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Ciò che il mare mi ha restituito

Massimo Citi

Era la luce, luce piena di un pomeriggio d'estate, ammorbidita
dalle grandi tende bianche mosse dal vento. Ciò che non avrebbe
dovuto essere lì, ciò che non avrei mai voluto vedere.
Avevo aperto lentamente con una cauta solennità che mia
moglie e mia figlia spiavano sorridendo e trattenendo il fiato, come
bambine finalmente ammesse nella stanza dei regali. Mi sentivo
esattamente così: un papà da illustrazione di un libro natalizio,
sorridente, lieto di essere la guida a una felicità eterna per un
istante.
Ci attendevamo il buio, le grandi finestre rivolte al mare silen-
zioso. Invece ad accoglierci la luce. Bianca, muta come un errore
imperdonabile.

Il proprietario della casa era un uomo poderoso, dai movimenti
meditati. Probabilmente amava leggere, sostare in una vecchia pol-
trona davanti alle finestre aperte. Aveva occhi azzurri, poco pro-
fondi, di chi non si rammarica sul passato e accetta il futuro, che
non si chiede perché ma soltanto come. Come fare a superare anche
questo problema, come resistere, come continuare a vivere.
Quando lo incontrai erano passati sei mesi dai funerali delle due
bambine. Mi attendevo un padre piegato dalla sorte, una marionetta

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appena dotata del raziocinio necessario a porre una firma per libe-
rarsi della casa estiva dov'erano scomparse. Non fu così.
Durante il breve viaggio avevo immaginato il mio imbarazzo, la
mia fatica, il mio tentativo di dimenticare di essere anch'io padre di
una bambina, ma sapevo anche che avrei desiderato interrogarlo,
sondare i confini del suo dolore per sapere cosa si prova a tornare
improvvisamente sterili, ad avere visto svanire in un unico istante il
proprio futuro.
Giunsi all'incontro nervoso, salutai il giovane e impaziente notaio
e mi sedetti sulla poltrona di pelle rossa.
Mi salutò con un cenno ed un buongiorno appena sussurrato.
Aveva gli occhi fissi sullo spigolo di legno ben lucidato della scri-
vania del notaio, lo sguardo di un uomo con un pensiero fisso, un
pensiero che non lo abbandona neppure per un istante. Era
distratto, era evidente, ma stranamente sicuro, sbrigativo, come se
avesse altre cose più importanti da terminare.
Il prezzo della costruzione era già stato fissato dalle agenzie e a
noi non restava che ratificare il passaggio di proprietà.
Firmai in fretta, con uno scatto nervoso della mano mentre lui lo
fece con una leggera esitazione, sufficiente a creare una punta di
imbarazzo nel notaio e in me.
Ci scambiammo le parole strettamente necessarie ma non riuscii
minimamente a definire il suo stato d'animo.

Quante volte capita di chiedersi: se avessi in quel momento
deciso diversamente, fatto qualcos'altro, preso un'altra direzione?
La vita è fatta di strade non percorse, di bivi lasciati dietro di sè.
Se quel giorno non avessi preso l'auto, se non fossi arrivato là, se,
se, se
Un arbusto sottile dalle radici irraggiungibili, pietrificate oltre il
limite del presente.

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– Distratto, ecco, non potrei dire altro, di lui.
– Beh, è ciò che ci si potrebbe aspettare, non credi? Anche la
moglie avrà i suoi problemi... così, non so...
Mi strinsi nelle spalle. – No, hai ragione, ma a essere sincero non
avrei detto che stesse preoccupandosi, o ritornando per l'ennesima
volta con la mente sul luogo dell'incidente. Aveva i modi di chi è alle
prese con un grosso problema e non vuole distrazioni.
– Sarà il suo modo di superare lo choc, di sopravvivere.
– Certo, è possibile.
Non avrei saputo come descrivere a mia moglie la curiosa impres-
sione che quell'uomo mi aveva fatto, così non mi ostinai e, dopo un
breve bacio, mi girai dall'altra parte per addormentarmi.
Nervosismo, probabilmente, non altro che una punta di eccita-
zione. La mattina dopo avremmo raggiunto la casa. Un'ora d'auto,
una veloce puntata all'agenzia immobiliare a prendere le chiavi e
poi. La casa era in buone condizioni, ero già stato là con un impie-
gato dell'agenzia. Sapeva di umidità, di polvere, di vento rinchiuso,
di salsedine.
Dal ricordo scivolai inavvertitamente nel sogno.
Nella luce di un pomeriggio di inizio primavera. Le due bambine
correvano sul piccolo prato in pendenza. La più piccola aveva un
modo particolare di sorridere, socchiudeva gli occhi mentre faceva
un piccolo scatto con la testa. Alla ricerca di complicità, di simpatia
forse, ma soprattutto di ammirazione. Provai per lei un'immediata
avversione, mentre la sorella più grande, vestita con lo stesso scami-
ciato scozzese verde e rosso, non aveva per me lineamenti riconosci-
bili.
Nell'immobilità del sogno le vidi scomparire ridendo oltre il
limite del piccolo prato, scendere la scalinata di pietra che condu-
ceva ad una minuscola caletta avvolta nell'ombra. Me l'aveva

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mostrata l'impiegato dell'agenzia, in un goffo tentativo di alzare il
prezzo dell'immobile. Lo gelai chiedendogli: «È da lì che le bam-
bine...?»
Nell'aria ferma, nella luce abbagliante seppi che non sarebbero
mai ritornate. Non udii grida, soltanto il rotolare delle onde e il mor-
morio delle pietre smosse.
Poi fui di nuovo dentro la casa, nel sottotetto. Sul pianerottolo,
dove terminavano le scale. A destra e a sinistra due massicce porte
sprangate che non ricordavo di aver veduto durante la precedente
visita. Un remoto odore di decomposizione giungeva fino a me,
tanto debole da lasciare il sospetto di essere una semplice illusione.
Spinsi la porta alla mia sinistra. La luce pallida che veniva da un
abbaino non riusciva a giungere al termine della lunga fuga di
ambienti triangolari, le travi di legno scuro si ripetevano alla mede-
sima distanza, come in un oscuro, deforme viale alberato.
La casa non mi era sembrata così grande, ma forse era soltanto
l'oscurità a disorientarmi. Feci qualche passo. Nel primo ambiente,
ammucchiato nel piccolo spazio tra il pavimento e lo spiovente del
tetto c'era un mucchio di stracci colorati, vecchi tessuti fantasia, a
pois, spigati, floreali, parzialmente scoloriti. In un angolo del muc-
chio, nascosto alla luce, un brandello di stoffa scozzese: verde e
rossa.

Ciò che appare come un presagio, un segno e che è sempre,
sempre una combinazione, un caso.
Caso e caos, capita di dimenticarli ed è una benedizione. La
benigna eredità animale del nostro cervello, che non riesce dav-
vero a immaginare, a concepire la realtà.

Il ticchettìo familiare della sveglia e il respiro regolare di mia

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moglie mi accolsero, ma, come capita talvolta quando i sogni sono
particolarmente vividi, passarono alcuni istanti prima che riuscissi a
capire dove mi trovavo.
Mi alzai e raggiunsi la cucina. Bevvi un bicchiere d'acqua presa
dal frigorifero e subito dopo un altro. Entrai nella cameretta della
bambina e accesi la luce. Dormiva, parzialmente scoperta come era
sua abitudine. Le rimboccai le coperte con mani tremanti e la fronte
coperta di sudore freddo. Aprì gli occhi, senza tuttavia vedermi.
– Ciao, tutto bene? – Le dissi.
Mi rispose con un brontolìo e sporse le labbra per offrirmi un
bacio. Le accarezzai i capelli mentre il suo bacio fioriva sulle labbra e
suonava stranamente sonoro nel silenzio della casa.
Tornai a letto ma riuscii ad riaddormentarmi soltanto molto
tardi.

La giornata nella nuova casa al mare fu perfetta. Il tempo tiepido
e soleggiato risvegliava lampi sonnacchiosi di luce anche nei mobili
scuri di stile marinaro dalle maniglie ottonate e nei riflessi sulle
pareti dipinte di chiaro. Mangiammo i nostri panini e la focaccia nel
prato e scendemmo insieme fino alla caletta intiepidita da sole. Mia
moglie, nonostante si fosse a ottobre, ebbe il coraggio di tuffare i
piedi nell'acqua di mare.
– Vieni anche tu. – Mi chiamò. – Non è fredda.
– No, grazie. – Sorridevo ma qualcosa mi impediva di essere sem-
plicemente felice e soddisfatto come lei.
– Posso andare anch'io, papà? Posso?
– NO! – Urlai alzandomi di scatto. In due passi le fui addosso
alzando la mano per colpirla. Mi fermai confuso. La bambina aveva
nascosto in capo tra le braccia incrociate e mia moglie mi guardava
stupita, senza capire.
– Niente, niente... – Tentai di sorridere mentre sentivo la mia

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voce tremare. – Un tafano, non ti preoccupare tesoro... ho visto un
tafano che... – Mi voltai verso mia moglie precipitosamente uscita
dall'acqua. – C'era un tafano, almeno mi è parso, che voleva pun-
gerla. Strano, qui al mare, di questa stagione, eppure... magari mi
sono sbagliato.
Sorridevo muovendo le braccia come fossi leggermente brillo. –
Vieni, amore, andiamo a bagnarci i piedi. – Presi la bambina per
mano e la condussi sul limite sassoso della battigia. – Sentiamo
quanto è coraggiosa la mamma... – Infilai il piede nell'acqua e lan-
ciai un ululato. – È coraggiosissima, cazzo!
La bambina rise e mi imitò. – Coraggiosissima!

– Non c'era nessun tafano. Non so proprio che cosa...
– Ho visto. – Replicò lei. – Forse è la storia delle bambine.
– È possibile. Non avrei detto che avrebbe potuto impressionarmi
così. A proposito, hai dato un'occhiata alle soffitte?
– Non ci sono soffitte. Non hai visto? Le stanze al secondo piano
hanno il soffitto inclinato. Può essere un problema, infatti. Temo ci
sia più umidità.
– Ma sei sicura? Quando sono venuto qui con quello dell'agenzia
mi ricordo che mi ha portato a vedere le soffitte. Me le ricordo
benissimo...
Mia moglie mi guardò esterrefatta per la seconda volta in quella
giornata: – Guarda tu stesso. Non ci sono soffitte. La scala termina
nel piccolo ballatoio: da una parte c'è la nostra stanza e il guar-
daroba-stireria, dall'altra la stanzetta della bambina e la legnaia.
Quella, tra l'altro si potrebbe trasformare in un piccolo laboratorio,
per quando la bambina colora o in sala giochi se mai portasse qui
degli amichetti...
Annuii senza più ascoltare. Ero certo di aver visitato anche le sof-
fitte, le ricordavo nettamente, ricordavo i vetri degli abbaini incro-

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stati di gocce disseccate, l'odore di chiuso e di salsedine. Ricordavo
l'ultimo settore della scala, i gradini con la vernice bianca screpolata.

Passarono alcuni mesi e le nostre visite alla casa di mare si fecero
più frequenti. Era una casa deliziosa, un vero rifugio, e col passare
del tempo il ricordo del sogno e la mia assurda convinzione di aver
salito un scala inesistente impallidirono, senza tuttavia abbando-
narmi completamente. Alla fine mi convinsi di aver salito quei gra-
dini in un'altra occasione, tanti anni prima, durante una cena con
alcuni colleghi in un locale «caratteristico» della riviera.
L'unica traccia lasciata dalle mie visioni fu che non lasciai mai
scendere la bambina alla caletta senza essere presente, ma questa, in
fondo, potevo considerarla semplicemente una precauzione dove-
rosa, vista la sorte toccata alle due bambine del precedente proprie-
tario.

La lettera, con un indirizzo che non riconobbi, si materializzò a
tarda sera nel mio computer, mentre per abitudine controllavo la
mia casella di posta elettronica.

da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com

Gentile sig. Brun

Spero che la casa sia risultata di sua soddisfazione.
Per me lo è stata per anni ed è stato con riluttanza che me ne sono
liberato. D'altro canto le circostanze e gli eventi non mi hanno permesso
di comportarmi altrimenti. Mia moglie non aveva alcuna intenzione di
tornarvi e io, dal canto mio, pur essendovi fortemente legato la ritenevo

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potenzialmente nociva per il mio equilibrio.
Ma non era mia intenzione disturbarla soltanto per metterla al cor-
rente dei miei stati d'animo. Le ho scritto – il suo indirizzo di posta elet-
tronica mi è stato fornito dall'impresa per la quale lavora – ubbidendo a
un curioso impulso e per farle una semplice domanda.
Lei ritiene che non vi sia scampo alla causalità?
Ovvero: se è vero che la nostra vita è determinata da migliaia di scelte
irrevocabili compiute minuto per minuto, secondo per secondo, esiste
secondo lei un modo per ripercorrere controcorrente quest'albero di deci-
sioni fino a sovvertire la cieca causalità?
Delirio, dirà lei, ma in sogno non accade di avere una seconda possi-
bilità? Di compiere nuovamente, mutandolo, un gesto, una frase, un
impulso?
Ma il sogno è sogno e la realtà è realtà, non avrà difficoltà a rispon-
dermi.
E io dal canto mio: ne è così certo? La realtà non è forse un costrutto
di percezioni? I nostri occhi non sono forse in grado di percepire soltanto
un ristretto spettro di radiazioni? La nostra opinione del mondo non è
forse fatta di immagini mentali determinate da sensi insufficienti? Chi
può dire se, durante il sogno, non siamo nelle condizioni di attingere a un
grado superiore di realtà? Provi a immaginare un tempo fermo, nel quale
sia possibile muoversi in ogni direzione. Esiterei a definire una simile
condizione una latenza di realtà. E se si trattasse di un grado ulteriore di
reale? Il tempo del sogno è forse questo.
Il nostro problema è probabilmente quello di essere incapaci di rima-
nere in quel tempo, operare in esso. Ma altri sono riusciti in
quell'impresa, altri hanno vissuto nel tempo del sogno.

Ringraziandola per l'attenzione, i più cordiali saluti

Giulio Miccoli

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Lessi la lettera una sola volta prima di cancellarla. Non chiamai
mia moglie a leggerla, vincendo la tentazione. Sentivo vergogna per
lui, un'imbarazzata pena che mi induceva – chissà perché – a difen-
derlo da sguardi impietosi.
L'apparente distrazione del padre delle bambine nascondeva sol-
tanto questo: una metodica e contorta follia che si nutriva di cattiva
scienza e pessima letteratura.
E poi perché mettermi a parte dei suoi deliri? Il mio unico legame
con lui nasceva e terminava con la vecchia casa sul mare.

Gaia cresceva. Da una goffa ed ermetica cucciola di homo sapiens,
poco per volta emergeva la donna che sarebbe diventata. Caparbia,
curiosa, ancora infantile ma – a tratti – stranamente matura. Il suo
sguardo si era fatto acuto, i suoi pensieri più lucidi. Adesso parteci-
pava ai nostri discorsi di adulti, interveniva, prendeva posizione.
Avevo preso a stimarla, a dare peso alle sue opinioni e impres-
sioni.
Quando quella mattina arrivò a colazione sembrava avere lo
stesso umore di sempre: fin troppo allegro per due genitori assillati
dal pensiero di ciò che la giornata riservava loro.
– Ho fatto un sogno. – Annunciò.
Annuii e lo stesso fece mia moglie.
– Il caffè è pronto – dissi.
– Un sogno. – Ripetè.
– Che sogno? – Chiese mia moglie con interesse distratto.
– Eravamo nella casa di mare. Stavo salendo le scale. Ma non
erano le solite scale: continuavano anche dopo, su.
Posai la tazza con un rumore secco bagnando la tovaglia di caffé.
– Su, dove? – chiesi secco.
La bambina strinse le labbra e distolse lo sguardo. – Su. In una

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soffitta.
– Ma non c'è nessuna soffitta, lo sai. – mia moglie si strinse nelle
spalle – c'era già tuo padre che...
La interruppi in malo modo. – Com'erano fatte le scale, te lo
ricordi?
– Bianche, di legno. Finivano su un pianerottolo.
– E c'erano due porte...
– Due porte, una a destra, l'altra a sinistra. Una era aperta. Quella
a... aspetta... sì, quella a sinistra.
– Sei entrata?
– Sì, sono entrata. Era lungo, il corridoio. E scuro.
La presi per la mano appoggiata sulla tovaglia. – Sì, è così. E c'era
una finestra, un abbaino.
– E sotto...
– Sotto c'era un mucchio di stracci. Arrivava quasi alla finestra.
C'era silenzio, non si sentiva nemmeno il mare. Poi ho sentito una
voce, ma non capivo che cosa diceva. Si allontanava, andava via.
Come se cadesse... anzi come se arrivasse dal mare. – Un sorriso
incerto, da adulto impaurito, piuttosto che da bambino spaventato –
Ho avuto paura, mi sono svegliata.

Non dò peso ai sogni, e praticamente dall'età di dieci anni ho
smesso di credere a qualunque forma di sopravvivenza dopo la
morte. Non solo, diffido di qualsiasi esperienza extra-sensoriale e
considero i medium dei truffatori o degli individui colpiti da qualche
seria malattia mentale.
Comunque dedicai una mattinata a telefonare o a inviare e-mail a
una dozzina di imprese di costruzioni della zona dove sorgeva la
casa di mare. Fiasco completo, purtroppo. Nessuna di loro aveva
portato a termine lavori di ristrutturazione sulla casa di Miccoli né
durante i sei mesi successivi alla scomparsa delle bambine né prima.

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Se all'epoca vi avessi riflettuto e non fossi stato in preda
all'emozione mi sarei reso conto che la via migliore sarebbe stata
quella di chiedere direttamente all'ex-proprietario, ma in quei giorni
sembrava che qualunque cautela, qualsiasi capacità di riflettere mi
avessero abbandonato.
Probabilmente il fatto che Gaia avesse avuto la mia stessa visione
mi aveva colpito come una minaccia fatta direttamente a lei e così
mi comportavo come una gatta il cui piccolo fosse stato minacciato.
Mi presi un giorno di ferie senza dire nulla a mia moglie per
andare a fare qualche domanda in paese. Andai a suonare ai campa-
nelli delle case vicine alla mia. Inutilmente: si trattava di case di
vacanza, in quel periodo vuote.
L'unica esile conferma la ebbi da una vecchia che possedeva una
conigliera a mezza costa che ricordava di lavori fatti nell'inverno
precedente. Ma non era troppo sicura dell'anno, soltanto della sta-
gione. «È che alla mia età i ani no se contano ciù» disse quasi per
scusarsi, prima di raccontarmi dell'ultima guerra.
Me ne tornai a casa stanco ma ancora più deciso a risolvere il pro-
blema delle soffitte.
Fui evasivo con mia moglie e la bambina e dopo cena mi sedetti al
computer per controllare la posta, nella speranza vaga di trovare un
messaggio utile.

Fui accontentato.

da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com

Gentile sig. Brun

L'agenzia immobiliare e io stesso, oppresso – come può immaginare
– da altri pensieri, abbiamo trascurato di comunicarle che ho effettiva-

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mente compiuto lavori di ristrutturazione sulla casa, nel periodo succes-
sivo alla scomparsa di Eva e Monica. Ho fatto eliminare le soffitte, troppo
basse per essere realmente utili, e accorpato il sottotetto con le camere al
piano superiore.
Sono convinto con questo di aver migliorato le condizioni dello sta-
bile, rendendolo più adatto alla sua bella famigliola.

Con osservanza

Giulio Miccoli

Questa volta non eliminai la lettera. La stampai, invece, portan-
dola a mia moglie.
– Ecco, vedi! – Entra in camera quasi urlando e sporgendo il
foglio come una reliquia ritrovata. – Te l'avevo detto.
Mia moglie sobbalzò, posò il libro che stava leggendo e lesse il
foglio senza fare domande.
Terminata la lettura me lo riconsegnò.
– Gentile, da parte sua.
– Come «gentile»? Ma non vedi? Dico, hai letto o no? C'erano le
soffitte, c'erano.
– E allora?
Non riuscivo a stare fermo, camminavo a grandi passi davanti al
letto, praticamente urlavo. – Non capisci? Il sogno, io le ho davvero
viste e la bambina le ha sognate... lo sapevamo, le abbiamo viste...
– Una semplice coincidenza. Vuoi smetterla di urlare? È una sem-
plice coincidenza. Ne hai parlato alla bambina e te ne sei dimenti-
cato.
– Alla bambina?
– Sì, alla bambina. E poi cosa ci sarebbe di strano?
– Di strano? Di strano? Il fatto che in quelle soffitte c'erano… –

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Mi interruppi. Ero arrivato al limite di quanto avrei potuto dire
senza rischiare di passare per un malato di mente.
Ciò che per me aveva un enorme significato – l'aver sognato le
stesse soffitte, il mucchio di abiti, l'odore, la voce – per mia moglie
non significava nulla. – Scusa, scusa. Non so...
– Sei un po' stanco, ultimamente. Lavori troppo? Ti è capitato
qualcosa?
Mi sedetti accanto a lei e le raccontai qualche stupida vicenda
dell'ufficio, colorandola di risvolti antipatici e noiosi. Al termine del
racconto ci abbracciamo e facemmo l'amore.
Avevo la sensazione che, fuori dalla porta chiusa a chiave, Gaia ci
stesse ascoltando. E che questo fosse accaduto molte altre volte.

«effettivamente»
Avevo evidenziato quella parola in giallo. Perché «effettiva-
mente»?
L'unica spiegazione possibile era che Miccoli avesse appreso delle
mie ricerche e volesse in qualche modo precedermi, pacificarmi.
– Non vieni a letto?
Elena, mia moglie, aveva il viso inscritto tra i battenti della porta.
Non entrava, mi fissava dall'esterno come volesse sottolineare la sua
distanza.
Prima, forse anche solo qualche mese, sarebbe entrata e mi
avrebbe poggiato le mani sulle spalle. Avrei allungato la mano per
accarezzarla e le avrei detto «arrivo».
Strinsi più forte il mouse. – tra poco.
– Va bene. Buonanotte.

«…Sfuggite alla sorveglianza dei genitori le due bimbe hanno disceso la scala
di pietra fino al mare. Da questo momento in poi è possibile soltanto fare ipotesi.
Probabilmente un'onda improvvisa o un gioco dalla tragica conclusione hanno

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strappato le piccole Eva di sei anni e Monica di nove all'affetto dei genitori. Le
ricerche delle due bambine sono continuate per alcune settimane, ma le correnti,
particolarmente forti nella zona, devono averne trasportato i corpi al largo…»

Scomparse, senza lasciare alcuna traccia.
Due bambine scomparse, una casa frettolosamente ristrutturata,
due sogni quasi identici. Troppo poco per mettere insieme
un'ipotesi, ma quanto basta per impedirmi di dimenticare.
Un padre troppo calmo, preso da propositi e idee assurde. Un
uomo freddo, forse sovraccarico di sensi di colpa. E la moglie?
Dov'era, cosa ne era stato? Quali erano i rapporti che ancora li lega-
vano? Un affetto divenuto comune sofferenza o qualcosa di meno
confessabile, qualcosa di oscuro?

Come un avvocato che nessuno ha incaricato tornavo di nascosto
almeno una volta la settimana nel paese dove sorge la casa.
Interrogai con le scuse più ridicole le cassiere del piccolo super-
mercato sulla piazza principale, il tabaccaio/giornalaio, il ferra-
menta. Mi conoscevano superficialmente ed era gente sospettosa,
chiusa. Non riuscii a sapere praticamente nulla di più di quanto mi
aspettavo. Una famiglia come tante altre: una madre che usciva
raramente, gli occhi nascosti da occhiali da sole molto scuri, il
padre, un uomo gentile e paziente e le due bambine: più tranquilla e
incolore la prima, vivace e un po' maleducata la seconda.
Che le amasse non v'era dubbio. Fino quasi al punto da viziarle un
po'. Nessuno che l'avesse mai udito alzare la voce, rimproverarle o,
tantomeno alzare le mani su di loro.
Una perla d'uomo, già duramente provato da una moglie mezza
matta, esaurita, brusca e lugubre. In paese nessuno la ricordava
senza occhiali e non c'era nemmeno un cane disposto a parlar male
del marito.

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Tutta quella concordanza di opinioni non faceva altro che aumen-
tare la mia diffidenza. Ma non riuscivo a trovare nulla a cui aggrap-
parmi.

– No, in chiesa non l'ho mai visto.
– Ma è una brava persona.
– Certo, siamo tutti figli di Dio.
Non mi piaceva, il parroco. Cinquant'anni suonati o forse più,
alto, mani lisce e troppo chiare, occhi iniettati di sangue da bevitore
solitario, la pelle della fronte bagnata di sudore, il colletto del cler-
gyman reso lucido dall'uso e da una pulizia approssimativa.
Era poco amato in paese, e le sue prediche vertevano instancabil-
mente sulle tentazioni e i peccati della carne. I parrocchiani si
davano di gomito, parlandone, e alzando la voce dicevano di certi
vicoli e di certe slave, scese da poco dalle navi e ancora fresche e a
buon prezzo.
– Ma la famiglia era buona. Le ricorderà, lei, le bambine.
– Il padre credeva di poter fare a meno di me e di Dio – Da come
l’aveva detto sembrava che il peccato maggiore fosse quello di igno-
rare lui. – E la moglie era una povera donna, piena di farmaci fino al
collo.
– Qualcuno me l'ha detto.
– Già. – Si asciugò le labbra con il fazzoletto. – Ma io penso che
non sia… come dire … opportuno fare crescere due bambine senza
pudore e senza sentimento religioso.
Qualcosa nella scelta delle parole mi colpì. – Perché pudore?
Si portò la mano alla fronte fingendo paterna riprovazione. – Le
bambine, d'estate. Stavano nude, nel prato. Chiunque fosse passato
dalla via le avrebbe potute vedere.
– Ma erano bambine! Che male c'è?
Mi considerò con disapprovazione. – Anche lei è una persona

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moderna, vedo. Ma ci sono molti che non sono affatto moderni. Per-
sone che non guardano troppo per il sottile. Capisce?... Gente per cui
l'ossessione della carne viene prima di tutto, prima di tutto. Che non
sa trattenersi né nascondersi. E un corpo nudo è sempre... Non è
un'opera di Dio.
– Cosa vuol dire? – Ero affascinato e nauseato insieme. Nella
voce, nei modi del parroco c'era il piacere contorto e ipocritamente
moralista di chi racconta il peccato e la nudità per poterne trarre un
filo di piacere. Anche solo immaginare ciò che sottintendevano le
sue parole mi dava una sensazione di malessere. All'improvviso mi
sentivo incastrato nel suo mondo fatto di miserabili appetiti, ma era
l'unico che avesse qualcosa di diverso e di nuovo – o forse di spaven-
tosamente vecchio – da dirmi.
– ... Persone che vedono il peccato anche dove non c'è. D'altro
canto l'innocenza è una grazia, non uno stato. – Vuotò il bicchiere di
bianco con un gesto lento, pensieroso. – L'innocenza può essere per-
duta molto presto.
Si riferiva alle due bambine, non c'era dubbio. E sorrideva tra sé,
assorto da un pensiero che non avrei voluto conoscere.
– Ha qualche prova? Qualche testimonianza? – Fui brusco
all'improvviso, forse minaccioso. Mi alzai.
– No, no, che diamine! – Pallido, doveva tenere il viso reclinato
all'indietro per guardarmi.
– E allora perché mi dice queste cose?
Il bar era vuoto. Sapeva di vino e di fumo. I tavolini avevano il
piano di fòrmica screpolato e segnato dalle bruciature di sigaretta.
La proprietaria si affacciò attraverso la tenda fatta di trecce rossa-
stre di plastica.
– Lina? – la chiamò lui.
– Che c'è, Franco?
Lo chiamava per nome. Un'antica confidenza, fatta di noia e di
stanca tolleranza. Mi sentii del tutto estraneo, sbagliato.

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– Il dottore qui vuole sapere delle bambine. Le bambine di Mic-
coli. – sogghignava guardandomi, come a dire: «adesso vedi»
– Piantala Franco, sei ubriaco. Torna in chiesa.
– Eh no, Lina. Diglielo. Devi dirglielo.
L'ostessa mi guardò a lungo senza parlare. Sollevò le sopracciglia
e ripetè:– Torna in chiesa, Franco.
– No. Lo sa, dottore? Gli facevano delle foto. Lo so. In questo
paese nessuno ne vuole parlare, ma è vero. Qualcuno le ha viste.
Sono un paese di vermi, di schifosi bugiardi.
– Piantala, Franco! Vattene!
– No. Lo so, ne sono sicuro. È che me l'hanno detto. Un prete sa
molte cose. Anche quelle che nessuno vuol ripetere. Un prete le
sente e poi assolve. Ego te absolvo. Facile no? Perdonato, pulito. –
Rise, stranamente sollevato e vuotò il bicchiere.
In confessione. Pensare che qualcuno potesse confessarsi con
quell'uomo mi pareva impossibile.
– Ma lei cosa vuole qui? Chi ce l'ha mandato? – L'ostessa aveva
riguadagnato la sua posizione abituale, appoggiata al bancone,
davanti alla macchina del caffé. Del prete conosceva miserie e
difetti, ma di me nulla. Non mi ero accorto di quanto fosse densa
l'aria del paese, non avevo capito che lì storie e parole erano reali e
tangibili quanto le case e le vie. Ero un estraneo. Come Miccoli. Un
turista, uno di città, un fesso presuntuoso.
Scossi la testa. – Non importa. Avevo cominciato a parlare con
Don Franco e non so… – Farfugliavo, parlavo troppo piano, mi ver-
gognavo.
– Ma va', va' – Diceva l'ostessa.
– Quanto devo?
– Niente.Vai adesso. – Ripeté quasi con dolcezza.
Raggiunsi l'auto con la sensazione di essere spiato e disprezzato.
Me ne andai con l'auto che procedeva a balzi come ai tempi del
foglio rosa.

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da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com

Gentile sig. Brun

Secondo antichi filosofi la realtà è tale soltanto se osservata. Ciò che
sfugge agli occhi dell'Altissimo, che entra in eclissi alla sua visione scivola
nell'inesistenza.
Talvolta mi chiedo se i termini non vadano rovesciati; se la sopravvi-
venza dopo la morte, il paradiso così come viene concepito, non sia
l'emergere finalmente allo sguardo di Dio, mentre sia questa nostra vita
materiale ad essere il frutto della Sua Disattenzione.
Se così fosse Eva e Monica sarebbero ora reali, più reali di me e di lei,
mentre saremmo noi a vivere in eclissi, a scambiarci messaggi destinati a
durare meno di lampi nell'oscurità.
Non ho mai avuto alcuna simpatia per padre Franco e anche la com-
prensione per lui non mi è facile. Recluso da giovane in seminario dal
padre, proprietario terriero della zona, è cresciuto nel corpo e non nello
spirito. Il suo rapporto con il peccato è di necessità. Senza peccati, senza
confessioni sarebbe condannato alla miseria della sua solitudine. Vive di
peccati reali e immaginari: sono la sua consolazione.
Il paese è fatto di brave persone, con quanto di farisaico e di ipocrita
vi è in questo. Un modesto benessere e una curiosità pronta a diventare
aiuto o maldicenza. Mi sono abituato a pesare le parole, con loro. A con-
trollare i miei gesti, a interrogarmi sul come apparivo, a chiedermi come
poteva essere interpretato questo o quel gesto. Non si può far parte del
pubblico, si è costretti a un ruolo di attori, un ruolo giudicato, riferito, rac-
contato e distorto.
Speravo che perdendo l'anonimato urbano mia moglie potesse tor-
nare a vivere. Non è stato così.

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Dalle finestre penetrava il suono del mare e se mi svegliavo la trovavo
sveglia, a fissare il soffitto.
In paese ho conservato qualche conoscenza non superficiale. Dovesse
averne necessità me lo faccia sapere. Farò ben volentieri da tramite.

Giulio Miccoli

– Andiamo al mare, questa settimana?
Gaia, con addosso il grembiule azzurro della scuola, aveva un tono di
voce incerto, come chi teme di non ricordare qualcosa di essenziale.
– Certo. Come il solito.
– Ah. Va bene. – Infilò le mani profondamente nelle tasche del
grembiule e le strinse a pugno.
– Non ti va?
– No, no. Va bene.
La conoscevo abbastanza bene da sapere che qualcosa non
andava, ma anche che difficilmente avrebbe aggiunto altro. Avrei
dovuto aspettare che la cosa, qualunque fosse, emergesse da sola.

Ho sempre amato mia moglie. Una frase normale, ovvia per un
coppia sposata da quindici anni e con una bambina di nove. Sotto la
parola amore si nascondono significati sempre diversi. Nel matri-
monio solidarietà, confidenza, reciproca stima. La passione, se
rimane, è una felice sorpresa.
Il sesso non è mai stato difficile, per noi. Un meccanismo quasi
automatico, un effetto idraulico sul quale inconsciamente ho sempre
contato. Una questione di liquidi, dentro di me e dentro di lei.
Accorgersi che qualcosa si è rotto, che ciò che avveniva sponta-
neamente non accade più è assolutamente sorprendente.
Mi capitava, facendo l'amore, sfiorandola, accarezzandola, pene-

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trandola, di immaginare al suo posto un'altra donna, una collega che
conoscevo soltanto superficialmente. Non la desideravo, che io
sapessi. Avevo simpatia per lei, ma nulla di più. Era bionda, bassa di
statura. Non ho mai provato sensi di colpa nell'immaginarla al posto
di Elena. Era Elena a eccitarmi, era il suo corpo, il suo odore a scate-
nare il desiderio. L'altra mi appariva in mente, inevitabile come uno
spot pubblicitario. Compariva a tratti, immaginavo la grana scono-
sciuta della sua pelle, l'odore del suo sesso mentre mi abbandonavo
alla pelle e all'odore di Elena.

Quella sera l'immagine non comparve. Con la testa nascosta tra le
cosce di Elena udivo per la prima volta il rumore del mare. Come se
due grandi conchiglie mi fossero state appoggiate alle orecchie. Ade-
guai il ritmo a quel suono ondeggiante, salso. Avvertivo la crescente
pressione delle gambe di Elena e sentivo il desiderio di fuggire.
Sognavo, come talvolta mi accadeva al culmine dell’orgasmo.

Sua moglie tiene gli occhiali neri, disturbata dalla luce del
giorno, ha gli occhi sbarrati nell'oscurità, puntati al soffitto. Gra-
dini bianchi, sbrecciati, salati che conducono alla soffitta. Le bam-
bine dormono nella stanza accanto. Ci sono delle fotografie
nell'ultimo cassetto in basso della scrivania, dentro una scatola di
metallo verde, con un maniglia. La chiave è da un'altra parte.
Appesa nel piccolo armadietto portachiavi che c'è dietro la porta.
Si alza, la moglie fissa l'oscurità senza vedere. Arriva nel sog-
giorno, apre la cassetta. Guarda le foto ancora una volta. Gli tre-
mano le mani.

– Ma che fai!? C'ero quasi...
– Scusami.
Mi sono alzato. Allungo la mano. – Finisco con le dita.

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Lei si copre il busto. – Non disturbarti: faccio da me.
– Scusami, Elena.
Non mi sente. Si copre il viso con l'avambraccio rovesciato. Le
dita semiaperte come un fiore. Ha allungato la mano verso la clito-
ride senza terminare il gesto. Rimane così per una manciata di
secondi poi si alza e si chiude in bagno.
Dovrei alzarmi, spiegare, ma non riesco.
Qualcuno in paese copre Miccoli. Un suo complice, qualcuno che
si preoccupava di far circolare le fotografie. Doveva esistere un traf-
fico, omertà, silenzi interessati. In paese si sospettava qualcosa, ma
nulla di certo. In compenso circolavano voci. Qualcuno si era confes-
sato a Don Franco.

– Ma che hai, si può sapere?
Una donna, nuda suscita desiderio. O inquietudine. Avrei dovuto
abbracciarla, trascinarla ancora sul letto. Ma lei aveva fatto della sua
nudità una fortezza, una forma di aggressione. O forse, semplice-
mente, non se ne curava. Confidenza senza desiderio. C'è sempre
della paura, del timore nell'amore.
Adesso non c'è nulla e il suo corpo nudo mi spaventa
– Non c'è niente. Devo essere stanco.
– Non vuoi parlarmene. Ma che cos'hai? Da un po' di tempo sei
strano. – Si sedette sul fondo del letto e tirò verso di sé la vestaglia
ma senza coprirsi. – Ti hanno cercato dall'ufficio, mercoledì scorso.
Hai un'altra?
Trasecolai: – No!
Abbassò lo sguardo e i capelli le scivolarono sul viso. Ebbi la sen-
sazione che avrebbe preferito la confessione di un nuovo amore. –
Già. È ancora la storia della casa, non è così?
Non risposi.
– Io voglio venderla. Non mi piace. Soprattutto non mi piaci tu,

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quando sei lì. Non mi piace il paese. Non mi piace la gente. Non mi
piacciono le lettere che ti scrive quello là...
– Le hai lette? – Avevo un tono ridicolo, scandalizzato.
Sorrise stancamente – non sono la solita moglie curiosa. Per
quanto... potevo anche credere a un'amante. Quello è matto,
secondo me. Un matto quieto, affascinante. Un pericolo, soprattutto
se gli dai retta.
– Spera di riportarle in vita.
– Eh?
Un'assurdità, ma mi era salita alla mente spontaneamente, come
il frutto assurdo di un nodo di pensieri altrettanto assurdi maturati
dentro di me.
– Pensa di riportarle in vita. Di invertire il flusso del tempo. Di
percorrere un altro ramo della possibilità.
Elena raccolse le gambe davanti a sè e si abbracciò le ginocchia. Il
suo sesso incorniciato dalle cosce sollevate mi ipnotizzava senza
risvegliare il desiderio. Pensai per un istante che stavo davvero
impazzendo.
– E come pensa di fare? È forse un mago? Un negromante? –
Elena avrebbe voluto esibire un tono scettico, maligno ma riusciva
soltanto a mostrare stanchezza.
– Non stiamo parlando di qualcosa di reale, Elena.
Scosse la testa – ma gli effetti sono reali. Guarda noi, guardaci
ora. Ti arrivano lettere folli, vai in paese a interrogare la gente, tra-
scuri il lavoro, sei lontano, distratto. Ti sei fissato su qualcosa e
nemmeno tu sai su cosa. Non ti ho mai visto così.
Voleva essere rassicurata? Voleva che giurassi che nulla era cam-
biato tra noi? Non potevo. Non avevo il coraggio di reggere il suo
sguardo ma non riuscivo nemmeno a distogliere lo sguardo dal suo
sesso. Mi emozionava senza che riuscissi a sentire in me il desiderio
di toccarla o di accarezzarla. Questo mi faceva sentire forte, come un
adolescente che si scopre virtuoso rinunciando a comprare una

23
rivista pornografica. Ciò che stavo inseguendo mi nauseava e mi
faceva vergognare di me. Non volevo che lei o la bambina ne fossero
coinvolte.
Qualche istante di silenzio, interminabile e vischioso. Poi sbuffò
ed uscì dalla stanza.

Avevo preso ad accompagnare io la bambina a scuola. Dovevo
alzarmi prima, per uscire con lei, ma non riuscivo a sentirmi sicuro
sapendola sola con Elena. Non c'era nulla tra loro che non andasse:
le solite discussioni, qualche rispostaccia, molta stanchezza. Io le
guardavo senza intervenire.
Avevo preso a pensare che Elena la odiasse. Che, come la madre
nascosta dagli occhiali da sole, nutrisse il desiderio di riassorbirla,
vederla tornare sempre più piccola fino a farne nuovamente una
parte di sè.
Assurdità, fantasie macabre che mi assalivano nei momenti che
precedevano il sonno e che, in modo contorto e seducente, mi satu-
ravano, impedendomi di pensare ad altro. Di sesso non c'era nem-
meno più da parlarne e così era. Non avevo cessato di desiderarla,
ma mi esaltavo nel resistere, nel frenare la voglia di abbracciarla,
stringerla, baciarla.
Aspettavo qualcosa, chissà cosa.
Vivevamo in un assurdo nirvana. Parlavamo di cose banali, ci rac-
contavamo come sempre del lavoro e dei colleghi, dei vicini, dei
parenti, dei compagni di scuola e delle maestre. Delle reciproche let-
ture, di politica, di televisione. Ma non eravamo realmente lì anche
quando sedevamo l'uno di fronte all'altra e sapevamo di essere sepa-
rati come mai era accaduto prima.
La colpa era mia, interamente. Mi sentivo fragile come un uovo,
un uomo di porcellana pieno di umori nauseanti. Camminavo rigi-
damente sperando che nulla e nessuno riuscisse a spezzarmi.

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– Non andiamo più al mare?
– Più avanti, quando arriverà l'estate.
– In quella casa là?
– Certo.
Gaia camminava curva sotto il peso dello zaino e come tutte le
mattine mi aveva affidato la sua mano. La tenevo senza esserne del
tutto conscio. Un tempo ne ero stato orgoglioso. Mi faceva sentire
bene che una creatura si fidasse così incondizionatamente di me.
Adesso quella fiducia mi schiacciava, il suo abbandono mi terroriz-
zava. Un uomo di porcellana non può reggere nulla, non può affron-
tare nessuna prova.
– Ci abitavano due bambine, in quella casa, vero papà? Poi sono
morte.
– Come lo sai? Chi te lo ha detto?
– Papà, lasciami! Mi fai male!
Staccò la mano dalla mia e se la prese nell'altra.
La afferrai per la spalla: – Come lo sai? Dimmelo!
Sollevò gli occhi e riconobbi la paura nel suo sguardo. Cercò di
staccarsi da me mentre io rinforzavo la stretta. – Allora? Dimmelo!
– Buongiorno!
La maestra più giovane di Gaia era apparsa alle nostre spalle
ostentando un sorriso perfettamente professionale. Approfittando
della mia sorpresa la bambina scivolò via dalla stretta e corse ad
abbracciarla.
– Ciao, Gaia. Tutto bene?
Fece segno di sì con il capo e mi guardò con lo stesso smarri-
mento indurito dalla delusione che avevo riconosciuto nello sguardo
di sua madre. – Ciao papà. Io vado con la maestra.
Annuii. – Buona giornata.
Gaia disse forte alla maestra: – Ho detto una bugia a papà, per

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questo si è arrabbiato.
L'altra annuì, sollevata, – non si devono dire bugie ai genitori.
– Non lo farò più. Te lo prometto, papà.
Feci un gesto con la mano come a dire: «non importa» e la salutai
di nuovo.
Gaia diede la mano alla maestra e si avviò verso la scuola. La vidi
allontanarsi, e, fatti pochi passi, iniziare a parlare muovendo il capo
e le spalle.
Qualunque fosse stato il mio peccato ero stato, temporanea-
mente, perdonato. Intuii che non sarebbe stato così per sempre.

da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com

Gentile sig. Brun

Ho saputo che da qualche tempo non frequenta più la casa da me
acquistata. Questa sua inclinazione, mi spiace dirlo, mi ferisce e, se me lo
consente, mi offende.
Il luogo è ameno e salubre, il mare clemente, il clima temperato. Non
lasci che voci odiose ed infondate guastino i suoi momenti di riposo. È pur
vero che le mie bambine avevano preso l'abitudine di attraversare il prato
nude, rientrando dal bagno. Ma ero ingenuamente convinto che il sole e
l'acqua di mare non potessero che giovare loro e non mi curavo di even-
tuali osservatori. Sbagliai, lo so. Non posso esserne certo, ma sono con-
vinto che l'ingenua nudità di Eva e Monica finì per risvegliare l'interesse
di più di un uomo in paese e attirò su di me degradanti accuse.
Non è mia intenzione, con questa, di giustificarmi in alcun modo con
lei. Tuttora non ritengo vi fosse alcunché di riprovevole nella mia scelta,
se non una certa, urbana, superficialità nel sottovalutare l'arretratezza e il
grado di repressione sessuale della provincia.

26
Ma vorrei che non finisse per essere vittima anche lei della fama di
morbosità che ha finito per accompagnare i miei soggiorni in quella casa.
La scomparsa delle mie bambine non ha chiuso definitivamente quel capi-
tolo e ne sono insieme disgustato e spaventato.
Da alcuni piccoli indizi sono certo che ciò che il mare mi ha strappato
mi sarà presto restituito, Non si stupisca, quindi, della mia apparente
facondia.
La doppia natura del mare, solo alcuni l'hanno compreso. Ciò che è
nato da esso non può morire.
Ma cosa accadrà quando Eva e Monica mi saranno infine restituite
dal mare? Come sarà possibile per loro tornare ad una vita normale in un
luogo tanto misero?
Così, mio buon amico, la prego di continuare a frequentare la casa. Io
sono certo di avvertire il preciso momento nel quale loro ritorneranno,
ma sarei più sicuro e certamente confortato se sapessi che ad attenderle
potrebbero sempre trovare la sua simpatica famiglia.

Cordialmente

Giulio Miccoli

– Il momento nel quale «loro» ritorneranno! Ma ti rendi conto?
Questa volta non avevo atteso che Elena leggesse la lettera. L'avevo
stampata e portata di corsa da lei, in negozio. – È pazzo, completa-
mente pazzo.
Continuavo a ripeterlo, quasi volessi convincermi dell'evidenza.
Quasi pensassi che vi fosse anche solo una vaga possibilità che il
mare potesse davvero restituirgliele.
– Vieni, usciamo un attimo. – Mi condusse fuori, frettolosamente.
Seduta davanti a me nel piccolo bar sotto i portici non parlava.
Aveva letto e riletto più volte la lettera senza dire nulla. Stava seduta

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rigida a braccia conserte, fumando.
– Allora, cosa dici? Non è pazzo?
– Sì. – ammise. – Parla seriamente, ne è assolutamente convinto.
Ma c'è qualcosa di più forse... qualcosa di più di un semplice dolore
che conduce alla follia.
– Cosa?
– Aspetta. Prima... Perché non me ne hai mai parlato? Delle bam-
bine, del paese?
Perché?
Scuotevo la testa senza rispondere. Tenevo in mano un tramez-
zino al pomodoro, prosciutto e mozzarella senza nemmeno accen-
nare a morderlo.
Perché
perché
perché
perché

– Sono preoccupata, Federico. Preoccupata per te.
– Per noi.
– No, per noi no. Non più.
Il collo di Elena, teso, mostrava piccole rughe, qualche leggero
cedimento. Dov'ero stato finora? Come avevo fatto a non accorger-
mene? Lei parlava e io la fissavo ipnotizzato.
– ... mi ascolti?
– Sì, ti ascolto.
– Non si direbbe. La bambina mi ha parlato di te, ieri pomeriggio.
Mi ha detto che non vuole più che tu l'accompagni a scuola.
– Non le ho fatto niente!
– Non ti ha accusato di nulla.
– E allora? Allora, perché?
– Ma non ti vedi? Non ti ascolti? Questa storia – indicò la lettera di
Miccoli, tenuta ferma dal piattino del toast – è diventata un'osses-

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sione. Quello è pazzo, completamente pazzo. E tu? Hai paura di per-
dere Gaia? Di perderla come lui ha perduto le sue figlie? Hai paura
di desiderare tua figlia? Quanto hai paura di perderla? – mi guardò
con una strana serenità che, lo capii soltanto dopo molto tempo,
dovette costarle molto. – Tu, provi ammirazione per Brun?

Ammirazione.
Sì. E paura. Se quell'uomo fosse mai stato capace di riportare in
vita le proprie figlie... Dopo averle, forse, uccise.
Dar loro la vita per la seconda volta. Ciò che nemmeno una madre
può fare. Qualcosa che io o lui, uomini, maschi non possiamo fare.

da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com
subj.: il mare restituisce

Gentile sig. Brun

Vedo che lei ha perfettamente colto il punto. Infatti proprio di questo
si tratta. La vita. Ho veduto Eva e Monica crescere, acquistare la propria
personalità. Ho riconosciuto in ciascuna di loro l'adulta che ne sarebbe
germogliata. Le ho immaginate allontanarsi, relegarmi nel limbo delle
cose che è facile dimenticare. Le ho perdonate. Ma ho riconosciuto in mia
moglie l'odio e, come sta avvenendo a lei, ho rinunciato a toccarla.
Mi sono scoperto a osservarle, a seguire con attenzione assoluta,
quasi religiosa ogni loro piccolo movimento. Ho capito di esserne affasci-
nato, di trovarle bellissime, quanto nessuna donna adulta potrà mai
esserlo. E sono rapito al pensiero che ciascuna di loro contiene una parte
di me, un frammento di ciò che avrei potuto essere.
Mia moglie forse ha preso a odiarle per questo, proprio come la sua.

29
Diverse, ricche di possibilità, potranno essere quasi ogni cosa mentre lei
resta così uguale a se stessa. Non può che consumarsi restando fedele alla
propria mente, al proprio passato, alla propria storia. Non perdeva occa-
sione per umiliarle, per ricordare loro che la direzione della loro vita era
già segnata e sarebbe stata simile a quella percorsa da lei.
Non potevo perdonarla. Avrei dovuto esserne complice, ma riuscivo
solo ad esserne spettatore. E lei ne era stupita. Dov'era la lealtà che, in
quanto sposo, le dovevo?
...

Con un movimento lento, meditato, faccio scivolare il mouse sulla
«x» rossa di «cancella».
Non termino la lettura e mi abbandono con la schiena sulla sedia.
Ho commesso l'errore di scrivergli e questa è la risposta.
Mi scuoto e fisso la luce della lampada da tavolo fino ad esserne
temporaneamente accecato. Chiudo gli occhi. La forma della lam-
pada catturata dalla retina scivola verso l'orlo inferiore del campo
visivo. Mi sento come se fossi riuscito miracolosamente a sfuggire a
un incidente, come un sonnambulo bloccato sull'orlo del tetto di un
palazzo di dieci piani.
Elena e Gaia sono fuori. Al cinema. Mi hanno salutato, Gaia con
tristezza, Elena con rassegnazione.
Ho fame. Non avevo fame da mesi, me ne accorgo soltanto ora.
Mi catapulto in cucina ed estraggo dal frigo verdure, formaggi,
salumi, affetto il pane, faccio lessare le uova. Preparo una cena colo-
rata, eccessiva. Pregusto il momento nel quale torneranno a casa,
immagino il loro stupore, la loro gioia inattesa.

– E il sogno?
– Quale sogno?

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– Il sogno della soffitta. Quello che avete fatto tu e Gaia...
– Una fantasia, una sciocchezza.
Elena si stringe nelle spalle. – Se ne sei certo...
– Ne sono certo. È stato un incidente. E mi fa pena, Miccoli. Odia
la moglie ma non può separarsene. Le figlie erano la sua unica con-
solazione. Le lasciava fare quello che volevano e loro lo amavano...
quanto sarebbe durato?
Era tutto facile, finalmente, chiaro, evidente. Elena era bellissima
e non desideravo altro che lei. La casa era ottima: una fortuna averla
acquistata a un prezzo tanto basso. Certo, certo, il motivo per il
quale l'avevo pagata tanto poco era terribile, ma, in fondo, non era
certo colpa mia...
– Però dei lavori sono stati fatti. L'ha ammesso anche Miccoli.
– Elena? Ma sei tu adesso a farti le paranoie?
Aveva addosso un mio vecchio maglione dalle spalle troppo
larghe e il collo consumato. Averlo voluto rimettere è stato un pic-
colo segno di riappacificazione.
Ma non si fida, non si fida ancora.
– Non è una questione di paranoie. Ci ho pensato, tutto qui. E le
sue lettere sono orribili. Ti ho detto che c'è qualcosa di più del
dolore...
– Certo, è diventato matto. Lo sai anche tu.
– No. C'è qualcos'altro, qualcosa di terribile e contorto. Il
rimorso. Nessun padre desidera così intensamente che i propri figli
ritornino. Sa che sono morte, ne è certo. Ma scrive che il mare le
restituirà. Che il tempo può essere percorso al contrario.
– Lo scrive a me, a noi. Cerca di convincersene.
– Cerca di convincere chi lo legge. Scuote, spaventa. Parla delle
proprie figlie al presente, come se fossero vive. Si preoccupa del loro
futuro.
– È soltanto una prova che il poveretto è completamente impaz-
zito. Nulla di più.

31
– Sì. E perché è impazzito? Impazzito così, intendo.
– Ti prego, Elena. Ne sono appena uscito...
– No, Federico. Non è strano che tu abbia reagito così. Sei padre
di una femmina anche tu. E quell'uomo è così abile... Hai smesso di
farti domande, hai smesso di pensare, lo capisci? Io no, io non ho
smesso di pensare.
– E quindi? È un assassino? Impazzito dal rimorso, ossessionato
dal ricordo? – Sorrisi. – Ho fatto quanto desiderava, fino a oggi.
Adesso sono uscito dal romanzo. – Eravamo seduti l'uno accanto
all'altra sul divano: la trassi verso di me, cercai di baciarla. Distolse
il capo con un movimento leggero, con un'apparente distrazione che
mi ferì.
– Adesso no. Non posso – disse – E se si trattasse di una confes-
sione, un'ammissione di colpa? Ci hai pensato?
– No. Non ci ho pensato. – cercai ancora una volta di ridisporre
nella mente le frasi e i pensieri di Miccoli secondo questa nuova
traccia. Ma non trovai nessun elemento definito, nulla che non sia,
come ora, ancora una volta, ambiguo.

Gaia giocava nel prato. Aveva disposto le sue bambole in cerchio,
sedute. In mezzo aveva disposto con cura un tovagliolo sottratto al
corredo familiare. Piccole bottiglie e piccoli piatti se ne stavano
obliqui sulla superficie irregolare dell'erba schiacciata, ribaltandosi
spesso, con suo grande disappunto.
La sentivo dare voce a ciascuno dei convenuti, alternare i toni
fatui e striduli delle bambole che le erano odiose alle voci carezzevoli
delle sue beniamine a quelle infantilmente cavernose degli unici due
maschi presenti. Alcuni metri sotto di noi il mare si abbatteva sulla
piccola spiaggia. Onda dopo onda: regolare, indifferente. Avevamo
vietato recisamente a Gaia di scendere la scalinata e arrivare alla
caletta. «Ma dopo la merenda vogliono fare il bagno.» aveva prote-

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stato. «Il bagno dopo mangiato fa male» le avevo risposto, attiran-
domi un'occhiataccia e una replica a fior di labbra che non avevo
udito.
Elena era in casa. «A dare una pulita» mi aveva detto. Aveva
declinato la mia offerta di aiuto senza nessuna spiegazione. «Prefe-
risco fare da sola».
Nelle faccende di case non ero tanto inetto da costituire un osta-
colo. Ma mi ero rifiutato di sospettare, stancato di pensare. Mi limi-
tavo a fissare la staccionata e il mare allungato fino all'orizzonte,
interrotto dalle sbarre di metallo verniciate di azzurro e parzial-
mente arrugginite.
Nuvole e pensieri mi attraversavano la testa.
Con gli occhi socchiusi non mi accorgevo di nulla.
– Papà?
– Cosa?
– C'è una luce, su, nel bosco.
– Una luce? Di giorno?
Gaia si strinse nelle spalle. – Se non mi vuoi credere...Però è vero.
Mi estrassi dallo sdraio, indolente. Con gli occhi bruciati dal sole
cercai di mettere a fuoco la superficie verde, quasi verticale, alle
spalle della casa.
Per qualche istante non vidi nulla poi, dovuto a un leggero movi-
mento, un riflesso di luce si liberò da una superficie di vetro o di
metallo lucidato. Un binocolo o un teleobiettivo, pensai, raggelato.
– Visto? – disse Gaia.
Entrai in casa di corsa. – Elena! Elena!
Mi raggiunse di corsa dal piano superiore. Perfettamente vestita,
con gli occhiali da lettura sul naso.
– Che cosa c'è? Che hai?
– Guardoni. Ho visto i riflessi dei binocoli. Sono qui dietro, sulla
collina.
Lei strinse le labbra. – Andiamo.

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– Va bene, andiamo.

Salimmo per un vecchio sentiero, cercando di essere il più possi-
bile silenziosi. Ogni tanto ci fermavamo ad ascoltare. Gli uccelli tace-
vano, spaventati. L'osservatore certamente attendeva che ci muoves-
simo per muoversi a sua volta e si fermava non appena anche noi ci
fermavamo.
Risalimmo fino alla cima, inutilmente. La terra era calda e secca.
Il sottobosco fitto, sporco di barattoli, festoni di carta igienica, sac-
chetti di patatine. Di tanto in tanto, a fianco di un albero, adagiato
su un tappeto di aghi scuri e ricciuti un preservativo, secco e curio-
samente contorto.
Dalla cima guardammo in basso. Il tetto della nostra casa, il giar-
dino.
– Gaia! – gridò Elena.
Mi ci volle appena un secondo per capire: la bambina non c'era.
Rifacemmo il percorso a ritroso senza badare a dove mettevamo i
piedi, rimbalzando da un albero all'altro come pupazzi manovrati da
burattinai dispettosi. Arrivammo alla porta di casa con il viso
segnato dai rami e le gambe martoriate dalle spine.
Attraversai la casa di corsa urlando: – Gaia! Gaia! – poi il prato e
arrivai fino all'imbocco della scaletta per scendere. Elena veniva
pochi passi dopo di me. Non l'aspettai e scesi.
Una voce maschile e, un secondo dopo, la voce di Gaia. Calma ma
guardinga come quando ha a che fare con estranei.
– Gaia! – Con un ultimo salto atterrai sulle pietre e li vidi.
La bambina aveva tolto le calze e se ne stava con i piedi
nell'acqua. A pochi passi da lei Miccoli, accucciato, in abito da città e
le scarpe nere con le stringhe, assurde in quel luogo.
– Buongiorno!
– Gaia, ti avevo detto...

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Lei ritrasse i piedi e si alzò in piedi. – Il signore era il proprietario
della casa. Mi ha detto che se scendevo con lui non c'era pericolo...
– Cosa fa qua, lei?
La voce di Elena, alle mie spalle, era carica di rabbia ma assoluta-
mente gelida. Miccoli si alzò a sua volta. – Buongiorno, signora
Brun. Sono passato per sapere se tutto andava bene. Ho incontrato
la vostra simpaticissima bambina...
– Se ne vada! Non ha il diritto di stare qui! – Elena fece un passo
indietro per lasciarlo passare. – La strada la conosce.
Miccoli annuì, fissandola. Come se l'intera scena non l'avesse stu-
pito, come se avesse già letto tutto, ogni nostro gesto, ogni parola in
qualche vecchio ritaglio di giornale. Aveva occhi quasi incolori e por-
tava i capelli pettinati all'indietro, fitti e regolari. Un viso massiccio,
perfettamente sbarbato. Si scosse i pantaloni. Lo fissavo con le
braccia abbandonate sui fianchi. Mi passò davanti, scuro e massiccio
ma agile come un vecchio orso.
– Buongiorno, allora. A presto.
L'acciottolìo del mare mi sembrava assordante.

da: brun@sitema.com
a: miccoli@postel.it
subj.: Re: il mare restituisce

sig. Miccoli

La informiamo che non intendiamo più ricevere sue comunicazioni in
nessuna forma e con nessun mezzo.
La preghiamo inoltre di non avvicinare più nostra figlia in alcun
modo. In caso contrario ci vedremo costretti a ricorrere all'intervento
della forza pubblica

35
Distintamente
Federico Brun
Elena Ramorino

Spedimmo la lettera dal PC di casa, non appena giunti.
Io la scrissi e Elena, immersa in un lungo bagno ne approvò il
testo attraverso la porta chiusa.
Gaia si era chiusa nella sua camera, accettando silenziosamente e
di buon grado la punizione: «Stasera niente televisione».
Pensierosa e assorta non aveva praticamente parlato in tutto il
viaggio di ritorno.

– Cosa ti ha detto quell'uomo?
– Che aveva una bambina un po' più grande di me e una un po'
più piccola. Le aveva portate via il mare, ma il mare le avrebbe resti-
tuite.
– Ti sembra possibile? – le aveva chiesto Elena con cautela.
– No. Ma lui ne è sicuro. Mi ha detto: «facevano come te, mette-
vano i piedi nell'acqua. Già ad aprile, certe volte.» E io gli ho detto:
«Ma non avevano freddo?», «Certo, ma non volevano ammetterlo. E
tu non hai freddo?», «No», «Ecco, vedi».
– Non ti ha detto altro? – Intervenni.
– No. Se ne stava lì e guardava. Ogni tanto sceglieva una piccola
pietra e la buttava in mare. Poi siete arrivati voi.
– Lo sai vero che non dovevi andare con lui? – Ripeté Elena per la
centesima volta della giornata.
– Lo so. Ma mi faceva pena. Lui non le ha più, le sue bambine.
Non so cosa avremmo potuto rispondere. Confusi, preferimmo
tacere.

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Gaia andò a letto subito dopo cena. Spiammo la sua luce attra-
verso la porta chiusa: lesse soltanto poche pagine prima di addor-
mentarsi.

– Ha scritto ancora.

Avevo chiesto alla ditta di modificare il mio indirizzo di posta
elettronica, raccomandando la massima riservatezza. Il responsabile
della rete non fece troppe domande e mi assegnò un indirizzo nume-
rico. – Sulla rete intranet continuerai ad avere lo stesso indirizzo.
Questo puoi usarlo per i contatti esterni all'azienda. Comunque
toglierò per un po' il tuo indirizzo dal nostro sito web.
L'avevo ringraziato e avevo portato con me il dischetto per instal-
lare il nuovo indirizzo sul PC di casa.

Estrassi di tasca il dischetto. Per l’ultima volta. Cosa dice?
Elena si strinse nelle spalle e si strofinò gli occhi. – Leggilo, leg-
gilo.
– Tu l'hai letto?
– Certo.
– E...
– Leggilo, ti ho detto.
– Dov'è Gaia?
– Ha un po' di influenza, è dai nonni.
Non so perché ma me lo aspettavo. Avvertii una stretta allo sto-
maco. – Sei sicura che sia solo un po' di influenza?
– No. È stanca, strana. Troppo buona e silenziosa. Sta pensando,
secondo me. Pensando a sè, a noi e quello che le accade. Come se
fosse cresciuta di dieci anni in un solo pomeriggio. Ma forse siamo
stati solo noi a non accorgerci di quanto cambiava. Che non era più

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una bambina.
– Solo questo?
– Cosa significa «solo»? Ti pare poco?
– Hai ragione. Dov'è...
– L'ho stampato.

da: miccoli@postel.it
a: brun@sitema.com
subj.: R: Re: il mare restituisce

Gentile sig. Brun e sig.ra Ramorini

Capisco il Vostro punto di vista e non mancherò di seguire la vostra
raccomandazione. Non posso, tra l'altro, che compiacermi per la vostra
ritrovata armonia.
Come ho già avuto modo di spiegare al sig. Brun, una bambina di
quell'età è una strana fortuna per un uomo adulto, Forse, più che di una
fortuna dovrei parlare di un'occasione irripetibile. Assistere alla genesi
della femminilità da una posizione tanto privilegiata, come osservatore
ma anche come punto di riferimento. Una curiosa simmetria assistere allo
sviluppo di nuove donne mentre le donne che si conoscono da anni per-
corrono il primo tratto di vita verso l'oscurità. Questo e solo questo da' la
sensazione di essere fermi, immobili nel tempo, curiosamente incagliati
su un tratto sabbioso mentre la corrente intorno a noi scorre rapida.
Questa sensazione non mi ha abbandonato, cari amici. Io so di essere
ancora immobile nella corrente mentre corpi e menti femminili mutano
rapidamente. La vostra bambina è nel momento più ricco e fecondo della
sua vita. Spero che abbiate compreso quale immensa fortuna sia vederla
mutare, cercare, acquistare un proprio punto di vista sul mondo.
Mi auguro che la permanenza in quella casa diventi per voi l'occa-
sione per comprendere una parte del mistero delle vostre vite, come è
stato per me.

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Non preoccupatevi: quando Eva e Monica torneranno io lo saprò e
sarò là ad attenderle. Non datevi quindi pensiero di avvisarmi.

Bruno Miccoli

– Non c'è nulla di nuovo, direi. – commentai. – Le solite follie sul
«loro» ritorno e sulla femminilità nascente.
Elena scosse la testa. – No. Ha mandato un'immagine in allegato.
– Dov'è?
– Non l'ho stampata. L'ho salvata.
Arrivai fino al PC e aprii l'immagine.
Uno spicchio di sole scendeva da una finestra ricavata nel tetto.
Illuminava un mucchio di stracci accatastati in un angolo del pavi-
mento di granella, tra il muro basso e macchiato e un grosso trave di
legno scuro. Tra gli stracci incolori c'era un pezzo di stoffa scozzese
gialla e rossa, come un ventaglio ritagliato da una piccola gonna a
pieghe.

È possibile che siano davvero ancora vive?
Che le abbia nascoste a tutti, che le abbia mandate lontano? Che
abbia denunciato la loro scomparsa sapendo che il mare può anche
non restituire mai i corpi? Ma se è così dove le tiene? Dove sono? E
la madre? Che ne è stato della madre? Se si telefona al suo numero è
immancabilmente lui a rispondere. Della moglie non se ne sa più
nulla. Nessuno ne sa più nulla. Nessuno l'ha più veduta. Dopo il
funerale senza cadaveri è scomparsa. Chiusa in una clinica per
malattie nervose, forse.
Il suo scopo reale è forse un altro. L'aver ceduto la casa è parte di
un progetto più vasto, qualcosa che né io né Elena arriviamo ancora
a concepire.

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Riuscimmo a trovarla. Di lei conoscevo il cognome da nubile,
Lorenzetti, e naturalmente il nome di battesimo, Irma.
Avevo pensato a cliniche svizzere, a centri privati nascosti in
qualche località salubre e sperduta, a luoghi discreti, introvabili per
qualsiasi ricerca superficiale. A passarci una segnalazione il cognato
di Elena, impiegato amministrativo in un'ASL. Un elenco di pratiche
di ricovero nelle cliniche della regione, recuperato nella rete ammi-
nistrativa dell'assessorato regionale alla sanità.
Una semplice scheda priva di particolari «Lorenzetti Irma, di
anni 42. Coniugata. Ricovero presso Villa Zagara il 25.9.1997. Lun-
godegente»
Nessun accenno al motivo del ricovero. E mio cognato non aveva
accesso alle cartelle cliniche.

Attraversammo la provincia sotto la pioggia battente. Non era-
vamo mai stati in quella zona della regione. Terre piatte e umide
disperse tra montagne e fiumi. Sotto una luce di ferro arrivammo
alle porte di Villa Zagara, un palazzo a tre piani circondato da alberi
d'alto fusto e racchiuso da un muro pieno di mattoni rossi che lo cin-
geva come una fortezza. Sul lato sinistro della costruzione, legger-
mente staccata dal corpo principale, una torre quadrata, sicura-
mente anteriore alla villa, con feritoie chiuse da sbarre incrociate
accentuava l'impressione di un luogo separato e ostile.
Il guardiano era informato della nostra visita e fece alzare la
sbarra: – Al termine del viale girate a sinistra. Troverete il par-
cheggio. L'ingresso per i visitatori è indicato.

Al telefono non avevo avuto difficoltà a parlare con Irma Loren-

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zetti. Dopo un ragionevole lasso di tempo avevano trasferito la linea
nella sua stanza. Due squilli e poi la sua voce. Non so cosa mi aspet-
tassi, forse una voce provata, stanca, balbettante o esaltata. Nulla di
tutto ciò: il «pronto» di Irma Lorenzetti era guardingo ma fermo,
quasi professionale.
«Sono Federico Brun, parlo con Irma Lorenzetti?»
«In persona, mi dica»
Ebbi la sensazione che la mia telefonata fosse attesa.
«Io sono l'aquirente della casa di mare...» mi interruppe.
«Lo so, mio marito mi ha fatto avere l'atto. Cosa desidera da
me?»
Ero preparato a un altro genere di risposte, non a quel tono sbri-
gativo e a quei modi da segretaria di un professionista affermato.
Esitai.
«È per le bambine? Mi chiama per quello?», riprese lei.
«... Sì. Non esattamente, ma...»
«Lo so. Non esattamente. Non che ci sia molto da dire, ma ad
ogni modo... l'aspetto domenica, tra le dieci e trenta e mezzogiorno.
L'orario di visita.»

– Buongiorno.
Irma Lorenzetti era seduta su una panchina a metà di un colon-
nato chiuso da lastre di vetro. Appena oltre i cristalli c'era il giar-
dino, delimitato e attraversato da esili sentieri fatti di pietruzze ros-
sicce. Nel corridoio, attraversato da una corrente fredda profumata
di terra bagnata, c'era soltanto lei.
– Fa fresco qui, vero? Ma è un bel posto.
– È vero. – Elena dedicò meno di un secondo al giardino fradicio
di pioggia. – Possiamo sederci?
La mano pallida di Irma Lorenzetti scivolò fuori dallo scialle di
lana bianca e fece un piccolo segno. Prendemmo posto accanto a lei,

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uno per lato.
– Ho avvisato mio marito che sareste passati a trovarmi. Ha detto
che siete persone molto gentili. Davvero gentili.
– Vi siete sentiti? – la frase, sfuggita a Elena, non ebbe nessun
effetto sulla nostra interlocutrice.
– Ci sentiamo almeno una volta al giorno. Non ho molte visite,
qui. Quelle poche sono quasi un avvenimento.
Irma Lorenzetti quel giorno non portava gli occhiali da sole. Oltre
allo scialle che le avvolgeva le spalle indossava una gonna nocciola al
ginocchio, calze scure e scarpe scollate dal tacco sottile. Non era
truccata, e il viso, nella luce fredda della pioggia, appariva pallido e
statico. Ma la voce, in contrasto, era vivace e animata.
– Come sa, signora Lorenzetti... Lorenzetti o Miccoli?
Un sorriso appena accennato. – Lorenzetti. Qui mi hanno abi-
tuata così.
– Signora Lorenzetti, noi abbiamo acquistato la vostra casa a
Ponteggi. Qualche mese dopo. – La guardai attentamente, in attesa
di qualche segno. Lasciai passare qualche secondo. Irma Lorenzetti
non aggiunse nulla, non trasalì, non scoppiò in pianto. Si limitò ad
annuire e a fissare il giardino bagnato di pioggia. – ... abbiamo
saputo dei lavori compiuti nella casa soltanto una volta firmato
l'atto. Ma non siamo venuti fino qui solo per questa piccola dimenti-
canza... – Procedevo a tentoni, sperando che fosse lei a fornirci una
traccia, qualche elemento per capire cos'era accaduto in quella casa.
– Vi piace così? Né io né mio marito amavamo quel sottotetto. Ma
alle bambine piaceva. Ne avevano fatto il loro rifugio segreto.
Ammucchiavano lì dentro vecchi giocattoli, pezzi di stoffa e non so
cos'altro. Noi non controllavamo, mio marito perché con le bambine
è sempre stato fin troppo tollerante, io perché non ne avevo… – Si
interruppe. – Vada avanti.
– Sì. Ci piace. Forse anche nostra figlia avrebbe desiderato un sot-
totetto tutto per lei. – Risi malamente, imbarazzato. – Ma anche così

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di spazio per lei ce n'è più che abbastanza.
– Avete una bambina. Si chiama Gaia ed ha nove anni. Lo so. Mio
marito l'ha incontrata. Me l'ha detto. Una bambina simpatica e
intelligente.
Le ultime parole che aveva pronunciato erano suonate mono-
cordi, assenti. Se per qualche istante ero riuscito a ottenere la sua
attenzione, ora la stavo perdendo.
– Ma in paese circolano strane voci, forse lo sa...
– Lo so benissimo. Venivano a spiarci con binocoli e cannocchiali,
prendevano fotografie. Mio marito aveva deciso di ignorarli, di fare
come se non esistessero. Quando andavamo in paese c'erano chiac-
chiere, sguardi e commenti. Li odiavo, non scendevo neppure dalla
macchina per non incontrarli.
– È quello che ci ha raccontato anche suo marito... – Intervenne
Elena.
Annuì leggermente senza staccare lo sguardo dal giardino. –
Vivevamo in pubblico. Qualsiasi nostro gesto era pesato, giudicato,
interpretato, commentato. Avevamo timore di lasciare le luci accese
in casa senza chiudere gli scuri. Qualcuno vedeva, qualcuno giudi-
cava. Con mio marito è cessata qualsiasi intimità. Mi chiedevo se
anche la mia voce, i miei e i suoi sospiri sarebbero diventati la preda
di qualcuno. Volevo dargli il meno possibile, ma sapevo che stavano
costruendo un profilo della nostra vita. Una foto, una registrazione,
uno sguardo. Qualsiasi cosa contribuiva a comporre il quadro. Ci
pensavo spesso, ne parlavamo quando le bambine non c'erano o si
erano addormentate. Abbiamo imparato a compiere gesti ambigui, a
pronunciare frasi che avessero senso soltanto per noi. – Distolse lo
sguardo dal giardino per fissarmi. Non gesticolava, non aveva nep-
pure aumentato il tono di voce. Come se stesse ripetendo per la mil-
lesima volta una serie di frasi che abitualmente ripeteva a se stessa.
– Ma abbiamo preteso troppo. Non riuscivamo più a comprenderci.
Siamo diventati troppo consci dei nostri gesti, dei nostri pensieri. Io

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ero già in cura, questo non mi aiutato. Poco prima che le bambine
scomparissero l'ho compreso, ma era troppo tardi. Mio marito non
poteva più distinguere ciò che era realmente diretto a lui dalle frasi
pronunciate a beneficio di chi ci osservava. Neppure io sapevo più
trovare le parole, parole che non avessi già consumato per reggere la
finzione, parole che non significassero altro. Mantenevamo le
distanze, qualcosa ci univa ancora – come adesso. Il peso del pas-
sato o la necessità di alimentare la reciproca avversione. – Si acca-
rezzò un sopracciglio con la punta delle dita. Aveva unghie brevi,
pallide e mani spoglie ed eleganti. – Avviene anche qui. Mi inducono
a parlare, a raccontare e io lo faccio volentieri. Ma il senso di ciò che
dico non dura mai più di qualche ora. A ogni colloquio, a ogni giro
della ruota mi sembra che tutto ciò che racconto abbia un nuovo
significato. Ho la sensazione che i frammenti che descrivo si pos-
sano accostare diversamente da quanto avevo fatto finora, a com-
porre un quadro definitivamente chiaro. Li illudo, poveretti. Si con-
vincono di aver aperto un'altra porta, di aver fatto luce in qualche
altro angolo di me. Ma mentre aprivo quelle porte altre si chiude-
vano. – Annuì con convinzione, con un sorriso soddisfatto. – Anche
questa convinzione, quella che qualcuno ci spiasse, non è forse altro
che il frutto di una nostra innocua fissazione. Forse ne siamo stati
ben felici e ci è piaciuto recitare ogni momento della giornata,
tenendo accuratamente nascosti i nostri veri io. Come alberi fatti di
sola corteccia. Via uno strato, via l'altro, via l'altro. Si cerca la polpa
bianca, il centro, ma si incontra soltanto corteccia, un altro strato,
un altro. Fino all'ultimo, fino ad ammettere che sotto, al centro, non
c'è nulla. Non c'è mai stato nulla. – Si interruppe per trarre un pro-
fondo respiro. Tacque per qualche secondo e infine si alzò. – Adesso
devo andare. – Ci guardò a turno, come una madre alcolista in un
momento di lucidità. – Dovete andare, anzi. Da me non si ottiene
nulla. Nessuno ottiene nulla.
La guardammo allontanarsi senza riuscire ad aggiungere una

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parola. Arrivata davanti alla porta che portava alla scale esitò per un
istante – o forse fummo soltanto noi a pensarlo – ma non si voltò
prima di scomparire.

I giorni che seguirono furono lenti e vischiosi. Avevamo rinun-
ciato a comprendere, forse. O forse soltanto a confrontare le nostre
conclusioni in proposito. Il paese, le fotografie, le bambine nude, la
malattia di Irma – ci sentivamo autorizzati a chiamarla per nome –
i loro giorni da reclusi, il piacere sottile che dava loro sentirsi – o
forse illudersi di essere – al centro dell'attenzione. Essere diversi,
straordinari.
Da Bruno Miccoli non ricevemmo altre lettere. Non ne fummo
stupiti.

– Cos'é?
– Un disegno.
– Lo vedo, ma chi sono... due bambine?
– Sì, due bambine. Una è più grande e l'altra ha due anni di
meno.
– E dove sono?
– Nella nebbia. C'è la nebbia, intorno.
– Per quello non c'è il sole.
– Il sole non c'è. – Gaia solleva il disegno per guardarlo ancora. –
Non c'è proprio il sole. C'è solo la nebbia. Vedi è tutto grigio. L'ho
fatto tutto grigio. – Adesso guarda me corrugando la fronte. – È un
brutto disegno. Ci sono pochi colori.
– È normale. Se non c'è il sole non ci sono i colori.
– È vero. A te piace?
– Sì, è un bel disegno.
– A me non piace. Tienilo tu.

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Si allontana per tornare nella sua stanza. La vedo trafficare nel
cassetto ed estrarre il walkman. Se lo infila e preme il tasto play.
Le due bambine del disegno hanno i tratti del viso confusi, come
se, dopo averle disegnate, Gaia avesse passato un dito sui tratti di
matita. Il grigio che le circonda scende dall'alto del foglio e le rac-
chiude completamente. Sono sospese nella nebbia e non sorridono.

Dopo qualche settimana di paralisi decidemmo di ritornare alla
casa di mare. L'estate era ormai nel suo pieno e tra pochi giorni
sarebbero iniziate le nostre ferie.
Demmo la notizia a Gaia che ne fu inaspettamente felice. Non
aveva più fatto altri disegni e anche per noi il ricordo della visita a
Irma era finalmente impallidito. Non ne avevamo più parlato,
sarebbe stato imbarazzante in maniera insostenibile.
Acquistammo nuovi oggetti, piccoli mobili, lenzuola, costumi di
bagno, poster. Avremmo trasformato quella casa, l'avremmo fatta
definitivamente nostra. Un'imprevista eccitazione ci aveva preso.
Facemmo acquisti scriteriati, prendemmo l'abitudine di uscire a
cena quasi tutte le sere.

Ci attendevamo il buio, le grandi finestre rivolte al mare silenzioso.
Invece ad accoglierci la luce. Bianca, muta come un errore imper-
donabile.

Bruno Miccoli era seduto davanti alla porta finestra. Aveva tolto
la giacca ma portava ancora camicia e cravatta. Era sbarbato di
fresco e mandava un buon odore di dopobarba. Teneva un dito infi-
lato nel libro che stava leggendo, a segnalibro.
Gaia lo ignorò e uscì sul prato.
– Glielo avevo detto. Sono qui.

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Dalla finestra aperta arrivavano voci, scoppi di risa, rumore di
passi affrettati.
– Sono di nuovo qui. Sono ciò che il mare mi ha restituito.
Elena si scosse prima di me e corse all'esterno.
– Questa è la mia casa. – Fu tutto ciò che riuscii a dire.
Lui annuì. – È vero. Ma in questo tempo non è così.
Oltre le tende mosse dalla brezza passarono veloci alcune ombre.
Riconobbi soltanto la voce di Gaia.
Elena era rientrata. – Sta giocando. – Si appoggiò alla parete e
chiuse gli occhi.
Miccoli mi guardò ancora una volta, soddisfatto. Appoggiò il libro
nello spazio compreso tra il bracciolo della poltrona e la sua gamba
senza togliere il dito dalle pagine.
– Se dovesse uscire e rientrare nuovamente potrebbe non tro-
varmi più. Questo è il tempo del mio sogno. Ricorda? Siamo nel
tempo fermo, alla radice del tempo.
Gaia rientrò trafelata dalla porta-finestra. Ci guardò per un
istante, rossa e sudata. Fece un piccolo sorriso ed uscì nuovamente.
Alzai una mano, forse per fermarla.
– Le bambine... lei le ha tenute nascoste, per tutto questo tempo.
Non sono mai... scomparse.
Scosse il capo. Aveva i capelli rigorosamente ben pettinati, immo-
bili come un disegno fatto su un manichino.
– Sono ciò che il mare mi ha restituito. Gliel'ho detto.

Uscii sul prato. Il sole a metà pomeriggio sembrava ritagliato
sullo sfondo del cielo. Gaia era affacciata alle ringhiere verso il mare.
– Sono sotto, papà. Fanno il bagno.
La raggiunsi e mi affacciai. Guardai verso il termine della scala,
sulla piccola spiaggia, nello specchio di mare che bagnava la battigia
sassosa. Udii le loro voci che si chiamavano, le parole, il rumore

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degli schizzi e dell'urto delle braccia e delle gambe contro l'acqua.
– Dove?
Gaia indicò un punto del lungo strascico dorato del sole. – Sono
là.
– Sì. Sono là.
Gaia annuì acquietata e tornò a fissare lo sguardo sull'orizzonte.
Piccole onde morivano sulla riva, muovevano i sassi. Le voci
impallidivano, deformate, spostate dalla brezza.
– Se n'è andato. – Disse Elena, arrivata silenziosamente al mio
fianco.
– Lo so.
– Anche...
– Sono dove è lui. E dov'è il mare.
Gaia si voltò verso di noi. Il vento le spingeva i capelli negli occhi.
– Se ne sono andate, ora.

Ci fermammo a dormire nella casa. Non avevamo certo voglia di
rimetterci in strada.
Il vento e il mare ci cullarono. Quella prima sera ci addormen-
tammo senza quasi accorgercene.
Finimmo per rimanere lì per tutto il tempo delle ferie.
A tratti udimmo ancora le loro voci e talvolta sentimmo Gaia par-
largli, come faceva con le sue bambole. Non le facemmo altre
domande. Era diventata più adulta, avevamo la sensazione che
volesse evitarci, restando molto tempo da sola.
Io ed Elena non eravamo più spaventati. Avevamo smesso di
guardare verso la collina alle nostre spalle. Trascorrevamo molto
tempo seduti davanti al mare, ascoltando il suo frangersi sempre
uguale e sempre diverso. Immaginavamo di essere rimasti soli,
immaginavamo il suo rumore ripetersi uguale per milioni e milioni
di anni. Un pensiero che dava le vertigini. Il mare prende e resti-

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tuisce.
Sarebbe tornato, quando noi fossimo partiti. Si sarebbe seduto
davanti alle finestre aperte, ascoltando le voci delle acque in un tran-
quillo pomeriggio. Le avrebbe avute nuovamente, avrebbe ricono-
sciuto le loro voci. Pronto ad aiutarle, a stare loro vicine.
Lo sapevamo, ne eravamo certi.

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