UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PISA

FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE CORSO DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE

TESI DI LAUREA “UN FRONTE DIMENTICATO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE: LE COLONIE AFRICANE TEDESCHE”

CANDIDATO:

LUCA BOCCI

RELATORE:

PROF. MAURIZIO VERNASSA

ANNO ACCADEMICO 2008-2009
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LAUREA IN SCIENZE POLITICHE (VECCHIO ORDINAMENTO) “UN FRONTE DIMENTICATO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE: LE COLONIE AFRICANE TEDESCHE” CANDIDATO: LUCA BOCCI RELATORE: MAURIZIO VERNASSA

ABSTRACT
La tesi si propone di esaminare in dettaglio le campagne militari avvenute nei primi anni della Prima Guerra Mondiale tra le forze dell’Intesa e le guarnigioni poste a protezione delle colonie africane dell’Impero Tedesco. Particolare attenzione è stata dedicata al confronto tra le campagne in Africa del Sud-Ovest e nell’Africa Orientale Tedesca, dove forze di difesa paragonabili come numero di effettivi ed equipaggiamenti militari ebbero riscontri bellici ampiamente discordanti. Per comprendere meglio le ragioni alla base di questa palese differenza, sono stati descritti gli eventi che hanno portato alla definizione della politica coloniale dell’Impero Tedesco, gli scontri all’interno del Reichstag tra la componente pro-coloniale e gli scettici, nonché un excursus della crisi parlamentare del 1906-1907 che portò alla nascita del blocco Bülow e alla vittoria di una linea politica assertiva nella gestione dei territori oltremare. In seguito si è dato spazio alla cronaca delle vicende avvenute in Africa del Sud-Ovest, con particolare attenzione all’approccio diplomatico portato avanti dal governatore Leutwein, alle ragioni che portarono all’insurrezione degli Herero e degli Ottentotti nel 1905 ed alla conseguente campagna di sterminio condotta dalle truppe del generale von Trotha. Un capitolo è stato poi dedicato alla storia della presenza tedesca nell’Africa Orientale, esaminando in dettaglio la lunga serie di rivolte indigene avvenute nei primi decenni di occupazione, con particolare attenzione all’insurrezione dei Maji Maji del 1905-1907. Per completare l’esame dell’evoluzione della colonia tedesca, si è descritto lo scontro tra la linea “nativista” del governatore Rechenberg e l’approccio improntato all’imperialismo economico favorito dalle lobbies economiche. Dopo la dettagliata narrazione degli eventi bellici sul fronte africano, si è infine proceduto ad un’analisi tecnica-militare delle ragioni che portarono a risultati tanto diversi: in particolare è emerso come il successo del generale von Lettow-Vorbeck sia stato dovuto in gran parte al suo approccio non ortodosso, che applicava concetti che sarebbero stati definiti dalla dottrina militare solo alcuni decenni dopo. Al termine dell’analisi si è notato come alcuni tra i principali errori tattici e strategici commessi dai generali dell’Intesa in Africa si ritrovino nelle strategie di counter-insurgency portate avanti con relativo successo dai comandi delle forze NATO impegnate nei conflitti asimmetrici dei nostri tempi.

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INTRODUZIONE CONFLITTI DIMENTICATI
Il percorso della storia raramente è lineare od ordinato, ma talvolta compie tali e tante virate da lasciare interdetto anche l’osservatore più attento. Quando si verificano queste brusche deviazioni dalla norma, lo studioso si trova di fronte ad un dilemma di non facile soluzione: cedere alla tentazione di considerare questi eventi come semplici aberrazioni o dedicarvi maggiore attenzione, cercando di giungere ad una spiegazione ragionata e convincente? Spesso è capitato che eventi di difficile lettura, specialmente nel campo della storia militare, fossero frettolosamente catalogati come frutto della casualità, senza dedicarvi la giusta attenzione. Altre volte si è sposato sbrigativamente la prima ipotesi apparentemente razionale, specialmente quando tali eventi coinvolgevano aree del mondo di non primaria importanza geopolitica. La storia della caduta delle colonie dell’Impero Tedesco durante il primo conflitto mondiale può essere un buon esempio di questo secondo modus operandi. Le campagne “minori” dei grandi conflitti spesso non riescono a guadagnarsi nemmeno una riga nei libri di testo e sono trascurate anche nei corsi di specializzazione avanzati, trattate come note a margine della narrazione ben più tragica che ebbe luogo sui fronti principali della guerra. Eppure, esaminando sommariamente gli eventi bellici, le aree d’ombra non mancano: se tutti gli ex-protettorati tedeschi avevano in comune la scarsità di mezzi e di uomini e l’incapacità di difendere il territorio dalle forze che Francia ed Inghilterra erano in grado di mobilitare, la risposta delle guarnigioni tedesche nelle varie colonie fu molto diversa. Se nei territori minori le forze di difesa tedesche poterono opporre solo una resistenza simbolica, i reparti di volontari ed ascari schierati nelle colonie principali riuscirono a montare una difesa molto efficace, superando difficoltà materiali e logistiche enormi. Il confronto più interessante, a mio parere, è quello tra le campagne condotte nelle più importanti colonie africane dell’Impero Tedesco: l’Africa Orientale (il cui territorio si estendeva sull’area oggi occupata da Tanzania e Ruanda) e l’Africa del Sud-Ovest (l’attuale

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Namibia). Le due Kaiserliche Schutztruppen (truppe di difesa imperiali), di dimensioni pressoché identiche all’inizio della guerra, furono entrambe costrette a difendersi dall’invasione di forze dell’Intesa numericamente e tecnologicamente soverchianti. Entrambe dovettero affrontare le insidie di terreni quantomai ostili, sfruttare le magre capacità produttive dei rispettivi territori per lo sforzo bellico e trovare una risposta convincente alla scarsità di rifornimenti conseguenza del blocco imposto dalla Royal Navy, ma si comportarono in maniera molto diversa quando si trattò di affrontare le rispettive invasioni. Se le forze schierate in Africa Australe furono raramente in grado di impensierire le armate sudafricane del generale Botha, la schutztruppe dell’Africa Orientale riuscì nell’impresa ciclopica di giungere all’armistizio senza essere mai stata sconfitta sul campo di battaglia, nonostante fosse inseguita da forze anche di venti volte superiori. Lo scopo di questa tesi è investigare sulle ragioni alla base di questa “deviazione dalla norma” e cercare di esaminare sotto una nuova luce le scelte tattiche e strategiche compiute dalle armate in campo durante le campagne militari nel corso della Prima Guerra Mondiale nei territori sotto la sovranità dell’Impero Tedesco. Questo esame è reso necessario dalla fragilità della spiegazione prevalente nella letteratura classica, che concede tutti i meriti della straordinaria resistenza dimostrata dalle forze tedesche in Africa Orientale al genio tattico del generale Paul Emil von Lettow-Vorbeck e all’incapacità dei generali inglesi e sudafricani che lo fronteggiarono nei quattro anni di campagna. Sembra improbabile che siano state le capacità di un solo uomo, per quanto brillante, a generare un evento tanto insolito. Per cercare di arrivare ad una spiegazione più convincente, sarà necessario esaminare la storia del difficile rapporto che l’Impero Tedesco ebbe con l’espansione coloniale oltremare e ripercorrere gli eventi salienti che videro coinvolti i protettorati tedeschi nei trent’anni che videro l’aquila imperiale sventolare sui deserti e le foreste dell’Africa. Visto che la produzione scientifica in lingua italiana sull’argomento non è molto significativa, sarà necessario rivolgersi a fonti ufficiali o semi-ufficiali in lingua tedesca, mentre per le notizie relative alle campagne militari si farà riferimento agli studi pubblicati in Germania e negli Stati Uniti. Si spera che, esaminando

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con maggiore attenzione quella che alcuni esperti considerano come la migliore campagna di guerriglia mai condotta nell’ambito di un conflitto “ufficiale”, si possano anche trarre elementi utili alla lettura dei conflitti asimmetrici che, fin dalla fine della Guerra Fredda, vedono sempre più coinvolte le nazioni dell’Alleanza Atlantica. In ogni caso, lo scopo principale di questa dissertazione sarà quello di contribuire, seppur modestamente, al dibattito sull’esperienza coloniale tedesca, un campo di studi che negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio revival in Germania, ma che non è riuscito ad appassionare altrettanto la comunità scientifica italiana.

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CAPITOLO 1 COLONIALISTI PER CASO
Il rapporto tra il neonato Impero Tedesco e la cosiddetta “corsa all’Africa”, che nel breve volgere di tre decenni nella seconda metà del XIX secolo spinse le grandi potenze europee ad occupare quasi tutti i territori ancora liberi dal loro controllo, è un capitolo della storia che ancora oggi suscita curiosità e domande. Ad un’esame sommario, rimangono tuttora oscure le ragioni che hanno spinto una nazione appena entrata nel ristretto consesso dei grandi del mondo a conquistarsi il proprio “posto al sole”, occupando quelle parti di Africa che le potenze più esperte avevano lasciate libere perché ininfluenti per i loro interessi commerciali. La stessa cronaca delle circostanze che portarono una nazione come la Germania, ancora impegnata a fondo nel risolvere le mille questioni derivate dall’integrazione di venticinque stati indipendenti nell’Impero, a sobbarcarsi l’onere aggiuntivo di “civilizzare” enormi estensioni di territorio vergine, abitati da popolazioni tanto fiere quanto poco recettive di fronte a quella modernità che nella maggiorparte dei casi significava solo l’impatto brutale con la superiorità tecnologica ed organizzativa dell’Europa industrializzata, non riesce a chiarire definitivamente i motivi alla base del “colpo di mano” che consegnò al Kaiser un Impero oltremare. Nella fase “eroica” della colonizzazione europea del Nuovo Mondo, gli stati tedeschi non riuscirono a ricoprire che un ruolo da comprimari, rimanendo per gran parte del tempo semplici spettatori del saccheggio delle Americhe. Eppure i tentativi di partecipare alla grande avventura non mancarono: il primo tentativo avvenne nel 1528, quando Anton e Bartholomeus Welser, della potente famiglia di banchieri di Augsburg, acquisirono i diritti di sfruttamento delle risorse della costa del Venezuela dall’Imperatore e Re di Spagna Carlo V. La colonia, chiamata Klein-Venedig (Piccola Venezia), vide l’arrivo di numerosi avventurieri che partirono verso l’interno, alla ricerca della favolosa città di El Dorado e delle sue mitiche ricchezze. Una volta realizzato che le montagne d’oro delle leggende erano al di là dal venire, i vari governatori che si succedettero alla guida

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della colonia tentarono di sfruttare le risorse della zona, ora facendo arrivare esperti minatori dalla Baviera per cercare giacimenti d’oro, ora importando 4.000 schiavi dall’Africa per mettere in piedi coltivazioni di canna da zucchero. La prima avventura dei tedeschi al sole dei tropici finì ingloriosamente: dopo che gran parte dei coloni europei era morta per le malattie o per gli attacchi indigeni, nel 1556 la Spagna rivendicò i propri diritti sulla zona, estromettendo i Welser, che uscirono dall’avventura con perdite finanziarie altissime. L’altro tentativo rilevante di creare una colonia tedesca fu condotto nel 1682 su iniziativa del Grande Elettore del Brandeburgo Federico Guglielmo. Una squadra navale, composta dalle navi Chur Prince e Mohrian, comandata dal maggiore Otto Friedrich von der Groeben, partì per l’Africa Occidentale, accompagnando un piccolo contingente militare con il compito di stabilire il nucleo di una colonia che avrebbe dovuto sorgere nei pressi dell’attuale Accra. Sbarcati il 1 gennaio 1683, i circa 50 militari iniziarono a costruire quello che sarebbe diventato il forte principale della nuova colonia, dopo aver concluso con i capi delle tribù locali degli accordi di protezione. Nel corso del 1683 e del 1684, una serie di accordi assicurò al Brandeburgo il possesso di una fascia costiera di circa 150 miglia che portava dalle Canarie al Senegal: per marcare il controllo del territorio, furono costruiti diversi forti. Il forte principale di Groß-Friedrichsburg, costruito con materiali fatti arrivare dall’Europa, fu armato con 44 cannoni costieri e fornito di numerosi artigiani che avrebbero dovuto garantire uno sviluppo armonioso della colonia. Le ragioni che avevano spinto il Brandeburgo a finanziare l’impresa erano commerciali: il Grande Elettore intendeva entrare nella lucrosa tratta degli schiavi e delle altre preziose materie prime africane (oro, avorio, piume di struzzo, sale e gomma). Vista l’alta richiesta di schiavi delle piantagioni nei Caraibi, affittò una parte dell’isola di St. Thomas dalla Danimarca per installarvi una missione commerciale. Intenzionato a garantire un futuro marittimo alla propria nazione, Federico Guglielmo fondò l’ufficio dell’Ammiragliato per supervisionare gli affari coloniali e, ansioso di controllare direttamente il commercio, ordinò lo spostamento della sede della BrandenburgischAfrikanischen Kompanie ad Emden, visto che non si fidava dei “miopi e stupidi bottegai di

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Königsberg”. Il tentativo non fu visto di buon occhio dalle potenze commerciali dell’epoca, che minacciarono ripetutamente di bloccare i porti sul Mare del Nord. Nel 1717, dopo la morte del Grande Elettore, il Re di Prussia Federico Guglielmo I, spaventato dalle alte spese richieste dalla colonia e per niente appassionato alle avventure marittime, preferì vendere la colonia all’Olanda per “7.200 ducati e 12 Mori”. Nonostante Berlino avesse già ordinato nel 1716 di abbandonare la colonia e tornare in Europa, il Direttore Generale Dubois si rifiutò, ritenendosi ancora vincolato dal giuramento che aveva prestato al Re di Prussia. Quando l’incaricato d’affari olandese Jan Cunny si presentò di fronte a Groß-Friedrichsburg con una squadra navale, fu accolto a cannonate. L’assalto al forte fu respinto con gravi perdite da entrambe le parti: la resistenza tedesca durò fino al 1725, ma poco dopo il governo olandese si rese conto dell’antieconomicità della colonia e ne ordinò l’abbandono1. Le ragioni tradizionalmente addotte per giustificare questa mancanza di interesse per l’acquisizione di colonie oltremare sono duplici: prima del 1871, i singoli stati tedeschi non disponevano di risorse adeguate per finanziare e difendere le colonie dalle grandi potenze mentre negli anni successivi all’unificazione, il Cancelliere Otto von Bismarck non era affatto interessato alle avventure oltremare2. Questa spiegazione non convince del tutto: nonostante il Cancelliere non perdesse occasione per ribadire il disinteresse dell’Impero Tedesco nei confronti della colonizzazione, il sospetto è che si trattasse solo di una mossa tattica. La Germania, priva di una flotta d’altura, non era certo in condizione da rischiare a cuor leggero un conflitto con la Gran Bretagna o la Francia, ma era fermamente determinata a difendere gli interessi commerciali delle imprese tedesche quando fossero stati minacciati. Questa tendenza si ritrova in numerosi incidenti avvenuti durante tutto il periodo che precedette l’occupazione delle colonie africane, indicazione che non si trattava di episodi isolati ma di una politica coerente portata avanti dall’amministrazione imperiale tedesca3. Nel 1875, quando la Gran Bretagna incorporò le isole Fiji nel proprio impero, i cospicui interessi dei mercanti

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Gross-Friedrichsburg, su http://www.deutsche-schutzgebiete.de/deutsche-kolonien.htm F. Florack, Die Schutzgebiete, ihre Organisation in Verfassung und Verwaltung, Tubinga, J.C.B. Mohr, 1905, p.1. 3 H.U. Wehler, Bismarck und der Imperialismus, Colonia, Kiepenheuer und Witsch, 1969.

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tedeschi presenti nella zona furono praticamente espropriati dall’amministrazione coloniale britannica. Il governo di Bismarck inviò ripetute quanto vibranti proteste a Londra ma non si limitò alle mosse diplomatiche, mandando la corvetta a vapore S.M.S. Bismarck a concludere un trattato di amicizia nelle isole Tonga e Samoa, oltre a pattugliare la zona dal 1877 al 1879, con il dichiarato scopo di proteggere gli interessi commerciali dei cittadini tedeschi4. Un altro esempio della politica portata avanti dal Cancelliere Bismarck è il comportamento tenuto dal governo imperiale nel 1879, quando la South Sea Company, dell’imprenditore J.C. Godeffroy, rischiò di andare in bancarotta ed essere assorbita dalla banca inglese Baring & Co. La South Sea Company di Amburgo, insieme ad altre ditte tedesche come la Hernsheim & Co., avevano conseguito posizioni di quasi-monopolio nel commercio in Polinesia ma, a causa di una speculazione sbagliata in alcune compagnie minerarie tedesche, Godeffroy aveva subito delle pesanti perdite finanziarie, che mettevano a rischio la stessa sopravvivenza della ditta5. Quando l’insolvenza dell’imprenditore fu evidente, Heinrich von Kusserow, un dipendente del ministero degli Esteri responsabile per la politica commerciale tedesca oltremare, chiese l’intervento personale del Cancelliere per evitare il fallimento della South Sea Company. Bismarck cercò di mettere in piedi un piano per garantire i debiti dell’imprenditore: con l’aiuto di due importanti banche tedesche, la Diskontogesellschaft di Amburgo e la Deutsche Bank di Berlino, e delle garanzie fornite personalmente dai loro potenti amministratori Hansemann e Bleichröder, lo stato tedesco avrebbe garantito un dividendo del 4,5% agli azionisti della ditta, salvandola dalla bancarotta. Il piano fu quindi proposto al Reichstag, che aveva l’ultima parola in fatto di spesa pubblica, con il nome di “legge per i sussidi alle Samoa” ma, quando la proposta di legge arrivò in discussione nell’aprile del 1880, la maggioranza parlamentare non esitò a denunciarla come un subdolo tentativo di far passare un “colonialismo di stato” sotto altra forma 6. Questa fu la prima volta che la maggioranza anti-coloniale nel Reichstag riuscì a tradurre in azioni concrete la
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A. Zimmermann, Geschichte der Deutschen Kolonial Politik, Berlino, Mittler & Sohn, 1914, pp. 13-14. Wehler, op.cit., p. 215. 6 M. E. Townsend, The Rise and Fall of Germany’s Colonial Empire, 1884 – 1918, New York, Howard Fertig, 1966, p. 74.

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propria ostilità verso la politica di protezione degli interessi commerciali tedeschi oltremare portata avanti dal Cancelliere Bismarck. Questa ostilità continuò nel 1881, quando il governo imperiale propose la “legge per i sussidi alla navigazione a vapore”: lo scopo di Bismarck, nemmeno troppo nascosto, era quello di favorire con sussidi pubblici la creazione di servizi regolari tra la Germania e l’Africa Orientale e l’Australia, in modo da evitare un monopolio inglese su queste linee e favorire l’espansione commerciale tedesca7. Anche stavolta la determinazione della maggioranza nel Reichstag riuscì a superare i tentativi portati avanti dalle forze pro-governative e la proposta di legge fu bocciata, visto che avrebbe favorito necessariamente alcuni armatori, distorcendo gravemente il mercato delle spedizioni marittime8. Quest’ultimo scontro con il parlamento convinse Bismarck che avrebbe dovuto cercare altri metodi per ottenere il supporto finanziario necessario per garantire quelle che vedeva come indispensabili mosse per proteggere gli interessi commerciali tedeschi oltremare. Questa prudenza spiega come mai, di fronte alle accuse di espansionismo coloniale portate avanti dai suoi avversari, il Cancelliere si difendesse così strenuamente, ripetendo ad ogni occasione che le colonie avrebbero significato solo un’insostenibile peso finanziario sulle casse dell’Impero, oltre a causare incidenti diplomatici con le grandi potenze coloniali9. Questa posizione rimase costante nel tempo e fino al 1889, quando l’espansione coloniale tedesca era ormai davanti agli occhi del mondo, il “Cancelliere di ferro” continuò a ripetere di non essere un “Kolonialmensch”10. Lo scenario internazionale iniziò a cambiare all’inizio degli anni ’80, quando Gran Bretagna e Francia, completata la fase espansiva dell’occupazione coloniale, iniziarono a definire le rispettive aree di influenza a nord della Sierra Leone e imporre una serie di dazi molto elevati per proteggere le proprie colonie dal commercio straniero. I mercanti tedeschi furono tra i più colpiti da queste nuove norme, che chiusero per sempre la stagione del libero commercio coloniale in

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Wehler, op.cit., pp. 241, 244. Ibidem, p. 246. 9 H. Washausen, Hamburg und die Kolonialpolitik des Deutschen Reiches, 1880 bis 1890, Amburgo, Hans Christians Verlag, 1968, p. 115. 10 Townsend, op.cit., p. 60

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Africa11. La situazione si aggravò ulteriormente nel 1884, quando la firma del trattato tra Gran Bretagna e Portogallo tagliò fuori le compagnie tedesche dal commercio nel bacino del Congo e nell’Africa Occidentale. Queste ditte sommersero il ministero degli Esteri di proteste, ma alla fine furono costrette ad alzare bandiera bianca e muovere i propri interessi altrove. Carl Wörmann, che guidava la più importante compagnia commerciale dell’Africa Occidentale, si vide estromesso dai propri concorrenti inglesi e cercò di riposizionarsi in Camerun mentre il mercante di Brema F.A.E. Lüderitz abbandonò del tutto la zona, spostandosi nell’Africa del SudOvest. Le camere di commercio di Amburgo e Brema, fondamentali per i traffici marittimi tedeschi, iniziarono una vigorosa azione per costringere il governo a difendere gli interessi commerciali dei propri membri: se ormai era troppo tardi per riconquistare le posizioni perdute, l’Impero Tedesco non avrebbe dovuto permettere che potenze straniere si permettessero di causare così tanti danni agli interessi tedeschi oltremare senza che Berlino fiatasse 12. Il governo imperiale si trovava tra l’incudine del Reichstag anti-coloniale ed il martello delle lobby marittime e commerciali, entrambe decise a rendergli la vita difficile. Era necessario trovare una soluzione per calmare le acque e il buon Kusserow si fece avanti con un piano che sembrava perfetto. Usando un cavillo della Costituzione tedesca, che affidava all’Imperatore la stipula dei patti di protezione, il governo imperiale avrebbe concesso poteri speciali a singole ditte commerciali le quali, su mandato governativo, avrebbero concluso trattati di protezione con le tribù locali e poi amministrato sia civilmente che militarmente le rispettive aree di competenza. Il piano, pensato per le zone dell’Africa Occidentale libere dall’influenza inglese e francese, prevedeva che l’autorità imperiale fosse esercitata da un console, stazionato permanentemente nei neonati protettorati13. Bismarck approvò il piano e diede il via alle operazioni il 17 aprile 1884, quando incaricò l’esploratore tedesco Gustav Nachtigal di “porre alcuni distretti in Africa Occidentale sotto la protezione dell’Impero, in nome e per conto delle ditte commerciali di

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Zimmermann, op.cit., p. 54. Townsend, op.cit., p. 88. 13 Deutsches Kolonialblatt, 1898, supp. – Zimmermann, pp. 64 – 68.

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Amburgo14”. L’espansione coloniale tedesca fu tanto rapida quanto disordinata e, nel giro di un solo anno, pose sotto il controllo dei mandatari imperiali una considerevole parte dell’Africa sub-equatoriale. Quando si trattò di trasferire queste aree appena occupate all’amministrazione delle singole ditte commerciali, le cose andarono decisamente peggio. Jantzen, Thormählen, Wörmann e Gaiser, le principali ditte presenti in Camerun e Togo, si rifiutarono di assumere in alcun modo il compito di amministrare le proprie aree di competenza, limitando il proprio coinvolgimento ad un ruolo consultivo sui problemi relativi alla colonizzazione, attraverso un’organizzazione da loro fondata, il West African Syndicate. Nel giro di pochissimo tempo anche questa minima partecipazione fallì, visto che nel 1886 l’organizzazione si sciolse tra reciproche accuse di conflitto di interessi tra i membri fondatori15. Nell’Africa del Sud-Ovest, alcuni mercanti e banchieri tedeschi si riunirono e nel 1885 fondarono la Compagnia Coloniale dell’Africa Sud-Orientale Tedesca, nonostante non fossero coinvolti direttamente nel commercio coloniale. La compagnia, spinta più da patriottismo che da un solido ragionamento economico, aveva tali e tanti problemi finanziari che il governo imperiale non riuscì mai a trovare un modo per trasferirle alcun potere amministrativo, anche minimo. In Africa Orientale, i mercanti sembrarono pronti ad assumersi direttamente il compito ed investirono pesantemente nella Deutsch-Ostafrikanische Gesellshaft: il governo, vista la buona volontà e l’entusiasmo dei suoi membri, fu più che lieto di trasferire i poteri amministrativi alla ditta nel febbraio 1885. Nonostante i molti sforzi della ditta, assumere il controllo di un’area tanto vasta e tanto complicata fu impresa superiore alle proprie capacità. Nel 1888, quando le popolazioni arabe dei Bushiri si rivoltarono apertamente ed iniziarono una campagna di guerriglia, il consiglio di amministrazione della società fu costretto a richiedere l’intervento del governo per evitare di essere del tutto travolta16. Nel gennaio 1891, resosi conto che non esistevano le basi economiche per il successo dell’iniziativa, l’amministratore della Deutsch-Ostafrikanische Gesellshaft

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Townsend, op.cit., p. 88. H. R. Rudin, Germans in the Cameroons, 1881-1914, New York, Greenwood Press, 1968, p. 122, 126. 16 Florack, op.cit., pp. 5-6.

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trasferì ufficialmente i poteri al governo imperiale, segnando il fallimento definitivo del piano Kusserow. Il cancelliere si trovò di fronte ad una serie di gravi problemi legali, visto che la costituzione imperiale del 1871 non prevedeva nessuna norma dedicata ad un eventuale impero coloniale. La struttura della costituzione, pensata allo scopo di integrare i 25 stati tedeschi in uno stato unitario, era palesemente sbilanciata a favore dell’esecutivo, rappresentato dall’Imperatore e dal cancelliere, responsabile solo nei suoi confronti. Il Reichstag, eletto a suffragio universale maschile, poteva votare le leggi e controllare le finanze dell’Impero, ottenute attraverso la tassazione diretta dei cittadini, ma non aveva alcun controllo sull’attività del governo imperiale. L’acquisizione dei protettorati in Africa e nel Pacifico, effettuata senza mai consultare il parlamento, fu solo uno dei tanti esempi dell’impotenza del Reichstag nei confronti della politica imposta dal governo. Il parlamento disponeva solo della leva finanziaria ma si impegnò per usarla al massimo per ampliare la propria sfera di competenza, lottando strenuamente ogni qual volta il cancelliere presentava una richiesta di fondi, costretto dalla necessità di ampliare la struttura amministrativa, evidentemente sottodimensionata rispetto alle esigenze di uno stato moderno. La trasformazione dei protettorati di Kusserow in vere e proprie colonie rientrò nel quadro di questo scontro di poteri ed incontrò quindi notevoli resistenze da parte del Reichstag, che cercò in ogni modo di acquisire influenza nella gestione amministrativa dei nuovi territori. Il governo imperiale, da parte sua, era impegnato a definire un modo per amministrare i protettorati in maniera efficiente, dopo il fallimento delle compagnie mandatarie. Visto che non esisteva alcuna istituzione amministrativa coloniale, la gestione di questi territori andò totalmente all’ufficio del cancelliere, già impegnato a combattere la cronica mancanza di risorse sia umane che finanziarie. Bismarck pensò di delegare le proprie funzioni ad alcuni dipendenti del Ministero degli Esteri, che si assunsero la responsabilità di rappresentare i protettorati nelle relazioni con le altre nazioni, aggiungendole alle loro altre mansioni quotidiane. Per meglio garantirsi dalle interferenze del Reichstag, nel 1886 il Cancelliere fece passare la legge sul protettorato, garantendosi una solida base legale e il potere di regolare una serie di questioni

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molto specifiche attraverso atti amministrativi. Col passaggio della legge, il governo poté regolare direttamente la composizione ed il regolamento della polizia coloniale, alcuni aspetti della legge penale da applicare nelle colonie, molte sanzioni amministrative, come i requisiti per definire la nazionalità degli abitanti dei protettorati17. Prevedendo un aumento del carico di lavoro, il cancelliere cercò fin dal 1884 di ottenere i fondi necessari alla creazione di un vero e proprio dipartimento coloniale all’interno del Ministero degli Esteri, ma il Reichstag riuscì a ritardare a lungo l’approvazione di questi finanziamenti, che arrivarono solo nel 1890, consentendo la creazione della quarta divisione del Ministero18. Il dipartimento era guidato da un Direttore responsabile direttamente nei confronti del cancelliere, al quale faceva capo l’intera materia coloniale, mentre la funzione di rappresentanza dei protettorati nei confronti degli stati esteri rimaneva di competenza dell’intero Ministero degli Esteri19. Nel 1894, tramite un decreto imperiale, fu deciso che il compito di difendere la politica coloniale del governo nel Reichstag sarebbe stato affidato al Dipartimento delle Colonie, che assunse il controllo

sull’amministrazione finanziaria delle colonie, sul sistema giudiziario, i lavori pubblici, il controllo dell’attività missionaria, l’educazione, la sanità, l’esplorazione del territorio, la politica agricola, commerciale, monetaria e la regolazione dell’attività bancaria, oltre a gestire le proteste e le petizioni giunte dagli abitanti dei protettorati. Per fare fronte a questa mole di lavoro, il dipartimento fu diviso in quattro uffici, tre dei quali si occupavano dell’amministrazione mentre il quarto era dedicato alle operazioni militari oltremare. Il governo imperiale si mantenne comunque il diritto di approvare ogni decisione presa dai singoli uffici, anche quando il dipartimento arrivò ad impiegare molte centinaia di dipendenti, superando altri ministeri tradizionalmente più importanti, come quello della Giustizia20. Il costante aumento delle responsabilità del dipartimento causò dei problemi nel corso degli anni: i colonialisti richiedevano a gran voce la creazione di un Ministero delle Colonie indipendente, visto che la
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Köbner, op.cit., p. 122. Zimmermann, op.cit., p. 171. 19 Deutsches Kolonialblatt, 1890, p. 119 e Deutsches Kolonialblatt, 1905, supp., p. 7. 20 Deutsches Kolonialblatt, 1905, supp., p. 13.

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materia degli affari coloniali era diventata così importante da richiedere una struttura adeguata, mentre gli anti-colonialisti affermavano che l’editto imperiale del 1894 che nominava il direttore del dipartimento come rappresentante del cancelliere nei dibattiti al Reichstag era in contrasto con la legge del marzo 1878, che specificava come quest’ultimo potesse essere rappresentato da un segretario di stato imperiale, ovvero dal capo di un vero e proprio ministero21. Quando l’editto fu dichiarato incostituzionale, il Cancelliere von Bülow cercò di ottenere i fondi per la creazione di un Ufficio Coloniale Imperiale, ma il Reichstag oppose un nuovo rifiuto. Con la vittoria del “blocco Bülow” nel 1907, fu rapidamente approvata la legge che istituiva il ministero, che assumeva tutte le responsabilità del vecchio dipartimento coloniale, con l’aggiunta dell’Alto Comando delle truppe dei protettorati. In questo modo la struttura amministrativa coloniale tedesca si poté definire compiuta e non subì modificazioni fino a quando l’armistizio non pose fine all’impero tedesco oltremare22. Questo sistema era caratterizzato da una struttura rigidamente gerarchica, visto che i direttori coloniali, come gli stessi ministri in seguito, erano responsabili solo verso il cancelliere e, in ultima istanza, l’Imperatore. Le politiche che mettevano a punto erano quindi libere dalle interferenze di qualsiasi altra agenzia, a meno di non dover richiedere fondi addizionali al Reichstag, al contrario del proprio omologo inglese, che era soggetto al controllo di numerosi centri di potere esterni all’amministrazione centrale, quali il Parlamento, alcuni direttori dello stesso dipartimento, per non parlare degli organi rappresentativi presenti in alcune colonie23. Questa struttura si può ritrovare anche nelle singole colonie, dove gli amministratori dei singoli distretti rispondevano solo al Governatore, il quale a sua volta doveva rendere conto delle proprie decisioni solo al direttore del Dipartimento Coloniale e poi al Segretario di Stato Imperiale per le Colonie. I centri di potere locali erano in gran parte esclusi dal sistema24. Se le decisioni venivano comunque prese da membri o

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H. E. von Hoffmann, Verwaltung und Gerichtsverfassung der Deutschen Schutzgebiete, Lipsia, G.J. Göschen’sche Verlagshandlung, 1908, p. 14. 22 Deutsches Kolonialblatt, 1905, supp., p. 14. 23 Ibidem, pp. 7-8, 26. 24 Ibidem, p. 17.

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rappresentanti del governo imperiale, i gruppi di interesse coinvolti dalla politica coloniale tedesca trovarono il modo di influenzare indirettamente le scelte governative attraverso due istituzioni che, in momenti diversi della storia coloniale tedesca, assunsero ruoli niente affatto trascurabili: il Consiglio Coloniale e la Società Coloniale Tedesca. Il Consiglio Coloniale fu creato nell’ottobre del 1890 su decreto imperiale per sopperire alla evidente mancanza di esperienza nelle questioni legate alla colonizzazione mostrata dai pubblici ufficiali cui era stata delegata la politica coloniale25, anche se per alcuni studiosi fu una mossa per placare l’opinione pubblica, furibonda per il trattato concluso poco tempo prima con la Gran Bretagna, con il quale il governo aveva abbandonato qualsiasi pretesa sull’Uganda e su Zanzibar in cambio dell’isola baltica di Helgoland26. I membri del consiglio, che passarono nel 1901 da 20 a 40, erano scelti dal Cancelliere imperiale, che li nominava ogni tre anni e decideva l’ordine del giorno, oltre a convocare le sedute. A capo del Consiglio sedeva il direttore del Dipartimento Coloniale, l’unica persona che potesse parlare in pubblico di quello che si era discusso durante le riunioni. Il Consiglio, che si riuniva in seduta plenaria almeno due volte all’anno, era chiamato a fornire consulenze precise ed oggettive su ogni questione coloniale, ma furono in molti a mettere in dubbio l’imparzialità dei suoi membri. Tra i 19 membri nominati nel 1891, ben dodici erano coinvolti in imprese commerciali oltremare, trovandosi quindi in evidente conflitto di interessi, fatto che fu continua fonte di proteste da parte del Reichstag e causa primaria dello scioglimento del consiglio nel 1908, sostituito da commissioni di esperti ad hoc formate ogni qual volta fosse reputato necessario27. L’altro centro di interesse nella politica coloniale tedesca fu la Società Coloniale Tedesca (Deutsche Kolonialgesellschaft), fondata nel gennaio 1880 tramite la fusione di due preesistenti società coloniali. I suoi membri, che passarono dai 19.000 della fondazione ad un massimo di circa 40.000 nel 1907, erano in gran parte rappresentanti di interessi commerciali, con una minoranza di burocrati e membri dell’Esercito e della Marina, guidati da un direttorato
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Zimmermann, op.cit., p. 172. J. Gerstmeyer, Rechtliche Grundlagen, Verwaltungs und Gerichtsorganisation, in Dreissig Jahre Deutsche Kolonialpolitik, Berlino, Gersbach & Sohn, 1922, p. 14. 27 Rudin, op.cit., p. 140.

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di 51 dirigenti che si riuniva quattro volte all’anno per decidere la strategia migliore per promuovere il colonialismo tedesco ovunque fosse possibile28. Esaminare in dettaglio l’attività della società sarebbe impossibile in questa sede, visto che i suoi interessi erano quanto mai vari, spaziando dalla promozione del controllo coloniale attraverso la creazione di assemblee consultive locali, alla lotta per avere un Ministero delle Colonie indipendenti, al miglioramento delle infrastrutture coloniali, delle strutture sanitarie, fino alla qualità dell’insegnamento del tedesco. Nella madrepatria, l’attività della società consisteva nell’organizzazione di seminari pubblici nelle università e nella distribuzione di materiale informativo nelle scuole, per passare alla pressione sulle autorità o su singoli membri del Reichstag qualora le sue richieste non fossero state soddisfatte. Questa attività di lobbying fu particolarmente intensa durante la campagna elettorale del 1906-1907, quando i membri della società si lanciarono in una feroce battaglia mediatica contro i partiti anti-coloniali e tutte le sezioni si mobilitarono per confrontare uno ad uno i candidati al Reichstag e condannare le posizioni anti-colonialiste in accesi dibattiti pubblici. L’attività della società, che agì sempre sotto l’ala protettrice del governo, fu una delle cause dietro la vittoria del “blocco Bülow” e la conseguente creazione di una solida maggioranza favorevole agli investimenti nelle colonie29. Nonostante la presenza di queste realtà non marginali, buona parte della società civile tedesca vedeva con sospetto le avventure coloniali, fatto che si tradusse in una solida maggioranza anti-coloniale al Reichstag. Bismarck era ben conscio di questo fatto e cercò fin da subito di evitare l’ingerenza del parlamento in quella che considerava materia esclusiva dell’Imperatore, limitando le spese al massimo. Nel 1884, quando le compagnie mandatarie in Africa si rifiutarono di assumere il controllo dei protettorati, l’intera amministrazione dei territori fu portata avanti dallo stesso Bismarck e da un singolo dirigente degli Esteri (prima Heinrich von Kusserow, poi Friedrich Krauel)30. Nonostante le migliori intenzioni del Cancelliere, nell’autunno del 1884 e nella primavera del 1885 il governo imperiale

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R. V. Pierard, The German Colonial Society 1882-1914, Iowa City, University of Iowa, 1965, p. 109. Ibidem, p. 9. 30 Rudin, op.cit., p. 133 e Zimmermann, op.cit., p. 312.

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fu costretto a richiedere fondi aggiuntivi per la gestione dei nuovi protettorati. Durante le animate discussioni al Reichstag, la maggioranza richiese una serie di chiarimenti sullo status legale di questi protettorati e se la giurisdizione imperiale si estendesse completamente a questi territori31. La risposta del Cancelliere si deduce da un memorandum inviato al Dipartimento della Giustizia il 24 novembre 1885: l’Imperatore, in nome e per conto dei 25 stati federati, rappresentava la Germania presso le potenze straniere e, dato che i protettorati dovevano evidentemente essere considerati come territorio straniero, l’Imperatore aveva il diritto di regolare direttamente i rapporti dell’Impero con essi, attraverso lo strumento del decreto imperiale. Non senza una punta di perfidia, il Cancelliere fece notare che il ruolo costituzionale del Reichstag era quello di deliberare sulle leggi e le richieste di finanziamenti che riguardassero il suolo metropolitano dell’Impero Tedesco. Se questa interpretazione restrittiva della Costituzione fosse passata, l’Imperatore avrebbe avuto il controllo totale dell’amministrazione e delle spese sostenute dai protettorati32. La reazione del Reichstag non si fece attendere: il 12 gennaio 1886, quando il governo imperiale presentò la proposta di una legge sui protettorati (Schutzgebietsgesetz), la maggioranza gridò allo scandalo, sostenendo che una legge del genere avrebbe limitato in maniera inaccettabile i poteri del parlamento in materia fiscale e legislativa. Il governo, vistosi in difficoltà, cercò di salvare il salvabile, affermando che, vista l’inesperienza della Germania nell’amministrazione delle colonie, sarebbe stato imprudente instaurare un sistema di controllo complesso prima di aver acquisito maggiori conoscenze sull’argomento33. Durante il dibattito parlamentare, la legge subì pesanti modifiche e, quando fu approvata il 17 aprile 1886, era quasi irriconoscibile. Se il primo paragrafo riaffermava la posizione predominante dell’Imperatore nei protettorati, il Reichstag aveva insistito perché fosse inserita la formula “in nome dell’Impero”, in modo da rendere il Cancelliere responsabile delle scelte di

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Kade, op.cit., p. 35. Ibidem, pp. 160 – 162. 33 Rudin, p. 127.

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fronte al parlamento, potere del quale avrebbe fatto amplissimo uso negli anni seguenti 34. La seconda parte della legge stabilì che la giustizia nei protettorati si sarebbe basata sulla legge consolare, che sarebbe stata applicata indifferentemente ai cittadini tedeschi, agli europei come agli indigeni, con la Corte Suprema come ultimo grado di appello. Con questa decisione, l’Imperatore vedeva limitarsi il proprio potere di decreto alle sole materie amministrative, visto che le decisioni relative alla legge civile e penale sarebbero finite sotto la responsabilità del Reichstag35. Questa grave limitazione fu progressivamente tolta negli anni, quando fu evidente che la legge consolare non poteva essere applicata efficacemente in Africa, dove l’analfabetismo di massa e le tradizioni tribali rendevano impossibile l’applicazione di norme derivate da millenni di tradizione legale occidentale. La Schutzgebietsgesetz fu modificata più volte, prima nel 1887 e nel 1888 quando fu consentito all’Imperatore di regolare tramite editti questioni riguardanti la legge da applicare agli indigeni e le decisioni relative alla proprietà fondiaria, in seguito per consentire il trasferimento della facoltà legislativa in materia amministrativa agli ufficiali in servizio nelle colonie o imporre la controfirma del Cancelliere su ogni decreto imperiale relativo alle colonie36. Se gli aspetti legali della questione furono più o meno risolti dalla Schutzgebietsgesetz, la questione relativa al finanziamento dell’amministrazione coloniale era ancora apertissima e fu fonte di gravi problemi tra il governo ed il Reichstag fino al 1892. A partire dal 1884, l’Imperatore aveva definito direttamente il budget relativo ai protettorati ma il suo potere aveva un solo limite: qualora i protettorati non fossero stati in grado di provvedere con i propri mezzi, il governo imperiale avrebbe dovuto coprire le loro necessità attraverso prestiti straordinari o appropriazioni permanenti soggette all’approvazione del Reichstag37. Nonostante gli sforzi richiesti dal governo, le capacità finanziarie dei protettorati si rivelarono presto insufficienti a coprire le pur modeste spese richieste dalla macchina amministrativa e già

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Zeitschrift für Kolonialpolitik, Kolonialrecht und Kolonialwirtschaft, 1907, pp. 420 - 430. Florack, op.cit., p. 19 e Kade, op.cit., p. 91. 36 Kade, op.cit., pp. 44, 94. 37 Dr. Zadow, Die Nachprüfung der Ausgaben in den Kolonien durch Rechnungshof und Reichstag in Jahrbuch für die Deutschen Kolonien, Essen, G.D. Baedeker, Verlagshandlung, 1911, p. 208.

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nel 1886 il governo fu costretto a richiedere al Reichstag 300.000 marchi, necessari per coprire il budget previsto per quell’anno38. Il parlamento, una volta chiamato in campo, non perse tempo prima di richiedere maggiori poteri: fin dal 1887 fu il Deutsche Zentrumspartei, attraverso il deputato Karl Baumbach, a richiedere che il governo fornisse maggiori dettagli sulle capacità contributive dei protettorati e le spese sostenute nella loro amministrazione. Secondo il deputato cattolico, il Reichstag aveva tutto il diritto di esercitare il proprio potere di controllo, visto che era chiamato a finanziare l’amministrazione di questi territori. La risposta piccata del governo fu che la questione coloniale non era ancora ben definita e non era possibile fornire indicazioni finanziarie ben definite: inoltre il governo tedesco stava già fornendo molte più informazioni dei propri omologhi francesi ed inglesi, che mantenevano segreto il budget coloniale39. Nel 1891 la lunga schermaglia tra Reichstag e governo sfociò in uno scontro aperto. Il commercio nell’interno del Camerun era di fatto in mano della tribù dei Duala, che controllavano di fatto ogni traffico con la costa: alcuni potenti mercanti tedeschi convinsero la Società Coloniale a far pressioni sul governo perché occupasse l’interno della regione, per proteggere gli interessi commerciali tedeschi da fantomatici tentativi di infiltrazione inglesi e francesi lungo i fiumi Niger e Congo40. Le petizioni della Società trovarono un ascoltatore attento in Paul Kayser, il diplomatico incaricato degli affari coloniali in Africa Occidentale, che colse l’occasione per portare avanti un suo piano molto ambizioso che prevedeva la costruzione di una rete di strade attraverso la giungla per garantire l’accesso tedesco al lago Ciad, che all’epoca era considerato il centro dei commerci dell’Africa sub-sahariana. Il costo della spedizione militare, che avrebbe dovuto essere guidata dall’esploratore Eugene Zintgraff, si aggirava attorno al milione e mezzo di marchi ma Kayser non si azzardò nemmeno a presentarla al Reichstag, convinto che una richiesta del genere sarebbe stata immediatamente rifiutata dal parlamento, dove gli echi dovuti all’approvazione del finanziamento di due milioni di marchi per la lotta al commercio di schiavi

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Kade, op.cit., pp. 98, 105. Ibidem, pp. 101-102. 40 Deutsche Kolonialzeitung, 1891, p. 103.

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nell’Africa Orientale non si erano ancora placati. Kayser pensò quindi di riesumare uno stratagemma presentato nel 1884 da Wörmann e Thormählen, i due principali commercianti in Camerun: l’Imperatore avrebbe richiesto un prestito personale alle ditte commerciali di Amburgo e, dopo aver impiegato il denaro per lo sviluppo del protettorato, avrebbe ricavato i fondi per ripagarlo dalle tasse pagate in Camerun41. Questo piano, se fosse andato a buon fine, avrebbe reso del tutto indipendente il governo dal Reichstag ma, dopo che fu reso di pubblico dominio, la maggioranza parlamentare fece passare una risoluzione che dichiarava illegale qualsiasi schema del genere. Il governo fu quindi costretto a presentare una richiesta ufficiale al Reichstag che, dopo una serie di dibattiti particolarmente aspri, concesse il denaro non come un finanziamento diretto ma come un prestito che il protettorato del Camerun richiedeva al governo e che sarebbe stato ripagato dalla colonia in sedici rate annuali42. A questo punto, per mettere a tacere gli attacchi dei leader del Sozialdemokratische Arbeiterpartei e del Nationalliberale Partei Richter e Bebel, il governo si decise a chiarire una volta per tutte la questione del finanziamento dei protettorati. La legge, passata nel marzo 1892, stabilì che tutte le informazioni relative alla raccolta fiscale e alle spese sostenute dall’amministrazione coloniale sarebbero state prima verificate dal Tesoro e poi presentate al Reichstag, che avrebbe potuto accettare o respingere il budget. In questo modo, il controllo delle spese sostenute nelle colonie passò stabilmente nelle mani del parlamento43. Le implicazioni della nuova legge erano potenzialmente enormi: ogni dettaglio dell’amministrazione coloniale, per quanto minore, era soggetto all’approvazione del Reichstag, che inoltre aveva il potere di influenzare pesantemente la politica coloniale del governo, grazie al potere di veto sul budget. Gli stessi responsabili amministrativi locali avrebbero dovuto prendere le proprie decisioni in stretto contatto con il governo centrale, ma la fragilità e la lentezza delle comunicazioni con la madrepatria resero facile aggirare i controlli del Reichstag, che spesso doveva decidere sulla base di rapporti incompleti e arrivati troppo tardi per

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Rudin, op.cit., pp. 85-86. Ibidem, p. 147. 43 Jahrbuch für die Deutschen Kolonien, p. 208.

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permettere un’azione efficace44. Nonostante queste limitazioni, il parlamento aveva affermato una volta per tutte la sua competenza nelle questioni coloniali, conseguendo una vittoria significativa contro il governo imperiale. Nonostante la presenza di una solida maggioranza anticoloniale ed una certa riluttanza ad impegnarsi nella discussione di leggi che riguardassero i protettorati, il Reichstag iniziò ad interessarsi della materia, esercitando un controllo sempre più critico nei confronti del crescente impegno profuso dal governo per amministrare i territori oltremare. Questo sforzo, che si inserì nel quadro della lotta più ampia contro lo strapotere dell’esecutivo, crebbe con il passare del tempo fino ad assumere toni quantomeno inconsueti nella disciplinata Germania guglielmina. La lettura dei dibattiti tenuti nel Reichstag in quel periodo è particolarmente interessante: raramente si è vista tanta libertà nel lanciare accuse contro il governo e tanta acrimonia nel trattare una questione che, per stessa ammissione dei leader politici, non era in cima alla lista delle priorità per il futuro della Germania 45. Vista la concentrazione di poteri nella figura del governatore dei protettorati, fu sulle loro figure che spesso si puntò per gettare discredito sull’intera politica coloniale del governo, talvolta causando veri e propri scandali pubblici. Il primo caso di un certo rilievo fu l’investigazione delle attività condotte dal primo governatore dell’Africa Orientale Tedesca, il discusso Karl Peters: dopo aver ricevuto informazioni preoccupanti da alcuni missionari presenti nell’area, esponenti della maggioranza parlamentare denunciarono la brutalità del governatore nel trattare il personale indigeno al suo servizio. L’ampia eco che queste accuse trovarono sulla stampa tedesca spinsero il governo a chiedere le dimissioni di Peters, che in seguito fu accusato ufficialmente dalla magistratura e subì un processo nelle corti tedesche46. Simile trattamento fu riservato al governatore del Camerun Jesko von Puttkamer, accusato di ripetuti pestaggi ai danni degli indigeni e di interesse privato nella gestione del denaro pubblico: anch’esso fu richiamato in

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Jahrbuch für die Deutschen Kolonien, pp. 212-213 e W. Methner, Unter Drei Gouverneuren, Breslau, Wilhelm Gottl. Korn Verlag, 1938, p. 221. 45 Die letzten Kolonialdebatten im aufgelösten Reichstag, Berlino, Mittler & Sohn, 1907. 46 W.O. Henderson, German East Africa, 1884 - 1918, in History of East Africa, Oxford, Clarendon Press, 1965, p. 246.

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patria

dal

governo

ed

estromesso

senza

troppi

complimenti47.

L’ampia

riforma

dell’amministrazione coloniale portata avanti nel 1907 fu causata in buona parte dalle critiche del Reichstag e dallo stillicidio di scandali che periodicamente mettevano in luce le molte carenze dell’amministrazione imperiale nei protettorati. Il controllo parlamentare andò molto più a fondo, giungendo persino a disquisire di qualsiasi progetto coloniale che comportasse un esborso di denaro pubblico, dalla costruzione delle ferrovie coloniali fino ai preventivi per la costruzione della residenza del governatore a Windhoek. L’Imperatore disponeva ancora di poteri rilevanti ed i singoli governatori godevano di un’indipendenza quasi assoluta, ma il Reichstag era riuscito ad esercitare un’influenza considerevole sullo sviluppo dei territori oltremare, costringendo il governo a mettere da parte i piani di crescita più ambiziosi e limitarsi sempre di più all’amministrazione ordinaria48. La linea tenuta dal blocco anti-coloniale era rimasta la stessa fin dal 1884: le colonie erano uno spreco insopportabile per l’Impero e, se proprio non si riusciva a costringere il governo a liberarsene, era necessario limitare al massimo le spese destinate al loro sviluppo. Anche la critica verso la brutalità in Africa appare strumentale: la maggioranza al Reichstag era preoccupata dal pericolo di rivolte indigene e, soprattutto, dalle elevate spese richieste per soffocarle49. Quando gli abusi erano evidenti e si prestavano allo sfruttamento mediatico, come l’esecuzione arbitraria della concubina ordinata dal governatore Peters, si montava un “caso” nazionale mentre la miriade di denunce del trattamento inumano spesso riservato ai lavoratori indigeni dai normali coloni tedeschi che le missioni cristiane inviavano in madrepatria venivano in gran parte ignorate. Le politiche portate avanti dai singoli governatori raramente suscitavano l’interesse del Reichstag o dello stesso governo imperiale: se quasi tutti sembravano d’accordo sul fatto che le colonie sarebbero servite per consolidare lo status della Germania come potenza globale, nessuno sembrava particolarmente interessato allo sviluppo di questi territori, che veniva spesso lasciato alla buona volontà dei

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Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 145, 147, 172 -174, 238 e Deutsche Kolonialzeitung, 1894, p. 70. Kade, op.cit., pp. 99, 100 e Pehl, op.cit., pp. 58. 49 Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 91, 138 – 140.

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governatori o a compagnie private, che ricevevano enormi estensioni di terra dal governo da sfruttare come meglio credessero50. Questa politica coloniale “debole” fu spesso supportata dallo Zentrumpartei, che fino al 1907 fu il vero “ago della bilancia” nel Reichstag: volta per volta, il partito decideva del destino dei progetti di legge, schierandosi con la SPD ed i vari partiti liberali di sinistra (che nel 1910 si sarebbero uniti nel Fortschrittliche Volkspartei) quando voleva affossarli oppure votando assieme ai conservatori e ai liberali del Nationalliberale Partei in presenza di un accordo con il governo51. Visto che lo Zentrumpartei era quasi completamente composto da Cattolici, il supporto alla politica coloniale del governo imperiale era legato al rispetto di due semplici condizioni: permettere il massimo accesso ai missionari cattolici in Africa e mantenere le spese destinate allo sviluppo dei territori quanto più basse possibile. Una volta risolta la questione del controllo finanziario, lo Zentrumpartei si trovò spesso dalla parte del governo nelle questioni coloniali, fino a quando la situazione nei protettorati non esplose con le gravi rivolte indigene che colpirono l’Africa del Sud-Ovest e l’Africa Orientale a partire dal 1904. Il vecchio blocco anti-coloniale che aveva dominato il Reichstag fino al 1892 si riformò e, di fronte al fallimento della politica integrazionista portata avanti nei protettorati, chiese a gran voce una riforma radicale dell’amministrazione coloniale, rifiutandosi di passare i finanziamenti richiesti dal governo per pagare le costose guerre africane. Ancora privo di una maggioranza al Reichstag ed a corto di mezzi per coprire il deficit derivato dall’invio in Africa delle truppe necessarie per sconfiggere gli indigeni, il governo di von Bülow fu costretto ad indire nuove elezioni. Questa campagna, particolarmente accesa e resa talvolta brutale dalle accuse di antipatriottismo lanciate dai partiti governativi, avrebbe avuto conseguenze profonde sia sulla politica coloniale sia sul futuro dell’Impero stesso, iniziando un cammino di militarizzazione della società che sarebbe sfociato nella tragedia della Grande Guerra. Le conseguenze immediate della sollevazione degli Herero nell’Africa del Sud-Ovest e della ribellione dei “Maji Maji” in Africa Orientale furono un aumento spropositato delle truppe tedesche impegnate nel teatro di
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G. D. Crothers, The German Elections of 1907, New York, Amm Press, Inc., 1968, pp. 243-244. Ibidem, p. 23.

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operazioni, con il prevedibile aumento verticale delle spese destinate ai protettorati. Per sopprimere la rivolta nel Sud-Ovest furono schierati 14.500 soldati tedeschi e, nel 1906, quando buona parte della colonia era tornata sotto il controllo delle forze imperiali, si calcolò che l’intervento era già costato più di 400 milioni di marchi52. Le enormi spese incorse dal governo in queste operazioni, assieme al numero crescente di perdite subite dalle forze imperiali causarono il riaprirsi delle discussioni sulla stessa necessità di avere un impero oltremare e il salire di molte voci critiche verso la politica portata avanti dal governo. Se in un primo momento, lo Zentrumpartei si era detto disponibile ad approvare i finanziamenti necessari per schiacciare la rivolta nel Sud-Ovest ma, quando si trattò di approvare la concessione di fondi per compensare le perdite subite dai coloni tedeschi, oppose un fermo rifiuto, dichiarando che era stato proprio il comportamento inumano di questi ultimi a causare la rivolta e che quindi non avevano diritto a nessuna sovvenzione governativa per coprire le loro perdite finanziarie 53. A partire dal 1905, lo Zentrumpartei approvò la concessione di fondi solo per le spese legate alla campagna militare, alimentando al contempo una rumorosa campagna stampa tesa a denunciare la brutalità degli amministratori coloniali e condannare la politica di concedere ampie concessioni territoriali a compagnie private. I rapporti con il governo subirono un ulteriore peggioramento all’inizio del 1906, quando Matthias Erzberger pubblicò un articolo dove denunciava la politica coloniale del governo, definendola “senza scopo, inefficiente e corrotta”. Il deputato di Biesbach attaccò a fondo l’amministrazione coloniale, che secondo lui non operava nell’interesse dell’Impero, e la pratica di concedere contratti in esclusiva ad alcune compagnie che poi, operando in condizioni di monopolio, alzavano a piacimento i costi per i loro servizi. Con dovizia di particolari, Erzberger accusò le ditte di Wörmann e Tippelkirch, responsabili dei rifornimenti per le truppe in Africa Sud-Orientale di aver causato gravi danni alle casse imperiali ed il governo di essere complice di questa pratica che eliminava la competizione, incoraggiava

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Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 14-17, 263. Pehl, op.cit., p. 55 e Crothers, op.cit., p. 33.

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l’aumento dei costi ed era costata al contribuente svariati milioni di marchi54. L’SPD e l’SVP furono pronti a rincarare la dose, lanciando un’offensiva mediatica contro le politiche di von Bülow. Il Cancelliere, incurante del furore causato dalle proteste dell’opposizione, presentò al Reichstag nel gennaio 1906 una proposta di legge dove si richiedevano 10 milioni di marchi per compensare le perdite subite dai coloni tedeschi nell’Africa del Sud-Ovest, oltre a fondi addizionali per finanziare la creazione di un Ufficio Coloniale indipendente e l’estensione della ferrovia meridionale in Africa Sud-Orientale, adducendo impellenti necessità militari. Stavolta la richiesta del Cancelliere fu sconfitta pesantemente, contribuendo alla saldatura tra la sinistra storica e lo Zentrumpartei, ormai determinato a provocare un serio ripensamento della politica coloniale55. L’asprezza dei dibattiti e l’ampia eco causata nella stampa nazionale costrinse tutti i partiti a riconsiderare la propria politica nei confronti delle questioni coloniali: la determinazione dei centristi nel contrastare l’espansione coloniale non fu però un segnale di un cambiamento di orientamento nell’intera popolazione tedesca, che iniziava a reagire alle sempre più vocali chiamate al patriottismo della stampa filo-governativa e conservatrice. Il primo partito a capire da che parte stesse tirando il vento fu il Fortschrittliche Volkspartei che rimise in discussione la sua tradizionale opposizione alle avventure oltremare, che lo aveva visto in prima linea nelle battaglie parlamentari contro il governo fin dalla fine degli anni ’80. Il FVP continuava a considerare le colonie un pessimo investimento per l’Impero e non vedeva di buon occhio la costruzione di ferrovie coloniali finanziate da investimenti pubblici ma, appena si trattò di approvare i finanziamenti per reprimere le rivolte africane del 1904-5, votò sempre a favore delle richieste del governo. La motivazione di questo voltafaccia era chiara: la teoria ed i principi erano una bella cosa, ma quando si trattò di difendere le vite e le proprietà di cittadini tedeschi il discorso fu molto diverso e l’FVP non volle essere accusato di aver negato qualsiasi mezzo necessario a garantire la sicurezza e il prestigio dell’Impero tedesco all’estero. Questa nuova determinazione non impedì ai deputati del FVP di partecipare alle proteste contro gli “scandali
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Crothers, op.cit., p. 34 e Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 103-108. Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 136-138.

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coloniali”, che sempre più di frequente mettevano alla berlina le atrocità commesse dagli amministratori tedeschi nei confronti degli indigeni africani ed animavano i dibattiti nel Reichstag56. Messi di fronte ad una scelta tra i principi del liberalismo economico ed il nazionalismo, il FVP scelse sempre più spesso di seguire la bandiera. Questa tendenza fu resa ufficiale durante il congresso del partito del settembre 1905, quando diversi deputati invitarono il partito ad attenuare le critiche sulla politica coloniale e specificamente a mettere da parte i veti ideologici sulle ferrovie pubbliche, visto che lo sviluppo e la modernizzazione delle colonie avrebbero portato grandi benefici all’Impero Tedesco57. Quando il FVP si schierò con il governo, appoggiando la creazione del Kolonialbureau, von Bülow si convinse che il partito era disponibile a collaborare non solo quando si trattava di sostenere gli sforzi bellici ma anche nel resto della politica coloniale e si mosse rapidamente per favorire questa transizione. Durante la pausa estiva del 1906, una serie di eventi segnalò chiaramente che il governo era disposto a trattare: dopo che un membro della famiglia imperiale aveva partecipato ai funerali del leader del FVP Eugen Richter, il Cancelliere invitò il nuovo leader Reinhardt Schmidt-Elberfeld nella sua residenza estiva per un colloquio. I dettagli dell’incontro non furono resi pubblici, ma da quel momento il FVP assunse una posizione più positiva verso le questioni di interesse nazionale, specialmente quelle coloniali. D’altro canto la nomina di Bernhard Dernburg, un banchiere noto per la sua mancanza di scrupoli, al posto di Direttore del Dipartimento Coloniale è prova del tentativo del governo di venire incontro ai desideri del FVP, scegliendo una persona capace e disponibile a non andare troppo per il sottile nella necessaria riforma dell’amministrazione coloniale, che stava diventando un bersaglio troppo facile per le accuse dello Zentrum e dell’SPD58. Nel novembre 1906, quando il Reichstag tornò a riunirsi, il governo richiese l’assegnazione di 29 milioni di marchi per la continuazione della guerra in Africa del Sud-Ovest e ripropose la richiesta di 9 milioni di marchi per l’estensione della ferrovia meridionale. La

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Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 49-50, 89, 172-174. Crothers, op.cit., p. 50. 58 Die Letzten Kolonialdebatten, p. 22.

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maggioranza anti-coloniale scelse di guadagnare tempo e chiese una discussione più ampia, che riguardasse tutti gli aspetti della politica coloniale tedesca. Il governo ammise che lo sviluppo delle colonie tedesche non stava procedendo in maniera soddisfacente ma che il nuovo direttore, un uomo di affari esperto e determinato, era la persona giusta per correggere gli errori del passato e migliorare l’amministrazione dei territori oltremare. Lo stesso Dernburg, chiamato a parlare di fronte al Reichstag, promise la massima determinazione nell’imporre uno stretto controllo sulla burocrazia coloniale e una politica di tolleranza zero verso chiunque si rendesse colpevole di brutalità nei confronti degli indigeni o altre irregolarità amministrative. A prova della sua buona fede, annunciò che il contratto con la compagnia Tippelskirch era stato annullato e che il suo Dipartimento aveva iniziato a rivedere tutti gli altri contratti firmati per l’approvvigionamento delle truppe combattenti in Africa59. La riforma illustrata da Dernburg fu bene accolta da tutti i partiti, escluso l’SPD: lo stesso Erzberger si disse disposto a cooperare con il nuovo Direttore, affermando che se questi avesse continuato la sua lotta contro i maltrattamenti agli africani, gli sprechi ed avesse seguito una politica di sviluppo responsabile dal punto di vista finanziario, lo Zentrumpartei avrebbe avuto ben poco da ridire60. Questo apparente ravvicinamento con il governo fu frantumato dalle accuse lanciate dal deputato dello Zentrum Hermann Roeren, che denunciò con forza la persecuzione dei missionari cattolici e il dilagare del vizio nelle colonie. Portando come prova molti rapporti fatti arrivare a Berlino dalle missioni africane, il deputato rivelò che i pestaggi nei confronti degli indigeni erano diffusissimi nelle colonie e potevano essere arbitrariamente ordinati anche da semplici cittadini. Questo tipo di punizione era così brutale che spesso le vittime morivano per le percosse ricevute o subivano danni fisici permanenti. Come prova, il deputato cattolico illustrò con dovizia di dettagli alcuni episodi che erano giunti alla sua attenzione: un giudice in Togo aveva frustato selvaggiamente alcuni ascari ed i portatori durante una gita nell’interno del paese perché non camminavano abbastanza in fretta; un semplice burocrate in Togo aveva pestato il suo cuoco con tale brutalità
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Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 8-10. Ibidem, pp. 97, 117 e Crothers, op.cit., p. 74.

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da causarne la morte nel giro di un giorno. Come ultima prova Roeren portò il caso di Georg Schmidt, un ufficiale residente ad Atakpante, cittadina nel Togo meridionale, che aveva costretto una minorenne africana a diventare la sua concubina a forza di frustate: i missionari cattolici avevano accusato ufficialmente Schmidt ma le corti del Togo avevano scagionato il burocrate senza nemmeno esaminare le prove portate dai sacerdoti, che anzi erano stati arrestati per aver lanciato false accuse contro un pubblico ufficiale. Roeren concluse il suo discorso infuocato dicendo che “se questi incidenti continuano nonostante le denuncie presentate in quest’aula, in tutta coscienza siamo costretti a chiederci [...] se sia il caso di concedere anche un solo pfennig in più alle colonie”. L’ampia eco riscossa dal discorso di Roeren si deve non tanto alla critica delle politiche coloniali del passato ma alle accuse lanciate nei confronti del nuovo direttore Dernburg, che secondo il deputato cattolico era stato messo a conoscenza di questi abusi e si era impegnato in prima persona per insabbiare la questione. Il fatto stesso che fosse stato concesso ad un membro di spicco dello Zentrumpartei di lanciare accuse tanto pesanti fece capire al governo che il partito era pronto all’ostruzionismo per impedire la concessione di nuovi fondi alle colonie61. La reazione di Dernburg fu violentissima: quando si presentò al Reichstag per rispondere delle accuse, provò in tutti i modi a gettare discredito sul deputato centrista, dicendo che aveva tentato più volte di ricattare il governo sulla questione, minacciando di rendere pubblico un dossier in suo possesso e spingere lo Zentrumpartei a negare il supporto alla politica coloniale se alcuni casi, come quello dei missionari in Togo, non fossero stati risolti in maniera soddisfacente. In un discorso furente, Dernburg accusò i missionari cattolici in Togo di abusare la loro posizione per cercare di interferire in questioni amministrative e legislative attraverso i loro burattini nel Reichstag, comportamento che non avrebbe tollerato un minuto di più 62. Dernburg non si sforzò di negare la veridicità delle accuse portate da Roerer ma preferì trasformare la questione nell’ennesimo scontro tra protestanti e cattolici: quando il Cancelliere von Bülow si presentò al Reichstag ed approvò ufficialmente la linea tenuta dal Direttore Coloniale, la rottura con lo
61 62

Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 173, 176, 178-180. Ibidem, pp. 210-213 e Crothers, op.cit., p. 80.

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Zentrumpartei fu definitiva. La posizione del FVP durante tutti i dibattiti dell’autunno del 1906 rimase improntata ad una certa neutralità, a parte una critica più formale che altro nei confronti degli abusi commessi nel passato nelle colonie, politica che certo non poteva dirsi incisiva, visto che sia von Bülow sia Dernburg li avevano ampiamente denunciati in passato. I deputati del FVP furono bene attenti ad evitare ogni attacco personale nei confronti di Dernburg, assicurandogli un supporto incondizionato, a patto che non si facesse condizionare da pressioni interne o esterne e continuasse a portare avanti il suo programma di modernizzazione dell’amministrazione coloniale63. A questo punto il governo aveva tutte le ragioni per aspettarsi un voto favorevole del FVP quando si fosse trattato di votare il budget supplementare per le colonie, dando per scontata l’opposizione dello Zentrumpartei. Il 13 dicembre 1906 furono invece presentate tre diverse proposte di legge: oltre al progetto del governo, andarono in votazione anche le proposte del FVP e dello Zentrumpartei. I centristi richiedevano che fossero concessi 20 invece di 29 milioni di marchi alla continuazione della guerra in Africa del Sud-Ovest ma che fosse approvata contestualmente una riduzione delle truppe impegnate nel teatro di guerra, che sarebbero dovute scendere da 14.000 a 8.000 entro l’aprile del 1907, per poi essere ulteriormente ridotte a 2.500 nei mesi successivi. Il FVP invece proponeva di concedere tutti i 29 milioni di marchi richiesti dal governo, ma includeva nella proposta di legge la richiesta che il numero delle truppe sarebbe stato immediatamente ridotto appena si fosse sedata la rivolta indigena e le autorità locali avessero stabilito che la situazione era sufficientemente tranquilla. Il Direttore Dernburg, su mandato del governo imperiale, stabilì che la mozione del FVP fosse la più equilibrata ed invitò sia i conservatori che i liberal-nazionali ad appoggiarla64. Prima che si passasse alle votazioni vere e proprie, il Cancelliere von Bülow si presentò al Reichstag per fare un ultimo appello ai partiti. I toni non erano certo conciliatori: secondo il Cancelliere, le richieste del governo erano il minimo necessario per riportare l’ordine nelle colonie e che votare a favore della concessione di questi fondi era il dovere patriotico di ogni membro del Reichstag. Tanto per non lasciare spazio
63 64

Die Letzten Kolonialdebatten, pp. 180, 185. Ibidem, pp. 261, 262, 264, 276, 277, 283.

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a dubbi, von Bülow disse chiaramente che un voto negativo sarebbe stato considerato come un tradimento nei confronti del Reich. Secondo il Cancelliere, il destino delle colonie oltremare era a rischio e non si trattava di una semplice questione finanziaria, ma di un momento nel quale lo stesso prestigio del Reich era in gioco. Von Bülow concluse il discorso con una minaccia nemmeno troppo velata: se il Reichstag non avesse approvato la mozione del FVP, non avrebbe potuto continuare a guidare la nazione ed “assistere impotente, di fronte alla Storia e a tutto il popolo tedesco, ad una capitolazione di tale portata65”. Nonostante la retorica nazionalista del Cancelliere e le pressioni della stampa popolare, sia la mozione del governo sia quella dell’FVP furono bocciate dall’SPD e dallo Zentrumpartei, che disponevano di una stretta maggioranza. Prima che la proposta dello Zentrum potesse essere portata in votazione, von Bülow sciolse il parlamento, indicendo le elezioni generali anticipate. Questo sviluppo inaspettato, che colse di sorpresa buona parte dei commentatori politici del tempo, fu causato in gran parte dalla mancanza di un supporto affidabile per le politiche coloniali del governo e dall’ambivalenza dello Zentrumpartei, che cercava di influenzare la politica governativa dosando il proprio appoggio e mettendosi di traverso ogni qual volta gli interessi della propria base fossero messi a rischio. Resosi conto che le interferenze dei centristi sarebbero potute solo aumentare nei mesi successivi, von Bülow pensò che sarebbe stato più opportuno rischiare le elezioni anticipate, che avrebbero avuto come tema centrale la questione africana che, dopo i discorsi tenuti al Reichstag dal Cancelliere, era diventata una questione nazionale in grado di polarizzare l’attenzione dell’elettorato moderato. Appena dopo lo scioglimento del parlamento, von Bulow si mise in azione per corteggiare il FVP ed includerlo in una sorte di fronte nazionale che avrebbe coinvolto i partiti conservatori e nazional-liberali per contrastare al meglio il “pericolo biancorosso”, rappresentato dall’SPD e dallo Zentrum. Questa visione semplificata della realtà (socialdemocratici e cattolici erano distantissimi su molte questioni importanti) fu portata avanti da una campagna stampa che vide in prima linea la Norddeutsche Allgemeine Zeitung, giornale
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Die Letzten Kolonialdebatten, p. 263. Vedi anche a pp. 264, 290 e 291.

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conservatore. Secondo gli editorialisti della NAZ, i partiti di governo avrebbero dovuto cercare un minimo comun denominatore per dare “espressione pratica e potente ad un sentimento di unità che deve accompagnarsi ad un sentimento di determinazione nazionale ed abnegazione patriotica nel supremo interesse della Nazione66”. Lo stesso von Bülow usò toni altrettanto roboanti nella lettera aperta all’Unione Imperiale per la lotta alla Socialdemocrazia pubblicata il 1 gennaio 1907 e in un discorso pubblico tenuto di fronte al Comitato per l’Azione Imperialista, associazione fondata nel dicembre 1906 da un gruppo di professori universitari berlinesi, dove espresse la speranza che “tutti i partiti nazionalisti, dalla destra conservatrice alla sinistra radicale (il FVP), mettessero i propri interessi di parte al servizio dei superiori doveri che dovevano alla Nazione67”. Nello stesso periodo, i vertici dei partiti conservatori, nazional-liberali e del FVP erano impegnati in discussioni quotidiane per riuscire a raggiungere una piattaforma comune, obiettivo che raggiunsero a metà gennaio, trovando terreno comune nel supporto alla causa coloniale, meritevole secondo loro del convinto appoggio di ogni cittadino dell’Impero tedesco. Al fine di garantire un supporto sicuro alle politiche governative, formarono un fronte comune contro i partiti anti-coloniali, accordandosi per garantire il successo dei rispettivi candidati nei collegi dove una vittoria centrista o socialdemocratica era probabile. Quello che sarebbe passato alla storia come il Blocco Bülow era diventato realtà. Il programma del blocco era improntato ad un nazionalismo molto forte: la soppressione delle rivolte indigene in Africa era un dovere nazionale ed un test che avrebbe provato se la Germania era pronta per assumersi le responsabilità legate allo status di potenza planetaria. Talvolta si preferì puntare sul fattore emotivo, affermando che reprimere queste rivolte era diventata una questione che metteva a rischio lo stesso onore della Nazione, visto che molti soldati tedeschi avevano già sacrificato le proprie vite per questa causa. I partiti del blocco furono pronti a denunciare lo Zentrumpartei e lo SPD per aver negato i fondi necessari per garantire il successo della campagna militare al governo, provando senz’ombra di dubbio il proprio carattere non patriottico. Lo stesso
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Articolo citato in Crothers, op.cit., p. 154. Discorso citato in Crothers, op.cit., p. 160.

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cancelliere ripeté in diverse occasioni che rifiutare i fondi per la guerra in Africa era stato un grave colpo alla stessa dignità nazionale della Germania e che la campagna elettorale aveva come scopo principale il sanare questo vulnus all’onore patrio e garantire il futuro della Nazione68. Dato che l’orgoglio nazionale dei tedeschi era fondamentale per il successo dell’operazione, il governo scese in campo in prima persona, lanciando una grande campagna di informazione sulle colonie ed i benefici che avrebbero potuto portare all’Impero. Il compito di coordinare questa campagna fu affidato al Direttore Dernburg, che girò la Germania per informare il pubblico in ben pubblicizzate conferenze pubbliche. Durante questi veri e propri comizi, il Direttore Coloniale cercò di mettere in prospettiva l’impegno dell’Impero nelle colonie, che si sarebbe impegnato al massimo per mettere l’enorme potenziale umano e materiale dei protettorati al servizio della madrepatria. Migliorando le infrastrutture coloniali, con particolare attenzione alle ferrovie, si sarebbe aperta la penetrazione tedesca nell’interno del continente africano, aumentato il consumo di beni tedeschi da parte degli indigeni, operazione che avrebbe avuto effetti immediati sull’economia tedesca. Inoltre la coltivazione di prodotti tropicali come caffé, gomma e cotone avrebbe garantito rifornimenti sicuri alle industrie tedesche, rendendole indipendenti dalle oscillazioni di mercato e dalle possibili mosse protezionistiche delle altre potenze coloniali. Dernburg rispose alle critiche dell’opposizione, che dipingevano la politica coloniale tedesca come inefficiente ed incoerente, ripetendo i punti fondamentali del suo progetto di riforma: maggiori investimenti nelle ferrovie coloniali, sfruttamento delle risorse naturali, migliore educazione per gli indigeni e maggiore attenzione alla formazione degli amministratori coloniali. Alla luce di questi sviluppi, il Direttore riteneva che il mantenimento e lo sviluppo delle colonie era “una questione nazionale di primissima rilevanza69. I risultati elettorali dimostrarono oltre ogni dubbio che richiamare l’orgoglio patriottico dei tedeschi era stata una mossa azzeccata: una volta finito lo scrutinio, i partiti del
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Crothers, op.cit., pp. 105 e 252. B. Dernburg, Zielpunkte des Deutschen Kolonialwesens, Berlino, Mittler & Sohn, 1907, pp. 5, 10, 26, 31-36, 43, 51.

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Blocco misero a segno un successo inaspettato, passando da 177 a 216 seggi, mentre centristi e socialdemocratici erano passati da 216 a 168. Lo SPD, da sempre portabandiera dell’opposizione alle avventure coloniali, vide dimezzata la propria rappresentanza nel Reichstag, passando da 81 a 43 seggi, mentre lo Zentrumpartei approfittò dell’elezione per consolidare il proprio dominio nelle roccaforti cattoliche, che risposero favorevolmente alla radicalizzazione dello scontro politico. Il governo, ansioso di capitalizzare il successo elettorale, informò il Reichstag che il popolo tedesco aveva approvato a larga maggioranza la continuazione di una politica coloniale aggressiva e che il governo si sarebbe mosso per garantire la trasformazione di questo chiaro mandato politico in azioni concrete al più presto. Ora che finalmente disponeva di una solida maggioranza pro-coloniale, il governo von Bülow ripresentò al Reichstag buona parte dei progetti di legge che erano stati bocciati in passato e li vide rapidamente convertiti senza che i partiti del blocco richiedessero un singolo emendamento. Tra questi, particolare rilevanza ebbe la concessione di fondi per la trasformazione del Dipartimento Coloniale in un vero e proprio Ministero indipendente, transizione che avvenne nel maggio 1907, quando Bernhard Dernburg fu nominato Segretario di Stato alle Colonie70. Una conseguenza inattesa delle elezioni fu l’ennesimo spostamento dello Zentrumpartei sulle questioni coloniali: la dirigenza del partito fu pronta a rendersi conto che “trovarsi dalla parte sbagliata della barricata ogni qual volta che fosse chiamato in causa il patriottismo sarebbe stato un suicidio71” e, pur mantenendo la sua posizione di opposizione, si impegnò per riparare la propria immagine pubblica dai danni subiti durante la velenosa campagna elettorale votando regolarmente a favore dei progetti governativi sulle colonie. A questo punto, gli unici a rimanere solidamente contrari al colonialismo tedesco rimasero i socialdemocratici72. La situazione istituzionale rimase stabile fino al 1911, quando l’accordo tra Francia e Germania sulla sistemazione della questione marocchina causò l’ennesima tempesta nel Reichstag. Le conseguenze del colpo di testa di Tangeri ed il rischio di

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Crothers, op.cit., pp. 174-175, 193. Lettera citata in Crothers, op.cit., p. 183. 72 Ibidem, p. 201.

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un conflitto generalizzato con la Triplice Intesa costrinsero il governo imperiale ad accettare di rinunciare ai consistenti interessi commerciali tedeschi in Marocco in cambio di una sottile striscia di terra del Congo francese, da incorporarsi nel protettorato del Camerun. La reazione della stampa e delle lobbies coloniali fu furente: la Società Coloniale denunciò l’accordo, dicendo che il territorio acquisito dall’Impero non era altro che un mucchio di deserti e paludi di nessun interesse commerciale73. Il Reichstag fu pronto a cavalcare l’onda dello sdegno pubblico e, con lo scopo dichiarato di impedire che in futuro il governo “svendesse” gli interessi commerciali tedeschi, mise al voto una risoluzione che richiedeva che qualsiasi decisione sull’acquisizione o la cessione di territori fosse sottoposto all’approvazione del parlamento. A supporto delle proprie richieste, la maggioranza al Reichstag disse che questa richiesta era giustificata dal fatto che il parlamento avrebbe dovuto approvare in seguito le spese collegate all’aumento o alla diminuzione del territorio sotto la protezione dell’Impero. Il governo si appigliò al primo paragrafo della Schutzgebietsgesets che concedeva all’Imperatore il potere assoluto quando si trattasse di estenere o negare la protezione dell’Impero ma, di fronte alla pressione crescente della stampa e dell’opinione pubblica, fu alla fine costretto ad alzare bandiera bianca. Nel dicembre 1911 fu approvata una legge che stabiliva che ogni aspetto dei trattati relativi all’acquisizione o alla cessione di territori coloniali sarebbe stato soggetto all’approvazione del potere legislativo. In questo modo il Reichstag riuscì ad avere quei poteri di controllo sul governo che, se presenti nel 1884, avrebbero quasi certamente impedito la creazione dell’impero coloniale tedesco. Nel 1911, quando sarebbe stato finalmente in grado di dire la sua sul futuro dei protettorati oltremare, il Reichstag era invece impegnato nel garantire il futuro di quelli che considerava importanti interessi commerciali dell’Impero, determinazione che continuò senza grossi cambiamenti fino a quando la fine della Grande Guerra non privò l’Impero dei suoi possedimenti coloniali, non solo in Africa ma anche in Asia e nel Pacifico.

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Townsend, op.cit., p. 327.

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CAPITOLO 2 IL “NOSTRO” SUD-OVEST
Come abbiamo già visto nel capitolo precedente, la questione coloniale raramente assunse un ruolo di primaria importanza nell’agenda del governo imperiale tedesco, impegnato nella riorganizzazione del territorio metropolitano, nella creazione delle basi economiche e politiche necessarie per una grande potenza e nella lotta per la difesa dei poteri dell’esecutivo dall’incessante assalto portato dal parlamento. Anche quando i problemi coloniali occuparono la ribalta della scena politica tedesca, il loro uso da parte dell’esecutivo e dei partiti ad esso collegati fu più che altro strumentale, un espediente per giocare una battaglia politica sui temi dell’orgoglio e del prestigio nazionale, che godevano di ampia risonanza nell’elettorato tedesco. Anche nella stessa creazione del blocco Bülow, i temi legati alla politica coloniale furono una scusa per accelerare un processo di avvicinamento alle posizioni governative del FVP già iniziato anni prima e fornire una giustificazione plausibile all’accordo elettorale in chiave nazionalistica tra partiti ideologicamente del tutto incompatibili. Prova della tendenza a considerare le questioni coloniali come non fondamentali per il futuro dell’Impero si ha nello stesso comportamento dei governi: gli stessi esecutivi che erano pronti ad usare qualsiasi mezzo a propria disposizione pur di portare avanti i propri progetti di legge furono più di una volta disposti a cedere alle pressioni della maggioranza anti-coloniale nel Reichstag, concedendo al parlamento poteri di controllo che in altre materie più cruciali sarebbero stati impensabili. Il fatto che le questioni coloniali fossero pragmaticamente ritenute poco importanti è uno dei fattori determinanti nella concessione di amplissimi poteri ai governatori dei singoli protettorati, che furono quindi capaci di influenzare pesantemente ogni aspetto dello sviluppo dei territori a loro affidati, con prerogative che talvolta eccedevano quelle dei viceré dell’epoca d’oro della colonizzazione europea. Uno studio approfondito delle politiche e delle personalità di tutti i governatori che si succedettero alla guida dei vari protettorati tedeschi esula dalle finalità di

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questa tesi, ma esaminare le politiche portate avanti dai governatori più influenti nei due periodi che caratterizzarono la politica coloniale tedesca potrebbe fornire indicazioni interessanti per definire il percorso seguito dall’Impero tedesco nella gestione dei territori oltremare. La figura del primo governatore dell’Africa del Sud-Ovest, Theodor Leutwein, è una delle più rilevanti nella storia dell’amministrazione coloniale tedesca: quando sbarcò a Swakopmund il 1 gennaio 1894, sia Leutwein sia il governo di Berlino sapevano che la distanza e le difficoltà nell’avere comunicazioni tempestive con la madrepatria avrebbero concesso al governatore carta bianca su quasi tutte le questioni relative allo sviluppo del protettorato74. Le istruzioni che aveva ricevuto prima di imbarcarsi per l’Africa erano state quantomai semplici: fino a quando avesse tenuto sotto controllo le spese dell’amministrazione locale, poteva fare più o meno quello che preferiva. Negli undici anni passati alla guida della colonia più meridionale dell’Impero tedesco, Leutwein dovette affrontare la censura del governo centrale solo una volta: tutte le altre decisioni prese sulle questioni locali ricevettero il supporto quasi unanime del governo e del Reichstag. Il suo predecessore nella difficile fase di transizione, il maggiore Curt von François, aveva seguito una politica aggressiva nei confronti delle popolazioni locali, contribuendo al peggioramento delle relazioni con la crescente comunità di coloni europei. Leutwein dovette immediatamente affrontare una questione strategica: proseguire la strada tracciata da von François o cercare di cambiare rotta. Nonostante la sua formazione prettamente militare, i suoi trascorsi come ufficiale della Heer e la sua carriera di insegnante di tattica militare alle Kriegsschulen di Neiße e Hersfeld, Leutwein provò a costruire una convivenza pacifica con le popolazioni locali 75. Questa rottura con il passato non è prova di una conversione sulla via di Damasco o una visione del mondo a tinte pastello. Leutwein decise di lavorare per creare quello che, nella sua immaginazione, sarebbe stato il sistema di governo migliore per sfruttare al massimo le ricchezze naturali ed umane del territorio oggi conosciuto come Namibia: uno stato autoritario di
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J.H. Esterhuyse, South West Africa, 1880-1894, Città del Capo, C. Struik (PTY) Ltd., 1968, p. 202. Vedi anche T. Leutwein, Elf Jahre Gouverneur in Deutsch-Sudwestafrika, Berlino, Mittler & Sohn, 1908, p. 17. 75 H. Bley, South West Africa under German Rule, 1894-1914, 2nd ed., Evanston, Northwestern University Press, 1971, p. 4, nota 3.

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concezione moderna, che avrebbe avuto gli indigeni come base della piramide sociale. Dimostrando quando anche gli elementi più liberali al servizio delle forze armate imperiali tedesche fossero profondamente imbevuti della retorica del white man’s burden, Leutwein pensava di convincere i nativi ad accettare questo stato di cose attraverso mezzi pacifici, trattando i “buoni selvaggi” in maniera giusta ed umana, costruendo legami di fiducia e rispetto tra lui, la sua amministrazione ed i capi delle tribù locali. Nel perseguire questo scopo, appena sbarcato si lanciò in una serie di viaggi che raggiunsero i quattro angoli del protettorato per incontrare i capi tribali e intavolare con loro una trattativa quanto più onesta possibile. Le capacità diplomatiche di Leutwein ed una certa sensibilità per le usanze tradizionali riuscirono a convincere i capi nativi di stare conducendo una trattativa tra pari ma il rispetto delle forme nascondeva la fondamentale inadeguatezza dell’approccio del governatore, che considerava i capi tribali non come esponenti di una cultura millenaria adattata alla sopravvivenza in un territorio quantomai ostile ma solo come residuati di un passato selvaggio da circuire o, al massimo, blandire con generosa condiscendenza. Per raggiungere i suoi scopi, il governatore firmò trattati di pace, cercò di risolvere questioni di successione o territoriali, cercando in ogni modo di aumentare il suo profilo pubblico, sperando che questo comportamento non ostile convincesse “naturalmente” gli indigeni ad accettare la sua autorità76. Anche quando si trattò di definire un piano per lo sviluppo economico e commerciale della colonia, l’approccio di Leutwein fu altrettanto semplicistico: viste le condizioni favorevoli all’allevamento di bovini, sarebbe bastato che i coloni tedeschi mettessero in piedi grandi allevamenti ed esportassero il surplus all’estero. Per garantire il successo dell’iniziativa non prevedeva di usare misure coercitive: il governatore era fermamente convinto che le leggi del libero mercato avrebbero garantito agli Europei, “naturalmente” più industriosi e capaci, di acquisire sempre più pascoli dagli Africani, fino a quando non avrebbero completamente controllato il mercato locale del

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Deutsches Kolonialblatt, 1894, pp. 119, 320. Vedi anche Leutwein, op.cit., p. 28.

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bestiame77. Per applicare con successo quello che sarebbe stato definito in seguito il “sistema Leutwein” era necessaria la presenza di tre elementi fondamentali: un numero cospicuo di coloni tedeschi che condividessero le basi del sistema e collaborassero attivamente alla sua implementazione, un periodo di tempo sufficientemente lungo per permettere l’adattamento degli indigeni al dominio tedesco e, sopratutto, la disponibilità degli Africani a perdere la propria indipendenza, le proprie tradizioni millenarie per accettare di buon grado il ruolo di minorità permanente che gli Europei gli riservavano78. Il governatore pensava che sarebbero stati necessari diversi decenni per garantire una transizione pacifica e che andasse seguita una politica di “apartheid pacifico”. Le giustificazioni di Leutwein erano velate di un razzismo subdolo e del paternalismo tipico del tempo: visto che la differenza tra europei ed africani era talmente grande, la convivenza avrebbe sicuramente causato scontri ed incomprensioni. Il piano funzionò fino a quando un’epidemia di peste bovina uccise due terzi del bestiame delle popolazioni indigene, distruggendo completamente l’intero sistema di valori sul quale era basata la vita delle tribù, cancellando la loro ricchezza e consegnando il mercato del bestiame, che fino a quel momento avevano dominato, nelle mani degli Europei. Nel giro di pochi mesi, gli africani furono costretti a chiedere lavoro ai coloni tedeschi per evitare la carestia, entrando in contatto diretto con un modo di vivere lontanissimo dalla loro tradizione. A rendere ancora più esplosiva la situazione, i coloni europei diedero ripetuta prova di crudeltà nei confronti degli indigeni al loro servizio, irritati dalla presenza di così tanti “negri” nelle immacolate cittadine che sembravano essere state strappate dalle colline bavaresi e precipitate nel bel mezzo dell’Africa Australe. Leutwein provò ad ignorare i tanti segnali negativi che provenivano da ogni angolo del protettorato, ma fu costretto ad ammettere il fallimento del suo “sistema” solo quando la rivolta degli Herero del 1904 rischiò di spazzare via la stessa presenza dell’Impero tedesco in quell’angolo d’Africa79. L’arrivo dei tedeschi aveva reso ancora più fragile una situazione certamente non pacifica. I due
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Deutsches Kolonialblatt, 1894, pp. 270, 410. H. Bley, Social Discord in South West Africa, 1894-1904 in P. Gifford e R. Louis, Britain and Germany in Africa, Londra, Yale University Press, 1967, p. 612. 79 Zimmermann, op.cit., p. 272.

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principali popoli indigeni, gli Herero e gli Ottentotti, avevano occupato le zone più fertili del protettorato, spostandosi lentamente verso il Nord dal Sudafrica a partire dal XVI secolo. Alla fine, gli Herero si erano stabiliti nella parte settentrionale del territorio, attorno a quella che sarebbe diventata la capitale Windhoek, mentre gli Ottentotti avevano scelto un’area più a sud. Nei decenni precedenti l’occupazione tedesca, varie dispute sul possesso dei pascoli si erano trasformate in scontri aperti per la supremazia combattuti con armi da fuoco acquistate da mercanti poco scrupolosi: come spesso successe nelle guerre tribali africane, l’uso delle armi europee aveva avuto come unico risultato l’esaurimento delle risorse finanziarie ed umane. Nei primi anni ’80 gli Ottentotti ripresero le ostilità: il conflitto arrivò ad un’intensità inconsueta e fu proprio l’aumentare esponenziale dei danni a convincere il capo degli Herero a firmare il trattato di protezione con l’Impero tedesco. Se il capo supremo Maherero era convinto che l’aiuto degli europei avrebbe garantito una rapida vittoria sugli Ottentotti, il Commissario Imperiale Ernst Göring, padre del futuro comandante della Luftwaffe, non disponeva della potenza militare necessaria per costringere il capo degli Ottentotti Hendrik Witbooi ad accettare un accordo o proteggere gli Herero dai frequenti raid che colpivano le loro mandrie. Il difficile gioco di equilibrio provato da Göring funzionò per qualche tempo, ma alla fine le promesse non mantenute e la crescente ostilità dimostrata da entrambi i contendenti costrinsero il Commissario a fuggire dal territorio, cercando riparo nell’enclave inglese di Walvis Bay80. Il conflitto continuò senza accennare a diminuire d’intensità, tanto da giungere a minacciare gli interessi dei commercianti e dei coloni tedeschi. Alla fine il governo imperiale fu costretto a richiamare Göring, sostituendolo con il maggiore Curt von François, deciso a riportare l’ordine nel protettorato ad ogni costo. Dopo che i tentativi diplomatici si rivelarono insufficienti a convincere Witbooi a firmare un trattato di protezione con l’Impero tedesco, il nuovo commissario lanciò un attacco contro gli Ottentotti. La campagna militare fu quantomeno imbarazzante per la Germania: von François non disponeva di forze sufficienti a schiacciare i
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Esterhuyse, op.cit., p. 138.

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veterani di Witbooi e le sue tattiche tradizionali si rivelarono del tutto inadatte alla guerra nel bush. Le bande ottentotte erano continuamente un passo avanti alle colonne tedesche, sfruttando la migliore conoscenza del terreno per condurre gli europei da un’imboscata all’altra e provocare un numero crescente di morti e feriti tra le truppe imperiali. Dopo due anni di fallimenti, il governo decise di inviare Leutwein in Africa con il preciso scopo di analizzare la condotta della campagna militare e riportare la pace nel protettorato81. Una volta resosi conto che gli indigeni consideravano con una certa ironia l’autorità tedesca sul territorio, Leutwein si convinse che avrebbe dovuto guadagnarsi sul campo il rispetto degli Africani. Il modo migliore per convincere gli indigeni ad accettare la sovranità tedesca sarebbe sicuramente stato una vittoria contro i temuti Ottentotti. Il nuovo governatore si trasferì ad Okahandja, sede tradizionale dei capi Herero per discutere con i capi tribù della situazione sul campo e rassicurarli sulle intenzioni pacifiche dell’Impero tedesco. Dopo aver ricevuto assicurazioni generiche dagli scettici Herero, Leutwein guidò una spedizione punitiva contro Andries Lambert, capo dei Khaua, una tribù ottentotta che aveva attaccato villaggi sotto la protezione tedesca, oltre ad aver assassinato un commerciante europeo. Il governatore, accompagnato da un piccolo gruppo di soldati, riuscì ad eludere la sorveglianza e sorprendere Lambert, che si lasciò arrestare senza opporre resistenza82. Leutwein, ansioso di promuovere il suo ruolo di giudice imparziale e generoso, offrì di far cadere tutte le accuse contro i Khaua se Lambert avesse accettato la sovranità tedesca, consegnato le armi ed avesse promesso di evitare azioni aggressive. Il capo accettò le condizioni del governatore e fu rimesso in libertà per organizzare il trasferimento dei beni rubati e delle armi della tribù. Non ci volle molto per capire che Lambert non aveva nessuna intenzione di rispettare la parola data a quello che considerava un uomo senza onore: appena Leutwein si accorse che i Khaua stavano preparando un attacco contro la sua scorta, ordinò di riarrestare il capo tribù che fu sottoposto a corte marziale e giustiziato il giorno successivo83. Il governatore, nonostante il tradimento di

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Leutwein, op.cit., p. 17. Esterhuyse, op.cit., p. 203 e Deutsches Kolonialblatt, 1894, p. 320. 83 Leutwein, op.cit., pp. 21-24.

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Lambert, non ritenne opportuno punire la tribù nel suo complesso: invece di esercitare la sua autorità nominando un nuovo capo, preferì consultarsi con gli anziani che elessero il sostituto di Lambert con l’appoggio dell’assemblea generale della tribù. Il comportamento del governatore riuscì a garantirgli l’accettazione da parte dei Khaua, che apprezzarono il suo desiderio di negoziare nonostante disponesse di forze sufficienti a sottomettere senza troppe discussioni l’intera tribù. Leutwein continuò sulla stessa linea quando si trattò di concludere un trattato di protezione con un’altra tribù ottentotta, i Fransman. Nonostante l’intera tribù si fosse barricata dentro il villaggio, pronta ad attaccare le truppe tedesche appena si fossero avvicinate, il governatore riuscì ad evitare lo scontro chiedendo un incontro con Simon Kooper, il capo dei Fransman, ed impegnandosi in una serrata trattativa. Dopo tre giorni di discussioni e di fronte alla volontà di Leutwein di abbandonare il tavolo se non si fosse addivenuti ad una soluzione soddisfacente, Kooper accettò di firmare il trattato e si mise sotto la protezione dell’Impero tedesco84. A questo punto restavano da convincere solo i Nama di Witbooi ma la linea del governatore iniziava a portare i frutti sperati: la figura di Leutwein si era guadagnata un certo rispetto e le tribù sotto la protezione tedesca notarono come i reclami da loro presentati non cadessero più nel vuoto come negli anni precedenti. Lo scetticismo regnava ancora sovrano, ma alcuni tra i capi indigeni si stavano convincendo che il governatore tedesco era un uomo di pace, convinto che gli Africani andassero trattati con oggettività e giustizia85. A riprova della credibilità del governatore, nel giugno 1894 gli Herero chiesero l’assistenza di Leutwein in una spinosa questione di successione. Nel 1890, quando il capo Maherero era morto, non era stato designato nessun successore e, in una serie di intrighi e trattative sottobanco tra le diverse tribù, la quarta moglie era riuscita a convincere i capi di Okahandja a riconoscere il figlio Samuel come capo supremo, visto che aveva già rappresentato gli Herero nelle discussioni con l’amministrazione tedesca. Gli altri pretendenti, che disponevano di titoli altrettanto validi, non accettarono la deliberazione dell’assemblea tribale ed alcuni, come Riarua, comandante in capo
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Deutsches Kolonialblatt, 1894, p. 345 e Leutwein, op.cit., pp. 28-29. Leutwein, op.cit., p. 21 e Esterhuyse, op.cit., p. 219.

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delle forze Herero, ed il capo delle tribù orientali Nikodemus dichiararono apertamente di non accettare Samuel come capo supremo. Visto che la successione era stata accettata dall’amministrazione tedesca, Samuel chiamò Leutwein per aiutarlo a riaffermare la propria autorità. Il governatore, conscio che un successo avrebbe rafforzato la sua posizione e la stessa legalità del potere di protezione delle forze tedesche, si recò a Okahandja accompagnato da soli 40 soldati e riaffermò pubblicamente la posizione di Samuel, lodandolo per aver richiesto l’intervento dell’Impero ed offrendo una guarnigione per proteggere la capitale Herero da qualsiasi interferenza esterna. In seguito si mosse per appianare le differenze con Riarua, convincendolo a restituire a Samuel alcuni dei poteri che il padre gli aveva concesso in passato, e risolse la questione con Nikodemus, riaffermando pubblicamente la sua posizione di capo indipendente degli Mbanderu in cambio del suo riconoscimento dell’autorità di Samuel Maherero come capo supremo. Il successo ebbe due conseguenze dirette: stabilire un precedente ed affermare quindi il diritto del governatore ad agire come arbitro nelle questioni di successione delle tribù ma soprattutto instillare negli indigeni il concetto che anche il capo supremo poteva essere portato di fronte ad un arbitro imparziale86. Leutwein, sempre più convinto che il suo approccio legalistico e diplomatico fosse quello giusto per trattare con gli indigeni, si sforzò di rendere quanto più visibile possibile il ravvicinamento tra l’amministrazione coloniale e gli Herero attraverso visite di cortesia, scambi di lettere, comportamento reciprocato dai capi di Okahandja, che chiesero più volte il consiglio del governatore in questioni legate alla gestione della tribù87. Il successo delle azioni fatte nei confronti degli Herero non fece dimenticare a Leutwein che la questione più grave rimaneva ancora aperta, visto che i fedelissimi di Witbooi continuavano a rifiutare l’autorità imperiale nell’Africa Australe. Il governatore, una volta individuato l’esercito principale di Witbooi sui monti Nauklooft tra Windhoek e Angra Pequeña, iniziò un fitto scambio di missive con il leader ottentotto, cercando in ogni modo di convincere Witbooi ad iniziare formali trattative con il governo imperiale, autorità suprema nella regione
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Deutsches Kolonialblatt, 1894, pp. 114, 488; Leutwein, op.cit., pp. 59-60 e Bley, op.cit., p. 21. Deutsches Kolonialblatt, 1894, p. 87.

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formalmente riconosciuta da tutte le altre tribù. Hendrik Witbooi, che dimostrò di aver perfettamente compreso il sistema politico europeo, rifiutò di sedersi al tavolo, dichiarando che era altrettanto indipendente dei leader di Francia e Gran Bretagna sia dal punto di vista legale che sostanziale. Aveva ogni diritto di conservare questa indipendenza e non si sarebbe mai sottomesso ad un imperatore che non aveva nemmeno mai incontrato88. Esauriti i mezzi diplomatici, Leutwein non aveva altra scelta che provare ad imporre la sua autorità con la forza ma, convinto che le forze a sua disposizione fossero troppo esigue per garantire un successo decisivo, decise di aspettare l’arrivo dei rinforzi che aveva richiesto a Berlino. Witbooi, di fronte alle tattiche attendiste del governatore, richiese ed ottenne una tregua formale di due mesi, una vera e propria bizzarria nel mondo spesso brutale dei conflitti coloniali in Africa. Allo scadere della tregua, Leutwein provò a riallacciare le fila della trattativa ma non riuscì a smuovere il capo ottentotto dalle sue posizioni: alla fine, dopo aver definito il rifiuto di sottomettersi di Witbooi “non un peccato in sé, ma un pericolo per l’esistenza del protettorato tedesco in Africa Australe”, scrisse che ogni ulteriore contatto diplomatico era da ritenersi inutile. Ad uso degli altri leader indigeni, espresse la speranza che entrambe le parti avrebbero affrontato lo scontro militare, ormai inevitabile, comportandosi in maniera civile89. Una volta arrivati i rinforzi dalla madrepatria, Leutwein impegnò le truppe tedesche in una campagna ben progettata, che costrinse le truppe di Witbooi alla resa e alla firma del trattato di protezione, avvenuta il 15 settembre 1894. I termini di questo trattato furono particolarmente generosi nei confronti dei ribelli: convinto che l’imposizione di condizioni di pace dure non avrebbe fatto altro che alimentare la ribellione, Leutwein impose che Hendrik Witbooi e i suoi seguaci fossero liberi di tornare ai propri villaggi attorno alla cittadina di Gibeon con le loro armi, senza che fosse loro comminata alcuna sanzione personale o collettiva16. Per la prima volta, le decisioni del governatore furono pesantemente criticate dalla madrepatria: il governo imperiale censurò l’operato di Leutwein dopo che le lobbies coloniali tedesche, sobillate dagli abitanti delle cittadine africane, avevano
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Leutwein, op.cit., pp. 32-44. Ibidem, pp. 44, 57.

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iniziato una campagna di stampa per richiedere la testa di Witbooi e la confisca delle armi della sua tribù. Il governatore non fece una piega e inviò un dossier al governo per giustificare le sue scelte, argomentando ancora una volta i meriti del suo “sistema”. Preso tra due fuochi, il governo rimandò a data da destinarsi la ratifica del trattato con il capo ottentotto: quando nel novembre 1895 le forze di Witbooi aiutarono le forze imperiali a reprimere l’ennesima ribellione dei Khaua, il cancelliere sciolse tutte le riserve e presentò il trattato al Reichstag, che lo ratificò senza ulteriori ritardi90. La vittoria di Leutwein fu importante per almeno tre ragioni: la conclusione di un trattato stabile con un capo notoriamente riottoso dimostrava che gli indigeni potevano adattarsi almeno superficialmente al sistema di vita europeo, la sua capacità di resistere alle pressioni dei commercianti delle città e dei loro alleati tedeschi rese evidente anche alle tribù più diffidenti che il governatore era un partner credibile ma soprattutto conquistò un capo influente come Witbooi alla causa governativa. Visto il trattamento di riguardo che gli era stato riservato, Hendrik Witbooi cercò di capitalizzare al massimo il rapporto con l’amministrazione, giungendo fino al punto di accettare di fornire truppe della sua tribù per servire nella schutztruppe (egli stesso avrebbe prestato servizio, raggiungendo il grado di capitano). I Nama di Witbooi sarebbero stati gli ultimi a prendere le armi nell’insurrezione generale del 1904 e, fino ad allora, furono tra i più energetici sostenitori dell’amministrazione di Leutwein91. Nonostante i successi diplomatici del governatore, quando si trattò di convertire la relativa accettazione dell’autorità tedesca in materie che coinvolgevano le tradizioni e il modo di vita delle tribù le cose andarono in maniera decisamente diversa. Nel dicembre 1894 l’amministrazione firmò con Samuel Maherero un trattato che definiva i confini tra i territori tribali e quelli di competenza imperiale o affidati in concessione a compagnie tedesche, una questione che impattava in maniera considerevole la vita dei mandriani Herero. Durante un incontro della commissione sui confini, nella quale sedevano anche molti capi tribù, gran parte di essi rifiutarono il trattato, mettendo in discussione il diritto di Samuel Maherero a decidere per conto loro. Leutwein non
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Bley, op.cit., p. 33. Leutwein, op.cit., pp. 57, 306, 432-433 e Deutsches Kolonialblatt, 1896, p. 188.

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comprese che firmare un trattato del genere andava ben oltre ai poteri tradizionalmente affidati al capo supremo del popolo Herero e difese le basi legali dell’accordo, arrivando a corrompere con concessioni territoriali i vari capi fino a quando non fu raggiunto un compromesso che portò alla ratifica da parte dell’assemblea generale dei capi Herero nel gennaio 189592. Dal punto di vista del governatore, la questione era risolta ma ben presto iniziarono a giungere rapporti preoccupanti dalla zona occupata dalle tribù orientali: alcuni capi tribù avevano deciso di ignorare il trattato e continuare a far pascolare le proprie mandrie sulle terre assegnate agli Europei. Leutwein, che continuava a considerare il capo supremo come un sovrano europeo, interpretò queste azioni come un affronto nei confronti dell’autorità di Samuel Maherero e si mosse per convincere i ribelli a sottomettersi alle decisioni dell’assemblea. Il governatore non pensò mai che una dimostrazione della forza dell’Impero tedesco o le sue capacità diplomatiche non sarebbero mai riuscite a convincere gli indigeni ad accettare un accordo che avrebbe cambiato per sempre il loro modo di vivere, mettendo a rischio tradizioni millenarie. Mentre si dirigeva verso il villaggio principale degli Mbanderu con un consistente contingente militare, Leutwein fu informato del fatto che gli indigeni si erano trincerati dietro le mura, pronti a respingere l’attacco tedesco. Il governatore rimase determinato ad evitare incidenti e riuscì ad evitare uno scontro, nonostante il suo vice Lindequist insistesse per “dare una lezione agli Herero”93. Alla fine di due giorni di discussioni, fu trovata una soluzione alle questioni legate all’autorità del capo supremo ma Leutwein non riuscì ad ottenere che assicurazioni generiche sull’effettivo rispetto dei confini. Non ci volle molto prima che le mandrie Herero tornassero a pascolare fuori dai confini tribali, causando numerose proteste da parte dei coloni e delle compagnie concessionarie per l’uso illegale della propria terra. A questo punto il governatore decise di applicare una clausola del trattato che prevedeva la confisca degli animali che si trovassero su terra “europea”: gli Herero considerarono questo come semplice furto di bestiame e si andò vicinissimi ad uno scontro aperto. Quando metà dei profitti derivati dalla vendita del
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Deutsches Kolonialblatt, 1895, p. 165 e Leutwein, op.cit., p. 72. Bley, op.cit., p. 55.

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bestiame arrivarono nelle casse tribali, la situazione iniziò a stabilizzarsi dovunque tranne che nella parte orientale del territorio Herero, dove gli Mbanderu si rivoltarono nel marzo 1896. Grazie anche all’aiuto delle forze di Samuel Maherero, la sollevazione fu soppressa nel giro di poche settimane e si concluse con la condanna a morte dei capi tribù Nikodemus e Kahimema, senza che i disordini si estendessero ad altre aree del protettorato. Ancora una volta Leutwein si rifiutò di colpire la tribù nel suo insieme, incurante delle proteste dei coloni e delle compagnie concessionarie, che domandavano a gran voce il disarmo generalizzato di tutti gli indigeni o, in alternativa, una guerra preventiva per stroncare una volta per tutte la “minaccia” dei nativi. Dimostrando di aver imparato le lezioni del passato, il governatore non aspettò che commercianti e coloni mettessero in movimento i propri amici nella madrepatria e chiese un’esplicita conferma della sua linea di azione da parte del governo imperiale, che la concesse senza ulteriori discussioni94. Questi problemi furono indubbiamente sottovalutati da Leutwein che sperava che i buoni rapporti personali instaurati con i capi tribali fossero sufficienti a convincerli a supportare attivamente la trasformazione dell’intera società indigena. Il governatore non riuscì mai a comprendere come l’accettazione dell’autorità tedesca non fosse dovuta ad una genuina fiducia nel governo degli europei ma fosse solo una reazione istintiva di fronte all’oggettiva superiorità militare tedesca. I capi tribali non erano solo dei “capi di stato” ma avevano anche il ruolo di difensori delle tradizioni e della stessa religione del proprio popolo. Per questo concentrarsi solo sui capi, ignorando il parere delle tribù stesse, fu una strategia che non avrebbe che potuto fallire. Dopo l’esecuzione dei capi Mbanderu, il governatore si lamentò del fatto che la politica coloniale dovesse talvolta ricorrere a misure inumane e definì la resistenza degli indigeni “una lotta per la sopravvivenza della nazione”. Applicare gli schemi europei alla realtà africana, considerando la tribù come unità politica e non sociale, impedì a Leutwein di comprendere come la rivolta degli Mbanderu non fosse dovuta a problemi relativi alla proprietà delle terre, ma alla difesa del modo di vivere tradizionale. Gli indigeni non avrebbero mai accettato pacificamente di
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Leutwein, op.cit., pp. 72-77, 92-97 e Bley, op.cit., p. 65.

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adattarsi al dominio europeo, non quando avesse intaccato interessi consolidati o tradizioni millenarie95. Leutwein considerò quindi la sollevazione degli Mbanderu come un incidente di percorso e continuò l’applicazione del suo “sistema”, passando alla parte economica, che prevedeva la graduale creazione di un industria dell’allevamento europea. L’amministrazione si mosse con decisione per allocare ai coloni e alle compagnie concessionarie terra sufficiente per iniziare l’attività, incoraggiando la competizione tra europei ed africani. Convinto che la posizione dominante delle tribù africane avrebbe consentito una transizione graduale, non sospettò mai che gli indigeni avrebbero considerato il suo programma come una minaccia al modo di vivere tradizionale. Visto che la posizione del capo e le basi del suo stesso potere politico erano legate alla consistenza delle sue mandrie, era convinto che prima o poi anche i capi avrebbero difeso i propri interessi adottando il “superiore” stile di vita europeo per beneficiare dei metodi di allevamento moderni e garantirsi un posto di rilevanza nella futura società integrata. Un piano del genere appare quantomai improbabile, anche se l’arrivo della peste bovina non avesse cancellato tutte le illusioni di Leutwein. Nel 1897 la peste bovina (rinderpest) arrivò dal Sudafrica, sterminando tra l’80 e il 90% delle mandrie degli Herero nel giro di poche settimane, seguita da un’epidemia di malaria che colpì quasi il 90% dei membri delle tribù96. Le conseguenze furono devastanti sotto ogni punto di vista: le stesse basi della società indigena furono sconvolte, visto che la virulenza dell’epidemia spinse molti africani a rifugiarsi nelle città europee, certamente più salubri. Visto che la ricchezza delle tribù era costituita quasi esclusivamente dalle mandrie, gran parte degli Herero si ritrovò nella povertà più assoluta e priva di ogni mezzo di sostentamento, costretta a rivolgersi all’amministrazione coloniale per cercare lavoro o addirittura ridursi all’accattonaggio. Leutwein all’inizio accolse favorevolmente l’epidemia, affermando che aveva finalmente “pacificato” i territori degli Herero: ancora una volta il governatore non si rese conto delle conseguenze sociali e psicologiche e che l’iniziale apatia e il fatalismo che accompagnò le prime settimane di
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Bley, op.cit., pp. 64, 68. Zimmermann, op.cit., p. 272; Bley in Britain and Germany in Africa, p. 627; Bley, op.cit., p. 125.

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convivenza forzata tra europei ed africani si sarebbe presto trasformato in rabbia e risentimento verso il regime coloniale97. Gli allevatori europei subirono danni enormemente inferiori, dato che le loro mandrie erano state immunizzate contro la malattia grazie ad un programma governativo che aveva usato uno dei nuovi vaccini scoperti dal dottor Koch in Africa Orientale. Dal punto di vista economico, l’epidemia fu un ottimo affare per gli europei, visto che la scomparsa delle vaste mandrie degli africani rendeva l’allevamento un’attività molto più redditizia che in passato. L’aumento dei prezzi dovuto alla necessità di sostituire gli animali da tiro deceduti e ripopolare le mandrie falcidiate dalla malattia permise agli europei di alterare a proprio favore l’economia del protettorato. Fino ad allora le migliori tecniche di allevamento e l’organizzazione europea erano state pressoché annullate dal monopolio che gli africani avevano stabilito sul mercato. Scomparso questo vantaggio competitivo, la superiorità europea diventò schiacciante e il loro controllo dell’economia quasi totale, assestando un colpo forse mortale al “sistema Leutwein”98. Una delle componenti più importanti di questo sistema coinvolgeva direttamente la popolazione europea nel protettorato, che avrebbe dovuto sposare appieno i princìpi del governatore, trattando gli indigeni in maniera giusta ed umana. Leutwein aveva dato ordini molto specifici a riguardo, secondo i quali il personale dell’amministrazione civile ed i militari avrebbero dovuto impegnarsi per mantenere rapporti di rispetto e buon vicinato con i capi tribù delle zona di propria competenza99. Sfortunatamente, la popolazione civile considerava queste misure troppo lassiste, mai nascondendo la propria contrarietà nei confronti della politica portata avanti dal governatore. I critici più severi di Leutwein erano sicuramente gli abitanti dei centri urbani, con in prima fila quelli della capitale Windhoek: nonostante la cittadina contasse poche centinaia di abitanti (610 nel 1903), era stata dotata di difese considerevoli e di una guarnigione ben addestrata, che la metteva al riparo dalle incursioni dei ribelli africani. Gli unici indigeni che frequentavano le case dei coloni europei erano prigionieri di guerra o servitori, generando un

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Deutsches Kolonialblatt, supplemento 1899, pp. 125-128. Bley, op.cit., p. 126. 99 Leutwein, op.cit., p. 555.

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sentimento di superiorità che nel giro di pochi anni si trasformò in vero e proprio razzismo. Fin dall’arrivo del governatore nel protettorato, gli abitanti di Windhoek si opposero in tutti i modi alle politiche di Leutwein, giungendo fino a pretendere che tutte le proprietà degli africani fossero confiscate dal governo, che le avrebbe poi loro ridistribuite100. Nelle aree rurali, i rapporti non erano così tesi, visto che gli europei erano pochi e dipendevano completamente dalle tribù vicine per il cibo e la manodopera, giungendo in qualche caso ad entrare negli stessi organismi rappresentativi degli indigeni. I problemi sorgevano quando i lavoratori africani erano lontani dalle proprie tribù: in questi casi ogni piccolo errore poteva trasformarsi in punizioni corporali spesso brutali, che raramente venivano punite equamente dai tribunali, dove le giurie europee garantivano spesso la quasi impunità ai criminali bianchi. Leutwein era a conoscenza di questo problema ma, nonostante il suo intervento personale riuscisse a ricondurre ad una parvenza di equità i casi più evidenti, gran parte dei processi che mettevano africani contro tedeschi raramente giunsero a sentenze considerate giuste da entrambe le parti101. Nonostante tutti i problemi finora elencati, la situazione si deteriorò quando gli Herero, privati del latte e della carne, che costituivano la base della propria alimentazione tradizionale, furono costretti a rivolgersi ai mercanti europei per comprare il cibo. Dato che non disponevano di altra ricchezza, gli africani furono costretti a comprare a credito, fornendo le proprie terre come garanzia, gesto che dimostra quanto fosse ancora alieno il sistema di valori europeo. I mercanti tedeschi furono pronti ad approfittare della situazione, aumentando i prezzi a dismisura fino a quando gli indigeni non furono più in grado di pagare i propri debiti. A questo punto il gioco era fatto: bastava una sentenza del tribunale locale per scacciare gli indigeni dalle proprie terre, richiedendo l’intervento dell’amministrazione coloniale nei casi più difficili102. Resosi conto che questa pratica avrebbe distrutto la fiducia degli indigeni nell’amministrazione coloniale, Leutwein regolò la concessione del credito con un decreto nel 1899, dichiarando i crediti

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Bley, op.cit., pp. 85-86. Leutwein, op.cit., pp. 223-224. 102 Ibidem, pp. 246, 248, 372, 579.

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concessi precedentemente nulli ed inesigibili, stabilendo infine che i creditori si sarebbero potuti rivalere solo sui beni dell’individuo e non su quelli di proprietà della tribù. Dato che gran parte delle terre degli indigeni cadeva in quest’ultima categoria, i commercianti e le compagnie concessionarie si opposero con ogni mezzo all’applicazione del decreto del governatore103. I coloni si organizzarono ed iniziarono a cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca contro quella che consideravano un’insopportabile limitazione delle libertà civili. Data la sensibilità della questione e la gravità delle accuse, Leutwein si rimise al giudizio del governo centrale, che, indeciso come al solito sul da farsi, giunse ad una decisione dopo lunga deliberazione. Nel 1903, dopo che il Consiglio Coloniale aveva dichiarato che lo Stato non aveva nessun diritto di interferire in quella che doveva rimanere un’area lasciata alla libera iniziativa dei privati, il governo imperiale annullò il decreto di Leutwein, permettendo ogni forma di credito nelle colonie, con un limite di dodici mesi per l’azione legale 104. Questo termine spinse i commercianti ad iniziare un’ondata senza precedenti di sequestri e sfratti, aumentando le tensioni con gli indigeni fino al punto di rottura. L’insurrezione generale del 1904 pose fine al “sistema Leutwein” e ad una stagione improntata ad un trattamento benevolo, ai limiti del paternalismo, nei confronti degli indigeni ed aprì le porte a quel confronto aperto che il governatore aveva tentato di evitare con ogni mezzo. Anche se la sua fine fu grandemente anticipata da eventi esterni come l’epidemia di peste bovina, la mancata comprensione della struttura sulla quale si basava la società africana e l’approccio personalistico portato avanti da Leutwein avrebbero quasi certamente condotto al fallimento dell’esperimento, nonostante la buona fede dimostrata in più di un’occasione dall’ufficiale tedesco. Lo scoppio della ribellione fu causato da un errore tattico di Leutwein che, nonostante la sua esperienza nelle cose militari, aveva inviato il grosso delle forze tedesche nel sud del protettorato, per reprimere la rivolta della tribù ottentotta dei Bondei, stanziata in prossimità del fiume Orange. Nel gennaio del 1904, verificando che la presenza militare tedesca nella zona di Windhoek era insolitamente debole, gli Herero decisero
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Leutwein, op.cit., pp. 561-562. Ibidem, pp. 559, 567.

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di approfittare di quella che poteva essere un’occasione irripetibile. Il 14 gennaio lanciarono un attacco che colse del tutto impreparate le guarnigioni tedesche: 123 tra soldati, commercianti e coloni furono trucidati dai rivoltosi. Dimostrando di aver compreso le sfumature della politica europea, i soldati Herero furono attenti a non uccidere i pochi coloni inglesi e boeri che abitavano nella zona. Per rallentare i movimenti delle forze armate tedesche, Samuel Maherero ordinò che la linea ferroviaria Windhoek-Swakopmund (il porto principale della zona, poco a nord dell’enclave inglese di Walvis Bay) fosse distrutta in parecchi punti, interrompendo quindi le comunicazioni fra la parte centro-settentrionale del protettorato ed il mondo esterno. I tentativi di Leutwein di respingere le forze indigene andarono incontro ad un’imbarazzante sequela di fallimenti: le forze tedesche furono ripetutamente battute in campo aperto e, infine, praticamente accerchiate dagli insorti a Ovumbo, trappola alla quale riuscirono a sfuggire solo con estrema difficoltà. Vista la situazione disperata, il governatore ordinò alle forze sopravvissute di concentrarsi nella zona vicina a Windhoek, pronte a rifugiarsi dietro le fortificazioni della capitale se le cose si fossero messe davvero male. Nonostante sapesse che i rinforzi erano in arrivo, la situazione era certo poco rosea: la regione a nord della capitale, dopo le sollevazioni di altre tribù indigene, era di fatto perduta, e la popolazione tedesca viveva nel terrore. Quando le truppe erano quasi pronte ad asserragliarsi nella capitale, gli Herero scelsero di ripiegare sul massiccio montuoso del Waterberg, concedendo un minimo di respiro ai difensori. Se gli Ottentotti si fossero uniti alla ribellione, la disfatta sarebbe stata quasi certa, ma i buoni rapporti con Leutwein nonché le antiche inimicizie tribali convinsero Hendrik Witbooi a restare a margine dello scontro, valutando il da farsi. Tra l’11 giugno ed il 20 luglio arrivarono in Africa quasi 20.000 soldati tedeschi, dotati di molta artiglieria da campagna e dell’equipaggiamento militare più moderno, fornito dalle ditte tedesche ansiose di provare i nuovi modelli sul campo. L’Imperatore Guglielmo II, che aveva accolto le notizie della rivolta come un affronto personale, passò immediatamente la palla al Ministero della Guerra, esautorando il Dipartimento Coloniale. Il 3 maggio, il Großgeneralstab nominò il generale Lothar von Trotha a capo delle operazioni

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militari nell’Africa Australe105. Il giovane generale di fanteria (solo 55 anni) era probabilmente la massima autorità tedesca in fatto di guerre coloniali, visto che aveva partecipato alla repressione degli Hehe nelle regioni centrali del Tanganica e alla durissima campagna contro i Boxers. Il generale di Magdeburgo aveva una reputazione di “uomo di ferro” e la sua particolare mancanza di scrupoli nei confronti degli indigeni, dimostrata in passato quando aveva inviato a Berlino la testa decapitata del capo Hehe, fatto dissotterrare dopo che si era suicidato, giocò probabilmente a suo favore nel processo di selezione. Le istruzioni date al generale furono sintetiche e categoriche: stroncare una volta per tutte gli indigeni. Von Trotha ebbe carta bianca sia nella conduzione della campagna sia nella scelta dei suoi collaboratori: come capo di stato maggiore il generale volle un ufficiale trentaquattrenne di belle speranze che aveva conosciuto durante la guerra in Cina, Paul Emil von Lettow-Vorbeck, che avrebbe approfittato al meglio dell’occasione fornitagli dal suo superiore. Appena giunto in Africa, von Trotha mise in opera il suo piano di battaglia: vista la natura semidesertica del territorio, che avrebbe reso difficile l’uso delle tecniche di guerriglia impiegate dagli altri popoli africani che aveva affrontato in passato, il generale pensò di usare la cavalleria per aggirare gli Herero e catturare l’intero gruppo in una singola, semplice azione. Gli indigeni si erano concentrati vicino al fiume Hamakari dato che, come tradizione, donne, bambini e le preziose mandrie accompagnavano il popolo in guerra, richiedendo grandi quantità di acqua difficili da trovare in una regione arida come la Namibia. All’inizio di agosto, la cavalleria tedesca iniziò l’accerchiamento ma gli uomini di Samuel Maherero riuscirono a far fallire il piano di von Trotha, aprendosi una via di fuga verso est e quindi vanificando la manovra dell’avversario. Il 13 agosto, dopo essersi riorganizzati, i tedeschi si lanciarono all’inseguimento. La ritirata finì per trasformarsi in un massacro: incalzati dalla cavalleria, esaurite le munizioni, tormentati dalla sete e dal sole implacabile, molti di loro trovarono la morte nel deserto dell’Omaheke, a est delle paludi dell’Etosha. Solo una piccola parte di essi, compreso Samuel Maherero, riuscirono a mettersi in salvo, attraversando la
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Leutwein, op.cit., p. 159.

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frontiera col Bechuanaland (l’odierno Botswana). Nonostante si tratti di una delle regioni più desolate dell’Africa nel bel mezzo del deserto del Kalahari, ancora oggi i discendenti dei profughi Herero non si sono azzardati a tornare in Namibia, preferendo la dura vita nel deserto all’aperta ostilità della comunità europea106. L’insurrezione degli Herero era stato un costoso smacco per l’orgoglio e la reputazione dell’Impero tedesco: per sette mesi gli Herero erano rimasti virtualmente padroni di una vasta sezione della colonia e nonostante l’inferiorità di mezzi, avevano tenuto testa valorosamente al più agguerrito esercito del mondo. Il fatto che la Gran Bretagna avesse preso le difese degli indigeni ed avesse battuto forte sulla grancassa della propaganda non aveva fatto che aggiungere offesa ad insulto107. L’affronto subito non aveva mancato di causare reazioni nelle altre colonie tedesche, dimostrando alle popolazioni africane che i Tedeschi non erano imbattibili: era necessaria una lezione esemplare per scoraggiare altre rivolte. La storia del colonialismo europeo in Africa è costellata da episodi di particolare crudeltà nei confronti degli avversari sconfitti: nel 1892 i francesi, dopo la battaglia di Kotonou che aveva posto fine all'indipendenza del regno del Dahomey, avevano proceduto alla decapitazione sul campo di tutti i prigionieri mentre il dominio belga nel Congo era stato tanto brutale nel trattamento degli indigeni impiegati nelle piantagioni da provocare la morte di un numero incalcolabile di persone. Anche l’uso delle punizioni corporali più atroci come quelle applicate nel Congo belga, dove bastavano infrazioni minime nei confronti dei padroni per provocare l’amputazione di una mano o di un piede108, impallidiscono di fronte alla determinazione di von Trotha di cancellare dalla storia un intero popolo. Dopo che le richieste di resa da parte degli Herero erano state respinte sommariamente (gli inviati di Samuel Maherero erano stati semplicemente presi a fucilate) e le gravi perdite subite dagli indigeni nella battaglia del Waterberg, lo scontro militare era praticamente risolto ma il generale tedesco emise comunque un ordine esecutivo senza precedenti. I soldati tedeschi ricevettero l'ordine di sparare a vista
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Peter Kagjavivi, Gli Herero in I popoli della Terra, Milano, Mondadori, 1975, vol. 8, pp. 108-113; Agostino Gaibi, Le campagne dei tedeschi contro gli Herero in Enciclopedia Italiana, vol XVIII, p. 468. 107 Michael Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, Il Saggiatore, 1968, pp. 351-352 108 John Gunther, Africa nera, Milano, Garzanti, 1964, p. 186.

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contro qualunque indigeno e pertanto non si ebbero più vere e proprie azioni di guerra, ma piuttosto un assassinio sistematico della popolazione. Quello che nella burocratica freddezza del linguaggio militare venne definito “ordine di sterminio” (Vernichtungsbefehl) venne emesso personalmente dal generale von Trotha il 2 ottobre 1914, con lo scopo dichiarato di cancellare ogni segno della presenza Herero all’interno del territorio controllato dall’Impero tedesco ed ebbe come conseguenza immediata la fuga di tutti i membri della tribù ribelle ancora in grado di camminare. Il testo del Vernichtungsbefehl è agghiacciante: “Io, comandante supremo dei soldati tedeschi, mando questo messaggio al popolo Herero. Gli Herero non sono più sudditi dell’Impero tedesco. Avete ucciso e rubato, ferito soldati, tagliato orecchie, nasi e altre parti del corpo, ed ora, da bravi codardi, non volete più combattere. Io dico a voi: a chiunque porti al mio accampamento uno dei capi Herero, offrirò 1.000 marchi; se mi porterete Samuel Maherero, 5.000. Il popolo Herero deve comunque lasciare il territorio imperiale. Chiunque non se ne vada volontariamente, sarà da me costretto con la forza. Qualunque Herero sarà trovato nel territorio imperiale sarà fucilato, sia che abbia o non abbia armi o bestiame: le donne e i bambini non saranno più accolte, ma rispedite alla propria tribù o costrette alla fuga a fucilate. Queste sono le mie parole al popolo Herero. Il gran generale del potente Imperatore di Germania. Le truppe imperiali dovranno comunicare in ogni mezzo e modo il contenuto di questo decreto, aggiungendo che ogni soldato che mi consegni un capo tribale riceverà una ricompensa adeguata e che, qualora si incontrino delle donne e bambini, dovranno essere sparati colpi di avvertimento, in modo da costringerli alla fuga. Sono sicuro che da questo momento non saranno più catturati prigionieri maschi ma che le truppe non si lasceranno andare a violenze gratuite su donne e bambini. Queste fuggiranno di sicuro dopo che si sarà sparato due colpi d’avvertimento. I soldati dovranno ricordarsi di difendere la reputazione e le tradizioni di ogni buon soldato tedesco. Il comandante, tenente generale von Trotha109”. Fuggire dal territorio tedesco equivaleva ad una marcia della morte attraverso il deserto: molti furono gli Herero che morirono di sete mentre cercavano di raggiungere una impossibile salvezza al di là della frontiera. Altri, secondo il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite (1985), morirono dopo essersi abbeverati in pozzi avvelenati dalle truppe tedesche: altre fonti riportano che i pozzi nel deserto furono presidiati da pattuglie di cavalleria tedesca che avevano l’ordine di sparare su chiunque tentasse di abbeverarvisi, ma non ci sono conferme ufficiali di questi eventi.

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Citato in M. Behnen, Quellen zur deutschen Außenpolitik im Zeitalter der Imperialismus 1890-1911, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1977, p. 291.

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Quelli che erano troppo stanchi o deboli per solo tentare la traversata, furono sistematicamente sterminati dalle truppe tedesche, che continuarono il massacro per mesi, applicando scrupolosamente le istruzioni di von Trotha. Gli Herero, che all'inizio del protettorato tedesco erano circa 80.000, nel 1905 erano ridotti a sole 12.000 unità: l’80 per cento del totale era stato, quindi, ucciso dalle malattie, dagli stenti o dalle armi tedesche110. Gli episodi di spietata determinazione, raccolti nel Blue Book che il governo inglese avrebbe usato alla Conferenza di Versailles per ottenere l’assegnazione dei mandati sulle ex-colonie tedesche, sono difficili da comprendere per un lettore del XXI secolo. Gustav Frenssen, un soldato tedesco, racconta uno di questi episodi di ordinaria disumanità. “Vedemmo un carro trainato da buoi dietro un roveto. Sentimmo delle voci provenire da quella direzione. Scendemmo da cavallo e scorgemmo sei nemici, seduti attorno al fuoco. Segnalai ai miei compagni chi si sarebbe dovuto occupare di chi. Quattro caddero sul colpo, uno riuscì a scappare. Il sesto era ferito. Saltai in avanti, brandendo un bastone corto: lui mi guardò con indifferenza. Dopo aver finito, pulii il bastone con della sabbia111”. Manuel Timbu, un mulatto sudafricano racconta un altro episodio che coinvolse il generale stesso: “Non dovevamo fare prigionieri, dovevano essere uccisi tutti... I soldati uccidevano ogni indigeno che incontravano... Alcuni, dei vecchi, non avevano mai lasciato le proprie case, ma vennero tutti uccisi lo stesso... Un giorno, era inverno e faceva molto freddo. Incontrammo per la strada delle vecchie donne Herero. Si stavano scaldando attorno ad un fuoco. Erano esauste e non avevano potuto seguire il resto del loro gruppo. Von Trotha e il suo stato maggiore erano lì. Un soldato tedesco scese da cavallo, si avvicinò alle due vecchie e le freddò... poco più lontano, nella sterpaglia, trovammo una donna Herero. Io feci da interprete... Von Trotha le pose molte domande, ma la donna non sembrava intenzionata a rivelare alcunché... Von Trotha diede l’ordine d’ucciderla... un soldato si avvicinò con la baionetta in mano... prese la donna, si allontanò di qualche passo e la trafisse con la baionetta da parte a parte... dopo averla estratta, me la mise sotto il naso ancora grondante di sangue... i soldati e gli ufficiali videro tutta la scena ma non mossero un passo per salvare la donna. Non la sotterrammo. Lasciammo il suo corpo, come quello di tutti gli altri che avevano ucciso, a marcire sul posto o essere divorato dagli animali selvatici112”.

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Kagjavivi, op.cit., p. 111. Papers relating to German atrocities, and breaches of the rules of war, in Africa, Londra, His Majesty’s Stationery Office, 1916, p. 14. 112 Ibidem, p. 62.

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Nonostante le difficili comunicazioni con l’Africa, una tale mole di esecuzioni sommarie non poteva sfuggire all’attenzione della comunità internazionale, che dopo l’incidente di Tangeri del 30 marzo 1905 considerava la Germania come la principale minaccia alla pace mondiale. La Gran Bretagna, che durante la Seconda Guerra Boera (1899-1902) aveva dovuto subire passivamente le condanne delle altre potenze e si era trovata in una sorta di “isolamento non più splendido”, fu pronta a cogliere la palla al balzo e si espresse in maniera molto vocale condannando le atrocità commesse dai tedeschi, attizzando il fuoco della stampa internazionale, sempre pronta alla polemica. Oltre all’eco dell’indignazione estera, le proteste dei missionari protestanti e cattolici che si trovavano nella zona da molti decenni trovarono modo di arrivare alla stampa e furono tra le cause scatenanti dell’intervento al Reichstag di Matthias Erzberger che abbiamo descritto nel capitolo precedente e della conseguente rottura dello Zentrumpartei. A scendere in campo fu anche lo stesso Leutwein che, messo di fronte al crollo del suo “sistema”, cercò di contrastare l’azione del generale con ogni mezzo, giungendo perfino ad argomentare che lo sterminio sistematico degli uomini Herero avrebbe reso impossibile la creazione di un insediamento stabile, privando i coloni tedeschi di un prezioso bacino di lavoro manuale. Quando nemmeno queste argomentazioni riuscirono a smuovere il governo imperiale, il governatore protestò vivacemente affermando che le azioni dei militari svuotavano la sua carica di ogni significato. Alla fine, il 19 agosto 1905, Leutwein decise di dimettersi e tornare in Germania rendendo quanto più pubblica possibile la sua estraneità nei confronti delle atrocità commesse in Africa Australe113. La polemica infuriò sempre di più, alimentata dal costante crescere delle spese e dall’aumento delle perdite tedesche. A rendere ancora più complicata la situazione, nell’ottobre del 1904 anche i Nama di Witbooi, che pure all’inizio della rivolta Herero si erano prestati ad aiutare le truppe coloniali in palese difficoltà, di fronte allo sterminio sistematico di quelli che erano stati i loro nemici storici compresero che la politica di Leutwein aveva fatto il suo tempo. A questo punto l’unica scelta possibile era quella di gettarsi nella
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C. Clark, Iron Kingdom: The Rise and Downfall of Prussia 1600–1947, Cambridge, Belknap Press of Harvard, 2006, p. 776.

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mischia e cercare di salvare il salvabile. I Nama si resero conto che affrontare le forze di von Trotha in una battaglia campale sarebbe stato un suicidio e preferirono una campagna di guerriglia tesa a fiaccare lo spirito dei tedeschi. La morte dell’anziano capo carismatico, avvenuta il 29 ottobre 1905 per le conseguenze di una ferita subita in uno scontro con i tedeschi nelle vicinanze di Vaalgras fu un colpo durissimo per i Nama, ma le unità ottentotte, guidate da un giovane e capace leader, Jacob Morenga, continuarono ad impegnare le soverchianti forze tedesche. Sfruttando l'aspro terreno montagnoso, gli indigeni logorarono i tedeschi, che non riuscirono mai a costringerli ad accettare battaglia: le capacità militari di Morenga gli guadagnarono l'ammirazione di alcuni degli ufficiali tedeschi, tra cui lo stesso von LettowVorbeck, che si impegnarono nello studiare i metodi e le tattiche usate nella spietata guerriglia. Il capitano Bayer, un ufficiale dello Stato Maggiore, così si espresse nei confronti del leader indigeno: “Agendo con spostamenti incrociati, intelligenti attacchi a sorpresa e, soprattutto, grazie all'influenza esercitata sui suoi seguaci dalla sua personalità fuori dal comune, aveva prolungato la guerra e arrecato a noi danni incalcolabili… Il suo modo di condurre la guerra aveva qualcosa di superbo114”. Von Trotha, di fronte all’impossibilità di concludere la campagna militare, ricorse ai soliti metodi di lotta totale: a partire dal 1906, alcuni reparti non si preoccupavano nemmeno di distinguere fra tribù amiche e nemiche, e massacravano gli indigeni senza quasi fare distinzione, tanto da distruggere circa un terzo dei Berg-Damara, una tribù di montagna che non aveva partecipato all'insurrezione. Nonostante la difesa d’ufficio delle lobbies coloniali e dei pangermanisti, le proteste si fecero sempre più forti e von Bülow fu costretto a chiedere l’intervento dell’Imperatore, visto che non aveva nessuna giurisdizione su von Trotha, nominato direttamente dal Großgeneralstab. Guglielmo II, preoccupato per il crescente isolamento internazionale della Germania, si decise a nominare Friedrich von Lindequist a governatore del protettorato, ma non tolse il comando della schutztruppe al generale prussiano. L’8 dicembre

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Basil Davidson, La civiltà africana, Torino, Einaudi, 1980, p. 248.

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l’Imperatore annullò il Vernichtungsbefehl e diede incarico al governatore di procedere a “sistemare la questione in altra maniera”: von Lindequist non trovò niente di meglio che organizzare una serie di campi per ospitare i profughi e gli sbandati che ancora riempivano le strade del protettorato. I campi che fin dall’inizio della guerra erano stati approntati per i prigionieri di guerra a Windhoek, Okahandja e Swakopmund furono affiancati da due nuove strutture a Karibib e Lüderitzbucht. Nei rapporti ufficiali venivano descritti come Konzentrationslagern, un termine che fa rabbrividire il lettore moderno, ma nonostante le grandi differenze con i campi nazisti, in termini di mortalità furono altrettanto efficaci. Un rapporto ufficiale commissionato dall’Ufficio Coloniale valutò che il 45,2% degli internati era morto per le terrificanti condizioni nelle quali erano costretti a vivere. In semplici pezzi di terra brulla recintati da filo spinato erano tenute migliaia di persone, cui erano fornite razioni alimentari minime, consistenti spesso in una manciata di riso non cotto, del sale e dell’acqua. Gli indigeni non erano abituati a mangiare il riso e molti di loro non disponevano degli enzimi necessari per assorbire i nutrienti del cereale. Oltre alle intolleranze alimentari, le condizioni igieniche spaventose degli alloggi, la mancanza quasi totale di assistenza medica e la concentrazione di un gran numero di persone in spazi ristretti (il campo di Windhoek arrivò ad ospitare oltre 5.000 persone nel 1906), crearono le condizioni ideali per la diffusione di malattie epidemiche come il tifo. L’introduzione del codice del lavoro nel 1907 che vietava agli africani di esercitare le professioni tradizionali, gettandoli di fatto nelle braccia dei proprietari terrieri tedeschi, rese la situazione ancora più intollerabile. Il prolungarsi delle operazioni militari nella parte meridionale della colonia garantì che buona parte degli internati fosse “affittata” ad imprese tedesche, ansiose di sfruttare questa fonte di lavoro. Come al solito, i maltrattamenti e le violenze dilagarono in breve tempo. Il campo di concentramento di Lüderitzbucht fu di gran lunga il peggiore: costruito su Shark Island, uno scoglio nel mezzo del porto del tutto privo di vegetazione dove la roccia è scolpita in formazioni quasi surreali dai forti venti atlantici, ospitò svariate migliaia di internati Herero e Nama a partire dal settembre 1905. I prigionieri, costretti ad accamparsi nella punta più

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lontana dalla striscia di terra che collegava l’isola alla cittadina, erano del tutto esposti alle tempeste che flagellano la costa per buona parte dell’anno. Nell’ottobre del 1905, Padre Kuhlman, un missionario della Missione Renana, inviò in patria un rapporto dove si descrivevano le condizioni spaventose degli internati e l’altissimo tasso di mortalità. L’intensificarsi delle operazioni contro i Nama garantì che il numero di prigionieri in arrivo fosse costante per tutto il 1906, raggiungendo la punta di 1.706 nella sola giornata del 9 settembre. L’aumento degli internati non poté che aggravare le già disperate condizioni igieniche e sanitarie: nel rapporto annuale sulla cittadina di Lüderitzbucht, un ignoto impiegato scrive che “l’Angelo della Morte è sceso su Shark Island” mentre il comandante del campo, von Estorff, fu costretto ad ammettere che, nei mesi precedenti all’aprile del 1907, oltre 1.700 internati erano deceduti, 1.203 dei quali erano prigionieri Nama. I rapporti ufficiali riportano che nel dicembre 1906, dopo solo quattro mesi dal loro arrivo, 291 Nama erano morti di cause naturali: i rapporti dei missionari mettono in dubbio le cifre ufficiali, calcolando che ogni giorno erano morte da 12 a 18 persone (molto più delle 9 al giorno ammesse nel rapporto del comandante). Il rapporto finale sul campo di Shark Island è lapidario: oltre l’80% degli internati inviati nell’isola vi ha trovato la morte115. Fred Cornell, un cercatore di diamanti inglese, si trovava nella cittadina mentre il campo di Shark Island era operativo e descrive le condizioni di vita in questi termini: “La cosa che faceva più impressione era il freddo: di notte la temperatura spesso scendeva di molto sotto lo zero ed il vento soffiava impetuoso, rendendo la situazione quasi disperata per i prigionieri. La fame, la sete, la mancanza di ripari adeguati, le malattie infettive ed il fatto che molti internati erano portati alla pazzia dalle condizioni di vita intollerabili causavano un numero elevatissimo di morti ogni giorno. I corpi dei prigionieri erano caricati su carretti, portati alla spiaggia più lontana dalla città quando la marea era bassa e sotterrati in buche così poco profonde che i corpi, al salire della marea, erano trascinati al largo, dove gli squali banchettavano con i poveri resti di quei disgraziati116”. Durante la guerra, molti cittadini della colonia del Capo, che stava ancora subendo le conseguenze della guerra con i Boeri, emigrarono verso nord, trovando lavoro come trasportatori dei rifornimeni necessari a mantenere operative le truppe tedesche. Tornati in Sudafrica, alcuni
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C. W. Erichsen, A forgotten History, “Mail & Guardian”, Johannesburg, 17 agosto 2001. Citato in Ibidem.

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di loro raccontarono quello che avevano visto, causando la reazione della stampa locale, che riportò con dovizia di dettagli le testimonianze dirette di alcuni di questi lavoratori. In uno di questi articoli si trova il racconto di Percival Griffith, un ragioniere che, rimasto senza lavoro in patria, aveva accettato di fare il trasportatore proprio ad Angra Pequeña (Lüderitzbucht). “Nel campo si trovano centinaia di prigionieri, gran parte di loro sono donne e bambini, con qualche vecchio a fargli compagnia. Lavorano tutto il giorno sotto l’attenzione costante dei soldati che agiscono come sorveglianti per conto dei privati che hanno affittato il loro lavoro. Quando cadono per terra stremati, sono frustati selvaggiamente dai soldati fino a quando non si rialzano. Una volta, vidi una donna con un bambino piccolo legato dietro la schiena che trasportava un pesante sacco di grano sulla testa. Cadde per terra e subito un caporale si avvicinò ed iniziò a frustarla perché si rialzasse. Continuò a menare colpi per più di quattro minuti, senza preoccuparsi troppo se colpiva anche l’infante. La donna lentamente si rimise in piedi e riprese a lavorare: non emise un singolo suono. Il bambino, invece, piangeva disperatamente117”. I rapporti inviati dai missionari e da alcuni civili alle autorità non ebbero molta eco nella stampa tedesca e le denunce delle condizioni intollerabili dei prigionieri indigeni trovarono ben poche orecchie disponibili in un paese dove ogni critica all’operato del governo imperiale veniva spesso etichettata come “comportamento indegno” e mettersi contro i nazionalisti poteva rivelarsi una scelta poco saggia. L’interrogazione parlamentare presentata da alcuni deputati socialdemocratici nell’autunno del 1906 nella quale si chiedevano notizie sulle effettive condizioni di vita nel campo di Shark Island cadde nel nulla, superata da polemiche ben più interessanti e dall’incombere dell’appuntamento elettorale. La storia dei campi di concentramento tedeschi è semplicemente stata dimenticata, al contrario di quella degli altrettanto terribili campi nei quali gli Inglesi rinchiusero i prigionieri afrikaans nelle fasi finali della Seconda Guerra Boera. Oggi, al posto del campo di Shark Island, c’è un campeggio alla cui entrata campeggiava beffardo fino a pochissimi anni fa un monumento ai soldati tedeschi morti nella repressione della rivolta indigena. Stime basate sulle statistiche ufficiali indicano che, nel 1911, sopravvivevano 15.130 Herero su un totale di 80.000, e 9.781 Nama su un totale di 20.000

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In German S.W. Africa: Further Startling Allegations: Horrible Cruelty, “Cape Argus”, Città del Capo, 28 settembre 1905.

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prima della guerra118 ma la fine delle operazioni, avvenuta negli ultimi mesi del 1907 con l’eliminazione delle ultime pattuglie di ribelli, non significò il ritorno alla normalità per i pochi sopravvissuti. Nell’Africa del Sud-Ovest, le condizioni climatiche favorevoli avevano attirato la gran parte dell’emigrazione tedesca oltremare119 così che nel 1914 la popolazione d’origine europea era composta da ben 14.830 abitanti. Questi coloni, che da sempre avevano premuto per una politica di scontro frontale, improntata alla semplice distruzione dell’economia nativa attraverso l’espropriazione delle terre e delle mandrie e la trasformazione delle fiere popolazioni indigene in una semplice riserva di lavoro manuale a basso costo120 colsero al volo l’occasione e, visto che molti di loro fin dal 1904 avevano partecipato alla repressione della rivolta come volontari, chiesero al Governo un generoso indennizzo. La popolazione indigena dell'Africa del Sud-Ovest era stata quasi annientata: nel 1913 non si contavano che 80.000 abitanti, compresi i 13.500 coloni tedeschi, su una superficie di 836.000 kmq., con una densità di 0,09 abitanti per chilometro quadrato, una delle più basse dell'Africa, inferiore persino a quella di ampie zone del Sahara121. L’arrivo del nuovo governatore non fece che rendere più semplice il lavoro delle associazioni dei coloni. Von Lindequist era da sempre un sostenitore dell’immigrazione tedesca in tutte le colonie dell’Impero e si mosse fin da subito per espropriare gli indigeni ribelli, vietargli l’allevamento dei bovini ed imporre una legislazione sul lavoro a tutto favore dei coloni122. Il nuovo governatore incoraggiò le organizzazioni locali a chiedere maggiori poteri nell’amministrazione: a questo scopo istituì i Consigli di Distretto ed il Consiglio del Governatore ma, visto che la legge imponeva che fossero solo assemblee consultive nominate dal governatore, la distribuzione dei poteri non cambiò di molto. In quanto ai piani di von Lindequist sugli indigeni, la maggioranza anti-coloniale del Reichstag si oppose fermamente e impedì che si trasformassero in legge. La vittoria del blocco Bülow nel 1907 cambiò le cose e

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Davidson, op.cit., p. 247. Townsend, op.cit., p. 265. 120 Bley, op.cit., pp. 80-81. 121 Pierre Bertaux, Africa. Dalla preistoria agli Stati attuali, Milano, Feltrinelli, 1968, p. 266. 122 Bley, op.cit., p. 170.

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permise l’applicazione delle direttive di von Lindequist: si partì dall’esproprio delle terre delle tribù indigene che si erano ribellate al governo imperiale e alla loro concessione ai coloni tedeschi. Poi si passò all’esproprio delle mandrie degli indigeni e all’approvazione di una norma che impediva agli Africani di possedere o prendere in affitto della terra senza l’esplicita approvazione del governatore. La stessa direttiva stabilì che non più di dieci famiglie indigene potessero vivere insieme ovunque nel territorio del protettorato e che ogni cittadino di origine africana dovesse portare con sé in ogni momento la carta d’identità: in caso di violazione, ogni tedesco aveva il diritto di arrestarli123. L’istituzione dell’obbligo di avere dei libretti di lavoro dove dovevano essere riportati i nomi dei datori di lavoro e il periodo del contratto limitò ulteriormente l’autonomia degli indigeni, oltre a rendere chiaro a tutti che il governo era determinato ad impedire il ripetersi delle rivolte, anche se questo avesse richiesto la completa distruzione della società tradizionale africana. Queste misure furono accolte con favore dai coloni, che però continuarono a chiedere maggiori poteri, inclusa la partecipazione alla definizione della politica portata avanti nel protettorato. I coloni, che erano stati colpiti personalmente da una rivolta che, secondo loro, era stata causata dalle errate politiche portate avanti dall’amministrazione coloniale, chiesero di partecipare al processo decisionale e, per aumentare le proprie chances di successo, inviarono propri rappresentanti in Germania124. Il tentativo dei coloni ebbe un notevole successo, visto che nella primavera del 1908 il Reichstag passò una normativa sull’auto-governo degli abitanti tedeschi nell’Africa del Sud-Ovest125. La nuova legge sostituì il vecchio Consiglio del Governatore con un Consiglio Territoriale composto da membri eletti dai cittadini di origine europea, al quale partecipavano anche alcuni membri nominati in rappresentanza dell’amministrazione e delle forze armate. La maggioranza era però dei membri elettivi: il primo consiglio era composto da 11 rappresentanti dei coloni e

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Deutsches Kolonialblatt, 1907, pp. 980-982. Bley, op.cit., p. 185. 125 Ibidem, p. 229.

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solo 3 membri nominati, mentre l’anno successivo il numero di rappresentanti eletti salì a 27126. La nuova legge concesse alle assemblee poteri esecutivi: se il consiglio territoriale aveva completa autorità sulle questioni relative alle controversie lavorative, i consigli di distretto erano responsabili della tassazione locale e dell’allocazione dei proventi di queste tasse 127. Nel giro di due soli anni, i coloni erano riusciti ad ottenere quello per cui avevano lottato per decenni: l’economia nativa era stata distrutta e gli stessi indigeni, grazie alle nuove norme, erano poco più che schiavi, visto che gli era vietato di cambiare lavoro a loro discrezione o persino di organizzarsi per difendere collettivamente i propri diritti128. In seguito al cospicuo aumento dell’immigrazione dalla madrepatria, iniziò un vero e proprio boom nelle costruzioni delle ferrovie coloniali, impresa che vide coinvolte molte imprese di primaria importanza. Il fervore colonialista aveva ormai contagiato la fredda Germania e questa frenesia di costruzioni riuscì a dotare quello che molti avevano definito come “un grosso scatolone di sabbia” della rete ferroviaria più completa di tutto il continente nero. Queste linee ferroviarie erano state costruite spesso su terreni difficili, senza pensare troppo al costo o alle elevatissime spese per la manutenzione (la linea che collegava Keetmanshoop a Windhoek era costantemente minacciata dalle dune del deserto e richiedeva una manutenzione tanto assidua quanto costosa): ormai la logica dell’interesse economico o del tasso di ritorno ragionevole aveva lasciato il posto alle considerazioni strategiche di lungo periodo. La ragione di questo mutamento clamoroso? L’Africa del Sud-Ovest era diventata una colonia di popolamento bianca, realtà che non si era mai vista nel continente nero. I Boeri nell’Orange e nel Transvaal avevano tentato di raggiungere lo stesso risultato ma non vi erano riusciti appieno e, nonostante i tentativi ostinati della seconda metà del XX secolo, alla fine sarebbero stati sconfitti dalle implacabili leggi della demografia. Nell’Africa del Sud Ovest le cose andarono diversamente: la presenza bianca continuò indisturbata e seppe mantenere il potere per molti decenni, anche dopo la caduta del regime

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Hoffmann, op.cit., pp. 73, 76 ed Iliffe, op.cit., pp. 112-113. Gerstmeyer, op.cit., pp. 18-20. 128 R. First, Regimi coloniali dell’Africa Australe in Storia dell’Africa, Firenze, La Nuova Italia, 1979, p. 179.

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segregazionista sudafricano e la conquista dell’indipendenza nel 1992. Il “nostro Sud Ovest” costantemente richiamato dalle canzoni tradizionali delle birrerie di Windhoek continua ad essere una realtà anomala nel panorama africano, con le sue casette in stile bavarese, le aquile imperiali sui palazzi, i monumenti ai soldati tedeschi e le strade dedicate agli eroi di un’era che si pensava finita quasi un secolo fa.

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CAPITOLO 3 LA LEGGE DEL BUNDU
La situazione che l’Impero Tedesco si trovava ad affrontare in Africa Orientale era decisamente poco invitante: un territorio sterminato, popolato da una moltitudine di tribù tutte ostili alla presenza dell’uomo bianco dal clima quantomai inadatto all’immigrazione europea. Se la penetrazione in Camerun e in Africa del Sud-Ovest era stata favorita dalla frammentazione delle popolazioni indigene e dalle ostilità secolari che le dividevano, in Africa Orientale le cose andarono in modo decisamente diverso. In questo vasto protettorato le forze imperiali non furono capaci di instaurare un controllo significativo fino al 1907, impedendo qualsiasi tentativo di instaurare una politica coloniale che andasse oltre alla semplice gestione militare delle insurrezioni degli indigeni. Nonostante la presenza di alcune stazioni commerciali a Zanzibar e lungo la costa, messe in piedi dalla ditta Oswald di Amburgo nella prima parte del XVIII secolo, l’Impero Tedesco acquisì territori nell’area solo nell’autunno del 1884, quando l’avventuriero Karl Peters “convinse” in soli dieci giorni dodici potentati locali a sottoscrivere un trattato di protezione per conto della Gesellschaft für Deutsche Kolonisation, società che aveva fondato con l’aiuto di alcuni amici. Una volta ottenute le firme necessarie, Peters fece ritorno in Germania, dove organizzò la fusione di due compagnie coloniali nella Deutsch-Ostafrikanische Gesellschaft, società che ottenne la concessione per amministrare l’Africa Orientale dal governo Bismarck. Nonostante l’entusiasmo degli inizi, non ci volle molto prima che i limiti organizzativi e finanziari della società venissero a galla, rendendo anti-economico lo sfruttamento della concessione governativa. Nel 1888, quando gli arabi che da secoli abitavano sulla costa si ribellarono contro la cancellazione del traffico degli schiavi, la Deutsch-Ostafrikanische Gesellschaft fu costretta a chiedere l’intervento del governo centrale. Dopo l’arrivo del maggiore von Wiesmann e della sua Kaiserliche Schutztruppe, ci vollero mesi prima che, nel dicembre 1889, fosse del tutto sconfitta la resistenza delle popolazioni arabe, garantendo il controllo delle

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regioni costiere. La ritrovata pace non impedì che i debiti, contratti per instaurare un minimo di infrastrutture e combattere le prime fasi della campagna contro gli arabi, rendessero la situazione finanziaria della società insostenibile: Peters continuava a professare fiducia nelle splendide sorti del colonialismo tedesco, ma in realtà stava lavorando per garantire una transizione di poteri indolore e proteggere sé stesso ed i suoi soci dal fallimento. Nel gennaio 1891 le manovre di Peters ebbero successo ed il governo imperiale assunse la piena responsabilità

dell’amministrazione dell’Africa Orientale, facendosi anche carico di gran parte dei debiti contratti dalla Deutsch-Ostafrikanische Gesellschaft. Il passaggio di poteri non contribuì a migliorare la situazione nell’interno del protettorato, dove la presenza tedesca era quasi inesistente. I primi tentativi di penetrare nell’interno si scontrarono con l’aperta ostilità degli indigeni, evidentemente non impressionati dalla vittoria conseguita dai tedeschi sugli arabi della costa. Alla fine il comandante delle forze imperiali nel protettorato, Emil von Zelewski, fu costretto ad organizzare una spedizione punitiva contro la tribù degli Hehe, che dalle proprie basi nella parte meridionale del protettorato lanciava frequenti raid contro le altre popolazioni indigene. Alla guida di 14 ufficiali tedeschi e 350 ascari, von Zelewski si avventurò nell’interno ma cadde in un’imboscata che distrusse quasi completamente il reggimento tedesco: solo 4 tedeschi e 60 ascari riuscirono a fuggire nella giungla, segnando una delle più gravi disfatte nella storia delle guerre coloniali tedesche129. Dopo aver respinto la spedizione tedesca, gli Hehe continuarono indisturbati i loro raid, arrivando a chiedere tributi alle carovane di mercanti che attraversavano il loro territorio: a Dar-es-Salaam, il governatore Julius von Soden decise di sospendere le azioni contro la tribù ribelle, visto che la situazione nel resto del protettorato stava precipitando. I Chagga, un popolo meno potente degli Hehe che viveva alle pendici del Kilimangiaro, si stava mobilitando per respingere le intrusioni dei coloni europei, attirati nell’area dal clima favorevole e dalla fertilità del suolo. Ansioso di riscattare almeno in parte la sconfitta subita nel sud, nel 1892 von Soden organizzò una spedizione per stroncare sul nascere
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R. Cornevin, The Germans in Africa before 1918 in Colonialism in Africa, 1870-1960, Londra, Cambridge University Press, 1969, p. 408.

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la resistenza indigena, ma anche questo tentativo andò incontro ad una disfatta altrettanto pesante. Friederich von Schele, il nuovo comandante della schutztruppe, vista l’importanza strategica dell’area ed i considerevoli interessi tedeschi interessati, si impegnò per addestrare un nuovo contingente da impiegare nella lotta contro i Chagga. Questa seconda spedizione riuscì finalmente a sconfiggere l’esercito dei Chagga e riportare la calma nella parte settentrionale del protettorato130. Le forze tedesche presenti nel territorio non ebbero tempo di godere della vittoria che una nuova minaccia si addensò all’orizzonte, stavolta nell’altopiano attorno alla cittadina di Tabora. Le tribù Nyamwesi controllavano da sempre i traffici dalla costa al lago Tanganica e non vedevano di buon occhio la presenza dei tedeschi, temendo che l’aumento del commercio avrebbe prima o poi fatto arrivare coloni europei, mettendo a rischio il controllo che esercitavano sulla regione. Quando l’amministrazione coloniale affiancò alle principali carovane piccoli contingenti militari tedeschi, il capo dei Nyamwesi Siki li attaccò, mettendoli ripetutamente in fuga. Di fronte al possibile blocco dei traffici lungo una delle vie commerciali più promettenti, il governatore fu costretto a rimettere in azione la schutztruppe appena tornata dalla zona del Kilimangiaro e mandarla in missione all’interno. Siki, resosi conto che non disponeva di forze sufficienti a fronteggiare i tedeschi, preferì abbandonare il proprio quartier generale e scomparire nella giungla, lasciando la schutztruppe ad esercitarsi sulle mura di fango delle capanne vuote, prima di tornare sulla costa con un palmo di naso. Nell’inverno del 1892 arrivarono alla capitale rapporti preoccupanti da Tabora, secondo i quali Siki stava reclutando tutti i guerrieri della zona per formare un grande esercito capace di sterminare tutti gli europei presenti nelle sue terre. Il governatore prese la minaccia dei Nyamwesi molto sul serio e nel febbraio 1893 mandò nella zona due reggimenti della schutztruppe, guidati dal tenente Tom Prince, arrivato in Africa Orientale da poco ed ansioso di coprirsi di gloria sotto il sole dei tropici. Stavolta la schutztruppe diede ottima prova di sé, riuscendo a distruggere l’esercito di Siki dopo due giorni di aspri combattimenti. Il capo, ormai circondato, preferì il suicidio alla prigionia, ma la sua scomparsa
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W.O. Henderson, German East Africa in History of East Africa, Oxford, Clarendon Press, 1965, c. II, p. 136.

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non significò la fine della resistenza Nyamwesi, che continuò fino alla fine dell’anno e richiese una serie di brevi ma intensi scontri nella giungla prima che tutte le tribù della zona accettassero l’autorità tedesca131. Nel settembre 1893 Friedrich von Schele fu nominato governatore e si mosse con decisione per vendicare la sconfitta subita nel sud del protettorato due anni prima e riconquistare almeno in parte l’onore delle forze armate tedesche. Le intemperanze delle varie tribù in quasi tutto il territorio di sua competenza gli impedirono a lungo di mettere assieme le forze necessarie per una nuova spedizione nel sud ma nell’ottobre del 1894 un contingente di quasi mille tra europei ed ascari fu pronto ad iniziare la propria missione, guidato da von Schele stesso132. Gli Hehe avevano sfruttato al meglio il tempo concesso dai tedeschi, fortificando pesantemente la propria capitale Kalenga e si prepararono a respingere l’attacco della schutztruppe con ogni mezzo. Lo scontro fu feroce: i piccoli calibri tedeschi furono quasi inutili contro la muraglia alta dodici piedi e lunga otto miglia che difendeva Kalenga. Alla fine, pur di risolvere l’empasse, i soldati di Schele furono costretti ad assaltare le mura alla vecchia maniera. Dopo che ebbero conquistato le mura, gli Hehe continuarono una ostinata resistenza, combattendo strada per strada e causando pesanti perdite alla schutztruppe, che poté dichiarare vittoria solo dopo due settimane di scontri serratissimi. Il capo Mkwawa riuscì a scappare con un manipolo di fedelissimi che, grazie all’appoggio incondizionato degli apparentemente sedati Hehe, iniziarono una brutale campagna di guerriglia che avrebbe causato non pochi grattacapi ai tedeschi nei quattro anni successivi. L’amministrazione coloniale cercò di pacificare la zona costruendo una piazzaforte ad Iringa, non molto lontano dalla capitale degli Hehe, e spostandovi un reggimento della schutztruppe sotto il comando del tenente colonnello von Trotha, ma le tattiche tradizionali impiegate da Mkwawa resero questa presenza quasi irrilevante, costringendo il governatore ad inviare numerose spedizioni nella zona per sconfiggere una volta per tutte il capo dei ribelli. Nonostante la superiorità tecnologica degli europei, i guerriglieri Hehe
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R.I. Rothberg, Resistance and Rebellion in British Nyasaland and German East Africa, 1888-1915: A tentative Comparison, in Britain and Germany in Africa, New Haven, Yale University Press, 1967, p. 671. 132 G.S.P. Freeman-Grenville, The German Sphere, 1884-1898 in History of East Africa, v. I, Oxford, Clarendon Press, 1965, p. 446.

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riuscirono a colpire ovunque nella regione, mettendo continuamente in dubbio l’effettivo controllo della zona da parte dell’amministrazione di Dar-es-Salaam. Alla fine non furono gli sforzi delle truppe tedesche o le tattiche spesso brutali impiegate da entrambi i contendenti a porre fine alla ribellione degli Hehe: nel luglio 1898, in precarie condizioni di salute e sempre più incalzato dalle forze tedesche, Mkwawa preferì il suicidio alla resa133. Le conseguenze della lunga attività anti-insurrezionale che tenne impiegate nella zona meridionale del protettorato buona parte dei reggimenti della schutztruppe resero più fragile il controllo esercitato dall’amministrazione centrale in altre regioni, rischiando di mettere in dubbio la stessa sopravvivenza del protettorato tedesco. Mentre von Schele era ancora impegnato nella lotta ai guerriglieri Hehe, le popolazioni arabe della costa, guidate da Hasam bin Omari si infiltrarono nella cittadina costiera di Kilwa, tentando un colpo di mano per assumerne il controllo e cacciare la guarnigione tedesca dall’intera regione. Il successo di un’iniziativa tanto audace avrebbe quasi sicuramente incitato gli animi delle popolazioni indigene in tutto il protettorato, rischiando di trasformarsi in un’insurrezione generale che le esigue forze militari presenti sul terreno non avrebbero mai potuto fronteggiare. Per fortuna dei tedeschi, le forze assegnate alla difesa della provincia riuscirono ad arrivare a Kilwa prima che la guarnigione fosse sopraffatta dagli assalitori e soffocare nel sangue la rivolta araba. Von Schele ebbe appena il tempo di respirare prima di dover affrontare l’ennesima minaccia, rappresentata dalla rivolta degli Yao, tribù originaria del Mozambico che si era spostata nell’area a sud del Rufiji nella prima parte del secolo. Ormai abituate alle lotte contro gli indigeni, le forze tedesche riuscirono a bloccare i tentativi di avanzata degli Yao, minare alla base le fondamenta della loro potenza militare e limitare progressivamente i loro movimenti fino a quando, nel 1899, i capi delle tribù furono costretti ad attraversare il fiume Rovuma e tornare in Mozambico, riportando una parvenza di controllo nell’intero distretto134. Dopo decenni di guerre coloniali, l’arrivo del nuovo secolo sembrò salutare l’arrivo di un’era di pace e sviluppo per l’Africa Orientale Tedesca, ormai
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Rotberg, op.cit., pp. 671-672 e Freeman-Grenville, op.cit., p. 446. Iliffe, op.cit., p. 18.

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pacificata quasi completamente. La resistenza di alcune tribù Ngoni nella parte sud-occidentale del protettorato e l’incapacità dell’amministrazione di assumere il controllo di alcune aree remote come Buha, nell’estremo nord-ovest, non furono considerate questioni di particolare gravità. In confronto alle tragedie del passato, qualche problema si poteva anche tollerare. Nel marzo 1901, quando il conte Adolf von Götzen fu nominato governatore, tutti erano convinti che l’era dello scontro frontale tra gli indigeni e l’amministrazione coloniale fosse finita per sempre e che finalmente anche l’Africa Orientale fosse pronta per iniziare il cammino dello sviluppo economico e sociale. Eppure, nonostante le tante guerre combattute contro i nativi, il controllo che l’amministrazione tedesca esercitava sul protettorato era in effetti molto limitato, più che altro per la mancanza cronica di fondi e di personale. Nel 1903, il numero degli ufficiali civili e militari alle dipendenze del governatore era estremamente limitato: 126 tedeschi e 1.560 indigeni dovevano gestire un’area di 395.000 miglia quadrate abitata da 7.650.000 abitanti135. Nonostante l’estrema disciplina fiscale imposta dalle ristrettezze finanziarie, le condizioni economiche del protettorato erano quantomai precarie: dato che gran parte delle popolazioni indigene non erano tassate e che buona parte dei commerci sfuggivano al controllo degli ufficiali pubblici, il protettorato era ben lontano dall’autosufficienza e soggetto alle periodiche proteste da parte della maggioranza anti-coloniale nel Reichstag, che non nascondeva la sua disapprovazione verso le richieste di spesa per i territori oltremare. Von Götzen pensò che l’unico modo di migliorare la situazione fosse quello di reperire le risorse necessarie per lo sviluppo del protettorato dal territorio stesso, aumentando la copertura della tassazione e costringendo gli indigeni a coltivare il cotone. Il governatore sperava che l’arrivo nella madrepatria di consistenti rifornimenti di questa merce, la cui produzione era praticamente monopolizzata da Gran Bretagna e Stati Uniti, avrebbe convinto molti industriali dell’utilità strategica dei protettorati. Come misura per evitare il ripetersi degli incidenti del passato, il piano di Götzen prevedeva che i capi tribù entrassero a far parte dell’amministrazione coloniale: co-optandoli all’interno del
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Townsend, op.cit., p. 265 e Freeman-Grenville, op.cit., p. 446.

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governo del territorio, il governatore pensava di renderli personalmente responsabili per il comportamento delle relative tribù. A scanso di equivoci, Götzen diede ordini precisi ai propri dipendenti che avrebbero dovuto evitare metodi di riscossione troppo violenti: visto che la situazione nel protettorato era pacifica, non sarebbe stato saggio agitare troppo le acque136. Nonostante l’apparente calma, una tempesta stava addensandosi all’orizzonte, senza che nessuno si accorgesse dei segnali premonitori, invisibili agli occhi degli europei. La stessa origine del fenomeno è ancora avvolta nel mistero: Mzee Mohamed Nganoga Nimekwako, un abitante di Ngarambe Ruhingo, contattato nel 1968 da un gruppo di studenti dell’Università di Dar-esSalaam nell’ambito del “Maji Maji Research Project”, racconta la versione popolare della storia: “Un giorno, verso le nove di mattina, (il profeta) Kinjikitile fu posseduto da uno spirito maligno... scomparve in un laghetto vicino. Dormì in fondo al lago... ed il mattino successivo, ancora una volta verso le nove di mattina, ne emerse senza una ferita, con i vestiti asciutti e piegati come se li avesse riposti per la notte il giorno prima. Una volta tornato al villaggio, iniziò a parlare di cose profetiche137”.

Il messaggio di Kinjikitile era semplice ma dirompente: tutti i popoli africani erano uno e avrebbero dovuto lasciar perdere le divisioni tribali per unirsi contro l’uomo bianco. Ancora più del messaggio di unità, quello che risuonò nell’animo delle popolazioni indigene fu la promessa di una “medicina” più forte di ogni arma da fuoco che avrebbe protetto i guerrieri dai Tedeschi, trasformando i loro proiettili in acqua. Gli insegnamenti del profeta si sparsero da villaggio a villaggio e già nei primi mesi del 1905, molti guerrieri si recarono nel piccolo villaggio di Ngarambe per imparare la “magia” di quello che sarebbe poi diventata famosa come “maji”. Tornati nei rispettivi villaggi, gli allievi di Kinjikitile apportarono mille variazioni alla “ricetta” del profeta: alcuni bevevano una mistura di acqua, semi di mais e altre piante, altri se la spargevano sul corpo, altre tribù facevano entrambe le pratiche, altri ancora portavano un segno distintivo, delle foglie o un rametto per indicare che erano protetti dalla potente medicina. I
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Henderson, op.cit., p. 137. Intervistato il 31 agosto 1967 da G.C.K. Gwassa, riportato in Records of the Maji Maji Rising, Nairobi, East African Publishing House, 1968, p. 11.

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metodi variavano, ma il messaggio era lo stesso: l’acqua “vera” (maji in lingua Swahili significa acqua) avrebbe protetto i guerrieri contro i proiettili tedeschi, assicurando la vittoria. Nella primavera del 1905, Kinjikitile disse che il momento giusto per una rivolta generale era vicino ed i preparativi dei fedeli si intensificarono: secondo lo storico John Iliffe, il profeta non fece che “prendere le credenze locali nel potere delle divinità, nella possessione e nelle medicine per amalgamarle in una sintesi originale ed innovativa, che prometteva al popolo unità, una leadership carismatica e la protezione dalla superiorità tecnologica europea... ... esattamente le qualità che sarebbero servite per scatenare una rivolta popolare138”. L’amministrazione coloniale tedesca non si accorse di niente fino a quando, nel luglio 1905, degli operai indigeni che lavoravano in una piantagione sull’altipiano di Umatumbi non si ribellarono, strappando tre piante mature di cotone dal terreno, sicuri che le tribù locali si sarebbero unite nella lotta solo di fronte ad una violenta reazione da parte dei Tedeschi. Il gesto dimostrativo si trasformò rapidamente in un’aperta ribellione degli operai indigeni che fu soppressa nel sangue dalle truppe coloniali del distretto, causando l’inizio della sollevazione popolare vera e propria. La notizia di un attacco subito da un agente governativo nella cittadina costiera di Samanga arrivò nell’ufficio del governatore a Dar-es-Salaam il 1 agosto, ma von Götzen non gli diede troppo peso: quasi sicuramente si trattava di una grana locale e, in ogni caso, non aveva sufficienti forze nella regione meridionale del protettorato per prendere iniziative di tipo militare. Nel giro di poche settimane, la rivolta si estese in ogni direzione, giungendo a lambire la capitale stessa verso la fine di agosto. L’attacco al forte di Liwale del 13 agosto e la serie di vittorie dei ribelli che catturarono diverse piazzaforti tedesche, mettendo a ferro e fuoco molte missioni cattoliche e protestanti, spesso protette da gruppi di africani lealisti o convertiti al cristianesimo, non fecero che aumentare la fede dei rivoltosi. La “medicina” non proteggeva tutti i guerrieri dai proiettili, ma l’unità e la vittoria promesse da Kinjikitile erano a portata di mano: sulle ali del successo, la

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J. Iliffe, A Modern History of Tanzania, Cambridge, Cambridge University Press, 1979, p. 170.

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rivolta sembrava pronta a coinvolgere tutta la popolazione indigena139. All’inizio di settembre, von Götzen si rese finalmente conto dell’estensione della rivolta e inviò in Germania una richiesta di rinforzi per evitare che la ribellione minacciasse le piazzaforte di Mahenge ed Iringa: il governatore temeva che la caduta di Iringa rinfocolasse la rivolta degli Hehe, incoraggiando i vari jumbe (capi locali) a cercare di unificare le forze per rilanciare la sfida all’autorità tedesca140. Il maji era arrivato nell’area assieme alle notizie della caduta della guarnigione tedesca di Ifakara, avvenuta il 16 agosto: messaggeri e guerrieri arrivarono nei villaggi chiamando il fiero popolo Hehe alla rivolta ma pochissimi risposero alla chiamata. La memoria della resistenza ostinata di Mkwawa era ancora fresca, ma nessun leader aveva preso il suo posto. La promessa del maji si scontrò con la memoria della vittoria tedesca e delle loro armi ma gli Hehe erano scettici per un’altra ragione, forse più efficace di ogni promessa di un profeta lontano: “Il più grande dubbio sull’efficacia di una medicina che proteggesse dai proiettili veniva dal fatto che Mkwawa, che pure era famoso per la potenza delle sue medicine e l’esperienza dei suoi stregoni, era stato sconfitto dalle armi dei Tedeschi. Per questo molti degli Hehe erano scettici nei confronti di una medicina che prometteva quello che le arti magiche del grande leader non erano riuscite a garantire141”.

Le ragioni di questa riluttanza furono molte: la mancanza di un singolo capo che potesse guidare il popolo, ma soprattutto il fatto che gli Hehe erano complessivamente soddisfatti del governo tedesco. Se molti sopportavano a malapena di essere governati da stranieri, buona parte degli intervistati dall’MMRP ricordano che apprezzavano i benefici del governo, che consideravano non troppo repressivo e in fondo non peggiore di quello di Mkwawa. Le richieste di lavoro forzato che erano la principale causa di lamentele da parte delle altre popolazioni indigene non erano molto diverse da quelle che richiedeva il grande capo Hehe: inoltre, molti membri delle classi inferiori accolsero con favore l’amministrazione tedesca perché aveva posto fine alle
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O. Stollowsky, On the Background to the Rebellion in German East Africa in 1905-1906, “The International Journal of African Historical Studies”, 21, n° 4, 1988, p. 689. 140 Iliffe, Modern History, pp. 175-176. 141 Maji Maji Research Project, A. P. Mahiga, Maji Maji in Mufindi Area, p. 4.

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sofferenze e al terrore cui la politica espansionista di Mkwawa li aveva costretti per molti anni. In ogni caso, il popolo Hehe stava finalmente godendo i frutti della pace e molti di loro non erano disposti a mettere tutto a rischio per quella che consideravano una ribellione senza speranza142. Molti, invece di rispondere alla chiamata del maji si impegnarono attivamente per aiutare la repressione tedesca: le ragioni alla base di questa scelta furono molteplici, ma molti testimoni ricordano che la scelta fu guidata principalmente dalla paura di essere comunque considerati come ribelli. Le forze tedesche, una volta di fronte all’offerta di collaborazione di quelli che fino a poco tempo prima avevano considerato come la principale minaccia al protettorato, reagirono con prudenza. Il capitano Ernst Nigmann, comandante della piazzaforte di Iringa, mandò un dispaccio al comando, informando von Götzen della situazione sul campo: la risposta degli Hehe non era stata univoca, alcuni avevano offerto una collaborazione limitata, altri rifornimenti, altri avevano preferito rimanere neutrali, mentre altri jumbe sembravano disposti a rischiare lo scontro con la schutztruppe per seguire la chiamata del maji. Nigmann non sapeva come interpretare questa situazione e si limitò a trasmettere che la “risposta degli Hehe è molto incerta, è possibile che alcuni stiano tentando un doppio gioco143”. Il capo Ng’ingo offre una spiegazione molto più semplice: anche se nessuno di loro apprezzava particolarmente i Tedeschi, “eravamo soggetti a loro, e quando il tuo padrone ti ordina di fare qualcosa, devi obbedire senza farti troppe domande. D’altra parte, non avevamo altra scelta: le nostre lance non potevano nulla contro le mitragliatrici144”. Altri capi furono pronti ad aiutare la schutztruppe perché temevano che, dietro allo schermo del maji, i loro nemici tradizionali fossero pronti ad attaccarli. Infine, molti guerrieri vedevano i rivoltosi come “stranieri” che, infervorati dalla potente medicina, si lasciavano andare a violenze e saccheggi gratuiti anche nei confronti delle popolazioni locali. Il governo coloniale tedesco, una volta resosi conto che la minaccia della

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Testimonianze di questo sentimento sono state raccolte nell’ambito del Maji Maji Research Project tra cui 3/68/1/1: Mzee Stephen Chang’a, p. 3; 3/681/3/2, Mzee Melicho (Maburuki) Mbamila, pp. 1-2; 3/68/1/3/3; Mzee Ng’ingo, p. 2; 3/68/3/1, 3/68/1/3/5; Mzee Lusulo Mwamkwmwa, p. 2. 143 Riportato in A. von Gotzen, Deutsch-Ostafrika im Aufstand 1905/06, Berlino, Reimer, 1909, p. 101. 144 MMRP 3/68/1/3/3; Mzee Ng’ingo, p. 2.

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rivolta Hehe difficilmente si sarebbe concretizzata, arrivò fino al punto di fornire armamenti moderni ai propri alleati, in modo da aumentare le capacità militari e rendere queste unità ausiliarie molto più efficaci145. Qualunque fossero state le motivazioni dei capi, i singoli guerrieri si unirono alla schutztruppe perché ritenevano fosse l’esercito più forte ed erano ansiosi di arricchirsi con il bottino di guerra o molto più semplicemente di vendicare i torti subiti dai vicini che avevano portato la ribellione nelle loro terre. Il numero preciso di questi ausiliari non sarà mai conosciuto, visto che non entrarono mai nei libri paga dell’amministrazione coloniale, ma sicuramente diverse migliaia di Hehe combatterono a fianco delle truppe tedesche146. Visto lo sforzo bellico che le forze armate tedesche stavano sostenendo nell’Africa del Sud-Ovest, il governatore si rese ben presto conto che avrebbe dovuto risolvere la situazione con le proprie forze e si mise d’impegno per reclutare quanti più ascari possibile nella schutztruppe. Alla fine dall’Europa arrivarono solo due compagnie del II. Seabatallione (i Marines della Kaiserliche Marine), che furono destinate alla repressione della rivolta che stava infiammando la regione del lago Vittoria. Dopo le proteste di von Götzen, le forze armate cercarono di concentrare in Africa Orientale tutto quello che potevano sottrarre agli altri protettorati tedeschi e verso la fine del 1905 arrivarono circa 1.000 soldati, provenienti in gran parte dalle colonie del Pacifico. Una volta garantita la sicurezza dei territori dove si concentravano i coloni tedeschi, che peraltro non furono che marginalmente coinvolti dalla ribellione, il governatore valutò la situazione e si mosse per passare al contrattacco. Dato che le forze a sua disposizione erano insufficienti per una campagna simile a quella che von Trotha stava portando avanti nell’Africa del Sud-Ovest, esaminò con calma la situazione. La natura del terreno ed il fatto che non si trovava di fronte ad una ribellione generale, guidata da un capo singolo ed organizzata in maniera unitaria, ma ad una serie di piccole rivolte locali, spesso guidate dalla brama di potere, ricchezza o da risentimenti personali, spinsero il governatore a frazionare la schutztruppe che, coordinandosi con gli alleati
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Nelle interviste, i testimoni parlano di fucili “Senena”: probabilmente si tratta dei Mauser Infanterie-Gewehr 71 usati dagli ascari della schutztruppe. MMRP 3/68/1/3/5: Mzee Lusulo Mwamkemwa, p. 1; 3/68/1/3/19: Mzee Kawosa Mwamakasi. 146 Von Götzen, op.cit., p. 192.

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locali, avrebbe affrontato le tribù ribelli una alla volta. Il “nazionalismo africano” tanto apprezzato da alcuni storici moderni, in realtà non era che una sottile patina che nascondeva motivazioni molto più pratiche. La risposta delle singole tribù fu più guidata da fattori locali che da ragioni ideali o patriottiche: popoli vicini e molto simili si comportarono in maniera diametralmente opposta nonostante fossero stati esposti al medesimo messaggio

“rivoluzionario”. Nel sud-est del protettorato, l’area dove si concentrarono la maggiorparte degli scontri, i Sagara si gettarono nella lotta perché non avevano mai combattuto contro la schutztruppe ed erano ansiosi di accaparrarsi le ricchezze dei jumbe Hehe neutrali, gli Zungwa si divisero in due fazioni e combatterono una vera e propria guerra civile, mentre i Sangu tradirono i tradizionali legami con gli Ngoni ed i Bena (entrambi seguaci del maji) per schierarsi con il governo coloniale ed arricchirsi con le proprietà dei popoli sconfitti147. Il caso del popolo dei Bena è singolare. L’altopiano su cui abitavano fu tra le ultime aree della zona ad essere interessate dalla ribellione ma una volta che il maji arrivò, probabilmente portato dai musulmani Ngoni che si erano sollevati nell’estremo sud del protettorato, il capo Mbeyela decise di attaccare quella che considerava la minaccia principale al suo dominio: la rete di missioni protestanti gestite dalla Missione di Berlino. I missionari tedeschi, giunti nella zona nel 1899, avevano iniziato a fondare delle missioni e convertire la popolazione locale, inizialmente attirata dalla presenza di medici, beni preziosi come i tessuti occidentali o più semplicemente dalla sicurezza e dalla tranquillità che garantivano ai fedeli. I convertiti tagliavano gran parte dei legami con le tribù originarie, prendendo istruzioni dai missionari che, garantendo la sicurezza ed il benessere dei propri “sottoposti”, si comportavano involontariamente come veri e propri capi tribali. Mbeyela, dopo aver inizialmente accettato i nuovi arrivati, gradualmente iniziò a vederli come

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Numerose testimonianze raccolte nell’ambito del MMRP raccontano la storia della partecipazione delle varie tribù alla ribellione e le lotte intestine che influenzarono la scelta di campo. Un riassunto utile si trova in G.C.K. Gwassa, The German Intervention and African Resistance in Tanzania in A History of Tanzania, Nairobi, East African Publishing House, 1969, p. 116-130.

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una minaccia alla propria autorità148. Poco tempo prima, Mbeyela aveva massacrato una pattuglia di soldati tedeschi che si era presentata al suo villaggio per raccogliere le tasse, ma uno di loro era riuscito a fuggire e si era rifugiato nella missione di Yakobi. Usando questo come pretesto, il capo Bena decise di attaccare le missioni protestanti. Mbeyela si trovò di fronte non solo i missionari ma anche tutti i convertiti cristiani della regione, che si mobilitarono per difendere le missioni: come aveva previsto, gli africani vedevano i missionari come leader religiosi, dottori, insegnanti e rappresentanti del governo coloniale, trasferendo su di loro la lealtà che fino a poco tempo prima avrebbero avuto nei confronti della tribù d’origine. Questi convertiti, che grazie alla protezione dei missionari non erano stati toccati dagli abusi della schutztruppe nelle passate ribellioni, avevano un’opinione altamente favorevole del governo coloniale e si dimostrarono disposte a difenderlo con le armi149. Dopo uno scontro violentissimo a Yakubi, nell’aprile del 1906 un distaccamento della schutztruppe arrivò nella zona e, appoggiato dalle forze del capo Sangu Merere, sconfisse definitivamente il capo Bena. Per dare un’idea della violenza dello scontro, il rapporto del comandante tedesco è significativo: i suoi 7 ufficiali tedeschi comandavano 120 ascari reclutati sulla costa con poche settimane di addestramento alle spalle mentre le truppe Sangu erano più di 1.200. La superiorità tattica e tecnologica fu tale da permettere alle forze tedesche di sbaragliare un esercito di circa 2.500 uomini subendo pochissime perdite (gli ausiliari Sangu ebbero solo 10 morti e 5 feriti). Gli ascari ed i guerrieri Sangu, invece, si spartirono un ricco bottino di circa 600 prigionieri, 560 capi di bestiame e 1.550 tra pecore e capre150. Dal punto di vista militare, la ribellione non ebbe mai una seria possibilità di mettere a rischio il dominio tedesco sull’Africa Orientale: le vittorie nella prima fase furono dovute all’elemento sorpresa e alla fede fanatica dei rivoltosi nella magia del maji ma, appena le forze coloniali ebbero avuto il tempo di prendere le adeguate contromisure,

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J. Monson, Relocating Maji Maji: The Politics of Alliance and Authority in the Southern Highlands of Tanzania, 1870-1918, “Journal of African History”, 39, n° 1, 1998, p. 106. 149 MMRP 4/68/2/3/1: Mzee Lipeleka Mponzi; 4/68/4/3: Mzee Abernego Mbwatile, p. 5; 4/68/4/3: Mzee Tuhuvye , pp. 13-14; 4/68/4/3: Mzee Zacharia Chaula, p. 18. 150 Deutsches Kolonialblatt, 1907, p. 339.

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l’avanzata dei ribelli si tramutò in una lunga serie di massacri. I racconti del maggiore Kurt Johannes, comandante della divisione della schutztruppe incaricata di reprimere la rivolta nel distretto di Songea, nella parte sud-orientale del protettorato, sono ricchi di informazioni sulla condotta delle operazioni a livello tattico. Johannes attribuisce la responsabilità delle prime sconfitte sostenute dai tedeschi alla mancanza di un’intelligence adeguata e alle difficoltà di comunicazione tra le piazzaforti difensive. I tedeschi non conoscevano molto della parte meridionale del protettorato e la stessa disposizione delle piazzaforti tradisce questo deficit di intelligence. Le informazioni fornite dai simpatizzanti governativi (i missionari, i commercianti arabi e indiani, i convertiti cristiani, gli alleati indigeni) erano difficilmente sfruttabili dalla schutztruppe che, per la presenza di malattie endemiche letali, aveva da tempo abbandonato l’idea di usare reparti a cavallo. Inoltre, Johannes si rese conto della estrema difficoltà di condurre un inseguimento nel bush, dove la maggiore conoscenza del territorio da parte dei ribelli forniva un vantaggio tattico preziosissimo151. La schutztruppe fu in grado di usare l’intelligence locale solo quando si trovava sulla difensiva; dall’autunno del 1905 i distaccamenti isolati minacciati dalle forze ribelli furono contattati per telegrafo o eliografo e furono quindi in grado di prendere le contromisure del caso, contribuendo in maniera significativa alla diminuzione d’efficacia degli attacchi dei rivoltosi152. Nonostante gli sforzi dei comandanti locali, i ribelli avevano sempre accesso ad informazioni più accurate e potevano quindi capitalizzare al meglio la superiore conoscenza del territorio, evitando le trappole messe in opera dai tedeschi, dote che si rivelò particolarmente preziosa nelle fasi finali della rivolta, quando le forze del maji furono costrette a difendersi dalle spedizioni inviate dall’amministrazione coloniale. L’elemento cruciale del conflitto fu la superiorità tecnologica della schutztruppe e l’uso strategico delle risorse alimentari da parte dei contendenti. Nigmann, lo storico “ufficiale” della schutztruppe sottolinea l’importanza fondamentale delle mitragliatrici, che furono usate sia per ridurre in maniera decisiva la superiorità numerica dei ribelli sia come strumento per
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Deutsches Kolonialblatt, 1906, pp. 345 e 611. E. Nigmann, Geschichte der Kaiserlichen Schutztruppe für Deutsch-Ostafrika, Berlin, Mittler, 1911, p. 92.

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“convincere” le popolazioni locali a non seguire la chiamata del maji. Un testimone dell’MMRP ricorda come la dimostrazione delle capacità delle mitragliatrici Maxim effettuata nel suo villaggio convinse gran parte dei guerrieri a rimanere neutrali o addirittura ad aiutare la schutztruppe153. Secondo Nigmann, l’inferiorità dei ribelli era consistente anche dal punto di vista delle armi da fuoco: sebbene si stimasse che nella parte meridionale dell’Africa Orientale tedesca fossero presenti da 7 ad 8.000 fucili (inclusi quelli in possesso delle tribù filogovernative), i ribelli non avevano sufficienti scorte di piombo ed erano spesso costrette ad usare al posto delle pallottole pezzi di vetro, chiodi o oggetti simili. Buona parte dei ribelli usava ancora armi tradizionali come lance e frecce, spesso avvelenate: questo tipo di armi non era certamente paragonabile ai fucili della schutztruppe ma le unità ribelli non correvano il rischio di rimanere senza munizioni ed essere quindi costrette alla resa154. L’elemento decisivo alla fine fu il cibo, questione che mise in crisi entrambe le parti in campo. Johannes ricorda come all’inizio della spedizione avesse gravissimi problemi a procurarsi abbastanza cibo per mantenere operativa la sua colonna, vista l’estrema difficoltà nel mantenere delle linee di rifornimento stabili ed efficaci nel bundu. Dopo qualche settimana, Johannes decise di alimentare le sue truppe con prodotti che poteva reperire dal territorio circostante, usando i rifornimenti che il comando riusciva a fargli giungere come riserva di emergenza. Questa strategia, che sarebbe stata poi incorporata nei manuali operativi della schutztruppe, consentì al comandante di risolvere in maniera soddisfacente il problema logistico e mantenere la sua colonna operativa anche durante la stagione delle piogge, fornendo poi un vantaggio strategico nei confronti dei ribelli, che, visto il loro numero enormemente superiore, avevano molti problemi a reperire quantitativi di cibo sufficienti alle loro necessità155. Quando i comandanti tedeschi si resero conto che le popolazioni ribelli garantivano costanti rifornimenti di cibo alle unità combattenti, giungendo fino al punto di tentare una rudimentale tattica di terra bruciata quando erano costrette

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MMRP 3/68/1/3/19: Mzee Kawosa Mwamakasi; 4/68/2/3/3: Mohamed Masasi. Nigmann, op.cit., p. 92. 155 Deutsches Kolonialblatt, 1906, p. 601.

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ad abbandonare i propri villaggi, compresero che avrebbero dovuto usare questa debolezza per sconfiggere la ribellione156. Fin dal marzo del 1906, il comando centrale considerò seriamente l’idea di usare il cibo come arma per costringere i rivoltosi alla resa: il capitano Merker scrisse in un rapporto che la disponibilità di cibo era un fattore strategico che guidava le decisioni delle forze ribelli, dato che solo dove c’era sufficiente cibo poteva raggrupparsi un numero di guerrieri abbastanza grande da permettere ai ribelli di affrontare la schutztruppe con qualche possibilità di vittoria. Merker notò che questi raggruppamenti forzati quasi mai riuscivano a mantenere una coesione sufficiente, dividendosi spesso in gruppi etnici contrapposti l’uno all’altro che talvolta combattevano tra di loro per accaparrarsi le risorse alimentari157. Le forze coloniali all’inizio usarono il cibo per impedire ai ribelli di concentrare le proprie forze in un’area per poi costringere i singoli gruppi ad abbandonare la lotta. Distaccamenti della schutztruppe occupavano un’area, distruggevano i raccolti, si appropriavano del cibo presente ed impedivano agli abitanti di seminare i nuovi raccolti fino a quando i ribelli non si fossero arresi. Questa tattica fu tanto brutale quanto efficace e causò molti più danni degli stessi scontri armati alla popolazione della Tanzania sud-orientale, colpendo in maniera indiscriminata ribelli, civili e gli stessi simpatizzanti del governo coloniale. Questa tattica non solo uccise un numero spropositato di civili, ma fece sì che la carestia si protraesse fino alla primavera del 1908, riducendo inoltre la fertilità dei terreni nella zona per molti anni a venire. Alcuni studiosi stimano il numero di morti nell’Africa Orientale tedesca meridionale in 250.000, circa un terzo della popolazione: anche se non esiste accordo su queste stime, il costo in vite umane fu sicuramente immenso, ma permise alla schutztruppe di sconfiggere nel giro di pochi mesi la più grande ribellione che avesse mai colpito il protettorato tedesco158. Dal punto di vista strettamente militare, i comandanti della schutztruppe seppero adattarsi in maniera ammirevole alle difficoltà che uno scontro del genere poneva ad ufficiali che non avevano avuto nessuna formazione specifica nelle operazioni di anti156

Deutsches Kolonialblatt, 1906, p. 611 e D. Bald, Afrikanischer Kampf gegen koloniale Herrschaft: der MajiMaji-Aufstand in Ostafrika, “Militärgeschichtliche Mitteilungen”, 1976, pp. 23-50. 157 M. Merker, Über die Aufstandsbewegung in Deutsch-Ostafrika, “Militär-Wochenblatt”, 1906: colonna 1538. 158 Iliffe, Modern History, p. 199.

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insurgency. In particolare, ufficiali come il maggiore Johannes, che aveva passato buona parte della propria carriera in Africa Orientale, dimostrarono come avessero internalizzato le lezioni imparate nelle guerre che avevano perseguitato il territorio tedesco fin dalla sua fondazione. Nel difficile ambiente operativo in cui si trovava ad operare, l’ufficiale tedesco si rese conto ben presto che, viste le distanze e la difficoltà di mantenere i contatti con le varie unità, il comandante avrebbe dovuto curare con particolare attenzione l’addestramento delle truppe e limitarsi a fornire ai suoi sottoposti istruzioni generali, concedendogli la libertà di adattare la propria azione alle circostanze presenti sul terreno. Usando in maniera egregia il principio dell’auftragstaktik (che descriveremo in dettaglio più avanti), i comandanti della schutztruppe riuscirono a trarre il meglio da truppe che erano state reclutate da poco e spesso non avevano che poche settimane d’addestramento alle spalle159. Dopo le prime sconfitte, i comandanti della schutztruppe misero a punto un modus operandi molto efficace, che fu seguito in tutta la seconda fase della campagna militare. Il maggiore Johannes fornisce una descrizione di questo metodo d’intervento, curiosamente simile a quello che quasi 40 anni dopo sarebbe stato codificato nello Small Wars Manual del corpo dei Marines degli Stati Uniti. Entrando in un’area controllata dal nemico, il comandante spostava gran parte delle forze a sua disposizione e le disponeva in maniera tale da provocare una battaglia campale ed infliggere rapidamente una sconfitta decisiva ai ribelli. Se non riusciva a costringerli allo scontro, metteva in piedi delle piazzaforti sufficientemente difese nei punti strategici, dando l’ordine che rispondessero in maniera rapida ad ogni provocazione del nemico. Se anche questa tattica non avesse convinto i ribelli ad arrendersi, avrebbe impiegato la tattica della terra bruciata per costringere il nemico ad abbandonare la lotta, usando per il pattugliamento interi plotoni di ascari bene addestrati, in modo da evitare che, sconfiggendo una singola pattuglia, i ribelli potessero acquisire nuove armi o usare la vittoria per convincere altri indigeni a ribellarsi. Johannes ricorda come il problema principale fosse quello di frenare gli ascari, ansiosi di procurarsi gloria (e ricchezza) in azioni
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Deutsche Kolonialblatt, 1906, p. 340.

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eroiche e convincerli a rispettare le regole di una guerra dura, difficile che difficilmente si sarebbe risolta in uno scontro frontale160. Il maggiore nota come le piazzaforti fossero importanti anche dal punto di vista psicologico, visto che servivano come magazzini per munizioni e cibo, ma funzionavano anche come ospedali da campo e simbolo evidente della determinazione dell’amministrazione coloniale nello sconfiggere la ribellione161. Dall’altra parte della barricata, quella forza dirompente che aveva convinto tanti popoli diversi ad unirsi sotto la bandiera del maji rimase tale solo nei primi mesi dell’insurrezione. Appena i guerrieri si resero conto che la medicina non funzionava contro i proiettili tedeschi, il movimento di massa crollò su se stesso e quello che poteva sembrare uno sforzo unitario si frammentò in mille rivoli, costringendo i singoli combattenti ad affidarsi ai propri simili, rinfocolando le ataviche divisioni tra tribù162. Questo cambiamento si rifletté anche sulla condotta militare delle operazioni: nella prima fase le forze ribelli, fidandosi della protezione del maji conducevano battaglie convenzionali contro i tedeschi, attaccando con moschetti, lance o frecce in terreno aperto e a ranghi compatti, per essere falciati senza pietà dalle mitragliatrici tedesche. Inutile dire che, nonostante il rapporto di forza andasse da un minimo di 10:1 ad un massimo di 50:1, l’esito dello scontro era scontato. Una volta resosi conto che un attacco frontale equivaleva più o meno ad un suicidio di massa, i ribelli si dettero alla guerriglia, arte nella quale eccellevano, dimostrandosi più che in grado di annullare i vantaggi tecnologici della schutztruppe per tendere imboscate quantomai efficaci. Le unità coloniali tedesche non furono mai in grado di battere i ribelli al loro stesso gioco, ma, come abbiamo visto, preferirono prendere il nemico per fame, colpendo quello che era il suo unico punto debole163. Alla fine, tra sofferenze indicibili, la rivolta fu soffocata e le forze armate tedesche impararono quella lezione che lo storico militare C.E. Caldwell riassume in questi termini:

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Ibidem, p. 611. Deutsche Kolonialblatt, 1906, p. 605. 162 J. Iliffe, The Organization of the Maji Maji Rebellion, “Journal of African History”, 1967, p. 495. 163 Nigmann, op.cit., p. 92.

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“Il fatto è che le guerre asimmetriche sono, in genere, campagne contro le forze della natura più che contro un esercito nemico.... Questa è forse una delle caratteristiche più distintive di questo tipo di conflitti. La sua influenza sul corso delle operazioni militari varia grandemente a seconda delle circostanze specifiche, ma talvolta è talmente enorme da influenzare la conduzione della campagna militare dall’inizio alla fine164”.

Con la sconfitta della rivolta dei Maji Maji, la prima fase dell’occupazione tedesca dell’Africa Orientale ebbe fine, lasciando un territorio che, nonostante ventidue anni di nominale possesso tedesco, era pressoché invariato rispetto all’epoca pre-coloniale. Dal 1891 al 1907 si erano succeduti al timone del protettorato ben cinque governatori, tre dei quali non erano rimasti al loro posto per più di due anni: tutti avevano ricevuto la stessa missione, aumentare la penetrazione tedesca nell’interno del continente e costringere tutte le tribù ad accettare l’autorità coloniale, tutti avevano fallito in un modo o nell’altro, impedendo che l’amministrazione si estendesse oltre alcune limitate aree del protettorato (qualche città costiera come Dar-es-Salaam o Tanga, piccole aree dove la presenza europea era più consistente e poco altro). Fino a quando si trattò di ridurre alla ragione le tribù ribelli, i vari governatori, i quali erano inevitabilmente scelti tra i ranghi degli ufficiali della Heer, seppero comportarsi in maniera soddisfacente, ma quando si passò alla definizione di una politica di sviluppo e integrazione, i limiti dell’approccio seguito fino a quel momento si fecero evidenti. La deflagrazione quasi contemporanea di due insurrezioni quasi generali nelle due più importanti colonie tedesche costrinse anche le forze politiche che sedevano nel Reichstag ad interessarsi alla definizione di una nuova politica per i territori oltremare, che superasse la tradizionale dottrina improntata ad un coinvolgimento minimo dello stato, stretto liberismo economico ed il relativo rischio di nuove rivolte indigene per aprire il campo ad una vera e propria politica positiva. Visti i risultati delle politiche passate, anche i partiti più recalcitranti furono costretti ad ammettere che un cambiamento era necessario e, una volta realizzato che il governo non avrebbe mai accettato di abbandonare i territori oltremare, iniziarono a discutere la questione dello sviluppo coloniale. Il dibattito passò dalle

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C.E. Calwell, Small Wars: Their Principles & Practice, Lincoln, University of Nebraska Press, 1996, p. 57.

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aule universitarie ai comizi in piazza durante la campagna elettorale del 1907, per poi tornare nel Reichstag dopo la vittoria del blocco Bülow. Questa nuova maggioranza pro-coloniale era convinta della necessità di cambiare strada ed investire pesantemente per lo sviluppo dei territori oltremare, ma non esisteva un consenso generale sulla migliore strada da seguire. Il primo segretario di stato del neonato Kolonialbureau Bernhard Dernburg aveva girato il paese propagandando la sua visione di un “colonialismo scientifico”, teso all’espansione del coinvolgimento tedesco nei territori oltremare con lo scopo di sfruttare le riserve di materie prime ed intaccare il monopolio dei paesi anglosassoni nel mercato dei prodotti tropicali. Quando si trattò di passare dalla teoria alla pratica, lo stesso ministro non aveva le idee molto chiare: prima di assumere il controllo della politica coloniale tedesca, aveva sposato le posizioni delle lobbies commerciali ed industriali, che spingevano per uno sviluppo coloniale fatto di grandi investimenti, ampie piantagioni, ferrovie coloniali e un imperialismo economico che trasformasse le vaste popolazioni indigene in compratori per il surplus industriale tedesco165. Eppure, le prime decisioni prese nei riguardi dell’Africa Orientale non seguirono questa linea, ma furono influenzate dal pensiero del nuovo governatore Albrecht von Rechenberg, mentre in Africa del Sud Ovest lo sviluppo fu lasciato in gran parte all’iniziativa privata della numerosa popolazione di origine europea, che godeva di un ampio e vocale supporto all’interno del Reichstag. Rechenberg fu nominato governatore dell’Africa Orientale Tedesca nell’aprile del 1906 e si trovò di fronte ad un territorio ancora non completamente pacificato che stava soffrendo per le conseguenze della brutale repressione della ribellione dei Maji Maji. Il nuovo governatore era diverso dai suoi predecessori, in quanto aveva alle spalle una lunga carriera diplomatica, che lo aveva portato ad esercitare le funzioni di giudice in Africa Orientale nel 1893 e di console a Zanzibar dal 1896 al 1900166, oltre a ricoprire altre posizioni diplomatiche a Varsavia e Mosca. Il primo governatore non militare dell’Africa Orientale portò una prospettiva diversa all’amministrazione coloniale e un livello di esperienza inconsueto per i tempi. Grazie al
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Bernhard Dernburg, Zielpunkte des Deutsches Kolonialwesens, Berlino, Mittler & Sohn, 1907. Henderson in History of East Africa, p. 147 e Methner, op.cit., capitolo 2.

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suo background diplomatico, Rechenberg fu in grado di esaminare con maggiore chiarezza le ragioni che avevano spinto gli indigeni alla rivolta ed individuarle nelle pessime condizioni economiche in cui versavano gran parte delle tribù, oltre all’impatto del programma di conversione forzata dell’agricoltura tradizionale imposto dal suo predecessore. Gli anni passati nell’Europa Orientale e le sue convinzioni politiche influenzarono grandemente la sua visione dello sviluppo del protettorato: in più di un’occasione Rechenberg aveva scritto che le condizioni economiche della società agricola africana erano paragonabili a quelle presenti nell’Europa Orientale, conclusione che sembra alquanto singolare ma che aveva lo scopo principale di promuovere la sua visione del mondo. Al contrario di buona parte dei suoi contemporanei, Rechenberg era un sostenitore dell’espansione territoriale della Germania verso est, rifiutando l’idea di Weltpolitik che andava tanto di moda all’epoca. Essendo fondamentalmente contrario all’espansione e allo sviluppo delle colonie tedesche, per non parlare del costoso programma di riarmo navale necessario per difenderle dalle mire delle potenze egemoni, si può presumere che le sue misure volte a promuovere la creazione di un’economia basata sulla produzione agricola degli indigeni fossero dirette principalmente al risparmio delle risorse che sarebbero state necessarie per l’espansione in Europa Orientale167. La sua lettura della ribellione dei Maji Maji tradisce la sua formazione diplomatica: in più di un’occasione Rechenberg si dice convinto che alla base di tutto vi fossero serie ragioni economiche, dovute in gran parte al programma di Götzen, che pretendeva di aumentare la produttività degli indigeni costringendoli a lavorare per ventotto giorni nei campi di cotone in cambio di una paga ridicola168. Nonostante le sue convinzioni, appena giunto in Africa Orientale, Rechenberg valutò attentamente la fattibilità degli schemi di espansione degli insediamenti europei sostenuti dai partiti pro-coloniali, esaminando sia le grandi piantagioni favorite da Dernburg e dai nazional-liberali, sia le piccole fattorie a conduzione familiare preferite dai conservatori. Il primo grave ostacolo per questi od altri piani di espansione europea fu la mancanza di un numero sufficiente di europei interessati
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Iliffe, op.cit., pp. 53-54. Ibidem, p. 55.

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alla colonizzazione del territorio: nel 1906, dei 2.570 maschi di origine europea, solo 315 erano coltivatori diretti, mentre gli altri erano commercianti, dipendenti pubblici o militari169. Erano stati tentati diversi metodi per aumentare l’afflusso di coltivatori europei nella zona, ma si erano rivelati tutti fallimentari. Ad esempio, nel 1905, il governatore Götzen aveva provato a convincere delle famiglie boere a trasferirsi nella zona di Arusha, alle pensici del monte Meru, ma gli Afrikaners, invece di dedicarsi all’agricoltura, avevano preferito allevare bestiame, mettendosi in concorrenza con le vicine tribù Masai170. Visto il rischio di esacerbare una situazione già tesa, il progetto fu abbandonato. Qualche tempo dopo si provò a popolare la stessa area con famiglie russe di origine tedesca, che avrebbero dovuto diventare il modello per l’agricoltura familiare, quelle Kleinsiedlungen tanto care ai conservatori prussiani, ma la mancanza di capitali e la difficoltà di adattarsi al complicato clima tropicale convinsero molte famiglie a chiedere di essere spostate in aree più favorevoli o addirittura tornare in Russia 171. Quest’ultimo fallimento fu sufficiente a convincere Rechenberg che la colonizzazione europea era solo una chimera o, al massimo, un esperimento che avrebbe portato frutti solo in un futuro lontanissimo: sicuramente non era abbastanza forte e sviluppato per costituire la base dell’economia del protettorato172. Rechenberg provò ad esaminare i tentativi di costruire delle piantagioni e si rese conto che anch’essi non avevano avuto grande successo. Gli agricoltori europei si erano in gran parte concentrati nell’area tra Tanga ed i monti Kilimangiaro e Meru, lungo il fiume Pangani, visto che il clima era più fresco e l’accesso ai porti più semplice ma nel giro di pochi anni la terra disponibile per gli insediamenti era finita, visto che alcuni individui erano riusciti ad ottenere enormi estensioni di terreno lungo il fiume, convinti che prima o poi avrebbero trovato i fondi necessari per costruirvi delle piantagioni173. Le poche piantagioni europee si erano dapprima dedicate alla coltivazione del caffé, ma il suolo troppo acido rendeva

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Ibidem, p. 57. Methner, op.cit., pp. 151-152, 184. 171 Deutsche Kolonialzeitung, 1906, p. 52 e Methner, op.cit., p. 182. 172 Methner, op.cit., pp. 182-183 ed Iliffe, op.cit., p. 57. 173 Harlow, op.cit., p. 122.

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difficile ottenere dei raccolti di buona qualità: quando i prezzi sul mercato mondiale si abbassarono di colpo, molte piantagioni andarono vicino alla bancarotta. Nel 1892 alcuni coltivatori avevano provato a coltivare l’agave sisalana, la cui fibra era molto richiesta sul mercato internazionale: fino al 1902 la coltivazione di questa pianta garantì un certo profitto alle piantagioni ma quando l’aumento della produzione brasiliana ed il calo della domanda mondiale per le fibre naturali depresse le quotazioni, anche questa coltivazione si rivelò antieconomica174. A rendere la situazione ancora più complicata, le piantagioni europee avevano grossi problemi a trovare lavoratori disposti a lavorare nei campi: quando la crisi economica iniziò a farsi sentire, molti coltivatori chiesero al governo di risolvere la situazione costringendo gli indigeni a lavorare per loro con la forza. Rechenberg rifiutò per evitare di dover affrontare l’ennesima ribellione: quando le pressioni dalla madrepatria si fecero troppo forti, provò a risolvere la questione convincendo alcune tribù a spostarsi vicino alle piantagioni o usando i prigionieri exribelli come lavoro forzato ma nessuna di queste soluzioni si rivelò soddisfacente. Il governatore era convinto che gli indigeni sarebbero stati disposti a lavorare per gli europei se le piantagioni avessero offerto condizioni di lavoro migliori ed incentivi economici interessanti ma anche questi suggerimenti caddero nel vuoto, visto che i coltivatori erano frammentati e del tutto incapaci di collaborare l’uno con l’altro. Con tutte queste questioni ancora aperte e la costante diminuzione della domanda mondiale per i prodotti delle piantagioni africane, puntare sullo sviluppo di queste imprese per la crescita del protettorato sembrava quindi impossibile. Dopo aver esaminato la situazione economica nel protettorato, Rechenberg trasse le sue conclusioni ed iniziò a definire una politica di sviluppo: già dalla fine del 1907 escluse di basare l’espansione economica sulle iniziative guidate da coloni tedeschi, poi ritenne poco pratica l’introduzione di metodi ed attrezzature europee nelle fattorie indigene, pensando che la sostituzione dei metodi tradizionali avrebbe incontrato resistenze nelle tribù ed avrebbe richiesto una struttura di sostegno troppo costosa per le casse del protettorato. Incoraggiato dall’aumento della
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Iliffe, op.cit., p. 69.

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produttività che gli Inglesi avevano notato dopo la costruzione della ferrovia dell’Uganda, Rechenberg favorì un’espansione graduale dell’agricoltura indigena incoraggiata da incentivi economici. Infatti, dopo che la ferrovia aveva raggiunto il lago Vittoria nel 1901, l’esportazione dei prodotti africani verso quella parte remota della colonia inglese era aumentata di quindici volte, rendendo il porto tedesco di Mwanza il secondo porto per le esportazioni del protettorato175. Questo aumento delle esportazioni si era tradotto in un aumento del gettito fiscale di dodici volte, un fatto che certamente non era sfuggito all’attenta analisi di Rechenberg, che come i suoi predecessori doveva fare i conti con una mancanza cronica di risorse finanziarie176. Cercando di replicare questo successo, il governatore pensò di costruire una ferrovia che collegasse la regione di Nyamwezi, nell’altopiano centrale, con la costa, in modo da consentire ai coltivatori di arachidi di vendere le proprie merci ad un prezzo migliore. Per il successo dell’iniziativa, Rechenberg contava sull’efficienza della rete di commercianti indiani che da tempo si era stabilita nel protettorato tedesco: grazie all’intermediazione di un gruppo così identificabile, sarebbe stato più semplice tassare i profitti del commercio e facilitare l’introduzione dei prodotti tedeschi nell’interno del protettorato. Il governatore era convinto che questo sistema avrebbe garantito l’aumento progressivo del gettito fiscale e, visto che avrebbe aumentato la ricchezza degli Africani senza l’intervento di cittadini tedeschi, avrebbe minimizzato il rischio di nuove rivolte indigene177. La scelta di una regione che al momento non veniva tassata dall’amministrazione coloniale tedesca non fu casuale: Rechenberg sapeva che per convincere il Reichstag a finanziare la costruzione della ferrovia sarebbe stato necessario un aumento sostanziale del gettito fiscale, visto che con tutta probabilità il parlamento avrebbe autorizzato solo un prestito178. Il progetto del governatore rispondeva in pieno ai princìpi della sua politica coloniale: gli indigeni avrebbero sicuramente beneficiato della nuova ferrovia, che si sarebbe potuta costruire solo se questi ultimi avessero aumentato la produzione, fornendo in
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Zeitschrift fur Kolonialpolitik, Kolonialbrecht und Kolonialwirtschaft, 1906, p. 591. Ibidem, pp. 580 e segg. 177 Iliffe, op.cit., p. 71. 178 Deutsche Kolonialzeitung, 1911, pp. 668-669.

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questo modo le risorse necessarie per ripagare il debito179. Per garantire il successo del suo progetto, Rechenberg si mosse per proteggere i commercianti indiani, si concentrò sulla riorganizzazione della rete di esattori fiscali, cercando in alcuni casi di dirottare fondi destinati al supporto delle iniziative economiche tedesche alla costruzione della ferrovia. Tutte queste iniziative sarebbero però servite a poco se il governo imperiale non avesse appoggiato la sua politica economica. Quando il segretario di stato Dernburg visitò l’Africa Orientale nel 1907, Rechenberg colse l’occasione al volo e si impegnò per convincerlo della bontà della sua visione, nonostante fosse a conoscenza delle posizioni espresse dal ministro durante la campagna elettorale. Il successo del governatore fu quasi totale: visitando di persona il protettorato, Dernburg ebbe l’occasione di verificare quanto la teoria fosse lontana dalla pratica, scontrandosi con l’ottusità di quei coltivatori diretti che erano lontani mille miglia dall’immagine romantica che la stampa tedesca e le lobbies commerciali propagandavano in patria. Lo scontro con i rappresentanti dei coloni fu particolarmente violento e convinse il ministro a rispondere picche ai coloni, che continuavano a chiedere l’imposizione del lavoro forzato nei confronti degli indigeni, autorizzando solo l’assunzione di commissari che avrebbero facilitato l’assunzione di lavoratori indigeni a tempo determinato. La conversione di Dernburg alle idee di Rechenberg è dimostrata da un passaggio del suo diario personale: “Si tratta di un territorio ostile, difficile da trattare nella maniera giusta. È una terra generosa, fino a quando le si consente di seguire la propria direzione naturale: un terreno particolarmente ostile agli esperimenti europei. Una buona terra per i mercanti, pessima per gli agricoltori. Il coltivatore diretto funzionerà particolarmente male da quelle parti180”.

Tornato in Germania, Dernburg sposò il programma nativista e si mosse per ottenere l’appoggio del Reichstag; il governatore dell’Africa Orientale, non fidandosi troppo del suo superiore, nel giro di qualche settimana tornò nella madrepatria per difendere il suo punto di vista e convincere

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Iliffe, op.cit., p. 75. Citato in Iliffe, op.cit., p. 81.

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il parlamento a dare l’approvazione finale. La prima fermata dei due fu al ministero del Tesoro, dove ottennero di cambiare la struttura finanziaria del protettorato in modo da consentire lo spostamento dei fondi dedicati al sostegno delle iniziative commerciali e del gettito della tassa sugli indigeni, il cui 30% era stato fino ad allora destinato ad iniziative locali, all’ufficio del governatore. I due dirigenti coloniali riuscirono ad ottenere l’imprimatur del ministero sui progetti di espansione delle ferrovie: fu consentita la costruzione della ferrovia settentrionale fino al fiume Pangani (mentre le lobbies commerciali spingevano perché giungesse fino alla cittadina di Moshi) e la costruzione di una ferrovia che collegasse Dar-es-Salaam con Tabora, entrambe finanziate con un prestito del governo imperiale, che sarebbe stato ripagato con le tasse del protettorato181. Proprio quando sembrava che il programma di Rechenberg fosse sul punto di essere approvato, si misero in moto le associazioni dei coltivatori locali: la Lega Settentrionale, composta da piantatori e coltivatori degli altopiani del Nord (da Usambara, Tanga, Pangali e Wilhelmstal), presentò una petizione al Reichstag nella quale si richiedeva di rifiutare il progetto del governatore, dato che avrebbe messo a rischio gli interessi dei coloni tedeschi. Il linguaggio offensivo della petizione non garantì un ampio supporto da parte dei legislatori, ma la causa dei coloni godeva di un ampio supporto popolare e mediatico, ancora sovreccitato dalla retorica nazionalista che era stata sparsa a piene mani nella “campagna ottentotta” del 1907. Tracce di questo supporto sono chiare nelle discussioni per l’approvazione del bilancio nel febbraio 1908, quando furono molti i parlamentari ad esprimersi contro il piano di Rechenberg ed il relativo rischio di “trasformare l’Africa Orientale in una terra di negri”182. Dopo sei settimane di dibattito acceso, il programma fu finalmente approvato ed il Reichstag concesse il prestito imperiale fondamentale per avviare la costruzione delle ferrovie. La pressione dei gruppi di interesse fece però vacillare le convinzioni di Dernburg che, una volta che Rechenberg fu tornato in Africa Orientale per seguire l’esecuzione del suo programma di sviluppo, tornò lentamente alle sue posizioni originarie, mettendo da parte il raggiungimento dell’autosufficienza economica e di
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Iliffe, op.cit., p. 89. Ibidem, p. 91.

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una pace stabile per favorire l’arricchimento dei coloni tedeschi. Il ministro continuava ad appoggiare pubblicamente Rechenberg, ma iniziò a chiedere concessioni sempre maggiori che, se accettate, avrebbero significato l’abbandono della strada nativista a favore della promozione degli interessi degli operatori economici tedeschi183. Questo cambio di direzione non fu dovuto a mancanze caratteriali di Dernburg, quanto al montare dell’opposizione al programma all’interno del Reichstag, sempre più sensibile alle grida di protesta che montavano dalle associazioni dei coloni tedeschi in Africa Orientale. Questo processo è esemplificato ottimamente dal trattamento riservato agli immigrati indiani in Africa Orientale, il cui ruolo di mediatori commerciali incaricati di comprare le arachidi dai villaggi, trasportarle alla ferrovia e gestire in pratica il commercio al dettaglio con gli indigeni, era fondamentale per il successo del piano di espansione delle ferrovie sostenuto dal governatore. I coloni tedeschi vedevano gli indiani come concorrenti, invasori stranieri la cui attività andava limitata in ogni modo, e da sempre chiedevano ai governatori misure per eliminarli progressivamente dal mercato184. Nel 1906 avevano proposto che fossero obbligati a tenere i registri in Swahili, convinti che l’uso del loro dialetto nativo (il Gujarati) rendesse troppo complicata l’opera degli esattori imperiali. Quando questa richiesta arrivò a Berlino, Dernburg, consigliato dal governatore, negò il proprio supporto ma le associazioni dei coloni non si scoraggiarono e continuarono la loro opera di convincimento nei confronti del Reichstag185. Alla fine, Dernburg fu costretto ad acconsentire alle richieste dei coloni e chiedere ufficialmente a Rechenberg di emettere un’ordinanza che rendesse obbligatoria la conoscenza dello Swahili o di un’altra lingua europea per ottenere il permesso di soggiorno in Africa Orientale. Il governatore oppose un fermo rifiuto, dicendo che il costo degli ispettori necessari per controllare l’applicazione della norma sarebbe stato astronomico e che comunque sarebbe stato impossibile controllare l’accesso degli stranieri nel protettorato, vista l’enorme estensione dei confini. Di fronte alle critiche espresse da più parti, Rechenberg fu ancora più

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Ibidem, capitolo 6. Iliffe, op.cit., p. 94. 185 Deutsches Kolonialblatt, 1908, pp. 239-230.

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esplicito, affermando che i commercianti indiani erano “indispensabili come intermediari commerciali tra gli indigeni e le ditte europee186”. Alla fine l’attenzione del Reichstag fu distratta da questioni più importanti e la questione sembrò risolta a favore del governatore. Fu una vittoria di Pirro, visto che dopo le dimissioni di Rechenberg nel 1912, il Reichstag passò una legge che limitava pesantemente l’immigrazione dall’India. L’opposizione alle politiche del governatore a malapena si accorse della sconfitta, incoraggiata dal crescere dell’entusiasmo in patria verso le colonie e dalla continua crescita del numero di tedeschi che sceglievano di trasferirsi in Africa Orientale. Nonostante l’abbandono di qualsiasi tentativo di programmare o promuovere la colonizzazione del territorio da parte degli europei, il continuo flusso di immigranti dalla Germania aveva accresciuto notevolmente le fila dei coloni: nel 1912 il numero di cittadini maschi di origine europea era salito a 4.740, dei quali ben 758 erano coltivatori o proprietari di piantagioni187. Inoltre, mentre raccolti come il cotone, il caffé o la sisal continuavano ad essere poco redditizi, nel 1907 e 1908 molti coltivatori diretti avevano avuto discreti profitti dal commercio della gomma. Nei due anni successivi, il prezzo della gomma sul mercato mondiale praticamente raddoppiò, rendendo la raccolta della gomma un commercio estremamente redditizio. Per la prima volta nella storia dell’Africa Orientale, i coloni bianchi riuscirono ad arricchirsi, guadagnandosi una posizione sociale invidiabile: il fatto che questi sviluppi si verificassero proprio quando il governo imperiale aveva adottato la strategia di Rechenberg, che considerava il contributo della popolazione bianca come irrilevante per il futuro del protettorato, è quantomeno ironico. Visto il modificarsi dei rapporti di forza, le associazioni dei coloni tornarono a richiedere che il governo imperiale cambiasse posizione sul problema che stava loro più a cuore, l’estensione della ferrovia settentrionale alla cittadina di Moshi. All’inizio Dernburg aveva dato ragione al governatore, che riteneva fattibile la costruzione di una ferrovia solo se il costo del prestito potesse essere assorbito dall’aumento della raccolta fiscale nella zona, condizione non presente nell’area attorno a Moshi, dove un’ampia percentuale degli abitanti già
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Citato in Iliffe, op.cit.,p. 96. Iliffe, op.cit., p. 59.

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pagava le tasse188. Il Segretario di Stato fu però costretto a riconsiderare la sua posizione dopo che le resistenze all’interno del Reichstag si fecero sempre più forti, fino a diventare quasi minacciose nel corso della sessione invernale del 1909, quando i partiti del blocco Bulow si mossero con decisione per ottenere l’estensione della ferrovia. Quando anche il vice di Dernburg, von Lindequist, sostenitore convinto dell’imperialismo economico, si espose in prima persona, argomentando che la nuova ferrovia avrebbe aperto enormi estensioni di terreno all’emigrazione tedesca, Dernburg si arrese ed autorizzò la costruzione del nuovo tratto di ferrovia, che fu completata nel 1911189. A questo punto fu chiaro a tutti che il Segretario di Stato alle Colonie non avrebbe più supportato il programma nativista di Rechenberg e che gli interessi commerciali tedeschi avevano vinto l’ennesima battaglia. Quando il governatore si mosse per regolare i rapporti di lavoro tra indigeni e tedeschi, garantendo i diritti dei lavoratori quando erano al servizio dei coltivatori europei, la reazione delle associazioni locali fu altrettanto negativa. Cercando di promuovere rapporti pacifici tra le due componenti della popolazione, Rechenberg emise un’ordinanza che prevedeva l’obbligo di un contratto scritto registrato di fronte ad un commissario imperiale, un limite massimo di sette mesi ed obblighi specifici di garantire cibo, assistenza medica, alloggi salubri e gratuiti o, quando i lavoratori abitassero vicino alle coltivazioni, mezzi di trasporto adeguati. Inoltre il commissario al lavoro era autorizzato a procedere d’ufficio contro i proprietari tedeschi o imporre misure disciplinari nei confronti degli indigeni qualora avessero trasgredito gli obblighi contrattuali190. Si trattava di un considerevole aumento delle garanzie per gli indigeni, che fino ad allora erano completamente privi di qualsiasi protezione legale ma nel giro di pochi mesi il Reichstag pose il veto alle norme che ponevano sia i proprietari tedeschi che gli operai indigeni sotto l’autorità del commissario al lavoro, visto che, secondo la Schutzgebietsgesetz, i cittadini di origine europea potevano solo

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P. Rohrbach, Rückblick auf unsere koloniale Entwicklung im Jahre 1909 – 10, “Jahrbuch über die deutschen Kolonien”, Essen, G.D. Baedeker Verlagshandlung, 1911, p. 22. 189 H. Berthold, Die Besiedlung Deutsch-Südwestafrikas, “Jahrbuch über die deutschen Kolonien”, p. 202. Vedi anche Henderson in History of East Africa, p. 154. 190 Iliffe, op.cit., p. 103.

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essere giudicati dalle corti imperiali. La cancellazione della clausola peggiorò gravemente la protezione degli operai indigeni: in questo modo solo gli indigeni erano soggetti all’autorità del commissario, mentre i proprietari tedeschi erano sicuri di ricevere un trattamento di favore quando si fossero presentati di fronte alla giustizia ordinaria. Altrettanto grave fu il rifiuto del Segretario di Stato di affrontare il problema delle punizioni corporali inflitte frequentemente dai coloni tedeschi ai propri dipendenti indigeni. Rechenberg si era sempre espresso contro questa pratica inumana, convincendo Dernburg a preparare una bozza di legge per vietarla completamente, ma il ministro non l’aveva mai presentata al Reichstag. Nel 1908 il governatore avanzò una richiesta ufficiale a Dernburg perché presentasse una legge in grado di limitare il ricorso a punizioni corporali ma il segretario di stato oppose un fermo rifiuto, convinto che il Reichstag non avrebbe mai approvato una proposta di legge sull’argomento191. Ancora una volta gli interessi dei coloni tedeschi erano stati in grado di limitare pesantemente l’autonomia del governatore e rendere virtualmente inefficaci le sue norme a favore della popolazione indigena. Incoraggiati dai successi ottenuti, le associazioni di coloni cercarono di riorganizzarsi per essere in grado di influenzare ancora più pesantemente l’amministrazione coloniale e lo stesso governo imperiale. Convinti che un singolo soggetto avrebbe potuto essere molto più efficace delle tante organizzazioni locali, nel giugno 1909 i rappresentanti della Lega Settentrionale e delle altre associazioni locali si unirono nella Lega Territoriale per gli Affari dell’Africa Orientale Tedesca, che da quel momento avrebbe rappresentato gli interessi dei coloni tedeschi192. Lo scopo di questa associazione era quello di aumentare il supporto nella madrepatria ma soprattutto di accrescere la partecipazione dei coloni all’amministrazione del protettorato. La questione della rappresentatività dei cittadini tedeschi era già stata affrontata nel dicembre 1903, quando il governatore Götzen aveva istituito il Consiglio del Governatore193, un organo consultivo composto da dipendenti pubblici e civili scelti dal governatore tra i maschi di origine europea

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Deutsches Kolonialblatt, 1908, pp. 220-221. Iliffe, op.cit., p. 108. 193 Ibidem, p. 86.

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presenti nel protettorato che di solito veniva consultato quando si trattava di definire il budget o approvare un nuovo decreto ma che poteva essere chiamato in causa su ogni materia. Se il governatore poteva convocare una riunione del Consiglio a suo piacimento, era necessario il consenso di almeno due membri dell’assemblea per raggiungere lo stesso risultato. Le decisioni erano prese a maggioranza, ma le minute delle sessioni erano comunque trasmesse al Kolonialbureau e al Reichstag194. Rechenberg, determinato a contrastare l’influenza dei coloni, aveva nominato solo cinque rappresentanti civili nel Consiglio, riservandosi il diritto di aumentare il numero di membri qualora ne avesse riscontrato la necessità. Nel giugno 1908, quando il consiglio si riunì, erano presenti sei membri permanenti ed otto nominati, tra civili e dipendenti pubblici. I rappresentanti dei coloni protestarono, chiedendo che il numero di membri civili fosse aumentato e che essi fossero scelti attraverso elezioni invece di essere nominati dal governatore195. Quando i coloni chiesero che le decisioni del consiglio fossero vincolanti per l’amministrazione coloniale, Rechenberg si scagliò contro di loro, dicendo che “il destino di un territorio che trae le proprie risorse economiche in grandissima misura dalle tasse pagate dalla popolazione di colore non può essere deciso da elementi che sono in conflitto di interessi con questi stessi abitanti196”. Visto che le proteste dei coloni non accennavano a placarsi, il governatore provò a giocare la carta legalistica, argomentando che una misura del genere avrebbe interferito con i poteri del Reichstag, che aveva il diritto-dovere di controllare l’assegnazione dei fondi destinati al protettorato197. Nemmeno questo appello al prestigio del parlamento servì a mettere i bastoni tra le ruote della Lega Territoriale e dei suoi alleati, che nel febbraio 1909 riuscirono a far passare un ordine del giorno che obbligava Rechenberg a concedere ai coloni la maggioranza dei posti nel Consiglio del Governatore. Sperando che questa ennesima vittoria convincesse i coloni ad evitare cambiamenti ancora più radicali, il governatore aumentò il numero di membri civili nel consiglio, specificando che sarebbero stati scelti
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Deutsches Kolonialblatt, 1905, supplemento, p. 21-22. Iliffe, op.cit., p. 111. 196 Citato in Iliffe, p. 111. 197 Deutsches Kolonialblatt, 1905, supplemento, pp. 24-25.

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attraverso regolari elezioni tra i maschi di origine europea. Sviluppi simili avvennero nei diversi distretti del protettorato, dove gli sforzi dei coloni si concentrarono sulla riconquista del controllo delle tasse sugli indigeni, che Rechenberg aveva destinato a ripagare il prestito imperiale sulle ferrovie. Anche qui, grazie al supporto del Reichstag, i coloni riuscirono a riconquistare il controllo sul 25% delle tasse raccolte nel distretto per poi cercare di influenzare la composizione delle assemblee chiamate a decidere sulle questioni finanziarie locali. Nonostante le proteste di Rechenberg, la questione fu risolta da un decreto imperiale nel settembre 1911, assicurando la maggioranza ai coloni anche in questi consigli locali198. Le dimissioni di Dernburg nel 1910 e la sua sostituzione con il suo vice-segretario Friederich von Lindequist accelerarono lo smantellamento delle politiche nativiste di Rechenberg, ma il vero cambiamento era già avvenuto negli anni precedenti, quando l’aumento dell’emigrazione tedesca ed il boom economico avevano convinto il Reichstag a schierarsi inequivocabilmente dalla parte dei coloni, condannando al fallimento il tentativo di garantire uno sviluppo armonico portato avanti dal governatore. Le dimissioni di Rechenberg nel 1912 non fecero che rimuovere l’ultimo ostacolo sulla strada di una politica sempre più improntata all’imperialismo economico e alla promozione degli interessi europei a scapito dell’agricoltura tradizionale africana. Il nuovo governatore, Heinrich Schnee, non fece che supervisionare l’espansione dell’intervento governativo nell’economia e l’aumento della pressione da parte del Reichstag per lo sviluppo delle infrastrutture nel protettorato. Gli effetti dei massicci investimenti finanziari avrebbero probabilmente garantito l’aumento dei rendimenti delle coltivazioni sia europee sia africane, contribuendo all’arricchimento della intera popolazione. Purtroppo l’amministrazione coloniale tedesca non ebbe il tempo di verificare la bontà delle politiche portate avanti negli anni precedenti: proprio quando si stava completando l’ultimo tratto della ferrovia centrale che avrebbe finalmente collegato Dar-es-Salaam con il lago Tanganica, i due proiettili sparati dalla pistola di Gavrilo Princip diedero il via al meccanismo infernale che avrebbe, di lì a poco,
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Iliffe, op.cit., p. 124.

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precipitato il mondo nella Prima Guerra Mondiale. Il tempo degli esperimenti al sole dei tropici era finito.

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CAPITOLO 4 DAVIDE CONTRO GOLIA
La notizia della dichiarazione di guerra giunse in Africa il 4 agosto del 1914 e le reazioni dei contendenti non avrebbero potuto essere più diverse. Nelle terre controllate dall’Impero Britannico, si assistette ad una vera e propria corsa all’arruolamento, che assunse toni diversi a seconda delle latitudini. Nell’Africa Orientale, quella che la pubblicità si era sforzata di dipingere come la “Riviera ai tropici”, la risposta fu entusiastica. Spinti da motivazioni quanto mai diverse, uomini di ogni genere si affrettarono a presentarsi al quartier generale delle forze armate a Nairobi, temendo di perdere l’opportunità di partecipare a quella che molti, forse troppi, consideravano ancora come la più grande avventura cui un gentiluomo potesse partecipare. Uomini dal passato quanto mai variegato si presentarono all’appello, ansiosi di “combattere l’Unno” o forse solo di spezzare la pigra monotonia della vita in quel remoto angolo dell’Impero. Le richieste furono così tante che il Comando fu costretto a riunire quella colorita accozzaglia di umanità varia in una nuova unità di cavalleria, gli East African Mounted Rifles (EAMR), comandati dal colonnello D. F. Driscoll, che si dimostrò tanto entusiasta da chiedere addirittura il permesso del War Office di muovere immediatamente per invadere l’Africa Orientale Tedesca. A Londra l’entusiasmo di Driscoll non venne tenuto in gran considerazione e si decise di continuare con la preparazione di un’azione più tradizionale. Fu una gran fortuna, in quanto gli EAMR erano un’unità ricca di prosopopea, presunzione e titoli altisonanti, ma alquanto carente in quanto a disciplina, preparazione ed armamento. Gli ufficiali in pensione erano così tanti che molti erano stati arruolati come sergenti; ogni soldato sembrava fare a gara per mostrare l’uniforme più sgargiante mentre l’armamento era alquanto imbarazzante: si andava dai fucili per la caccia all’elefante, a vecchi fucili ad avancarica, a pistole di ogni forma e calibro, fino ad arrivare a lance tribali o attrezzi agricoli. Su cavalcature di ogni tipo e forma (dai muli ai cavalli da tiro, fino a pony o stalloni da corsa) si trovava di tutto, dall’aristocratico annoiato all’ispettore

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sanitario, dal trekker boero al cacciatore bianco, dall’imbroglione all’ubriacone al renitente alla leva199. Difficilmente avrebbero potuto reggere lo scontro con una forza disciplinata come la schutztruppe di von Lettow-Vorbeck. Più a sud, nella giovane Unione Sudafricana, furono le considerazioni politiche a farla da padrone: il primo ministro Botha era preoccupato delle conseguenze della recente scissione del proprio partito, guidata dai nazionalisti boeri dell’Orange di J. B. M. Hertzog, che nel gennaio del 1914 avevano dato vita al Partito Nazionalista. Anche gli estremisti sapevano che l’entrata in guerra dell’Impero Inglese avrebbe necessariamente coinvolto anche i dominion, ma quando si trattò di discutere sul livello di coinvolgimento militare dell’Unione, le differenze iniziarono a farsi sentire. Il primo ministro Botha fu rafforzato dal successo della campagna di propaganda orchestrata da Londra, che dipingeva la guerra come una lotta per difendere il liberalismo dall’aggressione delle Potenze Centrali. Nonostante le tensioni sindacali e le lotte per i diritti civili che avevano infiammato la prima metà degli anni ’10, sia i nazionalisti neri che i lavoratori indiani furono pronti ad appoggiare la guerra: prima il South African Native National Congress (da cui sarebbe poi nato l’ANC di Mandela) poi l’Africa Peoples’ Organization del giovane Gandhi dichiararono il proprio appoggio alla guerra e si offrirono di reclutare unità di volontari. I 5.000 soldati neri ed i 10.000 soldati coloured (indiani) furono messi a disposizione delle forze armate sudafricane nell’autunno del 1914, ma l’Alto Comando di Smuts le regolarizzò solo all’inizio del 1915, per poi destinarle a compiti di seconda linea200. Botha ed i suoi più stretti collaboratori erano ansiosi di rispondere alla chiamata di Londra ed impegnarsi in prima persona per garantire all’Unione prima la conquista del protettorato tedesco poi, nell’immediato dopoguerra, l’annessione pacifica delle piccole colonie inglesi che le facevano da corollario (il Bechuanaland, il Niassaland e ovviamente la Rhodesia). Il pericolo di esasperare gli animi dei nazionalisti boeri fu sottovalutato da molti: lo stesso ministro della difesa Jan Christiaan Smuts, veterano della seconda guerra boera, ebbe a dichiarare che “una volta finita la guerra, quando l’Africa del Sud Ovest tedesca farà di nuovo
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B. Herne, White Hunters, the Golden Age of African Safaris, New York, Henry Hold & Co., LLC, 1999, p. 96. H. Strachan, The First World War in Africa, Londra, Oxford University Press, 2004, p. 62.

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parte del patrimonio tradizionale afrikaans, ogni dissapore svanirà e la nostra azione sarà approvata da tutti201”. Dall’altra parte della barricata la situazione era ancora più confusa. In Africa Orientale, il comandante in capo delle forze armate tedesche, aveva il suo bel daffare per convincere il Dott. Heinrich Schnee, governatore del protettorato, che la guerra avrebbe interessato anche quell’angolo di mondo. Come soldato, von Lettow-Vorbeck sentiva di dover contribuire in qualsiasi modo allo sforzo bellico contro l’Intesa, ma grazie allo status particolare delle colonie tedesche, l’ultima parola sulle questioni militari spettava al governatore202. Quest’ultimo, appellandosi all’articolo 11 del Congo Act del 1885, era convinto che sia le colonie inglesi sia quelle tedesche avrebbero rispettato una stretta neutralità, dato che l’accordo prevedeva che nessun conflitto europeo avrebbe coinvolto le colonie nel bacino del fiume Congo. Per rendere ancora più evidente il suo approccio legalistico, Schnee dichiarò ufficialmente la neutralità dell’Africa Orientale Tedesca, proclamò i porti di Dar-es-Salaam e Tanga aperti ed ordinò esplicitamente alle forze armate germaniche di non compiere azioni offensive contro le forze dell’Intesa203. Il comandante dell’incrociatore SMS Königsberg, il capitano di fregata Max Looff, colse la palla al balzo e mollò gli ormeggi appena ricevuta la notizia dello scoppio delle ostilità, iniziando la sua personale guerra contro la marina mercantile degli alleati e la Royal Navy, che considerava da sempre l’Oceano Indiano come una specie di lacus britannicus204. Von Lettow-Vorbeck dovette seguire metodi meno eleganti. Conscio che i militari non avrebbero accettato passivamente la neutralità, il dottor Schnee rese quanto più possibile inequivocabile la posizione del Governo Coloniale. In un messaggio pubblicato dai giornali locali, il governatore dichiarò che “noi nella Colonia non faremo niente che possa essere considerato un aiuto militare alla Patria. [...] Sarà il dovere di ogni cittadino della Colonia il

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W.K. Hancock e F. Van der Poel, Selections from the Smuts Papers, volume III, p. 201. G. King, A Study of the German Operations in German East Africa during the World War, 1914-1918, Fort Leavenworth, Command and General Staff School, 1930, p. 4. 203 Ibidem. 204 E. P. Hoyt, Guerrilla! Colonel Von Lettow-Vorbeck and Germany’s East African Empire, New York, Macmillan Publishing Co., Inc., 1981, p. 16.

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trattenersi dal compiere qualsiasi attività bellica205”. Vedendo le cose solo dal punto di vista militare, von Lettow-Vorbeck era invece sicuro che l’attacco inglese sarebbe arrivato. Dopo aver valutato attentamente la situazione, si presentò di fronte al governatore e gli illustrò la sua posizione: per riuscire a contrastare il dominio del mare e la possibilità da parte inglese di ricevere quantità potenzialmente illimitate di rifornimenti e rinforzi, l’azione tedesca avrebbe dovuto concentrarsi sulla mobilità della schutztruppe206. Per garantirsi uno spazio di manovra sufficiente, gli obiettivi principali sarebbero stati la conquista del controllo del lago Tanganica e la protezione della ferrovia settentrionale, incluso il porto di Tanga, che considerava il più probabile obiettivo di un attacco inglese. Nelle sue memorie, Von Lettow-Vorbeck afferma che... “...era fondamentale impedire che il nemico controllasse in maniera stabile il porto di Tanga. Se ciò avvenisse, gli avremmo consegnato la miglior base possibile per le operazioni nella parte settentrionale della colonia; la ferrovia gli garantirebbe una linea di comunicazione impagabile, consentendogli di sorprenderci continuamente facendo affluire truppe fresche e rifornimenti. A questo punto, mantenere il controllo della ferrovia sarebbe stato impossibile, come continuare la nostra strategia, che fino ad allora si era rivelata così efficace207”.

Il governatore Schnee fu irremovibile. Dopo aver notato che l’esercito aveva un contingente di truppe stazionato a Dar-es-Salaam, ordinò a von Lettow-Vorbeck di rimuoverle

immediatamente. Il comandante, prendendo al volo l’occasione, chiese di spostarle nella zona del Kilimangiaro ma il governatore glielo proibì, visto che tale posizione sarebbe stata ideale per un’azione contro Mombasa e la ferrovia dell’Uganda208. L’8 agosto 1914, una squadra della Royal Navy formata dagli incrociatori HMS Astrea e HMS Pegasus si presentò nel porto di Dares-Salaam ed iniziò un bombardamento, distruggendo la stazione radiotelegrafica. Il 17 agosto il governatore Schnee chiese udienza al comandante dell’Astrea, riaffermò la neutralità dei porti e della colonia tedesca, e concluse un gentlemen’s agreement che, ai suoi occhi, avrebbe garantito senz’ombra di dubbio la pace in Africa Orientale. Von Lettow-Vorbeck capì che il dado era
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F. A. Contey, British Debacle in German East Africa, “Military History”, 13, n° 5, Dicembre 1996, p. 65. B. Taylor, Prussian Jungle Tactics, “Military History”, 1991, p. 1. 207 P. E. von Lettow-Vorbeck, My Reminiscences of East Africa, Londra, Hurst and Blackett, Ltd., 1920, p. 28. 208 Hoyt, op.cit., pp. 17-18.

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ormai tratto e diede l’ordine di iniziare le operazioni offensive, mettendosi in palese conflitto con le istruzioni del suo superiore. Questo azzardo, quasi inusitato per un ufficiale prussiano, si sarebbe rivelato quantomai azzeccato. Whitehall vedeva l’impero coloniale tedesco come un obiettivo non solo lecito ma anche desiderabile: se la linea ufficiale forniva come ragioni per l’occupazione dei territori tedeschi il togliere basi di rifornimento alle navi corsare e il proteggere le colonie vicine da una possibile invasione, le motivazioni vere erano molto meno altisonanti. Il Regno Unito aveva da sempre accarezzato il sogno di controllare l’intera costa orientale dell’Africa e contrastare l’espansionismo francese in Africa Occidentale e nel Pacifico; quale migliore occasione per garantirsi ulteriori conquiste da aggiungere alla sterminata lista di colonie britanniche? Se poi le cose fossero andate meno bene, tali territori sarebbero serviti come merce di scambio al tavolo della pace209. La posizione neutralista del governatore Schnee fu accolta con soddisfazione da Norman King, console in Africa Orientale che, comunicando a Londra l’accordo concluso dal comandante dell’Astrea, aggiunse che “i tedeschi non hanno voglia di combattere”. Evidentemente nessuno aveva avvertito von Lettow, che si mosse immediatamente per portare la guerra in territorio britannico. Per raggiungere al più presto i suoi obiettivi, divise le sue magre forze in tre colonne, comandate dai suoi migliori ufficiali. La prima, comandata dal maggiore Georg Kraut, aveva il compito di occupare Mombasa e la ferrovia dell’Uganda; la seconda, guidata dal maggior generale Kurt von Wehle avrebbe attaccato la costa settentrionale del lago Vittoria e proseguito la penetrazione in Uganda; il conte von Falkenstein, alla testa della terza colonna, aveva l’obiettivo di conquistare la sponda occidentale del lago Niassa ed interrompere le comunicazioni tra la Rhodesia e le altre colonie inglesi dell’Africa Australe210. Prima di dare il via definitivo all’azione, von Lettow-Vorbeck affidò al capitano Tom von Prince, con il quale aveva studiato all’Accademia Militare, il compito di catturare la cittadina di Taveta, posta a metà strada tra il monte Kilimangiaro, la

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United States Military Academy, The Great War, West Point, New York, Department of History, 1979, p. 145. G.G. Parks, A critical Analysis of the Operations in German East Africa, Fort Leavenworth, Command and General Staff School, 1934, p. 9.

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ferrovia e Mombasa, tanto per togliere agli inglesi l’accesso migliore alla parte settentrionale della colonia tedesca. Le prime settimane dell’offensiva dimostrarono a von Lettow-Vorbeck che le forze a sua disposizione non erano sufficienti a conseguire obiettivi tanto ambiziosi. Solo due dei cinque obiettivi che si era posto furono conseguiti: le truppe di von Prince occuparono Taveta il 15 agosto 1914211, mentre il tenente comandante Zimmerman della Kaiserliche Marine comunicò il 22 agosto che le motonavi Wissamen e Kingani avevano affondato tutto il naviglio belga ed inglese sul Tanganica, che per quasi due anni sarebbe rimasto sotto il controllo tedesco, assicurando il confine occidentale della colonia tedesca. La colonna del maggiore Kraut fu bloccata da una compagnia di Arabi ad ovest di Mombasa fino all’arrivo delle forze indiane del brigadier generale J.M. Stewart: vista l’inferiorità numerica e l’impossibilità di raggiungere i suoi obiettivi, Kraut ritenne più prudente disimpegnarsi e ripiegare ordinatamente verso le posizioni difensive approntate nelle vicinanze di Moshi212. La colonna di von Wehle non ebbe maggior fortuna: von Lettow-Vorbeck sperava che il grosso delle forze inglesi fosse impegnato nella difesa di Mombasa, lasciando via libera all’esperto generale prussiano. L’avanzata tedesca a sud fu bloccata vicino a Karunga da due squadroni dell’EAMR fatti arrivare in fretta e furia da Kisumo mentre l’attacco verso l’Uganda riuscì a spingersi a fondo nella colonia fino a quando la tenace resistenza delle truppe locali e il pericolo di accerchiamento non convinse von Wahle a condurre un ripiegamento da manuale verso le basi sulla sponda meridionale del lago Vittoria213. La colonna di von Falkenstein fu anch’essa costretta a tornare sui propri passi senza essere riuscita a penetrare in territorio britannico: sia la parte che si dirigeva nella Rhodesia settentrionale sia quella che si spingeva verso il Niassaland furono sconfitte da riserve dei King’s African Rifles (KAR), l’equivalente britannico della schutztruppe, composte in gran parte da soldati nigeriani214. Il grandioso piano di von Lettow-Vorbeck era fallito, come il tentativo di

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King, op.cit., p. 4. C. Turquin, Dreadnoughts on the Lake, “Military History”, Agosto 1991, p. 26. 213 E. Dane, British Campaigns in Africa and the Pacific, 1914-1918, Londra, Hodder and Stoughton, 1921, pp. 84, 90-93. 214 Ibidem, p. 95.

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condurre una campagna convenzionale con le truppe alquanto speciali che aveva a disposizione, ma le operazioni avevano conseguito due obiettivi non irrilevanti. La conquista di Taveta fu l’unica volta durante tutta la Prima Guerra Mondiale nella quale truppe tedesche riuscirono ad occupare il suolo britannico215, mentre il controllo del lago Tanganica avrebbe in seguito costretto le forze inglesi ad uno sforzo sovrumano per mettere a tacere l’agguerrita flottiglia di Zimmerman, che pochi mesi dopo sarebbe stata ulteriormente rafforzata con l’arrivo della motonave Graf von Götzen. A questo punto, visto che si era chiusa la finestra di opportunità per conquiste territoriali e non disponeva di forze sufficienti a consolidare i guadagni ottenuti, von Lettow-Vorbeck iniziò a raggruppare le sue forze attorno al Kilimangiaro, nonostante il divieto esplicito del governatore, per fronteggiare un possibile attacco a Tanga. Nelle sue memorie, il comandante delle forze tedesche ricorda che... “... i giornali inglesi non facevano altro che ripetere quanto sarebbe stato doloroso per la Germania perdere le sue amate colonie e quanto l’Africa Orientale Tedesca fosse il boccone più prelibato. Dalle lettere catturate si leggeva solo di un imminente attacco da parte di un corpo di spedizione indiano di più di 10.000 uomini ed io non riuscivo ad immaginare come un attacco di questa scala non potesse avere il porto di Tanga come obiettivo principale216”.

In effetti lo Stato Maggiore inglese stava preparando una complessa operazione per conseguire rapidamente il controllo dell’intera Africa Orientale Tedesca. Sotto il comando del maggior generale Aitken, il piano prevedeva uno sbarco in forze vicino al porto di Tanga, dopo che un attacco simultaneo dal nord avesse attirato nella zona di Longido gran parte delle truppe di von Lettow-Vorbeck. Una volta ricongiunte le forze, il piano prevedeva di acquisire il controllo della sponda sud del lago Vittoria per poi muoversi verso Kigoma e, risalendo la recentemente inaugurata ferrovia centrale, arrivare a Dar-es-Salaam, distruggendo ogni resistenza tedesca. Aitken credeva che le truppe indiane a sua disposizione fossero infinitamente superiori a quelle di von Lettow-Vorbeck, considerate poco più di una massa di selvaggi. Il capitano Richard
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B. Farwell, The Great War in Africa, New York, W.W. Norton & Company, 1986, p. 125. Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 35.

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Meinertzhagen, ufficiale dell’intelligence, la pensava in maniera molto diversa. Nel suo diario annota che... “... Il piano fa schifo. Visto che mantenere i contatti tra le due forze sarà quasi impossibile e che dovremo attraversare alcune tra le regioni più malsane del pianeta, la sconfitta è più che probabile. Le nostre truppe, poi, sono pessime. Sono l’unico ufficiale in tutta l’armata che conosca l’interno dell’Africa Orientale ed ho fatto presenti le mie rimostranze ad Aitken in forma scritta. La sua risposta è stata che il Tedesco è messo molto peggio di noi, che le sue truppe sono mal addestrate, le nostre sono magnifiche e che, giungla o non giungla, vuole spazzare via i tedeschi prima di Natale. Belle parole, non c’è che dire. Peccato che io conosca il Tedesco. Le sue truppe coloniali non sono seconde a nessuno, sono guidate dai migliori ufficiali al mondo, conoscono il territorio, sanno come si combatte nella giungla per non parlare del fatto che i suoi uomini non sono così esposti alla malaria come i nostri217”.

La brigata del Brigadier Generale Stewart (denominata Forza C e composta da 1.500 uomini, inclusi gli EAMR, 4 cannoni e 6 mitragliatrici) incontrò le forze del Maggiore Kraut (80 tedeschi e 600 ascari) nelle vicinanze di Longido il 3 novembre 1914. Fu un disastro quasi imbarazzante: le truppe indiane, rimaste senz’acqua dopo che la logistica era saltata, erano così poco abituate a combattere nel bush che ad un certo punto attaccarono un gruppo di babbuini, temendo fosse una pattuglia tedesca che preparava un attacco notturno218. Dopo aver rapidamente sbaragliato la Forza C, Kraut iniziò una marcia forzata verso il terminal della ferrovia settentrionale a Moschi, in modo da essere pronto a partecipare alla difesa di Tanga. Von Lettow-Vorbeck attendeva ansiosamente l’attacco inglese, sperando che un’azione del genere convincesse il governo coloniale a fornire tutto il suo appoggio alla difesa dell’Africa Orientale. A difendere il porto era presente solo una compagnia della schutztruppe, cui era stato permesso di alloggiare in città grazie ad uno stratagemma: altre 8 compagnie erano stazionate vicino a Moschi ma avrebbero avuto bisogno di tempo prima di entrare in azione. Il governatore Schnee continuava a difendere la sua visione legalistica della situazione ed a trasmettere ordini sempre più perentori a quello che considerava un pericoloso guerrafondaio. Von Lettow-Vorbeck non era meno determinato

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R. Meinertzhagen, Army Diary, Edimburgo, Oliver and Boyd, 1960, p. 84. Herne, op.cit., p. 102.

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del suo superiore. Nelle sue memorie ricorda come si sentisse obbligato a disobbedire agli ordini: “dovetti chiedermi se avevo il coraggio di rischiare uno scontro decisivo usando tutti i miei mille uomini... qualsiasi altra opinione mal informata, come l’ordine del governatore di evitare a tutti i costi il bombardamento di Tanga, non avrebbe mai potuto prevalere219”. L’Esercito inglese aveva forse ancora meno scrupoli di fronte all’idea di violare la neutralità dei porti tedeschi, visto che l’accordo del 17 agosto era stato dichiarato invalido da Whitehall. La Royal Navy, invece, considerava disonorevole rompere il trattato senza aver dato ai tedeschi la possibilità di arrendersi: per questo l’incrociatore HMS Fox precedette il convoglio, entrando nel porto di Tanga alle 0705 del 2 novembre 1914. Il capitano F.W. Caudefield si incontrò con il sindaco della città, lo informò dell’invalidità dell’accordo, gli chiese se il porto era minato e concesse un’ora per presentare la resa del porto. Auracher, capitano della riserva nell’Esercito, aveva ricevuto precise istruzioni da von Lettow-Vorbeck che lo assolvevano da qualsiasi responsabilità nel disobbedire agli ordini del governatore220. Scese dalla Fox con la scusa di dover chiedere istruzioni ai suoi superiori e, con i suoi 15 agenti della polizia coloniale, si unì ai difensori della città. La Royal Navy, temendo che il porto fosse davvero minato, chiese un giorno per controllare, costringendo Aitken a rimandare l’attacco al giorno successivo. Meinertzhagen era furibondo, von Lettow-Vorbeck usò le 24 ore per far affluire quante più truppe possibili da Moshi, mentre il maggior generale Aitken faceva notare come “non avrebbe tollerato l’allucinante disordine nelle uniformi che fu permesso nella guerra contro i Boeri221”. Il comandante della spedizione inglese era fermamente convinto che “l’esercito indiano avrebbe spazzato via quella marmaglia negra222”. Dopo aver rifiutato il fuoco di sbarramento offerto dal comandante della corazzata HMS Goliath, informò il suo staff che “informazioni attendibili fanno sembrare improbabile che il nemico cerchi in alcun modo di contrastare il nostro sbarco”.

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 40. L. Mosley, Duel for Kilimanjaro, Africa 1914-1918: The Dramatic Story of an Unconventional War, New York, Ballentine Books, 1963, p. 52. 221 Contey, op.cit., p. 4. 222 Miller, op.cit., p. 58.

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Il 3 novembre Aitken aspettò che calasse la notte prima di far sbarcare le truppe: il suo ultimo ordine impartito alla prima ondata fu quello di mantenere in ogni caso le uniformi in perfetto ordine223. Le truppe, che da tre settimane non avevano mai lasciato le navi, erano stanche, soffrivano di mal di mare e furono scaricate a 300 metri da una scogliera circondata da erba alta e una folta vegetazione nonostante molti dei soldati non sapessero nuotare. Il grosso delle forze, composto da circa 8.000 uomini, rimase sulle navi a 10 miglia dalla costa per evitare un possibile bombardamento224. Aitken decise di mandare una brigata a “ripulire” Tanga ma si scontrò con i circa 200 tra tedeschi ed ascari riportando perdite elevatissime225. Alle 14:40 del 4 novembre circa tre battaglioni di fanteria mossero verso Tanga, scontrandosi con le linee di difesa approntate da von Lettow-Vorbeck. Se gli inglesi del 101st Grenadiers e del Loyal North Lancashire Regiment avanzarono senza indugiare, le truppe indiane, composte da membri di caste non guerriere, ruppero i ranghi e scapparono in preda al panico, giungendo fino a sparare sui reparti inglesi226. Mentre fuggivano disperatamente, le truppe indiane spararono su parecchi alveari, facendo infuriare gli sciami di api africane che si gettarono sul campo di battaglia pungendo a più non posso, regalando allo sbarco di Tanga il poco rispettoso nome di “battaglia delle api”. Nonostante il fronte meridionale fosse collassato, le unità inglesi a nord spinsero indietro le forze tedesche fino alle porte della città fino a quando i rinforzi giunti da Moshi entrarono in gioco attaccando il fianco delle formazioni inglesi. L’avanzata inglese si trasformò poco alla volta in un ripiegamento ordinato: nonostante lo staff continuasse a credere nella vittoria, Aitken ordinò a tutti “una buona notte di sonno227”. Durante la notte, il generale ordinò al Fox di bombardare le posizioni tedesche ma alcuni colpi finirono sull’ospedale, pieno di soldati tedeschi ed inglesi. La mattina del 5 novembre, Meinertzhagen si avvicinò alle linee tedesche sotto bandiera bianca con una lettera di scuse di Aitken, rifornimenti per i feriti e la

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Contey, op.cit., p. 6. Ibidem, p. 1. 225 Mosley, op.cit., p. 58. 226 Contey, op.cit., p. 9. 227 Mosley, op.cit., p. 64.

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richiesta di un giorno di tregua per occuparsi dei morti e dei feriti. Approfittando della possibilità, il generale Aitken fece risalire i soldati sulle navi: il 6, arrivati i cannoni della schutztruppe, Meinertzhagen lasciò le linee tedesche e si imbarcò sui cargo diretti a Mombasa. Dopo la partenza degli inglesi, von Lettow-Vorbeck si accorse che non avrebbe potuto difendere il porto da un nuovo assalto ed ordinò che la città fosse evacuata, lasciando un manipolo di soldati come guarnigione228. L’assalto a Tanga, considerato come una delle operazioni anfibie più disastrose della storia militare, costò all’esercito inglese 360 morti, tra cui metà degli ufficiali (sui quali si concentrava il fuoco dei cecchini ascari), 300 feriti e 1.800 tra dispersi e prigionieri. In prospettiva, i rifornimenti che gli inglesi lasciarono sulla spiaggia furono preziosissimi per la schutztruppe, che si appropriò immediatamente di un piccolo arsenale composto da 455 fucili dell’ultima generazione, 16 mitragliatrici e circa 600.000 munizioni di vario calibro. Le perdite tedesche furono di 15 europei, tra cui il capitano von Prince e 54 ascari 229. Lord Kitchener prese malissimo la sconfitta e pretese soddisfazione falcidiando i vertici della Indian Expeditionary Force. Aitken fu sostituito dal brigadier generale Wapshire, degradato a colonnello e messo a metà paga fino alla fine della guerra. Il generale Tighe, che aveva comandato il primo attacco, per cercare di spiegare il disastro sovrastimò volontariamente le forze tedesche a circa 2.500 fucili. Nonostante Meinertzhagen avesse scritto nel suo rapporto una stima corretta delle forze impegnate da von Lettow-Vorbeck nella difesa, il War Office prese per buone le dichiarazioni di Tighe, confermate da Aitken, che consigliò di mantenere una posizione difensiva in Africa Orientale. Il Comando Centrale, impegnato a fronteggiare le prime conseguenze del mattatoio delle Fiandre, concordò con le raccomandazioni di Aitken e vietò categoricamente ogni azione offensiva230. Il comandante tedesco cercò subito di capitalizzare la vittoria e, di fronte al crescente entusiasmo dei coloni e degli indigeni, che corsero ad infoltire i ranghi della schutztruppe in gran numero, riprese i piani per conseguire l’obiettivo principale del suo piano

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Contey, p. 10. Ibidem, p. 11. 230 B. Gardner, On to Kilimanjaro, Philadelpia, McRae Smith Company, 1963, p. 69.

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originale, la cattura del porto di Mombasa. Le truppe dell’Indian Expeditionary Force erano ancora stazionate vicino al porto e un attacco diretto sarebbe stato quindi impossibile, ma la riformata schutztruppe doveva provare sul campo di essere in grado di compiere anche operazioni offensive tradizionali. Il giorno di Natale del 1914 le truppe inglesi, forse per pareggiare il conto con Taveta, occuparono la cittadina di Jasin, un sonnacchioso borgo a 2 chilometri dal confine incastonato tra la fitta giungla infestata dalle letali mosche tse-tse e la strada costiera che portava a Mombasa. Von Lettow-Vorbeck dovette riconsiderare la situazione: con le tre compagnie di indiani stanziate a Jasin, un singolo attacco verso Mombasa sarebbe stato quasi impossibile. L’unico modo per raggiungere il suo obiettivo sarebbe stato un piano più complesso, fatto di piccole battaglie ed azioni di disturbo che, poco alla volta, avrebbero ridotto il vantaggio numerico e tecnologico di cui disponevano le forze dell’Intesa e resa possibile un’azione contro il porto. Jasin in sè non era importante, ma sarebbe stata fondamentale per continuare le azioni offensive nell’Africa Orientale Inglese231. Il 16 gennaio 1915 von LettowVorbeck concentrò nella zona di Tanga nove compagnie della schutztruppe, destinandone 4 all’attacco della cittadina mentre le altre 5 si sarebbero nascoste lungo le direttrici che con tutta probabilità avrebbero usato gli inglesi per fare affluire i rinforzi. La sproporzione di forze era molto più ragionevole rispetto alla difesa di Tanga, 3 a 1 invece di 8 a 1, ma quando due giorni dopo iniziò l’assalto le cose non andarono secondo i piani. Le truppe indiane, che avevano dato così poca prova di sé a Tanga, resistettero all’impatto della schutztruppe nonostante la ferocia dello scontro. I rinforzi da Mombasa arrivarono solo quando la guarnigione di Jasin, rimasta senz’acqua, era pronta ad arrendersi; la giungla rese impossibile distinguere tra amico e nemico, 1.000 tedeschi e 3.000 inglesi si trovarono mischiati, sparando all’impazzata. Le perdite furono altissime per entrambi i contendenti: la sera del 19 gennaio gli Inglesi decisero di interrompere l’attacco e ripiegare su Mombasa232. Jasin era stata riconquistata ma a carissimo prezzo: nella

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 63. Farwell, op.cit., p. 201.

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battaglia, von Lettow-Vorbeck aveva perso 6 dei suoi 42 ufficiali ed impiegato più di un terzo delle preziose munizioni prese a Tanga. Nelle sue memorie, il generale scrive che... “…anche se l’attacco a Jasin con nove compagnie era stato un completo successo dal punto di vista strettamente militare, ha dimostrato che solo in occasioni eccezionali saremmo stati in grado di sostenere perdite così gravi. Se avessimo voluto davvero sostenere una campagna lunga, avremmo dovuto risparmiare le forze.... Era più che evidente che avrei dovuto limitarmi ad una campagna di guerriglia, impegnandomi in battaglie campali solo eccezionalmente233”.

Una volta stabilito che l’approccio operativo seguito fino a quel momento era incompatibile con le forze a sua disposizione e con gli obiettivi che si era posto fin dall’inizio delle ostilità, von Lettow-Vorbeck fu molto disciplinato, limitandosi ad operazioni non convenzionali fino all’armistizio. La reazione inglese fu altrettanto determinata: aver subito più di 500 tra morti e feriti in un’operazione non autorizzata dal War Office e l’ennesima sconfitta da parte di quella che continuava ad essere considerata poco di più di una banda di selvaggi provocò la reazione stizzita di Lord Kitchener che trasmise tutto il suo disappunto al generale Wapshire in un telegramma glaciale: “Se pensa di dover per forza compiere operazioni offensive nell’area di sua competenza, sta sbagliando di grosso. Il recente scontro a Jasin dimostra quanto poco sia informato a proposito della forza del nemico.... Farebbe molto meglio a concentrare le sue forze e rinunciare del tutto ad operazioni rischiose234”. La relativa calma che calò sul fronte settentrionale consentì a von Lettow-Vorbeck di riconsiderare la situazione e concentrarsi sul difficile compito di rendere quanto più autonoma possibile la sua armata, sfruttando al massimo le magre risorse disponibili. Visto che la conquista di Mombasa rimaneva un obiettivo irraggiungibile, il generale ristrutturò la schutztruppe in modo tale da massimizzare quello che aveva percepito come il suo maggiore vantaggio asimmetrico, la estrema mobilità e la capacità di sostenersi usando le risorse del territorio. Se non poteva impedire alle forze dell’Intesa di far affluire rifornimenti attraverso Mombasa, poteva però bloccare la principale arteria usata per
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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 63. Gardner, op.cit., p. 72.

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spostarli verso l’interno, la ferrovia dell’Uganda. Vista la superiorità numerica del nemico, von Lettow-Vorbeck si rese conto che le sue forze erano organizzate in maniera inefficiente e creò delle unità pensate per compiti specifici. In quello che si può considerare il primo uso di forze speciali su larga scala della storia militare, furono creati gruppi di 8 uomini capaci di colpire lungo tutti i 400 chilometri della ferrovia, distruggendo ponti, infrastrutture o addirittura, usando delle rudimentali mine a pressione costruite a Dar-es-Salaam, far saltare le locomotive che transitavano sulle rotaie. Di fronte agli attacchi simultanei di decine di questi gruppi in punti diversi, gli inglesi furono costretti a presidiare con piazzaforti ogni obiettivo strategico, diluendo la superiorità numerica. Per approfittare di questa moltiplicazione di possibili bersagli, von Lettow-Vorbeck mise in piedi veri e propri gruppi di fuoco composti da non più di un plotone di soldati ma dotati di un numero superiore alla media di mitragliatrici: in questo modo erano in grado di colpire formazioni più numerose per razziare rifornimenti e cavalli. Questo approccio non convenzionale fu incredibilmente efficace: i corpi speciali riuscirono a far saltare 9 ponti e distruggere 32 locomotive tra il Marzo e il Maggio del 1915235, mentre i gruppi di fuoco seminarono il panico tra gli indiani del 98th Infantry che presidiavano gran parte della ferrovia. Il flusso di rifornimenti e cavalli fu così consistente da consentire a von Lettow-Vorbeck di mantenere due compagnie di cavalleria, capaci di colpire ancora più a fondo nelle retrovie inglesi. Di fronte a questa nuova minaccia, il generale Tighe, che aveva preso il posto di Wapshire nell’Aprile del 1915236, fu costretto a impiegare un numero crescente di soldati per presidiare anche l’interno. La superiorità numerica dell’Intesa rimaneva, ma la difficoltà di comunicazione e la mancanza di infrastrutture rendevano quasi impossibile mandare rinforzi per respingere qualsiasi attacco tedesco. Nel frattempo, gran parte dell’impero Tedesco in Africa era caduto sotto il controllo delle forze alleate, togliendo alla schutztruppe anche le ultime illusioni su un possibile soccorso nella difesa del protettorato. La resistenza nel piccolo protettorato del Togo fu quasi simbolica: la guarnigione era oggettivamente troppo debole per resistere agli
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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 64. Meinertzhagen, op.cit., p. 124.

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sforzi combinati delle nazioni dell’Intesa e, nonostante il coraggio dimostrato dal comandante von Doering, il 26 agosto 1914 fu costretta alla resa, consegnando il territorio nelle mani degli alleati. In Camerun, le forze dell’Intesa provarono a replicare il piano messo in atto nel Togo, ma l’ampiezza del territorio e la mancanza quasi totale di una rete di infrastrutture moderne resero l’impresa molto più complicata del previsto. Le forze armate tedesche non erano né numerose né ben equipaggiate, ma, conoscendo bene il territorio, fecero del loro meglio per costringere l’avversario ad attraversare proprio i tratti di giungla più ostili. Il comandante della schutztruppe, il colonnello Zimmermann, sapeva che le probabilità di respingere l’attacco alleato erano vicine allo zero, e quindi si impegnò in una campagna tesa ad ostacolare l’avanzata del nemico, allo scopo di guadagnare tempo ed aspettare quella rapida vittoria sul fronte europeo che buona parte degli ufficiali tedeschi continuava a ritenere probabile. Alla fine furono le enormi difficoltà logistiche a rallentare di molto l’avanzata delle colonne alleate, che erano entrate nel Camerun da nord, est ed ovest: nonostante i tedeschi avessero perso buona parte delle città più importanti già dal 28 settembre 1914, quando il bombardamento navale e lo sbarco di un corpo di spedizione anglo-francese di 5.000 uomini al comando del generale Dobell aveva costretto alla resa sia Douala che Bonaberi, gli uomini di Zimmermann non si scoraggiarono e continuarono a mettere in pratica in maniera quantomai diligente il piano d’azione237. Le oggettive difficoltà di comunicazione in un contesto tanto difficile resero ancora più complicata la difesa dinamica pensata dal comandante tedesco: infatti, alla fine di dicembre del 1914, le forze anglo-francesi avevano occupato tutti i porti del protettorato e la quasi totalità delle poche linee ferroviarie che i tedeschi erano riusciti a costruire nei quasi trent’anni di controllo della zona. A questo punto Zimmermann passò ad una campagna di guerriglia pura, disperdendo le proprie forze: gli alleati però non si fecero prendere dalla fretta e, per evitare di porgere il fianco alle incursioni della schutztruppe, procedettero con estrema cautela ed iniziarono una manovra di ampio respiro che, usando ben cinque colonne provenienti dalle colonie circostanti, avrebbe dovuto costringere i
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Strachan, pp. 44-48.

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difensori alla resa. Il movimento, che per le difficoltà derivate dalle lunghe pause per le piogge torrenziali, durò dall’aprile 1915 al gennaio 1916 ebbe successo e garantì la cattura di Yaoundé, ultima cittadina in mani tedesche238. Il 18 febbraio 1916 anche la fortezza di Mora, che resisteva all’assedio fin dal 14 settembre 1914, fu costretta alla resa ma i resti della schutztruppe, comandati dal colonnello Zimmermann, riuscirono ad aprirsi un varco nelle linee nemiche, rifugiandosi nel territorio spagnolo del Rio Muni, dove furono disarmate ed internate fino alla fine della guerra239. Nonostante questa fuga avesse tolto agli alleati la soddisfazione della vittoria, il protettorato tedesco non fu mai in grado di organizzare una resistenza coerente all’invasione: nonostante il genio tattico di Zimmermann, il destino del protettorato tedesco era segnato fin dallo scoppio delle ostilità. Le cose andarono in maniera diversa nell’Africa del SudOvest, dove la vicinanza della giovane Unione Sudafricana convinse il War Office a richiedere l’aiuto del dominion e “subappaltargli” la conquista del protettorato tedesco. In quella che fu l’unica campagna militare della guerra condotta da una ex-colonia inglese senza la supervisione dell’Impero Inglese, l’aiuto fornito dalla madrepatria si limitò alla protezione della Royal Navy, un reparto di autoblindo, qualche aereo per il neonato South African Aviation Corps, 20.000 fucili Mauser-Vergueiro Mod. 1904 di fabbricazione portoghese e 12 milioni di munizioni240. Le forze di difesa dell’Unione avrebbero dovuto fare affidamento alle tecniche sviluppate dalle truppe coloniali della Colonia del Capo, dalle milizie boere del Natal e del Transvaal e dai commandos dello Stato Libero dell’Orange durante la Seconda Guerra Boera. Mobilitare uomini che fino a dodici anni prima avevano combattuto una guerra quantomai brutale e spietata fu una questione che fece perdere il sonno a molti politici sudafricani. Alcuni capi della resistenza boera infatti ricordavano che l’Impero Tedesco era stato il principale sostenitore della propria lotta e consideravano lo scoppio della guerra come un’occasione imperdibile per riconquistare l’indipendenza dei propri territori. I politici più esperti, tra cui gli eroi della resistenza Botha e

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Strachan, op.cit., pp. 53-56. Ibidem, p. 57. 240 J. J. Collyer, The Campaign in German South West Africa, Pretoria, Government Print, 1937, p. 4.

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Smuts, vedevano le cose in maniera molto diversa: il trattato di Vereeniging, che aveva sanzionato la fine delle guerre boere, garantiva già una certa indipendenza alle popolazioni delle ex-repubbliche afrikaner, indipendenza che era stata addirittura rafforzata con la formazione dell’Unione Sudafricana e la concessione dello status di dominion da parte dell’Impero Inglese. Il futuro stava nell’Unione, riprendere la lotta contro gli inglesi sarebbe stata un’operazione spericolata senza alcun futuro. La richiesta dell’Impero Inglese arrivò a Pretoria sotto la forma di un documento ufficiale che richiedeva al dominion un “urgente servizio”, necessario per la difesa dell’Impero e per garantire la vittoria nei confronti delle Potenze Centrali. L’Unione Sudafricana avrebbe dovuto garantire a Londra l’occupazione dei porti di Lüderitzbucht e Swakopmund, in modo da togliere alla squadra dell’ammiraglio Spee la possibilità di rifornirsi e riparare i danni riportati negli scontri nell’Atlantico Meridionale nonché la distruzione dei potenti trasmettitori radio di Windhoek e Swakopmund, che in condizioni particolari erano in grado di raggiungere la stazione di Nauen in Germania. L’occupazione dei porti richiedeva un attacco anfibio, operazione totalmente nuova per le forze sudafricane, ma colpire il protettorato tedesco dal sud sarebbe stato un incubo logistico: la rete ferroviaria sudafricana si fermava a Steinkop e Prieska, rispettivamente ad 80 e 480 chilometri dal confine tedesco, gran parte dei quali erano composti da deserti o terreno particolarmente inospitale. Vista la difficoltà di operare trasporti meccanici in questo ambiente, il problema principale sarebbe stato quello di rifornire le colonne con abbastanza acqua per gli uomini e gli animali da tiro per il tempo necessario ai genieri per costruire linee ferroviarie d’emergenza o riparare le linee danneggiate dai tedeschi in ritirata. Il 21 agosto 1914, mentre un gruppo di alti ufficiali guidati dal ministro della Difesa Jan Christiaan Smuts stava discutendo il piano d’azione per l’attacco al protettorato tedesco, un articolo pubblicato sullo “Star” informò la popolazione che un reparto tedesco aveva sconfinato e stava scavando delle trincee vicino alla cittadina di Nakob241. La provocazione tedesca, insieme ad un incidente che aveva coinvolto dei contadini sudafricani sulla via del ritorno in patria, che
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Collyer, op.cit., p. 6.

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avevano preso una pattuglia tedesca a fucilate quando questi avevano provato ad arrestarli, convinsero il primo ministro Botha ad accettare la richiesta del War Office e quindi chiedere al parlamento di dichiarare guerra all’Impero Tedesco242. Il gruppo di Smuts accellerò i lavori e presentò un piano dettagliato di invasione nel giro di pochi giorni: due forze indipendenti si sarebbero mosse contro i tedeschi, una delle quali avrebbe attaccato da sud, mentre l’altra sarebbe partita dalla cittadina di Upington per aggredire la sezione centrale del protettorato tedesco da est. Allo stesso tempo, con la copertura della Royal Navy, truppe sudafricane avrebbero occupato la baia di Lüderitzbucht e distrutto le installazioni portuali e la stazione radiotelegrafica di Swakopmund. La Forza A, incaricata dell’attacco da sud e composta di due batterie da 4 cannoni, 5 reggimenti dei South African Mounted Rifles, i Witwatersrand Rifles, ed un’unità di genieri al comando del brigadier generale H. T. Lukin, si mosse da Capetown il 30 agosto 1914, iniziando a sbarcare a Port Nolloth il giorno successivo 243. La Forza B, al comando della quale era stato messo il tenente colonnello S. G. Maritz, avrebbe dovuto essere composta da squadroni provenienti da unità di fanteria a cavallo, dirette discendenti delle squadre di commandos del Transvaal, e le squadre di mitraglieri della Prince Alfred’s Guard e dei Kaffrarian Rifles. Queste unità non avevano la storia e la struttura consolidata dei reggimenti inglesi ed erano in gran parte composte da veterani della resistenza boera che non avevano ancora digerito la sconfitta. A rendere la situazione ancora più problematica, lo stesso Maritz aveva mantenuto i contatti con i suoi antichi alleati tedeschi e si era impegnato in prima persona fin dal 1912 per organizzare una ribellione delle province boere. La Forza C si stava riunendo a Capetown, aspettando il via libera per lo sbarco a Lüderitzbucht. I preparativi furono accellerati dall’11 settembre 1914, quando il parlamento dell’Unione votò a larghissima maggioranza (92 a 12) una mozione che confermava la lealtà dell’Unione Sudafricana all’Impero ed autorizzava tutte le misure per cooperare con le forze imperiali nella difesa della sicurezza e dell’integrità

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G. L’Ange, Urgent Imperial Service, Rivonia, Ashanti Publications, 1991, p. 2. Collyer, op.cit., p. 8.

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territoriale dell’Impero Inglese244. Questa accelerazione costrinse gli oppositori alla linea lealista ad uscire allo scoperto e muoversi con più decisione per organizzare la ribellione vera e propria. Il 15 settembre, appena arrivata la notizia della cattura della cittadina di Ramans Drift da parte dei South African Mounted Riflemen, il brigadier generale C. F. Beyers ed il maggiore J. C. Kemp, rispettivamente comandante dell’Active Citizen Force e del settimo distretto militare, rassegnarono le proprie dimissioni e iniziarono in segreto ad organizzare la ribellione. Il giorno dopo, il Vrij Korps, un’unità di Afrikaners che si era rifugiata in territorio tedesco dopo la resa delle forze boere, attaccò la stazione di polizia della cittadina di Nakob, travolgendo la piccola guarnigione sudafricana. Tra il 18 ed il 19 settembre, la Forza C, composta da una batteria da sei cannoni da campagna, uno squadrone degli Imperial Light Horse, i Transvaal Scottish, la Rand Light Infantry e una sezione di genieri, sbarcò a Lüderitzbucht senza incontrare alcuna resistenza. Con la distruzione dei trasmettitori di Swakopmund, avvenuta il 14 settembre con un bombardamento navale, le forze dell’Unione potettero raggiungere il primo obiettivo richiesto dal War Office. Proprio quando tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, una notizia sconvolse i piani dei sudafricani: il 24 settembre, Henry Lukin, comandante dei South African Mounted Rifles, a corto di trasporti, aveva deciso di far avanzare le avanguardie del colonnello Grant per verificare la posizione di una colonna tedesca che era stata segnalata nella zona di sua competenza. I 300 uomini di Grant erano partiti con solo due cannoni al seguito, privi delle salmerie e delle munizioni di riserva, sperando di cogliere di sorpresa i tedeschi. Purtroppo per loro, due giorni dopo, nelle vicinanze di Sandfontein, furono circondati dai 1.200 uomini del colonnello von Heydebreck, che seppe usare al meglio le tre batterie di artiglieria a sua disposizione per massacrare il reparto di Grant. Il colonnello sudafricano, vistosi accerchiato, non poté far altro che arrendersi. Il generale Lukin, ansioso di rimediare al grave errore tattico, chiese alla Forza B di Maritz di intercettare i tedeschi, ma il comandante si rifiutò di muoversi, dicendo che le sue truppe erano poco addestrate, non disponevano di sufficienti rifornimenti e
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Strachan, op.cit., p. 65.

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non sarebbero state comunque in grado di sconfiggere le forze tedesche245. Lo stato maggiore sudafricano iniziò a sospettare il doppio gioco ed inviò ad Upington l’Imperial Light Horse e la Durban Light Infantry: dopo aver raggiunto Prieska, terminal delle linee ferroviarie, il 2 ottobre, i due reparti si mossero verso il quartier generale di Maritz. Una volta informato della presenza delle unità, il comandante boero fece sapere di non avere bisogno di rinforzi per difendere il suo settore ma capì che il tempo dei sotterfugi stava rapidamente terminando. Il 9 ottobre, quando i primi esploratori dell’Imperial Light Horse raggiunsero i sobborghi di Upington, le forze di Maritz avevano già passato il confine e dato il via alla ribellione nel Transvaal e nell’Orange, che avrebbe tenuto occupato il grosso delle forze armate sudafricane fino all’inizio del 1915 246. Nel frattempo, l’avanzata nella parte meridionale del protettorato tedesco poté continuare, visto che, con l’arrivo della Forza D, composta da due reggimenti di fanteria a cavallo dell’ACF, cinque battaglioni di fanteria, una batteria da sei cannoni da campagna e due batterie da quattro obici pesanti a Lüderitzbucht, l’ordine di battaglia era pressoché completo. Dopo essersi congiunta con la Forza C, la colonna sudafricana si mosse verso la cittadina di Aus, dove i tedeschi avevano ricostruito una stazione radiotelegrafica. Le unità avrebbero dovuto traversare 129 chilometri di deserto nel pieno dell’estate australe: le forze armate tedesche si mossero per approfittare dell’opportunità, convinti che il clima e le difficoltà logistiche avrebbero offerto molte opportunità di colpire il nemico e costringerlo a ripiegare verso la costa. La bravura dei genieri garantì il successo alla rinominata Forza Centrale, impegnata nella ricostruzione della linea ferroviaria, l’unico modo per garantire ai reparti di prima linea un rifornimento costante d’acqua. La cattura della cittadina di Tschaukaib l’8 novembre consentì alla colonna sudafricana di controllare 32 chilometri di ferrovia intatti e un deposito d’acqua che le truppe tedesche, colte di sorpresa, non erano riuscite a distruggere in tempo. Dopo aver consolidato le proprie conquiste, il 13 dicembre la Forza Centrale riprese l’avanzata: tre battaglioni di fanteria si prepararono ad un raid contro Garub, ma i tedeschi si erano trincerati bene e, grazie alla presenza di due
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Strachan, op.cit., p. 69. L’Ange, op.cit., p. 4.

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mitragliatrici Maxim e un cannoncino a tiro rapido “Pom Pom”, bloccarono le forze sudafricane. Lo stallo continuò fino a quando gli osservatori non comunicarono al comandante che un grosso contingente tedesco aveva lasciato Aus: pensando che una forza del genere avesse con sè almeno una batteria d’artiglieria, i sudafricani si ritirarono verso Tschaukaib per organizzare delle posizioni più difendibili247. Alla fine il deserto iniziò a chiedere il suo tributo: problemi nell’approvvigionamento d’acqua costrinsero il comando a sostituire la fanteria a cavallo con reparti di fanteria ma i problemi rimasero gravi. La guarnigione dovette affrontare il caldo estremo, lunghe tempeste di sabbia, nonché i ripetuti attacchi da parte degli aerei tedeschi, che vista la distanza dalle basi sudafricane, dominavano i cieli. La cittadina di Garub fu occupata senza che fosse sparato un solo colpo solo il 22 febbraio 1915, ma la Forza Centrale non fu in grado di inseguire i tedeschi: prima di lanciare l’attacco contro la piazzaforte di Aus, bisognava sviluppare i pozzi della cittadina per garantire un rifornimento costante di acqua fresca. Il 22 marzo, quando la produzione d’acqua raggiunse i 270.000 litri d’acqua, tre brigate di fanteria a cavallo furono spostate nella cittadina, in preparazione dell’assalto finale. Il 26 il brigadier generale McKenzie, comandante della Forza Centrale, ricevette il generale Botha a Lüderitzbucht: l’avanzata da Walvis Bay aveva convinto i tedeschi ad abbandonare la parte meridionale della colonia per concentrare le difese più a Nord. Nella notte del 28, la stazione radio di Aus smise di trasmettere, segno evidente che le forze di difesa tedesche stavano evacuando la piazzaforte: due giorni dopo, quando la Forza Centrale si mosse da Garub, gli ultimi tedeschi avevano lasciato Aus. Il forte, con le sue formidabili difese ancora intatte, fu catturato pochi giorni dopo senza incontrare alcuna resistenza248. Ancora una volta, i sudafricani furono costretti a fermarsi per nove giorni prima di poter riprendere l’inseguimento: il 14 aprile, McKenzie decise di formare una “colonna volante” con tre brigate di fanteria a cavallo (ognuna composta da due reggimenti) e una batteria di artiglieria da campagna per riprendere i tedeschi e costringerli alla battaglia. La colonna marciò per 185 chilometri in quattro giorni lungo la linea
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Collyer, op.cit., pp. 25-27. Ibidem, pp. 29-30.

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ferroviaria fino a Kuibis, con le brigate a cavallo costrette a fermarsi ogni due giorni per risparmiare acqua. Dopo aver tagliato verso Besondermaid, la colonna raggiunse Berseba all’alba del 22 aprile 1915, sorprendendo la piccola guarnigione di 30 uomini. Un sottufficiale tedesco riuscì ad avvertire una squadra che si stava avvicinando alla cittadina della presenza dei sudafricani, ma gli ufficiali non lo presero sul serio e si mossero senza particolari precauzioni verso Berseba, dove furono intercettati dalla fanteria a cavallo e catturati dopo un lungo inseguimento. La colonna volante, ormai sicura di aver colto di sorpresa i tedeschi, si mosse rapidamente, raggiungendo Grundorn il 26 aprile: visto che le linee telefoniche erano ancora funzionanti, riuscirono a sapere che la forza principale avrebbe lasciato la cittadina di Gibeon quella sera stessa. Se si fossero mossi abbastanza in fretta, sarebbero riusciti ad accerchiarli: appena gli osservatori informarono il comando che i tedeschi stavano caricando un treno con i rifornimenti, McKenzie ordinò ad un gruppo di guastatori di far saltare la linea ferroviaria per Windhoek, seguiti a breve distanza da tre reggimenti di fanteria a cavallo, gli Umvoti Mounted Rifles, il 2nd Imperial Light Horse e il Natal Light Horse, comandati dal colonnello J.P. Royston. I reggimenti avrebbero dovuto chiudere ogni via di fuga ai tedeschi, ma Royston posizionò i reparti troppo vicini al luogo dell’esplosione e parallelamente alla linea di ritirata. Una pattuglia tedesca, mandata ad investigare la causa dell’esplosione, individuò i sudafricani e, mentre Royston era andato personalmente nelle retrovie per ordinare agli Umvoti Mounted Rifles di rinforzare le posizioni di prima linea, aprì il fuoco con una mitragliatrice. Il comandante del 2nd ILH ordinò al proprio reparto di ritirarsi: nel caos generale, Royston non poté che ordinare la ritirata ed aspettare il mattino. Uno squadrone del Natal Light Horse, composto in gran parte da reclute, si trovò tagliato fuori e fu costretto ad arrendersi poco dopo l’alba. La vittoria contro i reparti di Royston convinse i tedeschi che la battaglia fosse finita ma, mentre i festeggiamenti stavano iniziando, il grosso delle forze di McKenzie iniziò il vero attacco da sud. Un treno che attendeva in stazione fu colpito dai proiettili da 15 libbre dei cannoni sudafricani: la pattuglia di guardia al treno si arrese immediatamente per paura che le cannonate facessero scoppiare le

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tonnellate di esplosivi caricate sul treno, causando un massacro. Una volta catturati i rifornimenti tedeschi, McKenzie provò ad aggirare la formazione tedesca con una manovra a tenaglia, aiutato dalle forze di Royston che stavano avanzando da ovest. I tedeschi, incalzati dai reparti sudafricani, furono costretti a lasciare sul campo la loro artiglieria, quattro delle sei mitragliatrici e quasi un quarto delle loro forze pur di sfuggire all’accerchiamento. La colonna volante ebbe 24 morti e 66 feriti ma riuscì ad eliminare la presenza tedesca dalla parte meridionale del protettorato ed impedire ai superstiti, a corto di munizioni ed armi pesanti, di organizzare una credibile campagna di guerriglia o minacciare il fianco dell’avanzata sudafricana più a nord, che stava colpendo al cuore le forze di difesa tedesche249. La campagna nel nord, che negli originari piani delle forze sudafricane sarebbe dovuta partire pochi giorni dopo l’avanzata da Lüderitzbucht fu bloccata dalla vittoria tedesca a Sandfontein e soprattutto dalla ribellione boera, che tenne impegnate buona parte delle truppe ad essa destinata fino all’inizio dell’estate australe. I ribelli boeri avevano fatto molto affidamento sul supporto degli ex-alleati tedeschi ma né il governatore Theodor Seitz né il colonnello von Heydebreck, comandante della schutztruppe, furono pronti ad approfittare della temporanea debolezza dell’Unione Sudafricana. D’altro canto, la situazione del protettorato tedesco era quantomai precaria: il completamento della rete ferroviaria nel 1910 aveva convinto il governo centrale a ridurre la dimensione della guarnigione, che all’inizio della guerra non contava che 2.000 soldati di carriera. Anche aggiungendo i circa 3.000 riservisti mobilitabili, la schutztruppe era palesemente insufficiente per difendere un territorio tanto vasto come l’Africa del Sud-Ovest250. Le forze tedesche soffrivano anche per la mancanza di personale preparato dal punto di vista tattico e impiegarono mesi prima di trovare il modo di trasformare le forze di difesa in unità militarmente valide. La presenza della migliore rete ferroviaria dell’Africa Australe e la diffusione di trasmettitori radio su tutto il territorio convinse il governatore Seitz a frazionare le forze disponibili all’inverosimile, sicuro che sarebbe stato in grado di raggrupparle rapidamente in caso di
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Collyer, op.cit., pp. 35-38. Strachan, op.cit., p. 76.

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necessità. Questa distribuzione, che poteva essere sensata in tempo di pace, quando il compito principale della schutztruppe era quello di proteggere i coloni tedeschi dalle rivolte indigene, era assolutamente controproducente quando si doveva affrontare un nemico che era capace di mettere in campo forze dieci volte superiori (nel periodo di massimo sforzo, le truppe sudafricane arrivarono a contare circa 65.000 effettivi)251. Eppure, al 10 febbraio del 1915, le forze tedesche nell’Africa del Sud-Ovest erano ancora divise in 132 unità separate: quando l’offensiva sudafricana si fece incalzante, il maggiore Francke organizzò prima tre, poi quattro battaglioni, composti ciascuno da tre a quattro compagnie, chiamandoli reggimenti per cercare di ingannare il nemico (le unità erano composte da circa 450 effettivi, ovvero circa la metà di un normale battaglione di fanteria)252 sulla consistenza totale delle forze tedesche, tentativo peraltro riuscito, visto che, anche dopo la guerra, i sudafricani continuarono a sovrastimare la schutztruppe, che secondo loro contava da 7 ad 8.000 combattenti. Il problema che ridusse drammaticamente le capacità offensive delle forze tedesche fu la mancanza di ufficiali preparati al comando di formazioni complesse: è ironico che in una campagna dal numero di morti così limitato, furono proprio i pochissimi ufficiali usciti dalle accademie prussiane a cadere sul campo, lasciando la schutztruppe priva di quella guida esperta che avrebbe dato risultati eccellenti sia in Camerun sia in Africa Orientale. Il colonnello Von Heydebreck, brillante ufficiale dall’ampia esperienza coloniale, che si era dimostrato in grado di sfruttare efficacemente gli errori dei sudafricani, fu ucciso il 12 novembre 1914 dall’esplosione accidentale di una granata. Il suo successore designato era rimasto sul campo mentre guidava l’attacco a Sandfontein, mentre il capo di stato del maggiore Franke era morto il 31 marzo 1915 per una semplice caduta da cavallo. Questa serie di eventi sfortunati fece sì che nella fase cruciale della campagna le forze tedesche ebbero come capo di stato maggiore un riservista senza nessuna preparazione specifica e nessun ufficiale in grado di far funzionare le ferrovie

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Collyer, op.cit., pp. 3-4. Strachan, op.cit., p. 77.

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secondo le procedure militari253. Ai problemi organizzativi si assommarono guai ben più seri: la situazione finanziaria della colonia non era mai stata particolarmente florida, ma le spese necessarie per sostenere la difesa del territorio eccedevano di gran lunga le capacità delle casse di Windhoek. Appena dopo l’inizio delle ostilità, il governatore Seitz aveva emesso certificati di credito (i cosiddetti weissen Schuldscheine) per 5 milioni di marchi (la massa monetaria circolante nel territorio era di appena 7 milioni di marchi) ed aveva iniziato un programma di risparmio forzoso per impedire che le monete d’oro sparissero dalla circolazione, bloccando ogni commercio. La sua prima preoccupazione fu quella di accumulare riserve di cibo sufficienti per mantenere operativa la schutztruppe ed i suoi cavalli: Seitz riuscì a mettere da parte riserve per quattordici mesi ma, visto che non aveva considerato nei suoi calcoli i circa 3.000 riservisti, l’autonomia delle forze di difesa tedesche era molto più limitata. I problemi si fecero ancora più seri quando il governatore si rese conto che il protettorato, che dipendeva per gran parte delle derrate alimentari dalle importazioni, aveva cibo per circa cinque mesi nelle regioni agricole e per solo tre nelle aree a maggiore concentrazione urbana. Con lo spettro della carestia alle porte, nel mese di ottobre del 1914, il governatore vietò l’acquisto e la vendita di cibo da parte dei privati, sperando che in questo modo sarebbe riuscito ad evitare il peggio. Mentre i sudafricani erano impegnati a combattere la rivolta boera, al nord del confine Seitz aveva il suo bel daffare: gran parte dei terreni era stato dedicato all’allevamento di bovini e anche le popolazioni indigene, con la parziale eccezione degli Ovambo, erano dipendenti dai cereali importati dall’estero per l’alimentazione. Con la requisizione dei buoi e degli asini per garantire una sufficiente mobilità ai reparti di artiglieria della schutztruppe, iniziò a scarseggiare anche il foraggio, visto che gli animali normalmente addetti alla sua coltivazione erano stati tolti dalle fattorie254. Dall’inizio dell’autunno australe del 1915, buona parte del protettorato tedesco era stato colpito dalla carestia. L’impatto militare fu considerevole: le unità della schutztruppe, composte in gran parte da fanteria a cavallo, non potevano rimanere concentrate o ferme per
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Strachan, op.cit., p. 76. T. Seitz, Südafrika in Weltkriege, Berlino, D. Reimer (E. Vohsen), 1920, pp. 15-17.

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lunghi periodi di tempo, dato che la logistica non poteva fornirgli quantità sufficienti di foraggio ed acqua. La necessità di trasportare con sè buona parte dei rifornimenti ridusse di gran lunga la mobilità delle singole unità, costringendole a fermarsi più spesso delle controparti sudafricane. Inoltre, la mancanza di foraggio impedì ai tedeschi di sfruttare la propria superiorità in termini di artiglieria: la schutztruppe disponeva di 46 cannoni da campagna (circa metà dei quali era però antiquata e in 8 calibri diversi), 11 cannoncini a tiro rapido Maxim (i famigerati “pom pom”) e 9 cannoni leggeri da montagna, oltre a sufficienti riserve di munizioni nei depositi di Windhoek e Keetmanshoop. I sudafricani non furono mai in grado di concentrare così tanti pezzi di artiglieria ma raramente dovettero affrontare sul campo la forza bruta di un simile sbarramento di fuoco: i tedeschi erano in grado di movimentare i pezzi, ma non avevano abbastanza foraggio per garantire un rifornimento costante di munizioni. Più di una volta, la schutztruppe fu costretta ad interrompere il fuoco e ripiegare perché era rimasta semplicemente a corto di munizioni255. Per tutte queste ragioni, nonostante il feldmaresciallo Moltke avesse indicato una ribellione boera come uno dei possibili diversivi per costringere il Regno Unito a togliere risorse al fronte occidentale, il governatore Seitz non era in grado di fornire ai ribelli un aiuto significativo. Inoltre considerò che un intervento diretto della Germania avrebbe ricompattato il fronte interno, unendo i popoli del Sudafrica in una guerra di difesa nazionale. Il 17 ottobre il governo del protettorato fece sapere a Maritz che avrebbe riconosciuto ufficialmente una repubblica sudafricana indipendente, in cambio dell’enclave inglese di Walvis Bay, ma il governatore ritenne più prudente mantenere l’informazione riservata, lasciando ai ribelli boeri la decisione sull’opportunità di rivelarla al pubblico. Lo stesso von Heydebreck, che non nutriva molte speranze sulle possibilità di successo dei boeri, fece di tutto per limitare il supporto fornito ai rivoltosi, sia in termini di armamenti sia di rifornimenti256. Quando Seitz si convinse che, senza il supporto della schutztruppe, la ribellione sarebbe fallita provò ad organizzare un attacco diversivo verso Steinkopf per diminuire la pressione sulle forze boere. Il ritardo di Maritz nel
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Seitz, op.cit., pp. 11-12. Ibidem, pp. 29-32, 35-39.

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lanciare l’attacco ad Upington convinse il maggiore Francke a cambiare l’obiettivo dell’azione tedesca, scegliendo la cittadina di Kakamas, più vicina ad Upington. Problemi di organizzazione e di logistica ritardarono la preparazione dell’attacco: i tedeschi non sarebbero potuti partire prima del 31 gennaio e, quando si resero conto che la rivolta boera era già finita, tornarono verso le proprie posizioni difensive257. Il 25 dicembre 1914, una volta sedata la rivolta nell’Orange con la cattura del capo boero De Wet (avvenuta il 2 dicembre nel deserto del Kalahari) e la morte dell’eroe della resistenza Beyers (affogato nel fiume Vaal l’8 dicembre mentre cercava di sfuggire alla cattura)258, il comando sudafricano poté finalmente spostare due brigate di fanteria (composta ognuna da tre battaglioni), un reggimento di fanteria a cavallo e sette cannoni da campagna a Walvis Bay, consentendo la cattura di Swakopmund pochi giorni dopo. Il fallimento dell’attacco lanciato dai ribelli di Maritz contro Upington il 24 gennaio 1915 e la conseguente resa dell’ultimo comandante ribelle Kemp il 30 gennaio pose fine alla ribellione boera259, consentendo al generale Louis Botha di assumere finalmente il comando delle sue forze. Botha arrivò a Walvis Bay il 10 febbraio 1915, per essere raggiunto pochi giorni dopo da due brigate di fanteria a cavallo, due battaglioni di fanteria e sei obici pesanti, inviati per garantire una copertura adeguata ad una forza che era composta in grandissima parte da ex commandos boeri260. Il 23 febbraio, dopo un’accurata ricognizione, Botha ordinò alla fanteria del colonnello P.C.B. Skinner e alle brigate di fanteria a cavallo del colonnello Albert di avanzare da Swakopmund verso l’interno. Se la fanteria di Skinner occupò senza incontrare resistenza la cittadina di Nonidas, le brigate a cavallo furono rallentate da un’imboscata tedesca che colpì la retroguardia, consentendo al grosso delle forze tedesche di ripiegare ordinatamente. L’avanzata continuò per circa 40 chilometri ma arrivati ad Heigamchab, Botha si trovò di fronte ad una scelta difficile: continuare a seguire la linea ferroviaria o procedere lungo il fiume Swakop.
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Strachan, op.cit., p. 74. Ibidem, p. 73. 259 Ibidem, p. 74. 260 Per la cronaca della campagna militare nel nord, le informazioni sono tratte dall’opera di A. C. Martin, The Durban Light Infantry, Durban, Headquarters Board of The Durban Light lnfantry, 1969, che descrive in dettaglio gli scontri principali ed i retroscena tattici e logistici affrontati dalle varie unità comandate dal generale Botha.

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Rimanere lungo la ferrovia avrebbe reso più agevole l’approvvigionamento dei soldati ma seguire il fiume avrebbe risolto il problema dell’acqua e, viste le piogge che erano cadute nell’interno, evitato di dover pensare al foraggio dei cavalli. Botha scelse di seguire il fiume ma la logistica sudafricana andò ben presto in crisi, costringendo il generale prima ad interrompere la riparazione della linea ferroviaria e poi a fermare l’avanzata. Alla fine, le condizioni climatiche particolarmente ostili forzarono la mano a Botha, che ordinò a tutte le truppe a cavallo di tornare a Swakopmund per evitare che i cavalli morissero di fame. Le guarnigioni di fanteria lasciate a Goanikontes, Heigamchab e Husab avevano come unico compito la protezione della linea ferroviaria ma non disponevano di forze sufficienti per pattugliare con efficacia il territorio: le forze tedesche si resero conto della possibilità di una facile vittoria e si mossero per tagliare le linee di approvvigionamento sudafricane, ma l’approccio del maggiore Victor Francke, che aveva sostituito il colonnello Von Heydebreck, architetto dell’imboscata di Sandfontein, fu troppo cauto, consentendo a Botha di rintuzzare gli attacchi con calma. L’offensiva tedesca si risolse in un fallimento anche perché i sudafricani intercettavano con regolarità le comunicazioni radio dei tedeschi, che non ritenevano necessario l’uso di messaggi in codice. Il 18 marzo, il miglioramento del clima convinse Botha a preparare l’attacco alle piazzaforti di Riet e Pforte, dove i tedeschi si erano trincerati con cura: l’attacco scattò il 20 marzo all’alba, seguendo le linee tipiche di una manovra a tenaglia, diretta a tagliare le vie di fuga dei difensori e costringerli alla resa. Il successo dipendeva in gran parte dall’efficacia degli attacchi secondari: se l’attacco sulla destra fu costretto a fermarsi quando i cavalli non riuscirono a trovare un passaggio nel Langer Heinrich, la manovra che puntava su Pforte fu più fortunata. Le forze del colonnello Alberts attaccarono simultaneamente le difese attorno alla ferrovia e le posizioni ai piedi dell’Husab Berg: l’artiglieria tedesca riuscì a bloccare i reparti diretti verso la ferrovia ma le unità di commandos riuscirono ad occupare la strettoia ai piedi dell’Husab, continuando l’attacco appena raggiunte dai rinforzi. La polvere e la luce del mattino resero molto meno efficace del solito il fuoco delle mitragliatrici tedesche, consentendo alla fanteria sudafricana di occupare la ferrovia,

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tagliando la ritirata al grosso dei difensori, che fu costretto a ripiegare in fretta e furia. Alle 8:30, appena videro che le riserve e l’artiglieria sudafricana avevano passato la strettoia e si preparavano a colpirle dal fianco, i 209 difensori tedeschi si arresero, senza avere il tempo di sabotare i due cannoni da campagna che avevano a disposizione. L’azione di accerchiamento tentata dall’ala sinistra della 2nd Mounted Brigade del colonnello W.R. Collins consentì ai sudafricani di sabotare la ferrovia ad ovest di Jakkalswater ma la reazione della retroguardia tedesca costò all’unità alcuni morti e la cattura di 43 soldati appiedati dall’artiglieria 261. Le forze tedesche, vista la situazione, preferirono abbandonare Riet e portarsi verso nord: Botha pensò di inseguire i difensori ma fu costretto a desistere, visto che la mancanza di acqua ed il clima inclemente avevano affaticato oltre ogni misura i cavalli. Il giorno dopo, le avanguardie sudafricane si spinsero fino a Modderfontein, sorprendendo un accampamento tedesco posto a guardia di una base di rifornimento: oltre ai materiali, i sudafricani ottennero dei documenti che mostravano le posizioni di buona parte delle forze tedesche, che al momento erano concentrate più a nord. Botha fu ancora una volta bloccato dalle difficoltà logistiche: le truppe a cavallo erano rimaste senza foraggio, visto che nella zona attorno a Riet non v’era traccia di erba, e il generale fu costretto a ritirarle a Swakopmund. Il resto delle forze era a corto d’acqua: prima di una nuova azione, si sarebbero dovuti scavare dei pozzi, garantire un rifornimento d’acqua costante e spostare nella zona un quantitativo sufficiente di rifornimenti. Le difficoltà logistiche si aggravarono nelle prime settimane del mese d’aprile, costringendo il comando sudafricano ad abbattere i buoi dell’artiglieria pesante per evitare che i soldati morissero di fame. Il 25 aprile, nonostante la logistica fosse ancora gravemente deficitaria, l’arrivo a Swakopmund della 1a divisione autoblindo della Royal Navy convinsero Botha a riprendere l’offensiva: le autoblindo, che non avevano bisogno di foraggio, avrebbero garantito una superiore mobilità e consentito ai sudafricani di approfittare al meglio dei punti deboli del nemico. In quella stessa notte, il colonnello Skinner, comandante della guarnigione che proteggeva i genieri che stavano
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Collyer, op.cit., pp. 101-104.

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costruendo una linea ferroviaria vicino a Trekkopies, intercettò alcuni reparti tedeschi mentre si stavano avvicinando al campo. Lasciando qualche soldato a seguire i movimenti del nemico, si precipitò al campo e richiese lo spostamento del Rhodesian Regiment e di due obici pesanti da Swakopmund. Alle 5:45, i sabotatori tedeschi fecero saltare la ferrovia a nord del campo di Skinner ma non riuscirono a distruggere i cavi telefonici: alle 7:40, i tedeschi lanciarono un attacco con fanteria, artiglieria e cavalleria che procedevano da nord e ovest, ma furono respinti dalle forze sudafricane, supportate dalle autoblindo appena giunte dalla costa. Alle 10:30 Skinner provò di lanciare un contrattacco, ma vista la mancanza di artiglieria pesante non riuscì a colpire duramente i tedeschi, che continuarono il ripiegamento senza ulteriori problemi. I sudafricani persero 9 uomini ed ebbero 32 feriti, mentre i tedeschi riportarono 7 morti, 14 feriti e 13 prigionieri e furono costretti ad abbandonare ogni velleità di ostacolare l’avanzata nemica colpendo in profondità lo schieramento sudafricano262. Nella zona attorno a Riet iniziarono a concentrarsi le forze necessarie per l’avanzata verso Windhoek: l’arrivo dell’autunno consentì a Botha di spostare quattro brigate di fanteria a cavallo, che avrebbero costituito la punta di diamante della Forza Centrale, con due brigate di fanteria, alcuni squadroni di fanteria a cavallo e le autoblindo inglesi a protezione delle linee di comunicazione. La 1a e la 2a Mounted Brigade del brigadier generale C. J. Brits e la 3a e 5a Mounted Brigade del brigadier generale M. W. Myburgh, che disponevano rispettivamente di 4.273 e 4.595 uomini e due batterie di artiglieria ciascuna, si mossero da Riet il 28 aprile, puntando rispettivamente verso Kubas e Tsaobis. Le forze di Myburgh occuparono Kaltenhausen il 29 aprile, avanzando a razioni ridotte su un terreno pesantemente minato, senza riportare perdite significative e riuscirono ad abbeverarsi dal fiume Swakop solo il giorno dopo, presso Otjimbingwe. I tedeschi, che continuavano a ritirarsi verso nord lungo la ferrovia Swakopmund-Windhoek, si resero conto del pericolo di essere colpite alle spalle dalla colonna guidata dal maggior generale Van Deventer, che partendo dall’Orange, aveva attraversato il deserto del Kalahari per chiudere l’accerchiamento della
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Collyer, op.cit., p. 110.

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capitale da est e decisero di abbandonarla, nonostante fosse pesantemente fortificata. Il 12 maggio, la piccola guarnigione lasciata a guardia di Windhoek si arrese al generale Botha, che in questo modo raggiunse gli obiettivi richiesti dal War Office. Il comandante sudafricano sapeva bene che le forze di difesa tedesche erano ancora in grado di combattere, continuando a costituire una minaccia seria agli interessi dell’Intesa in Africa Australe e preparò un piano molto complesso per costringere la schutztruppe alla resa senza bisogno di battaglie campali. I piani sudafricani furono ancora ostacolati da gravi difficoltà logistiche: già dal 5 maggio, le unità che fronteggiavano i tedeschi lungo la ferrovia Usakos-Okahandja si trovarono a corto di rifornimenti e furono costrette a fermare le operazioni fino a quando, dieci giorni dopo, la costruzione della ferrovia fu abbastanza avanzata da permettere la ripresa

dell’approvvigionamento della Forza Settentrionale. Proprio quando il generale Botha stava preparando una nuova azione verso nord, il comando tedesco chiese un armistizio per discutere i termini della pace: il maggiore Francke propose la creazione di una zona neutrale a sud del 22° parallelo, soluzione che avrebbe consentito ai tedeschi di salvare la faccia e mantenere in vita il protettorato dell’Africa del Sud-Ovest. Botha, dimostrando che il vero obiettivo dell’Unione Sudafricana era l’occupazione del territorio tedesco, rifiutò la proposta, dichiarando che avrebbe accettato solo una resa incondizionata. Francke, convinto che la superiore conoscenza del terreno e le migliori condizioni climatiche della parte settentrionale del protettorato avrebbero consentito una prolungata resistenza, rifiutò l’ultimatum di Botha e iniziò a preparare una campagna di guerriglia. Il comando sudafricano concentrò la 1st, 2nd, 5th e 6th Mounted Brigades, l’ala destra della 3rd Mounted Brigade, la 1st Infantry Brigade e un nutrito contingente di artiglieria (cinque batterie da campagna con quattro cannoni da 13 libbre a tiro rapido, una batteria di cannoni da 4 pollici, una di cannoni da 6 pollici, una batteria di obici da 6 pollici, due cannoni navali da 12 libbre e due obici da 5 pollici), supportato da ben 532 carri che trasportavano rifornimenti sufficienti per una settimana di operazioni (una novità nella campagna, visto che fino ad allora la logistica sudafricana non era mai riuscita a garantire più di due giorni di razioni alle unità di

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prima linea)263. La lunga preparazione necessaria ad un’operazione del genere costrinse Botha a rimandare l’offensiva fino al 20 giugno 1915, quando la 2nd e la 3rd Mounted Brigade al comando del brigadier generale Myburgh iniziarono una lunga manovra di accerchiamento che avrebbe raggiunto Tsumeb, aggirando il Waterberg e Grootfontein, mossa che avrebbe impedito alle forze tedesche di ritirarsi a nord di Khorab. La 6th Mounted Brigade del brigadier generale Lukin si mosse lungo la ferrovia per attaccare i tedeschi a Kalkveld, ma fu individuata dagli scouts tedeschi, che ebbero il tempo di ritirarsi ordinatamente. La 1st Mounted Brigade comandata dal brigadier generale Brits si era mossa da Otjiwarongo ad Etosha Pan per continuare verso sud-est per tagliare un’altra via di fuga ai tedeschi, che continuavano ad essere inseguiti dal resto delle forze sudafricane lungo la ferrovia. Il 1 luglio 1915 i tedeschi furono raggiunti dagli inseguitori che li colpirono prima che potessero schierare le proprie forze: le unità in campo erano pressoché equivalenti (3.400 tedeschi con 36 cannoni in gran parte obsoleti e 22 mitragliatrici contro 3.200 sudafricani con 8 cannoni moderni) ma il maggiore Francke, temendo di essere accerchiato e di non riuscire a disimpegnarsi in tempo, ordinò ai difensori di abbandonare Otavi e ritirarsi verso Khorab, sperando di battere sul tempo la brigata di Myburgh. I sudafricani, nonostante avessero avuto solo 4 morti e 9 feriti, si fermarono per riprendere le forze, esaurite dopo la lunga marcia forzata. Due giorni dopo, visto il deteriorarsi della situazione militare, il governatore Theodor Seitz prese l’iniziativa ed inviò un emissario al comando di Botha, con una nuova proposta per giungere alla fine delle ostilità: le forze tedesche si sarebbero arrese a patto che i soldati ed il loro equipaggiamento fossero internati fino alla fine della guerra. Il generale Botha, convinto di avere finalmente costretto i tedeschi alle corde, rifiutò categoricamente ed iniziò ad inviare aerei a sorvegliare le posizioni difensive attorno a Khorab, un segnale non troppo sottile che fu immediatamente recepito dal governatore, che inviò un nuovo messaggio a Botha, chiedendo un incontro nel quale discutere i termini che l’Unione Sudafricana richiedeva per giungere alla fine delle ostilità. Il generale Botha accettò la richiesta di Seitz: i due si incontrarono al chilometro
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Martin, op.cit., pp. 152-154.

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500 alle 10.00 del 6 luglio 1915 ed iniziarono a trattare la resa. Botha illustrò i termini richiesti dal governo dell’Unione Sudafricana: gli ufficiali sarebbero stati rilasciati sulla parola a patto di giurare di non compiere atti ostili contro le forze occupanti e non partecipare in alcun modo alle operazioni belliche negli altri teatri, soldati e sottufficiali sarebbero stati internati, mentre i riservisti, che costituivano la gran parte delle forze combattenti tedesche, avrebbero potuto far ritorno a casa. In quanto al materiale bellico, Botha fu categorico: tutte le mitragliatrici, i cannoni, le munizioni, i rifornimenti ed i mezzi di trasporto sarebbero stati requisiti dalle forze dell’Unione. L’attaché militare del governatore protestò vivamente, considerando disonorevole il consegnare un numero così consistente di cannoni ancora in grado di funzionare nelle mani del nemico ma il governatore sapeva di avere solo due opzioni oltre alla resa, nessuna delle quali particolarmente attraente: combattere fino alla fine contro un nemico soverchiante sotto ogni punto di vista, rischiando un’inutile bagno di sangue, o abbandonare ogni velleità di riconquistare il territorio perso, disperdersi ed iniziare una lunga e complicata guerriglia, resa quantomai difficile dalla non perfetta conoscenza del territorio e dai pessimi rapporti con le tribù indigene della zona. Seitz provò a guadagnare tempo per cercare di convincere gli assistenti del maggiore Francke ma Botha perse rapidamente la pazienza ed informò il governatore che se i termini della resa non fossero stati accettati entro le 2 del 9 luglio, i combattimenti sarebbero ripresi. Seitz capì che il tempo delle trattative era finito e comunicò l’accettazione delle condizioni sudafricane alle 2:30 del 9 luglio: alle 10, con la formalizzazione della resa, la campagna dell’Africa del Sud-Ovest ebbe fine. I festeggiamenti sfrenati che coinvolsero il Sudafrica nei giorni seguenti non riuscirono a garantire che questa campagna si guadagnasse un posto nelle pagine della storia militare: di fronte ai massacri delle Fiandre e del Carso, la mancanza di battaglie campali rilevanti ed il ridotto numero di morti, dovuti alla natura di una campagna di movimento, fecero sì che la maestria tattica e logistica dimostrata dalle forze sudafricane fosse considerata sempre più una pagina marginale della Grande Guerra. Il trionfo nel 1924 del National Party di J.B.M. Hertzog e il progressivo aumento dell’influenza dei

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nazionalisti boeri nel governo dell’Unione finirono per togliere qualsiasi enfasi alla vittoria delle forze sudafricane, che oggi è stata quasi completamente dimenticata. Una volta conclusa la campagna in Namibia, il War Office decise di affrontare von Lettow-Vorbeck raddoppiando le forze sul campo, trasferendo una brigata di fanteria inglese, una sudafricana, 2.000 boeri a cavallo, diversi battaglioni dall’India oltre a 25 pezzi da campagna264. Tighe cercò di spezzare lo stallo costruendo una derivazione della ferrovia dell’Uganda da Voi verso Moschi, tra i monti Pere e il Kilimangiaro, in modo da rendere possibile la penetrazione nel nord dell’Africa Orientale Tedesca. Gli scouts tedeschi individuarono subito i lavori e von Lettow-Vorbeck capì al volo cosa stava cercando di fare il suo avversario. Nel giro di pochi giorni, le forze al comando del maggiore Kraut si prepararono ad una difesa determinata dell’area, convinto che una reazione inglese sarebbe stata inevitabile. Una ricognizione aerea individuò circa 300 tedeschi trincerati ad est di Taveta e il brigadier generale Malleson, comandante dell’area, non volle farsi scappare l’opportunità di assestare un colpo al nemico. Il 14 luglio 1915 gli inglesi assaltarono le trincee tedesche: l’assalto, condotto in campo aperto come nelle Fiandre si rivelò altrettanto disastroso, costando circa 600 tra feriti e morti agli inglesi. La costruzione della ferrovia fu interrotta e gli scontri tra le pattuglie avversarie continuarono fino alle piogge autunnali, che bloccarono del tutto l’avanzata inglese. La figura di von Lettow-Vorbeck diventò una specie di spauracchio sia per i demoralizzati soldati inglesi sia per le popolazioni civili: mentre i politici a Nairobi discutevano cercando capri espiatori ad ogni angolo, la stampa locale si scatenò contro i militari, al punto che Meinertzhagen, diventato capo dell’intelligence, fu addirittura costretto a gettare in carcere alcuni giornalisti. Il morale delle truppe era a terra e le diserzioni diventarono quasi inevitabili: nell’autunno del 1915 gli EAMR erano passati dagli iniziali 1.166 uomini a 40265. Le truppe tedesche, al contrario, erano al settimo cielo: i continui successi, le note di merito ricevute dal Kaiser in persona, l’aura di invincibilità che circondava il piccolo generale prussiano furono essenziali per la crescita della schutztruppe, che alla fine del
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Farwell, op.cit., p. 250. Herne, op.cit., p. 95; e Mosley, op.cit., p. 74.

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1915 era diventata un’armata di tutto rispetto, composta da 60 compagnie di veterani della giungla per un totale di 2.998 tedeschi e 11.300 ascari 266. Nonostante le oggettive difficoltà, von Lettow-Vorbeck aveva avuto tempo di accumulare consistenti riserve strategiche, mettere in piedi un ingegnoso sistema di rifornimenti e preparare con cura le successive mosse della campagna, sicuro che prima o poi gli inglesi lo avrebbero preso sul serio, impegnando un numero ancora maggiore di truppe per dargli la caccia. I suoi desideri stavano per essere realizzati: la resistenza in Africa Orientale aveva finalmente attirato l’attenzione di Londra che iniziò il 1916 determinata a chiudere la partita ad ogni costo. Dopo un anno e mezzo di guerra, anche il membro più ottimista dello Stato Maggiore britannico si era convinto che le cose non stavano andando affatto bene. Nonostante tutti gli sforzi compiuti, il mattatoio delle Fiandre continuava ad inghiottire divisioni su divisioni, i Russi continuavano a perdere terreno, per non parlare di Gallipoli, ormai trasformata in un’imbarazzante stallo. L’Imperial Defence Committee fu incaricato di valutare quale fronte avrebbe offerto le migliori possibilità di ottenere una rapida vittoria, quantomai necessaria in un momento del genere. L’Africa Orientale fu indicata come l’obiettivo migliore. Tra le dettagliate raccomandazioni, due punti attirarono l’attenzione dei comandi militari: la conquista della colonia tedesca doveva essere raggiunta “nel minor tempo possibile” e la collaborazione militare dell’Unione Sudafricana e del Belgio sarebbe stata fondamentale per ottenere una vittoria prima che le piogge primaverili rendessero impossibile qualsiasi operazione offensiva. Il War Office si rese conto che un risultato del genere avrebbe richiesto non solo un consistente aumento delle forze nel teatro di guerra ma soprattutto un generale in grado di fronteggiare la maestria tattica di von Lettow-Vorbeck. Il 22 novembre 1915 il governo inglese selezionò Sir Horace Smith-Dorrien come possibile comandante della spedizione267. Il generale, che aveva comandato la Seconda Armata della British Expeditionary Force sul fronte occidentale ed era considerato uno tra i migliori comandanti dell’Impero, iniziò

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 71. C. Hordern, Military Operations East Africa Volume August 1914 – September 1916, Nashville, Battery Press, 1990, p. 250.

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a preparare un piano d’azione per raggiungere gli obiettivi indicati dal governo. Smith-Dorrien pensava che il modo migliore di sconfiggere i tedeschi fosse un attacco nella zona del Kilimangiaro combinato ad uno sbarco a Dar-es-Salaam, in modo da togliere alla schutztruppe lo spazio per compiere qualsiasi manovra e ridurre le possibilità di approvvigionamento. Lord Kitchener, appena fu informato delle cospicue richieste di uomini e materiali che un tal piano avrebbe comportato, si oppose energicamente, dicendo che si trattava “di un progetto pericoloso, specialmente in un momento come questo, quando dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi verso la sconfitta dei tedeschi in Europa268”. Il governo di Lord Asquith fu invece convinto dal piano e il 18 dicembre nominò Smith-Dorrian al comando della East Africa Expeditionary Force. Kitchener ingoiò la sconfitta ma fece in modo che alla neonata forza fosse assegnata solo una parte delle risorse richieste. Purtroppo il generale si prese una polmonite durante il viaggio verso il Sudafrica e fu dichiarato inidoneo alle operazioni tropicali dallo staff medico. La ricerca del sostituto non fu semplice: la richiesta di Winston Churchill, ansioso di rimediare allo smacco di Gallipoli, fu negata269 e, visto l’avvicinarsi della stagione delle piogge, si preferì il sudafricano Louis Botha. Quest’ultimo, impegnato nella rielezione a Primo Ministro dell’Unione Sudafricana, declinò l’invito, indicando il suo luogotenente, Jan Christiaan Smuts come l’uomo migliore per tale incarico270. Il 10 febbraio 1916 il governo inglese annunciò la nomina del tenente generale Smuts al comando delle forze britanniche in Africa Orientale. La scelta del sudafricano sembrò motivata più da ragioni politiche che militari, visto che, nonostante avesse comandato con successo delle unità di commandos durante la Seconda Guerra Boera, non aveva alcuna esperienza nel guidare formazioni così grandi. Senza contare che, se fosse stato davvero nominato, sarebbe diventato il secondo generale più giovane in tutto l’Impero. La nomina di Slim Janie (“Jan il furbo” in lingua afrikaans) al comando delle truppe inglesi convinse von LettowVorbeck che il suo piano stava funzionando: l’Impero Inglese stava per essere risucchiato in

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Hordern, op.cit., p. 213. Farwell, op.cit., p. 251. 270 Mosley, op.cit., p. 105.

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Africa. Quando il giorno dopo Smuts partì da Capetown verso Mombasa, il brigadier generale Malleson, dopo aver ricevuto l’autorizzazione del War Office, lanciò un massiccio attacco contro le difese tedesche vicino a Salatia. Spinto forse da orgoglio nazionalistico, il generale inglese concentrò più di 6.000 uomini contro le posizioni fortificate tedesche: l’assalto alla baionetta fu preceduto da un preciso barrage dei suoi 18 pezzi da campagna contro le trincee, coordinato con le informazioni ricevute dalla ricognizione aerea. Il bombardamento fu condotto in maniera egregia, ma i 1.300 tedeschi si erano spostati ai piedi della collina, pronti all’imboscata271. Quando le truppe sudafricane attaccarono le trincee convinte di non trovare nient’altro che cadaveri, furono accolte dal fuoco micidiale dell’artiglieria e delle mitragliatrici tedesche che si erano preparate a colpire le loro stesse trincee. I sudafricani fuggirono a perdifiato, lasciandosi dietro 170 morti e quasi tutto il loro equipaggiamento272. Nonostante la coraggiosa azione dei ghurka del 130th Baluchis, che assaltarono le linee tedesche e si ripresero le nuovissime mitragliatrici perse dai sudafricani, attaccare il nemico che dall’alto della collina dominava il territorio sarebbe stato un suicidio. Malleson non poté far altro che richiamare l’attacco e rassegnarsi all’ennesima sconfitta. Nella Official British History si cerca di dipingere questa batosta in maniera positiva: “Essere respinti a Salatia assestò certamente un duro colpo al morale delle nostre truppe, che si stava appena risollevando.... senza considerare che l’effetto sul morale degli ascari tedeschi fu ancora più considerevole. Comunque l’operazione impartì una serie di lezioni salutari. Mise ancora in evidenza l’errore cardinale di non predisporre mezzi adeguati che garantiscano le comunicazioni e il coordinamento delle due brigate impegnate. Fornì ai sudafricani la loro prima esperienza di guerra nel bush, dimostrò quanto possano essere inaffidabili le informazioni non ottenute tramite l’intelligence o una ricognizione ravvicinata ma soprattutto fu una prova lampante della pugnacità e della bravura del nemico, dando ai sudafricani l’occasione di sperimentare sulla loro pelle le qualità formidabili degli ascari o delle truppe indiane, che fino ad allora tendevano a considerare in maniera molto condiscendente273”.

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 104. Farwell, op.cit., p. 254. 273 Hordern, op.cit., pp. 233-234.

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Eppure, a giudicare dal corso delle operazioni successive, le forze dell’Intesa non avevano ancora capito che quella campagna avrebbe seguito regole molto diverse da quelle che avevano imparato alla Scuola di Guerra. Lo stesso Smuts, dopo un’accurata ricognizione personale della zona, comunicò al War Office il suo piano d’attacco: come Smith-Dorrien, l’attacco si sarebbe concentrato nella zona del Kilimangiaro ma non avrebbe interessato le posizioni di Salatia. I tedeschi si erano trincerati troppo bene, sarebbe bastato costringerli a lasciarle attraverso una serie di manovre coordinate. Tighe avrebbe attaccato il valico di Taveta con 15.000 uomini, costringendo il nemico a concentrare la schutztruppe per contrastarlo, mentre i 4.000 uomini di Stewart avrebbero aggirato il Kilimangiaro per colpire i tedeschi dal fianco e precludere ogni possibile via di fuga274. Secondo Smuts non ci sarebbe stato bisogno di un attacco anfibio a Dares-Salaam: una volta catturato von Lettow-Vorbeck, il resto della schutztruppe si sarebbe arresa nel giro di poche settimane. Il capitano Meinertzhagen, per quanto impressionato dall’acume del generale sudafricano, annota sul suo diario una serie di perplessità sull’uomo e sul suo piano d’azione. “Smuts sottovaluta le capacità dell’ascaro tedesco. Gli ho detto che quando combatte nel suo ambiente, è almeno tanto bravo quanto i suoi sudafricani e che, se continua così, prima di lasciare queste terre imparerà sulla sua pelle a rispettare quelli che ora chiama sporchi negri. L’olandese dice che basta una frusta per metterli al loro posto. Prima che questa campagna finisca, capiterà più di una volta che quei negri gli daranno una bella bastonata275.” “La guerra di manovra è un modo di combattere che non capisco bene, ma che temo possa funzionare solo a costo di sprecare parecchie risorse umane e materiali. Per ogni uomo perso in azione, se ne perdono dieci per le malattie.... Un’azione decisiva nella zona del Kilimangiaro potrebbe far finire la campagna, ma se ci mettiamo a compiere una serie di manovre questa faccenda potrebbe durare degli anni. Von Lettow (sic) ha concentrato le sue forze ed è pronto allo scontro, ma non accetterà battaglia se si troverà di fronte un numero troppo elevato di nemici. Smuts dovrebbe costringerlo a combattere e, invece di cercare di spingerlo ad abbandonare la posizione, accerchiarlo e distruggerlo una volta per tutte, non importa quanti uomini dovessimo perdere276”.

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Hoyt, op.cit., p. 97. Meinertzhagen, op.cit., p. 165. 276 Ibidem, p. 166.

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Nonostante fosse arrivato da poco in Africa Orientale, Smuts lanciò l’attacco il 5 marzo. Il suo avversario aveva però capito da tempo capito il suo piano d’azione e preparato le contromisure del caso. Gli scouts avevano seguito con attenzione la ricognizione condotta dal generale sudafricano: von Lettow-Vorbeck, che conosceva e stimava le capacità dei sudafricani, si rese conto che tentare una difesa ad oltranza con i suoi 4.000 uomini sarebbe stato troppo rischioso. Avrebbe resistito quanto bastava per infliggere qualche danno agli inglesi ma iniziò a preparare nuove posizioni di difesa 50 miglia a sud, lungo la ferrovia di Usambara 277. Quando un messaggero indiano, perso nella giungla, fu catturato da una pattuglia tedesca, il generale ebbe la conferma definitiva del tentativo di aggiramento di Stewart: la direzione dell’attacco principale fu invece tradita dalla ricognizione aerea, che si concentrava su una zona a nord di Taveta278. L’avanzata della divisione di Stewart, che avrebbe dovuto completare il movimento l’8 marzo, prima dell’attacco principale inglese, fu molto più complicata del previsto: le 60 miglia di fitta giungla si rivelarono un incubo per le truppe appena arrivate dall’Europa, costringendo il generale a rallentare l’avanzata. Quando la divisione emerse dalla giungla, il 14 marzo, a corto di acqua e falcidiata dalle malattie tropicali, la schutztruppe aveva già completato il suo ripiegamento. Smuts era furibondo: quando ebbe notizia che Stewart era ancora nel mezzo della giungla, sbottò: “ora capisco come mai in Sudafrica riuscissimo sempre a fregarvi. Sono tutti stupidi come lui, i vostri generali?”279. Convinto che l’inglese sarebbe comunque riuscito a chiudere la trappola in tempo, Smuts ordinò a Tighe di evitare Salatia e puntare direttamente su Taveta. Il generale inglese, in preda ai postumi di una sbronza colossale, lasciò il comando a Malleson, che anche stavolta non fu particolarmente efficace contro le difese tedesche. Smuts non sentì storie e rimosse immediatamente il brigadier generale dal comando, dandogli del “codardo” e mettendosi in rotta di collisione con gli altri ufficiali inglesi, che certo non vedevano

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Mosley, op.cit., pp. 108-109. Ibidem, p. 110. 279 Meinertzhagen, op.cit., p. 167.

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di buon occhio tale mancanza di rispetto280. Per rompere lo stallo e sbilanciare la formazione tedesca, una brigata di cavalleria agli ordini del generale Van Deventer cercò di aggirare le difese e colpire alle spalle Taveta. Osservando da lontano le trincee di Salatia, i sudafricani si accorsero che la schutztruppe si era già ritirata: il giorno dopo, le truppe della divisione di Tighe occuparono Taveta dopo una breve schermaglia. Smuts era furibondo e più che mai determinato ad avere la testa di Stewart, cui attribuiva in toto la responsabilità del fallimento. Il capitano Meinertzhagen scrisse sul suo diario: “Smuts è fuori di sé, pensa che non abbia fatto niente per muoversi più in fretta. Appena finirà di strisciare attorno al Kilimangiaro, Stewart troverà un biglietto di sola andata per l’Inghilterra. Poveraccio, gran brava persona, gentiluomo come pochi altri, affascinante ma totalmente inadatto agli affari di guerra. Da queste parti non sappiamo di che farcene di gente del genere281”.

La Official History prova a giustificare il ritardo di Stewart ma alla fine è costretta ad ammettere che “una forza più mobile, dotata solo di artiglieria da montagna sarebbe riuscita ad essere più veloce. A parte tutto, l’intera riuscita del piano dipendeva dall’arrivo tempestivo della 1a Divisione ed è difficile evitare l’impressione che questo fatto non sia stato compreso da tutti282”. Il 18 marzo le forze riunite del generale Smuts si lanciarono all’inseguimento della schutztruppe ma von Lettow-Vorbeck era pronto a riceverle con tutti gli onori del caso. Il sudafricano cercò ancora di aggirare le difese che sembravano concentrate attorno alla cittadina di Kahe ma il generale tedesco si aspettava proprio una mossa del genere. Usando il fuoco di uno dei dieci cannoni da 105 millimetri recuperati dal relitto del SMS Königsberg, affondato sul fiume Rufiji l’11 luglio 1915 dopo un assedio durato più di otto mesi, la schutztruppe inflisse un colpo durissimo agli inglesi, che lasciarono sul campo 290 tra morti e feriti. Quando gli attaccanti riuscirono a raggiungere il cannone, ormai inutilizzabile, lasciato indietro dai tedeschi in ritirata, furono stupefatti dall’ingegnosità del marchingegno:
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Meinertzhagen, op.cit., p. 170. Ibidem, p. 171. 282 Hordern, op.cit., p. 151.

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“Barre di ferro supportavano una pesante piattaforma di legno sul quale il cannone era stato montato, come se si trovasse sul ponte di una nave. Un posto d’osservazione era stato piazzato sull’albero più alto, raggiunto da una scala di corda, come se fosse l’albero maestro di una nave. Un osservatore fece notare che per portare il materiale dalla stazione di Kahe e costruire quella struttura era stato necessario un impegno colossale, quasi impossibile283”.

La fitta giungla rese ancora impossibili le comunicazioni tra i diversi reggimenti e l’avanzata inglese perse rapidamente coesione, lasciando interi reparti alla mercé delle agili squadre della schutztruppe, che passavano rapidamente da un’imboscata all’altra come se niente fosse. Quando al caos si aggiunse la mancanza d’acqua dovuta al deteriorarsi delle linee di rifornimento inglesi, Smuts fu costretto a fermare l’attacco, consentendo all’avversario di muoversi verso la successiva posizione difensiva, già preparata in precedenza284. L’arrivo delle piogge primaverili avrebbe consigliato di fermare le operazioni, specialmente ora che il generale sudafricano era riuscito a battere l’invincibile von Lettow-Vorbeck e cacciarlo dall’Africa Orientale Inglese. Lord Kitchener si disse soddisfatto del lavoro di Smuts, come per consigliargli di consolidare le difese ed evitare una pericolosa avanzata nell’infido bundu. Il sudafricano, ansioso di costringere l’avversario ad accettare battaglia e schiacciarlo una volta per tutte, decise di continuare come se le piogge non avessero ridotto il paese ad un mare di fango. Convinto che von Lettow-Vorbeck non avrebbe mai accettato di perdere il controllo della ferrovia centrale, Smuts predispose un complesso piano d’azione: una divisione comandata da Van Deventer avrebbe attraversato l’altipiano Masai puntando su Kondona-Iringi mentre Smuts avrebbe guidato il grosso delle truppe verso Tanga e Morogoro per poi colpire la capitale Dar-es-Salaam. Allo stesso tempo un corpo di spedizione belga avrebbe attraversato il Tanganica, dove la squadra del comandante Zimmermann era stata da poco sconfitta dalle motonavi Mimi e Toutou, fatte arrivare appositamente dall’Inghilterra con enorme dispendio di risorse, e si sarebbe mosso lungo la ferrovia centrale per poi ricongiungersi con Van Deventer e una nuova colonna fatta arrivare

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Gardner, op.cit., p. 123. Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 122.

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dalla Rhodesia sotto il comando del generale Northey vicino alla cittadina di Tabora. Anche se von Lettow-Vorbeck fosse comunque riuscito a sfuggirgli, la parte più ricca e produttiva dell’Africa Orientale Tedesca sarebbe caduta sotto il controllo dell’Intesa, rendendo perlomeno futile la continuazione delle operazioni della schutztruppe285. Convinto che l’avanzata di Van Deventer sarebbe stata ignorata dai tedeschi, che avrebbero cercato di impedire la conquista di Tanga, Smuts ordinò alla 2a Divisione un’avanzata a tappe forzate. Il 3 aprile Van Deventer mosse le sue brigate a cavallo verso la ferrovia centrale, sicuro di coprire le 300 miglia che lo separavano da Dodoma in poco tempo. L’accampamento fu notato il giorno dopo da una pattuglia tedesca, mentre il 5 aprile fu la 28a Compagnia della schutztruppe ad essere attaccata dalle avanguardie inglesi presso Loliksdale. Ora che era a conoscenza dei movimenti del nemico, von Lettow-Vorbeck decise di colpire proprio la divisione di Van Deventer. Durante tutta la marcia verso Kondona-Iringi, la divisione sudafricana fu costantemente bersaglio di una serie infinita di rapide ma mortalmente efficaci incursioni da parte di reparti tedeschi. Il generale descrive il modus operandi delle forze nemiche in un rapporto inviato al comando di Smuts: “Questi combattimenti iniziavano sempre allo stesso modo: il nemico colpiva le nostre avanguardie, tendendogli un’imboscata dalla quale si ritirava in fretta verso un’altra posizione ben studiata dalla quale colpiva di nuovo e così via. Nel frattempo il grosso delle nostre truppe era costretto a subire un pesante bombardamento effettuato attraverso l’uso di cannoni navali a lungo raggio286”.

Il piano di von Lettow-Vorbeck non si limitava a queste incursioni: visto che una difesa di Tanga avrebbe limitato gravemente lo spazio di manovra della schutztruppe, decise di lasciare una piccola parte delle sue forze nella zona del Kilimangiaro e precedere le truppe di Van Deventer nella zona di Kondona-Iringi per fortificare le proprie posizioni di difesa. Nonostante le gravi difficoltà logistiche, i 4.000 tedeschi riuscirono a battere sul tempo gli inglesi e trincerarsi adeguatamente prima dell’inizio degli scontri. Le piogge torrenziali, gli insetti e le malattie

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Hordern, op.cit., p. 269. Farwell, op.cit., p. 271.

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tropicali avevano nel frattempo falcidiato i sudafricani, riducendo gli effettivi a meno di un terzo. Quando il 9 maggio le truppe del maggiore Kraut iniziarono a colpire gli inglesi con un’altro dei cannoni del Königsberg, Van Deventer aveva perso gran parte dei cavalli, quasi tutti i muli, i buoi ed il resto del bestiame usato per trasportare le salmerie. I soldati non stavano certo meglio: meno di 3.000 erano pronti all’azione mentre il resto era stato più o meno incapacitato da una delle tante insidie del bundu, ingolfando gli ospedali fino a Mombasa e Nairobi287. Appena i primi colpi iniziarono a piovere sulle posizioni inglesi, i soldati boeri rifiutarono di scavare delle trincee, pensando che fosse una tattica da codardi. Il giorno dopo, convinti dalle gravi perdite e dalla precisione degli artiglieri del Königsberg, scavarono un efficace sistema di trincee, replicando nel bel mezzo dell’Africa gli avvenimenti che stavano insanguinando le Fiandre e la valle dell’Isonzo. Van Deventer, frustrato dalla minaccia dei cannoni navali, giunse persino a far arrivare da Zanzibar due dei cannoni recuperati appositamente dall’incrociatore Pegasus, affondato nei primi giorni della guerra proprio dalla nave tedesca288. Non servì a molto, dato che si trattava di pezzi obsoleti non dotati di gittata sufficiente per minacciare sul serio i cannoni tedeschi. I combattimenti si trascinarono per tre settimane, durante le quali Van Deventer cercò di far arrivare quanti più rinforzi per rompere lo stallo. Von Lettow-Vorbeck si accorse che il sudafricano cercava di sfinirlo, ruotando le proprie forze in modo da usare sempre truppe fresche per l’attacco: all’inizio di Giugno diede l’ordine di ritirata e la schutztruppe si divise in decine di piccole squadre che svanirono nella giungla per concentrarsi attorno alla cittadina di Morogoro e contrastare la divisione di Smuts sulla strada per Dar-es-Salaam. Van Deventer non era certo in grado di continuare il piano originario: in un telegramma del 3 giugno descrive la situazione in termini poco rassicuranti: “Oggi abbiamo 711 effettivi nell’ospedale da campo e 320 convalescenti. La mancanza di alimenti sostanziosi come fiocchi d’avena, bacon, marmellata, formaggio, latte etc. rendono quantomeno improbabile che questi ultimi migliorino abbastanza da consentirgli di tornare operativi. Questa mancanza di viveri peraltro debilita il resto delle truppe. In
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Hordern, op.cit., pp. 274-275. Farwell, op.cit., p. 274.

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questi ultimi due mesi ho provato in ogni modo a far affluire tali generi di prima necessità ma tuttora sono riuscito a far arrivare razioni sufficienti solo per sette giorni, gran parte delle quali dovrà essere destinata agli ospedali da campo. L’unico modo per evacuare i feriti è sul pianale vuoto dei camion che tornano indietro. Gran parte dei feriti è costretto a dormire per terra per la mancanza di brandine negli ospedali. I reggimenti di fanteria sono arrivati senza coperte, mancano gli stivali, le uniformi di ricambio, persino il sapone: queste mancanze, insieme alla scarsità delle razioni, contribuiscono sicuramente all’alto tasso di malattie. L’ospedale più vicino in grado di ricevere i nostri feriti è quello di Ufiome, il quale non dispone di mezzi di trasporto per venirli a prendere.... Se non ci si muoverà al più presto, la situazione non potrà far altro che peggiorare289”.

Nonostante l’entrata in guerra del Portogallo e la lenta avanzata delle colonne dal lago Vittoria e dalla Rhodesia, il capitano Meinertzhagen annota nel suo diario il disappunto per il comportamento di Smuts, che si ostinava a cercare uno scontro decisivo: “Smuts è ossessionato da von Lettow: di questo passo finirà per perdere l’iniziativa e la campagna si trasformerà inevitabilmente nel seguire von Lettow dovunque egli deciderà di portarci. È più agile di noi ed opera su un terreno che conosce come nessun altro. Ma noi abbiamo forze enormemente superiori alle sue: sta a noi forzare il passo e dettare il ritmo delle operazioni, costringendolo a combattere dove vogliamo e non dove lui preferisce290”.

Il generale sudafricano puntò decisamente su Morogoro, convinto che il suo avversario avrebbe fatto di tutto per impedirgli di guadagnare l’accesso alla ferrovia centrale: dopo aver fatto giungere a Van Deventer rifornimenti per pochi giorni, lo costrinse a riprendere la marcia per completare l’accerchiamento della schutztruppe. La tenaglia immaginaria si chiuse su Morogoro il 26 agosto, dopo che entrambe le divisioni avevano dovuto fronteggiare continue imboscate e azioni di disturbo: quando si lanciarono all’attacco della cittadina non vi trovarono nient’altro che una pianola automatica che suonava Deutschland über alles291. Von Lettow-Vorbeck non aveva la minima intenzione di accettare battaglia, nessun obiettivo era tanto prezioso da distoglierlo dal suo piano originale, che dal suo punto di vista stava funzionando perfettamente, dato che più di 80.000 soldati dell’Intesa stavano dando la caccia alle due divisioni della

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Mosley, op.cit., p. 125. Meinertzhagen, op.cit., p. 177. 291 Miller, op.cit., p. 191.

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schutztruppe, composta in quel momento da non più di 1.100 tedeschi e 7.300 ascari292. Durante la campagna, la East Africa Expeditionary Force aveva occupato gran parte delle città dell’Africa Orientale Tedesca (Longido e Moshi il 13 marzo, Kahe il 19 marzo, Kondona-Irangi il 18 aprile, Tanga il 5 luglio, Dodoma il 31), preso possesso di entrambe le ferrovie ma von Lettow-Vorbeck era ancora una minaccia più che credibile mentre le forze di Smuts erano state falcidiate dalle malattie, dalla malnutrizione ed avevano linee di rifornimento lunghe più di 300 miglia. Il 3 settembre le truppe inglesi sbarcarono a Dar-es-Salaam, tagliando fuori la schutztruppe dal resto del mondo: quando 2.000 soldati appoggiati da ben 15 navi da guerra assaltarono la città non vi trovarono altro che 80 feriti all’ospedale. La squadra del capitano Looff aveva riempito il porto di mine false, spostato continuamente l’unico cannone della Königsberg, usando una complicata serie di segnali e bengala per far credere agli inglesi di trovarsi di fronte a forze ben superiori. Quando gli inglesi iniziarono lo sbarco, i tedeschi avevano già svuotato la città di ogni bene di valore per svanire nel nulla293. Visto che i 4.000 uomini guidati dal generale Wahle stavano contrastando l’avanzata della colonna belga, ritirandosi lentamente dal lago Tanganica lungo la ferrovia centrale, von LettowVorbeck pensò di usare i monti Uluguru per infliggere un altro colpo alle forze di Smuts, così da consentire ai portatori di completare il trasferimento dei suoi rifornimenti nella parte meridionale della colonia. Convinto che il sudafricano non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione, concentrò 3.200 uomini attorno alla cittadina di Kisaki, lasciandosi una riserva mobile di 1.000 uomini pronta ad affrontare i probabili tentativi di accerchiamento del nemico. Secondo Smuts, le montagne sarebbero state un terreno ideale per colpire i tedeschi, che avrebbero sicuramente dovuto dividere le proprie forze per coprire i molti valichi. Mentre la divisione di Van Deventer continuava ad avanzare verso le spalle delle difese tedesche, divise le sue forze in due divisioni, che iniziarono ad aggirare le montagne per accerchiare la schutztruppe. Von Lettow-Vorbeck si aspettava una mossa del genere e si preparò a colpire separatamente le due divisioni, sicuro che il
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Hoyt, op.cit., p. 136. Ibidem, p. 131.

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terreno avrebbe reso impossibile qualsiasi forma di sinergia operativa. Il 5 settembre 1916 gli inglesi lanciarono un assalto frontale contro le trincee tedesche ma l’artiglieria tedesca, supportata dal fuoco dei cannoni del Königsberg nascosti con cura tra le formazioni rocciose, falcidiò le formazioni lineari inglesi, trasformando l’assalto nell’ennesimo massacro sotto il sole africano. La brigata di cavalleria sudafricana cercò di aggirare le difese tedesche, preparandosi alla prima carica di cavalleria dai tempi della battaglia di Omdurman (2 settembre 1898), quando fu il 21st Lancers del giovane Winston Churchill ad assaltare i dervisci del Mahdi attorno a Khartoum. I sudafricani si aspettavano di trovare la riserva alle spalle delle trincee, invece se la trovarono di fronte appena passarono il fianco scoperto della formazione tedesca. Mentre si preparavano per la carica, furono investiti dal micidiale fuoco delle mitragliatrici e dei cecchini nascosti nell’area: la brigata fu costretta alla fuga lasciando sul campo quasi tutti i suoi effettivi. Smuts tentò di sostenere l’assalto ma l’11 settembre desistette ed ordinò ad entrambe le divisioni di ritirarsi verso la ferrovia centrale294. La schutztruppe aveva costretto il nemico a ritirarsi, guadagnando lo spazio necessario per completare il trasferimento a sud: l’arrivo delle piogge autunnali ad Ottobre rese poi impossibile la continuazione delle operazioni per le forze inglesi, che continuavano ad essere perseguitate da gravissimi problemi di logistica. La stagione delle piogge costò agli inglesi oltre 28.000 tra cavalli, muli e buoi, colpiti dalla micidiale mosca tse tse, oltre a convincere il comando a rimpatriare a Pretoria 15.000 inglesi e 12.000 sudafricani, ormai inabili al servizio attivo295. La dura realtà del bundu aveva finalmente convinto anche il razzista Smuts che per vincere avrebbe dovuto affidarsi al vero signore dei tropici, il soldato africano. Per continuare la lotta contro von Lettow-Vorbeck, il sudafricano fu costretto a chiamare i soldati dei King’s African Rifles, la Nigerian Brigade e il Gold Coast Regiment, mentre gran parte del suo staff fu costretto al rimpatrio per le malattie contratte nelle giungle africane, tra cui lo stesso capitano Meinertzhagen296. A dicembre, quando le piogge iniziarono a

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Miller, op.cit., p. 228. Ibidem, p. 275. 296 Meinertzhagen, op.cit., p. 200.

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diminuire d’intensità, Smuts provò a raggruppare le sue esigue forze e lanciare un nuovo attacco contro le posizioni della schutztruppe, stazionata nelle pianure a nord del fiume Rufiji. Come le altre volte, i tedeschi bloccarono l’avanzata inglese, trasformando lo scontro nell’ennesima battaglia di trincea. Il Primo Ministro Botha, nel frattempo, era preoccupato per l’ossessione del suo delfino per il generale tedesco. In quel momento era forse l’unico generale al servizio dell’Impero inglese a poter vantare un successo contro gli “unni”: aveva liberato il territorio inglese occupato, costretto i tedeschi a lasciare il controllo di tutte le città principali e di ogni linea di comunicazione moderna. Secondo i canoni tradizionali, quella era senz’ombra di dubbio una vittoria, l’unica che l’Impero avesse ottenuto dall’inizio della guerra. Botha, da politico esperto, capì che era il momento giusto per destinare ad altro incarico Smuts, prima che la sua smania di battere l’avversario rovinasse tutto e lo richiamò in patria, spedendolo poi a Londra come rappresentante dell’Unione Sudafricana alla Conferenza Imperiale. Quando il generale si rifiutò, dicendo che non aveva nessuna intenzione di lasciare il comando dell’East Africa Expeditionary Force, il vecchio guerrigliero boero sbottò dicendo “Janny, sappiamo entrambi che non sei davvero un soldato!”297. A questo punto, capita la mala parata, Smuts accettò il nuovo incarico e si conformò alla linea ufficiale del governo, dichiarando più volte che la guerra in Africa Orientale era finita: restava solo da fare “un pò di pulizia”. Von Lettow-Vorbeck nel frattempo se la rideva dal suo nascondiglio nella giungla: l’Intesa aveva impegnato quantitativi spropositati di uomini e mezzi per schiacciare la sua schutztruppe, la quale, nonostante spesso avesse dovuto affrontare forze più di dieci volte superiori, rimaneva operativa e perfettamente in grado di infliggere seri danni agli interessi inglesi della zona. Dal suo punto di vista, le conquiste inglesi erano irrilevanti: il suo piano originario restava valido e, viste le forze a sua disposizione, un successo incredibile. Il 17 gennaio 1917 il War Office nominò il generale Hoskins come comandante delle forze Imperiali in Africa Orientale ma l’accoglienza che il continente nero gli riservò non fu delle più incoraggianti: dopo solo 5 giorni, quasi due mesi prima del solito, iniziò
297

Mosley, op.cit., p. 150.

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la stagione delle piogge più lunga e devastante che memoria d’uomo ricordi. Nei quattro mesi successivi, nessuna operazione militare fu possibile. L’intensità straordinaria delle piogge fu troppo anche per il maestro della giungla: von Lettow-Vorbeck si era accorto per tempo che le piogge sarebbero arrivate prima del previsto ma non poté niente contro il diluvio che si riversò sopra alle sue forze. I campi quasi pronti per il raccolto che aveva piantato mesi prima furono spazzati via dagli stessi torrenti che isolarono per settimane interi reparti, costringendoli ad effettuare le pattuglie su instabili piroghe locali298. Anche quei pochi viveri presenti nei magazzini andavano a male nel giro di pochi giorni, mettendo di fronte entrambi gli eserciti alla fame più nera, vista l’impossibilità di fargli arrivare i rifornimenti che marcivano sulle banchine dei porti. Lo stesso von Lettow-Vorbeck, che era stato appena promosso a maggior generale dal Kaiser in persona299, fu prima costretto a dimettere tutto il personale non strettamente necessario, poi a ridurre in maniera drammatica le razioni. Le truppe iniziarono a cacciare ogni forma di vita, dagli elefanti agli ippopotami, ma nonostante la stazza degli animali, la carne finiva nel giro di un giorno300. Durante il mese di marzo, il generale fu costretto a far arrendere tutti gli ammalati agli Inglesi, visto che non era più in grado di prendersene cura. Non che dall’altra parte del fronte le cose andassero molto meglio. Il generale Hoskins, un ufficiale molto capace, ebbe il tempo di esaminare con cura la situazione e le sue considerazioni furono poco incoraggianti. Se sulla carta l’Intesa aveva ancora una netta superiorità in quanto ad uomini e mezzi, una volta tolti gli ammalati, la schutztruppe era forse messa meglio. Hoskins rimediò subito aumentando i King’s African Rifles da 13 a 20 battaglioni, per un totale di 24.000 effettivi che furono immediatamente addestrati da un gruppo di veterani della guerra nel bush301. Convinto che sia i camion che gli animali da soma non fossero adatti al terreno, ordinò a Nairobi di reclutare con ogni mezzo africani da impiegare come portatori nel teatro di guerra. La campagna, portata avanti con mezzi quantomeno discutibili, ebbe comunque successo: nel giro di pochi mesi il
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Miller, op.cit., p. 250. Mosley, op.cit., p. 157. 300 Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 303. 301 Miller, op.cit., p. 260.

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Carrier Corps passò da 7.500 a 175.000 effettivi302, risolvendo una volta per tutte le difficoltà logistiche che avevano perseguitato gli Inglesi fin dall’inizio della guerra. Per somma ironia, a questo punto iniziarono a mancare i rifornimenti: il War Office, convinto dalle dichiarazioni di Smuts, aveva dirottato le risorse verso gli altri fronti della guerra. Hoskins, perfettamente a suo agio tra la montagna di fogli che gli Inglesi chiamavano burocrazia militare, riuscì a trovare il modo di rimettere in movimento il fiume di rifornimenti necessari per evitare che lo sforzo bellico in Africa Orientale collassasse su sè stesso. La situazione di von Lettow-Vorbeck era quasi disperata: per raggiungere il suo obiettivo principale, ovvero il mantenimento della schutztruppe come credibile minaccia militare, fu costretto a rischiare incursioni dietro le linee nemiche per recuperare cibo. Se la spedizione del maggiore Kraut in territorio portoghese fu un successo, la colonna di 1.600 uomini guidati dal capitano Max Wintgens che operava nella zona di Tabora fu individuata ed inseguita da reparti dei KAR, riducendo ulteriormente le forze a disposizione dei tedeschi. La riorganizzazione imposta da Hoskins, che aveva diviso le sue forze in piccoli gruppi incaricati di pattugliare ampi tratti di territorio, stava iniziando a funzionare. Una nuova fase della campagna era iniziata. Verso la fine di maggio, il generale Hoskins fu sostituito dal maggiore generale Jacob Van Deventer ed accolto con molta poca simpatia dagli ufficiali inglesi, che ricordavano bene le angherie subite dal suo sponsor, il poco amato generale Smuts. Hoskins era molto popolare e sapeva navigare nel mare magnum delle scartoffie inglesi mentre Van Deventer era un “olandese” che conosceva a malapena l’inglese e, tanto per rendere le cose più facili, parlava con un filo di voce dopo una fucilata ricevuta dalle truppe di Sua Maestà durante la Seconda Guerra Boera303. Se le ragioni dietro la nomina di Van Deventer furono quasi certamente politiche, il protetto di Smuts mostrò di aver imparato qualcosa su come si tratta con gli inglesi e di essere in grado di mettere da parte i personalismi per il bene della missione. La nomina del generale Sheppard, un altro ufficiale inglese molto rispettato, a capo di stato maggiore riuscì a calmare le acque fino a quando le sue capacità riuscirono a guadagnargli
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Miller, op.cit., p. 256. Gardner, op.cit., p. 210.

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il rispetto di tutti gli ufficiali britannici. Con la fine delle piogge, Van Deventer tornò a pianificare la campagna contro il suo avversario, mantenendo tutti i cambiamenti organizzativi pensati da Hoskins e pensando una nuova strategia per rendere inoffensiva la schutztruppe. L’obiettivo fu l’area di Kilwa, dove si trovavano gran parte delle munizioni tedesche: stretta dall’avanzata di una colonna belga verso il deposito di Narongobe e dalla spinta delle truppe di Van Deventer verso Kilwa, l’operazione era mirata alla distruzione delle munizioni tedesche. Che la schutztruppe accettasse battaglia o no, poco importava: Van Deventer avrebbe comunque raggiunto il suo scopo, visto che i tedeschi non erano certo in grado di spostare così tante munizioni in poco tempo. Il 19 luglio 1917 le linee inglesi avanzarono verso Kilwa: von LettowVorbeck scelse di resistere, iniziando a colpire da ottime posizioni, circondate ai lati da paludi e roveti. Van Deventer non si preoccupò troppo: ordinò al Gold Coast Regiment di attaccare frontalmente mentre reparti dei KAR cercavano di superare le paludi per colpire i tedeschi dal fianco. Mentre gli uomini del Gold Coast Regiment venivano falciati dal fuoco tedesco, la manovra dei KAR andò a buon fine. L’attacco laterale costrinse von Lettow-Vorbeck a riconsiderare la situazione: le perdite inflitte al Gold Coast Regiment erano state pesantissime ma stavolta erano gli inglesi ad essere posizionati meglio, doveva ritirarsi per forza verso Mahingo. La resistenza tedesca durò fino al 28 settembre, quando un gruppo della schutztruppe fu costretto ad arrendersi: le perdite erano state gravi per entrambi i contendenti, ma il generale prussiano non aveva modo di sostituire i 1.000 veterani catturati dagli inglesi 304. Pochi giorni prima, le forze del generale Beves avevano individuato i 2.000 uomini del generale Wahle mentre ripiegavano verso Mahiwa per coordinare le difese con la divisione di von Lettow-Vorbeck, stazionata vicino a Lindi, dove il terreno sembrava favorevole ad una resistenza prolungata. Beves lanciò i suoi 6.000 anglo-nigeriani all’inseguimento, mentre Wahle chiedeva istruzioni al suo comandante. Von Lettow-Vorbeck, che continuava ad avere il fiato sul collo di Van Deventer, pensò che sarebbe stata l’occasione giusta per guadagnare un poco di spazio e frustrare
304

Miller, op.cit., p. 265.

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l’inseguimento inglese. Wahle raggiunse Mahiwa il 10 ottobre ed iniziò a preparare le difese. Il 14 ottobre Beves lanciò un attacco frontale contro le linee tedesche nonostante la presenza di numerose mitragliatrici e di alcuni cannoni del Königsberg: i 1.500 ascari che difendevano le trincee resistettero egregiamente ma il generale inglese, convinto che prima o poi sarebbe riuscito ad avere la meglio, continuò a lanciare attacchi fino a sera, inclusi assalti alla baionetta e feroci combattimenti corpo a corpo. Le perdite per entrambe le parti furono enormi, ma questo non fece cambiare idea a Beves, che continuò come niente fosse. L’arrivo di von LettowVorbeck, che aveva coperto con i suoi 1.000 uomini le 50 miglia che dividono Mahiwa da Lindi in meno di una giornata ed attaccò da un lato l’artiglieria e le salmerie inglesi non fu sufficiente a convincere il testardo generale inglese a rinunciare al suo piano. Il massacro continuò fino al 18 ottobre, quando Beves si rese conto che la vittoria era impossibile. Le perdite furono allucinanti: gli inglesi persero più del 50% dei soldati impegnati (2.700 su 4.900) mentre i tedeschi lasciarono sul campo il 20% dei combattenti (500 su 2.500)305. Von Lettow-Vorbeck aveva vinto l’ennesima battaglia, ma continuare la lotta diventava sempre più difficile. Il nuovo sistema di pattuglie inglesi rendeva complicato mantenere i contatti tra le diverse formazioni e le truppe africane impegnate negli scontri compensavano la relativa mancanza di disciplina con una mobilità di poco inferiore a quella della schutztruppe. Il vantaggio asimmetrico alla base dell’intera campagna si stava affievolendo: il generale prussiano si rese conto che doveva cambiare tattica. La cattura quasi simultanea delle due colonne di Tafel e Wintgens, che alla guida di quasi 3.000 uomini stavano cercando di ricongiungersi al nucleo principale della schutztruppe dopo settimane di razzie a caccia di rifornimenti, inferse un colpo quasi fatale ai tedeschi. Nel giro di pochi giorni, von Lettow-Vorbeck vide dimezzarsi le forze a sua disposizione. Con solo 320 europei e 2.500 africani, metà dei quali non aveva esperienza di combattimento, cibo per sei settimane e 400.000 munizioni la strategia tedesca era diventata impraticabile. Dopo una riunione del suo staff il 6 novembre, il generale scelse i migliori 2.000
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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 212.

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soldati, lasciò andare gran parte dei portatori e si preparò a guadare il Rovuma per continuare le operazioni in territorio portoghese306. Nelle sue memorie, von Lettow-Vorbeck ricorda come non considerasse un passo del genere come una sconfitta, ma semplicemente come la prosecuzione del suo piano originale attraverso una strategia diversa: “Nel territorio sconfinato che si apriva davanti ai nostri occhi, avremmo potuto ritirarci a nostro piacimento quando ci fossimo trovati in una posizione sfavorevole. Il nemico avrebbe dovuto continuare a tenere impegnato un quantitativo spropositato di uomini e materiale, muoverli di continuo e sfinirsi in un compito infinitamente più complicato del nostro307”.

Notizie della situazione apparentemente disperata in cui versava la schutztruppe erano arrivate in qualche modo a Berlino ed il Kaiser cercò un modo di evitare che il generale più vittorioso della guerra cadesse nelle mani del nemico. Il 21 novembre lo zeppelin L.59 della Kaiserliche Marine lasciò la Bulgaria con circa 50 tonnellate di rifornimenti per le truppe ed una cassa di vino, omaggio personale del Kaiser. Ufficialmente lo stesso dirigibile sarebbe dovuto essere smantellato in modo da fornire materiale che gli uomini di von Lettow-Vorbeck avrebbero potuto trasformare a loro piacimento (le sacche dell’idrogeno in sacchi a pelo, il rivestimento esterno in uniformi e la passerella in pelle poteva essere usata per fare stivali), ma sembra poco ragionevole che si tentasse un’operazione tanto complessa per fare arrivare così pochi rifornimenti ad un reparto isolato. Alcuni ufficiali dell’esercito dichiararono negli anni ’30 che la vera missione del dirigibile fosse quella di riportare in Europa von Lettow-Vorbeck ed affidargli il comando di una divisione sul fronte occidentale, sicuri che l’arrivo di un generale tanto famoso avrebbe giovato al morale delle truppe, ma questa versione non è stata confermata da alcun documento ufficiale. Qualunque fosse la vera missione, si trattava del più lungo volo mai tentato da uno zeppelin e l’L.59, soprannominato “Afrika-Schiff”, andò vicino al disastro più volte prima di ricevere, quando si trovava sopra Khartoum, un messaggio radio che annunciava la resa

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 217. Ibidem, p. 222.

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della schutztruppe ed essere quindi costretto a tornare in Bulgaria, dove giunse dopo quattro giorni di volo per un totale da record di 4.200 miglia. La provenienza del messaggio è tuttora incerta: secondo alcune fonti furono le truppe inglesi, che avevano catturato gli apparati radio tedeschi, per altri fu lo stesso ufficio coloniale tedesco a dare l’ordine di tornare dopo aver ricevuto informazioni false, che alcuni fanno provenire dal solito capitano Meinertzhagen308. Quando il capitano Max Looff fu catturato dagli inglesi insieme agli altri feriti lasciati indietro da von Lettow-Vorbeck prima di guadare il fiume Rovuma, gli fu chiesto della missione dell’L.59: il comandante del Königsberg non sapeva assolutamente niente di questo tentativo ma, in un tentativo di disinformazione, confermò che un altro zeppelin si stava preparando alla partenza309. La fuga del generale prussiano dal territorio tedesco fu accettato da tutti come la fine delle operazioni in Africa Orientale: Re Giorgio V inviò una lettera per congratularsi con Van Deventer e lo stesso generale Sir Douglas Haig si felicitò con il generale sudafricano, il quale gli rispose, non senza un’ombra di sarcasmo, che i suoi sforzi impallidivano se confrontati con la morte di un quarto di milione di ragazzi inglesi nel macello di Passchendaele310. Le lodi ricevute non distrassero il comandante dall’obiettivo finale, la resa della schutztruppe: rientrando in Africa Orientale, von Lettow-Vorbeck era perfettamente in grado di rinfocolare le braci della resistenza tedesca e ricostruire quel sistema di rifornimenti e reclutamento che gli aveva consentito di sostenere lo sforzo bellico così a lungo. Van Deventer era determinato ad impedire alla schutztruppe di razziare il Niassaland ma diresse tutti i suoi sforzi al logoramento delle capacità operative dei tedeschi, così da renderli al più presto inoffensivi311. Per raggiungere questi obiettivi in una zona infestata da ogni genere di malattia, i soldati europei avrebbero creato solo problemi: dimostrando di aver finalmente imparato la legge della giungla, Van Deventer fece rimpatriare gran parte delle truppe inglesi e sudafricane, lasciando solo gli ufficiali

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Farwell, op.cit., pp. 338-341. King, op.cit., p. 78. Vedi anche H. Lane, The East African Campaign 1914-1918, San Diego, California State University, 1994, p. 84. 309 Gardner, op.cit., p. 224. 310 Ibidem, p. 232. 311 Miller, op.cit., p. 298.

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che avrebbero comandato i nuovi reparti dei KAR, che sarebbero cresciuti fino a contare quasi 35.000 effettivi312. Nel marzo 1918, finite le piogge primaverili, i contendenti ripresero le operazioni. Von Lettow-Vorbeck sapeva di essere braccato e di dover sostentare i suoi soldati con quello che trovava sul terreno. Come le armate rinascimentali, la schutztruppe diventò esperta nel razziare qualunque risorsa trovasse sul suo cammino, procedendo divisa in tre colonne ad una giornata di cammino di distanza l’una dall’altra per potersi raggruppare rapidamente in caso di necessità. La caccia ai fortini portoghesi diventò la specialità dei veterani tedeschi, costretti a manovrare per evitare di essere accerchiati dalle soverchianti forze dell’Intesa313. Von Lettow-Vorbeck, nonostante fosse quasi cieco dopo un’incidente, continuò a guidare le sue truppe con maestria, sicuro che il nemico non sarebbe riuscito a mantenere il passo e che sarebbe stato in grado di mantenere l’iniziativa. Dopo aver passato l’inverno vicino a Chirumba, il generale si rese conto che gli inglesi stavano muovendo diverse colonne sia da Porto Amelia che dal Niassaland per limitare i suoi movimenti e consentire alla divisione di Van Deventer di avvicinarsi ed attaccare. Von Lettow-Vorbeck mandò 800 uomini guidati dal capitano Köhl a rallentare la marcia degli 8.000 soldati del sudafricano: l’operazione, condotta con tattiche non convenzionali, rallentò la marcia degli inglesi per sei settimane, negando qualsiasi possibile supporto alle unità isolate dei KAR che furono ripetutamente attaccate e sconfitte dal resto della schutztruppe. Il 22 maggio 1918, quando le varie formazioni alleate chiusero l’accerchiamento, i tedeschi erano nuovamente sfuggiti alla trappola e si stavano dirigendo verso un grosso deposito portoghese a Namacurra314. Quando la schutztruppe conquistò il deposito il 1 luglio, si trovò di fronte ad una quantità enorme di rifornimenti, oltre alle mappe che indicavano le posizioni delle colonne inglesi e gli altri depositi portoghesi. I tedeschi ripresero il cammino verso nordest, ma nonostante la cattura di altri depositi a Namirre il 23 luglio e a Numarroe il 24 agosto, la scarsità di rifornimenti continuava a rimanere il

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Gardner, op.cit., p. 234. Miller, op.cit., p. 295. 314 Ibidem, p. 305.

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problema principale di von Lettow-Vorbeck, mentre la durezza delle condizioni iniziava a minare il morale sia degli europei che degli ascari, che iniziarono a disertare per la prima volta dall’inizio della campagna315. A questo punto il generale aveva di fronte due scelte: invadere il Niassaland o rientrare in Africa Orientale. In entrambi i casi le conseguenze dal punto di vista della propaganda sarebbero state serie, visto che il War Office aveva dichiarato conclusa la guerra in Africa da quasi un anno. Scelse di guadare di nuovo il Rovuma e tornare nella excolonia tedesca, convinto che tornare verso casa avrebbe sostenuto il morale degli ascari e che la conoscenza del territorio gli avrebbe garantito un vantaggio tattico316. Van Deventer, che aveva perso da quasi un mese ogni traccia della schutztruppe, aspettava il suo avversario al varco e si preparò ad intrappolarlo una volta per tutte: convinto che l’obiettivo di von Lettow-Vorbeck sarebbe stata la città di Tabora, sganciò dall’inseguimento buona parte delle sue forze per trasferirle via mare a Dar-es-Salaam e battere il suo avversario sul tempo317. Nel frattempo, diede ordine ai vari reggimenti belgi ed anglo-nigeriani di contrastare in ogni modo la marcia verso nord della schutztruppe, che il 30 agosto 1918 si rese conto di quanto avessero imparato i nemici sulla guerra nel bush. Nella fitta giungla attorno a Kiowa, due reggimenti inglesi riuscirono ad eludere la sorveglianza degli scouts ed infiltrarsi tra l’avanguardia, il corpo principale e la retroguardia tedesca. Von Lettow-Vorbeck perse il controllo della schutztruppe e nel caos susseguente la superiorità tecnologica degli armamenti inglesi rischiò di trasformare una situazione pericolosa in una disfatta definitiva. Durante i due giorni di combattimento, i tedeschi persero più di 100 uomini e quasi tutti i portatori, ma riuscirono comunque a fuggire: negli anni a venire, il generale prussiano ammise che quel giorno fu fortunato ad evitare di essere annientato del tutto318. Per evitare ulteriori rischi, la schutztruppe iniziò una marcia forzata per riconquistare spazio di manovra e rientrare al più presto in Africa Orientale: il 28 settembre, quando guadò di nuovo il Rovuma, la formazione tedesca aveva marciato per 1.500 miglia in nove mesi evadendo
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Gardner, op.cit., p. 221. Hoyt, op.cit., p. 195. Vedi anche Gardner, op.cit., p. 253. 317 Hoyt, op.cit., p. 195. 318 Miller, op.cit., p. 315.

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le attenzioni di quasi 30.000 soldati alleati e, nonostante la perdita del 25% degli effettivi, rimaneva una minaccia credibile agli interessi inglesi nella zona319. Bastò poco perché von Lettow-Vorbeck si rendesse conto che era stato un errore tornare sui propri passi: molti ascari, invece di sentirsi rassicurati, colsero l’occasione di trovarsi vicino a casa per disertare e la conoscenza del territorio non aiutò a trovare quei rifornimenti di cui la schutztruppe aveva disperatamente bisogno, vista la tattica di terra bruciata attuata dagli uomini di Van Deventer. Le forze alleate continuavano a tenere il fiato sul collo dei tedeschi, che si videro costretti a costeggiare il lago Niassa per entrare nella Rhodesia del nord il 31 ottobre: una volta constatato che il deposito di Fife era difeso da una guarnigione troppo numerosa per le magre forze di cui disponeva, il 12 novembre 1918 von Lettow-Vorbeck, a corto di alternative, catturò il deposito di Kasema, dove trovò rifornimenti sufficienti per qualche mese di operazioni320. Mentre considerava le opzioni a sua disposizione e pensava di guidare i suoi 1.500 uomini verso le miniere di rame del Congo, una pattuglia catturò un corriere inglese che portava la notizia della resa incondizionata dell’Impero Tedesco. Il 25 novembre 1918, dopo aver ricevuto una conferma ufficiale da Berlino, condusse la schutztruppe ad Abercorn, dove 155 tedeschi e 1.168 ascari si arresero al generale Edwards, che concesse all’avversario l’onore delle armi durante la marcia verso Dar-es-Salaam321. Tornati in patria, i circa 100 superstiti europei della schutztruppe sfilarono sotto la Porta di Brandeburgo, circondati da ali di folla festante, unica divisione tedesca imbattuta e simbolo di un orgoglio nazionale ferito ma non distrutto dalla pur bruciante sconfitta. Gli ascari, invece, furono dimenticati fino al 1964, quando il Bundestag della Repubblica Federale Tedesca deliberò che ai soldati nativi della schutztruppe fossero erogate le paghe arretrate per il servizio reso durante la Prima Guerra Mondiale. Pochi tra loro avevano i documenti rilasciati da von Lettow-Vorbeck o i certificati ufficiali che a partire dal 1915 avevano preso il posto della cartamoneta. Gli ufficiali pagatori della Bundeswehr, preoccupati di

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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 301. Dane, op.cit., p. 153. 321 Farwell, op.cit., pp. 352-354.

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riconoscere i veri veterani in mezzo alla folla di pretendenti, pensarono di far ripetere ai richiedenti gli esercizi con le armi elencati nel manuale d’armi in uso all’epoca. Appena arrivati nella neonata Tanzania, si accorsero che tali precauzioni erano superflue: i 300 vecchi africani che si presentarono all’ufficio provvisorio messo in piedi sulle rive del lago Vittoria non solo ricordavano perfettamente ogni esercizio del manuale, ma erano loro stessi a cacciare gli impostori, dicendo carichi di orgoglio “Mimi ni Askari mdaichi”, “Sono un soldato tedesco”322.

322

Miller, op.cit., p. 333.

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CAPITOLO 5 UNA VITTORIA ASIMMETRICA
Nonostante la relativa attenzione ad essa dedicata da gran parte degli storici, la campagna in Africa Orientale è stata tutt’altro che banale o convenzionale: nel corso di quattro anni di combattimenti, si sono verificati il combattimento navale più lungo della storia, una delle campagne di guerriglia più importanti, il più lungo volo di dirigibile mai compiuto in guerra, l’uso strategico di artiglieria navale in condizioni ambientali ostili e la prima offensiva su larga scala condotta esclusivamente da forze speciali. Questa campagna, generalmente relegata al poco dignitoso ruolo di nota di colore nella sanguinosa vicenda della grande guerra, offre molti spunti di riflessione allo studioso del XXI secolo. Se nel Novecento una campagna che sembrava andare contro a tutte le convenzioni della guerra tradizionale era talmente lontana dagli stilemi della storiografia da apparire una semplice aberrazione, gli eventi bellici degli ultimi trent’anni forniscono occasioni per cercare di spiegare la natura stessa dello scontro e forse cercare utili paralleli con le guerre asimmetriche dei nostri tempi.

Tre anni senza rifornimenti
Uno degli aspetti più sorprendenti della guerra in Africa Orientale è sicuramente l’estrema resistenza dimostrata da una formazione non tradizionale come la schutztruppe, che riuscì a fronteggiare un nemico spesso preponderante, mantenendo unità e coesione per tutta la durata del primo conflitto mondiale. Forse ancora più insolito fu il riuscire a trovare abbastanza rifornimenti per conservare le capacità belliche per un periodo così lungo di tempo nonostante il blocco navale inglese impedisse l’arrivo di qualsiasi rifornimento dalla madrepatria. Eppure il comandante delle forze tedesche in Africa Orientale fu in grado di nutrire un numero di truppe considerevole per più di quattro anni, avere uniformi, scarpe, tende, brandine, reti antinsetti e medicinali per non parlare delle munizioni e dei pezzi di ricambio per l’armamento dell’esercito.

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Per riuscire in questo compito apparentemente impossibile, il generale von Lettow-Vorbeck poteva contare solo sulle limitate capacità della colonia tedesca, che non aveva industrie di alcun genere, una popolazione europea quantomai esigua da sempre in conflitto con le tribù indigene e solo alcune delle materie prime necessarie. Durante tutta la durata della guerra, solo due navi tedesche riuscirono a raggiungere la lontana colonia: il 14 aprile 1915 il vapore Kromberg, appena arrivato nelle vicinanze del porto di Tanga, fu subito bombardato e distrutto dall’incrociatore inglese HMS Hyacinth. I reparti tedeschi presenti nella zona furono però sorpresi quando si resero conto che era possibile recuperare buona parte delle centinaia di tonnellate di rifornimenti che portava a bordo. Il 17 marzo 1916 il vapore Marie ebbe maggiore fortuna, riuscendo a sbarcare tutto il suo carico nella baia di Saudi, dopo aver eluso fortunosamente il controllo delle navi inglesi ancora impegnate nel blocco. Sicuro che questi rifornimenti sarebbero stati al massimo occasionali, data la costante minaccia della Royal Navy, von Lettow-Vorbeck si diede da fare per garantire alla schutztruppe la capacità di sostentarsi grazie alle risorse locali, sfruttando al meglio le capacità tecniche dei coloni, che in buona parte provenivano dalle forze armate imperiali. Convinto che alla lunga avrebbe potuto contare solo su strutture interne alla schutztruppe stessa, il generale cercò di mettere in piedi un sistema di approvvigionamento leggero in grado di impiegare al meglio le risorse umane a sua disposizione. Dato che, fino al 1917, le strutture mediche della schutztruppe si prendevano cura anche delle famiglie degli ascari, che seguivano da vicino i movimenti dell’unità, von Lettow-Vorbeck impiegò le capacità delle donne africane per estrarre quante più risorse possibili dalla giungla. Combinare la millenaria saggezza africana con l’ingegnosità tecnica europea fu una scelta felice che diede risultati eccellenti. Con telai ed arcolai costruiti appositamente, le donne riuscivano a trattare il cotone locale e produrre del tessuto da usare per le uniformi: trattando la corteccia di un albero locale, si riusciva a ricavare una tintura vegetale in grado di tingere il tessuto grezzo e fargli assumere un colore simile a quello delle uniformi originali delle truppe coloniali tedesche. Per ottenere stivali nuovi, quantomai necessari viste le marce forzate su terreni quasi proibitivi

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cui la schutztruppe era costretta per sfuggire agli alleati, alcuni soldati divennero esperti nell’usare la pelle di qualsiasi animale capitasse a tiro, conciarla usando estratti vegetali ottenuti da piante locali e produrre calzature resistenti praticamente da zero. Gli sforzi dei tedeschi non si limitarono all’abbigliamento: alcuni piccoli reparti si occupavano di raccogliere la gomma dalle piantagioni locali, vulcanizzarla con macchinari rudimentali per ottenere pneumatici da usare per mantenere operative le poche macchine e le biciclette a disposizione delle forze di difesa. Quando la benzina iniziò a scarseggiare, fu un ingegnere in pensione a mettere a punto un sistema per distillare etanolo dalle noci di cocco ed usarlo per far funzionare i motori. In quanto ai medicinali, oltre ai rimedi tradizionali delle tribù locali, i medici della schutztruppe impararono ad estrarre il chinino dalla corteccia di un albero presente nella zona e mischiarlo con alcool per produrre il cosiddetto Lettow schnapps, una bevanda non particolarmente apprezzata per il gusto, ma in grado di salvare molti soldati dalla malaria, che in gran parte della colonia aveva proporzioni endemiche323. Dal punto di vista alimentare, la relativa ricchezza della terra consentì alle truppe tedesche di alimentarsi in maniera soddisfacente, anche se gli alimenti europei svanirono nel giro di pochi mesi: questa mancanza non fu sentita in maniera particolarmente grave, visto che tutti gli effettivi della schutztruppe erano abituati da anni a nutrirsi con i prodotti della terra africana. Fino a quando le operazioni interessarono la zona del Kilimangiaro, la presenza delle fattorie europee e la vicinanza degli ascari ai propri villaggi di provenienza facilitò molto l’approvvigionamento ma von Lettow-Vorbeck aveva già iniziato a preparare la fase successiva della campagna. A partire dall’estate del 1915, le forze tedesche iniziarono a pensare le proprie mosse con mesi di anticipo, giungendo al punto di seminare raccolti in quelle zone dove prevedevano di passare l’inverno o la stagione delle piogge. Stabilire con assoluta certezza l’impatto di questi metodi di approvvigionamento non convenzionali sull’andamento generale della campagna è quasi impossibile, considerato che le forze tedesche furono in grado di usarli a pieno solo fino all’autunno del 1916, quando l’occupazione di gran
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King, op.cit., p. 5

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parte della colonia da parte delle truppe dell’Intesa costrinse la schutztruppe a spostarsi nella zona del delta del Rufiji, abitata da tribù da sempre ostili all’occupazione tedesca e che non vedevano di buon occhio nemmeno gli ascari, provenienti in gran parte da popolazioni del nord, con le quali i rapporti non erano mai stati idilliaci. Durante le piogge della primavera del 1917, l’ingegnosità dei sistemi tedeschi non riuscì ad impedire che gran parte delle truppe soffrisse di malnutrizione, condizione che costrinse von Lettow-Vorbeck a tentare spedizioni contro i depositi alleati, operazioni che non avrebbe mai autorizzato se non in condizioni disperate. La cattura di quasi un terzo degli effettivi nel corso di questi raid fu la chiave di volta per la fuga in Mozambico e l’abbandono di qualsiasi tentativo di produrre risorse in proprio. Nell’ultimo anno della guerra, la schutztruppe si comportò come un gruppo di predoni, alla costante ricerca di depositi da assaltare per sfamare le truppe e garantirsi i rifornimenti necessari a continuare le operazioni belliche. Nonostante la perizia tecnica dimostrata dalle truppe tedesche ed i numerosi successi nel razziare i depositi portoghesi, difesi da guarnigioni evidentemente non adeguate alla lotta, von Lettow-Vorbeck non riuscì mai a garantirsi più di cinque-sei settimane di autonomia e fu spesso costretto a ridurre le razioni, elemento che contribuì in maniera non trascurabile all’aumento delle diserzioni sia di soldati europei sia dei pur fedelissimi ascari. Il generale prussiano, nonostante le difficoltà apparentemente insormontabili, riuscì comunque nel suo compito primario e rimase fino all’ultimo in grado di fronteggiare i suoi avversari. Non fu un risultato da poco. Se all’inizio del conflitto il problema più grave delle forze tedesche era sicuramente la mancanza di armamenti adeguati e l’esiguità delle riserve di munizioni, durante tutta la campagna la schutztruppe raramente ebbe problemi in questo dipartimento. La serie di vittorie conseguite nei primi due anni consentirono a von Lettow-Vorbeck di mettere da parte riserve più che consistenti di materiale bellico molto più moderno di quello che aveva a disposizione allo scoppio delle ostilità. Dopo il fallimento dell’offensiva iniziale, il comandante tedesco concentrò i propri sforzi proprio in questo settore, giungendo al punto di compiere azioni

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con l’unico scopo di costringere alla fuga le pattuglie inglesi e raccogliere le loro armi 324. Ogni volta che gli inglesi facevano affluire nuove unità dotate di armamenti moderni, l’unico che traeva un vantaggio strategico era von Lettow-Vorbeck, che, proprio grazie a questo aiuto certo non programmato, fu in grado di accrescere sia il numero dei suoi soldati sia le loro capacità offensive. L’ingegnosità delle forze tedesche trovò modo di trarre il massimo beneficio da ogni rifornimento su cui riuscivano a mettere le mani: furono i piccoli laboratori meccanici messi in piedi dal comando tedesco a Dar-es-Salaam a mettere a punto i detonatori a tempo e pressione che misero fuori uso per settimane la ferrovia dell’Uganda e, una volta recuperati i 10 pezzi da 105 millimetri del Königsberg, ad adattare le munizioni razziate al nemico per rimpinguare le scorte, gravemente ridotte dal lungo duello di artiglieria condotto dall’incrociatore tedesco lungo il fiume Rufiji. All’inizio del 1916, la schutztruppe stava usando quasi esclusivamente armamenti recuperati dal nemico e cannibalizzando sistematicamente quello che non riusciva ad usare per avere pezzi di ricambio. Il costante impegno nell’addestramento profuso dagli ufficiali riuscì a mantenere durante tutta la guerra gli alti standard di precisione dei tiratori tedeschi, un vantaggio che non si sarebbe mai affievolito durante tutta la campagna.

I paradigmi della guerra moderna si infrangono nella giungla
Uno degli aspetti più interessanti dell’intera campagna è probabilmente lo scontro tra i diversi approcci strategici impiegati dai contendenti e la dimostrazione evidente che in guerra non esistono verità assolute. Durante l’intera durata del conflitto, il comando dell’Intesa si trovò sempre in una situazione di perenne svantaggio strategico e raramente fu in grado di assumere l’iniziativa nei confronti di un nemico che disponeva di mezzi infinitamente inferiori sotto ogni punto di vista. Molti studiosi hanno cercato di risolvere questo dilemma sopravvalutando le capacità tecniche e militari del comandante delle forze tedesche o minando la credibilità degli otto generali inglesi che hanno cercato con poca fortuna di contrastare la sua azione, ma questo approccio non riesce a rispondere in maniera esaustiva a tutte le domande ancora aperte. Una
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Miller, op.cit., p. 99.

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chiave di lettura diversa potrebbe forse chiarire meglio la costante incapacità del comando inglese di prevedere le mosse dell’avversario e trovare il modo di colpire in maniera efficace le fondamenta sulle quali si reggeva la forza della schutztruppe. Esaminando con attenzione gli eventi della campagna in Africa Orientale, la differenza più evidente tra gli approcci dei due schieramenti fu la capacità del generale von Lettow-Vorbeck di modificare costantemente la strategia bellica al variare delle condizioni presenti sul terreno. I generali inglesi, al contrario, dopo aver pianificato il proprio approccio alla battaglia, vi rimanevano aggrappati nonostante gli eventi bellici fornissero informazioni chiare sulla sua inadeguatezza. Quando i risultati tardavano ad arrivare, la risposta dello stato maggiore inglese fu sempre quella di richiedere l’invio di rinforzi od aumentare ulteriormente il vantaggio tecnologico, convinti che in questo modo sarebbero riusciti a schiacciare il nemico. Questa tendenza si mantenne costante fino al 1917, quando la fuga della schutztruppe dal teatro di guerra principale convinse il War Office che la campagna era praticamente terminata e si sarebbe potuto lasciar campo alle truppe native, spostando le divisioni moderne sugli altri fronti della grande guerra. Sia gli ufficiali al comando sia lo stato maggiore di Londra non riuscirono mai ad internalizzare il feedback delle battaglie e le lezioni fornite dal combattimento nella giungla, errore che avrebbero pagato a caro prezzo nelle giungle del Pacifico e dell’Indocina nei decenni seguenti. L’ambiente estremo nel quale si svolse la campagna avrebbe richiesto di modificare radicalmente i paradigmi alla base della pianificazione militare e mettere in discussione molte verità considerate come dogmi da gran parte degli ufficiali di ieri ed oggi. Quando il generale Smuts arrivò in Africa Orientale, molti si aspettavano che la sua formazione militare non tradizionale riuscisse a ridurre il divario tra le visioni strategiche in campo e trovare il modo per costringere il nemico a combattere in condizioni a lui sfavorevoli, ma alla prova dei fatti, il sudafricano si comportò in maniera molto simile agli altri generali che lo avevano preceduto. Nessuno degli alti ufficiali sembrò in grado di capire che il territorio avrebbe modificato in maniera spesso radicale molte realtà assodate. Smuts replicò quasi pedissequamente il modus operandi seguito dal mentore Botha nella

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vittoriosa campagna in Namibia, fatto tutto di manovre accerchianti e movimenti coordinati tra le varie colonne. Le insidie del terreno furono considerate, al massimo, un fattore marginale. Smuts richiese ed ottenne dal War Office il meglio dell’armamento moderno, imbottendo le proprie divisioni di autoblindo, cannoni da campagna ed aerei, con tutto il relativo bagaglio logistico da movimentare. La risposta di Smuts alla sfida offerta dai difensori tedeschi fu tradizionale: per raggiungere la vittoria in breve tempo, sarebbe bastato aumentare le forze in campo e rendere schiacciante la superiorità in termini di potenza di fuoco. Il fatto che le pianure ed i deserti dell’Africa Australe fossero lontanissimi dalle giungle equatoriali non lo preoccupava più di tanto: c’era un modo “giusto” di fare la guerra, valido ovunque, comunque e quantunque. Lui, che in fondo voleva dimostrare a tutti di essere un generale “vero”, non si sarebbe certo messo a sindacare le stesse basi della dottrina militare. La preferenza per l’accerchiamento e il combattimento manovrato, usando spesso divisioni di cavalleria, rimase costante anche quando il loro impiego si rivelò poco efficace ed i vantaggi di cui godevano su qualsiasi altra superficie si infransero contro il muro verde della giungla. Von Lettow-Vorbeck non era certo in condizione di mettersi a filosofeggiare sul modo “giusto” di fare la guerra: si trovava di fronte a problemi tanto gravi da costringerlo fin dal primo momento ad adottare un approccio non convenzionale. L’offensiva portata all’inizio delle ostilità fu l’unica azione che poteva essere ricondotta ad una visione tradizionale del conflitto, parzialmente giustificata dalla relativa parità tra le guarnigioni presenti da entrambi i lati del confine. Una volta verificato che questo modo di fare guerra difficilmente avrebbe portato risultati, fu prontissimo a metterlo da parte e ripensare una nuova strategia, pensando solo al modo migliore per raggiungere quegli obiettivi parziali che si poneva giorno per giorno. Questo approccio flessibile ed estremamente moderno all’azione militare, nel quale alcuni teorici vedono i prodromi di quella operational art alla base del pensiero strategico occidentale del XXI secolo325, era talmente alieno al modo di vedere la guerra adottato dallo stato maggiore inglese da creare un gap intellettuale invalicabile. Von Lettow-Vorbeck, al
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K. F. Adgie, Askaris, Asymmetry, and Small Wars: Operational Art and the German East African Campaign, 1914-1918, Fort Leavenworth, U.S. Army Command and General Staff College, 2001.

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contrario, conosceva bene il modo di pensare dei suoi avversari ed era quindi in grado di prevedere le loro mosse con giorni, quando non settimane di anticipo. Il fatto che un ufficiale tanto versatile e capace si trovasse proprio in Africa Orientale allo scoppio delle ostilità viene dai più considerato un colpo di fortuna, ma alcuni studiosi leggono un disegno dei vertici militari di Berlino dietro il trasferimento di un giovane tanto promettente proprio nel Luglio 1914, quando tutti i comandi delle nazioni europee erano certi che un conflitto globale sarebbe stato inevitabile. Assegnare tutto il merito del successo della schutztruppe alla visione strategica di von Lettow-Vorbeck sembra però una spiegazione troppo semplice dell’efficacia dimostrata dalle forze tedesche anche quando il generale prussiano non controllava direttamente le operazioni. Tranne alcune eccezioni, anche gli ufficiali di grado inferiore furono in grado di condurre operazioni molto efficaci contro le truppe dell’Intesa, dimostrazione che il generale prussiano era stato in grado di trasmettere la sua visione strategica ai subordinati, che avevano internalizzato gran parte delle tattiche non convenzionali usate dalla schutztruppe e furono spesso in grado di innovare, quando non di superare, l’approccio del loro maestro. Una possibile spiegazione di tale superiorità intellettuale e tattica si può trovare nella diversa composizione del corpo ufficiali presenti nel teatro africano: se le forze dell’Intesa destinavano alle colonie graduati non particolarmente brillanti, alla ricerca di un assegnamento tranquillo dove maturare la pensione, lo stato maggiore tedesco aveva ritenuto necessario selezionare per il servizio nelle colonie alcuni tra i migliori ufficiali in servizio nella Heer, tra cui alcuni allievi della Preußische Kriegsakademie come von Prince e lo stesso von Lettow-Vorbeck, convinti che la superiore qualità degli ufficiali tedeschi sarebbe stata determinante nel risolvere qualsiasi conflitto. Anche i sottufficiali erano sottoposti ad una selezione molto severa: prima di essere assegnati alle colonie, dovevano avere già completato tre anni di servizio attivo, passare un completo esame medico e dimostrare di possedere doti superiori in quanto a carattere, intelligenza, capacità militari ed iniziativa. Per convincerli ad accettare di servire in luoghi tanto remoti ed ostili, ogni tour di servizio da due anni e mezzo gli avrebbe garantito cinque anni di contributi per la

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pensione326. Oltre alla superiore formazione tecnica, gli ufficiali tedeschi seppero sfruttare al meglio le caratteristiche peculiari della stessa cultura militare prussiana, che a partire dalle guerre napoleoniche aveva seguito un percorso molto diverso dalle altre scuole di pensiero europee. La sconfitta di Jena nel 1806327 costrinse l’esercito prussiano a rivedere gran parte della propria filosofia ed iniziare un movimento che privilegiava l’iniziativa e la capacità di pensare in maniera indipendente nei gradi più alti del comando. Le guerre di unificazione tedesca (18641871), combinate all’impatto delle nuove tecnologie militari, provarono che il lato tattico e dottrinale della scienza militare non era in grado di fornire risposte adeguate alle guerre dell’era moderna. Vista la estrema difficoltà di mantenere il controllo delle grandi formazioni coinvolte in questi conflitti, si cercò un concetto in grado di reimporre una qualche forma di controllo, consentire una certa libertà di azione ai comandanti delle singole unità, facendo in modo che tali azioni convergessero in qualche modo verso un fine comune. Uno dei primi a fornire una risposta coerente ed adeguata alle necessità della guerra moderna fu il feldmaresciallo Helmut von Moltke, capo del Großer Generalstab dal 1857 al 1888. Il fondatore del pensiero strategico moderno delle forze armate tedesche fu un proponente appassionato di quella che sarebbe stata conosciuta con il nome di auftragstaktik (letteralmente comando – tattica, equivalente grossomodo al concetto di mission command adottato dall’U.S. Army). Spinto dalla preoccupazione di promuovere un modo di pensare ed agire indipendente tra i suoi subordinati, Moltke descrive questo modo di condurre le operazioni in maniera molto pratica. “Ci sono molte situazioni nelle quali un ufficiale deve agire secondo le informazioni che raccoglie dal territorio, in accordo con il proprio particolare punto di vista. Sarebbe sbagliato se, in una situazione del genere, fosse obbligato ad aspettare gli ordini dei superiori, specialmente quando sussistano condizioni che rendano improbabile la
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T. A. Crowson, When elephants clash: a critical analysis of Major General Paul Emil von Lettow-Vorbeck in the East African theater of the Great War, Fort Leavenworth, U.S. Army Command and General Staff College, 2003, p. 13. 327 Le “battaglie gemelle” di Jena ed Auerstädt (14 ottobre 1806) videro lo scontro tra l’esercito prussiano-sassone, condotto dal duca di Brunswick e le forze francesi, guidate da Napoleone Bonaparte. Nonostante la netta superiorità numerica prussiana (143.000 contro 87.000), le truppe francesi riportarono una vittoria schiacciante che mise in ginocchio il regno di Federico Guglielmo III e rivelò l’arretratezza della struttura militare prussiana. Dopo quella che Hegel definì la “fine della storia”, iniziò un movimento di riforma che coinvolse le istituzioni statali e militari del Regno di Prussia, plasmate applicando le idee riformiste di Scharnhorst, Gneisenau e von Clausewitz.

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consegna di tali istruzioni. In tali situazioni, il modo migliore per massimizzare l’effetto di tali decisioni è far sì che esse si muovano nell’ambito di confini predeterminati dal comandante in capo328”. In questo modo, von Moltke definì il concetto base dell’auftragstaktik: il subordinato agisce nell’ambito di linee guida fissate dal proprio superiore e, finché si muove per raggiungere l’obiettivo prefissato, può godere di completa autonomia operativa. Nonostante fossero in molti a preferire il punto di vista dei cosiddetti normaltaktikers, che ritenevano necessario trasmettere ordini quanto più dettagliati possibile per evitare che le unità si disperdessero troppo anche a costo di negare qualsiasi libertà di azione ai gradi inferiori della gerarchia, a partire dal 1914 fino al giorno d’oggi è stato l’auftragstaktik a prendere posto stabilmente nella filosofia di comando e controllo adottata dalle forze armate tedesche329. Applicando questo concetto in maniera costante, il generale von Lettow-Vorbeck fu in grado di preoccuparsi esclusivamente del lato strategico della campagna, soppesando con attenzione i vari fattori in campo e decidendo, volta per volta, quale fosse il giusto quantitativo di forze e rifornimenti da assegnare per conseguire l’obiettivo operativo che si era posto in quel momento. Il fatto che non assegnasse ordini precisi ma si limitasse a tracciare i confini entro i quali la singola unità si sarebbe dovuta muovere per compiere la propria missione con successo contribuì sicuramente a responsabilizzare i singoli comandanti, che spesso e volentieri diedero ottima prova di sè. Si potrebbe addirittura ipotizzare che tale flessibilità decisionale abbia trovato il suo terreno ideale nel bundu africano, dove il terreno rendeva impossibile coordinare le varie unità e frustrava costantemente i tentativi dei generali inglesi di applicare i dettami della guerra di movimento, che all’epoca erano di gran moda nei circoli militari di mezzo mondo. Lo scontro tra il pragmatismo tedesco e l’approccio dottrinario inglese difficilmente sarebbe potuto finire in maniera diversa; quello che indispone lo studioso moderno è la faciloneria con la quale gli stati maggiori dell’Intesa esaminarono la

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Informazioni sul pensiero tattico del feldmaresciallo Moltke si trovano in Moltkes Taktisch-strategische Aufsätze aus den Jahren 1867 bis 1871: Zur hundertjährigen Gedenkfeier der Geburt des General-Feldmarschalls Grafen von Moltke, Großer Generalstab Kriegshistoriedepartment, Berlino, Mittler & Sohn, 1900. 329 W. Widder, Auftragstaktik and innere führung: trademarks of German leadership in “Military Review”, Sett-Ott. 2002, pp. 3-5.

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campagna in Africa Orientale e la mancanza di un qualsiasi tentativo di analisi critica, tranne alcuni meritevoli tentativi portati avanti negli anni ’30 nei ristretti circoli delle scuole militari d’élite. Quando furono i vietcong vietnamiti o i mujaheddin afgani a condurre un conflitto asimmetrico, gli eserciti delle superpotenze replicarono in gran parte gli errori delle forze inglesi in Africa Orientale.

Il dilemma logistico
Von Lettow-Vorbeck si accorse appena arrivato in Africa Orientale che il territorio avrebbe presentato difficoltà impreviste quando si sarebbe trattato di rifornire le proprie truppe. Dopo aver ispezionato di persona le zone dove avrebbe probabilmente combattuto, giunse alla conclusione che “lo sforzo necessario per trasportare e mantenere efficiente una compagnia in Africa era equivalente allo sforzo che in Europa sarebbe bastato per rifornire costantemente una intera divisione330”. La necessità di muovere costantemente i propri depositi, agendo spesso in maniera dissociata dalle truppe combattenti, pose grossi problemi ai tedeschi, che riuscirono a risolverli solo grazie all’esperienza e alla familiarità con la logistica di due ufficiali come von Lettow-Vorbeck e Wahle, che avevano servito per anni nell’ambito del Großer Generalstab. L’esperienza maturata dai comandanti nel corso delle guerre coloniali e la conoscenza del territorio convinse le forze tedesche ad usare esclusivamente portatori locali per movimentare i rifornimenti: sapevano bene che la velocità garantita dal trasporto animale o meccanizzato si sarebbe rivelata inutile nel bundu, dove le malattie e le piogge torrenziali avrebbero fatto svanire qualsiasi vantaggio. Il comando dell’Intesa ci mise più di tre anni per imparare questa lezione elementare e continuò a seguire la tradizionale logica militare, impiegando quantitativi sempre crescenti di animali e camion per rifornire le unità impegnate nella caccia alla schutztruppe. Difficile calcolare con precisione il numero di animali da soma uccisi da parassiti o dalle malattie endemiche, ma il dispendio economico fu sicuramente enorme. Nonostante l’impegno straordinario profuso dai comandi locali, i problemi logistici perseguitarono le unità inglesi fino
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Von Lettow-Vorbeck, op.cit., p. 30.

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al 1917 e contribuirono in gran parte all’elevatissimo numero di soldati inabilitati al servizio a causa delle malattie, che colpivano con maggiore violenza gli organismi debilitati dalla mancanza di cibo ed acqua. Von Lettow-Vorbeck sfruttò a pieno questa debolezza sistemica del nemico: più di una volta accettò di combattere anche se la superiorità numerica dell’Intesa era soverchiante, sicuro che le forze inglesi sarebbero state costrette a ritirarsi nel giro di pochi giorni per semplice esaurimento delle scorte. Dal punto di vista strategico, il generale prussiano ebbe il lusso di non doversi preoccupare di colpire le linee di rifornimento nemiche, compito che avrebbe frazionato ulteriormente le sue già scarse forze e offerto al nemico l’opportunità di colpire queste piccole formazioni. Usando il territorio a suo vantaggio, von Lettow-Vorbeck non dovette far altro che mantenere il ritmo delle operazioni elevato, sfruttare la superiore mobilità delle sue unità e lasciare che fossero i mille pericoli nascosti nelle giungle a deteriorare inesorabilmente la struttura logistica avversaria. Resta difficile comprendere come sia stato possibile che i comandi alleati non si siano mossi prima per porre rimedio a una situazione tanto disastrosa. Alcuni studiosi hanno cercato di spiegare tutto con lo spirito di conservazione innato alle organizzazioni militari o con l’ottuso orgoglio della grande potenza coloniale inglese, decisa a difendere la superiorità della British way anche contro qualsiasi evidenza fornita dalla realtà, ma sembra difficile dare una risposta definitiva a questa domanda. Resta il fatto che l’inefficienza della logistica britannica contribuì in maniera forse determinante al successo della campagna asimmetrica di von Lettow-Vorbeck.

Una guerra di africani fatta alla maniera africana
L’arrivo della grande guerra nel continente nero colse quasi tutti di sorpresa, primi tra tutti gli indigeni, che avevano appena superato l’impatto traumatico con il mondo moderno, che si era presentato alle porte dei loro villaggi con la superiorità schiacciante della tecnologia, la duplicità dei conquistadores, la retorica del white man’s burden e la pretesa di trascinare un intero continente nella modernità, volente o nolente. L’Africa dell’agosto 1914 era del tutto

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impreparata ad un conflitto totale, vista l’esiguità delle popolazioni europee, la totale mancanza di industrie degne di questo nome ed il precario stato di assimilazione di gran parte degli indigeni nel complesso sistema degli stati moderni. I fuochi delle ultime ribellioni di massa si erano appena placati in buona parte del continente e le stesse potenze coloniali guardavano l’enorme popolazione nera con malcelato sospetto, indecise sul da farsi. Allo scoppio delle ostilità in Europa, nessuna di loro aveva ragione per pensare che questa guerra sarebbe stata diversa dalle altre che l’avevano preceduta e si mosse con decisione per schiacciare il nemico, convinta che la propria superiorità morale, materiale ed intellettuale avrebbe portato ad una rapida conclusione del conflitto. Il fallimento del piano Schlieffen ed il consolidamento del fronte occidentale nelle Fiandre spinse le potenze impegnate ad aumentare in maniera esponenziale il livello di coinvolgimento dell’intera società nel conflitto, sperando che sarebbe bastata la forza dei numeri per rompere lo stallo e garantire quella vittoria decisiva che, secondo la visione clausewitziana della guerra, avrebbe costretto il nemico al tavolo della pace. Quando ci si rese conto che anche la mobilitazione totale delle risorse nazionali non era in grado di garantire un differenziale di potenza sufficiente, i grandi imperi coloniali pensarono di gettare sul tavolo anche le truppe indigene che, dopo un addestramento spesso insufficiente, venivano dotate di tutto l’armamentario necessario alla guerra moderna e spedite al fronte. Nonostante comportamenti spesso eroici, le truppe provenienti da ogni angolo degli imperi inglesi e francesi non riuscirono ad essere più efficaci delle loro controparti europee e finirono per essere massacrate nell’inferno di fango delle Fiandre. Il fatto che questi soldati, nati e cresciuti in climi radicalmente diversi da quelli dell’Europa centrale, fossero meno disciplinati e più soggetti a ribellarsi fu visto dagli stati maggiori dell’Intesa come l’ennesima dimostrazione della superiorità della razza bianca. Il fatto che tutta la propaganda del mondo non sarebbe mai riuscita a convincere un ghurka del Nepal o un beduino del deserto marocchino della necessità di morire per una bandiera che nella sua esperienza aveva significato solo privazioni ed umiliazioni non sfiorò nemmeno i generali degli stati maggiori. Molto più semplice rifugiarsi nel comodo

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razzismo “illuminato” e considerare i soldati coloniali come espressione emblematica di una razza inferiore. Quando si trattò di combattere per conquistare quelle colonie che buona parte dell’élite industriale considerava ancora come una misura del prestigio internazionale del proprio paese, gli stati maggiori usarono lo stesso approccio condiscendente, ritenendo che per cancellare dalla mappa le striminzite guarnigioni tedesche, composte in larghissima parte da soldati indigeni, sarebbero bastate le altrettanto inaffidabili truppe coloniali. Già in fase di pianificazione, la tendenza a vedere tutto attraverso la lente deformante del razzismo sembra evidente: quando si trattò di attaccare il Togo, Inghilterra e Francia non ritennero necessario usare truppe europee e si affidarono alle unità già presenti sul teatro mentre per affrontare i circa 5.000 soldati europei che presidiavano l’Africa del Sud Ovest si preferì mobilitare l’esercito dell’Unione Sudafricana, anche a costo di rinfocolare le braci mai sopite della rivolta boera. Anche in Africa Orientale l’approccio fu lo stesso: visto che la schutztruppe di von LettowVorbeck disponeva solo di 200 tra ufficiali e sottufficiali tedeschi si pensò di destinare alla conquista della colonia unità di terza linea supportate da un numero limitato di reggimenti europei, basandosi sul presupposto della superiorità intrinseca di qualsiasi soldato indiano rispetto ai selvaggi africani. L’ineffabile maggiore generale Aitken, alla vigilia dello sbarco a Tanga, continuava a dirsi convinto che “l’esercito indiano avrebbe spazzato via quella masnada di negri331” e che “giungla o non giungla, sono determinato a polverizzare i tedeschi prima di Natale332”. Le gravissime perdite subite nel fallito attacco a Tanga non furono sufficienti a far cambiare idea al War Office: nella migliore tradizione burocratica, la colpa fu completamente attribuita al capro espiatorio di turno e le truppe che avevano dato così pessima prova di sé a Tanga rimasero nel teatro africano, destinate di volta in volta ad incarichi sempre meno rilevanti. Si arrivò fino a proporre ipotesi fantasiose, pur di non dover ammettere che erano state truppe indigene ad infliggere una sconfitta tanto cocente al glorioso esercito britannico: Aitken giunse infatti al punto di affermare che la schutztruppe era stata rinforzata tramite l’invio di contingenti
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Miller, op.cit., p. 58. Farwell, op.cit., p. 165.

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di riservisti provenienti addirittura dall’Australia o dalla Cina. Invece di trattare queste dichiarazioni con tutto il rispetto che meritavano le giustificazioni di un generale la cui incompetenza era stata dimostrata oltre ogni dubbio, il War Office sembrò dargli un certo credito: non si spiega altrimenti l’ordine di sprecare il cospicuo vantaggio in termini di uomini e mezzi di cui disponevano le forze britanniche in operazioni difensive, consentendo a von Lettow-Vorbeck di capitalizzare al massimo la vittoria e sfruttare ogni secondo per rinforzare la schutztruppe333. Quando Londra si decise a metter fine ai costanti raid delle forze tedesche, la risposta seguì il solito schema razzista: visto che gli indiani si erano rivelati inaffidabili, l’unico modo per assicurarsi una rapida vittoria sarebbe stato quello di impiegare un gran numero di soldati bianchi, preferibilmente quei sudafricani che avevano familiarità nel “trattare con i selvaggi”. Mettere al comando di tali forze quello Jan Christiaan Smuts, che molti considerano il padre dell’apartheid fu solo la ciliegina sulla torta. L’approccio tedesco non avrebbe potuto essere più diverso: nonostante molti degli ufficiali coloniali condividessero buona parte della retorica razzista ed avessero dato prova di singolare crudeltà durante le repressioni delle rivolte native, rispettavano grandemente le capacità militari del soldato africano ed avevano studiato a fondo i metodi di combattimento delle bande indigene. Lo stesso von Lettow-Vorbeck, che era stato l’assistente di campo del generale von Trotha durante la brutale guerra condotta contro gli Herero in Namibia dal 1904 al 1906334, aveva passato molto tempo ad interrogare i prigionieri e si era dedicato con attenzione allo studio delle tattiche militari indigene. Il generale era affascinato dalla capacità degli indigeni di sfruttare al massimo le caratteristiche del territorio a proprio vantaggio e la loro abilità quasi soprannaturale di sconfiggere il pensiero tattico europeo, usando metodi di combattimento non convenzionali che spesso rendevano inutili anche i migliori piani messi a punto dai comandi tedeschi. Von Lettow-Vorbeck non vedeva le tecniche africane come “arretrate”, ma semplicemente come un modo diverso dal suo di condurre una campagna militare: la sua curiosità intellettuale lo spinse quindi a partecipare spesso a ricognizioni
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Gardner, op.cit., p. 69. Hoyt, op.cit., p. 10.

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ravvicinate pur di comprendere a pieno come combattevano quelle inafferrabili bande di indigeni capaci di trovare acqua anche nel deserto e procedere in marce forzate per giorni interi procurandosi il sostentamento dall’inospitale natura africana335. Questa pratica, vista con malcelata ironia dai suoi superiori, costò cara all’ufficiale tedesco, visto che fu durante una di queste ricognizioni nel deserto namibiano che perse un occhio336, ma gli consentì di studiare approfonditamente l’arte della guerra africana, valutare le capacità del soldato indigeno e considerare l’essenza strategica della guerriglia condotta in ambienti ostili. Il capitano Tom Prince aveva avuto un’occasione simile durante i sette anni della lunga e sanguinosa campagna condotta contro la bellicosa tribù dei Waehe ad inizio secolo. L’impatto con le tattiche africane lo costrinse a modificare sia la composizione della schutztruppe che lo stesso modo di condurre le operazioni: visto che si trovava di fronte dei veri maestri della guerriglia nella giungla, Prince ritenne prudente imparare quanto più possibile e replicare buona parte delle tattiche nemiche per ridurre il vantaggio asimmetrico di cui godevano. Questa sagacia tattica, unita ad un insano piacere per la guerra, gli valsero due riconoscimenti: un titolo nobiliare da parte del Kaiser ed il sinistro soprannome di bwana sakharani (ovvero “colui che è inebriato dal combattimento”) da parte delle sue stesse truppe. Questa esperienza entrò comunque a far parte della tradizione delle forze coloniali tedesche, fino ad influenzare gli stessi manuali di addestramento destinati agli ufficiali. Uno di questi manuali descrive il soldato indigeno in termini niente affatto condiscendenti: “Le sue straordinarie capacità di marcia e mobilità, abbinate alla conoscenza approfondita del territorio, lo rendono capace di portare a termine deviazioni apparentemente impossibili. Non ha una linea programmata per la ritirata, dato che le sue forze, dopo una sconfitta, si dividono in piccole pattuglie che si muovono in ogni direzione, per concentrarsi solo in un punto stabilito in precedenza, che spesso si trova dietro le linee delle truppe vittoriose. Dopo aver scaricato le proprie armi da fuoco, gli indigeni si ritirano in fretta... così da essere in grado di precedere la colonna nemica e ripetere il proprio attacco.... Imponendo al nemico una serie infinita di imboscate, sperano di fiaccare la sua resistenza, costringerlo a sprecare munizioni e rifornimenti senza subire
335

D. M. Keithly, Khaki Foxes: The East Afrika Korps, “Small Wars and Insurgencies”, 12, n° 1, primavera 2001, p. 169. 336 King, op.cit., p. 2.

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perdite considerevoli, per ridurre gradualmente le sue capacità di difesa fino a quando non sia tanto debole da poter essere spazzato via mediante una carica all’arma bianca.... Gli indigeni ammettono di essere stati sconfitti solo quando hanno subito gravi perdite: quando riescono a fuggire lasciando sul campo pochi soldati, pensano di aver conseguito un successo.... Nonostante tutti i tentativi compiuti nel passato, solo in casi estremamente eccezionali è stato possibile cogliere una forza indigena di sorpresa337”.

Grazie alle lezioni imparate durante gli anni di guerriglia, ogni compagnia della schutztruppe era composta da non più di otto tra ufficiali e sottufficiali tedeschi, i quali comandavano un numero di ascari che variava da 150 a 200, ai quali si sarebbero aggiunti i riservisti ed i volontari tedeschi. Ogni compagnia era pensata come un nucleo indipendente in grado di condurre operazioni in maniera autonoma, dotata di circa 700 portatori indigeni per le necessità logistiche, qualche decina di irregolari (detti ruga ruga), che di solito agivano come scouts, due squadre di mitraglieri, barche collassabili ed un chirurgo con il relativo staff medico. L’addestramento delle diverse componenti etniche era differenziato: se gli ufficiali europei cercavano di imparare quanto più possibile in fatto di tattiche indigene, mimetizzazione e caratteristiche del territorio, gli ascari si dedicavano anima e corpo al miglioramento delle loro capacità di tiro. Il comando non cercò mai di trasformare l’ascaro in un soldato tedesco, ma fu pronto a costruirgli attorno una forza in grado di massimizzare le sue doti naturali e la sua esperienza nella guerriglia. La disciplina era rigida ma colpiva tutti in maniera uguale, bianchi o neri; quando mancava il cibo, nessuno godeva di trattamenti di favore. Il merito veniva premiato senza guardare al colore della pelle, tanto che alla metà del 1915 non erano infrequenti i casi di sottufficiali ascari che comandavano soldati europei338. Confrontando la Schutztruppe con i King’s African Rifles, il capitano Meinertzhagen fornisce l’ennesima prova della sottile condiscendenza verso i nativi che pervadeva l’intera struttura militare inglese: “Non ho dubbio che i tedeschi abbiano creato anche da queste parti una macchina militare altrettanto efficiente a quella che combatte in Europa.... Dal punto di vista militare, sono almeno altrettanto capaci come i nostri KAR ma sono carenti dal punto di
337 338

Miller, op.cit., p. 15. Ibidem, p. 28.

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vista umano. Mancano i legami genuini, quel vincolo di sincera amicizia ed affetto che lega l’ufficiale ai suoi uomini. I tedeschi sono uniti solo dalle catene di acciaio della disciplina339”.

Alla prova dei fatti, la fedeltà assoluta dimostrata dagli ascari tedeschi verso il loro comandante fu una prova più che sufficiente per mostrare a tutti come una forza perfettamente integrata, dotata di uno spirito di corpo inflessibile, spinta dalla coscienza di essere una ristretta élite militare e forse dall’enormità della missione che doveva affrontare, fosse in grado di conseguire risultati militari assolutamente impensabili. Nonostante dovessero affrontare un nemico enormemente superiore, il morale della schutztruppe rimase costantemente alto per tre anni, alimentato ad arte da una lunga serie di vittorie tattiche piccole e grandi, dosate con attenzione da von Lettow-Vorbeck, che dedicò molta attenzione alla cura del morale delle truppe indigene. La serie di attacchi portati alla ferrovia dell’Uganda, nella prima metà del 1915, era stata concepita come una sorta di addestramento operativo, che avrebbe permesso alle reclute di imparare sul campo dai veterani, accrescere la consapevolezza della propria forza ma soprattutto convincere sia gli ascari sia i propri parenti che seguire le istruzioni del piccolo uomo bianco avrebbe portato non solo denaro ma anche gloria ad ogni guerriero. Il successo di questa operazione si può misurare con una certa precisione: nell’estate del 1915, quando la serie di raid vittoriosi si era allungata a dismisura ed il mito dell’invincibilità di von Lettow-Vorbeck era rinfocolato dagli stessi comandanti nemici, buona parte dei portatori indigeni, che solitamente cercavano in ogni modo di evitare qualsiasi pericolo, chiedeva a gran voce di entrare a far parte delle forze tedesche340. Un altro stratagemma usato dal generale prussiano fu l’aggregare alla schutztruppe le famiglie degli ascari le quali, specialmente nelle fasi meno critiche della campagna, seguivano gli uomini e vivevano vicino all’accampamento centrale. Von Lettow-Vorbeck aveva osservato come fosse comune in Africa la pratica di mantenere le famiglie vicine alle truppe impegnate in azioni militari e quanto fosse importante preoccuparsi anche del loro benessere nella
339 340

Farwell, op.cit., p. 192. Ibidem, p. 193.

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pianificazione della campagna. Fino alla terribile primavera del 1917, furono i reparti medici della schutztruppe ad occuparsi delle famiglie degli ascari, mentre ogni emergenza alimentare veniva affrontata pensando anche alle necessità del piccolo villaggio di donne e bambini che seguiva i movimenti di ogni compagnia341. Oltre all’evidente beneficio psicologico, il generale intendeva rafforzare quei legami di fedeltà che stavano legando gli ascari alla schutztruppe e al suo comandante: questo sforzo costante di trasformare l’unità tedesca in una copia delle bande indigene, incorporando quanti più elementi della tradizione militare africana nel modus operandi delle forze tedesche, facilitò sicuramente il transfert psicologico che spinse molti ascari a considerare la schutztruppe come la propria tribù d’adozione, alla quale giurarono fedeltà. In un contesto del genere, il comandante bianco veniva considerato solo un capo sui generis e le sue decisioni assumevano un significato molto diverso dagli ordini di quella che, per gran parte delle truppe coloniali indigene, rimaneva un’autorità aliena e solo occasionalmente degna di rispetto. Il bassissimo tasso di diserzioni nella schutztruppe e la inusuale prontezza con la quale gli ascari rispondevano alle istruzioni del comandante o resistevano anche quando costretti a combattere un tipo di battaglia a loro non familiare come il combattimento in trincea furono tra gli elementi alla base del successo della campagna di von Lettow-Vorbeck. D’altro canto, i reduci della schutztruppe, che si consideravano diversi e migliori rispetto al resto della popolazione indigena, rimasero un corpo estraneo e non riuscirono ad avere un ruolo nei movimenti indipendentisti che, a partire dagli anni ’20, coinvolsero molti dei veterani della grande guerra in quasi tutte le colonie che avevano contribuito alle operazioni belliche. Da questo punto di vista, l’effetto che la guerra ebbe sull’Africa sub-sahariana fu solo quello di provocare gravi perdite sia umane che economiche. John Reader, uno degli studiosi più rispettati nel campo della storia africana descrive le conseguenze della guerra in termini inequivocabilmente negativi: “Nella sola campagna dell’Africa Orientale vennero impiegati 50.000 soldati africani e più di un milione di portatori, oltre 100.000 dei quali morirono. Secondo una ricerca statistica sulla prima guerra mondiale e sulle sue conseguenze in Africa, più di 2,5
341

Miller, op.cit., p. 314.

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milioni di Africani, ossia quasi il 2 per cento della popolazione del continente, vennero coinvolti ogni anno, in modo diretto o indiretto, nel conflitto. Neppure la tratta degli schiavi era giunta a tanto. Fu una guerra che l’Africa non aveva fatto nulla per provocare e dalla quale non aveva nulla da guadagnare: per ogni africano impegnato in prima persona nei combattimenti (compresi quelli richiamati in Europa, specialmente dalle colonie francesi, erano una dozzina i familiari – uomini, donne e bambini – che ne pagavano le conseguenze342”.

Anche limitandosi al punto di vista militare, neanche le imprese degli ascari tedeschi o le buone prove fornite dai King’s African Rifles durante il difficile inseguimento della schutztruppe in Mozambico servirono a modificare i pregiudizi che gli stati maggiori inglesi nutrivano nei confronti delle truppe indigene, che anche nella seconda guerra mondiale furono raramente impiegate in prima linea.

Consistenza contro indeterminatezza: gli obiettivi finali contano
Uno degli elementi costanti in ogni conflitto asimmetrico è la discrepanza tra la stessa natura degli obiettivi delle parti in campo e la presenza di quello che il pensiero strategico definisce intellectual gap, ovvero l’incapacità di una delle due parti di comprendere le ragioni che spingono il nemico a comportarsi in una certa maniera. La letteratura che, a partire dagli anni ’90, si è occupata delle cosiddette “piccole guerre” e, più in generale, dei conflitti asimmetrici, tende a concentrare la propria analisi al presente, ritenendo che il progresso tecnologico e la complessità della guerra moderna rendano i conflitti di oggi radicalmente diversi da quelli del passato. Nonostante questa tendenza generalizzata nel pensiero militare contemporaneo, le ragioni che renderebbero impossibile confrontare operazioni asimmetriche condotte in periodi storici anche molto lontani non sembrano molto convincenti. Gli ultimi 40 anni hanno fornito numerose occasioni per osservare conflitti di questo genere: si è andati dai conflitti convenzionali “mascherati” come la guerra indocinese (i vietcong usavano metodi non convenzionali ma avevano alle spalle uno stato “vero” come il Vietnam del Nord e potenze “amiche” come Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese che fornivano un supporto
342

J. Reader, Africa. Biografia di un continente, Milano, Mondadori, 1977, pp. 507-519.

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logistico e militare pressoché illimitato) agli scontri asimmetrici “impuri” come la resistenza all’invasione sovietica in Afghanistan (i mujaheddin hanno condotto una campagna senza l’aiuto diretto di uno stato, ma godendo di cospicui aiuti militari dalla CIA e dall’ISI pachistano, per non parlare dei volontari provenienti dalla galassia del radicalismo musulmano), fino alle guerre asimmetriche “vere” come quelle condotte in Somalia, Afghanistan e, sotto un certo punto di vista, Iraq (gran parte degli insurgents era in realtà il vecchio esercito baathista, che aveva scelto volontariamente di rifiutare uno scontro convenzionale e di continuare a combattere attraverso tattiche di guerriglia urbana). Anche un’esame superficiale consente di individuare alcuni elementi comuni ai vari conflitti (sproporzione delle forze in campo, netto vantaggio tecnologico, superiori capacità logistiche, dominio dello spazio aereo) e una serie di comportamenti tenuti dalle forze non convenzionali (frammentazione, autonomia funzionale delle singole unità, degerarchizzazione della struttura di comando, rinuncia volontaria all’armamento pesante, abbandono della logistica tradizionale, mimetismo nella popolazione locale, superiore mobilità), sia che si trattasse di insurgents, movimenti di liberazione o componenti di un esercito tradizionale impegnati in una campagna asimmetrica. Lo studio della guerra in Africa Orientale, come di altri conflitti avvenuti in epoche ancora più lontane, può essere utile per comprendere se alcuni di questi elementi siano legati alla stessa natura del conflitto o se magari siano solo frutto dello sfruttamento razionale delle condizioni presenti sul terreno per aggredire i punti di frizione presenti nella struttura nemica e creare quindi un vantaggio asimmetrico. Abbiamo già esaminato alcuni degli aspetti dell’approccio operazionale messi in campo dal generale von Lettow-Vorbeck per sfruttare i punti di frizione individuati negli eserciti convenzionali che si trovava a fronteggiare in modo da deteriorare l’efficienza del sistema e quindi causare un danno sproporzionato alle potenzialità delle forze a sua disposizione. Resta da valutare il cosiddetto gap intellettuale, che impedì al comando inglese di comprendere le basi della strategia portata avanti dalle forze tedesche durante tutta la campagna in Africa Orientale. Il generale prussiano esaminò con attenzione le sue opzioni ancora prima che la

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bomba di Sarajevo facesse scattare il meccanismo diabolico della guerra globale. Un’esame freddo e realistico delle forze a sua disposizione e della situazione internazionale lo convinse da subito ad abbandonare qualsiasi velleità di difendere il territorio di sua competenza. Dato che non aveva ricevuto ordini specifici a riguardo, pensò che il modo migliore per compiere la propria missione fosse quello di costringere l’Intesa a spedire quante più forze possibile in Africa Orientale, togliendole magari da altri teatri strategicamente più rilevanti. Dopo aver informato tutti i suoi ufficiali, rimase fedele a questo approccio durante tutta la campagna, vedendo ogni cambio di strategia come un modo diverso per raggiungere l’obiettivo che si era posto. Nel giungere a questa conclusione, von Lettow-Vorbeck non aveva preso in considerazione altro che l’aspetto militare della questione, senza subire passivamente ordini esterni da parte del Kolonialbureau o dello stesso Großer Generalstab dopo che la distruzione delle stazioni radiotelegrafiche in Camerun e Africa del Sud-Ovest ebbe impedito qualsiasi contatto diretto con il quartier generale. Proprio grazie a questo isolamento, il comandante fu in grado di stabilire autonomamente sia gli obiettivi sia i benchmark attraverso i quali valutare il successo del suo piano. La chiarezza di tutti i parametri e la fedeltà al piano originale resero semplice trasmettere al corpo ufficiali e alle truppe l’andamento della campagna, riuscendo quindi a mettere ogni singola azione in un contesto più ampio e utilizzando ogni successo parziale come potente motivatore per mantenere alto il livello di attenzione, il morale dell’esercito e lo spirito di corpo. Questo comportamento estremamente moderno consentì ad una formazione isolata e priva di rifornimenti di liberarsi dai vincoli del pensiero militare dominante e condurre una campagna tanto atipica quanto efficace senza che sorgessero conflitti all’interno del corpo ufficiali. Paradossalmente, il fatto di non essere isolate dalle capitali europee fu uno dei fattori che contribuì pesantemente al fallimento delle strategie messe in piedi dalle forze dell’Intesa per mettere in ginocchio la schutztruppe tedesca. I comandanti impegnati nella lotta contro von Lettow-Vorbeck dovevano costantemente discutere con il War Office le azioni da intraprendere e subire passivamente le valutazioni sia dei militari che dei politici, che con il procedere della

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campagna si dimostrarono sempre più insofferenti verso le difficoltà addotte dai comandanti come giustificazione per la mancata vittoria. Lo stesso atteggiamento di sufficienza con il quale fu trattata l’intera campagna da parte di Londra, che solo dopo un anno e mezzo di combattimenti si decise a prendere sul serio la questione, destinando al teatro di guerra truppe non di terza scelta e comandanti degni di questo nome, non aiutò certo il mantenimento del morale nelle fila inglesi. I generali che si susseguirono nel comando fino all’arrivo di Smuts non erano certo scelti tra i più brillanti frequentatori delle scuole militari e subivano l’assegnamento a quello che era considerato uno dei teatri di guerra meno importanti come una sorta di punizione. Il nemico che si trovavano di fronte era dotato di capacità tattiche e strategiche non comuni, mentre le truppe che avevano a disposizione erano tra quanto di peggio si potesse trovare nelle sterminate fila delle forze armate britanniche. Bastava poco perché questi comandanti iniziassero a cader preda del vittimismo più banale ed iniziare a cercare giustificazioni per il proprio fallimento, elevando progressivamente il generale prussiano al livello di un vero e proprio spauracchio. A parziale discolpa dei vari Aitken, Tighe e Wapshire, il comando inglese non sembrava avere le idee molto chiare su cosa avrebbero dovuto fare in Africa Orientale. All’inizio della guerra, l’obiettivo sembrava semplice: spazzare via le forze tedesche, occupare la colonia e tornare al più presto alla guerra “vera”. Dopo la disfatta di Tanga, l’ordine di mantenere un atteggiamento difensivo lasciò le forze inglesi senza una vera missione da compiere. La presenza di un nemico intelligente e creativo che non perdeva occasione per causare danni o infliggere perdite, il clima inclemente, la noia, la sensazione di essere tagliati fuori dalla guerra, costretti a presidiare un confine tracciato in mezzo al nulla, furono gli elementi alla base del profondo scoramento che colpì le forze inglesi fino all’inizio del 1916. Il cambio di marcia imposto dal War Office con l’arrivo di cospicui rinforzi e la nomina di un generale di prima scelta come Smith-Dorrien sembrò scuotere le forze dall’apatia ma il problema fondamentale non era stato ancora risolto. Le forze in Africa Orientale avevano un obiettivo vago e considerato da tutti poco importante, erano lontane da casa, terrorizzate dai pericoli dell’Africa nera e convinte di avere di

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fronte poco di più di un branco di selvaggi in uniforme. L’arrivo del decisionista Smuts sembrò migliorare la situazione ma, nel giro di poche settimane, il gap intellettuale si mostrò di nuovo in tutta la sua gravità. L’escalation militare era stata causata più dalla necessità inglese di conseguire una vittoria che dall’efficacia dei raid tedeschi in Kenya e Uganda ma Londra non aveva dato indicazioni riguardo a cosa intendesse per vittoria. La conquista della colonia tedesca non rivestiva alcun particolare interesse strategico e non avrebbe accelerato di un giorno la caduta del Reich. La stessa sconfitta della schutztruppe, i cui successi erano stati cautamente usati a fini propagandistici dai tedeschi, non avrebbe certo aiutato le truppe inchiodate nelle trincee: tutta la bravura del mondo non sarebbe riuscita a glorificare una vittoria ottenuta schiacciando una forza dieci volte più debole, dando il fianco alle prevedibili ironie da parte dei tedeschi. Lord Asquith voleva una vittoria, ma ragionava in termini prettamente politici: ne aveva bisogno per porre temporaneamente fine alle proteste per l’inaudito massacro che stava sacrificando sull’altare della ragion di stato un’intera generazione di giovani europei. Lo stesso War Office voleva far dimenticare lo smacco di Gallipoli, la stasi in Mesopotamia e la mancanza di progressi significativi in Palestina ma non si era preoccupato di stabilire i parametri per la vittoria. Vista l’enorme superiorità di uomini ed armamenti, l’esito della campagna era scontato: in condizioni tanto favorevoli, un generale non del tutto incompetente avrebbe dovuto distruggere rapidamente la schutztruppe, catturare l’invincibile von Lettow-Vorbeck ed occupare quanto prima la colonia tedesca. Qualsiasi altro risultato sarebbe stato considerato come un fallimento. Smuts non era un militare di professione ma conosceva bene il mondo della politica: solo una vittoria schiacciante gli avrebbe garantito un futuro politico, mettendolo al sicuro dagli avversari che miravano a soffiargli il ruolo di delfino di Botha. Per questo si lanciò alla caccia della schutztruppe, cercando disperatamente di mettere al tappeto i tedeschi una volta per tutte. Il suo obiettivo divenne quindi la distruzione delle forze avversarie, da ottenere a tutti i costi nel minor tempo possibile: per raggiungere questo scopo, il sudafricano fece proprio il gioco di von Lettow-Vorbeck, saturando il teatro di truppe, cannoni, rifornimenti, che diventavano

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inevitabilmente preda della schutztruppe. Il generale prussiano, una volta capito il gioco dell’avversario, fece di tutto per condurlo verso le zone più inospitali della colonia per prenderlo per fame e malattie. Le forze dell’Intesa non riuscirono mai a capire che i tedeschi stavano conducendo una battaglia non convenzionale: pensavano che, prima o poi, von Lettow-Vorbeck sarebbe caduto in una delle loro trappole, dando per scontato che il suo scopo fosse quello di difendere la colonia e, in prospettiva, ricacciare gli invasori fuori dai suoi confini. Quando anche l’ultimo pezzo di infrastruttura moderna cadde nelle mani delle forze alleate, Smuts iniziò a sospettare che i tedeschi fossero troppo deboli per reagire ed iniziò a chiedere la resa al nemico. Per quale altra ragione avrebbe continuato a ritirarsi lasciandogli occupare come se niente fosse la parte più ricca e moderna della colonia che era stato chiamato a difendere? Quando gli ultimi attacchi durante l’autunno del 1916 convinsero Smuts che il suo avversario era tuttora in grado di colpire duro, non sapeva più che pesci prendere. Il trasferimento salvò il generale sudafricano e il War Office dall’imbarazzo: nonostante tutti fossero perplessi e preferissero considere von Lettow-Vorbeck una specie di genio, il comando inglese aveva ben altre gatte da pelare e preferì costruirsi dal nulla la vittoria che tanto agognava. C’erano voluti più di sei mesi ed era costata qualcosa come 120.000 tra morti, feriti e inabilitati al servizio, mezzo milione di animali da soma, una quantità enorme di rifornimenti e denaro. Nel frattempo von Lettow-Vorbeck era ancora libero di far danni e nessuno sapeva cosa farsene di quel pezzo di terra infestato dalle malattie. Paradossalmente, una volta che le luci della ribalta lasciarono l’Africa Orientale, le truppe di seconda scelta affidate ad un generale di seconda linea come Van Deventer riuscirono là dove avevano fallito i loro predecessori, mettendo in crisi le forze tedesche e costringendole a ridurre di gran lunga la portata della propria missione ed abbandonare l’Africa Orientale. La strategia del sudafricano non fu molto diversa da quella portata avanti dai suoi predecessori, ma la riorganizzazione delineata dal generale Hoskins aveva finalmente risolto i problemi logistici inglesi e l’uso di formazioni più agili, formate in gran parte da soldati africani, consentì alle forze dell’Intesa di aumentare il ritmo delle operazioni. Ora che la campagna sembrava vinta,

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non era più così importante mantenere quel differenziale tecnologico che tutti consideravano fondamentale per schiacciare il nemico. Le autoblindo, gli aerei ed i cannoni da campagna, che si erano rivelati largamente inefficaci nel bundu africano, furono dirottati verso altri fronti: ironicamente, fu proprio questa “riduzione” delle forze in campo a consentire a Van Deventer di combattere meglio contro la schutztruppe. Il generale sudafricano, ora che non aveva più obiettivi tradizionali da conquistare, si potè dedicare anima e corpo alla caccia dello sfuggente prussiano: dimostrando di aver tratto lezioni utili dall’esperienza, Van Deventer non era ossessionato dall’idea dello scontro decisivo ma cercò di utilizzare le forze a sua disposizione per togliere spazio di movimento all’avversario, provando ad occupare progressivamente il teatro delle operazioni con multiple colonne per limitare la libertà di movimento dei fuggitivi. La nuova strategia all’inizio sembrò funzionare, ma quando von Lettow-Vorbeck entrò in Mozambico, dimostrò ancora una volta quanto superiore fosse la sua visione tattica e strategica. Alleggerendo ulteriormente la schutztruppe e migliorando il suo sistema di ricognizione profonda, il comandante tedesco riuscì costantemente a rimanere un paio di passi avanti ai suoi avversari, usando una serie di stratagemmi per nascondere le proprie intenzioni e sfruttare la debolezza delle forze portoghesi per continuare a combattere. Nonostante i ripetuti successi, von Lettow-Vorbeck si trovò di fronte a difficoltà crescenti nel mantenere operativa la sua formazione e tenere alta la coesione delle truppe: il deteriorarsi del morale, l’accumularsi della stanchezza dopo quattro anni di guerra e la difficoltà nel procurarsi i rifornimenti minarono gravemente il morale sia degli europei che degli ascari ma nemmeno le diserzioni o il progressivo assottigliarsi delle forze a sua disposizione riuscirono a convincere il generale ad abbandonare il suo piano originario. Quando l’armistizio costrinse la schutztruppe alla resa, von Lettow-Vorbeck era ancora convinto di riuscire a continuare la lotta a tempo indefinito, trascinandosi dietro più di 40.000 soldati dell’Intesa. Questa singolare consistenza negli obiettivi e la sicurezza incrollabile che il generale era in grado di trasmettere ai suoi sottoposti furono

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fondamentali per il successo di quella che molti storici considerano come la campagna di guerriglia più efficace della storia moderna.

Aerei contro scouts: il gap di intelligence
Fin dall’inizio della campagna in Africa Orientale, fu chiaro a tutti che le forze inglesi non avevano capito fino in fondo cosa volesse dire combattere nel bundu, quella mistura di foresta, giungla, savana, paludi, condita da ogni genere di insetto, bestia feroce o parassita venefico. In fondo la Gran Bretagna aveva sempre trattato le guerre coloniali come un’avventura di altri tempi, convinta che sarebbe bastato sventolare la Union Jack per costringere il nemico alla resa. Incapaci di imparare dalle lezioni subite in Sudafrica da zulu e boeri, gli ufficiali inglesi affrontavano la guerra con la stessa sufficienza figlia di due secoli di trionfi militari. Oltre agli errori che abbiamo finora esaminato, una mancanza risulta quantomeno incomprensibile: le forze inglesi, fatte affluire dai quattro angoli dell’Impero, non avevano capacità di ricognizione ed intelligence degne di questo nome. Il capitano Meinertzhagen, dopo la sconfitta di Jasin, si fece affidare dal generale Wapshire la responsabilità di porre rimedio a tale mancanza e cercò di sfruttare al meglio le risorse a sua disposizione, giungendo fino a reclutare nel suo reparto tutti i cacciatori bianchi, le guide e gli scout locali che fino allo scoppio della guerra si guadagnavano da vivere accompagnando ricchi ed annoiati aristocratici nei loro safari niente affatto fotografici343. Questa iniezione di esperienza non servì a ridurre il deficit di intelligence che perseguitava le forze dell’Intesa, problema che si rivelò in tutta la sua gravità durante la serie di raid condotti contro la ferrovia dell’Uganda nel 1915. Se gli uomini di Meinertzhagen conoscevano bene il proprio territorio ed erano in grado di aiutare le truppe inglesi a mettere in piedi un sistema di ricognizione degno di questo nome, non sempre i comandanti militari erano disposti a modificare le proprie radicate convinzioni sul “modo giusto” di condurre una guerra. Meinertzhagen annota sul suo diario la sua frustrazione nei confronti della situazione:

343

Herne, op.cit., p. 96.

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“A causa del crescente numero di attentati da parte del nemico, che mira a far saltare i nostri treni lungo la ferrovia dell’Uganda, tutti i convogli sono costretti a limitare la velocità a 15 miglia all’ora nei rettilinei e 5 miglia all’ora sulle curve. Le locomotive sono precedute da un carrello pieno di sabbia che dovrebbe far saltare le mine nascoste dalle pattuglie tedesche. Pattuglie armate sono posizionate nelle vicinanze di ogni ponte ma, considerato che sono composte da uomini del 98th Infantry, le cui capacità belliche sono pressoché inesistenti, e che non si è pensato di prendere alcuna precauzione per preparare un campo di fuoco contro i possibili incursori, queste casematte sono quasi del tutto inutili. Quando mi capita di passare col treno, gli uomini sono stravaccati in giro, spesso senza nemmeno una sentinella, e in molti casi non si è nemmeno provato a scavare una trincea o costruire un minimo di protezione. Se volessero, i tedeschi potrebbero far saltare tutti i ponti della ferrovia344”.

La tendenza a considerare poco rilevanti le informazioni ottenute dall’intelligence e dalle ricognizioni continuò durante tutta la campagna in Africa Orientale e fu sfruttata al massimo dalle forze tedesche. L’arrivo di Smuts rese ancora più grave il deficit di intelligence delle forze britanniche: l’antipatia verso gli inglesi spingeva gli ufficiali sudafricani a cercare informazioni presso quei coloni boeri che si erano stabiliti nella colonia tedesca. Smuts in particolare non faceva il minimo sforzo per nascondere le sue preferenze: secondo Meinertzhagen “non considerava minimamente qualsiasi consiglio provenisse dallo staff inglese, anche se frutto di lunghe ed accurate considerazioni, ma ingoia e digerisce qualsiasi insensato mucchio di immondizia venga da uno scout boero345”. La scelta del generale sudafricano di continuare le operazioni nonostante l’inizio della stagione delle piogge fu dovuta al consiglio di alcuni coloni afrikaner, che assicurarono a Smuts che le precipitazioni sarebbero durate poco e si sarebbero sicuramente concentrate nella zona del Kilimangiaro. Il generale non sospettò mai che i suoi compatrioti lo avessero scientemente ingannato, visto che, come molti altri coloni boeri, avevano sposato la causa di von Lettow-Vorbeck e cercavano in ogni modo di aiutarlo346. Le stesse forze di intelligence venivano relegate spesso ad azioni di controspionaggio, invece di essere impiegate nella ricognizione o magari essere usate per rallentare la marcia della schutztruppe. Quando si trattava di preparare una battaglia, gli ufficiali in capo preferivano usare la
344 345

Meinertzhagen, op.cit., p. 124. Ibidem, p. 199. 346 Hordern, op.cit., p. 269.

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ricognizione aerea, convinti che fosse il “modo giusto” e “moderno” di fare la guerra. Il fatto che le uniche cose che gli aerei riuscivano ad individuare si rivelassero inevitabilmente come elementi dell’ennesima trappola di von Lettow-Vorbeck non servì a far cambiare idea al corpo ufficiali, che continuò ad impiegare massicciamente la ricognizione aerea fino alla fine della campagna. Ancora una volta, quel paradigma tecnologico che sembrava alla base dell’essenza della guerra moderna, si mostrò totalmente inadeguato alla guerra nel bundu, che offriva alle truppe tedesche troppe occasioni per ritorcere contro gli inglesi quegli strumenti tecnologici che, secondo il pensiero militare prevalente, avrebbero dovuto garantire una vittoria sicura.

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CONCLUSIONI GUERRE DI IERI, SFIDE DI OGGI
Dopo aver esaminato in dettaglio la storia della presenza coloniale tedesca in Africa e gli avvenimenti delle campagne militari in Africa del Sud-Ovest ed in Africa Orientale, trovare risposte sintetiche e convincenti alle domande alla base di questa tesi sembra un’impresa quantomai difficile. Se nel capitolo precedente abbiamo cercato di fornire chiavi di analisi utili ad un esame del lato militare e strategico alla base dello straordinario comportamento della schutztruppe di von Lettow-Vorbeck, formulare una spiegazione alternativa a quella della letteratura classica per questa “aberrazione” sembra imprudente. Non per questo possiamo esimerci da formulare qualche affermazione a conclusione di questa analisi. Il risultato delle due campagne fu sicuramente influenzato da eventi casuali quali la morte accidentale del colonnello von Heydebreck, comandante della schutztruppe dell’Africa del Sud-Ovest, che, nei primi mesi di guerra, aveva dimostrato di saper impiegare le forze a sua disposizione per approfittare delle debolezze nello schieramento sudafricano ed agire in maniera aggressiva per eliminare una minaccia ancora prima che si presentasse (come successe con l’attacco alle forze portoghesi in Angola nel novembre del 1914). Nonostante questi eventi casuali, sembra difficile affermare che le forze tedesche in Africa del Sud-Ovest avrebbero potuto ripetere i grandi successi di von Lettow-Vorbeck. La presenza di una vasta rete di infrastrutture moderne, l’influenza della popolazione di origine europea, la consistenza degli interessi commerciali ed economici nel territorio ed il rifiuto di impiegare forze native, che avrebbero potuto sfruttare al meglio le opportunità offerte dall’aspro territorio namibiano, avrebbero comunque costretto qualunque comandante a combattere una guerra di difesa convenzionale, impresa sicuramente destinata al fallimento vista la sproporzione delle forze in campo. Se nel teatro orientale fu la estrema flessibilità tattica e strategica di von Lettow-Vorbeck a sembrare il fattore dominante, la vera protagonista del mediocre risultato delle forze dell’Intesa fu la pervicace tendenza dimostrata da

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quasi tutti i comandanti ad ignorare le lezioni fornite dal contesto operativo, costringendo le proprie unità ad operare in condizioni ben lontane dalla “normalità” descritta dai libri di strategia militare. Anche la scelta di Hoskins e Van Deventer di frazionare le proprie forze per togliere spazio di manovra alla schutztruppe non sembra frutto di un ragionamento lucido e razionale, quanto una risposta alla riduzione forzosa del differenziale tecnologico imposta dallo spostamento delle unità migliori sul fronte europeo. In ultima analisi fu la decisione di von Lettow-Vorbeck di impegnare le sue forze in una campagna asimmetrica a garantire il successo della guerriglia in Africa Orientale: solo in questo modo fu in grado di sfruttare al meglio la lunga esperienza con i metodi di combattimento africani sviluppata dagli ufficiali della schutztruppe nelle lunghe e sanguinose repressioni delle rivolte indigene. L’incapacità dei comandi dell’Intesa a trovare una risposta adeguata alla minaccia asimmetrica presentata dalle forze tedesche e la loro insistenza a voler combattere con formazioni “pesanti” sia in termini di armamento sia di logistica furono altrettanto importanti nel consentire a von Lettow-Vorbeck di procurarsi quei rifornimenti tanto vitali per la sopravvivenza delle sue unità, offrendogli un’infinità di soft targets da sfruttare a suo piacimento. Ma senza la volontà del generale prussiano e la sua capacità di mantenere gli occhi fissi sull’obiettivo finale, rinunciando all’orgoglio personale e, talvolta, all’approvazione del suo stato maggiore, sarebbe stato impossibile raggiungere un risultato tanto eclatante. In quanto all’ultima delle domande che ci eravamo posti nell’introduzione, ovvero se sia possibile trarre da questo conflitto vecchio di quasi un secolo indicazioni utili da riportare ai moderni conflitti asimmetrici che vedono coinvolte le forze dell’Alleanza Atlantica, non è stato possibile identificare “lezioni” rivoluzionarie o sorprendenti che possano essere applicate pedissequamente alle guerre tecnologiche del XXI secolo. Eppure lo studio di quella che può essere definita come una delle prime campagne asimmetriche condotte da forze occidentali non è privo di interessanti spunti di osservazione per lo studioso moderno. Nonostante il problema sia stato affrontato sia dal punto di vista della storia sia da quello della teoria militare, sembra che le lezioni della campagna in

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Africa Orientale non siano state ancora internalizzate dai comandi delle forze armate occidentali. Sebbene il concetto di “conflitto asimmetrico” si possa già trovare nei trattati classici dell’arte militare orientale (sia l’Arte della Guerra di Sun Tzu, sia altri libri classici come i Trentasei Stratagemmi parlano estesamente dei metodi non convenzionali per sconfiggere l’avversario quando si parte in condizioni di estrema inferiorità), in Occidente il concetto è entrato nel lessico militare molto lentamente. Negli Stati Uniti solo a partire dal 2001 si è iniziato a parlare di conflitti asimmetrici, grazie a Kenneth McKenzie, che nel “Quadriennal Defence Review” del 2001 ha fornito una definizione interessante che sembra tratta direttamente dall’esperienza della schutztruppe di von Lettow-Vorbeck: “usare i propri punti di forza tattici od operativi, anche se inferiori a quelli dell’avversario, contro i punti deboli di un nemico superiore per avere un effetto sproporzionato con lo scopo di minare la volontà di combattere dell’avversario e allo stesso tempo raggiungere i propri obiettivi strategici”347. Proprio quando iniziavano a fiorire interessanti studi sull’argomento, la dottrina ufficiale si è allontanata dal concetto di conflitto asimmetrico, passando all’irregular warfare dei nostri giorni, che è diventata la principale area di interesse per gli studi militari. Lo stesso processo era già avvenuto negli anni ’30, quando il promettente filone degli studi sulle small wars fu marginalizzato a favore della ricerca sulle migliori tattiche da impiegare in condizioni operative specifiche (sbarco, giungla, deserto etc). Il risultato è che, ieri come oggi, gli stati maggiori ed i centri decisionali politici non sono in grado di valutare in un quadro teorico definito e stabile le tattiche asimmetriche messe in atto dagli attori statali e non-statali presenti sullo scacchiere geopolitico mondiale. Il risultato di questo deficit è sotto gli occhi di tutti: come cent’anni fa in Africa Orientale, gli eserciti occidentali si presentano in teatri dalle condizioni ambientali ostili come l’Iraq o l’Afghanistan senza adeguare le proprie strutture logistiche ed operative alla realtà presente sul territorio. Come Van Deventer portava la cavalleria a morire nella giungla, gli stati maggiori odierni portano i moderni MBT,

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“Leveraging inferior tactical or operational strength against the vulnerabilities of a superior opponent to achieve disproportionate effect with the aim of undermining the opponent’s will in order to achieve the asymmetric actor’s strategic objectives”. Quadrennial Defense Review Report, Washington, Settembre 2001, capitolo 3.

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studiati per combattere nelle pianure del Centro Europa, ad arrugginire sulle montagne o a scortare convogli sulle autostrade nel mezzo del deserto. Come Aitken non investono sull’intelligence umana, ma si affidano ciecamente alle informazioni rilevate da UAV o satelliti, per poi stupirsi se un missile colpisce una casa piena di civili. Come Smuts, sono incapaci di trovare una risposta adeguata al dilemma psicologico dei conflitti asimmetrici e finiscono per entrare nel circolo vizioso della paura: non posso permettermi di perdere soldati, quindi aumento le difese e limito il raggio delle operazioni delle mie forze, rendendo la vita più facile al nemico che può approfittare di un maggior numero di soft targets. Ieri come oggi, le forze armate occidentali sembrano incapaci di tracciare quella risposta teorica coerente ed omnicomprensiva che sembra necessaria per pensare una strategia adeguata a sconfiggere le minacce asimmetriche poste da attori sia statali sia non-statali in diverse aree geopoliticamente sensibili. Inchiodate come sono a quel paradigma tecnologico che si era rivelato vincente nelle guerre degli ultimi cinquant’anni, gli stati maggiori e le componenti politiche non riescono a trovare risposte innovative per contrastare l’azione di un nemico che invece sembra perfettamente in grado di leggere la situazione sul campo e trovare metodi per approfittare dei troppi punti di frizione della mastodontica macchina da guerra occidentale. Ieri come oggi, il passo più difficile da compiere per gli eserciti tradizionali è quello di mettere da parte ogni idea sul “modo giusto” di affrontare un conflitto, trovare l’umiltà e l’onestà intellettuale di capire quale sia il massimo risultato raggiungibile per poi adottare ogni strumento necessario per giungere alla vittoria. Si tratta di una sfida cruciale per il successo delle operazioni militari nei quali sono coinvolti gli eserciti dell’Alleanza Atlantica ma quantomai complicata per forze armate che si sono dimostrate più volte incapaci di imparare dai propri errori e ripensare il proprio modo di agire. In fondo è un segreto da poco, ma molto efficace: funzionò quasi cent’anni fa nelle giungle della Tanzania per la banda di irregolari del generale von Lettow-Vorbeck, potrebbe funzionare benissimo anche oggi.

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ILLUSTRAZIONI E CARTE
IMMAGINE 1 COLONIE STORICHE DELL’IMPERO TEDESCO

LEGENDA Blu: Azzurro: Rosso: Giallo: Territorio dell’Impero di Germania (1870-1918) Colonie dell’Impero di Germania (1880-1918) Locazione delle colonie del Regno di Prussia (1690-1715) Locazione dell’insediamento coloniale dei Welser di Augusta (1515-1550)

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IMMAGINE 2 PROTETTORATO TEDESCO DELL’AFRICA ORIENTALE (1912)

LEGENDA Fertige Bahn: Bahn im Bau: Bahn im Projekt: Ferrovia realizzata Ferrovia in corso di realizzazione Ferrovie progettate

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IMMAGINE 3 IL PROTETTORATO TEDESCO IN AFRICA DEL SUD-OVEST (1912)

LEGENDA Fertige Bahn: Bahn im Bau: Bahn im Projekt: Ferrovia realizzata Ferrovia in corso di realizzazione Ferrovie progettate

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IMMAGINE 4 MAPPA DELLA RIBELLIONE INDIGENA DEL 1905-1907

LEGENDA Grigio scuro: Punti cerchiati: Cerchi con spade: Aree tribali con insediamenti agricoli Europei Cittadine e guarnigioni assediate o attaccate dai rivoltosi nel 1904 Luoghi delle principali battaglie della campagna di repressione del 1905-1907

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IMMAGINE 5 MAPPA DELLA RIBELLIONE DEI “MAJI-MAJI” DEL 1905-1906

LEGENDA In corsivo: Nomi delle principali tribù indigene coinvolte nella rivolta Frecce grandi: Percorso delle divisioni della schutztruppe impegnate nella soppressione della rivolta In neretto: Nomi dei comandanti delle divisioni della Kaiserliche Schutztruppe

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IMMAGINE 6 MAPPA DELLA CAMPAGNA IN AFRICA DEL SUD-OVEST (1914-1915)

LEGENDA Azzurro: Giallo: Verde: Frecce rosse: Date: Territorio del protettorato tedesco in Africa del Sud-Ovest Territorio dell’Unione Sudafricana Territorio coloniale della Repubblica Portoghese Percorso delle principali colonne sudafricane Date delle principali battaglie o della resa delle guarnigioni tedesche

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IMMAGINE 7 CAMPAGNA DELL’AFRICA ORIENTALE: PERCORSO DELLA SCHUTZTRUPPE (1916-1918)

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IMMAGINE 8 PIANO DI BATTAGLIA SCHUTZTRUPPE (AGOSTO 1914)

LEGENDA Linea puntinata: Linea continua: Tratto-punto: Ferrovia Confine internazionale Fiume

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IMMAGINE 9 PIANO DI BATTAGLIA INDIAN EXPEDITIONARY FORCE (NOVEMBRE 1914)

LEGENDA Linea puntinata: Linea continua: Tratto-punto: Ferrovia Confine internazionale Fiume

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IMMAGINE 10 PIANO DI BATTAGLIA EAST AFRICA EXPEDITIONARY FORCE (1916-1917)

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