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S I ORIA/INTERVENTI - 21

R in g r a z ia m e n ti

A Natale Musarra e aH’Archivio Storico degli Anarchici Siciliani, a


Carmelo Ferrara e alla Biblioteca di Studi Sociali «Pietro Gori» di Ti-
poldo (ME), per il prezioso contributo fornitomi nella ricerca sulla
stampa. Ad Anteo Leggio per la grande disponibilità e collaborazione.
A Salvo Marletta, per aver svolto gratuitamente, in omaggio a Franco,
il lavoro di montaggio e preparazione alla stampa. A Letizia, Karim e
Bianca per la pazienza, la comprensione e la complicità.
Franco Leggio

LE PAROLE E I FATTI
Cronache, polemiche, reportages
1946-1959

A cura di
Pippo Gurrieri

SICILIA P U N T O L
EDIZIONI
Franco Leggio,
Le parole e i fatti.
Cronache, polemiche, reportages - 1946-1959,
Sicilia Punto L,
Ragusa, ottobre 2007.
Prima edizione in volume.

Pubblicazione a cura
dell’Associazione Culturale «Sicilia Punto L»,
vico Leonardo Imposa 4 -9 7 1 0 0 Ragusa.
E-mail: info@sicilialibertaria.it
www.sicilialibertaria.it

Contributi e richieste
a mezzo c.c.p. n. 10167971,
intestato a Giuseppe Gurrieri,
vico Leonardo Imposa 4 -9 7 1 0 0 Ragusa.

In copertina: Franco Leggio in una foto del 1972.

Composizione e pellicole: B/mnime,


Grafica editoriale di Pietro Marletta,
via delle Gardenie 3, Beisito,
95045 Misterbianco (CT).
Tel. 095 71 41 891.
Stampa e allestimento:
Tipografia A.&G. di Lucia Amara,
via Agira 41, 95123 Catania.
Ottobre 2007.
Prefazione

Per Franco Leggio, di cui qui vengono raccolti per la prima


volta in volume quarantuno articoli apparsi su vari giornali è ri­
viste anarchici, scritti in un arco di quindici anni, a partire dal­
la sua scarcerazione dopo la partecipazione alle sommosse con­
tro il richiamo alle armi del gennaio 1945, il comunicare era esi­
genza primaria. Comunicare la tensione anarchica, la proposta
anarchica affinché non rimanessero prigioniere di sterili mili­
tanze astratte dalla realtà. Non poteva esistere, infatti, nella di­
mensione libertaria, rivoluzionaria, anarchica di questo militan­
te, neanche minimamente, un anarchismo che tutti i giorni non
facesse i conti con il contesto sociale, che non si ponesse il pro­
blema di comprenderlo e tentare di cambiarlo.
Ed in questo, la stampa aveva una importanza centrale. Per
quella generazione, che aveva attraversato il fascismo e la resi­
stenza, compresa la fragile e zoppa liberazione, si poneva come
prioritario il problema della propaganda, del mantenere in vita
uno o più organi di stampa, di diffondere la parola anarchica
fra gli oppressi e a tutti i costi.
Franco Leggio aveva «il giornale nel sangue»; era stato da
sempre propugnatore dell’esistenza di una stampa anarchica
immersa nelle lotte, nei fatti, e da essi contaminata nel momento
stesso in cui cercava di contaminarli. Non giornali asettici, piat­
ti, sciatti, avulsi dall’ambiente, che non fornivano risposte ai
problemi reali, ma strumenti di penetrazione, di diffusione del­
le idee di ribellione e di stimolo ad uscire dalla rassegnazione.
Anche quando non possedevano i mezzi, gli anarchici ragu­
sani, ad esempio, avevano redatto un giornaletto, «La scintilla
darà la fiamma», che non aveva a caso quel titolo (al di là delle

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reminiscenze leniniste dello stesso). Lo scrivevano a mano su fo­
gli di quaderno, in pochissime copie, che poi facevano girare al­
le miniere di asfalto, alle cave di pietra, nelle botteghe artigiane;
non si scoraggiavano delle difficoltà: modesti operai, la sera si
trasformavano in «amanuensi» della rivoluzione. Quel giornalet­
to ebbe una funzione di rilievo nella preparazione dello stato
d’animo che poi produsse le sommosse armate popolari contro
il richiamo alle armi del governo Badoglio, nel gennaio del 1945.
Il pallino della Federazione Anarchica della Sicilia Sud Orien­
tale, sorta a Modica nel 1946 ed espansasi in quasi tutta la pro­
vincia ragusana ed un po’ anche fuori, fu subito quello di stam­
pare un giornale; ne uscì solo il primo numero, «La Diana», ma
anche questo fatto ci dimostra quanto gli anarchici siano insa­
ziabili propugnatori della propaganda, pur potendo usufruire,
spesso, di organi di stampa nazionali; infatti nel dopoguerra, ol­
tre a tre settimanali: il rifondato «Umanità Nova», erede del
quotidiano malatestiano soppresso dai fascisti, «L’Adunata dei
Refrattari», redatto dalla folta colonia anarchica italiana negli
Stati Uniti e alla lunga il più diffuso in Sicilia, e «Il Libertario»
di Milano, il movimento metteva in campo altri importanti or­
gani di stampa, come i quindicinali «Volontà» di Napoli e
«L’Aurora» di Forlì, e decine di altri minori.
Di tutte queste testate, come testimonia la selezione di artico­
li che compongono questo volume, Franco Leggio, un operaio
autodidatta dalla vastissima cultura, è stato corrispondente loca­
le, spesso tra mille difficoltà, come quella, a un certo punto, di
essere ridotto in condizione di povertà tale da non avere neppu­
re i soldi occorrenti ad affrancare le spedizioni dei suoi articoli ai
giornali, dovendo ricorrere all’affrancatura a carico del destina­
tario, con suo grande disappunto. Per trasformarsi, subito dopo,
in diffusore degli stessi, di modo che gli articoli che redigeva cir­
colassero in primo luogo fra i diretti interessati e sul territorio.
In Sicilia, sul finire degli anni quaranta gli anarchici di Sira­
cusa pubblicavano «Terra e Libertà», anche sotto forma di nu­
meri unici con testate differenti per aggirare le leggi sulla stam­

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pa, nel tentativo di gettare le basi per una pubblicazione regio­
nale, ed a Palermo il vecchio «leone di Collesano», Paolo Schic­
chi, pubblicava «L’Era Nuova», anch’egli costretto a cambiare
lestata più volte; questo senza contare i tentativi di dare vita ad
altre pubblicazioni o i numeri unici usciti qua e là.
Nei primi anni cinquanta si aprì un dibattito sulla necessità
di dotare il Mezzogiorno di un organo di stampa stabile. Fran­
co Leggio, che proprio nel ’50 aveva lasciato Ragusa per cercare
lavoro altrove, e si trovava a Napoli, prese parte al dibattito, an­
zi, possiamo dire che ne fu tra i promotori; dibattito che a un
certo punto si trasferì su un apposito bollettino: «Conoscersi...
Comprendersi», che usciva ciclostilato a Bari, ma che dopo al­
cuni mesi dava conto di evidenti segni di stanchezza nel dibatti­
to. Sul numero 5 dell’agosto 1954 viene riportato un suo inter­
vento che ritengo importante perché esprime una posizione ine­
quivocabile rispetto al ruolo della stampa e cerca di dare una
sferzata a quell’atteggiamento tra il fatalista e l’attendista di
molti compagni; eccone alcuni stralci:
« H o l ’im p r e s s io n e (e v o r r e i c h e s i tr a tta s s e s o lta n to d i u n a
m ia im p r e ssio n e ) ch e l ’in te r e s s e p e r i l “g io r n a le tto p e r i l m e r id io ­
n e ” e p e r i l b o lle tti n o ( “C o n o s c e r s i... C o m p r e n d e r s i”) in c u i s i
d o v e v a d ib a tte r n e t u t t e le “c a r a tte r is tic h e ’ sia, in q u e s ti u ltim i
te m p i s c e m a to d i un b u o n 75% e . . . ch e i l te r m o m e tr o c o n tin u a a
sc e n d e re m e la n c o n ic a m e n te l [...] v is ita n d o d e i co m p a g n i, h o d o ­
v u to , con p r o fo n d a a m a re zza c o n s ta ta r e ch e in m o lt i s u s s is te la
m e n ta lità d i q u e l ta le a l q u a le p ia c e v a tr o v a r e s e m p r e i l . .. p ia tto
b e llo e p r o n to se n za ch e esso s i p re o c c u p a sse d i f a r e n u lla [,..]/« -
so m m a , m o lt i c o m p a g n i s i c o m p o r ta n o c o m e s e i l “g io r n a le tto ”
in v e c e ch e f r u t t o d i v o lo n tà , d e l l ’im p e g n o , d e l l ’in te r e s s a m e n to ,
d e lla p e r s e v e r a n z a e te n a c ia n o stra (m ia , tu a, sua, d i c o lo ro c io è
ch e s e n tia m o e a b b ia m o c o n v in z io n e d e lla “n e c e s s ità ” d e l g io rn a ­
le tto n o stro d e lle p la g h e m e r id io n a li) f o s s e u n d o n o d e l caso b e n i­
g n o o d e llo s p ir ito s a n to o d i ch issà c h e co sa !! [...] S v e g lia c o m ­
p a g n i! F acciam o i l b o lle ttin o ; fa c c ia m o i l g io rn a le, fa c c ia m o ch e il
b o lle tti n o e i l g io r n a le s ia n o s u b ito u n a re a ltà v iv a e d o p e r a n te ,

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fa c c ia m o ch e la n o stra v o c e a n a rch ica sc u o ta d a l to r p o r e la g e n te ,
la p o v e r a g e n te d e l m e r id io n e ch e so ffre e g e m e . O c c o rre ric o rd a ­
re ch e p e r f a r e i l g io rn a le , ch e p e r f a r e i l b o lle ttin o o cc o rro n o s o l­
d i e im p e g n i te n a c i e in te r e s s a m e n to e c o lla b o r a z io n e e d e n tu s ia ­
s m o e b u o n a v o lo n tà , e id e e e in fo r m a z io n i, e n o tiz ie e se g n a la ­
z io n i ( d i a rtico li, d i lib ri, d i re ce n sio n i, ecc. ecc.) e s u g g e r im e n ti e
c ritich e, e d iffu s o r i in s ta n c a b ili... A m m e n o c c h é i l “s e n tir e la n e ­
c e s s ità ” n o n sia ch e u n s e n t i r e . .. p la to n ic o . A llo r a in q u e s to caso
n o n resta a c o lo ro ch e vogliamo ch e i l g io rn a le sia fatto, o g g i n o n
d o m a n i, ria ffe rm a r e l ’im p e g n o d i m e tte r c i s u b ito a l l ’o p e r a ...
M O L T IP L IC A N D O C I s e occorre. L e p a r o le n o n h a n n o alcu n se n so
s e n o n s o n o a c c o m p a g n a te d a l fa r e , d a i f a tti, d a l l ’a zio n e , d a l-
l ’ESEM PIO ».
L’intervento era seguito da una nota della redazione che co­
sì recitava:
« L a r e d a z io n e d i q u e s to b o lle ttin o è lie ta d i se g n a la r e l’esem­
pio d i b ra n co L eg g io i l qu a le, c o m e risu lta d a l re so c o n to a m m in i­
s tr a tiv o , h a m e s s o a d is p o s iz io n e lir e c in q u a n ta m ila n o n a p p e n a
h a risco sso g li a r r e tr a ti d i u n a su a p e n s io n e d i in v a lid ità [...]».
Sottoscrivere l’equivalente di un tre mesi di salario per una
persona che stava affrontando un momento diffìcile della pro­
pria vita, soprattutto dal punto di vista economico, è uno di
quei gesti straordinari ai quali ci ha abituati Franco Leggio nel
corso dei suoi sessant’anni di vita spesi per l’ideale anarchico.
Per il resto: il giornale del meridione non si farà, ma nascerà,
alla fine del 1956, il giornale degli anarchici siciliani «L’Agita­
zione del Sud», che per oltre un anno verrà stampato a Modica,
seguito personalmente da Leggio, che subirà anche qualche
guaio giudiziario assieme al direttore responsabile. Ciò non gli
impedirà in quello stesso periodo, di pubblicare, assieme agli
anarchici di Modica, dei numeri unici che potessero soddisfare
appieno le sue esigenze di scrivere e di fare propaganda: una
costante nella sua militanza, che lo porterà, ad esempio, a rile­
vare le edizioni Anteo e a costituire nel 1960 «La Fiaccola», una
casa editrice caratterizzata per le centinaia di opuscoletti di

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propaganda messi in circolazione in quantità spesso rilevante,
ma soprattutto a prezzi popolari. E non sarà un caso se saranno
proprio questi opuscoletti a fare da contenitore a delle pagine
extra, dei «fuori testo», all’inizio redatti su foglietti colorati, che
precedevano e seguivano il titolo del volumetto, riportando in­
terventi, riflessioni, documenti, traduzioni, come fossero una
sorta di rivista veicolata dagli opuscoli. I fuori testo, una cui se­
lezione è stata ripubblicata per la collana «La Rivolta» nel 2001,
sono una miniera di informazioni, uno sguardo sul mondo visto
con gli occhi di un anarchico attento, vivo, curioso, irrequieto,
sicuramente quasi sempre un passo più avanti di tanti altri nel
percepire il vento del cambiamento e le novità più interessanti
nel campo della politica, della rivolta, della contestazione.
E strano, ma mentre fino ad ora si è parlato del Franco Leg­
gio editore, del Franco Leggio rivoluzionario, molto poco si è
parlato del Franco Leggio giornalista, quando, al contrario, in
questo campo si riscontra forse la sua più spiccata personalità,
la sua più costante attività politica, che convive con una inces­
sante e immensa mole di corrispondenza. In questo solco, negli
anni 70, con i giovani anarchici di Ragusa, si fa promotore di
alcuni numeri unici ed incoraggia sempre l’uscita di giornaletti
e bollettini. E quando vede la luce «Sicilia libertaria», ne è subi­
to entusiasta sostenitore, diffusore, collaboratore, redattore; cu­
ra le relazioni e le attività con i tipografi, specie quando sono
a Modica o a Catania, nei primi anni; vi pubblica centinaia di
articoli, cronache, noterelle, dando vita a dibattiti, polemiche,
spunti. Le sue lettere arrivavano piene di «pizzini» con riflessio­
ni, appunti, bozze di articoli, spesso incomprensibili perché
scritti in luoghi impossibili e su pezzi di carta improvvisati, ma
soprattutto con quella calligrafia unica e misteriosa, tanto da
avere indotto negli anni ’40 Paolo Schicchi a rimandargli indie­
tro la sua prima lettera con accluso un foglio di quaderno di
prima elementare, e l’invito a riscrivergliela.
L’attività giornalistica di Franco Leggio è durata fino a quan­
do le energie glielo hanno permesso, in pratica fino al 1993; do­

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po sarà solo lettore e sostenitore di una stampa anarchica sem­
pre al primo posto tra i suoi pensieri.
Di questa mole eccezionale di contributi, in questo volume
si offre una selezione volutamente limitata sia a livello spazio­
temporale che per quanto riguarda i contenuti, a quelli che
concernono la Sicilia (con l’eccezione del re p o rta g e sulla Sarde­
gna che chiude il volume). Abbiamo voluto porci dei limiti sia
per rendere più agevole il libro che avete fra le mani, sia per ri­
servare ad una futura pubblicazione un’altra selezione di artico­
li riguardanti temi più vari sia in termini di riferimenti territo­
riali che di contenuto politico.
Ritengo che il materiale qui pubblicato possa rivestire anche
per gli addetti alla ricerca storica, una fonte di prima mano per
comprendere, da un altro punto di vista, spesso quello di un
protagonista, alcuni avvenimenti importanti della nostra storia
recente, dalle lotte dei minatori ai miracoli delle statue delle
madonne, dalla scoperta del petrolio alle sommosse del ’45, ol­
tre che rivedere, attraverso gli affreschi che l’inviato Franco
Leggio ne fa, alcuni spicchi di società in aree del Mezzogiorno
depresso e sottosviluppato, rassegnato e sconfìtto.
Noi ci auguriamo solo che la lettura del presente volume, ol­
tre che farci conoscere meglio la personalità dell’anarchico
Franco Leggio, ci aiuti anche a rileggere il presente con mag­
giore senso critico, e ci renda un poco consapevoli del debito
che tutti noi abbiamo con persone come Franco.

P ip p o G u r r ie r i

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LE PA R O L E E I FA TTI
Cronache, polemiche, re p o rta g es
1946-1959
Franco Leggio a Modica
alla fine degli anni ’40.
Da Ragusa (Sicilia)
Nelle miniere d’asfalto

Da più di un anno nelle miniere di asfalto a.b.c.d., Limmer-


Aveline, la gran maggioranza degli operai lavorava a turni di tre
giorni la settimana, e lusingata da continue promesse e da una
infinità di chiacchiere ha subito l’inganno turlupinatore. Le agi­
tazioni e finanche qualche abbozzo di sciopero «organizzato»
sfumavano sempre e gli operai tornavano alle miniere mortifica­
ti e più affamati di prima.
Tre giorni di lavoro la settimana e duecentoventi lire - prati­
camente 110 lire - al giorno di salario; la farina a più di cento li­
re al chilo! La fame s’è fatta pressante e il 14 dello scorso mese
gli operai hanno detto basta all’impossibile.
La disperazione ha vinto ogni intrigo ed ogni temporeggia­
mento. Gli operai delle tre miniere sono passati all’azione diret­
ta. Alla risposta negativa da parte delle tre direzioni convocate
dal prefetto, in merito all’abolizione dei turni, gli operai unani­
memente si sono messi tutti, a chi toccava e a chi non toccava, a
lavorare decisamente. I turni debbono essere eliminati. E tante
altre cose ancora. Fra l’altro il lavoro a cottimo, il salario di fa­
me, la ricchezza mobile sul magro salario, il mercato nero, gli
incettatori e tutta la serie degli sfruttatori.
Non facciamoci lusinghe, amici e compagni, svegliamoci!
Questo atto ci sia di incitamento. Svegliamoci! Per il nostro di­
ritto alla vita.
Ai partiti mestatori, ai pavidi, ai mercenari e a tutte le san­
guisughe diciamo forte chiaramente: «Le miniere sono nostre».
F ra n k L.

N o ta - S i m u o r e d i fa m e . A l l ’in tr a n s ig e n z a d e i p a d r o n i b a sta
o p p o r r e l ’in tr a n s ig e n z a o p era ia , se n za a tte n d e r e o r d in i e d is p o s i­

li
z io n i d a ll’a lto o da ch icch essia . G l i o p e r a i ste ssi, co n la lo ro ris o ­
lu te z za , d e v o n o , r is o lv e r e i lo r o p r o b le m i. C o ra g g io , la v o r a to r e
d e lle m in ie r e d i a sfa lto !
G ru p p o A n a rc h ic o « L a F iaccola»

D a « L ’Aurora», Q u in d icin ale anarchico, Forlì, a. 42, n .s., n. 9, 25


novem bre 1946.
La stessa corrispondenza, sintetizzata, è apparsa ne «Il Libertario»
di M ilano, a. II n. 63 del 13 novem bre 1946.
N elle miniere di asfalto ragusane Franco L eggio vi riprende a lavo­
rare nel dopoguerra, p o co tem po d op o la lunga scarcerazione per aver
preso parte ai moti insurrezionali contro la guerra del gennaio 1945; vi
aveva com inciato a lavorare com e garzone-m anovale all’età di 14 anni
nel 1935; nel 1940 aveva preferito l’arruolam ento volontario in Marina
alla vita di vessazioni e alle con tin u e p rovocazioni da parte dei p o li­
ziotti ragusani che lo tenevano sotto pressione per strappare inform a­
zioni sugli antifascisti locali (si veda «Um anità N ova» del 28 settem bre
1986: La dim ensione libertaria d i Franco Leggio: appu nti d i una vita per
l ’anarchismo, di Stefano Fabbri). T utte le corrispondenze, di cui q u e­
sta è la prima, sulla situazione n elle m iniere, lo ved o n o , quindi, nella
doppia veste di cronista e di protagonista d elle lotte e d elle vicen d e
politico-sindacali all’interno delle m iniere di asfalto.

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Ragusa
Dalla Camera del Lavoro

«Il primo che fa chiasso lo denunzio alla questura, lo farò


arrestare e bastonare come un cane». Testuale. Queste parole
di colore sono state pronunciate il 4 febbraio 1947 nei locali
dell’ancor regia prefettura di Ragusa, non da qualche poliziotto
ma, cosa nient’affatto strana, dal segretario della Camera del
Lavoro, «compagno» Romano, e furono indirizzate a sei operai
in rappresentanza di alcuni disoccupati (quindici mesi senza la­
voro) che lo pregavano vivamente ad essere più energico nel
prospettare le loro condizioni alle autorità e ai datori di lavoro.
Queste parole del «compagno dirigente» Romano hanno
sdegnato tutti gli operai e i lavoratori organizzati, ma nessuno
ha avuto il coraggio di dargli una lezione e di cacciarlo dalla Ca­
mera del Lavoro.

Da più di un mese nelle piazze, nelle vie e in seno alla Came­


ra del Lavoro si discuteva sull’opportunità di uno sciopero ge­
nerale. Caro vita e disoccupazione, i due annosi problemi che
angosciano tutti i lavoratori erano all’ordine del giorno. Dietro
pressione dei lavoratori si tenne finalmente il Consiglio delle
Leghe, allargato con le rappresentanze dei disoccupati, dei re­
duci e dei partigiani, e in codesto Consiglio, il segretario Alessi
ha avuto la faccia tosta di proporre alle commissioni interne
delle miniere A.B.C.D., Limmer, Aveline, Val de Travers, la ri­
duzione da sei a quattro giorni la settimana dei turni di lavoro
per poter fare assumere una certa aliquota di disoccupati, «coi
quali dobbiamo essere solidali». Questa inqualificabile propo­

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sta e questo nuovo tipo di solidarietà ha indignato tutti, occu­
pati e disoccupati.
Si riuscì ciononostante a fissare alPunanimità per lunedì 3
c.m. lo sciopero generale. Tutti i lavoratori occupati e non oc­
cupati erano pronti. Senonché la vigilia, domenica 2, quando si
doveva costituire il Comitato di difesa dello sciopero e stabilire
i problemi necessari, i «dirigenti» segretari se la squagliarono.
Lo sciopero non si fece e i lavoratori tutti attendono ancora le
disposizioni della Camera del Lavoro.
Pur contro la volontà della Camera del Lavoro (Alessi, sem­
pre lui!), la Lega Netturbini di Ragusa è in sciopero da dieci
giorni.
(n o n f ir m a to )

D a «Il Libertario», Settim anale della Federazione Anarchica L om ­


barda, M ilano, a. I l i , n. 76, 2 6 febbraio 1947.

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Nelle miniere di asfalto del ragusano

Panorama desolante nelle miniere di asfalto.


Centinaia (che potrebbero essere migliaia) di operai vi lavo­
rano per un salario di fame; e, per giunta, sotto il lancinante in­
cubo della chiusura delle miniere per «fallimento».
Con questa spada di Damocle sospesa sulla testa l’operaio
«picialoru», segue l’andazzo del tempo e... stringe la cintola,
senza fiatare.
E in verità nessuno fiata. Si pensa: c’è la Camera del Lavoro
per difendere i «diritti» degli operai.
Ma che vale, che può la C.D.L. senza il tuo costante inter­
vento, senza il tuo controllo, o lavoratore?
Che vale, che può qualsiasi associazione, senza di te, senza
nessuna tua azione, o lavoratore?
È questa la vera crisi del movimento operaio: l’assenza fatti­
va dell’operaio nel Sindacato, nella C.D.L., perfino nelle Com­
missioni interne.
Così tutto è deciso dall’alto: per tutto si spera dall’alto. Co­
me nel passato.
E i problemi rimangono senza soluzione; e si stringe sempre
più la cintola; e si ha sempre più fame.
E si diviene sempre più servili ai padroni che, senza scrupoli
ti sfruttano, ti dissanguano, e si arricchiscono.
Si continua a lavorare «a cottimo» senza riflettere al danno
che ne deriva.
Come, per esempio, potere effettuare un’agitazione, o una
semplice protesta? Come potere intraprendere una campagna
per la riduzione delle ore di lavoro?
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Silenzio! Tanto i segretari confederali non ne parlano. Loro
hanno i sicuri stipendi, e se aprono bocca è per dire che gli
anarchici sono degli scomposti, facenti il gioco della... reazio­
ne, e simili scempiaggini.
La Commissione Interna, nel suo insieme, è ligia alla dire­
zione; la sua parola d’ordine è: «non bisogna disturbare il diret­
tore».
Per andare al lavoro, o per tornare la sera, gli operai devono
fare da tre a sei chilometri.
I «pasti» vengono consumati in sudicissime «grotte». Nessu­
no se ne occupa.
La Commissione Interna si reca ogni mercoledì dal direttore
«a rapporto». Che cosa vi si discute? Mistero. Gli operai non
hanno il diritto di sapere.
Ma gli operai hanno mai reclamato tale diritto? Tira a cam­
pare..., ecco cosa pensa l’operaio rassegnato.
II picconiere, il minatore, e gli altri fanno la loro «produzio- t
ne», tacciono.
Il picconiere, per esempio, manipola da sei a nove vagoni di
asfalto al giorno, che corrispondono ad altrettante tonnellate;
da aggiungere i residuati da sgombrare.
E non pensa.
Dove va tanta ricchezza da lui prodotta? Quanta ne rimane
a fin di quindicina, per lui?
«U picialoru» non sente i lamenti dei figli che hanno fame e
non sono convenientemente vestiti? E abbrutito dalla fatica e
dalla miseria; e continua a lavorare come una bestia per finire la
produzione delle otto ore in sei, anche in quattro; e sfiancato,
sfinito, ritorna a casa a consumare (sì e no) una minestra di fave
e cavoli.
Poi scende in piazza, e va a fare un sonnellino sulla sedia
della «società» ove paga regolarmente le quote.
Appena incomincia ad annottare, rientra a casa, si butta in
letto, e dorme «come un porco» (espressione largamente usata),
fino all’indomani, per ricominciare la via crucis.

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Senza nessuna prospettiva di cambiamento, senza nessuna
speranza, senza nessuna volontà di liberazione.
Il progresso gli è estraneo. Non ha tempo per nulla.
E questa una «vita», o fratello picialoru?
Non pensate mai, o compagni, che siete una forza che si
ignora? E questa forza può servire per aprirsi il cammino verso
l’emancipazione? Nessuno ve lo dice?
Noi anarchici ve lo diciamo. Svegliatevi!
Cercate di riflettere; sforzatevi di apprendere a risolvere i
vostri problemi da voi e per voi. Ribellatevi contro il furto che,
sotto forma di profitto, si compie in permanenza sulla ricchezza
che voi soli producete, col vostro lavoro.
Le miniere devono appartenervi, nell’interesse della colletti­
vità, come deve essere dei contadini la terra e degli operai le of­
ficine e i cantieri; tutto deve essere di tutti.
La proprietà privata è un furto: abolitela.
Così sarete liberi ! Sarete veramente uomini.
U n m o d e s to p ic ia lo ru a n a rch ico

Da «Terra e Libertà», V o c e del M ovim ento A narchico in Sicilia,


N um ero unico (3), Siracusa, 6 luglio 1947.

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Postumi di guerra

Giovanni Perna è morto al Sanatorio «C. Forlanini» di Roma.


Per sfuggire alla tirannia del lavoro bestiale delle miniere di
asfalto dell’A.B.C.D., nel 1938 si arruolò in Marina.
Dopo l’armistizio, sfuggito ai tedeschi, ritornò a casa con i
galloni di sergente e ... con la tosse.
Dopo pochi giorni dovette essere ricoverato in sanatorio per
tubercolosi polmonare bilaterale.
In seguito un telegramma annunziava al vecchio padre che il
più giovane dei tre figli, Peppino, era morto per annegamento.
Mario, il più anziano, è tuttora, e in gravi condizioni, ricoverato
al reparto chirurgia del sanatorio «C. Forlanini». Quest’ultimo
è venuto da qualche tempo al movimento anarchico.
Tre vittime della guerra! Quante altre vittime!
La guerra è proprio ciò.
Il Moloch spietato, e spietatamente sterminatore.
Senza bisogno di fronzoli letterari, la guerra si condanna
da sé.
Lo si deve capire. Lo devono capire le nostre donne, lo de­
vono capire i nostri giovani.
La causa della guerra è il militarismo.
E siamo proprio noi, i figli del popolo, noi lavoratori, che
diamo vita a questo mostruoso organismo anti-sociale e anti­
umano.
Dicano le donne: «Io non ho partorito con dolore mio figlio
per farne un assassino o per farlo assassinare».
Dicano i giovani «Io non parto, non voglio essere strumento
di morte e di rovine».

21
Dicano i lavoratori tutti: Io saboterò con tutti i mezzi a mia
disposizione la fabbricazione di ordigni di guerra.
La tragedia della famiglia Perna, che è una tra le tante trage­
die analoghe, ci sia di monito e di sprone per condurre la gran­
de battaglia contro il militarismo.
Abbasso la guerra! Viva la Rivoluzione Sociale!
Franco L eg g io

Da «Terra e Libertà», V oce del M ovim en to A narchico in Sicilia,


N um ero unico, Siracusa 26 ottobre 1947.

Franco Leggio (al centro), G iuseppe Alticozzi


(alla sua sinistra) e un altro compagno
a Modica alla fine degli anni ’40.

22
La ricostruzione a Ragusa
Chiese, carceri e caserme

Dal «Giornale di Sicilia» del 24 gennaio 1948 apprendiamo


che la Prefettura di Ragusa a mezzo il Provveditore alle Opere
Pubbliche ha autorizzato l’appalto di lavori per danni di guerra
per una cifra di cinquanta milioni.
Se leggiamo l’elenco delle spese costatiamo una distribuzio­
ne dei fondi assai razionale. Poiché a Ragusa sono cadute due
sole bombe di aereo danneggiando, una un fabbricato privato
(già ricostruito), l’altra la stazione ferroviaria della linea Ragu-
sa-Vizzini-Siracusa (che è ancora un mucchio di calcinacci), il
Provveditorato per le Opere Pubbliche ha rinviato a tempi mi­
gliori la ricostruzione della stazione ferroviaria ed ha invece as­
segnato 300.000 lire all’educatorio maschile del Sacro Cuore, 1
milione e 200 mila lire per il collegio Maria Santissima Addolo­
rata, 2 milioni e 845.740 lire per la sede della Marina ed infine
14 milioni per il Nuovo Carcere Giudiziario.
Ebbene questi edifici non sono stati effettivamente dan­
neggiati dalla guerra: ed il carcere «modello» è di nuova costru­
zione.
Di tutto questo i contribuenti italiani prendano nota. Lo
Stato clericale è prodigo di milioni per i frati, le monache ed i
preti, per i collegi dove vengono ospitati e diseducati i figli dei
borghesi, per le carceri dove gli operai ed i braccianti siciliani
vengono imprigionati dalla magistratura alleata degli agrari, per
la sede della Marina, ospizio degli ammiragli falliti o serraglio
per le reclute di marina.
I fondi del Prestito della Ricostruzione, truffa dello Stato

23
avallata da tutti i partiti, sono impiegati ottimamente. Quelli del
Fondo di Solidarietà Nazionale faranno la stessa fine?
(; fir m a to )

Da «Umanità Nova», Settimanale anarchico, Roma, a. XXVIII, n.


6, 8 febbraio 1948.

MONTE _ALLA ^ILLUSIONE J3LETT0R^LE _


"Popolo, povero popolo, non vedi come ti si inganna?,*..
Camillo Desmoulins".

La cosidetta campagna elettorale h in pieno svolgimento. Partitoni e


partitini hanno, ancora una volta, mobilitato tutte le loro disponibili­
tà di uomini e di mezzi e si battono con accanimento per il trionfo delle
loro liste e per mandare quanti più loro uomini di fiducia alle due Came­
re, La burla inveroconda continua ai danni del popolo lavoratore e degli
onesti spudoratamente ingannati da speculatori senza scrupoli che pur di
arrivare "lassù.11 non si arresteranno davanti nessuna istanza ideale né mo
rale. Alla guerra come alla guerra, è il motto di ciascun partito, di o-
gni candidato, di ogni galoppino. Quindi, nessuna esclusione di colpi.
Cose risaputa. Eppure il popolo lavoratore, i cittadini onesti pur senten
do disgusto parteciperanno al baccanale ordito ai loro danni da diritti e
da pancini, da falsi amici e da irriducibili nemici. Andranno ancora a vo
tare sia pur senza nessuna convinzione di risolvere qualcosa. Andranno a
depositare la loro volontà, lo loro dignità, la loro forza nell*urna bef­
farda e....a lasciar fare agli*.•.onorevoli, E% il gioco di "lor signori"
il ladrocinio, lo sfruttamento, la minaccia di licenziamento, la dìsoccu
pazione, la miseria, gli instati, le derisioni, i ricatti continueranno*
pervicacemente e impuniti. Da una legislazione all'altra, anno dopo anno,
sistematicamente. Pino a quando i lavoratori e gli onesti non si ergeran
no in piedi e grideranno con forza, NO alla lusinga ingannatrice; NO alla
beffa elettorale; NO ai governi; NO ai politicanti; NO ai preti; NO ai
generali; NO agli sbirri; NO ai padroni; NO al sistema; NO allo stato.Co
me abbiamo fatto e continuiamo a faro noi anarchici. Come noi anarchici,da
anni, sollecitiamo, purtroppo inascoltati, incompresi e, molte volte,scher
niti e derisi. Schermo e derisione che però purtroppo, sono ricaduti sugli
elettori che si son ritrovati beffati non dagli anarchici bensì dagli ono
revoli che avevano, col loro voto, mandato lassù,a legiferare, a governa­ «La scintilla
re senza possibilità di controllo serio, senza possibilità di revocare il
mandato a coloro che l'avevano tradito o non ne avevano tenuto conto...
darà la fiamma»,
Mei come in queste occasioni elettoraliste suonano tristi c anmonitrici
lo,parole che Lesmoulins gridava al Popolo mentre veniva trascinato sulla
foglio
ghigliottina: "POPOLO, POVERO POPOLO, NON VEDI COLIE T I S I INGANNA ? . . . " ciclostilato
Ma che a battere la grancassa elettoralista siano i partiti dell1"ordino"
che siano i domocristiani, i preti, i liberali, i monarchici, i conserva ispirato
tori, i costituzionali incalliti e i reazionari di tutto le gradazioni non
porta davvero sorpresa* Costoro SANNO che l'urna h la valvola di sicurez­ alFomonimo
za dell'ordinamento politico cho rogge i loro interessi, i loro privile­
gi, i loro affari. Costoro si ritrovano al loro posto, fanno il loro,gio
giornale
co. Ma ohe partiti o gruppi cho ai dicono rivoluzionari o che clamano di
fare gli intoros3i del popolo lavoratore o degli onesti si prestino al
manoscritto
gioco partecipando, in un modo o in un altro, direttamente o indfrettameli degli anni ’40.
te, alla beffa ignobile è cosa molto sconcertante e disgustosa lassiamoli
Maggio 1958.

24
Note dal ragusano
Scelbite acuta e intimidazione pretina

Scriveva gongolante un giovane d.c. di Caltagirone, all’indo­


mani della «grande vittoria», a un suo cugino, modesto operaio
come lui, ma comunista: «Noi siamo fieri e orgogliosi di avere il
nostro grande concittadino Mario Sceiba ministro dell’Interno
prediletto dal nostro Signore re dei cieli, che metterà a posto il
signor compagno Togliatti, l’uomo che voleva rovinare la nostra
grande Italia, e tutti gli ammalati manicomiali del malvagio co­
muniSmo, ai quali daremo la terra... al cimitero. Viva Mario
Sceiba».
Sui muri, a Vittoria, manifesti annunciano ancora: «Cittadi­
ni, contro la rossomania adoperate la Scelbayer». La stessa scel­
bite, in forma più o meno acuta, si ritrova a Ragusa, Comiso,
Modica, ecc. Ne sono terribilmente affetti, inutile dirlo, i giova­
ni dell’Azione Cattolica e i neo-fascisti del M.S.I. che, irridendo
la tanta miseria, il tanto dolore delle masse proletarie, fanno
continue provocazioni, forti della forza del prediletto del Signo­
re re dei cieli, e delle indulgenze e benedizioni promesse loro
nelle sagrestie. E Sceiba, dal canto suo, non delude tanto entu­
siasmo. Gli operai, i contadini, mordono il freno, stringono i
pugni... ma aspettano ordini dall’alto che non arrivano mai.
Intanto la polizia di Sceiba trascende ad atti di vero terrori­
smo. S’era cominciato con la scusa del sequestro delle armi, ed
ora si continua ad arrestare tanta povera gente, indiscriminata­
mente. Specie a Vittoria, a Scicli, a Comiso, dove cioè il prole­
tariato è meno prono alla disciplina di partito perché più sensi­
bile. E qui gli arresti si susseguono a ritmo accelerato. Sono
operai, contadini, uomini e donne, rei di brontolare, mormora­
re, urlare qualche volta contro questo mondo infame, contro il

25
parassitume, contro l’invadenza sempre più minacciosa del neo­
fascismo e la baldanza dei vecchi fascisti che a Ragusa si danno
da fare a raccogliere firme per ...riaprire il sacrario imperiale e
littorio dei caduti in terra di Spagna e d’Africa! Come reagisce
il lavoratore a queste provocazioni governative e a questa ripre­
sa reazionaria e fascista? L’abbiamo detto: brontolando, per
ora. Un contadino di Vittoria, di ritorno da un interrogatorio in
questura, mi ha detto, sottovoce però: «E tempo di finirla, basta
con gli arresti, basta con queste provocazioni, o andremo a sco­
varli fin nelle loro tane». E opinione diffusa che una «lezione»
ci si ha da dare a tutto questo rimontante canagliume. Ma non
si va; non si pensa oltre. E questo è mortificante.
Una gran confusione, un gran disorientamento, mentre la
«grande vittoria» elettorale della D.C. (non dimentichiamo che
i frontisti pensavano ad una loro vittoria) ha provocato un vero
collasso morale. Una gran sfiducia nei «capi». Per altro, affiora
la critica timorosa; l’insubordinazione si diffonde malgrado il
gran da fare dei dirigenti, nelle sezioni. Sintomi di ripresa ri­
voluzionaria? Bisogna essere cauti: la mentalità «gregaresca»
perdura. In ultima analisi, si pensa che c’è la Russia, con la sua
gloriosa armata rossa e i suoi abili generali. Non si pensa che
questo significa «guerra» e che costerà montagne di cadaveri
...proletari da ambo le parti, distruzioni, lutti, miseria, e che
questa guerra maledetta possa vincerla - puta caso - il blocco
americano!
Comunque, c’è un po’ dappertutto un certo «ribollimento»,
che non lascia tranquilli Sceiba e i suoi birri e i suoi padroni. E
un pullulare, in tutta la zona, di carabinieri e poliziotti e auto­
blinde e «celerini». Lunghe autocolonne con il sibilare delle si­
rene che esaspera. «I poliziotti di Sceiba vanno a spendere i
dollari di Truman», commentava non senza amarezza un giova­
ne studente comunista. «L’ordine pubblico - garantisce il
“Giornale di Sicilia” - sarà mantenuto a qualsiasi costo». E gli
arresti dei più «vivaci» continuano, e il terrore si diffonde, e la
scelbite dilaga.

26
Come andrà a finire? Riusciranno le scatolette di Truman, i
pacchi-dono del ...papa, gli arresti in massa, i manganelli e i
mitra di Sceiba a «normalizzare» la situazione secondo i piani
prestabiliti dell’alta banca, del sanfedismo, del conservatorume
reazionario e fascista? Certo il potere della nuova inquisizione è
forte e si sente sicuro. Ma il proletariato troverà (deve trovare)
nella sua fermezza i mezzi per rovesciare questa situazione di
transitoria ripresa reazionaria.
Dovrebbero tenerne conto gli affetti da scelbite acuta. Te­
nerne conto gli istauratoti del terrorismo e la teppaglia fascista.
Ne devi tenere soprattutto conto tu, lavoratore, rispondendo
senza titubanza colpo a colpo, reagendo con decisione e pron­
tezza alla violenza.
Ma occorre abbandonare presto le vie della democrazia pro­
gressiva, del social-patriottismo, della nefasta tattica parlamen­
tare, con coraggio, per avviarti più spedito verso un mondo mi­
gliore. Avanti!
F ranco L eg g io

D a «Il Libertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. IV , n. 126,


19 m aggio 1948.

27
Da Ragusa
Nostra risposta alle calunnie bolsceviche

La co n feren za d e l co m p a g n o F atila

A Ragusa, in modo particolare, i comunisti hanno preso


l’abitudine di parlare degli anarchici soltanto in modo diffama­
torio. Così l’anno scorso, durante la sbornia elettorale, il segre­
tario della locale Camera del Lavoro Romano si scagliò contro
di noi responsabili, secondo lui, della perdita per i social-comu­
nisti del Comune di Carlentini; poi il prof. Virgilio Failla, allora
candidato ora deputato comunista al Parlamento, affermava,
che gli anarchici sono al servizio dei ricchi, della reazione e
...degli americani. Accusa questa che i bolscevichi e ...l’«Os-
servatore Romano» vanno ripetendo un po’ dappertutto, spesso
e volentieri. In quella occasione i nostri compagni Alfonso Fail­
la e Franco Leggio chiedevano ripetutamente il contraddittorio
che veniva loro regolarmente e prudentemente negato e anda­
vano a finire in questura.
Recentemente, domenica 31 gennaio c.a. Paolo Robotti del­
la direzione del P.C.I., durante una pubblica conferenza su
«Alcuni aspetti della vita in U.R.S.S.» si scagliò in modo vele­
noso contro gli anarchici tacciandoci di «sostenitori del capi­
talismo e della reazione», di «filo-fascisti», ecc. e finì coll’affer-
mare che «...in Russia... ci sono disuguaglianze economiche»
«inevitabili» secondo lui, «in regime socialista» e che «l’ugua­
glianza è ...un’utopia alla quale solo gli anarchici possono cre­
dere». A tante calunnie e tanti spropositi si doveva una risposta
anche per dar modo ai lavoratori di Ragusa, di poter discerne­
re la verità, e domenica 6 marzo abbiamo risposto con una pub­
blica conferenza al Cinema «Marino»; tema: «L’azione degli

29
anarchici nelle Rivoluzioni Russa e Spagnola». Oratore Alfonso
Failla che ha esordito affermando, fra il consenso del numeroso
pubblico, «che, chi pretende di lottare, come fanno i dirigenti
comunisti, per una causa giusta, quella dell’emancipazione dei
lavoratori, si dovrebbe vergognare di adoperare la calunnia a
sostegno delle proprie tesi». «Ma» ha proseguito felicemente
«quando c’è la sete del potere per il mezzo la buona fede è da
escludere. E gli stalinisti sono, e lo sanno, in mala fede quando
calunniano e diffamano noi anarchici».
Premette l’invito al pubblico contraddittorio a tutti e «in
modo particolare ai comunisti che sempre ce lo hanno negato e
recentemente Robotti lo negò ad una compagna nostra».
Passò quindi, fra l’attenzione generale, a precisare l’opposi­
zione storica ed attuale degli anarchici ad ogni governo; «oppo­
sizione» dalla quale deriva il contrasto con i marxisti democra­
tici o dittatoriali. Si diffonde poi a trattare il tema lumeggian­
do con serena obbiettività mille episodi della Rivoluzione rus­
sa con ampie documentazioni fino «alla gloriosa lotta Makno-
vista» e «alla eroica difesa della Comune di Kronstadt» susci­
tando vivo interesse fra il pubblico che di «questi episodi», di
«questa rivoluzione anarchica ...non aveva mai sentito parlare».
Malgrado l’ora tarda passa a illustrare l’azione degli anarchici
nella lotta contro Franco che «continua tuttora violenta, accani­
ta fra bagliori di brutale, intollerante, criminale violenza ed atti
di ribellione e di eroismo da parte delle avanguardie rivoluzio­
narie e, in primo luogo, anarchiche», e delle realizzazioni delle
«Collettività» durante i tre anni della «rivoluzione sociale» in
Spagna.
Infine invitò i lavoratori ad abbandonare i metodi marxisti
«responsabili della impotenza proletaria» ed adottare quelli in­
dicati dall’anarchismo dimostrando con i dati di fatto che «solo
gli anarchici sono stati sempre intransigenti con la borghesia, i
preti, il capitalismo e le loro infami istituzioni mentre, coloro
che vilmente ci accusano sapendo di mentire, di farne il gioco,
con i loro compromessi hanno permesso anche recentemente in
30
Italia il ricostruirsi della potenza borghese ai danni dei lavorato­
ri». Per cui il nostro bravo compagno invitò i lavoratori tutti «a
serrare decisi le file proletarie nella lotta cruenta per la difesa
della libertà contro la reazione incalzante». Alla fine è stato sa­
lutato da vivi applausi.
Il nostro compagno mantenne un tono polemico vivacissimo
all’indirizzo dei dirigenti comunisti propalatori di calunnie ma
nessuno si presentò al contraddittorio. I numerosi intervenuti,
lavoratori e intellettuali, fra i quali numerosi operai e contadini
comunisti iscritti al P.C.I., approvarono le parole di «opposi­
zione» del nostro compagno ed espressero la loro indignazione
all’indirizzo dei calunniatori mancanti del coraggio di rendere
pubblico conto delle loro miserabili insinuazioni.
F. S eg g io (sic)

D a «Um anità N ova», Settim anale anarchico, Roma, a. X X V III, 23


m aggio 1948.
Su A lfonso Failla si veda Insuscettibile d i ravvedim en to - L ’anarchi­
co A lfonso Failla (1906-1986) - Carte d i p o lizia /sc ritti/te stim o n ia n ze, a
cura di P aolo Finzi, Ragusa, La Fiaccola, 1993. L ’ep isod io del com izio
com unista di Ragusa è ricordato alle pp. 83-84, con l’articolo del Fail­
la: Spudoratezza monarchica a Siracusa... e m alafede com unista a Ragu­
sa, apparso su «La C om une A narchica», N um ero u n ico, Siracusa, 5
aprile 1948.

31
I «picialuori» degli asfalti ragusani
per la gestione diretta delle'miniere

D i treg u a in tregu a

Il 31 marzo è stato superato con una nuova ...tregua, con


una nuova proroga dei licenziamenti che ha fruttato agli operai
tre altri mesi di trepidazione e di incertezze e a lor signori ed ai
loro giannizzeri, i mandarini dell’I.R.I., altri milioni. Vero è che
quest’altri 21 milioni han fatto ritirare gli elenchi dei licenziati e.
quindi allontanare lo spettro della disoccupazione per 510 ope­
rai ma è lo stesso vero che così continuando si continuerà a fa­
re, in un modo assai evidente, il gioco dei padroni che arraffati i
milioni conservano gli elenchi per ritornarli minacciosamente a
...puntare, quale pistola in mano del rapinatore al passo, contro
gli operai per ricattare il governo: o i milioni dell’integrazione o
i licenziamenti! Per la cecità dei dirigenti politici e sindacali,
per la loro «freddezza» nell’impostare il problema e quindi nel-
l’avanzare con soluzioni atte a .. .bloccare le assurde pretese dei
padroni gli operai hanno ancora, oggi come ieri dovuto fare il
gioco che hanno imposto i «padroni».
Continueranno gli operai a seguire in questa china e i poli­
ticanti e gli imbelli dirigenti sindacali e i caparbi «padroni» e
il governo? «Bisogna finirla di fare il gioco dei padroni, del go­
verno e dei politicanti. Ci dobbiamo battere uniti e compatti da
noi e per noi. Dobbiamo bruciarci, se occorre, le mani ma per
levare per noi la castagna dal fuoco. Perciò occorre maggior po­
tenzialità rivoluzionaria e quindi maggior combattività e consa­
pevolezza, maggior indipendenza dai politicanti e quindi dai
partiti; maggior fiducia in noi stessi. Altrimenti di tregua in tre­
gua finiremo sul lastrico. Ai mali estremi rimedi estremi». Que-

33
sto il pensiero sotterraneo della «massa»; degli operai che han­
no una visione più realistica della realtà che li vuole avvolgere
soffocare buttare nella più nera disperazione. Sanno che han­
no da fare con nemici spietati ma non disarmano. A mali estre­
mi rimedi estremi hanno pensato ed è nata l’idea della gestio­
ne diretta. La piaga è quasi cancrenosa; i pannolini caldi non
servono più, occorre il taglio chirurgico. La gestione diretta,
s’impone.
La gestione operaia è divenuta una necessità improrogabile
e perché i «padroni» insistono nella delittuosa determinazione
di licenziare adducendo il canagliesco pretesto della «defici-
tarietà» della industria e quindi la necessità dei licenziamenti
o della cuccagnesca integrazione e perché altra «brava gente»
che fa capo ai Comitati «Cittadino» e «Tecnico», alla «libera»
C.G.I.L. cerca di ...imbrogliare le carte in tavola; cercano di
preparare una nuova trappola, facendo lo sgambetto ai ...com­
pagni dell’LR.I., agli operai per farli deviare dalla giusta via che
hanno intrapreso, la via della gestione diretta che è l’unica che
possa definitivamente risolvere il problema delle miniere, cioè
del lavoro, del pane, di un relativo benessere e tranquillità dei
«picialuori».
Purtroppo alcuni lavoratori, i soliti che si lasciano ingannare
dalle apparenze cioè dalle chiacchiere, abboccano come stupidi
pesciolini ignari, all’amo delle «manovre» più o meno «sotterra­
nee» o «segrete» di coloro che non sazii del sangue succhiato ai
contadini tendono ad abbeverarsi con quello degli operai delle
miniere. È bene che i «picialuori» stiano in guardia, che rifletta­
no, che guardino negli occhi gli «autori» di tanta clamorosa
«trovata», di tanto ingannevole diversivo.

D a un p r e te s to a ll’a ltr o

Si vuole buttare polvere sugli occhi del lavoratore che inco­


mincia a «vedere», che comincia a formarsi una coscienza rivo-

34
Iazionaria. Specie ora che la tanto decantata «deficitarietà» non
convince più nessuno. «E questo un canagliesco pretesto», dice
un vecchio che da 26 anni lavora alle miniere, «che in mancan­
za d’altro i “padroni” hanno tirato fuori per succhiare col san­
gue degli operai i milioni del governo». È uno sfacciato pretesto
per ricattare con l’arma delle agitazioni il governo. In questo
nessun dubbio. È bene ricordare in proposito alcuni dei tanti
altri pretesti ai quali sono ricorsi i «padroni» negli anni trascor­
si pei quali, e a benefìcio soprattutto del portafoglio di «lor si­
gnori» dell’a.b.c.d., gli operai rischiarono tante volte di venire a
vie di fatto con le forze di polizia. Allora non era il «deficit» che
spingeva i «padroni» a minacciare gli operai di licenziamento, a
ricattare il governo dei milioni. Allora: una volta erano «i mezzi
di trasporto limitati» che impedivano il trasporto dei prodotti;
poi venne la trovata della «insufficienza della energia elettrica»
poi ancora «il basso costo dei prodotti» indi la storiella sulla
«impossibilità di poter collocare i prodotti» e poi ...ancora al­
tre storie per tre anni di seguito. Tutti infami pretesti per estor­
cere, per spillare agli amici del governo milioni su milioni. Mi­
lioni che, dato che non si trattava di sussidi per i disoccupati o i
pensionati, o agli orfani di guerra, per gli affamati insomma, do­
po un po’ di «tira e molla» tanto per salvare la faccia e le appa­
renze, «lor signori» del governo, e non solo di qui, ma anche
quelli dell’esarchia e triarchia, concedevano non importa se di
buona o mala grazia.
Se quanto sopra non è convincente il fatto che lor signori
dell’A.B.C.D. non hanno mai a nessun estraneo permesso di
ficcare il naso nelle segrete cose della deficitaria amministrazio­
ne e gestione; il fatto che malgrado il decantato deficit non sono
ancora falliti che anzi hanno trovato ...gli spiccioli per rinnova­
re ...il guardaroba e i centesimi per l’acquisto di macchine per
nuovi impianti, il fatto insomma che con la industria deficitaria
e con la povertà intrinseca della roccia asfaltica e quindi con la
gestione fallimentare ...continuano cocciutamente a rovinarsi!
Contro tanta evidenza gli operai, lontani dalla sede di partito e

35
dalle 2 C.G.I.L. cioè dall’influsso malefico e paralizzatore dei
capi politici e dei dirigenti sindacali, hanno preso posizione e
trovato, da tempo, la giusta impostazione del problema e quin­
di la giusta soluzione: la gestione diretta che d’altra parte è
l’unica che possa onestamente e definitivamente risolvere il pro­
blema cioè chiamarsi soluzione. Loro, i padroni, insistono che
non ci possono uscire bene. Che ci cedano per 5, 10, 15 anni le
miniere e ...vedremo se il loro lamento è giustificato. Questa
avanzata dal sopracitato, vecchio minatore, non è la soluzione
anarchica che temono tanti benpensanti di destra e di sinistra,
ché dove lui parla di cessione da parte dei buoni padroni o del
buon governo, l’anarchico insiste per la espropriazione rivolu­
zionaria da parte degli operai stessi soli legittimi padroni. Co­
munque sarebbe interessante anche questo esperimento propo­
sto dal nostro vecchio che in 26 anni ha potuto rendersi esatta­
mente conto della deficitarietà della ricchezza che con la sua
opera la sua salute e la sua vita stessa, ha strappato alla monta­
gna e alla natura per le ...amanti, per gli ozii, per il godimento
di lor signori che per ringraziarlo di tanta bestialità ora lo vo­
gliono licenziare.

I C o n sig li d i g estio n e

Contro questo orientamento dal basso che sfata la leggenda


della deficitarietà e mette con le spalle al muro i padroni che
forti di questa leggenda hanno dannato e dannano i picialuori
ad un lavoro estenuante bestiale, si è messa tanta brava gente di
destra e di sinistra preoccupata per quel pilastro dell’attuale ci­
viltà che corrisponde alla così chiamata proprietà... privata!
che ad onor dell’ordine e della giustizia non deve essere sovver­
tita. Quelli ...di sinistra parlano ancora, malgrado lo sforzo fat­
to dall’Unità del 10 corr. che s’è pronunciata per la Gestione
diretta, di Consiglio di gestione senza per altro spiegare ai pro­
pri dipendenti l’insuccesso di questi organismi di collaborazio­

36
ne col padronato costituzionalmente impotenti anche perché
imposti dall’alto, al contrario dei Soviet che volevano imitare,
pretta emanazione dal basso. È bene che i picialuori tengano
conto che anche negli stabilimenti officine, complessi armati di
Consigli di gestione si sono verificati i licenziamenti in massa e
che perciò non perdano tempo e pazienza con queste trovate
pubblicitarie del P.C.I.
Gestione Cooperativistica: Più clamorosa e spettacolare è la
trovata destrina che fa capo a quel che si dice ma che non è sta­
to smentito, al signor sindaco, al professore Garofalo benemeri­
to ...dell’economia nazionale, al dr. Di Giacomo dell’intrinseca
povertà della roccia asfaltica ed altri ancora dello stesso rango e
ai loro scagnozzi, che con la illusoria speranza del solito piatto
di lenticchie, che sono poi i 30 denari del famigerato Giuda, so­
no sempre pronti a lustrare le scarpe alle persone facoltose!
Della partita è pure la libera C.G.I.L. e tutt’assieme si foggiano,
per darle lustro e decoro, sui milioni male acquisiti del rustica­
no blasonato della zona. Si tratta della Gestione Cooperativisti­
ca di lor signori che solletica molti operai senza testa cioè non
abituati alla riflessione. E, in verità molti sono gli operai che ab­
boccano all’amo ...prenotandosi per delle azioni ma in realtà
per dare modo ai promotori di presentare al notaio degli elen­
chi di nomi per ...l’atto costitutivo per la prima pietra che do­
vrà poi schiacciare gli illusi operai-azionisti. Si dice, lo dicono
gli zelanti per convincere i titubanti, che lo stesso Sceiba ci ab­
bia lo zampino assieme ad altri pezzi grossi del governo deside­
rosi di liberarsi di quegli incontentabili. Fatto è che molti ope­
rai che pur si professavano estremisti abbandonano la giusta via
per accodarsi alla tortuosa trovata.

L a c o o p e ra tiv a d i lo r sig n o ri

Si tratta in definitiva, di questo. Formare una cooperativa di


lavoro per .. .riscattare le miniere da una parte con i milioni de­

37
gli agrari più o meno nobili della zona che vogliono, in omaggio
al progresso scientifico, industrializzarsi e industrializzare i mi­
lioni ricavati dal sudore dei contadini che hanno sfruttato e
sfruttano senza cristiana misericordia, e dall’altra parte con gli
spiccioli degli operai minacciati di licenziamento e non, occu­
pati e disoccupati che si vedano sollecitati dalle miracolistiche
promesse dei soliti, che pur non insegnano nulla, promesse
.. .pre-elettorali! della sullodata brava gente. Gli operai, dun­
que, dovranno sottoscrivere per delle azioni da 500 lire ciascu­
na e ... con i tempi che corrono anche con tutta la buona volon­
tà non saranno sicuramente molti gli spiccioli che finiranno in
azioni della progettata cooperativa. Comunque non saranno
tanti da raggranellare, i milioni occorrenti per ...riscattare o
semplicemente per chiedere in concessione le miniere. Non cer­
tamente. Ecco allora il bon core dei ricchi agrari del Ragusano
famosi per la loro avarizia; metteranno loro i milioni e diverran­
no ...azionisti. Il gioco è fatto, la cooperativa formata, gli aspi­
ranti padroni possono così da ora fare i .. .padroni delle miniere
e quindi degli operai che con i loro spiccioli non potranno cer­
tamente competere con i milioni.

A z io n i s ti p o v e r i e a z io n is ti m ilio n a r i

Gli operai sostenitori arrabbiati della cooperativa dicono:


Ricchi e poveri tutti uniti in fraterna collaborazione e ...il no­
stro lavoro sarà assicurato (e assicurato il parassitismo dei con­
soci milionari?) oppure: essendo proprietari di azioni anche noi
diventeremo padroni e come tali ci si deve rispettare e rispetta­
re la nostra opinione e la nostra partecipazione a tutte le cose
inerenti l’attività delle miniere.
Il ragionamento fila diritto senonché saranno i milioni, al
momento debito a renderlo nullo di fatto. Teoricamente do­
vrebbe essere così ma praticamente? .. .Praticamente gli operai
azionisti della cooperativa di consumo dei padroni dell’A.B.C.

38
I). ne sanno qualcosa. Durante l’ultimo sciopero, per fare un
solo esempio, quando hanno trovato lo spaccio sprovvisto di
tutto cosa hanno potuto dire? Potevano protestare contro ...lo­
ro stessi? Ché, ed è naturale, i ricchi non usciranno, non mette­
ranno a rischio i loro milioni per la bella faccia dei Picialuori.
Sarebbe ...un miracolo assurdo, appunto come tutti i miracoli.
Invece è logico e naturalissimo che arrischieranno i .. .loro mi­
lioni per ...moltiplicarli non come i pesci e i pani della leggen­
da bensì facendo né più né meno come fanno gli attuali padro­
ni: ingannando la buona fede dei consoci poveri e sfruttando il
loro lavoro e la loro fatica che cercheranno di rendere ...più
produttiva più redditizia e per il bene dell’azione di 500 lire e,
per il bene, tenete le debite distanze nel giusto rispetto, per le
azioni di un milione e passa. E quando questi milioni non frut­
teranno (ed è facilissimo anche in considerazione, della intrin­
seca povertà della roccia asfaltica) i frutti cioè il profitto che i
...legittimi proprietari pretendono? E facile concludere, penso,
che si tornerà punto e daccapo: minaccia di licenziamento o ri­
duzione delle giornate lavorative o riduzione dei salari da parte
degli azionisti ricchi: sciopero agitazioni ecc. da parte degli
azionisti poveri; né più né meno come oggi.
Così stando le cose è naturale domandarsi se i generi au­
mentano è giusto che aumentino i salari degli operai-azionisti.
Ma gli azionisti, parassiti lo permetteranno? Saranno d’accor­
do? Penso di no o se li concederanno sarà dopo ...energiche
pressioni dei primi e a denti stretti ...Per non intaccare il capi­
tale sociale! E se per maggior benessere, per maggior confort e
comodità i proprietari-lavoratori rivendicassero un lavoro meno
bestiale e quindi decidessero di ridurre, lasciando invariato il
salario, la giornata di lavoro di 8 a sei ore?
I lavoratori, teoricamente padroni, praticamente dovrebbero
continuare a far le bestie e .. .ubbidire per la bella faccia del sin­
daco e compagnia bella e ...per la loro infingardaggine. Si re­
sterebbe nel cerchio di ferro dello sfruttamento e della sogge­
zione. Si cambierebbero padroni ma la frusta sarebbe sempre la

39
stessa. Allora? Questa non è una soluzione del nostro proble­
ma. Allora? ...
Non confondere lucciole per lanterne. La cooperativa di lor
signori con la gestione diretta degli operai. Non fare il gioco di
nessuno. Ritornare alla diretta chiara onesta soluzione, scaturita
dalla nostra coscienza, suggeritaci dalla esperienza, la sola che
dirsi si può tale, a batterci per la gestione diretta che ci aprirà
nuovi più vasti orizzonti, che inaugurerà una nuova vita; un
nuovo modo di vivere più padroni di noi stessi, del nostro lavo­
ro, delle nostre capacità, della nostra indipendenza, della nostra
dignità, del nostro benessere, della nostra volontà di emanci­
parci, della nostra Libertà. La gestione diretta che ci riscatterà
dal servaggio ai padroni, dalle minacce di licenziamento, dai sa­
lari di fame e per contro ci assicurerà con la continuità del lavo­
ro, il pane, più possibilità di vivere decentemente, di vivere da
uomini. Perché queste possibilità che oggi sono subordinate al­
la ingorda avidità dei padroni parassiti, domani, con la gestione
diretta, sarebbero determinate dalla nostra volontà, dalle nostre
capacità, dalla nostra intelligenza e dal nostro spirito di iniziati­
va. Da nessuno sfruttati e angariati. Liberi! Uomini e non bestie
e non schiavi.
I Picialuori hanno le possibilità di farsi artefici di questa tra­
sformazione, di farsene gli annunciatori. Invece di seguire le vie
tortuose indicate dal sindaco dal partito ecc. si mettano per la
via diretta, per gestire delle miniere da loro stessi e per loro. La
gestione diretta è l’unica soluzione che tale si possa onestamen­
te chiamare; battiamoci, nelle assemblee che il Comitato citta­
dino terrà, nella Camera del lavoro, nelle sezioni, ma soprattut­
to nelle stesse miniere, per la gestione diretta. Tutti, uniti e
compatti.
F ranco L eg g io

D a «Il L ibertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. IV , n. 148,


27 ottobre 1948.

40
Ragusa
Chi è il suggeritore?

Lunedì 4 ottobre, la C.I. delle miniere di asfalto dell’A.B.


C.D. e il segretario del sindacato minatori si recavano dal diret­
tore della compagnia, per discutere su varie questioni sollevate
dagli operai addetti al reparto gassogeni e per protestare contro
la condotta provocatoria e il sistema casermesco inaugurati dal
capo reparto Boncoraglio (ex ...sciarparossa) e l’ing. Turturici,
ai danni dei dipendenti e con grave pregiudizio per la continui­
tà del lavoro.
Marzullo, il direttore, forse ringalluzzito per i successi di
Sceiba, dopo aver buttato fuori della direzione il segretario Vi­
gogna senza provocare la benché minima reazione, insinuava ad
un membro della C.I. che gli argomenti esposti da quest’ultimo
gli erano stati suggeriti da ...me.
Si disilluda, egregio direttore; i suoi informatori lo hanno
questa come tante altre volte ingannato o comunque sviato. Per­
ché il sottoscritto non ha affatto bisogno di nascondersi dietro
la C.I. o chicchessia per gridare e far valere le proprie ragioni.
Gli argomenti della C.I. non occorre che siano suggeriti:
scaturiscono naturalmente dalle vessazioni di Boncoraglio, dalle
incoerenze del «Cummissaru» Turturici, dal gesuitismo suo, si­
gnor direttore, e dalla vigliaccheria dei suoi tirapiedi.
E se vuole rintracciare l’origine delle proteste, la troverà nel­
la non sostituzione del personale mancante, nella stanchezza
degli operai obbligati a fare, oltre il proprio lavoro, quello degli
«economizzati», nelle «lettere di diffida», negli acconti negati
anche in casi urgenti e gravissimi, nelle condizioni di lavoro e di
trattamento, cambiate da qualche tempo in modo tale da pre­
giudicare la normalità e la continuità dell’opera dei dipendenti.

41
Sono questi ed altri motivi che suggeriscono ai buoni e ti­
morati operai di svegliarsi, di agitarsi, di scioperare se occorre,
per rintuzzare le provocazioni, per imporre condizioni più
umane di lavoro e farsi rispettare.
Ma lei, signor Marzullo, queste cose le sa. Solo, le piace fin­
gere di ignorarle.
Allora che c’entro io?
F ranco L e g g io

D a «Il Libertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. IV, n. 148,


27 ottobre 1948.

Franco Leggio
(al centro) con i
fratelli Moschella
a Siracusa negli
anni ’50.

42
Cronache di Ragusa
Lotte e speranze dei contadini e degli operai

/ « d is o r d in i d i R a g u sa »

Ancora una volta, Ragusa torna agli onori della cronaca con
i suoi «disordini». Questa volta, i «provocatori» di questi disor­
dini sono stati i braccianti agricoli, i contadini e .. .le loro donne
e i loro bambini. Benché sia già passato un po’ di tempo, è an­
cora vivo in tutti i lavoratori della zona l’eco dei fatti del 10 no­
vembre u.s., anche perché il decantato accordo raggiunto viene
sistematicamente e con tutti i mezzi sabotato dal padronato
cocciuto e strafottente e dai suoi scagnozzi.
Come si ricorda, l’8 novembre il bracciantato agricolo e i
contadini della provincia, in agitazione da parecchi mesi per
l’imponibile di mano d’opera (la disoccupazione agricola è una
particolare dolorosa piaga nella nostra zona) e l’aumento del sa­
lario (la paga giornaliera non supera le 400 lire), stanchi ed esa­
sperati proclamarono lo sciopero generale. E poiché l’ostinatez­
za del padronato, reso caparbio dal comportamento ...riservato
delle autorità, si accentuava, indissero delle manifestazioni di
protesta alle quali presero parte numerose donne e molti bam­
bini. Cosicché nel pomeriggio di mercoledì 10 «circa 500 don­
ne con bambini» - scrive il corrispondente del «Giornale di Si­
cilia» - seguiti da una massa tumultuosa di quasi 2.000 dimo­
stranti, dopo aver percorso varie vie della città si avviavano ver­
so la prefettura nei pressi della quale venivano dagli zelanti po­
liziotti «fermati» e quindi in seguito a ordine dello zelantissimo
vice-questore, caricati brutalmente a colpi di sfollagente e cal­
cio di moschetto. I conti, questa volta, non tornarono però per
gli sbirri di Sceiba, ché i dimostranti per nulla intimoriti passa­

43
rono al contrattacco con prontezza e vigore, reagendo energica­
mente alla bestiale provocazione. Ne derivò un violento tafferu­
glio in seguito al quale ben 18 poliziotti finivano con la testa più
o meno rotta all’ospedale, mentre i padroni fatti prudenti dalla
«ribellione dei villani» ed alla inaspettata lezione, piegavano sia
pure provvisoriamente alle umane e moderate richieste dei con­
tadini. Così fu raggiunto l’accordo ...e allontanata la tempesta.
Questi «disordini» riveleranno, speriamo, ai lavoratori la lo­
ro grande forza e daranno loro la certezza che agendo come
hanno agito, con compattezza e decisione, nessuno li potrà fer­
mare nella loro marcia verso la loro emancipazione.

« P a d ro n A n c io n e » ... c o l se g u ito

Della stessa mentalità degli agrari, se non addirittura più


«duro» è il «padrone» della fabbrica di mattonelle di asfalto,
Ancione, i dipendenti del quale (42 operai) da due mesi si tro­
vano in sciopero per protestare ed impedire quattro arbitrari li­
cenziamenti, per ottenere il contratto di lavoro e il riconosci­
mento della C.I., perché finisca il trattamento inumano e i so­
prusi che hanno dovuto subire sotto la sferza del «o questo o
via!». Con questi sistemi, l’Ancione ha fatto il bello e il cattivo
tempo, arraffando milioni e trasformando la primitiva baracca
in una moderna e attrezzatissima fabbrica. La ferma decisione
degli scioperanti è di resistere sino a quando il padrone cederà
ma quello non si lascia intimorire né sembra aver paura della
fame alla quale costringe 42 padri di famiglia. Non si commuo­
vono nemmeno le autorità trincerate nella lor mal celata e parti-
giana riservatezza, pronte tuttavia a gridare col dott. Perrone e
«Il Giornale di Sicilia» ai «provocatori» ai «facinorosi» e a met­
tere in azione tutti i mezzi per intimorire i lavoratori.
Lo diciamo subito agli operai della «Scola» Ancione e con la
franchezza che ci distingue dai politicanti: avete fatto male ad
abbandonare la fabbrica. Ciò - lo vedete pur bene - vi mette in

44
una posizione di inferiorità nei confronti dell’Ancione, che può
resistere alle vostre richieste e alla pressione dello sciopero. Oc­
corrono mezzi di lotta più energici, più decisivi. Tanto più che
le locali A.C.L.I. pensano a fornirgli crumiri e incoraggiamento
e il parassitume industriale e agricolo lo incita alla intransigen­
za, mentre le autorità gli tengono il sacco!

A lle A s s is i d i R agu sa

Martedì 16 novembre è comparso davanti la Corte di Assisi


di Ragusa il compagno Emanuele Salibba che sei mesi or sono,
in seguito a due mandati di cattura - uno del giudice istruttore
di Ragusa, l’altro da parte del procuratore generale per «sconta­
re la rimanenza di anni 18, mesi 10, giorni 18 di una condanna
di anni 30 riportata dalla Corte di Assisi di Ragusa il 26 maggio
1934» - veniva fatto arrestare a Marsiglia dove, dopo la cosid­
detta «liberazione» per la quale, illudendosi, aveva combattuto
e sofferto i tormenti dei campi della morte che la Germania di
Hitler aveva creato, si era recato per lavorare.
Intanto è stato assolto Emanuele Salibba per l’imputazione
di rapina, ma non liberato, ché i magistrati e la «giustizia» della
repubblica democratica e antifascista si fanno onore, merito e
vanto di avallare le ingiustizie e le iniquità commesse da giudici
che dovevano giudicare, anzi condannare, sotto l’assillo delle
minacce e del terrorismo delle squadre fasciste.
F ranco L eg g io

D a «Il Libertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. IV, n. 155,


15 dicem bre 1948.
E m anuele Salibba, protagonista negli anni trenta delle cronache
ragusane, in particolare vittoriesi, per le sue im prese legate a reati c o ­
m uni, si era politicizzato durante il periodo della resistenza, avvicinan­
dosi agli anarchici. Il suo passato, com e temerario nem ico della ...p r o ­
prietà privata, lo perseguitava, tanto che, d o p o un relativo p eriod o di

45
libertà, verrà arrestato per le con d an n e subite durante il fascism o. Si
veda la sua lettera dal carcere di Caltanissetta, pubblicata su «A narchi­
sm o», N ap oli (N um ero unico, 1950-51, p. 79) com m entata dalla nota
di Franco Leggio che si riporta di seguito:
«E un compagno che scrive, un compagno dimenticato da tutti. Uno
di quei compagni che per amore all’Ideale sera persino tesserato alla Fe­
derazione Lombarda e che pur non essendo ancora libero si dedica con
tutto l ’amore alla propaganda anarchica.
Visse a M ilano e p o i in Francia (Marsiglia) dove ebbe contatto con
diversi compagni (?) che ora non lo ricordano più (?); compagni (?) che
si sono financo rifiutati d i testim oniare in sua difesa (!!!). Q uesti sono i
compagni del nuovo m ovim ento anarchico!».

Franco Leggio (a destra) con Antonio Téllez


nella tipografia di Vincenzo Di Maria, a Catania sul finire del 1971.

46
Ragusa
Ancora dei «disordini di Ragusa» e di Comiso

Dopo i «disordini di Ragusa» la cronaca locale registra i di­


sordini della ribelle Comiso. I «provocatori», inutile dirlo, poi­
ché i giornali degli agrari in proposito sono chiari e particola­
reggiati, sono ...i contadini che disperati invocano lavoro e pa­
ne. Come pochi giorni prima a Ragusa, i padroni terrieri di Co­
miso, per allontanare la procella che minacciava tempesta, han­
no ceduto.
Però, malgrado l’accordo raggiunto, cioè a pericolo cessato,
gridato dal «Giornale di Sicilia» con mal celata ipocrisia, la
«grande vittoria» urlata da «l’Unità» e il decreto prefettizio sul­
l’imponibile di mano d’opera, i contadini restano sotto la piog­
gia e il freddo a fare la fila davanti agli uffici di collocamento.
Ché i contadini e i braccianti agricoli presentatisi nelle masserie
per lavorare si sono visti accolti dai proprietari o dai loro sca­
gnozzi con questo arrogante e provocatorio discorsetto: - «Che
volete? Lavorare? - Bene, lavorate se volete, vuol dire che a pa­
garvi ci pensa il prefetto o la Federterra».
La tremarella che la «ribellione dei villani» del 18 a Comiso
aveva messo addosso a «lor signori», è ormai passata. La tattica
del temporeggiare, del cedere provvisoriamente, è ancora una
volta riuscita ai cocciuti ed insensibili signorotti della terra. I
vari Criscione, Morso, Dinatale, Iacono, Antoci e baronetti sva­
lutati, il prefetto, Perrone e il «Giornale di Sicilia» si sono alle­
gramente fregati le mani e con gran sollievo hanno sospirato:
«La tempesta è passata, anche questa volta ce l’abbiamo fatta.
Però che paura...».

47
Si può dunque, ricominciare daccapo: agitazioni, scioperi,
poliziotti all’ospedale in attesa della ...medaglia al valore e con­
tadini in galera in attesa della terra ...al cimitero, «accordi rag­
giunti» e «grande vittoria», ecc. I contadini e i braccianti agri­
coli sono ritornati in paese confusi, sbalorditi da tanta strafot­
tenza. Affamati, derisi, stringono i pugni, covano la ribellione e
fatti forti dall’esperienza passata e recente meditano propositi
di intransigenza. «Alla prossima volta ...vedremo»; «meglio
morti o in galera che senza lavoro e pane».
Ora essi fanno la fila davanti agli uffici di collocamento, paio­
no umili e rassegnati (e alcuni, stanchi, lo sono), ma molti pen­
sano che voglia o no il padrone «resteremo a lavorare e paghe­
ranno, perché “lavoro fatto, denaro aspetta”». Sono convinti
che con questi mezzi («u sciopiru ci sa ri pala») non si può pie­
gare la caparba resistenza dei padroni.
«Bisogna sfrattarli una buona volta», distruggere i loro infa­
mi privilegi e lo sfruttamento che esercitano sul nostro lavoro,
sulla nostra salute, sulla miseria. Solo così, liberi, possiamo la­
vorare la «nostra terra», la terra di tutti, per il pane e il benesse­
re di tutti. Intanto, compagni contadini, decisi e compatti biso­
gna lottare.

A .B .C .D . re p a rto g a sso g e n i

La minaccia da parte degli operai addetti al reparto gassoge­


ni, cioè ai forni di distillazione ed agli impianti collaterali, di
fermare per due ore «tutto», ha indotto il direttore Marzullo,
dopo non poco tergiversare, a riconoscere giuste le richieste lo­
ro ed accettarle firmando otto articoli in un pezzo di carta e...
basta. Perché nel reparto procede tutto come prima. Infatti so­
no passate sei settimane nell’attesa, da parte degli operai, dei
fatti, ma gli stipetti, la messa in funzione dei lavandini ed il re­
sto rimane ...dolce speranza. Intanto i «gassociari» fanno senti­
re il loro malcontento.

48
Il (direttore Marzullo, il suo subordinato ing. Turturici e ru­
mile Boncoraglio, subordinato a tutti e due, sono pregati di
prenderne atto e ...correre ai ripari.
F ranco L eg g io

Da «Il L ibertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. V, n. 158-


159, 5 gennaio 1949.

L’Agitazione del Sud


a cur a degl i An a r c h i c i del l a Si ci l i a

LA VIA DEL SOCIALISMO s f™ £ 3 S = 3

«L’Agitazione
del Sud»,
febbraio 1957.

49
Nel ragusano
«Tartufo» e «Rodomonte» a singoiar tenzone...

... per turlupinare i contadini, per speculare sulle delusioni,


sulle sofferenze e sulla miseria dei contadini e dei braccianti
agricoli del Ragusano beffeggiati sfruttati angariati dal padrona­
to caparbio e strafottente, ostile ad ogni loro «buon diritto».
Campo di battaglia ...il «Giornale di Sicilia» e «L’Unità» ri­
spettivamente per «tartufo» cioè l’ipocrita il primo e per «rodo­
monte» cioè lo spaccone il secondo.
Il caso si produsse subito dopo i «disordini di Ragusa» del
10 novembre (seguiti a breve scadenza, il 17-11, dai «disordini»
della ribelle Comiso) che, come si ricorda, si concludevano con
un violento tafferuglio che portava, con le teste più o meno rot­
te, 18 poliziotti all’ospedale ad aspettarvi con la guarigione la
...medaglia al valore o quantomeno l’encomio solenne del loro
capo Sceiba.
Allora, come si sa, di fronte alla «ribellione dei villani», i
«padroni» per guadagnare tempo e per allontanare la procella
che minacciava e per «mettere nel sacco» i «dirigenti», fatti
esperimenti con la locale Confederterra e il locale corrispon­
dente dell’«Unità», lo «spaccone» di queste nostre note, provvi­
soriamente ...cedettero. Ed ecco il corrispondente del «Giorna­
le di Sicilia» e dell’«Unità» («Tartufo» e «Rodomonte» come si
ricorda) partire ...matita in resta l’uno per annunciare («Gior­
nale di Sicilia» del 13-11) ai tremanti padroni della terra, con
un articolo su tre colonne il «raggiunto accordo» cioè il cessato
pericolo e l’altro con eguale fiato (articolo su tre colonne, «Uni­
tà» 14-11) urlare la «grande vittoria». A parte l’interessata ipo­
crisia del primo e la spacconata ugualmente interessata del se­
condo i contadini restano disoccupati affamati disperati come

51
prima. A soli quaranta giorni dai «disordini» cioè dalla «ribel­
lione dei villani» il tempo galantuomo smaschera «Tartufo» che
evidentemente cerca fare il suo, cioè quello dei padroni, gioco e
smentisce la spacconata del Rodomonte che evidentemente ave­
va fatto i conti senza i ...«padroni». Caparbi e ottusi. Eppure
questa dei «Cappeddi», dei signori e signorotti del feudo e
... dell’imponibile di mano d’opera è una ...vecchia storia che
nessuno dei lavoratori ignora e che non dovrebbe ignorare il
corrispondente ragusano dell’«Unità» per evitarsi ed evitare al
giornale che serve, simili .. .figuracce. Ché i contadini malgrado
la «grande vittoria» e il decreto prefettizio, si sono visti sbattere
la porta in faccia nei «possedimenti» dei varii Crescione, Anto-
ci, Morso, Jacono, Di Natale e simili altri galantuomini che evi­
dentemente conoscono bene i «polli» della Confederterra. E
fanno «lor signori» e signorotti il bello e cattivo tempo. I conta­
dini, certamente, in tutto questo affannoso travaglio che fanno
«Tartufi» e «Rodomonti» dell’una e l’altra parte, per turlupi­
narli, non c’entrano affatto. Guardano la buona terra cioè il lo­
ro lavoro, il loro pane e mal sopportano questi .. .scherzi di cat­
tivo gusto. Affamati derisi beffeggiati non disarmano e covano
la ribellione con propositi di intransigenza. «Alla prossima volta
vedremo» «meglio morti o in galera che senza lavoro e pane e
disperati». «Devono cedere una buona volta o ...gli ritireremo
la “Carta annonaria”». Sanno perché conoscono bene loro i
«padroni», che la «grande vittoria» non si può raggiungere
rompendo la testa a 18 o più poliziotti e nemmeno col decreto
prefettizio sull’imponibile di mano d’opera.
L’«accordo» fra ricchi che senza lavorare tutto hanno e tut­
to possono e i poveri sempre «umiliati e offesi» che nulla hanno
e nulla contano, fra i padroni che detengono la terra per sete di
ricchezza e di dominio e i servi che la vogliono lavorare per ri­
cavarne il pane e il benessere loro e di tutti non può essere rag­
giunto.
Esso resta vana parola mentre che la terra il capitale e tutti i
«beni» restano ai primi che se ne fanno mezzo e arma di domi­

52
nazione e oppressione, mentre perdura il caos dell’attuale di­
sordine sociale. Senza dare ascolto ai Tartufi del «Giornale di
Sicilia» ed ai Rodomonti delP«Unità» guardano lontano, in
avanti. Verso l’avvenire; verso un mondo migliore senza servi
né padroni, ricchi e poveri, senza governi e poliziotti e preti,
senza patrie e frontiere. Senza violenze ed iniquità.
F. L e g g io

D a «U m anità N ova», Settim anale anarchico, Roma, a. X X IX , n. 2,


9 gennaio 1949.

C O N O S C I US
.. ( O M m N D t D S I
tO U lT T IN O INTUNO U À I KOMOTOtl U
UNA STAMPA A N A K I W A Pt# Il M U I O C I O I N O

N. 3 AGOSTO 1934

«Conoscersi... comprendersi», agosto 1954.

53
Case e milioni per l’iddio dei preti
Bilancio preventivo

Dal C o rriere I b le o riproduciamo:


In q u e s ti u ltim i g io r n i s o tto la d ir e z io n e d e l l’U fficio d e l G e n io
C iv ile d i R a g u sa è s ta to a p p a lta to u n v a s to c o m p le s s o d i o p e r e
p u b b lic h e fr a le q u a li fig u r a n o le s e g u e n ti p e r u n im p o r to a b a se
d ’a sta a fia n c o d i og n u n a d i e sse in d ica to :
R A G U S A : R ip . d. b. s tr a d e in te r n e d e l l ’a b ita to L. 4 .8 0 0 .0 0 0 .
R ip . d. b. C h iesa P arrocch ia le S an T o m m a so n e lla fr a z io n e d i Ibla
L. 1 .9 2 0 .0 0 0 .
V IT T O R IA : R ip . d. b. C h ie sa M a ria SS. G r a z ie L . 1 .8 6 5 .0 0 0 .
R ip . d. b. C h iesa S. C u o re d i G e s ù L. 1 .5 9 5 .0 0 0 . R ip . d. b. carreg­
g ia te s tr a d a li v ie A c a te , C a c c ia to r i d e lle A l p i e C a rlo A l b e r to L.
4 .5 9 8 .0 0 0 . S is te m a z io n e o p e r e b o n ifica la g h i C a m e rin a , P a n ta n o
e S a lso L. 3 .3 5 0 .0 0 0 .
C O M ISO : R ip . d. b. C h ie sa SS. A n n u n z ia ta L. 1 .3 6 8 .0 0 0 . R ip .
V ie G esù , C a scin o , R is o r g im e n to , C o n te T o r in o e P ia z z a S e c o lo
L. 3 .6 5 0 .0 0 0 . S is te m a z io n e tr a z z e r a C o m is o -G e la (S. E lia ) 3.
tr o n c o c o m p re so tra la p ro g r e s s iv a 3 1 3 5 e la p ro g r e s s iv a 4 6 6 6 ,8 0
d a n n e g g ia ta da e v e n ti b e llic i L. 7 .8 7 8 .0 0 0 .
A C A T E : R ip . d. b. C h ie sa P a rro c c h ia le S. N ic o lò L. 9 6 0 m ila .
ISPICA: S iste m . o p era b o n ifica d e lle P a lu d i L. 1 .9 3 1 .0 0 0 . R ip .
d. b. C h ie sa SS. A n n u n z ia ta L. 8 8 0 .0 0 0 . R ip . d. b. C h ie sa P a rro c­
c h ia le S. B a r to lo m e o L. 8 9 4 .0 0 0 .
SCICLI: S iste m . o p e r e b o n ifica d e lle p a lu d i L. 1 .9 2 3 .0 0 0 . R ip .
d. b. C h iesa P arrocch iale S. B a r to lo m e o L. 9 6 0 .0 0 0 .
G IA R R A T A N A : R ip . d, b. C h ie sa SS. A n n u n z ia ta L. 9 6 0 m ila.

55
È uscito a Ragusa un nuovo giornale ad edificazione della
cristiana borghese civiltà e del conservatume locale. Se ne senti­
va proprio il bisogno. Altrimenti come essere informati sulle
precarie condizioni nelle quali versan chiese e parrocchie della
provincia, del bisogno estremamente urgente di ...soccorso e
dei fondi che premurosamente si sono stanziati per la loro re­
staurazione? Benissimo. Ottimo e cristianissimo provvedimento
e .. .non ci resta che battere le mani checché ne pensino gli ere­
tici senzatetto.
Pensate: tante povere pecorelle senza ovile e senza tetto dan­
nate a pagare fitti iperbolici vi troveranno asilo nelle ore delle
...prediche contro «la smodata bramosia di piaceri» di queste
affamate pecorelle. Asilo per la durata delle messe e delle sullo-
date prediche: ché dopo, il cristianissimo sagrestano dietro or­
dini dell’arcicristianissimo parroco con cristiana e dolce violen­
za butterà fuori le cristiane pecorelle sprangando le porte.
Undici milioni e mezzo (11 milioni e 500.000) di lirette per
questa santa crociata per far più belle, più decorose, più lussuo­
se le chiese. Case di dio cioè del vuoto e della stupidità crescen­
te e invadente. Qualsiasi riferimento alla stalla di Betlem è... da
eretici! Ed è da cretini cianciare di «Case popolari», di tetti per
i senzatetto; di tutta quella gente condannata a vivere nella più
insana promiscuità in tuguri schifosi e vergognosi, vera negazio­
ne d’ogni sentimento di umanità, di giustizia e di civiltà.
Undici milioni e mezzo, che magnifico lotto di case popolari
malignano gli eretici senza tetto, gli eretici inquilini con quattro
cinque e più mila lire di fitto sulle spalle. Il problema dell’abita­
zione nella provincia... finalmente risolto! Ma... non divaghia­
mo. Sì, è giusto giustissimo pensare in primis alle chiese dove
tanti poveri cristi potranno chiedere al cristo di legno, bronzo
ed oro, perdono delle bestemmie e ...dei cattivi pensieri che il
prezzo iperbolico (aumentato del 30 per cento) dei fitti e l’im­
possibilità di trovare un tetto, ché il tempio del signore resta
chiuso la notte, indecorosamente e poco cristianamente strap­
pano loro dall’intimo della propria coscienza messa al muro da

56
una dura realtà. Comunque sia plaudiamo agli intraprendenti
del «Corriere Ibleo» che con tanta spregiudicata incoscienza ci
aiutano a... vedere e toccare le iniquità, le ingiustizie del... loro
regno e le dolorose piaghe che .. .affliggono noi lavoratori... noi
senzatetto dannati a pagare 4-5 e più mila lire al mese per un
inumano canile. Undici milioni e mezzo per le chiese! Le chiese
che non sono le case popolari per la povera affamata gente sen­
za tetto e senza riparo (per il freddo, la pioggia, la neve) che so­
no la casa del buon misericordioso dio di Pacelli, Mindszenty,
Svellmann, Schuster e ... santa compagnia, che ogni sera di buo­
nora il cristianissimo sagrestano spranga ad evitare eretiche ten­
tazioni. Amen!
Franco L e g g io

D a «U m anità N ova», Settim anale anarchico, a. X X IX , n. 9, 27


febbraio 1949.

57
Da Ragusa

La «grande vittoria» annunciata vistosamente da «Rodo­


monte» su L’«Unità» mesi or sono a proposito del decreto sul­
l’imponibile di mano d’opera, è ormai del tutto sfumata. Per
contro, gli agrari del Ragusano gridano la «loro» ...vittoria an­
nunciandola ai quattro venti con diecine e diecine di manifesti
recanti nel loro contenuto un insulto alla miseria e alla dispera­
zione dei contadini, dei braccianti agricoli e loro famiglie.
Anche chi non voleva ha dovuto leggere questo documento
di ottusa insensibilità: «... Si avvertono gli agricoltori che i de­
creti del prefetto relativi all’imponibile di mano d’opera in agri­
coltura sono stati revocati dalla Commissione centrale presso il
Ministero del Lavoro in data 15 c.m. Pertanto qualunque invio
di braccianti agricoli da parte delle commissioni comunali è
abusivo e arbitrario».
Questo dicevano i sullodati manifesti. E per gl’increduli l’in­
tervento dei poliziotti è stato luminosissimo: battute alla cam­
pagna, a scovare la preda, l’umile e laborioso contadino che do­
po mesi e mesi di disoccupazione e di fame da alcuni giorni la­
vorava nella speranza di poter imbastire, sia pure magramente,
una cena. E non è stato difficile ai bravacci della reazione dila­
gante trovare i contadini nei campi intenti al lavoro: hanno do­
vuto lasciare la zappa e gli arnesi cacciati brutalmente dal lavo­
ro e ritornare al paese nuovamente disoccupati e avviliti.
Questa azione significa, per i padroni, poter avere maggior
disponibilità sul «mercato» del lavoro di affamati per poter me­
glio scegliere e pagare con minor salario i bisognosi di lavoro.
«E se il conto di questi criminali - diceva un giovane conta­
dino - non tornasse? Se dicessimo chiaro e forte e sul serio: ba­

59
sta con quella cuccagna! Basta con queste ingiustizie! Giù ...i
“cappeddi” una buona volta, per sempre?».
E la ribellione che cova nei cuori di questi buoni contadini,
con l’ansia della giusta vendetta. Un vecchio grida col Meli: «Di
lu funnu di la terra la giustizia grida guerra».
Sempre all’erta compagni contadini, ché il nemico arrogante
e tracotante incalza. Sbarriamogli la strada col nostro coraggio,
con la consapevolezza del nostro buon diritto. Al sanfedismo
oscurantista e reazionario, ai vecchi e nuovi fascisti, al padrone
e all’industriale, al prete e al poliziotto, ai sedicenti capi e diri­
genti capi, gridiamo forte: Basta! Indietro non si torna!
F ranco L eg g io

D a «Il Libertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. V, n. 169, 23


marzo 1949.

60
Dal ragusano
La crisi delle miniere di asfalto
si abbatte solo sui lavoratori

(ritardata)

Il 31 marzo prossimo non è una ricorrenza speciale, né una


festa, almeno a Ragusa. Per molti è una giornata come tante al­
tre: che arriverà e passerà come ne sono arrivate e passate tante
altre. Senza importanza alcuna senza lasciare «una impronta».
Ma per 510 operai delle Miniere di asfalto del Ragusano non è
così; ha, il 31 marzo, per questi «padri di famiglia», per questi
uomini temprati alla dura fatica e alla selvaggia vita delle minie­
re un’importanza decisiva, sarà una «data importante» che se
non verrà «segnalata» nei calendari resterà tuttavia scolpita nel­
la loro memoria e nella loro carne come un marchio.
Può significare questo giorno che s’avanza a grandi passi mi­
naccioso e terribile il «Licenziamento», cioè la disoccupazione,
la fame, la disperazione. Come si è arrivati a tanto? Perché si è
arrivati a questo punto «cancrenoso»? Quali «rimedi» per sal­
vare e i 510 operai ed i loro famigliari minacciati e la industria
asfaltifera e l’economia del Ragusano nella quale le miniere en­
trano per una parte preponderante?
Un po’ di storia. Il fascismo e la sua autarchia incluse le mi­
niere di asfalto del Ragusano nel gruppo di industrie cosiddette
deficitarie o passive.
Perciò e ...per accontentare i «padroni» che minacciavano
la «serrata» concedeva loro e soltanto per loro, ché per gli ope­
rai, dannati a tre (3) giorni la settimana, non c’erano nemmeno
le proverbiali molliche, delle speciali «facilitazioni» e una «inte­
grazione» che... è continuata anche dopo il fascismo e la autar­
chia con i cosiddetti governi della cosiddetta «liberazione» del­

61
la cosiddetta «repubblica» e della così chiamata «democrazia».
I «padroni» hanno intascato e fatto il bello e cattivo tempo, ma
soprattutto il bel tempo. Gli operai per contro ...hanno tirato
sempre più «cinghia». I bimbi dei «Picialuori» ne portano le
stigmate nei loro corpicini denutriti. Ad ogni «agitazione»
(«dopo» questo, ché prima... c’era il fascio e le galere e i confi­
ni fascisti. Don Antonino Calamusa, «U bossu» c’è rimasto) per
rivendicare migliori condizioni di vita o semplicemente qualche
«lieve» e «legale» aumento salariale si è risposto e si risponde e
si risponderà (?) con la minaccia del licenziamento o con l’altra,
non meno efficace, di ridurre le giornate lavorative. Quindi «o
ti mangi ’sta minestra o ti butti dalla finestra». Così s’è tirato
avanti alla ...men peggio. I «padroni» e gli avventurieri che
hanno diretto e amministrato le miniere hanno intascato milioni
su milioni (Moy e compagnia; Marzullo - quando venne qui
aveva le pezze nei pantaloni - ed ora...? e compagnia) gli ope­
rai fame e miseria. Miseria e fame.
Ivan Matteo Lombardo, pisello nel governo De Gasperi, ha
tentato più volte di «sospendere» l’integrazione ma ha dovuto
prorogare di mese in mese il «provvedimento» per la reazione
che suscitava nelle masse operaie, ché i «padroni» (vedete il go­
verno non ci dà più milioni, siamo costretti a chiudere e licen­
ziarvi) gli scagliavano contro. Sempre così per non perdere tan­
ta «cuccagna» (70 milioni in 1 anno! !) i «padroni» usavano de­
gli operai e delle loro organizzazioni per ricattare il governo. E
si è arrivati a dicembre. Il governo sospende l’«integrazione», a
gennaio l’A.B.C.D. (la più importante per gli impianti di tra­
sformazione della roccia asfaltica) per rappresaglie al provvedi­
mento del governo licenzia 150 operai e denuncia gli accordi
con la Limmea e Valles, che a sua volta si vede costretta a serra­
re i battenti delle proprie miniere buttando sul lastrico i suoi
360 operai. In tutto 501 operai licenziati (un metodo originalis­
simo per combattere e vincere la disoccupazione!). Agitazione
di tutti gli operai licenziati e non, appoggiati dalla solidarietà di
tutta la cittadinanza in fermento perché si vede, in modo così
62
brutale, soffocata una fonte di ricchezza e di lavoro. Interventi
(i soliti) dai più disparati settori. Rossi-bianchi-verdi-gialli-neri
in gran da fare per tirare acqua alla propria bottega. Indi ... il
miracolo! ! A Roma capitò dell’imbroglio. 15 milioni ancora di
«integrazione». Tre mesi, dunque, di proroga. Ancora tre mesi
di ossigeno per far respirare i 510 operai minacciati di licenzia­
mento, i loro familiari e tutti, molti, coloro che direttamente o
indirettamente dal lavoro di questi operai delle miniere traggo­
no possibilità di lavoro. I «padroni» soddisfatti intascano que-
st’altri milioni alla ... «faccia dei fessi» che si sono e si bruciano
le mani per dar loro la castagna. Però il pericolo non è affatto
scongiurato. E stato semplicemente rinviato, sospeso. Una bre­
vissima tregua. Il 31 marzo è vicino. L’allarme perciò e fra gli
operai e nella cittadinanza non cessa. Si costituisce un «Comita­
to Cittadino» «prò miniere». Un altro «Comitato Tecnico» per
trovare una «soluzione radicale» dello annoso problema e quin­
di «studiare» tutte le possibilità per trasformare la industria da
...passiva (?? e se lo dicono loro?) in attiva. Tutte le «personali­
tà» della zona - onorevoli e non - autorità e non - professori,
dottori, parroci, partiti politici, organizzazioni sindacali, sodali­
zi ecc. si ...mobilitano. Intanto un intoppo che d’altra parte ser­
ve a smascherare le ...«intenzioni» di tutta questa «brava gen­
te!». Per rivendicare «l’adeguamento salariale» (i prezzi aumen­
tano vertiginosamente) gli operai iniziano la «non collaborazio­
ne» e quando le direzioni ritirano i tecnici ...occupano «simbo­
licamente» (il ché ha «seccato» gli operai che di simboli non ne
vogliono più sentire) le miniere. Per ben 19 giorni stanno gli
operai tutti rintanati nelle grotte, al freddo, alle intemperie. 19
giorni da cani randagi. Poi ... «l’accordo». Da Roma! Invece
che 105 lire solo ...30!!
G. Falsari liberale o qualunquista che sia, dilettante sindaca­
le della «libera confederazione» fa «il punto» e «tira le som­
me» a modo suo s’intende. Sul conservatore e «liberino» «Cor­
riere Ibleo» accusa - condanna - polverizza ché solo lui... ha
ragione.
63
Ai due «Comitati» Inazione sindacale» toglie la tranquilli­
tà... per poter studiare e ponderare! Il 13 febbraio il dr. Di
Giacomo, presidente del «Comitato tecnico» sul «Corriere
Ibleo» (è Democristiano lui) annuncia la «impossibilità materia­
le» di giungere entro il 31 marzo a «risultati concreti» «in di­
pendenza anche della povertà (?? anche lui!) intrinseca della
roccia asfaltica». Appello dello stesso per delle «proposte con­
crete». E ...fioccano le «proposte», quelle che dovrebbero esse­
re i «rimedi»:
«Bisogna far pressione sul governo romano perché a sua vol­
ta (...santa ...ingenuità!) faccia pressione sui “padroni” del-
l’ANAS e dell’A.G.I.P. perché acquistino i prodotti dell’A.B.C.
D. ...» - «Bisogna far pressione sul governo palermitano per­
ché faciliti all’ABCD lo smercio delle sue polveri e detriti ecc.»
- «Bisogna che le miniere dai “padroni” dell’ABCD passino ai
“padroni” della MONTECATINI» - «Bisogna obbligare i go­
verni romano e palermitano a dare ancora ...l’“integrazione”»
... - «Bisogna ...illudere, ingannare, turlupinare gli operai, le
loro mogli, i loro bimbi» - «Bisogna, in poche parole, dare ra­
gione ai “padroni” ed ai loro avventurieri». E Remoli e Marzul-
lo e Chigi e Perossino si fregano allegramente le mani: «tutto
prosegue secondo i piani prestabiliti». Però ...chissà! Quanto
sopra è l’opinione, il pensiero «ufficiale» del conservatorismo
locale di destra e di sinistra, con il quale nulla hanno a che ve­
dere gli operai tutti, che nel loro intimo accarezzano la «loro»
proposta, la «loro» soluzione. L’idea della «gestione diretta»,
della gestione delle miniere direttamente da parte degli operai
che vi hanno lavorato e vi lavorano, si fa lentamente strada.
Molti operai infatti sono per «questa soluzione» radicale, che è
l’unica, efficace, tale da risolvere il problema ormai divenuto
«cancrenoso» delle miniere di asfalto del Ragusano. Ed è bene
che tutti se la ficchino bene in testa «questa soluzione». Tutti,
ma soprattutto noi operai che vi lavoriamo e che sappiamo
quanti batticuori, disillusioni, sorprese e amarezze ci hanno
causato le «soluzioni» posticce, provvisorie. Perciò è bene che

64
restiamo «sordi» al canto melodioso sì ma senza sostanza, che
ci cantano le multicolori «sirene» del professionismo politico e
sindacale. Abbiamo «la nostra» soluzione. Gridiamola forte con
tutta la forza che ci dà l’onesta e profonda convinzione di esse­
re sulla buona e giusta strada. Battiamoci coraggiosamente per
questa «nostra soluzione»: per la «gestione diretta», per la ge­
stione degli operai che vi lavoriamo. E ci aiutino in questa santa
battaglia i lavoratori disoccupati, ché nella nostra soluzione si
troverà la loro. Uniti compatti e decisi moviamoci alla battaglia:
31 marzo, nessun licenziato - gestione operaia.
Questa deve essere la parola d’ordine.
F ran co L e g g io

D a «U m anità N ova», Settim anale anarchico, Rom a, a. X X IX n.


14, 3 aprile 1949.

65
Nelle miniere del ragusano
Gestione diretta o licenziamenti?

Dal 31 marzo, la spada di Damocle del licenziamento pende


più minacciosa che mai sulla triste e miserabile sorte degli ope­
rai delle miniere di asfalto. Benché al 31 marzo non si siano ve­
rificati i licenziamenti, già annunziati dal 15 gennaio e poi pro­
rogati, permane in tutti i « P ic ia lu o r i» , nei loro famigliari e nella
cittadinanza, la preoccupazione, l’incubo del domani.
Infatti i licenziamenti non sono stati scartati in principio, ma
solamente rinviati. Ciò vuol dire che per l’angoscioso problema
delle miniere non si è trovata quella soluzione suscettibile di da­
re, con il lavoro assicurato, la relativa tranquillità a coloro che,
con la giovinezza, vi hanno lasciato e vi lasciano brandelli di
carne, di vita. Dopo tanto tramestio, dopo l’intervento e la...
mobilitazione di tanta «brava gente» (onorevoli e altro), la pro­
verbiale montagna ha partorito il proverbiale topolino e, questa
volta, lo ha partorito rachitico per giunta. Il nuovo «miracolo»
(si tira avanti a forza di «miracoli», nelle quistioni del lavoro e
del pane) è stato quello di aver... sospeso il licenziamento per
tre mesi. Quindi il 30 giugno sarà, ancora, il dì fatale per i 510
operai che lavorano nelle miniere in questione.
Reggerà l’esile filo, al quale la tremenda spada dei licenzia­
menti è sospesa, al 30 giugno che non è lontano, o si spezzerà,
spezzando l’esistenza di tante povere famiglie, colpevoli solo di
avere il padre, il marito, il figlio occupato nelle miniere, sfrutta­
to dalla ingordigia bestiale, dei «padroni» e degli avventurieri,
vere sanguisughe, che le amministrano e dirigono?
La situazione dei 510 licenziati, checché ne abbiano capito o
vogliono dare ad intendere i corrispondenti ragusani delle varie
«non sospette» gazzette, si è aggravata. E lo dimostra e l’intran­

67
sigenza dei padroni e il «tira e molla» dei «signori» del governo
nel concedere ad essi, indubbiamente loro amici, l’integrazione.
La situazione deve fare riflettere tutti coloro che hanno a cuore
l’industria asfaltifera e la sorte dei 510 lavoratori minacciati di
licenziamento, ed anche i padroni che molto... vento hanno se­
minato. Ma soprattutto, devono riflettere i lavoratori, cioè i di­
rettamente interessati. Per provvedere in tempo, per trovare
«essi stessi», la naturale impostazione al «loro» problema; per
«superare» il 30 giugno con una giusta soluzione: la «loro solu­
zione».
Chè, in verità, quest’ultimo... miracolo, cioè questa «non
soluzione» non ha soddisfatto nessuno. O meglio, ha solo sod­
disfatto i «padroni» e i loro giannizzeri che hanno arraffato altri
mesi di integrazione, col dovuto (visto che tutto aumenta!) au­
mento (invece di 15,20 milioni) alla faccia... degli operai che
hanno ancora una volta, fatto il gioco dei lor «signori», soli be­
neficiari delle agitazioni, e quindi dell’opera delle organizzazio­
ni sindacali e dei comitati «Cittadino» e «Tecnico». Dall’altra
parte, il governo si serve della «tattica» dilazionatrice per sner­
vare, stancare gli operai.
Alla luce degli avvenimenti, il 30 giugno assume un aspetto
più serio di quello del 31 marzo. Perché il governo, in tale data,
cioè quando la reazione popolare al «patto atlantico», sarà attu­
tita (e al ministro Sceiba non manca la volontà di «agire con fer­
mezza»), avrà a disposizione maggiori forze di polizia contro i
disoccupati e contro i licenziati, e quindi sarà anche in condi­
zione di rifiutare ulteriori integrazioni.
Non ci saranno, allora, né cristi, né madonne, né barba di
sindaco o di onorevole, capaci di impedire i licenziamenti.
Per evitare il disastro, non rimane che una sola soluzione: La
g e s tio n e d ir e tta . Non si può sfuggire a questo inesorabile dilem­
ma: il 30 giugno, o gli operai intraprenderanno a gestire diretta-
mente le miniere, o i «padroni», appoggiati dalle armi polizie­
sche, li licenzieranno. Gli operai sanno questo, e sanno che il
«miracolo» devono compierlo loro stessi. Con una opposizione

68
decisa e intransigente ai padroni e contrapponendo, alla storiel­
la della «deficitarietà» dell’industria la g e s tio n e d ir e tta , sola so­
luzione capace di risolvere efficacemente e radicalmente l’anno­
so problema delle miniere. Ma ci si deve pensare subito e non
aspettare che questa breve tregua trascorra, passivamente. Tan­
to più che il problema della gestione diretta è stato anche «uffi­
cialmente» impostato («Unità» del 10 aprile). Bisogna mettersi
all’opera subito, da noi stessi, direttamente.
E ora di farla finita con l’essere sempre strumenti nelle mani
dei «signori» del governo e dei politicanti. «Far da noi e per
noi», ecco la parola d’ordine che deve guidare l’azione dei mi­
natori. Se sappiamo, uniti e compatti, stringerci decisamente
per lottare fino in fondo per tali «nostri» obiettivi, noi potremo
attendere il 30 giugno con serenità e con fiducia.
Avanti dunque, o lavoratori tutti, per la g e s tio n e d ir e tta .
Franco L e g g io

D a «Terra e Libertà», V o ce del m ovim ento anarchico in Sicilia, Si­


racusa, a. I li, n. 1, 17 aprile 1949.
La proposta della gestion e diretta che gli anarchici occu p ati nelle
m iniere facevano n elle assem blee e con i loro giornali, m olto diffusi
tra gli operai, aveva in suo favore q u ell’esperienza insurrezionale di
quattro anni prima, in cui la p o p o la zio n e aveva dim ostrato di sapere
andare oltre la cosiddetta norm ale dialettica padroni-proletari. Essa
non si concretizzerà, b en ch é n e ll’estate del 1949, scavalcando to ta l­
m ente le p osizion i di P C I e Camera del L avoro, che dovranno fare
b u on viso a cattivo gioco, le m iniere erano state occu p ate per venti
giorni ed erano stati m essi fuori g io co gli elem enti più servili nei c o n ­
fronti della direzione, com presi tecn ici e capi-cantiere. B loccati gli in ­
gressi alle m iniere, circondate da 700 agenti, solo le d on n e fungevano
da collegam ento tra la città e gli operai. Si era a un p asso della g estio ­
ne diretta, ma la m ediazione di PCI e C G IL, fatta senza chiedere il pa­
rere dei lavoratori, portava ad un accordo separato che abbassava a 40
il num ero dei licenziam enti; accordo contestato dall’assemblea; V irgi­
lio Failla, leader com unista, veniva fatto bersaglio di lancio di oggetti
vari dai minatori arrabbiati. Si dava vita ad u n ’assem blea perm anente,

69
che dopo una settimana, però, cederà al ricatto: la spaccatura creata
dall’accordo aveva funzionato. «40 teste» saranno sacrificate. Franco
Leggio non era nell’elenco, ma pochi giorni dopo strapperà un foglio
di servizio contenente un ordine arbitrario di cambiamento dei turni
in seguito alla fuoriuscita dei licenziati, i quali, ancora si opponevano
al provvedimento, e per tale gesto verrà anch’esso licenziato. Per pro­
testa si recherà a lavorare per un altro mese, continuamente fermato
dai questurini; la direzione delle miniere gli offrirà una liquidazione di
40.000 lire, che rifiuterà (vedi cronache nelle pagine seguenti). Rima­
sto disoccupato, dopo poco più di un anno emigrerà con la famiglia a
Napoli, impiegato all’inizio nella tipografia che stampava il quindici-
naie «Volontà», per interessamento di Giovanna Berneri.
Si veda «Umanità Nova» del 28 settembre 1986, cit. e, in «A - rivi­
sta anarchica», n. 140, ottobre 1986, La rivolta d i Ragusa, intervista a
cura di Stefano Fabbri, dove, però, si dà per attuata la gestione diretta
nelle miniere.

70
Nel ragusano
La «Celere» di Sceiba a caccia di contadini

In seguito allo sciopero che i contadini hanno deciso per


strappare agli agrari: l’imponibile di mano d’opera, il colloca­
mento attraverso organismi controllati dai contadini stessi; pa­
gamento assegni famigliari degli anni ...1947-48!!! a Vittoria,
Comiso, Santa Croce sono stati fermati diversi contadini, alcuni
dei quali, i più «vivi», arrestati e tradotti in carcere con lo spe­
cioso pretesto di... «sobillatori»! visto che l’attuale traballante
sistema non può considerare gli agrari e il retrogrado blasonato
rusticano.
Il compagno G. Giurdanella di Comiso è stato fra questi e
certamente non per smentire le voci calunniose dei cugini so­
cialcomunisti secondo i quali «nelle giornate di pioggia gli anar­
chici se ne stanno a casa con le mani in mano» bensì per solida­
rizzare e partecipare alla «guerra» fra gli sfruttati e gli oppressi
contro gli sfruttatori e oppressori.
A Ragusa, dove lo sciopero è stato magnificamente compat­
to e la partecipazione dei contadini quasi totale, nessun «inci­
dente» del genere si è verificato. Forse, anche, in considerazio­
ne che la «lezione» che i contadini stessi, nel novembre scorso,
seppero ben dare agli sbirri del famigerato amico degli agrari
detestato da tutti i lavoratori e in particolare dai contadini: Ma­
rio Sceiba a guardia sempre ed oggi più che mai del feudo e dei
privilegi di «lor signori». Allora come si sa ben 18 poliziotti fi­
nirono più o meno «pestati» all’ospedale. Devono fare lo stesso
i contadini di Comiso, Vittoria, Santa Croce e d’altrove per es­
sere lasciati in pace e per farsi, dalle autorità e dai «padroni» ri­
spettare? Veramente le «occasioni» non mancheranno e: «TAN-

71
TO SI TIRA LA CORDA CHE SI SPEZZA» e le spese le faranno
«LOR SIGNORI» e la loro «ONORATA SOCIETÀ».
F ranco L eg g io

Da «Umanità Nova», Settimanale anarchico, Roma, a. XXIX, n.


24 del 12 giugno 1949.
Giuseppe Giurdanella (Comiso 7-1-1897/3-4-1978), anarchico co­
misano, sorvegliato speciale durante il fascismo, arrestato nei primi
mesi del ’39 per sospetta partecipazione alla riorganizzazione delle file
antifasciste, verrà assegnato al confino per un anno. Nel dopoguerra è
uno dei punti di forza del rinato movimento anarchico, diffusore delle
pubblicazioni nazionali e locali, verrà denunciato e condannato per la
diffusione del volantino «Viva l’anarchia» alla fine del 1950.

Franco Leggio con Mario La Perla (a sinistra) negli anni ’40 a Ragusa.

72
Da Ragusa
Un respiro di 15 giorni

Con il 30 giugno è scaduta la seconda (aprile-giugno) proro­


ga per i licenziamenti. Sei giorni prima, però, il famigerato Mar-
zullo dell’ABCD, mentre delle discussioni, in merito ad altra
proroga, a Palermo e Roma, erano in corso, esponeva, aumen­
tandoli di trenta (30) elementi, gli elenchi dei licenziati. Come
se questo non bastasse, ed era già molto, nel pomeriggio del 30
disponeva, dopo un convegno a tre (lui, Marzullo, il capo; «u
cummissaru» piovuto dal paesello per virtù di chissà quale rac­
comandazione, dico 1’... ing. Turtulici; e, lo zelantissimo... su­
bordinato a tutti e due Boncoraglio, l’ex membro della C. I.
mangiapadroni) un vasto piano di provocazione che doveva
scombussolare i propositi dei dieci licenziandi e degli altri che
con questi solidarizzavano. Questo «piano» comportava «gran­
di» cambiamenti di personale nel reparto gassogeni, cioè la so­
stituzione dei dieci operai licenziati con altrettanti non licenzia­
ti e quindi relativi cambiamenti di turni e di squadre e di posto
di lavoro. Un pandemonio, un vero e proprio sovvertimento
dell’ordine del reparto che voleva dire: «I licenziati sono ...li­
quidati, chi li deve sostituire si attenga all’ordine di servizio»,
cioè al «piano». E questo quando da un momento all’altro po­
tevano arrivare .. .novità da Palermo e Roma, .. .novità che sono
infatti arrivate (altri 15 giorni di proroga!) dimostrando quanto
intempestivo e provocatorio fosse tanto «piano». Che il moven­
te del «piano» era evidentissimo lo dimostra anche il malcon­
tento e lo sdegno che ha suscitato fra gli operai del reparto.
L’operaio Franco Seggio (sic) che da quattro anni lavora nel
reparto facendosi eco della esasperazione generale, sdegnato per
tanta provocatoria strafottenza, lacerava l’«ordine di servizio».

73
Che l’o.d.g. strappato causava viva soddisfazione anche fra
gli operai notoriamente ...Marzulliani lo dimostra il fatto che la
sera del 1° luglio in una riunione nei locali della Camera del La­
voro all’unanimità si decideva di «non prendere sul serio le di­
sposizioni poco serie della direzione e di continuare a lavorare
come prima» cioè senza tener conto del .. .«piano». Nella stessa
riunione veniva elaborato un o.d.g. (trasmesso alla direzione
dell’A.B.C.D. e alle autorità) ove veniva specificato che «qualo­
ra la direzione insistesse nel suo operato provocatorio si addos­
sava tutte le responsabilità degli eventuali incidenti».
L’indomani il grande stratega nonché, lui si dice, «Campa­
nello elettrico» Marzullo mollava riconoscendo per conseguen­
za quanto inopportuno fosse stato il «piano». Non pertanto de­
sistè del tutto ché, la contenuta bile sfogò sull’operaio che ave­
va strappato il «piano» licenziandolo «in tronco». Alla provoca­
zione aggiungeva una minaccia che potrà persistendo, generare
estreme dolorose conseguenze. «Attenti ai mali passi» anche
perché la esasperazione è cattiva consigliera e perché questo
monito viene gridato forte da quasi tutti i Picialuori che stanchi
di tante prepotenze e di tante provocazioni gridano: basta!
F.L.

Da «Umanità Nova», Settimanale anarchico, Roma, a. XXIX, n.


30,24 luglio 1949.

74
Da Ragusa
Il caso di un nostro compagno

Proseguendo le sue brillanti azioni contro Giuliano cioè no,


contro i «picialuori» circa 700 poliziotti e carabinieri armati di
tutto punto e fiancheggiati da autoblindo e mezzi celeri «scac­
ciavano» martedì 23 c.m. i quaranta «picialuori» licenziati dal-
l’A.B.C.D.
Nel pomeriggio veniva arrestato il compagno Franco Leggio
che passato al locale carcere veniva dopo 24 ore rilasciato. Pe­
rò, data la sua insistenza a non abbandonare il proprio posto di
lavoro veniva nei giorni successivi per altre tre volte fermato e
quindi dopo molte ore di camera di sicurezza di nuovo rilascia­
to. Comunque il suo «caso» non è stato affatto risolto ché il fa­
migerato Marzullo persiste nel suo cocciuto quanto disonesto
proposito di liquidare «in tronco» (cioè senza corrispondergli
le indennità che gli spettano) il nostro compagno che da parte
sua, benché solo, e malgrado le lusinghe e le intimidazioni que-
sturinesche e le denunce (per violazione del domicilio priva­
to!?? per violenze!?? al portiere ecc.) da parte del fegatoso e in­
traprendente direttore dell’A.B.C.D. afferma le sue buone ra­
gioni contro l’arbitrio marzulliano. L’arbitrio è evidente quan­
do si pensa che ha effettuato il «licenziamento in tronco» senza
preavvisare né la Commissione interna, né il sindacato, né le au­
torità e in seguito non presentandosi alla riunione della Com­
missione arbitrale (già lui se ne strafotte di tutti e fa quel che gli
piace, tanto pensano le autorità a «stancare» il malcapitato la­
voratore e a difendere le sue ribalderie!) che doveva esaminare
il «caso».
E il «caso» sta facendo «chiasso». La cittadinanza segue con
simpatia sebbene apatica (i picialuori con indignazione) la bat­

75
taglia del nostro compagno che solo contro l’incosciente Mar-
zullo e le autorità che gli tengono il sacco, resta sulla breccia,
aperta dai 40 licenziamenti effettuati, nel fronte dei «Picialuo-
ri», per protestare, e condurre la protesta fino alle estreme con­
seguenze, contro l’infame arbitrio che si suole consumare ai
suoi danni e ai danni della famiglia di «picialuori» così dura­
mente salassata e contro la quale altri infami e ingiustificati sa­
lassi (col 31 ottobre finisce la nuova tregua!) si preparano.
«Non si risolve il mio caso», ha dichiarato il nostro compagno
alle «autorità», «con la minaccia di provvedimenti polizieschi e
penali mobilitando la magistratura o lusingandomi con promes­
se buone tutt’al più per i bambini o le masse elettorali, bensì ri­
conducendo Marzullo alla ragione cioè a rispettare le norme
contrattuali cioè a non disertare, come fece il 4 c.m., le riunioni
della Commissione arbitrale e attenersi al suo giudizio o quanto
meno corrispondendomi lo stesso trattamento fatto ai 40, più la
corresponsione del salario delle giornate lavorative del mese di
luglio che ancora non mi ha corrisposto. E il minimo che posso
chiedere e ci tengo che Marzullo vi si attenga.
Ricordo che il ricorso alla Commissione arbitrale è stato
suggerito e sollecitato da parte di funzionari di questa questura
e non è affatto vero che nulla possono i lavoratori contro la ca­
parbia strafottenza dei padroni».
Intanto il 22 novembre p.v., come è stato notificato al no­
stro compagno da questo Tribunale, si terrà il processo intenta­
to «da Marzullo direttore dell’A.B.C.D.» contro il nostro com­
pagno accusato di «aver usato violenza (!?) al portiere dello sta­
bilimento A.B.C.D. Ottaviano Ottavio allo scopo di costringer­
lo a tollerare che egli entrasse nonostante il divieto, negli uffici
dell’Amministrazione della società stessa». Viva attesa fra «i pi­
cialuori» e la cittadinanza indignata da tanta strafottenza e fac­
cia tosta «marzulliana».

Da «Umanità Nova», Settimanale anarchico, Roma, a. XXIX, n.


36, 4 settembre 1949.

76
Archivio Storico degli Anarchici Siciliani. Fondo Melchiorre Pa­
lermo, b. 20, Corrispondenza politica, Franco Leggio a Melchiorre Pa­
lermo, cartolina postale, Ragusa 3 ottobre 1949 (data del timbro po­
stale).
«Caro Melchiorre.
Ora ho p o tu to procurare questa cartolina e com e v e d i m i prem uro a
scriverti.
Dalla stam pa avrai saputo della sconfitta d e "i picialuori” e d a l com u­
nicato pu bblicato da U. N. la m ia particolare situ azion e: licen ziato in
tronco col prim o luglio. A lm en o così la pensa M arzullo e tu sai che razza
d i puntiglioso è questo miserabile. T ien i pu re presen te che i padroni, ap­
poggiati dagli sgherri dello sgherro Sceiba, si credono tan to f o r ti da p en ­
sare che nulla possano, contro le loro luride persone e contro i loro infa­
m i privilegi, i lavoratori. M arzullo e l ’A .B .C .D . hanno però fa tto i conti
senza l ’oste e in questo caso l ’oste è la mia decisa volontà a “risolvere" in
un m odo o n e ll’altro la questione. Io, d a l 9 settem bre non vado più a la­
vorare a lle m in iere però la p a rtita resta aperta (m algrado che M arzu llo
voleva chiuderla con sole 40.0 0 0 che ho rifiutato con sdegno) e sarò io a
chiuderla n el m odo più adeguato. N on accetto (e le buone autorità si fa ­
rebbero in qu attro p e r darm ene lavoro, onde te n e rm i qu ieto e fa rm i d i­
m enticare l ’affronto marzullesco) nessun lavoro, non farò n ien te d i m en ­
te, che serberò le m ie energie p er trovare una dignitosa soluzione. Intan ­
to l ’angosciosa situazione entro la quale m i dib a tto m i aiuta a raggruma­
re entro d i m e odio e rancore contro questa pu trida società. O h! Stiano
tranquilli i signori M arzullo o Sceiba ecc. p er m entre che si trova dinam i­
te e volontà decise a bruciarla, il loro p ied ista llo d ’oro e d ’infam ia non
sarà m ai sicuro. E d io saprò trovare d i questo prezioso e convincente m a­
teriale. - N ei 2 giorn i che sono stato in carcere ho saputo che T avolino
era già uscito, ancora non sono stato a V ittoria e non l ’ho p o tu to vedere.
M aria si gode i suoi m om enti d i estasi, però l’in tim o ribelle non l ’abban­
dona. Mario, si trova a Rom a, p er fa rsi liquidare la pen sion e e se le sarà
possibile per ricoverarsi. In casa tu tto ben e e la piccola cresce. N on ti d i­
m enticherò anche se non ti scrivo. S tai certo. Ricambia saluti ai buoni di
costì.
Un fo rte abbraccio fraterno, Franco»

77
Vita delle Federazioni. Ragusa
Spezzare le reni ai «picialuori»

«A voi “picialuori” io spezzerò le reni!». Così, con villania


sicumera, gridava il brigadiere Mangano o Pantano (promosso
da poco per meriti speciali) all’operaio Martorana Giovanni,
che dopo 45 anni di condotta incensurata sperimentava i meto­
di della «benemerita».
Il caso occorso al Martorana («picialuoro» delle miniere
A.B.C.D.) è uno dei tanti che giornalmente si verificano in Sici­
lia, e se non fosse per le gradassate del suddetto brigadiere,
avremmo lasciato passare.
Nel pomeriggio del 31 agosto scorso, si presentava alla casa
del Martorana il brigadiere Pantano il quale, entrato senza
nemmeno chiedere il permesso (la violazione di domicilio è co­
sa che riguarda soltanto chi non è sotto il manto della legge) si
mise a ficcare il naso in tutte le parti del povero focolare dome­
stico.
Non avendo trovato nulla di quanto cercava, si trascinò die­
tro il Martorana, che in caserma fu attorniato da una balda
schiera di carabinieri, e si sentì gridare: «Canta! Dove sono i bi­
nari che avete rubato alla Limmer, chi sono gli altri?». E poi­
ché, perplesso, il disgraziato non parlava (che poteva dire?), gli
fu gridato di nuovo «canta!» tra una tempesta di calci, pugni,
schiaffi. «Lo so - urlava il brigadiere benemerito - che voialtri
“picialuori” delle miniere siete tutti compatti e vi credete forti,
ma io vi spezzerò le reni!».
Questo è infatti lo scopo dell’«arma benemerita»: spezzare
le reni ai lavoratori solo perché non vogliono essere licenziati,
solo perché si battono per migliorare le loro condizioni di

79
schiavi, solo perché si credono uomini e come tali decisi e com­
patti vogliono farsi rispettare.
Impotenti di fronte a Giuliano, si sfogano contro dei padri
di famiglia inermi, contro dei lavoratori che chiedono soltanto
lavoro.
G la d ia to r

D a «Il L ibertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. V, n. 2 0 6 , 7


dicem bre 1949.

80
D al ragusano
Miniere di asfalto: ancora licenziamenti?

Prima di iniziare questa corrispondenza, sarà bene dare bre­


vemente uno sguardo ai fatti dell’agosto scorso. Il 15 agosto
’49, dopo venti giorni di lotta sostenuta dai «picialuori» veni­
vano licenziati 40 operai che, pur tuttavia, non abbandonavano
il lavoro. Ma il 23 dello stesso mese, 700 poliziotti, armati di
tutto punto, invadevano le miniere ed imponevano la canaglie­
sca volontà dei padroni. I 40 «picialuori» licenziati venivano
brutalmente scacciati dal loro posto di lavoro e... l’ordine fu ri­
stabilito.
I dirigenti sindacali ebbero allora l’impudenza di affermare
che «gli operai avevano ottenuto lo stesso una... vittoria (giorni
or sono, Manera, segretario della Federazione nazionale Cava­
tori e Minatori, ha ribadito la stessissima tesi!) in quanto solo
40 dei 180 operai preventivati dall’A.B.C.D. venivano licenzia­
ti». Ora, però, la cruda realtà con la denuncia da parte del-
l’A.B.C.D. del contratto per l’acquisto della Limmer e i nuovi
elenchi di candidati alla disoccupazione presentati dalle dire­
zioni delle miniere, dice chiaro e tondo che il problema era sta­
to tutt’altro che risolto.
Infatti eccole avanzare la pretesa di altri licenziamenti. Ec­
cole intrigare per mettere tutto il bacino in crisi e buttare se
non tutti, almeno una buona parte degli operai nella disperazio­
ne. ..
È di questi giorni un grande manifesto del Sindacato mina­
tori che dà l’allarme, ricordando ai «picialuori» e alla cittadi­
nanza che «il problema delle miniere di asfalto ritornerà fra un
mese (il 31 dicembre, ora prorogato al 31 gennaio 1950) a porsi
in tutta la sua gravità» e che il capo d’anno del 1950 (ora il pri-

81
mo febbraio) segnerà per centinaia di lavoratori la fine del lavo­
ro, perché già le prime lettere di licenziamento sono pervenute
agli operai.
Il manifesto continua accusando la direzione dell’A.B.C.D.
(cioè la banda Marzullo-Remoli-Di Medio): 1° di sabotare rim­
pianto del cementificio (è ridicolo dire che i volponi dell’A.B.
C.D. sabotino il cementificio quando è risaputo che col cemen­
tificio possono moltiplicare le possibilità di guadagno; semmai è
più esatto dire che la banda rapace ha interesse a ritardarne la
realizzazione perché, evidentemente, l’integrazione governativa
ottenuta mercé agitazioni, scioperi e occupazioni simboliche
degli operai è una speculazione più vantaggiosa); 2° di non vo­
lere vendere il distillato allo scopo di mantenere in crisi il baci­
no; 3° di voler continuare ad appropriarsi senza pagarla della
produzione della Soc. Limmer e vai de Travers; 4° di volere la
chiusura delle miniere e la disoccupazione di tutti gli operai. E
aggiunge che non si può risolvere il problema se prima «non si
caccia fuori la cricca dei dirigenti dell’A.B.C.D.» e che «gli
operai consapevoli delle loro ragioni non riconosceranno alcun
licenziamento».
Quindi nei prossimi giorni... si ritornerà a fare come in ago­
sto: chiacchiere e demagogia.
Intanto una domanda viene spontanea: come faranno, cioè
quali mezzi di resistenza e di lotta adopereranno i «picialuori»
per «non riconoscere alcun licenziamento?». Perché è evidente
che le buone ragioni, il diritto alla vita, ecc., non sono argomen­
ti validi a far desistere la famigerata banda dell’A.B.C.D. dai
suoi propositi. D ’altra parte è chiaro che per non far vincere i
padroni, per impedire cioè altri licenziamenti, non basta solo
dire di «non accettarli» (prima di agosto si è per mesi e mesi
blaterato di «non accettare per nessun motivo alcun licenzia­
mento» che poi si è finito per subirne ben 40!).
I «picialuori» debbono farsi convinti (minatori del Valdarno
e contadini di Melissa, di Calabria insegnano che, se si vuole
concludere qualcosa; si deve seguire il loro esempio) che non

82
possono trarsi fuori dalla loro disperata situazione con gli scio­
peri-lampo, o con gli arbitrati parlamentari, governativi, prefet-
tizii, o con lo spostare dal suo naturale epicentro - le miniere -
la loro resistenza, la loro lotta. Sul posto di lavoro i lavoratori,
veramente tutti uniti e compatti, potranno in qualsiasi momen­
to e in qualsiasi circostanza affrontare e vincere i padroni. I la­
voratori debbono comprendere che l’occupazione «simbolica»
è dannosissima (come l’esperienza insegna) per lo spreco di
energia e di entusiasmo che comporta, senza il suo logico corol­
lario, l’espropriazione e la gestione diretta.
Fare tutto il possibile significa fissarsi un obbiettivo e lottare
per conseguirlo. Ora, si può considerare un obbiettivo il dichia­
rare, come s’è sempre fatto; di non riconoscere alcun licenzia­
mento? E possono «la legge Failla» e «il cementificio» conside­
rarsi parole d’ordine atte a galvanizzare tutti i lavoratori per la
lotta a oltranza? Noi pensiamo di no e l’esperienza passata mili­
ta in nostro favore. E si può essere certi che come con la legge
Nicastro e «l’impianto per le mattonelle» non hanno ai «picia­
luori» impedito il licenziamento dei 40, così con la legge Failla
e il cementificio i «picialuori» arricchiranno sì di altre possibili­
tà di guadagno i padroni, ma non potranno impedire altri licen­
ziamenti quando i padroni lo vorranno.
Allora? Battere altra strada occorre. Bisogna che gli operai
prendano nelle loro mani la direzione e la gestione diretta delle
miniere. La gestione diretta, ecco l’obbiettivo che se non darà le
miniere agli operai potrà far desistere i padroni dalla loro in­
transigenza. Altrimenti, l’abbiamo pur detto prima di agosto, i
padroni licenzieranno. Sarebbe questione di tempo.
G la d ia to r

D a « Il Libertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. V I, n. 212,


18 gennaio 1950.

83
D al ragusano
Miniere di asfalto: il Cementificio

Il cementificio dunque si farà. I membri della banda del-


l’A.B.C.D. Remoli-Marzullo ne hanno dato l’annuncio ufficiale.
Gli studi son terminati ed ora entreremo nella fase della realiz­
zazione pratica: prima però...
... Prima però è giusto che alla tanta «generosità» di questi
signori corrisponda un qualche «modesto sacrificio» da parte
degli operai. Niente di impossibile. Per esempio, potrebbero gli
operai aumentare ancora un po’, ancora una volta, la produzio­
ne. Solo qualche altra «piccola tonnellata» per ogni singolo
operaio!
Ma visto che gli operai, già così esausti per la fatica bestiale
che devono sostenere per fare le «23 corse», di altri sia pure
modesti sacrifici non ne vogliono sentire, ebbene, «la frusta»,
hanno a se stessi detto Remoli e Marzullo, quindi «o l’aumento
della produzione e maggior disciplina nei posti di lavoro, oppu­
re niente cementificio e quindi nuovi licenziamenti». Questo il
ragionamento dei padroni, che forti dell’appoggio del governo
e delle squadre armate di Sceiba, cercano di reagire alla minac­
ciata sospensione dei milioni di integrazione.
Venga il cementificio, ma gli operai devono sempre restare
assoggettati agli interessi, al tornaconto, allo sfruttamento della
famigerata banda, che intende pigliare i proverbiali due piccio­
ni con una sola fava: sfruttare il cementificio e realizzare nuovi
guadagni facendo stringere di più la cinghia agli operai minac­
ciati, terrorizzati da sempre più intimidatori provvedimenti di­
sciplinari. Davanti a tanta spudoratezza, abbiamo sentito un la­
voratore chiedere: «Ma la colpa di chi è, dei padroni e dei loro

85
r
cani rognosi che agiscono come devono agire, o nostra che li la­
sciamo fare?».
Come rispondono, in tali contingenze, i dirigenti sindacali, i
Rossitto, i Failla, questi idoli degli operai che non pensano e
non riflettono, ma gridano allo scandalo ogni qualvolta si discu­
tono e si criticano i mezzi di lotta che si adottano per risolvere i
vari problemi e la loro stessa impostazione? Essi rispondono
menando il can per l’aia... come da anni! Come per la «mag­
gior erogazione di energia elettrica», come per le «facilitazioni
sui mezzi di trasporto», come per «il collocamento e la vendita
dei prodotti», come per «l’integrazione», ecc. ecc. In questo ca­
so, si trattava dell’aia del gioco dei padroni poiché tutte quelle
esigenze erano corroborate dalla minaccia dei licenziamenti. E i
dirigenti sindacali alle «maggior erogazioni o licenziamenti»,
«integrazione o licenziamenti», ecc. come hanno risposto? Mo­
bilitando la massa contro il governo al grido «maggior erogazio­
ne, integrazioni, maggiori facilitazioni» (ai padroni, s’intende) o
agitazione, o sciopero.
E il governo, felice di accontentare gli amici-padroni e i ne­
mici-operai, mollava milioni, mollava facilitazioni, ecc. Ha mol­
lato pure la «legge Nicastro», che tuttavia non ha impedito i 40
licenziati di agosto. Ora è la volta della «legge Failla» e del ce­
mentificio. «Finalmente - gridano i galoppini camerati e P.C.I.
- siamo riusciti a spuntarla anche per il cementificio: viva Ros­
sitto, viva Nicastro, viva Failla!». E gli operai non s’avvedono
che così si fa il disonesto gioco degli astuti furbacchioni che si
chiamano Remoli e Marzullo.
Ed ora, essi insinuano con arrogante sicurezza: «O più pro­
duzione e più disciplina, o niente cementificio e quindi altri li­
cenziamenti». Allora?
Allora, l’abbiamo sempre detto: per disarmare questa banda
sempre più intransigente e minacciosa, bisogna rispondere alle
esigenze che avanza con la gestione operaia. Ecco la parola
d’ordine: «nessun licenziamento, nessuna integrazione, il ce­
mentificio subito o la gestione diretta!». Noi siamo convinti che

86
così impostato il problema delle miniere, le cose non sarebbero
andate per le lunghe, non sarebbero occorsi tanti milioni di in­
tegrazione e si sarebbe risparmiato ai quaranta operai licenziati
in agosto le incognite della disoccupazione e a quelli rimasti le
provocazioni dei vari caporali di giornata.
Ma se questa impostazione rivoluzionaria del problema del­
le miniere di asfalto del ragusano per ...esigenze del piano Di
Vittorio, nonché della tattica e strategia internazionali, non po­
tesse essere accettata, se restasse ancora ai dirigenti sindacali e
camerali un minimo di pudore e di lucidità obiettiva, si dovreb­
be porre alla base delle discussioni per il cementificio la rias­
sunzione dei quaranta licenziati di agosto. Ma sarebbe bene che
tale condizione, ai capi e dirigenti, alla banda Remoli-Marzullo,
al governo, fosse imposta dagli stessi operai, licenziati e non.
Altrimenti...
G la d ia to r

D a «Il L ibertario», Settim anale anarchico, M ilano, a. V II, n. 307,


14 novem bre 1951.

87
Nel ragusano
(Gennaio 1945: No! alla guerra!)

RICORDATE?
G e n n a io 1 9 4 5 , g e n n a io 1 9 5 1 ...
S e i a n n i! ...
E p p u re l ’eco d e lle f u c ila te n o n s i è s p e n to an cora: f u c ila te co n ­
tro i c rea to ri d e lla gu erra!
RICORDATE?...
I m o ti a n tim ilita r is ti n e l ra g u sa n o d e l g e n n a io 1 9 4 5 ?
A llo r a c o m e o ra i l m o s tr o d e lla g u erra , m a i sa zio , c h ie d e v a
n u o v e v ittim e ; n u o v a «carne da cannone»!
RICORDATE?
U n g rid o p o s s e n te ch e v e n iv a d a l c u o re: N O N SI P A R T E !
RICORDATE?...
A R agu sa, a C o m iso , a V itto r ia , a G ia rra ta n a , a d A c a te e d a l­
tro v e , i G io v a n i, le M a d ri, g li S tu d e n ti, i L a v o r a to r i I N S O R G O ­
N O E SI B A T T O N O D IS P E R A T A M E N T E D A L E O N I C O N T R O
LA GUERRA.
RICORDATE?...
L a g io v a n e d o n n a s o tto le ru o te d e l ca m io n d e lla p o liz io tta g lia
p e r im p e d ir e l ’a rre sto d i a lc u n i g io v a n i «renitenti»?
RICORDATE?...
L ’ero ica r e s is te n z a a i p o liz io tti , a l l ’e se rc ito , a lle lu s in g h e d e i
« r a p p r e s e n ta n ti d e l p o p o lo » ch e v o le v a n o ch e s i p a r tis s e ; ch e g li
A L T R I P A R T IS S E R O ?
RICORDATE?...
I M o r t i gen ero si, a ssa ss in a ti d a l p io m b o fr a tr ic id a f a t t o f o n d e ­
re d a i «pescicani» d e l l ’in d u stria , b e n e d e tto d a i p r e ti, o r d in a to e
d is tr ib u ito d a i g en era li?

89
R IC O R D A T E ? ...
G l i a r r e s ti e le in u m a n e s e v iz ie p a t i t e n e i c o r r id o i d e lla q u e ­
stu ra ?
L e lu n g h e f ile d i «ammanettati» e i lu n g h i m e s i d i carcere?
R IC O R D A T E ? ...
SU T U T T O E C O N T R O T U T T I I G U E R R A F O N D A I, E C H E G ­
G IÒ IL G R ID O P O SS E N T E D E L P O P O L O : N O N SI P A R T E ! ...
O ra c o m e a llo r a i l m o s tr o d e lla g u erra , m a i sa zio , v u o le a ltr e
v i ttim e ; a ltr a «carne da cannone»: a ltr a d is tr u z io n e , a ltr a m is e ­
ria, a ltr e la crim e!
O ra c o m e a llo r a p r o r o m p a d a i G io v a n i, d a lle M a d ri, d a g li
S tu d e n ti, d a i L a v o r a to r i e d a l p o p o lo tu tto i l f a tid ic o g rid o : N O N
SI P A R T E !
Franco L eg g io

D a «A narchism o (V espro schicchiano)», Palestra di cultura di cri­


tica e di battaglia. E sce quando può. N u m ero un ico. N ap o li, m aggio
1950-marzo 1951.

90
Al paese dei miracoli

Lo scultore Amilcare Santini ha sfornato migliaia di «mezzi-


busto» raffiguranti la Madonna, mezzi-busto che sono stati
sparpagliati un po’ dappertutto esposti nei vari negozi di «arti­
coli di regali» fra gli altri articoli di regalo sacri e profani, fra
ballerine nude e pastorelle vestite di cenci rattoppati grossola­
namente.
Di queste migliaia di mezzi-busti senza nome, molti sono
stati venduti andando a finire sui comò, sulle angoliere, sui pic­
coli tabernacoli di tante case e casette, stamberghe, bassi e simi­
li abituri dell’uomo, insieme ad altri mezzi-busti e busti interi
raffiguranti santi, madonne e tanti altri soggetti.
Uno di questi mezzi-busto dello scultore Santini andò a fini­
re sul comò della casetta di Via degli Orti a Siracusa.
«Amilcare Santini - racconta lo specialista in servizi miraco­
listici della “Sicilia” del 15-IX-1953 - ebbe l’ordinazione di
quel soggetto da una ditta di Bagni di Lucca, insieme ad altre di
carattere sia sacro che profano. E siccome egli pensava che il
soggetto sul sacro cuore di Maria non potesse trovare molte ri­
chieste, essendo più c o m m e r c ia b ile l’effige con il sacro cuore di
Gesù», lo scultore rimandò l’esecuzione del bozzetto. (...) Sol­
lecitato dalla ditta ordinatrice, lo riprese e, due anni dopo, cioè
nel 1952, fu trovata di gradimento sia della ditta che dei com­
mercianti delle varie piazze, che fecero ben presto le prime ri­
chieste. «I particolari della composizione sono stati illustrati dal
procuratore della ditta, signore Ulisse Viviani venuto anche lui
a Siracusa per constatare con i propri occhi lo straordinario im­
prevedibile risultato di quella sua m e rc e (è sempre lo specialista
de “la Sicilia” che racconta) largamente diffusa in tutti i centri».

91
Questa «merce» fu eseguita «nello stabilimento della ditta
Ilpa in Bagni di Lucca. (...) Il materiale impiegato è il puro ges­
so di Brisighella (Forlì), cioè lo stesso materiale che viene im­
piegato in tutti i prodotti in gesso che provengono dalle note
fabbriche in Val di Siena (Lucca)». (...) «La fabbricazione vien
fatta col seguente procedimento: il gesso si scioglie in acqua e,
quindi, viene gettato in stampi di gomma o di gelatina. Appena
fatto presa, in pochi minuti, l’opera viene sfornata e messa ad
asciugare al sole e all’aria. Quando il pezzo è ben asciutto viene
ripulito dalle eventuali imperfezioni e, quindi, passa alla colori­
tura. Questa viene fatta a mezzo di aerofago usando vernici al­
la nitro-cellulosa. Lo spessore di gesso della presente madonni­
na e delle immagini simili in genere è di due o tre centimetri.
L’occhio è ricavato con la forma che costituisce il modello,
cioè, l’immagine è un unico pezzo senza alcuna applicazione o
riporto».
Quanto sopra è stato dichiarato e sottoscritto dal procurato­
re della ditta e dallo scultore.
Lo specialista in servizi miracolistici ci tiene a precisare per
conto suo che «le statuette in gesso non vengono affatto cotte
e non hanno pertanto crepe interne essendo tutte di un sol
blocco».
Dunque, nessun dubbio: «A madonnuzza» capitata in Via
degli Orti, come le altre migliaia identiche capitate in altre vie a
Siracusa e altrove è in gesso; un pezzo manipolato da un uomo
il quale, secondo un modello e dopo la richiesta di un commer­
ciante, lo plasmò in una mezza figura umana, di donna: in un
mezzo-busto raffigurante una bella donna, una madonna.
A ripensarci, sarebbe bastato un capriccio dello scultore o
un qualsiasi accidente perché «a madonnuzza» non venisse
sfornata e perché venisse, per conseguenza, evitato tutto il cla­
more di Siracusa. Comunque, non v’è alcun dubbio che la «ma­
donnuzza» è di gesso.

92
Con questa certezza matematica, entrai in Via degli Orti e
nella «casa del miracolo». Forse perché forte di questa certezza,
non ho visto, questi miei occhi non hanno visto nulla, assoluta-
mente nulla di prodigioso.
Lo scolo era terminato da alcune settimane. Perciò mi assil­
lava continuamente l’interrogativo: ma c’è veramente stato que­
sto scolo? Comunque restava quel batuffolo di cotone con il
quale «mani pietose» avevano coperto gli occhi di gesso del
mezzo-busto.
Di veramente prodigioso ho visto la moltiplicazione di que­
sto batuffolo iniziale. Tutti ne avevano. Se ne dispensava a tutti
perché lo strofinassero nelle parti che si volevano miracolate. E
tutti, la folla che faceva ressa, che vociava, che implorava, che
imprecava, lasciavano «volontariamente l’obolo non chiesto»,
malgrado il «chi può dare per l’erezione del tempio alla m ira c o ­
lo sa » .
E se ne è venduto di cotone! Con la stessa furia con la quale
si erano vendute le immagini di tutte le dimensioni e di tutti i
colori della «piangente». I commercianti in cotone idrofilo han­
no avuto il miracolo come i conduttori d’automobili, gli alber­
gatori e altri commercianti.
Intanto continuava il vociare ed il gesticolare della folla. E
fra tanto clamore i preti che si davano da fare, che davano ordi­
ni come sergenti o capisquadra della fu M.V.S.N. (milizia vo­
lontaria per la sicurezza nazionale) ai pellegrini incolonnati ed
ai curiosi per disciplinare il traffico, la ressa. All’uopo la chiesa
aveva pensato, per aiutare questi preti e frati-sergenti o capi­
squadra, ad installare microfoni ed altoparlanti. E gli ammalati,
i difettosi, gli invalidi che piangevano che pregavano che urla­
vano. E bambini di tutto innocenti, donzelle belle ma affette
dalla malattia o dal difetto di cui volevano liberarsi con l’aiuto
della madonnina, e anche, se poteva pensarsi possibile, con
quello del diavolo. Vecchi ai quali tutto poteva e doveva esser
perdonato e tutto doveva esser concesso. Ma questi occhi incre­
duli mai videro uno zoppo camminare o un monco riacquistare

93
l’arto mancante, e mai queste orecchie udirono nessun muto
parlare. Forse perché la madonna, il p e z z o di gesso, non era
quel giorno in forma? Eppure, l’immagine era là, ma senza più
- ammesso che ne avesse scolato prima - lagrime, muta, fredda,
immobile, guardata a vista da più di mille occhi accesi, febbrici­
tanti di chi voleva il miracolo, il prodigio, la grazia, dai questu­
rini e dai carabinieri.
Nessun segno. Non per nulla lo specialista ci aveva assicurato
che di altro non si trattava che di «un pezzo di gesso» non cotto.

La padrona di casa - della casa dei miracoli - e la di lei figlia


sprizzavano meraviglia e stupore e incredulità da tutti i pori.
Apparivano scocciate da tanto frastuono, da tanto via vai, da
tanto insistente domandare al quale non riuscivano a dare ri­
sposte soddisfacenti. Il marito e padre non l’ho visto. Alcuni
presenti, che si dichiaravano suoi amici, mi dissero che da
quando il pezzo di gesso s’era messo a lagrimare in casa sua, lui
passava molte ore nelle osterie a scolare bicchieri su bicchieri di
vino. Ma non ho creduto e non voglio far credere a questo «si
dice». Di certo pare che ci sia questo, che prima era un comuni­
sta «accanito» e che dopo si era «convertito».
I primi a «vedere» le lagrime furono costoro. Il marito e pa­
dre restò talmente confuso che lacerò subito la tessera del Parti­
to Comunista Italiano e... ritornò a fare lo spegnimoccoli e...
«a passare molto tempo nelle osterie», in omaggio al pezzo di
gesso che prima era una madonna senza nome e dopo fu battez­
zata con gli appellativi «delle lagrime», «del pianto» ecc. ecc.
Questa «conversione» è uno dei tanti miracoli veri ed accertati,
come quello degli automobilisti, degli albergatori, dei commer­
cianti. Si dice di molti altri convertiti e di altre tessere del P.C.I.
e della C.G.I.L. lacerate, e forse sarà vero. Tanta messa in isce-
na doveva ben dare i suoi frutti bacati.
Ma perché fra i tanti pezzi di gesso raffiguranti lo stesso
«soggetto», proprio questo e in casa di un comunista accanito?

94
E non è sintomatico il fatto che costui abbia affogato la sua
fede accanitamente bolscevica nello scolo della «madonnuzza»
ritornando all’ovile della menzogna e dell’inganno, dell’impo­
stura, della speculazione?
Oh, virtù dell’articolo 7, della «pacificazione religiosa», del­
la volgarizzazione del più basso machiavellismo. Ma, già, il pas­
so della coscienza bolscevica a quella di nostra santa madre
chiesa è brevissimo e facilissimo.
E i microfoni gracchiavano fastidiosi, snervanti. E preti, fra­
ti, monache, bigotte correvano avanti e indietro da questo all’al­
tro gruppo impartendo ordini, dando il via a preghiere collet­
tive, a cori, a invocazioni che riempivano l’animo di pietà, di
amarezza, di sdegno, di odio, mentre una bestemmia si liberava
dal mio intimo. Il traffico delle immaginette, del cotone, degli
oggetti sacri e di altri «ricordini» continuava, e i preti urlavano
ordini perentori...
Non restava che scappare da questa bolgia, il che feci n o n
troppo presto.
F ranco L e g g io

D a « L ’A dunata dei Refrattari», N ew ark, voi. X X X II, n. 52, 2 6 d i­


cem bre 1953.

95
Processioni nel Sud

(...) Qui l’anno mariano è stato un pretesto per continue


processioni. Il pretume e le «figlie di Maria» si sono dati da fare
per eccitare il popolo, per intimorirlo e risvegliare in esso pre­
giudizi e fanatismi ciechi. Finite le «lagrime» e i prodigi della
«madonna di Siracusa» (finite nel ridicolo), preti e bigotte han­
no buttato fuori dalle sagrestie tutte le madonne impolverate
per farle sfilare nella strada, dietro lunghe processioni di preti,
di «figlie di Maria», di bambinette e ragazze che non potendosi
permettere il lusso di andare a vedere un film o altre modeste
distrazioni, si accontentano di mettersi un poco in mostra in
queste sfilate e di sgolarsi a cantare canti ed inni religiosi. Dopo
aver percorso le strade della città il parroco, che è anche un
predicatore, dal sagrato della chiesa, tiene un discorso che ha
più del comizio che della predica, per gli accenti demagogici ed
il tono tribunizio con cui è detto. Cinque grosse processioni si
sono state nel mese di maggio ed ognuna in onore di una parti­
colare madonna (chi mai sapeva che ce ne fossero tante?).
Nel ragusano nel siracusano la mobilitazione delle piccole
madonne in gesso e in legno è stata completa. Le hanno fatte
girare di casa in casa. A Ragusa città, ne circolano ben sei. Chi
vuole una di queste madonne in una casa, per tutta una notte,
deve: 1) prenotarsi nella più vicina parrocchia; 2) trasformare
una stanza (molte volte l’unica che una famiglia possiede) in
chiesuola con altare e luminarie; 3) esporre tutta la notte la ma­
donna alla contemplazione e alle orazioni dei fedeli; 4) invitare
ed ospitare tutte le vicine di casa e della strada; 5) permettere al
parroco di officiare la messa e fare la predica, e alle figlie di Ma­
ria e agli altri fedeli, di cantare preghiere ed inni sacri; e 6) d u l-
cis in f u n d o , raccogliere oboli e regali (...)

97
In v a sio n e clericale

(...) La Biblioteca civica «Giovanni Verga» di Ragusa, la­


sciava qualche tempo fa a disposizione del pubblico le pubbli­
cazioni anarchiche, come «Volontà», «L’Adunata dei Refratta­
ri», ecc. Ma, dopo l’allontanamento dell’aw. Agostino Guniero
dal posto di bibliotecario essa è diventata una succursale della
sagrestia. La voce si era già sparsa di questo cambiamento, ma
ho voluto prenderne io stesso atto. Il 20 maggio, mi recai alla
biblioteca e chiesi all’impiegato di servizio, di consultare la rivi­
sta «Volontà». Non l’avessi mai fatto! Sembrava che avessi in­
sultato qualcuno caro all’impiegato o pronunciato chissà quali
bestemmie. E finito lo stupore, l’impiegato incominciò i com­
menti: «Bella rivista! Non aveva meglio da scegliere? Lo sa che
è la rivista dei senza-dio, dei negatori-di-dio; dei bestemmiatori-
di-dio, una rivista-vietata?». Gli risposi molto calmamente che
la rivista non era affatto vietata poiché usciva con regolare auto­
rizzazione delle autorità competenti, e che del resto gli atei ed i
senza-dio avevano riscattato con il loro sangue ed i loro sacrifici
il diritto sacrosanto di professare le proprie idee e teorie e quel­
lo di esprimerle pubblicamente e perciò non accettavano di es­
sere trattati da cittadini di grado inferiore (...).
Davanti al mio fermo atteggiamento, pensò di andare a chie­
dere il permesso alla direttrice della biblioteca (D.C. anch’essa)
di darmi la rivista e naturalmente l’ebbi, perché un rifiuto
avrebbe provocato uno scandalo (...).
F.L.

D a «V olontà», Rivista anarchica m ensile, N ap oli, a. V i l i n. 3, 1 lu ­


glio 1954.

N ota. Q uesta corrispondenza inviata alla rivista «V olon tà», venne


pubblicata sotto forma di lettera in due differenti parti, che qui abbia­
m o riunito. A d ognuna delle due seguiva un com m ento redazionale. Il

98
titolo della prima parte si agganciava ad u n ’altra lettera che precedeva,
titolata «P rocessioni nel N o r d ...» , ed il suo titolo originale era « ...e
nel Sud», che qui si è m odificato. A bbiam o lasciato anche qualche re­
fuso, com e il nom e del bibliotecario, per fedeltà con l ’originale p u b ­
blicato.

Yolon/a
IN Q U E S T O NUMERO:

3
V. - Credere obbedire c o m b a tte re
1 LUGLIO 1 9 5 4 D. MICHAUD - Verso la libertà d ella d o n n a
V. GALASSI - Concetto di " so cia le „

G. FIGÀIA - P sicologia e p e d a g o g ia

R I V I S T A G. B. e C. Z. - M ala testa
ANARCHICA Ecc.
M E N S I L E

EDIZIONI R E NAPOLI

«Volontà», n. 3, 1 luglio 1954.

99
Con i contadini espropriatoti

Malgrado il silenzio mercenario delle gazzette borghesi e le


corrispondenze politiche interessate dei fogli così detti di sini­
stra, giungono, alla vigilia delle semine, dalla Sicilia, notizie ge­
nuine dello stato di irritazione del popolo, il quale, malgrado
tante promesse e tante esercitazioni di riforme agrarie ammae­
strate, non vede ancora mutare il sistema feudale della econo­
mia siciliana arretrata di secoli. Nel popolo, fra i lavoratori della
terra, vi sono compagni nostri che questa inquietudine sentono
e condividono; la loro presenza sta a significare che lo stato di
insofferenza e di collera aperta dei contadini siciliani è sponta­
nea ed è giunta al colmo della sopportazione e non è dovuta a
speculazioni politiche esterne. Quei nostri compagni ci infor­
mano di quanto avviene.
In non poche località della terra sicula, masse di contadini e
di braccianti, di uomini e donne, di vecchi e di bambini, affa­
mati di terra, di pane e di libertà, assetati di giustizia sociale,
con negli occhi la speranza di un domani migliore per tutti e la
volontà decisa impressa nel sembiante scarno dai patimenti, ri­
petono il tentativo che tante volte è stato soffocato nel sangue
dall’agraria padronale. Ciò sta a significare che la fame di terra
è un bisogno naturale insito nello sviluppo del progresso civile
e che per questo progresso vi sono stati già eroi e martiri.
A gruppi i braccianti ed i contadini escono dalle loro malsa­
ne abitazioni agglomerate nei borghi e si avviano ad invadere i
latifondi per prendere possesso della terra, per fissarsi ad essa
nel pacifico lavoro, per raggiungere il meritato benessere; per
compiere da se stessi quella emancipazione che venne sempre
ritardata dai s ig n o r i , dai principi, dai conti, dai marchesi, dai

101
baroni, dai c a v a lie ri, dagli agrari e da tutti i loro ruffiani e maz­
zieri. Essi marciano ad occupare il suolo bagnato dal loro san­
gue e dal sudore della loro fronte; recuperano la ricchezza che
venne usurpata dai feudatari e passata poi agli attuali padroni.
Vogliono liberarsi dai padroni che li hanno finora fatti lavorare
defraudandoli del frutto del lavoro obbligando col terrore, con
l’intrigo, con i delitti della maffia ad un lavoro estenuante, uo­
mini e donne, anche se vecchi o bambini, ad una fatica logoran­
te che porta alla rabbia, al dolore, agli stenti, alla fame, alla mi­
seria.
Ora questa gente dolorante, la povera gente di Sicilia, carica
di miseria, assetata di giustizia ed affamata di terra, della loro
terra, continua a muoversi ed appare che si muova ora per la
prima volta tanto è sicura di sé neU’incamminarsi. E in marcia
sempre e se non si lascerà fermare ancora una volta dai politi­
canti, compirà grandi cose, un fatto nuovo: la conquista del lati­
fondo e la espropriazione del feudo. La loro azione inquadrata
nella forza del diritto, sancita persino dalla legalitaria costitu­
zione della repubblica (che dicesi fondata sul lavoro), fattasi
espressione reale di una non più discutibile volontà popolare,
trovato il consenso e la simpatia di tutte le classi lavoratrici del­
l’industria e dell’artigianato, del popolo tutto che soffre uno
stesso basso tenore di vita, la loro azione, dicevamo, andrà alla
conquista e ffe ttiv a e non più simbolica del feudo.
La marcia, non è da ora che è cominciata: essa continua fra
le soste imposte dalla reazione e dai politicanti. Essa può essere
incruenta e pacifica: e tuttavia sempre rivoluzionaria. Ma se
l’inganno verrà ancora perpetrato, e la rivoluzione di diritto in­
gannata, la invasione, un giorno non lontano, potrà, per colpa
stessa degli attuali usurpatori e dei governi, diventare assalto a
tutti i fortilizi dei latifondisti e dei proprietari sfruttatori; sarà
una rivoluzione, allora, compiuta dagli atti violenti e non dal di­
ritto pacificamente riconosciuta da chi lo misconosce.
Tornano agli onori della cronaca i nomi dei grandi feudi che
sono ancora tanti e sparsi dappertutto. Ed ogni feudo invaso è

102
un mito che crolla. Gli immensi latifondi di Vallelunga, appan­
naggio del cavaliere don Lucio Tasca, sono stati invasi; invasi
gli intoccabili e colossali possedimenti della ducea di Bronte re­
galata dai Borboni all’ammiraglio Nelson per avere soffocato
nel sangue la repubblica napoletana un secolo e mezzo fa. Vio­
lati i confini famigerati delle contrade di Villalba deU’agrario
Miccichè. Occupate le terre ove il banditismo criminale, alleato
al padronato, compì dal 1946 al 1948 un atroce stillicidio di as­
sassini di lavoratori e le stragi di masse scioperanti. I nomi dei
feudi ancora da occupare tornano sulla bocca dei contadini e
con essi i nomi degli usurpatori, dei negrieri della terra, i cui ca­
sati aristocratici e borghesi sono legati alla più triste storia del­
l’Isola. Tutta gente che ha fatto il suo bel tempo, tutta gente che
aspetta tremebonda e strafottente il benservito e sogna per la
sua salvezza un nuovo fascismo. Ma il definitivo calcio nel sede­
re sta per arrivare.
La marcia continua con sempre maggiore entusiastico cre­
scendo. Nessun prete osa benedire i vessilli di questa sa n ta m a r­
cia d e lla so ffe ren za , della speranza, del diritto, della fame di ter­
ra, della sete di giustizia, dello anelito al benessere, alla gioia, al­
la libertà. Non lo potrebbero perché essi già benedirono i ves­
silli del feudo e gli emblemi di esso e furono essi stessi dei feu­
datari; non lo potrebbero perché le stesse armi che difendono il
feudo difendono i loro privilegi e le loro ricchezze di curia.
Ed i contadini marciano anche senza la benedizione, marcia­
no senza i preti che li abbiano benedetti giacché furono già be­
nedetti dalle loro sofferenze. E lasciano i preti lì con i signori a
biascicare litanie. Un giorno, speriamolo, sapranno fare a meno
di qualsiasi religione teistica per vivere moralmente.
E non solo signori e preti sono avversari di questa marcia; di
questa sa n ta m arcia d e i c o n ta d in i. Contro di essa vi è tutta la ca­
terva dei politicanti legati al sistema dilatorio fatto a posta per
mantenere i loro scranni nelle cosiddette istituzioni democrati­
che; tanto poco democratiche, poi, che perdono il tempo nei vi­
coli ciechi delle lungaggini burocratiche e parlamentari e non si

103
accorgono che le le g g in e da loro fatte, spesso svisate da chi le
applica, non servono che a lenire, seppur leniscono, una infima
parte degli affamati di terra. E che dire dei cosiddetti sindacati?
La via del riformismo da essi imboccata, da quando abbando­
narono il metodo dell’azione diretta, è la via del continuo tradi­
mento.
Ed i contadini continueranno, d a s o li, ad invadere il feudo.
Forse non sapranno restarci come dovrebbero; forse non sa­
pranno ribellarsi agli intrighi politici come necessita; forse non
sapranno insorgere contro le mezze misure riformistiche, gli si
consiglierà loro di non andare oltre la occupazione simbolica e
forse tutto tornerà come prima...
Ed allora? Chi vuole la redenzione se la operi! I coscienti
diano prova del loro animo ribelle con l’esempio, marciando al­
l’avanguardia della redenzione; entusiastici ed audaci, non mol­
lando! Finché insieme ai miti della intoccabilità dei «signori»
cada anche il mito della messianica attesa; finché la umana con­
vivenza dei liberi sia un fatto compiuto.

D a «R ib ellion e...», N u m ero unico, Bari, ottobre 1954.

104
Dalle zone depresse

Vogliamo cominciare questa rubrica con un commovente e


significativo accaduto che riempirà di sdegno i nostri lettori. Gli
ammalati di t.b.c. del sanatorio di Ragusa hanno protestato
contro la direzione e l’economato per il pane... immangiabile,
buttando questa «grazia di dio» adulterata, lungo i corridoi. E
siamo nel 1954!...
Ma i t.b.c. ricoverati in questo sanatorio è da anni che pro­
testano contro la «grazia di dio» adulterata. E, allora? Per chi
non sapesse, nel sanatorio «G.B. Odierna» di Ragusa impera la
triade, molto bestemmiata dai ricoverati e dai loro famigliari,
formata dal direttore - un fascista della prima e seconda ora -
dall’economo - borbonico incurabile - e... dalle suore del «sa­
cro cuore di Gesù»... economicissime per amor di Cristo e del­
la Chiesa!... Attorno a questa triade, e agli ammalati, la indiffe­
renza crassa e insensibile del personale di servizio e degli impie­
gati, i quali, per amore dello stipendio e del quieto vivere, la­
sciano correre. Oh! l’istinto di conservazione...
Per conseguenza gli ammalati invece di prendersela col pa­
ne, se la dovrebbero prendere con la triade responsabile, cioè
invece di buttare il pane lungo i corridoi, farebbero bene, e me­
glio, a buttare la triade fuori dal sanatorio. Comunque sia, agli
ammalati tutta la nostra simpatia, alla triade il nostro disprezzo
profondo.

L’amministrazione comunale di Monreale è tenuta da perso­


ne che puzzano di sacrestia. Si vede in piazza l’assessore demo-
cristiano, giovane militante dell’Azione Cattolica e segretario

105
delle locali Adi, fare capannello con umili lavoratori che lo at­
torniano perché lo ritengono un insuperabile esperto nel saper­
sela cavare in tutte quelle cose di cui vi è bisogno di raccoman­
dazioni presso gli uffici, per ottenere quel poco che il paterno
governo concede di assistenza sociale per far stare buoni i lavo­
ratori. Il giovane assessore aclista, che vede la questione sociale,
sindacale e politica amministrativa solo in funzione delle sue
credenze bigottamente religiose, è anche lui convinto che solo
le persone per bene (cioè benestanti), istruite e in «grazia di
Dio», come lui, possono dare buoni consigli ai lavoratori e per­
ciò si assume un comportamento borioso e paternalistico facen­
do il saputello patrocinatore. Quei lavoratori che gli ronzano
attorno, e in verità son tanti, ammiccano ritenendosi più furbi,
degli altri che non abboccano. Essi fanno comprendere - sotto­
voce però - che nell’animo loro sono c o n tro , ma che si rivolgo­
no ai democristiani perché oggi sono quelli che hanno il potere
e che quindi solo da loro si può «ottenere». Essi non capiscono
però, nella loro incoscienza, che è proprio per questa brutta
abitudine, di affidare la soluzione dei propri problemi ed inte­
ressi, chiesti sempre erroneamente in termini personali di favo­
re e non sociali di diritto, a persone che sono di turno al potere,
o che ruffianeggiano col potere, che la causa della giustizia e
della redenzione del lavoro non progredisce come dovrebbe, e
come potrebbe essere, se i lavoratori stessi si occupassero dei
loro problemi e dei loro interessi.

Due atteggiamenti diversi può assumere l’individuo di fron­


te all’altrui prepotenza: o ribellarsi, oppure cristianamente ras­
segnarsi. La rassegnazione cristiana da venti secoli viene inutil­
mente predicata al popolo senza tener conto che essa è il mi­
gliore incentivo al mal fare da parte di coloro che hanno le leve
del comando in mano. «Porgi l’altra guancia a chi ti ha assesta­
to uno schiaffo...», «cedi il Pantalone a chi ti ha tolto la cami­
cia...». In gran parte si deve a questa paradossale norma cristia-

106
na il perpetuarsi, fino ai nostri giorni, della schiavitù economi­
ca. La prepotenza si è potenziata a misura che il pacifismo degli
oppressi è stato santificato. Poteva essere maggiore il rovescia­
mento del comune senso morale dell’uomo sociale? Il cristiane­
simo con questa morale della rinunzia predicata al povero, ha
aperto la via alla peggiore sopraffazione dall’alto. «La religione
è il sonnifero dei popoli»... disse Bacunin.
Nasce la conseguenza che più un popolo è religioso, più è
rassegnato e più è schiavo. Comunque, nonostante tutte le leggi
oppressive, generate dalle religioni, nonostante la gesuitica mo­
rale del pacifismo cristiano, gli oppressi talvolta sanno impu­
gnare l’arma della ribellione, che è arma di giustizia.
Oggi sono alla ribalta i disoccupati di Messina, i quali hanno
intrapreso da un po’ di tempo una lotta serrata per vedersi rico­
nosciuto il loro buon diritto di vivere del loro lavoro nonostan­
te sia una ben misera rivendicazione quella di affermare di vole­
re lavorare sotto un padrone. E da più di due mesi che un buon
contingente di disoccupati, quasi giornalmente, invade le vie
cittadine con cortei di protesta rintuzzati dalla polizia. Ultima­
mente hanno invaso il Municipio il quale aveva... elargita la oc­
cupazione dei più decisi a sole cinquecento lire al giorno per
non più di un centinaio di persone! Derisione...
Quello che è più notevole è che queste proteste avvengono
spontaneamente fuori di ogni influenza di capi e di partiti; in
questa bassa Italia dall’animo medioevale il loro esempio brilla
come un faro nella notte. Ma se al grido continuato di «pane e
lavoro» si accompagna la compostezza, di fronte al provocante
continuo «carosello» dei tutori dell’ordine che esibiscono ran­
dellate, talvolta la pazienza dei disoccupati ha un limite.

A Modica il mutilato di guerra Vincenzo Scapellato ha tra­


scorso 26 giorni di lurida galera ed ora si trova in «libertà prov­
visoria» in attesa di giudizio {m a d i q u e s to p a s s o n o n c i tr o v e ­
re m o p r e s to t u t t i g li ita lia n i in lib e r tà p r o v v is o r ia ? ) . I «capi» di

107
imputazione sono tre e tendono a far passare per uso di violen­
za, offesa al prestigio di un poliziotto, graffi e bestemmie, una
umanissima risposta ad una boriosa «botta». E il caso di di­
re: provocato, bastonato e incarcerato! Ecco come sono andate
le cose.
Il 13 agosto, di buon mattino, lo Scapellato va all’ufficio po­
stale per riscuotere la pensione di guerra: sono le 7.30. Per sbri­
garsi prima non ha fatto nemmeno colazione; deposita il libret­
to fra i primi ed attende paziente. Egli è sofferente e la lunga at­
tesa non gli è piacevole; passano le ore... altri pensionati, ultimi
giunti, riscuotono e vanno via. Lo Scapellato chiede e richiede
all’impiegata spiegazioni, reclama con modi civili e si fanno le
11 cioè sono passate ben quattro ore sfibranti. Come un qual­
siasi altro mortale Scapellato è indispettito e chiede più insi­
stentemente spiegazioni alla impiegata che finalmente lo paga.
Tutto sarebbe finito lì se a questo punto non fosse intervenuto
un tizio, un poliziotto, che invita lo Scapellato ad uscire subito
spingendolo a braccia boriosamente e bruscamente. Esce dalla
bocca dello Scapellato un «porco dio che modi!». Il tizio evi­
dentemente prevenuto sul malcapitato, prende il braccio sano
dello Scapellato (l’altro è un moncone) e con uno strappone gli
lacera la camicia e gli impone di... non bestemmiare. È troppo
per lo Scapellato, per un uomo che ha tanto sofferto e che sof­
fre ancora e, malgrado la sua inferiorità fisica, dovuta alla muti­
lazione, risponde «a tono» come risponderebbe chiunque abbia
dignità. Nulla sarebbe successo senza la zelante presenza del ti­
zio... Oh! che forse «porco dio» non si dice anche in caser­
ma?... e si fa nascere da questa ingenua invettiva che ha il valo­
re di una esclamazione... paesana tutto questo pandemonio...,
si mettono le mani addosso, si provoca la ritorsione?... ventisei
giorni di carcere preventivo e un processo? Ma dove siamo? Di
questo passo... «porco di un... diavolo zoppo» { s c u s a m id ia v o ­
lo!) bisognerà processare i tre quarti degli italiani.

D a «R ib ellion e...», N um ero unico, Bari, ottobre 1954.

108
Il sanatorio « G .B . O dierna» o sp itò Franco L eggio nel 1944 in se ­
guito ad una em otisi polm onare procuratasi durante il servizio m ilita­
re. V i è ancora ricoverato, quando a Ragusa scoppia la rivolta del g e n ­
naio 1945 contro il richiam o alle armi; durante i tre giorni di insurre­
zione, Franco L eggio abbandona di nascosto l ’ospedale per partecipa­
re ai moti; vi si rifugerà d o p o la sconfitta dei rivoltosi, sfu ggen d o m o ­
m entaneam ente alle retate di esercito e p olizia, grazie alle coperture
fornitegli dal personale, suore com prese; ind ivid u ato alcuni m esi d o ­
po, verrà arrestato e per circa un anno sconterà la condanna a 16 mesi,
fino all’am nistia T ogliatti. Ironia della storia, tornerà al «sanatorio»,
ormai R esidenza Sanitaria A ssistenziale, n ell’estate del 2 0 0 6 , quando
le sue condizioni di salute si saranno aggravate, e vi trascorrerà 5 mesi;
trasferito in altra struttura, vi morirà il 15 dicem bre.
V in cen zo Scapellato, uno dei più attivi anarchici m od ican i, verrà
condannato per l’episodio qui descritto, a 6 mesi di reclusione.
A Bari Franco L eggio, assiem e a D o m en ico M irenghi pubblica tre
num eri unici: «R ibellione», «In sofferen za» e «S p asim o». A m b ed u e
verranno denunciati e sotto p o sti a processo presso la prim a S ezion e
del Tribunale di Bari il 24 giu gn o 1955 per aver violato gli articoli 5 e
18 della legge n. 47 d ell’8 -2 -4 9 , la legge sulla stam pa, in quanto i tre
numeri unici in realtà sarebbero stati una unica pubblicazione a carat­
tere bim estrale. P er questo «reato» il PM ha ch iesto la condanna dei
due im putati a un anno di reclusione; verranno con d an n ati a 2 0 mila
lire di multa, sentenza appellata.
A ncora M irenghi e L eggio, questa volta assiem e a P a o lin o T railo,
son o stati processati dallo stesso tribunale il 19 settem bre 1956 per
«apologia della strage» e «apologia di disubbidienza militare» per due
articoli usciti su «Spasim o»: Urlo d i disperazione e Resistere. A l p r o ­
cesso, Franco L eggio non si è presentato ad d u cen d o m otivi di lavoro
ed im pegni di propaganda, rigettando l’accusa di «apologia della stra­
ge» ma rivendicando e giustificando quella di ‘d isubbidienza militare».
Si vedano gli articoli II Tribunale di Bari, su « L ’A dunata dei R efratta­
ri» del 16 luglio 1955 e II processo di Bari sullo stesso giornale d e ll’ 1
settem bre 1956.

109
Libertas

(...) Qualche mese fa presentai una domanda, corredata di


tutti i documenti richiesti, per avere il passaporto per i paesi
dell’Europa occidentale. Dopo venti giorni fui invitato in que­
stura per sentirmi dire dal brigadiere Saporito che non dispon­
go di mezzi sufficienti per andare all’estero. Nella domanda
avevo specificato che avevo due fratelli che vivevano da tempo,
l’uno in Francia e l’altro in Belgio, che sono un pensionato di
guerra e che avevo a mia disposizione più di mezzo milione.
Non tutti sono costretti a dare tante spiegazioni, ma siccome
sono anarchico avevo voluto prevenire possibili obiezioni ed
ostacoli. Fu tutto inutile perché il P.P. non mi venne concesso.

A Ragusa un gruppo di giovani (liberali, repubblicani, indi-


pendenti, socialdemocratici, socialisti e comunisti) avevano co­
stituito un Cine Club che aveva come programma la proiezione
di film e di documentari e delle conferenze, cioè un programma
culturale e non politico. Ne era presidente il direttore delle mi­
niere d’asfalto, ing. Zimbelli (dunque una persona per bene).
Ma nonostante il programma e il presidente, l’arcivescovo Pen-
nisi «ca c u m a n n a tu ttu lu p a is i» , prima ed il prefetto poi fecero
tali pressioni sui proprietari del locale concesso al Cine-club, da
negare l’uso del locale.
E con questo precedente i suddetti proprietari negarono la
detta sala al P.S.I. che l’aveva chiesta per la C o n fe re n za s u l p e ­
tr o lio di Vittorio Foa il quale fu costretto a tenerla in piazza Li­
bertà dato che gli venne anche negata (dal d.c. ing. Spadola, ex­

111
gerarca del fascismo) la sala delle adunanze che un mese prima
era stata messa a disposizione dei dirigenti della compagnia pe­
trolifera (...).
Ragusa, novembre 1954.
F.L.

D a «V olontà», Rivista anarchica m ensile, N ap o li, a. V i l i , n. 8, 15


dicem bre 1954.
N ota. Altra corrispondenza apparsa su «V olon tà» sotto form a di
lettera, seguita da un lunghissim o com m ento-riflessione della redazio­
ne sulle due libertà citate n e ll’intervento, quella del passaporto, la li­
bertà di circolazione; e quella del cin e-clu b , ovvero la libertà di o p i­
nione e di fare cultura. L'ing. Z im belli è in realtà l ’ing. Cesare Zipelli.
Sulla vicenda del passaporto, si vedano gli sviluppi n elle pagine
successive del presente volum e.

112
I fatti del ragusano
(Gennaio 1945)

«Alle forze sociali e politiche che avevano armato il fasci­


smo, si tese la mano. Avvenne un generale embrassons-nous, e
ognuno pensò ai casi suoi... i collaboratori degli alleati prefe­
rivano collaborare con l’AMGOT nella repressione delle som­
mosse contro la carestia e la disoccupazione, anzicché scende­
re in mezzo alle migliaia di persone che soffrivano la fame e
rendersi interpreti delle loro esigenze (...) L’insurrezione (del
ragusano), che in taluni comuni assunse carattere di una vera
e propria insurrezione di massa, aveva anzi per la stragrande
maggioranza dei giovani che vi partecipavano, caratteristiche di
ribellione al fascismo che sopravviveva nella sostanza, alimen­
tato dalla condotta degli organi angloamericani di occupazio­
ne...».
Cosi scrive - a scanso di malintesi - Antonello Scibilia, gio­
vane intellettuale comunista che ha scritto su «i fatti» quat­
tro articoli sui numeri 3,4, 5 e 10 del settimanale bolscevico di
Ragusa, «La Voce del Popolo» (tra il 28 marzo e il 23 mag­
gio 1954), concludendo, però, in omaggio alle svolte del gran
partito, che i fatti stessi, se non fascisti, furono di ispirazione fa­
scista.
La contraddizione è evidente e, dato che lo Scibilia è un mi­
litante bolscevico... giustificata anche dal fatto che la direzione
del Partito Comunista Italiano, contro la volontà della base, an­
che allora assunse una posizione favorevole alla repressione del­
l’insurrezione popolare non disdegnando di appoggiare l’ora
dei Lupis che ora lo Scibilia bolla per il loro americanismo, e di
schierarsi dalla parte dei Badoglio e dei Savoia.
113
Ma questa conclusione, per amore di tesi, non regge perché
smentita dalla natura dell’insurrezione e dello spirito dei rivol­
tosi essenzialmente antifascista e dal fatto che gli anarchici e i
comunisti rivoluzionari che vi parteciparono attivamente non
erano degli imbecilli, e anche da un untorello fascista, Salvatore
Cilia da Vittoria, il quale, pur giudicando i fatti con spirito di
parte e forzando, anche lui per amor di tesi, una interpretazione
fascista dei medesimi, alle pagine 21 e 22 del suo libro: N o n s i
p a r te , scrive: «...Tali manifestazioni furono talmente plebiscita­
rie che se fossero state di ispirazione fascista, si sarebbe potuto
facilmente concludere che il fascismo non era morto, che anzi,
era più vivo che mai».
Sta di fatto che il fascismo non era morto e perciò il popolo
e i giovani del ragusano insorsero nel tentativo di schiacciarlo
definitivamente cercando di puntare le loro armi alla radice del
bubbone.
Sugli articoli dello Scibilia e sul libro dell’untorello fascista
(come su un altro libro, sempre su «i fatti»: Q u e s ti m is e r a b ili -
c ro n isto ria a u to b io g ra fica ro m a n za ta del prof. Giuseppe Nobile)
avremo occasione di ritornare, per ora premendo di entrare in
argomento.

La «liberazione» nel Sud, specie in Sicilia, si dimostrò ben


presto un bluff sfacciato e inverecondo, lasciando una profonda
delusione, un malessere e un disagio generale acuto ed esaspe­
rato nel popolo lavoratore. Tutti gli arnesi responsabili dell’in­
fame regime fascista, della monarchia savoiarda e delle caste
agrarie s’erano salvati e tornavano, sia pure cautamente e sotto
mentite spoglie, a intrigare per conservare con la pellaccia gli
antichi privilegi, mantenere le vecchie strutture oppressive ab­
barbicandosi a posti di comando e di responsabilità, riparando
nei partiti antifascisti, incuneandosi financo nei Comitati di Li­
berazione Nazionale, riorganizzandosi in formazioni proprie
clandestine e aperte.

114
I partiti antifascisti, compreso il P.C.I., occupati e preoccu­
pati dell’opera di reclutamento, lasciavano correrédemandan-
do la soluzione dei problemi che assillavano il popolo... alla
Costituente.
L’epurazione si ridusse ad una beffa atroce e disonesta.
II popolo e gli antifascisti intransigenti, i rivoluzionari since­
ri col popolo e in mezzo al popolo cercavano, sdegnati, di reagi­
re come potevano. Le dichiarazioni di Paimiro Togliatti sbar­
cando a Salerno, avevano frustrato acerbamente ogni illusione.
Alla volontà del popolo di farla finita con le vecchie cricche
sfruttatrici e parassitane si rispondeva con la politica di disten­
sione, la più balorda meschina ed equivoca, con la collaborazio­
ne più insana e degradante.
Alla volontà del popolo di farla finita con le vecchie cricche
sfruttatrici e parassitane, si rispondeva con l’opportunismo più
marcio e aberrante.
Intanto il popolo, i lavoratori, soffrivano la miseria più deso­
lante e la fame. Si nutrivano di carrube, di arance, di erbe e...
bestemmiavano stringendo forte i pugni; le donnette del popolo
alle quali la liberazione non aveva portato né i legumi per la
pentola né un tozzo di pane per i bambini, né i medicinali per
gli ammalati, né, a molte, i loro uomini sparsi, forse cadaveri, in
tutti i fronti della maledetta guerra, né la pace, maledivano; i
giovani battevano il lastrico delle piazze disoccupati e quelli
che, sfuggendo alle brigate nere, fuggendo dai campi nazisti,
trapelando, mercé tanti rischi e tante sofferenze e pene attraver­
so il fronte, dal Nord al Sud, con mille speranze augurali e tante
e tante illusioni sulla «Italia liberata» arrivando stanchi, disfatti,
affamati, infermi, trovavano l’affetto dei loro cari, ma la casa, la
famiglia economicamente in rovina, poi una grande indifferen­
za, la disoccupazione beffarda e demoralizzante, la vecchia mi­
seria resa più atroce dalle rovine della guerra, dalle sofferenze,
dai lutti, dagli amici e parenti non trovati - e le strutture op­
pressive e gli sfruttatori, e gli speculatori tutti ai loro posti, nei
loro palazzi, o nei circoli, o nei bar, e i fascisti che passeggiava­

115
no impuniti e i monarchici che si riorganizzavano... proprio
tutto come prima, e frustrati dalla delusione disperavano.
«Desideravano (questi giovani) solo non sentire più il tu­
multo degli eserciti in combattimento, il rombo degli apparec­
chi, il sibilo dei proiettili, il martellamento delle mitraglie, il
boato delle bombe, il cupo assordante vomito dei cannoni.
Avevano i timpani spezzati, i corpi mutilati e feriti, i nervi tesi e
logorati. Pace invocava il sangue nero nelle loro vene, pace
chiedevano inderogabilmente le ossa schiacciate delle loro car­
ni, pace era l’anelito ardente del loro cuore»1.
Ma niente pace. La guerra continuava. Niente giustizia, che:
«Gli imboscati che avevano saputo trarre gran profitto dalla
guerra, si erano arricchiti speculando sul sangue da essi gene­
rosamente versato, ridevano quando li vedevano giungere con
le barbe lunghe, sporchi, laceri, ammalati, nel corpo e nello spi­
rito»2.
E la collera, in tutti, serpeggiava, ribolliva. Un po’ dapper­
tutto in Sicilia malcontento, insoddisfazione esasperazione ab­
bastanza generalizzata. Perciò manifestazioni di protesta, taffe­
rugli, vie di fatto, violente dimostrazioni di piazza. Bande arma­
te scorrazzavano per le campagne. Turbe di disoccupati assali­
vano i forni e le panetterie. «Palermo, Messina, Catania erano
in aperta rivolta. Un’aria greve, pesante, foriera di sconvolgi­
menti alitava in Sicilia e specie nel Ragusano»3.
Già, come altrove anche a Ragusa.
Qui, un chilo di pane, a trovarsi, costava 120 lire. Una gior­
nata di lavoro nelle miniere, dove si lavorava quattro giorni la
settimana, veniva retribuita con 70 lire!
Contro la scarsità e l’alto costo del pane dimostrazioni abba­
stanza energiche, assalti ai forni ed ai magazzini di generi ali­

1 Questi Miserabili del prof. Giuseppe Nobile, p. 11.


2 Idem p. 11.
3 Idem p. 14.

116
mentari si susseguivano soprattutto ad opera di disoccupati e
delle donne «ra russia» - il quartiere più popolare della città.
Presi di mira erano gli incettatori che speculando esosamen­
te si arricchivano sulla fame del popolo.
Una di queste sanguisughe ingorde, una mattina fu preso
dal letto e quasi nudo venne buttato sopra una carriola, trasci­
nato per le vie della città e malmenato. Poteva finire linciato,
ma fu salvato dalle forze dell’ordine ora antifasciste e democra­
tiche - lui, oltre tutto, fascista.
I residui fascisti, i rigurgiti savoiardi, gli agrari e i conserva-
tori gongolavano, insultavano.
Alle donne che, alle poste facevano la fila per riscuotere i
pochi soldarelli del sussidio militare, si ebbe la spudorata im­
prontitudine di dire (e fu un ragioniere arnese impunito del fa­
scismo): «Piuttosto che fare la fila per quattro soldi, andate a fa­
re le puttane agli alleati, guadagnerete di più». Inferocite le
donne reagirono violentemente tentando di linciare l’irriducibi­
le canaglia, ma, alcune, quelle che erano state le più decise ed
energiche (e fra queste Maria Occhipinti) andarono a finire in
guardina per... sedizione fascista!
Di questo passo, fra le continue concessioni, i compromessi,
le distensioni e svolte dei partiti antifascisti, a tutto beneficio
dei partiti e gruppi conservatori e reazionari e fascisti - i tumul­
ti e le scosse popolari, si arrivò al dicembre 1944.

Nel mese di gennaio 1945, dopo lunghi preparativi e un lun­


go lavorìo sotterraneo, le forze della reazione, con epigoni Ba­
doglio ed il Principe ereditario, tentarono il gran colpo: la rior­
ganizzazione dell’esercito, cioè l’organismo reazionario per ec­
cellenza. I partiti sedicenti rivoluzionari abboccarono e gli espo­
nenti si misero a sudare camicie su camicie per popolarizza-
re l’idea della ricostituzione dell’esercito, a fare, cioè, ingoiare
al popolo il rospo velenoso dell’esercito, condito da logorree
menzognere.

117
Il popolo restò perplesso, disgustato. Subodorò l’inganno.
Prima incredulo, poi indifferente, indi decisamente avverso.
Di esercito non se ne voleva sentire. Esercito significava
guerra e non rivoluzione. Si creò uno stato di nervosismo, di
rancore, di tensione indicibile, specie nei giovani e nelle donne.
«Era il dieci dicembre 1944» - scrive nel libro citato a pagi­
na 12 il prof. Nobile - «e i postini si ripresentarono alle porte
delle case con le borse piene di cartoline rosa: la chiamata alle
armi. Incredibile...» Le mamme, i padri, le mogli, i fratelli, i fi­
gli, le sorelle si rifiutarono di capire e meno che meno vollero
capire essi, gli interessati. Poteva essere una beffa, una tremen­
da beffa, fatta solo per ridere, per passare del tempo. Ma chi
osava prendersi questo gusto? Chi voleva scherzare con tanta
leggerezza? Chi ambiva giuocare sulla quiete altrui? Nessuno
che non fosse stato stolto, malvagio. Pazzo... E stavano lì, sulla
soglia, con le pupille fisse nel vuoto e la cartolina in mano, men­
tre nel loro pensiero si domandavano: ma siamo proprio noi i
destinati al macello? Partire?... Non finirà mai dunque la no­
stra partenza?... E dalle famiglie l’indignazione passò nei luo­
ghi pubblici, nei ritrovi, nei caffè, nei negozi, si riversò sulle
strade, si raccolse sulle piazze... E da tutte le parti gli uomini,
padri e figli assillati da un unico pensiero, stretti dalla comune
disgrazia, riavvicinati dalla stessa volontà di risorgere dall’op­
pressione, in segno di protesta sfilarono per le vie della città,
muti e compatti come falangi, il cui volto minaccioso sfolgorava
la bellezza maschia della loro forza, risoluta ad affermare la li­
bertà, risoluta a difendersi contro ogni sopraffazione.
Quell’immensa folla ondeggiante dava bagliori sinistri, come
fulmini temporaleschi nel buio cielo della notte: «Non si
parte»4, «Mamma non piangere, non partirò».

4 A scanso di equivoci, bisogna dire subito che questa parola d ’ordine, ap­
punto, per l’uso che ne facevano i fascisti, fu tempestivamente sostituita con
quest’altra: «Non si parte e indietro non si torna». Così, del resto, altre parole
d ’ordine vennero tempestivamente sostituite.

118
Un grido possente esplose dall’intimo dei giovani, al quale
lece eco il gran cuore del popolo che si schierò coi'suoi giovani.
«No, non si parte». Alla chiamata alle armi ordinata più dal go­
verno Bonomi, dal famigerato maresciallo-suca di Addis Abe-
ba, Badoglio, e dal bellimbusto Umberto di Savoia, del resto
col beneplacito e con l’avallo dei partiti antifascisti, in testa
quelli sedicenti rivoluzionari, il socialista ed il comunista, i gio­
vani del ragusano risposero unanimemente, appoggiati e sorret­
ti dalla popolazione, rinviando le cartoline-precetto al mittente,
0 bruciandole in piazza.
Il governo, la autorità reagirono arrestando, incarcerando,
organizzando la caccia ai giovani. Ovunque, nei bar, nei cine­
ma, in casa, per le strade, erano «pescati», venivano, i giovani,
arrestati e trasferiti al carcere. Si organizzarono da parte delle
autorità sbigottite pattuglioni formati da carabinieri, questurini,
soldati. Questi pattuglioni di giorno, ma più di notte inoltrata,
giravano di casa in casa, con lunghi elenchi di nomi prelevando
1giovani che vi trovavano, e si dettero casi che invece del «pre­
cettato» ricercato, si ebbe ad arrestare un fratello o addirittura
un cognato!
Questi rastrellamenti ricordavano a molti e in modo crudele
quelli operati nel Nord largamente e bestialmente dai nazi-fa-
scisti.
I giovani e il popolo non si lasciarono però intimidire, e nei
primi di gennaio 1945 impugnarono le armi e per cinque giorni
spararono ininterrottamente, battendosi accanitamente e con
entusiasmo contro le forze dell’ordine e contro l’esercito per di­
fendere il loro buon diritto e per infrangere uno stato di cose
intollerante e intollerabile.
Furono disarmati le canaglie fasciste, carabinieri, poliziotti,
ufficiali e «ricchi», i quali non dovevano muoversi dalle loro ca­
se, del resto vigilate da gruppi di giovani.
L’insurrezione aperta contro i poteri dello Stato passò alla
storia come «i fatti di gennaio 1945» e i giovani che vi presero
parte furono chiamati i «rivoltosi».

119
Fu, quell’insurrezione, come un violento temporale, un tem­
porale che fece rompere gli argini della pazienza popolare e
sconvolgere governo e partiti intenti a rimettere in sesto la ba­
racca mal ridotta dello stato, premuti dalle forze più retrive e
reazionarie e prementi a loro volta di nuovi sacrifici e di nuove
privazioni il popolo già tanto provato dal regime fascista, dalla
guerra fascista, dall’invasione anglo-americana, dalla cosiddetta
liberazione che non l’aveva liberato né dalla miseria, né dall’in­
giustizia, né dai rottami fascisti e dai rigurgiti del feudalismo
monarchico-agrario.
I fascisti ed i monarchici che volevano tentare la loro specu-
lazioncella furono resi innocui e tremarono ancora una volta.
Come s’è visto, il temporale era nell’aria. L’atmosfera popo­
lare carica di elettricità. Non occorreva che la scintilla per pro­
vocare la fiamma. E questa scintilla fu la bestiale illogica provo­
catoria chiamata alle armi.
Per sei giorni e sei-notti, tra l’infuriare di violenti acquazzo­
ni e temporali, infuriò una vera e propria battaglia fra rivoltosi
e popolo da una parte, governo, esercito e partiti politici dal­
l’altra.
II popolo e i rivoltosi ben presto controllarono Ragusa-Co-
miso-Acate-Giarratana-Scicli-Modica-Cozzo Bello assediando
prefetture, caserme, municipi, disarmando i ricchi, i preti, gli
incettatori, i «nemici del popolo», che così venivano a trovarsi
in istato di libertà vigilata. A Modica fu incendiato il municipio,
a Giarratana-Acate si espropriarono magazzini e forni, e pane e
altri generi alimentari furono distribuiti al popolo.
Ma ben presto le forze dell’ordine, partiti «democratici», ca­
rabinieri, guardie di finanza, poliziotti, esercito - che affluiva­
no da tutte le parti dell’isola - ebbero il sopravvento e i giovani
e il popolo dovettero ammainare la bandiera della rivolta sug­
gellando il loro buon diritto con una diecina di morti e diversi
feriti.
La repressione che ne seguì fu bestialmente feroce e crudele:
senza precedenti.

120
Centinaia e centinaia di popolani d’ogni età furono rastrella-
li, arrestati, massacrati di legnate, torturati e buttati in galera e
nelle isole di confino dove ancora si trovavano le vittime del fa­
scismo: anarchici, comunisti, socialisti, sindacalisti.
Galere e isole furono ben presto piene zeppe. Considerare
che uno stanzone del carcere di Ragusa, adibito normalmente
all’occupazione di quattro a sei detenuti, ora ne conteneva ben
quaranta.
Ventisei mesi di sofferenze inaudite.
Ma quelle giornate restano, vive e palpitanti, come monito e
come incitamento. E i fatti, malgrado il fango e il veleno che ci
sputano coloro - governo e partiti - che ne furono acerbamente
Irustrati, sono ricordati con fierezza da quanti n’erano stati pro­
tagonisti: con fierezza ed entusiasmo.
Ai denigratori, prima di continuare la trattazione, dobbiamo
dire (e in modo particolare ai bolscevichi) che «i rivoltosi»
compresero bene che per rendere operante ed effettiva la libe­
razione bisognava sradicare e schiacciare il fascismo e ogni resi­
duato monarchico anche al Sud, anche in Sicilia.
Senza aver letto Gramsci, intravidero - i giovani e il popolo
ragusano - che le «vecchie forze non vogliono cedere nulla e se
cedono qualche cosa lo fanno con la volontà di guadagnare
tempo e preparare la controffensiva».
Che cosa preparavano le forze retrive del Sud, sollecitate ed
aiutate da quelle del Nord, se non il bastione dove e contro il
quale si doveva infrangere l’impeto rivoluzionario del vento del
nord, delle forze partigiane? E che cosa volevano i giovani ri­
voltosi e il popolo nel suo insieme, se non minare sul posto e
abbattere in tempo questo bastione conservatore e reazionario?
Se non integrare la lotta popolare del Nord?
Si diceva, tra i giovani insorti: fari u partigianu cca.
Poco fu fatto dai rivoltosi per dare un’impronta decisamente
e profondamente rivoluzionaria ai fatti, all’insurrezione. Ma bi­
sogna considerare la confusione in cui vennero a trovarsi molti
giovanissimi inesperti, e lo scrupolo che altri si facevano sotto la

121
pressione e le minacce della propaganda del Partito Comunista
Italiano, di cui molti facevano parte.
Ma questo è un altro discorso sul quale non mancherà tem­
po per tornare.
In ezia

D a « L ’A dunata dei Refrattari», N ew ark, voi. X X X IV , n. 21, 21


m aggio 1955 e n. 22, 28 m aggio 1955.
Per approfondire sui fatti del gennaio 1945, si vedano i seguenti
volumi:
- G iovanni La Terra, L e som m osse n el ragusano - D icem bre 1944-
G ennaio 1945, Ragusa, Sicilia P u n to L, prima ed izion e febbraio 1980,
seconda edizione febbraio 1998.
- A ntonio M angiafico-Pippo Gurrieri, N on si parte! N on s i parte!
- L e som m osse in Sicilia contro il richiamo alle arm i, Ragusa, Sicilia
Punto L, settem bre 1991.
- R ivolte e m em oria storica - A t ti d e l convegno «1945-1995: le som ­
m osse contro il richiam o alle a rm i c in q u a n ta n n i dopo, Ragusa, Sicilia
Punto L, settem bre 1995.
- G iosu è L uciano R om ano, M o ti rivolu zion ari n el ragusano - D i­
cem bre 1944-G ennaio 1945», Ragusa, Sicilia P unto L, m aggio 1998.
- Ism ène C otensin; M aria O cch ipin ti e la rivolta d i Ragusa (gen­
naio 1945 - Un percorso in tellettuale, politico e letterario, Ragusa, S ici­
lia Punto L, dicem bre 2003.
- Maria O cchipinti, Una donna d i Ragusa, prima edizione Firenze,
Luciano Landi, 1957; seconda ed izion e M ilano, Feltrinelli, 1976; terza
edizione Palerm o, Sellerio, 1993.

122
Paolo Schicchi

Il 12 dicembre 1951 è morto, a Palermo, Paolo Schicchi. Co­


me fare a ricordare l’imponente figura di « c a v a lie r e se n z a m a c ­
chia e se n za p a u ra » e dell’attività che svolse, per, e in difesa del­
l’ideale anarchico, dalla sua giovinezza fino ai suoi ultimi giorni,
in Italia e all’estero, in poche righe? Eppure non possiamo la­
sciare passare il 6° anniversario della sua morte sia pure accen­
nandone. Potrà servire di stimolo a quei compagni che si sono
assunti l’impegno di editare la ricca biografia tracciata dal com­
pagno Souvarine, a mantenere l’impegno, ché molto tempo è
trascorso nel più inspiegabile silenzio.
Paolo Schicchi fu un uomo dal carattere adamantino, un
temperamento vulcanico, impetuoso e ardimentoso, una forte
tempera di lottatore anarchico, tanto amico degli sfruttati e op­
pressi quanto implacabile nemico degli infingardi, degli specu­
latori, dei parassiti, di tutti i « p a d r o n i d e l v a p o r e » e di tutti i ti­
ranni. Staffilò crudemente i pavidi e gli ipocriti e senza tregua si
battè contro i nemici e i mistificatori dell’anarchia. Resistette
sulle breccie alla conquista e in difesa della libertà e della giusti­
zia, senza mai cedere di coerenza e senza indietreggiare davanti
a rischi ed a responsabilità. Si era interamente votato alla causa,
buttandosi impetuosamente nella mischia sociale, fin dalla sua
più giovane età, fin da quando studente universitario partecipò
ai moti dell’intemazionale a Palermo. Fece della sua penna una
spada rovente e dei giornali che diresse tanti sassi acuminati
contro l’ordine dei saccomanni, contro la peste religiosa, contro
le menzogne convenzionali della società, contro le ingiustizie.
Ma fu soprattutto uomo d’azione. « P a o lo S c h ic c h i» , ha scritto
Gino Cerrito in brevi tratti critici del suo studio L a rin a sc ita

123
d e l l ’a n a rc h ism o in S ic ilia , « v iv e v a n e lla lo tta e p e r la lo tta , r i­
sch ia n d o m o lto sp e sso la v ita e la lib e rtà e p a g a n d o s e m p r e d i p e r ­
s o n a » . Per temperamento esuberante riteneva una imperdona­
bile vigliaccheria sottrarsi al pericolo, sotto qualunque forma
esso si presentasse. Era ed è sempre rimasto un vecchio anar­
chico « d e l l’E p o ca E ro ic a » . Le imprese più audaci e temerarie
non lo fecero mai esitare. Affrontò con coraggio e consapevo­
lezza persecuzioni d’ogni sorta, subì diecine di anni di galera, di
confino, di esilio. Ma non mollò mai. Da ogni prova, per quan­
to dura e amara, usciva più forte, più inflessibile, più battagliero
che mai. Polemista irruento, non risparmiò nemmeno i compa­
gni e gli amici. Rispondeva a chi gli rimproverava certi suoi ec­
cessi polemici contro compagni che « la v e r ità sm e rig lia v a e f a c e ­
va p iù f o r t e i l ca r a tte re d e i sin c e ri e d e g li o n e s ti e che, c o m u n q u e ,
n o n s i d o v e v a n a sc o n d e re m a i» . E chiamava pane il pane, sbirro
gli sbirri e carogna le carogne. « G iu d ic ip e c o r a i» commentò una
condanna che gli inflissero al tribunale di Viterbo procaccian­
dosi un altro processo per direttissima e altra condanna.
Con la sua morte il Movimento Anarchico ha perduto so­
prattutto un forte carattere, un militante la cui vita tempestosa
è una miniera di esempi e di coerenza. Lo abbiamo ricordato
soprattutto ai giovani appunto come una forte tempra di lotta­
tore e come un forte carattere perché ognuno vi si possa rispec­
chiare e trarne stimolo per maggiore attività e consapevolezza.
In e zia

Da «L ’A zione Libertaria», a cura degli Anarchici della Sicilia, N u ­


mero unico, M odica, gennaio 1957.

124
Viva i braccianti e i contadini di Vittoria

Le gazzette pettegole strillano: «Gravi disordini a Vittoria...


agenti feriti a sassate e a colpi di bastone».
Già, siamo in inverno!... Il solito vecchio, grigio inverno del
meridione carico di ingiustizie e di collera. Lo spettro di Vitale,
del contadino comisano assassinato l’altro inverno sulla neve
mentre gridava al mondo la sua e la fame dei suoi famiglia» e
dei suoi compagni di lavoro, di stenti e di miseria, si aggira per
le campagne e batte dentro la nostra coscienza di rivoluzionari:
«Compagni, io sono morto e voi cosa aspettate?...». E a Vitale
fanno coro Girasole e Carnevale e tanti altri ancora che, assassi­
nati, hanno fatto una lunga catena rovente, fatta di sangue e di
maledizioni, che striscia lungo le barriere e i limiti feudali.
«Compagni, noi siamo morti e voialtri?...» Bisogna rispondere
agli interrogativi dei nostri compagni assassinati.
Torna l’autunno e i guai dei nostri contadini e braccianti si
lanno più pesanti, più aspri, più intollerabili ed esasperanti. Ba­
sterebbe considerare la prospettiva di lunghe settimane di for­
zata disoccupazione per giustificare qualsiasi azione di protesta
e di rivendicazione dei contadini, dei braccianti e dei loro fami-
gliari. C’è solo da meravigliarsi della loro pazienza; c’è da chie­
dersi come possono i contadini, i braccianti e i loro famigliari
accettare passivamente la loro condizione e le promesse eletto­
rali mai mantenute e le provocazioni degli agrari e delle autorità.
Fatto è che anche nel movimento contadino del Ragusano,
una volta molto vivace e deciso, grava l’atmosfera di confusione
e di incertezza che gli avvenimenti politici e la denuncia degli
errori e bestialità di dirigenti e capi imborghesiti e incarogniti,
hanno determinato. Così i nostri contadini si muovono molto

125
raramente e con molta lentezza e indecisione. E non parlano
più di «occupazione del feudo». In tanto grigiore rinunciatario
l’azione dei contadini e dei braccianti di Vittoria se, agli uni (ai
forcaiuoli de «La Sicilia») ha fornito argomenti per speculare
ancora una volta sui fatti... d’Ungheria come a rivendicare solo
per i tutori del «loro» ordine il diritto di difenderlo dalla «pro­
testa operaia e contadina» e, se agli altri (i capi e i dirigenti del
P.C.I.) ha dato ancora una occasione per appellarsi alla «Costi­
tuzione Democratica» a noi ha fatto gridare con entusiasmo:
«Viva i contadini e i braccianti di Vittoria!». E con i braccianti
e i contadini di Vittoria gridiamo forte agli agenti degli agrari:
«Non si violano impunemente le sedi delle organizzazioni dei
lavoratori».
I contadini e i braccianti di Vittoria hanno dimostrato che
restano sempre vigilanti sulla breccia delle rivendicazioni con
spirito di rivoluzionari, pronti, come sempre pronti devono es­
sere i veri rivoluzionari, a scendere in lotta con decisione e au­
dacia.

D a «L ’A gitazione del Sud», a cura degli A narchici della Sicilia,


N um ero unico, M odica, febbraio 1957.
P aolo V itale (35 anni) e C osim o D e Luca (40 anni) furono due
contadini uccisi dai carabinieri nel corso della m anifestazione b rac­
ciantile di protesta svoltasi a C om iso il 2 0 febbraio del 1956.

126
Da Modica
Perché non voleva radersi la barba

È un brutto episodio vecchio di sei mesi. È accaduto in


quella galera modicana dove gli agenti di custodia non tengono
in nessun conto non diciamo il rispetto della persona del dete­
nuto affidato alle loro cure ma neanche... il regolamento carce­
rario. Benché son passati sei mesi, la bestialità dell’episodio, il
sistema, i metodi e il fatto che coloro: i Saimeri, i Sessa, ed altri
agenti di custodia della stessa lega barbara che ne furono gli
eroici protagonisti, son rimasti immutati ed al loro posto, ci in­
duce a riparlarne. E ne riparliamo volentieri perché non si trat­
ta di un episodio isolato (ne sono accaduti altri di altro genere
ma sempre improntati alla stessa bestialità) e perché vorremmo
che fosse l’ultimo. Un detenuto vorrebbe lasciarsi crescere la
barba. Per questo delitto, viene, da circa quindici agenti, battu­
to a sangue, passato e ripassato a schiaffi, a pugni, a pedate, a
calci, a sputacchiate; gli strappano i peli della barba e glieli fan­
no mangiare per forza; gli si mette la camicia di forza e lo si
butta nel letto di «contenzione» per più giorni durante i quali si
sputa nella di lui scodella contenente la razione di minestra pre­
scritta e, dulcis in fundo, lo si denuncia per «violenze e minac­
ce». Il colpevole d’averli... buscate senza economia è, per di
più, un mutilato di guerra: Vincenzo Scapellato. Gli agenti di
custodia devono essere di quelle bestie feroci che di umano
hanno solo il sembiante e, perciò, provano un piacere sadico a
torturare. Al tribunale di Modica il colpevole viene assolto per­
ché «il fatto non costituisce reato». Ma, malgrado la sentenza
assolutoria gli agenti-bestie, il direttore, il medico (che ha sotto-
scritto i certificati attestanti le lesioni... degli agenti) e il prete,
son rimati al loro posto. Tranquillamente e senza nessun rimor­

127
so di coscienza. Anzi, pare che una delle guardie carcerarie ab­
bia fatto, così come per scusarsi, il seguente commento: «rin­
grazia che non siamo più sotto il fascismo, altrimenti non saresti
uscito vivo. Ma il fascismo tornerà. Vedrai, allora, come siste­
meremo i tipi come te».
Ora, noi ci domandiamo: «Può mai giustificarsi tanto bestia­
le accanimento col sol fatto che il detenuto aveva dichiarato di
essere ATEO e che s’era rifiutato d’andare a messa? Del resto
non c’è stata nessuna inchiesta né di partiti né di organizzazioni
e nemmeno dalla Associazione Naz. Invalidi e Mutilati di Guer­
ra. La più completa omertà, insomma. Solo un cittadino ha
commentato spassosissimamente (beato lui che ha avuto lo sto­
maco di spassarsela su un episodio così rivoltante!) la sentenza
con un articolo apparso sul «Corriere di Modica» dal titolo
«dell’onor del mento».
(Segue il testo dell’articolo).

D a « L ’A gitazione del S u d », a cura degli A narchici della Sicilia,


N um ero unico, M odica, febbraio 1957.
Ancora un altro episodio che vede protagonista Vincenzo Scapel-
lato, che continuava a pagare con processi e carcere la sua dignitosa e
coerente identità anarchica.

128
Allegro Carnevale in ... sagrestia

Davvero li escogitano tutte i bacchettoni delle sagrestie e


della menzogna per turlupinare e fregare il prossimo, per tener­
si vicino e meglio mungerli e dominarlo il povero gregge uma­
no. All’avanguardia delle iniziative e della intraprendenza diret­
te in questo senso, stanno, a Ragusa, i bacchettoni della parroc­
chia di «Ecce Homo» con i loro «avventurosi» preti e «spregiu­
dicate» figlie-di-Maria. E bisogna pur ammettere che tutte... le
ciambelle sono riuscite loro col proverbiale buco! Bisogna subi­
to aggiungere però che con la dabbenaggine delle nostre don­
nette e la credulosità dei gonzi non sono mancati gli incoraggia­
menti, i mezzi e gli aiuti dall’«alto».
Così s’è potuto, hanno potuto accrescere l’antico palazzo di
una grand’ala costruita nuova dalle fondamenta ha dato un
gran salone, appunto il salone della «ricreazione», come un do­
polavoro e una «sala da ballo». E si è fatto funzionare subito;
prima con innocentissimi e «casti» balli, poi col «teatrino».
Quindi, aiutando più che Dio, Cristo, i santi e le Madonne, le
«elemosine», i «donativi» e la dabbenaggine popolare, il cine-
metto e, prima che gli altri locali pubblici, la televisione. Porta­
te un «mattone», portate quel che volete e quanto potete, ma
portate «qualcosa» è stata la pressante parola d’ordine lanciata
dai bacchettoni e dalle figlie-di-Maria al gregge che non si può
dire che non ha mancato di rispondere con fatti concreti, chi
con le 100 lire rubate al pasto saltato; chi le 1.000 lire ricavate
dalla vendita degli orecchini o dalla collana d’oro (di nascosto
del marito o del genitore o del fidanzato al quale s’è infinoc­
chiato che l’avevano perse); chi aguzzando di più gli occhi sul
telaietto del «500» fino a tarda sera; chi sacrificando l’uovo del­
129
la gallinella e via continuando, s’è realizzato il gran salone, e le
feste da ballo, e i pellegrinaggi, e il cinema e la televisione e...
anche il «carnevalissimo» con «maschere» e « scherzi» e «stelle
filanti» e «coriandoli».
Mica male, per la «santità» del luogo! Tanto, ci saranno le
«ceneri» che copriranno tutto e confessori non ne mancano
davvero per assolvere qualche peccatuccio veniale. Ma, ceneri e
senza ceneri, il lavoro di «reclutamento» e di «elemosina» DE­
VE continuare e continua. «Portate, portate... qualsiasi cosa».
E vecchie e sfocate zitellone inacidite, e graziosamente pallide
signorinelle da marito, e vispe e frenetiche ragazzette, trovando
evasione alla loro squallida vita e alle lunghe ore monotone pas­
sate in casa; accorrono e corrono portandosi dietro sempre
nuove amiche. Lo svago, ma più che la preghiera, non manca
davvero.
Carnevalissimo e non carnevale c’è da stare allegri e conso- ;
larsi della noia casalinga. Insomma, in mancanza della «bouti- j
que» il gran salone può dirsi un’«apertura» che fa combaciare a
meraviglia il sacro col profano come in certi riti pagani. Qual- !
cuno ha detto: «è sempre del movimento». Già... Che così sia.

D a « L ’A gitazione del Sud», P eriod ico m ensile a cura degli A nar­


chici della Sicilia, a. I, n. 1, M odica, marzo 1957.

130
Diritto di emigrare
Lettera del comp. Leggio
al D irettore di «Ragusa Sera»

Signor Direttore
Ho avuto occasione di leggere nella rubrica «7 giorni» di
«Ragusa Sera» del 13-3-1957, l’annotazione che mi riguarda.
Dato che mi si tira per i capelli, Le scrivo per pregarLa di vole­
re, a mezzo dello stesso settimanale, precisare quanto segue:
1) il sottoscritto non ha «tentato l’espatrio...», ma è espa­
triato clandestinamente (è stato in Francia - ha lavorato qua­
ranta giorni a Parigi, nel Belgio, in Svizzera);
2) è rientrato in Italia di propria iniziativa, con mezzi propri
e per vie normali (ferrovia);
3) è stato tratto in arresto e tradotto in carcere in seguito a
condanna a due mesi (oltre l’ammenda) dalla Pretura di Venti-
miglia e precisamente per «espatrio clandestino»;
4) e mentre, tutto considerato, il sottoscritto può affermare
con soddisfatta tranquillità, che Parigi e Ginevra (tanto per
semplificare) valgono bene due mesi di galera, i questurini di
Ragusa e il Pretore di Ventimiglia chissà mai se si decideranno
a rispondere alla domanda: « P erc h é , q u a n d o n e f e c i re g o la re ri­
ch iesta, n o n m i f u rila scia to i l p a ssa p o rto ? » .
Lei, Signor Direttore, pensa che questa domanda sia da rite­
nere. .. illegittima da non essere considerata degna di risposta?
Nemmeno quando il sottoscritto rivendica quale suo preciso
DIRITTO l’espatriare quando e per dove ritiene opportuno an­
che senza passaporto se questo gli venisse negato?...
Distinti saluti
F ranco L eg g io
Ragusa (Carceri Giudiziarie)
23 luglio 1957

131
( n .d .r .) - L a le tte r a d i c u i so p ra è s ta ta r ip o r ta ta p e r in te r o da
« R agu sa S era » d e l 1 4 -9 -1 9 5 7 epoca in c u i i l n o stro c o m p a g n o è ri­
to rn a to a lla lib ertà .

D a « L ’A gitazione del Sud», P eriod ico m en sile a cura degli A nar­


chici della Sicilia, a. I, n. 1, M odica, agosto-settem bre 1957.
Sullo stesso argom ento « L ’A dunata dei Refrattari» sul num ero del
15 giugno 1957 ha pub b licato una lunga lettera di Franco L eggio in
cui esp on e i fatti di cui sopra in seguito alla condanna da parte del
P retore di V entim iglia a due m esi di arresto e L. 10.667 di multa più
le spese processuali per il reato di «espatrio clandestino». A. Ch., che
com m enta la lettera, tra le altre cose, scrive: «O vviam ente, una sola ra­
gione può aver influito al diniego del passaporto al com pagno Leggio:
la sua qualità di anarchico. Eppure non c ’è in balia nessuna legge che
dica che si deve negare il passaporto agli anarchici».

Franco Leggio, novembre 1962.

132
È tornato... Pippo Pinna-all’-aria...

Dopo le «glorie» conquistatesi col fascismo, dalla «liberazio­


ne» in qua, di Pippo Pennavaria non se ne sentì più parlare...
Certe «glorie» in certi momenti, è saggio... smaltirle quanto più
lontano. Specie se questo «lontano» oltre che ad aiutare a sal­
vare il salvabile offre la possibilità di facilissime fortune. Di Pip­
po Pennavaria avevamo sentito, dalla bocca del professore (pro­
fessore di «educazione fisica» durante il fascismo) Biazzo, rac­
contare questo episodio che « lo tra s se d a l b u io d e lla gra ssa b o r ­
g h e sia c a m p a g n o la ra g u sa n a e lo s p in s e n e lle p r im is s im e f i l e d e i
ra n g h i» dei super gerarchi fascisti: « d o p o i l d e l itto M a tte o tti, i l
r e g im e e M u s s o lin i a ttr a v e rsa ro n o un m o m e n to a ssa i critico. P e n ­
n a v a r ia n o n e s itò un a ttim o . B iso g n a v a f a r e q u a lc h e cosa p e r
s tr o n c a r e le s p e c u la z io n i d e lle c a n a g lie s o v v e r s iv e . S i recò a R o ­
m a, s i p r e s e n tò a l d u c e e: “d u ce, d isse, s o n o p r o n to a d a s s u m e r m i
t u t t e le m ie r e sp o n sa b ilità d e l l ’u ccisio n e d i q u e lla can aglia d i s o v ­
v e r s iv o . .. ”».
Vera o no la vicenda, sta di fatto che Pennavaria fece la sua
fortuna (e di tanti «nipoti» e camerati ragusani) divenendo un
super-gerarca del fascismo. E fece il bel tempo senza mai nessu­
na titubanza. Ma venne il cattivo tempo e Pennavaria, come
tanti altri «eroi» responsabili delle canagliate del duce e del fa­
scismo, zitto zitto, tagliò la corda verso lidi più ospitali e dove si
poteva continuare il bel tempo e a far fortuna. In Brasile acqui­
stò una enorme proprietà terriera e si mise a fare il colonizzato-
re, cioè a sfruttare ignobilmente operai e contadini. A fare, cioè,
il suo mestiere. Ma un tanto eroe poteva tardare ancora a ri­
spondere all’appello dei camerati e dei rigurgiti della reazione
ragusana? Certo no. Tanto più che di rinuncia in rinuncia, l’an­

133
tifascismo aveva creato nella repubblica democratica quelle
condizioni possibili a maggior fortuna per gli scampati ai mitra
dei partigiani; quelle condizioni di tranquillità per cui è somma­
mente vigliacco, specie per un eroe della tempra di Pennavaria,
non approfittarne.
Tanto più che i vecchi e i giovani camerati rimasti, sia pure
sotto mentite spoglie prima, cautamente dopo, e apertamente e
con strafottenza infine dimostravano che si poteva «passeggia­
re» tranquillamente sulle carogne dei partigiani, e che a gridare
la fede fascista non si correva più nemmeno il rischio di essere
incriminato per «apologia del fascismo» né per «vilipendio alle
istituzioni repubblicane-democratiche», e che il Partito Fascista
aveva bisogno urgente di un capo e di una guida indiscusse. E
tornò Pippo... zitto zitto come era scappato. Le precauzioni, si
sa, non sono mai troppe! Arrivato, e assicuratori che le condi­
zioni e gli umori... antifascisti lo permettevano, arrischiò qual­
che sortita in forma privata, fra camerati e vecchi compari. Do­
po colloqui con cardinali e vescovi, messi da parte gli ultimi
dubbi e titubanze afferrò, con mossa eroica ed audace, l’occa­
sione e... a S. Croce Camerina inaugurò, per conto di quella
«Unione Combattenti Italiani» di marca fascista, il monumento
ai caduti con un pubblico discorso... in pieno giorno. Nessuno
lo fischiò, nessuno gli rinfacciò il suo glorioso passato... Fu il
primo passo, il primo contatto diretto con le nuove condizioni e
col pubblico.
Così si è arrivati alle elezioni. Molti partiti dell’ordine lo vo­
levano capolista. Ma lui pose come condizione la candidatura
per le due camere o niente. La D.C. e l’Arcivescovado di Ragu­
sa potevano soddisfare simile pretesa, senza scontentare tanti...
«nepoti?» L’U.C.I. e il P.M.P., offrirono loro la candidatura
per le due camere. E il suo nome brilla di chiara luce reaziona­
ria nella lista della U.C.I. e P.M.P. Certo, da eroe avrebbe do­
vuto prendere la situazione di petto. Ma Pippo, che non è un
fesso, invece di soffiare sulla fiamma del M.S.I., come era logi­
co, preferì con squisito senso di opportunità e di realismo poli-
134
fico, i «leoni e la corona» del miliardario Lauro. «L’importante
è» diceva, per giustificare la faccenda, un giovane fascista, «che
Pippo sia tornato». Certissimamente. Ma gli andrà ancora be­
ne?.. . Ad ogni buon conto i suoi galoppini sono entrati in azio­
ne con un’arma formidabilmente persuasiva: il feudo che Pippo
è riuscito a mettere su in Brasile: «se dai il voto a Pippo, Pippo
ti farà andare in Brasile dove potrai lavorare nelle sue proprie­
tà...» Con simile argomento, assicurano gli specialisti, Pippo...
passerà alle due camere.
Almenocchè...
I l C ro n ista

Venne, vide... e disse:

m a f e c e p e n a . A t u t t i : a g li a m ic i e c a m e r a ti e d a g li a v v e r sa ri.
A i p r i m i p e r c h é la tr o p p a « e m o z io n e » g li f e c e b a lb e tta r e « fra si
sc o n n e sse e a n ch e c o n tr a d d itto r ie » , a i se c o n d i p e r c h é s i v id e r o d a ­
v a n ti un ro tta m e , u n u o m o f a llit o , ca rico d i c o lp e m a, m a lg r a d o
ciò, d e c is o a r is a lir e la ch in a . E p a r lò lo sc ia g u r a to p r o p r io n e lla
p ia zz a in c u i le sq u a d ra c c e fa s c is te , le sue squadre, a ssa ssin a ro n o ,
il 9 a p r ile 1 9 2 1 , a lc u n i c o n ta d in i. E cco cosa d is s e i l d isg r a zia to :
« so n o fie r o e o r g o g lio s o d e l m io p a s s a t o ... Q u e i c o n ta d in i, i l 9
a p r ile 1 9 2 1 , n o n i f a s c i s t i m a . .. { s i s u ic id a r o n o d a l o r o ! ) ... P e r
m e tte r e f in e a l ca o s c h e c ’è in Ita lia o cc o rre r io r g a n izz a re la g ra n ­
d e d e s t r a ... B asta, n o i d o b b ia m o r ito r n a r e q u e lli ch e s ia m o s ta ­
ti. ..» A q u e s to p u n to la p a r o la g li m o r ì n e lla stro zza . G l i sa ra n n o
a p p a rsi g li s p e ttr i d e i c o n ta d in i a m m a z z a ti i l 9 a p rile 19 2 1 , li a vrà
v i s t i a g g ira rsi tra la f o lla c o l l’in d ic e te s o co n tro . E sm ise . M a c o n ­
tin u a ro n o p e r lu i e la g r a n d e d e s tra q u e lli d i « R a g u sa -S era » i q u a ­
li s ta n n o su d a n d o ch issà q u a n te ca m ic ie p e r lu c id a r g li l ’a u reo la d i
« c a v a lie re se n za m a c ch ia e se n za p a u ra » . P ro p rio u n « g a la n tu o m o
è» sc riv o n o c o sto ro s e n za a rro ssire. C h e sch ifo !

D a «E lezion i 1958», N u m ero u n ico a cura d el gru p p o «Iniziativa


anarchica», M odica A lta, primavera 1958.

135
Carcere e carcerieri (in Italia)

«Giovanni Guareschi ha trovato delle meschinità nella fun­


zione del direttore di uno stabilimento di pena, giacché meschi­
na gli è parsa la circostanza appresa dopo la uscita dal carcere
che dalle Sue lettere venivano cancellate alcune frasi, con...
l’inchiostro di china»! Così inizia l’VIII capitolo del suo libro
«Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata» l’aw. Eu­
genio Perruccati (ex avvocato, ex poliziotto, ex direttore di car­
ceri e attuale direttore dell’ergastolo di S. Stefano) il quale, pe­
rò si affretta a commentare: «Io voglio dimostrare... che la me­
schinità non è nelle persone ma nell’ordinamento vigente so­
pravvissuto ad onta di tutte le evoluzioni politiche e sociali...»
Quindi, potremo commentare, «duri pure la meschinità... del­
l’inchiostro di china finché l’ordinamento vigente dura».
Davvero un modo veramente molto avveduto per cercare di
salvare... capra e cavoli!
In effetti, se l’ordinamento è quello che è rimasto dai tempi
di Settembrini e prima, il direttore è quello che lo fanno i pro­
pri... complessi e riflessi, quindi, la propria sensibilità e cultura.
Il direttore delle carceri di Ragusa, per esempio, deve soffri­
re del complesso... dell’aguzzino.
Sotto la direzione di costui l’ordinamento vigente potrà «ag­
gravarsi»; anziché elasticizzarsi e di democraticamente emen­
darsi è possibile che torni a quelle antiche «usanze» denunciate,
con pagine immortali, oltre Tanti, da Pellico e Settembrini.
È lapalissiano che... un direttore dia l’impronta del proprio
carattere (o non carattere) allo «stabilimento» che dirige; che
un direttore influisca in modo determinante sui dipendenti e
che questi, per zelo, per timore del «rapporto», per durezza

137
d’animo, si comportano... da cani coi detenuti. Altro che le fra­
si cancellate con l’inchiostro di china lamentate da Guareschi!
Oltre a questa circostanza meschina, in due mesi trascorsi
nelle carceri di Ragusa (per scontarvi una condanna di due mesi
per espatrio clandestino) ho esperimentato... ben altro, e la
grettezza cafonesca e volgare di alcuni «agenti», e la belluinità
manesca del maresciallo. Così che ne ho tratto «l’impressione»
che nel direttore, nel maresciallo, e in quegli agenti è ben assi­
milato (e praticato) il concetto secondo il quale il «detenuto» è
sempre un delinquente incallito da «mettere a posto a forza di
legnate» e, quindi, degno solo delle più o meno «afflittive» rap­
presaglie e delle piccole e grosse provocazioni.
* * *

Mi capitò che per essermi lasciato sfuggire, davanti una


guardia (poi il direttore volle «giustificare» il rapporto di co­
stui, per altro, definito «miserabile» da alcuni suoi «colleghi»,
col dire «sa, ha fatto appena la terza elementare») che era venu­
to a comunicarmi l’esito favorevole di una mia «domandina» al
direttore; «non hanno fatto poi un gran sforzo» - «non gli sarà
venuta mica l’ernia», di vedermi appioppare ben, dieci giorni
(più due... preventivi?) di cella a pane, acqua e tavolaccio, per
«irriverenze» (da notare il plurale!) «ai superiori». Punizione
certamente eccessiva e sproporzionata (non dico «ingiusta»),
dato che ebbe a sorprendere anche alcune guardie e un briga­
diere, che tale la definì. Comunque, le espressioni restano e re­
sta sproporzionata la punizione. Ma restano (anche se il Procu­
ratore della Repubblica di Ragusa, un altro che non può nulla
contro l’ordinamento e... contro i maresciallo) non terrà in nes­
sun conto l’istanza-denuncia indirizzatole dal carcere dal sotto-
scritto (che per poterla scrivere ha dovuto fare lo sciopero della
fame per due giorni), come non l’ha considerata il Giudice di
Sorveglianza (un altro ancora che non potrà nulla contro l’ordi­
namento e... contro il maresciallo) contenente le espressioni di
minaccia gridate dal maresciallo (il subito-dopo-il direttore, nel

138
carcere) e precisamente: «ti metterò a posto a forza di legnate»
- «se è necessario l’ammazzerò a legnate» (sono venuto a cono­
scenza anche, in un caso, direttamente, che è un tipo che ado­
pera facilmente e pesantemente le mani contro i detenuti: Gala-
ti Angelo e Caputo ne sanno qualche cosa!). Ebbene, a parte
che, tutto considerato, ognuno può trovarvi (considerando le
mie e le espressioni del maresciallo) la schifosa legge dei due
pesi e due misure, il direttore... non poteva... non giustifica­
re. .. il «momento di nervi» del suo maresciallo! ! !

L’inchiostro di china è usato anche nel carcere di Ragusa e,


ho avuto l’impressione, che sono in molti a usarlo: il prete, il
brigadiere, il maresciallo, il direttore e... quando lo zelo di co­
storo non basta, il Giudice di Sorveglianza. Ma questa è... una
meschineria da poco. Che dire della lentezza con la quale viene
inoltrata la corrispondenza in partenza e nel consegnare quella
in arrivo all’interessato? Un espresso dal carcere di Ragusa a
Ragusa... 15 (dicesi quindici) giorni; altri quindici giorni una
raccomandata da Ragusa al carcere di Ragusa (li tengo a dispo­
sizione degli increduli e perché il contenuto non era da lasciare
dubbi o sospetti e per i timbri postali); della corrispondenza in
partenza e in arrivo «bloccata» e «messa agli atti» SENZA, si
badi bene, avvertire l’interessato il quale all’oscuro di tutto at­
tende invano notizie ed è lasciato nella condizione di ricadere
nell’indiscrezione (ammesso che ci sia) non permessa.

L’ordinamento è una cosa, e un’altra cosa il direttore e gli


«agenti di custodia». L’ordinamento... non sa leggere che per
gli occhi e la sensibilità del direttore e degli agenti.
Comunque l’uno e gli altri o gli altri e l’uno assieme, mentre
mi hanno permesso di leggere il n. 20 de «L’Espresso» e i n. 22
e 27 di «Ragusa Sera», hanno messo agli atti i n. 28 e 29 di «Ra­
gusa Sera»; i n. 34 e 35 de «L’Espresso»; i n. 184 e 200 de «La
139
Sicilia» e, non dico del n. 19 di «Azione Comunista» e dei n. 4 e
5 de «L’Agitazione del Sud» perché... fin troppo «ovvio» il ca­
rattere di queste pubblicazioni. Un n. de «L’Espresso» e uno de
«La Sicilia», pervenutimi in plico raccomandato, non mi sono
stati consegnati malgrado mi si avesse in precedenza, fatto fir­
mare come se li avessi avuti! Chissà... come ne resteranno male
i direttori di queste pubblicazioni! E con questi, il Prof. Aldo
Romano e Franco Venturi, Albert Camus, Dino del Bo, Daniel
Guerin e l’animaccia di Leone Trotskj le opere e i saggi dei
quali e precisamente: il 3° voli, di «La Storia del Movimento
Socialista in Italia» - «Il Populismo Russo» - «L’Uomo in Ri­
volta» - «La volontà dello Stato» - «Fascismo e Gran Capitale»
- «La Rivoluzione Tradita», perché giudicate in massa «di pro­
paganda politica» e non permessi. Mentre «La Ciociara» di Al­
berto Moravia, «L’Arte Moderna» di Lionello Venturi, «La Ca­
sa del Popolo» di Louis Guilloux, «Il Figlio del Ladro» di Ma­
nuel Rojas, «L’Estraneo» di Tendriakov, «Fine del Mondo» di
Upton Sinclair sono stati permessi e li ho potuti leggere assieme
ad altri, perché giudicati in massa «Romanzi».
C’è dell’altro; dell’altro che alla «meschineria» aggiunge il
ridicolo più smaccato.
Tornerò sull’argomento anche per dare la soddisfazione a
quel tale sanfedista di sette cotte del Prof. Orfelio Cecchi, acca­
nitissimo sostenitore della pena «afflittiva» e «dolorifica», che le
sue medioevali teorie hanno trovato nell’ordinamento del Car­
cere di Ragusa l’ambiente adatto per la realizzazione e nel diret­
tore e negli agenti di custodia e nel prete dello stesso carcere le
persone-strumento che, ad onta del motto «Vigilando Redime­
re», che fa bella mostra su ogni numero della loro rivista «L’A­
gente di Custodia», li mettono in atto con pignoleria e zelo.
F ranco L eg g io

D a «La nostra lotta», N u m ero unico a cura del gru p p o «Iniziativa


anarchica», M odica Alta, giugno 1958.

140
D a R agu sa (a p r o p o s ito d i d o n a to ri)

Il «dono» della Gulf e ...

Ragusa ha, finalmente, la sua fortuna: veramente una bella


cosa. Si dice, tutti dicono, e quelli di «Ragusa Sera», sempre in
cerca di qualcuno a cui lucidare gli stivali, sottolineano, che si
tratta di un generoso «dono» che la Gulf ha fatto alla città di
Ragusa. Allora, finalmente la Gulf ha «donato» qualcosa a Ra­
gusa. Finalmente la Gulf s’è decisa a RESTITUIRE a Ragusa una
piccolissima parte, di ciò e di quanto, tutti i giorni, porta via a
R a g u sa .
La Gulf «dona» a Ragusa!... Quanta immodestia, quanta
improntitudine e quanto infelice servilismo da parte di quelli di
«Ragusa Sera» che paion fatti a posta per strisciare sempre da­
vanti a qualcheduno. Noi siamo del parere che se di «dono» si
deve parlare e scrivere È DONO CHE I LAVORATORI del pe­
trolio hanno fatto, PER MEZZO DELLA GULF, a Ragusa. Noi
diremmo di più e più esattamente: la «fontana della rinascita» E
STATA DONATA A RAGUSA da quei lavoratori di Castellana
Sicula che la Gulf si trascina appresso da Castellana Sicula a
Caltanissetta a Ragusa a Monterosso SENZA, DOPO PIÙ DI
UN ANNO, riconoscere loro LE QUALIFICHE; senza che si sia
decisa ancora, DOPO PIÙ DI UN ANNO, a dare quanto, a quei
disgraziati (e alle loro famiglie che si trascinano appresso) spet­
ta di diritto e per legge: LA TRASFERTA!
Tutti sanno, e i servi sciocchi di «Ragusa Sera» non devono
far finta di ignorare, questo ladrocinio che la Gulf opera ormai
da lunga data, ai danni di interi gruppi di nostri lavoratori, di
intere famiglie, di molti cittadini ragusani anche se non hanno
nulla, almeno direttamente, da fare con le ricerche petrolifere e
con i pozzi di produzione.

141
Facciano i conti, i servi sciocchi quanto premurosi di «Ragu­
sa Sera» (loro che hanno dimostrato di saperli fare così bene, al
soldo di quella schifosissima carogna che si chiama Filippo
Pennavaria) di tutto quanto, di salario, di qualifica, di ore-di-ìa-
voro-straordinario-non-corrisposte, di trasferta, di indumenti
ecc., LA GRANDE E POTENTE Gulf, RUBA, tutti i giorni, ai
lavoratori e alle loro famiglie, ai cittadini ragusani, all’economia
domestica, alle donnette del popolo. Altro che fontanella ne
verrebbe fuori!
E ci sono gruppi di lavoratori ragusani, che la Gulf sbatte a
destra e a manca lungo le plaghe della Sicilia, a Milazzo, ad
Alia, a Regalbuto, a Buccheri ecc. SENZA che la Gulf riconosca
a questi lavoratori ragusani né le qualifiche che loro competo­
no, né la trasferta che loro spetta di diritto e per legge.
Altro che «dono» della «Gulf»: la «Fontana della rinascita»
è la risultante del ladrocinio sistematico che la Gulf compie ai
danni dei nostri lavoratori e delTeconomia di Ragusa, dei sacri­
fici, delle privazioni, delle umiliazioni, della paura che subisco­
no gli stessi lavoratori e le loro famiglie, e delle sudice, vergo­
gnose «campagne» servili che quelli di «Ragusa Sera» fanno a
chi li paga un po’ meglio, a chi li... «confessa» dando loro la
gravosa e umiliante penitenza di fare ciò che fanno... nel mi­
glior dei modi possibile...
Almeno, con la fontanella ci avessero «donato» L’AC­
QUA!!!...
Tutto sommato ci pare di poter concludere che il vero dono
che la Gulf ha fatto a Ragusa, ai cittadini ragusani, È L’AUMEN­
TO IMPRESSIONANTE DEI PREZZI di ogni genere.

.. .quelli d i... Pippo Pinna-All’-Aria


Un altro formidabile donatore è (chi non lo sa dopo tutte le
camicie che han sudato, per dimostrarlo, i migliori-servitori-
possibili, i più fedeli-tamburinieri di «Ragusa Sera»?) Pippo

142
Pinna-all’-aria! (bella carogna, ci par sentire e commentare da
molti cittadini).
A sentire questo sciagurato e i sullodati migliori-servitori-
possibili nonché fedelissimi tamburinieri, Pippo Pinna-aH’Aria
(che bella carogna, qualcuno commenta) avrebbe donato e poi
tanto donato e donato ancora a Ragusa ed ai cittadini ragusani
da essersi... ARRICCHITO a milioni. Del resto... è logica lapa­
lissiana: le canaglie più schifose, gli sfruttatori più esosi, i politi­
canti più sfacciati e disonesti, «donando», spendendo e span­
dendo han fatto e fanno fortuna: quattrini a palate, acquistato
terreni e ville, fabbricato palazzi e via dicendo. I lavoratori, i
cittadini onesti, i galantuomini veri a forza di ricevere «doni» e
di fare economie, di saltare pasti, vestiti, scarpe, libri, giornali,
cinema, caffè, ecc., ecc. si son fatti e si fanno sempre più poveri,
sono costretti a vivere, anche quando trovano la fortuna di la­
vorare, a credito, vanno sempre più velocemente al fallimento
totale, diventano sempre più timidi, più paurosi, più miserabili.
Ma... è più spassoso tornare ai «donatori» ed ai loro miglio-
ri-servitori-possibili nonché fedelissimi tamburinieri.

Secondo quest’ultimi le sbruffonate del loro signore, Pippo


Pinna-aU’aria (bella carogna, c.s.), avrebbe donato a Ragusa,
durante i 25 anni della vita nel regime dittatoriale, Tedificio sco­
lastico, il palazzo delle poste, l’ospedale «B. Mussolini» (oh,
guarda... il compare finito a Piazzale Loreto come un porco), il
sanatorio, il ponte nuovo, Piazza... Impero, m e z z o carcere nuo­
vo, il ...vespasiano del sottopassaggio e... ancora tutto quello
che loro, per modestia, s’intende! non ci hanno detto e che noi
ignoriamo. Ma chi degli usurpatori più imbecilli, chi delle cana­
glie più scaltrite, chi dei gaglioffi più volgari, chi dei... «coman­
danti» più conservatori, chi dei grandi ladri più intraprendenti
e senza scrupoli, non ami lasciar cadere l’obolo per la propria
parrocchia e qualche elemosina ai fedelissimi parrocchiani,
«donare» qualche briccioletta a... tutti? Ma così per far dimen­

143
ticare o far distrarre il popolo, i cittadini onesti, i galantuomini
veri, dalle loro imprese, dai loro colpi di mano, dalle loro bir­
bonate, dalle loro carognate!...
E probabilmente il caso di quella emerita nonché volgarissi­
ma canaglia che corrisponde al nome di Filippo Pennavaria,
nonché al titolo di Marchese di Monterace, Super gerarca fasci­
sta, Figlioccio di Mussolini e... professore di questo e professore
di quell’altro e... adesso, senatore (per merito di 11 mila e rotti
tra fedelissimi, lanzichenecchi, ruffiani, mendicanti, lacchè, vol­
tagabbana, donnicciuole et similia) per la monarchia sabaudo-
laurina, al Senato di q u e s ta , repubblica democratica (oh sì, po­
veretti, torcete pure il muso, dite pure che le nostre son volgari­
tà ma... leggete la bella prosa di colorò che hanno saputo scri­
vere il «fondo» sul «Corriere di Modica» del 25-5-1958, che noi
ci permettiamo di riportare in altra parte del nostro foglietto).

Ora, a parte il fatto che in poco più di dieci anni E PARTEN­


DO DAL SOTTOZERO che ci aveva lasciato la ciurma fascista,
altri «donatori», han «donato», arricchendosi anche loro, s’in­
tende! più strade, edifici scolastici, ponti, scuole, chiese (soprat­
tutto chiese e sagrestie), il... cementificio, il... Petrolio, la...
Fontanella, nonché l’arcivescovado, il Seminario ecc., non viene
istintivo domandare, al gran galantuomo del 1921, all’onorevole
del 1924, ed ai suoi fedelissimi tamburinieri: ma, scusate, com’è
che avete potuto «donare» tutto quello che dite? Come lo avete
fatto? Esattamente, con quali soldi? con quale sudore? con i sa­
crifici di Chi? e, soprattutto, per c o p r ir e quali responsabilità?
per far dimenticare quali canagliate? per far distrarre l’attenzio­
ne da quali ruberie e da quali delitti? (oh, l’ombra crucciata di
Don Antonino Calamusa assassinato al confino di polizia dove
l’avevate relegato voi fascisti e, che i nostri comunisti hanno
obliato, lui, il comunista esemplare, l’antifascista più conse­
guente di Ragusa!).
Ve Ve Ve

144
Noi sappiamo, TUTTI SANNO anche se fanno finta di igno­
rare, che lui, il tutto-lercio, era ricco e che, adesso, malgrado
tutto e malgrado il gran rovescio del 1943-44, è diventato anco­
ra più ricco; che lui, l’arci-trasformista, che dice e fa dire, che
ha fatto tanto e poi tanto, durante tutta la sua vita non ha mai
messo un dito all’acqua calda... per guadagnarsi il pane quoti­
diano col sudore della propria fronte. Noi sappiamo, TUTTI
SANNO anche se hanno trovato comodo dimenticare, che tutto
quello che ha fatto e «donato», l’ha fatto fare e l’ha potuto do­
nare (a parte tutto quello rimasto m p in tu nella sua cassaforte
personale) con i soldi dei cittadini che è come dire, con la fame,
le privazioni, con gli stenti dei lavoratori. Esattamente, con le
tasse (la tassa sopra «u pirtusu», la tassa sul celibato, la tassa
sull’asino, la tassa sul carretto, ecc.), con i dazi (il dazio sul vi­
no, il dazio sulla «mpanata», ecc.). Rubando qua, estorcendo là,
rapinando a man salva il popolo lavoratore, i cittadini onesti, i
galantuomini veri, ha fatto, cioè HA FATTO FARE, tutto quello
che lui dice ed i suoi fedelissimi tamburinieri ripetono. E lui,
senza mai sporcarsi un dito di calce, senza sprecare una goccia
di sudore s’è arricchito sempre più con la provincia, con il pon­
te nuovo e con il vespasiano, con le sanzioni e con tutte le guer­
re imperiali vinte e... l’ultima persa ignominiosamente.
Noi sappiamo, TUTTI SANNO anche se tacciono, che quan­
do la ciurmaglia fascista non trovò più dove mettere ancora al­
tre tasse e altri dazi si portò via dalle nostre case i «succetta», i
«conghi», le casseruole e le pentole di rame e la lana dei mate­
rassi dei neonati; portaron via alle nostre madri (ricordate vi­
gliacchi?) LE FEDI d’oro! ! !

Noi sappiamo, TUTTI SANNO anche se fanno finta di nien­


te, che nelle miniere si era arrivati a lavorare SEI GIORNI AL
MESE (Limmer Wall of Travers), TRE GIORNI LA SETTIMA­
NA (nell’A.B.C.D. - 1 camerati dirigenti... facevano i ras e s’ar­
ricchivano pure loro). E i salari dell’epoca?: garzone manovale

145
L. 6,29 al giorno; Manovale L. 11 al giorno; Picconiere 14,30 al
giorno; Minatore 18 al giorno. Abbiam detto TRE GIORNI LA
SETTIMANA ma nelle stagioni buone, ché nelTinverno e in au­
tunno, PER MOLTE SETTIMANE SI FACEVANO ZERO GIOR­
NI!!!
In quella stessa epoca quanto guadagnava ufficialmente e
quanto... ufficiosamente il Pinna All’Aria? Quanto gli fruttò la
Provincia, quanto Piazza Impero. Quanto il vespasiano, quanto
la... raccolta dei «succetta» e il «fiocco di lana» e le «fedi»?
Quanto la guerra di Abissinia e quella di Spagna e quella di Al­
bania e quella Universale? Quanto l’aver sbattuti i «ventimila»
in Libia e quanto lo sterminio degli Ebrei?
Ci facciano un po’ questi conti i migliori-servi possibili non­
ché fedelissimi tamburinieri del gran donatore ragusano? Noi,
potremmo farne altri...

Da «La nostra lotta», Numero unico a cura del gruppo «Iniziativa


anarchica», Modica Alta, giugno 1958.
La polemica sul ritorno di Pennavaria sulla scena politica, e sulla
sua candidatura nel collegio di Ragusa, presentato come una sorta di
«salvatore», era molto aspra, soprattutto con il giornale «Ragusa Se­
ra», il cui direttore Lino Blundo, sostenitore sfegatato dell’ex gerarca,
era stato, durante il fascismo, tamburiniere nei giovani Balilla. Lino
Blundo, con altri personaggi ragusani, negli anni ottanta si farà pro­
motore della realizzazione di una statua al Pennavaria; la proposta ver­
rà ripresa e portata a termine dall’amministrazione di centro-destra
guidata dal sindaco di A.N. Domenico Arezzo, nel 2001; ma una forte
protesta popolare, sviluppatasi a partire dalla controinformazione de­
gli anarchici ragusani, e ampliatasi nell’arco di pochi mesi, costringerà
Lamministrazione a non piazzare la statua, che giace ancora presso la
fonderia di Pietrasanta (LU).

146
Corriere Siciliano

La recrudescenza dei delitti di Palermo e del palermitano,


ha risvegliato dei giornalisti e della stampa per le «cose» di Sici­
lia. Colonne di piombo, «servizi» a più puntate. E si son scritte
le «cose» più strampalate e più fantastiche a proposito della
mafia e dei mafiosi (i «ricchi» del delitto) e sul banditismo e sui
giovani banditi (i «proletari» del delitto) siciliani.
Sono, queste «cose», buone occasioni per arrotondare i bi­
lanci famigliari e per vendere qualche copia in più dell’ordina-
rio. Del resto, non occorre nessun serio impegno. Basta affon­
dare la stilografica nel vasto calamaio delle supposizioni e ricu­
cire le informazioni avute dai commissari di Pubblica Sicurezza
e di certi informatori e, ognuno che ha una certa fantasia, può
sempre rimediare il «pezzo» e... chi ha avuto, ha avuto. Fino
alle future raffiche ed agli altri morti. Sangue e inchiostro.
Avanti signori, la cuccagna continua.
* * *

Uno dei tanti giornalisti è quel tale Nicola Adelfi che ha di


recente pontificato sulla mafia e sul banditismo siciliano, dalle
colonne de «la Stampa». Dell’inchiesta sulla mafia e di questo
signore, abbiamo avuto occasione di leggere il «quarto servizio»
apparso sulla terza pagina del numero del 19-9 del quotidiano
torinese. Ce n’è fin troppo.
No, il mafioso, secondo questo signore, non è il vecchio ta-
glieggiatore, il ricattatore senza scrupoli, il sanguinario consu­
mato a tutti i crimini... che vorrebbe quella grande ingenuona
che è la realtà siciliana. Affatto. Ci viene presentato, il mafioso,
come il vecchio nonnino, reduce dalla guerra africana, che rac­

147
conta ai nipotini le sue eroiche gesta e si esalta al numero dei
nemici africani infilzati con la baionetta e fulminati con le bom­
be a mano.
«Certo», scrive Adelfi, «presentandosi l’occasione, il mafio­
so non disdegna il colpo gobbo; per esempio il sequestro di una
persona che può fruttare qualche decina di milioni, il vantag­
giosissimo appalto di lavori pubblici, l’eliminazione spettacola­
re di un nemico o di una banda rivale». Ma. «Però, è l’eccezio­
ne. Il mafioso, infatti... si mostra rispettoso della legge e dei
suoi esecutori».
Ma che vuol dire, se il prezzo di questo «rispetto» viene pa­
gato, a sangue, a lagrime, a miseria e a soggezione, dai contadi­
ni, dai sindacalisti assassinati, dal popolo siciliano tutto (oltre i
giovani banditi)? No, non vuol dire proprio nulla, s’intende per
Nicola Adelfi, neanche il «pizzo». Perché: «Citiamo a mo’ di
esempio il caso della mafia campagnola, ch’è anche la più vec­
chia e conservatrice. Quando arriva il tempo del raccolto, la
parte che i proprietari terrieri devono dare alla mafia locale non
è rovinosa; devono dare solo un “pizzo”, che è come dire una
punta, una piccola frangia del raccolto; se è grano, il “pizzo”
consisterà in 14 chilogrammi per ogni ettaro. In alcune zone il
“pizzo” è detto “cuccia”, cioè un pugno di grano; la misura va­
ria ma di poco. Ora, ogni proprietario che coltiva, mettiamo,
una decina di ettari, non cadrà in rovina per il fatto che paga in­
torno a diecimila lire l’anno alla mafia». Tanto, il proprietario,
poveretto, si rifà a usura sul contadino. Ma chi non sa ormai
che il famigerato «pizzo» o «mazzetta» o «cuccia» che si vuole,
è il prezzo che i proprietari terrieri, i baroni e simile genia di
sfruttatori senza scrupolo, pagano volentieri, perché con esso,
lor signori, ottengono dalla mafia (dai mafiosi) quei servizi più
infami che vanno dalla difesa del feudo e dalla conservazione
dell’ordinamento politico che fa loro comodo, all’imposizione
di salari di fame ai contadini, all’assassinio dei sindacalisti e di
tutti coloro che si levano contro questo maledetto ordine di co­
se fatto di sopraffazioni e di prepotenze?

148
Il mafioso è diventato una brava persona. Ne volete il mo­
dello? Eccolo, da parte di Nicola Adelfi: «Lo stesso Don Calò,
che pure andava a pranzo nelle dimore dei principi o a prende­
re il caffè nei salotti dei ministri, appariva come un qualsiasi
professionista di paese: abiti stirati male, pancia prominente,
catenella d’oro dalle bretelle al taschino dei pantaloni; d’estate
camicie con le maniche corte, colletto aperto e senza cravatta,
occhiali neri, e con un fazzolettone di colore si asciugava di
continuo il sudore sulle guance».
Ecco dunque: «Quel che qui si vuol ribadire (quello, inten­
diamoci, che vuol ribadire Nicola Adelfi), è che il vero mafioso
non è, di sua natura o per l’educazione ricevuta, un violento, un
sanguinario; cerca anzi di vivere in pace. Se uccide o sfregia, se
incendia i campi di frumento o devasta i frutteti, se recide i gar­
retti agli ovini, lo fa unicamente per ripristinare la “sua” legge,
ch’egli ovviamente considera superiore a quella dello stato ita­
liano. Insomma, ai suoi occhi, i violenti sono gli altri, coloro che
cercano di ribellarsi alle antiche e sempre rispettate leggi della
mafia».
Dunque, il mafioso è un pacifico uomo d’ordine. Dunque, la
mafia è quell’«associazione di uomini liberi» che ci fu presenta­
ta col film «In Nome della Legge»? Nient’affatto l’associazione
a delinquere che si è macchiata dei più atroci delitti e misfatti,
che ha insanguinato e insanguina l’Isola, che ha incatenato la
Sicilia, con la catena delle intimidazioni, dei ricatti, delle impo­
sizioni, delle vendette, del «pizzo», delle fucilate «a lupara» ecc.
a condizioni di vita feudali? Come potrebbero presentare in
modo simile, i varii N. Adelfi, ammesso che fossero animati da
buona volontà e onestà, il banditismo dei giovani, il moderno
gangsterismo siciliano, proprio in funzione, al «comando, dei
mafiosi e della sopravvivenza della mafia; in funzione della vo­
lontà della mafia più che mai decisa ad opporsi con tutti i mezzi
al rinnovamento delle strutture economiche e sociali, che pre­

149
me dal basso, con la fame dei contadini e del popolo siciliano
con eroica tenacia; in funzione, infine, di premonimento che le
«cose» debbano davvero cambiare anche in Sicilia? Di questa
lotta per la vita e per la morte, a farne le spese sono ancora gli
ingenui banditi giovani, così come i sindacalisti e i rivoluzionari
anti-mafia.
La mafia (i mafiosi), non si ripete mai abbastanza, si serve di
questi disgraziati giovani fuori legge per i suoi fini. Li adopera
come mezzi, buoni solo a realizzare i suoi piani criminosi e per
raggiungere, col delitto anche, i suoi avversari e coloro che ten­
tano di resistere ai suoi famelici voleri, pronta sempre, una volta
che li ha sfruttati senza misericordia, a sbarazzarsene in ogni
modo, a eliminarli (o facendoli eliminare a vicenda), o a impor­
re loro di costituirsi al maresciallo dei carabinieri, cioè alla gale­
ra e al silenzio, sotto pena «del peggio».
Nessuno s’è chiesto mai, perché, ad un certo momento, ban­
diti che avevano la crudele esperienza di anni di macchia e die­
cine di reati, che vanno dall’abigeato alla rapina, al sequestro di
persona, ai conflitti «con le forze dell’ordine», all’assassinio,
ecc., sono andati improvvisamente, a costituirsi al maresciallo o
al direttore delle carceri, accompagnati dalla vecchia madre o
dal prete? Ma se qualcuno se l’è chiesto, mai ha risposto che
sotto una decisione, così incredibilmente assurda e ridicola,
c’era il «comando» della mafia. L’eliminazione di Giuliano non
fu voluta dalla mafia che dopo essersi servita del Pisciotta lo fe­
ce avvelenare nella cella dell’Ucciardone... dove il disgraziato si
riteneva al sicuro?

Ma pur fra le tante supposizioni e ipotesi, scappa, ai cronisti


la mezza-verità. E Nicola Adelfi apre il suo «servizio», scriven­
do: «Da alcuni anni in qua è il gangsterismo che fa dolere le vec­
chie ossa della mafia, specialmente nella provincia di Palermo».
Ma non aggiunge altro in proposito. Proprio come se questa
mezza-verità gli fosse scivolata dalla penna senza la sua volontà.

150
Dunque, si potrebbe aggiungere; non è la polizia (che divora
miliardi per la repressione del banditismo e, anche della mafia)
che «fa dolere le vecchie ossa della mafia». Ma sono i «giovani
banditi» che, però, la mafia ricondurrà alla ragione, o schiacce -
rà senza pietà, o farà «costituire» imponendo, col prezzo della
vita^ il silenzio più assoluto.
E questo il lato più crudele della sporca faccenda, della vec­
chia storia della mafia e del banditismo siciliano. Adelfi, e gli al­
tri giornalisti, non lo dicono. Lo diciamo noi. Ci sono dei giova­
ni ingenui che, per delle sciocchezze comportanti al massimo
qualche anno di prigione, si danno alla macchia. Una volta fuo­
ri-legge si lasciano, con la bella canzone che gli cantano i vecchi
emissari della mafia sempre pronti ad adescarli, irretire e passa­
no, ingenuamente, malgrado, cioè, l’esperienza mortale dei loro
predecessori, al servizio della mafia, cioè sotto la protezione
della mafia che, altro non vuol dire che al comando dei mafiosi.
E, una volta dentro non si sgarra, non si può fare «il galletto»,
non si possono più avanzare pretese, non è permesso ribellarsi,
non si può più uscirne... impunemente. Continuare a rubare,
ad ammazzare per i mafiosi, continuare a difendere i privilegi e
le prepotenze dei baroni e dei proprietari terrieri contro i con­
tadini... per essere prima o poi, ammazzati o condannati al si­
lenzio, all’omertà, che è la stessa cosa, se non si rispetta la con­
segna.
Il gioco funesto continua. E Nicola Adelfi scrive i suoi «ser­
vizi» lustrando, con buonissima volontà, gli stivali ai mafiosi e
colorando a tinte belle la «onorata società». I giovani banditi
pagano lo scotto per tutti...per la maggior gloria dei mafiosi,
della polizia, e dei giornalisti.
E chiude il suo pezzo, Nicola Adelfi, col solito, ritrito pisto­
lotto: «...nella Sicilia il sangue continua a scorrerete solo rara­
mente i colpevoli vengono raggiunti dalla giustizia. E stato sem­
pre così - dice la gente... È stato sempre così. Eppure, il san­
gue non è acqua, e qualcosa bisogna fare. Ma che cosa, esatta­
mente?». Proprio così, Nicola Adelfi, non sa, esattamente cosa

151
fare per debellare la mafia e il banditismo siciliano dopo decine
di anni, dopo Danilo Dolci. Si prepara ad altri «servizi» per la
prossima occasione dove concluderà ancora, ci potremmo giu­
rare, con la stessa domanda: che cosa fare esattamente?
Noi diciamo, intanto non rilasciare nessuna attenuante alla
vecchia mafia ed ai mafiosi come pure ai giovani banditi; elimi­
nare dai discorsi e dagli scritti sulla mafia tutte le fantasticherie
in «leggendario», «romantico», «gente che vive con e per la sua
legge»; «uomini liberi» e via dicendo. (Tutte «cose» che se mai
ci fossero state, i mafiosi hanno venduto ai signori e al feudo,
molti anni fa). Risanare l’ambiente spezzando il feudo, dando,
cioè, la terra ai contadini, e, nel caso del mercato ortofrutticolo
di Palermo, istituendo mercati rionali con gestione comunale o
cooperativistica; stabilire che i colpi «a lupara» sono tanto mici­
diali quanto quelli delle machine pistols.
Ma ciò vuol dire buttare nel rogo del rinnovamento sociale
più profondo e completo tutte le vecchie strutture e la vecchia
morale, e i vecchi codici, e la vecchia giustizia, e il vecchio dio,
e le vecchie chiese... Fare, insomma, la rivoluzione sociale.
Ma qui comincia il discorso che, semmai, devono fare i con­
tadini, i lavoratori, il popolo, gli amici del popolo e i rivoluzio­
nari sinceri... perché certi giornalisti non lo faranno mai.
f r a n c o L eg g io
Carpignano, settembre 1958

D a « L ’A dunata dei Refrattari», N ew ark, voi. X X X V II , n. 4 4 , Sa­


bato 1 novem bre 1958.

152
Una viuzza di Buccheri
immagine reale e simbolica del Meridione d’Italia

Questa foto rappresenta un’immagine di Buccheri (un pae-


sotto dell’«interno» della Sicilia, uno dei tanti sparsi, qua e là,
lungo il Meridione d’Italia): una delle sue viuzze, in un giorno
di domenica, con un gruppo delle sue casette antiche, basse e
strette, che si reggono, le une appoggiate alle altre, a stento, co­
me per chissà quale miracolo di indifferenza o per chissà quale
forza di inerzia.
La viuzza, il gruppo di case e l’asinelio, il vecchietto subito
dopo e, poi, il bambino e, più giù, lontani e indifferenti, il grup­
petto di persone, uomini e donne sulla soglia di una delle caset­
te, possono dire, DICONO, come il tempo si sia fermato o che
proceda lentamente, proprio col passo lento e incerto dell’asi-

153
nello, che, qui, si dimostra, ancora oggi, il più efficiente mezzo
di locomozione e di trasporto e il più valido aiuto nella fatica
dei campi, e in altre, per i più poveri (i meno poveri dispongo­
no del mulo) così come la capretta e le galline provvedono, con
il latte e le uova, in buona parte, all’alimentazione della fami­
gli uola.
L’asinelio, la capretta, le galline, è doveroso aggiungere, vi­
vono la stessa vita dei componenti il gruppo familiare, così co­
me abitano la stessa casa e adoperano la stessa viuzza.
Ognuno, poi, in un modo o nell’altro, aiuta l’altro e tutti ri­
parano, si riposano, procreano sotto lo stesso tetto, respirano la
stessa aria, dividono gli scarsi alimenti.
Nelle viuzze disselciate e piene di escrementi e di immondi­
zie o, nell’estate, di polvere e di mosche, giocano, «passano il
tempo», con le galline, i conigli, le caprette, i cani, e si «educa­
no», le generazioni di oggi, come hanno fatto quelle di ieri e co­
me faranno quelle di chissà quanti domani ancora.
C’è molta gente che, per mille ragioni, esalta il molto (sic!)
«nuovo» che va apparendo in Sicilia (nel meridione). In effetti,
il «vecchio» domina ancora, imponendo abitudini, mentalità,
superstizioni e pregiudizi anacronistici.
E la rassegnazione stende le sue grandi ali nere come ombre
immense e presenti, cariche di sofferenze, di dolore e di affanni,
che si confondono in un tutt’uno deprimente e amaro, con l’ar­
retratezza e la faccia grinzosa e indisponente della antica impos­
sibile miseria.
F ranco L e g g io

D a « L ’A gitazione del Sud», P erio d ico m en sile a cura d egli A nar­


chici della Sicilia, Palerm o, a. II, n. 1 N uova serie, dicem bre 1958.

154
Vita a Buccheri

Due volte le caratteristiche sagome delle trivelle di perfora­


zione per la ricerca del petrolio della Gulf si sono levate, snelle
e imponenti, tra il verde degli uliveti. Per due volte gli scalpelli
hanno affondato i loro denti nel sottosuolo della campagna di
Buccheri, per cercare nelle sue viscere l ’o ro n e r o , e il possente
frastuono dei motori ruppe il silenzio antico della campagna
terrorizzando le mandrie. Invano. Niente « o ro n e ro » , niente
idrocarburi da queste parti. E i grossi camion I n te r n a tio n a l,
stracarichi e rombanti, lasciando quelle contrade, portarono via
anche le speranze di quelle popolazioni. Lungo le strade incro­
ciavano il classico mezzo di trasporto della vecchia Sicilia, l’asi­
nelio o il mulo. Un contrasto di secoli!
La prima volta, i «petrolieri», furono accolti con vivissima
curiosità e con molte speranze che battevano sul quadrante del
tempo da tempi lontani. Ma quando si sparse la voce che la tri­
vella veniva smontata perché petrolio non se n’era trovato, la
gente ripiegò nell’antica rassegnazione, nell’antico squallore.
La seconda volta, invece, uomini e macchine «del petrolio»,
vennero accolti con malcelata indifferenza. Si sentirono molti
buccheresi esclamare: «ta n to , p e tr o lio o n o n p e tr o lio , p e r n o i
n o n c ’e s c e n ie n te » . Quanto si era ve rific a to a Ragusa e a Vittoria
(rialzo dei prezzi dei generi e aumento del numero dei disoccu­
pati) era pervenuto fino a loro. « S e i l p e tr o lio v e n g o n o a p o r ta r ­
s e lo v ia la s c ia n d o c i d is o c c u p a ti e su lla cro ce d e i n o s tr i p r o b le m i e
d e lla n o stra m iseria , è m e g lio che, s e c ’è, resta d o v e s i tr o v a » \ Co­
sì le grandi speranze suscitate dalla comparsa del petrolio erano
belle e tramontate nel cuore di questa povera gente. Anche per
loro il petrolio, decantato quale mezzo di progresso sociale, di

155
prosperità e di rinnovamento, era divenuto ancora un altro fat­
tore di sfruttamento, un’altra a rm a di predominio economico e
politico. In effetti quei «viddani» vedevano giusto. Nel senso,
però, d’intuire che i « c e rc a to ri d i p e tr o lio » si sarebbero disinte­
ressati della loro condizione, cercando, anzi, di trarre il massi­
mo vantaggio dalle situazioni particolari di depressione e di mi­
seria delle zone in cui venivano ad o p e r a r e ; nel senso che intui­
vano che della q u e s tio n e le a u to r ità se ne sarebbero lavate le
mani; nel senso, cioè, che f iu ta v a n o l’inganno, l’intrigo, il tradi­
mento delle loro speranze.
Noi abbiamo documentato quanta parte hanno avuto le au­
torità e certa stampa, regionale e nazionale, nel seminare questo
amaro pessimismo, la sfiducia e la rassegnazione, tra il popolo
siciliano.

T opografia e m iseria

Buccheri è un vecchio paese di 4.126 abitanti. Come altri


paesi della zona è di origine araba. Pare che fossero stati, ap­
punto gli Arabi, a rinverdire la campagna circostante di uliveti.
Da allora nessun’altra innovazione. E il vecchio paese agricolo è
rimasto fermo all’aratro «a chiodo». Povero perché povera è la
campagna, malgrado i molti uliveti e le numerose mandrie di
pecore i proprietari dei quali, però, riescono a trarne il massimo
profitto s o p r a ttu tto imponendo condizioni feudali ai «viddani»
alle loro dirette dipendenze ed ai iu r n a ta r i (lavoratori occasio­
nali). Il paesotto nel suo assieme è lo specchio fedele di questa
antica situ a zio n e .

G ro sse ch iese e sq u a llid e ca su p o le

Del resto basta considerare la topografia fatta d’un susse­


guirsi, incrociarsi e accavallarsi, senza nessun ordine, delle vec­

156
chie viuzze strette, contorte, disselciate e sempre sporche di im­
mondizie, di fango e di escrementi, e le casupole, piccole, basse,
cadenti, come stanche di vecchiaia, che li delimitano per avere
un’idea del suo stato di squallore e di miseria. In moltissime di
questi poveri abituri manca ancora l’acqua corrente e il gabinet­
to. Per contro, ci sono i tre «corsi», sufficientemente larghi e
asfaltati, fiancheggiati dai palazzi dei signori e degli abbienti.
Ma il contrasto che si presenta con evidenza sfacciata è rap­
presentato dalla monumentalità tutta barocca delle sue grosse
chiese che si elevano maestose e sprezzanti sulle casupole me­
schine.
Entrando in queste chiese si prova una sensazione molesta e
oppressiva. Al contrario, entrando nelle casupole stringe il cuo­
re la ristrettezza e bassezza degli ambienti, che ricevono aria e
luce dall’unica, molte volte, porta di accesso, abitati, in indispo­
nente promiscuità, dai numerosi componenti le famigliuole e
dagli animali domestici e da fatica (galline, conigli, la capretta,
l’asinelio) e per la vecchiaia miseria e l’abbandono che vi si re­
spira.

N e lle ch iese l ’e v a sio n e

Però, le chiese vengono affollate solo la domenica. Negli al­


tri giorni delle settimane l’affollamento, contrariamente a quan­
to si crede, è minimo. Comunque, è rappresentato quasi esclu­
sivamente da vecchiette vestite di nero. La domenica è tutt’altra
cosa. Dal mattino prestissimo, al mezzogiorno sono sempre af­
follatissime anche dai giovani. Ma i giovani vanno a messa, i
maschi, per incontrarvi, almeno con lo sguardo, la ragazza del
cuore con la quale, mentre il prete officia la santa messa, intes­
sono lunghi colloqui amorosi con la mimica dei muscoli facciali
e con gli sguardi. In questo modo riescono anche a fissare gli
appuntamenti per il pomeriggio o per la sera, il che vuol dire
convincere i genitori ad andare a far visita ad un parente oppu­

157
re a portarli al cinema. Le ragazze vanno a messa anche due
volte, per lo stesso motivo ma anche per e v a d e r e da casa. Per
molte andare a messa significa la sola occasione per uscire di ca­
sa «almeno la domenica».

V e sto n o a lu tto p e r e c o n o m ia

Non ci si può fare torto come non si può fare torto al carce­
rato che anela all’ora « d i aria».
In casa stanno tutti i lunghi giorni della settimana. E stare in
casa vuol dire respirare lo squallore, rimurginare i soliti pensieri
angosciosi, appassire al buio e al silenzio tormentoso. Oltre tut­
to agonizzare nell’atmosfera «di lutto» che vi domina pesante è
indisponente, ossessionante.
Già sulla soglia quest’atmosfera afferra con violenza.
Le parti superiori delle porte sono letteralmente tappezzate
da listoni, di stoffa e di carta, e di scritte che ricordano per anni
la morte di congiunti e di parenti: «lutto per mia madre» - «lut­
to per mio padre» - «lutto per la sorella, per il fratello, per il
cognato, per la cognata, per gli zii, per i cugini, per i nipoti; li­
stoni funebri scoloriti dal tempo e dalle intemperie accanto a
quelli di freschissima data.
Il lutto ha molta importanza nella vita, nella psicologia di
questa gente. E come una condanna. Li fa tristi, muti, arcigni,
rassegnati al dolore, dominati dalla pena di cui restano prigio­
nieri per lunghi anni e, molti, per tutta la vita: i capifamiglia fi­
no alla loro morte, i giovani fino a quando non passano a nozze
creandosi una propria famiglia. Ma per rivestirlo alla morte del
primo parente e non abbandonarlo mai più.
Ma per molti il lutto è solo il p r e te s to per economizzare sul
vestire. «Certo la pena c’è, ma resta nel cuore. L’abito nero lo
porto perché non posso comprarne altri». Ci confidava una gio­
vane sposata da poco. In effetti chi ha la fortuna di poter di­
sporre dei soldi per l’acquisto di un nuovo abito si «svisita (to­

158
glie il lutto) molto volentieri» ci diceva un giovane operaio. E
uno studente ci ha affermato: «anche da noi i giovani dei due
sessi danno, ormai, pochissima importanza a questa esteriorità.
Si fa strada, in questo senso, un orientamento, un’apertura men­
tale che è rottura con la tradizione. Se potessero disporre per
l’acquisto di abiti il lutto durerebbe molto meno...».

La casa d e l l’u o m o

Ma molti non dispongono nemmeno per «lo stretto necessa­


rio».
Per molti buccheresi l’aver una casetta più decente è «un so­
gno assurdo». E, perciò, restano prigionieri nelle vecchie casu­
pole che ereditano da padre in figlio. Casupole che si fanno
sempre più strette per il formarsi delle nuove famiglie e, quindi,
più squallide.
La pulizia, è ovvio, non può albergare negli ambienti di que­
ste casupole, e nella promiscuità che ospitano, che in modo
problematico. Del resto è raro che in queste casette vi si trova
l’acqua corrente. Le riserve di questa si fanno nelle fontane
pubbliche.
La miseria vi regna e si manifesta in mille modi angosciosi:
bimbi semivestiti di stracci, sporchi, tristi; mobilio vecchio di
molte generazioni; polvere dappertutto; pareti nere di fumo so­
vraccaricate di crocifissi, di immagini di cristi, di madonne e di
santi, di pochissimo prezzo; e di «ritratti» di soldati, di carabi­
nieri, di poliziotti, di finanzieri e di guardie carcerarie. Dalle
travi nere di fumo che reggono il tetto scendono grappoli di ci­
polle e la pelle secca di coniglio o di agnello pende davanti la
porta contro il m a lo c ch io . I gesti muti dicono più delle voci e
delle parole degli uomini e delle donne, dei vecchi e dei giova­
ni, che girano continuamente d’attorno come per distrarre il vi­
sitatore da tutto quello ammasso di miseria, che lanciano sguar­
di nei posti più «poveri» come per coprirli e farli sparire aìl’oc­

159
chio dell’estraneo; dicono del loro «vergognarsi», della condi­
zione in cui si trovano dannati e della rassegnazione con la qua­
le l’accettano, e che viene espresso con sguardi carichi or di
umiltà, come se dovessero scoppiare in pianto, or di disprezzo,
e ti aspetti di vederli sputare con rabbia, or di odio che vedi
lampeggiare attraverso le pupille dei loro occhi spenti, e ti viene
il sospetto che son decisi a prendere una scure, o qualsiasi altro
oggetto, per spaccare tutto. In effetti si tratta di gente schiaccia­
ta, vinta. E tornano alla mente le pagine de «I Malavoglia» di
Giovanni Verga.
F ranco L eg g io

D a « L ’A gitazione del Sud», P eriod ico m en sile a cura degli A nar­


chici della Sicilia, Palerm o, a. I l i, n. 3 N uova serie, marzo 1959.
In questo p eriod o, sia pure per un breve tem p o, Franco L eggio
trovò lavoro presso le aziende di ricerca petrolifera. Il reportage da
B uccheri è redatto all’interno di questa attività, ch e lo porta in varie
località. Lo stile da inchiesta s’inserisce nella vasta letteratura di quegli
anni, che da D anilo D o lci a R occo Scotellaro, da Carlo Levi a Ernesto
de M artino, aveva influenzato la cultura meridionalista.

160
Noterelle su un viaggio in Sardegna
Samugheo lontano, lontano...

«In questa Sardegna che abbiamo visto sempre più isolarsi e diffe­
renziare come un piccolo mondo, l ’uom o vi è giunto per ultim o e, a
confronto delle terre continentali, possiamo dire appena ieri. Un re­
gno senza il suo re, dovrem m o ripetere con una frase comune; ma in
realtà i Sardi non dominarono mai la loro isola, poiché al contrario ne
furono soggiogati e plasmati: essi sono un prodotto della Sardegna,
sotto ogni aspetto fuorché in quello morfologico...» (R. Carta Raspi,
La Sardegna, Ed. D ella Fondazione II Nuraghe, Cagliari 1952).

Da Oristano, Samugheo, dista appena 48 km. Una distanza,


oggi, con gli Sputnik che «volano» verso il sole, davvero insi­
gnificante. Ma Samugheo è un paesetto nell’interno della Sarde­
gna davvero abbandonato da dio e dagli uomini. Perciò da Ori­
stano a Samugheo, 48 km, sono molto lunghi e, per superarli,
gli autobus della SITA, impiegano due, tre ore. Certo, un tem­
po, se si vuole, «ragionevole». Ma una volta sull’autobus, lascia­
to Oristano e la bella pianura di Arborea, lungo lo scendere e
salire per le scarpate delle montagne rasentanti minacciosi bur­
roni, ci si lascia prendere dall’asprezza del paesaggio deserto e
silenzioso e si prova la sensazione fastidiosa d’allontanarsi defi­
nitivamente dal mondo, e di non arrivare mai a Samugheo. Ci si
sorprende con questo pensiero: «Dov’è Samugheo? Ma non si
arriva mai a Samugheo?...».
Samugheo pare sia la corruzione di San Miguel...

Nel grandioso fabbricato-stazione della SITA, a Oristano, è


un continuo via vai, un ininterrotto movimento di macchine, di

161
gente, di colori: diecine di autobus che vengono e vanno a per­
correre l’Isola in tutti i sensi come a portarvi, fin nelle più remo­
te contrade, il messaggio del Progresso e la c e rte zza dell’Eman­
cipazione dell’Uomo sarà - anche da queste parti, prima o poi,
malgrado tutto e tutti coloro che cercano, per interessi egoistici,
di opporvisici - una trionfante realtà; colori che esplodono dai
costumi tradizionali, vivaci, indossati da giovani che paion per­
sonaggi di favole, ma che dicono come si attarda ancora nelle
antiche tradizioni questa meravigliosa gioventù Sarda. Vivacissi­
mi pur nella loro «solennità» che però contrastano terribilmente
con quelli tutti neri, «di lutto», che si trascinano addosso molte
donne e uomini, in segno di lutto; lutto che dura molti anni, che
li tiene, per molti anni, prigionieri del dolore e di una assurda
pena, chiusi in un illogico «rispetto» ai morti; un pregiudizio
profondamente radicato e rinsaldato con le ferree leggi che im­
pongono la condizione economica e la superstizione religiosa,
qui come in Sicilia, come nel Meridione in genere; gente, soprat­
tutto donne, carica di fagotti, che arriva o parte, con gli autobus
della SITA, da e per i paesetti e i «borghi sperduti dell’interno».

Fino a Sinax, km 9,2, la strada è asfaltata, rettilinea, in pia­


nura; sulla «grande» pianura che dal golfo di Oristano si esten­
de fino a quello di Cagliari formando un lungo e largo ca n a lo n e
fiancheggiato dai monti Urtigu, Linas, Orni, Arcosu, da un lato
e, dall’altro, dai Monti Buta, Mellone, Grighini, Corte Cerbus,
S. Mauro, Uda, ecc. Una vasta pianura che dovrebbe e potreb­
be essere tutto un grande dovizioso giardino e ogni sua zolla
ricchezza, lavoro, benessere. Invece si deve ancora vedere la
maggior parte di questa terra ricca, affogata negli stagni, incol­
ta, abbandonata. Mentre tanti giovani, contadini e braccianti in
particolare, dei borghi e dei paesi circostanti, vengono condan­
nati alla disoccupazione ed a una deprimente condizione di mi­
seria economica e morale; continuamente «tentati» dai manife­
sti per gli arruolamenti... «volontari» nell’esercito, nella mari­

162
na, nell’aviazione, nella polizia, nelle guardie carcerarie o dal-
l ’a v v e n tu r a sulla montagna, dal «mistero» della macchia, a fare,
insomma, il «bandito», a ribellarsi, come ultima ratio, all’am­
biente e alla famiglia ed ai partiti.
Ma questa terra non è ancora dei contadini. E nessuno, oggi,
dice ai contadini, ai giovani disoccupati: «questa terra è vostra,
perché la terra è di chi la lavora e la fa fruttare, occupatela, la­
voratela, difendetela contro chi vuole lasciarla incolta e abban­
donata lasciandovi disoccupati e in balia alla miseria»!
Ma questo è un concetto base che però i partiti cosiddetti
socialista e comunista hanno ormai strappato dai loro program­
mi e che vorrebbero strappare dalla coscienza dei contadini;
concetto-base che i contadini devono riprendere, rivendicare,
attuare anche... contro tutti.

Siepi di fichi d’india, filari di carciofi, ortaggi, uliveti... per


qualche chilometro, ma sperduti in un gran deserto pantanoso.
Poi le montagne, aspre, selvagge, rocciose, deserte, «Spoglie
d’alberi». Finita la strada asfaltata, finito ogni rapporto col
mondo... civile. Più si va avanti, più si precipita indietro di se­
coli! Cominciano le serie di «carrozzabili» polverose, impervie,
deserte, che si arrampicano per i monti e si precipitano a valle
in ghirigori di curve come fatte per le... imboscate. L’autobus
s’affanna, sale, scende, torna a salire spinto dalla volontà del­
l’autista che lo guida con mano abile e sicura. Nella grande soli­
tudine, resa più tesa e drammatica dalla asprezza della zona, si
sono, intanto, susseguiti, come un rosario squallido, alcuni pae-
setti abbandonati a sé stessi. Sili con un pugno di abitanti, «ca­
ratteristico per le basse casette costruite con mattoni di terra
cruda», cioè, di fango e paglia, come tanti altri sparsi, qua e là
per il Campidano di Oristano, facile preda delle piogge e del
vento. Simàxis, 1.530 abitanti e, continuando per la deserta
campagna, il povero gruppetto di case del Villaggio di Arcàis.
Ollastra Simaxis, 1.150 abitanti, Villanova Truschedu, 440 abi­

163
tanti sulla vallata del Tirso il quale, in lontananza si vede ser­
peggiare tra i monti, lento ed esausto. Tra macchie cespugliose,
si sale verso il più grosso paese della zona, Fordagianus che fa
circa 2.000 abitanti.
Dopo Fordagianus, lungo la scarpata del monte Grighini,
un altro dei paesetti Sardi abbandonati da dio e dagli uomini,
Aliai, nella vallata del fiume Massari. Tutti uguali questi paeset­
ti che fuggono al nostro sguardo lasciandoci, però, l’immagine
delle loro casette basse, antiche, miseramente addossate le une
sulle altre come per sorreggersi, delle stradine disselciate, ta­
gliate senza criterio toponomastico, proprio aperte alla rinfusa;
piene di polvere, di immondizie, e cani, e galline, e maiali, e ca­
pre, e... bimbi, e bimbi... Semisvestiti di cenci acconciati ad
abitini, scalzi, sporchi; l’immagine più cruda e inumana della
Sardegna povera e abbandonata!
E niente acqua potabile, niente fognature, niente, in alcuni,
luce elettrica. Scuole per modo di dire, forse per insultare que­
sto nostro secolo carico di infamia e di vergogna, situate in stal­
le o in qualche abituro peggiore di una stalla.
Si è a 51 m di altitudine e fino a Samugheo, circa 21 km la
carrozzabile si inerpica fiancheggiata da paurosi burroni, fino a
370 m. La strada è, ora, aperta sul fianco del monte come un
lungo balcone che offre allo sguardo un panorama immenso,
come senza confini. Sullo sfondo, lontano, i monti della «sel­
vaggia» Barbagia.

E si va sballottati e impolverati, lungo una zona sempre più


aspra, asciutta, arida, scoperta, senza ombra di verde. Sotto la
canicola, di tanto in tanto, gruppi di greggi bianchi e pastori si­
lenziosi. Non abbiamo incontrato «anima viva». Né un’automo­
bile, né una vespa, né una bicicletta, né un carro, né un ...ban­
dito! Dappertutto un silenzio pesante, rotto solo dal rabbioso
frinire di cicale che ancora non si son rese conto dell’inospitali­
tà della zona e, perciò, vi restano ancora.

164
Per una... strada disselciata, piena di buche e gobbe, solle­
vando nuvole di polvere e sciami di mosche, l’auto fa la sua en­
trata a Samugheo ac.colto dall’indifferenza dei pochi gruppi di
persone. «Finalmente» scappa «siamo a Samugheo»!...
Samugheo, lontano lontano, come isolato dal mondo, stac­
cato dagli altri paesi, come la Sardegna è staccata dall’Italia,
dall’Europa, dal mondo...

Samugheo è un grosso paese di 3.900 abitanti. La vita che


conducono è molto semplice, quasi primordiale. L’attività pre­
dominante è la pastorizia e quella molto problematica della
campagna. Tanto gli uomini che le donne vestono i costumi tra­
dizionali ma il colore predominante è il nero. Però questi costu­
mi, anche se indossati dai giovani, non sono quelli ricchi e sma­
glianti che si vedono nelle cartoline illustrate... del folklore!
Ma, anche a Samugheo, è arrivata, da pochi anni, la luce
elettrica. Ce ne rendiamo conto dalle rade lampadine che ten­
gono in una semipenombra grave le stadicciuole durante la not­
te. C’è anche un cinema. Ma «solo il sabato e la domenica» vi si
proiettano vecchi fìlms. Lo gestisce il prete. C’è un imponente
edificio scolastico costruito da qualche anno per le scuole ele­
mentari. Ma «i ragazzi che frequentano le scuole», ci spiega un
giovane «che ha fatto il militare in continente», «sono pochissi­
mi. La maggior parte, fin dai sette anni, aiutano i genitori nei la­
vori per procacciare lo stretto necessario per i bisogni elemen­
tari della famigliuola, o a raccogliere legna per i monti». Altri
vanno a fare i «servi pastori».
L’analfabetismo conta una percentuale molto alta. Qui, tra
questa «perduta gente», quei potentissimi strumenti di civiltà,
di cultura e di propaganda che sono i libri, il giornale, il mani­
festo, l’opuscolo, non contano niente, non hanno nessuna effi­
cacia. Il prete lo sa benissimo e vi supplisce col pulpito, la sa­
grestia e le conversazioni in piazza. Torna alla memoria la «pro­
paganda col fatto» alla quale si diedero gli Internazionalisti

165
consci di questa realtà, e «l’andata al popolo» dei «populisti» e
dei rivoluzionari russi che solo in quel modo riuscirono a smuo­
vere dall’antico torpore il popolo russo e a svegliarlo contro il
potere dello zar, dei padroni e del clero avviandolo a quelle sto­
riche giornate che «fecero tremare il mondo».

Attorno a Samugheo la campagna non mostra che filari di fi­


chi d’india e di viti. Pochissimi alberi sperduti fanno ancor più
arido e desolato il paesaggio circostante. Alle due estremità del
paese stanno a guardia, piantate su rustici cippi, due rustiche
croci come a respingere barrivo del Progresso e della Civiltà.
Niente fognature. Niente acqua corrente. Abbiamo visto dei
ragazzini trasportarla sul dorso dei piccoli asinelli per «vender­
la» a 40 lire l’otre (circa dieci litri)! Tranne l’edificio scolastico
e l’antica enorme chiesa, tutte le casette, a Samugheo, sono di
pietra a secco e quasi tutte a un solo piano. Davanti ogni casetta
un vasto cortile, «sa corte», dove viene ammonticchiato di tut­
to: legna e fascine, fieno e paglia, concime, attrezzi di lavoro i
più disparati, gli animali domestici e le pecore, i maiali, la muc­
ca, i buoi, l’asinelio e il carro.
I carri a Samugheo vanno ancora con le ruote piene. Nei tre
giorni trascorsi a Samugheo, non siamo riusciti a vedere, sui
muri delle case, nemmeno un manifesto, né del PCI, né di nes­
suna organizzazione sindacale; né della parrocchia, né del co­
mune, né del governo, né del ministero della difesa; né politico,
né elettorale, né del cinema, nemmeno uno di quelli réclame
qualsivoglia prodotto commerciale. E questo fatto e l’altro dei
carri con le ruote piene, davvero inconcepibili, danno una idea
di quanto sia lontano Samugheo dal mondo di oggi.

A sera gli uomini tornano dai lavori con la mucca, o il bue, o


la capretta, o l’asinelio, e il cane. Tutti salutano, anche le don­

166
ne, anche le ragazze, anche i bambini. E questo loro saluto ci
dice che ci troviamo ancora tra esseri umani anche se ai margini
del mondo.
I labirinti di viuzze sotto l’incerto chiarore delle rare e debo­
li lampadine sembrano rughe profonde scavate da mani malcer­
te e indecise. Dopo le ore 20 non si incontra più nessuno per le
vie. Il silenzio tormentoso è rotto dai grugniti dei maiali e dal
nervoso abbaiare dei cani.

In una viuzza, nella lama di sole, un gruppo di vecchiette fi­


lano con l’antica conocchia, con gesti meccanici, la lana grezza.
Silenziose, sembrano statue antiche. Un gruppo triste e doloro­
so. Viene da pensare la «Madre dell’Ucciso» dello scultore sar­
do Francesco Ciusa, sintesi altamente drammatica del dolore,
della sofferenza, dell’ira compressa di tutto il popolo sardo.
Poco lontano dal gruppo, sulla porta di casa, una bimbetta
di tre quattro anni, piange tutta sola. Babbo e mamma, sono
per i campi a lavorare.
F ranco L e g g io

D a « L ’A gitazione del Sud», P erio d ico m ensile a cura degli A nar­


chici della Sicilia, Palerm o, a. I l i , n. 7 N u ova serie, luglio 1959, prima
puntata; n. 8 agosto 1959, seconda puntata.
Il viaggio in Sardegna da cui scaturisce q u est’altro reportage , va
ascritto all’attività di supporto e solidarietà con il m ovim ento anarchi­
co spagnolo in lotta contro la dittatura di Francisco Franco, ed in m o­
do particolare dei gruppi anarchici e anarcosindacalisti che clan d esti­
n am ente tentavano di m ettere in difficoltà il regim e falangista. Infatti,
gli anarchici italiani che in quel p eriodo furono in stretta collaborazio­
ne con i guerriglieri spagnoli, si preoccupavano di contribuire alla lo t­
ta con la costitu zion e di fondi, il recupero di armi ed esplosivi, la m es­
sa a p u n to di basi logistiche. In Sardegna fu m esso in atto un tentativo,
pare in u tilm en te, di contattare a q u esto sco p o settori del b anditism o
sardo. (Si veda la lettera di Silvio C occo, apparsa su «Sicilia libertaria»
n. 259, febbraio 2007).

167
In tutti gli anni 150 e ’60 si sviluppa in Italia una p olem ica tra i so ­
stenitori ad oltranza della causa spagnola, ed il restante m ovim en to,
che, pur ritenendo necessario quel sostegno, m anteneva una posizione
più defilata. I secondi accusavano i prim i di «spagnolite»; i prim i tira­
vano dritto lavorando in silenzio per costruire quel supporto n ecessa­
rio alla guerriglia, p rend en d ovi parte in prima persona (è il caso di
G oliardo Fiaschi di Carrara). Furono m esse in atto anche azioni dim o­
strative, com e il rapim ento del viceconsole spagnolo a M ilano per ten ­
tare di strappare alla condanna a m orte il giovane libertario C onil, ten ­
tativo, peraltro, riuscito. Le cronache di queste lotte, i p rocessi cui
hanno dato vita, son o pu n tu alm en te riportate sulla stam pa anarchica
nel corso di tutti gli anni cinquanta e della prima m età degli anni se s­
santa.
Su « L ’A gitazione del Sud», n. 7 N uova serie, luglio 1959, appare il
resocon to di Franco L eggio del p rocesso di Casale M onferrato agli
anarchici italiani accusati di avere svolto delle rapine in P iem on te per
finanziare la guerriglia libertaria spagnola; al direttore responsabile del
p eriodico di quel m om en to, A lfon so Failla, non è piaciuta la nota cri­
tica in calce all’articolo, nella quale Franco L eggio faceva riferim ento a
quegli anarchici ch e al prendere parte attiva alla solidarietà, avevano
preferito «ripararsi sotto il co m o d o om b rellon e che offriva loro il
b u on E nrico». Failla, scrive una «Precisazione», apparsa sul n. 8, ago­
sto 1959, nella quale afferma: «N on posso fa re a m eno d i esprim ere il
m io dissenso da quanto scritto da Franco L eggio n e ll’u ltim o num ero d i
questo fo g lio [... ] M i dispiace vedere d e i giovan i attardarsi in espressio­
n i strid en ti non soltan to oggi ma anche quando erano, purtroppo, fr e ­
q u en ti nel nostro linguaggio. Nessuno d i noi, nega a chicchessia il diritto
d i reagire com e vuole, o com e può, alle sofferenze causate d a ll’attu ale
form a d i convivenza sociale. M a perch é il m o vim en to anarchico debba
considerare com e derivan ti dalle proprie ideologie m anifestazioni che so­
no causate dalla vigen te disorganizzazione sociale? S otto g li om brelloni,
letterali o reali, ci stia chi vuole. G li anarchici hanno sem pre assunto con
ferm ezza e senza messa in scena la responsabilità delle “proprie a zio n i”».
D ella replica di Franco L eggio si ha notizia con il n. 11 del n ovem ­
bre 1959, quando in una nota intitolata «C ose n ostre», la redazione
scrive: «E p erve n u ta ... una lunga “precisazion e” d e l com pagno Franco
Leggio, in risposta alla breve nota d e l com pagno F ailla... D iciam o su bi­
to che n o i non abbiam o chiuso la p o rta in faccia a nessuno, p e r quanto

168
riguarda la collaborazione diretta a l giornale. Il com pagno Leggio, che è
stato uno d e i più assidui, ce ne po trà dare atto. A b b ia m o a ltresì evitato,
fe d e li agli im pegni presi sin d a l sorgere, le polem iche personali e ideolo­
giche tra com pagni d i ten den ze diverse, preoccupati d i condurre spedita-
m ente la nostra lotta d i propaganda anarchica e d i em ancipazione sociale
n el m eridione, secondo un program m a preciso fo rm u la to a C astelvetra-
no. P oiché la nota d e l nostro d ire tto re ha spin to il com pagno Leggio a d
un lungo discorso n el quale sostan zialm en te dice d i “dissentire dalle m o­
tivazion i d el Pailla”, in vitiam o il com pagno Leggio a ridurre a più m ode­
ste proporzio n i il suo in terven to, a l fin e che possa essere pubblicato; o p ­
pu re in viare la sua lunga nota a l B.I. della F.A.I., la sede più adatta p er
p o te re discutere d i qu este cose, e non sovraccaricare il nostro giornale
che si preoccupa d i altro, soprattutto.
Infine, interpretando il pen siero d e l d iretto re responsabile d i questo
foglio, diciam o a l com pagno Leggio che n é il Pailla n é g li altri com pagni
d e l gruppo redazionale hanno in teso rigettare la sua collaborazione o
preteso che la sm ettesse».
D i fatto, la collaborazione di Franco L eggio finisce lì.

169
Franco Leggio a Roma contro i missili a Comiso, 1984.
Indice

Prefazione................................................................................ 5
Nelle miniere d’asfalto........................................................... 13
Dalla Camera del Lavoro....................................................... 15
Nelle miniere di asfalto del ragusano.................................. 17
Postumi di guerra................................................................. 21
Chiese, carceri e caserme..................................................... 23
Scelbite acuta e intimidazione pretina................................ 25
Nostra risposta alle calunnie bolsceviche .......................... 29
I «picialuori» degli asfalti ragusani per la gestione diretta
delle miniere ................................................................... 33
Chi è il suggeritore? ............................................................. 41
Lotte e speranze dei contadini e degli operai .................... 43
Ancora dei «disordini di Ragusa» e di Com iso.................. 47
«Tartufo» e «Rodomonte» a singoiar tenzone..................... 51
Case e milioni per l’iddio dei preti...................................... 55
Da Ragusa............................................................................. 59
La crisi delle miniere di asfalto si abbatte solo sui lavora­
tori ...................................................................................... 61
Nelle miniere del ragusano. Gestione diretta o licenzia­
menti? ............................................................................. 67
La «Celere» di Sceiba a caccia di contadini ...................... 71
Un respiro di 15 giorni........................................................... 73
171
Il caso di un nostro compagno............................................ 75
Spezzare le reni ai «picialuori» .......................................... 79
Miniere di asfalto: ancora licenziamenti? .......................... 81
Miniere di asfalto: il Cementificio ...................................... 85
Nel ragusano (Gennaio 1945; No! Alla guerra!) .............. 89
Al paese dei miracoli ........................................................... 91
Processioni nel Sud ............................................................. 97
Con i contadini espropriatoti............................................... 101
Dalle zone depresse ............................................................. 105
Libertas................................................................................. I li
I fatti del ragusano (Gennaio 1945)..................................... 113
Paolo Schicchi ..................................................................... 123
Viva i braccianti e i contadini di Vittoria .......................... 125
Da Modica. Perché non voleva radersi la barba................ 127
Allegro Carnevale in... sagrestia ......................................... 129
Lettera del comp. Leggio al Direttore di «Ragusa Sera» . . 131
È tornato... Pippo Pinna-all’-aria......................................... 133
Carceri e carcerieri (in Italia)............................................... 137
II «dono» della Gulf e........................................................... 141
.. .quelli di... Pippo Pinna all’-A ria.................................... 142
Corriere Siciliano ................................................................. 147
Una viuzza di Buccheri......................................................... 153
Vita a Buccheri..................................................................... 155
Samugheo lontano, lontano................................................. 161

172
T erra e L ib e rtà Voce delJyfovimeqfo Anarchico in Sicilia

U S I IL L i t i conni
Jlppare da indizi rivelatori che <$’fuori dubbio che le masse sici- h principiono, .W cuoia.
Jsa Repubblica italian
ta dal compromesso e „
DELLA DONNA
fa da una schermaglia carta- p
non faròche accentuare lo voluzionari, scatenali senza ade­
e' guano uw “durato effimera^ò
voluzionari e della Rivoluzione. autoritari spesso dopo aver divo-
eoht^eneeonooongaatdnhdello
re obbiettivamente una lappa pro-
Vuò anche darsi. Certo lut- trail tatticismo con cu/T ml
dell’autorità ha. in principio, una
Però sappiamo anche che Ve-
manenza dalle forzerei ugres-

dipendentismo perchè quel tanto TÙentecheLibanoi^i'uim-


.ttrvtrrLrn: Operiamo in conseguenza, af­
finchè il popolo non si addor-
«toie t o ~ à ÌMa- C°“1"- n«Ua\fiducia Tiu^Tnlu^Uesa
tivamente maggiore impreparazio- ri phMe Sdall’alto0. *
/ G/f eccidi sanguinosi del' pa- venire che da uno stato di irre-
ZtelVIlalia continentale lo si ne^lenta del eoo,plot,I,ratio-
‘Dunque noi ammettiamo che
e untiamo, ^bisogno ^'fug™
dicare alle masse popolari la pro- eia in avanti ; ma a condizione
volutivo che implica una perma- la sua sostanziale entità, e ne
dire che il processo evolutivo stes- 'inailo*'1"10 ^ aSCenden PÌU
!Il

rsuisLUrsz

«Terra e Libertà», 6 luglio 1947,


VOLUME XXVII SATURDAY, JUNE 2 6 , 19 4 8 No. 24

«L’Adunata dei Refrattari», 26 giugno 1948.


Wtmem*, 1? Aprii* IW . , ■, A X m 81 > 1 . : PKKZ&6 L, 15

(erra e Ebertà VOCE DEL MOVIMENTO ANARCHICO Sii SICILIA

ramo taciti finora, quando partito bolscevico


bolscevico che prometteva uno jT** T T^| T ^ | F \ T ~^ Forò, rimediata prm di po«
r N Ì obliamo potuto, in numeri di operai e contadini.'. / . I—*i I r**C Y~~i I I 1 | —4 sixkmo do! mi uh**» Seri ha, mim
unici, cui abbiamo dovuto mo- Oprando
ido k Stato bolscevico, s*- l I I | | | | 1 / 1 «a*(orm* paca astuta,
dijkare* di volta tu valla, il titolo* in la fatale, chino mi sono fra- *»»*/. JL-K JL-/ J L ^ JL-^ 1 J L / JL / «miro k qu«l<> ha j>r«t**t#tA,
otltmpermzo alle norme che *•disci- scinati gli Siali'in genere, e quell* ^
plmmw* la costikttù libertà di stampa. *rivolazionarh
Poiché* per avere il diritto od ma
regolare pubblicazione periodica, or-
corre che il redattore responsabile sia
un,' «professionale* dei giornalismo,
debitamente archiviato, abbiamo do-
JeU'&soaaziane della stampa.
0 hanno posto interminabili osta*
caU perché il nostro responsabile lui

specifiche che
ramerebbe prevalentemente la rico-
sfiwàorte maiale iti Sicilia altindo­
mani di una Rìvokztme vittoriosa.
In SiciMn* scarseggiando k indù-
strie* ed essendoci per contro prova- L* ULTIMO SCIOPERO
DEI BRACCIAN TI AGRICOLI DI SIRA CUSA
pìà dalla dabìxmagguie tl«ì p<^j
contadine, è maturale
che fi problema inciti*ante, dopo
quello deUa «Libertà', sia quella
detfa *Tme*< pollilo» do* par- dal procedo allo ìntaosioni* è v*rtì dì aw*ri dal popolo, dimando
£,*^ dmfioreaoa^a«nWh- r i * * tato * ot^U»nU
S AI-

s S f g r “ = p S £sr3 “ §t flf
+12% «rSpS
H B S2? t illili s i l i l
Si^fX TZJZtJZ *,N»m«lXurH,p««M
io1lta FranwTao”* %o«TX
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• » * .* « . o u . o o n u o i . ~ i a , « n i «» é dov,„„, pw* .M .-.« r a. . « ^ in pica.
smesse
i i l z x x ? jr £ s x

!* G U E R R A ALLA GUERRA
’XSìr,mata parte par,la faglio,

«Terra e Libertà», 17 aprile 1949.


Anno XXXVI - X. 51 16 dicembre 1956

ALLO SCIOGLIMENTO DEI I RUSSI RISPONDONO CON


CONSIGLI OPERAI. I LAVORA UNA TERZA IRRUZIONE DI
CARRI ARMATI. E STAVOLTA,
TORI UNGHERESI RISPONDO

U M A N IT À ' N O V A
SI DICE, DIRIGE LE OPERAZIO­
NO CON UNA TERZA INSUR NI IL COMANDANTE SUPRE­
REZIONE INGAGGIANDO UN MO DELLE FORZE ARMATE
COMBATTIMENTO « SENZA DEL « BLOCCO ORIENTALE »,
SPERANZA ». GENERALE KONIEV.
SETTIMANALI

La repressione riprende in n. V
U
le avanguardie rosse della rivolta saranno vicine a ■
Il fondaccio reazionario giallo , . Così dietro
Robespierre , Termidoro e
sn
i, Ma dietro le
v
l'Ungheria diverrà un'espressione , benedetta
dai preti ,che non avranno potuto loro.

«Umanità Nova», 16 dicembre 1956.


REGGIO
C H E : iim
GRECIA
Tredici
uomini i l l U m l a i l e
= tredici — S E T T I M A N A L E A IM A R O IH I G O =

m ilitanti
della libertà
attendono nello co llo d e lla
morto di S p a g n a , la so lid a ­
PACE ARMATA

l'f!l1
IHHIPIIMi!
-sU
rietà attiva d el mondo libero

iiiìil
slislMsM
14151^
ipSM P
La pace armala dei generali atlantici
è la pace "americana", come quella
dei marescialli di Slalin è la pace
"bolscevica", cioè una costosa pausa
tra due guerre

® t

«Il Libertario», 19 marzo 1952.


©
1
Numero Unico a cura del Gruppo “ INIZIATIVA ANARCHICA „ - Cas. Postale t - Modica Alta =
===
= L. 20

A mo’ di | «L'Agitazione del Sud») han trova­ senza prima inviare un fraterno prese con un’altro aspetto, non me­
to la miniera d’oro per dimostrare saluto solidale ai compagni conta­ no infido, feroce e liberticida, della
P r e s e n r a z io n e col loro zelo pignolo la democrati­ dini e braccianti vittoriesi che, da stessa reazione; a tutte le vittime
Dobbiamo dirlo subito: il gruppo cità del loro alto ufficio. un anno, si trovano in galera pri­ della reazione che languono nelle
« Iniziativa Anarchica » è formato, Ma non possiamo chiudere que­ gionieri della reazione; ai compa­ galere di tutte le patrie-Stato.
per lo più, di lavoratori, di, operai sto... bigliettino di presentazione gni de «L’Agitazione del Sud» alle «INIZIATIVA ANARCHICA»
e di contadini, sparsi, qua e là, nel
ragusano. Per lo più — è la condi­
zione-croce, no?, dei lavoratori
prigionieri dell’ordinamento politi­
co. in Italia e nel mondo — sono,
anche questo va precisato subito,
dei.... semianalfabeti. Q u e s t o è,
dunque, il loro foglietto. Un fogliet
Calendimaggio
to, modesto e pretenzioso, fatto da
gente rotta più ai lavori di «pala e
pico» di «falce e martello» che a
quelli dello «bello scrivere». Non note più chiare, quanto cammino ha ritroso à fatto il Movimento dei Lavoratori prigioniero di partiti ed organizzazioni sin­
presumono, i compilatori, di cono­ dacali che si son messo sotto i piedi ogni tradizione e conseguenziarità rivoluzionaria per praticare la più Imbelle e rinunzia-
scere le regole dello «bello scrive­
re» — l’avvertimento è, semmai, non si differenzia per nulla da quello dei partiti moderati e borghesi. E ciò, malgrado il XX. Congresso del P. C. (b) Russo,
per la gente «dal palato fine» —
zata sempre più minacciosa della reazione padronale e sanfetista. Così avremo ancora un'altro Primo Maggio di baldoria
ma. per dura e amara esperienza festaiuola e di ubbriacatura elettoralesca. Noi vorremmo che i lavoratori riflettessero, che tirassero le somme di questi tre­
e. anche, per letture, sia pure af­ dici anni di esperienze cocenti: perehé ritornino sulla strada maestra della Rivoluzione Emancipatrice. Al più presto. Prima
frettate, conoscono, e molto bene, che sia troppo tardi. INIZIATIVA ANARCHICA
quelle che sono le regole della jun­
gla politica. In questa jungla, fra
tante belle voci intonate, vogliamo
gridare la nostra, indubbiamente II « primo maggio », proclamato ze e dei cori intorno all'albero al­ nanti al Maresciallo ed al suo Em-
stonata, ma sincera» onesta. « festa ->, per legge, dai turiboli- tissimo, adorno di corone e di pen­ pireo della didattura.
E prendere il nostro posto di ferari della * costituzione » e dai dagli che Anna di Bretagna, al Questo del 1951 per noi libertari
battaglia a fianco dei nostri simili, necrofori della « rivoluzione », non finir del secolo XV, esaltò nel suo
degli sfruttati e oppressi, degli umi­ è il sessantacinquesimo calendi­
liati e offesi, dei sempre vinti. So­ può essere confuso, per pura coin­ Libro delle Ore così come molto maggio, rievocante il primo, che
pratutto a questi nostri compagni cidenza di date, col « calendimag­ tempo prima gli antichi Sassoni nella successione cronologica an­
di pena e di lotta dedichiamo que­ gio » della ribellione e deila ri­ nuale segna l'inizio di una severa
sto foglietto e gli altri che segui­ scossa che, invece, nella memoria A. R. PARSONS: « Noi s amo condan­ e cosciente volontà di redenzione
ranno. E a tutta la gente di cuore. nati come anarchici, e h sono orgoglioso umana. 11 calendimaggio italiano
Dunque, nella nostra classe contro degli spiriti liberi, risuona di ben
l’altra classe: quella dei padroni, altre aspirazioni e, nella volontà del 1951 si preannunzia festaio
quella degli sfruttatori, quella dei delle coscienze libertarie, vibra di lo e superstizioso come nei ricor­
privileggiati; quella, per dirla chia­ ben altre speranze. di medioevali e più antichi. Far­
ra, dei Pennavaria, dei Monsignor Calendimaggio non è per noi
Pernii**, dei fcannizzo, dei Baro­ sescamente legalizzato dalla costi­
ni, degli agrari, dei Tnonopolisti, libertari il » primo* dei giorni del tuzione. nella sua esteriorità quie­
dei clericali, dei gabelloti; quella bel * mese mariano » tanto caro tistica e nella sua interiorità ser­
della destra, che non è la mano del alla cara innocenza dei bimbi ve­ vile, contamina quello ardente di
cuore, insomma, che in Italia, nel stiti di bianco e inghirlandati di
Meridione, in Sicilia ha fatto sem­ avevano adorato V « lrminsul », la aspirazioni umane, ancora o g g i
pre, prima, durante e dopo, il fa­ enorme colonna emblematica in­ non realizzate, tragicamente com­
scismo, il bello e cattivo tempo sul­ A . FISCHER: «Il verdetto pronunciato
nalzata per salutare, di anno in piutosi per la prima volta nell'or-
la fame, la miseria, gli stenti e la
disperazione della povera gente, anno, con radicato istinto primi­ mai lontano 1886 in quella che fu
Vi sbagliate grossolanamente, perchè gli tivo, la primavera. chiamata Terra della Libertà: a
del popolo lavoratore.
Il fatto che questo foglietto esce Calendimaggfo non è per noi Chicago, nel Nord America. In
il 1. Maggio, vuole essere tutto un libertari il giorno della ormai fa­ quella America che fregiò i suoi
programma inequivocabile. mosa parata militare nella Piazza labari del motto di un suo figlio
Siamo operai, contadini, semia­
nalfabeti ma siamo rivoluzionari, Rossa di Mosca che da anni acco­ prediletto, Jefferson: « diritti ugua­
siamo anarchici. glie, davanti alla feudale mole nel li a tutti, privilegi s p e c ia li a
Come tali n o n risparmieremo Cremlino, la sfilata dei carristi, nessuno ».
proprio nessuno. E grideremo, an­ policromi fiori che rendono devoto dei fanti, degli artiglieri e degli Tanti anni non trascossero in­
che, l’esigenza della chiarificazione vano da allora (pieni di insegna-
nel nostro campo, nel campo ope­ omaggio alla Madre celeste colle­ avieri che precedono militarmente
raio e rivoluzionario, ad onta e gando così la tradizione cristiana impettiti i reggimenti inquadrati menti, di lutti, di dolori, di apo-
scorno dei disonesti, degli specula­ a quella pagana delle « floralia », dei lavoratori fanaticamente osan- (ocntinua in 2.a pagina)
attraverso la mediovale regina di
c e l i «onorevoli», che vi si sono
infiltrati e ben sistemati. Difette­ maggio, nello stesso idiliaco com­
remo di capacità ma vi suppliremo ponimento di sogni primaverili del­ «L’A g itazion e del Sud» in Tribu n ale
con la volontà, con l’abnegazione, la vita ancora soggetta al trascen­
daremo del nostro meglio. Per a- dente influsso della illusione e del- Jl processo per i «delitti» di «in camente rimaneva senza avvocato
prire gli occhi ai nostri compagni vito alla distruzione di ogni ordi­ di fiducia.
namento politico» e di «offesa al A La Torre si associa, con enco­
di fatica e di pena per strapparli j; la superstizione. miabile spontaneità, V avv. Ugo
dal pantano mefìtico del conformi- f Calendimaggio non è per noi Papa» contro i nostri compagni Mi Schirò del Partito Socialista Italia­
smo asfissiante e della paura: per ! libertari il rito di « Santa Walpur- chele Corsentino a Franco Leaaio, no il Quale trovavasi sul posto, di
riportarli, con noi, sulla strada ga * risuonante di scampami e di rispettivarhente Direttore e Redat­ ritorno da Catania dove, in appello,
maestra, non certamente facile co­ tore de «L'Agitazione del Sud», s’è
aveva fatto assolvere una «concu­
me quella che conduce alle urne e- stridenti rumori onde scacciare il tenuto, mercoledì 26-3, in una sala, bina» dal «delitto» di «vilipendio
lettorali al contrario intessuta di diavolo e le fiabesche streghe dal spoglia fin’anche della scritta: «La alla religione», & r altro processo.
colpi e contraccolpi, di sacrifìci, di funesto potere; nè è la sagra dei legge è uguale per tutti», del Tri­ La Torre ripropone Pietanza di
privazioni, di rischi — siamo in trovatori di Tolosa che nel primo bunale di Modica.
guerra, no? — della rivoluzione so­ di maggio del lontano medioevale Al tavolo della Difesa era il no­ rinvio avanzata dalVavv. Moncadù
ciale. Ecco detto: nostro obiettivo stro bravo e valente Placido La che però viene respinta anche que-
st’altra volta dal Tribunale. Allora,
è lo Stato, tutti gli Stati, nostro trecento concionavano versi traen­ Torre venuto espressamente da Mes La Torre, solleva l'eccezione della
fine la società senza Stato. do popolarità nelle piazze e premi sina. Mancava, invece, VAvv. Mon-
Avremo altro da dire certamen­ dalle casse della città. cada impossibilitato a dare la sua incostituzionalità delVart. 272 e che
te. E certissimamente lo diremo a opera perchè impegnato altrove. per conseguenza, gli atti vengano
Calendimaggio non è per noi Aveva avanzato istanza per il rin­ trasferiti alla Corte Costituzionale.
costo di.... indisporre i varii Procu­ Malgrado l'eccezione sia stata so-
ratori della.... Repubblica che nei libertari il crapulante giorno dei vio che però non fu accolta. Cosic­ ( ocntinua in 2.a pagina)
foglietti anarchici (vedi, per es. : passatempi e dei giochi, delle dan­ ché il compagno Corsentino, prati-

1° maggio 1958.
NUMEROUNICO nìbbio toso- marzo issi
m m m am t
l Compilatori - « A n a rch ism o » c o n ­
tin u a la b a tta g lia .
P. Schicchi - Sacre botteghe, sacro
mercato e... le sacre reliquie.
<3. Grillo - Intervista con Paolo
Schicchi ecc.
V. Mazzoni - In morte dei «Saulo»
dì Coliesano.
A MadHQra.no » Paolo Schicchi non
è più.
Ireos Ga»itU) - XI «Grido della
<
folla» per Paolo Schicchi.
D. FMcq « Paolo Sehieei.
M. Corsentirlo « Uno della vecchia
guardia,
N. Gaiantwcci- E' morto P. Schicchi,
N. Pino - Rosso e Nero: A Paolo
Sehieei.
N. Napolitano - A proposito di una
tomba (con nota polemica),
Un Grappo di Anarchici - Bava di
un rospo e bava di rettili.
Prof. N. Schicchi e zzi -
Corrispondenza Documentato.
Doti. G. Di Gesù - La Verità sulla
morte di Paolo Schicchi.
«Anarchismo» - Il nostro program*
( PALESTRA DI CULTURA DI CRITICA E DI BATTAGLIA ) ma? Eccolo,
V. Mazzoni - Fermenti e Involualo*
ni dell’Anarchismo.
( ESCE QUANDO PUÒ ) F. Leggio - «A tamburo battente».
R. Novatore - Verso l’Uragano.
M, Marnami « B.Rizzi Lett
Circolare (comm. di M, Quinti).
V. Malizia - Ornamento Analìtico
alla «Circolare» di Rizzi e Ha*
riani.
Sergio Grillo - AH» m ia Mamma
adorato.
R IVISTA ANARCHICA S. Schintu - 1 politicanti alla sbarra
DIRETTA DA Vanno Abiondi - Parole d’una don­
na ai giovani.
GIUSEPPE GRILLO P. pernia - A proposito della
«Commissione Antireligiosa» del­
la f.A.1.
L. Neri - Intolleranza - Dichiara­
>7 F.
zione ■
.A.S.S.O. - Sulla guerra di Corea
Dichiarazione. . .
U. Picciafoco- Paganesimo e Cri­
stianesimo. •
R, Ferrari - Visione postuma -
Lancetta del tempo. -
Stelio Ferrari - Anno 1051.
G, Sanchini - Alla Redazione de
«L’Antistato».
V. Pasquandrea - Novella antimili­
tarista ed antireligiosa.
F. Angelico - La Violenza nella
considerazione anarchica.
A Acquatone - La Scienza e gli
scienziati:.'-. .
EDITA DAL GRUPPO “ ANARCHISMO. Morìa Occhiplnil- Chi seno I col­
pevoli delia prostituzione?
Redazione e Amministrazione: NARDI) - Via S. Cosmo 37

«Anarchismo», maggio 1950-marzo 1951.


LAzioneLiberiana
u- o°P« i.30 a cura d e g l i A n a r c h i c i d e lla Sicilia

Il n u o v o g o v e r n o r e g i o n o le S m a ii

g g g § |§ ^RIVOLTA UNGHERESE j s S S t s p s

TEOLOGI RO S S I A C O N G R E Siso
SO wVSsotstsss Sì
M S I H a i l i i o n
s s a i
, € ' s o r lo
m m m *==— ? i

Im^Tcì. ySS'iffirSS iHSìsr'€S^T esssxitszs&u t,


&«£«**» 2 S S “ “
«L’Azione Libertaria», gennaio 1957.
«L’Agitazione del Sud», agosto 1959.
G iu g n o 1 9 5 8 - N u m e r o U n ic o a c u ra d e l G r u p p o ” IN IZ IA T IV A A N A R C H IC

Fronte Anti - Elettorale Pippo Pila • All’ - Aria


quanto su questo... “galantuomo" di
I risultati di quest'ultima consultazione elettorale sono stati, per molti, come la fine di altri tempi, i tempi fasciati, abbiamo
un incubo che, da due giorni, li attanagliava. Fino airultimo, quest'incubo, questa paura letto sul “Corriere di Modica„ del
25 maggio c.a. Dobbiamo però av­
hanno avuto un nome: A S T E N S I O N I S M O vertire i lettori che uno degli anti-
Molti hanno temuto, fino alla fine dello spoglio, lo sc io p e ro , d e g li e le tto ri. Le percen­ fascisti ragusani più conseguenti, più
tuali bassissime di votanti del primo giorno avevano creato un vivissimo e vasto allarme: stimato e più onesto, a proposito
mT in e s o ra b ile o ro lo g io vo lg eva verso le ore s e r a li sen za che n u lla d i d e fin itiv o s i riu sc is s e della "responsabilità,, che si sarebbe
assunta il Pinna-Al)’-Aria per sca­
a s ap e re. C o m e sem pre a c c a d e , q u an do i r it a r d i sem bran o in s p ie g a b ili, co m in c ia ro n o a c i r ­ gionare il duce ed il fascismo dal
c o la r e voci non d e l tu tto tr a n q u illiz z a n ti; s i p a rla v a d i “ sorprese ”, d i *basse p e r c e n t u a li” , delitto Matteotti, ebbe a dire ad
q u alcu n o a r r iv a v a p e r fin o a d a s s ic u r a r e , c h i sa in base a q u a li in fo r m a z io n i , che c i s a re m ­ un nostro compagno che lo volle
mo m a n te n u ti m olto a l d i sotto d e l 1 9 5 3 n (1) interpellare suirargomento. Questo
E' occorsa 1'“operazione svegliarino-, ma più che questa, Tesser tutti, governo, giornali­
sti, candidati, partiti, galoppini ecc, ricorsi alla estrema ratio, alle minacce di sanzioni contro
coloro che minacciavano di non volersi avvalere di un diritto che, in effetti, si era palesato
vuoto da qualsiasi contenuto sostanziale, a determinare un maggior afflusso di votanti alle
urne beffarde.
Tutti, goveno, partiti, stampa, il che é molto significativo, ne hanno, del ricatto vile e
delle minaccie pavide, abusato nel modo più indegno: -L 'o p e ra z io n e s v e g lia r in o ” co n d o tta
d a sta m a n e con o g n i m ezzo, d a lla r a d io a i g io r n a li d i p a r t it o , a lle t e le f o n a te , a i te le g r a m ­
m i, h a avuto i l suo esito : p o ic h é non v ’è dubbio che i sette m ilio n i d i e le tto r i che dovevano
a n c o r a d e p o rre n e lT u rn a l a s c h e d a , sono s t a t i in c o r a g g ia t i, se non a lt r o , d a lV a p p e llo che
d a o g n i p a r tito é sta to la n c ia to .,.” . (1)
Ad un certo momento non si è più sentito parlare del voto come di un diritto ma
TUTTI hanno ricordato e minacciato che il voto era *un p re c is o d o v e r e ” . Ci si é trovati a
respirare l'atmosfera pesante, subdola, minacciosa che devono respirare, durante le consulta­
zioni elettorali, i cittadini della Spagna falangista, del Portogallo clericalizzato, e quelli delle
cosidette “democrazie popolari" e della “patria del socialismo", dove, appunto, il voto è con­
siderato un sacrosanto dovere e l'astensionismo quasi un delitto.
Sono le mistificazioni, sono i trabodiìtti, è il pugno di ferro sotto il guanto di velluto
che ogni democrazia che si rispetti tiene sempre a portata di mano, vicino agli altri stru­ “Latrittè di Ragusa sgg*, a .
menti di imposizione e di coercizione, ai quali farà ricorso, senza nessun scrupolo, ogni qual­ torto, sostiene la candidatura
volta le contradizioni proprie delle democrazie formali, si fanno più profonde, pressanti, in­ di un uomo il quale non
tollerabili. Si faccia attenzione a quanto avviene in Francia!
Sono stati, tutto sommato, attimi: attimi, però, molto significativi; attimi che dovrebbero
indurre, sopratutto i lavoratori, a serie riflessioni e a considerare l'astensionismo, e l'asten­
8provincia
° disagio ^esSente^'una
dove il capoludgo
sionismo rivoluzionario e anarchico in particolare, con maggior coscienza e serietà. Precisa- non ha ancora capito la sua
mente, come una formidabile arma che, nelle loro mani, potrebbe essere determinante per
la soluzione di un'infinità di problemi sia di carattere economico* che sociale e morale. Ma non c'è chi non veda,
Si potrebbe dire, e noi diciamo con perfetta tranquillità di coscienza, che mentre l'urna
divide i lavoratori, l'astensionismo li unisce, li fa più compatti e combattivi. Basterebbe col quale costui vorrebbe' \
considerare l'atteggiamento degli abitanti di Roghudi, i quali, minacciando l'astensionismo, rinserirsi nella vita politica
fecero muovere fino al loro paesello... le autorità religiose e civili, deputati, uomini politici italiana, il suo fallimento, lo
e giornalisti! annullamento in ogni caso di
L'astensionismo unisce i lavoratori i quali ne potrebbero fare una formidabile arma rivo­ una fama, sia pure usurpata,
luzionaria. avendo raggiunto l'apice del-
Non é una affermazione gratuita. Basterebbe considerare l'incubo e la paura di cui di­ 'la sua grandezza nello stesso
cevamo prima e le confessioni degli stessi rappresentanti della borghesia e delle forze con­ istante in cui tutta la nazio­
servatrici: "D ic ia m o lo fr a n c a m e n te , O R A C H E I L P E R I C O L O E y P A S S A T O : S I E ' T E ­ ne fremette per T efferatezza
M U T O F O R T E M E N T E L A M I N A C C I A D ì U N V A S T O A S T E N S I O N I S M O ” . (I) di un delitto che non ha pre­
Man mano che la "conta" si avviava alla fine e il numero dei voti aumentava Tincubo cedenti nella Storia. Lo stes­
si scioglieva, la paura si sedava: * L a p e rc en tu a le d e l 9 4 f d e i v o ta n ti s i a r r o to n d a p o i , se so fascismo parve vacillare
v i s i a g g iu n g e l'a l t r a d e i c e r t if ic a t i non r e c a p it a t i, sic c h é s i può t r a r r e la C O N F O R T A N T E in quel tragico momento
C O N S T A T A Z I O N E che a p p en a un q u a ttro p e r cento d e g li e le tto ri, non s i é rec a to d i mentre il Pennavaria, con
p ro p o s ito a l s e g g io ” . (1) la stessa imprudenza con la
quale è venuto a parlare nel­
M a questo incubo, gli allarmi, la paura ecc, avevano un fondamento? Avevano una giu la nostra città, si presentava
stimazione o erano semplicemente uno spauracchio per gli allocchi? Pensiamo di non esage- • al Duce dicendosi pronto ad
rare affermardo che la paura, lall'arme, Tincubo ecc erano pienamente giustificate ed erano assumersi tutta la responsa­
fondati: qu e sta vo lta i l fr o n t e a s ten s io n is ta a v eva assun to d e lle p ro p o rz io n i ve ra m e n ti p reo ccu ­ bilità dell' uccisione di Gia­
p a n ti. - como Matteotti. Ma ove ciò
II Movimento Anarchico Italiano, La Federazione Anarchica italiana, i Gruppi Anarchici non bastasse, ove la lampè-
Autonomi che, con manifesti, con giornali, con comizi, con numeri-unici (s'é visto tutta una da votiva offerta dalle dame
meravigliosa rifioritura di iniziative la eco della quale è stata, sia pure in minima parte, ragusane a Rosa Mattoni
riflessa in numeri-unici che sono stati diffusi lungo la penisola e nelle isole), hanno spiegato, Mussolini ardesse ancora nel
propagandato, agitato i motivi rivoluzionari e le ragioni contigenti, l'urgenza e la necessità cimitero di Predappio, ba­
delTaStensionismo. Dall'altra parte, il Partito Comunista Internazionalista che ha lanciato la sterebbe da sola la lapide
parola d'ordine: “FISCHIATE GLI IGNOBILI PAGLIACCI D E L L A P U L C I N E L L A T A murata sul porto di Ortona
ELETTORALE"; il Movimento de “l'Unione Forze di Evoluzione" che, attraverso il proprio a Mare, per cantare le ulti-
(Continua tn 2.a pagina) (Continua In 4.a pagina)

«La nostra lotta», giugno 1958.


XXXVI - S. 46 L ir e 3 0 11 novembre m *

UMANITÀ' NOVA
MARCIA E MARCIUME SU ROMA? SE AI COMUNISTI, CHE SONO COSI' FOR
ME PARLA. MILLANTERIA? NESSUNO TISSIMI, NON POSSIAMO DARE CONSI­
SE NE SGOMENTA. NOI PREGHEREM­ GLI, PERCHE' SE NO POTREBBERO
MO SOLO LA POLIZIA DI STARSENE DIRE CHE PROVOCHIAMO IL DISOR-
A CASA. 0, SE MAI, DI INTERVENIRE DINE, PER L'ANARCHIA. MA SE AN­
SENZA I SUOI UFFICIALI... POPOLO DASSERO IN PIAZZA, CI SAREMMO
CON POPOLO CI INTENDEREMMO! ANCHE NOI!...
________________________ SETTIMANALE ANARCHICO _________________________

G u e rra ? No!
NO
salvare,
perl'Oriente. NO per l'Occidente. NO per il militarismo che pretend
assaltandola,la democrazia popolare ungherese. NO per la
mocrazia che vuol... liberare l'Egitto e giura di voler liberare il mondo dalle
dittature. NO per tutti i militarismi chesi ren
sari l'uno all altro, a danno di tutti i popoli di cui si proclamano i salvatori

«Umanità Nova», 11 novembre 1956.


i preti che li abbiano bene­
detti giacché furono già benedetti
dalle loro sofferenze. E lasciano i
preti li con i signori a biascicare
litanie. Un giorno, speriamolo, sa­
pranno fare a meno di qualsiasi
religione teistica per vivere moral-

E non solo signori e preti sono


avversari di questa marcia; di que­
sta santa marcia dei contadini.
Contro di essa vi è tutta la caterva
dei politicanti legati al sistema di­
latorio fatto a posta per mantenere
i loro scranni nelle cosi dette isti­
tuzioni democratiche; tanto poco
j democratiche, poi, che perdono il
| tempo nei vicoli ciechi delle lungag-
NUM ERO U N IC O OTTOBRE 1954 j gini burocratiche e parlamentari e
l non si accorgono che le leggine da
loro fatte, spesso svisate da chi le
i applica, non servono che a lenire,
j se pur leniscono, una infima par-
I te degli affamati di terra. E che

con i contadini espropriatori dire dei cosiddetti sindacati? La via


del riformismo da essi imboccata,
da quando abbandonarono il me-
; todo dell’azione diretta, è la via
Malgrado il silenzio mercenario Ora questa gente dolorante, la po­ to il suo bel tempo, tutta gente che j del continuo tradimento.
delle gazzette borghesi e le corri­ vera gente di Sicilia, carica di mi­ aspetta tremebonda o strafottente il
spondenze politiche interessate dei seria, assetata di giustizia ed affa­ Ed i contadini continueranno, da
benservito e sogna per la sua sal­ soli, ad invadere il feudo.. Forse non
fogli così detti di sinistra, giungo­ mata di terra, della loro terra, con­ vezza un nuovo fascismo. Ma il de­
no, alla vigilia delle semine, dalla tinua a muoversi ed appare che si finitivo calcio nel sedere sta per sapranno restarci come dovrebbe-
Sicilia, notizie genuine dello stato muova ora per la prima volta tan­ arrivare. j ro; forse non sapranno ribellarsi
di irritazione del popolo, il quale, to è sicura di se nell’incamminar- | agli intrighi politici come necessi-
malgrado tante promesse e tante La marcia continua con sempre
si. E’ in marcia sempre e se non maggiore entusiastico crescendo. ; ta ; forse non sapranno insorgere
esercitazioni di riforme agrarie am­ si iascerà fermare ancora una vol­ j contro le mezze misure riformisti-
Nessun prete osa benedire i vessilli
maestrate, non vede ancora muta­ ta dai politicanti, compirà grandi di questa santa marcia della soffe­ che, gli si consiglierà loro di non
re il sistema feudale della econo- j cose, un fatto nuovo; la conquista renza, della speranza, del diritto,
mia siciliana arretrata di secoli. Nel del latifondo e la espropriazione del andare oltre la occupazione sim­
della fame di terra, della sete di bolica e forse tutto tornerà come
popolo, fra i lavoratori della terra, feudo. La loro azione inquadrata giustizia, dello anelito al benesse­
vi sono compagni nostri che questa ; nella forza del diritto, sancita per­ re, alla gioia, alla libertà. Non lo
inquietudine sentono e condividono ; I sino dalla legalitaria costituzione Ed allora? Chi vuole la redenzio­
potrebbero perchè essi già benedi- ne se la operi! I coscienti diano
la loro presenza sta a significare i della repubblica (che dicesi fonda­ rono i vessilli del feudo e gli em­
che lo stato di insofferenza e di 1 ta sul lavoro), fattasi espressione prova del loro animo ribelle con l’e­
blemi di esso e furono essi stessi sempio, marciando all’avanguardia
collera aperta dei contadini sici­ reale di una non più discutibile dei feudatari; non lo potrebbero
liani è spontanea ed è giunta al voi ntà popolare, trovato il consen­ della redenzione : entusiastici ed
perchè le stesse armi che difendo­ audaci, non mollando! Finché in­
colmo della sopportazione e non è i so e la simpatia di tutte le genti - no il feudo difendono i loro privi­
dovuta a speculazioni politiche e- j lavoratrici dell’industria e dell’arti- sieme ai miti della intoccabintà dei
legi sacerdotali e le loro ricchezze « signori » cada anche il mito della
sterne. Quei nostri compagni ci in­ gianato, del popolo tutto che soffre
formano di quanto avviene. uno stesso basso tenore di vita, la messianica attesa; finché la umana
loro azione, dicevamo, andrà alla convivenza dei liberi sia un fatto
In non poche località della terra compiuto.
sicula, masse di contadini e di brac­ conquista effettiva e non più sim­
cianti, di uomini e donne, di vecchi bolica del feudo.
e di bambini, affamati di terra, di La marcia non è da ora che è
pane e di libertà, assetati di giusti­ cominciata : essa continua fra le so­
zia sociale, con negli occhi la spe­
ranza di un domani migliore per
tutti e la volontà decisa impressa
ste imposte dalla reazione e dai po- :
liticanti. Essa può essere incruenta
e pacifica : è tuttavia sempre rivolu­
zionaria. Ma se l’inganno verrà an­
A N SIA DI LOTTA
nel sembiante scarno dai patimen­
ti, ripetono il tentativo che tante ! cora perpretato, e la rivoluzione di In ogni luogo della terra, in ogni . le, ma sostanziata da fatti che
volte é stato soffocato nel sangue j diritto ingannata, la invasione, un contrada in cui gli uomini lavora- ! possano sgorgare impetuosi, come
dall'agraria padronale. Ciò sta a ! giorno non lontano, potrà, per colpa no sotto un padrone o languisco- ! risposta ai fatti stessi che oprimo-
significare che la fame di terra è ! stessa degli attuali usurpatori e dei no nelle forzata disoccupazione, j no, diventa atto di civiltà. E’ mo­
un bisogno naturale insito nello ! governi, diventare assalto a tutti i sudditi di uno Stato che li incate- i nito ai sordi ed agii addormentati,
sviluppo del progresso civile e che fortilizi dei latifondisti e dei pro­ na con leggi artificiose, intossica- j è avvertimento ai pecoroni che, pur
per questo progresso vi sono stati prietari sfruttatori: sarà una ri­ ti dai pregiudizi religiosi che le i sapendo quanto inutili siano, stati
già eroi e martiri. voluzione, allora, compiuta dagli at­ Chiese alimentano, in ogni luogo I e governi, chiese e padroni, sono
ti violenti e non dal diritto pacifi­ !, ivi è a di li ad essi succubi e servili.
A gruppi i braccianti ed i con­ camente riconosciuto da chi ancora ta per la libertà. Vige ancora tutto un sistema che
tadini escono dalle loro malsane ; le misconosce. incoraggia l’ingiustizia ed il male
abitazioni agglomerate nei borghi e Ovunque è lo stesso impellente
e questo sistema trova appunto il
si avviano ad invaderà i latifondi : i Tornano agli onori della cronaca ed assillante problema, chiave di
cardine negli stati e nei governi.
per prendere possesso della terra, i nomi dei grandi feudi che sono tutti gli altri problemi che atten­
ancora tanti e sparsi dapertutto. dono di essere risolti: abbattere il Anche se si ripromette di migliora­
per fissarsi ad essa nel pacifico la­ Ed ogni feudo invaso è un mito re le condizioni dei ceti meno for­
voro, per raggiungere il meritato ; che privilegio e la auorità irresponsabi­
crolla. Gli immensi latifondi le; nel padronato, nelle chiese, ne­ tunati del paese, la classe dirigen­
benessere; per compiere da se stes­ di Vallelunga, appannaggio del ca­ te si perde nei vicoli ciechi dei
si quella emancipazione che venne gli stati. Ma nelle aree depresse
valiere don Lucio Tasca sono stati del sud, in questi luoghi battuti vecchi sistemi di casta e non fa
sempre ritardata dai signori, dai ! invasi; invasi gli intoccabili e colos­ che deprimere ulteriormente le po­
principi, dai conti, dai marchesi, i sali possedimenti della ducea di dalla carestia e dalla fame, nelle
terre arse dal sole, una popolazio­ polazioni ingannate, sotto l’influen­
dai baroni, dai cavalieri, dagli Bronte regalata dai Borboni alla za di coloro che maleficamente vo­
grari e da tutti i loro ruffiani ne generosa e laboriosa sente il
ammiraglio Nelson per avere soffo­ tormento e la sofferenza dell’altrui gliono conservare intatti tutti i pri­
mazzieri. Essi marciano ad occupa­ cata nel sangue la repubblica na­ vilegi e le ursurpazioni.
re il suolo bagnato dal loro sangue potere in maniera più acuta che
poletana un secolo e mezzo fa. Vio­ altrove. In tal modo, le strombazzate ri­
e dal sudore della loro fronte; lati i confini famigerati delle con­ forme agrarie si presentano come
cuperano la ricchezza, che venni trade di Villalba dell’agrario Mic- Stretta dalla 'miseria e dalla po­ una pura esercitazione politica di
surpata dai feudatari e passata poi cichè. Occupate le terre ove il ban­ vertà, pi;eda delle malattie che assai dubbia capacità rinnovatrice
agli attuali padroni. Vogliono li­ ditismo criminale, alleato al padro­ vengono dagli stenti, semianalfabe­ anche se tecnicamente ed agraria­
berarsi dai padroni che li hanno nato, compì dal 1946 al 1948 un ta, priva di igiene e di abitazioni, mente bene impostate. Le ventilate
sinora fatti lavorare defraudandoli atroce stillicidio di assassini di la­ impregnata di fanatiche credenze industrializzazioni delle aree de­
del frutto del lavoro obbligando col voratori e le stragi di masse scio­ religiose, langue nelle aree depres­ presse, che dovrebbero qualificare
terrore, con l'intrigo e l’inganno, peranti. Il nome dei feudi ancora se una popolazione che deve usci­ ed assorbire il lavoro, che lascia
con i delitti della maffia ad un la­ da occupare tornano sulla bocca dei re da un medio evo ancora non fi­ disoccupato l’agricoltura e l’artigia-
voro estenuante, uomini e donne, contadini e con essi i nomi degli nito. Una idea di libertà deve av­ nato, appaiono sempre più, e sono,
anche se vecchi o bambini, ad una usurpatori, dei negrieri della terra, viare il popolo alla giustizia ed al­ una derisione della realtà che in­
fatica logorante che porta alla rab­ i cui casati aristocratici e borghesi la conquista della indipendenza in­ vece visibilmente procede tutta in
bia. al dolore, agli stenti, alla fa- sono legati alla più triste storia dividuale. altro senso. Le provvidenze gover­
dellTsola. Tutta gente che ha fat­ Una ribellione, non soltanto idea­ native finiscono di sovente nelle

«Ribellione», ottobre 1934.


Azione diretta: «Perpro-

CatanHR. C.) non voteran­


no all? prossime e!ez. poiit. » E IE Z IO N I lf§®
Numero Unico a cura del Gruppo “ INIZIATIVA ANARCHICA,, - Cas. Postale 1- Modica Alta = L. 20

I V I a n r l a t l a c c i i ? Pro,etarii*>mandateli lassù, investiti di un mandato che


l V l a n u a l c l I ìa S S U • s’intesse delle vostre abdicazioni e delle vostre rinun-
cie, i migliori dei vostri compagni, e prima che l’alba spunti, prima che canti il gallo,
come Simone aveva rinnegato Cristo, i vostri compagni migliori avranno rinnegato lo
ideale, venduti i fratelli, fucilati in nome dell’ordine, per la sicurezza dello Stato e pei
trionfi del capitale i figli della gleba, dell’officina e della miniera.
Mandateli lassù !

PERCH E’ GLI AN ARCH ICI Una pagina d i Saverio M erlino

NON V A N N O A VO TARE Elezioni o rivoluzione


RAGIONI DI PRINCIPIO Gli anarchici furono sempre anti-
elezioiiisti. In Italia il movimento Avremmo forse dovuto piuttosto soddisfatti, ma dimanderebbero
Gli anarchici non vanno a vota­ intitolare questo articolo. F.-forme sempre di più; una volta messi sul­
re per moltissime ragioni. operaio e rivoluzionario fu sempre
antiparlamentare, dalle origini — o Rivoluzione» perchè queste sono la via delle rivendicazioni* andreb­
Tutto il pensiero anarchico è ba­ le due vie che ci si parano innan­ bero fino in fondo. Perciò, se scop­
sato sull'affrancamento dell'indivi cioè fin dai tempi della «Prima In­
ternazionale» — al Congresso di zi — la via delle riforme pacifiche pia uno sciopero od una agitazione
duo — cioè di ogni uomo — da e graduali, dei miglioramenti gra­ fra operai o fra contadini, anche
ogni soggezione ad un altro uomo. Genova del 1892. Fu in questo Con­
gresso che la corrente dei sociali­ duali, dei piccoli passi, del progres­ per un minimo avanzamento, noi
L'anarchico non intende rinunzia­ so lento e ordinato, fatto col con­ non ce ne stiamo lontani nè cer-
re alle sue prerogative, vale a di­ sti «legalitari» si separò dagli anar-
re alla tutela diretta dei propri borghesia e del Governo; e la via la lotta (come spesso fanno i «ca­
interessi e dei propri diritti. socialisti collaborarono con i pote­
ri statali e persero ogni carattere della rivolta. E a questo bivio le pi» anche se socialisti), ma cerchia
L'anarchico non intende delega­ rivoluzionario. Inserendosi n e l l a due scuole, i due partiti (socialista mo invece di estendere lo sciopero
re altre persone ad agire in vece politica governativa contribuirono legalitario e socialista anarchico) o l’agitazione e di dar ad esso forza
sua, dando ad esse un « mandato a rafforzare l'organizzazione econo­ sì separano. Noi, l'abbiamo già det­ e vigore, perchè ogni movimento di
di fiducia » perchè facciano e di­ mica e sociale che garantisce al ca­ to e ripetuto, siamo socialisti anar­ pochi e fiacchi è certamente schiac­
sfacciano a loro capriccio. pitalismo e alla borghesia Vassolu- chici, antilegalitari e rivoluzionari. ciato. L’unica speranza di successo
Investire un altro uomo di simi­ to predominio. Non però si deve credere che noi per gli operai è nell’unione e nella
li facoltà significa annullare l a respingiamo o g n i miglioramento risolutezza con cui sanno agire.
propria personalità. RAGIONI PRATICHE /che possa essere conseguito dallo Se però, invece dello sciopero o
RAGIONI IDEOLOGICHE L’esperienza di 60 anni ha inse­ oneraio. Chi vuole il più vuole an­ dell’agitazione per ottenere un mi­
gnato che la partecp azione alle che il m e n o; e noi, che lottiamo glioramento, ci si proponesse d’an­
Tutta la dottrina anarchica è ba­ lotte elettorali ha consolidato le i- per l’emancipazione intera dell’o­ dare alle elezioni, allora noi ci
sata sulla lotta contro l'autorità e stituzioni borghesi e capitaliste. peraio saluteremmo con gioia ogni schiereremmo contro perchè sap­
contro il potere. Nell’intento di « guidare » i lavo- conquista, foss’anche piccola, sicuri piamo di certo che gli operai alle
I parlamenti ed i governi sono (ocntinua in 2.a pagina) che gli operai non si terrebbero elezioni saranno sempre raggirati
l'espressione più evidente delVau- e ingannati, che mai essi riesciran-

I H 1* «Pili ! IlilM
« Una cosa mi meraviglia prodi­
questi o si guasterebbero o sareb­
bero irnpotenti; anzi se la maggio-

giosamente ed è che nell’epoca^del-

esistere* ne” n^str ” pae 6


lò° Chà*colT^hè dT^iegherà'T’ànaì
tomia e la mentalità di questo in-
curabile demente? Noi li asnettia-
iHr
!
iìii
i
i; ! ° a

-
i

solo istante questo sorprendente


si^ostini'a cercare ] ita Z o U ° Z T
p L T o r n e i T fZ n Z

A i p o litic a n ti a£i:rsrl*i
improbabile che lo nutrisca del
i!;z:T£Lzzogn,formadiaut'-
lo impingui con la sua carne, lo’
arricchisca del suo denaro, alla so­
la prospettiva di ricevere in cam­
biceli queste prodigabilità dei col-
Lo

^v^nderf^a^tal’ p ^ ^ T v i

d ipend i dM capit^sta^ e flTcapi^

d’ognj5razza e d’ogni tifo...


llip s fame a^ aiutare ^ captU lS aT fro
dar la legge, come tutti sanno.
Un Parlamento, supponiamo, di-
(ocntinua in 2.a pagina)

«Elezioni 1958», primavera 1958.


In questo volume vengono raccolti 41 articoli apparsi su vari
giornali e riviste anarchici, scritti nell’arco di quindici anni da
Franco Leggio, a partire dalla sua scarcerazione dopo le som­
mosse contro il richiamo alle armi del gennaio 1945.
La scelta riguarda scritti concernenti temi siciliani, con l’ecce­
zione del re p o rta g e sulla Sardegna che chiude il libro; questo
materiale rappresenta una fonte importante per chi voglia co­
noscere fatti e vicende dalla viva... penna di un protagonista:
dalle lotte dei minatori ai miracoli delle statue delle madonne;
dalla scoperta del petrolio all’insurrezione del 1945, e tanti al­
tri, e in più rivedere, attraverso le parole di un inedito Franco
Leggio inviato sul campo, alcuni spaccati di vita in una Sicilia
e in un Sud afflitti dalla povertà, dal sottosviluppo e dalla ras­
segnazione.