocato ogni elemento in corrispondenza dell’altro; il bene in corrispondenza del male, e il male in corrispondenza del bene; il male derivante dal male e il bene derivante dal bene; il bene che definisce il male e il male che definisce il bene; il bene: che è in serbo per i buoni.”

Con le permutazioni delle consonanti ebraiche che formano i diversi nomi di Dio, il libro torna a indicare ancora una volta il moto circolare che presiede al divenire di tutte le cose. La lettura del Sefer Yesirah conferma il fondamento gnoseologico della Qabbalah reso esplicito dalle virtù attribuite alle lettere, le quali organizzano la realtà in una successione continua di nessi di attrazione e repulsione.

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Il cabalista agisce sulla materia dell’alfabeto con lo stesso spirito con cui l’alchimista trasmuta i metalli, ricavando elementi sempre più puri e cioè significati sempre più profondi e assoluti. Le lettere divengono luce e la luce acquista l’aspetto, il suono (Ad esempio: i Mantram dei grandi Rsi Vedici) e il valore numerico delle lettere in un vortice di forme che amplifica a dismisura le potenzialità evocative della visione mistica:
“Prima di ogni cosa Egli sia benedetto, riempiva tutti i mondi, vale a dire il luogo in cui avrebbe creato i mondi. Si fece una veste di luce della sua essenza che è la Torah (Questo libro racchiude la sapienza di Dio preesistente alla formazione del mondo. In tale libro si trova non solo il racconto della genesi ma anche di tutte le vicende storiche che riguardano la vita di Israele, e ma anche il progetto stesso della creazione), poi, Egli sia benedetto, si ritirò e si contrasse entro la propria veste in modo da far posto ai mondi.”

Osservando, infatti, l’albero Sephirotico della Quabbalah vediamo che la colonna della misericordia a destra: (Pingala, Solare + Nezach - Volontà; Chesed - Amore; Chokmah - Volontà) rappresenta la forza di espansione verso l’esterno. Forza centrifuga-esplosione termica-calore. La colonna di sinistra: (Ida-Lunare, Hod-Creatività; Geburah-Accordo tonale; Binah-acque primordiali) rappresenta la forza di contrazione. Fase di compressioneenergia centripeta-gravitazionale verso il centro. La colonna centrale: (Malkut- piano fisico; Tipherethpiano sottile; Kether-piano non manifesto) rappresenta invece l’equilibrio delle forze (Sattua).

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Alla stessa maniera vediamo che nel Sanathana dharma: Rajas, Tamas e Sattua rappresentano gli attributi principali (triguna) della prakriti cosmica (Sostanza potenziale della creazione, simile alla Diade Cosmos-Chaos di Platone). Anche la tradizione cinese, come abbiamo visto in precedenza, chiama Yang la forza di espansione (centrifugatermica- espansione verso l’esterno) e Yin la forza di contrazione (energia centripeta- fase di compressioneimplosione gravitazionale verso il centro). Tai-chi, indica invece il cerchio in cui sono contenuti Yin e yang, e rappresenta l’equilibrio tra di essi. Sicuramente tale simbolo è di più facile comprensione con riguardo alle forze che generano la manifestazione e relativamente all’Unità che le comprende. Infatti “lo yang bianco contiene in sé un punto nero, yin,” per indicare che in seguito al mutamento yang diverrà yin; e viceversa lo yin. Quindi il ritmo della manifestazione sarà indicato dal continuo mutamento yang… yin… yang…, ecc. Questi due simboli complementari (onda e particella nella quantistica) vengono racchiusi in una unica forma, il cerchio che rappresenta l’unità. L’equilibrio statico. E’ quindi importante comprendere che il yang (Forza centrifuga-esplosione termica che tende verso l’esterno) e lo yin (Forza centripeta di compressione-implosione gravitazionale che tende verso il centro) tra di loro rappresentano l’equilibrio dinamico, mentre il cerchio che li contiene rappresenta l’equilibrio statico, senza movimento (l’Unità). Quindi è chiaro che all’interno dell’Unità immobile statica abbiamo il divenire dinamico.

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Il notissimo simbolismo dello yin-yang mette quindi in luce in maniera insuperabile il principio della complementarità degli opposti che, come abbiamo visto nelle varie tradizioni, vengono nominati con nomi diversi, più o meno equivalenti. Infatti, nella cosmogonia greca, yin e yang diventano “le due colonne del reale”, come dirà Proclo nel commento al “Timeo” (libro I) precisando che tale concezione ha radici antichissime, in quanto risale all’Orfismo tramite la mediazione dei Pitagorici. In ogni caso vediamo come i termini attività e passività ben si adattano ai due termini polari di cui sopra. Da ciò ne consegue che le ideologie attivistiche sono tali perché vorrebbero assolutizzare l’attività, cioè un polo della Manifestazione universale, eliminando l’altro. Alcune manie progettanti, così celebrate ai nostri giorni, costituiscono un’accentuazione di tale punto di vista: il loro scopo in definitiva è quello di razionalizzare o direzionare l’azione per renderla più potente (vedi le ideologie della crescita). Sull’altro versante, l’accidia o passività, configura un irresponsabile disimpegno (la passività in senso negativo così come la intende il senso comune). In entrambi i casi, siamo in presenza della rottura di un equilibrio, con tutti gli effetti che ne derivano. Molte saggezze del passato (tra cui il Taoismo e le ecofilosofie greche) insegnano molto semplicemente l’armonia complementare degli opposti (il che implica la loro moderazione), e quindi il rispetto sia del lato attivo dell’esistenza cosmica, sia del lato passivo, in quanto nessuno dei due è un Assoluto (tanto meno gli innumerevoli riflessi particolari di essi nella 116

Manifestazione): perciò essi devono essere tenuti entro i giusti limiti, senza tentare di prevaricare (verso l’uno o verso l’altro, vedi Anassimandro). Non si tratta perciò di condannare l’attività o al contrario la passività come qualcosa di negativo di per sé: queste sono posizioni “estremistiche” non condivisibili, destinate ad alimentare punti di vista unilaterali o conflittuali (in definitiva, monastici e/o dualistici). “Sarebbe come seguire il Cielo ed evitare la Terra, seguire lo yin ed evitare lo Yang :è chiaro che non si può fare.”
(Chuang-tzu, cap.XVII: le acque d’autunno, 108)

La formula “agire non agendo” di Sri Krishna, apparentemente enigmatica e contraddittoria, esprime la consapevolezza di quanto siano unilaterali gli atteggiamenti suddetti, ed è un modo di indicare il loro superamento: essa vuole indicare la compresenza e la fusione di attività e passività nello scorrere universale del Tao e nella saggia condotta umana che è quella giusta che si abbandona a tale fluire. Ciò corrisponde all’agire con la pura presenza di cui si trova ampia testimonianza nella vita dei saggi di occidente e di oriente. Il filosofo Pierre Hadot, riferendosi a Plotino si è espresso in tali termini:
“Ci avviciniamo qui al segreto della dolcezza Plotiniana. Il saggio, con la sola presenza della propria vita spirituale, trasforma sia la sua parte inferiore sia quanti lo avvicinano; da un’estremità all’altra della realtà, l’azione più efficace è presenza pura” * (20)

L’espressione “agire non agendo” ha come funzione implicita quella di neutralizzare anticipatamente il culto 117

dell’azione (non l’attività in quanto tale) e sembra assecondare la passività; tuttavia il termine agire attua per così dire una compensazione e riabilita l’azione sottile nei limiti che le spettano: ne risulta un’integrazione ben bilanciata di cui i testi taoisti offrono innumerevoli esempi. Si potrebbe riproporre la stessa idea in tali termini: l’indolente accidia o passività è contro natura per difetto; per pigrizia essa tende a sottrarsi al flusso del Tao, opponendogli resistenza passiva. L’attivismo frenetico tende a deviare dal corso naturale per mania di protagonismo, per eccesso, e ciò perché c’è una pseudo entità, un falso io che pretende di controllare e deviare lo svolgersi degli eventi, cioè la loro quieta regolarità, in base a progettazioni che rispondono alla capricciosa volontà di potenza. In entrambi i casi si vorrebbe forzare la mano al destino e all’ordine cosmico, promuovendo l’accadere di qualcosa di fuorviante in un senso o nell’altro. Al di fuori di questi estremismi scomposti, il saggio taoista suggerisce: non conviene seguire la Via di Mezzo, assecondando il Tao, proprio come fa l’acqua che scorre nel fiume?
“Le acque non agiscono, ma seguono la spontaneità”
(Chuang-.tzu cap. XXI,147)

Alla luce di quanto detto bisogna convenire che la mente primitiva, che è anche la mente Principiale naturale, non concepisce mai un oggetto soltanto dal punto di vista fisico. Ogni cosa naturale ha anche un aspetto psicologico, ossia una relazione con la consapevolezza umana e questa a sua

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volta ha un rapporto con lo Spirito supremo che pervade sia il mondo fisico che la mente umana. E’ molto interessante notare come la mente occidentale oggi stia tornando piano piano alla visione orientale dell’universo, che è poi la visione della filosofia perenne, la visione cosmica comune a tutte le tradizioni religiose, dalle prime religioni tribali fino alle grandi religioni del mondo odierno: induismo, buddismo, islam e cristianesimo. La visione dualistica dell’universo sulla quale si basava la scienza occidentale che considerava la materia come una sostanza solida (extensa), estesa nel tempo e nello spazio e la mente umana (cogitans) come un’osservatrice distaccata, capace di esaminare e descrivere l’universo, per poter ottenere un controllo sopra di esso, come abbiamo accennato all’inizio, viene oggi demolita dalla scienza stessa. Il modello Newtoniano (dualistico-deterministico) del mondo composto di corpi solidi che si muovono nello spazio e nel tempo, è oggi sostituito dal modello della relatività e dei quanti fisici. Questa teoria come sappiamo vede la materia come una forma di energia e l’universo come un campo di energie organizzate nello spazio-tempo che formano un tutto unitario e interdipendente. Ma la scienza occidentale è andata anche oltre tale posizione. Ha dovuto riconoscere che la mente umana non è mai una semplice osservatrice, perché è quasi sempre coinvolta in ciò che osserva. Ciò che noi osserviamo non è la realtà in sé, ma la realtà filtrata dalla mente umana, dai

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sensi e dai vari strumenti che essa utilizza per i suoi fini determinati.
“Ciò che noi osserviamo, diceva Heisenberg, non è la natura in sé ma la natura esposta al nostro metodo di esame.”

La vecchia idea separatista (soggetto-oggetto) della scienza, sta piano piano lasciando il posto ad una nuova idea di scienza che considera la consapevolezza (Spirito umano) e la realtà fisica o empirica come aspetti complementari dell’Unicità della Realtà (Olistica). Lo stesso processo può essere osservato nella medicina occidentale dove si incomincia a intuire che tutte le malattie hanno una origine psicosomatica e che il corpo umano non può essere curato senza tener conto anche dell’anima. Stiamo recuperando la conoscenza che era comune nel mondo antico, ossia “che non esiste materia separata dalla mente e dalla consapevolezza”. La consapevolezza è latente in ogni particella della materia e l’ordine matematico che la scienza scopre nell’universo è dovuto in gran parte al gran lavoro che questa consapevolezza universale compie su di essa. Come abbiamo precedentemente accennato, nella tradizione vedica abbiamo la Prakriti, il principio femminile, aspetto fisico della materia dal quale tutto si genera. Poi vi è anche il Purusha, la consapevolezza, il principio maschile della ragione e dell’ordine dell’universo. Gli stessi principi corrispondono come dicemmo allo Yang e allo Yin della tradizione cinese e della materia e della forma di Aristotele.

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Ma oltre lo yin e lo yang, oltre la materia e la forma, vi è il principio Supremo, la Fonte dell’Essere, il grande Tao dal quale tutto proviene e che pervade tutte le cose. I suddetti principi li troviamo anche nella dottrina Cristiana. San Tommaso d’Aquino, che ha costruito il suo sistema filosofico sulla base di Aristotele, ha visto nella materia e forma i due principi basilari della natura. La materia, secondo la filosofia, è pura potenzialità, la forma è il principio d’attualità. La materia pura, o materia prima (sostrato) come la chiama Aristotele, di fatto non esiste: è solo un principio metafisico “Entelechia” che sta alla base di ogni essere fisico. Esso è un concetto non definibile e che si può cogliere solo intuitivamente. In realtà “l’atto puro” è l’essere nella sua non-potenzialità vale a dire nella sua realizzazione (énergheia). La materia “Secunda” come noi la conosciamo risulta da una combinazione di forma (potenza-dynamis) e materia (atto-énergheia). In ogni oggetto fisico vi è quindi la forma, ossia una struttura, un sostrato, una (potenza-dynamis) organizzatrice o energia attiva, e anche un principio seminale materiale, un’energia passiva, ossia una (énergheia) potenzialità ad essere ciò che verrà realizzato materialmente. L’atto puro quindi, come (énergheia) è fondamentalmente sinonimo di (Entelechia), in quanto esprime nella sua potenzialità ad essere, soprattutto la forma e la realizzazione della forma. La legge ontologica fondamentale che regola i rapporti tra atto e potenza è quella della priorità dell’atto sulla potenza in tutti i sensi: cronologico, metafisico e gnoseologico. La 121

potenza (dynamis) è, infatti, strutturalmente, potenza dell’atto, e l’atto (énergheia) è la regola e il fine della potenza. E’ proprio in virtù della priorità dell’atto che Aristotele dimostra la necessaria esistenza di un motore immobile che è atto puro. In realtà: “L’atto sta alla potenza, come per esempio chi costruisce sta a chi può costruire, chi è desto a chi dorme, chi vede a chi ha gli occhi chiusi ma ha la vista e ciò che è elaborato a ciò che non è elaborato”. In ogni caso, il principio maschile è attivo e comunicativo, quello femminile è passivo e ricettivo. Il principio femminile ha le sue radici nell’inconscio, nelle tenebre del seno ed è la sorgente dell’instabilità e del cambiamento: è il crescere e il decrescere della luna. Il principio maschile è la sorgente dalla stabilità e dell’ordine ed ha la sua sorgente nella luce del sole. Comunque tutte e due sono necessari all’esistenza. Ma soprattutto questi due principi hanno la loro sorgente nello stesso Spirito supremo; colui che è oltre il cambiamento e la molteplicità e si manifesta esternamente in questi due principi. La mente occidentale ha diviso il mondo in due metà: conscio e inconscio, mente e materia, corpo e anima, e cosi la filosofia occidentale tentenna tra questi due estremi: materialismo e idealismo. Ma l’uomo occidentale deve recuperare l’equilibrio riscoprendo la visione unitaria del mondo antico, quella della filosofia perenne, sviluppata esaurientemente nel buddismo Mahayana e nel Vedanta, che è implicita in tutte le antiche religioni. In questa visione del mondo i tre principi, materia, mente e spirito, sono visti come compenetrantisi a vicenda. E’ 122

soltanto una malattia della mente razionale che ci spinge a vederli separati e ad immaginare il mondo esterno a noi come esteso nel tempo e nello spazio, e la mente come qualcosa di separato da esso. In realtà, il mondo che noi vediamo è un mondo compenetrato da tutta la nostra consapevolezza, è il mondo che si rispecchia nella nostra mente. Ma oltre la mente e la materia c’è il principio dello Spirito che li compenetra entrambi, ed è la sorgente dell’energia e della consapevolezza. Anche per San Paolo, e i primi padri della Chiesa, l’uomo è corpo, anima e spirito. Successivamente questa visione è stata soppiantata dalla concezione aristotelica di corpo e anima. In India invece questo triplice carattere è stato sempre conservato. Dobbiamo dire che nell’uomo oltre il corpo e l’anima, integrato con essi c’è lo spirito (Atman), punto di contatto con lo Spirito universale che guida e compenetra tutto l’universo. Questo è il punto dell’umana trascendenza, il punto nel quale il finito e l’infinito, il temporale e l’eterno, il molteplice e l’Uno s’incontrano e si toccano. E’ verso questo punto dello spirito che la meditazione ci conduce, quando oltrepassato il fisico e la consapevolezza psicologica, sperimentiamo la profondità del nostro essere e scopriamo la nostra affinità con lo spirito di Dio. “Lo spirito di Dio -dice S.Paolo- attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”; cosi come l’Upanisad afferma: “Tat tuam asi”, e cioè che Tu sei Quello. Alla luce di quanto accennato ne deriva che la manifestazione diventa polare attraverso la differenziazione 123

nelle coppie di opposti complementari. Tuttavia essa, nella sua interezza e totalità, manifesta in tutto e per tutto l’Unicità dell’Assoluto. Naturalmente è chiaro che per la nostra cultura basata sul pensiero oggettivo, logico e analitico, ogni cosa si presenta in uno stato di separazione o di diversità da tutte le altre. Secondo la Tradizione o secondo la filosofia perenne, invece, ogni cosa contiene il suo contrario, anzi l’esistenza è fondata sui mutamenti dinamici degli opposti. La manifestazione, secondo i vari punti di vista, può essere considerata polare (nelle coppie di opposti) o non polare (nell’unicità del tutto), bisogna però dire che è sempre la nostra mente che non riesce a percepire l’unicità dei due poli dal momento che, con la sua visione duale, immagina ogni cosa come formata da forze in antagonismo. Gli opposti, cioè, non sono visti come movimenti nell’unicità. Questo accade perché la mente vede ogni cosa in maniera duale e separata non riuscendo a cogliere quella l’unicità di base entro cui le stesse polarità ne fanno parte essenziale. In realtà, anche nei comportamenti siamo costretti a fare delle scelte, osserviamo sempre due alternative possibili o... o…, questo o quello, bene o male, e tutto questo per noi è fonte di incertezza e di tormento. Tuttavia, i filosofi hanno intuito che dietro il continuo cambiamento delle polarità, esiste ciò che non muta mai: “l’Unità” la quale, pur rimanendo immutata, farà scaturire da sé ogni coppia di opposti. Bisogna dire comunque che le varie culture hanno sempre utilizzato in maniera diversa il principio di polarità a seconda dei vari cicli temporali. La Tradizione o filosofia 124

perenne, ad esempio, ha principalmente cercato di scoprire il principio primo da cui scaturisce la polarità e ciò attraverso insegnamenti o dottrine basate sulla visione nonduale della manifestazione (Vedanta-Tao-Zen). Altre culture, basandosi sull’osservazione della vita umana, hanno utilizzato il principio di polarità per programmare “l’arte di vivere” cercando di capire l’interazione che nasce fra le leggi universali e il comportamento dell’uomo e, quindi, tra il destino (determinismo-predestinazionecertezza) e il libero arbitrio (probabilità-incertezza) e ciò al fine di poter avere una guida onde affrontare i problemi che si possono presentare nella vita di ogni giorno. Tanto per comprenderci, il destino viene considerato alla stregua di una serie di eventi predeterminati da una forza superiore, e cioè dagli Dei. Il libero arbitrio rappresenta invece la facoltà di agire secondo la nostra libera volontà al di là di ogni causa esterna. Detto questo, bisogna notare che la vera “Arte di vivere” non consiste nel ricercare un polo (bene) rifiutando l’altro (male) ma si basa sulla maniera più opportuna di mantenere (i due poli) entrambi in equilibrio, in quanto l’uno non può esistere senza l’altro. A ciò si conformano, ad esempio, le scienze sacre: i Ching, l’astrologia, i simboli. E’ proprio alla luce dell’equilibrio tra i due poli che pensiamo sia opportuno aprire un discorso sul peccato: parlare di peccato significa far riferimento al male, agire cioè al di fuori della morale, fuori dalle convenzioni e dai condizionamenti comuni.

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Abbiamo però detto che bene e male fanno parte di una polarità principiale; il male non può esistere se non ha come termine di confronto il bene; mancando uno dei due poli, l’altro verrà a perdere di significato, per tal motivo il male non può essere considerato in opposizione al bene, ma parte del suo completamento, infatti, esso esisterà finché ci sarà il bene. Il suo è un rapporto di complementarità o interrelazione con il bene. In altre parole, i due opposti bene e male rappresentano solo un costrutto della mente duale alla stessa stregua dello spazio-tempo, e ciò con lo scopo di farci percepire un polo alla volta: o il bene o il male. Tutte le religioni, come ben sappiamo, hanno un Ente buono (Dio) e uno cattivo (diavolo) che gli si contrappone creando così una divisone tra di loro e quindi fra bene e male. Ma Dio, per definizione, è “Unicità” e si trova al di là delle polarità, per cui Egli non può essere un polo complementare al diavolo: quest’ultimo, invece, rappresenta la polarità in sé e per sé, la separatività, colui che divide, “diabballein” è il signore della manifestazione duale; il signore anche della nostra mente separata che, impedendoci di vedere l’unità, ci fa agire in quell’ignoranza che chiamiamo peccato. In realtà esso non è altro che l’ombra proiettata dall’unica luce eterna, e ciò al fine di far sì che la manifestazione abbia luogo. Il peccato quindi non dipende dai nostri comportamenti, che di per sé sono neutri, cioè non sono né buoni né cattivi, bensì dal nostro modo mentale di porsi di fronte una determinata situazione, e cioè utilizzando la visione polare 126

del divenire (che separa e divide) e non quella coscienziale e unitaria precipua dell’Essere. Per tal motivo dobbiamo pensare che esso sia al di là della nostra comprensione umana, e quindi di natura prettamente metafisica. A volte per purificarci dal peccato facciamo penitenze, sacrifici, cantiamo inni, che però non potranno mai raggiungere lo scopo preciso, la vera “metanoia”, cioè la vera trasmutazione o purificazione, cosa che potremo ottenere soltanto cambiando il nostro stato di coscienza, abbandonando il mondo dualistico del divenire, rientrando nello stato di coscienza unitaria e primordiale dell’Eden. Nei Vangeli è scritto che la salvezza dell’anima, la liberazione dal peccato si potrà ottenere osservando i precetti imposti ed evitando il male. Tuttavia il sermone della montagna di Gesù recita:
“Avete inteso che fu detto occhio per occhio e dente per dente, ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi se uno ti percuote la guancia destra tu porgigli anche l’altra e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello… Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, poiché siete figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avrete? E se date il saluto solo ai vostri fratelli che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?”

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Da ciò risulta evidente la contrapposizione che esiste tra il modo di agire secondo le opinioni comuni seguendo la mente (emozioni) “avete inteso…” e il modo di agire secondo coscienza “ma io vi dico”. In altre parole Gesù ci esorta a cambiare la visione del mondo, e cioè a guardare non più con la mente polare (che divide) ma con la visione unitaria della Coscienza, facendoci capire che la dualità è ignoranza, per cui la sua naturale conseguenza non è altro che alienazione, sofferenza e peccato. Sorge a tal punto la domanda: se bene e male fanno parte di una coppia di opposti, è possibile affermare che essi in sé e per sé, come principi separati, siano neutri, senza alcun valore, indipendentemente dalle azioni buone o cattive? Rispondiamo dicendo che, in sé e per sé, bene e male non hanno alcun valore, ma che siamo noi che con il nostro atteggiamento attrattivo o repulsivo rendiamo le azioni buone o cattive secondo la morale corrente. Ad esempio, noi riteniamo cattiva l’azione di uccidere qualcuno tanto da far scattare una giusta punizione, tuttavia in caso di guerra riteniamo giusta l’azione di uccidere il nemico e vediamo che la società dal canto suo si riserva la facoltà di premiare chi agisce in tal modo. Quindi osserviamo che una medesima azione viene premiata o punita a seconda i punti di vista e i condizionamenti dell’etica corrente. Allora, in sé e per sé non esistono azioni buone e altre cattive; esse, in definitiva, diventano tali in base al nostro atteggiamento (attrattivoEssere-Coscienza o repulsivo-Divenire-Mente) che li rende piacevoli o spiacevoli e specialmente a causa della morale corrente che vige al momento in una determinata società. 128

Giusto e non-giusto appartengono al mondo del divenire, sono il risultato di un vedere parziale e perciò imperfetto. All’individuo, nel suo vivere fondato sul dualismo, il “nongiusto” fornisce un alibi alla guerra e ammanta la sua coscienza di eroismo e nobiltà. Le crociate nascono dalla passione cieca, nel voler imporre il “giusto”. In tale stato d’ignoranza non ci si avvede che si sta facendo ingiustizia, che è assenza di comprensione, autoaffermazione, violenza. Ciò che è moralmente giusto per un individuo può non esserlo per un altro. La morale è frutto di opinione, è un parto della mente, un prodotto dello spazio e del tempo. Qualunque giudizio è quindi mutevole e sempre inesatto. Il Giusto tuttavia esiste, a livello di principio e alla sua nota che è “l’imparzialità” tentano di adeguarsi le leggi umane nel regolare i rapporti interindividuali. Ma l’individualità è per sua natura faziosa: agisce sotto la spinta dell’attrazione-repulsione; parteggia sempre per se stessa. L’individualità è giustiziera. La sua Giustizia, per tal motivo, non può essere Giusta. La Giustizia appartiene solo all’anima. E l’anima non giudica e non condanna. Essa fa solo aprire gli occhi alla Coscienza perché veda, perché ritorni consapevole. Tuttavia, per comprendere il “giudicato” bisogna porsi al di la del “giudice (la mente), in quel punto al centro, che consente al riflesso di coscienza incarnato di ricongiungersi col suo Principio, a quell’Uno che è Saggezza e perciò libertà dal giusto e dal non-giusto.
(Vedi: Kevala-vidya-Raphael).

Da notare che nei dieci Comandamenti dati a Mosè dal “Sono ciò che sono”, questo nel quinto comandamento 129

recita: “Non uccidere” in maniera categorica, indipendentemente dal fatto che si tratti di un amico o di un nemico. In linea generale si considera “buona” un’azione che contribuisce a mantenere il giusto equilibrio nella società, e “cattiva” quella che invece viene a turbare l’equilibrio suddetto: ma prese in sé e per sé le azioni non sono né buone né cattive. Considerando le cose da un altro punto di vista, e cioè che il nostro scopo finale è quello di uscir fuori da un mondo polare e pieno di contraddizioni, per raggiungere uno stato di vera Unicità, potremmo giudicare “buone” quelle azioni impostate sull’«Uno-bene-Nous», Pura Coscienza impersonale, che ci aiutano ad uscire fuori dalla polarità e “cattive” quelle invece impostate sull’«limiteillimite//Chàos-Cosmos», Piano polare manifesto: mentecorpo, azioni queste che contribuiscono a creare separatività e quindi lotta e sofferenza. Tuttavia se noi decidiamo di uscire dalla visione polare della manifestazione dobbiamo capire che non possiamo pretendere di cambiare il mondo, possiamo solo modificare la nostra visione di esso e ciò perché il mondo fa parte delle medesima polarità come anche il nostro corpo e la nostra mente. La ricerca quindi va fatta dentro noi stessi, nella nostra coscienza, non all’esterno, in quanto ogni cosa esterna rientra nella polarità e cioè nel mondo duale e separato.

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La nuova visione: Periagoghé – Metanòia
“…E si da il caso che non siano uomini da poco coloro che istituirono i Misteri: e in verità già dai tempi antichi ci hanno velatamente rivelato (gli orfici) che colui il quale arriva all’Ade senza essere iniziato e senza essersi purificato, giacerà in mezzo al fango; invece colui che si è iniziato e si è purificato, giungendo colà abiterà con gli Dei. (Platone: Dialettica)

Da quanto sopra, risulta che il nostro fine ultimo non può essere che quello di uscire definitivamente dalla visione polare, causa prima di ogni sofferenza e di una continua fuga o alienazione da noi stessi. Di solito la nostra visione si basa su pensieri e su concetti elaborati dalla mente a seguito della percezione sensoriale e 131

siamo convinti che tale percezione o proiezione sia reale; restiamo in tal modo ingannati dal gioco duale e illusorio della manifestazione, gioco di luci e ombre che vanno e vengono senza alcuna stabilità o realtà permanente. A causa di ciò, non ci rendiamo conto della mutevolezza del tutto, restando abbagliati senza riuscire a intuire l’Unicità che invece rappresenta l’ordine interno nella manifestazione. Ciò accade, come già detto, quando la mente duale cade nell’identificazione ed erroneamente crede di essere padrona di ogni sua decisione e scelta, e senza rendersi conto di essere soltanto uno strumento o un oggetto della Coscienza impersonale che si serve di lei per precisi e determinati obiettivi. E’ solo, quindi, per un errore mayanico che noi ci autocostruiamo tale gabbia fittizia e imprigionante che ci costringerà a vivere l’esperienza conflittuale del piano manifesto. E’ chiaro, quindi, che la nuova e vera visione del mondo non potrà essere basata sulla conoscenza o esperienza sensoriale, bensì sulla Coscienza impersonale e ciò perchè noi sappiamo che l’essenza della Coscienza (Buddhi) è Unità, permanenza, beatitudine, mentre, viceversa, l’essenza della mente (manas) è proiezione, divisione, polarità basata sulla legge di attrazione e repulsione. E’ necessario quindi ritrovare la nostra centralità originaria spostandoci con la Coscienza dal manas -mente verso la Buddhi, o pura Coscienza indifferenziata. Attraverso la Buddhi cominceremo ad osservare il mondo al di là del gioco dei guna, principi allotropici (Sattua-rajas-tamas), della prakriti sfuggendo così alla legge di attrazionerepulsione e contrazione gravitazionale. 132

Cominceremo a vedere il divenire così come esso è, comprenderemo che tutti i fenomeni fanno parte della nostra coscienza prakrjtica (Chàos-Cosmos) e che benemale, luce-ombra in sé e per sé sono neutri e che è soltanto il nostro atteggiamento, attrattivo o repulsivo, che li rende piacevoli o spiacevoli. Sta a noi quindi modificare la nostra visione, passando da uno stato duale separato a quella Unicità utilizzando i vari insegnamenti che la Tradizione eterna ci ha messo a disposizione. Si tratta quindi di passare da una situazione in cui la Coscienza resta provvisoriamente identificata con la mente, a quello stato superiore in cui essa si unisce definitivamente con la Buddhi. Tutto questo lo vediamo perfettamente descritto in quella grande opera alchemica che è il Raja Yoga di Patanjali. Infatti, nella Bagavadgita, una delle più grandi opere della tradizione Indù, leggiamo che, quando la Coscienza s’identifica con il “manas” (mente duale), i “guna”, gli stati allotropici della materia, si vengono a trovare nello stadio di “Visesa”, cioè in uno stato di separatività. Ecco un esempio di ciò: “Siamo nella folla, osserviamo il mondo con il
manas; ci troviamo in tal caso nello stato suddetto di “visesa” che significa separato”.

In tale stato di separatività vediamo che ogni individuo si presenta come diverso dall’altro sia per nome che per forma: autonomo e indipendente. Osserviamo così la diversità di ogni individuo nella molteplicità della folla.

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Giungeremo invece in uno stato informale o universale “Avisesa” quando la Coscienza resterà centrata sulla Buddhi sede degli archetipi. A distanza, osservando ogni cosa con la buddhi, non vedremo più gli individui separati, e comprenderemo che, pur essendo tra loro diversi, per nome e forma, essi tuttavia hanno origine dallo stesso archetipo. In tale stato ci renderemo conto dell’unità archetipale (oltre la polarità) pur nella molteplicità della folla. In tale stato è il “Sattua” equilibrante che prevale sugli altri Guna. Saremo qui ad una enorme distanza dalla folla. Si tratta dello stato incondizionato, lo zero metafisico. La folla qui è indistinta. I Guna vengono trascesi. Siamo oltre il piano manifesto. A questo punto sorge la domanda: “Come possiamo operare in maniera da far sì che la Coscienza, che era precedentemente identificata con la mente, possa invece andare verso la buddhi e quivi dimorare?” Il maestro Raphael così risponde:
“L’azione del discepolo deve essere quella di trascendere per quanto è possibile i tre attributi (guna) e quindi procedere a liberarsi dalla identificazione.”

Tutto ciò si può ottenere praticando la coscienza osservante, strumento utile per far distaccare la Coscienza da tutti i contenuti mentali, rinunciando alle abitudini causati dai guna e dai condizionamenti autocostruiti. Proseguendo con disciplina, giungeremo finalmente a contattare il nostro centro interiore prendendo coscienza del Reale Atman.

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In altre parole, per uscire dalla polarità imprigionante, dovremo cambiare il nostro stato di coscienza attraverso la discriminazione “Viveka” e il distacco “Vairagya”. Le fasi di tale procedimento sono: - Individuare i guna che determinano il nostro comportamento. - Armonizzarli. - Portarsi al centro della polarità. - Prendere coscienza dell’Atman, nostra reale natura. - Distaccarsi consapevolmente dalle reattività che provengono da tutte le emotività causate dai guna. Tutto ciò significa studiare la gabbia che ci tiene imprigionati, osservare come si muovono e quali sono i guna che hanno potere su di noi condizionandoci. Dobbiamo capire che ogni nostro stimolo esterno è causato da una reazione dei Guna. La Bhagavad Gita ci consiglia di osservare tali stati di reattività con distacco e con molta pazienza per capire quali sono quelli che provocano o sono causa dei nostri comportamenti. Questa disciplina è la parte più difficile per poter uscire dalla polarità dei contrari, in quanto dobbiamo superare il nostro consueto modo d’agire imposto dai condizionamenti e quindi armonizzare i guna, gli stati allotropici della materia, portandoli al giusto equilibrio sattuico. Armonizzare i guna significa spostare il livello di coscienza dal “Manas-mente” alla “Buddhi-pura coscienza”.

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Il Maestro Raphael chiama “personaggio” la parte di noi che si muove identificata per effetto dei Guna; la nostra parte immatura che non è riuscita ancora a staccarsi dalle emozioni. Se riusciamo a non identificarci con il “personaggio”, costui, pur agendo, comincia ad essere posto sotto osservazione come se fosse un altro da noi. Solo così potremo controllare e superare qualsiasi stato di identificazione e qualsiasi reattività del mentale. Attraverso il distacco noi riusciremo a pervenire al punto al centro; il punto neutro, dal quale consapevolmente potremo osservare il moto attrattivo e repulsivo dei Guna nella manifestazione, sia esterna che interna, senza farci coinvolgere. Restando al centro della polarità, noi né agiremo né non agiremo, tuttavia conserveremo una attenzione vigile. Tale non agire non ci renderà passivi, né ci farà forzare le cose, significherà soltanto che in tale situazione noi non cercheremo di cambiare il mondo, ma l’interno di noi stessi. Dopo aver realizzato e stabilizzato il distacco, tutte le aspettative spariranno; accettando ogni cambiamento, saremo fuori dall’attrazione-repulsione. Vedremo la medesima essenza in ogni cosa e considerando alla stessa stregua amico e nemico, piacere e dolore, non abbiamo più motivo di desiderare qualcosa. Tutto è bene così com’è. Comprenderemo i nostri desideri senza esserne dominati, impareremo ad operare senza l’impulso pressante dei desideri.

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L’ultima fase consisterà nel prendere coscienza dell’Atman. Questa è un’esperienza-consapevolezza che non si può esprimere a parole, ma va soltanto vissuta. Raphael dice che cambiare la Visione coscienziale è facile e difficile nello stesso tempo, tutto dipende dalla fede e dall’energia che ci mettiamo. Per raggiungere tale stato occorre un impegno continuo e costante da parte di tutte le nostre energie. Dovremmo operare come se la nostra coscienza fosse già unita con la buddhi, ma ciò non per apparire agli occhi degli altri quello che non siamo, ma perché è chiaro che si diventa quel che si pensa. Vivere come se si fosse nello stato della buddhi significa cercare di eliminare il confine tra l’io e gli altri. Significa comprendere che noi e gli altri siamo fatti della stessa essenza, che, a parte il nome e la forma, siamo fatti della stessa ed unica essenza. Per tal ragione, in ogni nostra attività, dobbiamo cercare di mantenere sempre tale nuovo stato di Coscienza. Questo stato dovrebbe essere continuo, ininterrotto, lo scopo unico della nostra vita. Patanjali afferma:
“Lo Yoga è la sospensione delle modificazioni della mente identificata. Quando ciò è stato attuato, allora il veggente riposa nella sua essenziale natura, la qual cosa non si verifica quando il veggente non è fondato in se stesso tale che esiste identificazione.”

Dobbiamo comprendere che la mente è uno strumento sensibilissimo ma anche turbolento: essa risponde in modo impetuoso e immediato al più piccolo stimolo esterno ed interno. Tutto ciò accade allorquando non vi è 137

l’«Osservatore» che riesca a frenare e a direzionare sul nascere l’energia, nella normalità esso non è mai presente ed è per questo che è difficilissimo frenare tale movimento che ci costringe nella dualità dei contrari. Come sopra dicemmo la disciplina di porsi come “Coscienza osservante” può essere uno strumento veramente valido per uscir fuori dall’identificazione. Occorre però una vera maturità coscienziale e un desiderio ardente di risolvere il moto caotico nel quale ci trascina il veicolo mentale e quindi imporre un freno a tale corsa. Il compito di rallentare il flusso mentale non è facile, in quanto la forza del “manas” è travolgente e basta un solo attimo di disattenzione per distruggere anche un lungo lavoro di discriminazione. Nonostante ciò l’ente deve continuare il suo lavoro alchemico, senza per nulla scoraggiarsi. L’esempio del fratello maggiore lo sosterrà in questi momenti e le piccole conquiste ottenute rappresenteranno uno stimolo per andare avanti. Quando si sarà ottenuto un certo controllo sull’energia, si potrà intervenire più attivamente. La sostanza mentale, come ben sappiamo, è un’energia che vibra; sta a noi imporle un nuovo ritmo, un nuovo modo di vibrare. Noi potremo direzionare l’energia solo quando la sostanza mentale si sarà resa più plastica e disponibile. Affinché un discepolo possa seguire una sadhana (disciplina), prima di ogni cosa è necessario che egli abbia reso quiescente il veicolo mentale. Si è agevolati in tale fatica allorché si segue tale disciplina insieme ad altri fratelli e se poi si condivide un dharma-compito, ci si può definire fortunati. 138

Un dharma presuppone un “servire”. Tale parola indica una donazione consapevole di sé al Maestro che incarna la Tradizione e la grande vita. Il discepolo passerà inevitabilmente lungo una serie di prove, commettendo errori, cadendo e rialzandosi. Ma tutto ciò servirà per purificare il veicolo, cioè la mente, al fine di renderla plastica e disponibile alle richieste ed esigenze del dharma. Condividere un dharma rappresenta per un discepolo l’opportunità di sottoporsi a stimoli che metteranno in luce le debolezze, le resistenze e gli ostacoli sui quali l’ente stesso s’impegnerà a lavorare per superarli. Tutto ciò è purificazione della mente. Un sutra della Maitry Upanishad afferma: “Si diventa ciò che si pensa”. Ciò significa che il nostro oggi non è altro che il risultato di quello che abbiamo pensato per tanto tempo, e ciò in base alla direzione che hanno preso le nostre energie. Se abbiamo compiuto un certo lavoro di purificazione, saremo più liberi e pronti a porre nuovi “semi”. Questa volta però si tratta di semi scelti consapevolmente e che coltiveremo con amore per ottenere frutti più vantaggiosi per la nostra sadhana. Il frutto è già in noi, è già qui nel nostro presente, in quello che sapremo proporci e perseguire. Se persistiamo, la “liberazione” diventa accessibile come un frutto a portata di mano.

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La dualità nella micro e macro fisica naturante
La mente umana vuole soprattutto capire ciò che è al di là della sua portata e proprio per questo nascono i tanti paradossi. I fisici Newtoniani, come dicemmo all’inizio, pensavano che fosse possibile comprendere il mondo comprendendone una parte. Oggi è comunemente accettato che la parte è necessaria alla comprensione del tutto, alla stessa maniera che il tutto è necessario alla comprensione della parte, ed è principalmente questo che provoca notevoli confusioni nella mente individuata. Non si riflette mai su quanto essa possa essere limitata al fine di risolvere problemi così immensi. La stessa cosa avviene quando cerchiamo di approfondire il problema del libero arbitrio rispetto alla predestinazione. Il libero arbitrio è parte del tutto alla stessa maniera di come lo è il determinismo o predestinazione; entrambi confluiscono nella Totalità, nella Coscienza impersonale. Non si tratta quindi di un rapporto di contrapposizione. Noi crediamo che il libero arbitrio sia il prodotto univoco di un flusso pensativo ben direzionato, senza sapere che lo stesso mentale da cui esso scaturisce, fa sempre parte della totalità della Coscienza. Ecco perché è errato considerare il libero arbitrio come se fosse contrapposto alla predestinazione. Molte cose che accadono nell’universo non possono essere comprese da una limitata mente umana. Ad esempio, uno dei più profondi segreti dell’universo concerne il problema di come il microcosmo delle particelle subatomiche (le quali sono ad un tempo onde-particelle e sfidano il principio deterministico e di causalità 140

meccanicista, nel senso che è impossibile stabilire in anticipo la posizione o il movimento che esse stesse potrebbero assumere nello spazio-tempo) possa creare il solido e ordinato mondo macroscopico del piano manifesto legato al principio di causa ed effetto. Chiaramente da una comune osservazione percepiamo che il macrocosmo (Cosmos) risulta legato ad un ordine ben preciso, determinato e basato sulla legge di causa ed effetto, mentre il microcosmo, da cui quello più grossolano deriva, viene immaginato dalla mente duale umana e dall’intelletto come un caos totale, un vero e proprio disordine. Di ritorno ne viene il quesito: “Come è possibile che da questo disordine principiale, da questo caos primordiale (micro fisica dei quanti) possa derivare l’ordine nel macrocosmo (macrofisica delle strutture)?” La scienza moderna ritiene che l’apparente miracolo della creazione, che procede dal disordine-Chàos all’ordinecosmos, possa essere spiegato alla luce della teoria della probabilità (legata al Chàos-incertezza-disordine) o dalla legge dei grandi numeri (legata al Cosmos-certezza-ordine predeterminato). Ma dobbiamo convenire che è sempre la mente che si pone tali problematiche chiedendosi come mai la legge che regola il Chàos-cosmos, il disordine-ordine, debba per forza avere un valido fondamento, una base accertata e sicura. In realtà le cose vanno diversamente da come si pensa. Infatti, come si è detto in precedenza, sia la legge della probabilità (Chàos-Incertezza-disordine) su cui si basa il libero arbitrio, sia la legge dei grandi numeri (CosmosCertezza-determinismo) su cui si basa la predestinazione, 141

non sono tra di loro in opposizione, bensì in un rapporto di complementarità, confluendo alla fine in quella bipolarità principiale che fa capo alla Coscienza Impersonale. Esistono esempi classici circa la natura quasi magica della legge delle probabilità. Da una statistica dell’Ufficio di igiene di New York si rilevava che dal 1955 fino al 1958 ogni giorno venivano morsi dai cani determinate persone in codesta percentuale: 75,3 nel 1955; 73,6 nel 1956; 73,5 nel 1957; 74,5 nel 1958. Ci si chiede a questo punto: “come facevano i cani di New York a sapere in che percentuale mordere qualcuno?” Anche nel Galles in Gran Bretagna, gli omicidi rivelavano una percentuale statistica con la stessa cadenza. Anche in questo caso sorse spontaneo il quesito: “Come mai queste cose accadono in tal modo e in tal misura?” A tutto ciò bisogna rispondere che è sempre la mente duale e separata a porsi tale quesito pensando erroneamente di essere libera di decisioni e di scelte. L’unica risposta che si potrebbe dare è: “Perché non dovrebbe essere cosi? Perché certe cose non dovrebbero accadere secondo certe modalità?” Perché dobbiamo ragionare sempre dal punto di vista di un “io” che pensa erroneamente di essere il Puro soggetto e quindi di poter risolvere tutti i quesiti e problematiche che invece appartengono da sempre alla logica della Pura Coscienza? Gli esempi suddetti, così curiosi, rivelano la natura quasi magica e paradossale della legge della probabilità, che ha 142

sconcertato i filosofi fin da quando Pascal inventò tale branca della matematica. La magia sta nel fatto che attraverso il calcolo delle probabilità si potrebbe essere capaci predire con grande precisione un ampio spettro di eventi, ognuno dei quali preso in sé e per sé (e non nell’insieme) è imprevedibile. Siamo perciò davanti ad un grande numero di eventi incerti che potrebbero produrre una certezza; un gran numero di fatti imprevedibili che sarebbero in grado di dare risultati prevedibili. Sembra un paradosso, ma la legge della probabilità (Chàos-incertezza), che è complementare e non opposta alla legge dei grandi numeri (Cosmosdeterminismo-certezza) funziona. Il mistero sta soprattutto nel perché funziona e come funziona. Tale legge statistica è ormai uno strumento indispensabile per tante discipline scientifiche come la fisica e la genetica; essa è inoltre utilizzata nelle assicurazioni (incidenza dei rischi), dai casinò e dai sondaggi di opinione, e i risultati di tali leggi statistiche sono dati per scontati. Qual è questo influsso quasi magico, che fa in modo che fatti imprevedibili, possano dare risultati prevedibili? La domanda che ci si pone è: “Qual è l’agente o la forza che fa in modo che una serie di eventi incerti possano produrre certezza?” Come fanno i cani di New York a sapere quanto ancora manca per raggiungere la quota di persone morsicate?

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Perché gli assassini inglesi si fermano prima di raggiungere le quattro vittime per milione? In base a quale potere la pallina della roulette a lungo andare si ferma su tutti i numeri? Alcuni affermano che tutto dipende dalla legge delle probabilità. Tale legge non è sorretta da forze fisiche. Gli scopi e i disegni di questa forza, o agente incausato, rimangono sconosciuti e probabilmente inconoscibili dalla mente umana. In ogni caso è intuitivamente percepibile che tutto questo ha a che fare con una direzione verso ordini più alti e verso quell’unicità di Coscienza dove confluiscono sia la legge della probabilità, (basata sul disordine-incertezza), su cui si lega il concetto di libero arbitrio, sia il concetto di predestinazione (basato sull’ordine - certezza determinismo precostituito), cui si lega la legge dei grandi numeri pur nella diversità degli eventi che osserviamo nell’evoluzione del Cosmo. Diceva Feynman:
“Il principio della nascita dell’ordine dal disordine è inspiegabile ma vero.”

Incertezza-certezza, probabilità-sicurezza, disordine-ordine, rappresentano un paradosso al limite di ogni logica, tale da confondere il nostro limitato intelletto umano. Infatti, l’intelletto umano ama l’ordine e non accetta il probabilismo e l’incertezza. Un fisico scrive:
“Perchè non possiamo avere, né sicurezza, né certezza?”

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La risposta è:
“Perché un mondo fatto di certezze è impossibile. L’alternativa al mondo dell’incertezza dovrebbe essere un mondo di certezze in cui le particelle seguano precise traiettorie e possano essere collocate in ogni punto di tali direzioni.”

Tuttavia ciò è irrealizzabile. Il problema dell’Unicità del tutto, in cui rientra anche il paradosso certezza-incertezza, s’impone all’essere umano, specialmente considerando che l’uomo, pur vivendo nel dubbio della dualità, pensa e crede di poter esercitare il suo libero arbitrio sulla propria vita quotidiana tramite proprie scelte e decisioni, nonostante si senta vittima impotente di un’altra volontà, soggetto ad un ordine più alto, una sorta di Coscienza universale. Se l’uomo riuscirà a comprendere l’unicità dell’Universo, e accetterà il fatto di un ordine miracoloso che scaturisce da un apparente disordine (una certezza-Cosmos prodotta dall’incertezza-Chàos), se accetterà ciò senza chiedere alcuna spiegazione, non avrà difficoltà circa la comprensione dell’Unicità del tutto; non avrà difficoltà ad ammettere l’esistenza di una diversità primigenia nell’Unicità della Coscienza impersonale che collima perfettamente con quanto il grande filosofo Platone affermava parlando della famosa Diade “Cosmos-Chàos” (limite-illimite//finito-indefinito) e del “Nous-Uno Bene, l’Intelligenza Suprema ordinatrice che opera dall’alto in base ad una legge cosmica di causa-effetto cui tutto il piano manifesto (Brahman saguna) è sottoposto e che gli stessi Rsi dell’India chiamavano Rta. E’ chiaro comunque che l’Uno Bene-Nous non si esaurisce nella Diade (Chàos-Cosmos), perché per potenza e dignità 145

esso stesso in quanto “Nirguna” è superiore alle parti che la compongono. L’intelletto umano aspira a stabilità e certezze, ma l’ipotesi di un mondo certo non esiste. In un mondo del genere, basato su una presunta certezza, (limite-illimite, determinismo-predestinazione) il minuscolo elettrone all’interno dell’atomo dovrebbe irradiare costantemente, perdendo così tutta la sua energia e collassando ben presto nel nucleo. Ogni sistema nervoso cesserebbe di funzionare. La vita si fermerebbe, proprio perché la vita che noi conosciamo esiste solo in virtù della benedizione dell’incertezza. Bisogna convincerci quindi che la teoria della probabilità basata sulla certezza-incertezza (cui si lega il libero arbitrio, allorché l’ente pensa di poter agire e decidere liberamente) e la legge dei grandi numeri, facente capo invece ad un ipotetico determinismo-o monismo assoluto (cui si lega il concetto di predestinazione, secondo cui ogni cosa ha un indirizzo prestabilito) alla fine non fanno altro che unificarsi e fondersi. E’ necessario perciò accettare un nuovo concetto di globalità inscindibile rispetto all’idea classica di un mondo considerato in parti separate e indipendenti l’una dall’altra. Destino o predestinazione e libero arbitrio esistono perciò soltanto dal punto di vista dell’individuo. La mente divisa teme che la vita precipiterebbe nel caos se non ci fosse un libero arbitrio in qualsiasi decisione da prendere; essa rifiuta di pensare di non poter avere alcun controllo sulle cose. 146

L’individuo separato non è disposto ad accettare un ordine superiore (l’abbandono iniziatico) e s’intestardisce sulla propria volontà, deve cioè sentirsi ripetere che qualunque cosa cui sia destinato accadrà. Ramesh Balsekar, discepolo di Swami Nisargadatta Maharaji e grande vedantino, racconta di uno studente che aveva fatto questa domanda al grande maestro: “Tu hai detto che non c’è predestinazione, né libero arbitrio, però subito dopo riferendoti ad una predizione astrologica, hai parlato di predestinazione.” Il maestro rispose: “Era predestinazione dal punto di vista dell’individuo (io-tu) ma non dal punto di vista della Coscienza Impersonale-Se. La predestinazione è tale dalla prospettiva di una data azione che deve avvenire, e perché avvenga è stato creato un apposito organismo corpo-mente. L’organismo e l’azione sono interconnesse. Il concepimento di questo organismo fa parte della predestinazione, quanto dell’azione che deve accadere.” E chiaro, quindi, che solo smettendo di pensare secondo un ottica individualistica, accettando la nostra situazione (come facente parte del tutto) e abbandonando il gioco illusorio dell’identificazione, solo allora, cominceremo ad entrare nella logica della Totalità, della Coscienza impersonale senza aver più problemi né di libero arbitrio, né di predestinazione. Bisogna andare verso dimensioni più elevate (Nous), accettando l’Unità nella diversità, cosa che vediamo come principio costante operante nell’evoluzione dell’universo. S’impone da sé un nuovo concetto di globalità o unità 147

inscindibile, contro l’idea classica di un mondo visto come parti separate. Una volta pervenuti alla giusta Comprensione (da Comprehendere) le cose saranno viste sì nella loro diversità, rimanendo tuttavia stupiti per il fatto che la Coscienza abbia potuto creare tanta varietà o molteplicità pur restando sempre la stessa, sempre Una, immanente ed eguale in miliardi di esseri. Ecco quindi che allora capiremo perfettamente che, pur nella diversità, esiste una Unicità immanente e costante. Unicità è una parola per indicare che non vi è né dualità né non dualità. Dualità–Non dualità (Chàos–Cosmos // Illimite-limite; Saguna-Nirguna) rappresentano opposti collegati e interconnessi tra di loro. Il concetto di Unicità primigenia nel senso “Non due” vuole significare che essa è assolutamente scollegata dagli opposti interconnessi (Dualità-Non dualità). Tutto ciò che può esserci è solo Coscienza. Teoricamente l’Unicità della Coscienza impersonale produce la dualità (Osservatore-osservato) allorquando in seguito all’identificazione, l’Ente individuato crede di essere il puro soggetto con libertà di scelta e di decisione (in realtà egli è solo un oggetto della Pura Coscienza!) e senza sapere che ciò accade per far sì che questo processo, questo gioco divino della diversità, possa procedere e continuare indefinitamente. Il saggio che ha compreso, mantiene invece un atteggiamento di rispettosa fiducia nei confronti dell’uomo 148

e della natura e ciò nonostante le guerre, i conflitti, le carestie, i crimini. Egli non è legato ad alcun concetto di peccato originale, né pensa che l’esistenza sia una sventura. Egli va oltre lo stato individuato. Egli si rende conto che gli esseri e la natura fanno parte di un unico medesimo processo, non sono separati. Non si può togliere una parte da un tutto senza sconvolgere l’intero sistema. L’Universo è un processo organico interconnesso, non un meccanismo. Esso è stato descritto come una rete multidimensionale di gemme in ognuna delle quali si riflettono tutte le altre. La visione organica dell’universo si basa sul principio che il Cosmo sia completo in ogni sua parte, tale da poter considerare ogni punto come il suo centro (vedi quanto è detto nel cap. “Il cervello cosmico è un ologramma”). Nascita e morte non sono che formazione e disgregazione, apparizione e conseguente sparizione degli oggetti fenomenici della manifestazione. Secondo la Tradizione, tutti i fenomeni sorgono nella coscienza e svaniscono in essa; i fenomeni avvengono, dunque, nella coscienza la cui natura è consapevolezza; ossia la natura della coscienza è consapevolezza. L’intera manifestazione - in particolare gli esseri, la nascita, la morte, la trasmigrazione e anche l’emotività, i sentimenti, i pensieri - tutto ciò è sempre manifestazione della nostra coscienza. Se cambieremo lo stato di coscienza, cambierà in modo analogo, la visione della manifestazione. In altre parole, dobbiamo prima comprendere e poi distaccarci dalle energie che ci costringono nella manifestazione, attraverso l’illusione della nascita e della 149

morte e questo in maniera tale da sentirci parte ed espressione del Tutto e sperimentare l’Unità di ogni vita e di ogni coscienza. L’idea di unità non deve però essere una costruzione mentale, ma la profonda consapevolezza che i concetti di “io” e “non io” sono soltanto una nostra illusione. Il nostro livello di consapevolezza dipenderà dal maggior o minor grado di questa unità. La vera comprensione ci farà capire che non c’è separazione nell’Unicità del tutto. Ogni cosa è, e sarà sempre, nella completezza del Tutto-Uno.

Ourobos

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Dualità-Dualismo-Polarità
Nell’universo tutto è legato ai contrari. Niente è statico. Il cosmo è in perenne movimento, cambia continuamente da un opposto all’altro. Tuttavia, come ben sappiamo, gli opposti sono tra di loro intersecati, essi stessi convivono in una principiale polarità strutturale, di base. L’essere umano è infelice perché, ignorando la legge della polarità (nell’unità primigenia), va cercando sicurezza, certezza, stabilità in questo continuo mutamento, in questo gioco illusorio di contrari senza accorgersi che tutto quanto rientra nell’attività insondabile della Coscienza impersonale. Certezza, stabilità vorrebbe dire stasi, immobilità: ma ben sappiamo che nulla nell’universo rimane immutato e permanente. Tale ricerca di certezza a tutti i costi non fa altro che produrre frustrazione, e ciò fino a quando l’ente stesso, attraverso la giusta comprensione non riesce a trovare la strada dell’accettazione e dell’abbandono. Solo in tal modo si potrà superare il gioco fittizio di Maya, allorché l’ente individuato finalmente prenderà sempre più coscienza dell’Unicità del Tutto. Ben si sa che il cambiamento sul piano manifesto rappresenta la base su cui poggia la struttura portante della vita e dell’esistenza. I fisici, come già detto, conoscono molto bene “il principio di indeterminazione” di Heisenberg nonché il principio d’invarianza temporale perché sono 151

consapevoli che non è possibile applicare alle ondeparticelle, che sfidano il determinismo e la causalità meccanicistica, né una direzione prestabilita nello spazio, né una direzione univoca e irreversibile nel tempo. Infatti, le micro onde-particelle sfuggono ad ogni controllo spaziotemporale, come i grandi maestri yogi che con le loro coscienze illuminate superano ogni barriera, viaggiando avanti e indietro nel tempo e nello spazio liberi da ogni vincolo di corpo-forma: vedi “Autobiografia di uno Yogi” di P. Yogananda, ediz. Ubaldini Astrolabio. * Nota di A. Ferrantelli: “E’ chiaro che la connessione di causa ed effetto va
solo in un senso, e cioè dal passato al futuro. Il fatto che l’antiparticella abbia una energia negativa e che viaggi “indietro nel tempo” dipende da un artifizio matematico che deriva dalla teoria quantistica dei campi. Non esiste un moto fisico, indietro nel tempo, a meno che non si attraversi una singolarità, come nel caso di un buco nero. Da notare inoltre che la relatività ristretta o (speciale) impone vincoli causali a tutti gli enti fisici, le cui linee di mondo nello spaziotempo sono delimitate dal proprio cono di luce. La causalità in tal caso non può essere violata da particelle che si muovono a velocità inferiori a quelle della luce.

Dobbiamo perciò convenire che la bipolarità strutturale e principiale tra gli opposti basata su tali principi rappresenta la costante precipua della natura. Alla luce di tale principio, all’ente identificato non resta altro che l’osservazione impersonale e, successivamente, la comprensione dell’Unicità del tutto; solamente attraverso questa accettazione gnoseologica egli potrà superare il dualismo illusorio di natura Mayanica. Si tratta di un nuovo modo di porsi di fronte alla vita. Gli esseri umani giudicano, scelgono, vogliono sempre più sapere e ciò perché, per errore, cadendo nell’identificazione, pensano di esseri padroni, puri soggetti liberi di decisione e di scelta, mentre in realtà essi sono sempre stati oggetti 152

della Coscienza impersonale che usa i loro corpi-mente per scopi ben determinati. Essi dicono: se non vedo e non capisco, come posso accettare? I mistici e i grandi saggi dicono invece: “accetta e poi vedrai”. Ma tale accettazione dovrebbe però scaturire non dall’intelletto, non da un sentire individuato e duale, bensì da un sentire impersonale facente capo alla Unicità della Coscienza. E’ proprio il non voler credere che la polarità sia intrinseca all’unicità della vita, dove ogni cosa si trasmuta nell’arché principiale, che ci fa pensare di poter scegliere e giudicare in maniera unilaterale e personalistica. Noi crediamo di potere esercitare la nostra volontà e di prendere decisioni liberamente, mentre in realtà la nostra vita reale è animata da un principio più grande, da una Coscienza Impersonale Universale (il vero Puro soggetto) di fronte a cui la coscienza individuale è come la luce della candela rispetto al sole Alla luce di tale comprensione, tutti i vecchi schemi e parametri di osservazione individuale vengono a cadere lasciando posto all’Unicità della Coscienza. Dobbiamo comprendere profondamente che non esistono opposti o contrari i quali non si possano alla fine conciliare. Tutti gli opposti sono polarità interconnesse, nessuno dei quali può esistere senza il proprio corrispondente. Non esiste nulla di totalmente separato dal suo opposto. Dice Lao Tze: “Non appena parlo del bene, ecco già il male”. Nessuna cosa al mondo può esistere in maniera indipendente e separata. Fino a pochi anni fa l’aborto era un crimine, oggi i governi del terzo mondo lo sostengono come mezzo per frenare l’esplosione demografica. Uno stesso evento può essere buono per alcuni, cattivo per altri. Abbiamo sconfitto molte 153

malattie, anche il vaiolo; cosa buona per l’uomo, cosa cattiva per i virus eliminati. Una considerazione a parte è necessaria fare per gli animali, i quali, quantunque si trovino su piani diversi rispetto all’uomo, non si riconoscono come enti separati ma concepiscono la separatività come quella complementarità originaria che esiste tra predatore e preda. Non ci può essere l’uno senza l’altra. Essi si considerano come facenti parti di una dualità originaria primigenia, in cui nonostante la scissione di base permane sempre presente l’Unità della Coscienza impersonale che fa da tramite al rapporto tra osservatore e osservato; soggetto e oggetto. E tutto ciò è inerente al piano manifesto. Tuttavia, successivamente, vediamo che questa dualità, o polarità originaria primigenia, si trasforma nel dualismo iotu, allorché l’ente individuato, per errore di prospettiva, crede di essere il soggetto principale mentre in realtà egli non è altro che un normale strumento oggetto della Coscienza Impersonale. E proprio a causa di ciò che sono nati tutti i fanatismi, dogmatismi e personalismi assolutistici. Naturalmente ciò accade perché la manifestazione per esistere deve essere percepita o osservata ed è per questo motivo che la Coscienza Impersonale mette in moto tale separazione illusoria, seppure reale, tra soggetto osservatore ed oggetto osservato.

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E’ proprio per tal motivo che la dualità originaria principiale (Unità di coscienza impersonale) - dove ogni cosa è interrelata l’una nell’altra, a tal punto che togliendo l’una, dovremmo togliere anche l’altra - viene a scindersi nel dualismo polarizzato (io-tu). L’Illuminazione rappresenta l’inversione di tale processo ed accade quando l’io-tu illusorio, risvegliandosi, finalmente comprende di non essere un Puro soggetto, bensì un semplice strumento, un oggetto della Totalità. E’ solo così che l’ente separato viene a reintegrarsi in quella dualità originaria principiale o Unicità impersonale di Coscienza. Questo è il vero significato di Illuminazione, Trasmutazione o Periagoghé, come Platone stesso ci dice. Anche nella dualità originaria primigenia, “Kòre Platonica”, “Purusha-Prakrti” in sanscrito, vi è una unicità di Soggetto: la Coscienza Impersonale. Qualunque percezione si produca, qualunque cosa vedano gli occhi, odano le orecchie, gusti la lingua, tutto rientra nell’attività impersonale della pura soggettività. In tale stato superiore, nasce la comprensione che non esiste dualismo, ma che è solo la consapevolezza, solo la Pura Coscienza ad agire. La polarità degli opposti è originaria, primordiale, tuttavia il condizionamento del nostro corpo-mente ci impedisce di riconoscerla e di comprenderla. Il primo accenno d’illuminazione avviene quando si comprende che ogni cosa accade perché così deve essere (e sempre in base a certi

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disegni imperscrutabili della Coscienza impersonale) e che il cambiamento è l’essenza della vita. L’accettazione di ciò, e la “Resa” che ne deriva, non fanno altro che provocare la morte dell’io-tu separato e quindi la preparazione per un eventuale ritorno a casa da cui non ci siamo mai separati. Naturalmente è chiaro che, fino a quando pensiamo, come enti separati, di non essere a casa, ciò significa che non siamo ancora pronti per il grande balzo. Significa che è la mente identificata che ci tiene lontani dalla nostra originaria dimora. Quando invece nascerà prorompente la certezza di essere stati sempre a casa, non ci sarà più bisogno di ricordarselo. L’illuminazione vera è la fine dell’identificazione con un corpo mente individuato, separato. Naturalmente il legame con il meccanismo corpo-mente continuerà ad esserci per tutto il resto della vita, altrimenti l’organismo non potrebbe più funzionare. Durante l’illuminazione tutte le azioni che verranno compiute attraverso il meccanismo corpo mente, saranno testimoniate alla stessa stregua di tutte le azioni che verranno esperite attraverso qualsiasi corpo-mente. Tuttavia in tale stato non è l’io-tu che agirà, bensì la Coscienza impersonale, la Totalità. La Coscienza impersonale rappresenta il centro operativo, cioè Dio, il quale utilizza ogni organismo individuale come strumento per esprimersi sui vari piani. Samkara, affermando che il mondo fenomenico è irreale, fu tacciato 156

di ateismo. Egli, tuttavia, sperava che si potesse comprendere che il mondo fenomenico è come un’ombra che non può esistere se non c’è qualcuno che la proietti. Il mondo fenomenico è irreale perché è solo un riflesso del Noumeno. In altri termini, la pura soggettività, o Noumeno, è oltre la manifestazione fenomenica. Bisogna comunque comprendere che il soggetto Assoluto e l’oggetto manifestato non sono due cose diverse. L’unità dell’immanifesto e del manifesto rappresenta un aspetto fondamentale della vera Comprensione. Tutto ciò che c’è è Coscienza ed essa si palesa nella manifestazione con le sue stupefacenti diversità di individui. Non solo le impronte digitali sono diverse l’una dall’altra, ma addirittura è possibile riconoscere una persona anche dalla voce e dal battito cardiaco tanto diversi tra loro. In tutta questa grande varietà c’è l’Unità nella diversità. L’Unità che si esprime come Totalità. La vera comprensione annullerà la separazione facendo capire che la diversità o polarità è solo un’apparenza superficiale. Naturalmente per giungere a tale livello di coscienza, la ricerca dovrà essere continua e naturalmente dovrà iniziare dall’individuo per poi terminare allorquando il cercatore individuale avrà compreso che ciò che sta cercando in realtà è ciò che egli stesso è già da sempre (unità essenziale di Pura Coscienza) e che quindi il cercatore non è altro che lo stesso cercato, che tutto è Coscienza Impersonale e che non c’è mai stato un cercatore individuale. Tutto è coscienza, Coscienza Impersonale che diventa Coscienza personale allorché sorge l’identificazione con lo 157

strumento individuato corpo-mente affinché possa al meglio operare in questo piano visibile e limitato. Questa grande ricerca realizzativa inizia dalla pura individualità e finisce con la scomparsa definitiva dell’ioindividuale; e tutto ciò accade allorché sopravviene quell’intuizione superiore “priva di qualcuno che intuisca”. Per questo si dice che la Pura Coscienza è pura consapevolezza che non conosce nemmeno se stessa, dal momento che non esiste in essa, in quanto tale, una dualità o separatività di soggetto-oggetto (conoscitore-conosciuto). Per tal motivo, quando il cercatore scompare, quando il tempo-spazio scompare, la comprensione che tutto è Uno, diventa immediata. La vita è un flusso continuo: se lo accettiamo e ci immergiamo in esso, essa può diventare di una semplicità estrema: i problemi nascono quando creiamo opposizioni, quando lottiamo con la vita stessa e non accettiamo tutto ciò che vi è nel momento presente. Noi vorremmo diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo. Vorremmo qualcosa che non abbiamo ancora. Dobbiamo capire che tutto ciò che c’è è Coscienza. Tutto ciò che c’è, è Dio. Qualunque cosa accada è sempre in accordo al suo volere. Siccome siamo stati da sempre condizionati a pensare a Dio solo in termini di bene, escludiamo tutto ciò che viene considerato male. Infatti, ci meravigliamo perché accadono fatti terribili, perché ci deve essere stato un Hitler, perché ci sono state tante persecuzioni religiose nella storia. La risposta è che tutto rientra nella logica principiale della Totalità. Essa non è interessata al bene o al male. Per tal motivo qualunque 158

cosa accada nell’universo va accettata. Non accettarla significa vivere nel dolore, nella separazione. Sino a quando non arriverà tale accettazione; fino a quando per opera della Grazia non si produrrà tutto questo, fino ad allora ci sarà sofferenza. Solo quando sorgerà la comprensione suddetta subentrerà un senso di libertà. Potrai fare liberamente tutto o potrai non farlo altrettanto liberamente. Anzi non sarai tu a fare o a non fare. L’acquisita comprensione di non essere l’agente dell’azione, ma solo uno strumento, un oggetto della Coscienza impersonale, farà in modo che lo stesso agire diverrà un’agire non intenzionale, spontaneo, che verrà semplicemente testimoniato e reciso momento per momento. Questa è la vera trasmutazione, la vera immersione nel Sat-Cit Ananda Swarupa: Pura Esistenza, Pura Coscienza, Pura Beatitudine. Tutto questo non nascerà soltanto dalla comprensione che le azioni che si effettueranno tramite il mio organismo corpomente, non saranno più “mie”, quanto dalla più grande consapevolezza che neppure le azioni che avverranno attraverso il tuo organismo saranno “tue”. Tutto appartiene alla Totalità. Per tal motivo come posso considerarti nemico? Soltanto a lume di tale consapevolezza si può comprendere il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Puoi anche non amarlo, ma di sicuro non potrai odiarlo, Infatti hai compreso che le sue azioni non sono “sue” in quanto facenti parte dell’attività della Coscienza Impersonale

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Quiete-Moto: polarità concettuali
Per quanto riguarda tale problematica bisogna dire che essa è stata volutamente creata da un intelletto sempre pronto a dividere ciò che per natura risulta intero e indivisibile. E’ sempre l’intelletto che crea i problemi: gli opposti in definitiva non sono così divergenti come noi li immaginiamo. In realtà non ci può essere un giù senza un su; il bene senza il male; la bellezza senza la bruttezza. E’ sempre l’intelletto che ragiona in maniera di dividere e di separare creando i problemi divergenti (o questo…, o quello), problemi che non hanno possibilità di risoluzione. Un problema divergente, di opposizione, può dissolversi o sparire solamente attraverso la comprensione del problema stesso, cioè riuscendo a capire che non si tratta di un vero problema, ma che quest’ultimo è invece creato dall’intelletto, che pretende di scegliere tra due opposti che poi non sono così come lui crede. Infatti, è bene ripeterlo, tali opposti non esistono a senso unico (bene-male, positivo-negativo, ecc.) ognuno separato dall’altro, ma sono invece tra di loro interrelati o interconnessi, appartenendo all’Unicità di ciò che è la Coscienza Impersonale. Ad esempio, supponiamo che nelle scuole nasca l’idea di disciplina. Alcuni dicono: un po’ di disciplina è bene, molta disciplina è meglio; la totale disciplina è perfetta. E’ chiaro che facendo così la scuola potrebbe diventare una prigione. Altri in opposizione dicono: no! lo studente deve avere 160

libertà di azione e di pensiero. Un po’ di libertà è bene, molta è meglio! Tutta la libertà è perfetto. E’ logico che così facendo la scuola finirebbe nel caos, anche perché, scegliendo o l’uno o l’altro dei due opposti, si verrebbero a creare sempre problemi divergenti. Solo quando si riuscirà a capire ciò, solo allora i problemi cesseranno di esistere.Nella fisica quantistica, come dicemmo, non esiste un’onda o una particella, bensì un onda-particella. La polarità è il fondamento della vita e si basa sul cambiamento. L’universo è in un perenne movimento che rientra nella logica della natura ed è la non comprensione di questo fatto che genera i problemi che in gran parte sono problemi di separatività. La polarità ci fa capire che esiste un’Unicità principiale (onda-particella) e che il cambiamento da un opposto all’altro è legato alla complementarità che esiste tra gli opposti stessi. I contrari non sono in realtà separati, e pur giacendo in una bipolarità strutturale di base, confluiscono alla fine in parametri superiori che fanno capo all’unicità della coscienza.

Dualità primigenia e dualismo
Come abbiamo sopra accennato la dualità primigenia rappresenta la base primaria della manifestazione. Comprendere questo, e cioè considerare la dualità come uno strumento Unitario in cui un opposto non può esistere senza l’altro, essendo entrambi interrelati, significa “Illuminazione”.

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E’ sempre la Coscienza che scende dal livello della Dualità originaria Unitaria o primigenia, al dualismo vero e proprio (io-tu; soggetto-oggetto; personalismo- dogmatismo) causa di ogni separatività. Naturalmente tutto ciò è voluto dalla Coscienza Impersonale (il Reale Puro Soggetto) affinché possa prodursi il gioco Cosmico. Successivamente lo stesso ente identificato comincia a chiedersi del perché si debba sentire separato dagli altri e così comincia a fare il viaggio di ritorno dalla periferia della diversità o separatività verso il centro dell’Unità principiale. Nasce così il processo di disidentificazione, tramite cui l’ente stesso riesce a comprendere che il dualismo della separazione non è altro che un illusorio scherzo cosmico. Tale comprensione, piano piano, ricondurrà il dualismo (questo-quello) al livello dell’originaria unità primigenia bipolare: questo insieme a quello e, quando alla fine anche la dualità bipolare primigenia diverrà insostenibile, l’io e il tu scompariranno nell’Unicità del “Non due” (esempio: l’espansione e la contrazione degli universi -Brahman saguna - che alla fine del ciclo rientrerà nel sostrato originario senza nome e senza forma o Brahman Nirguna). Ciò accadrà quando dal fenomeno (dualità polare io-tu) si ascenderà verso il Noumeno (Unicità) attraverso una vera e propria morte iniziatica, dove i corpi-forma e le menti scompariranno nel senza forma. E’ così che alla fine di ogni ciclo cosmico il Saguna manifesto si risolverà nel Nirguna o Assoluto immanifesto. Tutto questo rappresenta il gioco di Dio.

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E’ bene quindi comprendere che nel mondo fenomenico niente esiste senza il suo opposto. La complementarità degli opposti è il fondamento dell’esistenza fenomenica. In realtà l’uno non può esistere senza l’altro, non appena parli del bene, ecco che c’è già il male. Gli esseri umani invece vogliono solo il primo e non il secondo, ma ciò è impossibile. La felicità è automaticamente collegata all’infelicità e il cambiamento è inevitabile. Tuttavia la Comprensione: Anche questo passerà!, farà sviluppare una nuova ottica. Raggiunta tale Comprensione-intuizione che nasce da un’accettazione Shivaica o meglio ancora Cristica: non considererai indegni tutti coloro che ancora non la posseggono e non ti considererai il favorito di Dio e ciò perché saprai che anche tale situazione passerà e presto arriveranno altri stati di coscienza e quando arriveranno non sarai triste, perché essi non arriveranno inattesi, dal momento che sarai preparato, non ti arrecheranno lo stesso sconforto che ti avrebbero arrecato senza tale intuizione. L’accettazione, consisterà nel riconoscere che tutto è cambiamento e che esso è il fondamento della vita e che tutto è un gioco. E’ sempre la mente identificata che soffre e gioisce allorquando capirà che tutto è coscienza, ogni cosa si risolverà da sé. Gli esseri umani vorrebbero sicurezza, certezza, ma siccome ciò è impossibile, divengono irrequieti e infelici. Newton per porre ordine alle cose immaginò un universo semplificato composto dallo spazio euclideo popolato da corpi molto piccoli rispetto alle distanze relative. In quest’universo valevano i tre principi della dinamica che in forma semplificata sono: 163

1° Principio: “Ogni corpo continua il suo stato di quiete o di moto uniforme in linea retta, a meno che non sia costretto a cambiare quello stato per causa di forze impresse su di esso.”

A quel tempo era difficile pensare ad un mondo privo di attrito per cui si pensava che per mantenere il moto uniforme fosse necessario applicare una forza al corpo.
2° Principio: “Il cambiamento, nella quantità di moto è proporzionale alla forza motrice impressa ed avviene nella direzione della retta lungo cui quella forza è impressa.” 3° Principio: (Principio di azione e reazione) “Ad ogni azione si oppone sempre una reazione uguale.”

Non solo chi usa acceleratori ad alta energia ma anche chi gioca a bocce o a biliardo applica continuamente il terzo principio senza farci caso. I principi di Newton restano tra i lavori di maggiore importanza nella storia della fisica e del pensiero umano. Nella stesura portata a termine nel 1687, l’autore ebbe senza dubbio nella mente il modello supremo degli Elementi di Euclide. E’ molto importante osservare l’evoluzione del pensiero di Newton nei riguardi dell’infinito. Egli in polemica con Descartes sostenne che lo spazio era infinito, eterno e sostenuto dalla potenza divina e che si poteva estendere anche là dove non esisteva materia. Più tardi (1692-93) dopo uno scambio epistolare con un teologo Robert Bentley adottò lo schema epicureo di un universo infinito ma riempito uniformemente di materia, anticipando il principio cosmologico odierno. 164

Lo stesso Newton si rese conto che l’attrazione gravitazionale avrebbe condotto al collasso l’universo, ma non tentò di stimare il tempo necessario per il processo. Newtoniani, come in precedenza dicemmo, hanno dettato legge per 300 anni sostenendo la validità del procedimento analitico, pensando che dallo studio di una parte si potesse conoscere il tutto. Hanno cominciato così ad isolare o esaminare un pezzo di universo alla volta, sottoponendolo ad osservazione e studiandolo al fine di comprendere le leggi scientifiche che regolano il tutto. Oggi, con la meccanica quantistica, gli scienziati hanno scoperto di poter conoscere o soltanto la velocità o soltanto la posizione di una particella in movimento, ma non entrambe. Hanno capito che, pur conoscendo la velocità, non si riuscirà mai a determinare la posizione; che conoscere entrambi i parametri è impossibile e che tutto l’universo si fonda su una polarità originaria di base (Unicità) entro cui gli opposti risultano legati e complementari. In questo piano fenomenico tutto è movimento, non esiste staticità. E’ sempre la mente umana che pensa in termini di linearità (certezze prefissate) mentre il moto dell’universo è circolare. Tutto, infatti, si ripresenta. Gli stessi scienziati affermano che un mondo perfettamente esatto, costante e misurabile sarebbe un mondo impossibile. Comprendere ciò ed accettare che la vita è un continuo cambiamento è già un grande passo avanti. E’ questo il significato delle parole: “Sia fatta la tua volontà”. Tuttavia l’individuo identificato e separato non è disposto a tale accettazione, perchè teme che la sua vita precipiti nel caos 165

senza un determinismo prefissato e senza il libero arbitrio in ogni sua decisione da prendere; egli ha sempre bisogno di sentirsi ripetere che ciò che è destinato accadrà. Ma tutto ciò si può applicare solo per gli individui identificati. Per la Coscienza impersonale non c’è passato, né futuro, né determinismo-predestinazione, né libero arbitrio, né peccato originale. Il destino o il libero arbitrio riguarda solo agli individui identificati. La Totalità vede la globalità del quadro. Da tale prospettiva superiore unitaria (Eterno presente) è chiaro che non esiste predestinazione, perché se vedi una formica andare incontro ad un’altra tu puoi già prevedere in anticipo che tra pochi secondi esse s’incontreranno. Però dalla prospettiva separata delle formiche (a causa dell’identificazione) l’evento stesso sarà considerato come un effetto della predestinazione. E’ difficile accettare che bontà e malvagità facciano parte dell’attività Unitaria della Totalità. Ma la negatività è il polo complementare della positività ed entrambe appartengono alla unicità primigenia della Coscienza impersonale. Accettando tutto ciò non ci saranno più domande. Se smetteremo di pensare all’ottica individualistica, accettando la nostra situazione, abbandonando il gioco di parte separata, cominceremo a pensare dal punto di vista unitario della Coscienza impersonale. Ritorneremo così dal personale identificato all’impersonale e non avremo più problemi.

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La mente di fronte al mondo polare Mayanico
Se chiediamo a molte persone di qualsiasi ceto sociale se utilizzano la mente per risolvere le loro problematiche quotidiane, avremo sicuramente una risposta positiva. In genere l’individuo, crede di utilizzare nel giusto modo la mente e la ragione durante lo svolgimento delle proprie azioni. Ma ciò non è affatto vero. L’egotismo rappresenta la legge dell’io e del suo sopravvivere. L’io è assetato di concetti, affetti e di istinti al fine di placare la sua limitatezza, la sua non realtà; egli deve lottare contro la sua impermanenza. Ha bisogno continuamente di sostegni ed è per questo che si attacca agli oggetti sperando di trovare nelle cose-eventi la sua continuità e felicità. Ci dice Raphael:
“Il mondo che hai di fronte è il mondo dell’io, della mente, ma la tua vera realtà non è di questo mondo” (Autocoscienza, Ed Vidya).

L’umanità è drogata e non se ne accorge, soggiogata dall’esaltazione dell’odio, dell’amore sensoriale, dell’autoaffermazione, cose che comportano sempre più identificazione, alienazione e sofferenza. Allorché, per libera scelta, si va al di fuori di quella che è la propria reale natura (Sé) e ci si identifica con le proprie ombre, ne deriva per conseguenza che ci si troverà a vivere nell’insoddisfazione e irrequietezza, continuamente sospinti da uno stato d’animo all’altro, necessitati da passioni, emozioni, istinti e da risposte-sensazioni mai equilibranti,

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ma sempre colorate dell’immediato giudizio attrattivo e repulsivo. In tale groviglio di alternanze, la mente interviene ad analizzare, razionalizzare, spiegare, giustificare. Ma quale fiducia si può riporre in tale strumento (duale) la cui sostanza è maculata di solchi che contro la nostra volontà ci riportano inevitabilmente verso il passato (ricordi), verso vecchi schemi ricolmi di autoaffermazione, ira, possesso, ansia, tristezza? Tuttavia non bisogna esagerare. Esistono individualità e individualità; si possono desiderare cose belle e raffinate, eticamente nobili, armoniche e intellettualmente elevate. In tal caso i guna (stati allotropici della prakriti) subiscono un processo di armonizzazione e l’io, soddisfatto da tali conseguimenti, per un po’ canta umilmente le glorie del creato e si sente appagato. Ma possiamo pensare che ciò rappresenti il raggiungimento finale e il massimo realizzativo per l’ente individuato? Lasciamo per un attimo tali considerazioni sull’individualità e sui giochi attrattivi-repulsivi che fanno parte della polarità congenita e cerchiamo di vedere come opera la coscienza Universale, impersonale. E’ proprio a questo punto sorge spontaneo chiedersi:
“Come si fa a separare la coscienza da tutte le cristallizzazioni mentali (solchi cementati) che ci spingono a reattività inconsulte invece di rispondere in maniera adeguata alla situazione presentatasi?”

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Proviamo ad andare in profondità cercando di affrontare l’insoddisfazione che ci perseguita, che ci spinge inesorabilmente verso il moto attrattivo-repulsivo, fatto anche di abulia-noia. Ma per quanto tempo dobbiamo restare in questo limbo? Come spezzare tale situazione imprigionante? E’ chiaro che occorrono determinate qualificazioni per operare e sviluppare tale trasmutazione alchemica, o seconda navigazione come dice Platone. La prima di queste qualificazioni è rappresentata da un’intensa aspirazione verso la liberazione. La seconda è quella di saper rientrare in se stessi ed essere vigilanti con un senso di “presenza” costante (puro testimone). La terza è saper trovare l’ardire ad essere sordi a tutto ciò che il mondo e la società possono offrire. La quarta consiste nell’affrontare la ricerca della continua discriminazione tra reale e non reale. Naturalmente ciò comporta un’istanza di Conoscenza-coscienza. La quinta è quella di aderire alla verità percepita. La vigilanza discriminante di cui sopra è una forma di autoconsapevolezza continua e, fino a quando essa sarà presente, non vi saranno disturbi nell’ambito della spazialità psichica, in quanto essa eserciterà un controllo continuo sulle proprie personali reattività e quindi uno stato di porsi al centro di sé come Coscienza osservante. 169

Chi è vigilante, dice il Maestro Raphael, si pone fuori del tempo, in un continuo morire a se stessi. Tale vigilanza porterà gradualmente al silenzio psichico, alla sospensione di tutte le modificazioni pensative conscie e subconscie. In quel silenzio si morirà e si ritroverà finalmente la propria vera natura di Sat-Cit- Ananda e cioè di pura coscienza, pura esistenza e pura beatitudine. La lettura dei testi sacri e la meditazione sono importantissimi antidoti per risolvere il malessere generale e quindi per aprire il cammino; tuttavia, cosa fare quando le turbe ossessive (ira, ossessività, ansia) continuano ad aggredirci? Naturalmente ci potranno essere di aiuto queste considerazioni:  Ascoltare.  Osservare i flussi mentali che si manifestano attraverso le solite reazioni attrattive-repulsive con le conseguenti manifestazioni di compiacimento o irritazione.  Non agire.  Aspettare che passi l’eventuale flusso mentale.  Spostare il punto di vista prendendo in considerazione il punto di vista dell’altro ente.  Tentare di dare una risposta usando la ragione e non le solite risposte prefabbricate basate sul passato. Bisogna comunque dire che tale procedere schematico non tiene naturalmente conto della rapidità (frazione di secondi) con cui le emozioni si palesano. Si tratta di forze tamasiche, forze inerziali che istantaneamente si presentano reclamando soddisfazione, liberazione da pesi mentali. E’ chiaro che l’operatività di cui sopra presenta sempre una 170

certa utilità in quanto impedisce di crearci giustificazioni o alibi alle nostre irritazioni, al fatto di sentirci feriti, ansiosi; ad eventuali attrazioni o repulsioni, gioie o tristezze e quindi ci spinge verso la via della Comprensione dei nostri flussi o modificazione del manas (mente). Da questo fatto ne viene per conseguenza l’istinto di usare sempre la seguente disciplina: innanzi tutto occorre osservare l’insorgere dell’emozione (forza attrattiva o repulsiva). Cambiare subito rotta, ritornare al Centro, riportare cioè la consapevolezza nella posizione di puro testimone osservante interiorizzato. Questa operatività sicuramente fa riferimento ad una via solare, alchemica, tramite cui avviene una trasformazione immediata dell’energia che nasce dalle turbative mentali. Si attua così la Metanoia, il “solve et coagula”, dando inizio ad una vera trasmutazione, o periagoghè, della sostanza mentale legata a eventi ripetuti (Vasana-Samskara). Bisogna comunque dire che tale evento, davvero efficace e risolutivo, non si può realizzare se non ci si sforza di vivere in una condizione d’interiorizzazione, e ciò perché solo così la Coscienza sarà capace di osservare il movimento manasico dei vritti mentali e quindi controllare e rispedire l’energia esteriorizzante nel quieto loco dove, una volta purificata e stabilizzata, potrà ripristinare l’interiore armonia fonte di bene e di pace. Le attrazioni e repulsioni, come dice il Maestro Raphael nella “Triplice via del fuoco” - ed. Vidya, ci legano a persone e cose sviluppando così vari condizionamenti.

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Restiamo, così, schiavi di tali stati vibratori, e ben poca cosa sarà la nostra libertà di scelta. Tali identificazioni creano distorsioni alterando la giusta nota, facendoci così legare al dualismo polare degli opposti. Uscire da simile dualità imprigionante significa ascoltare il ritmo della vita in modo corretto: significa seguire “la Via del fuoco”. Chi riuscirà a comprendere ciò, capirà che i moti attrattivirepulsivi nella loro forma grossolana sono responsabili della sofferenza umana. Se non riusciremo a fissare il mercurio volatile con lo zolfo della saggezza, resteremo sempre imprigionati al dualismo polare della sofferenza. La polarità esiste ed esisterà fino a quando noi resteremo identificati e ipnotizzati, non riuscendo a capire che gli opposti in sé e per sé non sono né buoni né cattivi, ma che è sempre il nostro atteggiamento verso di essi che potrà provocare schiavitù o liberazione.

La polarità alla luce dei concetti di Spazio, Tempo, Causa
Nella vita di tutti i giorni non abbiamo dubbi sul fatto che la manifestazione sia reale, anche perché noi tutti siamo sempre legati ai parametri di Tempo, Spazio e Causa che ne danno una conferma abbastanza visibile e concreta. Infatti, siamo sempre legati al fattore Tempo, sia perché osserviamo il cambiamento degli oggetti in un continuum 172

temporale, sia perché dobbiamo continuamente riferirci ad esso o per essere puntuali ad un dato appuntamento o per altre circostanze essenziali alla nostra vita quotidiana. Dobbiamo anche fare riferimento alla dimensione Spazio che sarà necessaria percorrere quando ad esempio ci troveremo a prendere un tram o qualsiasi altro mezzo di trasporto; nonché alla Causalità, perché ci rendiamo conto che qualsiasi cosa si muova nel tempo-spazio non è altro che l’effetto di una causa remota. In altri termini noi consideriamo la manifestazione reale perché essa ci costringe continuamente a confrontarci con il Tempo, lo Spazio e la Causalità. La Tradizione o la Filosofia Perenne analizza e vede tutto ciò da diversi punti di vista: Dal punto di vista dell’Assoluto, secondo cui è lo stesso Assoluto che permea tutto: la manifestazione è illusoria, non reale, un sogno. La molteplicità che noi percepiamo attraverso i sensi non è altro che l’apparenza di un qualcosa che va oltre il piano sensibile e intelligibile; essa non è altro che l’apparenza di un sostrato che va al di là del TempoSpazio-Causalità. Dal punto di vista relativo: noi viviamo nella manifestazione, il luogo dove lo spazio contiene gli oggetti e dove purtroppo siamo portati a credere in tutto ciò che vediamo e sensorialmente percepiamo. Tuttavia è necessario dire che comprendere la manifestazione con riferimento ai parametri Spazio, Tempo e Causalità ci potrà essere utile per poterla poi trascendere, passando così dalla

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coscienza individuale a quella Universale, dalla molteplicità all’Unità Dal punto di vista scientifico: in tal caso è la fisica che considera Tempo, Spazio, Causalità come fattori esterni a noi, mentre, secondo la Tradizione, essi non sono reali in assoluto, ma solo relativamente alla nostra mente e ai nostri sensi; essi sono quindi solo grandezze soggettive, relative.
N.b.: Da notare che il Tempo indica solo il cambiamento, la mutazione degli oggetti in se stessi; lo Spazio indica l’ampiezza, la molteplicità, la distanza, la relazione tra gli oggetti; la Causalità ci fa capire che tutto ciò che cambia nel Tempo-Spazio non è altro che l’effetto di una causa precedente.

Vediamo ora come Scienza e Filosofia interagiscono tra di loro alla luce di quell’Unicità Principiale che sta alla base di tutto: per quanto riguarda il Tempo si ribadisce fermamente che esso è soggettivo, dipende cioè dalla mente che lo sperimenta, in altri termini la sua durata ci appare più o meno lunga a seconda che viviamo una situazione spiacevole o piacevole. Nell’antichità esso era considerato come qualcosa che fluisce in modo continuo, come un fiume che origina dall’infinito passato e si perde nell’infinito futuro, con la caratteristica principale però, di essere uniforme e universale, privo di mutazione anche lieve e cioè una specie di flusso continuo e inalterabile che scandisce le attività della manifestazione. Dice Samkara: “Se tutto è, come può esserci evoluzione?”

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Dalla nascita alla morte ogni evento viene scandito dal tempo che, in mancanza di una visione unitaria, l’individuo ha suddiviso in passato, presente e futuro; tempo-divenire naturalmente, dal momento che il presente ieri era il futuro e domani sarà il passato. In realtà il tempo è indivisibile e assoluto, eterno presente. I cicli, gli anni, i semestri e le stagioni che vengono in esso immaginati, non sono altro che stadi dell’esistenza universale. L’intera esistenza universale con tutti i cicli è simultaneamente realizzata, mentre la discontinuità temporale riguarda solo il nostro particolare stato o la nostra particolare visione. * (24) Come un film è già interamente compiuto nella pellicola cinematografica, così è riguardo alla compiutezza universale e a quella individuale allorché lo strumento fa apparire la storia in sequenze, cioè in una serie di scene che si succedono nel tempo. * (24) Sia individuale o universale, l’evoluzione, sviluppo o crescita, non esiste. E’ solo un concetto, è una impressione sensoriale. L’intera manifestazione, questo sogno di cui facciamo parte e che sembra dipingersi nel tempo, in realtà è già interamente realizzato. Solo una limitata visione fa credere reali la frammentazione e lo sviluppo-evoluzione che reali invece non sono… “L’Uno è senza parti, ma noi lo suddividiamo all’indefinito secondo il nostro particolare vedere e sentire” * (24) Se, dunque, non esistono parti né successioni di eventi, ma tutto è in perfetta simultaneità, allora noi siamo già “Quello”, indivisibile, assoluto, eterno presente. “Vedere tutto nell’Unità primordiale, non ancora differenziata da 175

una tale distanza che tutto si fonde in uno: Ecco la vera intelligenza” * (25) Aristotele a tal proposito diceva che il passaggio della corrente del Tempo è sempre uguale a se stessa e aggiungeva che le cose materiali possono mutare più o meno rapidamente, ma non nel Tempo. Newton alla stessa maniera, ha sempre detto che la natura del Tempo Assoluto, reale, matematico fluisce in modo sempre uguale senza alcuna relazione con alcunché di esterno Feynman e prima di lui Dirac (altro grande scienziato che fu il primo a postulare l’esistenza delle antiparticelle), dimostrarono invece che se a livello macroscopico il tempo corre sempre dal passato al futuro, viceversa a livello microscopico le particelle di materia possono per un tempo brevissimo invertire il loro cammino e tornare dal futuro al passato divenendo antiparticelle di antimateria. In ogni caso bisogna dire che il Tempo, come misura del cambiamento degli oggetti in sé e per sé, è visto comunemente come un mutamento, un trascorrere, e spesso non si riesce a comprendere come esso in realtà rimanga sempre fermo. D’altra parte gli oggetti per esistere devono avere una certa durata temporale, per cui si deduce che senza oggetti che non abbiano tale caratteristica, si potrebbe pensare alla non esistenza del tempo. Da ciò ne deriva che spazio, tempo e oggetti non fanno altro che costituire una sola cosa, cioè sono inseparabili.

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Per quanto riguarda lo Spazio, anche qui si rileva che tale parametro a simiglianza del Tempo, dipende dal mentale degli enti che lo sperimentano; così ad esempio, una certa distanza percorsa per arrivare ad una meta stabilita ci potrà apparire più o meno lunga a seconda che all’arrivo ci attenderà un premio o una punizione. Lo Spazio, ancora, inteso come un’estensione illimitata entro cui vi siano determinati oggetti può essere visto come “Entità a sé stante” o come “relazione” con gli oggetti o enti in esso contenuti. -Relativamente al primo caso, Newton afferma che lo Spazio assoluto, a se stante e privo di relazione con alcunché di esterno, è destinato a rimanere sempre simile a se stesso e immobile. Maxwell aggiunge che se lo spazio potesse muoversi sarebbe come un luogo che si potrebbe allontanare da se stesso. In ogni caso lo Spazio, come contenitore di materia, esiste anche quando non esiste alcun altra cosa ed esso non dipende né dalla posizione dell’osservatore né dalla durata temporale dei corpi, né dal movimento relativo dell’osservatore rispetto ai corpi. -Nel secondo caso (Spazio inteso come relazione con gli oggetti in esso contenuti), alcuni filosofi come Platone, Aristotele, Cartesio Heidegger e altri, affermano che lo spazio non è un “nulla” privo di certe caratteristiche, ma che esso è tutto ciò che circonda e che contiene gli oggetti, per cui non può esistere separato dagli oggetti medesimi. Spazio e oggetti sono una cosa sola; in altri termini lo Spazio è visto come “Conoscenza di qualcosa che esso 177

stesso contiene”, cioè rapporto o relazione tra soggetto e oggetto, e in tal caso non si può parlare né di Spazio assoluto, né di spazio vuoto. Riepilogando, dobbiamo comunque precisare che il Tempo, come misura del cambiamento degli oggetti in sé e per sé, è visto comunemente come un mutamento, un trascorrere, e spesso non si riesce a comprendere come esso in realtà rimanga sempre fermo. E’ opportuno però notare che mentre lo Spazio è caratterizzato dai corpi che esso contiene e che a causa del loro movimento possono cambiare la loro posizione nello spazio stesso, il Tempo è caratterizzato dagli avvenimenti che in esso si svolgono ma che però non possono mutare la loro posizione nella dimensione temporale in cui si svolgono. D’altra parte gli oggetti, per esistere, devono avere una certa durata temporale, per cui ne viene che, senza oggetti che non abbiano tale caratteristica della durata, si potrebbe pensare alla non esistenza del Tempo. Da ciò ne deriva che spazio, tempo e oggetti non fanno altro che costituire una sola cosa, cioè sono inseparabili. Secondo alcuni si è detto che lo spazio sia scaturito da un punto immateriale, senza dimensioni, cioè da qualcosa che non è, da un “Non Essere”. Ma ci si domanda: “Come può il
generare l’Essere Essere»?” «Non Essere» (punto) (Retta,piano,volume)? Esiste il «Non

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Vari filosofi hanno cercato di dare una risposta a tale quesito. Parmenide (520 c. C.) così disse:
“Il Non Essere non può che essere niente.”

…dimostrando così che il Non Essere non poteva esistere. Agostino, nelle Confessioni, disse che il male è privazione del bene; quindi il Non Essere è mancanza di Essere. Solo così sarebbe possibile dar valore al Non Essere, ma solo come assenza dell’Essere. Samkara, nella Brhadaranyaka Upanisad, affronta un problema cardine della filosofia: quello della “Causalità universale”. Egli parla della questione del Non Essere iniziale, spiegando che non si tratta di una non esistenza in assoluto (nessuna cosa deriva dal nulla e l’Essere non può originare dal Non Essere; né il Non Essere può in alcun modo diventare “Essere” o manifestarsi come tale) ma che tale problematica riguarda solo il caso in cui si verifica una mancanza di percepibilità della causa in sé, e cioè quando l’ente si trovi nell’impossibilità di percepire l’effetto dell’Universo. D’altra parte l’effetto, rimane immanifesto (non espresso) nella sua propria causa fin quando questa non si sia prodotta. Per concludere, circa i fattori Spazio e Tempo che rappresentano i primi parametri su cui si basa la polarità dei contrari, dobbiamo dire che: Noi percepiamo lo Spazio come strumento separatore tale che viviamo nell’illusione di essere separati dagli altri. 179

Dalla percezione dello Spazio nasce necessariamente la percezione del Tempo, dal momento che la distanza che corre tra soggetto e oggetto deve avvenire nel Tempo. Se noi riuscissimo a contrarre lo Spazio annullando la distanza e quindi integrando coscienzialmente gli oggetti (le parti polari) nella nostra coscienza, sicuramente ci troveremmo in uno stato di consapevolezza unitario, senza dualità; in uno stato privo di dimensioni in cui si troverebbe racchiusa tutta la manifestazione. In questo punto a-dimensionale (che può essere inteso come Zero o come Infinito; e che la Tradizione chiama amatra, ossia privo di misura) in cui è annullato anche il tempo, possiamo osservare tutta la manifestazione contemporaneamente nello stesso momento e non in tempi successivi come avviene nella coscienza ordinaria. In tale punto oltre il tempo viene ad essere integrata anche la “Causalità”, dato che nel senza Spazio essa non ha dove manifestarsi e dato che nel senza Tempo non si può avere una successione di eventi (causa-effetto-causa, ecc., ecc.). In questo stato senza dimensioni la nostra consapevolezza si trova al di là della percezione ordinaria inerente allo Spazio-Tempo (in tale stato essa ha trasceso la manifestazione, la dualità, il Tempo e la Causalità); siamo qui all’origine della manifestazione, nel Principio-Uno. Questo stato di coscienza senza spazio (cioè qualsiasi limite e quindi in ogni luogo) e (Stato di continua presenza) potremmo sicuramente come la “Realizzazione della natura”. al di fuori di senza tempo considerarlo nostra vera

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Dice Ramana Maharshi:
“Dal punto di vista dell’eternità, la totalità del Tempo esiste come eterno presente, in ciò che diciamo “ora”, mentre nel punto senza dimensioni, la totalità dello Spazio si può chiamare “E’ qui”. Om Shanti.

Dobbiamo dire a questo punto che con la teoria della relatività di Einstein, si è verificata una rivoluzione relativamente al concetto di Spazio e di Tempo, tant’è che oggi in fisica quest’ultimo viene considerato come la quarta dimensione dello spazio, in quanto si è visto che solo congiuntamente al Tempo è possibile determinare la posizione di un punto mobile nello Spazio Ne risulta che sulla base di quanto dice Einstein, nella descrizione matematica dell’universo non dovremmo più pensare in termini di Spazio e di Tempo separati, ma di un insieme unitario, di un’unica grandezza, che chiameremo “Spazio-Tempo” e cioè una grandezza quadridimensionale che possiede le tre dimensioni dello Spazio più una del Tempo (Cronotopo). Generalmente noi percepiamo lo Spazio come se fosse fuori di noi, in base agli oggetti che li contiene, e tale percezione si basa su diversi fattori o parametri e cioè: la distanza degli oggetti rispetto a noi stessi, la posizione, misura, volume e distanza degli uni rispetto agli altri, il movimento relativo degli oggetti rispetto a noi stessi. Spesso ci torna difficile considerare lo Spazio-Tempo come se fosse un’unica grandezza e salvo casi eccezionali, la nostra mente pensa sempre in termini di una superficie a due dimensioni. Tuttavia i due concetti, anche se apparentemente contraddittori, devono considerarsi come

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facenti parte di un'unica valenza indicante i diversi aspetti dell’Unicità o della stessa realtà Pitagora aveva detto che lo Spazio (contenitore di oggetti) è costituito di punti immateriali e poi aveva aggiunto che esso deve possedere la caratteristica della discontinuità. Democrito, successivamente, ipotizzò che la materia (Corpo-Spazio) poteva essere divisibile in semplici elementi materiali (atomi) che alla fine però non potevano essere ulteriormente suddivisi. Platone contestò tale ipotesi affermando che l’atomo materiale, per quanto piccolo, doveva occupare un volume (Spazio) e quindi poteva essere diviso all’infinito, anche se ciò era praticamente impossibile poterlo fare. Senza sapere di anticipare la meccanica quantistica Platone voleva dimostrare: a) Che ogni cosa in quanto divisibile non potrebbe costituire la più piccola parte del mondo materiale, e ciò perché questa dovrebbe essere talmente piccola da non occupare alcuno Spazio. Dovrebbe essere cioè immateriale, invisibile. b) Che la più piccola parte immateriale, in quanto tale, può essere solo un concetto, una relazione. Egli, infatti, riteneva che la manifestazione derivasse da forme a forme, invisibili, astratte proiezioni di idee intellegibili e perfette, simili schemi, figure geometriche. Nel mito della caverna egli dice:
“Nel piano sensibile noi vediamo figure geometriche che non sono altro che proiezioni di forme astratte perfette di quelle idee che figurano nel piano dell’intellegibile; possiamo perciò dire

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che le idee esistono indipendentemente dalle loro rappresentazioni o proiezioni nel piano del sensibile” (Politeia).

Egli voleva dimostrare che le ombre che si vedevano nella parete della caverna non facevano altro che rappresentare il mondo sensibile che veniva proiettato dal mondo delle idee che era situato al di fuori della caverna. Dobbiamo ammettere che tutto ciò presenta una stretta analogia con la teoria dei Quanti: infatti, osservando il comportamento degli atomi e delle particelle che li costituiscono, i fisici affermano che i fenomeni atomici e subatomici sembrano causali imprevedibili e impossibili a determinarsi. Alla luce di ciò osserviamo come anche il vecchio principio di Causalità: “Ciò che si muove nel tempo spazio non è altro che l’effetto di una causa remota” venga ad essere ribaltato al di là di ogni determinismo precostituito. Il mondo sub-atomico sembra caratterizzato dalla confusione e dal caos (vedi Platone: la diade ChàosCosmos; limite-illimite). Cioè a dire le particelle, costituenti elementari della materia non sarebbero altro che nuvoleombre di probabilità che si evolverebbero in modo imprevedibile nel Tempo (rispettando la logica del Principio d’indeterminazione e d’invarianza temporale esse si muoverebbero nel tempo-spazio in opposizione ad ogni determinismo prestabilito). Alcuni fisici, prendendo atto di questa indeterminazione o incertezza, postularono che proprio questa incertezza del comportamento atomico non è altro che una legge di natura (Heisenberg). Fu in quell’occasione che Einstein disse “Dio 183

non gioca a dadi con l’universo”, e ciò per affermare che la casualità apparente del comportamento delle particelle subatomiche dipende dalla nostra ignoranza relativamente alle leggi che le governano (Platone: la diade Chàos-Cosmos e il Nous che dall’alto presiede al grande gioco cosmico). Altri si chiesero se l’atomo fosse una cosa o un’astrazione immaginaria utile solo per spiegare le nostre osservazioni. Essi arguirono che ipotizzando l’esistenza dell’atomo, le sue particelle dovrebbero potersi individuare sia dalla loro posizione sia dal loro movimento. La teoria dei Quanti in seguito ha fatto intravedere che sarebbe possibile conoscere in anticipo o l’una posizione o l’altro movimento, ma non contemporaneamente entrambi; cioè le particelle atomiche non avrebbero una posizione o un movimento determinato ma rappresenterebbero sempre una nuvola mentale di probabilità spaziale (Logica del principio d’indeterminazione e d’invarianza temporale). Questo fatto sembrerebbe indicare che il microcosmo ovverosia (le microstrutture) si reggerebbe sul principio d’indeterminazione (Heisenberg) e d’invarianza temporale. Fu proprio questo strano modo di comportarsi delle particelle sub-atomiche, secondo il quale non sarebbe stato possibile prevedere l’eventuale posizione o movimento determinato che esse avrebbero potuto assumere nello Spazio-Tempo, che mise in crisi il concetto di Causalità: facendo pensare che nel microcosmo ci fossero eventi senza causa. Le particelle cioè sfiderebbero i principi di causalità e tutti quelli legati ad ogni determinismo dogmatico.

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In base a tali premesse, e considerando cioè che a livello sottile lo Spazio e gli oggetti esisterebbero solo come schemi di probabilità, ci si chiede: “Che cos’è allora ciò che percepiamo come Spazio, come oggetti?” Rispondiamo dicendo che un’analogia di quanto sopra la troviamo nella Tradizione sia orientale che occidentale (Platone) che fa derivare la manifestazione da un Ente senza qualificazioni o dimensioni (Brahman, Ain Soph, il “Punto”) il quale, pur essendo il sostrato di tutti i fenomeni della manifestazione, li trascende e nello stesso tempo è presente in tutti. La danza di Shiva è il simbolo della creazione e distruzione, nascita e morte di tutte le cose illusorie e mutevoli nel flusso incessante del “Lila” (gioco divino). La manifestazione è quindi un movimento cosmico e un’attività senza fine, ricca di un’energia illimitata. Ritornando alla quarta dimensione, grandezza unitaria di “Spazio-Tempo”, dobbiamo dire che se pensiamo allo “Spazio” come un qualcosa formato da tanti punti staccati, ma comunque in relazione tra di loro, la stessa cosa è da pensare per quanto riguarda il “Tempo”: ogni evento sarebbe connesso al successivo in modo discontinuo, e cioè a salti, come avviene nei fotogrammi di un film. *Nota di A.
Ferrantelli: “Il tempo non è una grandezza unitaria di spazio-tempo, ma una delle dimensioni dello spazio-tempo: In più, il tempo non è quantizzato, ma scorre continuamente e linearmente. Non bisogna confondere l’unità di misura con la grandezza misurata.”

In ogni caso è da dire che l’origine dello Spazio coincide con l’origine della manifestazione, la qualcosa è sempre stata tramandata da racconti mitici che permettevano così di 185

riflettere su questo grande mistero escatologico. Insieme ai miti nascevano anche i riti che venivano fatti per poter esercitare un controllo sulle forze che si vedevano agire nell’universo. Tuttavia, allorché il pensiero logico subentrò al pensiero intuitivo-simbolico-mitologico, ben presto il mito fu abbandonato e cominciarono, così, a porsi le basi per la filosofia e la scienza, successivamente contrastate dalle stesse religioni. Concludiamo questo capitolo sullo Spazio-Tempo, con una riflessione di un grande maestro vedantino: Nisargadatta Maharaji. Ad una domanda di un discepolo, concernente l’aneddoto relativo al “Figlio di una donna sterile”, Maharaji, parlando a bassa voce, disse:
“Cerca di capire ciò che è il Tempo. Se non riuscirai a capire la natura del Tempo, non capirai la natura dei fenomeni. Tempo e Spazio avanzano in parallelo. Perché puoi conoscere le cose? Perché le vedi. Potresti vedere le cose se non avessero forma?”

E continuando…
“Tu vedi le cose perché hanno forma e volume, perché sono estese nello spazio. Se le cose fossero viste nello spazio solo per una frazione di secondi, saresti in grado di percepirle? Tu le percepisci perché sono estese nello Spazio per una certa durata (Tempo) e così le forme rimangono per un tempo sufficiente davanti a te in modo che tu possa percepirle. …Se non ci fossero i concetti di Spazio-Tempo (Spazio e Tempo non sono oggetti) le cose non sarebbero percepibili e non sarebbero “cose”. Se non ci fosse lo Spazio-Tempo (nessun passato-presente-futuro) come potrebbe esserci qualche fenomeno, qualche evento? Bisogna comprendere che sia i fenomeni, sia il Tempo, sono puri concetti, astrazioni, senza

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alcuna esistenza propria. Qualunque cosa sia vista o pensata è solo un’immagine proiettata nella coscienza, pura astrazione concettuale, la cui presunta esistenza è reale come un sogno o un miraggio. …Capisci ora che tutta la fenomenalità o manifestazione è come il figlio di una donna sterile (in altre parole pura illusione) appare, dura e poi scompare. …Questo punto relativo allo Spazio-Tempo…-continuò-… è così difficile da afferrare che persino persone molto intelligenti, restano confuse ed incapaci di comprendere il vero significato”.

Poi il Maestro rivolse questa domanda ai visitatori:
“Potremmo dire che gli scienziati sono entrati profondamente nel problema della natura dello spazio-tempo?”

La risposta fu che nessuno scienziato aveva fatto uno studio approfondito su tale problema ma che qualcuno come Einstein era giunto alla conclusione che l’intero universo è della natura di pensiero, aggiungendo che la natura dello Spazio-Tempo è incomprensibile poiché supera i limiti della mente e di tutta la conoscenza acquisita fino a quel momento. Maharaji, continuando sull’argomento, disse:
“Come possono gli scienziati arrivarci con le loro piccole menti? Essi possono concepire solo dal punto di vista duale e fenomenico (lo Spazio illimitato e il Tempo illimitato) ma non possono concepire l’essenza stessa dello “Spazio-Tempo” (Vacuità assoluta). Questo perché nella Pura Sorgente, nel Puro Soggetto, non esiste chi percepisce e la cosa percepita. Nel Puro soggetto non esiste un modo duale di vedere le cose, ma solo un modo unitario e totale.

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….Sarebbe possibile per l’occhio (ad un livello fenomenico duale e illusorio),vedere se stesso nella sua interezza? Può il fuoco bruciare se stesso? Se comprenderemo questo, cesseremo di osservare le cose contro lo sfondo fisso del Tempo, finiremo di cercare la verità attraverso il mezzo dell’intelletto, esso stesso, oggetto fenomenico legato ai parametri della dualità.”

Dopo un po’ di silenzio fece capire che è lo sforzo stesso del cercare ciò che crea l’impedimento, perché lo strumento con cui si vuole cercare è una mente divisa e duale, un soggetto concettuale che cerca un oggetto concettuale. Egli disse che realizzando ciò, finalmente, smetteremo con la ricerca lasciando che la Coscienza impersonale finalmente possa prendere il sopravvento. Ciò non fa altro che ribadire l’affermazione Cristica di Gesù quando dice “Sia fatta la tua volontà”. In seguito, terminando il discorso, Maharaji così concluse:
“Quando la Coscienza Impersonale vi lascerà entrare nel mistero della sua stessa sorgente, conoscerete che non ci sono né Tu né Me, ma soltanto IO, la pura soggettività essenziale; comprenderete che le cose non hanno sostanza e che perciò ogni fenomeno è simile al figlio di una donna sterile e che alla fine Io, come Puro soggetto, sono non temporale e Infinito.”

E’ chiaro quindi che Spazio e Tempo sono solo strumenti puramente concettuali di cui si serve la Coscienza Impersonale per esprimere se stessa nella manifestazione. E quindi, come strumenti limitati, non sono reali. Realtà significa Infinità, Totalità, Pienezza, assenza di nascita crescita e morte, mentre essi sono solo supporti fittizi evanescenti di natura concettuale.

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Dio Padre o Madre può procedere
 Creando: facendo sorgere la creazione dal nulla;  Ordinando: come demiurgo che ordina i vari elementi della manifestazione già esistenti;  Generando: dando vita ad enti della sua stessa specie;  Emanando: esprimendo in momenti successivi la manifestazione in seguito ad una variazione vibratoria;

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 Manifestando: dando vita alle infinite possibilità che erano in Lui come “Sogno”; Studiando i vari miti osserviamo come variano i modi di operare del divino nella creazione: In Egitto il Dio Aton, il sole, è il demiurgo che plasma l’acqua dell’infinito oceano primordiale, che è buio e privo di vita. I Sumeri partono dall’acqua (Principio femminile); l’acqua salata (Chàos) e quella dolce (Cosmos) s’incontrano generando le onde che danno forma all’universo. In Grecia: (Esiodo; VIII sec. a.C.) si pone l’origine di tutto dal Chàos, il vuoto, l’indefinito. Dal Chàos emersero Gea (la terra) ed Eros (Amore), cioè l’universo e l’energia fecondatrice. Da Gea nacque Urano (il cielo) ed essi generarono Cronos (il tempo), ecc… Pitagora, grande filosofo, ipotizzò un tipo di universo tale che, partendo dalla metafisica, poteva essere formulato con un metodo matematico e poi successivamente verificato attraverso la fisica. Nella Bibbia, la “Genesi” così afferma:
“In principio Elohim creò i cieli e la terra. E la terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Elohim aleggiava sulle acque. Elohim disse: “Sia luce e la luce fu”.

S. Giovanni, nel Vangelo, pone l’inizio dell’universo nella parola “Logos”: Nel principio era la parola, e la parola era con Dio ecc., ecc... Ma la parola Logos significava anche “Ragione” per cui nelle Confessioni di S. Agostino, il 190

versetto viene così riportato: “Nel principio era la Ragione, ed
essa era con Dio.”

Secondo la Tradizione Eterna (Sanathana Dharma), si afferma che prima di ogni manifestazione, grossolana, sottile, Causale, esiste una matrice orogenetica, chiamata Mulaprakrti (il platonico Chàos-Cosmos) da cui viene alla luce ogni cosa: polarità, essenza e sostanza. Il Rg Veda contiene il mito più antico, il quale ammette l’inconoscibilità delle origini del cosmo (il cosiddetto inno cosmologico X129, secondo cui l’universo deriva dal Non Essere):
“Allora non c’era il non Essere, né l’Essere, non c’era la morte, né l’immortalità. Tenebra ricoperta da tenebra era in principio. Quel Principio vitale chiuso nel vuoto, generò se stesso come l’Uno, mediante la potenza del proprio calore. Chi veramente sa, chi può spiegare da dove è originata questa creazione?”

Nel Samkya (un’altra visione dualistica del Sanatàna Dharma) la manifestazione nasce dall’unione della polarità femminile Prakriti con il Purusha, principio maschile immobile che con la sola presenza è capace di fecondare. L’attività creativa della Prakriti è chiamata “Lila”: gioco divino, il gioco del mutamento, Maya, l’illusione; ma essa si considera tale solo dal nostro punto di vista che ci fa vedere cose e avvenimenti che reali non sono. Il movimento della Prakriti non ha inizio nel tempo, in quanto tempo e spazio sono fenomeni che essa stessa produce. Il Vedanta che rappresenta una visione monistica della Tradizione Eterna, parla in maniera abbastanza precisa dell’origine dell’universo.

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Tale dottrina basata sull’identità di Conoscenza-Coscienza, afferma che la manifestazione sorge in seguito allo sviluppo degli attributi o qualità (Guna-principi allotropici) dell’Essere qualificato (Saguna), attributi che si determinano nel momento in cui essi stessi si differenziano dall’Unità indistinta Iswarica. I Guna sono cosi denominati: Sattua, (principio dell’equilibrio e purezza), Rajas (Principio dell’attività-movimento) e Tamas (Principio di stacitità-inerziale). Tali principi attivano ogni forma espressiva di ogni ordine e grado della manifestazione (Saguna) ed al termine del ciclo si riassorbono in “Iswara” (Il Signore Uno assoluto della qualificazione e della totalità della manifestazione).

“Iswara” indica la totalità-Unità principiale della manifestazione allo stato causale (dei principi) dell’esistenza (non ancora manifestato nelle forme) e 192

corrisponde all’Essere qualificato universale (Brahman Saguna). Iswara rappresenta quindi l’espressione Brahmanica immanifesta che racchiude in germe tutte le indefinite modalità di manifestazione. Iswara indica ancora l’Unità di coscienza che contiene l’indefinita dualità-molteplicità. Iswara o Brahman Saguna è il punto principiale nel quale sono contenute le indefinite forme geometriche, gli universi formali, ecc… Ma il Puro Essere, o Brahman Nirguna, è invece lo spazio privo di punti, onniclusivo, onnicomprensivo e onnipervadente. Dal punto di vista scientifico, l’universo ha avuto un inizio, chiamato “Big–Bang”. Il Big-Bang è stata l’esplosione primordiale forse di un buco nero: in quell’istante la temperatura era di circa centomila miliardi di miliardi di gradi e la densità della materia nucleica primordiale era pressoché infinita. In quella temperatura tanto elevata, materia ed energia divennero interconnesse l’una nell’altra per cui fu il calore, in quanto energia che diede il primo impulso alla manifestazione materiale, così come si legge nel Rig Veda. *Nota di A. Ferrantelli: Che il big bang sia stato
provocato come esplosione di un buco nero è proprio impossibile: Per molti motivi tecnici, ma soprattutto perché un buco nero emette particelle solo in modo molto particolare (radiazione di Hawking a causa di singolarità quantistiche) e non potrebbe mai generare un’esplosione con emissione di materia. Al massimo il big bang potrebbe essere stato generato da un buco bianco, ma questa non è comunque una teoria molto accreditata.

Nel primo istante del Big-Bang, allorché lo spazio era talmente contratto da non potersi neanche percepire, vi fu l’inizio dello spazio; e siccome lo spazio era collegato al tempo, ebbe inizio anche il tempo. Né lo spazio, né il tempo, potevano esistere prima del Big-Bang: ciò perché il

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tempo cominciò ad essere nello stesso istante in cui ebbe origine il big-bang.

Oltre la polarità: Swa-nama-rupa
Tutto gira intorno al Sé, punto centrale di ogni pensiero o mente, fondamento dell’intero universo. Le forme e gli oggetti sono limitati, molteplici e mutevoli. Il Sé è unico e immutabile. Il vero Sé non è un oggetto, ma il sostrato, come lo Spazio in cui ogni idea e ogni sentimento appare e si dissolve. Il vero Sé, presente in tutte le forme di vita, rappresenta quello Spazio, quella Luce della pura consapevolezza nella quale tutto appare e tutto può subire cambiamenti secondo le vibrazioni di bassa o alta frequenza, pur restando egli stesso sempre immodificato. Nascita o morte, comparsa o scomparsa, principio-fine, sono solo concetti che riguardano gli oggetti dei sensi, forme, nomi: le apparenze della mente. Queste alla fine saranno tutte integrate nella vera luce della consapevolezza, nel puro Sé. La manifestazione subisce cambiamenti secondo la natura o il condizionamento dei cinque organi sensoriali. Lo spettacolo (manifestazione) muta in base alle lenti che noi portiamo, ma la consapevolezza “Coscienza” del vedere “Unitario” rimane sempre uguale. In realtà, il mondo è sinonimo di mente. L’esistenza del mondo è in relazione stretta al mondo sensibile. Da quanto detto possiamo concludere che la Conoscenza194

Consapevolezza è Una, Omogenea, Intera, Indivisibile, come è l’Indivisibile continuum dello spazio-tempo. E’ soltanto pura illusione pensare allo Spazio-Tempo come divisibile o molteplice. La ricerca scientifica ha analizzato la materia, come dicemmo all’inizio, fin nelle sue più piccole unità dalla molecola all’atomo (l’Unità indivisibile che molti erroneamente pensavano). Allorché la ricerca andò sviluppandosi, si comprese che l’indivisibile atomo poteva essere scisso in particelle sub-atomiche roteanti a velocità vorticose attorno al suo nucleo. E si comprese che era sempre lo spazio che permetteva alle particelle di energia di viaggiare in orbita come pianeti in uno spazio interstellare o interplanetario. Tuttavia con la nostra mente duale siamo portati ancora a dividere quello spazio in Microcosmo e macrocosmo, senza naturalmente sapere che il “Cosmos” è essenzialmente “UNO”. Tutto ciò accade a causa degli strumenti che noi usiamo per percepire tali mondi. Ben sappiamo che la Coscienza Una rimane sempre immutata al di là dei mutamenti del mondo. Il nostro pensare o vedere è invece influenzato dal tipo di occhiali che usiamo. Noi pensiamo Coscienzialmente a ciò che vediamo sensorialmente. L’osservatore, il soggetto, è l’organo-occhio; l’osservato, l’oggetto, è il quadro (una sua rappresentazione) simile ad uno specchio che riflette il paesaggio. Il paesaggio viene osservato tramite lo strumento specchio. Alla fine della catena troviamo l’autorisplendente infinita perfezione, Sorgente d’ogni conoscenza o intelligenza, o Siva-Sakti. 195

Spesso leggiamo: “E’ un mistero come l’Uno possa essere divenuto molteplice”. A tal proposito dobbiamo sempre ricordarci che l’osservazione della molteplicità è basata essenzialmente su una vera e propria rappresentazione sensoriale degli oggetti che noi vediamo. Ogni essere umano si considera una forma corporea separata e particolare. Il nostro modo di ragionare è divenuto abitudinario, come anche le nostre azioni e continuamente imitiamo i nostri simili come tante pecore, e viviamo totalmente rivolti all’esterno, cioè in periferia, rendendoci raramente conto di ciò che si trova all’interno e cioè alla Sorgente della nostra esistenza, sostrato di tutte le forme di vita fenomeniche e transeunti e dove tutte le diversità si annullano nell’Unità di ciò che E’. Osservando il mondo delle piante restiamo veramente meravigliati. Da un solo seme vediamo che viene fuori un intero albero, che a sua volta riprodurrà milioni di semi che in seguito diverranno essi stessi causa e madre di migliaia di alberi, una reazione a catena di causa-effetto, un ciclo, un continuum della manifestazione della vita in forme materiali cangianti. Inoltre ci rendiamo conto di come la manifestazione materiale delle forme serve da strumento o veicolo per le forme più sottili di energia vitale che è invisibile all’occhio umano. Ciò che osserviamo è la trasformazione delle forme materiali grossolane in maniera che quelle più sottili, non ancora nate, possano manifestare ciò che è nascosto in esse. Il principio della vita è Uno ed identico nel piano sottile, ma si dirige e si rivela molteplice nel piano grossolano della 196

materia. L’intelligenza ci fa comprendere come opera la forza vitale che infonde nella nostra mente la fede nella sua presenza e attività. Ci si chiede a questo punto: “Qual è lo scopo della vita?” La risposta dovrebbe essere chiara: Esso consiste in un viaggio della Coscienza dall’esteriore all’interiore e dall’interiore all’Universale, all’Assoluto. Per una giusta comprensione è necessario per prima cosa ritirare la Coscienza da ogni rapporto epidermico esteriorizzante e duale, sorretti dalla comprensione che un tale tipo di rapporto non può aver valore assoluto, specialmente in un mondo sorretto da una profondità tridimensionale che non si può considerare Realtà. Dopo questo ritiro della Coscienza dalla falsa esteriorità di ogni rapporto duale e periferico, bisognerà comprendere quali siano le vere necessità al di là dei lussi superficiali della nostra vita. Bisognerà capire che la natura consente le necessità ma non consente invece i lussi inutili neanche in minima parte (Legge dell’economia). La natura provvede solo alle necessità, considerando il lusso nient’altro che uno sfruttamento delle circostanze in cui un ego indulge a svantaggio di altri ego nel mondo che lo circonda. Si dovrebbe cercare di vivere in condizioni modeste ma equilibrate, sia nel sostentare il complesso corpo-mente, sia nello stabilire i rapporti umani. E’ giunto il momento di rivedere le cose ed intraprendere una vita assolutamente nuova secondo un sistema educativo intellettuale, morale, sociale e spirituale completamente 197

rivoluzionato (più ordinato e conforme al giusto ritmo della natura). Ciò che si richiede è semplicemente di ripercorrere all’indietro i passi fatti dalla coscienza; dagli effetti alle loro cause, stadio dopo stadio. Dai rapporti sociali si dovrà arrivare alle necessità personali e da queste ad un allineamento della propria individualità alle leggi dell’universo. Queste leggi, conosciute come “Rta” nei Veda, non sono altro che i mezzi operativi e la metodologia messa in atto dall’Universale supremo. Lo scopo della vita potrebbe sembrare molteplice specialmente per quanto riguarda l’azione pratica ai livelli inferiori, tuttavia ogni cosa viene poi collegata al sistema centrale dell’integrazione suprema rappresentata dall’Assoluto. Ogni pensiero, parola, azione, modalità di controllo con persone e cose nella vita deve essere esaminato ed elaborato facendo sempre riferimento alla costituzione universale della Suprema Realtà.

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163La polarità e l’attrazione sessuale

Shiva-Shakti (περιαγωγή- μετάνοια)
Dalla polarità Padre-Madre nascono i figli innumerevoli (Mondo delle idee) fino ad arrivare al Demiurgo rappresentato da Dioniso. In India i grandi Rsi hanno imposto il nome di Prakriti e Purusa, alle due polarità attraverso cui si esprime il grande Brahman.

Un altro importante aspetto legato alla polarità, e sicuramente causa di sofferenza, è quello riguardante la Sessualità, specialmente per il mondo maschile. In genere si è talmente presi da tale istinto che non si fa a tempo di osservarlo nella sua giusta luce; e tutte quelle cose: storia, drammatizzazione, sensi di colpa, ecc., ecc., che sono connessi con tale sfera istintuale, invece di farcela conoscere per quella che essa stessa E’, non fanno altro che confonderci sempre più, impedendoci di cogliere la giusta comprensione. Ragion per cui, anche sulla questione sessuale con riferimento alla polarità non bisogna drammatizzare ma è necessario veramente comprendere che tale dimensione 199

appartiene all’Unicità della vita intera. In termini cosmici, il sesso rappresenta un grande simbolo della legge di attrazione, lo strumento più potente di cui la Maya (illusione) si serve per autoperpetuarsi.
“E’ da dire comunque che è sempre esistito un rapporto di complementarità o interrelazione tra Spirito e materia, Vita e Fenomeno, Padre e Madre, Positivo e Negativo: E’ solo dal rapporto tra luce e tenebre che ciò che è invisibile diviene visibile.” * (7)

Per tal motivo risulta chiaro che per un discepolo che aspira alla liberazione da qualsiasi schiavitù, il problema di cui sopra costituisce un punto che deve essere affrontato con grande serenità e intelligenza. E’ quindi necessario distinguere il “piacere” in sé per sé dal significato più complesso e più profondo che il rapporto sessuale potrebbe assumere. Dice Krishnamurti:
“L’atto sessuale non è un problema per voi; non più di quanto lo sia il mangiare, ma se voi pensate di mangiare per tutto il giorno perchè non avete altro cui pensare, allora sì che esso diventa un problema.”

E continua:…
Perché le vostre menti sono ossessionate dal problema del sesso? Forse il sesso rappresenta un’estrema via di fuga, non è così? Un modo per dimenticare completamente se stessi. Per un momento o meglio in “...in quel momento” è possibile dimenticare se stessi ed essere completamenti liberi da tutto: E non esiste altro modo di poter fare ciò. Ogni altra cosa che fate nella vita quotidiana pone l’accento sempre sull’«io» e sui legami che esso comporta…

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Però esiste un unico atto in cui l’io facilmente sparisce (provocando in tal modo una fuga da sé); ed è proprio a questo punto che sorge il presunto problema liberatorio… Il problema di far continuamente “Quello” e così sfuggire a se stessi, precipitando in realtà nell’ossessione più virulenta. …Quando una sola cosa nella vita viene a costituire una via di fuga estrema, una possibilità di dimenticare se stessi, anche se per pochi secondi, allora ci si aggrappa fortemente ad essa, poiché ciò rappresenta l’unico momento in cui si può essere felici. …Ma quando vi aggrappate a quella cosa così intensamente, ecco che anche quella cosa si trasforma in un incubo (identificazione). …I nostri pensieri e le nostre vite sono all’apparenza brillanti, ma in realtà sono aridi e vuoti: siamo emotivamente poveri, ripetitivi e ottusi intellettualmente e spiritualmente; siamo inquadrati in politica, nella società e nella sfera economica. Non siamo persone felici, non siamo vitali né gioiosi. ...Ed è proprio perché ci sentiamo intrappolati e bloccati in tutti i modi, che il sesso diventa il nostro unico sfogo, una esperienza da ricercare continuamente perché per un istante quello stato di felicità si sperimenta in assenza dell’io. Non è il sesso in sé e per sé a costituire il problema, bensì il desiderio di riconquistare uno stato di felicità perduta, di raggiungere e di mantenere il “piacere”, sessuale o di qualsiasi altro tipo. …Ciò che cerchiamo veramente è quella passione intensa nella quale dimentichiamo noi stessi; cerchiamo di perderci in qualcosa completamente. …Solo quando veramente “Comprendiamo” il vero significato della nostra ricerca di sensazioni, che è una delle attività principali della mente, solo allora il piacere, l’eccitazione e la violenza smetteranno di dominarci. Il sesso, e l’inseguimento di

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sensazioni, diventano un problema nel momento in cui vogliamo fuggire da noi stessi buttandoci in un’esperienza di pura ossessività, anelando cinque minuti di libertà che invece rappresentano l’inizio di una probabile schiavitù. In realtà non sappiamo amare. …Quando invece c’è amore, c’è purezza; ma non si può essere casti se ci si sforza di esserlo. La virtù giunge con la libertà, quando si comprende cosa sia veramente la “libertà.” …Senza una comprensione profonda dell’intero processo del desiderio, l’istituzione del matrimonio, come è ora intesa, sia in occidente che in oriente, non può dare una giusta risposta al problema della sessualità. L’amore non è la conseguenza della firma di un contratto: esso non appartiene alla mente; è totalmente indipendente dal pensiero con i suoi abili calcoli, esigenze autoprotettive e sue reazioni. …Quando c’è amore (pura donazione) il sesso, (che normalmente è legato solamente all’io possessivo) non rappresenta mai un problema, mentre è l’assenza, la mancanza o l’incapacità di (dare) amore che crea il problema. Per questo è importante capire il processo della mente, le sue attrazioni e repulsioni, le sue reazioni alla bellezza o alla bruttezza. Dovremo osservare noi stessi, diventare consapevoli di come consideriamo le persone, di come guardiamo gli uomini e le donne. …Dovremo capire che la famiglia potrebbe divenire un centro di separazione e di attività antisociali qualora venga usata come strumento personale dell’io e a beneficio della propria presunzione. Quando tutto è incentrato sull’io e sui suoi desideri limitanti, allora la famiglia e la proprietà non fanno altro che diventare strumenti di poteri e di dominio, fonti di conflitto tra l’individuo e la società.

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…Dunque per i pochi accorti, per quelli che non “sanno”, l’obiettivo più grande per essere liberi non è altro che quello di dimenticare se stessi (anche se in un orgasmo di pochi istanti, o annusando qualche droga i cui effetti potrebbero indurre in una dipendenza alienante e schiavitù). E ciò perché secondo l’io identificato, tale fugace esperienza rappresenta l’unico modo per essere felici. Tutto ciò naturalmente è molto distante dallo stato di vera libertà, di perfetto equilibrio, di autocontrollo e perfetto testimone delle proprie modificazioni mentali. * (8)

Tuttavia noi sappiamo che vi è un altro modo di dimenticare se stessi: non stordendosi nelle ossessioni duali e separate, del subconscio, ma ritrovandosi come “pienezza” nel superconscio allorquando la mente tace e una bellezza senza io-tu, riempie il proprio cuore. La polarità maschile-femminile non è altro che il riflesso della polarità Purusha-Prakrti (Coscienza-Forma). E’ compito del discepolo resistere all’attrazione ossessiva della forma periferica, duale, riportandosi al centro, alla dignità e riposo della coscienza. L’ente individuato quindi più che desiderare un’unione alienante con la polarità femminile, cosa che si tradurrebbe in un accoppiamento fugace e momentaneo, dovrebbe ricercare l’unione con la controparte divina o vera essenza di essa, la qualcosa lo riporterebbe ad una condizione di armonia, serenità, compiutezza. Se ci sarà questa comprensione, allora il bisogno di una relazione sessuale perderà parte del suo fascino e del suo potere attrattivo. Resta comunque il problema del “piacere in sé e per sé” ma questo, verificandosi in un ambito più ristretto, si potrebbe analizzare più serenamente. Se avessimo il coraggio di 203

realizzare la trasmutazione suddetta, uscendo da pregiudizi e stereotipi, potremmo costatare che l’esperienza di accoppiamento “piacere per il piacere” si ridurrebbe soltanto in una frazione di pochi secondi che a sua volta richiamerebbe verso ulteriori desideri perpetuando così una condizione continua di dipendenza. In altri termini, se ci si pone di fronte a tutto questo come spettatori-testimoni, in uno stato di presenza essenziale, ci si rende conto della pochezza della cosa e di come sia assurdo perdere la beatitudine dell’anima, o la pace-pienezza, a causa di questo meccanismo possessivo duale (soggettooggetto) di così scarso rilievo. Qualcuno potrebbe obiettare che operando in questo modo si verificherebbe l’estinzione della specie umana; ma noi sappiamo che il nostro obiettivo primario è la libertà dai condizionamenti veicolari (modificazioni mentali) e non dai veicoli in sé e per sé (corpo-mente: utili strumenti della coscienza Impersonale). Chi è libero può usare le varie funzioni (mentali, sentimentali, istintive) al meglio, rendendosi canale di energie più elevate. Insomma solo chi è libero può realmente e intensamente amare.
“L’amore sublima l’atto sessuale perché l’intento viene dall’alto e non dal basso sotto la pressione di istinti e necessità. Ciò implica che l’atto reso sacro, si adorna di dolci desiri, di estatica contemplazione e di grandiosi e lucenti sguardi che affondano in Madonna Bellezza sì da creare Enti che provengono dall’intellegibile cielo”. * (9)

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Bisogna dire a questo punto che se l’aspetto sessuale è lo scoglio prevalente del mondo maschile (l’impulso istintuale all’accoppiamento), l’aspetto affettivo è lo scoglio prevalente del mondo femminile. Il bisogno di ricevere considerazione, tenerezza, il bisogno di essere abbracciati, amati, desiderati, il bisogno di conforto, di effusioni sentimentali, ecc., tutto questo sembrerebbe una necessità imprescindibile per molte donne e persone sentimentali. E tutto questo, presentando un carattere di bellezza e di legittimità, ci parrebbe giusto ed armonico poterne fruire sempre, e se ciò non accade ci sentiamo frustrate, avvilite, sole e abbandonate e nella gran parte dei casi ci lasciamo travolgere da sindromi depressive. Ci chiediamo: “Che cos’è tale qualità (affetti, sentimenti) che diviene causa di tanta sofferenza e pena per molte persone?” Quando una persona mi dice parole affettuose o mi abbraccia o mi prende per mano, ecco che un’onda m’invade, mi culla e mi scalda, mi dondola: è come una fiamma piacevole che mi pervade. Tutto ciò certamente accade a livello di plesso solare o epigastrico (manipura). Se sono appagato in tale centro epigastrico, divento allegro e disponibile. Al contrario se nessuno mi coccola comincio ad inaridirmi, entro in uno stato di tristezza e malinconia, foriera di ulteriori conflitti. La prima onda era di colore roseo, la seconda di colore grigio o, in termini musicali, la prima era di tonalità maggiore, la seconda di tonalità minore. Ma chiediamoci: “Questa qualità (affetti-sentimenti) al meglio della sua espressività è sempre costante? Oppure si presenta come una fluttuazione di alti e bassi creando dipendenza da certe 205

situazioni o persone che, a torto o a ragione, si immaginano dispensatrici di conforto o di affetto?” Sicuramente arriva il momento in cui si diventa stanchi di questo continuo ascensore emotivo: stanchi di mendicare attrazione, considerazione, consolazione; stanchi di dipendere da un gesto, dall’umore di altri o da circostanze imprevedibili. E allora ci si chiede se vale la pena che per un po’ di dondolio energetico si debba continuare in una condizione di precarietà, instabilità, fragilità! E che cos’è questa culla, calore, se non un’energia che per le caratteristiche specifiche è stata paragonata dagli alchimisti all’acqua? E’ per attingere quest’acqua in movimento, instabile e precaria che ci si muove nel duale periferico… Ci si può permettere allora di rischiare, di perdere quella pace stabile che dimora nel centro di uno stato Centrale di coscienza superiore? A questo punto cosa fare? Da qui l’esperienza della “Metanoia”, della trasmutazione, che si può realizzare spostandosi di livello e accettando la prova come una esperienza importante per la propria evoluzione; accettare un po’ di deserto affettivo, accettare l’aridità, il senso di separazione e solitudine che tutto ciò comporta; accettare l’amarezza e lo sconforto di sentirsi in una condizione inabituale, senza i punti di riferimento consueti, legandosi ad una certezza frutto di una Conoscenza-Coscienza che proviene dalla Dottrina, dalla Tradizione, dalla Ragione, attraversando così un luogo desolato con coraggio e pazienza. Questo è il famoso salto nell’abisso che tutti i grandi iniziati hanno fatto, coscienti di non perdersi ma veramente di 206

trasmutare in livelli superiori di coscienza. Se si persisterà e non si tornerà indietro allora, per incanto, improvvisamente si potrà intravedere la terra promessa, una zona di bellezza, incanto e sorpresa. Si capirà così che quel bisogno affettivo rappresentava la nostalgia del “Paradiso perduto”, un riflesso dell’Amore che ogni cosa pervade e che non elemosina nulla, perché è pienezza che incessantemente si dona. Per finire potremmo esaminare altre qualità, sia di ordine istintivo, sia di ordine mentale o altro, ma il meccanismo per una giusta comprensione è sempre lo stesso. Se comprenderemo bene tutto questo (la strategia dei contrari), se ci consacreremo alla verità, se in ogni circostanza bella o brutta, felice o penosa, gradevole o dolorosa cercheremo sempre di mantenere un stato di “Presenza” e di “Coscienza osservante”, se ogni giorno ci sentiremo sempre più sollevati dall’angoscia dell’effimero e del falso; se l’unica nostra aspirazione consisterà nell’essere veri, leali, reali, profondamente onesti nella ricerca, allora le nuvole della Maya non potranno non dileguarsi e la verità sgombra dai pesanti orpelli, non potrà non rivelarsi e nutrirci, perché piena del suo ineffabile dono, l’unico per cui valga la pena di vivere, l’unico totalmente e integralmente risolutivo: la Realtà ultima, Suprema, Assoluta. Cosi dice Samkara nelle sue opere minori:
“Nel cielo della Coscienza assoluta, permeata dalla beatitudine del puro essere, la maya è come una nube; la mente è il bagliore del lampo; è il concetto di essere un’«io», è il rombo di un tuono, mentre l’ottenebramento che ne deriva è la pioggia torrenziale: ...In una tale oscurità dovuta alla grande illusione, Dio riversa la pioggia (del Karma-Dharma) come un gioco.

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Solamente la Conoscenza consapevole può essere, da sola, quel vento che disperde le nubi piovose di quello”. *(10)

Lo Yoga: metodo scientifico per uscire dalla polarità imprigionante
Quando San Paolo disse: “Io muoio ogni giorno”, (Cor. 15,319) intendeva dire che conosceva il metodo per controllare gli organi interni e poteva, con la volontà, liberare il suo Sé spirituale dal corpo e dalla mente. Le persone comuni e impreparate fanno questa esperienza soltanto al momento della morte, quando il Sé spirituale si libera dal corpo ormai logoro. Seguendo un vero e proprio metodo scientifico si può percepire che il Sé si può separare dal corpo (polarità) senza che avvenga una morte vera e propria. * (La scienza del Kriya Yoga di Paramahansa Yogananda) Il grande maestro Paramahansa Yogananda fondatore della S:R:F: (Scienza dell’Autorealizzazione) e discepolo di Sri Yukteswar altro grande maestro realizzato autore di un libro inestimabile, la “Sacra Scienza” dove si fa rilevare come scienza e Religione alla fine si ritrovano uniti, cosi afferma: …Tra gli infiniti misteri del cosmo, il più straordinario è quello della luce. Diversamente dalle onde sonore, la cui trasmissione richiede l’aria o qualche altro vettore, le ondeluce passano liberamente attraverso il vuoto dello spazio interstellare. Secondo Einstein la velocità della luce 186.300 miglia al sec. è la base dell’intera teoria della relatività. Egli dona la prova matematica che la velocità della luce è in relazione alla mente finita dell’uomo, l’unica costante in un universo instabile e fluttuante. Su tale costante si basano tutti i criteri 208

di tempo e spazio. Con pochi temi di equazioni, tracciati con la penna, il grande scienziato bandì dal cosmo qualsiasi realtà fisica, fuorché quella della luce. Sviluppando i suoi studi con la teoria del campo unificato il grande fisico successivamente sintetizzò con una unica formula matematica le leggi di gravità ed elettromagnetiche. Riconducendo la struttura cosmica a delle semplici varianti di un’unica legge, egli si unì ai grandi Rsi i quali affermarono che la creazione ha una struttura unica: quella della Maya proteiforme (Illusione cosmica). In seguito alla scoperta della teoria della relatività vennero fuori possibilità matematiche di esplorare l’atomo nella sua natura più recondita. Grandi scienziati affermano ora non solo che l’atomo è energia e non materia, ma che l’energia atomica è essenzialmente di natura mentale. “La franca ammissione che la scienza fisica è in rapporto con un mondo di ombre, scriveva Sir Stanley Eddington in “The Nature of the physical world”, è uno dei progressi più significativi.” …Nel mondo della fisica noi osserviamo proiettato un gioco di ombre: il mio gomito ombra riposa sul tavolo ombra, come l’inchiostro ombra fluisce sulla carta ombra. Per dirla in parole povere, la stoffa di cui è fatto il mondo è di natura mentale Attraverso il microscopio elettronico si ebbe la prova definitiva dell’essenza luce degli atomi e dell’inevitabile dualità della natura pur compresa nell’Unicità della Coscienza impersonale. In seguito a ciò nel 1937, in occasione di una riunione dell’Associazione americana per il progresso della scienza il Times pubblicò tale resoconto: “La struttura cristallina del 209

tungsteno, conosciuta prima solo per mezzo dei raggi x, ci stava davanti su uno schermo fluorescente che mostrava nove atomi nel loro esatto reticolo spaziale: un cubo con un atomo in ogni angolo e uno al centro. Gli atomi nello spazio cristallino del tungsteno apparivano sullo schermo fluorescente come punti di luce disposti in forma geometrica.” Per la storia dobbiamo dire che il principio del microscopio elettronico fu scoperto per la prima volta nel 1927 da Clinton Davisson e Lester H. Germer dei laboratori telefonici Bell di New York. Essi scoprirono la duplice personalità dell’elettrone che possedeva le due caratteristiche di onda-luce e di particella. Per questa scoperta (già anticipata dal grande scienziato francese Louis de Broglie, premio nobile per la fisica, il quale dimostrò che l’intero campo della natura fisica possiede una doppia personalità) Davisson ottenne anch’egli il premio nobel per la fisica. Sir James in “The Mysterious Universe” scrisse: “La corrente del sapere tende verso una realtà antimeccanica; l’universo sembra assumere l’aspetto di un grande pensiero, più che di una grande macchina.” Nella sua famosa equazione che esprime l’equivalenza della massa e dell’energia, Einstein dimostrò che l’energia in ogni particella di materia è eguale alla sua massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. La liberazione dell’energia atomica viene provocata in seguito al dissolvimento o annullamento delle particelle materiali. La morte della materia segnò quindi la nascita dell’era atomica. La velocità della luce è una costante matematica non perché 186.300 miglia al sec. siano un valore assoluto, ma perché 210

nessun corpo, la cui massa aumenta con la velocità, può mai pervenire a quella… “della luce”. I grandi Yogi o maestri realizzati, come anche grandi santi e mistici occidentali che sanno materializzare e smaterializzare i loro corpi o qualsiasi altro oggetto, che sanno muoversi a tale immensa velocità e utilizzare i raggi di luce creativa per portare alla vista qualsiasi manifestazione fisica hanno raggiunto la condizione inderogabile posta da Einstein: la loro massa è infinita. Nel senso che la velocità della luce potrebbe essere eguagliata o raggiunta solo da un corpo la cui massa fosse infinita. Da qui la legge dei miracoli. La coscienza di uno Yogi o da un mistico giunto alla perfezione (Padre Pio, S. Francesco, Gesù) s’identifica senza sforzo non con un corpo limitato ma con la struttura universale. La gravitazione- si tratti della forza di Newton o della dimostrazione di inerzia di Einstein- è incapace di costringere un maestro ad assumere la proprietà del peso che è la condizione particolare di gravitazione che distingue gli oggetti materiali. Colui che conosce se stesso come lo Spirito Onnipresente, non è più costretto dai limiti di un corpo nel tempo e nello spazio. Tali costrizioni svaniscono davanti all’«Io sono Lui».Uno Yogi realizzato ha fuso la Coscienza col Creatore e percepisce l’essenza cosmica come luce. Per lui non c’è differenza tra i raggi di luce che compongono l’acqua e quelli che compongono la terra (Unicità della Coscienza Impersonale). Liberato dalla Coscienza della materia, non più legato alle tre dimensioni dello spazio e alla quarta del tempo, un maestro trasferisce il suo corpo di luce dove e come vuole assecondando leggi

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cosmiche ben prestabilite. “Se il tuo occhio è singolo, tutto il tuo corpo sarà pieno di luce” (Matteo 6,22).

Conclusioni
Per concludere ci piace ricordare che quando nel 1905 A. Einstein enunciò per la prima volta quella importante equivalenza E=Mc2 cui sopra accennammo, obbligò la scienza ad ammettere che: “Materia=Energia”, e che l’energia è luce.” Il vecchio concetto che ogni elemento materiale potesse restare saldo e indivisibile alla luce della nostra percezione sensoriale, svanì completamente. Finalmente si capi che le percezioni sensoriali non risultavano più capaci di vedere e toccare “quanti” di luce che si dimostravano invisibili e intoccabili. Noi oggi non possiamo minimamente vedere lunghezze di luce e quindi interi universi che si muovono ad altissime frequenze. Quella “Materia… materiale” lentamente e misteriosamente si è disciolta nell’Unicità di ciò che E’. Il visibile e l’invisibile ormai si toccano. A tutt’oggi la fisica è andata ancora più avanti, si parla addirittura di Quanti, di Campi magnetici, ecc., ecc., per cui osserviamo che la materia si sta facendo sempre più evanescente. Da tali premesse possiamo notare che se il tempo e lo spazio sono semplici finzioni mentali soggettive, autocreate, 212

che ci aiutano a descrivere l’ordine degli oggetti a seconda come noi li vediamo “qui ed ora”, per conseguenza dobbiamo ammettere che tutti gli oggetti e gli avvenimenti così descritti diventano ipso facto, vere e proprie forme mentali (Codici), e ciò perchè tali “oggetti-avvenimenti” non potrebbero esistere senza i suddetti parametri concettuali autocostruiti. Tutto ciò convalida quanto afferma la Tradizione eterna ed in specie l’Advaita Vedanta, secondo cui il tempo e lo spazio e tutto quello che ci circonda non è altro che una semplice proiezione mentale autocreata, con lo scopo precipuo di comprendere e descrivere l’ordine degli oggetti così come noi li vediamo. Ma cos’è che ci fa apparire come se fossimo diversi da ciò che realmente anzi essenzialmente E’. Lo Yoga Vedanta risponde dicendo che tutto ciò accade a causa della Maya. Dalle parole di B. Russel ci accorgiamo quanto ciò sia effettivamente vero. Egli così afferma: “Grazie ai lavori di due fisici tedeschi Heisenberg e Schrodinger, le ultime vestigia dell’antico atomo solido si sono ormai dileguate e la materia ha preso finalmente un aspetto così fantomatico quasi da seduta spiritica”. Il concetto di materia segue questa direzione: Solido-forma, energia, luce-senza forma e viceversa. Un solido quindi non è altro che luce condensata; tale condensazione non è assoluta ma è relativa e instabile. Tale forma condensata può tuttavia smaterializzarsi e ridiventare luce indifferenziata. 213

L’infinito universo dei nomi e delle forme non è altro che mutamento incessante, luminoso e sebbene nel tempo spazio le forme possano diversificarsi, esse tuttavia sono composte della stessa sostanza (Luce). Il Vedanta afferma che tutto è Brahman e che la differenziazione nel tempo-spazio non è altro che un’illusione, una finzione mentale autocreatisi nell’ente identificato, un’errata sovrapposizione al reale, Assoluto. La vita formale è luce ed ombra che si staglia sullo schermo dell’infinito Possiamo dire che ogni forma a qualsiasi dimensione possa appartenere e di qualunque tipo possa essere, essa non è altro che il risultato di vibrazioni. Dice il Maestro Raphael: “Quando osserviamo un minerale, un vegetale, un animale, una stella, un pianeta, un viso, un fiore, quando contempliamo un sorriso o uno sguardo di bimbo noi ci troviamo di fronte ad un’armonia di accordi, di ritmi. Chi coglie questa realtà, senza alcun condizionamento, costui vibra con l’universo, con la vita, con l’amore dei filosofi.” Cosa significa vedere un oggetto? Significa che i nostri occhi rispondono alle vibrazioni di luce emanate dall’oggetto: si tratta di accordi, ritmi. Quando invece la mente pretende di trasformare quest’armonia di beatitudine in concetti di forme e di nomi; quando tenta di cristallizzare lo scorrere della vita, l’incanto si spezza e di una realtà palpitante e vivente apprendiamo solo il debole riflesso concettuale di una mente che non sa rimanere in silenzio, cessando così di assaporare l’eterno. *(11)

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Dobbiamo quindi accettare l’idea che l’universo sia un composto di energia dinamica vibrante e che tutte le forme esistenti in esso, non siano altro che centri, vortici energetici o stati vibratori. Ogni vita non è che il risultato di una coscienza, intelligenza e volere direttivo che produce attività vibratoria discordante o armonizzante con la Vita una. La discordanza produce il dualismo conflittuale o meglio la malattia ad ogni livello: fisico, psichico e spirituale. L’armonia invece produce il giusto ritmo, giusto reparto, un accordo, un equilibrio perfetto. Nel campo spirituale si parla di Pax profonda, di beatitudine, di gioia, estasi divina e tali termini non fanno altro che indicare alcuni stati vibratori del Coscienza dell’Essere che possono essere anche realizzati, perché virtualmente vivono ed esistono in noi. Le grandi sfere cosmiche sono create dal ritmo-armonia che inonda lo spazio interstellare. Come captare tali ritmi? Come preparare il nostro veicolo corpo-mente per comprendere tali armoniche? Come rieducare la nostra psiche affinché si possa sintonizzare col suono interiore del proprio “Essere” e a quello di tutte le forme visibili? E’ necessario dire a tal proposito che l’istinto, il sentimento, il pensiero, producono armonia e disarmonia; con le nostre corde vibranti possiamo offrire a noi stessi e agli altri, melodie di ritmi o note discordanti. L’universo e composto di indefiniti centri energetici di luci vibranti che emanano influssi e questo ci fa comprendere che, ad esempio, una costellazione, un sistema solare, emana nello spazio energie sottili qualificate che influenzano più o meno positivamente la vita di tutti.

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Lo spazio è vita e ogni vita è un punto di energia vibratoria che trasmette influssi qualificanti o radiazioni tonali. Allora se sul nostro pianeta piovono di continuo energie influssi e radiazioni, ci si chiede: qual è la loro fonte? Quali intrecci radianti esistono nel giro delle costellazioni e sistemi solari? Comprendere ciò significa stendere dei grafici che ci potranno consentire di trovare il nostro giusto posto nell’universo e così saperci armonizzare con gli influssi vitali della vita stessa. La continuità di coscienza che normalmente esiste nei vari piani vibratori, dai più grossolani a quelli più sottili, molte volte viene a mancare, perchè l’ente separato non è capace di rapportarsi con una continuità di consapevolezza alle diverse frequenze che s’incontrano nel passaggio da un piano all’altro. Il piano sottile è più vibrante e veloce di quello fisico grossolano e la coscienza di un Ente non sopporta quella tensione che si verrebbe a verificare nel passaggio di stato; tuttavia tale inconveniente può essere superato con l’addestramento e l’armonizzazione che si ricava da un addestramento Yogico. Possiamo quindi riconoscere come l’universo intero costituisca un’Unità composita in cui fluiscono indefinite correnti energetiche, praniche, che spingono al contatto, alla rispondenza e al rapporto. L’armonia globale prevarrà quando tutti i centri energetici non offriranno più resistenza alla reciproca interrelazione o interconnessione. La sfera sottile come ben dicemmo non deve considerarsi come distinta e separata dal contesto vitale universale, ma come una componente vibratoria cosmica con una sua 216

dimensione peculiare. Unità e continuità sono sempre presenti nell’Universo (Chàos-Cosmos). Per il Vedanta, materia e mente non sono altro che modi esistenziali di un’unica realtà energetica. L’intera manifestazione, con i suoi differenti livelli vibratori non è altro che energia Sakti indifferenziata che, risuonando sulla tastiera del tempo, produce punti, linee, piani, volumi visibili o invisibili ai nostri limitati occhi sensoriali. Il corpo sottile di ogni essere umano è foggiato della stessa sostanza cosmica. Da qui i contatti telepatici e l’osmosi tra un corpo sottile e un altro. Questo fatto può essere esteso ad un pianeta, sistema solare, costellazione o galassia. La separazione o senso di distinzione è una prerogativa della mente individuata che non sa vedere e quindi riconoscere l’UnoTutto. Terminiamo ricordando un versetto tratto dalla Astavakra Samhita, che fa parte della Sruti o verità rivelata per via diretta: “Virtù e vizio, piacere e pena appartengono alla mente, non a te, onnipervadente. Tu non sei né colui che fa né colui che fruisce. Tu veramente sei sempre libero.” Le coppie degli opposti o dei contrari nascono nella mente e ineriscono al mondo e alla sua intrinseca costituzione. La Coscienza-Sé non è invece separata; la sua natura non è toccata né dall’azione né dalla non azione, e rimane distante dall’ottenimento dei suoi frutti. Il soggetto (corpo-mente) che agisce non è altro che l’io empirico, un soggetto di relazione mentale, pseudo entità fittizia creata dall’identificazione della coscienza al veicolo mente-corpo che per errore separatosi dalla Vita pensa di essere il Puro 217

Soggetto con potere di scelta, azione e discriminazione (mentre in realtà esso è sempre un oggetto, uno strumento della Coscienza Impersonale che lei stessa utilizza per determinati scopi ben precisi.). Il Sé Pura Coscienza, autentico Soggetto-Testimone rimane tuttavia libero da ogni qualificazione determinante e da ogni vincolo o legame, malgrado che l’apparenza limitante (del corpo) sembrerebbe affermare il contrario. Leggiamo nel “Fuoco di Ascesi:” del Maestro Raphael: “L’io empirico, immerso in una infinitesima porzione di spazio-tempo, ignora l’Intero, quindi è succube degli eventi, dei contrari, della storia, del particolare, Il Sé, viceversa è fuori del tempo-spazio-storia; abbraccia l’ieri, l’oggi e il domani in un eterno presente che gli permette di essere padrone della causa, dello spazio e del tempo da cui erroneamente emergono le polarità.

Reggio Calabria anno 331 del dup. Yuga al sec. Maggio 2010

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Zenabre

Glossario sanscrito
Avyidia primigenia: L’illusione cosmica principiale che poi si espande a tutti i livelli coscienziali fino a scomparire nel Brahman Nirguna. Avatara: Incarnazione divina, anima realizzata che solitamente scende sulla terra per ripristinare l’ordine o la tradizione. Bhagavad gita: Il canto del beato di Krsna, il testo più sacro per gli induisti; scritto intorno al II sec. d.C., di argomento filosofico e realizzativo. Costituisce una parte del sesto libro del Mahabharata. Deva: Tutte le divinità indù, sia del piano manifesto che di quello immanifesto.

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Guna: Qualità, che in base al Karma, determinano il carattere di una persona e il suo destino. Esse sono: Sattua, Rajas, e Tamas; il primo di natura luminosa, il secondo di natura energetica, il terzo di natura pesante ed inerte. Dal gioco di questi tre fattori, attraverso una catena infinita di evoluzioni, scaturirono gli oggetti e gli individui, le caratteristiche psicofisiche del mondo empirico e il samsara, o ciclo delle rinascite. Fino a quando questi fattori si trovarono in equilibrio, regnava la pace nel cosmo, ma quando uno di essi prevalse sugli altri s’innescarono i processi dinamici dell’universo, si svilupparono la materia e i cinque elementi: terra, aria, acqua, fuoco ed etere, e si formò l’uovo del Brahman. Kaivalya: Liberazione e affrancamento dal ciclo delle rinascite. Karma: Legge cosmica di azione e reazione che determina il destino degli esseri viventi legando gli stessi alla catena del Samsara o ciclo delle reincarnazioni. Si può sfuggire a tale legge attraverso la conoscenza-coscienza liberatrice. Kundalini-sakti: E’ la forza cosmica universale che dirige tutti i piani visibili e invisibile e che negli esseri incarnati giace addormentata all’altezza del centro basale o Muladhara Chakra. Manas: Mente, comprensione (man= pensare). Il manas è la facoltà pensativi e discriminante. Manvatara: Nel riemergere dell’Essere qualificato, “Iswara Saguna”, in seno al Brahman inqualificato, si parla di cicli cosmici (Kalpa) di natura circolare, che includono “Ere umane” (Manvatara) come sottocicli a loro volta suddivise in epoche storiche (Yuga) anch’esse disposte circolarmente. Maya: L’illusione, che a tutti i livelli incatena gli enti al ciclo delle rinascite. Sinonimo di “avidya”, non conoscenza, ignoranza.

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Mimansa- Purva e Uttara: Altra scuola di pensiero induista che si proponeva di realizzare la trattazione sistematica dei testi e dei rituali che stanno alla base dei culti sacrificali vedici. Fu fondata da Jamini, un saggio del 200 d. C., e poi elaborata da Kumarila, 690-700 d.C. Nirguna: Lo stato incondizionato al di là dei Guna. Al di là di ogni condizione mentale. Om Santih: Invocazione e saluto di pace. L’Om è il suono primordiale cosmico da cui scaturì ogni cosa. Tale sillaba sacra è simbolo dell’Assoluto, di Brahman e di tutte le concezioni che l’uomo può farsi del Supremo, del Divino. Tale suono fa parte essenziale di quasi tutti i mantra, sacre cantilene che, se ripetute con fede e costanza, possono fare miracoli. Prana: Energia cosmica che circola nei corpi di tutti gli esseri. Pranayama: Esercizi di controllo del prana, o energia vitale, che circolando nel corpo in modo equilibrato è la base della nostra salute fisica. Purusa-Prakriti: L’energia cosmica polarizzata in tutti gli esseri viventi e non viventi e in tutti i piani esistenziali. La Prakriti rappresenta l’energia attiva ed esecutiva, in rapporto al Purusa ma non in opposizione a lui, in quanto essa rappresenta una sua proiezione o polarizzazione; Eva nasce, come si sa, dalla costola di Adamo, e il Purusa stesso o Iswara è un riflesso del Brahman o Turya che osserva e sostiene ogni cosa, senza prendere parte all’azione. La Prakriti, sostanza primordiale della natura, è considerata dalla filosofia Samkhya di Kapila, vera e propria causa strumentale dell’evoluzione. Per il Vedanta è equivalente a Maya. La sostanza cosmica, il polo negativo dell’Essere.
Purvamimansa (Via dei rituali) e Uttaramimansa (Via del Nirguna)

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Due sono le vie: La prima chiamata “Purvamimansa”, via dei rituali che può essere: Pitryana e Devayana, cioè degli Avi (lunare) e degli Dei, (Solare) essa fa parte del Saguna, o dell’Uno qualificato, (Piano manifesto) ed ha per scopo o il ritorno sulla terra (Brahmaloka lunare - la prima) o la fruizione dell’immortalità (Brahmaloka solare - la seconda), il frutto degli Dei con la possibilità del non ritorno. Quindi, mediante i riti, si cerca di ottenere, di avere, di fruire. Essa è chiamata anche “Riflessione anteriore, che viene prima di…”. La seconda via, quella dell’Assoluto inqualificato o Immanifesto altrimenti detta “Uttaramimansa” (Via del Nirguna), che ha invece lo scopo di realizzare l’identità col Brahman, la liberazione suprema; con essa più che fruire o ottenere qualcosa, si tende ad Essere. Rsi: Veggenti, saggi dell’antica India che ricevettero per via diretta la Verità espressa successivamente nei sacri testi dei Veda. Saguna: L’Assoluto con qualità. Samkhya: Sistema filosofico di Kapila in cui si considera la “Prakriti”, sostanza primordiale della natura, come vera e propria causa strumentale dell’evoluzione. Sat – Cit - Ananda: Pura esistenza, pura coscienza, pura beatitudine. Caratteristiche essenziali dell’Assoluto Brahman. Siddhi: I poteri che, come i frutti, vengono raccolti man mano che si avanza sulla via dell’Autorealizzazione. Rappresentano le prime illusioni sulla via che porta alla liberazione. Sruti e Smrti: I sacri testi della verità udita o rivelata ai grandi Rsi e quelli della verità rammentata o ricordata alle masse.

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Susumna: Canale sottile e invisibile attraverso cui circola Kundalini Sakti, l’energia primordiale che in forma serpentina giace arrotolata nel chakra più basso -il muladhara- all’altezza del plesso solare. Attraversando questo canale sottile, la stessa energia passa per i vari centri energetici e arriva infine all’ultimo, il sahasrara chakra, raggiunto il quale si unisce a Siva realizzando la grande alchimia o trasmutazione e consentendo allo yogin di conseguire l’illuminazione. Swarupa, Swanama: L’Assoluto nell’aspetto del senza forma e senza nome. Tathagata: Corpo-mente completamente spiritualizzato e che in quanto tale non va in alcun luogo quando muore, per la buona ragione che egli si trova dove ognuno è sempre stato senza saperlo (Stato di Essere). Upanishad: Sacri testi attraverso cui è simbolicamente descritta la via diretta verso la realizzazione del Se. Upasana: Tradizionalmente l’Upasana o meditazione è uno strumento purificatorio il cui esercizio conferisce mezzi e capacità illimitati: meditando opportunamente, “la sillaba Om ha il potere di attualizzare qualsiasi istanza”, afferma Samkara. Possiamo considerare le Upasana “meditazioni rituali” mirate a suscitare attitudini mentali superiori in relazione ai doveri quotidiani, sociali, religiosi ecc., e a preparare il terreno mentale a jnana (conoscenza). L’Upasana è un atto mentale che espande l’individualità verso sfere superiori attraverso successive identificazioni, mentre jnana è lo stato di coscienza in sé che pervade i contenuti mentali, che si svela mediante il “neti neti” (non questo-non quello) che rimuove la falsa identificazione sovrapposta, risolvendo l’ente-jiva nel sostrato brahmanico. Samkara precisa che l’Upasana è una modificazione mentale (vritti) e che lo è anche il concetto di conoscenza o di non dualità, mentre jnana, la conoscenza non-

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duale immodificata, quale natura stessa dell’Atman, è il sostrato immutabile di tali modificazioni. Vasana - Samskara: Cristallizzazioni e schemi mentali ripetuti attraverso le varie abitudini e che, come dei solchi invisibili, legano gli Enti al samsara o ciclo delle rinascite. Veda: Sono i testi sacri appartenenti alla Sruti o verità udita o ascoltata e perciò rivelata per via diretta ai grandi Rsi o saggi. Essi sono le quattro Samhita nonché i Brahmana e le Upanisad, compresa la loro parte centrale o Aranyaka o testi della foresta che riguardano le pratiche ascetiche dei rinuncianti. Vritti: Onda pensiero; modificazione mentale. Yama e Niyama: Le regole di autocontrollo e le osservanze per raggiungere il perfetto stato di realizzazione. Simili ai dieci comandamenti dei cristiani. Yoga sutra di Patanjali: Scuola filosofica realizzata da Patanjali, un saggio del V sec.d.C., al fine di raggiungere.

P.S.
……….Un vivo ringraziamento vada alla Sign.ra Giovanna De Stefano per la grande pazienza nonché per la grande accuratezza messa in atto sia nel controllo che nell’editing di tutta quanta l’opera. Si ringrazia inoltre la Vidya Ed. Roma cui si è attinto, specialmente in relazione ad alcune opere tradotte direttamente dal Sanscrito e commentate dal Maestro Raphael, nonché tutti i diversi autori cui si è fatto riferimento nella bibliografia.

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Un elogio particolare a mio figlio Enzo per il lavoro di grafica e di copertina.

L’autore e lo Yoga: Alcune posture fondamentali Prima sequenza: Mulabanda o vajrasana

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Seconda sequenza: Viparitakarani mudra e Sarvangasana

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Terza sequenza: Sirshasana

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Purnam adah purnam idam Om! Purnat purnam udacyaté! Purnasya purnam adaya Purnam evavasisyate Om santih santih santih

Quello è Pienezza Questo è Pienezza La Pienezza nasce dalla sua Pienezzza Tutto ciò che esiste è Pienezza Om! Pace, Pace, Pace Isa Upanisad

“Il grande maestro Paramahansa Yogananda fondatore della S:R:F: (Scienza dell’Autorealizzazione) e discepolo di Sri Yukteswar altro grande maestro realizzato autore di un libro inestimabile la “Sacra Scienza” dove fa risaltare come scienza e Religione alla fine si ritrovano uniti, cosi afferma: “…Tra gli infiniti misteri del cosmo, il più straordinario è quello della luce. Diversamente dalle onde sonore, la cui trasmissione richiede l’aria o qualche altro vettore, le onde-luce passano liberamente attraverso il vuoto dello spazio interstellare.”

N.b.
I proventi che si ricavano da questo libro per il quale non si richiedono diritti d’autore saranno impiegati per la ristampa dell’opera. Reggio Calabria Maggio 2010

Notizie biografiche dell’autore
Negli anni che vanno dal 2002 al 2005, l’autore ha pubblicato una trilogia di poesie e pensieri che iniziarono con “Novae” e “Νόησις”, cui si aggiunse poi “Α-λήθεια…ovverosia delle cose non celate”. Per la sua attività letteraria, il 7 dicembre 2006, la Presidenza del Consiglio del Comune di Reggio Calabria ha assunto

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l’iniziativa di attribuirgli un doveroso riconoscimento con la motivazione di chi tiene alto il vessillo della regginità e che tra mille difficoltà si distingue, spesso tra la disattenzione generale. Il 20 Dicembre dello stesso anno, presso l’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria gli è stato conferito il premio “G. Calogero” (XVIII ed.) riservato ad intellettuali, artisti e studenti calabresi. Il 27 aprile 2007, nel Salone dei Lampadari del Comune di Reggio Calabria, gli è stato assegnato il premio “F. Costabile” come 3° classificato per la lirica in lingua italiana. Il 9 Dicembre dello stesso anno, nel palazzo di città “Nieddu del Rio” il Sindaco di Locri gli ha conferito il Premio speciale di Poesia in lingua italiana “Trofeo del mare”. Nell’anno 2007 ha pubblicato e presentato nella Biblioteca Comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria il libro “Remember…ricordi giovanili” nel quale, tra poesie e ricordi l’autore pone sempre all’attenzione il problema dell’Essere nel cui centro coscienziale non esistono differenze o “parti”, ma dove regna incontrastato lo splendore unitario del Sé. Nell’anno 2008 ha presentato presso S. Giorgio al Corso, col Gruppo Unioni Scrittori-Anassilaos, il saggio filosofico: “Platone e il Vedanta”.

Nell’anno 2008 è stato insignito dei seguenti premi: • Rhegium Jiuli: Premio “Nicola Giunta” - Inedito 2007- XI° Ed.: Segnalazione di merito. • Premio Nazionale di poesia “Il Golfo” La Spezia: Segnalazione insindacabile della Giuria: anni 2008-2009. • XXVI° Concorso Nazionale di Poesia “F. Bargagna” Pontedera: Premio finalista:anni 2008-2009. • Concorso Intern.le di Poesia e narrativa“Città di Salò”: Premio della giuria per la Silloge inedita. Anni 2008-2009

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• •

Premio Europeo di Arti letterarie 2008 “Via Francigena” Pontremoli. Segnalazione della giuria e pubblicazione Poesie, anni:2008-2009. Concorso poesie del Nuovo Millennio 2008: Segnalazione della giuria di silloge inedita e pubblicazione poesie. Premio Intern.le di poesia “Tropea”: Onde Mediterranee. Pubblicazione di liriche scelte in Antologia. Anno 2008. Rhegium Jiuli: Premio alla cultura 41^ Ed: “Inedito”segnalazione di merito della giuria alla Silloge poetica “S...tralci di poesie”, Anno 2008.

Nel Marzo 2009, a cura del gruppo culturale Un. Scrittori, ha presentato nella Biblioteca Comunale “P. De Nava” il libro: S… tralci di poesie. L’autore collabora inoltre con varie riviste letterarie tra le quali ricordiamo: “Calabria sconosciuta”, “Helios Magazine”, “Hermes” Periodico d’attualità e scienze umane, “Rivista italiana di Teosofia”, nonchè il “Taccuino di Psiche” Rivista scientifica dell’Istituto Mediterraneo di Psicologia.

Bibliografia
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. La filosofia greca. G. De Ruggero Ed. Laterza. Platone e il Vedanta. A. Gaetano Ed. Ellenofoni Aparuksanubhuti di Sri Samkara Ed. Vidya La Sacra scienza di Sri Yukteswar. Ed. Ubaldini Il magico potere della vostra mente di German. Ed. Medit. Oltre l’illusione. Ed. Med. 1978 Autoconoscenza di R. Lacquaniti. Ed. Vidya

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8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18.

Pensieri di saggezza. Educare alla vita di Krishnamurti. Ed. Mondadori La scienza dell’Amore Raphael. Ed. Vidya Samkara Opere minori Ed. Vidya La triplice via del fuoco: Raphael Ed. Vidya Fuoco di ascesi: Raphael. Ed. Vidya Prima della coscienza di Sri Nisargadatta M. Ed. Punto d’incontro La rivoluzione interiore di Osho Rajneesh. Ed. Med. La coscienza parla di Ramesh S. Balsekar. Ed. Ubaldini Nessuno nasce, nessuno muore di Nisargadatta Maharaji Ed. Punto d’incontro. Autobiografia di uno Yogi di P. Yogananda. Ed. Ubaldini L’eterna ricerca dell’uomo di P. Yogananda. Ed. Ubaldini

19. Il Tao della fisica F. Capra. Ed. Adelphi 20. Plotino o la semplicità dello sguardo, Einaudi 1999 pag. 92 21. Infinito. Viaggio ai limiti dell’Universo. Tullio Regge Oscar Mondadori 22. Considerazioni su alcune interpretazioni dualistiche del platonismo. (Da alcune note di P. Scroccaro) 23. Luci della grande Loggia Bianca di M. Cocquet Ed. Arista 24. Cfr. Samkara, Vivekacudamani , trad. e commento di Raphael 25. Chuang-Tsu: Sul Taoismo
**L’autore è pienamente convinto che di fronte al mito o al simbolo la mente razionale dianoetica, basata prevalentemente sulla “δόξα” (dόxa-opinione), può fermarsi e quindi essere pronta per la metamorfosi o trasfigurazione “Νόησις” da cui il grande balzo verso la pura coscienza.

Riflessioni sull’opera….
Nei “Banchetti” Platone parla della “Bellezza della Scienza”come uno degli scalini più alti della via che conduce verso la bellezza stessa, che è l’ordine del mondo. Questa idea dell’ordine del mondo ci induce a pensare che, diversi e contrari elementi hanno concorso ad una realtà oggettiva universalmente accettata.

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Riprendiamo ora questa formula secondo la quale, per provare la bellezza bisogna essere non solamente Spirito, ma Anima. Cerchiamo di pensare in modo concreto una situazione che ci è familiare; più familiare che chiara. Proviamo anzitutto a ricordarci secondo la terminologia di Descartes: “ciò che è in opposizione allo Spirito (mens) è la carne (caro)”. Ma non sarebbe esatto non dire che la Realtà, cioè la bellezza è la risultante di due contrari e viene intesa nei suoi molteplici riferimenti ed in particolare nell’Arte. Vorrei aggiungere a questa mia prima riflessione che, esistere come umani non è solamente essere corpi; è: essere “Società” in senso d’altronde estremamente differente; poiché la vita sociale corrisponde forse ad una ricerca, a una insoddisfazione, a un continuo evolversi di rinnovati contrasti alla fine del corso dei quali verrà a realizzarsi quel “ Cosmos-Ordine umano” così bene analizzato nel testo: “La diversità dei contrari nell’Alchimia dell’Unità primigenia” del mio stimato amico: Antonio Gaetano. Prof. Pino Musmeci

Allora è tutto un grande cervello?
Risposta del Fisico Andrea Ferrantelli al quesito posto dall’Autore:

“Scientificamente parlando, il concetto di “grande cervello” come sorta di personificazione della realtà oggettiva può essere accettato senza grosse riserve. A patto però che si distingua tra connessione

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causale e finalità. Finchè si asserisce che i processi fisici sono determinati unicamente da un rapporto di causa-effetto, si mantiene un’ottica propriamente scientifica (alcuni direbbero “materialistica”). Quando invece si cerca un fine, un proposito dietro di essi , la scienza cede il posto alla filosofia ed alla religione. Questo perché per la scienza il “grande cervello” è completamente incapace di decidere o di interpretare il proprio divenire, generato “inconsciamente”. Rimanendo fermi nell’ipotesi di un rapporto causale scevro da finalità, l’Universo può quindi essere identificato come un “grande cervello”. Innanzi tutto, perché vige il principio di conservazione dell’energia, che conduce ad una natura “ermetica” del cosmo in cui tutto è finemente correlato. In secondo luogo, come più volte rimarcato dall’Autore, il concetto dualistico è stato messo in crisi dalla meccanica quantistica, sia dal punto di vista ontologico che gnoseologico. Questo aspetto del problema, di natura più tecnica, implica che una descrizione materialistico-meccanicista dell’Universo non può prescindere da una visione unitaria del tutto. Questo pensiero è concorde con le linee guida della presente opera, in cui la filosofia induista viene messa in relazione con la Fisica quantistica con coerenza. Attenzione tuttavia a non procedere troppo oltre con questa analogia. Come già osservato, da un punto di vista puramente scientifico, in natura non esiste alcun concetto di finalità né di giustificazione. Con queste premesse, gli ambiti di scienza e religione dovrebbero quindi rimanere separati. Risulta comunque stimolante, e sicuramente affascinante, l’idea che teorie postulate all’incirca un secolo fa , e sviluppate tutt’ora, trovino supporto filosofico in una tradizione che ha più di 3000 anni di storia.” Dr. Andrea Ferrantelli. Biografia:
Il dr. Franco Cardone nato a Reggio Calabria il 24 novembre 1957 è residente nella stessa città. - Laureato in Chimica industriale presso l’Università degli studi di Messina, abilitato per l'esercizio della professione, iscritto all’Ordine dei Chimici della Calabria. - membro del Direttivo della Società Chimica Italiana (sez. Calabria) con sede presso l'Università degli studi della Calabria - Dip. to di Chimica; - membro del Gruppo Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (G.N.F.S.C.); - membro dell'Associazione Italiana di Ingegneria Chimica (A.I.D.I.C.) di cui ha curato la rubrica Note di storia della chimica pubblicata sulla rivista ICP (organo A.I.D.I.C.);

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- responsabile della sezione Storia e filosofia della scienza dell'Associazione Culturale Anassilaos - (RC); - autore di monografie inedite riguardanti la storia della chimica; - Ha tenuto conferenze sulla storia della scienza presso le università di Trieste, Perugia, Bologna, L’Aquila, Cosenza, Messina, Roma. Autore del saggio Acqua, aria, terra e fuoco - storia della chimica dagli albori a Lavoisier (444 pp. + ill.) - Editore Laruffa, Reggio Calabria settembre 1999 – prefazione del Prof. Angelo Liguori dell’Università della Calabria. Autore, insieme al Prof. Alfredo Focà, (ordinario di Microbiologia presso l’Università di Catanzaro) del saggio Raffaele Piria, Medico, Chimico, Patriota / Innovatore della Chimica in Italia - (220 pp. + ill.) Collana Bruttium et Scientia, Editore Laruffa, Reggio Calabria maggio 2003 – prefazione del Prof. Giorgio Cavalli Accademico dei Lincei..Autore del romanzo Codice Picatrix – La finestra su Piazza Navona (402 pp.) Editore Laruffa, Reggio Calabria, giugno 2006.

Biografia:

il Prof. Pino Musumeci, Cav. Delle Palme accademiche francesi e fiduciario regionale della SIDEF (Società Italiana dei francesisti) . Ha insegnato al Liceo “Amper” di Lione negli anni 1954-1958. Ordinario di lingue e letteratura francese nei Licei è stato inoltre Incaricato dal Ministero P:I. Uff. Studi e Programmazione come insegnante per specialisti di lingua francese.

Biografia:

Il dr. Andrea Ferrantelli nasce nel 1977 a Torino, dove si laurea in Fisica ad indirizzo teorico nel 2002, con una tesi sugli aspetti formali della teoria della supergravità. Nell’autunno del 2005 si trasferisce ad Helsinki, dove risiede tutt’ora. Nel Gennaio 2010 consegue il PhD nell’ambito di Cosmologia e fisica delle Astroparticelle. Attualmente si occupa di teorie che descrivono l’Universo primordiale volte a spiegare l’origine della materia oscura. E’ attivo da diversi anni anche dal punto di vista musicale come chitarrista e bassista, nell’ambito di musica progressive ed avant-garde, con varie collaborazioni in Italia e Finlandia

SOMMARIO
PREFAZIONE...........................................................................3 PRESENTAZIONE...................................................................4 234

LA SPECULARITÀ DEL TUTTO........................................9 POLARITÀ NON POLARITÀ… ..........................................11 LA SCIENZA PITAGORICA: LA DIADE NELL’UNO......21 LA POLARITÀ NELLA NATURA UMANA........................27 LA POLARITÀ ALLA LUCE NELLA FISICA MODERNA .................................................................................................. 30 L’ADVAITA VEDANTA E LA FISICA DELLE PARTICELLE.........................................................................45 IL TIMEO DI PLATONE E LA NUOVA FISICA................54 LA COPPIA PARTICELLA-ONDA E IL CONCETTO DI “ CAMPO” ..............................................................................69 IL SAGGIO DEV’ESSERE SEMPRE UNO CON QUEL SILENZIO ..............................................................................81 ILLUMINAZIONE E POLARITÀ ORIGINARIA ..........96

ENERGIA E POLARITÀ ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE .................................................................... 106 LA NUOVA VISIONE: PERIAGOGHÉ – METANÒIA ..131

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LA DUALITÀ NELLA MICRO E MACRO FISICA NATURANTE ................................................................... 140 DUALITÀ-DUALISMO-POLARITÀ.................................151 QUIETE-MOTO: POLARITÀ CONCETTUALI ..............160 DUALITÀ PRIMIGENIA E DUALISMO ......................161 LA MENTE DI FRONTE AL MONDO POLARE MAYANICO..........................................................................167 LA POLARITÀ ALLA LUCE DEI CONCETTI DI SPAZIO, TEMPO, CAUSA ...........................................................172 DIO PADRE O MADRE PUÒ PROCEDERE ..................189 OLTRE LA POLARITÀ: SWA-NAMA-RUPA ...........194 . .199

163LA POLARITÀ E L’ATTRAZIONE SESSUALE

LO YOGA: METODO SCIENTIFICO PER USCIRE DALLA POLARITÀ IMPRIGIONANTE......................................208 CONCLUSIONI....................................................................212 GLOSSARIO SANSCRITO................................................219 P.S.......................................................................................... 224 236

L’AUTORE E LO YOGA: ALCUNE POSTURE FONDAMENTALI ..............................................................225 NOTIZIE BIOGRAFICHE DELL’AUTORE......................228 BIBLIOGRAFIA................................................................... 230

Lord Shiva

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