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Lezione 06 | Immunologia |15/03/2017

Docente: S.
Sbobs: Dov

Nella lezione precedente abbiamo affrontato le prime cellule dell’immunità specifica, ovvero i linfociti B, e il
meccanismo di riconoscimento dell’antigene da parte degli anticorpi, proteine specifiche prodotte dai
linfociti B.

I LINFOCITI T

Un anticorpo tramite un suo recettore di membrana riesce a riconoscere antigeni di varia natura che
possono essere proteine, glicoproteine, zuccheri.
I linfociti T, essendo cellule adibite ad un riconoscimento altamente specifico, devono avere un recettore
per l’antigene tuttavia, a differenza dei linfociti B, riconoscono solamente antigeni di natura proteica.
Responsabile di questo riconoscimento è il T-cell receptor (TCR), un complesso costituito da due catene α e
due catene β dotate di domini immunoglobulinici in cui ogni catena ha: un dominio immunoglobulinico
costante contrassegnato dalla lettera C; e uno variabile indicato con la lettera V. I due domini variabili che si
contrappongono danno luogo ad una tasca di legame dove avverrà il riconoscimento dell’antigene. Il
riconoscimento degli antigeni da parte dei linfociti T avviene attraverso proteine specializzate, chiamate
molecole del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), espresse sulla superficie delle cellule
dell’ospite.

Se prendessimo un linfocita B specifico per un antigene e lo mettessimo in una provetta insieme a


quell’antigene, il linfocita B si attiverebbe. Se facessimo lo stesso procedimento con il linfocita T, invece, ciò
non accadrebbe, in quanto questa cellula non ha la capacità di riconoscere direttamente l’antigene; non gli
basta dunque il riconoscimento diretto per iniziare un processo di attivazione: è infatti necessario che
l’antigene venga prima catturato da una cellula accessoria (o cellula che presenta l’antigene), in modo tale
che venga processato, con la produzione di frammenti peptidici montati sulle molecole di MHC. Tale
complesso sarà poi esposto sulla superficie della cellula per il riconoscimento da parte dei linfociti T. Quindi
il TCR riconosce in maniera specifica i piccoli frammenti peptidici montati sulla superficie di molecole MHC
di classe I e II ed elementi della molecola MHC stessa, operando un doppio riconoscimento indispensabile
per l’attivazione del linfocita T.

Le molecole MHC sono codificate dai geni più polimorfi del nostro corpo. Tale concetto sta alla base del
problema del rigetto degli organi, poiché la vera differenza nel genoma di ognuno di noi sta nel set di
molecole di MHC che ogni individuo eredita in modo combinato sia dal padre che dalla madre (solo gli
individui gemelli omozigoti possono presentare set estremamente simili tra loro, seppur siano possibili
alcune piccole differenze). Il TCR, quando riconosce il peptide, deve riconoscere come self le molecole
MHC, cioè come molecole dello stesso individuo; solo in questo modo si avrà l’attivazione: una cellula
accessoria di un soggetto e un linfocita T di un altro non reagiscono tra loro. Questo concetto prende il
nome di restrizione per MHC.

MOLECOLE MHC

Esistono due tipi di molecole MHC: MHC di tipo I e MHC di tipo II, entrambe costituite da due catene.
La molecola MHC di tipo I è costituita da una catena α con un dominio immunoglobulinico; tale catena si
ripiega per formare la tasca che andrà ad accogliere i frammenti peptidici che verranno presentati al
linfocita T. È costituita anche una catena β-2-microglobulina invariata, uguale tra tutti gli individui e che
serve per stabilizzare la molecola sulla membrana (il complesso stabile in membrana, per quanto riguarda
MHC di tipo I, è costituito dalle due catene e dal peptide legato nella tasca).

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A differenza della catena β, la catena α presenta numerosi polimorfismi che costituiscono le differenze tra
le varie molecole di MHC.
L’intera molecola è stabile solo se ospita nella tasca il peptide legato. Se la tasca non lega nulla, l’MHC
esposto in membrana sarà velocemente degradato.

Le molecole MHC di tipo II sono costituite sempre da due catene, una α e una β, dotate di dominio
immunoglobulinico, ma entrambe sono polimorfe e concorrono alla formazione della tasca di legame; si
tratta quindi di una tasca aperta che determina maggiore flessibilità e permette di accogliere peptidi che
presentano fino a 20 amminoacidi (mentre le MHC di tipo I accolgono peptidi di massimo 8-10 aminoacidi,
essendo costituite da tasche “chiuse” composte unicamente dalla catena α).
Questo determina già una selezione degli antigeni riconosciuti da una o dall’altra classe, sulla base della
loro dimensione. Ogni tasca è costituita da due α-eliche variabili presenti sui bordi le quali determinano la
specificità di legame di ogni peptide, e da una β-sheet che costituisce il pavimento della tasca.

MHC è stato studiato per dare una risposta al rigetto degli organi trapiantati, riconosciuti come non-self dai
linfociti T del nostro sistema immunitario, proprio perché costituiti da cellule che presentano molecole
MHC non-self; da qui il nome complesso maggiore di istocompatibilità. Esiste anche un complesso minore
di istocompatibilità, che determina anch’esso una diversificazione degli individui; tuttavia non svolge un
ruolo cosi importante nel rigetto degli organi trapiantati.

Immagine a sx: struttura delle molecole MHC ci classe I. Il diagramma schematico (a sx) illustra le differenti regioni della molecola
MHC. La molecola di classe I è composta da una catena polimorfa unita in modo non covalente alla β2-microglobulina (β2m) non
polimorfa. La catena è glicosilata; i residui carboidrati non sono mostrati. Il modello strutturale (a dx) evidenzia la struttura della
porzione exracellulare della molecola HLA-B27 con un peptide legato, svelato dalla cristallografia a raggi X.
Immagine a dx: struttura delle molecole di MHC di classe II. Il disegno (a sx) illustra schematicamente le differenti regioni della
molecola MHC. Le molecole di classe II sono composte da una catena α non polimorfa unita in modo non covalente a una catena β
polimorfa. Entrambe le catene sono glicosilate; i carboidrati non sono mostrati. Il modello strutturale (a dx) evidenzia la struttura
della porzione extracellulare della molecola HLA-DR1 con un peptide legato, svelato dalla cristallografia a raggi X.

L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale in questi studi, anche se con metodi che oggi riterremmo
eticamente discutibili.
Tali studi hanno sottolineato la presenza di un cluster sul cromosoma 6 che porta i geni per tre tipi di MHC
di classe I, chiamati A, B e C. Nell’uomo prendono il nome di HLA (Human Leukocyte Antigen), perché una

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volta generati in un soggetto immunizzato, questi anticorpi venivano utilizzati per testare la loro reattività
su altri soggetti riconoscendo antigeni leocucitari; da qui HLA-A, HLA-B, HLA-C.
Si è visto che esiste un altro locus di geni che codificano per MHC di classe II, chiamati HLA-DR, HLA-DP,
HLA-DQ. Tali geni presentano numerosi polimorfismi, che determinano la differenza tra le molecole di
MHC. Il numero di polimorfismi è in continua crescita, al momento superano circa i 5000 e il gene HLA-B è
quello maggiormente polimorfo.

L’insieme di queste modificazione prende il nome di aplotipo, che rappresenta il codice identificativo di
ogni individuo sulla base del corredo di HLA presente in ogni cellula. Quello che concorre ad aumentare la
diversità di ogni individuo è il fatto che ogni persona esprime in modo co-dominante il patrimonio HLA
ereditato dal padre e dalla madre. La regione polimorfa delle molecole MHC è la tasca dove alloggia il
peptide e i polimorfismi si trovano sia nelle α-eliche, che determinano il legame con il peptide specifico, sia
nelle β-sheet, che formano il pavimento della tasca ed è questo che determina la specificità di ogni peptide
legato.
Da ciò l’approccio della terapia genica che si basa sul concetto del riconoscimento da parte di MHC specifici
per gli antigeni del tumore. Se un tumore porta un antigene A legato da una molecola specifica di MHC, e se
l’aplotipo del paziente non esprime tale molecola, non potrà presentare l’antigene tumorale alle cellule del
suo sistema immunitario e quindi la terapia genica su questo bersaglio non sarà supportata.
Il T-cell receptor riconosce sulle α-eliche anche i residui amminoacidici caratteristici delle cellule self; tale
doppio riconoscimento è necessario per l’attivazione del linfocita T (concetto di restrizione per MHC).

CARATTERISTICHE DELL’INTERAZIONE PEPTIDE-MHC


Le molecole di MHC presentano una specificità ridotta rispetto agli anticorpi prodotti dai linfociti B (le MHC
presentando centinaia di varianti, ma le varianti di anticorpi sono di un ordine numerico superiore); ciò
significa che la stessa molecola può ospitare peptidi diversi (il legame è dunque a bassa affinità) a patto che
questi presentino delle caratteristiche strutturali comuni, tra cui la dimensione e la presenza di residui
amminoacidici che permettano di interagire con gli amminoacidi presenti nella tasca.

Ciò che è importante ricordare è che ogni molecola può ospitare diverse tipologie di peptidi, ma sempre e
solo uno alla volta. Tale interazione a bassa affinità è caratterizzata da una cinetica molto lenta; ogni
reazione tra enzimi e molecole in generale è definita da un tempo di associazione (key on) e un tempo di
dissociazione (key off). In questo caso abbiamo un tempo di dissociazione lento: un peptide infatti resta
legato alla tasca per qualche giorno. L' esposizione sulla superficie del complesso MHC-peptide per un
tempo sufficientemente lungo favorisce un eventuale riconoscimento da parte di un linfocita T dotato della
corretta specificità. La probabilità che un linfocita T incontri l'antigene in condizioni di riposo è infatti molto
bassa (a causa del basso numero di linfociti T in circolo): l'incontro tra i due è un fatto statisticamente raro
e la cinetica lenta aumenta questa probabilità.

È importante ricordare che l’MHC non discrimina tra antigeni self e non-self, poiché è in grado di legare
qualsiasi peptide che abbia caratteristiche strutturali adeguate. Ogni cellula che viene degradata produce
per l’appunto dei frammenti peptidici self che possono trovare alloggio sulle molecole MHC. Da ciò si spiega
il concetto dell’autoimmunità, per la quale le cellule del sistema immunitario riconoscono come estranei
degli antigeni in realtà appartenenti all’individuo stesso. Tuttavia normalmente questo non succede poiché
esistono dei meccanismi che evitano che ciò accada; quando si presenta realmente una risposta
autoimmune significa che tali meccanismi hanno fallito. Ciò significa che la responsabilità di discriminare tra
self e non-self è inevitabilmente affidata al linfocita T (tali meccanismi di controllo dell’autoimmunità
saranno affrontati nelle prossime lezioni).

Le cellule del nostro corpo esprimono selettivamente i geni per le molecole MHC; più precisamente:
 Le MHC-I sono espresse da tutte le cellule nucleate, per cui qualsiasi cellula del nostro corpo
esprime in ogni condizione queste molecole;

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 Le MHC-II sono espresse dalle cellule accessorie, cioè le cellule che presentano l’antigene; sono
cruciali per l’attivazione del linfocita T:
1. Cellule dendritiche: cellule specializzate per presentare l’antigene; chiamate anche APC
professioniste, in quanto presentano l’antigene al linfocita T (ciò avviene anche in
condizioni di riposo);
2. Macrofagi: monociti differenziati ulteriormente e già diffusi nei tessuti;
3. Linfociti B attivati oppure quelli che risiedono negli organi linfoidi secondari, come la milza;
4. Cellule endoteliali attivate: esprimono raramente MHC-2 ma, in determinate condizioni,
possono farlo.

Si noti come i termini “attivati” non siano usati per le cellule dendritiche, per le quali sarebbe superfluo,
avendo esse come unico ruolo quello di presentazione dell'antigene; e per i macrofagi i quali costituiscono
già una fase attiva dei monociti.
L’espressione delle MHC di tipo I e di tipo II può essere modulata in senso positivo da particolari citochine:
rispettivamente dagli interferoni α, β, γ e λ, dal TNF (fattore di necrosi tumorale) e dall’interleuchina-1. Si è
visto che l’interferone γ è coinvolto maggiormente nella stimolazione di MHC-II.
Le cellule hanno una produzione di base di tali sostanze, ma quando si innesca una reazione infiammatoria,
le MHC vengono maggiormente espresse grazie alla produzione delle citochine, per facilitare la
presentazione degli antigeni.

T-CELL RECEPTORS
Il T-cell receptor è formato da due catene, una α e una β, costituite ciascuna da un dominio Ig variabile (V)
che determina la specificità degli antigeni riconosciuti, un dominio Ig costante (C), una porzione idrofobica
transmembrana e una breve sequenza intracitoplasmatica. Tale sequenza (coda citoplasmatica), essendo
breve (circa 10 AA), non ha elementi per interagire con le proteine citoplasmatiche e non è quindi in grado
di stimolare alcuna via di trasduzione del segnale: il TCR deve essere sempre associato in un complesso.

Immagine a sx: struttura del TCR. Rappresentazione schematica dei domini di un TCR αβ (a sx) specifico per un complesso peptide-
MHC. La porzione del TCR che lega l'antigene è formata da domini Vα e Vβ. Il diagramma a nastro (a dx) mostra la struttura della
porzione extracellulare di un TCR ricavata dall'analisi cristallografica ai raggi X. Le anse dei segmenti ipervariabili che formano il sito
di legame del complesso peptide-MHC sono posizionate nella parte superiore della figura.
Immagine a dx: componenti del complesso del TCR. Il complesso del TCR espresso dai linfociti T ristretti per MHC è formato dal TCR
αβ associato in modo non covalente al CD3 e alle proteine ζ. Le associazioni tra le diverse proteine sono dovute alla presenza di
residui con carica complementare, presenti nelle regioni transmembrana (non mostrate in figura).

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Il T-cell receptor esiste quindi solo come complesso del TCR, costituito da componenti che stabilizzano e
attivano le vie di trasduzione del segnale. Abbiamo quindi:
 Catene α e β;
 Catene Z, formate da una piccola regione extracellulare e da una catena intracitoplasmatica molto
lunga;
 Catene ε, δ e γ che, associandosi a due a due, vanno a formare il complesso del CD3.
Se volessimo identificare un linfocita T andremmo quindi ad identificare il complesso CD3, perché qualsiasi
linfocita T sarà sicuramente CD3 positivo (CD3+). Le code citoplasmatiche delle catene del complesso
presentano delle strutture chiamate domini ITAM (Immunoreceptor Tyrosin-based Motifs), sequenze
particolarmente ricche di tirosina, indispensabili nella via di trasduzione del segnale. Tutte le catene sono
indispensabili affinché il complesso venga espresso sulla superficie della cellula. È stato dimostrato in vitro
che la mancanza di catena γ (e quindi del gruppo CD3) comporta che non possa essere esposto in
membrana il TCR.

I linfociti che esprimono le catene α e β sul TCR vengono detti linfociti T αβ; un secondo tipo di TCR meno
comune è composto da catene γ e δ espresse dai linfociti T γδ, presenti esclusivamente a livello di cute ed
intestino (dove raggiungono il 5-10% sui linfociti T totali). Tali catene sono molto diverse in quanto hanno
capacità di esprimere antigeni diversi molto più limitata, poiché presentano regioni variabili poco
polimorfe. Inoltre non presentano restrizione da MHC e non esprimono le proteine CD4 e CD8,
indispensabili sui linfociti T αβ e sono per questo considerate una fase evolutiva di passaggio dall’immunità
innata a quella specifica; infine sono in grado di riconoscere antigeni anche di natura non proteica.
Per la loro particolare localizzazione (a livello delle barriere antimicrobiche) sembra svolgano un ruolo di
prima linea nella difesa del nostro organismo; tale considerazione, tuttavia, resta solo un’ipotesi, dal
momento che studi specifici hanno dimostrato che nei topi knock-out per il gene delle catene γ o δ, (cioè
topi priviociti T γδ) non si riscontra alcuna alterazione nella risposta immunitaria. Ciò non toglie comunque
che in determinate situazioni questi linfociti possano avere un ruolo specifico.
Quando parliamo di topi knock-out consideriamo un topo cresciuto in assenza di un determinato gene e si è
visto come tale situazione possa portare allo sviluppo di meccanismi di compensazione; per questo oggi si
tende ad utilizzare quelli che sono chiamati “topi knock-out condizionati”, cioè nascono normali e i geni
d’interesse vengono marcati con siti di riconoscimento, in modo tale che solo in età adulta tali geni
vengano deleti con l’utilizzo di farmaci o altri meccanismi e ciò può fare la differenza su questi studi.

RICOMBINAZIONE V(D)J PER TCR


Ciascun locus che codifica per il TCR presenta un’organizzazione molto simile a quella del recettore dei
linfociti B; avremo quindi un locus che codifica per la catena α, uno per la catena β e altri due per le catene
δ e γ. Riconosciamo delle regioni variabili (V), seguite dai segmenti genici della diversificazione (D), presenti
solo nelle catene β e δ, e un cluster di segmenti genici di giunzione (J).

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La diversificazione dei TCR si ha grazie a meccanismi di riarrangiamento:
 Nei loci per le catene β e δ del TCR (dove sono presenti i segmenti D) avvengono due distinti eventi
di riarrangiamento: il primo ricongiunge un segmento D a un segmento J; il secondo appaia il
neoformato segmento DJ a un segmento V attraverso tagli del DNA con perdita di piccoli
frammenti;
 Nei loci per le catene α e γ del TCR un singolo riarrangiamento unisce casualmente un gene V a un
segmento J.

Tale DNA ricombinato sarà trascritto e tradotto nelle catene del TCR.
Tutto ciò avviene nel timo, organo linfoide primario; i precursori ematopoietici linfoidi lasciano il midollo
osseo e, a livello del timo, iniziano a differenziare grazie all’azione di alcune citochine prodotte nel
microambiente timico. La maturazione avviene per fasi:
1. Linfocita pro-T;
2. Linfocita pre-T;
3. Linfocita T immaturo;
4. Linfocita T maturo.

Le fasi sono contraddistinte dalla capacità di sintetizzare le catene del TCR, le catene del CD3 e le catene Z.
I precursori entrano nel timo dalla parte corticale e, mano a mano, penetrano nella zona midollare
evolvendo anche negli stadi di maturazione. Nelle prime fasi lo stimolo di sopravvivenza viene dato dalle
suddette citochine mentre nelle fasi successive è dato dalla capacità del linfocita di esporre le catene del
complesso CTR.

I precursori più immaturi, appena giunti dal midollo osseo non esprimono ancora TCR, CD3, la catena Z, CD4
o CD8, e per questo vengono detti linfociti pro-T doppio negativi. Se avviene un riarrangiamento per la
catena β del TCR, questa viene espressa sulla superficie della cellula in associazione ad una “falsa” catena α,
chiamata pre-Tα, a CD3 e alla catena Z a formare il complesso del recettore pre-T. Il successo di questa fase
comporta, oltre che la sopravvivenza, l'esclusione allelica (non viene prodotta la catena β dal secondo
allele). Lo stadio di differenziamento dei linfociti ha un riscontro topografico nel timo (esistono chiare zone
di differenziamento linfocitario dal centro alla periferia dell’organo).

I linfociti che troviamo in circolo esprimono CD4 o CD8, due proteine che nelle cellule mature non vengono
mai espresse insieme; in alcuni stadi di maturazione nel timo riconosceremo, tuttavia, precursori doppio
negativi che non esprimono né CD4 né CD8, o doppio positivi, che le esprimono entrambe. I precursori
infatti arrivano nel timo privi di entrambi (doppio negativi), per poi esprimerli entrambi (doppio positivi) e,
infine, solo uno dei due sarà mantenuto.

Nel timo avvengono due tipi di selezione (controllo di qualità):


1. Selezione positiva: le cellule che esprimono già TCR e sono doppio positive vengono selezionate
positivamente se dimostrano di saper di riconoscere molecole MHC self (nel timo sono presenti
entrambe le classi di MHC, in modo che questi precursori siano esposti ad esse);
2. Selezione negativa: le cellule che hanno passato la prima selezione sono potenzialmente
autoreattive poiché hanno dimostrato di saper riconoscere MHC-self che monta un peptide self. In
questa fase sono eliminate le cellule che reagiscono in maniera esagerata (alta affinità) perché
potenzialmente pericolose per i fenomeni di autoimmunità. Sono quindi promosse le cellule che
presentano una bassa affinità per MHC self, in modo che la loro attivazione possa essere
controllata e gestita per evitare fenomeni di autoimmunità.

In questo momento la cellula “decide” se diventerà una CD4 o una CD8 e tale distinzione è alla base dello
specifico riconoscimento da parte dei linfociti T di molecole MHC-I piuttosto che MHC-II. A questo punto la
cellula è matura e viene immessa in circolo; ognuna di esse porta una specificità antigenica del tutto
casuale, che potrà dimostrarsi utile a riconoscere l’antigene per cui ha affinità, come del tutto inutile se

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l’antigene specifico non è presente. Per questo i linfociti T sono cellule programmate per morire nel giro di
qualche mese, nel caso in cui non avvenga l'incontro con l’antigene.

Ogni stadio di maturazione nel timo è associato all’espressione selettiva di particolari recettori per
chemochine, prodotte selettivamente nelle varie regioni di questo organo. Nel timo si ha anche la
maturazione dei linfociti T γδ, tuttavia di tale processo non abbiamo conoscenze precise.

La maturazione dei precursori può essere seguita sulla base delle modificazioni nell’espressione dei co-
recettori CD4 e CD8. L’immagine mostra un’analisi di citometria che utilizza anticorpi anti-CD4 e anti-CD8,
ognuno marcato con un diverso fluorocromo. Osservando le percentuali si intuisce che una prevalente
popolazione di doppio positive va incontro a selezione positiva, per poi essere differenziata in CD4 o CD8.
La piccola percentuale di doppio negative costituisce le cellule appena giunte nel timo. Si ricorda che solo il
10% dei precursori arriva a maturazione finale.

La discriminazione tra CD4 e CD8 è fondamentale: queste sono proteine coinvolte nel riconoscimento del
linfocita T: CD4 riconosce una regione non polimorfa dell’MHC-II, mentre CD8 riconosce una regione non
polimorfa dell’MHC-I. Quindi se un linfocita è CD4+ può essere attivato solo da antigeni di MHC-II; lo stesso
discorso, speculare, vale per i linfociti CD8+.

Sulla base di questa distinzione:


 Il linfocita T CD4 è chiamato linfocita helper, cioè quel
linfocita che va a produrre citochine che regolano altre
risposte immunitarie attivando il lavoro di altre cellule del
sistema immunitario;
 Il linfocita T CD8 è chiamato linfocita T citotossico, poiché
quando riconosce l’antigene va ad uccidere la cellula che
esprime MHC di classe I che ha montato quell’antigene.

Un antigene non viene montato su MHC di tipo I o di tipo II in


modo casuale, perché tale distinzione è alla base della modalità
con cui sarà eliminato. La cellula fa una scelta ragionata sulla base

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del tipo di risposta immunitaria che ritiene più idonea per processare quel dato antigene (l'argomento sarà
affrontato in seguito).

RIPASSO: LE VIE DI TRASDUZIONE DEL SEGNALE

Quando un recettore sulla cellula si attiva, manda dei segnali intracellulari che possono determinare o un
cambiamento nella funzione della cellula oppure determinare trascrizione genica, che, di conseguenza,
porta alla produzione di proteine specifiche. La cellula invia questi messaggi al suo interno attraverso quella
che viene chiamata via di trasduzione del segnale. Si tratta di una “corsa a staffetta” in cui diverse proteine
si passano l’informazione fino a quando non viene raggiunto il punto di arrivo. Tali proteine prendono il
nome di secondi messaggeri e possono essere:
1. Nuove molecole che si vengono a creare: uno degli esempi più noti è la formazione di AMP ciclico
(cAMP). Importante in questo senso è il metabolismo dei fosfolipidi di membrana che, grazie a
enzimi specifici (fosfolipasi), vengono tagliati, formando dei frammenti che fungono da secondi
messaggeri nel citoplasma;
2. Proteine già esistenti che vengono modificate: si parla soprattutto di fosforilazione, operata da
protein-chinasi. Questi enzimi si dividono in tirosin-chinasi (TyrPK), che fosforilano i residui di
tirosina, e serin-treonin-chinasi (SGK), che fosforilano residui di serina o treonina. Una proteina
fosforilata cambia conformazione e si attiva. Talvolta la fosforilazione determina spostamento delle
proteine all’interno della cellula, grazie all'interazione con altri elementi cellulari;
3. Ioni che variano in concentrazione: calcio, potassio e cloro (soprattutto il Ca2+ determina
importanti variazioni cellulari).

Indipendentemente dal tipo di secondo messaggero, hanno tutti delle caratteristiche comuni:
 Sono assenti in condizioni di base;
 Sono rapidamente attivati dalla cellula, nel giro di pochi secondi;
 Sono anche rapidamente disattivati, perché solitamente i secondi messaggeri non disattivati sono
tossici. Un esempio classico è rappresentato dalla concentrazione del calcio, che, se rimane elevata
per troppo tempo, induce apoptosi nella cellula. Ciò accade anche nella trasformazione neoplastica:
la mutazione di un secondo messaggero, che può essere un fattore di crescita, porta a
proliferazione incontrollata delle cellule.

Abbiamo detto che i secondi messaggeri possono essere generati dai fosfolipidi di membrana attraverso le
fosfolipasi. Tali enzimi sono di tipi diversi in base al legame specifico che l’enzima taglia sulla molecola.
Il Ca2+ nella cellula è accumulato in compartimenti intracellulari e la sua concentrazione citoplasmatica è
circa 1000 volte minore rispetto all’ambiente extracellulare. Il Ca2+ quindi, appena ne ha occasione, fluisce
nel citoplasma e ha due modi per farlo: dall’esterno o dai compartimenti cellulari, sempre secondo
gradiente di concentrazione; successivamente delle pompe protoniche riporteranno la concentrazione a
livelli standard.

Conosciamo anche un altro meccanismo fondamentale nella trasduzione del segnale: la traslocazione
intracellulare di specifiche proteine da un sito all’altro della cellula porta ad attivazione. Questo fenomeno
è associato a proteine a “motivi lego”, che, associate in modo diverso, creano domini SH o PH. SH sta ad
indicare un gruppo di domini diversi con regioni conservate che riconoscono regioni specifiche. SH2
riconosce sequenze ricche di tirosine fosforilate. Se le sequenze ITAM ricche di tirosine del complesso del
TCR venissero fosforilate, potrebbero essere riconosciute da proteine che portano il dominio SH2. SH3
riconoscono domini ricchi di prolina e PH riconoscono fosfolipidi di membrana. Esistono infine proteine
adattatrici, che permettono alle cellule di favorire l’interazione tra due proteine.

Quando TCR riconosce il complesso MHC cambia conformazione e le catene del complesso si avvicinano,
riuscendo in questo modo a interagire tra loro. Associato a CD4 e CD8 c’è un enzima LCK (tirosin chinasi
specifica per i linfociti), che va a fosforilare le tirosine dei domini ITAM delle catene associate. Nei linfociti T

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è presente una proteina chiamata ZAP-70, che va ad associarsi alle catene Z con i domini ITAM fosforilati
poiché possiede due domini SH2 di riconoscimento per queste tirosine fosforilate.
A sua volta ZAP-70 viene fosforilata da LCK e, essendo anch’essa una tirosin-chinasi, una volta fosforilata si
attiva e va a fosforilare proteine con residui di tirosina, principalmente proteine adattatrici di membrana
come LAT, SLP-76 e Gbr-2. Queste proteine fosforilate reclutano dal citoplasma enzimi con domini SH2, tra
cui la fosfolipasi C (isoforma γ1), che viene fosforilata da ZAP-70, diventa attivo e inizia a digerire i
fosfolipidi di membrana, principalmente fosfatidil-inoditolo. Produce così un diacilglicerolo che va ad
attivare protein chinasi C che genera a sua volta un frammento chiamato IP3.
IP3 generato al livello della membrana diffonde nel citoplasma fino al reticolo endoplasmatico, dove si lega
al proprio recettore e stimola il rilascio del Ca2+ immagazzinato nei depositi contenuti all’interno di
vescicole. Questo determina un rapido aumento della concentrazione di ioni Ca2+ nel citoplasma.
Il Ca2+, insieme all’attivazione di altri enzimi, induce trasduzione del segnale che determina trascrizione
genica.

Con un recettore abbiamo attivato una quantità enorme di messaggeri con funzioni diverse e che hanno
anche lo scopo di amplificare il segnale portato al nucleo e far sì che pochi recettori riescano ad indurre una
risposta nella cellula. Aumentare la complessità di quello che succede a valle permette anche di poter
attivare più meccanismi di controllo che tengano monitorata l’attività dei secondi messaggeri che, se
prolungata, provoca la già citata tossicità.

Dal momento che stiamo parlando di immunità specifica, che solitamente impiega dei giorni per attivarsi,
ora sappiamo che tutto ciò che avviene alla fine dipende da quello che accade nel giro di pochi minuti, con
la cascata dei secondi messaggeri. Alcuni geni si attivano precocemente mentre altri tardivamente. Tra i
geni precoci abbiamo interleuchina-2, che è il fattore di crescita dei linfociti T; tra quelli tardivi
riconosciamo il gene VLA4, un’integrina che interagisce con il recettore VCAM-1 espresso dall’endotelio
(l'argomento sarà approfondito più avanti).

Quindi prima la cellula si attiva proliferando andando incontro a espansione clonale e specializzandosi; solo
successivamente si pone il problema di raggiungere i tessuti dove esplicherà la sua funzione e quindi
esprime i geni delle integrine che la indirizzeranno ai bersagli corretti.

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