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Università degli Studi di Verona

CdL in Economia e Commercio a.a. 2016-2017


Corso di DIRITTO PRIVATO (9 cfu)
Prof.ssa Alessandra Salomoni

22.02.2017

Diritto: sistema di regole per la soluzione di conflitti tra gli uomini.


Funzione: prevenire e risolvere i conflitti (derivanti da esigenze e interessi contrastanti) mediante
l'applicazione di regole predeterminate.
Strumento: norme giuridiche (regole).
Homo hominis lupus: “l'uomo è lupo dell'uomo” (Plauto).
Ius, iuris: diritto.

Una NORMA GIURIDICA è una proposizione precettiva (=prescrive un dato comportamento e le


sue conseguenze) formulata in termini generali ed astratti (=riguarda una serie ipotetica di fatti, che
cioè non si sono verificati) rivolta a tutti i membri della collettività (dell'ordinamento statale).
Art. 2043 c.c.: qualunque fatto, doloso o colposo, che causa danni a un altro soggetto deve essere
risarcito (c’è la previsione di una sanzione).
Cfr. art. 3 Costituzione: enuncia il principio di uguaglianza (il precetto è implicito, l'articolo sembra
una definizione).
La norma giuridica è coercitiva, ossia l'inosservanza comporta l'applicazione/irrogazione di una
sanzione; è proprio in virtù di ciò che la norma diventa giuridica. La norma può anche essere rivolta
a determinate categorie di soggetti e ha riguardo a una fattispecie astratta (situazione), che si distingue
dalla fattispecie concreta (=azione verificata e conclusa); la fattispecie concreta deve essere ricondotta
a una fattispecie astratta (problema di qualificazione) con un procedimento che in termini tecnici si
chiama sussunzione.
La sanzione prevista in caso di violazione del codice penale può essere la carcerazione detentiva; se
invece si viola il codice civile la sanzione non è mai detentiva, spesso è pecuniaria o di altra natura.
Un ISTITUTO GIURIDICO (concetto più generale di norma giuridica) è l’insieme delle norme che
regolano un determinato fenomeno della vita sociale; si riferisce ad un ambito: ad esempio l'istituto
del matrimonio, della proprietà ecc.
L’ORDINAMENTO GIURIDICO (statale, regionale, canonico, internazionale ecc.) è un sistema
normativo unitario (insieme di tutte le norme) che regola lo svolgimento della vita sociale di una data
collettività di individui; è coerente con se stesso nel senso che le norme non sono in contrasto tra loro
(non ci sono antinomie e contraddizioni); vi è la certezza del diritto ed esistono criteri e gerarchie per
dirimere eventuali conflitti.

Il diritto statale trova un confine tra:


DIRITTO PRIVATO: regola i rapporti tra privati e quelli cui partecipa lo Stato se si svolgono su un
piano di parità; è retto dai principi di: 1. parità; 2. libertà; 3. autonomia. Sottosistemi: civile,
commerciale, del lavoro, agrario (specificazioni).
DIRITTO PUBBLICO: regola solo i rapporti cui partecipa lo Stato (o un altro ente pubblico), nel
quali esso si pone in una posizione di supremazia; è retto dai principi di: 1. disparità; 2. soggezione
(ad esempio espropriazione). Sottosistemi: costituzionale, processuale, amministrativo, tributario,
penale.

FONTI DEL DIRITTO: (sono diverse a seconda dell'ordinamento) qualunque atto o fatto che, in un
dato ordinamento giuridico, è capace di creare una norma giuridica (ciò o chi le produce).
Fonti di produzione: modi di formazione delle norme (chi la scrive – Parlamento); in Italia il
legislatore crea il diritto, la giurisprudenza lo applica.
Fonti di cognizione: testi che contengono le norme già formate (dalle fonti di produzione).
Disposizioni preliminari al codice civile del 1942: atti idonei a essere fonti del diritto.
Art. 1: indicazioni delle fonti → 1. LEGGI; 2. REGOLAMENTI; 3. NORME CORPORATIVE (sono
proprie dell'epoca fascista, ora abrogate); 4. USI. A queste fonti bisogna aggiungere la Costituzione,
i trattati, le fonti europee internazionali (sono consentite dall'ordinamento italiano, sono regolamenti
e direttive) e le leggi regionali (queste ultime hanno una competenza per materia).

Esiste una gerarchia tra le fonti, necessaria per rispettare il principio di unitarietà e coerenza:
1) Costituzione e leggi costituzionali (poste sullo stesso piano): sono “rigide”;
2) regolamenti comunitari (fonte europea): prevalgono sulla legge interna;
3) leggi ordinarie e altri atti aventi forza di legge;
4) leggi regionali: vengono introdotte nel 1960 come attuazione dell'art. 117 Cost., hanno
competenza generale salvo alcune materie la cui competenza è riservata allo Stato;
5) regolamenti (potere esecutivo);
6) usi e consuetudini: particolare tipo di fonte non scritta che consiste in comportamenti generali
ritenuti comunemente obbligatori (cfr. raccolta funghi); entrano in campo in assenza di leggi
e regolamenti (cioè riguardano materie non disciplinate dalla legge) e hanno efficacia
normativa.

Questo è il principio di gerarchia delle fonti (criterio gerarchico), in caso di leggi poste sullo stesso
piano vengono adottati questi altri principi:
• principio cronologico: la fonte successiva prevale sulla precedente;
• principio di competenza (per materia);
• principio di pluralità delle fonti (esigenza di coordinamento)

23.02.2017

L'Italia ha aderito all'Unione Europea (UE), accettando una limitazione della propria sovranità e
rendendo vincolanti per i propri cittadini le direttive e i regolamenti europei (emanati dal Consiglio
dell’UE). Il regolamento è direttamente vincolante per il Paese, invece la direttiva si rivolge sempre
allo Stato, imponendo di adeguarsi a determinati principi, ma lasciando libertà nelle modalità di
applicazione delle leggi; le direttive devono essere recepite, altrimenti possono essere self-executing
(si applicano automaticamente).
Il diritto privato è regolato dalle leggi dello Stato (e non, ad esempio, dalle leggi regionali) per
l'esigenza di uniformità di trattamento sul territorio nazionale.

EFFICACIA DELLE NORME GIURIDICHE


(ambito di efficacia)

Nel tempo:
• inizio obbligatorietà: entrata in vigore (art. 10 preleggi), 15° giorno dopo la pubblicazione in
Gazzetta Ufficiale; il periodo intercorrente tra la pubblicazione e l'entrata in vigore è definito
vacatio legis (mancanza della legge), decorso il quale ignorantia legis non excusat
(l'ignoranza della legge non scusa, ovvero, la legge è vincolante in quanto conoscibile, non in
quanto conosciuta);
• principio di irretroattività: le norme hanno efficacia e sono applicabili per gli eventi a venire,
ovvero per i fatti successivi alla loro entrata in vigore; questo per garantire la certezza del
diritto (art. 11 preleggi);
• cessazione: l'abrogazione (art. 15 preleggi) può avvenire mediante tre distinte modalità: 1.
abrogazione espressa: sopravviene un'altra norma che sancisce espressamente l'abrogazione
di quella in oggetto; 2. abrogazione tacita: vi è incompatibilità tra le nuove disposizioni e
quelle precedenti; 3. abrogazione implicita: la nuova legge è compatibile con la precedente,
ma è formulata in modo tale da regolare nuovamente la materia oggetto di disciplina. Altre
possibilità di cessazione, poi, sono il referendum abrogativo e la sentenza di illegittimità
costituzionale.

Nello spazio:
• principio di statualità del diritto: l'ambito di applicazione delle norme è quello dello Stato;
• diritto internazionale privato: ha ad oggetto la regolazione di controversie che presentano
elementi di estraneità (ad esempio stranieri o cittadini italiani all'estero)

INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE

L'interpretazione della legge è il procedimento attraverso il quale si specifica il significato delle


disposizioni legislative (art. 12,1 preleggi: criteri normativi) e si può “declinare” attraverso queste
modalità di attribuzione di significato e senso:
Interpretazione letterale: è la prima disposizione, impone di attenersi al significato della norma
deducibile dall' “accostamento delle parole” e di non mutare il senso della stessa.
Interpretazione logica (o teleologica): consiste in un procedimento di attribuzione di significato alla
norma che sia coerente con lo scopo cui la regola è diretta: ratio legis (ragione o spirito della legge).
Interpretazione analogica: in mancanza di una precisa disposizione normativa (cosiddetta “lacuna”)
si applicano disposizioni dirette a regolare casi simili (eadem ratio, “stessa ragione”): è questa la
cosiddetta analogia legis. In mancanza anche di tali norme, si ha riguardo ai “principi generali
dell’ordinamento”, ossia principi non scritti che rappresentano le direttive fondamentali cui si è
ispirato il legislatore per la formulazione del sistema giuridico: è questa la cosiddetta analogia iuris.

1.03.2017
CONCETTI GIURIDICI FONDAMENTALI

Esaminiamo alcune definizioni proprie dell'ambito giuridico e alcuni termini specifici dal significato
univoco e non ambiguo che è bene non confondere (ad esempio il contratto di affitto è diverso da
quello di locazione e i concetti di rescissione e risoluzione sono tra loro distinti → rinvio).

Il DIRITTO può essere:


OGGETTIVO: consiste nella singola norma giuridica, che contempla una situazione, e
nell'ordinamento giuridico nel suo complesso, formato da un insieme di norme che dettano
determinati comportamenti.
SOGGETTIVO: è una situazione giuridica riconosciuta che consiste in una posizione di vantaggio
tutelata da una norma giuridica; è il potere di agire per il soddisfacimento del proprio interesse,
protetto dall'ordinamento giuridico (se leso da un altro soggetto); tale potere si estrinseca nella
possibilità di compiere o non compiere (non obbligo) una serie di azioni relativamente alla situazione
disciplinata dalla norma.

I DIRITTI SOGGETTIVI possono essere suddivisi in due macro categorie contrapposte:


ASSOLUTI: sono validi per la generalità dei consociati, sono erga omnes (nei confronti di tutti)
RELATIVI: sono validi per determinate categorie di soggetti, ovvero per soggetti che si trovino in
determinate situazione (dunque non sono rivolti a tutta la collettività).

I DIRITTI SOGGETTIVI ASSOLUTI, a loro volta, possono essere suddivisi in:


REALI: si esercitano sulle cose (dal latino res, “cosa”; ad esempio la proprietà è un diritto reale).
DELLA PERSONA: riguardano l'individuo nella sua soggettività individuale

I DIRITTI SOGGETTIVI RELATIVI, a loro volta, possono essere suddivisi in:


DI CREDITO: consistono nel diritto alla prestazione da parte di un altro soggetto (il debitore); la
prestazione può consistere nel comportamento di corresponsione della somma dovuta.
DI FAMIGLIA: riguardano l'ambito familiare.

Vi è poi un'ulteriore distinzione tra:


DIRITTI PATRIMONALI: hanno un contenuto economicamente valutabile e, considerati nel loro
insieme, costituiscono il patrimonio della persona; i diritti reali e di credito rientrano in questa
categoria.
DIRITTI NON PATRIMONALI: sono relativi alla persona, non hanno un valore economico o di
scambio, ovvero non hanno un contenuto patrimoniale; i diritti della persona (diritto al nome,
all'onore ecc. → rinvio) e di famiglia (diritto di coabitazione, di assistenza, di fedeltà ecc.) rientrano
in questa categoria.

Un particolare tipo di diritto rientrante nella categoria dei diritti soggettivi è il cosiddetto DIRITTO
POTESTATIVO (laddove previsto dalla legge), in virtù del quale il titolare (→ posizione di
appartenenza) ha il potere di mutare la situazione giuridica di un altro soggetto, senza che quest'ultimo
possa impedirlo (ad esempio diritto di dimettersi o di licenziare). N.B. Diverso è invece in concetto
di potestà, che era un potere-dovere (non un diritto soggettivo) da esercitarsi nell'interesse, ad esempio,
dei figli (dal 2013 la potestà dei genitori non è più riconosciuta, è stata sostituita dalla responsabilità
genitoriale).

SITUAZIONI GIURIDICHE SOGGETTIVE

Sono le situazioni in cui si trovano i soggetti in base all'applicazione di una norma. Possono essere:
ATTIVE: procurano un vantaggio, determinano la prevalenza dell'interesse del titolare rispetto a
quello di altri soggetti.
PASSIVE: consistono in un obbligo, determinano la subordinazione dell'interesse del titolare rispetto
a quello di altri soggetti.

Sono situazioni giuridiche soggettive attive:


• DIRITTO SOGGETTIVO
• FACOLTÀ
• ASPETTATIVA: è un diritto in fieri (in divenire), in quanto alcuni presupposti del dello stesso
si sono già verificati, altri non ancora; per diventare titolare del diritto a tutti gli effetti bisogna
compiere determinati atti. N.B. La situazione di aspettativa di diritto è tutelata dal legislatore,
non quella di fatto.
• INTERESSE LEGITTIMO: è la situazione del privato cittadino nei confronti della pubblica
amministrazione, quando essa agisce in base ai suoi poteri di imperio-autorità-supremazia;
consiste nell'interesse e nel diritto a che il comportamento della pubblica amministrazione sia
corretto, adeguato, equo. In caso di lesione dello stesso è prevista la possibilità di richiedere
l'annullamento e il risarcimento (ad esempio concorso pubblico con brogli).

Sono situazioni giuridiche soggettive passive:


• OBBLIGO
• OBBLIGAZIONE: è un obbligo a contenuto patrimoniale.
• DOVERE: consiste in un diritto negativo, in genere di astensione dal turbare il diritto di un
altro soggetto.
• SOGGEZIONE: situazione del soggetto che si trova nell'impossibilità di opporsi a un
provvedimento.

RAPPORTO GIURIDICO: relazione che si instaura tra una determinata situazione giuridica attiva
e una corrispondente passiva, ovvero la relazione tra un soggetto attivo e uno passivo (che prendono
il nome di “parti” del contratto, termine inteso come “centri di interesse” → ad esempio parte
venditrice e parte acquirente; tutti coloro che sono estranei al contratto, invece, sono detti “terzi”).
Alla situazione attiva rappresentata dal diritto potestativo, ad esempio, corrisponde la situazione
passiva della soggezione (unite nel rapporto).

VICENDE DEL RAPPORTO GIURIDICO

Le vicende del rapporto giuridico consistono nella nascita e nell'evoluzione delle situazioni giuridiche
(queste infatti non sono statiche bensì mutano) e sono le seguenti:

• COSTITUZIONE: è il modo in cui si costituisce il diritto in capo a un soggetto; può avvenire


secondo due modalità:
- a titolo originario: il diritto non è acquisito da nessuno, si costituisce in capo a una persona
indipendentemente dalla posizione di un precedente titolare (è acquisito ex novo);
- a titolo derivativo: il diritto che si acquista ha fonte nel diritto del precedente titolare (ad
esempio la proprietà è derivata perché viene veduta); questa è in genere una modalità di
acquisizione molto più sicura rispetto a quella che avviene a titolo originario.
• MODIFICAZIONE
• ESTINZIONE: avviene a causa della distruzione del bene, dell'estinzione del debito,
dell'adempimento dell'obbligo ecc.

FATTI, ATTI, NEGOZI GIURIDICI

Sono eventi, naturali o umani, ai quali una norma collega degli effetti giuridici, ossia la creazione, la
modificazione o l'estinzione di una situazione giuridica e di un rapporto giuridico.
FATTO GIURIDICO: evento naturale indipendente dalla volontà dell'uomo.
ATTO GIURIDICO: comportamento umano; assume due distinte accezioni:
atto giuridico in senso stretto: comportamento involontario o volontario cui sia associata l'ignoranza
degli effetti (ovvero non c'è la volontà di determinare gli effetti dell'azione);
negozio giuridico: comportamento volontario cui sia associata la volontà degli effetti (ad esempio il
matrimonio); è il fulcro del diritto.
N.B. Ci si riferisce in questo caso agli effetti giuridici, ovvero alle conseguenze previste dalla legge
per determinati comportamenti.

Vicende del rapporto giuridico – esempi:


• la mucca di A partorisce un vitello: A diventa proprietario del vitello (acquisisce il diritto di
proprietà sul vitello); si tratta di un fatto a titolo originario;
• A vende il vitello a B: B diventa proprietario del vitello (ha un'obbligazione), A acquisisce un
diritto di credito e perde la proprietà; la vendita è un negozio giuridico a titolo derivativo;
• C investe e uccide il vitello di B: B perde il diritto di proprietà e acquisisce il diritto di credito
(risarcimento del danno); l'investimento è un atto giuridico.

Il codice civile del 1942 (il cui fulcro è costituito dal contratto e dagli scambi commerciali) si pone
al livello delle leggi ordinarie; contrappone al particolarismo giuridico (diversi trattamenti per diversi
soggetti) un diritto uguale per tutti. È con la nascita del regno d'Italia (1861) che si assiste alla
formazione del primo codice unitario: codice civile e di commercio (1865).
1804: codice Napoleon (Francia): risponde a un principio di uguaglianza in seguito alla rivoluzione
francese (è composto da tre libri).
2.03.2017
SOGGETTI DEL DIRITTO
(titolari, destinatari di situazioni e rapporti giuridici)

Il codice civile è suddiviso in sei libri ed è preceduto dalle cosiddette preleggi; il primo libro è
dedicato alle persone (destinatari del diritto), il secondo alle successioni, il terzo alla proprietà, il
quarto alle obbligazioni e ai contratti, il quinto all'impresa (lavoro) e il sesto alla tutela dei diritti; al
suo interno, ogni libro è suddiviso in titoli, capi, sezioni e articoli (gli articoli costituiscono l'unità
minima del codice e possono essere divisi in commi, cioè in paragrafi); il codice è corredato dalle
leggi complementari (o speciali).

Sono SOGGETTI DEL DIRITTO le PERSONE FISICHE (individui umani: libro I, titolo I, artt. 1-
10 c.c.) e le PERSONE GIURIDICHE (enti ed organizzazioni: libro I, titolo II, artt. 11 ss. c.c.).
Si possono definire soggetti del diritto coloro che sono dotati di CAPACITA' GIURIDICA, che è la
possibilità (attitudine) di essere titolari di rapporti giuridici (=soggettività giuridica); la capacità
giuridica appartiene, per l'appunto, alle persone fisiche e giuridiche.
[Art. 22 Costituzione: “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della
cittadinanza, del nome”.]
Art. 1,1 c.c.: “La capacità giuridica si acquisisce dal momento della nascita” (questo viene inteso
come il momento in cui ha inizio la respirazione polmonare).
Art. 1,2 c.c.: “I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della
nascita”. In questo comma si fa riferimento alla capacità giuridica relativa (che è una situazione
giuridica di aspettativa): la legge riconosce la capacità giuridica ai soggetti concepiti (dunque non
ancora nati), solo se nascono vivi. Riconosce loro, ad esempio, la capacità di ricevere per successione
legittima, per testamento e per donazione. Si fa riferimento a tutti i rapporti di carattere patrimoniale,
ma il concepito può possederne anche di non-patrimoniali (ad esempio, fondamentale, il diritto alla
salute) [esistono particolari normative a tutela del concepito].
Art. 2 c.c.: “La maggiore età è fissata al compimento del diciottesimo anno. Con la maggiore età si
acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali non sia stabilita una età diversa.
Sono salve le leggi speciali che stabiliscono un'età inferiore in materia di capacità a prestare il proprio
lavoro. In tal caso il minore è abilitato all'esercizio dei diritti e delle azioni che dipendono dal contratto
di lavoro.” In questo articolo si fa riferimento alla capacità giuridica speciale, ovvero all'idoneità ad
essere titolare di un particolare rapporto giuridico ad una determinata età e non dal momento della
nascita (questa costituisce un'eccezione).
La capacità giuridica si perde con la morte (non vi è dedicato un articolo specifico), intesa come morte
cerebrale. Quando non è possibile accertarla si ricorre alla disciplina dettata da questi istituti:
• Scomparsa (art. 48 c.c.): la scomparsa del soggetto è dichiarata in tribunale e viene nominato
un curatore incaricato di amministrare i suoi beni.
• Assenza (art. 49 c.c.): ha inizio due anni dopo la scomparsa; i parenti del soggetto possono
essere nominati curatori.
• Morte presunta (art. 58 c.c.): è accertata dopo dieci anni dalla scomparsa (in caso di ritorno
del soggetto prevale il primo matrimonio).

LUOGHI DELLA PERSONA


(Titolo III, artt. 43 ss. c.c.)

• Domicilio: è il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi
(luogo di diritto.
• Residenza: luogo in cui il soggetto si trova stabilmente, in cui ha dimora abituale.
• Dimora: luogo in cui la persona si trova in un dato momento (ad esempio luogo delle vacanze).
Per le persone giuridiche di parla di sede anziché di domicilio o residenza (art. 46 c.c.).
CAPACITA' DI AGIRE

La CAPACITA' DI AGIRE è l'attitudine di un soggetto a compiere atti e negozi giuridici mediante i


quali acquista diritti o assume doveri (idoneità a concludere efficacemente un contratto).
Art. 2 c.c.: La capacità di agire si acquista con il compimento del diciottesimo anno di età (“con la
maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali non sia stabilita un'età diversa”).

SOGGETTI INCAPACI DI AGIRE

Tuttavia, non tutti coloro che hanno compiuto diciotto anni detengono la capacità di agire, e questo
per il principio di tutela dell'affidamento (ovvero per tutelare chi si affida alla volontà del soggetto in
questione); tali soggetti sono gli incapaci: i negozi giuridici da loro conclusi non sono validi (non
hanno effetti). Le persone incapaci, per essere tutelate, vengono affiancate da un soggetto che le aiuti
a comprendere il significato degli atti in cui si trovano coinvolti.

INCAPACITA' LEGALE: questa forma di incapacità è sancita dalla legge e si sovrappone a una
condizione naturale; può essere:
• Totale: nel caso dei minori di anni diciotto (per i quali è prevista la rappresentanza legale dei
genitori); nel caso degli interdetti giudiziali, ovvero soggetti con infermità mentale prolungata
(sono riconosciuti come tali in giudizio); nel caso degli interdetti legali, che sono soggetti che
perdono la capacità di agire in seguito a una pena detentiva superiore ai cinque anni (questa è
una misura punitiva).
• Parziale: nel caso dei minori emancipati (con più di sedici anni); nel caso degli inabilitati,
ovvero soggetti con infermità mentale non così grave da richiedere l'interdizione giudiziale;
nel caso dei beneficiari dell'amministrazione di sostegno (figura esistente dal 2004; art. 404
ss. c.c.), che sono soggetti con difficoltà psichiche, intellettuali o motorie (anche parziali o
temporanee) aiutati per esigenze specifiche, al fine di consentire loro la massima autonomia
(questo è un istituto più flessibile dell'interdizione e dell'inabilitazione, il soggetto è affiancato
da un tutore o da un curatore).
INCAPACITA NATURALE: è una situazione effettiva, concreta, di fatto che riguarda un soggetto
incapace di intendere e di volere l'atto negoziale; egli non ne comprende il significato, pur essendo
legalmente capace di agire (perché non è stato svolto il procedimento che lo dichiara incapace). Può
essere questo il caso di soggetti in attesa (potenzialmente) di essere interdetti (o di soggetti per i quali
nessuno ha fatto richiesta di interdizione al giudice), che si trovano quindi in una condizione di
incapacità prolungata; anche gli ubriachi rientrano in questa condizione di fatto (caso di incapacità
temporanea). Tali soggetti devono essere tutelati – così come l'altro contraente – per questo i contratti
da loro conclusi sono resi nulli (non validi, non producono effetti), seppur con procedure diverse
rispetto a quelle che riguardano gli incapaci legali.

• Il rappresentante legale si sostituisce alla volontà del soggetto.


• Un esempio di atto personale è il matrimonio.
• Sono considerati atti di ordinaria amministrazione quelli che incidono sul reddito; sono invece
atti di straordinaria amministrazione quelli che incidono sul capitale (variano l'entità del
patrimonio).
• Il curatore, a differenza del tutore, non si sostituisce alla volontà del soggetto incapace, bensì
lo coadiuva e sostiene.
• L'interdizione è irrevocabile.
• Il beneficiario dell'amministrazione di sostegno non ha un esplicito divieto a compiere atti
personali, ma spetta al giudice valutare i casi specifici.

3.03.2017
ENTI GIURIDICI

Gli enti giuridici sono soggetti di diritto, anch'essi (come le persone fisiche) destinatari delle norme,
ed esistono in quanto unione di persone. Hanno uno scopo da raggiungere, un proprio patrimonio e
dei soggetti che ne fanno parte; tutte le organizzazioni sono dotate di autonomia patrimoniale:
separazione dei beni, delle obbligazioni ecc. rispetto al patrimonio dei partecipanti all'ente (persone
fisiche sottostanti).
Bisogna operare una distinzione tra:
PERSONE GIURIDICHE: sono enti con personalità giuridica e godono di autonomia patrimoniale
perfetta; ciò significa che c'è assoluta separazione e reciproca indifferenza tra il patrimonio dell'ente
e quello dei singoli partecipanti all'ente (soggetti fisici) rispetto alle vicende che possono colpirli (ad
esempio, i debiti dell'ente devono essere coperti solo col suo stesso patrimonio, e quest'ultimo non
può essere utilizzato per far fronte ai debiti contratti dai partecipanti). Rientrano in questa categoria:
associazioni riconosciute (enti non-profit), fondazioni (enti non-profit), società di capitali (s.p.a., s.r.l.,
s.a.p.a., enti con scopo di profitto).
ENTI DI FATTO: sono enti privi di personalità giuridica (non ne hanno fatto richiesta) e hanno
autonomia patrimoniale imperfetta; ciò significa che sussiste una distinzione tra patrimonio dell'ente
e quello dei componenti, ma non così netta e marcata (ci possono essere delle influenze reciproche
più o meno importanti, esistono diversi gradi di distinzione, ma non c'è mai assoluta separazione e
indifferenza dei patrimoni). Rientrano in questa categoria: associazioni non riconosciute (enti non-
profit), comitati (enti non-profit), società di persone (s.s., s.n.c., s.a.s., enti con scopo di profitto).

Gli elementi costitutivi degli enti giuridici, ovvero ciò che li fa sussistere, possono essere distinti in
due “categorie”:
1. elemento materiale: è dato dai soggetti che partecipano all'ente, dal patrimonio dell'ente e
dallo scopo che questo si prefigge di raggiungere;
2. elemento formale: sussiste solo per le persone giuridiche (dotate di personalità giuridica) e
consiste nel riconoscimento, ovvero nell'iscrizione all'albo delle persone giuridiche (o al
registro delle imprese per le società di capitali); dunque per ottenerlo deve essere fatta
richiesta.

ASSOCIAZIONE RICONOSCIUTA
(ente non-profit, art. 14 ss. c.c.)

Il legislatore del 1942 disciplina le associazioni per controllare il loro operato e per valutare la
congruità del patrimonio allo scopo, oltre che la liceità di quest'ultimo.
La COSTITUZIONE dell'associazione avviene mediante un atto costitutivo (che contiene
informazioni quali il nome, la sede, il patrimonio, lo scopo, norme su ordinamento e amministrazione
ecc.), che è un accordo degli associati (accomunati dal medesimo scopo), e uno statuto (che contiene
le regole e le norme di organizzazione), nella forma dell'atto pubblico (cioè in presenza di un notaio).
Il RICONOSCIMENTO avviene mediante l'iscrizione nel pubblico registro delle persone giuridiche,
istituito presso le prefetture o le regioni.
La PUBBLICITA' consiste nell'annotazione in detto registro, così come di tutti gli atti principili e di
quelli che ne modificano l'organizzazione.
Gli ORGANI dell'associazione sono: 1. l'assemblea degli associati: è l'organo deliberativo, si deve
riunire almeno una volta all'anno per deliberare sul bilancio; 2. gli amministratori: è l'organo esecutivo
(esterno), si interfaccia con i terzi.
Il PATRIMONIO dell'associazione è composto dai contributi degli associati e da altri proventi (ad
esempio donazioni ecc.); l'autonomia patrimoniale è perfetta (vedi sopra).
L'ESTINZIONE dell'associazione può avvenire per vari motivi (vedi art. 27 c.c.), cui seguono: la
liquidazione dell'ente (non si possono fare acquisti, si possono solo soddisfare i creditori), l'eventuale
devoluzione di beni residui ad associazioni che perseguono scopi analoghi, la cancellazione dell'ente
dal registro delle persone giuridiche.

ASSOCIAZIONE NON RICONOSCIUTA


(Artt. 36,37,38 c.c.)

Differenze di disciplina rispetto alle associazioni riconosciute (godono di vantaggi economici e sono
sottoposte a meno controlli).
L'ATTO COSTITUTIVO non richiede alcuna forma particolare o contenuto specifico (non è redatto
per atto pubblico in presenza di un notaio).
Non sono previsti controlli pubblici, l'iscrizione nel registro delle persone giuridiche e la pubblicità.
Le associazioni non riconosciute hanno autonomia patrimoniale imperfetta: per i debiti da esse assunti
rispondono anche personalmente coloro che hanno agito in nome e per conto dell'associazione
(dunque non tutti gli associati indistintamente); il criterio è quello dell'attività negoziale
concretamente svolta per conto dell'associazione; la ratio della norma è l'esigenza di tutela dei terzi
(dal momento che non è possibile venire a conoscenza della consistenza del patrimonio dell'ente, non
iscritto in un pubblico registro).

N.B. Quando il Codice fa generico riferimento alle “persone giuridiche” vuole intendere, in realtà,
tutta la categoria degli enti giuridici, comprendendo quindi anche gli enti di fatto.

Le associazioni non-profit vengono disciplinate per dare applicazione a dei principi della Costituzione,
che tutelano gli enti senza scopi economici di lucro (cfr. artt. 2, 18, 19, 39 Cost.); ciò ha portato
all'abrogazione dell'art. 17 c.c. e alla riduzione dei controlli sul merito di queste associazioni.
8.03.2017
FONDAZIONE

Una FONDAZIONE si definisce come un complesso di beni (patrimonio) destinato da un soggetto


(il fondatore) al perseguimento di un determinato scopo non lucrativo (non mirato ad avere un ritorno
economico) di carattere generale, di pubblica utilità (relativo ad interessi socialmente rilevanti). A
differenza di quanto avviene nelle associazioni, gli scopi personali passano in secondo piano: le
fondazioni hanno un fine esterno agli interessi degli associati (ad esempio culturale, assistenziale, di
ricerca ecc.). La fondazione è oggetto di grande attenzione da parte del legislatore (è in un certo senso
guardata con “sfavore” a causa dell'immobilizzazione del capitale, sottratto alla ricchezza). Questa
tipologia di ente nasce dalla volontà del suo fondatore, dal quale, però, diventa subito indipendente
(autonoma); egli infatti non può farla cessare e non è prevista un'assemblea.
La COSTITUZIONE della fondazione avviene mediante 1. l'atto di fondazione: questo è un atto
unilaterale (non richiede un accordo) inter vivos nella forma dell'atto pubblico, oppure sotto forma di
testamento; 2. l'atto di dotazione: questo è l'attribuzione del fondo/patrimonio finalizzato allo scopo
(la sua congruità al raggiungimento dello scopo viene valutata in sede di iscrizione.
Il RICONOSCIMENTO avviene mediante l'iscrizione nel registro delle persone giuridiche (questa
funziona anche da PUBBLICITA'); N.B. È difficile che sussista una fondazione non riconosciuta, in
quanto se non iscritta il patrimonio rimane del soggetto agente, almeno secondo la dottrina principale.
Gli ORGANI della fondazione sono gli amministratori (rappresentanti che interagiscono con
l'esterno); non c'è un'assemblea dei soci che prende decisioni e che ne controlla l'operato.
La fondazione non può essere revocata dal suo fondatore (costui può solo ritirare l'atto di fondazione
prima che intervenga il riconoscimento, vedi art. 15 c.c.); l'ente si estingue una volta che lo scopo è
stato raggiunto o quando viene meno il patrimonio. La fondazione può svolgere anche un'attività di
impresa (funzione di mera erogazione), con utili funzionali allo scopo (possono esserci anche
donazioni che incrementano il patrimonio). Inoltre, è soggetta a controllo e vigilanza da parte
dell'autorità governativa.

CONFRONTO TRA ASSOCIAZIONE E FONDAZIONE: principali differenze


• Il contratto plurilaterale (con comunione di scopo) con cui nasce un'associazione si distingue
dai contratti bilaterali, in cui sono presenti due parti (ad esempio il contratto di compravendita).
• La volontà degli associati, in un'associazione, si manifesta in assemblea.

COMITATO
(Artt. 39 ss. c.c.)

Un COMITATO è un'organizzazione di persone (promotori) creata per la raccolta di fondi (presso gli
oblatori) da destinare al perseguimento di uno scopo di pubblica utilità annunciato a terzi; è un ente
non riconosciuto (secondo alcuni può essere considerato una sorta di fondazione non riconosciuta).
Gode di autonomia patrimoniale imperfetta (art. 41,1 c.c.): vi è responsabilità personale e solidale dei
componenti per le obbligazioni del comitato, senza distinzioni tra chi ha agito e chi non ha agito per
conto dell'ente (promotori, partecipanti ecc. ovviamente non sottoscrittori) (questa è una differenza
importante rispetto all'associazione non riconosciuta). La ratio è la tutela dell'affidamento dei terzi
(come per le associazioni).

DIRITTI DELLA PERSONA


(o della personalità, tutti ne sono titolari fin dalla nascita)

Caratteristiche comuni dei diritti della persona, che saranno esaminati singolarmente nel seguito, sono:
• non patrimonialità;
• assolutezza: sono erga omnes (validi nei confronti di tutti);
• indisponibilità: non si può stabilire una sorte giuridica per il diritto, ovvero questo non può
essere alienato o ceduto (il concetto si è evoluto nel tempo);
• irrinunziabilità;
• intrasmissibilità: non possono essere trasmessi agli eredi;
• imprescrittibilità: non sono soggetti a prescrizione (rinvio)

Alcuni dei diritti della persona (ad esempio il diritto all'onore, al nome, all'immagine) possono essere
riconosciuti anche alle persone giuridiche; il codice civile tratta di questi diritti parzialmente e
sinteticamente, mentre la Costituzione se ne occupa più diffusamente nell'ambito dei principi
fondamentali (vedi ad esempio art. 32 Cost.: diritto alla salute). Alcuni sono atipici.
Art. 2 Cost.: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo [...]”; questo articolo
è espresso nei termini di una CLAUSOLA GENERALE, ovvero una formulazione volutamente
generica, non particolareggiata e più ampia di un principio, affinché il giudice possa interpretarla alla
luce della realtà sociale ed economica del tempo in cui opera; le clausole generali fanno “respirare”
il diritto (altri esempi sono il concetto di privacy, buon costume ecc.).

DIRITTO ALLA VITA E ALL'INTEGRITA' FISICA (art. 5 c.c. e art. 575 c.p.): consiste nel
diritto all'integrità nei confronti di lesioni e atti compiuti per mano dello stesso titolare, tutelata per
non cagionare una sua diminuzione permanente (si fa riferimento anche ad altri atti contrari alla legge
e al buon costume); (le donazioni di organi e sangue sono sempre atti a titolo gratuito, e comunque si
può rifiutare fino all'ultimo momento). Il diritto all'integrità, ovviamente, si rivolge anche a terzi
soggetti che possono lederla.
DIRITTO ALLA SALUTE (art. 32 Cost.): si esplica nel concetto per cui nessuna cura o intervento
è obbligatorio, se non voluto dal soggetto stesso (a parte quelli obbligatori per disposizione di legge,
come alcuni vaccini); c'è poi il diritto al consenso informato. Fanno eccezione soltanto i casi d'urgenza
e i trattamenti obbligatori.
DIRITTO AL NOME (art. 6-7 c.c.): il nome è formato dal prenome e dal cognome; questo diritto
viene leso nel momento in cui si “impedisce” (si contesta) a un soggetto di usare il proprio nome, o
anche se ci si appropria indebitamente del nome di un altro (caso, ad esempio, di una signora che si
fa chiamare con il nome del marito anche dopo il divorzio).
DIRITTO ALL'IMMAGINE (art. 10 c.c.): questo diritto viene leso quando si espone il “ritratto”
(l'immagine per l'appunto) della persona senza il suo consenso; fanno eccezione i contesti di
manifestazione pubblica o di interesse di conoscenza da parte della collettività, e in genere la notorietà
dei personaggi coinvolti. Le foto sono comunque vietate se ledono l'onore, il decoro, la privacy.
DIRITTO ALL'INTEGRITA' MORALE (art. 594 c.p.): l'onore e la reputazione non devono essere
lesi con insulti, ingiurie ecc.
DIRITTO ALL'IDENTITA' PERSONALE (di creazione giurisprudenziale, è un'integrazione alla
luce dell'art. 2 Cost.): è il diritto ad essere riconosciuti nel proprio patrimonio personale, a non essere
travisati nelle proprie idee, attitudini, opinioni, intenzioni, ideologie, credenze, insomma nel proprio
bagaglio culturale e personale come soggetti.
DIRITTO ALLA RISERVATEZZA/PRIVACY (prima era atipico, poi è stato disciplinato
espressamente): è il diritto a che non vengano divulgati fatti o aspetti personali e attinenti la vita
familiare e non di pubblica utilità o interesse (è la tutela della sfera privata); ciò restringe la privacy
delle persone famose, per rispettare il diritto di cronaca e di informazione (ovvero i due diritti sono
confliggenti). CODICE DELLA PRIVACY (2003): emanato in seguito ad una direttiva europea, si è
reso necessario per il proliferare delle informazioni (e per l'invasione nella sfera privata) anche a
mezzo internet, per la tutela del trattamento dei dati personali da chiunque effettuato nel territorio
dello Stato; organo garante: due deputati e due senatori.
I dati personali sono quelli relativi alla persona fisica o giuridica, e alcuni sono più sensibili di altri
(ad esempio la credenza religiosa, l'orientamento politico, l'orientamento sessuale, i dati sulla salute
ecc.); è necessario il consenso al trattamento di questi dati e a quelli sensibili è destinata una disciplina
ancora più rigorosa (sono necessari il consenso dell'interessato e l'autorizzazione del garante).

DIRITTI DELLA PERSONA – MEZZI DI TUTELA


(in caso di lesione del diritto)

RISARCIMENTO DEI DANNI: risarcimento patrimoniale per la lesione di un diritto non


patrimoniale.
INIBITORIA: si inibisce (si impedisce) l'ulteriore lesione del diritto.
PUBBLICAZIONE SENTENZA DI CONDANNA: serve per dare maggiore evidenza alla condanna
del soggetto che ha leso il diritto (la sentenza può essere pubblicata, ad esempio, su giornali a tiratura
nazionale).
RETTIFICA: si rettifica, su giornali e altri mezzi di diffusione delle informazioni, la notizia falsa
divulgata.

PUBBLICITÀ

La disciplina di questo argomento è contenuta nel libro VI del codice civile: la tutela dei diritti in
generale (il libro, a differenza degli altri, non ha un contenuto specifico).
La PUBBLICITA' consiste in un insieme di strumenti predisposti dall'ordinamento per assicurare la
conoscibilità di fatti e atti giuridici riguardanti sia i soggetti che i beni (sono strumenti di certezza e
chiarezza nei rapporti).
Principali strumenti:
• registri di stato civile (artt. 449 ss. c.c.): vi vengono annotati la nascita, la morte, l'interdizione
e altri fatti e atti riguardanti i soggetti;
• registri immobiliari (artt. 2673 ss. c.c.);
• registro automobilistico (artt. 2683 ss. c.c.);
• registro delle imprese (artt. 2188 ss. c.c.);
• registro delle persone giuridiche (d.p.r. 10.2.2000, n 361)

Questi strumenti non sono gli unici, alcune pubblicità sono rivolte a singoli soggetti interessati (ad
esempio la notifica); inoltre non esistono solo le forme documentali di pubblicità. Una forma
materiale di pubblicità è lo spossessamento del pegno (forma di opponibilità).

TIPI DI PUBBLICITÀ

A seconda della crescente efficacia della conoscibilità, si distinguono tre tipi di pubblicità:
Pubblicità NOTIZIA: tende ad assicurare la conoscibilità legale dell'atto (ad esempio pubblicazioni
matrimoniali nel registro dello Stato civile); l'atto è comunque efficace anche in mancanza della
pubblicazione (sono previste solo sanzioni pecuniarie) (ad esempio il matrimonio è comunque valido).
Pubblicità COSTITUTIVA: è necessaria per l'esistenza stessa dell'atto (ad esempio l'iscrizione
dell'ipoteca nei registri immobiliari); in mancanza l'atto è inefficace (non produce effetti, tamquam
non esset).
Pubblicità DICHIARATIVA (via di mezzo tra le due precedenti tipologie): rende l'atto opponibile ai
terzi (cioè efficace nei loro confronti) (ad esempio la trascrizione di acquisti e vendite di immobili sul
territorio nei registri immobiliari; non serve a perfezionare l'acquisto); in mancanza c'è inefficacia
relativa o inopponibilità: ciò significa che l'atto non trascritto è efficace tra le parti, ma non può essere
fatto valere verso terzi.

PRINCIPIO CONSENSUALISTICO (basilare per il diritto privato, art. 1376): il


passaggio/trasferimento di proprietà è basato sul semplice accordo (consenso) tra le parti: da questo
momento il contratto è efficace (non è rilevante il momento della consegna del bene). In caso di più
acquirenti (cioè in caso di controversie) prevale chi trascrive l'atto per primo nei registri immobiliari,
anche se ha concluso l'accordo posteriormente agli altri (in questo senso la pubblicità dichiarativa
rende l'atto opponibile ai terzi).

PRESCRIZIONE
(libro VI, artt. 2934 ss.)

La PRESCRIZIONE è un istituto a carattere generale che consiste nell'estinzione del diritto


soggettivo a seguito della prolungata inerzia del titolare (egli non mostra interesse a farlo valere). La
ratio di questo istituto è l'esigenza di certezza nei rapporti giuridici, ai fini della quale si fa coincidere
la situazione di diritto con quella di fatto.
Sono soggetti a prescrizione tutti i diritti, ad eccezione di: 1. diritti indisponibili: non si possono
cedere, non vi si può rinunciare (vedi ad esempio diritti e stati della persona); 2. diritto di proprietà
(diverso è l'istituto dell'usucapione, rinvio); 3. diritto di chiedere la nullità del contratto.

I termini di durata sono:


• termine ordinario: 10 anni (art. 2946) a decorrere dal momento in cui si può far valere il diritto;
• risarcimento del danno: 5 anni (2 anni per i danni automobilistici);
• diritti reali su cose altrui: 20 anni.

Le vicende che possono interessare l'istituto della prescrizione sono:


• l'interruzione del decorso del termine di prescrizione, a seguito di sollecitazioni che
dimostrino interesse a far valere il diritto; in questo caso il tempo di decorrenza “riparte da
capo”;
• la sospensione: quando sussistono particolari rapporti tra le parti, questa vicenda crea una
parentesi; il tempo accumulato prima della sospensione si somma a quello successivo alla
stessa.
DECADENZA
(art. 2964)

L'istituto della DECADENZA consiste nella perdita della possibilità di far valere un diritto per il
mancato esercizio dello stesso entro un termine perentorio (ultimo, definitivo). Diversamente dalla
prescrizione, la decadenza non ha carattere generale, in quanto non si applica a tutti i diritti ma deve
essere espressamente prevista (dalla legge o dalle parti).
La ratio è l'esigenza di accelerare determinate procedure.
Esistono due tipi di decadenza: 1. legale (prevista dalla legge) e 2. convenzionale (prevista dal
contratto, purché si applichi a diritti disponibili e i termini stabiliti non siano troppo gravosi per
l'esercizio del diritto).
A questo istituto non si applicano né l'interruzione né la sospensione.
I termini di decadenza sono in genere più brevi (si misurano in giorni) di quelli di prescrizione (questo
è un ulteriore elemento di distinzione tra le due).

10.03.2017
BENI
(Art. 810-831)

Il libro III del codice civile tratta della PROPRIETÀ (il codice è basato soprattutto su quella fondiaria).
Art. 810 c.c.: “Sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti”.
Si definiscono cose 1. le entità materiali (cose in senso stretto), 2. le energie naturali (intangibili), 3.
le utilità economiche (ad esempio opere dell'ingegno e informazioni delle banche dati), 4. le utilità
non economiche (ad esempio la privacy). Tutte queste cose soddisfano un interesse del soggetto e
sono giuridicamente tutelate. I beni diventano tali nel momento in cui sono riconosciuti dal diritto,
che li crea (è dunque un concetto in divenire, i beni sorgono assieme ai nuovi diritti).
L'espressione “che possono formare oggetto di diritti” significa che sono “cose” solo quelle
suscettibili di appropriazione (che dunque creano conflitti).

Di conseguenza non sono beni (e dunque non possono essere oggetti di diritto):
• le cose comuni a tutti (res communes omnium): non c'è motivo per cui si crei un conflitto
perché queste cose sono presenti sulla Terra in grandi quantità (ad esempio l'aria). Questo
concetto si è evoluto nel tempo, ad esempio si è capito che l'etere è limitato e dunque ha
assunto la connotazione di bene giuridico-pubblico di proprietà dello Stato;
• le cose inaccessibili: (ad esempio giacimenti presenti in altri pianeti) anche questo è un
concetto storico che ha conosciuto un'evoluzione nel tempo (ad esempio, una volta anche il
petrolio era inaccessibile);
• le cose incommerciabili per legge (res extra commercium): lo sono ad esempio i beni
demaniali.

Mentre invece sono beni:


• le cose di nessuno (res nullius): ad esempio le cose mobili abbandonate possono astrattamente
essere oggetto di diritti.
BENI

I beni si distinguono in due fondamentali categorie, importanti per la loro classificazione e soprattutto
per il sistema di circolazione (diverse modalità di trasferimento della proprietà) degli stessi.

BENI IMMOBILI:
1. art. 812,1: beni immobili per natura: sono quelli stabilmente incorporati al suolo, naturalmente
o artificialmente (è considerato tale anche il suolo stesso)
2. art. 812,2: beni immobili per legge: ad esempio gli edifici galleggianti saldamente ancorati
alla riva.
Importante: per trasferire la proprietà di un bene immobile è necessario un atto scritto, a prescindere
dal valore dell'oggetto della transazione.

BENI MOBILI:
art. 812,3: sono tali tutti i beni non immobili (il legislatore li definisce per differenza);
art. 815: beni mobili registrati: (ad esempio l'automobile, PRA: pubblico registro automobilistico)
seguono le stesse regole dei beni mobili.
Importante: per trasferire la proprietà di un bene mobile è sufficiente un accordo orale.
Esempio: un albero è un bene immobile (incorporato al suolo per natura), ma nel momento in cui
viene tagliato diventa mobile.

BENI – CLASSIFICAZIONE DELLE COSE

COSE GENERICHE: sono individuate solo per l'appartenenza ad una categoria (a un genere), non
per una loro specificità intrinseca (si ordinano a peso/misura); sono sempre fungibili.
COSE SPECIFICHE: sono individuate per caratteri propri, dunque sono uniche (lo sono, ad esempio,
tutti i beni usati e tutti i beni immobili).
COSE FUNGIBILI: sono sostituibili con altre di uguale utilità (è indifferente possedere una cosa o
l'altra); tendenzialmente sono cose generiche.
COSE INFUNGIBILI: sono insostituibili (per le loro caratteristiche specifiche).
COSE CONSUMABILI: sono utilizzabili una sola volta (si estinguono con un utilizzo).
COSE INCONSUMABILI: si prestano ad utilizzazioni continuate nel tempo.
COSE DIVISIBILI: sono concretamente frazionabili senza che venga alterata la loro destinazione
economica.
COSE INDIVISIBILI: non possono essere frazionate per natura, per legge (ad esempio gli
appartamenti) o per volontà. [Ovviamente tutte le cose possono essere materialmente divise, ma così
facendo alcune mutano funzione: su questo si fonda la distinzione tra divisibili e indivisibili].
N.B. Un bene fungibile può essere specifico, nel momento in cui viene specificato, cioè individuato
nell'ambito della categoria. La proprietà si acquista in virtù dell'accordo (consenso), ma solo per
quanto riguarda le cose specifiche o specificate, non per quelle generiche.

FRUTTI
(Art. 820-821)

I FRUTTI sono beni mobili prodotti da altri beni, mobili o immobili (i cosiddetti beni capitale, quelli
principali). Bisogna fare una distinzione tra:
FRUTTI NATURALI (art. 820,1 c.c.): provengono direttamente dalla cosa principale (con o senza
intervento dell'uomo, ad esempio i prodotti agricoli, la legna ecc.); diventano beni autonomi con la
separazione dalla cosa principale, da quel momento sono oggetto di autonoma disposizione (prima,
ad esempio, non possono essere oggetto di trasferimento).
FRUTTI CIVILI (art. 820,3 c.c.): provengono indirettamente da un altro bene, sono il corrispettivo
per il godimento che altri ne abbia; si acquistano (cioè maturano) giorno per giorno. Alcuni esempi
sono gli interessi sul capitale nei mutui, il canone di locazione dell'appartamento ecc.

BENI PUBBLICI
(e confine con i beni privati)

I caratteri comuni dei beni pubblici sono 1. la proprietà dello Stato o di altri enti pubblici e 2. la
destinazione pubblica (N.B. Lo Stato ha in proprietà anche beni privati, quindi non tutti quelli da esso
posseduti si possono a priori classificare come pubblici). Tali beni sono soggetti a un regime speciale
(vedi artt. 822 ss. c.c.), non soggiacciono alle norme di diritto privato.
BENI PUBBLICI DEMANIALI: sono di proprietà dello Stato o di altri enti territoriali (appartengono
al demanio pubblico), sono inalienabili (non possono perdere la loro funzione pubblica), alcuni
possono essere dati in concessione.
BENI PUBBLICI DEL PATRIMONIO: hanno una funzione pubblica; il patrimonio può essere: 1.
disponibile: i beni che vi appartengono soggiacciono alle regole del diritto privato e sono alienabili;
2. indisponibile.

15.03.2017
PROPRIETÀ

Il codice civile è improntato sulla proprietà fondiaria-immobiliare.


La PROPRIETA' (la cui trattazione è contenuta nel libro III del codice) è un diritto assoluto a carattere
patrimoniale, ed è un diritto reale (il principale di quelli reali). Si contrappone dunque ai diritti relativi
a contenuto patrimoniale (diritti di credito). È inoltre un diritto disponibile, perché non ha contenuto
personale bensì economico, e dunque può essere ceduto.
Art. 832 c.c. - contenuto del diritto (definizione): “Il proprietario ha il diritto di godere delle cose
in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti
dall'ordinamento giuridico”. In questa espressione obblighi e diritti sembrano avere lo stesso peso
(la formula appare neutra), ma nel pensiero del legislatore del 1700-1800 la proprietà ricopriva una
grande importanza, in quanto significava autonomia dell'individuo verso l'autorità, libertà sacra e
inviolabile al pari, quasi, di un diritto della persona; verso la fine del 1800 (con l'avvento della
rivoluzione industriale) questo concetto di ampia autonomia viene un po' ridimensionato e si fa strada
una visione sociale della proprietà (concetto di proprietà condivisa), sottolineata dalla Costituzione
all'articolo 42, che evidenzia l'esistenza di un'economia mista, la coesistenza di proprietà pubblica e
privata; quest'ultima è riconosciuta, ma entro certi limiti, in quanto deve svolgere anche una funzione
sociale (resa possibile dal legislatore) nell'interesse della collettività (vedi strumento
dell'espropriazione, rinvio).
Con riferimento all'art. 832 c.c.: la parola diritto si può appropriatamente sostituire con facoltà (che
rimanda a comportamenti legittimati). Godere si riferisce al diritto di usufruire del bene, di utilizzarlo
liberamente (materialmente) conservandone la titolarità. La parola disporre indica il diritto di stabilire
la sorte giuridica del bene, ovvero di trasferirne la titolarità ad altri (attraverso la vendita, la donazione
ecc.). Pieno sta a significare che il proprietario può fare con il bene tutto ciò che non sia vietato dalla
legge. Esclusivo, infine, significa che è possibile “escludere” i non titolari dalla proprietà: a tal
proposito è prevista la chiusura materiale del fondo (art. 841 c.c.), con i limiti del libero accesso per
la caccia e per la riparazione di danni arrecati al fondo altrui, oltre che per il recupero della cosa (ad
esempio pallone) o dell'animale finiti accidentalmente nel fondo, a meno che non sia il proprietario
stesso a riconsegnare la cosa (art. 843 c.c.).
LIMITI PRINCIPALI ALLA PROPRITA'

Limiti imposti per motivi di interesse pubblico (della generalità):


ESPROPRIAZIONE PER PUBBLICA UTILITÀ (art. 834 c.c.): lo Stato espropria il bene ponendosi
in posizione di parità con il privato (con un contratto) oppure in condizioni di imperio, contro un
indennizzo equo (somma congrua, non irrisoria, che comunque è sempre inferiore al valore di
mercato).
LIMITI ALLA PROPRIETÀ EDILIZIA (art. 869-872 c.c.): la possibilità di edificare su un terreno è
stabilita dal Comune, che distingue tra zone agricole, industriali ecc. L'attività edificatoria è
disciplinata dal piano regolatore, che stabilisce come deve essere sfruttato e organizzato il territorio
(ci sono delle norme urbanistiche). In ogni caso, nei terreni edificabili, bisogna ottenere il permesso
di edificabilità e pagare gli oneri di urbanizzazione primari e secondari.

Limiti imposti per motivi di interesse privato (dei vicini e dei confinanti: soggetti determinati):
DISTANZE NELLE COSTRUZIONI (artt. 873-899 c.c.): la distanza minima tra costruzioni per fondi
finitimi è di 3 metri; altrimenti i muri possono essere contigui (costruiti in aderenza) e in quel caso
c'è la comunione del muro.
LUCI E VEDUTE (artt. 900-907 c.c.): (ad esempio finestre) devono essere a una distanza minima di
1,5 metri dal fondo del vicino.
DIVIETO DI ATTI EMULATIVI (art. 833 c.c.): è vietato svolgere attività che hanno il solo scopo di
nuocere ad altri e che non procurano alcun vantaggio alla persona che le mette in atto; questa norma
rientra nell'abuso del diritto e ha un'importanza soprattutto concettuale: in realtà è spesso disapplicata
perché è quasi impossibile che si verifichi una tale fattispecie (ovvero, la maggior parte degli atti ha
sempre una seppur minima utilità per chi li compie).
DIVIETO DI IMMISSIONI (art. 844 c.c.) (vedi il seguito).

IMMISSIONI
(art. 844 c.c.: riveste una grande importanza pratica e ha un'applicazione frequentissima)

Le immissioni di cui tratta l'articolo sono quelle immateriali o indirette: ad esempio fumo, calore,
esalazioni, scuotimenti, rumori ecc., tutte propagazioni nel fondo altrui di un'attività svolta nel mio
fondo (le immissioni materiali sono in ogni caso vietate).

Bisogna fare una distinzione tra:


IMMISSIONI TOLLERABILI: sono immissioni considerate “accettabili” rispetto alla sopportazione
dell'uomo medio, stabilita solitamente dal CTU (consulente tecnico d'ufficio) mediante dei parametri
che tengono conto della natura del luogo (zona industriale con fabbriche o invece residenziale ecc.)
e della priorità dell'uso; queste propagazioni non si possono impedire, fintanto che non superano detta
soglia di normale tollerabilità. Solo se sono lesive della salute è prevista l'inibitoria.

IMMISSIONI INTOLLERABILI: sono immissioni che superano la soglia media di sopportazione e


nei confronti delle quali si possono far valere dei diritti. Bisogna fare una distinzione tra:
• immissioni intollerabili illecite: sono previsti l'inibitoria (il giudice fa cessare le propagazioni)
e il risarcimento, che ha la funzione di reintegrare tutti i danni subiti;
• immissioni intollerabili lecite: sono dovute ad esigenze della produzione (provengono da
fabbriche ecc.), è previsto l'indennizzo (no inibitoria), che è una forma di compensazione in
denaro per il danno arrecato.

N.B.: In generale il risarcimento è previsto a fronte di un atto illecito che produce un danno ingiusto,
mentre l'indennizzo è una somma equitativa prevista a fronte di atti leciti, di entità inferiore al
risarcimento perché non compensa la totalità dei danni subiti, bensì solo il mancato vantaggio
economico.
MODI DI ACQUISTO DELLA PROPRITA'

Il diritto di proprietà può essere acquisito fondamentalmente attraverso due modalità (il titolo è la
fonte in base alla quale si diventa proprietari del bene):
ACQUISTO A TITOLO ORIGINARIO: il diritto si costituisce in capo a una persona senza essere
trasmesso da un precedente titolare; l'acquisto avviene mediante un atto giuridico (no negozio
giuridico) ed è libero da qualsiasi peso o vincolo (in genere è molto sicuro).
ACQUISTO A TITOLO DERIVATIVO: il diritto si acquista per effetto del trasferimento fatto dal
precedente titolare (dante causa; mentre io che acquisto il diritto sono l'avente causa); l'acquisto
avviene mediante un negozio giuridico (ad esempio la compravendita) e dipende dall'esistenza dello
stesso diritto in capo al dante causa e dai limiti con cui si presenta (salvo eccezioni). Questa modalità
è in genere più incerta rispetto alla precedente (ad esempio sono previsti dei requisiti di forma per la
trasmissione del diritto).

Sono modi di acquisto della proprietà a titolo originario:

OCCUPAZIONE (art. 923 c.c.): riguarda i beni mobili che non appartengono a nessuno (res nullius),
ovvero gli oggetti abbandonati e gli animali soggetti a caccia (selvaggina) e pesca (in acque
pubbliche); la proprietà si acquista attraverso l'apprensione, cioè l'impossessamento del bene. Anche
i funghi e i fiori, in virtù di una consuetudine, si acquisiscono mediante questa modalità. N.B. I beni
immobili di nessuno, invece, appartengono di diritto allo Stato e dunque non possono essere acquistati
mediante occupazione.

INVENZIONE (art. 927 c.c.): riguarda i beni mobili; quando si rinviene un bene smarrito (quindi non
volutamente abbandonato come nel caso precedente e per il quale il proprietario non ha rinunciato al
suo diritto sull'oggetto) bisogna riconsegnarlo al proprietario, se questo non è conosciuto o non è
rintracciabile l'oggetto deve essere portato al sindaco, che ne dà pubblicità nell'albo pretorio del
Comune (pubblicazione del ritrovamento). Se il proprietario torna, a colui che ha trovato l'oggetto
spetta un premio pari a 1/20 del suo valore, se invece non torna, trascorso un anno la proprietà è
acquistata dal ritrovatore per invenzione (dal latino invenire, ritrovare).

ACCESSIONE (art. c.c. 934): il proprietario della cosa principale acquista la proprietà anche di quella
accessoria, cioè ad essa unita, collegata in modo stabile e inseparabile; esistono diverse tipologie di
accessione, a seconda della natura mobile o immobile del bene.
Prima ipotesi: accessione di mobile a immobile: piantagioni, opere e costruzioni (anche in corso
d'opera) presenti sopra o sotto al suolo appartengono al proprietario dello stesso (salvo che la legge o
il titolo non disponga diversamente). Prima eccezione (art. 938 c.c.): caso dell'accessione invertita:
se per errore si costruisce sul fondo attiguo (si sconfina in buona fede) e il proprietario non contesta
il fatto (non si oppone) entro 3 mesi dal giorno in cui si è iniziato a costruire, la persona diventa
proprietaria anche del suo suolo, dovendo comunque pagare il doppio del valore della superficie
occupata ed essendo obbligata al risarcimento dei danni (a fronte di un atto illecito). Seconda
eccezione: diritto reale di superficie.

SPECIFICAZIONE, UNIONE, COMMISTIONE: (mobile a mobile) ipotesi in cui si uniscono o si


mescolano più cose appartenenti a diversi proprietari, senza che sia possibile separarle (ad esempio
vino, grano ecc.): il proprietario della quantità principale o della cosa di maggior valore acquista
anche quella secondaria (accessoria) e paga il valore corrispondente delle cose spettanti all'altra
persona.

ALLUVIONE, AVULSIONE: (immobile a mobile, ipotesi non molto frequente) il fondo staccato a
causa dell'alluvione diventa di proprietà del soggetto a valle.
Sono modi di acquisto della proprietà a titolo derivativo:

CONTRATTI TRASLATIVI: sono tutti quei contratti che trasferiscono la proprietà di un bene da un
soggetto ad un altro (ad esempio compravendita, donazione, permuta ecc.).

SUCCESSIONE A CAUSA DI MORTE (mortis causa).

DIRITTI REALI

Il principale dei diritti reali, che hanno carattere patrimoniale, è il diritto di proprietà. Ci sono poi i
DIRITTI REALI LIMITATI o MINORI o SU COSA ALTRUI, che gravano appunto su un bene di
altri e attribuiscono al titolare delle facoltà di godimento minori rispetto quelle della proprietà (sono
contrapposti ai diritti di credito). Bisogna fare una distinzione tra:
DIRITTI REALI DI GODIMENTO: la facoltà di godimento del bene è tolta (o limitata) al
proprietario e attribuita al titolare del diritto; questi sono: usufrutto, uso, abitazione, servitù prediali,
superficie, enfiteusi (rinvio).
DIRITTI REALI DI GARANZIA: servono a tutelare le ragioni del creditore in un rapporto
obbligatorio; sono il pegno e l'ipoteca (rinvio).

DIRITTI REALI – CARATTERI

IMMEDIATEZZA: il titolare si soddisfa direttamente sulla cosa, attraverso il godimento diretto del
bene.
ASSOLUTEZZA: spettano al titolare verso chiunque (erga omnes).
TIPICITA': sono espressamente previsti dal legislatore, non se ne possono creare altri (sono tipici,
cioè a numero chiuso).
Il carattere dell'assolutezza prevede la DIFESA ASSOLUTA (art. 1079) contro chiunque ne contesti
l'esercizio, cioè tenti di impedirlo (anche nei confronti dello stesso proprietario) e il DIRITTO DI
SEQUELA o DI SEGUITO, che significa che i diritti reali minori sono opponibili (=efficaci) a tutti i
successivi proprietari, ovvero il nuovo acquirente deve rispettare il diritto precostituito sulla cosa
(anche per questo gli acquisti a titolo derivativo sono più incerti).
Il diritto reale minore si può acquistare a titolo originario (attraverso l'istituto dell'usucapione), oppure
a titolo derivativo, oppure a titolo derivativo-costitutivo (diverso dal titolo derivativo-traslativo): in
quest'ultima ipotesi la posizione del titolare è derivata dal proprietario, ma si costituisce – tramite
contratto o testamento – un nuovo diritto; un esempio è dato dall'usufrutto (rinvio).
Il diritto reale minore si estingue attraverso: 1. prescrizione (con termine di 20 anni); 2. confusione o
consolidazione: il proprietario del bene e il titolare del diritto su cosa altrui si vengono a riunire nella
stessa persona (ad esempio l'usufruttuario acquista la proprietà della cosa usufruita); 3. decorso del
termine (più altri singoli casi). A seguito di questi modi di estinzione la nuda proprietà (così chiamata
perché privata delle facoltà di godimento) torna ad essere piena (che è la sua tendenza naturale), di
nuovo libera da vincoli (carattere di elasticità della proprietà).

SUPERFICIE
(art. 952 c.c.)

Il superficiario acquista il diritto (attribuito dal proprietario) di mantenere una costruzione di sua
proprietà sopra o sotto al suolo altrui (questa è un'eccezione al principio di accessione); la proprietà
superficiaria risulta dunque separata dalla proprietà del suolo. Questo diritto può presentarsi in due
varianti: 1. la proprietà di una costruzione già presente è conferita al superficiario, il quale ha la
possibilità di riedificarla, se distrutta o deteriorata; si tratta di una proprietà superficiaria, quindi non
è soggetta a prescrizione (al contrario degli altri diritti reali minori); 2. il superficiario acquista il
diritto di costruzione sul suolo edificabile.
ENFITEUSI

Letteralmente “locazione per piantagione e frutto” (è un diritto che sta scomparendo) riguarda una
grande estensione di terreno (latifondo) data a godere all'enfiteuta (di solito un contadino), il quale fa
suoi i frutti ma per contro deve apportare miglioramenti al fondo e pagare un canone annuo (il canone
enfiteutico); ha anche il diritto di diventare proprietario con l'affrancazione, se è in grado di pagare
15 volte il canone (capitalizzazione del canone); si tratta di un diritto potestativo perchè l'altra parte
non si può opporre. Il vero proprietario può devolvere il contratto se l'enfiteuta non adempie ai suoi
obblighi, ovvero danneggia il fondo.

USUFRUTTO
(artt. 978 ss. c.c.)

L'usufruttuario consegue il possesso del bene (la disponibilità della cosa) e ha la facoltà di utilizzarlo
(di godere della cosa) e di farne propri i frutti naturali e civili (la cosa può anche essere data in
locazione). C'è il limite del rispetto della destinazione economica del bene (cioè quella impressa dal
proprietario), che non deve essere alterata. Gli obblighi dell'usufruttuario sono: 1. restituire la cosa
alla scadenza; 2. usare la cosa correttamente, con diligenza (altrimenti il diritto può cessare); 3. fare
l'inventario. La durata del diritto è sempre determinata, perché lo sviluppo e il progresso del bene non
si blocchino; se il titolare è una persona fisica, la durata non può eccedere la vita dell'usufruttuario (il
diritto si estingue con la morte dello stesso), se invece è una persona giuridica può durare al massimo
30 anni. L'usufrutto non può essere oggetto di testamento, può essere venduto e dato in locazione; in
questo caso vale il termine della vita del primo usufruttuario. L'oggetto del diritto sono i beni
infungibili (→ si deve restituire lo stesso bene ottenuto) e inconsumabili (mobili o immobili).
Un'eccezione è data dal quasi-usufrutto (art. 995 c.c.) che, al contrario, ha ad oggetto beni consumabili
e fungibili (ad esempio vino o denaro): in questo caso il quasi-usufruttuario è a tutti gli effetti
proprietario del bene, perché può disporne (ad esempio può distruggere il bene); con l'obbligo,
ovviamente, di restituire un'eguale quantità della cosa alla scadenza.

17.03.2017
USO
(art. 1021 c.c.)

È una specificazione o sottospecie dell'usufrutto; il titolare ha la facoltà di usare la cosa e di


raccoglierne i frutti materiali (se la cosa è fruttifera), ma non quelli civili: quindi non è prevista la
possibilità di dare in locazione la cosa e il diritto non può essere ceduto ad altri (ha una connotazione
personale). I frutti sono destinati soltanto all'usuario e alla sua famiglia per i loro bisogni, quelli in
eccesso devono essere restituiti al proprietario (non possono essere venduti).

ABITAZIONE
(art. 1022 c.c.)

È una sottospecie di uso con riguardo all'abitazione (alla casa); questa non può essere ceduta a terzi
e data in locazione, può soddisfare solo i bisogni personali del titolare e della sua famiglia (carattere
personale del diritto).
SERVITU' PREDIALI
(art. 2017 c.c.)

“La servitù prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo [urbano, agricolo ecc.] per l'utilità di
un altro fondo appartenente a diverso proprietario”.

Principali caratteristiche:
• Due immobili (sempre): cosiddetti fondo dominante e fondo servente; il primo trae un
vantaggio dalle limitazioni della facoltà di godimento del secondo.
• Appartenenza fondi a proprietari diversi: non si può costituire una servitù tra due fondi
appartenenti allo stesso proprietario.
• Collegamento funzionale tra fondi (vicinitas): esistono ad esempio servitù di passaggio, di
non sopraelevazione (per motivi di amenità), di pascolo, di condutture (per i tubi dell'acqua)
ecc.; i fondi non devono per forza essere confinanti, ma “vicini funzionalmente”.
• Utilità fondo dominante (predium): il fondo dominante trae un vantaggio in quanto tale (c'è
un rapporto tra fondi), non c'è un vantaggio personale del proprietario del fondo. L'utilità non
è da intendersi come una stretta necessità, può essere anche amenità, bellezza, vantaggio
estetico.
• Il peso può consistere solo in un obbligo di non fare o di sopportare che altri faccia (non facere
o pati): è questa la caratteristica principale del diritto, non può mai esserci un obbligo a fare
qualcosa (piccole eccezioni funzionali alla servitù sono comunque consentite).

N.B.: Se non sussistono tutte le caratteristiche elencate il diritto di servitù non può sorgere.

TIPOLOGIE DI SERVITU' PREDIALI

VOLONTARIE (art. 1058 c.c.): nascono dalla libera scelta dei soggetti e dal loro accordo (che è
appunto la fonte della servitù).
COATTIVE (art. 1032 c.c.): nascono sulla base di una previsione di legge, sono un vero e proprio
diritto del fondo dominante; queste sono ipotesi tassative (tipiche) stabilite dal legislatore e
rispondono a una stretta necessità del fondo dominante (quindi non sorgono per una semplice utilità).
Esempi: acquedotto per consentire la fornitura di acqua potabile, per i fondi interclusi servitù di
passaggio per consentire l'accesso alla pubblica via. Art. 2932 c.c.: il giudice può emanare una
sentenza costitutiva (contro indennizzo) del diritto di servitù coattiva (si ha il diritto di ottenerla),
qualora sia stato violato un obbligo legale di contrarre.
NEGATIVE: comportano un obbligo di non fare.
AFFERMATIVE: comportano un obbligo di sopportare (pati).
APPARENTI: richiedono opere visibili e permanenti che ne consentono l'esercizio; sono acquistabili
per usucapione e per destinazione del padre di famiglia → art 1062 c.c.: se due fondi appartenenti
allo stesso proprietario sono in servizio l'uno dell'altro con opere visibili e la proprietà viene separata,
la servitù sorge di diritto.
NON APPARENTI: non sono richieste opere (non possono essere acquistate per usucapione o per
destinazione del padre di famiglia).
TEMPORANEE e PERPETUE
COMUNIONE
(artt. 1100-1116 c.c.)

Il diritto di proprietà, o un altro diritto reale su uno stesso bene, appartiene a più soggetti:
CONTITOLARITA' di un diritto reale (comunisti). Si parla dunque di comproprietà, con-usufrutto
ecc. La costituzione (la fonte) del diritto in comunione può essere:
VOLONTARIA: per volontà dei soggetti.
INCIDENTALE: non volontaria, capitata per caso (ad esempio a causa di un'eredità).
FORZOSA (art. 1117 c.c.): imposta dalla legge, non può essere sciolta dalle parti.
[Le discipline sono diverse a seconda che ci sia comunione legale dei beni, comunione ereditaria ecc.]
Disciplina: la cosa appartiene a tutti i titolari per intero dal punto di vista dell'utilizzo materiale, ma
ciascuno possiede una quota ideale di godimento e di disposizione del bene dal punto di vista giuridico
(di solito le quote sono uguali); ovvero, ciascuno può vendere (ad esempio) solo la propria quota
(oggetto del diritto) e non l'intero bene (principio della libera disponibilità della quota). Ciascun
comunista ha l'obbligo di partecipare alle spese; tutti i partecipanti concorrono all'amministrazione
del bene comune di diritto (si delibera a maggioranza delle quote).
Lo scioglimento della comunione (che cessa con la divisione) è di norma LIBERO (art. 1111 c.c.),
ovvero si può sempre chiedere la divisione, salvo che questa non sia VINCOLATA: per legge (se la
comunione è forzosa) o per volontà delle parti, che si impegnano attraverso un accordo a rimanere in
comunione (questa non può comunque protrarsi oltre dieci anni; inoltre, non è mai possibile lo
scioglimento delle parti comuni del condominio).

CONDOMINIO
(artt. 1117-1139 c.c.)

Il condominio è una particolare forma di proprietà degli edifici, che combina in sé la proprietà
individuale di parti dell'immobile (piani o parti di piano, ad esempio appartamenti, garage, negozi,
soffitte ecc.) e la comunione forzosa delle parti comuni (ad esempio muri maestri, ascensore, impianto
di riscaldamento ecc.); non si può rinunciare alla propria quota di parti comuni. [Sono intervenute
grandi riforme nel 2012]. Le facoltà e gli obblighi (le spese) che gravano sugli spazi comuni sono
calcolati in millesimi, in base al valore della proprietà individuale, esclusiva (non soltanto alla
dimensione); si parla di quota millesimale.
Gli ORGANI del condominio sono l'assemblea dei condomini (art. 1135-1137 c.c., si delibera a
maggioranza di millesimi) e l'amministratore (obbligatorio con più di otto condomini, artt. 1129-1131
c.c.), che applica le decisioni assunte dall'assemblea e sta in giudizio in rappresentanza del
condominio.
Il condominio non è un ente giuridico, dunque non gode di autonomia patrimoniale, tuttavia se ha un
“patrimonio” (destinato a uno scopo), questo può essere aggredito direttamente per soddisfare i
creditori; se questo non risultasse sufficiente si agisce prima nei confronti dei condomini non diligenti
negli adempimenti dei loro obblighi.
Il REGOLAMENTO CONDOMINIALE è obbligatorio se ci sono più di dieci condomini (art. 1138
c.c.) e contiene i diritti e gli obblighi degli stessi per la buona convivenza. Questioni: può il
regolamento sacrificare il diritto individuale di proprietà dei condomini? Ci possono essere delle
limitazioni a determinate attività? Il regolamento può essere un:
REGOLAMENTO CONTRATTUALE (o condominiale): è stato previsto da chi ha costruito il
condominio e accettato da chi ha comprato un appartamento dello stesso; ci possono essere dei limiti
alla proprietà individuale.
REGOLAMENTO ASSEMBLEARE: è deliberato a maggioranza dei condomini e non può imporre
dei limiti alla proprietà singola; non può inoltre vietare di possedere o detenere animali domestici.
L'ESTINZIONE del condominio avviene quando l'edificio è acquistato da una sola persona (il
concetto di comunione viene meno).
22.03.2017
MULTIPROPRIETA'

[In voga negli anni '70 soprattutto nelle località turistiche, ora non molto adottata]. Con la
MULTIPROPRIETA' un immobile viene separatamente alienato a più soggetti; ciascun acquirente ha
il diritto di godere dell'unità immobiliare prescelta in modo esclusivo solo per un determinato periodo
di tempo dell'anno, a turno con gli altri proprietari (si parla di proprietà turnaria). Ci si è chiesti se
questo sia o meno un nuovo diritto reale, ma bisogna osservare che i diritti reali minori sono tipici
(non se ne possono inventare altri oltre a quelli espressamente previsti dal legislatore); perciò
potrebbe essere una forma di comunione con clausola contrattuale sul tempo (sorge il problema
dell'opponibilità). In sostanza è una forma di proprietà con un oggetto nuovo, determinato nello spazio
e nel tempo, bidimensionale (definizione di un giurista). La multiproprietà ha originato molti
problemi di disciplina (che hanno dato luogo a contenziosi) e soprattutto di informazione; la disciplina
specifica è contenuta nel codice del consumo ed è stata poi modificata dal codice del turismo: 1. il
contratto deve essere stipulato in forma scritta; 2. c'è un obbligo di informazione (soprattutto prima
della conclusione del contratto); 3. c'è il diritto di recesso (che garantisce una maggiore tutela). Tipi
particolari di multiproprietà sono quelle:
AZIONARIA: la proprietà è acquistata da una S.p.a.
ALBERGHIERA: ha un contesto e dei servizi annessi.

PROPRIETA' – POSSESSO – DETENZIONE

La PROPRIETA' è una situazione di diritto: si ha la titolarità del diritto, si possiede il titolo, si hanno
dei poteri legali riconosciuti.
Concetto diverso è il POSSESSO, che è una situazione di fatto in cui si esercita il diritto reale.
Dunque possedere ed essere proprietari sono due concetti distinti (anche se nell'uso quotidiano e nel
linguaggio comune si confondono). Il possesso non è un diritto ma una circostanza, una mera
situazione di fatto; viene comunque considerato ed è molto tutelato dal diritto (ha delle conseguenze).
Tendenzialmente la situazione giuridica e la situazione di fatto coincidono (ovvero chi possiede la
cosa è anche proprietario della stessa), ma non è sempre così. Possedere significa comportarsi come
se si fosse il proprietario del bene (esempio del ladro-possessore); il possesso vale, oltre che per la
proprietà, anche per tutti gli altri diritti reali minori (si può ad esempio avere il possesso di una servitù
senza averne il diritto).
Art. 1140 c.c. (impara a memoria): “Il possesso è il potere [di fatto] sulla cosa che si manifesta in
un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale. Si può possedere
direttamente o per mezzo di altra persona, che la detenzione della cosa”.
La DETENZIONE è una situazione di fatto che consiste nel mero utilizzo della cosa (è la situazione
più basica). La figura del detentore è dunque diversa da quella del possessore: il primo è non tutelato
e poco considerato, mentre il secondo è molto tutelato dal diritto.
Il POSSESSO presenta dunque un elemento soggettivo che consiste nel comportarsi da titolare del
diritto (cosiddetto animus possidendi, è una situazione soggettiva); la DETENZIONE invece non
presenta questo elemento, bensì un elemento oggettivo che consiste nella materiale disponibilità della
cosa. Con la detenzione non si esercitano le facoltà del proprietario, queste sono riconosciute ad altri
(il detentore non si comporta come se fosse lui il proprietario). Si definisce detentore qualificato colui
che detiene per soddisfare un proprio interesse.

Esercizio su proprietà, possesso e detenzione:


• il ladro → possesso
• il comodatario → detenzione (il comodato è un prestito gratuito)
• l'usufruttuario → possesso
• il meccanico cui ho lasciato l'auto per la riparazione → detenzione (per ragioni di servizio)
• l'acquirente cui è stata consegnata la cosa in base a vendita nulla → possesso (l'atto di vendita
non ha trasferito la proprietà)
• colui che occupa abusivamente un appartamento → possesso
• il vettore e le merci da trasportare → detenzione
• il conduttore (il locatario, l'inquilino) → detenzione
• l'inquilino che, al termine del contratto, si rifiuta di riconsegnare l'immobile al locatore →
possesso

[Il possessore è tutelato con le cosiddette azioni possessorie per evitare che ci si faccia giustizia da
soli]

POSSESSO DI BUONA E MALA FEDE


(distinzione importante, la buona fede ha effetti rilevanti)

Bisogna innanzitutto fare una distinzione tra:


POSSESSO LEGITTIMO: c'è coincidenza tra esercizio del possesso e titolarità del diritto.
POSSESSO ILLEGITTIMO: il possessore non ha la titolarità del relativo diritto. Il possesso
illegittimo può essere:
POSSESSO DI BUONA FEDE: art. 1147 c.c.: il possessore possiede ignorando di ledere l'altrui
diritto; è questa la buona fede soggettiva (è uno stato psicologico); egli non sa di non essere il
proprietario e di conseguenza si comporta come tale (ad esempio a seguito di una vendita conclusa
con contratto nullo).
POSSESSO DI MALAFEDE: il possessore ha la consapevolezza di ledere il diritto altrui e si
comporta come se fosse il proprietario (ad esempio il ladro).

ACQUISTO DEL POSSESSO

Le fattispecie di acquisto del possesso sono:

APPRENSIONE: consiste nell'impossessamento materiale della cosa, salvo l'ipotesi prospettata


dall'art. 1144 c.c.: gli atti compiuti con l'altrui tolleranza e cortesia non sono di fondamento per
l'acquisto del possesso; ovvero, se un soggetto consente ad altri di utilizzare i propri beni, si ha la
situazione di detenzione, non il possesso. Per i beni di scarso valore il detentore può essere “revocato”,
cioè l'utilizzo viene fatto cessare, in questo senso l'acquisto della detenzione è precario (se ad esempio
presto un libro, posso in qualsiasi momento reclamarlo indietro perché è di mia proprietà).

CONSEGNA: avviene di regola insieme a un contratto che trasferisce la proprietà del bene e può
essere materiale o simbolica (in questo secondo caso, ad esempio, attraverso la consegna delle chiavi
dell'appartamento); in alcuni casi, tuttavia, si può acquistare il possesso anche senza la consegna, è
questo il caso dell'inquilino che acquista l'appartamento dove già viveva.

Si può avere la trasformazione della detenzione in possesso attraverso (art. 1141,2 c.c., unici due casi):
OPPOSIZIONE: è l'opposizione fatta dal detentore al possessore, è anche chiama interversione del
possesso (è il caso, ad esempio, dell'inquilino che si rifiuta di uscire dall'appartamento al termine del
contratto).

MUTAMENTO DEL TITOLO: mutamento del titolo in forza al quale si esercitano poteri sulla cosa
ad opera di un terzo (traditio ficta, consegna fittizia).
23.03.2017
REGOLA “POSSESSO VALE TITOLO”
(art. 1153 c.c. → importante)

Si tratta di una fattispecie che determina l'acquisto a titolo originario (dunque senza vincoli) del diritto
di proprietà di un bene mobile non registrato anche se l'alienante non era il proprietario (acquisto a
non domino, da chi non è padrone/proprietario). Si parla di POSSESSO DI BUONA FEDE DI
COSE MOBILI.
Condizioni per il verificarsi della fattispecie:
POSSESSO: presuppone la consegna della cosa.
BUONA FEDE: ignoranza da parte dell'avente causa che il dante causa non è il proprietario.
TITOLO IDONEO: negozio valido e astrattamente (non nella pratica) idoneo al trasferimento della
proprietà: il contratto non deve avere vizi (altrimenti sarebbe nullo) e deve essere traslativo (ad
esempio non può essere un comodato perché è un prestito)
Questa regola costituisce un'eccezione al principio dei contratti traslativi, per cui si possono
trasmettere solo diritti che si possiedono.
Art. 1147,2 c.c.: “La buona fede non giova se l'ignoranza dipende da colpa grave”: ciò significa che
occorre usare una minima diligenza nel capire se si sta ledendo l'altrui diritto (si parla di incauto
acquisto dal punto di vista penale).
L'acquirente non può verificare l'identità del proprietario perché non ci sono registri per il bene in
questione dunque, se è in buona fede, non ha colpa e deve essere tutelato. La ratio della regola è
dunque la tutela dell'affidamento del contraente-acquirente, oltre che la necessità di far circolare la
ricchezza. In questo modo l'acquirente esce dal rapporto e il vero proprietario del bene si rivarrà su
colui che si è spacciato per lui (si apre un contenzioso).
Art. 1155 c.c.: nel caso di più contratti successivi di alienazione, il bene mobile appartiene al primo
acquirente che ne acquista il possesso in buona fede (prevale sugli altri), anche se il suo titolo è di
data posteriore (cioè se non è il primo in ordine di tempo).
N.B. A seconda della natura del bene ci sono diversi criteri di opponibilità: possesso di buona fede
per i beni mobili, trascrizione per i beni immobili ecc.

USUCAPIONE
(art. 1158 c.c.)

L'istituto dell'USUCAPIONE è un modo di acquisto della proprietà e dei diritti reali di godimento di
beni mobili e immobili (riguarda dunque tutti i tipi di beni) a titolo originario, fondato sul possesso
prolungato nel tempo (anche se il possesso è in mala fede, come nel caso del ladro). L'usucapione è
anche chiama prescrizione acquisitiva (che si contrappone a quella estintiva). N.B. Per usucapire una
servitù prediale questa deve essere apparente, cioè presentare opere visibili e permanenti (vedi sopra).
La proprietà è un diritto che non si può perdere per prescrizione (vedi sopra), ma per usucapione sì,
se è utilizzata da un altro soggetto per un determinato tempo.
Requisiti per il verificarsi della fattispecie:
POSSESSO (situazione di fatto, non è un diritto): questo deve essere 1. pacifico e pubblico (art. 1163
c.c.), fin da subito o dal momento in cui la violenza (fisica e morale) e la clandestinità sono cessate;
2. continuato (art. 1158 c.c.); 3. non interrotto (art. 1167 c.c.): si interrompe se il possesso non viene
esercitato per un anno, in questo caso il decorso del tempo ricomincia da capo.
I tempi sono:
Per l'USUCAPIONE ORDINARIA: 20 anni per gli immobili e i mobili e 10 anni per i mobili registrati
(questa distinzione non si fonda su una ratio precisa).
Per l'USUCAPIONE ABBREVIATA (art. 1159 c.c.): 10 anni per gli immobili e i mobili e 3 anni per
i mobili registrati. I requisiti di questo tipo di usucapione sono: la buona fede, il titolo idoneo e la
trascrizione del titolo.
Dunque per usucapire un bene si può essere in buona o in mala fede, la prima permette di accorciare
sensibilmente i termini per acquisirne la proprietà.
Riassumendo: nel caso di beni mobili, con i requisiti di buona fede e titolo idoneo si applica la regola
del “possesso vale titolo” (la proprietà è acquistata immediatamente), mentre se il titolo non è idoneo
si può applicare l'istituto dell'usucapione.

OBBLIGAZIONI
(libro IV c.c.: obbligazioni e contratti)

L'OBBLIGAZIONE è un vincolo giuridico tra due soggetti (vinculum iuris), in forza del quale un
soggetto (quello passivo) – il debitore – è tenuto a fornire una determinata prestazione patrimoniale
per soddisfare l'interesse di un altro soggetto (quello attivo) – il creditore – il quale ha il diritto di
pretendere quel comportamento anche in via coattiva (in giudizio). [N.B. Diverso è il concetto di
obblighi, che non hanno un contenuto patrimoniale e hanno conseguenze diverse]. Si parla in questo
caso anche di diritti di credito (contrapposti ai diritti reali-res-immediatezza): spesso se ne avvale il
titolare di diritti reali, attraverso un rapporto obbligatorio (mediato da un soggetto che presta la sua
opera), come ad esempio nel contratto di compravendita.
Gli ELEMENTI COSTITUTIVI dell'obbligazione si distinguono in:
Elementi costitutivi SOGGETTIVI: sono i soggetti del rapporto, cioè il debitore (lato passivo) e il
creditore (lato attivo).
Elementi costitutivi OGGETTIVI: si concretano nella prestazione, ossia nel comportamento che deve
tenere il debitore per soddisfare l'interesse del creditore.
I requisiti della prestazione (art. 1174 c.c.) sono la PATRIMONIALITA' (il comportamento deve avere
un contenuto economicamente valutabile attraverso una somma di denaro) e l'INTERESSE DEL
CREDITORE (che non è necessariamente patrimoniale); quest'ultimo è espresso dall'entità dello
sforzo del debitore e misura l'esatto adempimento; se viene meno “decade” anche l'obbligazione.
Il contenuto della prestazione si declina come segue:
1. PRESTAZIONE PRINCIPIALE (quella caratterizzante il rapporto): può essere una
prestazione di DARE (ad esempio di dare una somma di denaro → obbligazione pecuniaria,
ma non solo), una prestazione di FARE o di NON FARE (ha un contenuto negativo, impone
l'astensione dal fare qualcosa, ad esempio divieto di vendita o di concorrenza). Le prestazioni
di fare si distinguono in due categorie, a seconda di chi si assume il rischio del mancato
raggiungimento del risultato:
OBBLIGAZIONI DI MEZZI: il soggetto debitore si impegna a svolgere un'attività con diligenza
(questo è il caso, ad esempio, del medico e dell'avvocato).
OBBLIGAZIONI DI RISULTATO: c'è il vincolo dell'obiettivo (ad esempio il che vettore deve
consegnare delle merci) e se non raggiunto il rischio ricade sul debitore.
2. PRESTAZIONI ACCESSORIE (o secondarie): collaborano alla realizzazione/ esecuzione
della prestazione principale, ovvero coadiuvano, permettono l'adempimento nelle corrette
modalità [quando la prestazione ha ad oggetto beni generici, bisogna scegliere quelli con
caratteristiche medie]. La prestazione di buona fede (art. 1175 c.c.) è sempre presente e
incombe sia sul debitore che sul creditore; questo in generale nel contesto del rapporto
obbligatorio, non soltanto nell'esecuzione della specifica prestazione (ad esempio nella fase
pre-contrattuale delle trattative ecc.).
24.03.2017
BUONA FEDE
(interviene laddove il legislatore non ha previsto regole, colma le “lacune”)

Il concetto di BUONA FEDE ha due diverse accezioni:


BUONA FEDE SOGGETTIVA: è una situazione psicologica che consiste nell'incolpevole
ignoranza di ledere l'altrui diritto (artt. 1147, 1189 c.c.).
BUONA FEDE OGGETTIVA: è un dovere di comportamento (da osservare nelle obbligazioni e nei
contratti) che si declina sostanzialmente nei principi di onestà, lealtà e correttezza (artt. 1175, 1137,
1375 c.c.); è una clausola generale (volutamente “elastica” e di ampio respiro, senza un contenuto
specifico). Un esempio di buona fede oggettiva è l'obbligo di informazione di eventuali circostanze o
danni che interessano lo stato di un bene, nell'ambito di un contratto.
N.B. Il concetto di buona fede non deve essere confuso con quello di DILIGENZA (art. 1176 c.c.),
che è una regola di adempimento, il tipo di impegno che deve osservare il debitore nell'ottica di
soddisfare l'interesse del creditore (aspetto positivo).

FONTI DELLE OBBLIGAZIONI


(art. 1173 c.c.)

Le obbligazioni sono atipiche, ciò significa che se ne possono creare di nuove oltre a quelle citate dal
legislatore e consolidate con la prassi. Le FONTI delle obbligazioni indicano la sorte o l'origine di un
rapporto obbligatorio; queste sono:
• Il CONTRATTO: è una fonte volontaria, da ogni contratto derivano delle obbligazioni
reciproche per le parti (ad esempio dal contratto di locazione, compravendita, ecc.) [tenere
presente che questa non è l'unica fonte].
• Il FATTO ILLECITO: è una fonte involontaria (è un atto giuridico)
• OGNI ALTRO ATTO O FATTO idoneo a produrle secondo l'ordinamento giuridico (questa
espressione sottolinea il carattere di atipicità delle obbligazioni).
N.B. Nell'ambito delle obbligazioni non si parla di parti (come nel contratto, che è un accordo di
contenuto patrimoniale tra soggetti), bensì di debitore e creditore.
Con riferimento all'ultima categoria di fonti (ogni altro atto o fatto...), si possono ricordare:
ATTI: promesse unilaterali (art. 1987 c.c.): un esempio è la promessa al pubblico di una determinata
somma di denaro a chi si trovi in determinate circostanze previste (ad esempio a chi ritrovi il cane
smarrito e lo riconsegni al proprietario); la promessa deve essere rispettata pertanto è fonte di
obbligazione.
FATTI:
– gestione di affari altrui (art. 2028, 2031 c.c.): è un'eccezione al principio di non ingerenza
negli affari degli altri (per il rispetto dell'autonomia); se si inzia la gestione, questa deve
essere portata a termine dall'ingerente, e l'interessato è tenuto a rimborsargli tutte le spese;
– pagamento dell'indebito (art. 2033 c.c.);
– arricchimento senza causa (art. 2041 c.c.)

Il contatto sociale è, infine, una fonte di obbligazioni creata dalla giurisprudenza: consiste
nell'affidamento di un soggetto nelle capacità di un altro soggetto (qualificato), che se non ne soddisfa
gli interessi (delude le sue aspettative) è tenuto al risarcimento; sorge dunque una responsabilità di
natura contrattuale, anche se non si instaura un rapporto contrattuale diretto tra i due soggetti (un
esempio è dato dall'ambito medico-sanitario, in cui il paziente conclude un contratto con la struttura
ospedaliera, non con il singolo medico/infermiere).
ADEMPIMENTO

L'ADEMPIMENTO è il modo principale e più naturale (ma non l'unico) di estinzione delle
obbligazioni. L'obbligazione sorta deve essere adempiuta: ovvero il debitore deve eseguire l'attività
(il comportamento) a cui si è impegnato con esatta esecuzione (ad esempio non parzialmente e
rispettando i termini stabiliti). Il corretto adempimento ha come effetto di estinguere l'obbligazione e
di liberare il debitore, il quale non è più tenuto a niente. Se l'adempimento non è eseguito
correttamente, invece, l'obbligazione non si estingue, il debitore è ancora tenuto ad adempiere e il
creditore non è soddisfatto. La morte del debitore è una causa di estinzione se la prestazione oggetto
dell'obbligazione ha carattere personale e non è adempibile dagli eredi (ci sono poi altri modi di
estinzione diversi dall'adempimento → rinvio lezione 19.04.2017).

REQUISITI OGGETTIVI DELL'ADEMPIMENTO


(che liberano il debitore)

DILIGENZA (art. 1176 c.c.): è un dovere di comportamento (non eccezionale ma mediamente


diligente) che incombe solo sul debitore; è la misura dell'esatto adempimento, è l'impegno (attraverso
mezzi ed energie) mirato a soddisfare l'interesse del creditore (N.B. Pur usando diligenza, si può
violare una “norma” di buona fede). Si parla di diligenza del buon padre di famiglia (pater familias,
soggetto di diritto nel linguaggio attuale), ad indicare le capacità dell'uomo medio. La diligenza deve
essere applicata con riguardo alla natura dell'attività esercitata, ovvero rileva quella mediamente
utilizzata dal professionista (questa si valuta soprattutto nelle prestazioni di fare e di mezzi).

ADEMPIMENTO PARZIALE (art. 1181 c.c.): può essere accettato oppure rifiutato (in quanto
inesatto) con la pretesa di ottenere quello completo.

IDENTITÀ DELLA PRESTAZIONE (art. 1197 c.c.): la prestazione deve essere esatta, ovvero il
debitore deve adempiere con la cosa pattuita; il creditore può comunque accettare una cosa alternativa,
e in questo caso l'obbligazione si estingue con la consegna.

TEMPO (art. 1183 c.c.): il principio generale stabilisce l'immediata esigibilità del credito/della
prestazione, salvo che non sia determinato un tempo; in questo caso il termine è a favore del debitore
e deve essere rispettato dal creditore (che non può esigere anzitempo l'esecuzione della prestazione).
Se le parti non stabiliscono un termine questo è fissato dal giudice, qualora la natura della prestazione
non consenta un'immediata esecuzione.

LUOGO (art. 1182 c.c.): il luogo in cui viene eseguita la prestazione deve essere 1. quello stabilito
dall'accordo tra le parti, oppure 2. quello necessariamente legato al tipo di prestazione, altrimenti 3.
per la consegna di una cosa determinata si fa riferimento al luogo in cui è sorta l'obbligazione e 4. per
una somma di denaro si fa riferimento al domicilio del creditore (cosiddette obbligazioni portable),
mentre 5. per tutte le altre obbligazioni si fa riferimento al domicilio del debitore (cosiddette
obbligazioni querable).

IMPUTAZIONE DEL PAGAMENTO (art. 1193 c.c.): l'obbligazione che deve essere adempiuta per
prima (tra molte della stessa specie verso lo stesso creditore) è scelta dal debitore, in seconda istanza
dal creditore oppure attraverso altre regole [non serve ricordarle].
REQUISITI SOGGETTIVI DELL'ADEMPIMENTO
(relativi a soggetti)

LEGITTIMAZIONE: è la competenza ad eseguire o ricevere la prestazione (esatta), con effetto


liberatorio per il debitore.

LEGITTIMAZIONE AD ADEMPIERE (art. 1180 c.c.) e A RICEVERE (art. 1188 c.c.): queste non
spettano solo al creditore e al debitore, ma anche a un loro rappresentante (per gli atti giuridici) o a
un ausiliario (ad esempio l'assistente del meccanico), fatta eccezione per le attività di carattere
personale per le quali il debitore, evidentemente, non è sostituibile (ad esempio attività del dentista).
La legittimazione a ricevere in particolare spetta, oltre che al creditore stesso, a un suo incaricato o
rappresentante o a una persona autorizzata dalla legge o dal giudice (ad esempio il tutore).

CAPACITA' DI AGIRE: del debitore (art. 1191 c.c.) e del creditore (art. 1190 c.c.); l'adempimento
non è esatto, ad esempio, se avvenuto da parte di un minore (incapace legale) o di un incapace naturale.

Bisogna distinguere due diverse situazioni:


• Incapacità del debitore: egli non può impugnare il pagamento (cioè paga bene) se incapace
legale o naturale, in quanto si tratta di un comportamento materiale che non richiede la
capacità di intendere e di volere (che invece serve per l'assunzione dell'obbligazione).
• Incapacità del creditore: in questo caso è necessaria la capacità di agire, in mancanza della
quale il debitore non è liberato. Ratio: tutela degli interessi del creditore → ricevere la
prestazione non è un mero atto materiale perché il creditore deve essere in grado di valutare
il corretto adempimento. Eccezione: il pagamento è andato a buon fine nonostante lo stato di
ubriachezza (ad esempio) del creditore (questo deve essere provato).

ADEMPIMENTO DEL TERZO


(art. 1180 c.c.)

È l'adempimento autonomo e in proprio nome di un soggetto estraneo al rapporto obbligatorio (non


è un soggetto rappresentante o incaricato, bensì adempie l'obbligazione spontaneamente, non in nome
di qualcuno), che può avere un interesse morale, amicale, familiare od economico ad eseguire
personalmente la prestazione (ad esempio padre che paga il canone di affitto dell'appartamento in cui
vive il figlio). Il terzo è legittimato e il suo adempimento non è inesatto, il creditore non può rifiutarsi
di ricevere da lui la prestazione (perché nell'esempio precedente non ha un interesse a ricevere i soldi
da una persona specifica), salvo due eccezioni:
1. il creditore ha un obiettivo interesse all'esecuzione della prestazione proprio da parte del
debitore; la figura del debitore non è per lui indifferente; è questo il caso delle prestazioni di
carattere personale (attività professionali e infungibili, ad esempio dentista) (art. 1180,1 c.c.);
2. opposizione del debitore: se il debitore si oppone all'adempimento del terzo estraneo al
rapporto obbligatorio il creditore può rifiutarsi di ricevere da lui la prestazione, non non è
obbligato a farlo (il diniego è solo una possibilità); ratio: l'interesse prevalente è quello del
creditore e dunque deve essere tutelato.
27.03.2017
LA FASE INTRODUTTIVA DEL PROCESSO CIVILE
(lezione tenuta dall'avvocato Maurizio Voi)
(come vengono tutelati il possesso, la proprietà e gli altri diritti)

Dimostrare la titolarità del diritto di proprietà è, concettualmente, una probatio diabolica (prova del
diavolo, prova impossibile): l'alienante era proprietario? E chi ha venduto all'alienante era a sua volte
proprietario? Eccetera eccetera → catena.
Art. 24 Cost.: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi
[...]”, ovvero per la tutela di tutti i diritti, più quelli nei confronti della pubblica amministrazione, che
si concreta nel diritto di rivolgersi al giudice per ottenere un pronunciamento sull'accaduto.
Art. 949 c.c. (actio negatoria servitutis): “Il proprietario può agire per far dichiarare l'inesistenza di
diritti affermati da altri sulla cosa, quando ha motivo di temerne pregiudizio [...]”; con il termine agire
si intende agire in giudizio (che è diverso da reagire), rivolgersi alla magistratura.

RIPARTIZIONE DELLA GIURISDIZIONE ORDINARIA


(classica prevista dalle leggi)

GIUDICE DI PACE (I grado): ha competenza per i beni mobili di valore uguale o inferiore a 5000 €
(diverso è il giudice togato); si occupa delle cause minori (non è un funzionario dello Stato, non ha
fatto il concorso).
TRIBUNALE: organo di I grado competente per cause dal valore indeterminabile: ne fanno parte i
giudici togato, i magistrati (hanno fatto il concorso). Il tribunale è monocratico (giudica in
composizione monocratica).
CORTE D'APPELLO (giudice superiore): è il II grado collegiale (tre giudici togati), presente in ogni
capoluogo di regione; rivaluta la sentenza/il giudizio di I grado. La critica è vincolata, si riconsiderano
solo le parti di interesse (si riportano tutti i fatti, le ragioni, le argomentazioni).
CORTE DI CASSAZIONE (cassare significa tagliare, rimuovere): è il III e ultimo grado di giudizio,
viene impugnata la sentenza emessa dalla corte d'appello. Si trova a Roma ed è composta da sezioni
formate da cinque giudici (in più c'è l'intervento obbligatorio del pubblico ministero). Si riesamina la
sentenza per i soli motivi di diritti (non per i fatti): funzione nomofilattica (compito di garantire
l'osservanza della legge, la sua interpretazione uniforme e l'unità del diritto in uno stato). Le parti
sono ammesse a discutere la loro causa e la propria posizione e la sentenza emessa dalla corte di
cassazione è definitiva (pone fine al processo).

PROCESSO CIVILE

È il processo diretto all'emanazione di una pronuncia costitutiva di diritti da parte del Giudice. Inizio:
domanda (per la tutela del diritto); fine: provvedimento. Art. 2908 c.c.: enuncia l'effetto costitutivo
della sentenza. Schema logico del processo: con la domanda (1) si ha l'accertamento dei fatti (2),
segue la ricerca/indicazione della norma giuridica che viene applicata al fatto (3), si svolge il processo
sui fatti e le norme comunicati, vi è il contraddittorio delle parti (4), c'è infine la decisione del giudice
che emette il provvedimento (5).
Iniziativa di parte (artt. 99-112 c.p.c., art. 2097 c.c.): il processo inizia da una parte, che si ritiene lesa
nel suo diritto e per questo si rivolge al giudice.
Contraddittorio: l'altra parte deve essere formalmente presente al processo (obbligatoriamente), non
fisicamente, ma deve essere informata, ovvero convocata con una regolare notifica. Altrimenti il
processo inizia viziato.
Chiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.): il giudice si deve pronunciare esattamente sulla domanda
presentata, altrimenti la sentenza è viziata e scatta l'appello.
Decidere secondo diritto (art. 113 c.p.c.): il giudice interpreta e applica le norme giuridiche, non
inventa nulla e non segue principi di equità (salvo poteri attribuiti dalla legge in casi particolari).
PRINCIPIO DISPOSITIVO (art. 115 c.p.c.): il soggetto che agisce deve portare le prove → è questo
il PRINCIPIO DELL'ONERE DELLA PROVA, a carico di chi propone la domanda.
Art. 2697 c.c.: “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono
il fondamento. Chi eccepisce l'inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è
modificato o estinto deve provare i fatti su cui l'eccezione si fonda”.
Libera valutazione delle prove da parte del giudice: egli decide il torno o la ragione.

CIVIL LAW (in Italia): diritto di fonte legislativa nel quale le norme sono di formazione politica e i
giudici hanno solo il compito di applicarle.
COMMON LAW (ad esempio diritto anglosassone): diritto di formazione prevalentemente
giudiziaria per il quale vale la regola dello stare decisis (rimanere su quanto deciso), in virtù della
quale il giudice, nel decidere il caso, è vincolato dai precedenti a lui sottoposti.

Prove documentali: contratti con firma autenticata dal notaio e trascritti: atto pubblico (che fa fede
fino a querela di falso) o scrittura privata autenticata.
Prove semplici: testimonianza, giuramento, confessione e presunzioni.
Prove legali: atto pubblico, scrittura privata autenticata, giuramento, confessione.
[Per la proprietà bisogna dimostrare il titolo con la prova legale]

Se si dimostra il possesso pacifico, continuato e ininterrotto per un anno, il giudice deve reimmettermi
nel possesso.
Azioni possessorie: manutenzione del possesso o reintegrazione, se non è possibile dimostrare il titolo
di proprietà.
È necessario prima di tutto conoscere i fatti, e poi decidere quale tipo di atto usare: citazione, ricorso,
comparsa, controricorso, precetto.

29.03.2017
PAGAMENTO A SOGGETTO NON LEGITTIMATO

Se il pagamento (inteso in senso lato: adempimento) è effettuato a favore di un soggetto non


legittimato, l'adempimento è inesatto e il debitore non è liberato, cioè è ancora tenuto ad adempiere
(questa è la regola generale).

Ci sono tuttavia delle eccezioni, cioè dei casi in cui il debitore si libera e il debito si estingue:
1. PAGAMENTO A CREDITORE APPARENTE (art. 1189 c.c.): il pagamento è effettuato a
favore di un soggetto che sembra essere il creditore, ma in realtà non lo è; in questo caso il
debitore è liberato se sussistono queste circostanze (per il principio di tutela dell'affidamento
e per rendere rapidi i traffici): 1. circostante univoche (di fatto): a chiunque il soggetto in
questione sembra essere il creditore, oggettivamente e ragionevolmente; 2. buona fede
soggettiva (situazione psicologica per cui si ignora di ledere il diritto altrui): il debitore deve
essere sinceramente all'oscuro che il soggetto in questione non è legittimato a ricevere.
2. RATIFICA (art. 1188,2 c.c.): il creditore approva a posteriori il pagamento effettuato a favore
del soggetto inizialmente non legittimato, ovvero gli conferisce una legittimazione a posteriori.
3. PROFITTAMENTO (art. 1188,2 c.c.): il debitore si libera se il pagamento è andato a buon
fine (nelle casse del creditore), anche se il “percorso” con cui è avvenuto non è stato quello
previsto/corretto. Altro caso di profittamento: il debitore paga al creditore del creditore (forma
di compensazione), in questo modo si libera il creditore da un suo debito.
INADEMPIMENTO
(artt. 1218 ss. c.c.)

L'INADEMPIMENTO è la mancata o inesatta esecuzione della prestazione. In questo caso il debitore


non è liberato (è inadempiente) e può essere perseguito per vie legali (anche in via coattiva), in quanto
responsabile.
Art. 2043 ss. c.c. (impara a memoria): RESPONSABILITÀ PER INADEMPIMENTO o
RESPONSABILITÀ CONTRATTUALE, che si ha a fronte di una qualsiasi obbligazione preesistente
(contrapposta alla responsabilità extra-contrattuale).
La dicitura “responsabilità contrattuale” è un po' impropria, perché le fonti delle obbligazioni non
comprendono solo i contratti, ma anche i fatti illeciti ecc. (con questa formula ci si riferisce a una
parte per il tutto, la maggiore). La responsabilità extra-contrattuale, invece, non si riferisce a
un'obbligazione preesistente, ma a due soggetti che non avevano vincoli tra di loro (ad esempio danni
ingiusti causati sul momento); in questo caso l'obbligazione sorge dopo, di solito a causa di un fatto
illecito.
L'art. 1218 c.c. stabilisce su chi gravano i danni in caso di inadempimento da parte del debitore (indica
la distribuzione dei rischi tra creditore, che ha subito un danno, e debitore); questi, infatti, non sempre
ricadono solo sull'inadempiente, in quanto possono esserci motivi validi che lo sollevano da alcune
responsabilità.
Dal codice civile emerge che il creditore è la figura tutelata primariamente (favor creditoris); il
debitore deve rispondere dei danni arrecati (risarcire), ma si può liberare dalla responsabilità (e
l'obbligazione si estingue) se prova che l'inadempimento è stato dovuto a 1. IMPOSSIBILITA'
DELLA PRESTAZIONE (oggettiva: nessun altro debitore avrebbe potuto eseguire la prestazione in
quelle circostanze) e che 2. tale impossibilità deriva da una CAUSA A LUI NON IMPUTABILE,
ovvero non da una sua colpa (=inverso della diligenza), non da un suo dolo (=volontà di non
adempiere) e non da un fatto che inerisce in qualche modo alla sua sfera (due condizioni entrambe
necessarie). Bisogna provare da che cosa dipende l'inadempimento, perché per le cause ignote
risponde il debitore. Bisogna eventualmente provare il caso fortuito (evento imprevedibile e
inevitabile) o il motivo di forza maggiore (causato ad esempio da un terzo).
In caso di morte di un parente (ad esempio) che abbia provocato l'inadempimento, secondo l'art. 1218
bisognerebbe risarcire i danni (perchè non si tratta di un'impossibilità materiale ed oggettiva a
svolgere la prestazione), tuttavia ci sono dei criteri generali che ci vengono incontro: la diligenza
(media) e la buona fede (che incombe anche sul creditore). L'impossibilità dunque non è oggettiva,
ma relazionata/commisurata alla circostante, ai mezzi e agli sforzi che si possono pretendere dal
debitore; in definitiva, la prestazione può essere inesigibile alla luce dei principi di diligenza e buona
fede.

30.03.2017
INADEMPIMENTO ASSOLUTO E RELATIVO

L'INADEMPIMENTO ASSOLUTO (quello cui si riferisce l'art. 1218 c.c.) è definitivo e irreversibile
(causato ad esempio dalla distruzione di un bene infungibile) e comporta il risarcimento completo dei
danni. Con l'INADEMPIMENTO RELATIVO, invece, l'adempimento è ancora possibile, ma con
ritardo (inesattezza temporanea) (ad esempio consegna di cosa fungibile, come il denaro); in questo
caso il creditore può pretendere l'adempimento e richiedere il risarcimento dei danni per il ritardo
(che è diverso dal valore della prestazione).
In diritto, il ritardo del debitore nell'esecuzione della prestazione si chiama MORA (art. 1219 c.c.).
MORA DEL DEBITORE

Presupposti della mora per l'applicabilità della disciplina:


• esigibilità della prestazione: questa può essere pretesa (ad esempio perché il termine è
scaduto);
• ritardo imputabile al debitore: (dolo, colpa ecc.): il ritardo ha una causa a lui collegata, non
deriva da una causa di forza maggiore, non è un'impossibilità;
• possibilità di attuazione della prestazione: (nonostante ci sia stato il ritardo) altrimenti si ricade
nella disciplina dell'art. 1218, che prevede il risarcimento totale;
• di regola: costituzione in mora.

Se si verificano i primi tre requisiti il debitore non è moroso, non sono sufficienti, in quanto il
creditore deve far notare il ritardo, costituendo in mora il debitore con una richiesta scritta che intima
di adempiere entro un termine, scaduto il quale c'è la mora (se non lo fa il ritardo si considera
tollerabile).
MORA: ritardo + messa in mora (iniziativa del creditore).
Ci sono tuttavia delle eccezioni che rendono la MORA AUTOMATICA (alla scadenza), per cui
ritardo=mora (non è richiesta un'attivazione da parte del creditore, non c'è l'atto di messa in mora,
perché il ritardo non si considera tollerabile):
• ritardo dell'adempiere un'obbligazione derivante da fatto illecito (responsabilità extra-
contrattuale);
• dichiarazione scritta del debitore di non voler adempiere;
• obbligazione portable con termine scaduto (la più frequente): soprattutto obbligazioni
pecuniarie → poiché sono lasciate all'iniziativa del debitore, il creditore non ha necessità di
attivarsi, quindi la sua mancanza non significa tolleranza.

EFFETTI DELLA MORA DEL DEBITORE

1. Risarcimento dei danni dovuti al ritardo (che si aggiungono alla prestazione principale,
qualunque essa sia): ad esempio interessi per una somma di denaro, ma non solo (anche
risarcimento generico).

INTERESSI MORATORI (art. 1224 c.c.): sono dovuti anche se non precedentemente pattuiti e anche
se il creditore non prova di aver subito un danno (lo si esonera da questa prova); se però il danno è
provato essere maggiore il risarcimento sarà più cospicuo degli interessi legali. Sono il risarcimento
per la mancanza della somma fruttifera.

2. Aggravamento o passaggio del rischio (perpetuatio obbligationis) (art. 1221 c.c.): dal
momento della messa in mora il debitore subisce il rischio dell'impossibilità della prestazione,
cioè non è sollevato dal fatto che la causa dell'inadempimento non sia a lui imputabile (caso
fortuito o forza maggiore); questa è un'eccezione alla regola generale, il debitore è comunque
responsabile. Ratio: se il debitore avesse adempiuto nei tempi previsti la prestazione sarebbe
ancora possibile, cioè sarebbe andata a buon fine (in altri termini, l'impossibilità è dovuta al
mancato adempimento). Per liberarsi il debitore deve dimostrare che, se anche avesse
adempiuto esattamente (in tempo), il bene sarebbe ugualmente perito (prova difficile); la ratio
è sempre il nesso ritardo-inadempimento.
3. Interruzione della prescrizione con atto di messa in mora: con questo atto si dimostra il proprio
interesse a far valere il diritto.
ESCLUSIONE ALLA MORA DEL DEBITORE

1. Obbligazioni negative (art. 1222 c.c.): non ha senso il ritardo nel non fare qualcosa, perchè
nel momento in cui faccio sono semplicemente inadempiente.
2. Offerta non formale di adempiere (art. 1220 c.c.): cosiddetta “offerta alla buona”, è uno
strumento a tutela del debitore quando non può adempiere per ragioni imputabili al creditore,
perché questo non glielo consente o comunque ci sono motivi a lui collegati.

MORA DEL CREDITORE


(il ritardo nell'adempimento dipende da lui)

Il creditore ha la facoltà o meno di ricevere la prestazione; il problema sorge quando questo mancato
ricevimento, e quindi il mancato adempimento, crea danni al debitore.

Presupposti per la mora del creditore (art. 1206 c.c.) N.B.: l'adempimento presuppone la
collaborazione del creditore:
• rifiuto ingiustificato di ricevere la prestazione (è giustificato nel solo caso in cui
l'adempimento sia inesatto);
• offerta formale (reale per i mobili e per intimazione per gli immobili): intervento di un
ufficiale giudiziario che attesta che è avvenuta l'offerta;
• convalida giudiziale dell'offerta non accettata.

N.B.: Il debitore ha il dovere di adempiere, ma non ha il diritto di pretendere che il creditore riceva
la prestazione.

EFFETTI DELLA MORA DEL CREDITORE


(art. 1207 c.c.)

• Impossibilità sopravvenuta della prestazione a carico del creditore (la causa dell'impossibilità
non è a lui imputabile); egli deve comunque la controprestazione al netto delle spese
(nell'ambito di un contratto).
• Risarcimento dei danni e rimborso delle spese.
• Non riceve più interessi o frutti da parte del debitore; quest'ultimo è comunque tenuto ad
adempiere, ma può liberarsi se... (vedi punto successivo).
• Diritto potestativo del debitore alla liberazione coattiva dal debito (dall'obbligazione) (ad
esempio con il deposito del bene mobile) → ultima difesa possibile del debitore.

RISARCIMENTO DEL DANNO PER INADEMPIMENTO


(artt. 1223-1229)

Bisogna stabilire l'entità del danno risarcibile da parte del debitore inadempiente. Il risarcimento ha
la funzione di ristabilire la situazione della persona danneggiata, ovvero quella che si avrebbe avuta
con il corretto adempimento (non ci sono sanzioni aggiuntive). Questo può avvenire in:
– forma generica: risarcimento attraverso la corresponsione di una somma di denaro equivalente
al danno subito;
– forma specifica: ripristino della situazione a spese di chi danneggia

Componenti del danno risarcibile:


DANNO EMERGENTE: è la perdita subita, la diminuzione del patrimonio del creditore a causa
dell'inadempimento.
LUCRO CESSANTE: è il mancato guadagno (introito), il danno futuro (è stabilito in via equitativa
dal giudice, con varie proiezioni).
Criteri di determinazione del danno risarcibile (per evitare di risarcire danni in eccesso rispetto a
quelli arrecati):
• Principio di CAUSALITÀ ADEGUATA (art. 1223 c.c.): devono essere risarciti i soli danni
che sono conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento (ossia quelli prevedibili da un
soggetto di normale diligenza ex-ante, non ex-post); la causalità deve essere reale e limitata.
• Requisito di PREVEDIBILITÀ DEL DANNO (art. 1225 c.c.): il risarcimento è dovuto solo
per quei rischi prevedibili al momento dell'assunzione dell'obbligazione (per un'esigenza di
certezza dei rischi), salvo che l'adempimento non dipenda da dolo.
• Esclusione dei danni causati da NEGLIGENZA DEL CREDITORE (art. 1227 c.c.): il debitore
risponde solo dei danni da lui causati, se c'è stato un concorso del creditore a cagionare il
complesso dei danni. Sono esclusi dal risarcimento anche quei danni evitabili con un minimo
di intelligenza (diligenza) dal creditore.

31.03.2017
EFFETTI DELL'INADEMPIMENTO

La responsabilità contrattuale ha tutta una serie di conseguenze/effetti:


1. RESPONSABILITÀ PERSONALE (art. 1218 c.c.): risarcimento del danno.
2. RESPONSABILITÀ PATRIMONIALE (art. 2740 c.c.): il patrimonio del debitore è garanzia
patrimoniale (generica) per il creditore; questo è un modo di tutela del creditore perché se il
debitore non adempie, risponde con tutti i suoi beni presenti e futuri, ovvero il suo patrimonio
è aggredibile (garanzia del soddisfacimento del credito).

Per ottenere (in via coattiva) il soddisfacimento delle proprie ragioni si può agire con l'ESECUZIONE
FORZATA (processo esecutivo), che può avvenire in:
– forma specifica (artt. 2930-2933 c.c.): si ottiene lo stesso bene oggetto dell'obbligazione (con
una sentenza costitutiva), si ha la soddisfazione specifica del credito con la consegna o il
rilascio del mobile/immobile;
– forma generica (art. 2910 c.c.): si ottiene una somma di denaro che compensa il danno subito,
si aggredisce il patrimonio del debitore (questa è la forma sempre prevista per le obbligazioni
pecuniarie.

LA PARITA' DI TRATTAMENTO DEI CREDITORI


(art. 2741 c.c.)

Vi è il problema del rapporto dei diversi creditori di uno stesso debitore e di come essi vengano
soddisfatti, qualora il patrimonio del debitore sia insufficiente per risarcirli tutti.
Principio della PAR CONDICIO CREDITORUM (parità di trattamento dei creditori): essi devono
essere soddisfatti in modo uniforme, cioè proporzionalmente ai relativi crediti.
Eccezione a questo principio: cause legittime di prelazione, che significa che alcuni crediti sono
soddisfatti con preferenza rispetto ad altri (si dice chirografario il creditore che non ha privilegi);
queste cause sono 1. il pegno, 2. l'ipoteca, 3. i privilegi (pegno e ipoteca sono diritti reali di garanzia).
IL PRIVILEGIO

Il privilegio è una prelazione (ossia un diritto di preferenza) accordata dalla legge ad alcuni crediti
(che sono perciò preferiti a quelli dei chirografari) in considerazione della fonte (natura, causa) da cui
derivano, cioè dal titolo da cui il credito nasce e che lo rende meritevole di maggior tutela; sono tali,
ad esempio, quelli che derivano da retribuzioni lavorative, da tributi allo Stato ecc. (artt. 2751-2752
c.c.).

In base all'oggetto, si distingue tra (art. 2746 c.c.):


• privilegio generale (art. 2751 c.c.): si esercita su tutti i beni mobili (anche registrati) del
debitore;
• privilegio speciale (art. 2760,1-2761,1-2771 c.c.): riguarda solo determinati beni, mobili o
immobili, del debitore; c'è un rapporto particolare tra debitore e oggetto del debito.

LE GARANZIE DEL CREDITO

GARANZIA PATRIMONIALE GENERICA (art. 2740 c.c.): grava su tutti i beni del debitore; mezzi
di conservazione della garanzia patrimoniale sono: 1. l'azione surrogatoria, 2. l'azione revocatoria, 3.
il sequestro conservativo.
GARANZIA PATRIMONIALE SPECIFICA: è specificamente pattuita.

Le garanzie patrimoniali specifiche possono essere:


REALI: (sono tipiche, non se ne possono inventare altre) vertono su alcuni beni del debitore; sono il
pegno e l'ipoteca: questi “comprimo” il patrimonio del debitore, di regola, perché sono destinati al
soddisfacimento del creditore.
PERSONALI: vertono sul patrimonio di un soggetto diverso dal debitore (sono atipiche); sono la
fideiussione e il contratto autonomo di garanzia.

Con la FIDEIUSSIONE (art. 1936 c.c.) ci si avvale di un terzo soggetto per la garanzia; la fideiussione
(diritto personale di garanzia) non può eccedere il valore del debito, può avere al massimo lo stesso
importo.
Il CONTRATO DI GARANZIA è un contratto accessorio al debito (è in sua funzione), segue le sue
sorti; viene stipulato tra creditore e fideiussione.
Il CONTRATTO AUTONOMO DI GARANZIA (atipico, non previsto dal legislatore) consiste in una
fideiussione “a prima richiesta”, senza accessorietà col debito, autonoma rispetto al debito (bisogna
pagare senza eccepire nulla).

LE GARANZIE REALI
(diritti reali di garanzia)

Le garanzie reali hanno la funzione di vincolare un determinato bene al soddisfacimento di un


determinato credito.
Elementi comuni:
• attribuiscono al creditore il diritto di prelazione e il diritto di sequela o di seguito (opponibilità
ai terzi) → il diritto segue la proprietà del bene, l'eventuale acquisto è gravato dal
pegno/ipoteca (e dunque è rischioso);
• principio di accessorietà: ineriscono a uno specifico bene;
• esigenza di pubblicità: pubblicità di tipo costitutivo, in mancanza della quale non sorgono;
• divieto di patto commissorio: non è ammesso il passaggio automatico del bene al creditore in
caso di inadempimento del debitore (sulla base di un accordo); ratio: esigenza di tutela del
debitore, in quanto in genere il bene in garanzia ha un valore superiore rispetto al debito
contratto → la differenza viene restituita al debitore, oppure distribuita tra gli altri creditori
(per la par condicio creditorum). L'eventuale patto è nullo.

PEGNO E IPOTECA

PEGNO:
• riguarda i beni mobili;
• il titolo costitutivo (la fonte) è un contratto reale tra proprietario del bene e creditore;
• per il diritto di prelazione serve un atto scritto con data certa (art. 2787 c.c.);
• è necessario lo spossessamento del bene (art. 2786 c.c.), che viene cosegnato materialmente
al creditore o a un terzo, il quale non lo utilizza bensì lo custodisce; questa è una forma di
pubblicità costitutiva (poiché mancano i registri), necessaria per l'esistenza stessa del pegno.

IPOTECA:
• riguarda i beni immobili;
• il titolo costitutivo può essere di tre tipi:
- ipoteca volontaria (art. 2821 c.c.): è un accordo tra le parti (in forma scritta, a pena di nullità);
- ipoteca giudiziale (art. 2818 c.c.): è richiesta sulla base di una sentenza di condanna;
- ipoteca legale (art. 2817 c.c.): in alcuni casi l'ipoteca è prevista dalla legge;
• è necessaria l'iscrizione nei pubblici registri immobiliari (pubblicità di tipo costitutivo); solo
da questo momento sorge l'ipoteca (art. 2808,2-2827 c.c.);
• su uno stesso bene immobile possono sussistere più ipoteche, in questo caso i creditori sono
soddisfatti in base all'ordine di iscrizione;
• l'iscrizione si prescrive in vent'anni, ma può essere rinnovata prima della scadenza per non
perdere la priorità; se invece scade si può riscrivere, ma in questo caso non si mantiene l'ordine
originario.

I MEZZI DI CONSERVAZIONE DELLA GARANZIA PATRIMONIALE


(artt. 2900-2901 c.c.)

I mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale si fanno valere dal momento in cui sorge
l'obbligazione a quando questa deve essere adempiuta, al fine di conservare la garanzia e permettere
il soddisfacimento per l'eventuale inadempimento. Questi sono:

1. AZIONE SURROGATORIA: i presupposti di questa azione in giudizio sono l'inerzia del


debitore (ad esempio non riscuote un suo credito), un pregiudizio per il creditore (la garanzia
patrimoniale è insufficiente), la natura patrimoniale dei diritti e delle azioni; l'effetto è
l'incremento del patrimonio del debitore (con giovamento per tutti i creditori).
2. AZIONE REVOCATORIA: i presupposti sono un atto di disposizione del debitore, un
pregiudizio per il creditore, la malafede del debitore, la mala fede del terzo acquirente se
l'acquisto è avvenuto a titolo oneroso; l'effetto è l'inefficacia relativa dell'atto (cioè verso il
creditore agente, con giovamento solo per colui che ha agito).
3. SEQUESTRO CONSERVATIVO: se si ha ragione di temere il futuro inadempimento, si può
richiedere il sequestro di alcuni beni, secondo norme del codice di procedura civile.
19.04.2017

MODI DI ESTINZIONE DELLE OBBLIGAZIONI DIVERSI DALL'ADEMPIMENTO

L'adempimento è il modo naturale di estinzione delle obbligazioni (libera il debitore), ma non è


l'unico. Una modalità di estinzione è la prescrizione (istituto generale); un'altra è il contratto nullo
(non produce effetti) o la morte del debitore se la prestazione è strettamente personale e infungibile.
Ci sono poi dei modi preordinati e specifici (disparati, non omogenei) che determinano, appunto,
l'estinzione dell'obbligazione. Questi si possono distinguere in due gruppi (tuttavia la distinzione non
ha molti risvolti pratici):
Modi satisfattori: il creditore è comunque soddisfatto.
Modi non satisfattori: il creditore non è soddisfatto.

NOVAZIONE (modo non satisfattore) (art. 1230 c.c.): la sua natura giuridica (la struttura) è quella di
un contratto tra debitore e creditore, che convengono che la loro obbligazione si estingua e se ne
costituisca una nuova con oggetto o titolo (cioè la fonte, la causa, il motivo dell'obbligazione) diverso:
si tratta di una sostituzione (non libera il debitore). È una fattispecie estintivo-costitutiva che modifica
alcuni aspetti dell'obbligazione originaria.

DAZIONE IN PAGAMENTO (modo satisfattore) (art. 1197 c.c.): datio in solutum, in seguito ad un
accordo, il creditore accetta un oggetto diverso da quello precedentemente concordato con
l'obbligazione. La fattispecie è solo estintiva (a differenza della novazione).

REMISSIONE (modo non satisfattore) (art. 1236 c.c.): è la rinuncia gratuita al diritto di credito (alla
riscossione) da parte del creditore; ha natura giuridica di atto unilaterale (manifestazione di volontà
diretta ad ottenere gli effetti previsti dalle norme giuridiche). Ratio di questa struttura “semplificata”:
dato che il debitore ne trae un vantaggio, non è necessario un contratto. Negozi (o dichiarazioni)
ricettizi: sono validi all'emissione (quando sorgono), ma producono i loro effetti solo quando
giungono a conoscenza del destinatario. Dunque se il debitore non accetta la remissione, cioè la rifiuta
entro un termine congruo, questa non sussiste. Ratio: tutela dell'autonomia privata del debitore. La
remissione può essere espressa (verbale) o tacita, cioè effettuata con comportamenti concludenti (ad
esempio con la restituzione del titolo originale del credito, come la cambiale).

COMPENSAZIONE (modo satisfattore) (art. 1241 c.c.): due persone obbligate l'una verso l'altra
estinguono le rispettive obbligazioni (derivanti da diverso titolo) per la quantità corrispondente (del
tutto se la quantità è perfettamente identica). Ratio: economicità dei traffici e garanzia reciproca (non
c'è uno che adempie per primo rischiando poi di non essere pagato). Ci sono tre tipi di compensazione:
1. Compensazione legale: i debiti reciproci si estinguono in modo “automatico” (di diritto) con
richiesta della parte se a) sono omogenei e fungibili (ad esempio denaro, risme di carta ecc.);
b) le obbligazioni sono liquide ed esigibili, cioè determinate nel loro ammontare e il cui
termine è scaduto.
2. Compensazione giudiziale: in mancanza del requisito della liquidità, se il debito può essere
agevolmente (prontamente) liquidato, il giudice può stabilirne l'ammontare (cioè liquidarlo)
e determinare la compensazione.
3. Compensazione volontaria: è un contratto (su beni patrimoniali), un accordo tra le parti, che
possono compensare qualsiasi cosa senza necessità di requisiti particolari.
N.B.: Alcuni crediti non sono compensabili (sono impignorabili): quelli fondamentali per la persona
in virtù della loro funzione (ad esempio lo stipendio nella misura di 1/5, gli alimenti ecc.).

CONFUSIONE (modo satisfattore) (art. 1253 c.c.): si ha quando debitore e creditore si riuniscono
definitivamente nella medesima persona (ad esempio quando il debitore muore e conferisce tutti i
suoi beni al creditore); l'obbligazione si estingue (perchè richiede per forza di cose due figure).
IMPOSSIBILITA' SOPRAVVENUTA (modo non satisfattore) (art. 1256 c.c.): l'obbligazione si
estingue se l'impossibilità non è imputabile al debitore o al creditore (e questi non sono in mora); se
l'impossibilità non è assoluta né definitiva, ma temporanea, e comunque non dipende dal debitore, la
prestazione si estingue temporaneamente, ma l'obbligazione dovrà comunque essere eseguita (quando
sarà di nuovo possibile), e si estingue solo se viene meno l'interesse del creditore o il debitore non si
può più ritenere responsabile (per il titolo e la natura dell'oggetto). La prestazione impossibile solo in
parte impone al debitore, per liberarsi, di eseguirla per la parte rimasta possibile.

N.B. (art. 1232 c.c.): insieme alle obbligazioni si estinguono anche tutti i loro accessori (interessi,
garanzie ecc.).

OBBLIGAZIONI PECUNIARIE
(artt. 1277 ss. c.c.)

Le obbligazioni pecuniarie hanno ad oggetto una somma di denaro; vi è dedicata una disciplina
specifica (per la loro frequenza e le loro peculiarità).

OBBLIGAZIONI/DEBITI DI VALUTA: sono caratterizzati dalla liquidità fin dal loro sorgere (sono
una precisa somma di denaro) e si applica il principio nominalistico (art. 1277 c.c.).
OBBLIGAZIONI/DEBITI DI VALORE: non sono liquidi (illiquidi all'inizio), ma devono comunque
essere adempiuti con una somma, che rappresenta il valore di un altro bene → una volta liquidati
diventano debiti di valuta (il principale è il risarcimento del danno); a questi non si applica il principio
nominalistico.

PRINCIPIO NOMINALISTICO: i debiti pecuniari di valuta vanno estinti secondo il loro valore
nominale, quello impresso nell'atto, non secondo il loro valore reale (cioè il potere d'acquisto, di
scambio, la quantità di beni che si possono acquistare → dipende da inflazione e deflazione),
indipendentemente dall'oscillazione del valore d'acquisto della moneta.
Questo principio non è necessario per i debiti di valore, perché la loro entità è stabilita dal giudice in
considerazione delle eventuali svalutazioni della moneta al momento della liquidazione.

Correzioni delle fluttuazioni della moneta: clausole di indicizzazione, clausola oro (si collega il
denaro al valore dell'oro, che è più stabile della moneta → somma necessaria ad acquistare, ad
esempio, 10 gr d'oro alla scadenza del debito), interessi pattuiti.

Elementi di disciplina delle obbligazioni pecuniarie:


• obbligazioni portable (vanno eseguite al domicilio del creditore);
• mora automatica;
• mai estinzione per impossibilità sopravvenuta (i soldi possono sempre essere procurati);
• il denaro è un bene fruttifero: genera interessi (frutti civili), che sono a loro volta obbligazioni
pecuniarie.
21.04.2017
INTERESSI

Caratteri:
• accessorietà rispetto al capitale, che è la somma principale; l'obbligazione degli interessi segue
le sorti di quella principale e matura in proporzione con essa;
• percentualità: saggio o tasso di interesse;
• periodicità: gli interessi maturano giorno per giorno, non serve fornire prove (anche se si
valutano su base annua).

Tipi:
INTERESSI CORRISPETTIVI: hanno una funzione remunerativa, sono il compenso per la
disponibilità di una somma altrui, liquida ed esigibile, perché il denaro è un bene fruttifero. La misura
degli interessi è stabilita dalle parti in base a una convenzione (accordo), in mancanza si impiega il
saggio legale di interessi (stabilito dal ministero dell'economia e delle finanze: 0,1%; art. 1284 c.c.).
N.B.: Non tutti gli interessi maturano su somme esigibili, come ad esempio quelli sul mutuo.

INTERESSI MORATORI: hanno una funzione risarcitoria, servono da ristoro per il danno da ritardo
nel pagamento; questo danno non deve essere provato (è presunto) e gli interessi sono corrisposti
nella misura legale, ma si possono comunque provare i danni ulteriori/superiori (ad esempio per un
imprenditore).

Vi è un'ulteriore distinzione in base alla fonte: INTERESSI LEGALI e INTERESSI


CONVENZIONALI. I secondi sono pattuiti dalle parti, obbligatoriamente in forma scritta (altrimenti
valgono quelli legali), e per legge non possono essere usurari, cioè superiori al 50%, o comunque
troppo elevati con riguardo alla condizione delle parti (in questo caso la clausola è nulla e non spettano
neanche gli interessi legali).

OBBLIGAZIONI COMPLESSE

Le obbligazioni complesse hanno per oggetto più prestazioni e/o una pluralità di soggetti coinvolti.

In base all'oggetto si possono avere:


• Obbligazioni con prestazione unica:
- OBBLIGAZIONE SEMPLICE: ci sono un creditore e un debitore.
- OBBLIGAZIONE FACOLTATIVA (non espressamente disciplinata dal codice): il debitore si
riserva di adempiere con un'altra prestazione rispetto a quella pattuita, in base al suo interesse.
Rispetto al quanto avviene con l'obbligazione alternativa (vedi dopo) la prestazione è unica dunque,
in caso di impossibilità sopravvenuta, il debitore è liberato e l'obbligazione si estingue (non è
obbligato ad eseguire l'altra prestazione).

• Obbligazioni con più prestazioni:


- OBBLIGAZIONE CUMULATIVA: c'è un'obbligazione principale, cui se ne aggiungono altre
accessorie (ad esempio locazione).
- OBBLIGAZIONE ALTERNATIVA (art. 1285 c.c.): si presuppongono più opzioni tra cui si può
scegliere in modo alternativo (aut aut); la scelta è anche detta concentrazione perchè da più
prestazioni ne viene eseguita una. Di regola la scelta spetta al debitore, oppure avviene per
impossibilità sopravvenuta; in questo secondo caso il debitore è tenuto ad adempiere l'opzione rimasta
possibile. N.B.: se l'impossibilità interviene dopo la scelta, l'obbligazione si estingue (perchè è
divenuta semplice).

Il numero minimo di soggetti nelle obbligazioni è due: un debitore e un creditore (caso basilare e
necessario). Si possono poi avere delle obbligazioni soggettivamente complesse.
Dunque, in base al soggetto si possono avere:
OBBLIGAZIONI COLLETTIVE: vi è una pluralità di debitori che eseguono congiuntamente la
prestazione, o di creditori che la ricevono congiuntamente; in mancanza di qualche soggetto
l'adempimento è inesatto (esempio: gruppo musicale).
OBBLIGAZIONI SOLIDALI (art. 1292 c.c.): il creditore può pretendere l'intera prestazione da uno
dei molti debitori (adempimento per intero).
OBBLIGAZIONI PARZIARIE (art. 1314 c.c.): il creditore può pretendere solo un “pezzo” della
prestazione da ogni debitore (adempimento diviso).
La stessa logica, in modo speculare, è valida dal punto di vista della pluralità dei creditori (lato attivo),
che possono ricevere la prestazione ognuno interamente (cioè alla fine uno) o in modo parziale.

OBBLIGAZIONI SOLIDALI
(art. 1292 c.c.)

Presupposti: pluralità dei soggetti e adempimento per intero.

Tipi: - solidarietà passiva: ci sono più debitori → la solidarietà è la regola (art. 1294 c.c.), cioè vale
salvo diverse previsioni legali o convenzionali (ratio: favor creditoris);
- solidarietà attiva: ci sono più creditori → la solidarietà è l'eccezione (non c'è ragione di
tutelare qualcuno). Questa solidarietà sarebbe scomoda e comporterebbe un passaggio
ulteriore (invece è più comodo seguire la logica “a ognuno il suo”).

Disciplina: - per quanto riguarda i rapporti esterni (con soggetti terzi) si fa riferimento all'intera
prestazione;
- per quanto riguarda i rapporti interni tra concreditore e condebitore si fa riferimento
alla prestazione divisa in parti uguali (art. 1298,2 c.c.), salvo diverse previsioni.
Azione di regresso (art. 1299 c.c.): pretesa di chi ha pagato tutto di ottenere quanto gli è dovuto.

26.04.2017
MODIFICAZIONI SOGGETTIVE

Le modificazioni soggettive avvengono durante il permanere del rapporto obbligatorio e consistono


nella successione (o sostituzione) nel credito o nel debito. In altri termini, un'obbligazione sorge con
determinati soggetti e poi debitori e/o creditori mutano.

SOSTITUZIONE DEL CREDITORE (lato attivo): cessione del credito (art. 1260 c.c.), surrogazione
per pagamento (art. 1201 c.c.) [questi due sono istituti specifici inter vivos, mentre la successione
mortis causa e la cessione di azienda e di contratto sono istituti generali con cui si trasmette il credito].
Si trasferisce il credito (alla stregua di un bene che fa parte del patrimonio) da un soggetto ad un altro,
mentre il debitore rimane fermo (è tenuto alla prestazione originaria) con tutti gli accessori (garanzie
ecc.)
SOSTITUZIONE DEL DEBITORE (lato passivo): delegazione (art. 1265 c.c.), espromissione (art.
1272 c.c.), accollo (art. 1273 c.c.).

Principali differenze di disciplina: nella sostituzione del creditore non è necessario il consenso del
debitore, perchè per lui è indifferente pagare a un creditore piuttosto che a un altro, mentre nella
sostituzione del debitore è necessario il consenso del creditore (in mancanza, al vecchio debitore se
ne aggiunge uno nuovo e si crea un'obbligazione solidale). Inoltre, nella sostituzione del creditore
sono mantenute le garanzie, mentre nella sostituzione del debitore le garanzie si estinguono (art. 1275
c.c.).
CESSIONE DEL CREDITO
(art. 1260 c.c.)

La natura (struttura) giuridica della CESSIONE DEL CREDITO è quella di contratto concluso tra
due soggetti: cedente (vecchio creditore) e cessionario (terzo), mentre il debitore è detto ceduto. Si
tratta di un contratto ad effetti reali (come lo sono, ad esempio, la compravendita, la donazione, la
permuta), cioè di un contratto traslativo (che trasferisce la proprietà o altro diritto), per cui è valido il
principio consensualistico: il credito si acquista al momento dell'accordo. La cessione è un contratto
a causa variabile (=funzione), può trattarsi di una vendita, di una donazione, insomma la ragione può
essere varia, purché abbia effetti reali, cioè trasferisca la titolarità del diritto di credito. Il debitore può
anche non essere a conoscenza della cessione, ma quand'è che questa è necessaria?
1. Ai fini del trasferimento del credito: NO, è sufficiente l'accordo tra cedente e cessionario.
2. Ai fini dell'efficacia della cessione: SI, perché se il debitore non lo sa si libera in base al
principio del pagamento a creditore apparente, in quanto in buona fede (soggettiva) e in base
a circostanze oggettive e univoche.
Se dopo la notificazione (cioè la comunicazione della cessione) il debitore paga al vecchio creditore
(non più legittimato), non è liberato. La notificazione è anche un criterio di opponibilità ai terzi:
prevale il cessionario che per primo ha informato il debitore (art. 1266 c.c.), anche se non è il primo
ad aver concluso il contratto, nel caso di cessione a più soggetti.

Disciplina: in generale vige il principio della libera cedibilità dei crediti, di regola, cioè, tutti i crediti
possono essere ceduti, per una maggiore circolazione, anche in modo anticipato, della ricchezza (cfr.
contratto di factoring). Eccezioni alla regola generale: 1. per natura (art. 1260 c.c.): il credito ha
carattere strettamente personale per il creditore, è connesso alla sua cura psichica e intellettuale (si
tratta di una prestazione personale) → per essere ceduto è necessario il consenso del debitore; 2. per
legge (art. 1261 c.c.): alcuni crediti stabiliti dalla legge non possono essere ceduti (ad esempio i
magistrati non possono acquisire i crediti coinvolti nelle cause in cui stanno discutendo, per una tutela
della giustizia); 3. per volontà (art. 1260,2 c.c.): debitore e creditore si accordano nel senso di non
cedere il credito; se il patto viene violato ha comunque effetti se il cessionario non ne è a conoscenza
(cioè è in buona fede).

Rapporti tra le parti: il cedente, al momento della cessione, garantisce l'esistenza del credito (art. 1266
c.c.) e risponde della sua eventuale inesistenza (ad esempio per prescrizione), ma non garantisce, di
regola, la solvenza del debitore (art. 1267 c.c.) → cessione pro soluto, diversa dalla cessione pro
solvendo. Ratio: il cessionario è un creditore come tutti gli altri e perciò deve assumersi il rischio di
inesigibilità. Il cessionario acquista gli stessi accessori del credito e il debitore può opporre le stesse
eccezioni che avrebbe opposto al creditore originario, salvo diversi accordi tra le parti (clausola).
Debitore e credito, insomma, rimangono gli stessi.

PAGAMENTO CON SURROGAZIONE


(strettamente collegato all'istituto dell'adempimento del terzo)

Il PAGAMENTO CON SURROGAZIONE guarda al lato attivo del rapporto (cambia il creditore) ed
è la sostituzione (non in virtù di un contratto) di un terzo (diverso dal debitore) – che ha pagato o dato
a mutuo la somma al debitore per pagare – nei diritti del creditore soddisfatto (il quale esce dal
rapporto obbligatorio), in conseguenza del pagamento del debito (ad esempio adempimento del terzo).
Il creditore può surrogare (cioè far subentrare) il terzo nei suoi diritti, che diventa il nuovo creditore
(e il debitore originario è obbligato nei suoi confronti).
Tipi:
• per volontà del creditore (art. 1201 c.c.): contestualmente al pagamento, non dopo; il tutto non
è retto da un contratto, ma dallo spontaneo adempimento di un terzo e da una “dichiarazione”
di surrogazione;
• per volontà del debitore (art. 1202 c.c.): paga il vero debitore, ma con denaro non suo bensì
preso a mutuo (a prestito) da un altro soggetto e surroga quest'ultimo (ad esempio la banca)
nei diritti del creditore;
• legale (art. 1203 c.c.): nei casi espressamente previsti dalla legge la surrogazione avviene
automaticamente (ad esempio nelle obbligazioni solidali, nella fideiussione, dove il
fideiussore è surrogato nei diritti della banca verso il debitore).

DELEGAZIONE
(artt. 1268 ss.)

La DELEGAZIONE è una sostituzione dal lato passivo, cioè del debitore; è necessario il consenso
del creditore, perché per lui non è indifferente avere un debitore o un altro (in ogni caso, anche per i
pagamenti di somme di denaro). In mancanza del consenso al vecchio debitore si aggiunge il nuovo
(si crea una sorta di solidarietà tra debitori). Il debitore è il delegante, il terzo il delegato e il creditore
il delegatario.
La delegazione è, come detto, una modificazione dal lato passivo del rapporto obbligatorio in cui il
debitore invita (con un mandato) un terzo soggetto a impegnarsi (a obbligarsi) verso il creditore, cioè
a pagare il debito a scadenza. Causa: spesso il terzo è a sua volta debitore del delegante, in questo
modo si estinguono due obbligazioni con un unico pagamento. Il terzo non è obbligato ad accettare;
il creditore che riceve può decidere di liberare il debitore originario, dicendo semplicemente si (si ha
successione nel debito → delegazione liberatoria) oppure di non liberarlo (delegazione cumulativa).
Delegazione di pagamento: non è una sostituzione (successione), si delega un soggetto a pagare, ma
non a obbligarsi. Il debitore rimane lo stesso (il debito è già scaduto).

ESPROMISSIONE
(art. 1262 c.c., assunzione di debito spontanea)

L'ESPROMISSIONE è un contratto (impegno futuro a pagare) tra terzo estraneo, espromittente, e


creditore, espromissario (il debitore si dice espromesso). Anche qui il creditore può accettare
semplicemente (espromissione liberatoria) o invece con riserva cumulativa (solidarietà). A differenza
della delegazione non c'è un mandato (invito). Rispetto all'adempimento del terzo, il soggetto si
obbliga concludendo spontaneamente il contratto (e non semplicemente paga).

ACCOLLO
(art. 1263 c.c.)

L'ACCOLLO è un accordo tra terzo e debitore. Il debitore si dice accollato, il terzo accollante e il
creditore accollatario. Il terzo si accolla il debito concludendo un contratto (a favore di terzo, cioè del
creditore) con il debitore; il creditore può pretendere, in virtù del contratto, l'adempimento da parte
del terzo. Anche in questo caso l'accollo può essere liberatorio o cumulativo.
Accollo interno: impegno tra debitore e terzo, senza alcun vantaggio per il creditore (che non può
pretendere l'adempimento dal terzo).

27.04.2017
IL CONTRATTO NEL SISTEMA DEL DIRITTO PRIVATO

Il contratto ha due funzioni fondamentali: 1. funzione traslativa (per la proprietà) e funzione di fonte
(delle obbligazioni).
Contratti a effetti obbligatori: producono obbligazioni (ad esempio la locazione, il comodato).
Contratti a effetti reali: traslano la proprietà o altri diritti.
Il contratto è al centro della circolazione giuridica e anche dell'impresa (contratto di lavoro, di vendita,
di acquisto di fornitura ecc.) e si basa sul concetto di autonomia privata: autonomia contrattuale. Il
contratto si regge sull'accordo, che regola i rapporti economici.

Art. 1321 c.c. (impara a memoria): “Il contratto è l'accordo tra due o più parti per costituire,
regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Si tratta di un negozio
giuridico: manifestazione di volontà volta ad ottenere gli effetti giuridici previsti dall'ordinamento. Il
contratto può essere bilaterale (necessariamente) o plurilaterale (ad esempio nel caso delle
associazioni e delle società, c'è comunione di scopo); le parti sono intese come centri di interessi, non
singoli individui. La regolazione del rapporto è disciplinata dal codice civile in due parti (art. 1321-
1469 c.c.): 1. norme generali comuni e applicabili a tutti i contratti conclusi e 2. disciplina dei contratti
tipici (cioè espressamente previsti). Altri contratti trovano disciplina in altre normative. Il contratto è
atipico (o innominato), può cioè essere “creato” dalle parti, sempre nel rispetto delle norme generali.
In caso di contrasti tra parte generale e speciale, prevale e si applica quest'ultima, con delle deroghe
alla prima. Il contratto vincola le parti (dal momento in cui è perfezionato), ha forza di legge tra loro,
non ha efficacia nei confronti di terzi, perché limiterebbe la loro autonomia privata (salvo eccezione,
ad esempio contratto a favore di terzo). Oggetto del contratto è un rapporto patrimoniale, cioè
un'entità economicamente valutabile (il matrimonio in sé non è un contratto, anche se prevede le
convenzioni matrimoniale, cioè singoli contratti che regolano gli aspetti economici dell'accordo).

AUTONOMIA CONTRATTUALE
(art. 1322 c.c.)

L'autonomia contrattuale è l'autonomia privata esercitata dell'ambito del contratto; è la libertà di


regolare il rapporto patrimoniale secondo la volontà delle parti, che si manifesta nei seguenti modi
(ognuno con il proprio limite):
• libertà: concludere o meno il contratto → limite: obbligo di contrarre, di fronte alla richiesta
(art. 2597 c.c.: monopolio legale, art. 1679 c.c.);
• libertà: determinare il contenuto del contratto → limite: contratto imposto (a tutela delle parti),
pena clausola nulla e sostituita con quella legale;
• libertà: scegliere il contraente → limite: prelazione legale (ad esempio per i beni artistici è
dello Stato);
• libertà: concludere contratti atipici (art. 1322,2 c.c.) → limite: interesse meritevole di tutela
secondo l'ordinamento giuridico (devono soddisfare un'esigenza sociale, valutata dal giudice),
pena la nullità (e no contratti illeciti).

REQUISITI DEL CONTRATTO


(art. 1325 c.c.)

I requisiti del contratto sono elementi essenziali (contrapposti agli elementi accidentali) che devono
necessariamente sussistere per l'esistenza del contratto stesso (in mancanza dei quali il contratto non
produce effetti). Questi sono: 1. l'accordo 2. la causa 3. l'oggetto 4. la forma, quando prescritta dalla
legge a pena di nullità.

ACCORDO: è l'incontro delle dichiarazioni di volontà delle parti, la convergenza degli intenti (su
tutti gli elementi del contratto); l'accordo può avvenire in maniera espressa, ossia attraverso la diretta
manifestazione di volontà di concludere il contratto, o in maniera tacita, ossia mediante
comportamenti concludenti, che fanno cioè dedurre in modo certo (seppur indiretto) la volontà di
contrarre, sono esecutivi di un contratto tipicamente già concluso (ad esempio contratto di trasporto).

PROPOSTA=INIZIATIVA (di una parte): deve contenere tutti gli elementi essenziali del contratto
(diverso è l'invito a proporre, come il cartello “vendesi”).
ACCETTAZIONE=CONSENSO: deve essere pienamente conforme alla proposta della controparte
(altrimenti si configura come controproposta), nel qual caso si ha la conclusione del contratto.
Di regola proposta e accettazione sono atti ricettizi, che significa che per produrre i loro effetti devono
giungere a conoscenza della parte interessata. Eccezione: offerta al pubblico (art. 1336 c.c.) (da non
confondere con la promessa al pubblico): è una proposta rivolta alla generalità dei consociati e per
essere fonte di obbligazione (e dunque vincolante) è necessaria l'accettazione; è una proposta di
contratto.
Di regola proposta e accettazione sono atti revocabili, cioè possono essere ritirati fino al momento
dell'accettazione. Eccezione: proposta irrevocabile, che si ha in questi casi: 1. per dichiarazione
unilaterale del proponente; 2. per patto di opzione: le parti si impegnano a che la parte proponente
mantenga ferma la proposta per un periodo determinato (di regola l'acquirente è un soggetto che
acquista per rivendere, dunque prima di accettare si vuole accertare di avere un suo acquirente); 3.
contratto con obbligazione del solo proponente (art. 1333 c.c., rinvio).

CONCLUSIONE DEL CONTRATTO


(non è sempre immediata, non è la fine del contratto)

Il contratto è concluso quando l'accordo è perfezionato (iniziano a prodursi gli effetti) e diviene
vincolante per le parti (il rapporto non è finito); da questo momento nascono degli obblighi tra di loro.

Regola: PRINCIPIO CONSENSUALISTICO: il contratto si perfeziona con il semplice accordo


(questo non solo per i contratti che sono fonte di obbligazioni, ma anche per quelli traslativi).
Art. 1326 c.c.: Il contratto è concluso quando il proponente percepisce l'accettazione (cioè ne viene a
conoscenza). Nella contrattazione tra assenti la conoscenza è sostituita dalla conoscibilità
(presunzione di conoscenza): l'accettazione si ritiene percepita, salvo casi eccezionali, quando la
lettera giunge al domicilio del proponente (art. 1335 c.c.).

Principali schemi alternativi (eccezioni):


CONTRATTI REALI (sono pochi e in origine erano gratuiti quindi più deboli): per la conclusione
serve, oltre al consenso, anche la consegna del bene (questa rafforza il vincolo, è un retaggio del
diritto romano); sono contratti reali il mutuo, il comodato, il deposito, il pegno. (N.B.: non confondere
i contratti reali con i diritti reali).
ART. 1327 C.C.: la conclusione del contratto avviene con la proposta cui si aggiunge l'inizio
dell'esecuzione (per esigenze di celerità), su richiesta del proponente, per la natura dell'affare o
secondo gli usi (dunque non serve l'accettazione); è a carico dell'accettante l'onere di avvisare
dell'avvenuta conclusione (per la tutela del proponente), pena il risarcimento dei danni.
ART. 1133 C.C.: il contratto con obbligazioni per il solo proponente è concluso se la controparte non
rifiuta entro un termine; ovvero la conclusione avviene con la proposta cui il aggiunge il mancato
rifiuto (che funge da accettazione). Questo serve a semplificare lo schema, dato che molto
probabilmente la controparte accetta. La proposta è irrevocabile quando giunge a conoscenza della
controparte.

28.04.2017
RESPONSABILITÀ PRECONTRATTUALE
(artt. 1137-1138)

Il nostro ordinamento giuridico (a differenza di altri) si basa sul principio consensualistico.


La fase che precede la stipulazione del contratto prende il nome di trattative o negoziazioni (non sono
un contratto, avvengono prima della fusione tra proposta e accettazione): durante questa fase vige
l'obbligo di buona fede (oggettiva) (art. 1337 c.c.), ossia di correttezza e lealtà (è un obbligo di
comportamento e costituisce una clausola generale). Gli obblighi tipici e più frequenti di buona fede
nella fase precontrattuale sono: 1. fornire informazioni corrette in relazione alla stipulazione del
contratto, con riguardo all'oggetto e a suoi eventuali vizi (anche istruzioni sul prodotto); 2. chiarezza;
3. segreto; ma soprattutto 4. divieto di recesso ingiustificato. Solo quando le trattative (che di regola
non sono vincolanti, cioè si può sempre recedere) sono a tal punto avanzate (esiste un accordo su tutti
gli elementi del contratto) che una parte fa grande affidamento sull'accordo e sulla conseguente
conclusione del contratto (magari ha già sostenuto delle spese) il recesso dell'altra si considera
ingiustificato. Ratio: tutela dell'affidamento. Il recesso è fonte di responsabilità precontrattuale. La
violazione dell'obbligo di buona fede nel corso delle trattative costituisce un illecito civile-
contrattuale (lesione di un interesse tutelato da una norma) e dunque dà luogo alla responsabilità
risarcitoria dei danni (responsabilità precontrattuale per inadempimento di un obbligo); il complesso
dei danni comprende due componenti: 1. danno emergente: è la perdita subita, la diminuzione del
patrimonio (ad esempio le spese sostenute); 2. lucro cessante: è il mancato guadagno, dovuto ad
esempio alla perdita di altre occasioni favorevoli. I danni sono detti interesse negativo, perchè sono
dovuti alla mancata conclusione del contratto (sono contrapposti all'interesse positivo, derivante
dall'inadempimento del contratto). Si propende ad assoggettare la responsabilità precontrattuale alla
disciplina della responsabilità extra-contrattuale – pur essendoci opinioni diverse (che tendono a
collegarla alla responsabilità contrattuale) – non avendo la prima una disciplina particolare a lei
dedicata.

CONTRATTO PRELIMINARE

Il CONTRATTO PRELIMINARE si interpone tra la fase delle trattative e la conclusione del contratto,
è un vincolo: le parti si obbligano a stipulare un futuro contratto, cosiddetto definitivo. Il preliminare
di compravendita è il più frequente: sorge un obbligo di contrarre, dunque si tratta di un contratto a
effetti obbligatori (il preliminare non trasferisce la proprietà). La violazione del patto conduce
all'obbligo di risarcimento dei danni per inadempimento. Un motivo per concludere un preliminare
può essere la mancata disponibilità temporanea di soldi dell'acquirente, o il fatto che l'alienante vuole
ancora usufruire del bene.

Disciplina:
• contenuto: elementi essenziali del contratto definitivo (prezzo, immobile ecc.);
• forma (art. 1351 c.c.): per relationem, ovvero deve avere la stessa forma del contratto
definitivo (non ne ha una propria);
• inadempimento: si concretizza nella vendita ad altri o nel rifiuto di stipulare il contratto
definitivo; in questi casi si può chiedere il risarcimento dei danni e inoltre si può ottenere una
sentenza costitutiva, che sostituisce il contratto e ne produce gli effetti (ex art. 2932 c.c.), a
fronte di una violazione di un obbligo a contrarre (risarcimento in forma specifica);
• trascrizione (art. 2645 bis c.c.): per la costituzione di diritti immobiliari, la trascrizione è
prevista dal 1996 anche per il preliminare, per esigenze di conoscibilità dei terzi (anticipa gli
effetti della trascrizione del definitivo); dunque, anche se il bene è stato alienato violando il
contratto si può ottenere la sentenza di condanna (prima del 1996 non si poteva riottenere il
bene).

PATTO DI PRELAZIONE
(è un contratto, un accordo: non confondere con il diritto di prelazione)

Il PATTO DI PRELAZIONE (prelazione convenzionale) è una clausola contrattuale con cui un


soggetto non si obbliga a concludere il contratto (come invece avviene nel contratto preliminare) ma,
quando eventualmente deciderà di contrarre, si obbliga a rivolgersi con precedenza/preferenza al
prelazionario, cioè di fare a lui la proposta per primo. Il promittente ha solo un obbligo di denuntiatio,
cioè di fare la proposta contrattuale, mentre il prelazionario ha la facoltà di accettare, e in tal caso si
ha la conclusione del contratto, o invece di rifiutare, e in questo secondo caso si apre la possibilità
per il promittente di concludere il contratto con terzi, purché a pari condizioni (o al limite peggiori,
ma non migliori per non frodare il contratto). In caso di inadempimento del patto è previsto il
risarcimento dei danni, ma non si producono gli effetti reali del contratto (questo ha efficacia solo
obbligatoria, non reale). N.B.: La PRELAZIONE LEGALE deriva da una disposizione di legge (non
da un accordo tra le parti) che impone di rivolgere l'offerta in primo luogo a un determinato soggetto
(vedi ad esempio art. 732 c.c.); in caso di inadempimento interviene il diritto di riscatto, per cui il
contratto ha efficacia reale (differenza significativa rispetto alla prelazione convenzionale).

3.05.2017
REQUISITI DEL CONTRATTO
(art. 1325 c.c.)

I requisiti essenziali del contratto sono, come detto: 1. l'accordo 2. la causa 3. l'oggetto 4. la forma,
quando prescritta dalla legge a pena di nullità.

CAUSA: è l'oggettiva funzione economico-sociale dell'atto di volontà (cioè del contratto); è lo


schema-base del contratto (non conta il risultato prodotto). È un requisito necessario per l'esistenza
del contratto stesso e consiste nella funzione tipica ed astratta di tutti i contratti della stessa tipologia
(non varia da soggetto a soggetto, non dipende dalla volontà e dalle valutazioni delle parti, ha un
carattere di oggettività). Tutti i contratti tipici hanno una propria causa, prevista dal legislatore stesso
(la causa del contratto di compravendita, ad esempio, è il trasferimento della proprietà o di un altro
diritto verso il pagamento di un prezzo, questa è la sua giustificazione economico-sociale; la causa
della donazione è l'esigenza sociale di beneficare un soggetto; si tratta di una causa liberale, amicale,
di uno scopo di liberalità); tuttavia la funzione economico-sociale, nel concreto (cioè nello specifico
contratto concluso), potrebbe non sussistere, pur essendoci “in astratto”. I contratti atipici, invece,
non hanno tutti necessariamente una causa (questa non è stabilita dal legislatore), neanche in astratto,
perché le parti potrebbero non prevederla; questa sarà valutata a posteriori dal giudice, nel caso sorga
una controversia: il contratto deve soddisfare un interesse meritevole di tutela, altrimenti è nullo (non
produce effetti, tamquam non esset). Anche nel caso in cui la causa prevista sia illecita il contratto è
nullo. In questo senso la causa è un elemento intangibile che limita la vastità degli accordi atti a
produrre contratto. In ogni caso anche i contratti atipici sono, di regola, “tipizzati”, cioè derivanti da
una prassi sociale di ambienti economici e commerciali, anche desunta da altri Stati (ad esempio il
leasing, il factoring ecc.).
Nei contratti a prestazioni corrispettive (come la compravendita) la causa risiede nella prestazione
della controparte e viceversa. Ma non tutti i contratti tipici prevedono un corrispettivo, dunque la
causa sarà diversa (la donazione, ad esempio, è un contratto unilaterale con causa di liberalità).

MOTIVI
(concetto profondamente diverso da quello di causa, i motivi non sono un requisito del contratto)

Il MOTIVO è la ragione soggettiva e individuale (la prospettiva) per cui una parte decide di
concludere un contratto; i motivi possono essere diversi tra contratti differenti dello stesso tipo e
anche tra gli stessi contraenti. Di regola i motivi sono irrilevanti, ovvero, il loro venir meno non
produce alcun riflesso sul contratto, che non diviene nullo (non si potrebbe pretendere una tale cosa).
Una delle eccezioni (non l'unica) per cui i motivi sono rilevanti e possono condurre alla nullità del
negozio giuridico è prevista dall'art. 1345 c.c.: il motivo 1. illecito e 2. comune alle parti porta alla
nullità del contratto, che è a sua volta illecito.
1. Dire che il motivo è illecito equivale ad affermare che viola le norme giuridiche
dell'ordinamento.
2. Dire che il motivo è comune alle parti significa che entrambe traggono un vantaggio dal
contratto; può anche esserci complicità, ma se non c'è un vantaggio per entrambi i soggetti il
contratto è valido.

N.B.: Non dire “la causa è il motivo per cui...” (crea confusione).
OGGETTO (art. 1346 c.c.): è più tangibile dei concetti di accordo e causa e consiste nell'insieme
delle prestazioni contrattuali (anche beni): di fare, di dare ecc. Comprende anche la prestazione
corrispettiva: ad esempio il bene oggetto di vendita e la somma di denaro corrisposta concorrono
entrambi a formare l'oggetto.

Requisiti dell'oggetto:
• POSSIBILITÀ: oggettiva → materiale e giuridica; ad esempio non si possono comprare i beni
demaniali, perché sono extra-commercium. I beni futuri (ad esempio il raccolto che ancora
non esiste) possono essere oggetto di contratto: vendita sulla carta, la proprietà si acquista
quando il bene è costituito.
• LICEITÀ: pena la nullità.
• DETERMINATEZZA o DETERMINABILITÀ: l'oggetto deve essere determinato, cioè
individuato con precisione, o eventualmente deve poter essere determinato (e quindi essere
determinabile) in base a dei parametri previsti dal contratto o in base ad elementi esterni al
contratto (in questo caso si parla di disposizioni per relazione); la determinazione può anche
essere affidata a un terzo, che prende il nome arbitratore (art. 1349 c.c.), il quale sceglie
l'oggetto del contratto (la scelta può essere tecnica o puramente arbitraria).

FORMA (art. 1325, punto 4 c.c.): è il mezzo sociale (il modo) tramite il quale le parti manifestano il
loro consenso, la loro volontà a contrarre. Il 90% dei contratti si conclude oralmente. Non è sempre
necessaria la forma scritta, ma quando è richiesta diviene un elemento essenziale, pena la nullità. Nel
nostro ordinamento giuridico vige il principio di libertà della forma (anche i comportamenti
concludenti sono un tipo di forma), salvo i casi precisamente disciplinati dalla legge.

Tipologie:
ATTO PUBBLICO e SCRITTURA PRIVATA (forme scritte): la scrittura privata è firmata da
entrambe le parti contraenti; quando il legislatore richiede semplicemente la forma scritta intende
appunto la scrittura privata, questa tuttavia non ha una forza probatoria molto alta (il giudice ne fa
una valutazione discrezionale) e può essere contraffatta. L'atto pubblico è redatto da un notaio o da
un pubblico ufficiale e ha maggiore forza probatoria: fa piena prova di quanto ha dichiarato il notaio
(salvo querela di falso) – vi è certezza anche delle firme – e il giudice deve considerarlo vero; c'è la
pubblica fede.
Il contratto concluso su internet equivale alla forma orale, a meno che non ci sia la firma elettronica
certificata (password digitali), che vale come scrittura privata, o la firma digitale autenticata, che ha
valenza di atto pubblico.
FORMA SCRITTA A PENA DI NULLITÀ: è una forma per la validità, forma ad substantiam
(cosiddetti contratti formali o solenni). L'art. 1350 c.c. prescrive la forma scritta a pena di nullità per
i contratti immobiliari (anche diritti reali immobiliari), per una ragione di certezza. Anche i contratti
preliminari di vendita richiedono la forma scritta (per relationem). È inoltre prevista in tutti gli altri
casi in cui la richiede il legislatore (come per la costituzione si S.p.A. o per la donazione, che richiede
l'atto pubblico).
FORMA SCRITTA PER LA PROVA: i contratti che la richiedono sono validi anche se conclusi
oralmente, ma in caso di controversie è fondamentale e necessario disporre della forma scritta, che
funge da prova (no testimonianze, sì giuramento); è una forma ad probationem (ad esempio contratto
di transazione, di assicurazione ecc.).
La forma scritta può essere resa “obbligatoria” anche per volontà delle parti (forma volontaria).
CLASSIFICAZIONE DEI CONTRATTI

Per quanto riguarda la classificazione dei contratti è possibile individuare la categoria generale del
contratto (come fattispecie giuridica) e poi delle sottocategorie di contratti accomunati dalle
medesime regole e caratteristiche: ad esempio, l'insieme dei contratti reali è una categoria intermedia
tra disciplina generale e speciale. A queste diverse categorie è riservato un trattamento giuridico
diverso.

Dal punto di vista della conclusione del contratto (come atto) è possibile distinguere tra:
CONTRATTI CONSENSUALI (art. 1326 c.c.): per il perfezionamento richiedono il semplice
accordo tra le parti, sulla base del generale principio consensualistico.
CONTRATTI REALI: per il perfezionamento richiedono l'accordo e la consegna del bene (traditio),
pena l'invalidità (in questo caso il contratto non è vincolante); i principali sono quattro: mutuo,
deposito, pegno, comodato (ma ne esistono anche altri).

Dal punto di vista degli effetti prodotti dal contratto è possibile distinguere tra:
CONTRATTI AD EFFETTI REALI (art. 1376 c.c.): producono un effetto traslativo che consiste
nel definitivo trasferimento della proprietà o della titolarità di un altro diritto da un soggetto ad un
altro (ad esempio la cessione del credito); di norma, comunque, sorgono contestualmente anche degli
obblighi.
CONTRATTI AD EFFETTI OBBLIGATORI (art. 1176 c.c.): sono fonte di obbligazioni (non
trasferiscono nulla, non sono contratti traslativi), fanno sorgere degli obblighi per le parti.

N.B.: Non confondere i contratti reali con quelli a effetti reali (sono due categorie contrapposte).

(Le distinzioni si sommano in combinazioni differenti)

• Con il contratto di mutuo si acquista la proprietà della somma di denaro.


• Il prototipo del contratto è effetti reali è la compravendita.
Contratto-atto: è l'accordo finalizzato a produrre degli effetti giuridici tra le parti, è l'atto contrattuale
(ad esempio contratto reale).
Contratto-rapporto: consiste negli effetti (vincolanti per le parti) che l'atto produce nel rapporto
contrattuale (ad esempio contratto a effetti reali).

4.05.2017
CONTRATTI A EFFETTI REALI

Art. 1376 c.c.: principio consensualistico: il trasferimento del diritto avviene per effetto del consenso
legittimamente manifestato al momento della conclusione del contratto (di regola non c'è obbligo di
trasferimento della proprietà perché questo avviene spontaneamente con l'accordo).
N.B.: Il principio è valido solo per il trasferimento della proprietà di una cosa determinata (art. 1376
c.c.), o individuata se generica; in tal caso il trasferimento avviene con l'individuazione (art. 1378
c.c.).
Ci sono delle eccezioni (al principio del trasferimento della proprietà al momento dell'accordo)
giustificate dalla natura del bene (ad esempio la proprietà dei beni futuri si acquista quando questi
vengono ad esistenza). È molto importante stabilire con esattezza il momento in cui un soggetto
diventa proprietario di un bene per il principio res perit domino: il rischio del perimento della cosa
grava sul proprietario; il che è rilevante soprattutto con riguardo all'impossibilità sopravvenuta, che
grava in ogni caso sul proprietario della cosa – anche se non gli è ancora stata consegnata, l'acquirente
ha l'obbligo della controprestazione – se la causa non è imputabile all'alienante. Inoltre è importante
con riguardo al danno a terzi derivato dalla cosa, del cui risarcimento è responsabile, ancora una volta,
il proprietario. Un altro caso rilevante riguarda la responsabilità patrimoniale del debitore, i cui beni
sono aggredibili dai creditori in quanto formano garanzia generica.

CLASSIFICAZIONE IN BASE ALLA DISTRIBUZIONE DEGLI EFFETTI DEL


CONTRATTO TRA LE PARTI
(punto di vista del rapporto contrattuale)

CONTRATTI SINALLAGMATICI: contratti a prestazioni corrispettive (trovano la propria causa le


une nelle altre) in cui vi siano obblighi a carico di entrambe le parti (ad esempio contratto di
compravendita); il nome deriva dal greco sinallagma, che significa scambio.
CONTRATTI UNILATERALI: contratti con obbligazioni e obblighi che gravano su una sola parte
(ad esempio comodato, deposito gratuito, fideiussione, donazione ecc.).

Nell'ambito dei contratti sinallagmatici si distinguono, inoltre:


CONTRATTI COMMUTATIVI: il rischio ricade su chi è inadempiente.
CONTRATTI ALEATORI: il rischio del mancato verificarsi degli effetti del contratto grava solo su
una parte (ad esempio contratto di assicurazione, lotterie, scommesse autorizzate); ciò può derivare
dalla natura stessa del contratto o dalla volontà delle parti (una parte può non essere tenuta ad alcuna
prestazione). Di solito questi contratti sono controbilanciati dal vantaggio di un prezzo inferiore.

Nei contratti sinallagmatici vi è interdipendenza delle prestazioni, una è causa dell'altra, dunque se
una viene meno cade anche l'altra (di regola non è più dovuta. Se la connessione è iniziale
(preesistente) si parla di sinallagma genetico (rescissione, rinvio), se invece è successiva si parla di
sinallagma funzionale (risoluzione, rinvio).

Nei contratti unilaterali non ci sono prestazioni reciproche e interdipendenti; se la parte obbligata è
quella proponente si applica l'art. 1333 c.c.: la conclusione si ha con la proposta e il mancato rifiuto
della controparte (perché per quest'ultima ci sono solo vantaggi). Questa è un'eccezione al principio
della conclusione del contratto mediante l'accordo (è uno schema semplificato).
CRITERIO BASATO SULLA REGOLAMENTAZIONE DEL CONTRATTO
(disciplina)

CONTRATTI TIPICI: sono espressamente previsti e disciplinati dalla legge; sono anche chiamati
contratti nominati.
CONTRATTI ATIPICI: sono creati dalla libera determinazione delle parti (non previsti
espressamente dal legislatore); devono regolare interessi meritevoli di tutela; sono anche chiamati
contratti innominati.

Alla disciplina dei contratti tipici si applicano la parte generale e quella specifica (in caso di contrasti
prevale la seconda). Ai contratti atipici si applicano la parte generale e le norme specifiche stabilite
dalle parti, ma se queste ultime non sono previste si ricorre al criterio dell'analogia, ossia si fa
riferimento a contratti tipici similari per colmare i “vuoti” (ad esempio il contratto atipico di
parcheggio è affine alla locazione, il proprietario non ha responsabilità).

CONTRATTI MISTI: sono contratti atipici risultanti dalla combinazione in un unico modello di più
elementi di contratti tipici diversi, cui si applicano le rispettive specifiche discipline (un esempio è il
contratto atipico di portierato, che riunisce in una sola causa elementi propri della locazione e del
contratto di lavoro subordinato). In questo tipo di contratti si seguono due principi: 1. criterio
dell'assorbimento: si applica la disciplina del contratto prevalente; 2. criterio di combinazione: se non
c'è un contratto prevalente, si attinge alle discipline dei diversi contratti componenti il quello misto.

CLASSIFICAZIONE IN BASE AL TEMPO DELL'ESECUZIONE

CONTRATTI AD ESECUZIONE ISTANTANEA: l'adempimento dell'obbligazione si esaurisce in


un solo atto.
Questi si distinguono a loro volta in:
CONTRATTI AD ESECUZIONE IMMEDIATA: atto è simultaneo alla conclusione del contratto,
l'esecuzione non si protrae nel tempo.
CONTRATTI AD ESECUZIONE DIFFERITA: l'atto è differito rispetto alla conclusione del
contratto.

I CONTRATTI DI DURATA possono essere:


CONTRATTI AD ESECUZIONE CONTINUATA: un esempio è il contratto di locazione.
CONTRATTO AD ESECUZIONE PERIODICA: la prestazione di almeno una parte si protrae nel
tempo (ad esempio contratto di appalto di servizi).

ELEMENTI ACCIDENTALI DEL CONTRATTO


(clausole accessorie)

Gli elementi accidentali del contratto sono contrapposti a quelli essenziali (accordo, causa, oggetto,
forma) e sono: 1. la condizione; 2. il termine; 3. il modo. Incidono sugli effetti del contratto, lo
modificano per renderlo più conforme agli interessi delle parti (ovviamente essendo accidentali
possono anche non essere previsti, ciò dipende dalla libera volontà delle parti, cioè dalla loro
autonomia contrattuale).

CONDIZIONE (art. 1353 c.c.): è una clausola, un patto, una disposizione che fa dipendere l'efficacia
iniziale (condizione sospensiva) o la cessazione degli effetti (condizione risolutiva, senza la
previsione di un termine definito) del contratto dal verificarsi di un evento che presenta deterinate
caratteristiche, che deve essere futuro e incerto (art. 1353 c.c.), lecito (art. 1354,1 c.c.) e possibile (art.
1354,2 c.c.) (ad esempio condizione di edificabilità). Si parla di contratto condizionato (di solito si
stabilisce un termine). Il contratto condizionato a un fatto illecito è sempre nullo; il contratto
condizionato a un fatto impossibile con condizione sospensiva è nullo, mentre se ha condizione
risolutiva è sempre valido e produce sempre effetti.

Tipi di condizione (classificazione in base alla natura dell'evento):


CAUSALE: dipende dal caso, cioè da un evento estraneo alla volontà delle parti.
POTESTATIVA: dipende dalla volontà delle parti (ad esempio una parte può stabilire che venderà il
suo appartamento se si trasferirà a Roma); la condizione meramente potestativa (ad esempio se una
parte afferma “ti pagherò se vorrò”, art. 1355 c.c.) non comporta nessun impegno e dunque è nulla,
non è valida.
MISTA: dipende in parte dalla volontà dei contraenti e in parte da fatti esterni.

Disciplina:
Effetto retroattivo (art. 1360 c.c.): gli effetti del contratto, nel momento in cui si verifica la condizione,
vengono riportati al momento della conclusione dello stesso.
Pendenza (artt. 1356-1359 c.c.): il contratto è dipendente dall'evento che si potrà verificare; in questa
fase le parti devono comportarsi secondo buona fede e la parte interessata dispone di garanzie
conservative (ad esempio sequestro del bene ecc.).

TERMINE: è una clausola che fissa nel tempo l'inizio o la cessazione (o entrambi) degli effetti del
contratto. N.B.: l'evento è certo nel suo verificarsi (a differenza di quanto accade nella condizione);
(ad esempio una parte può stabilire che darà in locazione il suo appartamento alla morte dell'inquilino
attuale).
MODO o ONERE: è un obbligo che può essere imposto solo nella donazione e nei negozi gratuiti
al beneficiario, che è tenuto ad adempierlo nei limiti nel valore della cosa ricevuta (dell'elargizione);
(ad esempio una parte può dire “ti dono l'edificio se lo destini a biblioteca comunale”).

5.05.2017
EFFICACIA DEL CONTRATTO

Il rapporto contrattuale consiste negli effetti del contratto e dunque nell'EFFICIACIA dello stesso
(diritti e obblighi).
Art. 1372 c.c.: “Il contratto ha forza di legge tra le parti. Non può essere sciolto che per mutuo
consenso o per cause ammesse dalla legge. Il contratto non produce effetto rispetto ai terzi che
nei casi previsti dalla legge”.
Il contratto vincola i contrenti a quanto hanno pattuito (è una legge privata). Vi è l'impossibilità, di
regola, di sciogliersi dal patto con decisione unilaterale di una parte: quando il contratto è concluso
diviene vincolante.

Eccezioni:
MUTUO DISSENSO (al contratto) o MUTUO CONSENSO (allo scioglimento) (art. 1372,1 c.c.):
con un accordo uguale e contrario al precedente le parti possono sciogliere la legge privata.
RECESSO CONVENZIONALE (art. 1373 c.c.): è il recesso unilaterale di una parte, che si scioglie
dal contratto in virtù di un accordo tra le parti; l'eventuale recesso deve avvenire prima dell'inizio
dell'esecuzione del contratto, se questa è istantanea; mentre nei contratti di durata si può recedere
anche dopo l'inizio dell'esecuzione, ma il recesso ha efficacia a partire dal momento in cui viene
esercitato (quindi non per le prestazioni già eseguite).
RECESSO LEGALE (art. 1372,1 c.c.): è il recesso unilaterale previsto dalla legge (ad esempio per i
contratti di durata a tempo indeterminato come il contratto di lavoro sono previste le possibilità di
licenziamento e dimissioni). Il recesso è un diritto potestativo e può essere previsto per una o
entrambe le parti.
Il Codice di Consumo tutela il consumatore anche con il recesso (specialmente per quanto riguarda
la vendita a distanza o porta a porta o fuori dai locali commerciali; in questi casi il recesso non deve
essere giustificato).
Caparra penitenziale (art. 1386 c.c.): è il corrispettivo per il recesso (una somma di denaro).

PRINCIPIO DI RELATIVITA' DEL CONTRATTO (art. 1372,2 c.c.): il contratto è un


autoregolamento inefficace nei confronti dei terzi (cioè di coloro che sono estranei al vincolo): questa
è un'applicazione del principio di autonomia contrattuale.

(Specie di) eccezione:


CONTRATTO A FAVORE DI TERZI (art. 1411 c.c.): sono previsti solo effetti favorevoli per il
destinatario, non c'è lesione dell'autonomia contrattuale perché egli può in ogni caso rifiutare entro
un congruo termine (ad esempio contratto di trasporto a favore di terzi, contratto di assicurazione
sulla vita a favore di un terzo, anche l'accollo).

Non è un'eccezione al principio di relatività del contratto (perché la parte nominata non è terza, ma
deve accettare):
CONTRATTO PER PERSONA DA NOMINARE (art. 1401 c.c.): frequente nei contratti preliminari,
si verifica la sostituzione di una parte con un soggetto che subentra nei suoi diritti e obblighi in quanto
nominato, in virtù di una riserva di nomina pattuita al momento della stipulazione; se il soggetto non
viene nominato gli effetti ricadono su chi ha concluso il contratto (è vincolato). La nomina deve essere
fatta entro tre giorni e serve l'accettazione della persona nominata, altrimenti è vincolata la parte
originale.

RAPPRESENTANZA
(sorta di “anomalia”)

Premessa: non tutti i contratti vengono conclusi da coloro su cui ricadranno gli effetti; infatti i soggetti
possono incaricare altri di concludere contratti con effetti per loro stessi.
Parte formale (rappresentante): chi conclude.
Parte sostanziale (rappresentato): chi è vincolato dalla manifestazione di volontà della parte formale.
La RAPPRESENTANZA è dunque il potere di un soggetto (rappresentante) di compiere atti giuridici
in nome di un altro soggetto (rappresentato).

Tipi:
RAPPRESENTANZA LEGALE: ha lo scopo di tutelare il soggetto incapace, è propria dei genitori
per i figli minori e del tutore; è prevista dalla legge, indipendentemente dalla volontà espressa dalle
parti.
RAPPRESENTANZA ORGANICA: è propria dei soggetti che agiscono nel nome di un ente (ad
esempio un'associazione), che formano la volontà impegnativa per l'ente, che formano l'organo della
persona giuridica.
RAPPRESENTANZA VOLONTARIA (art. 1387 ss. c.c.): è il potere attribuito volontariamente da
un soggetto ad un altro; la disciplina si applica anche alle altre due forme di rappresentanza.

Nei tre casi illustrati l'effetto del potere rappresentativo si sostanzia in un effetto diretto nei confronti
del rappresentato (cioè nella sua sfera giuridica).
Condizioni a che si verifichi tale efficacia diretta (art. 1388 c.c.): il rappresentante deve agire
1. IN NOME DEL RAPPRESENTATO: contemplatio domini: deve spendere il nome del
rappresentato in modo espresso (cioè dichiararsi rappresentante e di chi), perchè l'altro
contraente deve essere a conoscenza della rappresentanza; in mancanza: il rappresentante
rimane personalmente obbligato (il contratto è vincolante per le parti originarie). Il nome può
anche essere speso in modo tacito (se questa modalità è prevista chiaramente dalle parti), cioè
mediante comportamenti concludenti (un esempio è dato dai minori che concludono contratti
in qualità di rappresentanti dei genitori - che li hanno incaricati - con riguardo agli atti propri
della quotidianità, cioè concludono contratti di ordinaria amministrazione: procura tacita). Il
rappresentante, dunque, può anche essere un soggetto incapace di agire, il rappresentato no
(perché stabilisce le sorti dei suoi interessi).
2. NEI LIMITI DEL CONFERIMENTO: la procura (art. 1392 c.c.) è un negozio unilaterale
formale (del dominus) costitutivo (attributivo) del potere di rappresentanza (non attribuisce
obblighi); il rappresentante prende il nome di procuratore. Non è necessaria l'accettazione del
soggetto incaricato, per questo non si tratta di un contratto e il procuratore non è obbligato.
La procura ha una forma per relationem (requisito di forma) al contratto oggetto della
rappresentanza.
Contratto di mandato: un soggetto si obbliga a compiere atti giuridici per conto di un altro (deve
esserci accettazione).
Se non c'è procura l'efficacia non è diretta, serve un passaggio ulteriore, si parla di rappresentanza
indiretta. Quando si parla di mandato con o senza rappresentanza si fa riferimento alla presenza o
meno della procura (nel caso non ci sia non si può spendere il nome del rappresentato). In mancanza
di procura ci può essere un difetto di procura e un soggetto che si spaccia per rappresentante, pur non
essendolo: questi prende il nome di falsus procurator (rappresentante senza poteri, art. 1398 c.c.);
oppure può esserci un eccesso di procura (ancora una volta falsus procurator), quando il soggetto
incaricato “sconfina” il limite impostogli.
Disciplina del falso procuratore: il contratto è inefficace (non si può vincolare un soggetto che non
aveva dato incarico), ma valido (art. 1398 c.c.); tamquam non esset, salvo ratifica (“procura a
posteriori”): il soggetto interessato si appropria degli effetti del contratto a posteriori (il contratto va
a buon fine); altrimenti, se il soggetto non lo ratifica, sorge la responsabilità del rappresentante (art.
1398 c.c.), che essendosi comportato con malafede (nelle trattative) ha la responsabilità
precontrattuale: deve risarcire i danni alla controparte, la quale credeva di aver concluso un contratto
efficace.
3. NELL'INTERESSE DEL RAPPRESENTATO (per conto): in mancanza dell'interesse del
rappresentato si ha un conflitto di interessi (artt. 1394-1395 c.c.): gli interessi del
rappresentante e quelli del rappresentato sono in concorrenza tra loro e la realizzazione dei
primi comporta un sacrificio per i secondi.
Disciplina: il contratto è annullabile (cioè può essere reso inefficace, posto nel nulla) dal rappresentato
se il conflitto di interessi è conosciuto o conoscibile dal terzo, altrimenti il contratto continua ad
esistere (cfr. art. 1395 c.c.: contratto con se stesso: non c'è un terzo da tutelare, può essere annullato
dal rappresentato).

10.05.2017

Due istituti (tra loro connessi) mirano a determinare esattamente il regolamento e il contenuto del
contratto (quindi i suoi effetti): l'interpretazione e l'integrazione.

INTERPRETAZIONE DEL CONTRATTO


(artt. 1362 ss. c.c.)

L'interpretazione del contratto è un'operazione logica che mira all'esatta determinazione del contenuto
dello stesso, cioè ha lo scopo di capire come le parti hanno voluto regolare il loro rapporto contrattuale.
È dunque una determinante per gli effetti prodotti.

Regola generale (art. 1366 c.c.): “Il contratto deve essere interpretato secondo buona bene
[oggettiva]”. Ciò significa che non bisogna fare interpretazioni cavillose.

Criteri di interpretazione soggettiva: non bisogna limitarsi al solo significato letterale delle parole,
bensì indagare la comune intenzione delle parti (art. 1362,1 c.c.), cioè gli effetti in concreto che esse
vogliono raggiungere, attraverso la valutazione del loro comportamento complessivo (art. 1362 c.c.)
anche dopo la stipulazione del contratto (e prima, nella fase delle trattative); anche le clausole devono
essere considerate nel loro insieme, interpretate le une per mezzo delle altre, attrverso un processo di
interpretazione globale (art. 1363 c.c.).

Criteri di interpretazione oggettiva: bisogna ricorrervi in una fase successiva, se ancora l'intenzione
delle parti non è chiara (non mirano alla ricerca della loro volontà), quindi sono subordinati rispetto
ai primi, sono delle valutazioni legali:
– principio di conservazione degli effetti del contratto (art. 1367 c.c.): nel dubbio, il contratto e
le singole clausole devono interpretarsi in modo tale che producano qualche effetto, piuttosto
che non ne producano nessuno;
– usi interpretativi (art. 1368 c.c.): le clausole ambigue devono essere interpretate secondo la
ricorrenza e l'abitudine del luogo;
– convenienza (art. 1369 c.c.): le clausole ambigue devono essere interpretate secondo il
significato più conveniente, considerata la natura del contratto;
– interpretazione contro il predisponente (art. 1370 c.c.): con riguardo ai contratti di serie (rivolti
a molte persone → parte debole) e ai contratti unilaterali;
– se il contratto è a titolo oneroso bisogna operare un equo contemperamento, con il minimo
sacrificio (art. 1371 c.c.).

INTEGRAZIONE DEL CONTRATTO


(gli effetti del contratto dipendono anche da norme eteronome)

L'integrazione del contratto è l'operazione con la quale si completa il contenuto o si determinano


compiutamente gli effetti dello stesso. Serve a colmare le eventuali lacune contrattuali lasciate dalle
parti: in questo caso si ricorre, nell'ordine 1. alla legge, 2. agli usi: sono una fonte normativa, sono
obbligatori e 3. all'equità: giusta e opportuna sistemazione degli interessi in base a determinati criteri
(valutazione equitativa) (art. 1174 c.c.).

NORME IMPERATIVE (art. 1339 c.c.): intervengono anche in presenza di diverso accordo (e
volontà) tra le parti; sono inderogabili e dunque vengono sostituite a quelle pattuite (ad esempio prezzi
vincolati); questo tipo di integrazione è cogente e imperativa.
NORME DISPOSITIVE (art. 1340 c.c.): intervengono in mancanza di diversa previsione delle parti;
in mancanza di un patto, queste suppliscono (ad esempio clausole d'uso); questo tipo di integrazione
è dispositiva (esempio: art. 1510 c.c.).

SIMULAZIONE DEL CONTRATTO


(art. 1414 ss. c.c.)

La simulazione del contratto è un istituto di finzione (molte volte per scopi illeciti, a volte per scopi
moralmente imperfetti).

CONTRATTO SIMULATO: è il contratto stipulato, ma destinato a non avere effetto tra le parti; è un
contratto appartenete o, per meglio dire, destinato ad essere tale.
ACCORDO SIMULATORIO: è una clausola con cui si stabilisce che il contratto stipulato non avrà
alcun effetto tra le parti; rende apparente il contratto, è fondamentale perché in mancanza il contratto
stipulato è efficace. Se ci si ferma a questo punto si ha simulazione assoluta.
CONTRATTO DISSIMULATO: è il contratto nascosto che le parti hanno stipulato “veramente”;
produce effetti tra le parti se ha i requisiti di sostanza e forma (contratto simulato e dissimulato devono
avere gli stessi requisiti di forma); affinché non sia nullo, non deve essere illecito (vietato). In questo
caso si ha simulazione relativa.

La simulazione può riguardare l'oggetto del contratto, ma anche i soggetti: si parla in questo caso di
interposizione fittizia di persona: affinché la simulazione abbia effetto devono partecipare al patto il
terzo, l'interponente e l'interposto. Diversa è l'interposizione reale di persona, che è un mandato senza
rappresentanza.

EFFETTI DELLA SIMULAZIONE


(in generale la realtà prevale sull'apparenza)

Tra le parti (art. 1414 c.c.):


– simulazione assoluta (cioè in mancanza di contratto dissimulato): il contratto (simulato) non
produce alcun effetto;
– simulazione relativa: produce effetto il negozio dissimulato.

Verso i terzi (estranei al rapporto, aventi causa dei simulati alienante e acquirente, creditori)
(art. 1415 c.c.):
– i terzi possono far valere la simulazione verso le parti se questa li pregiudica (aventi causa e
creditori del simulato alienante);
– eccezione (prevale su tutto): la simulazione non può essere opposta all'avente causa del
simulato acquirente se in buona fede (soggettiva), per il principio di tutela dell'affidamento.

Verso i creditori (art. 1416 c.c.):


– i creditori del simulato alienante possono far valere la simulazione verso le parti;
– i creditori del simulato acquirente possono compiere atti esecutivi sul bene.
________________________________________________________________________________
fine effetti del contratto

INVALIDITÀ
(riguarda del “patologie” del contratto, che si forma male)

L'INVALIDITÀ è un'irregolarità giuridica del contratto come atto, che si sostanzia nella contrarietà
a una norma imperativa, dunque non derogabile dalla volontà (ad esempio contratto di compravendita
di bene immobile concluso in forma orale). In altri termini, si verifica un errore di formazione al
momento dell'accordo, la cui conseguenza è, appunto, l'invalidità del contratto; questa può essere di
tue tipi: NULLITÀ e ANNULLABILITÀ. In entrambi i casi si ha una sanzione che consiste
nell'inefficacia del contratto. N.B.: Tutti i contratti invalidi sono inefficaci (non producono effetti tra
le parti), ma non tutti i contratti validi sono efficaci (anche se di regola è così); esempi: contratto
condizionato con condizione sospensiva e contratto concluso dal falsus procurator.

NULLITÀ (il contratto nasce e muore nullo): il contratto è assolutamente inefficace, fin dal suo
sorgere; l'invalidità è grave e non c'è possibilità di porvi rimedio (non si può sanare). Ratio: tutela di
interessi generali, non di singole persone (super partes). L'istituto ha portata generale (si dice che la
nullità è virtuale).
ANNULLABILITÀ: il contratto è destinato a non produrre effetti, ma è provvisoriamente efficace (o
meglio, rimane efficace finché non viene annullato); è destinato a diventare nullo se lo vuole la parte
più “debole” (arbitra degli effetti del contratto). Inoltre il contratto è sanabile con la convalida dei
suoi effetti. Ratio: tutela di interessi particolari (di una singola parte). In questo caso il contratto
concluso non lede dei principi generali dunque, se la parte interessata lo vuole, può restare in essere
(è lei a scegliere). L'istituto ha carattere speciale (deve essere previsto caso per caso, si dice che
l'annullabilità è testuale).
11.05.2017
CAUSE DI NULLITÀ
(art. 1418 c.c.)

Art. 1418,1 c.c.: violazione di norme imperative: salvo diverse previsioni di legge (ad esempio
l'annullabilità), le norme imperative non sono derogabili (sono poste a tutela di interessi generali); si
riconoscono perchè è indicato esplicitamente, oppure si può desumere dalla loro funzione o alla luce
dei principi fondamentali della Costituzione (ad esempio interessi diffusi). N.B.: Le norme penali
sono sempre imperative.
Art. 1418,2 c.c.: mancanza di un elemento essenziale del contratto (elencati all'art. 1325 c.c.).
Art. 1418,2 c.c.: illiceità del contratto (art. 1343 c.c.): con riguardo alla causa, all'oggetto o al motivo
(art. 1345 c.c.).
Art. 1418,3 c.c.: casi espressamente previsti dalla legge: questo è un rinvio alle ipotesi che recano la
formula “a pena di nullità”.

Con riguardo alla mancanza di un elemento essenziale del contratto, si possono verificare:
1. mancanza dell'accordo: non sussiste la volontà interna che si producano gli effetti del contratto,
in altri termini non c'è parallelismo tra effetti desiderati e manifestazione di volontà (ciò che
si è dichiarato). Un esempio è dato dalle ipotesi esemplificative (fatte per gioco ecc.), ma
anche in casi di violenza fisica (diversa è la violenza morale [ha una disciplina diversa], che
si verifica quando una persona è minacciata di concludere un contratto, ma c'è comunque un
minimo residuo di volontà);
2. mancanza della causa (in astratto o in concreto): i contratti atipici sono privi di causa se non
regolano interessi meritevoli di tutela, quelli tipici se non sono in grado di soddisfare l'assetto
di interessi voluto dalle parti;
3. mancanza dell'oggetto: l'oggetto è impossibile da un punto di vista giuridico o materiale,
oppure non è determinato;
4. mancanza della forma: se prescritta dalla legge a pena di nullità.

Il contratto è illecito (art. 1343 c.c.) quando:


1. la causa è illecita, ovvero è contraria a norme imperative, all'ordine pubblico (=norme
imperative non espressamente previste, ma implicitamente deducibili dall'insieme dei principi
fondanti dell'ordinamento) o al buon costume (=norme imperative desunte implicitamente da
altre norme che prevedono la contrarietà ai principi fondamentali dell'ordinamento di
determinati comportamenti con riguardo alla morale professionale, politica, sessuale, e
all'etica, azioni già di per sé illecite, ma anche più gravi rispetto alle violazioni dell'ordine
pubblico per la sfera che toccano; N.B.: i contratti contrari al buon costume non consentono
la pretesa a riottenere quanto già pagato (art. 2035 c.c.)); la causa è illecita anche in caso di
contratto in frode alla legge, che si ha quando si utilizzano strumenti di per sé leciti per
raggiungere scopi illeciti (ad esempio vendita con patto di riscatto o con obbligo di
retrovendita concluso per aggirare il divieto di patto commissorio, che viola il principio della
par condicio creditorum);
2. l'oggetto è contrario a norme imperative (ad esempio droga, bene rubato ecc.) [N.B.: Può
esserci causa illecita con oggetto lecito, ad esempio la vendita di sangue (la donazione è
consentita)];
3. il motivo è illecito (contrario a norme imperative) e comune a entrambe le parti (ovvero
entrambe traggono un vantaggio dall'illiceità).
CAUSE DI ANNULLABILITÀ
(ex L. IV)

1. Incapacità di agire, legale (art. 1425,1 c.c.) o naturale (art. 1425,2 c.c.): per tutelare la parte
debole.
2. Vizi del consenso per errore (art. 1427 c.c.), per violenza (violenza morale = minaccia, art.
1435 c.c.) o per dolo (art. 1439 c.c.).
3. Conflitto di interessi nella rappresentanza (art. 1394 c.c.).

INCAPACITÀ
(art. 1425 c.c.)

Il contratto concluso dall'incapace legale di agire (minore, interdetto, inabilitato, beneficiario


dell'amministrazione di sostegno) è annullabile; non è rilevante l'effettiva capacità di intendere l'atto
da parte del soggetto. Anche l'incapace naturale (incapacità di fatto) gode della tutela dell'annullabilità,
in quanto incapace di intendere e di volere (devono però sussistere ulteriori condizioni).

Art. 1425 c.c., 1° comma: il contratto è annullabile se una delle parti è legalmente incapace (incapacità
legale), senza il bisogno di ulteriori prove.
Art. 1425 c.c., 2° comma: il contratto è annullabile se una delle parti è incapace di intendere e di
volere (incapacità naturale), se ricorrono le condizioni dell'art. 428 c.c.:
Art. 428 c.c., 1° comma: gli atti unilaterali (ad esempio procura o promessa al pubblico) compiuti
dalla persona incapace naturale sono annullabili se presentano il requisito del grave pregiudizio per
l'autore.
Art. 428 c.c., 2° comma: i contratti (negozi bilaterali) conclusi dalla persona incapace naturale sono
annullabili se c'è il requisito della malafede della controparte (questa si può desumere anche dal
pregiudizio); ratio: tutela dell'affidamento della controparte (se era in buona fede non conosceva lo
stato di incapacità dell'altro soggetto).

VIZI DEL CONSENSO

I vizi del consenso sono circostanze che si manifestano al momento della conclusione del contratto e
in mancanza delle quali non si sarebbe stipulato lo stesso; dunque incidono sulla volontà di una parte.
Questi sono: errore, violenza, dolo (art. 1427 ss. c.c.).

ERRORE
(art. 1428 c.c.)

L'ERRORE è l'ignoranza o la falsa conoscenza di una parte in ordine ad un elemento del contratto. È
utile fare una distinzione tra:
ERRORE-VIZIO: incide sulla formazione della volontà (si pensa erroneamente qualcosa).
ERRORE OSTATIVO: incide sulla dichiarazione di volontà (art. 1433 c.c.).

Entrambi i tipi di errore prevedono l'annullabilità alle seguenti condizioni (presentano la stessa
disciplina):
1. Errore essenziale (art. 1429 c.c.): l'errore si considera essenziale se rientra tra quelli previsti
all'art. 1429 c.c., ovvero deve essere determinante del consenso e riguardare (circa) un
elemento essenziale del contratto:
- natura (=causa) od oggetto del contratto;
- identità dell'oggetto (è quello ma non è proprio giusto);
- identità o qualità dell'altro contraente (intuitu personae, “avuto riguardo alla persona”);
- errore di diritto: ignoranza o non conoscenza di una norma giuridica.
2. Errore riconoscibile (art. 1431 c.c.): l'errore deve essere riconoscibile dalla controparte (o
meglio, da una persona di normale diligenza), per la tutela del suo affidamento.

VIOLENZA
(art. 1434 c.c.)

Ci si riferisce alla VIOLENZA MORALE (=minaccia), anche esercitata da un terzo, che costringe
una persona a stipulare un contratto non voluto o a subirne un dato contenuto (quindi la volontà è
viziata); è prevista l'annullabilità del contratto, se la minaccia presenta i seguenti requisiti:
Art. 1435 c.c.: minaccia seria di un male ingiusto e notevole, ovvero contrario al diritto (contra ius)
e molto grave, tale cioè da fare impressione a una persona sensata (anche in considerazione della sua
età, del sesso [→ un po' discriminatoria questa precisazione da parte del legislatore], della condizione
ecc.).
Art. 1436 c.c.: minaccia di violenza contro la persona o i beni del contraente o di terzi (ascendenti,
discendenti ecc.).

DOLO
(art. 1439 c.c.)

Il DOLO è un artificio o raggiro (inganno) che induce un soggetto a concludere un contratto che
altrimenti non avrebbe concluso, o che avrebbe concluso ma a condizioni diverse.
Si fa una distinzione tra:
DOLO DETERMINANTE (art. 1439 c.c.): incide direttamente sulla stipulazione del contratto
(determina la volontà); prevede l’annullabilità del contratto.
DOLO INCIDENTE (art. 1440 c.c.): il contratto sarebbe stato concluso ugualmente, ma a condizioni
diverse; il contratto è valido, ma è previsto il risarcimento del danno (sanzione), in virtù di
responsabilità precontrattuale e di illecito (malafede nelle trattative).

12.05.2017
NULLITÀ E ANNULLABILITÀ: DIFFERENZE DI DISCIPLINA

NULLITÀ:
• Legittimazione (=competenza) assoluta (art. 1421 c.c.): la nullità può essere fatta valere in
giudizio da chiunque ne abbia interesse (le parti, gli eredi, gli aventi causa, i creditori i cui
interessi siano pregiudicati), salvo diverse disposizioni di legge.
• Rilevazione anche d’ufficio: fatta eccezionalmente dal giudice nel corso di un diverso giudizio,
senza che le parti l’abbiano richiesta.
• Sentenza dichiarativa: accertamento e dichiarazione della nullità del contratto (l’inefficacia
c’è già dall’origine).
• Azione imprescrittibile (art. 1422 c.c.): in quanto il contratto è contrario ai principi
dell’ordinamento e lo sarà sempre.
• No convalida (art. 1423 c.c.): poiché il contratto è contrario ai principi dell’ordinamento, la
parte non può stabilirne le sorti.
• Conversione (art. 1424 c.c.): il contratto nullo può produrre gli effetti di un contratto diverso
e valido e conforme alla legge che le parti – se avessero saputo che il contratto in questione
era nullo – avrebbero concluso (devono esserci i requisiti di sostanza e forma). Questa non è
un’eccezione al principio dell’inefficacia del contratto nullo, bensì è una norma giustificata
dal fatto che il legislatore tende a far perdurare gli effetti stabiliti dalle parti con il contratto;
ratio: principio di conservazione.
ANNULABILITÀ:
• Legittimazione relativa (art. 1441 c.c.): può agire in giudizio solo la parte “debole”.
• Rilevazione solo di parte: la sorte del contratto è affidata alla decisione della parte debole è
arbitra).
• Sentenza costitutiva: modifica la situazione giuridica, determina l’inefficacia del contratto.
• Prescrizione (art. 1442 c.c.): cinque anni che decorrono dalla stipulazione del contratto o dalla
cessazione dell’incapacità o dall’accertamento del vizio (di regola).
• Convalida (art. 1444 c.c.): può essere esercitata dalla parte “debole” in modo tacito (con
esecuzione consapevole, cioè con un comportamento concludente) o espresso e determina che
gli effetti del contratto continuano a prodursi e si preclude la possibilità dell’annullamento; in
questo modo il contratto viene “sanato”.
• Conversione formale: l’atto pubblico redatto da un notaio non competente “si trasforma” in
scrittura provata e vale come tale, allo scopo di salvaguardare gli effetti del contratto.

RESCISSIONE DEL CONTRATTO


(per patologie dell’atto contrattuale)

La RESCISSIONE del contratto è un rimedio, uno strumento (per un difetto genetico originario) che
si applica ai contratti a prestazioni corrispettive conclusi in circostanze anomale, tali da costringere
uno dei contraenti ad accettare condizioni contrattuali molto svantaggiose.
Un contratto è iniquo quando vi è una forte sproporzione tra le prestazioni in termini di valore; in
questo caso, di regola, il legislatore non interviene (non reagisce), in virtù del principio di autonomia
contrattuale, per cui le parti possono decidere liberamente come regolare i propri interessi
(nell’ambito dei vizi del consenso, il valore non è contemplato dalla disciplina sull’errore). Tuttavia,
in presenza di altre particolari circostanze, e se la parte avvantaggiata ne approfitta, il legislatore
interviene.

Casi:
CONTRATTO CONCLUSO IN STATO DI PERICOLO (art. 1447 c.c.): fattispecie che si realizza se
ci sono 1. condizioni contrattuali inique (sproporzionate); 2. pericolo attuale di un danno grave alla
persona (non alle cose); 3. pericolo noto alla controparte (questa fattispecie è più che altro un’ipotesi
didattica).
CONTRATTO CONCLUSO IN STATO DI BISOGNO (art. 1448 c.c.): fattispecie che si realizza
quando ci sono: 1. stato di bisogno di una parte (non di una cosa, assenza di liquidità); 2.
approfittamento della controparte; 3. lesione obiettiva di oltre il 50% del valore.

Elementi di disciplina:
Il contratto può essere posto nel nulla (caso simile all’annullamento) e cessare così di produrre i suoi
effetti (ad esempio la somma pagata deve essere restituita).
• L’azione si prescrive in un anno a partire dalla conclusione del contratto (art. 1449 c.c.).
• La sentenza è costitutiva.
• Il contratto può essere salvato se la controparte fa un’offerta di riduzione ad equità (art. 1450
c.c.), al prezzo di mercato.
• La rescissione non si applica ai contratti aleatori (già di per sé rischiosi).
RISOLUZIONE DEL CONTRATTO

La RISOLUZIONE del contratto è un rimedio che si applica ai contratti a prestazioni corrispettive


per un difetto da funzionamento che sopravviene dopo la conclusione dello stesso (nel corso
dell’esecuzione, nella fase degli effetti, del rapporto contrattuale), ossia per un difetto funzionale del
sinallagma (il contratto, in origine, è perfettamente valido).

Cause:
1. INADEMPIMENTO (art. 1453 c.c.);
2. IMPOSSIBILITÀ SOPRAVVENUTA (art. 1460 c.c.);
3. ECCESSIVA ONEROSITÀ (art. 1467 c.c.).
 In questi casi si verifica uno squilibrio del rapporto così come lo avevano stabilito le parti
nell’atto.

Effetto: scioglimento del rapporto contrattuale (stabilito dalla legge) con effetto retroattivo tra le parti
(vedi art. 1458 c.c.), non nei confronti dei terzi; l’effetto è retroattivo (cioè si riporta al momento della
conclusione del contratto), salvo si tratti di un contratto di durata (con esecuzione continuativa o
periodica), per il quale gli effetti cessano dal momento della risoluzione (ex nunc).

RISOLUZIONE PER INADEMPIMENTO


(art. 1453 c.c.)

Requisiti: contratti sinallagmatici e gravità dell’inadempimento (perché è questa che causa il forte
squilibrio tra le prestazioni; ad esempio nella vendita a rate l’inadempimento deve superare 1/8 del
prezzo) (art. 1455 c.c.).
Possibilità: pretendere l’adempimento o chiedere la risoluzione del contratto; in ogni caso è previsto
il risarcimento dei danni. La sentenza è costitutiva.

Forme:
• GIUDIZIALE: sentenza costitutiva.
• STRAGIUDIZIALE (o extra-giudiziale): senza ricorso al giudice, eventuale sentenza
dichiarativa (se le parti litigano): accertamento di quanto già stabilito dalle parti:
- diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.): negozio unilaterale recettizio con cui una parte invita
l’altra ad adempiere entro un termine congruo, con dichiarazione di risoluzione se il
termine decorrerà inutilmente;
- clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.): accordo tra le parti per cui si ha risoluzione di
diritto se si era stabilita in caso di inadempimento di una specifica obbligazione (non
riguardo a qualsiasi obbligazione, per sottrarre al giudice la possibilità di decidere la
gravità dell’inadempimento; sarebbe una clausola di stile e si ha per non apposta); questo
se la parte adempiente dichiara di volersi avvalere del patto (esercizio di un diritto
potestativo);
- termine essenziale (art. 1457 c.c.): non derogabile, risoluzione di diritto in caso di
inadempimento, salvo che la controparte non tolleri il ritardo e dichiari entro tre giorni di
esigere la prestazione. Il termine può derivare dalla natura della prestazione o dalla volontà
delle parti (ad esempio consegna dell’abito di nozze). Eventuale sentenza dichiarativa.
RISOLUZIONE PER IMPOSSIBILITÀ SOPRAVVENUTA
(art. 1463 c.c.)

Presupposti:
- contratti sinallagmatici (a prestazioni corrispettive);
- impossibilità assoluta ed oggettiva (non inerente alla sfera del soggetto);
- impossibilità successiva alla stipula.

Effetto: risoluzione di diritto; sentenza dichiarativa.


Limite alla risoluzione: contratti traslativi ad effetti reali (art. 1465 c.c., res perit domino) e mora del
creditore (art. 1207 c.c.).

RISOLUZIONE PER ECCESSIVA ONEROSITÀ


(art. 1467 c.c.)

Requisiti: contratti sinallagmatici (non aleatori), contratti di durata o ad esecuzione differita.


Condizioni:
- prestazione eccessivamente onerosa: rispetto a quanto pattuito, cioè rispetto alla
valutazione iniziale (non in assoluto);
- fatti successivi alla conclusione del contratto;
- fatti anteriori all’esecuzione del contratto;
- fatti oggettivi ed esterni;
- fatti straordinari ed imprevedibili.

Come nell’istituto della rescissione, in alternativa alla risoluzione del contratto è possibile riportare
il rapporto ad equità.

17.05.2017
FATTI ILLECITI
(Libro IV delle obbligazioni, Titolo II, artt. 2043-2059)

FATTI ILLECITI (rubrica, fonte delle obbligazioni): ipotesi in cui un soggetto subisce un danno.
Art. 2043 c.c. (impara a memoria): “Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un
danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Questa è una norma cardine che esprime la responsabilità per fatto illecito (contra ius, violazione di
una norma giuridica) o responsabilità civile (anche fattispecie penale) o responsabilità aquiliana (dal
diritto romano, Lex Aquilia) o responsabilità extra-contrattuale (tutti sinonimi, ma distinti perché
guardano il problema da prospettive diverse).

Ogni parola ha uno specifico significato:


- qualunque fatto: sottolinea l’atipicità della fattispecie (questa è la principale differenza
rispetto alla responsabilità penale, che sorge solo in casi tipici);
- doloso o colposo: il fatto deve presentare le caratteristiche del dolo o della colpa;
- danno ingiusto: il danno cagionato non può essere uno qualsiasi, ma contra ius; infatti non
tutti i danni devono essere risarciti… Quali sono quelli risarcibili e chi è responsabile?
Cosa esattamente deve essere risarcito?

La responsabilità extra-contrattuale: sorge tra due soggetti che non hanno fra loro nessun rapporto
obbligatorio (sono sconosciuti dal punto di vista giuridico) quando uno provoca un danno all’altro (è
questo che fa sorgere l’obbligo di risarcimento);
è contrapposta alla
responsabilità contrattuale (art. 1218 c.c.): indica la responsabilità derivata dall’inadempimento di
un’obbligazione (di qualsiasi fonte) preesistente tra due soggetti.

[La responsabilità pre-contrattuale (per mancanza di buona fede nelle trattative) non ha una disciplina
specifica (la sua natura è opinabile)].

ELEMENTI DEL FATTO ILLECITO


(art. 2043 c.c.)

Gli elementi del fatto illecito sono i requisiti necessari affinché sorga l’obbligo di risarcimento, e si
distinguono in:
Elementi oggettivi (riguardano l’avvenimento materiale): 1. FATTO (umano, commissivo od
omissivo); 2. DANNO INGIUSTO; 3. NESSO CAUSALE tra i due.
Elementi soggettivi (condizioni che riguardano il soggetto che commette il fatto dannoso, l’autore, il
danneggiante): 1. IMPUTABILITÀ (art. 2046 c.c.); 2. COLPEVOLEZZA  colpa o dolo.

FATTO

Il FATTO è compiuto da un certo soggetto ai danni di un altro. Di norma non si considera rilevante il
fatto omissivo, a meno che non ci sia un obbligo giuridico di intervenire, cioè di fare il possibile per
impedire il verificarsi dell’evento (ad esempio l’omissione di soccorso è fonte di responsabilità penale;
altro esempio è un impegno precedentemente assunto, come la baby-sitter); le fonti dell’obbligo di
intervento sono varie. Chi svolge attività pericolose ha l’obbligo di avvertire.

DANNO INGIUSTO
(contra ius, antigiuridico)

Clausola generale: è ingiusto il danno che lede un interesse considerato degno di protezione alla luce
dei principi propri dell’ordinamento in un dato periodo storico.
La responsabilità extra-contrattuale e l’illecito civile sono atipici, nel senso che non si basano su
norme e fattispecie specifiche (e relative sanzioni), ma su una clausola generale passibile di essere
“adattata” a casi diversi. Con l’evoluzione storica si sono create molte nuove possibilità di danno, che
si accrescono assieme al progresso (e alla tecnologia), allo sviluppo della società.
Il concetto di danno ingiusto ha perciò conosciuto una linea storica di espansione, arrivando ad
esprimere la lesione di:
- diritto soggettivo assoluto, reale o della persona (in origine, nel 1942);
- diritto relativo (dagli anni ’60), diritto di credito: un terzo impedisce al debitore di
adempiere (si crea un’impossibilità definitiva e insostituibile) e dunque il creditore subisce
un danno “indirettamente” (cioè non per inadempimento che dipende dal debitore);
- situazioni di fatto giuridicamente tutelate (ad esempio il possesso e le immissioni);
- interessi legittimi nei confronti della Pubblica Amministrazione (dal 1999);
- interessi diffusi (dal 2006): fanno capo alla generalità dei consociati, non a un singolo
titolare (ad esempio il danno ambientale); il risarcimento è a favore dello Stato.
CAUSE DI ESCLUSIONE DELLA ANTIGIURIDICITÀ

Le cause di esclusione della antigiuridicità sono ipotesi in cui un danno, oggettivamente ingiusto in
base a determinate cause e circostanze, non è fonte di responsabilità e quindi non deve essere risarcito.

Queste sono le cause di giustificazione:


CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO: il titolare acconsente a subire dei danni, nei limiti delle
regole stabilite (caso emblematico è quello del pugile che subisce un danno fisico).
LETIGGIMA DIFESA (art. 2044 c.c.; cfr. art. 52 c.p.): i requisiti sono 1. un danno causato per un
pericolo attuale (incombente), 2. l’offesa ingiusta, 3. la difesa proporzionata all’offesa. Può
configurarsi una situazione di eccesso di legittima difesa se questa, ad esempio, non è proporzionata
all’offesa ricevuta o è compiuta quando il pericolo non è attuale.
STATO DI NECESSITÀ (art. 2045 c.c.): (non è la reazione all’offesa di un soggetto) il requisito è
quello di pericolo attuale, non volontariamente causato e inevitabile, di danno grave alla persona. Al
danneggiato è dovuta un’equa indennità, a carico di chi ha danneggiato (compensazione che non fa
fronte ad un illecito ed è in genere di misura inferiore al risarcimento).

18.05.2017
NESSO DI CAUSALITÀ
(rapporto causale, presente anche nella responsabilità contrattuale)

Il nesso di causalità è il rapporto di causa-effetto (collegamento materiale) esistente tra fatto e danno,
è la conditio sine qua non (se si elimina il fanno deve venir meno anche il danno). Un concetto più
“ristretto” rispetto a questo è quello di CAUSALITÀ GIURIDICA, concetto ancora più ristretto è
quello di CAUSALITÀ ADEGUATA, che significa che l’evento dannoso deve essere conseguenza
prevedibile ed evitabile del fatto commesso (a livello statistico); per valutare la prevedibilità del
danno bisogna porsi ex-ante (cioè prima del compimento del fatto).

IMPUTABILITÀ
(art. 2046 c.c., il soggetto incapace non risponde)

Del danno risponde solo chi lo ha commesso in condizioni di capacità di intendere e di volere e chi
fosse in stato di incapacità per sua colpa, cioè implicitamente per sua volontà (ad esempio nel caso in
cui si fosse ubriacato). Ratio: tutela dell’incapace, che non comprende il disvalore dell’atto che pone
in essere. Nel caso dell’ubriaco bisogna guardare se il soggetto era capace o meno quando si è messo
in condizioni di incapacità (cioè se lo ha fatto volontariamente o meno). Del danno può essere
chiamato a rispondere colui che doveva sorvegliare l’incapace (art. 2047 c.c.); se questi non adempie,
l’autore del danno può essere tenuto a pagare un’equa indennità.

COLPEVOLEZZA
(art. 2043 c.c.)

Per essere ritenuto responsabile il soggetto deve essere colpevole, cioè aver commesso il fatto con:
DOLO (diverso dal dolo come vizio del consenso): coscienza e volontà di cagionare l’evento
(concetto ripreso dal diritto penale.
COLPA: disvalore, comportamento avventato che consiste in una mancanza di diligenza, perizia
(l’imperizia è il mancato rispetto delle regole dell’arte), prudenza o inosservanza di norme di legge o
di regolamento; non c’è intenzionalità a commettere il danno.
RESPONSABILITÀ EXTRA-CONTRATTUALE

1. RESPONSABLITÀ PER FATTO ILLECITO (art. 2043 c.c.): atipicità, clausola


generale.
2. RESPONSABILITÀ OGGETTIVA (artt. 2050-2054 c.c. e altre norme di legge): è un
tipo di responsabilità per rischio, non c’è colpevolezza.
3. RESPONSABILITÀ INDIRETTA (artt. 2047-2049 c.c.): è tenuto al risarcimento un
soggetto diverso da colui che ha cagionato il danno.

Le responsabilità 2 e 3 sono ipotesi tipiche in deroga all’art. 2043 c.c.

RESPONSABILITÀ OGGETTIVA
(responsabilità per rischio, prescinde dagli elementi soggettivi)

Il concetto di responsabilità oggettiva sorge agli inizi del 1900 (prima non esisteva), a causa della
rivoluzione industriale, con cui si moltiplicano (in modo incontrollato) le fonti di danno (ad esempio
legate alle fonti di energia, alle grandi industrie, alla circolazione dei veicoli e alla loro velocità: in
tutti questi casi è molto difficile individuare con precisione di chi è la colpa, ma qualcuno deve
rispondere); lo scopo è quello di tutelare una molteplicità di persone “innocenti”, dunque nasce questo
tipo di responsabilità a carico di chi svolge una determinata attività (che trae vantaggi dalla stessa), e
che si protegge con l’assicurazione (che paghiamo tutti noi perché si riflette in un aumento dei costi,
prevedibili, e quindi dei prezzi).

RESPONSABILITÀ PER ESERCIZIO DI ATTIVITÀ PERICOLOSE (art. 2050 c.c.): si fa


riferimento ad attività pericolose per la loro natura intrinseca o per la natura dei mezzi coinvolti (ad
esempio bombole del gas, fuochi d’artificio, macchinari agricoli ecc.); l’unico caso escluso da questa
ipotesi è il caso fortuito.
RESPONSABILITÀ PER DANNO CAGIONATO DA COSE O ANIMALI, anche smarriti, (artt.
2051-2052 c.c.) di cui si ha la custodia (quindi anche la proprietà), salvo il caso fortuito.
RESPONSABILITÀ DA ROVINA DI EDIFICIO (art. 2053 c.c.), intesa in senso molto lato.
RESPONSABILITÀ DA CIRCOLAZIONE DEI VEICOLI (art. 2054 c.c.), con il limite del caso
fortuito.
RESPONSABILITÀ DEL PRODUTTORE PER I PRODOTTI DIFETTOSI, non sicuri (vedi Codice
del Consumo): a ricezione di una direttiva CEE (a tutela del consumatore), salvo la prova del cattivo
utilizzo da parte del consumatore.

In tutti questi casi il soggetto danneggiato non deve dare prova della colpevolezza dell’autore del
danno, ma solo del nesso di causalità sussistente tra fatto e danno.

RESPONSABILITÀ INDIRETTA
(per fatto altrui, per il rapporto di controllo: sottocategoria della responsabilità oggettiva)

RESPONSABILITÀ DI CHI È TENUTO ALLA SORVEGLIANZA DELL’INCAPACE di intendere


e di volere (art. 2047 c.c.).
RESPONSABILITÀ DI GENITORI, TUTORI, PRECETTORI (art. 2048 c.c.).
RESPONSABILITÀ DI PADRONI E COMMITTENTI (art. 2049 c.c.): ad esempio il datore di lavoro
ha la responsabilità per i danni cagionati dai dipendenti in occasione dell’attività lavorativa; rapporto
di occasionalità necessaria (anche fuori dall’orario di lavoro).
RESPONSABILITÀ DEL PROPRIETARIO DEL VEICOLO (art. 2054,3 c.c.): responsabilità
oggettiva del conducente (art. 2054,1 c.c.) + responsabilità indiretta del proprietario (art. 2054,3 c.c.)
= responsabilità solidale (art. 2055 c.c.).
RISARCIMENTO

Il risarcimento ha una funzione compensativa del danno, serve cioè a ripristinare la situazione
esistente prima del danno.

Forme:
• FORMA SPECIFICA (art. 2058 c.c.): ripristino situazione preesistente al danno, se possibile
e non eccessivamente oneroso (l’effetto è l’eliminazione del danno).
• FORMA PER EQUIVALENTE (più diffusa, art. 2056 c.c.): consiste nella corresponsione di
una somma di denaro necessaria per compensare il danno, calcolata in base agli artt. 1223 c.c.
(causalità), 1226 c.c. (equità), 1227 c.c. (concorso di colpa)  responsabilità per
inadempimento.

DANNO RISARCIBILE
(danno alla persona)

DANNO PATRIMONIALE (artt. 2056 e 2043 c.c.): si compone di danno emergente e lucro cessante.
DANNO NON PATRIMONIALE (art. 2059 c.c.): ogni conseguenza non patrimoniale derivante dalla
lesione di diritti inerenti la persona  1. danno morale: sofferenze fisiche e psichiche; 2. danno
biologico (ex art. 32 Cost.): lesione psicofisica in sé e per sé considerata, indipendentemente
dall’attività svolta dal soggetto e dalle conseguenze che la lesione può portare; 3. danno esistenziale:
quello che impedisce o rende difficoltose le relazioni con la società.

19.05.2017
È a carico del danneggiato provare i fatti che stanno a fondamento della giustificazione del
risarcimento: è questo il principio dell’onerosità della prova, a carico dell’attore (cioè colui che agisce
in giudizio). Se non si dà prova di tutti gli elementi di cui all’art. 2043 c.c. non si ottiene il risarcimento:
1. danno; 2. fatto; 3. nesso di causalità; 4. colpevolezza.

RESPONSABILITÀ CONTRATTUALE ED EXTRA-CONTRATTUALE

Principali differenze di disciplina tra i due tipi di responsabilità:

- Prescrizione: cinque anni per la responsabilità contrattuale (due per i danni causati da
circolazione dei veicoli); termine inferiore rispetto a quello ordinario (dieci anni) della
responsabilità contrattuale.
- Danni risarcibili: art. 2056 c.c., rinvio agli artt. 1223,1226,1227 c.c.; responsabilità
contrattuale ed extra-contrattuale hanno la stessa disciplina, fatta eccezione per l’art. 1225
c.c., per cui la responsabilità per fatto illecito contempla anche i danni non prevedibili.
- Distribuzione dell’onere della prova: per la responsabilità contrattuale si fa riferimento
all’art. 1218 c.c. (esistenza del titolo, scadenza, inadempimento), c’è una parziale
inversione dell’onere della prova. È possibile il concorso di colpa tra più soggetti coinvolti:
responsabilità solidale. Se il danno lede un diritto assoluto della persona si possono avere
diversi tipi di responsabilità (ad esempio penale, contrattuale ed extra-contrattuale); il
danneggiato eserciterà in giudizio l’azione a lui più conveniente (ad esempio scegliendo
la prescrizione più lunga o l’onere della prova meno gravoso; in ogni caso non è previsto
un doppio risarcimento).
COMPRAVENDITA
(contratto per eccellenza, art. 1470 c.c.)

Funzione economico-sociale (contenuta nella nozione): trasferimento della proprietà o di un altro


diritto verso il pagamento di un prezzo.
Contratto consensuale (modalità di perfezionamento): si conclude con il consenso (principio
consensualistico).
Causa: Contratto sinallagmatico commutativo a effetti reali, istantaneo (anche rateizzazione);
eccezione al commutativo: vendita di bene futuro con alea, empito spei (vendita della speranza),
diversa da emptio rei speratae (vendita di cosa sperata).
Oggetto: proprietà o altro diritto (diritto reale limitato, diritto di credito  contratto a causa variabile).
Forma: dipende dalla natura del bene; forma scritta per gli immobili (art. 1350 c.c.).
24.05.2017
OBBLIGAZIONI DEL VENDITORE
(effetti del contratto, art. 1476 c.c.)

Obbligo di consegna: la consegna del possesso (la proprietà si è già trasferita con il consenso) può
essere materiale o simbolica, ma può anche essere del tutto assente (vedi interversione del possesso
 traditio ficta).

Obbligo di garanzia: effetto naturale del contratto, a prescindere da un’eventuale pattuizione delle
parti:
- Garanzia per evizione (vizi giuridici, artt. 1483-1489 c.c.): dopo la conclusione del
contratto un terzo afferma di avere un diritto sulla cosa (reale o minore), cosicché il
compratore non acquista la proprietà completa e integra; innanzitutto l’acquirente deve
avvisare il venditore, perché questi possa difendersi in giudizio. Art. 1483 c.c.: particolare
forma di risoluzione.
- Garanzia per vizi (art. 1490 c.c.): vizi materiali, ad esempio di funzionamento, che
rendono la cosa inidonea all’uso o ne determinano una forte riduzione di valore; entro otto
giorni dalla scoperta del difetto bisogna far denuncia del vizio al venditore; entro un anno
si può agire in giudizio, a pena di prescrizione.
- Garanzia per mancanza di qualità (art. 1497 c.c.): qualità essenziali per l’uso e promesse
dal venditore, si può chiedere la risoluzione (secondo le regole generali).
Le parti possono pattuire ulteriori garanzie (cosiddette del buon funzionamento).

Obbligo di far acquistare la proprietà: se l’acquisto non è effetto immediato del contratto (vendita ad
effetti obbligatori); ad esempio vendita con effetti reali differiti (non contestuali alla conclusione del
contratto).
Art. 1472 c.c.: vendita di cose future.
Art. 1478 c.c.: vendita di cosa altrui (vendita con effetti obbligatori), la proprietà è acquistata dal
secondo acquirente quando è trasferita al primo acquirente.
Art. 1523 c.c.: vendita a rate con riserva della proprietà, acquistata col pagamento dell’ultima rata del
prezzo (no semplice modalità di pagamento); è una forma di tutela del venditore. In caso di perimento
della cosa l’acquirente deve continuare a pagare le rate, perché si assume i rischi dal momento della
consegna (eccezione al principio res perit domino). L’inadempimento è grave quando supera 1/8 del
valore del prezzo, con il quale si può avere risoluzione.
Art. 1286 c.c.: nelle obbligazioni alternative la proprietà si trasferisce al momento della scelta.

È obbligo dell’acquirente pagare il prezzo nei tempi e nei modi stabiliti; in mancanza di pattuizione
il pagamento deve avvenire contestualmente alla consegna.

25.05.2017
MANDATO
(art. 1703 c.c.)

Nozione: contratto col quale una parte di obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto
dell’altra: i soggetti contraenti sono il mandante e il mandatario. Mandato speciale: si riferisce a un
solo atto giuridico; mandato generale: si riferisce a più atti giuridici.
Il mandato deriva dall’accordo ed è un contratto consensuale; la forma è in ogni caso libera (la
giurisprudenza ne ha discusso), non è per relationem.
Causa: contratto a effetti obbligatori (non reali-traslativi), naturalmente oneroso (il mandatario riceve
un compenso), cioè oneroso se non è stabilito diversamente dalle parti (norma dispositiva).
Questo contratto si basa sull’intuitu personae, cioè ha un carattere personale e si basa sull’affidamento,
sulle caratteristiche soggettive del mandatario; se quest’ultimo muore o diviene incapace il contratto
si scioglie (non si trasmette agli eredi).
Oggetto (art. 1703 c.c.): attività giuridica, non materiale (diverso è il contratto d’opera, con cui si
incarica un soggetto di svolgere un’attività materiale per proprio conto, ad esempio la lavanderia).
Il mandatario non può in ogni caso compiere gli atti che hanno un carattere personalissimo (ad
esempio il matrimonio, il testamento ecc.); quelli che gli sono affidati devono essere svolti
diligentemente ed egli è tenuto ad informare il mandante della prosecuzione dell’attività e al termine
scrivere un rendiconto. Il mandante deve pagare il compenso pattuito (se previsto) e rimborsare le
spese al mandatario.
Il contratto di mandato si interseca con l’istituto della rappresentanza volontaria, che si ha quando un
soggetto attribuisce ad un altro il potere di rappresentanza attraverso un atto unilaterale (art. 1392 c.c.)
che prende il nome di procura, rivolto ai terzi, in forza del quale il rappresentante può spendere il
nome del rappresentato. Dalla semplice procura non nasce alcun obbligo per il rappresentante (questi
può anche non esercitare il potere conferitogli), bensì l’obbligo nasce dal contratto di mandato. La
procura riguarda il rapporto con i terzi, cioè coloro che concludono contratti con il rappresentante,
perché siano a conoscenza del rapporto (ne siano informati) (anche in un contratto di lavoro
subordinato può esserci rappresentanza). La procura, dunque, si regge sempre su un contratto tra le
parti.
Mandato con rappresentanza (art. 1704 c.c.): c’è procura, il mandatario agisce per conto
(nell’interesse) e nel nome del mandante  rappresentanza diretta: gli effetti dell’atto compiuto dal
rappresentante si producono direttamente nella sfera giuridica del rappresentato (efficacia diretta).
Mandato senza rappresentanza (art. 1705 c.c.): non c’è procura, il mandatario agisce per conto del
mandante ma in suo nome  rappresentanza indiretta: gli effetti dell’atto si producono nella sfera del
mandatario, che ha poi l’obbligo giuridico di ritrasferirli al mandante, in virtù del contratto (c’è un
doppio passaggio).
Problema: il mandatario potrebbe trattenere per sé gli effetti degli atti da lui conclusi. Tutela: per
quanto riguarda i beni immobili, sono previsti il risarcimento del danno e una sentenza costitutiva che
produca gli effetti del contratto non concluso (art. 2932 c.c.  strumento proprio anche del contratto
preliminare, delle servitù coattive e delle assunzioni obbligatorie in generale, quando vi è un obbligo
a contrarre). Per i beni mobili, invece, il mandante può rivendicarsi direttamente sul mandatario
(azione di rivendicazione), configurando così un caso eccezionale.

COMMISSIONE E SPEDIZIONE
(sottotipi del mandato)

COMMISSIONE (art. 1731 c.c.): è un particolare tipo di mandato senza rappresentanza che ha per
oggetto l’acquisto o la vendita di beni per conto del committente e in nome del commissionario. Al
commissionario è dovuta una provvigione e questi, in caso di inadempimento del terzo, di regola è
tenuto a rispondere (come se fosse un fideiussore, garantisce l’adempimento del terzo, cosiddetto star
del credere).

SPEDIZIONE (art. 1737 c.c.): è un mandato senza rappresentanza con oggetto specifico: lo
spedizioniere si assume l’obbligo di concludere - in nome proprio e per conto del mandante - un
contratto di trasporto, e di compiere le necessarie operazioni accessorie. N.B.: La figura dello
spedizioniere è diversa da quella del trasportatore; il primo è colui che conclude e facilita il contratto
di trasporto (ad esempio di merci).
AGENZIA
(art. 1742 c.c.)

Nozione: una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra e verso
retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata. I soggetti sono l’agente e il
preponente; si tratta di un rapporto di intermediazione commerciale, di un’attività promozionale (non
giuridica), materiale, svolta dall’agente in modo stabile (con sottostante contratto di lavoro a tempo
determinato o indeterminato). Il contratto di agenzia richiede la forma scritta per la prova (può essere
concluso validamente anche in forma orale).
Diritto di esclusiva (in una determinata zona): non sono ammessi più agenti e/o più preponenti.

MEDIAZIONE
(art. 1754 c.c.)

È mediatore colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere
legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza (imparzialità,
indipendenza). Gli spetta una provvigione da entrambe le parti (alle quale non è in alcun modo
vincolato) solo se l’affare va a buon fine. Forse non si tratta nemmeno di un contratto, perché non è
necessario un accordo preliminare, ma è sufficiente che l’affare si concluda a seguito dell’attività del
mediatore.
Broker: particolare mediatore che promuove la conclusione di contratti di assicurazione, ha
competenze specifiche e abilità tecniche ed è iscritto all’albo dei broker di assicurazione.

CONTRATTI DI PRESTITO

COMODATO (art. 1803 c.c., nozione): contratto col quale una parte consegna all’altra una cosa
mobile o immobile, affinchè se ne serva per un tempo o per uso determinato, con l’obbligo di restituire
la stessa cosa ricevuta; il comodato è essenzialmente gratuito, perché se fosse oneroso cambierebbe
la causa e quindi il contratto stesso (ad esempio locazione); perciò l’espressione “comodato gratuito”
è ridondante. Si tratta di un prestito d’uso, è un contratto reale (la consegna è necessaria per la
conclusione) con effetti obbligatori (non traslativi). Se il contratto non prevede un termine si parla di
“comodato precario” e il proprietario può rientrare nel possesso del bene in qualsiasi momento (a
richiesta).
Oggetto: beni infungibili (insostituibili), che devono essere restituiti al termine del contratto.
Forma: libera, in ogni caso.

MUTUO (art. 1813 c.c., nozione): si tratta di un prestito di consumo; è il contratto col quale una parte
consegna all’altra una determinata quantità di denaro o di altra cosa fungibile, e questa si obbliga a
restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (non le medesime ricevute). È un contratto reale
(come pegno e deposito) e ad effetti reali: le cose date a mutuo passano in proprietà del mutuatario
(art. 1814 c.c.). Il mutuo è naturalmente oneroso: è previsto il pagamento degli interessi  mutuo
feneratizio (art. 1815 c.c.).
Oggetto: beni fungibili.
Forma: libera.

N.B.: Sia il mutuante che il comodante rispondono se la cosa data in prestito provoca dei danni al
mutuatario/comodatario (art. 1821 c.c.).
LA TUTELA DEL CONSUMATORE

Consumatore: persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale,
artigianale o professionale eventualmente svolta (destinatario finale del prodotto/servizio).
Professionista: persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività
imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale.

Principali direttive comunitarie recepite e inserite nel Codice del Consumo (a tutela del consumatore):
• Responsabilità del produttore per danno da prodotti difettosi: responsabilità di tipo oggettivo,
è aggravata, inverte l’onere della prova.
• Contratti negoziati fuori dai locali commerciali e contratti a distanza: il consumatore è “colto
di sprovvista”; forme di tutela: obbligo di informazione e facoltà di recesso.
• Pubblicità ingannevole.

Condizioni generali di contratto: clausole contrattuali predisposte in modo uniforme ed in via


unilaterale da un soggetto e destinate a regolare una serie indefinita di contratti; si tratta dei cosiddetti
contratti standard o di serie (esempi: assicurazione, azienda di trasporti), in cui la controparte non ha
la facoltà di incidere sul contenuto contrattuale, ma solo di accettare o meno.
Art. 1341,1 c.c.: le condizioni generali vincolano l’aderente solo se risulta che questi le ha conosciute
o avrebbe dovuto conoscerle usando la normale diligenza; questa è un’eccezione al principio generale
di conclusione del contratto (principio consensualistico), perché in questo caso si possono
perfezionare anche contratti di cui, di fatto, non si conosce esattamente il contenuto (non è una vera
e propria accettazione).
Art. 1341,2 c.c.: le clausole vessatorie, cioè quelle particolarmente svantaggiose da un punto di vista
giuridico per l’aderente, vincolano lo stesso soltanto se questi le ha specificamente approvate per
iscritto (non è sufficiente la firma del contratto); esempio: limitazioni di responsabilità del proponente
o della possibilità di recedere ecc. (tutela meramente formale).
Clausole abusive: clausole vessatorie concluse tra professionista e consumatore; sono particolarmente
gravose per l’acquirente, determinano a suo carico un significativo squilibrio dei diritti e degli
obblighi derivanti dal contratto (che non hanno formato oggetto di trattativa tra le parti, art. 33 ss.
Cod. Cons.). Rimedi: 1. nullità della clausola invocabile dal consumatore relativamente al contratto;
2. Inibitoria all’uso delle stesse invocabile dalle associazioni dei consumatori (anche per tutti i
contratti successivi della stessa tipologia).
La disciplina del codice civile e quella del codice del consumo sono entrambe vigenti e si integrano
in questo modo: la seconda si applica ai contratti conclusi tra professionista e consumatore, anche se
non sono contratti standard; la prima, invece, vincola tutti coloro che contrattano ponendosi “sullo
stesso piano” (esempio: consumatore e consumatore).