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DOPO LA GUERRA: LA RINASCITA DELL’EUROPA

Jurgen Habermas, Jacques Dérrida

Frankfurter Allgemeine 31 maggio 2003

Due date non dobbiamo dimenticare: il giorno in cui i giornali comunicarono ai


loro sbalorditi lettori quella dimostrazione di lealtà di fronte a Bush alla quale il
Presidente spagnolo aveva invitato i governi europei favorevoli alla guerra alle
spalle di altri colleghi della UE; e allo stesso modo il 15 febbraio 2003 quando
le masse di dimostranti a Londra e Roma, a Madrid e Barcellona, a Berlino e a
Parigi reagirono a questo colpo di mano. La simultaneità di queste
dimostrazioni sconvolgenti – l più grandi dalla fine della seconda guerra
mondiale – potrebbe entrare retrospettivamente a far parte dei libri di storia
come il segnalale della nascita di una opinione pubblica europea.
Durante i pesanti mesi che hanno preceduto la guerra in Iraq, una oscena
divisione morale del lavoro aveva turbato i sentimenti. Le grandi operazioni
logistiche dell’inarrestabile spiegamento militare e l’attività etica delle
organizzazioni di soccorso umanitarie si intrecciavano esattamente come ruote
dentate. Lo spettacolo si è consumato indifferente anche davanti agli occhi
della popolazione che – privata di ogni propria iniziativa – sarebbe stata la
vittima. Nessun dubbio che la forza dei sentimenti abbia sollevato insieme i
cittadini europei. Allo stesso tempo la guerra ha reso coscienti gli europei del
fallimento, che si profilava da molto tempo, della loro politica estera comune.
Come in tutto il mondo anche in Europa la disinvolta violazione del diritto
internazionale ha provocato uno scontro sul futuro dell’ordine internazionale.
Ma gli argomenti che suscitano tante divisioni hanno colpito noi con maggiore
intensità.
Su questo scontro le linee che divergono verso la rottura, che sono conosciute,
sono apparse ancora più nette. Le controverse prese di posizione sul ruolo
della superpotenza, sul futuro ordine mondiale, sulla rilevanza del diritto
internazionale e della UE hanno fatto esplodere apertamente i contrasti latenti.
La spaccatura tra Paesi continentali e Paesi anglosassoni da una parte, tra la
“vecchia Europa” e i Paesi dell’Europa centro-orientale candidati ad entrare
nella UE dall’altra, è divenuta più profonda. In Gran Bretagna la “special
relationship” con gli Usa non è indiscutibile in modo assoluto, ma si trova come
sempre in cima all’ordine di preferenza di Downing Street. I Paesi dell’Europa
centro-orientale aspirano ad entrare nella UE senza, però, essere già pronti ad
una nuova limitazione della loro sovranità da poco tempo riconquistata. La crisi
irakena è stata solo il catalizzatore. Anche nella convenzione di Bruxelles che si
prepara a redigere la costituzione si manifesta il contrasto tra le nazioni che
vogliono davvero un rafforzamento della UE e quelle che hanno un interesse
comprensibile a congelare l’attuale sistema intergovernativo, o nel migliore dei
casi, a cambiamenti di facciata. Adesso il contrasto non può più essere
ignorato.
La futura costituzione ci darà un ministro degli Esteri europeo. Ma a cosa
servirà una nuova carica fintanto che i governi non si accorderanno per una
politica comune? Anche un Fisher con una carica denominata in modo diverso
resterebbe senza poteri con Solana. Per il momento solo gli Stati che formano
il nucleo centrale europeo sono pronti a assegnare alla UE qualità statale certe.
Cosa fare, se solo questi Paesi fossero in grado di accordarsi per una
definizione di “propri interessi”? Se l’Europa non vuole andare in frantumi,
questi Paesi adesso devono fare uso del meccanismo deciso a Nizza della
“collaborazione rafforzata” per avviare in “un’Europa a diverse velocità” una
politica di difesa, di sicurezza e una politica estera comune. Da questa
scaturirà un effetto dal quale gli altri Stati membri – in primo luogo nella zona
europea – non potranno sottrarsi a lungo. Nella cornice della futura
costituzione europea non può e non deve esserci nessun separatismo. Andare
avanti non vuol dire escludere. Il nucleo centrale di Stati europei avanguardisti
non deve consolidarsi in una “piccola Europa”; deve esserne – come spesso
accade – la locomotiva. Gli Stati membri della UE che collaborano più
strettamente terranno aperte le porte per proprio interesse. Gli invitati
entreranno attraverso queste porte tanto prima, quanto prima il nucleo
centrale di Stati europei diverrà capace di agire verso l’esterno, e proverà che
in una società mondiale complessa non sono importanti solo le divisioni, ma la
forza morbida delle trattative diplomatiche, le relazioni e i vantaggi economici.
In questo mondo non conviene un inasprimento della politica nell’alternativa
tanto stupida quanto costosa tra guerra e pace. L’Europa deve gettare sul
piatto della bilancia il suo peso sul piano internazionale e nell’ambito delle
Nazioni Unite per bilanciare l’unilateralismo egemonico degli Usa. Ai vertici
economici mondiali e nelle istituzioni del commercio internazionale, della banca
mondiale e del fondo monetario internazionale, è necessario che essa eserciti
la sua influenza per la costruzione del “Designs” di una futura politica interna
mondiale.
La politica di una ulteriore trasformazione della UE oggi però spinge ai limiti
delle capacità il dispositivo amministrativo. Fino ad ora gli imperativi funzionali
della creazione di una zona economica e monetaria comune hanno accelerato
le riforme. Queste forze motrici sono esaurite. Una politica che esige dagli stati
membri non solo la rimozione degli ostacoli alla concorrenza, ma anche una
volontà comune, dipende dai principi e dalle idee dei cittadini. Le decisioni della
maggioranza su gravi questioni di politica estera possono contare sul fatto di
essere accettate solo quando le minoranze che soccombono sono solidali. Ma
questo presuppone un sentimento di omogeneità. Le popolazioni devono, per
così dire, elevare le loro identità nazionali per raggiungere una dimensione
europea. La solidarietà civica, ancor oggi abbastanza astratta, che si limita agli
appartenenti alla propria nazione, si dovrà estendere in futuro ai cittadini
europei appartenenti ad altre nazioni.
Questo mette in gioco la questione della “identità europea”. Solo la coscienza
di un destino politico comune e la prospettiva convincente di un futuro insieme
possono distogliere le minoranze sconfitte dall’ostruire la volontà della
maggioranza. Sostanzialmente i cittadini e le cittadine di una nazione devono
considerare i cittadini e le cittadine di ogni altra nazione europea come “uno di
noi”. Ma questa aspirazione porta molti scettici a reclamare: ci sono esperienze
storiche, tradizioni e conquiste che danno ai cittadini europei la coscienza di un
destino politico da costruire insieme? Una visone attraente e contagiosa di
un’Europa futura non cade dal cielo. Oggi può nascere solo dal preoccupante
sentimento della confusione. Può scaturire dall’imbarazzo di una situazione
nella quale noi europei ci siamo cacciati da soli. E deve articolarsi nella
selvaggia cacofonia di un’opinione pubblica polifonica. Se il tema fino ad ora
non è mai arrivato in agenda, come intellettuali abbiamo fallito.
Su una questione non impegnativa ci si può trovare d’accordo con facilità.
Davanti a noi tutti c’è il quadro di un’Europa amichevole, cooperativa, aperta
nei confronti di altre culture e capace di dialogare. Salutiamo l’Europa che nella
seconda metà del Ventesimo secolo ha trovato delle soluzioni esemplari per
due problemi. L’UE già oggi si presenta come una “forma di governo al di là
degli Stati nazionali” che potrebbe fare scuola nella costellazione
postnazionale. Anche i regimi politici assistenziali europei sono stati per molto
tempo esemplari..Sul piano degli stati nazionali,essi sono oggi attestati sulla
difensiva.Ma è impensabile che una politica mirante a domare un capitalismo
che non si preoccupa delle frontiere,ricada al di qua dei criteri di giustizia
sociale che essi hanno istaurato. Perché l’Europa, se è riuscita a superare due
problemi così grandi, non dovrebbe porsi anche l’ulteriore sfida di portare
avanti e di difendere contro progetti concorrenti un ordine cosmopolitico
basato sul diritto internazionale?
Senza dubbio se ci si adopera a mettere in campo una discussione su scala
europea,si dovrà imbattersi nelle disposizioni esistenti,in attesa per così dire di
un processo stimolante mediante il quale possa esplicitarsi l’identità europea.
Due dati di fatto sembrano contrastare questa supposizione: i successi storici
più significativi dell’Europa non hanno perso proprio grazie al loro successo
mondiale la forza che creava identità? E che cosa deve tenere insieme una
Regione che si distingue come nessun altra per la rivalità, ancor oggi esistente,
tra nazioni orgogliose?
Quando il cristianesimo e il capitalismo, la scienza naturale e la tecnica, il
diritto romano e il codice napoleonico, il modo di vivere urbano-cittadino, la
democrazia e i diritti dell’uomo, la secolarizzazione dello Stato e della società,
si sono diffusi in altri continenti, queste conquiste non formavano più nessun
“proprium”. “L’occidente” possiede determinati tratti caratteristici radicati
spiritualmente nella tradizione giudaico-cristiana. Ma le nazioni europee
condividono anche questo aspetto spirituale, che si distingue per
l’Individualismo, il Razionalismo e l’Attivismo, con gli Usa il Canada e
l’Australia. L’occidente come profilo spirituale è più esteso della sola Europa.
Inoltre l’Europa è formata da Stati nazionali che si limitano l’un l’altro in modo
polemico. Questa coscienza nazionale marcata nelle lingue, nelle letterature e
nelle storie nazionali, ha agito per molto tempo come un principio di divisione.
Certo anche le mentalità si sono sviluppate per reazione alla forza distruttiva di
questo nazionalismo, mentalità che hanno dato un volto particolare alla vista
dei non europei all’odierna Europa nella sua ampia, incomparabile molteplicità
culturale. Una cultura che da molti secoli, attraverso conflitti tra stati e Paesi,
tra poteri ecclesiastici e secolari, attraverso la concorrenza tra Fede e ragione,
attraverso la battaglio tra autorità politiche e classi antagoniste, è stata
lacerata più di molte altre culture, doveva con dolore imparare a comporre le
differenze, a istituzionalizzare i contrasti, a stabilizzare le spaccature. Anche il
riconoscimento delle differenze – il riconoscimento reciproco dell’altro nella sua
diversità – può divenire sinonimo di una volontà comune. Da questo punto di
vista, la pacificazione dei contrasti di classe nello Stato sociale, e
l’autolimitazione delle sovranità statali nell’ambito della UE sono solo gli
esempi più recenti. Nel terzo quarto del Ventesimo secolo, l’Europa al di qua
della cortina di ferro ha vissuto secondo le parole di Eric Hobsbawn “la sua età
dell’oro”. Da allora i tratti di una mentalità politica comune sono divenuti così
riconoscibili che gli altri ci percepiscono spesso prima come europei che come
francesi o tedeschi – e questo ad HongKong come a Tel Aviv.
E’ vero: nella società europea la secolarizzazione è progredita in modo
relativamente esteso. Qui i cittadini considerano l’attraversamento dei confini
tra politica e religione con sospetto. Gli europei hanno una relativa grande
fiducia nella capacità organizzativa e di guida dello stato, mentre sono scettici
di fronte all’efficienza del mercato. Hanno uno spiccato senso della “Dialettica
della spiegazione” e non nutrono indomite aspettative di fronte ai progressi
della tecnica. Preferiscono le garanzie di sicurezza dello Stato sociale e le
regolazioni solidali. La soglia di tolleranza di fronte all’uso della forza è
comparativamente bassa. Il desiderio di un ordine internazionale regolato
secondo il multilateralismo e il diritto si collega con la speranza di una vera
politica interna mondiale nella cornice di Nazioni Unite riformate.
La combinazione di circostanze che ha permesso agli europei occidentali, che
sono stati facilitati, di sviluppare una tale mentalità nelle ombre della guerra
fredda, è andata in rovina dal 1989-90. Ma il 15 febbraio dimostra che la
mentalità riguardante lo stesso contesto in cui si è formata è sopravvissuta.
Questo spiega anche perché la “vecchia Europa” si vede sfidata dalla energica
politica egemonica della superpotenza alleata. E perché così tante persone in
Europa, che salutano la caduta di Saddam come una liberazione, rifiutano il
carattere, contrario al diritto internazionale, di una invasione unilaterale,
preventiva, tanto sconcertante quanto basata su prove inadeguate. Soltanto,
quanto è stabile questa mentalità? Ha radici nelle esperienze storiche più
profonde e nelle tradizioni?
Oggi sappiamo che molte tradizioni politiche, che alla luce della loro
naturalezza destano considerazione, sono state “inventate”. Rispetto a ciò una
identità europea, che nascesse alla luce dell’opinione pubblica, avrebbe
qualcosa di artificioso fin dall’inizio.Ma soltanto un artificio proveniente dalla
discrezione inganna la tara del qualunquismo. La volontà etico-politica, che si
mette in risalto nell’ermeneutica dei processi di conoscenza, non è un arbitrio.
La distinzione tra l’eredità che noi accettiamo e quella che rifiutiamo richiede
tanto accortezza quanto decisione nell’interpretazione con la quale ci
impossessiamo di quella. Esperienze storiche si candidano solo per
un’acquisizione consapevole, senza la quale non raggiungono una forza capace
di costruire identità.
Alla fine qualche appunto su quei “candidati” alla luce dei quali l’identità
europea del dopoguerra potrebbe acquistare un profilo più forte. Il rapporto tra
Stato e Chiesa nell’Europa moderna si è sviluppato diversamente da questa e
da quella parte dei Pirenei, a nord e a sud delle Alpi, ad est ed a ovest del
Reno. La neutralità ideologica dell’autorità dello Stato presupponeva nei diversi
Stati europei una forma legale ogni volta diversa. Ma all’interno della società
civile la religione occupava una posizione non politica simile. Anche se questa
privatizzazione del Credere sotto altri aspetti può dispiacere, per la cultura
politica ha una conseguenza desiderabile. Alla nostra latitudine è difficile da
immaginare un Presidente che inizia con una preghiera pubblica le sue
mansioni quotidiane e mette in relazioni le sue decisioni politiche gravide di
conseguenze con una missione divina.
L’emancipazione della società civile dalla tutela del regime assolutistico non era
legata, soprattutto in Europa, con la presa di possesso e la trasformazione
democratica del moderno Stato amministrativo. Ma l’influenza ideale della
rivoluzione francese su tutta l’Europa spiega tra l’altro perché qui la politica è
pienamente positiva in entrambe le forme – sua come protezione della libertà
sia come forza dell’organizzazione. Al contrario l’affermazione del capitalismo si
lega a forti lotte di classe. Questo ricordo impedisce una valutazione senza
pregiudizi del mercato. Il diverso giudizio della politica e del mercato può
rafforzare gli europei nella loro fiducia sulla forza creativa civilizzatrice di uno
stato, dal quale si aspettano anche la correzione dei “fallimenti del mercato”.
Il sistema dei partiti derivante dalla rivoluzione francese è stato spesso
copiato. Ma solo in Europa è utile ad una concorrenza ideologica che sottopone
ad una valutazione politica continua le conseguenze sociali patologiche della
modernizzazione capitalistica. Questo richiede la sensibilità dei cittadini ai
paradossi del progresso. Nello scontro delle interpretazioni conservative,
liberali e socialiste c’è il confronto tra due aspetti: prevalgono i danni che
sopraggiungono con la disintegrazione delle tradizionali forme di vita protettive
sui guadagni di un progresso ingannevole? Oppure i guadagni, attraverso i
processi di distruzione creatrice, come si può prevedere oggi per domani,
prevarranno sulle sofferenze della perdita di modernizzazione.
In Europa le differenze di classe che perdurano da lungo tempo sono state
sofferte come un destino che poteva essere evitato solo attraverso un
cambiamento collettivo. Così si è affermata nel contesto dei movimenti dei
lavoratori e delle tradizioni sociali cristiane un’etica solidaristica, che mira ad
una assistenza regolare, della lotta per “maggior giustizia sociale”, contro
un’etica individualistica della giustizia del profitto, che accetta le grandi
disuguaglianze sociali.
L’Europa odierna è passata attraverso le esperienze dei regimi totalitari del
Ventesimo secolo e attraverso l’olocausto – la persecuzione e l’annientamento
degli ebrei europei nel quale il regime nazista ha coinvolto anche le società dei
Paesi conquistati. Le discussioni autocritiche su questo passato hanno
richiamato alla memoria le basi morali della politica. Una grande sensibilità per
le ferite all’integrità personale e fisica si riflette in questo, che il Consiglio
europeo e l’UE hanno elevato la rinuncia alla pena capitale a condizione per
l’adesione. Un passato bellicista ha a suo tempo consumato tutte le nazioni
europee in contrasti sanguinosi. Dalle esperienze delle mobilitazioni militari e
intellettuali dell’uno contro l’altro, dopo la seconda guerra mondiali hanno
tratto la conseguenza di sviluppare nuove forme di cooperazione
sopranazionale. La storia successiva della UE ha rafforzato gli europei nella
convinzione che la riduzione dell’uso della forza statale anche sul piano globale
richiedeva una reciproca limitazione dello spazio di azione sovrano.
Tutte le grandi nazioni europee hanno vissuto il fiorire dello sviluppo della forza
imperiale e, cosa più importante nel nostro contesto, e devono assimilare la
perdita di un impero. Questa esperienza di declino si lega in molti casi con la
perdita degli imperi coloniali. Con il crescente distacco dall’autorità imperiale e
dalla storia coloniale, le potenze europee hanno avuto la possibilità di prendersi
un intervallo di tempo per riflettere. Così hanno potuto imparare dalla
prospettiva del vinto a percepirsi nel dubbio ruolo dei vincitori a cui è stato
chiesto conto di ciò che essi hanno fatto,una modernizzazione imposta e che
sradica le radici. Questo potrebbe aver promosso il distacco dall’eurocentrismo
e messo le ali alla speranza kantiana di una politica interna mondiale.

Traduzione di Edmondo Montali