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APPUNTI DI ACCADICO – Prof. Franco D’Agostino –

1. INTRODUZIONE.

L’accadico è la più antica tra le lingue semitiche che, dal punto di vista geografico, si dividono in:

- orientali (accadico, assiro-babilonese)

- nord-occidentali (arabo, aramaico, ebraico)

- sud-occidentali (lingue sud-arabiche).

La storia della lingua e letteratura accadica può essere divisa in tre grandi fasi, che coprono un periodo di oltre due millenni e mezzo:

1)

la fase arcaica, che abbraccia tutta la seconda metà del III millennio, vede l’accadico

2)

convivere con l’elemento sumerico; la fase media, che abbraccia tutto il II millennio, è caratterizzata dal formarsi di due

3)

rami, l’Assiro e il Babilonese; la fase recente, che comprende tutto il I millennio, è l’età della rinascita e della

scomparsa definitiva. Dal punto di vista linguistico, è possibile individuare tre dialetti principali nella lingua

accadica: l’Antico Accadico, l’Assiro (a sua volta distinto in Antico Assiro, Medio Assiro e Neo-Assiro) e il Babilonese (Antico Babilonese, Medio Babilonese e Neo-Babilonese). A differenza dell’arabo, non si ha per l’Accadico una lingua “classica” vera e propria, una forma di lingua scritta valevole per la letteratura; per ovviare a questa mancanza, tra gli Assiriologi vige l’accordo di considerare l’Antico Babilonese come lingua classica.

Tutte le lingue semitiche sono caratterizzate dalla legge del trisillabismo: nel 99% dei casi una radice semitica è costituita da 3 consonanti che indicano un concetto di base, che sarà poi modificato con apofonie vocaliche e l’uso di afformanti. Es: “mhr” indica il concetto di ‘incontrare, essere di fronte’ Questa radice può essere modificata in vari modi, ad es.:

mahārum”: all’infinito, ‘incontrarsi’ “muhhurum”: ‘essere uno contro l’altro, opporsi’ “mithurum”: ‘essere d’accordo, incontrarsi’. Va notato che la radice e l’ordine delle consonanti rimangono immutati.

Esistono tuttavia anche parole biconsonantiche, a dimostrazione che il triconsonantismo non è

una caratteristica originaria della lingua, ma il risultato di uno sviluppo nel tempo.

Es: il concetto di ‘dare’ era espresso nell’ambito semitico da una radice biconsonantica “t/dn”,

dato reso evidente dal confronto tra le lingue semitiche:

ndn in accadico

dal confronto tra le lingue semitiche: ndn in accadico ytn in fenicio ntn in ebraico Quindi

ytn in fenicio

ntn in ebraico

Quindi proprio nelle 2 consonanti t/dn si racchiude il concetto di “dare”.

In accadico sono riconoscibili 3 modi per trasformare una radice da bi- a triconsonantica:

1)

anteporre “n” alla radice, afformante che aggiunge un valore direzionale

es: naqānum: ‘distruggere’

nadānum: ‘dare’

questa caratteristica formazione può essere ritrovata anche in verbi onomatopeici:

nabāhum: ‘abbaiare’ (lett. ‘fare bah’)

natāhum: ‘gocciolare’ (lett. ‘fare tuh’);

2)

prefiggere alla radice biconsonantica la “w”:

possiamo distinguere i verbi in cui w non è originaria, tutti transitivi (es: wabālum:

‘portare’), da quelli in cui la w è originaria, che indicano uno stato (warātum: ‘essere

giallo/verde’);

3)

raddoppiare la seconda consonante di radice

zanānum: ‘piovere’

dabābum: ‘parlare’

radice zan ā num : ‘piovere’ dab ā bum : ‘parlare’ indicano un’azione somma di tante

indicano un’azione somma di tante piccole azioni ripetute

La struttura dell’accadico è fortemente analogica.

Se io ad esempio prefiggo š ad una qualsiasi radice ottengo un valore causativo: š + =

causatività.

O ancora, la struttura dell’infinito è: [C 1 a C 2 ā C 3 um]; es: parāsum, ‘tagliare’

Quando non è possibile ricreare la forma di base, allora si usa un sistema di compensazione.

Esistono infatti delle consonanti deboli che per motivi di natura fonetica perdono il loro status

(י,‘alef’, w ‘waw’, y ‘yod’), cosa che comporta delle compensazioni rispetto al

comportamento morfologico della radice triconsonantica.

Es: rmי: ‘amare’, infinito: *ramāיum, siccome tra le caratteristiche dei suoni deboli c’è quella

di cadere se si trovano tra 2 vocali, per compensazione si ha una contrazione delle vocali a

contatto, che viene segnata in trascrizione con l’accento circonflesso: ramûm. Va sottolineato che la vocale è lunga esattamente come se avesse il segno V , quindi l’uso

dell’accento circonflesso è un espediente per descrivere il fenomeno fonetico della caduta di

un suono debole.

E ancora: rיm: ‘essere alto’, infinito: *raיāmum > râmum. Anche nella compensazione, però, torna a funzionare il concetto dell’analogia, poiché, prendendo una qualsiasi altra radice con una consonante debole in fine di parola otterrò un comportamento morfologico analogo, identico a quello visto per il verbo ramûm; es: qbי, ‘parlare’, infinito qabûm.

Le sillabe possono essere aperte (se escono in vocale) o chiuse (se escono in consonante) e contenere vocali brevi o lunghe per natura

CV

sillaba aperta con vocale breve

CV

sillaba aperta con vocale lunga per natura

CVC

sillaba chiusa con vocale lunga per posizione

CV

C

sillaba chiusa con vocale lunga per natura

CV

(C)

sillaba aperta con vocale allungata per contrazione.

Come si accenta una parola accadica? L’accento tonico cade sulla sillaba con vocale lunga più prossima alla fine della parola; si

accenta la vocale dell’ultima sillaba solo se è una sillaba chiusa con vocale lunga per natura o

se è il risultato di una contrazione.

Es:

idūku

idúku

banû

(CV )

banú

ramû

(CV )

ramú

râmu

(CV )

rámu

iddâk

(CV C)

iddák

šarratu

(CV CCV CV )

šárratu

šarrātu

šarrátu

In accadico non possono sussistere 2 consonanti in inizio o fine di parola (si chiama cluster l’incontro di queste 2 consonanti); di conseguenza, per sciogliere il cluster si inserisce tra le 2 consonanti una vocale di radice.

si inserisce tra le 2 consonanti una vocale di radice. Es: * pluh-t-um > puluhtum *

Es: *pluh-t-um > puluhtum *priš-t-um > pirištum E in fine di parola:

* priš-t-um > pirištum E in fine di parola: kalbu (‘cane’) > * kalb (stato costrutto)
* priš-t-um > pirištum E in fine di parola: kalbu (‘cane’) > * kalb (stato costrutto)

kalbu (‘cane’) > *kalb (stato costrutto) > kalab (‘il cane di’) alpu (‘bue’) > *alp (s.c.) > alap (‘il bue di’).

> * alp (s.c.) > alap (‘il bue di’). Allo stesso modo, al centro di una

Allo stesso modo, al centro di una parola non possono sussistere 3 consonanti vicine:

di una parola non possono sussistere 3 consonanti vicine: * kalb-t-um > kalbatum . Riassumendo, inserisco

*kalb-t-um > kalbatum.

Riassumendo, inserisco una vocale se ho 2 consonanti in inizio o fine di parola, o 3 consonanti al centro:

CC (inizio o fine di parola)

CCC (al centro di parola) > CCVC.

> CVC

Le consonanti deboli (alef, waw e yod) quiescono (ossia scompaiono) quando si appoggiano ad una vocale, producendo un allungamento di compenso della vocale stessa.

-VיC- > -VC-

-VיVC- > -VC-

-Vי

> -V

(in fine di parola alef cade senza lasciare traccia).

Caduta delle vocali:

se ho 3 sillabe aperte consecutive, le prime 2 con vocale breve, la vocale della sillaba intermedia cade. Es: puluhtum: ‘paura’ *pluh-āt-um: ‘paure’ > *puluhātum > pulhātum purus: ‘decidi!’ (imperativo II sing. di parāsum); *purus-ā > pursā: ‘decidete!’

Contrazione delle vocali:

in accadico vige la legge generale che due vocali, se per ragioni fonetiche e morfologiche vengono in contatto tra loro, si contraggono, dando origine a una vocale lunga a+u > û (prevale il suono più importante, in questo caso la ‘u’ che indica il nominativo)

a+i > ê.

2. IL SOSTANTIVO E LA SUA FORMAZIONE.

La radice è l’elemento primitivo del sostantivo; si ottiene con la rimozione di tutti gli elementi morfologici, sia di flessione che di formazione nominale. Dal punto di vista del significato distinguiamo:

1)

radici originariamente nominali (o radici primarie), che indicano un oggetto, una realtà; in genere sono primari i sostantivi che indicano parentela, persone, parti del corpo, animali, elementi, ecc. Esse prevedono una vocale lunga o breve tra la prima e la seconda consonante

[C

1 VC 2 C 3 ]

2)

es: kalb; radici originariamente verbali, che indicano un’azione o uno stato; prevedono una vocale breve tra la seconda e la terza consonante

[C 1 C 2 VC 3 ]

es: pluh.

2.1. IL GENERE.

L’accadico ha due generi, maschile e femminile (mai neutro!):

- sono maschili per natura i sostantivi che indicano esseri maschili: abum, ‘padre’; ahum, ‘fratello’; mārum, ‘figlio’; kalbum, ‘cane’; imērum, ‘asino’; immerum, ‘montone’; ecc.

- sono femminili per natura i sostantivi che indicano esseri femminili: ummum, ‘madre’; arānum, ‘asina’; enzum, ‘capra’; ecc.

- sono femminili i sostantivi che indicano le parti doppie del corpo: idum, ‘lato’; īnum, ‘occhio’; qātum, ‘mano’; šēpum, ‘piede’; šīnnu, ‘dente’; ubānum, ‘dito’.

-

sono femminili per uso alcuni sostantivi come abnum, ‘pietra’; harrānum, ‘campagna militare’; eleppum, ‘nave’; ecc.

-

sono femminili i sostantivi che presentano il tratto morfologico del femminile : √ + t

sono femminili i sostantivi che presentano il tratto morfologico del femminile: + t

2.2.

FORMAZIONE DEL FEMMINILE.

In accadico riconosciamo 3 modi per formare un sostantivo femminile:

1)

-VC > VC+t es: *mārum+t+um > mār+t+um > mārtum

2)

-VC 1 C 1 > VC 1 C 1 +at

es: *šarrum+t+um > šarr-t-um > šarratum (viene inserita la vocale “a” perché non

3)

possono sussistere tre consonanti vicine) -VC 1 C 2 > 2 comportamenti diversi a seconda che si tratti di un nome primario o di un nome deverbale:

a) sostantivo primario: -VC 1 C 2 > -VC 1 C 2 at es: *kalbum+t+um > kalb-a-t-um > kalbatum

b) sostantivo deverbale: -VC 1 C 2 > -VC 1 VC 2 t

es: *pluhum+t+um > *pluh-t-um > puluhtum Dunque i nomi primari mantengono inalterata la loro struttura originaria, mentre i nomi deverbali inseriscono la vocale di radice.

2.3. GLI STATI DEL SOSTANTIVO.

In accadico il sostantivo può occorrere in 3 diversi stati:

1)

stato retto

2)

stato costrutto (il primo elemento di un’espressione genetivale)

3)

stato assoluto o enfatico (indica una realtà in sé).

2.3.1. LO STATO RETTO.

Si ha lo stato retto quando il sostantivo, munito delle desinenze della declinazione, non ha reggenze genetivali o relative. Il sostantivo allo stato retto ha 3 numeri: singolare (indica l’unità, determinata e indeterminata, o un collettivo), plurale e duale. Al singolare ha la piena declinazione triptota, ha cioè desinenze proprie per il nominativo (caso del soggetto), per il caso obliquo (genitivo e dativo) e per il caso diretto (accusativo):

A) nominativo

-(t)um

B) obliquo

-(t)im

C) diretto

-(t)am

Es: šarrum = nome maschile allo stato retto, caso nominativo. al re = ana šarrim al bel re = ana šarrim damqim alla regina = ana šarratim alla bella regina = ana šarratim damiqtim bītum = casa, tempio in casa = ina bītim.

Il duale è poco usato già in epoca accadica, impiegato soltanto con i sostantivi designanti parti del corpo appaiate o distribuite in due serie corrispondenti; con altri sostantivi il duale ha bisogno di essere specificato con il numerale “due”. La declinazione del duale è diptota:

A) nominativo -(t)ān

B) obliquo e diretto

-(t)īn

Es: šinnum, ‘dente’; šinnān, ‘denti’, ubanum, ‘dito’; ubanān, ‘dita’.

Il plurale si distingue in maschile e femminile e ha declinazione diptota:

A) nominativo

-ū / -ātum

B) obliquo e diretto

-ī / -ātim

Es: kalbū, ‘i cani’; ina kalbī, ‘tra i cani’; šarratum, ‘regina’; ina šarrātim, ‘tra le regine’. Alcuni sostantivi sono usati soltanto al plurale (pluralia tantum), come , ‘acqua’; nīšū, ‘le persone, la gente’.

Esiste anche un altro plurale maschile, sempre diptoto, con valore singolativo, che sottolinea cioè la singolarità all’interno di un gruppo:

A) -ānu

B) -āni

Es: ālu, ‘città’; ālānu, ‘le città’ (ha soltanto il plurale singolativo) īlu, ‘dio’ al plurale singolativo: īlānu.

Gli aggettivi maschili plurali (sempre deverbali) hanno una loro declinazione diptota:

A) -ūtum

B) -ūtim

Dunque al maschile vi sono due declinazioni plurali, una per i sostantivi e una per gli aggettivi, mentre la declinazione del femminile non distingue tra sostantivi e aggettivi.

Riassumendo, questa è la situazione dei sostantivi allo stato retto:

 

SINGOLARE

PLURALE

DUALE

m. e f.

m.

f.

m. e f.

N.

-(t)um

-ū/ānu; -ūtum*

-ātum

-(t)ān

G./D.

-(t)im

-ī/āni; -ūtim*

-āti

-(t)īn

A.

-(t)am

2.3.2. LO STATO COSTRUTTO.

Un sostantivo è in stato costrutto quando precede un sostantivo in stato retto e caso genitivo:

costituisce cioè un’unità inscindibile col sostantivo che segue. Lo stato costrutto prevede la caduta della terminazione, dunque il sostantivo non ha più una declinazione. Es: mārum, ‘figlio’ il figlio del re = mār šarrim al figlio del re = ana mār šarrim

il figlio del re (acc.) = mār šarrim.

Al maschile singolare le forme dello stato costrutto si ottengono togliendo al nome in stato retto le desinenze della declinazione:

1)

-VC

mārum > mār

immerum > immer

2)

3)

-VC 1 C 1 > -VC 1

šarrum > šar se -VC 1 C 1 > -VC 1 C 1 +i

Ńuppum > Ńuppi -VC 1 C 2 > -VC 1 +a+C 2 kalbum > kalab alpum > alap.

I nomi maschili al plurale hanno lo stato costrutto identico a quello retto. Es: kalbū, ‘i cani’ kalbū šarrim, ‘i cani del re’.

Femminile singolare:

1)

mārtum > *mārt > mārat anche per il femminile si può trovare la “i” finale: qišti qarrādim, ‘l’arco dell’eroe’.

2)

pirištum > *pirišt > *pirišat > pirišti dunque i polisillabi femminili inseriscono la “i” finale

3)

šarratum > šarrat. Nel femminile plurale è sufficiente togliere la terminazione –um:

pulhātum > pulhāt. Nel duale si elimina semplicemente la –n finale:

-VCt > -VC+at

-VC 1 VC 2 t > -VC 1 VC 2 +ti

-VC 1 C 1/2 at > idem

īnān, ‘gli occhi’ īnā šarrim, ‘gli occhi del re’.

Esempi:

il buon figlio del re = mār šarrim damqum al buon figlio del re = ana mār šarrim damqim (N.B: si potrebbe tradurre anche ‘al figlio del buon re’!).

Talvolta una sequenza troppo lunga di stati costrutti può creare delle ambiguità (ad esempio la frase “ana kalab mār šarrim damqim” si potrebbe tradurre sia ‘al buon cane del figlio del re’, sia ‘al cane del buon figlio del re’ o persino ‘al cane del figlio del buon re’); per sciogliere tali ambiguità in accadico venne introdotto un pronome determinativo, invariabile per genere, numero e caso: ša (lett: ‘quello di’). Tale pronome sta sempre in stato costrutto ed ha come dipendenza un sostantivo al caso obliquo. Es: ana kalbim ša mār šarrim = al cane del figlio del re (lett: al cane, quello del figlio del re) ana kalbim damqin ša mār šarrim = al buon cane del figlio del re.

Per tradurre la frase ‘il palazzo del figlio del re di Babilonia’ si possono scrivere due forme:

ekal mār šar Bābilim ki oppure ekal mārim ša šar Bābilim ki . Oltre alla costruzione genetivale e all’uso del pronome relativo ša c’è una terza possibilità per esprimere il genitivo, probabilmente di derivazione sumerica:

‘l’esercito del re’ si può esprimere dunque in tre modi:

1) şab šarrim 2) şabum ša šarrim 3) šarrum şab-šu, lett. ‘il re, il suo esercito’. Quest’ultima soluzione viene preferita se si vuole porre in posizione enfatica il sostantivo che deve essere normalmente espresso in stato retto. Esistono frasi fatte di questo tipo:

mimma šum-šu = ‘qualsiasi cosa, il suo nome’, cioè ‘il nome di qualsiasi cosa’: è un’espressione usata spesso nel codice di Hammurabi per evitare lunghi elenchi.

Un altro esempio:

‘il cane del figlio del re’:

1) kalab mār šarrim

2) kalab mārim ša šarrim kalbum ša mār šarrim 3) mār šarrim kalab-šu.

2.3.3. LO STATO ASSOLUTO.

Infine, un sostantivo è in stato assoluto quando esprime da solo un frase; esso si ottiene togliendo allo stato retto le desinenze della declinazione e, in alcuni casi, anche la terminazione del femminile; si distingue dallo stato costrutto perché è privo di reggenze. L’uso dello stato assoluto è ristretto a pochi casi; occorre infatti con i numerali, in espressioni di tempo e luogo, per indicare il vocativo (es: šar, ‘o re!’) e nei nomi di sovrani e di divinità.

3. I PRONOMI

3.1. I PRONOMI PERSONALI.

Esistono 2 forme di pronomi personali:

1)

pronomi indipendenti

2)

pronomi suffissi.

I pronomi personali indipendenti hanno declinazione triptota per ogni persona.

 

NOMINATIVO

OBLIQUO

DIRETTO

I

s.

 

anāku

jâšim

jâti

II s.

 

m.

attā

kâšim

kâti

 

f.

attī

kiāšim

kiāti

III s.

m.

šū

šâšim

šuāti

f.

šī

šiāšim

šiāti

I

pl.

 

nīnu

niāšim

niāti

II

pl.

m.

attunu

kunūšim

kunūti

f.

attina

kināšim

kināti

III

pl.

m.

šunu

šunūšim

šunūti

 

f.

šina

šināšim

šināti

Il pronome di III persona šū è usato spesso come aggettivo dimostrativo, con il significato di “questo”. Es: wardum šū, ‘questo schiavo’.

Il pronome personale suffisso può legarsi ad un sostantivo (e indica il possesso) o a un verbo. Può aggiungersi al nome privato di terminazione se ha funzione di nominativo o accusativo, altrimenti si aggiunge al sostantivo declinato.

La I persona singolare ha 2 forme: una per il nominativo e per il caso diretto, “-ī”, l’altra per il caso obliquo, “-ya”. Es: bēlum, ‘signore’; il mio signore = bēlī al mio signore = ana bēliya il cane del mio signore = kalab bēliya il mio cane = *kalab-ī > kalbī.

La II persona singolare distingue tra maschile, “-ka” e femminile, “-ki”. Es: il tuo (m.) cane = kalabka il tuo (f.) cane = kalabki al tuo cane = ana kalbika. il tuo padrone di casa = bēl bītika (oppure: bēl bītim ša kâšim) i tuoi re = šarrūka il tuo re = *šarr+ka > šarraka.

La III persona singolare ha “-šu” per il maschile e “-ši” per il femminile. Es: la sua buona madre = ummāšu damiqtum alla sua buona madre = ana ummīšu damiqtim.

La I persona plurale ha soltanto la terminazione “-ni”, sia per il maschile che per il femminile. Es: il nostro signore = bēlni al nostro signore = ana bēlini.

La II persona plurale ha “-kunu” per il maschile e “-kina” per il femminile. Es: il vostro (m.) signore = bēlkunu.

Infine, la III persona plurale presenta “-šunu” per il maschile e “-šina” per il femminile.

 

SINGOLARE

PLURALE

m.

f.

m.

f.

 

-ī (nom./acc.)

 

I

-ya (obliquo)

-ni

II

-ka

-ki

-kunu

-kina

III

-šu

-ši

-šunu

-šina

4. IL VERBO.

4.1. LE CONIUGAZIONI.

In accadico il verbo possiede 4 coniugazioni:

1)

I Grundstamm = forma di base o coniugazione G l’infinito è formato in questo modo:

2)

[C 1 ă C 2 ā C 3 +um] prs > părāsum: ‘tagliare’ ktb > katābum: ‘scrivere’ II Doppelungstamm = radice reduplicata o coniugazione D La caratteristica tematica è la duplicazione della consonante mediana; il valore fondamentale della coniugazione D è quello fattitivo; inoltre, questa coniugazione aggiunge intensità alla radice di base. Formazione dell’infinito:

3)

[C 1 ŭ C 2 C 2 ŭ C 3 +um] prs > purrusum: ‘spezzare in mille pezzi’ III coniugazione Š Caratteristica tematica è l’ampliamento mediante il prefisso –ša; il senso fondamentale del tema Š è quello causativo; non di rado il tema Š ha, come la coniugazione D, valore fattitivo. Formazione dell’infinito:

4)

[šu C 1 C 2 ŭ C 3 +um]

IV coniugazione N Caratteristica della coniugazione N è l’ampliamento tematico na- premesso alla radice verbale; questo tema verbale funge da passivo del tema G nei verbi di azione, mentre nei verbi di stato ha valore ingressivo. Formazione dell’infinito:

[na C 1 C 2 ŭ C 3 +um]

4.2. I PREFISSI VERBALI.

Esistono 2 serie di prefissi verbali: una con vocale i/a, per le coniugazioni G e N (e loro coniugazioni derivate); l’altra con vocale u per le coniugazioni D e Š ( e loro derivati):

 

G e N

D e Š

III

s.

i-

u-

II

s.

ta-

tu-

I

s.

a-

u-

III

pl.

i-

u-

II

pl.

ta-

tu-

I

pl.

ni-

nu-

4.3. LE FORME VERBALI.

Ciascuna coniugazione prevede 8 forme:

1)

2) presente-futuro

3)

4)

5)

6)

7)

8)

preterito

perfetto stativo o permansivo infinito participio aggettivo verbale imperativo

forme personali

forme impersonali

Il preterito indica un’azione passata, istantanea e puntuale; nelle proposizioni secondarie può

esprimere un’azione anteriore a quella della principale (corrisponde dunque al piuccheperfetto italiano).

Il

perfetto si usa per indicare un’azione compiuta; in una frase che riguarda il passato, se due

o

più verbi sono coordinati, l’ultimo si mette al perfetto.

Il

presente esprime la qualità durativa dell’azione, indipendentemente dal tempo in cui essa

avviene.

Lo stativo (o permansivo) indica che il soggetto si trova nella condizione espressa dalla radice verbale.

Il participio (che non tutti i verbi esprimono) indica la persona che sta facendo l’azione (es:

pārisum = colui che sta tagliando). L’aggettivo verbale è la nominalizzazione dello stativo: denota infatti una qualità o un modo

di essere in cui il soggetto si trova o viene a trovarsi in seguito a un’azione fatta o subita

Ogni coniugazione può poi essere ampliata mediante l’inserimento, all’interno della radice,

di:

-t- per indicare reciprocità e riflessività (nella coniugazione G) o il passivo (nelle coniugazioni D e Š ); -tan- per indicare ripetitività dell’azione.

In

tutto, dunque, esistono 11 coniugazioni:

tutto, dunque, esistono 11 coniugazioni:

G

prs: ‘tagliare’; Gt ptrs: ‘tagliarsi, tagliarsi vicendevolmente’; Gtn ptnrs: ‘solere tagliare’

D prrs: ‘spezzare in mille pezzi’; Dt ptrrs: ‘essere spezzati in mille pezzi’; Dtn ptnrrs: ‘solere

spezzare in mille pezzi’

Š

šprs: ‘far tagliare’; Št štprs: ‘essere fatto tagliare’; Štn štnprs: ‘essere soliti far tagliare’

N

nprs: ‘essere tagliato’; Ntn ntnprs: ‘solere essere tagliato’ (ovviamente Nt non esiste perché

non può esistere il passivo del passivo).

4.4. CONIUGAZIONE G E SUOI DERIVATI.

4.4.1. CONIUGAZIONE G

Preterito:

[pref. pron.-C 1 C 2 V rad C 3 ] i-prus

La vocale di radice della coniugazione G non si può prevedere, tuttavia spesso i verbi di moto usano la vocale “u”.

Sulla

distinguiamo 4 diverse classi di verbi:

- işbat/işabbat: ‘egli prese/prende’

base

a/a

della

vocale

che

compare

al

preterito

- ipqid/ipaqqid: ‘egli confidò/confida”

- ilmun/ilammun: ‘egli era cattivo/è cattivo’

- iprus/iparrad: ‘egli tagliò/taglia’.

i/i

u/u

u/a

Preterito G:

e

quella

che

compare

al

presente

III

s.

m.

e f.

i-C 1 C 2 V rad C 3

iprus

II

s.

m.

ta-C 1 C 2 V rad C 3

taprus

 

f.

ta-C 1 C 2 V rad C 3 -ī

taprusī

I s.

m.

e f.

a-C 1 C 2 V rad C 3

aprus

I pl.

m.

e f.

ni-C 1 C 2 V rad C 3

niprus

II

pl.

m. e f.

ta-C 1 C 2 V rad C 3 -ā

taprusā

III

pl.

m.

i-C 1 C 2 V rad C 3 -ū

iprusū

III

pl.

f.

i-C 1 C 2 V rad C 3 -ā

iprusā

Presente-futuro:

[pref. pron.-C 1 ă C 2 C 2 V rad C 3 ]

I aparras

II taparras / taparrasī

III iparras

I niparras

II taparrasā

III iparrasū/iparrasā

Il perfetto è utilizzato per indicare un’azione avvenuta nel passato dopo un’altra azione (espressa in preterito); caratteristica del perfetto è l’infisso -ta- [pref. pron.-C 1 -ta-C 2 V rad C 3 ]

I aptaras

II taptaras / taptarsī

III iptaras

I niptaras

II taptarsā

III iptarsū / iptarsā

Lo stativo (o permansivo), indipendentemente dal tempo, indica che il soggetto è nella condizione espressa dal verbo; non necessariamente il suo significato è passivo. [C 1 ă C 2 ĭ C 3 ] Lo stativo indica il soggetto non mediante un prefisso, ma con un suffisso pronominale.

I parsāku

II parsāta / parsāti

III paris / parsat

I parsānu

II

parsātunu / parsātina

III parsū / parsā

Pur essendo una forma verbale personale, è di chiara origine nominale.

Le tre forme impersonali (infinito, participio e aggettivo verbale) sono forme nominali, quindi indeclinabili. L’aggettivo verbale è la nominalizzazione dello stativo:

*paris+um > *parisum > parsum Se lo stativo “paris” significa ‘essere tagliato/deciso’, l’aggettivo verbale “parsum” ha il significato di ‘tagliato/deciso’. Essendo un aggettivo, deve concordare in genere, numero e caso con il sostantivo a cui si

riferisce:

 

M.

F.

s.

parsum

paristum

pl.

parsūtum

parsātum

L’imperativo si forma dal preterito, togliendo il prefisso pronominale e inserendo la vocale di

radice per sciogliere il cluster iniziale:

preterito: iprus imperativo *prus > purus: ‘taglia!’

 

M.

F.

II

s.

purus

pursī

II

pl.

pursā

4.4.2

CONIUGAZIONE GT

La coniugazione Gt si caratterizza per l’inserimento dell’infisso tematico -t- in tutte le forme, che ha funzione di rivolgere l’azione del verbo sul soggetto. La coniugazione Gt, dunque, può avere senso reciproco (es: mahārum, ‘stare di fronte’ mithurum, ‘incontrarsi’); senso riflessivo e anche intensivo. Il preterito è identico al perfetto G:

iptaras

Presente:

iptarras

Perfetto:

*iptataras > iptatras Stativo:

*pitarus > pitrus Dunque il suo schema sarà: [C 1 ĭt C 2 u C 3 ] (dove la vocale “u” è caratteristica dello stativo in tutte le coniugazioni derivate). Aggettivo verbale:

pitrusum

Infinito:

pitrusum In tutte le coniugazioni derivate, infatti, l’infinito è identico all’aggettivo verbale. Participio:

*muptarisum > muptarsum In tutte le coniugazioni derivate il participio ha sempre un prefisso “mu-“.

4.4.3 CONIUGAZIONE GTN

La coniugazione Gtn, che si caratterizza per l’inserimento dell’infisso tematico -tan-, ha fondamentalmente valore iterativo. Il preterito è identico al presente Gt:

*iptanras > iptarras Presente:

*iptanrras > iptanarras

Perfetto:

*iptatanras > iptatarras Stativo:

*pitanrus > pitarrus Aggettivo verbale e infinito:

pitarrusum

Participio:

*muptanrisum > muptarrisum

Schema riepilogativo della coniugazione G e suoi derivati

 

G *prs

Gt *ptrs

Gtn *ptnrs

PRETERITO

iprus

iptaras

iptarras

PRESENTE

iparras

iptarras

iptanarras

PERFETTO

iptaras

iptatras

iptatarras

STATIVO

paris

pitrus

pitarrus

AGG. VERBALE

parsum

pitrusum

pitarrusum

INFINITO

parāsum

pitrusum

pitarrusum

PARTICIPIO

pārisum

muptarsum

muptarrisum

4.5. CONIUGAZIONE D E SUOI DERIVATI.

4.5.1. CONIUGAZIONE D.

La coniugazione D, che prevede il raddoppiamento della consonante mediana di radice in

tutte le forme, ha un significato fattitivo: indica l’azione che conduce allo stativo G.

Es:

palāhum, ‘temere’ stativo G: palih, ‘essere spaventato’ infinito D: pulluhum, ‘spaventare’. lamādum, ‘sapere’ stativo G: lamid, ‘egli è sapiente’ infinito D: lummudum, ‘insegnare’.

 

Per

quanto

riguarda

la

vocalizzazione,

va

notato

che

le

vocali

sono

imposte

dalla

coniugazione:

-ĭ- per il preterito e il perfetto -ă- per il presente.

Preterito:

I s.

II s.

[pref. pron.-C 1 ă C 2 C 2 ĭ C 3 ]

uparris

tuparris / tuparrisī

III

s.

uparris

I

pl.

nuparris

II

pl.

tuparrisā

III pl.

uparrisū / uparrisā

Presente:

[pref. pron.-C 1 ă C 2 C 2 ă C 3 ] uparras

Perfetto:

[pref. pron.-C 1 ta C 2 C 2 ĭ C 3 ] uptarris Stativo:

la vocale caratteristica è la -u-

III

s.

purrus / purrusat

III pl.

purrusū / purrusā

Aggettivo verbale:

s.

purrusum / purrustum

pl.

purrusūtum / purrusātum

Infinito:

purrusum

Participio:

muparrisum / muparristum

4.5.2. CONIUGAZIONE DT

Il tema Dt funge generalmente da passivo alla coniugazione D.

Es:

lummudum, ‘insegnare’ lutammudum, ‘esser insegnato’.

Preterito:

uptarris

Presente:

uptarras

Perfetto:

uptatarris

Stativo:

putarrus Aggettivo verbale:

putarrusum / putarrustum putarrusūtum / putarrusātum Infinito:

putarrusum

Participio:

muptarrisum / muptarristum

4.5.3.

CONIUGAZIONE DTN

Esprime il significato iterativo della coniugazione D; formalmente è identica alla coniugazione Dt, ad eccezione del presente, l’unica forma in cui la “n” dell’infisso “-tan-“ si mantiene: uptanarras.

Schema riepilogativo della coniugazione D e suoi derivati

 

D *prrs

Dt *ptrrs

Dtn *ptnrrs

PRETERITO

uparris

uptarris

uptarris

PRESENTE

uparras

uptarras

uptanarras

PERFETTO

uptarris

uptatarris

uptatarris

STATIVO

purrus

putarrus

putarrus

AGG. VERBALE

purrusum

putarrusum

putarrusum

INFINITO

purrusum

putarrusum

putarrusum

PARTICIPIO

muparrisum

muptarrisum

muptarrisum

4.6. CONIUGAZIONE Š E SUOI DERIVATI

4.6.1. CONIUGAZIONE Š.

Caratteristica del causativo Š è l’ampliamento tematico mediante il prefisso “ša-”.

Es:

ša+kašādum, ‘far raggiungere, inviare’ Proprio come la coniugazione D, utilizza vocali imposte: -i- per il preterito e il perfetto e -a-

per il presente.

kašādum, ‘raggiungere’

Preterito:

[pref. pron.-ša-C 1 C 2 ĭ C 3 ] ušapris Presente:

ušapras

Perfetto:

*u-ša-ta-pris > uštapris Stativo:

šuprus Aggettivo verbale e infinito:

šuprusum

Participio:

mušaprisum

4.6.2. CONIUGAZIONE ŠT

Esprime il passivo della coniugazione Š; esistono due forme di Št, che si distinguono morfologicamente solo nel presente. Preterito:

*u-ša-ta-pris > uštapris Presente:

1)

uštapras (il vero passivo della coniugazione Š)

2)

uštaparras (forma irregolare ma più frequente).

Perfetto:

*u-ša-ta-ta-pris > uštatapris Stativo:

šutaprus Aggettivo verbale e infinito:

šutaprusum

Participio:

*mušataprisum > muštaprisum

4.6.3.

CONIUGAZIONE ŠTN

Esprime il significato iterativo della coniugazione Š; formalmente è identica alla coniugazione Št, ad eccezione del presente, l’unica forma in cui la “n” dell’infisso “-tan-“ si mantiene: uštanapras.

Schema riepilogativo della coniugazione Š e suoi derivati

 

Š *šprs

Št *štprs

Štn *štnprs

PRETERITO

ušapris

uštapris

uštapris

PRESENTE

ušapras

uštapras/

uštanapras

uštaparras

PERFETTO

uštapris

uštatapris

uštatapris

STATIVO

šuprus

šutaprus

šutaprus

AGG. VERBALE

šuprusum

šutaprusum

šutaprusum

INFINITO

šuprusum

šutaprusum

šutaprusum

PARTICIPIO

mušaprisum

muštaprisum

muštaprisum

4.7. CONIUGAZIONE N E SUO DERIVATO.

4.7.1. CONIUGAZIONE N.

La sua caratteristica è l’ampliamento tematico “na-” premesso alla radice verbale, che si

assimila quando è seguito da un’altra consonante. Preterito:

*i-n-paris > ipparis Presente:

*i-n-parras > ipparras

Perfetto:

*i-n-ta-pras > ittapras Stativo:

naprus Aggettivo verbale e infinito:

naprusum

Participio:

*mu-n-parisum > mupparisum

4.7.2. CONIUGAZIONE NTN

E’ il tema iterativo di N (ovviamente non esiste una coniugazione Nt). Preterito:

*intanpris > ittapris Presente:

*intanapras > ittanapras Perfetto:

*intatanpras > ittatapras Stativo:

*nitaprus > itaprus La consonante iniziale “n” cade e si trasforma in alef. Aggettivo verbale e infinito:

itaprusum

Participio:

*muntanprisum > muttaprisum

Schema riepilogativo della coniugazione N e Ntn:

 

N *nprs

Ntn *ntnprs

PRETERITO

ipparis

ittapris

PRESENTE

ipparras

ittanapras

PERFETTO

ittapras

ittatapras

STATIVO

naprus

itaprus

AGG. VERBALE

naprusum

itaprusum

INFINITO

naprusum

itaprusum

PARTICIPIO

mupparsum

muttaprisum

4.8. IL VENTIVO. Il ventivo è una modificazione verbale che in genere esprime direzionalità dell’azione verso chi parla/scrive, sostituendo talvolta i suffissi pronominali. Qualsiasi forma coniugata del verbo può essere ampliata mediante il ventivo, che si costruisce annettendo al verbo le desinenze modali “-am” e “-nim” . -C+am -V+nim Es: šapārum, ‘scrivere’ tašpur-am, ‘tu mi hai scritto’ tašpurā-nim, ‘voi mi avete scritto’.

4.9. SUFFISSI PRONOMINALI

Anche al verbo è possibile aggiungere dei prefissi pronominali, che sono di 2 tipi:

 

ACCUSATIVO

DATIVO

III

s.

m.

-šu

-šum

 

f.

-ši

-šim

III

pl.

m.

-šunūti

-šunūšim

 

f.

-šināti

-šināšim

N.B. quando il suffisso –šu/ši/šunūti/šināti si aggiunge ad una consonante dentale o sibilante, si assimila in doppia “s”:

Es:

š, s, d, t, z + š > ss

*iprus-šu > iprussu, ‘lo ha tagliato’ *bīt-šu > bīssu, ‘la sua casa’ ulammidaššum < ulammid-am-šum, ‘io l’ho informato’.

4.10. IL CONGIUNTIVO.

Noi chiamiamo impropriamente “congiuntivo” una caratteristica dell’accadico, ossia la possibilità di sottolineare che una forma verbale dipende da qualcosa che l’ha preceduta. Per formare il congiuntivo basta aggiungere una “-u” alla fine della forma verbale, che scompare qualora la forma verbale abbia già una terminazione del plurale o del ventivo.

Es:

‘la donna che è stata presa è la moglie del re’ 1) aššatum aššat šarrim = ‘la donna è la moglie del re’ 2) ša işşabtu < işşabit-u = ‘che è stata presa’ dunque: aššatum ša işşabtu aššat šarrim.

dunque: aššatum ša i şş abtu aššat šarrim . La costruzione del congiuntivo è dunque una

La costruzione del congiuntivo è dunque una sorta di nominalizzazione della forma verbale.

Es:

‘mi ha mostrato quello che il re ha preso durante la campagna militare’ ša šarrum ina harrānim işbatu ulammidam.

4.11. VERBI DEBOLI.

I verbi deboli si distinguono in:

1)

di prima consonante debole (verba primae infirmae)

2)

di seconda consonante debole (verba secundae infirmae)

3)

di terza consonante debole (verba tertiae infirmae).

Tra i verbi di prima debole distinguiamo 2 gruppi:

A) di prima Nun

B) di prima Alef.

Analizziamo i verbi deboli partendo da quelli che meno si discostano dalla flessione dei verbi forti.

4.11.1. VERBI DI I NUN

La maggior parte dei verbi di I Nun constano di una radice originariamente biconsonantica, ampliata mediante il prefisso di radice “na-”. La loro flessione segue la coniugazione dei

verbi forti, tenendo conto dell’assimilazione della Nun alla consonante che segue. Es: nadānum, ‘dare’ iddin < *indin (III s. pret. G) ittadin < *intadin (III s. perf. G) nadnat < *nadinat (III f.s. stativo G) L’imperativo è:

*indin > *ndin > *nidin > idin

4.11.2. VERBI DI II GEMINATA

Come i verbi di I Nun, anche i verbi di media geminata sono deboli solo in parte.

Sono costituiti da radici originariamente biconsonantiche, ampliate mediante la reduplicazione della II consonante, dunque di fatto hanno 3 consonanti forti. es: sarārum, ‘essere bugiardo’; danānum, ‘essere forte’. I verbi di II geminata si possono dividere in 2 gruppi:

1)

verbi che indicano un’azione (sono regolari)

2)

verbi che indicano uno stato (perdono la reduplicazione allo stativo) es: danānum, stativo dān (vocale allungata per compenso) sarārum, stativo sār

invece dabābum, stativo dabib (perché è un verbo d’azione). Spesso i verbi di media geminata esprimono un’azione che è risultato della ripetizione di tante piccole azioni. L’irregolarità dei verbi di media geminata è evidente soltanto nella III persona m.s. dello stativo G dei verbi che indicano uno stato.

4.11.3. VERBI DI TERZA ALEF.

Anche i verbi di III debole (o III Alef) sono poco dissimili dai verbi forti, dal momento che la morfologia del verbo ha la sua sede soprattutto in prima e seconda consonante:

[C 1 C 2 V (ā/ū/ī/ē)] banûm, ‘creare, fare’ bnי; voc. rad. = i preterito: *ibniי > ibni (י in fine di parola cade senza lasciare traccia) presente: ibanni perfetto: ibtani

manûm, ‘contare’ preterito: imnu

mnי; voc. rad. = u

presente: imannu

perfetto: imtanu leqûm, ‘prendere’ preterito: ilqe presente: ileqqe perfetto: iltaqe kalûm, ‘catturare’ preterito: ikla presente: ikalla perfetto: iktala

lqי; voc. rad. = e

klי; voc. rad. = a

Es: *ibniי+ū > ibnû (alef cade e le due vocali contraggono) *ibniי+ā > ibnâ.

Nei verbi che terminano con vocale ē per assimilazione tutte le “a” si trasformano in “e”:

leqûm, al presente: *ilaqqe > ileqqe.

Es: III pl. pret. G: *ibni+ū > ibnû

III

pl. pres. G: ibannû

III pl. pret. Š da kalûm: ušaklû

II pl. pret. Dt da banûm: tubtannâ part. G di banûm: bānûm

part. D: mubannûm part. Š: mušabnûm.

4.11.4. VERBI DI I ALEF.

I verbi di I debole (o I Alef) si dividono in due gruppi:

1)

con Alef dolce (o Alef lene): la vocale “a” rimane tale;

2)

con Alef aspra: la vocale “a” diventa “e”.

Al

primo gruppo appartengono i verbi che iniziano con י o con h es: amārum: √יmr ahāzum: hhz

Al

secondo gruppo appartengono i verbi che iniziano con , con h, o con ā es: erēbum: hrb.

La

consonante debole iniziale non viene mai segnata; quando invece chiude una sillaba l’Alef

cade lasciando un allungamento di compenso:

es: *iיmur > īmur (III s. pret. G di amārum) *iיpuš > īpuš (III s. pret. G di epēšum) tēpušē (II pl. pret. G). L’Alef in posizione intervocalica cade e provoca la contrazione delle due vocali:

es: *iיerrub > irrub *ušaיhiz > āhiz