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CENTO ANNI DI PACE

La costruzione della Pace dal Novecento a oggi
Progetto per una mostra fotografica
realizzata dal Centro Studi Sereno Regis

In collaborazione con:

Fondazione Micheletti Brescia

Con il Patrocinio:

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CENTO ANNI DI PACE
La costruzione della Pace dal Novecento a oggi
Progetto per una mostra fotografica

L’idea

Cento anni di pace?!? Ma il Novecento non è stato il secolo più violento della storia umana?
Come possiamo dire che è stato un secolo di pace?
Ovviamente, non intendiamo solo le pause tra guerra e guerra, impregnate dei disastrosi
effetti della guerra precedente e dei germi infetti della successiva.
Non intendiamo le “paci” che i vincitori impongono ai vinti, perché non sono paci, ma l'essenza e
lo scopo finale di ogni guerra: imporre con la violenza la propria volontà al più debole. La «pace
d'imperio» (Raimond Aron, Norberto Bobbio) non è la pace che soddisfa il diritto umano universale
alla vita giusta e libera.
Quando questa sembra ai popoli un buon risultato è spesso un'illusione, perché la realtà
dimostra che «la vittoria non conduce mai alla pace» (Raimon Panikkar). La vittoria italiana nel
1918 fu la «madre del fascismo», come vantava lo stesso regime. La vittoria su Hitler nel 1945 tolse
tardivamente un male gravissimo, ma generò altri grandi mali come la Guerra Fredda, enormi
diseguaglianze umane, e la minaccia atomica sull'umanità.

Semi di pace

Che cosa intendiamo dicendo “cento anni di pace”? Vogliamo mostrare che «in mezzo alla
morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la
luce» (M.K.Gandhi) . In mezzo all'inferno della guerra persistono sorgenti genuine di pace giusta. E’
sbagliato disperare e lasciare che la violenza sia vista come regina della storia.
La migliore delle paci è quella invece della guerra, che si attua preventivamente col gestire i
conflitti senza violenza. Una pace desiderata come un sollievo, nonostante i suoi limiti, è quella che
viene dopo una guerra. Altrettanto coraggiosa e ammirevole è l'azione di pace fatta durante la
guerra, che pone le basi alternative e sostanziali per il superamento della logica distruttiva della
guerra stessa. Ci sono semi di pace nel travagliato cammino umano, che attendono di essere visti,
coltivati, curati. Non trionfano, ma promettono, perciò ci impegnano.
Cerchiamo queste azioni promettenti nel mezzo delle diverse violenze del Novecento. E le
riconosciamo in ogni atto che limita la violenza e riduce le sofferenze, ma specialmente le vediamo
nelle lotte nonviolente. Sono lotte perché non sopportano le ingiustizie e vogliono attivamente
liberarne le comunità umane. Sono nonviolente perché scelgono di non usare la violenza omicida e
distruttiva, ma le forze propriamente umane del coraggio, dell’empatia, dell'unità, della resistenza,
della disobbedienza civile, della organizzazione politica alternativa.

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Coerenza tra mezzi e fini

Caratteristica fondamentale della nonviolenza è l'omogeneità tra mezzi e fini, secondo
l'insegnamento e le esperienze di Gandhi: «I mezzi possono essere paragonati al seme, e il fine
all'albero; tra i mezzi e il fine vi è lo stesso inviolabile rapporto che esiste tra il seme e l'albero».
La cittadinanza nonviolenta ha come principio fondamentale la «non-collaborazione al
male», che esige il coraggio della disobbedienza civile all'ordine ingiusto: disobbedienza leale,
dichiarata, solidale, che è la prima arma nonviolenta. Infatti nessun potere, politico, economico o
militare, può imporsi se il popolo non collabora.
Questi principi sono fondamentali per una autentica democrazia, preziosa conquista storica,
riaffermata nel Novecento contro le dittature violente, ma tesoro delicato: infatti, la democrazia si
corrompe in «dittatura della maggioranza» (Alexis de Toqueville) , quando diritti e dignità delle
minoranze non sono rispettati; oppure quando la democrazia non è violenta all'interno ma lo è
verso l'esterno con politiche di dominio e di guerra.

Il superamento delle violenze

Uno degli obiettivi principali della nonviolenza, oltre il superamento delle violenze fisiche,
armate, oltre la lotta contro le violenze strutturali ed economiche, è combattere la violenza
culturale, la più profonda e nascosta, causa e giustificazione delle altre, che spesso si manifesta
nella rassegnazione mentale di fronte a ingiustizie e disuguaglianze. Per superare la violenza
occorre smettere di dare per scontato che la società sia per natura fatta di forti e deboli, di primi e
ultimi, di affermati e scartati, in totale competizione individuale e indifferenti al bene comune.

Proteggere la casa comune

Pacifisti e nonviolenti da sempre hanno manifestato contro i test nucleari e gli armamenti
atomici, a difesa della sopravvivenza umana. Nello stesso tempo, altri movimenti hanno dato vita
alle lotte per i diritti animali, per la protezione delle foreste, o contro i crescenti casi di
inquinamento causati dalle attività industriali. Tuttavia, la percezione di ‘essere in guerra contro
l’ambiente’ è nata, nel pensiero occidentale, molto tardivamente. La parola ‘ecocidio’ è recente:
altre comunità da sempre riconoscono in Gaia, Madre Terra, la fonte di vita e la casa comune che
ospita tutti i viventi.
Negli ultimi decenni un aumento drammatico di conflitti ha visto contrapporsi i detentori
del potere economico/finanziario e vaste comunità di contadini, pescatori, popoli indigeni, ma
anche comunità locali dei paesi ‘sviluppati’. In questi conflitti, gruppi sociali, associazioni,
movimenti che condividono strategie e obiettivi nonviolenti organizzano proteste, marce, iniziative
che – grazie alle crescenti reti di comunicazione – stanno assumendo dimensioni globali, e
propongono nuove modalità di relazione con i sistemi naturali che ci ospitano.

Il nostro obiettivo

Vogliamo evidenziare e far conoscere le realtà di nonviolenza attiva, positiva, poco
riconosciute nell'immaginario dominante di questi ultimi cento anni, per rendere onore a chi ha
lottato con questi mezzi per liberare l'umanità da ogni forma di offesa alla vita, alla dignità, alla
pace tra i popoli e con i sistemi naturali che ci ospitano.

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IL PROGETTO

«E’ solo con Gandhi che la nonviolenza assume esplicitamente anche una dimensione
politica e comincia ad essere sperimentata su larga scala: dapprima in India, poi nelle lotte per i
diritti civili negli USA con Martin Luther King, in Sudafrica con Nelson Mandela e Desmond Tutu,
nelle Filippine (1986) per cacciare Marcos, nei paesi dell’Est europeo per liberarsi dal giogo
dell’impero sovietico, imploso nel 1989, nella lotta secolare del movimento delle donne, nelle lotte
in difesa dell’ambiente, nella difesa dei diritti umani violati e così via, in un crescendo che attraversa
tutto il Novecento e continua ai giorni nostri.
Sull’onda di questi sviluppi, verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso nascono le prime
scuole di peace research, ispirate al paradigma della pace positiva e della nonviolenza, con il
contributo determinante del ricercatore norvegese Johan Galtung. Una decina di anni dopo, Gene
Sharp pubblica il suo famoso lavoro sulla “Politica dell’azione nonviolenta”, che verrà tradotto in
decine di lingue e ispirerà gli attivisti dei movimenti per la pace e la nonviolenza in ogni angolo del
mondo. La comunità di ricercatori, attivisti ed educatori che si richiamano esplicitamente alla
nonviolenza si è man mano estesa sino a costituire importanti reti internazionali che operano sia in
campo accademico, dall’alto, sia a livello non istituzionale, dal basso…». Così scriveva Nanni Salio,
presidente del Centro Sereno Regis di Torino ed esponente autorevole della nonviolenza italiana,
nel suo saggio Il futuro della nonviolenza.

Partendo dalla consapevolezza che nel XX secolo si è manifestata la violenza delle due
guerre mondiali, dei genocidi e delle distruzioni di massa, ma anche la novità della nonviolenza
come dottrina politica che si è tradotta in nuove modalità di lotta e di liberazione e per dare conto
di tutto ciò, il Centro Studi Sereno Regis ha promosso un lavoro di ricerca e di raccolta della
memoria storica dedicata alla costruzione della pace e allo sviluppo di forme di lotta e resistenza
nonviolenta nel Novecento, con l'obiettivo di realizzare una mostra fotografica atta alla
circolazione internazionale. Questa ricerca offrirà l'occasione per presentare alla società civile una
narrazione storica finora poco visibile. Una mostra, fatta di fotografie, manifesti, documenti,
potrà contribuire a maturare la consapevolezza che ciascuno dispone di un potere positivo per
uscire dallo stato di impotenza di fronte agli eventi negativi.
Per dare il proprio contributo civile e politico alla vita della collettività, è importante infatti
saper trovare nella storia, accanto alla violenza e alle devastazioni prodotte da guerre e genocidi
anche gli esempi di un diverso paradigma di pensiero e di azione, capace di trasformare in
profondità le strutture stesse della nostra cultura politica per orientarle alla pace.
La presentazione di esperienze e la conoscenza di processi positivi di pace possono infatti
essere occasione di stimolo per un ulteriore sviluppo della pace stessa.

Completerà la mostra un catalogo che raccoglierà e documenterà questo percorso storico,
a partire da una esposizione cronologica degli eventi e dei processi più significativi del Novecento,
cui seguiranno approfondimenti tematici.

Questa mostra potrà essere accompagnata da eventi collaterali a vari livelli, fino a porre le
basi per una esposizione permanente collegata alla rete internazionale dei Musei per la Pace.

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VISIONE

«La nostra memoria è selettiva. Si perde nel tempo restituendoci del passato solo ciò che
rafforza i nostri schemi mentali e le nostre convinzioni. Il problema della difesa si fonda in gran
parte sull’esperienza che ci proviene dal passato. Se la nostra memoria collettiva non conserva che
i fatti violenti, è evidente che le soluzioni che troveremo per l’oggi al problema della guerra non
potranno che essere soluzioni militari. Al contrario, se recuperiamo dal passato le tracce di un’altra
storia, di un’altra difesa, di una resistenza non militare che ha mostrato qua e là la sua efficacia nel
corso dei secoli, allora il moderno discorso sulla difesa non potrà che essere radicalmente
trasformato» (Jacques Semelin).

La storia della pace, che finora è stata indagata quasi solo dagli studiosi di area nonviolenta,
deve essere portata fuori dal cono d’ombra della storia di guerra, attraverso una documentazione
aggiornata sulla cultura della pace e sulle lotte nonviolente.

Per fare ciò Johan Galtung, sociologo norvegese fondatore del Peace Research Institute di Oslo,
propone alcuni criteri:

 vedere la pace come norma e la guerra come eccezione. Si veda anche quanto scrive in
proposito lo stesso Gandhi: «Il fatto che vi sono ancora tanti uomini nel mondo dimostra
che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore.
Dunque la prova più grande e più inconfutabile del successo di questa forza deve
essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo
continua ad esistere…»;
 vedere la pace dentro la guerra: ad esempio, i casi di fraternizzazione dei soldati al fronte
durante la prima guerra mondiale, i numerosi casi di “sangue risparmiato” (Anna Bravo) in
diversi contesti bellici;
 capire come mantenere la pace, come si può evitare che un conflitto degeneri in guerra;
 assumere l’ottica della storia controfattuale: cosa sarebbe accaduto se…. cosa si sarebbe
potuto fare, perché non è stato fatto….;
 affrontare l’analisi dei conflitti evidenziando i punti di vista e gli interessi di tutte le
parti coinvolte, sapendo riconoscere e facendo emergere le “verità” e gli obiettivi legittimi
di ciascuno;
 mettere in luce il legame sempre più stretto tra la violenza contro le persone e la violenza
contro l’ambiente.

Dal punto di vista dei contenuti, tra i nuclei critici appaiono di particolare rilevanza:
 riconoscere la violenza per contenerla: azioni contro la guerra e per il suo superamento
(obiezione di coscienza; art.11 della Costituzione; organizzazioni internazionali…); contro
violenze strutturali e culturali che promuovono e legittimano la guerra; contro la violenza
esercitata sugli altri viventi e sui sistemi naturali;
 aumentare la resistenza e costruire strutture e culture di pace: trasformazione nonviolenta
dei conflitti; difesa senza guerra (corpi civili di pace); educazione alla pace; giornalismo di
pace…;
 esempi di una società di pace, sostenibile e nonviolenta, che sappia recuperare le fonti
della vita nostra e di tutta la biosfera come “beni comuni” e garantire un’equa distribuzione
di potere e risorse per tutti.

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ALLESTIMENTO

La mostra sarà costituita da testimonianze fotografiche, che documenteranno alcuni episodi
significativi della costruzione della pace nel Novecento e nel nuovo secolo. Ad esse si
affiancheranno opere fotografiche e pittoriche d'autore, filmati, opere di videoarte, in modo da
rendere la mostra di facile fruizione e densa di suggestioni. L'allestimento della mostra sarà
organizzato in tre sezioni tematiche. Sono inoltre previsti alcuni approfondimenti su temi specifici,
che saranno allestiti presso singole scuole e/o spazi pubblici.

Prima sezione - No alla guerra: superare l’idea di nemico
- pace dentro la guerra; resistenza contro la guerra e resistenza civile. Il focus sarà sulla
prima e la seconda guerra mondiale: le origini – nel Novecento – dei movimenti di
resistenza contro la guerra (IFOR, WRI, Quaccheri, WILPF…); la resistenza civile durante il
nazifascismo; alcuni esempi attuali di “sangue risparmiato” in situazioni di violenza estrema
(commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica; Rwanda; resistenza nonviolenta in
Palestina; casi di protezione di minoranze nelle guerre attuali).
- movimenti e azioni nonviolente contro il militarismo, e per l’ obiezione di coscienza,
movimenti antinucleari; obiezione di coscienza dal secondo dopoguerra; resistenza
contro la guerra in Vietnam; contro la guerra in Iraq; campagne per il disarmo nucleare;
azioni dirette nonviolente.

Seconda sezione - “Satyagraha”: la forza della nonviolenza per costruire giustizia
- resistenza nonviolenta contro il colonialismo, da Gandhi ai movimenti per la
decolonizzazione in Africa, in Asia, nelle Americhe e in Australia.
- movimenti per i diritti civili e la giustizia economica e sociale: contro le discriminazioni
razziali e l'apartheid (M.L. King…); i movimenti femministi; i diritti LGBT; le lotte sindacali dei
lavoratori; le lotte contro la globalizzazione del liberismo; le lotte per il diritto alla terra;
proposte ed esperienze di economia nonviolenta.
- resistenza nonviolenta contro occupazioni, dittature e totalitarismi: il 1989; Cina e
Tibet; Myanmar; Saharawi; Indonesia e Timor Est; Filippine; Nepal; Cile; primavere arabe…

Terza sezione - Gaia, la nostra casa comune: fare la pace con la Natura
- resistenza contro le violenze verso i socio-eco-sistemi: campagne contro il nucleare
civile; azioni contro gli inquinamenti industriali, manifestazioni contro le grandi dighe e il
land-grabbing.
- dall’ecocidio all’inclusione: azioni per i diritti animali; sviluppo dell’eco-femminismo; difesa
dei popoli indigeni e dei loro ecosistemi; riconoscimento dei diritti di Madre Terra; protezione
della stabilità climatica.

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Il comitato scientifico

Elena Camino
Già docente di Didattica delle Scienze Naturali dell’Università di Torino. Membro del Centro Interuniversitario
Iris e del Centro inter-ateneo di Studi per la Pace (CISP).

Dario Cambiano
Educatore. Laureato in scienze della comunicazione. Responsabile del progetto Irenea, cinema e
arte perla pace del Centro Studi Sereno Regis(CSSR).

Paolo Candelari
Ricercatore di pace presso il CSSR, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione(MIR)
e del Movimento Nonviolento (MN).

Angela Dogliotti
Già insegnante di storia nella scuola secondaria superiore. Fa parte del MIR e del MN. E’ stata
membro della Peace Education Commission dell’IPRA. Presidente del CSSR.

Enrico Peyretti
Saggista e filosofo. Membro dell'Italian Peace Research Institute (IPRI), del MIR, del MN e del CISP.
Direttore del mensile “il foglio” dal 1971 al 2001.

Massimo Rubboli
Storico, già docente dell’Università di Genova. Membro del Comitato Internazionale della Peace History
Society dal 1995 al 2008.

Del comitato scientifico ha fatto parte anche Giovanni Salio, già ricercatore di Fisica dell’Università di
Torino e presidente del CSSR dal 1982 fino alla morte, avvenuta il 1 febbraio 2016. Impegnato nelle
lotte nonviolente dagli anni'60 a oggi, è stato l'infaticabile animatore e ispiratore del CSSR.
Il suo contributo all'impostazione della mostra è stato e resta determinante.

Il gruppo di lavoro
Loredana Arcidiacono, Massimiliano Bosi, Massimiliano Fortuna, Marco Labbate, Martina Lanza, Zaira
Zafarana (ricerca documentazione e materiali fotografici) Fabio Poletto (traduzioni)

“Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla
forza delle armi, ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e più
inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre
che si sono svolte nel mondo, questo continua ad esistere”
Mohandas Gandhi

“C’è bisogno di tenere da conto ogni forma di attivismo per smontare l’idea malsana che quando
c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo – come se la pace fosse un dono
della fortuna o un vuoto fra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel
lavorio stesso”
Anna Bravo

I CONTENUTI DELLA MOSTRA
Le pagine che seguono offrono una indicazione di massima dei contenuti presenti nelle tre
sezioni della mostra. Per ogni parte vengono proposte una introduzione generale al tema e alcuni
casi storici esemplificativi.

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PRIMA SEZIONE

No alla guerra: superare l’idea di nemico

Prima parte: La pace dentro la guerra e la resistenza civile

“Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione che
potrebbe giungere non tanto da teorie e posizioni astratte, quanto dalla incerta, tremolante e
spesso flebile luce che alcuni uomini e alcune donne nella loro vita e con il loro operare accendono
pressoché in qualsiasi circostanza e diffondono durante il tempo che è stato loro concesso”
Hannah Arendt
La riflessione di Hannah Arendt introduce bene il tema, che vuole mettere in luce i comportamenti
di pace che si sono manifestati nel contesto delle due guerre mondiali. La prima guerra mondiale
ha visto infatti estese forme di opposizione sia tra i soldati, sia nel fronte interno. I casi di contatto
umano e di fraternizzazione tra le opposte trincee appaiono come vitali e spontanei anticorpi
contro la propaganda de-umanizzante e la violenza
brutale subìta dai soldati al fronte. Esse si
accompagnano alle diverse forme di protesta contro
la guerra (ammutinamenti, autolesionismo,
diserzioni…), ma di questo rifiuto esprimono, insieme
alle prime forme di obiezione di coscienza, il lato più
radicalmente alternativo alla logica stessa della
guerra.
Sul fronte interno si distinguono le proteste animate
soprattutto dalle donne e le iniziative delle
femministe pacifiste che chiedono, fin da subito, una
pace negoziata, senza vincitori né vinti. Nella foto,
una parte della delegazione delle donne a Berlino,
dopo il Congresso dell'Aja del 1915.

Anche nel corso della seconda guerra mondiale si possono trovare casi di “pace dentro la
guerra”, come possono essere considerate le forme di resistenza civile, un concetto storiografico
che ha cercato di identificare le modalità non distruttive
messe in atto per opporsi alla violenza della guerra e
dell’occupazione nazi-fascista.
Tra i casi di resistenza civile si possono ricordare la
protezione ai soldati sbandati e ai prigionieri, agli ebrei
perseguitati, gli scioperi operai, il rifiuto di obbedire agli
ordini e di prestare giuramento, l’appoggio alle
formazioni partigiane, la diffusione della stampa
clandestina, la creazione di strutture parallele…
Uno dei casi più straordinari è il salvataggio degli ebrei
danesi, nascosti e trasferiti in Svezia su barche come
questa. (Foto del 1993, scattata davanti allo Yad Vashem
di Gerusalemme).

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Seconda parte: antimilitarismo, obiezione di coscienza, movimenti antinucleari

Il secolo scorso è stato caratterizzato dal crescente fenomeno del militarismo, ossia dalla
pervasività dell'elemento militare e dalla abnorme struttura creatasi a partire dalla leva obbligatoria
(il “popolo in armi”) e coinvolgente struttura politica, economica, tecnologica, fino a creare quello
che già Eisenhower nel 1960 definì “complesso politico-militare-industriale”. Il militarismo ha visto
però una forte opposizione, di cui l'obiezione di coscienza costituisce il caso più emblematico.

I primi casi di obiezione di coscienza si ebbero durante
la prima guerra mondiale: ma fu dopo la seconda guerra
mondiale che il fenomeno si diffuse.
Nel 1949, in Italia, Pietro Pinna (nella foto) non fu il
primo obiettore, ma il primo a trovare l'attenzione dei
media; grazie alla sua obiezione venne presentata per la
prima volta al Parlamento italiano una proposta di legge
per riconoscere l’obiezione di coscienza.

Nel 1965 scoppiò il caso don Milani (nella foto), che scrisse una lettera ai cappellani militari nota
come “L’obbedienza non è più una virtù” in cui sostenne
il dovere di obiettare ad ordini ingiusti. Alla campagna
per il riconoscimento dell’o.d.c. si uniranno uomini di
cultura, religiosi, e politici fin a che nel dicembre 1972
verrà approvata la legge.
Nel 1982 i movimenti nonviolenti italiani lanciarono la
campagna di obiezione di coscienza alle spese militari;
con essa si pose il problema dell’alternativa nonviolenta
alla difesa militare; favorì l’istituzione della “difesa civile
non armata e nonviolenta”
Tra i grandi momenti di mobilitazione antimilitarista, le
campagne per il disarmo nucleare, che ebbero tra gli
ispiratori e guida il filosofo inglese Bertrand Russell e la CND
(Campaign for Nuclear Disarmament) che ha organizzato
marce in molte parti del mondo negli anni ’50 e ’60, e
contribuì ad una presa di coscienza generale della follia della
corsa alle armi atomiche: il risultato fu una serie di trattati
per la limitazione di queste armi, tra cui il trattato di non
proliferazione.

Un grande movimento sorse contro la guerra in Vietnam,
soprattutto negli Usa, dove si ebbero episodi di
obiezione di coscienza collettiva. Un altro grande
movimento di massa per la pace è stato quello contro la
guerra in Irak, nel 2003, con marce e manifestazioni in
tutte le città del mondo.
Tra le iniziative di alternativa alla guerra citiamo la
campagna Kossovo, organizzata da alcune
organizzazioni italiane(MIR, Pax Christi, Beati i
Costruttori di pace) nel 1993 per dare sostegno alla resistenza nonviolenta e cercare una soluzione
nonviolenta al conflitto.

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Terza parte: alcune esperienze di “sangue risparmiato” nella seconda metà del
Novecento

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione in Sudafrica
“Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa,
non possiamo permettere che le ferite del passato
arrivino a suppurazione. Devono essere aperte.
Devono essere pulite. Devono essere spalmate di
balsamo perché possano guarire. Questo non
significa essere ossessionati dal passato. Significa
preoccuparsi che il passato sia affrontato in modo
adeguato per il bene del futuro” (Desmond Tutu).

La protezione dei perseguitati nel genocidio del Rwanda
Pierantonio Costa, imprenditore di successo, cui l’Italia
aveva affidato la rappresentanza diplomatica , è stato
console a Kigali dal 1988 al 2003. Si trovava dunque
sul posto nei cento giorni cruciali del Ruanda, tra il 6
aprile e il 21 luglio 1994. In tre mesi, un milione di
morti, massacri e violenze di ogni genere. Pierantonio
Costa comincia a girare per il paese cercando di
mettere in salvo il maggior numero di persone
possibile. In particolare si attiva per mettere in salvo
due gruppi di bambini: i 600 che si trovavano
nell’orfanotrofio di Nyanza, affidati ai padri
rogazionisti e i 750 raccolti nel campo della Croce
Rossa a Butare.
In tutto riesce a portare in salvo quasi 2000 persone. E mentre lui viaggiava per la capitale nel
caos, andava avanti e indietro tra Ruanda e Burundi per accompagnare le persone alla frontiera, la
sua famiglia nascondeva in casa una quindicina di tutsi.
“In mezzo a tanta violenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Questo, e niente di più” (Pierantonio
Costa)

The Parents Circle, Palestinian-Israeli Bereaved Families for Peace

Il lavoro per una pace giusta nel conflitto
palestinese-israeliano dell’associazione The Parents
Circle,: famiglie palestinesi e israeliane provate dal
dolore per la perdita di un familiare nel corso del
conflitto, che sanno riconoscere la sofferenza
dell’altro come simile alla propria e collaborano
insieme per contenere la violenza e trovare
soluzioni accettabili per entrambe le parti.

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SECONDA SEZIONE

“Satyagraha”: la forza della nonviolenza per costruire giustizia

Prima parte: Resistenza nonviolenta contro il colonialismo

Il processo di decolonizzazione iniziò nel periodo tra le due guerre ed ebbe caratteri molto diversi
da paese a paese. Epocale fu la rivolta dell'India, che fu di esempio a molti altri paesi. In Africa
l'indipendenza si conquistò grazie anche a un processo di democratizzazione crescente della
politica internazionale. In America e in Australia, però, non si può parlare di decolonizzazione: i
popoli nativi furono quasi totalmente annientati. Ma anche lì si ebbero rivendicazioni e richieste di
autonomia. Bisogna tuttavia ricordare che la raggiunta indipendenza politica spesso non significò
affatto aver raggiunto la liberazione dallo sfruttamento commerciale da parte dell'Occidente.

E' nella seconda metà del Novecento che con
determinazione si impongono movimenti che
riescono a far riconoscere la realtà di secoli di
colonizzazione e sfruttamento. In Africa, Patrice
Lumumba, John Luthuli, Kenneth Kaunda sono i
leader dell'opposizione allo sfruttamento bianco, e
spesso pagarono con la vita, come Steven Biko.
Ma anche alcuni europei agirono per liberarsi da quel
peso secolare, come gli uomini che rifiutarono la
guerra d'Algeria. Jacques de Bollardière, Jean Pezet,
divennero simbolo di un rifiuto possibile, di una storia
che si poteva riscrivere. Nella foto, Patrice Lumumba catturato dai ribelli

In Asia, impossibile non ricordare come Mohandas Gandhi riusci a
guidare il suo popolo nella liberazione dal giogo inglese. E più a
nord, in Pakistan, brillò la luce di Abdul Gaffar Khan. Nella foto,
Gandhi con Gaffar Khan

Abdul Gaffar Khan era un guerriero Pashtun, un popolo nomade ai
confini tra Afghanistan e l'India. Da sempre oppositori degli inglesi,
i Pashtun erano una vera e propria spina nel fianco per i colonialisti.
Quando Gaffar Khan, nel 1919, conobbe Gandhi, fu convinto dalle
sue idee. Le portò al suo popolo, e da quel momento iniziò una
lotta nonviolenta anticoloniale e determinata a non favorire la
partizione dell'India. Pagò la scelta dell'opposizione nonviolenta
con oltre trenta anni di carcere. Rappresenta un esempio
fondamentale di lotta nonviolenta ispirata all'Islam.

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La guerra d'Algeria scatenò vibranti proteste in tutta
Europa. La Francia fu accusata di usare la tortura
sistematica contro i ribelli nordafricani. Il generale di
brigata Jacques de Bollardière, per protestare contro tali
aberranti pratiche, rifiutò l'incarico assegnatogli. Fu
condannato al carcere duro. Uscitone, si dimise e diventò
un fervente pacifista.

L'indipendenza dei Nativi Americani fu sostanzialmente impossibile.
Ridotti nelle riserve già a metà 800, nel 900 ottennero
progressivamente il riconoscimento dei diritti civili (ancora a inizio
900 non avevano la cittadinanza statunitense), ma, al di là di
simboliche concessioni territoriali, non rientrarono mai più in
possesso delle loro terre.

Nella foto, Deskaheh, indiano Cayuga e presidente della Lega delle
Sei Nazioni, fu il primo nativo americano a essere ascoltato da
un organismo internazionale, la Lega delle Nazioni, nel 1923

Le lotte per il riconoscimento dei diritti civili in Nord
America si intensificarono, con marce, proteste,
occupazioni: le più famose, quella di Alcatraz,(cui si
riferisce questa foto) del 1969, e quella di Wounded
Knee del 1973

.

Ancora più difficile e meno conosciuta la situazione
per i nativi australiani. Lo stesso per i popoli
dell'America Latina, le cui proteste per la
rivendicazione dei diritti civili iniziarono a fine
secolo.

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Seconda parte: Diritti civili e giustizia economica e sociale

Difficile rendere conto della vastità delle lotte
popolari nonviolente attuate, fin dagli albori del
secolo, per i diritti civili delle persone e per una
maggiore giustizia sociale.
Si cominciò con i diritti politici delle donne, con
il movimento delle suffragiste; per poi iniziare una
lunga e mai terminata lotta per i diritti dei
lavoratori; dopo la seconda guerra mondiale, con
il mutare radicale delle società si affrontò il
secolare problema dei diritti degli afroamericani;
con gli anni sessanta prese nuovo vigore la lotta
per l'affermazione dei diritti delle donne, mentre nasceva quella per i diritti GLBT; intanto, in Africa,
si completava il percorso di emancipazione degli africani con la lotta anti-apartheid di Mandela;
negli anni più recenti si va affermando il diritto alla terra nei paesi sudamericani, mentre in
occidente si lottò e si lotta ancora contro la globalizzazione, da Seattle al movimento Occupy.

Nelle foto, una manifestazione di suffragiste, e
un momento della lotta nonviolenta dei neri
americani per il riconoscimento dei loro diritti. In
basso, la lotta dei Sem Terra, in Brasile, nata nel
1984

Danilo Dolci, un esempio italiano di lotta
nonviolenta, tanto da essere soprannominato il
Gandhi della Sicilia. Nel 1952 inizia una serie di
lotte nonviolente contro la mafia e il
sottosviluppo. Famoso il suo sciopero della fame
accanto al letto di un bambino morto per la
denutrizione. Nel 1956 dà vita al primo sciopero
della fame collettivo in Italia, contro la pesca di
frodo mafiosa che privava i pescatori dei mezzi
di sussistenza. A Partinico (nella foto), inaugura
lo Sciopero alla Rovescia: i contadini scendono
in strada per ricostituire una strada comunale
dissestata.

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Terza parte: resistenza nonviolenta contro occupazioni, dittature e totalitarismi

Dagli anni '80 del 900 in poi, si intensificano i casi di lotte
nonviolente in ogni parte del mondo.
Le lotte iniziate in Polonia con Solidarnosc nei primi anni
1980 si estendono man mano agli altri Paesi dell'Est
europeo e culminano, nel 1989, con il crollo del muro di
Berlino. E' la più grande trasformazione delle relazioni
internazionali avvenuta nella storia realizzata mediante il
“potere della nonviolenza”.

In un'altra parte del mondo, in Cina, nel giugno 1989
gli studenti manifestano contro il regime con un
digiuno collettivo occupando piazza Tienanmen,
ispirandosi anch'essi alle tecniche di lotta nonviolente.

Nella foto, il famoso ragazzo che si oppose all'arrivo
dei carri armati su piazza Tienanmen

Nel sudest asiatico, Aung San Suu Kyi si oppone con
determinazione alla dittatura militare e i monaci buddhisti
guidano le proteste nonviolente della popolazione.

Ancora in Asia, in Indonesia contro il regime di Suharto e
a Timor Est per l'indipendenza dall'Indonesia si sviluppano
imponenti lotte nonviolente nel corso degli anni '90.
Nella foto a sinistra: nel 2007 prese vita, in Myanmar, la
“rivoluzione zafferano” (nella foto), una protesta
nonviolenta attuata in prevalenza dai monaci buddhisti,
per chiedere alla giunta dittatoriale un'apertura
democratica.

Anche Medio Oriente e Nord Africa sono
attraversati da movimenti di lotta nonviolenti:
dall'Intifada in Palestina alle primavere arabe.
Sono lotte ancora in corso, con alterne vicende di
parziale successo e insuccesso.

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TERZA SEZIONE

Gaia, la nostra casa comune: fare la pace con la Natura

Nel Novecento una minoranza dell’umanità ha prodotto trasformazioni globali del pianeta di
qualità e intensità enormemente superiori a ogni altro periodo della storia umana. A produrre
questa ‘impronta umana’ hanno contribuito una visione del mondo frammentata e meccanicistica e
la disponibilità di abbondanti fonti concentrate di energia, in grado di produrre grande potenza
(per scavare, pompare, trasportare, trasformare…). Le trasformazioni del “naturale” a favore
dell’“artificiale” hanno contribuito a ridurre la biodiversità, a svuotare preziosi serbatoi di risorse, a
inquinare acqua, aria, suoli. Perturbazioni locali producono esiti globali, di cui il cambiamento
climatico è solo uno degli esempi.
In questo periodo (lungo per l’umanità, brevissimo per la Terra) le iniziative a difesa dell’ambiente –
l’ambiente come natura e l’ambiente come fonte di vita – si sono sviluppate numerose e variegate.

Prima parte: contro la distruzione dell'ambiente

Contro il nucleare A partire dagli anni ’60
e’70 furono tantissime le proteste pubbliche
contro i test nucleari: prima rivolte contro
l’uso di armi atomiche, poi sempre più per
esprimere dissenso anche all’uso ‘pacifico’
dell’energia nucleare. Dalla marcia di
Aldemarston, (1958), alle 50.000 donne della
Women strike for peace, (1961); fino a metà
degli anni '70, con le dimostrazioni contro gli
impianti nucleari in Francia e in Germania
Ovest, con centinaia di migliaia di dimostranti.
Nella foto la protesta anti-nucleare a Bonn,
1979

Contro la deforestazione Chipko (abbraccia gli alberi) è uno
tra i più noti movimenti a difesa delle foreste. E’ nato in India, ai
piedi dell’Himalaya, dove le donne di alcuni villaggi, seguendo
una antica tradizione, decisero di difendere gli alberi dalle scuri
e dalle seghe proteggendo i tronchi con il loro corpo. Da loro
trasse esempio il Movimento Appiko, che salvò ampie zone di
foresta nel Sud dell’India, in Kerala. “[…] the contractor says:
“You foolish village women, do you know what these forests
bear? Resin, timber, and therefore foreign exchange! ”The
women answer: “Yes, we know. What do the forests bear? Soil,
water, and pure air. Soil, water, and pure air”

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Contro le grandi dighe Ovunque i progetti di
costruzione di grandi dighe incontrano
l’opposizione delle popolazioni locali e dei
movimenti ambientalisti. L’’opposizione alle grandi
dighe coinvolge tantissime comunità, soprattutto
in Asia e in America Latina. Nella sola India decine
di milioni di persone sono state “dislocate” a
causa dell’allagamento di ampie aree fertili
causato dagli sbarramenti creati dalle dighe. Il
Narmada Bachao Andolan è un movimento di
contadini, ambientalisti
e difensori dei diritti umani che da decenni si
oppone in modo nonviolento (satyagraha) alla costruzione di
dighe sul fiume Narmada

Seconda parte: azioni in difesa dei diritti

Dichiarazione universale dei diritti degli animali: , documento sottoscritto
il 15 ottobre 1978 presso la sede dell'UNESCO a Parigi.
Peter Singer (Liberazione animale, 1975) e Tom Regan (I diritti animali,
1990) hanno contribuito – con prospettive diverse - a promuovere
maggiore sensibilità e rispetto per le forme di vita animale.

Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra
Nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia, vigenti rispettivamente dal 20
ottobre 2008 e dal 7 febbraio 2009, vengono disciplinati per la
prima volta i diritti della natura. Essa passa da oggetto a soggetto
titolare di situazioni giuridiche,
aprendo un nuovo capitolo nella storia del diritto. Le
basi filosofiche di questa novità giuridica si
rintracciano nella cosmovisione dei popoli andini, che
riconoscono in Pacha Mama, la Grande Madre.

Intersezioni e conclusioni

Insieme contro il nucleare
Movimenti pacifisti e movimenti ambientalisti riconoscono obiettivi
comuni. Le proteste nonviolente contro l’uso dell’energia nucleare –
civile e militare – trovano presenti insieme i rappresentanti dei
movimenti per la pace e i sostenitori della difesa dell’ambiente.

La difesa dei socio- ecosistemi
Il 13 settembre 2007 l’Assemblea Generale
dell’ONU adotta la Dichiarazione delle
Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni. Negli anni successivi diventa
sempre più evidente che proteggendo i diritti di queste popolazioni si
contribuisce a salvaguardare gli ecosistemi del pianeta Terra, e a
conservare il delicato equilibrio di Gaia, la nostra casa.

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I PARTNER

Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale
(C.D.M.P.I.), fondato a Bologna negli anni '90, è l'associazione che ha costituito la
raccolta dei manifesti pacifisti (nazionali e internazionali), successivamente donata
al Comune di Casalecchio di Reno, per conto del quale ora ne cura
l'aggiornamento e la catalogazione, nonché il loro utilizzo per l'allestimento di
mostre. (http://casaperlapacelafilanda.it/)

Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di
gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e
internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento
dallo spirito di violenza. Per questa via il Movimento persegue lo scopo della
creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo
di ciascuno in armonia con il bene di tutti. (http://nonviolenti.org/cms/)

La Rete Internazionale di Musei per la Pace (INMP) è un’organizzazione senza scopo
di lucro che punta a costruire una cultura globale della pace fortificando il lavoro dei
musei per la pace. La fondazione è stata istituita dal 1992 e concesso lo status
consultivo speciale con l'ECOSOC delle Nazioni Unite nel 2014. INMP è una rete
mondiale di musei di pace, giardini di pace e altri siti correlati pace, centri e
istituzioni che condividono lo stesso desiderio di costruire una cultura globale di
pace(http://www.museumsforpeace.org/)
Il Forum Trentino per la Pace e i diritti umani è nato nel 1991 per volontà del
Consiglio Provinciale di Trento, che ha deciso di dotarsi di uno strumento per
mantenere vigile l’attenzione sulle tematiche legate alla pace. Diritti umani,
solidarietà, cittadinanza attiva e responsabilità sono alcuni dei termini chiave che
guidano da anni le attività del Forum. Associazioni, istituzioni, enti pubblici e
privati, ricercatori e docenti si incontrano periodicamente per confrontarsi sulle
linee guida e sulle attività da realizzare attraverso il Forum. www.forumpace.it/

Pax Christi è un movimento cattolico internazionale per la pace, nato in Francia nel
1945.
Scopi iniziali del movimento erano la preghiera e la riconciliazione. La prima
campagna organizzata fu Pax Christi in Regno Christi con lo scopo di riconciliare
francesi e tedeschi dopo la seconda guerra mondiale
Attualmente il movimento è presente in tutti e cinque i continenti, ha sezioni in
diciannove stati,
Emergency è un'associazione
mentre in altri
italiana
sette indipendente
vi sono gruppie neutrale,
associati che
ed inoffre
diecicure
gruppi
affiliati.
medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle
mine antiuomo e della povertà.
Emergency promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Dal
1994 a oggi Emergency ha curato oltre 7,5 milioni di persone.

La FEI (Federazione Esperantista Italiana) fu fondata nel 1910 e nel 1956 fu
riconosciuta quale Ente Morale (DPR n° 1720).
Come federazione di circoli locali, aderente all'Associazione Mondiale di Esperanto,
si propone di favorire la pacifica e fattiva convivenza tra popoli e nazioni, attraverso
la piena intercomprensione linguistica, resa possibile dall'uso dell'Esperanto, lingua
neutrale di facile apprendimento per tutti.

La Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, nata nel 1981, è un centro di ricerca
sull'età contemporanea, specializzato nella raccolta e comunicazione del patrimonio
material e immateriale del XX e XXI secolo. Ricerca scientifica e selezione del
patrimonio sono orientate dalla volontà di comprendere, far conoscere e conservare
quanto, pur vicino a noi e storicamente decisivo, rischia di rimanere memoria di
pochi: le ideologie del lungo Novecento, le guerre, l'ambivalenza del progresso
tecnico, l'industrializzazione, le voci e i volti del lavoro, l'avvento dei consumi, la crisi
ambientale.

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Il Coordinamento Comuni per la Pace (Co.Co.Pa) è un insieme di Enti Locali della
Regione Piemonte impegnati nella promozione della cultura della pace e dei diritti
umani e nellacooperazione per lo sviluppo umano e sostenbilie nel mondo.

Ufficio Intercomunale Pace c/o Comune di Torimo
Tel. 011/4432588 Fax011/4432599
segreteria@cocopa.it
cocopa@comune.torino.it
Il Gruppo ASSEFA Torino è un’Associazione di Volontariato iscritta al Registro della
Regione Piemonte che dal 2005 collabora con l’ASSEFA India (Association For Sarva
Seva Farms), una ONG Indiana gandhiana, impegnata a sostenere l’auto-sviluppo
economico, umano e sociale delle comunità rurali più povere. In Italia l’ASSEFA
Torino svolge opera di divulgazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di
formazione dei giovani sulle relazioni tra sostenibilità e nonviolenza e
sull’inscindibilità del binomio ‘ecologia – equità’. elenacamino1946@gmail.com;
www.assefatorino.org
WAR Resisters’ International lavora per un mondo senza guerra. Siamo una rete di
pacifisti e antimilitaristi che comprende più di 90 gruppi in 40 Paesi. Restiamo fedeli
all’impegno del 1921, secondo il quale “la guerra è un crimine contro l’umanità. Io
sono perciò determinato a non sostenere alcun tipo di guerra, e a impegnarmi per
rimuovere tutte le cause di guerra.” Tutte le guerre, anche quelle di ‘liberazione’ e di
‘intervento militare umanitario’ vengono usate per favorire poteri politici o interessi
economici. Ogni guerra porta a sofferenze, distruzioni, e nuove strutture di
dominazione. https://www.wri-irg.org/en

Fondato in risposta agli orrori della guerra in Europa, e percependo la necessità di
riconciliazione nel mondo, i fondatori di IFOR formularono una visione della
comunità umana basata sulla convinzione che l’amore in azione ha il potere di
trasformare strutture politiche, sociali ed economiche ingiuste. I membri di IFOR
condividono una visione del mondo in cui i conflitti sono risolti con metodi
nonviolenti, in cui i sistemi che alimentano la paura e l’odio vengono smantellati, e
dove la giustizia viene considerata una base per la pace. Pur appartenendo a
diverse tradizioni religiose, condividiamo la convinzione del potere trasformativo
della nonviolenza e della riconciliazione. IFOR ha gruppi e aderenti in 40 Paesi, in
tutti i continenti; tra i suoi membri vi sono appartenenti a tutte le grandi tradizioni
spirituali, e anche persone che attingono ad altre fonti spirituali per la loro adesione
alla nonviolenza. www.ifor.org/
Pro Natura Torino è un’associazione apartitica e senza fini di lucro (ONLUS),
costituita da soli volontari, che ha come scopo la tutela dell’ambiente naturale in
tutti i suoi aspetti, ed in particolare il miglioramento dell’ambiente di vita dell’uomo.
È operante dal 1948 come “Sezione Piemontese del Movimento Italiano per la
Protezione della Natura” e si è costituita associazione con l’attuale denominazione
nel 1958. http://torino.pro-natura.it/

Fondato alla fine del XIX secolo in Belgio, Il Mundaneum è diventato - durante la
prima metà del XX secolo - la culla di istituzioni internazionali umaniste.
Attualmente è un centro d’archivio, di documentazione e spazio espositivo, e
conserva materiale dal repertorio bibliografico universale iscritto nel registro
Memoria del Mondo dell'UNESCO; dal Museo Internazionale della Stampa; dai fondi
dedicati all'anarchia, al femminismo e al pacifismo; da libri, manifesti, fotografie,
cartoline, ecc. https://it.wikipedia.org/wiki/Mundaneum
La mostra Senzatomica. Trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi
nucleari è uno degli eventi più importanti promossi dall’Istituto Buddista Italiano
Soka Gakkai nell’ambito della campagna per l’abolizione delle armi nucleari.
I suoi scopi sono informare, far riflettere e stimolare un percorso di empowerment,
affinché le persone comprendano che è un loro diritto e dovere esprimere la propria
opinione ed assumere un ruolo attivo nella protezione della sacralità della vita.
Senzatomica è stata allestita in 75 comuni italiani (tra i quali Roma, Firenze, Milano,
Napoli, Bologna, Cagliari, Bari) accogliendo oltre 365.000 visitatori dei quali 138.000
studenti delle scuole elementari, medie e superiori.

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