You are on page 1of 2

Caro Melloni, perché tanti silenzi

di Lucetta Scaraffia in “Il Sole 24 Ore” del 26 settembre 2010 In un'epoca come la nostra, in cui la religione è all'ordine del giorno e spesso l'informazione è imprecisa e scorretta, un Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento come quello curato da Alberto Melloni potrebbe essere molto utile. Tanto più che l'opera abbraccia con ampiezza tutte le più importanti religioni mondiali (in particolare, quelle orientali), ed è organizzata in modo da potere con rapidità essere informati, per esempio, di quale è l'esegesi attuale del Corano, o sui problemi teologici e organizzativi che si trovano ad affrontare gli anglicani. Il tutto con una ricca bibliografia di corredo alle voci. E, se si consultano voci come Qumran o Apocrifi, sembra che tutto funzioni bene o quasi. Se invece si leggono voci più "calde" la delusione è cocente. Un'opera che si intitola Dizionario dovrebbe garantire ai lettori che la consultano soprattutto completezza e obiettività. Invece su molti temi sembra di leggere saggi a tesi piuttosto che un'opera informativa. Già nella scelta delle voci nasce qualche dubbio: quella sulla teologia della liberazione si estende per esempio per ben 15 pagine (molte nell'economia dell'opera) mentre alla bioetica e alle questioni che pone alle varie religioni non è dedicata una voce apposita. E pensare che la teologia della liberazione è ormai superata, dopo la condanna della Santa Sede e soprattutto dopo la caduta del comunismo, mentre i problemi bioetici sono fondamentali per il presente e il futuro e, a partire dalle leggi di legalizzazione dell'aborto degli anni Settanta, hanno costituito un ambito di conflitto importante nei rapporti fra le confessioni religiose e le società in vari paesi. Ma questo non risulta: nella voce dedicata all'anglicanesimo si omette di dire, ad esempio, che è stata l'accettazione anglicana delle pratiche anticoncezionali a spingere Pio XI a promulgare l'enciclica Casti connubii (1930), della quale del resto non si parla. Viceversa, si tratta dell'Humanae vitae (1968) di Paolo VI nella voce dedicata alla teologia morale, ma accennando solo al dibattito critico: un caso esemplare di informazione sommaria e certo non imparziale. A proposito dell'imparzialità, del resto, se leggiamo la voce dedicata alla teologia cattolica, si scopre che come teologo Joseph Ratzinger non è esistito: le sue opere, importanti e molto diffuse, con traduzioni in diverse lingue anche prima che il loro autore venisse eletto papa, nelle 24 pagine della voce (bibliografia compresa) non sono citate, se si eccettua una minuzia sull'enciclica Veritatis splendor (1993) di Giovanni Paolo II, come del resto avviene in altre voci. Insomma, i lettori interessati a qualche informazione sul ruolo svolto da chi oggi è Benedetto XVI nella teologia della seconda metà del Novecento ne usciranno con l'idea che il suo impegno nella ricerca, obiettivamente rilevante, non sia altro che un'invenzione. Ancora, la voce dedicata alla teologia femminista è scritta in modo confuso ed eccessivamente militante, priva di carattere informativo, che non parla delle studiose europee e italiane - sembrano degne d'interesse solo le americane e quelle del terzo mondo - e ignora l'apporto fondamentale delle storiche alla teologia femminista, per esempio con la riscoperta di un fitto tessuto di scritture mistiche e teologiche femminili dimenticato. Così, chi consulta il Dizionario non saprà che Edith Stein ha scritto testi di teologia femminista. Ma senza dubbio la voce meno adatta a un'opera di consultazione - e che più suscita indignazione dal punto di vista storico - è quella sulla Shoah. Comincia con una confusa spiegazione della differenza fra antigiudaismo e antisemitismo, per poi utilizzare sempre l'espressione «antisemitismo cristiano», anche se per il Novecento questo antisemitismo costituisce come minimo una questione aperta e discussa, dal momento che la Chiesa cattolica ha sempre condannato il razzismo. La voce è infatti finalizzata ad addossare alla religione cristiana - tra l'altro senza differenze fra protestanti, ortodossi e cattolici, benché la storia insegni che queste differenze ci sono state - la colpa dello sterminio nazista: «La Shoah è connessa in misura fondamentale al cristianesimo»; o ancora: «Dopo Auschwitz, i teologi non potevano più ignorare il vizio presente nel cristianesimo

che ha contribuito allo sviluppo dell'oppressione nazista». Come se i nazisti non rappresentassero con la loro ideologia una posizione coerentemente e consapevolmente anticristiana, fino ad arrivare a forme di persecuzione concrete, in particolare nei confronti del clero cattolico. Il fatto poi che il Gran Muftì di Gerusalemme si fosse dichiarato nazista e avesse soggiornato per lunghi periodi nella Germania del Terzo Reich non appare importante, anche se negli ultimi decenni del Novecento l'antisemitismo si è radicato proprio nel mondo islamico. In questo quadro a tinte fosche, che sembra dimenticare il ruolo fondamentale di Giovanni Paolo II, si salva solo la dichiarazione del Vaticano II Nostra Aetate, con un'altra affermazione insostenibile: «Da nessuna parte nel documento si trova un'espressione di contrizione o di pentimento per i due millenni di sofferenza ebraica per mano della Chiesa, e sino ad ora non vi è stato il riconoscimento dell'alleanza di Dio con il popolo ebraico». Alberto Melloni, (a cura di), «Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento», il Mulino, Bologna, pagg. 1848, € 140.