Più di 100 i parlamentari che hanno cambiato casacca . Una vergogna.

Con la legge-porcata non devono rispondere agli elettoriy(7HC0D7*KSTKKQ(
www.ilfattoquotidiano.it

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Sabato 2 ottobre 2010 – Anno 2 – n° 258
Redazione: via Orazio n° 10 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

SCHIFANI, ECCO LE ACCUSE DI CAMPANELLA D
Nel memoriale del pentito di Cosa Nostra i presunti rapporti tra il boss Mandalà e il futuro presidente del Senato
Un documento inedito dove si racconta come l’esponente del Pdl seguiva le indicazioni del capomandamento di Villabate
di Marco

Lodo Lega, la banda armata non è più reato

di Marco Travaglio

Lillo

Udi Ranieri Polese
SAVIANO: LE AMBIGUITÀ DEL GOVERNO
governo verso la ma“Q uestoambiguo: senzarepresfia è solo sione dei ‘soldati’, tener conto che sono ‘affari’ scaturiti da fatti di 20 anni fa”. pag. 9 z
Renato Schifani (FOTO EMBLEMA) . In basso, Maurizio Belpietro (FOTO DLM)

chifani nel 1995 “S Nino rapportoe hoaveva un diretto con Mandalà constatato personalmente che l’attuale presidente del Senato seguiva le indicazioni di Mandalà nella predisposizione delle proposte di variante al piano regolatore di Villabate”. pag. 3 z

CULTURA DI GOVERNO x Offende ancora la Bindi e si esibisce con barzellette sugli ebrei

ADESSO BERLUSCONI BESTEMMIA PURE
Il premier fuori onda irride i sentimenti religiosi
L’ATTENTATO x Ancora mistero su autore sparatoria

C

on una delle sue barzellette bestemmia e attacca la Bindi. Poi tocca agli ebrei. Infine è la volta della magistratura: “Ci vuole una commissione contro di loro: è un’associazione a delinquere”. È la giornata di Silvio Berlusconi, chiusa la settimana tra Camera e Senato per chiedere la fiducia, si lascia andare in sproloqui e attacchi. Tipici suoi.
pag. 2 - 5 z

E in mezzo ai suoi torna Caimano contro la magistratura: “Ci vuole una commissione contro di loro C’è dietro un’associazione a delinquere”

Belpietro, la solita destra specula sopra
“Sto bene, ma da ieri sono meno tranquillo”, dichiara il direttore di Libero. Gli inquirenti valutano la posizione del caposcorta Vecchi pag. 6 - 7 z

Udi Federico Mello
ROMA OGGI SI COLORA DI VIOLA
na vigilia sottotono, meno entusiasmo rispetto all’anno scorso. L’appuntamento è per questo pomeriggio in piazza della Repubblica a Roma. Parte alle 14 il secondo No B. Day promosso dal Popolo Viola. pag. 5 z

economia n

Udi Chiara Paolin
IL SUPER COMUNE D’ABRUZZO
a recentemente conquiH stato la prima pagina Cadel New York Times: Tocco da sauria, paesello dell’entroterra pescarese, modello per la produzione di energia eolica. Con un sindaco comunista sostenuto dal Pdl. pag. 10 z

Quel buco nero “sovietico” di Unicredit
Malagutti pag. 11z

U

CATTIVERIE
Idv: “Berlusconi vende fumo”. Per l’erba il riferimento è sempre Pannella www.quinck.it

opo tante leggi ad personam/s per Silvio B., eccone una per i fedelissimi di Umberto B., in nome della par condicio. La norma è ben nascosta in un decreto omnibus che entra in vigore fra pochi giorni, il 9 ottobre: il Dl 15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col titolo “Codice dell’Ordinamento Militare”. Il decreto comprende la bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297, che abolisce il “Dl 14.2.1948 n. 43”: quello che puniva col carcere da 1 a 10 anni “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”. Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare la depenalizzazione di un reato gravissimo e, purtroppo, attualissimo. Chissà se il capo dello Stato, che ha regolarmente firmato anche questo decreto, se n’è accorto. L’idea si deve, oltreché al ministro della Difesa Ignazio La Russa, anche al titolare della Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli. Che cos’è venuto in mente a questi signori, fra l’altro nel pieno dei nuovi allarmi su un possibile ritorno del terrorismo, di depenalizzare le bande militari e paramilitari di stampo politico? Forse l’esistenza di un processo in corso da 14 anni a Verona a carico di politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel 1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale Padana”, con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della secessione. Processo che fino a qualche mese fa vedeva imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente Calderoli. In origine, i capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, erano tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due, con un’altra “legge ad Legam”, furono di fatto depenalizzati (restano soltanto in caso di effettivo uso della violenza) nel 2005 dal centrodestra ai tempi del secondo governo Berlusconi. Restava in piedi il terzo, quello cancellato dal decreto La Russa-Calderoli. I leader leghisti rinviati a giudizio si erano già salvati dal processo grazie al solito voto impunitario del Parlamento, che li aveva dichiarati “insindacabili”, come se costituire una banda paramilitare rientrasse fra i reati di opinione degli eletti dal popolo. Papalia ricorse alla Corte costituzionale con due conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Camera, ma non riuscì a ottenere ragione. Restavano imputate 36 persone, fra le quali Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta e sindaco di Treviso e il deputato Matteo Bragantini. Ma ieri, nella prima udienza del processo al Tribunale di Verona, si è alzata l’avvocatessa Patrizia Esposito segnalando ai giudici che anche il reato superstite sta per evaporare: basta aspettare il 9 ottobre e tutti gli imputati dovranno essere assolti per legge. Stupore generale: nessuno se n’era accorto. Al Tribunale non è rimasto che prenderne atto e rinviare il dibattimento al 19 novembre, in attesa dell’entrata in vigore del decreto. Dopodiché il processo riposerà in pace per sempre. Le camicie verdi e i loro mandanti possono dormire sonni tranquilli. Il Partito dell’Amore, sempre pronto a denunciare il “clima di odio che può degenerare in violenza”, ha depenalizzato la banda armata. Per l’“associazione a delinquere dei magistrati” denunciata da B., invece, si procederà quanto prima alla fucilazione.

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Sabato 2 ottobre 2010

Dal “Ciarra” l’attacco: i finiani hanno ordinato la kippah?

A

SENZA PUDORE
realtà delle cose: “I finiani hanno già ordinato le kippah? Perché di questo si tratta”. Via al putiferio. Chiaro il riferimento del presidente della Camera al suo viaggio del 2003 in Israele quando definì il fascismo come il “male assoluto”. Anche allora bagarre. Questa volta aggiunge: “Chi ha tradito una volta, lo fa ancora: non si tratta di rinnegati casuali, ma di rinnegati che avevano una missione da svolgere”. Quindi ecco Silvio Berlusconi che, dopo lunghe pressioni a causa del suo silenzio, derubrica la vicenda come una semplice “parola sfuggita: in tutta la mia vita sono sempre stato amico di Israele. Anch’io mi sento israeliano”.

ula del Senato, giovedì mattina. Giornata di voto di fiducia al governo Berlusconi. Clima teso visto il risultato del giorno precedente alla Camera dove i 342 voti ottenuti dimostrano il ruolo chiave dei fliniani. Ecco, quindi, che il senatore Giuseppe Ciarrapico, detto il “Ciarra”, dà la sua lettura della

CIARRAPICO & CO: QUANDO “L’EBREO” È (SEMPRE) NEMICO
Da Alemanno a Gramazio: gli attacchi nel 2003 a Fini per la svolta in Israele
di Caterina

Perniconi

n traditore. E come fa un deputato che ha trascorso la vita a destra e con radici repubblichine a definire un traditore? Gli dà dell’“ebreo”, in senso dispregiativo, ovvio. Per un gesto che non ha mai perdonato al presidente della Camera: il suo viaggio in Israele nel 2003, la critica alle “infami leggi razziali volute dal fascismo”, la condanna della “vergognosa” pagina di Salò e le foto con la kippah in testa. Eppure Giu-

U

seppe Ciarrapico non è l’unico ex missino che non ha risparmiato sentenze e giudizi sulla svolta di Fini. Ma, a sette anni di distanza, preferiscono non parlarne. “Non voglio commentare” dice Alessandra Mussolini raggiunta al telefono. “Adesso sono assessore al Comune di Roma e mi occupo solo di quello” risponde Teodoro Buontempo, dimenticando di ricoprire anche il ruolo di presidente de La Destra. Lasciando l’onere nelle mani di Francesco Storace: “Io quella frase non l’avrei mai pronunciata, anche perché

non mi sono sconvolto quando Gianfranco Fini ha indossato la kippah, ma per le sue parole”. Per esempio? “Guardate nei vostri archivi e troverete tutto”.

Gianfranco Fini nel 2003 durante il suo viaggio in Israele (FOTO EMBLEMA)

Le frasi incriminate
E ALLORA abbiamo controllato: il 26 novembre 2003 Storace dichiarò: “È in corso un’inaccettabile, verticistica, mediatica operazione nostalgia, che va respinta”. Lo stesso giorno Alessandra Mussolini contestò al presidente della

Camera “di essersi arrogato il diritto di giudicare e liquidare a nome di tutti gli italiani un periodo importante della storia della nostra Patria. Ho lasciato che Fini concludesse il suo viaggio in Israele senza polemiche. Chino il capo di fronte alle vittime dell’Olocausto, a tutti i caduti della Seconda guerra mondiale, ma anche ai combattenti di Salò, ai sepolti delle foibe e alle giovani vittime degli anni di

Da vicepremier, con la kippah in testa, disse: il fascismo male assoluto. E tra i suoi scoppiò la bagarre
piombo”. Il giorno dopo fu Buontempo a ricordarci che il fascismo non è stato “il male assoluto”: “La misura è colma. Chi non reagisce alle affermazioni di Fini sbaglia. Dire che il fascismo è il male assoluto è dire una bugia. È stato un regime totalitario, certo, ma ha portato all’Italia anche cose positive”.

Gad Lerner

“SMETTETELA DI RIDERE O FATE IL LORO GIOCO”
ome difendersi? Bisogna “Canche a costo di apparire poco smetterla di ridere o sorridere, spiritosi”. Parola di Gad Lerner. Giornalista, conduttore televisivo e di famiglia ebrea. Per lui le parole di Ciarrapico o le barzellette di Berlusconi non sono frutto di intemperanza o episodi isolati, casuali. No, fanno parte di una precisa strategia di comunicazione: “Più la situazione politica è instabile e il loro potere in ‘forse’, più cercano un rapporto diretto con il popolo, eccitano la gente, della serie: ‘Qui si fa sul serio’ o ‘adesso le cantiamo chiare’”. Così diventa fondamentale il ruolo del nemico comune, esterno “e per trovarlo si ricorre agli stereotipi: dall’ebreo tirchio fino ai comunisti. Sempre il solito refrain. Se Fini dissente è perché è il burattino di un potere giudeo”. E tutto questo “è giocato sulla linea del disprezzo palese del normale dibattito pubblico. Si punta tutto politicamente scorretto per solleticare gli animi e abbattere il conformismo. Come se per dire la verità occorre violare il rispetto per gli altri. Il problema, poi, è che sarà

sempre più così. Tanto per loro basta dire: ‘Oh, guarda che mia madre, mia nonna o la mia famiglia, durante la guerra, ha salvato degli ebrei dalla deportazione’. Oppure: ‘Attenzione, anche io ho un amico ebreo’. Sì, per loro questi sono i lasciapassare per qualunque nefandezza”. A questo punto si torna all’“antidoto”: “Certo: non ridere. Rispondere. E difendere il senso del proibito, non rompere il codice del dibattito pubblico”. Altrimenti si diventa complici.
al.fer.

I pareri “moderati”
POI È TOCCATO all’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dalle colonne del Corriere della Sera del 28 novembre 2003 criticare le parole e il gesto di Fini: “Molti elettori di destra hanno per-

cepito le dichiarazioni di Fini da Israele e le relative semplificazioni giornalistiche come un esame che non finisce mai – dice Alemanno – se il fascismo diventa ‘il male assoluto’, e viene quindi equiparato al nazismo, mentre tutta la storiografia contemporanea non ha mai detto questo, allora si scavalca perfino la storiografia antifascista. E questo è parso francamente troppo”. concetto che ribadì la settimana successiva al Messaggero: “Alleanza nazionale può apparire come un partito antifascista. Se ci fosse stato un confronto precedente nel partito, già in fibrillazione dopo la proposta di far votare gli immigrati, che condivido in pieno, avremmo forse evitato inutili equivoci che rischiano di farci smarrire il vero obiettivo che si deve porre An”. Il 24 gennaio 2005 Domenico Gramazio, ex deputato di An, duro e puro della corrente sociale, oggi senatore del Pdl disse: “Quella di Fini è stata una scelta ma io, Storace e altri esprimemmo perplessità perché ritengo che la destra italiana non abbia avuto responsabilità nello sterminio di massa degli ebrei”. Un’assoluzione del fascismo che Gramazio ha ripetuto anche ieri al Fatto Quotidiano: “Non bisogna mai confondere la destra italiana con la persecuzione degli ebrei”, e ora come allora ripete che “gli italiani tentarono di salvarne molti e il regime fascista fece leggi razziste trascinato dall’accordo della Germania con l’Italia”. Ma c’è anche chi allora condannò Fini e oggi va a braccetto con lui: “Sono stupito dalle dichiarazioni del vicepremier, che in Israele ha condannato la Repubblica sociale e vuole rimuovere la fiamma dal simbolo di An”, disse il 25 novembre 2003 Mirko Tremaglia: “Fini fa un po’ di confusione: essendo il 90% dei fascisti comunista, l’antifascismo non può essere fondante di questa Repubblica. Io sono un ministro, provengo dalla Repubblica sociale italiana e dall’Msi. Questa è la mia storia e io non la rinnegherò mai”. Ma non conviene mai dire “mai”. Soprattutto in politica.

Per Berlusconi una bestemmia val bene una barzelletta
IN UN VIDEO TRASMESSO DA L’ESPRESSO, IL CAIMANO ATTACCA LA BINDI CON UNA STORIELLA “CONDITA” DA UN’IMPRECAZIONE
di Francesco

Carbone

ora Dopo Enazistilalabestemmia.ebrei e le barzellette sugli i polemica questa volta riguarda un’uscita di Silvio Berlusconi che prende di mira Rosy Bindi e che finisce con un’inconfondibile imprecazione. Un video, nel sito del settimanale L'espresso, ritrae il Cavaliere mentre parla a un gruppo di militari nel corso di una sua visita in Abruzzo, dopo il terremoto e prima del G8. Nel breve filmato, 32 secondi, manca l'inizio della barzelletta, ma si capisce comunque la situazione, ovvero una serata danzante. “Per invitare a ballare una donna l'uomo deve rispondere

con la versione maschile del nome che la donna propone. - racconta il premier - Per cui se la donna dice Margherita l'uomo risponderà Margherito; un uomo si avvicina a Rosy Bindi nascosta nella penombra e lei gli dice: 'Orchidea'. 'Orcod...' è la risposta dell'uomo che terrorizzato si getta all'indietro”. Con la perfetta imitazione di Berlusconi che ride divertito.
NON È LA PRIMA volta che l'onorevole del Pd subisce offese dal presidente del Consiglio. L'ultima volta, in diretta a Porta a Porta, Berlusconi si lasciò scappare: “La Bindi dimostra di essere più bella che intelligente”. Alla battuta risponde subito

la Bindi chiedendo "che il premier si scusi con tutti i cattolici". "Penso - dice la presidente del Pd - che questa volta il presidente del Consiglio prima che a me debba chiedere scusa a tutti i credenti di questo paese, alla Chiesa e quella stampa cattolica di cui ieri si è vantato di avere l’attenzione". Richiesta che Berlusconi non solo non prende in considerazione ma che rispedisce al mittente: “Quella di cui si parla è una storiella circolata un anno fa in tutto il Parlamento. Averla raccontata, in privato, non è né un’offesa né un peccato, è solo una risata. Il cattivo gusto e la responsabilità sono casomai di chi la pubblicizza”. Ma non è certo la prima volta

che il Cavaliere si trova in questa situazione. L'altro ieri, per recuperare alla gaffe di Giuseppe Ciarrapico sulla kippah di Fini, si è affrettato a precisare di essere amico di Israele. Tuttavia negli ultimi anni ci ha regalato un

vasto repertorio di barzellette sugli ebrei. Ultima quella ad Atreju 2010, davanti ai giovani del Pdl. “Hitler è ancora vivo ed è pronto a tornare al potere, ma avverte i suoi uomini: 'La prossima volta cattivi eh?'”.

L’esponente pd: “Penso che questa volta il premier prima che a me debba chiedere scusa a tutti i credenti”

Anche a Nuoro, il 16 gennaio 2009 durante la campagna elettorale, e a dieci giorni dalla Giornata Mondiale della Memoria della Shoah, non ha rinunciato a raccontarne una. “Un kapò all’interno di un campo di concentramento dice ai prigionieri che la metà di loro sarà trasferita in un altro campo”. Indicando la parte del corpo dalla cintola ai piedi. Nel marzo 2008, a Palazzo Grazioli, Berlusconi incontra l’associazione “Amici ebrei di Libia” a cui racconta: “Un ebreo va dal suo rabbino e gli dice: 'Devo confessarti che durante la guerra ho nascosto una persona, ma secondo te gli devo dire che la guerra mondiale è finita?'”.

Sabato 2 ottobre 2010

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La lunga sfida partita nell’aula del processo di Firenze

l duello tra il presidente del Senato Renato Schifani e il collaboratore di giustizia Francesco Campanella inizia nel settembre 2005 quando l’ex presidente del consiglio comunale di Villabnate e segretario nazionale dei giovani dell'Udeur si pente e inizia parlare dei rapporti risalenti al 1995 dell’allora avvocato e consulente del comune di Villabate, Renato Schifani, con l’allora

I

COSE LORO
incensurato Antonino Mandalà, arrestato nel 1998 per mafia. Nel 2007 Campanella, a Firenze nell’aula di un processo ripete le sue accuse a Schifani. Il presidente del senato lo querela sostenendo che le accuse di Campanella di avere aiutato Mandalà a predisporre le varianti al piano regolatore del comune sono false perché smentite dalle date dell’iter del piano stesso. Nel provvedimento il gip scrive: “Gli atti del procedimento hanno fornito la chiara e inconfutabile prova che le dichiarazioni di Campanella relative alla persona ed al ruolo dell’avvocato Schifani non solo non abbiano avuto alcun positivo riscontro ma, anzi, siano risultate, in taluni casi, palesemente infondate”. Campanella non ci sta e a novembre del 2009 torna in Procura per specificare le sue accuse a Schifani con il memoriale che pubblichiamo a partire da oggi.

DI MEZZO, SEMPRE LUI
Campanella, ex Udeur, ora pentito accusa: Schifani ha avuto rapporti con il boss Mandalà
sona. Il memoriale (che insieme ai verbali di Gaspare Spatuzza rappresenta il cuore del fascicolo) è datato 10 novembre 2009 e si compone di 15 fogli. È indirizzato al pm Antonino Di Matteo, che conduce l’indagine con i pm Paolo Guido, Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci. Presto Campanella sarà sentito su questo testo: “Come noto, il sottoscritto riveste la qualità di collaboratore di giustizia ... fra le altre, talune dichiarazioni, rese sin dal settembre 2005, concernono fatti riguardati l’avvocato Renato Schifani, attuale presidente del Senato della Repubblica. ..... a seguito di tale ultima udienza, svoltasi il 3 ottobre 2007 nella c.d. “aula bunker” di Firenze, il sen. Renato Schifani ha inteso sporgere querela nei confronti del sottoscritto ritenendosi diffamato.... l’epilogo del procedimento fu l’archiviazione del Gip di
di Marco Lillo

Il memoriale Parte
del documento depositato dal pentito Francesco Campanella e confluito nel fascicolo sul presidente Schifani

“S

chifani nel 1995 aveva un rapporto diretto con Nino Mandalà e ho constatato personalmente che l’attuale presidente del senato seguiva le indicazioni di Mandalà nella predisposizione delle proposte di variante al piano regolatore di Villabate. Pertanto quanto Schifani afferma davanti ai giudici è reticente o inveritiero”. Parola di Francesco Campanella. Questo è uno dei passaggi chiave del memoriale del pentito confluito nel fascicolo sull’attività passata dell’avvocato Schifani e sui suoi rapporti con i boss. L’espresso sostiene che in quel fascicolo Schifani è indagato. La Procura nega. In attesa di capire a chi è “intestata” l’indagine su Schifani, Il Fatto ha cercato di capire cosa c’è dentro, a partire dal memoriale che pubblichiamo in esclusiva a puntate. Il suo autore non è solo l’uomo che ha fornito la carta di identità al boss Provenzano: a 24 anni Francesco Campanella è già presidente del consiglio comunale di Villabate, a 28 è segretario dei giovani Udeur. Cattolico in pubblico e massone in privato, imparentato con il clan Montalto ma amico e socio del boss rivale, quel Nicola Mandalà responsabile della latitanza di Provenzano. A suo agio a Roma come a Corleone: al suo matrimonio partecipano Clemente Mastella e Totò Cuffaro, che lo ospitava nella sua casa al Pantheon.

L’enfant prodige della politica siciliana ricorda: “Il presidente mente: seguiva sempre le sue indicazioni”
Firenze del 26/05/09 con motivazione che non si condivide (....) Tutto ciò premesso, il sottoscritto Campanella Francesco intende specificare i fatti in questione, affinché possano essere valutati dalla Signoria Vostra anche al fine di determinare l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato a carico dell’onorevole Renato Schifani. A questo punto Campanella spiega il quadro politico-mafioso di Villabate nella prima metà degli anni novanta. Il sottoscritto, eletto consigliere comunale a Villabate nel 1994 (...) ebbe subito a rendersi conto di come il piano regolatore costituisse uno dei principali interessi delle famiglie malavitose locali, attesa la possibilità di definire le destinazioni urbanistiche del territorio e lucrare in vario modo su progetti di edificazione, piani di sviluppo produttivo, o assegnazione di opere pubbliche a soggetti in qualche modo legati ai centri di potere mafioso. Prima del 1994 il clan della famiglia Montalto era riuscita ad ingerirsi nell’amministrazione comunale, inferendo sulla predisposizione del Prg, approvato appunto nel 1993. Va osservato che negli anni in questione era in corso

una “guerra di mafia” fra la famiglia Montalto e la famiglia Mandalà per il controllo del mandamento mafioso: rivalità che si esprimeva a vari livelli, con omicidi ed episodi delinquenziali di vario genere, e – sul piano politico – nella lotta per il controllo dell’amministrazione comunale (....). Nel 1994 la famiglia Mandalà controllava pertanto il mandamento mafioso di Villabate, così come l’amministrazione comunale attraverso il sindaco Navetta Giuseppe ed altri soggetti vicini tra cui l’assessore Lucio Geranio e, appunto, Campanella Francesco. I contatti diretti e molto stretti di Campanella con Mandalà Antonino sono il motivo per cui l’odierno indagato è a conoscenza di come Mandalà Antonino si occupasse – pur non rivestendo alcun incarico istituzionale – di tutta l’attività politico-amministrativa della giunta Navetta, parallelamente al controllo affaristico di Cosa Nostra sul comune di Villabate. In tale ottica Mandalà Antonino iniziò a confidare al Campanella i suoi interessi mafiosi sul territorio e dell’importanza della gestione del Prg, che all’epoca era in itinere poiché, approvato nel 1993 I Mandalà, per loro stesso dire, miravano alla gestione del territorio attraverso l’utilizzo del Prg per gestire le zone edificabili e gli appalti pubblici e privati sul territorio di Villabate. Per ottenere il proprio risultato Mandalà riferì a Campanella di voler interessare delle questioni urbanistiche il sen. Enrico La Loggia e l’avv. Renato Schifani, che affermò essere persone a lui molto vicine: a riprova di ciò affermò che erano conoscenti di lunga data, tanto da essere stati soci in affari e che entrambi avevano partecipato al proprio matrimonio (fatti vecchi e risalenti al 1980-1981, ha spiegato Schifani ai giudici Ndr). Tali circostanze, sino ad allora sconosciute dal sottoscritto, vennero riferite da Mandalà Antonino a riprova della conoscenza di lunga data. L’avv. Renato Schifani, esperto in materia urbanistica, aveva contatti con Mandalà Antonino, il che al sig. Campanella parve coerente con il fatto che si conoscessero da lunga data e in ragione dei pregressi rapporti imprenditoriali e personali. (....)In una riunione intercorsa fra La Loggia, Mandalà e Schifani antecedente al novembre 1994 (nota al Campanella per essere stata riferita da Mandalà, e confermata dal sen. Schifani nella propria deposizione laddove riferisce che la proposta di incarico gli pervenne non dal sindaco Navetta ma da Mandalà Antonino su invito di La Loggia) fu concordato l’in-

carico di quest’ultimo, nella qualità di esperto, di controllo e coordinamento giuridico-amministrativo, urbanistico ed edilizio: il che avvenne con determina del 14 novembre 1994. L’attenzione di Mandalà Antonino al Prg, più volte espressa dal Mandalà a Campanella Francesco, fu quindi condotta successivamente al novembre 1994 con l’ausilio dell’esperto in materia nominato dal sindaco. Diverse riunioni avvennero fra le parti direttamente nello studio legale dell’avvocato Schifani, di cui il Mandalà riferiva costantemente al Campanella. Fra il 1994 e il 1995, come è pacifico, il Prg era in itinere, e pertanto non poteva essere modificato. Nel 1995 si iniziava così a progettare le future varianti e si interloquiva con la Regione in merito al Piano Regolatore in itinere (....) della nota di contro-deduzioni alla Regione del 13/07/95 fu ovviamente interessato l’incaricato dal sinda-

Alla base dell’inchiesta, l’esposto del collaboratore pubblicato in esclusiva da il Fatto
co in materia urbanistica avv. Renato Schifani, il quale participò personalmente al Consiglio). Altre questioni inerenti la gestione del Piano Regolatore di cui fu interessato l’avv. Renato Schifani – tra le altre – fu l’individuazione delle cosiddette “zone gialle” da parte dell’Assessorato Territorio e Ambiente (...) il Mandalà riferì al sottoscritto di aver chiesto consulenza all’avv. Schifani su come occorresse procedere a riguardo. Altra materia concerneva la contestazione dell’Assessorato Territorio ed Ambiente di mancanza nel Prg di Villabate di una zona vincolata “A” che individuasse un centro storico: tale situazione fu nuovamente affrontata da Mandalà Antonino – il quale nutriva in proposito interessi personali – il quale riferì al sottoscritto di aver predisposto con la collaborazione dell’avv. Schifani le contro-deduzioni in modo tale da poter scongiurare l’inserimento della zona A o perlomeno ridimensionarla. Altre questioni ancora concernevano la localizzazione delle cooperative edilizie: il sottoscritto Francesco Campanella, prima di presiedere il consiglio comunale di Villabate presiedeva la Commissione Urbanistica e interloquiva personalmente con Schifani in proposito. Tutto ciò a riprova che – diversamente da quanto affermato dall’on. Schifani nella deposizione in data 28/10/2008 – lo stesso fu da subito interessato dal Mandalà su tutte le questioni concernenti l’adozione del Piano Regolatore da parte del comune. (1. continua).

CAMPANELLA è in politica prima di Schifani e quando descrive i rapporti dell’allora avvocato Renato Schifani con Nino Mandalà, poi condannato come capomafia di Villabate, riporta cose vissute in prima per-

TRA Senato e Camera: quanti dubbi tra quei parlamentari numerosi, distribuiti raa setS onodel Parlamento, corsonei duede- dell’Udc, condannato in appellomafia mi i senatori e te anni per favoreggiamento alla putati siciliani che nel della loro e imputato per concorso in associazioattività politica hanno avuto a che fare con le accuse di mafia. Alcuni sono stati condannati, anche in appello, altri sono indagati, altri ancora sono stati assolti o le loro posizioni archiviate. Sono stati eletti a destra, molti al centro, alcuni anche a sinistra. Come, ad esempio, il deputato Pd Mirello Crisafulli, uomo forte dei Ds siciliani: fu indagato (poi archiviato) dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa dopo che una telecamera nascosta in un hotel di Pergusa il 19 novembre 2001 registrò un suo incontro con un boss mafioso, Raffaele Bevilacqua. Oggi è indagato per violazione di segreto d’ufficio nell’inchiesta su Messina Ambiente insieme con Totò Cuffaro, senatore dissidente ne mafiosa. Come i suoi colleghi, anch’essi dissidenti, dell’Udc, Saverio Romano (deputato), ex sottosegretario al Lavoro, indagato e poi prosciolto nel caso Guttadauro-Cuffaro per mafia e corruzione, oggi di nuovo sotto inchiesta per concorso esterno a Cosa nostra, dopo le accuse del pentito Francesco Campanella; e Calogero Mannino, (senatore), assolto in Cassazione dopo una condanna in appello a 5 anni e 4 mesi e una successiva assoluzione. E insieme a Cuffaro e Mannino, e a un deputato Udc adesso morto, Salvatore Cintola, i sospetti di relazioni “pericolose” con le cosche hanno sfiorato anche Carlo Vizzini, Pdl, membro della commissione antimafia, sospettato dalla procura di Palermo di

concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra, dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Sempre al Pdl è iscritto il senatore Giuseppe Firrarello, ex andreottiano. Nel 1999 la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato ha negato la richiesta di autorizzazione all'arresto per concorso esterno in associazione mafiosa. Nell'aprile di quest’anno il governatore siciliano Lombardo, sulla base di una intercettazione telefonica, ha accusato Firrarello e un deputato regionale del Pdl, Salvatore Torrisi, di collusione con le cosche. Nella lista degli inquisiti in Parlamento c’e’ anche il fratello del governatore, Angelo, deputato dell’Mpa, indagato a Catania con il più illustre congiunto, entrambi per concorso esterno a Cosa Nostra. Del Pdl è anche l'ex sottosegretario Antonio D'Alì, ex datore di lavoro della famiglia del super latitante Matteo Messina Denaro, già indagato, poi prosciolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Giuseppe Lo Bianco

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Sabato 2 ottobre 2010

Ecco tutti i numeri della fiducia alla Camera e al Senato

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PALAZZO E DINTORNI
quella del 1994: “Il voto con cui la Camera ha rinnovato la fiducia al governo ha il sapore di un ritorno al passato. Al 1994, agli esordi della straordinaria vicenda politica di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere aveva vinto le prime elezioni della Seconda Repubblica, ma la sua maggioranza di governo era fragile. Al Senato ottenne la fiducia con l’aiuto di transfughi dall’allora polo di centro. Ma l’elemento di maggiore fragilità era dato dall’atteggiamento della Lega Nord. La Lega di allora, come il gruppo di Fini oggi, aveva votato la fiducia ma nutriva nei confronti del premier una profonda diffidenza e un notevole rancore. (...) Prima del 1994 la Lega non aveva veri competitori al Nord, dopo il 1994 c’era Forza Italia. Dopo pochi mesi la rivalità tra i due partiti portò alla crisi di governo. L’unità della destra andò in frantumi e la sinistra vinse le elezioni del 1996”.

a Camera mercoledì scorso ha confermato la fiducia al governo Berlusconi con 342 sì. I presenti erano 620 e i votanti sono stati 617. La maggioranza richiesta era di 309. Nessuna sorpresa al Senato: l’assemblea di Palazzo Madama ha votato due giorni fa la fiducia al governo con 174 sì e 129 no. Ieri il Sole 24 Ore, analizzando i due passaggi parlamentari, ha paragonato la situazione attuale a

Il pirotecnico Paolo Guzzanti
Dal Pdl al gruppo Misto, ormai in disaccordo con l’ex “idolo” Berlusconi (FOTO DLM)

La neo-star Massimo Calearo
Nato Pd per scelta veltroniana, diventato Api e finito nel gruppo Misto, con tentazioni governative (FOTO EMBLEMA)

Il “caso di coscienza” Paola Binetti
Dopo aver funestato il Pd per anni con il suo dissenso sui temi etici è emigrata nell’Udc (FOTO DLM)

L’eterno Giorgio La Malfa
Ha girato tra il Misto, i Liberaldemocratici, il Pdl e poi di nuovo il Misto per unirsi all’Alleanza di centro (FOTO EMBLEMA)

IL PARLAMENTO DEI TRANSFUGHI: PIÙ DI 100 CAMBIA-CASACCA
Il Pdl subisce le maggiori perdite: 46 verso Fli e 9 verso Udc e gruppo misto. I più fedeli alla camicia sono i leghisti
Il Pd perde pezzi sia verso l’Udc che verso la neonata Api di Rutelli e Lanzilotta
gno Lorenzo Ria non scherza: già Pd, poi misto, adesso ha promesso fedeltà all'Udc. Gruppo dov'è rientrato, finalmente sereno, anche Deodato Scanderebech. Entrato in sostituzione di Vietti (eletto vicepresidente del Csm), l'ingegnere pugliese trapiantato in Piemonte ha avuto una cotta seria per il Pdl interpretando un ruolo essenziale nell'elezione di Cota a governatore, meritandosi anche le attenzioni della magistratura. Senza dubbio il maestro storico del genere è l'eterno Giorgio La Malfa. Per celebrare il suo decimo mandato alla Camera ha girato come una trottola tra il Misto, i Liberaldemocratici, il Pdl, e poi di nuovo il Misto per unirsi all'Alleanza di centro con i sodali Francesco Nucara e Francesco Pionati. Pazienza se mercoledì scorso Nucara ha detto sì a Berlusconi e La Malfa no: è la democrazia bellezza, benché ridotta a mosaico irriconoscibile.
di Chiara Paolin

uelli che che sono rimasti fedeli alla causa sono loro, i leghisti. Qualche turn over interno per dar la precedenza a nomine amministrative territoriali e una sola perdita per espulsione dal partito, quella di Maurizio Grassano, teoricamente subentrato al posto di Cota. Ma in casa padana le poltrone sono rimaste praticamente le stesse da quel lontano 14 aprile 2008: 59 posti alla Camera e 26 al Senato. Per il resto invece il Parlamento è un rimpiattino di tessere. Dall'avvio della XVI legislatura sono più di 100 gli onorevoli e senatori che hanno cambiato gruppo e c'è chi è riuscito a collezionare tre tessere in poche settimane. È successo a Souad Sbai, con l’andata e ritorno Pdl-Fli-Pdl, e a Massimo Calearo: nato Pd, diventato Api e finito nel gruppo Misto. Perché di questi tempi la tripletta va forte a Montecitorio. Mario Baccini, prima Udc e poi passato al Misto, da qualche giorno milita nel Pdl. Ma anche il compa-

Q

Scelte dolorose e opportunismi politici
INSOMMAè vero che Fini ha fatto il colpaccio estivo radunando il drappello più numeroso, ma l'arte del transfugo è una tecnica assai praticata a tutte le latitudini politiche. Certamente il Pdl ha pagato il pegno più caro: nelle due Camere sono 46 i fuoriusciti verso Futuro e libertà, cui si sommano altri 9 ribelli confluiti soprattutto nei gruppi Udc e Misto. Per tutto lo stupore e le polemiche scatenate dall'addio di Chiara Moroni o Angela Napoli (scelte dolorose lontane da opportunismi), so-

Ci sono una serie di microformazioni schizofreniche e in perenne rifacimento
no passate in cavalleria altre perdite secche come Paolo Guzzanti, Adriana Poli Bortone (voci storiche del berlusconismo) o lo spavaldo duo ritrovatosi tra i Liberaldemocratici di Palazzo Madama – Daniela Melchiorre e Italo Tanoni – che ha pronunciato un sonoro no alla fiducia. Notevole il cameo di Ricardo Antonio Merlo, eletto nel partito degli italiani all'estero, passato per l’appunto ai liberali (fino al 14 settembre) e poi approdato all'Udc proprio il giorno dopo esser stato nominato dal segretario na-

zionale Lorenzo Cesa responsabile degli italiani nel mondo, con un incarico Tremaglia-style. Ci avesse pensato Silvio, chissà, magari un voticino in più sarebbe arrivato. L’errore, in questi casi, è mancare di fantasia. Chi se lo poteva immaginare che un certo Salvatore Misiti, eletto per l’Idv, potesse passare al Movimento per le autonomie e votare pro Berlusconi? E che un altro candidato sudista by Di Pietro, tale Americo Porfidia, decidesse all’ultimo di darsi pure lui al fritto misto sostenendo infine il premier in un giorno tanto delicato? Osare, bisogna. E Pier Ferdinando Casini, l’amante del grande centro, ha osato parecchio. Portando a casa un buon risultato nonostante due botte considerevoli: l'addio di Bruno Tabacci e Francesco Pionati prima, la perdita dei Mannino boys poi, proprio al fotofinish della fiducia. Soddisfazione però per ingressi vivaci e nomi pesantucci come Enzo Carra, Renzo Lusetti, Paola Binetti , Achille Serra (e l’amicizia al Senato con Adriana Poli Bortone e

Luciana Sbarbati): tutti regali arrivati dal Pd. E già, il Pd lo ha fatto il gioco della sedia? Un po’ sì, ma perdendoci. Tra Veltroni, Franceschini e Bersani sono 18 le poltrone andate in fumo, solo due quelle guadagnate. Un pezzo di partito è finito dritto al gruppo Misto sotto la sigla Alleanza per l’Italia: starring Francesco Rutelli e Linda Lanzillotta (abbracciati a Tabacci). Altri ex piddini vagano nella stratosfera dei non allineati, tipo il mitologico Calearo o l'ex margheritino Bruno Cesario, entrambi passati attraverso l’Api prima di finire nel gassoso calderone per anime erranti.

La forza del gruppo misto
EPPURE forse lì dentro si divertiranno di più, con tutto quel via vai che è destinato ad aumentare in caso di urne più vicine. Per ora il misto vanta 35 deputati e 12 senatori, quindi supera abbondantemente l’Idv e pareggia l’Udc. L’illusione che non possa rappresentare una forza vera, perché spezzettato in mille diverse volontà, ha un solo difetto: cade solo a guardare con un minimo di prospettiva ciò che sta accadendo davvero. La stessa schizofrenia delle microformazioni in perenne rifacimento si respira dentro i partiti veri, e quindi piano con le accuse di voltagabbana. Quello dei transfughi potrebbe davvero diventare il necessario alleato di governo per il premier che verrà: un pacchetto di voti essenziale agli squilibri di un sistema parlamentare palesemente al collasso.

NO B.DAY

IL RITORNO DEL POPOLO VIOLA: OGGI IN PIAZZA A ROMA
di Federico Mello

per queL’ appuntamento èin Roma. sto pomeriggio piazza della Repubblica, a Parte alle 14 il secondo No B. Day lanciato in pieno agosto dal Popolo Viola, l’articolata galassia anti-berlusconiana che entrò fragorosamente in scena il 5 dicembre scorso quando il governo Berlusconi era all’apice del suo consenso e 300 mila persone si ritrovarono in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Quest’anno lo slogan della giornata è “Licenziamolo” e gli organizzatori puntano molto in alto: nell’appello si chiede che Berlusconi si dimetta, che quindi “si modifichi l’attuale legge elettorale”,

Una vigilia meno entusiasta rispetto a quella dell’anno scorso
si faccia una nuova legge sul conflitto di interessi “che impedisca il riproporsi dei nuovi Berlusconi” e che infine “si torni al voto”. Alla giornata che sarà anche a difesa della Costituzione, hanno aderito vari partiti (Idv, Sel, Verdi, Federazione della Sinistra); singoli esponenti del Partito democratico (Rosy Bindi, che lo scorso anno era in piazza, ma ha mandato ai Viola un messaggio ma non ci sarà per precedenti impegni); i dirigenti della Fiom

– a titolo personale – e ieri è arrivata anche una lettera di solidarietà della Cgil che verrà domani in piazza. Nichi Vendola, Antonio Di Pietro e Ignazio Marino hanno assicurato la loro presenza anche se non interverranno dal palco riservato alla “società civile”. Il corteo arriverà in Piazza San Giovanni alle 17 e a quel punto alla musica (suoneranno anche gli Almamegretta e i “Zona Rossa crew”, un gruppo rap da L’Aquila) si mischieranno gli interventi suddivisi per aree tematiche: si va da Costituzione – prenderà la parola Ilaria Cucchi, sorella di Stefano – a “lavoro”; da “conflitto d’interessi” con l’avvocato Domenico D’Amati, a “legge elettorale” con Paul Ginsborg ed Ernesto

Ruffini. Nutrito anche il gruppo dei giornalisti (il nostro Luca Telese, Norma Rangeri, Concita De Gregorio, Giulia Innocenzi) ai quali seguirà il capitolo “scuola” e quello “giustizia” con Salvatore Borsellino e le sue Agende Rosse. Gli organizzatori non azzardano cifre: dicono però che trecento pullman sono in arrivo a Roma da tutta Italia, insieme a due navi speciali dalla Sardegna (Olbia e Cagliari); e che altre 11 città estere, da Valencia a Washington, manifesteranno in contemporanea con Roma . Alla vigilia il sentimento predominante è quello della sfida. Rispetto alla scorso anno, quando grande attenzione si conquistarono i Viola sulla

stampa e sulle realtà locali, stanchezza e divisioni hanno pesato negli ultimi mesi. Lo scorso anno, inoltre, il successo del No B. Day fu messo in ombra dall’attentato di Tartaglia a Berlusconi: dal Pdl partirono accuse ai Viola additati come fomentatori del “clima d’odio” che aveva armato la mano del pazzo. Quest’anno, alla vigilia, è arrivato invece l’agguato al direttore di Libero Maurizio Belpietro. Ma, ribadendo che “è sotto gli occhi di tutti la nostra civiltà” i rappresentanti del No B. Day rimandavano le accuse al mittente: “È Berlusconi ad alimentare il clima d’odio. “Democrazia, ultima chiamata”, invece, l’ultimo appello su Facebook. Augurandosi che la piazza risponda.

Sabato 2 ottobre 2010

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Le esternazioni del Cavaliere sulla giustizia

a sovranità del Paese? In mano ai giudici di sinistra”. Il premier Silvio Berlusconi, nella notte dopo la fiducia alla Camera ha improvvisato un comizio a una decina di ragazzi davanti a Palazzo Grazioli. C’erano anche le telecamere di Repubblica.it: “C’è un processo, il processo Mills, che è tutta una barzelletta. Il pm di Milano, De Pasquale, che è quello che ha attaccato

“L

INGIUSTIZIA
Craxi, fatto morire Cagliari (Gabriele, ndr), visto che il processo sta arrivando alla prescrizione si è inventato la seguente storia: (...) si è inventato che c’è il reato di corruzione soltanto quando il corrotto comincia a spendere i soldi. Per cui se il corrotto è uno che risparmia, il reato non è stato consumato... la cosa drammatica e tragica è che tre diversi collegi (...) hanno asseverato questa tesi, dimostrando quindi che c’è un accordo tra i giudici di sinistra che vuol sovvertire il risultato elettorale (...), vogliono eliminare colui che è stato eletto quindi c'è un macigno sul nostro sistema democratico, che è costituito da questa organizzazione interna... ci sarebbe da chiedere una commissione parlamentare che faccia nomi e cognomi e dica se, come credo io, c’è una associazione a delinquere nella magistratura”.

B. PROMETTE VENDETTA
La prima pagina del Fatto del 20 febbraio sulla Commissione anti Pm
di Antonella Mascali

Il 29 dopo la fiducia si lascia andare: “Una commissione contro la magistratura”
dere una commissione parlamentare che faccia nomi e cognomi e dica se, come credo io, c'è una associazione a delinquere nella magistratura”. Dichiarazioni definite dell’Associazione nazionale magistrati “invettive” che “contribuiscono solo ad alimentare un clima di tensione che nuoce al Paese. È paradossale che una carica dello Stato compia un'opera di delegittimazione e discredito di tale portata nei confronti di un'istituzione che, invece, dovrebbe essere supportata nell'azione di contrasto alle diverse forme di criminalità”. IL VIOLENTO ATTACCO alla magistratura, si spiega anche

lla Camera Berlusconi si è contenuto, si fa per dire e ha parlato di “uso politico” della giustizia da parte dei magistrati. Ma davanti ai suoi ammiratori ha detto quello che pensa, fino in fondo. E con affermazioni ancora più gravi del solito. Ha sostenuto che c’è “un’associazione per delinquere” di magistrati, ha attaccato frontalmente Fabio De Pasquale, pm dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade e se l’è presa ancora una volta con la Corte costituzionale, che gli ha bocciato tutti gli scudi ad personam. Poi ha reso evidente il suo intento di vendetta nei confronti delle toghe che lo hanno indagato, processato e in molti casi graziato, solo perché le leggi che si è fatto approvare hanno portato alla prescrizione: ha chiesto una commissione parlamentare di inchiesta sulla magistratura.

A

rimento alle bugie dell’avvocato, anche in merito alle off-shore, Century one e Universal one, intestate a Marina e Piersilvio Berlusconi, per volere del padre. Circostanza sempre negata dal Cavaliere e dalla Fininvest. Ma il fatto che la tesi accusatoria abbia retto tutti i gradi di giudizio, (ad eccezione della data di consumazione del reato), per il premier è un complotto delle toghe rosse: “C’è un accordo tra i giudici di sinistra che vuol sovvertire il risultato elettorale, e che attraverso questo accordo, questa interpretazione assurda della giustizia, vogliono eliminare colui che è stato eletto... quindi c'è un macigno sul nostro sistema democratico. Ci sarebbe da chie-

Silvio Berlusconi alla ricerca di soluzioni... inedite (FOTO
LAPRESSE)

Il processo buffonata

Corte su misura

IL SUO COMIZIO anti istituzionale l’ha tenuto – rivela Repubblica – la notte del suo compleanno, il 29 settembre, sotto Palazzo Grazioli. Berlusconi non si è scagliato contro una toga a caso, né contro un processo a caso. Ha scelto quello per cui sente la condanna sul collo. Si tratta del processo per la corruzione del testimone David Mills e del pm De Pasquale, che – salvacondotti processuali permettendo – rappresenta l’accusa contro l’imputato “ eccellente”, finora contumace. "C'è un processo ha detto - il processo Mills, che è tutta una barzelletta. Il pm di Milano, De Pasquale, che è quello che ha attaccato Craxi (l’ha fatto condannare per la tangente Eni-Sai da 17 miliardi di lire, ndr), fatto morire Cagliari (si riferisce al suicidio in carcere del presidente dell’Eni, nel ’93, per cui, come accertato da più procedimenti, De Pasquale, che si era opposto alla sua scarcerazione, non ha alcuna responsabilità, ndr), visto che il processo sta arrivando alla prescrizione, si è inventato la seguente storia: il reato di corruzione c'è quando il corruttore dà i soldi al corrotto. Ma per lui no, si è inventato che c'è il reato di corruzione soltanto quando il corrotto comincia a spendere i soldi...”. Dunque Berlusconi prova a far credere che il processo Mills è in sostanza una buffonata. In realtà tre gradi di giudizio, di cui quello della Cassazione a sezioni unite, hanno stabilito che l’avvocato inglese ha incassato 600 mila dollari per aver testimoniato il falso “nell’interesse di Silvio Berlusconi”, in due processi: Fininvest-Gdf del novembre ’97 e All Iberian del gennaio ’98. E’ stato lo stesso Mills ad ammettere per ben undici volte di aver mentito ai giudici di Milano per evitare “a mister B. un mare di guai”, salvo poi ritrattare. E nella sentenza della Cassazione, tra l’altro, si fa rife-

Il processo Mills è tutta una barzelletta Il Pm De Pasquale si è inventato una storia

Quando esce una legge che al Pm non va, lui la porta alla Corte costituzionale che la abroga…

con la paura del premier. Soprattutto del processo Mills. Che potrebbe ricominciare a gennaio, se la Corte costituzionale, il 14 dicembre, dovesse bocciare il legittimo impedimento ad hoc, che ha sospeso i suoi procedimenti. Ed ecco perché B. è tornato ad attaccarla: “Quando esce una legge che al pm non va, lui la impugna e la porta all'attenzione della Corte costituzionale e la Corte la abroga…” Il Cavaliere sa che, essendo l’unico imputato, e avendo i giudici in parte acquisito gli atti del processo a Mills, se ricomincia il dibattimento, farebbero presto ad emettere una sentenza di primo grado. In astratto, potrebbe esserci anche l’appello, se non la Cassazione, perché la prescrizione scatterebbe nel gennaio 2012.

PRONTA la legge contro i pm
P er regalo di compleanno, tra una barzelletta con bestemmia e insulti ai giudici, Silvio Berlusconi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta contro i magistrati. Già fatto. Il regalo è pronto da mesi, dimenticato, eppure vivo, nei meandri della Camera. Compagni di banco a Montecitorio, lui ultrà di destra e lei stagista di Cesare Previti, i deputati Giorgio Clelio Stracquadanio e Jole Santelli hanno firmato una proposta di legge (la numero 3180): istituzione di una Commissione d'inchiesta sull'uso politico della giustizia. La Commissione potrebbe procedere alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria: faldoni, intercettazioni, ordinanze. I parlamentari avrebbero in mano – e non in senso figurato – il lavoro di procure e tribunali. Il deputato Stracquadanio è in treno verso casa, ascolta con difficoltà, poi capisce e approva con entusiasmo: “Siamo pronti. Il testo è pronto per la discussione preliminare. Ora che Berlusconi ce l'ha ricordato, possiamo farlo avanzare”.
C .Tec.

CONTROMISURE

LA RICHIESTA DEL COLLE: UN PROCESSO “GIUSTO” DAVVERO
di Sara Nicoli

di un interim tutto da dimentiD opo 154 giorni economico.Paolo Romani minicare, Berlusconi nominerà stro dello Sviluppo Succederà lunedì, al massimo martedì, ma solo perché sta per planare sull’aula di Montecitorio la mozione di sfiducia contro il “ministro ad interim Berlusconi” firmata dal Pd. “Si tratta solo di evitare una discussione lunga e inutilmente tediosa – ha spiegato ieri il pasionario berlusconiano Giorgio Stracquadanio – era chiaro che si sarebbe arrivati alla nomina”. Mica tanto. Se non ci fosse stata la mozione, Berlusconi ci sarebbe rimasto volentieri fino alla fine della legislatura sulla poltrona che fu di Claudio Scajola, perché mai come da dicastero di via Veneto si controllano tanto facilmente gli affari “di famiglia” oltre che quelli del Paese. Ma ieri mattina, quando Berlusconi è salito al Quirinale (con Letta) per riferire al capo dello Stato sulla tenuta del governo dopo la nuova fiducia, Napolitano lo ha chiuso in un angolo e gli ha chiesto subito conto della nomina. Il Colle – è noto – ha sempre avuto una posizione molto critica sul nome di Romani per via del trascorso da imprenditore te-

levisivo e il gioco, fatto in questi anni da viceministro, smaccatamente pro Mediaset e contro Sky (per non parlare dei lacci e lacciuoli inseriti nel nuovo contratto di servizio “contro” la Rai) che certamente non lo rendono il migliore degli arbitri sul fronte televisivo, ma ormai pare fatta. Il piatto forte al Colle, però, è stato un altro: la giustizia. Il giorno dopo aver dato il meglio di sé nottetempo sotto Palazzo Grazioli, sparando contro la magistratura, il Cavaliere ha detto con chiarezza a Napolitano che la priorità assoluta della nuova fase del governo deve essere proprio la riforma della giustizia. Poi anche il fisco, certo. E i decreti attuativi del federalismo altrimenti Bossi staccherà la spina. Ma prima la giustizia. Che per Napolitano va affrontata “con interventi non disorganici né settoriali, ma con ampio respiro, non influenzato dalle contingenze”. Un “giusto processo”, sempre secondo il capo dello Stato, che dovrà rafforzare “il ruolo garante del giudice”. Figurarsi. Berlusconi, pensa a ben altro, al suo scudo contro i processi di Milano. Ed è proprio questo l’altro piatto forte al centro dello scontro politico nel centrodestra tra finiani e berluscones. Diventati ormai fondamentali alla Camera e in pro-

cinto di diventarlo anche al Senato (“presto saremo determinanti anche lì”, ha avvertito ieri Italo Bocchino), i finiani stanno trattando su due questioni. Anzi tre, se si comprende la testa del direttore editoriale del Giornale Vittorio Feltri. Il suo allontanamento non potrebbe essere che gradito per accelerare il via libera al legittimo impedimento bis e al via al Lodo Alfano, anche se questo non basta a siglare un patto che faccia stare tranquillo il Cavaliere. Il quale ha chiamato la tregua. Non è un caso, infatti, se ieri sono saliti a Palazzo Grazioli i fratelli Angelucci, proprietari della testata di Libero e Amedeo Laboccetta, il deputato ex aennino su cui gravano sospetti sull’orchestrazione dell’affaire Montecarlo: per fare un patto ci vuole la pace. Oltre alla giustizia, però, i finiani si preparano a parlare anche di cambio della legge elettorale. Se l’iniziativa partirà dall’Udc, i finiani si accoderanno creando un nuovo schieramento con le opposizioni capace di mettere in seria difficoltà l’esecutivo all’atto della presentazione del provvedimento. Che, sussurrano i berluscones, potrebbe anche essere la vera pietra d’inciampo su cui potrebbe consumarsi l’inizio della crisi. Ormai data per scontata.

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Sabato 2 ottobre 2010

Diffuso dalla Questura di Milano l’identikit dell’aggressore

È

INFORMAZIONE
Il ritratto elaborato dalla Scientifica mostra un uomo dai capelli scuri pettinati con gel all’insù e occhi scuri con pupille dilatate. Il viso ha una forma rettangolare con zigomi e tratti marcati, labbro superiore carnoso e piuttosto sporgente. Il ricercato ha una corporatura robusta e atletica, è alto circa un metro e ottanta, ha circa 40 anni e indossava pantaloni da tuta bianca con riga laterale nera, camicia grigio-verde estiva “da finanziere con mostrine”. L’aggressore non ha parlato, ma secondo il testimone oculare è un italiano.

un identikit piuttosto preciso quello tratteggiato dall’agente di scorta che, giovedì sera, si è ritrovato faccia a faccia con l’uomo pronto a colpire il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, appena rincasato nel suo appartamento in via Monte di Pietà, in centro a Milano.

Quel vuoto lasciato da Scajola che dura da cinque mesi

C

INFORMAZIONE
Riprendiamo la cronologia dei fatti. 6 maggio, corridoi di Montecitorio: “Io ministro ad interim? Sì, ma sarà per un incarico limitato nel tempo, durerà pochi giorni”. Ci riprova il 23 luglio in conferenza stampa: “Posso anticipare che la prossima settimana procederemo alla nomina del nuovo ministro”. Nulla e passa l’estate della crisi di governo. Terzo tentativo il 3 settembre in una nota ufficiale: “La settimana prossima sottoporrò al presidente della Repubblica il nome del nuovo ministro”. Da quel momento il segnale si è interrotto. E Napolitano sta ancora aspettando. Come i lavoratori che aspettano di veder chiusi i “tavoli” aperti con i sindacati.

laudio Scajola lascia il ministero dello Sviluppo economico il 4 maggio scorso. Il presidente del Consiglio non ha indicato nessun successore al Quirinale e mantiene l’interim ormai da 150 giorni. Più di una volta, Berlusconi ha annunciato il nome per il dopo-Scajola e ogni volta si è dimenticato di pronunciarlo.

UNA MISTERIOSA SPARATORIA
Belpietro ancora scosso. Verifiche sul racconto del caposcorta, già coinvolto in un presunto attentato contro D’Ambrosio
di Davide Vecchi Milano A sinistra Maurizio Belpietro, sotto Daniela Santanchè (FOTO DLM). A destra il ministero dello Sviluppo economico e Claudio Scajola (FOTO ANSA)

Con quel ministro la Rai trema
TOCCA A B. DECIDERE SUL CONTRATTO DI SERVIZIO
mo costretti a portare i libri in tribunale perché la pubblicità diminuisce”. A chiudere per fallimento. L'ultimo contratto di servizio vale per i prossimi tre anni e, per scongiurare un danno irreversibile ai conti, il Cda di viale Mazzini ha rinviato l'approvazione del documento. Tra i più preoccupati c'è Angelo Maria Petroni, il consigliere nominato dal Tesoro. Tutti fanno domande al ministero dello Sviluppo economico: cosa farete per noi? Aumentate il canone, contrastate (e come) l'evasione, finanziate di tasca vostra? E le risposte, altissimo momento di conflitto d'interessi, spettano al ministro ad interim Berlusconi, proprietario di Mediaset. Il presidente del Consiglio, in doppio e triplice ruolo, può salvare o affondare la Rai, il rivale principale delle sue televisioni. Il governo giura che la competenza in materia è del vice, Paolo Romani. Ma l'ex amministratore delegato di Telelombardia tace sull'argomento da febbraio. Ancora prima del mezzanino e delle dimissioni di Scajola. Il ministero può fare molto: concedere più spazi pubblicitari, recuperare il canone per 1,4 miliardi di euro che famiglie (500 milioni) e imprese (900) non pagano. E il ministero può fare zero: e condannare la Rai a una lenta agonia. Berlusconi può scegliere il destino di viale Mazzini, pollice verso oppure all'insù. A sua discrezione. E PER TAPPARE l'ennesimo buco, il direttore generale Masi studia altri 30 milioni di tagli: meno risorse per Raidue e Raitre, meno serie televisive su Raiuno. Ma il contratto di servizio da firmare è nocivo per la Rai, eppure le parti – e il ministero – litigano per due emendamenti votati in Vigilanza: i compensi nei titoli di coda o sul sito e una nicchia di palinsesto in dialetto friulano (volontà leghista). Il conflitto d'interessi è all'ennesima potenza. Non è una novità, però. Il 10 marzo scorso, Berlusconi ha firmato un decreto, su proposta del ministero dell'Economia ispirato da una legge del '58, per nominare un magistrato della Corte dei Conti 'osservatore' nel Cda di viale Mazzini. Una figura di garanzia che può paralizzare una macchina Rai già ingolfata di suo. Da una settimana Luciano Calamaro rappresenta la Corte accanto a Masi e il presidente Garimberti. Come l'ha deciso Berlusconi: in veste di presidente del Consiglio, ministro ad interim o proprietario di Mediaset?

to bene, sono tranquillo. Certo, da ieri lo sono un po’ meno”. Il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, ha così rassicurato quanti lo hanno chiamato per esprimergli solidarietà dopo l’agguato subìto giovedì sera. Quando, rientrato a casa poco dopo le 22, il caposcorta, che lo ha accompagnato sul pianerottolo al quinto piano di un elegante

“S

stabile in centro a Milano, ha scoperto un uomo armato ad attenderlo sulle scale. La cronaca racconta di un conflitto a fuoco. Tre colpi andati a vuoto esplosi dal caposcorta e la fuga dell’aggressore.
UN UOMO robusto, alto 1,80, di carnagione chiara, vestito con pantaloni della tuta e una camicia militare simile a quella in uso alla guardia di finanza. Questo l’identikit diffuso ieri dalla Questura di Milano. L’inchiesta è stata affidata

FELTRI E IL GIORNALE

“Se disturbo lascio” È pronto Ferrara?

“S

e la mia presenza è d’impiccio me ne vado, senza polemiche”. È con un piede fuori da Il Giornale il direttore Vittorio Feltri e secondo il sito Dagospia al suo posto arriverà Giuliano Ferrara. “Quello che Berlusconi ha detto sono convinto che lo pensi” ha detto Feltri riferendosi alle parole del premier “i giornali considerati più vicini a noi forse ci fanno più male che bene”. “Mi hanno chiamato a Il Giornale perché dovevo ripianare un deficit. In 16 mesi sono riuscito a recuperare 15 milioni. È questa la missione che cerco di portare a termine ma se devi fare i risultati è necessario fare un giornale di un certo tipo. Può anche non piacere, basta dirlo e come sono arrivato in due ore vado via, senza conferenze stampa né polemiche”. E sulla vendita Feltri ha le idee chiare: “Berlusconi non vende neanche le auto di seconda mano, figuriamoci Il Giornale”.

ai pm Ferdinando Pomarici e Grazia Pradella. Al momento è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti, per tentato omicidio ai danni dell’agente della scorta, A. N., che della vicenda è anche l’unico testimone. Lui ha fornito la ricostruzione dei fatti, che ora gli inquirenti stanno cercando di verificare per risalire all’aggressore. Il poliziotto, 45 anni, ha raccontato di aver atteso che Belpietro chiudesse il portone di casa, prima di andarsene; di essersi acceso una sigaretta e, per questo, aver imboccato le scale invece di prendere l’ascensore, per lasciare il palazzo. Scesi i primi gradini, l’agente ha raccontato di essersi trovato di fronte un uomo a volto scoperto che gli puntava la pistola contro. Ha fatto un balzo indietro e sentito la pistola dell’aggressore (una semiautomatica Beretta del tipo in uso alle forze dell’ordine) che si inceppava. Ha tentato di seguirlo ed esploso tre colpi di pistola che sono finiti sul corrimano, sul

sarebbe entrato l’uomo per scappare ha, contro il muro di cinta, una siepe larga oltre mezzo metro che stamani il portiere ha trovato intatta. “Ho anche cercato la pistola – racconta – pensando che scappando avrebbe potuto lasciarla cadere qui, ma non ho trovato nulla. Né impronte, né una foglia spezzata”. Scavalcata la siepe, comunque, l’uomo sarebbe uscito su via Borgonuovo. Qui ci sono le telecamere di due condomini, quelle di un residence e quelle della banca Intesa San Paolo che ha una filiale e alcuni uffici. Video che gli inquirenti hanno acquisito fin dal mattino e stanno ora vagliando. A quanto si apprende, al momento non è stato rintracciato alcun elemento rilevante. DA ESCLUDERE che l'aggressore sia uscito dal portone principale del condominio dove vive Belpietro, perché lì c'era l'altro uomo della scorta che attendeva in auto il collega. Le indagini, spiega il questore, Vincenzo Indolfi, sono ancora a 360 gradi. Al vaglio degli inquirenti anche l'ipotesi di una rapina in un appartamento dello stabile, ponendo così dei dubbi anche sull’obiettivo. Manca, inoltre, una rivendicazione che possa avvalorare la matrice politica. Da ambienti giudiziari si è appreso che A. N. è lo stesso agente che, sempre come scorta, sventò un presunto attentato a Gerardo D'Ambrosio nell'aprile 1995. Vide un uomo, fuori dalla casa dell'allora procuratore aggiun-

Il palazzo non ha telecamere Non sarà facile ricostruire la dinamiche dell’accaduto

battiscopa e contro una vetrata. L’uomo è comunque riuscito a fuggire e a dileguarsi, scavalcando dal cortile interno in un giardino del condominio confinante. Questa la ricostruzione fornita dall’agente di Polizia su cui gli inquirenti stanno lavorando. E gli interrogativi aperti sono molti. Ieri, sin dal mattino, lo stabile, seppur piantonato da una pattuglia, era di facile accesso. Lungo le scale, solo al terzo piano era

evidente la vetrata colpita da un proiettile e, dietro, un segno su un portone. Nessun altro rilievo è stato fatto dagli inquirenti né sul battiscopa (che è di marmo), né sui corrimano, di ferro e ricoperti con un pannello di legno alto e largo pochi centimetri. Difficile da verificare anche la via di fuga dell’aggressore. Il palazzo non ha una videosorveglianza esterna, né l’hanno quelli limitrofi. Mentre il giardino su cui

to e coordinatore del pool di Mani pulite, armeggiare con uno strumento che sembrava un fucile. L’agente della scorta si insospettì e l’uomo, vistosi scoperto, si dileguò. Le indagini non hanno mai chiarito del tutto quell'episodio ma A. N. venne promosso ad assistente capo, ottenendo il trasferimento alla squadra mobile per qualche anno. Dopodiché ha chiesto di essere reintegrato alla sezione scorte. Il giudice D’Ambrosio, oggi senatore del Pd, lo ricorda come “uno che prendeva il suo lavoro molto sul serio. Mi sembrò strano quell’attentato, in una terribile giornata di pioggia. Sinceramente non ci ho mai creduto molto”. Intanto a Belpietro è stata raddoppiata la scorta, che già aveva dal 2003. E ieri sono arrivati messaggi di solidarietà dalla Fnsi, dall'ordine dei giornalisti, da tutte le sigle sindacali della stampa e dai colleghi dei quotidiani e periodici italiani. Solidarietà a Belpietro, “che ha vissuto un’esperienza drammatica” anche dal direttore Antonio Padellaro. “Speriamo che si capisca chi era questo signore e perché stava lì. Belpietro ha ragione, dal momento che era armato, non era lì per offrirgli un mazzo di fiori. C’è qualcosa di oscuro e preoccupante che deve essere chiarito. Il problema è quello dei mandanti: speriamo che magistratura e polizia possano chiarire al più presto se c’è un mandante o si è trattato del gesto di uno squilibrato, che sarebbe meno grave”.

di Carlo

Tecce
Roma

ella invenzione l'interim senza fine. Fatti 150 giorni in prestito al ministero dello Sviluppo Economico, abbandonato da Claudio Scajola per una casa a sua insaputa, perché Berlusconi dovrebbe lasciare ora? Proprio ora. Con il contratto di servizio a un passo dal rinnovo, nonostante dieci mesi di ritardo. Il contratto di servizio è una convenzione tra la Rai e il ministero che giustifica la tassa chiamata canone: viale Mazzini s'impegna a realizzare trasmissioni e attività (sottotitoli, canali per ragazzi) di 'servizio pubblico': costano molto e rendono poco, a dif-

B

ferenza dei programmi commerciali, buoni per il mercato e utili per fare concorrenza alle televisioni private. E il governo, di conseguenza, ricambia con l'obolo annuale dei cittadini (109 euro lordi). Uno scambio a perdere per la Rai che, ogni stagione e ogni bilancio, dirotta sui programmi di servizio pubblico milioni di euro di pubblicità: 221 nel 2005, 296 nel 2006, 159 nel 2007, 335 nel 2008.
I DATI sono certificati dalla contabilità separata di viale Mazzini, sottoposta all'Autorità di garanzia nelle Comunicazioni. “Abbiamo superato il miliardo. Siamo ben oltre e - spiega un consigliere Rai a questa velocità presto sare-

Viale Mazzini ha bisogno di più risorse per garantire i programmi di servizio pubblico

ANNOZERO boom di ascolti e polemiche migliora l'ascolto A nnozerocommerciali. Ilsia indel debutto e vince la prima serata Rai che sulle televisioni programma di Santoro giovedì ha registrato il 20,73 per cento di share per 5,2 milioni di spettatori. Ma non si placano le polemiche, dopo l'esposto dei tre coordinatori del Pdl all'Autorità di garanzia delle Comunicazioni (che ora deve decidere se aprire un’istruttoria e poi sanzionare l’azienda) e la lettera di Masi a Santoro per l'apertura di un procedimento disciplinare. Il consigliere Nino Rizzo Nervo ha scherzato sulle iniziative del direttore generale: “Ora deve avviare una seconda procedura disciplinare, ma questa volta con maggiore tempestività, nei confronti di Santoro non per violazione del codice etico ma perché continua con lucida ostinazione nell’opera di distruzione della strategia industriale dell’azienda”. E il sindacato Usigrai insiste: “Masi non è un arbitro sereno”. Puntuale l'attacco del consigliere Antonio Verro (Pdl): “Siamo tutti felici quando un programma ha successo ma il pubblico a casa va trattato con il giusto rispetto: i risultati di ascolto di Annozero non possono essere considerati come il voto di una giuria popolare sull'atteggiamento e le convinzioni del conduttore”.

LE REAZIONI

LA SOLIDARIETÀ DIVENTA POLEMICA POLITICA: CACCIA AI “CATTIVI MAESTRI”
di Wanda Marra Roma

Due giorni di sciopero in via Solferino
DOPO LA LETTERA DEL DIRETTORE DE BORTOLI AI GIORNALISTI DEL CORRIERE DELLA SERA
di Gianni Barbacetto Milano

ampagna d’odio”, “cattivi maestri”, “clima di violen“C Assieme alle dichiarazioni za”. di (giusta) solidarietà e di (sacrosanta) condanna del fallito attentato a Maurizio Belpietro, la politica si infiamma. E il centrodestra tira fuori tutto l’armamentario, ormai sperimentato dall’aggressione di Tartaglia a Berlusconi in poi, calcando i toni e spingendo l’acceleratore sul pedale della preoccupazione. La palma delle dichiarazioni più esasperate va al sottosegretario Daniela Santanchè: “Esprimo la mia più profonda preoccupazione per il clima torbido e violento che alcuni cattivi maestri stanno creando ad arte. Sono irresponsabili: per fare un esempio, le parole pronunciate dall’onorevole Di Pietro in aula, che tendono solo a esasperare gli animi e a istigare odio e intolleranza”. Sulla stessa linea Ignazio La Russa, ministro:

''Questa escalation del clima di violenza non nasce da sola, per caso: i cattivi maestri degli anni della spranga che poi sono sfociati nel terrorismo, ce li ricordiamo bene e hanno avuto un ruolo importante”. Ancora, Alfano, ministro: “Si tratta di un fatto gravissimo, che trova la sua origine in un clima teso, dai toni arroventati, non consono a logiche democratiche, che può portare a gesti inconsulti da parte di squilibrati o a gravi atti che rispondono solo a un insano sistema di violenza e di prevaricazione”. Fa esplicito riferimento agli anni di piombo, Roberto Castelli: “Come puntualmente previsto da molti, i fiumi di parole e di odio vomitati negli ultimi anni stanno generando fatti criminosi. Ricordo con grande preoccupazione che anche all’inizio degli anni di piombo, fra i primi bersagli, ci furono i giornalisti”. Non può mancare neanche Paolo Bonaiuti, portavoce di Palazzo Chigi: “L'aggressione a Belpietro mi ha riportato alla men-

te episodi drammatici di qualche decennio addietro. Spero, sono convinto, che quei tempi di violenza e terrore non debbano e non possano tornare nel 2010”. Franco Frattini, ministro, parla di agguato ”preordinato e ben organizzato”: “A forza di additare persone all'odio e all'intolleranza si arma qualche mano pericolosa”. Non ci va leggero neanche Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: "È un segnale molto preoccu-

pante. Come è noto, gli apprendisti stregoni che stanno in campo si fanno anche concorrenza sul piano di chi fa affermazioni più spericolate. L'esempio classico è stato il discorso di Di Pietro alla Camera contro Berlusconi”. Non manca l’affondo contro l’informazione, un classico del personaggio: “Purtroppo, guardando i giornali, vediamo che alcuni di loro hanno chiaramente e volutamente sottovalutato l’episodio”.

Parole forti, pesanti. Che il piccolo schermo sottolinea e rimanda per l’intera giornata di ieri. Sky Tg24 è praticamente un unico speciale dedicato all’argomento. E ne parlano tutte le trasmissioni, a cominciare da Ultima parola, condotta da Gianluigi Paragone alle 23:40 su Rai2, con il titolo “Parole di fuoco”, che parte da una domanda più che esplicita: “Cosa succede al clima politico italiano? Quanto è concreto il rischio violenza,

Santanchè: “Ma io sono preoccupata per il clima torbido e violento creato ad arte”

dopo l’agguato - sventato - a Maurizio Belpietro?”. Lo stesso direttore è in studio al Tg1 di Minzolini: ed è Attilio Romita che - intervistandolo - condanna il “clima di odio”. Quel che è certo è che tra la solidarietà espressa trasversalmente da tutto il mondo politico e la condanna, tesa a cercare colpevoli e capri espiatori, il Pdl fa fronte comune proprio con quel direttore di Libero da cui solo l’altroieri Berlusconi aveva preso le distanze: “I giornali hanno sbagliato, hanno esagerato”, aveva detto, a proposito della casa di Montecarlo. E nell’opposizione parla esplicitamente di “intollerabile atto di sciacallaggio politico” Di Pietro. Mentre De Magistris: “Appare inaccettabile il tentativo di strumentalizzazione e criminalizzazione della vicenda da parte della maggioranza, che sembra già aver svelato l’identità dell’aggressore: l’Idv e Di Pietro. Francamente siamo al ridicolo e al paradosso”.

“Marchionne di via SolfeI lrino”.laLa definizione,Corrienata dentro redazione del re della Sera, è per Ferruccio de Bortoli: come il numero uno della Fiat, anche il direttore del Corriere ha cominciato ad avere relazioni sindacali difficili. Tanto che la redazione ha deciso due giorni di sciopero (ieri e oggi) e ne ha votati in assemblea altri cinque “per rispondere all’attacco che il direttore ha mosso contro le tutele e le regole che garantiscono la libertà del loro lavoro e, di conseguenza, l’indipendenza dell’informazione che il giornale fornisce”. Lui, De Bortoli, spiega in una lettera che non è più disposto ad accettare i privilegi e i capricci dei giornalisti del Corriere. I giornali stanno cambiando, arrivano non solo le edizioni on line, ma anche quelle per iPhone, per smartphone, per

iPad. “L’industria alla quale apparteniamo e la nostra professione”, scrive, “stanno cambiando con velocità impressionante. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell’era del piombo e nella preistoria della Prima Repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili”. Il comitato di redazione respinge le accuse: “Non difendiamo privilegi, né regole arcaiche. Abbiamo sempre accettato di discutere tutto con l’azienda e con il direttore. Abbiamo accettato lo stato di crisi e stiamo contribuendo, per la nostra parte, a tagli per 200 milioni di euro chiesti dal gruppo Rcs. In un anno sono già usciti dal Corriere 35 dei 47 colleghi che dovranno lascia-

re la redazione grazie ai prepensionamenti. Tutto questo senza un’ora di sciopero”. E allora, che cosa è successo per far precipitare le relazioni con il direttore fino alla rottura? Come è successo che Ferruccio de Bortoli si sia trasformato, dal “Flebuccio” angariato da Dagospia, nel “Marchionne di via Solferino”? In un’intervista al giornale catalano La Vanguardia, il 15 settembre aveva detto: “Berlu-

“Gli accordi aziendali che regolano i rapporti sindacali non hanno più senso”

sconi ha molte colpe e il Corriere lo ha criticato per questo motivo, però a volte è vittima dei pregiudizi”. Seguivano alcune valutazioni positive sull’operato del governo: “Ha gestito abbastanza bene la crisi economica e non sta lavorando male in ambiti come quello scolastico o della lotta alla criminalità organizzata”. E ancora: “Gli sbarchi sono diminuiti e l’integrazione degli immigrati è soddisfacente anche nelle zone governate dalla Lega Nord”. Racconta il comitato di redazione: “Giovedì avevamo un incontro programmato sulla multimedialità, un tema su cui siamo stati noi a sollecitare la discussione e su cui non abbiamo pregiudizi: Andrea Nicastro, che fa parte del cdr, ha per esempio collocato senza problemi sul sito Corriere.it i suoi video realizzati a Kabul. Ci sediamo e, prima di iniziare a discutere, il direttore ci consegna una lettera in cui pone

le sue condizioni. Inaccettabile”. E con un finale a sorpresa: “Se non vi sarà accordo”, scrive De Bortoli nella sua lettera, “i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso”. Replica il cdr: “Mai vista una cosa simile. È un ricatto. È chiaro che così non si può discutere. I patti integrativi, oltretutto, sono materia che si tratta con l’azienda, non con il direttore”. Così sono scattati i due giorni

di sciopero. E la caccia alle spiegazioni per la metamorfosi De Bortoli. Alzare il tono della polemica interna per far dimenticare i conti del giornale che vanno male e le vendite che calano (-13 punti la diffusione del giugno 2010 rispetto all’anno precedente)? Oppure ricerca di una exit strategy per andarsene dal Corriere, magari giusto in tempo per una candidatura a sindaco di Milano?

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Sabato 2 ottobre 2010

ITALIE

STORIE DI LEGA E DI CANI: CONSULENZE CHE FANNO TREMARE L’EMILIA
La gestione dell’Ente cinofilia e il ruolo di Rosi Mauro
di Paolo Schiavon

Martino: “Dell’Utri usava la P3 nelle guerre interne al Pdl”
di Rita Di Giovacchino

G

uastalla, bassa reggiana, è caduta dopo 50 ininterrotti anni di amministrazione di centrosinistra. Nel giugno 2009 lo storico cambio di maggioranza targato Pdl-Lega la fa balzare alle cronache come centro d’irradiazione dell’imminente conquista della nazione Emilia. Angelo Alessandri da nove anni è il segretario nazionale della Lega Nord emiliana. È lui il protagonista del successo del Carroccio in terra rossa, passato dal 3% al 13%. Il suo dinamismo lo porta oltre i confini della regione: nel 2005 diventa segretario federale della Lega Nord, nel 2006 onorevole, nel 2008 presidente della commissione Ambiente e Lavori pubblici alla Camera. E pure, proprio ora che sono all’orizzonte le elezioni amministrative - a marzo si vota a Bologna -, la Lega in Emilia è scossa da feroci polemiche, scandali, risse ed espulsioni. Tanto che per riportare la pace è discesa in veste di “legata” la temutissima Rosi Mauro, vicepresidente del Senato, membro inamovibile e socio fondatore del leggendario “cerchio magico” stretto intorno a Bossi.

giro di centinaia di milioni di euro l’anno. Così nell’aprile del 2009 il ministro Zaia recepisce le perplessità di Alessandri e nomina commissario ad acta dell’Enci il ragioniere Marco Lusetti, ex lattoniere, ex magazziniere, ex guardia giurata nel ramo anti-taccheggio, numero 2 della Lega Nord emiliana e fedelissimo braccio destro proprio di Alessandri. Lusetti sbarca per decreto ministeriale a Roma ladrona. La sua missione è semplice: relazionare il ministro sulla presunta malagestione del libro canino. Un mese dopo la nomina, però, trombato alle Europee, diventa vicesindaco del suo paese: la “liberata” Guastalla. Il commissario, ora vi-

preso piena consapevolezza del suo mandato. Così, raffica di delibere con cui nel mese di maggio ha distribuito consulenze a pioggia con i fondi dell’Enci. UNA SPESA di quasi 600 mila euro l’anno, per ‘rilanciare’ l’ente, pescando in casa. Molti infatti gli interni al partito: i due assessori della Lega della giunta guastallese, Bartoli e Ridolfi; Matteo Bulgarelli, dirigente degli studenti padani; Eldriona Daci, che si era in precedenza distinta nell’allestire una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Dove? A Guastalla. L’attività deliberatoria del commissario viene però bruscamente interrotta il 27 maggio con una letteraccia durissima

dell’Enci: “Negli ultimi 20 giorni l’ente ha ricevuto ben 62 comunicazioni (...) tutte manifestamente illegittime e contrarie al diritto, che contestiamo in toto a cui non riteniamo di dar seguito”. Entrando poi nello specifico: “Lei ha sollecitato il riconoscimento a suo favore di ingiustificati importi economici o addirittura si è arrogato la gestione dirette delle risorse”. In effetti Lusetti ha sollecitato il bonifico a se medesimo di circa 187 mila euro: 87 mila come rimborso spese e 100 mila come anticipo di eventuali viaggi. Il nuovo ministro Galan lo caccia su due piedi nominando al suo posto il dr. Balducci, autore della missiva e presidente dell’ente, ottenendo così l’effetto pirotecnico. Lo stesso presidente è anche il commissario-controllore di se stesso. Ma per Lusetti i guai non sono finiti. Anche il suo maggiore sponsor, Alessandri, lo caccia dal partito per indegnità. Il reprobo Lusetti grida al complotto. Il suo silura-

mento, lamenta, sarebbe un atto politico e dà battaglia rivendicando la correttezza del suo operato. Ma Alessandri, immerso nella retorica della mela marcia, viene travolto dalle polemiche. In due anni 70 multe di cui 52 impugnate e 18 già saldate dalle casse del carroccio, per un valore di quasi 3 mila euro. Inoltre sembra che non devolvesse al partito la somma chiesta a ogni deputato (500 euro mensili) e per non farsi mancare proprio nulla, anche qui la storia di un immobile nel centro di Guastalla affittato da Alessandri, ma pagato sempre dalla Lega Nord. A questo punto, il caos. La “gestione Alessandri” viene accusata di scarsa trasparenza. Due consiglieri della Lega emiliana, Veronesi - già nella lista delle consulenze Enci targate Lusetti e Magaroli chiedono lumi sulla gestione dei fondi del partito. Risposta? L’espulsione. Ma l’eco della gazzarra è arrivata a disturbare il capo a via Bellerio che ha spedito tempestivamente Rosi Mauro “giù da basso” a bucare il pallone.

a decisione L razione dipersulla scarceArcangelo Martino, attesa giovedì pomeriggio, è stata rinviata a lunedì. Il “pentito” della P3 è ormai agli arresti domiciliari, forse ai giudici del Riesame non sembra così urgente concedergli la libertà condizionale. Certamente sulla sua volontà di collaborare è prevalso nell’ultimo periodo lo stato confusionale in cui è piombato dopo la morte della moglie. “È stata l’unica cosa bella che ho avuto e ora non c’è più. Non preoccupatevi, non ho paura a confrontarmi in modo durissimo neppure con Berlusconi e Letta, ho già perso tutto”. Nell’attesa l’inchiesta procede e nella stanza del procuratore aggiunto Capaldo vengono rilette le centinaia di pagine in cui l’ex assessore napoletano ricostruisce l’intero patto “sceleris” che lo univa a Carboni, Lombardi, Dell’Utri, Verdini, Caliendo, Sica.
SI TORNA a parlare di nuove iscrizioni sul registro degli indagati, i nomi sono quelli circolati a luglio, persone già interrogate. Ma grazie a Martino si aggrava la posizione di due toghe eccellenti come l’ex presidente della Cassazione Carbone e l’ex avvocato generale Martone. I loro nomi, Vincenzo e Antonio, sono i più frequenti, entrambi vengono indicati come i protagonisti di vari capitoli dell'inchiesta. Ma è soprattutto il caso Cosentino ad occupare le sette pagine dell’interrogatorio di Napoli. “Lombardi ci aveva lavorato insieme in un Consorzio, si era impegnato a 'ripulire' la sua posizione giudiziaria, doveva essere accolto il ricorso in Cassazione, subito per consentirgli di correre per la Campania e lui contava su Carbone e Caliendo”, racconta ai pm Narducci e Milita il 17 settembre scorso. Tutti i partecipanti all’affaire Cosentino inseguono un interesse personale. Martino confessa di sognare un seggio al Senato “che Roma gli aveva promesso”, Lombardi si accontenta anche di un posto di assessore in Campania, Carbone aspira a un “incarico importante dopo la pensione”, Martone vuole sistemare il figlio commercialista. “So che Lombardi ne parlò a Dell’Utri”. Non è solo Pasqualino a dire “m’hanno a dà qualcosa”. È il motto di tutti, perfino Dell’Utri insegue attraverso la P3 qualche rivalsa. Spiega Martino il 24 settembre ai pm romani: “Nel partito c’era una guerra violenta tra gruppi. Dell’Utri voleva fare il partito del Sud e c’era la Brambilla che era la più preferita di Berlusconi”. Tutti contro tutti e quando la Cassazione – nonostante Carbone sia riuscito a fissare l’udienza per il 27 gennaio – respinge il ricorso di Cosentino, Lombardi è a pezzi: “Tutta colpa degli avvocati e di Martone che ha tradito gli accordi”.

MAURO si è materializzata a Reggio Emilia il 13 settembre e come primo atto ha azzerato il consiglio nazionale, commissariando di fatto il partito. Ma cosa è accaduto di tanto grave? La storia è lunga ed è difficile orientarsi. Il primo atto nel lontano 19 giugno 2008, quando l’onorevole Alessandri richiama con un’interpellanza parlamentare l’attenzione del neo ministro dell’Agricoltura Luca Zaia. C’è qualcosa che non va nell’Enci (Ente nazionale della cinofilia italiana). Alessandri non solo adombra gravi irregolarità nella funzione pubblica dell’ente, ma sottolinea come il ministero non si adoperi per fare chiarezza. La funzione pubblica dell’Enci è un vero e proprio pozzo di San Patrizio. Certificare la purezza di un cane, smuove un

TORINO: tensione tra studenti e polizia
ho dei figli e capisco “A nchla’ioc’è qualcosaasescuolapiazzaInperle proteste contro Gelmini. Ma vai in fare a botte con la polizia, che non va”. questa sconsolata
La vicepresidente del Senato Rosi Mauro (FOTO LAPRESSE)

cesindaco, si dedica anima e corpo al suo incarico romano; studia, osserva, vigila, producendo un totale di 600 pagine contenenti a suo dire “le prove documentali di omissioni e violazioni e inquinamento del libro genealogico del cane”. Quando nel marzo 2010 il ministro Zaia approda alla Regione Veneto, accade l’imponderabile. Il ligio Lusetti deraglia completamente dal suo compito. L’interessato invece sostiene di aver

Alessandri e il suo braccio destro Marco Lusetti accusati di “scarsa trasparenza”

In crisi la giunta della Sardegna Cappellacci vuole evitare il voto
di Cinzia Simbula

confidenza di un dirigente della Digos c’è tutto il senso dell’ultima giornata di tensione a Torino. Un corteo di circa 3.000 studenti medi parte da piazza Albarello intorno alle 10, destinazione Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. Tensione a livello di guardia già nel tragitto: uova contro la sede del Miur in via Pietro Micca, piccoli blitz a sportelli di Unicredit e Intesa-Sanpaolo, poi una puntata alla sede della Camera di Commercio. La polizia si schiera di fronte al corteo al fondo di via Po, vicino all’Università. I ragazzi chiedono di proseguire per piazza Vittorio; permesso negato. A quel punto – secondo le testimonianze raccolte tra i negozianti di via Po – parte un fitto lancio (anche) di bottiglie all’indirizzo della polizia. Gli agenti rispondono con una carica di “alleggerimento” un po’ pesantuccia: “Ci hanno massacrato di botte”, protestano alcuni giovanissimi manifestanti, due dei quali sono finiti all’ospedale. Ma la Digos non ha dubbi: “Come al solito c’erano quelli di Askatasuna (i contestatori di Bonanni, ndr). Oramai la piazza è roba loro. E purtroppo finisce sempre così”. (ste. ca.)

Sardegna si E non una L ametafora. Nelblocca.disperataè progiorno in cui la tensione è altissima per la testa (l’ennesima) dei pastori che a Porto Torres impongono l’alt a due tir, carichi di “incolpevoli” animali provenienti dalla Spagna e destinati ai mattatoi del sud dell’ isola, scoppia la crisi alla Regione. Il governatore Ugo Cappellacci, nel pomeriggio di ieri, ha firmato i decreti di revoca delle deleghe agli assessori. Giunta azzerata, con il presidente che contestualmente ha assunto gli interim dei 12 assessorati. Cappellacci, la cui Giunta era data per traballante già da tempo, ha annunciato che ci vorranno ancora 48 ore di tempo per trovare una via d’uscita, nel tentativo di ricompattare la maggioranza sempre più sfilacciata.
DI FATTO il governatore sembra intenzionato a ripartire da zero, anche se non esclude affatto l’ipotesi delle elezioni anticipate. Certo è che i malumori nella coalizione di centrodestra regionale, così come accade in

quello nazionale, non si possono più nascondere. “Ripartiamo da zero – sono state le parole di Cappellacci – questo è un passo indispensabile perché la Sardegna non può più aspettare. O si trova una soluzione oppure no, ma in ogni caso i tempi non possono che essere rapidissimi. Valuterò se esistono le condizioni per il rilancio, un passaggio propedeutico per chiudere la verifica”. L’attesa per conoscere le sorti del governo regionale non dovrebbe essere lunga. Secondo indiscrezioni, forse già domenica sera o lunedì mattina potrebbe esserci una nuova riunione della maggioranza, durante la quale Cappellacci potrebbe formulare la sua proposta per la nuova Giunta regionale, scongiurando il ricorso alle elezioni anticipate. Cosa che, invece, appare probabile anche a una parte dello stesso centrodestra, tra

cui il leader dell’Udc sardo Giorgio Oppi. Sulla crisi è arrivata la presa di posizione del Partito Democratico. Il segretario regionale Silvio Lai sostiene che “la destra in Sardegna sembra sull’orlo di una crisi di nervi, ma la verità è che è solo una questione di poltrone. Quello che succede alla Regione non è che l’ennesima puntata di una commedia scontata e di basso livello”. LAI CITA le numerose vertenze aperte che vedono protagonisti i lavoratori di tutta l’isola e di ogni settore. “Mentre le vertenze e emergenze della Sardegna si moltiplicano, a Porto Torres protestano i pastori con una manifestazione a rischio di ordine pubblico, sull’isola dell’Asinara prosegue l’occupazione dei cassintegrati Vinyls, così come a Iglesias quella dei lavoratori ex Rockwool, continuando con le

Ieri sull’isola l’ennesima protesta dei pastori che hanno bloccato Porto Torres

vertenze Legler a Ottana, i partiti del centrodestra continuano a giocare. È da più di cento giorni che la Giunta regionale è in crisi. Oggi è stata formalizzata questa situazione, con il presidente che lancia un ultimatum”. Per Lai è “evidente che le contrapposizioni e lacerazioni che travolgono la destra siano solo motivate da una necessità di distribuire posti di governo e sottogoverno per tenere incollata un’alleanza di interessi. Il tutto offrendo uno spettacolo indecente e irrispettoso di tutte quelle persone che ogni giorno combattono e soffrono per vedere rispettati i propri diritti e per una speranza. Questa maggioranza, se esiste, dia un segnale di responsabilità verso la Sardegna, altrimenti se non è in grado - si stacchi la spina al più presto”. Tra le vertenze aperte, ieri in primo piano quella dei pastori impegnati in una estenuante battaglia per il prezzo del latte (pagato troppo poco) e per denunciare lo stato di crisi del settore. Manifestazione con momenti di forte tensione tra i manifestanti (erano presenti anche i sindaci) e le forze di polizia.

Sabato 2 ottobre 2010

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CRIMINALITÀ

SAVIANO GOMORRA, RIFIUTI E MALAPOLITICA
“Governo ambiguo sui clan: arresta i soldati, non blocca gli affari”
Esce l’11 novembre il nuovo numero dell’Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese, dal titolo “Malaitalia. Dalla mafia alla cricca e oltre”. Chi credeva che con Mani Pulite la corruzione italiana fosse stata almeno in parte debellata ha dovuto ricredersi. Negli ultimi 15 anni sono venuti alla luce infiniti casi di collusione tra politica e affari. Mentre la criminalità organizzata continua a vivere e a prosperare. Pubblichiamo in anteprima uno stralcio dell’intervista a Roberto Saviano contenuta nell’Almanacco.
A cura di Ranieri Polese

otto minaccia costante della camorra (dal 2006 vive sotto scorta) Roberto Saviano deve ora guardarsi da nuovi, pericolosi attacchi che gli vengono sferrati dal mondo politico. Il via l’ha dato Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio nonché padrone della Mondadori che pubblica i suoi libri, quando lo ha indicato come uno dei diffamatori del buon nome d’Italia. [...] Di certo c’è che grazie a Roberto Saviano i fatti di camorra sono usciti dal recinto delle cronache locali e sono diventati un tema di interesse nazionale. C’è il rischio di usare parole come camorra e camorrista

S

Gli amici degli amici

Cosentino non può essere considerato l’unico problema che affligge questi territori

troppo spesso e non sempre in modo proprio? Molte volte si sente dire, impropriamente, che chi utilizza il proprio potere nepotista per trovare lavoro a parenti e amici è un camorrista. Ma è una banalizzazione che rischia di far perdere il fulcro del discorso, perché in questi casi non si tratta di camorra, quanto piuttosto di corruzione. Che un politico – ormai senza più distinzione di colore – possa dominare attraverso il sistema clientelare la politica locale è di certo un elemento che porta acqua al potere della camorra, ma è necessario, quando si affrontano questi temi, pesare attentamente le parole. Le organizzazioni criminali sono organizzazioni strutturate e compiono reati specifici, ciò comporta che il vero rischio di utilizzare troppo spesso termini come camorrista o mafioso è l’assuefazione. Se a un avversario politico o a un funzionario corrotto gli dai del mafioso, la parola perde di dramma e

diventa un insulto come un altro. Per molti, il Sud Italia è spesso sinonimo di corruzione, e quindi di camorra, mafia. Per fortuna non è sempre così. Ci sono realtà assolutamente sane nel Sud Italia e in alcuni territori sono la maggioranza. Ma molte delle aziende che vincono appalti in Italia sono comunque costrette a pagare tangenti e quindi a relazionarsi alle organizzazioni criminali. Faccio un esempio. L’inchiesta che ha raccontato il potere in Emilia-Romagna di Raffaele Diana detto ’Rafilotto’, dimostra che lui e l’organizzazione avvicinavano imprenditori del Casertano che si consorziavano a Modena o a Sassuolo, e chiedevano tangenti. Sono molte più di quanto non si creda le aziende costrette a subire le pressioni delle organizzazioni criminali, costrette a lavorare per loro, a collaborare, a foraggiarle. Il problema principale è che la legalità deve convenire. I conti non tornano se la legalità diventa solo una declinazione morale. Un imprenditore dovrebbe poter fare una scelta di legalità perché questa gli porta più business, più possibilità di commercio e di conseguenza più serenità. Ma oggi non è così. Oggi se apri un cantiere, un negozio o un’attività commerciale, devi passare necessariamente attraverso una serie infinita di trappole burocratiche, di pressioni, di agguati della concorrenza. Allora, soprattutto in certi territori, ti rivolgi alle organizzazioni criminali che si interfacciano con te e ti risolvono molti problemi. La legalità può vincere al Sud solo se diventa un valore aggiunto all’impresa. Fino a quando questo non accadrà, le organizzazioni conserveranno sempre un potere enorme. Parliamo dei rapporti fra camorra e politica. Il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, per esempio, ci dice che sono molto stretti. Il potere che Nicola Cosentino ha nella provincia di Caserta è enorme. Secondo quanto dichiara la Procura antimafia di Napoli a lui sarebbero attribuibili responsabilità gravissime. Su di lui pende l’accusa di fungere da interfaccia tra politica e organizzazioni criminali. Detto questo, il sottosegretario al ministero dell’Economia Nicola Cosentino non può essere considerato l’unico problema che affligge quei territori. Se lo si facesse, si correrebbe un grosso rischio, quello di pensare che, messo da parte lui, il

problema del rapporto fra politica e camorra sarebbe risolto. Non bisogna dimenticare che chi ha vinto le ultime elezioni in Campania, come del resto chi aveva vinto le elezioni precedenti, ha fatto campagna elettorale senza mai pronunciare la parola camorra, senza mai far passare come prioritario il contrasto alla malavita organizzata. E soprattutto, al di là delle parole, sono stati eletti in Campania personaggi che avevano più volte richiamato l’attenzione delle Procure antimafia. Quello che colpisce, poi, è che le organizzazioni criminali in Campania e in Calabria hanno appoggiato prima il centrodestra, poi il centrosinistra e poi di nuovo il centrodestra. Per averne la prova basta leggere le informative fatte dalle Procure e da Carabinieri e Polizia. Aveva ragione Carmine Alfieri, un vecchio boss della Nuova Famiglia, che diceva: ‘La camorra è democratica, sta con chi vince’. Una strana idea di democrazia. [...] Molti lettori le scrivono per dire che non hanno fiducia nella politica e la invitano a non cedere a quanti la vorrebbero candidare. Negli ultimi mesi ho avuto molti inviti, più o meno da tutte le forze politiche. Dal Pd a Forza Nuova, da Sinistra Arcobaleno passando per l’Idv, addirittura la Lega. Si erano fatti vivi anche alcuni esponenti del Pdl. Ma la politica non è il mio mestiere e mi accorgo di guardare a quel mondo con sempre maggiore diffidenza. Io voglio continuare a usare la parola per costruire cose, per raccontare. E poi, per me, la politica oggi ha un sapore strano. È triste dirlo, ma sembra non ci siano spazi per fare politica in maniera pulita, sembra più una guerra per bande, anche nelle sue parti migliori. Tutti stanno lì a combattersi, l’uno contro l’altro, per strapparsi un pugno di voti. La politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello che il diritto non ti dà. Se non hai un lavoro, cerchi di averlo votando quel politico; se non hai un buon letto in ospedale o non ce l’ha tua nonna, cerchi di vo-

Malaitalia. Dalla mafia alla cricca e oltre A cura
di Ranieri Polese,
ALMANACCO GUANDA, 256 PAGINE, EURO 25

Nicola Cosentino (FOTO EMBLEMA). In basso, Saviano visto da Emanuele Fucecchi

tare quel consigliere comunale per provare a ottenerlo. Se hai sotto casa le macchine troppo vicine alle tue finestre, voti qualcuno perché metta al loro posto un paletto. Ecco, questo sta diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice scambio. Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto. Ti dà il letto in ospedale per tua nonna, ti dà magari l’autorizzazione per aprire un tabacchino, ti dà mezzo lavoro ma ti sta togliendo le scuole che dovresti avere per diritto, la possibilità di respirare aria sana, ti toglie il lavoro che ti meriti se sei capace. Questa è diventata la politica italiana: se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco. La politica come scambio, la camorra come soggetto di business e interfaccia obbligata per chiunque intraprenda un’attività economica, le popolazioni dei territori campani che si trovano schiacciate in questa morsa. Il settore dove le organizzazioni criminali hanno mostrato la loro maggiore efficacia è quello dello smaltimento dei rifiuti. Un argomento che occupa molte pagine dei suoi libri, su cui lei torna spesso a intervenire. La domanda è: dopo l’emergenza dello scorso anno e l’annunciata soluzione del problema per quel che ri-

guardava Napoli, esiste ancora lo smaltimento illegale dei rifiuti? Sì, continua a esserci. Se ne parla meno, ma in realtà non si è risolto niente, siamo di nuovo in piena emergenza rifiuti. In provincia e in alcuni quartieri di Napoli i rifiuti sono tornati per strada: vicoli intasati, paesi colmi di spazzatura. Le colonne di fumo che quotidianamente si vedono ai lati delle autostrade intorno a Napoli non sono altro che rifiuti tossici bruciati dalle organizzazioni criminali prima di essere immessi nelle discariche. Parlare di soluzione definitiva dell’emergenza rifiuti è stato un azzardo e un’enorme sofferenza per molti cittadini campani, che vedendo le strade sgombre avevano sperato nella bonifica dei territori avvelenati di Giugliano, Marigliano, Pianura e Chiaiano. Ma nulla di tutto questo è stato fatto e restano le dichiarazioni del pentito Gaetano Vassallo e le inchieste più importanti fatte a Santa Maria Capua Vetere dalla Procura antimafia di Napoli che raccontano di un territorio avvelenato dai rifiuti friulani, lombardi, pie-

L’emergenza infinita

Molti cittadini, vedendo le strade sgombre, avevano sperato (invano) nella bonifica dei territori avvelenati
SANITÀ

montesi, liguri, toscani, umbri e a volte slavi. Oramai la prassi è nota: la camorra smaltiva a costi bassissimi i rifiuti provenienti da mezza Italia – quelli più dannosi per l’ambiente e per l’uomo – riversandoli letteralmente nelle cave, ovvero in discariche abusive a cielo aperto. Nelle cave del Casertano trovi di tutto. In una addirittura c’è, intombata, la famosa Moby Prince, il traghetto che prese fuoco a Livorno l’11 aprile 1991. Il relitto fu segato in tre parti e buttato lì. In queste terre sono stati smaltiti fanghi conciari, ceneri prodotte dall’Enel, banconote... Sequestri di beni di famiglie camorriste o mafiose, arresti eccellenti: a volte anche questo governo ha fatto qualcosa di positivo. Questo governo ha avuto verso il problema mafioso un atteggiamento ambiguo. Da un lato ha sicuramente svolto operazioni di repressione dei segmenti militari delle organizzazioni nel casertano e in Calabria. Operazioni, tuttavia, le cui inchieste erano partite anni prima. Si sta recuperando il tempo perduto arrestando i ‘soldati’. Ma non si tiene conto del fatto che oggi vengono alla luce gli affari che la camorra ha iniziato a fare dieci, quindici, venti anni fa. È su questo che bisognerebbe lavorare piuttosto che sbandierare le proprie vittorie dichiarando che si sta sconfiggendo la mafia. È come se un bambino rompesse un vaso oggi, e suo padre gli desse uno schiaffo a 33 anni.

BUSINESS DEI FARMACI SPECIALISTI IN MANETTE L

a salute delle persone, anzi, la loro malattia, diventa spesso un business. È accaduto di nuovo, questa volta a Firenze. Sei persone agli arresti domiciliari, due obblighi di dimora, 13 dirigenti delle industrie farmaceutiche sospesi per due mesi e altre nove persone indagate a piede libero sono il risultato di un’inchiesta dei Nas, che ha portato alla luce un sistema di specialisti corrotti e medicinali prescritti in maniera arbitrale (a scapito dei pazienti cronici). A capo dell’organizzazione ci sarebbe stato il professore universitario Torello Lotti, dermatologo con incarichi di rilievo nell’ospedale Santa Maria Nuova del capoluogo toscano. I medici specialisti e i loro collaboratori si sarebbero fatti corrompere da imprenditori delle multinazionali farmaceutiche, da cui avrebbero ricevuto compensi per 2 milioni di euro (transitati su bilanci di società di copertura), in cambio di somministrazioni di medicinali.

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Sabato 2 ottobre 2010

ITALIE

Il “New York Times” racconta in prima pagina Tocco da Casauria campione dell’energia eolica e del benessere
Qualche giorno fa il prestigioso New York Times ha dedicato la sua prima pagina a Tocco da Casauria, paesello dell’entroterra pescarese preso a modello per la produzione di energia pulita tramite pale eoliche: una vera eccezione per l’Italia, fa notare la giornalista Elisabeth Rosenthal. Ma le cose speciali in questo piccolo centro montano sono molte, e Il Fatto è andato a vederle da vicino.
di Chiara Paolin Tocco da Casauria (Pescara)

L’AMERICA IN ABRUZZO
anime e una storia che dall’anno del Signore 872 continua a riservare sorprese. Tra il Monte Morrone e le Gole di Popoli, sopra i canyon scavati dal fiume Pescara e col massiccio della Maiella proprio in fronte, c’è poco da spaventarsi davanti alle novità. L’ultima è arrivata il 28 settembre: un articolone del New York Times in cui si magnifica la bellezza e l’intelligenza di un paesino antico perfettamente calato nel futuro. E uno si aspetta che il sindaco se ne vada in giro col giornale sottobraccio per mostrare ai concittadini cos’è riuscito a fare, proprio in un posto che vive di relazioni affettive fortissime con Stati Uniti, Australia e tutti i Paesi in cui i toccolesi hanno dovuto emigrare fino agli anni Settanta. “Il sindaco Riziero Zaccagnini è in vacanza questa settimana”, spiegano al Comune. Allora vada per il vicesindaco, Luca Gertoli: “Siete i benvenuti, però oggi ho troppo da fare: c’è l’assessore alla cultura”. Non un ripiego, ma un vero protagonista del new deal partito nel 2007: “Eravamo un gruppo di giovani appassionati di politica – spiega Fausto Bruno scalando gradini in pietra e scorci di panorama mozzafiato –. Ci siamo messi insieme con una lista civica e abbiamo vinto bene, adesso cerchiamo di portare avanti una serie di impegni: ambiente, turismo, cultura, servizi sociali”.

a collina di ulivi è tutta un tornante. Quando fai la curva a sinistra vedi in alto il castello svevo e il campanile di Sant’Eustachio; quando fai la curva a destra ti trovi davanti le torri del vento che girano con pale bianche, appuntite. Silenziosissime, dicono gli abitanti di Tocco da Casauria, 2700

L

Anomalia al potere ma funziona
UN GOVERNO sperimentale che fa impallidire il siculo Lombardo: sindaco di Rifondazione comunista, sostegno del Pdl, all’opposizione i “vecchi” del Pd. Con risultati che, per ora, convincono tutti. I due impianti eolici, con quattro pale, rendono ogni anno circa 200 mila euro di energia venduta, e un bel risparmio sulle bollette di casa. Ma non sono brutte le turbine? “Per niente. Anzi, mi mancherebbero se non ci fossero”, spiega Lucilla, mamma e insegnante che ha studiato all’estero ma poi è tornata a casa. “Qui si sta bene – dice –. Ci sono le radici, e una bella vita di comunità. Non è un posto dove tutti stanno chiusi in casa”. Conferma Francesco, 11 anni: “In città mica potrei andarmene in giro da solo come qua. E poi l’energia pulita è importante”. Al Caffè Italia il pomeriggio è un via vai di ragazzi, mentre gli anziani giocano a carte. Ma in molti hanno seguito il corso di informatica over 60 organizzato dal Comune. Tutto il paese è cablato e c’è la linea adsl. “Io il computer non ce l’ho, però secondo me questa giunta sta lavorando bene – dice Cristina da dietro il bancone –. Ho una figlia disabile, i servizi sociali la porta-

Veduta dall’alto di Tocca da Casauria, a destra le pale eoliche del paese

Il sindaco tesserato Rifondazione è sostenuto anche dal Pdl, mentre il Pd è all’opposizione
no a fare terapia a Popoli tre volte la settimana”. Bastano i 200 mila euro a fare tutto? “Eh sì, magari!” sorride l’assessore Bruno. Che racconta gli sforzi del suo ufficio: “La scorsa estate abbiamo allestito 32 manifestazioni, un po’ di tutto: dai

concerti jazz alla notte bianca fino all’incontro con Dan Fante, figlio dello scrittore John che è originario di queste terre e ha parlato così bene delle cose in cui crediamo anche noi. Il lavoro, le chiacchiere davanti a un bicchiere di vino, la cucina saporita con l’olio buono. Lo sa che qui abbiamo un cultivar autoctono? Si chiama oliva toccolana, davvero. E poi c’è il Centerba, liquore tosto ma squisito. Guardi che meraviglia il palazzo nobiliare della famiglia Toro, dove lo producevano artigianalmente. Ma è stato danneggiato dal terremoto”.

Stati Uniti d’Abruzzo L’articolo su Tocco da Casauria
del “New York Times”, si può ancora leggere sull’edizione online del quotidiano americano, che il 28 settembre scorso ha pubblicato il reportage dall’Abruzzo

Maledetto terremoto
LA SCOSSA del 2009 ha colpito duro. Sono ancora chiuse la

scuola media, la biblioteca comunale, tre chiese e la sede del municipio. Soprattutto se n’è andato il sorriso di Enza Terzini, vittima del crollo della sua casa a L’Aquila. “Dobbiamo tenere viva la memoria e continuare a dire che qui non si è risolto niente – dice ancora Bruno –: aspettiamo un milione di euro solo per rimettere in sicurezza il castello. Vorremmo farne una struttura ricettiva, abbiamo chiesto finanziamenti in Regione, non arriva nulla. Del resto, con tutti gli scandali sulla ricostruzione e i rifiuti, si capisce che gente piccola come noi non conta nulla”. Questo, sul New York Times, non l’hanno scritto.

Tor Bella Monaca chiama, Alemanno non risponde
IL SINDACO DI ROMA PROPONE DI RADERE AL SUOLO IL QUARTIERE MALFAMATO. GLI ABITANTI CHIEDONO “SOLO” QUALCHE GESTO CONCRETO
di Valeria Fabbrini Roma

e facce di Monaca” “L nonApo scopertema Tor Bellarap di due è solo il nome del gruppo ragazzi, e Cash, anche lo slogan di tutti i loro coetanei che vogliono togliersi la maschera e vogliono farlo direttamente dalla strada, senza vergognarsi di vivere dove vivono. Di ragazzi come Apo e Cash, che abitano a Tor Bella Monaca, ce ne erano tantissimi ieri a riempire la Sala Cinema dell’VIII Municipio. Lì si è svolta la Conferenza Cittadina “Abbattiamo i pregiudizi. Idee e proposte concrete per Tor Bella Monaca”. Alla base dell’incontro, un’idea semplice: anziché parlare di utopia, come quella del sindaco Alemanno di radere al suolo un intero quartiere e ricostruirlo, sarebbe bene muovere dei passi più concreti ed immediati. Investire nelle risorse positive di quei luoghi, citati sempre e solo per il degrado. Prima di radere al suolo delle case, in altre parole, bisognerebbe sapere cosa c’è già dentro.
“C’È ANCHE una parte sana di questa realtà che può prendere il sopravvento su quella malata se le istituzioni ci credono ed investono le risorse in tal senso”. A raccontarlo è Paola Aversa, coordinatrice del Circolo Pd di Tor Bella Monaca e promotrice dell’iniziativa. Le

domandiamo se è vero che è così pericoloso girare la sera per le strade, e lei risponde: “Non è vero. Non è che alle sei inizia il coprifuoco e si vive blindati; io tutte le sere esco dal circolo alle nove e non ho alcun timore. Sì, qui la realtà è difficile, ma noi ci viviamo tranquillamente. Poi, di sicuro, se si promettono ai cittadini villette a schiera al posto dei palazzoni da quattordici piani, dove ci piove anche dentro, la gente che ci vive, cosa dice? Dice di sì. Ma questi annunci mettono solo in agitazione, e in fondo sono in molti i cittadini a chiedersi dove finiranno se li mandano via. A San Vittorino?” Come ha scritto Paolo Berdini, che di mestiere fa l’urbanista, “Tor Bella Monaca è un quartiere che era nato negli anni ’80 per dare una casa vera alle centinaia di famiglie romane che ancora vivevano in baracche da terzo mondo. Ora il sindaco Alemanno dice che va abbattuto e ricostruito… In quanto progettato secondo

le norme dell’architettura sovietica”. Ma, si domandano in tanti, perché invece di puntare il dito e demolire, non si parla della necessità e dell’urgenza di rendere più umani questi quartieri? NON BISOGNA dimenticare che in questi anni, nonostante i problemi, si è instaurato un tessuto sociale fatto di relazioni forti e di solidarietà reciproca. Nel corso dell’iniziativa di ieri è circolato un questionario che interpella i cittadini riguardo all’Abbattimento dell’Ente comunale. “Quello sì che va demolito”, dicono. L’Ente comunale non è altro che una struttura in ceIl mercato comunale di Tor Bella Monaca, abbandonato da anni mento armato dove un tempo c’era il mercato coperto di via dell’Archeolo- politica non può lanciare spot. Prima che un gia. Ora è abbandonato, è diventato una disca- quartiere sicuro noi vorremmo un quartiere rica a cielo aperto, i ragazzi dentro ci si dro- sicuro di sé. Non un ghetto, ma un posto dove gano e non è insolito trovarci topi e motorini possa piacere vivere, studiare e lavorare. Barubati. Nel questionario viene chiesto ai cit- sterebbe illuminare le strade e i delinquenti tadini cosa vorrebbero al suo posto: un giar- comincerebbero ad avere più paura. E la sicudino pubblico attrezzato con parco giochi per rezza passerebbe anche da quel secondo combambini? Un campo da basket, di pallavolo, missariato di Polizia che tanti cittadini hanno una pista di skateboard? O addirittura una piaz- chiesto (e invece il ministero dell’Interno ha chiuso definitivamente il vecchio, mandando za con un anfiteatro aperto? “Ecco cosa chiediamo alla gente che abita qui, via anche i poliziotti che vivevano all’interno, proposte – prosegue Paola Aversa –. Il nostro ndr). Un quartiere come Tor Bella Monaca non obiettivo è rendere partecipe la parte buona deve rassegnarsi a rimanere nell’etichetta che del quartiere. E dirle: siamo al vostro fianco. La gli altri gli hanno affibbiato”.

Le proposte dei Democrat: abbattere il vecchio mercato e far tornare la polizia

Sabato 2 ottobre 2010

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ECONOMIA

ALLA FIERA DELL’EST BUCO NERO DI UNICREDIT
Dal 2007 guida l’operazione Oriente Ghizzoni ora prende tutto il comando
di Vittorio Malagutti Milano

uando, nella sua prima conferenza stampa da amministratore delegato, gli hanno chiesto su quali mercati, tra quelli dell’Est, conta di investire di più, Federico Ghizzoni ha elencato la Russia, la Polonia, la Repubblica Ceca. Glissando elegantemente sul resto dell’impero d’Oriente targato Unicredit. Il successore di Alessandro Profumo sa bene di che cosa parla. Negli ultimi tre anni, da luglio 2007, Ghizzoni ha diretto le operazioni della più internazionale tra le banche italiane nei territori della Central Eastern Europe, come dicono i bilanci. Sono posti complicati, con un capitalismo fragile e poco regolato. Inoltre la reces-

Q

sione ha colpito duro, in qualche caso cancellando un decennio di crescita a gran velocità. Da quelle parti Unicredit incassa circa il 10 per cento dei propri ricavi. Sulla carta i potenziali guadagni sono molto elevati, ma come sempre quando si esplora una nuova frontiera, anche le possibili perdite aumentano in proporzione ai rischi. E di rischi, quando era al timone del gruppo, Profumo se n’è presi davvero parecchi, con un’espansione a passo di carica che ha fatto di Unicredit una delle banche occidentali più attive in quell’area. Tutto bene, se non fosse che la bufera finanziaria esplosa nel 2008 ha di molto ridimensionato le trionfali prospettive di espansione e di profitti annunciate negli anni del boom. E

adesso, se è vero, per dirla con Ghizzoni, che Paesi come Polonia, Russia e Repubblica Ceca offrono grandi occasioni di sviluppo, ci sono almeno un paio di buchi neri che minacciano di causare nuove perdite nei bilanci e anche qualche imbarazzo tra i manager.

Il nuovo amministratore delegato UniCredit Federico Ghizzoni con il presidente Dieter Rampl (FOTO EMBLEMA)

Shopping nei Paesi ex Urss
DALL’UCRAINA e dal Kazakistan arrivano le preoccupazioni maggiori. In questi due Paesi Unicredit è sbarcato in forze nella seconda metà del 2007 comprando due banche importanti come la Ukrsotsbank di Kiev e la Atf nell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale. Il fatto è che entrambi gli acquisti sono stati realizzati proprio pochi mesi prima del terremoto economico globale. E per di più a prezzi che già allora molti analisti giudicavano piuttosto elevati. In totale l’istituto all’epoca guidato da Profumo sborsò quasi 3,2 miliardi di euro. E cioè circa 1,6 miliardi per la banca ucraina e poco di meno per quella kazaka. Sempre nel 2007 anche Banca Intesa aveva a lungo trattato per comprare Ukrsotsbank, ma l’offerta non superò 1,2 miliardi. Nel giro di due anni e mezzo quelle valutazioni si sono alquanto sgonfiate, provocando perdite pesanti nei conti di Unicredit. Dati alla mano si scopre che siamo scesi da 3,2 miliardi a poco più di 2,1 miliardi di euro. Quest’ultima è la cifra che compare nell’ultima relazione semestrale di Unicredit, chiusa a giugno del 2010. Un taglio net-

Nella partita ucraina era coinvolta anche la banca d’affari Merrill Lynch
to, quindi, del 30 per cento tra il 2008 e il 2010. Nei primi sei mesi di quest’anno la partecipazione nella kazaka Atf ha prodotto perdite per 162 milioni. Certo, nel frattempo i due Paesi sono stai investiti in pieno da una crisi economica pesantissima. In Ucraina, per dire, il prodotto interno lordo è crollato del 15 per cento nel 2009, la produzione industriale è precipitata del 21,9 per cento, la moneta locale si è svalutata del 50 per cento. Un fatto quest’ultimo che ha mandato sul lastrico decine di migliaia di famiglie che negli anni del boom avevano stipulato mutui in valuta straniera, diventati all’improvviso insostenibili con il crac dell’economia e del cambio. Tutto questo ha provocato un enorme aumento dei crediti insoluti o a rischio, costringendo l’istituto di Kiev a raddoppiare gli accantonamenti in bilancio sui crediti a ri-

schio. Lo stesso discorso vale per la Atf che nonostante alcuni proventi straordinari nei primi sei mesi del 2010 è andata in perdita di circa 80 milioni di euro. Disavventure simili, peraltro, hanno subito tutte le banche occidentali che sono sbarcate sui quei mercati per cavalcare il boom delle economie locali. Il guaio di Unicredit però è che Profumo comprò il biglietto che all’epoca sembrava vincente proprio alla vigilia della crisi. E per di più pagando un prezzo che rifletteva il gran rialzo degli anni precedenti.

Due istituti comprati tre anni fa per 3 miliardi di euro oggi ne valgono “solo” 2
let Utemuratov, considerato uno dei confidenti più stretti del presidente (a vita) Nursultan Nazarbaiev. Utemuratov era un direttore di supermercato durante il regime sovietico ed è ora uno degli uomini più ricchi del Paese. Nell’ucraina Ukrsotsbank comandava invece Viktor Pinchuk, nietemeno che il genero dell’ex presidente (filorusso) Leonid Kutchma. Pinchuk, a capo di un gruppo che vale alcune decine di miliardi di euro, ha fatto i soldi con la siderurgia ed è considerato tra i cento uomini più ricchi del mondo. I capitali in arrivo dall’Italia lo hanno reso ancora più ricco E forse questo è in qualche modo un pedaggio obbligato per fare affari in quei Paesi. Ma nel caso di Unicredit dopo il pedaggio sono arrivate anche le perdite. A cui ora dovrà pensare Ghizzoni, l’uomo dell’Est.

Ricavi Unicredit per aree geografiche Italia Germania Austria Europa centrale orientale Dipendenti per Paese Italia Germania Austria Polonia Turchia Altri Paesi TOTALE 33,8% 12,6% 6,3% 12,2% 9,8% 25,8% 40% 17,7% 7,7% 10,2%

Inquietanti oligarchi sovietici arricchiti
INSOMMA, con il senno di poi, possiamo dire che Unicredit comprò ai massimi. Entrambe le acquisizioni vennero all’epoca seguite come consulente della banca italiana dal Credit Suisse. Ma nell’affare ucraino era coinvolta anche Merrill Lynch come advisor del venditore. Credit Suisse e Merrill Lynch erano considerate le banche d’affari tradizionalmente più vicine all’ex capo di Unicredit. A completare il quadro va detto che i soldi versati dal rampante istituto italiano andarono ad arricchire personaggi dalla reputazione quantomeno discussa, due oligarchi vicinissimi al potere politico locale. La kazaka Atf è stata ceduta da Bu-

162.000

Fincantieri, 4 mila operai sfilano a Roma
CREMASCHI (FIOM): “L’UNICO INTERVENTO PUBBLICO È STATO QUELLO DELLA POLIZIA”
di Salvatore Cannavò Roma

la più U na grande manifestazione,operai grande che si ricordi avuta nel settore, con circa 4 mila giunti a Roma sui 8500 occupati dalla Fincantieri. Una manifestazione indignata, preoccupata e tesa e che porta a casa anche un po’ di delusione. “Volevamo arrivare a Palazzo Chigi, farci sentire e farci vedere – dice Salvatore D’Auria di Castellammare di Stabia – ma la polizia ce l’ha impedito, lo spiegamento di forze era qualcosa di incredibile”. “In effetti l’unico intervento pubblico per la cantieristica – dice Giorgio Cremaschi responsabile per la Fiom di Fincantieri – è stato quello della polizia”. Gli operai, al termine del corteo che ha riempito tutta piazza Santissimi Apostoli, hanno cercato di raggiungere via del Corso e quindi il Palazzo del governo. Spintoni, proteste e grida, anche contro gli stessi sindacati organizzatori della manifestazione, ma alla fine nulla da fare. Gli operai erano arrivati in tarda mattinata

con i treni e con i pullman, da tutta Italia, compresa Marghera e Monfalcone, i cantieri che non sono stati minacciati dalla chiusura.
MASSICCIA la presenza da Napoli che ha sfilato anche con la testa e il cuore rivolti al suicidio di Vincenzo Di Somma, un operaio dell’indotto Fincantieri che non ha retto le difficoltà della propria vita – nel corteo nessuno ha inteso strumentalizzare il dolore riconducendo quella morte solo alla crisi aziendale – e si è tol-

to impiccato a una trave nel garage dei propri genitori. Presenti quasi tutti i sindaci delle città coinvolte a partire dal sindaco di Genova, Marta Vincenzi e da quello di Ancona, Fiorello Gramillano. Unico assente, il sindaco di Palermo, Diego Cammarata. “Una giornata bellissima – dice ancora D’Auria – ma che rischia di essere fine a se stessa. Noi vogliamo il lavoro e il governo ci sfugge. Eravamo venuti a Roma per avere la data di un tavolo di confronto e invece

Il corteo dei lavoratori Fincantieri a Roma (FOTO EMBLEMA)

“Eravamo qui nella speranza di un tavolo di confronto invece siamo stati circondati”

siamo stati circondati dalla polizia”. E così all’entusiasmo per la riuscita del corteo si somma l’amarezza e l’incertezza per il futuro della mobilitazione in presenza di una crisi incombente. A Castellammare, ad esempio, alcune commesse garantiscono occupazione per i prossimi mesi ma i lavoratori in cassa integrazione sono già circa 200 ed entro la fine dell’anno se ne stimano 600 alla Fincantieri e circa 1000 nell’indotto. “Il cantiere di Castellammare è la nostra ultima speranza, dopo c’è solo il buio”, dicono gli operai campani. Dall’altra parte, in realtà, non c’è interlocuzione. Tutti sanno che il ministro per lo Sviluppo economico non esiste anzi, esiste e lavora a pieno ritmo in agosto ma quando scoppiano le crisi si dilegua. “Berlusconi dice di aver salvato le banche americane?”, domanda Cremaschi: “Allora voli un po’ più

in basso e salvi la cantieristica italiana”. Anche per i sindacati il problema è avere un tavolo di confronto perché se l’azienda ha smentito nei giorni scorsi le indiscrezioni circolate circa la chiusura dei cantieri di Castellammare in Campania e di Sestri e Riva Trigoso in Liguria è anche vero che manca il lavoro e all’orizzonte c’è un progetto di progressiva cassa integrazione. “Noi la stimiamo intorno alle tremila unità sugli 8500 dipendenti del gruppo”: “Noi” sta per i sindacati che nella vertenza stanno seguendo una linea unitaria anche se l’altro giorno Fim e Uilm volevano disdire la manifestazione. QUINDI serve un confronto serio ma “non con i pur rispettabilissimi funzionari del ministero dello Sviluppo – dice ancora Cremaschi – con i quali è stato fissato un incontro il prossimo 11 ottobre. Noi vogliamo il governo che finora è stato l’unico assente”. Accanto a lui rilanciano gli operai: “Torneremo ancora a Roma, faremo di tutto per salvare il nostro posto di lavoro, di tutto”.

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Sabato 2 ottobre 2010

DAL MONDO

IL FUTURO È DONNA: IL BRASILE ALLA PROVA DI DILMA
Domani il voto per scegliere il successore di Lula
di Maurizio Chierici

omani il Brasile vota per il presidente. I sondaggi anticipano il risultato: Dilma Rousseff prende il posto di Lula, magari subito o al secondo turno. Per José Serra, socialdemocratico, governatore di San Paolo, si annuncia una sconfitta imbarazzante malgrado l’appoggio di Cardoso, quel capo dello Stato che ha razionalizzato l’economia liberandosi della sinistra nella quale era cresciuto e per la quale aveva sofferto l’esilio negli anni del governo militare. Anche Serra era scappato (nel Cile del democristiano Frei padre) alla ricerca della libertà e quando la libertà è tornata, gli anni trascorsi all’ombra di Cardoso non hanno sciolto il suo rapporto di figlio di buona famiglia con 100 milioni di “altri brasiliani” che tirano la cinghia: di buona famiglia non sono.

D

versità. L’Estado de São Paulo, quotidiano della conservazione autoritaria, scrive che “una ragazza aggregata ai 97 sovversivi braccati dalla polizia militare, riceve lo stipendio da un ente pubblico”. Nome e cognome: comincia la vita clandestina. La prendono per una soffiata: tre

mocratico laburista, alla fine si avvicina al Pt di Lula. Chi non la voleva candidata presidente adesso le rimprovera il passato “variegato” e il peccato di non essere tra i fondatori del partito. Ma il rapporto con Lula è speciale.

L’ex guerrigliera (di buona famiglia) che ha conosciuto il Che e la prigione, favorita alle presidenziali
Dilma Rousseff (FOTO LAPRESSE) . In alto, Ignacio Lula da Silva (FOTO EMBLEMA)

Dopo otto anni, un’inversione di ruoli
LA CULTURA DI DILMA ne ha disegnato la politica economica e ha nutrito le proposte elettorali nella campagna vittoriosa, otto anni fa. Lula se l’è tenuta al fianco come un’ombra: ministro della Casa Civil (super dicastero dell’Interno) e sottosegretario alla presidenza. Lo accompagna quando incontra chi “fa girare” Wall Street ed è determinante nelle scelte che trasformano il Brasile uno dei giganti del futuro. Almeno Dilma lo spera. A 62 anni, due mariti nel passato, una figlia, Paula – che le ha dato una nipote nata in campagna elettorale – Dilma proprio sette mesi fa (quando la campagna è cominciata) si affaccia in tv col sorriso che rallegra il suo faccione imbronciato, ma la notizia sembra un disa-

All’Università scelse la lotta armata
TRAVOLTO DA LULA si era preso la rivincita nella sua San Paolo approfittando del melodramma politico-privato di un intrigo d’amore fra una signora e un signore che guidavano il Partito dei Lavoratori. Ma il suo grigiore ha annacquato l’appoggio dei moderati; il ciondolare alla ricerca di consenso non è piaciuto ai giganti dell’economia che hanno voltato faccia scegliendo la concretezza di Dilma Rousseff. Dopo Indira Ghan-

di, sarà con ogni probabilità la prima donna a governare un paese che brilla come l’India e come la Cina, protagonista di un’economia felice mentre le nostre Borse sospirano. Anche la Rousseff è di buona famiglia, padre arrivato in Brasile dalla Bulgaria nel 1930, costruttore a Minas Gerais, aveva consolidato il sogno americano nella piacevolezza di una bella casa, domestiche e maggiordomo, figli al pianoforte, club per miliardari e università di buon nome. Quando gli anni ’60 annunciano le inquietudini del movimento studentesco, nel suo collegio Dilma si mescola a un movimento di ragazzi che non sopportano le “vecchie facce”, il gruppo

Politica Operaia, proiezione del Partito socialista. Succede in ogni università delle Americhe e d’Europa: due vocazioni separano nuove generazioni. Riscrivere la Costituzione o rovesciare il potere con la lotta armata. Lei sceglie la lotta: diventa una delle anime del Comando de Libertaçao Nazionale. Adora il Regis Debray di Rivoluzione nella rivoluzione, proprio quel Debray che farà sapere ai ranger boliviani della presenza di Guevara sulla montagna dove verrà ucciso. Dilma va all’Avana ad incontrarlo. Abbraccia il Che, fa lunghe chiacchiere con Fidel anche se confessa di aver solo ascoltato: parlava sempre lui. Dopo la laurea in Economia, lavora all’uni-

anni di prigione e di torture eppure non si ricrede malgrado le suppliche del padre e degli amici agiati. La dama di ferro (nome di allora che resiste nel tempo) aspetta il declino dei militari per deporre le armi anche se non ha mai sparato un colpo. Fa politica alla luce del sole: partito de-

stro: ha un cancro, linfoma che sta curando “sicura di guarire”. Si mormora dell’esultanza segreta di Serra e delle voci che corrono tra chi deve votare: come affidare il Brasile a una donna e che per di più sta male? Al suo fianco appare Lula, ruoli invertiti sugli ultimi schermi del braccio di ferro per il voto. Lei al centro, lui la spalla e il successo torna travolgente. “Essere eletta la prima volta al primo turno vuol dire che è più brava di me: siete d’accordo?”. “Nooo”, risponde il delirio delle voci. Bravi tutti e due. Dilma sta imparando a fare da sola anche se forse dovrà rimandare la festa. La corruzione sta sfiorando il governo e per sedersi nella poltrona di Lula forse dovrà aspettare fine ottobre. I grandi giornali criticano le distrazioni del presidente tanto amato: ha lasciato mano libera a certi suoi politici dalle mani non pulite. E Lula risponde: è solo l’ultimo fastidio. Non hanno mai sopportato che un operaio rimettesse a posto i conti del paese. Il gradimento di Dilma alcuni giorni fa era sceso al 49 per cento, ma gli ultimi sondaggi la danno al 52%, In ogni caso, il 50 più uno è lì, a pochi voti.

MUGELLO in festa d’autunno

Golpe fallito in Ecuador, Correa caccia il capo della Polizia
larme per il presunto colpo di Stato è rientrato, il presidente dell’Ecuador è tornato nel palazzo presidenziale. Un gruppo di militari delle forze speciali ha dovuto liberarlo con la forza dall’ospedale in cui era di fatto tenuto prigioniero dai poliziotti “ribelli”, ingaggiando una guerriglia urbana che avrebbe provocato tre vittime e una settantina di feriti. Nella capitale e nelle città di provincia in cui si erano verificati disordini è tornata la calma. La gran parte di uffici, negozi e banche ha riaperto, anche se restano chiuse le scuole e lo stato d’emergenza rimane in vigore in tutto il Paese. Il palazzo presidenziale è circondato da almeno 250 militari armati, un’immagine consueta in America Latina ma che sembrava definitivamente cancellata dalla geografia mentale dell’Ecuador. Grazie a un altissimo indice di popolarità, in questi tre anni di mandato il presidente-economista sembrava infatti riuscito ad allontanare dal Paese il fantasma dell’instabilità istituzionale, dopo la destituzione di due presidenti in 5 anni: Jamil Mahuad nel 2000 e Lucio Gutierrez nel 2005. Proprio Gutierrez, secondo quanto denunciato dal presidente ecuadoregno, sarebbe tra i principali responsabili del fallito golpe. L’attuale leader dell’opposizione e acerrimo nemico di Correa avrebbe usato le proteste sindacali dei poliziotti per destabilizzare il governo in carica e provocarne la caduta. Un golpe come quello che si è consumato in Honduras l’anno passato appare però altamente improbabile in Ecuador. Soprattutto perché in questi tre anni di presidenza Correa ha costruito buone relazioni con gli Stati Uniti, tanto che la segretaria di Stato Hillary Clinton è intervenuta per esprimere “appoggio totale” al suo governo. Sostegno a Quito è arrivato anche dai ministri degli Esteri dell’Unione delle nazioni Sudamericane (Unasur), che oggi voleranno nella capitale ecuadoregna, e dall’Organizzazione degli Stati americani (Oea).

Il presidente Correa tornato nel Palazzo del governo (FOTO ANSA) di Anna Vullo

Ufficio Turismo - Via P. Togliatti, 45 50032 Borgo San Lorenzo (FI) tel. 055 84527185/6 - fax 055 84527183 turismo@cm-mugello.fi.it

no habrà ni non ci “A 9quìpostoha laperperdòn ni olvido”,l’oblfor-. sarà né il perdono né per io Rafael Correa voce lievemente rauca, se a conseguenza dei gas lacrimogeni respirati l’altro pomeriggio. Indossa una cravatta chiara, la fascia presidenziale di traverso sull’abito scuro, è sbarbato e pettinato. Il tono è fermo e al tempo stesso pacato, molto diverso da quello usato l’altro giorno nel tentativo di calmare la massiccia protesta della polizia degenerata in scontri e violenze in tutto il Paese. E però non lascia dubbi: “Tutti coloro che hanno disonorato l’uniforme della polizia e ci hanno fatto passare per una Repubblica da operetta saranno puniti”. La prima vittima è il capo della Polizia Nazionale, Freddy Martìnez, dimessosi dopo aver chiesto a Correa di rivedere la legge all’origine della protesta, che prevede il taglio di alcuni benefit agli agenti. “Un comandante che non viene rispettato, anzi viene aggredito dai suoi subalterni non può continuare a guidarli”, ha detto Martìnez visibilmente turbato. L’ufficiale, che è stato sostituito dal generale Florencio Ruiza, ha anche denunciato la presenza di “infiltrati” tra le forze di polizia responsabili della protesta. 9Nel frattempo l’al-

Il Mugello in questo periodo celebra i frutti di stagione, tra cui il prelibato Marrone IGP, con sagre, manifestazioni e appuntamenti gastronomici.
È il momento ideale per una visita: con l’auto o con il treno a vapore si possono raggiungere località come Marradi, Palazzuolo Sul Senio o Firenzuola, veri gioielli dell’Appennino tosco-romagnolo. Qui, a mezza via tra Firenze e Bologna, la cucina e i prodotti della terra hanno conservato l’autenticità delle proprie tradizioni.

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Sabato 2 ottobre 2010

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DAL MONDO

BIN LADEN È VIVO E INVIA MESSAGGI ECOLOGISTI
Voci e minacce di attentati in Europa e spunta un nuovo nastro
di Giampiero Gramaglia Osama Bin Laden (FOTO LAPRESSE)

N
USA

Emanuel lascia Obama

O

bama ha accettato ieri le dimissioni del suo capo di Gabinetto, Rahm Emanuel, che si candiderà a sindaco di Chicago. Lo sostituirà Pete Rouse. Emanuel non è il primo a lasciare la Casa Bianca, tra gli stretti collaboratori del Presidente: nei giorni scorsi anche il consigliere economico Larry Summers ha lasciato l'incarico.

entre nuovi brividi di insidie terroristiche inquietano l’Occidente, Osama bin Laden torna e parla da operatore umanitario ed ecologista globale. Altroché minacce di attentati: il fondatore di al Qaida “posta” su un sito islamico un messaggio audio che critica i ritardi nei soccorsi agli alluvionati del Pakistan e sollecita azioni contro il cambiamento climatico. Un discorso socio-verde ecumenico, se non fosse che l’ideologo dell’integralismo si rivolge alla “nazione islamica”.

M

IL MESSAGGIO AUDIO di 11 minuti circa, è corredato da immagini fisse di Bin Laden e da foto di vittime della catastrofe in Pakistan mentre ricevono soccorsi. Naturalmente, i servizi d’intelligence stanno verificando se la voce che lancia un appello ai musulmani perché soccorrano gli alluvionati sia davvero quella del capo di al Qaida. Se il nastro fosse autentico, sarebbe la seconda volta

in meno di un anno che Bin Laden evita di fare dell’attacco all’Occidente il perno di un suo intervento, privilegiando temi come il riscaldamento della Terra o la crisi economica. “Il numero delle vittime provocate dai cambiamenti climatici – dice – è grandissimo, superiore a quelle delle vittime delle guerre”. La sortita umanitaria del capo terrorista è in controtendenza o forse in risposta alle voci, diffuse con insistenza negli ultimi giorni (e ribadite ieri dall’intelligence Usa) della preparazione – sventata – di attentati simultanei in Gran Bretagna, Francia, Germania, e magari pure Spagna e Italia, con azioni del tipo di quella di Mumbai nel 2008. Notizie, sulla scorta di rivelazioni di “pentiti”, che andavano di pari passo con una serie di falsi allarmi, specie in Francia, a Parigi, dove la Torre Eiffel è stata evacuata due volte. Martedì scorso s’era pure saputo dell’uccisione d’un capo operativo di al Qaida tra Afghanistan e Pakistan, Shaikh Fateh, uno yemenita raggiunto da un missile lanciato da un drone

Usa mentre si spostava in auto nel Waziristan settentrionale. La registrazione ora diffusa è la prima di Bin Laden dal 25 marzo, quando aveva preconizzato l’uccisione di cittadini americani se Khalid Sheikh Mohammed, la “mente” dell’11 Settembre, attualmente a giudizio negli Stati Uniti dopo la detenzione a Guantanamo, sarà condannato a morte. LA DATA DEL NASTRO non è chiara: è comunque successiva alle inondazioni e alla fine del Ramadan, il 9 settembre, perché contiene espressioni d’augurio ai musulmani di tutto il mondo dopo il mese del digiuno. Nel suo messaggio, Bin Laden descrive la sorte di milioni di pakistani, “di bambini”, in particolare, dopo le disastrose alluvioni: “Non basta mantenere gli sforzi di aiuto sui livelli precedenti, bisogna consegnare tende, viveri e medicine”. E aggiunge: “Il cambiamento climatico colpisce la nazione islamica e causa grandi catastrofi nel mondo islamico”. È evidente che al Qaida “cura” il suo “collegio”, cioè

l’area etnico tribale pashtun tra Afghanistan e Pakistan. Delle vittime delle inondazioni, la rete terroristica s’era già occupata in messaggi del suo numero due Ayman al-Zawahiri e del suo portavoce Adam Gadahn. Le organizzazioni non governative islamiche furono più pronte del governo pachistano e anche degli organismi internazionali a reagire alla catastrofe. E c’è il timore che la tragedia incoraggi giovani pachistani ad “arruolarsi” con i talebani e al Qaida. Gli esperti danno della registrazione di bin Laden letture diverse: Noman Benotman, un ex affiliato di al Qaida che ora lavora per un think-tank anti-terrorismo, vi

vede “un segno di disperazione” della Rete, che sarebbe alla ricerca di sostegno popolare. Leah Farral, un’esperta australiana, definisce il testo “ipocrita”: al Qaida non avrebbe mai fatto nulla per assistere le vittime di sciagure. Nonostante le ripetute operazioni militari lanciate contro di lui dopo l’11 Settembre, Bin Laden non è mai stato catturato: dato talora per malato e talora per morto, continuerebbe a nascondersi fra le montagne tra Afghanistan e Pakistan, conservando la capacità di pubblicare messaggi video e audio, a partire dal primo, il 7 ottobre 2001, la vigilia del lancio dell’offensiva Usa in Afghanistan.

UCRAINA

Rivoluzione Arancione, addio

L

NIGERIA: Indipendenza con bombe e morti grande festa per 50 anni L adipendenza della iNigeria ––d’inèdal dominio coloniale britannico si
macchiata di sangue. Due autobombe sono esplose nella capitale Abuja ed hanno ucciso una decina di persone (alcune fonti parlano di 8 morti, altre di 15). Un’ora prima delle esplosioni era arrivata via mail la minaccia dei ribelli del Mend, che avevano annunciato di avere piazzato numerosi ordigni, intimando la popolazione ad evacuare la parata a Eagle Square. Lì, tra cori e danze, si tenevano le principali celebrazioni alla presenza delle massime autorità del Paese – tra cui il presidente della Repubblica Goodluck Jonathan – mentre poco distante deflagravano le esplosioni. Gli attentati non hanno interrotto però la festa, che è proseguita come se nulla stesse accadendo. Da diversi mesi le forze di sicurezza nigeriane erano in stato di allerta per eventuali attacchi da parte del gruppo ribelle che a gennaio di quest’anno aveva annunciato la revoca della tregua, dichiarata unilateralmente, contro il governo che non ha dato risposte alle rivendicazioni del gruppo armato. Il Mend da anni colpisce con attentati e sequestri in particolare la regione del delta del Niger – ricchissima di installazioni petrolifere – e chiede la ridistribuzione degli introiti dello sfruttamento degli idrocarburi fra le popolazioni locali. Rapimenti e attacchi che hanno fatto crollare la produzione del petrolio negli ultimi anni, dai 2,6 milioni di barili al giorno ad inizio 2006, agli attuali 2 milioni.

INTERNAZIONALE

L’INFORMAZIONE ITALIANA? CONFORMISTA E PRIGIONIERA DELLA CATTIVA POLITICA
di Eduardo Di Blasi Ferrara

a Corte Costituzionale ucraina ha annullato le riforme adottate nel 2004 sull'onda della Rivoluzione Arancione con una sentenza che assegna al presidente Yanukovych il potere di nomina e revoca dei ministri, togliendo la ratifica definitiva al parlamento. Yanukovych – che da quando è al potere si è espresso contro le riforme del 2004 – pur avendo la maggioranza parlamentare non ha i due terzi necessari per le riforme costituzionali. Di fatto, l’Ucraina torna ad essere una repubblica presidenziale. La leader della Rivoluzione Arancione, Julia Timoschenko ha accusato Yanukovych e la Corte di aver “usurpato” il potere del popolo.

MEDIO ORIENTE

Lo stallo dei negoziati

C on un programma che spazia dalla crisi economica islandese agli scrittori haitiani, dal retrobottega del regime coreano, alle elezioni in Brasile, la tre giorni del Festival di Internazionale a Ferrara si è aperta ieri con un dibattito sullo stato dell'informazione in Italia. Meglio, con un dibattito sulla conformazione, dell'informazione di casa nostra, al potere politico-mediatico-economico che la governa. Con il direttore de Il Fatto Quotidiano Antonio Padellaro, ne hanno discusso Alexander Stille – professore di giornalismo alla Columbia University e firma di diversi quotidiani di qua e di là dell'oceano – Miguel Mora di El Pais, e Gerhard Mumelter, nato a Bolzano ma corrispondente da Roma per l'austriaco Der Standard. Ne è emersa una ricostruzione talmente univoca che, al momento di fare le domande, dal pubblico qualcuno ha chiesto se non fossero tutti “comunisti”. Perchè in una parte della cittadinanza, ormai, “le regole” sono state rubricate a questione “ideologica”.
PRIMO ASSUNTO. Afferma Stille: “In Italia c'è una eccessiva attenzione ai fatti meramente politici”. Conferma Mora: “Se scriviamo più di Berlusconi che del Papa un per-

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Gerhard Mumelter, Miguel Mora, Alexander Stille e Antonio Padellaro (FOTO DI FRANCESCO ALESI)

chè ci sarà”. Analizza Mumelter: “Negli ultimi cinque giorni Il Corriere della Sera ha dedicato dalle otto alle undici pagine, ogni giorno, alla politica”. Fanno il paio, aggiunge “con le 15, 27, 47 interviste a Italo Bocchino di queste ultime settimane”, nelle quali lo stesso non veicolava chissà quali informazioni. Esiste quindi un racconto della politica che è fine a se stesso. Facce, sempre quelle, che popolano talk show. Pochi o nulli approfondimenti sulla vita reale del Paese. SECONDO ASSUNTO: un “conformismo” dell'informazione esiste anche negli altri Paesi. Stille ricorda come per la Fox News – la tv di Murdoch che con Roger Ailes si è schierata dentro la barricata Repubblicana – la guerra in Iraq non sia mai esistita. Mora, invece, racconta l'episodio di Aznar, che dopo l'attentato di

Mora, Stille, Mumelter e il direttore del “Fatto”parlano del rapporto tra stampa, tv e potere
Atocha ebbe la “forza” di far credere (per poco, perchè poi perse le elezioni) che i colpevoli erano da ricercare nelle fila dell'Eta, e non dentro Al Qaeda. Mumelter anche sottolinea una certa influenza della politica nell'informazione pubblica della Germania ma, avverte, “nessuno si sognerebbe di mettere alla guida della televisione pubblica una persona che di tv non ne sa nulla,

come qui in Italia è stato fatto con la Rai e Mauro Masi”. E SIAMO AL TERZO assunto: con l'opposizione ridotta al lumicino, “troppo lontana da chi dovrebbe rappresentare” per Mora, “complice” per Padellaro della maggioranza che ci governa, accomodata in un'ovattata vita “di casta” per Stille (anche se l'espressione non gli piace), sono i giornali stessi a imporsi sulla scena della politica e a diventarne “soggetti”. Giornali come quello che state leggendo, che prendono posizione anche quando la politica, che ne avrebbe il compito, resta immobile. È sempre Padellaro ad affermare: “Ma se c'è un'indagine per mafia sulla seconda carica dello Stato e l'unica

cosa che il Pd riesce a fare è esprimere fastidio per le domande o solidarietà a Schifani, noi cosa dobbiamo fare?”. CONCLUSIONI: se il maggiore operatore della comunicazione nazionale ha il potere di “anestetizzare” l'informazione pubblica e privata da una parte e di riuscire a compiere un'opera di killeraggio mediatico sui nemici politici (Mora cita Libero e Il Giornale, ma anche Signorini) è evidente che ci troviamo davanti a un gigantesco conflitto di interessi. È strano come questo possa apparire poco attuale o “ideologico”, anche in una platea di giovani lettori impegnati e attenti come sono quelli del periodico diretto da Giovanni De Mauro.

l premier israeliano Netanyahu avrebbe respinto la richiesta, formulata giovedì con una lettera dal presidente Usa Barack Obama, di estendere la moratoria sugli insediamenti. E non ha fatto breccia neppure la spola diplomatica condotta tra giovedì e ieri dall’emissario statunitense George Mitchell e dalla rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton. “Non ci sono progressi, perchè Israele insiste nelle sue attività di colonizzazione” ha detto il portavoce di Abu Mazen.

CINA

Un aumento per evitare il suicidio

L

a Foxconn, società che ha l'incarico di produrre gli Ipad e gli Iphone balzata “agli onori delle cronache” a seguito di un’ondata di suicidi dei suoi dipendenti, ha deciso di alzare ancora i salari dei suoi impiegati nella fabbrica di Shenzhen (che attualmente impiega 400mila persone) dove si sono verificati la maggior parte dei suicidi.

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Sabato 2 ottobre 2010

SECONDOTEMPO
SPETTACOLI,SPORT,IDEE
in & out

O SSESSIONI

Un libro sulle schiavitù della modernità

TUTTI FIGLI DI UN DIO TELEMATICO
di Riccardo Chiaberge

Calciopoli Baldini: “Moggi mi minaccia”, l’ex dg : “Lo querelo”

Tensioni Agnelli attacca: “Le vittorie della Juve? Meritate”

Outing Cecchi Paone: “Ho amato un calciatore di Serie A”

Ciak Al via il film di Eugenio Cappuccio con Belén e Solfrizzi

veva ragione Gerald Ford? Del mitico successore di Nixon, celebre per la sua goffaggine, il rivale Lyndon Johnson diceva che “non era capace di camminare e masticare una gomma contemporaneamente” (una variante apocrifa sostituisce al camminare funzioni corporali meno nobili). Ma forse, quello che ai contemporanei appariva un deficit cognitivo era in realtà un esempio di saggezza che dovremmo sforzarci di imitare: pensare e fare una cosa alla volta. L’uomo dell’era digitale, mentre cammina o corre o fa la doccia, non si limita a masticare gomma americana, ma telefona, manda sms, risponde alle e-mail, consulta Google, scambia messaggi su Facebook. Non stiamo parlando di ragazzini perdigiorno, ma di manager, politici e direttori di giornali che armeggiano con l’iPhone mentre stanno seduti sulle poltroncine di Ballarò e trovano il tempo di digitare aforismi su Twitter in piena crisi di governo.

A

nato a fallire”. Di Schirrmacher tutto si può dire, tranne che sia un luddista o un amish ostile alla tecnologia. È uno degli intellettuali più influenti in Germania, direttore del supplemento culturale della Frankfurter Allgemeine Zeitung. Nato agli albori dell’era digitale, ricorda di avere ricevuto un computer giocattolo in regalo per la cresima (quelli della mia generazione si dovevano accontentare di penne stilografiche con astuccio in madreperla), e di avere fatto il suo apprendistato informatico su un glorioso Amstrad. Manda sms a raffica e sa dove trovare su Internet le informazioni che gli servono. Certo, niente in confronto ai teenager americani intervistati dall’antropologo Michael Wesch, che confessano di passare online tre ore e mezza al giorno e altre due ore al cellulare, di leggere al massimo otto libri l’anno rispetto a qualche migliaio di pagine Web e di profili su Facebook e di scrivere dieci volte più

nella mia testa dispone solo di funzioni limitate e nella sua confusione comincia a imparare moltissime cose sbagliate... Vivo costantemente con la sensazione di perdere o dimenticare un’informazione... Il peggio è che non so nemmeno se ciò che so è importante o se ciò che ho dimenticato non lo è”. La spia rossa del Blackberry lampeggia? La mano corre automaticamente alla tastiera, il naso si incolla al display. Un gesto compulsivo, ripetuto centinaia di volte al giorno. Ma “un allarme che suona continuamente non è un’informazione, è un disturbo”. Non per

niente certi bambini nascondono gli smartphone dei genitori o li buttano nel wc per ottenere attenzione. La figlia di Arianna Huffington, cofondatrice del celebre blog Huffington Post, ricorda che sua madre non mollava il Blackberry nemmeno mentre faceva yoga nella posizione del cane, a testa in giù. E quando lei, disperata, andò a lamentarsi dallo strizzacervelli, per tutta risposta ricevette in regalo un palmare uguale a quello di mamma: “Così comunichiamo meglio”. Il software del nostro sistema nervoso, modellato da millenni di evoluzione, si sta ristrutturando sotto le martellate del sovraccarico informativo e facciamo sempre più fatica a ignorare un messaggio, a seguire un dialogo e a leggere un libro. Siamo distratti da
Illustriazione di Doriano

troppi stimoli. Il multitasking è la versione aggiornata e personalizzata del taylorismo, la tecnica di organizzazione del lavoro che imperava nelle fabbriche del secolo scorso: frammenta la vita, il tempo, i pensieri. E invece di aumentare l’efficienza, riduce la concentrazione e massimizza le probabilità di errore. Anche in campi delicati come la medicina. Se avete disturbi della memoria, se soffrite di deficit di attenzione, non andate dal dottore: potrebbe stare peggio di voi e avere a sua volta bisogno di cure.

Imbarazzi generati dal multitasking
LO PSICOLOGO tedesco Gerd Gigerenzer, del Max Planck di Berlino, ha dimostrato per esempio che molti medici hanno disimparato a leggere le statistiche. Un rischio di cancro al seno ridotto del 20% grazie alla prevenzione non significa, come credono in tanti, che si possano

colto lo sfogo di una paziente che chiama il suo medico “dottor Computer”:“Non guarda mai me, ma solo il monitor”. In tutti i settori, dalla sanità alla finanza, l’intelligenza artificiale si allea alla stupidità naturale, con effetti devastanti. Una volta c’erano gli idiot savant, i ritardati mentali di talento come il Dustin Hoffman di Rain Man. Adesso siamo un po’ tutti degli smart idiot, dei cretini armati di telefonini intelligenti. Non possiamo fare un passo senza guardare Google. E ci ubriachiamo di statistiche. Quante volte sono stato cliccato? Chi mi cita? Quanti commenti ha raccolto il mio blog? Quanti amici ho su Facebook? Quali sono i siti più frequentati, i video più visti su Youtube? Per usare le parole di Schirrmacher, “Vogliamo scoprire chi siamo scoprendo cosa fanno tutti gli altri”.

L’ antidoto? l’imperfezione
SI PUÒ guarire da questa sindrome? Sì, ma a una condizione, dice l’intellettuale francofortese: “Solo se ci permettiamo il lusso di essere meno perfetti dei computer, anzi di rinforzare con le nostre carenze e imperfezioni qualcosa che i computer non hanno e che dovrebbero invidiarci: creatività, tolleranza e presenza di spirito”. Come diceva John von Neumann, grande pioniere dell’informatica: “Nessun computer esistente può lavorare con un livello di precisione così basso come quello del cervello umano”. Per questo sappiamo reagire molto meglio all’imprevisto. E a differenza delle macchine apprezziamo il piacere di una poesia o di un bel romanzo, il gusto di voltare le spalle ad algoritmi e statistiche e affondare nelle pagine di Proust. La psicologa Maryanne Wolf ha scritto del “segreto che sta al cuore della lettura: il tempo che offre al cervello per pensare e concepire pensieri più profondi”. Grazie a Dio, siamo dotati di “neuroni rallentanti” la cui sola funzione è posticipare di pochi millesimi di secondo la trasmissione del segnale da altre cellule nervose. E adesso chiedo scusa, ma si è accesa la lucina del mio Blackberry. A proposito: cosa cavolo aspettate a rispondere alla mail che vi ho mandato un minuto fa?

Un libro per mettere a nudo la verità
E SE NONfosse per il codice della strada, lo farebbero anche al volante. È quello che si chiama multitasking, una delle decantate nuove frontiere della vita contemporanea. Per alcuni una dote indispensabile, per altri una malattia che va curata. Scrive Frank Schirrmacher in un folgorante libello che uscirà settimana prossima da Codice edizioni, La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale: (pagg. 178, euro 23,00) “Dover fare più cose allo stesso tempo non significa altro che essere sempre distratti... È il tentativo dell’essere umano di diventare un computer ed è desti-

e-mail che compiti in classe. O la figlia sedicenne di un giornalista americano, che riceve o invia 14 mila messaggini al mese, il che significa spendere un terzo del suo tempo di veglia in questa frenetica attività. Generazioni che non conoscono un mondo senza computer. Ma anche il cinquantenne Frank vive connesso, volente o nolente, come noi tutti siamo condannati a fare. “Eppure – confessa – c’è qualcosa che non funziona più. La mia testa non sta più al passo”. Per adattare a un cellulare di fascia bassa i contenuti di un sito Web, i programmatori hanno inventato un metodo detto graceful degradation (degradazione cortese). Col diluvio di informazioni che lo invade, il nostro cervello somiglia sempre più a un telefonino sfigato, da trattare con una graceful degradation. Scrive Schirrmacher: “Sento che il terminale biologico

Contraddizioni e gabbie

Nel bel volume di Schirrmacher, follie e disastri provocati dalla mania tecnologica

salvare 20 donne su 100, ma solo che su mille donne che non si sottopongono allo screening ne muoiono cinque, mentre su mille che lo fanno il tasso di mortalità si abbassa a quattro, cioè appunto il 20% in meno. E proprio per effetto del multitasking interi blocchi di testo passano, col copia-incolla, da una cartella clinica all’altra. I medici non riflettono più sulla diagnosi, la copiano. La diagnosi scritta per un paziente viene clonata parola per parola in quella di un altro che presenta sintomi analoghi. Un “plagio medico” in piena regola. La tanto reclamizzata “cartella elettronica” ha sostituito la vecchia borsa con lo stetoscopio del medico di campagna. Ma non è la stessa cosa, soprattutto sul piano dei rapporti umani. Il New England Journal of Medicine ha rac-

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SECONDO TEMPO

UN FILM SU ALDROVANDI

FEDERICO, DESERTO ROSSO
Un cronista alle prese con una vergogna nazionale: cronaca civile che non si dimentica
ferente, impaurita. Frasi che chiudono il cerchio prima ancora di aprirlo: “L'importante è che non vadano nei guai i colleghi”. Così, il viaggio di Vendemmiati, fa della disarmante concatenazione degli eventi la sua bussola. E trova la direzione, facendosi da parte. Non indignato apologo sull’ingiustizia, ma specchio per riflettere un certo modo di sentire che all’epilogo funebre portò.
di Malcom Pagani

T

radirono. Divisa, ruolo e coscienza. Picchiarono. Per la metà di un'ora, uccidendo in un solo colpo diciott'anni. Occultarono le prove e ne crearono di false, in un corporativismo di maniera, senza ideali, bandiere o prìncipi. Venticinque settembre del 2005. Quattro poliziotti italiani, un ragazzo, una città, due genitori. Tutto in un'alba scura, al riparo dalla verità. Federico Aldrovandi chiese aiuto. Non lo ascoltarono. Morì per lo schiacciamento della gabbia toracica, dopo una colluttazione violenta (manganelli, sangue, sadismo) in una via di Ferrara, dopo un ultimo viaggio bolognese, incontrando un destino che oggi, analiticamente, Filippo Vendemmiati fa rivivere in un documentario esemplare, (È stato morto un ragazzo, Promomusic, 19,90 euro, libro + dvd) in cui la cronaca prevale sul sentimento. L'unica strada possibile per una piccola storia ignobile di sopruso e vergogna, in cui cadere nell'inganno dell’urlo fine a se stesso, sarebbe stato facilissimo.

E’ stato morto un ragazzo
autore Vendemmiati/ Promomusic PREZZO19,90 euro (libro+dvd)

Lo bastonammo per bene e fu giusto
ENZO Pontani, uno dei quattro occupanti di Alpha due e Alpha 3, le due volanti accorse sul posto il 25 settembre, un istante prima della pietà, condannati a 3 anni e sei mesi di carcere, esprime sentimenti che senza sociologismi o interpretazioni da divanetto, molto raccontano sul perché Aldrovandi, a casa, non rientrò più. “Sembrava un extracomunitario” e poi, conseguentemente, tentando di giustificare due manganelli spezzati e fatti sparire, i referti alterati, le amnesie dei medici legali le troppe inammissibili omissioni, la difesa d’ufficio dei colleghi: “Era quello che dovevano fare e l'hanno fatto in maniera perfetta”. Coerenza con quello che quella notte, sempre per la stessa voce, rimase impresso su nastro: “L’abbiamo bastonato di brutto” e poi, in tribunale, senza apparenti emozioni: “Era solo un modo di dire, un po’ come l’Olanda che bastona di brutto l’Italia”. Una partita, un divertimento, una cosa da nulla. Tra il prima e il dopo, tra l’incubo e un sogno di parziale giustizia che nulla restituisce perché niente, come dice Patrizia, può fermare tempo e assenza, il risveglio di Ferrara. La città descritta da Antonioni, impegnata a irrigare il rosso deserto del sangue inutile, della prova di forza vigliacca, dello sterminio di ciò che non si capisce, inquieta e va quin-

Omissioni, telefonate alterate, corporativismo, in una pellicola, la verità analitica sul caso
Una manifestazione per ricordare Aldrovandi, a fianco la copertina del libro di Vendemmiati ( FOTO MILESTONEMEDIA)

Scavare nell’orrore per sapere tutto
VENDEMMIATI, per lungo tempo ha seguito lo sport. Dove precisione, numeri e tabellini, vengono prima della poesia. E nella vicenda di Aldrovandi- mentre Patrizia Moretti, la madre cuce pazientemente i ricordi sul suo blog, (il filo di Arianna per non perdere coordinate e senso confusi dal dolore) e il padre Lino, agente della municipale, attraversa dritto la scissione tra dovere, amore e ricerca-l’orrore la soffoca. E spegne le gite al mare, gli occhi scuri e severi del ragazzo, i giochi infantili, lo sguardo di suo fratello. Perché sapere, anche se fa male, è più importante. E chiedersi come si possa, andare via così senza un perché in un giorno di festa che improvvisamente, vira a lutto, fondamentale. Ci è voluta pazienza, pazienza e coraggio, per affondare naso, muscoli e autocontrollo, nel maleodorante bidone della menzogna di Stato. Nell’ascoltare telefonate tra uomini delle forze dell’ordine tagliate di netto: “Per poter parlare più liberamente”, come sostiene candido un agente, riferendosi alle conversazioni immediatamente successive all’omicidio: “È morto? Vabbuò” e provare a chiudere le orecchie, nel gracchiare sconnesso delle volanti, mentre mezza Questura di Ferrara è in Via dell’Ippodromo (ultima stazione di Federico) e l’altra mezza indif-

di estirpato. Come un erbaccia, un fiore del male, un errore. Drogati, froci, comunisti. “Ci vorrebbe la benzina qui”, ironizza una voce anonima. Quella di un poliziotto, mentre un collega indica la via: “Dovete dire che si è ammazzato da solo” e Federico, al sole della prima mattina, non merita neanche un lenzuolo per essere coperto. Ferrara, informata, reagì. Proteste e atti concreti. Il cambio del questore, del magistrato inquirente, la presa di coscienza collettiva, le manifestazioni, la breccia prima invisibile e poi inarginabile nell’omertà. Perchè nei tanti falsi movimenti di un processo che a un tratto, evade dall’Emilia per incarnare qualcosa di più profondo, paradigmatico, basiladi Giorgio Dell’Arti

re, si muovono anche le amicizie un tempo fraterne che lo strappo del 25 settembre, eliminerà per sempre. Quella tra un uomo della Digos, Nicola Solito (colui che riconoscerà Federico e per primo consiglierà a Lino Aldrovandi di cercare un avvocato) e il padre del ragazzo. Un rapporto che al tormento e alle pressioni dei colleghi (giudicanti e giudicati, sotto lo stesso tetto) non resisterà e che produrrà una lettera, in cui lo sbirro chiede scusa a Federico, vergando un ‘ammissione di sconfitta e rimpianto tardivo che rimane in testa anche a proiezione finita: “Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”. Faro illuminante sull’ulteriore peso che con santa dignità, familiari e

amici di Aldro saranno chiamati a sopportare, tra intimidazioni, volgarità e disperati tentativi di sovvertire l’esito del dibattimento. Accade quando uno degli avvocati degli agenti imputati (Segatto, Pollastri, Forlani, Pontoni) provoca la madre: “Federico prendeva droga e il fatto che Patrizia Moretti faccia finta di non saperlo, mi fa pena”. Avviene inutilmente. L’esame tossicologico dimostrerà che Federico aveva bevuto una birra e fumato uno spinello e allora, il labiale del ‘vaffanculo’ della donna è liberatorio, sacrosanto, effimero: “Ho sempre pensato che sopravvivere a un figlio fosse insostenibile ora mi accorgo che una parte di me non ha più luce futuro, respiro”. Un Cristo giova-

ne, un Pasolini straziato all’idroscalo, un Carlo Giuliani, un Gabriele Sandri. Aldro. Un ragazzo caduto in una rete imprevedibile, ricordato ogni domenica dai tifosi della Spal (che all’epoca di Mazza, Reja e Capello, era la squadra di una città tranquilla e senza asprezze) con un grido chiaro: “Giustizia per Federico”. Il questore Graziano, come l’omologo Guida con Pinelli quasi 4 decenni prima, fornì ai genitori di Aldro l’inquietante esempio di un tempo immobile e di un vizio ripetuto: “Succede anche nelle migliori famiglie”. Sul malore attivo dell’anarchico Aldrovandi, la finestra non si è chiusa. Federico è volato via lo stesso, ma oggi, chi alza gli occhi al cielo, lo fa a testa alta.

LIBROINGOCCE IBROIN IBROINGOC N
Tra i villaggi e i paesi messi a ferro a fuoco dai nordisti alla conquista del Sud.«Gli oltraggi subiti

QUANDO IL MENU È INDIGESTO
nuando così): circa 60 chili. Le galline Spazio a disposizione di una gallina in un allevamento: due terzi di un foglio A4. Metodo con cui si scorcia il becco alle galline per evitare che si becchino tra di loro nella gabbia sovraffollata: un macchinario elettrico dotato di una lama rovente taglia metà del becco superiore e un terzo di quello inferiore. Galline presenti nell’Unione europea: 300 milioni. Vita media di una gallina allo stato brado: dieci anni. In cattività: 18 mesi. I vitellini Perché la carne sia tenera i vitellini vengono tenuti in gabbiette di mezzo metro con una catena al collo che impedisce loro di muoversi. In questo modo si impedisce lo sviluppo della muscolatura, cioè l’indurimento. Le mucche Mucche esistenti: 225 milioni. Latte prodotto ogni giorno naturalmente da una singola mucca per il vitellino: 5 litri. Latte prodotto ogni giorno artificialmente (macchine mungitrici, ecc.) da una singola mucca per il consumo umano: 34-68 litri. Vita media di una mucca libera: 16 anni. In cattività: 4. I maiali Il caso delle scrofe anoressiche. Il caso dei maialini che, separati dalla madre e sistemati in un piccolo recinto o in una gabbia metallica, tentano di allattarsi uno con l’altro. Il pesce “Altrettanto pericoloso è il cosiddetto bycatch, una parola astuta che serve a mascherare il numero di pesci ‘non desiderati’ presi nelle reti insieme a quelli cui si mira, e insieme a questi uccisi. Si calcola che il bycatch ammonti a circa un quarto del pescato globale. In esso sono incluse le migliaia di granchi, le stelle di mare, i piccoli merluzzi, gli squali e le centinaia di altre creature ‘indesiderate’, tra le quali ci sono anche specie rare. Vengono tutti rigettati nell’oceano, morti. Le lenze lunghe catturano e uccidono anche testuggini, mammiferi e uccelli marini. Le senne a sacco catturano anche i delfini, che muoiono per asfissia […] I pescherecci moderni sono navi immense (lunghe quanto quattro campi da football) e spesso pesano più di 8000 tonnellate. In un’ora riescono a catturare fino a 200 tonnellate di pesce. Per ogni 3 tonnellate di pesce che arrivano sui mercati, muore oltre una tonnellata di altri animali marini”. Le anguille È molto difficile uccidere un’anguilla; perciò, quando sono pronte per essere sviscerate, molte di loro sono ancora vive. E persino dopo lo svisceramento “una significativa percentuale di questi animali sopravvive per altri 30 minuti”. I salmoni I salmoni maschi, massaggiati anche dieci volte sull’addome perché producano sperma, prima di essere uccisi. Acqua in bottiglia “Sebbene molte acque in bottiglia provengano dalla stessa fonte dell’acqua di rubinetto, sono misteriosamente etichettate come più pure. Inoltre le industrie vendono l’acqua in bottiglia a un prezzo migliaia di volte superiore al costo da loro sostenuto. Le bottiglie di plastica poi richiedono un’enorme quantità di combustibile fossile per produzione e trasporto. Ogni anno vengono interrati miliardi di queste bottiglie” (sul sito del Polaris Institute). Bacon “Think pig, not bacon”. Notizie tratte da: Jeffrey Moussaieff Masson “Chi c'è nel tuo piatto? Tutta la verità su quello che mangi”. Cairo Editore, pp. 320 euro 16.

Noi “Vogliamo la bistecca, ma non ci piace pensare al mattatoio”. La terra La Terra è abitata da sei miliardi di uomini, i campi producono cibo per sei, un miliardo di uomini muore di fame. Il grano Il 40 per cento del grano prodotto nel mondo viene dato in pasto al bestiame anziché essere destinato direttamente al consumo umano. L’acqua Acqua necessaria a produrre mezzo chilo di carne: 50 mila litri. Acqua consumata in America per produrre il cibo destinato agli animali: 64.345 miliardi di litri. La carne Consumo di carne a testa nel 1980: 14 chili. Nel 2002: 28 chili. Nel 2050 (conti-

La vicenda di Ferrara spazza via amicizie e certezze, offrendo parziale equilibrio solo dopo i processi

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Sabato 2 ottobre 2010

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SECONDO TEMPO

SECONDO TEMPO

TELE COMANDO
TG PAPI

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IL PEGGIO DELLA DIRETTA

Il premier e i suoi ragazzi
di Paolo

tato” omicidio del direttore di Libero non convince, il sicario, appostato nell’ombra, avrebbe sparato con una pistola che “si è inceppata”: ma dov’è la pistola e come si fa a dire che “si è inceppata”? Nessuno ha pensato a un giocattolo? Come mai? g3 scelta del Tg3 T La video “rubati” –diaprire con i Berlusconi – fa risaltare le timidezze degli altri Tg, le loro evidenti paure, le prudenze inspiegabili che in più fortunati paesi verrebbero bollate come complicità fra stampa asservita e potere (in Italia sono cosucce aggiustabili con un viscido “volemose bene”). Ma, almeno nella riserva indiana di questo Tg, sentiamo la barzelletta su Rosy Bindi che termina con un “orcoddio”: quella sugli ebrei nascosti è saltata, Berlusconi avrà i rimbrotti della sola Chiesa e non della comunità israelitica. Ma c’è un passaggio relativo alla magistratura che merita una breve meditazione. Berlusconi accusa i giudici di aver messo su una “organizzazione interna” che lo vuole praticamente morto. Ebbene, sembra che Berlusconi voglia denunciare una loggia massonica a lui avversa. Ossessioni o avvertimenti?

di Nanni Delbecchi

Com’è triste Chiambretti
sta sintonizzarsi cinque minuti sul suo programma. “Chiambretti night” è il centro di accoglienza di ogni aspirante miss, valletta, velina, letterina, di ogni scrittrice porno, di ogni promessa della body-art, di ogni fidanzata di calciatore o di tronista: in pratica, del 99 per cento delle ragazze che passano in tv. A costoro, Pierino non farà mai negare il conforto di uno sgabello e di un’intervista esclusivamente basata sui doppi sensi; salvo poi chiedersi stupito come mai Sophia Coppola in “Somewhere” descriva la tv italiana come un malinconico velinificio. E se qualche volta gli capita una bella ragazza e basta, e pure una vera soubrette (come nel caso di Vanessa Incontrada, giovedì notte), il confronto con il passato resta imbarazzante; il lupo non ha perso il pelo ma si fa fare le zampe dalla manicure, pende letteralemte dalle labbra della fanciulla, si teme che da un monento all’altro possa prostrarsi in ginocchio. Gheddafi almeno le sue hostess vuole convertirle all’Islam; Chiambretti dà la sensazione di volersi convertire lui. Ma in realtà si è già convertito. Un rimedio ci sarebbe: intervistare più uomini. Può bastare Gabriele Muccino, come si è visto sempre giovedì notte. Allora Chiambretti riprende parte della sua verve, affiorano tracce della sua passata, irresistibile licantropia. Peccato che, impollastrato nel suo completo Freccia Rossa, pensi già alla prossima minigonna. Rendendo omaggio senza sosta all’organo genitale femminile, forse si racconterà che così va sul sicuro e gli ascolti sono garantiti. Vero anche questo. Ma resta il fatto che basta sintonizzarsi cinque minuti sul suo programma per avvertire il fantasma di Aznavour. Com’è triste Chiambretti. La tristezza del cinquantenne che non sa più distinguere una consolazione da un’ossessione.

MONDO
SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Chiambretti, soltanto un dopo... Sembra quasi di sentire in sottofonC om’è tristeCharles Aznavour, quando anno do la voce di va in onda “Chiambretti night”, e non ci si capacita. Un conto è intristirsi davanti a Pino Insegno, questo fa parte dell’ordine naturale delle cose; e un conto è vedere Chiambretti vestito come un controllore della Freccia Rossa (completo carta da zucchero più papillon) che si mimetizza – benissimo – tra i nani e si fa vezzeggiare dalle ballerine affastellate nella terza serata di Canale 5, nel regno che fu di Costanzo. Non che, tra le macerie del padre di tutti i talk show, il tabarin di Chiambretti sia la cosa peggiore; Alessio Vinci sa fare di peggio quando vuole, e soprattutto quando non vuole. Forse è addirittura la cosa migliore. Ma è anche la più triste. Perché la tristezza, come ci insegna Aznavour, nasce dal ricordo, e i ricordi del guastatore matto e garibaldino che fu pesano come foglie morte. Chiambretti voleva cambiare la tv, invece la tv ha cambiato lui. A forza di cercare l’America, l’ha trovata a Cologno Monzese, nella fascia oraria che va dalla mezzanotte in poi. Le reti Mediaset vogliono da sempre evocare le luci Piero Chiambretti rosse senza poterle veconduce “Chiambretti ramente accendere; Night” su Canale5 l’ex Pierino insegue da sempre il colpo grosso (nel senso di Umberto Smaila), così si sono trovati. Un tempo a Chiambretti interessavano tante cose, perfino incrociare varietà e informazione. Ora gli interessa una cosa sola. Per capire qual è, ba-

“Un blog non è un giornale”
questione si era S ullad’Appelloscorso aprile,già espressa, lo la Corte di Torino. Il caso era quello di un blogger, Roberto Mancini, condannato in primo grado per “diffamazione e omissione di controllo” sui commenti lasciati da utenti anonimi sul suo blog. In appello, la sentenza era stata ribaltata: “Un blogger non è equiparabile al direttore responsabile di una testata, quindi non è responsabile per quanto scritto da altri” la decisione della Corte. Ora, sulla vexata quaestio della responsabilità dei blogger, interviene anche la Corte di Cassazione. Il caso è un altro, anche se simile: riguarda la testata “Merateonline” e una querela dell’ex ministro Castelli per una lettera pubblicata sul sito da un utente (il contenuto della lettera era stato ritenuto “diffamatorio” dalla Corte d’Appello di Milano – il reato era andato prescritto). Il direttore del sito si è quindi rivolto alla Suprema Corte per ottenere l’assoluzione dal reato di “omesso controllo”. La sentenza che arriva da Piazza Cavour, fa chiarezza su molti aspetti che riguardano ogni giorno la vita di chi, per passione o divertimento, fa informazione online. I giudici rilevano “L’assoluta eterogeneità della telematica rispetto agli altri media” e perciò che “non sono responsabili dei reati commessi in Rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider” a meno che “non siano a conoscenza del contenuto criminoso del messaggio diramato”; stesso discorso vale per “i coordinatori dei blog e dei forum”. Inoltre, si aggiunge nella sentenza: “Il reato di omesso controllo è realizzabile solo da un direttore di giornale cartaceo”, e quindi non da chi gestisce un sito Web. Un’ultima affermazione aiuta molto tutti i blogger e webmaster: “La cosiddetta interattività renderebbe probabilmente vano il compito di controllo del direttore di un giornale online”. C’è chi lo diceva da anni: i blog non sono giornali. f.mello@ilfattoquotidiano.it

Ojetti

T

g1 Ieri è stata dura, veramente dura per Sonia Sarno: come censurare il pazzesco comizio che Berlusconi ha tenuto davanti a decine di persone? Ha parlato di “associazione a delinquere di magistrati che vogliono sovvertire il voto”, di giornali e televisioni che pure fanno parte del complotto e che vogliono la sua rovina, di un Pm “folle” (Di Pasquale) e tutta una serie di altre divagazioni che una volta sarebbero andate a formare un quadro clinico maniacale, ramo paranoie. Ha persino deciso che Bonaiuti “si è rincoglionito” nello sforzo di difenderlo da questi nemici giurati che si annidano nelle istituzioni e nella stampa. C’era pure la barzelletta finale sugli ebrei, orribile e quella su Rosy Bindi con bestemmia incorporata. Ma Sonia sorvola, racconta

che Berlusconi “si è abbandonato a una chiacchierata informale con i suoi ragazzi” che “è stata carpita di nascosto” (sotto Palazzo Grazioli?) da una “telecamera di Repubblica”. Poi, dalla performance ha tagliato le barzellette, il rincoglionimento di Bonaiuti, il “folle” Di Pasquale. Minzolini ha fatto di sì con la pelata e Sonia è svenuta per la tensione. g2 Nebbiosi T Tg2. Passaanche i servizi del il video incriminato, si sente il borbottare di Berlusconi, ma nessuno spiega cosa esattamente ha detto e ci si rifugia in generici “attacchi” alla magistratura, che sembrano le solite manie del “premier”. Dov’è la barzelletta sugli ebrei? E quella su Rosy Bindi? Berlusconi l’ha buttata alla Bossi: ho detto cose per ridere, quanto la fate lunga. Meglio passare subito a Belpietro. Ma il “ten-

Facebook rivoluziona l’upload delle foto. Sul social network da mezzo miliardo di utenti, è possibile pubblicare foto, “taggare” gli amici, lasciare i commenti. Ora sarà anche possibile pubblicare (e scaricare), foto in di Federico Mello alta definizione ovvero di 720 pixel per 2048: otto volte di più rispetto a quanto fosse concesso in precedenza. Ma a migliorare è tutto il comparto fotografico su Fb: c’è un nuovo strumento per la visualizzazione e sarà possibile effettuare tag “multipli” su più foto. è STREET VIEW TRA I GHIACCI Le novità saranno presto implementate su COPERTA ANCHE L’ANTARTIDE tutti i profili: gli analisti parlano di una sfida Dal maggio 2007, Google ha lanciato il suo lanciata da Facebook a Flickr, il sito finora servizio Street View: partito dalle maggiori leader per la pubblicazione e la condivisione città degli Stati Uniti, ha poi fotografato tutto il online di immagini e foto. territorio Usa, allargandosi quindi agli altri paesi del mondo. Ora con la copertura anche dell’Antartide, il servizio del motore di ricerca copre tutti i continenti. Naturalmente, Street View, non copre interamente il continente dei ghiacci, ma solo una piccola parte: “l’Isola della mezza luna”. A fare il resto, però, ci sono delle foto realizzate dagli utenti e pubblicate su Google Maps.

WEB

è FOTO IN ALTA DEFINIZIONE SU FB OTTO VOLTE PIÙ GRANDI, ANCHE DA SCARICARE

feedback $
Commenti al post su ilFattoQuotidiano.it: “AAA offronsi senatori prezzi modici” di Marco Travaglio è MI VIENE da piangere ad assistere impotente al declino del mio paese. Declino che difficilmente riusciremo a superare fin tanto che a guidarci ci sarà l’attuale classe politica che pensa solo ed esclusivamente al proprio tornaconto e non agli interessi del popolo. Popolo che a sentir loro tutti è sovrano , ma sovrano di che cosa? lefkada è LA POLITICA è per certi personaggi solo un metodo per rimanere attaccati a certi giri di potere, per farsi, il più possibile i fatti loro. I problemi della gente comune non rientrano, neanche lontanamente tra i loro obiettivi e la gente non crede più che possa essere la politica a risolvere i suoi problemi! Antonella è LA VERITÀ verrà a galla prima o poi… luca è A SUO TEMPO si disse che in politica uno straricco era quantomeno al riparo da tentazioni di corruzione. Verissimo, lui non ha bisogno di vendersi. Ma quanto al comprare… clack è INGENUAMENTE: ma non è illegale tutta sta compravendita? Non c’è un magistrato che indaghi??? O è tutto normale nel paese delle banane? Mak-89 è MA TUTTO CIÒ rimane davvero impunito? Alber ta

Facebook Vintage Prendono sempre più piede reinterpretazioni “vintage” dei fenomeni della rete. Questa un finta pubblicità Facebook dal sito maximidiavintageads.com

Il sito “assolto”; la nuova visualizzazione foto su Fb; un’immagine Google Views in Antartide

è SE A B. interessa offro un cavallo e una giovenca, in età per essere nominati senatori. Nb. A prezzo modico. Hychno è IO HO UN PESCE rosso. Per fare fa poco, ma puoi contare sul suo assoluto silenzio! Jack è 120.516,00 EURO all’anno… Guadagna così poco un parlamentare? Claudio è COMUNQUE GENTE, se non ci fosse chi si fa comprare, non esisterebbero i compratori. sia ben chiaro. vale per tutti. ashira è SI POSSONO comprare assieme alle batterie di pentole. Scommetto che si praticano anche offerte speciali. lulu è EH SÌ, è proprio il caso dire che i senatori vanno via come il pane… pesciolina69 è IL MERCATO delle vacche… o per meglio dire dei maiali. liberosempre è PARE gli abbia offerto: anche una Batteria di pentole un digitale terreste, con l’abbonamento a Mediaset premium, due materassi, Giorgio Mastrota e il gabibbo! Marco dalla Sardegna

è GIOVANE SI UCCIDE FILMATO MENTRE BACIA UN RAGAZZO

è SALGONO GLI STIPENDI FOXCONN È IL SECONDO AUMENTO IN POCHI MESI

È bastato un bacio omo, immortalato in un video pubblicato su Internet, per spingere un giovane al suicidio. Tyler Clementi, 18 anni, matricola alla Rutgers University del New Jersey, negli Stati Uniti, la settimana scorsa s’è ucciso lanciandosi da un ponte: a spingerlo a farla finita, lo scherzo feroce di due suoi coetanei che tre giorni prima la sua morte lo avevano ripreso di nascosto mentre pomiciava in camera sua con un altro ragazzo. Poi hanno pubblicato il video su iChat, il sistema di messaggistica Apple. Il giovane si è gettato dal George Washington Bridge, nelle acque del fiume Hudson. La sua storia ha colpito molto gli Stati Uniti, dove la diffusione dei social network e i suoi possibili effetti perversi da tempo sono sotto la lente degli studiosi.

Foxconn, la società di Taiwan che produce iPad e iPhone per Apple (e che realizza componenti per tutte le principali aziende Usa dell'information technology) è balzata agli onori delle cronache negli scorsi mesi, a seguito di un’ondata di suicidi dei suoi dipendenti. “Non è un posto infernale” aveva rassicurato Steve Jobs, patron di Apple. Eppure l’azienda ha ora deciso di aumentare ancora i salari dei suoi impiegati nella fabbrica di Shenzhen, nel sud della Cina, quella dove si sono verificati la maggior parte dei suicidi. Lo riferisce l’Agenzia Nuova Cina. L’ulteriore aumento, secondo quanto riferito dal portavoce della compagnia, Liu Kun, dovrebbe diventare operativo da ottobre e dovrebbe ammontare al 66% dello stipendio portando così i salari a 2000 yuan (circa 200 euro) al mese. Si tratta del secondo aumento deciso dai vertici della Foxconn in poco tempo. Ne dovrebbero beneficiare circa l’85% degli operai.

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Sabato 2 ottobre 2010

SECONDO TEMPO

PIAZZA GRANDE
Foto di gruppo senza luce
di Evelina Santangelo

Battibecco

É

di Massimo

Fini

TUTTI I VIZI DELLA CAPITALE N

mmaginate una piazza italiana. Immaginate dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti – che, seduti sui motorini, più o meno parlano, perché qualcuno ha un cellulare di ultima generazione tra le mani e invia raffiche di sms magari a chi gli sta di fronte, mentre qualcun altro se ne sta a dimenarsi con le cuffie dell’iPod nelle orecchie. Immaginate di ascoltarli, questi ragazzi di un ceto indefinito. Questi qui in questa piazza o corso, ad esempio, hanno impiantato tutta una discussione su Facebook, sulla quantità di contatti (non di amici) che ognuno di loro può vantare in Rete e adesso stanno litigando accusandosi reciprocamente di rubarsi i contatti: più contatti hai più sei in gamba, questo sembrano dirsi. E, ad ascoltarli per bene, ciò di cui discutono non c’entra un bel niente con l’amicizia, la simpatia, l’intelligenza, né con la simulazione dell’amicizia, c’entra piuttosto con una forma di competizione per assicurarsi una sorta di surrogato di surrogato della popolarità. Urlano e urlando si caricano, si aizzano, mentre si perde ogni filo logico o consequenziale in quei loro discorsi che si accavallano e si frantumano in impennate isteriche, improperi dove le parole “invidia”, “autenticità”, “falsità” suonano come pura riproduzione di schemi espressivi buoni per ogni occasione. Così, tu che li ascolti e non sei dei loro, a un tratto, hai l’impressione di esser finita in certi vacuissimi scambi d’opinione televisivi dove il pubblico di un ceto indefinito dice la sua su un tema dato. Una sensazione corroborata anche dal fatto che quella discussione, dopo un po’, così com’è nata, si dissolve, senza lasciare traccia, senza che sia di fatto accaduto davvero qualcosa. Nessun dialogo, nessuna circolazione di sentimenti o idee, nessuna reale modificazione dei rapporti. Fate solo un piccolo salto. Immaginate una qualche periferia urbana e dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti (stesso ceto indefinito) – che, seduti sui motorini, più o meno parlano.

I

sempre più estesi con i loro McDonald’s e Burger King che sanno di templi megalitici, videogiochi di ultima generazione, ritrovati tecnologici sempre più sofisticati, chat e sms sempre più sincopati, dove la parola è sigla, gioco di emoticon sorridenti, tristi, buffi... e dove l’interiorità è rimossa o dissimulata. Forse per questo gran parte dei racconti generazionali, oggi, suonano così finti ed esteriori nel tentativo di dare profondità a ciò che non le contempla, e preferisce riconoscersi in ben altre forme espressive. Ora, questi ragazzi sui motorini in una qualche provincia o periferia d’Italia sembrano davvero in tutto e per tutto l’incarnazione di quei nuovi valori che Pasolini intravedeva nella nascente società dei consumi e dell’edonismo, quei “valori del superfluo”, inculcati e diffusi dalla televisione, che rendevano “superflue, e dunque disperate le vite”. Eppure in questi ragazzi di ceto indefinito c’è una sorta di vacuità perseguita con una determinazione che diventa persino rito: dal gesto estremo, adrenalinico, esibizionista, aggressivo, allo sballo, al disprezzo ostentato per tutto ciò che non coincida perfettamente con i confini del loro mondo semitribale, dove il singolo e la sua

singolarità contano niente, l’interiorità si manifesta in schemi emotivi preconfezionati, emoticon appunto (salvo finire magari in labirinti di angoscia senza più parole né condivisione, senza via d’uscita) e dove la diversità è sentita come una colpa. Né potrebbe essere diversamente per chi sembra avere una percezione di sé e del mondo intero fondata sul valore assoluto del sentirsi, dell’immaginarsi uguali, anzi, identici. Ora, quei ragazzi lì sui motorini così telegenicamente abbigliati e atteggiati, così tecno-muniti, così convinti d’esser globali e globalizzati, così virtuali, autistici, autoreferenziali, così ignoti a se stessi, così superflui ci dicono qualcosa di profondamente vero anche su alcuni aspetti essenziali di questo nostro Paese.

Etimologia di una parola abusata
SE CON “PROVINCIA” s’intende un “centro minore” lontano dal “benessere” e dalla “modernità” delle città, allora dobbiamo dire che in questo nostro paese non esistono più luoghi che si possano definire “province”, nonostante cresca il consenso nei confronti di movimenti politici che, ostentando finalità locali (come la Lega), pretendono di conservare demagogicamente quel che già oggi non esiste e meno che mai esisterà domani. Se con “periferia”, s’intende ciò che è “marginale”, “accessorio” o “subalterno”, cioè “escluso dall’esercizio effettivo del potere”, allora il nostro è un Paese che, concentrando il potere nelAdolescenti in una città italiana e l’insegna di Mcdonald’s (FOTO EMBLEMA)

le mani di una minoranza interessata a garantire se stessa, sta trasformando tutto il resto del paese in realtà marginali e subalterne, cioè in un’immensa periferia dove i più periferici, irrilevanti, superflui sono soprattutto i giovani senza-potere e, tra i giovani, proprio gli adolescenti e post-adolescenti di quel ceto indefinito che vivono nelle province e periferie d’Italia così eguali nei consumi, ma così terribilmente diversi nelle chance di formazione, crescita e realizzazione professionale che saranno loro date in una logica in cui il “premio al merito” è inteso sostanzialmente come sostegno soprattutto per élite, socialmente e culturalmente, oltre che economicamente, avvantaggiate, senza che venga minimamente affrontato il problema della compensazione rispetto alle differenze sociali, economiche, culturali di partenza. Se con “provincialismo” s’intende: “Un atteggiamento, una mentalità considerati per lo più tipici di chi è originario o risiede nei centri minori di un paese e caratterizzati da meschina angustia di vedute, ingenua prosopopea, cattivo gusto, arretratezza, ristrettezza di orizzonti culturali proprio di chi opera al di fuori dei centri di più vivace elaborazione culturale e rinnovamento delle idee”, allora questo nostro Paese ogni giorno di più assume i tratti di un’immensa provincia d’Europa, dove quei giovani sono l’icona più drammatica di un paese che, trincerandosi dietro una modernità di facciata, rischia di condannare alla marginalità intere generazioni. Anche il futuro così sarà un privilegio per pochi.

I giovani appoggiati alle panchine e impegnati a dibattere dei loro contatti su Facebook compongono il quadro della disperata provincia italiana

ell'avvicinarsi del 150° anniversario dell'Unità d'Italia il presidente Napolitano non perde occasione per accompagnare l'indiscutibilità di questa Unità, che è sancita dalla Costituzione (art. 5), con una parallela intangibilità di Roma come capitale che invece nella Carta non c'è. Eppure Roma è un caso quasi unico nel mondo Occidentale. Come Londra, Parigi, Vienna, è la città più importante del Paese, ma a differenza di loro non ha alcuna dimensione né retroterra industriale. Come Bonn Washington, Canberra accentra le funzioni politico-amministrative ed è la classica città che “consuma e non produce”, ma a differenza di quelle, che hanno dimensioni ridotte, si avvicina ai tre milioni di abitanti. Roma capitale ci appare oggi come cosa naturale, scontata, ovvia. Ma non era affatto ovvia quando, nel 1861, si trattò di scegliere. Con i suoi 200 mila abitanti e soprattutto con le sue strutture arcaiche, era poco più di un villaggio rispetto a Napoli che era quattro volte maggiore e a Torino e Milano che erano il doppio. Di Napoli, d Milano, di Firenze non aveva la vivacità culturale, di Torino la tradizione amministrativa. Non aveva una classe dirigente. Era una città in piena decadenza. Era la Roma del Belli non quella di Leone X, cioè del Rinascimento. Cavour e i piemontesi la scelsero, oltre che come simbolo unificante, proprio per la sua "debolezza". I nostri Padri fondatori si ponevano già allora, a metà dell'800, il problema della megalopoli, del gigantismo, della "città assorbente". Avevano sotto gli occhi Londra e Parigi e non volevano riprodurre quel modello. Ma Roma aveva già allora delle caratteristiche, strutturali, ambientali, psicologiche che, col tempo, si sarebbero riverberate sull'intero Paese. La Roma pontificia era una città totalmente parassitaria che viveva di clientele, di prebende, di espedienti, di elemosine. E tale è rimasta. Inoltre Roma è solo apparentemente equidistante, baricentrica. È molto più meridionale, oserei dire mediorientale, di altre città del Sud (Catania e Bari per esempio) e del meridionalismo ha preso il peggio, la totale mancanza di senso dello Stato e la contemporanea pretesa di essere assistiti dallo Stato, coniugata col millenarismo cattolico e la particolare mentalità dei romani per i quali, vivendo nel mito della "città eterna" “tutto è stato sempre così e sarà sempre così”. Condannando con ciò l'Italia al suo straordinario immobilismo. Comunque se fino agli inizi dei Settanta è rimasto un certo equilibrio con le altre grandi città italiane, negli ultimi quarant'anni Roma ha finito per accentrare tutto su di sé: oltre al potere politico-amministrativo, quello degli Enti pubblici, del Parastato, quello dell'informazione con la Rai-Tv quello finanziario, economico e persino industriale. Perché se le fabbriche stano altrove, la testa sta a Roma. E se un manager si stabilisce a Roma prende la mentalità romana. Anche un americano, se vive due anni a Roma, diventa romano. Perché Roma corrompe. Col suo clima, la sa dolcezza, i suoi cieli, le sue "ottobrate", il suo ocra, la sua vita "easy". Per questo Bossi, agli inizi, voleva rinchiudere i suoi in una foresteria. Ma nemmeno lui ce l'ha fatta. "L'etica protestante del capitalismo" non abita, e non abiterà mai, qui. E non sarà l'intisichito federalismo spalmato su 20 Regioni a salvarci dall'equivoco e asfissiante potere di Roma-capitale sull'Italia intera.

Una scena sempre identica a se stessa
FORSEintorno ci sarà più degrado, ma la scena non cambierà di molto. Potrebbe anche cambiare qualche dettaglio dell’abbigliamento, che è però sempre molto telegenico, di quella telegenicità più o meno vistosa, ostentata, artificiosa e a volte artificiale, che è poi il canone estetico oggi imperante tra i giovani di questo ceto indefinito delle province e periferie d’Italia e tra i giovani tout-court. Canone che ha come corollario un fatto abbastanza inquietante: questi ragazzi sembrano tutti finiti nel posto sbagliato e sembrano tutti, o quasi, degli avatar che rimandano a qualcun altro di cui, però, non è dato sapere, a volte neanche a loro stessi. Figuriamoci a noi: sia che li guardiamo sconcertati, disperati o al contrario affascinati, decisi a volerli capire cercando di fissare in un discorso compiuto quel loro mondo franto e disperso che si muove tra centri commerciali

Nerone, così lontano, così vicino
di Giovanni Ghiselli

A

l teatro Olimpico di Roma, da ieri, c’è Nerone-il Kolossal, su testo di Stefano Benni con musica di Franco Piersanti. “È un Nerone assai singolare” ha detto lo scrittore, “un tiranno crudele e bizzarro, ma amante dell’arte. Quasi l’artifex pereo delle ultime parole”. Il tiranno crudele è già abbastanza conosciuto; meno noto forse è l’artista, anzi l’artista mancato, che si suicidò nel giugno del 68 d. C. rivendicando il suo ruolo di ar tifex piuttosto che quello di imperatore. Era nato nel dicembre del 37, perciò non aveva ancora compiuto 31 anni quando morì e almeno alcune tra le sue stravaganze si possono considerare dovute alla giovane età che l’imperatore ragazzo non giunse a superare. Per giunta ebbe una madre atroce che voleva condizionarlo e della quale si sbarazzò facendola uccidere. Ma dovette sembrargli un delitto di dignità mitologica e teatrale, come quello di Oreste; infatti gli piaceva assai recitare, e tra le parti tragiche sceglieva spesso quella del figlio di Clitennestra, il matricida difeso da Apollo e assolto dal tribunale ateniese dell’Areopago presieduto da Atena. Volle interpretare anche Alcmeone, assassino della madre Erifile, la quale, per avere la collana di

Armonia, aveva mandato a morire il marito Anfiarao. L’imperatore assumeva spesso il ruolo di Edipo: mendicante, cieco, parricida, incestuoso. Svetonio suggerisce un probabile rapporto erotico con Agrippina: si diceva che quando andava in lettiga con lei, il ragazzo si desse al piacere incestuoso, testimoniato dalle macchie sulla veste. Inoltre dicevano che tra le concubine ne teneva una somigliantissima alla madre sua. Del resto gli ripugnava la moglie adolescente Ottavia, che l’imperiosa matriarca gli aveva imposto e che fece morire, come il piccolo Britannico, il fratello di lei. Recitando, l’imperatore indossava maschere simili alle facce dei personaggi, oppure al proprio volto. Infatti voleva assomigliare ai suoi paradigmi mitici. Interpretava anche Eracle furioso che, reso pazzo da Giunone, aveva ucciso i propri figli. L’eroe non era responsabile del misfatto: altrettanto Nerone che aveva ammazzato Poppea incinta in un accesso di follia. Insomma: l’imperatore assimilava i propri delitti a quelli del mito per prendere le distanze dai delinquenti comuni e assumere la veste del grande personaggio tragico. Nel 66 e nel 67 Nerone calcò teatri e stadi greci. Il pubblico di Roma, non gli bastava più. Nella sua patria ideale le folle lo acclamarono vincitore di tutti i giochi panellenici. Aveva una

predilezione per i Greci dai quali si sentiva capito più che dai Romani. Le passioni di recitare, comporre e cantare versi suonando la cetra, non erano le sole: amava guidare la quadriga nel circo. Tacito considera ignobili queste attitudini, ma anche dietro il gusto delle corse con i cocchi c’era un’idea: Nerone ricordava che gareggiare con i cavalli era stata attività di re, celebrata da grandi poeti e praticata in onore degli Dei. Poco tempo dopo il suo ritorno dalla Grecia, fu dichiarato nemico pubblico dai senatori che erano stati vessati, umiliati e danneggiati nel patrimonio dalla svalutazione delle monete d’oro rispetto ai denari d’argento, la moneta dei piccoli risparmiatori. Come vide che persino il corpo di guardia lo aveva abbandonato, Nerone fuggì a cavallo nel podere di Faonte. Nelle ultime ore di vita gli venne in mente un verso di una tragedia greca, l’Edipo esule, nella quale il figlio di Giocasta si sente chiamato a morire dalla madre-moglie e dal padre. Quando sentì sopraggiungere dei cavalieri, ordinò ai liberti di ucciderlo. Ma questi si rifiutarono e Nerone gridò: “Io solo dunque non ho un amico né un nemico?” Quindi aggiunse che la sua vita era diventata turpe, indegna di lui e si cacciò un ferro in gola aiutato da Epafrodito che gli diede il colpo di grazia.

Sabato 2 ottobre 2010

pagina 19

SECONDO TEMPO

MAIL
Oggi più che mai è necessario non mollare
Cari amici del Fatto sempre di più il vostro giornale è il più efficace e propositivo strumento di dibattito per contrapporsi, come è sempre più necessario, al berlusconismo. Dal giornale di oggi viene un suggerimento a scegliere il candidato premier col programma di difendere Costituzione e legalità anche tra giuristi, giornalisti e preti. Mi permetto di fare tre nomi che potrebbero interloquire autorevolmente con l'area dell'astensione e con il Movimento 5 stelle. Parlo del giurista Gustavo Zagrebelski, alla giornalista Barbara Spinelli e a Don Luigi Ciotti presidente di Libera. E perchè questo proporre non diventi un gioco al massacro e necessario che anche i partiti facciano un passo indietro e si adoperino per tornare ad essere strumenti di partecipazione e non strumenti di oligarchi concentrati su se stessi. Oggi più che mai è necessario non mollare.
Ugo Tombesi

BOX

Furio Colombo

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C

A DOMANDA RISPONDO LA RUSSA-GELMINI SCUOLA DI GUERRA
notte in luoghi ostili" prima dei 18 anni. Un piccolo passo nel curriculum scolastico. Ma un grande passo in direzione di una educazione vetero-fascista. Ogni paese ha la sua storia e quelli in cui esiste un governo normale tendono a non dimenticarla. Negli Stati Uniti, come è noto, la lobby dei produttori di armi automatiche e semi-automatiche tiene vivo, con immensi mezzi finanziari, il mito del diritto di portare armi personali. Ma la scuola, pubblica o privata, religiosa o laica, tiene le armi lontane dalla scuola e la scuola lontana dalle armi, al punto di piazzare il metal detector in tutti gli ingressi, almeno nelle scuole pubbliche. In altre parole le armi sono viste alla stregua della droga: per i ragazzi di età scolastica sono un pericolo. Ora, in Italia, un ministro della Difesa di ascendenza fascista introduce nelle scuole l’insegnamento dell’uso di armi a della ambientazione bellica ( "le notti in luoghi ostili") nel paese in cui la Costituzione vieta la guerra (art. 11), le missioni militari, sia pure per decenza di facciata, vengono chiamate "missioni di pace", e l’uso delle armi è stato un incubo (il terrorismo di destra e di sinistra) nella vita italiana fino a pochi anni fa. Che senso può avere una simile iniziativa in una scuola che manca di tutto, ha classi troppo numerose, ha delicati problemi di integrazione e non ha neppure insegnanti di sostegno per i bambini disabili? Ne ha uno solo, evidente e volgare: piazzare un simbolo vistoso di un mondo fondato su guerra, nemici e violenza. C’è una definizione per quel mondo, nella memoria italiana: un mondo fascista.
Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

LA VIGNETTA

aro Furio Colombo, desidererei avere da Lei conferma che quanto scritto da Famiglia Cristiana, sull’istituzione di corsi militari nelle scuole italiane corrisponde al vero, perché alla notizia non è stato dato rilievo, a quanto mi consta, da nessun organo di informazione dell'opposizione. E se corrisponde a verità, questo accordo mi pare cosa inaudita! Paola

ALCUNE COSE sono accadute

nostri politici. Siamo arrivati alla frutta e, grazie al Ministro Tremonti, i lavoratori nel 2011 andranno in pensione un anno dopo. E nessuno si lamenta.
Marino Bertolino

L’abbonato del giorno
CHRISTIAN SONN
Abbonato dalla prima ora al formato pdf per esigenze lavorative, non mi faccio mancare il cartaceo nel fine settimana! Come potevo non abbonarmi all’unico quotidiano che non scrive "Vaccate"?!?! Ciao e grazie a tutti.
Raccontati e manda una foto a: abbonatodelgiorno@ ilfattoquotidiano.it

Pdl, Pd, Idv e altri si salvi chi può
Egregio Direttore, quando ho sentito alla tv numerosi parlamentari affermare che la loro fiducia al Governo Berlusconi è stata data per senso di responsabilità verso i cittadini mi è venuta la nausea. Perché questi signori non dicono la verità? Cioè, che non vogliono andare a casa per non perdere stipendi d´oro, privilegi, e magari anche la corposa pensione? In che triste andazzo è finita la politica italiana. I Finiani hanno lanciato le pietre, ma poi nascosto la mano. Alla Lega Nord piacciono le poltrone di Roma Ladrona. Il Pdl è inginocchiato ai piedi del suo Capo Supremo. E l´opposizione? Il Pd fa una finta opposizione, mentre l´Idv spara a zero per recuperare voti. Ma in queste condizioni dove si pensa di andare? Abbiamo tutta la Ue che ci ride dietro e che, cosa più grave, non si fida dei

Finiamola con lo scontro che i parlamentari lavorino
Nell' epoca della globalizzazione, con un crescente metissaggio etnico e culturale , è obbligo di tutti valorizzare le compatibilità ed individuare i percorsi per superare le difficoltà che ostacolano la pacifica convivenza. Non ci si può richiamare al mito dei tempi antichi come sta avvenendo nel Mali con lo scontro tra i parlamentari che hanno proposto un nuovo codice della famiglia più attento ai diritti delle donne e la frangia dei religiosi fondamentalisti che vogliono continuare a sottomettere le donne. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, con i suoi principi di eguaglianza e non discriminazione potrebbe essere il pilastro di una globalizzazione meno conflittuale se i paesi che l'hanno approvata fossero coerenti con i valori ivi espressi e spingessero i paesi che non l'avessero ancora sot-

dopo che la e-mail di Paola è giunta al "Fatto". La prima è che , quasi subito se ne è parlato moltissimo, però più come notizia che come scandalo. Poi che non se ne è parlato più, alla maniera dell’epoca berlusconiana, che a volte dà un certo spazio alle notizie scandalose. Ma quando vede che capitani coraggiosi come il ministro della Difesa La Russa e donne battagliere come la diligente e obbediente ministro Gelmini dichiarano il loro sostegno senza sì e senza ma, adottano subito l’atteggiamento del "come non detto", lasciamo perdere e basta. Eppure la notizia è interessante e merita attenzione. Primo perché va via la notizia ma non il fatto. Secondo perché il fatto è squallido e un po’ ignobile. Vediamo. Nessuno ha smentito e dunque dobbiamo presumere che d’ora in poi, sia pure per una élite selezionata di mille adolescenti, ci sarà un corso di istruzione militare " breve e intenso", cosicché nel paese (credo il solo, fra i fondatori dell’Unione europea) in cui nessuno viene educato, sia pure superficialmente alla musica e non può leggere uno spartito, alcuni, debitamente selezionati, imparano a sparare e "passare la

parole, ha voluto dichiararsi amicone dei romani e amiconissimo degli immigrati di ogni provenienza e colore.
Alessandro

Berlusconi con l’Udc si contraddice da solo
Quando in estate si è aperta questa crisi di governo, purtroppo per noi totalmente extraparlamentare, Berlusconi e i suoi compari in camicia verde non facevano altro che ripeterci ossessivamente che l'unica alternativa a questa maggioranza sarebbero dovuto essere le elezioni, perchè qualunque altro governo sarebbe stato illegittimo e golpista. Bene dopo tutto questo Berlusconi, naturalmente, ha cercato di comprarsi i voti per rimanere in sella ed evitare una condanna per corruzione,e ha messo in piedi con una serie di parlamentari voltagabbana (tra cui un copolista del pd)un gruppo per l'unità nazionale, chiamati così con un umorismo involontario che ha del clamoroso! Ebbene il pd dove è? Perchè in ogni giornale, ogni dibat-

Il discorso perfetto in un Paese perfetto
Ho appena finito di leggere il discorso del Presidente Silvio Berlusconi. E' stato eccezionale, come sempre. E' veramente il discorso perfetto, di un Premier perfetto, rappresentativo di una classe politica perfetta, mossa da intenzioni perfette, in un Paese perfetto. E oggi su Torino c'è pure il sole. Per un momento ho dubitato che stesse parlando dell'Italia. Ormai è chiaro che vivono in an other countr y...
Diego Pantaleone

toscritta ad approvarla ed applicarla.
Ascanio De Sanctis

Bossi, maiali e bighe questa è la verità
Sono nato a Milano, qui vivo lavoro e pago le tasse, i miei genitori sono del nord; mi sento autorizzato a precisare un paio di cose sulle ultime affermazioni del Bossi sui romani. Dice: “Sono Porci Questi Romani!”. Riflettiamo: Bossi parlava in Brianza, terra di salumifici e insaccati dove il maiale si sente da secoli a casa sua. Di cosa è fatta la cassoeula, di pollo forse? Non esiste il salame "Milano"? Si potrebbe quasi affermare che, se il cane è il migliore amico dell´uomo, il porco è il miglior amico del Lumbard. La questione delle bighe. La più famosa corsa di bighe, nella memoria collettiva, è quella di Ben Hur. Ripassiamo: un ex schiavo da galea vince la gara nonostante i trucchi disonesti del cattivo di razza superiore. Nello sport come nella vita, sembra suggerire il Senatúr, non conta l´origine di una persona, ma il suo reale valore. Bossi pertanto, con le sue nobili

IL FATTO di ieri 2 ottobre 1925
Al Théatre des Champs Elysées , quella sera del 2 ottobre 1925 c’era un pezzo di Parigi impazzita. “Uomini d’affari, aristocratici, vecchi e nuovi ricchi, dandy e debosciati…”, come scriverà il grande critico André Livinson. In cartellone il music-hall dello scandalo, la “Revue nègre”, evento-choc del secolo. In scena lei, Josephine Baker, “una statua d’ebano capace di stregare con la sua negritudine, col furore del suo eros africano”. Selvaggia e delicata come un fiore della giungla, Josephine entrerà sul palco seminuda, un filo di perle al collo, i fianchi accarezzati da un caschetto di piume e banane, il corpo ondeggiante in un charleston indiavolato, esaltato dalla tromba di Sidney Bechet, sound di base dell’acrobatica “Danse sauvage”. Un inno alla nudità, alla liberazione del corpo, a una sensualità generosa e primitiva, Per molti, addirittura l’avvio di una sorta di “colonisation inverse”, “l’inizio di un’egemonia culturale nera”, al tempo dei folli anni ’20. Per la Venere Nera, adorata da Le Corbusier, spettatore della Revue e sedotto da quel music-hall al punto da comporre un inedito carnet di 50 schizzi “per Josephine”, un esordio che la consegnerà alla venerazione dei francesi e al mito.
Giovanna Gabrielli

tito, non si martella su questa clamorosa contradizione? Basterebbe per una volta copiare i nemici e rispondere ad ogni domanda nello stesso modo:Berlusconi ha detto che un governo diverso da quello uscito dalle urne sarebbe stato un governo illegittimo,e quindi se il presidente allarga la maggioranza a qualche uomo d'onore dell'Udc sta facendo qualcosa che lui stesso ha dichiarato illegittimo e anti-democratico!Io forse sarò ingenuo ma perchè il principale partito d'opposizione non colpisce il fianco scoperto dell'avversario, ma anzi si auto pugnala un giorno si e l'altro pure?
Vittorio Cretella

La verità di Di Pietro a Silvio Berlusconi
Ascoltare le parole dell'onorevole Antonio Di Pietro alla Camera è stato come far capire la verità a Berlusconi. Grandioso!
Enzo Carpentieri

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La Camera insabbia ma c’è chi scava
Ho appena scaricato la mia copia quotidiana de il Fatto e prima ancora di leggerlo (mi è bastata la prima pagina) ho deciso di scrivervi: pubblicare ciò che la Camera ha insabbiato vi fa un grande onore! Complimenti a Lillo e a tutti voi, è così che si deve fare!
Daniele D'Orilia

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