L’altro da me è me: Hağar ad-dahk di Hoda Barakāt Jolanda Guardi, Università di Milano

L'androgino, dal greco anèr = uomo, con tema andr-, e gyné = donna, è colui che partecipa della natura di entrambi i sessi Etrangement,l’étranger nous habite: il est la face cachée de notre identité , l’espace qui ruine notre demeure, le temps où s’abiment l’entente et la sympathie

J. Kristeva

Il presente studio costituisce l’ultima parte di una “trilogia” libanese, nella quale abbiamo già analizzato opere di Ý…dat as-Samm…n e ðan…n aš-Šay².1 Nel primo capitolo, la questione identitaria era legata alla figura dell’intellettuale e del rapporto che questi intrattiene con il potere: Kaw…b†s Bayr™t di Ý…dat as-Samm…n si interroga sul ruolo dell’intellettuale in situazione di guerra e sull’inanità o meno della sua produzione scrittorea; in ði|…yat Zahra di ðan…n aš-Šay², l’accento è posto sul rapporto della donna con il proprio corpo e sulla scoperta del proprio essere sessuato e sessuale come strumento rivoluzionario. Entrambi i romanzi hanno come sfondo il rapporto con l’altro e implicitamente con il Sé, in quanto ricettacolo di quest’altro da sé.2 Nel leggere Haºar aÿ-ÿa|k di Hudà Barak…t3 manterremo questo doppio binario. Se l’assunto da cui partiamo è che l’identità sia una costruzione,4 a maggior ragione, infatti, il corpo – l’identità sessuale – è, per dirla con Judith Butler, “un effetto delirante. Essere uomo o donna è qualcosa di instabile e ambivalente. Identificarsi totalmente come uomo o donna, allora, porta alla perdità di una parte di sé.5 Questa parte perduta, rimossa, nascosta, occultata o che dir si voglia, è l’oggetto dei romanzi di Hudà Barak…t, 6 pur se essi in realtà, e ðaºar aÿ-ÿa|k in particolare, si presentano come veri e propri
J. Guardi, “La guerra in Kaw…b†s Bayr™t di Ý…dat as-Samm…n” in Atti del Convegno SeSAMO, Torino 2007, in corso di stampa e J. Guardi, “La morte è l’orgasmo della guerra: ðikay…t Zahra di ðan…n aš-Šay²” in Atti del Convegno SeSAMO Firenze 2008, in corso di stampa. 2 “Lo strano è dentro di me, quindi siamo tutti degli stranieri. Se io sono straniero, non ci sono stranieri”. J. Kristeva, Etrangers à nous mêmes, Gallimard, Paris 1988. 3 Hudà Barak…t è nata nel 1952 nel nord del Libano. È rimasta in Libano sino al 1989, anno in cui si è trasfeirta a Parigi, dove tuttora risiede. Nel 1985 pubblica una raccolta di racconti, Za’ir…t (Visitatrici), Oltre a Haºar aÿ-ÿa|k, edito nel 1990 e con il quale Barak…t vincerà il premio an-N…qid, l’autrice ha pubblicato altri romanzi tra cui ricordiamo, tradotti in lingua italiana: Malati d’amore, trad. di S. Pagani, Jouvence, Roma 1997; L’uomo che arava le acque, trad. di S. Pagani, Ponte alle Grazie, Milano 2003 (vincitrice nel 2000 del Premio Naº†b Ma|f™©); Lettere da una straniera, trad. di S. Pagani, Ponte alle Grazie, Milano 2003. Haºar aÿ-ÿa|k è stato pubblicato nel 1990 per i tipi di D…r Riy…ÿ ar-R†s, Lundun, riedito nel 1998 presso Hay’a al-‘…mma li-qu¡™r aÅ-Åaq…fa-ƒf…q al-kit…ba e di nuovo nel 2005 per D…r an-nah…r, Bayr™t. Quest’ultima è l’edizione cui faremo riferimento nel presente contributo. La traduzione dall’arabo è nostra. 4 F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari 2001. 5 J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Feltrinelli, Milano 1996. 6 Sull’autrice si vedano: S. Agachi, “Hoda Barakat’s The Stone of Laughter: Androgyny or Polarization?” in Journal of Arabic Literature, XXIX, pp. 185-201; idem, “Contemporary Lebanese Fiction: Modernization without Modernity” in International Journal of Middle East Studies, 38 (2006), pp. 561-580; M. Cooke, Women and the War Story, University of California Press, Berkeley, Los Angeles, London 1996, pp. 273-280; M. Fayad, “Strategic Androgyny. Passing as Masculine in Barakat’s Stone of Laughter” in L. Suhair Majaj, P. W. Sunderman and T. Saliba, eds. Intersections. Gender, Nation, and Community in Arab Women’s Novels, Syracuse University Press, Syracuse, New York 2002, pp. 162-179; E. Marie, “Woven Archives of Beirut: A Conversation with Hoda Barakat” in AlJadid, vol. 8, no. 39 (Spring 2002); C. Rousseau, “Liban, pour que s’eface ma rancouer...” in LeMonde, 15.06.2007; S. Pagani, “Hoda Barakat e la memoria della guerra” in A. Chemello, Parole scolpite. Profili di scrittrici degli anni Novanta, Il Poligrafo, Padova 1998, pp. 129-143; idem, “La Guerra dimenticata: Un diario pubblico di Hudà Barak…t” in M. Ruocco, a cura di, Pace e
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testi polisemici, passibili quindi di diverse letture, peraltro altrettanto interessanti come quella, a titolo di esempio, relativa al ruolo degli intellettuali, rappresentati nel romanzo dal personaggio di N…yf, l’amico giornalista di ³al†l e dal circolo dei suoi colleghi o quello della personalità borderline frutto della disumanità della guerra che percorre tutto il romanzo, argomento quest’ultimo che Barak…t svilupperà in un romanzo successivo, Malati d’amore.7 Scopo del presente intervento, dunque, sarà quello di evincere, attraverso una lettura del romanzo, attraverso quali elementi questione del Sé e della sua rappresentazione è presente nel tessuto narrativo, ma anche come ³al†l, il personaggio maschile attorno al quale l’azione ruota, altri non sia che Barak…t stessa, la quale, a nostro avviso, utilizza un punto di vista femminile per interpretare l’esperienza propria e del suo personaggio. Poiché, se è vero che il genio può essere in qualche modo asessuato, “il potenziale di un artista non può realizzarsi senza la libertà di esplorare percezioni individuali di verità”.8 Diversi sono i modi per reagire alla guerra; in Haºar aÿ-ÿa|k la salvezza sembra essere lontano dalla polarizzazione sessuale e dalla prigione del genere. Il genere viene inteso come una scelta e, in opposizione a esso, l’androginia designa una condizione nella quale le caratteristiche dei sessi e gli impulsi umani espressi da maschile e femminile non sono rigidamente assegnati.9 Solo in questo modo, secondo questa lettura de Haºar aÿ-ÿa|k, è possibile superare la dissoluzione identitaria attuata da una guerra civile che si basa su appartenenze di definizione del Sé di varia natura, in Libano in particolare, di carattere confessionale oltreché di genere. In un contesto nel quale l’identità si basa su una forte marca sessuale e religiosa, che vede il maschio quale portatore di guerra e la donna come colei che si ritira nel privato e attraverso la ripetizione del gesto quotidiano e l’attenzione alle piccole cose preserva l’identità, l’androginia, allora, si rivela lo strumento più adeguato per contrastare una cultura di morte sessualmente connotata, poiché, superando la barriera tra maschile e femminile permette l’adesione a un concetto di identità alternativo. Il romanzo è diviso in cinque parti, senza alcun titolo di per sé, ma che è possibile scandire in base a un avvenimento o personaggio centrale attorno cui il protagonista declina la propria identità: I. Naº†; II. Senza N…º†; III. Y™suf; IV. Senza Y™suf; V. Separazione. ³al†l, il protagonista, che già nel nome – significa l’amato per eccellenza - ci fornisce una traccia precisa del suo rapporto con l’autrice,10 all’inizio del romanzo cerca di definire la propria identità in termini alternativi, restando ai margini della guerra e, di contraltare, marginale resta anche la voce del narratore, spesso intessuta con quella del protagonista e che solo alla fine del romanzo si
guerra in Medio Oriente in etàmoderna e contemporanea, Convegno SeSAMO, Lecce 18-20 novembre 2004, 2 voll., Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Linguistica e Letteratura dell’Università del Salento, Lecce 2008, vol. 2, pp. 173-182; Y. Rakha, “Hoda Barakat: Starting over” in Al-Ahram Weekly, 25.11.1999; M. Takieddine Amyuni, “Literature and War, Beirut 1993-1995: Three Case Studies” in World Literature Today, Vol. 73, No. 1 (Winter 1999), pp. 37-42; B. Whitaker, “An Interviev with Hoda Barakat” in Banipal, November 2004. In lingua araba: R. ðasan, “ður™b ad-d…²il wa-šur™²uh… al-ins…niyya” in Al-|iw…r al-mutamaddin, no. 1539, 03.05.2006; W. a¡-ø…’iÐ, “Hudà Barak…t wa-Åaq…fat l-mawt” in As-sard al-unÅaw† l-‘arab†, Markaz ‘Abad† li-d-dir…s…t wa-n-našr, øan‘…’ 2006, pp. 8996;M. ø…li|…n†, “Viva la Diva, Masra|iyya bil-‘…mmiyya l-lubn…niyya li-r-raw…’iyya Hudà Barak…t” in Lebanon now, 11.04.2009; R. R. øayd…w†, An-na©ra ar-riw…’iyya ilà l-|arb l-lubn…niyya 1975-1995, D…r al-F…r…b†, Bayr™t 2003, pp. 286-293; M. Ša‘†r, “Ar-raw…’iyya l-lubn…niyya Huda Barak…t: al-Ðarba tu‘allimun… l-kaņr min at-taw…ÿi‘” in A²b…r aladab, 9.07.2006. È possibile anche reperire le registrazioni di due conversazioni con Hudà barak…t in lingua araba: la prima di Al-‘arabiyya Ni™z, del 30 ottobre 2005, condotta da A. ‘Al† az-Z†n, la seconda di Al-ºaz†ra, del 12 marzo 2001. 7 Il tema della follia come strategia di protesta nei confronti della disumanità della guerra viene approfondito in M. Cooke, War’s Other Voices. Women Writers on the Lebanese Civil War, Syracuse University Press, Syracuse New York 1996. 8 E. Showalter, Women’s Liberation and Literature, Harcourt Brace Jovanovich, Inc., New York Chicago San Francisco Atlanta 1971, p. 5. 9 Per quanto riguarda il ruolo dell’androginia e le sue manifestazioni in letteratura abbiamo fato riferimento a C. G. Heilbrun, Toward a Recognition of Androginy. A Search into Myth and Literature to trace Manifestations of Androgyny and to assess their Implications for Today, W. W. Norton & Company, New York London 1964. 10 Per il rapporto che Barak…t intrattiene con la lingua araba si veda B. Whitaker, op. cit.

rivelerà essere una voce femminile. Anche il narratore, dunque, resta androgino per tutto il romanzo, per lo meno fino a quando, mutate le circostanze, ³al†l non deciderà di definire se stesso come maschio, costringendolo a venire allo scoperto e dichiararsi donna. Egli non si riconosce nel modello di virilità proposto dalla società in cui vive:
Gli amici di ³al†l erano di due tipi: Il primo simile a lui fisicamente e che si componeva di uomini molto più giovani di lui e aveva acquisito la virilità con la forza entrandovi dalla porta principale, quella della Storia, e che giorno dopo giorno aveva costruito il destino di una zona strategica e gestito la vita pubblica e privata della gente, la questione dell’acqua, del pane, dei sogni, della migrazione... Il secondo, dal quale differiva fisicamente era costituito da uomini della sua età, che dirigevano gli affari, manipolavano gli strumenti dello spirito, dell’analisi, dell’astrazione e della teoria e progettavano di dominare l’alta sfera dell’esistenza: la politica, la stampa e... Questi due tipi di virilità avevano chiuso le loro porte a ³al†l, ed egli era rimasto solo, in uno stretto passaggio, ai confini di due campi potentemente magnetici, in una parvenza di femminilità stagnante e sottomessa a un’esistenza puramente vegetativa, a meno di un dito dalle vigorose virilità agenti del vulcano della vita...11

³al†l, si estranea così inizialmente dalla guerra, privilegiando il suo lato femminile, pur se mostra una certa difficoltà ad accettarlo a livello razionale:
Fino ad allora, aveva l’abitudine di rifugiarsi nel piccolo bagno. Appiccicava una candela accesa sul bordo dello scaffale, abbassava l’asse del W.C. e proseguiva lì la sua lettura o i suoi molti lavori ai ferri. Era convinto, almeno così credeva, di conoscere il proprio corpo e quest’idea lo tranquillizzava. [...] Si ripeteva che le sue crisi erano il frutto di un ambiente completamente impazzito. Preferiva di gran lunga i suoi ormoni femminili che, a dosaggio normale, lo preservavano da qualunque azione criminale. Si trattava solamente di una depressione passeggera, e non aveva dubbio sul fatto di provare desiderio per le donne, ache se non poteva, per il momento, dirigerlo verso una donna particolare.12

Il ritirarsi in se stesso e la presenza di “ormoni femminili” quindi, sono visti come segno di resistenza e non di passività in opposizione al maschile, che trova la sua massima manifestazione nella guerra e nella morte.13 Ed è solo con la morte che quest’identità maschile estremizzata può ritrovare la parte feminile di sé. Barak…t, infatti, sottolinea la separazione che avviene tra il defunto e i parenti e quella sorta di disconoscimento di quell’altro da sé che non è più in vita e che viene, finalmente diremmo noi, “femminilizzato” utilizzando il vocabolo ºuÅÅa, “cadavere”, in arabo femminile:
Tra due singhiozzi lo esaminano di nuovo e le donne arrivano anche a tastarlo. Non è che non riescano a concepirne l’assenza, piuttosto il cadavere somiglia solo in un modo vago al morto, e lascia una breccia dalla quale il dubbio va e viene. L’ambiguità è tale che i parenti non lo chiamano più con il suo nome, ma lo designano come “la salma”. In modo che ogni parola riguardante un uomo deceduto si trova desiganta con una marca femminile, la si trasporta, ella arriva, la si porta sulle spalle, la si pone a terra... 14

In questa prima parte del romanzo, ³al†l esplora diverse possibilità. Conseguentemente, la lingua utilizzata è poetica e non connotata e poggia sulla metonimia come fondante il significato. Poiché si tratta di un momento fluido, in cui l’androginia viene proposta come positiva, la figura di ³al†l è accostata al femminile in modi diversi. Egli viene associato a una madre, a una moglie, a una sorella e trascorre molto del suo tempo a pulire, cucinare e aspettare o lavorare a maglia, azioni descritte tutte come specificamente femminili:

H. Barak…t, Haºar aÿ-ÿa|k, op. cit., pp. 17-18. Ivi, p. 86. 13 Abbiamo analizzato a fondo il rapporto tra morte e identità sessuale in J. Guardi, “La morte è l’orgasmo della guerra: ðikay…t Zahra di ðan…n aš-Šay²”, op. cit.; si vedano anche, relativamente al Libano in particolare E. Accad, Sexuality and War. Literary Mask of the Middle East, New York University Press, New York and London 1990 e M. Cooke, op. cit. 14 H. Barak…t, Haºar aÿ-ÿa|k, op. cit., p. 66. Corsivo nostro.
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Prendeva il suo vassoio di metallo, si sedeva vicino alla radio per ore, mondando le lenticchie o il riso per la zuppa dell’alba, il suo unico pasto. Oppure, vicino alla radio, disfava vecchi maglioni di lana, poi arrotolava il filo ondulato su un grosso libro, per poterlo utilizzare di nuovo una volta uscito per fare compere e acquistati i ferri da calza. La saggezza delle donne, animali domestici del tempo pubblico, racconta la storia che maglia dopo maglia e riga dopo riga si dipanano il filo dei giorni e le spine dell’angoscia delle anime tormentate.15

Verso il termine di questa sezione del romanzo, che vedrà un evento eccezionale a costituire una cesura profonda nella narrazione e nell’attitudine di ³al†l nei confronti della propria identità, sembra quasi che il Sé femminile prenda il completo sopravvento quando il protagonista incontra Y™suf. Se nel primo incontro con N…º†, l’atro da Sé rimane in qualche modo contenuto, in questo caso ³al†l perde letteralmente il controllo della sua parte femminile. Ancora fluttuante tra i due universi, inizialmente ³al†l prova piacere per le attenzioni di cui Zahra, una cugina, lo rende oggetto, arrivando quasi a convincere se stesso di una possible relazione con una donna. Ma
Tutto ciò perdeva qualunque importanza nell’attimo stesso in cui lo sguardo di ³al†l si posava su Y™suf. Alla sola vista di Y™suf. [...] Questo perché Y™suf sbriciolava il cuore di ³al†l con forza. Come qualcuno che, dopo aver portato molto in alto un grande vaso di cristallo, lo fracassasse al suolo... Nello stomaco di ³al†l agiva un anticorpo, in modo fisiologico, alla vista di Y™suf. Se lo avesse visto il profeta Giuseppe sarebbe caduto a terra, morto.16 [...] Sentiva improvvisamente una sete bruciante che si dibatteva nel suo esofago come un’ape impazzita. Il miele di Y™suf era un miele tossico, e i frutti del suo corpo avevano la polpa blu e succulenta, come un baratro sull’orlo del quale sostiamo, morendo dal desiderio e dalla voglia di ardere sulle sue rocce lontane ricoperte dal vapore della distanza.17

La resistenza di ³al†l alla logica della morte si manifesta nel trionfo del polo femminile. Ma una spiegazione di questo genere, peraltro sostenuta da altre donne scrittrici in epoca contemporanea,18 risulta per Barak…t semplicistica, proprio perché in ³al†l coesistono, per lo meno fino a un certo punto, i due generi. Y™suf, infatti, non condivide l’incertezza identitaria di ³al†l e si arruola nella milizia. ³al†l si ritrova ad attendere ogni giorno il suo ritorno “Covando le uova dei miei desideri come un vecchia gallina... attendo che capisca, si lasci andare e ritorni”.19 Le prime quattro parti del romanzo ripetono una storia del tutto simile che si conclude con la morte del protagonista e, in entrambi i casi, ³al†l non vedrà la “salma” del suo oggetto d’amore. A differenza, tuttavia, della prima delusione – in questo caso la morte dell’amico N…º†, quando Y™suf muore in ³al†l giunge a compimento un cambiamento, cambiamento i cui prodromi si sono insinuati nella sua persona, pur senza esplicitarsi, un giorno, dopo aver visto Y™suf uscire di casa ridendo. Y™suf , infatti, ha comincato a ridere da quando fa parte della milizia, e ³al†l si dispera nel vederlo “scoppiare”20 a ridere per tutto il giorno. Ridere di gusto. Il titolo del romanzo suona in italiano “La pietra del riso”, e il significato di quest’espressione non risulta chiaro al lettore sino all’ultima pagina del romanzo, quando leggiamo: “Quanto sei cambiato da quando ti ho descritto nelle prime pagine! Ormai ne sai più di me. Alchimia. La pietra del riso”.21 Comprendiamo in tal modo che
Ivi, p. 78. Ivi , p. 93. Nel testo originale in lingua araba Barak…t gioca sull’identità del nome Y™suf (Giuseppe), designando il profeta cone Y™suf al-qad†m (Y™suf l’antico) e il cugino come Y™suf al-a¡Ðar (Y™suf minore). 17 Ivi , p. 94.
16 15

Pensiamo a esempio alla letteratura tedesca. Ivi, p. 122. 20 In arabo il verbo utilizzato è infaºara, o stesso che si utilizza per lo “scoppiare” di una bomba. Il parallelo fra il ridere e le deflagrazioni percorre da questo momento tutto il testo. 21 H. Barak…t, Haºar aÿ-ÿa|k, op. cit, p. 235.
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³al†l attribuisce un valore particolare al riso: egli, infatti, lo paragona alla pietra filosofale, che si riteneva trasformasse i metalli in oro. Il riso, qui, è segno di forza e virilità e viene visto e sperato da ³al†l come l’espediente magico che possa dimostrare che egli è forte e che ha la soluzione al suo malessere in mano.22 Questa visione del riso come forza, tutta maschile, legata alla violenza, è ben esplicitata all’interno del testo:
Ma la guerra delle città odia le risa... Odia molto queste risa. Il giorno prima, le due esplosioni non erano state per la strada. Non era stata una... Ieri due, entrambe esplose in due sale cinematografiche. Una al cinema Bayr™t nel quartiere di Mazra‘a e l’altra al cinema ðamr… in via ðamr…. Nelle due sale si stavano proiettando film comici. Che coincidenza. No, non era per caso... la guerra è una cosa seria. La gente muore per le strade e c’è chi va, spende soldi e tempo perso per ridere. È proibito ridere in questo modo. È proibito che un gruppo di persone qualunque decida, in un luogo ben determinato, di ridere. Ridi da solo, scoppia a ridere, schiantati con un compagno. In questo caso, il riso resta un’iniziativa personale che può distendere la gente per ricaricarla di nuovo. Ma che il riso si trasformi in attività collettiva è un attentato alla legge della comunità combattente. Vogliono scoppiare dalle risate? Che scoppino!.23

Ridere in pubblico, quindi, in gruppo, è a esclusivo appannaggio dei miliziani, dei maschi. La pietra filosofale trasforma gradualmente ³al†l in una persona integrata nella comunità, un miliziano maschio che può ridere in pubblico. Ma questa trasformazione si compie attraverso un processo di disumanizzazione di se stesso (³al†l) e dell’altro (autora/narratora). Mentre fino a questa trasformazione ³al†l ama, nel momento in cui sceglie di essere maschio egli deciderà che la sopravvivenza dipende dall’odio. L’assunzione di una nuova identità ben definita non sarà indolore, piuttosto passerà attraverso il disconoscimento dell’altro da sé femminile. Se all’inizio del romanzo l’ambiguità di genere permette a ³al†l di rimanere al di fuori della violenza fisica e verbale, la scelta di disambiguare la propria identità lo porta a rifiutare questa sua componente e anzi a rinnegarla proprio nel momento in cui diventa egli stesso oggetto d’amore di un altro uomo, un uomo potente appartenente al secondo dei due gruppi che incarnano la virilità citati all’inizio, che gli si dichiara apertamente:
Non voglio che tu mi fraintenda. All’inferno i soldi. Dimentica tutto questo... e bevve un sorso dal suo bicchiere. Avrei dovuto partire già da un mese, ma tu mi paralizzi e non riescoa muovermi. Non faccio che rimandare per poterti vedere. E possibile che sia così idiota?24

In qualche modo questo scambio delle parti, nel quale ³al†l diventa l’oggetto d’amore, è quello che lo porta a divenire maschio, a superare quel limite che lo farà diventare il corpo di una comunità. ³al†l, infatti, e senza che orami la narrazione si soffermi sui particolari come nelle sezioni precedenti, diventerà un miliziano, farà proprio il linguaggio maschile e arriverà persino a violentare una giovane donna. La completa scelta identitaria si cristallizza nella seguente frase, proferrita dal protagonista a suggello del cambiamento: “Amare la propia persona è odiare gli altri”.25 L’odio lo rende reale, in qualche modo autentico, o semplicemente esistente. ³al†l, inoltre, può esternarlo, contro tutti, contro nessuno, contro se stesso. E odiare gli altri è essere libero. Come afferma Julia Kristeva: “Lì, alle frontiere tra se stesso e gli altri, l’odio non lo minaccia. Egli gli tende un agguato, rassicurato ogni volta di scoprire che esso non manca mai all’appuntamento”.26 Essere sottomesso all’amore di un personaggio potente, lo rende schiavo, poiché attratto dalla “violenza del suo desiderio”. E tuttavia
Lo schiavo che odia il suo padrone è un uomo libero, anche se appartiene a questo padrone anima e corpo, è uno schiavo libero. Uno schiavo libero perché odia e rafforza il suo odio giorno dopo giorno. Più forte.
22 23

Converszione con Hoda Barak…t, 5 maggio 2010. H. Barak…t, Haºar aÿ-ÿa|k, op. cit., pp.125-126. 24 Ivi, p. 216. 25 Ivi, p. 227. 26 J. Kristeva, op. cit., p. 25.

Più forte. Sempre più forte. Pezzo dopo pezzo... Lo schiavo che odia il suo padrone ama la sua persona ed è libero. Più libero del suo padrone. Più elevato del suo padrone. Il padrone non lo raggiunge. E la libertà del padrone è come una zitella imputridita27

Il linguaggio di Barak…t si modifica così nell’epilogo: se fino a questo punto autore e narratore si sono fusi fra loro e ognuno di essi, a sua volta, si confondeva con ³al†l, fatto testimoniato dall’utilizzo della prima persona plurare, e, dove singolare, in modo che non fosse identificabile una marca di genere specifica, il cambiamento è altrettanto drastico nell’uso della prima persona; la narratora/Barak…t erompe sulla pagina a rincorrere vanamente il protagonista
L’accompagnatore di ³al†l aprì la portiera posteriore. Che Dio sia con l’ust…÷. Disse il giovane sposo. L’accompagnatore salì e mise in modo. Mi avvicinai al finestrino posteriore... ³al†l aveva i baffi e un paio di occhiali da sole. Gli dissi: dove vai? Ma non mi sentì. Sono io, gli dissi, ma non si voltò. L’auto si mosse e, dal finestrino posteriore, ³al†l sembrava avere spalle larghe nella sua giacca di cuoio marrone... L’auto si allontanò. ³al†l abbandonava la strada come se andasse verso l’alto.28

Nell’epilogo si attua la separazione fra protagonista e narratora/autrice. ³al†l perde proprio nel momento in cui abbandona il suo essere androgino per collocarsi in uno spazo sessualmente definito. La narratora lo ama proprio nel momento in cui lo vede perdente, perché ama comunque quella parte di sé che è la mascolinità. Anche Barak…t riassume dunque il suo genere definito. E il romanzo deve finire, poiché come afferma Barak…t stessa “Forse scrivere è quando posso essere entrambi contemporaneamente”.29
E ³al†l scomparve. Era diventato un maschio che ride. E io sono rimasta una donna che scrive. ³al†l, il mio amato eroe. Il mio amato eroe...30

Per il momento dunque l’Io e l’Altro da Sé restano inconciliabili. Non si tratta tuttavia di una sconfitta. Come confermano le parole di Barak…t stessa lo spazio dell’androginia è quello che le permette di scrivere, è un’ipotesi, una possibilità; e il futuro sta con coloro che credono che la conciliazione scaturisca dall’immaginare le possibilità piuttosto che dal delineare la storia.

27 28

Ivi, pp. 230-231. Ivi, pp. 234-235. 29 B. Withaker, op. cit. 30 Ivi, p. 235..

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