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Immunologia

cellulare e molecolare
1. Caratteristiche generali delle risposte immunitarie
“Immunità” dal latino immunitas. Significa protezione dalla malattia infettiva.
Le cellule e le molecole responsabili dell’immunità costituiscono il sistema immunitario e la loro risposta
coordinata verso le sostanze estranee è detta risposta immunitaria.
Funzione del sistema immunitario è difendere dagli agenti infettivi.
Possono però suscitare una risposta immunitaria anche sostanze di natura non infettiva.
I meccanismi che proteggono dall’infezione possono inoltre causare danno tissutale e malattia.
Anche le molecole self possono attivare una risposta immunitaria (risposta autoimmune).
 definizione di immunità: risposta a componenti microbiche e a macromolecole indipendentemente dalle
conseguenze fisiologiche o patologiche di tale risposta.

Storicamente il primo esempio di manipolazione delle funzioni del sistema immunitario in via sperimentale è rappresentato dal la vaccinazione contro il
vaiolo ad opera di Edward Jenner. Il suo trattato sulla vaccinazione fu pubblicato nel 1798.
OMS, 1980: il vaiolo è la prima malattia eradicata in tutto il mondo grazie a un programma di vaccinazione.

Esistono due tipologie di immunità: innata (naturale/nativa) e adattativa (specifica/acquisita).


Questi due tipi di immunità sono due meccanismi coordinati tra loro: l’immunità innata stimola e condiziona la
natura della risposta adattativa. Inoltre, le risposte immunitarie adattative funzionano spesso potenziando i
meccanismi effettori dell’immunità innata, rendendoli più efficaci.

Immunità innata
Meccanismi di difesa cellulari e biochimici preesistenti all’infezione e pronti a reagire con rapidità. I principali
componenti di tale immunità sono:

 Barriere fisiche e chimiche, come epiteli e sostanze antimicrobiche prodotte


dalle superfici epiteliali
 Cellule fagocitiche (neutrofili e macrofagi)
 Cellule dendritiche e cellule natural killer (NK)
 Proteine del sangue, tra cui i fattori del sistema del complemento e altri mediatori
della flogosi
 Citochine, classe numerosa di proteine che regolano e coordinano le attività delle
cellule dell’immunità innata
I meccanismi dell’immunità innata sono attivati in modo specifico da strutture molecolari
comuni a gruppi di microbi simili tra loro e non distinguono le sottili differenze presenti tra i diversi tipi di microbi.
Si trova in tutti gli organismi viventi.
Immunità adattativa
Risposte che aumentano in ampiezza e capacità difensive ad ogni
successiva esposizione a un agente infettivo. È detta ‘’adattativa’’
perché si sviluppa e si adatta in risposta all’infezione stessa. È molto
specifica riguardo a diverse molecole e ha la capacità di ricordale e
rispondere più vigorosamente a esposizioni ripetute (viene infatti
definita ‘’specifica’’ per la capacità di distinguere tra microbi e
molecole strettamente correlate). Viene definita anche ‘’acquisita’’
perché l’esperienza permette di acquisire queste potenti risposte
protettive. I suoi componenti sono linfociti e i loro prodotti di secrezione, gli anticorpi
Il suo sviluppo è dovuto al fatto che molti agenti patogeni si sono evoluti per resistere all’immunità innata, e per
questo motivo la loro eliminazione richiede l’intervento dei potenti meccanismi dell’immunità adattativa.
Le sostanze estranee riconosciute dai linfociti e dai loro anticorpi sono definite antigeni.
Si trova solo nei vertebrati.
Le risposte adattative possono essere di due tipi: umorali e cellulari, mediate da componenti diverse del sistema
immunitario, con il compito di eliminare diversi tipi di microbi.

Immunità umorale: mediata da molecole presenti nel sangue e


nelle secrezioni mucosali, gli anticorpi, prodotti dai linfociti B.
questi anticorpi riconoscono gli antigeni neutralizzandone
l’infettività e identificandoli per successiva eliminazione da parte
dei meccanismi effettori.
È il principale meccanismo di difesa contro i microbi extracellulari
e le loro tossine.
Gli anticorpi si dividono in gradi di specializzazione e possono
attivare meccanismi effettori diversi.
Gli anticorpi possono, per esempio:
 Promuovere l’ingestione dei microrganismi da parte delle
cellule dell’ospite (fagocitosi)
 Legarsi e scatenare il rilascio dei mediatori della flogosi da
parte di leucociti
 Essere trasportati attivamente nel lume mucosale di
diversi organi e attraverso la placenta per fornire protezione al
feto

Immunità cellulare/cellulo-mediata: mediata dai linfociti T.


I microbi intracellulari (virus e alcuni batteri) sopravvivono e proliferano all’interno dei fagociti e diventano
inaccessibili agli anticorpi; la difesa da questi agenti quindi dipende da questo tipo di immunità, che elimina i
serbatoi di infezione attraverso l’eliminazione dei microbi residenti nei fagociti e l’uccisione delle cellule infettate.
Si parla di immunità attiva quando l’immunità deriva dall’esposizione a un antigene.
Individui e linfociti che non hanno incontrato un antigene son detti naive. I soggetti invece che hanno incontrato e
risposto a un antigene e sono quindi protetti dalla successiva esposizione sono detti immuni.
L’immunità può però essere anche conferita a un individuo mediante il trasferimento di siero o di linfociti da un
soggetto vaccinato: si parla di trasferimento adottivo, che crea un’immunità passiva. Questo è un sistema
sperimentale, utile per conferire immediata protezione senza dover aspettare lo sviluppo della risposta attiva.
Esempio: trasferimento degli anticorpi madre-feto che consente ai neonati di combattere le infezioni prima di acquisire la capacità di produrre anticorpi;
terapia salvavita nei confronti di infezioni potenzialmente letali come tetano e morso di serpenti.

Immunità umorale  può essere trasferita a soggetti naive attraverso plasma o siero (frazioni ematiche acellulari)
contenenti anticorpi.
Von Behring e Kitasato dimostrarono che era possibile rendere animali naive selettivamente resistenti all’infezione difterica mediante il trasferimento di
siero ottenuto da animali che erano sopravvissuti a tale infezione. I componenti attivi del siero furono chiamati “antitossine”.
Ehrilch propose che le cellule del sistema immunitario usassero dei recettori, detti “catene laterali”, per riconoscere le tossine microbiche e che
successivamente tali recettori venissero rilasciati dalla cellula per combattere i microbi. Egli coniò il termine “anticorpo” per definire le proteine sieriche che
legano le tossine. Le sostanze che stimolano la produzione di anticorpi furono chiamate “antigeni”.
La teoria umorale dell’immunità dice che questa è mediata da sostanze presenti nei fluidi corporei (umori).
Wright osservò che fattori presenti nel siero immune rivestivano il batterio e ne potenziavano la fagocitosi (opsonizzazione)
Immunità cellulare  può essere trasferita ad animali naive attraverso cellule (linfociti T) ottenute da animali
vaccinati, ma non tramite plasma o siero.
La teoria cellulare dell’immunità fu sostenuta da Metchnikoff, che ebbe le prime evidenze sperimentali.
Venne poi dimostrato che la resistenza a un batterio intracellulare (Listeria monocytogenes) poteva essere conferita mediante il trasferimento adottivo di
cellule ma non di siero.

Clinicamente l’immunità a un microbo viene indirettamente misurata sia dosando i prodotti delle risposte
immunitarie (anticorpi specifici) sia misurando la reazione alla somministrazione di sostanze purificate da microbi
(reazione evidenziabile solo in soggetti che hanno già incontrato l’antigene).

Caratteristiche dell’immunità adattativa:

 Specificità: le risposte immunitarie sono specifiche verso


porzioni distinte di una singola proteina complessa, di un polisaccaride
o altre macromolecole. Queste porzioni di antigeni riconosciute dai
linfociti in modo specifico sono dette determinanti o epitopi. Questo è
possibile per il fatto che i linfociti esprimono recettori di membrana in
grado di discriminare le sottili differenze presenti nella struttura dei
diversi antigeni.
Nei soggetti non immunizzati ci sono cloni linfocitari dotati di molteplici specificità, in grado quindi
di riconoscere antigeni diversi; questo concetto è alla base dell’ipotesi della selezione clonale.
 Diversificazione: capacità di riconoscere un enorme numero di
antigeni, definito “repertorio linfocitario”. Questo è la risultante della
variabilità dei siti di legame dei recettori con l’antigene: vi sono molti
cloni di linfociti che differiscono nella struttura dei loro recettori e quindi nella loro specificità verso gli
antigeni.
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Il sistema immunitario è in grado di discriminare tra 10 e 10 determinanti antigenici.
Le differenze presenti nei recettori dei diversi cloni linfocitari costituiscono la ragione per cui i recettori
dei linfociti T e B sono considerati distribuiti in modo clonale.
 Memoria: l’esposizione a un antigene aumenta la capacità di rispondere a un incontro successivo. Le
risposte sono definite “risposte secondarie” e sono più rapide, più potenti e qualitativamente diverse
dalle primarie. La memoria si basa sul fatto che ad ogni esposizione si generano cellule a lunga
sopravvivenza specifiche per quel dato antigene. Queste cellule sono più numerose dei cloni di linfociti T
naive che esistevano precedentemente all’esposizione.
I linfociti B della memoria producono anticorpi che hanno maggiore affinità per l’antigene, questo perché la risposta secondaria sarà più efficiente
della primaria.
 Espansione clonale: quando i linfociti riconoscono l’antigene per cui sono specifici, vanno incontro a
proliferazione; si ha un aumento del numero dei linfociti che esprimono un recettore identico per
l’antigene, e quindi appartengono allo stesso clone.
 Specializzazione: le risposte umorali o cellulari sono attivate da classi diverse di microbi o dallo stesso
microbo a diversi stadi dell’infezione (intracellulare/extracellulare) e ciascun tipo di risposta protegge
l’ospite in modo specifico nei confronti del microbo che l’ha generata.
 Risoluzione e omeostasi: le risposte immunitarie si esauriscono nel momento in cui il microbo viene
eliminato per tornare allo stato di omeostasi. La risoluzione è quindi conseguenza dell’eliminazione
dell’antigene, che fa venir meno lo stimolo che ha determinato l’attivazione e la sopravvivenza dei
linfociti. Tutti i linfociti (esclusi quelli della memoria) vanno incontro a morte per apoptosi.
 Non reattività al self: il sistema immunitario è in grado di riconoscere gli antigeni nonself (estranei
all’organismo) ed eliminarli senza danneggiare gli antigeni self.
La non responsività immunologica è detta “tolleranza”, che viene preservata grazie a molti meccanismi
(eliminazione di linfociti con recettori specifici per antigeni self, inattivazione dei linfociti autoreattivi,
azione di cellule soppressive). Le alterazioni di questi meccanismi causano risposte contro gli antigeni self
(antigeni autologhi) che possono portare a patologie autoimmuni.

Specificità e memoria permettono di potenziare le risposte nei confronti di stimoli ricorrenti, combattendo così
infezioni prolungate.
La diversificazione serve per fronteggiare i numerosi patogeni ambientali.
La specializzazione consente all’ospite di modulare le risposte per meglio combattere i diversi tipi di microbi.

La risposta immunitaria è regolata da meccanismi di feedback positivo che amplificano le reazioni, e da


meccanismi che prevengono le risposte inappropriate o patologiche. In parallelo però vengono anche avviate
strategie di controllo preposte a prevenire l’eccessiva attivazione dei linfociti che potrebbe causare un danno ai
tessuti.
 risposta immunitaria = equilibrio tra segnali attivatori ed inibitori.

Componenti cellulari dell’immunità adattativa:


 Linfociti
 Cellule accessorie
 Cellule effettrici

Linfociti: cellule che riconoscono e rispondono in modo specifico agli antigeni estranei e rappresentano quindi i
mediatori dell’immunità sia umorale che cellulare. Esistono diverse classi di linfociti:
 Linfociti B, cellule in grado di produrre anticorpi, riconoscono gli antigeni extracellulari (compresi quelli
presenti sulla membrana cellulare) e si differenziano in cellule secernenti anticorpi. Sono mediatori
dell’immunità umorale. Le loro fasi maturative precoci hanno luogo nel midollo osseo.
 Linfociti T, cellule dell’immunità cellulare, riconoscono gli antigeni dei microbi intracellulari e agiscono
uccidendo le cellule infettate. Non producono anticorpi. Il loro recettore per legare l’antigene è costituito
da molecole di membrana diverse dagli anticorpi ma strutturalmente correlate. Hanno specificità
ristretta, infatti riconoscono solo antigeni peptidici associati a proteine codificate dai geni del complesso
maggiore di istocompatibilità (Major Histocompatibility Complex, MHC) espresse sulla superficie delle
cellule dell’ospite. Quindi i linfociti T riconoscono e rispondono a antigeni associati alla superficie
cellulare, ma non a quelli solubili.
I loro precursori hanno origine nel midollo osseo e poi migrano e maturano nel timo.
I linfociti T comprendono diverse popolazioni:
Linfociti T helper: secernono citochine, protein che funzionano come messaggeri del sistema
immunitario; stimolano la proliferazione e la differenziazione degli stessi linfociti T e anche di linfociti B,
macrofagi e altri leucociti.
Linfociti T citotossici (Cytotoxic T Lynphocytes, CTL): uccidono le cellule che presentano antigeni estranei.
Linfociti T regolatori: inibiscono le risposte immunitarie.
 Cellule natural killer (NK): terza classe di linfociti. Coinvolti nella risposta innata contro virus e microbi
intracellulari. Hanno funzioni effettrici simili a quelle dei CTL, ma usano diversi recettori per l’antigene,
che non sono codificati in seguito a ricombinazione somatica. Una piccola sottopopolazione di linfociti T
possiede nella membrana marker caratteristici delle cellule NK: si parla di cellule NKT.
I diversi tipi di linfociti sono distinti sulla base dell’espressione di molecole di superficie chiamate molecole CD,
identificate mediante una numerazione progressiva.

Cellule accessorie: dette anche cellule che presentano l’antigene (Antigen Presenting Cell, APC). L’inizio e lo
sviluppo delle risposte immunitarie adattative richiedono che l’antigene sia catturato e presentato ai linfociti
specifici.
Le APC più specializzate sono le cellule dendritiche, che catturano gli antigeni, li portano agli organi linfoidi dove
vengono presentati al linfociti T naive.
Linfociti e APC sono localizzati in organi linfoidi anatomicamente definiti, dove interagiscono per dare inizio alla risposta immunitaria. I linfociti si trovano
anche nel sangue, dal quale possono circolare ai tessuti linfoidi e raggiungere i tessuti periferici dove sono presenti gli antigeni da eliminare.

Cellule effettrici: l’eliminazione dell’antigene richiede spesso la loro partecipazione, che mediano l’effetto
finale della risposta immunitaria. Sono i linfociti T attivati, i fagociti mononucleati e altri leucociti.
Sia le fasi iniziali che quelle effettrici delle risposte innate sono caratterizzate dall’interazione dei leucociti tra loro e con altre cellule dell’ospite, molte di
queste interazioni di basano sull’azione delle citochine.

Citochine: gruppo numeroso ed eterogeneo di proteine secrete da diversi tipi cellulari in grado di mediare e
regolare tutti gli aspetti delle risposte innate e adattative.
Il genoma umano contiene 180 geni che codificano per proteine che possiedono le caratteristiche strutturali delle
citochine.
Per alcune viene usato il nome di interleuchine (IL) perché inizialmente si riteneva che le citochine fossero
prodotte dai leucociti e che svolgessero la loro azione su di essi. L’attuale nomenclatura si basa sull’attività
biologica.
Non vengono immagazzinate all’interno delle cellule come molecole preformate e la loro sintesi richiede la
stimolazione della cellula e la trascrizione ex novo dei geni. Tale attivazione trascrizionale è transitoria e la
maggior parte degli mRNA è instabile: la sintesi di citochine avviene solo per brevi periodi.
La sintesi può anche essere regolata da meccanismi di processa mento alternativo dell’RNA e da meccanismi post-
trascrizionali, come la proteolisi attivatoria di un precursore inattivo.
Una volta sintetizzate, vengono rapidamente secrete nel focolaio infiammatorio.
Caratteristiche delle citochine:
 Pleiotropismo: una citochina può agire su diversi tipi cellulari e avere molteplici funzioni
 Ridondanza: alcune citochine svolgono la medesima azione
 Una citochina può stimolare, inibire o antagonizzare l’azione di un’altra, e possono generare effetti
additivi o sinergistici
 Alcune citochine fanno stimolazione autocrina (agendo sulla stessa cellula che l’ha prodotta) o paracrina
(agendo su cellule adiacenti)
 I linfociti T hanno la capacità di liberare citochine in modo specifico solo nelle sedi di contatto con le
cellule che presentano l’antigene (sinapsi immunologiche), limitando l’azione della citochina solo su una
cellula bersaglio
 Se prodotte in grandi quantità possono entrare in circolo e agire a distanza (azione endocrina)
 Alcune citochine hanno il ruolo di mediatori e regolatori delle risposte innate. Sono prodotte da cellule
dell’immunità innata (cellule dendritiche, macrofagi, mastociti) e regolano i processi infiammatori
 Le citochine prodotte dai linfociti T helper contribuiscono alla fase effettrice delle risposte adattative e
coordinano le risposte immunitarie
 Alcune citochine sono coinvolte nell’attivazione e differenziazione dei linfociti T e B
 Alcune citochine svolgono la funzione di fattore di crescita e regolano la differenziazione di precursori
midollari
In generale, quindi, le citochine che regolano l’immunità innata e specifica sono prodotte da diverse popolazioni
cellulari, agiscono su diverse cellule bersaglio e sono dotate di specifiche funzioni. Le distinzioni non sono però
assolute perché una stessa citochina può essere prodotta durante le risposte immunitarie innate o specifiche e
diverse citochine possono svolgere azioni sovrapponibili.

Introduzione all’immunità antimicrobica


Alcune caratteristiche delle risposte immuni sono comuni a tutti i tipi di patogeni, altre sono specifiche per un
determinato tipo di microrganismo.

Risposte dell’immunità innata: impedisce l’ingresso e annulla (o almeno limita) la crescita dei microrganismi che
stanno colonizzando un tessuto.
Le aree che interfacciano l’ambiente sono la cute e l’apparato gastrointestinale e respiratorio.
Quando i microrganismi superano la barriera vengono intercettati dalle cellule dell’immunità innata. La risposta
prevede due strategie:
 Infiammazione: si ha il richiamo di leucociti circolanti (cellule fagociti che, neutrofili e monociti, che
diventano macrofagi tissutali nel tessuto) e di proteine plasmatiche nei tessuti, dove vengono attivati. Le
cellule reclutate esprimono sia recettori che riconoscono e promuovono la fagocitosi, sia recettori che
attivano la cellula; una volta attivate le cellule fagociti che producono specie reattive all’ossigeno, ossido
nitrico ed enzimi lisosomi ali che uccidono i microbi fagocitati. Molte di queste reazioni richiedono
l’intervento di citochine prodotte da cellule dendritiche e macrofagi.
 Risposta antivirale: si basa sull’azione di alcune citochine che conferiscono alla cellula resistenza
all’infezione e attivano le cellule NK a uccidere le cellule infettate.
Se i microbi entrano in circolo, vengono a contatto con le cellule dell’immunità innata in circolo; le più importanti
sono le cellule del sistema del complemento, che attivano diverse risposte infiammatorie. Queste proteine
possono anche rivestire la superficie dei microbi per favorirne fagocitosi e lisi.
La cascata del complemento può anche essere attivata da anticorpi, via definita “via classica” di attivazione.
Risposte dell’immunità adattativa: usa 3 strategie:
 Secrezione di anticorpi, che legano i microbi e ne impediscono l’interazione con le cellule, promuovono la
loro ingestione e l’uccisione da parte dei fagociti.
 Cellule fagocitiche, fagocitano e uccidono i microbi con l’aiuto dei linfociti T helper.
 CTL, uccidono le cellule infettate.
Tutte le risposte adattative si sviluppano in fasi, ognuna delle quali corrisponde a specifiche azioni dei linfociti.

1a fase  riconoscimento dell’antigene.


Cattura e presentazione dell’antigene: il numero di linfociti naive specifici per un dato antigene è limitato (1 ogni
106 linfociti) e anche la quantità dell’antigene può essere limitata, quindi sono necessari meccanismi che catturino
i microrganismi, li concentrino in siti e presentino i loro antigeni ai linfociti specifici.
Le cellule dendritiche sono le APC che presentano i peptidi microbici digeriti in associazione alle molecole MHC
+ +
(proteine dell’immunità adattativa specializzate nella presentazione dei peptidi antigenici) ai linfociti T CD4 e CD8 nei linfonodi drenanti.
Questo è un processo di concentrazione dell’antigene che aumenta le probabilità che antigene specifico e
recettore specifico vengano in contatto. Esistono anche cellule specializzate nel presentare gli antigeni ai linfociti
B.
Riconoscimento dell’antigene da parte dei linfociti: ogni individuo possiede linfociti specifici per una grande
varietà di antigeni prima che avvenga l’incontro. L’esposizione a un determinato antigene causa la selezione e
l’attivazione di uno specifico clone linfocitario: ipotesi della selezione clonale (clone: linfocita dotato di una singola specificità e
la sua progenie). L’attivazione del linfocita T naive richiede il riconoscimento del complesso peptide-MHC presentato
dalle cellule dendritiche (la natura di tale antigene che attiva i linfociti T, cioè peptide legato alle molecole MHC,
garantisce che i linfociti interagiscano solo con altre cellule e non con antigeni liberi (MHC sono molecole di membrana)).
Oltre a queste, i linfociti T devono riconoscere anche delle molecole costimolatorie espresse dalle APC stimolate
dagli agenti microbici.
 il riconoscimento dell’antigene determina la specificità della risposta immunitaria
 le molecole costimolatorie assicurano che i linfociti T rispondano ai microrganismi e non a sostanze innocue,
dal momento che le molecole costimolatorie sono attivate solo dai microrganismi.
I linfociti B usano i loro recettori per l’antigene (anticorpi di membrana) per riconoscere antigeni di diversa natura
chimica.
L’attivazione dei linfociti T helper CD4+ determina la loro proliferazione e differenziazione in cellule effettrici con
capacità di produrre citochine. La prima ad essere prodotta è IL-2 (interleuchina 2), fattore di crescita che stimola
la proliferazione dei linfociti attivati. Parte della progenie si differenzia in cellule effettrici che producono diverse
citochine e quindi svolgono funzioni diverse. Molte di queste cellule abbandonano gli organi linfoidi e migrano ai
siti di infezione. Alcuni dei linfociti helper CD4+ producono citochine che reclutano leucociti e attivano la
produzione di sostante microbicide nei fagociti. Altri linfociti T effettori CD4+ producono citochine che stimolano
la produzione di una classe di anticorpi (IgE) che attivano una sottopopolazione di leucociti, gli eosinofili (che
uccidono i parassiti di grosse dimensioni). Inoltre i linfociti T helper CD4+ stimolano la risposta dei linfociti B.
I linfociti CD8+ attivati proliferano e si differenziano in CTL, che uccidono le cellule che ospitano microrganismi
intracellulari.
I linfociti B attivati si differenziano in plasmacellule che producono anticorpi. Ogni plasmacellula produce anticorpi
dotati di una certa specificità antigenica, simile a quella degli anticorpi presenti sulla superficie della cellula che
inizialmente ha riconosciuto l’antigene.
Polisaccaridi e agenti lipidici  stimolano produzione di IgM
Antigeni lipidici  stimolano produzione di IgG, IgA, IgE
La produzione di differenti classi anticorpali dotate della stessa specificità antigenica viene definita scambio
isotipico e richiede l’intervento dei linfociti T helper, e conferisce elasticità alla risposta.
I linfociti T helper stimolano anche la produzione di anticorpi con migliore affinità per l’antigene, questo è detto
maturazione dell’affinità.
Gli anticorpi legandosi ai microbi prevengono l’infezione delle cellule dell’ospite e la colonizzazione dei tessuti,
neutralizzano i microbi  bloccano le infezioni prima che queste abbiano luogo.
IgG: rivestono i microrganismi e li rendono bersaglio della fagocitosi (neutrofili e macrofagi hanno recettori per le
code delle IgG). Quelle materne sono attivamente trasportate attraverso la placenta.
IgG e IgM: attivano la via classica del complemento.
IgA: secrete dagli epiteli delle mucose.
Gli anticorpi hanno emivita di pochi giorni, alcune IgG però arrivano anche a 3 settimane. Nonostante ciò, alcune
plasmacellule migrano al midollo osseo e sopravvivono per anni rilasciando un livello basale continuo di anticorpi,
che conferiscono protezione immediata per una successiva infezione.

Memoria immunologica: l’attivazione iniziale dei linfociti genera cellule di memoria a lunga sopravvivenza, che
sopravvivono per anni dopo l’infezione. Sono più efficaci dei linfociti naive perché costituiscono una popolazione
espansa di linfociti antigene-specifici e sono più veloci ed efficaci a rispondere all’antigene rispetto alle cellule
naive.
2. Cellule e tessuti del sistema immunitario
Presenti come cellule circolanti nel sangue e nella linfa e come raggruppamenti anatomici definiti negli organi
linfoidi e come singole cellule disseminate in tutti i tessuti.
I meccanismi effettori del sistema immunitario adattativo devono poter localizzare ed eliminare i microbi in siti
lontani dalla sede iniziale della risposta.
La maggior parte delle cellule si trova nel sangue, ma la loro funzione è svolta nei tessuti, con scarse alterazioni
del numero di leucociti circolanti.

Fagociti:  mononucleati  monociti  macrofagi


 polimorfonucleati  neutrofili
La funzione primaria di questi tipi di cellule è quella di identificare, ingerire ed eliminare i microrganismi. Queste
cellule vengono reclutate nei siti di infezione, riconoscono il microbo, lo fagocitano e lo uccidono. Inoltre
comunicano con altre cellule per favorire e regolare la risposta immunitaria, per contatto diretto o tramite il
rilascio di proteine.
Funzioni effettrici dei fagociti importanti nell’immunità innata.

 Monociti/fagociti mononucleati: precursori dei macrofagi. Presenti nel sangue. Originano nel midollo osseo,
circolano nel sangue non completamente differenziati, maturano e si attivano nei tessuti. Principali effettori
dell’immunità innata, anche giorni dopo l’infezione.
Diametro di 10-15 µm, nuclei a forma di fagiolo e granulazioni che contengono lisosomi, vacuoli fagocitici e
filamenti di citoscheletro.
Si distinguono in due sottotipi, che si distinguono per i marcatori di membrana e per la cinetica di migrazione nei
tessuti:
 Tipo infiammatorio reclutato rapidamente dal sangue ai tessuti
 Tipo che dà origine ai macrofagi dei diversi tessuti e ad alcune cellule dendritiche.
Entrati nei tessuti, maturano e diventano macrofagi: cellule fagocitiche localizzate nei tessuti che devono agire
rapidamente all’ingresso dei microbi.
Nel SNC i macrofagi sono chiamati cellule della microglia, nei polmoni sono macrofagi alveolari, nell’osso sono osteoclasti, nel fegato sono cellule del
Kupffer.
I macrofagi svolgono diverse funzioni:
 Ingerire e uccidere microbi generando per via enzimatica specie reattive all’ossigeno e all’azoto e tramite
digestione proteolitica
 Ingeriscono e degradano cellule morte causate dalle infezioni, quindi contribuiscono alla risoluzione del
processo infiammatorio; ingeriscono anche le cellule apoptotiche prima che queste rilascino il loro
contenuto
 Secernono citochine che attivano recettori espressi da altre cellule (le citochine ad esempio possono servire a facilitare il
reclutamento dei monociti circolanti tramite azione sull’endotelio dei vasi)
 Possono presentare l’antigene e attivare i linfociti T
 Stimolano l’angiogenesi e la sintesi di nuova matrice cellulare, quindi contribuiscono alla riparazione dei
tessuti (grazie a citochine specifiche)
L’attivazione dei macrofagi è conseguenza del riconoscimento di strutture antigeniche e molecole prodotte
dall’ospite in risposta alle infezioni: le molecole attivatorie si legano a recettori specifici che attivano nel
macrofago trasduzioni del segnale. I macrofagi possono anche essere attivati dalle opsonine presenti sulla
superficie dei microbi, o da citochine secrete dai linfociti T.
A seconda degli stimoli che ricevono, i macrofagi acquisiscono funzioni diverse.
Esempi: risposta dei macrofagi a citochine prodotte da linfociti T; alcune attivano i macrofagi a uccidere meglio i microbi (attivazione classica); altre citochine
li attivano a favorire il riparo tissutale (attivazione alternativa).
Alcuni macrofagi possono sviluppare abbondante citosol e diventare cellule epitelioidi; altri si fondono formando
cellule giganti multinucleate.
Rispondono alle infezioni rapidamente e persistono per un tempo più lungo rispetto ai neutrofili, a differenza di
questi inoltre non sono completamente differenziati e possono dividersi nel sito flogistico.

 Neutrofili/leucociti polimorfonucleati: tipo prevalente di fagociti. Presenti nel sangue. Responsabili delle
prime fasi della risposta infiammatoria. Cellule tondeggianti di 12-15 µm. Presentano numerose estroflessioni del
citosol; il nucleo è diviso in 3-5 segmenti collegati.
Il loro citoplasma contiene due tipi di granuli:
 Granuli specifici con enzimi (lisozima, collagenasi, elastasi), che non si colorano né con coloranti basici né
con coloranti acidi
 Granuli azzurrofili, costituiti da lisosomi contenenti enzimi (defensine, catelicidine)
Prodotti nel midollo osseo, si differenziano attraverso uno stipite maturativo comune ai fagociti mononucleati.
La loro produzione è stimolata da una citochina: fattore stimolante le colonie di granulociti (Granulocyte Colony-
Stimulating Factor, G-CSF).
Vengono prodotti 1 x 1011 neutrofili al giorno, ognuno resta in circolo 6 ore. Arrivano al sito di infezione nel giro di
alcune ore dopo l’ingresso del microrganismo. Se non utilizzati, muoiono per apoptosi o vengono fagocitati dai
macrofagi di fegato e milza.

Altri tipi di cellule sono i mastociti, i basofili e gli eosinofili, che partecipano sia nelle risposte innate che in quelle
adattative. Comune a queste cellule è la presenza di granuli citoplasmatici contenenti mediatori infiammatori e
antimicrobici. Sono coinvolti nelle risposte contro gli elminti e in quelle che provocano malattie allergiche.

 Mastociti: cellule di origine midollare, si trovano nella cute e nelle mucose, contengono granuli contenenti
istamina, citochine e altri mediatori.
I granuli contengono proteoglicani acidi che si colorano con i coloranti basici.
Citochina essenziale per il loro sviluppo è il fattore della cellula staminale (Stem Cell Factor – SCF), detto anche
ligando di c-Kit.
In condizioni normale non si trovano mastociti maturi circolanti, sono invece fisiologicamente presenti nei tessuti,
vicino a piccoli vasi e nervi.
I mastociti sono generalmente ricoperti da anticorpi di classe IgE e IgG; il legame di un antigene a questi anticorpi
provoca l’attivazione della cellula e il rilascio dei granuli nello spazio extracellulare. Questo rilascio induce
alterazioni dei vasi sanguigni che causano infiammazione.

 Basofili: presenti in circolo, hanno analogie strutturali e funzionali con i mastociti. Derivano da progenitori
midollari, maturano nel midollo osseo e circolano nel sangue.
Costituiscono meno dell’1% dei leucociti ematici e possono essere richiamati nelle sedi infiammate.
Contengono granuli che legano i coloranti basici, sono capaci di sintetizzare molti dei mediatori contenuti nei
mastociti.
Esprimono sulla superficie anticorpi di classe IgE e IgG; vengono attivati in seguito al legame dell’antigene con
l’IgE.

 Eosinofili: presenti nel sangue, con granuli citoplasmatici contenenti enzimi che danneggiano la parete
cellulare de parassiti, ma possono anche danneggiare i tessuti dell’ospite. I loro granuli contengono proteine
basiche che legano i coloranti acidi.
Derivano dal midollo osseo. La loro maturazione da precursori mieloidi è stimolata dal fattore stimolante le
colonie di granulociti e macrofagi (Granulocyte Macrophage Colony-Stimulating Factor, GM-CSF), l’interleuchina
IL-3 e l’IL-5.
Sono normalmente presenti nei tessuti periferici (mucose di apparato respiratorio, gastrointestinale e
genitourinario), il loro numero tende ad aumentare durante il processo infiammatorio.

Cellule che presentano l’antigene: Antigen Presenting Cells, APC. Sono cellule accessorie specializzate nella
cattura dei microbi e di altri antigeni e nella loro presentazione ai linfociti in associazione a segnali in grado di
stimolare la proliferazione e la differenziazione dei linfociti stessi.
Le cellule dendritiche sono il più importante tipo di APC.
Macrofagi e cellule B presentano gli antigeni ai linfociti T in alcuni tipi di risposte.
Le APC sono il collegamento tra immunità innata e adattativa, possono essere considerate come elementi di
entrambi i sistemi.
 Cellule dendritiche: più importante tipo di APC specializzate nel catturare e trasportare gli antigeni ai tessuti
linfoidi e a presentarli ai linfociti T naive.
Hanno lunghe protrusioni di membrana e una spiccata attività fagocitica.
Sono distribuite nei tessuti linfoidi, nell’epitelio delle mucose e nel parenchima degli organi.
Fan parte della linea mieloide, derivano da precursori midollari che possono differenziarsi anche in monociti, ma
non in granulociti.
La maturazione necessita di una citochina detta ligando di Flt3, che lega il recettore tirosin-chinasico Flt3 presente
sui precursori midollari.
La maggior parte delle cellule dendritiche sono chiamate cellule dendritiche convenzionali, che in risposta
all’attivazione microbica migrano ai linfonodi e presentano gli antigeni ai linfociti T (sono l’anello di congiunzione
tra risposta innata e adattativa).
Vi è una sottopopolazione, le cellule dendritiche plasmacitoidi, specializzate contro le infezioni virali: quando
riconoscono un virus secernono gli interferoni di tipo I (proteine solubili), con attività antivirale.
Esiste un tipo di cellula dendritica specializzata, la cellula dendritica follicolare (Follicular Dendritic Cells, FDC),
che presenta gli antigeni ai linfociti B in specifiche fasi dell’immunità umorale. Queste cellule si trovano disperse
in raggruppamenti di cellule B attivate, i così detti centri germinativi localizzati nei follicoli linfoidi dei linfonodi,
della milza e del MALT. Queste FDC non derivano da precursori presenti nel midollo osseo e non sono correlate
alle cellule dendritiche che presentano gli antigeni ai linfociti T: queste infatti captano gli antigeni legati agli
anticorpi o ai loro prodotti del complemento e li espongono sulla loro superficie per il riconoscimento da parte dei
linfociti B.

Oltre alle cellule dendritiche, i macrofagi e i linfociti B svolgono funzioni di presentazione dell’antigene nelle
risposte mediate dai linfociti CD4+ helper: i macrofagi presentano l’antigene ai linfociti T direttamente nel sito di
infezione e li attivano a produrre molecole che li attivino ulteriormente (importante nell’eradicazione dei microbi che resistono
alla fagocitosi). I T helper quindi potenziano la capacità microbicida dei macrofagi.
Le cellule B presentano gli antigeni ai linfociti T helper nei linfonodi e nella milza e questo è un momento
importate di cooperazione tra T helper e B.
I linfociti T citotossici (CTL) sono linfociti effettori CD8+ che uccidono ogni cellula che presenta l’antigene per cui
sono specifici: quindi ogni genere di cellula nucleata può fungere da APC per i CTL.

 Linfociti naive, effettori e della memoria: i primi migrano negli organi linfoidi secondari, riconoscono qui gli
antigeni e danno via alla risposta immunitaria; gli altri circolano nel sangue ( l’immunità ha carattere sistemico).
i linfociti sono le cellule effettrici dell’immunità adattativa, sono le uniche cellule che esprimono in modo clonale i
recettori per l’antigene ognuno con una specificità antigenica.
L’espressione dei recettori per l’antigene è distribuita in modo clonale perché ogni clone linfocitario costituisce la
progenie di una singola cellula ed esprime recettori con specificità per un solo determinante antigenico.
I linfociti generano un enorme numero di recettori a partire da un numero limitato di geni presenti nella linea
germinativa: questo perché i geni che codificano per i recettori dell’antigene dei linfociti si formano per
ricombinazione durante la maturazione, e questi eventi sono casuali.
Il numero totale di linfociti in un individuo adulto sano è 5 x 1011, di questi:
 2% nel sangue
 10% nel midollo osseo
 15% nel MALT del tratto GI e respiratorio
 65% negli organi linfoidi (linfonodi e milza)
Le sottopopolazioni linfocitarie si differenziano in base al tipo di molecole alla funzionalità.

Alcune sottopopolazioni minoritarie (*) usano per la ricombinazione somatica solo un numero limitato di segmenti di DNA, ques to porta a una
diversificazione dei recettori per l’antigene più limitata.
Le cellule NKT sono una sottopopolazione dei linfociti T molto limitata, esprime una molecola di superficie
caratteristica delle cellule NK. Esprimono recettori per l’antigene di tipo αβ codificati tramite ricombinazione
somantica ma dotati di limitata diversificazione.
 NKT, T γδ e B-1 possono essere considerate componenti dell’immunità sia adattativa che innata.
Le proteine presenti sulla membrana cellulare possono essere usate come marcatori fenotipici per distinguere
popolazioni linfocitarie funzionalmente diverse; questi marcatori inoltre sono anche strutture funzionalmente
attive specifiche della cellula che li esprime.
Per esempio la maggior parte dei linfociti T helper esprime la proteina CD4; la maggior parte dei CTL esprime la proteina CD8.
L’espressione di membrana di un marcatore si studia con l’utilizzo di anticorpi specifici marcati con sonde.
Le molecole di superficie sono classificate secondo il sistema CD (Cluster of Differentiation), strutture definite e riconosciute da un cluster (gruppo) di
anticorpi monoclonali).
I linfociti, essendo cellule ematopoietiche, originano dalle cellule staminali presenti nel midollo osseo. Tutti vanno
incontro a diverse fasi di maturazione in cui acquisiscono l’espressione dei recettori per l’antigene e le
caratteristiche funzionali e fenotipiche proprie dei linfociti maturi.
I luoghi anatomici in cui hanno le loro fasi più importanti sono gli organi linfoidi generativi/primari, che sono il
midollo osseo (dove originano i precursori di tutti i linfociti) e il timo (dove maturano i linfociti T).
I linfociti naive che escono da queste due sedi migrano agli organi linfoidi secondari, dove sono attivati dagli
antigeni e vengono indotti a proliferare e a differenziarsi in cellule effettrici e della memoria; alcune di queste
cellule migrano poi ai tessuti periferici.
L’attivazione ha inizio con la sintesi di citochine e dei loro recettori, proteine necessarie per i cambiamenti
successivi. Si ha poi l’espansione clonale: le cellule naive proliferano per espandere i cloni specifici per l’antigene
che hanno incontrato (il numero dei linfociti T può aumentare in corso di infezione di 50.000 volte, quello dei linfociti B di 5000 volte). Durante
l’espansione clonale, i linfociti si differenziano in cellule effettrici, altri invece in cellule della memoria.
Le caratteristiche che distinguono i linfociti naive, effettori e della memoria dipendono da differenti programmi di
espressione genica, regolati da fattori di trascrizione e da modifiche epigenetiche stabili, come la metilazione del
DNA e il rimodellamento della cromatina.
Un fattore di trascrizione chiamato fattore 2 Kruppel-like (KLF-2) è necessario per mantenere il fenotipo naive dei linfociti T. i fenotipi di sottopopolazioni
+
funzionali dei linfociti T CD4 , detti TH1, TH2 e TH17 dipendono rispettivamente da fattori di trascrizione T-bet, GATA-3 e RORγT, ma anche da modificazioni
epigenetiche dei loci genici di alcune citochine.

 Organi linfoidi generativi/primari/centrali: i linfociti qui acquisiscono la capacità di esprimere i recettori per
l’antigene e raggiungono la maturità fenotipica e funzionale.
Le loro funzioni sono di fornire fattori di crescita e segnali per la maturazione dei linfociti e presentare loro gli
antigeni self per il riconoscimento e la selezione dei linfociti in corso di maturazione.
 Midollo osseo: per i linfociti B, che maturano qui parzialmente, entrano in circolo e vanno ai secondari
dove completano la loro maturazione (milza e linfonodi). Qui vengono prodotti anche i globuli rossi, i
granulociti e i monociti.
Nella vita fetale la produzione di tutte le cellule ematiche (ematopoiesi) avviene nelle isole ematiche del sacco vitellino e nel mesenchima
paraortico e poi nel fegato, per poi passare nel midollo osseo. Alla nascita avviene nelle ossa piatte, poi principalmente nello sterno, vertebre,
ossa iliache e coste.
Il midollo in queste ossa consiste di un’intelaiatura reticolare spugnosa localizzata tra trabecole. Gli spazi
contengono una rete di vasi sanguigni sinusoidi tappezzati di cellule endoteliali con una membrana basale
discontinua. All’esterno dei sinusoidi ci sono i precursori ematici a vari stadi di sviluppo e adipociti maturi.
I precursori ematici maturano e migrano nel circolo sanguigno.
In condizioni patologiche milza e fegato possono diventare sedi di ematopoiesi extramidollare.
Globuli rossi, granulociti, monociti, cellule dendritiche, piastrine, linfociti B e T e cellule NK originano tutti
da una cellula staminale ematopoietica comune midollare. Le cellule staminali ematopoietiche
(Hematopoietic Stem Cells, HSC) sono pluripotenti e hanno il potere di auto rinnovarsi: ogni volta che si
dividono una cellula figlia mantiene le proprietà della cellula staminale e l’altra si differenzia lungo una via
di divisione asimmetrica.
Le HSC si identificano per la presenza di marcatori di superficie (CD34 e c-Kit) e dall’assenza di marcatori specifici di differenziazione.
Le HSC sono localizzate in nicchie specifiche del midollo osseo, attorniate da cellule stromali non
ematopoietiche che danno segnali (contatto cellulare e fattori solubili).
Le HSC danno origine a due tipi di cellule multipotenti:

La proliferazione e la maturazione dei precursori sono stimolate da citochine (chiamate fattori stimolanti
la crescita delle colonie/Colony Stimulating Factor, CSF) prodotte dalle cellule stromali e dai macrofagi
(contribuiscono a formare il microambiente per l’ematopoiesi) e da linfociti T attivati (questo garantisce
l’omeostasi).
Nel midollo osseo inoltre ci sono plasmacellule (che si sono formate nei tessuti secondari e sono migrate
qui) che sopravvivono e continuano a produrre anticorpi per molti anni; e anche alcuni linfociti T della
memoria.

 Timo: per la maturazione dei linfociti T. Qui compiono tutto il ciclo maturativo completo e poi vanno in
circolo e si localizzano nei secondari e nei tessuti.
Organo bilobato localizzato nel mediastino anteriore; ogni lobo è diviso in lobuli da setti fibrosi ed è
formato da una corticale esterna e una midollare interna.
La corticale contiene un denso agglomerato di linfociti T, mentre la midollare è meno popolata di linfociti,
qui si trovano macrofagi e cellule dendritiche.
Disseminate nel parenchima ci sono cellule non linfoidi epiteliali.
Le cellule epiteliali della corticale producono IL-7 che serve per lo sviluppo iniziale dei linfociti T; nella
midollare c’è una sottopopolazione specializzata di cellule epiteliali, le cellule epiteliali midollari timiche
(Thymic Medullary Epithelial Cells, TMEC) che hanno ruolo di presentare gli antigeni self ai linfociti T in
corso di maturazione nei processi di selezione (questo assicura la tolleranza al self). Nella midollare sono
presenti i corpuscoli di Hassal, residui di cellule in via di degenerazione.
Ha vasi linfatici efferenti che confluiscono nei linfonodi mediastinici.
Sindrome di DiGeorge: deficit di cellule T dovuto a mutazioni di geni necessari allo sviluppo del timo.
I linfociti presenti nel timo son detti timociti e sono a vari stadi maturativi. La maturazione inizia nella
corticale e a mano a mano che maturano migrano nella midollare, i linfociti maturi quindi entrano in
circolo.

 Organi linfoidi periferici/secondari: concentrano gli antigeni che vengono poi presentati dalle cellule
accessorie ai linfociti specifici (cattura dell’antigene e suo trasporto sono le prime fasi della risposta adattativa). Qui hanno inizio e si
sviluppano le risposte immunitarie.
Le loro funzioni sono di localizzazione di antigeni e di linfociti naive per favorire l’inizio della risposta adattativa, e
la segregazione anatomica dei linfociti T e B.
Il sistema linfatico è essenziale per l’omeostasi dei fluidi e per le risposte immuni, è formato da vasi specializzati
che drenano i liquidi dai tessuti ai linfonodi e da qui al sangue. Il fluido interstiziale si forma fisiologicamente nei
tessuti (il plasma filtra dai capillari) e la velocità della sua formazione può aumentare in situazioni patologiche. I
capillari linfatici sono vasi a fondo cieco tappezzati di cellule endoteliali senza giunzioni intercellulari e senza
membrana basale: il flusso del liquido interstiziale va in una sola direzione per valvole interne ai vasi e da qui il
fluido prende il nome di linfa, che va ai linfonodi tramite vasi linfatici afferenti e ne esce tramite vasi linfatici
efferenti. Alla fine tutti confluiscono nel dotto toracico, che va in vena cava superiore. I linfatici della parte alta dx del
tronco, del braccio dx e della parte dx della testa vanno nel dotto toracico dx; tutto il resto nel dotto toracico sx. Ogni giorno vengono prodotti 2
lt di linfa (accumulo = edema).
Il sistema linfatico quindi raccoglie gli antigeni dal loro sito di ingresso (ci sono cellule dendritiche negli epiteli di
ingresso, ma alcuni antigeni solubili non hanno bisogno di essere associati a cellule dendritiche) e li porta ai
linfonodi, dove attivano la risposta adattativa. Nel vasi linfatici entrano anche i mediatori solubili
dell’infiammazione (chemochine).
 Linfonodi: capsulati, localizzati lungo i canali linfatici in tutto l’organismo. Sotto alla capsula ci sono i seni
linfonodali tappezzati di cellule reticolari collegate tra loro da fibre di collagene e occupati da linfa,
macrofagi e cellule dendritiche.
I capillari afferenti si versano nel seno sottocapsulare/marginale. Sotto al seno sottocapsulare c’è la
regione corticale, ricca di linfociti.
La corticale esterna contiene aggregati di cellule, i follicoli. Alcuni contengono aree centrali, i centri
germinativi (follicoli secondari; contro i follicoli primari che non hanno i centri germinativi). La corticale
che circonda i follicoli si chiama regione corticale parafollicolare/paracorticale ed è organizzata in cordoni
costituiti da proteine della matrice, linfociti, cellule dendritiche e fagociti mononucleati.
I linfociti B e T sono segregati in zone distinte della corticale dei linfonodi, ognuna organizzata con una
specifica architettura.
I follicoli sono quelle regioni del linfonodo in cui sono presenti i linfociti B. si trovano nella corticale
organizzati attorno alle FDC, che hanno protrusioni che formano un sistema reticolare. I centri germinativi
si sviluppano in risposta alla stimolazione antigenica e sono la sede della proliferazione delle cellule B,
della selezione dei cloni e delle plasmacellule a lunga vita.
I linfociti T invece si localizzano nella corticale: queste aree contengono una rete di fibroblasti reticolari
(Fibroblastic Reticular Cells, FRC) che formano trabecole, definite condotti FRC, con diametro di 0.2-3 μm
e son costituite da fasci di fibre collagene immerse in una rete di fibrillino, avvolte da una membrana
basale prodotta da un manicotto continuo di FRC.
I condotti iniziano nel seno sottocapsulare e arrivano ai vasi linfatici nel seno midollare e ai vasi sanguigni
della corticale (venule a endotelio alto, High Endotelium Veins, HEV).
I linfociti T naive entrano nelle aree T attraverso le HEV e si localizzano nella corticale. Il 70% è costituito
da linfociti T helper CD4+, inframmezzati a cellule CD8+ (le proporzioni cambiano in corso di infezione).
La segregazione dipende dalla produzione di citochine (chemochine) da parte delle cellule stromali che
indirizzano la migrazione dei linfociti.
I linfociti T e B naive circolanti entrano nel linfonodo attraverso un’arteria, penetrano nello stroma
attraverso una HEV (al centro dei cordoni della corticale).
Le chemochine sono una famiglia di proteine che servono allo sviluppo e al mantenimento
dell’architettura dei tessuti.
Le cellule T naive esprimono un recettore, CCR7, che lega le chemochine CCL19 e CCL21 prodotte dalle cellule stromali nelle a ree T del linfonodo.
Queste chemochine attraggono i linfociti T naive richiamandoli dal sangue attraverso le HEV nelle aree T.
Anche le cellule dendritiche esprimono il recettore CCR7: ecco perché queste cellule lasciano il seno sottocapsulare e si localizzano nella stessa
area dove migrano i linfociti T naive.
I linfociti B naive esprimono il recettore CXCR5 che riconosce la chemochina CXCL13 prodotta dalle FDC follicolari. I follicoli sono quindi le regioni
B dei linfonodi.
Un’altra citochina (che non è una chemochina) è la linfotossina, che stimola la produzione di CXCL13 nei follicoli.
Lo sviluppo dei linfonodi e degli altri organi secondari avviene per azione coordinata di citochine,
chemochine, fattori trascrizionali e cellule che inducono i tessuti linfoidi.
Nella vita fetale queste cellule stimolano lo sviluppo dei linfonodi e degli altri linfoidi secondari, tramite la secrezione di diverse proteine, tra cui la
linfotossina-α (LTα) e la linfotossina-β (LTβ). LTβ agisce sulle cellule stromali di regioni diverse dell’organo linfoide in corso di sviluppo, inducendo
la produzione di chemochine CXCL13 e CCL19/CCL21. Nelle aree dove viene prodotta CXCL13 vengono reclutati i linfoci ti B a formare i follicoli B;
nelle aree in cui vengono prodotte CCL19/CCL21 vengono reclutati i linfociti T e le cellule dendritiche a formare le aree T.
La segregazione anatomica assicura che ogni popolazione linfocitaria sia a contatto con le sue cellule
accessorie: cellule T con le cellule dendritiche e cellule B con le FDC.
Inoltre le popolazioni di cellule B e T sono tenute separate fino a che non è necessaria la loro interazione;
quando necessario le cellule T attivate possono migrare verso i follicoli per aiutare le cellule B o uscire dal
linfonodo ed entrare in circolo, mentre le cellule B attivate migrano all’interno dei centri germinativi, si
differenziano in plasmacellule e escono per andare nel midollo.
Le sostanze nella linfa entrano nel seno sottocapsulare e vengono selezionate in base al peso molecolare
e indirizzate ai diversi tipi cellulari. La struttura del seno sottocapsulare non permette il passaggio di
molecole solubili.
• virus e sostanze ad alto pm: catturati dai macrofagi del seno e presentati ai linfociti B della regione
corticale adiacente
• antigeni solubili e a basso pm: escono dal seno tramite i condotti FRC e arrivano alle cellule dendritiche
della corticale localizzate lungo i condotti (le cellule dendritiche hanno protrusioni che si insinuano tra le cellule che ricoprono i
condotti e che catturano per pinocitosi gli antigeni solubili).
Nella linfa che passa nei condotti, oltre agli antigeni, sono trasportati anche i mediatori solubili
dell’infiammazione (citochine e chemochine). Alcuni possono agire sulle cellule dendritiche, altri
raggiungono le HEV: questo fa sì che la reazione infiammatoria presente nei tessuti periferici venga
percepita a livello linfonodale.
 Milza: organo la cui funzione principale è rimuovere dal circolo i globuli rossi senescenti e danneggiati e
gli immunocomplessi e i microbi opsonizzati, e anche di dare inizio alle risposte adattative contro gli
antigeni nel sangue. Pesa circa 150 g. Il parenchima si divide in polpa rossa e polpa bianca. La polpa rossa
è composta da sinusoidi vascolari pieni di sangue, formati dai rami terminali dell’arteria splenica, e sono
tappezzati da macrofagi, che hanno funzione di filtro per il sangue, rimuovendo i microbi, le cellule
danneggiate e i microbi opsonizzati. La polpa bianca è composta da linfociti, la sua funzione è quella di
attivare le risposte nei confronti degli antigeni presenti nel sangue. È organizzata attorno alle arterie
centrali, diramazioni diverse rispetto a quelle che formano i sinusoidi (diramazioni di dimensioni minori di ogni arteria
centrale passano attraverso l’area ricca di linfociti e sboccano nel seno marginale). Ci
sono cellule specializzate che circondano il
seno marginale e formano la zona marginale, che fa da confine tra polpa bianca e rossa. Le arterie centrali
sono circondate da linfociti prevalentemente T (manicotti linfoidi periarteriolari); i follicoli ricchi di cellule
B occupano invece lo spazio tra il seno marginale e il manicotto periarteriolare. Le aree T contengono una
rete complessa di condotti costituiti da proteine della matrice ricoperte da cellule simili alle FRC. Nella
zona marginale si trovano le cellule B e i macrofagi specializzati, le cellule B sono le cellule B della zona
marginale e sono diverse dalle cellule B follicolari e hanno minor specificità antigenica. Gli antigeni nel
sangue sono portati nel seno marginale dalle cellule dendritiche circolanti o sono catturati dai macrofagi
della zona marginale. La segregazione segue le stesse regole della segregazione nel linfonodo (stessi
recettori per le stesse chemochine): cellule B nei follicoli e cellule T nei manicotti periarteriolari.
 Sistema immunitario cutaneo
 Sistema immunitario associato alle mucose (MALT, tessuto linfoide associato alle mucose)
 Aggregati linfocitari presenti nel connettivo di tutti gli organi eccetto SNC
3. Reclutamento dei leucociti ai tessuti
Le cellule del sistema immunitario continuano a passare dal sangue ai tessuti e da qui di nuovo in circolo, questo
per 3 funzioni:
 Invio dei linfociti alla via differenziativa mieloide (neutrofili e monociti) dal midollo (luogo di maturazione)
ai focolai tissutali per svolgere la loro funzione
 Invio dei linfociti dai siti di maturazione ai linfoidi secondari per incontrare antigeni e differenziarsi in
linfociti effettori
 Invio dei linfociti effettori dai linfoidi secondari ai siti di infezione periferici.
Reclutamento dei linfociti in un tessuto: homing (accasamento) leucocitario
Processo di migrazione sangue-tessuti: reclutamento leucocitario
Reclutamento leucociti e proteine plasmatiche dal sangue al sito di infezione: infiammazione.
L’infiammazione è innescata dal riconoscimento di microbi e cellule morte che avviene nel corso delle risposte innate e viene perfezionata e potenziata
durante la risposta adattativa.
Gli stimoli perché i leucociti vengano reclutati dove sono richiesti sono i microbi, la morte cellulare (nelle risposte
innate) e gli antigeni delle risposte adattative.
Nei focolai infettivi anche le cellule endoteliali sono attivate, a causa dell’esposizione a citochine prodotte
localmente da macrofagi e altre cellule, questa attivazione provoca l’aumento dell’adesività per i leucociti.
 Il reclutamento dei leucociti dal sangue ai tessuti è un processo multifasico, che coinvolge l’adesione delle
cellule circolanti alla superficie luminale delle cellule endoteliali che rivestono le venule postcapillari e la loro
successiva migrazione attraverso la barriera endoteliale e la sottostante membrana basale.

Le molecole di adesione espresse dai leucociti e dalle cellule endoteliali coinvolte nel reclutamento sono:
 Selectine: molecole di adesione localizzate sul plasmalemma, in grado di legare i carboidrati.
Sono responsabili delle interazioni a bassa affinità nelle fasi iniziali dell’adesione dei leucociti alle cellule
endoteliali.

I leucociti esprimono molecole che legano la E e la P-selectina: carboidrati sialialati complessi della famiglia di
Lewis X e Lewis A. Il ligando meglio caratterizzato è il tetra saccaride sialil-Lewis X sLeX. Il ligando della P-selectina
è una glicoproteina leucocitaria di membrana, la PSGL-1 (P-Selectin Glycoprotein Ligand 1) che viene modificata post-
trascrizionalmente per esprimere il carboidrato per il legame.
Vi è anche una terza selectina, la L-selectina (CD62L), espressa dai leucociti ma non dalle cellule endoteliali. I suoi
ligandi sono sialomucine espresse dalle cellule a endotelio alto, i PNAd (Peripheral Node Addressin), la struttura
riconosciuta su questi è la sialil 6-sulfo Lewis X. L’espressione di questi ligandi è aumentata in seguito ad
attivazione delle cellule endoteliali da parte delle citochine. Nell’immunità adattativa la L-selectina è importate
per indirizzare i linfociti T naive ai linfonodi attraverso le HEV.
I leucociti esprimono sui loro microvilli L-selectina e carboidrati che legano P ed E-selectina.

 Integrine: proteine di membrana, eterodimeriche, composte da due catene polipeptidi che responsabili
dell’adesione intercellulare o alla matrice extracellulare.
La porzione extracellulare di ogni catena forma una testa globulare che interagisce con il ligando; la porzione
citoplasmatica interagisce con il citoscheletro.
Il nome “integrina” deriva dall’ipotesi che queste molecole coordinino l’interazione dei ligandi extracellulari con funzioni dipendenti dal citoscheletro, quali
motilità, polarizzazione della cellula e fagocitosi.
Ci sono due integrine maggiormente espresse dai leucociti:
 LFA-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen 1 – antigene leucocitario associato alla funzione) detta anche αLβ2 e CD11aCD18.
Uno dei suoi ligandi principali è ICAM-1 (Intercellular Adhesion Molecule 1 – molecola di adesione intercellulare 1) (detta
anche CD54), una glicoproteina espressa dalle cellule endoteliali attivate. La porzione extracellulare di
ICAM-1 è composta da un dominio immunoglobulinico, un dominio globulare omologo strutturalmente
alle Ig.
L’interazione LFA-1 – ICAM-1 è un evento importante nell’interazione leucocita-endotelio e
nell’interazione dei linfociti T con le APC.
Ci sono altri due ligandi di LFA-1 che appartengono alla superfamiglia delle Ig, che sono le glicoproteine
ICAM-2 espresse dalle cellule endoteliali e ICAM-3 espresse dai linfociti.
 VLA-4 (Very Late Antigen 4 – antigene assai tardivo) detta anche α4β1 e CD49dCD29.
Lega VCAM-1o (Vascular Cell Adhesion Molecule 1 – molecola di adesione vascolare 1) (detta anche CD106), molecola della
superfamiglia delle Ig espressa dalle cellule endoteliali attivate.
Altre integrine coinvolte nelle risposte innate e adattative sono:
 Mac-1, β2αm, CD11bCD18 espressa dai monociti circolanti, che lega ICAM-1. Funziona anche da recettore
per il complemento, lega particelle opsonizzate con prodotti che derivano dall’attivazione del
complemento (il frammento C3b inattivato iC3b) favorendo la fagocitosi.
Una caratteristica delle integrine è la loro capacità di aumentare rapidamente l’affinità per il loro ligando in
risposta a segnali intracellulari, grazie a segnali dati dall’ingaggio dei recettori delle chemochine e, nei linfociti, in
seguito al riconoscimento dell’antigene. Questo fenomeno è detto inside-out signaling, causato quindi da
chemochine e dal recettore dei linfociti, e coinvolge le proteine G, che determinano l’associazione delle code
citoplasmatiche delle integrine alle proteine della famiglia RAP e alle proteine che interagiscono con il
citoscheletro.
Nello stato di bassa affinità i domini extracellulari di ogni subunità integrinica sono curvati, con le teste globulari
che interagiscono con il ligando, vicino alla membrana.
In risposta ad alterazioni della coda citoplasmatica, gli steli si estendono e allontanano dalla membrana le teste
globulari e le posizione in conformazione ottimale per l’interazione con i ligandi.
Le chemochine inducono l’aggregazione di membrana delle integrine e questo determina un aumento dell’avidità
per i ligandi espressi sulle cellule endoteliali, e quindi un aumento nella forza di legame dei leucociti all’endotelio.

 Chemochine: famiglia di citochine che stimolano il movimento dei leucociti direzionandone la migrazione dal
circolo ai tessuti.
Son state identificate 50 chemochine strutturalmente simili, costituite da polipeptidi contenenti 2 ponti disolfuro;
in base al numero e alla posizione dei residui di cisteina responsabili dei ponti disolfuro possono essere distinte
delle sottofamiglie:
 Chemochine CC/β: i primi due residui di cisteina sono adiacenti. La maggior parte induce il reclutamento
di monociti e linfociti.
 Chemochine CXC/α: i residui sono separati da un amminoacido. La maggior parte induce il reclutamento
di neutrofili e linfociti.
 Chemochine C: un solo residuo di cisteina.
 Chemochine CX3C: i due residui di cisteina sono separati da 3 amminoacidi.
A ogni chemochina era stato assegnato un nome in base al modo in cui era stata identificata o al tipo di risposta biologica che attivava. Ora la nomenclatura
è basata sul tipo di recettore usato da ogni chemochina.
La produzione di chemochine da parte di leucociti, cellule endoteliali, cellule epiteliali e fibroblasti è innescata dal
riconoscimento di microrganismi tramite l’attivazione di recettori espressi da cellule dell’immunità innata; le
chemochine sono anche prodotte in risposta a citochine infiammatorie (IL-1 e TNF). Molte chemochine CC sono
prodotte anche da linfociti T stimolati: svolgono un ruolo di integrazione tra immunità specifica e il reclutamento
dei linfociti infiammatori.
I recettori per le chemochine appartengono alla superfamiglia dei recettori GCPR (G-Protein-Coupled Receptors),
a 7 domini transmembrana associati alle proteine G. questi recettori quindi trasducono il segnale attraverso le
proteine G associate.
A risposo, le proteine G formano un complesso inattivo che lega sulla subunità α una molecola di GDP. Nel riconoscimento della chemochina si ha uno
scambio con il GTP, questo attiva diversi enzimi cellulari, come una fosfolipasi C specifica per il fosfatidilinositolo che provoca l ’aumento della
2+
concentrazione di Ca intracellulare che attiva la protein kinasi C.
Le proteine G stimolano cambiamenti nel citoscheletro, aumentano la motilità, mutano la conformazione delle integrine di membrana aumentandone
l’affinità per i ligandi.
In seguito a legame con le chemochine, l’espressione dei recettori per le chemochine viene ridotta (meccanismo che termina la risposta biologica).
I recettori delle chemochine sono espressi diversamente nelle varie sottopopolazioni linfocitarie: ogni leucocita ha
un suo profilo di migrazione. Ci sono:
 10 recettori per le chemochine CC (CCR1-CCR10)
 6 recettori per le chemochine CXC (CXCR1-CXCR6)
 1 recettore per la chemochina CX3CL1 (CX3CR1)
Alcuni recettori per le chemochine, come CCR5 e CXCR4 agiscono da corecettori per l’HIV: alcuni linfociti T attivati producono chemochine che legandosi a
CCR5 competono per il legame di HIV, bloccando l’infezione.
Alcune chemochine sono prodotte dai leucociti nelle reazioni infiammatorie, altre regolano la migrazione nei
tessuti e sono quindi prodotte dalle cellule che costituiscono questi tessuti.
Attività biologiche:
 Reclutamento dei leucociti circolanti ai siti extravascolari: le chemochine si legano agli eparansolfati
proteoglicani sulla superficie delle cellule endoteliali: le cellule endoteliali presentano ai recettori per le
chemochine espressi dai leucociti elevate concentrazioni locali di chemochine. L’attivazione di questi
recettori causa l’adesione salda dei leucociti.
 Nei tessuti extravascolari, la loro presenza stimola la migrazione di leucociti secondo un gradiente
crescente di concentrazioni: chemotassi.
 Sviluppo degli organi linfoidi: indirizzano la localizzazione dei leucociti e di altre cellule negli organi linfoidi
secondari.
 Permettono la migrazione delle cellule dendritiche dai focolai di infezione ai linfonodi drenanti.
La migrazione è dettata dall’espressione di CCR7 (attivata dal riconoscimento microbico), che permette alle cellule dendritiche di riconoscere
CCL19 e CCL21 (chemochine prodotte dai linfonodi). CCR7 è espresso anche dai linfociti T naive: ecco perché le cellule dendritiche e i linfociti T
naive si localizzano nelle stesse aree linfonodali, favorendo la presentazione dell’antigene ai linfociti T.

Selectine, integrine e chemochine funzionano insieme per orchestrare le interazioni tra leucociti e cellule
endoteliali, necessarie per la migrazione dei leucociti nei tessuti.

 Rolling: mediato da selectine. Le cellule endoteliali nei siti di infezione aumentano l’espressione delle
selectine sulla loro superficie. I leucociti, come conseguenza alla vasodilatazione alla riduzione del flusso
ematico, entrano in contatto con l’endotelio e i ligandi delle selectine espressi sui microvilli legano le
selectine con interazioni a bassa affinità con una rapida cinetica di dissociazione e facilmente dissipate
dalla pressione sanguigna.
 Aumento dell’affinità delle integrine grazie alle chemochine: le chemochine raggiungono elevate
concentrazioni, legandosi ai glicosaminoglicani eparansolfato sull’endotelio. Queste legano recettori
espressi sui leucociti che stanno rotolando sull’endotelio. Le integrine leucocitarie sono in uno stato di
bassa affinità e quindi incapaci di mediare l’adesione. Il segnale fornito dai recettori delle chemochine
induce un aumento della loro affinità e ne promuove l’aggregazione in particolari regioni, provocando un
aumento dell’avidità del legame dei leucociti alla superficie endoteliale.
 Adesione stabile: mediata da integrine. Le citochine TNF e IL-1 inducono l’aumento dell’espressione dei
loro ligandi sulla superficie dell’endotelio, in particolare VCAM-1 (ligando per l’integrina VLA-4) e ICAM-1 (ligando per
le integrine LFA-1 e Mac-1). Questo causa l’adesione salda e l’appiattimento dei leucociti sull’endotelio, con
riorganizzazione del loro citoscheletro.
 Transmigrazione: i leucociti passano negli spazi tra le giunzioni delle cellule, che temporaneamente si
interrompono (sono costituite da complessi di VE-caderina, si interrompono per l’attivazione di protein
kinasi che si attivano quando le integrine leucocitarie legano ICAM-1 e VCAM-1). Questo processo
coinvolge le integrine leucocitarie e i loro ligandi espressi sulle cellule endoteliali, e altre proteine come
CD31.
A volte i leucociti attraversano direttamente le cellule endoteliali, si parla di migrazione trans cellulare.
Pz privi di uno degli enzimi necessari a sintetizzare i carboidrati che legano E e P-selectina mostrano difetti, identificati come sindrome da deficit di adesione
leucocitaria-2 (Leukocyte Adhesion Deficiency-2, LAD-2).
Esiste anche un’immunodeficienza autosomica recessiva a carico del gene CD18 che codifica per la subunità β di LFA-1 e Mac-1, che è la causa di una
patologia detta deficit di adesione leucocitaria-1 (Leukocyte Adhesion Deficiency-1, LAD-1), caratterizzata da infezioni ricorrenti, difetto nel reclutamento
dei neutrofili e compromissione delle funzioni leucocitarie che richiedono l’adesione.

Reclutamento neutrofili e monociti: neutrofili e monociti esprimono un differente profilo di molecole di adesione
e di recettori per le chemochine: sono indirizzati in siti diversi o nello stesso sito in tempi diversi.
I neutrofili sono la prima popolazione reclutata, nelle ore successive avviene il reclutamento dei monociti, che continua per giorni. In alcuni tessuti i neutrofili
non vengono proprio reclutati.
Maturano nel midollo osseo e poi entrano in circolo, svolgono le funzioni nei focolai infettivi.
TNF e IL-1 rilasciati nel corso delle risposte innate promuovono l’espressione di molecole di adesione (selectine e
ligandi delle integrine) da parte delle cellule endoteliali e la produzione di chemochine.
Monociti e neutrofili esprimono L-selectina e i ligandi per P ed E-selectina.
 I neutrofili esprimono le integrine LFA-1 e Mac-1 che legano ICAM-1 sull’endotelio e sono responsabili
dell’arresto leucocitario. Esprimono diversi recettori per le integrine: CXCR1 e CXCR2 che legano le
chemochine della famiglia GRO e CXCL8 (IL-8 principale chemochine responsabile del reclutamento dei neutrofili: il veloce
reclutamento dei neutrofili è dovuto alla produzione precoce di CXCL8 da parte dei macrofagi nei focolai ).
Una volta che i neutrofili raggiungono il focolaio svolgono le loro funzioni effettrici e muoiono nel giro di
poche ore.
 I monociti esprimono le integrine LFA-1 e VLA-4 che legano ICAM-1 e VCAM-1 sull’endotelio. Esistono due
popolazioni di monociti in circolo:
• i monociti infiammatori che esprimono CCR2 che lega diverse chemochine, di cui la più importante è
CCL2 (MCP-1)
• i monociti nonclassici che esprimono CX3CR1, recettore per CX3CL1, chemochina espressa sia in forma
solubile che associata alla membrana.
Nel focolaio si differenziano in macrofagi tissutali e svolgono le loro funzioni effettrici per giorni e
settimane.

Linfociti T: i linfociti T naive escono dal timo, entrano in circolo, vengono indirizzati ai linfonodi, alla milza e al
MALT, e qui si localizza nelle aree T. In caso di mancato riconoscimento dell’antigene, torna in circolo (attraverso il
circolo linfatico per linfonodo e MALT; direttamente nel circolo ematico per milza) : questo processo è detto ricircolazione linfocitaria, fa
sì che la probabilità di incontro tra linfocita T naive e antigene aumenti.
I linfociti effettori e della memoria tornano in circolo e vanno nei tessuti periferici, alcuni selettivamente in un
tessuto: questo processo è chiamato homing linfocitario (processo che permette la selettiva localizzazione di determinate popolazioni
linfocitarie in specifici tessuti e nei linfonodi).

 Migrazione linfociti T naive ai linfonodi: afflusso di linfociti ai linfonodi: 25 x 109 cellule/die: ogni linfocita
passa nello stesso linfonodo almeno una volta al giorno. L’infiammazione di un tessuto periferico provoca
l’aumento dell’afflusso di sangue al linfonodo, con aumento dell’afflusso di linfociti T, contemporaneamente si
riduce la fuoriuscita delle cellule T tramite i vasi linfatici efferenti: si ha una ritenzione momentanea.
L’homing dei linfociti T nei linfonodi e nel MALT avviene attraverso le HEV (venule postcapillari specializzate)
localizzate nelle aree T. Le HEV presentano cellule endoteliali rigonfie (le HEV sono assenti nella milza) che esprimono in
superficie particolari molecole di adesione e chemochine che permettono l’homing selettivo. Le HEV possono svilupparsi
anche in siti di infiammazione cronica extralinfoidi, dove vengono prodotte in modo persistente dalle citochine che ne stimol ano lo sviluppo).
Le molecole di adesione espresse dai linfociti sono chiamate recettori di homing e le molecole di adesione che i
recettori di homing legano sulle cellule endoteliali sono chiamate addressine.
 Rolling dei linfociti T naive sulle HEV mediato da L-selectina linfocitaria, che lega PNAd.
Il PNAd può essere associato a diverse sialomucine sulle HEV di diversi tessuti. Nei linfonodi è associato a due sialomucine che sono GlyCAM-1
(molecola 1 di adesione cellulare che contiene glicano – Glycan-bearing Cell Adhesion Molecule 1) e CD34. Nelle placche di Peyer il ligando è
MadCAM-1 (molecola 1 di adesione cellulare e addressina mucosale – Mucosal addressin Cell Adhesion Molecule 1)
 Adesione salda delle cellule T alle HEV mediata da integrine, soprattutto LFA-1. L’affinità viene aumentata
da due chemochine, CCL19 e CCL21, che legano il recettore CCR7 espresso dai linfociti T naive: questa
interazione assicura che le integrine aumentino l’avidità, così da aderire alle HEV.
 Giunti alle giunzioni endoteliali, i linfociti T migrano attraverso la parete del vaso grazie all’intervento di
molecole di adesione espresse sui linfociti T che legano i ligandi espressi nelle giunzioni nelle HEV.

 Fuoriuscita dei linfociti T naive dai linfonodi: i linfociti che non incontrano l’antigene tornano in circolo,
completando il percorso della ricircolazione. Questa fuoriuscita dipende da un chemoattraente lipidico, S1P
(Sfingosina 1 fosfato), che lega sulle cellule T un recettore specifico, S1PR1, accoppiato alle proteine G.
S1P è presente a concentrazioni alte nel sangue e nella linfa, il gradiente è mantenuto grazie all’enzima S1Pliasi
che degrada la S1P, presente in tutti i tessuti.
Il legame S1P – S1PR1 stimola la migrazione dei linfociti T naive lungo gradiente di concentrazione, facendoli
uscire dal linfonodo.
Le cellule T naive circolanti esprimono bassi livelli di S1PR1 perché l’elevata concentrazione ematica di S1P causa
internalizzazione del recettore, mentre quando il linfocita è nel linfonodo l’espressione viene ripristinata dopo
diverse ore: questo dà il tempo alle cellule T naive di interagire con le APC prima di tornare in circolo.
S1P e recettore sono necessari anche per la fuoriuscita dei linfociti T maturi dal timo, per la fuoriuscita dei linfociti
T attivati dai linfonodi e per la migrazione dei linfociti B attivati dagli organi linfoidi secondari.
Un farmaco, il fingolimod (FTY20), lega l’S1PR1 e inibisce la sua espressione di membrana: blocca così la fuoriuscita delle cellule T dagli organi linfoidi e
agisce da immunosoppressore (sclerosi multipla). Usato anche per inibire il rigetto di organi trapiantati.

 Ricircolazione dei linfociti T attraverso altri organi linfoidi: nelle placche di Peyer e nei linfonodi mesenterici
c’è una caratteristica peculiare nell’homing: una molecola della superfamiglia delle Ig, MadCAM-1,
esclusivamente espressa sulle HEV del MALT, viene legata da due molecole dei linfociti T naive, L-selectina e
un’integrina detta α4β7.
Nella milza la migrazione non è regolata così finemente: la milza non ha le HEV e i linfociti T naive vanno ai seni
della zona marginale e della polpa rossa tramite meccanismi passivi che non coinvolgono le selectine, le integrine
o le chemochine; tuttavia le chemochine che legano CCR7 guidano la localizzazione delle cellule T naive nella
polpa bianca. Metà popolazione linfocitaria attraversa la milza in 24 ore.
 Migrazione dei linfociti T effettori ai focolai: le funzioni dei linfociti T effettori devono essere svolte nel
focolaio infiammatorio. Nella differenziazione dopo l’incontro con l’antigene le cellule subiscono variazione
nell’espressione dei recettori per le chemochine S1PR1 e molecole di adesione, che influiscono sulla loro capacità
migratoria: l’espressione di S1PR1 è inibita per alcuni giorni, con inibizione della capacità di abbandonare il
linfonodo. Questa inibizione è controllata da citochine (interferoni di tipo I) prodotte nelle risposte innate: si ha
l’aumento dell’espressione della molecola CD69 che lega l’S1PR1 bloccandolo. Questo fa sì che il linfocita rimanga
nell’organo linfoide per andare incontro a espansione clonare e differenziarsi in cellula effettrice. Completato
questo processo la cellula esprime nuovamente S1PR1; inoltre l’espressione di CCR7 viene ridotta nei linfociti T
effettori e questo fa sì che le cellule non siano trattenute nelle regioni T dove sono prodotte le chemochine CCL19
e CCL21, e anche l’espressione di L-selectina viene ridotta  il linfocita T effettore esce dal linfonodo e va in
circolo.
Da qui si localizzano nei tessuti in cui hanno luogo i processi infettivi: questo dipende inizialmente dalle risposte
innate ai microbi, che determinano la produzione di citochine responsabili dell’espressione di E e P-selectina, dei
ligandi delle integrine sulle venule postcapillari e della produzione locale di varie chemochine. Le cellule T
effettrici esprimono i ligandi delle selectine, le integrine e i recettori per le chemochine che legano
rispettivamente selectine, ligandi delle integrine e chemochine indotti dall’immunità innata. Dato che i linfociti T naive
non esprimono i ligandi per la E e la P-selectina e i recettori per le chemochine infiammatorie, essi non vengono reclutati nei siti di infezione.
L’attivazione dei linfociti T effettori da parte degli antigeni e la continua presenza di chemochine mantengono le
integrine in uno stato di alta affinità: questo favorisce la ritenzione nei tessuti.
Ci sono diverse sottopopolazioni di linfociti T effettori: linfociti CD8+ citotossici e linfociti CD4+ helper (TH1, TH2,
TH17), ognuna delle quali ha diverse cinetiche migratorie.
Alcune cellule effettrici migrano preferenzialmente in determinati tessuti:
 Cute: le cellule che vanno nella cute esprimono un carboidrato che lega la E-selectina, l’antigene
linfocitario cutaneo di tipo I (Cutaneous Lymphocyte Antigen-1, CLA-1), e i recettori per le chemochine
CCR4 e CCR10 che legano le chemochine CCL17 e CCL27 espresse dalla cute infiammata.
Le cellule dendritiche nelle stazioni linfonodali che drenano la cute producono vitamina D che istruisce i linfociti T a esprimere CLA-1, CCR4 e
CCR10.
 Intestino: le cellule che vanno nell’intestino esprimono l’integrina α4β7 che lega MadCam-1, e il recettore
CCR9 che lega CCL25, chemochina espressa dall’intestino infiammato.
Le cellule dendritiche nelle placche di Peyer producono acido retinoico, che promuove l’espressione di α4β7 e CCR9 sulle cellule T in fase di
attivazione.
Altre cellule T esprimono l’integrina CD103 (αEβ7) che lega l’E-caderina sulle cellule epiteliali, permettendo così alle cellule T di rimanere a livello
intraepiteliale nella cute e nell’intestino.

 Migrazione dei linfociti T della memoria: le cellule T della memoria hanno diversa espressione delle molecole
di adesione e dei recettori e quindi diversa cinetica di migrazione nei tessuti. Ci sono due sottopopolazioni di
cellule T della memoria, diverse in base all’espressione di CCR7 e L-selectina:
 Memoria centrale, presenti nel sangue come cellule CD45RO+ che esprimono elevati livelli di CCR7 e L-
selectina: si pensa che si localizzino negli organi linfoidi secondari. Tendono a proliferare e hanno funzioni
di supporti dell’attivazione dei linfociti B.
 Memoria effettrice, esprimono CD45RO+ ma hanno bassi livelli di CCR7 e L-selectina, ma esprimono
recettori che riconoscono le integrine infiammatorie: si pensa che si distribuiscano nei tessuti periferici.
Rispondono alla stimolazione antigenica producendo velocemente citochine effettrici.

Linfociti B: le cellule immature lasciano il midollo osseo tramite il circolo ematico, vanno nella polpa rossa della
milza, migrano nelle zone periferiche della polpa bianca e si spostano nella polpa bianca quando mature per
richiamo della chemochina CXCL13 che lega il recettore CXCR5 espresso dai linfociti B. quando la maturazione è
completata, le cellule B naive follicolari rientrano in circolo e vanno nei linfonodi e nel MALT. L’homing nelle placche di
Peyer necessita non di CXCR5 ma dell’integrina α4β7 che lega MadCAM-1. Nel
corso della risposta agli antigeni, le cellule B devono
interagire con le cellule TH: per questo è necessario che la segregazione nei linfoidi secondari sia ben controllata.
La fuoriuscita delle cellule B dai linfoidi secondari è controllata da S1P1, processo descritto per i linfociti B
secernenti anticorpi.
Sottopopolazioni che esprimono tipi specifici di anticorpi sono indirizzate a tessuti specifici: le diverse popolazioni
secernono diversi tipi di anticorpi (isotipi). Le cellule che migrano al midollo osseo secernono IgG per tempi
lunghi, quelle che si trovano nel MALT secernono IgA.
Le plasmacellule nel midollo osseo che secernono IgG esprimono VLA-4 e CXCR4, che vengono riconosciute da VCAM-1 e CXCL12 espresse dalle cellule
endoteliali dei sinusoidi del midollo.
Le plasmacellule secernenti IgA nelle mucose esprimono α4β7 , CCR9 e CCR10, che riconoscono MadCAM-1, CCL25 e CCL28 espresse dagli endoteli mucosali.
I linfociti B che secernono IgG sono reclutati anche nei siti di infiammazione cronica, per l’espressione di VLA-4 e CXCR3, ligandi di VCAM-1 e CXCL9 e CXCL10,
espressi sulla superficie endoteliale nei siti di infiammazione cronica.
4. Immunità innata
L’immunità innata è la prima linea di difesa contro le infezioni.
Le cellule e i mediatori solubili che ne fanno parte possono preesistere in uno stato funzionale già prima
dell’incontro con i patogeni (epiteli), o essere attivati dai microbi con cinetica rapida (fagociti e sistema del
complemento).
Si è evoluta insieme ai patogeni; la maggior parte dei meccanismi sono comparsi subito dopo lo sviluppo degli
organismi pluricellulari complessi (750 milioni di anni fa), i meccanismi dell’immunità adattativa invece sono
presenti solo nei vertebrati e risalgono a 500 milioni di anni fa.
Ha 3 funzioni:
 Prima risposta contro i patogeni: impedisce, limita o elimina l’infezione. Molti microrganismi hanno
sviluppato meccanismi per eluderla, in questi casi l’immunità innata può solo tenere sotto controllo
l’agente patogeno fino all’attivazione dell’immunità specifica.
 Riconosce cellule self danneggiate o morte, le elimina e attiva il meccanismo di riparazione tissutale
 Stimola le risposte dell’immunità specifica e può influenzarne la natura per renderle maggiormente
efficaci.
L’immunità innata può agire a diversi livelli dell’infezione: le barriere epiteliali impediscono l’ingresso; i fagociti si
trovano nei tessuti sottostanti e danno protezione quando le barriere sono lese; le proteine plasmatiche e i
fagociti circolanti proteggono nel caso in cui i microbi raggiungano il torrente.
L’immunità innata usa due tipi di risposta:
 Infiammazione: processo attraverso il quale leucociti e proteine plasmatiche vengono portati nei siti di
infezione e attivati per eliminare il patogeno. È anche la principale reazione verso le cellule danneggiate e
morte e in caso di accumulo di sostanze anomale in cellule e tessuti.
 Difese antivirali: consistono in cambiamenti nelle cellule infettate che prevengono la replicazione virale e
le rendono più suscettibili all’uccisione da parte di linfociti.
Inoltre usa anche le barriere fisiche e chimiche degli epiteli e varie cellule e proteine circolanti che dopo
l’attivazione possono eliminare i patogeni nel sangue indipendentemente dall’infiammazione.
L’immunità innata riconosce strutture molecolari caratteristiche dei patogeni microbici assenti nelle cellule self:
queste strutture sono i PAMP (Pathogen-Associated Molecular Patterns – profili molecolari associati ai patogeni).
Esempi di PAMP sono il dsRNA, il DNA ricco di sequenze CpG non metilate, l’inizio delle proteine con N-formilmetionina, lipidi e carboidrati complessi
sintetizzati da microrganismi come l’LPS (Gram-) e l’acido lipoteicoico (Gram+) e gli oligosaccaridi ricchi di mannosio. Le
differenze fondamentali
tra le molecole microbiche e le molecole self sono limitate, quindi l’immunità innata è in grado di riconoscere un
numero limitato di molecole, a contrario dell’immunità adattativa. I prodotti microbici riconosciuti dall’immunità
innata sono spesso essenziali per la sopravvivenza dei microrganismi: questo garantisce il fatto che i
microrganismi non possono alterare queste strutture nel tentativo di eludere le difese. Al contrario i microbi possono
mutare o perdere molti degli antigeni riconosciuti dall’immunità adattativa. L’immunità innata è anche in grado di riconoscere
molecole endogene prodotte o rilasciate da cellule danneggiate o morenti: i DAMP (Damage-Associated
Molecular Patterns – profili molecolari associati al danno). Questi sono il risultato di un danno cellulare di origine
infettiva, non infettiva o ischemico. Le cellule apoptotiche generalmente non rilasciano DAMP; in alcuni casi le cellule sane appartenenti al
sistema immunitario vengono stimolate a produrre e rilasciare DAMP con lo scopo di potenziare la risposta innata alle infezioni.
L’immunità innata riconosce PAMP e DAMP usando recettori cellulari (espressi da fagociti, principalmente
macrofagi e neutrofili, cellule dendritiche, cellule epiteliali e molti altri tipi cellulari, e sono noti come PRR Pattern
Recognition Receptors – recettori che riconoscono i profili molecolari) e molecole solubili presenti nel sangue e
nelle secrezioni mucose.
I PRR possono trovarsi sulla membrana cellulare o endosomiale e a livello citoplasmatico: quando i PRR cellulari
legano i PAMP o i DAMP attivano eventi di trasduzione che promuovono funzioni antimicrobiche e
proinfiammatorie.
I recettori dell’immunità innata sono codificati nella linea germinativa (per contro i linfociti T e B usano un sistema di
3
ricombinazione somatica per generare i propri recettori), ha quindi un repertorio limitato di specificità: può riconoscere fino a 10
PAMP (l’immunità specifica arriva a 107).
Inoltre l’immunità innata può distinguere solo le diverse classi di microrganismi o le cellule danneggiate da quelle
sane, ma non la specie microbica o il tipo cellulare.
La tolleranza al self dipende in parte dalla specificità per PAMP e DAMP e in parte da proteine espresse da cellule
normali che impediscono l’attivazione delle componenti dell’immunità innata.

PRR: recettori per PAMP e DAMP. Le cellule che presentano la varietà e la quantità maggiori sono i fagociti
(neutrofili e macrofagi) e le cellule dendritiche. Divisi per classi:

 Recettori Toll-like (TLR): i recettori Toll furono identificati in Drosophila e i loro omologhi nei mammiferi sono detti Toll-like Receptors.
Ne esistono 9: TLR1-TLR9.
Sono glicoproteine integrali di membrana contenenti nella regione extracellulare ripetizioni di residui ricchi in
leucina fiancheggiati da motivi ricchi in cisteina, responsabili del riconoscimento del ligando.
Le code contengono un dominio di omologia, TIR (Toll-IL-1 Receptor) che si trova anche nelle code
citoplasmatiche dei recettori di IL-1 e IL-18, citochine che attivano una cascata di trasduzione simile ai TLR.
I ligandi riconosciuti sono LPS, acido lipoteicoico, flagellina, dsRNA, ssRNA (discriminati dai trascritti dell’ospite per
la loro localizzazione endosomiale e per l’alto contenuto di guanosina e uridina), mannani (funghi).
I TLR sono anche coinvolti nella risposta a molecole endogene la cui espressione o localizzazione indica la
presenza di un anno cellulare: le HSP (Heat-Shock Protein – proteine di shock) e l’HMGB-1 (High-Mobility Group
Box 1, proteina coinvolta nella riparazione del genoma). Queste proteine sono normalmente intracellulari ma
vengono rilasciate da cellule danneggiate o morte e attivano TLR2 e TLR4 espressi da cellule dendritiche e
macrofagi.
La specificità dei TLR è dovuta ai moduli extracellulari ricchi di residui di leucina che legano i PAMP direttamente o
attraverso molecole adattatrici: nei TLR sono presenti 16-28 moduli ricchi di residui di leucina, ciascuno composto
da 20-30 aa organizzati in motivi conservati LxxLxLxxN (L leucina, x aa qualsiasi, N asparagina). I residui variabili
sono i responsabili del legame con il profilo microbico e si trovano nella parte convessa del recettore.
Il legame del microbo ai domini ricchi di leucina causa l’interazione fisica e la dimerizzazione dei TLR.
Questi possono anche eterodimerizzare, ampliando la gamma di specificità per i PAMP.
Esempio: per la risposta al peptidoglicano sono necessari dimeri di TLR2 e TLR6.
La specificità è influenzata anche da molecole accessorie, come succede per esempio nel riconoscimento dell’LPS
da parte di TLR4: l’LPS si lega prima a una proteina solubile, l’LBP (LPS Binding Protein); questo complesso ne
facilita il trasporto alla superficie della cellula deputata al suo riconoscimento. Un’altra proteina extracellulare,
MD2 (Myeloid Differentiation Protein 2) lega l’LPS sul suo lipide A, formando un complesso che interagisce con
TLR4. Anche la proteina CD14 è necessaria: è espressa da tutte le cellule (endoteli esclusi) come proteina solubile
o di membrana ancorata mediante una coda di glicofosfatidilinositolo.
 combinazioni diverse di molecole accessorie permettono di ampliare la gamma di prodotti microbici che
attivano la risposta innata.
• TLR 1 – 2 – 4 – 5 – 6 sono espressi sulla membrana citoplasmatica, quindi riconoscono PAMP presenti
nell’ambiente extracellulare. [LPS riconosciuto da TLR4; acido lipoteico riconosciuto da TLR2].
• TLR 3 – 7 – 8 – 9 sono intracellulari, espressi prevalentemente nel reticolo endoplasmatico e sulle membrane
endosomiali, e riconoscono ligandi composti da acidi nucleici. [dsRNA riconosciuto da TLR3; motivi CpG non metilati riconosciuti da
TLR9; ssRNA riconosciuto da TLR8; ssDNA e dsDNA riconosciuti da TLR9]. Mentre RNA e DNA dell’ospite non sono presenti normalmente negli endosomi,
quelli microbici si accumulano qui in seguito a processi di fagocitosi. Distinguono il self intatto dal self alterato e dal non self in base
alla localizzazione degli acidi nucleici. UNC-93B è una proteina del RE necessaria per la localizzazione endosomiale
e per la corretta funzionalità di TLR 3, 7, 8 e 9.
 Quando i TLR riconoscono i propri ligandi, innescano cascate di trasduzione del segnale che porta
all’attivazione di fattori trascrizionali, che inducono l’espressione di geni fondamentali per le risposte
infiammatorie e antivirali. Le vie di trasduzione iniziano con la dimerizzazione ligando dipendente dei TLR,
che porta due domini di TLR in stretto contatto.
 Segue il reclutamento di proteine adattatrici contenenti il dominio TIR che facilitano il reclutamento e
l’attivazione di diverse protein kinasi, che attivano i fattori trascrizionali. Responsabili della produzione di
I fattori di trascrizione attivati sono: molecole necessarie alla risposta
infiammatoria: citochine
• il NF-κB (Nuclear Factor- κB, fattore nucleare κB) proinfiammatorie (TNF e IL-1),
• l’AP-1 (Activation Protein 1, proteina di attivazione 1) chemochine (CCL2 e CXCL8) e
• IRF3 molecole di adesione endoteliali
(E-selectina)
• IRF7 (Interferon Response Factor – fattore di
risposta dell’interferone).
Promuovono la produzione di
I diversi TLR usano diverse combinazioni didiadattatori
interferoni tipo I (IFN-α eeIFN-β)
di trasduttori
del segnale: per esempio i TLR di membrana
che ingaggiano l’adattatore MyD88 portano all’attivazione di NF-κB; mentre i TLR che usano l’adattatore TRIF (TIR
Domain-containing adaptor inducing IFN-β) attivano IRF3.
Tutti i TLR tranne TLR3 usano MyD88 e sono quindi in grado di attivare NF-κB e indurre risposta infiammatoria; il
TLR3 invece usa TRIF e induce l’espressione di interferoni di tipo I.
Il TLR4 può attivare entrambe le vie.
I TLR endosomiali 7 e 9 (espressi prevalentemente nelle cellule dendritiche plasmacitoidi) attivano una cascata
MyD88-dipendente e TRIF-indipendente che attiva sia NF-κB sia IRF4.
 TLR4, TLR7 e TLR9 inducono sia risposta infiammatoria che antivirale.

Oltre ai TLR che sono recettori di membrana, i PRR includono anche recettori citosolici, di cui esistono due
principali classi, che attivano cascate di trasduzione che promuovono l’infiammazione o la produzione di IFN di
tipo I. questi riconoscono gli agenti infettivi nel citoplasma, importante per quei microbi intracellulari e per il fatto
che alcuni microbi riescono a sfuggire dalle vescicole fagocitiche producendo tossine che creano pori. Tali pori
possono anche determinare cambiamenti nella concentrazione citoplasmatica di molecole endogene, che
vengono riconosciuti da DAMP citoplasmatici.

 Recettori di tipo NOD: famiglia che comprende più di 20 proteine citosoliche, che riconoscono PAMP e DAMP
citoplasmatici e assemblano complessi di trasduzione del segnale che promuovono l’infiammazione.
NOD indica proteine che contengono un dominio di oligomerizzazione nucleotidica (Nucleotide Oligomerization
Domain-Containing Protein).
Un tipico recettore NLR (NOD-like Receptor) è composto da 3 domini:
 Uno contenente residui ripetuti di leucina, coinvolto nel riconoscimento del ligando
 NACHT (NAIP [Neuronal Apoptosis Inhibitory Protein], CIITA, HET-E e TP1) responsabile dell’oligomerizzazione
 Un dominio effettore che recluta altre proteine per formare complessi di trasduzione del segnale. Può
essere di 3 tipi: CARD, Pyrin e BIR. A seconda del tipo usato, si individuano 3 sottofamiglie di NLR.
Si trovano in molti tipi cellulari ma alcuni mostrano una distribuzione tissutale ristretta.
NOD1 e NOD2 sono membri della sottofamiglia con dominio CARD, espressi nel citosol di cellule mucosali
epiteliali e fagocitiche e rispondono ai peptidoglicani.
NOD1 riconosce prevalentemente sostanze dei Gram-.
NOD2 in particolare è espresso dalle cellule intestinali del Paneth dove stimola la produzione di sostanze
microbiche quali le defensine. Riconosce il muramil dipeptide rilasciato da Gram- e Gram+ intra ed extracellulari
(nel secondo caso i peptidi sono trasportati all’interno della cellula ospite da meccanismi specializzati, come i sistemi di secrezione III e IV).
Quando gli oligodimeri riconoscono il proprio ligando avviene un cambiamento conformazionale che permette ai
domini effettori CARD di reclutare la chinasi RIP2, formando un complesso attivatorio, il segnalosoma di NOD. Le
chinasi RIP2 attivano NF-κB che promuove l’espressione di geni infiammatori.
Sia NOD1 che NOD2 sono importanti per la risposta innata a patogeni del tratto GI, come Helicobacter pylori e Listeria monocytogenes.
Alcuni polimorfismi di NOD2 aumentano il rischio di contrarre la malattia di Crohn, malattia infiammatoria dell’intestino cra sso.
Mutazioni attivatorie di NOD2 conducono a una patologia infiammatoria sistemica, la sindrome di Blau.
C’è una sottofamiglia di NLR chiamata NLRP che risponde a PAMP e DAMP citoplasmatici formando complessi
attivatori detti inflammasomi, che generano forme attive della citochina infiammatoria IL-1.
Esistono 14 NLRP (NLR Family, Pyrin-Domain-Containing Proteins), la maggior parte dei quali condivide un dominio effettore di
tipo Pyrin.
Son stati studiati inflammasomi assemblati da 3 NLRP: IPAF/NLRC4, NLRP3 e NLRP1: quando questi NLRP
vengono attivati dall’incontro con i microbi o da variazione della concentrazione di molecole endogene, legano
altre proteine attraverso interazioni omotipiche tra domini strutturali condivisi e formano il complesso
dell’inflammasoma.
Per esempio, dopo aver riconosciuto il ligando, molti NLRP3 interagiscono a formare un oligodimero nel quale ciascuno lega un adattatore ASC. Gli adattatori
legano quindi il precursore inattivo dell’enzima caspasi-1 sfruttando l’interazione tra domini di reclutamento delle caspasi, presenti su entrambe le proteine.
Le caspasi sono proteasi con residui di cisteina nel sito attivo che tagliano i substrati in corrispondenza di residui di aspartato.
La caspasi-1 diventa attiva solo dopo essere stata reclutata dal complesso dell’inflammasoma.
Sebbene le caspasi siano coinvolte nell’attivazione dell’apoptosi, la caspasi-1 serve per attivare i precursori di due citochine omologhe, IL-1β e IL-18.
L’infiammazione indotta da IL-1 protegge dai patogeni che hanno determinato la formazione dell’inflammasoma.
Un’eccessiva stimolazione dell’inflammasoma provoca il rilascio di abbondanti quantità di IL-1 che possono causare danno tissutale.
Alcune febbri periodiche ereditarie note come sindromi autoinfiammatorie sono causate da mutazioni attivatorie del gene di NLRP3 e sono trattate con
antagonisti dell’IL-1.
L’inflammasoma di NLRP può essere attivato da molti stimoli citoplasmatici associati a infezioni o stress cellulare,
tra cui prodotti microbici (flagellina, muramil dipeptide, LPS, tossine formanti pori, RNA batterici e virali) , cristalli ambientali (asbesto e
silicio) o endogeni (rilasciati dalle cellule morte, come urato monopodico e calcio pirofosfato diidrato; ATP extracellulare) e riduzione della
concentrazione citoplasmatica di ioni K+.
La diversità strutturale degli antigeni che attivano l’inflammasoma suggerisce che essi non si leghino direttamente alle proteine NLRP ma che agiscano
inducendo piccoli cambiamenti citoplasmatici che a loro volta attiverebbero NLRP.
Un tipo di inflammasoma che utilizza la proteina AIM-2 (Absent In Melanoma-2) al posto della famiglia NLRP
riconosce il dsDNA citosolico.
Altro meccanismo comune è la generazione di specie reattive all’ossigeno, ovvero radicali liberi tossici rilasciati in
corso di danno cellulare.
Gotta: condizione infiammatoria dolorosa causata dalla deposizione di cristalli di urato monopodico nelle articolazioni. Dal momento che queste sostanze
attivano l’inflammasoma, viene trattata con antagonisti dell’IL-1.
Pseudogotta: causata dalla deposizione di cristalli di calcio pirofosfato.
Inalazione occupazionale asbesto e silicio: infiammazione cronica e fibrosi del polmone: terapia atta a bloccare l’inflammasoma o l’IL -1.

 Recettori di tipo RIG: sono i RLR (RIG-like Receptors), sensori citosolici dell’RNA virale, cui rispondono
attivando la produzione di IFN di tipo I con funzione antivirale.
Gli RLR riconoscono sia ssRNA che dsRNA.
I due RLR meglio caratterizzati sono RIG-I (Retinoic Acid-Inducible Gene I) e MDA5 (Melanoma Differentiation-Associated Gene 5).
Entrambi contengono due domini N-terminali di reclutamento delle caspasi, che interagiscono con altre proteine
attivatorie, e un dominio RNA-elicasi a funzione ignota.
RIG-I e MDA5 riconoscono RNA virali differenti per la lunghezza; possono anche distinguere il ssRNA virale dai
trascritti cellulari: RIG-I riconosce solo l’RNA caratterizzato da 5’ trifosfato (che nei mammiferi viene rimosso o mascherato da un
cappuccio di 7-metilguanosina).
Dopo aver legato l’RNA, si hanno eventi di trasduzione del segnale che portano all’attivazione dei fattori
trascrizionali IRF3 e IRF7, che inducono la produzione di interferoni di tipo I.
Gli RLR possono anche attivare NF-κB.

Esistono altri PRR che trasmettono segnali attivatori che promuovono la risposta infiammatoria e altri con ruolo
chiave nelle primissime fasi della fagocitosi:

 Recettori per i carboidrati: fan parte della famiglia delle lectine di tipo C (legano i carboidrati in modo Calcio dipendente).
Riconoscono i carboidrati sulla superficie di microbi e ne facilitano la fagocitosi e stimolano la risposta adattativa.
Alcuni membri della famiglia sono proteine solubili, altri sono proteine integrali di membrana riscontrabili sulla
superficie di macrofagi, cellule dendritiche e alcune cellule presenti nei tessuti.
Esistono diverse Lectine di tipo C di membrana che riconoscono mannosio, glucosio, N-acetilglucosammina e β-
glucani (strutture zuccherine che fan parte della struttura dei microrganismi).
 Recettori per il mannosio: CD206 coinvolto nella fagocitosi. Riconoscere D-mannosio, L-fucosio e N-acetil-
D-glucosammina (nelle cellule eucariotiche i carboidrati espressi sono galattosio e acido sialico).
Si può quindi dire che gli zuccheri terminali dei carboidrati microbici funzionano come PAMP.
Il recettore per il mannosio non ha funzione attivatoria intrinseca ma lega i microbi per renderne possibile
l’ingestione da parte di macrofagi e cellule dendritiche.
 Dectine: Dendritic Cell-Associated C-Type Lectin, Dectin-1 e Dectin-2. Recettori espressi dalle cellule
dendritiche. Importanti per combattere cellule fungine caratterizzate da ciclo vitale a due stadi.
Dectin-1 lega il β-glucano (principale componente della forma a lievito di Candida albicans) e Dectin-2 lega gli oligosaccaridi
ricchi di mannosio (espressi nella forma ifale).
Questi recettori attivati stimolano la produzione di citochine e di altre proteine che promuovono
l’infiammazione e amplificano la risposta adattativa: vengono prodotte ad esempio citochine che
promuovono il differenziamento dei linfociti T naive CD4+ in cellule effettrici di tipo TH17, efficaci contro le
infezioni fungine.
 Langherina: CD207 espressa dalle cellule di Langerhans nell’epidermide.
 DC-SIGN: espresso dalle cellule dendritiche. Questo può avere un ruolo nella patogenesi dell’HIV-1, facilitando l’infezione dei
linfociti T: la glicoproteina gp120 dell’envelope del virus lega questo recettore sulle cellule dendritiche nelle mucose, che tramite i vasi linfatici
+
trasportano il virus ai linfonodi drenanti, propagando così l’infezione ai linfociti T CD4 .

 Recettori scavenger: comprendono un insieme di proteine di membrana distinte dal punto di vista strutturale
e funzionale. Prima questi erano stati raggruppati in base alla caratteristica comune di legare le lipoproteine
ossidate. Alcuni di questi recettori, come SR-A e CD36, sono espressi dai macrofagi e coinvolti nella fagocitosi dei
microrganismi. CD36 funziona anche come corecettore per l’eterodimero TLR2/6 nella risposta agli acidi
lipoteicoici.
Possono legare LPS, acido lipoteicoico, acidi nucleici, β-glucano e proteine.
Molti fattori di virulenza microbici bloccano il riconoscimenti e la fagocitosi mediata da questi recettori.

 Recettori N-FMLP: (N-Formil Metionina-Leucina-Fenilalanina), di cui i più importanti sono FPR e FPRL1,
espressi rispettivamente da neutrofili e macrofagi.
Riconoscono peptidi batterici contenenti residui di N-formilmetionina e stimolano il movimento direzionale delle
cellule: i ligandi di questi recettori sono infatti dei chemoattraenti.
I chemoattraenti comprendono diversi tipi di molecole che diffondono dai siti di infezione, legano recettori
specifici sulle cellule bersaglio e ne dirigono il movimento verso il sito di produzione del chemoattraente.
FPR e FPRL1 appartengono alla famiglia dei recettori a 7 domini transmembrana associati a proteine G (GPCR, G
Protein-Coupled Receptors).
Le cellule dell’immunità innata costituiscono le barriere fisiche che impediscono l’infezione, esprimono i PRR e
dopo aver riconosciuto i PAMP e i DAMP rispondono producendo citochine infiammatorie e proteine antivirali;
sono inoltre fondamentali per stimolare e indirizzare le successive risposte adattative.

 Barriere epiteliali: le superfici epiteliali integre costituiscono una barriera fisica tra i patogeni e i tessuti. Le
cellule epiteliali inoltre producono anche sostanze antimicrobiche che contrastano ulteriormente l’ingresso dei
patogeni. Le principali sono:
 Cute
 Mucosa del tratto GI
 Mucosa del tratto respiratorio
 Mucosa del tratto genitourinario
Le strette connessioni tra le cellule epiteliali rendono difficile il passaggio dei patogeni. Inoltre lo strato di
cheratina contribuisce a bloccare la penetrazione microbica negli strati più profondi. Vi è inoltre la secrezione di
muco, contenente glicoproteine dette mucine; e ci sono le ciglia nell’albero bronchiale e la peristalsi intestinale.
Le cellule epiteliali e alcuni leucociti producono peptidi antimicrobici:
 Defensine: piccoli peptidi cationici lunghi 29/30 aa, stabilizzati da 3 ponti disolfuro.
Ci sono due famiglie, α e β, distinte in base alla posizione di questi legami.
Sono prodotte dalle cellule epiteliali delle mucose e dai leucociti contenenti granuli, neutrofili, cellule NK
e linfociti T citotossici.
Il principale produttore di defensine α sono le cellule di Paneth nelle cripte intestinali: sono a volte
chiamate cripticidine.
Alcune defensine sono espresse costitutivamente, ma la loro produzione viene aumentata dalle citochine
e dai prodotti microbici. Il alcuni tipi di cellule, sono prodotte esclusivamente in risposta a queste.
Le loro azioni sono di tossicità diretta verso i microbi e di attivazione delle cellule coinvolte nelle risposte
antimicrobiche.
 Catelicidine: espresse dai neutrofili e dagli epiteli di barriera.
Prodotte come precursori costituiti da due domini che sono poi tagliati proteoliticamente in due peptidi.
Sia la sintesi che il taglio sono stimolati da citochine infiammatorie e prodotti microbici.
Hanno tossicità diretta e attivano molte risposte da parte di leucociti e altri tipi cellulari.
Il frammento C-terminale, LL-37, lega e neutralizza l’LPS.
Le barriere epiteliali contengono alcuni tipi di linfociti, i linfociti T intraepiteliali, che sono distinti in varie
sottopopolazioni in base al tessuto considerato. Le sottopopolazioni si distinguono per il tipo di recettore per
l’antigene (TCR, T Cell Receptor) che esprimono: alcuni esprimono la forma convenzionale αβ del TCR, altri la
forma γδ.
Caratteristica comune è la limitata diversificazione del loro recettore per l’antigene. Contribuiscono alla difesa
secernendo citochine, attivando i fagociti e uccidendo le cellule infettate.

 Fagociti: macrofagi e neutrofili, sono la prima linea di difesa contro i microbi che superano le barriere epiteliali.
Hanno due funzioni principali: internalizzano e uccidono i microbi e rispondono ai patogeni producendo diverse
citochine che promuovono l’infiammazione e stimolano le funzioni antimicrobiche delle cellule tissutali (funzione
svolta in particolare dai macrofagi, coinvolti anche nella riparazione dei tessuti danneggiati).

 Cellule dendritiche: famiglia eterogenea con cellule di derivazione midollare con lunghi processi citoplasmatici.
Costitutivamente presenti negli epiteli e nella maggior parte dei tessuti.
Esprimono la più vasta gamma di TLR e PRR citoplasmatici, sono i più versatili sensori di PAMP e DAMP.
Hanno la capacità esclusiva di attivare e indirizzare le risposte immunitarie adattative mediate dai linfociti T: sono
efficienti nell’inglobare e trasportare ai linfonodi le proteine microbiche antigeniche, che vengono rielaborate e
mostrate in superficie in una forma riconoscibile dai linfociti T naive.
La trasduzione innescata dai PAMP che legano i TLR induce l’espressione di molecole costimolatorie e citochine,
necessarie per l’attivazione dei linfociti T naive e per il loro differenziamento in cellule effettrici.
A seconda della natura del patogeno riconosciuto, la cellula dendritica può indirizzare il differenziamento verso
diverse cellule T effettrici (TH1 che produce IFNγ; TH17 che produce IL-17).
Una sottoclasse sono le cellule dendritiche plasmacitoidi che morfologicamente ricordano le plasmacellule, sono
le principali produttrici di IFN di tipo I, dal momento che esprimono abbondantemente i TLR endosomiali (TLR 3,
7, 8, 9).

 Cellule natural killer NK: linfociti dell’immunità innata.


Costituiscono il 5-15% dei mononucleati presenti in sangue e milza. Negli organi linfoidi sono rare, si riscontrano
in fegato e utero gravido.
A differenza delle altre cellule citotossiche (i CTL) possono agire senza espansione clonale e differenziamento.
Derivano da un precursore midollare, sono grandi linfociti con numerosi granuli citoplasmatici.
Non esprimono recettori per l’antigene distribuiti clonalmente: per distinguere le cellule normali da quelle
infettate usano recettori codificati da DNA in linea germinativa.
Nel sangue sono riconosciute per espressione di CD56 e per assenza di CD3 (proteine espresse dai CTL attivati).
Le NK distinguono le cellule infettate e alterate da quelle sane. Il loro stato di attivazione dipende dall’equilibrio
tra segnali attivatori e inibitori appartenenti a diverse famiglie. In generale, i recettori attivatori riconoscono
ligandi presenti sulle cellule infettate e danneggiate, mentre i recettori inibitori riconoscono segnali espressi dalle
cellule sane. Il pannello di recettori espresso dalle diverse cellule NK nei vari individui è molto variabile, perché
vengono espressi in maniera stocastica: ciascuna NK risponderà a tipi diversi di microbi e cellule infettate.
I geni che codificano per molti di questi recettori sono polimorfi (ne esistono molte varianti all’interno di una popolazione).
La maggior parte delle NK esprime recettori inibitori che riconoscono molecole del MHC di classe I, la cui funzione
principale è esporre in membrana peptidi derivati da proteine endoplasmatiche endogene e microbiche, così che
possano essere riconosciuti dai linfociti T CD8+. Le cellule NK riconoscono le molecole MHC di classe I usando
recettori diversi da quelli dei linfociti T, con funzione soprattutto inibitoria: questo permette di discriminare tra
cellule normali (che esprimono MHC di classe I) e quelle alterate (che perdono l’espressione).
 le cellule NK interpretano la presenza di MHC di classe I come espressione di self integro e la sua assenza come
segnale di danno.
Le cellule infettate quindi attivano i recettori attivatori e non gli inibitori: il risultato netto è di attivazione, che
determina rilascio di citochine e uccisione della cellule infettata.
La capacità delle cellule KN di essere attivate da cellule self che non esprimono MHC di classe I è detta
riconoscimento del self mancante (missing self).
I recettori inibitori delle NK presentano nelle code citoplasmatiche un motivo strutturale comune, detto ITIM
(Immunoreceptor Tyrosine-Based Inhibition Motif) che ingaggia molecole che bloccano le vie di trasduzione dei
recettori attivatori. Questi domini ITIM contengono residui di tirosina che sono fosforilati in seguito al
riconoscimento del ligando: questo porta al reclutamento di fosfatasi che rimuovono i fosfati dalle proteine e dai
lipidi attivati dai recettori attivatori  il risultato è il blocco dei segnali trasmetti dai recettori attivatori.
 Il gruppo più ampio di recettori inibitori delle NK è KIR (Killer cell Immunoglobulin-like Receptors) della
superfamiglia delle Ig (contiene il dominio strutturale immunoglobulinico). Questi legano MHC di classe I.
 Altro gruppo appartiene alla famiglia delle lectine di tipo C, proteine che legano i carboidrati, di cui un
esempio è l’eterodimero CD94/NKG2A che riconosce l’MHC di classe I HLA-E.
Poiché HLA-E lega peptidi che derivano da altre molecole MHC di classe I, CD94/NKG2A controlla l’espressione delle MHC di classe I.
 Un terzo gruppo di recettori inibitori sono i LIR (Leukocyte Ig-like Receptors) della superfamiglia delle Ig,
legano MHC di classe I con affinità minore rispetto ai KIR. Espressi anche dai linfociti B.
I recettori attivatori riconoscono un gruppo eterogeneo di ligandi, che possono essere anche espressi dalle cellule
normali. L’espressione di ligandi da parte delle cellule alterate determina segnali che prevaricano quelli generati
dai recettori inibitori.
Molti recettori attivatori sono caratterizzati da un motivo strutturale comune a livello della coda citoplasmatica,
ITAM (Immunoreceptor Tyrosine-Based Activation Motif) che ingaggia una cascata di segnali attivatori che
promuovono l’uccisione della cellula bersaglio e la secrezione di citochine.
 Alcuni recettori sono costituiti da una singola catena polipeptidica contenente sia il dominio ITAM sia la
porzione extracellulare di riconoscimento del ligando.
 In altri recettori le sequenze ITAM si trovano in catene separate, quali FcεRIγ, catena ζ (zeta) e DAP12.
Motivi ITAM si trovano spesso nelle code citoplasmatiche di recettori per l’antigene dei linfociti T e B.
Quando il recettore riconosce il ligando, le proteine A chinasi citoplasmatiche fosforilano i residui di tirosina degli
ITAM, che reclutano cosi altre chinasi, che a loro volta fosforilano altre proteine.
Molti dei recettori attivatori appartengono alla famiglia KIR e delle lectine di tipo C.
Il recettore attivatorio meglio studiato è NKG2D, una lectina di tipo C che lega proteine simili all’MHC di classe I,
dette MIC-A e MIC-B, espresse da cellule infettate o trasformate. NKG2D si lega a una subunità in grado di
trasdurre segnali di attivazione, la DAP10, che ha un dominio strutturale diverso da ITAM ma che comunque
stimola la citotossicità delle cellule NK.
Altro importante recettore attivatorio è CD16 (FcγIIIa) che lega a bassa affinità le IgG.
Gli anticorpi hanno un’estremità invariante, l’Fc, che si lega a CD16 in determinati tipi di anticorpi (IgG1 e IgG3).
CD16 si associa a una delle 3 diverse catene che contengono un motivo ITAM (FcεRIγ, catena ζ e DAP12).
In corso di infezione, l’immunità adattativa produce IgG1 e IgG3 che si legano al patogeno; CD16 riconosce quindi
la porzione Fc di questi anticorpi e attiva la cellula NK: questo processo è chiamato citotossicità anticorpo-
dipendente (ADCC, Antibody-Dependent Cell-Mediated Cytotoxicity), è una funzione effettrice dell’immunità umorale.
La capacità dei recettori attivatori di indurre risposte funzionali nelle NK è potenziata da citochine, che sono IL-12,
IL-15 e IL-18, e gli interferoni di tipo I. Queste potenziano l’attività citotossica dei NK e la produzione di IFN-γ da
parte delle NK. IFN-γ ha effetti antimicrobici e attiva i macrofagi (quello prodotto nei linfonodi può guidare il differenziamento dei linfociti T naiv e in
TH1); IL-12 e IL-15 sono fattori di crescita per le NK.
I geni KIR sono polimorfi, e gli alleli vengono ereditati in gruppo detti aplotipi, di cui ne esistono 2 prevalenti e altri r ari, differiscono per il numero di recettori
codificati. Alcuni aplotipi sono associati all’aumentata suscettibilità ad alcune patologie, come l’aborto spontaneo e l’uveite.
Funzioni effettrici sono l’uccisione delle cellule infettate e l’attivazione delle proprietà microbicide dei macrofagi.
Il meccanismo citotossico è uguale ai CTL: hanno granuli che contengono proteine microbicide, quali la perforina
che facilita l’ingresso di altre proteine, i granzimi, enzimi che danno inizio alla cascata della trasduzione che porta
ad apoptosi.
Le cellule NK uccidono le cellule infettate da virus prima che i CTL specifici si siano attivati (nei primi giorni
successivi all’infezione virale). Queste vengono attivate precocemente da IL-12 e IL-15.
Alcuni tumori di origine ematopoietica sono bersaglio delle cellule KN, perché le cellule neoplastiche non esprimono adeguatamente MHC di classe I.
La deplezione di NK causa aumentata suscettibilità alle infezioni da parte di alcuni virus e batteri intracellulari.
Nei topi nudi (privi di linfociti T) la risposta NK è sufficiente a controllare l’infezione ma non a eradicarla; le cellule NK hanno anche ruolo nelle fasi tardive
dell’infezione, uccidendo le cellule che sono sfuggite ai CTL per riduzione dell’espressione di MHC di classe I.

 Linfociti T e B: queste cellule sono per lo più componenti dell’immunità adattativa. La diversificazione dei loro
recettori si genera mediante ricombinazione somatica di segmenti di DNA in configurazione germinativa e
modificazioni delle sequenze di nucleotidi presenti nei siti di giunzione dopo la ricombinazione: questo genera
geni che codificano per recettori unici selettivamente espressi dai cloni linfocitari.
Esistono sottopopolazioni di linfociti T e B con una diversificazione recettoriale limitata, i cui recettori riconoscono
i PAMP. Queste sottopopolazioni sono:
 Cellule NKT invariabili (Invariant Natural Killer T Cells – iNTK)
 Linfociti T γδ
 Linfociti T αβ intraepiteliali
 Linfociti B della zona marginale
 Linfociti B-1
Questi linfociti hanno funzioni effettrici simili a normali linfociti, ma la loro specificità li colloca nell’immunità
innata.

 Mastociti: presenti nella cute e nelle mucose. Secernono rapidamente citochine proinfiammatorie e mediatori
lipidici in risposta alle infezioni.
I loro granuli contengono:
 Amine vasoattive: istamina, che causa vasodilatazione e aumento della permeabilità capillare
 Enzimi proteolitici
 Mediatori lipidici: prostaglandine
 Citochine: TNF
I mastociti sono solitamente localizzati vicino ai vasi sanguigni, quindi la degranulazione determina rapida
cambiamenti vascolari.
Esprimono TLR, i cui ligandi provocano la degranulazione.
Conferiscono difesa contro gli elminti e sono responsabili della sintomatologia delle malattie allergiche.

Oltre alle cellule, nel sangue e nei fluidi extracellulari sono presenti anche mediatori solubili dell’immunità innata,
per la difesa precoce dei patogeni extracellulari. Queste cellule funzionano in 2 modi:
 Funzionando da opsonine, legandosi ai microbi e favorendone la fagocitosi da parte di macrofagi,
neutrofili e cellule dendritiche (che esprimono il recettore per le opsonine)
 Dopo legame con il microbo promuovono risposte infiammatorie che attirano nuovi fagociti nel focolaio.

 Anticorpi naturali: esistono sottopopolazioni di linfociti B che anche in assenza di esposizione all’antigene
producono anticorpi, dotati di una specificità limitata. Sono in genere specifici per molecole lipidiche
(lisofosfatidilcolina, fosforilcolina, presenti nelle membrane batteriche e nelle cellule apoptotiche) e per i carboidrati, ma non per le
proteine. Appartengono all’isotipo IgM.
Altro esempio di anticorpi naturali sono gli anticorpi anti-AB0 che riconoscono particolari glicolipidi, gli antigeni di
gruppo ematico, espressi dagli eritrociti (importanti per il rigetto dei trapianti ma non per l’immunità ai patogeni).

 Sistema del complemento: comprende numerose proteine plasmatiche che hanno lo scopo d opsonizzare i
microbi, promuovere il reclutamento dei fagociti e uccidere direttamente il microbo in alcuni casi.
L’attivazione del complemento consiste in una cascata proteolitica nella quale un precursore enzimatico inattivo,
il zimogeno, diventa una proteasi attiva che cliva la proteina successiva, inducendone l’attività proteolitica: tutti i
prodotti svolgono funzioni effettrici.
La prima fase consiste nel riconoscimento dell’antigene, questo può avvenire in 3 modi:
 Via classica: detta ‘classica’ perché scoperta per prima. Usa la proteina plasmatica C1q per identificare anticorpi
legati alla superficie microbica. C1q si lega a Fc e due serin-proteasi ad essa associate, C1r e C1s si
attivano e iniziano una cascata proteolitica.
È uno dei principali meccanismi effettori del ramo umorale della risposta adattativa.
Ha ruolo anche nella risposta innata: gli anticorpi naturali IgM sono molto efficienti nel legare C1q.
Altre proteine solubili dell’immunità innata, le pentrassine, possono legare C1q.
 Via alternativa: filogeneticamente più antica rispetto alla classica. Usa la proteina C3 che riconosce direttamente le
strutture microbiche di superficie, come l’LPS.
C3 può attivarsi costitutivamente a bassi livelli, ma la sua deposizione sulle cellule self è inibita dalla
presenza di proteine inibitorie. Dal momento che i microbi non esprimono tali proteine, l’attivazione
spontanea tende ad amplificarsi sulla loro superficie  questa via distingue il self normale da quello
alterato basandosi sulla presenza o meno delle proteine inibitorie.
 Via lectinica: usa la proteina MBL (Mannose Binding Lectin – lectina legante il mannosio) che riconosce i
residui di mannosio. Tale proteina appartiene alla famiglia delle collectine e ha struttura esamerica, simile
a C1q. MBL lega l’antigene e si attivano sue zimogeni, MASP1 e MASP2 (Mannan-Binding Lectin-
Associated Serine Proteasi) che iniziano una cascata identica alla via classica.
Il riconoscimento dei microbi da parte di una di queste vie porta al reclutamento sequenziale e all’assemblaggio di
altre proteine del complemento a formare complessi ad attività proteasica.
Uno di questi complessi è la C3 convertasi che cliva la proteina centrale del sistema del complemento, C3, nei
frammenti C3a e C3b.

Il frammento più grande C3b si lega covalentemente Il frammento più piccolo C3a stimola
alla superficie microbica e attiva la via del l’infiammazione agendo come fattore
complemento. chemotattico per i neutrofili.
C3b funge da opsonina, promuovendo la fagocitosi.
C3b lega altre proteine del complemento e forma un
complesso proteasico, la C5 convertasi, che scinde la
proteina C5 in un peptide secreto C5a e un frammento
più grande C5b che resta legato al microrganismo.
 Il frammento C5a ha funzioni chemotattiche e
induce cambiamenti nei vasi sanguigni che
permettono la fuoriuscita di proteine e fluidi
verso i focolai.
 Il frammento C5b innesca la formazione di un
complesso di proteine, il complesso di attacco
alla membrana (MAC, Membrane Attack
Complex), formato da C6, C7, C8 e C9, che
causa la lisi delle cellule.

Pz con deficit di C3 sono suscettibili a contrarre infezioni batteriche, spesso letali.


Alterazioni genetiche nella formazione del MAC determinano l’aumento della suscettibilità a un numero limitato di microbi.

 Pentrassine: gruppo di proteine pentameriche.


Membri importanti di questa famiglia sono le pentrassine corte, di cui la PCR (proteina C reattiva) e la SAP
(sieroamiloide P), e le pentrassine lunghe, di cui PTX3.
Ligandi di PCR: fosforilcolina.
Ligandi di SAP: fosfatidiletanolammina.
Ligandi di PTX3: varie molecole su funghi, Gram+ e Gram-.
Tutte queste 3 proteine attivano il complemento legandosi a C1q, iniziando quindi la via classica.
Le concentrazioni plasmatiche di PCR sono molto basse negli individui sani e possono aumentare fino a 1000 volte
in corso di infezione. Questi aumentati livelli sono il risultato della sintesi a livello epatico attivata dalle citochine
IL-6 e IL-1 prodotte dai fagociti.
IL-6 e IL-1 inducono anche la sintesi a livello epatico di SAP e di altre proteine, non correlate alle pentrassine, che
nel loro insieme sono chiamate proteine di fase acuta.
PTX3 non è una proteine di fase acuta, è prodotta da molti tipi cellulari in risposta al legame dei TLR con il TNF, e
viene anche accumulata nei granuli dei neutrofili.

 Collectine: famiglia di proteine trimeriche o esameriche. Ciascuna subunità contiene un dominio simile al
collagene collegato tramite una regione colletto a un dominio lectinico che lega i carboidrati in modo calcio
dipendente.
Tre membri di questa famiglia sono molecole effettrici solubili per il riconoscimento dei PAMP:
 MBL: PRR solubile che lega i carboidrati che presentano mannosi e fucosi terminali.
Può anche funzionare da opsonina.
NB: le opsonine si legano simultaneamente ai microbi e ai recettori sulla superficie dei fagociti.
MBL è un recettore che si lega anche a C1q, ed è quindi detto recettore per C1q.
MBL è anche in grado di attivare il sistema del complemento.
Il gene che codifica per MBL è polimorfo, alcuni alleli sono associati a una ridotta formazione di esameri e
bassi livelli ematici: questo causa maggiore suscettibilità ad alcune infezioni.
 Surfactant Proteins SP-A e SP-D: collectine con proprietà lipofiliche comuni al altri surfattanti e si trovano
negli alveoli polmonari, dove modulano le risposte innate e fungono la opsonine, facilitando l’ingestione
da parte dei macrofagi alveolari.

 Ficoline: proteine plasmatiche strutturalmente siili alle collectine, con un dominio collagene-simile, ma al posto
del dominio lectinico hanno un dominio di riconoscimento dei carboidrati fibrinogeno-simile.
Legano e opsonizzano diversi microbi e attivano il complemento in modo simile alla MBL. I ligandi comprendono
N-acetilglucosammina e acido lipoteicoico, propri dei Gram+.

I meccanismi che utilizza l’immunità innata sono tre:


 Infiammazione
 Difese antivirali
 Attivazione della risposta adattativa

 Infiammazione: causa l’accumulo di leucociti, proteine e fluidi di derivazione ematica nel tessuto infettato o
danneggiato. Il tipo cellulare più abbondante nei tessuti infiammati è quello dei neutrofili, nelle fasi tardive
dell’infezione possono prevalere i monociti, che nel tessuto diventano macrofagi.
Le principali proteine che si accumulano nei siti infiammatori sono quelle del complemento, gli anticorpi e le
proteine di fase acuta.
L’afflusso delle proteine al focolaio dipende dai cambiamenti reversibili a livello vascolare:
 Dilatazione delle arteriole e aumento del flusso sanguigno
 Aumentata adesività all’endotelio delle venule da parte dei leucociti circolanti
 Aumentata permeabilità dei capillari e delle venule
Questi cambiamento sono provocati da citochine e piccole molecole prodotte inizialmente dalle cellule residenti
(mastociti, macrofagi, cellule endoteliali) in risposta a PAMP e DAMP. Successivamente tali mediatori derivano da
leucociti reclutati e attivati.
L’infiammazione acuta si sviluppa in minuti o ore e persiste per alcuni giorni.
Se non viene eradicata, evolve in infiammazione cronica, con il reclutamento e l’attivazione di monociti e linfociti.
I siti di infiammazione cronica possono andare incontro a rimodellamento tissutale e presentano angiogenesi e
fibrosi.
Anche l’immunità adattativa può essere coinvolta, in quanto le citochine prodotte dai linfociti T sono potenti
induttori dell’infiammazione.
La prima risposta dell’immunità innata all’infezione e al danno tissutale è la secrezione di citochine: le 3 citochine
proinfiammatorie più importanti sono:
 TNF: proteina originariamente identificata come una sostanza presente nel siero (“fattore”) che causava la necrosi dei tumori. Ora si sa che tale
azione deriva dall’infiammazione locale e dalla trombosi dei vasi ematici tumorali.
Viene anche chiamato TNF-α per distinguerlo dalla linfotossina TNF-β.
Prodotto dai macrofagi, cellule dendritiche e altri tipi cellulari.
Nei macrofagi è sintetizzato come proteina di membrana di tipo II non glicosilata ed espresso come
omotrimero in grado di legare un recettore del TNF. Una metallo proteinasi associata alla membrana
determina il clivaggio e il rilascio di un frammento polipeptidico: 3 frammenti polimerizzano e formano
una proteina a piramide triangolare, il TNF circolante. I siti di legame del recettore sono alla base della
piramide e permettono alla citochina di legare simultaneamente 3 recettori.
I recettori sono di due tipi: di tipo I (TNF-RI) e di tipo II (TNF-RII). L’affinità per questi recettori è
stranamente bassa. Entrambi fanno parte della superfamiglia dei recettori del TNF (di cui fa parte anche
CD40). L’interazione ligando-recettore determina l’associazione della porzione citoplasmatica del
recettore con le proteine TRAF (TNF Receptor-Associated Factors), che inducono a loro volta l’attivazione
di fattori di trascrizione con NF-κB e AP-1.
Alcuni ligandi attivano recettori (TNF-RI) che reclutano proteine adattatrici che attivano le caspasi e
innescano l’apoptosi.
La produzione di TNF è stimolata da molti PAMP e DAMP. L’attivazione dei TLR, NLR e RLR può indurre
l’espressione genica del TNF.
Per esempio l’attivazione del TLR da parte dell’LPS e dell’acido lipoteicoico può indurre il rilascio di grandi quantità di TNF, causando shock
settico.
 IL-1: la principale fonte sono i fagociti mononucleati attivati, ma viene prodotto anche da neutrofili,
cellule epiteliali e cellule endoteliali.
Ne esistono due forme: IL-1α e IL-1β (principale forma secreta) che legano gli stessi recettori e hanno le
stesse proprietà biologiche ma hanno omologia inferiore al 30%.
La sua produzione richiede due segnali distinti: uno per attivare la trascrizione genica del precursore, la
pro-IL-1β (indotta dalla cascata di trasduzione del segnale dei recettori TLR e NOD, che attiva NF-κB), e
uno per attivare l’inflammasoma (NLRP3) che taglia proteoliticamente il precursore, generando la forma
matura.
L’IL-1 viene secreta attraverso una via “non classica”: non ha una sequenza segnale idrofobica in grado di
condurre il polipeptide nascente verso la membrana del RE, ma l’IL-1 matura viene rilasciata quando le
cellule infettate o i macrofagi attivati muoiono.
Alcuni batteri inducono sia il processa mento dell’IL-1β e dell’IL-18 da parte dell’inflammasoma, sia un tipo di morte cellulare attivata dalla
caspasi-1, con conseguente rilascio delle citochine infiammatorie.
Anche TNF stimola la produzione di IL-1.
IL-1 interagisce con il recettore di tipo I espresso da molti tipi cellulari, tra cui cellule endoteliali, epiteliali
e leucociti: questo è una proteina integrale di membrana contenente un dominio Ig extracellulare che
lega IL-1, e un dominio TIR nella regione citoplasmatica, responsabile della trasduzione del segnale, che
determina l’attivazione di NF-κB e AP-1.
Il recettore di tipo II non attiva nessuna trasduzione.
 IL-6: ha effetti sia locali sia sistemici, come l’induzione di altri mediatori infiammatori a livello epatico, la
stimolazione di produzione di neutrofili nel midollo osseo e la differenziazione di linfociti T helper in
cellule che producono l’IL-17.
Sintetizzato da fagociti mononucleati, cellule endoteliali, fibroblasti e altre cellule, in risposta a PAMP, IL-1
e TNF.
Omodimero appartenente alla famiglia delle citochine di tipo I.
Il suo recettore consiste in una catena polipeptidica che lega la chemochina e in una subunità gp130 che
trasduce il segnale.
Il recettore innesca una cascata di trasduzione che porta all’attivazione del fattore trascrizionale STAT3.
Sono prodotte principalmente da macrofagi tissutali e mastociti, e anche altri tipi cellulari come le cellule endoteliali ed epiteliali
possono produrre IL-1 e IL-6.
Nell’infiammazione acuta molti neutrofili e monociti abbandonano il torrente circolatorio per accumularsi nei
tessuti. TNF, IL-1 e IL-6 e le chemochine hanno molti effetti sull’endotelio, sui leucociti e sul midollo osseo, con
richiamo a livello locale di cellule che combattono l’infezione e riparano i tessuti.
TNF e IL-1 inducono l’espressione di E-selectina e aumentano quella di ICAM-1 e VCAM-1 (ligandi delle integrine)
sulle cellule endoteliali delle venule postcapillari. Anche l’espressione di P-selectina è aumentata, grazie all’azione
di istamina e trombina.
TNF e IL-1 stimolano anche diversi tipi cellulari a produrre chemochine come CXCL1 e CCL2 che, legando i
recettori su neutrofili e monociti, stimolano il movimento direzionale dei leucociti: risultano maggiormente
espresse selectine, integrine e chemochine che permettono il reclutamento dei leucociti nei focolai.
I leucociti che si accumulano formano l’infiltrato infiammatorio.
Insufficienti quantità di TNF possono determinare il fallimento del contenimento delle infezioni.
TNF, IL-1 e IL-6 prodotti nei focolai infiammatori possono anche entrare in circolo ed essere trasportati al midollo
osseo, dove incrementano la produzione di neutrofili a partire da progenitori midollari, agendo insieme a CSF
(Colony-Stimulating Factors – fattori di stimolazione delle colonie): così le citochine proinfiammatorie aumentano
la disponibilità di cellule infiammatorie che possono essere reclutate.

Neutrofili e macrofagi nei siti di infezione inglobano i microbi all’interno di vescicole attraverso il processo della
fagocitosi e successivamente li eliminano. La fagocitosi è un processo attivo che consuma energia e permette di
inglobare grosse particelle (diametro > 0.5 μm). Le vescicole si fondono con i lisosomi e così le particelle vengono
distrutte.
Neutrofili e macrofagi esprimono recettori che riconoscono in modo specifico i microbi, alcuni sono PRR (lectine
di tipo C e recettori scavenger), che contribuiscono esclusivamente alla fagocitosi di microrganismi con
determinati PAMP (mannosio). Altri recettori sono ad alta affinità per alcune opsonine come gli anticorpi, le
proteine del complemento e le lectine plasmatiche.
Gli anticorpi hanno un sito di legame per l’antigene e una regione che interagisce con le cellule effettrici e le cellule del l’immunità innata,
la regione Fc. I fagociti esprimono FcγRI, recettore ad alta affinità per il frammento Fc delle IgG: le IgG legate all’antigene vengono riconosciute attraverso
questi recettori e questo promuove la fagocitosi del microbo.
L’opsonizzazione mediata da anticorpi è un modo più efficace rispetto al riconoscimento attraverso i PRR, ed è un
collegamento tra immunità innata e adattativa.
Quando avviene l’interazione microbo-fagocita, la membrana in cui si trova il recettore inizia a riarrangiarsi per
formare una protrusione a forma di coppa che si espande fino a raggiungere le dimensioni necessarie a
racchiudere la particella e a richiudersi, formando una vescicola intracellulare. La vescicola, detta fagosoma si
distacca dalla membrana: i microrganismi vengono uccisi e le loro proteine vengono espresse e presentate ai
linfociti T per dare inizio alla risposta adattativa.
Molti PRR (TLR, recettori accoppiati a proteine G, recettori per Fc, recettori C3 del complemento, recettori per le citochine) collaborano per attivare i fagociti
a uccidere i microbi ingeriti .
La fusione fagosoma e lisosoma porta alla formazione del fagolisosoma.
Ci sono 3 meccanismi microbicidi:
 Specie reattive all’ossigeno: macrofagi e neutrofili attivati convertono l’ossigeno in ROS (Reactive Oxygen
Species), tramite l’azione dell’ossidasi fagocitica (NADPH ossidasi), enzima costituito da subunità multiple
che si assemblano sulla membrana del fagolisosoma. L’ossigeno viene ridotto in ROS grazie al cofattore
NADPH. Il superossido viene poi enzimaticamente dismutato in perossido di H, usato dall’enzima
mieloperossidasi per convertire composti alogeni non attivi in acidi ipoalogenati tossici.
Il processo con cui vengono prodotte le ROS è detto burst respiratorio.
L’ossidasi fagocitica ha anche la funzione di produrre nelle vescicole l’ambiente adatto perché avvengano
i processi fagocitici. Questa funziona come pompa e genera un gradiente elettrochimico e un movimento
di ioni all’interno del vacuolo che portano alla diminuzione di pH e osmolarità, condizioni necessarie per
l’attivazione dell’elastasi e della catepsina G.
Malattia granulomatosa cronica: sindrome causata dal deficit ereditario di una delle componenti dell’ossidasi fagocitica.
 Monossido di azoto NO: specie reattiva dell’azoto, prodotta dall’enzima iNOS (Inducible Nitric Oxide
Synthase – sintasi inducibile del monossido di azoto), enzima citoplasmatico assente nei macrofagi
quiescenti ma che viene indotto in risposta a prodotti microbici che attivano i TLR.
L’iNOS catalizza la conversione di arginina in citrullina con rilascio di NO.
NO può combinarsi con il perossido o il superossido di H a produrre il perossinitrito, radicale altamente
reattivo che uccide i microbi.
 Enzimi proteolitici: elastasi, una serin-proteasi ad ampio spettro. Catepsina G.
L’eccessiva attivazione di neutrofili e macrofagi danneggia i tessuti attraverso la liberazione di NO, ROS e enzimi
lisosomiali: questi infatti non distinguono tra tessuti self e microbi.
I macrofagi attivati hanno anche altre funzioni, dovute alle citochine da essi prodotte. TNF, IL-1 e le chemochine
secrete dai fagociti potenziano le reazioni infiammatorie e determinano l’accumulo di leucociti e proteine
plasmatiche. I macrofagi attivati producono anche fattori di crescita per fibroblasti e cellule endoteliali che
partecipano al rimodellamento dei tessuti danneggiati dall’infezione.

Ci sono altre citochine prodotte da cellule dendritiche e macrofagi attivati:


 IL-12: stimola la produzione di IFN-γ da parte delle cellule NK e dei linfociti T; stimola l’attività citotossica
delle cellule NK e CTL e promuove il differenziamento dei linfociti TH1.
È un eterodimero composto da due subunità, p35 e p40, unite da un ponte disolfuro. La subunità p35 appartiene
alla famiglia delle citochine di tipo I.
IL-12 appartiene a una famiglia composta da almeno 5 citochine eterodimeriche le cui subunità hanno
omologie con una o entrambe le catene dell’IL-12 (IL-23, IL-27 e IL-35). Sono in fase di realizzazione anticorpi
terapeutici contro subunità condivise. Molti tipi cellulari sono in grado di sintetizzare p35, fagociti e cellule
dendritiche sono i principali produttori di p40 e quindi del dimero biologicamente attivo.
La sintesi di IL-12 è indotta da TLR e altri PRR attivati da stimoli microbici. Anche IFN-γ prodotto dalle NK e
dai linfociti T può stimolarne la sintesi, innescano un feedback positivo.
Il recettore è IL-12R, eterodimero composto da due subunità β1 e β2 (appartenenti alla famiglia dei recettori per le
citochine di tipo I). Entrambe le catene sono necessarie per il legame e per la trasduzione che attiva il fattore
trascrizionale STAT4. L’espressione della catena β2 viene potenziata da IFN-γ a sua volta stimolato dall’IL-
12 (altro feedback positivo).
Pz con mutazioni dell’IL-12R evidenziano che questa citochina è indispensabile per la produzione di IFN-γ da parte delle cellule KN e dei linfociti T
e per la resistenza a batteri intracellulari e ad alcuni virus.
Pz con mutazioni della subunità β1 sono suscettibili a salmonelle e micobatteri.
L’IL-12 prodotta dalle cellule dendritiche nella presentazione dell’antigene ai linfociti CD4 + naive
favoriscono il loro differenziamento nella sottopopolazione TH1: così l’immunità innata plasma la risposta
adattativa.
 IL-18: stimola le funzioni delle cellule NK. La produzione di IL-18 dipende dall’attivazione
dell’inflammasoma e il suo recettore agisce attraverso domini TIR.
 IL-15: ha funzioni di stimolazione di crescita e sopravvivenza per le cellule NK e per i linfociti T.
strutturalmente omologa all’IL-2 (il fattore di crescita dei linfociti T) e il suo recettore eterotrimerico
condivide due subunità con quello dell’IL-2.
IL-15 può essere espressa sulla superficie cellulare legata alla catena α del suo recettore e in tale forma
può essere presentata alle cellule circostanti che esprimono un recettore composto dalle sole altre due
catene (β e γ). Così IL-15 presentato dalle cellule dendritiche stimola la produzione di IFN-γ da parte delle
cellule NK nei linfonodi.
IL-15 funziona anche da fattore di sopravvivenza per le NK e per i linfociti CD8+ della memoria.

Effetti sistemici dell’infiammazione acuta:


 TNF, IL-1 e IL-6 agiscono sull’ipotalamo per indurre aumento della T corporea: sono pirogeni endogeni, i
primi due a concentrazioni molto inferiori rispetto all’IL-6. La febbre dipende dall’aumentata sintesi di
prostaglandine da parte dell’ipotalamo. Gli inibitori della sintesi di prostaglandine (acido acetilsalicilico)
riducono la febbre bloccando l’azione di queste citochine.
La febbre serve ad aumentare il metabolismo delle cellule del sistema immunitario, diminuire quello
microbico, modificare il comportamento dell’ospite così che si riducano i rischi di peggiorare.
 TNF, IL-1 e IL-6 inducono gli epatociti a produrre e immettere in circolo proteine di fase acuta, quali CR,
SAP e fibrinogeno (per omeostasi e riparazione tissutale).
In infezioni gravi il TNF può essere massivamente prodotto e determinare anomalie sistemiche:
 Inibisce la contrattilità miocardica e il tono della muscolatura vascolare, causando caduta di pressione e
shock
 Causa trombosi intravascolare determinando perdita delle normali proprietà anticoagulanti delle superfici
endoteliali: TNF stimola in queste cellule la sintesi del fattore tissutale, un attivatore della coagulazione.
Contemporaneamente TNF inibisce l’espressione della trombomodulina, inibitore del processo di
coagulazione. Queste alterazioni sono accentuate dall’attivazione dei neutrofili che causano ostruzione
dei capillari.
 La persistente produzione di TNF causa un sanno del tessuto muscolare e adiposo, la cachessia, che causa
deperimento fisico per perdita dell’appetito.
 TNF è in grado di inibire la sintesi della lipoproteina lipasi, enzima necessario per la liberazione degli acidi
grassi dalle lipoproteine circolanti.
 Lo shock settico è causato dall’LPS e dall’acido lipoteicoico. Comporta collasso cardiocircolatorio, CID
(coagulazione intravascolare disseminata) e alterazioni metaboliche.
È dovuto all’attivazione dei TLR da parte dell’LPS o dell’acido lipoteicoico che risulta in una massiva
produzione di TNF e di IL-12, IFN-γ e IL-1. La concentrazione sierica di TNF ha valore prognostico per l’andamento delle infezioni
batteriche gravi. Gli antagonisti del TNF prevengono la morte in animali in shock settico, ma nei pz non succede n é usando anticorpi anti-TNF né
recettori solubili per questa citochina: questo può essere ricondotto alla capacità di altre citochine di svolgere azioni simili a quelle del TNF,
fenomeno noto come ridondanza.
Molte patologie associate alle infezioni dipendono dalla risposta infiammatoria più che dal microbo in sé. L’infiammazione acuta è anche
responsabile del danno tissutale nelle malattie autoimmuni. Attualmente si usano antagonisti del TNF, dell’IL-2 e dell’IL-12 e anticorpi contro i
recettori dell’IL-6 nel trattamento di artrite reumatoide, malattie infiammatorie intestinali, psoriasi e altre patologie autoimmuni.

 Risposta antivirale: avviene tramite l’espressione di IFN di tipo I che agisce sulla replicazione virale. È una
superfamiglia di citochine correlate strutturalmente e funzionalmente che mediano la risposta immunitaria innata
alle infezioni virali. Gli interferoni sono codificati da un cluster di geni presenti sul cromosoma 9.
I più importanti sono IFN-α (che comprendono 13 diverse proteine) e IFN-β (unica proteina). Le cellule
dendritiche plasmacitoidi sono la principale fonte di IFN-α, prodotto anche dai fagociti mononucleati. IFN-β è
invece prodotto da vari tipi cellulari.
Lo stimolo più potente che scatena la loro produzione sono gli acidi nucleici virali.
I recettori citosolici di tipo RIG e TLR endosomiali riconoscono gli acidi nucleici virali e attivano i fattori di
trascrizione IRF (Interferon Regulatory Factor).
Nell’immunità adattativa sono i linfociti T attivati a stimolare la sintesi di queste citochine da parte dei fagociti
mononucleati.
Legano un unico recettore eterodimerico, il recettore per gli IFN di tipo I, composto da 2 catene polipeptidiche
strutturalmente correlate (IFNAR 1 e IFNAR2), espresso in maniera ubiquitaria. Questo recettore attiva i fattori
trascrizionali STAT1, STAT2 e IRF9, che attivano l’espressione di geni che svolgono le seguenti funzioni:
 Conferimento dello stato antivirale alle cellule bersaglio, ovvero di resistenza alle infezioni virali.
Tra i geni indotti dagli IFN di tipo I ci sono la PKR, una serina-treonina chinasi attivata dal dsRNA che
blocca la trascrizione e la traduzione virale; la 2’ 5’ oligoadenilato sintetasi e le RNasi L18 e L19.
Meccanismo prevalentemente paracrino della cellula infettata che rende resistenti quelle vicine. A volte
agisce anche in modo autocrino.
 Segregazione dei linfociti nei linfonodi per massimizzare le probabilità di incontro con l’antigene, grazie
all’espressione di CD69 che forma un complesso con S1PR1 riducendone l’espressione.
 Aumento della citotossicità delle NK e dei linfociti CD8+ CTL e differenziamento dei linfociti T naive in
cellule effettrici TH1.
 Aumento dell’espressione di molecole MHC di classe I per aumentare la probabilità che le cellule infettate
siano riconosciute e uccise dai linfociti CD8+ CTL. Aumentando l’espressione di queste molecole, gli IFN di
tipo I aumentano indirettamente anche il numero di complessi “peptide virale-MHC di classe I” che
possono essere riconosciuti dai CTL.
IFN-α viene usato in clinica in alcune forme di epatite virale e si è dimostrato efficace anche nel trattamento di alcuni tumori perché stimola l’attività dei CTL
e interferisce con la crescita cellulare.
IFN-β + usato nella terapia della sclerosi multipla.
La protezione contro i virus si esercita anche mediante l’attivazione di meccanismi apoptotici intrinseci e
l’aumento della sensibilità agli stimoli apoptotici estrinseci nelle cellule infettate.
Le cellule infettate possono percepire anomalie nella replicazione del DNA e nella sintesi delle glicoproteine e innescare una cascata apoptotica che dipende
da p53 o dal RE.
Le cellule infettate inoltre diventano più sensibili agli effetti proapoptotici del TNF.

 Attivazione dell’immunità adattativa: l’immunità innata fornisce segnali che agiscono per stimolare la
proliferazione e il differenziamento dei linfociti T e B antigene specifici.
La stimolazione dei linfociti richiede due segnali distinti: il primo è il riconoscimento dell’antigene, il secondo sono
le molecole prodotte dall’immunità innata contro microbi e cellule danneggiate: ipotesi del doppio segnale. La
necessità dell’antigene (segnale 1) assicura la specificità della risposta, il segnale 2 assicura che si induca una
risposta solo in presenza di un’infezione dannosa e non quando i linfociti riconoscono antigeni non pericolosi.
Le proteine che attivano l’immunità adattativa sono:
 Proteine costimolatorie per i linfociti T
 Citochine per linfociti T e B
 Prodotti di degradazione del complemento per i linfociti B
I secondi segnali generati nelle risposte innate influenzano anche la natura delle risposte adattative.
Funzione importante dell’immunità cellulare è quella di attivare i macrofagi a uccidere i microrganismi
intracellulari. Gli agenti infettivi che attivano i TLR e gli altri PRR influenzano direttamente anche le risposte T,
questo perché i PRR attivano le cellule che presentano l’antigene a stimolare il differenziamento dei linfociti T
CD4+ naive in cellule effettrici TH1 (che producono IFN-γ che potenzia le proprietà dei macrofagi) e TH17 (che
producono IL-17 che stimola l’infiammazione neutrofilica).
Molti microbi circolanti attivano la via alternativa del complemento, che a sua volta favorisce la produzione di
anticorpi da parte dei linfociti B. Alcuni di questi anticorpi opsonizzano i batteri e quindi inducono la fagocitosi.
Le citochine stimolano la proliferazione e il differenziamento dei linfociti:
 IL-6 promuove la produzione di anticorpi da parte dei linfociti B attivati
 IL-1, IL-6 e IL-23 stimolano il differenziamento dei linfociti T CD4+ naive in cellule effettrici TH17
 IL-12 stimola il differenziamento dei linfociti T CD4+ naive in cellule effettrici TH1
 IL-15 favorisce la sopravvivenza dei linfociti T CD8+ della memoria
Gli adiuvanti sono sostanze che vengono somministrate insieme alle proteina antigeniche purificate per
stimolare una risposta T, e di fatto hanno il compito di stimolare la risposta innata nel sito di esposizione
all’antigene. Sono utili per i vaccini, dove si usano composti dell’alluminio, quali idrossido di alluminio o alluminio
fosfato. Questi sulle cellule dendritiche causano aumento dell’espressione di molecole MHC, molecole
costimolatorie e citochine e stimolazione della loro migrazione verso i linfonodi.

L’entità e la durata delle risposte innate dipendono da diversi meccanismi di feedback negativo importanti a
limitare il danno tissutale, meccanismi che entrano in gioco insieme o poco dopo l’inizio dell’infiammazione.
IL-10 è una citochina prodotta da macrofagi e cellule dendritiche che ne inibisce l’attivazione e inibisce la
produzione di IL-1, TNF e IL-12. Viene prodotta anche da alcune cellule non linfoidi, come i cheratinociti.
Il virus di Epstein-Barr ha un gene omologo all’IL-10 umana.
IL-10 è prodotta anche da linfociti T regolatori. I fagociti mononucleati producono un antagonista dell’IL-10 che
agisce come inibitore competitivo: è detto IL-1RA (IL-1 Receptor Antagonist - antagonista recettoriale dell’IL-1).
IL-1RA viene usato nel trattamento dell’artrite reumatoide sistemica giovanile e delle sindromi autoinfiammatorie, nelle quali la produzione di IL-1 è
aumentata. Anche il recettore di tipo II che lega la citochina senza trasdurre alcun segnale regola la risposta infiammatoria attivata dall’IL-1, agendo come
una trappola (decoy) che inibisce competitivamente il legame della citochina al recettore funzionalmente attivo.
La secrezione di citochine infiammatorie può essere regolata dai prodotti dei geni dell’autofagia (Atg). L’autofagia
è un meccanismo attraverso il quale le cellule degradano i propri organelli sequestrandoli all’interno di vescicole
che si fondono con i lisosomi. Mutazioni di Atg determinano l’aumento della secrezione di IFN di tipo I, IL-1 e IL-18 e predispone a malattie
infiammatorie intestinali. Le proteine di Atg riducono la sintesi di citochine legando e inibendo gli RLR che regolano la formazione dell’inflammasoma.
Esistono inoltre molte vie di trasduzione inibitorie che bloccano i segnali attivatori generati dai PRR e dalle
citochine proinfiammatorie: SOCS (Suppressors Of Cytokine Signaling - proteine soppressorie del segnale
citochinico) inibiscono la via di trasduzione JAK/STAT. L’attivazione di TLR nei macrofagi e nelle cellule dendritiche
produce l’espressione di SOCS.
Nei linfociti, SHP-1 è una fosfatasi intracellulare che regola negativamente numerose vie di trasduzione del
segnale che coinvolgono la tirosina chinasi.
5. Anticorpi e antigeni
Gli anticorpi sono proteine circolati prodotte in seguito a esposizione agli antigeni. Sono i principali mediatori
dell’immunità umorale e sono prodotti dai linfociti B.
Nascita dell’immunologia moderna: esperimento di von Behring e Kitasato, 1890, che usarono il siero ottenuto da animali immunizzati con una forma
attenuata di tossina per tratta con successo pz affetti da difterite. All’inizio le proteine circolanti responsabili di questa risposta protettiva furono chiamate
antitossine, poi anticorpi.
Anticorpi, molecole MHC e recettori per l’antigene dei linfociti T sono le 3 classi di molecole usate dall’immunità
adattativa per legare l’antigene.

Esistono due forme di anticorpi:


 Legati alla membrana dei linfociti B, dove funzionano come recettori per l’antigene, legato il quale si ha
l’inizio della risposta umorale.
 Secreti, presenti in circolo, nei tessuti e nelle mucose, dove neutralizzano le tossine, prevengono
l’ingresso e la disseminazione dei patogeni ed eliminano i microbi.
Il riconoscimento dell’antigene da parte degli anticorpi sulla membrana delle cellule B naive induce l’inizio e
l’attivazione della risposta umorale, gli anticorpi secreti si legano agli antigeni e innescano i meccanismi effettori.
L’eliminazione dell’antigene richiede spesso l’interazione tra anticorpo e alcune componenti dell’immunità innata.
Le funzioni effettrici anticorpo-mediate prevedono:
 Neutralizzazione di microbi e delle loro tossine
 Attivazione del complemento
 Opsonizzazione degli antigeni per favorirne la fagocitosi
 Citotossicità mediata da anticorpi
 Attivazione dei mastociti per eliminare elminti e parassiti

Le uniche cellule in grado di produrre anticorpi sono i linfociti B. questi prima dell’attivazione esprimono sulla
superficie cellulare una forma di membrana dell’anticorpo che funziona come recettore per l’antigene. Dopo
l’esposizione, le cellule B si differenziano in plasmacellule e secernono anticorpi. Questi si accumulano nel plasma
(la parte fluida del sangue), nelle secrezioni mucosali e nel liquido interstiziale.
Quando il sangue o il plasma formano un coagulo, gli anticorpi restano nella fase fluida, il siero. Questo non
contiene i fattori della coagulazione, ma ha tutte le proteine del plasma.
Il siero con un numero rilevabile di anticorpi specifici per un antigene è chiamato antisiero.
[Plasma: parte liquida del sangue (funge da trasportatore e da fonte di nutrienti per le cellule presenti nel sangue)

Siero: plasma privato dei fattori della coagulazione. Liquido che si ottiene lasciando coagulare il sangue e successivamente centrifugandolo (o
semplicemente lasciando depositare sul fondo del recipiente la parte coagulata, più pesante).
Il siero è un liquido incoagulabile, il plasma, al contrario coagula spontaneamente a causa del fibrinogeno e delle altre proteine della coagulazione che
contiene. La differenza consiste pertanto soprattutto nel diverso contenuto in proteine correlate ai meccanismi della coagulazione e dell’emostasi. ]
La concentrazione degli anticorpi sierici specifici per un antigene è calcolata determinando quante diluizioni del
siero devono essere fatte perché il legame con l’antigene non sia più rilevabile: sieri con alta concentrazione di
anticorpi si definiscono ad alto titolo.
Produciamo 2-3 gr di anticorpi/die, dei quali sono IgA, prodotti dalla mucosa del tratto GI e respiratorio.
Il siero contiene un insieme di anticorpi diversi, prodotti da molti cloni di linfociti B e rivolti verso vari epitopi di un
antigene (sono gli anticorpi policlonali).
Lo studio della struttura degli anticorpi è stato fatto su pz affetti da mieloma multiplo, un tumore monoclonale
delle plasmacellule, che hanno nel sangue e nelle urine grandi quantità di anticorpi monoclonali, prodotti tutti da
uno stesso clone neoplastico, con unica specificità.
È possibile grazie a questa scoperta produrre anticorpi monoclonali della specificità voluta immortalizzando singole cellule provenienti da animali
immunizzati con antigene noto: si fondono linfociti B provenienti da un animali immunizzato con una linea cellulare di mieloma, coltivando le cellule in
condizioni tali che quelle normali e quelle di tumore che non si sono fuse non possano sopravvivere. Le cellule che derivano dalla fusione sono gli ibridomi,
che producono un solo tipo di Ig, che sono quindi anticorpi monoclonali. Le applicazioni sono nella ricerca, della diagnosi e nella terapia:
 Permettono di identificare i marcatori caratteristici di un particolare tipo cellulare, definendo i CD
 Permettono di fare immunodiagnosi, usando anticorpi monoclonali specifici per un determinato marcatore diagnostico
 Permettono la diagnosi di tumori
 Possono essere usati in terapia per colpire bersagli identificati come cause di molte malattie: ad esempio si usano anticorpi contro il TNF
nell’artrite reumatoide; anticorpi anti CD20 nelle leucemie da cellule B; anticorpi contro il recettore di tipo 2 per EGFR (Epidermal Growth Factor
Receptor – fattore di crescita epidermico) nel tumore alla mammella; anticorpi contro VEGF (Vascolar Growth Factor Receptor – fattore di
crescita dell’endotelio vascolare) nel cancro al colon.
 Permettono l’analisi funzionale di molecole solubili o di membrana.
Le limitazioni nell’uso terapeutico è la loro origine animale: i pz trattati con anticorpi monoclonali di topo possono produr re anticorpi contro le Ig murine, la
HAMA (Human Anti-Mouse Antibody – risposta anticorpale umana antitopo), per questo sono state sviluppate tecniche di ingegneria genetica che
conservano solo la regione responsabile del legame con l’antigene ed eliminano tutto il resto, considerato un’impalcatura: si producono anticorpi
umanizzati.

Le proteine plasmatiche/sieriche sono classificate, sulla base della loro solubilità, in albumine e globuline. Le
globuline sono a loro volta distinte in base alla loro velocità di migrazione elettroforetica: la maggior parte degli
anticorpi costituisce il terzo gruppo, le gammaglobuline.
Altro termine usato per indicare gli anticorpi è immunoglobuline (Ig) perché gli anticorpi sono la frazione delle
gammaglobuline che conferisce l’immunità.

Tutti gli anticorpi hanno le stesse caratteristiche strutturali di base (da cui dipendono le funzioni effettrici) ma
mostrano variabilità nelle regioni leganti l’antigene (possono essere prodotti più di 1011 anticorpi diversi).
Struttura simmetrica composta da due
catene leggere e due catene pesanti
identiche. Entrambe contengono una serie
di unità omologhe ripetute, di 110 aa, che si
ripiegano a formare una struttura globulare
denominata dominio Ig. Questo è formato
da due foglietti β planari, ciascuno
composto da 3-5 nastri ad andamento
antiparallelo. I due foglietti sono tenuti
insieme da un ponte disolfuro.
Sia le catene pesanti che quelle leggere
presentano regioni variabili (V) N-terminali,
che partecipano al riconoscimento
dell’antigene, dette variabili perché
contengono tratti nella sequenza di aa che
distinguono gli anticorpi prodotti da un
determinato clone di linfociti B da quelli prodotti da altri cloni, e regioni costanti (C) C-terminali, che svolgono le
funzioni effettrici.
Catene pesanti: la regione V è composta da 1 dominio Ig e la regione C da 3 o 4 domini Ig.
Catene leggere: la regione V è composta da 1 dominio Ig e la regione C da 1 dominio Ig.
La regione V di una catena pesante (VH) e la regione V adiacente di una catena leggera (VL) formano il sito di
legame per l’antigene: ogni anticorpo quindi ha almeno 2 siti di legame per l’antigene. I domini della regione
costante sono separati da questo sito e non partecipano al legame.
Ci sono due forme di catene pesanti, diverse nella loro estremità C-terminale: una àncora gli anticorpi alla
membrana plasmatica dei linfociti B, l’altra viene secreta. Le regioni C delle catene leggere non partecipano alle
funzioni effettrici degli anticorpi e non partecipano al loro ancoraggio sulla membrana cellulare.
Le catene H ed L sono legate da ponti disolfuro che si formano tra i residui di cisteina della parte C-terminale della
catena leggera e il dominio CH1 della catena pesante. Anche le interazioni non covalenti tra i domini VL e VH e tra
CL e CH1 contribuiscono all’associazione delle due catene. Le due catene pesanti sono legate da ponti disolfuro.
Negli IgG i legami covalenti sono tra residui di cisteina nelle regioni C H2, vicino alla regione cerniera (hinge).

Esperimenti fatti da Porter: IgG di coniglio tagliate con enzimi proteolitici in frammenti con strutture differenti: la
regione cerniera non ripiegata tra i domini CH1 e CH2 è il segmento più sensibile all’azione di questi enzimi.
Trattamento con papaina: taglia sulla regione cerniera e produce 3 frammenti:
 Due identici tra loro che sono le catene leggere intere (VL e CL) associate al frammento VH-CH1 della catena
pesante. Questi frammenti hanno la capacità di legare l’antigene, e sono detti Fab (Fragment Antigen
Binding – frammenti con il sito di legame per l’antigene).
 Un pezzo composto da due polipeptidi identici legati da ponti disolfuro, contenenti i domini CH2 e CH3.
Questi tendono ad aggregarsi tra loro e a cristallizzare formando un reticolo, sono chiamati quindi Fc
(Fragment Cristallizable – frammento cristallizzabile).
Trattamento con pepsina: la proteolisi avviene distalmente rispetto alla regione cerniera e dà origine a un
frammento F(ab’)2 che lega l’antigene e mantiene intatta regione cerniera e i ponti disolfuro tra le catene e a
frammenti peptidici.
 le funzioni di riconoscimento dell’antigene e le funzioni effettrici sono mediate da parti dell’anticorpo
spazialmente distinte.
Ci sono molte proteine del sistema immunitario che presentano struttura simile alle Ig, cioè due foglietti β planari uniti da ponti disolfuro: le molecole che
appartengono a questo tipo di dominio si dice che appartengono alla superfamiglia delle Ig.
I domini Ig sono classificati come di tipo V o di tipo C a seconda di un’omologia più stretta con i domini V o C delle Ig. I domini V sono formati da un
polipeptide di lunghezza maggiore rispetto ai domini C e contengono due ulteriori foglietti β.
Vi è un terzo tipo di dominio Ig, detto C2 o H, con una lunghezza simile a quella dei domini C ma una sequenza simile sia dei domini V sia di quelli C.
La maggiore differenza dei diversi anticorpi si trova in tre brevi segmenti della regione V H e in tre brevi segmenti
della regione VL: questi segmenti sono detti regioni ipervariabili, e corrispondono a 3 anse che fuoriescono dalla
struttura e connettono i nastri adiacenti dei foglietti β che costituiscono i domini V delle catene pesanti e leggere
delle Ig.

Le regioni ipervariabili sono lunghe circa 10 aa e sono tenute insieme da un’intelaiatura conservata, che
costituisce il dominio Ig della regione V.
Le tre regioni ipervariabili del dominio VL e quelle del dominio VH si associano a formare una struttura
tridimensionale che costituisce il sito di legame con l’antigene, una struttura complementare all’antigene, per
questo le regioni ipervariabili vengono anche dette CDR (Complementarity-Determining Regions – regioni che
determinano la complementarietà). Partendo dall’estremità N-terminale dei domini VL o VH troviamo CDR1. CDR2
e CDR3. Le regioni CDR3 sono quelle con il maggior grado di variabilità. La capacità di una regione V di ripiegarsi a
formare un dominio Ig è determinata dalle sequenze altamente conservate dei tratti adiacenti alle regioni CDR: la
strategia di limitare la variabilità a tre brevi sequenze permette a tutte le Ig di avere una struttura comune.
La capacità di legare gli anticorpi dipende principalmente quindi dalle regioni ipervariabili V H e VL. Il contatto più
esteso è quello che avviene a livello di CDR3.
La capacità di legare un antigene non dipende solo dalle CDR ma anche da altri residui delle regioni conservate
che possono venire a contatto con l’antigene.
In alcuni casi, una CDR può trovarsi al di fuori della regione di contatto con l’antigene e non partecipare al suo
legame.

Gli anticorpi possono essere suddivisi in classi e sottoclassi, sulla base di differenze presenti nella struttura delle
regioni C delle catene pesanti, tali classi sono dette isotipi, e sono IgA, IgD, IgE, IgG e IgM.
IgA e IgG sono ulteriormente suddivisibili in sottoclassi, che sono IgA1 e IgA2 e IgG1, IgG2, IgG3 e IgG4.
Le regioni C delle catene pesanti di tutti gli anticorpi di uno stesso isotipo hanno la stessa sequenza di aa, che è
però diversa negli anticorpi di altri isotipi.
Le catene pesanti sono indicate con le lettere dell’alfabeto greco corrispondenti all’isotipo dell’anticorpo: α, δ, ε,
γ, μ.
Nelle IgM e nelle IgE, le regioni C contengono 4 domini Ig, a differenza degli altri isotipi in cui i domini Ig sono 3.
Le diverse classi e sottoclassi di Ig svolgono funzioni effettrici diverse, questo perché la maggior parte di queste
funzioni è mediata dal legame delle regioni C H a recettori presenti sui diversi tipi cellulari e ad alcune proteine
plasmatiche. Le diverse classi e sottoclassi differiscono nelle regioni C e per questo si distinguono per la loro
capacità di legame e per il tipo di funzioni effettrici svolte.
Gli anticorpi sono molecole flessibili, in grado di legarsi a diversi tipi di antigeni. I siti di legame infatti possono
essere orientati in modo che due molecole antigeniche possano essere legate contemporaneamente. La
flessibilità deriva dalla regione cerniera situata tra i domini CH1 e CH2, di dimensioni comprese tra 10 e 60 aa.
Alcune delle più importanti differenze tra le regioni costanti delle sottoclassi IgG sono concentrate nella regione cerniera.
La flessibilità delle molecole anticorpali è dovuta alla capacità di ciascun dominio VH di ruotare rispetto al dominio
CH1 adiacente.
Esistono due classi di catene leggere, κ e λ, che si differenziano per la regione C C-terminale. Un anticorpo è
costituito da due catene leggere κ o da due catene leggere λ, ma mai da una di un tipo e una di un altro. Il 60%
degli anticorpi è dotato di catene κ, il restante 40% di catene λ. Nei pz affetti da tumori delle cellule B possono esserci variazioni di
questo rapporto perché le cellule neoplastiche producono un solo tipo di anticorpo: l’alterato rapporto viene usato come ausi lio nella diagnosi di linfomi a
cellule B.
Gli anticorpi sono espressi o in forma secreta o associati alla membrana in base alla sequenza aa C-terminale
dell’ultimo dominio della regione CH:
 Nella forma di secrezione, la porzione C-terminale è idrofila.
Le IgE e le IgG secrete sono monomeriche; le IgM sono secrete come pentameri ed esameri e le IgA come
dimeri. Questi complessi si formano grazie all’interazione tra regioni, le sequenze di coda, posizionate
all’estremità C-terminale delle catene pesanti μ e α. I multimeri di IgA e IgM contengono anche un
polipeptide addizionale, la catena J (joining) legato da ponti disolfuro alla sequenza di coda e deputato a
stabilizzare il complesso e a trasportarlo attraverso gli epiteli.
 La forma di membrana contiene una porzione C-terminale che include una regione aggancio
transmembrana idrofobica ad α elica seguita da una regione intracellulare carica positivamente.
Nelle IgM e IgD di membrana la parte citoplasmatica della catena pesante è costituita da 3 aa, nelle IgE e
IgG di membrana invece arriva a 30 aa, includendo i 3 aa carichi positivamente.
Anticorpi di specie diverse differiscono tra loro nelle regioni C e in quelle attorno alle regioni V: quando gli
anticorpi di una specie sono inoculati in un’altra il ricevente sviluppa una risposta immunitaria e produce anticorpi
contro le regioni C degli anticorpi estranei: si scatena la malattia da siero.
Anticorpi invece di individui della stessa specie hanno piccole differenze di sequenze dovute ai polimorfismi dei
geni che codificano le regioni C delle catene pesanti e di quelle leggere. Le varianti polimorfiche degli individui di
una specie che sono riconosciute da anticorpi sono dette allotipi, e gli anticorpi che riconoscono determinanti allo
tipici sono gli anticorpi anti-allotipo.
Le differenze tra le regioni variabili si trovano nelle CDR e costituiscono gli idiotipi degli anticorpi. Un anticorpo
che riconosce alcuni punti delle CDR di un altro anticorpo è detto anticorpo anti-idiotipo.

Sintesi, assemblaggio ed espressione degli anticorpi:


Le catene pesanti e le leggere sono sintetizzate sui ribosomi sul RER, la proteina poi trasloca nel reticolo
endoplasmatico e le catene pesanti delle Ig sono N-glicosilate. Il corretto assemblaggio è regolato da proteine del
reticolo, le chaperonine, che comprendono la calnexina e la BiP (Binding Protein), che si legano ai polipeptidi delle
Ig neosintetizzate e determinano il loro trattenimento nel RE o la loro degradazione se la loro struttura è
scorretta. La formazione dei ponti disolfuro fa parte del processo di assemblaggio e avviene nel RE. Dopo
l’assemblaggio, le Ig si staccano dalle chaperonine e vanno al Golgi, dove avviene la processazione dei carboidrati,
poi gli anticorpi sono trasportati con vescicole a livello della membrana, dove quelli ancorati vengono inglobati
nella membrana e quelli secreti vengono portati all’esterno della cellula.
La maturazione dei linfociti B a partire da precursori midollari è accompagnata da specifiche modificazioni
nell’espressione dei geni delle Ig, che determinano la produzione di diverse classi anticorpali.
La prima cellula che produce polipeptidi Ig è la cellula pre-B, che sintetizza la forma di membrana della catena
pesante μ. Le catene μ si associano a proteine che sono le catene leggere surrogate e formano il recettore delle
cellule pre-B. le cellule B mature e immature producono catene leggere κ o λ, che si associano con le proteine μ a
formare le IgM. I linfociti B maturi esprimono in membrana le IgM e le IgD, che hanno funzione di recettore per
l’antigene e danno inizio al processo di attivazione. I recettori dei linfociti pre-B e B sono associati ad altre due
proteine integrali di membrana, Igα e Igβ, che trasducono il segnale nella cellula e sono essenziali per
l’espressione di IgM e IgD di superficie.
Quando i linfociti B maturi vengono attivati le cellule si differenziano in cellule secernenti anticorpi, le
plasmacellule, processo accompagnato da aumento della produzione della forma secreta delle Ig rispetto alla
forma di membrana, alterazione che avviene a livello post-trascrizionale. Altra alterazione è l’espressione di isotipi
della catena pesante diversi dalle IgM e IgD: processo chiamato switching isotipico delle catene pesanti/scambio
di classe.

IgE: emivita di 2 giorni (NB: le IgE legate ai recettori ad alta affinità dei mastociti hanno emivita molto lunga)
IgA: emivita di 3 giorni
IgM: emivita di 4 giorni
IgG: emivita di 21-28 giorni. Questa è dovuta al fatto che esse si legano a un particolare recettore specifico per Fc,
FcRn (Neonatal Fc Receptor – recettore Fc neonatale), coinvolto nel trasporto delle IgG materne all’intestino del
neonato attraverso la placenta. FcRn ha una struttura simile alle molecole MHC di classe I ,a non ha la tasca di
legame per il peptide. Nell’adulto FcRn si trova sulla superficie delle cellule endoteliali e lega le IgG entrate nella
cellula per micropinocitosi a livello degli endosomi. Le IgG legate a FcRn vengono trattenute, per poi essere
rilasciate in circolo non appena il recettore torna sulla membrana. Le IgG così sequestrate non vengono degradate
per un certo tempo.
In terapia son state prodotte proteine di fusione che contengono la parte biologicamente attiva di una proteina di interesse e la produzione Fc dell’IgG.
Fusione del dominio extracellulare del recettore di tipo II per il TNF con il dominio Fc dell’IgG: artrite reumatoide, psoriasi.
CTLA4-Ig: fusione del dominio extracellulare del recettore inibitorio CTLA4 fuso con il dominio Fc dell’IgG: artrite reumatoide, im munosoppressore.

Le funzioni degli anticorpi dipendono dalla loro capacità di legare gli antigeni in modo specifico.
Un antigene è una sostanza che può legarsi in modo specifico a un anticorpo o a un recettore delle cellule T.
Tutti gli antigeni sono riconosciuti, ma solo alcuni sono in grado di attivare i linfociti: le molecole che innescano la
risposta immunitaria sono definite immunogeni.
Solo le macromolecole sono in grado di stimolare i linfociti B, visto che la loro attivazione richiede l’aggregazione
(cross-linking) di più recettori per l’antigene o antigeni proteici che evochino un aiuto da parte delle cellule T. i
composti di piccole dimensioni possono legarsi agli anticorpi ma non sono immunogeni: affinché si generino
anticorpi specifici per queste piccole molecole è necessario che l’immunizzazione venga effettuata coniugandoli a
macromolecole: la molecola di piccole dimensioni è l’aptene, la macromolecola e la carrier. Solo il complesso
aptene-carrier può quindi agire da immunogeno.
Dal momento che gli antigeni sono più grandi del sito di legame dell’anticorpi, ciascuno si lega a una porzione
della macromolecola, definita determinante o epitopo.
Le macromolecole contengono molti determinanti, che possono essere ripetuti, ognuno in grado di legarsi a un
anticorpo. La presenza di più determinanti identici nello stesso antigene è definita polivalenza/multivalenza. La
maggior parte delle proteine globulari non sono polivalenti, a meno che non siano in forma aggregata. I
polisaccaridi e gli acidi nucleici possono invece essere polivalenti: i microbi hanno spesso questo assetto. Antigeni
polivalenti sono in grado di indurre l’aggregazione dei recettori e l’attivazione dei linfociti B.
La disposizione spaziale degli epitopi può influenza il legame degli anticorpi: quando i determinanti sono ben
separati, due o più molecole anticorpali possono legarsi senza influenzarsi a vicenda: si parla di determinanti non
sovrapposti. Quando sono vicini, il legame di un anticorpo può causare un’interferenza sterica con il legame del
secondo anticorpo: si parla di determinanti sovrapposti. Più raramente il legame del primo anticorpo può causare
un cambiamento conformazionale nella struttura dell’antigene influenzando il legame del secondo anticorpo: si
parla di effetto allosterico.
Ogni forma o superficie disponibile su una molecola che può essere riconosciuta da un anticorpo costituisce un
determinante antigenico.
Nel caso delle proteine, la formazione di alcuni determinanti dipende dalla struttura primaria, in altri casi dalla
struttura terziaria.
 Gli epitopi formati da una sequenza di residui di aa sono determinanti lineari. Di solito il sito di legame di
un anticorpo può alloggiare un determinante antigenico lineare di 6 aa.
 I determinanti conformazionali sono costituiti da residui aminoacidici non disposti in sequenza e si
formano per giustapposizione spaziale.
 Dal momento che le proteine possono andare incontro a modificazioni che alterano la loro struttura,
possono essere prodotti nuovi epitopi: si parla di determinanti neoantigenici.
Per accertare se una proteina è denaturata o se si trova in conformazione nativa si possono usare anticorpi
specifici per i determinanti lineari o per quelli conformazionali.

Il sito di legame per l’antigene è costituito da una superficie planare che può alloggiare gli epitopi delle
macromolecole. Le 6 CDR sono esposte a formare un’ampia superficie. In alcuni casi, come nel legame con
molecole di piccole dimensioni, come monosaccaridi e farmaci, l’antigene viene legato in una tasca formata dai
domini VL e VH deòòe regioni CDR contrapposte. Il riconoscimento dell’antigene è costituito da legami non
covalenti reversibili: forze elettrostatiche, legami idrogeno, forze di Van der Waals, interazioni idrogobiche.
La forza di legame è chiamata affinità dell’anticorpo, espressa solitamente come costante di dissociazione Kd che
indica quanto sia facile separare il complesso antigene-anticorpo.
Kd bassa indica maggiore affinità, significa che è necessaria una concentrazione minore di antigene e di anticorpo
per formare il complesso. La Kd al solito varia tra 10-7 M e 10-11 M.
Gli antigeni polivalenti hanno multipli determinanti antigenici, sebbene l’affinità di ciascun sito combinatorio sia
uguale, la forza di legame dell’anticorpo all’antigene deriva dal legame di tutti i siti combinatori con tutti gli
epitopi disponibili sull’antigene polivalente. Tale forza complessiva di legame è detta avidità ed è maggiore
dell’affinità di un signolo sito combinatorio.
Un anticorpo con siti di legame multipli ha un sito di legame almeno fisicamente legato all’antigene per un tempo
più lungo di quello di un anticorpo con due soli siti di legame: l’anticorpo con due siti di legame si staccherà più
facilmente dall’antigene e avrà un’avidità minore, nonostante il frammento Fab di entrambe le forme di anticorpi
abbia la stessa affinità per l’antigene.
Gli anticorpi polivalenti sono importanti per l’attivazione dei linfociti B.
Se un antigene polivalente viene messo in una provetta con un anticorpo specifico, si associano a formare un
immunocomplesso. A una data concentrazione, la zona di equivalenza, antigene e anticorpo formano un reticolo
molecolare. Gli immunocomplessi possono essere dissociati in aggregati più piccoli o aumentando la
concentrazione dell’antigene in modo che le molecole di antigene libero spiazzino quelle legate all’anticorpo
(zona di eccesso di antigene) o aumentando la concentrazione dell’anticorpo, così che l’anticorpo libero spiazzi
quello legato (zona di eccesso di anticorpo). Se la zona di equivalenza viene raggiunta in vivo, si formano
immunocomplessi di grandi dimensioni, che possono causare le malattie da immunocomplessi.

Gli anticorpi sono molto specifici per gli antigeni: possono distinguere tra due determinanti lineari proteici che
differiscono solo per un aa. Alcuni anticorpi prodotti contro un antigene possono tuttavia legarsi anche a un
antigene diverso: si parla di cross-reattività: talvolta gli anticorpi prodotti in risposta a un antigene cross-
reagiscono con antigeni autologhi e questo può determinare l’insorgenaz di malattie immunitarie.
La presenza di un elevato numero di anticorpi è detta diversificazione e l’insieme degli anticorpi con differenti
specificità è detto repertorio anticorpale. Il meccanismo alla base di questo fenomeno p la ricombinazione
casuale di una serie limitata di sequenze di DNA per formare geni funzionali che codificano per le regioni V delle
catene pesanti e leggere, nonché l’aggiunta di sequenze nucleotidiche nel processo di ricombinazione.

La capacità degli anticorpi di agire dipende dalla loro potenza di legame. Nel corso delle risposte umorali si
generano anticorpi ad elevata affinità mediante un meccanismo che si basa su piccole modificazioni nella
struttura delle regioni V. Queste modificazioni avvengono nei linfociti B stimolati dall’antigene mediante un
processo di mutazione somatica che produce nuovi domini V, con affinità maggiore. I linfociti B che producono
anticorpi ad affinità più elevata hanno un vantaggio selettivo e diventano la popolazione dominante: questo
processo è detto maturazione dell’affinità ed è un aumento dell’affinità media degli anticorpi via via che la
risposta umorale si sviluppa.

Molte funzioni effettrici delle Ig sono mediate dalla porzione Fc, e gli isotipi con diverse Fc hanno diverse funzioni
effettrici.
Le IgG che rivestono un microbo ne facilitano la fagocitosi da parte di neutrofili e macrofagi perché le molecole delle IgG complessate all’antigene sonn in
grado di legarsi tramite i frammenti Fc ai recettore Fc (FcR) espressi sulla superficie di queste cellule.
Le IgE legano i mastociti che esprimono gli FcR specifici per le IgE e ne inducono la degranulazione.
Un meccanismo effettore è l’attivazione della via classica del complemento, innescata dal legame di C1q alla porzione Fc dell e IgG o delle IgM complessate a
un antigene. I siti di legame delle Ig da parte di FcR e del complemento sono situati in corrispondenza dei domini C delle catene pesanti.
Le funzioni effettrici sono innescate solo da anticorpi che hanno legato un antigene, e non da anticorpi liberi: i
sistemi effettori dell’immunità umorale (complemento e FcR dei fagociti) sono attivati solo dlla porzione Fc di due
o più anticorpi vicini. La necessità di avere almeno due molecole anticorpali unite a ponte fa sì che le funzioni
effettrici siano rivolte in maniera specifica verso gli antigeni riconosciuti dagli anticorpi.
Le modificazioni dell’isotipo degli anticorpi nelle risposte umorali condiionano il modo in cui l’antigene viene
eliminato: un singolo clone di cellule B può produrre anticorpi di diverso isotipo, dotati degli stessi domini V
quindi di stessa specificità. Le cellule B naive esprimono contemporaneamente IgM e IgD. Quando le cellule sono attivate da
antigeni, vanno incontro allo switching/scambio isotipico/di classe in cui varia la regione CH e quindi l’isotipo
anticorpale espresso, mentre la regione V e quindi la specificità non si modificano: la progenie del linfocita B che
originariamente esprimeva IgM e IgD può produrre altri isotipi più efficienti. La risposta contro i microbi è mediata da IgG,
contro gli elminti da IgE.
Le regioni C delle catene pesanti degli anticorpi condizionano anche la loro distribuzione tissutale: le IgA sono
secrete attraverso gli epiteli mucosi.
I neonati sono protetti dalle infezioni grazie alle IgG acquisite dalla madre attraverso la placenta in gestazione e subito d opo la nascita attraverso l’intestino.
Questo trasferimento è mediato da FcRn.
6. Complesso maggiore di istocompatibilità e
presentazione dell’antigene ai linfociti T
Funzione dei linfociti T: eliminazione dei microrganismi intracellulari e attivazione macrofagi e linfociti B.
Il numero di linfociti T naive per un antigene è molto ridotto, e queste poche cellule devono essere in grado di
trovare l’antigene, reagire ed eliminarlo: per questo è necessario un sistema che catturi l’antigene e lo porti agli
organi dove inizia la risposta T: APC (Antigen Presenting Cells - cellule che presentano l’antigene), tra cui le cellule
dendritiche (DC) sono le più importanti.
I linfociti T naive ricircolano continuamente in tutti gli organi linfoidi secondari e le DC si trovano in tutti i tessuti,
dove catturano gli antigeni e li portano agli organi secondari, nelle stesse regioni dove sono i linfociti T.
Alcuni linfociti T devono interagire con DC, macrofagi o linfociti B; altri con qualunque cellula dell’ospite infettata:
per essere sicuri che i linfociti T interagiscano solo con le cellule infettate e non direttamente con i microbi, il
recettore per l’antigene è strutturato in modo da permettere l’interazione solo con antigeni espressi da molecole
presenti sulla superficie delle cellule. Questo differenzia i linfociti T dai B, visto che i B sono in grado di riconoscere
gli antigeni espressi sulla superficie dei microbi, antigeni solubili e antigeni associati alle cellule.
Il riconoscimento degli antigeni associati alle cellule da parte dei linfociti T CD4+ e CD8+ avviene attraverso le MHC
(Major Histocompatibility Complex - complesso maggiore di istocompatibilità) espresse sulle cellule dell’ospite.

+
La difesa contro i virus in circolo è affidata agli anticorpi, la cui produzione necessita l’intervento dei linfociti T helper CD4 ; se lo stesso virus infetta le cellule
+
di un tessuto per la sua eliminazione è necessario l’intervento dei CTL (linfociti T CD8 citotossici).

La maggior parte dei linfociti T riconosce solo peptidi lineari corti (i linfociti B possono riconoscere peptidi, proteine, acidi nucleici,
carboidrati, lipidi)  le risposte mediate da linfociti T sono indotte da antigeni proteici.
Alcuni linfociti T sono specifici per forme apteniche chimicamente reattive, come il dinitrofenolo, l’urushiol dell’edera velenosa e i β-lattami delle penicilline:
in questo caso gli apteni si legano a proteine self e il complesso proteina-aptene viene riconosciuto dai linfociti T.
I recettori per l’antigene dei linfociti T CD4+ e CD8+ sono specifici per antigeni che siano presentati dalle molecole
MHC, e queste possono legare solo i peptidi.
Ogni linfocita T è quindi specifico per una combinazione di residui aminoacidici di un antigene peptidico e da
porzioni delle molecole MHC.
Le MHC sono molto polimorfe e le variazioni dei diversi individui influiscono sia sul legame del peptide sia sul
riconoscimento da parte dei linfociti T. Ogni singola cellula T riconosce uno specifico peptide presentato da una
sola delle molecole MHC: si parla di restrizione per MHC.
+
Se un topo viene infettato da un virus, genera CTL CD8 specifici per i determinanti
virali. Questi CTL uccidono le cellule infettate dal virus solo se esse esprimono alleli MHC identici a quelli espressi dall’animale in cui i CTL sono stati g enerati.
I CTL e le cellule bersaglio infettate devono derivare sperimentalmente da topi che abbiano in comune almeno un allele MHC di classe I.
La presentazione dell’antigene ai linfociti T da parte di cellule di origine non linfoide rappresenta quindi un
evento critico nell’attivazione della risposta T.
I macrofagi son state le prime cellule ad essere identificate come APC che inducono l’attivazione dei linfociti CD4+
helper; per convenzione, il termine APC viene usato per indicare le cellule specializzate a presentare l’antigene ai
linfociti T CD4+, ma tutte le cellule nucleate possono presentare antigeni proteici ai linfociti T CD8+ e non sono
chiamate APC.
Diversi tipi di cellule possono funzionare da APC:
 Cellule dendritiche
 Macrofagi
 Linfociti B
 Cellule endoteliali vascolari
 Cellule epiteliali e mesenchimali di vario tipo
le DC sono le più efficaci nell’attivare i linfociti T naive.
Macrofagi e linfociti B fanno da APC per linfociti T CD4+ helper già attivati.
DC, macrofagi e linfociti B esprimono MHC di classe II.
Queste 3 popolazioni sono dette APC professionali, termine talvolta utilizzato per riferirsi solo alle DC.
Le APC espongono i complessi MHC-peptide in presenza di ulteriori stimoli, necessari per la completa attivazione
dei linfociti T. Questi stimoli son detto secondi segnali, le molecole di membrana delle APC che attivano le cellule
T sono dette costimolatori. Le APC secernono citochine per il differenziamento dei linfociti T naive in effettrici.+
La funzione di presentazione dell’antigene da parte delle APC è potenziata dalla presenza di prodotti di origine
microbica: le DC e i macrofagi esprimono TLR che, legando i microbi, attivano la cellula a esporre maggiormente
MHC e molecole costimolatorie, aumentando l’efficienza di presentazione dell’antigene. Inoltre i TLR attivano le
APC a produrre citochine che stimolano le risposte delle cellule T.
Le DC attivate esprimono recettori per le chemochine, che ne inducono la migrazione ai siti dove sono presenti i
linfociti T.
L’attivazione di una risposta T ottimale richiede la somministrazione di adiuvanti, prodotti di origine microbica o
sostanze che mimano l’azione dei microbi e fanno aumentare l’espressione delle molecole costimolatorie, delle
citochine e delle funzioni di presentazione delle APC.
Le APC ricevono dai linfociti stessi segnali che favoriscono le loro funzioni: i linfociti T CD4 + attivati esprimono
molecole di superficie, come CD154, che lega la proteina CD40 espressa da DC e macrofagi, e secernono citochine
e IFN-γ che agisce sulle APC che ne esprimono il recettore.

Le risposte primarie dei linfociti T CD4+ naive iniziano negli organi linfoidi secondari, dove gli antigeni proteici sono
trasportati dopo la loro captazione nel punto di ingresso: cute, epiteli mucosi e organi parenchimatosi hanno
molti capillari linfatici, che convogliano gli antigeni ai linfonodi regionali. Alcuni antigeni sono trasportati nella
linfa dalle APC, altri sono presenti in forma libera. Così gli antigeni si concentrano nei linfonodi. Gli antigeni che si
trovano nel sangue incontrano i linfociti in modo analogo nella milza.
Le DC si trovano quindi negli organi linfoidi, negli epiteli, nelle mucose e negli organi parenchimatosi.
Tutte le DC derivano da precursori midollari, la maggior parte di esse è correlata allo stipite dei fagociti
mononucleati. Sono identificati due tipi principali di DC:
 DC convenzionali: precedentemente chiamate DC mieloidi. Risiedono nei tessuti, quando incontrano l’antigene
maturano e migrano ai linfonodi (dove sono la maggior popolazione residente). Sono distinte in cellule di Langerhans
negli epiteli e nei linfonodi che drenano la cute e DC interstiziali/dermiche negli altri tessuti. Queste
cellule occupano il 25% della superficie cutanea sebbene costituiscano meno dell’1% della popolazione
cellulare, grazie ai loro processi. Nel topo è stata descritta una sottopopolazione di DC convenzionali che esprimono CD8, molecola
che contraddistingue solitamente i linfociti T. Nell’uomo questo marker è però assente: queste DC sono state chiamate DC linfoidi perché si
ipotizzava derivassero da un progenitore linfoide comune, ma derivano anche loro da precursori mieloidi.
 DC plasmacitoidi: simili morfologicamente alla plasmacellule, acquisiscono morfologia e funzioni delle DC
dopo l’attivazione. Si sviluppano nel midollo da un precursore comune alle DC convenzionali. Si trovano
nel sangue e negli organi linfoidi, prevalentemente nelle zone T di milza e linfonodi. Secernono IFN di tipo
I e hanno ruolo anche nella presentazione degli antigeni ai linfociti T.
Le DC nei tessuti sono distinte in mature e immature. In assenza di uno stato di infiammazione, sono in uno stato
immaturo, cioè in grado di catturare gli antigeni ma non di attivare i linfociti T. Le DC immature possono
presentare gli antigeni self ai linfociti T autoreattivi, provocando l’inattivazione e la morte delle cellule T o la
generazione di cellule T regolatorie: meccanismo per il mantenimento della tolleranza al self.
Le DC a riposo esprimono recettori di membrana, come le lectine di tipo C, attraverso cui catturano ed endocitano
i microbi e i loro antigeni, che verranno poi trasformati in peptidi legati alle molecole MHC.
Oltre all’endocitosi e alla fagocitosi mediate da recettori, le DC possono ingerire antigeni anche tramite micro e
macropinocitosi (per cui non è necessario il riconoscimento da parte di recettori specifici, ma le particelle
inglobano antigeni presenti in fase fluida), contemporaneamente c’è la risposta innata, per cui i microbi sono
riconosciuti dai TLR sulle DC e su altre cellule.
Le DC attivate/mature perdono l’adesività per gli epiteli e migrano ai linfonodi: iniziano a esprimere il recettore
CCR7 specifico per le chemochine CCL19 e CCL21 prodotte nelle aree T dei linfonodi. Anche i linfociti T naive
esprimono CCR7  linfociti T naive e DC cariche di antigeni si concentrano nelle stesse aree.
La maturazione delle DC inoltre le trasforma in cellule in grado di attivare i linfociti T e non più in cellule
specializzate nella cattura dell’antigene.
Le DC mature esprimono alti livelli di MHC legate a peptidi antigenici e alti livelli di molecole costimolatorie  le
cellule T dotate di specificità per i complessi peptide-MHC si attivano.
Gli antigeni possono arrivare ai linfonodi anche in forma solubile: in questo caso le DC residenti in linfonodi e
milza catturano gli antigeni e maturano. Quando la linfa entra nel linfonodo, si riversa nel seno sottocapsulare e in parte entra nei condotti
generati dai fibroblasti reticolari che hanno origine nel seno e attraversano la regione corticale, e qui gli antigeni a basso PM possono essere catturati dalle
DC. Altri antigeni nel seno sottocapsulare sono catturati da macrofagi e dalle DC, che portano gli antigeni nella regione cor ticale. Anche le cellule B
nei linfonodi possono riconoscere e internalizzare antigeni solubili.
La raccolta e la concentrazione degli antigeni nei linfonodi sono affiancate da altri due meccanismi che svolgono
funzioni simili in altri distretti anatomici:
 Le superfici mucose dei sistemi GI e respiratorio contengono isole di tessuto linfoide secondario
specializzato che analizza direttamente il contenuto del lume di questi organi (placche di Peyer e tonsilla
faringea).
 Il circolo ematico è controllato da APC della milza.

Le DC hanno diverse caratteristiche che le rendono le più efficaci APC per l’attivazione delle risposte primarie dei
linfociti T:
 Sono localizzate nel sito di ingresso degli antigeni e nei tessuti colonizzabili dai microbi,
 Esprimono recettori che permettono loro di captare e rispondere ai microbi,
 Migrano dagli epiteli ai tessuti linfoidi secondari nelle aree T,
 Le DC matura esprimono elevati livelli di complessi peptide-MHC, molecole costimolatorie e citochine.
Le DC possono ingerire cellule infettate e presentarne gli antigeni ai linfociti T CD8+.
Le DC sono le migliori APC per indurre risposte primarie dei linfociti T CD8 +, ma gli antigeni riconosciuti dai linfociti
T possono derivare da qualunque tipo di cellula infettata da virus, non solo dalle DC: alcune DC specializzate
hanno la capacità di ingerire cellule infettate da virus o frammenti cellulari e di presentarne gli antigeni ai linfociti
T CD8+: processo detto presentazione crociata/stimolazione crociata (cross-presentation/cross-priming).

Altre cellule che presentano l’antigene:


 I macrofagi presentano gli antigeni dei microbi fagocitati alle cellule T effettrici, che potenziano l’attività
microbicida dei macrofagi stessi: meccanismo centrale dell’immunità cellulare e dell’ipersensibilità di tipo
ritardato.
 I linfociti B internalizzano gli antigeni e presentano i peptidi ai linfociti T helper: produzione di anticorpi in
risposta a antigeni T dipendenti.
 Tutte le cellule nucleate possono presentare peptidi ai linfociti T CD8+, che li riconoscono ed eliminano le
cellule.
 Le cellule dell’endotelio vascolare esprimono MHC di classe II e possono presentare gli antigeni alle cellule
T che hanno aderito: questo contribuisce al reclutamento. Le cellule endoteliali nei trapianti sono bersaglio dei linfociti T.
 Le cellule epiteliali e mesenchimali possono esprimere MHC di classe II in risposta all’IFN-γ.
 Le cellule epiteliali timiche esprimono costitutivamente MHC di classe II, servono nel processo di
selezione che definisce il repertorio di specificità dei linfociti T.

MHC del topo: complesso H-2: studi su topi inbred (ottenuti da accoppiamenti ripetuti tra fratelli), omozigoti in ogni locus genico (esprimono un solo all ele
di ogni gene, anche di quelli polimorfici): ogni topo di un ceppo inbred è identico (singenico) a un altro topo dello stesso ceppo: esprimono gli stessi alleli.
Diversi ceppi esprimono alleli diversi, sono quindi allogenici l’uno rispetto all’altro. Questi studi hanno dimostrato che una singola regione genica è
responsabile del rigetto dei trapianti: locus maggiore di istocompatibilità, legato a un gene sul cromosoma 17, che codificava per un antigene polimorfo del
gruppo sanguigno, l’antigene II: per questo la regione venne chiamata di istocompatibilità 2 (H-2). Si pensava che tale locus contenesse un singolo gene che
controllava la compatibilità tra i tessuti. C’erano però eventi di ricombinazione all’interno del locus H-2 nell’incrocio di ceppi inbred, che indicava che questa
regione conteneva geni diversi, strettamente legati, molti dei quali coinvolti nel rigetto dei trapianti. La regione genetica che controlla il rigetto del trapianto
e contiene vari geni venne chiamata complesso maggiore di istocompatibilità.

MHC dell’uomo: HLA: studi dimostrarono che individui che avevano ricevuto molte trasfusioni e pz con trapianto
avevano anticorpi che riconoscevano le cellule dei donatori; anche donne multipare avevano anticorpi circolanti
che riconoscevano le cellule paterne. Le proteine riconosciute da questi anticorpi furono chiamate HLA (Human
Leukocyte Antigens – antigeni leucocitari umani). La presenza di un particolare allele HLA è uno dei maggiori
determinanti di attecchimento del trapianto. La struttura di H-2 e di HLA è identica: i geni che determinano il
destino dei tessuti trapiantati sono presenti in tutte le specie di mammiferi e sono omologhi ai geni H-2: geni
MHC. Altri geni polimorfi che contribuiscono in maniera minore al rigetto sono detti geni minori di
istocompatibilità.
All’MHC fu quindi attribuito un ruolo regolatore del rigetto di trapianto, ma poi studi dimostrarono che questi
geni erano importanti anche nelle risposte immunitarie agli antigeni proteici: ceppi inbred di cavie e topi
differivano nella capacità di produrre anticorpi contro alcuni semplici polipeptidi di sintesi, e la loro responsività
era ereditata come carattere dominante mendeliano. I geni rilevanti vennero quindi chiamati geni Ir (Immune
response – geni della risposta immunitaria). Oggi sappiamo che i geni Ir sono i geni che codificano per le molecole
MHC. I ceppi responder, cioè in grado di montare una risposta contro un dato antigene polipeptidico, ereditano alleli MHC i cui prodotti si possono leg are
ai peptidi a formare i complessi peptide-MHC, che vengono riconosciuti dai linfociti T helper che cooperano con i linfociti B nella produzione degli anticorpi. I
ceppi non responder esprimono invece molecole MHC incapaci di legare peptidi, e quindi non attivano i linfociti T helper e non producono anticorpi.
Il locus MHC contiene due tipi di geni polimorfi, i geni di classe I e di classe II, che codificano per due gruppi di
proteine strutturalmente distinte ma omologhe tra loro, insieme ad altri geni non polimorfi i cui prodotti sono
coinvolti nella presentazione dell’antigene.
I geni MHC sono espressi in modo codominante in ogni individuo: ciascun soggetto esprime entrambi gli alleli
MHC ereditati dai due genitori.
I geni MHC di classe I e II sono i geni più polimorfi del genoma: i residui polimorfi di molecole MHC determinano la
specificità del legame con i peptidi e il riconoscimento da parte dei linfociti T.
Nell’uomo, MHC si trova sul braccio corto del cromosoma 6, ed è molto esteso, questo significa che eventi di
crossing-over si verificano con frequenza del 4% ad ogni meiosi.
I geni HLA di classe I sono 3: HLA-A, HLA-B e HLA-C, e codificano per 3 molecole MHC di classe I.
I geni di classe II sono 3: HLA-DP, HLA-DQ e HLA-DR, ogni molecola è composta di eterodimeri di polipeptidi α e β,
e i loci DP, DQ e DR contengono ognuno geni distinti chiamati A o B, che codificano per α o β.
Sulla base della moderna tipizzazione molecolare, gli alleli individuali si possono chiamare HLA-A*0201 che descrive il sottotipo 01 dell’HLA-A2; HLA-
DRB1*0401 che si riferisce al sottotipo 01 dell’allele DR4 del gene B1.
L’MHC del topo si trova sul cromosoma 17 e i geni sono organizzati diversamente: uno dei geni di classe I (H-2K) è centromerico alla regione della classe II,
ma gli altri geni di classe I sono telomerici. Nel topo ci sono tre geni MHC di classe I, H-2K, H-2D e H-2L, che codificano le 3 proteine K, D e L della proteina
MHC di classe I. Questi geni sono omologhi ai geni HLA-A, B e C.
Gli alleli MHC di ceppi inbred sono indicati con lettere minuscole.
k
Nel gergo genetico del topo (-.-) l’allele del gene H-2K di un ceppo con MHC di tipo k è detto K (K di k), mentre l’allele del gene H-2K di un ceppo con MHC di
d
tipo d è chiamato K .
I topi hanno due loci MHC di classe II, I-A e I-E, che si trovano nelle sottoregioni A ed E della regione Ir dell’MHC. Sono omologhi ai geni umani HLA-DP, DQ e
DR. Come nell’uomo, ci sono due geni differenti nei loci I-A e I-E, chiamati A e B, che codificano per le catene α e β.
La serie degli alleli MHC presenti in ciascun cromosoma è detto aplotipo MHC. Ognuno presenta due aplotipi HLA,
essendo eterozigoti (i topi inbred sono omozigoti quindi presentano un aplotipo).

Le molecole MHC sono necessarie per presentare gli antigeni ai linfociti T.


Le molecole MHC di classe I sono espresse costitutivamente su quasi tutte le cellule nucleate, quelle di classe II
sono espresse solo su GC, linfociti B, macrofagi e pochi altri tipi di cellule.
Le molecole MHC di classe I presentano i peptidi ai linfociti T CD8+  CD8+ ristretti per classe I
Le molecole MHC di classe II presentano i peptidi ai linfociti T CD4+  CD4+ ristretti per classe II
I primi uccidono cellule infettate da microrganismi intracellulari e i tumori: i secondi hanno la funzione di attivare i
macrofagi a eliminare i microbi extracellulare che sono stati fagocitati e attivare i linfociti B a produrre anticorpi
per eliminare i microrganismi extracellulari.
L’espressione delle MHC è aumentata dalle citochine prodotte durante la risposta immunitaria innata e specifica:
IFN-α, IFN-β e IFN-γ incrementano il livello di espressione delle molecole di classe I. L’IFN-γ prodotto dalle cellule
NK e dai linfociti T attivati stimola l’espressione delle molecole di classe II, tale espressione aumenta anche in
risposta a regnali che vengono dai TLR attivati. I linfociti B esprimono costitutivamente le molecole di classe II e ne
aumentano l’espressione in risposta al riconoscimenti degli antigeni e delle citochine prodotte dai T helper. IFN-γ
può anche aumentare l’espressione di MHC di classe II sull’endotelio vascolare.
I neuroni non esprimono mai molecole di classe II.
La velocità di trascrizione genica determina l’entità della sintesi delle molecole MHC e della loro espressione sulla
superficie cellulare. Le citochine stimolano tale velocità: gli effetti sono mediati dal legame dei fattori di
trascrizione attivati dalle citochine alle sequenze di DNA nelle regioni promotrici dei geni MHC: i TF legano la
proteina CIITA (Class II Transcription Activator – induttore di trascrizione di classe II) che si lega al promotore dei
geni di classe II e ne promuove la trascrizione. CIITA è sintetizzato in risposta all’IFN-γ.
Le mutazioni di alcuni di questi fattori sono la causa delle immunodeficienze umane: sindrome del linfocita nudo.
IFN-γ non aumenta solo la trascrizione dei geni di classe I e II ma anche di altri geni i cui prodotti sono necessari
per l’assemblaggio di molecole MHC di classe I, come i geni che codificano per il trasportatore TAP e alcune
subunità del proteasoma.

Struttura delle molecole MHC:


Ogni MHC contiene una tasca extracellulare che serve a legare i peptidi, seguita da una coppia di domini Ig
ancorati alla cellula da domini transmembrana e citoplasmatici.
I residui aa polimorfi sono localizzati all’interno e in posizione adiacente alla tasca: questa p formata dal
ripiegamento delle porzioni N-terminali ed è composta da doppie α eliche appoggiate su un pavimento costituito
da un foglietto β di 8 filamenti. Questa parte lega i peptidi per presentarli ai linfociti T e il recettore per l’antigene
dei linfociti T interagisce con i peptidi esposti e con le α eliche delle molecole MHC: molecole MHC diverse legano
ed espongono peptidi differenti e sono riconosciute specificamente da recettori per l’antigene di linfociti T diversi.
I domini non polimorfi di tipo Ig contengono siti di legame per i recettori CD4 e CD8 espressi dai linfociti T, che si
comportano da corecettori dei linfociti T: CD4 si lega selettivamente all’MHC di classe II, CD8 a quello di classe I.

 MHC di classe I
Formato da due catene polipeptidiche legate non covalentemente: una catena α (catena pesante) codificata
dall’MHC e una subunità non codificata dall’MHC, la β2-microglobulina. La catena α è orientata in modo tale che i
¾ del polipeptide siano nel mezzo extracellulare, un breve segmento idrofobico attraversi la membrana e il
l’estremità C-terminale sia all’interno della cellula.
I segmenti N-terminali α1 e α2 della catena α (lunghi circa 90 aa) formano una piattaforma costituita da un
foglietto β di filamenti antiparalleli che sostengono due nastri paralleli di α elica: questo costituisce la tasca, in
grado di legare peptidi di 8-11 aa. Le estremità della tasca sono chiuse, così che non vi possano alloggiare peptidi
più grandi: quindi le proteine native globulari devono essere processate per generare i frammenti piccoli.
I residui polimorfi sono confinati nei domini α1 e α2, dove contribuiscono alla variabilità dei diversi alleli e sono
responsabili del legami dei peptidi e del riconoscimento da parte dei linfociti T.
Il segmento α3 è collocato in un dominio Ig in cui la sequenza aminoacidica è conservata. Tale segmento contiene
un’ansa che serve come sito di legame per il CD8. All’estremità C-terminale c’è una sequenza di 25 aa idrofobici
che attraversa la membrana, segue nel citosol una sequenza di 30 aa con un cluster di aa basici che interagiscono
con gruppi fosfolipidici del foglietto interno della membrana e fissano l’MHC.
La β2-microglobulina (catena leggera) è codificata da un gene esterno alla regione MHC, e interagisce in modo non
covalente con il dominio α3. È strutturalmente omologa a un dominio Ig ed è simile in tutte le molecole di classe I.
 la molecola MHC di classe I è un eterodimero, composto da una catena α, una β2-microglobulina e un peptide
antigenico legato. L’espressione stabile sulla superficie cellulare richiede tutte e 3 queste componenti. Questo
perché le interazioni della catena α con la β2-microglobulina sono stabilizzate dal legame del peptide antigenico
alla tasca, e il legame del peptide è a sua volta rinforzato dall’interazione della β2-microglobulina con la catena α.
Solo le molecole MHC con il peptide già legato vengono espresse sulla superficie cellulare.
La maggior parte degli individui è eterozigote per i geni MHC ed esprime in ciascuna cellula6 differenti molecole
MHC di classe I, che contengono catene α derivate dai due alleli dei geni HLA-A, HLA-B e HLA-C.

 MHC di classe II: composta da due catene polipeptidiche associate in modo non covalente, una catena α e una
catena β. I geni che codificano per entrambe le catene sono polimorfi e si localizzano nel locus MHC.
I segmenti N-terminali α1 e β1 formano la tasca. Quattro stringhe del pavimento della tasca e una delle α eliche
sono formate da α1, mentre le altre quattro stringhe del pavimento e la seconda elica sono costituite da β1.
I residui polimorfi sono localizzati in α1 e β1, all’interno e intorno alla tasca. I polimorfismi maggiori si hanno per
le catene β.
Le estremità della tasca sono aperte, così possono alloggiare peptidi di 30 aa.
I segmenti α2 e β2 sono ripiegati in domini Ig e non sono polimorfi. Un’ansa nel segmento β2 fa da sito di legame
per CD4.
In generale le catene α codificate da un locus MHC di classe II si accoppiano con catene β codificate dallo stesso
locus e meno frequentemente con catene β codificate da altri loci.
Le estremità C-terminali dei segmenti α2 e β2 proseguono in piccole regioni di connessione seguite da segmenti di
residui transmembrana idrofobici composti da 25 aa. Queste terminano con aa basici, seguiti da una breve coda
citoplasmatica idrofila.
 la molecola di classe II è un eterodimero composto da una catena α e una catena β e un peptide antigenico
legato.
L’uomo eredita da ogni genitore un gene DPA1 e un gene DPB1, ognuno dei quali codifica le catene α e β della
molecola HLA-DP; un gene DQA1 e uno DQB1; un gene DRA1, uno DRB1 e separatamente un gene DRB duplicato,
che può codificare gli alleli DRB3, 4 o 5. Così ogni individuo eterozigote eredita 6 o 8 alleli per l’MHC di classe II, 3
o 4 da ogni genitore. Di solito non si ha ricombinazione tra geni di loci diversi, e quindi ogni aplotipo è trasmesso
insieme. Ci sono tuttavia aplotipi che contengono loci DRB extra che producono catene β che si associano poi con
DRα, e alcune molecole DQα codificate su un cromosoma possono associarsi con molecole DQβ codificate
sull’altro cromosoma: questo fa sì che il numero delle molecole di classe II espresse sia ben superiore a 6.

Quindi l’immunogenicità delle proteine dipende dalla capacità dei loro peptidi di essere esposti sulle MHC.
Le molecole MHC mostrano una certa promiscuità di legame, mentre la fine specialità di riconoscimento
dell’antigene risiede in massima parte nella selettività dei recettori dei linfociti.
Ogni molecola MHC di classe I o II ha una singola tasca, che lega un peptide alla volta, anche se ogni MHC può
legare più peptidi in tempi diversi. Si era inizialmente osservato che peptidi diversi che legano la stessa molecola MHC possono inibire in modo
competitivo la presentazione degli altri. Una singola MHC può però legare diversi peptidi, poiché ciascun individuo contiene solo poche molecole di MHC (6
di classe I e 10-20 di classe II) e queste devono essere in grado di presentare peptidi derivati da molti antigeni proteici.
I peptidi condividono caratteristiche strutturali che favoriscono il loro legame alla tasca dell’MHC: una di queste è
la dimensione: le molecole di classe I possono accogliere peptidi di 8-12 aa, quelle di classe II da 10 a 30 aa, con
optimum a 12-16.
I residui di un peptide che si lega all’MHC sono diversi da quelli che sono riconosciuti dai linfociti T.
Le MHC legano il peptide durante la loro sintesi e il loro assemblaggio all’interno della cellula: quindi mostrano
peptidi provenienti da microbi intracellulari, ecco perché le cellule T ristrette per MHC riconoscono microbi
associati alle cellule e sono i mediatori dell’immunità contro i microbi intracellulari.
MHC di classe I si associa a peptidi provenienti da proteine citosoliche, quelli di classe II si associano a peptidi
proveniente dalle proteine delle vescicole intracellulari.
L’associazione peptide-MHC è saturabile, con velocità di dissociazione molto lenta: nella cellula ci sono diverse
chaperonine e enzimi che facilitano il legame tra peptide e MHC. I complessi, una volta formati, sono stabili e
hanno lunga emivita, questo consente al peptide di essere esposto per un tempo sufficientemente lungo da
favorire il riconoscimento da parte di un linfocita T con quella specificità.
Quantità piccole di complessi peptide-MHC sono in grado di attivare i linfociti T specifici. Le APC presentano in
continuazione peptidi, quindi solo una piccola frazione dei complessi attiva i linfociti T (un linfocita T può essere arrivato da
un centinaio di complessi MHC di classe II, meno dello 0,1% di tutte le molecole di classe II espresse da una APC).
Le molecole MHC di un individuo non discriminano tra peptidi non self e self, sono i linfociti T che sono deputati al
riconoscimento degli antigeni estranei. I complessi peptide-MHC self non inducono autoimmunità perché le
cellule T specifiche vengono uccise o inattivate.

Il legame dei peptidi alle MHC è un’interazione non covalente tra i residui dei peptidi e quelli della tasca. Gli
antigeni proteici vengono tagliati proteoliticamente nelle APC per generare i peptidi che saranno legati ed esposti
dalle MHC: i peptidi si legano in conformazione estesa, associati a molecole d’acqua.
Nelle MHC di classe I l’associazione dipende dalle interazioni elettrostatiche della porzione N-terminale del
peptide, carica positivamente, e di quella C-terminale, carica negativamente.
Nella maggior parte delle MHC, il foglietto β del pavimento contiene delle nicchie: le MHC di classe I hanno una
nicchia idrofobica che riconosce al C-terminale del peptide un aa idrofobico; alcune MHC di classe I preferiscono
residui basici al C-terminale. Altri residui aminoacidici di un peptide possono contenere catene laterali che si
adattano alle nicchie e che si legano ad aa complementari nella molecola MHC mediante ponti salini, legami H,
forze di Van der Waals: questi sono i residui àncora, maggiori responsabili del legame. Possono trovarsi al centro
o all’estremità del peptide. Ciascun peptide legato all’MHC contiene solo uno o due residui àncora e questo
permette una maggiore variabilità degli altri residui.
Nelle MHC di classe II i ponti H e i ponti ionici contribuiscono alle interazioni dei peptidi con le α eliche delle pareti
laterali della tasca. Queste MHC possono legare peptidi più grandi, e questi fuoriescono dalle estremità della
tasca. Dato che molti residui all’interno e intorno alla tasca sono polimorfi, alleli differenti favoriscono il legame di
diversi peptidi.
I recettori per l’antigene dei linfociti T riconoscono sia il peptide sia le MHC: dai residui del peptide dipende la
specificità del riconoscimento, e dai residui del MHC dipende la restrizione dei linfociti T.
Una parte del peptide legato viene esposta dall’apertura superiore della tasca di MHC, le catene aminoacidi che di
questa parte esposta vengono riconosciute dai recettori per l’antigeni di linfociti T specifici. Il recettore del
linfocita T interagisce con i residui polimorfi delle α eliche dell’MHC.
Le variazioni nel peptide e nella tasca sono in grado di alterare la presentazione del peptide stesso o il suo
riconoscimento da parte dei linfociti T: è infatti possibile aumentare l’immunogenicità di un peptide tramite
l’incorporazione di un residuo che rafforzi il suo legame alle molecole MHC.
Gli antigeni proteici presenti nel citosol o internalizzati dall’ambiente extracellulare vengono trasformati in peptidi
tramite la processazione dell’antigene. L’associazione poi del peptide all’MHC avviene prima che questa venga
espressa sulla superficie cellulare.
Le proteine antigeniche presenti nel citosol danno origine a peptidi associati a MHC di classe I, che vengono
riconosciuti dai linfociti T CD8+; gli antigeni provenienti dall’ambiente extracellulare che vengono internalizzati
nelle vescicole delle APC danno origine a peptidi associati alle MHC di classe II, riconosciuti dai linfociti T CD4 +.
Il diverso destino degli antigeni vescicolari e citosolici è dovuto alla segregazione delle vie di biosintesi e
assemblaggio delle molecole MHC.

 MHC di classe I:

Gli antigeni estranei presenti nel citosol sono proteine di virus, microbi intracellulari, prodotti di cellule tumorali,
proteine non correttamente ripiegate nel RE (degradazione associata al RE).
Il meccanismo di generazione di peptidi a partire da proteine presenti nel citosol è la proteolisi mediata da
proteasoma. Il proteasoma è un complesso enzimatico multi proteico con attività protolitica e si trova nel citosol.
È un cilindro composto da due anelli β interni e due anelli α esterni (strutturali). Ciascun anello è formato da 7
subunità. Tre delle 7 subunità dell’anello β costituiscono i siti catalitici (β1, β2 e β5).
Normalmente il proteasoma svolge funzione di manutenzione, degradando molte proteine citosoliche
danneggiate, in seguito a legame con ubiquitina: le proteine ubiquinate vengono riconosciute dalla testa del
proteasoma, perdono la loro conformazione, perdono l’ubiquitina e vengono degradate in peptidi.
Cellule trattate con IFN-γ subiscono un aumento della sintesi di 3 nuove subunità catalitiche del proteasoma, chiamate β1i, β2i e β5i, che vanno a
rimpiazzare le altre 3 subunità catalitiche: questo provoca una modificazione nella specificità per il substrato, così che i peptidi generati contengono
generalmente aa idrofobici al C-terminale e residui basici; questo tipo di C-terminale è tipico dei peptidi trasportati nella via dell’MHC di classe I: ecco come
l’IFN-γ promuove la presentazione dell’antigene.
Alcuni antigeni non richiedono l’ubiquitinazione o l’azione del proteasoma e sono degradati da proteasi
citosoliche. La degradazione del RE genera peptidi che legano MHC di classe I senza la proteolisi nel citosol.
I peptidi che si generano sono trasportati nel RE, dove le MHC di classe I neosintetizzate sono pronte per il
legame. Il trasportatore è un dimero proteico, TAP (Transporter associated with Antigen Processing -
trasportatore associato con la presentazione dell’antigene). TAP si trova nel RE e media il trasporto attivo dei
peptidi dal citosol al lume del RE. Trasporta in maniera ottimale peptidi tra 8 e 16 aa contenenti al C-terminale
residui basici o idrofobici.
All’interno del RE la proteina TAP è associata alla tapasina, che porta TAP verso le MHC di classe I vuote.
I peptidi all’interno del RE si legano alle MHC di classe I legate a TAP attraverso la tapasina.
La catena α e la β2-microglobulina sono sintetizzate nel RE. Il ripiegamento è favorito da varie chaperonine del RE,
come la calnexina e la calreticolina, localizzate rispettivamente in membrana e nel lume. I dimeri neoformati nel
RE vuoti restano legati al complesso TAP, che lega anche calnexina, calreticolina e ossido reduttasi Erp57,
molecole che partecipano all’assemblaggio e al caricamento di MHC di classe I.
I peptidi che entrano nel RE tramite TAP sono sminuzzati da aminopeptidasi residenti nel RE: il peptide è così in
grado di legarsi alla tasca.
Una volta caricate, le MHC perdono affinità per la tapasina, così il complesso MHC-peptide esce dal RE e viene
trasportato alla superficie cellulare. In assenza del peptide, i dimeri sono instabili e vengono degradati dai proteasomi.
I peptidi trasportati nel RE si legano preferenzialmente a molecole di classe I e non II per due motivi: le molecole
neosintetizzate di classe I sono attaccate alla parte luminale del complesso TAP e catturano rapidamente i peptidi,
e nel RE le tasche leganti i peptidi delle molecole neosintetizzate di classe II sono bloccate dalla proteina I i.
Usciti dal RE, i complessi migrano al Golgi e vanno in membrana grazie a vescicole esocitiche.
Espressi in membrana, possono essere riconosciuti dai linfociti T CD8+ con il corecettore CD8.
Diversi virus hanno sviluppato meccanismi che interferiscono con l’assemblaggio delle molecole di classe I e con il loro cari camento dei peptidi.

 MHC di classe II:

I peptidi associati alle MHC di classe II derivano da antigeni proteici catturati dall’ambiente extracellulare e
internalizzati negli endosomi da parte delle APC (DC e macrofagi, i macrofagi esprimono anche recettori per la
porzione Fc degli anticorpi e recettori per la proteina C3b del complemento, quindi possono legare antigeni
opsonizzati; altro recettore espresso sulle APC sono le Ig di membrana sui linfociti B che possono mediare
l’internalizzazione di proteine presenti a bassissime concentrazioni nei liquidi extracellulari).
I microbi e il materiale corpus colato vengono internalizzati nei fagosomi, che si fondono con lisosomi a formare i
fagolisosomi o lisosomi secondari.
Alcune proteine destinate alla secrezione possono finire nelle vescicole e venire processate invece di essere
secrete; più raramente proteine citoplasmatiche e di membrana possono essere processate e presentate su
molecole MHC di classe II. Questo può essere il risultato di un normale processo di autofagia: le proteine
citoplasmatiche vengono intrappolate in vescicole legate alle membrane, gli autofagosomi, che si fondono con i
lisosomi, e i peptidi generati tramite questa via vengono destinati allo stesso compartimento vescicolare che
contiene le molecole di classe II. L’autofagia è un meccanismo per degradare le proteine cellulari e riutilizzarne i
prodotti come fonte di nutrimento nei periodi di stress.
Anche i virus possono produrre proteine citoplasmatiche che entrano nella via di presentazione dell’antigene di
classe II, questo è un meccanismo di attivazione dei linfociti T CD4+ helper da parte degli antigeni virali.
Le proteine internalizzate vengono quindi degradate enzimaticamente negli endosomi e nei lisosomi, e generano
peptidi che si legano nelle tasche degli MHC di classe II. La degradazione è un processo attivo mediato da
proteasi, come le catepsine, che sono delle tiol- e aspartil-proteasi con ampia specificità.
È stato individuato un tipo di endosoma ricco di molecole di classe II, nei macrofagi e nei linfociti B è chiamato
MIIC (compartimento MHC di classe II), con aspetto multi lamellare e dotato di tutte le componenti necessarie per
l’associazione dei peptidi all’MHC di classe II, compresi gli enzimi che degradano gli antigeni proteici e due
molecole coinvolte nel caricamento dei peptidi, cioè la catena invariante e l’HLA-DM.
Le MHC di classe II sono sintetizzate nel RE e trasportate agli endosomi associate alla proteina catena invariante
(Ii) che occupa la tasca. Ii è un trimero di 3 subunità, ciascuna delle quali si lega a un eterodimero αβ di classe II
neo sintetizzato, bloccando la tasca. Le catene α e β sono sintetizzate contemporaneamente e si appaiano a livello
del RE. I dimeri nascenti sono instabili e il loro ripiegamento e assemblaggio sono favoriti dalle chaperonine del
RE, come la calnexina. La proteina Ii promuove il ripiegamento e l’assemblaggio e le indirizza verso il
compartimento endosomiale e lisosomiale. Quindi le MHC di classe II non possono legare i peptidi presenti nel RE;
che restano disponibili per l’associazione con MHC di classe I.
Le MHC di classe II sono quindi trasportate sulla superficie cellulare con vescicole esocitiche, che si incontrano e si
fondono con le vescicole endofitiche che contengono gli antigeni processati.
Qui Ii viene rimossa per l’azione di enzimi proteolitici e della molecola HLA-DM, e i peptidi possono quindi legarsi
alle tasche.
Gli stessi enzimi proteolitici agiscono su Ii, degradandola e lasciando uno spezzone di 24 aa, CLIP (Class II-
associated Invariant chain Peptide – peptide invariante associato alla classe II). Questo deve essere poi rimosso,
rimozione mediata da HLA-DM, codificata nell’MHC, non polimorfa, che agisce come uno scambiatore di peptidi,
facilitando la rimozione di CLIP e la sua sostituzione.
Rimosso CLIP, i peptidi si legano alla tasca e HLA-DM accelera la velocità di questo legame.
In caso di legami di peptidi di grandi dimensioni, questi vengono successivamente tagliati da enzimi proteolitici.
Le MHC di classe II sono stabilizzate dal legame con il peptide e vengono trasportate alla membrana, dove sono
esposte e riconosciute dai linfociti CD4+ specifici per l’antigene con il corecettore CD4.

Alcune DC hanno la capacità di catturare e ingerire cellule infettate da virus o cellule tumorali e di presentare gli
antigeni ai linfociti T CD8+ naive: così gli antigeni ingeriti vengono trasportati al citosol, dove entrano nella via di
classe I (le proteine ingerite seguono normalmente la via di classe II). Contemporaneamente queste DC possono presentare questi
antigeni attraverso la via di classe II ai linfociti T helper CD4+, necessari per indurre una risposta completa delle
CD8+. Questo processo è detto cross-presentazione/cross-priming e indica che la cellula dendritica può
presentare da antigeni che derivano da un’altra cellula e attivare i linfociti T specifici per questi antigeni. In questo
processo è necessaria la fusione tra RE e fagosomi che contengono antigeni ingeriti; le proteine ingerite vanno poi
nel citosol e subiscono la degradazione nei proteasomi, e i peptidi che ne derivano sono trasportati da TAP nel RE,
dove vengono assemblati in classe I.

Gli antigeni endogeni, come le proteine virali e tumorali, si trovano nel citosol e sono riconosciuti dai CTL CD8 +
ristretti per classe I, che uccidono le cellule che hanno prodotto gli antigeni intracellulari.
Gli antigeni extracellulari vengono endocitati e attivano linfociti T CD4 +, che funzionano come helper stimolando
le cellule B a produrre anticorpi e i macrofagi ad aumentare la loro attività fagocitica.
Gli epitopi delle proteine complessate maggiormente capaci di provocare risposte sono quei peptidi generati per
proteolisi nelle APC e che si legano con maggiore avidità alle MHC. Se un individuo viene immunizzato con un
antigene proteico che ha molti determinanti, la maggior parte dei linfociti T responsivi sarà specifica per una o
poche sequenze lineari: questi sono gli epitopi immunodominanti/determinanti.
L’immunodominanza è importate per la manipolazione del sistema immunitario con peptidi sintetici: vaccini.
Alcuni individui non rispondono ai vaccini perché le loro molecole HLA non legano e quindi non presentano i peptidi rilevanti dell’antigene.
L’espressione di particolari alleli MHC di classe II determina la possibilità dell’individuo di rispondere a un
determinato antigene. I geni Ir che controllano la risposta immunitaria sono i geni MHC di classe II, essi
influenzano la responsività immune, in quanto le diverse forme alleliche delle molecole MHC II differiscono nella
loro capacità di legare i differenti peptidi antigenici e quindi di stimolare i linfociti T helper specifici.

Alcune rare popolazioni di cellule T possono riconoscere antigeni non proteici senza coinvolgere MHC di classe I o
II:
 Cellule NKT: esprimono i marcatori tipici delle cellule NK e dei linfociti T e i recettori αβ dei linfociti T, con
minore diversificazione. Queste cellule riconoscono i lipidi e i glicolipidi espressi dalle molecole MHC non
classiche, come le molecole CD1. Ci sono diverse proteine CD1 che legano e presentano i lipidi e li portano
sulla superficie cellulare: da qui i complessi CD1-lipide sono endocitati negli endosomi o nei lisosomi, dove
i lipidi sono catturati e i nuovi complessi CD1-lipidi tornano sulla superficie cellulare. Così le CD1 durante il
ricircolo prendono gli antigeni endocitati e li presentano senza processarli. Le cellule NKT che riconoscono
gli antigeni hanno ruolo per esempio nella difesa contro i micobatteri.
 Cellule T γδ: popolazione poco numerosa di cellule T che esprimono recettori per l’antigene simili ma non
identici a quelli dei linfociti T CD4+ e CD8+. Queste cellule riconoscono molti tipi di antigeni, che non sono
presentati su molecole MHC.
7. Recettori e vie di trasduzione del sistema
immunitario
I recettori di membrana svolgono due funzioni: la trasduzione del segnale e l’adesione fra cellule o alla matrice
extracellulare.
La trasduzione del segnale è l’insieme delle risposte biochimiche intracellulari scatenate dai recettori in seguito al
riconoscimento del proprio ligando. La cascata di trasduzione inizia con una fase citolitica nella quale il recettore
viene modificato permettendo l’attivazione o la traslocazione nucleare di fattori trascrizionali; seguita da una fase
nucleare, nella quale i fattori di trascrizione modulano la trascrizione dei geni bersaglio.
Alcune vie mancano della fase nucleare, e hanno altri fini: motilità cellulare, attivazione dell’esocitosi,
acquisizione di nuove funzioni, differenziazione, protezione dalla morte cellulare, proliferazione e crescita, arresto
del ciclo cellulare, apoptosi.

La trasduzione è generalmente iniziata da recettori (proteine integrali di membrana) che riconoscono ligandi
solubili o adesi alle cellule circostanti.
Esistono anche i recettori nucleari, che sono TF che vengono attivati da ligandi liposolubili che possono
oltrepassare la membrana plasmatica.
Per innescare la cascata di trasduzione, è necessaria l’aggregazione (cross-linking) di più recettori, o la
modificazione conformazionale del recettore stesso, ed entrambe sono indotte dal riconoscimento del ligando.
Questi due eventi portano alla modificazione della porzione intracitoplasmatica del recettore, che promuove così
l’interazione con molecole responsabili della trasduzione.
Tale cambiamento dipende dalla fosforilazione di un residuo chiave di tirosina, serina o treonina.
Gli enzimi che aggiungono gruppi fosfato sono le protein-kinasi: esistono tirosin-kinasi, serine/treonin-kinasi, in
base al residuo che viene fosforilato.
Alcuni enzimi fosforilano substrati lipidici: kinasi lipidiche.
Per ogni fosforilazione, esiste un enzima che rimuove i fosfati: fosfatasi, normalmente con ruolo inibitorio.
Altre modificazioni che possono avvenire sono acetilazione, metilazione, ubiquitinazione, aggiunta di lipidi.

In base al meccanismo di trasduzione e sulle vie biochimiche utilizzate, ci sono diversi recettori:
 Recettori che usano tirosin-kinasi non recettoriali: le catene che riconoscono il ligando non hanno attività
catalitica: l’attivazione del recettore dipende da una tirosin-kinasi distinta, che fosforila specifici residui
del recettore o di altre proteine associate allo stesso. Esempi: recettori del sistema immunitario, alcuni recettori per citochine
e integrine.
 Recettori tirosin-kinasici, RTK (Receptor Tyrosine Kinases): proteine integrali di membrana che in seguito
all’aggregazione indotta da ligandi attivano domini tirosin-kinasici presenti nelle code citoplasmatiche.
Esempio: recettore c-Kit: fondamentale dell’ematopoiesi e nella linfopoiesi, quando il suo dominio Ig extracellulare riconosce il suo ligando SCF
(Stem Cell Factor – fattore della cellula staminale) si ha la dimerizzazione e l’attivazione dei domini chinasici citosolici del recettore. Altri esempi:
recettore per l’insulina, recettore per EGF (fattore di crescita epidermico), recettore per PDGF (Platelet-Derived Growth Factor – fattore di
crescita derivato dalle piastrine).
 Recettori nucleari: legano ligandi liposolubili. Esempio: recettori per gli ormoni, per la vitamina D, per i glucocorticoidi.
 Recettori a 7 domini transmembrana/serpentinici/accoppiati alle proteine G (GPCR – G-Protein-Coupled
Receptors): attivano le proteine G ad essi associate. Il riconoscimento del ligando induce un cambiamento
conformazionale che attiva la proteina G. Esempi: recettori per leucotrieni, prostaglandine, istamina, frammento del
complemento C3a e C5a, peptide batterico f-met-leu-phe, chemochine.
 Proteine della famiglia Notch: coinvolte nello sviluppo e fondamentali nel determinare il destino dei
linfociti in via di sviluppo. L’associazione al ligando determina il taglio proteolitico dei recettori e la
traslocazione nucleare del dominio citoplasmatico (Notch intracellulare), che entra a far parte di un
complesso trascrizionale.
Un gruppo di ligandi, le proteine Wnt, attiva recettori transmembrana che modulano i livelli di β-
catenina, che facilità l’attività trascrizionale di proteine fondamentali per lo sviluppo dei linfociti.
Le molecole coinvolte nella trasduzione del segnale sono composte da moduli, ciascuno con una specifica
funzione di legame o dotato di attività catalitica. Questo concetto scaturì dallo studio della c-Src, prototipo della
famiglia di tirosin-kinasi non recettoriali dette kinasi della famiglia Src.
La c-Src contiene domini specifici, SH2 e SH3 (Scr homology 2 e 3), contiene anche un dominio catalitico tirosin-
kinasico e un dominio N-terminale che permette il legame con i lipidi.
• I domini SH2 sono composti da 100 aa ripiegati e riconoscono specifici peptidi contenenti fosfotirosine. Nella
trasduzione, le kinasi della famiglia Src fosforilano residui di tirosina presenti nelle code citoplasmatiche del
complesso recettoriale, questi domini di fosfotirosina vengono poi riconosciuti dai domini SH2 delle tirosin-kinasi
della famiglia Syk (Syk e ZAP-70).
• I domini SH3 sono composti da 100 aa e rendono possibili le interazioni proteina-proteina legandosi a sequenze
ricche di prolina.
Un ulteriore dominio è il dominio PH (Pleckstrin Homology), che può riconoscere specifici fosfolipidi. Questo dominio
presente sulle molecole Btk, una tirosin-kinasi della famiglia Tec, riconosce il fosfatidilinositolo trifosfato (PIP3).

Le proteine adattatrici funzionano come attracchi molecolari, ovvero uniscono fisicamente enzimi diversi e
promuovono così l’assemblaggio di complessi di molecole coinvolte nella trasduzione.
Possono essere integrali di membrana, come LAT (Linker for the Activation of T cells) o citosoliche come BLNK (B
cell Linkers), SLP-76 (SH2 domain-containing Linker Protein of 76 kD) e GADS (Grb-2-related Adaptor Protein
Downstream of Shc).
Le proteine adattatrici possono contenete sequenze ricche di prolina, che possono essere legate dai domini SH3 di
alter protein, e residui di tirosina, che possono essere fosforilati.
I residui aminoacidici che circondano una tirosina fosforilata determinano quale specifico dominio SH2 potrà
legarsi a quel sito.
Per esempio una proteina adattatrice con dominio YxxM (con Y=tirosina, M=metionina e x=aa qualsiasi) legherà un dominio SH2 della kinasi
fosfatidilinositolo 3 (PI3); essa potrebbe anche possedere una sequenza ricca di prolina in grado di reclutare una tirosin-kinasi con un dominio SH3 specifico,
che verrà a trovarsi vicino alla kinasi PI3, che ne risulterà a sua volta fosforilata e quindi attivata.
Un segnale iniziale determina l’associazione di diverse proteine in corrispondenza di proteine adattatrici,
portando all’attivazione di enzimi specifici che alla fine influenzano la localizzazione nucleare o l’attività di
specifici TF o inducono altri eventi cellulari.

I recettori del sistema immunitario sono una famiglia particolare di proteine integrali di membrana appartenenti
alla superfamiglia delle Ig, responsabili del riconoscimento del ligando, associate con altre proteine
transmembrana responsabili della trasduzione del segnale, dotate di code citoplasmatiche contenenti motivi di
tirosina.
Esistono eccezioni, rappresentate da recettori composti da una sola catena il cui dominio extracellulare riconosce
il ligando, mentre la coda citoplasmatica contiene residui di tirosina che trasducono il segnale.
Le proteine che trasducono il segnale si trovano normalmente in stretto contatto con tirosin-kinasi non
recettoriali della famiglia Src, che contengono motivi citoplasmatici contenenti tirosina, di due tipi:
 Domini ITAM (Immunoreceptor Tyrosine-Based Activating Motifs): presenti in recettori coinvolti
nell’attivazione cellulare.
Sono caratterizzati dalla sequenza YxxL/I(x)6-8YXXL/I (dove Y=tirosina, L=leucina, I=isoleucina, x=aa qualunque).
Quando il recettore viene attivato, le tirosine possono essere fosforilate da kinasi della famiglia Src. Gli
ITAM fosforilati reclutano un’altra tirosin-kinasi della famiglia Syk/ZAP-70 che ha due domini SH2,
ciascuno dei quali lega uno dei due motivi YxxL/I fosforilati. Questo ne causa l’attivazione.
Esempi: si trovano nelle catene ζ e nelle proteine CD3 del complesso TCR (T Cell Receptor), recettori per l’antigene dei linf ociti B, recettori per l’Fc
e NKG2D, recettore delle cellule NK.
 Domini ITIM (Immunoreceptor Tyrosine-Based Inhibitory Motifs): inibiscono le risposte cellulari.
Caratterizzati dalla sequenza V/L/IxYxxL (dove V=valina).
Gli ITIM fosforilati reclutano tirosin-fosfatasi o inositolo-lipide-fosfatasi, contrastando l’attivazione
causata dai domini ITAM.
Esempi: recettori per l’antigene dei linfociti B e T, recettore per le IgE dei mastociti, recettori per gli Fc delle cellule dell’immunità innata e dei
linfociti B, CD22, FcγRIIB, recettori delle cellule NK.

La trasduzione del segnale nei linfociti T e B ha una sequenza di eventi simili:


 Riconoscimento del ligando che determina l’aggregazione di molti recettori
 Attivazione di una kinasi della famiglia Src ad essi associata
 Si può determinare il dispiegamento della coda citoplasmatica di una catena polipeptidica del recettore
che espone i residui di tirosina dei motivi ITAM
 La kinasi Src fosforila le tirosine sui domini ITAM
 Ciascuna delle due tirosine fosforilate è riconosciuta da uno dei due domini SH2 di una tirosin-kinasi della
famiglia Syk
 La kinasi Syk fosforila le proteine adattatrici e gli enzimi che attivano diverse vie di trasduzione.

L’entità del segnale trasmesso dal CTR e dal BCR influenza il destino dei linfociti in via di sviluppo e attivazione.
Per esempio nella selezione positiva timica i segnali deboli sono interpretati come uno stimolo alla sopravvivenza,
quelli forti come induzione alla morte. L’intensità del segnale ha anche ruolo nell’indirizzare il linfocita verso la
differenziazione in CD4 o CD8. La forza dell’attivazione può anche influenzare il tipo di risposta verso un
determinato antigene.

La trasduzione del segnale è regolata da 3 meccanismi:


 Utilizzo progressivo degli ITAM: i recettori riescono a genere un’intensità di segnale fosforilando un
numero diverso di residui di tirosina nei motivi ITAM.
TCR ha 6 catene deputate alla trasduzione e 10 domini ITAM: più è alta l’affinità per il ligando, più ITAM
vengono fosforilati.
BCR ha 2 domini ITAM, ma questo numero aumenta quando il recettore viene aggregato da antigeni
multivalenti: il grado di aggregazione influenza il numero di ITAM usati.
 Aumento dell’attivazione da parte di corecettori, proteine transmembrana coinvolte nella trasduzione
che, legandosi simultaneamente allo stesso complesso antigenico riconosciuto dal recettore, ne facilita
l’attivazione. Questo è possibile perché alla coda citoplasmatica dei recettori sono associati enzimi che
partecipano alla fosforilazione degli ITAM e facilitano l’attivazione cellulare.
I corecettori dei linfociti T sono CD4 e CD8.
Il corecettore dei linfociti B è CR2/CD21 (Complement Receptor Type 2 – recettore per il complemento di
tipo 2).
 Modulazione del segnale da parte di recettori inibitori.
I recettori inibitori dei linfociti T sono CTLA-4 e PD-1.
I recettori inibitori dei linfociti B sono CD22, FCγRIIB e altri.
In alcune circostanze i segnali provenienti dal recettore per l’antigene possono cooperare con segnali di altri
recettori, i recettori costimolatori, che forniscono secondi segnali ai linfociti. Riconoscono ligandi diversi
dall’antigene e i loro segnali vengono integrati.
Recettore costimolatorio espresso dai linfociti T è CD28, attivato dalle molecole B7-1/CD80 e B7-2/CD86, espresse
dalle APC attivate.

 LINFOCITI T  TCR
Il suo ligando è il complesso MHC-peptide.
Caratteristica distintiva del geni del TCR è che sono geni espressi in modo specifico dai linfociti T che hanno subito
processi di ricombinazione somatica.
Il TCR è un eterodimero composto da due catene polipeptidiche transmembrana, α e β, unite covalentemente da
un ponte disolfuro tra due cisteine extracellulari: i linfociti vengono quindi detti linfociti T αβ.
Esiste un secondo tipo di TCR, meno comune, formato da catene γδ, espresso da una piccola sottopopolazione di
linfociti T (linfociti T γδ).
Sia la catena α che la catena β sono formate da un dominio Ig variabile (V) N-terminale e da un dominio Ig costate
(C), da una regione idrofobica transmembrana e da una breve sequenza citoplasmatica.
 La porzione extracellulare dell’eterodimero αβ è strutturalmente simile al Fab degli anticorpi.
Le regioni V contengono brevi sequenze in cui risiede la variabilità tra i diversi TCR: queste sequenze sono le CDR
(Complementarity-Determining Regions): 3 CDR su α e 3 su β costituiscono la porzione del recettore che riconosce
in modo specifico MHC-peptide.
Il dominio V di β contiene una quarta regione ipervariabile che non partecipa al riconoscimento dell’antigene ma
si lega a prodotti microbici detti superantigeni.
Le regioni C hanno una breve regione cerniera, che contiene residui di cisteina, responsabili della formazione del
ponte disolfuro.
La porzione transmembrana presenta aa con carica positiva, che interagiscono con aa a carica opposta presenti
nella porzione transmembrana delle altre proteine che fan parte del complesso del TCR.
Le code citoplasmatiche C-terminali son formate da 5-12 aa e son troppo corte per trasdurre i segnali.
Ci sono quindi proteine associate a formare il complesso del TCR, che sono CD3 e ζ, deputate alla trasduzione del
segnale. Queste sono identiche in tutti i linfociti T.
 Complesso CD3: necessario anche per l’espressione del complesso TCR in membrana. Consiste di 3
proteine, CD3 γ, δ ed ε. Contengono un dominio Ig nella regione N-terminale (appartengono quindi alla
superfamiglia delle Ig). I segmenti transmembrana di tutte e 3 le catene contengono un residuo di acido
aspartico carico negativamente che interagisce con i residui positivi dei domini transmembrana delle
catene α e β del TCR.
I domini citoplasmatici delle catene γ, δ ed ε sono lunghe 44-81 aa e presentano ciascuno un dominio ITAM.
 Catena ζ: breve regione extracellulare di 9 aa, regione transmembrana con il residuo di acido aspartico e
un lungo dominio citoplasmatico di 113 aa, con 3 sequenze ITAM.
 il complesso del TCR è quindi costituito da un dimero αβ associato a un eterodimero CD3 δε, un
eterodimero CD3 γε e un omodimero ζζ.

Quando il TCR si lega al complesso MHC-peptide, i corecettori si aggregano al TCR e questo permette la
fosforilazione delle tirosine degli ITAM, che innesca la cascata della trasduzione e l’attivazione delle tirosin-kinasi,
che fosforilano le tirosine di altre proteine adattatrici.
Il TCR si attiva quando molte catene vengono aggregate (cross-linking) in seguito al riconoscimento simultaneo di
epitopi antigenici adiacenti.
Il riconoscimento del ligando induce cambiamenti conformazionali che rendono gli ITAM, dapprima ripiegati,
accessibili alle kinasi Src.

I corecettori CD4 e CD8 facilitano il processo di attivazione avvicinando Lck, associata alle loro code
citoplasmatiche, agli ITAM delle catene CD3 e ζ.
Riconoscono parte di MHC-peptide che interagisce con il TCR.
I linfociti T αβ maturi esprimono il CD4 o il CD8, ma mai entrambi. Questi interagiscono rispettivamente con MHC
di classe II e di classe I, causando la restrizione per MHC.
Sono glicoproteine transmembrana della superfamiglia delle Ig.
 CD4 è un monomero espresso dai linfociti T periferici e dai timociti, è presente anche sui fagociti
mononucleati e su alcune DC (costituisce il recettore per l’envelope dell’HIV). Ha 4 domini Ig extracellulari, una regione
transmembrana e una coda citoplasmatica di 38 aa. I due domini Ig N-terminali legano il dominio non
polimorfo β2 delle MHC di classe II.
 CD8 è espresso sulla maggior parte delle cellule, è un eterodimero costituito da due catene, CD8α e CD8β
legate da ponti disolfuro. Entrambe le catene hanno un singolo dominio Ig extracellulare, una regione
transmembrana e una coda di 25 aa. Il dominio Ig terminale di C8 si lega al dominio non polimorfo α3 di
MHC di classe I.
Le code citoplasmatiche legano Lck, kinasi della famiglia Src. Legandosi a MHC, questi corecettori si trovano in
contatto con TCR: sul versante citosolico Lck quindi si avvicina agli ITAM delle catene CD3 e ζ e li fosforila,
permettendo il reclutamento e l’attivazione della kinasi ZAP-70.
Oltre a Lck associata ai corecettori, c’è un’altra tirosin-kinasi citoplasmatica della famiglia Src, Fyn, fisicamente
associata al CD3.
Le sequenze ITAM della catena ζ fosforilate diventano siti di ancoraggio per ZAP-70 (ζ Associated Protein di 70 kD),
una tirosin-kinasi della famiglia Syk, che contiene due domini SH2 che legano gli ITAM (entrambi i residui
fosfotirosinici). Associatasi, ZAP-70 diventa un substrato per Lck, dalle quali viene fosforilata: questo processo
innesca l’attività tirosin-kinasica di ZAP-70. È necessario il raggiungimento di una soglia critica di attivazione, che viene raggiunta mediante il
reclutamento di diverse molecole ZAP-70.

Altra via di trasduzione coinvolta nell’attivazione dei linfociti T è l’attivazione della kinasi PI3, che fosforila i
fosfatidilinositoli di membrana. Questo enzima è reclutato dal citoplasma dal complesso del TCR e qui genera PIP3
a partire da PIP2.
Alcune proteine citosoliche coinvolte nella trasduzione del segnale hanno domini specializzati PH con affinità per
PIP3, quindi le proteine che contengono domini PH possono legarsi alla superficie interna della membrana solo
quando viene generato PIP3.
Esempi di proteine con domini PH: kinasi come Itk nei linfociti T e Btk nei linfociti B; kinasi PDK1 che attiva la kinasi Akt che favorisce la sopravvivenza
cellulare inattivando BAD e BAX, due membri pro-apoptotici della famiglia Bcl-2.

Dopo l’attivazione, ZAP-70 fosforila numerosi substrati che fungono da proteine adattatrici per il legame di altre
molecole coinvolte nella trasduzione.
Evento importante è la fosforilazione delle proteine adattatrici SLP-76 e LAT, che, fosforilata in tirosina, lega la
fosfolipasi Cγ1 (PLCγ1), enzima che coordina il reclutamento di altre proteine adattatrici, come SLP-76, GADS e
Grb-2, al “complesso del TCR-proteine associate”, detto segnalosoma.
La LAT serve quindi a raggruppare componenti della trasduzione, e la sua funzione dipende dalla fosforilazione da
parte di ZAP-70 attivata, quindi solo il riconoscimento dell’antigene innesca la trasduzione.

Tra il linfocita T e l’APC si forma la sinapsi immunologica, SMAC (SupraMolecular Activation Cluster).
Le molecole che vengono rapidamente reclutate verso il centro della sinapsi sono il complesso del TCR, i
corecettori CD4 e CD8, i recettori per le molecole costimolatorie (come CD28), enzimi (come la PKC-Θ – protein-
kinasi Θ), le proteine adattatrici citoplasmatiche associate alle code dei recettori di membrana. Questa regione
della sinapsi è detta c-SMAC (Central SMAC), e la distanza tra plasmalemma dei linfocita e dell’APC è 15 nm.
Le integrine rimangono nelle porzioni periferiche e stabilizzano il legame, formando la p-SMAC (Periferical SMAC),
dove le due membrane distano 40 nm.
Molte delle molecole coinvolte nella trasduzione si localizzano dapprima in regioni di membrana con alto
contenuto lipidico, i raft lipidi o micro domini glicolipidici, dove ha inizio l’attivazione del TCR e dei recettori
costimolatori che portano al riarrangiamento del citoscheletro, che permette ai raft di unirsi a formare la sinapsi.
La sinapsi immunologica ha diverse funzioni:
 È un punto di contatto stabile tra linfocita e APC ed è il sito di assemblaggio della macchina della
trasduzione, sebbene questa inizi prima della sua formazione e sia anzi necessaria per la sua formazione:
qui è facilitato l’ingaggio ripetuto dei TCR da parte dei pochi complessi MHC-peptide.
 Permette il rilascio direzionato del contenuto dei granuli secretori e citochine verso l’APC o la cellula
bersaglio. Esempio: rilascio di granuli con perforina e granzimi effettuato dai CTL per uccidere le cellule bersaglio. Anche le interazioni CD40L-
CD40 sono facilitate dall’accumulo di queste due proteine a livello della sinapsi immunologica.
 È il sito preferenziale di degradazione delle molecole coinvolte nella trasduzione, che avviene mediante
monoubiquitinazione e ingresso nella via di degradazione endosomiale e lisosomiale, e contribuisce a
spegnere l’attivazione dei linfociti T.

Le proteine attivate dal riconoscimento dell’antigene, stimolano 3 diverse MAP-kinasi (Mitogen-Activated


Protein) che stimolano diversi TF.
I due membri principali di questa famiglia sono Ras e Rac:
 Ras: si attiva in seguito al riconoscimento dell’antigene e porta all’attivazione di TF attraverso l’attivazione
della protein-kinasi ERK (Extracellular Receptor-activated Kinase), membro della famiglia delle MAP kinasi.
Nella sua forma inattiva, Ras lega GDP, quando a questo si sostituisce GTP Ras subisce un cambiamento
conformazionale e può reclutare diversi enzimi cellulari, tra cui il più importante è c-Raf. Le proteine Ras
mutate che diventano costitutivamente attive sono associate a trasformazione neoplastica.
L’attivazione delle Ras coinvolge le proteine adattatrici LAT e Grb-2.
L’attivazione di ZAP-70 induce la fosforilazione della proteina adattatrice LAT che diventa sito di
ancoraggio per il dominio SH2 della proteine adattatrice Grb-2.
Grb-2 quindi recluta in membrana la proteina SOS (Son of Sevenless), che catalizza lo scambio GDP/GTP su
Ras: si forma così la forma di Ras legata a GTP che attiva una cascata di 3 MAP-kinasi in sequenza: le
prime due fosforilano e attivano la terza, che è ERK.
Il complesso Ras-GTP attiva c-Raf, che attiva una kinasi che fosforila ERK sui residui di treonina e tirosina
(questa kinasi a doppia specificità è un esempio di kinasi che attiva una MAP-kinasi, quindi una MAPKK,
MAP kinasi kinasi). Attivata, ERK trasloca al nucleo e fosforila Elk, che stimola la trascrizione di c-Fos, il
componente del TF AP-1.
Parallelamente all’attivazione di Ras da parte di Grb-2 e SOS, le molecole adattatrici fosforilate reclutano
e attivano VAV, una proteina di scambio GTP/GDP, che agisce su Rac.
 Rac legata a GTP innesca una cascata di MAP-kinasi parallela, che porta all’attivazione della proteina JNK
(c-Jun N-terminal Kinase, detta anche SAP, Stress Activated Protein) della famiglia delle MAP-kinasi.
JNK attivata fosforila c-Jun, secondo componente del TF AP-1.
Terzo membro della famiglia delle MAP-kinasi è p38, protein-kinasi attivata da Rac-GTP.
Rac-GTP provoca anche la riorganizzazione del citoscheletro.
L’attività di ERK e JNK termina con un meccanismo di feedback negativo che comporta l’azione di fosfatasi
a doppia specificità attivate dalle stesse ERK e JNK.

La trasduzione del segnale del TCR porta all’attivazione dell’isoforma γ1 dell’enzima PLCγ1-fosfolipasi C, che
catalizza l’idrolisi dei fosfolipidi di membrana da cui derivano prodotti che attivano enzimi che portano
all’attivazione dei TF.
PLCγ1, specifica per fosfolipidi contenenti inositolo, viene reclutata da parte di LAT fosforilato. Una volta
fosforilata da ZAP-70, catalizza l’idrolisi del fosfolipide di membrana PIP2, con la formazione di due prodotti:
inositolo 1,4,5-trifosfato (IP3) e diacilglicerolo (DAG).
 IP3 è responsabile dell’aumento della concentrazione citoplasmatica di calcio: IP3 infatti diffonde nel
citosol fino al RE, dove si lega al proprio recettore (un canale del calcio regolato da ligando) e stimola il
rilascio del calcio immagazzinato: le concentrazioni di calcio passano da 100 nM a 600-1000 nM. La
deplezione di calcio nel RE viene individuata dalla proteina del RE STIM1 (Stromal Interaction Molecule I),
che attiva il canale ionico di membrana CRAC (Calcium-Release Activated Calcium) che, promuovendo
l’ingresso di calcio extracellulare, mantiene la concentrazione citosolica di 300-400 nM per più di un’ora.
Altra componente di questo canale è la proteina Orai. Il calcio citoplasmatico agisce da secondo
messaggero, legandosi alla calmodulina: il complesso attiva molti enzimi, tra cui una fosfatasi, la
calcineurina, importante per l’attivazione di TF.
 DAG attiva la PKC (protein-kinasi C).
La combinazione di calcio citosolico e DAG attiva alcune isoforme di PKC di membrana inducendone il
cambiamento conformazionale che rende il sito catalitico accessibile ai suoi substrati. L’isoforma Θ della
PKC si localizza nella sinapsi immunologica ed è coinvolta nell’attivazione e nella traslocazione al nucleo
del TF NF-κB.

I TF che si legano alle regioni regolatrici dei geni determinandone un aumento della trascrizione sono:
 NFAT (Nuclear Factor of Activated T Cells – fattore nucleare delle cellule T attivate): fattore necessario per
l’espressione di IL-2, IL-4 e TNF.
Esistono 4 tipi di NFAT, e le forme espresse nei linfociti T sono la 1 e la 2.
È presente nel citosol dei linfociti T quiescenti in forma inattiva fosforilata in serina, viene attivato dalla
calcineurina che, defosforilando NFAT, rende disponibile un segnale di localizzazione nucleare che ne
consente la traslocazione al nucleo.
Nel nucleo, NFAT si lega a sequenze consenso presenti nelle regioni regolatrici dei geni dell’IL-2, dell’IL-4 e
di altri geni delle citochine.
Il farmaco immunosoppressore usato nella prevenzione del rigetto di trapianto ciclosporina, così come il composto funzionalmente simile FK506,
agiscono bloccando la trascrizione di questi geni. La ciclosporina lega la proteina citosolica ciclofilina (FK506 lega FKBP) (ciclofilina e FKBP son detti
anche immunofiline), i complessi che si formano legano e inibiscono la calcineurina, bloccando la traslocazione di NFAT nel nucleo.
 AP-1 è un TF dimerico composto da due proteine diverse legate tra loro grazie a un motivo strutturale
comune, la cerniera di leucina.
Il fattore AP-1 meglio studiato è composto dalle proteine Fos e Jun.
È attivato a livello nucleare dalla sintesi della proteina Fos (stimolata dalla via ERK e dall’attivazione della
PKC) e dalla fosforilazione della proteina Jun, presente nel citosol (JNK fosforila c-Jun).
AP-1 e NFAT funzionano in modo sinergico.
 NF-κB: TF essenziale per la sintesi delle citochine. Sono omo o eterodimeri composti da proteine
omologhe al prodotto di un protoncogene, c-rel.
Nei linfociti T quiescenti, NF-κB è presente nel citosol, associato alle proteine IκB (Inhibitors of κB), che
mascherano il suo segnale di localizzazione nucleare.
I segnali trasmessi da TCR inducono la fosforilazione in serina di IκBα ad opera dell’enzima IκB kinasi e la
sua successiva ubiquitinazione e degradazione nel proteasoma.
NF-κB può migrare nel nucleo e legarsi ai promotori dei geni bersaglio.

Le tirosin-fosfatasi rimuovono gruppi fosfato da residui di tirosina contenuti nelle proteine e in generale
inibiscono la trasduzione del segnale. Due esempi sono SHP-1 e SHP-2 (SH2-domain containing Phosphatases 1 e
2).
Le fosfatasi inibitorie sono normalmente reclutate da recettori inibitori, e bloccano la trasduzione del segnale
rimuovendo i fosfati dalle tirosine di importati molecole responsabili della trasduzione: si comportano quindi da
antagonisti funzionali delle tirosin-kinasi.
Altra fosfatasi inibitoria è specifica per un inositolfosfolipide, la SHIP (SH2 domain-containing Inositol
Phosphatase) , che si lega a sequenze ITIM fosforilate. Rimuovendo il fosfato da PIP3, antagonizza la trasduzione
del segnale dipendente dalla chinasi PI3.
Esiste una tirosin-fosfatasi, CD45, che facilita l’attivazione dei linfociti T: è una tirosin-fosfatasi recettoriale
espressa dalle cellule ematopoietiche. È una proteina integrale di membrana che nella coda citoplasmatica ha
domini di tirosin-fosfatasi. CD45 defosforila residui di tirosina inibitori delle chinasi Lck e Fyn.

Alcuni recettori danno segnali costimolatori che cooperano con i segnali trasmessi dal TCR.
Ipotesi dei due segnali per l’attivazione dei linfociti T: il segnale trasdotto da TCR e corecettori è il segnale 1, il peptide estraneo deve essere già stato
riconosciuto e deve aver attivato risposte innate inducendo sulle APC i ligandi dei recettori costimolatori, e questo è il segnale 2.
Le molecole costimolatorie più conosciute sono B7-1/CD80 e B7-2/CD86, espresse da DC attivate, macrofagi e
linfociti B. Queste molecole sono riconosciute da CD28, principale recettore costimolatorio espresso dai linfociti T.
Altro membro attivatorio di questa famiglia è il recettore ICOS (Inducible Costimulator), importante per lo
sviluppo dei T helper follicolari.
Una famiglia di proteine strutturalmente simili al recettore CD2 è importante per l’attivazione sia di linfociti T che
di cellule NK.
Il recettore CD2 è una glicoproteina espressa dai linfociti T maturi, dai timociti e dalle NK. Contiene due domini Ig
extracellulari, una regione transmembrana e una coda citoplasmatica di 116 aa.
Il principale ligando di CD2 è LFA-3 (Leukocyte Function-associated Antigen 3)/CD58, della superfamiglia delle Ig.
CD2 è una molecola accessoria che funziona sia come molecola di adesione intercellulare sia come proteina che
trasduce il segnale.
Alcuni anticorpi anti-CD2 aumentano la secrezione di citochine e la proliferazione dei linfociti T quando stimolati con anticorpi anti-TCR/CD3: questo indica
che i segnali del CD2 possono potenziare le risposte T attivate dal TCR.
Alcuni anticorpi anti-CD2 bloccano la formazione di coniugati tra i linfociti T e le cellule che esprimono LFA-3: questi indica che il legame di CD2 a LFA-3
promuove l’adesione cellula-cellula.
CD28 e CD2 si possono compensare l’un l’altro: esempio di ridondanza.
C’è un sottogruppo di proteine della famiglia CD2, SLAM (Signaling Lymphocytic Activation Molecule, molecola di
trasduzione del segnale di attivazione linfocitaria), una proteina integrale di membrana che contiene due domini
Ig e una coda citoplasmatica lunga, che contiene il motivo TxYxxV/I (con T=treonina, Y=tirosina, V=valina, I=isoleucina),
conosciuto come ITSM (Immunoreceptor Tyrosine-Based Switch Motif), diverso da ITAM e ITIM, chiamato motivo
interruttore perché in alcuni recettori determina lo scambio tra il legame con la tirosin-fosfatasi SHP-2 e il legame
con altri enzimi in presenza della proteina adattatrice SAP (SLAM-Associated Protein): è cosi responsabile del
passaggio da funzione inibitoria ad attivatoria.
I domini Ig sono coinvolti nelle interazioni omofili che: una SLAM espressa da un linfocita T può interagire con
SLAM espressa da una DC: il motivo ITSM lega SAP che fa da ponte tra SLAM e Fyn.
SLAM funziona come recettore costimolatore, le mutazioni nel gene SAP causano la sindrome linfoproliferativa associata al cromosoma X, XLP.
Altro membro di questa famiglia è 2B4 espressa dalle NK, dai T CD8 e dalle Tγδ. Questa molecole riconosce la
CD48m che lega anche il CD2. La sua coda contiene motivi ITSM che legano SAP e trasducono attraverso il
reclutamento di Fyn.

 LINFOCITI B  BCR
Anticorpo transmembrana associato a due catene responsabili della trasduzione del segnale a formare il
complesso del BCR.
L’anticorpi è una IgM o IgD di membrana, sostituite da IgG, IgA o IgE nei linfociti B che hanno fatto scambio di
classe isotipica.
Le Ig di membrana hanno code citoplasmatiche composte da lisina, valina e lisina, troppo corte per trasdurre il
segnale: di questo si occupano Igα e Igβ, legate da un ponte disolfuro, che hanno un ITAM citoplasmatico.
L’antigene innesca la trasduzione causando l’aggregazione del BCR.
Si pensa che l’aggregazione delle Ig di membrana comporti l’aggregazione anche di kinasi della famiglia Src e, promu ovendone l’interazione fisica, le attivi,
rendendole capaci di fosforilare le tirosine degli ITAM. È anche possibile che il legame dell’antigene determini un cambiamento conformazionale degli ITAM
associati al BCR rendendoli accessibili a kinasi della famiglia Src già attive.
La fosforilazione delle tirosine degli ITAM attiva gli eventi di trasduzione. Le Ig recettoriali entrano nei raft lipidici.
Igα e Igβ sono associate a tirosin-kinasi della famiglia Src, come Lyn, Fyn e Blk. La fosforilazione della tirosina degli
ITAM permette il legame e l’attivazione della tirosin-kinasi Syk, dotata di due domini SH2. Questa può essere
fosforilata e ulteriormente attivata da kinasi della famiglia Src associate al BCR.
Se l’antigene è monovalente avviene comunque un minimo di trasduzione, ma per la completa attivazione del
linfocita B serve l’intervento dei T helper.

L’attivazione dei linfociti B è potenziata da segnali generati da proteine del complemento attraverso il recettore
CD21, che fa da tramite tra immunità innata e specifica umorale.
I polisaccaridi e le sostanze microbiche possono attivare direttamente il complemento, proteine e altri antigeni
che non lo attivano direttamente possono legarsi ad anticorpi preesistenti o prodotti nelle prime fasi e questi
immunocomplessi possono attivare il complemento.
L’attivazione del complemento provoca la scissione proteolitica delle proteine che lo compongono, in particolare
C3, il cui frammento C3b si lega al microrganismo o all’immunocomplesso. C3b viene ulteriormente degradato a
formare C3d che resta legato alla superficie microbica: i linfociti B esprimono il recettore per C3d CR2/CD21
(recettore per il complemento di tipo 2): BCR prende contatto diretto con l’antigene e CR2 riconosce C3d.
CR2 è espresso sulla membrana dei linfociti B come complesso trimolecolare con CD19 e CD81 (insieme chiamate
TAPA-1), complesso definito complesso recettoriale dei linfociti B.
Il legame di CR2 a C3d porta CD19 vicino alle kinasi associate al BCR, così CD19 viene fosforilato e causa il
reclutamento di Lyn, che amplifica i segnali aumentando l’efficienza di fosforilazione di ITAM.
CD19 fosforilato inoltre attiva una via di trasduzione che dipende dalla kinasi PI3, necessaria per l’attivazione di
Btk e PLC-γ2, enzimi che devono legare PIP3 a livello della superficie interna della membrana per essere attivati.

Dopo il legame BCR-antigene, Syk e altre tirosin-kinasi attivano secondi messaggeri la cui attività è regolata da
proteine adattatrici.
Syk causa la fosforilazione di residui di tirosina della proteina adattatrice SLP-65 (SH2-Binding Leukocyte
Phosphoprotein of 65 kD) detta anche BLNK (B Cell Linker Protein). Questo facilita il reclutamento di altri enzimi
che contengono domini SH2 e domini PTB (PhosphoTyrosine-Binding), tra cui proteine scambiatrici di GTP/GDP
che attivano a loro volta Ras e Rac, la fosfolipasi PLCγ2 e la tirosin-kinasi Bkt.
Nei linfociti B attivati avviene la via delle Ras-MAP kinasi. Il fattore SOS viene reclutato da BLNK tramite legame
con la proteina adattatrice Grb-2; Ras viene attivata e attiva così la via di ERK.
In risposta al segnale trasdotto da BCR viene attivata la PLC (fosfolipasi C) specifica per il fosfatidilinositolo che
attiva secondi messaggeri a sua volta. L’isoforma dominante nei linfociti B è la γ2 (nei T è γ1). PLC si attiva
legandosi a BLNK e viene fosforilata da Syk e Btk.
PLC attivata taglia PIP2 generando IP3 e DAG: il primo provoca l’aumento del calcio citoplasmatico sia
mobilizzandolo dai depositi cellulari, sia facendolo entrare dall’ambiente extracellulare, questo calcio fa sì che
DAG attivi le isoforme della PKC che fosforila i residui di serina e treonina di altre proteine.
L’attivazione di PKC inoltre contribuisce all’attivazione di NF-κB, Fos e JunB.

L’attivazione dei linfociti deve essere finemente controllata, per evitare che la sua risposta porti a danni nei
tessuti, il sistema immunitario inoltre ha meccanismi che prevengono la reazione contro il self.
L’attenuazione della trasduzione del segnale è fondamentale per prevenire l’infiammazione incontrollata e la
linfoproliferazione.
Nei linfociti, la trasduzione di segnali inibitori dipende dall’attivazione di recettori inibitori, ma anche da specifici
enzimi, come l’ubiquitina ligasi E3, che contrassegna determinate molecole così che vengano degradate.
I recettori inibitori reclutano e attivano fosfatasi che contrastano con gli eventi di trasduzione del segnale attivati
dal recettore-ligando.
Tali recettori inibitori contengono motivi ITIM che reclutano fosfatasi con domini SH2.
I principali recettori delle cellule NK sono:
 Recettori KIR (Killer Cell Immunoglobulin-Like Receptor): hanno domini extracellulari di tipo Ig e
riconoscono MHC di classe I.
 Recettori ILT (Immunoglobulin-Like Transcript)
 Lectine di tipo C, la principale è un eterodimero composto dalla lectina NKG2A e della glicoproteina
CD94, che riconosce la MHC di classe I atipica, HLA-E.
Questi recettori sono presenti anche sui linfociti T attivati.
I residui ITIM vengono fosforilati da kinasi della famiglia Src, che reclutano tirosin-fosfatasi con domini SH2 (SHP-1
e SHP-2) e SHIP, una inositolo-fosfatasi con domini SH2: SHIP rimuove i gruppi fosfato da PIP3, inibendo cosi
l’attività della kinasi PI3.
Il recettore inibitorio più importante della famiglia dei CD28 è CTLA-4/CD152, e ha affinità per le proteine B7
maggiore rispetto al CD28. È responsabile del mantenimento della tolleranza al self. Ha nella sua coda un motivo
contenente tirosina.
Alla stessa famiglia appartiene il recettore PD-1 (Programmed Death-1), che contiene motivi ITIM e ITSM.
I principali recettori per i linfociti B sono:
 FCγRIIB, anche in DC e macrofagi, lega immunocomplessi contenenti IgG, recluta SHIP e antagonizza così i
segnali della kinasi PI3.
 CD22/Siglec-2

L’ubiquitina media la degradazione delle proteine citoplasmatiche e nucleari, ma può anche causare
l’attenuazione o l’induzione della trasduzione.
L’ubiquitina è una proteina di 76 aa, attivata in modo ATP-dipendente dall’enzima E1, trasportata poi dall’enzima
E2 su un substrato che viene riconosciuto dall’ubiquitina ligasi E3.
Dopo che la porzione C-terminale dell’ubiquitina lega covalentemente una lisina sul bersaglio, le estremità C-
terminali delle successive ubiquitine legano lisine delle ubiquitine precedenti, generando catene di poliubiquitina.
A seconda del residuo utilizzato, la forma cambia, e così anche la funzione.
Ad esempio in caso di legame lisina-48 la proteina viene riconosciuta dal proteasoma; il legame lisina-63 dà vita a una struttura che aggancia la proteina ad
altre proteine importanti per l’attivazione del NF-κB; il legame con una singola ubiquitina destina la proteina al lisosoma.
Nei linfociti T esistono divere ligasi E3, alcune coinvolte nell’attivazione e altre nell’inibizione della trasduzione.
Tipica ligasi E3 coinvolta nello spegnimento delle risposte è Cbl-b, il cui reclutamento determina la
monoubiquitinazione.
I segnali provenienti da CD28 bloccano l’attività inibitoria di Cbl-b: ecco come la costimolazione aumenta
l’attivazione da parte del TCR.
Topi che non esprimono Cbl-b hanno linfociti T che rispondono all’antigene anche senza la costimolazione da parte del CD28 e producono quantità enormi di
IL-2, causando fenomeni di autoimmunità.

I recettori per le citochine sono costituiti da una o più proteine transmembrana, le cui porzioni
extracitoplasmatiche legano l’antigene e le cui porzioni intracitoplasmatiche trasducono il segnale, trasduzione
attivata dall’aggregazione di più recettori ad opera del ligando, grazie al quale le code vengono avvicinate
attivando tirosin-kinasi non recettoriali.
Eccezione sono i recettori della famiglia del recettore per il TNF: sono trimeri che riconoscono ligandi trimerici e
cambiano conformazione attivando la trasduzione.
Le chemochine attivano una grande sottofamiglia di recettori costituita da GPCR a 7 domini transmembrana.
I recettori per le citochine sono classificati in base all’omologia strutturale dei domini extracellulari e sull’uso di
meccanismi comuni di trasduzione.
 Recettori per le citochine di tipo I (famiglia del recettore dell’ematopoietina): dimeri o trimeri composti
da catene con domini conservato contenenti cisteina e la sequenza tro-ser-X-trp-ser (WSCWS). Le
sequenze conservate formano strutture tridimensionali che legano citochine di tipo I, citochine con 4 α
eliche. Questa famiglia è divisa in sottogruppi:
• sottogruppo con la catena γ comune/CD132, comprende recettori per IL-2, IL-4, IL-7, IL-9, IL-15 e IL-21.
• sottogruppo con la catena β comune/CD131, comprende recettori per IL-3, IL-5 e GM-CSF.
• sottogruppo con la catena gp130, comprende recettori per IL-6, IL-11 e IL-27.
Tutti questi recettori attivano la via di trasduzione di tipo JAK-STAT.
 Recettori per le citochine di tipo II (famiglia del recettore dell’interferone): hanno due domini
extracellulari con residui di cisteina, ma manca il motivo WSXWS. Include i recettori per gli interferoni di
tipo I e II, per IL-10, IL-20 e IL-26. Attivano vie di trasduzione di tipo JAK-STAT.
 Recettori per il TNF: costituiti da trimeri. Appartengono a una famiglia più ambia, che comprende anche
recettori che non riconoscono le citochine.
Stimolano l’espressione genica e possono indurre apoptosi, reclutando adattatori che attivano la caspasi-
8.
Importanti membri di questa famiglia sono i due recettori per il TNF TNFRI e TNFRII, CD40, la proteina
Fas/CD95, il recettore per la linfotossina, la famiglia BAFF (B Cell Activating Factor – recettori del fattore
di attivazione della cellula B).
Il riconoscimento del ligando trimerico porta al cambiamento conformazionale che permette il
reclutamento di proteine adattatrici che reclutano protein-kinasi che iniziano la trasduzione.
Viene anche reclutata l’ubiquitina ligasi E3, che causa poliubiquitinazione non degradativa.
Nel caso del recettore per il TNF viene reclutata la proteina adattatrice TRADD (TNF-Receptor-Associated
Death Domain) che recluta la proteina TRAF (TNR Receptor Associated Factors), che ha attività ligasi E3.
 Famiglia dell’IL-1/TLR: hanno un dominio citoplasmatico TIR (Toll Like/IL-1 Receptor).
L’ingaggio di questi recettori causa la loro dimerizzazione e il reclutamento sul dominio TIR di proteine
adattatrici anch’esse con dominio TIR che collegano i recettori a membri della famiglia IRAK (IL-1R
Associated Kinase), che avvicinano le proteine adattatrici alla proteina TRAF6, una ubiquitina ligasi E3 che
attiva NF-κB.
Questi recettori inoltre attivano la via delle MAP-kinasi e fosforilano il TF dell’interferone, IRF3 e IRF7.
Le proteina adattatrici MAL (MyD88 Adapter Like) e MyD88 accoppiano i TLR all’induzione rapida di NF-κB
e all’attivazione delle MAP-kinasi; le proteine adattatrici TRAM (Trif-Related Adapter Molecule) e TRIF (TIR
domain containing adapter Inducing Interferon β) attivano IRF3 e NF-κB
TLR4 attiva la trasduzione usando MAL/MyD88 e successivamente attiva TRAM/TRIF.

Trasduzione JAK/STAT: enzimi JAK (kinasi Janus) e TF STAT (Signal Transducers and Activators of Transcription).
Esistono 4 kinasi Janus (JAK1-3 e TYK2) e 7 STAT (STAT1-4, 5a, 5b e 6).
Le forme inattive di JAK sono associate alle code dei recettori per le citochine di tipo I e II.
L’aggregazione di due recettori causa l’attivazione delle JAK, che fosforilano la tirosina nelle code del recettore.
La fosfotirosina viene quindi riconosciuta dai domini SH2 nelle proteine STAT, che sono nel citosol.
Le STAT vengono cosi avvicinate e fosforilate dalle JAK.
Le fosfotirosine della STAT legano il dominio SH2 di un’altra STAT, formando un dimero che si stacca dal recettore
e va al nucleo, dove lega i promotori di specifici geni.
Ci sono pochi JAK e STAT, che si combinano in molti modi: i diversi domini SH2 delle STAT riconoscono strutture costituite sia dalla fosfotirosina sia dagli a a
adiacenti  pochi JAK e STAT ma molte combinazioni.
Le citochine inducono l’attivazione di vie di trasduzione e di TF diversi dalle proteine STAT: la catena β del
recettore per l’IL-2 attiva la via RAS/MAPK  i recettori per le citochine attivano le vie JAK/STAT in combinazione
con altre vie di trasduzione.
Ci sono diversi meccanismi di regolazione negativa di questa via:
 Proteine SOCS (Suppressors Of Cytokine Signaling), con una regione C-terminale di 40 aa detta SOCS box,
sono adattatori per l’attività di una ligasi E3. I livelli di SOCS sono regolati dai ligandi dei TLR e dalle
citochine stesse, che fanno così da regolatori di feedback negativo.
 Tirosin-fosfatasi SHP1 e 2, che inattivano JAK.
 Inibitori PIAS (Protein Inhibitors of Activated STAT), legano i TF impedendo loro di legarsi al DNA. Questi
inibiscono anche altri recettori come IRF, NF-κB e SMAD (Small Mother Against Decapentaplegic), della
famiglia del TGF-β.

Attivazione di NF-κB: TF fondamentale per infiammazione, attivazione linfocitaria, sopravvivenza cellulare e


formazione degli organi linfoidi secondari, coinvolto nella patogenesi di alcuni tumori.
È una famiglia composta da 5 proteine, con dominio comune, il dominio di omologia Rel, che lega il DNA.
Per essere attivo deve essere in grado di legarsi al DNA e di attivare la trascrizione attraverso il dominio di
attivazione.
Tre NF-κB hanno sia domini di omologia Rel sia domini di attivazione: p65/RelA, RelB e c-Rel.
Al contrario NF-κB1/p50 e NF-κB2/p52 non hanno i domini di attivazione.
NF-κB1 forma eterodimeri attivi, detti canonici, con p65/RelA o c-Rel, che stanno nel citoplasma legati all’inibitore
IκBα.
Per l’attivazione canonica sono richiesti due tipi di poliubiquitinazione:
 Riconoscimento del ligando  attivazione di una ubiquitina ligasi E3 che aggiunge una catena di
ubiquitina lisina-63 alla proteina NEMO/IKKγ, subunità del complesso IKK (IκB Kinase), formato anche da
IKKα e IKKβ (potenziali serin/treonin-kinasi)  IKKβ viene attivata da una kinasi a monte  IKKβ fosforila
IκBα su due serine, contrassegnandola per l’ubiquitinazione lisina-48  IκBα viene degradata nel
proteasoma  NF-κB può andare al nucleo.
TCR e BCR attivano rispettivamente PKC-Θ e PKC-β, queste fosforilano la proteina CARMA1, che forma un
complesso con le due proteina Bcl-10 e MALT-1, che attiva l’ubiquitina ligasi E3 di tipo lisina-63 TRAF6, che attiva
la kinasi TAK1 e ubiquitina NEMO.
Anche TLR e IL-1R1 attivano TRAF6.
Gli eterodimeri NF-κB2-RelB costituiscono la forma non canonica di NF-κB: attivata da due recettori, LTβR
(Lymphotoxin β Receptor) e BAFFR (BAFF Receptor), che attivano un complesso simile all’IKK, che contiene
omodimeri IKKα, che ubiquitinano e degradano una parte del dimero NF-κB2-RelB con rilascio della proteina
attivata.
8. Maturazione dei linfociti e riarrangiamento del
recettore per l’antigene
La diversificazione dei recettori per l’antigene espressi dai linfociti B e T si genera durante lo sviluppo di queste
cellule da precursori che non esprimono i recettori, nel processo della maturazione linfocitaria.
Il repertorio linfocitario è l’insieme dei recettori per l’antigene.
Il processo di maturazione è innescato da segnali generati dai recettori, che determinano due tipi di effetti:la
proliferazione dei progenitori e l’espressione di TF che inducono il riarrangiamento dei geni dei recettori e
indirizzano la differenziazione verso linfocita B o T.
Il processo di maturazione avviene negli organi linfoidi primari.
Si ha l’orientamento del progenitore verso la linea differenziativa B o T, la proliferazione, il riarrangiamento dei
geni del recettore (processo sequenziale e coordinato), seguono eventi selettivi che eliminano le cellule
potenzialmente dannose e poi la differenziazione dei linfociti B e T in sottopopolazioni distinte per fenotipo e
funzioni.
I B si differenziano in:
 Linfociti B follicolari
 Linfociti della zona marginale
 Linfociti B-1
I T si differenziano in:
 Linfociti CD4+ helper
 Linfociti CD8+ citotossici
 Linfociti T γδ
Le HSC (Hematopoietic Stem Cells – cellule staminali ematopoietiche) sono le cellule staminali pluripotenti
presenti nel midollo osseo e nel fegato fetale che danno origine a tutte le cellule circolanti.
Maturando, HSC danno origine ai progenitori linfoidi comuni, che daranno origine a linfociti T e B, alle NK e ad
alcuni tipi di DC.
La maturazione dei linfociti B avviene nelle fasi precoci nel midollo osseo, e in un secondo momento nel fegato
fetale: le HSC midollari daranno origine alla maggior parte dei linfociti B circolanti (follicolari) mentre le HSC
epatiche fetali ai B-1.
I precursori dei linfociti T invece si sviluppano inizialmente nel fegato fetale e nel midollo osseo, raggiungono poi il
timo dove completano la loro maturazione. La maggior parte dei linfociti T (gli αβ) derivano dalle HSC del midollo
osseo, i γδ invece dal fegato fetale.
I linfociti T e B fetali sono però caratterizzati da una bassa diversificazione del repertorio linfocitario.
L’indirizzamento verso la linea differenziativa B o T è determinato dall’attivazione di recettori di membrana che
inducono l’espressione di specifici TF, che inducono a loro volta l’espressione di proteine che regolano il processo
di riarrangiamento dei geni che codificano per il recettore.
Per esempio nella maturazione del linfocita B il locus della catena pesante delle Ig, originariamente presente in configurazi one a cromatina chiusa, viene
smascherato e reso accessibili alle proteine regolatrici che ne regolano il riarrangiamento e l’espressione.
Il locus del gene che codifica per la catena β del TCR è reso accessibile alle proteine regolatrici nella maturazione dei linfociti T αβ.
I membri della famiglia Notch sono proteine di membrana che vengono attivate mediante proteolisi in seguito
all’interazione con specifici ligandi, così la porzione intracellulare migra al nucleo dove modula l’espressione di
geni bersaglio.
Notch-1 è attivata nei precursori dei linfociti e collabora con il TF GATA-3 orientando la differenziazione verso i
linfociti T. questi regolatori trascrizionali inducono anche numerosi altri geni, come le componenti del pre-TCR e
del sistema responsabile della ricombinazione V(D)J.
I TF EBF e E2A contribuiscono all’espressione del TF Pax-5, che determina la differenziazione in linfociti B,
processo che coinvolge la trascrizione dei geni che codificano per le proteine Pag-1 e Rag2, le proteine surrogate
delle catene leggere, e per le proteine Igα e Igβ.
La proliferazione dei progenitori è stimolata da citochine.
Nei roditori IL-7 è responsabile della proliferazione dei progenitori dei linfociti B e T, nell’uomo
IL-7 è necessaria per la proliferazione dei
progenitori dei linfociti T ma non dei B, ed è sintetizzata dalle cellule stromali del midollo osseo e dalle cellule
epiteliali del timo. Mutazioni nelle catene del recettore per l’IL-7 causano un’immunodeficienza, la X-SCID (X-linked Severe Combined
Immunodeficiency Disease - immunodeficienza grave combinata legata al cromosoma X), caratterizzata dal blocco dello sviluppo dei linfociti T e delle NK pur
in presenza di un normale sviluppo dei linfociti B.
Nelle fasi precoci, l’attività proliferativa è indotta dall’IL-7, ma termina prima che il riarrangiamento dei geni per il
recettore sia completato: l’ulteriore proliferazione avverrà nelle cellule che avranno correttamente riarrangiato e
trascritto il gene per la prima catena del recettore, originando così un pre-BCR o un pre-TCR. Questi non
riconoscono l’antigene ma sono importanti per la sopravvivenza: le cellule che hanno correttamente riarrangiato
la catena pesante delle Ig o la catena β del TCR vengono selezionate.
Il principale meccanismo di regolazione sono i TF ma partecipano anche i microRNA, piccoli RNA endogeni non
codificanti, sintetizzati nel nucleo, processati da Drosha in pre-miRNA, che si organizzano in una struttura a
forcina (stem loop) e vengono esportati nel citosol, dove vengono processati da Dicer (endonucleasi) in miRNA più
corti di 21-22 bp. Questi si associano a proteine dette argonauti, a formare RISC (RNA-Induced Silecing Complex):
se miRNA non è perfettamente complementare all’mRNA legato, questo non verrà più tradotto efficacemente; se
la complementarietà è invece perfetta l’mRNA bersaglio verrà degradato.

In ogni individuo esistono 107 diversi cloni dotati ognuno di uno specifico recettore, questo non corrisponde però
al numero di geni.
I recettori sono generati ed espressi prima che avvenga l’incontro con l’antigene.
Durante lo sviluppo ci sono diversi punti di controllo: uno di questi si basa sulla corretta espressione di una delle
due catene del recettore, uno successivo controlla il corretto assemblaggio e la funzionalità del recettore
completo, successivamente c’è un punto che elimina i linfociti autoreattivi e orienta i linfociti verso specifiche
forma di differenziazione.
I prerecettori e i recettori in corso di maturazione trasmettono segnali essenziali per la sopravvivenza, la
proliferazione e la continuazione del processo maturativo.
I geni che codificano per i recettori sono prodotti nei linfociti B immaturi (nel midollo osseo) e nei linfociti T
immaturi (nel timo) attraverso un processo di riarrangiamento genico che genera un enorme numero di esoni che
codificano per la porzione variabile del recettore: in ogni singolo linfocita uno dei diversi segmenti genici che
codificano per le regioni variabili viene scelto a caso e coniugato a un segmento di DNA successivo (il
riarrangiamento dei geni prevede l’esposizione di particolati loci genici e la loro fusione con particolari segmenti
di DNA, vengono inoltre aggiunti e tolti nt).
I primi geni a essere completamente riarrangiati sono quelli per la catena pesante delle Ig (gene Ig H) nei B e quelli
per la catena β del TCR nei T: il recettore provvisorio dei linfociti B sarà quindi la catena Ig H (pre-BCR), mentre
quello dei linfociti T sarà la catena β (pre-TCR).
Solo 1/3 dei precursori che vanno incontro a riarrangiamento genico portano a termine tale processo: se i linfociti
non hanno correttamente riarrangiato i loci per le due catene non esprimeranno un recettore provvisorio
funzionale, e quindi non riceveranno i segnali di sopravvivenza, andando incontro a morte: l’espressione dei
recettori provvisori è il primo punto di controllo nello sviluppo linfocitario.
Quelli che superano questo controllo proseguono con la maturazione negli organi linfoidi primari, dove le cellule
autoreattive vengono eliminate o indotte a modificare i loro recettori.
Selezione positiva: è il processo che salvaguardia i linfociti con specificità utile, connesso alla differenziazione
nelle diverse sottopopolazioni: per i T questo garantisce la maturazione di cellule con recettori che riconoscono
l’MHC e i corecettori; per i B questo preserva i linfociti che esprimono recettore funzionale.
Selezione negativa: processo che elimina o modifica i linfociti con recettori che riconoscono con alta affinità gli
antigeni self: i T vengono eliminati per apoptosi (delezione clonale); i B vengono indotti a riarrangiare
ulteriormente i geni per modificarne la specificità (editing recettoriale), se questo non va a buon fine il B muore
per delezione clonale. Questo meccanismo è importante per mantenere la tolleranza centrale.

I precursori che coesprimono CD4 e CD8 si differenzieranno in linfociti T CD4+ e linfociti T CD8+. I primi dopo aver
lasciato il timo riconosceranno l’antigene e si differenzieranno in T helper; i secondi in T citotossici.
I linfociti B nel midollo osseo invece possono differenziarsi in B follicolari (che ricircolano, responsabili delle
risposte T-dipendenti nei organi linfoidi secondari) o in B della zona marginale (nella milza, responsabili delle
risposte T-indipendenti verso gli antigeni circolanti).

I geni per i recettori sono generati nei singoli linfociti, dal riarrangiamento di diversi segmenti della regione
variabile V con segmenti della regione della diversità D e/o quelli della ricongiunzione J. Per ognuno di questi geni
viene generato un nuovo esone riarrangiato: ricombinazione V(D)J.
La configurazione germinativa dei loci genici per le Ig e per il TCR è simile in tutte le cellule: segregazione spaziale
di sequenze multiple che codificano per i domini variabili e costanti dei diversi recettori, e distinte sequenze
codificanti per le regioni variabili vengono congiunte a sequenze che codificano per le regioni costanti.
 Loci genici delle Ig: ci sono 3 loci separati, che codificano per le catene pesanti, per le catene leggere di tipo κ e
per le catene leggere di tipo λ. Ogni locus è su un diverso cromosoma (14, 2, 22).
Al 5’ di ciascun locus vi è un cluster di segmenti genici V di 300 bp: ci sono 35 geni V per la catena leggera κ, 30 per
la catena leggera λ e 100 per le catene pesanti.
Al 5’ di ogni segmento V c’è un esone leader che codifica i 20-30 residui N-terminali della proteina, che
rappresentano la sequenza segnale presente in tutte le proteine neosintetizzate secrete o transmembrana.
Questa sequenza leader guida i polipeptidi nascenti dai ribosomi al RE, e viene poi rimossa, manca quindi nella
proteina matura.
A monte di ogni esone leader c’è il promotore del gene V.
A 3’ rispetto ai geni V, in posizione variabile, ci sono i segmenti J, associati agli esoni che codificano per la regione
costante, lunghi 30-50 bp, separati da sequenze non codificanti.
Tra i geni V e J nel locus H per le Ig ci sono sequenze codificanti aggiuntive, i segmenti D.
Ogni locus per le Ig subisce un riarrangiamento che coinvolge un certo numero di geni della regione C.
Il locus per la catena leggera κ ha un singolo gene C (C κ); il locus per la catena leggera λ ha 4 geni funzionali C (Cλ);
il locus per la catena pesante ha 9 geni C (CH).
Cκ e Cλ sono composti ciascuno da un solo esone che codifica per l’intera catena leggera.
Ogni gene CH invece è composto da 5/6 esoni, 3 o 4 dei quali codificano per la sequenza C H della catena pesante, e
2 per la porzione C-terminale di membrana.
Nelle catene leggere κ e λ, il dominio V è codificato da segmenti dei geni V e J, mentre nelle catene pesanti il
dominio V è codificato da segmenti dei geni V, D e J.
Tutti i residui giunzionali posti a cavallo dei segmenti V e D o D e J riarrangiati formano la CDR3.
I residui giunzionali posti a cavallo dei segmenti V e J riarrangiati formano la terza regione ipervariabile delle
catene leggere.
Le regioni CDR1 e CDR2 sono codificate da un segmento presente in ogni gene V.
I domini V e C delle Ig hanno caratteristiche strutturali simili, come il dominio Ig.
Le sequenze non codificanti hanno ruolo importante nella ricombinazione e nell’espressione dei diversi loci genici.
Sono anche presenti i promotori dei geni V e altri elementi regolatori, come le regioni di controllo dei loci, le
regioni enhancer e soppressorie.

 Loci genici del TCR: i geni che codificano per le catene α, β e γ sono localizzati in 3 loci distinti, posti su diversi
cromosomi (β e γ sul 7, α e δ sul 14) (il locus di δ è all’interno di quello di α).
Ciascun locus contiene segmenti V e J, con J posizionato appena prima della sequenza codificata dall’esone C.
I loci per le catene β e δ possiedono anche i segmenti D tra i segmenti V e J.
Al 5’ di ogni locus ci sono numerosi segmenti V, a monte di ciascuno dei quali c’è un esone che codifica per un
peptide leader e a monte di ogni esone leader c’è un promotore per ogni gene V.
I geni codificanti per le regioni C sono posizionati al 3’ di J.
Ci sono 2 geni C in ciascun locus per la catena β (Cβ) e per la catena γ (Cγ) e un solo gene C in ciascun locus per la
catena α (Cα) e per la catena δ (Cδ).
Ciascuna regione C è composta da 4 esoni codificanti per il dominio Ig della regione extracellulare C, una breve
regione cerniera, il segmento transmembrana e la coda citoplasmatica.
Ogni gene C ha un proprio gruppo di segmenti J associati al 5’.
Nelle catene α e γ il dominio V è codificato dagli esoni V e J, mentre nelle catene β e δ dai segmenti V, D e J.

Ricombinazione V(D)J: l’organizzazione dei loci delle Ig e del TCR è presente in tutti i tipi cellulari dell’organismo.
In questa configurazione, i geni non possono essere trascritti in mRNA funzionali.
I recettori vengono prodotti solo nei linfociti B e T dopo riarrangiamento del DNA, che porta alla fusione casuale di
segmenti genici V, D e J.
Il processo di ricombinazione che avviene in qualsiasi locus per le Ig o per il TCR prevede la scelta casuale di un
gene V, un segmento J e un segmento D (quando presente) e il loro riarrangiamento, a formare un singolo esone
V(D)J che codificherà per la regione variabile.
Nei loci per la catena leggera delle Ig e per le catene α e γ del TCR, che mancano del segmento D, avviene un
singolo evento di riarrangiamento che unisce casualmente un gene V a un segmento J.
Invece, nei loci per le Ig H e per le catene β e δ del TCR, dove sono presenti i segmenti D, ci sono due distinti
eventi di riarrangiamento separati: il primo che ricongiunge un segmento D a un segmento J, e il secondo unisce il
neoformato segmento DJ a un segmento V.
Inizialmente la cromatina deve essere aperta in specifiche regioni per permettere l’accesso agli enzimi, poi i due
segmenti genici devono essere avvicinati, quindi alle terminazioni codificanti dei due segmenti devono esser fatti
tagli al dsDNA, inseriti nucleotidi, e le terminazioni così processate devono essere ricongiunte.
Le regioni C si trovano a valle degli esoni V(D)J riarrangiati, separate da questi dagli introni J-C.
L’esone riarrangiato viene trascritto in RNA nucleare primario, segue lo splicing che unisce l’esone leader, l’esone
V(D)J e l’esone per la regione C, formando l’mRNA che va nel citosol dove viene tradotto.

Fattori specifici per i linfociti che mediano la ricombinazione V(D)J riconoscono specifiche sequenze di DNA, le RSS
(Recombination Signaling Sequences – sequenze segnale della ricombinazione), che si trovano al 3’ dei segmenti
del gene V, al 5’ dei segmenti J e ai due estremi dei segmenti D.
Le RSS sono costituiti da una sequenza conservata di 7 nt (CACAGTG) definita eptamero, seguita da uno
spaziatore di 12 o 23 nt non conservati e da una seconda sequenza conservata di 9 nt ricchi in AT definita
nonamero. Gli intervalli di 12 o 23 nt corrispondono a uno o due giri completi di elica di DNA.
Nella ricombinazione vengono fatti dei tagli tra l’eptamero e le sequenze V, D o J adiacenti.
Il frammento tagliato con le parti terminali dei segnali viene rimosso sotto forma di anello; a questo segue la
ricongiunzione delle due estremità e quindi delle sequenze codificanti per V e J.
Alcuni geni V sono disposti nello stesso orientamento dei segmenti J, così che le loro RSS legate non siano in
corrispondenza l’una dell’altra. In questi casi, il DNA intermedio viene invertito, gli esoni V e J vengono allineati e
le RSS così congiunte non vengono eliminate ma conservate nel cromosoma.
La maggior parte dei riarrangiamenti avviene per delezione, ma può avvenire anche per inversione.
La ricombinazione di verifica tra due segmenti soltanto se uno dei due è affiancato da uno spaziatore di 12 nt e
l’altro da uno di 23 nt: regola 12/23. Quindi un segmento codificante con una RSS a un giro di elica ricombina
sempre e solo con un segmento con una RSS a due giri di elica: questo assicura che vengano ricombinati solo gli
appropriati segmenti genici.
Una conseguenza della ricombinazione V(D)J è che le sequenze promotrici localizzate al 5’ dei geni V vengono
portate in contiguità a sequenze enhancer situate a valle, negli introni J-C e al 3’ dei geni della regione C: tali
sequenze enhancer spingono al massimo la trascrizione delle sequenze promotrici dei geni V.
I geni diventano trascrizionalmente attivi solo dopo la ricombinazione, e può capitare che geni appartenenti ad
altri loci possono essere qui erroneamente traslocati e trascritti in modo abnorme, come accade nei tumori dei
linfociti B e T.
Il riarrangiamento è una forma di ricombinazione non omologa del DNA, regolata da enzimi che si trovano solo nei
linfociti ed enzimi ubiquitari, che sono DSBR enzymes, enzimi di riparazione del dsDNA (Double Strand Break
Repair).
Gli enzimi hanno accesso ai loci genici per meccanismi di alterazione della struttura della cromatina e di
metilazione del DNA.
Il processo di ricombinazione V(D)J vede 4 eventi distinti:
 Parti del cromosoma sono rese accessibili agli enzimi, e due distinti segmenti codificanti e le loro RSS
adiacenti vengono posti in contatto: si forma la sinapsi (ripiegamento del cromosoma).
 Alle giunzioni tra RSS e sequenze codificanti si operano tagli del dsDNA. Ci sono due proteine codificate
dai geni Rag-1 e Rag-2, che sono i geni attivanti la ricombinazione (Recombination-activating gene 1-2)
che si assemblano a formare il tetramero ricombinasi V(D)J. Rag-1 è attiva solo quando complessata a
Rag-2, che è anche in grado di favorire l’interazione del tetramero con altre proteine, come i fattori di
accessibilità. Rag-1 agisce da endonucleasi di restrizione e riconosce e taglia le sequenze di giunzione tra
eptameri e segmenti codificanti. Rag-1 e Rag-2 inoltre mantengono uniti i segmenti genici nel processo di
sinapsi. Qui Rag-1 taglia una delle eliche di DNA tra l’estremità codificante e l’eptamero. La terminazione
3’ OH dell’estremità codificante così generata si lega all’altro filamento, formando una struttura a forcina
(hairpin); l’altra estremità origina una terminazione troncata che non viene processata ulteriormente:
questa rottura del ds fa sì che l’hairpin chiusa di un segmento codificante si trovi di fronte all’hairpin
chiusa dell’altra estremità codificante mentre le due corrispondenti estremità troncate si portano in
posizioni ravvicinate. Rag-1 e Rag-2 mantengono in posizione le estremità hairpin e le estremità troncate
prima che queste vengano processate e ricongiunte.
I geni Rag sono attivati solo nella maturazione delle cellule linfoidi e sono silenti in fase proliferativa.
 Apertura delle hairpin e processamento: le estremità codificanti tagliate, ma non le RSS, vengono
modificate con l’aggiunta o la rimozione di nt, che aumentano il livello di diversificazione. Le hairpin sono
aperte dall’endonucleasi Artemis. Esiste un’immunodeficienza caratterizzata da assenza di linfociti B e T a causa di mutazioni nel
gene di Artemis. C’è anche un enzima linfocitario, TdT (Terminal deoxynucleotidyl Transferase –
deossinucleotidiltransferasi terminale), che aggiunge basi.
 Le estremità codificanti tagliate e le estremità segnale si avvicinano e si ricongiungono mediante un
processo di riparazione, definito unione delle estremità non omologhe. Due proteine che ricongiungono
le terminazioni sono Ku70 e Ku80, e reclutano l’enzima DNA-PK (DNA-dependent Proteine Kinase) che
ripara da ds e fosforila e attiva Artemis. Quando questo enzima è difettivo nei topi si hanno immunodeficienze gravi come la SCID
(Severe Combined ImmunoDeficiencies). Le estremità sono ricongiunte dalla DNA-ligasi IV e da XRCC4.

La ricombinazione V(D)J coinvolge molti segmenti genici della linea germinativa. Il numero massimo di possibili
ricombinazioni è il prodotto dei segmenti genici di V, J e D. La diversità combinatoriale è aumentata dalla
giustapposizione di due regioni V diverse, generate in modo causale nell’appaiamento di V H e VL nelle Ig e Vα e Vβ
nel TCR. Il reale grado di diversificazione presente in ogni individuo è tuttavia molto inferiore a quello ipotizzato,
questo perché non tutte le ricombinazioni hanno la stessa probabilità di realizzarsi e non tutte le coppie di catene
pesanti e leggere di Ig o di catene α e β del TCR riescono a formare recettori funzionali. Il numero è comunque
nell’ordine delle migliaia  diversità combinatoriale.
Il più ampio contributo alla diversificazione è dato dalla rimozione o dall’aggiunta di nt tra le terminazioni dei
segmenti V e D, D e J o V e J al momento della ricongiunzione. Questo avviene grazie alla rimozione mediata da
endonucleasi, o all’aggiunta di sequenze di nt. I segmenti codificanti una volta tagliati dalla Rag-1 formano hairpin
le cui estremità sono scisse asimmetricamente da Artemis, così un tratto di DNA rimane più lungo. Il tratto più
corto deve essere esteso con nt complementari fino al tratto più lungo: queste sequenze nt neo sintetizzare sono
definite nucleotidi P. Altro meccanismo di diversificazione giunzionale è legato all’aggiunta casuale di un massimo
di 20 nt casuali, definiti nucleotidi N. L’aggiunta di nt è mediata dall’enzima TdT.
L’aggiunta di nt P ed N nei siti di ricombinazione può causa slittamenti nella frameshift che possono generare
codoni di stop con frequenza di 2 su 3 eventi di ricombinazione: inefficienza da pagare per avere la
diversificazione  diversità giunzionale.
A causa di questi meccanismi, gli anticorpi e i TCR hanno la massima variabilità in corrispondenza delle regione V e
C che formano CDR3, regioni più importanti nella determinazione della specificità del legame dell’antigene.
Il reale numero di recettori espressi dai linfociti B e T è nell’ordine di 107.
Applicazione pratica delle conoscenze sulla diversità giunzionale è la determinazione della clonalità dei tumori linfoidi: test usato per distinguere eventi
proliferativi monoclonali, associati ai tumori, dagli eventi proliferativi policlonali in risposta a stimoli antigenici. Siccome ogni clone esprime un’unica CDR3, la
sequenza di nt nel sito di ricombinazione V(D)J funziona come marcatore clonale specifico, così attraverso PCR si può determinare la lunghezza delle regioni
giunzionali dei geni per le Ig o per il TCR in diversi linfociti e si può determinare se si tratta dell’espansione di un sing olo clone (quindi neoplasia) o di cloni
diversi (proliferazione non neoplastica).

 Sviluppo dei linfociti B


Riarrangiamento ed espressione dei geni delle Ig sono i principali eventi, seguiti da selezione e proliferazione dei
linfociti B che esprimono il prerecettore e la selezione del repertorio dei linfociti B maturi.
Nell’embrione i linfociti B si sviluppano nel fegato a partire da specifici precursori, dopo la nascita vengono invece
generati nel midollo osseo.
La maggior parte dei linfociti B deriva da progenitori adulti midollari che non esprimono le Ig, successivamente
queste danno origine a linfociti B immaturi che esprimono le IgM di membrana e lasciano il midollo, per andare
soprattutto nella milza. Qui le cellule che daranno origine ai linfociti B follicolari esprimono IgM e IgD di
membrana e acquisiscono la capacità di ricircolare, andando a popolare tutti gli organi secondari, soprattutto i
follicoli dei linfonodi.
Lo sviluppo impiega circa 2-3 giorni.
Il primo progenitore midollare orientato verso la linea B è la cellula pro-B, che non produce Ig ed esprime CD19 e
CD10. In questa fase sono espresse anche le proteine Rag, che mediano la prima ricombinazione dei geni del locus
della catena pesante delle Ig, che riavvicina un segmento D a uno J, con delezione del DNA interposto. I rimanenti
segmenti D e J non sono interessati da questa ricombinazione.
Dopo la ricombinazione D-J, un gene V è ricongiunto al segmento DJ neoformato, formando l’esone VDJ
riarrangiato.
TdT è espresso più abbondantemente durante lo stadio pro-B, poi i suoi livelli si riducono prima che la
ricombinazione V-J del gene per la catena leggera sia completa, quindi la diversità giunzionale attribuibile
all’aggiunta di nt N nel riarrangiamento delle catene pesanti è maggiore che in quello delle catene leggere.
Gli esoni della regione C delle catene pesanti sono separati dal complesso VDJ da una regione di DNA contenente
il segmento distale di J e l’introne J-C.
Per avere un riarrangiamento produttivo le basi alle giunzioni devono essere aggiunte o tolte a multipli di 3.
Circa la metà delle cellule pro-B riesce a portare a termine un riarrangiamento del locus Ig H produttivo su almeno
un cromosoma e può quindi produrre la catena μ, solo queste cellule sopravvivono e si differenziano.
Quando esprimono la proteina Ig μ si parla di cellule pre-B, che devono ancora riarrangiare i loci per le catene
leggere.
Il complesso della catena μ con la catena leggera sostitutiva e le proteine Igα e Igβ formano il pre-BCR: la catena μ
si associa con le proteine λ5 e V, le catene leggere sostitutive.
Il pre-BCR genera i segnali alla transizione da linfocita pro-B a pre-B e induce la proliferazione di queste cellule nel
midollo osseo. Questo recettore funziona indipendentemente dal ligando. L’espressione del pre-BCR è un punto
di controllo nella maturazione dei linfociti B.
Btk (Bruton’s tyrosine kinase - tirosin-kinasi di Bruton) è una kinasi necessaria per la generazione di segnali di
sopravvivenza, proliferazione e maturazione.
Mutazioni del gene BTK provocano la XLA, X-linked Agammaglobulinemia – agammaglobulinemia legata al cromosoma X, caratterizzata dalla mancata
maturazione dei linfociti B.
Il pre-BCR regola l’ulteriore riarrangiamento dei geni delle Ig in due modi diversi:
 Se la ricombinazione del locus della catena pesante in un cromosoma riesce a produrre una proteina μ in
grado di formare un pre-BCR, questo recettore produce un segnale che inibisce il riarrangiamento del
locus della catena pesante sul secondo cromosoma. Se il primo riarrangiamento invece non risulta
produttivo, l’allele delle catene pesanti sul secondo cromosoma può completare il riarrangiamento VDJ al
locus Ig H  così in ogni clone linfocitario B, almeno un allele per la catena pesante è riarrangiato ed
espresso in modo produttivo, mentre l’altro rimane nella sua configurazione germinativa o viene
riarrangiato in modo non produttivo.
Quindi un linfocita B può codificare proteine della catena pesante delle Ig a partire da uno solo dei due
alleli ereditati: si parla di esclusione allelica.
Se entrambi gli alleli subiscono un riarrangiamento non produttivo del gene Ig H, la cellula non è in grado
di produrre le catene pesanti, e quindi non può generare il segnale di sopravvivenza e va incontro a
morte.
 Secondo meccanismo è la stimolazione del riarrangiamento del gene per la catena leggera. L’espressione
della catena μ non è necessariamente richiesta per la combinazione dei geni della catena leggera. Il pre-
BCR contribuisce anche all’inattivazione dell’espressione del gene per la catena leggera sostitutiva
quando i linfociti pre-B maturano.
Successivamente allo stadio pre-B ogni cellula riarrangia i geni della catena κ e porterà alla produzione della
catena leggera, che verrà associata alla catena μ precedentemente sintetizzata per produrre una IgM completa.
Se il locus κ non è stato riarrangiato in modo produttivo, la cellula può riarrangiare il locus λ producendo una IgM
comunque completa.
I linfociti B che esprimono le IgM sono definiti linfociti B immaturi.
Nei loci delle catene leggere non esistono i segmenti D e quindi la ricombinazione porta alla formazione di un
esone VJ, che rimane separato dalla regione C da un introne che permane nel trascritto primario dell’RNA. Lo
splicing di questo produrrà un mRNA che sarà tradotto in una proteina κ o λ.
Nel locus λ lo splicing porta all’utilizzo di uno dei 4 esoni di C λ funzionali.
La produzione di una catena κ previene il riarrangiamento dei loci λ, che avviene solo se il precedente
riarrangiamento κ non è risultato produttivo.
Quindi un clone linfocitario B può esprimere solo uno dei due tipi di catene leggere: esclusione isotipica della
catena leggera. Se in un linfocita in maturazione entrambi gli alleli per le catene κ e λ non sono funzionali, la
cellula non sopravviverà.
Le IgM neosintetizzate sono espresse sulla superficie cellulare, in associazione con le Igα e le Igβ.
Il BCR fornisce segnali indipendenti dal ligando che garantiscono la sopravvivenza e interrompono l’espressione
dei geni Rag, prevenendo ulteriori riarrangiamenti genici.
Se nel midollo osseo i linfociti B riconoscono l’antigene con elevata affinità possono andare incontro al processo
di editing recettoriale o a morte cellulare: questi processi sono importati per la selezione negativa dei linfociti B
autoreattivi. I linfociti B immaturi non autoreattivi lasciano il midollo osseo e completano la loro maturazione
nella milza, prima di migrare agli altri organi linfoidi secondari.

Le diverse sottopopolazioni di linfociti B si sviluppano da specifici progenitori:


 HSC del fegato fetale  linfociti B-1
 HSC del midollo osseo  linfociti B-2 (maggior parte dei linfociti), che vengono indirizzati in linfociti B
della zona marginale e linfociti B follicolari.
 Linfociti B follicolari: esprimono IgM e IgD, con catene pesanti sia μ che δ, partendo dallo stesso esone VDJ,
generando un dominio V identico. Le catene pesanti si associano alle stesse catene leggere κ o λ per assemblare
due possibili recettori con la stessa specificità per l’antigene.
L’espressione simultanea in un linfocita B dello stesso esone riarrangiato su due trascritti avviene per splicing
alternativo: inizialmente viene prodotto un lungo trascritto di RNA primario contenente il complesso VDJ
riarrangiato e i geni Cμ e Cδ. Se il trascritto primario è tagliato e poliadenilato dopo l’esone μ, gli introni verranno
eliminati così che il complesso VDJ vada a ricongiungersi con l’esone Cμ, portando alla formazione di un mRNA μ.
Se invece il complesso VDJ non si ricongiunge all’esone C μ ma all’esone Cδ, si forma un mRNA δ.
La coespressione di IgM e IgD è accompagnata dall’acquisizione della competenza funzionale e della capacità di
ricircolare, e queste è la ragione per cui i linfociti B IgM+IgD+ sono i linfociti B maturi.
I linfociti B follicolari sono definiti anche linfociti B ricircolanti, perché passano da un organo linfoide all’altro,
colonizzando i follicoli, dove sono mantenuti dai segnali di sopravvivenza dati dalla citochina BAFF/BLyS (fattore
di attivazione della cellula B, della famiglia del TNF).
I linfociti B maturi naive rispondono agli antigeni e in assenza di tale incontro muoiono nel giro di pochi mesi.
 Linfociti B-1 e della zona marginale: originano dalle HSC del fegato fetale, che esprimono la molecola CD5 (Ly-
1). Un’importante popolazione di linfociti B-1 in continuo auto rinnovamento si trova nel peritoneo e nelle
mucose. Si sviluppano prima dei linfociti B convenzionali ed esprimono un repertorio di geni V limitato (anche a
causa della mancata espressione di TdT nel fegato fetale).
Secernono spontaneamente IgM che reagiscono con polisaccaridi e lipidi di origine microbica: anticorpi naturali (è
plausibile che la flora microbica dell’intestino sia la fonte di antigeni che ne stimola la produzione).
I linfociti B-1 stimolano la rapida produzione di anticorpi.
A livello mucosale la metà dei linfociti che secernono le IgA nella lamina propria derivano dai linfociti B-1.
Questi sono analoghi ai linfociti T γδ per il repertorio di recettori limitato.
I linfociti della zona marginale si trovano nella milza, nel seno marginale, e nei linfonodi, e somigliano ai linfociti B-
1 per la limitata diversità dei recettori e per la produzione di anticorpi naturali. Esprimono IgM e CD21.
Rispondono molto velocemente ai microbi presenti nel sangue e si differenziano in plasmacellule a vita breve che
secernono IgM. Normalmente mediano risposte T-indipendenti.

Il repertorio dei linfociti B maturi è selezionato a partire dalle cellule immature. Solo i linfociti B che esprimono Ig
di membrana funzionali ricevono segnali per la sopravvivenza dal BCR, i segnali tonici del BCR, che causano
l’espressione di Rag.
I linfociti B immaturi autoreattivi possono essere indotti a modificare la loro specificità tramite l’editing
recettoriale, durante il quale il riconoscimento dell’antigene porta alla riattivazione dei geni Rag, a ulteriori
ricombinazioni V-J delle catene leggere e alla produzione di una nuova catene leggera (più frequentemente sui
geni per le catene κ)  gli esoni VJκ per il dominio variabile della catena leggera autoreattiva sono eliminati e
sostituiti da nuovi esoni VJκ o da geni per la catena λ riarrangiati.
Se l’editing recettoriale non ha successo, i linfociti vanno incontro a morte per apoptosi (selezione negativa).gli
antigeni che mediano tale processo inviano forti segnali ai linfociti B immaturi che esprimono IgM specifiche per
questi auto antigeni.
Avvenuta la transizione a linfocita B maturo IgD+IgM+, il riconoscimento dell’antigene non induce più apoptosi né
editing recettoriale, ma proliferazione e differenziazione.

 Sviluppo dei linfociti T


Le fasi sono il riarrangiamento e l’espressione dei geni per il TCR, la proliferazione cellulare, la selezione indotta
all’antigene e l’acquisizione di capacità funzionali.
Il timo è la principale sede di maturazione dei linfociti T (la mancanza di questo organo è infatti associata a deficit
immunologici: la sindrome di DiGeorge è l’assenza congenita del timo associata a scarsi linfociti T maturi in circolo
e deficit delle risposte T-dipendenti).
Il timo si sviluppa dall’endoderma, dalla terza tasca faringea e dalla sottostante cresta neuronale mesenchimale e
viene in seguito popolato da precursori midollari. Va incontro a involuzione: la lunga sopravvivenza dei linfociti T
della memoria (anche 20 anni) e il loro accumulo riducono la necessità di generare nuovi linfociti T.
I linfociti T originano da precursori del fegato fetale e del midollo osseo e successivamente migrano nel timo, dove
le cellule in corso di maturazione sono dette timociti.
I timociti più immaturi non esprimono il TCR o i corecettori CD4 e CD8 e si trovano nel seno sottocapsulare e nella
corticale esterna. Da qui, migrano attraverso la corticale, dove avvengono i successivi eventi maturativi. È nella
corticale che i timociti esprimono per la prima volta il TCR γδ o αβ: gli αβ maturano a linfociti T CD4+ o CD8+
quando entrano nella midollare. Da qui escono dal timo e si riversano nel sangue.
Il timo fornisce gli stimoli necessari alla proliferazione e alla maturazione dei timociti: nella corticale le cellule
timiche epiteliali formano un reticolo di prolungamenti citoplasmatici attraverso cui i timociti devono passare per
andare nella midollare, dove ci sono le cellule epiteliali timiche midollari.
Le cellule dendritiche midollari sono nella giunzione corticomidollare e nella midollare; i macrofagi nella
midollare.
Per la maturazione sono importanti due tipi di molecole prodotte dalle cellule timiche non linfoidi: le MHC di
classe I e II, espresse da cellule epiteliali e dendritiche, la cui interazione è fondamentale per la selezione.
Le cellule stromali timiche inoltre producono citochine e chemochine che inducono la proliferazione dei linfociti T
immaturi e regolano la migrazione dei timociti αβ dalla corticale alla midollare. La più importante è IL-7, le
chemochine invece sono CCL25, prodotto dalla corteccia timica, che lega il recettore espresso dai progenitori dei
timociti CCR9. Altre chemochine sono CCL21 e CCL19, riconosciute dal recettore CCR7, che regolano il passaggio
dei timociti dalla corticale alla midollare.
Un singolo precursore dà origine a un’ampia progenie, di cui il 95% muore per apoptosi per una combinazione di
fattori, come l’incapacità di riarrangiare correttamente il gene per la catena β del TCR o di superare la selezione
positiva indotta dalle MHC o la selezione negativa causata dagli auto antigeni.
I timociti corticali sono sensibili alle radiazioni e ai glucocorticoidi.
L’espressione del TCR γδ comincia alla 9° settimana di gestazione ed è seguita dall’espressione del TCR αβ alla 10°
settimana.
I timociti corticali, più immaturi, appena arrivati dal midollo osseo, contengono i geni per il TCR nella
configurazione germinativa e non esprimono TCR, CD3, catena ζ, CD4 o CD8: queste cellule sono definite timociti
doppio-negativi, linfociti pro-T. Il 90% dei timociti che supera la selezione timica dà origine a linfociti con TCR αβ,
il restante 10% a linfociti con TCR γδ.
Le proteine Rag-1 e Rag-2 sono espresse precocemente e sono necessarie per il riarrangiamento dei geni del TCR.
Il riarrangiamento Dβ-Jβ al locus della catena β del TCR si verifica per primo e implica o l’unione del segmento
genico Dβ1 a uno dei sei segmenti Jβ1 o l’unione del segmento Dβ2 a uno dei sei segmenti Jβ2.
I riarrangiamenti da Vβ a DJβ avvengono nella transizione dei linfociti T αβ da pro-T a pre-T.
I trascritti nucleari primari dei geni per il TCR β contengono l’introne tra gli esoni VDJ β ricombinati e il gene
rilevante Cβ.
Code poli-A sono aggiunte dopo il taglio dei trascritti primari in 3’, e le sequenze tra l’esone VDJ e C β sono tagliate
a formare un mRNA maturo in cui i segmenti VDJ sono giustapposti a uno dei due geni C β: la traduzione di questo
mRNA dà origine alla catena β del TCR (l’uso di uno dei due segmenti genici Cβ non influenza la funzione o la
specificità del TCR).
Se il riarrangiamento per la catena β avviene correttamente, questa viene espressa sulla superficie dei linfociti T
in associazione alla proteina pre-Tα, a CD3 e alla catena ζ, a formare il pre-TCR.
Questo media la selezione dei linfociti pre-T in corso di maturazione che riarrangiano correttamente la catena β.
La metà dei linfociti pre-T aggiungono o rimuovono nt in multipli di 3 alle giunzioni di riarrangiamento: metà dei
linfociti quindi non riesce a codificare una corretta catena β.
Il pre-TCR manda segnali di sopravvivenza, promuove la ricombinazione del locus della catena α e guida il
passaggio dei timociti dallo stadio doppio-negativo a quello doppio-positivo. Questi segnali inibiscono ulteriori
riarrangiamenti del locus della catena β, limitando la ricombinazione dell’altro allele: questa esclusione allelica fa
sì che i linfociti T maturi esprimano solo uno dei due alleli della catena β ereditati.
La trasmissione del segnale da parte del pre-TCR interessa tirosin-kinasi citosoliche e proteine adattatrici.
Il successivo stadio di maturazione vede timociti che esprimono sia CD4 sia CD8, detti doppio-positivi.
Il riarrangiamento dei geni della catena α e l’espressione di eterodimeri αβ si verifica nella popolazione CD4+CD8+,
prima che le cellule passino al punto di controllo pre-TCR.
Un secondo picco di espressione del gene Rag allo stadio pre-T promuove la ricombinazione del gene α. Nel suo
locus non ci sono segmenti D, quindi si ha solo la ricongiunzione dei segmenti V e J.
L’elevato numero di segmenti Jα garantisce che possano avvenire tentativi multipli di unione V-J su ogni
cromosoma. Nel locus della catena α l’esclusione allelica è quasi del tutto assente, quindi riarrangiamenti
produttivi possono verificarsi su entrambi i cromosomi e se questo avviene il linfocita esprimerà due catene α:
fino al 30% dei linfociti periferici maturi esprime due TCR con la stessa catena β ma diversa catena α.
Al 5’ i promotori di ciascun gene Vα avviano la trascrizione quando resi contigui a un enhancer localizzato al 3’ del
gene per la catena Cα.
L’incapacità di riarrangiare correttamente la catena α fa fallire la selezione positiva.
Il TCR αβ completo viene espresso in associazione con CD3 e catena ζ.
Il riarrangiamento del gene per la catena α provoca la delezione del locus per la catena δ che si trova tra i
segmenti V e i segmenti Jα: questo linfocita viene quindi direzionato verso la differenziazione T αβ
irreversibilmente.
L’espressione dei geni Rag cessa dopo questo stadio maturativo.
I linfociti doppio-positivi maturano in timociti singolo-positivi, o CD4+ o CD8+, maturazione fenotipica
accompagnata dalla maturazione funzionale.
I CD4+ acquisiscono la capacità di produrre citochine e di esprimere molecole effettrici come il ligando di CD40 che
aiutano i linfociti B, DC e macrofagi.
I CD8+ diventano capaci di produrre molecole ad attività citotossica.
Entrano nella midollare e vanno a popolare i tessuti linfoidi secondari.
La selezione dipende dal riconoscimento degli antigeni nel timo. Il repertorio immaturo non selezionato consiste
in cellule dotate di recettori che possono riconoscere qualsiasi antigene peptidico (self o estraneo) presentato da
MHC: i soli linfociti T utili sono quelli specifici per peptidi estranei presentati da MHC self. Quando i timociti
doppio-positivi iniziano a esprimere TCR αβ, questi recettori incontrano peptidi self presenti nel tipo presentati da
MHC self espresse da cellule timiche epiteliali della corteccia.
La selezione positiva seleziona i linfociti T con TCR che si lega a bassa affinità ai complessi MHC-peptide self,
preservando le cellule che riconoscono antigeni esogeni, che vengono stimolate a sopravvivere. Le cellule
contemporaneamente vengono anche indirizzate verso la linea CD4 o CD8 in base alla capacità del TCR di
riconoscere MHC di classe I o II.
La selezione negativa elimina i timociti con TCR che lega fortemente gli auto antigeni.
 il repertorio di linfociti T maturi che lasciano il timo è ristretto per MHC self e tollerante a molti auto antigeni.
I timociti doppio-positivi sono prodotti in assenza di stimolazione da parte dell’antigene e iniziano a esprimere
TCR αβ con specificità casuali. Nella corticale timica i timociti incontrano cellule epiteliali che presentano una
varietà di peptidi self legati a MHC di classe I e II, un riconoscimento a bassa affinità di questi promuove la
sopravvivenza del timocita, i timociti invece che non riconoscono le MHC self sono indotti a morte per
deprivazione (death by neglect): la selezione positiva in pratica garantisce che i linfociti T siano ristretti per MHC
self.
Nella transizione da cellula doppio-positiva a singolo-positiva, i timociti con TCR ristretti per MHC di classe I
divengono CD8+CD4-, mentre quelli con TCR ristretti per MHC di classe II divengono CD4+CD8-.
Ci sono due teorie per spiegare il processo che porta al corretto accoppiamento dei corecettori con i TCR che
riconoscono la MHC appropriata:
 Modello stocastico: dice che la differenziazione di un linfocita T doppio-positivo sia casuale: una cellula
che riconosce MHC di classe I self può casualmente differenziare in un linfocita CD8+ che, esprimendo gli
appropriati corecettori, potrà sopravvivere. In questo modello, il corecettore dovrebbe non essere
appropriato all’MHC espresso dalla stessa cellula nella metà dei casi.
 Modello educativo: l’orientamento verso una delle due sottopopolazioni linfocitarie non sia casuale ma
risultato di un processo educativo. I TCR ristretti per MHC di classe I o II forniscono segnali che inducono
l’espressione del corecettore appropriato, interrompendo l’espressione dell’altro corecettore.
Un linfocita doppio-positivo infatti attraversa uno stadio in cui esprime elevati livelli di CD4 e bassi di CD8.
Se il TCR è ristretto per MHC di classe I, nel momento in cui riconosce lo specifico peptide self,
riceverebbe un debole segnale a causa dei bassi livelli di CD8. Segnale che attiverebbe TF come Runx3 che
stimolano l’espressione di CD8. Viceversa, se il linfocita è ristretto per MHC di classe II, la cellula
riceverebbe un segnale forte, grazie ai livelli di espressione di CD4 e al fatto che CD4 si associa con
maggiore efficienza a Lck, questi segnali forti attiverebbero l’espressione di altri TF, come ThPok che
stimolano l’espressione di CD4 e inibiscono quella di CD8.
I peptidi associati a MHC sulle cellule epiteliali timiche hanno ruolo nella selezione positiva: stabilizzano
l’espressione delle molecole MHC sulla superficie cellulare e influenzano le specificità dei linfociti T selezionati.
Il riconoscimento dell’antigene svolge un ruolo di selezione positiva.
La sopravvivenza dei linfociti T naive prima dell’incontro con l’antigene estraneo richiede segnali generati dal
riconoscimento di antigeni self negli organi linfoidi secondari.
Il modello di selezione positiva basato sul debole riconoscimento di antigeni self pone una questione: in che modo
la selezione positiva guidata dagli autoantigeni produce un repertorio di linfociti T maturi specifici per antigeni
non self? La selezione positiva permette a diversi cloni T che riconoscono peptidi self con scarsa affinità di
sopravvivere e differenziarsi. Molti di questi linfociti T casualmente riconosceranno anche peptidi estranei con
affinità sufficientemente elevata da permettere loro di scatenare risposte immuni.
I timociti con recettori che riconoscono nel timo con alta affinità il complesso peptide-MHC vanno incontro ad
apoptosi o si differenziano in cellule T regolatorie: alcuni dei linfociti doppio-positivi possono esprimere TCR che
riconoscono antigeni self con elevata affinità. I peptidi presenti nel timo sono self, derivati da proteine espresse
nell’organismo e da alcune proteine la cui espressione è normalmente ristretta a particolari tessuti.
I timociti che esprimono recettori dotati di elevata affinità per gli antigeni self timici vengono eliminati, ed è un
meccanismo che assicura la tolleranza al self, la tolleranza centrale (perché gli antigeni self sono riconosciuti negli
organi centrali).
L’eliminazione dei linfociti T autoreattivi immaturi avviene sia allo stadio di cellule doppio-positive, nella corticale
timica, sia singolo-positive, neoformate nella midollare.
Le cellule che presentano l’antigene sono DC e macrofagi che originano dal midollo osseo e cellule epiteliali
midollari; al contrario le cellule epiteliali corticali sono specifiche per la selezione positiva.
I linfociti T doppio-positivi sono attirati nella midollare dalle chemochine CCL21 e CCL19 che legano CCR7, qui le
cellule timiche epiteliali esprimono la proteina nucleare AIRE (AutoImmune REgulation), che determina a livello
timico l’espressione di geni tessuto-specifici, normalmente espressi sono in pancreas e tiroide: la loro espressione
timica fa in modo che molti peptidi siano disponibili per la presentazione ai T in corso di maturazione.
Mutazioni del gene AIRE comportano una sindrome autoimmune poliendocrina.
La proteina proapoptotica coinvolta nella morte cellulare è Bim, che altera la permeabilità della membrana
mitocondriale e l’apoptosi dei timociti.
Il riconoscimento di antigeni self nel timo può portare alla generazione di una sottopopolazione di linfociti T
regolatori che prevengono le reazioni autoimmuni.

Linfociti T γδ: nel timo fetale, i primi riarrangiamenti coinvolgono i loci γ e δ.


In un linfocita doppio negativo può avvenire il riarrangiamento dei loci per le catene β, γ o δ del TCR. Se il
riarrangiamento produttivo dei loci γ e δ avviene prima che arrivi a termine quello del locus β, la cellula viene
selezionata per diventare γδ (10% dei casi).
Le sequenze di riconoscimento eptamero-nonamero adiacenti ai segmenti D consentono l’unione D-D, quindi l
grado di diversificazione del repertorio di linfociti T γδ è superiore a quello αβ, ma la diversificazione è limitata per
motivi sconosciuti.
I linfociti T γδ fungono da difesa precoce contro un numero limitato di microrganismi comunemente incontrati
nelle barriere epiteliali.

Cellule NKT: non sono ristrette per MHC e non riconoscono peptidi presentati. Esprimono TCR αβ ristretti per CD1
e un marcatore di membrana normalmente espresso sulle NK.
Il TCR riconosce antigeni lipidici associati alle molecole CD1, simili alle MHC, composte da una catena pesante e da
β2-microglobulina. La catena pesante ha una tasca con residui idrofobici che legano gli antigeni lipidici, derivanti
da microbi endocitati o self.
Nella corticale timica, i linfociti doppio-positivi αβ che riconoscono molecole CD1 sono indotti a differenziarsi in
NKT.
Le cellule NKT sono dotate di TCR invariante, risultato di un unico e stereotipato riarrangiamento del gene per la
catena α. Secernono citochine che regolano le risposte immunitarie.
9. Attivazione dei linfociti T
Il fine dell’attivazione dei linfociti T è quello di ottenere un numero elevato di cellule effettrici specifiche per un
determinato antigene e di cellule della memoria a lunga sopravvivenza pronte a reagire in un successivo incontro.
L’attivazione iniziale dei linfociti T naive sono scatenate dal riconoscimento dell’antigene peptidico associato a
molecole MHC da parte del TCR.
Nel timo vengono generati linfociti T con specificità multiple in assenza di esposizione agli antigeni e l’attivazione
avviene negli organi linfoidi secondari.
Le cellule dendritiche che hanno incontrato i microbi e li hanno internalizzati e processati maturano e vanno verso
le zone T dei linfonodi drenanti, e qui esprimono MHC associate ai peptidi e molecole costimolatorie, e questo
serve ad attivare il linfocita T naive specifico per quell’antigene.
Il riconoscimento dell’antigene e di altri stimoli attivatori induce nei linfociti T molte risposte, come secrezione di
citochine, espansione clonale (che si autoamplifica con un meccanismo a feedback positivo) e differenziamento in
linfociti effettori e della memoria.
Durante l’attivazione avvengono cambiamenti nell’espressione di molecole di superficie.
I linfociti attivati inoltre inviano segnali alle APC che ne aumentano ulteriormente le capacità attivatorie, e
contemporaneamente vengono anche espresse molecole e citochine con funzioni inibitorie che limitano
l’intensità della risposta.
 I linfociti T effettori riconoscono l’antigene e vengono attivati a svolgere funzioni che portano
all’eliminazione del microbo e a infiammazione e danno tissutale. Attivandosi il linfocita acquisisce
funzioni specializzate e capacità di migrare verso i tessuti infetti, e qui i linfociti incontrano nuovamente
l’antigene e lo eliminano. Le risposte si esauriscono in seguito all’eliminazione dell’antigene: questa priva i
linfociti effettori di un importante stimolo di sopravvivenza e ne determina la morte per apoptosi; inoltre
causa lo spegnimento della risposta infiammatoria e l’esaurimento dei segnali costimolatori.
 I linfociti T della memoria sopravvivono a lungo e hanno una spiccata capacità di reagire in un successivo
incontro con l’antigene. Il numero delle cellule della memoria antigene specifici che permangono dopo
l’esaurimento della risposta a un determinato antigene è molto superiore a quello dei linfociti naive
specifici per lo stesso antigene presenti precedentemente alla risposta.

L’attivazione dei linfociti T e il loro differenziamento richiede il riconoscimento dell’antigene, la costimolazione e


la presenza delle citochine prodotte dai linfociti T stessi, dalle APC e da altre cellule.
 Riconoscimento dell’antigene: primo segnale necessario per l’attivazione ed elemento in grado di
garantire la specificità.
Negli organi linfoidi le cellule dendritiche presentano i peptidi derivati dagli antigeni endocitati, associati a
molecole MHC di classe II, ai linfociti T CD4 naive e i peptidi derivati da proteine citosoliche, associati a
molecole MHC di classe I ai linfociti T CD8.
I linfociti effettori possono rispondere anche ad antigeni presentati da cellule diverse dalle DC: i linfociti B
presentano gli antigeni ai T helper e ne ricevono segnali attivatori e i macrofagi presentano gli antigeni ai
linfociti T e ne sono a loro volta stimolati. Inoltre, virtualmente ogni cellula nucleata può presentare
antigeni ai CD8 CTL ed essere uccisa dagli stessi.
 Costimolazione: sono necessari segnali costimolatori forniti dalle APC, in assenza di costimolazione il
linfocita T può non rispondere e morire per apoptosi o entrare in uno stato di non responsività, detto
anergia.
La via di costimolazione meglio caratterizzata è quella del recettore CD28 e delle molecole costimolatorie
B7-1/CD80 e B7-2/CD86, espresse dalle APC attivate.
B7-1 e B7-2 sono glicoproteine di membrana che possiedono due domini Ig extracellulari. B7-1 è presente
sottoforma di dimero, B7-2 è un monomero.
CD28 è un omodimero le cui catene, unite da un ponte disolfuro, possiedono un dominio Ig extracellulare.
L’espressione delle molecole B7 è regolata in modo da garantire che le risposte T vengano iniziate nel
posto e al momento giusto.
Queste molecole sono espresse sulle APC attivate a prodotti microbici e da citochine come l’IFNγ: ecco
come l’immunità innata può potenziare le risposte adattative.
Inoltre i linfociti T attivati esprimono il ligando di CD40 che induce l’aumento dell’espressione delle
molecole B7.
Le DC sono le APC che esprimono i più alti livelli di molecole costimolatorie e rappresentano quindi i più
potenti attivatori dei linfociti T naive.
Gli adiuvanti hanno un ruolo fondamentale nell’attivazione delle risposte T ad antigeni proteici: sono prodotti microbici che stimolano
l’espressione di molecole costimolatorie sulle APC.
B7-2 è espressa costitutivamente a bassi livelli e viene rapidamente indotta in seguito ad attivazione
dell’APC, mentre B7-1 non è normalmente espressa e viene indotta dopo ore o giorni dall’attivazione.
L’ingaggio di CD28 attiva diverse vie di trasduzione che amplificano i segnali di attivazione generati dal
TCR: la coda citoplasmatica di CD28 ha un motivo in tirosina che dopo la fosforilazione può reclutare la
PI3k, che contiene due sequenze ricche di prolina che attivano Itk e attivano Lck, facilitando così
l’attivazione della via delle MAP chinasi Ras/ERK. Vengono inoltre reclutate la PLCγ e della PDK1, che
attiva Akt che inattiva proteine proapoptotiche e fattori antiapoptotici favorendo la sopravvivenza
cellulare. Una via indipendente porta all’attivazione della via delle MAP chinasi Rac/JNK. L’attivazione di
CD28 inoltre induce il legame del NFκB a un sito specifico del promotore del gene per IL2 (si parla di
sequenza responsiva di CD28).
I T effettori e della memoria già attivati sono meno dipendenti dalla costimolazione da parte di B7:CD28
rispetto alle cellule naive.
Esistono recettori omologhi a CD28 e molti ligandi omologhi alle molecole B7, alcuni dei quali potenziano
le risposte, altri le spengono.
Coinvolti nell’attivazione sono ICOS (Inducible Costimulator, CD278), e il suo ligando ICOS-L (CD275), che
hanno un ruolo fondamentale nelle risposte anticorpali T dipendenti, in particolare nelle reazioni del
centro germinativo, necessario per lo sviluppo e l’attivazione dei T helper follicolari.
I corecettori inibitori sono CTLA4 (Cytotoxic T Lymphocyte Antigen 4) e PD1 (Programmed Death 1),
importanti per il fenomeno della tolleranza e anomalie nella loro espressione o nella loro funzione
conducono allo sviluppo di malattie autoimmuni.
CD28 e CTLA4 sono un esempio di recettori che legano lo stesso ligando ma svolgono ruoli opposti
nell’attivazione dei linfociti T: CTLA4 ha alta affinità per le molecole B7 e viene ingaggiato quando i loro
livelli sono bassi, come nelle APC immature; CD28 invece ha affinità inferiore e viene ingaggiato quando le
molecole B7 sono espressa a livelli alti, come nelle APC attivate.
CD40L e CD40 potenziano le risposte T indirettamente, grazie all’attivazione delle APC: i T helper
esprimono CD40L, che ingaggia CD40 sulle APC, attivandole, ovvero le rende più potenti aumentando
l’espressione delle molecole B7 e la secrezione di citochine, come IL12, la quale promuove il
differenziamento dei linfociti T: questo fenomeno viene detto licensing perché i linfociti T attivati rendono
capaci le APC di stimolare in modo più efficienti le risposte immunitarie.
Inibizione terapeutica della costimolazione: la proteina di fusione CTLA4-Ig è composta dal dominio extracellulare di CTLA4 legato alla porzione
Fc delle IgG umane, ed è in grado di legare le molecole B7-1 e B7-2, bloccandone l’interazione con CD28.

Nelle prime fasi che seguono il riconoscimento dell’antigene ci sono diversi cambiamenti nell’espressione delle
molecole di membrana, nella secrezione e nell’espressione di recettori per le citochine, successivamente si ha la
proliferazione.
Vengono quindi espresse le molecole:
 CD69 che si lega a S1PR1 e ne riduce l’espressione, così si ha la ritenzione dei linfociti T attivati nei
linfonodi,
 CD25/IL2Rα, rende i linfociti T attivati capaci di rispondere a IL2,
 CD40L/CD154, coadiuva l’azione di macrofagi e linfociti B, e attiva le DC stimolandole a diventare APC più
efficaci,
 CTLA4/CD152, inibisce l’attivazione linfocitaria e regola la risposta T,
 Molecole di adesione e recettori per le chemochine, aumentano le molecole necessarie alla migrazione
nei siti periferici di infiammazione e danno tissutale, tra cui CD44, recettore per l’acido ialuronico, che
contribuisce a trattenere i linfociti T nei tessuti infetti o danneggiati.

La principale fonte di citochine è costituita dagli stessi linfociti T, specialmente i T CD4 helper. La citochina più
importante è IL2, prodotta nelle 2-4 ore successive all’infiammazione.
IL2 è un fattore di crescita, di sopravvivenza e di differenziamento dei linfociti T, era in origine noto come TCGF (T
Cell Growth Factor – fattore di crescita dei linfociti T).
Agisce sulle stesse cellule che lo rilasciano: è prodotta principalmente dalle cellule T CD4, la produzione è rapida e
transitoria: inizia entro 2/3 ore dall’attivazione, raggiunge il picco a 8/12 ore e si esaurisce in 24 ore.
IL2 è una glicoproteina di forma globulare con 4 α eliche, quindi interagisce con un recettore per le citochine di
tipo I.
I T naive e quelli effettori esprimono in modo transitorio recettori funzionali per IL2; mentre i regolatori
esprimono IL2R in modo costitutivo.
IL2R è costituito da 3 proteine: IL2Rα/CD25, IL2/15Rβ/CD122 e γc/CD132. Solo la prima è specifica per IL2R. IL2
può legarsi alla sola catena α senza attivare alcuna trasduzione, la catena β invece ingaggia la via di trasduzione
JAK/STAT, mentre la catena γ serve per il legame ad alta affinità.
L’IL2 prodotta in seguito alla stimolazione antigenica induce l’espressione di IL2Rα: questo è un meccanismo di
auto amplificazione delle risposte T.
I T regolatori esprimono il complesso recettoriale completo e sono pronti a rispondere a questa citochina.
Una stimolazione cronica dei linfociti T determina la rimozione della superficie cellulare dell’IL2Rα, la quale finisce per accumularsi nel siero dove può essere
misurata e utilizzata come marcatore clinico di forte stimolazione antigenica.
IL2 ha diverse funzioni:
 Stimola la sopravvivenza, la proliferazione e il differenziamento dei T attivati,
 È necessaria alla sopravvivenza e al funzionamento dei T regolatori,
 Stimola la proliferazione e il differenziamento delle NK e dei linfociti B.

Polarizzazione dei linfociti T CD4:


Esistono 3 diverse sottopopolazioni di T CD4 che combattono patogeni diversi e possono essere coinvolte in
diversi tipi di danno tissutale e malattie immunitarie.
Le citochine che guidano lo sviluppo delle diverse sottopopolazioni sono prodotte da APC, NK, basofili o mastociti
che si trovano nel sito della risposta immune, e le caratteristiche genetiche dell’ospite influenzano il
differenziamento. Ciascuna sottopopolazione di linfociti effettori produce citochine che promuovono il proprio
sviluppo e al contempo inibiscono lo sviluppo di altre sottopopolazioni.
Il differenziamento di ciascuna sottopopolazione è indotto dai tipi di microbi che rappresentano il bersaglio di
quella stessa popolazione.

 Differenziamento TH1
Questo differenziamento è guidato dalle citochine IL12 e IFNγ, in risposta ai microbi che attivano le DC, i
macrofagi e le cellule NK, come i batteri intracellulari e i parassiti che infettano DC e macrofagi. Queste 2
citochine stimolano il differenziamento attivando fattori trascrizionali T-bet, STAT1 e STAT4, che
stimolano la produzione di IFNγ.
 Differenziamento TH2
Questo differenziamento è stimolato dalla citochina IL4 in risposta a elminti e allergeni, che causano una
stimolazione persistente o ripetuta dei linfociti T in assenza di un’importante infiammazione o della
produzione di citochine proinfiammatorie, che inducono risposta TH1 e TH17.
IL4 attiva il fattore trascrizionale STAT6 che induce l’espressione di GATA3, fattore di trascrizione che
attiva la trascrizione dei geni che codificano per le citochine IL4, IL5 e IL13.
 Differenziamento TH17
Lo sviluppo di questi linfociti è stimolato la citochine proinfiammatorie prodotte in risposta a batteri e
funghi, come IL6, IL1 e IL23. Anche la citochina antinfiammatoria TGFβ è importante per questo
differenziamento, purchè venga secreta in presenza di mediatori proinfiammatori come IL6 e IL1. I fattori
trascrizionali coinvolti sono RORγT e STAT3.

Differenziamento dei linfociti T CD8:


La completa attivazione dei linfociti T CD8 e il loro differenziamento in CTL funzionali e cellule della memoria può
richiedere la partecipazione dei linfociti CD4 helper, tramite la produzione di citochine che stimolano il
differenziamento o l’espressione di CD40L che, legando CD40 sulle APC, le rende più efficienti nell’attivazione dei
linfociti naive.
Il differenziamento dei linfociti T CD8 in CTL effettori prevede l’acquisizione degli attrezzi necessari per uccidere le
cellule bersaglio: si ha lo sviluppo di granuli citoplasmatici contenenti perforina e granzimi. Inoltre i CTL secernono
citochine che attivano i macrofagi, in particolare IFNγ.

Sviluppo di linfociti T della memoria:


Sono linfociti con la capacità di sopravvivere in uno stato quiescente dopo l’eliminazione dell’antigene e montano
risposte più consistenti e più rapide rispetto ai linfociti naive.
Il numero di linfociti T della memoria specifici per un determinato antigene è più alto rispetto al numero di cellule
naive specifiche per lo stesso antigene.
Le cellule della memoria esprimono livelli maggiori di proteine antiapoptotiche, responsabili dell’aumentata
sopravvivenza: tra queste ci sono Bcl-2 e Bcl-xL, che promuovono la stabilità mitocondriale e bloccano l’apoptosi.
I linfociti della memoria proliferano lentamente.
Il loro mantenimento dipende dalle citochine ma non richiede il riconoscimento dell’antigene: la citochina più
importante è IL7, infatti i linfociti esprimono elevati livelli del suo recettore CD127. La sopravvivenza dei CD8 della
memoria dipende anche da IL15.
10. Meccanismi effettori dell’immunità cellulo-mediata
I linfociti T effettori CD4 fanno da tramite tra lo specifico riconoscimento dei microrganismi e l’attivazione di altri
tipi di leucociti preposti all’eliminazione del microrganismo: i linfociti TH1 attivano i macrofagi, i linfociti TH2 gli
eosinofili e i linfociti TH17 i neutrofili.
La risposta immunitaria acquisita verso microrganismi che, una volta fagocitati, sopravvivono, è mediata da
linfociti TH1, che attivano i fagociti a eliminare il microrganismo ingerito.
La risposta a microrganismi extracellulari è mediata dai linfociti TH17, che reclutano i neutrofili che ingeriscono ed
eliminano il microrganismo.
La risposta verso gli elminti è mediata dai linfociti TH2, che stimolano la produzione di IgE e attivano gli eosinofili e
i mastociti ad eliminare l’elminta.
La risposta verso microrganismi che penetrano e si moltiplicano nel citosol di diversi tipi di cellule è dovuta ai
linfociti T CD8 citotossici che, eliminando le cellule infettate, eradicano l’infezione.
La risposta infiammatoria indotta dai linfociti T può danneggiare i tessuti. L’infiammazione si accompagna
frequentemente a risposte dei linfociti T CD4 e può essere dannosa: si parla di ipersensibilità di tipo ritardato
(DTH), ed è il danno tissutale provocato da una risposta immunitaria.

I linfociti T effettori escono dagli organi linfoidi dove sono stati generati e raggiungono i focolai di infezione negli
organi periferici, dove sono richiesti: aumenta l’espressione di S1PR1, così i linfociti effettori non sono più
trattenuti nei linfonodi e entrano nei vasi sanguigni. Inoltre i linfociti differenziati esprimono recettori che legano
le chemochine prodotte nei focolai di infezione e molecole di adesione che legano contro recettori endoteliali, la
cui espressione sulle venule postcapillari è attivata da IL1 e TNF.
Ognuna delle diverse sottopopolazioni di T helper ha uno specifico fenotipo che ne indirizza la migrazione.
Dopo che i linfociti T sono penetrati nel focolaio infiammatorio e sono stati nuovamente attivati dall’antigene, essi
producono quantità ancora maggiori di citochine e chemochine, stimolando ulteriormente la migrazione
leucocitaria. Questa fase infiammatoria tardiva più intensa è talvolta definita infiammazione immunitaria.
La migrazione dei T effettori dal circolo ai focolai periferici è indipendente dall’antigene; tuttavia, le cellule che
riconoscono l’antigene in sede extravascolare tendono a rimanere in quei tessuti.
Anche alcuni linfociti T della memoria migrano nei tessuti periferici non linfoidi indipendentemente dall’antigene.
Qui essi possono incontrare gli antigeni presentati dalle APC.
I linfociti T che riconoscono l’antigene ricevono segnali che aumentano l’affinità delle integrine per i loro ligandi.
Due di queste integrine, VLA4 e VLA5 si legano alla fibronectina, CD44 invece si lega all’acido ialuronico.

Funzioni effettrici dei linfociti T CD4


Questi linfociti producono citochine e molecole che attivano le funzioni citotossiche di altri tipi cellulari:
partecipano quindi indirettamente alla difesa dell’ospite aiutando i linfociti B a produrre anticorpi e promuovendo
lo sviluppo dei CTL.
In generale, le funzioni dei T helper sono:
 Reclutamento di popolazioni leucocitarie (macrofagi, neutrofili, eosinofili),
 Attivazione dei leucociti reclutati,
 Amplificazione delle risposte,
 Declino delle risposte

Funzione dei linfociti TH1


Attivano i macrofagi a fagocitare ed eliminare i microrganismi.
La principale citochina prodotta da questi linfociti è l’IFNγ, principale citochina per l’attivazione dei macrofagi.
IFNγ è un omodimero appartenente alla famiglia delle citochine di tipo II. È prodotto anche da NK e CD8.
Il suo recettore è formato da due catene polipeptidiche omologhe appartenenti alla famiglia del recettore per le
citochine di tipo II, definite IFNγR1 e IFNγR2.
L’IFNγ lega le due catene e ne induce la dimerizzazione, e queste si associano alle chinasi JAK1 e JAK2, e questo
porta all’attivazione del fattore di trascrizione STAT1.
IFNγ ha diverse funzioni:
 Attiva i macrofagi a eliminare i microrganismi fagocitati, attivando l’ossidasi fagocitica e iNOS,
 Sui linfociti B promuove lo scambio isotipico verso IgG, inibendo lo scambio verso IgE. Le sottoclassi di IgG
indotte si legano ai recettori per l’Fcγ espressi sui fagociti e attivano il complemento,
 Promuove la differenziazione dei T CD4 verso la sottopopolazione TH1,
 Induce l’espressione di diverse proteine che migliorano la presentazione dell’antigene in associazione a
MHC e a innescare e amplificare le risposte T-dipendenti,
 Complessivamente, IFNγ causa un miglioramento dell’ingestione dei microrganismi e la loro eliminazione.
Altre citochine prodotte dai linfociti TH1 sono il TNF e IL10, che inibisce DC e macrofagi.

Funzione dei linfociti TH2


Questi linfociti stimolano le reazioni immunitarie protettive nei confronti delle infezioni elmintiche mediate da IgE
e eosinofili.
Le citochine prodotte da questi linfociti sono IL4, IL5 e IL13.
IL4: è il principale stimolo per la produzione di IgE, agisce sia come induttore sia come effettore dei linfociti TH2.
Fa parte della famiglia delle citochine a 4 domini ad α elica.
Il recettore per IL4 è formato da una catena α e dalla catena γc. Il recettore trasduce il segnale attraverso la via
JAK/STAT e attraverso l’attivazione di un altro secondo messaggero: IRS2.
IL4 promuove lo scambio isotipico verso le IgE e le IgG4; induce lo sviluppo dei TH2 in modo autocrino;
contribuisce all’attivazione alternativa dei macrofagi; stimola la peristalsi del tratto GI.
IL13: citochina strutturalmente correlata a IL4. Il recettore è un eterodimero costituito dalla catena IL4Rα e
IL13Rα1. IL13 agisce in concerto con IL4 nell’indurre effetti biologici correlati ai fenomeni allergici e alla risposta
contro gli elminti. Sinergizza con IL4 nell’indurre l’attivazione alternativa dei macrofagi e stimola la produzione di
muco nei bronchi.
IL5: attivatore degli eosinofili. Membro della famiglia delle citochine di tipo I, composta da un omodimero con 4
domini ad α elica. Stimola la proliferazione e la differenziazione degli eosinofili e induce la loro attivazione.
I linfociti TH2 hanno quindi diversi funzioni:
 Reazioni mediate da IgE ed eosinofili
 Attivazione dei mastociti
 Immunità di barriera
 Attivazione alternativa dei macrofagi.

Funzione dei linfociti TH17


Questi linfociti secernono citochine che reclutano i neutrofili nel focolaio di infezione, contro batteri extracellulari
e funghi.
Produce IL17, citochina atipica, che induce reazioni infiammatorie con forte componente neutrofilica e stimola la
produzione di sostanze antimicrobiche, come le defensine.
Altre citochine prodotte sono IL22, che contribuisce all’infiammazione e al danno tissutale e mantiene anche
l’integrità epiteliale; e IL21, necessaria per la generazione dei linfociti T helper follicolari.

Funzioni effettrici dei linfociti T citotossici CD8


Sono linfociti effettori che eliminano i microrganismi intracellulari eliminando le cellule infettate.
L’azione citotossica dei CTL prevede il riconoscimento specifico della cellula bersaglio e l’emissione di proteine che
ne inducono la morte.
I CTL uccidono solo le cellule bersaglio che esprimono l’antigene che ha stimolato la loro proliferazione e non
uccidono eventuali cellule adiacenti non infettate, e nemmeno gli stessi CTL rimangono danneggiati.
Il processo di uccisione delle cellule bersaglio da parte dei CTL consiste nel riconoscimento dell’antigene,
nell’attivazione, nell’erogazione del colpo letale e nel distacco del CTL dalla cellula bersaglio.
Il CTL si lega alla cellula bersaglio e si attiva utilizzando il suo recettore, il corecettore CD8 e le molecole di
adesione. Entro pochi minuti dal riconoscimenti, la cellula bersaglio va incontro ad alterazioni che inducono la sua
morte per apoptosi. Ciò succede nell’arco di 2-6 ore e procede anche se il CTL si è nel frattempo distaccato dal
complesso. Il CTL trasmette un colpo letale alla cellula bersaglio che ne causa la morte. Il meccanismo attraverso il
quale il CTL elimina la cellula bersaglio è il rilascio di proteine citotossiche contenute nei granuli citoplasmatici,
che comprendono granzimi e perforina. I granzimi A, B e C sono proteasi seriniche che scindono le proteine in
corrispondenza di residui di aspartato. La perforina è una molecola omologa alla frazione c9 del complemento. I
granuli contengono anche serglicina, che serve ad assemblare i complessi che contengono i granzimi e la
perforina. I granzimi vanno a scindere vari substrati, incluse le caspasi, che innescano il processo di morte per
apoptosi.
I CTL usano anche un secondo meccanismo di uccisione indipendente dai granuli che dipende dall’interazione tra
le molecole presenti sulla membrana dei CTL e quelle sulle cellule bersaglio. I CTL attivati esprimono il ligando di
Fas, che si lega al recettore Fas che trasduce segnali che inducono la morte cellulare.
I CTL eradicano cosi il serbatoio di infezione, e l’eliminazione delle cellule infettate da parte dei CTL costituisce la
causa del danno tissutale che caratterizza alcune malattie.
11. Attivazione dei linfociti B e produzione di anticorpi
L’immunità umorale usa gli anticorpi prodotti dai linfociti B.
Ci sono due tipi di antigeni che possono attivare i linfociti B: gli antigeni T-dipendenti e quelli T-indipendenti. I
primi sono antigeni proteici che vengono presentati dai linfociti B ai linfociti T helper attivando una risposta in cui
i linfociti T promuovono l’attivazione dei B; i secondi sono antigeni non proteici multivalenti che attivano
direttamente i linfociti B.
L’attivazione delle cellule B porta alla proliferazione cellulare e all’espansione clonale seguita dalla loro
differenziazione che culmina con la generazione di cellule B della memoria e di plasmacellule secernenti anticorpi.
L’antigene lega e attiva i recettori, rappresentati da IgM e IgD, espressi sulla membrana dei linfociti B naive.
L’attivazione porta alla proliferazione e alla differenziazione in cellule della memoria e plasmacellule. Alcuni
linfociti B attivati possono produrre anticorpi diversi da IgM e IgD, tramite il processo di scambio di classe delle
catene pesanti, e con affinità sempre maggiore, tramite il meccanismo di maturazione dell’affinità.
La classe e la quantità degli anticorpi prodotti variano in base al tipo di antigene, al coinvolgimento dei linfociti T e
alla possibilità che quell’antigene sia già stato incontrato.
L’attivazione in risposta ad antigeni proteici richiede il riconoscimento dell’antigene da parte dei linfociti B,
l’internalizzazione e la presentazione di un suo frammento peptidico ai linfociti T helper CD4; le risposte ad
antigeni multivalenti non richiedono l’intervento dei linfociti T helper.
Alcuni dei linfociti B attivati diventano cellule che producono anticorpi per lunghi periodi, mesi o anni, altri danno
origine a cellule della memoria a lunga sopravvivenza.
Esistono diverse sottopopolazioni di linfociti B che rispondono preferenzialmente a diversi tipi di antigene: i
linfociti B follicolari rispondono ad antigeni proteici; i linfociti B della zona marginale riconoscono antigeni
multivalenti.

L’inizio della risposta anticorpale richiede che l’antigene venga catturato e trasportato nelle aree B, dove avvia
l’attivazione del linfocita B insieme ad altri segnali che derivano dalla risposta innata.
Gli antigeni penetrano negli organi linfoidi secondari secondo diverse vie:
 Sono trasportati dai vasi linfatici al seno sottocapsulare, e gli antigeni solubili vanno alle aree B attraverso
condotti che si estendono dal seno sottocapsulare e il follicolo,
 I macrofagi del seno sottocapsulare catturano gli antigeni di grandi dimensioni e li trasferiscono ai follicoli,
 Antigeni di grandi dimensioni vengono catturati dalle DC nella midollare e vengono portati ai follicoli,
 Gli antigeni facenti parte di immunocomplessi legano i recettori per il complemento espressi dai linfociti B
della zona marginale e vengono trasferiti ai B follicolari,
 I patogeni in circolo vengono catturati dalle DC plasmacitoidi nel sangue e vengono trasportati alla milza,
dove vanno alle cellule B della zona marginale,
 Gli antigeni polisaccaridici vengono catturati dai macrofagi della zona marginale dei follicoli linfoidi della
milza.
L’attivazione inizia con il legame dell’antigene all’Ig di membrana, che aggregandosi genera i segnali necessari
all’attivazione della cellula.
L’antigene in secondo luogo viene internalizzato e veicolato agli endosomi dove, se è di natura proteica, viene
processato in peptidi che verranno esposti sulla superficie dei B per il riconoscimento da parte dei T.
Il riconoscimento dell’antigene dà inizio alla risposta del linfocita B, ma nonostante ciò di per sé è insufficiente a
stimolarne in modo significativo la proliferazione e la differenziazione: per ottenere una risposta completa
devono cooperare con il BCR altri stimoli, come le proteine del complemento, i PRR e i T helper.
L’attivazione è facilitata dal corecettore CR2/CD21 che riconosce i frammenti del complemento associati
all’antigene, generalmente C3d.
Attivando i TLR, i prodotti microbici inoltre contribuiscono all’attivazione dei linfociti B, e i PRR attivano
direttamente questi linfociti.
Il cross-linking del BCR induce la proliferazione e la differenziazione dei linfociti B, e il riconoscimento di antigeni
proteici prepara le cellule B per le successive interazioni con i linfociti T helper.

Risposte T-dipendenti
Gli antigeni proteici vengono riconosciuti dai linfociti T e B negli organi linfoidi secondari. Una volta attivate,
queste due popolazioni linfocitarie si concentrano in questi organi interagendo tra loro e innescando la risposta
umorale:
 L’antigene è catturato dalle DC e presentato ai T helper nelle aree T degli organi linfoidi, i T helper attivati
dalle DC esprimono i ligando per le molecole costimolatorie ed esprimono CD40L e recettori per le
chemochine che promuovono la migrazione verso il follicolo,
 Nei follicoli, i linfociti B vengono attivati dall’antigene, lo processano e migrano verso le aree T del
linfonodo, dove lo presentano ai T,
 I B e i T attivati quindi vengono a contatto tra loro al confine tra le aree B e T,
 Nella midollare del linfonodo si formano piccoli foci di linfociti B extrafollicolari, dove avvengono lo
scambio di classe, la secrezione e le mutazioni somatiche che generano plasmacellule a breve
sopravvivenza,
 Alcuni T helper si differenziano in T helper follicolari,
 I B attivati ritornano nel follicolo per essere attivati dai T helper follicolari, e si formano i centri germinativi
dove avvengono la proliferazione cellulare, lo scambio di classe, le mutazioni somatiche e la selezione che
porta alla maturazione dell’affinità delle Ig e alla generazione dei linfociti B a lunga sopravvivenza che
andranno nel midollo.
Più nel dettaglio, quindi, l’attivazione dei B può avvenire in due diverse regioni, all’esterno dei follicoli o al loro
interno, nei centri germinativi, e la risposta è diversa.
I foci extrafollicolari si formano presto, i centri germinativi invece nei giorni successivi.
L’attivazione dei linfociti B nei foci extrafollicolari dà luogo ad un’iniziale differenziazione e allo scambio di classe.
Le cellule in circolo che producono anticorpi, dette plasmablasti, e le plasmacellule tissutali che hanno origine nei
foci extrafollicolari sono cellule a breve sopravvivenza, che non migrano al midollo osseo.
Nel centro germinativo invece alcuni linfociti T attivati, dopo 4-7 giorni, vengono attivati dai linfociti B a
differenziarsi in linfociti T helper follicolari, che esprimono elevati livelli di CXCR5 che li guida nei follicoli, dove si
forma una regione più chiara, il centro germinativo. I linfociti T follicolari sono anche caratterizzati
dall’espressione del recettore ICOS , della citochina IL21 e del fattore trascrizionale Bcl6.

Scambio di classe: in risposta all’attivazione da parte di CD40 e delle citochine, una parte dei linfociti B attivati va
incontro al processo di scambio di classe delle catene pesanti, cui consegue la produzione di anticorpi di isotipo
IgA, IgG e IgE.
Questo scambio viene regolato dalle citochine prodotte dai T helper attivati dai microrganismi.
L’ingaggio di CD40 causa l’attivazione dell’enzima AID, che causa la ricombinazione per scambio, durante la quale
l’esone riarrangiato VDJ, che codifica per il dominio V di una catena pesante Ig, si ricombina con la regione C di un
gene più a valle e il DNA interposto viene eliminato.
AID converte le citosine in uracile; successivamente l’enzima uracil-N-glicosilasi rimuove i residui di uracile
generando siti privi di basi azotate che vengono riconosciuti e rimossi da un terzo enzima, l’endonucleasi ApeI,
che genera interruzioni nel DNA. Il DNA danneggiato viene eliminato e si ha il ricongiungimento delle due
estremità attraverso l’unione delle ricombinazioni non omologhe.
Maturazione dell’affinità: processo che porta all’aumento dell’affinità degli anticorpi specifici per un antigene T-
dipendente, a mano a mano che la risposta umorale procede. È il risultato di mutazioni somatiche che avvengono
a carico dei geni che codificano per le Ig, seguito dalla sopravvivenza selettiva dei linfociti B che producono gli
anticorpi quindi con affinità maggiore.
I geni V che codificano per le Ig vanno incontro a un’enorme frequenza di mutazioni puntiformi, alcune delle quali
genereranno una riduzione o la perdita della capacità dell’anticorpo di legare l’antigene, si ha quindi una
selezione positiva che permette la sopravvivenza dei linfociti B che producono anticorpi con affinità sempre
maggiore.

Una parte della progenie dei linfociti B che hanno proliferato in risposta all’antigene e ai linfociti T si differenziano
in plasmacellule capaci di produrre anticorpi.
Esistono due tipi di plasmacellule:
 Plasmacellule a breve sopravvivenza: originano nei foci extrafollicolari.
 Plasmacellule a lunga sopravvivenza: hanno la capacità di migrare al midollo osseo, dove vengono
alimentate da citochine come BAFF, che permette loro di sopravvivere per lunghi periodi.
I linfociti B della memoria sono linfociti in grado di generare rapide risposte a un’eventuale riesposizione
all’antigene. Vengono generate principalmente nei centri germinativi e sono quindi parte delle risposte T
dipendenti.
Le cellule della memoria producono elevati livelli della proteina antiapoptotica Bcl2, alcune restano negli organi
linfoidi dove si sono generate, altre abbandonano i centri germinativi e ricircolano tra il sangue e gli organi
linfoidi.
Rispetto ai linfociti B naive, i linfociti B della memoria esprimono un BCR ad alta affinità e isotipi diversi dalle IgM.

Risposte T-indipendenti
Gli antigeni non proteici, come i polisaccaridi e i lipidi, stimolano la produzione di anticorpi in assenza di linfociti T
helper, per cui gli anticorpi sono caratterizzati da una bassa affinità e sono principalmente IgM, con modesto
scambio isotipico verso IgG e IgA.
I linfociti B della zona marginale e i B-1 hanno un ruolo importante nella risposta agli antigeni T-indipendenti:
 I linfociti B della zona marginale rappresentano una popolazione distinta che risponde principalmente ai
polisaccaridi e si differenzia in plasmacellule a breve sopravvivenza che producono IgM.
 Le cellule B-1 sono un altro tipo di linfociti B che si trovano nel peritoneo e nelle mucose.
Gli antigeni T-indipendenti sono polisaccaridi, glicolipidi e acidi nucleici, che non possono essere processati e
presentati su molecole MHC e quindi non vengono riconosciuti dai T helper CD4.
Questi antigeni sono molecole polivalenti che inducono l’aggregazione delle Ig di membrana, e ciò permette
l’attivazione di queste cellule anche in assenza dei linfociti T. inoltre, molti polisaccaridi attivano il sistema del
complemento attraverso la via alternativa.
Gli antigeni T-indipendenti contribuiscono a stimolare la produzione di anticorpi naturali, a bassa affinità diretti
contro i carboidrati.
12. Meccanismi effettori dell’immunità umorale
Le principali funzioni degli anticorpi sono la neutralizzazione e l’eliminazione dei microrganismi e delle tossine da
essi prodotte.
Gli anticorpi sono prodotti dalle plasmacellule negli organi linfoidi secondari e nel midollo osseo, ma svolgono la
loro funzione effettrice in luoghi distanti da questi siti di produzione.
Le funzioni effettrici degli anticorpi sono mediate dalle regioni costanti della catena pesante delle Ig, quindi isotipi
diversi di Ig svolgono funzioni effettrici diverse: la neutralizzazione è l’unica funzione effettrice degli anticorpi
esclusivamente mediata dal legame con l’antigene e comune a tutte le classi anticorpali.
Le funzioni sono avviate dal legame dell’antigene attraverso le regioni variabili dell’Ig: il legame contemporaneo di
diversi anticorpi a un antigene multivalente porta all’aggregazione delle regioni Fc, che porta all’attivazione del
complemento e consente agli anticorpi di attivare gli FcR dei fagociti.

La neutralizzazione è dovuta al fatto che gli anticorpi, legando i microrganismi e le tossine da essi prodotte, ne
bloccano il legame con i recettori cellulare dell’ospite.
La neutralizzazione si ha per impedimento sterico, ovvero gli anticorpi interferiscono con la capacità dei
microrganismi di interagire con i loro recettori cellulari; oppure per effetto allosterico, ovvero gli anticorpi si
legano a un microrganismo alterando la conformazione in superficie.

L’opsonizzazione è una funzione mediata dalle IgG, che rivestono i microrganismi favorendone la fagocitosi
attraverso il loro legame agli FcR dei fagociti. I fagociti esprimono sulla loro superficie una serie di recettori che,
legando direttamente i microrganismi, ne favoriscono la cattura anche in assenza di anticorpi, nell’immunità
innata, ma l’efficacia di questo processo è potenziata dall’opsonizzazione.
Ci sono diversi tipi di recettori per Fc espressi sulla superficie dei leucociti e legano le regioni costanti degli
anticorpi che hanno opsonizzato un antigene. Questo legame determina l’attivazione della fagocitosi e della
conseguente trasduzione del segnale, necessaria per innescare l’attività microbicida e il processo infiammatorio.
Gli anticorpi coinvolti nel processo di fagocitosi degli antigeni opsonizzati sono i recettori per la catena pesante
delle IgG, denominati FcγR.
Ne esistono 3 gruppi:
 FcγRI (CD64): è il principale recettore espresso dai fagociti, in particolare macrofagi e neutrofili, ed ha
elevata affinità per IgG1 e IgG3. La porzione extracellulare ha 3 domini Ig, mentre la trasduzione del
segnale è dovuta all’omodimero costituito da due catene γ. La trascrizione di questo recettore e la sua
espressione è stimolata da IFNγ.
 FcγRII (CD32): lega le sottoclassi IgG1 e IgG3 con bassa affinità. Ne esistono 3 isoforme, A, B e C: A e C
sono attivatorie, B è inibitoria.
 FcγRIII (CD16): ne esistono due isoforme, A e B.

La ADCC (Citotossicità Cellulare mediata da Anticorpi) è una funzione delle cellule NK che si legano a
microrganismi opsonizzati da anticorpi IgG tramite il recettore FcγRIIIB.

Gli anticorpi, i mastociti e gli eosinofili collaborano per determinare l’espulsione o l’uccisione di alcuni elminti. La
loro uccisione è mediata dalla proteina basica maggiore contenuta nei granuli degli eosinofili. Le IgE, IgG e IgA che
rivestono l’elminta possono legare gli FcR presenti sugli eosinofili e attivarne il processo di degranulazione.

Sistema del complemento:


Il sistema del complemento è uno dei principali meccanismi effettori dell’immunità umorale e un meccanismo
effettore dell’immunità innata.
Il sistema del complemento è costituito da 30 proteine solubili e di membrana che interagiscono tra loro
generando proteine funzionali all’eliminazione dei microrganismi. Le proteine del complemento sono proteine
presenti normalmente nel torrente circolatorio sottoforma di precursori inattivi che vengono attivati in particolari
condizioni (zimogeni).
Viene attivato da microrganismi e da anticorpi legati ad essi. L’attivazione del complemento avviene attraverso il
clivaggio sequenziale delle sue diverse componenti, che porta all’assemblaggio di complessi enzimatici dotati di
attività proteolitica. I prodotti dell’attivazione del complemento si legano agli antigeni sulla superficie di un
microrganismo e agli anticorpi che hanno riconosciuto lo stesso microrganismo.
L’attivazione del complemento è inibita da proteine regolatorie espresse sulla membrana delle cellule dell’ospite,
ma non sulla superficie dei microrganismi.
Ci sono 3 vie di attivazione del complemento: la via classica, quella alternativa e quella lectinica, e tutte e 3
portano alla generazione di complessi enzimatici in grado di clivare la frazione C3, la componente più abbondante
del complemento.
La via alternativa e quella lectinica sono considerate risposte immunitarie innate, mentre la via classica
rappresenta un meccanismo effettore dell’immunità specifica umorale.
L’evento centrale è la proteolisi della frazione C3 con la generazione di prodotti biologicamente attivi, come C3b
che si lega al microrganismo o agli anticorpi ad esso associati. C3b attiva la fagocitosi, poiché i fagociti esprimono
recettori per tale frammento.
 Via alternativa: questa via porta alla proteolisi della frazione C3 e alla formazione del frammento C3b che
si lega covalentemente alla superficie microbica in assenza di anticorpi. Il frammento C3b viene legato dal
fattore B, che viene clivato a sua volta da un altro fattore, il fattore D, rilasciando due frammenti, Ba (più
piccolo) e Bb (più grande), che rimane legato al frammento C3b.
Il complesso C3bBb è la C3 convertasi della via alternativa, e cliva massicciamente la frazione C3,
generando un circuito di amplificazione.
L’attivazione della via alternativa si verifica solo a livello di una superficie microbica, infatti se il complesso
C3bBb si forma su una superficie cellulare self viene rapidamente degradato dalle diverse proteine
regolatorie. Al contrario, un’altra proteina regolatoria, la properdina, può legarsi al complesso C3bBb
stabilizzandolo.
Il frammento C3b generato dalla C3 convertasi può legarsi alla C3 convertasi stessa, portando alla
formazione di un complesso contenente il frammento Bb e due molecole del frammento C3b costituisce
la C5 convertasi della via alternativa, che cliva la frazione C5 e innescando così le fasi terminali
dell’attivazione del complemento.
 Via classica: questa via è avviata dal legame della frazione C1 ai domini delle IgG o delle IgM complessate
all’antigene. La frazione C1 è un complesso proteico multimerico composto dalle subunità C1q, C1r e C1s.
C1r e C1s sono proteasi organizzate a formare un tetramero contenente due molecole di ciascuna
subunità. Il legame di due o più teste globulari della subunità C1q alle regioni Fc delle IgG o delle IgM
porta all’attivazione della subunità C1r, che cliva C1s attivandola. C1s attivata va a sua volta a clivare C4 e
genera un frammento C4a (rilasciato in fase fluida) e un frammento C4b, che si complessa con la proteina
C2, generando un frammento C2b (solubile) e C2a, che rimane associato a C4b: il complesso C4b2a è la C3
convertasi della via classica, che lega C3 e la cliva.
Come nella via alternativa, C3 clivata dà origine al frammento C3b, che legandosi alla C3 convertasi forma
la C5 convertasi, che cliva C5.
 Via lectinica: si innesca a partire dall’interazione dei polisaccaridi microbici con le lectine circolanti, come
la lectina legante il mannosio (MBL) o le ficoline. Queste lectine solubili fan parte della famiglia delle
collectine e legano i residui di mannosio dei polisaccaridi o al glicano. La MBL e le ficoline si legano a delle
proteasi associate alla MBL, la MASP, che cliva C4 e C2.
La sequenza terminale del complemento è comune a tutte le vie di attivazione: la C5 convertasi innescano
l’attivazione delle componenti terminali, che portano all’attivazione del MAC (Membrane Attack Complex),
con attività citolitica.
Le C5 convertasi clivano la frazione C5, generando il frammento C5a (che rimane in fase fluida) e C5b, che si
associa alle altre componenti: C5b lega le frazioni C6 e C7, così C7, normalmente idrofobica, si inserisce nel
doppio strato lipidico delle membrane, dove agisce da recettore per la frazione C8, cui si lega C9, che può
formare pori nella membrana, che permettono alle molecole d’acqua e agli ioni di penetrare nella cellula, con
conseguente rigonfiamento osmotico e lisi cellulare.

I recettori per le proteine del complemento sono espressi sulla membrana di vari tipi cellulari:
 CR1/CD35: promuove la fagocitosi degli antigeni opsonizzati dai frammenti C3b e C4b.
 CR2/CD21: stimola le risposte immunitarie umorali potenziando l’attivazione dei linfociti B da parte
dell’antigene e favorendo l’intrappolamento degli immunocomplessi nei centri germinativi. Lega i
frammenti C3d, C3dg e iC3b generati dal clivaggio del frammento C3b operato dal fattore I.
Sui linfociti B, CR2 è espresso in associazione a un complesso trimerico formato da altre due proteine
legate, denominate CD19 e TAPA1/CD81.
 CR3/Mac1: integrina che agisce da recettore per il frammento iC3b, è responsabile dell’interazione
fagocita-microrganismo in assenza di opsonine, facilitando l’adesione stabile dei leucociti all’endotelio
attivati.
 CR4/p150,95: integrina che si lega al frammento iC3b.
 CRIg, recettore per il complemento della famiglia delle Ig: espresso dalle cellule di Kupffer.

Regolazione del complemento: esistono diverse proteine appartenenti alla famiglia dei regolatori dell’attivazione
del complemento (RCA):
 L’attività proteolitica delle subunità C1r e C1s viene inibita da una proteina plasmatica chiamata C1INH, il
cui clivaggio porta alla sua associazione al tetramero C1r-C1s, che si dissocia dalla C1q bloccando
l’attivazione del complemento. Il deficit di questa proteina causa una malattia detta edema
angioneurotico ereditario.
 L’assemblaggio delle componenti della C3 convertasi e della C5 convertasi può essere inibito dal legame
di proteine regolatorie ai frammenti C3b e C4b associati alla superficie cellulare. Tali proteine sono il
fattore H, MCP/CD46, DAF, C4BP.
 Il frammento C3b legato alla cellula può essere degradato da una proteasi, il fattore I, che svolge il suo
compito solo in presenza delle proteine regolatorie elencate. Il fattore I cliva C3b e genera i frammenti
iC3b, C3d e C3dg che rimangono fissati sulla superficie antigenica.
 La formazione del MAC è inibita dalla proteina CD59 e dalla proteina S.
Un incremento abnorme dell’attivazione del complemento può rendere inefficace l’azione delle proteine
regolatorie.

Il complemento ha diverse funzioni: promuove la fagocitosi e la lisi dei microrganismi e stimola l’infiammazione.
L’infiammazione è indotta dai frammenti C3a, C4a e C5a, detti anafilotossine, che si legano ai mastociti e ne
inducono la degranulazione, con liberazione di mediatori vasoattivi come l’istamina.
Legandosi agli immunocomplessi, le proteine dei complemento ne favoriscono la solubilizzazione e l’eliminazione
da parte dei fagociti: l’attivazione del complemento in corrispondenza delle Ig può interferire stericamente con
queste interazioni tra Ig, favorendo la dissociazione degli immunocomplessi.
La proteina C3d si lega a CR2 e attiva i linfociti B.
14. Tolleranza immunologica e autoimmunità
La tolleranza è la mancata responsività a un antigene indotta da una precedente esposizione a quello stesso
antigene. Gli antigeni che inducono tolleranza sono detti tollero geni.
Gli individui normali sono tolleranti verso i propri antigeni poiché i linfociti autoreattivi vengono uccisi o inattivati
o indotti a cambiare la loro specificità.
La tolleranza è il risultato del riconoscimento degli antigeni da parte di linfociti specifici: la tolleranza è quindi
antigene-specifica.
La tolleranza al self può essere indotta nei linfociti autoreattivi immaturi negli organi linfoidi primari (tolleranza
centrale) e nei linfociti maturi presenti nei siti periferici (tolleranza periferica). La tolleranza centrale si instaura
durante il processo di maturazione dei linfociti negli organi linfoidi primari, tutti i linfociti immaturi infatti passano
attraverso stadi in cui l’incontro con l’antigene può portare alla morte della cellula o alla sostituzione di un
recettore autoreattivo.
La tolleranza periferica si verifica quando, in seguito al riconoscimento di un antigene self, i linfociti maturi
diventano incapaci di rispondere a quell’antigene e vengono indotti a morire per apoptosi o inibiti dai linfociti T
regolatori.
La scelta tra attivazione e tolleranza è determinata dall’antigene, dallo stato di maturazione del linfocita e dal tipo
di segnale ricevuto dal linfocita durante l’incontro con l’antigene self.
Alcuni antigeni self vengono ignorati dal sistema immunitario, in questo caso quindi i linfociti autoreattivi non
rispondono, pur rimanendo vitali e funzionali.
In assenza di segnali costimolatori, gli antigeni non self possono inibire la risposta immunitaria.

Tolleranza dei linfociti T CD4


Dal momento che i linfociti T helper sono necessari per l’attivazione delle risposte cellulari e umorali, l’induzione
della tolleranza nei linfociti T CD4 è un meccanismo particolarmente efficace per prevenire le risposte
immunitarie verso gli antigeni self di origine proteica.
Tolleranza centrale: nel corso della maturazione timica, molti dei linfociti T immaturi che riconoscono l’antigene
con elevata affinità vengono eliminati e alcuni linfociti T CD4 autoreattivi che sopravvivono danno origine a cellule
T regolatorie. I due principali fattori che determinano la selezione negativa dei timociti autoreattivi sono la
presenza nel timo dell’antigene stesso, dovuta all’espressione in loro oppure al trasporto nel circolo sanguigno, e
l’affinità con cui il recettore delle cellule T lo riconosce.
Le proteine self sono presentate e processate in associazione alle molecole MHC dalle APC timiche. Le cellule
epiteliali della midollare timica esprimono, sotto il controllo del gene AIRE (AutoImmune REgulator), molte
proteine che originariamente erano ritenute tessuto specifiche. Le mutazioni del gene AIRE sono la causa di una malattia
autoimmune che colpisce diversi organi, detta sindrome poliendocrina autoimmune (APS), con danni a diversi organi endocrini, come le paratiroidi e
surrenali e le isole pancreatiche. AIRE è un fattore di trascrizione che promuove l’espressione di antigeni tessuto-specifici
nel timo.
La trasduzione del segnale del TCR nei linfociti T immaturi determina l’attivazione di una proteina, Bim, che
promuove la via mitocondriale dell’apoptosi.
Alcuni linfociti T CD4 autoreattivi che incontrano gli antigeni self nel timo non vengono eliminati ma si
differenziano invece in linfociti T regolatori specifici per questi antigeni. Questi lasciano il timo e inibiscono le
risposte contro i tessuti self in periferia.
Tolleranza periferica: meccanismo attraverso cui i linfociti T maturi che riconoscono gli antigeni self nei tessuti
periferici sono resi incapaci di rispondere a un successivo incontro con gli stessi antigeni. I meccanismi attraverso
cui si esplica la tolleranza periferica sono:
 Anergia: l’esposizione dei linfociti T CD4 maturi a un antigene in assenza di segnali costimolatori o la
mancanza di attivazione dell’immunità innata rendono i linfociti incapaci di rispondere, diventando non
responsivi, sopravvivendo per giorni o settimane in uno stato quiescente.
L’anergia è dovuta ad alterazioni biochimiche: si ha un blocco della trasduzione del segnale del TCR, e il
riconoscimento di antigeni self può attivare le ligasi che ubiquitinano le proteine associate al TCR e le
indirizzano alla degradazione nel proteasoma o nei lisosomi.
I linfociti T che riconoscono antigeni self possono reclutare i recettori inibitori della famiglia del CD28, che
sono CTLA4 e PD1.
 Soppressione: esistono i linfociti T regolatori,una sottopopolazione di CD4 con la funzione di sopprimere
le risposte immunitarie e mantenere la tolleranza al self. Queste cellule esprimono elevati livelli di CD25 e
il fattore trascrizionale FoxP3.
Le cellule T regolatorie hanno origine nel timo o negli organi linfoidi secondari in seguito al
riconoscimento degli antigeni self o non self.
Nel timo lo sviluppo dei linfociti T regolatori è uno dei possibili sviluppi delle cellule T CD4 che
riconoscono gli antigeni self, queste cellule sono i linfociti T regolatori naturali.
Negli organi linfoidi periferici il riconoscimento dell’antigene in assenza dell’attivazione dell’immunità
innata favorisce la generazione di cellule regolatrici a partire da linfociti T CD4 naive, anche se in alcuni
casi i linfociti T regolatori possono originare in condizioni infiammatorie, e questi sono definiti linfociti T
regolatori adattativi o inducibili.
Lo sviluppo e la sopravvivenza dei linfociti T regolatori richiede l’attivazione del TGFβ e dell’IL2.
I linfociti T regolatori inibiscono le risposte immunitarie a diversi livelli: durante l’attivazione dei linfociti T
negli organi linfoidi e durante la loro fase effettrice nei tessuti. L’azione inibitoria può esplicarsi attraverso
molteplici meccanismi e quelli meglio conosciuti si basano sull’azione di citochine inibitorie e sul diretto
contatto cellulare con le APC. I linfociti T regolatori producono IL10 e TGFβ, citochine che inibiscono le
risposte immuni. Inoltre i T regolatori inibiscono l’attività stimolatoria delle APC.
TGFβ: viene sintetizzato come precursore inattivo che deve essere scisso proteoliticamente a livello del
Golgi. La sua forma matura viene secreta in associazione ad altri polipeptidi, in forma latente, e questi
polipeptidi devono essere rimossi per permettere alla citochina di legare il suo recettore. Il recettore è
fatto da due catene, coinvolte nella fosforilazione dei fattori trascrizionali della famiglia SMAD.
TGFβ inibisce la proliferazione e le funzioni effettrici dei linfociti T e l’attivazione dei macrofagi; regola la
differenziazione di sottopopolazioni di linfociti T (in particolare TH17); agendo sui linfociti B promuove lo
scambio isotipico verso le IgA; promuove la riparazione dei tessuti.
IL10: citochina che inibisce i macrofagi attivati e le DC, inibisce la produzione di IL12 (e quindi la
conseguente produzione di IFNγ), inibisce l’espressione di molecole costimolatorie e di molecole MHC di
classe II.
 Delezione: i linfociti T che riconoscono gli antigeni self in assenza di un contesto infiammatorio o che sono
ripetutamente stimolati da antigeni persistenti muoiono per apoptosi, di cui esistono due tipi:
Via mitocondriale/intrinseca: regolata dalle proteine della famiglia Bcl2, che sono sensori di stress
cellulare, la più importante è Bim. Bim lega due proteine effettrici proapoptotiche Bax e Bak, che
oligomerizzano e si inseriscono nella membrana mitocondriale esterna, causando un aumento della
permeabilità mitocondriale. Ne consegue che molte componenti mitocondriali, come il citocromo C,
vengono rilasciate nel citoplasma. Queste proteine attivano enzimi citoplasmatici dette caspasi, la cui
principale è la caspasi 9, che attiva altre caspasi che portano alla frammentazione del DNA.
Via recettoriale/estrinseca: si attiva in seguito all’ingaggio di recettori da parte dei rispettivi ligandi.
L’oligomerizzazione di questi recettori determina l’attivazione di proteine adattatrici che si assemblano e
tagliano la caspasi 8.
Le cellule che vanno incontro ad apoptosi sviluppano estroflessioni della membrana e rilasciano
frammenti di nucleo e citoplasma, detti corpi apoptotici.
I linfociti T che riconoscono gli antigeni self in assenza di segnali costimolatori attivano la proteina
proapoptotica Bim, che innesca la via mitocondriale dell’apoptosi.
La ripetuta stimolazione dei linfociti T porta alla contemporanea espressione dei recettori che trasducono
i segnali di morte cellulare e dei loro rispettivi ligandi che ne determinano la morte per apoptosi. Il
recettore di morte più importante nei linfociti T è Fas/CD95, il cui ligando è il ligando di Fas.

Tolleranza periferica dei linfociti T CD8


Le cellule T CD8 diventano anergiche quando riconoscono i peptidi presentati da molecole MHC di classe I in
assenza di segnali costimolatori.

Tolleranza dei linfociti B


La tolleranza dei linfociti B è necessaria per mantenere la non responsività agli antigeni self timo-indipendenti.
Tolleranza centrale: i linfociti B immaturi che riconoscono con elevata affinità un antigene self presente nel
midollo osseo vengono eliminati o indotti a modificare la loro specificità.
 Editing recettoriale: le cellule B riattivano i geni RAG1 e RAG2 e procedono ad una nuova ricombinazione
VJ nel locus della catena leggera delle Ig.
 Delezione: i linfociti B che non riarrangiano correttamente vengono eliminati per apoptosi.
 Anergia
Tolleranza periferica: i linfociti B maturi che riconoscono gli antigeni self nei tessuti periferici in assenza di cellule T
helper specifiche vengono inattivati o eliminati per apoptosi.
La costimolazione da parte dei T helper può mancare nel caso in cui queste cellule siano state delete o rese
anergiche o nel caso in cui gli antigeni self siano di natura non proteica.
I meccanismi sono:
 Anergia
 Delezione
 Ingaggio di recettori inibitori
15. Immunologia dei trapianti
Il trapianto è un trattamento utilizzato per sostituire organi e tessuti danneggiati che hanno una funzionalità
compromessa. L’individuo che fornisce il trapianto è il donatore, quello che lo riceve è detto ricevente o ospite.
Esistono diverse tipologie di trapianto:
 Trapianto ortotopico: il trapianto è posizionato nella sede anatomica naturale.
 Trapianto etero topico: il trapianto è posizionato in un sito anatomico differente.
 Trasfusione: trapianto di cellule ematiche circolanti o plasma.
Il trapianto di cellule o tessuti da un individuo ad un altro geneticamente diverso induce sempre il rigetto, a causa
della risposta dell’immunità adattativa. Il rigetto si manifesta nei 7-14 giorni successivi al trapianto (rigetto di
primo livello), ma è più veloce in caso di un secondo trapianto dallo stesso donatore (rigetto di secondo livello).
 Trapianto autologo/autotrapianto: da un individuo allo stesso individuo.
 Trapianto singenico: tra due individuo geneticamente identici.
 Trapianto allogenico/allotrapianto: tra due individui geneticamente diversi appartenenti alla stessa
specie.
 Trapianto xeno genico/xenotrapianto: tra individui appartenenti a specie diverse.

Gli alloantigeni evocano una risposta immunitaria sia cellulo mediata sua umorale.
Il riconoscimento delle cellule trapiantante è determinato da geni polimorfi, i geni di istocompatibilità, che
differiscono tra gli individui di una stessa specie: le molecole MHC.
Le molecole MHC allogeniche di un trapianto possono essere presentate ai linfociti T del ricevente in due modi
diversi, definiti presentazione diretta e indiretta: la prima significa che i linfociti T di un individuo che riceve il
trapianto riconoscono le molecole MHC intatte dell’organo trapiantato; la seconda che i linfociti T del ricevente
riconoscono molecole MHC del trapianto solo nel contesto delle molecole MHC del ricevente, quindi le proteine
MHC del ricevente presentano proteine che derivano dall’MHC allogenico ai linfociti T del ricevente.
 Presentazione diretta: una molecola MHC intatta, espressa dalle APC del donatore che si trovano
nell’organo trapiantato, viene riconosciuta dai linfociti T del ricevente.
La struttura di tutti i TCR è predisposta a riconoscere qualunque molecola MHC, e la struttura di un MHC
allogenico è simile a quella di un MHC self, così viene riconosciuta come MHC estranea da molte cellule T
ristrette per MHC self. Il riconoscimento diretto può coinvolgere sia CD4 sia CD8.
 Presentazione indiretta: le molecole MHC del donatore sono catturate e processate dalle APC del
ricevente, che penetrano nel trapianto, e i peptidi derivati dalle MHC allogeniche sono presentati in
associazione con MHC self. La presentazione indiretta induce l’alloriconoscimento da parte dei linfociti T
CD4, perché l’alloantigene è catturato dalle APC attraverso la via vescicolare endosomiale ed è quindi
presentato in associazione a molecole MHC di classe II.

Le risposte T nei confronti di un organi trapiantato iniziano nei linfonodi drenanti, che contengono APC residenti,
che una volta nell’organo trapiantato esprimono le molecole MHC allogeniche del donatore e le molecole
costimolatorie. Si ritiene che le APC del donatore migrino ai linfonodi regionali e qui presentino le loro molecole
MHC allogeniche non processate ai linfociti T del ricevente (via diretta), e che le cellule dendritiche del ricevente
possono migrare nel tessuto trapiantato, captare gli alloantigeni e trasportarli ai linfonodi (via indiretta).
I linfociti naive che normalmente circolano nel linfonodo incontrano cosi questi alloantigeni e sono indotti a
proliferare e a differenziarsi in cellule effettrici. Questo processo è chiamato sensibilizzazione agli alloantigeni. Le
cellule T effettrici raggiungono poi il trapianto e ne causano il rigetto.
Molti linfociti T allo reattivi che rispondono al primo incontro con una molecole MHC allogenica sono linfociti T
della memoria.
Oltre al riconoscimento degli alloantigeni, l’attivazione dei linfociti T allo reattivi richiede che le cellule T siano
appropriatamente costi molate da parte delle molecole della famiglia B7 espresse dalle APC. L’espressione di
molecole costimolatorie è la conseguenza del danno da ischemia e della morte di alcune delle cellule dell’organo
nel periodo che segue il prelievo fino al termine delle anastomosi vascolari, ci sono quindi dei DAMP che
stimolano le risposte innate.

Reazione linfocitaria mista: la risposta dei linfociti T allo reattivi alle molecole MHC allogeniche può essere studiata in vitro mediante la MLR (Mixed
Lymphocyte Reaction), che è un modello di riconoscimento diretto delle molecole MHC allogeniche da parte dei linfociti T ed è usato come test predittivo di
rigetto di trapianto. La MLR si osserva coltivando leucociti mononucleati di un individui con leucociti mononucleati di un altro soggetto. Se i due individui
hanno differenze negli alleli dei geni MHC, una significativa frazione delle cellule mononucleate prolifererà nell’arco di 4 -7 giorni: questa risposta è
denominata MLR allogenica. Se le cellule di due individui che differiscono per il loro MHC sono mescolate, queste possono rea gire le une contro le altre e
proliferare, dando origine a una MLR a due vie. Per semplificare l’analisi, una delle due popolazione leucocitarie può essere resa incapace di proliferare
attraverso l’irradiazione o il trattamento con mitomicina C, in questo caso si parla di MLR a una via, in cui le cellule trattate hanno l’unico scopo di stimolare
le cellule non trattate che mantengono la capacità di proliferare e costituiscono quindi le cellule responsive.

I linfociti T CD4 e CD8 attivati dagli alloantigeni causano il rigetto del trapianto attraverso due meccanismi: le
cellule CD4 producono citochine che danneggiano il trapianto provocando infiammazione, mentre le cellule CD8 si
differenziano in CTL che uccidono le cellule del trapianto. Quindi i CTL generati dal riconoscimento diretto
dell’MHC allogenico uccidono le cellule del trapianto, mentre i CTL e le cellule T helper generate dal
riconoscimento diretto o indiretto degli alloantigeni causano danni al trapianto con il rilascio di citochine.
gli allo anticorpi sono prodotti dalle cellule B allo reattive attivate dai linfociti T helper.

Esistono 3 tipologie di rigetto:


 Rigetto iperacuto: caratterizzato dall’occlusione trombotica dei vasi del trapianto, che inizia entro pochi
minuti o poche ore dall’anastomosi, mediata da anticorpi preesistenti in circolo dell’ospite che
riconoscono gli antigeni endoteliali del donatore. Il legame degli anticorpi all’endotelio del trapianto
attiva il complemento, il quale causa la trombosi intravascolare. Se il trapianto non viene rigettato
rapidamente, può capitare che sopravviva anche in presenza di anticorpi antitrapianto: un possibile
meccanismo di resistenza al rigetto iperacuto è l’aumento dell’espressione di proteine che inibiscono il
complemento da parte delle cellule endoteliali del trapianto, un adattamento del tessuto chiamato
accomodamento.
 Rigetto acuto: processo di danno vascolare e parenchimale dovuto all’azione dei linfociti T allo reattivi e
degli anticorpi. Ci sono quindi meccanismi cellulari e meccanismi umorali.
 Rigetto cronico: causato da occlusione vascolare e fibrosi interstiziale: l’occlusione delle arterie è
conseguenza della proliferazione delle cellule muscolari lisce dell’intima, detta vascolopatia da trapianto o
arteriosclerosi accelerata, che avviene nei 6-12 mesi successivi al trapianto.

Se il ricevente di un allotrapianto ha un sistema immunitario funzionante, il trapianto viene inevitabilmente


rigettato: quindi per evitare o ritardare il rigetto si tende a indurre un’immunosoppressione generalizzata, tramite
farmaci immunosoppressori che inibiscono o uccidono i linfociti T.
Ci sono diverse strategie per ridurre l’immunogenicità del trapianto, la principale è quella di ridurre al minimo le
differenze antigeniche tra donatore e ricevente, selezionando il donatore. Per questo si fanno la tipizzazione del
gruppo sanguigno, degli alleli HLA e si ricercano anticorpi preformati in circolo.
Gli anticorpi naturali IgM specifici per antigeni allogenici di gruppo sanguigno AB0 sono la causa del rigetto
iperacuto.

Trasfusione di sangue:
è una forma di trapianto in cui il sangue intero o le cellule del sangue di uno o più donatori sono trasferiti per via
endovenosa. Il maggior ostacolo al successo delle trasfusione è la risposta immunitaria alle molecole di superficie
che sono diverse tra gli individui.
Il sistema allo antigenico più importante nella trasfusione di sangue è quello AB0, che sono espressi su tutte le
cellule, inclusi i globuli rossi. I soggetti privi di un particolare antigene di gruppo sanguigno producono anticorpi
naturali IgM contro questo antigene. Se a dei soggetti sono trasferite cellule ematiche che esprimono l’antigene
bersaglio, gli anticorpi preesistenti si legano alle cellule trasfuse, attivano il complemento e causano reazioni
trasfusionali, ovvero reazioni emolitiche con lisi intravascolare di globuli rossi e fagocitosi massiva degli eritrociti
legati agli anticorpi e al complemento da parte di macrofagi epatici e splenici. L’emoglobina liberata dai globuli
rossi provoca necrosi acuta delle cellule tubulari e insufficienza renale.
Gli antigeni AB0 sono carboidrati legati a proteine di membrana sintetizzati dalle glicosiltransferasi, enzimi la cui
attività dipende dagli alleli ereditati.
Tutti gli individui normali sintetizzano una struttura comune di glicano, detto antigene 0, attaccato a proteine
della membrana plasmatica. La maggior parte dei soggetti possiede una fucosiltransferasi che aggiunge un
residuo di fucosio a un residuo non terminale di zucchero dell’antigene 0, creando l’antigene H. Un singolo gene
sul cromosoma 9 codifica per una glicosiltransferasi che modifica ulteriormente l’antigene H.
Esistono 3 varianti alleliche di questo gene:
 Il gene dell’allele 0 è sprovvisto di attività enzimatica
 L’enzima codificato dall’allele A trasferisce un residuo terminale di N-acetilgalattosamina
 L’enzima codificato dall’allele B trasferisce un residuo terminale di galattosio
Gli individuo che esprimono un particolare antigene AB0 sono tolleranti a quell’antigene, ma gli individui che non
esprimono quell’antigene producono anticorpi naturali che riconoscono l’antigene.
Gli individui AB possono quindi tollerare trasfusioni da tutti i donatori, sono quindi detti riceventi universali; i
soggetti 0 possono tollerare trasfusioni solo da donatori 0, ma possono donare sangue a tutti i riceventi e sono
detti donatori universali.

Trapianto di midollo:
il trapianto di cellule staminali ematopoietiche pluripotenti allogeniche viene fatto attraverso inoculo di cellule di
midollo osseo raccolte per aspirazione.
Il ricevente è trattato prima del trapianto per depletare le cellule midollari e liberare le nicchie per le cellule
staminali trapiantate. In seguito al trapianto, le cellule staminali ripopolano il midollo del ricevente.
Le cellule staminali ematopoietiche allogeniche sono rigettate anche da un ospite debolmente
immunocompetente, pertanto sia il donatore sia il ricevente devono essere attentamente scelti per la
condivisione di tutti i loci MHC.
La reazione del trapianto contro l’ospite (Graft-Versus-Host Disease, GVHD) è causata dalla reazione dei linfociti T
maturi dell’inoculo midollare contro gli alloantigeni dell’ospite. Questa reazione si presenta in quanto l’ospite è
immunocompromesso e pertanto incapace di rigettare le cellule allogeniche del trapianto. Nella maggior parte
dei casi, la reazione è diretta contro gli antigeni minori di istocompatibilità, dato che il trapianto di midollo osseo
non viene solitamente eseguito in presenza di differenze nelle molecole MHC tra donatore e ricevente.
 La GVHD acuta è caratterizzata dalla morte delle cellule epiteliali della cute, del fegato e del tratto GI, si
manifesta clinicamente con eruzione cutanea, ittero, diarrea ed emorragia GI. Viene iniziata da linfociti T
maturi presenti nell’inoculo di midollo e quindi l’eliminazione dei linfociti T maturi del donatore del
trapianto può prevenire la comparsa di GVHD.
 La GVHD cronica è caratterizzata da fibrosi e atrofia in assenza di evidente morte cellulare acuta. Questa
potrebbe essere una risposta fibrotica che tenta di riparare i tessuti danneggiati dalla perdita di cellule
epiteliali, ma può insorgere senza alcuna evidenza di una precedente forma acuta.
16. Immunità e tumori
I tumori derivano dalla proliferazione incontrollata e dalla diffusione nell’organismo di cloni di cellule trasformate.
La loro pericolosità è dovuta all’attività sregolata, alla resistenza delle cellule tumorali ad andare incontro a morte
per apoptosi e alla loro abilità di invadere i tessuti dell’ospite e formare metastasi a distanza.
Le risposte immunitarie specifiche sono potenzialmente in grado di eradicare i tumori: questa è
l’immunosorveglianza, che riconosce ed elimina cloni di cellule trasformate.
I tumori stimolano risposte immunitarie adattative specifiche, molti tumori infatti sono infiltrati da cellule
mononucleate come i linfociti T, le NK e i macrofagi. Le risposte immunitarie verso i tumori presentano le
caratteristiche distintive dell’immunità adattativa, cioè specificità e memoria, e sono mediate da linfociti.
Le risposte immunitarie spesso non riescono a prevenire lo sviluppo dei tumori, infatti le cellule tumorali derivano
dalle cellule dell’ospite e pertanto assomigliano molto alle cellule normali, molti tumori tendono quindi a essere
solo debolmente immunogenici. I tumori che evocano forti risposte immunitarie sono quelli generati da virus
oncogeni e quelli indotti da potenti cancerogeni.
La rapida crescita e la diffusione del tumore possono prevalere sulla capacità del sistema immunitario di
controllare le cellule tumorali.

I tumori esprimono antigeni riconosciuti come estranei dall’ospite, gli antigeni tumorali, che possono essere
tumore-specifici, cioè quelli espressi in modo selettivo dalle cellule tumorali, e tumore-associati, espressi anche
dalle cellule normali ma espressi in modo sregolato nei tumori.
Questi antigeni tumorali sono:
 Prodotti di geni mutati, come oncogeni e oncosoppressori.
 Proteine espresse in modo anomalo ma prive di mutazioni.
 Antigeni tumorali/testicolari, proteine espresse nel gamete e nel trofoblasto e nei tumori, ma mai nelle
cellule somatiche normali.
 Antigeni prodotti da virus oncogeni.
 Antigeni oncofetali: proteine espresse a elevati livelli dalle cellule neoplastiche e dai tessuti fetali normali
in via di sviluppo, ma non dai tessuti adulti. Questi sono l’antigene carcinoembirionale (CEA) e l’α-
fetopoietina (AFP).
 Livelli elevati o forme anomale di glicoproteine e glicolipidi di membrana.
 Agenti di differenziazione tissutale: molecole presenti solo sulle cellule del tessuto di origine e non su
quelle di altri tessuti.

Le cellule tumorali possono essere uccise dai meccanismi effettori dell’immunità umorale e cellulare.
Immunità innata: le cellule KN possono uccidere le cellule tumorali, in particolari quelle che hanno una ridotta
espressione di molecole MHC di classe I e che esprimono i ligandi dei loro recettori attivatori.
I macrofagi sono in grado sia di inibire sia di promuovere la crescita e la diffusione metastatica del tumore, a
seconda del loro stato di attivazione, se classica o alternativa.
Immunità specifica: il principale meccanismo dell’immunità antitumorale è l’uccisione delle cellule tumorale da
parte dei CTL.
Le cellule mononucleate presenti nell’infiltrato infiammatorio dei tumori solidi umani sono i TIL, linfociti infiltranti
i tumori, che includono anche i CTL. Le risposte CD8 possono richiedere la cross-presentazione da parte delle DC,
che hanno le molecole costimolatorie che forniscono i segnali necessari per la differenziazione delle CD8 in CTL ed
esprimono anche molecole MHC di classe II che possono presentare gli antigeni tumorali ai linfociti T helper CD4.
I soggetti affetti da tumore possono produrre anticorpi contro gli antigeni tumorali: gli anticorpi possono uccidere
le cellule tumorali tramite l’attivazione del complemento o la citotossicità cellulare anticorpo-dipendente.
Molti tumori maligni sviluppano meccanismi che permettono loro di eludere le risposte antitumorali dell’ospite
oppure di resistervi. Questi meccanismi possono essere intrinseci alle cellule tumorali o mediati da altre cellule.
 Meccanismi intrinseci: i tumori possono perdere la capacità di esprimere gli antigeni che stimolano le
risposte immunitarie, tramite la loro instabilità genetica e diminuendo l’espressione di MHC di classe I. gli
antigeni tumorali possono inoltre essere inaccessibili al sistema immunitario, nascosti dal glicocalice
(meccanismi di mascheramento antigenico).
La maggior parte delle cellule tumorali non esprime molecole costimolatorie o MHC di classe II e questo
permette ai tumori di non evocare una forte risposta effettrice delle cellule T. Se le APC non captano e
non presentano gli antigeni tumorali e non attivano le cellule T helper in modo adeguato, non si
sviluppano CTL specifici.
I tumori sono anche in grado di legare molecole che inibiscono le risposte immunitarie, come i recettori
CTLA4 e PD1; inoltre alcuni tumori esprimono il ligando di Fas.
I prodotti di secrezione delle cellule tumorali possono sopprimere le risposte immunitarie antitumore,
come il TGFβ.
 Meccanismi estrinseci: esistono diverse popolazioni cellulari in grado di sopprimere l’immunità
antitumorale. I macrofagi associati al tumore possono promuovere la crescita e l’invasività tumorale
alterando il microambiente e sopprimendo le risposte delle cellule T. Questi macrofagi hanno un fenotipo
di tipo M2, e possono secernere IL10, che pregiudica l’attivazione dei linfociti T.
I linfociti T regolatori inibiscono le risposte T verso i tumori; le cellule soppressorie di derivazione mieloide
(Myeloid-Derived Suppressor Cells, MDSC) sono precursori mieloidi immaturi che vengono reclutati dal
midollo osseo e si accumulano nei tessuti linfoidi, nel sangue o nei tumori e sopprimono le risposte
antitumorali innate e di tipo T.
16. Malattie da ipersensibilità – malattie
infiammatorie immunomediate
L’immunità specifica esercita l’importante funzione di difesa dell’ospite contro le infezioni microbiche, nonostante
ciò può succedere che le risposte immunitarie provochino danno tissutale e malattia.
I disturbi causati dalle risposte immunitarie sono definiti malattie da ipersensibilità.
Le cause sono diverse:
 Autoimmunità: il mancato funzionamento dei normali meccanismi di tolleranza al self provoca una
reazione contro le proprie cellule e tessuti, queste sono dette malattie autoimmuni.
 Risposte contro i microrganismi: le risposte contro gli antigeni microbici possono causare malattia nel
momento in cui diventano abnormi o nel caso in cui i microbi persistano nell’organismo per tempi
prolungati. Le risposte dei linfociti T nei confronti dei microrganismi persistenti possono provocare
infiammazioni gravi, con formazione di granuloma, che è la principale causa di danno tissutale nella
tubercolosi. Nel caso in cui siano stati prodotti anticorpi contro antigeni, questi si possono legare ai
microrganismi formando immunocomplessi che, depositandosi nei tessuti, scatenano una risposta
infiammatoria. Raramente gli anticorpi o i linfociti T specifici per un antigene microbico possono cross-
reagire con i tessuti dell’ospite.
 Risposte verso antigeni ambientali: allergie.
Indipendentemente dalle cause scatenanti, i meccanismi patogenetici del danno tissutale sono gli stessi usati per
eradicare i patogeni. Il problema nelle risposte da ipersensibilità è che la risposta immunitaria si protrae in modo
abnorme.

Le malattie da ipersensibilità vengono classificate in base al tipo di risposta e al tipo di meccanismo effettore
responsabile del danno cellulare e tissutale:
 Ipersensibilità immediata/di tipo I: causata dalle IgE e dai mastociti.
 Ipersensibilità di tipo II: malattie provocate da anticorpi.
 Ipersensibilità di tipo III: malattie da immunocomplessi.
 Ipersensibilità di tipo IV: mediata da linfociti T.

Malattie causate da anticorpi:


Gli anticorpi diretti contro gli antigeni cellulari o della matrice extracellulare provocano malattie che colpiscono le
cellule e i tessuti nei quali tali antigeni sono presenti e, generalmente, queste malattie non hanno rilevanza
sistemica.
Gli anticorpi rivolti contro gli antigeni tissutali assumono rilevanza patologica attraverso 3 meccanismi:
 Gli anticorpi che legano gli antigeni della superficie di una cellula possono opsonizzarla direttamente o
tramite l’attivazione del complemento; le cellule opsonizzate saranno poi fagocitate ed eliminate dai
fagociti.
 Gli anticorpi depositati a livello dei tessuti reclutano neutrofili e macrofagi che si attivano e liberano
sostanze in grado di causare danno tissutale.
 Gli anticorpi si possono anche legare a recettori o proteine della cellula e interferire con le loro funzioni, e
in questo caso la malattia viene indotta in assenza di un reale danno tissutale.
Gli anticorpi che causano malattie specifiche per alcune cellule o tessuti sono caratterizzati dalla specificità per
autoantigeni espressi dalle cellule e dai tessuti dove si sviluppa la malattia.
Gli immunocomplessi sono costituiti da anticorpi legati ad autoantigeni o ad antigeni estranei. Le caratteristiche
patologiche di questo tipo di malattie riflettono la sede di deposizione degli immunocomplesso piuttosto che
l’origine cellulare dell’antigene. Quindi queste malattie tendono a essere sistemiche, nonostante alcuni tessuti,
come il rene e le giunzioni articolari, siano predisposti ad essere più sensibili di altri.
I complessi vengono inizialmente rimossi dai macrofagi epatici e splenici. A mano a mano che i complessi
antigene-anticorpo si formano, una quantità sempre maggiore si deposita nel letto vascolare, e a questo livello gli
immunocomplessi attivano la cascata del complemento, con una caduta dei suoi livelli ematici totali. L’attivazione
del complemento induce il reclutamento e l’attivazione di cellule infiammatorie nei siti di deposizione. I complessi
si depositano principalmente a livello delle arteriole, dei glomerulo renali e delle sinovie articolari, e per questo le
manifestazioni cliniche e patologiche sono costituite da vasculiti, nefriti e artriti.
I complessi antigene-anticorpo si formano durante le normali risposte immunitarie, ma assumono rilevanza
patologica solo quando sono prodotti in quantità eccessive o non vengono eliminati efficientemente. Molte
malattie sistemiche infatti sono causate dalla deposizione degli immunocomplessi a livello vasale: un prototipo di
tali malattie è il LES (Lupus Eritematoso Sistemico).

Malattie causate dai linfociti T:


i linfociti T causano danno tissutale sia stimolando il processo infiammatorio sia eliminando direttamente le
cellule bersaglio.
Nell’infiammazione immunomediata, i linfociti TH1 e TH17 secernono citochine che reclutano e attivano i linfociti.
L’IL17 promuove il reclutamento dei neutrofili, l’IFNγ attiva i macrofagi, il TNF e le chemochine reclutano e
attivano diversi tipi di leucociti. Il danno tissutale è causato da sostanze prodotte da neutrofili e macrofagi attivati.
Le chemochine proinfiammatorie sono anche in grado di promuovere l’espressione delle molecole MHC di classe
II.
Molte malattie autoimmuni organo-specifiche sono causate dall’interazione dei linfociti T autoreattivi con
autoantigeni che portano al rilascio di citochine che attivano l’infiammazione. Anche le risposte immunitarie
mediate dai linfociti T e rivolte verso microrganismi o altri antigeni estranei possono scatenare infiammazione e
danno tissutale.
La tipica reazione infiammatoria mediata dai linfociti T è la DTH, ipersensibilità di tipo ritardato: una reazione
infiammatoria lesiva mediata da citochine e scatenata dall’attivazione dei linfociti T, in particolare dei CD4, che si
manifesta nelle 24-48 ore successive all’esposizione all’antigene.
Le cellule endoteliali delle venule si rigonfiano e diventano permeabili alle macromolecole plasmatiche, e il
fibrinogeno esce dai vasi sanguigni e passa nei tessuti circostanti, dove viene convertito in fibrina, e questo porta
al rigonfiamento e all’indurimento del tessuto.
La DTH può essere considerata una reazione lesiva mediata dei linfociti TH1.
La cronicizzazione della DTH si sviluppa quando i macrofagi, attivati dai linfociti TH1, non riescono a eliminare il
microrganismo fagocitato, portando alla formazione di granulomi.
Anche i CTL possono essere la causa di malattie, anche quando il virus che infetta le cellule non è di per sé
citopatico: i CTL possono contribuire anche al danno tissutale associato a quelle malattie autoimmuni causate da
linfociti CD4.

LES, Lupus Eritematoso Sistemico


Patologia autoimmune cronica multi sistemica con fasi di remissione e riacutizzazione, che colpisce
prevalentemente le donne. Le manifestazioni cliniche sono rash cutaneo, artrite, glomerulonefrite, anemia
emolitica, trombocitopenia e disturbi del SNC.
Al LES contribuiscono fattori sia genetici che ambientali, che portano alla perdita della tolleranza dei linfociti B e T
autoreattivi.

Artrite reumatoide
Patologia infiammatoria che coinvolge sia le piccole che le grandi articolazioni, caratterizzata da infiammazione
della sinovia associata alla distruzione della cartilagine e dell’osso.

Sclerosi multipla
Malattia autoimmune del SNC in cui i linfociti T CD4 reagiscono contro gli antigeni self della mielina. La malattia
esordisce con debolezza fisica, per poi progredire con paralisi e disturbi oculari. I linfociti T autoreattivi verso gli
antigeni della mielina vengono attivati tramite un meccanismo di mimetismo molecolare.

Diabete mellito di tipo I


Conosciuto anche come insulino-dipendente, è una malattia metabolica multi sistemica causata da un alterato
metabolismo dell’insulina. La malattia si manifesta con iperglicemia e cheto acidosi, e le sue complicanze
includono l’aterosclerosi progressiva delle arterie che può provocare necrosi ischemica e ostruzione micro
vascolare.
Alla distruzione delle cellule β del pancreas contribuiscono i linfociti CD4 TH1 diretti verso gli antigeni delle isole
pancreatiche, i CTL che lisano le cellule delle isole pancreatiche e le citochine prodotte.
17. Ipersensibilità immediata
Un ampio spettro di patologie umane è causato da risposte immunitarie ad antigeni ambientali che coinvolgono i
linfociti TH2, IgE, mastociti ed eosinofili.
Gli antigeni che scatenano tali risposte attivano i linfociti CD4 TH2 che a loro volta stimolano i linfociti B a produrre
IgE specifiche, che si legano ai recettori per Fc presenti sulla superficie dei mastociti e dei basofili.
Quando, in seguito al riconoscimento dell’antigene, le IgE associate alla superficie cellulare si aggregano , le
cellule si attivano rilasciando un ampio spettro di mediatori che causano aumento della permeabilità vascolare,
vasodilatazione, contrazione della muscolatura liscia bronchiale e viscerale e infiammazione locale.
In associazione alla risposta immediata, si attiva anche una risposta infiammatoria più lenta, definita reazione di
fase tardiva, caratterizzata dall’accumulo di neutrofili, eosinofili, macrofagi e linfociti CD4 T H2, e innescata dalle
citochine prodotte dai linfociti TH2 e dai mastociti e da mediatori lipidici secreti dai mastociti stessi.
Episodi ripetuti di ipersensibilità immediata possono portare allo sviluppo di malattie croniche a base allergica con
rimodellamento e danno tissutale.
Tutte le reazioni allergiche presentano caratteristiche comuni, sebbene differiscano per quanto riguarda i tipi di
antigeni che le scatenano e le manifestazioni clinico patologiche che le caratterizzano.
Le malattie allergiche hanno in comune l’attivazione dei linfociti TH2 e la produzione di IgE, che si legano ai
recettori per Fc espressi dai mastociti e, quando questi incontrano nuovamente lo stesso antigene, liberano
mediatori e causano gli effetti patologici: il legame delle IgE ai mastociti è detto sensibilizzazione, perché i
mastociti rivestiti da IgE sono pronti ad essere attivati al successivo incontro.
Gli antigeni che provocano allergia (allergeni) sono comuni sostanze chimiche e proteiche di origine ambientale
che modificano altre proteine.
Le citochine prodotte dai linfociti TH2 sono responsabili delle principali caratteristiche dell’ipersensibilità
immediata: quindi questa è il prototipo dei disordini associati alle risposte TH2 abnormi.
I segni clinico patologici consistono nelle reazioni vascolari e della muscolatura liscia, in rash cutanei, congestione
dei sinusoidi, bronco costrizione, dolori addominali, diarrea e shock sistemico.

Gli individui atopici producono elevati livelli di IgE in risposta ad allergeni ambientali, mentre i soggetti normali
producono generalmente altri isotipi (IgM e IgG) e solo piccole quantità di IgE.
La regolazione della sintesi delle IgE dipende dalla predisposizione di un individuo a generare risposte TH2 verso
particolari allergeni: ciò avviene perché le citochine prodotte dai linfociti TH2 stimolano lo scambio di classe verso
le IgE nei linfociti B.
La sintesi delle IgE dipende dall’attivazione dei linfociti TH2 CD4 e dalla conseguente produzione di IL4 e IL13.
Anche i linfociti B specifici sono attivati dai linfociti TH2, e diventano plasmacellule che secernono IgE.
I mastociti, i basofili e gli eosinofili rappresentano le cellule effettrici delle reazioni di ipersensibilità immediata. I
mastociti e i basofili esprimono un recettore per Fc ad alta affinità specifico per le catene pesanti delle IgE: FcεRI,
la cui aggregazione causata dal legame degli antigeni multivalenti alle molecole IgE legate al recettore porta
all’attivazione dei mastociti.
L’attivazione dei mastociti innesca 3 tipi di risposte: la secrezione del contenuto dei loro granuli mediante
esocitosi, la sintesi e la secrezione di mediatori lipidici e la sintesi e la secrezione di citochine.
La sintesi di mediatori lipidici è controllata dall’attivazione della fosfolipasi A2, che catalizza l’idrolisi dei fosfolipidi
di membrana rilasciando substrati che sono poi convertiti attraverso diverse cascate enzimatiche: il substrato più
importante è l’acido arachidonico, convertito dalla COX o dalla LOX.
Le funzioni effettrici dei mastociti sono mediate da molecole solubili rilasciate al momento dell’attivazione, questi
mediatori sono o preformati (amine biogene e macromolecole contenute nei granuli) o neo sintetizzati (derivati
lipidici e citochine).
 Amine biogene: sostanze a basso peso molecolare contenenti un gruppo aminico. La principale è
l’istamina, che agisce legandosi a recettori espressi sulla superficie della cellula bersaglio. Il legame
dell’istamina ai suoi recettori sull’endotelio causa contrazione cellulare e aumento della permeabilità
endoteliale. L’istamina inoltre stimola la sintesi di prostaciclina e NO, che inducono il rilascio della
muscolatura liscia vascolare provocando vasodilatazione.
 Ci sono serie proteasi neutre, enzimi che contribuiscono al danno tissutale.
 I mediatori lipidici più importanti sono i metaboliti dell’acido arachidonico, ovvero prostaglandine e
leucotrieni.
Gli eosinofili sono granulociti coinvolte nelle reazioni di fase tardiva, attivati dalle citochine prodotte dai linfociti
TH2, quali IL5.
Gli eosinofili rilasciano proteine dei granuli che sono tossiche per i parassiti e possono anche danneggiare i
tessuti: contengono idrolasi lisosomiali, la proteina basica maggiore e la proteina cationica.

I cambiamenti vascolari che si verificano precocemente durante le reazioni di ipersensibilità immediata sono ben
evidenziabili nella reazione pomfoide che avviene in risposta all’inoculo intradermico di un allergene: il sito di
inoculo si arrossa, a causa della vasodilatazione locale, e si gonfia rapidamente, a causa della fuoriuscita del
plasma dalle venule, inoltre anche i vasi sanguigni ai margini del pomfo si dilatano, causando l’eritema.
La reazione pomfoide ed eritematosa dipende dalle IgE e dai mastociti.
Entro 2-4 ore la formazione del pomfo è seguita da una reazione tardiva che consiste nell’accumulo di neutrofili,
eosinofili, basofili e linfociti TH2. L’infiammazione raggiunge il suo apice intorno alle 24 ore, per poi recedere
gradualmente. La reazione di fase tardiva è diversa dalla reazione di ipersensibilità ritardata, e può verificarsi
anche in assenza di una precedente e conclamata reazione di ipersensibilità immediata.
18. Immunodeficienze congenite
Deficit a carico di una o più componenti del sistema immunitario possono condurre a malattie da
immunodeficienza. Queste malattie sono raggruppate in due categorie. Le immunodeficienze primarie/congenite
e quelle secondarie/acquisite.
La principale conseguenza delle immunodeficienze è l’aumentata suscettibilità alle infezioni, inoltre
predispongono anche all’insorgenza di alcuni tipi di neoplasie.
Paradossalmente, alcune forme di immunodeficienza si associano a un aumento di manifestazioni autoimmuni.

Le immunodeficienze primarie possono essere a carico dell’immunità innata o dell’immunità acquisita.

Immunità innata:
Malattia Deficit funzionali Basi molecolari del deficit
Malattia granulomatosa cronica Ridotta produzione delle specie Mutazioni a carico dei geni che
reattive tossiche all’ossigeno da codificano per le proteine del
parte dei fagociti, formazione di complesso dell’ossidasi fagocitica
granulomi
LAD1 Ridotto rolling e migrazione dei Mutazioni a carico del gene che
leucociti causati da una ridotta codifica per la catena β (CD18) delle
espressione delle integrine β2 integrine β2
LAD2 Ridotto rolling e migrazione dei Mutazioni a carico del gene che
leucociti causati da una ridotta codifica per il trasportatore del
espressione dei ligandi per la E e le GDP-fucosio necessario alla sintesi
P selectine del sialil Lewis X, componente del
ligando per E e P selectine
LAD3 Ridotto rolling e arresting causati Mutazione del gene che codifica
da un difetto di trasduzione del per la proteine KINDLIN3
segnale inside out e conseguente
difetto di attivazione delle integrine
Sindrome di Chediak-Higashi Ridotta fusione dei vacuoli e ridotta Mutazione a carico del gene che
funzione lisosomiale in neutrofili, codifica per la proteina LYST
macrofagi, cellule dendritiche, NK,
linfociti T citotossici
Deficit nella trasduzione del segnale Deficit nella trasduzione del segnale Mutazione a carico dei geni che
da parte dei TLR da parte dei TLR e di CD40 e ridotta codificano per NEMO, UNC93B,
produzione di interferoni di tipo I MyD88 e IRAK4

Immunodeficienze combinate gravi:


Immunodeficienze che coinvolgono sia l’immunità umorale sia quella cellulo mediata.
SCID: Severe Combined Immuno Deficiency
Sono malattie legate nel 50% dei casi al cromosoma X, che coinvolgono la catena γ comune dei recettori per le
citochine, nel 25% dei casi sono dovute a difetti enzimatici legati al metabolismo delle proteine, e queste sono
malattie autosomiche recessive (ADA, adenosina deaminasi e PNP, purina nucleoside fosforilasi), nel restante 25%
dei casi i meccanismi non sono noti.
Per quanto riguarda le SCID legate al cromosoma X, queste causano la mancanza di linfociti T, che se presenti non
funzionano comunque bene, e la mancanza delle cellule NK. La malattia è causata da un difetto genetico che
mappa sul braccio q del cromosoma X, che codifica per la catena γ comune. I recettori delle citochine responsabili
dell’immunodeficienza sono IL7, che impedisce lo sviluppo dei linfociti T, e IL15, che impedisce lo sviluppo delle
cellule NK.
Questi pazienti hanno anche problemi nella funzionalità dei linfociti B dovuta al fatto che necessitano di
interazioni con i linfociti T per poter funzionare correttamente.

Malattia Deficit funzionali Basi molecolari del deficit


Deficit funzionali del segnale da parte delle citochine
SCID legata al cromosoma X Linfociti T diminuiti, linfociti B Mutazioni a carico del gene che
normali o aumentati, Ig diminuite codifica per la catena γ comune del
recettore per le citochine
Forme autosomi che recessive Linfociti T diminuiti, linfociti B Mutazioni nei geni IL2RA, IL7RA,
normali o aumentati, Ig diminuite JAK3
Deficit del catabolismo dei nucleotidi
Deficit di ADA Diminuzione di linfociti T e B e delle Deficit di ADA che porta
NK, Ig diminuite all’accumulo di metaboliti tossici
nei linfociti
Deficit di PNP Diminuzione di linfociti T e B e delle Deficit di PNP causato da mutazioni
NK, Ig diminuite nel gene e che porta all’accumulo di
metaboliti tossici nei linfociti
Deficit nella ricombinazione V(D)J
Deficit di RAG1 e RAG2 Linfociti T e B diminuiti, Ig Deficit di processamento durante la
diminuite, assenza o difetti a livello ricombinazione V(D)J, mutazioni a
dei linfociti T e B carico dei geni RAG1 e RAG2
Deficit nello sviluppo timico
Sindrome di DiGeorge Linfociti T diminuiti, linfociti B Delezione 22q11, agenesia del timo
normali o diminuiti, Ig diminuite
Deficit di FoxN1 Aplasia del timo con deficit nello Mutazione recessiva nel gene
sviluppo dei timociti FOXN1
Altri deficit
Disgenesia reticolare Linfociti T e B e cellule mieloidi Mutazione a carico dei geni
diminuiti necessari per lo sviluppo delle HSC

Deficit anticorpali:
Malattia Deficit funzionali Basi molecolari del deficit
Agammaglobulinemia
Legata all’X Diminuzione di tutti gli isotipi di Ig Mutazioni a carico del gene che
codifica per Btk
Forme autosomi che recessive Diminuzione di tutti gli isotipi di Ig Deficit nel checkpoint del recettore
pre-B, mutazione a carico dei geni
che codificano per la catena
pesante delle IgM, per le catene
leggere e per BLNK
Ipogammaglobulinemia/deficit isotipici selettivi
Deficit selettivo di IgA Diminuzione di IgA Mutazioni a carico del gene TACI
Deficit selettivo di IgG2 Aumentata suscettibilità alle Delezione nel locus genico IgH γ2
infezioni batteriche
Immunodeficienza comune Ipogammaglobulinemia, linfociti B Mutazioni a carico dei geni ICOS e
variabile normali o diminuiti TACI
Sindrome ICF Ipogammaglobulinemia, blandi Mutazioni nel gene DNMT3B
difetti a carico dei linfociti T
Sindrome iper-IgM
Legata al cromosoma X Deficit nell’attivazione dei linfociti Mutazioni nel gene CD40L
B, dei macrofagi e delle cellule
dendritiche mediata dai linfociti T,
deficit nelle mutazioni somatiche,
nello scambio di classe e nella
formazione dei centri germinativi,
deficit dell’immunità cellulo
mediata
Forma autosomica recessiva Deficit nell’attivazione dei linfociti Mutazioni nel gene CD40 e NEMO
associata a deficit dell’immunità B, dei macrofagi e delle cellule
cellulo mediata dendritiche mediata dai linfociti T,
deficit nelle mutazioni somatiche,
nello scambio di classe e nella
formazione dei centri germinativi,
deficit dell’immunità cellulo
mediata
Forma autosomica recessiva Deficit nelle mutazioni somatiche e Mutazioni nei geni AID e UNG
associata a deficit anticorpale nello scambio di classe

Deficit di attivazione e funzionalità delle cellule T


Malattia Deficit funzionali Basi molecolari del deficit
Difetti nell’espressione dell’MHC
Sindrome del linfocita nudo Ridotta espressione dell’MHC di Deficit nei fattori di trascrizione che
classe II e deficit nei linfociti T CD4, regolano l’espressione genica degli
deficit dell’immunità cellulo MHC di classe II, tra cui CIITA e
mediata e nelle risposte immuni RFXAP
umorali dipendenti dai linfociti T
Deficit a carico dell’MHC di classe I Ridotti livelli di MHC di classe I, Mutazioni nei geni TAP1, TAP2 e
riduzione del numero di linfociti T TAPASIN
CD8
Deficit della trasduzione del segnale dei linfociti T
Sindrome di Wiskott-Aldrich Deficit dell’attivazione dei linfociti T Deficit del riarrangiamento
e nella migrazione dei leucociti dell’actina e del citoscheletro
indotti dal TCR, causati da
mutazioni a carico del gene WASP
Linfoistocitosi emofagocitica familiare
Sindrome linfoproliferativa legata al Abnorme proliferazione dei linfociti Mutazioni nel gene SAP
cromosoma X B indotta dall’EBV, abnorme
attivazione dei macrofagi e dei CTL,
deficit nella funzionalità delle NK e
dei CTL
Deficit di perforina Abnorme attivazione dei macrofagi Mutazioni nel gene PERFORIN
e dei CTL, deficit nella funzionalità
delle NK e dei CTL
Deficit di fusione dei granuli Abnorme attivazione dei macrofagi Deficit nell’esocitosi dei granuli
e dei CTL, deficit nella funzionalità citotossici, mutazioni a carico dei
delle NK e dei CTL geni RAB27A, MUNC13-4 e AP3