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SANTAMBROGIO

Opere esegetiche I
I SEI GIORNI
DELLA CREAZIONE

introduzione, traduzione, note e indici
di
Gabriele Banterle

Milano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città Nuova Editrice
1979

INTRODUZIONE

Fino dai prim i secoli della Chiesa molti furono gli esegeti del
prim o capitolo della G en esil. P er ricordarne solo alcuni, citerem o
O rigene2 e S. Basilio di Cesarea3 fra i Greci, Lattanzio4 e S. Ago­
stin o* fra i Latini. Possono spiegare questo interesse, che si pro­
lunga nel corso del tempo, sia le ragioni liturgiche che con­
sigliavano di com m entare testi largamente impiegati durante le
celebrazioni quaresimali sia, soprattutto, la necessità d’illustrare,
specie in contrapposizione con i vari sistem i ereditati dalla filo­
sofia classica, l'origine del mondo, punto di partenza p er la storia
della salvezzas.
Si com prènde perciò com e anche S. Am brogio abbia ritenuto
opportuno affrontare tale argomento, probabilmente nel corso del­
la Quaresima del 387, e precisam ente nei sei giorni della Setti­
mana Santa dal 19 al 24 aprile7.

Lo svolgimento della predicazione può essere cosi ricostruito:
1° giorno: I serm one, 1 ,1 ,1 -6 ,2 4 (mattina);
I I sermone, I, 7,25 - 10,38 (pomeriggio).

1 H. C azelles e J.P. B ouhot, II Pentateuco, trad. ital., Paideia, B rescia
1968, pp. 49-54.
8 Dodici Libri sulla Genesi (Hexaemeron); sedici Omelie sulla Genesi,
cui la prima sulla creazione; forse altre omelie sempre sulla Genesi. Della
prima opera rimangono solo frammenti; della seconda, una versione latina,
non sempre meticolosamente fedele, di Rufino (400-404 c.).
3 Nove Omelie sull'Hexaemeron. Si potrebbero qui aggiungere le analo­
ghe opere di S. Gregorio di Nissa e di S. Giovanni Crisostomo.
4 De opificio mundi.
5 De Genesi contra Manichaeos; De Genesi ad. litteram imperfectus liber
e, soprattutto, dodici libri De Genesi ad litteram sui primi tre capitoli della
Genesi.
6 Cazelles-B ouhot, op. cit., pp. 55-56.
7 J.R. P alanque, Saint Ambroise et l'empire romain, De Boccard, Paris
1933, pp. 520 e 759; F. H omes D udden, The life and times of St. Ambrose, Cla-
rendon Press, Oxford 1935, II, pp. 679-680.
Le altre date proposte oscillano fra il 386 e il 390. In genere non si
accetta la data 386, perché nelle omelie ambrosiane non c ’è traccia della ten­
sione provocata dalla lotta contro gli ariani. A favore di tale data non mi
sembra decisivo l’argomento ricavato da Aug., Conf., VII, 3, 5, 1: vedi P.
Courcelle, Recherches sur les « Confessions » de Saint Augustin, De Boccard,
Paris 1950, pp. 99-102.
Che la predicazione sia durata sei giorni risulta chiaramente da quanto
si dice all’inizio del nono discorso (sesto giorno): Qui (sermo) etsi per quinque
iam dies non mediocri labore nobis processerit... (VI, 1, 1).

14 INTRODUZIONE

2° giorno: III sermone, II, 1 ,1 -5 , 22 (pomeriggio).
3° giorno: IV sermone, III, 1 , 1 - 5 , 24;
V sermone, III, 6, 25-17, 72.
4° giorno: VI sermone, IV, 1 ,1 -9 ,3 4 (pomeriggio).
5° giorno: V II sermone, V, 1,1 -11, 35;
V i l i sermone, V, 12, 36 - 24, 92 (separato da un breve
intervallo dal precedente e pronunciato nel pom e­
riggio).
6° giorno: IX sermone, VI, 1,1 -10,76 (manifestamente nel po­
meriggio) 8.
I vari momenti della creazione sono cosi distribuiti: nella p
ma giornata, cielo, terra (I) e luce (II); nella seconda, firmamento
(III); nella terza, acque (IV) e piante (V); nella quarta, sole, luna
e stelle (VI); nella quinta, pesci (VII) e uccelli (V ili); nella sesta,
animali e uomo (IX).

Evidentemente un’opera cosi impegnativa presuppone nell'au­
tore non solo il possesso d’una cultura generale, teologica e pro-

8 P alanque, op. cit., p. 438; D udden, op. cit., II, p. 679.
Per il terzo giorno non ci sono precise indicazioni; si deve però ritenere
verosimile che il quarto sermone sia stato pronunciato al mattino e il quinto
al pomeriggio. Per il quinto giorno, invece, risulta dalla nota del testo ta-
chigrafico, rimasta all’inizio dell’ottavo sermone (V, 12, 36), che questo venne
pronunciato dopo un breve intervallo (Et cum paulolum conticuisset) dal
discorso precedente. Poiché, come vedremo nel seguito di questa stessa nota,
l'ottavo sermone fu tenuto nel tardo pomeriggio, assegnerei il settimo alle
prime ore del medesimo pomeriggio.
Il Paredi (La liturgia di S. Ambrogio, in « Sant’Ambrogio nel XVI cen
nario della nascita », Vita e Pensiero, Milano 1940, pp. 139-141), sul fonda­
mento di Exam., V, 11, 35; 24, 88; 24, 89; 24, 90; 24, 92, in confronto con Epist.,
XX, 25-26, ritiene che i due discorsi assegnati alla quinta giornata (VII e VIII)
non siano stati pronunciati il quinto giorno della Settimana Santa, e cioè il
venerdì, bensì il giorno precedente, e che quindi la divisione o l’assegnazione
dei vari discorsi che formano i sei libri sia da rifare.
Senza entrare nel merito dei problemi, per altro controversi, connessi
con la liturgia dei tempi di S. Ambrogio, credo assolutamente certo che il se­
sto sermone venne pronunciato nel tardo pomeriggio del quarto giorno, e
cioè del Giovedì Santo: Sed iam cauendum ne nobis in sermone dies quartus
occidat; cadunt enim umbrae maiores de montibus, lumen minuitur, umbra
cumulatur (IV, 9, 34). Non mi pare infatti possibile sostenere che l’espres­
sione dies quartus si riferisca alla creazione anziché alla predicazione (cf.
anche II, 5, 22). Ritengo inoltre altrettanto certo che i nove sermoni seguano
l'ordine del primo capitolo della Genesi (cf. VI, 2, 3), sicché il settimo e l’ottavo
non possono essere stati tenuti prima del sesto, cioè la mattina del Giovedì San­
to. Del resto, anche l’ottavo sermone si conclude con un’indicazione che non
lascia dubbi: ...et gratulemur quod factus est nobis uesper, et fiat mane
dies sextus. Si veda inoltre, nello stesso discorso, l’accenno alla stanchezza
che potrebbe indurre al sonno gli ascoltatori (V, 12, 37).
Quanto all'ipotesi che una probabile successiva rielaborazione abbia provo­
cato qualche spostamento o ampliamento della materia, essa è certamente ve­
rosimile. In ogni caso, la storia di Giona (V, 11, 35) si prestava egregiamente
per concludere l’elogio del mare, come la negazione di Pietro veniva a propo­
sito parlando della notte e del canto del gallo. L'episodio di Giona, del resto,
è richiamato anche da S. Basilio appunto nella perorazione della settima omelia
(164 A = 69 C), mentre l’esempio del gallo è citato verso la fine dell’ottava
(181 C = 77 C).

INTRODUZIONE 15

fana, adeguata ai temi affrontati, ma anche il ricorso, più o meno
immediato, a fonti particolari. Per i primi quattro paragrafi ci
soccorre l’approfondita ricerca del P épin 9 che rinvia, oltre che
ai Philosophumena d’Ippolito, al Cicerone del De natura deorum
e probabilmente deZZ'Hortensius, a Filone, forse ad im'Epitome di
Filodemo, senza escludere a priori la conoscenza diretta del De
philosophia del giovane Aristotele, non ancora ìndipendente dal­
l'influsso platonico. Ma più in generale, trascurando per il mo­
mento le fonti dell’informazione scientifica di cui diremo in se­
guito, per l’intera opera bisogna risalire, oltre che a Cicerone e
a Filone, quanto meno ad O rigen e10 e a S. Basilio di C esareau.
A questo proposito è inevitabile citare il fam oso passo di S.
Girolamo, nel tentativo di chiarirne i limiti ed il significato: Nuper
Ambrosius sic Exaemeron illius (scilicet Origenis) compilauit, ut
magis Hippolyti sententias Basiliique sequereturn. Sembra dif­
ficile, specie se si considera il carattere polem ico di chi scrive,
che il verbo compilare non assuma qui un significato niente af­
fatto lusinghiero 13. Ma anche ammesso questo, il senso dell'intera
frase continua a rimanere piuttosto oscuro. Secondo il Pépin,
« d’après le contexte, Jéróme sem ble vouloir dire qu’Ambroise
a gardé une certam e indépendence dans l'usage de cet Exaeme­
ron... En tout cas, Jéròme conferm e que les élém ents origéniens
introduits par Am broise dans son propre Exaemeron devaient se
trouver dans /'Exaemeron d’Origène plutót que dans une autre
ouvrage du m èm e auteur » M.
Ad ogni modo è difficile raggiungere una conclusione sicura,
perché sia Z’Hexaemeron di Origene che quello di Ippolito non

9 J. Pépin , Théologie cosmique et théologie chrétienne (Ambroise, Exam.,
I, 14), Presses Universitaires de France, Paris 1964, pp. 513-533.
Dissente dal Pépin E. L ucchesi, L’usage de Philon dans l'oeuvre exégétique
de saint Ambroise, ecc., E.J. Brill, Leiden 1977, pp. 73-74 e, specialmente, n. 2,
il quale pensa ad Origene come a fonte unica o principale.
10 Cioè al IIspl dcpx&v e al perduto commento ai primi quattro capitoli
della Genesi, oltre che alla prima omelia in Genesim, che tratta della creazione.
11 II Lazzati (Il valore letterario della esegesi ambrosiana, Archivio am­
brosiano, XI, Milano 1960, pp. 88 e 92) ritiene che 1’Exameron preceda la let­
tura di Plotino. Vedi però anche P. Courcelle, Platon et Saint Ambroise, Revue
de philologie, 76, 1956, pp. 46-47.
12 Ep. 84, 7; cf. anche Apoi. adu. Ruf., I, 2, PL, 33, 417 B.
13 II T.L.L. considera compilare sinonimo di excribere = « copiare »; cf.
H or., Sat., I, 1, 121; M art., XI, 94, 4. Veramente J. Labourt (S aint Jéròme,
Lettres, IV, Les Belles Lettres, Paris 1954, p. 134) traduce: « Naguère, Am­
broise a compilé de telle manière l’Hexaméron d’Origène qu’il s’est attaché
de préférencè aux opinions d’Hippolyte et de Basile ». Tra compiler e piller
c ’è una certa differenza.
14 Op. cit., p. 417, n. 2. Il Paredi (S. Ambrogio e la sua età, Hoepli, Milano
I9602, p. 370) intende cosi: « Girolamo che aveva sott’occhio tutte e quattro
le opere (cioè quelle di Origene, di Ippolito, di Basilio e dello stesso Ambro­
gio) scrisse che Ambrogio diede una nuova redazione dell’Esamerone di Ori-
gene, seguendo più da vicino Ippolito e Basilio che non Origene. Cioè l’opera
di S. Ambrogio è più curata quanto all’ortodossia ». Da S. Girolamo (De uir.
ili., c. 61, PL, 25, 707 A) sappiamo che Ippolito aveva scritto un 'EiiaTjjiepov.
Sui rapporti tra S. Ambrogio e S. Girolamo vedi A. P abedi, S. Gerolamo e
S. Ambrogio, in « Mélanges Eugène Tisserant », voi. V (Studi e testi, 235), Bi­
blioteca vaticana 1964, pp. 183-198 (in particolare pp. 191-192).

16 INTRODUZIONE

ci sono perven u ti15. È invece possibile istituire un confronto con
Z'Hexaemeron di S. Basilio; ma i risultati ne sono, a dir poco,
sconcertanti. Bisogna riconoscere, infatti, che nessun altro verbo
meglio di com pilare potrebbe esprim ere la realtà del rapporto
tra Z’Exameron di Ambrogio e il suo modello greco. A parte
l’impostazione generale, larghissimi brani sono riprodotti testual­
m ente insieme con esempi, citazioni e persino form ule di passag­
gio da un argomento all’altro 16. Addirittura, com e osserva il Pé-
p in 17 e com e io stesso ho personalmente sperimentato, m olte oscu­
rità del testo latino si chiariscono agevolmente nel confronto con
quello di S. Basilio, data la maggiore precisione del -linguaggio fi­
losofico greco. La fonte, inoltre, non è mai citata se non indiret­
tamente, com e per esem pio a IV, 7,30, dove si parla di nonnulli
docti et christiani uiri, ma soltanto per manifestare un dissensola.
Il Paredi, dopo aver rilevato, non senza una certa sorpresa,
tale modo di procedere, lo spiega, sia pure in form a dubitativa,
con il « carattere oratorio del libro » 19. Certamente un sermone
non è un trattato, almeno nel senso moderno del termine, bensì
un’opera nella quale l’interesse che potrem m o chiamare cultura-
le-scientifico cede il passo all’interesse pastorale. Nel secolo quarto,
poi, il concetto di « proprietà letteraria » era ben diverso da quello
giuridico-morale dei nostri tempi. S. Ambrogio, insomma, attinge
idee e immagini che ritiene possano giovare ai suoi ascoltatori,
senza preoccuparsi d’essere originale, perché in lui è dominante
Z’animus del pastore, non quello dello scrittore e del dotto. È
un fatto però che Z'Exameron costituisce un caso limite. Anche
in confronto di De officiis, che pur deve tanto a Cicerone, risulta
di gran lunga m eno personale nel contenuto, perché manca l’at­
teggiamento di contrapposizione polemica rispetto alla fonte.

Un’opera com e Z'Exameron, p er la materia trattata e gli svi­
luppi che ad essa si davano, richiedeva nell’autore un adeguato
patrimonio di conoscenze scientifiche. Lo Schenkl20 elenca tra le
fonti lo stesso Basilio, i Prata di Svetonio, T’ AXé^avSpog di Filo­
ne 21 e, per le api, le Georgiche di Virgilio. La leggenda della fenice

15 C. S chenkl, S. Ambrosii Opera, CSEL, XXXII, p. XIII: Num uero recte
dixerit Hieronymus Ambrosium Origenis Hexaemeron, hoc est Commentarios
in Genesim, quorum paucae nunc reliquiae extant, compilasse profecto du­
bitari potest.
16 S chenkl, op. cit., p. XIII: Immo Basilii, cuius sententias tantum eum
magis secutum esse Hieronymus refert, opus expilauit ita ut plerumque eius
dispositionem sequeretur, multa isdem fere uerbis redderet, longe plura
maiore usus uerborum ambitu exprimeret, denique in uniuersum interpretis
potius quam scriptoris munere fungeretur.
17 Op. cit., p. 372: « Si la plupart des obscurités du texte d'Ambroise
disparaissent à la lecture du texte de Basile... ».
18 Aerem quoque nonnulli etiam docti et christiani uiri allegauerunt
lunae exortu solere mutari; cf. Bas., 144 BC (61 AC).
19 Op. cit., p. 370. Su tale questione vedi anche ciò che scrive M. Cesaro,
Natura e Cristianesimo negli « Exameron » di S. Basilio e di Sant’Ambrogio,
Didaskaleion, VII, 1929, p. 59.
20 Op. cit., pp. XVI-XVIII.
21 ’A>i?ocvSpoi; 7j 7tepl tou Xóyov xà àXoya £<jia (Eus., H.E., II, 18, 6).

INTRODUZIONE 17

(V, 23, 79) deriva dalla prima lettera dì Clemente n, l'episodio del
canto dell'usignolo (V, 12, 39) da un carme deZZ’Anthologia Latina23.
Sempre secondo lo S chenklu, Ambrogio non avrebbe usato la
Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, com e sarebbe dimostrato
dal fatto ch’egli non adopera mai, p er lo stesso argomento, i me­
desimi vocaboli impiegati dall’autore latino25. Non va taciuto che
le nozioni scientifiche di S. Ambrogio non sono, nella maggior
parte dei casi, frutto di osservazione diretta e che vengono accolte
da lui tradizioni leggendarie e opinioni infondate26.
Come si potrà riscontrare dai rimandi in nota alla traduzione,
nell’Exameron sono numerosissime, più d’un centinaio, le riso­
nanze di V irgilio21, poche quelle di Lucrezio, di Sallustio e di Ovidio.
Non mancano inoltre echi di Varrone, di Orazio e, forse, di Ma­
cr o b io 2*. Non si tratta di vere citazioni, ma, per lo più, di un
inserimento nel tessuto del discorso di espressioni che per la toro
carica poetica o per la loro suggestione allusiva contribuiscono al­
l'efficacia dell’esposizione.
Di qui prende l’avvio una serie di considerazioni senza le
quali il giudizio sull’opera ambrosiana risulterebbe incompleto
e perciò ingiusto. Nonostante i modelli, ciò che colpisce in Am­
brogio è la sensibilità vibrante per gli spettacoli naturali in cui
la potenza divina si manifesta. Sua caratteristica è il gioioso com-

22 C. 25.
23 762 R.
24 Op. cit., p. XVI: Ne id quidem concedam Ambrosium scriptores La­
tinos, qui in rebus naturalibus explicandis maxime excelluerunt, omnes le­
gisse. Veluti num Plinii Naturali historiae uel aliquod studium impenderit
quam maxime dubito.
25 Pur senza pretendere di smentire radicalmente l'affermazione dell’il­
lustre studioso tedesco, mi permetto di citare qui sotto due passi nei quali,
anche se non materialmente, i vocaboli di Plinio e di Ambrogio presentano
una corrispondenza che potrebbe non essere casuale: a) N.H., XXV, 53, 92:
(Ceruae) ostendere, ut indicauimus, dictamnum uulneratae pastu statim
telis decidentibus . Exam., I l i , 9, 40: C ibus illis ergo medicina est, ut resilire
sagittas uideas ex uulnere. b) N.H., X, 3, 13: Alterum expellunt taedio nu ­
triendi. Exam., V, 18, 60: quod aliqui jieri putauerunt geminandorum alimen ­
torum FASTIDIO.
26 Vedi, p. es., la capacità della remora di fermare le navi (V, 10, 31),
la trasformazione dell’acqua in sale nell’Oceano (V, 11, 33), la restituzione
della vista ai rondinini (V, 17, 57), la fecondità verginale degli avvoltoi (V,
20, 64-5) e delle api (V, 21, 67), la resurrezione della fenice (V, 23, 79). A V,
12, 39. S. Ambrogio dichiara di riassumere da incompetente nozioni elementari.
27 S chenkl, op. cit., p. XVII, n. 1. M.D. D iederich, Ver gii in works of St.
Ambrose, The Catholic University o f America, Washington 1931, pp. 28-30,
elenca quattordici « imitazioni », ritenute sicure, dalle Bucoliche, settantadue
dalle Georgiche, settantuno daU'Eneide, più altre quattro dubbie dalle Bu­
coliche, ventuno dalle Georgiche, quarantanove daU’Eneide. Sui procedimenti
con i quali S. Ambrogio utilizza i testi virgiliani, vedi pp. 6-28. Vedi anche
L. A lfonsi, L’ecfrasis ambrosiana del « libro delle api vergiliano », Vetera
Christianorum, 1965, 2, pp. 129-138; A.V. N azzaro, La I Ecloga virgiliana nella
lettura d'Ambrogio, in « Ambrosius episcopus », Atti del Congresso intemazio­
nale di studi ambrosiani, ecc., a cura di G. Lazzati, Vita e Pensiero, Milano
1976, II, pp. 312-324.
28 P. C ourcelle, Nouveaux aspects du platonisme chez Saint Ambroise,
Revue des études latines, 34, 1956, pp. 232-234.

18 INTRODUZIONE

piacimento con il quale sa cogliere anche i più umili aspetti della
creazione. Troppo viva è la partecipazione del suo animo perché
si possa pensare esclusivamente a squarci retorici. L'insegnamento
della scuola si è limitato ad affinare doti di natura29 e a fornire
adeguati mezzi espressivi. B asterebbe la famosa descrizione del
mare ad attestarci le sue capacità di s critto re30. Spesso, anche
se lo spunto è offerto da S. Basilio, questo è ampliato e svolto
vivacemente con ricchezza di apporti personali.
N uocciono tuttavia alla « com posizione » dell’opera una certa
prolissità e i frequenti excursus che fanno perdere il filo dell’ar­
gom ento e turbano l’equilibrio della trattazione. A m bfogio talvolta
dimostra chiaramente di rendersene c o n to 31, ma nello stesso tempo
non se ne preoccupa in modo eccessivo, com e si ricava dal fatto
che le numerose divagazioni sono rimaste anche dopo la revisione
del testo tachigrafico32.
Non va dimenticato però che Z’Exameron è anzitutto un’opera
esegetica che vuole illustrare i sei giorni della creazione. Riveste
quindi un’importanza essenziale la linea interpretativa prescelta
dall'autore. S. Ambrogio preferisce l’interpretazione letterale33, at­
tenendosi, almeno inizialmente, al testo; non rinuncia però ad ap­
plicare con grande larghezza l’allegoria o piuttosto il cosiddetto
senso « psichico » o spirituale o morale, appreso dall'insegnamen­
to di Origene M.
In tal modo, com e scrive il Lazzati, « il vescovo-poeta potrà
imprimere alla sua esegesi toni di un'intensità spirituale e di

29 L azzati , op. cit., p. 62.
30 III, 5, 21-4, su cui vedi anche ciò che scrive L. S pitzer , L’armonia del
mondo, trad. ital.. Il Mulino, Bologna 1967, pp. 28-32. Il Paredi (op. cit.,
pp. 373 ss.), offre un’ampia e felice esemplificazione: III, 1, 24: l’acqua; IV,
1, 1-3: il sole; V, 8, 22: il granchio; V, 11, 36: gli uccelli; V, 15, 50-2: le gru;
V, 19, 62-3: la tortora; V, 20, 64-5: gli avvoltoi; V, 24, 88: il canto del gallo;
VI, 9, 55: il corpo umano; VI, 9, 68: il bacio. Io aggiungerei anche, p.es., la
descrizione del giglio (III, 8, 36); e a proposito del corpo umano, rileverei che
nei paragrafi successivi non mancano argomentazioni contorte e persino con­
siderazioni banali, sia pure legate alla mentalità del tempo.
Sullo stile di S. Ambrogio e, in particolare sull’interferenza tra prosa
e poesia, vedi J. Fontaine, Prose et poésie: l’interférence des genres et des
styles dans la création littéraire d'Ambroise de Milan, in « Ambrosius epi­
scopus », I, pp. 124 ss.
31 Vedi, p.es., I, 8, 32; II, 5, 22; III, 1, 6; III, 4, 17; IV, 9, 34; V, 11, 35;
V, 12, 36; V, 29, 90; VI, 2, 3.
32 G. L azzati , L'autenticità del De Sacramentis e la valutazione letteraria
delle opere di S. Ambrogio, Aevum, XXIX, 1955, p. 47; Opere di S. Ambrogio,
a cura di G. C oppa, UTET, Torino 1969, p. 33; cf. p. 98.
Sull’uso della tachigrafia all’epoca di S. Ambrogio, vedi C. M ohrmann,
Observations sur le « De sacramentis » et le « De Mysteriis » de saint Am­
broise, in « Ambrosius episcopus », I, pp. 108-112.
33 Vedi p.es., VI, 2, 6: Caelum legimus, caelum accipiamus; terram legi­
mus, terram intellegamus frugiferam. Vedi inoltre I, 8, 32; II, 4, 17; VI, 2, 4;
VI, 3, 9.
34 Coppa, op. cit., p. 38; H. De L ubac, Esegesi medievale, trad. ital., Ed.
Paoline, Roma 1972, II, p. 1223. In particolare, sulla genesi delle varie forme
d’interpretazione e, soprattutto, del metodo allegorico, vedi H. A ustryn W olf-
son . La filosofia dei Padri della Chiesa, trad. ital., Paideia, Brescia 1978, I,
pp. 33-72.

INTRODUZIONE 19

un'espressività che congiungono gli accenti della mistica e della
poesia » 35. Per Z'Exameron, o almeno per m olte sue parti, questo
giudizio può essere senz’altro accettato, sia pure con la riserva,
formulata subito dopo dallo stesso Lazzati, che « la pagina ese­
getica ambrosiana » si presenta « spesso stentata, difficile, impi­
gliata nel suo stesso gioco » 36. Se particolarmente felice appare
l’accostamento tra la rosa, fiore bellissimo ma cinto di spine, e i
successi degli uomini, spesso pagati a prezzo di sofferenze e di
m iserie37, oppure tra la vite e i fedeli sia com e singoli individui
sia quali membri della comunità ecclesiale3S, lo sviluppo dato,
per esempio, al paragone tra il cristiano e il p e s c e 39 e ancor più
alla leggenda dell’accoppiamento tra la vipera e la m urenan, con
le relative applicazioni, nonostante l’efficacia pastorale, non ci con­
vince del tutto.
Inoltre l’opera è troppo legata alle impostazioni culturali e
ai concetti scientifici del proprio tempo, fatti em ergere ancora
più rigidi dalle esigenze d’un’interpretazione letterale, perché il
lettore dei nostri giorni possa sentirsi pago com e chi ha raggiunto
una meta.
Eppure, con tutti i suoi limiti, specie riguardo alla originalità
della dottrina, alla chiarezza e alla fondatezza in campo esegetico,
all’equilibrio della composizione, alla validità di talune argomen­
tazioni, Z'Exameron resta, almeno in m olte sue parti, un libro af­
fascinante perché nato, prima ancora che dall’intelligenza e dalla
cultura, da una vivissima fede, da un’anima ardente, da un cuore
innamorato dello splendore dell'universo quale riflesso della sa­
pienza e della bontà di Dio.

* * *

Non esistono problem i sull’autenticità dell’Exameron. Baste­
rebbe a garantirla la sola testimonianza di S. Girolamo sopra ri­
portata. È significativa, inoltre, la probabile imitazione di Clau­
diano nel De raptu Proserpinae (III, 263-8 — Exam., VI, 4, 21) 41,
com posto tra il 395 e il 397®, data che, in un certo senso, segna
l’inizio della « fortuna » dell’opera attraverso i s e c o li43.
Converrà piuttosto spendere qualche parola sulla grafia del
titolo che, derivando dal greco 'E^ar)[xepov, dovrebbe essere rego­
larmente Hexaemeron. In realtà, presso i vari autori, questo nome
viene scritto in form e diverse che ho scrupolosamente conservate

35 Op. cit., p. 64.
36 Op. cit., l.c.
37 III, 11. 48.
38 III, 11,49 - 12,52.
39 V, 5,4 - 6,17.
40 V, 7, 18-20.
41 S chenkl, op. cit., p. XVIII.
42 S chanz-H osius , IV, 2, p. 24.
43 P.es., Isidoro di Siviglia (m. 636) nel De natura rerum usa largamente
1’Exameroti, spesso anche citandone l’autore.

Va rilevato però che da un punto di vista letterario Z'Exameron presenta uno stile più co­ lorito. 46 Ho preferito scrivere Arrius. cit. p. Lo S chenkl45 ci avverte che tutti i codici ambrosiani usano la form a Exameron. 195).20 INTRODUZIONE nelle relative citazioni44. I. sebbene la conoscenza del greco da parte di Ambrogio lasci adito a qualche perplessità sul­ l’esattezza di tale trascrizione latina. rinvio a quanto ho detto neZZ'Introduzione al De officiis. anche tenuto con­ to della varietà delle grafie attestate. più vario e vivace che mi sono sforzato di riprodurre. vedi M. a mio parere. Il testo riprodotto è quello curato da C. con qualche lievissimo ritocco nella punteggiatura e qualche mutamento ortografico* Di tali mutamenti si fa men­ zione a piè di pagina. Schenkl per il C pus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum di Vienna (1897. XXIX. in « Ambrosius episcopus ». « Recensiones » milanesi di opere di S. V (F aller. sicché. LXXVIII. p. preferisco conservare la for­ ma ormai generalmente accolta. ri­ stampa 1962). Su taluni limiti dell'edizione dello Schenkl. Ambrogio. Inoltre ho mutato l’ortografia in pochissimi casi nei quali essa risultava contraddittoria senza che i codici ne dessero. 44 Hexaemeron. Epist. Exaemeron. scrive lecto EEAHMEPfì. sufficiente giusti­ ficazione. 45 Op. Arrianus. F errari. grafia largamente diffusa e attestata concordemente in codici del sec. . XII. Il Faller (CSEL. LXXXII. pars X. 63. pur nella fedeltà al testo latino. Riguardo ai criteri seguiti nella traduzione. p. CSEL. p. 50*)..

CSEL. Edizioni Paoline. Paideia. texte grec. F. Didaskaleion. Torino 1937. Torino 1969. Storia primitiva.. J. trad. of America. ital. Giet. P alanque . A. 1962). versione e com­ A m bro g io . 2. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE C. di Sant'Ambrogio. S chenkl. S. The life and times of St. 559-590. T est a . Brescia 1968. A u s t r y n W olfson . M. Saint Ambroise et l’empire romain. 14). Ma­ rietti. L’Esamerone. Ambrose. pp. G. pp. I.P. B ou h ot . M adec. Oxford 1935. N a zz a r o . Torino 1969. Archivio am­ L a z z a t i. Les éditions du Cerf. H. A. 1974. XI. ofm. Introduzione.. De Boccard. introduction et traduction de S. II. Vergii in works of St. 1. D ied er ic h . Paris 19682. Théologie cosmique et théologie chrétienne (Ambroise. Vienna 1897 (rist. Il valore letterario dell'esegesi ambrosiana. Milano 1960. Saint Ambroise et la philosophie. vedi specialmente le opere del Pépin e del Coppa e il più recente volume del Madec. Esordio e chiusa delle omelie esameronali di Ambrogio. 1965. Ambrogio e la sua età. ecc.V. S . R. voi. Dr. Augustinianum. A l f o n s i . trad. Pa­ ris 1974. voi. Paris 1933. I. G. H o m e s D udden . S. Roma 1972. Milano I9602.. Paris 1964. Basilio e C esaro . trad. S. Genesi. Homélies sur l’Hexaéméron. Presses Universitaires de France. XXXII. C azelles e J. Clarendon Press. H . testo con introduzione. Ve­ t e r a C h ris tia n o ru m .D . Emiliano Pasteris. Paideia. a cura di P. Washington 1931. Per una bibliografia completa. brosiano. 53-123. P é p in . voi.. Il Pentateuco. H. VII. Esegesi medievale. Ambrose. pp. XIV. Brescia 1978. A m bro g io . ital. Opere. Coppa. L’ecfrasis ambrosiana del « libro delle api vergiliano ». D e L ubac . a cura di G. Su questioni specifiche . La filosofia dei Padri della Chiesa. Natura e Cristianesimo negli « Exameron » di S. Exam. ital. Hoepli. 129-138. The Catholic University M . Ambrosii Opera. 1929. SEI.. L . P aredi . mento di Mons. UTET. Études augustiniennes. B a sil e de C ésarée .E.

Paris 1977. Giacomo Biffi e al prof. Don Inos Biffi è. Esprimo un doveroso ringraziamento a Sua Ecc.22 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE vedi « Ambrosius episcopus ». hanno contribuito a rendere più rispondente agli scopi proposti questo lavoro. che ho potuto consultare soltanto a lavoro ultimato. preoedentemente oitato. che. Mons. contrassegnate dalla sigla I. con i loro suggerimenti. S avon . inoltre. Riguarda solo indirettamente VExamefon l’opera di H. Études augustiniennes. Un vivo ringraziamento anche alla prof.ssa Mirella Ferrari. don Inos Biffi. l’autore delle note più stremamente teo­ logiche del commento.B. Saint Ambroise devant l’exégèse de Philon le Juif. che ha rivisto con vigile cura le bozze del testo latino. 2 voli. . Atti del Congresso intemazionale di studi ambrosiani.

Exameron I sei giorni della creazione .

alii quoque. ut aliqui eo­ rum tria principia constituerent omnium. Quid igitur tam inconueniens quam ut aeternitatem operis cum dei omnipotentis coniungerent aeternitate uel ipsum opus deum esse dicerent. alii innumerabi­ les dicunt esse mundos. et tertium cum his. cui plurimum de physicis auctoritatis uetustas detulit. et ea incorrupta et in­ creata ac sine initio esse adseuerarent deumque non tamquam creatorem materiae. Tantumne opinionis adsumpsisse homines. quam uocant \iXr\v. ipsumque mundum semper . materiam et speciem. duo principia ponerent. cui subpeteret com petenter efficere quod adoriendum putasset. deum et exemplar et materiam. hoc est ideam intendentem fecisse mundum de materia. quamuis de ipso mundo non mediocris inter eos quae­ stio sit. Nam Pythagoras unum mundum adserit. ut caelum et terram et mare diuinis proseque­ rentur honoribus? Ex quo factum est ut partes mundi deos esse crederent. DIES PRIMVS SERMO I Caput I 1. ut Aristoteles cum suis disputandum putauit. quae gignendi causas rebus omnibus dedisse adseratur. ip­ sum quoque mundum incorruptum nec creatum aut factum aesti­ marent. 3. ut scribit Democritus. sicut Plato discipulique eius. 2. quod operatorium dicitur. sed tamquam artificem ad exemplar.

72-3: Huncine solem / tam ni­ grum surfexe mihi! 2 Cf... al mare? Da tali premesse derivò la loro con­ vinzione che parti del m ondo fossero dèi.. cf. vedi anche Madec. Sulla questione delle fonti usate da S. S e co n d o il Pépin. 4 V e d i so p ra n. p .. Ambrogio per il primo capitolo dell’-Exa- meron. p. Saint Ambroise et la philo- sophie.. altri dicono che ce ine sono innumerevoli. 2. com e sostenne Aristotele4 con i suoi discepoli. 527-533. 3. increati e senza un inizio e che Dio. Pitagora afferma che esiste un solo mondo. fissano tre principi di tutto ciò che esiste: Dio. 338-339. ispirandosi cioè all’idea. 134. Sat. Philosophumena. com e scrive Democrito cui gli anti­ chi attribuirono grandissima autorità nel campo delle ricerche 1 Infinito esclamativo. in grado di attuare convenientemente quello cui ritenesse di porre mano. op. 10. 513-515. cit. . com e Platone2 e i suoi discepoli. e con questo un terzo chiamato attivo5. tu tto il ca p ito lo risen tireb b e della d ottrin a del giovan e A ristotele. che chiamano uXiq 3.. M adec. 7. form ò il m ondo della materia. ma com e artefice che riproduce un modello. op. 5 L'aggettivo operatorius rende il TOWjTtJtó? di Filone. la quale ha dato origine a tutte le cose. vedi Pépin. il m odello esem­ plare e la materia. 3. la materia e la forma. posero due principi. 4). che alcuni di loro. in D iels . E adoperato anche da Ippolito nel passo sopra citato. cit. Anche altri. non com e creatore della ma­ teria. pur essendoci fra loro una controversia non trascurabile sul m ondo stesso. Études augustiniennes. perfino lo stesso m ondo ri­ tennero incorrotto... non creato né fatto. op. 47. Doxographi Graeci. p. alla terra. cit. cosi da tributare onori divini al cielo. cit. PRIMO GIORNO I SERMONE Capitolo 1 1. pp . Essi affermano che tali principi sono incorrotti. Hipp. 3 «"YXt): termine usato in filosofia per la prima volta da Aristotele ad indicare la « materia » in contrapposizione alla « forma » { Met. esp osta nel De philosophia . 1. 567. cf. 9. 6. Hor. Paris 1974. Gli uomini in verità hanno con cep ito1 una cosi grande opinione di sé. che deve ritenersi là fonte principale ed immediata di questo passo. op. Che c ’è dunque di tanto sconveniente quanto l’aver essi congiunto l’eternità dell’opera con quella di Dio onnipotente o l’aver chiamato Dio l’opera stessa. pp . vedi Pépin. 19.

alii utrumque? in quo nec quae figura sit deorum nec qui numerus nec qui locus aut uita possit aut cura conprehendi. 4. Vnde diuino spiritu praeuidens sanctus Moyses hos ho num errores fore et iam forte coepisse in exordio sermonis sui sic ait: In principio fecit deus caelum et terram a. C. SER. creationem materiae conprehendens. et ipsum dedisse gignendi rebus initium et ipsum esse creatorem mundi. Pulchre quoque ait: In principio fecit. sed ad speciem propositam sua opera conform aret.26 EXAMERON. qui alieno. Caput II 5. 1. plurimi uero non fuisse semper nec semper fore scriptis suis testificantur. ex qua non ad arbitrium suum. Inter has dissensiones eorum quae potest ueri esse ae matio. . initium rerum. contra autem Plato non semper fuisse et semper fore praesumit adstruere. ut inconprehensibilem celeritatem operis expri- a G en 1. ut deum cognosceres ante initium mundi esse uel ipsum esse initium uni- uersorum. b Io 8. sicut in euangelio dei filius dicentibus: tu quis es? re­ spondit: Initium quod et loquor uobis b. DIES I . I . cum alii mundum ipsum deum esse dicant. 2. 3-4 . C. non idea quadam duce imitatorem materiae. quod ei mens diuina ut putant inesse uideatur. siquidem mundi aestima­ tione uolubilem rutundum ardentem quibusdam incitatum moti­ bus sine sensu deum conueniat intellegi. 1. non suo motu feratur. auctorem mundi. 25. alii partes eius. 5 fuisse et fore Aristoteles usurpat dicere.

cf. in D ie ls .. 2. 46: Epicurus.. in D iels. l'autore del m ondo e la creazione della materia. 9 Cf.. poiché sembra a loro giudizio che vi sia insita un’intelli­ genza divina. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 27 naturali6. sfe rico 9. Perciò.. II. 565.. Cic. altri parti di esso. prevedendo per ispirazione divina che sarebb sorti questi errori tra gli uomini e che forse avevano già comin­ ciato a diffondersi. Cf. . 9. poiché. Philos. vedi an­ che De nat. 20. Tim. S. ma conform e a un m odello proposto *. mosso da determinati impulsi. 4. deor.. Cic. 7 Hipp. Ben disse finche: In principio creò. 2 Confuta la ben nota teoria platonica esposta nel Timeo: vedi n. dal m omento che alcuni dicono dio lo stesso mondo. a quibus ne tu quidem iam te abstinebis. P h ilq . a coloro che gli chiedevano: « Tu chi sei? ». dicat se non posse in­ tellegere qualis sit uolubilis et rotundus deus. cit.. p. Platone osa affermare che esso non è esistito sempre ed esisterà sem pre8.. bisognerebbe concepire un dio rotante. non già l'elaboratore della materia ad imitazione di una determinata idea. II. Gr. eos qui maxime in Academia irridentur. I. 120. 24: Quae uero uita tri­ buitur isti rotundo deo? 1 II testo greco ha: TJjv ApxV xaì XaX£> ó(ùv da tradursi: « Proprio quello che vi dico » (Rossano). p.. Capitolo 2 5. indicando nello stesso tempo l’inizio delle cose. Gr. 6. De nat. 3. et ais Democritum dicere innumerabiles esse mundos.. 8 Forse si allude a Plat. p. Com­ mento a Giovanni I-II (cfr. infocato. secondo la quale dare forma alle proprie opere non a proprio arbitrio. In tale contrasto di opinioni quale può essere la valu zione della verità. e note di E. 574.. non da una forza sua propria. 10. secondo tale visione del mondo. che egli ha inserito nelle cose il principio della generazione ed è il creatore del mondo.. mundi. 34. moltissimi invece asseriscono nei loro scritti che non è esistito sempre né sempre esisterà. 45.. trad. 13. Aristotele suole dire che lo stesso m ondo è sempre esi­ stito e sempre esisterà7. 17. Hipp. 27d-29b. affinché tu apprendessi che Dio esiste prima del­ l’inizio del mondo. TJjv àpxV è un accusativo avverbiale. XVI). trasportato da una forza estranea. D o x . Philos. altri l’una e l'altra cosa? In que­ sta situazione non si potrebbe comprendere né quale sia l’aspetto degli dèi né quale il loro numero né quale la loro residenza o la loro vita o di che si preoccupino. rispose: « Sono l'origine che anche parlo a voi » 1). I. deor. D e a e t. il santo Mosè all’inizio della sua opera cosi dice: In principio Iddio creò il cielo e la terra.. Corsini. Acad.. privo di sensibilità. 55: Dein confugis ad physicos (i filosofi natura­ listi). seguendo O rigene.. per esprimere l’inconcepibile rapi- 6 Cf. 8 del capitolo precedente. 17. Torino 1968). che egli è l’origine di tutte le cose (cosi il Figlio del Vangelo. testo che S. Al contrario. op. D o x . Ambrogio intende in riferimento al Verbo di Dio. Ambrogio doveva conoscere nella traduzione di Cicerone ora perduta (S chenkl.

I . ut Thales dicit. cum eum ad Pha­ rao regem dirigeret: Vade et ego aperiam os tuum et instruam te quid debeas loq u ih. Denique non in persuasione humanae sapientiae nec in philosophiae simu­ latoriis disputationibus. sed clara atque perspicua praesentiae diuinae dignatione donatus g. DIES I . d Ex 2. 7. quam contemplando mundum posset ef- c Ex 2. Qui cum de aqua nomen acceperitc. qui sciuit do­ minum faciem ad fa ciem f. neque in specie neque per ae­ nigmata. non putauit tamen dicendum quod ex aqua constarent omnia. 2. C. Non ille. ut gloriam dei ui- deret faciem ad faciem e. 5 et 10.28 EXAMERON. 12. 6-8. maluit tamen pro amore iustitiae subire exilium uoluntarium d quam in tyrannidis fastigio peccati perfunctionem deliciis adquirere. quem de flumine collectum filia Pharao ut filium dilexit et subsidiis regalibus fultum omni­ bus saecularis prudentiae disciplinis informari atque instrui desi- derauit. 15. et cum esset in aula educatus regia. 5-7 meret. Quis hoc dicat aduertere debemus. serum atque otiosum expectauit negotium neque discipu­ lum quendam materiae. e Ex 12. 11 ss. h Ex 4. 6. sed os ad os cum deo summo locutus. Is itaque [M oyses] aperuit os suum et effudit quae in dominus loquebatur secundum quod ei dixerat. f Deut 34. . cum effectum prius operationis inpletae quam indicium coeptae explicauisset. quanto magis quod de caelo loqueretur. non in uisione neque in somnio. SER. naturali aequitatis studio prouocatus accipientem iniuriam de popularibus suis ultus inuidiae sese dedit uoluptatique eripuit atque omnis regiae domus declinans tumultus in secretum Aethiopiae se contulit ibique a ceteris negotiis remo­ tus totum diuinae cognitioni animum intendit. ut atomorum concursione mundus coiret. 10. e Ex 2. Moyses utique ille e ditus in omni sapientia Aegyptiorum. Denique priusquam ad populi liberandi munus uocaretur. Etenim si quod de populo dimittendo diceret a deo acceperat. Cui testificatur scriptura quia nemo surrexit amplius propheta in Istrahel sicut Moyses. sed in ostensione spiritus et uirtutis tam­ quam testis diuini operis ausus est dicere: In principio fecit deus caelum et terram.

5 AB (2 BC): ’ O? tòv Syxov xupavvtSo? (xi<rr)aac. Egli non attese che il m ondo si formasse per l’incontro di atomi con un procedimento lento e irresponsabile9 né ritenne di dover presen­ tare Dio come un discepolo della materia in grado di plasmare il 3 Bas. deor.. preferì per amore della giustizia sopportare un vo­ lontario esilio piuttosto che al vertice del potere. colto in ogni campo del sapere degli Egiziani. Hexaem. procuratogli il sostegno della protezione regale. e. cercò rifugio in una località appartata dell’Etiopia e là. 5 A (2 B): McaCor)? èxetvo? . cosi che ne vide la gloria a faccia a fa ccia 7.. p. 6.. I.. Sià tò èx tou uSaTO? aùxòv àvsXéc&ai • tò yàp uSojp fxcoù òvo[i. quanto più avrà appreso da lui ciò che avrebbe detto del cielo! Così. 6 Bas. che la figlia del Faraone aveva raccolto dal fiume e amato com e proprio figlio e. t o ù ? aotpoùc. non in immagine o in forma oscura. 9 Cf. la presenza divina.. Cic. B Bas. non ritenne di dover dire che tutte le cose erano costituite d’acqua. indicando il risultato dell’azione compiuta prima di accennare al suo inizio. XocXt]-&sìiiiv. in conform ità a quanto gli aveva detto mandandolo al re Faraone: Va’.. Hexaem. etXero aoyitaxouxeta&at. Se aveva appreso da Dio ciò che doveva dire sulla liberazione del popolo. com e testimone dell’opera divina osò affermare: In principio Iddio creò il cielo e la terra.. Egli. aÙT07tpo<rci>7tou &éaq tou 0eou è!. 5 C (2 D): ’Axoiìo6>[ìsv toIvuv àXyj&eta? ^[idcTOiv oùx èv toi- Soù. pur essendo stato educato nel palazzo reale. Acad. 25. De uita Moys. Hexaem. A lui rende testimonianza la Scrit­ tura dicendo che non sorse mai più in Israele un profeta come Mosè che conobbe il Signore a faccia a faccia. àjróXauaiv. è^é&pEi^e Sè PouiiXixòSi. 37. àv&pcoTrìvi)?. 10. Tant’è vero che. De fin.. . 6. in mezzo ai pia­ ceri. Cic. Dobbiamo fare attenzione a chi dice questo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 29 dità dell’azione... ma parlando con Dio a tu per tu. prima di essere chiamato al com pito di liberare il popolo. ma nella rivelazione del­ lo spirito e della potenza®... xal irpò.. H e x a e m . È quel fa­ moso Mosè. com e afferma Talete5. 5 C (2 D): OSxo? totvuv ó tì)<. 118. aveva voluto che fosse adeguatamente istruito in tutte le discipline della scienza profan a3.. Egli dunque apri la bocca e annunciò quello che per mez­ zo suo il Signore diceva. lontano da tutte le altre occupazioni. dove si espongono le dottrine atomiche Democrito. tò Ta7teivòv tSv ò[xo<piiX<ov àvaSpaficóv. 4.à£ouatv AL-fÓ7moi. rinunciò alle comodità della vita e.. II.èv rj S-uyà- ttjp tou ® apacó. foou toì? àyv ^ 01? . non già fidando nell’umana sapienza né in fallaci dispute filosofiche.. si espose al risentimento. De nat.. 4 P hilo . I. rivolse l’animo alla conoscenza di Dio.. non in visione o in sogno. 7 Bas. ooiptai. pur avendo derivato il suo nome dall'ac­ q u a 4. esporsi a cadere in p ecca to6. àXX’ èv SiSaxToì? itveu(iaToi. avendo ricevuto il pri­ vilegio che gli fosse rivelata chiaramente. 7.. tòSv AEyJ7rrÈcov SiSaaxàXout. 5 Cf. es.. aÙTùi -ri)? TCaiSeuaeo)? knvsTipajaa. 17. 8v elceitoiifjaaTO [j. tc5 XatìS tou deou v) rcpócraoupov àyaprclau... fuggendo l’agitazione del palazzo reale. ed io aprirò la tua bocca e ti in­ segnerò ciò che devi dire. I. 17: eira StSoimv Svolta &efiév7) Mojuarjv stucco<. avendo vendicato per un naturale sentimento di giustizia un suo compatriota che subiva un torto.

ne mora in fa­ ciendo fuisse aestimaretur.C. Aduertit enim uir plenus prudentiae quod uisibilium atque inuisibilium substan­ tiam et causas rerum mens sola diuina contineat. C. quae ut fortuito coniungerentur ita fortuito ac temere dissoluerentur. Sequamur ergo eum qui et auctorem nouit et gubernatorem nec uanis abducamur opinionibus. sed agnouit ope­ ratum. 8 fingere. Caput III 8. cum de caelo et terra et mari loqueretur. 7 . 2.30 EXAMERON. I . Vbi igitur mora. DIES I . cum legas: Quia ipse dixit et facta sunt. *> Ps 32. Nemo operantem uidit. Nec inmerito gubernatorem nesciunt qui non nouerunt deum. In principio inquit. SER. ipse mandauit et creata su n tb? Nec artis igitur usum nec uirtutis expedit qui momento suae uoluntatis maiestatem tantae opera­ tionis inpleuit. . Quam bonus ordo. * Ps 103. 24. ne sine principio mundum esse homines arbitrentur. nisi in sui gubernatoris diuina uirtute constarent. Dedit ergo principium mundo. 9. ut uel sic intellegerent homines quam incomparabilis operator esset. Et pulchre addidit fecit. ut uoluntatis effectus sen­ sum temporis praeueniret. ut neque uoluntas operationi praecurreret nec operatio uoluntati. non ut philoso­ phi disputant ualidiorem atomorum conplexionem perseuerantiae iugis praestare causam: iudicauit quod telam araneae texerent qui sic minuta et insubstantiua principia caelo ac terris darent. qui tantum opus breui exiguoque momento suae operationis absolueret. dedit etiam crea­ turae infirmitatem. ne increatum et diuinae consortem substantiae crederemus. ne ccvap/ov. ut ea quae non erant esse faceret tam uelociter. sed auctorem deum exprimendum putauit. per quem omnia reguntur et gubernantur. Vnde et Dauid. ait: Omnia in sapientia fec is tia. 3. ut illud prim adsereret quod negare consuerunt et cognoscerent principium esse mundi.

cosi che l'effetto della sua volontà prevenne la percezione del tempo.. compì un’opera tanto grandiosa da far esistere ciò che non esi­ steva cosi rapidamente. E opportunamen­ te aggiunse creò. In principio. disse. Capitolo 3 8.. 11 Bas. fuggevole istante della sua operazione.ùiv xaTe<pamaev efottiv • ’Ev àpxì) èirohjaev ó ©eòe. dice: Tutto hai fatto con sapienza. ha attribuito anche la debolezza alla creatura perché non credessimo il mondo senza ordine. come ritengono i filosofi. ma si videro i risultati della sua azione. yuà avu7roaTaTou? àpx«s oùpavoù xal yrjt... Hexaem. Dove vi può essere indugio quando tu leggi: Egli parlò e le cose furono fatte. della terra e del mare. affinché non si pensasse che c'era stato un in­ dugio nella creazione e cosi gli uomini comprendessero quale ar­ tefice senza pari sia colui che ha com piuto un’opera tanto gran­ diosa in un breve. increato e partecipe della natura divina. Nes­ suno lo vide agire. per opera del quale tutte le cose sono rette e governate. parlando del cielo.y] 7tà&G)|i. . che la volontà non prevenne l’azione né l’azione la volontà. Quell’uomo pieno di saggezza comprese che solo una mente divina contiene la so­ stanza e la causa delle cose visibili e invisibili e non già. xal S-aXar- n jS òram -8i(ievot. Ecttòv àpàxvrj? óipatvouaiv ol Taùm Ypà<povTe<.ev è -rìjv xoa(io- TtotÈav auyypàtpcov sù&ùq hi toì? 7tp(ÌTOtq (bYjfiacu tei òvÓ[Uxtl tou ©eoo t»)V 8ià- votav r)|j. E ben a ragione ignorano un regolatore coloro che non conoscono Dio. i quali. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 31 mondo contemplandola. 10 Vedi nota 2. con un atto fulmineo del suo volere. 8 BC (3 C): "Otop Èva |ì. tva àvapxov ocùtòv obj&oiat rive?. ma com e creatore10.. Seguiamo dunque colui che conosce sia il creatore sia il regolatore. 1 Bas. 8 B (3 A): "Ovrto. senza lasciarci sviare da opinioni infondate. Ha assegnato dunque un -principio al mondo. Hexaem. ot oStcùs Xercrài. Ti xaX-f) fj ’Apxvjv irpti-rov 67tétìn)>cev.. che una più resistente connessione di atomi costituisca la causa di una perpetua durata. ordinò e furono create? Non ricorse all’esperienza d’un'arte o d’un’abilità colui il quale. Giudicò tessitori d’una ragnatela coloro che davano principi cosi meschini e inconsistenti al cielo e alla terra 11. com e a caso si riuniscono. cosi per puro caso si dissolverebbero se non fossero tenuti insieme dalla potenza divina del loro regolatore. Quale ordine esemplare! Egli affer per prima cosa ciò che solitamente si nega e fa conoscere che il mondo ha un principio perché gli uomini non pensino che il mon­ do non abbia un principio \ Perciò anche Davide.

Ne- c Gen 14. Hic est. Inuisibilia autem his quae uidentur potiora esse quis neget. in quo benedixit Melchisedech Abraham patrem multarum gentium dicens: Benedictus Abraham deo summo. De quo etiam alibi legimus quia tenet circuitum terrae et terram uelut nihilum fecit *. 14. Audisti auctorem. cum etiam illa fecerit quae non uidentur. dubitare non debes. sed deus adnuntiauit. 2-3. quis tam cito fecerit: subiecit statim dicens quia deus fecit caelum et terram. noli eum sine principio esse credere. e Hebr 7. Non mirum si deus. qui fecit caelum et terram d. 19. ut quae non erant esse inciperent. « Is 40. qui est sine initio. SER. t Ier 10. qui per prophetam locutus ait: Quis mensus est manu aquam et caelum palmo et uniuersam terram clausa manu? Quis statuit mon­ tes in libra et rupes in statera et nemora in iugo? Quis cognouit sensum domini aut quis consiliarius ei fuit uel quis instruxit eu m ?1. Dominus qui fecit terram in uirtute sua et correxit orbem in sapientia sua et in sua prudentia extendit caelum et multitudinem aquae in caelo h. quasi in circuitu omnia com- mouentur. Et addidit: Infatuatus est hom o ab scientia sua '. i Ier 10. 3. quaeris operatorem. ut principium eius nullum uideatur extare. « Is 40. aeterna autem quae non uidentur? Quis dubitet quod deus haec fecerit. quia circuitus principium sensu colligere inpossibile habetur. 22. initium omni­ bus dedit. quia quasi sphaera mundus esse dicatur. I . 11-13. cum ea quae uidentur temporalia sint.32 EXAMERON. Qui enim corruptibilia mundi sequitur et ex his putat quod diuinae possit naturae conprehendere ueritatem quom odo non infatuatur uer- sutae disputationis astutia? 10. fecit haec quae uidentur. ut unde incipiat. 12-13. qui fecit caelum et terram c. Et cum intonat. ubi desinat non facile conprehendas. Et credidit Abraham et ait: Extendo manum meam ad deum summum. 22-23. quibus testificatur d quod fecerit mundum. d Gen 14. Deus est enim Melchisedech. qui omnia uirtute sua continet et inconprehensibili maiestate uni- uersa conplectitur. DIES I . quis principium ta operi dederit. . Et Hieremias ait: Dii qui non fecerunt caelum et terram peribunt a terra et desub caelo isto. Non mirum ergo si deus. qui est rex pacis et iustitiae nec initium dierum nec finem ha­ bens e. C. 9-10 9. Vides quia hoc non hom o inuenit. Cum ergo tot oracula audias. Miraris opus.

4 AB). De nat. E Abramo credette e disse: Levo la mia mano verso il som m o Iddio che ha creato il cielo e la terra. sicché non potresti com ­ prendere facilmente dove com inci e dove sia il suo termine. sic­ ché sembra che in esso non esista principio alcu n o2. E Geremia dice: Gli dèi che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e dallo spazio sotto la volta del cielo. Non desta meravi­ glia se Dio. ha dato principio a tutte le cose. che tutto comprende nella sua potenza ed abbraccia l'universo nella sua maestà senza limite. Infatti non si può trovare il principio di una sfera o dove com inci il globo limare o dove termini quando 2 Bas. È il Signore che ha fatto la terra con la sua potenza e ha sostenuto il globo terrestre con la sua sapienza e con la sua prudenza ha steso il cielo e la massa delle acque nel cielo. non voler credere che questo sia senza un principio. che è re di pace e di giustizia. Chi infatti segue ciò che nel m ondo è corruttibile e pensa di poter compren­ dere su tale fondamento la verità della natura divina. . ma rivelata da Dio.. chi l’abbia compiuta con tanta rapi­ dità. perciò Mosè aggiunse subito: Dio creò il cielo e la terra. se Dio. deor. chiedi chi ne sia l’autore. padre di molti popoli. Vedi che questa verità non fu trovata dall'uomo. dicendo: Sia benedetto Abramo dal som m o Iddio che ha creato il cielo e la terra. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 33 9. cf. 9 AB (3 E.. È il Dio di Melchisedec. com e può non smarrire la ragione nelle sottigliezze di ima discussione ca­ villosa? 10. dal momento che ciò che si vede è temporaneo. Cic. dunque. di m odo che ciò che non esisteva cominciasse ad esistere. Egli è colui nel nome del quale Melchisedec benedisse Abramo.. perché lo si dice simile ad una sfera. perché si ritiene impossibile percepire con i sensi l’inizio d’un movimento circola re3. ha creato le cose che si vedono. Ammiri l’opera. senza principio né fine di giorni. mentre è eterno ciò che non si vede? Chi potrebbe dubitare che a creare tutto ciò sia stato Dio che dice per bocca del profeta: Chi ha mi­ surato con la mano l’acqua e il cielo col palmo e tutta la terra col pugno? Chi ha collocato i monti sulla bilancia e le rupi sulla stadera e ha pesato i boschi? Chi conobbe la mente del Signore o chi gli fu consigliere e maestro? Di lui leggiamo anche in un altro passo che tiene il globo della terra e questa ha creato com e cosa da nulla. chi abbia dato principio a tanta impresa. dal momento che ha creato anche quelle che non si ve­ dono. E ag­ giunse: L’uomo è stato reso sciocco dalla sua scienza. che non ha principio. Hai sentito chi ne è l'autore. il « girare attorno ». II. non devi quindi nutrire dubbi. Hexaem. 49: circuitus solis orbium. E quando tuona. 3 Circuitus propriamente significa 1’« andare in giro ». Non è meraviglia. tutto si mette com e a girare. E chi negherebbe che le cose invisibili siano superiori alle visibili. 19.. Poiché dunque senti tante affermazioni ispirate che at­ testano Dio creatore dell’universo.

ueritatem non subruit. quom odo in aedificanda dom o initium fundamentum est. 31. Principium aut ad tempus refertur aut ad numerum aut ad fundamentum. Finem autem mundi futurum ipse saluator docet in euangelio suo dicens: Praeterit enim figura huius m undi1 et caelum et terra praeteribuntm et infra: E cce ego uobiscum sum usque ad consummationem m undin. huius necesse est uniuersitatem isdem passionibus quibus propriae portiones eius sunt obnoxiae subiacere? Caput IV 12. SER. Est etiam principium bonorum operum finis optimus. Neque uero si ipse non conprehendas. cum praesertim secundum suam sententiam non possint negare quoniam cuius partes corrup­ tioni et mutabilitati subiacent. . 5. ex qua artificum diuersorum dein­ ceps coepit operatio. ut misericordiae principium est deo placere quod facias. Sap 14. Est et principium artis ars ipsa. Si ipse circuitum uel atramento uel graphio ducas uel centro exprimas.34 EXAMERON. a Prou 16. Principium igitur esse docet qui dicit: In principio f deus caelum et terram. I . 10-11 . n Mt 28. DIES I . Quae autem initium habent et finem habent et quibus finis datur initium datum constat. 11. 35. unde coeperis aut ibi desieris interuallo interposito non facile uel oculis colliges uel mente repetes: et tamen et coepisse et desiuisse te ipse tibi testis es. idcirco non coepit aut nequaquam de* sinet. Nam etsi sensum subterfugit. Est etiam uirtus diuina. 3. C. C. 12 que enim sphaerae potes initium repperire uel unde coeperit glo­ bus lunae uel ubi desinat menstrua lunae defectione. Quom odo ergo coaeternum deo mundum adserunt et cr tori omnium sociant atque aequalem esse disputant creaturam corpusque materiale mundi inuisibili illi atque inaccessibili na­ turae diuinae coniungendum putant. quae hac exprimitur adpellatione. Mt 24. etenim ad conferendum hominibus subsidium maxime prouocamur. 12. 4. si uelis dicere in quo tempore deus fecit caelum et ‘ 1 Cor 7. Ad tem­ pus refertur. 20. Principium quoque et conuersionis et deprauationis dici posse scripturarum cognoscimus auctoritate8.

Ed è anche principio delle buone opere un fine irrepren­ sibile. ex solidis globus (sic enim a9<xipa\. quo nihil fieri potest aptius. . com e principio della misericordia è che sia gradito a Dio ciò che tu fai: tale gradimento è ciò che più ci stimola a offrire un aiuto ai nostri simili. 18. Ma anche se tu non riesci a rendertene conto. Tfj y e aXv)$c£a toxvtoji.. Dall'autorità delle Scrit­ ture apprendiamo che si può anche parlare di principio a propo­ sito del mutamento e della corruzione. non per questo la sfera non ha avuto un punto d'inizio o non finirà m a i5. non scalza la verità.. Il principio si riferisce o al tempo o al numero o al fondamento. De nat. II. his duabus formis contingit solis ut omnes earum partes sint inter se simillimae a medioque tantum absit omne extremum quantum idem a summo. lo stesso Sal­ vatore insegna nel suo Vangelo dicendo: Passa infatti la figura di questo mondo e il cielo e la terra passeranno e più sotto: Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo. qui xiixXo. Graece dicitur. Capitolo 4 12. Hexaem. deor. secondo le loro dottrine. 47: Cumque duae formae praestantes sint... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 35 la luna mensilmente scom pare4. com e nella costruzione di una casa il principio è il fondamento. le cui parti sono soggette alla corruzione e al mutamento. se vuoi indicare quando 4 Cf. interpretari placet). Cosi è principio d'un’arte l'arte stessa dalla quale è cominciata via via l'attività dei vari artefici. Anche se ciò sfugge ai sensi. 1 Bas. soggiace necessariamente alle medesime alterazioni cui sono sog­ gette le sue parti. e tuttavia sei testimone a te stesso di aver cominciato e di aver finito tale figura. Insegna dunque che c ’è un principio colui che dice: principio Iddio creò il cielo e la terra 1. E che il m ondo finirà. Cic. 9 B (4 A B ): 'AXkà xoLv tt)v StoKpeuyfl. ed è chiaro che a ciò cui si pone fine è stato dato inizio. dopo un p o ’ d i tempo non potresti o cogliere con gli occhi o ricorda­ re con la mente dove hai cominciato e dove hai finito. Anche la potenza divina viene espressa con questo n o m e 2. Se tu con l’inchiostro o con lo stilo tracciassi ima circonferenza o la descrivessi con un compasso. 11.. Si riferisce al tempo. ex planis autem circulus aut orbis. Ciò che ha un inizio.. 12 C (5 C). Come dunque affermano che Dio sia coeterno con mondo e associano al creatore dell’universo la creatura e la sti­ mano pari a lui e ritengono di unire il corpo materiale del mondo a quella invisibile e inaccessibile natura divina? Tanto più che. ha pure una fine. à n o t iv o ? ^p^axo ó xévrptjj x a i Sicta-n/j^arC r iv i aù róv (c io è tò v xuxXov). non possono negare che la totalità di un ente. Hexaem. 5 Bas. 2 Cioè con il nome di « principio ».

ait: Mensis hic uobis initium mensuum. 10. deinde colles. f Gen 1. Vnde et annus mundi imaginem nascen­ tis expressit. principium terrae fundamentum esse legisti dicente sapientia: Quando fortia faciebat fundamenta terrae. SER. 4. b Prou 8. I . Vbi erat oportuna omnibus uerna temperies. eram penes illum disponensc. <= Ex 12. . ut post hibernas glacies atque hiemales caligines se­ renior solito uerni temporis splendor eluceat. diem. non erat tamen dispositionis aeternae rigido stricta gelu in uirides subito fructus laxare arua atque horrentibus prui­ nis florulenta miscere. d Ps 110. Dedit ergo formam futuris annorum curriculis mundi primus exortus. fines inhabitabiles uel sic: ante reliquas uisibiles creaturas. Prou 1. ut inter hibernas glacies et hiemales pruinas caelestis imperii fotu germinans terra fetum produceret. 2. In hoc ergo principio mensuum caelum et terram fecit. 7. quo primum dominus deus dixerat: Ger­ minet terra herbam faeni seminans semen secundum genus et se­ cundum similitudinem et lignum fructiferum faciens fru ctu m f. Et statim produxit terra herbam faeni et lignum fructiferum. 27. Quod aeque etiam de illo possumus accipere: Mensis initium mensuum erit u o b ise. Nisi enim quis timuerit deum. animan­ tium genera diuersa. noctem. cum illo eram b. c Prou 8. 29-30.36 EXAMERON. Ergo ut ostenderet scriptura ueris tempo­ ra in constitutione mundi. in quo nobis et moderationis perpetuae diuina prouidentia et cele­ ritas terrae germinantis ad aestimationem uernae suffragatur aetatis. quod inde mundi capi oportebat exordium. ut ea lege an­ norum uices surgerent atque initio cuiusque anni produceret terra noua seminum germina. ut accipias: inprimis fecit caelum et terram. Ad numerum autem si referamus. DIES I . quando fieri coepit. 11. regiones. 12-13 terram. ligna fructifera. quoniam qui timet dominum declinat errorem et ad uirtutis semitam" uias suas diri­ git. ita conuenit. Si uero ad fundamen­ tum referas. id est in exordio mundi. Nam etsi quocumque tempore et deo iubere promptum fuit et terrenae oboedire naturae. Est etiam bonae principium disciplinae. sicut est illud: Initium sapientiae timor d om inid. 13. caelum et terram fecit. quamuis et de tempore istud acci­ piatur. C. non potest renuntiare peccato. sicut ait sa­ pientia: Cum pararet caelos.

si susseguissero gli uni agli altri e all’inizio di ogni anno la terra facesse nuovamente germogliare i semi. la luminosità del tempo prima­ verile risplende più limpida del so lito 4. conviene che tu intenda cosi: anzitutto creò il cielo e la terra. 7. Se poi lo riferisci al fondamento. 652-653. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 37 Dio ha creato il cielo e la terra. Ambrogio. perché la Sapienza dice: Quando rendeva saldi i fondamenti della terra. II.. deor. 10. 317-8: Rura gelu tum claudit hiems nec semine iacto / concretam patitur radicem adfigere terrae. i territori abitabili*. Georg. tuttavia non rientrava nel disegno eter­ no schiudere ad un tratto in frutti verdeggianti i campi stretti nella morsa del gelo e mescolare alle brine. secondo tale legge. De op. 7 (I. II. Anche l’anno suole riprodurre l’immagine del m ondo nascente. com e dice la Sapienza: Quan­ do predisponeva i cieli. circostanza con cui la perenne regola stabilita dalla Provvidenza divina e la rapidità con la quale la terra ger­ mogliò suffragano l’ipotesi della stagione primaverile. sicché dop o i ghiacci invernali e le nebbie della cattiva stagione. 5 quo = quo initio. pur tra i ghiacci invernali e le nevi dell’avversa stagione. che fanno stecchire7. mundi. creò il cielo e la terra. 17 C).. poiché chi teme il Signore evita l’errore e cammina sulla via della virtù. Come si vede. Infatti. Se non si teme Dio. an- . oppure cosi: prima delle altre creature visibili. 13.. riferisca se­ minans a terra. E subito la terra produsse erba da foraggio e alberi da frutto. 5.. 1. sembra che S. Se lo riferiamo invece al numero. perché si riferiva alla Pasqua del Signore celebrata all’inizio della primavera. an­ che se in qualsiasi stagione sarebbe stato facile a Dio comandare e alla terra necessario obbedire così da produrre frutti germo­ gliando riscaldata dal volere celeste. poi i monti. Dunque in tale principio dei mesi Dio creò il cielo e la terra perché era oppor­ tuno che il m ondo prendesse inizio quando il clima primaverile era favorevole a tutte le creature. in m odo che.. Ambrogio. Vero. Cf. io ero con lui. Georg. De nat. oneìpov 07tép(jta xaxà l'évo? xal x tò ’ 6(ioiór»jTa . 6 I Settanta (Gen. 11) hanno: BXacrnfjaàTO) % y5j PotAvt)V /óp-rou. in oppo­ sizione a colles = « monti ». quando questo com inciò ad essere form ato. Lucr. le pianure. 45. io ero accanto a lui disponendo. Il prim o sorgere diede la regola al corso futuro degli anni. 336-345. cioè all'inizio del mondo. Possiamo interpretare nello stesso m odo anche que passo: Questo m ese sarà p er voi il principio dei mesi. gli al­ beri da frutto. IV. Si noti però che in Cicerone l’aggettivo inhabitabilis significa « inabitabile » come in italiano.. alterando il testo. C’è anche il principio della retta educazione co- m’è quello di cui si dice: Inizio della sapienza è il timore del Si­ gnore. la notte. quantun­ que esso si intenda detto del tempo.. 24: atque terrae maximas regiones inhabitabiles atque incultas uidemus. Intendo regiones = « pianure ». Verg. c o m e 5 per la prima volta Dio aveva detto: Germogli la terra erba da foraggio produ­ cendo 6 semi secondo la specie e la somiglianza e alberi da frutto che fruttifichino. le diverse specie di animali.. Non cosi in S. 4 Cf. 7 Cf. I.. Cic. non si può rinunciare al peccato. 3 Philo. cf. hai letto nella Scrittura che il principio è il fondamento della terra. cioè il giorno.

6. 1-2. 4. 20. 14. quod interrogatus dominus quis esset respondit: Initium quod e Ex 12. 15. 13-15 primus est uobis in mensibus annig. principem istius m undi1. di­ cens: Abrenuntio tibi. ” Io 8. i Io 14. 17. qui scribitur de Numeris. ut eo t pore uideatur in hanc generationem atque in hos "usus ingressus tributus. Derelinquit enim et deserit qui abluitur intellegibilem illum Pharao. 24. quibus ait dominus: Vos ex patre diabolo estis n. . et eo tempore domini quodannis Iesu Christi pascha celebratur. siquidem uerno tempore filii Istrahel Aegyp­ tum reliquerunt et per mare transierunt. qui imperat nationibus uoluntatem suam facientibus. 14. baptizati in nube et in m ari1*. m Ps 36. Regeneratis itaque dicitur: Mensis hic uobis initium mensuum. sed quia per interpretationem Amalech rex accipitur iniquorum. 28. 44. quia iure concurrit. DIES I . uox Schenkl manifesto mendo typ. et operibus tuis et imperiis tuis. primum mensem uem um tempus adpellans.38 EXAMERON. hoc est animarum transitus a uitiis ad uirtutem. Simul illud aduertere licet. pri­ mus est uobis in mensibus anni. diabole. a passionibus carnis ad gratiam sobrietatemque mentis. o Apoc 1. Et utique non omnium nationum primus est Amalech. quo tempore ex hac generatione in regenerationem legi­ timus est transitus. C. cuius semen peribit™. iniqui autem gentes sunt. Nec iam seruiet ei uel terrenis huius corporis passionibus uel de- praiuatae mentis erroribus qui demersa omni malitia uice plumbi bonis operibus dextra laeuaque munitus inoffenso saeculi huius freta studet uestigio transire. ut apostolus dixit. Semen autem eius impii et infideles sunt. a malitiae nequitiaeque fermento ad ueritatem et sinceritatem. h 1 Cor 10. ait scritpura: Initium nationum Amalech et sem en eius p erib it1. Decebat enim principium anni principium esse generationis et ipsam generationem mollioribus auris foueri. i Num 24. 21. 2. In libro quoque. initium et fin is0 et illud in euangelio praeci­ pue. uide ne principem huius mundi accipere debeamus. 30. Ne- que enim possent tenera rerum exordia aut asperioris laborem tolerare frigoris aut torrentis aestus iniuriam sustinere. SER. ut illud est: Ergo sum mus et nouissimus. I . Est etiam initium mysticum.

e alle tue opere e al tuo dom inio ». difeso sia a destra sia a sinistra dalle buone opere. Bue. 8 Cf. 33-34. egli si sforza di attraversare senza danno le onde tempestose di questo mondo. et exciperet caeli indulgentia terras. bada che non si debba intendere il principe di questo mon­ do. perché viene a pro­ posito. 15. dicendo: « Rinuncio a te. 330-331: parturit almus ager Zephyrique trementibus auris / laxant arua sinus. il principio e la fine. V erg. e in quel tempo ogni anno si celebra la Pasqua del Signore Gesù Cristo. E certamente Amalec non è il primo di tutte le genti. . ma siccom e simbolica- mente Amalec è considerato il re dei malvagi e le genti sono mal­ vagie. n. II. sub uoce. Era conveniente che il principio dell’anno segnasse l’inizio della ripro­ duzione e che la riproduzione stessa fosse favorita da un clima più mite.. cioè il passaggio delle anime dai vizi alle virtù... 2) sopra citato e qui sotto ripetuto era letto nella veglia del Sabato Santo. com ’è soprattutto quello di cui si parla nel Vangelo: Sono il principio che anche parlo a voi.. 45) con la parola rigenerati si indicano i battezzati. com e questo: Io sono il primo e l’ultimo. 10 Per intellegibilis = « simbolico ». Georg. per voi è il prim o fra i mesi dell'anno. Chi riceve il lavacro batte­ simale abbandona definitivamente il principe di questo mondo. e ne è la fine perché nessuno è che V erg. E sono suo seme gli empi e gli infedeli ai quali il Signore dice: Voi siete figli del diavolo.. cit. 343-345: Nec res hunc tenerae possent perferre laborem / si non tanta quies iret frigusque caloremque / inter. in cui si battezzavano i catecumeni. Anche nel libro intitolato Numeri dice la Scrittura: Amalec è il principio delle genti. che si diede inizio a tale generazione e a tali pratiche nel tempo in cui è prescritto dalla legge il passaggio dalla generazione alla rigenerazione. II.. è p er voi il prim o tra i m esi del­ l'anno. affondata ogni malizia a guisa di piom­ bo. Ormai non servirà più a lui e alle passioni terrene di questo nostro corpo o agli errori d’un’in- telligenza corrotta. vedi B laise-Chirat. che domina le nazioni che fanno la sua volontà e il cui seme perirà. chiamando cioè « prim o mese » il tem po primaverile. Perciò a coloro che sono stati rigenerati9 si dice: Questo m ese per voi è il principio dei mesi. Cf. C’è anche un principio mistico. dice: Questo m ese è per voi il principio dei mesi. per indicare che era prima­ vera al momento della creazione del m ondo. dalle passioni della carne alla grazia e alla sobrietà dello spirito. Georg. Fu infatti di primavera che i figli d ’Israele lascia­ rono l'Egitto e passarono attraverso il mare. 122. o diavolo. 9 Come osserva il Coppa (op. La Scrittura. di cui è simbolo il Faraone1#. ma il suo sem e perirà. Il passo dell’E sodo (12. com e disse l’Apostolo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 39 le loro distese fiorite. Egli veramente secondo la divinità è il principio di tutto per­ ché nessuno esiste prima di lui. dal lievito della materia e della mal­ vagità alla verità e alla sincerità. p. 14. perché. Nello stesso tem po è lecito rilevare. VI. battezzati nella nube e nel mare. Infatti i garmi ancor tenesti non avrebbero potuto sop­ portare o il tormento d ’un freddo troppo rigido o la violenza d’un calore in foca to8.

In hoc ergo principio. siue quia ante omnem creaturam. 3. quia per ipsum omnia facta sunt et sine ipso factum est nihil quod factum e s t r: in ipso. Lue 20. sed etiam ad indicium rerum inuisibilium et quoddam argumentum eorum quae non uidentur. 17. C. id est in Christo fecit deus caelum et terram. 16. SER. sed quia sanctior ceteris. quia nemo ultra ipsum est.40 EXAMERON. 15-16 et loquor uobis p. ut primogenitus Istrabei t. quia primogeniti sancti sunt. 1. cf. « Prou 8. 22. solus sine uanitate. 20. v Ps 18. 16. w Rom 1. 20. Quod secutus apostolus aliis uerbis in eandem conclusit sententiam dicens: Quia inuisibilia eius per ea quae facta sunt intellegunturw. ut per ipsum disceret hominum genus uias domini sequi et operari opera dei. sed ante tempus et xecpaXoaov vel caput. omnis autem creatura subiecta uanitati e s tu. Quo significatur in breui et in exiguo m omento summa operationis inpleta. ‘ Ex 4. quasi summam operis. Qui uere et secundum diuinitatem est initium omnium. Denique alii dixerunt èv- xecpaXouu) quasi in capite. Auctorem enim angelorum et do­ minationum et potestatum facile intellegimus eum qui momento imperii sui hanc tantam pulchritudinem mundi ex nihilo fecit esse. s Col 1. 4. I . ut dicamus latine. sicut initium uiae nondum uia est et initium domus nondum domus. id est ante tempus. non quia ante omnes. DIES I . 25. 21. quae non erat. 22. quia rerum uisibilium summa caelum et terra est. . r Io 1. p Io 8. Secundum euangelium initium est uiarum dom iniq in opera eius. et non extantibus aut rebus aut causis donauit ha­ bere substantiam*. siue quia sanctus. quia solus sine peccato. ut est illud propheticum: Caeli enarrant gloriam dei et opera manuum eius adnuntiat firm am entum v. u Rom 8. et finis. quia in ipso con­ stant omnia et ipse est primogenitus totius creaturaes. * Col 1. sanctus autem dominus super omnem creaturam et secundum corporis susceptionem. Sunt ergo et qui principium non pro tempore accipiant. quia nemo ante ipsum. quae non solum ad mundi huius spec­ tare uidentur ornatum. Possumus etiam intellegere: In principio fecit deus c lum et terram.

dato che i primogeniti sono santi.. espressione la quale indica che l’insieme della creazione fu com piuto in breve tempo. cioè prima del tempo. efrrep (6 xócjxoi. non perché fosse prima di tutti i popoli. per cosi dire.. cioè in Cristo. cioè nell'insieme. Altri disse év xecpaXouo)12. e xecpàXaiov cioè capo. xaì èv èXtytj). Comprendiamo facilmente che ha creato gli angeli. 8tà tóìv ópoifiévcov x a l ala<b)Tc5v Xstpaytoytav -reo vtò 7tapex6(ievoi. il solo senza vanità. mentre ogni crea­ tura è soggetta alla vanità. Hexaem. affinché per suo mezzo il genere umano impa­ rasse a seguire le vie del Signore e a compiere le opere di Dio. come era primogenito Israele. toutéotiv. Secondo il Vangelo. perché il cielo e la terra sono l’insieme delle cose visibili. 16.. . e sembra che essi siano destinati non solo ad abbellire questo mondo. 17 A (7 B): ’ Ev xe<paXatci> èrcotriasv 6 ©ei?. Riprendendo questo concetto. com e suona il detto del profeta: I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamen­ to annuncia l'opera delle sue mani. l’Apostolo con altre parole ha espresso la medesima idea dicendo: Le sue perfezioni invisibili si com prendono per mezzo delle opere che sono state compiute. dt&pótùi. l’inizio delle vie del Signore sta nella sua opera.. per­ ché è il solo senza peccato. perché in lui sussistono tutte le cose ed egli è il primogenito di tutte le creature sia perché è prima di ogni creatura sia perché è santo. 13 Bas.. ma perché più santo di tutti gli altri.. . ad essere un argomento delle cose che non si v e d o n o 13. ourto xaì f) tou xpóvou àpx'ì) ofliro) XP^V0? ••• 12 Bas..) TtjS fr m ijjux<5v XoytxSv SiSaaxaXeiov x a l S-coyv<oa(a? èuri 7tai8euT/jpiov. oùx olxta. rJjv -^eoiptav tgSv àopàxcov. Dio creò il cielo e la terra. le potestà colui che con il suo cenno istantaneo ha creato dal nulla questa cosi meravigliosa bellezza dell’universo che prima non esisteva e ha dato realtà sostanziale a cose e a cause che prima non sussistevano. 11 Bas. com e insieme dell’opera. Invece il Signore è santo sopra ogni creatura anche secondo la sua incarnazione. in un istante. per usare il termine latino. In tale principio. 7tpò<. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 41 dopo di lui. ma prima del tempo. ó8où o&wo 68ò? xal •?) &PX^) obcta.. perché per mezzo di lui tutto fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò ch'è stato fatto: in lui. 16 C (6 E ): . Possiamo anche intendere: In principio Iddio creò il cie­ lo e la terra. com e il principio di una strada non è ancora la strada e l’inizio d'una casa non è ancora la casa u. le dominazioni. 16 C (7 A): 'Q? yàp f) dtpx^j Tt\c. ma anche a dimostrare l’esistenza delle realtà invisibili e. Hexaem. . xaS-à <pi)oiv 6 à7ró<TToXo? . Vi sono dunque anche quelli che intendono princi­ pio non riferito al tempo. Hexaem.

Namque ut istarum ar­ tium aliae sunt actuosae. . quasi omnipotens quod amplissimum praeuidebat. C. causam tamen factum uolunt non ex uoluntate et dispositione sua. quae uigorem mentis exerceant. quae sunt in corporis motu aut sono uocis — cessauit motus aut sonus. ut cessante quoque operationis officio operis munus adpareat. adserunt etiam sua sponte subsistere.42 EXAMERON. SER. cum incorporei dei corporea adumbratio esse non potest? Quomodo etiam incorporei luminis splendor possit esse corporeus? 19. Quem uidens propheta simul et ad inuisibilia oculos mentis adtol- lens ait: Quam magnificata sunt opera tua. ut aedificatio atque textura. 24. sed ita ut causa um­ brae corpus est. filius est imago dei in sibilis. Et quam- uis causam eius deum esse fateantur. I . ut per ipsum dei sapientia manifestetur. ut operatori operis sui testimonium suffragetur: similiter etiam hic mundus diuinae maiestatis insigne est. Quo­ m odo autem quasi umbra esse poterat. nihil superfuit nec remansit spectantibus uel audientibus — . quasi sapiens quod optimum iudi- cabat. aliae theoreticae. 18. Est enim hic mundus diuinae specimen operationis. est enim splendor gloriae paternae atque eius » Ps 103. Adhaeret enim umbra corpori et fulgur lumini naturali magis societate quam uoluntate arbitra. Qualis ergo deus. aliae huiusmodi. 17-19 Caput V 17. non dixit quia causam mundo ut esset praebuit. Pulchre ergo ait Moyses quia fecit deus caelum et terram. quia dum opus uidetur. domine! Omnia in sa- pienta fe c is tia. Sed si quaeris splendorem dei. Inuisibilis deus. talis et imago. quae etiam tacente artifice peritiam eius ostendant. Non dixit quia subesse fecit. sed fecit quasi bonus quod foret utile. 5. qui coaeternum deo mundum uolunt esse quasi adumbrationem uirtutis diuinae. etiam imago inuisibilis. DIES I . Nec otiose utique factum legimus quia gentiles plerique. praefertur operator. ubi corpus non erat.

invisibile è anche la sua immagine: è infatti lo splendore 1 Bas. Quale è Dio.. ma che. essendo onnipotente. ne mostrano l’abilità. àXX’ olovel <Ì7roa>c(aa|j. Ben a propo­ sito dunque Mosè dice Dio creò il cielo e la terra. Ma se cerchi lo splendore di Dio. altre di tale natura che. anche quando l’artefice è inoperoso. 17 AB (7BD): ’ EtoiSt) 8è x a i tojv t e/vtov a l [lèv ttoit)- Tixal Xlyovcati Sè 7tpoomxaE. a iri) 1] toù ctcÌ[ji. tale ne è l’immagine. -rij? axia? atò(ia xal t 5)? Xay. xlv?]- oti. Dio è invisi­ bile.. Hexaem.. oùxi èvépY>)oev oùSè fot^arqaev. E quantunque riconoscano che Dio ne è la causa. al Sè &ecopT)Ttxa[ • x a l -ttòv [ièv •9eci)py)Tii«ùv t£Xo<. per così dire. om bra dove non c ’era corpo.. essendo sapiente. ciò che giudicava ottimo. Hexaem.. 370.ov. L’ombra infatti è inseparabile dal corpo e il lampo dalla luce per associazione naturale. perché la maggior parte dei gentili che af­ fermano coeterno a Dio il m ondo com e un riflesso della potenza divina. op. 2 Bas. Ad ogni m odo non senza ragione noi leggiamo che il mondo è stato creato. sicché depone a fa­ vore dell’operatore la testimonianza della propria opera.. Come delle nostre arti alcune. dato che di un Dio incorporeo non vi può essere ombra corporea? Come anche potrebbe essere corporeo lo splendore di una luce incorporea? 19. àltSEou t£> 0 e<ji tòv xóct|j. cosi che per suo mezzo si manifesta la sapienza di Dio. asseriscono anche che esso sussiste spontaneamente.<xto<. nello stesso tempo.. Non disse che lo fece sussistere. nauaanévy)? oùSèv liméaTr) où8è roxpéfieive -roì? ópGatv .. simil­ mente anche questo m ondo è un segno della maestà divina. Questo m ondo è un esempio detrazione divina. 18.- Ttzhàvoq t b àTrauyai^ov . cit. sostengono che egli ne è divenuto la causa non per un atto deliberato della sua volontà. oùxl YeYevì 0® *1 7tap’ aù-rou cruvexwpirjaav. se ne scopre l'autore. fece ciò che era utile. <Sx. ma cosi com e un corpo è causa della propria om b ra 2. altre speculative. che consistono nel movimento del corpo e nel suono della voce. In che m odo vi sarebbe potuta essere.. vedi Pépin. àXk' èTTofojaev. che impe­ gnano il vigore della mente. 17 BC (7 DE): . il Figlio è l’immagine del Dio invisibile. p. non disse che offri al m ondo una causa per esistere. il profeta dice: Come sono meravigliose le tue opere. mentre si vede l’opera. . lo rlv 1] xaxà voGv èvépyeia • tóW 8k 7rpaxTixòiv.a Tvjs Suvàjiecù? aù-rou iivra aÙTOfxàTOJ? irapu7to<jTV)vai ■ x a l aì/riov (lèv aÙToij ó(io- XoyoOaL tòv ©eóv. sono pratiche. perché... innalzando gli occhi della mente al­ la contemplazione delle realtà invisibili. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 43 Capitolo 5 17.. K a l xaS-ó-ci m X kol tG v <pavraaSiv-ro>v auvuroipxew è!. Signore! Tutto hai fatto con sapienza. Vedendo il m ondo e. si esauriscono cioè in un’attività esteriore — quando cessa il m oto o il suono non rimane assolutamente nulla agli spettatori o agli ascoltatori1 — . afoiov 8è àirpoaipé-ro*. non per un atto volontario. ciò che prevedeva di ampiezza sconfinata.. essendo buono. Sul valore de­ gli aggettivi npaocnxó^ e •S-etùpvjTtxó?.

Quid est in ipsum creata? Quia ipse est heres patris. 19 imago substantiae. Ex ipso principium et origo substantiae uniuersorum. per ipsum operatio. quae ligauit atque constrinxit uniuersa. uerbum autem dei in principio erat et erat semper b. per ipsum continuatio. finis in ipsum. Egregie itaque apostolus et hoc loco filium dixit auctorem omnium et maiestate sua continentem omnia et ad Romanos de patre ait: Quoniam ex ipso et per ipsum et in ipsum om niae. Et factus est ergo mundus et coepit esse qui non erat. I . C. 5. quia et quamdiu uult omnia eius uirtute manent atque consistunt et finis eorum in dei uolun- tatem recurrit et eius arbitrio resoluuntur. et dabo tibi gentes hereditatem tuam d. qui unde uoluit fecit — . 16. in ipsum. *> Io 1. uisibilia et inuisibilia. Sed etiam angeli. ex quo omnia. SER. omnia inquit per ipsum et in ipsum creata sunt °. quando hic mundus est factus. siue sedes siue dominationes siue principatus siue potestates.44 EXAMERON. Quae tamen hereditas a patre transiuit in filium et in patrem reuertit a filio. c Col 1. 36. quia unus deus pater. DIES I . Omnia namque creata et condita sunt. Ex ipso ergo materia. . etenim tamquam ex suo fecit. erant tamen iam. e Rom 11. 1. eo quod a patre in ipsum transierit hereditas. 8. d Ps 2. do­ minationes et potestates etsi aliquando coeperunt. In principio inquit fecit deus caelum et terram. sicut pater dicit: Posce a me. id est ex uo- luntate eius et potestate — omnia enim ex eius uoluntate coepe­ runt.

13 AB (5 D): . sia i troni sia le dominazioni sia i principati sia le p& testà. a»? StSàoxet 6 IlaùXo? léfoM ' "O-ri èv aù-roS èxT[a(b] xà TtdivTa. finché egli vuole. e del Padre disse ai Romani: Poiché da lui. ed io ti darò le genti quale tua eredità. sono state create per mezzo di lui e per lui. Egregiamente perciò l'Apostolo anche in questo passo ha detto che il Figlio è l'autore di tutte le cose e tutte le abbraccia con la sua maestà. per mezzo suo l'azione che ha collegato e riunito l’universo. La controversia ariana nel IV secolo. Im­ magine eterna ed invisibile. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 45 della gloria del Padre e l’immagine della sostanza di lui. Questo perché i primi a parlare di immagine invisibile erano stati gli Aria­ ni. e poi immagine in quanto uomo. tutte le cose continuano ad esistere e la loro fine risale alla volontà di Dio e a suo arbitrio si dissolvono.. La Scuola - Morcelliana. per respingere la tesi ariana che Cristo è immagine invisibile in quanto spirito creato. le potestà. mentre prima non esisteva. [E nzo B ellin i ]. Infatti tutte le cose. dice Paolo. .. anche se incominciarono ad esistere ad un dato momento. Hexaem. le do­ minazioni.. per mezzo suo la loro sopravvivenza. Ma con il tempo si chiari che Gesù è in primo luogo immagine invisibile increata. da Atanasio a Gregorio di Nissa. Dunque fu creato il mondo e com inciò ad esistere. perché l'eredità è passata a lui com e dice il Padre: Chiedimelo. reagiscono sot­ tolineando che il mondo deriva invece da un atto di Dio assolutamente libero. Alcuni. per cui. perché ha creato traendo gli esseri donde ha voluto). sostennero che Cristo era immagine di Dio solo in quanto uo­ mo. 4 II testo greco ha bnlo&rf tradotto dalla Vulgata: condita sunt. mentre il mondo non può esistere senza Dio. Questo non significa che Dio non si riveli eternamente: la Bibbia parla di un'immagine di Dio. cioè dalla sua volontà e dal suo po­ tere (infatti in seguito ad un atto della sua volontà ebbero inizio tutte le cose perché c ’è un solo Dio Padre dal quale tutto deriva: egli ha creato da ciò ch’era suo. compresa quella platonica. Ma questa è il Ver­ bo. specialmente Asterio. I Padri. che esiste da sempre accanto al Padre e ne è l’immagine invisibile... 3 In queste riflessioni Ambrogio riecheggia una polemica molto diffusa tra i Padri contro la filosofia antica. per lui perché. e R. In prin­ cipio. tutte le cose. ma creata. Che cosa significa « create per lui »? Che egli è l’erede del Padre. Ma anche gli angeli. Dio creò il cielo e la terra. Per una visione d’insieme cf. tuttavia esistevano già quando questo m ondo fu creato.. 29-38. Da lui il principio e l’origine dell’esistenza dell’universo. Roma 1975. per mezzo di lui e per lui ogni cosa. S im o - netti. Miscellanea in onore di Carlo Manziana. « immagine esattissima » o « immagine immutabile ». Con questo Ambrogio prende posizione anche con­ tro alcuni che consideravano Gesù Cristo immagine di Dio solo in quanto uo­ mo. per lui la loro fine. Tale eredità tuttavia è passata dal Padre al Figlio e dal Figlio ritorna al Pa­ dre. disse. Dio non ha bisogno del mondo per essere pienamente se stesso. Brescia 1977. specialmente Marcello di Ancira. M. pp. C antalamessa. il grande avversario di Asterio. in quanto Verbo. sEte 6parà elxe àépaxa . sono state cr ea te4 e fondate. visibili e invisibili. Il Cristo immagine di Dio nelle discussioni teologiche del quarto secolo. I filosofi antichi tendevano a considerare il mondo come la manifestazione necessaria di Dio e come tale derivante necessariamente da lui: lo definivano perciò l’ombra o l’immagine di Dio. Da lui dunque la materia. Bas. in Teo­ logia Liturgia Storia. i quali consideravano il Verbo come immagine invisibi­ le. invece il Verbo di Dio in principio era ed era sem pre3.

dies autem tem­ poris portio est. cum legitur. qui Christi gratiam fide et deuo- tione meruerunt. unde praerogatiua generationis et causa. 20. ex quibus generantur omnia ista quae mundi sunt. 21. ad illa magis intendamus animum in quibus uitae sit pro­ fectus aeternae. Quod similiter significatur. 6. SER. 22. ut plurimorum scribantur nomina. quo discreuit aquam quae sub caelo est et aquam quae super caelum. In his enim quattuor illa elementa creata sunt. 4. et in caelo. quae in omnibus sibi mixta sunt. 22. tamen satis sufficit ad praesentem adsertionem quod in principio caelum fecerit. aqua esse possit intellegi. siquidem et in terra ignem repperias. 20-22 Caput VI 20. De qualitate igitur et substantia caeli satis est ea pro­ mere quae in Esaiae scriptis repperimus. si quid ad aedificationem ecclesiae ista proficere uideremus. cum satis sit ad scientiam quod scriptu- a Is 51. 22. non principium. et secundo die firmamentum fecerit. uel quasi lib e rc. Elementa autem quattuor. C. subtilem eius naturam nec solidam cupiens declarare. Ad speciem quoque eius abundat quod ipse de caeli firmamento locutus est quia fecit deus caelum sicut cam eram b. cum sit ignitus et micans fulgentibus stellis polus.46 EXAMERON. d Lc 10. 34. qui mediocribus et usi­ tatis sermonibus qualitatem naturae caelestis expressit dicens quod firmauerit caelum sicut fu m u m a. Quae plu­ ribus colligere possemus. quod intra caeli ambitum uniuersa claudantur. Extenditur enim uel quasi pellis ad tabernacula. quibus dicitur: Gaudete quia nomina uestra scrip­ ta sunt in caelo d. b Is 40. c Is 40. I . In principio itaque temporis caelum et terram deus fe Tempus enim ab hoc mundo. Sed quia his occupari infructuosum negotium est. DIES I . quae uel supra caelum est uel de illo supe­ riore loco in terram largo frequenter imbre demittitur. habitationes sanctorum. 6. Et quamquam lectionis serie possimus astruere quod prim o diem fecerit dominus et noctem. caelum ignis aqua et terra. . in qua esset generationis substantia. quia caelum deus extendit. qui ex lapidibus et ferro frequenter excutitur. non ante mundum. et terram fecerit. quae sunt uices temporum. De terrae quoque uel qualitate uel positione tractare nihil prosit ad speciem futuri. quae uel in mari geruntur et terris.

o com e un foglio per scrivervi i nomi dei molti che con la loro fede e devozione meritarono la grazia di Cristo. 21. 20 C (8 D ): . il giorno poi è parte del tempo. non solida. e nel secondo giorno il firmamento mediante il quale separò l’acqua che è sotto il cielo da quella che gli sta sopra. se le credessimo di qualche vantaggio all’edificazione della Chiesa3. t ó . sebbene la volta celeste sia fiammeg­ giante e risplendente del tremolio luminoso delle stelle. fuoco. etye èx Xtó-tov mip è^àXXeTai. Ttpài. rivolgiamo piuttosto la nostra mente a quanto giova per la vita eterna. a proposito del firmamento celeste. 2 Bas. Gli elementi sono quattro. In principio del tempo Dio creò il cielo e la terra.. volendo indicare che la sua natura è aeriforme.iv itap7]vU. Tfljp dbp&ovov èv Tat? naparpli^eoi 7ré<puxev tìbtoXà|X7ceiv.T]8èv ei7Tf) uepì tcòv aToixetavjTOjpis xal fiSaro? x a l àépo?.8Y)pou Sé. Sulla qualità e sulla sostanza del cielo è sufficiente espor­ re ciò che troviamo negli scritti d’Isaia. H exa em . spiegò la natura del cielo dicendo che Dio aveva costituito il cielo com e fum o. il quale. 20 AB (8 B C ): "fla re . . ai quali si dice: Godete perché i vostri nomi stanno scritti in cielo. che in tutti i corpi sono mescolati fra loro. può in­ tuirsi la presenza dell’acqua che o sta sopra il cielo o di lassù cade sovente sulla terra in pioggia copiosa. perché è 1 Bas. Non gioverebbe a nulla in vista della sorte futura trat­ tare anche della natura o della posizione della terra. Anche nel descriverne la configurazione egli si dilunga dicendo.. che Dio creò il cielo com e una volta. tvjv - ’ ExxXijaEa? otxoSojr))V t ò m p i TauTa xaTaa/oXeiaJtai. E quantun­ que dal seguito della narrazione della Scrittura possiamo ricavare che dapprima il Signore creò il giorno e la notte. Potremmo trattare più ampiamente tali questioni. 20 A (8 A ): ’ E x Siio t& v ócxptov tou toxvti ? tJjv umxpi. x a l èv IT) eòp^aei? x a l uScop x a l àépa x a l 7Wp.aTO. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 47 Capitolo 6 20. t£ì jzèv oùpav<jS Tà Trpecjìeìa T/j? yevéaetaz d oro S o iiirfjv Sk yTjv SeuxcpeijEtv <pà|icvo.. in cui il tempo si alterna. x a l (j. àXXà aù T'Jj roxpà <raurou auvéaei vóei 7tpò>Tov [ièv 8ti rcàvra èv ■rcàui (/ifiiXTa.. jzvjSè Ttpoupyou t i elvai eE. Il tem­ po ha inizio dall’esistenza di questo mondo. 22.. Ma siccom e occuparsene è un im­ pegno senza frutto. 8 Bas. donde derivano la premessa e la causa della generazione. Si esprime lo stesso concetto là dove si legge che Dio stende il cielo. aria. e la terra la quale doveva fornire la natura della g e n e r a z io n e In fa tti nel cielo e nella terra sono stati creati quei quattro elementi dai quali derivano tutte le cose che esistono in questo mondo. tut­ tavia è sufficiente per la nostra argomentazione ch’egli in prin­ cipio abbia creato il cielo. acqua e terra. H exa em . non prima del mondo. perché com e nella terra potresti trovare il fuoco che spesso sprizza dalle selci e dal ferro®.. cosi nell’aria. 8? x a l aÙTÒ? àreò éxet tJ)V yévsaiv. èx a!. Viene steso infatti o com e una pelle per tende.. non principio di esso. poiché nel suo spazio sono racchiuse tutte le cose che accadono nel mare e sulla terra. Tfj òitàpijei. H ex a em . con uno stile ordinario e con espressioni d’uso comune. ove abitano i santi..

quando locutus per nubem f ait: Vbi eras. SER. » Iob 9. sed quasi omnipotens praedicatur. Neque enim cum legimus: Ego confirmaui columnas eiu s1. sed potestatis. si super aquas. I . non numero. 4. Quis posuit mensuras eius. DIES I .48 EXAMERON. 32. sed praecepti sui suspenderit firmamento nec eam inclinari patiatur. et non est morti inuolucrum. 6. quia non artis mensura est. uere columnis eam subnixam possumus aestimare. men­ sura cognitionis. 6 (7). sicut Dauid quoque propheta testatur dicens: Fundauit terram super firmitatem eius: non inclinabitur in saeculum sae­ cu li'. sed cognitioni eius tanquam dimensa subiaceant. Non utique hic quasi tantummodo artifex deus. 7. quoniam scriptum est: Qui aspicit terram et facit eam trem erem et alibi: Adhuc ego semel concutio terram n non ergo libramentis suis inmo- bilis manet. Non ergo mensuram centri. h Iob 38. sed iudicii diuini accipere debemus. 5. Denique quam in potestate dei sit terrae constitutio etiam hinc collige. i Ps 103. ut inde nascatur controuersia. 6. 10-1. colum­ nae autem eius exagitantur0 et alibi: Nuda inferna in conspectu eius. sed frequenter dei nutu et arbitrio commouetur. sicut et Iob dicit quia dominus com m ouet eam a fundamentis. si nosti? Aut quis est qui superin­ duxit mensuram super eam? Aut super quid circuli eius confixi sunt? g. $i habes scien­ tiam. * Iob 26. quia omnia non tanquam inmensa praetereant eius scientiam. quod aequabili motu hinc atque inde ex omni parte protendat. quae subfulciat substantiam terrae atque sustineat. cum fundarem terram? Indica mihi. sed in te comminuentur fluctus tu ih. quom odo aeris natura te­ nuis et m ollior molem possit sustentare terrenam aut quomodo. ut supra instabile atque inane stabilis perseueret. * Iob 38. non demergatur in aquam grauis terrarum ruina? Aut quom odo ei maris unda non cedat et in latera eius sese loco suo mota diffundat? Multi etiam in medio aeris terram esse dixe­ runt et mole sua immobilem manere. n Agg 2. Quid nobis discutere utrum in aere pendeat an super aquam. . 22 rarum diuinarum series conprehendit quia suspendit terram in nihiloe. quasi aequa lance suspenditur. qui non centro quodam terram. i Ps 74. 4-6. Extendens boream pro nihilo. " Ps 103. mensura iustitiae. sed ea uirtute. C. f Iob 38. 7. De quo satis putamus dic­ tum a domino ad Iob seruum suum. Nonne eui- denter ostendit deus omnia maiestate sua consistere. Non ergo quod in medio sit terra. sed accipit aut seruat acceptam. pondere atque mensura? Neque enim creatura legem tribuit. Et infra: Conclusi mare portis et dixi: usque huc uenies et non transibis. sed quia maiestas dei uoluntatis suae eam lege constringit.

. il peso. . La terra non si libra sospesa com e al piatto d’una bilancia che si mantiene in equilibrio. in m odo che rimanga stabile sul vuoto che non offre resistenza. 7 Cf. non possiamo pensare che essa sia veramente sostenuta da colonne. Gr. ma la riceve e.à?ojv y5)v è7t’ oùSevó? (26. ricevutala. Infatti quando leggiamo: Io ho rafforzato le sue colonne. quanto l'assetto della terra sia in potere di Dio. 24 A (9 D ). della giustizia. se ne sei a conoscenza. ma da una potenza tale da sostenere e reggere la massa della terra. ma com e l’Onnipotente che non ha sospeso la terra ad un punto centrale dell'universo.. 6 B as . quando. 17. la misura? Non è la creatura che si dà la legge. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 49 sufficiente per la nostra conoscenza la concisa affermazione della Scrittura divina: Sospende la terra sul nulla4. Non ha mostrato chiaramente Iddio che tutto sussiste per la sua maestà. C ic. se lo sai? Oppure chi stese sopra di essa la misura? Oppure su che cosa furono in­ fissi i suoi cerchi? e sotto: H o chiuso il mare mediante porte e gli ho detto: « Giungerai fin qui e non passerai oltre. puoi ricavarlo anche da questo passo. Che ci serve discute­ re se stia sospesa nell’aria o sopra l’acqua. ma frequente­ mente è scossa dal cenno e dalla volontà di Dio. poiché si protende da ogni parte per l'effetto di uguali impulsi in direzione opp osta 5. 40: persuadent enim mathematici terram in me­ dio mundo sitam ad uniuersi caeli complexum quasi puncti instar obtinere. perché non è la misura propria di un'arte. Quindi dobbiamo in­ tendere non la misura del centro. Tim. Philos.. Chi ne fissò le dimensioni. com e anche Giob- 4 ’ ExTstvoiv Popéav bn oùSév. sicché ne nasca ima disputa sul m odo in cui la natura sottile e piuttosto cedevole del­ l’aria possa sostenere la mole della terra oppure. della sapienza. Dun­ que questa non rimane immobile nel suo equilibrio.. in qual m odo non vi affondi la sua massa con rovinoso crollo? O com e l’onda del mare non si ritiri di fronte ad essa e non si spanda ai suoi lati respinta dalla sua sede? Molti anche affermarono che la terra si trova nel mezzo dell’aria e rimane immobile nella sua mole. bensì alla stabilità della sua legge.. perché tutte le cose non sfuggono alla sua conoscenza in quanto incommensurabili. non per il numero. parlando in mezzo ad una nube. com e attesta anche il profeta Da­ vide dicendo: Ha fondato la terra sulla sua stabilità: non si in­ clinerà in eterno. 7). p . gli disse: Dov'eri quando ponevo le fondamenta della terra? Dimmelo. xpe[i. 559. Evidentemente qui Iddio non viene esaltato sol­ tanto com e l’artefice. se questa è sostenuta dalle acque.. K iv rp o v = « p u n to ce n tr a le » (P lat. perché si trova al centro dell'universo7. in D ie ls.. poiché sta scritto: Colui che contempla la terra e la fa tremare.. la osserva. Hexaem. 3. ma in te si pla­ cheranno i tuoi flutti » 6. Su tale ar­ gomento pensiamo sia stato detto quanto basta dal Signore al suo servo Giobbe. ma quella del giudizio divino. 5 Hipp. ma è la misura della potenza.. ma sono soggette ad essa in quanto misurate da lui. 23. quod xévrpov illi uocant. 6. Tuse. e altrove: Ancora una volta io scuoto la terra. D o x . I. Inoltre. e non permette che vacilli. 5 4 e ). ma perché ve la costringe la maestà di Dio con la legge della sua volontà.

Per i Settanta è stata usata la nona edizione del Rahlfs. I . concettuale con la Vulgata. 20-21. ‘ Iob 38. 4. 11-13. u Rom 8. sed dominus statuit eam et firmamento uoluntatis suae continet. De natura autem et qualitate substantiae caeli quid e merem ea quae disputationibus suis philosophi texuerunt? Cum alii conpositum caelum ex quattuor elementis adserant. i Iob 26. 22-23 suspendens terram in nihilo. i passi che non hanno cor spondenza né letterale né. Non ergo fundamentis suis innixa sub­ sistit nec fulcris suis stabilis perseuerat. eo quod ne- cesse sit eam manere in regione nec in partem inclinari alteram. . Libe­ rabitur autem et ipsa creatura a seruitute corruptionis. s Ps 94. quanto meno.50 EXAMERON. disciplina strauit cetum. sed propter eum qui subiecit in spe u. Laudent alii quod ideo nusquam decidat terra. Virtute mitigauit mare. quod uoluntas eius fundamentum sit uniuersorum et propter eum adhuc mundus hic maneat. Quod apostolicae quoque liceat astruere auc­ toritatis exemplo. alii quin- p Iob 26. Et haec fidei simplicitas argumentis omnibus an­ tecellit. Scriptum est enim quia uanitati creatura su- biecta est non sponte. sed secundum naturam. * Sono contrassegnati con l’indicazione Sept. r Eccle 1. C. 36 (Sept. *). claustra autem caeli timent eum «. quando contra naturam non mouetur. praedicent artificis diuini et operatoris aeterni excellentiam — quis enim artificum non ab illo accepit aut quis dedit mulieribus texturae sapientiam aut uarietatis disciplinam? 1 — ego tamen. 23. quia se­ cundum naturam in medio regionem possideat suam. SER. 4. non disputatoriis me libramentis committo atque mensuris. 6-8. columnae caeli euolauerunt et expauerunt ab increpatione eius. qui profundum maiestatis eius et artis excellentiam non queo con- prehendere. 6. Voluntate igitur dei inmobilis manet et stat in saeculum terra r secundum Ecclesiastae sententiam et in uolun­ tate dei mouetur et nutat. alligans aquam in nubibus su is9. DIES I . sed omnia reposita in eius existimo uoluntate. cum gra­ tia diuinae remunerationis adfulserit. quia in manu eius omnes fines terra es.

quando risplenderà la grazia della ricompensa divina. celebrino pure l'eccellenza dell'Artefice divino e dell'eterno Creatore9 (quale artefice infatti non imparò da lui o chi diede alle donne l’abilità nel tessere o l’arte del ricam are?10): io tutta­ via che non riesco ad abbracciare con la mia intelligenza l’abisso della sua maestà e l'eccellenza della sua arte. Esaltino pure altri il fatto che la terra non precipita da nessuna parte dicendo che. ma penso che tutto dipenda dalla sua volontà perché la sua volontà è il fondamento dell'universo e solo per causa sua il m ondo sussiste ancora. 24 D (10 C): Mi) o5v si (j. né si mantiene stabile sui suoi appoggi. ma secondo la legge di natura.. 25A-28A (10E-11D): S. Vulg.. sal­ damente piantata sulle sue fondamenta. el 8è (W). non mi affido ai pesi e alle misure propri della discussione. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 51 be dice che il Signore la scuote dalle fondamenta e le sue colon­ ne tremano...: Quis posuit in uisceribus hominis hominis sapientiam? vel quis dedit gallo intelligentiam? 11 Bas. Hexaem.. E questa semplicità di fede vale più d’ogni argomento. 36). siccome si muove non contro. Ma sulla natura e sulle proprietà del cielo perché dov elencare tutte le teorie elaborate dai filosofi nelle loro discussio­ n i? 11 Alcuni sostengono che il cielo è com posto di quattro ele- * I Settanta hanno kmxia&nwn = « volarono via ».7)Sa(iou èx7tt7crst f) 'rV xaxà <piìatv X<&pav tò (iéaov éxouaa. sospende la terra sul nulla. ma p er causa di colui che l’ha sottom essa nel­ la speranza. con la sua scienza abbatté il cetaceo. Le colonne del cielo volan o8 via terrorizzate dal suo rimprovero. secondo la natura. e in un altro luogo: Al suo cospetto appare nudo l’inferno e la m orte non ha rivestimento. com e dice l’Ecclesiaste. Basilio. perché nella sua mano sono tutti i termini della terra. Anche la stessa creatura sarà liberata dalla schiavitù della corruzione.. t}jv •p)v àxtvnjrov (lévetv xaxaxo(nJjEÙovrai. 24 BC (10 AB): “HSif] Sé rive? tSv 9ucixSv xal Toiaórats al-rCat. ma non nella Vulgata che traduce in modo diverso il corrispondente testo dell’ebraico: « Chi ha elargito all'ibis la sapienza o chi ha dato al gallo l'intelligenza? ». Preferisco conservare l’arditissima immagine traducendo col presente l’aoristo (gnomico). Per la volontà di Dio la terra ri­ mane immobile e. 25 A (10 D): . . Estende borea sul vuo­ to. sta eternamente e. 23. Non resta ferma. aSiWrov aùrf) rcavreX&i. lo temono le chiostre del cielo. Col suo potere placò il mare. 'fi? ótpa Sta tò r>)V (*é<xigv rovi 7tavTÒ? elXrypévoci /tùpav xal Sià -rf)v taijv 7tàvro&ev «pò? tò Sxpov ània-raaiv. ó{iotdrqro? l(M«>toiS<JT)s. Ambrogio non fa che seguire S. con­ forme al volere di Dio. si muove e ondeggia. 38. E poiché per necessità essa rimane al suo posto e non si inclina dalla parte opposta. E ciò si potrebbe sostenere anche sull’esempio dell'autorità aposto­ lica.. àXXà tó ye àuXoùv Ttfi ittoTew^ la/upórepov Sara •nSv Xoyixcàv dicoSel^euv. 10 Questo passo si trova nei Settanta (Giob. rinchiude l’acqua nelle sue nubi. 9 Bas. Hexaem. dcvarfxaltoi. rJjv ènl t i £oirìjv tìjs 7ravraxó$ev iteptxet(jivY)i.. occu­ pa al centro dell’universo lo spazio che le spetta. °ùx Sxouaav Sttoo (ìSXXov à7toxXiS7). ma il Signore l’ha stabilita al suo posto e ve la mantiene col sostegno della sua volontà. (jtéveiv i<p’ icnrri)<. Sta scritto infatti che la creatura fu assoggettata alla Vanità non di sua volontà.

Omne autem quod in con­ trarium cogitur non naturae seruiens. Quorum autem secundum naturam motus mutati sunt. tu uero ipse es. cum aeque uideant dissimilem ceteris adiunctam mem- v Ps 101. Itaque quando ad superiora motus caeli est necessarius. superioribus quoque inferiora mutantur. cito soluitur et in ea scinditur ex quibus uidetur esse conpositum in suam quamque regionem singulis recurrentibus. mea autem ner­ ba non praeteribuntw. quo diuturnam caeli putarent mansuram esse sub­ stantiam. sed necessitati. cui neque ignis admixtus sit neque aer neque aqua neque terra. W Mt 24. Quod adeo probauit in euangelio dominus ut diceret: Caelum et terra praeteribunt. 6. Dixit enim Dauid: Principio terram tu fundasti. quam diuina quoque domini Iesu Christi maiestas dei nostri in euangelio conprobauit. 24. C. Quid igitur defendimus aetherium corpus esse. terrenis grauatur. SER.52 EXAMERON. Ipsi pe­ ribunt. et opera manuum tuarum sunt caeli. uacua et leuia in superiora se subrigant — est enim proprius cuique motus — . etenim contra naturae suae usum deorsum cogitur. et anni tui non d eficien tT. I . Nihil igitur agunt qui propter caeli adse- rendam perpetuitatem quintum corpus aetherium introducendum putarunt. in sphaerae autem circuitu ista confundi et uim sui cursus amittere. tu autem perm anes: et omnia sicut uestimentum uetere- scent. igneus uigor ille uiolenter adtrahitur. . Haec igitur alii consi­ derantes stabilia esse non posse aetherium corpus caeli stellarum- que esse arbitrati sunt quintam quandam naturam corporis in­ troducentes. et tanquam amictum mutabis ea et mutabuntur. Nam hoc ipso quod diuersae eadem sint elementa naturae simplicem et inuiolabilem motum habere non possunt. quod huius mun­ di elementa suum quendam habeant cursum atque usum et m o­ tum naturae. 35. Sed non ista opinio propheticae potuit obuiare sent tiae. horum ne­ cessario ferunt mutari solere qualitates substantiarum suarum. DIES I . quoniam sphaera in orbem suum uoluitur et superiora inferioribus. 23-24 tam quandam naturam noui corporis ad constitutionem eius in­ ducant atque adfingant aetherium esse corpus. ne uideatur cor­ ruptioni obnoxium ? Quod enim conpositum ex corruptibilibus elementis est necesse est resoluatur. ut grauiora demergant et in pronum ferantur. quando ad inferiora decur­ sus expetitur. Vnus enim motus omnibus aptus esse non potest et elementis distantibus conuenire. cum se diuersus elementorum motus inpu- gnet. domine. 26-28. nam qui leuibus adcommodus est fit incom­ modus grauioribus elementis.

convalidata anche dalla divina maestà del Signore Gesù Cristo nostro Dio nel Vangelo. tu invece rimani. non possono avere un solo ed immutabile mo­ vimento. Cic. 188-189. la forza ignea sarebbe attirata con violenza in questa direzione: sarebbe infatti costretta all’ingiù contro la sua disposizione na­ turale. Disse infatti Davide: In prin­ cipio. Perché dunque sostenere che esiste una sostanza eterea affinché non sembri soggetta a corrom ­ persi? Ciò che è com posto di elementi corruttibili.. dunque. con­ siderando che questi elementi non potevano avere stabilità.. cosi che i più pesanti affondano e tendono verso il basso. deor. Non concludono nulla. La Nuova Italia. e tutte le cose invec- chieranno com e un vestito e com e un mantello le muterai e saran­ no mutate. che sarebbe stato di n tura divina. perché un opposto movimento degli elementi si annulle­ rebbe. perché ciascuno di essi ritorna rapidamente alla propria sede. tu invece sei e i tuoi anni non verranno meno. un corso e un costume e un movimento naturale loro proprio. era sostenuta da Aristotele nel III libro del giovanile De philo­ sophia (cf. pur rendendosi conto che anche l’aggiunta ad un membro d’una parte di natura diversa dalle altre di solito reca maggior 12 L'esistenza dell’etere come quinto elemento. trad. 182-183. Or dunque altri. I. Aristotele. presto si dissolve e si scinde in quegli elementi dei quali appare com posto. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 53 menti. . 13. essi affermano che sogliono mutare anche le loro proprietà sostanziali. Un unico movimento infatti non può adattarsi a tutto ciò che esiste e convenire ad elementi differenti: quello che è adatto ad elementi leggeri diventa inadatto per elementi più pesanti.. quando si richiede un m oto che scenda verso le regioni più basse. tu hai fondato la terra e i cieli sono opera delle tue mani. al quale non siano mescolati né fu oco né aria né acqua né terra. invece nel movimento circolare d’una sfera questi ele­ menti si confondono e perdono la direzione caratteristica del loro moto. pp. it. Ma codesta opinione non potè incontrarsi con l’afferm zione profetica. Proprio per il fatto che gli stessi elementi hanno una diversa natura. Signore. poiché la sfera gira su se stessa e ciò che sta in alto si scam­ bia con ciò che sta in basso e viceversa. De nat. perché gli elementi di questo m ondo hanno. Ma se i moti naturali di questi elementi sono mutati. questo verrebbe ritardato dagli elementi terreni. Essi periranno. pen­ sarono che quello del cielo e delle stelle fosse un corpo etereo e introdussero una non precisata quinta materia corporea per ef­ fetto della quale supponevano che sarebbe rimasta inalterata la sostanza del cielo. Jaeger. quelli vuoti e leg­ geri salgono verso l’alto — ciascuno infatti ha un movimento suo proprio — . per cosi dire. Firenze 1947. ma la necessità. vedi W. Per­ ciò quando è necessario un m oto del cielo che salga verso le re­ gioni più alte. 24. necessariamen­ te si dissolve. E tutto ciò che è costretto in senso contrario non asse­ condando la natura. altri aggiungono alla sua composizione un quinto elemento formato di una nuova sostanza e lo immaginano un corpo etereo12. coloro che per sostenere l’eternità del cielo hanno ritenuto di dover introdurre un quinto elemento ete­ reo. 33).

sed praeceptorum ueritas nec argumentationis astutia. Simul illud aduerte. I . Posito igitur fun­ damento terrae et confirmata caeli substantia — duo enim ista sunt quasi uelut cardines rerum — subtexuit: terra autem erat inuisibilis et incomposita. Quid est erat? Ne forte in infinitum et sine principio extendant opinionem suam et dicant ecce quia ma­ teria. 2. b Gen 4. cum praesertim praemiserit Moyses quia fecit deus terram. Itaque illos suis relin­ quamus contentionibus. quae principium non habebat. Verum hoc dicentibus respon­ debis quia scriptum est: Erat autem Cain operarius terra eb et de eo qui Iubal dictus est habet scriptura: Hic erat pater. postea fundamento posito aedifi­ cationis membra distinguit et adiungit ornatum. qui demon- strauit psalterium et citharam c et homo erat in Ausitide regione. 2. Quod si absurdum uidetur de loco credere. qui mutuis disputationibus se refellunt: nobis autem satis est ad salutem non disputationum controuersia. 5. i Iob 1. ut seruiamus creatori potius quam creaturae. cum simul utrumque sit factum. SERMO II Caput VII 25. <dum> terram priori loco no- minauit et postea caelum. 7. 24. DIES I . C. quia propheta Dauid. iam non solum dominum. Si in loco. c Gen 4. Erat ergo ex quo facta est. Bonus ar fex prius fundamentum ponit. credidit opus esse domini declarandum. sed etiam OXrjv sine principio dicentes de­ finiat ubinam erat. 25 bri unius portionem labem corpori magis adferre consuesse. a Gen 1. 1. Nam si sine principio eam dicunt esse. qui est deus benedictus in saecula. simul ne eo saltem praero- gatiua caelo diuinae uideatur adiudicata substantiae. in quo erat materia rerum. I I . 6. Terra autem erat inuisibilis et inconpositaa. C. ut primo­ genitae creaturae priuilegio potior extimetur. etiam secundum scriptu­ ram diuinam non habuit initium. sed fides mentis. 20-21. Quando enim dixit et facta su n t1-. SER. id est uX/rj sicut philosophi dicunt. ergo etiam locus sine principio fuisse astruitur. .54 EXAMERON. nihil interest quid prius expri­ mas. Desinant ergo de uerbo quaestionem mouere. cui nomen I o b d. SER. uidete ne 2 Ps 148.

Se infatti affermano che essa non ha principio. infatti. La terra però era invisibile e senza ordine. Che significa era? Ha scritto cosi perché per caso non ci sia chi si lasci andare ad ipotesi senza limiti e senza fon­ damento e dica: « E cco che la materia. non la cavillosità dell’argomentazione. 29 AC (12 CE): 'H 8è -ffj $jv.. essendo l'una e l’altro stati creati simultaneamente. àópaTo? xal àxaTa- aneuocaxos . affinché serviamo. L’abile ar fice prima pone le fondamenta. non importa quale tu indichi per primo. che è Dio benedetto nei secoli.. aggiunse: La terra però era invisibile e sen­ za ord in ex. Ma a chi dice cosi risponderei che sta scritto: Caino era invece lavoratore della terra. piuttosto che alle cose create. dicendo addirittura senza principio non solo il Signore. cosi da essere giudicato superiore per il privilegio di creatura primogenita. Intender cosi: L’aggiunta di un quinto elemento etereo turba l’armonia dell’universo. A noi invece basta per la salvezza non il contrasto delle discus­ sioni. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 55 danno a un c o r p o 13.. La smettano dun­ que i filosofi di far questione di parole. Ma se sembra assurdo credere una cosa simile di un luogo. precisino allora dove mai essa era. allora si afferma che era senza principio anche quel luo­ go dove si trovava la materia dell’universo. 1 Bas. badate che per caso non dobbiam o credere alata la terra che. nominando prima la terra e poi il cielo. Nello stesso tempo bada che il profeta Da­ vide. . II SERMONE Capitolo 7 25. purché con ciò non sembri attribuito al cielo quanto meno la prerogativa di una so­ stanza divina. Se in un luogo. ma anche la materia.. di Us un uomo chiamato Giobbe. Hexaem. che non aveva prin­ cipio. Poste le fondamenta della terra e resa stabile la sostanza del cielo — questi due elementi. (pvjatv. anche secondo la divina Scrittura non ha avuto inizio » 2. porta a compimento le varie parti dell’edificio e aggiunge l’or­ namentazione. 2 L’obiezione dipende dall’uso dell’imperfetto che solitamente indica azione continuata nel passato. e di colui che fu chiamato Giubal la Scrit­ tura dice: Questi era il padre che inventò il salterio e la cetra e c’era nel paese. Esisteva dunque dal momento in cui fu creata. credette di dover spiegare cosi l’opera del Signore. al creatore. una volta poste le fondamen­ ta. Lasciamo pertanto alle loro contese quel­ li che vicendevolmente si confutano con argomentazioni opposte. come turberebbe l’armonia di un corpo l'aggiunta di una parte di natura diversa dalle altre. sen- 13 La frase risulta un p o’ oscura per l'eccessiva concisione. poi. specialmente perché Mosè ha premesso che Dio creò il cielo e la terra. cioè l’ uXr) com e dicono i filosofi. ma la fede della no­ stra mente. Dal momento che Dio parlò e furono fatti. sono com e i car­ dini del m ondo — .

12. inuisibilem eam per substantiam credant et non ideo. quem iaculator intendit. f Is 18. quemadmodum pleraque in pro­ fundo aquarum sita uisum oculorum aciemque praetereunt. quis dubitet deo ea quae in profundo sunt inuisibilia esse non posse? Nisi forte sic accipiamus inuisibilem terram. corpus autem esse aerem docet lectio. Quod si solis radius plerumque etiam aquis oper­ ta inluminat et profundo mersa splendore luminis sui prodit. sed creatura mundi creaturae utique extimatione censetur. 16 (Sept. nondum sol. Inuisibilis etiam terra. sicut et ego non sum de m u ndo1. quae non habens fun­ damentum alarum remigiis suspendebatur. 25-26 forte uolatilem terram debeamus aestimare. quia aquis operta uisibilis corporeis oculis esse non poterat. quod nondum uerbo dei et protectione uisitabatur quae hominem non habebat. propter quem dominus respiceret in terram. quia aer cor­ pus est mundi. Vbi ergo erat OXt]. 14. in quo aere uolabat terra? Sine aere enim uolare non poterat.56 EXAMERON. Quemadmodum ergo inuisibilia uisibilibus et ei qui dinem ac decorem donauit omnibus incomposita copulabantur? Nisi forte. 26. 7. sicut habemus scriptum: D e hoc mundo non sunt. Vnde ergo ei alas su­ memus. quia emissa sagitta in locum. * Sap 5. qui lucem habitat inaccessibilem h. i Io 17. et erat in deo mundi portio. sicut scriptum est: Dominus respexit super filios hominum. quia nondum lux quae inluminaret mundum. nisi forte huc deriuemus prophetici sermonis interpreta­ tionem a pinnis terrae prodigia audiuimuse et illud uae terrae natiium pinnaef? Sed ut sic accipiamus. nisi forte dicatur quadam dementi intentione quia in deo erat? Ergo deus inuisibilis naturae atque inuiolabilis. si est intellegens aut requirens « Is 24. SER. inconprehen- sibilis et purissimus spiritus. quia non erat sine rerum materia elementorum facta distinc­ tio. locus erat materiae mundialis. h 1 Tim 6. quia dixit: Terra autem erat inuisibilis. C. incisus aer statim in se ipsum resolutus e s t g. sed aer esse adhuc non pote­ rat. cum de h oc mundo non sit mens ser- uolorum eius. .). I I . 16. DIES I . 1. Non enim deo aliquid inuisibile. postea enim luminaria facta sunt caeli. cum adhuc ipsa elementa facta non essent. Vbi erat ergo ma­ teria ista alarum subfulta remigiis? In aere non erat.

perché. lo insegna la Scrittura. Se il rag­ gio del sole spesso illumina anche ciò che è coperto dalle acque e con lo splendore della sua luce rivela ciò che è immerso nel fondo. in quale aria volava la terra? Senz'aria. 4 Is. Infatti niente è invisibile a Dio. 1: Oùal y ijs 7tXotwv 7rrépuye? (Vae terrae cymbalo alarum). e Bas. ma non vi poteva essere ancora aria. I.. perché non esisteva ancora la luce per illuminare il mondo. 36 A (15 A). non esisteva ancora il sole: infatti gli astri del cielo furono creati successivamente. perché senza la materia delle cose non erano stati divisi gli elementi perché gli stessi elementi non erano ancora stati creati. da ciò che segue risulta ben chiaro che S. com e anch’io non sono del mondo s. 26. non poteva essere visibile agli occhi del corpo. a meno che non interpretiamo così la parola del profeta: Dalle penne della terra abbiamo udito pro­ digi4 e quel fam oso detto: Guai alla terra.. se vi fosse chi com prendesse o cer­ casse Iddio. siccom e ha detto: La terra era invisibile. Verg. Nonostante l’uso della metafora virgiliana. com e sta scritto: Il Signore guardò sui figli degli uomini. ala di navi5? Ma. 33 C (14 E). a meno che non si dica con una folle forzatura ch ’essa era in Dio? Dunque Dio. ricoperta d ’acque com ’era.. Dov'era dunque questa materia sostenuta dal remeggio delle ali? Non era nell’aria. 24. Hexaem. non avrebbe potuto volare. perché l'aria è una realtà corporea del mondo. mentre l’animo dei suoi servi non è di questo mondo. 16: ’Attò tGv TtTepuyoiv tt)? 'répotToc r)nou<ra[xev ’E)arì. allo stesso m odo che moltissime cose che si trovano nella profondità delle acque sfuggono alla vista degli oc­ chi più acuti. am­ messo che intendiamo cosi. gloriam Iusti. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 57 za un punto d’appoggio.. l’aria solcata tosto si rinchiude su se stessa. forse. e che l'aria sia materia. 301. E in un altro passo: Dal cielo scagliò il suo giudizio: 3 Cf. Aen. non accogliendo an­ cora l’uomo. VI. La Vulgata ha invece: A finibus terrae laudes audiuimus. Ambrogio intende escludere l'ipotesi di una terra fornita di ali. si librava sul remeggio delle a li3. per causa del quale il Signore potesse essere indotto a rivolgere su di essa il suo sguardo. di natura invisibile e inviolabile. 5 Is.. Come potevano congiungersi le cose invisibili alle v bili e la materia inform e a colui che ha dato ordine e bellezza a tutto ciò che esiste? A meno che. impiegata qui come puro elemento di suggestione letteraria. . che abita in una luce inaccessi­ bile ed è purissimo spirito.. sarebbe stato il ricettacolo della ma­ teria del m ondo e in Dio ci sarebbe stata una parte del mondo. E donde ricaveremo che essa ha le ali. com e trovia­ mo scritto: Non sono di questo mondo. 29 BC (12 E). Dove dunque era 1’ i5Xr|. quando si scaglia una freccia nella direzione voluta dall’arciere. 19. infatti.s T<jS eò- aefiei. 18. chi potrebbe dubitare che è impossibile che restino invi­ sibili a Dio le cose nascoste dall’acqua? A meno che per caso non intendiamo che la terra era invisibile perché non era ancora vi­ sitata dalla Parola e dalla protezione divina. ma evidentemente qui si valuta una creatura del m ondo secondo il m odo di vedere d’una creatura. non credano che essa era invisibile per natura e non perché. Era invisibile anche la terra.

aeternitatis quibus deus pri- uilegiis honoratur: quid dicerent si ab initio eius pulchritudo uer- nasset? Demersa aquis describitur uelut cuidam principiorum suorum addicta naufragio et adhuc a nonnullis facta non creditur: quid si decorem primogenitum uindicaret? Accedit illud quod imi­ tatores nos sui deus esse uoluit. ut Iudaei remouerent lapidem de sepulchro. ne dum simul utrumque adorimur. 27. • Ps 13. ut alterum altero crederetur. ™ Ps 75. et resurrexit et ligatis manibus et pedibus exiuit foras °. DIES I . postea conposita declarantur. sed ideo prim o facta. quasi non potuit caelum insignitum stellis subito ut crea­ tum est refulgere et floribus ac fructibus terra uestiri? Potuit utique. Nonne poterat remouere lapidem qui poterat mortuum re­ suscitare? Et qui potuit defuncto uitam reddere non potuit nexus soluere uinculorum? Cui uinctis pedibus gressum dedit. deinde resuscitare. Deinde uo- cauit Lazarum. Fides autem nostra quodam gradu crescit. sed eundem utrumque esse operatum. huic non potuit ruptis uinculis incessum reddere? Sed utique aduertimus quod uoluit primum demonstrare mortuum. ut eundem credamus ornasse qui fecit et fecisse qui ornauerit. postea conponeret. ut mortuum uidentes postea resuscitatum crederent. 2. n Ps 32. quae figuram et speciem congruentem adhuc non acceperat a proprio conditore. ut ipsi uincula funeris so- luerent. Inconposita terra legitur et isdem a philosophis.58 EXAMERON. quia inconposita. . 26-27 deum Et alibi ait: De caelo laculatus est iudicium: terra tremuit et quieuitm. 9. Et fortasse dicant: Cur enim deus — sicut dixit et fa su n tn — non simul ornatus congruos surgentibus donauit ele­ mentis. alterum creauisse. Ideo primum fecit deus. SER. Et merito inuisibilis. non postea additae uiderentur. ut primum face­ ret. 39-44. ut inter ista fides infunderetur infidelibus et per gradus quosdam credulitas nasceretur. tertio iubere. Habes in euangelio huius rei euidens testimonium. ne alterum putemus ornasse. 7. postea uenustemus. neutrum possimus inplere. ° Io 11. si species rerum uelut ingeneratae ab initio. 9. ne uere increata et sine principio crederentur. ut prim o faciamus aliqua. C. I I . ut oculis suis crede­ rent. postea uenustauit. Nam suscitaturus Laza- rum dominus iussit.

co­ me in preda a un naufragio dei propri elementi. affinché non pensiamo che uno le abbia abbellite e un altro create. poi potessero cre­ derlo risuscitato. Hexaem. e questi usci con le mani e i piedi avvolti nelle bende. perché credessero ai loro occhi. lo risuscitò. che lo fece camminare con i piedi ancora legati. e ancora da taluni non si crede creata: che direbbero se rivendicasse una bellezza fin dalle sue origini? C’è da considerare inoltre che Dio ci volle suoi imitatori cosi da fare prima le cose e poi abbellirle. non diede agli elementi nascenti anche il conveniente ornamento quasi che il cielo. quella di creare e quella di dare ordine. perché. perché crediamo che ad abbellirle sia stato lo stesso Essere che le ha create e a crearle lo stesso Essere che le ha abbellite. non riusciamo a condurre a buon termine né l’una né l’altra. il Signore ordinò che i Giudei rimuovessero la pietra dal sepolcro. la fede negli increduli e far sorgere in loro gradual­ mente la disposizione a credere.. Accingendosi a risuscitare Lazzaro. vedendolo m orto. ma si insegna che prima furono creati e successivamente ordinati perché non si cre­ dessero increati e senza principio. cosi che mediante l’una si prestasse fede all’altra. Si legge che la terra era informe. eppure i filosofi la onorano con gli stessi privilegi d’eternità che attribuiscono a Dio: che cosa direbbero se la sua bellezza fosse germogliata fin dal principio? La terra viene descritta sommersa dalle acque. A buon diritto era invisibile per­ ché informe. nel corso di tali operazioni. La nostra fede poi cresce gradualmente. per evi­ tare che. non potesse risplendere adorno di stelle e la terra rivestirsi di fiori e di frutti? » 7. 7 Bas. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 59 la terra trem ò e più non si mosse. poi le ha abbellite. 29 B (12 D). Non poteva forse rimuovere una pietra chi poteva risuscitare un m orto? E colui che potè restituire la vita ad un m orto non avrebbe potuto sciogliere i nodi delle bende? Egli.. volendo compiere nello stesso tempo entrambe le ope­ razioni. quindi risuscitarlo e in terzo luogo ordinare che lo sciogliessero dalle bende funebri per suscitare. Perciò Iddio pri­ ma ha creato le cose. non avrebbe potuto restituirgli l’uso delle gambe rompendo i legami che lo tenevano avvinto? Ma indubbiamente ci rendiamo conto che volle prima far vedere ch’era m orto. com e parlò e il ci e la terra furono creati. in quanto fino a quel momento non aveva ricevuto dal proprio Creatore l’aspetto e la bellezza che le si addicevano. ma che lo stesso ha compiuto entrambe le operazioni. Certamente che avrebbe potuto. Forse potrebbero dire: « Perché Iddio. 27. non appena creato. qualora gli abbellimenti delle cose fossero parsi o generati fin dall’inizio e non aggiunti suc­ cessivamente. . Nel Vangelo tu trovi un’evidente testimonianza a tale proposito. Chiamato quindi Lazzaro.

cui deerant uitium serta gemmantium. quae ornatibus in­ digebat. Tenebrae erant. ea tamen n quasi perpetua. Haec terra est. et ideo uago fluctu et profundo gurgite terra inun­ dabatur. 2. maria procellis turbata quos non incutiunt metus? Pulcherrima est rerum species: sed quid esset sine lu­ mine. I I . quia aer ipse tenebrosus est.60 EXAMERON. 8. terra imbribus madefacta fastidio est. quia nuda gignentium nec toris herbosa riparum nec opaca nemoribus nec laeta segetibus nec umbrosa superciliis montium nec odorata flo­ ribus nec grata uinetis. DIES I . Aqua ipsa sub nube tenebrosa est. 28 Caput V ili 28. Sic erat. nisi eum uario cultu operator ornasset. Caelum ipsum intextum nubibus horro­ rem oculis. quia caelum ut fumus so­ lidatum est. Ostendere enim uoluit deus quia nec mundus ipse haberet gratiam. tenebrae erant. 6. quid sine aquarum congregatione. b Gen 1. qui­ bus ante demersa poli huius habebantur exordia? Tolle solem terris. Erat ergo inconposita. Merito inconposita. Nondum erant enim maria suo fine distincta. Erat inconposita. quia adhuc deerat cultor. C. Erant ergo tenebrae super abyssos aqua- » Is 51. tolle caelo stellarum globos: omnia tenebris inhorrescunt. terra autem ut uestimentum u eteresceta. Vnde in Esaiae libro ait: Tollite in caelum oculos uestros et aspicite in terram deorsum. Considera quia etiam nunc palustri uligine terra inhor­ rere consueuit nec patiens est uomeris. quae ante erat inconposita. Fecit ergo primum deus caelum et terram. quia splendor deerat lucis. sed quasi corruptibilis creaturae consummationi uoluit subiacere. antequam lumen huic mundo dominus infunderet. SER. . maestitiam animis excitare consueuit. quia tenebrosa aqua in nubibus aeris. quid sine temperie. utpote sollertis agricolae inarata culturis. Et ideo scriptura ait quia tenebrae erant super abyssum b. ubi infusus terris umor exundat.

togli al cielo i corpi luminosi delle stelle5: tutto rabbrividisce nelle tenebre. non era ricoper­ ta d’erba lungo i bordi dei corsi d’acqu a3 né folta di boschi né feconda di m essi4 né om brosa di costoni montani né odorosa di fiori né gradita per i suoi vigneti. per­ ché mancava dei suoi ornamenti. 16 (4. ma volle che fossero soggetti a perire come creature corruttibili. Il mare sconvolto dalle tempeste quali timori non provoca? Bellissimo è l’aspetto delle cose.. . sale alla s u p e r f i c i e E r a dunque informe perché non arata dal lavoro d’un solerte contadino. Considera che anche adesso la terra nelle paludi solitamente per l’umidità è irta di canne e non sopporta l'aratro dove l’acqua. Georg... ditoxpidetaQi. I. VI... fiSop èmnoXàSeiv -rf) èmfiaveta nife» ofowa Ttpò? tJjv oExetav XijSiv ÙYpà? oùaloù.. C’erano le te­ nebre perché mancava lo splendore della luce. 2 Cf. non destinati tavia a durare in perpetuo. V erg. suole provocare un senso di repul­ sione alla vista e di tristezza neU'animo. Georg. Lo stesso cielo. 223: patientem uomeris urici e 217-218: Quae tenuem exhalat nebulam fumosque uolucris / et bibit umorem. quan­ do c ’è un intreccio di nubi. perché priva dei festoni delle viti ricoperte di gemme. perché l’aria di per sé è oscura. Iddio creò anzitutto il cielo e la terra. Cosi era prima che il Signore introducesse nel m ondo la luce. Cic. senza un clima temperato? Che cosa sarebbe. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 61 Capitolo 8 28. la terra invece invecchierà com e un vestito. Ben a ragione era informe. 6: Nam ubi per loca aequalia et nuda gignentium uentus coortus harenam humo excitauit. mancando ancora chi la col­ tivasse: informe perché. xap- itOYOvlav Tf) Yfl. 'H yàp toù uypoO icXeovel^a èri Hai vOv £(i7tóSióv icpò. 1: Quid faciat laetas segetes. Infatti i mari non erano ancora distinti dai loro confini e perciò la terra era som­ mersa da flutti vaganti e da profondi gorghi. VI.. dapprima informe. spoglia di vegetazione2. 674-675: riparum toros et prata recentia riuis / incolimus. che imbeve il terre­ no. Verg. Iddio volle infatti mostrare che nemmeno il m ondo avrebbe per se stesso attrattiva. perché è oscura l’acqua nelle nubi del cielo. se il Creatore non lo avesse adornato con la varietà delle colture. Cf.. Hexaem.. II. 5 Cf. 16): Stellarum autem globi terrae magnitudin facile uincebant. 36 A (15 AB): Aei7tó(ievov toIvuv èw-rl voeìv Y)|xi<. ma che cosa sarebbe senza la luce.. la terra inzuppata dalla pioggia è motivo d i tedio.. 3 Cf.. E perciò la Scrittura dice che c ’erano le tenebre sull’abisso. * Cf. Vero. Aen. Rep. Regnavano dunque le tenebre sugli abissi delle acque. perché il cielo si è rassodato com e fumo. S all. 79.. Non credo che si debba pensare 1 Bas. /Mg. se non fossero raccolte le acque che sommergevano que­ sto m ondo al suo esordio? Togli il sole alla terra. Questa è la terra. L'acqua stessa sotto una volta di nubi è oscura. Perciò dice nel libro d'Isaia: Levate al cielo i vostri occhi e guardate in basso la terra.

ut in nouas cogeret creatu­ ras et fotu suo animaret ad uitam. ita hic pro­ pheticum resultauit oraculum quia deus dixit et deus fecit. quae a naturae bonitate deflexerit. 3. 30. C. et uirtutem. cum utique non substantialis. id est uiuificabat. f Ps 103. quia per ipsum habebant nouorum partuum semina germinare secundum quod dixit propheta: Em itte spiritum tuum. Spi­ ritus quoque dei superferebatur super aquas. quia omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihild. 2 <• Io 1. Itaque in constitutione mundi opinio malitiae interim questretur. Denique Syrus. aliqui pro spiritu. supererat pleni­ tudo operationis in spiritu. et creabuntur et re- nouabis faciem terra ef. DIES I . e Ps 32. sicut scriptum est: Verbo domini caeli firmati sunt et spiritu oris eius omnis uirtus eo ru m e. Non enim malas intellegendas arbitror potestates. maxime cum sequatur: Et spiritus dei superferebatur super aquas °. 29. nos tamen cum sanctorum et fidelium sententia congruentes spiritum sanctum accipimus. Quem etsi aliqui pro aere accipiant. SER. 6. id est in Christo fecit deus uel filius dei deus fecit uel per filium deus fecit. ne diuinae operationi et pulcherrimae creaturae ea quae decolora sunt admiscere uideamur. qui uicinus Hebraeo est et sermone consonat in plerisque et congruit. Ornando enim polo caeli germinaturis terris pulchre spiritus superferebatur. quam dedit spiritus sanctus. I I . 8. quem spiramus et carpimus au­ rae huius uitalis spiritum. sed accidens sit malitia. quod do­ minus earum malitiam creauerit. sic habet: Et spiritus dei fouebat aquas. Nam etiam spiritum sanctum c Gen 1. Praemisso' enim quia in principio fecit deus caelum et terram. quod est uer- bum dei.62 EXAMERON. ut in constitu­ tione mundi operatio trinitatis eluceat. . 28-29 rum. Itaque que­ madmodum in psalmo docem ur operationem uerbi.

L’affermazione di S. Basilio po­ trebbe essere S. 36 BC (15 C): T ò yàp oxótoi . oaov lyyù ? ’ijv t 5)i.. Paris 19682. ornando la volta celeste. intendiamo lo Spirito Santo. perché tutto è stato fatto per mezzo suo e senza di luì nulla è stato fatto. Perciò. perché non sembri che mescoliamo all’azione divina e alla meravigliosa bellezza del creato un elemento degenere. Aeri. 387-388: auras / uitalis carpis. in m odo che nella formazione del m ondo risplenda l’azione della Trinità8. ootptai. e saranno creati e tu rinnoverai la faccia della terra. soprattutto perché se­ gue: e lo spirito di Dio aleggiava sopra le acque. "EXeye toIvuv tvjv tòìv Ztipcov <pii>vì)v ÈfZ9 aTtxci>Tépav Te elvai x a l Stà tìjv 7tpòi. cioè che Dio creò nel Cristo oppure Dio. perché per merito suo i semi dei nuo­ vi prodotti dovevano germogliare.. tÒ ótyiov £Ì'p7)TaL. l’Ebreo. TtVE? è<pavràa£b)a'av • ouxe cntóxo^ "rt? xal iroMYjpà Sóvafxii. . toù àépo? rJjv X foiv. introduction et traduction de S. Perciò nella costituzione del m ondo si metta da pa per il momento l'ipotesi d'un intervento della malvagità. Potrebbe darsi che in S. àépa. Anche lo Spirito di Dio aleggiava sopra le acque. e la potenza conferita dallo Spirito Santo. dal momento che la malvagità non è sostanza. altri il soffio di quest’aura vitale che emettiamo e aspiriam o7. 169. àXXà Sóvajuv xax9)v. uScop. 44 A (18 B ): E t e toù to Xlyet t ò reveùfxa.. Sé^ai Tà (x£pv) toO xófffxou xaTapiduoijvTà <roi tòv auyypaipéa. Trpò ^[x&v èyxpi&év. in quanto ha deviato dalla bontà della natura. Les édi- tions du Cerf. jiaXXov 8è afrrò t ò xaxóv. àXkà Siipou livSpòi.... 8 B as.. ben a proposito lo Spirito aleggiava sulle terre che si sa­ rebbero ricoperte di piante. Hexaem. 37 B (16 A ) Ofire o3v &(3oaao<. in armonia con l’opinione dei santi e dei fedeli. Efrem. Leggiamo infatti che anche lo Spirito Santo è creatore. com e sta scritto: Dalla Parola del Signore sono stati formati i cieli e dallo Spirito della sua bocca tutta la loro potenza. poi- 6 Bas.. Infatti. 44 B (18 C): ’ Epci aoi oùx l^iauTou Xóyov. x a l tou to xexu[Jiévov ì)Sv) xal £éovra. così qui risuona l’annuncio ispirato che Dio disse e Dio creò.. Homelies sur l’Hexaéméron. restava il perfezionamento della creazione nel­ lo Spirito. yv^v. Figlio di Dio. &<. E sebbene alcuni intendano l’aria. che è il Verbo di Dio. V erg.. 3). Ambrogio Syrus e Hebraeus fossero in realtà personificazioni: il Siro. noi. Tfj Ivvola tòìv rpa<pcov rcpoffEy- yt^eiv.. toctoùtov àtpecmjxÓTOi. cioè le fecondava perché des­ sero origine a nuove creature e col suo calore vi infondeva la vita. com e dal salmo conosciam o l’azione della Parola. 1’« uomo siro » citato da S. n. I . Texte grec. Secondo il Giet (B asile de Césarée. dtvTe^ayoiiévv) T(j> àya&<5. Hexaem. che è vicino all’ebraico e in moltissimi punti coin­ cide e concorda con esso nella lingua9. 7tap’ éauroO -rfjv dcpxV ^Xov> 4vrixet(ievov x a l èvavrlov rf) (Jya&ÓTYjTi toO 0eoO è^ yoO v- Tai t ò axóro?. E ’Ì te. 7 Cf. 9 Bas. ha questa lezione: E lo Spirito di Dio riscaldava le acque. com e disse il profeta: Manda il tuo Spirito.. xoafxixìji. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 63 alle potenze malvagie6. àvnxeifiivcùv. tv)v ’ EPpatSa yetTvlaatv (zSXXóv 7to><. Ambrogio è rivolta evidentemente contro i Manichei. ma acci­ dente. Il testo siriaco. Giet. è xal [iàXXov àXnjtì-étJTepóv I o t i x a l toù . 29. com e se il Signore avesse creato la loro malvagità. tòìv àX»]&ivòiv è7ucrT7)|X7)t. Sti inofajaev é ©eòq oòpavóv. oùx <*)? 7té<poxev è^youvrat àépa Tivà àipc&TNJTov. IlveOfia 0 eou . Hexaem. Premesso infatti che in principio Dio creò il cielo e la terra. creò oppure Dio creò per mezzo del Figlio. p.. Suvàfiscov nXijfloi.

qui fecit me*. 8. SER. h Is 1. i Ps 33. cum augustae huius decorem figurae mundus indueret? Numquid malitiam simul deus creauit? Sed ea ex nobis orta. 6. 29-30 legimus creatorem dicente Iob: Spiritus diuinus. Siue ergo sanctus spiritus superferebatur super aquas. DIES I . Hi ergo uolunt a domino deo nostro quattuor primum elementa generata. 30. 15. hinc pestis illa Manicheorum funesta sanc­ torum mentibus temptauerunt inferre contagia. hinc Valentini. sed mutabilitatis uitium et errorem prolapsionis. siue ut quidam uolunt aerem acci­ piant. Vbi igitur tenebrae nequitiarùm spiritalium locum habere potuerunt. cum satis fuerit spiritum nuncupare. ex quibus mundi species constat et forma. respondeant qua ratione spiritum dei dixerit. eo quod causae rerum ignis et aer. caelum terram mare aerem. Quid nobis ipsi in lumine uitae tenebras mortis inquirimus? Scriptura diuina sa- e Iob 33.64 EXAMERON. . Eradicari hanc deus uult de animis singulorum: quo­ m odo eam ipse generaret? Clamat propheta: Desinite a malitiis u estrish et praecipue sanctus Dauid: Desine a malo et fac bo­ num *: quom odo ei initium a domino damus? Sed haec opinio feralis eorum qui perturbandam ecclesiam putauerunt. 4. Hinc Mar- ciones. C. tenebrae contrariarum uirtutum super eas esse non poterant. non a creatore deo condita morum leuitate ge­ neratur non ullam creaturae habens praerogatiuam nec auctorita­ tem substantiae naturalis. I I . terra et aqua sint. ubi locum sibi tanta gratia uindicabat.

Il fondamento del suo sistema è il dua­ lismo. Dove dunque avrebbero potuto trovare posto le tenebre degli spiriti malvagi. nato da noi. perché fu oco e aria. La filosofia nel Medioevo. Perché andiamo a cercarci da noi le 10 Bas.. Anche se egli subì l’influenza dello gnostico Cerdone. ma solo il difetto della mutabilità e l’errore della caduta10. usci dalla Chiesa nel 144 e mori a Roma nella seconda metà del II secolo. aria. Marcione ammette l’esistenza di due Dei. trae origine dalla leggerezza del nostro agire... come potrebbe dargli origine? Grida il profeta: D esistete dalle vostre malvagità. Firenze 1973. senza avere alcuna pre­ rogativa di ente creato e senza alcun prestigio di realtà naturale. terra. Dopo una vita agitata. e soprattutto il santo Davide: Cessa di fare il male e opera il bene: com e potrem m o farlo derivare dal Signore? Ma questa è la funesta dottrina di coloro che vollero sconvolgere la Chiesa. 36D-37A (15 DE): Oùx'i Mapxttàvei. i Valentini. 11 Bas.. La perdita dei testi originali non permette di ricostruire con certezza i particolari delle sue dottrine. nó&sv s/ei tyjv «piiaiv. Partendo da tali principi. com e alcuni vogliono. 30. cielo. le tenebre di potenze nemiche non potevano stare sopra di esse dove egli con una gra­ zia cosi grande rivendicava la sua sede. Vedi anche 40 AB (16E-17A). (prjat. terra e acqua sono la materia originaria dell’universo e costituiscono la form a visibile del mondo. [ì7jte ày^vverov (iVjre 7rapà 0eoO yeyovós. Il Dio del Vecchio Testamento per formare il mondo avrebbe utilizzato una materia ch'egli non aveva creato e che sarebbe il principio del male. Dio buono. mentre sarebbe stato sufficiente chiamarlo « spirito ». i Marcioni. nacque il 14 aprile 216 in Ba­ bilonia. in una località vicina a Seleucia-Ctesifonte. Marcione nacque nel Ponto. Vedi G ilson . trad. G ilson . Hexaem. oùxl OuaXevrìvoi svtóuS-ev . Dio. op. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 65 ché Giobbe dice: Lo Spirito divino che mi ha creato. mare. Viene considerato uno degli gnostici di maggior rilievo. Valentino nacque in Egitto. pp. ape-c^v. Dall’etemità esistono due sistemi opposti. fondatore della setta dei Manichei. il secondo. nell’anno 85 c. Mani. la Luce . Tra i due Testamenti non c ’è alcun legame. 4245. Tò yàp elvai -rà xaxà oòSels àv-repet t£>v [iSTexóvTwv tou ptou. Tt o3v ipajiév . che vuole sradicato il male dall’animo di ciascun uomo. la pe­ stilenziale eresia dei Manichei tentarono di contagiare con germi esiziali la mente dei fe d e lin. studiò ad Alessandria e visse a Roma fino al 160. Vedi E. dicano perché l’autore sacro ha parlato di Spirito di Dio. "Oti tò xaxóv ècrciv oùx't oùata xal £p<JjuX°Ci àXXà SiàS-eai? èv ij'uXT) evorortti»? £xouaot ^pòi. sembra che il Marcionismo sia dottrina distinta dalla gnosi.. 37 CD (16CD): Eì xotvuv.. La Nuova Italia. pp. Hexaem. se invece. mori forse tra il 31 gennaio e il 26 febbraio 277 in Persia. il Bene il Male. si intende l'aria.. ital. rjv (rr)7teS6va ti? tòìv ’ExxXt)- <siiiv 7rpooei7t<i>v oùx à^ap-nriaeTai tou 7tpo<j7]xovro? . 4042. dove era stato im­ prigionato per l'ostilità dei magi. oùxl V) (38eXux-rf) tgì MavixaEcov ai'peat?. non costituito dal Creatore. Dio creatore e giusto. Costoro dunque vogliono che dal Signore nostro D siano stati creati anzitutto i quattro elementi. Fece fortuna come armatore. dato che il m ondo era rivestito della bellezza di questo aspetto maestoso? Forse che Dio ha creato contemporaneamente il male? Questo. a Sinope. 8là -rì)v ànò toO xotXoù d-rvómuiGiv toì? paS-ófioi? èYYiyvonéviq. cit. quello del Vecchio e quello del Nuovo Testamento: il primo. Se era lo Spirito Santo che aleggiava sopra le acque.

Simpliciter lege. Illae ex contrariis in con­ traria propositi deflexione uertuntur. istae non ex contrariis in aduersa deflectuntur. Tu ipse tibi causa es inprobitatis. erat. et erant super eam tene­ brae superfusae. unde habet natura malitiam? Nam mala esse in hoc mundo nullus sapiens denegauit. praeter unum. Quid ergo dicunt quod deus creauerit malum. qui solet et sub aquis latentia declarare. cum ex contrariis et aduersis nequa­ quam sibi aduersa generentur? Nec enim uita mortem generat nec lux tenebras. C. et terra erat inuisibilis: ex quo facta est. 31. . Non igitur ab extraneis est nobis quam a nobis ipsis maius periculum. uitae odorem fraglat. quae in­ curiosorum animis frequenter obrepit. excubias optende aduersus mentis tuae cogitationes et animi cu­ piditates. Quid alienam naturam ac- cersis ad excusationem tuorum lapsuum? Vtinam te ipse non in- 30. et erat inuisibilis. Quid igitur dicemus? Si enim neque sine principio quasi increata neque a deo facta. o homo. non quod erat. praecipiti Schenkt praecipitii omnes codd. Intus est aduer- sarius. ut suauitatem legens capias. DIES I . non tibi ipse foueam prauus interpres effodias. tu ipse dux flagitio- rum tuorum atque incentor criminum. Simplex sermo est quia fecit deus caelum et terram-. 19. 30-31 lutem suggerit. habitum tuae mentis explora. Propositum tuum speculare. fecit quod non erat. intus inquam clausus in nobismet ipsis. sed mentis atque animi deprauatio a tramite uirtutis deuia. I I . SER. sed ex eiusdem generis uel auctoribus uel causis creatae in similitudinem sui referuntur auctoris. quia exundabat aqua et operiebat eam. quia nondum erat lumen diei. Non enim sicut mutabilitates "adfectuum ita etiam generationum progressiones sunt. Sed ex his quae iam diximus possumus colligere quia non est uiua substantia. intus auctor erroris. 8. nondum solis ra­ dius. non praecipitii discrimen incurras. cum sit tam frequens in hoc saeculo lapsus ad mortem.66 EXAMERON.

quelli non assumono un andamento opposto in contrasto col precedente. de la Plèiade ». Hexaem. (poiTÓi. Questi passano da un atteggiamento a quello opposto per un mutamento di propo­ siti. tiexapoXaìt. . Come possono dire che Dio ha creato il male. P uech . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 67 tenebre della morte nella luce della vita? La Scrittura divina offre la salvezza. giu sta pp osti senza co n fo n d e rs i fra lo ro . Perché invochi e le T en ebre. Dentro di noi sta il nemico. tòìv S iaS iaeov èx tòìv èvavTttov irpòi. 37 D (16 D ). àr)p. Leggi con semplicità. ripeto. V ed i l ’a rtico lo di H. « E n c. il responsabile dei tuoi misfatti. bensì una perversione della mente e dell’animo. dtXX’ èx tòìv ójjioyevòiv SxacTOV tòìv yevo[iiva>v 7rpoépxerai. Sono parole sem plici12 Dio creò il cielo e la terra: creò ciò che non esisteva. Hexaem. rispecchiano l’immagine di chi li ha fatti esistere14. e sopra di essa erano stese le tenebre perché non esisteva la luce del giorno né un raggio di sole che suole rivelare anche ciò che sta nascosto sotto la super­ ficie dell’acqu a1S. G allim ard. pp . oùx èx tòìv èvavrttov. Che cosa diremo dunque? Se il male non è senza prin pio. Stà (ivjSèv tòìv èvavrt<ov Ttapà toù èvavrtou YtyveaSm.. 31.è'joQ 9jv ó ÒTtèp aùxou xexojiivoi. Ch. Sri àXafjt7r?]i. 12 B as. e non è stato creato da Dio. Tu stesso sei per te la causa della disonestà. se da principi contrari ed opposti non si producono in nessun m odo effetti opposti a se stessi? La vita non genera la morte né la luce le tenebre: i procedimenti con i quali si generano le cose non sono mutevoli com e i sentimenti umani. 13 B as. tu stesso l’istigatore delle tue colpe.. 14 B as . ma. Trj? -p)? Stà tòìv ù8à- tojv èSetxvuTo . ’AxtI? yàp ^Xtoo 8ts ùSà-rcov 8tixvou(jtévv] Setxvuai TraXXàxt? xà<. • èv 8è Tat? yevèasaiv. 16 B as. p. apposta delle senti­ nelle contro i pensieri della tua mente e le passioni dell’animo. Esamina il tuo pro­ posito... Ma da quanto abbiamo detto possiamo com ­ prendere che il male non è realtà vivente. 52*). come se fosse increato. o uom o.. xà èvavTta al (leTaaTacreic. ch e sem b ra in dica re p iu tto s to i m a li m ateriali. La gra fia Manicheus è usata nei c o d ic i prom iscu am en te c o n la p iù reg o­ lare Manichaeos (F aller. essendo cosi frequente quaggiù cader preda della morte. Quindi dagli estranei non ci proviene maggior pericolo che da noi stessi.oxiay. CSE L. è<mv àpx'J) otite rj vóao? ùyetai. ch e in d ica in vece il m ale m orale. èv Ttji (3ó9-ei <j«)<ptSa<. indaga la disposizione dell’animo tuo. Hexaem. Sijiitoupyói. II. 37 A (15 E ): IIS? o3v oùSèv fiépot. da quando fu creata. . che spesso si insinua nell’animo di chi non sta bene in guardia16. donde lo trae la natura? Infatti nessun sapiente ha mai negato la presenza di m a li15 in questo mondo.. L X X V III. fuorviante dal cammino della virtù. fra xaì èay. Pa­ ris 1972. non scavarti tu stesso la fossa con le tue false interpretazioni. deXX’ èv (xèv T a l.. esisteva ed era invisibile perché l’acqua traboccava e la ricopriva. 37 C (16 C): Où oùSè uapà 0eoO tò xaxòv yèveaiv eX^iv eùaepés I oti Xéyetv.. 15 Q ui mala. chiuso in noi stessi. prodotti da autori o da cause della stessa natura. 37 A (15 E ). esala il profum o della vita perché tu leggendo ne per­ cepisca la dolcezza ed eviti il pericolo del precipizio. non ciò che esisteva già.. Otire yàp T) &àvaTov yevva oure TÒ «jxótoi. e la terra era invisibile. dentro. si di­ stingue da malitia. Hexaem. dentro di noi chi ci induce alla colpa. in Histoire des religions. 523-645.

SER. quorum alia nobis ex natura. ut possit euadere0. 9. m 2 C o r 12. quia nec contraria istis in bonis habentur maximis. obnoxius morti est. o D eu t 19. Itaque non in uirtutibus. cohercere cupiditates. aegritudinem. mortem nemo sa­ piens mala dixerit nec in malorum sorte numerauerit. " 2 C o r 12. quorum igitur nos sumus do­ mini. quia caelum sicuti i 2 C o r 12. quia omne corpus umbram facit. Non otiose nobis excursus iste processit. 8. mala enim non sunt nisi quae crimine mentem inplicant et conscientiam ligant. Ideo etiam in iudiciis istius mundi uoluntarios reos. qua obum­ brat uel finitima uel inferiora et ea maxime quae operire atque includere uidetur. alia ex com m oditate accidere uidentur. Quod enim possumus non facere si nolimus. sed agnoscamus ea quae propria nostra sunt. Quid naturam accusas. inflammare ira­ cundiam uel inflammanti aurem accommodare. . ad reprimendas libidinés fortior. Quin etiam ipsius diuinae legis oraculo. poena condemnat. in nobis etiam indulgere luxuriae. diligere mansuetudinem. Includit autem caeli polus. 4-5. adolere libidines. accipit in- punitatis spem. Vnde ait aposto­ lus: Cum infirmor. 32. H oc igitur de eo quod proprie malum uidetur dictum sit. refugii facultatem. utinam non inuolueres aut studiis inmoderatioribus aut indignatione aut cupiditatibus. C. o hom o? Habet illa uelut inpedimenta quaedam senectutem et infirmitatem. I I . Neque enim si per furorem aliquis inno­ centem peremerit. Responsum quoque diuinum refulsit oraculo salutari quia uirtus in infirmitate consum m aturn. Illa cauenda quae ex nostra uoluntate prodeunt delicta iuuentutis et inrationabiles passiones corporis. Sed senectus ipsa in nobis moribus dulcior. In­ firmitas quoque corporis sobrietas mentis est. 9. Erant enim tenebrae de obumbratione caeli. Et certe in nobis est moderare studia. horum principia extrinsecus non requiramus nec diriuemus in alios. quae nos innexos uelut quibusdam retibus tenent. eleuari magis su­ perbia. DIES I . effundi in saeuitiam quam reprimi in humilitatem. huius electionem mali nobis po­ tius debemus quam aliis ascribere. ut probarem tenebras et abyssum simpliciter accipienda. 10. non ex necessitate conpulsos culpa astrin­ git. Cete­ rum pauperiem. ignobilitatem. ad constantiam subeundae mortis paratior. sed in infirmitatibus gloriabatur™. si quis per inprudentiam intulerit necem.68 EXAMERON. utinam non praecipitares. tunc potens sum *. cohibere iracundiam. in consiliis utilior. 31-32 pelleres.

la malattia. 17 A ). P a o lo . N o n t r o v ia m o n u lla d i t u t t o q u e s t o in S . con­ trollare le passioni. perché ogni corpo produce un’om bra co n cui oscura ciò che gli sta presso o al di sotto e specialmente ciò che sembra ricoprire e compren­ dere in sé. allora sono forte. Del resto nessun sapiente di­ rebbe mali né metterebbe nel loro numero la povertà. perché accusi la natura? Questa ha com e ostacolo la vec­ chiaia e la debolezza. com e dipende dai noi cedere alla lussuria. se volessimo. Perciò egli non si vantava per le sue virtù. Questa digressione non è stata inutile per dimostr che « tenebre » e « abisso » devono essere intesi in senso letterale. più ferma nell'affron- tare la morte. angelus satanae. Dice l’Apostolo: Quando sono debole. abbandonarci alla crudeltà piuttosto che vincere il nostro orgoglio ed amare la mansuetudine18.. altri per favorevole combinazione — sono considerati tra i beni più grandi. Anche la risposta19 del Signore ebbe la luce d’una rivelazione salutare: La virtù si per­ feziona nella debolezza. Hexaem. frenare l'ira. Ma la stessa vecchiaia diventa in noi più mite di carattere. com e abbiamo dimostrato sopra. la facoltà di trovarsi un rifugio per evitare la pena. perché il cielo si estende a guisa di volta. E la volta celeste abbraccia l ’universo. ha la speranza di non es­ sere punito.. Dobbiamo guardarci dalle colpe giova­ nili che derivano dalla nostra volontà e dalle cieche passioni della carne. montare in superbia. perché nemmeno i loro con­ trari — eilcuni dei quali sembra ci accadano per dono di natura. . dunque. B a s ilio . non chi vi è stato costretto da una forza estranea. anche secondo il comandamento della stessa legge divina. ma ricono­ sciamo le nostre personali responsabilità. Anzi. magari non ti lasciassi prendere dai desideri smoderati o dall’ira o dalle passioni che ci tengono impigliati com e in una rete. 18 S . Basti questo. q u a n d o q u e s ti l o p r e g ò d i lib e r a r lo d a llo stimulus carnis. 40 A B <16 D E . accendere la libidine. potremmo non commettere. A m b r o g i o s i d i f f o n d e q u i i n c o n s id e r a z io n i m o r a li a llo n ta n a n d o s i d a l te m a . 19 S i t r a tt a e ffe t t iv a m e n t e d e lla r is p o s t a c h e il S ig n o r e d ie d e a S . infiammare l’ira o prestare orecchio a chi l’at­ tizza. Di 17 B as. Se in un accesso di pazzia uno uccide un innocente. Le tenebre infatti dipendono dall’oscuramento del cielo. quindi non cerchiamo fuori di noi e non attribuiamo ad altri le cause di ciò che dipende dalle nostre decisioni.. chi uccide involontariamente. O uo­ mo. a proposito del male propriamente detto. la morte. Dobbiamo imputare a noi piuttosto che agli altri la scelta di quel male che. E certamente dipende da noi moderare i desideri. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 69 una natura estranea per scusare le tue cadu te?17 Magari non fossi tu stesso a spingerti al male. a farti precipitare nell’abisso. 32. infatti non sono mali se non quelli che coinvolgono la mente in una colpa e vincolano la coscienza. più forte nel soffocare le passioni. non per questo è soggetto alla condanna capitale. Anche nei tribunali di questo mon­ do sono riconosciuti colpevoli e condannati ad una pena solo co­ loro che hanno voluto commettere un delitto. l'oscurità della nascita. ma per le sue debolezze. più utile nel consigliare..

ubi diuina incipere habebat operatio. SER. porci autem se in stagnum aquarum prae- cipitaueruntp. quem sol meridianus inluminat. 8. b 1 T im 6. sed quasi umbra se­ cuta est mundi corpus caligo tenebrarum. nonne quo splendidior foris species loci eius effulgeat. Nam abyssum multitudinem et profundum aquarum dici lectio euangelii docef. 9. . Caput IX 33. nisi quod atro inhorrescat situ atque offusione tenebrarum? Istae ergo te­ nebrae super aquarum abyssos erant. Itaque momento diui- nae praeceptionis mundus adsurgens intra se inclusit umbram. 31-33. Fiat inquit lux. ubi rogabant saluatorem daemonia. 33 camera extenditur. Non ergo principalis erat tenebrosa substantia. nisi a lumine. quemadmodum supra demonstrauimus. quae oculis corporalibus conprehenderetur. locum aliquem repente obsaepiat et densis ramorum frondibus tegat. ne iuberet illis ut in abyssum irent. Merito ergo praemissus est spiritus dei. Et spiritus inquit dei superferebatur super aquas. quia lucem habitat inaccessibilem b. unde mundi ornatus nisi a luce exordium sumere? Frustra enim esset. quod inluminat omnem hominem uenientem in hunc m undum c: sed eam lucem fieri uo­ luit. Sed qui docebat uoluntates daemoniorum non esse faciendas praecepit illis ut irent in porcos. si non uideretur. C. et erat lumen uerum. I I . Qui aedificium p L c 8. Vnde uox dei in scriptura diuina debuit incohare. 2-3.70 EXAMERON. ut si quis in campi medio. ut quod recusabant daemonia non euaderent. 9. C. a G e n 1. = I o 1. dixit deus: Fiat lux*. sed digno praecipitio demergerentur. DIES I . hoc hor­ renti desuper scaena gurgustium eius intus obscurius fit? Aut unde antrum clausum undique huiusmodi locum uocarunt. 16. 32 . Erat ergo haec mundi inconpo­ sita species et forma. Erat quidem deus ipse in lumine.

. Queste erano le tenebre che stavano sopra l'abisso delle acque. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 71 conseguenza le tenebre non erano una sostanza originaria. Questi erano dunque l'aspetto e la confi­ gurazione del m ondo ancora informi. Donde avrebbe dovuto prendere le mosse la voce di Dio nella Scrittura divina se non dalla luce. aleggiava sopra acque.. Dict. t o c o i v àg p óo*. affinché i demoni non sfuggissero alle pena cui avrebbero voluto sottrarsi. non è forse vero che quanto più luminoso risplende aH’esterno l’aspetto di quel luogo. étym. ma volle che ci fosse una luce percepibile da occhi corporei.. Aen.. tanto più oscuro.. hor- rentique atrum nemus imminet umbra. Sia fatta la luce. Hexaem. dice la Scrittura. P a ris 1968. Ben a ragione fu messo innanzi lo Spirito di Dio. donde se non dalla luce avere inizio l'abbellimento dell’u n iv e r s o ? E s is te re b b e inutil­ mente se non si vedesse. nell’attimo stesso dell'ordine divino. sub uoce. V erg. àXXà ità&o? e lv a i Kepi tòv àépa arep^aei «p&iTÒs èTuyi- vójievov. L ’A lb in i tr a d u c e : « M a s o p r a è s c e n a d i v ib r a n t i s e lv e / e c u p o r e z z o d i b o s c a g lia b r u n a ». 164-5: Tum siluis scaena coruscis / desuper. 21 C f. ma fossero sommersi in un abisso degno di loro. per il cupo scenario che in alto lo ricop re21. ma la loro caligine si accompagnò com e un'om bra al corpo del mon­ d o 20. Chi desidera costruire un edi­ ficio degno d ’essere abitato da un capofamiglia. 1 B as . ne recingesse un tratto e lo ricoprisse con fitto fogliame. Ma colui che insegnava non doversi fare la volontà dei demoni. 40 C (17 B): A éyojxev (ièv toIvuv x a l toùto tò cxóto<. E lo Spirito di Dio. ed era luce vera. Perciò. 44 C (18 E ): I lp tin g <pcov)] © e o o «p on ò. Capitolo 9 33. che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. perché abita ima luce inaccessibile. K lin c k s ie c k . 22 Antrum è c a l c o la t in o d a l g r e c o fivrpov. tpuatv èSir)[xiotipYi)- ce v . Hexaem. comandò loro di entrare in un branco di porci che si precipita­ rono in uno specchio d'acqua. t ò v x ó a fio v è<patSpuve... se uno. v e d i P. E Dio disse: « Sia fatta la luce ». I . x a pteaaav x a l r]8etav èmrjYayev. de la langue grecque. apparirebbe aH’interno il suo tugurio? O perché hanno chiamato antro un luogo chiuso ugualmente da ogni parte se non perché appare sinistro per l'atro squallore e le tenebre che lo invadono?**. dove stava per cominciare l'opera divina. Veramente Dio stesso era nella luce. prima di gettare 20 Bas.'’(i^ xaT* oùaÈav ùipsa'njxévat. è<pàvi<rcv. C hantraine. nel passo dove i demoni pre­ gavano il Salvatore che non ordinasse loro di andare neU’abisso. I . nel mezzo di un campo illuminato dal sole del meriggio. t ò o x ó t o i . rfjv xa-rfjcpetav SiéXuaev. Infatti il testo del Vangelo insegna che si chiama « abisso » una massa enorme e profonda d'acqua. . il mondo na­ scente incluse in sé la propria ombra: così.

Et dixit deus: Fiat lux. et operationis molimina nemo deprehendit: uidit. tenebras inluminauit. Naturae opifex lucem locutus est et creauit. sed operationis resplendet effectu. Fiat in­ quit lux. et sonum uocis nullus audiuit: discreuit. ut mundum ipsum infuso aperiret lumine atque eius speciem ue- nustaret. Auctor ergo lucis deus. Pulchre itaque et proprie dixit: Facta est lux.72 EXAMERON. clariora faciat ea quae profundi tegebantur occultis? Dixit deus non ut per uocis organa quidam sonus sermonis exiret nec ut linguae motus caeleste for­ maret adloquium atque aerem istum quidam uerborum strepitus uerberaret. Non ideo dixit ut sequeretur operatio. * P s 148. quando si quis inter aquas mersus oleum ore miserit. 34. opus dei natura est: lucem creauit. d G en 1. Resplenduit subito igitur aer et expauerunt tenebrae noui luminis claritate. Sermo dei uoluntas est. E t uidit inquit deus lucem quia bona. locus autem et causa tenebrarum mundus est. DIES I . quae reliquos domus conmendat ornatus. 5. i G en 1. 3. . 9. repressit eas et quasi in abyssos demersit repente per uniuersa mundi fulgor lucis infusus. C. E t facta est lux d. Et ea prima est gratia. quae si desit. et oculorum eius intentionem nullus aspexit. sed dicto absoluit ne­ gotium. quia dictum inpleuit effectus. SER. Plena uox luminis non dispositionis apparatum significat. Sed bonus auctor Ita lucem dixit. I I . Sicut enim cito lux caelum terras maria inluminat et momento temporis sine ulla conprehensione retectis surgentis diei splendore regionibus nostro se circumfundit aspectui. Et discreuit inter lucem et tenebras et uidit deus luc quia bona e s t 1. sed ut uoluntatis suae cognitionem proderet opera­ tionis effectu. Quid miramur si deus locutus est lucem et caliganti mundo lumen emicuit. Vnde pulchre Dauiticum illud dixit et facta su n te. Lux est. tota domus deform i horret in­ cultu. 33-34 aliquod dignum habitaculo patris familias struere desiderat. 4. Dixit. unde lucem ei infundat explorat. ita ortus eius cito debuit explicari. an­ tequam fundamentum ponat.

in i Tà Spia éauroO TOXvraxo’J 7tapa- rcé|«rov.a Xéytojiev. E la luce fu. È la luce che dà risalto alle altre qualità della casa. p .. Kaì tò 7tpó- aray^a Èpyov ?jv. TU7toti(ievov t ò v &eiov Xóyov voou^iev. Ma nella sua bontà il Creatore disse luce. Perché ci meravigliamo se Dio disse luce e nel m ondo tenebroso brillò la sua luminosità. e con proprietà la Scrittura disse: Fu fatta la luce. senza incontrare ostacolo. L’autore della natura disse luce e la creò. disse.. . Tèa? tcù (ncÓTtp x a l t ò dtar’ aÒTOu xàXXos toctoOtov. fiaXXov Sè èyxexpa[iivov éauTtó oXov SióXou <P“ S. op. il mondo invece è il luogo e la causa delle tenebre. ma con la parola com pì l’o p era 2.. se uno immerso nell’acqua emet­ te dell’olio dalla bocca. 4 B as. la terra. èvéSijxe. E Dio vide. où Slà <p<ùvt)tixg>v òpyàvtov ix7refj. è tcohjt})? tuv oXojv t<!> tJ)v toO (ptoTÒ? /àpiv àS-póoi. vide. si sparge intorno ai nostri oc­ chi rivelando con lo splendore del giorno gli spazi del cielo. Sia fatta la luce. e Dio vide che la luce e un bene. Non parlò perché seguisse l’azione. e nessuno udì il suono della sua voce. 45 B C (19 C ): "O r a v Sè <p<t>vj]v ènl 0eoO x a l pij[xa x a l npó- <JTay|j.. percuotere quest’aria col rumore delle parole. Parlò.. Ben a propo­ sito. con la stessa rapidità dovette irraggiarsi al suo primo sorgere. E separò la luce dalle tenebre. àXXà tìjv èv t ù S-sX^jjiaTi £o7rì]v Slà t ò t o ì ? 8 i8 a o x o (ié v o is eùouvo7ttov ^yoiS[ie$a èv eXSei up oaray^aT O ? o x TltAIXT^' &a&ai. N o i n o n n e s a p p ia m o n u lla . Hexaem. e nessuno osservò la tensione del suo sguardo. separò. 34... E que­ sto è il prim o pregio. Hexaem. 44 C (1 8 E -1 9 A ): Oùpocvó? te yàp è^e^àvn) XExaXu|jLfiévo<. n . Hexaem. perché l’effetto adempì la parola. fatta. auyiji. Come la luce illumina rapidamente il cielo. 172. 45 B (19 C ): oCtcùi. La parola di Dio è la sua volontà. Dunque Dio è l’autore della luce..ol (lapTupouai.7ró(j. dunque. cit. Dio parlò non cosi da emettere un suono articolato per mezzo degli organi vocali né da com porre il discorso divino col movimento della lingua e. rende più visibili gli oggetti nascosti sul fon do?4.. ma le opere 2 B as . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 73 le fondamenta esamina da qual parte farvi entrare la luce. 45 B (19 B C ): "Clonep yàp ol èv t<ù (ìuS-g) èviévre? t ò &aiov xaraipàveiav è|i7roioO<Ji èv tcò tó jk ii . Perciò ben a proposito è stato detto il versetto davidico disse e cielo e terra furono fatti. Hexaem. cosi da svelare ii m ondo stesso infondendovi la luminosità e da abbellirne l’aspetto. i mari e in un istante. Non vide cose che ignorasse né approvò cose che precedentemente non sapesse o non avesse visto. o<jom &ri x a l vuv òq>fraX[i. dice la Scrittura. revqS-rjTco 9c5<.evov (|>ó<pov oùSè àépa Sià YXtiiaoiQi. v e ­ di G iet . nel suo pieno valore. E Dio disse: « Sia fatta la luce ». mancando il quale tutta la casa ti respinge squallida e trascurata. dal m omento che... B as . ma in m odo da far conoscere la sua volontà con gli effetti della sua azione5. illuminò le tenebre.. è^eta? t ò ? SiaSóoei? tt)<. ma lo splendore dell’azione attuata. e nessuno percepì la grandiosità dell’azione. 5 B as . 1. La parola luce. per cosi dire. l'opera di Dio è la natura: creò la luce. non significa i preparativi per disporne l’esistenza. che la luce era un bene. IIepieXà[jL7teTo Sè àif)p. Rifulse tosto l’aria e arretrarono sbigottite le tenebre allo splendore di quella luminosità nuova e il fulgore della luce diffuso per tutto l’uni­ verso le scacciò e com e le sommerse negli abissi3.

sed gratiam suam. . e Ps 33. tenebras abscondit. ut non in numero. Diem sol clarificat. non in pondere ut alia. sed omnis eius in aspectu sit gratia. 34-35 . lux facit. Caput X 36. sed generale iudicium est. cur prius uesperum. 10. quae uidendo conplacet. Propriis itaque sermoni­ bus naturam lucis expressit. 9. 35. DIES I . quanto magis deus omnia quae probat uidet et quae uidet probat secundum quod scriptum est quia oculi domini super iustos ®. dies unu Quaerunt aliqui. ut separata lucis natura atque tenebrarum nihil uideatur intra se habere confusum. A quo iure prima laudatur. non in mensura. ne forte noctem prius quam diem significare uideatur. Lucis natura huius- modi est. cum uidentur.74 EXAMERON. E t factum est uespere et factum est mane. Vi­ dit ergo deus lucem et uultu suo inluminauit et uidit quia bona est. Itaque non in splendore tantummodo. Non ex parte dei. h Gen 1. I I . SER. 5. ut sol tegatur nec ullus radius eius appareat. quoniam ipsa uidendi officium subministrat. E t uocauit deus diem lucem et tenebras uocauit noctem ut et nomine ipso diem noctemque distingueret. Quodsi aput nos oculis iudicium emittitur. Vnde et discretio fit inter lucem et tenebras. ut ex­ terno commendatore non egeant. Suo enim utitur testimonio. postea mane scriptura me- morauerit. 5. prin­ cipia enim diei noctis exitum eludunt finisque temporis et status limes nocti et diei uidetur esse praescriptus. ut etiam cetera mundi membra digna sint laudibus. Aduertimus ita­ que quod lucis ortus ante quam solis diem uideatur aperire. quoniam ipsa fecit. lux tamen diem monstrat. quibus simul et gratia uenustatis et rerum natura conprehenditur. Frequenter caelum nubibus texitur. 16. 36 Nec quod ignorabat uidit nec id quod nesciebat ante aut non uiderat conprobauit. a Gen 1. C. sed bonorum operum proprium est. C. Nec inmerito tantum sibi prae­ dicatorem potuit inuenire. non alieno suffragio. sed in omni utilitate gratia lucis probatur. Plus est quod probatur aspectu quam quod ser­ mone laudatur. ipsa testentur.

e cioè che gli occhi del Signore vegliano sui giusti. Infatti gode della propria testimonianza. éXkà xal Tcpi? tJjv eli. E Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre no in m odo da distinguere anche con il nome stesso il giorno dalla notte. 48 B (20 AB): Kal Siexcbpiasv 6 ©eò? àvà (iéoov toù 9ti)TÒ? xal àvà (iéaov toO oxótou?. un giorno. mediante i quali percepiamo l’attrattiva della bel­ lezza e la natura delle cose. . Perciò avviene anche la separazione fra la luce e le tenebre.. mentre il sole gli dà splendore. fiaiXTOV ùtcSv tJjv 9Ù0W xal xa-r’ èvavrEoaiv àvrixei|jivr)v 6 0eò? xaxeaxeuaae. com e sta scritto. infatti l’inizio del giorno segna la fine della notte e sembra che al giorno e alla notte sia stato fissato un termine di tempo e un confine di luogo.. Per­ tanto Dio con le sue parole definì la natura della luce. la fece risplendere col suo volto e vide che è un bene. E venne sera e venne mattino. Da lui a buon diritto è lodata per prima. una volta separata la sostanza della luce da quella delle tenebre. Tourécmv. 7uocpa7ré[«tei r?]V xpEciv. nella gran­ dezza.oì<. Non a torto potè trovare un così grande esaltatore. Ora noi osserviamo che il sorgere della luce prima di quel­ lo del sole sembra schiudere il giorno. preoccupati che per caso non sembri dare la precedenza alla 8 Bas. non dell’appro­ vazione altrui. che al solo vederla reca piacere.. 7 Bas. Che se noi ci form iam o un giudizio servendoci degli o cc h i6. poiché essa sola consente la funzione visiva. Alcuni si ch dono perché la Scrittura abbia ricordato prima la sera. ma nell’essere vista. toìi.. La natura della luce è tale che tutta la sua bellezza non consiste nella quantità. ma è un giudizio univer­ sale. Hexaem. Non è solo un giudizio da parte di Dio. 48 AB (20 AB): "ErceiTa vuv f) toù 0eoO xptoi? rapi toò xaXoù. Spesso il cielo è coperto di nubi così che il sole è nascosto e non ne appare alcun raggio. tuttavia la luce indica il giorno e nasconde le tenebre. è<pSttXt«. Vide dunque Dio la luce.. Perciò la bellezza della luce viene lodata non soltanto per il suo splendore. perché. Capitolo 10 36. ma per tutti i vantaggi che re ca 7. perché fu essa a far sì che anche tutte le altre parti del m ondo siano degne di lode. oò TtàvTG-repò? t& Iv 8<pei -rep7wòv àitopxé7tovro?. Hexaem. Conta di più ciò che si approva con lo sguardo di ciò che si loda con la parola. 45 C (19 D): Kal mxp’ ^ptìv ’8è 6 Xóyoi. 8 Bas. È la luce che fa il giorno. IIXeEorcp yàp Tcji [x£aq> Siécnqxe ire’ àXX^Xoiv aùxà xal Sicopicev. flc-cepov à7t’ aÙToij cixpéXeiav irpoopci>(iévou YeyivTjTai.. non sus­ sista tra loro confusione di sorta 8. bensì di attestare esse stesse i propri meriti. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 75 valide hanno la particolarità di non aver bisogno di chi le lodi dall'esterno. 35. quanto più Dio vede tutto ciò che approva e approva ciò che vede. poi il mat­ tino. nel peso com e per le altre cose. Hexaem.

deinde quod uespe- re finis diei sit et mane finis noctis. 9. non dixit et noctes. Sicut igitur circuitus unus ita unus dies. 10. C. Sicut enim uirorum generatio conputatur et intellegitur etiam fe­ minarum.76 EXAMERON. Ergo ut praerogatiuam et primatus natiuitatis diei daret. quia nectuntur secunda potioribus. Eo usque autem noctem diei scriptura anteferre non potuit. I I . Vnde et saeculum unum interdum scriptura dicit *> Gen 47. siquidem et Iacob dixit: Dies. c Ps 22. unde aduertimus ea quae nunc in specie historiae traduntur uim statuisse legis in posterum. nam cuturo secundo et tertio die et deinceps reliquis primum potuit dicere — et hoc ordinis uidebatur — sed legem statuit. 37. ut potiori appellationem deputet. 36-37 Nec aduertunt prim o quod praemiserit diem dicendo: E t uocauit deus diem lucem et tenebras uocauit noctem. prius finem diei significauit. i Ps 89. DIES I . Est autem haec circuitus figura a se incipere et in se reuerti. 10. Principium ergo diei uox dei est: Fiat lux. Finis diei uespera est. quod in se quasi in unum redeat diem et quasi sep­ ties in se recurrat. Iam sequens dies ex noctis fine suc­ cedit. ut et diei et noctis tempora diei appellatione concluserit et tamquam prin­ cipalis auctoritate nominis uindicauerit. quia diem primo uocauit lu­ cem et secundo uocauit tenebras noctem. . ut XXIIII horae diurnae atque nocturnae diei tantum nomine definiantur. Nam plerique etiam ebdomadam unam unum diem dicunt. 6. deinde postea finem noctis adiunxit. Praeclare etiam unum. Sententia autem dei euidens. post quam secutura nox esset. ut si diceret: XXIIII horarum mensura unius diei tempus est. et facta est lux. frequentibus exemplis probamus. uitae meae pu­ silli et m alib et iterum: om nes dies uitae m ea ec et Dauid posuit: Dies annorum meorum d. SER. non primum diem dixit. Et hanc scripturae esse consuetudinem. ita etiam dies nu­ merantur et noctes aestimantur adiunctae.

Hexaem. cosi non c'è che un solo « giorno ». alla quale sarebbe seguita la notte. De opif. (lérpa aòrqi xal tnjjieìa xà tSto fjfiepSto è7cé(ìaXe 8iaar^(iaTa. com e se avesse detto: La misura di venti- quattro ore è la durata di un g io rn o 5. e Davide scrisse: I giorni dei miei anni. Ajiche Origene (Hom. Infatti. ^toi tò [térpov T]|jipa.) usa dies una.. 37. xal è|38ó|jLaSi aÙTÒv èx|ierpcùv. xal vuxtòs irepiopl£a>v xal auvàirrtov toù ^(xepovuxrtou tòv xpóvov. V)[iépa xaì vut. Non si rendono conto anzitutto che ha nominato per prim o il giorno dicendo: E Dio chiamò la luce giorno e le te­ nebre notte. 5 Bas. ma stabilì la leg­ ge che siano indicati col solo nome di « giorno » le ventiquattro ore diurne e notturne.. La fine del giorno è la sera... Cf.. mundi. èipeTto- (JlévT)? T>)£ VUXTÒ? Tfl Y)[iipa.. Da ciò comprendiamo che la presente narrazione sto­ rica ebbe efficacia di legge per l’avvenire4. tò>v elxo- ciTeadàptùv <bp<ov [ita? T)(jipas èxjrX7)pouaG>v 8iàoT»)(i. poiché la sera è la fine del giorno e il mattino la fine dèlia notte. 49 C (21 AB): . Hexaem.. Hexaem. Principio dunque del giorno è la parola di Dio: Sia fatta la luce e la luce fu fatta. apud Ruf. 49 A (20 D).. npÓTepov elire tò 7tépai. eira tò t% vuxtó?. 4 Bas. 1. ài. TVjv épSófiaSa 8è 7tdtXiv èxuXvjpoijv t})v T)[jipav [xtav . prima indicò la fine del giorno.a. àXXà TCjS èmxpaToOvri ttjv 7raaav 7tpocnf]Y°P^av à?tévei[«. 3 (I. per cosi dire. 3 Bas. è^api&jj. E questa è la figura della circonferenza: da se stessa comin­ ciare e ritornare su se stessa®. 2 La Scrittura auctoritate nominis principalis rivendica per il giorno tempora diei et noctis. 49 AB (20 E): ’AXXà [itav el7tev.. non disse anche le « notti ». ó rì)v toù xpóvou cpicriv xaTaoxeuàoa? Osò. chiamando « giorno » l’intero periodo di ventiquattro ore. Hexaem. àel TÌ)v é|38ó(iaSa et? éaurJjv àvaxuxXoua&ai xeXeiisi. cosi si con­ tano i giorni e le notti si considerano tutt'uno con essi. e ancora si legge: Tutti i giorni della mia vita. Come non c'è che una circonferenza.. Dunque. Per la stessa ragione talora la 1 Bas.où- aav toO XP&vou 'rfjv xtvrjaiv. Infatti Giacobbe disse: I giorni della mia vita sono stati pochi e tristi-. in Gen.. 4. avrebbe potuto dire « primo » — e ciò sembrava corrispondere alla successione — . Con assoluta esattezza parlò anche di un giorno anzi di « prim o » giorno: rispetto al secondo e al terzo giorno che sa­ rebbero seguiti e via via agli altri. di chiamare cioè in primo luogo giorno la luce e poi notte le tenebre.. P h il o . E che sia consuetudine della Scrittura di assegnare il nome a ciò che ha maggior rilievo3.. 6 Bas. 3. f)[iépai.. 36. I. che anzi comprese sotto il nome di « giorno » la du­ rata del giorno e della notte e la rivendicò ad esso con l'autorità del nome più im portante2. ricomincia sette volte... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 77 notte sul giorno. dimostriamo con numerosi esempi. per dare la precedenza e il primato dell'esi- stere al giorno. 12 C).. •fqc. Mol­ tissimi chiamano « un giorno » anche una settimana perché ritor­ na da capo com e un sol giorno e.. E già subentra il giorno seguente a co­ minciare dalla fine della notte. quindi aggiunse la fine della n otte1. D'altra par­ te era così inammissibile che la Scrittura potesse anteporre la not­ te al giorno. È evidente il pensiero di Dio. 49 A (20 CD): Kal oùxéri 7rpoaEyópeuaev. 48 C (20C): "Iva Totvuv xà rcpecpeìa -rife Yev^aetù? àrroSài Tfl ^)[iépqt. Hexaem. come con « genera­ zione degli uomini » si computa ed intende anche quella delle don­ ne perché il secondario si aggrega al più importante.

cui est honor laus gloria potestas cum domino nostro Iesu Christo et sancto spiritu a saeculis et nunc et semper et in omnia saecula saeculorum amen. ut et a luce incohare diem doceret et in lucem desinere. 13. . nisi fuerit expletum. EAmos 5. Non enim est integrum diei tempus et noctis. 38. « Mt 13. C. non dicamus: Tenebrae et parietes operiunt nos. 18 (26). Vnde et nos semper quasi in die honeste ambulemus et abiciamus opera tenebrarum ‘. 10. DIES I . i Rom 13. Et hic tenebrae et non lux. uidetur magis diuersitates statuum publicorum uel negotiorum significare quam saeculorum successiones aliquas definire — quia dies domini magnus et prae­ claruse et alibi: V t quid uobis quaerere diem dom ini?1. manifestum est enim quod male consciis et indignis dies ille tenebrosus sit. 43. Ceterum quod sine interpellatione noctium et successione tenebrarum dies perpetuus ille renumerationis aeter­ nae futurus s it h scriptura nos docet. 38. 1. * Ioel 2. 10. Pulchre autem uicem utramque unum dicturus diem m tutino eum fine conclusit. praeter unum. quo fulgebit innocentia et mens noxia cruciabitur*. et passim. i Rom 13. 11. Sed sit in nobis amor lucis et cura honestatis. 37-38 — nam etsi aliis locis saecula appellat. SER. cf. Pulcre Schenkl pulchre omnes codd. et quis scit si uidebit ditissimus? m. quae somno et obliuione transcurri­ tur. 18. 12. Noctem enim ad quietem corporis datam esse cognoscimus. n Mt 5.78 EXAMERON. I I . non ad muneris ali­ cuius et operis functionem. ” Eccli 23. » Is 60. 19-20. cubile et inpudicitia1. ut tamquam in die ambulantes opera nostra coram deo lucere cupiamus n. Non sit in nobis comisatio et ebrietas.

. tmdtxiq aùrJjv els éaur»]v àva<rrpé<pou<Tav. Altrettanto si dica per Amos. La Vulgata ha: magnus enim dies Domini et terribilis ualde. touto 8è xuxXtxóv èuri tò cx^Ha> à<p’ èauroù àp/eaS-ai xal si? èaorò xaraX^yeiv. 9 B as . Hexaem. Sappiamo che la notte è stata data per il riposo del corpo. Uva t I au-tr) -J)[ùv 7) f)[iépa toO Kuptou. perché è manifesto che. per coloro che hanno una cattiva coscienza e sono indegni. Del resto la Scrittura ci insegna che il giorno senza fine del premio eterno non avrà l’intervallo delle notti e la successione delle tenebre. 11 dai Settanta: 8lóti (ìey<4X7) "f) T](iipa tou KupEou. com e di g iorn o9. affinché. àXX’ oiì>xl Ttspiypaipài. xal oò <pS?. e perciò si trascorre nel sonno e nell’oblio. non per svolgere qualche com pito o attività.. non diciamo: Le tenebre e le pareti ci nascondono. 18: . Non siano in noi gozzoviglia ed ebbrezza. 7rapexó- (isvo? ■Jjfùv à? èv Y](iépa eùaxv)(xóv(ù? topitoxteìv . tenebrae et non lux. ctpóSpa. desideria­ mo che le nostre opere risplendano al cospetto di Dio al quale è onore. xal TtépaTa xal SiaSo/à? atcóvcov èx toótou Setxvua&ai . potere. 5... sembra piuttosto indicare la diversità delle situazioni o delle attività sociali che definire una successione di secoli7 — dicendo che il giorno del Signore è grande e illustre e altrove: A quale scopo per voi cercare il giorno del Signore? Qui però si parla di tenebre e non di lu c e 8. è giorno di te­ nebre quel giorno in cui risplenderà l’innocenza e l’anima colpe­ vole sarà soggetta a tormenti. Amen.... e chissà se l'Altissimo riu­ scirà a vederci? Siano invece in noi amore per la luce e cura per l’onestà. Egregiamente poi. neyàXY) xal èm<pav))i.. com e camminando alla luce del sole. 7 B as . 38. Anche noi camminiamo sempre compostamente.. xal aòrfj èortv oxótoi. con il Signore nostro Gesù Cristo e lo Spirito Santo dall’eternità e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli... e re­ spingiamo le opere delle tenebre. lo fece terminare la mattina per insegnarci che il giorno comincia dalla luce e in essa ha fine. . £>gts (jlSXXov xaTaaràceov xal npay- (xàTtùv 7toixlXojv Siaipopà?. dove la Vulgata ha: Dies Domini ista. La durata del giorno e della notte non è intera se non è finita. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 79 Scrittura parla di un secolo — sebbene in altri passi parli di « se­ coli ».. Ambrogio traduce Gioele. 2. Hexaem. lode. 52 A (21 C): . libidine e impudicizia. volendo chiamare un giorno l’awic darsi della luce e delle tenebre. gloria.. 8 S.. 52 B (21 E): ('0 Ila-r^p toù àXvj&tvoG (porrò?).

discretionem factam lucis atque tenebrarum dei omnipotentis et domini Iesu Christi. mirum admodum coaeter­ nam deo materiem decorem sibi non potuisse conferre. sed tamquam operator naturae. In quo conditum caelum. quae sub­ stantiam non a creatore acceperit. quo fundamenta rerum omnium posita et causae» esse . uidetur ergo deo creandae potestas materiae defuisse et ab ea operationi subia- centia mutuatus: si uero inconposita. non conferendus cum ceteris tamquam dies pri­ mus est. terram creatam. Nam quom odo sibi conueniunt operatoria inpassibilis dei uirtus et passibilis materiae natura tamquam altera ab altera quo indiguerint mutuantes? Nam si increata materia. in qua posset operari. ut quae discreta natura sunt in unitatis et pacis uinculum uelut indiuidua conpassione nectantur? Aut quis haec uidens possibilitatem rationis infirmo ingenio rimetur? Quae omnia uis diuina inconprehensibilis humanis mentibus et ineffa­ bilis sermonibus nostris uoluntatis suae auctoritate contexuit. Vnde excipiendus a ceteris tam­ quam dies unus. contulit autem figuram. DIES SECVNDVS SERMO III Caput I 1. non tamquam figurae inuentor. Diem primum uel potius unum — maneat enim ei prop tici praerogatiua sermonis — ut potuimus absoluimus. aquarum exundantiam. sed sine tempore ipsa posse­ derit. Fecit igitur deus caelum et terram et ea quasi auctor e praecepit. sancti quoque spiritus ope­ ratione cognouimus. circum­ fusum aerem. quae decorem inuentis rebus adferret. 2. Quis ergo non miretur dissimilibus membris disparem mundum in corpus unum adsurgere et insolubili con­ cordiae caritatisque lege in societatem et coniunctionem sui tam distantia conuenire. Plus ergo inuenit operator omnium quam contulit: inuenit materiem.

trabocca­ rono le acque. Abbiamo terminato.. eterogeneo per la diversità delle sue parti. Perciò il giorno della creazione deve essere distinto da tutti gli altri com e un giorno. Chi dunque non resterebbe stupito al vedere il mondo. Come possono l'impassibile po­ tenza creatrice di Dio e la passibile natura della materia accordarsi tra loro quasi prestandosi reciprocamente ciò di cui hanno biso­ gno? Se la natura fosse increata. . la trattazione del prim o o piuttosto di un g iorn o1. 52 C (22 A): Tà T7)? (iòcXXov 8è Tà -ri). non abbia potuto conferirsi la bellezza. |uàS. fu divisa la luce dalle te­ nebre per l'azione di Dio onnipotente. sembrerebbe di conseguenza che a Dio sia mancato il potere di crearla e che da essa abbia preso gli elementi indispensabili per la sua opera. ma come autore della loro sostanza. visto che non aveva ricevuto l'esistenza dal Creatore. fu creata la terra. Abbiamo appreso che in questo giorno fu costituito il cielo. non messo a confronto con gli 1 Bas. nei limiti delle nostre possibilità. cosi che sostanze. com e per un’indissolubile solidarietà si legano in un vincolo di unione e di pace? O chi a tale vista oserebbe ricercare con il suo debole ingegno la possibilità di una spiegazione? Tutto ciò ha com posto insieme con l'autorità del suo volere la potenza divina che non può essere compresa dalle menti umane né espres­ sa dalle nostre parole. SECONDO GIORNO III SERMONE Capitolo 1 1. 2.. essendo coeter­ na a Dio. se però fosse informe. costi­ tuirsi in un unico organismo ed elementi cosi differenti racco­ gliersi insieme in reciproca unione fra loro secondo una legge inviolabile di concordia e di amore. sarebbe veramente strano che la materia. per conservare l'espressione preferita dal testo ispirato. non com e se ne avesse trovato l'immagine. fu diffusa intorno l’aria. Hexaem. Il Creatore dell'universo avrebbe trovato più di quello che avrebbe dato. naturalmen­ te distinte. Iddio dunque creò il cielo e la terra e quale Creatore ordinò loro di esistere. del Signore Gesù Cristo ed anche dello Spirito Santo. avrebbe trovato la materia sulla quale agire e le avrebbe conferito l'aspetto che desse bellezza a ciò che aveva trovato. ma la possedeva di per s< stessa dall'eternità.

25. non secundum philosophiae traditiones et inanem seduc­ tionem suasoriae ueri similia colligentes. . consideremus quae facta sunt et naturae possi­ bilitatem interrogemus. Lc 18. 43. 43. eleua men­ tem tuam et totum animum tuum eo confer. Io 9. sed non sicut lex tua. sed di- uinae imperio potestatis obtemperans. glorificata est in uirtute. sed quae deus uidit et probauit ea tu retrac­ tanda non putes. Neque enim cum in euangelio leprosum curaret. sed potestatem domini miratus dedit. Vnde et ipse ait: Dextera manus tua. 9. Omnia praecepta tua ueritas b. 30.82 EXAMERON. C. f Ex 15. quibus mundi huius atque uniuersae uisibilis creaturae fulta substantia est. Vos igitur quaeso ut naturaliter aestimare quae dicim probabiliter ac simplici mente et sedulo ingenio pensare digne­ mini. sancta plebs. 9. hom o in facie. SER. ut scriptum est. » Coi 2. DIES I I . domine. caecis uisum refunderetd. domine. * Lc 18. b Ps 118. Illo igitur. quorum eminentia non secundum tractatus nostri possibilitatem. sed secundum regulam ueritatis a. Nec sic igi­ tur homo uidet quemadmodum deus. 8. c Coi 2. populus qui aderat et spectabat illa medicinae ordinem recognouit. 2. Non sic deus uidet quemadmodum homo. 6. 25. dextera manus tua. quia scrip­ tum est: Confirma me in uerbis tuis: narrauerunt mihi iniusti exercitationes. 1. domine. 28 et 85-86. qui omnia quae uoluit fecit abundans plenitudine diuinitatis suaec. Neque secundum numeros Aegyptiorum et concursus siderum et mensuras elementorum ex­ tendit manum suam Moyses. 34 (Mc 8. ut diuideretur mare rubrum. Audis quia deus uidit et laudauit. confregit inim icos1. 2-3 coeperunt. sed secundum scripturam ad laudem referenda est creatoris. quae oraculis diuini sermonis exprimitur et contempla­ tione tantae maiestatis fidelium pectoribus infunditur. 20. 10. i Mt 8. Non ergo secundum elementorum naturas. 7). Deus in corde. deo laudem e. Quare ad secundi diei miranda opera sermo nobis prodeat. 3. sed secun­ dum Christum. I I I . Noli igitur tuis oculis aestimare quae facta sunt opinio- nibusque colligere.

ma secondo le regole della verità espressa dalla rivelazione della parola divina5 e infusa nel cuore dei fedeli mediante la contemplazione di una maestà cosi grande. «puaixtói. tòìv t ò ÀX7] 9-è<. 53 A (22 B ): A éyoi Sè toO to oùx èrcl tìjv toO èi^Youfiivou Suvajj. 7tapà toù XTtcravTO? xa-9-’ èaurJjv èxSo&etaa. 2 Bas. Signore. g^ouaav t ò eùitapàSsxTov x a l roiafl xapSta 7rpoar)vèc x a l «pÙov. 5 Bas. II. sulle misure degli elementi. Abbiate perciò la bontà di giudicare senza prevenzi ciò che diciamo portandone le prove e di ponderarlo con animo aperto e intelligenza attenta.iv àvatpéptov. p. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 83 altri com e « primo giorno » 2. àXX’ èiz\ tt)v YeTPa ti IJL^vtùv. ma.. E Mosè non stese la sua memo per di­ videre le acque del Mar Rosso fondandosi sui calcoli degli Egi­ ziani. è stata glorificata nella sua potenza. non ricavando già conclusioni vero­ simili secondo gli insegnamenti della filosofia e la vana seduzione dell’eloquenza deliberativa4. 3. diede gloria a Dio. V edi A. 4 Si allude alle cosid d e tte suasoriae di cu i a b b ia m o un esem p io n ell’op era di Seneca il V e cch io . Iddio non vede con gli occhi dell'uomo. toO m&avoù rcpOTl(ld>VTO)V. Esordio e chiusa delle omelie esameronali di Ambrogio. [iàXXov 8è Tà Tijs (ita? • |j. £pya. la tua destra ha infranto i nemici. Non pretendere dunque di giudicare il creato e di trarre conclusioni secondo il tuo punto di vista. Dio vede il cuore. Neppure così l'uom o vede com e Dio. Tutti i tuoi precetti sono verità. Or dunque. Perciò anch’egli dis­ se: La tua destra. ma non com e la tua legge. ammirando la potenza del Signore. Signore. X IV . Consideriamo il creato e interro­ ghiamo le capacità della natura non secondo la qualità degli ele­ menti. il popolo che assisteva a quei miracoli non riconosceva in essi un procedimento della medicina. perché sta scritto: Rafforzami nella tua parola: gli ingiusti mi hanno esposto vane teorie.r) Y“ P °5v à<peXcù|i.. bensì obbedendo al comando della potenza divina. 52 C (22 A ): Tà 7rp<J>Ti]i. 564. ma secondo Cristo che ha fatto tutto ciò che ha voluto.V. 1974. 8 èv Tfl (pùaei ixei.. ma convinciti che non devono essere corrette le cose che Dio ha veduto e approvato. in­ nalza la tua mente a tali meraviglie e ad esse rivolgi tutto l'animo tuo. Passi dunque il nostro discorso alle meravigliose opere del secondo giorno. com e sta scritto. l'uomo l'aspetto esteriore. 339. t ò à^tojjia. Nazzaro. Tu senti che Dio vide e approvò l'opera sua. p.. Augustinianum . Quando nel Van­ gelo guariva il lebbroso e rendeva la vista ai ciechi. . oùx èv Tfj rcpò? Tà? àXXa? auvra|ei àpiS-- (jLY)&eìoa. 3 Tractatus è term in e te cn ico p er in d ica re una riflession e m editata sul testo sa cro. ved i Schanz-H osius. o popolo santo. In esso infatti furono poste le fonda- menta dell'universo e cominciarono ad esistere le cause sulle quali si fonda l'esistenza di questo m ondo e di tutte le creature visibili. sulle congiunzioni astrali. Hexaem. ma secon­ do la Scrittura.e&a aù-riji. la cui sublimità deve essere riferita a lode del Creatore non secondo le possibilità di questo nostro serm one3. sovrabbondando della pienezza della sua divinità. Hexaem.

11 (3b). de quo scriptum est: Dominus autem caelos f e c i tb et alibi: Omnia quaecumque uoluit f e c i t c. 4-5 Caput II 4. utrum plures caelos facere potuerit. Et quis non hanc eorum artificem facundiam inrideat. Et dixit deus: Fiat -firmamentum inter medium aquae sit discernens inter aquam. potuisse subpetere substantiam. E t factum est sic*. b Ps 95. imperat naturae. Voluntas eius mensura rerum est. I I I . ut multos caelos faceret. illud constringitur: illae currunt. non pos­ sibilitati obtemperat. Firmum est omne quod statuit deus. C. ‘Fiat’ inquit ‘firmamentum inter mediam aquam’. 6 et 7. Sed prius consideremus quid sit firmamentum. utr ipsum sit quod in superioribus caelum appellauit an aliud et si duo caeli an plures. nec pati naturam. antequam subiceret ‘ inter mediam aquam'. c Ps 113. quos inrident sui — non enim nobiscum illis maior quam cum suis pugna est — qui geometricis numeris et necessitatibus contendunt probare quod aliud caelum esse non possit. qui cum ex una atque eadem causa plura eiusdem generis ab hominibus fieri posse non abnuant. non pondus examinat.84 EXAMERON. Si naturam elementorum consideres. Iubentis est. iure usurpat dare legem naturae qui originem dedit. . Sed aqua confundere. non mensuras colligit. 5. nec operatoris uirtu- tem idoneam. dum esset una ut ipsi aiunt. nihil reliqui fuit quod ad aedificationem secundi caeli tertiiue proficeret. sermo eius finis est operis. Audi uerba dei: Fiat dicit. Quomodo iubet quod scit secundum elementorum ra­ tionem esse contrarium? Sed cum sermo eius ortus naturae sit. ut aut secundum aut tertium sit. ut tu prius crederes firmamentum ex praecepto dei factum quam de aquarum proflua qualitate dubitares. DIES I I . non aestimantis. Nam sunt qui unum caelum esse dicant nec alterius caeli faciendi. Quid enim difficile ei cui uelle fecisse a Gen 1. 5. quoniam cum omnis superiori caelo esset expensa. SER. hoc manet. Et satis pulchre praemisit 'fiat firma­ mentum'. non discer­ nere solet. 2. Et sit inquit discernens inter aquam. quom odo inter aquas solidatum est firmamentum? Illae profluunt. de creatore omnium dubitent. Alii uero innumeros caelos et mundos esse adserunt.

essendo stata consumata interamente per il precedente cielo 1. elvat <paai. E divida l'acqua. Se tu consideri la natura degli elementi. un firmamento in mezzo all’acqua. ex. Lucrezio (II. mentre non negano che gli uomini possano fare più cose dello stesso genere da una sola e medesima causa. dato che essi. non prende misure. 32 c-33 a. Sia fatto. E chi non si befferebbe di questa loro abile facondia. Plat. Altri invece affermano che esistono innumerevoli cieli e mondi e sono derisi dai lo r o 3 — infatti non contrastano tanto con noi quanto con i loro — i quali si sforzano di dimostrare. De caelo. È il tono di chi ordina. et ais Democritum dicere innumerabiles esse mundos. 57 AB (24 AB): Eteri yàp èv aÙToi? ot ànelpou. 18 e 277 b. Hexaem... Sia fatto. queste si spostano rapidamente. 27). 8-9 (276 a. se sia precisamente ciò che in precedenza ha chiamato cielo oppure una cosa diversa e se vi siano due cieli o più ancora. essendovi un’unica OXtq com e essi dicono... 56 D (23 E): . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 85 Capitolo 2 4. con pieno diritto si arroga di dare la legge colui che le ha dato l’origine.. prima di dubitare della liquidità dell’acqua. Cic. Come mai ordina ciò che sa contrario alla natura degli elementi? Ma siccom e la sua parola ha dato princi­ pio alla natura. perché. dice. È ferm o tutto ciò che Dio ha stabilito. 2 Cf.. Ascolta le parole di Dio.. eos qui maxime in Academia irridentur. oòpavoù? xal xóa|iou. E Dio disse: « Sia fatto un firmamento in mezzo alle ac­ que e le divida ». otovrou. non verifica peso.55: Dein confugis ad phy­ sicos. 5. II. Ma l’acqua suole mesco­ lare. non si sottomette a limiti imposti. Acad..Cosi pensavano Democrito e. disse.. 17... Cf. 1052-1066). Tim. non sarebbe rimasto nulla che potesse servire alla costruzione di un secondo o di un terzo c ie lo 2. sul fondamento di calcoli e di principi geometrici. disse. la sua parola segna il fine dell’opera. 3 Bas. Hexaem. si chiedono dubbiosi se abbia potuto creare più cieli il Creatore del­ l’universo.. non di chi valuta: comanda alla natura. toìot)? Trffi oùa£a? tou oòpavtou ocijMtTcx.. Arist. Ma prima consideriamo che cosa sia il firmamento. che non può esi­ stere un altro cielo né la materia permette che ve ne sia un secon­ do o un terzo né la potenza dell’artefice era in grado di creare molti cieli. E cosi fu fatto.. sull’esempio di Epi­ curo. affinché tu credessi che per comando di Dio è stato fatto il firmamento. . et? tJjv tou èvòi aiicraaiv <imxvaXco&e[<n)i. quello si rassoda. Infatti vi sono di quelli che dicono che esiste un solo cielo e che non sarebbe potuta bastare la materia per formare un secondo cielo. E davvero op­ portunamente premise Sia fatto un firmamento prima di aggiun­ gere in mezzo all'acqua. del quale è stato scritto: Ma il Signore ha fatto i cieli e altrove: Fece tutto ciò che volle? Che cosa infatti è difficile per colui per il quale volere e avere già fatto sono la stessa cosa? 1 Bas. a quibus ne tu quidem iam abstinebis.. non dividere. quel­ lo sta immobile. La sua volontà è la misura delle cose.. in che m odo il firmamento si è potuto solidificare in mezzo alle acque? Queste scorrono. I.

5-7 est? Fluitat igitur illis inpossibilitatis ratio.86 EXAMERON. sed tertium caelum e negare non possumus. cum apostolus raptum se ad tertium cae­ lum scriptorum suorum testificatione con firm ete. SER. 36. cui uere dicitur quia inpossibile nihil tibi e s t d. C. 6. cui adfixos ferunt stellarum cursus. Nam si uera foret. Itaque nos non solum secundum. qui sine intermissione uoluuntur. 7. f Ps 148. 2. e 2 Cor 12. non audiretur a nobis. 2. Quos sibi innexos et uelut insertos uersari retro et contrario ceteris motu ferri arbitrantur eoque inpulsu et motu ipsorum orbium dulcem quendam et plenum suauitatis atque artis et gratissimi modulaminis sonum reddi. hic autem lunaris grauissimum. quom odo tanto motu orbium concrepante. Quem imitantes philosophi quinque stellarum et solis et lunae globorum consonum motum introduxerunt. quo­ niam scissus aer tam artifici m otu et acuta cum grauibus tempe­ rante ita uarios aequabiliter concentus efficiat. cum leuiora audire soleamus? Fidem ergo eius disputationis si testimonio no- d Mc 14. cum ille caelestis orbis. . haesitant. conci­ tatiorem habeat conuersionem atque acutum sonum excitet. I I I . 4. cum de deo disputant. Huius rei fidem si requiras atque expetas sensu nobis auditu probari. ut omnem super­ grediatur musici carminis suauitatem. quorum orbibus uel potius glo­ bis conexa memorant omnia. DIES I I . Dauid etiam caelos caelorum in illo laudantium deum constituit* choro.

Cic. Essi pensano che tali sfere. Rep. Rep. 17): Nouem tibi orbibus uel potius globis conexa sunt omnia-.. che abbraccia tutte le altre. se esigiamo che sia dimostrata la verità di tale 4 Bas. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 87 Vacilla la loro dimostrazione dell’impossibilità. 7. 97). . La sfera piti vasta. VI. rimangono im­ barazzati. Par.. S-éa? ó (laxdtpioi. xa-9-’ &v ol èrctà àorépsi. VI. quando discutono di Dio al quale con verità si dice: Nulla per te è impossibile. ut me re­ cepi. et natura fert ut extrema ex altera parte grauiter. summus ipse deus arcens et continens ceteros. quis est qui complet aures meas tantus et tam dulcis sonus? ». artisticamente elaborato in ima gradevolissi­ ma melodia. Rep. visto che l’Apostolo afferma. 18): Quae cum intuerer stupens. D ante.. nec enim silentio tanti motus incitari possunt. di solito. Ma se vuoi verificare la realtà di tale fatto e ne chiedi la sperimentazione per mezzo dei sensi e dell’udito. Le stelle fisse ruotano da est a ovest (De nat. XXII. che ruo­ tano ininterrottamente. sed tamen pro rata partium ratione distinctis. Se tali teorie fossero vere. cit. ha un movimento più veloce e produce un suono acuto e invece questa della luna provoca il suono più b a sso?7. qui reliquos omnes complectitur. Hexaem. pp. Cf. 49). II. 17): quorum unus caelestis est. in quo sunt infixi illi qui uoluuntur stellarum cursus sempiterni. Oò Srjnrou Sè xadra 7iapaSo^ótepa -coiv èm à xiixXoiv. et acuta cum grauibus temperans uarios aequabiliter concen­ tus efficit... solcata da un movimento così armonica- mente ordinato e capace di equilibrare i toni acuti con quelli gra­ vi... 19. VI. perché l’aria. 133-135.. Sulle sette sfere vedi. 8 « xal -ri Tpt-cov èru£r)Toùfxev. 18): Quam ob causam summus ille caeli stelli­ fer cursus cuius conuersio est concitatior. cit. produce un’armonia tanto varia nella sua uniformità da supe­ rare la dolcezza d’ogni componimento m usicale6. IlaùXo? 'O Sè ipaX^ò? òvojid^cov oùpavoòi. 93-94. Perciò noi non possiamo negare non solo l’esistenza d’un secondo. 5 Cf. ex altera autem acute sonent ». inquit. è il cielo delle stelle fisse (R onconi. udiamo suoni più deboli.. 6 Cf. Le Monniér. 17 (4. acuto et excitato mouetur sono. p. 6. impulsu et motu ipsorum or­ bium efficitur. se è vero che quella sfera celeste cui dicono sono fissate le stelle. 7 Cf. 18 (5. mentre le sette sfere sottoposte ruotano in senso contrario (R onconi. Davide pose anche i cieli dei cieli nella schiera degli esseri che lodano Dio. girino in senso in­ verso e con movimento contrario a tutte le altre5 e che da tale impulso e movimento delle sfere stesse sia prodotto un suono dol­ ce e pieno di soavità. extumus.. op. del sole e della luna. 94). Cic. p. o5 ir\c. p. inquam. Firenze 1961. « Quid? hic. 17 (4. 18 (5.. a cura di A. VI. Rep. oxeSòv Ttapà irdtVTtùv aujitpóvo? ó[xoXoYoòvrai tpépeaSai. deor. Qui manifestamente S.. es.. Cic. com e mai noi non saremmo in grado di percepir il frastuono di un cosi grandioso movimento delle sfere. con­ nesse e come inserite le une dentro alle altre. ille qui interuallis coniunctus imparibus. « Hic est. affermando che l’universo è tenuto insieme dalle loro or­ bite o piuttosto dalle loro sfere4. attestandolo nei suoi scritti. Ambrogio confonde il linguaggio fisico-scientifico con quello teologico-spirituale. d’essere stato rapito al terzo cielo. vedi ediz. Cui subiec- ti sunt septem qui uersantur contrario motu atque caelum. ma anche quella d’un terzo cielo. Cic. op. R onconi. A sua imitazione i filosofi introdussero il movi­ mento armonico delle sfere dei cinque pianeti. Dunque.. 57 B (24 BC): 'H^eì? Sè toooùtov à7téxo(iev Seurépti) àitioreìv. mentre. oùpavSv xal itXeióvojv ■fjinv Ivvoiav èveTrobjaev. immagine del dio stoico..

. DIES I I . Sed mouet nos . quod ante iam fecit. utrum hoc firmamentum appellet. Nam qui tonitrua audimus nubium conlisione generata tantorum orbium conuersiones. qui maiore utique sicut motu ferri aestimantur. eo quod supra creatum auctore deo et conditum caelum scriptura expres­ serit. de quo scriptum est: In principio fecit deus caelum et terram. fluuiorum maximus. 7 . C. Nec fallit quod aliqui ante nos ita acceperint. ut ibi quasi summa operis breuiter conprehensa sit. 8 stro et auditus munere exigamus probari. ubi se ex altissimis montibus in catadupa illa praecipitat. Propositum igitur nobis est quia dixit deus: Fiat firm mentum in medio aquae et sit discernens inter aquam et aquam.88 EXAMERON. ab orientalibus partibus usque in occasum propria negotia atque opera derelinquerent et omnia hic otiosa remanerent quodam humanae ad caelestes sonos mentis excessu. 3. quam celer­ rimus ille caelorum efficit motus. hic expositionem operis creationisque diffuderit. ita uehementiores sonitus excitarent. ut audiendi munere carere dicantur. non ^udiremus? Addunt praeterea ideo sonum hunc non peruenire ad terras. magnitudine fragoris sui aures accolarum obstruat. Sed facile his ipsa respondet ueritas. 2. Caput III 8. Et hinc tractatur. referunt obsurduisse aures nostras et hebetiorem nobis sensum audiendi factum prop­ ter illam a principio nostrae generationis concepti sonitus consue­ tudinem et exemplum adferunt eo quod Nilus. eo uidelicet loci. SER. né capti homines per suauitatem eius atque dulcedinem.C. I I I . Sed ea quae sunt aliena ab studio nostro et a diuinae lectionis serie his qui foris sunt relinquamus: nos inhaereamus scripturarum caelestium magisterio. hic operationis qualitas per ipsas concurrentium rerum digesta sit species.

f l j z e ì? è7cl TÒV èx>tX7)<TlOKTTl)tÒV Ò7I0<TTpé<p0[ieV W y o v . Di qui si discute se chia­ mi firmamento ciò che era già stato creato in precedenza. e adducono quale esempio il fatto che il Nilo.. De opif. precipitat ex altissimis montibus.. Capitolo 3 8. Rep. gli uomini. tà tGv gijw&ev toì? Si■&> wmaXmivTei. per cosi dire. di cui è stato scritto: In principio Iddio creò il cielo e la terra. non udiremmo la rotazione di cosi immense sfere le quali evidentemente. il più grande tra i fiumi. Ma ci grattissimo autem hic lunaris atque infimus. Infatti. mentre qui si è diffusa ad espor­ re l’opera creatrice. Ma lasciamo a coloro che non appartengono alla Chiesa le questioni che non ci interessano e non riguardano la narrazione del testo divino: noi restiamo fedeli all’insegnamento delle Scritture celesti9. . sicché in quel passo. VI. Hexaem. mundi. cosi che si dice che siano privi dell’u d ito 8. con l’intensità del suo fragore offende gli orecchi di coloro che abitano nelle vicinanze. perché la mente umana si rivolgerebbe estasiata a quei suoni divini. Ma a tali argomentazioni risponde facil­ mente la stessa verità.. in quel luogo naturalmente dove precipita da monti altissimi formando le famose cateratte. 10 (8. percepito dal principio dell’esistenza umana. illa gens quae illum locum adcolit propter magnitudinem sonitus sensu audiendi caret. 22 C). sicut ubi Nilus ad illa. 19 (5. ribattono che i nostri orecchi sono diventati sordi e in noi il senso dell'udito si è fatto ottuso per l’abitudine a questo suono. Né ci sfugge che alcuni prima di noi hanno inteso in questo sen so1. Dal confronto con Cicerone ap­ pare chiaro che Ville caelestis orbis di S. spiegando che in precedenza la Scrittura ha narrato che per opera di Dio fu creato e form ato il cielo. Cic. 10. affascinati dalla sua dolcezza e soavità che ha origine nel velocissimo m oto dei cieli. 3. Philo. tanto più forte suono dovrebbero produrre? Aggiungono inoltre che questo suono non giunge sulla terra per evitare che. 19): Hoc sonitu oppletae aures hominum ob­ surduerunt. nec est ullus hebetior sensus in nobis. 1 Cf. Ci è stato fatto conoscere che Dio disse: Sia fatto un mamento in mezzo all’acqua e la divida. in questo in­ vece ne è stato specificato il m odo indicando le particolari specie degli esseri che ne furono contemporaneamente l’oggetto. dalle regioni d’oriente fino all’occidente trascurassero i pro­ pri affari e i propri lavori e tutto qui rimanesse inattivo. ha rias­ sunto brevemente la creazione nel suo complesso. 57 D (24 D): ’AXkà. 9 Bas. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 89 spiegazione attraverso la nostra constatazione per mezzo della facoltà uditiva. quant’è più veloce il movimento dal quale si crede siano trasportate. quae Catadupa nominantur. 8 Cf. se cosi fosse. noi che udiamo i tuoni provocati dall’urto delle nubi. Ambrogio è quello delle stelle fisse che ruotano con il cielo cui sono attaccate (cui adfixos ferunt stellarum cursus)..

Quod si non detur. Fiat inquit firmamentum in medio aquae et sit discernens inter aquas. pleraque aedificia foris rotunda. Nos autem scripturarum seriem atque ordinem sequim et opus contemplatione aestimamus auctoris. 18-19. quia aquae super caelos esse non possunt. Audio firmamentum fieri a Gen 1. 3. intus quadrata et foris qua­ drata. 9. Da mihi unde tibi respondeam. ut concedamus illis quod postulant et secundum eorum opiniones illis respondeam. SER. quid dictum sit et quis dixerit et cui dixerit. quae erat super firm am entum a. ut apostolus ait. Et prim o uolunt id destruere quod frequenti scripturar lectione inolitum nostris et inpressum est mentibus. 7. et in illo circuitu aquam stare non posse. Quis enim facile poterit esse diuini operis aestimator? Est ergo latitudo in ipsa caeli altitudine. 8-10 quia et nomen aliud significatur et species solidior et causa discer­ nitur et persona cooperatoris adiungitur. C. Quomodo epim aqua su­ per orbem stare ut aiunt potest. orbem autem terrae esse inmobilem. ut de his dicamus quae scire possu­ mus. dicentes rotundum esse orbem illum caeli. I I I . intus rotunda. quod necesse est defluat et labatur. nullum uerbum refertur. 10. Sunt etiam. b Eph 3. ut aduertant opiniones suas opinionibus ueri similioribus reuinci posse et desinant tan­ tum opus dei humanae operationis et nostrae possibilitatis con­ templatione metiri. Sic enim scriptum est: Et discreuit deus inter medium aquae. Quae tamen ideo dicimus. . ut astruant aquas super caelos esse non posse. quam nemo potest conprehendere nisi is qui inpletur in omnem plenitudinem d e ih. negare possint in illa altitudine et profundo uel longitudinem esse et latitudinem. cum de superioribus ad inferiora decursus est. cuius in medio terra sit. quasi uero. DIES I I . Petunt sibi concedi axem caeli torqueri motu concito. quae erat sub firmamento. et inter medium aquae. quod omnes eas uoluendo se axis effunderet. cum orbis ipse uoluatur? Hàec est illa uersutia dialecticae. in quibus aqua haerere soleat.90 EXAMERON. quibus superiora plana sunt.

mentre il globo terrestre rimane immo­ bile. com e se — posto che concediamo loro ciò che domandano ed io risponda in m odo con­ form e al loro punto di vista — potessero negare che in quell’al­ tezza e profondità c ’è una lunghezza e una larghezza che nessuno può misurare se non colui che è ricolm o di ogni pienezza di Dio. (jTepetOTépai. 7rob]aiv. Anzitutto vogliono distruggere la convinzione che. disse. Vi sono anche. Hexaem. perché.. 5 Evidentemente non sono argomentazioni come queste a conferire va­ lidità a questo passo. per sostenere che non vi possono essere acque sopra i cieli perché il cielo ruotando le verserebbe tutte. Noi invece seguiamo l’ordinata e precisa narrazione della Scrittura e giudichiamo l’opera considerandone l’autore: che cosa sia stato detto. per la frequente lettura delle Scritture. quando questa gira? È la ben nota sot­ tigliezza della dialettica. 'H(ieì? Sé <pafxev Sri. cpiSaeox. Chiedono che si conceda loro che il cielo giri velocemente. èneiS^j xal fivofxa S-repov xal XPe^a l8i<fc£ouaa tou Seuiépou oùpavoù roxpaSé- Sorai. 60 A (24 E): EìpijTOti [lèv o5v tkji npò f)[iòiv [J/f] Seorépoo oòpavoù yévemv etvai Taiimjv. Infatti sta scritto: E Dio fece una separazione tra l'acqua che era sotto il firmamento e l'acqua che era sopra il firmamento. . chi l’abbia detto e a chi l’abbia detto. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 91 rende perplessi il fatto che viene usato un altro nome. essendo rotonda la sfera del cielo nel cui cen­ tro si trova la terra.. 9. 60 B (25 AB). Chi infatti potrebbe facilmente giudicare l’opera divina? C’è dunque una larghezza anche nella stessa al­ tezza del cielo. in quella superficie curva l’acqua non può fermarsi.. Dicia­ mo tuttavia questo perché si rendano conto che le loro opinioni possono essere vittoriosamente confutate da altre opinioni più verosim ili5 e cessino di misurare una così grandiosa opera di Dio secondo il criterio delle attività umane e delle nostre possibilità.. Hexaem. Sia fatto. di cui sono piane le parti superiori sulle quali quindi l’acqua suole ferm arsi4. èvraOSa Sè èTOÌjepYatmxt&Tepov -ròv TpÓ7tov xaS-’ 8v &ca<JTov yéyove Trjv rpa<p$)v 7]|itv irapaSiSóvai. Come potrebbe l’acqua stare ferma su una sfera. xu- xXoTepè? épóÌTai xaTà tt)v MvSov xoiXó-npx. 3 B a s . irepiT)Y- (lèvov. xal Xpetav è^atperov tcò toxvtI Trapexófievoi. Permettimi di risponderti: in caso con­ trario ogni discorso è finito. Srepót. per parlare di cose che possiamo sapere. Sento che il firmamento viene creato con lo stesso comando per effetto del 2 B as . com e dice l’Apostolo. 4 Bas. costretta inevitabilmente a scendere e a scorrere giù quando si scende dall’alto verso il b a sso 3. 60 B (25 B): "Chi [zdtXiara (lèv oùx et ti 7tpò?X^ài.. fuori quadrati e internamente sferici. èori Trapà tòv èv àpXT) TteroMjjiivov oStoi. moltissimi edifici esternamente sferici e internamente qua­ drati. dcXX’ ène^yrjaiv toO TtpOTépou. un firmamento in mezzo alle acque e le divida. touto àvàyxvj xal tJjv 2|ojS-ev èm<pdc- veiav aipaipixói? dwnjpTta&xi xal 8Xov àxpipài? gvropvov elvai xal Xetoii... 10. Hexaem. Sià tò èxet èv xetpa- Xalciì TrapaSeSóa&ai oòpavou xal yt\c. si distin­ guono una specie più compatta e una causa diversa2 e si men­ ziona la persona di un collaboratore... si è profondamente radicata nel­ la nostra mente e sostengono che non vi possa essere acqua so­ pra i cieli.

quoad uelit eam manere qui statuit. Si ascendit. si rationem quaeris. . 10-11 praecepto. Gelauerunt inquit fluctus et firmamenti specie cursum suum insolito fine frenaruntB. e Ex 15. ipse mandauit et creafa sunt: sta­ tuit ea in saeculum et in saeculum saeculi. Nonne quasi aduersanti tibi dixit: Quo­ niam ipse dixit et facta sunt. Sermo dei uirtus naturae est et diuturnitas substantiae. 5-6. quid miraris si supra firmamen­ tum caeli potuit tantae maiestatis operatione unda suspendi? 11. incon- prehensibilis in operibus eius. se unda diuiserit.92 EXAMERON. ut eo spectaculo etiam illa quae non uidisti aestimares esse credenda. f Eccle 7. 3. Videmus plerumque exire nu­ bes de montibus. i Phil 4. SER. uenerabilis naturae. 24 (25). sicut scriptum est: Statuit ea in saeculum et in saeculum saeculi. de his quae uidentur oculis ho num. I I I . e Ps 148. dicit iustitiae. 3. 6. redire in superiora sine ullo repagulo inpossibile habetur: sed quid inpossibile ei qui dedit posse infirmis. ut aqua se discernat ab aqua et in profundo interfusiones aquarum terrae medio se­ parentur. cuius altitudinem sapientiae quis inuestigare fa cilis?f Sed dicit filio id est brachio suo. Quid hoc manifestius? Qui iussit discerni aquam interiec- to et medio firmamento prouidit quemadmodum diuisa atque di­ screta manere possit. quom odo ad Iudaeorum transitum. h Ps 113. facit quasi iustitia diuina. De aliis haec colligite. dicit uirtuti suae. utrum pluuia nubibus ge­ neretur an sinu nubium colligatur. Quaero utrum de terris ascendat aqua an ea quae super caelos est largo imbre descendat. facit quasi sapientia dei. inae­ stimabilis magnitudine. dicit sapientiae suae. Et ut scias quia de istis aquis hoc dixit. cum labi- tur. 4-5. Non solet hoc esse naturae. quae super caelos sunt. quo diuideretur aqua et ab inferiore superior discer­ neretur. Haerere aquam. d Ps 148. utique c Ps 148. et non praeteribite? An non uidetur tibi auctor idoneus. 13. Iordanes quoque reflexo amne in suum fontem u ertith. facit quasi uirtus dei. ut in­ firmus dicat: Omnia possum in eo qui me confortat *? Dicant certe quemadmodum aer cogatur in nubem. audi superiora: Laudate eum caeli caelorum et aquae. laudent nomen dom inid. et non praeteribitc. qui le­ gem suo operi daret? Deus est qui dicit. inusitatum. 8. Et facit filius quasi po­ tens. inmensus in renumerationibus. Cum haec audis. Nonne potuit etiam aliter Hebraeum populus liberare? Sed tibi uoluit ostendere. praeceptum posuit. quas tu negas posse in superioribus caeli esse. DIES I I . C. praeceptum posuit.

per esempio. cioè al suo braccio.. 3: Maris opulenta et copiosa interfusio. agisce com e chi è la potenza di Dio. si ritiene impossibile. Ma che cosa è impos­ sibile a colui che diede forza ai deboli. e non sarà violato. Anche il Giordano.. parla alla sua sapienza. e le acque che sono sopra i cieli lodino il nome del Signore. Non avrebbe po­ tuto liberare il popolo ebreo anche in un’altra maniera? Ma volle che tu vedessi. Se sale. e furono creati. com e sta scritto: Li hai stabiliti per sem pre in eterno. quasi lo dicesse per te. Vediamo spesso levarsi le nubi dai monti. quando scorre. Mi chiedo se l’acqua salga dalla terra oppure quella che sta sopra i cieli discenda in pioggia abbondante. cieli dei cieli. senza limiti nelle sue ricompense: chi sarebbe in grado di scrutare la profon­ dità della sua sapienza? Ma parla al Figlio.. 3). E il Figlio agisce com e chi è potente. . Ricavate queste conclusioni da altri fatti. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 93 quale l’acqua veniva divisa e quella inferiore separata da quella superiore.. agisce com e chi è la sapienza di Dio. è inusitato. cosi che un debole dice: Tutto posso in colui che mi dà forza? Dicano almeno com e l’acqua si condensi in n u b e9. 7 Esod. Verg. si fecero solid i7 e. risali alla propria sorgente8. dice la Scrit­ tura. xà OSaxa. 9 Cf. frena­ rono il loro corso entro un inconsueto confine. le onde si siano divise al passaggio dei Giudei. parla alla sua potenza. Non è solitamente conform e a natura che l’acqua si separi dall’acqua e che sul fondo le acque correnti tra due rive siano divise nel mezzo dalla terra6. Lact. da quelli gli uomini vedono con i loro occhi chiedendosi. per quale ragione. Che l’ac­ qua. prov­ vide anche ai mezzi mediante i quali potesse rimanere del tutto distinta. I flutti. 8: bzi-p] cixiel zeXyoc. se la pioggia sia prodotta dalle nuvole op­ pure si raccolga nella loro cavità. E affinché tu sappia che cosi ha detto di queste acque che tu non ammetti possano stare nelle regioni superiori del cielo. agisce come chi è la giustizia divina. Inst.. La parola di Dio è potenza della natura e durata della sua sostanza. di grandezza inestimabile. perché ti meravigli se l'acqua potè essere sospesa sopra il firmamento ce­ leste in seguito all’azione di una cosi eccelsa maestà? 11. finché la voglia sussistente colui che l’ha costitui­ ta. VII. che risalga a monte senza una barriera. posto che si voglia sapere. V. vol­ gendo indietro le sue acque. ascolta ciò che precede: Lodatelo. li ha stabiliti per sem pre in eterno. com e sostenuti da una muraglia. ènérfi} xà xiifiaxa . Aen. Che c ’è di più manifesto? Colui che comandò che l'ac­ qua fosse divisa dal firmamento interposto in mezzo ad essa. co­ mandò. es­ sere di natura adorabile. è 6 Cf. prevenendo le tue obiezioni: Perché egli parlò e cielo e terra furono fatti. 15. ha dato loro un ordine e non sarà violato? O il Creatore non ti sem­ bra in grado di dare una legge alla sua opera? È Dio che parla. Quando ascolti queste parole. hai dato loro un ordine. Non ha detto forse. Div. si arresti. 20: Consurgunt uenti atque in nubem cogitur der. parla alla sua giu­ stizia.. affinché a tale spettacolo ti convincessi che devi credere anche a ciò che non hai veduto. 8 Iordanis conuersus est retrorsum (113.

ut ordinata et disposita per­ maneant caelique clementia temperet aquarum rigorem. quae super caelos est. Sicut énim terra <in> inani suspenditur uel pondere librato undique immobilis perseue- rat. ligno exilit. nonne diuina prouidentia necessario prospexit. ita et aqua aut grauioribus aut aequis cum terra ponderibus examinatur. Quanti fontes fluuii lacus inrigant terras. quae habet unde descendat. ut uolunt. ita etiam aquarum redundantia non superflua. dum caeditur. cum aer subtilior sit. DIES I I . 27. ut intra orbem caeli et supra orbem redundaret aqua. SER.94 EXAMERON. 11-12 contra naturam est. Deinde cum ipsi dicant uolui orbem caeli stellis ard tibus refulgentem. Ideoque pondere et mensura examinauit uniuersa. 12. quia si axis caeli semper mouetur. non desinit. . ne alterum altero consume­ retur. 3. Ideoque non facile superfunditur mare terris. numerata enim sunt ei et stilicidia pluuiarum 1. cum utique grauior sit quam aqua? Ea ratione possunt dicere non praecipitari aquam orbis illius cae­ lestis conuersione. et aqua semper hauritur. nisi ea interior quoque ignis animaret? Qui etiam de saxis frequenter excutitur et de ipso saepe. sicut in libro Iob legimus. quia nisi conueniens utriusque mensura sit. etiam aqua exundauit in terris. Aut si conciti orbis totius m o­ tu rapitur aqua. si confiteantur quia aqua super caelos su­ spensa sit? Nam quo uerbo dicunt terram in medio esse suspen­ sam et immobilem manere. quae illa feruentis axis incendia temperaret? Propterea quia exundat ignis et feruet. I I I . nisi cum iubetur exire. sicut ignis aquam exsiccat ita et aqua restringuit ignem. C. quia eas internus quidam ignis uaporat! Vnde enim aut arbores germinarent aut frumenta uel sata prorumperent uel orta coque­ rentur. manet ergo iugiter supra caelos. Si fundi. utique non desinit rapi. sicut imo orbe rapitur ita summo orbe diffundi­ tur. Si descen­ dit. Sciens uel rerum facilem i Iob 37. ut ascendat in superiora quae grauior est et portetur aere. ne eas surgentis solis et stellarum micantium ardor exureret et tenera rerum exordia insolitus uapor laederet. Ergo sicut necessaria ignis creatura. Deinde quid obstat.

Perciò difficilmente il mare invade la terra. I. VI. una volta nati. 64 CD (27 BC). 13 Cf. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 95 certamente contro natura che salga in alto ciò ch’è più pesante e sia sostenuto dall’aria. Bue.... I. com e il fuoco asciuga l’ac­ qua. u Bas. se il cielo è in perenne movimento... cosi anche l’acqua trova il suo equilibrio con la terra mediante pesi maggiori o uguali. & m e (iix P 1 tetixy[a£vo)V 6po)V ttjs t o u xóctjjlou eruardtaecù? xorrà (itxpòv Tyj Suvàjxei t o u 7tupò. 33-4: ut his exordia primis / omnia et ipse tener mundi concreuerit orbis. ma­ turerebbero... certamente non cessa di essere trascinata via perché. anche l’acqua non cessa d’essere aspirata. perché.. ruota su se stessa. com e il fuoco è un elemento necessario affinché le cose rimangano ben ordinate e il tepore del cielo mitighi il gelo delle acque. Verg. perché un misterioso fuoco interno la riscalda! In qual m odo germoglierebbero gli al­ beri o le biade e i seminati spunterebbero o. cosi viene sparsa quando questa raggiunge il suo punto più alto.. se non desse loro vigore anche un fuoco nelle viscere della terra? Questo spesso viene fatto sprizzare anche dalle pie­ tre 13 e perfino si sprigiona dal legno mentre viene tagliato. forse la Provvidenza divina non fece necessariamente in m odo che nell’interno della sfera del cielo e sopra di essa sovrabbondasse l’acqua per temperare la vam­ pa del cielo infocato? ll. 12. Ov. che cosa impedisce loro di riconoscere che l’acqua stia sospesa sopra i cieli? In base a quale ragionamento affermano che la terra sta sospesa nel centro dell’universo e vi rimane immobile. com e sostengono. 174: ac primum silici scintillam excudit Achates. Iddio valutò tutte le cose in peso e misura: sono contate per lui anche le gocce di pioggia. dal momento che senza dubbio è più pesante dell'acqua? In base a tale ragionamento potrebbero dire che l’acqua che sta sopra i cieli non cade in seguito alla rotazione della sfera celeste di cui abbiamo parlato. se l’acqua è trascinata dal m oto deH'universo rotante. Siccom e il fuoco si diffonde e divampa. Oppure. fiumi. 'O Totvuv a u a v r a . cosi anche la sovrabbondanza delle acque non fu inutile per evitare che l’un elemento distruggesse l’altro. Met. anche l’acqua si diffuse sulla terra. Quin­ di. Aen. Come infatti la terra è sospesa nel vuoto e ri­ mane immobile per il suo peso equilibrato da ogni p arte10. sebbene questa sia meno densa. Hexaem. Hexaem. Poiché essi dicono che la sfera celeste. Se non cessa di spargersi. se en­ trambi non fossero in giusta misura. Se discende. 65 A (27 CD): T o a a u rq v t o u ùypoù tJjv <pùaw olxovojxòiv t ò 7tàv TrpO(X7ré&eTO. 14 B a s. a meno che non ne riceva il comando. 12 Cf. Verg. com e viene trascinata dall’orbita che scende nel suo punto più basso. Sapendo che facilmente le cose 10 Cf. laghi bagnano la terra. Or dunque. affinché questa non fosse riarsa dall’ardore del sole nascente e delle stelle sfavillanti e un calore fuor di misura non danneggiasse i germi ancor teneri delle cose Quante fonti. resta dun­ que perennemente sopra i cieli l’acqua che può discenderne.. scintillante stelle luminose. 12-3: Nec circumfuso pendebat in aere tellus / po deribus librata suis. è^avaXi<rxó(jiEvov dtvriaxeìv. cosi l’acqua spegnerebbe il fuoco. co­ me leggiamo nel libro di Giobbe 14.

dum inter se maris fluctus et amnis fluenta decernunt. sicut per Esaiam futurum adnuntiauit. leui lucernae concepto lumine adfigunt corpori. C. itemque de septentrionali parte Phasis Caucaseis montibus fusus cum pluribus aliis in Euxinum se prae­ cipitat mare — prolixum est singulorum persequi fluuiorum no­ mina. si alterum exsupera­ retur altero. ut fre­ quenter ad potum siccatis puteis arido gurgite subsidium uitale deficiat. 3. 13. et omnes fluuios sicca b om. 27. Renus de iugo Al­ pium usque in oceani profunda cursus suos dirigens. cum m edici uasa quaedam angusta ore.96 EXAMERON. intus con- caua. Noli igitur incredibilem opinari aquarum multitudin sed respice ad uim caloris et incredulus non eris. DIES I I . Crebro itaque aut inundationibus mundus hic quatitur aut nimio aestu et ariditate uexatur. quae et superfluum detraheret et necessarium reseruaret. ita utriusque temperauit dispendia. Romani me­ morandus aduersus feras gentes murus imperii. Et erit quidem quando dicat abysso: Deserta eris. ut neque plus ignis exquoqueret neque exuberaret aqua quam inminutio fieret utriusque moderata. I I I . Itaque cum tanta de terris erumpant maximorum fluenta amnium. in quo non me­ diocre fertur nauigantum periculum. Multum est quod ignis absorbet quod uel ex illo nobis debet esse manifestum. SER. non minimum inter se ipsa elementorum natura decernit. cum tanta igitur ubertas aquarum sit. Nilus effuso Aegyptum stagnans flumine. tamen plerumque terra meridianae plagae torretur ardoribus atque aestu soluta fa­ tiscit in puluerem miserandi agricolae labore consumpto. quemad­ m odum calor ille omnem in se rapiat um orem ? Quis igitur dubitet “ I s 44. Danu­ bius de occidentalibus partibus barbarum atque Romanorum in­ tersecans populos. qui uel in nostrum mare deriuantur uel exinaniuntur ocea­ no — . donec Ponto ipse condatur. 12-13 defectum fore uel solutionem uniuersitatis. Padus maritimo­ rum commeatuum Italicis subsidiis fidus inuectOr: Rodanus ra­ pido concitus cursu Tyrreni aequoris freta scindit. piciniora desuper. Sed etiam antequam ille dies adueniat diuino praestitutus arbitrio. .

dirige il suo corso verso le profondità dell’oceano. il Nise. dopo avervi acceso un lucignolo. Hexaem. inoltre (68 AB) l’Egone. Fasi (xal Ttpò? toutoi? 6 (Dàat? tùv Kauxaatcov &p<5v àrojppécov). Rodano. la stessa natura degli elementi suscita nel suo seno una lotta senza quartiere. Non ritenere dunque incredibile un’enorme quantità acqua. l’attuale Rion. al punto che spesso. xaTa<ppuyr)ae- Tai Ttji mjpt.. superiormente alquanto piatti. partendo dalle regioni d'occidente. rendendo vano il lavoro dello sven­ turato contadino. ma considera la forza del calore e non sarai incredulo. 68 B (28 C): "Eu-rai jxévroi fire x a l Tt&vza. Hexaem. se non fosse trattenuto da una legge del o r a . . èv o l? itpò? r iv roto 8Xo>v ©eòv SiaXéyeTai • '0 T7Ì àpuaatù. Tanai. costituendo. sebbene dalla terra sgorghino in cosi grande abbondanza le acque di grandissimi fiumi. 13. regolò il consumo di entrambi in m odo che il fuoco non producesse eva­ porazione né l'acqua sovrabbondasse oltre il limite di una mode­ rata diminuzione reciproca che riducesse il superfluo e conser­ vasse il necessario. tuttavia per lo più la terra della zona meridionale è riarsa dal calore e sbriciolandosi per la siccità si dissolve in polvere. 18 Bas.c v o ? ( à p i& | n y r a l Y “ P x a r à t ìv ’ Itó ( 3 . Istro. 8 è t o O &epjj. ■ è xAv òXtyov f j t£ > jjteyé&ei. il Po. e cosi pure dal settentrione il F asi15 che.9 -[zcj> x a l ( lé r p t i» S ia T a ^ à | j. memorabile bastione del­ l'impero romano contro le popolazioni barbariche. manca l'acqua da bere indispensabile alla vita. com e ci appare chiaro dal m odo in cui il calore assorbe ogni umore quando i medici applicano al corpo dei vasi dalla bocca stretta. 28 AB) cita i se­ guenti fiumi: Battro. il Danubio che. com e preannuncio per bocca d'Isaia17. Arasse.é a & a i S a i r à v r j v . asciugatisi i pozzi e inari­ ditisi i fiumi. Ma. 9Y)otv 'H a a ta .. Coaspe. un pericolo non trascurabile per i naviganti quando i flutti marini e la cor­ rente del fiume si scontrano fra loro. 69 A (29 A): Si) 8è T<j> pièv 7rXr)&£t toù CSaTO? àmareìs. èp7)[xto{hr)an x a l 7càvrai.ou nXifòoq oùx à7to(3Xé7reii. sicuro mezzo di trasporto dei rifornimenti marittimi per gli alleati italici. il Reno che. se l’uno dei due elementi avesse avuto il sopravvento sull'altro. con­ cavi internamente. con molti altri si riversa nel Ponto Eusino — sarebbe lungo citare il nome dei singoli fiumi che o si gettano nel nostro mare o si perdono nell’oceano 16 — pur essendovi tanta abbondanza d'acqua.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 97 sarebbero venute meno o l'universo si sarebbe dissolto. divide i Romani dai barbari prima di gettarsi in mare. il Nilo. Spesso infatti questo nostro m ondo è scon­ volto dalle inondazioni o è tormentato dal calore eccessivo o dalla siccità. scendendo dal Caucaso. 68 A = 27 E. Chi dunque potrebbe dubitare che. il cosiddetto Cremete. Basilio nel passo parallelo (65 CD.. x a l O T a - Y ó v e ? e t a l v ó e r o O ) f ) 8 e i 7t ó a o v t£> x ó a j i c p / p ó v o v à ip c o p ia c v e l ? 8 i a ( i o v ^ v x a l 7t ó a r ) v XP'J) T tìi i t u p l T r p o a ir o tì. Tartesso. il Rodano che con la sua veloce corrente fende impetuoso le ac­ que del Mare Tirreno. a quanto si dice. tcoX- Xij<. nascendo dalla catena delle Alpi. 16 S. èuri 8ià tJjv Siivajuv dcvaXcoTixòv óypaala?. 15 Fiume della Colchide. 17 Bas. Perciò. E verrà tempo in cui Iddio dica all'abisso: Diverrai un deserto e asciugherò tutti i fiumi. Il fuoco assorbe m o lto 18. il Nilo che alla­ ga l’Egitto con le sue inondazioni. ctou ^Tjpavù. 7tpò<. toù ? itoTa(ioii<. anche prima che giunga quel giorno stabilito dalla volontà divina.

quia ignis omnis consumptor umoris est uel huiusmodi materiae. I I I . nisi lege quadam sui cohiberetur auctoris. Mare ipsum ideo fe­ runt ipsi salsam atque amaram aquam habere. DIES I I . 3. Quod ideo dicendum putant. Sed nihil agunt. 13-14 quod ignitus aether et magno feruens uapore inflammaret atque exureret omnia. ac si illud non naturalis ignis adoleuerit. SER. etiam flamma adolet. quia nihil interest utrum ex natura calorem quis habeat an ex passione aliquaue ex causa. Et ideo aiunt quod nec ignitus natura sit et si quid habet caloris. ut nec flumina nec lacus nec ipsa maria uim eius possent restinguere? Et ideo desuper aqua inpetu quodam descendens in tantos ple­ rumque imbres rumpitur. eadem species et natura est luminis. ut flumina <ac> lacus repente replean­ tur. quod diuersa ei deus constituit cursus sui loca et tempora. sed accidens causa generauerit. cottidiano ea uapore exureret. ferunt ex nimio motu conuersionis accidere.98 EXAMERON. eo quod albus sit et non rubicundus aut rutilus in speciem ignis. C. In quo euidens dat indicium. ipsa maria exundent. quod sine usu et sua- uitate potandi sit. ne. siue de flammae lumine lu­ men accendas. Vel hinc saltem contemplentur solis calorem. sed inter se conlisis ignis excussus excipiatur foliis. si semper in isdem m o­ raretur locis. Tantum autem inest illis inpugnandae ueritatis studi ut solem ipsum negent calidae naturae esse. ut nihil uideatur umoris consumere. cum ista componunt. Unde frequenter et solem uidemus ma­ didum atque rorantem. quia calorem. ex quo remanet salsum illud atque aridum. . quod graue atque terrenum relinquit. Nam siue ex lignis hautquaquam semiustulatis. Quod ex solis quadam diiudicatione fieri perhibetur. qui quod purum ac leue est sibi rapit. quo um or uel minuitur uel plerumque exhauritur. 14. quod ea quae flu- uiis in freta influat calore absumatur. quod elemen­ tum sibi aquarum ad temperiem sui sumpserit. ac si de igne accendas facem. tantumque uapore diurno consumi quantum cottidie ex diuersis fluuiorum cursibus inueha- tur. quam flamma consueuit exurere. non habet naturalem.

eva iyiXa itpò? itXXv)Xa m ip x a l ipXóya àvai^Y].. in quanto ogni fuoco elimina l’umidità o le sostanze dello stesso genere solitamente distrutte dailla fiamma. 19 Svet. H e x a e m . in quanto per natura è privo di quel calore che o riduce l’umidità o spesso l’elimina. mentre lascia ciò che è pesante e terreno.. Tot? aÙToti. elv a i &epfi. tpctal. E pro­ prio essi dicono che anche il mare ha l’acqua salsa ed amara per­ ché quella che per mezzo dei fiumi confluisce nelle sue onde viene fatta evaporare dal calore e che tanta ne viene eliminata dalla evaporazione diurna. E pensano di dover dire cosi. A en . [leraTtS-eìaav t ò v ^Xiov è!. 22 B as.. Si afferma che ciò accada per una certa sele­ zione operata dal sole. 72 A (29 E. 206 e 442443 Reifferscheid.où Xu^vir]Tai -rijv 8iaxóa(Avjaiv . 20 B as. ìrép oiv et? Érepa Iva (ir. à-froyevvav.. 69 B (29 C): ‘EtieiSt] Xeuxó? è o T t.ev t V (*ey<£Xv]v to u Tà m iv r a xu(3epv£ivToi. scendendo impetuosamente dall’alto. per la sua amarezza. I. 23 B as. 30 A): Ka£ t o i y s ópòi[/. ma sfregati fra loro viene appiccato a delle fog lie21. oùSè to u to u Èvexev oùSè TruptoSe? "crjv (piiaiv. cosi che né i fiumi né i laghi né gli stesisi mari potrebbero spegnerne la violenza? Perciò l'acqua. Ma essi mettono un cosi grande impegno nell’impugna la verità da negare perfino che il sole sia caldo. perché non c ’è differenza se uno ha calore per natura oppure per un intervento subito dall’esterno o per qualche altro motivo. il quale trae a sé ciò che è puro e leggero. Per lo stesso motivo spesso vediamo anche il sole inzuppato e stillante acq u a 19. se accendi un lume ad un lume acceso. xaTaxau& n. èàv t c è x 9X oyò? àvairTO(j. ootptav. ciò dipende dall’eccessiva velocità della sua rotazione. li inaridisse con il suo calore quotidiano23. à e l TtpocrStaTptpoiv. Tfj uXeove^tif t o u &ep[j. anche la fiamma brucia come se tu accendessi una fiaccola al fuoco. V erg. restando sempre sopra gli stessi luoghi. 69 C. Prata. ma l’avesse prodotta una causa accidentale22.év7]i. l’aspetto e la natura di quella luce sono gli stessi com e se non l’avesse accesa un fuoco naturale.òv fj èx rotòou ? rìjv m ip o a iv 7tpó<.. e perciò resta la parte salsa e riarsa che. tìjv /potav. iaóv è<m x a l TtapauX^jotov è!.. perché è di color chiaro e non rosso o acceso com e fu o c o 20. perché risulti chiaro che non assorbe umidità. 14. Per questo motivo af­ fermano che non è di natura ignea e che. pp. Con tale fenomeno fornisce una prova evidente d’aver assorbito l’elemento acqua per mitigare il proprio calore. non può essere bevuta. à^ ipo- Téptov t ò TÉX05. y e t ò tA aù xà <ju|jmTci>|jucTa 7tepl r à ? aÙTà? fiXai... 69 C (29 D ): Aia<pépet 8è oùSèv è x ipuaeto. quanta ogni giorno ne viene immessa dai vari corsi dei fiumi.. O almeno considerino il calore del sole. se ha del calore. . riflettendo che Dio gli ha fissato posizioni e periodi di­ versi nella sua orbita per evitare che. H e x a e m . ’ E àv Te y à p Tpipó[i. scroscia sovente in piogge cosi abbondanti che i fiumi e i laghi improvvisamente si gonfiano e gli stessi mari traboccano. Ma non concludono nulla mettendo insieme tali argomentazioni.. 174-5: a c p r im u m s ilic i s c in tilla m e x c u d i t A c h a t e s / s u s c e p it q u e ig n e m fo liis . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 99 Creatore. Se il fuoco fatto sprizzare da legni non già mezzo abbruciacchiati. 21 Cf.. àXX’ oii^l Ù7répu&poi. l’etere infocato ed ardente per l’enorme calore potrebbe alla sua vampa bruciare ogni cosa. H e x a e m .

29-33. 16. 15-16 Caput IV 15. . quod oùpavóg graece dicitur. 8. quae obscu­ rior est. sicut iam dixi. Non moueat. DIES I I . M t 18. cum uidetur. e G en 1. 2. latine. caelatum dicimus. inuisibilis enim maiestas eius per ea quae uidentur agnoscitur. et opera manuum eius adnuntiat firm am entum a. Vnde hoc colligimus? Quia et in maledictionibus populi Istrahel dixit deus: Erit tibi caelum super caput tuum aereum et terra tua f e r r e a quando pretium perfidiae luens populus Iu- a P s 18. nemo eius auctorem uenerabatur. quae sunt in illo uisibili loco. sicut legimus in hymno prophetico: Benedictus es in firmamento ca elic. qui in caelis e s t d et uolatilia circa firmamentum cae­ li e. quia lucidus est. oùpavóg autem arcò t o ù épàa-0ou dicitur. 9. s D e u t 28. quod signis eminenti­ bus refulget. spectent haec omnia et subiecta suis habeant conspectibus. hoc est: mundi opus. C. quod dicitur caeli firmamentum. eo quod potestates. hic autem spe­ cialem firmamenti huius exterioris soliditatem. f 3 R e g 16. tamquam uisibilis. Vnde puto et illud dictum uolatilia caeli sem per uident faciem patris mei. 4. sicut argentum. suum laudat auctorem. c D an 3. f G en 1. Nam caelum. Denique clausum caelum dictum est temporibus Hel quando in Achab et Iezabel perfidia regnabat1. quia inpressa stellarum lumina uelut signa habeat.100 EXAMERON. SER. 56. 20. ut om ­ nem caelestis creaturae fabricam conprehenderet. siqui­ dem et hic ita habet: E t uocauit firmamentum caelum b. quod uidetur. 23. Fiat firmamentum in medium aquae. quia plurimos caelos scrip­ tura testificatur. hic dicit firmamentum. quia supra caelum ait. cum populus re­ gali sacrilegio deseruiret. ut uidea­ tur supra generaliter dixisse in principio caelum factum. eo quod nemo ad caelum oculos erige­ bat. tam­ quam caelatum appellatur. oùpavóg nuncupatur. sed ligna et lapides adora­ bant. quoniam et Dauid ait: Caeli enarrant gloriam dei. 10. Et uidetur mihi nomen caelorum commune esse. I I I . Ilpòg avTiSiacToXriv igitur terrae. ■J Ps 8. Sed reuertamur ad propositum. nomen autem esse speciale firmamentum.

168.. cit. V. la stessa espressione si riferisce agli uccelli (cf. cioè: l’opera del mondo. 8. Ilpòg àvTiSiacToX^v (in antitesi) con la ter­ ra che è opaca. sub uoce). perché anche Davide dice: I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani. 18. di ferro. 4 Etimologia infondata (Chantraine. p. che prima parli di « cielo » e qui di « firmamento ». è chiamato oùpavóg. perché porta infisse le luci delle stelle com e un lavoro di cesello3. in tal m odo sembra che prima. com e leggiamo nell’inno del profe­ ta: Sei benedetto nel firmamento del cielo. 9). 2 II « firmamento » è considerato come una volta gettata nel mezzo delle acque che vengono divise in due. pagando la pena della sua 1 Bas. si riferi­ sce agli uccelli: 7tereivà Trsrójicva èrcl TÌj? (notatile super terram sub fir­ mamento caeli). Ambrogio parla degli angeli. Ma ritorniamo al nostro argomento. 10.. 6. Torino 1969. invece in Matt. dato che nessuno levava gli occhi al cielo. Dict. sulla sua « solidità ». mentre Gen.. allo stesso m odo che diciamo cesellato l’argento risplendente di figurazioni lavorate a sbalzo. étym. come appare dal confronto con Matt. Infatti cielo. abbia detto che in principio era stato creato il cielo. Sai. 3. cioè visi­ bile. Marietti. quando si presenta alla nostra vista. E mi sembra che il nome « cieli » sia comune. cf. se appunto anche in questo passo ha: E chiamò il firmamento « cielo ». e che invece sia nome specifico « firmamento » *. p. Etimologia in­ fondata. per comprendere tutta l’opera della creazione del cielo. Inoltre si disse che il cielo era chiuso al tempo di Elia. 44. quando il popolo dei Giudei. Per tale ragione ritengo che sia stato detto: Gli esseri alati del c ie lo 5 vedono sem pre il volto di mio Padre che sta nei cieli e Gli esseri alati6 che volano intorno al firmamento del cielo. 16.. Testa. L. dà lode al suo Creatore: la sua invi­ sibile maestà si riconosce da ciò che si vede. in senso generale. Hexaem.. op. 5 Con uolatilia caeli qui si indicano gli angeli. ma rico­ noscevano per dèi idoli di legno e di pietrai Donde argomentiamo ciò? Perché anche nelle maledizioni contro il popolo d’Israele Dio disse: Il cielo sopra il tuo capo sarà di bronzo per te e la terra.. e che qui invece abbia in­ dicato la particolare solidità di questo sostegno esterno che si chiama firm am ento2 del cielo. 26. e il popolo era com plice del sacrilegio regale. 20. L. I.. 258. . Non ci stupisca. E.. che in greco si dice oùpavóg in latino equivale press’a poco a « cesellato ». nessuno ne adorava il Creatore. a cura di P. 18. perché è luminoso. vedi Coppa. com e ho già avver­ tito. 3 Varr. Sia fatto un firma­ mento nel mezzo dell'acqua. 72 B (30 A). per­ ché le potestà che sono in quel luogo visibile contemplano tutte queste cose e 'le hanno sotto i loro sguardi. 6 Anche qui S. Hexaem. perché si v e d e 4. vedi Genesi.. 1. perché la Scrittura attesta l’esistenza di moltissimi cieli. oùpavóg invece deriva da ànò toù èpàa0ai. 72 B (30 B). Bas. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 101 Capitolo 4 15.. quando nelle persone di Acab e di Gezabele regnava l’empietà. n.

quando rigore frigoris stringi­ tur terra. 13 (Sept. 16-17 daeorum intemperie caeli et terrae infecunditate multatur. Ferreum ergo cae­ lum. quod nullum exundat umorem. de caelo enim causa fertilitatis. quando nullus nubibus imber rumpitur. sed quasi opera mundi enarrant. Tunc ueluti super caput nostrum umor suspensus ui­ detur et per momenta inminere. Neque enim firmamentum hoc potest sine aliquo rumpi fragore. A firmitate ergo firmamentum est nuncupatum uel quod diuina uirtute fir­ matum sit. eo quod modera­ tione caelesti terrarum fecunditas nutriatur. Est etiam ferreum caelum subobscurus aer pressus atque nebulosus colore ferrugineo. DIES I I . Nam et ros et gelus et frigus et aestus secundum h Deut 33. quae concepto intra sinum nubium spiritu. ma­ gno concrepant sonitu. cum se uehementer erupturus inliserit. Alii quoque purificatorias uirtutes inter­ pretati sunt aquas. Nec praeterit rettulisse aliquos caelos caelorum ad tellegibiles uirtutes. nobis tamen non alienum uidetur atque absurdum. Denique et Moyses id benedictionibus tri­ bui Ioseph a finibus caeli et rore abyssi fontium deorsum et se­ cundum horam a solis cursu et a conuenientibus mensibus et a uertice montium et collium aeternorum h dedit. 13-15. quemad­ modum supra diximus. 4. Et ideo laudare caelos uel enarrare gloriam dei. firmamentum ad operatorias. quod non sit inuali- dum nec remissum. I I I . ait scriptura: Firmans tonitru '. Accipimus haec quasi ad tractatus decorem. Ideo et firmamentum dicitur. si aquas ueras propter illam causam quam diximus intellegamus. Vnde et de tonitribus. SER. i Ps 150.102 EXAMERON. 1. ‘ Am 4. C. sed non quasi spiritalia. annuntiare firmamentum. quae super caelos sunt.). Plerumque etiam glacialibus uen- torum flatibus rigentes aquae solidantur in niuem et rupto aere nix funditur. . sicut et scriptura nos docet dicens: Laudate eum in firmamento uirtutis eius 17.

in un certo senso. Infine anche Mosè con la sua benedizione fece si che ciò fosse concesso alla tribù di Giuseppe dai confini del cielo e dalla rugiada che scende dalle fonti dell’abisso e. X óyou? òx. quando la terra è stretta nella m or­ sa del freddo. Sè Totoùrouc. anche a proposito dei tuoni che. quando l’aria raccolta nella cavità delle nubi. Infatti e la rugiada e il gelo e il freddo e il caldo. 1. SCSoxnv. vedi F o r c e l l i n i . xal dratò fjXtou Tpon&v xal ctovó&cùv [rrjv&v xal àicò xopu(pìj<.. perché non è inca­ pace di resistenza né molle. eùral^Ca. com e ci insegna anche la Scrittura dicendo: Lodatelo nel firmamento del­ la sua potenza. non la narrano com e esseri spirituali.a>ii.. P l i n . al momento di uscirne.. Basilio critica l’interpretazione allegorica che risale ad Origene ( Hom. Per tale ragione.e&a. 13: arepe&v Ppovrijv. concludendo cosi: Toù<. Hexaem. toù 7tepl *p)v TÓ7TOU Sià tt)? èv toutoii. dal cielo infatti dipende la fertilità.iWkiu? (f a v o le d a v e c c h ie r e lle ) à-7ra7re[i<ljdc(jLevoi. Ep. 380 e spes.. . 12 Vedi P ép in . 10 Amos. quando non c ’è pioggia che scrosci dalle nubi. Dalla sua solidità (firmitas) dunque il firmamento ha preso nome oppure perché è stato rafforzato dalla potenza divina. La Vulgata ha formans montes. sub uoce. x a l Y P ^ S e ii.. rimbom­ bano con grande fragore. 17. 9 Bas. i cieli lodano e narrano la gloria di Dio e il firm am ento la proclama'. secondo il cantico del 7 Bas.. op. et pressior. 2. Dal confronto col greco appare che tonitru è un accusativo neutro. dignità alla trattazione. Per questo. 415. confor­ me all'ebraico. Spesso anche le acque. V ili. 8 Cf.oi<ppia9f) Taiq p ia i? t<òv <xvé(/. la Scrittura dice: Rafforzando il tu o n o 10. 76 A (31 BC): S . e ir a el? dcxpov xairaijjux&èv SXov SióXou "Karfft &pauó[ievov t o ù vétpouc. si scontra violentemente in esse. raffreddate dal gelido soffio dei venti. in Gen. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 103 infedeltà. ma. ò v eipiT ow ou-pcplaeii. perché la fecondità della terra è alimentata dall’influsso del c ie lo 7. ma a noi non sembra fuor di luogo ed assurdo intendere acque vere e proprie per la ragione già detta. 3 5 4 5 ). x a ra q jép era i. Aitò à>p<àv oùpavoG xal Spóaou. eù5hjvou(iivou. 73 CD. forma attestata benché rarissima. 4 : color caeriilo albidior . Hexaem. essi sostengono. com e abbiamo detto sopra. bensì come creature del mondo. 20. Ad ogni m odo questo firmamento non può squarciarsi senza produrre del fragore. Accenniamo a queste interpretazioni per conferire.... tò GScop QSop vogato (lev. È cielo di ferro anche l’aria fosca.. fu castigato con le avversità del cielo e l’infecondità della terra. Non ignoro che alcuni hanno messo in rapporto l’espr sione « i cieli dei cieli » con le potenze intellettive e il firmamento con quelle attive11. È di ferro dunque il cielo che non lascia cadere una goccia d’acqua.cov à v o x o n é v .. 11 Bas. òpéaiv xal fiouv&v dewàav rà? eùXoylai. si solidifi­ cano trasformandosi in neve che scende attraverso l’aria9. E si chiama appunto firmamento. Anche altri interpretano le acque che stanno sopra i cieli com e potenze purificatrici12.. dal corso del sole e dai mesi adatti e dalla cima dei monti e dei colli eterni. 73 AB (30 C): "O w cv Sè t ò ùypòv èE. cit. Hexaem. 4. (/. Allora sembra quasi che sul nostro capo stia sospesa l’acqua e che la pioggia ci minacci di momento in momento. 72 BC (30 BC): Kal McoikrijG eùXoY&v tt)V tpuXTjv rou ’lto- <rfj<p. x a l r q v Si<4- xpteiv tìjv tou OTepe<!>iMCTO€ Yevo(iiv/)v x a r à tt]v àu o& oS eìaav al-tlav Se!. torbida6 e coperta di nubi color ferrigno. secondo le ore. pp.

non minimum uel decoris offundit uel inesse rationis ostendit. 42. Facit filius quod uult ter. C. Videt et filius patris opus sicut et pater filii. Vidit quia bonum. c Io 11. d Io 5. quia nec quasi incognitus pater. 17 . Omnia eius quasi splendor gloriae inluminat nobis atque manife­ stat. DIES I I . benedicit et terra. 19. Videt ergo facientem patrem et uidet m Dan 3. sed definiuit plenitudini gratiae conuenire. 17. 5. in quo conplacuib. Non utique cognouit quod nescieb sed probauit quod placebat. Et quid mirum. " Ps 148. <benedicunt et stellae>m: et stellas non ad intellegibiles naturas referimus. Laudant etiam dracones dom inum 11. et audit pa­ trem filius semper et pater filium per unitatem naturae. quia natura eorum et species. Scit autem semper filius uoluntatem patris et pater filii. 4. Non quasi incognitum placuit opus. ut mihi eius iudicium cognosceretur. b Mt 3. si de opere retractare possint qui de ipsius operatoris genera­ tione faciunt quaestiones? Ipsum in iudicium uocant. sicut scrip­ tum est: Hic est filius meus dilectissimus. qui conplacuit in filio. Nihil in illo naturae degeneris inuenitur. Imago est enim inuisibilis dei filius. 7. SER. a Gen 1. C. Dixit tamquam omnia quae pater utìllet scienti et uidit tamquam omnia quae filius faceret scientia tenens et efficiens operatione consorti. cuius opus a paterna non degenerat uoluntate. uolun- tatis atque substantiae. E t uidit deus quia bonum e s t a. laudat pater quod facit filius. 18-19 hymnum propheticum benedicunt dominum. . 19. ipsum inae­ qualem atque degenerem adserere conantur. cum uidetur. I I I . 10. nos enim solemus etiam de iis quae diuina sunt disputare. Caput V 18. sicut ipse do­ minus declarauit: Non potest filius facere a se quidquam nisi quod uiderit facientem patrem d. Denique testatur hoc in euangelio suo filius dicens ad patrem: Sciebam quod sem per me audisc. Ideo legis et dixit deus et fecit deus: eodem pater et filius maiestatis honorantur nomine. E t uidit deus quia bonum. Omnia patris quasi imago exprimit. Vidit utique: non oculis corporalibus intendit. sed ad ueritatem. 63-8.104 EXAMERON.

Dis­ se com e a chi sapeva tutta intera la volontà del Padre e vide come chi conosceva interamente l’opera del Figlio e l’attuava insieme con la medesima azione. e riferiamo le stelle non a sostanze in­ tellettive. lo vede per il mistero della invisibile 13 Bas. xal 7tSaai £(3uaaoi. 1 B as . il Padre loda ciò che com pie il Figlio. esprime tutto ciò che è del Padre perché ne è l’immagine. E ciò attesta il Figlio nel suo Vangelo dicendo: Sapevo che tu mi ascolti sempre. Vide che era un bene.. xal xà èx ttjs yi)?. Certamente non apprese una cosa che prima non conosceva. perché la sua opera è del tutto conform e alla volontà del Padre. Capitolo 5 18. perché la loro natura e il loro aspetto rivelano ai nostri occhi qualche bellezza e mostrano di avere una loro giustificazione. perché non è scono­ sciuto nemmeno il Padre che si compiacque nel Figlio. lo benedice anche la terra. Ma il Padre conosce sempre la volontà del Figlio e il Figlio quella del Padre e il Figlio ascolta sempre il Padre e il Pa­ dre il Figlio per l’unità di natura. ma alla realtà. Nulla si trova in lui che appartenga ad una natura inferiore a quella del Padre. ma stabili che fosse conveniente alla pienezza della grazia che do conoscessi il suo giudizio. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 105 profeta... ci illumina e manife­ sta tutto ciò che a lui appartiene perché è lo splendore della sua gloria. di volontà.. ma approvò ciò che gli piaceva. com e sta scritto: Questo è il mio Figlio dilettissimo nel quale mi sono com ­ piaciuto. Che c ’è di strano che possano discutere dell’opera coloro che sollevano obiezioni anche sulla generazione dello stesso au­ tore? Lo chiamano in giudizio. . benedicono il Signore. 76 C (31 E): .. Spdtxovrs. lo be­ nedicono anche le stelle. 76 C (32 A). di sostanza. Perciò tu leggi anche: Dio disse e Dio fe c e : il Padre e il Figlio sono onorati con lo stesso nome proprio della maestà divina. Vide certamente: non fissò con occhi corporei. com e il Padre quella del Figlio. E Dio vide ch’era un bene. Hexaem. se non ciò che vede fare dal Padre. com e rivelò il Signore stesso: Il Figlio per conto pro­ prio non può fare cosa alcuna.. Il Figlio è l'immagine di Dio invisibile-. àXh’ AEveìtc airóv.. Anche il Figlio vede l’opera del Padre. infatti noi siamo soliti discutere anche sulle cose divine. Anche i serpenti lodano il Signore13. tentano di sostenere ch’egli non è uguale al Padre ed è di natura inferiore. E Dio vide ch ’era un bene Il Figlio com pie ciò che vuole il Padre.. Non gli piacque l'opera com e se non la conoscesse. Hexaem. 19. Vede dunque agire il Padre.

19-22 per secretum inuisibilis naturae et audit similiter. . 22. non tamen sciunt quemadmodum sibi possint membra singula conuenire et quid gratiae adferat futura conexio. A r ia n i Schenkl A r r ia n i plerique codd. Et ideo aut laudare non audent aut p ro parte laudant. 15. etiamsi Arriani nolint. Vide P ra e f. et iudicium meum uerum est. Sed iam secundus nobis claudatur dies. quorum nonnulli antiquissimi. illud morale. C. ne dum opus astruimus firmamenti. t A c t 10. ut in singulis gratia. Laudat singula quasi con- uenientia futuris. tu com m une ne d ixeris1 scriptum tibi esse meministi. quia non sum solus. sed in suae praedestinatione est uoluntatis. Ergo bonum dei nemo blasphemet. Illa est enim uera pulchritudo et in singulis membris esse quod deceat et in toto. radicis degeneris fructus deterior.106 EXAMERON. H oc mysticum est. infirmiores eos qui audiunt dicendi pro- * I o 8. laudat plenitudinem singulorum uenustate con- positam. 20. ut qui uultus hominum uel corpora excudunt de marmore uel aere fin­ gunt uel ceris exprimunt. 5. Et si firmamentum bonum. in omnibus for­ mae conuenientis plenitudo laudetur. Solent artifices gula prius facere et postea habili commissione conectere. proba mihi. Eunomiani reclament. 5. Denique ait: Sicut audio et iudico. 21. sed ego et qui me misit p a tere. finem operis cognitione praeueniens. I I I . quanto magis bonus eius creator. Vidit inquit deus quia bonum est. SER. Quoniam quod deus mundauit. 20. 16. Nec mirum apud quem rerum perfectio non in consummatione operis.. deus uero tamquam aestimator uniuersitatis praeuidens quae fu­ tura sunt quasi perfecta iam laudat quae adhuc in primi operis exordio sunt. Vidit mihi. DIES I I . Quod deus probauit tu reprehensibile ne dixeris.

nato in Cappadocia e morto a Dacora al più tardi verso il 395. prevenendo con la sua co­ noscenza il compimento dell’o p era 5. vediamo ora quello morale. Dio vide.. 5 B a s . n. 464-466. mette piuttosto in risalto la preveggenza di Dio che gli consente di conoscere quale sarà l ’opera compiuta e di poterla quindi lodare sebbene ancora incompleta. aù-rSv b ra- vatplpcov T7)V gvvoiav.. Aen. La crisi ariana nel IV secolo. Ambrogio. poiché ricordi che sta scritto per te: Non dire impuro ciò che Dio ha purificato. Né ciò è strano. Perciò nessuno biasimi il bene operato da Dio. quando nelle singole parti com e nel tutto sia presente ciò che loro si addice. 77 A (32 C ) : 'O (xévroi te/vIt»]? xal 7tpò -ri)? auv&éaeox. ma dall'aver ricevuto un fine dalla sua volontà. però. com e colui che. 22. quanto più buono ne è il Creatore. com e fanno coloro che scolpiscono nel marmo i vol­ ti e i corpi umani o li modellano nel b ro n zo 4 o li riproducono con la cera. C avalcanti. 65): Intendi « allegorico ». Roma 1975.. Hexaem. E se è buono il firmamento. S im o - n e tt i . dice la Scrittura. cosi giudico. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 107 natura divina e così lo ascolta.. 7 t p i t ì -réXoi. S. secondo l’antico concetto greco della « santa teologia » che schiude la via alla contem­ plazione divina. Ambrogio sono però assai vaghi. loda la perfezione del tutto risultante dalla bellezza di ciascuna di esse. .. M .. cosi che in ciascun particolare si lodi la bellezza e nell’insieme la perfezione d’una form a armoniosa. Augustinianum. Totouto? o3v 8rj ti? xal vuv Svrexvo? èmxivén)<. può valutare complessivamente l’opera sua. Dio invece. Studi eunomiani. I punti di contatto con S. Vide per me. 847-848: Excudent alii spirantia mollius aera / cre­ do equidem. Questo è il senso m istico2. loda com e se fossero già condotte a perfezione le cose che sono ancora all’inizio dell’attuazione loro. 172. Loda le singole parti com e se già armonizzasse­ ro con quelle che sarebbero state successivamente create. 4 Cf. 502-503 e E. e il mio giudizio è vero. Cf. cit. trattandosi di colui riguardo al quale la perfezione delle cose non consiste nell’essere state condotte a termine. tuttavia non sanno com e le singole membra possano armonizzare tra loro e quale bellezza conferisca ad esse la loro successiva riunione in un tutto. olSe tou éxdtorou xaXòv xal èTtaivei irà xa&’ gxaarov. Ma ormai concludiamo il secondo giorno® per non esau­ rire con la nostra prolissità. Roma 1976. p. prevedendo il futuro. VI. che era un bene. C’è vera bellezza. uiuos ducent de marmore uultus. E perciò non osano lodare la loro opera o ne lodano le singole parti. 3 Setta eretica che prende nome da Eunomio. Elaborò una forma di arianesimo radicale che portò alle estreme conseguenze la dottrina di Ario... tGv xaxà (lépo? IpYoiv ó ©eò? àvav^ypaTtrai. 468-469. 20. anche se gli Ariani non sono di questo parere e gli Eu- nom iani3 protestano. 77 A (32 C). Non dire difettoso ciò che Dio ha approvato. Gli artisti prima sogliono fare le singole parti e poi connetterle con abile commessura. Hexaem. perché non sono solo. approvò per me. frutto ancor peggiore di una radice che ha tralignato. 21. ma siamo io e il Padre che mi ha mandato. Augustinianum.. Verg. pp. 6 B a s . Dice infine: Come ascolto. approfondendo il con­ cetto. proprio mentre trattiamo della crea- 2 Annota il Coppa (op.

dum in noctem sermo producitur. 5. . C. ne animis epulantibus fragilitas carnis de nocturno quoque ieiunio conqueratur. 22 lixitate faciamus. quae adhuc carens lunae stellarumque lumine — nondum enim luminaria creata sunt caeli — obscuritatem possit adferre remeantibus: simul ut cib o potuque curentur corpora.108 EXAMERON. SER. DIES I I . I I I .

Esordio e chiusa. Nella traduzione ho preferito far prevalere la chiarezza del senso. alla materia che sarà successivamente trattata. 26. evitando cosi che. . entro certi limiti. vedi Cic. la resistenza7 degli ascoltatori. 37-90. i 7 Nel testo c ’è un gioco di parole tra firmamentum e infirmiores. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 109 zione del firmamento. cit. ecc. priva ancora della luce della luna e delle stelle — infatti gli astri non sono stati an­ cora creati8 — . Del resto. e nello stesso tempo per consentirvi di ristorare il vostro corpo con cibi e bevande. prolungando il nostro discorso fino a notte inoltrata che.. le facetiae. Sulla chiusa di questo e degli altri sermoni vedi N azzaro . mentre le anime ban­ chettano. Or. erano comuni all’eloquenza classica.. non senza un certo spirito. potrebbe impedirvi di vedere mentre tornate a casa. la fragilità della carne si lamenti di dover digiunare an­ che la notte. 8 Osservazione che allude..

3. ut hodie plures conueniretis. Vnde ait: Disposuit in conualle fle tu s e. quando deus praecepit. quia deus montium est. Et fortasse hic pudor fecerit. Non mediocris pudor est imperio dei insensibilia elementa parere et homines non oboedire. ex omni lacu. 3. quae fugerat. Iordanes conuersus est retrorsu m c. in haeresi et gentilitate fletus et maeror. Congregetur aqua dictum est. 2. b Ps 76. et non congregatur. non ualliumd. quod ad Hebraeorum transitus mare fugerit? Quan­ do se unda diuisit. qui terram a naufragio liberauit di- cente deo: Congregetur aqua quae est sub caelo in congregationem unam a. uiderunt te aquae et tim ueruntb. Ex omni igitur ualle congregatus est populus a Gen 1. Nouit ergo aqua et congregari et timere et fugere. deus. Hanc imitemur aquam et unam congregationem domini. 17. uallis est gentilitas. quando alibi quoque item propheta ait: Mare uidit et fugit. Denique in ecclesia exultatio est. Congregata est hic quondam aqua ex omni ualle. quibus sensus ab ipso tributus auctore est. . Vallis est haeresis. 9. c Ps 113. De quo praefationem adoriri placet. Nec hoc solum oboedientis aquae exemplum habem nam et alibi scriptum est Viderunt te aquae. transiuit populus uestigio puluerulento perisse mare credens. ex om palude. i 3 Reg 21 (20). e Ps 83. fugisse fluctus. et hodie populus nequaquam congregatus in ecclesiam domini uideretur. praeclarus dies. DIES TERTIVS SERMO IV Caput I 1. unam eccle­ siam nouerimus. Neque enim ueri simile non uidetur de aquis dictum. ne quo die congregata est aqua in congregationem unam. Dies tertius nobis hodie in sermone nascitur. et congregata est: et frequenter dicitur 'populus con­ gregetur'. qui ortus in lectione. 7. Denique credidit hoc Aegyptius et ingressus est: sed illi rediit unda. H oc enim uere factum quis ignorat. 28.

che le onde si fossero date alla fuga. Chi non sa che è veramente accaduto che il mare si sia riti­ rato per lasciar passare gli Ebrei? Quando le onde si divisero. infatti anche altrove sta scritto: Ti videro le acque. il popolo passò stampando le sue orm e sulla polvere. Di conseguenza nella Chiesa v’è gioia. ma l’onda. l’unica Chiesa. ch’era fuggita. 2. e si raccolse. spesso anche si dice: « Si raccolga il popolo ». Da questo passo mi piace prendere l'av­ vio. non delle valli *. L’acqua dunque sa raccogliersi e temere e fuggire quando lo ordina Dio. 28: Deus montium est Dominus et non est Deus uallium. il popolo non si vedesse affatto raccolto nella chiesa del Signore. s i ? t A t t o v 8 v È S -e to . e conoscerem o l’unica comunità del Signore. Non è poca vergogna che gli elementi insensibili obbediscano al comando di Dio e che invece non obbediscano gli uomini i quali hanno rice­ vuto la ragione dallo stesso loro Creatore.. giorno insigne che ha liberato la terra dal naufragio. E forse questo senso di vergogna ha fatto si che oggi vi radunaste più numerosi. 3. E non abbiamo solo quest’esempio dell’acqua che obbedi­ sce. quando Dio disse: L’acqua che è sotto il cielo si raccolga in un sol luogo. 7: in ualle lacrimarum. Qui si è raccolta un tempo l’acqua da ogni valle. ti videro e ne ebbero timore. 2 Sai 83. Sì raccolga l’acqua. 1 1 Re. . nella eresia e nel paganesimo ci sono pianto e tristezza. è stato detto. valle il paganesimo. credendo che il mare fosse scomparso. perché anche in un altro passo il profeta dice ugualmente: Il mare vide e fuggi. Non sembra inverosimile che ciò sia stato detto dell’acqua. Imitiamo quest’acqua. perché Dio è Dio dei monti. Dio. da ogni palude. in loco quem posuit. Valle è l’eresia.. nel giorno in cui l'acqua si è raccolta in un sol luogo. TERZO GIORNO IV SERMONE Capitolo 1 1. 20. Il testo dei Settanta dice invece: èv Tfj xoiXàSi t o ù xXau^jitivoi. Per tale motivo la Scrittura dice: Dispose pianti nella convalle2. per loro ritornò al suo posto. ma non si raccoglie. da ogni lago. Oggi nel nostro discorso comincia il terzo giorno già nato nella lezione scritturale. il Giordano ritornò indie­ tro. per­ ché non avvenisse che anche oggi. Lo credettero anche gli Egiziani ed entrarono a loro volta.

congregata est puritas animi mentisque simplicitas. Eccli 27. C. sed consona circa dei laudes populi uox et pia uita delectet. templum istud. 1. culpam obumbrat. adhuc in dextra et sinistra extende: et sem en tuum gentes hereditate possidebunt. IV . 5. ubi pigra testudo caenoso haeret in gurgite. in qua refulget aulaea caelestia. cottidianus coetus augetur. po­ pulum hunc diuinae operationis organum. ubi currit mendax equus ad salutem*. ut inhabitantes in hoc mundo tegat. hanc distantium inter se elementorum copulam. sed omnes se inuicem diligant. p a re th. in qua uolutabra libidinum sunt. ne parcas. ubi fulicae se dum lauant polluunt. 3-5 catholicus. ceruus ad fontes *. et facta est congregatio spiritalis. Habet ergo aulaea. 2-3. quos non m ortiferi cantus acroamatum scaenicorum. 22. Ex haereticis et gentibus repleta ecclesia est. quibus ad- tollit bonam uitam. bestiarum murmura. 2. ubi uilis et abiecta contentio. fige. de quibus dictum est: Dilata locum tabernaculorum tuorum et aulaeorum tuorum. quibus non purpurea peripetasmata. factus est unus populus. DIES I I I . in quo diuini modula­ men resultet oraculi et dei spiritus intus operetur. omnes se inuicem foueant et quasi unum corpus diuersa se membra sustentent. denique aper in palude. sed hanc pulcherrimam mundi fa­ bricam. sed ima est con­ gregatio. terram ad operandum datam. 27. Vallis est scaena. . i Is 40. clausa maria. 4. 26 (29). in quam ipse incidat. sanctitatis domicilium. sed concentus ecclesiae. 17. Eccle 10. 8. ubi litigium foeda deformitas. ubi quasi ranae ueterem canebant querellam. 1 Is 54. fluitant singulorum in­ cessus. ubi labuntur pedum uestigia. Congregata est aqua ex omni lacu et ex omni fouea. Palus est luxuria. SER. f Ps 32. Ex omni igitur palude. caelum sicut cameram extentum*. palus est intemperantia. 14. quae mentem emolliant ad amores. ubi flebiles desuper gemitus columbarum. non aulaea pretiosa spectare uoluptati sit. ecclesiam sanctam. Dictum est et hic: congregetur aqua ex omni ualle. latibula passionum. * Ps 79. ubi mersantur quicumque inciderint et non emergunt. Iam non multae congregationes sunt. et duitates desertas inhabitabis ‘. h Prou 26. uallis est circus. palus est continentia. 41. nemo foueam fratri suo. sacrarium trinitatis. una ecclesia. diffusum aerem. congregata est fides. longiores fac funiculos tuos et palos tuos confirma. Ex his igitur qui circo inhaerere consueuerant fides creuit ecclesiae.112 EXAMERON. peccata tegit.

dunque. una palude dove regna il brago della sensualità. dove dall’alto flebili gemono le colom ­ be.. E stato detto anche qui: « Si raccolga l’acqua da ogni valle ». 1962. 79. 4 Cf. palude l’incon­ tinenza. il cervo presso la fonte. È palude la lussuria. I. dei quali è stato detto: Allarga lo spazio delle tue tende e dei tuoi teli. nel quale riecheggia la musica della rivelazione ed opera intimamente lo Spirito di Dio. dove com e rane ripetevano il loro verso consueto4. si è fatto un solo popolo.. Trim. si è raccolto il popolo cattolico. risuona il brontolio degli animali feroci. si trovano le tane delle passioni. non i preziosi drappi. la terra offerta al nostro lavoro. 5. dove chi cade affonda e non ritorna più a galla. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 113 Da ogni valle. L’acqua si è raccolta da ogni lago e da ogni fossa affinché nessuno scavi al proprio fratello una fossa nella quelle cadere egli stesso. 5 Preferisco intendere acroama = « spettacolo musicale ». 4. valle il circo dove il cavallo corre senza giovare alla salvezza. mette in om bra la colpa. l’aria diffusa. fa’ più lunghe le tue cordicelle e rafforza i tuoi pali. 53. Sal. il cielo steso com e una volta per proteggere gli abitanti di questo mondo. dove av­ vengono contese che sono uno sconcio obbrobrioso. ma dai canti liturgici. Cosi non traggano diletto dalle musiche funeste degli spettacoli teatrali5. animalia. una la Chiesa. i mari cir­ condati dalle terre. II Marmorale (La Nuova Italia. non rechi loro piacere contemplare i tap­ peti di porpora. Ambrogio vuol dire che dalla valle del paganesimo. questo tempio santuario del­ la Trinità. copre i peccati. Georg. Valle è il teatro. Fra costoro che non sapevano staccarsi dal circo crebbe la fede della Chiesa e di giorno in giorno la schiera dei fedeli si accresce3. acroamata tricas meras esse. gli uomini convertendosi confluiscono nella Chiesa come le acque in congregationem unam. questa riunione di elementi diversi fra loro. e si è fatta una comunità spirituale. La Chiesa ha dunque i suoi drappi con cui onora la vita onesta. 378: et ueterem in limo ranae cecinere querelam. 3 S.. 92) intende « concerti ». 2: Quemadmodum desiderat ceruus ad fontes aquarum. p. ma questa bellissima co­ struzione deH’universo. chiesa santa nella quale risplen­ dono drappi celesti. che infrolliscono l’animo inducendolo alla sensualità. Petr. ma una è la comunità. Firenze. dove i piedi sci­ volano e ognuno procede vacillando. si è riunita la fede. Insomma il cinghiale nella palude. dove la lenta tartaruga fatica a staccarsi dal fondo melmoso. . cf. tutti a vicenda si as­ sistano e si sostengano com e le varie membra di un unico corpo. ma tutti si amino vicendevolmente. Cen. si è riunita la purezza dell’animo e la sem­ plicità della mente. Da ogni palude. 12: reliqua. dove si svolgono degradanti e spregevoli gare. questo popolo strumento per l’armonia del­ l’opera divina. piantale senza risparmio. 41: Exterminauit eam aper de silua. spiega la tua tenda a destra e a sinistra: e la tua discendenza avrà le genti in eredità e abite­ rai le città deserte. ma dalla voce del popolo che in coro loda Iddio e dalla sua santa vita.. V erg. Ormai non vi sono più molte comunità. palude l’intemperanza. 41. cioè dalla corru­ zione dei suoi costumi. dimora della santità. dove le folaghe si insudicia­ no nel tentativo di lavarsi.

quae super maria fundata est et su flumina praeparata™. SER. Caput II 7. 38. mirabilis in excelsis dom inus0. DIES I I I . flumina de uentre eius fluent aquae uiuae p. quem inci­ piebant accipere qui credituri erant in eum. sicut dixit scriptura. Sed iam quasi boni Iordanis fluenta reuertimini mecum in originem. Quid opus fuit iterare. 4. C. o Ps 92. Bona flumi­ na. 7 6. quae ante non uidebatur. Et addidit: Mira­ biles elationes maris. p Io 7.). 1. et post deriuationem eius in maria apparuisse aridam. 2.114 EXAMERON. Fortasse pa­ rum crediderit aliquis superioribus sermonibus nostris. non ad diuinae maiestatem naturae. H oc autem dicebat de spiritu. Haec est ecclesia. 9. de quibus dictum est: Eleuauerunt flumina. quibus tractauimus inuisibilem ideo fuisse terram. 9 (Sept. sed uestrae causa instructionis suscepimus hunc tractandi laborem. quae erat super terram. et apparuit arida0. Et iterum scriptura dicit: Congregata est aqua in congregationem unam. hausistis enim ex illo perenni et pleno fonte. qui sicut flumina puro in eam mundi fonte decurritis. 2. hoc est ad nostram condicionem. quo fluitis. 3-4. i> Gen 1. 6 . . m Ps 23. domine. nisi occurrendum quaestionibus iudicasset propheta? Nonne uidetur dicere: non dixi inuisibilem secundum naturam. omnis au­ tem color sit subiectus aspectui? Clamat dei uox: Congregetur aqua et appareat aridab. et appareat arida. qui ait uobis: Qui credit in me. Sed ut aduertatis quia non quasi nostri ingenii probandi gratia. IV . Desinant ergo nobis dialecticis disputationibus mouere negotia dicentes: Quomodo terra inuisibi­ lis. quae utique omnia uidet. eleuauerunt flu­ mina uoces suas a uoce aquarum m ultarum n. cum omni corpori naturaliter species et color insit. Et factum est sic*. Supra uos enim confirmata est et praepa­ rata. ut corporeis oculis non posset uideri. Congregetur inquit aqua quae sub caelo est in congre tionem unam. 10 (9). c Gen 1. quod aquis operta te­ geretur. Ad se enim pro­ pheta rettulit. quae aperte probat post con­ gregationem aquae. adstipulantem nobis lectionis seriem testificamur. a Gen 1. ° Ps 92. sed secundum superfusionem aquarum? Denique addidit sublato uelamine apparuisse aridam. C.

80 D. E cosi fu fatto. (j.aTa 7rapeìxe? Tot? xaTÓ7UV X óyois.. 1 Bas. Hexaem. Può darsi che qualcuno non abbia prestato troppa fede ai nostri precedenti sermoni nei quali abbiamo dimostrato che la terra era invisibile perché na­ scosta dalle acque che la coprivano.t) é p o j i i v » ) . E ancora la Scrittura dice: Si raccolse l’acqua in un sol luogo e apparve l’asciutto2. Siete fiumi dal­ l’acqua pura. 2 Questo passo si trova nei Settanta. Capitolo 2 7. com e le correnti del no­ stro buon G iordano6. mirabile il Signore nell’alto dei cieli. che vi dice: Chi crede in me. non alla maestà della natura di­ vina che naturalmente vede ogni cosa. ma per istruire voi abbiamo intrapreso l’impegno di trattare quest'argomento. 8. a tó b jT o ù Tfj ó p à c e i xa-9-e<7TV)XÓTo<. 81 A (34 A): Ilicra [zoi 7rpdcy|j. la quale manifestamente dimostra com e l’asciutto sia apparso. Si raccolga. Sè xpti>naTO<. 3.. Lo scrittore ispirato si riferì al caso suo. Proclama la voce di Dio: Si raccolga l’acqua e appaia l’asciutto. 81 A (34 A): SovéXxerai Tà 7rapameTaa|iaTa. innalzarono la loro voce con la voce di m olte acque. n.. da una pura fonte. Questo diceva dello Spirito che cominciavano a ricevere coloro che avrebbero creduto in lui.aTO? au(i7tapóvTo<. ma per la so­ vrapposizione delle acque »? Di conseguenza aggiunse che.it£>? Xptù[J. dopo che l'acqua. àópaTOS rj yvj. avete attinto a quella sorgente perenne e abbon­ dante dalla quale scorrete. disse. m xvrl a u ^ a T i <pucri. Ma perché vi rendiate con­ to che non per fare mostra del nostro ingegno. 6 Vedi II. scendete mondi verso di lei. . e ancora: Mirabile il sollevarsi del mare. Infatti è stata fissata e preparata sopra di voi che. 3 Bas. com e ha detto la Scrittura.. Che motivo ci sarebbe stato di ripeterlo.. Ma ormai. o Signore. in un sol luogo l'acqua che è sotto cielo e appaia l'asciutto. ricor­ riamo alla testimonianza della narrazione biblica che ci dà ragione. ma non nella Vulgata e nel testo ebraico. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 115 6. apparve la terra asciutta che prima non si vedeva. Questa è la Chiesa fondata sopra i mari e preparata sop i fiumi. che copriva la terra. V è v n jT a i 'h T è e * . '(Aia è(x<pav})i. Cessino dunque di suscitare difficoltà con le loro disquisizioni dialettiche dicendo: « Come può essere invisibile la terra dal momento che ogni corpo ha una sua figura e un suo colore e ogni colore cade sotto la vista? » x. ritornate con me al punto da cui siamo partiti. Hexaem. cioè alla nostra condizione. elimi­ nato quel v e lo 3. cosi che non poteva essere vista dagli occhi del corpo. Atoxit£to tJjv aMav izisic. se lo scrittore ispirato non avesse ritenuto necessario affrontare le obiezioni? Non sem­ bra dire: « N o n ho detto "invisibile” per natura. toxvtÒi. si fu raccolta e istradata verso il mare. com e i fiumi dei quali è stato detto: I fiumi innalzarono. . fiumi d’acqua viva scorreranno dal suo seno.

8-9 8. de pauimento aquam surgere.. Cui quaestioni fa­ cile respondebo. motum eius ante non didici. lacus deriuantur in maria. IV . nec oculus meus uidit nec auris audiuit. SER. Vnde et aequor adpellatum arbitror. si numquam uiderunt fontes ex inferioribus scaturrire. Quis eam cogit? Vnde prorumpit? Quemadmodum non deficit? Quom odo fit. C. sed magis ex uoluntate et operatione dei summi.116 EXAMERON. Stabat aqua diuersis locis: ad uocem dei mota est. quod superficies eius aequalis sit. Respondi secundum illorum propositum. ut flueret. lussa est etiam aqua currere in con­ gregationem: ex illo currit. fontes labuntur in fluuios. Et cum sit altitudo diuersa. DIES I I I . 2. Vnus est ductus. illi nunc resp deant mihi. quom odo contra naturam suam aqua ad superiora conscendit? Itaque aut naturalis cursus imperio non eguit aut contra naturam imperio proficere non potuit. uox autem dei efficiens naturae est. Cur­ sum eius ante non legi. ad quem post domini imperium deriuata est? — natura enim aquarum spon­ te in inferiora prolabitur — sin uero in inferioribus erant illae congregationes. in freta currunt flumina. Nonne uidetur quia naturam ei huiusmodi uox dei fecit? Secuta est creatura praeceptum et usum fecit ex lege. quom odo si illae congregationes in superioribus erant. Eam uocem effectus operationis impleuit. non ex quodam ordine. pri­ mae enim constitutionis lex formam in posterum dereliquit. Non enim ex usu hoc habet ceterorum elementorum. si mihi ipsi ante respondeant ante praeceptum domini hanc aquarum fuisse naturam. 9. ipsa se aqua praecedit. indiscreta tamen dorsi eius aequalitas. non defluebat aqua ad eum locum. unum corpus. ut laberetur.sed speciale et proprium. De­ nique semel diem fecit et noctem: ex illo manet utriusque diurna successio et diurna reparatio. Quid iusserit deus audiunt. quae ante erat diffusa per terras et plurimis receptaculis inhaerebat. urguet et sequitur. Coepit labi aqua et in unam confluere congregationem. ut ima soli ora undam . Iterum quaestiones alias serunt dicentes: Si in congre tionibus diuersis aqua erat.

a condizione che.. Unico è il m odo di con­ dursi6. non per una disposizione indiscriminata. aù-ró?. IV. I. qualis in comoediis etiam et in mimis.. VIII..7tpò toiStou Sé. 2. . 3: maris aequor = superficie del mare.aT0? toiÌtou èYyevéa-9-ai 8pó(xov.. Non ti sembra che fu la pa­ rola di Dio ad assegnarle una tale natura? La creatura obbedì al comando e dall’ordine ricevuto ricavò la sua caratteristica: la leg­ ge della sua prima costituzione ebbe successivamente una formu­ lazione diversa. tuttavia il livello della sua superficie resta sempre uguale. Ho cercato di conservare in qualche modo l'assonanza aequor . i laghi mettono capo al mare. aequus. Aen. Ambrogio non fa che parafrasare quanto trova in S. L’eti­ mologia è esatta. l’acqua non defluiva verso quel luogo nel quale deflui dopo il comando del Signore? L’acqua infatti per sua natura scorre spontaneamente verso il basso. es. zampillare acqua dal terreno. V erg. prima sparsa sulla terra e immo­ bile in moltissimi bacini.. non ho appreso che avesse un movimento.aequalis. com e mai l'acqua con­ tro la sua natura sali verso l’alto? Pertanto o il corso naturale non ebbe bisogno di un comando o contro una legge naturale non potè riuscirvi nonostante l’ordine ricevuto ». I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 117 8. 7tS? el/e Suvà^eo. Prima non ho letto che scorresse. unica la materia.. se tali luoghi di rac­ colta si trovavano in alto. vedi E rnout -M eillet . étym. mi rispondano ora se hanno mai visto sorgenti scaturire dal basso. Ho risposto secondo i loro desideri. Ascoltiamo ciò che Dio ha comandato. i fiumi cor­ rono verso le onde m arine5. ma piuttosto per volontà e in­ tervento del sommo Iddio. Basilio. 81 AB (34 BC): S. Dict.. incalza e segue se stessa. Perciò penso che l’abbiano chiamata anche « spianata » perché la sua superficie è assolutamente piana7. com inciò a scorrere e a confluire in un unico luogo di raccolta. né il m io occhio vide né il mio orecchio udì una cosa sim ile4. 17. ed è la parola di Dio che fa la natura. L’acqua. Anche l’acqua ebbe il comando di scorrere raccogliendosi in un sol luogo: da quel giorno l’acqua scorre. p. essi mi ri­ spondano dimostrando che prima deH’ordine del Signore la na­ tura dell’acqua era quella di scivolar via e di scorrere. 9. a loro volta. com e mai. dum montibus umbrae / lustrabunt conuexa. l’ac­ qua precede. 6 Qvint. irplv aòrcp tòv bt tou 7rp0(JTàY|J. Suscitano ancora altre difficoltà dicendo: « Se esisteva acqua raccolta in luoghi diversi.. ma com e una sua particolarità esclusiva. Se invece si trovavano in basso quei luoghi di raccolta. le sorgenti scendono nei fiumi. oSre ISóvro? 5 Cf. Del resto Iddio creò una volta per sempre il gior­ no e la notte: da quel momento l’uno e l’altra quotidianamente si succedono e quotidianamente si rinnovano. Hexaem. Col. Chi la fa sprizzare? Donde essa sgorga? Come mai non si esaurisce? Come mai avviene che profonde bocche del 4 Bas. 7 Cf. il quale (81 C = 34 D) così conclude: .. 53: Est autem quidem et ductus rei credibilis.. Essa pos­ siede tale proprietà non per una caratteristica comune a tutti gli altri elementi. L’acqua stava immobile in luoghi diversi: alla parola di Dio si mosse. E pur essendo diversa la profondità. A tale obiezione ri­ sponderò facilmente. 607-608: in freta dum fluuii current. otSre clSe. Il risultato dell’operazione adempì quella parola..

refusa tranquillitash. m 4 Reg 6. 6. et surgens imperauerit uento et mari. ut scriptum est. 43-44. . eodem m odo siccari non potuit congregatio aquarum et in mare profluere aqua. quom odo eduxerit de petra aquase? Qui potuit de petra educere aquam quae non erat non potuit ducere aquam quae erat? Per­ cussit petram. Dicendo autem congregetur non solum mouit eam de loco. Itaque pari exemplo dictum accipe: Congregetur aqua. sed etiam statuit in loco. quod utique Helisaeus orando facere meruit. 20. miramini si diuini operatione praecepti aliquid ad usum naturae eius acces­ sit. ut inde aquae currant. C. DIES I I I . 6. uel hoc concedant potuisse immisso uento aquas currere. 8. ° Io 11. unde flauerit uentus. quod cottidie uidemus in mari. quod in usu eius ante non fuerit? Dicant nunc mihi quomodo tamquam in utrem congregauerit aquas maris d. e Ps 77. quantum descenderit. quod cum grauis esset procella et magnus in mari motus. h Mt 8.118 EXAMERON. 1. Si tempore Moysi excitato austro ualido siccatum est mare 1. IV . «i Ps 32. excitauerint dor­ mientem in puppe dominum Iesum. plerum­ que etiam canalibus manu artificis deriuata. 16. Christus aquas mouere non potuit? Sed mouit qui potuit dicere: Lazare ueni foras et mortuum suscitauitn. quod eruperint fontes abyssi et quod induxerit postea spiritum et siccauerit aquam '. 1 Ex 14. f Ps 77. SER. 21. quae postea diuisa est a profundo? Sed discant naturam posse conuerti. et fluxerunt aquae clamat Dauid et torrentes inun- daueruntc et alibi super m ontes stabunt aquae* habes in euan­ gelio. ita ut trepidarent apostoli naufragii periculum. e Ps 103. ut non praeterflueret. et congregata est. quando petra aquas fluxit et fer­ rum aquis supernatauitm. sedata tempestas sit. deus enim quod iubet fecit. Si igitur Helisaeus ferrum leuauit contra naturam. 9 uomant? Haec secundum occultae secreta naturae. non imperando. tantum rursus ascendat? Itaque si uel impetu suo fertur uel ar­ tificis ingenio contra naturam suam ducitur et eleuatur. i Gen 7. 11. Ceterum quis ignorat quod rapido plerumque impetu in ima descendens in su­ periora se subrigat atque in supercilium montis adtollat. Si nolunt oboedisse naturam usumque elementi imperio dei esse conuersum. 2. Qui potuit imperio mare totum sedare non potuit aquas imperio mouere? Atquin in diluuio sic accepimus. 7. sed maneret. 24-26.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 119

suolo emettano acqua? Tutto ciò accade secondo leggi segrete
che regolano i misteri della natura. Del resto chi non sa che spes­
so, scendendo al basso con veloce impeto, risale poi verso l’alto
e raggiunge la cresta dei monti e spesso, deviata artificialmente
mediante canali, sale nuovamente tanto quant’era discesa? Per­
ciò, se viene spinta dal suo impulso oppure contro la sua natura
è condotta e sollevata mediante ingegnosi artifici, vi meravigliate
che per effetto dell’ordine divino al suo comportamento naturale
si sia aggiunta qualche particolare manifestazione che prima non
si riscontrava in esso? Mi dicano ora in che m odo Dio abbia rac­
colto com e in un otre le acque del mare, com e sta scritto8, in
che m odo abbia fatto scaturire l’acqua dalla roccia. Colui che
potè far scaturire dalla roccia l’acqua che non esisteva, non potè
spostare l’acqua che esisteva? Percosse la roccia e sgorgarono le
acque, dice Davide, e i torrenti strariparono, e in un altro passo:
Sui monti si fermeranno le acque. Nel Vangelo tu trovi che, infu­
riando una paurosa procella ed essendo il mare sconvolto da onde
cosi alte che gli apostoli temevano di naufragare, svegliarono il
Signore Gesù che dormiva a poppa, ed egli, levandosi, diede un
ordine al vento e al mare e la tempesta si placò e ritornò la bo­
naccia. Colui che con il suo comando potè calmare tutto un mare,
con il suo comando non avrebbe potuto muovere le acque? Ep­
pure sappiamo che nel diluvio sgorgarono le fonti dell’abisso e
che poi Dio mandò il vento e asciugò l’acqua. Se non ammettono
che la natura abbia obbedito e che il m odo di comportarsi di un
elemento non si sia mutato all'ordine di Dio, concedano almeno
che le acque poterono correre sotto l’azione del vento, com e vedia­
m o ogni giorno nel mare, dove le acque corrono seguendo la di­
rezione donde soffia il vento. Se al tempo di Mosè, levatosi un
violento austro, il mare si asciugò, allo stesso m odo non si sareb­
be potuto asciugare la massa delle acque e scorrere nel mare
l’acqua che in seguito si divise dal fondo? Ma impariamo che la
natura può subire cambiamenti, dal momento che la roccia lasciò
sgorgare acqua e il ferro d’una scure venne a galla, prodigio che
certamente Eliseo meritò di operare con le sue preghiere, non
già con il suo com an do9. Se dunque Eliseo contro natura fece
tornare a galla un ferro, Cristo non avrebbe potuto muovere le
acque? Certamente le mosse, lui che potè dire: Lazzaro, vieni
fuori e lo risuscitò da morte. Dio, infatti, ha bell'e com piuto ciò
che comanda. Cosi, per analogia con quest'esempio, devi interpre­
tare le parole: Si raccolga l’acqua, ed essa si raccolse. Dicendo
Si raccolga, non solo la fece muovere dal suo posto, ma anche la
fissò in un posto determinato perché vi rimanesse stabilmente
senza spandersi oltre i suoi limiti.

8 Sai, 32, 7: Congregans sicut in utre aquas maris.
9 Come si legge in 2 Re, 6, 6, Eliseo fece tornare miracolosamente a galla
il ferro dell’ascia che uno dei suoi compagni aveva lasciato cadere nell’acqua.

120 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 10

10. H oc itaque maioris miraculi est, quom odo omnes cong
gationes in unam congregationem defluxerint et una congregatio
non adimpleta sit. Nam et scriptura hoc inter mirabilia consti­
tuit dicendo: Omnes torrentes eunt in mare, et mare non adim­
p letu r0. Vtrumque igitur ex praecepto dei, ut et fluat aqua et
non superfluat. Circumscripta igitur inposito fine maria clau­
duntur, ne superfusa terris inundent omnia et destituto aruorum
cultu munus terrenae fecunditatis inpediant. Cognoscant igitur
diuini esse praecepti operationisque caelestis. Ait enim dominus
per nubem ad Iob inter alia etiam de maris claustro: Posui ei
fines adponens claustra et portas; dixi autem ei: usque huc ue-
nies nec transgredieris, sed in te ipso conterentur fluctus tui p.
Nonne ipsi uidemus mare frequenter undosum, ita ut in altum
fluctus eius tamquam mons aquae praeruptus insurgat, ubi im­
petum suum ad litus inliserit, in spumas resolui repagulis quibus­
dam harenae humilis repercussum, secundum quod scriptum est:
Aut non timebitis me, dicit dominus, quia posui harenam fines
m ariq? Infirmissimo itaque omnium uilis sablonis puluere uis

° Eccle 1, 7.
p Iob 38, 10-11.
« Ier 5, 22.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 121

10. Perciò costituisce maggior prodigio il fatto che tut
depositi siano confluiti in un unico deposito e questo non si sia
riempito. Anche la Scrittura considera tale avvenimento un mira­
colo, dicendo: Tutti i torrenti finiscono nel mare, e il mare non si
riempie. Si com piono dunque secondo il comando di Dio entrambi
i prodigi, che l’acqua scorra e non trab occh i10. Vengono chiusi i
mari, circoscritti entro un confine loro imposto, perché, river­
sandosi sulle terre, non inondino ogni cosa e, venuta meno di con­
seguenza la coltivazione dei campi, non impediscano l’azione della
fecondità del suolo. Imparino che tutto ciò dipende dal comando
e dall’opera del Cielo. Il Signore attraverso una nube parla
a Giobbe, tra l’altro, anche dello sbarramento del mare: Gli ho
segnato dei confini ponendogli catenacci e porte, gli ho detto poi:
« Verrai fin qui, senza oltrepassare il limite, ma i tuoi flutti si
logoreranno nel tuo ambito » n. Non vediamo anche noi che il mare,
spesso così agitato che i suoi flutti si levano in alto com e mon­
tagne d’acqua scoscese, una volta infranto il suo impeto contro
la spiaggia, si scioglie in spuma u, respinto da una barriera d’umile
arena? Non sta scritto forse: Non avrete timore di me, dice il
Signore, che ho posto la sabbia quale limite al mare? Così la tem­
pestosa violenza del mare viene frenata dalla polvere più debole
che esista, dalla sabbia marina di nessun valore, e, com e imbri-

10 Bas., Hexaem., 84 AB (35 AB): ”E8si Spa|j.eìv aùrà (scil. GSoctoc), tva T7)v
olxstocv xaTotXàPn x“ Pav ' yev^Eva èv toì? à(p<opiCTji.évoL? tóttoi(iévsiv
è<p’ éaurSv xal {xtj ycapeiv uepat-répco. Alà touto xarà tòv toO ’ExxXTjaiaaroii
Xóyov, IMvte? ol x«M-“ PPot kùl T-qv ftóXTjcraav TtopeiiojxTai, xal r) &&},<xaaa oùx
&mv 'EneiS^ xal tò jbeìv xoìq OSaai Sià tò -9-eìov TrpóaraypLa xal
tò cia o tGv 8pov irepiyeyp(i<p{)ai -rìjv S-dcXaaaav, dmò -rij? Ttpclmji; èuri vo[iolte-
ota? • Suvax^TO) rà OSaxa el? auvaycoyijv (itasi.
S. Ambrogio si dimostra particolarmente attento ai mirabilia compiuti da
Dio in rapporto all’acqua, ai gesti della storia di salvezza, che nel segno del­
l’acqua hanno prefigurato i « presenti lavacri », come egli dice nella celebre
pagina dell’£xp. Eu. sec. Lue., X, 48. Prerogative naturali e preannunzi
conferiscono all’acqua « il privilegio di essere "sacramentum Christi" » (Ib.).
Il linguaggio e la sequenza delle immagini nel testo di S. Ambrogio e nei
formulari per la benedizione del fonte battesimale dei sacramentari ambro­
siani presentano un « mirabile riscontro » (P. Borella), che fa sorgere l’in­
terrogativo « se il Santo abbia parafrasato la formula già in uso, oppure un
redattore posteriore abbia attinto dallo scritto del Santo » (Id., Il rito am­
brosiano, Morcelliana, Brescia 1964, p. 409). In M. Magistretti, La liturgia
della Chiesa milanese nel secolo IV, Milano 1899, pp. 17-18, si trovano messi a
confronto i due testi, quello di S. Ambrogio e quello liturgico. A. Paredi rico­
nosce che le corrispondenze letterali dello scritto santambrosiano con le
parole dei testi liturgici « sono tali e tante, che bisogna necessariamente am­
mettere una dipendenza del commento dal testo liturgico o viceversa », e
conclude: « Forse S. Ambrogio in quel brano omiletico cosi solenne se non
riproduceva, almeno pensava al testo liturgico e ne citava alla lettera parec­
chie righe » (La liturgia di sant'Ambrogio, cit., pp. 101-102). Sulla questione
si veda la bibliografia nelle due opere citate di P. Borella e di A. Paredi, e
la nota di G. Coppa al testo di S. Ambrogio (in Opera omnia, Esposizione del
Vangelo secondo Luca/2, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova, Milano-Roma
1978, p. 429. [I.B.]
11 Cf. V erg., Aen., I ,105: ... insequitur cumulo praeruptus aquae mons.
12 Bas., Hexaem., 84 B (35 BC): Alà touto [jtaivo[iévv) TtoXXàxi; èE, àvé(i.tov
•f) &àXaaaa xal el? (iiyiarov 8iavt<jrafiév7) toì? xiijzaaiv, èrcsiSàv (xóvov tòìv
àyiaXcòv iìijflfjTat, eE? àtppòv SiaXiiaaaa ttjv ópjrfjv iTOxvfjX&EV.

122 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 2, 10-11 - C. 3, 12-13

maris intempesta cohibetur et uelut habenis quibusdam caelestis
imperii praescripto sibi fine reuocatur uiolentique aequoris mo­
tus in sese frangitur atque in reductos sinus suos scinditur.
11. Ceterum nisi uis statuti caelestis inhiberet, quid ob
ret quin per plana Aegypti, quae maxime humilioribus iacens ual-
libus campestris adseritur, mare rubrum Aegyptio pelago misce­
retur? Denique docent hoc qui uoluerunt haec duo sibi maria
conectere atque in se transfundere, Sesostris Aegyptius, qui anti­
quior fuit, et Darius Medus, qui maioris contuitu potentiae in ef­
fectum uoluit adducere quod ab indigena fuerat ante temptatum.
Quae res indicio est quod superius est mare Indicum, in quo
mare rubrum, quam aequor Aegyptium, quod inferius alluit. Et
fortasse ne latius se mare effunderet de superioribus ad inferiora
praecipitans, ideo molimina sua rex uterque reuocauit.

Caput III

12. Quaero nunc cum dixerit: Colligatur aqua in congrega­
tionem unam a, quom odo diffusas per lacus paludes stagna aquas
et superfusas uallibus et campis omnibusque planioribus locis
currentes fontibus atque fluminibus una potuerit recipere collec­
tio, aut quom odo una collectio, cum hodieque diuersa sint maria?
Nam et oceanum mare dicimus et Tyrrenum et Hadriaticum et
Indicum et Aegyptium et Pontum et Propontidem et Ellespontum
et Euxinum Aegaeum Ionicum Atlanticum; plerique etiam Creti­
cum et septentrionale Caspium adpellant mare. Vnde consideremus
scripturae uerba, quae librato sunt trutinata examine.

13. Colligatur inquit aqua in collectionem unam. Vna aqua­
rum iugisque et continua congregatio est, sed diuersi sinus maris,

a G e n 1, 9.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 123

gliata dal comando divino, è respinta dal limite ad essa imposto
e il m oto del mare in burrasca si infrange in se stesso, dividen­
dosi in onde che si rincorrono 13 e rincorrendosi si perdono.
11. Del resto, se non lo trattenesse la forza d’una disp
zione celeste, che cosa impedirebbe che il Mar Rosso si congiun­
gesse col Mare Egiziano attraverso le pianure dell'Egitto che si
dice assai pianeggiante, posto com ’è in valli alquanto depresse?
Ne danno dimostrazione del resto coloro che vollero unire questi
due mari riversando l’uno nell’altro: l’egiziano Sesostri, che era
più antico, e il persiano Dario il quale, in considerazione della
sua maggiore potenza, volle condurre ad effetto l’impresa prece­
dentemente tentata dal sovrano del luogo. Questo fatto prova che
il Mare Indiano di cui è parte il Mar Rosso ha un livello supe­
riore a quello del Mare d’Egitto, che ne bagna le coste ad un li­
vello più basso. E forse, perché il mare non si spandesse in una
zona più vasta precipitando dall’alto verso il basso, entrambi i re
rinunciarono alla loro im presa14.

Capitolo 3

12. Mi chiedo ora, poiché Dio ha detto: Si raccolga l’acqua
in un sol luogo, com e un unico bacino abbia potuto accogliere
insieme le acque che, sparse in laghi, paludi e stagni, avevano
sommerso valli e campi e scorrevano per tutte le pianure, prove­
nendo da sorgenti e da fiumi, o com e si possa parlare di un unico
bacino, dal momento che anche oggi i mari sono distinti. Infatti
diciamo mare l’Oceano e il Tirreno e l’Adriatico e l ’indiano e
l’Egiziano e il Ponto e la Propontide e l’Eusino, l’Egeo, lo Ionio,
l’Atlantico; molti chiamano mare anche quello di Creta e, a nord,
il Caspio. Consideriamo perciò le parole della Scrittura, che sono
state pesate sulla bilancia d’uno scrupoloso esame.
13. Si raccolga, disse, l'acqua in un unico luogo. Una sola,
continua, ininterrotta è la raccolta delle acque, ma i golfi marini

13 Cf. Verg., Aen., I, 161: ... inque sinus scindit sese unda reductos.
14 Bas., Hexaem., 84 C (35 CD): ’EtoI t [ èxtóXue: tJ jv lpu-9-pàv -9-dcXaaaav
Ttàoav t t ] v A?yu7tTov xotXo-rlpav ouaav éaurrji; doreXS-eiv xal auva<p&r)vai t c o mxpa-
x e ifié v o ) T fj AEyuTTTOi T.zkà.yzi, el |J.y] TtjS 7 t p o < jr a Y (ia T i ì)v 7re7te8Tj[iévY) t o u x t I -
cavro? ; "Oti yàp TareeivoTépa -ri]? èpoS-pa? &aXàa<JT](; rj AfyuTtroe, 2py<j> &reiaav
•Jjljiài; ol àXX/jXoii; -rà neXÀyT] auvà^ai, t ó -re A ly ^ T r T io v xal ’IvSi-
xóv, èv 2> èputì-pà èj-zi MXacrtja. Aió-rrep èizèv/ov rf]V èrei^e^pigaiv, é -re npStiot;
àp^ó|j.Evo? Séaojaxpti; ò AlyÌ7rrtoi; xal ó fietà taura pouXyjS-el? èize^epy&actc&ixi
Aapeìo? è MvjSo?.
S. Basilio deriva le sue informazioni da Aristotele (Meteor., I, 14, 27,
352 b, 26). Infondata è la notizia che il Mar Egizio (Mediterraneo) sia ad un
livello inferiore rispetto al Mar Rosso. Già Strabone {I, 38; XVII, 804) l’aveva
respinta. Sul tentativo di Dario (522-485 a. Cr.) vedi Herod., II, 158, il quale
mostra di ignorare quello di Sesostri (1878-1841 a. Cr.), riferito invece, oltre
che dallo stesso Aristotele e da Strabone, anche da Plinio il V. (N.H., 29,
VI, 165). Sull'argomento vedi Strabon, Géographie, I, Les Belles Lettres,
Paris 1969, p. 198, n.

124 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 3, 13-15

ut quidam de scriptoribus forensibus ait. Namque Pontus maris
nostri sinus amplissimus meritoque in diuersis locis diuersa sunt
nomina, quia uocabula aquis ex regionum uocabulis adhaeserunt,
una autem congregatio aquarum, eo quod iugis unda atque con­
tinua ab Indico mari usque ad Gaditani oram litoris et inde in
mare rubrum extremum circum fuso orbem terrarum includit
oceano; interius quoque Tyrreno Hadrias, Hadriae cetera maria
miscentur nominibus distincta, non fluctibus. Vnde pulchre habes
quia deus congregationes aquarum uocauit m ariab. Ita et una
est generalis collectio, quae dicitur mare, et multae collectiones,
quae maria pro regionibus nuncupantur. Sicut enim inultae terrae
ut Africa Hispania Thracia Macedonia Syria Aegyptus Gallia atque
Italia pro regionum appellantur uocabulis et una est terra, ita
multa dicuntur pro locorum appellationibus maria et unum est
mare, sicut ait propheta dicens: Tui sunt caeli et tua est terra;
orbem terrarum et plenitudinem eius tu fundasti. Aquilonem et
mare tu crea stic. Et ad Iob ipse dominus ait: Conclusi autem
mare portis d.

14. Nunc quia de una collectione diximus, illud occur
utrum, cum per omnem fere terram et super terram fuerint aquae
diffusae per uallestria agrorum, concaua montium planitiemque
camporum, m odo aequoris fusa congregatio una potuerit omnes
illas aquas recipere atque exinanire terras, quae ante fuso per
uniuersum flumine stagnabantur. Nam si ita operta erant omnia
— non enim diceret 'uisa est terra’, nisi retectam uellet locis
omnibus demonstrare — , si diluuium Noe tempore abscondit et
montes e, quando aquarum iam et super caelos et infra firmamen­
tum fuerat facta discretio: quanto magis dubitari non potest etiam
montium uertices illa superfusione latuisse? Quo igitur illa omnis
aquarum redundantia deriuata est? Quae receptacula eam tam
continua atque conexa absorbere potuerunt?

15. De quo multus nobis potest sermo subpetere. Prim
quia potuit creator omnium et ipsarum terrarum spatia diffun­
dere, quod aliqui ante nos confirmantes propria posuerunt sen­
tentia. Ego quid facere potuerit non praetermitto: quid fecerit,
quod aiperte scripturarum auctoritate non didici, quasi secretum
praetereo, ne forte etiam hinc alias sibi quaestiones requirant.
Adsero tamen secundum scripturas quia potuit locorum humilia

b Gen 1, 10.
« Ps 88, 12-13.
d Iob 38, 8.
e Gen 7, 20.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 125

sono distinti com e dice uno scrittore paganox. Infatti il Ponto è
una vastissima insenatura del Mediterraneo e ben a ragione in luo­
ghi diversi si usano nomi diversi, perché le acque presero il nome
da quello delle regioni circostanti; una sola però è la massa delle
acque, perché una distesa d'acqua, continua e ininterrotta dal
Mare Indiano fino all'estremo lido di Cadice e di li al Mar Rosso,
include la terra nell'Oceano che la circonda fino alle sue zone
estreme; anche più internamente l’Adriatico si mescola al Tir­
reno, aH’Adriatico gli altri mari, distinti nei nomi, non nelle ac­
que. Perciò appare detto bene che Dio chiamò mari i bacini dove
si erano raccolte le acque. Cosi c ’è un solo bacino generale chia­
mato mare e ce ne sono molti altri detti mari a seconda delle
regioni che bagnano. Come infatti molte terre, quali l’Africa, la
Spagna, la Tracia, la Macedonia, la Siria, l’Egitto, la Gallia e
l’Italia, ricevono il nome a seconda della regione cui apparten­
gono, ma la terra è una sola, cosi molti mari sono indicati col
nome della località, e il mare è uno solo, com e afferma il profeta
dicendo: Tuoi sono i cieli e tua è la terra; tu hai fondato il globo
terracqueo e ciò che lo riempie. Tu hai creato l’aquilone e il mare.
E a Giobbe lo stesso Signore dice: H o chiuso il mare con porte.
14. Ora che abbiamo parlato di un unico bacino si presenta
questo problema, se cioè, siccom e per quasi tutta la terra le ac­
que, ricoprendola, erano sparse attraverso gli avvallamenti del
terreno, le cavità dei monti, le distese delle pianure, un unico
bacino dell’ampiezza d’un mare abbia potuto contenere, vuotan­
done la terra, tutte quelle acque che prima, diffuse com ’erano da
ogni parte, vi ristagnavano2. Se tutto era coperto in tal m odo —
la Scrittura non direbbe infatti che la terra apparve, se non vo­
lesse indicare che prima era completamente sommersa — ; se il
diluvio al tempo di Noè nascose perfino i monti quando ormai era
avvenuta la divisione delle acque sia sopra i cieli che sotto il firma­
mento, quanto più non si potrebbe dubitare che anche le cime dei
monti fossero nascoste da quella enorme massa d’acqua! Dove
dunque fu istradata tutta quella sovrabbondanza? Quali bacini fu­
rono cosi ininterrotti e intercomunicanti da poterla assorbire?
15. Ma su tale argomento possiamo disporre di molte spie­
gazioni. In primo luogo, il Creatore di tutte le cose avrebbe po­
tuto ampliare anche le dimensioni della stessa terra, spiegazione
che alcuni prima di noi avanzarono sostenendola con una loro
personale argomentazione. Quanto a me, non intendo trascurare
ciò che Dio avrebbe potuto fare; tuttavia, se non lo so chiara­
mente dall’autorità delle Scritture, passo sotto silenzio, conside­
randolo un mistero, ciò che ha fatto, per evitare che anche a

1 L'aggettivo forensis può essere messo in rapporto con forum, e allora
significa « forense », « del foro », oppure con foris in opposizione a domesti­
cus, patrius e simili, e allora significa fondamentalmente « esterno », « stra­
niero », ecc. Il T.L.L. attribuisce al nostro passo quest’ultimo significato;
vedi anche M adec, op. cit., p. 114. Il Coppa invece (p. 185, n. 43) traduce
« una delle autorità del foro » e pensa a Cicerone, traduttore del Timeo
platonico (Si tratta di Tim., 24-25?).
2 B as., Hexaem., 85 A (35 E ).

126 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 3, 15-16 - C. 4, 17

et camporum aperta diffundere, sicut ipse ait: Ego ante te ambu­
labo et montes planos faciam f. Potuit etiam ipsa aquarum uis
profundiora ea facere quae insederat tanto fluctuum motu tanto-
que aestu concitatioris elementi, qui cotidie ima pelagi torquere
et harenas uertere soleat de profundo. Quis deinde sciat in quan­
tum se illud magnum et inausum nauigantibus atque intemptatum
nautis fundat mare, quod Brittannias frequenti includit aequore
atque in ulteriora et ipsis fabulis inaccessa secreta se porrigit?
Quis deinde non colligat quantum Lucrino et Auerno in Italia, Ti-
beriadi quoque in Palaestina et ei lacui, qui inter Palaestinam et
Aegyptum Arabiae deserta praetendit, portibusque-' diuersis Au­
gusti atque Traiani ceterisque per uniuersum orbem infusum ad­
diderit mare?

16. Sed sunt etiam non confusi lacus et stagna, quae n
miscentur fluctibus, ut Larius et Benacus, Albanus quoque aliique
plures: quom odo una congregatio aquarum? Sed quemadmodum
dicitur quia fecit deus duo luminaria, id est solem et lunam, cum
sint utique et stellarum lumina, ita et ima congregatio dicitur, cum
sint plurimae; neque enim adnumerantur quae non conferuntur.

Caput IV

17. Sed, ut uidetur, quoniam de mari loquebar, aliquant
exundauimus: ad propositum reuertamur et consideremus quid
sit quod ait dominus: Congregetur aqua in unam congregationem

f Is 45, 2.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 127

questo proposito i nostri avversari vadano in cerca di altre diffi­
coltà. Ad ogni m odo affermo, fondandomi sulla Scrittura, che Dio
potè estendere le depressioni e gli spazi pianeggianti, com e dice
egli stesso: Io camminerò davanti a te e appianerò i monti. Potè
anche la stessa forza delle acque scavare i luoghi che aveva som­
merso con un così violento m oto di flutti e tanto ribollire d'un
elemento particolarmente impetuoso che ogni giorno suole scon­
volgere il fondo del mare e farne turbinare le sabbie. Chi potreb­
be sapere quanto si estenda quel mare sconfinato che i naviganti
non osano sfidare e i marinai temono di affrontare, quel mare che
circonda da ogni parte le isole britanniche e si prolunga ancor
oltre verso regioni inaccessibili, ignorate persino dai racconti leg­
gendari?3. Chi ancora non potrebbe intuire quanto si sia ampliato
il mare riversandosi nel Lucrino e nell’A verno4 in Italia, nel lago
di Tiberiade in Palestina e in quello che tra la Palestina e l’Egitto
si estende davanti al deserto d’Arabia, nei vari porti d’Augusto e
di Traiano e negli altri sparsi per tutta la terra?5.
16. Ma vi sono anche laghi e stagni ben distinti che non
mescolano con le onde marine, com e il Lario, il Benàco, il lago
d'Albano ed anche molti altri. In qual m odo avvenne un'unica rac­
colta delle acq u e?6. Ma com e si dice che Dio creò due fonti lumi­
nose, cioè il sole e la luna, pur esistendo evidentemente la luce
delle stelle, cosi si parla di un’unica raccolta, pur essendovene mol­
tissime. Infatti non vengono com prese nel numero quelle che non
si raccolgono insieme.

Capitolo 4

17. Ma, a quel che sembra, siccom e parlavo del mare, s
un p o’ straripato. Riprendendo ora il nostro argomento, conside­
riamo per quale motivo il Signore abbia detto: Si raccolga l’ac­
qua in un sol luogo e appaia l’asciutto, anziché dire « terra » 1.

3 Bas., Hexaem., 85 B (36 A ): ... oùSè tò [xéya èxeTvo x a l àr 6X)J.V)T0V 7rXcoTrj-
pai ■KÈXix.yoQ, r i t})V BpeTxaviXTjv vyjaov x a l TOÙ? è<J7reptous ''I(Jr)pa? 7tepiTiTuaaó-
(JLEVOV.
4 C f. V erg., Georg., I I , 161-164: An memorem portus Luerinoque addita
claustra / atque indignatum magnis stridoribus aequor, / Iulia qua ponto
longe sonat unda refuso / Tyrrhenusque fretis immittitur aestus Auernis?
A g r ip p a a v e v a c r e a t o il Portus Iulius in f o n d o al g o l f o d i B a ia , u n e n d o al
m a r e il lit o r a n e o L a g o L u c r in o e a q u e s t o il p iù in t e r n o L a g o d ’A v e m o .
5 Bas., Hexaem., 88 A (36 CD): A l (lèv yàp Xtfivai, a t re x a r à Tà (xépr)
t 7)? ótpxTOO x a l 6 a a i rcepl t ò v 'EX Xqvixév d a i tóttov t fjv re M axeSovtav x a l tìjv
Bi&uvòiv /c ip a v x a l ttjv IIaX ai<m vòiv x aT éxouaat, SrjXovórt.
6 Bas., Hexaem., 85 C (36 C): 0(5to> xal e t c ì toO CSaTO?, et xal jitxpat Tivéq
stai Si7]p7][iévai (TUOTacei?, àXXà [ita f é è<m au'jayoiyv] Y] tò oXov aTotxeìov
(elemento acqua) tòìv Xomòóv cbtoxpEvouaa.

1 Bas., Hexaem., 89 AB (37 CD): Alà xt xal èv toi? xaTÓmv sipij-rai, E
vaxS^Tto tà uSaTa elq auvaycaYV M-^av ò<p#t)toi t) fyjpà, àXX’ où /l yèypaLnvxi,
xal ò<p^Y]Tto r] > Kal évTaùfl-a TtàXiv, ^7]pà xal èxàXeaev 6 ©eòi; ttjv
^yjpàv yijv; "O ri ^ [ièv 5v)pà tSttojià èari, tò olovel xapaxT^picmxòv rij? «pùaeco?

128 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 4, 17-18

et appareat arida et non dixit 'terra’. Quod praeclare positum quis
non aduertat? Terra enim potest et luto esse permixta, aquis ma­
dida, cuius species superfusis aquis non appareat. Arida autem
non solum ad genus, sed etiam ad speciem terrarum refertur, ut
sit utilis sicca habilis et apta culturis. Simul prospectum est, ne
uideatur sole magis quam dei praecepto esse siccata, quia arida
facta est, antequam sol crearetur. Vnde et Dauid discernens mare
et terram ait de dom ino deo: Quoniam ipsius est mare, et ipse
fecit illud, et aridam manus eius fundauerunta. Arida enim ex­
pressio naturae est, terra appellatio quaedam simplex negotii,
quae in se habeat proprietatem. Sicut enim animal" generis signi­
ficatio est, cui inest proprium aliquid et excellens, rationabile au­
tem proprium est hominis, ita et terra potest communiter dici
uel scatens aquis uel deserta et inuia et sine aqua. Ergo et illi
quae scatet aquis inest ut habeat ariditatem; remota enim aqua
incipit esse arida, sicut habes scriptum: Posuit flumina in deserto
et exitus aquarum in sitim b, hoc est: de terra aquosa aridam fecit.

18. Habet ergo terra propriam qualitatem suam, sicut et
gula elementa habent; nam et aer umidam qualitatem et aqua
frigidam et ignis calidam. Et hoc est principale proprium elemen­
tis singulis, quod ratione colligimus. Conprehendere autem sensi­
biliter et corporaliter si uelimus, uelut conexa et composita rep-
perimus, ut sit terra arida et frigida, aqua frigida et umida, aer
calidus et umidus, ignis calidus et siccus. Et sic sibi per has
iugales qualitates singula miscentur elementa. Nam terra cum sit
aridae et frigidae qualitatis, conectitur aquae per cognationem
qualitatis frigidae et per aquam aeri, quia umidus est aer. Ergo
aqua tamquam brachiis quibusdam duobus frigoris et umoris al­
tero terram altero aerem uidetur amplecti, frigido terram, aerem
umido. Aer quoque medius inter duo conpugnantia per naturam,
hoc est inter aquam et ignem utrumque illud elementum conciliat
sibi, quia et aquis umore et igni calore coniungitur. Ignis quoque
cum sit calidus et siccus natura, calore aeri adnectitur, siccitate
autem in communionem terrae ac societatem refunditur, atque ita
sibi per hunc circuitum et chorum quendam concordiae societa-

a P s 94, 5.
*■ P s 106, 33.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 129

Chi non comprenderebbe che tale espressione è stata usata per­
fettamente a proposito? La terra può essere anche mista a fango,
imbevuta d’acqua, cosi che non ne appaia l’aspetto perché coperta
dalle acque. L’asciutto invece si riferisce non solo al genere, ma
anche alla specie della terra, indicando che è utile, secca, fertile
e adatta alla coltivazione. Nello stesso tempo si è voluto evitare
di far credere che la terra sia stata asciugata dal sole piuttosto
che dal com ando di Dio, perché essa divenne asciutta prima della
creazione del sole. Perciò anche Davide, distinguendo mare e ter­
ra, dice del Signore Iddio: Perché suo è il mare ed egli lo ha fatto
e le sue mani hanno dato corpo all’asciutto. « Asciutto » esprime
la natura, « terra » è semplice nome di cosa, che serve ad indicare
una proprietà. Come « animale » indica il genere che ha in sé una
proprietà particolare ed eminente, e invece « ragionevole » è ter­
mine specifico dell’uomo, cosi anche può chiamarsi « terra » in
generale sia quella zampillante d’acqua sia quella desertica, inac­
cessibile e senz’acqua. Dunque anche quella che zampilla d’acqua
ha insita l’aridità: infatti, tolta l’acqua, comincia ad essere « asciut­
ta », com e trovi scritto: Trasformò i fiumi in un deserto e le sca­
turigini delle acque in aridità, cioè: di una terra imbevuta d ’ac­
qua egli ha fatto l’asciutto.
18. Ha dunque la terra una qualità sua propria, come c
scun elemento: l’aria ha la qualità d’essere umida, l’acqua d’es­
sere fredda e il fuoco d’essere caldo. Questa è la qualità princi­
pale dei singoli elementi, della quale ci rendiamo conto mediante
la ragione. Ma se vogliamo avere esperienza per mezzo dei sensi
corporei, li troviamo di qualità tra loro connesse e composite: la
terra è asciutta e fredda, l’acqua fredda e umida, il fuoco caldo e
secco. E cosi i singoli elementi si confondono fra loro per mezzo
di tali qualità che li appaiano. Infatti la terra, essendo di qualità
asciutta e fredda, è collegata all’acqua per l’affinità della comune
qualità fredda e, per mezzo dell’acqua, all’aria perché questa è
umida. L’acqua dunque, per mezzo del freddo e dell'umidità come
se fossero due braccia, con l’uno sembra avvincere a sé la terra,
con l’altro l’aria: con quello freddo la terra, con quello umido
l’aria. Anche l’aria, se si trova in mezzo a due elementi contra­
stanti per natura, cioè tra l’acqua e il fuoco, se li fa amici en­
trambi perché viene messa in relazione con l’acqua dall'umidità
e con il fuoco dal calore. Anche il fuoco, essendo secco e caldo
per natura, mediante il calore si unisce all’aria, mentre per mezzo
della secchezza si mescola con intima unione alla terra. Cosi questi
elementi si accordano fra loro attraverso questa specie di danza
circolare della loro concordia reciproca2. Perciò quelli che in la-

toù ÙTOxei|xévou (oggetto), f) Sè -p) TcpocrrjyopJa tt? èari «ptX-J) toù TCpàYtiaTOS
(cosa).
2 Bas., H e x a e m ., 89 BC (37 E, 38 A ) : T ò (xèv SSoip ÌStav 7toiótj)tix t
(|>uxp6nf)Ta £xE1 ‘ 4 Sè óW)p tt |v ùypÓTrjTa • xb 8è mip t {)v 8-ep[iÓTV)Ta. ’AXXà Taura
(xév, <5>s 7tptÓTa a T o i /e t a tgìv auvSirtov xorrà tò v eEpy)(xévov T p óm w T<jS Xoyuj(*$
deopefrai, Ttt Sè ^Sr) èv acóptaTi xaTOCTeTOCYnéva *«l foro7rfotTovTa Tfj atadjjaei
cuve^euYtiéva 2xet ttolótt^toc^ ... E conclude (92 A — 38 C): Kal ofrro) ylyve-
Tai wixXos xal x °P ^ èvapnóvios au[*<po>voiivTci>v dcXXrjXoi?.

130 EXAMERON, DIES I I I , SER. IV , C. 4, 18-19 - C. 5, 20-21

tisque conueniunt. Vnde et graece cxoixEia dicuntur quae latine
elementa dicimus, quod sibi conueniant et concinant.
19. Huc autem progressi sumus, quia scriptura ait quod d
uocauerit terram aridam 0, h oc est quia quod principale eius est
nuncupauit proprietate naturae. Naturalis enim proprietas siccitas
est terris; haec ei praerogatiua semata est. Principalis ergo sic­
citas. Subest etiam ut sit frigida, sed non praeferuntur secunda
primis. Vt autem umida sit, aquarum id adfinitate sortitur. Ergo
illud suum, istud alienum: suum, quod arida, alienum, quod umi­
da. Auctor itaque naturae quod prim o donauit h oc tenuit, quia
istud ex natura, illud ex causa. Ex principalibus igitur, non ex ac­
cidentibus terrae debuit proprietas definiri, ut secundum praero-
gatiuam qualitatis eius informaretur nostra cognitio.

Caput V

20. E t uidit deus quia bon u m a. Non praeterimus quia aliqui
nec in Hebraeo putant esse nec in ceteris interpretationibus quia
congregata est aqua in collectiones suas et apparuit aridab. Et
uocauit deus aridam terram et collectiones aquarum uocauit ma­
ria c. Cum enim dixerit deus quia factum est sic, satis esse putant
uocem operatoris ad celebratae operationis indicium. Sed quia in
aliis quoque creaturis habet et definitionem praeceptionis et repe­
titum operationis uel indicium uel effectum, ideo nos non puta­
mus absurdum id quod perhibetur additum, etiamsi ceteris inter­
pretibus uel ueritas doceatur subpetere uel auctoritas; multa enim
non otiose a septuaginta uiris Hebraicae lectioni addita et adiunc-
ta comperimus.

21. Vidit ergo deus quia bonum mare. Etsi pulchra sit spe­
cies huius elementi, uel cum surgentibus albescit cumulis ac uer-

c Gen 1, 10.

a Gen 1, 10.
b Gen 1, 9 (Sept.).
c Gen 1, 10.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 131

tino chiamiamo elementa in greco si chiamano perché
si accordano armoniosamente fra lo r o 3.
19. Siamo arrivati a parlare di questo perché la Scrittu
dice che Dio chiamò la terra « asciutto », cioè perché usò il nome
della sua caratteristica principale riferendosi ad una proprietà
della sua natura. Infatti la secchezza è una proprietà naturale per
la terra; e tale prerogativa le fu conservata. Sua caratteristica prin­
cipale è dunque la secchezza. In secondo luogo essa è anche fred­
da, ma le qualità secondarie non prevalgono sulle principali. Che
essa sia umida, invece, dipende dall’affinità con l’acqua. Quella
è qualità sua propria, questa d’altri: è qualità sua propria quella
d’essere asciutta, qualità d’altri quella d’essere umida. Perciò il
Creatore della natura rese stabile la qualità primieramente attri­
buita perché questa dipende dalla natura, quella da un’occasione.
Quindi la proprietà della terra doveva venir definita dalle sue ca­
ratteristiche principali, non da quelle accidentali, affinché la no­
stra conoscenza si formasse in m odo corrispondente alla sua qua­
lità primaria.

Capitolo 5

20. E Dio vide che era un bene. Non tacciamo che alcuni
pensano mancanti, sia nel testo ebraico sia nelle altre versioni,
le parole: L’acqua si raccolse nei suoi bacini e apparve l'asciut­
to 1. E Dio chiamò l’asciutto « terra » e la raccolta delle acque chia­
mò « mari » 2. Infatti, poiché Dio aveva detto: Cosi avvenne, pen­
sano che sia sufficiente la parola del Creatore quale prova del com ­
pimento dell’opera. Ma siccom e anche nel caso delle altre creature
la Scrittura riporta con precisione l’ordine e ripete l’accenno al­
l'azione e al suo compimento, per questo noi non riteniamo fuori
di luogo l'aggiunta tramandata, benché ci consti che tutti gli altri
interpreti sono veraci ed autorevoli; ben sappiamo infatti che mol­
te aggiunte al testo ebraico non senza vantaggio sono state intro­
dotte dai Settanta.
21. Dio vide dunque che il mare era un bene. Quantunque
questo elemento offra uno spettacolo magnifico o quando bian-

3 ) 7rpocy]yop£a t
B as ., Hexaem., 92 A (38 C): "O&ev xuptoji; aÙToì? xal •P
CTOtxeitùv è<pT)p|xoaxoa. Il verbo denominativo a-ret/to. dal significato di
« avanzare in linea » passa a quello di « accordarsi con »; vedi C hantraine,
Dict. étym., sub uoce.

1 Come si è già detto (III, 2, 7, n. 2), il versetto fino alle parole « e ap­
parve l’asciutto » non si trova nella Vulgata e nel testo ebraico.
B as ., Hexaem., 88 D, 89 A (37 C): IIpoaxetTai 8è èv toXXoìs tòìv àvriypiifpwv,
Kal auvfjx®7) tò CSop tò òttoxiÌtou toù oùpavoù et? tà? auvaYOjyà? aùrfiiv xal
ó)<p&7) ij %r\p i • óforep ouxe rivè? tòìv Xoitoìv èx8e8cì>xa<nv ép}i.T]véo)v o ’Jte j]
tòìv 'E(3paicov gxouaa ipatverai.
Basilio, che non conosceva l’ebraico, parla evidentemente per congettura
o sulla testimonianza altrui. Gli interpreti cui allude sono verosimilmente
Aquila, Simmaco e Teodozione (G iet , op. cit., p. 264, nn. 1 e 2).
2 Questa seconda parte si trova sia nella Vulgata che nel testo ebraico.

siquidem de mari aqua radiis solis hauritur et quod subtile eius est rapitur: deinde quanto altius eleuatur tanto -magis etiam nubium obumbratione frigescit et fit imber. huius mundi sobrietas. quam grata et consona re­ sultatio — . quando non uiolentis fluctibus uicina tundit litora. quo barbaricus furor clauditur. diriuatio adluuionum. Ex hoc pluuia in terras transfunditur. tum fide­ libus uiris atque deuotis incentiuum deuotionis. fons imbrium. refugium in periculis.132 EXAMERON. qui eminus spectantibus fre­ quenter offunditur. 21-23 ticibus undarum et cautes niuea rorant aspargine uel cum aequo­ re crispanti clementioribus auris et blando serenae tranquillitatis purpurescentem praefert colorem . DIES I I I . sed uelut pacificis ambit et salutat amplexibus — quam dulcis sonus. inuectio conmea- tum. sed secundum rationem operationis iudicio operatoris conuenire et congruere definitum. salu­ britas ualetudinis. quo sibi distantes populi copulantur. ut cum undarum leniter adluentium sono certent cantus psallentium. 22. quas uelut monilia plerumq praetexit. in quibus ii qui se abdicant intemperantiae saecularis inlecebris fido continentiae proposito eligunt mundo latere et uitae huius declinare dubios anfractus? Mare est ergo secretum temperantiae. transfugium laborantum. portus securitatis. Quid enumerem insulas. plaudant in­ sulae tranquillo fluctuum sanctorum choro. quibus per uenas quasdam occulte sucum quendam haut inutilem sumministrat. sed etiam ieiuna arua fecundat. exercitium continentiae. ego tamen non oculis extimatum creaturae decorem arbitror. Vnde mihi ut omnem pelagi pulchritudinem conprehen- dam. IV . subsidium uectigalium. tamquam hospitium fluuiorum. quo proeliorum re- mouentur pericula. separatorum coniunctio. quam uidit operator? Et quid plura? Quid aliud ille concen­ tus undarum nisi quidam concentus est plebis? Vnde bene mari . C. qui non solum terrenam temperat siccita­ tem. SER. bonum mare. tranquillitas saeculi. quam iocundus fragor. subsidium in necessitatibus. grauitatis secessus. 23. sterilitatis ali­ mentum. Bonum igitur mare. 5. gratia in uoluptatibus. primum quia terras necessario fulcit umore. hymnis sanctorum personent. itineris conpendium.

23. ma quasi li abbraccia e li sailuta eoo amplessi apportatori di pace — quale dolce suono. frugalità nel m ondo e ancora incentivo alla pre­ ghiera per gli uomini fedeli e consacrati a Dio.. e si trasforma in piog­ gia che non solo mitiga l’aridità del suolo. sia pure a distanza di trent'anni (vedi ediz. Naturalmente i versi di Rutilio Namanziano. Rvt. In quale m odo potrei de­ scrivere compiutamente tutta la bellezza del mare com e la con­ templò il Creatore? Perché aggiungere parole? Che altro è il canto 3 Bas. 5 Cf. 5rt rapicnply yei ràc. e gli scogli grondano di bianchi spruzzi. 22. si arresta il furore dei barbari. allorché non percuote i lidi all’intorno con flutti violenti. poiché dal mare l’acqua viene assorbita dai raggi solari e ne vien fatta eva­ porare la parte più tenue. Firenze 1967. Ambrogio. poi. . Castorina. cf. mentre da un lato confermano il fatto. alla quale somministra occultamente attraverso alcuni meati un succo non privo certo d ’utilità. ó(ioù [lèv xóa[iov aùroì?. 7tapà ©etp. riserva delle entrate. presenta il cupo colore cangiante d'una serena bonaccia. para­ frasato da S. Il mare è dunque un bene anzitutto perché alimenta con l’umidità necessaria la terra. che spes­ so abbacina la vista di coloro che lo contemplano da lontano. N a m . Per ieiunus. Hexaem. il mare è aiuto nelle necessità.. ma anche feconda i campi sterili3. salute nella malattia. Sansoni.. a cura di E. 47. tranquil­ lità nel secolo. quale giocondo scroscio. Dal mare la pioggia si riversa sulla terra. si allontana il pericolo di guerre.... recesso dell’austerità. lo sfogo delle alluvioni. quanto più in alto sale. o quando. vfjaoui. 93 AB (38 DE. Il mare è dunque rifugio della temperanza. 93 B (39 C): KocX’!] Sè xal £XXoi. tanto più si raffredda. 439-542. se la sua superficie s'increspa dolcemente al soffio di venti più miti. pratica della mortificazione. tuttavia io penso che la bellezza di questa creatura non sia stata valutata dal piacere che offre alla vista. 84. Verr. via diretta per i viaggi. dove coloro che con fermo proposito di mortificazione rinunciano alle seduzioni dell’intemperanza mondana. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 133 cheggia per il sollevarsi della massa d’acqua e delle onde che si frangono. attrattiva nel sollievo. cosi che il canto dei loro salmi gareggia col m orm orio delle onde che dolcemente si infrangono sul lido e le isole plaudono con il quieto coro dei santi flutti echeggiando degli inni dei fedeli.. Perché enumerare le isole che spesso ci presenta come gioielli4. V . quale gradita e armoniosa risonanza — . 39 AB): l’elogio del mare. II. Mediante il mare popoli lontani stabiliscono reciproche relazioni. Hexaem. p. 161). la via dei commerci. dall'altro ne danno una interpretazione opposta. ma piuttosto definita del tutto corrispondente all’intenzione del Creatore in rap­ porto alla ragione dell’opera creatrice... evasione per chi è affaticato. rifugio nei periodi. Georg. 4 B as . 92 BC. e V erg . 212. è un bene il mare perché è il luogo di raccolta dei fiumi. la fonte delle piogge. scelgono di rimanere nascosti al m ondo e di evitare i tortuosi raggiri di questa vita ?8. porto di sicurezza. Cic. mezzo d’unione per i lontani. ófioO Sè xal àaipàXstav mxpexonévq Si’ èauTT)?. anche per l’om bra delle nubi. alimen­ to nella carestia.

ut inuisibilis et inconposita desineret esse. tem­ pestatem mitiget.134 EXAMERON. Vnde ut uisibilem eam et compositam faceret deus. Nam plerique etiam hoc dicunt esse inuisibile quod speciem non habet et ideo accipiunt terram inuisibilem fuisse. tuto portu consistere. fidei ignorare nau­ fragia. non quia uideri non posset a summo deo uel angelis eius — nam adhuc homines creati non erant uel etiam pecudes — . 25 plerumque comparatur ecclesia. quod graues nobis saeculi huius excitet fluctus. 5. 26. c. quod unda pec­ catum abluit et sancti spiritus aura salutaris aspirat? 24. SERMO V Caput VI 25. SER. si quando aliquid sit. Det nobis illa dominus: successuum flamine propero gno currere. Lc 8. euigilantem pro nobis habere gubernatorem dominum Iesum. v. qui uerbo imperet. SER. tranquillitatem maris refundatd. Cui est honor et gloria laus perpetuitas a saeculis et nunc et semper et in omnia saecula saeculorum amen. cum responsoriis psal­ morum cantus uirorum mulierum uirginum paruulorum consonus undarum fragor resultat. habere pacem profundam et. 23-24. nequitiae spiritalis grauiora quam ferre possumus temptamenta nescire. Discedente aqua conueniebat ut species terrae daretur gratia. quae prim o ingredientis populi agmine totis uestibulis undas uomit. Nam illud quid dicam. ait: Germinet terra herbam faeni d Mt 8. DIES I I I . . 24. Species autem terrae est germinatio et uiriditas agri. deinde in oratione totius plebis tamquam undis refluentibus stridit. 6. IV . sed quia sine sua specie erat. c.

ps. p. mentre i fedeli pregano in coro. II. Quindi. Dio disse: La terra germogli 6 Cf. Il Signore c i conceda tutto questo: di navigare con p spero vento su una nave veloce... fa eco nei responsori dei salm i1. Ambrogio che e ne avverte e ne rileva l’immagine con estrema facilità. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 135 delle onde se non una specie di canto del popolo? Perciò opportu­ namente spesso si paragona al mare la Chiesa quando il popolo entra in folla: dapprima ne riversa le ondate da tutti gli ingres­ s i6. 43. èv fi au(i(UY*)S ?)X°S> tivoi. V SERMONE Capitolo 6 25. Hexaem. 7 Bas. di possedere una calma profonda e.B. A lui onore e gloria. plachi la tempesta. L’invito al canto ricorrerà più avanti e troverà esempio e incentivo in quello degli uccelli che lo rinnovano « surgente et occidente die » (V. Jucunda Laudatio. Cf. où xaXXiav èxxXvjafac. 36). Georg. 1. Ambrogio. dei fanciulli. ps. Amen. di avere. alla voce « Ambro­ gio »).aTo<. Al ritirarsi dell'acqua era conveniente dare alla terra suo aspetto e una sua bellezza. )tiì[i. di non conoscere da parte degli spiriti maligni tentazioni più gravi di quanto siamo in grado di sostenere. che « raccomanda insistentemente di cantare » (E.. 19. M o­ neta C aglio..] . di fermarci in un porto sicuro. anche Explan. lode. 213. stenda nuovamente sul mare la bonaccia. mentre spira apportatore di salvezza il soffio dello Spirito Santo? 24. binéy. 9-10. p. delle donne.. che poi prega coral­ mente nel canto responsoriale. 24. 462: mane salutantum totis uomit aedibus undam. Infatti molti dicono invisibile anche ciò che non ha un aspetto esteriore e intendono perciò che la terra era invisibile non perché non potesse essere vista dall'Altissimo e dai suoi an­ geli — fino a questo m omento non erano stati creati gli uomini — . Che dire dell’acqua che lava il peccato. peren­ nità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. [I. 12. scroscia com e per il rifluire dei flutti. n. V erg. 1976-1977. ps.. il Signore Gesù il quale con la sua parola comandi. Sul canto liturgico in sant’Ambrogio si veda lo studio citato del Moneta Caglio (cf. per renderla visibile e ben ordinata. « il più musicale fra tutti i Padri della Chiesa ». nel caso che capiti qualche avvenimento che susciti contro di noi i flutti di questo mondo. ma perché mancava d’un aspetto suo proprio. Toiaurr)? aiiX- Xoyo?. fy'óvi 7tpoa<pepo(iévou dvSpùv x a l yuvaixtóv x a l vrprtcov. E l’aspetto della terra è dato dal germogliare e dal verdeggiare del suolo. 93 C (39 E): . perché non fosse più invisibile e informe. Qui il rifluire dei flutti e il fragore delle onde gli richiama il progressivo formarsi della comu­ nità cristiana. L’evidente fonte basiliana non può rendere pu­ ramente letteraria la descrizione di S. a guisa di risonante fragore d'onda.T. Lo « Jubilus » e le origini della salmodia responsoriale. poi. di ignorare i naufragi della fede. x a rà rà ? irpò? tòv ©eòv rjfxòiv Secasi?. il suo costituirsi in assemblea liturgica.nerai. allorché il canto degli uomini. San Giorgio Maggiore-Venezia. 30-32. 118. 141. Il tema della Chiesa è cosi radicato e connaturale a S. vigilante al timone per recarci aiuto. 321).

Quomodo sol uiuendi usum ministrat oriundis. Et propterea gentes diuinum honorem deputant soli. 25-27 seminans sem en secundum genus et lignum fructiferum faciens fructum secundum genus. Solent enim plerique dicere: Nisi dem entior solis ca tepefecerit terras et quodam m odo radiis suis fouerit. quemadmodum uel generandi uel fructificandi in reliquum usus adolesceret. qui futurus est. cuius sem en suum in ipso a. V . Dei clementia terras relaxat. 11. non cuiusquam indigeat ministerio. SER. Sciant omnes solem auctorem non esse nascentium. Prima enim illa uox dei singulis creaturis inpertita gignendis lex naturae est. Audiamus uerba ueritatis. 6. hoc est ipsa per se germinet terra. quando nascentia uidentur erumpere. herba nascatur. deinde cum eruperit et profecerit germen. Antequam solis fiat luminare. iunior faeno. Prima itaque germina­ tio est. quorum series salus est audi tum. Audi ergo deum uelut hanc uocem emittentem: Conticiscat ineptus sermo hominum. nullum alterius quaerat auxilium. quod uirtute caloris sui terrarum penetrent sinus sparsaque foueat semina uel rigentes gelu uenas arborum relaxet. fit herba. 26. quando illa prius diuinae operationis uiuificatione sunt edita quam sol in hos uiuendi usus ueniret? Iunior est herbis. dei indulgentia prorum­ pere facit fructus. . Quam utilis. a Gen 1. Ne error hominum conualescat. C. herba quoque ubi paululum pro­ cesserit. quae terris in omne aeuum remansit. fit faenum. facessat uana opinio. DIES I I I . germinet prius terra quam fotus solis accipiat. non poterit germinare terra. quam uehemens tfox: Germinet terra herbam faeni.136 EXAMERON. futurae suc­ cessionis datura praescriptum. antiquior sit eius praerogatiua quam solis. 27.

. Quanto fu utile. giunto a Roma nel 67 a. poi il germoglio. la terra germogli prima che il sole la ristori ». Ascolta dunque Dio che pronuncia. olov vó(io<. 68-77). è il dio della luce che dona la fertilità al mondo e aiuta i suoi seguaci nella lotta contro il principio del male. Tfl 0)1X7] T°u &Ep[*où 7tpò<. quando è spuntato e cresciuto. Paris 1972. 8ià toùto Tcpea(iuxépa toù ■fjXtou rj itepl 8ia- xóonYjais • t'va xal toù 7rpoaxuvsTv tòv ^Xiov. quando al loro nascere si vedono spuntare le pianti­ celle. in un certo senso. ot 7reTrXavY)[zévoi Ttaiiowvrai.EV0V. Gallimard. prima si ha la ger­ minazione. la sua prerogativa sia più antica di quella del sole.. diventa fieno. La bontà di Dio schiude la terra. 96 A (40 A ): 'H yàp t ò t e 9anrfj. Infatti quella prima parola di Dio pro­ nunciata per generare le singole creature è legge di natura. t i 5 £yévETo ipuaeco^ xal èva7ré(isive t}) ytÌ- 2 B as. Sappiamo tutti che il sole non è la causa di ciò che nasce. cioè la terra germogli per suo conto. non abbia bisogno dell’assistenza di nessuno. non chieda l’aiuto di nessun altro. cui avrebbe dato la norma del suo futuro sviluppo. Con la vittoria di Teodosio su Eugenio. specie d’Oriente (cf. divinità indo-iranica. pp. ttjv èm<pàvEiav ttjv èx toù pà&aui. la cui esposizione è sal­ vezza per chi le ascolta. In che m odo il sole somministra alle piante i mezzi per vivere. ebbe una particolare diffusione nel III secolo e divenne ufficiale sotto Aureliano come culto del sole (sol inuictus). 1 B as . dal momento che queste sono sorte per l’azione vivificante di Dio prima che il sole intervenisse a fornire questi mezzi di vita? È più giovane dell’erba. Nasca l’erba prima che sia creata la luce del sole. T urcan . quando è un p o ’ cresciuta. 26. siano bandite le vane opinioni2. Perché l’errore umano non acquisti credito.évcùv. Il suo culto. E i pagani tributano al sole un culto divino perché con la forza del suo calore penetra nelle viscere della terra riscaldando le sementi sparse o schiudendo le vene degli alberi irrigidite dal gelo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 137 erba da foraggio. 96 AB (40 Cì: ’ EtteiSt) tive? oìWrai tòv •SjXiov al’TioM elvat tgSv datò tS)? y?j<. 27. Cr. Quindi. a sua volta l'erba. xal -uè TtpcoTOV èxetvo TtpóoTayjjta. «In. non la ristorerà con i suoi raggi. essa non potrà germogliare ». Hexaem. Hexaem. <puo|j. con i prigionieri cilici cattu­ rati da Pompeo. diventa erba. un frutto che abbia in se stesso il suo seme.. 3 Gli accenni polemici di S. quanto fu energico quell’ordine! La terra germ o­ gli erba da foraggio. Molti sono soliti dire: « Se il calore del sole con gene­ rosa benevolenza non riscalderà la terra e. Mitra. aÙTÒv rf)v aMav ty)? Coi5)i. de la Plèiade ».. 8uva[uv dcrcunnbiievov. Histoire des religions. . stabil­ mente valida per la terra *. « Enc. ma sopravvisse più a lungo nella province. questa parola: « Tacciano gli stolti discorsi che gli uomini faranno in futuro. com e cioè in avvenire dovesse svilupparsi la pra­ tica del generare e del produrre frutti. Ambrogio sono rivolti contro la religione solare di Mitra. per cosi dire. la sua compiacenza ne fa uscire rigogliosi frutti. R. più giovane del fie n o3. Ascoltiamo le parole della verità. questo culto venne soppresso nel 394 a Roma. II. producendo semenza secondo la propria specie ed alberi fruttiferi che diano. ciascuno secondo la propria specie. 7tapsx6(J.

et pater uester caelestis pascit illa: nonne uos pluris estis illis a? Cum enim illa pascantur dei gratia. 28-29 Caput V II 28. Aruit faenum et flos decidit. b Is 40. nullo hominum partus la­ bore. Prae­ matura ut flos. ut etiam repletis uoluptati atque usui sit. In quo primum profundam dei debemus aduertere. Deus dicit: Clama. 7. quem liberalitas dei prim a donauit. Ille respondit: Quid cla­ mabo? Et tamquam quid loqueretur audisset adiunxit: Omnis caro faenum. Quid autem creaturae huius adtexam miraculum et pientiae operatricis exprimam argumentum? In hac enim germi­ num specie et illo uirentis herbae munere imago est uitae huma­ nae et naturae condicionisque nostrae insigne quoddam spectatur et speculum elucet. Et forte miretur aliqui. non in fructu soliditatem. 26. 6-8. caduca quasi faenum germinat uiriditatem in specie. sicut bonus diuinitatis interpres organo suae uocis expressit dicens: Clama. DIES I I I . Denique ad primas datus mensas ad secundas remansit. uiret enim gloria hominis in carne quasi fae­ num et quae putatur esse sublimis exigua quasi herba est. tam dulcis et gratus. V . . Dei sententia uox humana est. re­ liqui deliciarum atque luxuriae. fructus sine semine. Ille salubris. cur prius pecori pabulum qu cibus homini sit creatus. Deinde quia simplicem uictum et naturalem cibum reliquis cibis debuit anteferre. 29. qui resecet cruditates. Exemplum itaque frugalitatis. quem natura optulit. quod etiam minima quaeque non neglegat. magiste­ rium parsimoniae est herbae simplicis uictu holerisque uilis aut pomi contentos esse omnes oportere. Illa herba et flos faeni figura est carnis huma­ nae. Et uere. C. sed diuino effusus munere. Quid clamabo? Omnis caro faenum et omnis gloria hominis ut flos faeni. uerbum autem domini manet in aeternum h. quoniam non serunt neque metunt neque congregant in horrea. hic communis omnibus animali­ bus cibus. sed in ipso Esaia loquitur. hilarioris uitae quasi flos prae- * Mt 6. ille paucorum. qui m orbos repellat. nemo sibi debet de sua industria et uir­ tute blandiri. sicut in euangelio sapientia dei dicit: Respicite uolatilia caeli. SER. Hic enim sobrietatis est cibus.138 EXAMERON. ille utilis cibus. sine satione fruges.

. messi non se­ minate.évo? t t )? elxóvoi. com e un efficace interprete della sapienza divina espresse con parole sue dicendo: Grida. Forse qualcuno potrebbe meravigliarsi perché sia stata creata prima la pastura per gli animali che il cibo per l’uom o \ In ciò noi dobbiam o rilevare la profondità del disegno divino che non trascura anche le cose più piccole. Questo infatti è il cibo che conviene alla frugalità. un cibo ottenuto dagli uomini senza fatica. com e nel Vangelo dice la sapienza di Dio: Guardate gli uccelli del cielo. e il Padre vostro celeste li nu­ tre: e voi non siete da più di quelli? Siccom e quelli sono nutriti dalla bontà di Dio. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 139 Capitolo 7 28. 3 Gli erbaggi figuravano nella gustatio (antipasto).. croi t&v ttXoutov xal àuóXauaiv TOxpaaxeudc^ei.d(TO)v yéveGiq tI &XXo èari xal oùxl 1% aìjs SiaytoY^)? Trapaaxeuvj. 4 Bas.. «piiaeox. Ogni gloria dell’uomo cresce vigo­ rosa nella sua carne com e l’erba. Questi rispose: Che cosa griderò? e. 8. L’erba inaridisce e il fiore appassisce.. questo è il cibo com une a tutti gli esseri viventi. ma offerto in abbondanza per dono divino.v7](j. 96 BC (40 D): ’ AXXà (jLaXia-ra |iiv 6 [3oual xod f7nroi? t&v yùàv 7tpoa7to&£[ievos. Hexaem.. 96 B (40 D). Di conseguenza. Tpoqj^v àv&pi&raov fotdtp/eiv. Hor. Hexaem. Quell’erba e il fiore del campo sono un’immagine della carne umana. un insegna­ mento di parsimonia che tutti debbano accontentarsi d'un vitto di semplici erbaggi o di comune verdura o di frutti che la natura ci offre. t o u ooipou 'HaaHou Sri. Non seminano né mietono né ammassano nei granai. È questo un cibo salubre. frutti non piantati.. Che cosa devo gridare? Ogni carne è com e l'erba e ogni gloria umana è com e il fiore dell’erba. così dolce e gradito da recar piacere e utilità anche a chi è già sazio. ma la parola del Signore dura in eterno.. . II. Ma perché dovrei aggiungere le meraviglie di questa crea­ tura e ricavarne una prova della sapienza che l’ha creata? In questo aspetto dei vegetali e in quell’aspetto dell’erba verdeggian­ te c ’è un’immagine della vita umana e si contempla com e un sim­ bolo della nostra natura e della nostra condizione che in essi si rispecchiano luminosamente4. 7-9. Sat. ritorna con le portate successive. f) tGv <nt0p(i.c|j. IIpò. -rijv <t))v ouvatifjei -rovi (3lou xa-raaxeuirjv. com e se avesse inteso che cosa diceva Dio continua: Ogni uomo è com e erba. Precoce come il fiore. 97 C (41D): npòjrov [lèv o3v S-rav Poxàvr]v xópTou xal fiv&oi.. ma è lui che parla per mezzo dello stesso Isaia. servito in tavola all'inizio del p a sto3. che la generosità di Dio per prima ci ha d a to2. 29.. Dio dice: Grida. Dovette inoltre dare la precedenza al vitto semplice e al cibo naturale rispetto agli altri cibi. 'O yàp rà x-rfj- (JiaTà aou Starpécptov. E ben a ragione. un cibo utile perché tiene lontane le malattie ed eli­ mina le digestioni difficili. et? Èwoiav £pxou t t )? àv&pciMrtvrji.. 2 Bas.. t S itoXXà Ttóv èv 7tóaiq Sri xal Xaxavois ovrtov. nessuno deve compiacersi della propria atti­ vità e della propria abilità. caduca 1 Bas. quello è di pochi. Hexaem. Perciò è un esempio di frugalità.. cf. gli altri alla voluttà e alla mollezza. "Etcitoc. [j. Queste parole di un uom o sono pensiero di Dio.

solio sublimis. clarus honoribus. libera- litatis fama per ora uolitans singulorum. quod priusquam euellatur a rescitc. Huiusmodi igitur est gloria hominis sicut flos faeni. producens maximam ac reducens familiam. grata specie suauique colore: crastina die tibi faciem et ora mutatus occurrit et qui pridie tibi lautissimus decorae form ae uisus est gratia alio die miserandus apparet aegri­ tudinis alicuius infirmitate resolutus. prosapiae ueteris clarus insignibus. quae etiam cum defer­ tur nihil operibus adiungit. quo alios ipse detru­ serat. dum praeconum clam ore deducitur. H odie uideas adulescentem ualidum. Quantos pridie caterua plaudentium et inuidiosa frequentis populi domum pom pa deduxit: et nox una gloriosae illum splendorem deductionis aboleuit ac repentinus lateris dolor effusis gaudiis luctuosam grauis successionem maeroris admiscuit. pubescentis aet uiriditate florentem. subita rerum conuersione in eum carcerem rapitur. a sodalibus derelinquitur. beatus populis aestimatus. . et inter reos suos inminentis poenae deflet aerumnam. re­ pente aliqua accidentis periculi m ole turbatus destituitur ab om­ nibus. quae salubritas potest esse diuturna? 30. inpugnatur a proximis. amicis abundans. 6. 7. Plerosque aut labor frangit aut inopia macerat aut cruditas uexat aut uina corrumpunt aut senectus debilitat aut euiratos deliciae reddunt. tribunalibus celsus. Est etiam qui dudum ubertate affluens copiarum. Quae enim firmitudo in came. SER. 29-30 tendens iocunditatem. V . DIES I I I . C. Nonne uerum est quia aruit faenum et flos cecidit? Alius auis atauisque nobilis et maiorum honestatus infulis. breuiore spatio occasura sicut herba faeni. stipatus clientibus et utrum­ que latus tectus. arescit. « Ps 128. in qua nullus fructus adquiritur et.140 EXAMERON. prae- minens potestatibus. Ecce ue­ rum est quia sicut faenum uita hominis. priusquam euellatur. luxuria decolorat.

era stimato felice quando ancora il banditore gli faceva strada con le sue grida. 85. la vita umana inaridisce prima di essere sradicata. con una moltitu­ dine di schiavi che escono con lui e lo accompagnano a casa.. ® C f. C ic . 34: . perché. * C f.. ma è destinata ad una rapida fine com e il fieno che. sedeva in alto sulla tribuna dei magistrati troneggiando sul suo seggio. 1314 M a r x (E n n . non ag­ giunge nulla alle nostre opere. 56: Turnus auis atauisque potens. a n c h e L u cil . prostrato com ’è dallo sfinimento d’una ma­ lattia. abbandonato dagli amici. pieno d’amici. il giorno dopo ti offre uno spettacolo miserando. non acquista alcun frutto e. S all. ad un tratto. { Var. I . tra quelli accusati da lui. anche quando viene concessa... svanisce lasciando ad un tratto completamente vuota 5 C f. com e fieno. 622. quan­ do si perde. V erg. fam oso per i trofei d’un’antica stirpe®. Aen. C f. ecco che viene evitato da tutti.. 10: . 11.. De fin. se è travolto dal peso d’una disgrazia imprevista. I .. Tale dunque è la gloria dell’uom o: è com e il fiore dell’erba.. produce una vegetazione rigogliosa a vedersi. Oggi tu potresti vedere un giovane robusto. 18 V a h ie n ) i n C ic . All'indomani ti si presenta trasformato nel viso e nell’aspetto: quello che il giorno prima ti era parso uno splen­ dore per il fascino della sua bellezza.. illustre per le cariche dei suoi maggiori.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 141 com e il fieno. . Non è vero che il fieno si è disseccato e il fiore è appassito? Un altro.. nobile per lunga serie di antenati5. V I I . inaridisce. Quale robustezza. uolito uiuos per o uirum. gradevole nell’aspetto. aricor prima d’esser strappato. piange per il tormento dell’imminente condanna. C'è anche chi... Molti sono quelli che o fiacca la fatica o consuma la povertà o tormenta il mal di stomaco o degrada il vino o debilita la vec­ chiezza o rinfrolliscono le dissolutezze o la lussuria sfigura. per un improvviso mutamento politico viene trascinato in quel carcere dove egli aveva cacciato gli altri e. Quanti il giorno precedente furono accompagnati a casa da una schiera plaudente e da un corteo invidiabile di folla: ed una sola notte distrusse lo splendore di quella scorta vanitosa e un’improvvisa fitta al fianco unì alla gioia sconfinata il funesto avvicendarsi d’una grave afflizione *. mentre pur dianzi era colm o di ricchezze. È un fatto che. attaccato da coloro che prima gli erano più vicini. nel pie vigore della sua fresca età. p . 37: sic in omni re doloris amotio successionem efficit uoluptatis. 13 K : Tum lateralis dolor certissimus nuntius mortis. hominem ueteris prosapiae ac multarum im ginum. Iug. piacevolmente roseo nel volto. stava sulla bocca di tu tti7 per la fama della sua generosità. ma non frutti consistenti. 276. superiore agli altri per i suoi poteri. Tuse.. circondato da ogni parte da una folla di clienti. era illustre per le cariche ricoperte. V ict . E nn. quale salute nella carne può essere duratura? 30. com e un fiore ostenta l'allegrezza d'una vita senza pensieri.. V a h ie n ) a p u d M ar. 7 C f..

Fruges non adulterant sui sinceritatem seminis: tu adulteras puritatem animae. dicis quia in consti­ tutione mundi adhuc non erat Christus et tu. Quod dixit pater filius fecit: et tu aequalem negas. 31. Non agnoscis opus esse te Christi? Manibus suis ut le­ gimus te ille formauit: et tu. Tritici granum sparsum terrae generis sui gratiam reddit: et tu degeneras. 17. 11. V . DIES I I I . sed spiritalia semina seminare debemus f. de qua ait dom i­ nus: Germinet terra herbam faeni seminans sem en secundum genus et secundum sim ilitudinem d. non dissimilis utique. In ipso enim uiuimus et sumus et mouemur. SER. h Mt 3. 11. qui ad uitam peruenire uo- lumus aeternam. 30-32 cum amittitur. Pater deus dicit ad filium: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram g: et tu. 7. Quae sit autem similitudo non ignoras. £ 1 Cor 9. in quo conplacuit pater h. Atque utinam imitaremur hanc herbam. si quo m odo illud tractare possimus aut in- uenire. Secundum hoc genus semine­ mus semen non in carne.142 EXAMERON. <=Act 17. 26. 32. quem pater substantiae suae unitate signauit. sicut quidam inquit uestrum dixerunt: cuius et genus su m u se. euanescit omnem scaenam hominis et quam de­ super obumbrabat repente destituens et quam intus animabat. sed totum exprimens patrem. Pater dicit faciamus: et tu cooperatorem negas. Nam si imago. . uigo- rem mentis. Eunomiane. Herba generi respondet suo: tu non respondes generi tuo. b Gen 1. Manichee. Quod sit genus audi dicentem oportere nos quae­ rere illud diuinum. alterum tibi asciscis auc­ torem. Photiniane. qui ad imaginem et similitudinem dei factus es. dicis quia dissimilis est patri filius. i Gen 1. Non enim carnalia. C. 27-28. quamuis non longe sit ab unoquoque nostrum. Seminemus igitur semen se­ cundum genus. corporis castitatem. sed in spiritu.

noi che vogliamo giungere alla vita eterna. Dopo un breve ritorno di for­ tuna dovuto alla protezione di Giuliano l’Apostata. ma nello spirito. producendo semenza secondo la propria specie e somiglianza... se in qualche m odo pos­ siamo trovarla com e a tastoni. com e leggia­ mo. discepolo di Marcello di Ancira in Galazia e suo compatriota. 31. non è certo diverso da lui. 28. 9 II passo non è troppo chiaro. Quale sia questa specie. 5). ma riproduce intera­ mente il Padre che gli ha impresso il sigillo dell’unità della sua sostanza. Cath. tu invece degeneri. e tu. Secondo questa specie seminiamo il seme non nella carne. divenne vescovo di Sirmio tra la fine del 343 e il principio del 344. ti ha plasmato con le sue mani: e tu. Théol. ma spirituali. e tu neghi che gli sia uguale il Figlio nel quale egli si è compiaciuto. 100 A (41 E. o Fotinianon. contenuta in Atti. tu invece corrom pi la purezza della tua anima. 32. 10 B as . dal 364 visse in esilio e mori nel 376. Non riconosci che sei opera di Cristo? Egli. XI. sebbene non sia lontana da cia­ scuno di noi. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 143 la scena dell’azione umana. e tu neghi ch’egli abbia coope­ rato con lui. . Il chicco di grano sparso per terra riproduce le buone qualità della propria specie. Ambrogio voglia dire che la gloria da un lato costituisce una protezione per chi la possiede (cf. affermi che alla creazione del m ondo non esisteva ancora Cristo e tu. L’erba corrisponde alla sua specie. In lui infatti viviamo e siamo e ci muoviamo. Il Figlio ha fatto ciò che ha detto il Padre. il vigore della tua mente. affermi che il Figlio non è uguale al Padre. 42 A): concetti analoghi a quelli esposti da S. tu che sei stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Dob­ biamo seminare non semi carnali. sia quella che dall’alto essa proteggeva con la sua om b ra 9 sia quella cui dava vita dall'interno10. Manicheo. Di quale somiglianza si tratti. 11 tou y^P xal l'évo? èqiév: citazione da Arato (Phaen. o Euno- miano. ti attribuisci un altro creatore.. Ambrogio. fu deposto nel 351.. Aen. salvo che per la sua nascita miracolosa e per le sue virtù. com e alcuni di voi dissero: di cui siamo anche stirpe u. 1532-1536. Hexaem. Seminiamo dunque il seme se­ condo ciascuna specie.. Quando essa svanisce. ascolta chi dice necessario per noi cercare quella divina. Iddio Padre dice al Figlio: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. Per Fotino Cristo non è che un uomo uguale agli altri. dall’altro è sti­ molo per i protagonisti della commedia umana. Le messi non corrom pono la pura qua­ lità del loro seme. Nega che il Verbo abbia una sussistenza personale prima di discendere nel Cristo (Dict. XII. tu non corrispondi alla tua. Il Padre dice: Facciamo. 2. 223: et magnum reginae nomen obumbrat). V erg. ben lo sai. Se infatti egli ne è l’immagine. 12 Fotino. la castità del tuo corpo. Mi sembra che S. Più volte condannato come eretico.. si crea il vuoto. 17. E magari imitassimo quell’erba di cui dice il Signore: Germogli la terra erba da foraggio.

Germinet inquit terra herbam faeni secundum genus. ut in ipso suae stirpis exordio cuius generis herba sit recognoscas atque in herbis fructus appareat: paulatimque adolescit ut fae­ num culmoque pubescens erigitur et adsurgit. Inest enim nascen­ tibus singulis aut semen aut uirtus aliqua seminaria et ea secun­ dum genus. gratiam fecunditatis adsumpsit diuersisque compta germinibus proprios suscepit ornatus. Inde cum se granum illud resoluerit. 8. castanea quoque sur- git de radice castaneae. Germinet inquit terra herbam faeni secundum genus. si uero fuerint quadam sui morte resoluta. fit herba. Insitiua quoque in superioribus germinant. continuo parturiens terra nouos se fudit in partus et induit se amictu uiriditatis.144 EXAMERON. nisi mortua fuerint. 34. Sunt nascentia quae de radice germinant. V . Aliis ergo a radice. de milio milium. SER. Miramur quod tam cito generauerit: quanto maiora miracula sunt. Est ergo in radice uis quaedam seminarii. ut quod nascitur ex ea simile eorum quae sata sunt uel quorum de radice sit germinet. quemadmodum uel iacta in terram semina resoluantur ac. postea faenum. ut arbores quae non sunt satae ex aliarum arborum radice nascuntur. de pyro pyrus albo flore prorumpit. In harundine uidemus quom odo in extremo eius uelut quidam fit nodus e latere et inde alia harundo germinat. Vbi se paululum sustulerit. DIES I I I . herbam germinat grata ipsa iam species herbe- scentis uiriditatis. de tritico triticum. aliis diuerso munere series successionis adquiritur. Ast ubi se genicu- . inde fit fructus. si spectes singula. in uberiores fructus resurgant. nullum fructum adferant. Suscipit igitur granum tritici putris glaeba et sparsum cohibet occatio ac Uelut materno terra gremio fouet et conprimit. omnibus quae dicuntur nascentia terrae primum germen est. 33-34 Caput V ili 33. C. quae statim genus satiui similitudine sui prodit.

II. quanto maggiori prodigi si trovano: come. 330: parturit almus ager. se non muoiono. compressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo uiriditatem. xaùvov ysv6(aevov xal TtoXuTCOpQV. eira /ópTOV -/XoaZovra. eira tòv xapitòv Irei ^ p à ? ^8r) xal ita/eta. anche il castagno sorge dalla radice del ca­ stagno. Etre in ò onéputxrot. 144: et Zephyro putris se glaeba resoluit.. Al­ cuni vegetali ottengono la continuità riproduttiva dalla radice. disse. il gradevole aspetto d’un filo verdeggiante si tra­ sforma in erb a 4 che subito rivela la sua specie attraverso la somi­ glianza con la pianta da cui deriva. Tà olxeZa xal <riu<puXa Ttpò? éauTÒ èm- OTTOTal. rfj? Ttapaxeijiév»)? yrj? irepiSpafjàjzevov. V erg. àSpuvójiejjiov. De sen. dal pero nasce rigoglioso il pero con i suoi candidi fiori. Germogli la terra. come. 51: Quamquam me quidem non fructus modo. 34... i semi gettati nel terreno si de­ compongano e. diventa erba. 100 BC (42 BC). Germogli la terra. "Orav et? yyj? xaTaitécrn tò OTtéptxa ou(i(jLéTpo>? votESo? xal ^épfjiTj? S/ouaav. non diano frutto. per cosi dire morendo. per esempio. sed etiam ipsius terrae uis ac natura delectat: quae cum gremio mollito ac su­ bacto sparsum semen excepit. Hexaem. primum id occaecatum cohibet — ex quo occa- catio quae hoc efficit nominata est —. In tutti i cosiddetti vegetali all’inizio c ’è il seme.. Georg. Ttóa?. 15. a considerarli singolarmente. La zolla ram m ollita3 accoglie il chicco di frumento e l’er­ pice ve lo trattiene una volta sparso e la terra lo riscalda e strin­ ge com e nel suo seno materno. -ri)? xaXdcpt. 4 Cf.7)<. Nella canna vediamo che all’estremità si forma lateralmente una specie di nodo e di li spunta un’altra canna. . Cic. quando quel chicco si sarà decomposto. xaS^yeT-cai nàcrnjs (Hotìvy)? xal 7ràa7]<. poi fieno. erba da foraggio secondo la pro­ pria specie. 100 B (42 B ): 'H y à p pXaa-njoic. disse. eira (3oti4v7]V ycvéa&ixi. Hexaem. Ci meravigliamo che la terra sia riuscita a produrre così in fretta. cosicché fin dall'inizio della sua crescita tu riconosci di quale specie sia quell’erba e già vi si intravede il frutto: un po' alla volta cresce com e il fieno e svi- 1 B as. al­ tri con diverso procedimento. sicché ciò che ne nasce si sviluppa in tutto simile o alle piante seminate o a quelle dalla cui radice deriva: dal grano il grano. Esiste dunque neJla radice la potenza generativa com e d ’un vivaio. erba da foraggio secondo la pro­ pria specie. I. nascono dalla radice di altri alberi quelli che non sono stati piantati. ricevette il dono della fecon­ dità e. E subito la terra germ ogliando8 si effuse nella vege­ tazione novella e si rivesti di verzura. se invece si de­ compongono. dein tepefactum uapore. V erg. xal outcù? àvàyx■») np&rov pxàarqciv.. dal miglio il miglio. Vedi anche Bas. Quando questo è un po' cresciuto. quindi frutto Vi sono vegetali che si sviluppano da una radice. Ciascun vegetale ha in sé o il seme o una qualche capacità riproduttiva e questa secondo la propria specie. adorna di nuovi germogli. 2 Cf. rivivano in frutti più abbon­ danti. Anche le piante innestate germogliano nella parte superiore. per esempio. Georg.. Quindi. 3 Cf... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 145 Capitolo 8 33.. ebbe l’acconciatura che le si addiceva...

in quibus granum formatur interius.146 EXAMERON. qui odor. 27. SER. rutilantes rosas. 8. si forte aduersata fuerit frigoris inclementia aut nimia siccitas aut inmensa uis imbrium. Quid dicam quemadmodum clementia dei humanae p spexerit utilitati? Faeneratum terra restituit quod acceperit et usu­ rarum cumulo multiplicatum. quando arridet. 34-36 lata iam spica sustulerit. quibus agri suauitatem benedictioni et gratiae sanctorum aduertimus com ­ paratam dicente sancto Isaac: Odor filii mei odor agri p len ia. DIES I I I . Tum supra ipsam spicam u cillum struitur aristarum. cuius suauitate complemur. Ita et. ne inpar oneri curuetur in terram. nunc luteis floribus. ubertas fecun­ dae matris se in partus effundit. candida lilia. depicta rura nunc aureis. alio anno superioris anni damna conpensat. ut numquam ullum dispendium suo inferat creditori. Vnde digne dominus ait: Et Gen 27. 36. Et ne frugis numerosioris pondere uelut quae­ dam cedat fultura culmorum. in quibus nescias utrum species amplius florum an uis odora de­ lectant? Pascuntur oculi grato spectaculo. Homines saepe decipiunt et ipsa faeneratorem suum sorte defraudant. ut geminatis uiribus frugem possit multiplicem sustine­ re. Quae uero species pleni agri. ne auium minorum morsibus spica laedatur aut suis exuatur fruc­ tibus aut uestigiis proteratur. uaginae quaedam futurae frugi parantur. terra fidelis manet et si quando non soluerit. Succedunt quidam ordines spicae mi­ rabili arte formati uel ad speciem grati uel ad tutamen nexu quo­ dam inter se naturalis conligationis adstricti. uaginis quibusdam ipse culmus in­ cluditur. quam prouidentia diuina formauit. si no­ stro utamur adloquio? Sed habemus scripturae testimonia. . Quid igitur describam purpurescentes uiolas. quando prouentus spem destituit agricolae. nunc uariis. ne tenera eius primordia aut frigus laedat aut solis aestus exurat aut uentorum inclementia uel imbrium uis saeua decutiat. V . longe lateque odor spar­ gitur. ut quasi quadam in arce praetendat. nihil terra delinquit et. 35. C. quae suaui quae uoluptas agricolarum! Quid digne explicare possimus.

100 D . in m odo che. la fertilità di questa madre feconda riversa i suoi prodotti con una tale abbondanza da non causare mai alcuna perdita al suo creditore. Quindi sopra la stessa spiga si dispo­ ne fitto fitto uno steccato di ariste. Lucr.. 33-34: ut his exordia primis / omnia et ipse tener mundi concreuerit orbis. E perché per il peso dei chicchi troppo numerosi non venga meno il sostegno degli steli.. la terra invece resta fedele e. le cam­ pagne tinte ora di fiori color d’oro ora variopinti ora color giallo zafferano.. quando il raccolto delude la spe­ ranza del contadino. 6 B as . strette fra loro. la terra non ne ha colpa.. com e in una for­ tezza. se talora non ha pagato. perché il freddo non danneggi i suoi teneri inizi o il calore del sole lo bruci o l’inclemenza dei venti o la forza impetuosa delle piogge lo fac­ cia cadere5. attraenti a vedersi. Si form ano quindi le infiorescenze della spiga. nelle quali non sapresti se rechi maggior diletto il co­ lore dei fiori o il loro profum o penetrante? Gli occhi si pascono di questa gradevole visione e intorno ampiamente si sparge il pro­ fum o che ci riempe del suo piacevole effluvio. Bue. Ma quando la spiga nodosa è ormai cresciuta. I I . I . quale attrattiva. Perché descrivere le viole dal cupo colore purpureo. quale soddisfazione per i contadini! Come potrem mo spiegarlo degnamente con le nostre parole? Ma abbiamo la testimonianza della Scrittura dalla quale vediamo paragonata la bellezza della campagna alla benedizione e alla grazia dei santi.. 1 0 1 A (42 D E ): D o p o a v e r d e s c r it t o la c o s t it u ­ z io n e d e lla s p ig a . 32-33: cum tempestas adridet et anni / tempora consper­ gunt uiridantis floribus herbas. Ma quale spettacolo è quello di un campo in pieno ri­ goglio. lo stesso stelo è com e rivestito da tuniche. dentro i quali si form a il chicco. V erg . dispo­ ste con mirabile arte. 7 C f. costituisca una difesa. le rose vermiglie. si costituiscono com e degli involucri per la futura messe. . in m odo che possa con raddop­ piata resistenza sostenere il proprio frutto molteplice e non si curvi a terra vinto dal peso. se per caso ha avuto contrari l’asprezza del freddo o la troppa sic­ cità o l’eccesso delle piogge. Georg. i candidi gigli. 36. quando Isacco dice: L’odore di mio figlio è l'odore d’un campo rigoglioso. l’anno successivo compensa le per­ dite di quello precedente. Cosi. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 147 luppandosi si erge e si leva diritta sullo stelo. Perciò giustamente 5 C f. e quando la sta­ gione è favorevole7. 35. da una specie d’intreccio di legamenti naturali pre­ disposti dalla Provvidenza divina. quale profum o. Perché raccontare com e la bontà di Dio ha provveduto all’utilità degli uomini? La terra restituisce ad usura ciò che ri­ ceve e lo moltiplica con il cumulo degli interessi. V I . per aver­ ne protezione. affinché la spiga non riceva danno dalle beccate degli uccelletti o sia depredata dei frutti o venga calpestata 6. [/. 92-93: ne tenues pluuiae rapidiue potentia solis / acrior aut Boreae penetrabile frigus adurat.. Hexaem. p r o s e g u e : ’ E v dr]xf) Sè t ò v xójocov àTO&enévyj <!)<. Gli uomini spesso imbrogliano defraudando dello stesso capitale chi lo ha loro pre­ stato.■)) eùSi- ópTOXtTTOV elv a i toT? cntepfjLoXÓYot? • frri Sè x a l Tfj 7Tpo(EoXfj tG v àv&eplxtov olov à x ta i r à s èx itó v fu x p S v àcplanriai (iXocpa?.

37. Rubi folia superiacta serpenti interimunt eum. quid uirgu rum ac foliorum remedia? Ceruus aeger ramusculos oleae mandit et sanus fit. 38 species agri mecum e s t b. ut scyphi exprimant formam. Quid enumerem sucos herbarum salubres. Si quis hunc florem decerpat et sua soluat in folia. quia non omnes homines boni. ^ Mt 6. quemadmodum stipata ipsa folia ab im o ad summum uideantur adsurgere. Sed quod plus est accipe quia non omnes boni an­ geli in caelo. cui dominus tantum testimonium tulit. si absenti herbam cum oleo coquas et eo te perunxeris. adurit au­ tem gignentium prima exordia. 8. quod inter alimenta uitae noxium repperias et. DIES I I I . 11. 29. 9. Sed forte dicant aliqui: Quid quod cum utilibus eti letalia et perniciosa generantur? Cum tritico conium. Culices non tangent te. 28. Aconita quoque fallunt frequenter et decipiunt col­ ligentem. SER. Luna quoque uiantibus iter mon­ strat. quae possit lilii speciem reformare? Quis tantus imitator naturae. . nisi praeuisum fuerit.148 EXAMERON. latronum prodit insidias. c Mt 6. quae tamen uallo in circuitu floris obsaepta nulli pateat iniuriae. Sol ipse prae nimio calore spicas torret. consue- uit saluti nocere. 36-37 . V. Sed hoc ita est ac si reprehendas terram. ut diceret: Nec Solomon in omni gloria sic uestiebatur sicut unum ex istis d? Rex opulentissimus et sapientissimus inferior iudicatur quam huius floris est pulchritudo. Caput IX 38. quantus sit candor in foliis. ut florem hunc redintegrare prae­ sumat. ut auri quaedam species intus effulgeat. Cum ipso est enim quam ipse formauit.C. C. ut in his t Ps 49. Num igitur dignum est. quis enim alius artifex posset tantam rerum singularum exprimere uenustatem? Considerate lilia agri0. Inter alia quoque nutrimenta uitae elleborus de­ prehenditur. quae tanti est artificis manus. Lucustas quoque folia oleae adrosa liberant ab aegri­ tudine.

Se si cogliesse questo fiore e si sfogliassero i suoi petali. auvd. N. 514: malefactorum inimica. Pl in . com e nell'interno di questo ri­ splenda quasi un bagliore d’oro che. rumigantium direc­ tio. . N. 30: Quid est luna? .il. cui il Signore diede un riconoscimento cosi eccezionale da dire: Nemmeno Salomone in tutta la sua glo­ ria vestiva com e uno di questi. per­ fidiam..H. in Frg..H. XIII. ma provoca le insidie dei m alfattori2. 2 Cf. Ma alcuni forse potrebbero obiettare: « Perché allora le piante utili nascono anche quelle mortali e velenose? Insieme al grano. XXVII. . È 8 Cf. P l in . com e questi.e8iWb] toù. Le foglie del rovo gettate su un serpente lo u ccid o n o 8. nociva com ’è. 28. soli­ tamente nuoce alla salute. potresti trovare fra le piante commestibili e che. Capitolo 9 38.. 52: Culices ex oleo perunctis abigit et fumo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 149 il Signore dice: E la bellezza del campo è con me. 117: Nec rubos ad maleficia tantum genuit natura . Perché enumerare i succhi curativi delle erbe. 524: xaxo<ipyoiv . 9 Cf. 1 B as.. l’uno stretto all'altro. 516. Tra le altre piante che c i nutrono si trova anche l’ellèboro. se non te ne guardi in tempo. TpoeCpot? rà §T)Xn)TT)pia * jxerà t o u afrrou t ò xcove i o v * (ie r à t 5 v X oiitS v Tpo<pC[i<av £X Xi(ìopo. quale mano di artista sarebbe cosi abile da ridargli la form a del giglio? Nessuno sa­ prebbe imitare la natura con tanta perfezione da presumere di ricostituire questo fiore. la cicuta che.. Anche il sole per l’eccessivo calore brucia le spi­ ghe e dissecca i primi germogli delle piante.. Anche la luna mostra la strada ai viandanti. Ph. Aduersantur serpentium sceleratissimis. ut cesset prodere furem. se cuocerai con olio l’erba dell’assenzio e ti ungerai ben bene con questa m istura9. XXIV.. 518. si uratur.. 23-24: Quae tam festa dies. itinerantium solamen. x a l àxóviTOV x a l [ucvSpaYÓpa? x a l 6 t 5)? (jufjxovo? fa r i. Ascolta però un fatto ancor più sorprendente: non tutti gli angeli in cielo furono buoni. s e b b e n e il c o n ­ c e t t o s ia in p a r t e d iv e r s o . fraudes atque omni ex crimine lucrum. Iw .. Graec.. Un sovrano ricchissimo e sapien­ tissimo è giudicato da meno della bellezza di questo fiore. 73. 37. v e d i a n c h e I . si rizzino dal basso verso l'alto in m odo da riprodurre la forma d'un calice. a n c h e . Hexaem. Sent.. i med menti ricavati dai virgulti e dalle foglie? Il cervo ammalato ma­ stica ramoscelli d ’ulivo e ritorna sano.. malefactorum reuélatrix.. 101 B (43 A ): Kol eù&étix. Ma questo è com e un rim­ proverare la terra perché non tutti gli uomini sono buoni. per­ ché ne è l’autore: quale altro artefice infatti avrebbe potuto espri­ mere una cosi grande bellezza nelle singole creature? Considerate i gigli del campo. e 513. difeso tutt'intorno dalla pro­ tezione dei petali.. quale sia il candore dei loro petali.. non è esposto ad alcuna offesa. È con lui.? Cf.. S ecvndi. Anche le locuste si libe­ rano delle indisposizioni rodendo le foglie dell’ulivo. Le zanzare non ti toccheranno. I. Anche l’acònito di frequente passa inos­ servato ed inganna chi lo raccoglie » l.

9. immo ipsi tibi frequenter alio est usu utile. DIES I I I . quoniam dolores eo grauissimi internorum saepe uiscerum sopiuntur? Nec illud prae- . Num quid de opio loquar. quasi uero omnia gulae causa debuerint procreari aut exigua sint quae uentri nostro diuina indulgentia ministrauerit? Definitae no­ bis escae sunt et notae omnibus. Frigida enim uis eius est suci. et saepe eadem quae tibi noxia sunt auibus aut feris innoxium ministrant pabulum. quod etiam nobis cotidiano prope usu innotuit. V. De­ nique sturni uescuntur conium . quoniam per qualitatem sui corporis uenenum suci letalis euadunt. quae p ro uirili portione conplent uni- uersae plenitudinem creaturae. Quod tibi putas inu­ tile aliis utile est. ubi uigiliarum aegri affectantur incom modo. Singula autem eorum quae generantur e terris special quandam rationem habent. cui uidetur esse contrarium. Etenim si ratione medicinae plerumque ad salubritatem humani quoque corporis temperatur. eo quod naturali quodam temperamento sui cor­ poris uim pabuli nocentis euitent. 38-39 quae utilia sunt posthabentes conditoris gratiam confiteri propter aliqua alimentorum noxia creatoris prospicientiae derogemus. C. alia alii nascuntur usui. Per man- dragoram quoque somnus frequenter accersitur. quam subtilibus poris in cordis sui sedem du­ centibus praecoci digestione praeueniunt. Alia ergo esui. nihil inane germinat terra. priusquam uitalia ipsa pertemptet.150 EXAMERON. SER. Elleborum autem periti locuntur escam esse et alimo­ niam coturnicum. nec fraudi est eis. quae et uoluptatem generent et corporis salubritatem. Quod escam non adiuuat medicinam suggerit. quanto magis proprietate naturae ad cibos proficit quod medica manu conuertitur ad salutem. 39. Nihil uacat.

d o v e p a r la d e l so le . limitiamo la sua provvidenza per causa di qualche alimento nocivo. N.. X X . D e llo s t e s s o a u to r e . C f. che. èSiivaq tGv aco|j.H. 7rópoui.eiip7]Tai. 2.. 3 B as. N. 6 B as. Plin. Hexaem. quanto più per le sue pro­ prietà naturali giova a fornire nutrimento ciò che la mano del m edico sa rendere salutare! Anche per mezzo della mandragora spesso si provoca il sonno quando gli ammalati sono tormentati dall’insonnia5. 10 1D ( 4 3 D ) : A i à [ièv y à p tou jiavSpayópoo Stcvov iaTpol xaTE7ràyouaiv... X .. essi neutralizzano con ima digestione precoce. contribui­ sce alla perfezione di tutto il creato. 76. nocive per te. |3ó<jxovtoii. 5 B as.. uerum. P l i n . perché per la natura del loro corpo scampano al veleno di quel succo mortale. Aem-oilx.H.. oilSèv o t o ) ? yeyevvjjiivov. C f.H.uS-tav tiv & v àpptooTr](iàTCùV è!. ci fornisce il medicamento. Hexaem. y à p S / o v t c ? t o ù ? èrti T % xa p - Stai. iarpixyj? -réxvr)<. 69: Coturni­ cibus ueneni semen gratissimus cibus.. Sè t o ù t c ù m oùSèv àpycoi.. Plin.. offrono una pastura innocua agli uccelli e agli animali3. 23. Se a scopo cu­ rativo si fanno pozioni di questa pianta per ridare salute allo stesso corpo umano cui è dannosa.. com e se tutto si fosse dovuto creare per appagare la nostra gola o siano pochi gli alimenti che la bontà divina ha procurato al nostro ventre? Sono stati stabiliti per noi e sono noti a tutti i cibi che danno pia­ cere e giovano alla salute. Quanto all’ellèboro.. 199: non ui soporifera modo. Hexaem. prima che agisca anche sugli organi vitali. 101 D (43 D ): è7rl(i) Sè Tà? aipoSpài. Ti> [zèv y à p x<iveiov ot tjiapei. .. perché per effetto della naturale complessione del loro corpo evitano l’effetto nocivo di quell'alim ento4. Quella che tu credi inutile per te. ut diximus. altre per altri usi. gli esperti dicono che è cibo di cui si nutrono le quaglie. per mezzo di sottili condotti che portano dove si trova il cuore. Ma ogni pianta che nasce dalla terra ha ima sua parti lare ragione.. per quanto sta in essa. X X V . Hexaem.àTO)V xaT axoijxttou aiv. 4 B as . si copiosior hauriatur. Infatti quel succo possiede una potenza di gelo. et? TOxpaji. ISióttqti xpàaeoc. 1. 39. etiam mortifera per somnos. Sià tt)v xaTaaxeufyi t o u ctijioiTOi. 101 D (43 C ): 'EXXé(3opos Sè òpróytov èaxl Tpo<pr). 72. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 151 forse giusto dunque che. " H y à p Tpoipvjv roxpéxei. C f. tp&àvouaiv èx7téi|iai t ò xaTOOTO&èv uplv t ì j v dm’ a ù io ù tGv xa ip ttov xa&àijrai. e spesso le medesime piante. 197: Venenis ca­ preae et coturnices. è utile ad altri. v is s u t o p r o b a b ilm e n t e ai t e m p i d i A d r ia n o . dato che ciascuna. N. Dovrei forse parlare dell’o p p io 6 che anche noi ab­ biamo imparato a conoscere per l’uso che ne facciamo quasi ogni giorno perché sopisce spesso atroci dolori intestinali? Né ci è ignoto che per effetto della cicuta spesso i furori della lus- È j$ p a .. v e d i a n c h e X . A m ­ b r o g i o s e m b r a r ic o r d a r s i a n c h e a I V . tvjv pxdtprjv dbroijieuyóvTOJV. pinguescunt. Basti dire che gli storni mangiano la cicuta senza averne danno. Quella che non serve per il cibo.. trascurando di riconoscere la bontà del Creatore davanti a questi doni che ci sono utili. media potio cyathi unius.. anzi spesso è utile anche a te per un uso diverso. 101 C (43 B C ): Ea-n. Alcune servono per il cibo. 150: Vis somnifica pro uiribus biben­ tium. 94. rJjv èx t o ù 8y)Xi)T7)p[ou (3Xàp7]V àTroStSpàcxovTei. t i v I t ò ì v àXóytov • x a l f)| x ìv aÙTOt? TOXpà Tfjc.

40. Denique ceruis cibus uenenum est: coluber ceruum fugit. 3941 terit. V. notas petere herbas atque his remedium uul- neri dicantur adhibere? Cibus illis ergo medicina est. non serpere. fugere uenena. An uero oues et caprae ea quae sibi noxia sunt declinare didicerunt et <non> solo odore per quod­ dam naturae mysterium. rationem ta­ men euadendi periculi uel tuendae salutis agnoscunt noxiaque pa­ riter ac profutura distinguunt. in quo casus uincti sibi nocere non possit. 41. iste ne posteriore extremus pede aut calle capiatur angusto. ubi uel ipse se non queat retorquere et draconem graui protegere uestigio uel sequentis elefanti auxilium non habere. ille ut pedem alliget. aut ita naturae ingra­ tus bonis. 9. siquidem quod ad periculum putabas esse generatum ad remedia tibi salutis operetur. propterea laboriosum putet animal aut nasci non debuisse aut sine sanguine debuisse generari. C. cui ra­ tionabilis sensus innascitur. cum sint rationis expertes. ut quoniam taurini haustus sanguinis letalis est homini. cuius uirtus ad cultum agrorum . DIES I I I . hom o nescit. cum armata ue- nenis tela senserint. SER. ut resilire sagittas uideas ex uulnere.152 EXAMERON. etiam incrementum est gratiarum. Non solum igitur nulla in his reprehensio creatoris. leonem interficit: draco helefantum ligat. ita ut plerumque. quod conio plerumque furores libidinum marcuerunt et elleboro uetustae passiones aegri corporis sunt solutae. Ergo si inrationabilia animalia norunt quibus sibi aut dicentur herbis aut subsidiis opem adferant. ut quae cuique apta sint usui minime deprehendat. aut tam alienus a uero est. cuius ruina mors uictoris est. Et ideo sum­ ma ui utrimque certatur. Nam et id quod periculi est per prouidentiam declinatur et id quod salu­ tis per industriam non amittitur.

X X V . N. non lo sa invece l’uom o che ha innato l’uso della ragione o è tanto lontano dal vero da non comprendere quali cose servano a ciascun uso e cosi ingrato verso i doni della natura da ritenere che. P l i n .. . Hexaem. Infatti con le precauzioni si evita il pericolo che esse presentano e con l’opero­ sità non si perde ciò che hanno di salutare. siccome un sorso di sangue di toro è mortale per l ’uomo.. arti­ culariis morbis.. Del resto i cervi si cibano di piante velenose: il serpente fugge il cervo “ . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 153 suria hanno perduto ogni loro violenza7. Il cibo dunque serve per esse da medicina. se gli animali irragionevoli sanno con quali erbe medicarsi e con quali mezzi procurarsi aiuto. ut indicauimus. un animale cosi laborioso o non sarebbe dovuto nascere o sarebbe dovuto nascere senza 7 Bas. questo per non farsi prendere ad un piede posteriore in fondo alla fila o in uno stretto sentiero. Quindi in tutto ciò non solo non c ’è alcun motivo di bia­ simo per il Creatore. dove egli non potrebbe girarsi e schiacciare il pitone sotto l'enorme peso della sua zampa né avere l’aiuto dell’elefante che viene dopo. N. 41. Hexaem. e per effetto dell'ellèboro scompaiono malanni radicati in un corpo inferm o". 50. N.. X X V . P l in . 12 C f. 9 Bas. 13 C f. dic­ tamnum uulneratae pastu statim telis decidentibus. il pitone avvinghia l’elefante il cui crollo causa la morte del vincitore 13. 92: Ostendere ( c e r u a e ).. 10 Bas. 101 D (43 D ): x a l Ttji éXXe(3ópa> tòìv xP°vlo)v 7ra&tóv è^s[LÒ- XXeuaav. 40. 8 Bas. essendo prive di ragione. si dice che cerchino erbe da loro conosciute e che con queste curino la ferita. 32: sed maximos (e le p h a n t o s f e r t ) India bel- lantesque cum his perpetua discordia dracones tantaeque magnitudinis et ipsos ut circumplexu facili ambiant nexuque nodi praestringant. Ora.. C f. P l in . 11... 53.. Perciò con grande accanimento si combatte da entrambi le parti... V i l i . 95.. Hexaem.H. N. sicché potresti vedere saltar fuori le frecce dalla ferita 11 e sparire il veleno. conoscono i mezzi per fuggire il pericolo e proteggere la loro incolumità e distinguono ugualmente ciò che nuoce e ciò che gioverà lo r o ? 10. V e r a m e n te S . che tu pensavi potessero costituire un perico­ lo per te. to u tó c o i e l? irpoaìMjxiqv eò/apiOTta? TOpieX^Xu&e. hydropicis. 101 D (43 D ): "HSt] Sé uve? Ttji xcovetco x a l t ò XuaaòiSe? tòìv èpé^etov xixTe(i. Così spesso. 104 A (43 D ): "Qctts 8 è v ó [«£ e ? S/etv xa-rà toù x-ttaavro? &YxXy)(xa.. Pl in .. 118: Et his cum serpente pugna.àpavav.. Forse le pecore e le capre hanno imparato a scuola ad evitare quant’è loro nocivo e non invece con il solo odorato per un misterioso istinto naturale. 154: Quod certum est. 101 C (43 B): Où Srjuou yàp 7rpó(jaTa [lèv x a l a ty e ? Jaaaiv àroxpetiyeiv r i x a x o ù v r a aÒTtov rJjv ì^corjv.H. Pl in . quello per avviticchiargli il piede. n o n d e lle c e rv e . X X V . perché le piante. C f. 22. ma al contrario motivo di maggior riconoscen­ za 9. mentre uccide il leone. non già diffondersi. [ióvfl Tfl a l a t a s i tò (3Xa[3epòv S iaxp t- vovra. agiscono quale rimedio per la tua salute. lac puerperarum mammis imposita extinguit ueneremque testibus circa pu­ bertatem inlita. A m b r o g io p a r la q u i d e lle p e c o r e e d e lle c a p r e . perché in quella posizione la caduta del nemico avvinto non potrebbe fargli del male. 11 C f. insanientibus..H. 54: Nigrum helleborum medetur paraly­ ticis. V i l i . N.H... Hexaem.H. dum citra febrim. podagris ueteribus. quando sono state ferite da frecce avvelenate.

Quam decorum autem quod non statim fundére ter semen iussit et fructus. 42. 11. ad alimoniam suauis diuerso munere fulcit agricolas. sed specie magis quam ge­ nere. Denique frequenter madidata frumenta in sui generis speciem reuertuntur. sed etiam eam quae industria comparatur et cultu rusticani laboris adquiritur. postea fructum suggererent utilitatem. Itaque repa- * Gen 1.154 EXAMERON. sed prim o germinare. Sed forte quis dicat: Quom odo secundum genus terra pro­ fert semina.C. 43 utilis. 10. . deinde herbescere campos statuit. Non solum enim spontaneam alimoniam con- prehendit. cum plerumque semina iacta degenerent et. Non enim desinit esse triticum. sed aegritudinem quandam et inaequalitatem seminis ui­ detur esse referendum. Caput X 43. si bona sua norint. SER. DIES I I I . 9. cum b o­ num triticum fuerit seminatum. 4142 . colore quoque et corruptione mutatum. postea secundum proprietatem sui generis semen adolescere. ad usum plaustrorum habilis. si aut sole aut ignibus torreantur aut diligentibus commissa cultoribus aeris temperie terrarumque feracium ubertate foueantur. V . ut numquam aruorum uacaret gratia. quae grato pri­ mum decore uernarent. si aut fri­ gore aduratur aut imbre madidetur. quae est in herbis et radicibus atque arborum reliquis- que fructibus. C. et decolor eius species et inferior form a reddatur? Sed hoc si quando accidit. quibus deus. non ad translationem generis. uniuersa donauit dicens: Germinet terra herbam faeni seminans semen se­ cundum g en u sa.

. Cosi si riacquista nella prole ciò che era 14 Bas. quindi. Georg.t^0(j. sempre che conoscano la loro fortu n a 15. secondo le caratteristiche della propria specie. ha concesso ogni cosa dicendo: Germogli la terra erba da foraggio producendo sem e se­ condo la propria specie. Hexaem. in m odo che i campi non fossero mai senza doni. / agricolas! 16 Bas. V erg. 93: aut Boreae penetrabile frigus adurat..a. Eppure questo animale — utile per la sua forza alla coltivazione dei campi. Capitolo 10 43. ’ AXXà toOto où^l 7tpòs ÈTEpov yévoc. 15 Cf.. toutoi) Svexev ÈSei t) [d] 7tapax*H)vai tò £ij>ov Vj TOXpax-9-èv àvaijxov elvai. xaTajJaXóvrei.. o3v xarà yévoi. Infatti egli vi ha com preso non solo il cibo spontaneo che consiste nelle erbe. . ma anche quello che si ottiene con l’operosità e si acquista con l’esercizio del lavoro agricolo. «prjolv. la colpa deve essere attribuita non ad una degenerazione della specie... è7ri(j. Anzi spesso il frumento inzuppato d’acqua riprende l’aspetto della sua specie se viene essiccato al sole o al fuoco oppure. affidato a diligenti coltivatori... offrendo poi l’utilità dei loro fru ttiM. ma ad una malattia o ad una mancata omogeneità del seme. àXXà (3Xa<mjaai xal yìo&aca rJjv yyjv. àXXs olovel vóao. Ma quando capita questo. Georg.cv . ó pto?. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 155 sangue14. óttóte ct£tov 7toXXàxti. I. ùitepxaeli. Ma qualcuno potrebbe dire: « In che m odo la terra p duce i semi ciascuno secondo la propria specie dal momento che spesso quelli sparsi nel suolo degenerano e. il seme si svilup­ passe. anzitutto rinnovando a primavera l’incanto della loro bellezza. Quant’è bello poi ch ’egli non abbia ordinato alla te di produrre immediatamente il seme e i frutti. Hexaem. xal t v j v èv aÒTfl T yj poràvfl xal ttjm èv xapiroii.. sebbene sia stato se­ minato del buon grano. sua si bona norint. il prodotto che ne risulta è d ’un colore insolito e di qualità inferiore? ».. Hexaem. 2 Bas...srapoX^. ma abbia stabilito che i campi prima germogliassero.eXsta? xal Ycoipyia? r](xiv 7rpo(ryfpio(jièvv)v .. Tfl Ù7tep(3oXfj yàp tou xpiiou. èaTl (i. II.. xal àpptùOTla toù aitépnaTcx. Ea/uo? 7rpò? TooaÙTa ijixfijv èroSei/rai. 101 B (43 A): M9) y^P> è-jTetSnfj croi 8t)Xt)tiI)Piov tò Tooipiov al(i.. 104 AB (43 E. o5 ttji. poi si ricoprissero d’erba. adatto a trascinare carri. trova un aiuto nel clima favorevole e nella fecondità di un fertile terreno2. xal t ò t e et? 07tep(ia TeXsioìHjvai. 7tócnqv Sè tìjv è!. ma risulta trasformato nell’aspetto più che nella specie e così nel colore e nell’alterazione subita. 458459: O fortunatos nimium. ■ì^Stq.. nelle radici e nei frutti de­ gli alberi e in tutti gli altri prodotti. 104 A (43 E): Ilócrqv aÒT<5[i<XTOV Xèysi Tpo<p9jv èv toiStoi?. r) yJ) Trpo- ipèpei Tà <j7tèp[iaTa. -nrjv t s èv at<. V erg. 42. Oùx eù&ù? èxéXeuae <j7rép(jLa xal xaprcòv àvaSo&ijvai. tòv piXava toùtov Ttupòv ouYX0(j.. 1 Cf. 44 A): IIGi. saporito a man­ giarsi — con diversi servizi aiuta gli agricoltori ai quali Dio. Non cessa infatti di essere grano se viene bruciato dal fre d d o 1 o si impregna di pioggia.

ne praeceptum illud dei. 45. C. H ic hom o uerbum seminauit super terram. e Mc 4. quod seritur ad iustitiam. DIES III. Nam lolium et reliqua adulterina semina. quod seminat diabolus peccatum est. de quo scriptum e Qui seminat uerbum sem inate. aliud semen est Christi. V. ut contrarius seminator sit. zizania nuncupari® euangelii lectione cognoui- mus. Est et hom o. Adeo diuersa natura utri- usque seminis. qui seminat uerbum. inde cam­ porum spica flauescens imaginem pelagi fluctuantis commotione segetis uberioris expressit. inarata tamen opimis messibus redundabat et haut dubito an maiore prouentu. » Mt 13. Sponte omnis fructus terra suggessit. Aliud enim semen est diaboli.156 EXAMERON. aliud diabolus seminauit. non ex tritici se­ mine in aliud genus seminis decolora mutatione translata degene­ rem traxere naturam. Denique h oc docet dominus dicens: Simile est regnum caelorum homini. Nunc enim fecunditas uni- a Mt 13. sed ea proprium quoddam genus habent. nonne bo­ num semen seminasti in agro tuo? Vnde ergo habet zizania? Et ait illis: Inimicus homo hoc f e c i t c. Vnde non pericli­ tamur. quemadmodum si homo iactet semen super terram d. 44. 14. Denique et serui dixerunt ad patrem familias: Domine. qui seminauit bonum semen in agro suo: cum autem dormirent homines. Aduertimus utique quod ziza­ nia et triticum ut nominibus ita et genere uideantur esse discreta. cum hodieque in semi­ nibus generis sui sinceritas reseruetur. Etsi arata sine cultore esse non poterat — nondum enim erat for­ matus agricola — . 27-28. 26. Quod seminat Christus regnum est dei. c Mt 13. praeter unum. 10. <• Mc 4. 43-45 ratur in subole quod degenerauerat in parente. in reliquum successionis uitio destitutum sit. SER. quando dixit: Germinet terra herbam: et subito terrarum germina pullularunt et diuersae rerum species refulserunt. uenit inimicus eius et super- seminauit zizania inter triticum b. quae frugib saepe miscentur. 24-25. r e lic u m Schenkl r e liq u u m omnes codd. Hinc pratorum uirens gratia abundantiam pabuli ministrauit. siquidem nec cultoris desidia ter­ rarum destituere poterat ubertatem. 14. Quomodo igitur potest unius generis esse regnum atque peccatum? Sic est inquit regnum dei. 43. 26. cuius usus naturae inoleuit. . Denique aliud filius hominis.

del quale è stato scritto: Chi semina. Anche se non poteva essere arata per mancanza di coltivatori — infatti non era stato ancora creato l’uom o che l’avrebbe lavorata — . quando disse: La terra germogli l’erba: e subito spuntarono i germogli della terra e brillarono nella loro bellezza i diversi aspetti delle cose.fiWe? (lèv ^aav paS-ct? t fj à<p&ov£a ■tou xóp'tou. oòx èx T7)? t o ù < t[to u (iETaPoXf)? ytverat. tuttavia. xuji. disse. Hexaem. 7Cpò<. sovrabbondava di messi copiose. Perciò non corriam o pericolo che l’ordine di Dio. sia reso vano in futuro per colpa del passaggio di produzione in pro­ duzione. Inoltre anche i servi dissero al padre di famiglia: Signore.. Quest’Uomo seminò la pa­ rola sulla terra. . semina la parola. dtnep £i£àvia irposafopeiieiv aiiwjS-ec. xfj rpatpfj. Hexaem.atvovro? èv T fl xiv^aei t£ > v àarax^cov à7ré£coae . Ciò che semina Cristo è il regno di Dio. ven­ ne il suo nemico e seminò la zizzania in mezzo al frumento.. trasformandosi in una specie diversa per una degenera­ zione del sem e3. Kal jiévroi xal 7ràXiv XéyeTat. sia nella specie. e credo con maggiore ren­ dimento. èYxaTa[xé(iixTat.£vt) alpa xal 5<ra Xowrà v69« crcrépizaTa Tot? ipo<p[[ioii. l’altro dal diavolo. poiché anche oggi si conserva nei semi la genuinità della loro specie. 45. che viene seminato per la giustizia. C’è anche l’Uomo che semina la parola. In che m odo possono appartenere alla stessa specie il regno e il peccato? Cosi è. 3 Bas. inei- Sàv fanTnjScucg xal &épcov euxpdrrtov Xà(3v)Tai.. la cui attuazione è insita nello sviluppo della natura. 4 Bas. No­ tiamo senza dubbio che zizzania e frumento appaiono distinti sia nel nome. 104 B (44 A): *H Sè Xeyo(J. ciascuno ottiene la fecondità per merito del proprio itpò? èrépav xal /póav xal yeiicriv iieréTteaev. dall’altra i campi biondeggian- ti di spighe riprodussero col movimento della messe in pieno ri­ goglio l’immagine del mare agitato dalle o n d e 4. Anzi l’uno è stato seminato dal Figlio dell’uom o. Così diversa è la natura dei due semi. che chi li semina sono i due opposti. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 157 degenerato nel padre. dal momento che non c ’era la pigrizia del contadino che potesse rendere vana la fertilità del terreno. il regno di Dio com e se un uomo gettasse del sem e nella terra.. non hai seminato del buon sem e nel tuo campo? Da che parte dunque ha della zizzania? Ed egli rispose loro: Il nemico ha fatto questo. pur senza ara­ tura. àXX’ è£ olxetai. Uno è il seme del diavolo e un altro è quello di Cristo. Ora. t tòv Sè ireSlav -cà sflxapira «pplaaovTa T o t ? XYjtoii. ma questi hanno una specie loro propria e non hanno già derivato dal seme del frumento una natura de­ genere. .. Spontaneamente tutta la terra profuse i suoi frutti. Da una parte l’attrattiva dei prati ver­ deggianti offri abbondante pastura. 105 A (44 C): Kal Xei|j. àpxi]S Ó JtéoT») ISiov Éx0VTa Y^voi. ciò che se­ mina il diavolo è il peccato. Dalla lettura del Vangelo abbiamo appreso che sono chia­ mati zizzania il loglio e gli altri semi spuri che di frequente si mescolano alle messi. ma m entre gli uomini dormivano.. tì> àp^aìov yinoq èita- viévai. Del resto questo insegna il Signore dicendo: II regno dei Cieli è simile ad un uomo che aveva seminato del buon sem e nel proprio cam po. . 44. elxóva 7reXàyou<. nel caso del­ l’agricoltore.

Quam multa sunt enim quae adhuc sponte generantur. Dormiente te igitur. deinde spicam. hinc cypressus in alta se extulerunt cacumina. Caput X I 47. Diximus de herba faeni. Sed etiam in his ipsis quae manu quae< runtur magna ex parte manent nobis diuina beneficia. 26-29. dum nescit ille. V . consur­ rexerunt siluae. quemadmodum si qui iactet sem en super terram et abdormiat inquit et surgat nocte et die. Antiquiora enim mundi nascentis exordia quam nostra peccata sunt et recentior cul­ pa. et nesciente fructus suos ultro terra producit. et sem en germ inet et increscat. ut frumen* ta ipsa quiescentibus inferantur. statim mittit falcem. Verbum enim dei fructificabat in terris. E t cum produxerit fructum. 45-46 . 11. 19. C. sine sudore alimenta nescire. Vitro terra fructificat prim o herbam.158 EXAMERON. nec ullo adhuc erat terra damnata maledicto. * Mc 4. Abies quoque non contenta terrenis radicibus f Gen 3. cuius sem en eius in ipso a. 46. Dormis et surgis et frumenti per noctem incrementa miraris. . propter quam condemnati sumus in sudore uultus nostri pa­ nem m anducaref. quoniam adest messis *. Hinc pi­ nus. quoniam is praeceperat qui uni- uersorum est plenitudo. uertices repente montium fronduerunt. C. 11. et neglegentia uel offensa aut diluuiis pluuiarum aut terra­ rum ariditatibus aut grandinis iactu aut quacumque ex causa soli uberis sterilitate multatur. 10. Dixit et facta sunt et subito ut supra floribus herbarumque uiriditatibus ita hic nemoribus terra uestita est. nunc dicamus de ligno fructu faciente fructum secundum genus. Tunc autem prouentu spontaneo terra fructus locis o mnibus inuehebat. DIES I I I . Denique hodieque fecunditas terrae ueterem affluenti spontaneae usu fertilitatis operatur. Quod propositae docet lectionis exemplum dicente domino quia sic est regnum dei. SER. caedri et pi­ ceae conuenerunt. Concurrerunt arbores. » Gen 1. ubi cultus spectatur agro­ rum. 47 cuique pro merito laboris adquiritur. deinde plenum triticum in spica. hom o.

Crebbe anche l’abete che non contento di affondare le radici nel terreno e di innalzare la cima verso il cielo. Parlò e furono fatti. ad un tratto le cime dei monti si coprirono di fronde. e subito. Dormi.. anche oggi la fecondità della terra p duce l’antica abbondanza mantenendo una spontanea fertilità. i cedri e i pini selvatici s’incontrarono. 105 A (44 D ): Où |X7)v oùSè rj x a r a S b o ] àve7ró8i£e xfj eò&Tj T7)? Y*)?. . sicché le stesse granaglie ci vengono prodotte mentre riposiamo. La parola di Dio fruttificava sulla terra né questa era stata ancora colpita da al­ cuna maledizione. così a que­ sto punto la terra si rivesti di foreste \ Gli alberi s’incrociarono. Hexaem. 105 B (44 E ): ’ EttI to u x o ì tcd 7tà®at jièv X óxjiat xotxe- 7TUXVOOVTO. Ad ogni modo. 1 B as.. e il sem e germogliasse e crescesse a sua insaputa. Quanti sono i prodotti che ancora nascono spontaneamente! Ma anche riguardo a questi stessi che si ottengono col lavoro manua­ le. Ma allora la terra con spontanea pro­ duzione portava dappertutto i suoi frutti.. a non sapere che cosa sia c ib o 5. Ciò insegna l'esem­ pio del passo che abbiamo letto. avrebbe affrontato con sicuro remeggio i rischi del mare e avrebbe lottato non solo con i venti ma anche con i flutti. ti levi e vedi con meraviglia che nel corso della notte il frumento è cresciuto. o uo­ mo. si levarono insieme le selve. poi il chicco ricolmo nella spiga.. Capitolo 11 47. npea(3iÌTepa y à p x a ò x a TÌj? à ^ a p rta ? Si’ xaxexpU b] (ièv èv ìSpoyu to O 7rpoaa)7TOU 7)(xcùm èaS-teiv xòv ócpxov. dall’altra il cipresso le­ varono in alto le loro cime. E cosi pure l’alloro. che non si 5 B a s. Mentre tu dormi. perdurano in buona parte i benefici divini. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 159 lavoro e la trascuratezza e l’avversione sono punite con le inon­ dazioni provocate dalle piogge o con i periodi di siccità o con le grandinate devastatrici o con la sterilità del suolo fecondo dovuta ad ima ragione qualsiasi. quando il Signore dice che il regno di Dio è come se uno gettasse del seme sulla terra e si ad­ dormentasse e si levasse notte e giorno. a tua insaputa la terra produce spontaneamente i suoi frut­ ti. poiché glielo aveva pre­ scritto colui che è la pienezza di tutte le cose. parliamo ora gli alberi fruttiferi che. senza sudore. 46.. Spontaneamente la terra produce prima lo stelo. Da una parte il pino. poi la spiga. Hexaem. Infatti gli inizi del m ondo nascente sono an­ teriori ai nostri peccati e più recente è la colpa per la quale siamo stati condannati a mangiare il pane col sudore della nostra faccia e. com e precedentemente di fiori e di erbe verdeggianti.. tosto m ette la falce perché è giunto il tem po della mietitura. E quando ha portato a maturazione il frutto. secondo la loro specie. producono un frutto contenente il proprio seme. Abbiamo parlato dell’erba da foraggio.

C. quod sub ictu mun­ di surgentis accepit. semper est sentis. Breui unusquisque decurso aetatis flore marcescit. o hom o. quibus generatur uinum. ex te pullulat. ut tristitia adiuncta sit gratiae. per quam nobis in paradisi amoenitate florentibus spinae mentis animique sentes iure condemnationis ascripti sunt. 15. sed etiam fluctibus certatura processit. quo cor hominis laetificatur». Atque utinam. Vmbrosae quoque ilices uerticem protulerunt inhorren­ tem com am hibernis quoque temporibus seruaturae. H oc enim in singulis priuilegium natura tenuit in reliquum. 49 atque aerio uertice etiam casus marinos tuto subitura remigio nec solum uentis. postea spina saepsit gratiam floris tamquam humanae speculum praeferens uitae. semper tibi spina proxima est. ut ipse tibi laetitiam iocundidatemque fructifices. SER. Vallata est enim elegantia uitae nostrae et quibusdam sollicitudinibus opsaepta. ma­ net cypressibus. 11. Inrutiles igitur licet. Vnde cum unusquisque aut suauitate rationis aut prosperioris cursus successibus gratulatur. o homo. . In te ipso suauitas tuae gratiae est. nec prolixa gratia manet. Sane ut caduca tibi noueris communia esse cum florib ita etiam laeta cum uitibus. 48.160 EXAMERON. in te ipso quaerenda iocunditas tuae est conscien- a Ps 103. Et inde manet sua ilicibus praerogatiua. Surrexerat ante floribus inmixta terrenis sine spinis r et pulcerrimus flos sine ulla fraude uernabat. in te manet. semper inferiora tua respice. C. quae suauitatem perfunctionis suae finitimis curarum stimulis saepe conpungat. meminisse culpae eum conuenit. 4748 . Caput X II 49. ut nulli uenti eas crinis sui ueste dispolient. 12. Nec non et laurus adsurgens odorem suum dedit numquam suo exuenda uelamine. intus tibi inest. Super spinam germinas. V . DIES I I I . huius generis imite­ ris exemplum. aut splendore nobilitatis aut fastigio potestatis aut fulgore uirtutis.

105 B C (45 A ): 7tXr)v ye Sri t & fióSov t ò t e &veu àxitvSi). De beti. 48. Capitolo 12 49. in m odo da procurarti le­ tizia e giocondità. Trascorso il fiore dell’età. cosi che nessun vento li spoglia dell’ammanto della loro chioma. 15. Hexaem. c ’è sempre il rovo. Perciò la Scrittura dice: Bevi l’acqua dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi. mandarono in alto le loro cime. Anche gli om brosi lecci. C ic . in te rimane. Phars. Infatti la squisitezza della nostra vita è circondata e chiusa come da uno steccato di preoccupazioni. Quindi puoi ben brillare.ize\o<... àfiaprtai.. Germogli sulle spine e il favore non dura a lungo. in breve ognuno imputridisce. cosi hai in comune la letizia con le viti da cui si ricava il vino che rallegra il cuore dell’u o m o 1. è conveniente che si ricordi della colpa in conseguenza della quale. V . jxèv olvov y e w ò iffa ®ù<ppa£veiv f/ X ovra xapSCav àv&pctncou.. facendone com e un’immagine della vita umana che spesso colpi­ sce la piacevolezza delle sue m anifestazioni3 con le trafitture de­ gli affanni. da te sgorga.. e quel fiore bellissimo sbocciava senza insidie nascoste. Perciò i lecci mantennero la loro caratteristica. 4: quam nihil sit mortale non sub ictu nostro positum. che avrebbero conservato per­ sino durante l'inverno la loro irta chioma. 49: Nam neque laborum perfunctio neque per­ pessio dolorum per se ipsa allicit. E magari tu imitassi. I I . De fin.v>)[i. considera sempre quel che hai sotto di te. o uomo. la man­ tengono i cipressi.. mentre vivevamo felici nell’ameno sog­ giorno del paradiso. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 161 doveva mai spogliare delle sue fronde.. quando ciascuno si com ­ piace delle sue doti d’intelligenza o dei successi d'ima carriera veramente fortunata. 729: quod nolles stare sub ictu / fortunae. 29.. Saprai certamente che.. S e n . elevandosi diffuse la sua fragranza. I . un simile esempio.cv 7rapaxei(/ivT)v -ri)V Xiìmjv. ?jv. Perciò. è insita in te. in te stesso devi cercare la gioia della tua coscienza. 108 A (45 C ): &y. In te si trova la dolcezza della tua amabilità.. Anzitutto nulla è più 2 C f. Hexaem. 3 C f. Corepov 8è t<5 xdtXXei t o u àvtì-oui. com e hai in comune con i fi una sorte caduca. poi le spine cinsero di una siepe la bellezza del fiore.évot tt)<. sicché alla sua at­ trattiva sta unito il torm en to4. Si’ t)v dtxàv&a? x a l TpipóXou? fjinv àvaTéXXetv xaaeSixaa-Sb] -f) fi). L u e. o uomo. a titolo di condanna ci furono imposte le spine della mente e i rovi dell’animo. . per lo splendore della nobiltà o per l’elevatezza delle cari­ che o per il fulgore della virtù: al tuo fianco c ’è sempre la spina. (jLe(i. 4 B a s.. Prima era sorta insieme ai fiori della terra la rosa cora priva di spine. f] ébtav-9« irape^eiix^j 'tQ ?epm/<p tyjs à7toXauoE(ù? èrfyv&ev £%(ùij. 1 B a s . La natura mantenne anche per l'avvenire in ciascuna pianta la prerogativa ricevuta dalla potenza creatrice del mondo nascente2.

Quod tibi demonstratur in euangelio. inclinata erat. Sed et eadem uitis ubi circumfossa fuerit. SER. quan­ do exonerauit terrenarum mole curarum. E t maceriam circumdedi et circum fodi uineam Sorech et aedificaui turrem in medio e iu s d. et statim mulier onera terrena deposu itf. alia b Prou 5. d Is 5. Inm ittet enim angelus domini in circuitu timentium eum*. Circumdedit enim uelut uallo quodam caelestium praeceptorum et angelorum custodia. ne reflectatur in terram. Primum omnium nihil gratius florentis odore uitis. 12. Extendit palmites eius usque ad mare et usque ad flumen propagines eiu sc. Ideo ait: B ibe aquam de tuis uasis et de puteorum tuorum fon tibu sh. Deinde quis non miretur ex acini uinacio uitem usque in arboris summum cacumen prorumpere. DIES I I I . 11-13. Respexit eam Iesus et uocauit. quae habebat spiritum infirmitatis. quia natura flexibilis et caduca est. V . ut sursum respicere non posset. Huius est similis plebs ecclesiae. His cupiditatibus etiam illos oneratos fuisse demonstrat quibus ait: Venite ad me omnes qui laboratis et one­ rati estis. pampinis uestit. 18. deinde. C. quae inclinabatur ad terrena compendia et caelestem gratiam non uidebat. sertis coronat uuarum ? Quae ad imita­ tionem uitae nostrae primum uiuam defigit radicem. et repleta est terra. quam uelut quodam amplexu fouet et quibusdam brachiis ligat et circumdat lacertis. si­ quidem de flore earum sucus expressus poculi genus conficit. qui solent pro ecclesiae pace praetendere. 28. nihil enim magis men­ tem onerat quam istius mundi sollicitudo et cupiditas uel pecu­ niae uel potentiae.162 EXAMERON. 50. quasi brachiis quibusdam ita claui- culis quidquid conprehenderit stringit hisque se erigit et adtollit. Ergo illa anima mulieris quasi circumfossa respirauit et erecta est. 49-51 tiae. cum legis quia illa mulier. quae uelut quadam fi­ dei radice plantatur et reprimitur humilitatis propagine. 8. . quod et uoluptati et saluti sit. Operuit montis umbra eius et arbusta eius caedros dei. e Ps 33. 50. Posuit in eccle­ sia uelut turrem apostolorum et prophetarum atque doctorum. et ergo uos reficiam *. 1-2. Et per Esaiam ipse domi­ nus locutus est dicens: Vinea facta est dilecto in cornu in loco uberi. 51. rursum Schenkl manifesto mendo typ. f Lc 13. 15. Curuata enim erat eius anima. * Mt 11. religatur et erigitur. 9-12. c Ps 79. de qua pulchre ait propheta: Vineam ex Aegypto transtulisti et plantasti radices eius. Circumfodit eam. Reciduntur alia sarmenta.

clauiculis suis quasi manibus. Ma anche la vite. C ic . L'anima di quella donna. Pose nella Chiesa com e la torre degli apostoli. viene legata e tenuta diritta affinché non si pieghi verso terra. 1: ’A|i7re). Ciò ti viene mo­ strato nel Vangelo quando leggi che quella donna. p r o s e g u e : ”E7teiTa xal olovel /dtpaxai.. èv Tfl èxxXTjata 7tpom>v àTTOoróXouSeó-tepov ^poip^Ta?.. Hexaem. ibid. 8. quando intorno le è stato zappato il terreno. nulla infatti grava la mente più delle preoccupazioni di que­ sto mondo e dell’avidità di denaro o di potere.. Alcuni tralci si tagliano. complectitur.. Infatti Vangelo del Signore si accamperà attorno a quanti lo tem on o5. Essa. nisi fulta est.evot. reggendosi per mezzo di questi. sale in a lto 3.|3aXeì &yY®^°S xuplou xàxXcp rSv (po(3ou[iévo)v aiVròv xal p a sta i oÙto\j<. Di essa dice bene il profeta: Hai trasportato la vite dalVEgitto e ne hai piantato le radici e la terra ne è stata riempita. la chiamò. rivolta ai guadagni. potè respirare e si raddrizzò. 51. ut se erigat. La sua ombra ha ricoperto i monti e i suoi viticci i cedri del Signore.. Del tutto simile è il popolo fedele che viene piantato.: id uitis quidem. quando la liberò dal peso delle cure terre­ ne. 5 Sai. e la circondai d’un muro e vangai tutt’attorno la vigna di Sorec e nel mezzo vi innalzai una torre. per cosi dire. prima affonda la sua radice viva nel terreno. 50.. 33. La vangò tutt’intorno. com e se le avessero scavato intorno la terra. e io vi ristorerò. siccom e per natura è flessibile e non sta ritta. era cosi curva da non poter guardare in alto. mediante la radice della fede e frenato dalla propaggi­ ne dell'umiltà. altri si fanno ramificare: si taglia­ no quelli che ostentano un’inutile esuberanza. 108 C (45 E): d o p o a v e r c i t a t o il s a lm o 33.. ■fjfitv ^rapaxa-rlm^e $-£(j. eadem. tantos truncos ra- mosque procreet . Tptrov Si&aaxàXou?. ex acini uinaceo . 5. ad imitazione della nostra vita. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 163 gradito del profum o della vite in fiore. quic- quid est noeta. Gesù la guardò. 15.. . riveste di pampini e cinge di una corona di grap­ p o li? 2. non vedeva la grazia celeste.. C ic . che sogliono vigilare per la pace della Chiesa6. se è vero che il succo spremuto dal fiore della vite produce una bevanda che nello stes­ so tempo riesce gradevole e giova alla salute. Egli mostra che da simili brame erano gravati coloro ai quali dice: Venite a me tutti voi che siete affaticati ed oppres­ si. Era curva la sua anima che. 4 Is. e subito la donna depose i pesi terreni. poi. De sen. 3 C f. Stese i suoi rami fino al mare e fino al fiume le sue propaggini. stringe tutto ciò che riesce ad afferrare con i suoi viticci quasi fossero braccia e. dei dottori. fertur ad terram. si fanno ramificare 2 C f. La circondò infatti come con la palizzata dei comandamenti celesti e con la scolta degli angeli. 8: IIapc|j. che uno spirito teneva inferma. Inoltre chi non proverebbe meraviglia al vedere che dal vinacciolo di un acino la vite prorom pe fino alla sommità dell’albero che protegge come con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una stretta vigorosa. E il Signore stesso parlò per bocca d’Isaia di­ cendo: Il mio diletto acqu istò4 una vigna su un colle. 52: quae .ò)v lyev^ST] ttp •fjYoemjfiévoj èv xépan èv tótccù niovi. in un luogo fertile. 6 Bas. dei profeti.. quae natura caduca est et.

Qui enim manet in caritate. ut nemo se diues et honoratus adtollat. qui uirtutum arcem tenere meruerunt. homo. quae exemplum de illis rusticanis. C. Ideo turris in medio est. uos palmites estis *. sed uniuscuiusque mens ad superiora se subrigat. uidere serta pen­ dentia uelut quaedam speciosi ruris monilia. SER. Quid autem eo uel spectaculo gratius uel fructu est dulcius. carpere uuas uel aureo colore uel purporeo renitentes? Hyacinthos ceterasque gem­ mas fulgere existimes. ne inmaturos fructus tuos dies supremus inueniat aut plenae tempus aetatis opera parua deducat. 4-5. 12. si in me non manseritis. i Io 15. nisi manserit in uite. Vnde et dominus ait: Manete in me et ego in uobis. quae nos superioribus nectit caeloque inserit. omnibus inpertiatur iustitia communis et gratia. 52. Vestitur interea uiridantibus pam­ pinis uinea. 51-52 propagantur: reciduntur quae inani effusione luxuriant. quae primum ueris tepefacta temperie gemmare perhibetur. 16. deus in eo manet '. albarum emicare gra­ tiam. clauiculis illis et circulis quasi amplexibus caritatis proximos quosque con- plectitur et in eorum coniunctione requiescit. sic et uos. Euidenter igitur exemplum uitis ad nostrae uitae in tutionem arcessendum esse signauit. coruscare Indicos. 20. V . deinde ex ipsis sarmentorum arti­ culis fructum emittere. i 1 Io 4. Quid ego admi­ niculorum ordines iugationisque discribam gratiam. nemo pauper deiciat igno- bilisque desperet? Omnibus sit in ecclesia par atque una libertas. DIES I I I . ut audeat dicere: Nostra autem conuersatio in caelis e s t h. quibus et aduersum frigus omnemque iniuriam non exiguo munitur subsidio et a solis ardore defenditur. .164 EXAMERON. nec aduertis ex his admoneri te. Vnde ne quibus procellis saeculi possit reflecti et tempestate deduci. Ego sum uitis. de quibus oriens uua formatur paulatim- que augescens inmaturi partus retinet acerbitatem nec potest nisi matura iam et cocta dulcescere. propagan­ tur ea quae bonus agricola iudicauerit fructuosa. quae uere atque manifeste aequalitatem docent in ecclesia esse seruandam. Caritas est igitur. Quorum exem­ plis noster erigatur adfectus neque humi uilis et despicabilis ia- ceat. de illis circumferat piscatoribus. Sicut palmes non potest fructum adferre ab se. Acerbus enim fructus amarior esse consueuit nec h Phil 3.

t o u t £<t t i . 109 A (46 B): Aeì Sé. Se uno rimane nella carità. quale frutto più d o lc e 10 che vedere i festoni pendenti com e monili di cui si adorna la campagna in tutto il suo splendore. Quale spettacolo è più gradevole. riscaldata dal tepore primaverile. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 165 quelli che l ’esperto agricoltore giudica produttivi. Hexaem. a poco a poco sviluppandosi.. Io sono la vite. si abbatta o si disperi? Nella Chiesa ci sia per tutti un'unica e uguale libertà. 108 CD (45 E . 7capiaà£o)fiev. balenare le pietre indiane. se povero e di oscuri natali. xa-rà t ò v Xóyov ri)<. olóv Ttve? àvaSevSpàSe? (viti che montano su­ gli alberi) t ai? xopuipat? tCv {>iJji)Xo[jl£t <ov éauroùi. si senta superiore8 e nessuno. risplendere l’attraente eleganza delle perle. e non ti ac­ corgi che tutto ciò ti ammonisce a stare in guardia perché il gior­ no supremo non trovi immaturi i tuoi frutti. 46 A): Kal Tot? t £Jv 7taXai£Sv xal [uxxaplov àv- Spcàv Ù7coSety(j. 52. De sen. se non resta unito alla vite. il tempo dell'età 7 Cf. àvàytov Tà ippov^aTa. Q<]jo<.. dai quali nascendo l'uva prende form a e. Qua quid potest esse cum fructu laetius. |xi) èmSeucTtx&g 7coXiTe<ieij9ai. per non essere piegato dalle burrasche del secolo e tra­ volto dalla tempesta. ognuno. Sul loro esempio i nostri sentimenti si elevino.. Perciò nel mezzo si innalza una torre. (M)Sè òXojxaveìv.. se ricco e ragguardevole. si stringe a tutti quelli che gli sono vicini quasi in un abbraccio di carità e unito ad essi si sente tranquillo9. Quindi.adminiculorum ordines. 15. 8 Bas. Perché dovrei descrivere l'ordinata disposizione dei pali di sostegno e la bellezza dei pergolati7. che insegnano con verità e chiarezza com e nella Chiesa debba essere conservata l’uguaglianza. capitum iugatio. deinde maturata dulcescit uestitaque pampinis nec modico tepore caret et nimios solis defendit ardores... Cic. conserva l'asprezza del prodotto immaturo e non può diventare dolce se non raggiunge la maturazione sotto l’azione del sole. Perciò anche il Signore dice: Rimanete in me ed io in voi. Manifestamente il Signore ha indicato che l'esempio d la vite deve essere richiamato quale regola per la nostra vita. poi manda fuori il frutto dagli stessi nodi dei tralci. BoiiXerai Sè xal olovel ÈXiijt n o i Tati? itepi- irXoxaì? tt]? dyaro)? t &v irXi]<jtov àvréxeaS-at xal è7rava7tausa$ai aÒToì?. È la carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in cielo. 9 B as. 10 Cf. 7rapoi[i[as. tum aspectu pulchrius? . per m o­ strare tutt'intorno l'esempio di quei contadini. Dio rimane in lui. Sappiamo che quella.. oùx àiprjxev èppi(i[iéva X<x{ial xal -toù wxTeia&at fii.. quae et suco terrae et calore solis augescens primo est peracerba gustatu. 53: Itaque ineunte uere in iis. ma ciascuno innalzi l'animo a ciò che sta sopra di noi e abbia il coraggio di dire: Ma la nostra cittadinanza è nei cieli. exsistit tamquam ad articulos sarmentorum ea quae gemma dicitur. Cic. 53: . com e fa la vite con i suoi viticci e le sue volute. voi i tralci. se non rimanete in me. di quei pescatori che meritano di occupare la rocca della virtù.. con tutti si usi pari giustizia e identica cortesia.a(n eli. cosi an­ che voi.ia. dapprima comincia a gemmare. tv’ àel irpo? tò ócvco t )]v ópjrfjv iS/ovres. De sen. a qua oriens uua se ostendit. Come il tralcio non può produrre frutto da solo. Hexaem. cogliere i grappoli rilucenti d’un colore dorato o simili alla porpora? Crederesti di veder scintillare le ametiste e le altre gemme.. non giacciano a terra spregevoli ed abietti. sicché nessuno. quae relieta sunt. 15.

ut unusquisque suis uinculis glorietur. 12. 3. Vnde et ecclesia dicit in Canticis: Trabes domorum nostrarum caedri. Quae eminentiam uidens uerbi et sperans quod ad eius altitudinem possit ascendere et scientiae summitatem di­ cit: Ascendam in palmam. spectent singuli fidelium pulchra animarum monilia. palma manus uictricis or­ natus est. uinculis ab- m Ps 127. ut omnia relinquat inferiora et ad su­ periora contendat. eo quod huius- m odi materies et procera sit spatiis nec onerosa parietibus. tenebo altitudines eiu sh. qui quasi trabes uerticem ecclesiae sua uirtute su­ stineant et fastigium eius exornent. defendit ardores. 53 potest dulce esse nisi quod ad maturitatem perfectionis adole- uerit. b Cant 7. 17 (16). DIES I I I . ad brabium Christi. a Cant 1. Lacu­ naribus quoque comendisque fastigiis habilis est cypressus. SER. 13. ubertate misericordiae. Caedrus suspendendis tectorum apta culminibus.166 EXAMERON. lacunaria nostra cy p ressia. Sed quid ego in sola uite immoror. 35. splendore fidei. Laurus et palma insigne uicto- riae: lauro uictorum capita coronantur. Populus quoque coronis arbor umbrosa uictricibus et salix lenta uitibus habilis uinciendis quid aliud mystice declarant nisi bona esse Christi uincula. iustitiae pul­ chritudine. alia ad usum data. uincula gratiae. Nam et quibus non est fructus uberior tamen usus pretiosior est. suauis enim uirtutis est fructus. ascendam in palmam. d Rom 8. = Phm 1. Huic uiro perfecto nec frigus horrendae mortis nec sol ini­ quitatis nocere consueuit. C. 52 . C. quia obumbrat ei gratia spiritalis et omnia mundanae cupiditatis et corporeae libidinis restinguit incen­ dia. in his esse declarans decora sui orna­ menta fastigii. ut dicatur tibi: Vxor tua sicut uitis abundans in lateribus domus tu a em. uincula carita­ tis. . eo quod redundantiam uitis fructiferae copiosae munere liberalitatis imiteris. quae nocere non soleant. ut suauis eius fructus car­ pat et gustet. confessionis decore. 8. Caput X III 53. Laudent te quicumque conspiciunt et ag­ mina ecclesiae uelut quaedam palmitum serta mirentur. cum omnia gen arborum utilia sint? Alia ad fructum nata. sicut gloriabatur et Paulus dicens: Paulus uinctus lesu Christic? His ligatus uinculis dicebat: Quis nos separabit a caritate lesu Christi? d. V . delectentur maturi­ tate prudentiae. Vnde et ecclesia ait: Dixi.

Perciò anche la Chiesa dice nei Cantici: Le travi delle nostre case sono di cedro. tragga diletto dalla maturità della loro pru­ denza. verso la corona di Cri­ sto per coglierne e gustarne il frutto soave: soave è il frutto della virtù. Anche il pioppo. dalla bellezza della loro santa vita. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 167 nella sua pienezza non produca opere di scarso valore. cosi che ti possano dire: La tua sposa è com e vite ricca di grappoli nell'interno della tua casa. perché le travi che se ne ricavano sono estese in lunghezza e non pesano sui muri. Il cipresso va bene per fab­ bricare i cassettoni dei soffitti e per ornare i frontoni. 83: lenta salix. I l i . sub uocé). dallo splendore della loro fede. V erg. Ti lodino tutti coloro che ti vedono e ammirino le schiere dei cristiani co­ me ghirlande di tralci. legami di grazia.. la palma è ornamento della mano vittoriosa. prigioniero di Gesù Cristo? Avvinto 1 Penso che non sia necessario precisare che « comignolo » significa qui « linea di colmo del tetto » (D evoto-O l i . sicché ognuno si vanti dei suoi legami com e se ne vantava anche Paolo dicendo: Paolo. A quest’uomo perfetto solitamente non nuoce né il freddo della morte con il suo brivido né il sole dell’iniquità. Essa. per abbandonare tutto ciò che sta in basso e tendere verso l’alto. dice: Salirò sulla palma. mentre tu le specie degli alberi sono utili? Alcune sono nate per produrre frutti. legami di amore. e il flessibile salice2. han­ no un impiego veramente prezioso. adatto a legare le viti. che altro simbolicamente significano se non che i legami di Cristo sono dolci perché non recano danno. sostengono con la loro virtù il vertice della Chiesa e ne adornano il frontone. perché lo protegge con la sua ombra la grazia divina e spegne ogni incendio di cupidigie mon­ dane e di lussuria carnale e ne tiene lontani gli ardori. salirò sul­ la palma. altre ci sono state date perché ce ne serviamo. Capitolo 13 53. perché con l’esercizio di ima generosa liberalità riproduci l’opulenza d ’una vite carica di grappoli. Il cedro è adatto a sostenere il com ignolo dei tetti *. albero i cui rami om brosi diventano co­ rone di vittoria. dall’abbondan­ za della loro misericordia. vedendo la sublimità del Verbo e sperando di poter ascendere alla sua altezza e al culmine della sua scienza.. contem pli ciascuno i magnifici ornamenti delle anime fedeli. L’alloro e la palma sono insegne di vittoria: d ’alloro s’incorona la fronte dei vincitori. i cassettoni di cipresso. Ma perché indugio a parlare della sola vite. dichiarando che il prestigioso or­ namento del proprio frontone consiste in coloro che. com e travi. Il frutto acerbo suole essere senz’altro amaro e non può essere dolce se non ciò che è cresciuto sino alla perfetta maturità. starò sulla sua cima. . dalla dignità della loro testimonianza. Perciò anche la Chiesa dice: Ho detto. Bue. 2 Cf. Infatti an­ che quelle che non danno un prodotto troppo abbondante.

quam comantes pinus. aliae. reparare non no- uerint. si forte caedantur. ne umquam spei tuae dissimulatione nuderis. quibus excisio lucro potius quam ullo detrimento sit. Est etiam. quam nemorosa et rediuiua castanea. praeterea uide seq. plerumque inclinantem ramos suos et subicientem et con­ cupiscentiae atque amplexus speciem praetendentem ei arbori. 54. Vnde cultores lucorum praeiaciunt ramis eius dactulorum uel palmitum semina masculorum. Nam uideas palmam. f Is 30. ipsis sexus in pomis. 53-55 stinentiae. Buxus quoque elementorum apicibus utilis exprimendis leui materia usum manus puerilis informat. simul ut admoneat te ipsa materia. sexsus Schenkl sexus codd. illis folia leuigata atque diffusa. 55. DIES I I I . quam marem palmam adpellant pueri rusticorum. quam procerae abietes. C. quae dactulos ge­ nerat. SER. V . tamquam siluam ex se pullulare consueuit. quae semper uiret nec um- quam foliis exuitur suis. quam patulae fagi. Quid ego enumerem quanta uarietas arborum. . 55. istis contractiora et aspera. quae simul ut excisa fuerit. quam umbrosae ilices. 1. iunioribus enim exiliores rami. quae senili atque emor­ tua radice successionem sui. ut per plures sui rediuiua successione renouentur heredes. omnes praeter unum. His ligatus uinculis etiam Dauid ait: In salicibus in medio eius suspendimus organa n ostra e. quod mireris. 8. est disc tio sexus in arboribus. quibus illi femineae arbori uelut quidam sensus perfunctionis infunditur et expetiti concubitus gratia prae- « Ps 136. 2. 13.168 EXAMERON. lineam. antiquioribus uali- diora et nodosa sunt brachia. quam uersus in singulis et pulcher ornatus. uinculis caritatis. unde ait scriptura: Scribe in b u x o f. quemadmodum in arboribus ipsis aetas aut senilis aut nouella deprehenditur. Sunt etiam arbores. quibus aut iuuentas uiret aut natura fecundior est. sed semper tibi per fidem germinet spes salutis. quam populi bicolores. Illa ergo palma feminea est et sexum suum subiectionis specie confitetur.

III. 54. e siluestri. 23. 31: uix ipsos litterarum apices potui comprehendere.. spesso piegare i suoi rami e. Georg. 9: uulgari buxo sordida cera fuit. sulla cui superficie levigata è facile tracciare le lettere dell’alfabeto4. sottoporli a quell’albero che i con­ tadini chiamano palma maschio.. Perciò la Scrittura dice: Scrivi sul bosso. Vi sono anche piante che. P l i n . Perciò i bo- scaioli di loro iniziativa gettano sui suoi rami semi di datteri o di virgulti di sesso maschile che stimolano nella pianta femmi­ na. dai legami della carità. La prima palma dunque è fem­ mina e rivela il suo sesso sottoponendosi all’altra. 5 Apices = ipsi ductus litterarum (F orcellini). c h e v e n iv a n o s p a lm a te d i c e r a in m o d o c h e v i s i p o t e s s e r o t r a c c ia r e le le t te r e c o n l o s tilo . III. in quelli più antichi le braccia sono più robuste e nodose. mitigatum satu. Avvinto da questi legami. 28. Anche il bosso. che resta sempreverde e non si spoglia mai delle sue foglie. diffusius et densitate parietum. più vigorose di giovinezza o più feconde di natura. in o lt r e P rop... per cosi dire. c fr . Infatti potresti vedere la palma che produce i datteri. 70: Tria eius genera . 55. V erg ... Perché dovrei esporre minutamente quanto sia grande la varietà degli alberi. 7 C f. non sono in grado di produrre nuo­ vi polloni. hanno il sesso e gli alberi sono di sesso diverso. 1: patulae sub tegminae fagi. Ricevuto tale dono. « le v ig a to ». N. ti esorti a non denudarti dissi­ mulando la tua speranza. I. quanto chiomati i pini. verdeargentei i piop­ pi? 8.. Questo salmo (136). Bue. cosa che ti farà stupire. v e d i G ell. nei primi le foglie sono lisce e ampie. abitua a tale esercizio la mano dei ragazzi5. tertium genus nostratis uocant. Quanto sia fronzuto e rinascente il castagno che... 8 C f. XIII. non può essere di Davide. quanto alti gli abeti. per le quali il taglio è un vantaggio piut­ tosto che un danno.H. ve ne sono altre invece. Aen. non appena tagliato. ma a fare in m odo che la speranza della salvezza germogli sempre in te per mezzo della fede. ut credo. 6 Cf. Anche i frutti. 334: ilicibus crebris sacra nemus accubat umbra. XVI. Q u i leuis s ig n ific a e v id e n te m e n t e « l is c io ».. la sensibilità per la sua funzione e le prospetta­ no il piacere dell’accoppiamento bramato. anche Davide dice: Sui salici in mezzo ad essa 3 appendemmo le nostre cetre. sicché rivivono in numerosi rampolli rinno­ vandosi di generazione in generazione. 204: Spississima ex omni materie. V I I I . . uirens semper ac tonsile. per evidenti ragioni cronologiche. 76. V erg. 4 D i b o s s o e r a n o fa t t e le t a v o le tt e p e r s c r iv e r e . quanto frondosi siano i faggi6. suole far pullulare dal proprio ceppo una selva di ger­ mogli? Perché dovrei dire com e negli stessi alberi si rileva l'età sia avanzata sia novella? Negli alberi giovani i rami sono più sot­ tili.. anche perché lo stesso legno. nei secondi più ristrette e ru­ vide. V erg . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 169 da questi legami egli diceva: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? cioè dai legami della temperanza. om brosi i le c c i7. nuo­ vamente si drizza e innalza i rami e risolleva la chioma nella po- 3 Cioè a Babilonia. se per caso vengono tagliate dalla radice vecchia e senza vitalità.. offrendo l'imma­ gine d'un cupido amplesso. 276-277: Herculea bicolor cum populus umbra / uelauitque comas foliisque innexa pependit. C fr . ideo et grauissima iudicatur hebenus et buxus. quanto sia diversa e attraente la bellezza di ciascuno di essi.

eo uehementior possit fidei defensor existere et si quis de haereticis conuertatur. Profunde ergo circa eum studium tuum. lapsuros. ut . si deforent remedia. uel confir­ met eam partem. Nam plerumque cito florent mala granata et fructum adferre non possunt. quibus affert cultus ru­ ralis exemplum. nisi congruis peritorum remediis excolantur. De ficu quoque eadem est opinio ideoque plerique secundum domesticam et fruc­ tiferam ficum agrestem ficulneam feruntur inserere. Vnde gnari huius remedii grossis arboris agrestis alligatis ad illam feracem arborem me­ dentur eius infirmitati. eo quod cito fructus fecundae illius et domesticae ficus uel aura temptati aliqua uel aestu defluere ferantur in terram. eo quod et gentilis. Quae non inmerito conparatur ecclesiae. qui fu erit adquisitus. Quo munere donata rursus erigitur et eleuat ramos suos et in ueterem statum comam suam rursus adtollit. Ita enim tua nec dissoluetur intentio et diligentiae fructus et gratiae reseruabitur. 56. Quo admonemur uelut quodam aenigmate naturae non refugere eos qui a nostra fide et consortio separati sint. plerumque sucus uanescit interior et foris species eius pulchra praetenditur. ut possit fructus proprios reseruare iam- iamque. V . SER.170 EXAMERON. in quam se commutata opinione contulerit. maxime si habeat aliquod directum naturae. ut uiuida eius possit esse sententia. 55-56 sentatur. Quam multa sunt autem quae doceant naturalem d tiam posse diligentiae studio temperari. si adminiculetur ei adtentio sobrietatis. ut similitu­ dine fructiferae illius ficus de praesentia et coniuctione agrestis illius arboris tuam possis conroborare uirtutem. 13. quo grauior fuerit adsertor erroris. C. obseruan- tia castitatis. DIES I I I .

perché anche il pagano. Basilio.v el? r ì ] v tò ìv àya&òiv Spy&iv è7t£Set!. gli esempi tratti dalla co vazione dei campi che dimostrano com e la durezza naturale possa essere mitigata da un impegno diligente. come si può constatare. Questa pianta. 56.tv. . potrebbe addirittura confer­ mare quella parte con la quale. che possiamo considerare com e un mi­ stero di natura. H e x a e m . xa&ietaav t o ù ? xXàSou? olov òpyòiaav xal t t ) ? < ji> (j«cX oxìì? è<pie(iivn]v t o ù fippevo?. Dèdicagli dunque senza ri­ sparmio la tua attenzione. Si crede la stessa cosa anche del fico e perciò si dice che molti piantino un fico selvatico accanto al fico dome­ stico e fruttifero. 10 B as.. Ambrogio non fa che tradurre S.. Cosi il tuo sforzo non resterà senza risultato e potrai conservare i frutti della tua diligenza e della tua b o n tà 10. H e x a e m .. specie se per natura ha una certa immediatezza co­ municativa che gli consenta di esporre con vivacità il suo pen­ siero. e spesso il succo delle melagrane internamente si dissecca. pongono riparo alla sua debolezza. perché si afferma che i frutti di questa pianta cadano facilmente per terra sotto l’azione del vento o del calore. t o ù ? 8è S-epaTreuTà? t ò ì v ipuTÒiv l[i(3dtXXovra? t o ì ? xXàSoi? olóv Tiva 07t£p [jta T a t ò ì v àppévtov. op. xal o C t o ) ? olov èv cruvaiaàfcrjaei T vj? dntoXaiiaeu? ylyvea^a. quanto più violento era stato nel sostenere l’errore. Non credo che si alluda alia conversione di S. Questo fatto. t o ù ? XeYo[iévou? ^rjva?. ’ E à v yàp tSyjq tò v èv (3toi èévixcji tJ t iv o ? alpéaeo? èvSiaaTpó<pou -rij? ’ExxXvjata? à7re<JxtC TlJt^vov P'-ou acóippovo? xal ■rij? Xowri)? xaTà t ò ^-9-0? eùxa^Ca? èTti(ieXoó(xevov.a <puToù t t j v xÓ [xt)v d b r o x a & t a r a a & a i . xal à v o p -O o u a Ó m to x X iv t o ù ? xXàSou? xal Tipò? t ò o l x e ì o v <rx*i|J. Quanti sono. a somiglianza del fico frutti­ fero già ricordato. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 171 sizione primitiva. p. 112 BC (47 CD): T£ coi t ò Ttapà -rij? <póoe<o? a tv iY ^ a PoùXe- T a i. si è schierato. "0-9-ev o 1 jièv T à ? àypta? auxa? TOxpatpuTeùouaiv T a ì ? ^(ilpoi? • ol Sè t o ù ? òXùv&ou? èxSTjaavre? t ò ì v eùxàpTtoiv xal ^(-tépcov aoxcov -crjv àrovtav lòivTai. affinché. cit. péovTa xal axeSavviijzevov t ò v xaprcòv t o ì ? òXùvtì-oi? è T té x o v T e ?. èx -ri)? tòìv àyptcov Ttapouata? à-9-poiooùirf) tt)v Siiva[uv xal t J)v (lèv (bùaiv inv/oùa'fì. 7tXeìov aauToO t ò (j7touSaìov I ttIte iv o v . li li per cadere se non intervenisse il rim edio9. I melograni per lo più fioriscono rapidamente. può diventare un difensore della fede tanto più deciso. 112 AB (47 AB): Kal USoi? £v t o t s -rìjv raxp’ o ù t ò ì v òvo[ia£ané- v t)v S^Xeiav. coloro che conoscono il rimedio appropriato. mentre all’esterno il loro aspetto fa bella mostra di sé. una volta convertito. ma non possono produrre il loro frutto se non sono coltivati dagli esperti con le cure adatte.[3àve!. n.. T à a Ò T à Sè T a u T a x a l Ttepl t ò ì v auxciv qjaciv. *O t ixp^l iroXXàxt? T)[xòi? xal uapà tòìv àXXoTptojv T r j ? maTeto? euTov[av T i v à 7rpoaXa(j. sempre che sia sostenuto dall’impegno d’una vita sobria e dalla pratica scrupolosa della castità. 216. èm(ie- XéoTepov Sè tò v xapnòv èxTpetpoùaf). S. d’altra parte. non a torto. cosi che il fico domestico pos­ sa conservare i propri frutti.. Uva yè'Jfi TOxpa7cXr)aio? -cfl xapiroipóptp ouxt). dopo aver mutato opinione. 9 Bas.1. unendo all’albero fruttifero i fichi immaturi dell’albero selvatico. e se un eretico si converte. Per tale motivo. perché. Agostino (vedi C o p p a . 78). ci ammonisce a non fuggire quelli che sono sepa­ rati dalla nostra fede e dalla com unione con noi. per effetto della presenza e della collabora­ zione di quell’albero selvatico tu possa corroborare la tua virtù.

C. alia fe­ mineorum fructuum. quae herbis curare consueuit et sucis. h Cant 7. Quis autem possit conprehendere uarietatem. nec ulla firmior sanitas quam quae salubribus reformatur alimentis. SER. hinc enim me­ dendi usus inoleuit. 13 (12). Docuimus non solum inter diuersi generis arbores e fructum diuersitates. Ligna plerumque in meliores uertuntur usus: non pos­ sunt hominum corda mutari? 57. Ec­ clesia enim bonum fidei fulgorem confessionisque praetendit tot martyrum sanguine speciosa et quod est amplius Christi cruore dotata. Ergo si agricultura conuertit stirpium qualitates. simul plurimos intra se fructus usu istius pomi sub una munitione conseruans et uirtutum multa negotia conplectens. ut terebrent eius radicem arboris et in medium inserant surculum eius arboris. 56-57 habes in Canticis ad ecclesiam dictum: Vt cortex mali Punici ge­ nae tuae g et infra: Si floruerit uitis. quam Graeci tcuxtqv nos piceam dicimus. sa­ piens enim spiritu celat negotia1. quemadmodum rursus umo­ rum aspera pom orum dulcibus temperentur? Denique ea medicina antiquior. Vnde secun­ dum naturam docemur quia sola nobis esca medicina est.172 EXAMERON. . e Cant 4. nonne studia doctrinae et disciplinae adteritio mitigare possunt quaslibet aegritudines passionum? Nemo ergo positus uel in adulescentiae uel intemperantiae lubrico de sui conuersione desperet. sicut de dactulis supra iam diximus. Alia enim species masculorum. speciem gratiamque po­ morum. 13. sed plerumque in eadem specie arborum conpugnare sibi fructus. quae cuique rei apta uideantur. 13. quo facto suci amaritudo deponitur. ut ex amaris dulces fructus fiant. herbis curantur interna ideoque m edicorum est opus herbarum potestates noscere. DIES I I I . i Prou 11. V . quemadmodum aegris uisceribus hominum amariora pom a medicentur et inflationem asperitatemque interiorem temperent. singulorum quoque utilitatem fructuum sucorumque pro­ prietatem. 3. floruerint mala granata h. Herbis certe ulcera aperta clauduntur. Amygdalis quoque hoc genere medicari feruntur agricolae.

Perciò secondo la natura impariamo che per noi il solo cibo è medicina. gli studi e la disciplina non possono forse ammansire l’asprezza di qualsivoglia passione? Nessuno. Ma chi riuscirebbe ad illustrare in breve la varietà. e prosegue con l'esempio delle melagrane e delle mandorle. I Settanta hanno invece: tucttò? Sè 7rvofj xpiiirrei rcpdtyfiaTa. 12 Bas. numerosissimi frutti e abbracciando molte attività virtuose: Chi è saggio nello spirito nasconde le proprie opere buone u. È un fatto che con le erbe si rimarginano le piaghe aperte. Hexaem.. . fioriranno i melograni. ma che spesso nella medesima specie di alberi i frutti sono differenti fra loro. ciò che più conta. elSà? 8ti yetùpyla [zèv Tà? tSìv <puT<òv jtoiÓT7)Ta. &<mep Tivà IWcvaTov tJjv to[i-)]v Ò7to(ietvavra. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 173 è paragonata alla Chiesa. Si dice che i contadini curano anche i mandorli perché i loro frutti da amari diventino dolci: perforate le radici. Infatti la Chiesa. Mentre gli alberi per lo più si mutano per of­ frire un migliore impiego di sé. osservando nello stesso tempo dentro di sé sotto un unico riparo. concludendo (112 A): MvjSeli.. arric­ chita dal sangue di Cristo. 109 CD. com e abbiamo detto sopra a proposito dei datteri. vi inseriscono un ma- gliolo di quella pianta che i Greci chiamano tceujct) .. e perciò i medici devono conoscerne le virtù. a quali usi specifici risultino adatti. 13: qui autem iidelis est animi cetat amici commissum. con le erbe si curano le malattie interne. l’utilità di ciascuno di essi e la caratteristica dei loro succhi. in qual m odo quelli amari curino i disturbi dell’intestino o attenuino la gon­ fiezza e l’indolenzimento interno e.. com e l'acidità dei no­ stri umori sia mitigata dalla loro dolcezza? Del resto più antica è la medicina che suole curare con erbe e succhi vegetali e non esiste salute più stabile di quella che viene ristabilita per mezzo di alimenti sani. Abbiamo mostrato che non solo fra alberi di specie versa vi sono frutti diversi. ancora.. o5v èv xaxta Stàycov èauTÒv aTtOYiyvcoirxlTto. 112 A (46 E. non potrà cambiare il cuore degli uomini? 57. eliminando con tale sistema l’amarezza del succo. Se dun­ que l’agricoltura muta la qualità delle piante ancor giovani. 47 A): Tot? [xèv yàp véois xal eù&aXéaiv ó <pXoià? TOpt-c^Tarat • toì? Sè yepàoxouffiv olov (Soaourai xal èicrpa/ùvetai. a somiglianza del melograno. di qui si è sviluppato l’eser­ cizio della medicina. noi pino sel­ vatico. 11 Prov. l’aspetto e la bel­ lezza dei frutti. altra è la form a dei frutti di sesso fem ­ minile. [leTajìdcXXei. Kal Tà [xèv xoTrévra èmjlXaaTàvei Tà Sè (lévsi àSiàSo/a. abbellita dal sangue di tanti martiri e. com e trovi nei Cantici riferito alla Chie­ sa: Le tue guance sono com e la corteccia della melagrana e più sotto: Se fiorirà la vite. Altra è la form a dei frutti di sesso maschile. mostra il luminoso splendore della sua fede e della sua testimonianza. f) Sè xal àper»)V v fe «jwx’ÌS èiti[iéXsia Suva-rij ècm 7tavTo8a7t£>v àppcùcm)[iàTG>v èittxpaT^oat. disperi della pro­ pria conversione. 11. pur trovandosi sul terreno sdruc­ ciolevole della giovinezza o deH’intemperanza.

60. uuarum quoque genera omnia nuda obiecta sunt soli. quod uidemus in fructu ficulneae. 14. filii. c Bar 4. separata spec­ tantibus uideretur. ibi folii crassitudo ualidius tegimentum tuendo deferat pom o. et confirmabo oculos m eos super illos in b on a a. 58-60 Caput X IV 58. quibus infra ait: Constantes estote. quos emisi de loco isto in terram Chaldaeorum in bona. Vbi ergo teneri fructus ibi crassiora tegmina et munimenta foliorum . Denique doceat nos pampinus naturae gratiam et d nae sapientiae interna mysteria. alia quae et testis et corticibus clausa con- plentur. contra autem ubi fruc­ tus ualidiores tibi teneriora folia. inpenetrabile munimentum est. Etenim brabii speciem a Ier 24. . ita pars media distincta est. Denique procerius media pars eius extenditur et in ipsa summitate tenuatur. ut ilbi m ollior fructus.174 EXAMERON. Sed ut ad simplicia pom a reuocemus stilum. alia sunt quae quocuntur sole. Mala et pyra. tantum solis calore nu­ tritur. Tamquam delicatos enim uelut quodam misericordiae suae ualidiori saepsit tegmine. 5. 26. ut et solem facilius admittat et umbram obtexat. SER. Quanta deinde domini prouidentia est. Delicatiora itaque uali- dioribus munienda sunt. H oc enim solum aduersum omnes procellas atque iniurias inuiolabile tegi­ men. ut malus arbor docet. Denique de ipsis etiam in posteriori­ bus dicit: Delicati mei ambulauerunt uias asperas b. ut plus pulcritudinis quam tegumenti praeferat. ut trium foliorum speciem uideatur ostendere. ut nisi inferioribus haereret. nuclei quoque fructus et testa opertus et cortice alitur tamen et ipse calore solis et quantum pineae densitate nuculeus absconditur. nam ipsa protectionis crassioris umbra pom o nocere plus posset. ut et ipse dominus per Hieremiam docet dicens: Sicut ficus istas bonas recognoscam translatos Iuda. 59. 27. C. nucis autem et nucleae. Pomum enim ualidius non multo indiget protectionis auxilio. DIES I I I . b Bar 4. V. et proclamate ad dom inum c. Ea autem ratio uidetur seruata naturae. Videmus enim ita scissum atque diuisum. ne teneri fructus maturius interirent.

H e x a e m . altri sono quelli ma­ turati dal sole.yb toù «pijXXou tò axemxerrriptov. nello stesso tempo. 2 B a s. éiq èrcl -rij? amò)?. d’una protezione più valida costituita dalla sua mise­ ricordia. a prima vista sembrerebbe una foglia a sé stante. per offrire il riparo dell'ombra. 112 D (47 DE): 2>v Sè oi xapreol c-reyavaiT E p oi. Perciò le creature più delicate devono essere protette da altre più robuste. cosi riconoscerò i de­ portati di Giuda che ho inviato da questo luogo nella terra dei Caldei per il loro bene e fisserò i miei occhi sopra di loro per il loro bene. com e vediamo nel caso del f ic o 2.. &<. H e x a e m . •Ko. H e x a e m . 3 B as. Inoltre. " O t i èxeìva [lèv. le nocciole e le mandorle in genere sono coperte dal guscio e dalla corteccia e tuttavia anch’esse sono alimentate dal calore del sole e il gheriglio. Infatti sembra 1 B as... tanto è nutrito dal calore del s o le 1. Quanto grande è poi la provvidenza del Signore! Dove c'è un frutto più molle. Sià t ò àa&evés... l’inespugnabile difesa contro tutte le tempeste e gli oltraggi. Questa è la sola protezione inviola­ bile. invece le noci. ivi le foglie sono più tenere. e gridate al Signore. La mela. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 175 Capitolo 14 58. 112 D (47 D E ):. com e insegna il m e lo 3. altri quelli che raggiungono il loro completo svi­ luppo rinchiusi in gusci e cortecce. xal &v [lèv ànaXòi. Dove ci sono frutti delicati. èXacppà tòìv «piiXXtov 7tpoa|3oX:fj. Il suo lobo mediano si differenzia talmente che. al contrario. non ha m olto bisogno di un aiuto che la protegga: la stessa ombra di una protezione troppo spessa po­ trebbe piuttosto nuocere al frutto. t o u t o i ? 8’ &v 7tpoapXafM)? èyévsro uaxurépa rapiploX’)) èx TT)? dcre’ aùròiv oxià?. se non fosse unito a quelli inferiori.. Infatti. siccom e erano esposti alle offese. Vediamo infatti che esso è cosi frastagliato e diviso da assumere l’aspetto di tre foglie distinte.. o figli. èrcl tt )? xapóa?. Le mele e le pere e tutti i tipi di uva sono esposti al sole senza riparo. più spessa è la protezione e la difesa delle foglie. 112 CD (47 D): IIC? Tivà (lèv Yujivà irérreTai Ttji •JjXtto. Infine il pampino potrebbe insegnarci la bellezza della natura e gli intimi arcani della sapienza divina. . affinché quei teneri frutti non perissero prematuramente. ó xaprcó. irXet- ovo? èSeÌTO T7)? pov)9-eEa?. essendo alquanto resistente. degli stessi dice anche in seguito: Le mie tenere creature percorsero vie scabrose-.. lo spessore delle foglie offre una prote­ zione più valida per la sua difesa. li circondò. quanto si nasconde sotto lo spessore del mallo. E sembra che la natura si sia comportata cosi per lasciar passare più facilmente il sole e. com e lo stesso Signore insegna per bocca di Geremia dicendo: Come questi buoni fichi. Ma per ritornare ai frutti comuni. dove ci sono frutti più resistenti. Inoltre il lobo mediano del pam­ pino si estende più in alto e sulla cim a si assottiglia in m odo da essere motivo di bellezza più che di protezione. 59. uvà Sè èv èXiSrpoi? xexaXu[i[z£va Trtajpourai . 60. e più sotto dice loro: Siate coraggiosi.. per cosi dire.

quod eo cla­ rius uidetur quo maius est folium. nunc uehemen- tior. Secum igitur habet brabium suum. alia rigidiora sint. SER. maturitatem cito sentit. Vna nempe atque eadem est aqua et diuersas plerumque sese mutat in species: aut inter harenas flaua aut inter cautes spumea aut inter nemora uiridantior aut inter florulenta discolor aut inter lilia fulgentior aut inter rosas rutilantior aut in gramine liquidior aut in palude turbidior aut in fonte perspicacior aut in mari obscurior assumpto locorum quibus influit colore decurrit. interscis- sio ad fructus gratiam uaporandam. quo tepe­ facta alitur. quo et munimen sibi praebetur aduersum iniurias uel aeris pariter imbriumque uiolentiam et in- pedimentum non adfertur ad recipiendum solis calorem. 61. niuibus inrigata glaciali umore canescat. alia quae leui motu decutiantur au­ rarum? Caput XV 62. sed euidenti indicio innascitur species et praerogatiua uictoriae. coloratur. Ficulneae quoque folium aeque prope ut pampinus quadrifida rescinditur diuisione. sole repercussa exaestuet. alia flexibilia. cui tacito quodam iudicio naturae. nunc amarior. nunc austerior. V. sane non ita ut pampinus uel ora omni uel summitate crispanti. Rigorem quoque pari ratione commutat. ut inter uaporantia fe- rueat. 62 uidetur effingere significans quod uua inter pendentes ceteros fructus habeat principatum. quemadmod alia rutunda. Inexplicabile est singularum rerum exquirere proprie tes et uel diuersitates earum manifesta testificatione distinguere uel latentes occultasque causas indeficientibus aperire documen­ tis. 15. tunso . nunc dulcior pro specierum quibus infusa fuerit qualitate uarietur! Asperatur inmaturioribus sucis. Denique hoc genus pomi grandinem non cito. ^Crassitudo igitur folii proficit ad tempestatis iniuriam repellendam. Quemadmodum autem sapor eius ipse conuertitur. Sicut enim in ficulneae folio crassitudo ualidior ita in pampino species elegantior. DIES I I I . alia nullis facile uentis labentia. 60-61 . inter umbrosa frigescat. quia et latere uidetur aduersus iniurias et patere ad gratiam. C. augetur. alia longiora. 14. Quid ego foliorum describam diuersitates.176 EXAMERON. ut nunc asperior. C.

ora più dolce a seconda della qualità delle 4 Non è ben chiaro che cosa intenda qui S. d’un candore luminoso fra i gigli. indicando che. altre più rigide. ad un tempo. alcune flessibili. d’un rosso splen­ dente tra le rose. altre facili a cadere al solo spirar d’una brezza? Capitolo 15 62. tra i fiori variopinta. com e cune siano rotonde. cosi nel pampino la forma è più elegante. la fa crescere5. nella quale. l’ali­ menta. 5 B as. 61. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 177 riprodurre l’aspetto d’un premio circense. e tuttavia so­ vente assume aspetti diversi: gialla in mezzo alla sabbia. ora più aspra. com e il pampino.. Allo stesso m odo cambia la sua temperatura naturale. Ambrogio. fa­ cilmente invece giunge a maturazione. . essa scorre assumendo il colore dei luoghi che attraversa. riscaldandola. cosi che bolle a contatto con oggetti infocati. in una palude più tor­ bida. ora più frizzante. tra gli scogli spumeggiante. per un tacito decreto della natura ma con chiara evidenza. ora più amara. H e x a e m . Come nella foglia del fico lo spessore è più resistente. Sarebbe fatica interminabile indagare la proprietà d singole cose o distinguerne le differenze con prove evidenti o spie­ garne le cause avvolte nel mistero con una documentazione senza lacune. tva xal itpè? xà? èx tou àépo? pXàpa? è pÓTpu? àvrèxTl **1 'c^v ixttva toù ^)X£ou Sià TÌjs àpatónQTO? Sa^iXòSi. altre più allungate. infatti. sono in­ nati l’aspetto e la prerogativa della vittoria4. con riflessi verdi in mezzo ai boschi. fra tutti gli altri frutti penduli. Ù7toSéxeTod . le assicura una protezione con­ tro le offese o la violenza sia del vento sia delle piogge e non le impedisce di ricevere il calore del sole che. evapora se esposta al sole. in un prato più limpida. Lo spessore della foglia serve dunque a respingere i danni del cattivo tempo. quanto più grande è la foglia — . la colorisce. è sempre la stessa. Ha con sé dunque i] suo premio il quale. alcune resistenti al vento. 113 A (47 E )r n<ò<. benché non abbia. l’intero orlo e il vertice frasta­ gliati. in una fonte più trasparente. 112 D . quasi come il pampino. Questa specie di frutto non subisce facilmente danni dalla grandine. nel mare più cupa. coperta di neve biancheggia diventando ghiaccio. L’acqua. Anche la foglia del fico. ha il primo posto l’uva. si divide in quattro lobi — cosa che si vede tanto più chiaramente. E cosi cambia il suo sapore divenendo ora più acida. si raffredda all’ombra. indubbiamente.. xocTéoxiaTai tv)? àjxTcéXou r i <pùX- Xov. Perché descrivere le diverse form e delle foglie. la sua divi­ sione in lobi a rendere saporito il frutto esposto al calore. Non si capisce bene. perché è riparata dalle of­ fese ed esposta all’azione di ciò che le giova. come il lobo mediano della foglia della vite riproduca la for­ ma d’un premio circense.

diuersus singularum usus. austerior aliis. alia dulciores. plerisque leuior extimatur. Ipsae quoque inter se discrepant suauitates. alia tardos. quae uidetur cum adhuc gutta esset mollior. 15. dispar in dactulo. ramos diffundit. alibi asperior. grauescit ueneno. cum ipsa in se discrepet. C. Non mirum igitur si. diuersa natura est. SER. folia uirescere facit. 63. alia in olea. discreta in malo. pomum augere consueuit. quae eiusdem aquae adluuione generantur. discretas dat omnibus uires. V . aliam lentisci. alia in cerasis. Tactus ipse aquae alibi lenis. caudicem prouehit. meile dulcescit. fructum alit semina. alia praematuros. Si uero ei lentiscum. terebinti quoque fructus uel et nucis interior miscea­ tur. recepisse et solidata tenuisse. . alia arborum genera tristio­ res ferunt sucos. plerumq pinguior est. diuersum quoque lacrimarum genus uirgulta ferula­ rum in Aegypto ac Libya quadam ui naturae secretioris inlacrimant. Cum sit autem altrix omnium uirgultorum. discrepent etiam inter se la­ crimae arborum. quan­ do folia aut surculorum minutissimae portiones aut exigua quae­ dam animantium genera in electro saepe reperiantur. Disparem quoque balsami guttam odorata orientis ligna sudare produntur. diuersos singulis usus ministrat. DIES I I I . nam plerisque locis grauior. uino uehe- mentior. pondere quoque distat frequenter ut specie. in olei mollem naturam facile transfunditur. Ergo cum eadem sit omnium nutrix. Et cum una sit omnium causa. Quid autem tibi referam — clementem licet esse sermonem — quod electrum lacrima uirgulti sit et in tantae materiae solidita­ tem lacrima durescat? Nec leuibus id adstruitur testimoniis. radicem inpinguat. Si radices alluat uel nubibus fusa descendat. amara fit absentio. Aliam uim habet cerasi arboris lacrima. 62-63 cortice nucis foliisque contritis. Alia suauitas in uinea. alia in fico.178 EXAMERON.

Se poi le si mescola il succo di lentisco. un altro l'oliva. Plin.. Cf. Hexaem. altre tardivi. Hexaem. 2 B as. dif­ ferente il dattero. Dicono che anche le piante odorose dell'Oriente es- sudino una differente goccia di balsamo.v. dal m omento che nell'ambra si ritro­ vano spesso pagliuzze o minutissime particelle di legno o taluni piccoli insetti che evidentemente la goccia.H. nutre i semi e soli­ tamente aumenta il volume dei frutti. amara dall’assenzio. quand'era ancora li­ quida. . 46: Liquidum id primo destillare argu­ mento sunt quaedam intus tralucentia ut formicae culicesque et lacertae. dal momento che l'acqua non è sempre uguale a se stessa. dà a tutte le piante un’energia distinta: ingrossa la radice. toO (HaXaàjjLOu x a l vocpS^xé? tiv e ? èitl tvji. prodotte dall'abbondante scorrere della mede­ sima acqua. Non c'è da meravigliarsi dunque se. 113 A-D (47 E48 D). diverso la mela. anche le resine degli alberi. dolce dal miele. mentre i virgulti delle canne in Egitto e in Libia2. 1 Tutto il paragrafo è ispirato da Bas. di frequente diversa per peso com e per aspetto. pur ali­ mentando tutti i vegetali. Hexaem. in molti più leggera. È resa acida dai succhi dei frutti immaturi.. àirocXoO Sytoq toù ò t o ù . più aspra dall'aglio.. XXXVII. E per­ ché ricordarti — il nostro discorso può ben mostrarsi compren­ sivo verso gli ascoltatori — che l'ambra è la resina d’una pianti­ cella. Pur essendo essa nutrice comune di tutte le specie di piante. sviluppa il tronco. N.. un altro il fico. 3 Bas. dalla corteccia pestata e dalle foglie tritate di noce. divenuta solida. siano diverse tra loro. Se bagna le radici o scende riversandosi dalle nubi. disgustosa dal veleno. altra quella del lentisco. alcune producono succhi più amari. quae adhaesisse musteo non est dubium et inclusa durescente eodem re­ mansisse. diverso è il m odo di comportarsi. altre precoci *. un altro le ciliege. altre più dolci. infatti in molti luoghi è ritenuta più pesante. in un a più ruvida. Anche gli stessi sapori gradevoli sono diversi fra loro. iforcp. rende verdi le foglie. il frutto del terebinto o anche il gheriglio della noce. A tyù irrou x a l A ip iv )? &cepov òiròSv y é v o . Altra efficacia ha la resina del ciliegio.. ha conservato in s é 3. 113 B (48 AB): Aóy°? Sé t £? ècm xal t Ò ìjXexrpov èiròv elvai ipuxòiv eie Xt9ov> 91JCTW à7to7r»)Yvii[ievov. E... estende i rami. rende a ciascuno di essi un differente servizio.. 113 B (48 A B ): "AXko y à p t o ù axlvou t ò Sàxpuov. Anche al tatto in un luogo l'acqua è soffice. diversa è la natura di cia­ scuna di esse. per effetto d’una virtù naturale che ancora ci sfugge. più frizzante dal vino. èvaitoXi)9$évTa xaTéxeTai. emettono una diversa specie di resina. Un sapore ha l’uva. à7toSaxpuouat. ó imòt. 63. E pur essendone unica la cau­ sa. ha assorbito e. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 179 derrate sulle quali è versata. spesso piuttosto densa. che si solidifica sino ad acquistare la durezza propria d ’una materia così pregiata? Né ciò si afferma sul fondamento di testi­ monianze poco autorevoli. MapTupei Sè rei) Xóycp rà èfz<paivó[xeva xàpipr) xal -rà XeirtÓTaTa t £Sv £tf>o)v. 3. x a l &Xko<. facilmente si trasforma nella viscida natura dell'olio.

Quodsi inriguis aquarum plerumque et segetes laetio sunt et uirides fabae et hortorum multiplex suscitatur et resusci­ tatur gratia. 15. usus quoque est datus omnibus. b 3 Reg 5. quemadmodum ad uerbum domini. si uiridantibus toris fluuiorum exundantium decora­ tur. usurpatorie uideamur exponere differentias arborum et uirtutes radicum et quaecumque sunt abscondita et inprouisaa. Sed quid ego uili sermone decerno cum alta atque p tiosa ratione naturae. 33). Itaque esca his non mediocris in foliis est corticibusque siluestri- bus. non potuisse tamen plenius omnis creaturae explicare rationes. id est suci lacrimae surculi pariter ministrata sunt. 64 .C 16. cito se in florem induere. DIES I I I . ea quoque quae ad usum medendi proficerent. Itaque illa quae post experimento usu exemplo utilia cognouimus. cum iste sermo humano alatur ingenio. Fructus communis est omnibus. C. florum miracula germinare. subito creatura uirgultorum omnis effloruit! Fe­ stinarunt cam pi non commissam sibi frugem edere. a Sap 7. 13 (4. 20-21. V . ut mihi uideatur potuisse eum disputare de uirgultorum ge­ neribus1’. quod omni aquarum cursu est redundantius. uictum hominibus. Simul utrumque arbores germinarunt.180 EXAMERON. aliud quo refrigerante umbra defenderemur a sole. . tamen quia praescia erat prouidentia creatoris quod fructum sibi maxime hominum auiditas uindicaret. ignorata horti holerum genera. aliud quo uesceremur. ne quod Solomoni specialiter sapientiae munere diuinitus uidetur esse con­ latum. usus amoenitatis in foliis. ripae fluminum se uestire myrtetis. 65 64. na­ turam autem omnium prouidentia diuina formauerit? Vnde uelut habenis quibusdam uerborum cohibenda diffusio est. ut specialem iis donaret alimoniam. sicut scriptum est. reliquis prouidit animantibus. properauerunt arbores cito surgere. ea a principio crea­ tor. cui usui apta donaret. SER. pecoribus pabulum ministrare. Cibus in fructu. Caput XVI 65. Quae nec ab ipso tamen manifestata produn­ tur. praescientiae suae maiestate de sinu terrarum iussit exire.

Nello stesso tempo gli alberi con la loro vegetazione ci offrirono sia un mezzo per sfamarci che un mezzo per difenderci dal sole alla loro om bra ristoratrice — il cibo con i loro frutti. l'uso. se le fave diventano verdi e la molteplice bellezza dei giardini sorge e si rinnova. senza averne la competenza — facoltà che manifestamente fu concessa da Dio al solo Salomone con il dono della sapienza — . sicché mi sembra ch ’egli potè bensì trattare delle specie degli alberi. 1: Quid faciat laetas segetes. parimenti vennero fornite anche le sostanze utili alla medicina. Perciò essi hanno un cibo abbondante nelle foglie e nelle cortecce sel­ vatiche. gli alberi si fecero premura di crescere rapidamente. la pa­ stura al bestiame. I. di ricoprirsi ra­ pidamente di fio r i3.. Verg. . ad un tratto fio­ rirono tutte le piante create! I campi si affrettarono a produrre le messi non seminate e a far germogliare ignote specie d’erbaggi e fiori meravigliosi. le rive dei fiumi a rivestirsi di mirteti. di somministrare il vitto agli uomini. le resine e i polloni. le differenze degli alberi e le proprietà delle radici e ogni altra questione nascosta e imprevista. cioè i succhi. Tutta­ via. Tutte le piante hanno il loro frutto. fece uscire dal seno della terra quelle sostanze di cui apprendemmo l'utilità successivamente con l'espe­ rienza. dal momento che il mio parlare è alimentato dall'impegno umano. Georg. Verg. Georg. a tutte fu assegnato un loro uso particolare. per fornirci mezzi adatti a tale scopo. 1 Cf. Aen. I. provvide agli altri animali dando loro un cibo particolare. Capìtolo 16 65. 187-188: cum se nux plurima siluis / induit in florem. Se per l’azione delle acque irrigue le messi sono più gogliose 1. Ma perché nel mio umile discorso pretendo di affront le profonde e preziose leggi della natura. com e sta scritto. Verg. poiché la provvidenza del Creatore non ignorava che l’avi­ dità degli uomini avrebbe preteso i frutti specialmente per sé. non potè tuttavia spiegare adeguatamente la ragione d’essere d’ogni creatura.. affinché non sembri che esponiamo. il ristoro con le loro foglie — .. Pertanto fin da prin­ cipio il Creatore con la maestà della sua prescienza. 674: riparumque toros et prata recentia riuis. l'esempio. che trabocca più copiosa d’ogni corso d'acqua. 3 Cf. imbrigliata. per cosi dire. 2 Cf. com e alla parola del Signore. VI.... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 181 64. Si dice tuttavia che neppure da lui tutti questi argomenti furono chiariti. mentre la natura del­ l'universo è stata plasmata dalla Provvidenza divina? Perciò l'esu­ beranza delle parole dev’essere. se le sponde dei fiumi che straripano si adornano di bordi verdeggianti2.

DIES I I I . 67. quanto magis uir­ tute magna quae fecunda sunt procreat. ha­ bent tamen in foliis granum quoddam. donec consummatio temporis impleatur. ita etiam in myricis. unde plerique ea satione incrementum sui nemoris propagauerunt. quod habeat uirtutem se­ minis. Habet autem et radicis generatio uirtutem seminis. 16. SER. Nihil uidentur seminis habere salices. qui uterentur fecunditate terre­ na. Magna dei uirtus in singulis. ne forte quis dicat in multis arboribus neque fructum neque semen uideri et putet diuinum in aliquo uaccillare praeceptum.182 EXAMERON. magna uirtus prouidentia. V . de radice pullulat non solum salicis. Grano itaque illo radix prima coalescit. ut eo com m isso terris tamquam posito surgat arbos de surculo et tamquam de semine se exsuscitet. 4. cuius sem en eius in eo. sed etiam reliquarum ad similitudinem huiusmodi generis arborum silua. Nec miretur aliquis. siquidem magnam uir­ tutem suam in lucustis esse dixit et b r u c o a. quae a prim o illo diuino cae- lestique mandato priuilegia accepta custodit et partus suos qua­ dam annorum uice et ordine refert. ut non aut seminibus utantur uniuersa gignen­ tia aut habeant aliqua quae uideantur cum uirtute seminum con- uenire. Et uere magnus. 68. ut a ueritate sit dubium. 69. idque si quis diligenter intendat. Itaque si magna uirtute dei sterilem brucum terra generauit. manifesta testificatione poterit conprehendere. quemadmodum ab ipso cen­ tro distantibus licet mensuris pari adsurgat glutino. C. Et quia iussit dominus ut germinaret terra herbam fa et lignum fructiferum faciens fructum secundum genus. 66-69 66. qui mise­ rabili fame nefas tantae impietatis ulciscitur. quia nequa­ quam fieri potest. eo quod diuinae maiestatis offensa magna moderamine sterilitatis Iudaicae atque inopiae solueretur. si uirgultis magnam dei dixi esse uirtutem. Ioel 1. id est humilibus uirgultis figuram inprobae calliditatis a Ps 104. Magna enim uirtus patientia. . 34. qui terrarum laeserant creatorem. quo proprios fouet fructus? Itaque per circuitum eadem species et ordo serua- tur et quidam in singulis plagis nuculeorum partus exuberat at­ que in orbem redit fructus et gratia. Quis pineam uidens non stupeat tantam diuino praecepto artem inolitam inpressamque naturae. Sed ut in hoc fructu gratam speciem sui signat. Itaque in pinea ista imagi­ nem sui natura uidetur exprimere. Indigni enim erant. illud aduertat.

al vedere la pigna. Essi infatti non me­ ritavano di godere la fecondità della terra poiché ne avevano of­ feso il Creatore. Ed anche la moltiplicazione della radice ha la virtù del seme. Quindi. op.. Da quel grano si form a dapprima la radice. e perciò molti con tale sistema di riprodu­ zione hanno esteso il loro bosco. E veramente grande è colui che con una mise­ revole carestia punisce il sacrilegio d'una così grande empietà. ètoitoc 8 t i dbtpipCx. IV. e. 6 Cf. se per la grande potenza di Dio la terra generò lo sterile bruco. affinché per caso qualcuno non dica che in molti alberi non si vedono né il frutto né il seme e pensi che in qualche cosa il comando divino non regga. sarà possibile rendersene conto con prove evidenti. consideri che non può assolutamente avvenire che tutti i vegetali o non abbiano bi­ sogno del seme o non abbiano qualche mezzo di riproduzione che sembri accordarsi con la proprietà dei sem i4. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 183 66. Grande è la potenza di Dio in ciascuna cosa. n. quando questo viene affidato alla terra. 69. vedi C oppa.ouvra t o ì ? airép(iaoiv S /o v r a . cit. E siccom e il Signore ordinò che la terra producesse erba da foraggio e alberi fruttiferi che facessero. Pertanto nella pigna sembra che la natura esprima la propria immagine. dal momento che egli disse che la sua potenza si rivelava grande nelle locuste e nel bruco. un frutto contenente il proprio seme. Ma com e in questo frutto la natura esprime il suo at­ traente aspetto. poi­ ché da quel prim o comando celeste e divino essa custodisce le prerogative ricevute e ripresenta i suoi frutti con una ordinata successione annuale. Sembra che i salici non abbiano seme. finché non sia com piuto il ciclo totale delle stagioni. E nessuno si meravigli se ho detto che grande si rivela la potenza di Dio nelle piante ancor giovani. H e x a e m . tut­ tavia il frutto mantiene la sua degente form a rotonda. . Bue. ma sulle foglie hanno un granello che ha la proprietà del seme. dalla radice pullula una fitta vegetazione non solo di salici ma anche di altre piante che ad essi som igliano5. sebbene nelle singole zone sporgano rigonfi i pinoli. sia pure di misura diversa. sicché dalla verità sorga il dubbio. p. Chi. l’albero spunta come se fosse stato piantato un pollone e si sviluppa com e da un seme. si stupirebbe che dal comando divino sia stata radicata e impressa nella natura una cosi grande abilità. quanto più si richiede l'intervento di questa grande po­ tenza perché essa produca esseri fecondi! 68.. 224. sic­ ché. 105 C (45 B ): . cioè in umili alberelli6.. potenza grande la Provvidenza divina.éva 9) -rà Lao8uvajj. con le quali protegge i propri frutti? Tutt’attorno si conserva il medesimo aspetto rego­ lare.. 93. 2: non omnis arbusta iuuant humilesque myricae. cosi nei tamerischi. ha 4 B as. considerando cioè com e da un unico centro essa salga con uguali scaglie. È potenza grande la pa­ zienza.. 5 Non corrisponde a verità. Verg.. 67.. perché la grave offesa alla maestà divina veniva punita col castigo della sic­ cità e della carestia del popolo giudaico. ftetopouvri x a l 7tàvra <pocvr]<iETai % <nrép(i*Ti XE/pi)(j. ciascuno secondo la propria specie. E se a tale scopo si com pirà una diligente ricerca.

70-71 expressit. . quia conpre- hendere non potes. 7. non inmutatione foliorum. Mt 22. et statim omnis surgenti germine terra completa est. Vide in paruis quae prouidentia sit dei et. C. dum obsecundat auctori: nos debitum munus ne­ gamus. V . ut plantatus secus decursus aquarum fructum tuum in tempore tuo habeas praeparatum et folium tuum non de­ flu a t0. Vnde et Hieremias dubia morum atque insincera myricis com parauitb. 37.184 EXAMERON. a Deut 6. ita etiam et in aquosis et in desertis contrario quodam usu haec uirgulta nascuntur. Terra indebitos fructus nobis ministrat. Surdiora corda hominum sunt quam dura saxorum. DIES I I I . C. Palma autem ui- rens semper manet conseruatione et diuturnitate. Seruat indumentum suum semper olea uel pinus. 3. 5. Serua uiri­ ditatem pueritiae tuae et illius innocentiae naturalis. o homo. Et homini dicitur: Dilige dominum deum tu u m a. Sicut enim duplici corde uiri ubique praesto sunt et gratiam simplicitatemque apud bonos praetendunt et uitiosissi- mis glutinantur. quae diuturnis frondibus uestiuntur. Germinet inquit terra. ut dicatur et tibi: Statura tua similis facta est palm aeh. quam a pri­ m ordio recepisti. non mediocris di­ stantia est. ea sine ulla sub­ stitutionis successione conseruat. b Cant 7. et non est caritas dei omnium infusa uisceribus. 71. Nam quae primo germinauerit folia. sed quasi succedanea praetendunt suae arboris pulchritudini perpetui integritate uestitus uicem muneris obumbrantes. sed tamen folia sua saepe commutant nec ea quasi diuturna. alia mutationes habere uoluerit expoliationis et amictus. pruinas frigorum uiriditatem suam arua con- seruant et cum ipsa tecta sint gelu. 69 . partus sui tamen haut exi­ guam speciem uiriditatis obtexunt. mirare quom odo alia semper florentia reser- uarit. 16. 17. 6. Inter cana niuium. In ipsis quoque generibus ar­ borum. Caput XVII 70. c Ps 1. Imitare ergo eam. SER. Hanc uiriditatem gratiae semper florentis in Christo se- b Ier 17. dum non ueneramur auctorem.

Imitala. A lò x a l ò fI e p s [i(a . in m odo che piantato lungo il corso dell’acqua... Tra il candore delle nevi e le brine gelate1 i campi mantengono l’energia vegetativa e.. ma l’amore di Dio non penetra in tutti i cuori. ùroxXXàaaei T à fóX X a .. I I . Nelle stesse specie degli alberi rivestiti di fronde perenni. I SEI GIORNI PELLA CREAZIONE 185 espresso l’immagine di un'astuzia maligna.. Tà 8è yu[ivotS[i6va ' x a l tò ìv àei&aXwv Tà [lèv ipuXXopóXa. Hexaem. e subito la terra si riempi di virgulti nascenti. si spogliassero e si rivestissero alternativamente del loro fogliame. <DuXXo(3oXeì y à p x a l èXata x a l w Itu . Hexaem. La terra ci somministra i frutti che non ci sono dovuti. mu­ tando aspetto.. 116 B (49 A B ): ’ E ££xa£e n£><.. mantenendo perennemente le foglie senza m utarle2: conserva quelle spuntate per prime. x à jtov/jp órepa x a l è7taji(poxep[^ovxa tòìv rj&òiv x<j> xoiouxtp (puxoj Tcapew&^ei.. Il cuore dell’uomo è più insensibile del macigno. Ger. c i x a l XeXyi&ótg*. abbia pron- 7 B a s. in terra salsuginis et inhabitabili. 17. rifiutiamo un tributo cui saremmo tenuti. o uomo. S ix a lco . 71. per­ ché si dica anche a te: La tua statura è diventata com e quella di una palma.. ma via via si sostituiscono nascondendo il suc­ cedersi della vegetazione con l’integrità d’una veste che non viene mai meno. poiché non puoi comprenderla. E all’uom o si dice: Ama il Signore Dio tuo. Perciò anche Geremìa pa­ ragonò ai tamerischi la condotta equivoca e la mancanza di sin­ cerità 7. c ’è non piccola differenza. C f. La palma invece rimane sempreverde. Tà [lèv àei&xXvj Ircobjae. et non uidebit cum uenerit bonum. V erg. sed habitabit in siccitate in deserto.. 116 B C (49 B ): " E t c it c c x à x e ìv o c x ó t o i . quando non ado­ riamo il nostro Creatore. Georg. x à Sè <àct<puXXa. tuttavia cambiano spesso le foglie e adornano cosi la bellezza dell’albero con foglie che non sono perenni.evov x a l x a x à x à ? èpr|[ious 7tXv){h>vó- jievov. 2 B a s.ou|j. obbedendo al Creatore. tko? |iupCxi] à [ i- <pt(3ióv 4<m x a l t o ì ? <piXii8pot<. i loro prodotti celano non trascurabili manifestazioni del vigore con cui si sviluppano. L’olivo e il pino conservano sempre il loro manto.. Come gli uomini dop­ pi di cuore sono sempre disponibili e con i buoni ostentano be­ nignità e schiettezza. 1 C f. Germogli la terra. Vedi nelle piccole cose quale sia la Provvidenza divina e. anche quando sono ricoperti dal gelo. . ’ Ae£<puX>ov Sè 6 < pom t. senza cambiarle successivamente. cosi nelle zone umide e in quelle desertiche questi arbusti nasco­ no comportandosi in m odo opposto. <ruvaptdfj. 6: Maledictus homo qui confidit in homine. noi. disse. 376: Frigora nec tantum cana concreta pruina. Erit enim quasi myricae in deserto. mentre si attaccano agli individui peggiori. «Siaxs |H]Séitore S oxeiv -ri)? xó|r>]c àw>YU[ivoùa9ai. ammira com e abbia conservato sempreverdi alcune piante e invece abbia voluto che altre. Conserva la verde freschezza della tua adolescenza e di quella innocenza naturale che hai ricevuto fin dalla tua na­ scita. Capitolo 17 70.

3. Neque enim nisi eam repperisset ante generatam. 27. id est naturalis odor. e Act 5. Denique et ipse inebriatus est Noe et obdorm iuit consopitus a uino *. Mane ergo plantatus in dom o domini. Itaque per uinum patuit deformitati. quorum nec folium umquam potuit elabi. »> Gen 9. plantare potuisset. cui est honor laus gloria perpetuitas a saeculis et nunc et semper et in omnia saecula sae­ culorum amen. quia Noe agricola erat terrae et plantauit uitem et bibit de uino eius et obdorm iuith. SER. . ut eius fructum nobis conuerteret ad salutem ac per eum nobis peccato­ rum remissio proueniret. 1. Cultor ergo. n Gen 27. augeret prudentiam. quid uitis odore iucundius. obumbrabant enim infirmitates corporis fides mentis et florentia merita uirtutum. e Cant 5. * Eccli 31. d Cant 2. 15. ut parsimonia na­ turae esset magisterium sobrietatis. Non ergo Noe auctor est uitis. 8-9. abundantiam humano arbitrio reseruauit. olei atque frum enti11. 21. ut in atriis eius sicut palma floreas et ascendat in te gratia ecclesiae et sit odor narium tuarum sicut mala et fauces tuae sicut uinum opti­ mum f. ut inebrieris g in Christo. 72. Quid enim pleno rure suauius. qui sciret quod uinum sobrie potatum sanitatem daret. 20. ut tribuat nobis dominus a rore caeli uim uini. Deus autem. non auctor est uitium. V . Vnde pie Isaac dixit: Odor Iacob odor agri p len im. ego tamen et odorem ipsum terrae simplicem atque sincerum pro gratia benedictionis accipio. Hanc prae- rogatiuam doni uirentis acceperunt apostoli. sed plantationis. quid fabae flore gratius? Vnde qua- muis ingeniose quis ante nos dixerit: 'N on uitem aut ficum pa­ triarcha olebat aut frugem. inmodice sumptum ad uitia causas daret ‘. m Gen 27. quem fraus nulla conposuit. Sic enim habes. 71-72 cuta ecclesia dicit: In umbra eius concupiui et s e d id. abundantiae noxiam lapsum- que temulentiae sibi ascriberet humana condicio. £ Cant 7. 17. qui per diluuium excreuit ad gloriam. Denique inter benedictiones sacratissimas computatur. 28-29 (37-38). sed uirtutum spirabat gratiam’. creaturam dedit. C. ut eorum etiam umbra curaret aegrotose. quam postea post diluuium a Noe plantatam esse cognouimus. Sed dominus et in eo creaturae suae gratiam reseruauit. 28. 1 Gen 9. Bene admonuit iste uersiculus repetere paene interm sum quia diximus praecepto dom ini uitem etiam pullulasse. DIES I I I . sed ue- ritas indulgentiae caelestis infundit.186 EXAMERON.

gloria. tra le benedi­ zioni considerate più sacre. di più gradevole delle fave in fiore? Quindi. tra­ cannato senza misura. non l’autore delle viti. in­ tontito dal vino. 214. semplice e sincero. per il vino fu esposto all’igno­ minia. af­ finché la parsimonia della natura fosse insegnamento di sobrietà e l’umana condizione imputasse a sé il danno dell'abuso e la colpa dell’ubriachezza. Se non l’avesse trovata già creata precedentemente. I V . I I . cosi da rivolgerne il frutto alla nostra salvezza e farne derivare per noi la remissione dei peccati. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 187 to il tuo frutto al momento opportuno e le tue foglie non cadano mai. P h i lo . La Chiesa. di più letificante dell'odore della vite. Anzi. 4. mentre. 5. non avrebbe potuto piantarla. Cosi colui che per il diluvio aveva raggiunto la gloria. Amen. anche se qualcuno prima di noi ha detto acutamente: Il patriarca non odorava di vite o di fico o di messe. perché abbiamo detto che al coman­ do del Signore spuntò dal suolo anche la vite che sappiamo pian­ tata da Noè successivamente. lode. diede tale creatura e la­ sciò alla libertà umana la facoltà di usarne abbondantemente. Rimani dunque piantato nella casa del Signore affinché tu fiori­ sca nei suoi atrii com e una palma e ascenda in te la grazia della Chiesa e l’odore delle tue narici sia com e quello delle mele e la tua bocca com e vino prelibato per inebriarti in Cristo. d'olio e di frumento. dice: Alla sua ombra desiosa mi sono seduta. De Iacob. 15) q u a n d o la su a o m b r a c o p r iv a q u a lc h e a m m a la t o . Ma il Signore anche nel vino conservò le buone qualità della sua creatura. dopo il diluvio. . al punto che anche la loro ombra guariva gli am m alati3: la fede dell'animo e i meriti fioriti delle virtù ricoprivano della loro om bra le malattie del corpo. eternità dai secoli e ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli.4. Noè non è l’autore della vite. ma infuso dalla celeste benevolenza... io tuttavia. Del resto anche lo stesso Noè si ubriacò e. Che c ’è di più soave di una cam­ pagna rigogliosa. 3 S i a llu d e a lle g u a r ig io n i o p e r a te d a P ie tr o (Atti. ma della sua colti­ vazione. ben sapendo che il vino bevuto con sobrietà contribuisce alla salute e accresce il discernimento. Opportunamente questo versetto mi invita a riprend un discorso quasi interrotto. seguendo questa freschezza della grazia sempre fiorente in Cristo. intendo anche l'odore stesso della terra. per l’affetto che ispirava quella benedizione. le cui foglie non poterono mai cadere. cioè odore naturale. Sai infatti che Noè coltivava la terra e piantò la vite e bevve il vino da essa prodotto e si addormentò. Perciò con af­ fetto di padre Isacco disse: L'odore di Giacobbe è odore di campo rigoglioso. in Gen. A lui onore. Quaest. Fu dunque il coltivatore. non manipolato da nessun artificio. A m b r. una invoca che il Signore dalla rugiada del cielo conceda abbondanza di vino. Il privilegio di questo dono fecondo ricevettero gli apostoli. Ma Dio. 4 C f. ma olezzava dell’attrattiva delle virtù. 72. dà origine ai vizi. 1. cadde in un sonno profondo.

ne qua ingrediatur contagio. solam eius perpendere magnitudinem. magno mundum conplens lumine. Procedit sol magno iubare diem. solem et lunam et stellas. ne sors aliqua uini gratiam decoloret. nisi in ce­ teras partes uultum suum oculosque conuertat. neue aliqua caligo nebulosa corporeos uisus spectantis obducat. Sol incipit. Quid enim prodest ponere uitem ordine. o homo. quo tuentis hebetetur optutus. putare. Emunda au­ rem. si uero deflectat optu- tum. ne nimius fulgor eius uisus tuae mentis obcaecet. animaeque interiores optutus. emundat oculos suos. Caue igitur ne et tuum . integrum sibi officium perseuerat. uaporans calore. Emunda oculos mentis. ne qua festuca peccati aciem tui praestringat ingenii et puri cordis turbet aspectum. fodere quodannis aut aratris sulcos ducere. Qui uindemiam colligit uasa prius quibus uinum infu tur mundare consueuit. ne quid pulueris. ut qui e regione in radium eius intendit repercusso lumine omnem subito amittit aspectum ac. Nobis in lec­ tione exoriundus est sol. secundum sine sole transegimus. Caue. aestimat se nihil uidere et tuendi munere esse fraudatum. tertium sine sole confecimus: quarto die iubet deus fieri luminaria. DIES QVARTVS SERMO VI Caput I 1. adiungere ulmis et quo­ dam conubio copulare. ut uase sincero scripturae diuinae nitida fluenta suscipias. subrigere. qui ante non fuerit. o homo. si tanto labore uina quaesita in uase coa­ cescant? Matutinos quoque solis ortus si quis spectare desiderat. Primum iam diem sine sole transiuimus. ne quid purgamentorum oculis eius insidat.

H or. sostenerla. 228. se uno desidera vedere la levata del sole. 19.. a questo punto del no­ stro discorso. cit. 2. per cosi dire. abbiamo trascorso senza sole il secondo. se devia lo sguardo. o uomo.. 3 (U sener. QUARTO GIORNO VI SERMONE Capitolo 1 1.. dal valutarne solo la grandezza. Bue. n. troppo vivo per te. 4 Cf. affinché qualche pagliuzza di peccato non offuschi l’acutezza del tuo ingegno e intorbidi la vista d ’un cuore puro. la luna. prima suole lavare i vasi nei quali vi versato il vino... 396). 2: ulmisque adiungere uitis. quod- cumque infundis acescit. I. se il vino. perché qualche im purità1 non ne guasti il p regio2. e gli interiori sguardi dell'anima. usata solo da S. A che giova infatti piantare la vite in filari3. Guardati. Monda gli occhi della tua mente. I... concluso senza sole il terzo: il quarto giorno Iddio comanda che siano fatti i luminari del cielo. Noi ora. potarla. 73: pone ordine uitis. perché non vi penetri nulla d’infetto. Ep. riscaldandolo con il suo calore. V erg. p. apud G ell. non accechi la vista della tua mente. 2 Cf. mentre. Ambrogio in tutta la latinità classica e cri­ stiana (C oppa. appoggiarla agli o lm i4 e. le stelle. ha l’impressione di essere cieco e di aver perduto la facoltà visiva... uomo. 2). Comincia ad esistere il sole. se non rivolge da un’altra parte la sua faccia e i suoi occhi. Chi vendemmia. 54: sincerum est nisi uas. Abbiamo già trascorso il primo giorno senza sole. come chi ne fissa direttamente il raggio perde immediatamente la vista per il ri­ flesso e. 3 Cf. 1 Sors è rarissima forma del nominativo singolare del sostantivo plurale sordes. I. zappare ogni anno 0 tracciare solchi con l’aratro nel terreno intorno ad essa. E pict . V erg. op. 17-18: intellegit ibi uitium uas efficere ipsum / omniaque illius uitio corrumpier intus-. lava 1 suoi occhi perché non ci sia della polvere o del sudiciume che indebolisca lo sguardo né ombra di nebbia che offuschi la vista corporea nell'atto di osservare. Il sole avanza inondando il giorno di un grande splendore. VI. perché il suo bagliore. prodotto con tanta fatica. ium. Pulisciti gli orec­ chi per accogliere in un vaso immacolato le limpide acque della Scrittura divina. il mondo di una grande luce. dovesse inacidirsi nel recipiente? Cosi. Cf. . L vcr. dobbiam o far sorgere il sole che prima non esiste­ va. questa gli rimane intatta.. maritarla ad essi. XVII. Georg. il sole.

7. quam supra admirationem qui dicit soli et non exoritu rc. Si caeco damnum est huius solis gratiam non uidere. quae ante fund est. lauda ipsius creatorem. erat lumen uerum. quantae maiestatis qui ait: Adhuc ego sem el et m ouebo terram f! Illum terra abscondit. 6 (7 ). adtende terram. quod inluminat omnem hominem uenientem in hunc m undum e! Si praestantissimus qui obiectu terrae patitur saepe defectus. b P s 71. quam bonus est sol ille iustitiaea! Si tam uelox iste. f A g g 2 . quando hunc miraris. cum se exinaniretd. quae antequam sol procederet. quae praecessor est solis. DIES IV . terram aspice. adten­ de ligna. SER. sed nide passim. ut nos eum possemus uidere. 7. iocunditas diei. e I o 1. germina eius aspice anteriora solis lumine. Non igitur te tanto splendori solis temere committas ooulus est enim mundi. istius motum non potest sustinere. quan­ tum peccatori damnum ueri luminis munere defraudatimi perpe­ tuae noctis tenebras sustinere! 3. ut. naturae gratia. quod ante solem factum est. quod priora luminibus caeli esse coepe­ runt. qualis ille qui etiam. 1. coepit esse uisibilis atque composita. Numquid merita faeni maiora quam solis aut numquid po- » M a l 4. quantus ille. quae praestat ordinis priuilegio. 9. 1-3 radius eius exoriens confundat aspectum. C. Habet enim et dies suam lucem. caeli pulchritudo. 2. <= I o b 9. 2.190 EXAMERON. Et ideo prius firmamen­ tum caeli aspice. Tres dies transacti sunt: et solem nemo quaesiuit et luminis claritas abundauit. Noli ergo deum credere. 2. Ergo cum uides solem. . antiquior herba quam luna. cui uides dei munera esse praelata. auctorem eius considera. 8. V I. quae plaudunt. 19. adtende herbam faeni. Si tam gratus est sol consors et particeps creaturae. ut rapidis cursibus in die ac nocte lustret omnia. nisi uoluntatis eius substantia ful­ ciatur. qui ubique semper est et maiestate sua conplet om n iab! Si admirabilis qui iubetur exire. legi­ mus! Si magnus est qui per horarum uices locis aut accedjt aut decedit cotidie. c o m p l e t Schenkl. praestantia creaturae — sed quando hunc uides. d P h il 2. Anterior brucus quam sol.

. Non ti affidare avventatamente allo splendore cosi lumi­ noso del sole — è infatti l'occhio del mondo. Graec. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 191 Bada dunque che il suo raggio sorgente non confonda anche la tua vista. 518. 0fiT0>TfiiYas [tèv xiviQ&Tjvai.. naturae gratia. e nessuno sentiva la mancanza del sole... 120 B (50 E): El é Tfl <p&op5i OiroxeEjievo? ijXio? outcd xaXóg. diei ornatus. Erano trascorsi tre giorni. Se tanto accetto è il sole che partecipa della sorte d’ogni creatura. com ’è al di sopra d’ogni ammirazione colui che comanda al sole e questo non si leva. quando lo vedi. &ote jìt) Ixjìalveiv tìjv itpò? 8Xov àvaXo- y£av • TÒS Sè xdéXXsi TÌje <p\!>aeto. com e leggiamo nella Scrittura! Se è grande l’essere che ogni giorno si avvicina e si allontana dalle re­ gioni terrestri mentre le ore si succedono. eùxàxTou? Sè Toc? TtepióSoui. òq)S-aX(xòi. I. 6 Cf. Siauf*)? è[nrp£iKov tfj xtIgel ■ el àxópeaTO? toutou j) Sia. pensa all’erba da foraggio che gli è superiore per il diritto di precedenza. guarda la terra che com inciò ad essere vi­ sibile e ordinata prima che il sole iniziasse il suo corso. Non credere dun­ que dio quell'astro sul quale vedi che ebbero la precedenza i doni di Dio. 7. pensa al suo autore. daroStSoii?. noctis concertatio. olóv tk. Ambrogio. p.. quale male è per il pec­ catore sopportare le tenebre di una notte senza fine. Forse i me­ riti del foraggio sono maggiori di quelli del sole o forse è prefe- 5 Gli esseri viventi non erano ancora stati creati. l’incanto della natura. xdXXei ó Sixaioaàvij. se non fosse soste­ nuta dalla sostanza della sua volontà. vedi Coppa. guardane i germogli che spuntarono prima della luce del sole. Secvndi. mentre eclissa il sole. 7 B a s . Evidentemente si tratta di una svista di S. Il b ru c o 5 è anteriore al sole. quando lo am­ miri. quando vedi il sole. in Frg. 230. aESipiov xuxXcù[j. splendor sine occasu. l’erba è più antica della luna. caeli pulchritudo.a . op. anche quando si annientò perché lo potessimo vedere. cit. pensa alla terra che è stata creata prima. Sent. Perciò guarda anzitutto il firmamento del cielo che fu creato prima del sole. tei) itavrl. non potrebbe sostenere il movimento che costui le imprime.: Oùpàvio? ò(p&aX[ió<. 513. qual è mai colui che. iroraitò. quant’è grande la maestà di colui che dice: Ancora una volta. 2.. Phil. Or dunque. Se per un cieco è un male non vedere la bellezza del sole materiale.: Quid est sol? Mun­ di oculus. caelestis uiator. caloris circuitus. -loda il suo Creatore. la letizia del giorno. Infatti anche il giorno ha una sua luce che ha preceduto il sole. era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo m ondo! Se è eccelso l’astro che spesso è eclissato per l’interporsi della terra. quant’è potente colui che è sempre dappertutto e riempie ogni cosa con la sua maestà! Se merita ammirazione quello che riceve l’ordine di levarsi ogni giorno. voxtòs ivrayomaTT)?. n. ed io scuoterò la terrai La terra. horarum distributor. . 12 ss. du[i(jte- Tpov (lèv é’/a'j tò [léye&oi. pensa agli alberi che applaudono perché cominciarono ad esistere prima degli astri del cielo. privo del dono della vera luce! 3. 25 ss. indeficiens cauna. cf. l’eccellenza del crea­ t o 6 — . ma. Hexaem.. . la bellezza del cielo. eppure lo splendore della luce rifulgeva. quant’è mai perfetto quel Sole di giu­ stizia7! Se è cosi veloce da percorrere col suo m oto nello spazio d ’un giorno e d’una notte tutto l’universo.

Sed ne oculorum tibi exiguum uideatur esse testimoniu emunda aurem. 5 tior ligni praerogatiua? Absit ut insensibilia tanti muneris prae­ feramus ministro. sed ministerio. ad meos fontes sitiens et lassus adcurrit. Audi dicentem: Fiant lumi­ naria in firmamento caeli ad inluminationem terra ea. 34 . Factus est ergo sol. ut prius inciperent ligna esse quam illa duo mundi lumi­ na et quidam caelestis oculi firmamenti. Ipse ergo eum in lumen adduxit. frequenter mihi et ipse damno est. Mecum congemescit. Hac igitur uoce quadam suorum munerum clamat natu bonus quidem sol. quoniam dictum est: Fundasti e R o m 8. mecum hymnum dicit dom ino deo nostro. Vbi sol benedicit. ipse eum mluminauit. a Gen 1. 22. bonus meorum altor fructuum. benedicunt ligna fructifera. Vbi m aior eius est gra­ tia. V I. mecum corruptio­ nis subditus seruituti. ideo et ipse seruit. Mecum adsistens laudat auctorem. bonus meae fe­ cunditatis adiutor. mecum subiectus est uanitati. • P s 148. ad meas festinat arbores. 15. ibi terra benedicit. quo possi­ mus et nos a seruitio liberari. ut solem mundi faceret sol iustitiae. ut ueniat adoptio filioru m h et humani generis redemptio. ipse ei donauit fundendi luminis potestatem. et filius fecit solem. . 2. 62 s s. ibi mecum est ei commune consortium. sed non auctor. admone eam caelestibus oraculis. mecum parturit*. benedicunt pecora. SER. sed non creator. Quis hoc dicit? Deus dicit. 3 e t 9. plerisque me locis indotatam relinquit. 1. mihi est in usum datus. non inperio. duobus enim et tribus testibus stat omne uerbum. 14. Quid igitur praeuidit altitudo sapientiae et scien­ tiae dei.C. D a n 3. quibus exaestuans obumbretur. in montibus illum pastor declinat. Interdum partus meos et ipse adurit. h R o m 8. 4.192 EXAMERON. ad mea germina. DIES IV . me desiderat. Caput II 5. C. Non sum ingrata conseruo. mecum labori est mancipatus. Et cui dicit nisi filio? Deus ergo pater dicit: 'fiat sol’. nisi ut cognoscerent omnes diuinae testimonio lectionis terram sine sole posse esse fecundam? Nam quae potuit sine sole prima rerum semina ger­ minare potest utique semina accepta nutrire et proprio fotu sine calore solis partus edere. benedicunt uolucres mecum In mari positus illum nauta accusat. dignum enim erat.

in molti luoghi mi lascia senza dote. Al m io fianco. con me partorisce perché giunga l’ado­ zione dei figli e la redenzione del genere umano. perciò anch’esso serve. egli gli diede la capacità di diffondere la luce. insieme con me innalza un inno al Signore nostro Dio. buono perché alimenta i miei frutti. 4. per cosi dire. Se il giorno serve. rivolgili alle parole rivelate: infatti ogni questione si decide sulle parole di due o tre testimoni. Egli lo rese luminoso. Era giusto che fosse il Sole di giustizia a creare il sole del mondo. egli lo fece risplendere. non perché comanda. insie­ me con me loda il Creatore. per­ ché tutte le cose sono al tuo servizio. benedicono gli animali. degli occhi del firmamento celeste. è assoggettato con me alla fatica. il marinaio lo accusa e mi rimpiange. Trovandosi in mare. là benedice la terra. certamente potrebbe nutrire i semi ricevuti e con il tepore del suo seno por­ tarne a maturazione i frutti senza il calore del sole. giacché è stato detto: Tu hai fon­ dato la terra ed essa dura. i miei alberi all’ombra dei quali ripararsi stillante di sudore. e il Figlio creò il sole. come . benedicono gli alberi fruttiferi. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 193 ribile il privilegio dell’albero? Non accada che preferiamo beni materiali all’autore di un si gran dono! Perché la profondità della sapienza e della scienza di Dio dispose che cominciassero ad esistere gli alberi prima dei due luminari del m ondo e. Questo proclama la natura lasciando. la rola alle proprie funzioni: « Buono davvero è il sole. assetato e stanco corre alle mie fontane ». Fu creato dunque il sole. per tuo comando dura il giorno. per così dire. Non sono ingrata verso chi mi è compagno di servitù: esso mi è stato dato per il mio bene. sui monti il pastore lo evita e cerca frettoloso i miei cespugli. se non perché tutti apprendessero dalla testimonianza della Scrittura divina che la terra può essere feconda anche senza il sole? Quella che potè senza sole far germogliare i primi semi delle cose. Ascolta Iddio che dice: Siano fatti luminari nel firmamento del cielo per illuminare la terra. buono perché aiuta la mia fecondità. non per­ ché ne è l’autore. pulisci i tuoi orecchi. Geme con me. spesso mi è piuttosto di danno. benedicono con me gli uccelli. Talora anzi esso brucia i miei prodotti. è esposto con me alla schiavitù della corruzione. è sotto­ posto con me alla vanità. Capitolo 2 5. Ma perché non ti sembri insufficiente la testimonia degli occhi. Chi dice questo? Dio. Dove il sole benedice. E a chi lo dice se non al Figlio? Dunque Dio Padre dice: Sia fatto il sole. non perché la crea. ma perché serve. affinché possia­ mo anche noi essere liberati dalla schiavitù.

dante te eis colli­ gent sibi. quae factae sunt in potestatem n octisc? Etenim quanto maiorem his gratiam creator donauit. 2. 19. noctis in- luminentur tenebrae per lunae stellarumque fulgorem. • I o 17. sed deus pater per dominum Iesum omnibus liberalitatem fertilitatis inpertit. 8-9. i P s 103. et pater uester caelestis pascit illa*. scripsit: Fecit lunam in tempora. ut aer solito amplius solis claritate resplendeat. c P s 135. de quo supra diximus. Licet plerique hunc lo­ cum mystice de Christo et ecclesia uideantur accipere. quia neque serunt neque metunt. et creabuntur et renouabis faciem terra ef et in euangelio: Considerate uolatilia caeli. 7. ut illo occasu suo omnibus donaret uitam b P s 118. quae temporum uicibus oboedire conpellitur et nunc impletur lumine atque uacuatur. f P s 103. 48. 6. V I. eo quod sit stellarum monile pretiosum. = P s 103. et perm anet. 30. cui enim plus committitur plus d e b etd. aperiente te manum tuam uniuersa implebuntur boni­ tate*1 et infra: Emitte spiritum tuum. 90-91. tanto amplius debent. clarifica filium tu u m 1. Et ideo bene a plerisque ornamentum caeli est nuncupa­ tum. s M t 6. 8-9. h P s 135. DIES IV . quoniam uniuersa seruiunt tib ib. SER. Non ergo sol aut luna fecunditatis auctores sunt. quanto igitur amplius his decoris uidetur esse conlatum. dispositione tua permanent dies. Nam in ipso psalmo centesimo tertio. qui factus est in potestatem diei? Quomodo non seruit luna et stellae. sol debi­ tum sibi agnoscit occasum. sed diuinae indulgentiae deputatur. Atque ut sciamus quia fertilitas terrarum non calori solis ascribitur. C. qui ait: Pater. sol agnouit occasum suum \ Cum enim dies horas suas com plere coeperit. Est ergo in potestate diei sol et luna in potestate noctis. Pulchre autem exposuit nobis propheta quid sit quod ipse ait quia fecit deus solem in potestatem diei et lunam in potesta­ tem noctis h.194 EXAMERON. 5-7 terram. 27-28. quom odo non seruit sol. 1. . 26. ut des illis cibum in tem pore. d L c 12. caelum uelut quibusdam floribus coronatum ita ignitis luminaribus micet. ut paradiso putes uemante depictum spirantium rosarum uiuis monilibus renitere. dies serenius luceat. uenit hora. quod agno­ uit Christus proprii corporis passionem. Etenim cum dies seruiat. ait propheta: Omnia a te expectant.

. perché è il prezioso gioiello delle stelle. Vita e Pensiero. pp. Ben a ragione il sole da molti è stato chiamato ornamento del cielo. e più sotto: Manda il tuo Spirito. saranno riempiti d’ogni bene. il giorno brilla più sereno. 37. Explan. perché è costretta ad obbedire all’awicendarsi delle sue fasi ed ora si riempie ed ora si vuota di luce. se tu dai loro. è venuta l’ora: glorifica tuo Figlio. T oscani. Nell’unione con Cristo diviene sorgente di vita e madre spirituale delle anime. 43. perché Cristo conobbe la passione del proprio corpo. essi raccoglieranno per sé. E affinché sappiamo che la fertilità della terra non va at­ tribuita al calore del sole. circonfusa dello splendore dello sposo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 195 potrebbe non servire il sole che è stato creato a disposizione del giorno? Come potrebbero non servire la luna e le stelle che sono state create a disposizione della notte? Quant’è più grande la bel­ lezza conferita loro dal Creatore. 6. 26. Nell’applicazione di questa figura alla Chiesa. dice il profeta: Tutto attendono da te. riferendolo a Cristo e alla Chiesa1. Nella mi­ sura in cui muore al mondo. it. Roma 1971. allo scopo di illustrare quelli che per lui rappresentano altrettanti aspetti im­ portanti della sua ecclesiologia. sposa di Cristo. Simboli della Chiesa. Dei tre motivi. op. Ep. quant’è più grande la bellezza che appare loro conferita. 23. il più sentito e sviluppato da Ambrogio è certamente il primo » (G. Eu. ma da Origene e forse da Ippolito. Ambrogio — come osserva il Rahner — dipende non da Basilio. e il Padre vostro celeste li nutre. egli che disse: Padre. scintilla di luci cosi sfavillanti da farti credere che rifulga trapunto di fulgide ghirlande di rose olezzanti in un giardino a primavera. R ahner. ma è dovuta alla misericordia divina. Per il tema nell’ecclesiologia pa­ tristica vedi H. che tu dia loro il cibo al m o­ mento opportuno. pp. 35. e nel Vangelo: Osservate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono.. come cinto da una corona di fiori. . altri richiami si trovano in De patriarchis. deve morire. del graduale illuminarsi e del chiaro splendore dell’astro lunare nel plenilunio. Quando il giorno comincia a esaurire le ore assegnategli. sec. T oscani. cosi che l’aria è più luminosa del solito quando il sole risplende. per potersi unire intimamente al suo sposo. La Chiesa. 18. 7. ps. ossia venire meno al mondo. 32). X. Dunque il sole è a disposizione del giorno e la luna a disposizione della notte. 25. le tenebre della notte sono rischiarate dal fulgore della luna e delle stelle. 19. trad. Molti evidentemente inten­ dono questo passo in senso mistico. 145-287 e G. tanto più gli sono debitori. 149-151 e 261-262. Lue. Teologia della Chiesa in sant' Ambrogio. cit. per dare con 1 II motivo della luna come mysterium o come typus Ecclesiae è parti larmente caro a S. rinasce a nuova vita e progredisce verso la gloria del cielo. Vi ritornerà e vi si soffermerà più avanti (IV. pp. Milano 1974. Ambrogio. Exp. 8. e saranno creati e rinnoverai la faccia della terra. deve di più. il cielo. ma Dio Padre per mezzo del Signore Gesù assegna a tutte le cose una fertilità generosa.. Ed. S. il sole conosce che può tramontare. L’ecclesiologia dei Padri. il sole conob­ be il suo tramonto. 13. « Nel rapporto sole-luna Ambrogio presta attenzione ai tre simbolismi del progressivo oscurarsi. Infatti quello cui è stato dato di più. Il profeta d’altra parte ci ha chiarito che cosa intenda quando dice che Iddio creò il sole a disposizione del giorno e la luna a disposizione della notte. ps. Paoline. Dunque non il sole e la luna sono la causa della fecondità. se tu aprirai la tua mano. Proprio nel già citato salmo cen- totré egli scrisse: Ha creato la luna per le stagioni. 4.

quae aliquorum quidem in persecutionibus discessio­ ne minuitur. non corporis. Namque luna luminis inminutio- nem habet. quia amplius quoque meridiano sole resplendet. 8 aeternam. qui perpetuae mortis urguebantur occasu. quae discernant inter diem ac noctem a. deficere non potest. quia et supra iam. Et inde cornua eius refulgent. Caput III 8. *> G e n 1. a G e n 1. DIES IV . Obumbrari potest. 4-5.C. Nam ante solem lucet quidem. 3. quod uel ortus diei po­ test prodere uel occasus. E t factus est uesper et factum est mane. C. V I.196 EXAMERON. et ecclesia tertipora sua habeat. ut martyrum confessionibus impleatur et effusi pro Christo sanguinis olarificata uictoriis maius deuotionis et fidei suae toto orbe lumen effundat. SER. persecutionis uidelicet et pacis. colligi potest. etsi non si­ militer totus ut pars eius effulgeat. ubi lumen fecit. Nam uidetur sicut luna deficere. 14. quando nulla eam obducta nebula caligantem facit. dies unush. cum plenus est luminis. quod facile puro aere atque perspicuo. sed non deficit. aliud lumen solis et lunae et lumen stellarum. quia corpus eius in orbem diffunditur et uelut deficiente portionis luce insinuatur. Orbis enim integer manet lunae. Mouere autem potest quod ait: Fiant luminaria ad in minationem super terram. ut mutuetur a sole. sed per umbram quan- dam lumine suo uiduatus adparet. . eo quod sol ipse radiis suis ful­ gorem diurno lumini uideatur adiungere. 7 . quando per uices menstruas deponere uidetur suum lumen. dixerat: Separauit deus inter lucem et tenebras. Sed consideremus quia aliud est lumen diei. 2. tailis est magnitudine. sed non refulget dies. et qualis uideri solet.

Per l’insieme delle immagini che S. com e può di­ mostrare l’alba o il tramonto. della luna e delle stelle. 37 (Esposizione del Vangelo secondo Luca/2. vuxtó?. prima che sorga il sole. in Sponsa Verbi. Hexaem. trad.pàvouca 7tàXiv èXaTTCùaeo^ Tj^ùv xal aulaea»? xà? 9av- laatat.évtov efipa<r-&ai. per l'ecclesiologia dei Padri in generale cf. perché il sole stesso con i suoi raggi sembra aggiungere splendore alla luce del giorno. Cf. E i suoi com i risplendono perché la sua massa si estende in form a di sfera e. Ma consi­ deriamo che una cosa è la luce del giorno e un'altra la luce del sole. ricoprendola.eva. xal àvà jxéaov xrji. Lue.. àiJitSot. 124 A (52 BC): ’TZmna. Toscani che è il lavoro più ampio e accurato sull’eccle­ siologia di S. La luna diminuisce la sua luce. oùxl xciS toxvtI lauTr)? Sarcavaxai. Trapé/exai. X. Toù 8è ^ xùzò xi> aci|j. 147-208 (Mysterium in figura. quando aveva creato la luce. essa che nelle persecuzioni cala bensì per le defezioni di alcuni. Sovaxòv rjtià? tyjv itteruv £n]Tou|i. per cosi dire con la restante si insinua nell’oscurità. ma per raggiungere la sua pienezza per la testimonianza dei martiri e.. sec. l’opera sopra menzionata di H. aùr?)<.a aù-rij? Xtjyoóotji. di persecuzione cioè e di pace. 121 D. ma non è cosi. [jìvtoi xal èx t<ov Trepl aeX vt)v 7ca&&v. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 197 il suo « tramonto » la vita eterna a tutti gli uomini.. glorificata per le vittorie ottenute versando il sangue per Cristo. 124 B (52 D): O utoi xal Sia/copl^eiv exax^aav àvà (xé ri)? ■Jiixépai. venendo meno la luce in una sua parte. Infatti.] 2 B as. Può nascondersi.. Morcelliana. non la sua massa quando nel corso delle fasi mensili sembra ridurre il suo chiarore per pren­ derlo in prestito dal sole. pp. è7tiT»)p^<javxi xaxiSetv tò àXafiTtèi. cosa di cui è possibile rendersi conto fa­ cilm ente2 se l'aria è pura e limpida. perché anzi risplende di più 149-150). il giorno è chiaro ma non splendente. 1 B as . la offuschi. Capitolo 3 8. 259-268. anche la nota di G. un giorno. Hexaem.U. E fu mattino. diffondere per tutto il m ondo una luce più viva di devozione e di fede. perché già prima. ital. p. Casta meretrix. Può colpire d’altra parte che Dio dica: Siano fatti lu nari per illuminare la terra. quando non c ’è caligine che. ma per la sovrapposizione di un’ombra sembra privo della sua luce. Ambrogio. Sembra venir meno com e la luna. vedi le pp. TOpifpaipójievov ’fjXtxov èv rais roxvaeXT)Voii..B. v. aveva detto: Iddio separò la luce dalle tenebre... B althasar. àXXà rò 7tepixet(xevov 9C5 à7roTiS-etiivK) xal TcpoaXa|j. xal à<pcùxi<iTov Ó7TÒ T7)Xixaiirn)<. àTravaXtaxeaS-ai èvapyè? fiapxiipiov xà ópa>|i. che distinguano il giorno dalla n o tt e l. e perché la Chiesa ha le sue fasi.. Brescia 1972. così che ne risplende solo una parte. A'fjyouua yàp xal (ieiou[xévif). e per grandezza è tale quale suole apparire quando è compieta- mente illuminato. C oppa all’Exp. non può venir meno. Eu.. Figure bibliche del mistero della Chiesa) dell’opera citata di G. minacciati dal tramonto d'una morte senza fine. R ahner e H. yàp croi èv xa&apco rà> àépi xal toxcty)? à/Xuo? àTn)XXaY(iévt|) . anche se non tutto allo stesso m odo. . [I. Il disco lunare rimane integro. Ambrogio applica alla Chiesa. 423). cit. ttjv Ttàaav aùiTjv èx7rXr)poì.

sed etiam meridiano lumini sancti iustitiam comparauit. . et discretionem fecit inter lucem et tenebras. 8-11 Quod ostendit propheta dicens: Et educet sicut lumen iustitiam tuam et iudicium tuum sicut m eridiem c. Ideo stupebat Moyses. Vnde deus uolens Moysi osten­ dere suae operationis miraculum. Sed domini ignis inluminare solet. SER. Deinde non solum unum signum. C. V I. d Ex 3. qui etiam uehementiorem materiem consueuit exurere. 3. exustio uehemens ad supplicium peccatorum. ignis autem et inluminat et exurit. Sed reuertamur ad discretionem diei ac noctis. siquidem per diem fulgorem illum lunarem stel- larumque omnium sol exortus abscondit. e Deut 4. igneus est enim. Oriente diei lumine nox fugatur. De die autem uel ipsa solis flagrantia docere nos potest diuersam diurni luminis et solis esse naturam et ipsam esse speciem discolorem. 24. DIES IV . Alterum igitur munus ignis uacabat. sed inluminatio eius inextinguibilis est ad perfunctionem bo­ norum. sed etiam duo uol esse diurnae discretionis atque nocturnae. 6. 10. 2-3. decedente die nox funditur. donec te­ nebrae terram operiant. Vacabat exustionis uis. quo Moysen ad oboediendi stu­ dium prouocaret atque ad fidem inflammaret eius adfectum. ut alios inluminet. sed tantum splen­ dere ignis specie uidebatur d. 11. Non eosdem quos inluminat exurit et quos exurit inlumi­ nat. alios exurat. ut lumen praebeat: at uero sol non solum uirtu­ tem inluminandi habet. exurat inpios. In retributionibus quoque meritorum colligimus diuini ignis naturam. operabatur inlumina- tionis. quia contra naturam suam ignis non exurebat rubum. Nam ubi occi­ derit sol. manet tamen adhuc aliquid reliquiarum diei. Non solum enim lumini. Etenim quando lumen fecit. sed etiam uaporandi. et rubus non exurebatur. ut et lux discretionem faciat et solis exortus et iterum lucis defectus et stellarum ortus inter occasum diei distinguat et noctis exordium. Denique in ipso c Ps 36. inluminet iustos. in igne uisus est in rubo. 9. et tunc luna oritur et stellae. Ac forte dicas: Quomodo scriptum est: Ego sum ignis consum ense? Bene admonuisti: non solet consumere nisi sola pec­ cata. siquidem naturali lege hoc domi­ nus in prima operatione constituit.198 EXAMERON. Non est enim luci societas ulla cum tenebris. quia lunae et stellarum inluminatio noctis spatia testantur. Et de nocte quidem aperte liquet. exurere non solet. alterum operabatur. Simplex enim lucis est species.

. Quando il sole è tramontato. la notte viene messa in fuga. poiché durante il giorno il sole ormai sorto nasconde la loro luminosità. era operante quella d’illuminare. oxia^o(jiévou t o u 7repl -p)S àépo. il venir meno della luce e il sorgere delle stelle costituiscano il limite fra il tramonto del giorno e l’inizio della notte. inestinguibile è la sua azione illuminante per compiere il bene. ma anche brucia.. altri brucia. Volle inoltre che ci fosse non un segno solo. e allora sorgono la luna e le stelle. agiva l’altro effetto. V erg. Anche dalla ricompensa dei meriti possiamo arguire la natura del fu oco divino: illumina alcuni. e il fuoco non solo illumina. ma il sole ha non soltanto la capacità d’illu­ minare. iam rebus luce retectis. brucia gli empi. Quando creò la luce. Quanto alla notte. non brucia. la notte avanza2. che suole bruciare anche sostanze più resistenti. 461: iam sole infuso. 3 Cf. resta ancora tuttavia qualche traccia del giorno.. separò anche la luce dalle tenebre. in m odo che a se­ gnarne la divisione siano ad un tempo la luce e il sorgere del sole e. quando il giorno si ritira. bensì anche quella di riscaldare: infatti è di natura ignea. La luce non ha alcun rapporto con le tenebre. Mosè si stupiva perché il fuoco. 9. Quando sorge la luce del giorno. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 199 quando il sole è al meriggio. oOrto rj vù!. ouvtaTa- ai Tréipuxe. quando ormai il sole diffonde i suoi raggi sulla terra3. ma alla luce del merig­ gio ha paragonato la giustizia del santo. ma addirit­ tura due per separare il giorno dalla notte. Era inoperante un effetto del fuoco. . e questo non bruciava. è del tutto evidente che la luce della luna e delle stelle attesta la durata della notte. Ma ritorniamo alla separazione del giorno dalla notte. quello cioè d’essere luminosa. Mi hai richiamato a proposito: non con­ suma che i peccati. d’altra parte. si m ostrò in mezzo alle fiamme in un roveto. Ma il fuoco del Signore solitamente illumina. Ciò insegna il profeta dicendo: Farà risplendere com e luce la tua giustizia e il tuo giudizio com e me­ riggio. IX. Quanto alla luce del giorno. Infatti non ad una luce qualsiasi. Hexaem. 124 C (52 E): 'fl? yàp èv ^ ép a f) axlà t£S àvTi9pdcacrovTi T7)v aùrJjv TOcpuiptarotTai. La luce presenta un unico aspetto. in attesa che le tenebre avvolgano la terra. 10. anche la stessa vam­ pa del sole ci può insegnare che la natura della luce diurna e quel­ la della luce solare sono diverse e presentano una differente in­ tensità luminosa. 11. Non brucia gli stessi che illu­ mina e non illumina gli stessi che brucia. irresistibile la sua azione divoratrice per punire i peccati. Perciò Iddio volendo mostrare a Mosè la propria capacità di operare prodigi per indurlo ad obbedire con ogni impegno e per infiammare il suo cuore alla fede. Era inope­ rante la capacità di bruciare. Inoltre anche di gior­ no. vediamo 2 Bas. poiché il Signore con una legge di natura cosi ha stabilito all’inizio della sua azione creatrice. ma sembrava soltanto risplendere a guisa di fuoco. Forse potresti dire: « Come mai sta scritto: Io sono fu oco che consum ai ». Aen. illumina i giusti.. contro la propria natura non bruciava il roveto.

Vnde liquet quod noctem faciat umbra terrarum. um­ bra subsistit. illae umbram tenebrasque inluminent et sint in signa et in tempora et in dies et in annos a. *> L c 21. soli diurnas. 25. ut iste augeat diei gratiam. Naturaliter enim umbra corpori adhaeret atque adiungitur. est enim. Denique nonnulli natiuitatum temptauerunt exprim qualitates. C. Caput IV 12. 12-13 die iam sole infuso terris uidemus umbram uel hominis uel uir- gulti alicuius a lumine separari. 13. 29. Quid enim tam inutile quam ut unusquisque persua- « G e n 1. uesperi retorqueatur in orientem. . 11 . sic cum decedente die e regione luminis eius aut solis terrae obiectus occurrit. Ergo sicut in die cum e regione solis aliquod corpus occurrit. obumbratur aer. sed cedit et refugit. sed etiam mutile sit quaerentibus. adeo ut etiam pictores umbras corporum quae pincxerint nitantur exprimere id- que artis esse adserant non praetermittere uim naturae. umbra terrae.200 EXAMERON. lunae et stellis nocturnas. V I . Non possumus negare quod ex sole et luna signa aliqua conligantur. Diuisa tempora ha­ bent paresque mensuras pro mensuum uicibus sol et luna cum stellis et sunt in signa. SER. qui nobis uel aetate uel munere praecurrerunt. sed conueniens debet curae nostrae mensura seruari. Fecit ergo solem et lunam et stellas et praestituit mensuras temporum. et quasi naturalis iuris praeuaricator habeatur ouius pictura non etiam umbram suam exprimat. ut mane ad occasum derigatur. qualis futurus sit unusquisque qui natus sit. c M t 24. 14. Similiter et nox cedere uidetur diei et se ab eius lumine declinare. nam et dominus dixit: E t erunt signa in sole et luna et stellis b et quaerentibus apostolis signum aduen- tus eius respondit: Sol obscurabitur et luna non dabit lumen suum et stellae cadent de ca e lo c. ex ea parte. Haec dixit fore signa futurae consum­ mationis. ut peritiores probauerunt. meridianis horis in septentrio­ nem inclinet. 4. DIES IV . lumini tamen non confunditur atque miscetur. 3. qua lumen repercutitur. inpossibile pollicentibus. cum hoc non solum uanum. C.

ma anche inutile per chi lo chiede e impossibile per chi lo prom ette1. Il sole e la luna con le stelle hanno tempi distinti e conveniente durata in rapporto alla vicenda dei mesi e servono da segni. tt)£ àXXoTpiciwieoii.mescola con la luce. àvà [zéaov t o u «ptùxò? xal àvà [ziaov t o u o x ó t o u ? • èrcet-Sv) t ò c x ó t o ? dt7TO<peiÌYei t o u <p<orò. per i giorni e per gli anni. la luna e le stelle e assegnò loro la rispettiva durata: al sole la durata del giorno. cosi che al mattino volge verso occidente. t à? èmSpofzài. t ò eEp^jiévov. l’aria si oscura. queste illuminino l’oscurità delle tenebre e servano com e segni per le ricorrenze. 1 B as .. quando al calar del giorno si frappone davanti alla sua luce o a quella del sole l’osta­ colo della terra. 128 AB (54 AB): sull’astrologia in genere. e poiché gli apostoli chiedevano un segno della sua venuta. infatti anche il Signore ha detto: E vi saranno segni nel sole e nelle stelle-. cosi. sebbene ciò sia non solo senza fondamento. cosi che quello accresca la bellezza del giorno. a sera ritorna verso oriente. Hexaem.. aòxoù. quando davanti al sole si frappone un corpo. 4 B as. 8 t i Sie/ picrev è © e i . Hexaem. com e hanno dimostrato gli scienziati che ci hanno prece­ duti per l’età o per la competenza. essa è l’ombra della terra. Ugualmente anche la notte sembra ritirarsi davanti al giorno e farsi da parte di fronte alla sua lu ce 4. Per natura. .. Or dunque. xaxaaxeuaaS-eiaY)? irpòs &XkrfKa. com e durante il giorno.. quale dovrà diventare ogni uomo venuto al mondo. alla luna e alle stelle quella della notte. Capitolo 4 12. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 201 che l’ombra sia di un uom o sia di un arboscello si stacca dalla luce. vuxxóq. Disse che questi sarebbero stati i segni della futura fine del mondo. àpX^yòv èTtobjae ttji. l’ombra è inseparabilmente unita al corpo. Alcuni veramente hanno cercato di determinare le carat­ teristiche delle singole nascite. Non possia­ m o negare che si ricavino determinati segni dal sole e dalla luna. rispose: Il sole si oscurerà e la luna non darà la sua luce e le stelle cadranno dal cielo. tutta­ via non si confonde né si . ma la nostra curiosità di sa­ pere deve osservare un giusto limite.. Nuv Sè ijXiov ènènx^s Tot? (jtéxpois T7)S ^(iépa? • xal creX^vrjv. Iddio creò dunque il sole. Perciò è evidente che è l’ombra della terra a produrre la notte. o x a v 7raxè 7rpò? t ò v ZSiov xùxXov àmxpxta&Yj. èv xfj 7tpó>Tf) St)[uoupy^ (puaixrji. ma si ritira di fron­ te a questa e se ne allontana.. dalla parte dove la luce si riverbera si produce l’ombra. nelle ore del meriggio piega a settentrione. 13. infatti. al punto che anche i pittori si sforzano di riprodurre le om bre dei corpi che dipingono e affermano che è proprio dell’arte non trascurare le caratteristiche della natura ed è considerato com e un trasgres­ sore delle leggi naturali l’artista che nei suoi quadri non raffigura anche le ombre richieste. Infatti. 124 CD (52 E): T o u t o to£vuv èctÌ.

Quid quod etiam inpossibilis? Nam ut de eorum aliq disputatione sumamus redarguendi gratia. qui necessitati natiuitatis suae respondere uideatur. Et quom odo dominus aut bonis praemia proposuit aut inprobis poe­ nas. C. 1 e t 11. « I o n 1. non beneficio natiuitatis suae. nihil institutioni. neque probum potes laudare nec condemnare in- probum. Petrum de carcere imminenti morte perimendum angelus Christi. magnam uim dicunt esse natiuitatis eamque minutis quibusdam et certis colligi oportere momentis ac. si quo uolebant natiuitatis beneficio poterant per- uenire? Quod si credidissent. 4 2 4 3 . Quid de illis dicimus qui eorum precibus. sed deuotionis me­ rita seruarunth. non stellarum series liberauitf. . Inutilis igitur ista persuasio.202 EXAMERON. 7-11. numquam ad tantam gratiam peruenissent. sed in ea persua­ sione manere. 3-5. qui est cum dom ino crucifixus. 13-14 deat sibi hoc esse quod natus est? Nemo ergo debet uitam suam statum moresque mutare et niti quo m elior fiat. 14. dum expectant fatorum necessitatem. si facit necessitas disciplinam et conuersationem stellarum oursus informat? Et quid est aliud quam hominem de homine exue­ re. non probandi. SER. > A c t 9. sed fidei confessione ad paradisi aeterna transiuitd. 2. nisi uerius colligatur. 8. t A c t 9. 2-3 e t 15. DIES IV . ut ieiuniis se periculisque committerent. resurrexerunt*? Vtrum illos sua natiuitas an aposto­ lica gratia reuocauit? Quid opus fuit. cum fuis­ sent mortui. summam esse d L c 23. Latro damnatus ille. Ionam in mare non uis natiuitatis. f A c t 12. 4. sed dissimulatae diuinae praedictionis praecipitauit offensa eundemque cetus exci­ piens ad indicium futuri mysterii post triduum reuomuit et pro­ pheticae merito gratiae reseruauite. nihil studiis derelinquitur? Quam multos uidemus ereptos criminibus atque peccatis in me­ liorem statum esse conuersos! Redempti sunt apostoli et congre­ gati ex peccatoribus non utique natiuitatis suae h o r a ' sed Christi eos sanctificauit aduentus et hora dom inicae passionis redemit a morte. si nihil moribus. n A c t 28. V I. Paulum caecitas conuertit ad gratiam 8 et percussum a uipera tur- batumque naufragio non remedia natiuitatis. 40.

. Astrologia. quando fu m orso da una vipera e coinvolto in un naufragio. entrò nella felicità eterna del paradiso non per un benefico influsso della sua nascita. Significhe­ rebbe vanificare ogni discorso di « conversione » e di crescita evangelica. 12. Essi affermano che grande è l’influenza della na­ scita. nell’ora della nascita. e. Fu la cecità a convertire Paolo alla gra­ zia e. V. ma fu la venuta di Cristo a santificarli e l’ora della passione del Si­ gnore a riscattarli dalla morte! Il ladrone condannato a morte. ma per la colpa di aver ignorato l’ordine del Signore. De fin. strappati ai delitti e alle colpe.] 4 B a s . 14. Catt.B. in at­ tesa del compiersi fatale del destino.. [I. non sarebbero mai giunti a tanta santità. 88 A.fugere piane se ipse et hominem ex homine exuens naturam odisse uideatur-. all’educazione. De prou. al­ lo studio? Quanti vediamo che. E perché mai il Signore ha proposto un premio ai buoni e un castigo ai malvagi. Il « compiersi fatale del destino » sarebbe para­ lizzante e svuoterebbe di senso sia ogni iniziativa e impegno morale persona­ le coi suoi progressi e i suoi meriti. Per S. Un angelo di Cristo e non la congiunzione degli astri liberò dal carcere Pietro che doveva essere ucciso dal­ l’esecuzione imminente. se il fato determina il m odo d ’agire e il corso delle stelle regola il genere di vita? E che altro è questo se non spogliare l’uomo dell’u om o2. sia la capacità dell’azione divina a tra­ sformare. 35: . la sua condotta. P hilo . si volsero ad una vita migliore! Gli apostoli certamente non furono re­ denti e radunati. II. ma i meriti della sua devozione a Dio. crocifisso con il Signore. né potresti lodare chi è onesto e condannare chi non lo è. E dannosa dunque questa convinzione3. Giona fu gettato in mare non per l’influenza della sua nascita.. cf. non per approvarli. ma per la sua con­ fessione di fede. alla fine. Si potrebbe aggiungere che è anche irrealizzabile4. T estori. Hexaem. Ambrogio C am o zzin i -C. risorsero per le loro preghiere? Li richiamò in vita la loro nascita o la grazia degli apostoli? Che bisogno c ’era che sostenessero digiuni e pericoli. con l'accoglienza da parte dell’uomo. in Enc.. se fossero potuti arrivare dove volevano per l’influenza favorevole della loro nascita? Se avessero creduto questo. 236-241. perché manifesta­ mente si uniformano al destino della loro nascita. 128 BC (54 CD): sull’arte genetliaca. un determinismo astrologico avrebbe come conseguenza la mortificazione della libertà dell’uomo e insieme dell’opera della grazia. ma dovrebbe rimanere in questa convinzione. morti. M... 3 Per alcuni accenni sull’atteggiamento dei Padri verso l'astrologia cf. della storia e del­ la salvezza nell’uomo stesso. R viamo dalle loro dispute qualche argomento per confutarli. I. .. e la balena che lo aveva inghiottito lo vomitò dopo tre giorni quale simbolo del futuro mistero e lo salvò per merito del suo dono profetico. Cic. che bisogna coglierla in taluni brevi e precisi spazi di tempo 2 Cf.. da peccatori che erano. non fu il benefico influsso della sua nascita a salvarlo. Che dire di quelli che. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 203 Che c'è infatti di cosi dannoso quanto il convincersi che ciascuno resta quello che è nato? Nessuno dunque dovrebbe mutare la propria vita e la propria condizione e sforzarsi di diventare mi­ gliore. e quindi annullare l’efficacia all’« ora della passione del Signore » cioè all'eco­ nomia della redenzione che entra in una vicenda di scelte e di responsabi­ lità. se nulla viene lasciato alla morale.

quando omnes in atomo. Punc­ ta transeunt. 51-52. in nouissima tuba. fugit tempus inreparabile. ex­ plorat uagitum. Non esse dubium quod tempus in atomo et in momento oculi sit adducor ut credam. fletum eius et nuntium quot atomi transierunt! Et hoc. obstetrix utique eum primo cognoscit. quo gyrus solis anni circuitu conpleatur. Consti­ tue partum feminae. quia triginta diebus sol duodecimam partem sphaerae eius quae inenarrabilis habetur egreditur. in triginta portiunculas. Inter effusionem et susceptionem depositionemque pignoris. C. quas [Jioipag Graeci uocant. quo nati uita colligitur. breui enim atom o exiguoque momento distare natiui- tatem inopis et potentis.204 EXAMERON. si reliqua disparia sint et puncto aliquo discreta. 4. in alterius sortem iam nati fata migrarunt. 14 distantiam. Omnes quidem resurgemus. Numquid uir potest interesse puer­ perio? Dum mandat obstetrix. H oc quemadmodum possint colligere respondeant. SER. ipsam quoque portiun- • 1 C or 15. adtendit utrum mas sit an femina. DIES IV . de alter-o quaeritur et alterius genitura proponitur. et mortui resurgent incorrupti et nos inmutabimur '. egentis et diuitis. Quot uis inter has moras praeterire momenta? Pone mathematicum praeparatum. ut simpliciter ista texuerim. in momento oculi. in momento oculi resuscitamur. innocentis et noxii et plerumque eadem hora generari longaeuitati debitum et prima pue­ ritiae aetate moriturum. unumquodque duodecim illarum distribuunt portionum. Nam et ipsi uitalem illum signorum duodecim circuitum in duodecim partes diuidunt et. Pone ueram eorum esse opinionem de natiuitatum necessitatibus. V I. ut apos­ tolus protestatur dicens: E cce mysterium dico. non omnes autem inmutabimur in atomo. ponit oroscopum. audit Chaldaeus. . non potest uera esse collectio.

128 D. se le altre circostanze sono diverse e presentano qualche minima differenza. dividono ciascuna di quelle dodici parti in trenta particelle che i Greci chiamano pmpag. óp£>fj. di un innocente e di un colpevole distano fra loro di un breve attimo. Ammetti pure che sia vera la loro opinione sulla fatalità delle nascite.. Y evéaeii. al suono dell’ultima tromba. Ambrogio (con altri autori) che la Vulgata dif­ feriscono dal testo originale greco che.év(0v.. non può essere vera la loro argomentazione. Ilócra (ìoiiXsi iv toutoj tg> XP^V(P 7rapaSpa[xeìv è^exoarà. vi ri­ velo un mistero. où xoijxiQSTjodfieSa. 55 A): Ti-frévrei. tìjs YuvalXùy'^'rlS°S è o rù s 6 Trjv &pav à7TOTi&é(/.2 Cor. site r](i. ‘ O fioO t s yàp èTéx^v) t ò -rraiStov xal 7] [iaìa x a T a a x o 7 re ì t ò ócppev 7) SijXo ' eira àvajiévei tòv xXau$-(ióv. Hexaem. t g ìv TiKT0(j. Stop arj^eióv ètra £&«]<. se non si coglie con molta esattezza. e anche ciascuna di queste parti- celle distribuiscono in sessanta parti. 15: Xàpic. 284: Sed fugit interea. di un indigente e di un ricco... Verg.aS-eìv (jiXXovra. T<j> 0s£i èrcl Tfj àvexSiijY^^ aùroO ScopEa (super inenarrabili do­ no eius). Infatti essi dividono in dodici parti la ben nota fascia circolare composta di dodici costellazioni sotto form a d’esseri viventi.. ma n o n 7 tutti saremo tra­ sformati. in un batter d’occhio. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 205 e che. Suddividono ancora sessanta 5 B as . In un attimo. 9. E fue t <ì> XaXSatco tò y ewnjflév. 7 In questo passo sia S. Supponiamo che una donna partorisca: l’ostetrica naturalmente è la prima a ren­ dersene conto. A là Ttóaov. dc7toocooai Suv/jaovrai. fugge irrecuperabile il tem po6. già il destino del neonato è trasmigrato nella sorte di un altro: l’indagine riguarda uno e si dà invece l’oroscopo di un a ltro5. la differenza è enorme: la nascita di un poveraccio e di un gran signore. di un fuggevole istante e spesso nella me­ desima ora vengono generati uno destinato alla longevità e uno che dovrà morire nella prima fanciullezza. A el Y“ P tòv Tà <i>poa>co7ceIa xaTa(j. Sono indotto a cre­ dere che senza dubbio il tempo abbia la durata di un attimo e di un batter d’occhio. nata? tt)v <pcov»)v TOtpeXS-eìv • SXXco? re x a l el "nixoi. toù tex &£vto?. àvsxSi^Y’l'fo? ! cf.E&a. per trattare l ’argomento senza troppe complicazioni. il prenderlo e deporlo nella culla. quanti istanti sono trascorsi! E questo. . fugit inreparabile tempus.evoi. osserva se è maschio o femmina. 7rpòi. Gli istanti passano. Tutti risusciteremo. Ili. S-tojiev t &v Xern-oTartov TÌj<. dice: Ttàvrei. itàvrei. il suo pianto e l’annuncio.ev et t tjv àxp£|3eiav tooJ tjjv t t ) ? t o u /póvou Siaipécecoi. Mi rispon­ dano però com e possano ricavare tutto questo. 8 Inenarrabilis corrisponde al greco àvéxtppaoTo?.. (ìouXei. Forse un uom o può assistere ad un parto? Mentre l’ostetrica lo informa.epivà TauTa eì'te vuxxepivà tuyX“ V01 •••• 6 Cf. àxpl|3eiav tt)V òipav àTOiYpàipeaSai. 8è àXXotY^aó(J. e siccom e in trenta giorni il sole supera la dodicesima parte di quella sfera che si ri­ tiene indescrivibile8 e perciò l’orbita solare si com pie in un an­ no. il Caldeo ascolta e predispone l’oro­ scopo. e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. Tra la nascita del bambino. 129 A (54 DE. xotvuv tòx. Quanti momenti supponi trascorrano tra queste operazioni? Metti pure che sia li pronto un astrologo. com e afferma l’Apostolo dicendo: Ecco. poiché tutti in un attimo e in un batter d’oc­ chio risusciteremo. nei codici migliori. Georg. attende il vagito dal quale si comprende che il neonato è vivo.

id est aries. morum inprimunt disciplinam. percussorem . ut ex natura uilium animantium caeli motus et signorum in­ terpretandas extiment potestates. ex usu pecudis aestimetur praestantissimus consi­ lio.206 EXAMERON. totum negotium plenum est uanitatis. taurus et piscis. eo quod uestitum habeat aries naturalem et quodannis lucrum capiat indumenti eoque uiro illi familiaria uideantur quaestuum esse conpendia. sibi potius prouiderent. V I. aut locupletior. 15. 4. DIES IV . Disputatores eo­ rum quae sua sunt nesciunt: et quom odo aliena nouerunt? Quid sibi inmineat ignorant: possunt aliis quae futura sunt denuntia­ re? Ridiculum est credere. Rursus unumquodque de illis sexaginta sexagies secant. Quom odo igitur de caelo nobis causas rerum et substantiam uitae huius arcessunt. quod in grege huiusmodi emineat pecus. et eiusmodi uirtutem malunt uilis animantis naturae deputare quam caelo. Iam illud quam ineptum ut si quis signo arietis ort esse se dicat. Vnde cum inpossibile sit tam subtiles minutias tempo­ ris conprehendere. C. Cibus ergo noster uiuendi nobis decreta constituit et alimenta nostra nobis. unde nobis et sere­ nitas fulget et pluuia saepe descendit. quia. quia animal laboriosum ad sumendum iugum spontanea seruituti colla subdat. eo quod lanam suam aries non inuitus deponat. Quam inconprehensibile est quod sexa- gensimo sexagensimae portiunculae natiuitatis momenta constituant et qui singulorum signorum sit aut motus aut species in natiuitate nascentis. cum ip­ sis caelestibus signis causas motus sui ex qualitatibus escae uilis inpertiant? Liberalem aiunt signo natum arietis. exigua autem inmutatio inuehat uniuersitatis errorem. SER. 14-15 culam in sexaginta uices conferunt. laboriosos et patientis ser- uitii quos nascentes taurus aspexerit. Similiter et de tauri et de piscium signis argumentan­ tur. si possent.

possono forse rive­ lare ad altri ciò che avverrà? È ridicolo crederlo. imprimono in noi il nostro m odo di agire.. Ó7tep7tXouTo0vra xal Suvaareiiovra.. oìóv (prjaiv 6 timóaToXo?. f) Sè tou ppo>xuTà'rou TiapaXXayf) toù Tiavròe Sia(iapTetv ranci. Etra èxàarqv pioipav eie è^xovra SieXóvTe?. dal m omento che alle stesse costellazioni celesti attribuiscono le cause del movimento rifacendosi alle qua­ lità di un cibo di scarso valore? Dicono che sarà liberale chi è nato sotto il segno dell’ariete.. et? Tpidcxovra (jtotpoce t&v SoiSexaTYjfjtopltov fecacrrov SinprjxatJiv. siccom e è impossibile percepire spazi di tempo cosi minuti ed un piccolo spostamento provoca un errore generale. t ò èv d(TÌ[X(ù xal t ò èv òcpSaXjiOÙ.. xaTayèXatJTOi xal ol itepl ttjv èv\Ì7tapxTOV TauTTjv zér/yr^ èoxoXaxóree xal ol 7tpòe aÙTOiie xe^vÓTee. tò v Sk èv èxépa £orrJj to u xaipoO YsvvTj&èvra 7rpoaalfj)v Ttvà xal iyóp-nrjv . in rapporto alla natura di questi vili animali. I sostenitori di tali teorie non sanno il loro destino. Hexaem. com e possono sapere quello degli altri? Ignorano ciò che loro sovrasta. Hexaem. 15. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 207 volte ciascuna di queste sessanta9. [iefla-nge oiScrqe Siaipopàe yeniasi 7rpò? févEaiv • xal tò v èv toiìtco àxapiaUp YewrqS-évra TtSpawov elvai roSXecov xal Sp- X o v r a Stj^ ou . <i>e Sovajxévoue etSévai Tà xaT* aÙTOiie* . cioè l’ariete.. Aià tooto tòv £tj>o<pópov XEyó(j. TOTaTrJjv el/ov rcpòe Toùe àreXaveìe xal itoTauòv 9)v TÒ ay_r)(j. 10 Bas.. Sxacrov 7iàXiv t cìv é^vjxoortùv é^ T jx ov rà x ie étcjjlov. perché l'ariete ha una veste fornitagli dalla natura e ogni anno ne guadagna una nuova e perciò per queirin­ dividuo dovrebbero essere abituali i grossi guadagni. e preferiscono attribuire una simile virtù alla natura di un vile animale piuttosto che al cielo dal quale per noi risplende il sereno e spesso cade la pioggia. Come dunque fanno derivare dal cielo la causa degli eventi e la sostanza di questa nostra vita. di­ cono che saranno laboriosi e disposti a servire quelli che alla loro nascita ha guardato il toro.. o pensi di diventare ricco. nato so la costellazione dell’ariete. "ùate et Trje &pae è7riTuxeìv àxpiPGe àSiivaTov. perché esso domina nel gregge. tutto questo lavoro è senza costru tto10. penserebbero piuttosto a se stessi.eie orevòv toxvteXòSi. perché questo si spoglia della pro­ pria lana senza opporre resistenza.evov xiixXov SteXóvTC? eie StiSexa [iipr]. si creda abilissimo nelle decisioni a so­ miglianza di quell’animale. il toro e i pesci. se lo potessero.ep£iv èx(3atvei tòv SuSèxaaov t% àirXavoOe XeYojiiwje c<pa£pae ó ^Xioe. colui che alla sua nascita lo scorpione ha accolto nella propria 9 Bas. 129 B (55 B): Kal Tau-njv outoj Xe7rrf]v xal àxaTàXr]7trov eSpeotv tou /póvou è(p’ èxàarou t5v itXavrjTtàv àvayxaìov elvai noieìadat Xèyou- aiv. Or dunque è il nostro cibo che ha sta­ bilito il nostro destino di vita e i nostri alimenti. «Serre eópeftrjvai. perché. dtaréxXei<jav tou XP^vou Tà (zérpa • <5>e xal irapà t ò [uxpÓTaTov xal àxapiaiov. cosi da pensare che.. 128 BD (54 CD): . perché questo laborioso animale spontaneamente sottopone il collo alla servitù accettando il giogo. Com’è incomprensibile che en­ tro i limiti di un sessantesimo di una sessantesima particella pre­ tendano di stabilire il momento della nascita e quale sia o il m o­ vimento o la figura di ciascuna costellazione in cui collocare chi viene alla luce! Perciò. debbano essere interpretati i movimenti del cielo e l’in­ flusso delle costellazioni. èiraiSi] Sià T p t à x o v r a :f]|j.a aòrtiv Ttpòe àXX^Xoue èv zfi tòt e fevéaei toù tixtojjìvou. Nella stessa maniera ragionano a proposito della costellazione del toro e dei pesci. Ora è del tutto fuor di proposito che uno.

17. ut in eadem hora et uideant se frequenter et frequenter abscondant. 16. quod benefici signi aspectus plurimum conferat. Quid igitur auctoritatem uiuendi daturum te signorum caelestium digni­ tate praetendis et de nugis quibusdam argumentum adsertionis adsumis? Nam si de animalibus adsumptae huiusmodi morum proprietates caeli motibus inprimuntur. Siue igitur. ueri eos subsidio destitutos hinc fidem suae disputationis arcessere. DIES IV . quod cito motu ferantur. Ferunt tamen non esse aequales omnium motus. accepit. ut nomen sonat. multiplicem speciem innumera sui conuersione commutent. sed aliorum celeriores. necesse enim habeo eorum uti nominibus quorum utor adsertionibus. et ipsum uidetur bestialis naturae potestati esse subiectum. siue. Deinde illud consideremus. adpellare consuerunt. ne ignorata magis quam uacuefacta atque destructa sua argumenta commemorent. ubi grauis atque noci­ turi incurrat offensio. ut per illam puncti et momenti incomprehensibilis sub­ tilitatem ponent benefici signi aspectum. eo quod animal uenenatum sit. ut ipsi dicunt. Et quid mirum si homines luduntur. quod planetas ea signa adpel- lant. aliorum tardiores esse circuitus. Quod si hoc abhorret a uero. quorum motibus formari adserunt uitae nostrae necessitates. multo magis illud ridiculum. quas hominibus inpertiret. quae uenerantur.208 EXAMERON. si fecit quod malum est et fuit inprobitatis operator: si uero ex sua uoluntate putantur ad- . semper uagentur. SER. malefici et noxii plurimum noceat. ex qua causas uitalis substan­ tiae. V I. dum aliud ab alio praeteritur. saepe fit. et decies milies in diem aut. Sic enim eadem signa. C. 4. fide caret quod tam uago sui errore et tam celeri m o­ tu fixam nobis atque inmobilem uiuendi substantiam sortemque decernant. Itaque cum illum uagum celeremque motum non queant conprehendere. si hoc in­ credibile uidetur. ubi signa innoxia blasphemantur? Quae si sui natura noxia esse cre­ duntur. Aiunt autem plurimum referre utrum ortum generationis benefica signa uideant an malefica et noxia et in eo natiuitatis esse distantiam. deus ergo summus arguitur. 15-17 quoque cuius natiuitatem scorpius sua parte conplexus sit et ma­ litiae uenena reuomentem.

. 17. perché si tratta di un animale velenoso. 132 A (55 CE): si parla dell’ariete. per causa della istantaneità impercettibile del punto e del momento di cui parlavo. vadano sempre vagando. perché l'influsso di una costel­ lazione benigna giova moltissimo. come essi sostengono. di altri più lente. ritengo in­ fatti necessario usare gli stessi nomi di coloro dei quali riporto le affermazioni. (Spot? mxXXàxi? xaì óp&aiv àXX^Xouc.. sarà facile a spargere sangue e pronto a vomitare il ve­ leno della malvagità. pongano l'influsso d’una costellazione benigna dove invece interviene l'influsso dannoso d ’una costellazio­ ne funesta e apportatrice di mali. 132 BD (56 AC). quando costellazioni che non fanno male a nes­ suno vengono cosi calunniate? Ma se si crede che queste per loro natura siano nocive.. sembra che anch’esso sia soggetto al potere della natura animalesca dalla quale ha ricavato i prin­ cipi dell’esistenza vitale da assegnare agli uomini u. allora si biasima l’Altissimo supponendo che abbia creato ciò che è male e abbia com piuto un’azione iniqua.. 16. 13 Bas. se questo sem­ bra incredibile. dello scorpione e della bilancia. moltissime volte. non si può credere che con un cosi instabile vagabondare e con un movimento cosi veloce pos­ sano decretare per noi un'esistenza e una sorte di vita fissa e im m utabile12. 129 CD. ma le orbite di alcuni sono più veloci. Hexaem. mentre l’uno è superato dall'altro13. Ma se ciò è assolutamente contrario al vero. Cosi sogliono chiamare le medesime costellazioni che fanno oggetto di culto. riferendoti a creature cosi eminenti come le costellazioni celesti. perché non dicano che le loro argomentazioni sono state ignorate piuttosto che svuotate e distrutte. accade spesso che. Irei tt). xal à7roxpÓ7trovTat. se invece si ritiene che di loro volontà si siano arrogate il com ­ pito di nuocere a chi è innocente e non ha ancora coscienza di 11 Bas. cerchino in ragionamenti di questo genere la credibilità per le loro teorie. siccome non possono cogliere quel m oto vagante e rapido. mentre poi trai un sostegno per la tua asserzione da ciance senza valore? Se simili qualità morali derivate da animali sono im­ presse dai movimenti del cielo. Dicono poi che sia m olto importante se l'inizio della nostra esistenza cade sotto costellazioni benigne oppure malefiche e nocive e che la varie nascite differiscano. mancando del sostegno della verità. per effetto del loro rapido m oto con le loro innumerevoli mutazioni cambino il loro aspetto persino diecimila volte al giorno o. Hexaem. con i loro movimenti determinano il destino della nostra vita. Hexaem. intendi offrire un m odello di vita. E che c'è di strano se sono bef­ fati gli uomini. è m olto più ridicolo che essi.. 12 Bas... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 209 zona.. sia che. Consideriamo poi che essi chiamano pianeti quegli astri che. Dicono tuttavia che i moti di tutti i pianeti non sono uguali. del toro. sicché nella medesima ora spesso si vedono e spesso si nascondo­ no. quello di una costellazione ma­ lefica e nociva reca grandissimo danno.. Sia che com e è indicato dal loro nome. Perché dunque affermi che.. . Pertanto. aÙTrj<. 132 C (56 B): . a quanto affermano.

ille de­ liquit. 4. signis caelestibus formandos motus suos imperare potuerunt? Quis enim hominum potest in his habere dominatum? “ Ps 123. Asaph genuit Iosaphat. qui ad diem saepe mutantur et multipliciter in se recur­ runt. ut in his infirmi haereant. 17-18 sumpsisse quod noceat insontibus et nullius adhuc facinoris pes­ simi sibi consciis. C. n Mt 1. si uero ualidiorum animantium ullum genus incurrisse uisum est. Numquid quia reges fuerunt. quantae ad diem regalium natiuitatum exprimerentur figurae! Cottidie ergo reges nascerentur nec regalis in filios transmitteretur successio. sed noxia eum stella conspexit. sed semper ex diuerso statu qui ius imperialis adquirerent pote­ statis orerentur. Talia sunt retia Chaldaeorum. quod etiam inrationabilium bestiarum excedat inmanitatem. V I. loram genuit Oziam n. Saturni ei sidus occurrit: auertit se paululum et aerumnam abstulit. 7. ut usus fraudis aut gratiae non meritis hominum deputetur.210 EXAMERON. sed quasi passer aut columba casses inualidos praepetis uolatus cele­ ritate dissoluas m. inquit. 7. crimen absoluit. DIES IV .dissipauit. qui uali- diores estis. dicite: Telam araneae texunt. et non proprio successionem regni in suos transcribit arbitrio? Legimus certe quod Abia genuit Asaph. et reliqua omnis usque ad captiuitatem per reges generis pariter et honoris ducta successio est. exuere se non potest. quae nec usum aliquem potest habere nec uincula. 18. si tu non quasi culex aut musca lapsu tuae infirmitatis incurras. sed signorum motibus deferatur? Nihil. quibus poena ascribitur antequam culpa. Sed haec eorum sapientia telae araneae comparatur. cum uidetis mathematicos. ualidio- res sensu offensionem habere non possint. quam si culex aut musca incidit. Itaque uos. SER. Etenim quis prudentium credat quod signorum motus. . quid tam inrationabile. 54. Quis igitur regum genituram filii sui colligit. Iosaphat genuit loram. per- transiuit et casses rupit infirmos atque inanes laqueos. insignia deferant potestatum? Nam si ita esset. si ei debeatur imperium. 7-8.

se vediamo finirvi dentro qualche specie d ’ani­ male più robusto.. Ezechia. dice. Basilio ricorda poi Ozia. -rij? xaxla. . Hexaem. la successione regale non passerebbe ai figli. Tallirai? ^exapoXaì? TroXXàxii. Giosafat generò Gio- ram. cambiano e ritornano in vario m odo nella condizione primitiva.uptai<. Hexaem. ma è nato sotto cattiva stella ». Toiiroti. che vi restano impigliati gli spiriti deboli. ma ai movimenti degli astri? « Non ha commesso alcun male.. perché erano re. Asaf generò Giosafat. Giosafat. è7uXavtì-àve:a. 14 Bas. potevano comandare alle costel­ lazioni del cielo com e regolare i movimenti che li riguardavano? Quale uom o potrebbe esercitare il proprio potere in questo ca m p o?16. ^(lépai. x a x a S e S iv T a xpaxeìxai • èrceiSàv Sè x£>v ìa xu p oT ép oiv t i £cj>a>v i-ffia-fl. Hexaem. Anche S.. non v’incappi per colpa della tua debolezza. bmlmsi x a ì T à à S p a v ìj ù< pàa(iaxa Siéppij^e x a ì r]<pàviae. à a ^ e v a iv ÈMaxe&fj. quanto l'attribuire la pratica della mal­ vagità o della bontà non ai meriti degli uomini. quando vedete gli astrologi.. ma sempre da una diversa condizione nascerebbero gli aventi diritto al potere imperiale. Le reti dei Caldei sono tali. olq oxotv jxèv xti>vo<Ji T) |ioia ^ t i t ò ìv 7rapa7tXv)alo)i. Ambrogio. se una zanzara o una mosca v’incappa. Quale persona di buon senso potrebbe credere che i movimenti delle costellazioni. squarci le deboli maglie con la velocità d’un ra­ pido volo ». ol Ttov paaiXix&v yevéaecùv à7toTeXouvxai o/YjfjiaTianol. yEW&vTat pamXeìi. che c ’è di tanto irragionevole da superare la ferocia persino degli animali irragionevoli.. ma. 132 B (55 E. èv Sè raXq |/. mentre. egli si è scansato un p o’ 14 e cosi ha evitato la sventura e si è liberato dall’accusa.. Perciò voi che siete più forti. 16 Bas. Forse. 15 Bas. 18. Sià xt oùx è<p’ ixàaxvji. che sovente. rompe le fragili maglie e disperde gli inutili la c c i15. non riesce a li­ berarsi. 133 AB (56 DE): Et Sè xa&’ ?xaoxov àxapiaiov toù /póvou ère’ àXXo xaì &XXo fieTapjió^ovrai axrjfia. aùxó t e paStax. Ma questa loro sapienza può essere paragonata a una t di ragno. eù&òi. Acaz. Saturno gli veniva incontro. Ambrogio traduce persino l’aoristo gnomico con la forma la­ tina corrispondente. re­ chino le insegne del potere? Se cosi fosse. com e una zanzara o una mosca. mentre chi è superiore d’intelligenza non può ricever­ ne danno. 133 A (56 D): xaì èrceiSàv rniXiv [uxpóv t i mxpexxXtvfl t o O ox^tutTog. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 211 nessun orribile delitto e a costui si attribuisce la pena prima della colpa. 56 A): ’AXXà T a o x a (lèv aÒTtóv rà aotpà toìs à p a x v s t o i? ùtpàaixoroiv S o ix e v . . dite: « Tessono una ragnatela che non può avere nessuna effi­ cacia né può trattenerti se tu. Quale re pensa all’oroscopo di suo figlio per accertare se gli è dovuto il trono e non trasferisce piuttosto di suo arbi­ trio ai propri eredi la successione del regno? Leggiamo almeno che Abia generò Asaf. quante figure di na­ scite regali apparirebbero ogni giorno! Nascendo ogni giorno dei re. vedi anche ciò che precede im­ mediatamente. con un ragionamento analogo a quello di S.9m . com e un passero o una colomba. Gioram generò Ozia e che tutta la successione sia della fa­ miglia che del trono fino alla cattività di Babilonia si trasmise di re in re. ad un dato giorno. Qui S. tt)? f)(iipa<.

cum utique. Deinde si ad necessitatem genitalem. Denique in- piger depresso aratro terram scindit agricola. Se­ men inquit mercatorum sicut m essisp. 4. iura etiam promulgata. et ne­ gotiator inpatiens flantibus euris intuto plerumque nauigio sulcat mare. 3. sorte genitali diuitiarum then- saurus inlabi. ut inelaboratos fruc­ tus priuilegio suae natiuitatis inuehat receptaculis horreorum? Si ita natus est. Vnde importunitatem eorum temeritatemque condemnans propheta ait: Erubesce. non sua uoluntate. ut ei diuitiae absque opera affluant. omne studium mercaturae. sponte ei oleum nullis inserta cau­ dicibus siluestris oleae baca desudet. ut sibi spontaneos reditus sine ullo semine terra parturiat. hoc est: si pericula uos non mouent. ut ipsi aiunt. si non ex uoluntate. nulla iuuentus pro excubiis patriae bello dedita armisque exercita. . C. » Is 23. dixit mare °. quibus aut poena inprobis decernitur aut securitas defertur innoxiis? Cur non uenia datur reis. non legendae uindemiae subeat expensam. sed ex necessitate deliquerint? Cur laborat agricola et non magis expectat. nudus arat. non uomerem aruis imprimat. ut aiunt. V I. p Is 23. sed ultro ej in omnes serias fluentia uina fundantur. Sed non haec est uniuersorum sententia. sed ex necessitate curas suas et opera com ponit? Vbi enim decreta necessitas. Quae autem merces ho­ mini Christiano. DIES IV . cur leges propositae sunt. nulla salutis cura. Nec diffusi aequoris trans­ fretator periculum propria salutis sollicitus mercator horrescat. non curuae manus falci admoueat. Sidon. sed omnis sollicitudo de quaestu. Sidon. in qua nullus uirtuti locus. utique operia­ tur. nudus sole feruenti tostas aestu in area terit fruges. Erubesce. nudus serit. 19 19. non ad instituta rum actus nostri factaque referantur. cui otioso potest quadam. SER. uerecundia confundat.212 EXAMERON. uel pudor conprimat. 4. ibi inhonorata industria.

I. frutti spontanei. ma ogni preoccupazione è per il guadagno. Carm. V erg.. où8c(j. senza essere stata in­ nestata. 1. Se è nato con il destino di avere senza lavoro ricchezze a iosa. sere nudus. . da operior (attendere). il mercante im­ pegnarsi nei suoi traffici. sfidando i venti. è com e la messe.. non c ’è cura della salute. se le nostre azioni devono essere fatte risa al destino della nostra nascita e non ad una norma morale. di loro iniziativa.. terra famosa per i suoi mercanti. per­ ché si stabiliscono leggi. appunto come essi affermano. Perciò il profeta. V erg. nudo sem ina22.. Arrossisci. Ma que­ sto non è il parere di tutti. i prodotti che non ha colti­ vati? 11. V erg. I. non affondi il vomere nel terreno. potrebbe piovergli addosso un tesoro. 298: et medio tostas aestu terit area fruges. trasuderà l’olio spontaneamente. non affronti la spesa di raccogliere l’uva. 20 Cf. vi trattenga almeno la vergogna. il mercante angosciato tema per la propria incolumità perché. prosegue. condannandone la testardaggine e la te­ merità. solca il mare.. cioè: se i peri­ coli non vi spaventano. 25 B as . 17 Bas. 19 Cf. per lo più su un naviglio mal­ sicuro. 133 C (57 B ): "Otou yàp àvàyxT) xal st[iapnévi) xpaxet. per il felice destino della sua na­ scita. 57 AB): inutili le leggi.. irresponsabili i ladri e gli assassini. impaziente d’in­ dugio. dice: Arrossisci. 24 Sidone. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 213 19. l'agricoltore non dovrebbe lavorare. Inoltre.. 22 Cf. ogni interesse per la mercatura24. indocilis pauperiem pati. Georg. si riverseranno nelle sue giare e la bacca dell’olivo selvatico. non impugni la falce ricu rva19. Alla fin fine il contadino senza darsi tre­ gua traccia i solchi nella terra affondando l’aratro21. 23 Cf. 15-18: luctantem Icariis fluctibus Africum / mer­ cator metuens otium et oppidi / laudat rura sui: mox reficit ratis / quassas. non da operio (coprire). Né. attenda18 senz’altro che la terra gli produca. ma costretto dei! fato? Dove la necessità è legge. H or. per la prerogativa della sua nascita. hanno commesso i loro misfatti non per loro libera scelta. 8 tt)? Sixaioxpiataq èijalperóv èori. anche se resta inattivo. 133 BC (56 E. Il sem e dei mercanti. Georg. ma torrenti di vino.(av è'/ei x<i>pav tò 7tpò? àijtav. nudo ara. Hexaem. vi faccia arrossire il pudore. V erg. si promulgano decreti che comminano pene ai malvagi e garantiscono sicurezza agli innocenti? Perché non si concede il perdono ai colpevoli dal momento che.. o Sidone. o Sidone. I.. Hexaem. Georg. 45-46: depresso incipiat iam tum mihi taurus aratro / ingemere. La grafia operior è attestata accanto alla più esatta opperior. 18 Operiatur... nudo trebbia sull’aia sotto il sole torrido il grano abbrustolito dal calore estivo23 e il commerciante. Georg. città nella quale non c ’è spazio per la virtù. l’operosità non ha ricom pensa25. non c ’è gioventù dedita alla vita militare ed esercitata nelle armi per difendere vigile la patria. ma costretti dal destino? Perché il contadino s’affatica e non attende piuttosto di portare al sicuro nel granaio.. 299: nudus ara. I.. 508: et curuae rigidum falces conflantur in ensem. com e dicono. Ma quale ricompensa merita il cristiano se dispone i propri in­ teressi e le proprie attività non per una libera scelta.. I. attraversando il va­ sto mare. senza bisogno di semi. città della Fenicia. disse il mare. 21 Cf.

Ast ubi ad aestiuas conuersiones in septentrionem se subrigit. ea senes commemorare qui possumus? Nunc ad ea quae secundum lectio­ nem supersunt dirigamus stilum. ad perpetuitatem quoque conseruandi generis eorum quae uel in terris sunt uel aquis gaudent annuis fetibus successio propagetur. Christe. sed uide lin. noctes uero artat ac stringit. 3 et passim. Hinc causa oritur.In istis igitur temporibus aut uelocior est transitus solis aut tardior. ubi pascis. stringitur frigore et plurima noctis umbra terras operit. 6. Vnde et synagoga dicit in Canticis canticorum: Adnun mihi. uer. b Cant 1. quia amisi meos. ad cogno­ scendum adsumpta arbitretur. noctis ac diei exaequat tempora et quo magis moras suis adiungit cursibus. hiems nobis est. V I. C. 5. 21. ubi manes in meridiano. terra rigescit gelu. alia inflammat caloribus.214 EXAMERON. Nam cum sol longius abest. Sequi te cupio quasi alumna. eo paulatim temperiem aeris huius reducit et reuocat aurarum clementiam. ut terra germinet ac resoluta sulcis semina reuiuescant. hoc est: adnuntia mihi. quoniam ex alto hunc inluminat locum. alia enim praestringit radiis suis. De signis diximus. quem dilexit anima mea. plura nolumus. 21. minores umbras facit in meridiano. Cum uero ex meridianis decedens partibus super terram redit. . aestas atque autumnus?. quem dilexit anima mea. 22. DIES IV . 14. ne forte fiam circumamicta super greges sodalium tuorum b. Cur non potius 'quem diligit’ ? Sed synagoga dilexit. ecclesia diligit nec umquam circa Christum suum mutat adfectum. Sint inquit luminaria in signa et in tempora et in dies et in an n osa. Vbi inquit pascis. uirescant arbores. quae fouens omnia repetendos cogit in partus. a Gen 1. Tunc quia flagrantior est. 7 (6). ubi manes in meridiano. 20-22 Caput V 20. spatia diurna producit. et greges tuos quaerere. ne quis ea quae a nobis de illorum adsertionibus usurpantur ad refellendum. quae quasi copulata ante retinebam. SER. tempora autem quae sunt nisi mutationum uices. ut multo prolixiora sint noctis spatia quam diei. Itaque cum sol meridianis partibus inmoratur. hiems. eo amplius aerem ipsum uaporat et terrarum exsiccat umorem et adolescere facit semina et tamquam in sucos uiriles maturescere poma siluarum. Itaque quo magis usu as­ siduo aeri huic copulatur atque miscetur. Nam quae pueri risimus. hiemps Schenkl. Multa diximus. ut hibernis flatibus nimia uis ni- uium pluuiarumque fundatur.

tanto più la riscalda ed essicca l’umidità del terreno e fa sviluppare i semi e maturare i frutti selvatici rendendo saporiti i loro succhi. Perciò. pareggia la durata del giorno e della notte e. dove ti ferm i il meriggio. I concetti sono iden­ tici a quelli svolti da S. il suolo è indurito dal gelo. inoltre. quanto più assi­ duamente si unisce all’aria e la compenetra. tanto più a poco a poco riconduce in questa nostra atmosfera un clima temperato riportando la mitezza dei venti. Perciò. Come potrem m o da vecchi citare con lode ciò di cui ci siamo beffati da ragazzi? Ma ora occupiam oci di quanto dice ancora la Sacra Scrittura. primavera. perché per caso io non debba andare errando dietro ai greggi dei tuoi compagni. Ma quando si innalza per il solstizio d’estate verso settentrione. 133 D. autunno? In tali stagioni il pas­ saggio del sole è più veloce o più lento. e voglio cercare i tuoi greggi perché ho perduto i miei. dice. il sole allora prolunga la durata del giorno. la Chiesa ama e non muta il suo affetto per Cristo. Al meriggio tu li pascoli nei re- 1 B as . ed meriggio produce om bre più ridotte. Abbiamo parlato a lungo e non vogliamo insistere oltre affinché qualcuno non pensi che si faccia propaganda a quelle loro teorie che esponiamo per confutarle. cade un’eccessiva quantità di neve e di pioggia. è stretto dal freddo com e in una morsa e l’om bra notturna abbondantissima copre la terra. Questa è la causa per cui d ’inverno. quando il sole indugia nelle regioni meridionali. che con il loro tepore costringono tutte le creature a riprendere la procreazione. 21. ritorna sulla zona mediana della terra. che la mia anima amò. per noi è inverno. Desidero seguirti com e una discepola. Hexaem.. dove ti ferm i il meriggio. essendo più infocato. mentre riduce e restringe le notti. estate. Quando invece il sole. 22. . cioè: Dimmelo tu. altre arroventa con il suo calore. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 215 Capitolo 5 20. sicché la durata della notte si prolunga m olto di più di quella del giorno. io che prima ti trattenevo presso di me com e una sposa. per conservare ininterrottamente la specie degli animali viventi sulla terra e nell’acqua. perché illu­ mina questi nostri luoghi a perpendicolo1. disse. Allora. i giorni e gli anni. dissoltisi nei solchi. 136 A (57B-D): le stagioni. Dove pasci. quando soffiano i venti. Cosi la terra germo­ glia e i semi. i luminari e servano com e segni per dividere le stagioni. dove pascoli il gregge. Ambrogio. quando il sole è più lontano. Infatti. inverno. lasciando le regioni meridionali. Vi siano. sfiora alcune appena con i suoi raggi. quanto più si attarda nel suo corso. ritornano a vivere e gli alberi ver­ deggiano. che la mia anima amò. o Cristo. ma le stagioni che cosa sono se non il succedersi di muta­ menti. con parti annuali si molti­ plica la loro riproduzione.. Perciò anche la Sinagoga dice nel Cantico dei cantici: Dimmelo tu. Perché non dice piuttosto: « che la mia anima ama »? Ma la Sinagoga amò un tempo. Abbiamo parlato dei se­ gni.

quae solem iustitiae non uidebat et uidebat illum non ex alto supra caput suum. sed ma­ gnus. est enim maligna lux dubia. Medio quoque die minor umbra quam uel in principio est diei uel fine. C. umbra quidem. tempus messis aduenitg. 22-23 In meridiano pascis. ut plurimi in aliquibus locis feruentioribus usu exemploque cognorunt. cuius typum plerumque Iacob in per­ sona sua exprimit uel populi huius. Is 9. gentiles. breues et malignif. Ecclesiae autem dicitur. quia hiemales d breues. Est sane et aliqua salutis umbra. quia crucis. umbram habebat plurimam. magna lux diuinitatis. sed ex meridiano inluminantem. 5. i Lc 1. sed umbras maiores habent. aestiui dies maiores. V I. sed umbra salutis.216 EXAMERON. qui erat confusionis. umbra. Vnde et Iacob ait: Omnes dies uitae meae quos ago. Exemplum ergo possumus capere. Denique dies domini non est breuis. ubi iustitia resplendet. 78-79. Plerique etiam ferunt sic e regione ex alto fieri solem. 9. 2. quia et hoc scriptum est dicente Zacharia: In quibus uisitauit nos oriens ex alto inluminare his qui in tene­ bris et in umbra mortis sedent >. in ecclesiae loco. 11-12. quia in ea erat peccatorum remissio m et resuscitatio m or­ tuorum. 6. eo quod solem habentes super uerticem suum undique per circuitum inluminentur. i Ps 16. d Mal 4. Hiems abiit. quando hiems illi erat. qui sedebant in tenebris. Synagoga itaque in die­ bus breuibus et malignis. post aduentum Christi flores sunt ueris et men­ sis aestatis. t Gen 47. SER. 2. ut est illa: Sub umbra alarum tuarum proteges me *. Dies magni sine umbra sunt. m Lc 1. Ex meridiano ergo et ex gentium conuersione illum inluminantem uidens obumbratur. h Mt 4. lux orta est illis h. = Ioel 2. quia corporis est. Populus autem gentium. unde et ascii graece dicuntur. quod eis sol iustitiae d tamquam aestiuis mensibus diutius immoretur. Ceterum sunt qui per duos totius anni dies sine umbra fuerint in partibus meridianis. discessit sibi: flo­ res uisi sunt in terra. non mortis. e Cant 2. quia scriptum est: Donec ueniat dies domini m agnuse. ubi maio­ res dies sunt. 23. DIES IV . lucem uiderunt magnam. ubi umbra non cernitur. Ergo dies breues dubiae lucis sunt et umbrosi. 16. et hoc apud nos in parte occidentis. 77. 31. sed um­ bras minores habent. quam nulla umbra mortis interpolat. qui sedebant in regione umbrae mortis. Ante aduentum Christi hiems erat. ut per angusta puteorum aquam quae in profundo est uiderint c Ps 36. . 8. ubi fulget iudicium sicut m eridiesc. Ideo ex alto inluminat.

dove risplende la giustizia. era avvolta in una fitta ombra. Inoltre a mezzogiorno l'ombra è più corta che all’inizio o alla fine del giorno. ad occidente. vedi Enc. della quale Giacobbe rappresenta più volte il sim bolo in persona propria o in quella del popolo ebreo. la Sinagoga rimane nell'oscurità. XIV. Invece alla Chiesa si dice: L'inverno è passato. VI. essa che non ve­ deva il Sole di giustizia o tutt’al più lo vedeva risplendere non dall’alto sopra il proprio capo. i gentili che stavano nelle tenebre. ma dal meridione. Pur veden­ done la luce dal meridione. perché. 270-272: quale per incertam lunam sub luce mali­ gna / est iter in siluis. Aen. Dicono poi che vi siano nelle regioni meridionali popoli chiamati 2 Cf. ne vi­ dero la grande luce. ombra perché della croce. quando per essa era inverno. In giorni brevi e tristi la Sinagoga. ecco i fiori di primavera. come mol­ tissimi sanno per lunga esperienza in taluni luoghi della zona torrida. dove il giudizio ri­ fulge come il mezzogiorno. ma di lunga durata. che era popolo di vergogna. la luce grande di Dio. per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nel­ l'ombra di morte.. V erg. ma hanno om bre più corte. sono illuminati tutt’intorno da ogni parte e perciò in greco sono detti « senz’om bre ». C'è senza dubbio anche un'ombra di salvezza. 3 È il classico esperimento di Eratostene di Cirene. attraverso la conversione dei gentili. e questo da noi. ma ombra di salvezza perché in essa stavano la remissione dei pec­ cati e la risurrezione dei morti. è triste infatti la luce incerta2. dove non si scorge ombra. la messe dell'estate. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 217 cinti della Chiesa. I giorni che durano a lungo non hanno ombra. Invece il popolo dei pagani. ubi caelum condidit umbra / Iuppiter et rebus nox abstulit atra colorem. ital. p. Perciò tinche Giacobbe dice: Tutti i giorni della vita che trascorro sono brevi e tristi. per coloro che stavano nel luogo dell'ombra di morte spuntò la luce. perché anche que­ sto sta scritto dove Zaccaria dice: Per le quali ci ha visitato una luce dall’alto. Illumina dall'alto. quelli estivi sono più lun­ ghi. perché i giorni invern sono brevi. perché sta scritto: Finché venga il giorno grande del Signore. non di morte. avendo il sole a per­ pendicolo. 23. Molti anche dicono che il sole è cosi a perpendicolo che attraverso l’angusta bocca dei pozzi po­ trebbero vedere l’acqua che sta nel fondo riflettere la sua lu c e 3. Insomma il giorno del Signore non è di breve. . se n’è andato: sono apparsi i fiori sulla terra.. com e questa: Sotto l'ombra delle tue ali mi proteg­ gerai. 184. perché il Sole di giustizia si trattiene in essi più a lungo com e nei mesi estivi. Prima della venuta di Cristo era inverno. dove i giorni sono più estesi. ma hanno om bre maggiori. dopo la sua venuta. ombra perché di un corpo.. I giorni brevi hanno una luce incerta e sono oscuri. che nessuna ombra di morte riesce ad offuscare. Ma vi sono popoli che nelle regioni meridionali restano senza ombra per due giorni all’anno. è giunto il tempo della messe. Possiamo averne un esempio.

ex oriente. .218 EXAMERON. Sint inquit etiam in dies. si contra occidentem. unde principium cursus sui sump­ sit. <cum> circumferant lumen. 5. Esse autem dicuntur in meridiano qui amphiscii uocan- tur. 23-24 refulgere. 24. ut ortum diei uberiore sol inluminet gra­ tia ut per totum diem designandi eius habeant potestatem cursus sui munere. SER. ex occidente. H oc autem fieri dicitur sum­ mo aestu. ex meridiano. ut puta si contra orientem pergas. Vmbra enim e regione solis ambulantibus pos tergum est. medio die. si contra meridianam plagam contendas. annua enim fertur ei totius spatii esse perfunctio. eo quod umbram ex utroque latere transmittant. in occasu diei. In annos quoque ordinati sunt sol et luna: luna per tricenos dies duodenis uicibus suum cursum conficiens consummat annum secundum Hebraeos aliquibus diebus adiectis. V I. recurrit. C. cum ad aquilonem sol dirigit. Ex tribus igitur partibus fit tibi sol obuius. Solstitialis quoque annus est. non potest esse pos tergum. DIES IV . secundum Romanos bissexto semel intra quadriennium unius diei adiectione celebrato. Postea nos autumnus ex­ cipiens infringit quidem aestuum magnitudinem. cum sol expleto per omnia signa circuitu in id. si contra septentrionem dirigas siue mane siue sero siue meridie. meridie quoque a latere. matutinis horis. sed ut eis habeant principatum. sed paulisper re­ laxato ac deposito calore per temperiem medii moderaminis sine fraude nos atque ulla noxia flatibus tradit hiemalibus. lunam et stellas in potestatem n o c tisn. 8-9. Soli sunt enim in hoc quem nos in­ colimus orbe terrarum circa meridiem positi qui in australem pla­ gam uideantur umbram transmittere. Mane et sero pos tergum est. at uero a septentrione numquam est sol et ideo umbra. n Ps 135. Sic accipiunt nonnulli quod ait propheta: Solem in potestatem diei. ut non faciant dies.

Successivamente l’autunno. Hexaem. da mezzogiorno. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 219 « ambiombra » perché proiettano l’om bra da entrambi i la ti4. quan­ do il sole. Cosi intendono alcuni quanto dice il profeta: Il sole a disposizione del giorno. verso occidente al tramonto.TOa$ai • o&ev auToó? T iv e ? xal àaxtou? xaXoùaiv. ricorrendo all’anno bisestile nel corso d’ogni quadrien­ nio con l’addizione di un giorno. secondo gli Ebrei. 4 B as.<pÓTepa Tà? axià? itapaXXàaaouaiv. non può mai essere dietro le spalle. quando il sole si sposta verso settentrione. Servano anche. compiuta la sua orbita passando per tutte le costellazioni. Infatti sem­ bra che in questo globo da noi abitato siano solamente quelli si­ tuati a mezzogiorno a proiettare la loro ombra verso la zona au­ strale. xarà [iixpòv Sè ù<pietaa t t ) ? Àip(iY)? Sià T7)? xarà tyjv xpàoiv (leu in ijT O ? à(ìXa|3c>>? f)[ia? Si’ aòrS]? t o ì xsi(i£>vi itpoaàysi. 24. Hexaem. 136 BC (57 E.. 58 A): ’Eirel etat yc ^Syj Tivè? ot xaròc Suo fjfiépa? t o ù tocvtò? Iviauxoù xal Soxioi 7 r a v r e X ò i? xarà t y jv tiecn)(i|3ptav yivó[ievoi. la luna e le stelle a disposizione della notte. In­ fatti l’ombra per chi cammina verso il sole sta alle spalle. con l’aggiunta di alcuni giorni.. 01 Sè èTtéxetva ttj? àpc0|juxT0(póp0u èir’ à[i. nel volgere dell’intero giorno.. secondo i Romani. 7 Come osserva il Coppa (op. cosi che. Il sole e la luna sono stati disposti per dividere gli anni: la luna compiendo il suo ciclo di trenta giorni per dodici volte. n. dunque. p er dividere i giorni.a[iévT) ^(i5? t o ù (lETOTttàpou •f) <Spa.. Da tre parti. E si dice che questo avvenga nel colm o dell’estate. di determi­ narlo per mezzo del loro corso. conclude l’anno. &ars xal t£ S v èv pàdei «ppeàrtùv tò 0Sa>p Stà aro[ito)v C T evtàv xaTaXà|j. è£[<Tou Travraxó&ev rapicpojT^ei. ritorna al punto di partenza. poiché portano intorno la loro luce. tu hai il sole dirimpetto: da oriente. non per crea i giorni. come. se ti dirigi verso oriente la mattina. senza rischio e senza danno ci espone ai venti invernali6. 6 B as. i luminari del cielo abbiano il potere. verso meridione a mezzogiorno. dice. 73). a mezzogiorno anche di fia n co 5. ma dalla parte di settentrione non c ’è mai il sole e per­ ciò l’ombra. ma per dominare in essi. p. Móvoi yàp èv Tfj xaS-’ 7](là? obcoujiévfl èrcl Tà vória xarà t J jv [ie<n)|jtPptav Tà? cxià? à7to7té(jt7touatv * 3$ev aÙTOii? Tive? xal à(i<pi«7xlou? còvónaaav. cit.. sopravvenendo. o5? xaxà xopuipi)? èmXàfiTttùv ó fjkux. 137 AB (58 BC): ’Evreu&ev SiaSe!. se tu vai in quella direzione la mattina o la sera o a mezzogiorno. in particolare 136C (57 E. 58 A). da occidente. Ù7to-9-pauei [lèv t o u m iy o u q t ò ÙTOpPàXXov. fiacca la violenza dei calori. come il sole illumina il sorgere del giorno con più ricca magnificenza. V ’è anche l’anno solstiziale7. 351. con il passaggio attraverso il clima temperato della mezza stagione. . La mattina e la sera è dietro le spalle. ma attenuando a poco a poco e riducendo il caldo. 5 S’intende per chi va verso ovest o verso est. si insegna infatti che esso impiega un anno per compiere l’intero percorso. sarebbe più esatto parlare di « giorno » solstiziale. per esempio.

sed etiam aerem hunc et mare caelique fa­ ciem — . Nam etsi interdum augeatur lumen eius atque minuatur. Quo magis finitimus fueris. SER. ut ea tamquam suis tantum regio­ nibus inmorari et sibi tantum adesse atque lucere singuli populi credant. . proderet angustiarum et exiguitatis indicium. nulli praesentior. nam et magnus sol. propius constitutis maior refulgeret. cum oritur. quod omnibus hominibus orbis lunae idem uidetur. Haec inuicem sibi distant. minor adparet orientalibus quam occidentalibus nec occidentalibus. cum similiter luceant uniuersis. quod aspectus nostri infirmitas sine magno sui non potest transire dispendio. propius contuentes maiora credimus. eo tibi eius rei quam cernis magnitudo cumulatur. inferior quam orientalibus aesti­ matur. cum oritur. quae in quacumque parte fuerint caeli inluminant omnia et aeque spectantur a cunctis. qui conplet orbem terrarum suo calore uel luna suo lumine nec solum terras. 6. Neque te moueat quod tamquam cubitalis tibi orbis detur solis. Fecit ergo deus haec duo luminaria magna — possum accipere non tam aliorum com paratione magna quam suo mu­ nere. Nam si longe positis minor uideretur. Caligat aspectus noster: num- quid sol caligat aut luna? Angustus noster obtutus: numquid ideo ^ Ps 102. Etenim reliqua alia longe positi minora arbitramur. ut est caelum magnum et mare magnum. ut nemo hic propiorem alium quam ipse est arbitretur. 12. V I. 25-26 Caput VI 25.220 EXAMERON. tamen eadem nocte qualis mihi adparet talis et omnibus. sed sol a nullo distat. C. 26. Similis sol et Indis et Brittanis eodem momento uidetur. nulli remo­ tior est. nec cum mergi­ tur in occasum. Quantum distat inquit oriens ab occidente! a. DIES IV . si­ militer et lunae globus aequalis est omnibus. nulli longinquior est. cum oritur. sed considera quantum intersit spatii in­ ter solem et terras. Exemplum magnitudinis eorum euidens. Solis radius nulli propior.

quando na­ sce. quanto per la loro funzione. ErjfiEÌov Sé. to o l 7tavTa}(<M)-ev t o ì c. sembra più basso agli occidentali che agli orientali3. ty)<. offrirebbe una prova della sua ridotta estensione. O u re y à p t o ì ? ttjv écpav o lx ou a i xaTaSuófiEvo? t o u (/. . si trattengano soltanto nei loro paesi e soltanto loro assistano ed illuminino. 140 A (59 B ): T à (ièv y à p 7ròppti>$ev àipeortÒTa (u x p óre 7r<ù5 óptójzev. Anche se di tanto in tanto il suo chiarore si ac­ cresce o diminuisce. Questi due punti sono lontani l’uno dall’altro. ma il sole non è lontano da nessun punto. ti sem­ bra un disco alto un cubito. 59 A ): ’E7rei8f) t ò [ilya ànóXuTov Èxei T7]V Swoiav * (!)<. t o ì ? x a T à 7tàv (lépo? tt)? y % xaTaixKjjjiévoii. jiàXXov 8’ aÙT&v t ò [léyeS-oi. mentre risplendono ugual­ mente per tutti senza eccezione. e quando scende al tramonto non appare più piccolo agli orientali che agli occidentali né. 7rpoc(3àXXei.. Non t'impressioni il fatto che il sole. quando sorge. e non solo la terra.. [léya? 6 oòpavòi. tutto illuminano e da tutti ugualmente sono v isti1. mentre. x a l y.. cosicché nessuno pensa che un altro più di lui sia ad essi vicino. ’ Ey<!> jxèv oljxat TOUTO. àvaTÉXXcov ÈXaT-iCùV (patvETat ■ ou te [ìtjv èv Ttp [jLeaoupavifjfiaTi yivójievoi. cì>i.. vedendole da vicino. in un certo senso. 8t i x a l ’ IvSol x a l BpcTavvol t ò v laov pxé 7rouaiv. 137 C D (58 D E . o l? 8’ àv (jlSXXov èyylacofjtev. a nessuno è più vicino. àv&pó>7TOi<. 2 B as. tanto più aumenta la grandezza di ciò che vedi. da nessuno è più lontano.. 137 D (5 9 A ): O'i y e x a x à ttòcv (lépo? to u oùpavou y iv ójze- v o i . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 221 Capitolo 6 25. H e x a e m . S u o la ti. I raggi del sole non sono né più vicini né più lontani per nessuno.. tuttavia nella medesima notte tale appare a me quale anche a tu tti2.EyàX7] r) S-àXacraa • r à Sè <ì)e Tà 7toXXà 7té<puxe Ttpòi. in qualunque parte del cielo si trovino. La nostra vista si oscura: è il sole o’ la luna che si oscurano? È la forza del nostro sguardo che è 1 B as. Dio dunque creò questi due grandi luminari — possiamo intenderli grandi non tanto in confronto con altri. TTpotpatvovTai . Infatti tutte le altre cose ci sembrano più piccole quando siamo lontani. ci rendiamo conto che sono più grandi. H e x a e m . ma rifletti quanta è fra il sole e la terra la distanza che la debolezza della nostra vista non può supe­ rare senza suo grave danno. àXXà àrc’ taou to u 8iacjTiì)(jiaT0i. cosi anche il globo lunare è ugualmente grande per tutti. xa-tcpxKHJLévoK. H e x a e m . 7j t ò jiéya vuv oux(o<. * B as.. appare uguale sia agli Indiani che ai Britanni.. è^ euptoxo- (iev.. Quanto dista l'oriente dall'occidente. come è grande il cielo e grande il mare: infatti gran­ de è anche il sole che riempie la terra con il suo calore. Quanto più vicino sei. ècm v èyyuTépoi x a l oùSei? itoppoTÉpco. 26.. E c o s ì d i s e g u it o 140 B -D (59 B -E ). Una prova evidente della loro grandezza si ha nel fatto che il disco della luna appare uguale a tutti gli uomini. T e i S’ 7]>icp oùSeli.. iv xji otxelqc Ttòv <p6*TTY)ptiiv xaTaaxEOfl tou (zeyéS-ous èjxipaivojiévou . ma anche l'aria e il mare e la volta del cielo — i quali. sxspov àvacpépecr&ai .. dice la Scrittura.EyéS-oug ùtpbjatv ou te t o ì ? rcpòi. Il sole nello stesso istante. Cosi i singoli popoli possono credere che essi.. Se sembrasse più piccolo a coloro che stanno lontano ed invece splendesse più grande per coloro che stanno più vicino. è<p’ éxàTepa oi(jegj? rcapaXXàTrei. quando sorge.eyóik-q r) yyj x a l [j.

non queunt tamen tenebras noctis et caeli nubila detergere. ut uidetur. surgentis solis praeuia aura dulcis aspirat. Sed uis magnitudinem solis non solum oculo mentis. 6. terrarum uenas rerumque spe­ cies infusus exureret neque iterum per tanta mundi spatia refri- . spissa de raris! Has ergo infirmitates uisus tui pende. omnes stellarum ignes sub unius luminaris fulgore uanescunt. De summo uertice montium si subiec- tum oculis tuis campum spectare desideres atque illic armenta pascentia. Neque enim infirmitatem nostrae passionis passio­ ni luminarium debemus ascribere. nisi magnus esset orbis. nonne formicarum similia corpora iudicabis? Si mare spectes e specula aliqua litorali. qui eam mensuram muneri solis adtribuit. DIES IV . ut ne­ que uapor eius igneus. SER. quom odo magnum posset orbem inluminare terrarum? 28. et eorum quae astruimus fidem ex te ipso arbiter iustus arcesses. C. non sui forma. Dic mihi quaeso. Adhuc spirans exordium et iam mo- mentaria celeritate pleni luminis micat splendor et. quae mare diuidunt. nonne tibi nauium maximae inter caeruleos fluctus uela candentia refulgentes uelut columbarum uo- lantium speciem eminus ponto uidentur obtexere? Quid ipsae in­ sulae. 27. non magnitu­ do detrahitur. sed caelestium minor specta­ culi figura. noli ergo fidele eius aestimare iudicium.222 EXAMERON. etiam corporis aestimare? Considera quanti stellarum globi axem caeli uideantur intexere et innumeris insignire luminibus. quemadmodum rotunda apparent de asperis. Mentitur noster aspectus. V I. 26-28 angustiora efficit quae uidentur? Species minuitur. Quid autem de tanto loquar temperamento et mode mine conditoris. aperitur aer caelique facies purpu­ rascenti rubore perfunditur. terrarum arua diffundunt' quam an­ gusto aestimantur fine concludi. Simul ut sol ortus sui signa praemiserit.

t o mxp’ aÙ Tcòv cuvepaai^ójxevov <pòi<. II. imsprfiya. Toaaumjv Sè ouaav t } ) v frW 7tóS<. da quale ristretto confine sembrano limitate. Né dobbiam o attribuire il difetto dovuto ad una nostra defi­ cienza ad una deficienza dei luminari celesti. t o u è p t ^ o v r o ? . Cf. non la loro co­ stituzione4. uel tantum esse quantus uideatur. di grazia: se non fosse grande il suo globo. che interrompono il mare stendendo le loro terre coltivabili.. [jwcXXov Sè exi x a l 7 tp o c r 8 o x < i)(is v o s . Dimmi. av éSuvrjib] àv fuqc xatpoO £o7uyj t t ) v 7 t à c a v x a x a c p c o T t ^ e iv . -rì]v xa'rijipeiav SiaXuaat. Cic. raffreddandosi nell’attraversare gli spazi cosi sconfinati del mondo. 82: Quid. 6. 7tpìv x a l forepaxeiv 8 X0 )? t% it)S> ^(pàvide (ièv axóxos. Che dire della misura e del freno così efficacemente im­ postogli dal Creatore? Egli alla funzione del sole assegnò un limite tale che né la sua vampa fatta di fuoco.. 5 Bas. 26. La nostra vista dice il falso. e da giudice impar­ ziale ti convincerai da solo della verità delle nostre affermazioni.. potest esse sole maius. 141A (60 A): Kàxiivo Sé aoi èvapyè? ?<tto> t o u (lEyi&ou. Vuoi valutare la grandezza del sole non soltanto con l’occhio della mente. oòx è^apxeì v u x t ò i. fitte invece che sparse qua e là! Or dunque valuta questi limiti della tua vista. àaxépa? xaì 7rEjr/)YÓTa Télo? xal <TU[iTre7uXT)(iivov t ò v TOpì àépa xaTé-rr]£e xaì Siéxeev. Non credere dunque esatto il suo giudizio: è più piccola l'immagine offertaci dalla vista dei corpi celesti.oi èto-9-ivol xal Spóooi èv at&pja t tjv yrjv TOpippéouat. come potrebbe illuminare l’immenso globo terracqueo?5. com e ap­ paiono spianate invece che scoscese. non ti sembra che le navi più grandi. quem mathe­ matici amplius duodeuiginti partibus confirmant maiorem esse quam ter­ ram? Quantulus nobis uidetur! Mihi quidem quasi pedalis. ut oculi aut nihil mentiantur aut non multum. <j7j(ietov. ed ecco che con rapidità istantanea sfavilla lo splendore d’una luce piena e spira una dolce brezza precedendo il sole che sorge. ne maiorem quidem multo putat esse. 20. fosse incapace d’inserire in esse ogni 4 Cf. ’Airelpcov S vtcov Ttji nlqSsi t ò ìv xax’ o ù p a v ò v àcrrépov. Non appena il sole si preannuncia con i segni della sua levata. Epicurus autem posse putat etiam minorem esse eum quam uideatur.. a quel che sembra. Non è che il primo inizio. et [ri) ànò (leyàXou t o ù xiixXou t^v aiif/jv èmQiptei. brucias­ se le vene della terra e le specie esistenti raggiungendole con i suoi raggi né. Móvo? Sè o 5 t o ? Ù TO ptpaveli. l’atmosfera si schiude e la volta del cielo si tinge d’un rosso purpureo. 28. presentino lontano sul mare l’immagine di colom be in volo? E le stesse isole. non ne giudicheresti i corpi simili a form iche? Se guardi il mare da un osservatorio posto sul lido. Acad. 27. Se tu desiderassi guardare dalla sommità dei monti la pianura che si stende sotto i tuoi occhi e gli armenti che vi pa­ scolano. mentre spiccano tra i flutti per le loro candide vele. non viene diminuita la grandezza effet­ tiva. De fin. al fulgore di quel solo astro svaniscono tutti i fuochi delle stelle. sed non multo. Hexaem. I.<ys Sè toù<. d’altra parte. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 223 troppo ridotta: forse per questo riduce quel che si vede? Non viene ridotto l’aspetto visibile. . "OS-ev xal &ve|j. ma anche con quello del corpo? Considera quanti globi di stelle sembrano trapuntare la volta celeste e ador­ narla di innumerevoli luci: tuttavia non possono spazzar via le tenebre della notte né le nubi del cielo..

C. Habet etiam pleraque a fratre distincta. . Similia de lunae ratione conueniunt. Videmus ergo ortum eius et defectum rationis esse. au­ geat fructus. cum resurgit noua. tunc largior ros fertur arua perfundere. C. sed ieiunam atque inopem fructum derelinquens ad nullam fertilitatis gratiam ua- poraret? Caput VII 29. 29 geratus nullum terris semen caloris inoleret. siquidem pleniores ostreae repperiri ferantur multaque alia. ut inluminet tenebras. Tum deinde minuitur et augetur. eo plus umoris se capite collegisse sense­ runt. siquidem in id se ind.224 EXAMERON. Vnde et in Canticis dicit Christus ad ecclesiam: Quoniam caput meum repletum est rore et crines mei guttis n o ctisa. maritimorum umi­ da. SER. quo magis sub lumine fuissent lunae. De arborum quoque internis idem allegant qui hoc usu proprio conpererunt. Deni­ que cum serenior nox est et luna pernox. 2. ut m inor sit. Et plerique sub aere quiescentes. quae de conso eius ac fratre memorauimus. In quo grande mysterium est.uit ministe­ rium. nam et ipsa luna larga roris adseritur. cum sit inminuta. Numquam enim a Cant 5. DIES IV . cumuletur. V I. 7. 6. ut quem toto die calor umorem terrae siccauerit eundem exiguo noctis tem­ pore ros reponat. Nam et defectui eius conpatiuntur elementa et processu eius quae sunt exinanita cumulantur. cum globus lunaris adolescit. in quod et frater. non infirmitatis. ut animantium cerebrum. 28 . foueat semina.

éw)? Tà ac!>[j. 1 Bas. non costituiscono un difetto2..eTpov gStoxev aÒTcìS tJjv &epfi. Ha però anche molte finizioni distinte da quelle del fratello: far si che la rugiada nel breve spazio della notte ri­ costituisca l’umidità della terra che il sole ha asciugato durante tutta la giornata. ÈTOiyo|j. dopo essersi ridotta. infatti si afferma che anche la stessa luna sia generosa dispensatrice di rugiada..év7]<. To- aoO-iov ydép èariv aÒToO tò irup&Sei. ùttò <reXr]VTqv óypórr]To? 7tepia®i)? Tà? -ri)? xetpaXìj? eòpu/opta? 7tXi]poù(AEvoi • xal Tà veoaipayT) t&v xpeòiv Taxù Tpeitóneva xal ^cjxov èyxéqpaXoi xal t£Sv daXaTrltov Tà óypÓTara xal al Tfiiv SévSptov èvrepitòvai. Hexaem. 141 B (60 B): ’ASeXipà Sè toì? eEpyjjjiévoL^ xal Tà rapi trji. Anche al m odo di comportarsi della luna si attaglia considerazioni simili a quelle che abbiamo fatto nei riguardi del suo compagno e fra tello1. si tro­ vano più colme le ostriche e molti altri molluschi. quando il globo lunare aumenta. poiché si assume lo stesso compito di illuminare le tenebre. xal aùrà toìXiv àva7tXi)poii(jieva.. 380. E molti che riposavano aH’aria aperta si accorsero che quanto più erano rimasti al calore lunare. Questo fatto è davvero mi­ sterioso: al suo calare gli elementi ne subiscono gli effetti e col suo crescere le cose che si sono svuotate riacquistano pienezza. .. Hexaem. poiché si dice che. lasciando la terra sterile e priva di frutti. Di conseguenza si dice che.. come il cervello degli animali e le parti molli degli esseri ma­ rini. cit.eioufjiv7)? aÒTV)? xal dtXXùig aù^o|j. quando la notte è completamente serena e la luna brilla per tutta la sua durata. 2). In seguito poi la luna cala e cresce. ù<. Affermano la stessa cosa del m idollo delle piante coloro che constatarono que­ sto fatto con la loro esperienza.. tanto più umidità avevano accumulato sulla loro testa. AtjXoùcti Sè ol xa-9-eiiSovrei. 144 A (60 E.ÓT7)Ta. Arcò yìj? <puo[iévoic ji'f] [uxpàv ircràpxeiv èx tt)? xaxà -rijv cteXtj- vt)v (lera^oXi)!. 141 B (60 B): ’Ev-tow&à noi rjjv ao(ptav toù tc^vI-tou xa- [ia&e. simili teorie risalirebbero allo stoico Posidonio di Apamea. Vediamo dunque che il suo cre­ scere e il suo calare hanno una loro ragione.. cosi che è più ridotta quando rispunta al novilunio e. vocta&tù. àpaià yiyvó(xeva xal xevà. vùv Sè aù^ofxévTj? xal 7tpò<. Secondo il Giet (op. allora la rugiada con particolare abbondanza ba­ gna i campi. p. di aiutare lo sviluppo dei semi e di accre­ scere i prodotti. 7ttó? tòS 8iaar/](xaTi to\jtg> aii|ifi. 61 A): Ol(jiai Sè xal tyj toSv xaTaaxeuyj xal toìi. n. Perciò anche nel Cantico Cristo dice alla Chiesa: Poiché il mio capo è pieno di rugiada e i miei capelli di gocce notturne. -rijv auvréXeiav. Si’ Ù7tep|ìoXi)v xara^Xéijxi tJjv yrjv (j.aTa • vuv [xèv XT)yo<S<n)i. Hexaem. non la riscaldasse per consentirle di offrirci il dono della sua fe­ condità 6. Capitolo 7 29. Xoi7roì? toì. tò irXijpei. "A> Xco? yàp SiaTt&eTai fj.T)Te 8là t})v ÈXXeiiJjiv xaTei[KJy(iév)qv aÓT^jv xal fiyovov à7to>wteìv.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 225 seme di calore e cosi. 2 Bas. ridiventa piena. La luna non provocherebbe cosi grandi mutamenti nelle 6 Bas.

tunc in suos cursus refluos reuertuntur. pluuiae funderentur. Caput VIII 31. in ortu tamen eius stant placidi. ait quidam: Ecce neomenia dabit eam. quae fore utilis diceretur. quae in oceano esse perhibetur. lunari exortu euidens mutationis suae fertur indicium dare. at uero ubi eam dierum accessus retexerit. c tantam uim mutationis habeat suae. ad omnes eius ortus intexeretur nubibus caelum. C. in quo spectatur ampotis. cum reliquis diebus ordinem suum seruare dicatur. sed si id mutationis lunaris quadam fieret uiolentia. V I. nisi praestantem uirtutem habe­ ret et gratiam a conditore conlatam. tamquam lunae quibusdam aspirationibus retror­ sum trahatur et iterum isdem inpulsum ac retractum in mensu­ ram propriam refundatur. DIES IV . tamen huius- m odi adsertiones ueras esse nolebam. 30. SER. Sane euripi cum exundent un­ dique secundum reliquas species lunae et acceptos fluctus refun­ dant uel etiam ipsi magno ferantur impetu. Et quamuis cupidi essemus imbrium. 'sed de pro­ uidentia et misericordia creatoris. C. 7. quoad luna sine lumine est. Aerem quoque nonnulli etiam docti et Christiani uiri a gauerunt lunae exortu solere mutari. Denique delectatus sum quod nullus imber effusus est. solito amplius accedat ac recedat et maiore aestu feratur. donec precibus ecclesiae datus ma­ nifestaret non de initiis lunae eum sperandum esse. Denique cum ante dies esset sermo de pluuia. Vnde si miraris quom odo defectum luna patiatur. considera et in eo magnum . Am- potis quoque. 29-30 . 8.226 EXAMERON. 31 tantam rerum mutationem daret. ut mare ipsum occidentale.

àxouXoJKav Tivà t^ mxXtppota TtapàoxiQTai. dimostrò chiaramente che doveva essere attesa non dal novilunio. ut mare. Mi rallegrai anzi perché non cadde una goccia di pioggia finché.. allora riprendono il regolare m oto rifluente. èxtpavetaa to&Xiv. Inoltre.lv al' t e x a rà tyjv vou(AT)vtav noXXxKiq ànò * alj vT)ve[ita. anche dotte e cristiane. nei quali durante il novilunio il mare resterebbe tranquillo (in or tu tamen eius stant placidi). se non possedesse per dono del Creatore una virtù ed un influsso benefico fuor del comune. mentre gli altri giorni si dice che mantenga la propria regolarità. avviene nell’oceano. 144 BC (61 B): Kal a l rapi toù ? eùptorau? TOxXtppoiai x a l f) rapi tòv Xe-fóiievov d>xsavòv ( S ^ r a . avanza e si ritrae con maggiore ampiezza del solito e solleva onde più alte. il mare sarebbe agitato ( lunari exortu euidens mutationis suae fertur indicium dare. a quanto si afferma. Se ti chiedi stupito com e mai la luna subisca questi os ramenti pur esercitando un'azione cosi energica con le sue fasi. 4 Bas.eTaPoXati. Bas.. altpvlSioi T apa/a{. oòSè t ò (IpaxutaTov àTpejxouatv.. 015 (lapTupouaiv 7)jj. concessa per le preghiere della Chiesa. . in cui si os­ serva tale riflusso. ma quando il passare dei giorni la scopre. solito amplius accedat ac recedat et maiore aestu feratur). al sorgere della luna. 01 |xèv yòtp eupmot [xeTappéouat è<p’ éxàrepa xaTà r à Xonrà ax^na-ra -ri)? cteX^vt)? • èv Sè t&> xa ip S TV)? Yevéaeox. Capitolo 8 31. 144 B (61 A): K al r à Tcspl tòv àépa Sè zà uà-Eh') -rati. Taira)? ouvStaTtòerat.. un tale affermò: « Ecco. È un fatto che gli stretti di mare. e di nuovo rifluisce nella misura che gli è propria. So)? àv. l’oceano dove invece nello stesso periodo. S. tuttavia non potevo desiderare che simili asserzioni fossero vere. ogni volta che la lima spunta. ma se tale fenomeno si verificasse per una ripercussione violenta del mutamento lunare. risospinto dal medesimo in flu sso4. il cielo sa­ rebbe coperto di nuvole e cadrebbe la pioggia3. parlando nei giorni scorsi della pioggia che si diceva sarebbe stata utile. 3 Qui S. sicché lo stesso mare occidentale. Hexaem. TS-iayiii- vto? énojiévTjv è^eupov ol 7rpoaoixouvre?. tuttavia alla luna nuova restano tranquilli finché essa rimane senza luce. Alcune persone. .. Anche il ri­ flusso che a quanto si racconta. per effetto del flusso e riflusso. 30. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 227 cose. vetpfiiv xXovou[iév<iiv x a l au[i. Non sembra infatti che ortus ed exortus possano qui avere significato diverso. mentre si spandono da ogni parte in coincidenza con le altre fasi della luna e riman­ dano i flutti penetrati in essi o anche spontaneamente si sollevano con grande violenza. àXX’ èv oàX<}> x a l TaXavraicret Sujvexeì xa&ecTr)- xaaiv. . dà una prova evidente del pro­ prio mutamento. (/. Ambrogio polemizza con la sua fonte.t i i v)v Tat? TOpióSoi? tt)? oeXt)VY]<. E sebbene sentis­ simo un gran bisogno di pioggia. sostennero c anche l'atmosfera subisce un mutamento quando sorge la luna. la porterà il novilunio ».. bensì dalla provvidenza e dalla misericordia del Creatore.m 7tTÓvT<ùv àXXrjXoii.. Ambrogio invece distingue dagli stretti. com e se fosse tratto indietro perché attirato dalla luna. Hexaem.

postea per inconstantiam mentis atque incuriam a suo deflexa proposito studia sua saepe commutet. quod est insi­ pientiae atque inscientiae. tu et tuae redemptioni et illius libertati adfers inpedimentum. Et ideo sapiens non cum luna mutatur. sed propter eum qui subiecit in s p e e. quia non luna mutatur ut stultus. o homo. . tu non intellegis et gratularis fre­ quenter. profectu uirtutis im­ pleta cum fuerit. SER. Vnde non luna est particeps stultitiae. Nam si etiam luna. si anima. DIES IV . Illa congemiscit et conparturit1 in sua mutatione. t Rom 8. 12. uanitati enim creatura su- biecta est non sponte. quod non aliquando resoluatur. ut neque in aduersis abiciamus animum — qui enim omnia fecit ex nihilo facile quoque te potens est ad summa et perfecta prouehe- re — et rursus non extollamur in prosperis neque in potestate ali­ qua nos diuitiisque iactemus neque in uiribus corporis -aut pulchri­ tudine gloriemur. 37-38. c Ps 71. d Ps 88. aliud circum ferri ingenio et sensus in­ firmitate fixam non habere sententiam. multo magis contristare te debet. aliud est enim fungi ministerio. sed stultus ut luna.228 EXAMERON. sed manentem in 'futurum animi gratiam persequamur. non suae stul- a Mt 24. C. denique sem en iusti sicut luna perfecta in aeternum manet et testis in caelo fidelis d. tu sponte mutaris. V I. 22. Illa ergo non sponte mutatur. Luna pro te laborat et propter uoluntatem dei subdita est. quod eius exemplo cognoscis. sed permanebit cum s o le 0. b Eccli 27. Vnde et scriptura ait: Stultus ut luna m utaturh. 5. 31 esse mysterium. 35. et crescit et deficit — deficiunt enim omnia. cui tantum dominus commisit ministerium. ut inluminet orbem terrarum. in quo est facilis corruptio. Illa tuam redemptionem frequenter expectat. ut a com ­ muni totius creaturae seruitio liberetur. 8. nihil re­ rum humanarum esse posse et mundanae totius creaturae. Tuae ergo. quae se semper reparat ac reformat. 20. caelum enim et terra praeteribunta — cur non id moderationis adsumimus. crebra mutatio. quae ex nihilo orta usque ad per­ fectionem uenerunt et iterum perfecta minuuntur. e Rom 8. Nam si te lunae contristat occasus.

195). Dipende dun- 1 Le espressioni neque in aduersis abicere animum et non extolli in prospe­ ris trovano un’eco singolare nell’orazione del Sacramentario Gregioriano: Ade­ sto quaesumus Domine supplicationibus nostris. et inter adversa securi (J. ra/eiai. cui il Signore ha affidato un com pito cosi importante com e quello di illuminare la terra. 7repi<ppovetv -ri)? aapxòs rapi fjv 7) àXXolcdai. . eòy](j. non avere un'opinione stabile. perché non cerchiamo di es­ sere tanto equilibrati da non abbatterci nelle avversità — colui che dal nulla ha creato tutte le cose può facilmente portare anche te alla più alta perfezione — e. mentre si tramuta. aùrfji. geme nelle doglie del parto. Il saggio invece non cambia insieme alla lima. d'altra parte. l^avaXtcrxouaa. o uom o. Per questo la luna non è partecipe della stol­ tezza. 141 CD. Universitaires. in­ fatti una cosa è com piere il proprio servizio e un’altra fluttuare con la propria mente e. perché non è la luna che cambia com e lo stolto. ma per vo­ lere di colui che l’ha sottom essa nella speranza. Hexaem. da non esaltarci nella prosperità e non vantarci per qualche carica o per le nostre ricchezze e non insuperbirci per le forze fisiche e per la bellezza che facilmente si guastano.. tcov àvS-poMrtvtiiv rapi- Tpo7ri)? Xa|i. 140. Et Sè Xutoi ae f) oeX^vif] Tat? xarà [uxpòv àipaipéaeai tò <p£yyoi. Sia&éaeog [lévouaa. tu mostri di non com ­ prendere e te ne rallegri. dopo averla raggiunta. dopo aver raggiunto la pienezza progredendo nella virtù. 61 A): "ilare èx tou xarà t»)v aeXVjwjv &eàfiaTO<. ma cerchiamo piut­ tosto l’imperitura grazia dello spirito? Se ti rattrista la scom ­ parsa della luna che sempre si rinnova ritornando alla sua forma primitiva.ta<. prova questa di stoltezza e di ignoranza. TcjS 8vti yàp xarà tò elpijfié- vov. infatti la creazione è stata sottom essa alla caducità non per suo volere.B. Se an­ che la lima. ut esse te largiente mereamur. Essa dunque muta contro il suo volere. tu invece per tuo volere. p. spesso si alterano1. Perciò anche la Scrittura dice: Lo stolto cambia com e la luna2. toù (3tou.. anzi la discendenza del giusto dura in eterno com e la luna che non ha difetto e quale testim one fedele nel cielo. che non può esistere cosa umana e creatura di questo m ondo che una volta o l'altra non si dissolva. [I. giac­ ché il cielo e la terra passeranno — . XutoItoj ae 7t>éov ^ux1 )) dtpcx^v XTTjaatiévif) xal Sia dbrpoae!. muta spesso le sue aspirazioni. in seguito. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 229 rifletti che questo è un grande mistero. di bel nuovo. yvcipjs àvtSpuTov. Essa attende spesso la tua redenzione per essere liberata dalla comune servitù di tutta la creazione. tò xaXòv àipavl- £ouaa xal (nr]Sé7roTe Irci -ri). Essa.(3àvovTa? Èwotav (ri) [iéya «ppoveìv -vali. cresce e viene meno — vengono meno infatti tutte le cose che sorte dal nulla hanno raggiunto la perfezione e. Ed.. et inter prospera humiles.] 2 Bas. [rf] òita- yàXXea&ai Sui/aaTetai?. dtXXà rcuxvà Tpe7ro(iiv7) xal [iETaPaXXo(zévY) Sià tò tv)<. ma lo stolto com e la luna. tu ostacoli sia la tua redenzione che la sua liberazione. La luna si travaglia per te e a tale tra­ vaglio si trova sottoposta per volontà di Dio.eplai<. èmjieXEÌaStti Sè t ^5 tpux^1? ^5 -tò dtya-9-óv ècmv dcxtv/jTov. m olto più ti devi rattristare se la tua anima. Le Sacramen- taire Grégorien. distolta dal suo proposito per l’incostanza e la negligenza della mente. per la debolezza dei propri sentimenti. iraiSeikcr&ai Tà •fjjiérepa xal -rffi. n. 'O &9P&1V ceX^vrj àXXoioùrai. pi) èroxtpeafl-ai itXoiirou àSeXÓTrjTt. perché dal suo esempio tu impari. 144 A (60 DE. decrescono. Fribourg Suisse 1971. ma du­ rerà quanto il sole. I. Deshusses.

sed Christi lumine et splendorem sibi arcessit de sole iusti- tiae. e Phil 2. ut ascenderet omnibus. descendit nobis. sed men uiuacitate. ut elementa repleat. 12. C. ut im­ pleret om niah. Fulget enim ecclesia non suo. 7. 32. in hoc diligeris. sed defectibus suis creuit et his meruit ampliari. ut dicat: Viuo autem iam non ego. Ergo annuntiauit luna " mysterium Christi. n Rom 13. speciosa sicut luna. Donauit hoc ei qui omnibus donauit gratiam. exinaniuit enim se. quod dum tu expectaris et nec sero conuerteris. Non mediocris in qua signum posuit suum. quae tantum insigne meruisti! Vnde te non tuis numeniis. V I. quae de fraterni sui luce perpetua sibi lumen inmortalitatis et gratiae mutuatur. ascendit enim inquit super caelos. uiuit autem in m e Chri­ stus'p. quae toto mundo reful­ sit et tenebras saeculi huius inluminans dicit: N ox praecessit. h Eph 4. Pulchre ait prospiciens. ut omnis reple­ ret. ut descenderet n o b isg. . sed typo ecclesiae beatam dixerim. Exi- naniuit eam. dum persecutionibus minuitur et confessorum martyriis corona­ tur. H oc est ergo gran­ de mysterium. Prospiciens ergo ecclesia sicut luna defectus habet et ortus frequentes. 7. 10 (9). qui etiam se exinaniuit. Beata plane. sicut habes: Dominus de caelo prospexit super filios hom inum 0. Noli ergo lunam oculo tui corporis aestimare. 16. p Gai 2. Et merito sicut luna ecclesia. 31-32 titiae est. ut repleat. Minuitur luna. in illis enim seruis. Haec est uera luna. SER. 8 . DIES IV . adhuc et illa mutatur. >» Cant 6. 20. donec tol­ latur luna1 et in Canticis dominus de sua sponsa ait: Quaenam est haec prospiciens tamquam diluculum.230 EXAMERON. quasi suos de superiori prospectans. i Io 1. non mediocris quae typum habet dilectae ecclesiae. Itaque qui exinanitus aduenerat a plenitudine sua apostolos impleuit. 2. Vnde unus ex his dicit: Nam de plenitudine eius nos om nes accepimus *. o Ps 13. elec­ ta ut s o l? m. dies adpropinquauitn. quod significat propheta di­ cens: Orietur in diebus eius iustitia et abundatia pacis. i Ps 71. 10.

Spingendo lontano il suo sguardo. colm ò gli apo­ stoli della sua pienezza.. per colmare ogni cosa. Non giudicare quindi la luna con gli occhi del corpo. 32. Ne consegue non una svalutazione della Chiesa in se stessa. L’attenzione e l'esaltazione per la Chiesa tuttavia non significa mi­ nimamente una diminuzione del « primato » originario di Cristo. finché scompaia la luna. mentre sotto le per­ secuzioni si rimpiccioliva e dal martirio dei confessori veniva in­ coronata. non dalla sua stoltezza se. ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia. come indica il profeta di­ cendo: Sorgerà ai suoi giorni la giustizia e l’abbondanza della pace. l’ha an­ nientata colui che annientò anche se stesso per colmare tutti gli uomini: annientò se stesso per discendere fra noi. Perciò uno di essi dice: Infatti della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto. ma al contrario la sua beatitudine per essere « oggetto d’amore » da parte di . là sei serva. 7 (p. Fa bene a dire che spinge lontano il suo sguardo.. la nota a IV. Ambrogio le vicissitudini lunari sono polisemantiche. 2. Questo è un grande mistero. ma per effetto di queste sue scom ­ parse è cresciuta e ha meritato di ingrandirsi. ma perché sei simbolo della Chiesa. 3 Bas. anche se non manca quell'accenno alle « defezioni di alcuni » (IV. dice la Scrittura. e nel Cantico il Signore dice della sua sposa: Chi è mai costei che spinge lontano il suo sguardo com e l’aurora. che riceve tutto il suo valore di luce e di grazia da Gesù Cristo. fulgida com e il sole? E vera­ mente com e la luna è la Chiesa che ha diffuso la sua luce in tutto il m ondo e. Questa è la vera luna che dalla luce perenne di suo fra­ tello deriva il lume dell’immortalità e della grazia. Risalta invece la certezza sulla indefettibilità della Chiesa. discese fra noi per salire per tutti. il principio è chiarissimo e fonda ima vera teologia della Chiesa: « La Chiesa non rifulge della propria luce. ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia ». La Chiesa ri­ fulge non della propria luce. cf. e appunto leggi: Il Signore dal cielo ha rivolto il suo sguardo sui figli degli uomini. 7). dice: La notte è avanzata. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 231 que dalla tua. il giorno è vicino. la Chiesa. 4 Sulla luna typus Ecclesiae. anch’essa continua a mutare. Non è di scarso pregio l’astro in cui egli ha posto una sua raffigurazione. 195). Hexaem. spesso scompare e rinasce. o luna. Perché possa colmare. Quindi la luna ha procla­ mato il mistero di Cristo. 2. che hai meritato una così invidiabile distinzione! Per­ ciò ti potrei dire beata non per i tuoi novilunii. Totvuv (irjSè ffeXfyfqv òtpS-aXjitii àXXà Xoyta(i(j). mentre tu aspetti e tardi a convertirti. Ascese sopra i cieli. La luna cala per colmare gli ele­ menti. Osserviamo come per S. ma Cristo vive in me. 145 A (61 D ): Mi. ma è anche una partecipazione all'umiliazione di Cristo e quindi ai suoi mi­ steri. così che può dire: Non sono più io che vivo. bella com e la luna. Veramente beata sei tu. qui sei oggetto d ’a m ore4. com e chi guarda dall’alto i suoi. che è l’astro « fratello » e maggiore. non di poco valore l’astro che è simbolo della Chiesa a lui cara. Colui che era venuto annichilito. illuminando le tenebre di questo secolo. Siamo lontani da una concezione di Chiesa che venga meno per il suo peccato. con l’acume deU'intelligenza3. Il decre­ scere dell’astro è segno di un « rimpicciolirsi » della Chiesa per le defezioni. com e la luna. Le ha dato questa facoltà colui che a tutti ha donato la grazia.

sed etiam ocu­ lorum amissione caecauit*. Sic Petrus Simonem alta caeli magico uolatu petentem dissoluta carminum potestate deiecit et strauit. ecclesia. Io 3. Quam ridiculum autem quod te plerumque credunt mines magicis carminibus posse deduci. DIES IV . r Ps 57. 12. <i 2 Cor 11. 14. 33 33. . Num 21. Quis enim opus dei tanto ministerio deputatum arbitretur Chaldaeicis superstitionibus posse temptari? Lapsus sit ille qui se transfigurat in angelum lucis « et deductus uoluntate propria. Nihil incantatores ualent ubi Christi canticum cotidie decantatur. V I.232 EXAMERON. Multi temptant ecclesiam. non carminum potestate. in Christi nomine hebetatur. et Aegyptiorum ferale licet car­ men inmurmuret. et ipsà sicut ser­ pens exaltatus deuorat colu brass. Habet incantatorem suum dominum Iesum. 11. 8. C. 14. putaris posse quasi de loco tuo et statione deduci. sed sagae artis ei carmina nocere non possunt. Sane et in hoc [quasi]. SER. 6. Aniles istae fabulae ac uulgi opiniones. t Act 13. 8 . Sic et Elymam magum Paulus non solum sagae artis infirmitate. s Ex 7. per quem magorum incantan­ tium carm ina1 et serpentum uenena uacuauit.

È vero che. I Apoi.. nel nome di Cristo essa viene resa inoffensiva. -rial -ivj? oExela? eSpa? aTTOKivTjS-etca aeXV]vv] Trpò? y?jv xaiaipépexat.. 145 A (61 DE): MuS-ot tive? xaTay^Xacroi Ù7tò YpatSlcùv x<o- ■9-<im£o[iévo>v 7rapaXv)poii(jievot TOxvraxoO SisSó^cav. stabilito da Dio. È un tratto di dottrina ecclesiologica di S. occorre sempre collegarla idealmente con il disegno divino che la pre­ cede come modello perfetto. 26. Nella realtà della natura emerge ed è colto cosi presente e in­ tenso il simbolo che i due piani quasi si identificano. possa. Molti attaccano la Chiesa. ma è stato trascinato in basso per la propria volontà.. 9 S. S. Ambrogio non riferisce l’episodio di Simon Mago secondo Atti. Quant’è ridicolo poi che gli uomini per lo più credano poterti tirar giù dal cielo con formule magiche! Codeste sono fa­ vole dà vecchierelle e credenze del v o lg o 5. come in quella della lima. Hexaem. pp. I. per cosi dire. « Le variazioni nella vita della chiesa. di cui essa non è che una pallida proiezione sulla terra a modo di ombra fugace e verso il quale tende come il suo ter­ mine ultimo nella gloria » (op. com e il serpente posto in alto. non per l’efficacia degli incante­ sim i6. 6 Satana. . là sei serva. essere rimossa dal posto dove sei stabilmente collocata. Cosi Paolo accecò anche il mago E lim a8. VI. o Chiesa. [I. cf..... Dial. 6-12. Ambrogio: « Veramente beata sei tu. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 233 33. Essa dice la potenza e l’attrattiva che il Signore Gesù esercita sulla Chiesa. ap. non solo rendendo inefficace la sua arte magica. 929-932). anche a questo proposito.. per mezzo del quale ha reso inoffensivi gli incantesimi degli incantatori e i veleni dei serpenti. subisca l'in­ fluenza delle pratiche superstiziose dei Caldei? Sia pur caduto co­ lui che assume l’aspetto d ’un angelo di luce.. La Chiesa ha per incantatore il Signore G esù7. Ambrogio questa visione della Chiesa nella sua dimensione di grazia proprio per l'indisgiungibile le­ game col quale è unita a Cristo. ma conseguenza di un ordine ragionato. e sebbene si borbotti la magica formula degli Egiziani apportatrice di morte.. Paolo rese cieco il mago Elima che a Pafo cercava di distogliere il proconsole Sergio Paolo dalla fede. il suo modo caratteristico di leggerla e decifrarla.. Ambrogio parla del canticus Christi. 8-24. ori ^ayyavetaic. cit. perché sei simbolo della Chiesa. Nell'esclamazione di S. e per ciò amata da lui. 7 L’immagine di Cristo « incantatore » della Chiesa è senza dubbio di forte suggestione e audacia. 8.B. qui sei oggetto d’amore ». cosi che nessun’arte riesce a smuoverla e a distrarla dalla fedeltà a lui. assimilandola a Cristo.. si ritiene che tu. Quando dunque si considera la chiesa nella sua realtà storica. Chi potrebbe credere che un’opera di Dio.] 8 Come leggiamo in Atti 13..B. 261-262).. ma secondo Const. [I. ed essa.] 5 Bas. ma gli incantesimi dell’arte magica non possono nuocerle. Cosi Simon Pietro. fece precipitare e cadere a terra colui che con magico volo si sollevava in alto®. per cui volgendosi alla luna egli può dire: « Beata. Iust. che ogni giorno sale nella Chiesa e la rende insensibile ad altri incantatori: forse egli pensa alle celebrazioni liturgiche. Una anteriore volontà di Dio. ma anche privandolo della vista. alla Scrittura che vi è letta e alle preghiere e canti che vi si elevano e che hanno la forza di rendere vani ogni seduzione e tentativo di distogliere la Chiesa — « opera di Dio » — dal destino e dal po­ sto nel quale Cristo stesso l’ha collocata.. distruggendo il potere degli incantesimi. — scrive il Toscani — non sono effetto di debolezza. destinata a un cosi alto servizio. la esinanì per riem­ pirla dei suoi doni. Cristo.. Non hanno alcuna efficacia gli incantatori dove ogni giorno si canta il cantico di Cristo. » si rivela singolarmente la sensibilità e l’atteggiamento del vescovo di Milano nella sua interpretazione della natura. 9 (PL. o luna. divora i rettili..

lumen minuitur. V I. 34 Caput IX 34. Sed iam ca- uendum. cuius ortum non probant? Quid etiam de luna dicimus. quia sciunt tunc primum artes suas uacare coepisse et populos gentiles ad ecclesiam demigrasse. ut arbitror. umbra cumulatur. quo eorum destructa nequitia est. dare reliquis diebus usque ad exactum mensem indicium serenitatis existimant. Ideo gentiles nihil adoriendum ad- serunt. quibus serenitas incohatur. DIES IV . cessit dies quartus. 9. quo celebratur mysterium redemptionis? Ideo daemones declinandum esse persuadent numerum eum. Limam certe quartam. SER. Quomodo ig quartum plerique consueuerunt cauere et inutile putant hoc nu­ mero aliquid ordiri. si pura fuerit neque obtunsis cornibus.234 EXAMERON. Nolunt ergo isdem exordiis incohare. Pulchre. cadunt enim umbrae maiores de montibus. C. quo totus noua luce mundus emicuit? An sinistris sol coepit auspiciis? Et quom odo alii potest bona signare qui sibi eligere diem sui nesciuit exortus? Aut quom odo signa eius probant. . ne nobis in sermone dies quartus occidat. quae et quarto die coepit et quarta decima diem signat salutis? An displicet numerus.

Forse non va a genio il numero nel quale si celebra il mistero della reden­ zione? Per questo i demoni suggeriscono di evitare quel numero dal quale fu distrutta la loro perfidia. cum Tryph. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 235 Capitolo 9 34. Milano. R ic c io tt i. 190-195). 768-769. l’oscurità più fitta.. perché sanno che da quel mo­ mento le loro arti com inciarono a non aver seguito e i popoli pa­ gani entrarono nella Chiesa. 83: maioresque cadunt altis de montibus umbrae. I. È trascorso bene. 432435: Sin ortu quarto (namque is certissimus auctor) pura neque obtunsis per caelum comibus ibit. 3 Cf. Ma ormai dobbiamo fare attenzione che. Scendono infatti più lunghe dai monti le o m b re3.. pp. Per questo i gentili afferma­ no che nulla vi si deve iniziare. Rizzoli. Su Simon Mago vedi Lexikon fur Theologie und Kirche.. Georg. Bue. 120. 1 La morte di Gesù sarebbe avvenuta il quattordicesimo giorno della luna di marzo (G. Essi ritengono tuttavia che la luna al suo quarto sorgere. a quanto credo.. Non vogliono dunque prendere iniziative co­ minciando nel giorno in cui ha principio il bel tempo. 9. Co mai molti sogliono guardarsi dal quarto giorno e pensano che sia dannoso iniziare qualcosa con questo numero con il quale tutto il mondo rifulse di nuova luce? Forse il sole ha avuto inizio con funesti auspici? E com e può presagire del bene ad altri chi non ha saputo scegliere un giorno favorevole per la propria nascita? O com e danno credito ai suoi segni coloro che avanzano riserve sulla sua origine? Che dobbiam o dire anche della luna che ha cominciato ad esistere nel quarto giorno e col suo quattordice­ simo sorgere contrassegna il giorno della salvezza?1. 2 Cf. la luce si fa scarsa. Vita di Gesti.. Verg. / totus et ille dies et qui nascentur ab illo / exactum ad mensem pluuia uentisque carebunt. dia un indizio di tempo sereno per tutti i rimanenti giorni sino alla fine del m ese2. mentre stiamo parlando. Verg. il quarto giorno. il quarto giorno non tramonti. I. purché limpida e con le corna ben nette. .

generare fluuii. Habet adhuc creator quod illi conferat. Supererat elementum tertium. mare ipsum coepit di- uersa reptilium genera parturire et secundum genus effundere Gen 1. quo munia terrarum pos­ sit aequare. mare scilicet. Aetherio etenim spiritu omnes terrarum fetus aluntur. 2. cael quoque sole et luna geminis uultus sui luminibus stellarumque insignitum decore fulgebat. Dixit itaque deus: Producant aquae reptilia animarum uentium secundum genus et uolatilia uolantia secundum firma­ mentum ca elia. seruabat ei. Vestita diuersis terra germinibus uirebat omnis. Viuificauit prius terra. Venit mandatum et subito aqua iussos fundebatur in partus. terra quo­ que semina resoluens uniuersa uiuificat et maxime tunc primum uerbo dei iussa uiridescere uiuificationis suae munere pullulabat: uacabat aqua et a diuinae operationis feriata beneficio uidebatur. DIES QVINTVS SERMO VII Caput I 1. ut et ipsa proprium sibi et speciale ali­ quid praerogatiuae conlati sibi muneris uindicaret. uiuificare lacus. . sed ea quae spirantem animam non habebant: aqua iubetur ea producere quae uiuentis animae uigorem dignitatemque prae­ ferrent et sensum tuendae salutis et fugiendae mortis acciperent. ut et ipsi gratia uiuificationis diuino munere proueniret. 20.

perché rivendicasse anch’essa la prerogativa3 sua propria e parti­ colare d'un dono destinato a lei sola. nota ai w . la terra era tutta verdeggiante. QUINTO GIORNO V II SERMONE Capitolo 1 1. Ambrogio segue i Settanta che danno: ’ E^aYayèTtù Tà CSaTa ép7cerà (|)UxSv £<oaciv xal jrc-reivà jteró(ieva èreì ttjs y x o r c à tò crepitala tou oòpavou. cit. Ma il Crea­ tore tiene ancora in serbo dei doni da darle. Aewró[zevov 3jv xal toì? uSaai tòv oìxeTov xóafjtov daraSo&Tjvai.cùv poXat? Tfj ou^uyta tgìv jieyaXov ipcoaTTjpcov xaxexoo^- Si). op. e dallo scintillio delle stelle. Hexaem. cui per dono divino dovesse estendersi il bene della vita Infatti tutti i prodotti della terra sono alimentati da un soffio etereo2 e la terra stessa. infonde in essi la vita. . 261-262. a spargere nelle sue acque ciò che aveva formato. Dal testo letterale risulterebbe propriamente che anche i volatili provengono dall’acqua. 2 Cf. vedi T esta. con i quali possa uguagliare i privilegi concessi alla terra. Non restava che il terzo elemento. pp. germogliava rigogliosa nell'esercizio della sua funzione vivificante: solo l’acqua era inoperosa e sembrava lasciata in riposo dal beneficio dell’operazione divina.. i laghi davano la vita. anche il cielo risplendeva ornato dai due fulgidi occhi del suo volto. li riservava per lei. Fu dato l’ordine. e subito l’acqua si prodigava a generare gli esseri che le erano stati co­ mandati: i fiumi procreavano. 724-726: Principio caelum ac terram camposque liquentes / lucentemque globum lunae Titaniaque astra / spiritus intus alit.. quando essa per la prima volta al comando della parola di Dio si copriva di verzura. 2. 1 B as. 3 praerogatiuae è partitivo dipendente da aliquid. V erg. il sole e la luna. Rivestita di piante diverse. dissolvendo tutti i semi senza eccezione. lo stesso mare cominciò a partorire diverse specie di rettili e. cioè il mare.. Disse perciò Iddio: Le acque producano i rettili in un brulichio d’esseri viventi secondo la loro specie e volatili che volin o4 in faccia al firmamento del cielo. 20-23. ma ad esseri privi del soffio vitale: l'acqua riceve l’or­ dine di generare esseri che manifestassero la forza e la dignità d’uno spirito vitale e avessero l’istinto di proteggere la propria incolumità e di evitare la morte. V I. e soprattutto allora... 148 A-C (62 DE): ’ArcèXape [zèv yàp f) -p) T“ v oExctcov pXaoiT)(xiÌTo>v xóa[iov • à:réXa(3s Sè oiipavòs tcov fiorptov Tà &*Sb) xal oiovel Si8ti|jUov òcp$aXji. Aen. secondo cia­ scuna specie. Fu la terra a dare la vita per prima. 4 S.

C. Scimus reptilia dici genera serpentium eo quod super ram repant. culices quoque et ranunculae circa genitales strepunt paludes. quae omnia in momento diuinae praeceptionis animata sunt. quae uel in aquis uel in terris uiuant. nostrae mater luxuriae. 4. tamen cum in alto aquarum sunt. Non exigui gurgites. ante hominem deliciae. quin omnia datam sibi creandi adsumerent potesta­ tem. Quin etiam cum pleraque pedes habeant et ambulandi usum eo quod sint amphibia. 3. tamen cum supra innatant. In terris quoque aquae suas sibi uindicant portiones. Vae mihi! Ante hominem coepit inlecebra. non ambulant. ne tibi aliqua uelut propria uindicares. DIES V. et ipsae audierunt domini mandatum dicentis: Producant aquae rep­ tilia animarum uiuentium. quod trahunt super quaedam dorsa aquarum. delphines praeludebant in fluc­ tibus. equi fluuia- les. 25. Nam etsi in profundum quaeque de­ merserint aquam uideantur incidere. Pisces exilibant de flumine. ut praeuaricatio tuae auiditatis oneretur. . sed natant b Ps 103. sed multo magis omne quod natat reptandi habet uel speciem uel naturam. ut sunt phocae. V II . Prior ergo hominum temptatio quam creatura. repunt toto corpore.238 EXAMERON. Lambunt terram pisces aquarum et ex ea sibi praedam requirunt. uitalis etiam uigor aliquid uirtutis. Tibi suos fructus terra producit. tibi scaros et acipen­ seres et omnes fetus suos generant aquae: et his non contentus interdicta tibi alimenta gustasti. Repleta erat terra germinibus. non caenosae palu­ des uacabant. Haec communia dedit. Sed nihil natura deliquit: alimenta dedit. Ad inuidiam tuam omnia con­ geruntur. crocodilli. Simul coibat form a corporis et operabatur anima. Sed neque quam multae species et nomina sint possum enarrare. mare inpletum animantibus. SER. Ibi insensibilia pullulant. quorum non est numerus b. 24 quodcumque formauerat. ostreae adhaerebant profundis. quos hippopotamos uocant eo quod ii generentur Nilo in flu­ mine. illic rep­ tilia. Vnde et Dauid dixit: H oc mare magnum et spatiosum. 1. adolescebant echini. non uitia praescripsit. concae saxis. hic sensibilia uersantur.

Per te la terra produce i suoi frutti. a maggior ra­ gione. che egli d’altra parte sa descri­ vere con viva sensibilità e arte raffinata. perché si trascinano per terra. Anche se tutte quelle specie che scendono verso il fondo sem­ brano fendere l’acqua. e dall’altro proprio in tale contesto di peccato risalterà quel perdono divino che agli occhi di S. tutto ciò che nuota ha l’aspetto o la natura del rettile. camminano perché sono anfibi. Ahimè! Prima ancora dell’uom o è cominciata la lusinga. madre della nostra mollezza voluttuosa. non cam­ minano. anch’esse hanno udito il comando del Signore che diceva: Le acque producano rettili in un brulichio d'esseri viventi.] . né si servono della pianta del piede per 5 Questa lusinga che precede la creazione stessa dell’uomo — per l'uomo si trova a nascere in un mondo già preparato a tentarlo — rivela il senso profondo del peccato in S. Ambrogio è come il fine ultimo dell’opera di Dio. i cavalli di fiume chiamati ippopotami perché nascono nel fiume Nilo. tuttavia. le conchiglie si attaccavano agli scogli.B. di solito. crescevano i frutti di mare. Non ne deriva però un radicale pessimismo. Tutto ciò si accumula a tuo rimprovero per rendere più grave la prevaricazione della tua avidità5. perché tu non ne rivendicassi alcuni esclusivamente per te. sebbene molti abbiano piedi e. le ostri­ che al fondo. della sua diffusione o occasione. gli storioni e tutti i loro pro­ dotti: e tu. la raffinatezza. la nota 2 a p. che dipendono da una scelta. non ci ha imposto dei vizi. il mare colm o d ’esseri viventi. La tentazione dell’uomo precedette la sua creazione. Da un lato egli sottolinea il ruolo della libertà dell’uomo: la natura non impone i vizi. sul dorso dell’acqua. Anzi. qui si agitavano esseri sensibili. 419). Mentre prendeva consistenza la form a del corpo. i delfini iniziavano i loro giochi tra le onde. prima ancora dell’uomo. per cosi dire. [I. strisciano con tutto il corpo che trascinano. hai gustato il cibo proibito. quasi la rivelazione della sua più intima proprietà in atto nel disegno di salvezza (cf. Ma la natura non ne ebbe colpa alcuna: essa ci ha dato dei cibi. I pesci balzavano dai fiumi. 4. quando nuotano alla superficie. Ma non possiamo nemmeno specificare quante siano le specie e i nomi di tutti gli esseri che ricevettero la vita nell’istante del comando divino. i coccodrilli. I pesci lambiscono le sponde e li cercano la preda. ma nuotano. non le paludi fangose restavano inattivi senza usare la facoltà loro concessa di creare ogni specie acquatica. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 239 Non i minuscoli specchi d ’acqua. però. tuttavia. Ha dato questi alimenti per tutti. non contento di questi. per te le acque generano gli scari. Perciò anche Davide disse: Questo è il mare va­ sto e spazioso: là si trovano rettili senza numero. sia che vivano in acqua sia in terra. 3. oltre la bellezza e la varietà delle creature. La terra era piena di ger­ mogli. Ambrogio. anche le zanzare e le ranocchie rumo­ reggiano intorno alle paludi ove son nate. l’anima ed anche il vigore vitale cominciavano a dare qual­ che segno della loro efficace presenza. Là pullulavano esseri privi di sensibilità. Sappiamo che si chiamano rettili le specie degli animali che strisciano. Anche sulla terra le acque rivendicavano la parte loro dovuta. quando si trovano in acque profonde. com e le foche.

paui uerso colore dorsa et colla depicti sint. dracones. Quid adtexam etiam merulas. siquidem aqua prior animarum uiuentium reptilia diuino nutu imperata produxit. quam ferunt aliquid habere noxium. C. sed tamquam remo ad reptandum. quorum sibi terrae et species et nomina uin- dicarunt? Nam prius in mari ista coeperunt diuersisque flumini­ bus. uitulos marinos. testudines. turdi aluo uarii. muraenas. 10. sepias. non fastidit in minimis. 6. ranas. Numera. esca pretiosior est. quo rana eiusdem ui operationis innascitur. C. del­ phinas. 3. turdos. Leo terribilis in terris. muste­ las quoque et canes maritimos. sicut non do- luit. pauos quoque. leones. quorum etiam colores in auibus uidemus expressos. Caput II 5. phocas. 1. cancros et in his innumerabilia sui generis. si potes. et cetera. Producant aquae reptilia dixit dominus. Quid dicam genera serpentium. siquidem et nauis acta remis labitur et aquas sulcat carina. 2. 5. SER. . s uehemens et late patens com munem minimis et maximis naturam infundit. V II . o ho­ mo. carabos. quod ea quae timemus in terris am mus in aquis. cete inmania. Nec dolet natura parturiens delphinas. Aduerte. Non laborat in maximis deus. Eodem momento producitur balaena. V. cf. 4 . Muraena. Breuis sermo. Adde hanc gratiam. quanto plura in mari quam in terris sint. omnium piscium genera uel minutorum uel etiam maximorum. 31. Etenim noxia in terris in aqua innoxia sunt atque ipsi angues sine ueneno. 5-6 nec uestigio utuntur pedis ad incedendum. DIES V. ut nigrae merulae.240 EXAMERON. ballena Schenkl balaena codd.' anguillas? Nec praetermittam scorpios. liostraca. cum exiguos murices cocleasque produceret. dulcis in fluctibus. omnes praeter unum. polypos.

al comando del cenno divino. xav Sià pàS-oui. E la na­ tura non si duole di partorire i delfini. nasce la rana. murene. Verg... 2 La mustela marina è la « donnola marina ». Aggiungi questo vantaggio: noi amiamo nell’acqua gli es­ seri che temiamo sulla terra. Perché ricordare le specie di quelli che strisciano. e tutti gli altri di cui la terra si è appropriata specie e nomi? Infatti questi animali com inciarono ad esistere prima nel mare. tordi e perfino i pesci pavoni. le fo­ che. polipi... a e ó f z a T t . cosi che i merli sono neri. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 241 camminare. o uomo. i vitelli marini. • t ò Sè ty)? èv tòS 7rpoardtYH. 1 B as . anguille? Non lascerò da parte gli scorpioni acquatici. gli enormi cetacei3. le testuggini. nel paragrafo successivo.. V . sia dei più piccoli sia anche dei più grandi: seppie. cioè la bottatrice ( Iota uulgaris). Animali nocivi sulla terra sono in­ nocui nell’acqua e gli stessi serpenti non sono velenosi. Considera. per effetto della medesima ope­ razione. com e non si dolse dando alla luce murici e minuscole conchiglie. Hexaem. Le acque producano rettili. Aen. ostriche.. 6.aTi Si avo (a? noXiixouv tooou tóv èoTiv. quanti più animali vi siano nel mare che sulla terra. pro­ dusse i rettili in un brulichio d’esseri viventi. et longa sulcat maria alta carina. 158: et longa sulcat uada salsa carina. Poche pa­ role. La murena. le specie di tutti i pesci. le rane. il parallelo tra la puzzola di terra e la « puzzola » di mare. 822: tum uariae comitum facies. Il leone. granchi.. V . 197.. ficai x a l al Ttov tx^uiov Sia- ipopal x a l xoivór/jTes. fxòtXXov Sè oùSè tpcovr).. i pavoni sul dorso e sul collo sono tinti di riflessi cangianti. V erg. 148 D (63 D ): Ilà v t ò v i q x t i x ó v . 3 Cf. i tordi screziati sul ventre. perché l’acqua per prima. 7 C f. immania cete. e fra questi gli innume­ revoli esemplari di ciascuna specie. Hexaem. è amabile nelle onde. Iddio non prova fatica nel creare gli es­ seri più grandi né disdegno nel creare quelli più piccoli. ÈTrtCTupó(jLevov a t jì t o u ùSaTac. i leoni di mare. se puoi. Viene creata la ba­ lena nello stesso momento in cui. ma com e di un rem o per nuotare6. . Nella traduzione uso il termine « puzzola » per conservare. Perché aggiungere anche i pesci merli. Capitolo 2 5. i delfini. dal momento che anche la nave spinta dai remi scivola via e solca le acque con la carena7. àXXà £oirì) fióvov x a l ópfrf) tou S'eX’fjjiaToi. draghi. la puzzola2 e i cani marini. X . TÉ^vy] t ò CSojp. gamberi. dei quali vediamo riprodotti negli uc­ celli anche i colori. 149 A (63 C): 'H n-èv (po>v}j tou irpooTàv^aTos (iixpdc. ha detto il Signore. terribile sulla terra. Conta. t ^ ? t ò ì v èpTOaTixcSv la r i (p t id e t ix . ma decise e comprensive che infusero una comune natura agli esseri più piccoli e a quelli più grandi*. che dicono 6 B as. Aen. xàv Tyj èm<pavela t o u OSaro? èm v a e r a i.

25. nemo enim potest omnia conprehendere. Quid etiam a Phil 3. Quid loquar cornorum. flos es. in aquis suauis. Denique sermo testatior quod de eo qui gratam redoluit suauitatem dictum facete sit: aut piscem olet aut florem . quandoquidem etiam in ecclesia aquae illud operantur. Terrena se nouit uindicta faetoris ulcisci. Mustelae grauis in terris odor. ita idem pronuntiatus est piscis odor esse qui floris. Tanta est aquarum gratia. thymal- le.242 EXAMERON. haec non minorem habet gratiam capta quam libera. C. SER. 2. quarum uitulos fugiunt et leones. decora in aquis omnibus fere praestat alimentis. ut prae­ donum abluta nequitia cum innocentibus comparetur. V II . Plura si qui uult cognoscere. DIES V. b Is 65. leo et bos simul paleas manducabuntb. cauete malos opera riosa. quid suauitate iocun- dius. Neque te inhonoratum nostra prosecutione. a diuersis locorum pisca­ toribus quaerat. Canes sane et in mari caue. quid etiam luporum teneritu­ dines? Nescit hos lupos agnus timere. quid odore fraglantius? Quod mella fraglant. hoc tu corpore tuo spiras. cui a flore nomen inoleuit. Seu Ticini unda te flu­ minis seu amoeni Athesis unda nutrierit. quos et in ecclesia molestos esse et cauendos apostolus docet dicens: Cauete canes. 2. 6 Rana horrens in paludibus. dimittam. ut his propheticum illud dictum de ecclesiae sanctitate iure conueniat: Tunc lupi et agni simul pascentur. Quid specie tua gratius. Nec mirum. .

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 243 non priva di qualche pericolo. P l in N. Perciò è un m otto ben conosciuto quello che si disse scherzando a un tale che emanava un gradito profum o: « Sa di pesce o di fiore » 4. Anche nel mare però guardati dai cani che nella Chiesa sono molesti e devono essere evitati. Cosi grandi sono i pregi delle acque dove perfino i leoni fuggono i vitelli ". 97-98: nec te puniceo rutilantem viscere. questa non è meno piacevole catturata che libera. La rana. qui rende uitulos con « delfini ».. che ci ripugna nelle paludi. E non c ’è da stupirsi. cosi ora S.. si ricava che per S. Ambrogio vitelli marini e delfini sono due specie distinte. Ambrogio a leggere « i pregi delle acque » — e più generalmente i dati e le vicende della natura — in chiave ecclesiologica. che pure a p. che formano il mondo e che offrono il linguaggio e le rap- . come insegna l’Apo- stolo dicendo: Guardatevi dai cani. in tal m odo si dichiarava che l’odore del pesce era com e quello d ’un fiore. dulcis in fluctibus. gradevole in mare. con la sua efficacia redentiva e purificatrice e con il suo effetto ecclesiale: la trasformazione operata dal battesimo sa creare il miracolo della comunità pacifica e concorde. perca..H. 9. Ambrogio gioca sui nomi « vitello » e « leone ». in cui entrano come momenti e spazio di prefigurazione e di simbolo le altre creature. Perché dovrei ricordare an- 4 II temolo ( thymallus uulgaris) è chiamato cosi dal caratteristico odore di timo delle sue carni (D evoto-Ol i ). perché anche nella Chiesa l’acqua fa si che la mal­ vagità dei briganti. 264. 8 Come prima sul nome « lupo ». 5 Cf. Che c ’è di più gradevole del tuo aspetto. cui ha dato nome un fiore. n.. P lin . Va notata ancora una volta la facilità di S. dove sono nominati separatamente. Mosella. Per la forma letteraria cf.. si informi dai vari pescatori dei luoghi: nessuno infatti può cono­ scere tutto. che ad esse si adatta bene a ragione la famosa profezia sulla santità della Chiesa: Allora i lupi e gli agnelli pascoleranno insieme. cf. N. 25. nell’acqua non manca d ’una sua eleganza e in bontà supera quasi tutti i cibi. Le puzzole sulla terra hanno un odore sgradevole. 169: redolentque timo fragrantia mella. Aus. c f. che è un motivo di speciale attrazione per S. Ambrogio — per la sua sensibilità poetica che ne appare come incantata e per i richiami biblici che riporta — il vescovo vede in filigrana il lavacro battesimale. 11. Sia che ti nutra l’onda del fiume Ticino sia quella del ridente Adige. di più soave del tuo sapore. Che dirò poi delle tenere carni dei c o rv i6 o dei lupi di m a re?7. tu sei un fiore. aveva spiegato trattarsi delle foche. Di questi lupi l’agnello non ha paura. 10. o temolo. La Chiesa vi appare come il senso ultimo e unificante di tutto il progetto divino: il piano in certo modo riso­ lutivo. 115: nec te. Quella di terra sa difendersi vendicandosi con il suo fetore. 9 Nell’acqua. IV. Da V. è un cibo squisito.H XXXII. 6: leo terribilis in terris. salmo. 2.. delicias mensarum. Se uno vuol sapere di più. il leone e il bove mangeranno insieme il foraggio. silebo. di più delicato del tuo profum o? Tu dal tuo corpo emetti la fra­ granza di cui olezza il m iele5. / transierim'. 2. una volta purificata dall’acqua. Verg. è una specie di salmone. Il Coppa. anche sopra. sia posta sullo stesso piano con chi non ha p ecca to9. XXXII. 11 e 13. 9 II c o r v o di m a re è id en tifica to c o n la trigla hirundo L. V. guardatevi dai cattivi operai. 1 II lupo di mare corrisponde alla nostra spigola. cf. Né ti lascerò senza lusinghiera menzione nel nostro elenco. 145. Georg.

quod non aqua abluat. illis non satis est aperire uiscera na- tosque recipere ac reuocare integros atque iterum fotu quodam eos sui caloris animare et spiritu adolere suo duosque in corpore uno uiuere. partus proprios com ederunta. aperire ora et innoxio partus suos dente suspendere. aliae in fame. quos uocant troctas. Quis haec uidens. interno quoque recipere corpore et genitali feruntur aluo abscon­ dere. V II. donec aut securitatem deferant aut corpore suo obiec- to natos suos defendant a periculis. aquarum est species illa quae fulget. et aquis fouenda conmittunt. non tantae piscium pietati cedat? Quis non miratus stu­ peat. SER. si quid forte insidia­ rum terrorisque praesenserint circa catulos suos quemquam moli­ ri. . quia nihil est commune. Aqua igitur animat et creat et adhuc mandati illius primi tamquam legis perpetuae munus exsequitur. innumera genera piscium. ut seruet natura in piscibus quod non seruat in hominibus? Plerique ex suspicione nouercalibus odiis adpetitos suos occide­ runt filios. Alii uiuos fetus edunt de suo corpore. Quae cum ediderint partus. DIES V . Alii o generant. ut mustelae et caniculae et cete ingentia. 7 purpuras memorem. Innumeri itaque usus. 2. quae ornant regum conuiuià. ut uarii maiores. Adde porcos maris etiam Iudaeis gratos.3.244 EXAMERON. blanda quae­ dam mater animantium. C. quo tueantur eos uel tenerae aetatis pauorem materno affectu conprimant. 6 . Caput III 7. et ideo communes eos sicut in terra editos aestimare non possunt. ut legimus. etsi possit obtinere. delphines et phocae aliaque cete huiusmodi. Qui humanus adfectus hanc piscium pietatem possit imitari? Oscula nobis satietati sunt. amictus in- buunt? Aquarum est igitur quod in regibus adoratur.

viene dall’acqua il loro fulgido aspetto. Innumerevoli sono dunque i vantaggi. cf. aprono la bocca e li appendono ai loro denti senza far loro del male ed anche li accolgono nell'interno del corpo 2 e li nascondono nell’apparato ge­ nitale. 566 b.. 149 A. Da que fatto deriva evidentemente il suo nome.H. 8-18... pur potendo catturarli. 2 Bas. 3 Penso alluda al mito d’Ippolito. persegui­ tati dall’odio delle m atrigne3. La madre divenne presentazioni di un termine e di un’opera incomparabilmente più alta. L’acqua vivifica e crea e. finché non siano in grado o di garantire la sicurezza ai loro nati o di difenderli dai pericoli opponendo il loro corpo. Hexaem. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 245 che la porpora che orna i conviti dei re e ne tinge le vesti? Viene dall'acqua. .. se si accorgono dì qualche minaccia per i loro piccoli. Aggiungi i porci m arini10.B..A. Alcuni producono uova. 1 Bas. 28 ss. dunque. N.. XXXII. Altri partoriscono dal loro corpo i piccoli già vivi.. dove però si parla del delfino e del marsuino. Quale affetto umano potrebbe imitare questo tenero amore dei pesci? Noi ci saziamo dei baci. 40. Questi. cf. com e le puzzole. 4 2 Re. A rist. accusato innocente dalla matrigna e fatto perire dal padre Teseo con la sua maledizione. accetti anche ai Giudei. Chi vedendo questo. e le affidano alle acque perché le portino al pieno sviluppo.. 6. quale madre affettuosa d’es­ seri viventi. ci furono donne. P lin . non si ritrarrebbe di fronte a un cosi tenero amore? Chi al colm o della meraviglia non si stupirebbe che la natura rispetti nei pesci ciò che non rispetta negli uomini? Molti per un sospetto uccisero i loro figli. VI. i delfini e le foche e gli altri grossi pesci della stessa sp ecie1.. 152 A (64 B ). [I. gli enormi cetacei.. 64 B ). perché non c ’è nulla d’immondo che l’acqua non purifichi. per proteggerli o per reprimere con affetto materno lo spavento della loro tenera età. 2. quelli non si accontentano di schiudere le loro viscere e di accogliervi i piccoli e di farli uscire sani e salvi e d ’infondere loro nuovamente la vita riscaldandoli col loro tepore e farli crescere con il loro fiato e vivere due in un sol corpo. H. e perciò non li possono considerare immondi com e quelli nati sulla terra. 152 A (63 C.. De bello Iud. Hexaem. 18: grunnire eum cum capiatur. com e si legge.] 10 Cf. ciò che si venera nei re. continua ad eseguire il com pito assegnatole da quel primo comando divenuto una legge perenne. È sem­ pre la « realtà » che viene a saturare e a inverare l’intenzione espressa dal « simbolo ». Capitolo 3 7. innumerevoli le s cie dei pesci. com e alcuni pesci più grandi chiamati trote. dopo aver partorito. che durante la carestia divorarono i propri b im b i4. i pescicani. Ios. V. 12.

Et qui oua gene­ rant non nidos texunt ut aues. 8. Et. Continuo enim tactu parentis animatum ouum cecidit et piscis exiuit. omnes praeter unum. quae sunt uere adulterinae naturae. quod aqua gremio quodam naturae suae quasi nutrix blanda suscepit et ani­ mal celeri fotu reddidit. V II . Nesciunt igitur alieni generis socium adulterina coniugia.246 EXAMERON. non cum molestia sui nutriunt. ut diuersi generis com ­ mixtio fetus possit excludere. sed generi suo miscetur. oua generant. non enim percutit scorpaena. exsuis Schenkl exuis codd. ista procuras interpres adulterii iumentalis et illud animal pretiosius putas. ut quod negauit natura in hominibus inpleret audacia. 7-9 Humanis pignoribus mater sepulchrum facta est. spa­ donem efficis. uel rursus cum equis asinae miscentur. Ipse genera aliena confundis diuersaque misces semina atque ad uetitos coitus plerumque cogis inuitos et hoc industriam uocas. piscium proli parentis uterus sicut murus uallo quodam intimorum uiscerum pignera inoffensa conseruat. Tum deinde quam pura et inuiolata successio! Vt nul alteri. sed reficit. alii uiuos pariunt atque formatos. thymallus thymallo. SER. sicut sunt ea quae coeunte asinorum equarumque inter se genere magna cura ho­ minum perpetrantur. lupus lupo! Scorpaena quoque castitatem inmaculati conubii generis sui seruat. Diuersa igitur piscium genera diuersos usus habent. 3. 17. non diuturni fotus laborem in­ duunt. . C. quod adulterinum quam quod uerum est. 9. Itaque habet pudicitiam generis <sui>. 9. H oc quia de hominibus facere non potest. nam utique maius est quod in na­ turae conluuionem committitur quam quod in personae iniuriam. sed uenenum generis sui non habet. homo. DIES V . Cecidit ouum. tollis homini quod natus est et ui- rum de uiro exuis abscisaque corporis parte sexum negas.

. 8. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 247 tomba per le proprie creature5. Oùx ola i tòìv T)|j.. XXXII. ma ristora. testo c o n in trod u zion e. per la prole dei pesci l’utero ma­ terno. il lupo al lupo! Anche la scorpena7 conserva la castità dell'immacolato connubio proprio della sua specie... 10 E videntem en te si tratta di u n rig orism o n on p iù con d iv is o dalla m ora le cristiana. 11. V ed i anche S. cade già reso vitale dal continuo contatto con la madre e ne esce il pesce. 5 Cf. anim ali sterili. Ignorano infatti connubi adulte­ rini con p e s ci9 d'altra specie. Basta che cada l’uovo. infatti. 152 B (64 E ): IloXXal tòìv plojv a l jtapaXXayat • itoXXal x a l al rapi Tà? SiaSo^ài. il temolo al temolo. ma solo alla propria®. version e e co m m e n to d i E. non si preoccupano di nutrirli. per cosi dire. L ’u o m o evi­ ra to sa reb b e l’equivalente del m u lo e del b a rd o tto . com ’è pura e inviolata la loro procreazione! Come nessuno si accoppia a un’altra specie. mcóprcaiva. 401. lat. 8 La n otizia n on è esatta. 28. gli neghi il sesso..^0)v &<*Tcep al 8pvi8-e<. otite xaXià? ?rr]YvuvTat o(jte (xerà nóvuv èxTp&pou- aiv éauròiv Tà Éxyova • àXXà t ò CSoip £moSe!. 9. Inoltre. L’uovo. P linio ( N. A m b rog io il risp etto p e r la n atura quale op era d i D io. quasi tenera nutrice.H. non ne ha il velen o8. E tu. 9 socium è genitivo plurale. ne fai un eunuco. 97: vi si cita il v e rso natis sepulcro ipse est parens. De off. scorpaena) è u n a ltro n om e italian o dello sco rfa n o .possit escludere epesegesi dell 'hoc p ro le ttico . l’accoglie. per cosi dire. E siccom e con gli uo­ mini non puoi ottenere che la mescolanza di razze diverse escluda la procreazione n. com e sono quelli che. L’Esamerone.. T o r in o 1937.. Pasteris. togli all’uom o ciò che ha ricevuto alla sua nascita e lo privi della sua virilità e. Oùx èmùà^ouaiv oE 7rXetaroi tòìv lx®.. Quelli che producono uova non intrecciano nidi com e gli uccelli. x a l àvcTrtfUXTOS 7tp i? éTépav (piioiv. Hexaem. ecc. V a tuttavia sottolin ea to in S. 7 « S corp en a » (gr. C ic. e l'acqua. la scorpena non morde. e questo chiami industriarsi10. conserva al sicuro i piccoli. o uomo. incrociando tra loro asini e cavalle. 6 Bas. con il risultato di avere una specie autenticamente bastarda. nel grembo della propria natura e lo restituisce con rapida covatura animale fatto.à(ievov èx 7teoòv t ò coóv.. 4. . Or dunque i diversi generi di pesci hanno consuetudini di­ verse: alcuni danno alla luce uova. p. n. £<jSov è7tofo)- aev x a l èxàaTtp yévsi f) SiaSox'f) àroxpaXXaxToi. I. S E I. com e una muraglia. entro il baluardo delle viscere più interne. 11 In ten d o ut . troncando ima parte del corpo. èxàaTou y ^ ou? Siaqjopat. A m b r o g i o . gli uomini attuano con grande cura o com e ancora avviene quando le asine si accoppiano ai cavalli. Cosi la temerarietà umana ha potuto raggiungere ciò che la natura aveva rifiutato. 151) n om in a l ’una a cca n to a ll’altro c o m e du e specie diverse scorpaena e scorpio.ióvg>v c t I ty)s /épaou .. ti com porti cosi divenendo intermediario di questo adulterio tra giumenti e stimi di maggior valore l’animale bastardo che quello di razza pura.. Unisci inoltre razze diverse e mescoli semi diffe­ renti e spésso costringi a connubi contro natura animali per conto loro restii. non si assumono la fatica di una lunga covatura. Per­ ciò ha il pudore della propria specie. altri partoriscono creature già vive e complete. infatti è senza dubbio più grave ciò che si commette per contaminare la natura di ciò che si com pie a danno d’una persona.

cum ipse sit <poris> plerisque penetrabilis. Quod est nobis spiritus illis est aqua. DIES V . o homo. ut separati moriantur ilico. quia hauriendi spiritus et respirandi na­ tura his non suppetit. ita superflua ciborum et sucos salubres sanguinemque discernit: fit pulmo peruius. quas nunc plicant et colligunt. Propterea non nutriuntur neque ut terrena ani­ malia manus humanae tactu et delenimento aliquo delectantur. specialis usus et a ceteris uiuendi quaedam separata ac secreta substantia. 10-11 Caput IV 10. Thorax enim ut suscipit alimenta. 11. alioquin sub aquis semper non possent ui- uere non capientes spiritus infusionem. Propria igitur natura est piscium nec communis cum ceteris. unde facilius ad eum potest aspiratio spiritus peruenire. Nos intercluso commeatu spiritus. statim extin- guimur. Neque enim ut omnia huius aeris uiuunt spiramine. etiamsi seruati in uiuariis suis uiuunt. SER. Tu.248 EXAMERON. . C. 4. Vi- uere pisces sine aqua non queunt nec a suae parentis consortio separari neque a suae altricis discerni munere. nunc explicant atque aperiunt. respirationis munus uide­ tur impleri. docuisti abdicationes patrum in filios. spiritus infusione interiorem calorem re­ frigerat. V I I . quoniam in nobis pulmo per tho­ racis laxiora penetralia recipit spiritum et. quia ne breui qui­ dem spatio possumus expertes esse uitalis spiritus. separationes odia offensas: disce quae sit parentis et filiorum necessitudo. pisces quoque sublati de aqua sine substantia sui esse non possunt. Quam bona autem mater sit aqua etiam hinc considera. Pisces uero branchias habent. Et causa manifesta est. In hac ergo collectione et apertione dum susci­ pitur aqua et transmittitur ac penetrat. Sicut nobis spiritus ita illis aqua uiuendi ministrat substantiam. et fit hoc natura quadam.

t ò v t v ) ? àva7rvoì)c. anche i pesci. perché non hanno la capacità naturale di aspirare l’aria e di emetterla. tolti dal­ l’acqua. Or dunque la natura dei pesci è del tutto speciale e non com une con altri animali. Non accettano il cibo né. a odiarli. non possono rimanere senza il loro elemento. 149 B (63 D): "ESei^é coi t t j v (puaixvjv t c S v v y ) x t £ ì v 7tpò? tò uScop auyj'éveiav. 2 Bas. in appositi vivai. Essi non vivono com e tutti gli altri animali re­ spirando l’aria. riescono a sopravvivere. I pesci non possono vivere senza l’acqua né separarsi dalla convivenza con 'la loro madre né a fare a meno dell’intervento di colei che li nutre. 11. t g Sv tx&ùoìv. provano piacere a farsi toccare e accarezzare dalle mani dell’uo­ mo. Come a noi l’aria. àpaiòv xal 7toXiÌ7ropov cnrXaYxvov.. Il torace. Hexaem. ad allontanarli. cosi ad essi l’acqua offre il mezzo per vivere. mediante un allargamento della cavità toracica. rò evSov tjjjlcov &ep(iòv Siappiitt^et xal àva^u/ei • èxetvoii. passa e penetra. t ò v àépa Sexipevov.. siccome non possiamo restare privi nemmeno per breve tempo del soffio vitale. Hexaem. Ciò che per noi è l’aria. a offenderli: impara ora quale sia il vin­ colo affettivo tra madre e figli.. La causa è manifesta: in noi. Noi. Aià t o u t o oùSè Ti&acaeuea&aC t <ò v vrjxrcjv xaTa- Séx^ai oùSè 8X&*. subito moriamo. i succhi utili alla nutrizione e il sangue: i polmoni sono un organo pervio attraverso il quale l’aria inspi­ rata più facilmente può giungere al torace. se il passaggio dell’aria rimane in­ terrotto. siccome questa può penetrare in essi attraverso molti meati. Siaqj&etpovrai. hai insegnato ai padri a diseredare i figli. Ò7co(i. {Sta cpuai?.. si compia la funzione respiratoria. 6 Sia -ri)? t o u {tópaxo? SiacToXiji. o uomo. ISió-rpoTOi. inspirando mitigano il calore del corpo. altrimenti non potrebbero vivere costante- mente immersi senza che venisse loro somministrata. Xóyov doroTtXTjpoì. i polm oni ricevono l’aria e.évEi xetP^S àv-9-pomtvT]? èiu(3oXV' . Sembra che mediante questo restringimento e successivo allarga­ mento. I pesci invece hanno branchie che ora piegano e restringono. mentre l’acqua viene assorbita. "Oti (lèv ■Jkjùv ó Tcveiifioiv èyxeÌToa. “ISio? xXvjpoi. e questo avviene per ima legge di natura. Sè f) t ó ì v ( ì p c c Y x l a v StaaToX^ xal ènlmu£i<. particolari le loro con­ suetudini. anche se. Tu. Anche da questo fatto considera quale buona madre sia l’acqua. r j £ 0 7 ] . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 249 Capitolo 4 10. la loro esistenza completamente distinta da quella di tutti gli altri2. Sto [iixpòv ol Ey-9-uei. 149 BC (63 E): Kal f) aE-rla S^Xy).. com e accoglie gli alimenti. sicché fuori del loro elemento istantanea- mente muoiono *. com e gli animali terrestri. 8exo(jiv<ov t ò uScop xal Siiévrov. ora spiegano ed allargano. 1 Bas. StaiTa xe/co- piajxévT). cosi se­ para il superfluo del cibo. per essi è l’acqua. x “ P t<J'9^ V T e? OSaroi.

250 EXAMERON. DIES V . eo <plus> praedae patet. 13. in signum quoque facti sunt. Quo quisque infirmior. solus tamen scarus in his ruminare perhibetur. quia in aqua sunt et. cum ipse alium deuorauerit. V II . Quid autem de densitate dicam dentium? Non enim oues aut boues ex una parte dentes habent. et rur­ sus ipse maior a ualidiore inuaditur et fit esca alterius praedator alieni. 5. C. Et ipsis sponte forte haec adcreuit iniuria. ab alio deuoretur et in unum uentrem uterque conueniant cum deuora- tore proprio deuoratus sitque simul in uno uiscere praedae uin- dictaeque consortium. cito conficiant cibum. Sane nec ipsi a suis potentiae euasere uiolentiam auaritiae potiorum subiecti ubique inferiores sunt. aut quia ad usum hominum dati sunt. Denique non ruminant. aquarum alluuione de dentibus eorum esca posset auferri ac dilui. sunt tamen qui inuicem se deuorent et sua carne pascantur. sed ex auaritia. ne quis potior inferiorem inuaderet daturus in se potentiori exemplum . si diutius cibum uersa- rent et non cito transmitterent. ut. ut cito incidant. Et plerique quidem herbis pa­ scuntur ac minutis uermibus. Itaque usu uenit. 12-13 Caput V 12. sicut in nobis non ex natura coepit. SER. ut in his nostrorum morum uitia uideremus et caueremus exempla. Minor apud illos est esca maioris. facile et sine aliqua mora et dilatione transmittant. sed pars utraque ar­ mata est dentibus. Ideo densos et acutos habent. ut ferunt quibus aut euentus aut usus fuit aut studium talia conprehendere.

se masticassero troppo a lungo il cibo e non lo inghiottissero immediatamente. D’altronde non ruminano. p erch é q u est’ul- tim a rigu arda s o lo u n o dei du e div ora tori. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 251 Capitolo 5 12. • ótXXot? t » ì . 2. ved i an ch e sop ra n. sono diventati anche un esempio. il più grande è assalito da uno più forte che. 3 N otizia in fon da ta . Kàv t o t e tòv toù èXaTTOvo? xpa-rrjCTavra ÉTépou yevéa&ai •Sdipana.. sminuzzarlo in fretta e inghiottirlo facil­ mente senza il minimo indugio2. m a s o lo il s econ d o di « p u n izion e ». com e riferi­ scono coloro che per combinazione o esperienza o passione hanno approfondito questa materia. to ì OSaTi dcpxoOvrat. i denti da una parte sola.A. 2. co m e fa il C o p p a (o p . ch e p erò precisa trattarsi dei denti davanti della m ascella su periore. èv Tfj XenroTtot^oet Siaipopeìa. T l o5v T)[i. n. tuttavia ci sono di quelli che si divo­ rano reciprocamente e mangiano la loro carne. A m b ro g io . n on si ca p isce b en e ch e co sa intenda S. 13. si cibano di erbe e di minuscoli vermi. 508 b . 152 CD (65 A ): T p o ^ Sè Ex&uaiv SXXot? SXkt] xaTà yévo? 8itt>pt. sia divorato a sua volta da un terzo e che nello stesso ventre s'incontri con il suo divoratore e contemporaneamente in un solo intestino si trovino insieme rapina e punizione4. Certamente nemmeno i pesci riescono a sfuggire alla prepotenza del più forte da parte dei loro simili e dappertutto i più piccoli sono in balia dell’avidità dei più grandi. ma entrambe sono fornite di denti. Sè tòìv ol tcXeìotoi. come le pecore e i b u o i1.&ai mxpà toù (JSaxo?. èvrpe<po(xévat.. quando un pesce ne ha divo­ rato un altro. 17. si |ìt) xaTaTejivofxévy) Tyj ya a rpl 7rapeiré[iTOTO. t'va (ir] t yj /povJa (tao^oei V) rpcxp-J) Siappfj • I|J. Quanto più uno è debole... 4 Sia il p r im o ch e il s e co n d o p esce s o n o og g e tto di « p red a ». I I . siccom e i pesci sono stati dati a vantaggio degli uomini.eì? ol ótv&pcoTOi SXXo t i ttoioùjiev èv xfj xaTaSuvaarsta t£>v ÙTtoSeeorépov . dopo aver predato l’altrui. Ila v ra Sè ò^uTàTai? dcx[xaì? òSóvrtùv xaTaTO7cuxv<ùTai. Che dirò poi della loro fittissima dentatura? Non hanno. 13.ff|iivf].. ùtcò tvjv [z(av fiyovTai yaaTépa tou tsXeu- Talou.. 501 a. p. perché vedessimo in loro le colpe del nostro agire e ci guardassimo dall’imitarli e il più forte non assalisse il più debole con il pericolo di offrire a proprio danno 1 C om e avverte il C opp a (p . 1.. x a l ò (iixpÓTepo? Ppcó^ia è<m tou (let^ovo. mentre in noi ha avuto inizio non per natura. Molti. . e A rist . 'AXX^Xofpayot. a sua volta. N on si p u ò q u in d i parlare d ’im a stessa sorte di rapina e di pu nizione. 270. 2 Bas.eXXe yàp. Il più piccolo è cibo del più grande e. ma per avidità5. Hexaem.. perché vivono in acqua e.. PotÀvoi? T a ì. e Ajust. è vero. si dice però che solo lo scaro fra essi sia ruminante3. I I . si (jly) tòv axapòv [ióvov laTopoual tive?. Nei pe­ sci però questa sopraffazione forse si è sviluppata spontaneamente. cit. oppure. Hexaem. H. diventa cibo di un altro. 13. ved i s o tto n. H. dal fluire continuo dell'acqua esso potrebbe essere strappato dai loro denti e dissolto.. 270). &? (3ou? 7tap’ •Jjjiìv x a l 7rpó(3axov • oùSè yàp txrjpixiS^Ei t i itap’ aÒTOì?. Cosi accade spesso che. O l (lèv yàp IXtil Tpé<povrat • ol Sè t o ì . 152 C (64 E): OùSèv r a p à t o ì ? l /W a i v è? «jTOtt t o ì ? èSoutnv.A. tanto più è facile preda. Perciò li hanno fitti e aguzzi per tagliare rapidamente il cibo. cpuxtoii. 30). 5 Bas.

Sine dubio et hominum iniquitas quo grauiora commiserit. incidas ipse ualidiorem et deducat te in alienas insidias qui tuas uitat priusque tuam spectet aerum­ nam qui te persequente propriam reformidabat. habes in sinu tuo alterius praedatorem.252 EXAMERON. Caue ne dum illum persequeris. Vide ne idem te qui piscem illum finis inueniat. 13-14 iniuriae. qui alios deuorauerant! Et tu. et. . diues. si incidis­ set. 14. quin aliquando dissoluat quod pro sce­ lerum pretio constat difficile posse uitari. Quanti in eo rep- periuntur. Et tu piscis es. C. DIES V . nemo tenderet retia. Sed praesumis de po­ tentia quod nemo tibi possit resistere: praesumebat et silurus quod amum nemo sibi iaceret. Itaque qui alterum laedit sibi laqueum parat. Quid interest inter diuitem inprobae cupiditatis ingluuie absorbentem infirmo­ rum patrimonia et silurum minorum piscium uisceribus aluum repletum? Defunctus est diues et nihil ei sua spolia profuerunt. im mo magis eum rapinarum suarum detestabiliorem fecit infamia. in quem ipse incidat. SER. quas inua- serat: tu eum opprimens duo patrimonia tuis facultatibus addi­ disti et adhuc tanto non satiaris augmento et dicis quod alios uin- dicaueris. 5. eo magis scelere suo tuta esse non poterit. qui deme infirmum. quibus se non posset exuere. amum caue et retia. iniusto iniustior et iniquo iniquior et auaro auarior. qui cedentem persequeris usque in profundum. Ille habebat facultates pauperis. uniuersa disrumperet: et tamen fuscinam non euasit aut nexus uinculi ualidioris incurrit. V I I . Captus est silurus et inutilis praeda detecta est. qui uiscera inuadis aliena. cum eadem committas quae ulcisceris.

. a cui l’interpretazione « morale » della Scrittura è parti­ colarmente congeniale (cf. sec. più iniquo del­ l’iniquo. hai nel tuo ventre chi derubava il proprio simile. N. ’AStxov àSixtiTepo? èvcipàvT)? x a l irXeovexTix<!>- Tepo. ci offre sulla vicenda dei pesci e sul contrappasso che ne segna la progressiva voracità una delle sue pagine più vivaci e concrete. Egli aveva i beni del povero dei quali s'era im­ padronito.. da te inseguito. 152 D. in « Ambrosius Episcopus ». mentre tu gli dai la caccia. -rij? irXeoveijtai. Il siluro viene catturato. II. 5. IX. temeva la propria. avevano divorato altri! Anche tu. pensava di squarciarle tutte senza eccezione. Sei un pesce anche tu che ti getti sulle viscere alt che sommergi chi è debole. Che differenza c ’è tra il ricco che ingoia il patrimonio dei deboli con la sua scellerata cu­ pidigia e il ventre dei siluri® colm o delle viscere dei pesci più piccoli? Muore il ricco e il frutto delle sue ruberie non gli giova a nulla. Per un contesto della polemica cf. Senza dubbio anche la malva­ gità umana.H. si prepara il laccio in cui cadere a sua volta. tu. quanto più gravi saranno le colpe commesse. IMvtcoi. nessuno gli tendesse le reti e. 63-64. Bada di non fare anche tu la stessa fine di quel pesce: fa’ attenzione all’amo e alle r e ti7.. 25. • cù t o u t o v Xaflàjv (iipo? ènoi-fjacù t t j. non ti càpiti d'incontrare uno più forte di te e quello che cerca di sottrarsi alle tue insidie non ti faccia cadere in quelle di un altro e che non assista prima alla tua rovina proprio quello che. 9.. omne animal appetens. equos innatantes saepe demergens. T-rjv TEXeuralav Tifitoptav oùx à 7ro8pa<TÓjxe9-a. A. Ma tu. pp. Eu. L. 45: Silurus grassatur. 437-461: Il moralista). Anche il siluro supponeva che nessuno gli lanciasse l’amo. y) S I x t u o v . Hexaem. o ricco. Ambrogio e la sua età. nel caso che vi fosse incappato. Quanti si trovano nel suo ventre che. quan­ to a potenza. £ p a a rp óv 7rou ^ x ó p T o .. 6 II siluro è famoso per la sua voracità. tanto meno potrà sentirsi sicura dell'impunità. cosi da non pagare una buona volta la pena che sappiamo difficilmente evitabile in pro­ porzione del delitto com m esso8. 7 Bas. che ha trovato la sua più esplicita e forte espressione nel De Nabutae. anche De Off. III. Bada che. 8 S. pp. Cosi chi offende un altro. 17. ubicumque est. I. 14. Ambrogio. yàp x a l 7toXXà t& v àSixoiv Sie^eX^óvres. Exp. hai aggiunto due patrimoni alla tua sostanza e ancora non sei sazio di averla cosi aumentata e dici di avere vendicato gli altri. rovinandolo. cf. supponi che nessuno possa resisterti. Ambrogio di fronte alla com­ pagine sociale del suo tempo. aÙToO xóXttoi? èva- 7toxptÌ7TTti)v t o ù ?àa&sveti. Paredi.. cit. Possiamo anche notare la lucidità e l'amarezza . vedi P lin . S. 230-265 (con la bibliografia ivi citata). Lue. mentre commetti le medesime soperchie- rie che intendi punire. più ingiusto dell’ingiusto. più avaro dell’avaro. L’ispirazione basiliana viene ad alimentare il motivo ricorrente della sua polemica contro la rapacità dei ricchi.. ’Exelvo? e l/e rà t o u irévqToi. e tuttavia non è sfuggito alla fiocina oppure è incappato nelle maglie d’una rete più robusta del previsto. itepioualas aeauToù. a loro volta.. 153 A (65 AB): Tt Siaipépei t o u TeXeuraiou l^Siio? ó rfj Xai(xapY<p 9iXo7rXour[a to ì? a 7rXr|pcirrai<. cit. dalle quali non è riuscito a districarsi. anzi l’infamia delle sue rapine lo rende ancor più dete­ stabile. 15. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 253 l’esempio della sopraffazione ad uno ancora più potente. C racco R uggini. . 7tXeovéxToo. che insegui chi fugge davanti a te e non gli dai tregua sino al fondo. "O pa [ri) t ì aÙTÓ ae u lpa ? t£Sv Ix&ùtav èxS é^ T ai. IX. e la sua inutile preda viene alla luce.

duxerunt id ad litus et sedentes elegerunt optim os in uasis suis. non o dit. DIES V . Bonum piscem nec retia inuoluunt. mali statim ardent. sed eleuant. malos autem foras mi­ serunt. sed consecrat. b Mt 17. Sunt ergo et boni et mali pisces. Cum autem esset inpletum. Noli igitur. . Noli quasi uilem te contemnere. quia uides corpus infirmum. tolle. quod ex omni genere piscium congregauit. cui dicit lesu: Duc in altum * Mt 13. sed pretiosi uulneris perfundit sanguine. C. qui primus ascenderit. 25-27. quo tributum apostolicum et census Christi possit exso- lu ib. Exibunt angeli et se­ parabunt malos de medio iustorum et mittent eos in caminum ignis*. et aperto ore eius inuenies ibi staterem . 27. illud sumens dabis pro me et te 16. Petri amum timere. o bone piscis. Piscis ergo es. o homo. Audi quia piscis es: Simile regnum caelorum reti misso in mare. V II . Habes in ore tuo quod et pro Petro et pro Chri­ sto offeras. 47-50. 15-16 Caput VI 15.254 EXAMERON. Sic enim scriptum est dicente domino: Reges terrae a qui­ bus accipiunt tributum uel censum ? A filiis suis aut ab alienis? Et respondente Petro 'ab alienis’ ait dominus: Vade ad mare et m itte amum et eum piscem. 6 . <= Mt 17. in cuius oris confessione bonum pretium rep- peritur. Noli timere Petri retia. SER. boni seruantur ad pre­ tium. nec amus internecat atque interficit. Sic erit in consummatione saeculi.

Così infatti sta scritto.] 1 Lo statere equivaleva a un siclo intero. Non temere la rete di P ietro2: egli non la con cui S. quando il Signore dice: I re della terra da chi riscuotono i tributi e le tasse? Dai loro figli o dagli estra­ nei? E siccom e Pietro rispose: « Dagli estranei ».. Ambrogio al ricordo delle « bonae lacrimae. 4849). e tutti.. delicata e viri­ le. Ricordiamo espressamente due brani dello stesso commento sul tema di Pie­ tro: quello relativo alla pesca miracolosa (IV. trovano posto nella "barca di Pietro” che non può essere tra­ volta dai flutti perché porta lui. 1. Ambrogio individua e rileva questi « giuochi » della insaziabilità umana. Ambrogio dimostra una profonda devozione per S. 16. prendi il primo pesce che verrà a galla. non è straziato ed ucciso dall’amo. 49). quae lauant culpam » detta le sue pagine più vibranti e commosse e apre il cuore alla preghiera più confidente a Cristo perché rivolga lo stesso sguardo rivolto a Pietro.. 72-86). Lue.. che nelle lacrime lava il suo peccato (X. cit. Tu dunque. cioè a quattro dramme.. e la conduce con mano sicura » (G. d’altronde fatalmente destinati a una loro « vendicazione ». nell’attestazione della sua bocca si trova la buona moneta con cui si può pagare il tributo degli apostoli e quello di Cristo. Pietro è personaggio di primo rango nefì. bensì sollevato in alto dalle reti. ossia « il responsabile della fede cattolica. Cosi avverrà alla fine del mondo. 70). aperti come grande libro per la lettura e la dottrina dell’uomo. Rahner — « la liturgia. 830). che raccoglie ogni genere di pesci. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 255 Capitolo 6 15. l’oratoria e il diritto ecclesiastico » (op. op. aprigli la bocca e vi troverai uno statere Prendilo e dallo per me e per te. 482). sacerdoti. S. Il buon pesce non è avviluppato.B. Vi sono dunque pesci sia buoni sia cattivi: i buoni riser­ vati alla ricompensa. Pietro. buon pesce: l’amo di Pietro non uc­ cide.. verso Pietro. e della sua pietà. Il motivo del peccato che è assolto e lavato presenta tale partecipazione e in- . C oppa. sec. ma certamente in forma più spiccata.. Ascolta perché sei un pesce: II regno dei cieli è simile a una rete gettata in mare. il centro di coesione delle altre Chiese »: « Tutti — vescovi. perché vedi debole il tuo corpo.’Expositio (Eu. pp. cit. o uom o. 68-79) — il Coppa parla di « stu­ penda eephrasis della barca di Pietro » (op. Quando poi è piena. la trascinano a riva. il “ vicario deU’amore’’ di Cristo per la Chiesa » (op. cit. IV. p.) »: « Insieme con tutte le altre opere ambrosiane. Lue. [I. influenzando — come nota H. Eu.. cosi si soddisfaceva ai tributi di Gesù e di Pietro insieme (R icciotti. Non temere dunque. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ar­ dente. Non disprezzarti com e se fossi di scarso valore. Nella tua bocca hai di che pagare per Pietro e per Cristo. p. e quello relativo al rinnegamento e al pianto dell’apostolo. si siedono e raccolgono i migliori in ceste e buttano via i cattivi. cit. 2 S. Il vescovo milanese esalta particolarmente l’immagine della nauicula Petri. fedeli — sono condotti da Pietro verso le profondità della gnosi di­ vina. p. ma santifica. Ancora il Coppa osserva che « S. cit. e quasi già iscritti ed esemplati al livello della natura e dei suoi regni. sec. il Signore ripre­ se: Va’ al mare e getta l'amo. p.. Esposizione del Vangelo secondo Luca. sei un pesce. 355) —. i cattivi subito bruciati. ma con questo irrorato dal sangue d ’una preziosa ferita. il firma­ mentum Ecclesiae (Exp. 1'Expositio è la più bella testimonianza della fedeltà di Ambrogio alla Sede di Roma..

sicut iussus a Christo est. b Mt 26. » Mt 14. stationis inuenit gratiam. . 25. non enim in sinistram partem mittit. euangelium d Lc 5. sciebat enim esse in ore eius pretium sui census. sed in dex­ tram. DIES V. 10. Caput V II 17. quod pro mari euangelium posui. Vnde confessione constanti cla- mauit dicens: E cce uideo caelos apertos et filium hominis stan­ tem ad dexteram d e if. SER. 6. qui de euangelio primus ascendit ha­ bens in ore suo statera iustitiae. quando negauitb.C. Ideo misit retia et conplexus est Stephanum. in quo. Euangelium est. <= Lc 5. tamen per dexteram Christi fidei munimentum. Nec te moueat. Eu gelium est. Denique glorioso mar­ tyrio et Petri iudicium atque doctrinam et Christi gratiam locu­ ples adsertor inpleuit. Pro hoc pisce stabat dominus Iesus. C. f Act 7. licet titubauerit Petrus. Noli timere sinus eius. 17 et laxato retia d. quia dic­ tum est ei: E x hoc eris homines uiuificanse.256 EXAMERON. in quo Christus am bulauita. 7. 16 . 56. V II. 70 ss. 4.

[I. quale autorevole testimone confer­ mò sia il giudizio e l'insegnamento di Pietro sia la grazia di Cristo. 419. la Vulgata-... 359).B. X. Non ti stupisca che io abbia usato la parola « Vange al posto di « mare ». Stefano il brano del tributo (Mt 17. è Ilario. e vedi la nota di G. 27). 20): cf. sapeva in­ fatti che nella sua bocca c ’era la moneta del suo tributo. Insom- ma.. 1018).] . Esposizio­ ne del Vangelo secondo Luca/l. Con coraggiosa testimonianza egli gridò dicendo: Ecco. letta però nel contesto di Pietro pescatore di uomini » (ib. cosi riser­ vato nel parlare di sé (cf. Ilario. Veramente è difficile precisare in che senso ci sia stata la derivazione. Stefano nella liturgia ambrosiana. 10. in Matth. Ancora. 13 (PL 9. cioè in una fonte del vescovo di Milano. eris capiens. [I.. In difesa di questo pesce stava il Signore Gesù. perché gli è stato detto: D’ora in poi darai la vita agli uom ini3. Il verbo significa « catturare vivo ». Il Coppa osserva: « La fonte della curiosa allegoria. Non mihi nocuit quod negauit Petrus. anche Exp. XVII. è pure assegnato alla festa di S. II.. 39. « Lo stesso episodio. cit. Si noti anche che nel pianto di Pietro il vescovo vede il pianto della Chiesa — la dimensione ecclesiale attraversa tutta l'opera ambrosiana —. Possiamo aggiungere il senso provvidenziale della caduta di Pietro che S. Può essere interessante osservare che la liturgia ambrosiana tradizional­ mente leggeva nel giorno di S. Ambro­ gio c ’è già in S. sec. (Su S. che per prim o salì dal Vangelo recando nella sua bocca lo statere della giustizia. È il Vangelo dove Cristo ha camminato. Eu.). trovò per mezzo della destra di Cristo il sostegno della tensità (cf. Milano 19693. 10. Ambrogio che sembra vi si possa intrawedere un’esperienza personale del santo stesso. 1. ma all’interpretazione allegorica del primo pesce riferito a S. Ambrogio cf. col suo glorioso martirio.. 24. specialmente se teniamo presente che l’interpretazione allegorica di S. Eu. che però lo ritiene dovuto alla « lectio continua » — nella lezione di S. II. Lue. 120. Coppa al testo del commento a Luca (Esposizione del Vangelo secondo Luca. com e gli ha ordinato Cristo.. vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio. Opera Omnia di Sant’Ambrogio. Forse non si deve parlare di de­ rivazione. È senza dubbio un indice dell’antichità della presenza della pericope per la fe­ sta di S. 4 Sul primo pesce interpretato come simbolo di S. è il Vangelo dove Pietro. Capitolo 7 17. Ambrogio sulla felix ruina. la nota 2 a p. 539). pur avendo vacillato al m omento della sua negazione. G.B. — osserva P. ps. Storia Liturgica. Stefano cf. quae reparatur in melius (Explan. 92) da parte di S. La scelta della pericope appare legata con ogni probabilità non alla « lectio con­ tinua ». profuit quod emendauit (Exp. Comm.] 3 II testo greco ha: £<oyp“ v . i quali l’avranno probabilmente usato ad imitazione di Milano » (in M. X. C oppa. 75 e De virginitate. pp.. Perciò gettò le reti e prese Stefano4. p. ma a destra. sec. 92).. 35-37). 89): la convinzione è un aspetto dell’affer­ mazione di S. per la quale Cristo perdona le nostre colpe (ib. II. Stefano. Ilario fonte di S. II: L’anno liturgico. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 257 getta a sinistra. anche De Paeti. 67. 71-72). Stefano nei libri liturgici gallicani. cit. Matteo.. R ighetti. Lue. ib. Non temere le pieghe delle sue reti. p. Ambrogio mette in luce: Edam lapsus sanctorum utilis. Borella. ma di area comune.

47. * Mt 10. scriptum est enim: E stote astuti sicut serp en tese. d Ps 23. eodem iugo benedictionis utrius- que colla sociantur. quae super maria fundata est. euangelium est mare. nulla abstinentia conplaci- tam minuat caritatem. ne te in rupem furens aestus inlidat. quod simile est regno caelo­ r u m 0. 18. Vipera. euangelium est mare. in quo Hebraeus euasit. nulla longinquitas. . diligamus tri­ buta nobis consortia. quia piscis es.258 EXAMERON. caue scopuloso litore. Exili super undas. Eadem lex praesentes absentesque conec­ tit. sicut dixit propheta: Ipse super maria fundauit ea m d. pete altum et profundum : si serenitas. in quod mittitur rete. 17-18 est. quia non corporis ceruice. euangelium est mare. Aegyptius interemp­ tus est. 16. Et si ii qui longinquis fuerant ortus sui tem­ pore regionibus separati inter se conuenerint et si uir ad pere­ grina contenderit. 7. V II . quia sponsa Christi ecclesia et di­ uinae gratiae plenitudo. de quo martyr ascendit. 2. lude in fluc­ tibus: si procella. muraenae maritimae notam sibi requirit copulam c Mt 13. ubi coeundi cupiditatem adsumpserit. in quo Christi figurantur mysteria. o homo. Non te opprimant saeculi istius fluctus. DIES V . Si tempestas est. Et quia de serpentibus astutis propositum exemplum simus astuti circa quaerenda et seruanda coniugia. idem naturae uinculum inter distantes et consistentes co- niugalis caritatis iura constrinxit. SER. etiamsi alter obeat separatarum regionum longa diuortia. C. sed mentis iugum gra­ tiae receperunt. euangelium est mare. nequissimum genus bestiae et super om­ nia quae serpentini sunt generis astutior. in quo piscan­ tur apostoli.

vedi. anzi nel Vangelo. 14 (e nota a p. Non ti soffochino i flutti di questo mondo. 4 II vincolo coniugale — o. sia alla Chiesa. egli in< contra i misteri di Cristo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 259 fede e la grazia della fermezza. es. fondata sopra i mari. 18. la Chiesa.H. sia al singolo cristiano: nel mare. lo stesso vincolo di natura ha stretto i diritti dell'amore coniugale fra chi è lontano e chi resta. le loro « anime». se splende il sereno. N. iugum gratiae — è percepito come legame che unisce al livello dello spirito. 84. 2. ed. nella Chiesa. la invita all’amplesso coniugale. Ambrogio si riferisce abitualmente nella sua tipologia sia a Cristo. perché hanno ricevuto il giogo della grazia non sul collo del corpo. spingendosi fin sulla spiaggia. oltre il piano del corpo e oltre le circostanze esteriori: la sua resi­ stenza deve superare le distanze e le assenze. ma su quello dell’anim a4. il martire e ogni uomo che trova la sal­ vezza nelle onde del battesimo. in Cristo. Ambrogio con suggestiva defi­ nizione. La vipera..] 3 Ritengo che coniugio. Teologia e compia­ cenza descrittiva in diversi tratti vivace e arguta. Salta sulle onde. è il Vangelo donde il m artire1 venne a galla. [I. scherza tra i flutti. perché la Chiesa è la sposa di Cristo e la pienezza della grazia divina. e consortia siano qui sinonomi. sta’ lontano dalle scogliere perché le onde scatenate non ti sbattano contro la roccia. amiamo quello che ci è stato dato 3. Stefano. è il Vangelo il mare nel quale gli Ebrei trovarono salvezza e gli Egiziani perirono. Se imperversa la tempesta. è il Vangelo il mare nel quale pescano gli apostoli. quando sente il desiderio dell'accoppiamento. e rimanere vivo ed efficace « fra chi è lontano e chi resta ». e anche fantasiosa. usati per il con­ creto coniuges. che trascendono le varie situazioni contingenti. rifugiati al largo nelle acque profonde. È il Vangelo il mare. p. se infuria l'uragano. le persone stesse.B. o uomo. nes­ suna lontananza.. com e ha detto il profeta: Egli in persona la fondò sopra i mari. in cui si getta la rete che è simile al regno dei cieli. m o accorti nel cercare e nel conservare l'altro coniuge. cerca l'unione con ima murena ma­ rina già conosciuta in precedenza o con un altro esemplare e.] 5 Si tratta di una leggenda. sono strettamente unite a darci i caratteri tipici della predicazione e dello « stile » del vescovo milanese. come dice S.B. Il vescovo avverte cosi la ragione intima e originaria deU’indissolubilità: la comunione stabilitasi in forza di quella « grazia » che coinvolge. perché sei p esce2. nessuna rinuncia valga a diminuire l'affetto reci­ proco. il medesimo giogo di benedizione unisce il collo d’entrambi. . nel caso che il marito debba andare in paesi stranieri. anche se molto diffusa nell'antichità. La medesima legge unisce presenti ed assenti. prima dei corpi e delle loro condizioni. XXXII. anche se uno affronta una lunga separazione in regioni lontane. [I. E siccom e ci è stato proposto l’esempio dei serpenti. 2 S. è il Vangelo il mare in cui sono raffigurati i misteri di Cristo. specie imi- male velenosissima e più astuta di tutti i serpenti. Che cosa significa un simile discor- 1 Cioè S. P l in . Les Belles Lettres). Sta scritto infatti: Siate accorti com e serpenti. E se si uniscono in matrimonio due che sono vissuti separati in lontane regioni dal momento della loro nascita. la murena non si sottrae all’invito e concede al serpente velenoso l’intimità deside­ rata del suo congiungim ento5. dopo aver segnalata la sua presenza con un sibilo..

18-19 uel nouam praeparat progressaque ad litus sibilo testificata prae­ sentiam sui ad coniugalem amplexum illam euocat. SER. si absens est. non ancillam sorti- f 1. sed maritus. Ille tua mala portat et leuitatis femineae facilitatem. uerecundata nuptialem gratiam: tu. mulier. Quem uocauit ad culpam mulier. tu litium moues uenena. 19. 14. asperitatem morum. tu uirum tuum non potes.260 EXAMERON. Vi­ pera mare prospectat. aduenientem de longinquo maritum contumeliis repellis. 7. ubi aduentare comparem senserit. cum blanda coniunx ad carita­ tem prouocat. si mutetur alius. Sed etiam tu. explorat iter coniugis: tu iniuriis uiam uiro obstruis. Vipera absentem requirit. C. quod in coniuge muraena non refugit? Vocata non deest et serpentis lubricum sedula caritate conplectitur. superducis riualem et statim incognita causa quasi cognita iniuriam pudoris exsequeris. tamen trahere iugum nescit com par alterius et se non totum putat: tu iugalem repudias tuum et putas saepe mutandum et. propelle indignationem. eius operiendam prae­ sentiam? Sit licet asper fallax inconditus lubricus temulentus: quid peius ueneno. Sed horridus et incultus est: semel placuit. si uno defuerit die. Numquid uir frequenter est eligendus? Comparem suum et bos requirit et equus diligit et. mu­ lier. iustum est ut eum gubernatorem assumat. DIES V . sustinere? Adam per Euam deceptus est. non reicis. V II . Non es dominus. uenenum euomit reue- rentiam marito deferens. uir — possumus etiam sic accipere — pone tumorem cordis. absentem uocat et blando proclamat sibilo atque. ne iterum feminea facilitate labatur. cum tibi sedula uxor occurrit. non Eua per A dam f. Quid sibi uult sermo huiusmodi nisi feren­ dos esse mores coniugum et. muraena au­ tem inuitata non deest et uenenatae serpenti expetitos usus suae coniunctionis inpertit. T im 2. tu coniugalis am­ plexus tempore dirum uirus exaestuas nec erubescis nuptias nec reuereris maritum. .

non Èva per colpa di Adamo.. lascivo. ’ AXX’ •f)vo)|iivo? xarà rijv tpuaiv. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 261 so se non che deve essere sopportato il carattere del proprio co­ niuge e. "O ri. « Ma è rozzo. poni in atto ciò che offende il tuo pudore. 19. per non cadere ima seconda volta a causa della leggerezza femminile. Tu rifiuti tuo marito e pensi di doverlo cam­ biare spesso e. che illustra le vicissitudini familiari. 'O cpiioeù)? Seajióc. — l’esempio si può interpret anche in questo m odo — deponi l’arroganza del tuo animo.. ubriacone: che c'è di peggio del veleno che tuttavia la murena non teme nel co­ niuge?8. Xa^E7r<*>'raT0V T“ v ép7tertóv. scaccia la tua irritazione quando la sposa teneramente ti esorta alla bontà: non sei un padrone. Tpot^ù? xal SucràpeaTo? . L’ispirazione basiliana non sostituisce. e. 8 Nella trama della leggenda della vipera e della murena.. Forse il marito si deve scegliere ripetutamente? Anche il bove cerca un compagno stabile e il cavallo lo predilige. dev’essere atteso il suo ritorno? Sia pure intrattabile. 7rpo<pà- creax. Pabedi. 7rpò? xoivoivtav ydt[iou ctum^X-Stjte. xal IxeXiòv t ò « (jiw iT a T o v . Ambrogio e la sua età. al m omento dell’amplesso coniu­ gale. xav ùto- pópioi àXXrjXoii. agiti il veleno dei litigi. sentendosi dimezzato. S.ó£oya xal èx |ii]§e(uà<. si libera del veleno per riguardo verso il m arito7.. lo chiama. ó 8tà -ri]? eùXoyta? &>yói.. Hexaem. . nel caso che sia lontano. grossolano. sprizzi da tutti i pori un mortale veleno senza provare ver­ gogna per il matrimonio e rispetto per il m arito8. Ti è piaciuto una volta per tutte. tu. non si sottrae e con un premuroso affetto ab­ braccia il viscido corpo del rettile. àvdtyxi) ipèpeiv t ò v ón. 449-452. [I. ma un marito. xaTaSÉ/ea-Oat. l’asprez­ za del tuo carattere quando tua moglie ti viene incontro premu­ rosa. Ma anche tu. seb­ bene aggiogato con l’altro compagno. Svoai? Sorta tòSv SieaTcImov. La vipera invece cerca lo sposo lontano. marito. ben no­ te ai suoi ascoltatori.] . ' H Sè ù m x - xoiiei xal IvouTai T<i> lo(3óXco. IIX^XTr)? . vedi sopra n. xàv -rpa^ùi. Tt (ìouXeial (xoi ó Xóyos. àya7ràTe -vàt. Invitata. spia il percorso dello sposo: tu con le tue ingiurie sbarri la strada al marito. 7 Sempre secondo la leggenda. "E^iSva. Risalta la caratteristica capacità di un di­ scorso circostanziato e penetrante. non ti sei 6 B as. circon­ dando di reverenza l'am oroso rapporto nuziale: tu. Cf. t j) v évoxiiv Siaarotv .B. gli attribuisci una rivale e subito. Tipi? yà^iov àiravrqt t & a X a a a t a ? (iupalw)? xal cupiy[AcìS tìjv Tcxpouatav a i) [iVjvaca èxxaXeÌTai aùrrjv èx tcù v pu&civ 7tpò? y a fu x Y jv oujxTtXox^v. rievocata con insistente concretezza descrittiva si manifesta con particolare efficacia l’indole pastorale e pratica di S. Tuo marito sopporta i tuoi di­ fetti e la superficialità della leggerezza femminile: tu non puoi sopportare tuo marito? Adamo fu ingannato per colpa di Èva. cit. respingi il marito che torna da lontano coprendolo di contumelie. non riesce a tirare il giogo. A. bugiardo. quando avverte il suo arrivo. È giusto che la donna abbia com e guida colui che ella indusse alla colpa. 5. fj xav iSypio? t ò ó cuvoixo?. ma alimenta la ca­ rica etica della predicazione del vescovo.. la vipera vomiterebbe il suo veleno prima di accoppiarsi con la murena. yuvaìxa?. anziché liberar­ tene. Ambrogio. ’ AXX’ àv/jp. ’ AXXà [xéXo? ctóv. 160 BC (68 B ): 01 ócvSpei. Ilàpoivot. lo in­ vita chiaramente con un tenero sibilo e. per un motivo supposto che t'im­ magini assolutamente certo. nel caso che rimanga assente un solo giorno. donna. pp. La vi­ pera scruta il mare in lontananza. trascurato nella persona ». tu. se un altro viene messo al suo posto.

Discite. non praepotentem. Graue est adulterium. 19 tus es. h oc est de costa Adam et iussit ambos esse in uno corpore et in uno spiritu uiuereB. 7. et uxorem de uiro. Redde studio uicem. uiri. sed ardore libidinis expetitus amplexus. naturae iniu- ria est. H oc docet muraenae et uiperae non iure generis. sed lubrico deuii amoris infundit. h oc est uirum et uxorem. Potest et sic: nolite quaerere. SES. V II . sed uxorem. DIES V . Gubernatorem te uoluit deus esse sexus infe­ rioris. no­ lite insidiari alienae copulae. Quid unum separas corpus. cui etiam comparandus ipse serpenti sit. qui alienam permolere quaerit uxorem cuius serpentis sibi asciscere cupiat contuber­ nium. Festinat ad uipe- ram. C. Adam et Euam. redde amori gra­ tiam. uiri. alienum torum. quae se in gremium uiri non directo tramite ueritatis.262 EXAMERON. quid unum diuidis spiritum? Naturae àdulterium est. Duos prim um deus fecit. Festinat ad eam quae uenenum e Gen 2. Vipera uenenum suum fundit: tu non potes duritiam men­ tis deponere? Sed habes naturalem rigorem: debes temperare eum contemplatione coniugii et reuerentia coniunctionis deponas animi feritatem. . 19 ss.

181-211. verso cui lo farebbero pro­ pendere l’educazione e l'ambiente familiare. [I.. Centro ambrosiano di do­ cumentazione e studi religiosi. Sopra infatti egli parlava del « giogo della grazia » ricevuto sul « collo dell’anima ». perché dividi un'unica anima? ». ma il viscido sentiero d’un amore irre­ golare. la sua speculazione sulla vergi­ nità. 11 Bas. 34-35: alienas permolere uxores. 181-182). è un’offesa alla natura. rj T ri? èx tS v 7 ]? x a l t t )? (lu p a lv y js èmiù. Perché separi un unico corpo. atSoufiivr) t ò v ydc(j. La coppia umana in sant’Ambrogio. Ugualmente forte la dichiarazione del Santo: « Iddio. P iz zola to. M onachino. Milano 1973. e comandò che entrambi fossero un sol corpo ed un’ani­ ma sola. Cf.. Sat. soprattutto nel De paradiso.. uomini. 'H ixiSva. Vita e Pensiero. In principio Iddio creò una coppia..ov • crù t ò t ìj? «Jjuxvj? dorrjvèi. ma una m oglie9. Am­ brogio e la cura pastorale a Milano nel secolo IV. pur nella sottolineatura della profonda diversità. 164-198. oppure su quello della concezione soteriologica cri­ stiana. con quale ser­ pente desidera stringere relazione colui che cerca di godersi la moglie altrui. Hexaem. 160 C (68 C): ”H ràx“ Tò Trjs èxtS v if)c ù-KÓSelyiioi. Imparate.r\. . in Etica sessuale e matrimonio nel cristia­ nesimo delle origini (a cura di R. noTCC7Cb> etaiv épTO-ròS napanX^aioi. pp. mostrati riconoscente del suo amore. S. Corre da una donna che ringoia il proprio veleno. Ambrogio vedi in particolare V. Milano 1976. Secondo il Pizzolato nella delineazione dei rapporti uir-mulier. 8 t i [ x o i x e l a t Ic ècrrt tt ) ? q n ia e o x . Ricambia la sua premu­ ra. a quale serpente anzi deve essere paragonato11. 9). perché dividi un’unica ani­ ma? È una violazione della natura. che l’aveva tenuto occupato nei primi anni del suo episcopato » (pp. Iddio ha voluto che tu fossi la guida del sesso più debole. Questo insegna l’amplesso del­ la murena e della vipera. Ambrogio: « non ti sei presa una serva. com e fa 9 L'affermazione di S. intrisa di allego- rizzazioni a sfondo platonico-stoicizzante.. 2. non il tiranno. che emancipa la natura del femminile. Sul tema cf. ma per irresistibile impulso di libidine. t ò v Eò v è^sfxet. L’esempio si può intendere anche in questo m odo: non cercate. La tua durezza dipende da natura: devi mitigarla considerando che cos’è il matrimonio e deporre la ruvidezza dell’animo per rispetto del vincolo coniugale. ma una moglie » enuncia il principio fondamentale della parità dei coniugi.. S. comandò che entrambi (Adamo ed Èva) fossero un sol corpo e un’anima sola. L. Ambrogio presenta « una tensione apparente­ mente irrisolta e contraddittoria tra due visioni della coppia umana. La vipera espelle il suo veleno: tu non puoi deporre la durezza del tuo an im o?10. n. Si tratterebbe dell’irresolutezza dell'au­ tore ad attestarsi o sul versante della concezione filoniana.ox. Sul matrimonio in S. Hexaem. xal àroxv&poMrov oùx <Ì7roTl&eaai aiSot t% évcóceco? . e la moglie dall’uomo. non insidiate il ma­ trimonio degli altri.. Cor­ re da una vipera chi si insinua in seno all'uomo non già seguendo la via diritta della verità.. Cantalamessa).B. cioè marito e moglie. bramato non per diritto di razza. tale emancipazione non poteva ovviamente a quel tempo prescindere da (o distruggere) convinzioni sociali e posizioni giuridiche ben consolidate » (ib. tra le quali oscilla il consenso ambrosiano. F. Hor. pp. uomini. accentuatamente pessimistica nei confronti del femminile. Adamo ed Èva. A iS a x fW jT O X ja v o5v ol t o ì? à X X o T p to ic i it i P o u X e ii o v r e ? yó-^ioic. L'adulterio è una colpa grave. cioè da ima costola di Adamo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 263 presa una serva. 160 CD (68 C): ’Axoué-coj Sè xal ó àvvjp 'r7j?Tupo<T7]Xo\i<n% aùaqj 7rapaivla£0)c. x a l é T é p o i? ■fjtùv x P ^ G if i e ii a e i . interpretata sullo schema biblico.. Perché separi un unico corpo.] 10 Bas. il talamo altrui. I.

aut relinquentes sancta co- niugia lubrica et nocitura salutaribus praeferamus. cui exhibet serpens. tamquam a colubrae ictu extenditur et tamquam a cornuta diffunditur illi uenenum b. cum continentibus positi continentiam praedicantes. ut qui eos audiunt aut uident incauta facilitate se credant eoque citius labantur. Caput V III 21. cassibus furtiuae artis includit et sinu quodam suae cam is inter­ cipit. C. V II . C. Nec quisquam uelut contraria posuisse nos credat. dum nota non praecauent et saxum opinantur. Et ut scias quia de adultera dixit adiecit: Oculi tui cum viderint alienam. ut ad bonum et ad malum uiperae huius exemplo uteremur. adultera enim uipera est. 7. fraudulentum illud polypi ingenium non praeteribo. . i Prou 23. q unusquisque fratrem suum circumuenire et decipere nititur et in nouas se fraudes com ponere. si erubescamus aut fidem non exhibere dilecto. 32. 8. 19-20 . 33. os tuum loquetur peruersa ‘.264 EXAMERON. 20. in coetu intemperantium tamquam deuii ab studio castitatis et de­ mersi intemperantiae uolutabris. qualia sunt eorum qui ingenium suum saepe co mmutant et diuer- sas nocendi artes mouent. cum per uinum libido feruere consueuerit. Sic spontanea uenit praeda et talibus capitur argumentis. 21 suum resumit ut uipera. Vnde et Solom on ait quod is qui fuerit temulentus. quae fertur peracto coniunctionis mu­ nere uenenum quod euomuerat rursus haurire. dum declinare h Prou 23. ut quem ui optinere non potest cir­ cumscribat dolo et fuco quodam artis obducat. cum ad institutionem utrumque proficiat. Et quia de astutia coepimus sermonem subtexere. SER. DIES V . quod facit qui cum serpenti miscetur. ut singulorum mentes sensusque per- temptent. qui uadoso in litore petram nanc­ tus adfigitur ei atque eius nebuloso ingenio colorem subit et si­ mili specie terga obductus plurimos piscium sine ulla suspicione fraudis adlapsos.

l'adultera è infatti una vipera. Inoltre il termine usato dal te­ sto ebraico (zarót) indica non la donna straniera. sia che ci vergogniamo di non essere fedeli all’amato. almeno grammaticalmente. sia che. che sono fonte di salvezza. se­ condo il solito. secondo i Settanta. chiude nei lacci della sua impercettibile astu­ zia moltissimi pesci che gli guizzano accanto senza alcun sospetto dell’inganno. E perché tu sappia che parlava di un'adultera. ùitép- X e r a t xpóa. vi si attacca strettamente e ne assume il colore me­ diante la sua capacità di rendersi simile a nebbia e. di fargli vedere lucciole per lanterne. E siccom e abbiamo già accennato all’astuzia con la qu ciascuno si sforza di raggirare e di imbrogliare il proprio fratello e di escogitare nuove frodi per circuire con l’inganno colui che non riesce a sopraffare con la violenza e. la lussuria gli ribolle dentro. E qui nessuno creda che noi siamo incorsi in ima c traddizione proponendo l’esempio di questa vipera in senso buono e in senso cattivo. a ciò che precede. 1 B as. per cosi dire.. Capitolo 8 21. uniformando ad esso il suo dorso. 20. scambiandolo per uno scoglio. mentre nelle brigate di dissoluti si mostrano del tutto incuranti della castità e si immergono nel brago della lussuria cosicché coloro che li ascoltano o li vedono si affidano a loro con impru- n Effettivamente. e li afferra con una delle sinuosità della sua carne. Perciò anche Salomone dice che chi si è ubriacato. lasciando i legittimi rapporti coniugali. assorba nuova­ mente il veleno che aveva vomitato. quando. raggiunto uno scoglio in una secca. tco v Ix^iioiv à7tpoówro)5 vrj/ojiivou? t£> 7toXiÌ7toSt . "Ò a T e toù? to X>oò. quelli viscidi e dannosi. com e fa chi si accoppia con un rettile. non passerò sotto silenzio la frau­ dolenta trovata del polipo. di cui si dice che. com piuto il connubio. Hexaem. Questo animale. allo scopo di mettere alla prova l’animo e i sentimenti di ognuno. preferiamo a questi. viene abbattuto com e dal m orso di un serpente femmina e il veleno si diffonde in lui com e da un aspide. il paragone del serpente si riferisce. cui si serba fedele quel serpe. poiché l’uno e l’altro sono utili ad istruirci. X SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 265 la vipera. 85 ÓTtoliy 7 :o t ’ clv é x à a r o T e Ttérpqc TOpwrXaxfl.. ma le « cose strane » che imo vede in stato di ubriachezza. èxetvn). Esal­ tano la temperanza quando sono in compagnia dei temperanti. aggiunse: Quando i tuoi occhi vedranno un’estranea. perché non si guardano da ciò che conoscono bene. la tua bocca dirà parole p erv erse12. Cosi la preda viene spontaneamente ed è catturata con raggiri simili a quelli usati da coloro che cambiano spesso il loro atteggiamento e ricorrono a differenti mezzi per nuocere. 153 C (65 DE): Oòx fiv TtapéX&oifn t ò t o ù 7toXÓ7toSo? SoXe xal è7r[7tXoxov.

V II . cum grauior sit et magis noxia inprobitas benignitatis obumbrata uelamine. ad argumenta con­ fugit et insidias noua fraude molitur. SER. quia testis ualidioribus esca interior includitur. C. fratri dolum nectant et alterius pascantur aerumna: tu autem proprio esto contentus et aliena te damna . quia aperire clausum ostreum nulla ui potest. si chelam eius includat — . 22. Et ideo cauendi sunt qui crines suae fraudis et brachia longe lateque dispergunt uel speciem induunt multiformem. Isti enim polypi sunt nexus plurimos habentes et callidorum ingeniorum uestigia. 8. quam medio testarum quodam sinu concauo nutrit ac fouet et quasi in quadam ualle diffundit. 23. et tunc clanculo calculum inmittens in- pedit conclusionem ostrei ac sic aperta claustra repperiens tuto inserit chelas uisceraque interna depascitur. et periculosum est. Sed quia ut adpetens cibi ita prospiciens est periculi. DIES V . 'quoniam cum difficilis est uenatio tum periculosa — difficilis. 21-23 non norunt nec cauere quod noceat. qui cancri usu in alienae us circumscriptionis inrepant et infirmitatem propriae uirtutis astu quodam subfulciant. Itaque quia omnia genera delectatione mulcentur. quibus in- retire possint quidquid in scopulos suae fraudis inciderit. Sunt igitur homines. nam uelut muris quibusdam mollitiem carnis praecepti imperialis interpres natura muniuit. et ideo cassa omnia tempta­ menta sunt cancri. Cancer quoque quas cibi gratia praestigias instruit! Na que et ipse ostreo delectatur et carnis eius epulum sibi quaerit. ut libero aere uisceris sui uo- luptatem quandam capiat. explorat si quando ostreum in remotis locis ab omni uento contra solis radios diptycum illud suum ape­ riat et reseret claustra testarum.266 EXAMERON.

a? (jLETaTi&é- (icvot. a<ù pocnivY)v T ijjt& vre? |j. Cf. 22. 8. trovando così le valve aperte. ha difeso quasi con una muraglia quella polpa delicata che. maggiore vivacità alla scena. A lò xal òcrpaxóSepfxov TtpooTjYopeóerai. Toi- ou toI elai t ò 9jS-oi. à x ó X a c rro i Sè èv à x o X à a r o i ? . se questa gli chiude una chela tra le sue valve — . in Cic. quorum conchas complexu crinium frangunt.. De nat. La disonestà che si copre del velo della benevolenza è tanto più malvagia e nociva. 7tpotn]p[ioc(iévai t ò Sarpeov TOpm niacovrai. vedi Caec. perché non può aprire ad onta d'ogni sforzo l’ostrica chiusa. tramano insidie al loro fratello e si pascono della sventura altrui. con alcune notazioni. 9 àXX’ itXXot x a l àXXoi p a S lox .. t ò t e Sè Xà&pa 4n')“ «ptSa 7taps(j. 37.. amando le ostriche. T à ? é x à o r o T e XPe ^a ? |J. Hexaem. inserendo di nascosto un sassolino. com e il granchio.tv x a l eòptoxerai t ò èXXemov Tvj? Suvà- (ieoi? Sià -rij? ènivolat. ma anche pericolosa — è difficile perché il cibo è chiuso dentro valve alquanto robuste. (xy) èrà t ? )? aÙTrj? à e l 7Epoaipéaeca? ^ e ^ ijx ó a e ? . cf. ricorre alle sottogliez- ze.7m)i. 29. 4 Bas. Syneph. N. H.? pietì-’ ■fjSovYji. 23. e perciò bisogna fuggire coloro che distendono le ch iom e2 e le braccia della loro fraudolenza o assumono apparenze multiformi. è pericolosa. K al èireiSì] Suo xoiXÓTYjTe? àxpi(3tó? dtXXTjXaii. S. Post. IX. "OTav 187] èv àrojvénoi? /toplot. Costoro sono altrettanti polpi che hanno moltissimi tentacoli e trovate ingegnosamente scaltre con cui possono afferrare qualunque cosa finisca tra gli scogli della loro disonestà. c i ? xf] 7tÉTpa Srj&ev. astutamente si in­ sinuano per ingannare gli altri e con impensati stratagemmi pun­ tellano la debolezza delle proprie possibilità. Anche il granchio quante astuzie3 pone in opera per pro­ curarsi il cibo! Anch'egli. interprete dell’editto del Signore. .H.. infatti la natura. irp ò ? ttjv è x à c x o u à p é a x c t a v x à ? yvoi>[/. T£ o 5v Ttoieì ... e perciò sono vani tutti i tentativi del granchio.. StaS-aX7t6(j.e&ap[j. IX. Arist.e v o i.. 209 Ribbeck.A. apra le valve ai raggi del sole schiudendo la barriera della conchiglia affinché la polpa interna goda il pia­ cere dell’aria libera.ETà oaxfp ó v o jv .. d e tto dei ten ta coli del p o lip o . Ambrogio ha rielaborato il suo modello aggiungendo. La schiettezza 7tepnri7TTetv.. Tu invece accon­ tentati del tuo e non pascerti del danno degli altri.oCó|xevoi. 622 a. àvayxafco? SirpaxTol elcriv a l xrjXai toù xapxlvou. 153 A B (65 B C ): 'O xapxTvo? ty)? aapxò? èm-9-u|xei toO òcrrpéou’ àXXà SuaàXwTo? ^ écypa aÙTcp Stà t>)v TrcpifioX^v toO èoTpàxou ytverai. Come si vede. Stat. K al y t ^ E a S -a i ■8-yjpa(xa "tóS 7iavoupY<p. 73. non riuscendo ad evitarli e a guardarsi dal danno.evov x a l rapò? ttjv àx-tiva tou ■fjXtou Tà? 7tTu/a<. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 267 dente leggerezza e perciò cadono più facilmente. itepiexó(xevo<. 3 Per praestigiae. Ma siccom e quant’è goloso tant'è prudente.. e allora. o l T a ? à e l x p a T o ù a a ? S u v a cT e la ? im ep/ófAEVot x a l rcpòi. deor.paXàv StaxcoXóei t/jv au[i. tra due valve in ima specie di borsa. spia quando l’ostrica. impedisce la chiusura della conchiglia e. in un luogo ben riparato dal vento. protegge e distende com e in un avvalla­ mento. ’ AppayeT yàp épxltjj t ò àroxXòv tvj? capxò? cpuai? xaTY)CT<paXtdaTO. Poiché ogni specie prova l’attrattiva del piacere. 29. 35. dato che quella caccia è non solo difficile. èauToO Sim X & oxvia. tramando insidie con un insolito inganno4. y iv ó (i. 2 Per crines. vuole banchettare con la loro carne. Vi sono uomini che. 12. Pro Rab. alimenta. 86: uescuntur conchyliorum carne. vi introduce impunemente le sue chele e si mangia tutta la polpa che sta alllnterno. ved i Pl in .. III.

8 . b Prou 15. C. SER. Et ideo beata est. Caput IX 24. non ad alienae periculum. plerumque index futurae tempestatis aut tranquilli­ tatis adnuntius solet esse nauigantibus. Vtamur ergo ingenio ad quae­ rendam gratiam et salutem tuendam. melior est enim hospitalitas in holeribus cum gratia quam uitulorum pin­ guium praeparatio cum discordia13. Denique cum procellam uentorum praesenserit. sed alieno stabilit et regit pondere. C. calculum ualidum arripit eumque uelut saburram uehit et tamquam ancoram trahit. Sua bona habens insidiari nescit alienis nec auaritiae facibus inardescit. si bona sua nouerit. ne eos inparatos turbo inprouisus inueniat. ma mum loquor. cui lucrum omne ad uirtutem dispendium est. Quantum est enim quod hominem alat? Aut si quaeris quod etiam aliis abundet ad gratiam. Licet nobis uti exemplis maritimis ad pro­ fectum nostrae salutis.268 EXAMERON. Itaque non suis se librat uiribus. Bonus cibus est simplicitas innocentiae. V II . Quo indicio nautae uelut signum futurae perturbationis capessunt et sibi praecauent. cum ueritate pau­ pertas et omnibus praeferenda thensauris. . non ad alienam circumscri­ bendam innocentiam. qui astrologus qukie Chaldaeus po­ test sic siderum cursus. 17. animal exiguum. quia melius est exi­ guum datum cum dei timore quam thensauri magni sine timore a. 16. sic caeli motus et signa conprehendere? a Prou 15. id quoque non multum est. 24 non pascant. uile ac despectabile. DIES V . 23 . Echinus. ne excutiatur flucti­ bus. ad cupiditatem incen­ dium. 9. Qui mathematicus.

stanno all’erta affinché l’improvviso uragano non li trovi impre­ parati. In una parola.. Il riccio. T a Ù T a t ò v t/Xvov èStSa^e . In tal m odo non si mantiene in equilibrio con le proprie forze. per lo più suo­ le pronosticare ai naviganti la burrasca che s'avvicina o annun­ ciare la bonaccia.l|j. Georg.H. 153 B (65 D): Toioù-ró? I c t i v 6 irpò<. intendo parlare di quello marino. 100. SiSàoxa- Xo? m>XX<4xi<. II. T o i? olx etoi. Hexaem. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 269 dell'innocenza è il cibo che nutre veramente. pedato*.. an­ che questo non è m olto: è meglio un’ospitalità a base di erbaggi condita dalla cordialità che un’imbandigione di vitelli grassi con la discordia. traendo da questo indizio un segno della tempesta imminente. Perciò. è felice ed è preferibile a tutti i tesori6. oùScl? XaXSaìo?. èn’ aiVr^c.evo?. èimoXaì? tS v àoipcov iài. 6 Bas. 361. àvé[icùv. IX. N. per garantire la nostra salvezza. t o ì i . è un incendio che fa avvampare la cupidigia. xXiiSovos T o t ? 7rXéouai ytverai. 458. tò |z$) £aSt<o<.v Ó7roaiipsa$ai. Chi possiede i propri beni. tòv àSeXipòv Tiopeuó- (jievo. quando avverte lo scatenarsi dei venti. T a l. 1 Bas. ToOto frrav tScocri ol vaurixol O 7)[xetov. Cf. Quale studioso di astronomia. PLIN. tìtTOXaiioetù? Tot? aoxppovoùffi 7rp0Ti(i0TÉpa. Con quale istinto ha intuito tutto questo. perché è meglio il poco ricevuto con il timor di Dio che immensi tesori senza di questo. 87. 31. T c iv dcépoiv -zapayàc. TEX(jtaip6[i. il cui guadagno è una perdita di virtù. la povertà accompagnata dalla conoscenza della ve­ rità. OùSele àaTpoXóyo?. x a T e x ^ ^ s v o . toum t ! ) v 7rpoo8ox<i)(iévr)v (3 ia(av xtvyjaiv t 5 v &vé[xcov. I mari­ nai. t iij> (Jàpei irpòt.. xu[i. xal eòxaTa<ppóv»]Tov £òSov. Capitolo 9 24. Quant’è infatti ciò che basta a nutrire un uom o? Oppure se cerchi di possedere più del necessario per darne agli altri. se sa valutare i propri b e n i5. .. aaXeuet. XVIII.. insignificant di nessun valore. OeOye tJ)v [i. quale astrologo o quale Cal­ deo potrebbe conoscere con tanta esattezza il corso delle stelle. 160 A (67 E. afferra un sasso d’un certo peso..n]aiv Ttòv xaTeYvoanéfjKùv. da quale maestro lo ha imparato? Chi gli ha interpretato 5 Cf. Usiamo dunque il nostro ingegno per attirarci la sim­ patia e difendere la nostra incolumità. (jirjipìSii Tiva ràeX&ùv yewatav..... àpxoù • itevla [AC-rà aÙTapxeta? àXvj- doO. lo trasporta com e una zavorra e lo trascina com e un'àncora per non essere sbattuto dalle ondate. 68 A): "Hxouaa èy<ù t< 5 v napaXCtov Tiv 8 ti é 8 -aXàaatos t/yvo<. &<nrep èv:' àyxópa?. V erg. è incapace d’insidiare quelli degli altri e non arde delle fiamme dell'avarizia. *0 ? 8 t o v TtpotSf] T a p a / ^ v è(. 8óX<o xal TaT? tSv 7tX7jatti)v àxaiptai? aujiipopais èvrpu<p£>v. ma rimane saldo e si regge con quel peso estraneo.. Hexaem. t ò («xpòv juavreXGi. non per mettere in peri­ colo l’altrui.aai. animale d i piccola corporatura. non per ingannare la sem­ plicità altrui. Possiamo approfittare di questi esempi offerti dal mare. i movimenti e i segnali celesti?l.

24-25 Quo ingenio ista collegit. quo tantam possit habere pru­ dentiam. quanto magis uos minimae fid ei?1. 9. 24. 41. quae tam subtiliter ac docte laxos casses suspendit in foribus. <» Iob 38. e Ps 103. 19 ss. Etenim si faenum deus sic u estita. omnia replet sapientia qui omnia in sapientia fe c it8. Lc 12. 28. Omnia uidet qui pascit omnia. 36 (Sept. 25. DIES V. si araneam. 24. Lc 12. C. odoretur bellum eminus. Et ideo si echinum uisitationis suae exortem non praetermisit. sicut testatur eius diuina sapien­ tia dicens: si respicit uolatilia. Lc 12. si pascit uolatilia b. e Iob 39. SER. c Iob 38. . f Mt 6. 30. Si enim faenum agri. 30.). Lc 12.270 EXAMERON. ut miremur. crede quod per indulgentiam domini rerum omnium hic quoque praescientiae huius munus acceperit. Lc 12. nihil dissimulatum reliquit. si haec inratio- nabilia pleraque et alia insensibilia ut faenum. 24. Vnde exiguo animali tantam scientiam. echinum sua nequaquam signa praetereunt. si pascit illa. ut futura pr nuntiet? Quo magis in eo nihil est. ut lilia repleuit suae dispositione sapientiaef. ut scriptum est. quo doctore percepit? Quis ei fuit tanti interpres augurii? Homines confusionem aeris uident et saepe falluntur. 26. h Mt 6. quid dubitamus quod etiam in echi­ num contulerit huius gratiam praescientiae? Nihil enim inexplo­ ratum. V II . nonne uos pluris estis illis? h. i Mt 6. tua non consi­ derat? Immo uero considerat. si parauit coruo escam — pulli enim eius ad dominum clam ant0 — . 28. si mulieribus dedit texturae sapientiamd. si eum considerat et futurorum informat indiciis. 28. sapientiae non reliquit inmunem. 26. quod hodie est et cras in ignem mit­ titur. b Mt 6. excitetur sono tu baee. a Mt 6. quod plerumque eam sine tempestate discutiat: echinus non fallitur. ut exultet in campo et occurrens regibus inrideat. si ipse uirtutem equo dedit et soluit de ceruice eius formidinem. deus sic uestit. 27.

S. se ha dato la forza al cavallo e ha liberato il suo collo dalla paura cosi che avanza baldanzoso nel piano e affronta i re facendosene beffa. in un non senso stra­ vagante e senza ordine..B. Dio si rivela cosi in un rapporto « personale » con il mondo.] . ma è corrispondente a un disegno della « bontà del Signore dell’universo ». Verg. Ambrogio indaga e mette in luce la struttura sapienziale che le deriva direttamente da Dio. si ingannano sovente. com e i gigli. Tutto vede colui che tutto nutre. 25. se non ha lasciato privo di una sua capacità il ragno che appende alle porte ampie re ti3 lavorate in m odo cosi abile e sottile. Donde la natura ha dato a questo piccolo animale u scienza cosi infallibile2 da predire il futuro? Quanto più esso è pri­ vo di qualsiasi qualità che gli possa conferire un tale discernimento. tanto più devi credere che anche quest’animale ha ricevuto il dono di una simile prescienza per la bontà del Signore dell’universo. se li nutre. hanno tantam scientiam. natura dedit. in­ fatti. con i suoi diversi livelli. di un Dio che veglia sull'uomo con tenerezza patema. quanto più farà per voi. verso il quale la bontà e la sapienza sono specialmente rivolti.. che emerge nella lettura « religiosa » dell’universo. non si occuperà delle tue cose? ». Si potrebbe sottointen­ dere. È la novità evan­ gelica. neH’indifferenza assoluta e distaccata della divinità. 2 Numerosi codici. se ha riempito tutti questi esseri irragio­ nevoli e altre creature insensibili. è vista soprattutto come segno di una provvidenza divina per l'uomo. che spezza il determinismo e la casualità di un mondo lasciato a se stesso. es. com e attesta la sua Sapienza divina dicendo: Se guarda gli uccelli. tra i quali i più antichi. se ha provveduto il cibo ad un corvo — i suoi piccoli. IV . uomini di scarsissima fed e? 4. se ne tiene conto e gli inse­ gna i presagi del futuro. con le qualità disposte dalla sua sapienza. il riccio non sbaglia. L’uomo in partico­ lare si sente seguito da Dio. che non è abbandonato a sé. p. non si occuperà delle tue cose? Al con­ trario. Se Iddio riveste l'erba in m odo cosi meraviglioso. perché spesso l'aria le disperde senza che vi sia una burrasca. Ma questa prowidenzialità. 247: laxos in foribus suspendit aranea cassis. pur vedendo le perturba­ zioni atmosferiche. com e sta scritto. tutto riempie di sapienza colui che tutto ha creato con sapienza. 3 Cf. se non ha lascia­ to il riccio privo d’un suo intervento. [I. lectio difficilior rispetto al tanta scientia di vari altri. annusa da lontano l’odore della guerra. Perciò. gridano verso il Signore — . voi non contate più di essi? Se Dio infatti veste cosi l'erba del campo. se pasce gli uccelli. Georg. dotato di « qualità disposte dalla sua sapienza ». e quindi l’im­ pronta di una provvidenza che guida ogni essere in modo mirabile. oltre quelle che riterremmo le loro possibilità. se ne occupa. e non accade mai che gli sfuggano gli indizi che egli solo riesce a percepire. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 271 un cosi infallibile presagio? Gli uomini. se ha dato alle donne l’abilità nel tessere. si eccita al suono della tromba. e invece esalta il valore e il senso perso­ nale di ogni uomo. che oggi c ’è e domani viene gettata nel fuoco. 4 Nella natura. com e l’erba. perché dubitiamo che abbia conferito anche il dono di questa prescienza? Dio non ha lasciato nulla che gli sia inesplorato. nulla che gli sia nascosto. e a maggior ragione: « Se non ha lasciato il riccio privo d’un suo intervento..

nec ta­ men aut interclusa montibus copia aut fluuiis interlabentibus transitus inpeditur. quae sui generis nullus excedat. transferre terminos perpetuos. non agrorum finibus limitatam. Spatia maris sibi uindicant iure mancipii pisciumque iura sicut uernaculorum con- . C. 10. sed quod hic abundat alibi deest iterum. sed usus natura inpressus tamquam patriae finibus unumquemque sese tenere et ultra incolas prodire su­ spectum. aduenarum captare gratiam. possideant freta. Lex quaedam naturae est tantum quaerere quantum sufficiat ad uictum et alimentorum m odo sortem censere patrimonii. ut insulas faciant. V II. non aedificiis domo- rum. SER. non muris urbium portisque praescriptam. lucustas alius. An uero sine quadam dote naturae manere piscibus eti illam putamus gratiam. ille saxatiles. mutare exilio domus. non incurset alienus? Quis geometra his diuisit habitacula nullis rum­ penda temporibus? Sed geometram audiuimus. non quantum auiditas quaedam inmoderata sibi uindicet. sternuntur et maria. 27. agrum ad agrum iungere. rursus pro singulorum libidine inciditur terra. Deficit terra hominibus. sed mensuram eius quod oporteat. DIES V . dom um ad d om u m 3. De­ nique non reperies confusa genera piscium. quod unumquodque genus piscium prae­ scripta sibi domicilia habet. 26-27 Caput X 26. At nobis longe alia sententia. Ille sinus maris cephalos alit. mare infunditur. ut tantum satis sit unicuique quantum ad usum abun­ det. colarum fastidio teneri. thalassometram numquam audiuimus: et tamen pisces mensuram suam norunt.272 EXAMERON. H oc ge­ nus piscium in illo sinu maris alitur et gignitur. quos posuerunt patres nostri. Non est libera uagandi potestas. illud in alio. lupos ille.

156 B (66 C): O tfe (iera£po(ji«v Spia atóma.&9-a *piv. 156 AB (66 B): OOto? jièv yàp 6 xóX to? t<£Sc Tivà yévn) t óiv tx&uojv póaxei xàxeìvo? ÈTepa • x a l Tà &8s 7rXy)$ùvovTa. àXXà vó^o? tI? I o t i <pù<jeo>? loca? x a l Stxalco? xaTà t ò éxàarou xpetS&e? ttjv StaiTav éxàcrroi? àuoxX^pòiv. cosi che a ciascuno basta tanto spazio quanto soddisfa abbondan­ temente alle proprie necessità.. cerchiamo di acquistare il favore dei forestieri. 34-37: Contracta pisces aequora sentiunt / tac­ tis iti altum molibus. Noi invece la pensiamo molto diversamente: lasciamo la patria per terre straniere. 2 Bas. iva tou 7tX7)<itov dc<peXó>pie&à ti... 5 Cf.. Hexaem. ma l’istinto impresso da natura fa si che ciascuno resti. 3 Bas . Di conseguenza non troverai mai mescolate le specie di pesci.. non già quanto potrebbe preten­ dere un’avidità im m oderata2. per il capriccio di alcuni. 156 AB (66 B ): II& c Tà "{évi) tòìv Ex&uuv Sxaaxa -rì)\i èm-nr)- Selav èauToì? Siavei(jLdt[ieva /topav. àXXà t o ì? olxetoi? Spot? èvSiaTptpet . àXXà vójxo? 1 t? ècrn <pùoeo>? .. Georg. aggiungiamo cam po a campo. Verg. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 273 Capitolo 10 26.Hexaem. quella per le spigole. IIapaTe(jivó(j. spostiamo i confini immutabili posti dai nostri padri. Hexaem. casa a ca sa 4.Cv. 1. per cosi dire. È legge di natura cercare tanto quanto basta per vivere e valutare la quantità del patrimonio sul­ la giusta misura del cibo. altrove rispettivamente manca. ma corrispondente ai loro bisogni.. 27. O forse pensiamo che. 4 Bas. vi si introduce il mare in m odo da formare delle isole e possedere lo stretto che le forma. quella in un altro. senza un dono di natura. où 7toTa(iò? t^v Siàpaatv doro- Téfzverai. eppure tale facoltà non è impedita da monti né il transito è osta­ colato dal corso di fiumi. non delimitata da mura e da porte di città. al contrario. Per mutare exìlio domus cf. Non possono vagare liberamente. Questa specie di pesci vive e si ripro­ duce in un golfo marino. entro i confini della propria patria e tema di spingersi lontano dai propri concittadini3. Quell’insenatura ha il cibo adatto per i cefali. i pesci abbiano stabilmente anche quella prerogativa per effetto della quale ciascuna specie ha un dom icilio fisso da cui nessuno che vi appartenga si allontana e dove nessun estraneo fa irruzione? Quale geometra ha assegnato loro la dim ora da non abbandonare mai in nessuna occasione? Abbiamo sentito parlare di geometri. ma quella che abbonda qui. un'altra per i gamberi. huc frequens / caementa demittit redemptor / cum famulis dominusque terrae / fastidiosus.. Où- Sèv 8po? ò!U£ai? xopu 9ai? àvatsxaiiivov Silarrjaiv. si scava la terra. & g&evro ol TraTépe? •fjfj.. H o r .. si interrano anche i m ari5. Carm. . S top a raxp’ èrépoi?. mai di talassometri e tuttavia i pesci conoscono la loro zona. Rivendi­ cano spazi di mare per diritto di proprietà e avanzano pretese sui 1 Cioè « misuratori del mare » da JHcXaaaa (mare).. non segnata da case e da confini di proprietà agricole. quella per i molluschi di scoglio. 511... oùx l7re(x|3àvet àXXrjXoi?.àTCù? èxàa-rco t ò X p V at|i.. auvàTtrofiev olxlav xal àypòv irpò? àypòv. I l i . La terra è diventata insufficiente per gli uomini. OùSel? yecofjiiTpK)? Ttap’ aù-toì? xaTévet^e Tà? otx^crei? • où Te&xeai TOpiy^YpaTtrat • oùx ópo&eatoi? S tiperai x a l aÙTO|jt. II.ov à7tOTéraxTai. proviamo fastidio dei nostri concitta­ dini.

Dicas. His ostreae in fluctibus nutriuntur. sed fouendi partus necessitate. ne conuiuium diuitis mari non possit inpleri. condere se feruntur cete. Illic quietum aeuum exigunt discreta ab insulis et ab omnibus mariti­ marum urbium contagiis separata habent suas regiones et habita­ cula distributa. DIES V . quod nullae interpolant insulae. nec terra aliqua interiacet uel ulterius ulla sit posita. utilitatis gratia nauigandi intercludat audaciam. quibus oculis intuentur possessiones eorum! Quemad­ modum dies noctisque excogitant. 10. Nam uicini nomen quibus audiunt auribus. Manent in his inoffenso uicinorum limite nec uago transitu mutationes quaerunt locorum . ita proruunt fluctusque intersecant per Propontidem in Euxinum uiolento impetu profluentes. aequalia montibus corpora. ut aliquid proximis auferant! Numquid soli habitabitis super terram? b clamat propheta. V II . C. Quis piscibus haec adnuntiat loca. Illic igitur ubi diffusum late mare omnem spectandi usum. 8. . sed tamquam patrium so­ lum diligunt et in his inmorari dulce arbitrantur. 27-29 dicione seruitii sibi subiecta commemorant. Iste. si ascendentes ui- deas. his in uiuario piscis includitur. Luxuriae nec mare sufficit. Quanto aliena a piscibus auiditatis rapina! Illi natura caiptant secreta et ultra orbis terrarum terminos mare norunt. qui non ingenii f litate loca mutent. SER.274 EXAMERON. Co­ gnoscit haec dominus et uindictae reseruat. ille alterius: diuidunt elementa sibi potentes. Itaque aetates earum numerant et piscium receptacula instruunt. nisi apothecas habeant ostrearum. ut tradiderunt nobis qui uidere potuerunt. ut solitariam uitam remota possint arbitrorum interpel­ latione transigere. Quae ideo ele­ gerunt. sinus ma­ ris meus. illa inmensa genera piscium. reuma quoddam esse. Sunt tamen aliqua piscium genera. praecipit tempora? Quis tribuit di- b Is 5. quem oportuno atque legitimo procurantes tempore ex plurimus locis ac diuerso maris sinu uelut com m uni consilio conuenientes coniuncto agmi­ ne aquilonis flatus petunt et ad illud septentrionalium mare par­ tium quadam naturae lege contendunt. inquit. 28. 29.

[iépeaiv èvauXl^exai. lontani da ogni disturbo d’osservatori6. è mia. « Questa insenatura. ma per la necessità di allevare la prole. verso il mare delle zone nordiche. le mete e il momento del ritorno? Gli uomini hanno. ooxe xivò? XPE^a? xaToX^àv auxrji. AlÓTrep &-k! ouq ècrrtv. Tot? (lextaxoii. altri tengono rinchiusi i pesci nei vivai. Tote dbroxexa-ytiitioK. . come per una comune decisione tutti insieme si muovono nella direzione del vento di tramontana e. Vi sono tuttavia alcuni generi di pesci che cambiano luoghi non per volubilità d’indole. i loro spazi e le loro tane. xtov òpfiiv xaTà t ò Héye&oi. Alla loro raf­ finatezza non basta nemmeno il mare. evitando di violare il confine dei vicini e non cercano di mutare i loro luoghi passando da una parte all’altra. 7rapaXtoii. quella è di un altro »: i grandi si dividono gli elementi. se non hanno depositi di ostriche. quelle enormi specie di pesci dai corpi alti come montagne. f) (iy)Se(ila 7rpi? t ò àvuir£pa<. <£>c7TEp 7róXeai Yj xcù(jlou<. tyjv ÌZ. tioIv 7taTp[<n dcp/atai?. Là vivono tranquilli lontani dalle isole e. ogni navigazione ardimentosa a scopo di guadagno. li diresti un fiume: con tale slancio avanzano e tagliano i flutti riversandosi impetuosamente attraverso la Propontide nel Ponto Eusino. radunandosi da numerosissimi luoghi e da differenti insenature marine. si dice che si na­ scondano i cetacei. Perciò ne calcolano l’età e costituiscono riserve di pesci per timore che il convito del ricco non sia sufficientemente fornito di vivande dal mare.atvó(xeva.. separati da ogni contatto con le città di mare. equamente distribuiti. dove non si frappongono isole. 28. oùtc Earoptai.. TtóXecrt Xu[jt. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 275 pesci loro spettanti a titolo di servitù com e se si trattasse di schiavi. si dirigono. àvrixa&éoTYixev ^TOipo. [livei èv to i? olxetoii. Quant’è estranea ai pesci l'avidità di predare! Essi si im­ padroniscono dei recessi della natura e conoscono il mare oltre i limiti del mondo. stando almeno alle informazioni di coloro che sono riusciti a vederli. Chi indica ai pesci que­ sti luoghi. con quali occhi guardano i possedimenti di chi abita accanto! Co­ me si struggono giorno e notte per sottrarre qualcosa ai loro con­ finanti! Forse resterete soli ad abitare sulla terra? grida il profeta. per curare la quale al m omento giusto ed opportuno. Li hanno scelti per poter trascorrere una vita solitaria. Alcuni hanno allevamenti d’ostri­ che in mare. In quei luoghi.. ma li amano com e fossero il suolo della patria e a loro sembra una dolcezza rimanervi stabilmente.. vyjgok. Staixav. dove il mare sconfinato impedisce ogni possibilità di osservazione. Non si allontanano di qui. ben si sa. stabilisce la disposizione della carovana. 156 BC (66 CD): OI8e xà xyjty) tyjv à(pci>pic|iévY]v aùxoì? ita ty)? (piioeto. aòxoì? xy]? S-aXàc<jY]i. èoixóxa. dice. (ìyjts toù . Hexaem.(ù tcùv otxou|iivcov /copUov xaxeìXijtpe é-àXaaaav. l’imperatore 6 Bas. ’ Exetvuv xaxaXa(}óvTa xà xyjxy). Il Signore conosce tutto ciò e attende di farne vendetta. OStoj (J. hanno.y)xe tocù. com ’è noto.èv o5v Sxaaxov yévoi. chi fissa loro i tempi? Chi dà loro il comando di met­ tersi in viaggio. |ì. toù c 7tAcoxY)px? àva7rei-&oii(XZ]S. di? ol xe&eajxévoi (potai. Spoi?. 29. Con quali orecchi ascoltano il nome del vicino. Se tu li vedessi salire in quella direzione. ttjv lp^[ir)v vrjatùv. dove nel mezzo non si stendono terre né ve ne sono al di là. per una misteriosa legge di natura.

quos illic fouet aeris blanda . sed etiam per minima quaeque se fundat. Cum haec igitur causa Pon­ tum illis faciat gratiorem uel quod aestus temperet sollemnis illic flatus aquilonis.276 EXAMERON. si inrationabili inrationabilior deprehendaris. procedit tessera. quis doctor hanc tribuit disciplinam. eaque fit causa ut non omnem aquam exhauriat. ut nullius desit occursus? Sed agnosco quis ille sit imperator. dies statuitur: et plerique ad dies statutos occurrere nequeunt. Quis autem ignoret quod etiam ea quae maritima sunt aquis plerumque dulcibus delectentur? Denique dum flumina secuntur et ad superiora ascendunt. Quis imperator pi­ scibus praeceptum dedit. et homines inrita faciunt dei praecepta. et homines contradicunt. qui tacitus mutis animantibus naturalis disciplinae ordinem tribuat. SER. qui ordina­ tione diuina sensibus uniuersorum suum infundat imperium. DIES V . C. comitandi ordinem. Quid autem rationabilius hoc piscium transitu. cuius expectatur im­ perium. qui duces iter dirigunt. in quo gene­ rare et partus possint proprios enutrire. quod teneri fetus laborem alienae regionis ferre uix possint. 10. eo quod reliquo maris sinu hic sinus dulcior sit. cuius rationem quidem uerbis non explicant. tribunis militum litterae diriguntur. tum oportuniorem ceteris iudicant. sed factis locuntur? Pergunt enim aestatis tempore ad fretum Ponti. quia mutus est rationisque expers? Sed uide ne tu tibi magis incipias esse contemptui. frequenter alie­ ni pisces generis capiuntur in fluuiis. Piscis sollemniter obaudit mandata caelestia. qui metatores itinera disponunt. An contemptibilis tibi uidetur. non solum magna penetret. V II. metas et tempora reuer- tendi? Homines scilicet imperatorem habent. 29 spositionem uiandi. Diuinae legi piscis obsequitur. proponuntur edicta prouincialibus ut conueniant. Non enim tamdiu sol ei fluctu quamdiu ceteris in- moratur. quae dulcis ac potabilis sit.

è vero..?)vtù[iivou? x a ^ 8ià -ri)? IIpoTrovTtSo? èirl t ò v Eu^ivov (ì covra?. Sia dunque che tale motivo renda loro più gradito il Ponto sia che i soffi dell’aquilone. gli uomini invece vi contravvengono. &aXaaaav.. Ilo io v T r p ó c T a y f i a (3aaiX£ci>?. quali topografi predi­ spongono l’itinerario. Mentre il pesce è avvezzo a osservare i comandamenti celesti. èirl rjjv Popivvjv IratyovTat. 'O pà? r>]v ■Stetav SiàTa^iv 7ràvra TtXv)poO(rav x a l Sia t£Sv (iixpOTaTOJv Si^xouoav. che là spira solitamente. 8 Bas. si inviano lettere ài tribuni militari. TI? ò xiv& v. &XX01 dm’ óiXXojv xóXraov [xeravacTàvre? xòj xoivcó t5j? qMiaeco? vòmito Sieyep&évre?. Quale imperatore ha dato l'ordine ai pesci. 156 C-157 A (66 D E ): ”HSvj Sé « v e ? x a l Ì7toS7)(XY)Tixol tS v Ix&utov.. mentre in quel mare la carezzevole mitezza del clima offre loro protezione. si ema­ nano i decreti ai provinciali perché si radunino. Chi non sa poi che anche gli animali marini per lo più provano piacere del­ l’acqua dolce? Di conseguenza spesso vengono catturati nei fiumi pesci di mare mentre seguono il corso dei fiumi risalendo verso la sorgente. poi­ ché i pesciolini ancor teneri difficilmente potrebbero sopportare i disagi di un’altra regione.. perché è un tratto di mare più dolce di ogni altro. I lo ìa Siaypà(jL- (jtaTa xaT’ àyopàv fptXo>|i£va r))v 7cpotì-eo(itav SrjXoì . Mi] xaTacppóvei t<Sv Ix&ù<dv. Hexaem. ’ EreeiSàv yàp è TETayjiivo? xaipò? tij? xurjaccù? xaTaXdPfj. ma attestano con i fatti? D’estate si dirigono verso il Ponto. che silenziosamente assegna ai muti animali l’ordine derivante da un insegnamento naturale. . Compiuta questa funzione. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 277 di cui attendono il com ando: arriva anzitutto l’ordin e7. "A xoue tS v Ex$ù<ov (ìovovou^I <pcovi)v dc<piévTcov Si’ <&v ttoioOctiv 6 ti el? Sia(jLovJ)v toO yévou? tJ)v (xaxpàv Tamvjv àiro8y)(j.tav otsX - XófjteSa . 9 Bas. e questo è il motivo per cui non assorbe con l’evaporazione tutta l’acqua dolce e potabile che questo mare contiene9. gli uomini rendono vani i precetti divini. quale maestro li ha cosi istruiti. Hexaem. Ma che c ’è di più ragionevole di questo spostamento dei pesci. con le parole.. la cui ragione essi non spiegano. non solo penetrando negli esseri di una certa grandezza. x a l &v9-po>- 7toi o(0T7)pl(t>v SiSayjjLaTcov oùx Avex6|i-e&a. ma diffondendosi anche in tutti i più p ic c o li8. Infatti il sole non vi si trattiene sopra tanto quanto sugli altri. E tuttavia molti non riescono a presentarsi alla data stabilita. óóarcp àirò xoivoO (3ouXeuT?]ptoo 7tpò? r))v Ù7tepop£av <jTeXXó(/£voi.a toù? Ix&u? . èraiSi) &9<i>va x a l fiXoya toxvtsXòj?. K a l l'Soi? av x a rà t ò v xaipòv TYj? dcvóSou <2>CT7cep t i £eu|j. O l ijsvayoovre? t£ve?. àXXa <po(3oo (jLT) x a l toù tojv àXoycùTepo? fj?. 7 Q ui tessera ha il sen so ge n erico d i « o rd in e ». at­ tenuino la calura estiva. 8ló ti kit’ òXtyou aù-ifl 7tpOCT8iaTptPù)v 6 ^Xio? oùx èijàyei aÒTÌj? 8Xov 8 là tìj? àxTtvo? t ò ttÓi ijiov.. Il pesce obbedisce alla legge divina. quali generali guidano la marcia in m odo che nessuno manchi all'appuntamento? Ma io so chi è quell’im­ peratore che con divina disposizione infonde il suo comando nel­ l’istinto di tutte le creature. Tfj 8 ia - Tayyj toù XTtaavTO? dtvriaTànevo?. è certo che ritengono quel mare più adatto di tutti gli altri per dare alla luce e allevare i propri piccoli. ù<p’ évi cuvJWjjian Tràtvre? àroxlpouaiv. si fissa il giorno. Forse il pesce ti sembra disprezzabile perché è muto e privo di ragione? Ma bada di non cominciare tu ad essere più degno di disprezzo ai tuoi occhi nel caso che tu sia trovato più irragio­ nevole di un essere irragionevole. 157 AB (67 A B ): ’ Ix-9-ù? oùx àvriXéyei v6[icp @eoù. rXuxùrepov yàp t>)? Xownj? S-aXàooTi? èxeTvo aò (IScop.

tum pondere grauior haud dubie non solum nauigantibus. c Eccle 3. nobis ad quaestum transmissio deputatur. uaga enim et intemperans libido generandi uagam pariendi aetatem exhibet. Nouit igitur piscis pariendi tempus. hom o so­ lus indiscreta atque confusa. Reliqua genera clementiam temporis quaerunt. cuius rei fluctus harenosus indicio est. tempestates mouentur. quod pro magno mysterio dixit Solomonis sapientia0. qui uentorum motu insurgens altius. SER. ita ut de profundo harena uertatur. un­ de si grauis illic procella furit. 29-30 clementia. nos mercem longe inparem ad periculi uicem misera lucri cupidine reportamus. tum hiberno tempore sinus ip­ se frigidior et torrentum rigescat adlapsu. nos quoque diffusa aequora transfretamus. sed quanto honestius quod successionis amore quam quod pecuniae auiditate suscipitur! Denique illis ad pietatem. 2. . Illi subolem referunt omnibus mercibus cariorem. C. Obiectus est Po sinus boreae ceterorumque uentorum uiolentissimis flatibus. 10. nouit tempus perfunctionis et iactationis et nouit ut non queat falli. Quaenam ista sit ratio consideremus. quia non rationis aestimatione et disputationis argumento utitur. sed etiam maritimis ipsis animan­ tibus intolerabilis habetur. cuius amoenitate perfuncti rursus hiemis aspera declinare contendunt et septentrionalis plagae saeua fu­ gientes in reliquos se sinus conferunt. quae uera est magistra pietatis. sed inspiratione naturae. in quibus aut uentorum m ollior sit placiditas aut solis soleat uernare temperies. Itaque illi patriam repetunt. ut utilitatem aliquam ge­ neri suo quaerat. DIES V . nos dere­ linquimus: illis nando incrementum generis adquiritur. nobis mi­ nuitur nauigando. mulieres solae partus suos inclementer effundunt. Itaque peracto munere omnes simul eo quo uenerant agmine reuertuntur. 30. nouit tempus eundi atque redeundi. Denique omnes animantes praescripta habent pariendi tempora.278 EXAMERON. quod cum plurima et maxima Ponto flumina misceantur. Piscis tanta maria transmittit. Accedit illud. V II. Propterea pisces tam­ quam arbitri fluentorum aestate illic asperantis aurae clementiam captare consuerunt.

per la miserabile brama di lucro. . Il pesce attraversa mari cosi sconfinati per procurare qual­ che vantaggio alla propria sp ecie12. che sono giudici inappellabili della temperatura delle acque.. D'altra parte tutti gli animali hanno tempi determinati per il parto.. tocXiv toxmSy]jzeI 7tàvre? Ù7roaTpé<pouaiv otxaSe. <!)? èniT^- Seioi. Ciò è provato dalle onde torbide che. 10 Bas. d'estate sogliono cercare colà la dolcezza d'una pungente frescura e. navigando. e lo conosce in m odo che non può sbagliare... conosce il tempo di andare e di tornare. infatti la voglia del procreare senza regola e senza freno rende senza regola anche l'epoca del parto. conosce il tempo di svol­ gere il proprio com pito e di andare errando senza stabile dimo­ ra. 157 D (67 D ): ’ Ix&ùs T o a a ù r a Sia[ie[{3et ireXà-p] ùrtèp eCpa- a-0-at riva <!><péXeiav. Ponto Eusino è esposto alle raffiche impetuosissime della tramon­ tana e di tutti gli altri venti sicché. ’ E x toùtou TrpoTijióxepcx. Perciò i pesci. ma l'istinto naturale. appesantite per giunta dalla sabbia. non possono essere sopportate non solo dai naviganti. 157 BC (67 B C ):X a£pei Sè -coi? yXuxéai x a l -uà S-aXaaata • 8&ev x a l èirl toiì? toto^ oùc. 30. Essi portano con sé la prole. auToìe 6 Iló v ro ? tcìni Xoitoòv èuri xóX7ro>v. una diminuzione della nostra. Si deve considerare inoltre che. Quelli ritornano in patria. noi. I. siccom e mol­ tissimi e grandissimi fiumi sfociano nel Ponto. di bel nuovo si affrettano a evitare le asprezze dell'inverno e. che è il vero maestro del sentimento del dovere. essi. fug­ gendo i rigori delle regioni settentrionali. solo le donne partoriscono le loro creature senza riguardi. ’ EttciSòlv Sè t ò <ntou8a^ó[xsvov <Sp- xoiSvto? 4x 7rX»)pci)87Ì. Le al­ tre specie cercano la mitezza del clima. Comm. x a l Tròppo) S-aXàooT]? «péperai. àvav^xerai toXXAxii. ma neppure dagli stessi esseri marini. Consideriamo quale sia la spiegazione di tutto ciò. 12 Bas. e noi la abbandoniamo. d’inverno quel tratto di mare è particolarmente freddo e gelido per l’affluire di tali acque correnti. se là infuria una violenta bu­ fera. solo l'uom o li ha indeterminati e im precisi11. com e ha detto la sapienza di Salomone. Hexaem. levandosi a grande altezza sotto la spinta dei venti. dopo averne goduto il ristoro. si trasferiscono in altri golfi nei quali regni una più soave calma di venti o il moderato calore del sole garantisca costantemente un clima primaverile. e noi. èva7roxuT)<rai x a i èx&péi^ai Tà Uxyova. Hexaem. più cara di tutte le mer­ canzie. il che equivale a co­ noscere un grande mistero. nuotando. riportiamo dai nostri viaggi della merce che non vale assolutamente il pericolo corso. 12: s u ll'ep oca del pa rto. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 279 tutti insieme ritornano nella formazione medesima in cui erano venuti10. Co­ nosce dunque il pesce il tempo di partorire. perché non usa una valutazione razionale o argomentazioni proprie delle di­ spute. le nostre al­ l'interesse.. 4. anche noi valichiamo le ampie distese marine: ma quanto più onorevole è ciò che si intraprende per amore della prole di ciò che si affronta per avidità di guadagno! Insomma le loro traversate sono dovute all'affetto. 11 Xenoph. ottengono un aumento della loro specie.. vi si scatenano tempeste tali che sollevano la sabbia dal fondo.

citam et quae non facile possit auferri corruptelam inuehit. Voluit enim te creator tuus nec in mari satis ab insidiantibus esse se­ curum. DIES V .280 EXAMERON. 11. cum uideat istos in aquilonem tam sollemnem obeundae fecunditatis peregrinationem uiuaci ingenio conponere. 32 31. montes altis simos summis ad caelum . ut quasi radicatam mari haerere uideas nec moueri. 31 . quae si quando supernatant fluctibus. ut maximas nauium plenis currentes uelis in mediis fluctibus sistant. SER. Quis igitur neget diuinitus illis infusum ingenium e huiusmodi atque uirtutem. timidum animal in terris. alios in exiguo corpore tantum ualiditatis adsumere. 10. quid etiam turturis aculeum et hoc mortuae? Sicut enim uiperae os si quis calcauerit recens dumtaxat grauius quam uene­ num nocere fertur et inmedicabile uulnus serpere. Lepusculus quoque. Quam ingentia illic et finitae magnitudinis cete. sicut breuis pisciculus echeneis tanta facilitate memoratur nauem ingentem statuere. ambulare insulas putes. C. An et huic putas sine creatoris munere tantum potuisse subpetere uirtutis? Quid gladios loquar aut serras aut canes maritimos aut balaenas aut zygaenas. C. in mari formidabile. V II . Veniamus ad Atlanticum mare. ita etiam turtur aculeo suo mortua amplius quam uiua periculi adferre memoratur. Caput X I 32. ut propter pauca quae noceant quasi in excubiis positus armis fidei semper et scuto deuotionis accinctus a domino tuo debeas salutis sperare praesidium. aliquamdiu enim inmobilem seruat.

691-692: pelago credas innare reuulsas / Cyclad aut montis concurrere montibus altos. 15 Cf. Ov.. Perché parlare dei pesci spada o dei pesci sega o dei pescicani o delle balene o dei pesci martello? Perché parlare anche dell’aculeo della pastinaca14. V ili. I. &ars dxtvv)tov ènl 7rXeiaTOV ipuXdiaaeiv ttjv vaOv Àajrep xarappi- £o)tì-eìaocv èv aÙTÒi tgj TteXotyei. Xa[jL(3àvei<. di una leggenda.. Plin. Chi dunque potrebbe negare che per volere divino stata infusa in essi una simile ingegnosa attitudine e una simile capacità. XXXII. essa sia più nociva del veleno e la ferita si estenda senza rim ed io15.. Capitolo 11 32. 48.H. senza muoversi più. Verg.. 16 È una specie di grosso mollusco. r a x e ìa v xal iuapatrifiTOV tt)V ip^opàv èmcpépovra. 161 C (69 B): Où yàp [ióvoi £i<ptài xal rcptove? xal xiive? xal (paXaivai xal i^Syaivai «pofìepaf. Plin. purché morta da poco. per giunta dopo la sua m orte? Infatti. N. 8uvà|xe<i>c. Forse pensi che anche a questo pesce sia potuta toccare tanta forza senza intervento del Creatore? “ . Hexaem. N. à7cóSei!. se uno calpesta la bocca di una vipera. IX.H.. Quest’ultimo nome è usato anche in italiano per indicare comunemente questa specie di pesci. xal Taii-n]. Anche il lep rotto16. oùx ^ttÓv è<rri rpoftzpi. vexpdti. rivestito costantemente delle armi della fede e dello scudo della pietà. organizzano con un'abilità ricca d’iniziativa il viaggio verso nord per ottenere la procreazione? che altri nel loro piccolo corpo raggiungono tanta energia da arrestare nel mezzo dei flutti le più grandi navi che corrono a vele spiegate? Cosi si dice che un minuscolo pe­ sciolino com e la remora trattenga con tale facilità una nave enorme. ..H.. 155. 8. com e si dice che.. 189: erat im­ medicabile uulnus. IX. com e se vi avesse affondato le radici. ad intervalli cosi regolari. 14 È il pesce che Plinio ( N. <pepó|ieva tò [uxpóraTov t/MSiov f) èxcv7l^? ou-cto fcot. 48. stando all’erta a causa di pochi esseri nocivi. Met. Veniamo ora a parlare dell’Oceano Atlantico. vedendo che essi.. penseresti a isole in movimento a 13 Bas.iv.. cf. cosi dicono che anche la pastinaca con il suo aculeo sia più pericolosa da morta che da viva. 1 Cf. 155) chiama trygon e pastinaca. infatti riesce a tenerla immobile per un certo periodo di tempo. 79.. Quali en mi cetacei vi si trovano e di quale smisurata grandezza! Quando essi nuotano alla superficie. àXXà xal Tptiyovo? xévxpov -ri)? S-aXaaaÉas. IX. 5p’ oùxl xal èv tco (juxpcji loiVioi tvjv aùrfjv toG XTtaavroi. Hexaem. noti per l’aculeo caudale con cui iniettano il loro veleno. che tu potresti vederla ferma sul mare. cf.. X. 24. I. xal Xaytiià? 6 S-aXàacrio<. tu debba sperare dal tuo Signore la difesa che salva. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 281 31. produce un’infezione rapida e difficilmente guaribile17.. Infatti il tuo Creatore ha voluto che tu nemmeno in mare fossi sufficientemente sicuro da chi t’in­ sidia. naturalmente. Aen.§l<ùq tanjaiv. 190: sed immedicabile corpus-.. animale timido sulla terra. perché.. 161 BC (69 A): ’Eàv 8è àxoòcr» )? o t i T à [ l é y i a T a Ttòv reXotcov f)7rX<ù(iévoi<. Si tratta. o6pta<. icr-rtoi? è!. 17 Bas. ma temibile in mare.

si in aerem transferatur. C. cuius colorem nullus adhuc eorum qui fucis diuersis obducunt uellera potuit imitari. DIES V . H oc quoque piscis est uellus. sed in Atlantici maris profundo feruntur uideri. Adeo naturae maritimae gratiam humana implere nescit industria. Spec­ temus ea quae usitata multis et plena sint gratiae. ut ferro saepe caedatur. SER. Brittanicis Schenkl Brittannicis plerique codd. . 5. sed et ipsi murices. 33. Scimus qua sollicitudi­ ne uellera ouium etiam minus pretiosa curentur. qui <in> speciem marmoris ualidi eiusdem metalli niueo candore resplendent. 32-33 uerticibus eminere! Quae non in acta nec in litoribus.282 EXAMERON . V II . quod de Brittannicis salibus nihil mirum. salubres corporis cibo et potui nimis grati: quom odo etiam non indecorus lapis cora­ lium in mari herba sit. nequaquam tamen his fucus innascitur. Sed iam adsurgamus ipsi de profundo maris et aliquan­ tum sermo noster emergat atque ad superiora se subrigat. ut eorum conspectu nautae a nauigandi in illis locis praesumptione reuocentur nec secreta elementorum adire sine supremo terrore mortis usurpent. qui insigne dant regium. sint licet optima. ea litoribus quasi uilia iacent uulgo et in saxis asperis et cautibus colliguntur. 33. Au­ reum etiam uellus aqua nutrit et lanam in memorati speciem me­ talli gignunt litora. 11. sunt maritimi. quom odo eam maris aqua in tam m olli carne solida- uerit. quem nullus adhuc fucus aequauit. quom odo aqua in salis uertatur soliditatem. lapidis firmitate solidetur: unde etiam ostreis pretiosissimam margaritam natura infixerit. H ic naturalis color est. Quae difficile apud reges inueniuntur.

con quali mezzi la natura abbia infuso an­ che nelle ostriche una perla preziosissima e com e l’acqua marina l’abbia solidificata in mezzo ad ima carne cosi molle.. Hexaem. A tal punto l’ingegnosità umana è incapace di riprodurre le bellezze naturali del mare. SiaTptjìei. Hexaem.. 7 I murici sono i molluschi dai quali gli antichi estraevano la porpora. tessuti. Queste gem­ me. risplendono del niveo candore dello stesso minerale.. Ma anche i m u rici7. Ma ormai risaliamo anche noi dal fondo del mare e nostro discorso emerga alquanto e si elevi verso ciò che sta so­ p r a 3. com e anche il corallo. èx t& v (ìo&Gv. 161 A (68 E ): Iló&ev t ò xpuaoùv gpiov a l ictwai Tpéipouaiv. che. quindi. Xtòo? t ò xoupàXXiov y~kkt\ èariv èv S-aXiacrfl. Anche questa lana è un pe­ sce.. t ò uScop rofjyvurai • tcóS? 6 7C0XuTt(X7)T0<. t& v àvS-pt!>7ttùv (iéxpt vuv è[ii(jd)(jaTO. che si attacca alle rocce mediante filamenti serici che possono essere filati e. portato aH'aria aperta. epavraatav 7rapé/exat. 33. TauTa rapi atytaXoò? x a l àxTàs x a l Tpaxeta.eytaToi<. Guardiamo cose note a molti e tuttavia piene di attrattiva: come l’acqua si trasformi assumendo la solidità del sale. straordinariamente gradevoli quale be­ vanda4.. siano pure della qualità migliore: tuttavia non hanno mai spontanea­ mente una simile tinta. Sappiamo con quale attenzione siano lavorate le lane ovine anche meno pregiate. èreiSàv 7T0TS èrcl ty)v iSxpav è7u<pdcvsiav toù OSaTo? à v a v ^ e ra i. IrceiS-i) t o ì? [j. n&tpa. cosicché per la loro presenza i marinai sono distolti dal navigare temerariamente in quei luoghi né osano. 161C (69 B ): ’ A>>à yàp àvaSpa^óvrei. 4 Non ne sappiamo nulla. Siép- pwirai. 57tep oùSeli. . 5 Bas.. 8peai TtjS iiyxco toù acó|jtaTO? 7rxpiaà£eToci • & ye xal v^otov 7roXXàxi<.. ma nelle zone sconosciute dell’Oceano Atlantico2. si solidifichi assumendo la durezza della pietra. fatto che non ha nulla di strano se si pensa ai sali di Britannia. cosi che spesso viene tagliata con una lama. èvé$7)xev. che si trovano a malapena nei tesori regali. TauTa iiévroi Ti)XtxauTa tfvTa où nepl à xrà ? oùSè àyiaXoix. 2 Bas. dtXXà t ò ’ ATXavrixov Xeyó|ievov tzè- Xayo? èvotxeì.. La 7rtw] (meglio che Titavr) ) è un mollusco. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 283 monti altissimi che con le loro cime svettano verso il cielo. fra coloro che tingono i velli con succhi svariati. Hexaem. Hexaem. in mare sia erba e. che ci danno le insegne regali. 161 B (69 A ): . èv èXuTpoi? tcùv òo-cpétov èyxetfieva. IlóS-ev a l xóxXot to ì? PaotXsùat tà ? àXoupytSaq x aP ^ 0Vtat) x a ^ T<* tgìv Xeijìcùvcov Tfl eù/pota 7tapéSpa[iov. tòv àépa è^ e v sx ^ i Trpò? Xfòou oreppÓTY]Ta (ieTa7R)yvuTai • Tcó-9-ev Tei EÙTeXeardcTO) ^ t| ) t£) òaxpétp tòv Papiiri(jLOV (xapyaptT»)v ^ (piiaii. una pietra non priva di bellezza. Questo è un colore naturale che nessuna tintura è riuscita finora ad eguagliare.. pro­ vengono dal mare. btl tJjv ^TCCipov xaTa<ptiyti>|iev. 3 Bas. è riuscito a imitare il c o lo re 6. 161A (68 D E ): Ileo? et? &Xa<. èrceiSàv 8è et. dentro una conchiglia.. della quale nes­ suno. Si dice che non si vedano né lungo le coste né presso il litorale. spin­ gersi in quei recessi degli elementi. senza un estremo timore della morte. sa­ lutari se usati nel cibo. 6 Bas. "A yàp èro&uixouCTt ■§T]aaupol PaotXéojv. L’acqua nutre anche una lana d ’oro che le coste producono nell’aspetto di questo metallo. giacciono sparse sul lido com e oggetti senza valore e si raccolgono tra le rocce scabre e gli scog li5. V edi anche 156 C (66 D ). simili a marmo du­ rissimo.

hic odor. et illi cito marcescunt. sed omnes puppes. Quantum enim distat inter directos cur­ sus ac reflexos! Isti perpetuantur. Quae utili­ tas in folio? In nauibus quanta com m ercia! Lilia suauitatem na­ rium. auri quoque fulgorem in mari lana resplendet. C. ubi nemo uincitur quicumque peruenerit. sed omnes fautores sunt. sed uento- rum spiramine. Itaque aurigae plausum inanem referunt. . ubi palma merces salutis. V II . Adde pisces salientes et delphinas ludentes. 17. quia uacuus. adde rauco sonantes fluctus murmure. SER. quanto studio spectantum et amore certatur! Equus tamen in uanum c u r r ita. uela hominum salutem inuehunt. quia signum filii hominis signum a Ps 32. quae peruectae fuerint. ista diu duratura seruatur. Et cum e carceribus emittuntur quadrigae. uela in nauibus. hi soluunt uota seruati. 35. Lilia in hortis eminus nitent. 11. quem cetus excepit ad tam. non in uanum nauigia: ille in uanum. b Io n 2. ut utriusque redemptio non praetereatur elementi. DIES V . hi resoluuntur.284 EXAMERON. terrarum salus in mari ante praecessit. ubi nemo refragator. Psallebat in utero ceti qui maerebat in terrisb et. quibus uexillum exeundi aura de caelo est. adice currentes naues ad litora uel de litoribus exeuntes. reddidit ad prophetandi gratiam? Emendauit aqua quem ter­ rena deflexerant. illic uentus aspirat. ista ad utilitatem quasi plena frumenti. Quid his gratius quae non uerbere aguntur. coronantur. 2-3. uictoria pretium regressionis est. Et quae pratorum gratia uel hortorum amoenitas po caeruli maris aequiperare picturam? Aurum licet in pratis flores refulgent. 34-35 34. Adiunge remi­ giis contexta litora. Quid de Iona dignum loquar.

i giochi dei delfini. e. 1-3). dove nessuno. Nel ventre del cetaceo cantava salmi. mentre sulla terra era triste. I. Come costui nel ventre del cetaceo. mentre gli interessi terreni lo avevano traviato u. le vele sopravvivenza agli uomini. n. mentre quelli rapidamente appassiscono. Basilio nella perorazione della settima omelia (164 A = 69 C) ri­ chiama l'episodio di Giona. Sai. ma dal soffio del vento.. 1. che si con­ tinua a percorrere una volta sperimentata. vit­ toria è il premio di aver fatto ritorno. 95). Penso che S. I gigli nei giardini spic­ cano candidi in lontananza. Ambrogio contrapponga la rotta delle navi. Quale spettacolo più grade­ vole di queste navi che non sono sospinte a colpi di frusta. per non trascurare la redenzione di entrambi gli elementi. 9 Cf. qui il vento. E quale incanto di prati o quale amenità di giardini può uguagliare la tinta del mare color del cielo? Sebbene i fiori nei prati rifulgano d’oro. viene vinto. quanti com m erci! I gigli recano piacere all'odorato. p. co­ me la gara si svolge tra l'interesse e la passione degli spettatori! Tuttavia il cavallo corre senza s c o p o 9. così Gesù rimase nel seno della terra. Cursus reflexus alluderebbe all’uso di girare più volte intorno allo stadio (Svet. Quanta differenza c'è. V erg . queste per recare vantag­ gio in quanto cariche di frumento. ma tutti sono so­ stenitori. 512: ut cum carceribus sese effudere quadrigae. L’uno e l’altro elemento offri- 8 Cf. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. ma tutte le poppe delle navi che hanno ultimato il viaggio sono inghir­ landate di corone: palma è la ricompensa d'essere incolumi. Aggiungi i pesci saltellanti. 11 Giona aveva cercato di sottrarsi aH'ordine del Signore e.. non cosi le navi: quello senza uno scopo perché non porta nulla. dove nessuno è avversario. là spira l'olezzo. . perché il segno del Figlio dell’uomo è il « segno di Giona » 12.. si era imbarcato alla volta di Tarsis (Giona. la salvezza della terra si com pì prima nel mare. giunto a destinazione. 5). aggiungi le navi che si accostano rapide al lido o che da questo si partono. 17: Fallax equus ad salutem. 12. Quali utilità hanno i petali? Sulle navi. il passo è molto oscuro. 35. 290. cit. invece di recarsi a Ninive. 10 Come osserva anche il Coppa (op.. nel mare la lana risplende anch'essa dei ba­ gliori dell’oro e. e il percorso delle quadrighe che si esaurisce gara per gara. tra i percorsi diretti e i percorsi che ritornano su se stessi! Quelli si continuano a ripercorrere. Georg. questa invece si conserva per una lunga durata. cosi il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra ». 39: « Una generazione perversa e adultera pre­ tende un segno! Ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona profeta. in­ fatti. Aggiungi i litorali affollati di marinai per i quali il vento che spira dal cielo è il segnale per salpare. invece. Dom. Perciò gli aurighi ottengono un inutile applauso. ritornati sani e salvi. 12 Leggiamo in Matt. sulle navi spiccano candide le vele. Anche S. Anche quando le quadrighe vengono fatte uscire dai recinti8. questi. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 285 34. sciol­ gono i loro voti. 32. questi si concludono una volta per sem pre10. Come potrei parlarvi degnamente di Giona che un ce­ taceo accolse per salvargli la vita e restituì per consentirgli di compiere la sua missione profetica? L'acqua lo richiamò al do­ vere. aggiungi i flutti risonanti con m orm orio roco.

necessaria de natura auium disputatio. iterum sermonem ador ait: Fugerat nos. 30. 6.nobis etiam uerba deficiant. SER. ne mari demersa praetereant c Mt 12. maius tamen in mari pietatis exemplum. quae obumbret nos a malis nostris. Certe plus nobis quam Nineuitis data est in aquis remissio peccatorum. SER. 35. 40. SERMO V III Caput X II 36. V II . ne in terra aestuare incipiamus ingenio et. fratres dilectissimi. sic Iesus in corde terraec. 11. f Lc 22. 36 Ionae. Itaque illic quasi deuotus manu adprehenditur. Fit enim natura quadam. ne diutius in salo fluctuet. 61. Et cum paulolum conticuisset. V II I. et sermo huiusmodi nobis cum ipsis auibus euolauerat. . ut et cum pigrioribus inmoremur et cum ue- locibus celeri rapiamur aspectu. 12. In utro­ que remedium. sed non labitur et confessus in fluctibus tamen negauit in terris e. hic quasi oblitus aspectu censorio conuenitur(. DIES V . Sed iam rogemus dominum. Sicut iste in utero ceti. ut ii qui aliquid intuentur uel dicendo exprimere uolunt eorum qualitatem quae uel intuentur uel lo­ quuntur adsumant. C. c. Petrus quoque in mari titubatd. Itaque cum caueo. 70. Sed et ipsa procedente sole arefacta admonet re­ quiescendum. = Mt 26. quoniam exceperunt pisces quem homines refutarunt et quem homines crucifixerunt pisces seruauerunt. d Mt 14. stilo quoque aut tardiore uta­ mur aut rapido. Et bene etiam exiuit cu cu rbita8. s Ion 4. ut ser­ m o noster quasi Ionas eiciatur in terram.286 EXAMERON.

affinché non sia sbat­ tuto più a lungo in mezzo al mare.. 291.. cit. Invece di zucca ( Settanta: xoXoxiivib) . 4. la no­ stra intelligenza non com inci a ribollire e quindi non ci vengano meno anche le parole. ' trfj(iepov (ieTépi)fiev èul rJjv t g ì v xeP®ttl)v è^éraaiv. Ad ogni modo l’argomentazione appare forzata. V i li SERMONE Capitolo 12 E dopo aver taciuto per qualche tempo. per­ ché i pesci accolsero colui che gli uomini avevano respinto e i pesci salvarono colui che gli uomini avevano cro ce fisso13. le versioni moderne traducono dall’ebraico ricino. s’incontra in uno sguardo di riprovazione. che nel "colui" l’autore identifica idealmente il simbolo di Giona e la realtà di Cristo ». Certamente per mezzo dell’acqua ci è stata concessa la remissione dei peccati in misura maggiore che ai Niniviti. Ambrogio con « pesci ». cit. Ma ormai preghiamo il Signore che il nostro di­ scorso com e Giona sia gettato sulla terra. 15-16. Il Pasteris (op. 468. perché fedele. qui. AiétpoyEV tò imijvòv Iv Tq> jjiaoi. quanto indispensabile trattare della natura degli uccelli e il nostro discor­ so su tale argomento aveva spiccato il volo insieme con essi \ Cà- pita infatti naturalmente che chi osserva qualche cosa o la vuole esprimere a parole assume le caratteristiche delle cose che osserva o descrive. lo rinnegò sulla terra.. n.. 8 è xatpòi.. Ma anch'es- sa. con quelle veloci ci lasciamo trascinare in un fuggevole sguardo ed abbiamo anche la penna più lenta oppure rapida a seconda dei casi. 6. cosi che indugiamo con quelle che sono piuttosto pi­ gre. * E una nota del tachigrafo o stenografo. tuttavia nel mare fu più grande l’esempio. 98) suppone che forse potrebbero essere « i fedeli che accolgono la parola » e rimanda a V. là. 72 A): Efroxfiev tà rcepl tcov vqxTtòv. perché smemorato. la Vul­ gata ha hedera). èveStSou èanèpou. . 6-11) per proteggere Giona dal sole e quindi fatta seccare per insegnargli che il Si­ gnore si preoccupava della sorte dei Niniviti ben più a ragione che il pro­ feta di una semplice pianta. Ci eravamo dimenticati. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 287 rono un rimedio. 168 C (71 E. riprendendo nuova­ mente a parlare disse: * 36. ma non cade e. 14 Si allude alla pianta di zucca fatta crescere da Dio (Giona. giunti sulla terra. p. viene preso per mano. dopo aver confessato Cristo sulle onde. 4) scrive: « Si noti. mentre badavo a non trascurare ciò che è som- 13 Non si capisce bene che cosa intenda qui S. Il Coppa (op. Per questo. 1 Bas. Anche Pietro sul mare vacilla. n. per il fatto d ’essersi essiccata col procedere del sole. fratelli dilettissimi. rimasta eccezionalmente n testo anche dopo la revisione dell’autore. ci am­ m onisce che dobbiam o riposarci perché. Hexaem. E anche la pianta di zu cca 14 è spuntata a proposito per proteggerci dai nostri mali. Perciò..

Redeat igitur nobis uolaticus sermo. Verum ubi omne negotium expeditum putaui et absolutum esse me credidi et diem quintum consummatum ar­ bitratus sum. SER. nisi quia oculos abluti aqua dum de gurgite leuamus ad caelum. 36-38 et aquis operta me lateant. V II I. cum etiam minutissimae aues sollemni deuotione et dulci carmi­ ne ortus dierum ac noctium prosequantur? 37. quod potuit praeteriri. ut decursi uel adoriendi nocturni iuxta diurnique tem­ poris laudes suo referant creatori. terre­ num uolatile aquatile. aut aliqui ex nobis in disputatione obdormiat. 38. aerios non respexi uolatus. quae cum eunt cubitum. cum possit auium can­ tibus excitari. uenit in mentem auium. cum sit tertia pars in animantibus crea­ turae. Quod uelut sollemniter surgente et occidente die instaurare con­ suerunt. quasi peracto laetae munere aethera cantu mulcere consuerunt. 12.288 EXAMERON. Nec uereor ne fastidium nobis obrepat in uolatibus requirendis. C. quae in aquis potuit relucere. Neque uero uile putetur. Reuocamur ad superiora sicut obliuiosi uiatores. . effugit omne uolatile. quod non obrepsit in gurgitibus perscrutandis. Denique sic scriptum est: Educant aquae reptilia animarum uiuentium secundum genus et uolatilia uolan- tia super terram secus firmamentum caeli secundum g en u sa. qui estis aucupes uerbi. nec umbra saltem pinnae me praepetis declinauit. cum tali ad uigilandum gratia prouocetur. qui c inconsulto praeterierint. in sua reuertentes uestigia incuriae suae multam repetito itineris labore suscipiunt. quia dum incli­ natus imos aquarum gurgites scrutor. qui paene fue lapsus ex oculis et aquilae m odo alta petens uolatus suos obduxe­ rat nubibus. Sed profecto qui inter mutos pisces uigilauerit non dubito quod inter canoras aues somnum sentire non possit. Qui enim sensum-hominis gerens non erubescat sine psalmorum celebritate diem claudere. Tria enim genera animantium esse non dubium est. Magnum igitur incentiuum excitandae nobis deuotionis amiseram. Est tamen etiam bo- » Gen 1. Eritis uos iudices. 20. DIES V . utrum consultius euolet an utiliter in uestra sit retia relapsus. speculati uacuum aeris uolatibus ferri ad necessita­ tem stili putauimus esse reuocandum.

al sorgere e al tramontar del sole. quando sono tra­ scorsi o stanno per cominciare. perché. 34: aethera mulcebant cantu lucoque uolabant. quando vanno a dormire. perché potrebbe essere risvegliato dal canto degli uccelli. dal momento che anche gli uccelli piccolissimi accompagnano il sorgere del giorno e della notte con un atto di pietà abituale e con un dolce canto? 37. ritornando sui loro passi pagano la pena della loro leggerezza con la raddop- 2 Cf. aveva nascosto fra le nubi il suo volo.. per lodare il loro Creatore per la notte com e per il giorno. 1-2: si quid uacui sub umbra / lusimus tecum. essendo andati oltre senza riflettere. Quale uom o dotato di sensibilità non arrossirebbe di concludere la sua giornata senza la recita dei salmi. mi sono sfuggiti tutti gli uccelli. E non temo che nel se­ guire i voli degli uccelli si insinui in noi la noia che non ci ha colto scrutando gli abissi o che qualcuno di noi si addormenti nel corso della esposizione. 38. e non mi ha distolto dalla mia osserva­ zione nemmeno l’ombra dell’ala veloce che pur poteva riflettersi sull'acqua.. Hor. quando pensavo di aver esaurito tutto il mio com ­ pito e credevo di essere a posto e supponevo finito il quinto giorno mi sono ricordato degli uccelli che. mentre purificati dall'acqua innalzavamo dall’abisso i nostri occhi verso il cielo. per cosi dire. abbiamo ritenuto di doverlo ricondurre alle esigenze della trattazione. ve­ dendo che esso si lasciava trasportare spensierato3 a volo per l’aria4. standomene tutto curvo a scrutare le profondità dei gorghi marini. con vostro vantaggio. 5 Tipico squarcio di oratoria ambrosiana. essendo stimolato a rimanere sveglio da una simile attrattiva. si lasci prendere dal sonno fra gli uccelli. nel quale giochi di parole d’origine retorica si mescolano ad un umorismo scherzoso e benevolo. I. E questo sogliono rinnovare com e per una consuetudine.. 3 Cf. Tre infatti sono fuor di dubbio le specie animali: terrestri. Carm. Ritorni dunque per noi il discorso alato che quasi aveva­ m o perduto di vista e che. a guisa d’aquila salendo in alto. dal momento che gli uc­ celli costituiscono un terzo degli animali di tutto il creato5. . 4 aeris = aeriis. D’altra parte non si consideri di poco conto ciò che si è potuto passare sotto silenzio. Ma senza dubbio mi sembra impossibile che chi è riuscito a rimanere sveglio fra i muti pesci. alate. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 289 merso dal mare e a non dimenticare ciò che è coperto dalle acque. se non che. Dobbiamo ritornare a ciò che precede. VII.. Ma. Aen. non ho rivolto i miei occhi ai voli su in cielo. se è più saggio che esse volino via oppure se. 32. sono soliti rallegrare il cielo con i loro can ti2. Sarete giudici voi che siete gli uccellatori delle mie parole. lieti. Verg. Avevo perduto dunque una grande occasione per suscitare in noi il sentimento della devozione. Infine sta scritto così: Le acque producano rettili in un brulichio di esseri viventi secondo la propria specie e volatili che volino sulla terra in faccia al firmamento del cielo secondo la propria specie. acqua­ tiche. siano cadute nelle vostre reti. di aver com piuto il loro dovere. com e viaggiatori distratti i quali.

sunt gementes turtures et raucae columbae. Sed unde mihi cygnea carmina. cf. 12.. Caput X III 40. Et ideo de his auibus prius dicamus. quibus etiam paludes sonorae cantus edunt dulcissimos suauitate? Vnde mihi uoces psittaci dulcedinemque merularum? Vtinam saltem luscinia canat. quae in litoribus fetus suos edere solet. cum quibus possumus emergere. quae etiam sub gr mortis inminentis terrore delectant? Vnde mihi illos naturales modulos cantilenae. Quid enim conuenit in his demorari in quibus celeritas placere consueuit? Auius igitur et inusitatus in tali genere scriptionis sermo noster canoris auibus resonet ac resultet. ardu est ut subito ad aues caeli sermo noster ascendat. DIES V . C. maxime cum de auibus sermo sit. ea enim auis signare solet diei surgentis exortum et effusiorem diluculo deferre laetitiam. 13. quando maxime insurgit mare litoribusque uehementior fluctus inliditur. 49. quo magis repentinae placiditatis sollemnitate auis huius eluceret 39. quae dormientem de somno excitet. 4. Ea est auis maritima. quae circa aquas maris fluminumque uer- santur. Tamen si illorum sua- uitas deest. SER. 40 nus uiator. Itaque ab alcyone ser­ monem adoriamur. ita ut in harenis oua deponat medio fere hiemis. Nam id temporis fouendis habet deputatum partibus. ut mihi faciendum arbitror. C. V. sittaci Schenkl psittaci plerique codd. qui dispendium regressionis reliqui itineris compen­ diosa celeritate compenset. tum etiam cornix plena uoce pluuiam uocat.290 EXAMERON. 38-39 . scientia quam nos rusticani docuerunt perse­ quamur. 14. 39. V I I I . quae solent oculos hominum uolatu pro- peratiore praestringere. Et quoniam de aquatilibus reptilibus diximus. . Vnde rurale auiarium sermone quo possumus.

con i quali possiamo p oi levarci in alto. deponendo le uova nella sab­ bia verso la metà deH'invemo. E poiché abbiamo parlato dei rettili acquatici. 13.. quando il mare si gonfia di più e le ondate più violente flagellano i lidi. èmXT)<J(jt. usato talvolta imp priamente anche per il gabbiano (D evoto-O li).. II. Georg. 57-58: nec tamen interea raucae.. Trat­ tiamo quindi degli uccelli di campagna con termini alla nostra portata. C'è tuttavia anche il buon viaggiatore che sa compensare il tempo speso per ritornare indietro con una vantaggiosa rapidità nel resto del viaggio. 39. suole annunciare l’inizio del giorno che sorge e spandere nel mattino ima più diffusa letizia8. 42. perché il privilegio particolare di questo uccello spiccasse maggiormente provocando le consuete 6 Bas. Verg. 9 Cf. ol èiceiSàv t i tm v xaiptcov 7rapaXÌ7rti>ai. com e penso di dover fare io. Capitolo 13 40. utilizzando le nozioni apprese dai contadini. Anth. 10 Cf. 1 Alcione: nome dell’uccello « martin pescatore ». Bue.ova? t S v óSourópav. xfiv Irei 7toXù tÌ)? óSoù npoéX- $6>oi.. infatti. 31. Tuttavia. Come può essere con­ veniente attardarsi su queste creature delle quali solitamente ci piace la velocità? Il mio discorso dunque. "rijv aùrijv TcàXiv (3a8i- atéov. inusitato e lontano dalle vie consuete in questo genere di trattazione. è diffic che il nòstro discorso si elevi ad un tratto fino agli uccelli del cielo.. Perciò trattiamo prima di quelli che vivono presso le acque del mare e dei fiumi.. ìoixe. 328: auia tum resonant auibus uirgulta canoris. I. 168 C (72 A): ’Avdrpoj toIvuv xorrà toìn. Hexaem. . Georg. Ma donde attingerò i canti del cigno che pur nel p roso terrore della morte ci recano diletto? Donde quelle naturali. Tale tem po gli è stato stabilito per covare le sue creature. c'è anche la cornacchia che a gran voce chiama la pioggia10. per effetto delle quali anche le paludi risonanti innalzano canti di dolcissima soavità? Donde i discorsi del pap­ pagallo e il canto melodioso dei merli? Magari cantasse almeno l'usignolo per risvegliare chi dorm e: tale uccello. tua cura palumbes / nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo. se manca il loro canto soave. ritmiche cantilene. ci sono il gemito delle tortore e il roco tubar delle colom b e9. « Cf. risuoni e riecheggi del canto degli u ccelli7. Verg. Lat.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 291 piata fatica del viaggio6. specialmente trattando degli uccelli che sogliono sfiorare gli occhi degli uomini con il loro rapido volo. à^lav t % (bqc&ujjttai. 762 R„ 1. 388: tum cornix piena pluuiam uocat ìmproba uoce. Verg. Sbojv tòv èx t^ ? iSoMToptac xóitov ÙTtéxovres. I. Cominciamo dall'alcione \ Questo è un uccello marittimo che suole dare alla luce i suoi piccoli sul lido. o5tg> xal ^[ùv. itàXiv r»iv ocò-rìjv ùnoarpécpouaiv.. 7 Cf..

sed secura de dei gratia uentis se committit et fluctibus. sed nudo et rigenti committit solo. Nonne uos passeribus pluris estis?* dominus ait. Illa teneros fetus non latibulis aliquibus abscondit aut tectis nec includit cauernis. ad imaginem dei factus agnoscis. SER. Adiungit totidem alios ad nutriendum dies nec interpellari tot diebus infidi maris tranquillitatem ueretur temptatque meritum suum naturae iam sollemnitate fundatum.292 EXAMERON. saeuire uentos inter hiberni saeua non reuocatur neque reflectitur. si tamen auiculae istius fidem studio deuotionis imiteris. 7. Et ne putes quod ouorum uideatur habere contemptum. Quis no­ strum paruolos suos non uestimentis tegat. re­ formidat. 41. DIES V . ubi ea relabente fluctu madida adhuc harena suscipiat. nec insurgentes fluctus. ut hos quattuordecim dies nautici praesumptae se­ renitatis obseruent. continuo. quibus nullos m o­ tus procellosae tempestatis horrescant. quis non ita diligenter un­ dique fenestras obstruat. C. cum absolutio fetuum tam paucorum dierum sit. 13.undosum fuerit mare. Illa tempestates uidens insurgere. sed inpellitur. quo magis cetera despiciat. nidificat et suo partus corpore fouet nec saluti propriae adluuione litoris pertimescit. quos et alcyonidas uocant. quibus enutriat partus suos. . V II I. Parum est hoc. Tantam autem gratiam minuscula auis diuinitus in- dultam habet. tectis abscondat. Nec mireris tam exiguum nutriendi tempus. donec oua fouet alcyone sua. Namque ubi. quis non claudat eos saeptis cubiculorum. sed diuino fotu. quos immurmurare atque adlabi uideat. positis ouis subito mi­ tescit et omnes cadunt uentorum procellae flatusque aurarum quiescunt ac placidum uentis stat mare. quantum praesu­ mere debeas. Si igi­ tur auis minusculae contemplatione et insurgit mare et repente comprimitur atque aspero hiemis inter graues procellas tempe- statesque uentorum deterget caeli nubila fluctusque com ponit elementis omnibus subito infusa tranquillitas. ubi deposuerit oua. 42. Denique in litore sua oua consti­ tuit. o homo. donec incipiant adolescere. 40-42 gratia. Ilico alios quoque septem adiungit dies. ne qua possit aura uel leuiter penetra- Lc 12. tutiores fore extimat. Septem autem dies fotus sunt. quibus decursis educit pullos fetusque absoluit. nec defendit a frigore.

per tutto il tempo in cui l’alcione cova le proprie uova. 8. 90. E questo è ancor poco. "fìcrre xal vau-tixol toxvtei. N. 177 AB (75 E. L’alcione non cela i propri piccoli in qualche nascondiglio o riparo né li chiude in cavità rocciose. 3 Bas. E non meravigliarti di un cosi breve periodo di alleva­ mento. La covatura si prolunga per sette giorni. ma pensa che saranno più sicuri per il tepore fornito loro da Dio e per tale motivo si cura meno del resto. fabbrica il nido subito dove le ha deposte. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 293 pause d’improvvisa bonaccia. finché non comincino a crescere. pur vedendo levarsi le tempeste e infuriare i venti mentre imperversa l’inverno. he’ aù-rij<. Bue. Cf. xà? rj|xépa<. non si tira indietro. Subito aggiunge altri sette giorni per nutrirli.A. e XVIII. che chiamano anche « dell’alcione ».. tra violente procelle e tem­ peste di vento. V. o uom o.. se è agitato. uentosi ceciderunt murmuris aurae. sicuro della bontà di Dio. senza preoccupazione per la propria incolumità in seguito al riversarsi copioso dell’acqua sul lido. chi non turerebbe diligentemente le finestre da ogni parte affinché non possa penetrarvi nemmeno un filo d’aria? Noi in tal m odo otteniamo di spogliare della pro- 2 Cf. 32. la bonaccia.H. Il mare. 62.. H. le riscalda con il suo corpo. non se ne lascia dissuadere. perché in essi non devono temere l’imperversare del cattivo tem p o3.. trascorsi i quali fa uscire i piccoli ormai completamente formati. Ed è tanto grande il dono che quest’uc­ cello di modeste proporzioni ha ricevuto dalla bontà di Dio. sai che cosa devi attenderti. creato ad immagine di Dio. aspice.. . chi non li chiuderebbe tra le pareti della stanza da letto. Arist. non li nasconderebbe in casa. IX. 57-58: et omnes. 42. si calma su­ bito appena deposte le uova. hanno tregua le raffiche e la superficie marina resta immobile per l’assenza del ven to2. Chi di noi non proteggerebbe con vesti i propri bambini. Aggiunge altrettanti giorni per l’allevamento né teme che in tutti questi giorni s’interrompa la tranquillità del mare infido e mette alla prova il proprio merito ormai fondato sulle consuetudini della natura. Se dun­ que per riguardo d’un m odesto uccello il mare si solleva e tosto si placa e nell’asprezza dell’inverno.. ma. èxetvou. 41. 76 A): 'AAxucóv èaxi ■9-aXaTTtov opveov. si placano tutte le procelle dei venti. Voi non valete più dei passeri? dice il Signore. diffondendosi repentinamente in tutti gli elementi. AQtt) TOXp’ aÙTOu? vatraeùeiv toù? aiyiaXoij? 7réipoxe. 231. uraai touto xal àXxuovtSai. ma ne riceve stimolo: depone le sue uova addirittura sulla spiaggia perché ivi le accolga la sab­ bia ancor umida per il rifluire dell’onda. Esso. II. né li protegge dal freddo. ma li affida alla nuda terra irrigidita dal gelo.. dove manifesta un certo scetticismo. 4.. E perché tu non pensi che l’alcione sia incurante delle sue uova. Verg. 7tpo<jaYopeùouoi. Plin. 26: cum placidum uentis staret mare. e non si spaventa per l’in­ sorgere dei flutti che vede spingersi gorgogliando sulla riva.. dal momento che la completa formazione dei piccoli ri­ chiede pochissimi giorni. che i marinai rimangono in attesa di questi quattordici giorni di bonaccia. X. Hexaem. 542 b.. sgombra le nubi del cielo e spiana i flutti. si affida ai venti ed ai flutti. purché tu imiti con l’impegno della tua devozione la serena fiducia di questo piccolo uccello. xà <ì>à xaxa&suivr] .

Ideo illis diebus anseri sacrificas et non Ioui. . di Schenkl dii omnes codd. Nec uos praeteribo. 44. Dii tui dormiebant et uigilabant anseres. SER. Nocturnas autem anserum quis non miretur excubi qui uigilias etiam suas cantus adsiduitate testantur? Denique eo etiam Romana Capitolia a Gallo hoste seruarunt. notas de­ serit sedes imbresque formidans supra nubes uolat. quibus ab adsiduitate m gendi nomen hoc haesit. Merito illis de­ bes. Consideremus diuersas uolucres ma­ ris. Quomodo semper mergentes aurarum signa colligitis et praeuidentes tempestatem futuram propere me­ dio reuolatis ex aequore et ad litorum tuta cum clam ore conce­ ditis! Quomodo etiam. ne et ipsi ab hostibus caperentur. cedunt enim dii uestri anseribus. fulicae — quae maritimo delectantur pro­ fundo — refugientes quam praescitis com m otionem maris in uado luditis! Ipsa ardea. 44. exuimus eos clementiae caelestis inuolucro. Roma. 42-44 re? Merito quos tam sollicite induimus ac fouemus. DIES V . V II I. merguli. quod regnas. ut procellas nubium sentire non possit. praeter unum. a quibus se sciunt esse defensos. quemadmodum inminente uentorum motu ad tutiora et tunc temporis dulciora sibi stagna se conferant atque in abscondito terrarum sinu cognita sibi alimenta rimentur. quae paludibus inhaerere consueuit. C. alcyone uero quos nudos proicit eos diuino uestit indutu.294 EXAMERON. 13. 5. 43.

Roma. 57. 78: mergus quod mergendo in aquam captat escam... 363-364: notasque paludes / deserit atque altam supra uolat ardea nubem. 181 BC (77 E ): ILS? fiypwrvov tò tòìv jpqvGv ybmc. si rifugino negli stagni — per essi più sicuri e. 43. P lin . Georg. V erg. x a l Jtpò? t?]v Ttov Xav&avóvrcùv a W b ja tv ò^óraTov. Dict. TtoXsjJitou? Tivàs ùttò f»j<. della quale era stato un episodio particolar­ mente significativo lo scontro tra Ambrogio e Simmaco (384). Con­ sideriamo com e i vari uccelli marini. V . Aen. 4 Cf.L.. X. sm erghi4. nono­ stante le vostre immersioni ininterrotte.. Momigliano. 51: Et anseri uigil cura Capitolio testata defenso. I. fate i vostri giochi dove l'acqua è bassa?6. Lo stesso airone. Einaudi. In qual m odo. sei loro debitrice del tuo impero! I tuoi numi dormivano e vegliavano le oche. 8 Bas. sub uoce. scavando. in « Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV ». vedi. vedi anche Pl in .. Chi non ammirerebbe i turni di guardia delle oche che dimostrano di essere vigilanti ripetendo assiduamente il loro ver­ so? Cosi anzi salvarono anche il Campidoglio di Roma dall’attacco dei Galli. vedi E rn o u t-M e ille t. XVIII. p. L.. Né tacerò di voi.. tt)v icxpav ty)c 'Pci[Z7]? xaTaXa[A(idiveiv xaTa(Wf)vii<javTe<.. cosi che riesce ad evitare le tempeste... étym.. I. vola sopra le n u b i7. 22. L’etimologia è esatta. VII. 6 Cf. 7 Cf. I. 201 ss. temendo la pioggia. ma non ancora sconfitto. folaghe.. per id tempus canum silentio proditis rebus.H.. quand’è imminente una bufera di vento. .. l’alcione invece ricopre della veste fornita da Dio i suoi piccoli che abbandona nudi e senza difesa.. ritornate in fretta volando dal mare aperto e vi rifugiate schiamazzando al sicuro sulla spiaggia? Anche voi. Cf. quam ob causam cibaria anserum censores in primis locant. H. cui è rimasto questo nome dal vostro frequente immergervi nel m a re5. B loch. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 295 tezione della misericordia divina proprio quelli che ci preoccu­ piamo tanto di vestire e di tener riparati. in quella circostanza. infatti gli dèi vostri cedono alle oche dalle quali sanno di essere stati difesi affinché non cades­ sero anch’essi nelle mani dei n em ici8.. es.. 5 Varr. V erg. 87. Perciò in quei giorni tu sacrifichi all’oca e non a Giove. cogliete i segni dati dai venti e. Saggi a cura di A. N. evitando lo scon­ volgimento del mare che riuscite a prevedere. Torino 1968. Hexaem. che solitamente non ab­ bandona le paludi. 362-363: cumque marinae / in sicco ludunt fulicae. 362. — uccelli che pur godono di tuffarsi nelle profondità marine — in che m odo. 361-362: cum medio celeres reuolant ex aequore mer­ gi / clamoremque ferunt ad litora-.. Georg. ol yè to te x a l t r)v flaaiXtSa to5X. lascia le sedi consuete e. La rinascita pagana in Occidente alla fine del secolo IV. il cibo ad essi ben noto. 13. vedi anche XXIX. più graditi — e in quei loro nascondigli cerchino. S’avverte qui un’eco sarcastica della polemica contro il paganesimo decli­ nante. 44. Si’ ùttovójìojv dupavùv •JjSr) (xéXXovTai. V erg.H. A buon diritto.. Georg. pp. prevedendo la burrasca imminente. 14. 655-656.iv TOpiaaxravro. e Verg. N.

46. sed genera diuersa. C. 4547 Caput XIV 45. Ideo his ungues asperi. Vnde quoniam in nonnullis idem usus et species. quia non possunt ambulare. 14. Dixit enim deus: Producant aquae reptilia animarum uiuentium secundum genus et uolatilia uolantia secus firmamentum caeli secundum genus*. ita auis aerem uolatu celeri secat. nullum auium genus pedum officio caret. Pulchre autem post descriptionem piscium de his aui quae adsuetae sunt aquis sermo successit. Vnum autem nomen auium. Sicut enim aquam natando piscis incidit. caudae quoque gubernaculo uel quo uelint se facile conuertant uel impetu quodam e regione iter suum diri­ gant. Vnde prima cognatio uidetur auibus istis esse cum piscibus. ut pisces ad priora se alis subrigant atque ad ulteriora procedant. natandi proprietas utrisque subpeditat. Itaque aliae uo- lucres unguibus armantur ad raptum.296 EXAMERON. quae carne uescuntur. Aues quoque aeri uolatibus suis uelut aquis innatant et qua­ si quaedam extendunt brachia. DIES V . quia et ipsae similiter usu natandi et munere delectantur. et ideo pedum munere fulciuntur. sed repere — . 47. Secunda quoque co ­ gnatio auibus et piscibus est eo quod uolantis usus species sit na­ tantis. 20. quae quis possit aut memoria aut cognitione conprehendere? Sunt itaque aues. dracones quoque simili m odo ut pisces plerique sine pedibus sint. V I I I . Non inmerito igitur. quia de aquis genus utrumque producitur. quia huius- m odi ad escam quaerendam indigent ministerio. quia om­ nibus uictus e terris. Sane cum et coluber lubricus omnesque serpentes — ideo enim serpenti nomen est inditum. ut accipitres et aquilae. quoniam natandi communis quae­ dam uidetur utrique generi esse consortio. . SER. cauda quoque se uel ad superiora subrigunt uel ad inferiora demergunt. curuatum a Gen 1. ideo de aquis utriusque generis natiuitas diuina praeceptione processit. quae rapinam uenationis exercent: aliae uel ad incedendum uel ad cibum sibi parandum usu ministerioque utuntur adcommodo. Atque utrique generi similiter caudae^ suppetit alarumque remigium.

Iddio disse infatti: Le acque producano i ret­ tili in un brulichio d'esseri viventi secondo la propria specie e vo­ latili che volino sulla terra in faccia al firmamento del cielo se­ condo la propria specie. 1. A m b ro g io segue alla lettera il testo dei Settanta. non c ’è specie di uccelli che manchi di tale sostegno. becco ricurvo e 1 Bas. si dilettano abitualmente dell’esercizio del nuoto. usando anche la coda com e un timone. Pesci e uccelli hanno anche una seconda affinità. provenendo dall’acqu a2 godono della capacità di nuotare. 8ià tò Tràci r)]v StaiTav àitò -ri]? yìjs fordcpxeiv xa l roivra? àvayxaEax. com e i pesci. • o<h&> xa l knl t& v Trnqv&v ècmv ESeìv &iav7])(0|JLévcùv tòv dìépa Toìq 7trepotc. "date è^eiS^] èv IStcojia èv éxaTépoi? tò v^xe® $ «l > T l? aÙToì? Y) auyyéveia èx t % tòìv «Sàrojv yzMÈaetùq Trapeax&H]. altri se ne servono in m odo adeguato per camminare o per procurarsi il cibo. ab­ biamo parlato di questi uccelli che vivono sull’acqua. Opportunamente poi. 169 A (72 B ): " O t i cicnep ouyyéveià ri? ètra "toi? t o to - [iévoii. 46. poi­ ché in alcuni di essi è uguale il comportamento e l’aspetto. così che i pesci mediante le pinne si drizzano e procedono in avanti e. xaTà TÒv 8[ìoiov TpÓ7tov. tendono le loro braccia e inoltre per mezzo della coda si sol­ levano verso l’alto o si lasciano cadere verso il basso. cosi l’uccello nel suo rapido volo taglia l’aria. 1. hanno infatti bisogno di un simile aiuto per trovare il c ib o 3. vr\q tòìv iroStov ÙTtoupytai. com e gli avvoltoi e le aquile che cacciano la preda. 47. óp|j. rapò? Tà vqxTà. Pertanto pare che questi uccelli abbiano una prima affinità con i pesci. K a i yàp cóo7tep ol Èx&ù? tò uSop t£|jlvoucti xf) jxèv xiv^aci tòìv TCrepóytùv eti. si volgono facilmente nella dire­ zione voluta oppure con un guizzo invertono la loro rotta. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 297 Capitolo 14 45. perché tutti traggono il nutrimento dalla terra e quindi si sostengono con l’aiuto delle zampe. 2 Com e si è visto sopra ( V . mentre la viscida biscia e tutti i serpenti — infatti sono stati chiamati con questo nome perché non pos­ sono camminare.. Hexaem. per cosi dire. E l’una e l’altra specie dispon­ gono ugualmente del remeggio della coda e delle ali. . perché l ’atto di chi vola assomiglia a quello di chi nuota. 4) S. 7rpoa8eia-&oa.. Anche gli uccelli volando nuotano nell’aria com e se fosse acqua e. Tf) 8è oùpatou (jLeTa(3oXfl Tà? ts iteptoTpo- <pà? xal tà? eùS-etai. 169 A (72 B C ): IIXtiv ye 8 n oùSèv t& v 7rn)v<òv &touv. 3 Bas. Unico è il nome di « uccelli ». tò 7tpó<Jto x “ P°uvTes. per tale motivo per volontà divina entrambe le specie sono state create dalle a cq u e1.. dunque entrambe le spe­ cie. Questi hanno artigli appuntiti. Senza dubbio. olaxt^ovrei. perché entrambe le specie sembrano avere una co­ mune propensione per il nuoto. ma le specie sono diverse: chi potrebbe ricordarle o conoscerle tutte? Vi sono uccelli che si cibano di carne. Non a torto. Perciò alcuni uc­ celli sono armati di artigli per predare. perché an- ch’essi. n. ma soltanto strisciare — e inoltre i dragoni sono per lo più privi di piedi com e i pesci. dopo la descrizione dei pesci.à? èauTOti. Hexaem.. Quindi. Come il pesce nuotando solca l’acqua.

His ergo auibus nihil est copu- latorium praeter iugale consortium. ut hominem pu­ tes locutum. C. Sunt etiam aues. cum locuta sit auis. aliae diuerso et fortuito cibo. Aliae aues ad manum se subiciunt et mensae adsuesc tactuque mulcentur. etiam turdi gaudent plurimum conexione. propere uel ore uel unguibus euiscerare. Grues. 49. 14. amant frequenter peregrinari. Quaedam ex natura. Ciconiae reditus uexillum ueris attollit. nunc sibilo eos fallere. alia aduenticia. aliae secretam in desertis uitam di­ ligunt. Quam dulcis merularum. nunc laqueis eos captare contendimus. quae hieme redeunt. quae requirendi sibi uictus difficultatem libertatis amore compensant. Nam propter auiditatem praedandi uel propter insidias explorandi nec ipsis inter se conuenit. siue quod pleraque rursus aestatem in his locis exi­ gant. Est etiam diuersitas copularum. DIES V . siue quod alia hiemis tempore ad calidiora se conferant. aliae canoro delec­ tant suauique modulamine. aliae reformidant. quam expressa uox psittaci est! Sunt etiam aliae simplices ut colum- . quae reperto pascun­ tur semine. Alia quoque auium genera enchoria. 4749 atque acutum os. hie­ mis confinio quasi exacta aestate se referunt. quae obeunt regiones alias et peracta hieme reuertuntur. aliae ex institu­ tione diuersarum uocum oblocuntur discrimina. quoniam raptu uiuunt. SER. quae manent in lo semper.298 EXAMERON. Sunt alia. Aliae isdem quibus ho­ mines domiciliis delectantur. aestate pere­ grinantur a nobis. quia alta petunt. ut possint facile praedam conprehendere quam secuntur. et ideo declinant sui copulam — c refugit enim auaritia consortium plurimorum — . quae amoeniora nouerunt. Turdi denique autumni fine. Ergo aquilis accipitribusque hic usus est uitae. Aliae uocibus tantum strepunt. contra uero columbae grues sturni corui atque cornices. quarum gratia carent quae intendunt rapinis. Quibus nos inhospi­ tali immanitate molimur insidias et diuerso genere nunc infida sede decipere. 48. deinde coniunctio plu­ rimorum facile ipsa se proderet. V II I. uelox uolatus.

VII. altre provenienti da altri paesi. le più numerose. altri astuti. E noi. possono facilmente afferrare la preda che inseguono e sventrarla prontamente col becco e con gli artigli. I. Al­ cuni per natura. delle gru. sia perché alcune d’inverno si recano in luoghi più caldi sia perché altre.. con una crudeltà inospitale. Aen. 6 Cf. compen­ sando la difficoltà di procurarsi il nutrimento con la gioia della libertà. Il ritorno della cicogna dà il segno della pri­ mavera. sta per cominciare l ’inverno. si abituano a mangiare alla sua tavola7. Alcuni con il loro verso producono soltanto del rumore. VI. Le gru. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 299 affilato.. volo veloce: cosi. è? jrepujTepal xal yèp a v oi xal ipÌP6? xoXotot. partono al termine dell’autunno. in­ fine. non vanno d’accordo nemmeno fra loro e perciò evitano di stare in­ sieme — l’avidità. tendiamo loro insidie e con mezzi diversi cerchiamo ora di sor­ prenderli con un falso nido ora d ’ingannarli col fischio ora di cat­ turarli con i la cci6. V erg. che restano sem­ pre nello stesso luogo. I tordi. piacere ignoto agli uccelli di rapina. amantissimi della vita in com un e4. xa&’ f)v Tà (xèv èmSTKxrj-rixdt Tè ètm xal èy/cópia. altri preferiscono una vita appartata in zone desertiche..èv yàp aÙTÒiv èaTiv àyeXixà. 172 B 73 B): "HStj Sé ti? xal izépa èv toiÌtoi? èarl Sta­ m pi. 48. Alcuni amano vivere nelle stesse case dell'uomo. . sicché crederesti che a parlare sia stato un uomo. com e le colom be. quando. 7 Cf. dei corvi e delle cor­ nacchie e anche dei tordi. 49. Mupta Sè fiXXa t ò v à& poi- <j[mctixòv flpeTai ptov. 646: obloquitur numeris septem discrimina uocum. degli storni. altri perché ammaestrati riescono a riprodurre distintamente suoni diversi8. rifugge dalla compagnia di molti — . Nulla tiene uniti questi uccelli.. Hexaem. amano migrare frequen­ temente. com ’è articolato il verso del pappagallo! Vi sono uccelli ingenui. il gallo ha 4 Bas. altri ci deliziano con le loro modulazioni armoniose e delicate. 5 Bas. trascorrono invece l’estate in questi luoghi che sanno più ameni. 172 AB <73 AB): “AXKo jxèv o5v yévoq t ò tòìv aapxoipàYCùv xal SXXt) xaTaaxeuT] 7rpé7routra tcù Tpótoù ty]. trascorsa l’estate. Siair/)? aÙTÒiv. A tale comportamento delle aquile e degli sparvieri si contrappone quello delle colom be. C’è anche di­ versità nello stare insieme. mentre è stato un uccello. Quanto è dolce il canto dei merli. che cam­ biano residenza e tornano a inverno fin ito 5.. eccetto il vincolo coniugale. com e le pernici. altri di cibi diversi e occasionali. inoltre un gruppo troppo numeroso si farebbe facilmente sco­ prire. Tà 8è àTtalpeiv 7tè<puxe TtoppoTàroj xal xettiòivo? èyY^0^ 0? èxTcml^eiv Tà 7toXXà. Verg.. che per l’avidità di predare o per i pericoli del cacciare.. òviix*>v àx^al xal /etXoi. T à (J. siccom e volano in alto.. Ci sono poi specie sedentarie d’uccelli.. Altre specie ritornano d’inverno e migrano d’estate. 8 Cf. Aen. ”AXki) tò ìv anepiLoXóytùv xaTaaxeu^ • fiXXr) tòìv èx jcavrò? Tpe<pojiévcov to u <tuvti>xóvto<. altri hanno paura. Hexaem.a xal SiaaTOXpayèv rpoip'ijv tcò éXóvn Yevéa9ai. &<jte xal auXXnjip&Tjvai fqcSttù? TÒ &7)pa(i.. godono a lasciarsi accarezzare.. 490: ille manum patiens mensaeque adsuetus erili. infatti. àyxùXov xal 7rrepòv ò^u. Georg. 139: tum laqueis captare feras et fallere uisco. Verg. 7tX^v tò ìv aproiXTixoSv • t o u t o v Sè oùSèv x o iv c m x ò v èxTÒ? toO x a T à Tà? auvSuaojioO. vivendo di rapina. Ci sono anche uccelli che si nutrono dei semi che trovano. Altri uccelli si accostano alla mano dell’uomo. Kal èv to u t o iq TtXeìorai 8ia<po- pat.

49 . imperium recusare et. At illa uolens suscipit sortem nec usu nostro inuita et pigrior somno renuntiat. si capiantur. indigno uelint exire seruitio. 15. Sunt etiam uitae in auibus et operum diuersitates. ne qua ex parte temptentur insidiae. sed quadam in omnes uoluntaria sorte transcribi? 52. sed inpigre suis excutitur stratis. C. pauus speciosior. ut aliae ament in commune consulere et conlatis uiribus uelut quandam curare rem publicam et tamquam sub rege uiuere. 16. SER. Post ubi uigiliarum fuerit tem­ pus impletum. 50-52 bae b. . ideo tuta custodia. 14. commu- <> M t 10. ut per uices fungantur ductus sui munere. deinde conuertitur et sequenti sortem ducendi agminis cedit. quia uoluntas libera. Praecedit enim una ceteris praestituto sibi tempore et quasi ante signa praecurrit. Quid hoc pulchrius. Sic a principio acceptam a natura exemplo auium politiam homines exercere coeperant. et ceteris consortibus generis quiescentibus aliae circumeunt et explorant. aliae sibi quisque prospicere. 51. atque omnem de­ ferunt inpigro sui uigore tutelam. Antiquae hoc reipublicae munus et instar liberae ciuitatis est. DIES V.C. perfuncta munere in somnum se praemisso clan­ gore conponit. In illis enim politia quaedam et militia naturalis. V I I I . Ab his igitur ordiamur quae nostro se usui imitation dederunt. ut excitet dormientem cui uicem muneris traditura est. Hunc etiam uolantes ordinem seruant et hac moderatio­ ne omnem laborem adleuant. Caput X V 50. et laborem omnibus et honorem esse communem nec paucis adrogari potentiam. Quam iniusso et uoluntario usu grues in nocte sollicitam exercent custodiam! Dispositos uigiles cernas. in nobis coacta atque seruilis. Ideo nulla desertio. gallus iactantior. aliae astutae ut perdices. uicem exsequi­ tur et quam accepit gratiam pari cura atque officio repraesentat. ut communis esset labor.300 EXAMERON. quia deuotio naturalis.

1. 10 Cf. trascorso il tempo del servizio di guardia. perché la loro volontà è libera. comune la dignità. governare una specie di stato e vivere com e sotto un re. vogliono sottrarsi ad una schiavitù indegna di l o r o 10. I. rifiutare ogni dom in io9 e. 172 BC (73 CD): sulle abitudini dei vari uccelli. fa da esploratrice.. com piuto il proprio dovere. ma prontamente balza dal giaciglio. ma passi dall'uno all’al­ tro senza eccezioni com e per una libera decisione? 52. Bue. 1 B as. Poi.A. com pie il suo turno e con eguale cura e disponibilità rende il favore ricevuto. H. Capitolo 15 50. VERG. Fra gli uc­ celli si rileva una diversità nel m odo di vivere e di agire: alcuni amano prendere in comune le loro decisioni e. la gru. galline. colombe.. si ab­ bandona al sonno dopo aver starnazzato per svegliare la compa­ gna cui deve trasmettere il turno di servizio. perché l’attaccamento al dovere dipende da natura. alcune fanno la ronda e spiano che da qualche parte non si tramino insidie e con un vigore in­ stancabile esercitano ogni sorveglianza. Osservano questa regola anche in volo e rendono più lieve ogni fatica con qualche distribuzione dei compiti.. per cosi dire. in m odo cioè che la fatica fosse comune. vedi anche A ris t. altri preferiscono provvedere a se stessi. 40: neque seruitio me exire licebat. pernice. sicura è la vigilanza. Questo è l’esercizio di un ufficio proprio di un’antica re­ pubblica. Una va innanzi alle altre per il tempo ad essa stabilito e. in noi un frutto di co­ strizione e di asservimento. 488 b. il pavone una particolare bellezza. Così da principio gli uomini avevano cominciato ad attuare un’organizzazione po­ litica ricevuta dalla natura sull’esempio degli uccelli. poi si volta e cede a quella che la segue l’incarico di guidare lo stormo K Che c ’è di più bello del fatto che la fatica e l’onore siano comuni a tutti e il potere non sia preteso da pochi. Sono ricordati gallo. . 75 A): sul modo di comportarsi delle gru.. Con quale consuetudine libera e spon­ tanea le gru di notte esercitano una scrupolosa vigilanza! Potresti vedere sentinelle opportunamente scaglionate e. quale conviene in uno stato libero.. Quella subentra vo­ lonterosa e non rinuncia al sonno protestando e tirando in lungo le cose. Non ci sono diserzioni. se vengono catturati.. ciascuno impetrasse 9 Bas. mentre tutti gli altri membri dello stormo riposano. sostenendo a turno l’incarico della guida. unendo le forze. Cominciamo dunque da quelli che si offron o quale mo­ dello per le nostre abitudini. I. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 301 un certo sussiego. Hexaem.. 176 A (74 E. 51. pavone. In essi l'organizzazione politica e il servizio militare sono un fatto naturale. Hexaem. 12..

nemo esset honoris exsors. Nemo audebat alium seruitio premere. quin habeat difficultatem. V I I I . quia et sine inuidia erat ordine muneris et temporis moderatione delata prom otio et tolerabilior uidebatur quae communicabat sor­ tem custodiae. si semel de­ latum fuerit. Quem inuenias hominum. coepit etiam ipsa laboris func­ tio durius sustineri. Homines quam inuiti subeunt uigiliarum munera. quia ibi naturalis quies somni interpellanda. humilitas in potestatibus.302 EXAMERON. Ergo et iugis labor auertit af­ fectum et continua ac diuturna potentia gignit insolentiam. nullus inmunis laboris. non seruan- tur excubiae. non admonentur ut de potestate de­ cedant. posteaquam non ordo factus est suscipiendae potentiae. per uices singuli partiri curas discerent. affert plerumque fastidium. posteaquam militiae non ius commune coepit es­ se. Ideo inter grues aequani­ mitas in laboribus est. . quom facias inuitus. sed seruitus. C. quem secutura dignitas releuaret. Admonentur ut exerceant custodiae uices. obsequia imperiaque diuiderent. sed etiam de medio saepe contendi­ mus et primos discubitus in conuiuio uindicamus ac. hic uolunta- riae sedulitatis gratia praestanda est. quae inuito inponit obsequium. uolumus esse perpetuum. nemini labor grauis. quod tuendum sibi regali praeceptione committitur! Proponitur poena desidiae: et tamen plerumque obripit incuria. DIES V . nihil est enim tam facile. Necessitas enim. et quae non est uoluntaria cito locum relin­ quit incuriae. quam aegre unusquisque in castris periculum sortitus excubat. Sed postquam do­ minandi libido uindicare coepit indeptas et susceptas nolle depo­ nere potestates. 52 nis dignitas. Hic erat pulcherrimus rerum status. 15. qui sponte deponat imperium et ducatus sui cedat insigne fiatque uolens numero postremus ex prim o? Nos autem non solum de primo. nec insolescebat quisquam perpetua potestate nec diuturno seruitio frangebatur. cuius sibi successuri in honorem mutua forent subeunda fastidia. SER. sed studium uindicandae.

avrebbe dovuto sopportare a sua volta l’alterigia. che non presenti difficoltà. Nessuno osava tiran­ neggiare un altro.. conferito com ’era secondo un ordine di funzione e per un periodo limitato. Con quale contrarietà gli uomini com piono il servizio di guardia. ma un asservimento. Ne è ima prova l’in­ fluenza sallustiana sopra rilevata. nessuno esente dalla fatica. 2 Cf. del quale. Ambrogio. la modestia nei posti di co­ mando. che impone l’ob­ bedienza a chi è riluttante. Aen. Quindi la fatica ininterrotta toglie la buona disposizione e il potere continuo e prolungato produce arroganza. perché destinato a succedergli nella carica. ma spesso anche per quelle di mezzo e pre­ tendiamo nei banchetti il posto d’onore e. . venissero ripartiti obbedienza e comando. 3 Tutto il paragrafo ha un colorito sallustiano: cf. perché nel primo caso dev’essere in­ terrotto il naturale assopimento del sonno. In questa situazione politica ideale nessuno insu­ perbiva per l’esercizio ininterrotto del potere né si abbatteva per il lungo servire. a ceder l’insegna del suo comando e a diventare volon­ tariamente l’ultimo. lascia presto il posto all’incuria. non su­ scitava invidia e dall’altro sembrava più tollerabile perché com ­ portava un com une com pito di sorveglianza. cit. lo vogliamo per sempre.. con quanta difficoltà ognu­ no monta di sentinella negli accampamenti quando gli tocca un incarico pericoloso2 la cui esecuzione viene pur affidata per or­ dine imperiale! Per la negligenza si minacciano punizioni. quando il servizio militare com inciò ad essere non un diritto di tutti. non c ’è nulla. quod cuique tuendum est. IX. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 303 a dividersi a turno le responsabilità. e tut­ tavia spesso l’incuria prende furtivamente il sopravvento e non si osservano i turni di guardia. 174-175: omnis per muros legio sortita periclum / excubat exercetque uices. da prim o che era? Noi poi litighiamo non solo per le prime posizioni. un at­ teggiamento di propensione e di rimpianto per l’antica repubblica con le sue libere e democratiche istituzioni. Catil. anche la stessa fatica delle cariche com inciò ad essere sopportata con maggiore difficoltà. se una volta ci è stato usato un riguardo. nel secondo dev’essere dimostrata la compiacenza d’una sollecitudine volontaria3. S’awerte qui in S. 129-130. perché da un lato l’avanzamento. Vedi A lfonsi. nessuno fosse escluso dalle cariche... e una fatica che non si assume volontaria­ mente. quando si com pie di malavoglia. La costrizione. V erg. ma la voglia di rivendicarlo. che pur è fedele suddito dell’impero. Tale atteggiamento è stato senza dubbio de­ terminato anche dalla formazione scolastica ricevuta. provoca di solito avversione. Ma quando la bramosia di potere com inciò a conservare le cariche raggiunte e a non voler deporre quelle ottenute. 6-12. a nessuno era grave la fatica. pp. Sono invitate a compiere il loro turno di guardia. non lo sono a deporre il potere. per quanto facile sia. Quale individuo troveresti disposto a rinunciare spontaneamente al potere. quando non si segui più un ordine nell’assumere il potere. perché la dignità che sarebbe venuta in seguito l’avrebbe compensato. Per questo fra le gru esiste la tolleranza nelle fatiche. op.

SER. omnes praeter unum. DIES V . Ciconias ferunt collecto proficisci agmine. Exercitum credas cum signis suis pergere: sic omnes uiandi comitandique et praeeundi ordinem seruant. his nos bella frequenter inferimus. consideradum Schenkl considerandum codd. 55. genti hospitae dum bellum conatur inferre.304 EXAMERON. adeo ut adiumenta quaedam bellantibus aduersus inimicas aues conferre credantur et propriis periculis bella aliena suscipere. quae obsequia deputanda. inhospitalitatis poenas infidae naufragio plebis exoluit. 53-55 Caput XVI 53. C. 2. Mentior. 16. Cornices autem ducunt eas ac dirigunt et uelut quibusdam turmis stipatricibus prosequuntur. V I I I . ut nulla prosequendis hospitalibus turmis se subtrahere nitatur. Discant homines hospitalia seruare iura et ex auibus gnoscant quid religionis hospitibus sit deferendum. Quis igitur illis poenam desertionis in­ dixit. si quo perg dum putant. quibus aues etiam animas suas conferunt. sed certatim omnes deductionis munere officioque fungantur? 54. Cuius rei indicium est quia nullae interuallo aliquo temporis residere in illis locis rep- periuntur et quia cum uulneribus reuertentes manifesta quadam sanguinis uoce ceterisque locuntur indiciis grauium se certami­ num subisse conflictum . et quos illae consortio prosecuntur discriminis. quam ne post exem­ plum quidem inrationabilium quisquam nostrum imitari potuerit. His igitur nos ianuas claudimus. Nam depositi patris artus per longaeuum senectutis plumarum tegmine alarumque remigio nudatos circum instans suboles pinnis 55. quibus cornices etiam pericula sua negare non so­ leant. et simul plerisque circa orientem locis inuehi et qua­ si tessera militari pariter omnes moueri. quis derelictae militiae supplicia form idolosa praescripsit. eos tecti prohibemus hospitio et quorum illae bella suscipiunt. Quam uero rationabilium non excedat pietatem ac p dentiam auis huius clementia considerandum. . si non Sodomitanis haec fuit causa supplicii aut Aegyptius furor.

con la inconfondibile voce del sangue e con altri indizi mostrano di aver affrontato lo scontro di rischiose lotte. A m b r .L. 7tpcÒTOV (xèv tò (J. sicché. a tal punto osservano tutte l’or­ dine della marcia. <piXo!. e si rechino contemporaneamente in numerosi luoghi del- l’Oriente. non pagò la pena della propria inospitalità con la rovina della sua gente malfida.eìov Sé. chi ha stabi­ lito spaventosi supplizi per la fuga dell’esercito. Tt. Mi si chiami bugiardo se questa non fu la causa della punizione degli abitanti di Sodoma o se il furore egiziano.. Noi chiudiamo le nostre porte in faccia agli ospiti ai quali degli uccelli donano perfino la loro vita e neghiamo l’ospitalità delle nostre case a quelli che esse scortano condividendone i pericoli e spesso moviamo guerra a coloro in difesa dei quali gli uccelli l ’affrontano. Hexaem... cosi che nessuna cerca di sottrarsi al com pito di scortare gli stormi degli ospiti. Sy](j. Suipiae vójìou. XLIII. dal momento che le cornacchie non sogliono rifiutare ad essi nemmeno il ri­ schio della propria incolumità. l\±oX Soxeìv. . se intendono raggiungere una meta deter­ minata. In ps. dei ranghi.L.lav Tivà TOXpex^tieval 7upò(. ^j7tEtXY)ae XeiTCooipartou ypacpV> |XY)Sc(i(av &notelnea&<x. Imparino gli uomini ad osservare i diritti dell'ospitalità e apprendano dagli uccelli quale religioso rispetto sia dovuto agli ospiti. 55. Dicono che le cicogne si mettano in viaggio dopo aver formato uno stormo.. 1208). ma a gara tutte com piono scrupolosamente il loro dovere d’ac- com pagnatrici?1 54. V. nessuno di noi è riuscito ad imitarla.y) q>alveo$ai Ù7rò tòv xaipòv Ixetvov xop<i)vt)v TOXvTdbraaiv. xal au(ji(j. al tox- p>y/)HÌv xopcòvai xal 7tapaTté(XTtouoiv. ÒpviS-a. è7ti8Y)[zeìv Tot. Le cornacchie poi le guidano e le dirigono e le scortano com e squadroni di guardie del corpo. ritor­ nando ferite. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 305 Capitolo 16 53. muovendosi tutte insieme com e se ne avessero rice­ vuto l'ordine da un comando superiore. p. Chi ha minacciato loro una pena per la diserzione. ' outco Sè ùcp’ évi aw!M)fiaTi roxvra? aTtatpeiv. II.evfa. È7tei-9-’ 8ti (jiETà TpaujiàTtov èTtavepxó|J. TflSe x01- pioli. Ne è una prova il fatto che per qualche tempo nessuna di esse risiede in quei luoghi e che. nemmeno dopo l’esempio offertoci da questi animali privi di ragione.a). 2 Cf. Infatti la prole. .. Aopuipopouoi Sè aÒToù. riscalda con 1 Bas. Le crederesti un esercito che avanza con le sue insegne. Tt? itap’ aÙTat. •rii. 84. aÙTaì. 3: remedium excederent = praeterirent. quale riguardo debba essere loro usato. stringendoglisi attorno. euita- rent (T. tanto che si crede rechino loro un appoggio nel combat­ timento contro uccelli nemici e con proprio rischio intrapren­ dano guerre nell’interesse d’altri. 7toXe(jUoui. mentre cercava di muovere guerra al po­ polo suo ospite. delle precedenze.i t^s 7tpo7ro|_i7ri)<.evai èvapy5) tou auvaaiuajjLou xal -ri)? Tà crpeta xo|ji£ou<ri. 176 BC (75 AB): Tò Sè t£Sv 7teXapyi5v oùSè 7tóppoj ècrcl cuvé- (retii? Xoytxrj^ • outoj (Jtèv xocxà tòv ÉSva jraipòv roivrai. Toil. Bisogna poi considerare a qual punto la bontà di que­ sto uccello non trascuri2 l’affettuosità e l’avvedutezza proprie de­ gli esseri ragionevoli.

16. 55 propriis fouet et — quid dicam ? — collaticio cibo pascit. ut pius sit. quod in ipsa historia uix credibile habeatur? Quis. cum relatio gratiarum ciconiae uocabulo nuncupatur. quando etiam ipsa reparat naturae dispendia. quod etiam praescripta necessitate sub terrore poenarum plerique hominum recusarunt. quod eo usque frequenti testifi­ catione percrebuit. DIES V . Quis no­ strum releuare aegrum non fastidiat patrem? Quis fessum senem suis umeris inponat. aues ad hoc munus nulla praecepta conueniunt. Habent ergo aues istae decreta patrum ad pro­ priae insigne clementiae. Virtus itaque ab his nomen accepit. sed nata lex strin­ git. non hoc seruulis mandet obsequium? At uero auibus non est graue quod pietatis est plenum. pios enim filios patrum prius oportuit iudicio praedicari. C. nam Romanorum usu pia auis uocatur et quod uix imo im­ peratori consulto senatus delatum dicitur h oc istae aues in com ­ mune meruerunt. Aues non scripta. SER. non est onerosum quod soluitur naturae debitum. ut hinc atque inde suble- uantes senem fulcro alarum suarum ad uolandum exerceant et in pristinos usus desueta iam pii patris reuocent membra. V II I. Est enim uectura pietatis. itéXapvog enim ciconia dicitur. Habent etiam uniuersorum suffragia. aues non erubescunt reuerendi senis membra por­ tare. Non recusant aues pascere pa­ trem. sed gratiae na­ turalis officia. ut congruae mercedem remunerationis inue- nerit. nam re­ tributio beneficiorum àvmtEXàpYcocng nominatur. .306 EXAMERON.

6 II Coppa (op. Aen. XII. 5 Bas. Cic. ’ ExeTvot tòv irotTépa U7rò TOÙ yfjpto? 7tTcpoppuy)<Tavra TtspKjràvrs? èv jctixXcp toì? obcetoi? 7rrepoì? Sia- SàXTtOUCTtV . cosi da mantenere esercitato nel volo il vecchio. 29) pensa giustamente al gesto di pietà di Enea verso il padre Anchise (Aen. Questi uccelli dunque hanno una deliberazione dei padri quale attestato della loro bontà.. Verg.. bensì da una legge in­ nata7.. 10: Est igitur haec.E.. «piXoTOXTopoci.. Gli uccelli non sono obbligati da una legge scritta. d»? |xf] alo/tivig? ól^iov xptvetv tò>v èXoyutii. 10 Bas. Aen. 4 Cf. Verg. non affiderebbe agli schiavi tale servizio? Ma per gli uccelli non è molesto ciò che è sincera manifestazione d’affetto.. IlàvTtù? yàp oòSel? oOtoj? èX>.. 1 Cf. prive ormai della protezione delle piume e del remeggio delle a li4 a causa della sua decrepita vecchiaia. 9 Gioco di parole tra patres = senatori e patres = genitori. Pro Mil. Chi di noi non avrebbe a noia di sol­ levare il padre ammalato? Chi si prenderebbe sulle spalle un vecchio stanco. 176 CD (75 C). Hexaem. I. iudices. 707-708). xaTaa-rijaat. è infatti necessario che i figli siano prima dichiarati « pii » dal giudizio dei loro pad ri9. Per­ ciò ima virtù ha preso il nome da questi uccelli. el jtpoaè/ew è|l0iSX0VT0. 176 C (75 BC): 'H Jtepì -roùe y^pàdavra? tòìv TteXapyòiv irpó- voia i£/)pxei toù? TtaìSa? r)fj. poiché il ricambiò dei benefici si indica con un nome che deriva da quello della cicogna. 395: ille ut depositi proferret fata parentis.. non sono costretti a questo dovere da nessuna ingiunzione. Hexaem.. volendo adempiere i propri obblighi. II. cosi che sembra appena credibile un simile ge­ sto narrato dalla storia?6. gli uccelli non si vergognano di portare le membra di un vecchio meritevole della loro venerazione. e da ricondurre alle antiche abitudini le membra ormai de­ suete del loro buon padre5. 305.'ctù'j èpvES-wv òarepl^eiv xat’ àperrjv. mentre molti uomini si sono rifiutati. talora anche rimedia alla perdita na- turale delle forze. 3 Cf. 300-301: uolat ille per aera magnum / remigio alarum-. cit.et7tojv xaTà tÌ)v (ppóvijaiv. non scripta sed nata lex. cicogna in greco si dice •néXapyog w. nono­ stante l’obbligo im posto con la minaccia delle pene. infatti i R o­ mani sogliono chiamare la cicogna « il pio uccello »: cosi questi uccelli si sono meritati tutti insieme tale appellativo che sap­ piamo attribuito a malapena ad un unico imperatore per decisione del senato8.. ma da un impegno d’affetto voluto dalla natura. Gli uccelli non rifiutano di nutrire il padre.. 2498).òiv. e — che debbo dire? — lo nutre col cibo raccolto qua e là. VI. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 307 le proprie penne le membra del padre giacente3. . Hanno anche l’approvazione universale: il ricambio dei benefici si dice àvn-Ktkàpyuxnq .. p... non è oneroso ciò che soddisfa a un debito di natura. 18-19: sacrauit / remigium alarum. II. Chi. 8 Si tratta di Antonino Pio (138-161). È questo un trasporto dovuto ad un sentimento di affettuoso rispetto. n.. sostenendolo da una parte e dall'altra con l’appoggio delle loro ali. 4. chiamato cosi dal senato o perché aveva sostenuto con la sua mano il suocero ormai vecchio o perché aveva salvato da morte persone condannate da Adriano o per i grandi onori tri­ butati a quest’ultimo dopo la sua morte (R. talmente noto per le frequenti attestazioni da ottenere il premio di una adeguata ricompensa.

quod si qua pulli eius fuerint caecitate suffossi oculos siue conpuncti. quod uacuas pecuniae proprias aedes reliquerit. quo paulatim festucas uel minutos surculos sibi colligat atque adhaerere faciat. ut conglutinare possit. illud uero singulare. sed egregie pio subli­ mis adfectu. . in quo est praeclara cura pietatis et prudentis intellectus et cognitionis insigne. Tum illum prae­ clarum. Eo genere nidi totius fabricam instruit. Hirundo minuscula corpore. ut a pri­ m o ortu pullos suos humanae usu conuersationis adsuéscat et praestet ab inimicarum auium insidiis tutiores. Sed hoc industriae officium prope commune multis bus. quia sapienter nidificat. quo pos­ sint eorum lumina intercepto usui reformari. quam ut et uolandi uaga libertate potiatur et hominum domiciliis paruolos suos et tecta commendet. Quid enim sapientius. SER. ubi subolem nullus incurset? Nam et illud est pulchrum. Nemo igitur de ino­ pia queratur. 16. quae uacua aeris abundat industria. Pauperior est hirundo.308 EXAMERON. 56-57 Caput XVII 56. tum quaedam medi­ cae artis peritia. ut facile his puluis adhae­ reat et fiat limus. qua gratia domus sibi sine ullo adiutore tamquam artis perita componat. habet quoddam medendi genus. V I I I . Sed quia lutum pedibus deferre non potest. Habemus auiariae subolis erga cultus patrios pieta exemplum: accipiamus nunc maternae sedulitatis in filios grande documentum. Legit enim festucas ore easque luto inlinit. nidus enim sapientiae potior est auro*. 57. summitates pinnarum aquae infundit. quae indiga rerum omnium pretiosores auro nidos instruit. ut quasi pauimenti solo pulli eius intra aedes suas sine offensione uersentur nec pedem aliquis interserat per rimulas texturarum aut teneris frigus inrepat. C. tecta attollit et nihil aufert proximo nec indi- a Prou 16. 17. DIES V. aedi­ ficat nec inpendit.

. . E poi è veramente insigne il garbo con il quale. innalza la sua casa senza togliere nulla al prossimo. perché la polvere vi si attacchi fa­ cilmente e si form i del fango con cui. Si tratta evidentemente d’una leggenda (vedi ed. Con tale sistema fabbrica l’intero nido. Si parla quindi della costruzione del nido. Hac enim hirundines oculis pullorum in nido <.T)xa'/0V à7ropXérrcùV . sicché i rondinini girano senza danno nella loro casa camminando com e su un pavimento. Tale com pito industrioso.. p. Hexaem. 132).> restituuntque uisum. <piiae<0(. La rondine — minuscola di corpo. in primisque chelidoniam. senza che nessuno di essi infili la zampetta negli interstizi dell'intreccio o attraverso tali fessure il freddo penetri mentre sono ancor gracili. perché nidifica sapientemente. 176D-177A (75 D): MrjSeli. 7tpòi.. è generalmente comune a molti uccelli..(iaTa. 57. però.. Plin. Hexaem. fabbrica nidi più preziosi dell’oro. 179 A (75 E). 89: Animalia quoque inuenere herbas. la rp ix ^ v .. Ancor più povera è la rondine che. ma veramente eccezionale per sentimento d'affetto — . è singolare invece — cosa che rivela una straordi­ naria sollecitudine affettuosa e dimostra un’intelligenza e un’espe­ rienza veramente avvedute e inoltre una certa competenza medi­ ca — che la rondine. N.iav o fo o i TOpioucrtav xaT aX m civ.. Nella prole degli uccelli abbiamo un esempio di pietà filiale verso i genitori. XXV. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 309 Capitolo 17 56. Che c ’è di più sapiente deH’assicurarsi un’illimitata libertà di volo e dell’affidare i propri piccoli e il proprio nido alle case degli uo­ mini. se cioè ha lasciato la propria casa senza denaro. senza che nessuno l’aiuti. Non potendo però trasportare il fango con le zampe. 2 Bas. ricorra ad un genere di cura che renda la vista nuovamente capace della funzione interrotta2. immerge nel­ l’acqua le estremità delle ali. dove nessuno possa attentare alla prole? È una bella cosa anche quella di avvezzare i propri piccoli fin dalla nascita ai rap­ porti con gli uomini e di garantire loro una maggiore sicurezza dalle insidie degli uccelli nemici.. Les Belles Lettres. Cf. etiam erutis oculis. 49. a poco a poco. 177 A (75 D): &v Èav ti ? èjacevnfjaf) Tà 8|a. x^&óvo? eù(j. e il nido della sapienza è preferibile all'oro. t ò Tiji. seb­ bene priva d’ogni spicciolo. Hexaem... Su noi invece la povertà esercita un'influenza depri- 1 Bas. Nes­ suno dunque si lagni della propria povertà..yjSejj. 3 Bas. è ricca d’ingegnosità. se i suoi piccoli hanno gli occhi trafitti od offesi da qualche form a di cecità. costruisce senza spesa. si costruisce la pro­ pria dimora da abile artista. Sxel 'rtv“ roxpà -ri]. non è indotta dalla completa indigenza a nuocere ad un altro né si ab­ bandona alla disperazione quando i suoi piccoli sono gravemente m enom ati3. TOvtav òSupéa&M • (jL>)8è <Ì7to- ftYvcijcntéTO) éauTou ttjv £co-/]V 6 (j. pur mancando di tutto. raccogliere insieme fuscelli o schegge di legn o 1. ut quidam uolunt. Raccoglie con il becco delle pagliuzze e le spalma di fango in m odo da poterle connettere insieme.. S i’ rj? n p ò? o y e ia v cTOxvàyei t S v èxyóvcùv t à ? Sipei?.H. consideriamo ora una straordinaria prova della sollecitudine materna verso i figli.

in utero proprios negant fetus et parrici­ dalibus sucis in ipso genitali aluo pignera sui uentris extinguunt. alius opulentae hereditatis patriae deplorat exhau­ stam atque inopem portionem. Quis docuit nisi hom o filios abdicari? Quis repperit tam inmitia patrum iura? Quis inter na­ turae fraterna consortia fratres inpares fecit? Vnius diuitis filii diuersa sorte caeduntur. Alius totius paternae sortis ascriptioni­ bus inundatur. priusque aufertur uita quam traditur. DIES V . Discant homines amare filios ex usu et pietate cornicu quae etiam uolantes filios comitatu sedulo prosecuntur et sollici­ tae. 18. Ipsa uos doceat non discernere pa­ trimonio quos titulo germanitatis aequastis. SER. ne per plures suum patrimonium diuidatur. At uero feminae nostri ge­ neris cito ablactant etiam illos quos diligunt aut. 58 gentia et paupertate ad nocendum alii compellitur nec in graui filiorum imbecillitate desperat. Etenim quibus de­ distis communiter esse quod nati sunt. inprouidi et inertes iace- mus. 17. ut id com ­ muniter habeant in quod natura substituti sint. lucri quoque studio in fraudes uersamus inge­ nium. si ditiores sunt. cum praesidia humana defecerint. inpellit in crimen. cum de diuina miseratione tunc sperandum amplius sit. ne teneri forte deficiant. Numquid natura diuisit merita fi­ liorum? Ex pari omnibus tribuit quod ad nascendi atque uiuendi possint habere substantiam. non debetis his. C. 57 . inuidere. V I I I . et plerosque indigentia cogit in flagitium. lactare fastidiunt: pauperiores abiciunt paruulos et exponunt et deprehensos abnegant. Caput XVIII 58. C. cibum suggerunt ac plurimo tem­ poris nutriendi officia non relinquunt. . Nos uero et paupertas afficit et inopiae necessitas uexat.310 EXAMERON. aptamus adfectum atque in grauissimis passionibus spem deponimus fractique animo resoluimur. Ipsi quoque diuites.

inoltre per avidità di guadagno rivolgiamo il nostro impegno. 35)? Questi. ?ctci><. ha insegnato a ripudiare i propri figli? Chi ha inventato diritti paterni cosi crudeli? Chi ha reso diversi i fratelli che la natura ha voluto uguali? I figli di uno stesso ricco sono colpiti da una sorte opposta. Capitolo 18 58.yj toO xX^pou àviaóraTOi itpò<. se vengono ritrovati. cit. rinnegano le proprie crea­ ture 1 nel grembo materno e con veleni assassini spengono i frutti del loro ventre nello stesso alvo che li ha generati e cosi la vita viene tolta prima ancora di essere trasmessa2. perché non vengano meno le loro ancor deboli forze. siamo a terra incapaci di correre ai rimedi e di agire mentre bisognerebbe spe­ rare maggiormente nella misericordia divina proprio allorquando le risorse umane sono venute a mancare. Al contrario le donne della nostra specie smettono pre­ sto di allattare anche i figli che amano o. e. In imo si riversa sovrabbondante l'assegnazione del­ l'intero patrimonio paterno. ai quali avete concesso di essere pari per la loro nascita. 180 A (76 C): ToioOtoi tcùv yovèfùv ol èitl rcpoipàaei uevta? èxTi&é[ievoi Tà vfpria • ^ xal èv Tfj 8iavo(j. un altro protesta per aver ricevuto una scarsa e misera parte dell'opulenta eredità lasciata dal padre. cit. Accenno contro i Manichei (C oppa. . aÙToI? xal ófiOTt[jL(i)<. premu­ rose li im boccano e per lunghissimo tempo non trascurano di nutrirli. li spinge alla criminalità. 308. V oi non dovete negare a coloro. se sono benestanti. op. pp. 2 Su questo punto 1 insegnamento della Chiesa è di una assoluta chia­ rezza. di fatto concedevano di sposarsi o di vivere con una concubina e di avere dei figli (P uech. &<msp èf. applichiamo le nostre inclinazioni a tramare inganni e nelle più gravi disgrazie ci dispe­ riamo. che in teoria proscrivevano matrimonio e procreazione. Chi. li espongono e. Gli uomini imparino ad amare i propri figli dalle aff tuose consuetudini delle cornacchie. op. non hanno voglia di farlo. Anche i ricchi. se non l'uomo.. 1 Bas. accompagnandoli con sollecitudine. vi insegni a non distinguere col patrimonio quelli che avete fatto uguali per di­ ritto di fratellanza. le più povere se ne disfano. Atxaiov y&p.. per non di­ videre il loro patrimonio tra più eredi. li disconoscono. affranti nell'animo restiamo com e distrutti. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 311 mente. taou (xsTaSsSc&xaaiv èxdcarcp tou sivai.. napéxsiv. n. oGtoj xal itp4? tò jv à<pop(iài. Tà Sx- yova. 584-585). che seguono i loro piccoli an­ che quando sono in volo. le strettezze dell'indigenza ci tormentano e la miseria in­ duce molti al delitto. Hexaem.. di godere in uguale misura i beni di cui la natura li ha istituiti eredi. p. Forse la natura ha distinto i meriti dei figli? Essa che attribuisce in eguale misura i mezzi necessari per nascere e per vivere.

propulsant pinnis atque praecipitant. uerum unum ex pullis duobus. Cauent ne in tenera aetate pigrescant. Dominus solus deducebat e o s a. » Deut 32. ut etiam aues ad cauen- dum form ido exerceat. 60. quod ubi eos aduerterint temptare uolatus primordia. 59-60 59. . sed quasi alienum recusat. Semper enim fer­ tur probare quos genuit. Ac si quis repercusso solis lumine intrepidam oculorum aciem inoffenso tuendi uigore seruauerit. Quomodo ergo ex­ pandit alas. sed pericula a praedonibus declinanda prospiciant. ne passim curas relaxent. SER. uerberant alis cogunt- que audere quod trepidant nec ullum postea deferunt his munus alimoniae. sed iudicii integritate condemnat nec quasi suum abdicat. ut in usum rapiendi audere conpellant. quod ueritatem naturae sinceri optutus constantia de- monstrauerit: qui uero lumina praestrictus radio solis inflexerit quasi degener et tanta indignus parente reicitur nec aestimatur dignus educatione qui fuit indignus susceptione. ut di­ ceret: Sicut aquila protegit nidum suum et super pullos suos con­ fidit: expandit alas suas et adsumpsit eos et suscepit eos super scapulas suas. 18. sed examine iudicandi. si moren­ tur. si rapere adsueti nutrire fastidiunt? Consideremus ad hoc eos esse generatos. Deinde cum his natura qua­ dam praedandi munus inoleuerit. Sed id non arbitror facile credendum. Accipitres feruntur duram in eo aduersus proprios fe habere inclementiam. ne marcescant otio. Aquila quoque plurimo sermone usurpatur quod suos dicet fetus. ne discant cibum magis expectare quam quae­ rere. 11-12. Non ergo eum acerbitate naturae. ne naturae suae deponant uigorem. si occidit alterum? Vnde puto non auaritia nutriendi eam inclementem fieri.312 EXAMERON. Quod aliqui fieri putauerunt geminandorum alimentorum fastidio. praesertim cum Moyses tan­ tum testimonium in pullos suos pietatis huic dederit aui. magis a tenero pullos suos insti­ tuere uidentur ad praedam quam pastus abdicare conpendiis. Itaque adseritur quod pullos suos radiis solis obiciat atque in aeris me­ dio paruulos ungue suspendat. sed non utrumque. Quid mirum tamen. DIES V. V II I. Intermittunt studia nu­ triendi. ne soluantur deliciis. ne generis sui inter omnes aues quoddam regale fastigium degeneris partus deformitas decoloret. is probatur. nidis eiciunt suis continuoque eliminant ac. C.

In­ vece io penso che a questa spiegazione non si debba dare troppo credito. Interrom pono la cura di nutrirli per indurli a osare. tocì? 7rXT)yaic. non perdano il vigore della loro natura. Alcuni pensano che ciò avvenga per la noia di raddoppiare la quantità di c ib o 4.. 13: Alterum expellunt taedio nutriendi. Come può spiegare le sue ali se uccide uno dei due aquilotti? Perciò credo che diventi crudele non per rispar­ miare il cibo.H. non lo rifiuta com e suo. 3 Bas. avvezzi a predare. 177 C (76 B ): ’ASixtiTottoi. non im­ parino ad attendere il cibo invece di cercarlo. . spiega le sue ali e li prende e li accoglie sul suo dorso. Se uno. viene ripudiato perché de­ genere e indegno di si nobile madre: non si ritiene meritevole d’essere allevato quello che era immeritevole d’essere generato. Si dice spessissimo che anche l’aquila respinge i suoi aqui­ lotti. 3... Plin. tcov 7rrepfiiv àTtcì&oiifievoi. Alito yàp ^ayoeyoljv veoaaoiii. ma non tutti e due. Si dice che gli sparvieri usino contro i propri piccoli una crudele durezza in quanto. li colpiscono con le ali e li costringono ad osare ciò di cui hanno paura né poi dedicano loro cura alcuna per nu­ trirli. per­ ché non allentino indiscriminatamente la vigilanza. non appena si accorgono che essi ten­ tano i primi voli. abbagliato dai raggi del sole. per­ ché la deformità d'un parto degenere non degradi. 4 Cf. ■ Tòv Sè Srepov [ióvov àvaXa(3<ov. yrjv xaTappr]- yvuai. bensì uno di essi3. non sopportano di somministrare il cibo? Consideriamo che sono stati creati affinché la paura abitui anche gli uccelli a stare all’erta. Si dice infatti che metta sempre alla prova quelli che ha generato. nonostante il riflesso della luce solare. 8v èyéwrjcrev. abbassa gli occhi. li respingono agitando le penne e li fanno cadere. sembra che istruiscano fin dalla tenera età i loro pic­ coli alla preda piuttosto che a rinunciare a guadagnarsi il pasto. la regale supremazia della sua razza fra tutti gli uccelli. Hexaem. Si preoccupano che ancor piccoli non impigriscano. non si lascino fiaccare dalla vita comoda. Quello invece che. soprattutto perché Mosè ha dato a questo uccello una testimonianza cosi solenne del suo affetto per i piccoli fino a dire: Come l'aquila protegge il proprio nido e confida nei suoi piccoli. siccome si è sviluppato in essi per una certa disposizione naturale l’istinto del predare. Inoltre. Solo il Signore li conduceva. Tuttavia. 60. questi supera la prova perché ha dimostrato la genuinità della sua natura con la fermezza dello sguardo che non ha subito danno. ma badino ai pericoli che devono evitare da parte dei rapaci. in un certo m odo. ma per giudicarli dop o averli esaminati. tòv èrepov aÙTÙv eJ. se indugiano. olxeiourai. perché meravigliarsi se. allo scopo di avvezzarli a cacciare la preda. X.. li cacciano dai loro nidi mettendoli fuori im­ mediatamente e. Si sostiene perciò che esponga i propri piccoli ai raggi del sole e li tenga sospesi nel vuoto ai suoi artigli. non infrolliscano nell'ozio. Perciò l’aquila non lo condanna per crudeltà di natura. ma per obiettività di giudizio. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 313 59. Stà tò rrfi Tpoq>7]t. resiste imperterrito con gli occhi con­ servando intatta la forza visiva. N.. rapì tyjv tòìv èxyóvcov èxTpo- <pr)v ó Aetói.. ma lo ripudia com e illegittimo. èntarovov à7to7totoó[ievoi.

quia scriptum est in lege domini. illi soli suam caritatem reseruat. Discite. ut quibusdam uidetur. oblata est. non quasi suum proicit. 24. sed quasi degenerem non recognoscit: nos. quae etiam in auibus prae­ dicatur. Denique cum dominus circumcideretur. mulieres. quos nostros recognoscimus abdicamus. quam lex dei uelut cas hostiae munus elegit. a Lc 2. Ergo <pT)VT) alienos nutrit: nos uero nostros inmiti crude­ litate proicimus. DIES V . Aquila uero si proicit. V I I I . 19. Caput X IX 62. ut darent hostiam par turturum aut duos pullos columbarum a. qui plus doloris ex morte quam suauitatis ex caritate generauerit. ubi iugalis proprii fuerit amissione uiduata. pertaesum thalamos et nomen habere coniugii. illi custodit nomen uxoris. Auis enim. quoniam et infidelis ad perpetui­ tatem fuit et amarus ad gratiam. . 61 . Fertur etenim turtur. 62 61. SER. susceptum illum siue abdica­ tum siue non agnitum aquilae pullum cum sua prole conectit atque intermiscens suis eodem quo proprios fetus maternae se­ dulitatis officio et pari nutrimentorum sumministratione pascit et nutrit. Hanc tamen. quanta sit uiduitatis gratia. Pudi­ citia ad turturem refertur. ad columbam gratia. Itaque iterare coniunctionem recusat nec pudoris iura aut compiaciti uiri resoluit foedera. regalis auis in mentiam plebeiae auis excusat clementia. cui fulica nomen est. quae graece dicitur <pt)vti. quod peius est. C. H oc est enim uerum Christi sacrificium pudicitia corporalis et gratia spiritalis. Sed ueniamus ad turturem. C.314 EXAMERON. eo quod primus amor fefelle­ rit eam dilecti morte deceptam. 18.

Capitolo 19 62. 16. 40).. 311. Hexaem. bensì non lo riconosce ritenendolo di una specie degenere. Ma l’aquila. veoaaoìi. Questo è il vero sacrificio accetto a Cristo. 1 Come osserva il Coppa (op. *Axou- éTCùootv at Yuvaìxe?. 177 C (76 B ): Trjv xpuyóva <paal Sia^eux&efoàv note toù 6(i6^uy°C> t-Jjv 7tpò<. 177 C (76 C): ’AXK’ oòx èà toùtov <&<.. IV . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 315 61. quando rimane ve­ dova per la perdita del proprio sposo. cit. in cui esorta le vedove a perseverare nel nuovo stato. a lui solo riserva la sua tenerezza. La cpifjvT) nutre i figli degli altri. Arist. 619 b. 34. in greco cpTQVin. Ambrogio ha dedicato espres­ samente il De uiduis (PL. 23. non lo abbandona conside­ randolo un proprio figlio. quanta sia la bellezza della vedovanza3. / huic uni forsan potui succumbere culpae. quando Gesù fu presentato al tempio.A. tò oe[jlvòv tt)? x*)petas. la grazia alla colomba... co sembra a taluno. H. perché ha recato più dolore con la sua morte che gioia con il suo affetto. toù rcoxè co^eux&évTos rijv rcpò? Sxepov xoiviovtav à7tapvot>[x£v7]v. a otto giorni dalla nascita (Lue. V . / si non pertaesum tha­ lami taedaeque fuisset.. . op.. n. La castità si richiama alla tortora. unisce alla sua prole l’aquilotto che sia stato ripudiato e non riconosciuto e.. Imparate. lo alleva e nutre con la stessa premurosa attenzione materna e con la stessa somministrazione di cibo dei propri p ic c o lis. Hexaem. M onachino. 233-262). se abbandona l’aquilotto. à7rpe7toO? 7rpoTi[iÓTSpov. la castità del corpo e la grazia dello spirito. p. Tuttavia la bontà d'un uccello plebeo compensa. Cf. La circoncisione era av­ venuta in precedenza. auvexrpéqiei. 21).. 8ia<p&apY)vai fi <pTr]VT) • àXk’ ùiroXa(3oùaa aìrròv toiq olxsEot? éau-riji. Si dice che la tortora. Essa perciò rifiuta di rinnovare l’unione e non infrange i diritti del pudore o il vincolo coniugale con lo sposo diletto. questo è stato infedele nella perennità del vincolo e causa di sofferenza nel­ l’amore. V erg. la durezza dell’uccello regale. Ma veniamo alla tortora. perché il suo prim o amore l’ha in­ gannata deludendola con la morte del suo diletto2. Aen. L’uccello chiamato folaga.. 3 Alla vedovanza e al suo valore cristiano S. e ciò è ancora peggio. cit.. 4 Bas. per lui custodisce il nome di moglie. 2. santificandolo con l'esercizio delle virtù domestiche e so­ ciali. 2-repov xaTaSé/sa&at xoivcovtav. esaltata persino tra gli u cce lli4. 2 Cf. Cf. xal raxpà to ì. / postquam primus amor deceptam morte fefellit. Quando il Signore venne circon­ ciso \ essa fu offerta perché stava scritto nella legge del Signore che offrissero com e vittima una coppia di tortore o due giovani colombe. 223-231. noi invece abbandoniamo i nostri con crudeltà atroce. o donne.. abbia in odio il talamo e perfino il nome delle nozze. 5 Bas. 22-24). l’offerta delle due tor­ tore da parte della Madonna avvenne in occasione della purificazione (Lue. <j>a<n. ponendolo tra i suoi figli.. 2. noi.£at<. pp. rifiutiamo i figli che riconosciam o per nostri. 16-18: ne cui me uinclo uellem sodare iugali. AXóyoiitoO èv Tat? 7roXuYa|J. IX. àXXà (jiéveiv àauvSta- arov. che la legge di Dio ha scelto me offerta d’una pura vittima.

14. Quis igitur has leges turturi dedit? Si hominem qua non inuenio. V II I. DIES V. quae in pluribus quidem auibus inesse adseueratur. C.316 EXAMERON. quando nec Paulus ausus est leges tenendae uiduitatis praescribere. nullam occasionem dare aduersariob et alibi: Bonum illis. ut usque ad centum annos uitae eorum series producatur nec fa­ cile eos angusti aeui finis excipiat. Quid aiunt qui solent nostra ridere mysteria. Et alibi iuniores hortatur ut nubant. Negantur enim uultures indulgere concubitu et co ­ niugali quodam usu nuptialisque copulae sorte misceri atque ita sine ullo masculorum concipere semine et sine coniunctione ge­ nerare natosque ex his in multam aetatem longaeuitate procedere. . cum au­ diunt quod uirgo generauit et inpossibilem innuptae. Optat Paulus in mulieribus quod in turturibus per- seuerat. 64-65 63. SER. Diximus de uiduitate auium eamque ab illis primum exor­ tam esse uirtutem. 65. turtur nescit primam fidem inritam facere. ut possit etiam in uulturibus deprehendi. qui solus potest praescribere quod omnes sequantur. si sic maneant. quia nouit castimoniam re- seruare prima conubii sorte promissam. quia mulieres no­ strae turturum pudicitiam implere uix possunt. c 1 Cor 7. 19. Denique ipse ait: Volo ergo iuniores nubere. Ergo turturibus deus hunc infudit adfectum. quod si se non continent. hanc uirtutem continentiae dedit. hom o enim nullus est ausus. aestimant partum? Inpos­ sibile putatur in dei matre quod in uulturibus possibile non ne- ° 1 Tim 5. cuius pudo­ rem nulla uiri consuetudo temerasset. non temptatur occasionis inlecebra. Turtur non uri­ tur flore iuuentutis. 63 . nunc de integritate dicamus. matres familias esse. 20. Caput X X 64. C. melius est enim nu­ bere quam u r ic. nubant. filios procreare. 8-9.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 317

63. Chi ha dato questa legge alla tortora? Se lo cerco tra
uomini, non lo trovo. Nessun uom o ne ha avuto il coraggio, dal
momento che nemmeno Paolo ha avuto il coraggio d’imporre una
legge sull’osservanza dello stato vedovile. Del resto egli stesso dice:
Voglio che le giovani prendano marito, procreino figli, siano ma­
dri di famiglia, non offrano alcuna occasione al nemico-, e altrove:
Sarebbe bene per loro se restassero cosi; ma se non riescono ad
osservare la continenza, prendano marito; è infatti meglio pren­
dere marito che ardere di concupiscenza. Paolo desidera nelle don­
ne ciò che nelle tortore è disposizione permanente. E nell’altro
passo esorta le giovani a prendere marito, perché le nostre donne
riescono con difficoltà a conservare la castità delle tortore. Dun­
que Dio ha infuso nelle tortore questo sentimento, ha dato loro
questa virtù della continenza, lui che solo può stabilire una norma
valida per tutti. La tortora non arde nel fiore della giovinezza,
non si lascia sedurre dalle attrattive d’un’occasione; la tortora
non sa violare il prim o impegno assunto, perché sa conservare la
castità promessa nel primo connubio toccatole.

Capitolo 20

64. Abbiamo parlato della vedovanza degli uccelli e abbiamo
detto come da essi sia sorta primieramente tale virtù; parliamo
ora della verginità che si afferma sussista almeno in molti di essi,
tanto che può essere constatata anche negli avvoltoi. Escludono
infatti che gli avvoltoi indulgano all’accoppiamento e si uniscano
in un rapporto di tipo coniugale mediante l’esercizio della copula
nuziale e affermano che perciò concepiscano senza intervento del
seme maschile, generino senza accoppiamento e i loro figli invec­
chino raggiungendo un’età cosi avanzata che la loro esistenza si
prolunga sino ai cent'anni1 e difficilmente non superano il limite
di una breve e tà 2.
65. Che cosa dicono coloro che sogliono farsi beffa dei no­
stri misteri, quando sentono che una vergine ha generato e cre­
dono impossibile il parto di una nubile il cui pudore non sia stato
contaminato da alcun rapporto con l’uom o? Si ritiene impossibile
nella Madre di Dio ciò che non si nega sia possibile negli avvol­
toi? 3. Questo uccello partorisce senza intervento del maschio, e

1 Bas., Hexaem., 180 AB 76 DE): IloXXà èpvtòtov yévj) oùSèv npò<; rijv
xóvjcriv SeÌTai tòìv àppéviov èmTrXoXTjs • àXX’ èv [lèv Tot? HXkoiq àyovà èaTi xà ùrnrj-
vèjua, toù? Sè yuroxi; <paaiv àmjvSiàortù? tEkteiv g>? Tà izoXkà. xal TaÙTa j*axpo-
PitùTaTou? ovra? • ol? ye (ièxpi? èxaTÒv Itòìv, rà 7coXXà, Ttapa-retverai ^ £tor|.
2 Cf. V erg., Georg., IV , 206: ergo ipsas quamuis angusti terminus aeui /
excipiat.
3 La partenogenesi degli avvoltoi è una leggenda; lo stesso Aristotele (H.A.,
VI, 5, 563 a, 5-11, e IX, 11, 615 a, 9-14) non ne parla.

318 EXAMERON, DIES V, SER. V II I, C. 20, 65 - C. 21, 66-67

gatur? Auis sine masculo parit et nullus refellit: et quia despon­
sata Maria peperit, pudori eius faciunt quaestionem. Nonne aduer-
timus quod dominus ex ipsa natura plurima exempla ante prae­
misit, quibus susceptae incarnationis decorem probaret, astrueret
ueritatem?

Caput X X I

66. Nunc age quae aues uelut quandam rem publicam curare
uideantur expediam atque uitae huius aetatem agere sub legibus.
Hinc enim rei publicae usus est leges omnibus esse communes
atque obseruari eas deuotione communi, uno omnes teneri uincu-
lo, non alii ius esse quod alius sibi intellegat non licere, sed quod
liceat licere omnibus et quod non liceat omnibus non licere; esse
etiam communem reuerentiam patrum, quorum consilio res pu­
blica gubernetur, commune omnibus urbis domicilium, commune
conuersationis officium , unum praescriptum omnibus, unum esse
consilium.
67. Magna haec, sed quanto in apibus praestantiora, quae so­
lae in omni genere animantium communem omnibus subolem ha­
bent, unam omnes incolunt mansionem, unius patriae clauduntur
limine. In commune omnibus labor, communis cibus, communis
omnibus operatio, communis usus et fructus est, communis uo-
latus — quid plura? — communis omnibus generatio, integritas
quoque corporis uirginalis omnibus communis et partus, quoniam
nec inter se ullo concubitu miscentur nec libidine resoluuntur
nec partus quatiuntur doloribus et subito maximum filiorum exa­
men emittunt e foliis atque herbis ore suo prolem legentes.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 319

nessuno contesta questo fatto; e siccom e Maria, ancora fidanzata,
ha partorito, mettono sotto processo la sua castità. Non vediamo
che il Signore ha fatto precedere moltissimi esempi ricavati dalla
stessa natura, mediante i quali intendeva dimostrare l'onorabilità
ed affermare la verità dell'incarnazione avvenuta per suo volere?

Capitolo 21

66. Vi esporrò ora quali uccelli sembrano amministrare una
specie di stato e trascorrere il tempo della loro vita sotto le leg­
gi *. Di qui ha tratto origine la consuetudine degli Stati che le
leggi siano uguali per tutti e siano osservate da tutti con uguale
ossequio, tutti siano soggetti al medesimo vincolo, uno non abbia
un diritto che un altro pensi di non poter esercitare, ma a tutti sia
lecito ciò che è lecito e ciò che non è lecito non sia lecito per nessu­
no; inoltre che sia comune la riverenza per gli anziani i quali con la
loro saggezza governano lo Stato, comune a tutti il dom icilio nella
città, comune il dovere dei rapporti sociali, unica per tutti la nor­
ma, unico il m odo di sentire2.
67. Questo m odo di com portarsi è straordinario, ma è ben
più straordinario nelle api, che, uniche fra tutte le specie dei vi­
venti, hanno una prole comune a tutte, tutte abitano in un’unica
dimora, vivono chiuse dentro i confini di un’unica patria. Comune
a tutte è il lavoro, comune il cibo, comune l’attività, comune l'uso
e il provento, com une il v o lo 3, — che dire di più? — comune a
tutte la procreazione, comune a tutte anche l’integrità del corpo
verginale e il parto, poiché non si uniscono in alcun m odo fra
loro mediante l’accoppiamento né si sfiniscono con la libidine né
sono scosse dai dolori del parto e danno alla luce ad un tratto un
grandissimo sciame di figli raccogliendo dalle foglie e dai prati
la prole con la loro b o c c a 4.

1 Cf. V erg., Georg., IV, 54: magnisque agitant sub legibus aeuum. Anche
l’inizio Nunc age ricorda Georg., IV, 149.
2 Bas., Hexaem., 172 D (73 E): ”E<m Sé Tiva xal itoXmxà tòìv dcXóytùv, elitep
ttoXiteEoi; ?8iov tò rcpò; èv izépccq xoivòv cuvveùsiv -rìjv èvépyeiav tòìv xa&’ focacrov,
&€ Irci tòìv [ieXiuaàiv étv Ti; fSoi.
3 Bas., Hexaem., 173 AB (74 A): Kat y*P èxelvtov xoivv) [lèv 7) otxnjaii;, xotvf)
Sè ii 7rtTjai;, èpyacta Sè 7tàvrci)v (ita.
Cf. V erg., Georg., IV, 153: Solae communis natos, consortia tecta; 155:
et patriam solae et certos nouere penates; 184: omnibus una quies operum,
labor omnibus unus.
4 Cf. Verg., Georg., IV, 198-199: quod neque concubitu indulgent nec cor­
pora segnes / in Venerem soluunt aut fetus nixibus edunt; 200-201: uerum
ipsae e foliis natos, e suauibus herbis ore legunt; 201-202: ipsae regem paruos-
que Quirites / sufficiunt. In realtà la sola regina viene fecondata una volta
per tutte durante il volo nuziale.

320 EXAMERON, DIES V, SER. V II I, C. 21, 68

68. Ipsae sibi regem ordinant, ipsae populos creant et li
positae sub rege sunt tamen liberae. Nam et praerogatiuam iudi-
cii tenent et fidae deuotionis affectum, quia et tanquam a se sub­
stitutum diligunt et tanto honorant examine. Rex autem non sorte
ducitur, quia in sorte euentus est, non iudicium et saepe inratio-
nabili casu sortis melioribus ultimus quisque praefertur, neque
inperitae multitudinis uulgari clamore signatur, quae non merita
uirtutis expendit nec publicae utilitatis emolumenta rimatur, sed
mobilitatis nutat incerto, neque priuilegio successionis et generis
regalibus thronis insidet, siquidem ignarus publicae conuersationis
cautus atque eruditus esse non poterit. Adde adulationes atque
delicias, quae teneris inolitae aetatibus uel acre ingenium eneruare
consuerunt, tum institutiones spadonum, quorum plerique suo
magis quaestui quam usui publico animum regis inclinant. Apibus
autem rex naturae claris formatur insignibus, ut magnitudine cor­
poris praestet et specie, tum quod in rege praecipuum est, morum
mansuetudine. Nam etsi habet aculeum, tamen eo non utitur ad
uindicandum. Sunt enim leges naturae non scriptae litteris, sed
inpressae moribus, ut leniores sint ad puniendum qui potestate
maxima potiuntur. Sed etiam illae quae non obtemperauerint le­
gibus regis paenitenti condemnatione se multant, ut inmoriantur
aculei sui uulneri. Quod Persarum populi hodieque seruare dicun­
tur, ut pro commissi pretio ipsi in se propriae mortis exequantur
sententiam. Itaque nulli sic regem, non Persae, qui grauissimas
in subditos habent leges, non Indi, non populi Sarmatarum tanta

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 321

68. Di loro iniziativa si nominano un r e 5, di loro iniziativa
stituiscono le comunità e, sebbene poste sotto un re, tuttavia so­
no libere. Infatti mantengono la prerogativa di giudicarne i me­
riti e insieme un sentimento di fedele devozione verso di lui,
perché lo amano in quanto da loro designato e con uno sciame
tanto numeroso gli rendono onore. Il re poi non è indicato dalla
sorte, perché nella sorte domina il caso, non già una valutazione
dei meriti, e spesso per l'irragionevole vicenda della sorte il più
inetto è preferito a chi vale di più; non viene indicato a gran voce
dalla moltitudine inesperta che, non sapendo giudicare i meriti del­
la virtù né penetrare i vantaggi del bene comune, ondeggia nel­
l’incertezza della volubilità; non s’installa sul trono regale per il
privilegio della successione familiare, poiché chi è inadatto alla
vita politica non potrà mai essere prudente e preparato. Aggiungi
le adulazioni e le mollezze che, avendo esercitato la loro influenza
fin dalla tenera età, sogliono snervare anche un’indole piena di
energia, e inoltre gli insegnamenti degli eunuchi, la maggior parte
dei quali orientano l’animo del sovrano più in vista dei loro in­
teressi che dell’utilità pu bb lica6. Per le api invece la natura forma
il re con chiari segni cosi che si distingue per le dimensioni del
corpo, per il suo aspetto e inoltre per la mitezza del carattere, la
dote più importante in un re. Infatti, pur avendo il pungiglione,
non lo usa per pu n ire7. È una legge di natura, non scritta ma
impressa nel costume, che coloro che detengono il sommo potere
siano senz’altro miti nel pu n ire8. Ma anche quelle che hanno di­
subbidito alle leggi del re si condannano da sole in segno di penti­
mento, uccidendosi con la punta del proprio pungiglione. Si dice
che le popolazioni persiane conservino tuttora l’usanza di esegui­
re personalmente contro di sé la sentenza di morte quale pena
della colpa commessa. Tuttavia nessuno — non i Persiani che
hanno leggi severissime contro i sudditi, non gli Indiani, non le
popolazioni dei Sarmati — onora il proprio re con tanta devota

5 Come s’è detto, realmente si tratta di una « regina ». Su tutto il pa­
ragrafo cf. Sen., De clementia, I, 19, 2-4 (III, 17); vedi anche A lfonsi, op. cit.,
p. 130.
Secondo Seneca, noluit illum (il re, cioè la regina) natura nec saeuum
esse nec ultionem magno constaturam petere telumque detraxit et iram eius
inermen reliquit. In realtà anche l’ape regina è provvista di un pungiglione, ma
senza uncini, sicché, a differenza dell’ape operaia, essa può ritirarlo dopo
aver punto.
6 Come rileva il Coppa (op. cit., p. 314, n. 51), queste parole di S. A m ­
brogio sembrano riferirsi ad una situazione storica molto concreta, cioè
a Valentiniano II.
7 Bas., Hexaem., 137 A (74 A): Kal ècttiv aùxaì? où xetpoTow]TÒ? ó PaaiXeù?
(TraXXàxi? yàp àxpiaia Sr)|J.ou tòv xstpicTOM eli; àpxV 7rpoe<TTY]aaTo) oùSè xX7)pojT7]v
e/cùv è^ouctav (aXoyoi yàp al cruvru'/.iai Ttòv xXvjpojv ètu tòv toxvtov eayatov 7roX-
Xàxi? tò xpaTO? tpépouaai) oùSè èx 7raTpixrj<; StaSo^ì)? tole, (ictaikeioic, éyxa&e£ó-
(j.evo? (xaì yàp xaì oùtci àralScuToi xaì à^ia-Stei? 7ràaT)i; àpETvjc; Slà TputpTjv xaì
xoXaxetav, tò? xà TcoXXà, ytyvovrai), àXX’ èx «pùcreto? e/tov tò xaxà uàv-iùiv Ttpco-
teìov, xaì [jLeyé-flei xaì 1 xaì xf) tou ^-9-oui; TtpaóxyjTi. "Ectti jjlÈv yàp xév-
Tpov xtìi PaaiXeì, àXX’ où /pyjTai TOÙTtp irpòi; ajj.uvav.
8 Bas., Hexaem., 173 B (74 B): N ó ^ o i xivé? eieiv ouxoi tt]? cpuaetoi; &ypa<poi,
àpyoù? elvai irpò? xifitopiav to ù ? tòìv [ieytaT ov Suvacrreitov èm paivovra?.

322 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, C. 21, 68-69

quanta apes reuerentia deuotionis obseruant, ut nullae de domi­
bus exire audeant, non in aliquos prodire pastus, nisi rex fuerit
primo egressus et uolatus sibi uindicauerit principatum.
69. Processus autem est per rura redolentia, ubi inalan
horti floribus, ubi fugiens riuus per gramina, ubi amoena ripa­
rum: illic ludus alacris iuuentutis, illic campestre exercitium, illic
curarum remissio. Opus ipsum suaue. De floribus, de herbis dul­
cibus fundamina castrorum prima ponuntur. Quid enim aliud est
fauus nisi quaedam castrorum species? Denique ab his praesae­
pibus apium fucus arcetur. Quae castra quadrata tantum possunt
habere artis et gratiae, quantum habent crates fauorum, in qui­
bus minutae ac rutundae cellulae conexione sui inuicem fulciun­
tur? Quis architectus eas docuit exagonia illa cellularum indiscre­
ta laterum aequalitate com ponere ac tenues inter domorum saèpta
ceras suspendere, stipare mella et intexta floribus horrea nectare
quodam distendere? Cernas omnes certare de munere, alias inui-
gilare quaerendo uictum, alias sollicitam castris adhibere custo­
diam, alias futuros explorare imbres et speculari concursus nu­
bium, alias de floribus ceras fingere, alias rorem infusum floribus
ore colligere, nullam tamen alienis insidiari laboribus et rapto
uitam quaerere. Atque utinam raptorum insidias non timerent!
Habent tamen spicula sua et inter mella fundunt uenenum, si fue­
rint lacessitae, animasque ponunt in uulnere ardore uindictae.
Ergo mediis castrorum uallibus um or ille roris infunditur paula-
timque processu temporis in mella cogitur, cum fuerit liquidus
ab exordio, et coalitu cerae florumque odore fragrare mellis inci­
pit suauitatem.

I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 323

reverenza quanto le a p i9, al punto che nessuno osa uscire di casa
o cercare qualche pastura, se prima non è uscito il re assumendo
il comando dello sciame in volo.
69. Esse procedono poi attraverso i campi odorosi, dove
sono giardini olezzanti di fio r i10, dove il ruscello fugge tra i pra­
ti n, dove si allungano le rive ridenti: là i giochi di quella gioven­
tù vivace, là gli esercizi in cam po, là il sollievo dalle preoccupa­
zioni. Lo stesso lavoro riesce loro gradevole. Ricavandoli dai fiori,
dalle erbe dal dolce sapore, pongono i primi fondamenti del loro
accampamento n. Che cos’è infatti un favo se non una form a di
accampamento? Di conseguenza da questi ricoveri delle api il fuco
viene cacciato v ia 13. Quale accampamento ben costruito può rag­
giungere tanta arte e bellezza quanta ne ha la compagine dei favi
nei quali cellette minuscole e rotonde si sorreggono reciprocamen­
te con vicendevole connessione? Quale architetto ha loro insegna­
to a costruire gli esagoni delle cellette dai lati perfettamente sim­
metrici e a stendere la cera sottile entro il recinto di ciascuna
dimora, ad accumulare il miele e a spalmare di non so qual net­
tare i granai intessuti di fio r i14. Le potresti vedere tutte com ­
piere a gara le loro funzioni: alcune dedicarsi premurose alla
ricerca del cibo, altre esercitare un’attenta vigilanza sull’accam-
pam ento15, altre spiare l’avvicinarsi delle piogge ed osservare l’ac­
cumularsi delle nuvole, altre formare dai fiori la cera, altre rac­
cogliere con la bocca la rugiada spruzzata sui fiori; nessuna tut­
tavia insidiare il lavoro altrui e procurarsi i mezzi per vivere rapi­
nando 16. E magari non dovessero temere le insidie dei rapina­
tori! Anch’esse tuttavia hanno il pungiglione e, pur in mezzo al
miele, iniettano un veleno, se sono provocate, e nell’ardore della
vendetta, mentre feriscono, perdono la v ita 17. Or dunque, dentro
le cavità del loro accampamento viene riversato l’umore della ru­
giada, di cui s’è detto, che, fluido all’inizio, un p o ’ alla volta col
passare del tempo viene reso denso a formare il miele e, per la
mescolanza della cera e per il profum o dei fiori, comincia ad
emanare il soave odore che gli è proprio 1B.

9 Cf. V erg., Georg., IV , 210-212: Praeterea regem non sic Aegyptus et
ingens / Lydia nec populi Parthorum aut Medus Hydaspes / obseruant.
10 Cf. V erg., Georg., IV , 109: inuitent croceis halantes floribus horti.
11 Cf. V erg., Georg., IV , 19: et tenuis fugiens per gramina riuus.
12 Cf. Verg., Georg., IV, 159-162: pars intra saepta domorum / narcissi
lacrimam et lentum de cortice gluten / prima fauis ponunt fundamina, dein­
de tenacis / suspendunt ceras.
13 Cf. V erg., Georg., IV , 168: ignauum fucos pecus a praesepibus arcent.
14 V erg., Georg., IV , 163-164: aliae purissima mella / stipant et liquido
distendunt nectare cellas.
15 Cf. Verg., Georg., IV, 158-159: Namque aliae uictu inuigilant et foede­
re pacto / exercentur agris.
16 Cf. V erg., Aen., V I I , 749: connectare iuuat praedas et uiuere rapto; IX,
613: comportare iuuat praedas et uiuere rapto.
17 Cf. V erg., Georg., IV , 236-238: Illis ira supra modum est laesaeque ue-
nenum / morsibus inspirant et spicula caeca relinquunt / adfixae uenis ani-
masque in uulnere ponunt.
18 Cf. V erg., Georg., IV , 169: Fernet opus, redolentque thymo fragrantia
mella.

324 EXAMERON, DIES V , SER. V II I, c. 21, 70-72 - c. 22, 73

70. Merito quasi bonam operariam scriptura apem praedicat
dicens: Vade ad apem et uide quom odo operaria est, operationem
quoque quam uenerabilem mercatur, cuius laborem reges et me­
diocres ad salutem sumunt; adpetibilis enim est omnibus et cla­
r a a. Audis quid dicit propheta? Mittit utique te, ut apiculae illius
sequaris exemplum, imiteris operationem. Vides quam laboriosa,
quam grata sit. Fructus eius ab omnibus desideratur et quaeritur
nec pro personarum diuersitate discernitur, sed indiscreta sui
gratia regibus pariter ac mediocribus aequali suauitate dulcescit.
Nec solum uoluptati, sed etiam saluti est. Fauces obdulcat et cu­
rat uulnera, internis quoque medicamentum infundit ulceribus.
Itaque cum sit infirma robore apis, ualida est uigore sapientiae
et amore uirtutis.

71. Denique regem suum summa protectione defendunt et
perire pro eo pulchrum putant. Incolumi rege nesciunt mutare iu-
dicium, mentem inflectere, amisso fidem reseruandi muneris de­
relinquunt atque ipsae sua mella diripiunt, quod is qui principa­
tum habuit muneris interemptus est.
72. Itaque cum aues aliae uix in anno edant singulos fetus,
apes geminos creant et duplici ceteris fecunditate praeponderant.

Caput X X II

73. Consideremus nunc quid sit quod ait: Producant aq
reptilia animarum uiuentium et uolatilia uolantia super terram
secundum genus et secus firmamentum ca elia. Cur super terram
dixerit, certum est, quia uictum de terra quaerunt; secus firma­
mentum autem caeli quom odo, cum aquilae ultra ceteras aues
uolent et tamen ipsae non secus firmamentum caeli? Sed quia
graece oùpavóg dicitur, quod latine caelum adpellamus, oùpavóg
autem à m toù ópàcfrai id est a uidendo, ideo quod aer perspicuus
sit et ad uidendum purior, in aere uolitantia genera dixit animan­
tium. Neque moueat quod ait secus firmamentum caeli. Non pro-

a Prou 6, 8a-b (Sept.).

71, 2. incolomi Schenkl incolumi plerique codd.

a Gen 1, 20.

dal momento che nemmeno le aquile. esercita una azione curativa. Perciò. Difendono inoltre il loro re proteggendolo con tutte le forze e ritengono bello morire per lui. volano in faccia al firmamento del cielo? Ma siccom e in greco si dice oùpavóg ciò che in latino chiamiamo « cielo » e oùpavóg deriva arcò toù òpàcr9m. infatti per tutti è de­ siderabile e apprezzata13. è ben chiaro.. 20 Cf. mutare sentimenti. 231: Bis grauidos cogunt fetus. trascurano l’impegno di salvare la loro attività ed anzi sono esse a saccheggiare il loro miele. quando l’han­ no perduto. della formica. Né deve stupirci che dica in faccia al firmamen- 19 Cosi i Settanta-. / amisso rupere fidem constructaque mella / diripuere ipsae et crates soluere fauorum. Ben a ragione la Scrittura esalta l'ape' com e lavoratrice esemplare dicendo: Va’ dall’ape e guarda com e lavora ed anche quale apprezzabile opera essa dà in cam bio: re e gente modesta si servono del suo lavoro per la loro salute. / Ille operum custos. desiderato e ricercato da tutti. ma anche salute. infuso sulle piaghe interne. pur debole nel fisico. illum admirantur et omnes / circumstant fremitu denso stipantque frequentes / et saepe attollunt umeris et corpora bello / obtrectant pulchramque petunt per uulnera mortem. nella Vulgata (come nell’ebraico) si parla. quant’è simpatica.. non è diverso a seconda delle persone. Verg. in quanto ricavano il vitto dalla terra. Perciò. 71. non sanno cambiare decisione. IV. superando con tale duplice fecondità tutti gli altri anim ali21.. duo tempora messis. Esso non solo ci reca piacere. pur volando più in alto degli altri uccelli. ma indistintamente la sua bontà con soavità uguale offre uguale dolcezza ai re •com e alla gente comune. per questo la Scrittura ha detto che specie di esseri viventi volano per l’aria perché l’aria è trasparente e assai limpida a vedersi. 72. Senti ciò che dice il profeta? Ti esorta addirittura a seguire l’esempio di quella piccola ape e ad imitarne l’attività. Consideriamo ora che cosa significhino le parole: Le que producano rettili in un brulichio d’esseri viventi e volatili che volino sopra la terra secondo la propria specie e in faccia al firmamento del cielo. Capitolo 22 73.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 325 70. e in forma diversa. le api danno due volte il loro prodotto. . Il suo pro­ dotto. 212-218: Rege incolumi mens omnibus una est. Verg. IV. mentre gli altri uccelli procreano una volta al­ l’anno. Georg. Tu vedi quant’è laboriosa. Finché il re è incolume. 21 Cf. l’ape è robusta per vigore di sapienza e per amore di virtù. Perché abbia detto sopra la terra. perché è m orto chi di tale attività aveva la direzione20. Georg. Addolcisce la bocca. guari­ sce le ferite e inoltre. ma perché mai ha detto in faccia al firmamento. cioè da « vedere ».

quia est paulolum pigrior corpore nec facile potest aqua­ rum inferiora penetrare. sed abusiue. 22. eo cantus resonant clariores. auium quae carne uescuntur. quae natandi habent usum et consuetudinem. quem possumus oculis con- prehendere.quasi in- curuos atque sinuatos. ut et illa ad uolandum uel ad rapiendum cibum usu adcom m odo fulciantur et ista ad natandum adiumenta habeant conpetentia. ut. SER. 74. et ea pauca de multis — neque enim uacat uniuersa describere. quo puriorem aerem id temporis adtrahunt spiritu. quam naturam habeant uel gratiam. 76. uelut ad praedam paratos. In quo admirabilis patet ratio naturae. ceruicem extendat ad praedam. quae qua­ si praeuia reliqui corporis escam quam inuenerit rapiat atque eruat de profundo. quasi crassus et densior uicem habeat firmamenti. tamen aues ipsae quam inter se diuersitatem habeant consideremus. 75. quo melius aquis possint supernatare et quasi remis quibusdam ita pedibus suis membranae illius extensione latioribus aquarum fluenta pro­ pulsent. Inueni- mus enim cornicis pedes uelut quibusdam digitis distantibus se­ paratos atque diuisos. Ea uero.326 EXAMERON. eo quod comparatione aetherii illius corporis etiam iste aer. V I I I . cum sint similia atque eiusdem generis — . Quam dulcis etiam in exiguo cicadis gutture cantilena. eo quod magis canorae meridianis caloribus. Nunc quia diximus quae uolatilia. Cygnus quoque cur proceriore collo utatur in promptu est. corui quoque atque pullorum aliter etiam formatos a natura pedes. C. latos habent pedes et membrana quadam illos digitos pedum sibi copulatos atque co- niunctos. DIES V . Nec apes ipsae . Adde illud. quarum cantibus medio aestu arbusta rumpuntur. 73-76 prie firmamentum hic posuit. quia suauior et magis canorus per pro­ cera modulus colla distinguitur et longiore exercitatione purior longe resultat.

tv)v èv to ì (WS-ei xexpu|j. 180 BC (77 A): K axà Sè t ò arepéojjjux toù oùpavou. quelli del corvo e dei polli han­ no da natura una diversa conformazione. <à? xoù? ty)? xop<àv7]? o(jte àyxùXou?. consideriamo tuttavia quali diversità anche gli uccelli abbiano fra loro. K a l 7TÒS? èv T7) (iecn][iPp(qt èauTÒiv eloiv àStxtÓTEpot. Sia t ò m>xvórepóv irto? elvai. Ora. 7)V èv xfj Stao- xoXfj TOiouvrai tou S-tipaxo?. 184 A (78 B ): Tt? é spòrco? xrj? (xeX<f>S£a? tou xè-rriyo? . L’autore non ha usato qui « firmamento » in senso pro­ prio.. E nemmeno le api emettono un suono sgradevole. Cosi pure è evidente per quale ragione il cigno abbia un collo allungato.. com e predisposti alla preda. passando per quel lungo collo. I l i . <L? toù? tòìv CTapxoqjaywv ■ àXXà 7rXaxet? x a l ù[xevcùSet?. quanto più pura è l'aria che respirano. essendo piuttosto lento nei movi­ menti e non potendo facilmente tuffarsi sotto la superficie del­ l’acqua..à$T)? 87101? e E? (WSo? ó xùxvo? xa&iel? tòv aùxèva. ma improprio. tanto più chiaro risuona il loro verso.. 3 Bas. questi dispongano di strumenti idonei al nuoto per poter meglio mantenersi a galla nell'acqua e far leva sulla corrente. risuona di gran lunga più limpida. com e fos­ sero remi.evot. 6t i Sià tou to (jtaxpóxepov tòìv toSgìv tòv àu/èva 7tpoaéSÌ)xev. In ciò si manife­ sta un mirabile disegno della natura. Hexaem. poiché in confronto di quel corpo etereo an­ che quest’aria... afferrare il cibo scovato ed estrarlo dal fo n d o 3. che per cosi dire precede il resto del corpo. Hexaem. che possiamo percepire con gli occhi. Iva £aSt&>? è m v ì x£i CSaTi. Aggiungi che la modula­ zione della voce. 2 Bas. infatti nel roco 1 Bas. e cioè perché. Georg. 76. x a l [xSXXov 7cemXif]jiévo\i ra t? xdcToi&ev àvaipopaì? tòv Ù7tèp xe<paXij? fj^ùv àépa. ÉTépxv èv aÙTOi? xaxaaxeufjv eùpTjaei? • 7tóSa? oùxe Stea/icr^vou?. hanno i piedi allargati e le dita unite insieme da una specie di membrana. 328: et cantu querulae rumpent arbusta cicadae. cuyxptoei tou atò-eptou atijjux- xo?. con i piedi resi più larghi dal dilatarsi di quella mem­ brana 2. oiovel xtiiTiai? Tial t o ì? tòìv ttoSòìv ù|xéai tò ùypòv Stcù9où(j.. Verg. sia in grado di allungare verso la preda il capo e con esso. essendo poi simili e appartenendo alla stessa specie — . 184 B (78 D): ’ Eàv Sè xaxa[/. Troviamo che i piedi della cornacchia sono divisi com e in dita separate. Sull’errata etimologia di oùpavó? . <S>? npo- Xa(3óvxe? (itoroSeScixaitev. e quale natura e bellezza abbiano. oùpavou èvrautì-a irapà t ò èp à iS à t tou àépo? 7tpooeipTj(jié- vou ■ CTTEpecùjxaTO? Se. Quale dolce cantilena si leva anche dalla piccola gola delle cica le4 per il cui canto nel cuore dell'estate gli alberi si fen d on o5. xf) òXxfl toù àèpo?. 184 B (78 C ): IlaXiv t& «ptXuSpa tòìv £ti>tùv xaTajxaitóv. 74. xàxtùSev éaoxòi tìjv xpoip-Jjv àvaipépei.. 4 Bas. Hexaem. . Hexaem.. vedi II. 75. perché. si articola più dolce e sonora e.(iiv»jv Tpo<pi)v ÈX7top[^T]Tat. detto quali siano i volatili. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 327 to del cielo. fa parte del firmamento perché spessa e alquanto densa1. più canore ai calori del meriggio. data la maggiore elaborazione. I vo­ latili invece che solitamente nuotano. èx 8i 8o(ièvou tou <p$ÓYYol) ! 5 Cf. 15. 4. tò t e EÙprjaei? tyjv aotptav toù xTtaavro?. limitandoci a pochi dato il loro numero — non c'è tem­ po infatti per descriverli tutti. che cioè quelli si appoggino su un mezzo adatto per spiccare il volo o per predare il cibo. quelli degli uccelli car­ nivori sono adunchi e ricurvi. l'va &anep xtvà ópjxEav xaxaycov..

inde proces­ su quodam fieri bombylius. 77 insuaue quiddam canunt. qui concretione olei obstruuntur. 23. sed laxis et latioribus foliis pinnas uidetur adsumere. Fertur hic corniger uermis conuerti primum in speciem caulis atque in eandem mutari naturam. C. eo quod obstructis poris aerium spiramen illud haurire non possint. Ex iis foliis mollia illa Seres depectunt uellera. continuoque si quis acetum his superfundat. propere necantur. eo quod uis aceti cito illos po- ros. quo strepitu ad excitandos animos in uigorem nihil aptius extimatur. non putamus alienum conplecti quae de uerme Indo tradit historia uel eorum relatio qui uidere potuerunt. Denique si quis eas super­ fundat oleo. DIES V . quam nos fracto tubarum sonitu len­ tius primum uidemur imitati. sed aerio uesci spiramine. Vnde et dominus ait: Quid existis in desertum? Videre hominem mollibus uestimentis indutum? Ec- . Et haec illis gratia manet. C. SER. Caput X X III 77. habent enim gratam in rauco illo uocis suae murmure suauitatem. 76 . 22. V I I I . Et quia de uolatilibus dicimus. ilico reuiuescunt.328 EXAMERON. Nec eam tamen formam figuramque custodit. cum pulmonem respirandique mimus atque usum nequaquam habere prodantur. quae ad usus sibi proprios diuites uindicarunt. umore feratur aperire.

.. Aen. iaxopeìxai tou xepaaqpópou • óq eli. mediante una partico­ lare metamorfosi. Hor. Da quelle foglie i Cinesi tolgono con i pettin i1 quei m orbidi fiocchi che i ricchi hanno riser­ vato al loro uso esclusivo2. 'Otohoc xal rapi xou ’IvSixou axcóXY)xo<. m uoiono rapidamente. se imo versa su di esse dell’olio. (lepvrjiiivai t>)i. aprendo delle foglie d’una certa ampiezza. per opera di due monaci inviati in Cina da Giustiniano. Dal momento che stiamo parlando dei volatili. Come tutti possono constatare. Tuttavia non conserva stabilmente questa forma esteriore. Hexaem. 1 Cf. II. Ambrogio sulla metamorfosi del baco da seta sono assai imprecise. 184 D. Capitolo 23 77. 79 A): Tt «pare ol a7rKrcouvxec. ylyveTai xal oùSè èrcl xatiri)? Eaxaxai xìj? (xoptprji. Epod. e se immediatamente vi si versa sopra dell’aceto. del quale nessun clangore si stima più efficace per incitare gli animi al coraggio7. "Oxav o5v xaSiCqa&e tìjv ioiìtgiv èpyaaiav àvanrjMi^ójievai. Perciò anche il Signore dice: Perché 6 Cf.7r/]v xà itpcoxa ^exa^aXciv. sembra mettere le ali. ma si nutrano aspirando aria.. ma. I Seri debbono identifi­ carsi con i Cinesi.. al yu- vaìxeq. tosto rivivono. Si dice che questo verme fornito di corna prenda anzitutto l’aspetto di un gambo e ne assuma anche la natura. perché si dice che la natura acida dell’aceto apra subito con il suo liquido i pori ostruiti dall’olio rappreso. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 329 murmure del loro ronzio hanno una gradevole piacevolezza che sembra sia stata da noi imitata con una certa lentezza la prima volta mediante il suono spezzato delle trom b e6. Di conseguenza. 71-72: et uox / auditur fractos sonitus imitata tubarum. Solo nel 552. IV. non possono assorbire quell’alito d'aria.. puluillos... perché si dice che non ab­ biano polmoni e perciò manchino completamente della funzione re­ spiratoria. 7 Cf. le notizie date da S. elxa 7cpo'tòv (3o[ji. perché. [xexapàAXovxa . 185 A (78 E. 15-16: inter sericos . VIII... 164-165: quo non praestantior alter / aere ciere uiros Martemque accendere cantu. pensia che non sia fuor di luogo riassumere ciò che la storia o i resoconti dei testimoni oculari tramandano sul verme indiano. Verg. 2 Bas. . 121: uelleraque ut foliis depectant tenuia Seres.. Verg. essendone stati turati i pori. xà Wjfxara Xéyoi & Ttéjjnrouaiv ùyXv o[ E^pe? mpò? xtjv (jiaXaxcov èvSujiàTtov xaxaaxcur]v. si trasformi in bozzolo.(3uXlò<. Georg. xà|i. xaxà xò xouxo fiexapoXvjg. ÒTtomepooxai.... noXXà t&v àeptcov xà? (xopcpài. Verg. VI. furono importanti in Europa i primi bozzoli e la sericultura fu impiantata nel Mediterraneo. óp&vTei. èvap-pj Xa^pàvcxe •tffi àvaaxàcretii? gvvoiav xal [ri] àmaxeìxe -ri) àXXayTj t^v IlauXo? arcani xaxeiray- yéXXexai. E questa è ima loro particolare dote. Basilio e ripetute da S. Georg.. àXXà yaùvoiQ xal 7tXaxéai TrexàXoti. t£S IlauXco T repl -rij? xaxà rrjv àniaraoiv àXXoi<i>aeo><. quindi.

non hom o propter auem. 51. 8. C.330 EXAMERON. aestate in suum post colorem redire non dubium est. ubi odoribus gratis faetor funeris possit aboleri? 80. De cuius umore carnis uermis exsurgit paulatimque adolescit ac processu statuti temporis in­ duit alarum remigia atque in superioris auis speciem formamque reparatur. in quam impleto uitae suae tempore intrat et moritur. Fac et tu. qui auem unicam perire non passus resurgentem eam sui semine uoluit propagari. 22. Doceat igitur haec auis uel exemplo sui resurrectionem credere. Vis scire quia a Mt 11. . 35. Haec ideo libaui. uagina tua Chri­ stus est. Plerique enim com ­ mutationis genus et formas. b 1 Cor 15. 9. Et infra ait: E t mortui resurgent incorrupti et nos inmutabimur. ut faciat sibi thecam et inpleat eam bonis odoribus atque ingre­ diatur in eam et moriatur illic. SER. quae sine exemplo et sine rationis perceptione ipsa sibi insignia resurrectionis instaurat. Theca tua. 77-80 ce qui mollibus uestiuntur in domibus regum su n ta. V II I. quas non acceperunt. Et utique aues propter hominem sunt. interpreta­ ti nequaquam praesumptionis indebitae incongrua usurpatione caruerunt. Quae cum sibi finem uitae adesse aduerterit. qui te protegat et abscondat in die malo. Sit igitur exemplo nobis quia auc­ tor et creator auium sanctos suos in perpetuum perire non pa­ titu r11. tibi thecam: expolians te ueterem ho nem cum actibus suis nouum in du ee. homo. quae in resurrectione futura est. sed ita ut commutationem illam dicamus. DIES V . 78. Quis igitur huic adnuntiat diem mortis. Lepores cer­ te. ut ad commutationis fidem. d Ps 15. Phoenix quoque auis in locis Arabiae perhibetur degere atque eam usque ad annos quingentos longaeuam aetatem produ­ cere. 79. O portet enim corruptibile hoc induere incorrupte­ lam et mortale hoc induere inm ortalitatem c. ® Coi 2. quod de proxim o facile cognouimus. Chamaeleon quoque diuersas species fertur uario colore mentiri. hieme albescere. non om nes autem inmutabimurb. 52-53. Act 13. quam apostolus euidenter expressit dicens: Omnes quidem resurgemus. c 1 Cor 15. facit sibi the­ cam de ture et murra et ceteris odoribus. etiam ista exempla nos prouocent. 10.

il tuo rivestimento è Cristo che deve proteggerti 3 Vedi IV. o uomo. avendo voluto spie­ gare senza informazione adeguata il genere e le form e di questa trasformazione. Clem. Quando si accorge che si avvicina la fine della sua vita. cioè il riferimento all’uomo. 6. Tale principio ermeneutico. n.. che unifica in senso antropologico tutto l'universo e se ne serve come illustrazione e controprova. Ci insegni dunque questo uccello. Le loro leggi e la loro storia non sono concluse in sé come autosufficienti: le ispira un’intenzione più alta. Si narra che nelle regioni d'Arabia si trovi anche l'uc­ cello chiamato fenice. a credere nella risurrezione. ha voluto che si riproducesse risorgendo dal proprio seme. lo riempia di profumi. Anche tu. senza alcun m odello e senza rendersene conto.. n. cambiando colore. Ad ogni m odo è indubbio che le lepri. mentre d'estate riprendono il colore naturale. Molti infatti. ». Ep. una volta com piuto il tempo dell'esistenza. tragga in in­ ganno assumendo aspetti differenti. non gli uomini per gli u cce lli5. Dal disfacimento della sua carne nasce un verme che a poco a poco si sviluppa e. Ho sfiorato questi argomenti perché anche questi esempi ci stimolino a credere nella trasformazione che l ’Apostolo indicò chiaramente dicendo: Tutti certam ente risorgeremo. che prolunga la sua longevità fino a cin­ quecento anni. ma non tutti saremo trasform ati3. anche con il suo esempio. 345. non evitarono affatto di ricorrere sconveniente­ mente a indebite congetture. 4 S. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 331 siete usciti nel deserto? Per vedere un uomo avvolto in morbide vesti? Quelli che indossano morbide vesti stanno nei palazzi dei re. ricostruendosi nell'identico aspetto del preesistente u cce llo 4. si costruisce un involucro d'incenso. dopo un determinato periodo di tempo. 78. Cf. d'inverno diventino bianche. spoglian­ doti dell’uomo vecchio con le sue opere. Infatti bisogna che questo corpo corruttibile rivesta l'incorruttibilità e che questo corpo mortale rivesta l’immortalità. Ambrogio arriva a enunciare un principio ermeneutico della realtà creaturale teologicamente fecondo: tutte le creature sono un messaggio di Dio all’uomo.] . rinnova in sé il simbolo della risurrezione.. entri in esso e muoia là dove il fetore della morte possa essere annullato dai gradevoli odori? 80. non avendo permesso che quell'unico uc­ cello perisse. nel quale. che ne trae esempio e insegnamento: « Ci insegni que­ sto uccello. E più sotto dice: E i m orti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. Si dice che anche il camaleonte. egli che. anche con il suo esempio. esso che. fàbbricati il tuo involucro. sta alla base di tutta l’esegesi ambrosiana deU’Esamerone. I. 1. Chi dunque gli annuncia il giorno della morte in m odo che si fabbrichi l'involucro. rivestiti dell'uomo nuovo. mirra e altri aromi. 14. 25. assu­ me il remeggio delle ali. entra e muore. p.B. fenomeno che conosciam o per constatazione diretta. [I. 4. E senza dubbio gli uccelli esistono per gli uomini. Ci dimostri dunque che l'Artefice e il Creatore degli uccelli non permette che i suoi santi periscano in eterno.. Il tuo involucro. 5 Riflettendo su un dato del tutto fiabesco — come avviene spesso nel­ l'interpretazione allegorica — S. 79.

cuius cito suscitantur uirentia. 2. quae lucusta consueuit inferre.332 EXAMERON. ea quoque caelestis ultionem offen­ sionis exequitur piae ministra uindictae. 83. Vsque ad lucustam quoque gratia diuina penetrauit. hoc est castitatis. £ Is 49. 11. quae cum agmine conferto regionis cuiusque occupauerit latitudinem. cum bellum lacrimabile inter se aduersae acies instruant. imple eam bonis uirtutum tuarum odoribus. Reposita est mihi corona iustitiaeh. 80-83 theca protectionis est? Pharetra inquit mea protexi e u m 1. qui ait: Certamen bonum certaui. quam bono re- pleuit odore martyrii. ut pos­ sint ossa tua pinguescere et sint sicut hortus ebrius s. misericordiae atque iustitiae et in ipsa penetra­ lia fidei suaui factorum praestantium odore redolentia totus in­ gredere. ut. Quod utique ex specie instructionis hu­ manae quadam uidentur ratione colligere. fidem seruaui. V II I. 81. 82. ut insatiabili pastu plagam quam supra dixi­ mus possit extinguere. quo indicio docti atque instructi sint. Cui creator inexplebilem dedit deuorandi naturam. Theca ergo tua est fides. DIES V. e Is 58. cursum con- summaui. innoxio primum feriatur habitaculo nec fructus inhospitali incur­ sione depascitur. . multo praedictae uolucres sequantur agmine et eo significent quod multitudo hominum casura sit bello futura praeda uulturibus. Hanc quoque auis deuorat seleucis — sic enim graeco auis haec nuncupatur nomine — data ad remedium malorum. nisi diuinae signum praeceptionis acceperit. In- trauit igitur thecam suam quasi bonus phoenix. 23. Cognosce ergo diem mortis tuae. Ea te amictum fide exitus uitae huius inueniat. Ete­ nim sicut in Exodo legimus. Interrogabo te. h 2 Tim 4. sicut co- gnouit et Paulus. 7-8. SER. C. tu autem responde mihi unde uultures mortem hominum signis quibusdam adnuntiare consueuerint.

odoroso del soave profum o delle azioni più sante. riempiendolo del profum o del martirio. Avvolto in questa fede ti colga il momento di lasciare questa vita. Ngc unde ueniant quoque abeant compertum. Io ti farò una domanda. a meno che non ricevano il segnale del comando divin o8. 58. croi xà. Cf.. rfjv (puaiv Itc’ eùepyEotqc tòìv àv-9pci>TO)v xaTaaxeuàaavToi. come leggiamo neWEsodo. tìjs x“ Pa?> °ù rcpÓTepov focreTai t£Sv xap7c£>v. yj ùcp’ évi (TuvSWjjiaTi Tràaa dtp&eìaa xal arpaTOTteSeuaaiiévK] xarà tò TrXdcTo. Ora mi attende la corona di giustizia.. La bontà divina ha raggiunto perfino le locuste le quali. possa eliminare la piaga di cui s’è parlato9. dalla vista degli uomini schierati. com e se ragionassero. col suo pasto che non ha tregua.. numquam conspectis nisi cum praesidio earum indigetur. Hexaem. cioè della castità. strumento d'un castigo voluto da Dio. Infatti.. concessa quale rimedio delle rovine che le locuste sogliono produrre. affinché. 27. ho terminato la corsa. fis-&ucov. Il tuo involucro è la fede: riempila dei profum i delle tue virtù. 81. 9 Bas. . perché le tue ossa possano man­ tenersi ben nutrite e siano com e un giardino inebriato6 dal quale presto sorgono le piante. Verg. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 333 e ripararti nel giorno della tentazione.. 82.. Entrò dunque nel proprio involucro come una brava fenice. ed entra con tutto il tuo essere nel santuario stesso della fede. quando gli opposti eserciti per loro sventura si appre­ stano a com battersi7. cosicché. tali uccelli li seguono in folto stormo e con ciò indicano che una moltitudine di uomini cadrà nella guerra divenendo preda degli avvoltoi. P l i n . anch’esse.. 6 Is. Vuoi sapere perché è un involucro che ti protegge? Con la faretra. . <po(3epài. §iv]YT]aofj. . dapprima vi fissano oziose la loro dimora senza recar danni e non divorano i prodotti del suolo con avverse incursioni.H. e tu rispondendo dimmi donde gli avvoltoi abbiano preso la consuetudine di annunciare la morte degli uomini. Considera il giorno della tua morte co­ me lo considerò Paolo che disse: H o com battuto la buona batta­ glia. 1810 (78 A): IItòt. Aen. VII. Il Creatore le ha dato per natura una voracità insaziabile. 8 Bas. 75: Seleucides aues uocantur quarum aduentum ab love precibus impetrant Cadmi montis incolae. xr)7toi. 7 Cf. èipÉTcexai l'ajjux trfi àné- pavrov sSxouca T°ù éa-SKeiv tJjv Siivajjuv. Hexaem. 11: xal òi. dice. Ma anch’esse sono divorate dalla seleucide (così infatti è chiamato in greco quest’uccello). da quale indizio ne ricavino la sicura conoscenza. ho conservato la fede. ÉTtiaTpaTiài. Sembra evidentemente che lo ar­ guiscano.o<i. eseguono la punizione stabilita dall’ira divina. l’ho protetto. N. X. quando in fitti nugoli occupano un paese in tutta la loro esten­ sione. fruges eorum locustis uastan- tibus. La seleucide è una specie di tordo che si nutre di locuste. 604: siue Getis inferre manu lacrimabile bellum. 83. tou epiXavSpamou 0eou dtxópeuTov oaiTTjt.. tt)? àxp£- So. 181 D (78 A): 7] aeXeuxl. rcplv èvSo&ijvai aÙTfj TÒ &eìov TTpóaTaytia. della misericordia e della giustizia.

quo finiendum sermonem admonent. De cordis oculis a loquor. mensuram aeris ipsius colligentes. SER. Hanc imitata tenuis illa mulier. habet et noctua suos cantus. in tenebris ambulant. quas uesper nocti cogit decedere. Sed quid hoc est? Dum sermonem producimus. imitatur tamen eam sedulitate pietatis. quamuis suauitatem lusciniae non possit imitari. Habet etiam nox carmina sua. dum daemoniorum tenebrosa rimantur et caeli alta uidere se credunt describentes radio mundum. nocturno cantu maestum pau­ pertatis mulcet adfectum et. DIES V. quo possit non minus dulcioribus modulis quam fotu corporis animare oua quae foueat. sed pu­ dica. C. uidere non soleant et uisus sui officio solis fungantur in tenebris. exorto autem die et circumfuso splen­ dore solis uisus eius hebetatur. sui quoque adsumendam commemorationem producunt. 24. porro autem a fide deuii perpetuae caecitatis tenebris inplicantur habentes in proxim o diem Christi et lumen . Noctua ipsa quemadmodum magnis et glaucis oculorum pupillis nocturnarum tenebrarum caligantem non sentit horro­ rem et quo fuerit nox obscurior eo contra usum auium ceterarum inoffensos exercet uolatus. ut possit alimen­ tum panis suis paruolis non deesse. ✓ 85. Quid autem de luscinia dicam. qui cum oculos ha­ beant ad uidendum. et se in latibulis suis abdunt canoro occasum diei carmine prosequentes. incusum molae lapidem brachio trahens. ut mihi uideatur haec summa eius esse inten­ tio. quibus uigilias hominum mulcere consueuit. quibus creatorem suum omnis creatura conlaudat.334 EXAMERON. ne inmunis abeat gratiarum. Quo indicio sui declarat esse aliquos. insomnem longae noctis laborem cantile­ nae suauitate solatur. quae peruigil custos. 84-86 Caput X X IV 84. Repetunt diuersae aues auiaria sua. cum oua quodam sinu cor­ poris et gremio fouet. quos habent sa­ pientes mundi et non uident. V II I. quasi quibusdam erret in tene­ bris. in luce nihil cernunt. 86. ecce iam tibi et nocturnae aues circumuolant et in eo ipso.

vuxtò? “rijc [leXtoSla? (jl-Jj <j7roXYjYOuaa... Stà ité u m ... quant’è più oscura la notte. 293: interea longum cantu solata laborem. Anche la notte ha le sue melodie con le quali suole al­ lietare le veglie degli uomini. tanto più contro la consuetudine di tutti gli altri uccelli si abbandona senza pericolo al volo.if)(xaùpo>Tai. 274-275: lapidemque reuertens / incusum .. solitamente non vedono e si servono della loro vista solamente quand’è b u io 5.. ol Ttepì t ))V (jUXTalav aoipEav £a/o>ax6re. 849-850: caelique meatus / describent radio. quando attende a co­ vare le uova col calore del suo seno. V i l i . quand’è sorto il giorno e si è diffuso lo splendore del sole. conforta l’insonne fatica della lunga notte con la soavità del suo canto? Mi sembra ch ’esso si sforzi soprattutto d’infondere la vita nelle uova che sta covando non meno con la particolare dolcezza della melodia che con il ca­ lore del suo c o r p o 2. Georg. senza 1 Cf. Che dire dell’usignolo che. Georg. camminano nelle tenebre. sono avvolti nel buio d ’una cecità senza fine. persino la nottola ha i propri canti. . facendo girare a forza di braccia la pietra scalpellata della maci­ n a 3.. la sua vista ri­ mane offuscata com e se andasse errando nelle tenebre.. 8|i[iacn tt]? yXocuxii. 7rpò? t Jjv tou iXTqJhvou (portò? xorravóigaiv èi.. tracciando con un bastoncello l’immagine dell’universo6 e calcolando persino i limiti dell’atmosfera.. 5 Bas. 2 Bas. invece. accompagnando con un canto armonioso il calar del giorno.. perché non se ne vada senza il rin­ graziamento con il quale ogni creatura loda il proprio Creatore. sentinella vigile.. V erg. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 335 Capitolo 24 84. •fjXtou Sè XÀpipavro? Sè àfiaupoOrai. Hexaem. 3 Cf.. 8rav èrcoxi^fl. castum ut seruare cubile / coniugis et possit paruos educere natos. Verg.. 181 B (77 D ): II cù? èoCxacn toìi. ecco che ti volemo attorno gli uccelli notturni e. 86. 85. Ma che è questo? Mentre prolunghiamo il nostro discor­ so. cosi invece. pur avendo gli occhi per vedere. I. Kal yàp èxetvrj fj vuxtò? (lèv éppoTai. tuttavia ne imita il sollecito affetto. pur avendo a portata di mano il giorno di Cristo e la luce della Chiesa. Sul suo esempio la donna povera ma onesta. I. reportat. E con tale comportamento ci dimostra che ci sono persone che. VI. Ritornano ai loro ricoveri i vari uccelli che la sera costringe a ritirarsi davanti alla notte e si rimpiattano nei loro nascondigli. com e non avverte l’orrore dell’oscurità tenebrosa con le sue pupille spalancate e cangianti e. sebbene non possa imitare la dolcezza dell’usignolo. perché non manchi il nutrimento del pane ai suoi bam bini4. Parlo degli occhi del cuore che i saggi di questo m ondo possiedono senza vedere: non scor­ gono nulla.. Kal toùkùv [lèv -f) Siàvoia òljuTÓTJ) (Jtiv è<m «pò? t J)V (laTOior^To? decaplav. V erg. 4 Cf. 181A (77 C): I la ? £ypuicvov ^ dbjScov. mentre cercano di penetrare i tenebrosi abissi dei demoni e pensano di vedere le sublimità del cielo. fanno presente che dobbiamo ricordarci anche di loro. 411-413: noctem addens operi famulasque ad lu­ mina longo / exercet penso. 6 Cf. con il canto notturno lenisce il tormentoso pensiero della povertà e. Aen. lontani dalla fede. Anche la nottola. V erg. Hexaem. nell’atto stesso in cui avvertono che bisogna finire il discorso. e. Aen.

Est etiam galli cantus suauis in noctibus — non solum suauis. Habet et illud hoc uile animal. omnes resoluuntur. febrium flagrantia mitigatur. Istius cantu spes omnibus redit. secuta con fessio0. hoc ipse lucifer excitatus oritur caelum- que inluminat. Quod fit quodam munere caritatis. Vespertilio animal ignobile a uespere nomen accepit. quod sibi inuicem adhaerent et quasi in speciem b o­ tryonis ex aliquo loco pendent ac. quasi noctuae in lumine euanuerunt. hebetes ad aeterna et longae disputationis anfractu pro­ dentes scientiae propriae caecitatem. minuitur dolor uulnerum. hoc <canente> deuotus adfectus exsilit ad precan­ dum. hoc postremo canente ipsa ecclesiae petra culpam suam diluit. 74-75. 87. c Lc 22. Denique respexit Petrum. . pulsa est negatio. Est autem uolatilis eademque quadrupes et dentibus utitur. 86-88 ecclesiae et nihil uidentes aperiunt os quasi scientes omnia. V II I. Sic enim scriptum b Mt 26. sed cre­ pusculo uespertino consueuit offundi. quo suspensa uelut pinnarum uolatu circum fertur atque uegetatur. Quod non fortuito accidisse.336 EXAMERON. Parit ut quadrupedia non oua. 88. Itaque dum cupiunt subti­ libus uolitare sermonibus. quam priusquam gallus can­ taret negando contraxeratb. sed etiam utilis. 24. sed membranae suae fulta remigio. Volitat autem non aliquo pinnarum. reuertitur fides lapsis. hoc canente maestitiam trepidus nauta deponit omnisque crebro uespertinis flatibus excitata tempestas et pro­ cella mitescit. errantes corrigit. quos in aliis auibus repperire non soleas. Volitat autem in aere auium more. C. DIES V . acuti ad uana. 61. quae diffi­ cile in hominibus huius mundi repperitur. sed pullos uiuentes. si se ultima quaeque laxauerit. H oc canente latro suas relinquit insidias. sed ex sententia domini lectio docet. legendi quoque munus instaurat. SER. ae­ gri releuatur incommodum. qui quasi bonus cohabitator et dormi­ tantem excitat et sollicitum admonet et uiantem solatur proces­ sum noctis canora significatione protestans. et statim error abscessit. Iesus titubantes respi­ cit.

rivelando. Praeco diei iam sonat. ha preso il nome dal ve­ spero. l’inno Aeterne rerum conditor. si attenua il dolore della ferita. acuti in ciò che è vano. al suo canto l’animo devoto di slancio si dà alla preghiera e riprende inoltre la lettura interrotta. richiama chi è nell’errore10. Gesù fissa con lo sguardo chi vacilla. con i cavilli delle loro dispute interminabili. aprono la bocca com e se fossero onniscienti. Cosi rivolse a Pietro il suo sguardo e subito la 7 Cioè. x a l «Sarop 6p(xa9-ò^ àXX’/jXov a l vuxTeptSes e x o v m i x a l \xla -rij. com e nottole rimangono abbacinati davanti alla luce. a nocte noctem segregans. che solitamente mancano negli altri uccelli. È però uccello e.. Al suo canto il brigante abbandona l'agguato e la stessa stella del mattino ridestandosi si leva e illu­ mina il cielo: al suo canto il navigante ansioso depone la sua angoscia ed ogni tempestosa procella. n & s (jlóvk) tòìv èpvtSkov òSotiai xé/py)Tai x a l ^ojoyoveì [xèv r à Terpàw iSa. la cecità della propria scienza. ycojpyoù? Sè è^aytiv 7Cpò. tutto il grappolo si dissolve. 10 Cf. noctem diemque qui regis noctis profundae peruigil. et temporum das tempora. 8 B as. si allevia la pena dell’infermo. E ciò avviene per un doveroso senso di carità che difficilmente si riscontra negli uomini di questo m o n d o 8. Vola per l’aria com e gli uccelli. nello stesso tempo. in chi è caduto ritorna la fiducia. più esattamente.. ma suole uscir fuori la sera. quadrupede7 ed è fornito di denti. [iiv r o i x a i touto tò <piXàXX7)Xov èv Tf) (pótrei. 1-28: Aeterne rerum conditor. suscitata spesso dai venti della sera. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 337 veder nulla. &(xtjtov. Questi spre­ gevoli animali hanno anche la caratteristica di stare attaccati gli uni agli altri e di rimanere appesi ad un dato luogo a guisa di grappolo. Hexaem. al suo canto infine la stessa Pietra della Chiesa lava la colpa commessa con la sua negazione prima che il gallo cantasse. 181B (77 E): lib i. Terpa7roov tò a ù rò x a i Trnjvòv i] vuxte- plc. àXX’ ujxévi uvì SepfMCTtvti). Hexaem. si mitiga l’arsura della febbre.. òirep è<p’ fj(itóv tcdv dtv&pairoov où paSiov xaTop&(ù$T)vat. (ièv èn’ Èpya ae Sieyetpei ° oiivoixo? iJpvis. se il prim o si lascia andare.. IIcSi. Vola inoltre reggendosi non col remeggio delle ali. Pertanto. 9 Bas. avvisa chi è già desto.. « mammifero ». Il pipistrello. ò^eta Tjj 9<i>vfl èjjtpoòiv xal xaTajxTjvuoiv 7tóppcoè-ev 'én tòv "tjXiov TtpoaeXaii- vovra. Anche il canto del gallo è gradevole nella notte — non solo gradevole ma per di più utile. tu a ? ^p-rvjTat. perché com e un buon coin­ quilino sveglia chi ancora sonnecchia. con­ forta chi è in viaggio. Il suo nome latino è uespertilio. Al suo canto ritorna in tutti la speranza. ma con l’aiuto d'una membrana di cui dispone. 181 A (77 C): I I £ i . óSoiuópoi? cuvSiop&pt^ov. indicando con il suo squillante segnale che la notte sta per term inare9. librandosi sulla quale si aggira in cerca di cibo com e se volasse con le ali. Par­ torisce com e i quadrupedi. animale ignobile. ottusi in ciò che è eterno. ma piccoli già vivi. al crepu­ scolo. mentre desiderano di librarsi con le sottigliezze dei loro discorsi. non uova. 87. w . 88. èni7toXà^ei 8è t o ì àépi où-/i Ttreptò xoutpi^ojjtivif). . nocturna lux uiantibus ut alleues fastidium. si placa.

h Mt 27. 16. Fleuit errorem suum Petrus et meruit ut aliorum aboleret errores. nolo laetitiam peccatoris. quoniam Petri gallus in nostro sermone cantauit. tempus est quo melius tacetur aut fletur. ut lacrimis suis lauaret errorem. mereamur in­ dulgentiam peccatorum. nocte turbatur et ante galli cantum labitur et labitur tertio. Laetatus est Pharao quod Hebraeos tenebat inclusos et mari mersus cum po­ pulo suo occidit. Idem tamen post galli cantum fit fortior et iam dignus quem Christus aspiciat. Ideo consulto sermonem protraximus. SER. ut scias non inconsulta ef­ fusione sermonis esse prolapsum. et in uirtu- tem ab errore mutatus amarissime fleu itf. Respice nos quoque. 5. Christe. 88-90 est. Fleuerunt He­ braei et per mare sunt undis dehiscentibus liberati. Sed iam tempus est quo finire sermonem et claudere beamus. « Ps 33. dom ine Iesu. et in nos d Mt 26. Nobis quoque gallus iste my­ sticus in sacris cantet. oculi enim domini super iu stose. priusquam me ter n eg esd. Fleat pro nobis Petrus. . 89. quia dixit Iesus ad Simonem: Non cantabit gallus. donares. DIES V. 36. e Mt 26. C. V I I I . Da quaeso lacrimas Petri. qui pro se bene fleuit. Bene fortis in die Petrus. ut nobis quoque gallus cantaret et loquentibus subueniret. quo si quod delictum obrepsisset in uerbo. culpam. 24. f Mt 26. ut et nos propria cognoscamus errata. sed ipsius se mercedis suae laqueo strangulauith. sed mentis quoque nutatione turbatum. 75.338 EXAMERON. 14-15. Exultauit et Iuda in mercede proditionis suaeE. Agnouit uenisse remedium. 90. post quod iam errare non posset. tempus est quo celebratur indulgentia peccatorum. soluamus piis fletibus culpam.

per influenza del titubantes deU’Exameron. tu. e faccia rivolgere verso di noi il pio volto di Cristo. Pianga per noi Pietro. Ben saldo di giorno. il tempo in cui è meglio tacere o piangere. Signore Gesù. affinché tu sappia che egli è caduto non solo per un’incontrollata esuberanza del suo parlare. Ma ormai è giunto il tempo di finire. ma si strangolò con il laccio della sua stessa ricompensa. pianse con profonda amarezza per lavare con le lacrime la pro­ pria colpa. 18. . Si affretti la passione del Signore Gesù. che Hoc excitatus lucifer Gallo canente spes redit. perché anche per noi can­ tasse il gallo e desse un aiuto alle nostre parole. non voglio il tripudio del peccatore. Anche Giuda esultò per la ricompensa del suo tradimento. laviamo con lacrime di pentimento la nostra colpa. ce ne concedessi il perdono. hoc omnis errorum chorus mucro latronis conditur. 18). fu cacciata la negazione. mentre le onde si spalancavano davanti a loro. Comunemente. Di proposito ab­ biamo prolungato il nostro discorso. ma si è confuso per il tentennamento del suo animo. ma per volontà del Signore. H oc nauta uires colligit lesu. tuttavia. o Cristo. Anche per noi canti nel sacro rito questo mistico gallo. soluit polum caligine: aegris salus refunditur. di notte Pietro si confonde e prima del canto del gallo cade. Concedimi. lapsus cadunt cariente culpam diluit. perché nelle mie pa­ role ha cantato il gallo di Pietro. ti prego. Surgamus ergo strenue: gallus iacentes excitat et somnolentos increpat. concludendo il di­ scorso. Pietro pianse il suo errore e meritò di cancellare gli errori altrui11. segui la confessione del peccato. gallus negantes arguit. al v. 11 Si allude alla facoltà di rimettere i peccati nel sacramento della nitenza (Matt. et nos uidendo corrige: hoc ipse petra ecclesiae si respicis. fletuque culpa soluitur. R iconobbe che era venuto il rimedio dopo il quale non avrebbe potuto più sbagliare e. Sta scritto infatti che Gesù dissé a Simone: Non canterà il gallo prima che tu mi rinneghi tre volte. Guarda anche noi. affinché. 25 si legge labantes. pauentes respice pontique mitescunt freta. le lacrime di Pietro. il tempo in cui si concede generosamente il perdono dei peccati. se nel discorso si fosse insinuato un qualche errore. uias nocendi deserit. Egli. affinché anche noi rico­ nosciamo i nostri errori. Piansero gli Ebrei. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 339 colpa scomparve. dopo il canto del gallo diventa più saldo e ormai degno di essere guardato da Cristo. infatti gli occhi del Signore si po­ sano sui giusti. passando dall’errore alla vir­ tù. e peri sommerso insieme con il suo popolo. 89. e cade tre volte. il quale seppe piangere a dovere per sé. lapsis fides reuertitur. e furono liberati attraverso il mare. La Scrittura ci insegna che tutto ciò non accadde per caso. meritiamo il perdono dei peccati. 90. Il Faraone si rallegrò di tener prigionieri gli Ebrei..

ne quis d ciat in uia. Certe illius tridui nostrum hoc postri­ die laboriosius est. Lc 17. et gratulemur quod factus est no­ bis uesper. 91. et ad corpus Iesu conueniant aqui­ lae™ peccatorum ablutione renouata. n Ion 2. 39. et dimittere eos ieiunos nolo. SER. 32. cum gallo cantauimus. 37. 28. Si ille dicit: M isereor huius turbae. Bonus dominus dimittere ieiunos non uult. i Mt 15. 1 Lc 10. m Mt 24. Et ideo qui cum auibus lusimus. V II I. DIES V . 92. et fiat mane dies sextus. . iam enim cetus ille magnus uerum nobis Ionam reddidit”. 11. ne deficiant in uia\ cuius intenta sermoni Maria adparatus recusabat epularum 1: quanto magis nos considerare debemus quia non multi sunt qui in uerbo dei uiuunt et ideo re­ fecto corporis desideratur. Adproperet Iesu domini passio. quia triduum est quod perseuerant mecum et non habent escam. C. 24. 90-92 pia Christi ora conuertat.340 EXAMERON. quae cottidie delicta nostra condonat et munus remissionis operatur. iam domini canamus mysteria.

X SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 341 ogni giorno condona le nostre colpe e opera in noi la grazia del perdono.. . perché qualcuno non venga meno lungo la strada. Se egli dice: Ho compassione di questa folla. cantiamo ormai i misteri del Signore e presso il corpo del Signore si raccolgano le aquile. 91. perché sono tre giorni che mi seguono senza stancarsi e non hanno cibo e non voglio ri­ mandarli digiuni. e domani sorga la sesta giornata. Certamente. queirenor­ me cetaceo ci ha restituito il vero Giona: rallegriamoci che sia giunta la sera. Ili). Perciò noi che ci siamo divertiti a volare con gli uccelli. perché non vengano meno lungo la strada. Il Signore nella sua bontà non vuole rimandarci a casa digiuni. p. tutta intenta ad ascoltare le sue parole non pensava ai pre­ parativi del pranzo. cit. 13 Perché. 12 S. infatti. quello di domani sarà più faticoso per n o i 13 di quanto non fosse per la folla che seguiva Gesù. 92. e Maria. Ambrogio parla qui di « tre giorni ». Ormai. non era Gesù a parlare. quanto più dobbiam o considerare che non so­ no molti quelli che vivono della parola di Dio e perciò si sente la mancanza del cibo per il corpo. dopo i tre g iorn i12 pre­ cedenti. 328. come osserva il Coppa (op. che abbiamo cantato con il gallo. richiamandosi ai tre giorni della precedente citazione evangelica. n. es­ sendosi rinnovato il lavacro dei peccati.

postremus autem dies habet sortem coronae. spectantum fastidium est. tanto non paucorum sed uniuersorum iudicio. dum toto eos circumducit urbis ambitu praestantiora quaeque opera demonstrans. in quo et de­ cernendi periculum est et cedendi obprobrium et uincendi prae­ mium. et ideo etiam sermonis nostri. cum in illis ludus offensionis. Sextus iste est dies. Etenim si is qui explorat nouorum aduentus ho­ spitum. Neque enim eadem dicendi condicio. hic damnum est audientum. quae canendi at­ que luctandi. non m ediocrem locat gratiam. in isto lapsus mortis sit. quanto uobis creator uniuersorum gratiam ube- . Illic si pecces. finis paratur. Qui etsi per quinque iam dies non m ediocri labore nobis processerit. 2. quan­ to magis sine fastidio accipere debetis quod uelut quadam ser­ monis manu per hanc communionem uos circum duco in patria et singularum rerum species et genera dem onstro ex omnibus col­ ligere cupiens. maior sollicitudo angit. quia in hoc et superiorum dierum peri­ culum est et totius summa certaminis. ne et superiorum effundamus laborem dierum et praesentis subeamus pudorem. quem de rerum exordiis adsumpsimus. DIES SEXTVS SERMO IX Caput I 1. cum hodie nobis uelut quae­ dam certaminis corona procedat. tamen hodierno die maiore cu­ rarum adcrescit faenore. quanto magis in hoc tanto agone sapientiae. Etenim si in fidibus aut cantibus et athletarum contentionibus crebris licet et maximis lu­ dicris tamen superiores dies sine ullo coronae transiguntur dispen­ dio. Adsistite igitur mihi tamquam coronae iudices et ingre mini mecum in hoc magnum et admirabile totius uisibilis thea­ trum creaturae. quo mundanae creaturae origo c cluditur.

e quindi in esso sta il rischio della competizione che com porta o la vergogna della sconfitta o il premio della vittoria. provochi il malcontento degli spettatori.. mi tormenta una maggiore preoccupazione di non sprecare la fatica dei giorni passati e di non dovermi ver­ gognare per quella d’oggi.. la co­ rona deH’intera gara. H e x a e m . per cosi dire. Infatti la condizione di chi parla non è la stessa di chi canta o di chi lotta: per questo l’insuccesso è pur sempre un gioco. com e prenden­ dovi per mano con il discorso. . E sebbene questo si sia prolun­ gato ormai per cinque giorni con fatica non trascurabile. nel quale si conclude la crea­ zione del mondo. Questo è il sesto giorno. 2. là sono gli ascol­ tatori ad averne danno. di fronte ad un giudizio cosi importante quale è quello non di pochi. se sbagli. ma di tutti i fedeli. perché. sia pure con numerose e importantissime esibizioni. perché in esso si ha il giudizio definitivo di quanto s’è detto nei giorni precedenti e la parte essenziale di tutta la nostra fatica. quanto più in questa cosi difficile gara di sapienza. desiderando da tutte argomentare quanto più grandi sono i privilegi concessi a voi dal Creatore del- 1 Bas. per quello il fallire è irreparabile rovina. e perciò si avvia alla fine anche il nostro discorso sul principio delle cose esistenti. Se chi spia l’arrivo di nuovi ospiti di­ mostra non poca benevolenza nel portarli in giro per tutta la città quant’è grande. Statemi dunque attenti com e giudici d'un premio ed en­ trate insieme con m e in questo grande e ammirevole teatro1 di tutta la creazione visibile. i giorni precedenti trascorrono senza scàpito per il premio.. 164 A (69 C): ’AXX* el xal qx>jpcoov tò oejivòv to ù to &éa- TpOV . l’ultimo giorno invece è quello che assegna la corona. vi conduco a visitare la vostra pa­ tria attraverso questa vostra partecipazione e vi indico specie e generi di tutte le singole cose. oggi tuttavia in proporzione suscita preoccupazioni m olto maggiori. indicando loro i monumenti più insigni. Se nelle gare musicali o canore o atletiche. Qui.. poiché oggi è in gioco per me. quanto più dovete ascoltare voi senza annoiarvi. SESTO GIORNO IX SERMONE C apitolo 1 1.

3-4 riorem quam uniuersis donauerit. uos hodie cupio uestro iudicio coronare. quae sola nihil habet commune cum ceteris. Non enim nos athletarum m odo marcentia serta deposcimus. nisi prius quae sit omnium natura animantium cognouerimus. Et iusta est con­ questio. IX . DIES V I. sed cum ceteris uobis commu­ ne corporeae fragilitatis esse consortium. Nunc age naturas bestiarum dicamus et hominis genera nem. 24-26. prae ceteris tamen uos animi uirtute constare. Producat inquit terra animam uiuentem secundum gen quadrupedes et serpentes et bestias terrae et pecora secundum genus et omnia reptilia ad genus. Et uidit deus quia bona et dixit deus: Faciamus hominem a. Audio enim iamdudum aliquos insusurrare dicentes: 'Quam- diu aliena discimus et nostra nescimus. Caput II 3. C. H oc loco non ignoro quosdam bestiarum et pecorum et repentium terrae a Gen 1. . 2. E t fecit deus bestias terrae et omnia pecora ad genus et omnia repentia terrae ad genus. SER. quo decernatis per omnes quidem creaturas prouidentiam penetrare diuinam. C. ut me nouerim ipsum’. 1. Vobis igitur haec corona pro­ ponitur. 4. sed uiride uestrae sanctitatis examen. quem scriptura contexuit. sed ordo seruandus est. simul quia non possumus plenius nos cognoscere.344 EXAMERON. 2 . quamdiu de reliquis ani­ mantibus docem ur scientiam et nosmet ipsos ignoramus? Illud dicat quod mihi prosit.

Noi non aspiriamo com e gli atleti a corone destinate a imputridire. È la convinzione ricorrente dell’uomo come finalità del mondo e delle creature in funzione di lui: una funzione di conoscenza (insegnamento ed esempio). [I. Capitolo 2 3.B. Ambrogio. 4. [I. Già da un pezzo infatti sento che alcuni mormorano dicendo: « Fino a quando attenderemo a imparare ciò che non ci riguarda e ignoreremo ciò che ci tocca direttamente? Fino a quando ci saranno fornite cognizioni sugli altri esseri viventi. il che suppone le creature partecipazioni ridotte ma reali a quei valori che l’uomo possiede in pienezza. esseri viventi secondo la loro specie. dice la Scrittura. Orsù. nota 2. L’attenzione provvidenziale di Dio per le creature è indizio e momento di una provvidenza ben più alta ed efficace che ha come termine l’uomo. Cf. parliamo della natura delle bestie e della creazione dell'uomo. e Dio disse: Facciamo l’uomo. La riflessione medioevale si compiacerà particolarmente di questa prospettiva. 4. L’uomo è con­ cepibile allora come un « microcosmo » e un « horizon ». compimento dell’opera divina: i « pri­ vilegi » concessi all’uomo sono incomparabili rispetto a quelli concessi alle altre creature. di significato e anche di uso. con cui manifestiate la certezza che la Provvidenza divina penetra in tutte le creature e che. n solo per comprendere il suo metodo esegetico. messo in opera nel commento ai sei giorni. E Dio vide che era un bene. p. Questa lamentela è giusta. 271. siete voi che oggi io desidero in­ coronare per mezzo del vostro stesso giudizio. mentre con le altre avete in comune un corpo fragile. Per voi dunque è messa in palio questa corona. che riassume e in cui converge il complesso degli esseri.] 1 II principio enunciato da S.] . dai quali d’altronde si avvia e sale l’argomentazione. a dif­ ferenza delle altre è essenziale in voi la virtù dell’anima che sola non ha nulla in comune con tutti gli altri esseri. E Dio fece le fiere della terra e tutto il bestiame secondo la loro specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. ma alla verdeg­ giante approvazione della vostra santità. quadrupedi e serpenti e fiere della terra e bestiame secondo la loro specie e tutti i rettili secondo la loro specie. mentre non conosciam o noi stessi? Dica ciò che mi sia utile a co­ noscere me stesso ». Non ignoro che 2 L’uomo come centro e senso finale della natura è una delle chiavi lettura dei sei giorni da parte di S. Cf. n. Produca la terra. anche perché non possia­ m o conoscerci in m odo veramente completo. 419. p. ma bisogna se­ guire l ’ordine disposto dalla Scrittura. ma più ancora per l’intelligenza della sua antropologia. L’uomo si rivela cosi solidale con l’universo. che la conoscenza della « natura di tutti gli esseri » inizia già alla conoscenza dell’uomo. In forza dello stesso principio logicamente è superato un dualismo esasperato uomo-universo e anima-corpo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 345 l’universo rispetto a tutte le altre creature2. se prima non ab­ biamo imparato a conoscere quale sia la natura di tutti gli esseri viventil. Ambrogio è d'importanza eccezionale.B.

Nec uereor ne quis m e pauperis conuiuae praesumpti conferendum putet. quod diuerso colore atque odore in alienos mutetur sapores. quia et Helisaeus. 4041. Sed haec dulcia prim o uidentur et postea fiunt amara. . ut haec ad inmanitates criminum. non considerauit quantos panis haberet. quod non illa miscuerit. ut tenui mensae pauperis adparatu plus reprehensionis incurrat ex fastidio con- uiuarum quam gratias referat ex hospitalitatis adfectu. qui nobis ad uictum omnia condonauit. nequitiam cogitationum referrent: ego autem simplices naturas uniuscuiusque generis accipio. in quo fasiani aut turturis species adponitur et intus pullus manducatur aut pullus infertur et ostreis est fartus aut spondulis aut poculum bibitur. nec enim Helisaeum amici quasi malum conuiuam agrestia adponentem ho- lera refutaruntb. Maritima terrenis. 39. SER. Simile uanis relationibus exquisitum illu d et adcuratum opipare conuiuium est. 6. Quo enim copiosior fuerit luxuries. DIES V I. terrena maritimis farciuntur. 42. *> 4 R eg 4. 4-6 species ad hoc rettulisse. = 4 Reg 4. H oc est reprehendere pro- uidentiam creatoris. ne plures uidear in tasse quam possum pascere et uobis panes deficiant uerborum meorum. 2. eo perniciosior intem­ perantia est. sed postea facta sunt dulcia. qui studio humanitatis complures roget nec his quicquam nisi uiles et usitatos adponat cibos. etsi merito inimitabilis nobis imitan­ dus fide. Denique qui ante in illo cibo mortem putabant po­ stea in eo suauitatis et uitae gratiam sunt adeptic. I X . Helisaeus autem amara adposuit.346 EXAMERON. Ita­ que decem panes ordeacios diuidere in plebem iussit ministro"1. 5. stul­ titiam peccatorum. C. d 4 Reg 4. Neque enim rursus form idini est. sed quos ha­ beret diuidere omnibus uoluit et sufficere omnibus iudicauit.

ma volle dividere con tutti quelli che aveva. 11: Homélies sur la Genèse.. sebbene ini­ mitabile nei suoi meriti. alla malizia dei pensieri.. Né d’altra parte devo temere che si creda che ho invitato più persone di quante posso realmente sfamare e che vi manchi il pane delle mie parole. di non averli me­ scolati fra loro. orneo? èvSéxofxat. Gli animali marini sono farciti con gli animali terrestri e viceversa. però. ’ E|/ol |ièv y à p èrrijX&ev ebcàa ai Tà èpiaurou TtévrjTÓi. che poi divennero gradevoli. Les éditions du Cerf.] 3 B as. Ciò significa rimproverare la provvidenza del Creatore. Di conseguenza chi prima temeva che in quel cibo si nascondesse la morte. Eliseo invece imbandi vivande amare. E non temo che qualcuno ritenga di dovermi paragonare con la presunzione di un padrone di casa con mezzi limitati.. x^PT0V vo“ > <puxòv xffl Ix&ùv x a l (hjpfov x a l x-rijvo?. che ci ha da­ to tutti gli animali per il nostro sostentamento. ei'p7)-tai. del bestiame e dei rettili in m odo da riferirle alle atrocità dei delitti. tivo? éatidcTopos q>iXo<ppoatVn. 52-53). in un primo m omento sem­ brano gradevoli.B. il quale. pp. 188 AB (80 AB): II&c ù[ùv f) éto&iv}) t£v X ó y o v Tpdfore^a x a - TeipàvY) .. perché anche Eliseo. . As­ somiglia a inutili discorsi quel convito raffinato e lautamente im­ bandito nel quale si servono in apparenza fagiani e tortore. Perciò ordinò al servo di dividere tra il popolo dieci pani d’orzo. dentro i quali invece si mangia un galletto. 4. 8? tùSv eÙTpa7té^cov t i ? elvat ipiXorinoiitievoc. Non dice chi siano quelli che hanno interpretato il passo in senso allegorico. 4 Bas. ritenendoli sufficienti per tutti. ma troviamo tale interpretazione in Origene (cf. inviti molte persone. tanto più dannosa è l ’intemperanza. io invece le intendo com e le nature pure e semplici di ciascuna sp ecie3. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 347 in questo passo alcuni2 hanno interpretato le specie delle fiere. eliminò l'amarezza d'una minestra preparata da un suo di­ scepolo con ingredienti non adatti. vi trovò l’attrattiva della soavità e della v ita 5. I. vedi l'in­ troduzione. E viene citato l'esempio di Eliseo. 3941: Eliseo. Hexaem. Queste vivande. Sulla preferenza di S. in Genesim. Allora il servo chiese: Come posso m ettere questo davanti a cento persone? Quello ri- 2 S. à7rap£a tòìv TOXuxeXea- Téptov doroxvatei toù? Sairujióva? tìjv 7tevixpàv 7capaoxeu^)v Sa^iXtòi. èmtpépuiv rfj Tpa7té£n • <2><jre TOpitcrratT&ai aÙTcò ei? dbreipoxaXtas tfveiSo? t ò «ptXÓTinov. alla stoltezza dei peccati. [I. non calcolò quanti pani avesse. ma non imban­ disca loro se non cibi usuali e di poco prezzo. nemmeno Eliseo gli amici criticarono considerandolo un padrone di casa poco ospitale. Ttàvra <!>. 6. deve essere imitato da noi nella fede. perché offriva loro soltanto erbaggi4. che. versando della farina nella pentola. 188 C (80 C): ’Eyòi Sè j^P tov à xoiica .. Ambrogio per l'interpretazione letterale. Hexaem. O rigène. 5. Paris 1976. in m odo da esporsi a critiche per la modesta imbandigione della sua povera tavola più che meritare ringraziamenti per il suo sentimento d’ospitalità. Ambrogio al seguito di Basilio si proclama qui tenace sostenitore del senso letterale. 5 Allude a quanto narrato da 2 Re. per apparire cortese. o si porta in tavola un gal­ letto farcito di ostriche o di molluschi o si bevono bevande che assumono sapori inattesi rispetto al loro colore ed odore. Hom. Infatti quanto più sfar­ zosa è la sontuosità. ma poi diventano amare.

cum sol recedit a nobis diemque abducit inferiora axis inluminans. C. At non ille putauit dicendum quantum de spatio aeris occupet umbra terrae. Quid mihi quaerere quae sit eius mensura circuitus. t Ps 36. quominus repleti et esurientes ac uacui reuertamini. quod produxerit terra iuxta dei omnipotentis imperium operationemque domini lesu uirgulta de terris et omnem animam uiuentem secundum genus. quoniam haec dicit dominus: Man­ ducabunt et relinquente. DIES V I. 12. 17 et 19. qua geometrae centum octoginta milibus stadiorum aestimauerunt? Libenter fateor me nescire quod nescio. 22. ut quae deus maiestatis suae esse proprio signauit oraculo haec sibi hom o ad cognitionem suppetere posse praesumat? 8.legimus. I X . Certe Moyses eruditus erat in omni sapientia Aegypt rum. quia scriptum est: Confirmat iustos dominus. quasi minister dei inanem illam et usurpatoriam philosophiae doctrinam ueritatis rationi posthabuit et ea descripsit mihi quae nostrae spei adcommoda iudicauit. et quemadmodum in regionem mundi huius incidens lunae globus eclipsis faciat. sed quia spiritum dei accepit. terram legimus. quae circumfuso mari. 2. qui sibi nihil reliquit. Multo pulchrius est ordeacios panes non erubescere et adponere quod habeas quam negare. 8 Is 40. caelum accipiamus. SER. quod terram fecerit deus. . Quis igitur aequalem sibi cum deo audet scientiam uindicare. Fides igitur uestra faciet abundare pau­ peris linguae conuiuium. ne ieiunia uos edaciores fa­ ciant. suffusa atque inuia paludibus humo quemadmodum possumus conprehendere? Quod inpossibile esse hominibus scriptura demonstrat dicente deo: Quis mensus est manu aquam et caelum palmo et uniuersam ter­ ram clausa manu? Quis statuit m ontes in libra et rupes in statera et nemora in iugo? g. Caelum. quae simplicibus et suis declarantur uocabulis. 6-8 Et dixit minister: Quid dabo hoc in conspectu centum uirorum? E t respondit: Da et manducent. 7.348 EXAMERON. •> Is 40. Melius est genera terrarum scire quam spatia. Et infra: Qui tenet gyrum terrae et habitantes in ea sicut lucustas. Helisaeus ergo ordeacios panes non erubuit adponere: nos erubescimus simplices intellegere creaturas. Helisaeus. terram intellegamus fru­ giferam. im m o scire quod scire nihil proderit. 43. et in diebus famis satu­ rabunturf. qui statuit caelum ut cam eram h. Nec uereor. quoniam quae nihil ad nos quasi nihil e 4 Reg 4. interiectis barbarum regionibus. populis abundauit.

Lo stadio. anzi di sapere cose che non mi saranno di nessun vantaggio8. quale ministro di Dio pospose ai principi della verità quella vana e presuntuosa eru­ dizione filosofica e descrisse per me quanto ritenne adatto alla nostra speranza. Cr. 111. ma ancora affamati e a pancia vuota. cit. pari a seicento piedi greci o seicentoventicinque piedi romani. op. . Che mi importa cercare la misura della sua circonferenza che i geometri hanno calcolato in centottantamila stadi?7. variava da centosessantadue a centonovantotto metri circa. poiché trascurò le cose che non ci riguardavano in quanto non sarebbero 6 Vedi sopra n. perché il Signore dice: Ne man­ geranno e lasceranno avanzi. regioni barbare s’interpon­ gono. Dunque la vostra fede farà che sia abbondante il banchetto di questa mia povera lingua. Egli però non ritenne di dover dire quanto dello spazio atmosferico occupi l’ombra della terra. 8 Come la misura della circonferenza della terra. avendo ricevuto lo Spirito divino. 482. il terreno è sparso di paludi che lo rendono inaccessibile? La Scrittura dimostra che ciò è impossibile agli uomini. È m olto più bello non vergognarsi dei pani d’orzo e imbandire ciò che hai piuttosto che rifiutarlo. in m odo che l’uomo presùma di disporre per la sua conoscenza di quelle nozioni che Dio con una sua decisione stabili che fossero proprie della sua maestà? 8. Certamente Mosè era stato istruito in tutta la scienza egi­ ziana. Con­ fesso volentieri di non sapere ciò che non so. cioè dai loro. abbondò per il popolo. leggiamo terra: inten­ diamo la terra feconda di fru tti6. che non tenne nulla per sé. poiché Dio dice: Chi ha misurato con la sua mano l’acqua e il cielo con il palmo e tutta la terra con il pugno? Chi ha collocato i monti sulla bilancia e i boschi sul braccio della stadera? E più sotto: Colui che regge il cerchio della terra e coloro che vi abitano com e locuste. È meglio conoscere le specie che le dimensioni della terra: in che m odo potremmo mi­ surarle. 1. che la terra.). che ha costituito il cielo com e una volta. p. cit. n. 7 Tale misura fu stabilita da Tolomeo (II sec. venendo a trovarsi in faccia a questo mondo.. produca le eclissi. vedi Pa s t e r i s . aveva fatto crescere dal suolo le piante e tutti gli ani­ mali secondo la loro specie. Chi dunque osa rivendicare una scienza pari a quella di Dio. cosi che ve ne torniate pieni. Eliseo. 580. dato che il mare la circonda. vedi G i e t . ma. Leggiamo cielo: intendiamo il cielo. E non temo che i digiuni vi rendano troppo ingordi. 7. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 349 spose: Dallo loro e ne mangino. p. 1. che cioè Dio aveva creato la terra. op. e com e il globo della luna. illuminando le regioni inferiori del cielo. d.. Eliseo non si vergognò d'imban­ dire dei pani d’orzo. perché sta scritto: Il Signore sostiene i giusti e nei giorni della fame saranno saziati. noi invece proviamo vergogna d’intendere le semplici creature che sono indicate dai semplici nomi. conform e il comando di Dio onnipotente e l’operazione del Signo­ re Gesù. n. quan­ do il sole si allontana da noi e reca con sé il giorno.

8 . SER. Producat inquit terra animam uiuentem pecorum et bestiarum et reptilium. Quid ar­ gumentamur alia.350 EXAMERON. Inhaereamus igitur propheticis dictis nec spiritus sancti quasi uilia despectui habeamus adloquia. ut subito de terris omnia quae statuit deus animantium genera producantur et in futurum lege praescripta secundum genus sibi similitudinemque uniuersa succedant. in quem deflec­ tuntur. 3. caue in aluum te non tam corpore quam cupiditate de- . IX . ut pri­ scae animantium species reparabili generis successione in nouas reparentur aetates. DIES V I. o hom o. et ideo ministerii sui obsequium praebere terra non desinit. solas sequuntur uoluptates. cygnus cygnum. primum quia om­ nia genera pecorum. de terra uictum requirunt et uentris. quae rebus inexpli­ cabilibus mentem nostram occupant luduntque operam. pecorum more curuari. Caput III 9. tigris tigridem. bos bouem. Vidit enim in sancto spiritu non illas mar­ cescentis iam sapientiae uanitates sequendas. ut alia uentre repant. ut leo leonem generet. 9-10 profutura praeteriit. C. Semel praeceptum in perpetuum inoleuit naturae. et multo magis ea ad gratiam aptabis humanam. siquidem. sed ea potius describenda quae ad uirtutis spectarent profectum. bestiarum ac piscium in aluum natura pro- strauit. cum erigendi se non habeant facultatem. C. Sed uis ad usum hominis deriuare quae genita sunt? Noli ueritatem unicuique generi naturae propriae denegare. 10. alia quae pedibus sustinentur de­ mersa magis quadripedi corporis gressu et uelut adfixa terris uideas esse quam libera. aqui­ la aquilam. ubi euidenter creaturarum terrestrium natura formatur? Currit enim in constitutione mundi per omnem crea­ turam dei uerbum. Caue. 2.

’ E n e iS ^ T à |jL7)§èv 7tpò? <L<. o uom o. e perciò la terra non cessa di offrire l’ossequio del suo servizio. ricavano il loro sostentamento dalla terra e cercano soltanto i piaceri del ventre che hanno pie­ gato in g iù *. che occupano la nostra mente con problemi senza solu­ zione e beffano la nostra ricerca. dal momento che. il bue un bue. 81 A): Oò roxpà t o u t o n p o a / ^ a (jiori àrt(XOTépav ebretv ttjv -fjfisrépav xoa^OTrottav. n o ie t. non potendo rizzarsi.. mentre il m ondo viene costituito. di fiere e di pesci. Perché andiamo in cerca di altre interpretazioni dove manifestamente si parla della formazione delle creature ter­ restri? La parola di Dio. cosicché alcune strisciano sulla pancia. La terra. èv Tfl Ù7iò yyjv t o u f)Xfou x i l o s i . Guarda l’assetto del tuo corpo e assumi 9 Bas. oò 8tE(jiÌTp7)oe • x a i irò»? t o u t o Tfl aeXrjvy) itpo- oeve/S-èv Tà? èxXehjiei. in i 7róaov /cap ei t o u dcépoi. ti sembrano sprofondate con l’incedere del loro corpo a quattro zampe e com e inchiodate al suolo anziché libere. . fiere e rettili. non tanto col corpo. la tigre ima tigre. Il co­ mando impartito una volta si è impresso per sempre nella natura. 189 A (80 DE. le parole che ci rivolge lo Spirito Santo. aoqitas T à t o u I lv e ii- (ju e to c \6yia. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 351 state di nessuna utilità per n o i9. affinché ad un tratto tutte le spe­ cie animali stabilite da Dio escano fuori dalla terra e si susseguano tutte in futuro obbedendo alla legge stabilita secondo la loro spe­ cie e somiglianza. si dif­ fonde rapida per tutto il creato. Vide nello Spirito Santo che non bisognava seguire quelle vanità d’una sapienza ormai in disfaci­ mento. . dal curvarti a guisa delle bestie. quanto con i tuoi desideri sfrenati.. 1 Bas. quadrupedi. Hexaem. il cigno un cigno. èiti yaarépa (ìXénei xal t ò Tau-rr]5 rjSò èx ■KOCVTÒq TpÓ7COU Stcóxet.. (loipav-ftetuigi. anzitutto perché la natura ha steso sul ventre ogni specie di bestiame. 'H xe- (fcùà] aÙTcòv èitl y?jv itpoovéveuxev. Hexaem. 188 D. ètoiS t) oòSè r a p ì ax^ dcT cov ó t o ù ©eou S-epaTTtov McùOayj? oùSè e t r a S èn a x a l ò x t à (jtuptàSai. disse. Guardati. succedendosi via via nell’ambito della stessa specie. altre che pur si reggono sui piedi. Restiamo dunque aderenti ai vocaboli ispirati e non di­ sprezziamo. tanto più le utilizzerai a vantaggio dell’uomo. sicché le originarie specie animali si rinnovano in altre generazioni. a r a S t o v tò rap^ erpov “ Tt> «frnj? a x t a ji a . 192 AB (81 E): Ttov TeTpocrcóSov tò noTanóv. guardati dal piegarti sul ventre. Capitolo 3 9. faccia uscire esseri viventi. S^pvjoTa dmeaicù7n)- trev • à p a t o i ì t o u Svexsv à n f ió t e p a f)VY)ao[zai T7)i. 10. Vuoi rivolgere a profitto dell’uom o queste creature? Non rifiutando a ciascuna specie la verità della propria natura.. l’aquila un’aquila. ma si dovevano esporre quelle notizie che servono a farci progredire nella virtù. com e di poco conto. cosi che il leone generi un leone.

a quibus te uoluit deus segregare dicens: Nolite fieri sicut equus et mulus. illam parentis. despectui propter infirmitatem et ideo suae incau­ tam salutis. Respice corporis tui formam et speciem congruentem celsi uigoris adsume. sed fraudis suae fructum ha­ bere non posse. amittit eos. Vnde et Hieremias ait: Clamauit perdix et congregauit quae non p e p e ritb. dum insidiatur alienis? 13. Itaque incassum proprios fundit labores ac fraudis suae pretio multatur. 10-13 flectas. qui generatio­ nes creatoris aeterni rapere contendit. Huius imitator est diabolus. quae prop­ ter saeuitiam trucidantur — . Congregauit enim diabolus gentiles. uide ne in te quoque crudelitatis tuae uertatur inmanitas. discedunt atque ad eam se conferunt matrem. quia inpenso labore alii educit quos ipsa diuturnae fotu sedulitatis animauerit. ubi uocem eius audierint quae oua generauit relicta ea ad illam se naturali quodam munere et amore conferunt quam ueram sibi matrem ouorum generatione cognouerint significantes hanc nutri­ cis fungi officio. ubi primum uox Christi paruolis fuerit in­ fusa. 37. sed ludit operam. IX .352 EXAMERON. in quibus non est intellectusa? Aut si te edacitas equi intemperantiaque delectat et adhinnire ad femi­ nas uoluptati est. Si crudelitas pascit — ferarum haec rabies est. quae onera gra- uia ableuare consuerit? 12. quos non creauerat. confugere ad fidem. ad eum se potissimum contulerunt quos » Ps 31. quae aliena oua diripiat. C. dum uentri atque eius passionibus seruis? Cur intellectum tibi adimis. id est oua con- gregauit et clamauit quasi ouans suae fraudis effectu. et corpore foueat suo. Cur te in edendo sternis ipse. Fraudulenta uulpes foueis se latibulisque demergens non­ ne indicium est infructuosum esse animal odioque dignum prop­ ter rapinam. 3. . 9. cum eduxerit pullos suos. DIES V I. sed ubi in euangelio suo uocem Christus emisit. 11. quae pullos suos sicut auis materno amore conplectiturc. quem tibi creator adtribuit? Cur te iumen- tis comparas. b Ier 17. 11. Perdicem astutam. Piger asinus et expositus ad praedam sensuque tardior quid aliud docet nisi nos uiuaciores esse debere nec desidia cor­ poris animique pigrescere. delectet in freno maxillas tuas camoque con­ stringi. quem natura non strauit? Cur eo delectaris in quo naturae iniuria est? Cur noctes et dies cibo intentus pecorum more terrena depasceris? Cur inlecebris corporalibus deditus ip­ sum te inhonoras. hoc est per­ dicis alterius. et si quos insipientes et sensus proprii carentes uigore potuerit congregare fouens eos in­ lecebris corporalibus. quia. SER. c Mt 23. sine sola animalia prona pascantur. quia.

vanno dall’altra che hanno riconosciuto come la vera madre perché ha generato le uova. ma perde il suo lavoro. l’abbandonano e. mentre la natura non ti ha steso cosi? Perché ti diletti di ciò che offende la natura? Perché notte e giorno. e se riesce a mettere insieme alcuni esseri incoscienti e privi della capacità di ragionare per conto proprio. Sè 6 ovo. 6 'ltttzoq Trpò? èm-9u(jiav "toù StjXeoi. per un affettuoso istinto di natura. 192 BC (82 A): vcoS-fy. ma cercare un rifu­ gio nella fede che suole alleviare i nostri carichi pesanti? 12. Perciò getta al vento le proprie fatiche e riceve la pena del suo inganno.. abbraccia con amore materno i suoi figliuolini. disonori te stesso ser­ vendo al ventre e alle sue passioni? Perché rinunci all’uso dell’in- telligenza che il Creatore ti ha dato? Perché ti fai simile ai giu­ menti dai quali il Signore ha voluto distinguerti dicendo: Non vogliate diventare com e il cavallo e il mulo che non hanno in­ telligenza? Oppure.. e le cova col suo corpo? Ma essa non può godere il frutto del suo inganno. mostrando che la prima è solo la nutrice. 3 Bas. 5 Bas. non dimostra di essere un animale inutile. non appena la voce di Cristo penetra in quei pic­ coli. ab­ bandonandoti agli allettamenti della carne. degno di essere odiato per le sue ruberie. L’asino. alleva per un’altra i piccoli che essa ha chiamato alla vita col tepore d ’una lunga sollecitudine. 192 C (82 A): •9-ep|jià. rivolto solo al cibo... I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 353 l'aspetto d’un nobile vigore che ad esso conviene: lascia che solo gli animali pascolino rivolti a terra. preferirono di gran lunga recarsi da 2 Com’è noto. Hexaem.. La volpe fraudolenta5 che precipita nelle fosse nascoste. che altro ci insegna se non che noi dobbiam o essere più alacri né impigrire nell’accidia del corpo e dell’amma.. gli antichi mangiavano distesi su divani. cioè di un'al­ tra pernice. essi se ne vanno. cioè raccolse le uova e levò la sua voce quasi in un grido di trionfo per il risultato del suo inganno. Il diavolo radunò i gentili che non aveva creato. pigro. esposto ad essere preda e tardo nei sensi4. disprezzato per la sua dappocaggine e perciò incapace di garantirsi l’incolumità mentre insidia quella degli altri? 13. perché. 192 C (82 A): xal SoXepòv yj óXcì>7tc!. ti pasci delle cose terrene com e il bestiame? Perché.. ma non appena nel Van­ gelo Cristo levò la sua voce. 11. quando questi odono la voce di colei che li ha generati. li perde.. Hexaem. crogiolandoli con le lusin­ ghe della carne.. Fa altrettanto il diavolo che cerca in ogni m odo di rapire all’eterno Creatore le sue creature. sta’ attento che la tua crudeltà disumana non si volga anche contro di te. infatti. dopo tanta fatica. Per tale motivo anche Geremia dice: La pernice si mise a gridare e radunò ciò che non aveva partorito. come un uccello. E l’astuta pernice che ruba le uova altrui. perché. rifugiandosi da quella madre che. se ti attrae la voracità del cavallo e la sua intemperanza3 e ti piace nitrire alle femmine. . allietati che le tue mascelle siano costrette dal m orso e dalla museruola. Perché nel mangiare ti stendi all’ingiù2. Se provi gusto alla crudeltà — questo furore è proprio delle fiere che ven­ gono uccise appunto per la loro ferocia — . una volta fatti uscire dall'uovo i piccoli. Hexaem. 4 Bas.

DIES V I. 8. IX . Dicit enim Hieremias: Si mutabit Aethiops pellem suam et pardus uarietatem suam e. Est tamen etiam in natura quadrupedum quod imit nos sermo adhortetur propheticus. 4. Caput IV 16. SER. ru­ gientis eius sonitu uelut quadam ui adtonita atque icta deficiant? 15. 23. C. C. Non solum enim de figura. 14. quae per celeritatem possent impetum eius euadere. 16 sub umbra alarum suarum d ipse suscepit et matri dedit ecclesiae nutriendos. ut multa ani­ mantium. eo quod tenebrosis et inquietis ac mobilibus infidae mentis atque animi mutationibus decoloratus populus Iudaeorum boni propositi gratiam iam tenere non possit nec ad emendatio­ nem ullam correctionem que remeare. etiam ipsas suae escae reliquias auersatur. 13-15 . sed etiam de mobilitate furoris istud accipitur. 3. e Ier 13. Leo naturae suae superbus ferocia aliarum ferarum ge­ neribus miscere se nescit. qui semel ferinam induerit immanitatem. sed quasi rex quidam plurimorum de­ dignatur consortium.354 EXAMERON. . cuius uoci tantus naturaliter inest terror. Nam de pardi specie nec scriptura siluit quod uarietate coloris motus uarios animae suae prodat. quo exemplo caueamus desi­ diam et exiguitate uel infirmitate corporis a uirtutis studio non i Ps 16. Quae autem ei se sociare fera audeat. Qui etiam cibum fastidit hesternum.

com e un sovrano. Si veda anche dello stesso Coppa la nota a II. 79: « Poiché rimasero intrisi della rugiada del mondo. toù? 7raXXoò? é[AOTi[xtav où xaTaSé/exai. sia con­ servato il privilegio della misericordia »). che non respinge mai nessuno » (Esposizione del vangelo secondo Luca/l. tyjv 7rpò<. come qui. 191) che offre il contesto storico in cui la polemica antigiudaica dei Padri si pone. a patto però che anche a quelli [i Giudei]. 192 D (82 B): 'PaySaìov f) 7càpSaXi? xal ò^iipponov Taì? òpjjiati. nota a V.óvoj noXXaxi? àXtaxerai t£ì p p u x ^ a x i. 421.B. nemmeno la Scrit­ tura ha taciuto che esso rivela gli incostanti umori del suo animo nella sua pelle variegata7. • è7riTT)Seiov aù-rf) tò eròica auvé^euxTai Tf) ùypÓT7)Tt xal tcò xoùtpw to ì.. t ò (Jtova- <raxòv aùxou xyjs t ò àxoivcivrjTov irpò? t ò ó^óqjuXov. non sa unirsi alle specie delle altre bestie feroci. Hexaem. 34-35: Quod mare Dauniae / non decolorauere caedes? Decoloro = scolorire o.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 355 lui che li accolse sotto l’ombra delle sue ali e li affidò da allevare alla madre Chiesa. Rifiuta anche i cibi del giorno prima e aborrisce perfino gli avanzi del proprio pasto. non può più mantenere la grazia di un sano proposito né ritornare ad una emendazione e correzione. perché il popolo dei Giudei. ÒIov yàp t i ? Tupavvo? tòìv àXóytov.] . &trre TroXXà tòìv ÙTOp^dtXXovTa Tyj vx/yvrjn. tÌ)? 4. nota a II. Carm. Hexaem. E questo si intende non solo dell’aspetto. 9 « Nonostante il fondo polemico. 192 CD (82 B): EuvaTOyewri&y) ó &u[iò? t£> Xéovri. 8 Cf. Il leone. 211.. perché sul loro esempio evitiamo la pigrizia e non siamo indotti dalla meschinità 6 B as.. Stà ty)v i x tpùaeoi? ùrapoijjtav.. 49 (op. [I. p. poiché si è rivestito una volta per sempre d’una ferocia belluina9. variamente ritin to8 dai mutamenti tenebrosi. — osserva il Coppa — Ambrogio è sem­ pre pronto a riconoscere le prerogative uniche del popolo giudaico e la spe­ ranza della misericordia. Ma quale fiera ose­ rebbe associarsi a lui. fiero per la sua natura intrepida. ma anche della volubilità nel furore. Riguardo poi all’aspetto del leopardo. Dice Geremia: Se l’E tiope cambierà la sua pelle e il leopardo il suo pelo variegato. cit. la cui voce per natura suscita tanto terrore che molti animali. non all’intera discendenza »). p. II.. turbolenti e volubili della sua mente malfida e dell’animo suo. 15. 7 B as . " 0 ? ye °ùSè x&i£i)v Tpoiprjv irpoatexai oùS’ &v Tà Xe^ava -ri)? éauxoù S^paq èrcéXS-oi • $ x a l T?)XtxauTa tt)? tpeov?)? Tà Spyava. p. 14. sostituire un colore con un altro peggiore.. la Chiesa di Dio vien fatta entrare nella luce celeste. i quali per la loro velocità potrebbero sottrarsi al suo assalto. Hor. al suono del suo ruggito vengono meno com e stor­ diti e colpiti da una forza sconosciuta?6. ma. qualora giungano alla fede. cit. I. Capitolo 4 16. sdegna la compagnia della torma. Tuttavia anche nella natura dei quadrupedi esistono q lità che la parola ispirata ci esorta ad imitare.UXÌ? xiv^jmkii ouve7ró(xevov. ^.. Il vescovo « ha parole di grande delicatezza e di apertura possibilista verso i Giudei » (ibid. 74: « Il paragone con le vipere va riferito a quella generazione..

Illa enim nullam culturam possidet: neque eum qui se cogat habens neque sub dom ino agens quemadmodum praeparat escam. qui nouerint latrare pro dominis. illa non indiget. Spectat haec dominus messis et erubescit tam parca piae industriae negare conpendia. o piger. sed spontaneae proposito prospi­ cientiae futura alimentorum subsidia sibi praestruit. 17. c Tob 6. firmaret copulam. stabilitur coniugium. 1. Canes ergo sunt. quibus insitum est tura quadam referre gratiam et sollicitas excubias pro domino­ rum salute praetendere? Vnde ad inmemores beneficii et desides atque ignauos clamat scriptura: Canes muti. a Prou 6. nulli inuiolabiles acerui. feruent semi­ tae comitatu uiantum et quae conprehendi angusto ore non pos­ sunt umeris grandia frumenta truduntur. 5(9). 4. Talis canis uiator et comes angeli est. Nulla sunt ei clausa horrea. quem Raphael in libro prophetico non otiose sibi et Tobis filio adiungendum putauit. DIES V I. Mutae itaque specie bestiae sanctus Raphael angelus Tobiae iuuenis quem tuendum receperat ad relationem gratiae erudibat adfectum c. 16-17 reflectamur neque reuocemur ab illius propositi magnitudine. Cuius ut imi­ teris industriam scriptura te com m onet dicens: Confer te ad for­ micam. Exigua est enim form ica. Vnde et tu disce uocem tuam exercere pro Chri­ sto. quae de tuis laboribus sibi messem recondit! Et cum tu plerumque egeas. nouerint sua tecta defendere. I X . uti Asmodaeum fugaret. memoris enim affectus gratia pellitur daemonium. Nigro conuectatur agmine praeda per campos. Quid autem de canibus loquar. . nullae inpene- trabiles custodiae. b Is 56. aspicit sua damna possessor nec uindi- cat. Spectat ciistos furta- que prohibere non audet. nescientes latrareb. quae maiora suis audet uiribus neque seruitio ad operandum cogitur. 6. disce in ore tuo uerbum tenere. 10. quando ouile Christi incursant lupi graues.356 EXAMERON. 11. quando per­ rexit. ne quasi mutus canis commissam tibi fidei custo­ diam quodam praeuaricationis silentio deseruisse uidearis. et imitare uias eius et esto illa sapientiora. C. SER.

Philo. Essa infatti non pos­ siede alcun campo coltivato. Per lei non ci sono granai sbarrati. perché non sembri che tu. 2 C f.. 3). . ai pigri. S olo i cani che sanno latrare per i padroni. 194 A (83 A B ). abbia abbandonato il posto di guardia affidato alla tua fedeltà. 3 Bas. pars grandia trudunt / obnixae frumenta umeris. i sentieri brulicano di quella comitiva di viandanti2. pur non avendo nessuno che la co­ stringa né servendo sotto un padrone. Hexaem. che non possono essere afferrati dalle loro piccole bocche. 192 C (82 A ): cù/aptaTov 6 xóoiv x a l rcpòs <piXtav xóv. Per­ ciò impara anche tu a levare la tua voce per Cristo.. non ci sono sor­ veglianze impenetrabili.. I V . 193 C D . 8. Tale fu il cane viaggiatore e compagno dell'angelo.. e imitane il modo di comportarsi e sii più saggio di lei. Hexaem.. com e un cane muto mantenendo un silenzio imputabile a tradimento. 3.. com e prepara il suo nutri­ mento riuscendo ad accumulare un raccolto a spese delle tue fa­ tiche! E mentre tu spesso ti trovi in strettezze. che Raffaele non inutilmente nel libro ispi­ rato ritenne di prendere con sé e con il figlio di Tobi. / it nigrum campis agmen praedamque per herbas / conuectant calle angusto. sanno difendere le loro case. Aen.. Che dire poi dei cani. Il padrone della messe vede tutto questo e si vergogna di rifiutare proventi cosi modesti a quella coscien­ ziosa laboriosità. che non sapete latrare. pars agmina cogunt / castigantque mo­ ras. 8. o pigro. V erg. La preda viene tra­ sportata attraverso i campi in una fila oscura. opere omnis semita fernet. vengono sospinti a forza di spalle. quando feroci lupi ne assaltano l'ovile. E la Scrittura ti esorta ad imitarne l'operosità dicendo: Recati dalla formica. fig lia d i R a g u e le (Tob. 42 A . Perciò il santo angelo Raf­ faele con l’esempio di quel muto animale educava alla riconoscen­ za l’animo del giovane Tobia ch’era stato affidato alla sua prote- 1 B as. 402-407: Ac uelut ingentem formicae f arris aceruum / cum populant hiemis memores tectoque reponunt. e. quando si mise in cammino per mettere in fuga Asmodeo e sancire le noz­ z e 4. il padrone constata le proprie perdite e non interviene. agli accidiosi la Scrittura grida: Cani muti. Pic­ cola è la form ica che osa imprese maggiori delle sue forze e non è costretta ad agire perché schiava. essa non versa mai nel bisogno. Perciò a coloro che dimenticano il beneficio. i quali evidentemente hanno natura l’istinto di mostrarsi riconoscenti e di esercitare uno scru­ poloso servizio di guardia per l’incolumità del padrone?3. e grossi chicchi di frumento. ma per la determinazione do­ vuta ad una previdenza spontanea si costituisce in anticipo ri­ serve di alimenti per il fu tu ro 1. 4 II d e m o n io A s m o d e o a v e v a c e r c a t o d i o s t a c o la r e le n o z z e d i T o b ia c o n S a r a . I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 357 e debolezza del nostro corpo ad abbandonare la ricerca della virtù né siamo distolti dalla grandezza di un tale proposito. mucchi di vettovaglie inviolabili. Il cu­ stode sta a guardare e non si risolve a impedire i furti. impara a tener pronta nella tua bocca la parola. 17. infatti la riconoscenza d’un animo non immemore scaccia il demonio e consolida il matrimonio. De anim..

Videas etiam uulpem lacrimola pinus meden- tem sibi et tali remedio inminentis mortis spatia proferentem. Quid quod etiam medendi industriam non praeter sit? Siquidem graui adfecta caede et consauciata uulneribus mederi sibi nouit herbae. SER. 17-20 Quis enim non erubescat gratiam bene de se merentibus non re­ ferre. Nouit hirundo quando ueniat. tu filios tuos instituere similes tibi non potes? 19. . 7. nisi cum fruges suas horreis propriis for- d Thren 3. C. explorato diligentius aere quando iu- gem possit seruare temperiem. Testudo uisceribus pasta serpentis. I X . 20.358 EXAMERON. populus autem meus non cognouit iudicia dom inie. cum uideat etiam bestias refugere crimen ingrati? Et illae inpertitae alimoniae seruant memoriam. curare se tamen proprio nouit antidoto certoque auxilio sanitatis potestates herbarum etiam ipsa scire se conprobat. cum sit uolutabris palustribus mersa. agri passeres custodierunt tempora introitus sui. ut Graeci ad- pellant. nota remedia petit nec fraudatur ef­ fectu. ut solo curentur adtactu. Vrsa insidiarisd licet. « Ier 8. cum uenenum aduer- terit sibi serpere. aceruos reserat suos et de cauer- nis foras suis umeris exportat. nouit etiam pia auis adnuntiare aduentus sui testimonio ueris indicium. nam cum aduerterit madidatos im­ bre fructus suos umescere. Clamat ipse dominus in Hieremiae libro: Turtur et rundo. quando etiam reuertatur. ut scriptura ait — est enim pl fraudis fera — . Nouit etiam form ica ex­ plorare serenitatis tempora. Itaque ubi oculos obduci sibi senserit. tu non seruas salutis acceptae? 18. ut iugi sole propria frumenta sic­ centur. 4. origano medicinam suae salutis exercet et. Serpens quoque pastu fenuculi caecitatem repellit exceptam. Denique hautquaquam illis diebus omnibus rumpi de nu­ bibus imbres uideris. cuius pietas natu­ ram exprimit? Vrsa igitur partus suos ad sui effingit similitudi­ nem. Non miraris in fera tam pii oris officia. sed natos lingua fingere atque in speciem sui similitudinemque for­ mare. 10. tamen fertur informes utero partus edere. ulcera subiciens sua. DIES V I. cui nomen est flomus.

7 Bas. e tu non conservi quello della salvez­ za ricevuta? 18.. Sia Trfc toù èpiyàvou àvTiTOC&e(a<.. Perciò. cosi che guariscono al solo con tatto5. 5 Bas. sa curarsi sottoponendo le sue lesioni ad un’erba. schiude i gra­ nai dove sono ammucchiate le sue riserve e a forza di spalle le trasporta fuori dalle cavità sotterranee per essiccare il svio fru­ mento al calore continuo del sole.. si dice tuttavia che partorisca piccoli ancora informi. TroXXàxi? pa-SkiTatan. cerca il rimedio a lui ben noto e il risultato non lo delude. Di conseguenza in quei giorni non vedresti scrosciare dalle nubi la pioggia9 in tutto il creato. Non ti fa meravi­ glia in una fiera un servizio cosi affettuoso della bocca? La sua tenera cura ne rivela l’istinto. invece il mio popolo non conosce i giudizi del Signore. 20.. . dai Greci chiamata « flom o ».. Chi non arrossirebbe di non mostrarsi grato a coloro che gli hanno fatto del bene. ma che poi li modelli con la lingua e dia loro un aspetto a sua immagine e somiglianza. éauri)v lojjzévujv.. quando si accorge che il veleno si diffonde nel suo corpo. imbevute di pioggia. Anche il serpente.. sebbene stia in agguato. La rondine sa quando arrivare. [iApav&pov. Che dire poi del fatto che essa non suole inoltre trascu­ rare di curarsi con premurosa sollecitudine? Infatti. (peiiyei tìjv (3Xà(3Y)v tou iopóXou. 193 A (82 D ): "ApxTOi. éauTrjv tarpeiiei. s’infradiciano. L’orsa. H exa em . Lo stesso Signore si lamenta nel libro di Geremia: La tortora e la rondine. mangiando il fi- nocchio. wkaaiz (i^xavai? «pAójicù -ioiìho 5epàv "t^v ipuciv fy y n i. modella i suoi pic­ coli a propria immagine. e tu non puoi educare i tuoi figli in m odo che ti assomiglino? 19.. Tà? ÙTEiXà? 7tapa(3iiouaa. sa tuttavia curarsi con l’antidoto che le è proprio e con l’efficace contributo fornito alla sua salute dimostra anch’essa di conoscere la proprietà delle erbe. vedendo che persino le bestie cercano di evitare la taccia d’ingratitudine? Quelle conservano il ricordo del nutrimento offerto loro. 6 Bas. 193 A (82 D ): K a l 8<pi.. tìjv èv to ì? ò<p&aX(/. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 359 zione. Anche la form ica sa spiare i periodi di sereno: quando si accorge che le sue provviste.oZ? pxàpijv l$ ià - Tai PoaxTj-8-eli. usa quale rimedio per salvarsi l’origan o7 e. 8 Bas.. si libera dalla cecità che l’ha co lp ito 6. H exa em . il passero del campo osservano il tem po del loro arrivo. dopo aver esaminato con ogni attenzione l’atmosfera per vedere quando possa mantenersi costantemente temperata. 9 Cf. 193 A (82 D ): ”ISot? 8’ &v xal àXcJ>7rexa t ù Sxxpuoi t5js uituoi. L’orsa. quando avverte che gli occhi gli si offuscano. H ex a em . Verg. H exa em . La tartaruga che ha mangiato un serpente. quando partire. X I. 548-549: tantu s s e d e n u b ibu s im b er / ru perat. Potresti vedere anche la volpe curarsi con la resina del pino e con tale rimedio ritardare la morte im m inente8. quando è gravemente ferita e coperta di piaghe. pur immersa nel fango delle paludi. xaTaTpcù&eìaa 7rXT)Yat. quel tenero uccello sa anche annunciare con il proprio arrivo i primi inizi della pri­ mavera. com e dice la Scrittura — infatti è ima fiera insidiosa — . 193 A (82 D ): XeXciv») Sè aapxè? èxfSvrj? !{i<pop7]&eiaa.. dunque. A en.

. resistendo. domine! Omnia in sapientia fe c is tit. ut se prius herbae pa­ bulo farciat quam gelu adurente omnis herba deficiat. melior enim magistra ueritatis natura est. ut quando boream flaturum collegerit. inplet omnia. SER. nullo praeuio. Idemque echinus futuri prouidens geminas sibi respirandi uias" munit. 20-21 mica reuocauerit. si astutia. foras spectant et ultra praesaepia ceruices extendunt suas una omnes specie. quem uulgo iricium uocant. Echinus iste terrenus. DIES V I. Ouis sub aduentu hiemis inexplebilis ad escam insatiabiliter herbam rapit. ualidius est enim naturae testimonium quam doctrinae argumentum. Quotiens inter dulces epulas cibus letalis inrepsit et inter ipsas aulicorum excubias ministrorum uitalia regum feralis esca penetrauit! Ferae solo norunt odore noxia et profutura di­ scernere. nullo praegustatore carpitur herba nec laedit. ut flatus declinet obuios et e regione nocituros. Cui animanti incognitum est quaemadmo- dum suam tueatur salutem. eo quod praesentiat asperitate hiemis defuturam. praecauendo? Quis eas usum medendi her- barumque docuit habere notitiam? Homines sumus et saepe spe­ cie herbarum fallimur et plerumque quas salubres putamus noxias repperimus. 24. ad septentrionalem se conferat. ut quicumque eum contingendum putauerit uulneretur. si quid insidiarum prae­ senserit. C. septentrionalem obstruat. quando noto cognouerit detergi aeris nubila. fugiendo. Vnde dignam domino laudem propheta detulit dice Quam magnificata sunt opera tua. idque lo­ cupletius ex inrationabilium sensibus quam ex rationabilium di­ sputatione colligitur. ut prodire se uelle testentur. I X . Haec sine ullius £ Ps 103. 21.360 EXAMERON. Omnia penetrat diuina sapientia. spinis suis clauditur atque in sua se arma colligit. si virtus subpetit. Idem ubi naturali sensu mutationem caeli collegerint. Boues inpendente pluuia ad praesaepia se tenere nouerunt. 4. si ueloci- tas.

Perciò il profeta ha rivolto al Signore una degna lo dicendo: Come sono magnifiche le tue opere.evot. àXX’ orav Tcpoat- a-ib]ioa t o u àépo.. v^Se reorè tou eapo? Trpoaióvro^. sanno rimanere nella stalla. cosi che chiunque pensi di toc­ carlo. perché prevede che le verrà a mancare per l’inclemenza dell’avversa stagione. un cibo velenoso è penetrato negli organi vitali dei re! Le fiere invece al solo odore sanno distinguere gli alimenti dannosi e quelli giovevoli. Hexaem.... Aen. fuggendo. senza che nessuno si sia in­ terposto o ne abbia fatto l’assaggio. X. Tfl éauTou xaraSuaei (jn)xavTfjtrànevov xat. Signore! Tutto hai fatto con sapienza™. Il riccio inoltre. Hexaem. eli. Hexaem. guardano fuori e protendono tutti con lo stesso atteggiamento il collo oltre la mangiatoia per mostrare la loro volontà d'uscire u. .up(ir)xcùv ò o l t o ^ rrpopéfìXY)TO«. bruciata dal gelo. se ne ha la forza. 13 Cf. à7ra<ppàacrovTa ty)V àpxTcóav • vÓtou Sè toxXiv [iera- Xajipàvovxo?. (xèv popèou 7tveìv. quando si accorge che le nubi del cielo sono spazzate dal­ l’austro. 14 B as. Xàpptù. o[z(3pov èx vetpciv èyctppuévTa 7tap’ oaov /póvov ex t ò ì v (a.|j..).. scom paia12. 196 A (83 B ): K al S i a ^ ù x ^ t t o ù t o u ? ( t o ù ? xapmjùc. (jtéXXovroi. 15 B as . comunemente chiamato porcospino. in­ saziabile di cibo divora senza tregua l’erba. 6<nrep èmaiTi^ófievov 7rpò? t ì j v (xéXXouaav èvSetav. tutto riem­ pie. Il riccio di terra. toxvte? ù<f Ivi cnjv&YjjiaTt (xera- PaXóvre? t ò <rx7)(ia. chiude la fessura rivolta a setten­ trione.. I buoi. nella sua tana. <pumx|j ala&rjaet tyjv [x£Ta(3oXr)V èxSexó- |j. 196 AB (83 CD). resistendo. se prese di fro n te 14. e ciò si comprende con maggior ricchezza dall’istinto degli esseri irragionevoli che dalle discussioni di quelli dotati di ragio­ ne: è più valida la testimonianza della natura che gli argomenti dei dotti. ’ AjiéXei oùx av l'Soi<. La pecora. 193 B (82 D ): "Otoju ye t ò (lèv 7tpó(3aTov. quando però con il loro istinto intuiscono un cambiamento di tempo. óva7rvoà<. si chiude nei suoi aculei e si raccoglie nella sua arm atura13. tìjv TrpoaàpXTiov (lerapatvovra. se è dotato di ve­ locità.. apre. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 361 se non quando la form ica abbia nuovamente riportato il raccolto nei propri granai10. 21. Hexaem.. 193 B (82 E ): ”11871 Sé tive? tòìv (piXoroSvtov xal tòv xepaaT- ov èxìvov èrép-ijaav SnrXai. constatiamo che quelle credute salutari sono nocive. 12 Bas. 7rpoaióv- t o £ .. neH’imminenza dell’inverno. stando in guardia se possiede l ’astuzia? Chi ha insegnato loro a curarsi e a conoscere le erbe? Noi siamo uomini. /sifitovoi. ne sia ferito. per lo più. èx tcov PoooTaotojv upò? t à . preoccupandosi del futuro. brucano l’erba e non fa loro 10 Bas. quando è imminente la pioggia. è£ó8ou? óptòoi. 193 B (82 E ): Bóe? Sè xaTaxXet. e spesso siamo ingannati dall’aspetto delle erbe e. t t ] v Tpo(pvjv è7re(ipàXXeTai. Hexaem. 412: tendit in aduersos seque in sua colligit arma. ricorre a quella di settentrione per evitare le raffiche di­ rette che gli sarebbero dannose. Così si ingozza pascolando nei prati prima che ogni erba. se si accorge di qualche pericolo.. 11 B as.évai ^povtojv èv &pa pivfj. oxav aiaSbjTai aùròiv 8ia(ìpóx<i>v • xal oùx èv 7totvrl Trpo(3à>Xei xaiptò. superando la stessa vigi­ lanza dei servi di corte. Tutto penetra la sapienza divina. due fessure per respirare: quando comprende che sta per soffiare la tramontana. Quante volte tra vivande squisite si è insinuato un cibo mortale e. Verg.. Quale animale ignora com e proteggere la propria inco­ lumità. èv eùSlvf] xaraaraaei ipuXaTTOfiivou.

I X . Sic enim omnia dominus temperauit. Cassam uersat imaginem et quasi lactatura fetus residet. Namque ubi uacuum raptae subolis cubile reppererit. 21-22 magisterio suauitatem sanitatis nostris infundit sensibus. ut quibus mi­ nus rationis daret plus indulgerei adfectus. uidens tamen uelocitate ferae se posse praeuerti nec euadendi ullum subpetere sibi posse sub­ sidium technam huiusmodi fraude molitur. hinc mors amarior. superioris autem neglegere. nescit uerita- tis calumnias. Simplex ferarum natura est. diligite tres uestros. Hinc uita dulcior. natura h oc bestiis infundit. Quod nobis scriptura adfert. DIES V I. ut catulos proprios ament. of­ fensionum discrimina. nolite ad iracundiam prouocare filios ue- s tr o s e. fe­ tus suos diligant.362 EXAMERON. Iterum ille sphaerae obiectu sequentem retardat nec tamen sedulitatem ma­ tris memoria fraudis excludit. Haec commendat leaenae catulos suos et inmitem feram materno mollit affectu. odiorum incentiua. Quae fera pro catulis . parentes. Vbi se contingi uide- rit. sphaeram de uitro proicit. Norunt pi­ gnora sua. nec mutato con­ cubitu parentes a subole deprauantur neque nouerunt praeferre filios posterioris copulae. C. Nesciunt illae odia nouercalia. 22. Rursus inani specie retenta totis se ad conprehendendum equitem uiribus fundit et iracundiae stimulo uelocior fugienti inminet. SER. Reuocat impetum colligere fetum desiderans. quae dicit: Filii. eadem doloris acerbitatem docet esse fugiendam. At ille quamuis equo uectus fugaci. Haec tigridis interpellat ferocita­ tem et inminentem eam praedae reflectit. 4. at illa imagine sui luditur et su­ bolem putat. Sic pietatis suae studio decepta et uindic- tam amittit et subolem. nesciunt caritatis differentiam. ilico uestigiis raptoris insistit.

ingannata dallo slancio del suo affetto. La natura delle fiere è semplice. getta una sfera di vetro. dall’altro la morte è più amara. Quale fiera non esiterebbe ad offrirsi spontaneamente alla morte in difesa dei propri piccoli? Quale fie- 16 Bas. uitreae tar­ datur imagine formae. ifcm òne t o ù ? 7ta- Tépa?. resa più veloce dall’assillo del furore.aTov e/ofiev ttjv Trpò? Tà XuTtouvra Sia(3oXT)V • ourw xal Tfj 4JUXT) dcStòaxio? exxXiai? toù xaxoù. ingannata dalla propria immagine scambiandola per un tigrotto17. quella. accorgen­ dosi tuttavia di poter essere raggiunto dalla velocità della belva e di non avere alcuna possibilità di scampo. cambiando coniuge. gli stimoli dell’odio. Hexaem. non sa alterare la verità. Mt) xal f] (piai? Taura où Xéyei .. 196 CD. Esse igno­ rano gli odii delle matrigne né. / cuius Achaemenio regi ludibria natos / auexit tremebun­ dus eques: fremit illa marito / mobilior Zephyro. non provocate i vostri figli all’ira: dalla natura è stato impresso nelle fiere in m odo che amino i propri piccoli. I li. Ancora una volta questi... Di bel nuovo. iamiamque hausura profundo / ore uirum.. seb­ bene in groppa a un cavallo che fugge a gran carriera. le discriminazioni dell’av­ versione. àXXà Tà 8ea(j. gettando la sfera. quando trova vuota la tana perché i piccoli le sono stati rapiti. TTpò? &Q 7) obtelcocii. amate i vostri padri. Fa girare quella vana immagine e si accovaccia com e per allattare i suoi piccoli. i genitori di­ ventano snaturati verso la loro prole né sanno mostrare prefe­ renza per i figli dell’unione successiva e quindi trascurare quelli della precedente. OùSèv xaivòv Ttapaiveì IlaGXo?. vedi Introduzione. La Scrittura ci raccomanda questo stesso sentimento cendo: Figli. Conoscono i frutti dell’amore. 197 A (83 E. 263-268: Arduus Hyrcana quatitur sic matre Niphates. 01 Yoveì?> TOXpopY^eTe Tà TéxTa. Cosi. àXk’ è£ aù-r/)? t% tpiiaecoi. n. -nj? 'J'u/ìj? oùx èx SiSaaxaXta? àvtì-piimov. Pros. è addosso al fuggitivo. . frena lo slancio volendo raccoglierlo. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 363 male. Essa ostacola la ferocia della tigre e la respinge quando sta per piombare sulla preda. ne ritarda l’inseguimento senza che il ricordo del precedente inganno renda inoperante la pre­ mura materna. subito si mette sulle tracce del rapitore... 'O? yap oiiSel? Xóy'1? SiSàcrxei ttjv vóaov (uaetv.. 196 B (83 DE): Eiol Sè xal roxp’ -f)[ùv al àperal xarà (piiaiv. perde e vendetta e prole. totamque uirentibus iram / dispergit maculis. Ma quello. 18 Bas. Il Signore ha stabilito in ogni creatura un tale equilibrio per cui ha concesso maggiore semplicità d’affetto a quelli cui ha dato mi­ nore capacità razionale. padri. ignorano le diffe­ renze dell’affetto. Da un lato la vita è più gradevole. 22.. dopo essere stata trattenuta da quella apparenza inconsi­ stente. àXV aÒTÓ(i. la inganna ricorrendo a questo stratagemma: quando si vede raggiunto. aÒTÌj? . 84 A): Tà T&cva. Probabilmente l’opera fu scrìtta fra il 395 e il 397. In­ fatti. si slancia con tutte le forze per afferrare il cavaliere e. La natura è migliore maestra di verità: senza che nessuno ce lo insegni. 42. fa percepire ai nostri sensi il piacere di ciò che è sano e nello stesso tempo ci insegna ad evitare l’asprezza del d o lo re 16. De rapì. Clavd. 17 Cf.à tt)? qjijaeto? èjua(plffei ">Et -f) Xéaiva OTépYei Tà è!. abbiano care le loro creature18. La natura affida alla leonessa i leoncelli e con l’affetto materno addolcisce quella fiera crudele. èvu7tàpxet. Hexaem.

qui facit inritum esse quod genuit: et hoc putatur auctoritatis esse. ut syllogismorum coniunctiones con­ texerent.364 EXAMERON. IX . Se potius pater damnat. Denique quod pauci in gymnasiis con­ stituti. uelut syllogisticam uocem sagacitate colligendi odoris emittens. hoc naturali canis eruditione conprehendere facile pote­ rit aestimari. naturam obliterat? Filius patrem despicit. qui radio sibi describunt singulas et ex tribus. Quid dicit homo. Superest igitur. 22-23 suis non ipsa potissimum se offerat m orti? Quae fera fetus suos innumeris licet obsessa cuneis armatorum non suis uisceribus te­ gat? Ingruat licet telorum seges. illa paruulos suos muro sui cor­ poris saeptos inmunes praestat periculi. ut ante mendacium deprehendant et postea fal- sitate repudiata inueniant ueritatem. obiens singularum semitarum exordia tacitus secum ipse pertractat. SER. pa­ ter abdicat filium: et hoc putant ius esse. ut in istam se partem sine dubitatione contulerit’. censes eum sentiendi sagacitate uim sibi rationis asciscere. ubi damnatur fecun­ ditas. uix potuerunt cognoscere. qui mandatum neglegit. Quod homines uix prolixa compositae artis meditatione componunt. cum unam earum ueram esse necesse sit. ubi sterilitatis natura multatur. Exortem rationis canem esse nemo dubitaueritj tamen sensus eius uigorem consideres. qui totam in discendo uitae longinquitatem contriuerint. Nonne totos dies conterunt philosophi propositiones sibi in puluere diuidentes. 23. hoc canibus ex natura subpetit. duas prim o interficiunt tamquam mendacio congruen­ tes et sic in ea quae relicta est uim ueritatis haerere definiunt? . 4. aut certe in hunc se anfractum contulit. sed nec in istam nec in illam ingressus est uiam. C. DIES V I. quod partes in plurimas scinditur. Nam ubi uestigium leporis ceruiue repperit atque ad diuerticulum semitae uenerit et quoddam uiarum conpitum. 'Aut in hanc partem' inquit 'deflexit aut in illam.

non proteggerebbe i figli con le proprie membra? Anche se le piomba addosso una fitta pioggia di d a rd i19. 3. Aen. Si deve dunque concludere per esclusione che essa senza alcun dubbio si è diretta da questa parte » 20. salva dal pericolo i propri piccoli. nella S. ma che propriamente non sceglie in virtù di un ragiona­ mento..B. Di conseguenza si potrà facilmente ritenere che il cane per istinto afferri quelle nozioni che pochi frequentatori delle scuole filosofiche. Chi. fornisce ai cani quelle conclu­ sioni che gli uomini raggiungono faticosamente dopo aver medi­ tato a lungo su tutti i ritrovati della scienza. dopo aver scovato la traccia di una lepre o di un cervo. S. Ambrogio parlando del cane che insegue il cervo. Infatti quando. ma non ha preso né questa né quella strada.. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 365 ra. tracciandoli ad uno ad uno con il bastoncello21 e fra tre.. sono riusciti faticosa­ mente ad apprendere cosi da imbastir sillogismi. Tà? é x a o T a /o ù (pepoùaa? èxTpomx? èrceXStóv. da questa parte o da quella oppure ha cercato rifugio in questa curva. i quali hanno consumato tutta la loro vita negli studi. dice. 283-284: it toto turbida caelo / tempestas telo- rum ac ferreus ingruit imber. 13. tuttavia considerando l’acutezza della sua sensibilità. Aen. 23. Cosi la natura.. ricorderà l’esempio portato da S. essa. TauTa SetxvuTOci roxpà t5)? (piSaeo? è xiioiv TO7taiS eu(/ivo?. arriva a una svolta o a una specie di crocicchio dal quale si diramano strade in varie direzioni. 849-850: caelique meatus / describent radio. Hexaem. il padre ripudia il figlio. 20 Si tratta del sillogismo disgiuntivo.] 21 Cf.* A y à p o l xotrà 7toXXy]v <r/o\rfv tou (3tou x a& e- £ó[ievoi (lóXi? è£eùpov ol to ù x ó a jio u aoqjot. com e i cani. èTpàm) t ò {bjptov. 22 B a s . « La lepre ha piegato. cominciano col cancellar­ ne due e cosi stabiliscono che in quello rimasto si trova autenti­ camente la verità?22. Th. taoSuvajioOaav Sè 8(j. ob. Ili. bensì si orienta per inclinazione naturale (ad 3m). ^ èrti TÓSe t ò |iipo? ■ àXXà (iY]V ou-xe . e si crede esercizio dell’autorità punire con la sterilità la natura. VI. Condanna piuttosto se stesso quel padre che rende inesistente l’essere che ha generato. 2. seguendo l’inizio di ciascuna traccia lo studia seriamente tra sé e sé in profondo silenzio. cancella la legge di natura? Il figlio disprezza il padre.. Nessuno potrebbe dubitare che il cane sia privo de ragione. (xovovouxl TÌ]V <ruXXoyi<mx7)V <pti>VY]V à<pty]ai S i’ 7tpàaaet • 7) TrjvSe. <pr)<nv. Tommaso. 4546: Hic confixum ferrea texit / telorum seges et iaculis increuit acutis. Tà? tò ìv <juXXoyia|it5v Xéya» irXcxà?. èroiS àv eupf) aÒTÒ to X u tp ó to ì? o x ^ 6(ievov. dal momento che uno solo può essere vero. Verg. r) t/jvS e.cù? tG> Xóy<i> a ta$ 7)aiv £ xc l. T ò yàp i /v o ? to ù •Sbjptou Siepeuvcifievo?. mettendoli in grado prima di scoprire l’errore e poi. com e se rica­ vasse la conclusione d ’un sillogismo con la finezza del suo odorato. scartate le ipo­ tesi infondate. XII. sebbene circondata da innumerevoli schiere di armati. potrebbe conservare il ri­ cordo d’un beneficio ed essere altrettanto memore nella ricono- 19 Cf. di trovare la verità. Verg.. sa­ resti indotto a credere che esso raggiunga la capacità di ragio­ nare con la finezza delle sue sensazioni. [I. Che dice l’uom o che dimentica il precetto divino. e pensano che si eserciti un diritto dove si condanna la fecondità. I-II. I filosofi non per­ dono giorni interi a distribuire i loro enunciati sulla polvere. proteggendoli col suo corpo com e con un muro. 197 BC (84 CD): A ó y o u [lèv ócfxoipo? 6 xiicov..

366 EXAMERON. Antiochiae ferunt in rem otiore parte urbis crepusc necatum uirum. 24. quo uersandi in medio auctoritate praesumpta fidem ascisceret innocentiae. ultionem per­ secutus est. Miles quidam praedandi studio minister caedis extiterat. SER. lactis quoque materni notos sibi fontes requirit. fidem probationi detulit. balatu frequenti absentem citat. 23-25 Quis tam tenax potest esse beneficii et m em or gratiae? Quando­ quidem pro domino etiam in latrones insilire nouerunt et extra­ neorum accessus prohibere nocturnos et m ori pro dominis et com m ori cum dominis sint parati? Saepe etiam necis inlatae eui- dentia canes ad redarguendos reos indicia prodiderunt. Quid nos di­ gnum nostro referimus creatori. IX . Forte is qui necem intule­ rat. qui canem sibi adiunctum haberet. ut muto eorum testimonio plerumque sit creditum. DIES V I. Tunc canis sequestrato paulisper questu dolo­ ris arma ultionis adsumpsit atque adprehensum tenuit et uelut epilogo quodam miserabile carmen inmurmurans uniuersos con- uertit in lacrimas. crimen diu­ tius nequiuit refellere. ut se habet uersutia humani ingenii. cuius cibo uescimur? Et dissi­ mulamus iniurias et saepe inimicis dei eas quas a deo accipimus epulas exhibemus! 25. festi­ nat ad matrem. quos minusculae paruulor comparamus infantiae? Saepe ex his in magno grege agniculus per ouilia tota uagatus errat a matre et. frequens spectantium uulgus adstabat. Itaque quod erat difficilius. recognoscit uocem parentis. Tectus idem tenebroso adhuc dies exordio in alias partes concesserat: iacebat inhumatum cadauer. Multis licet uersetur in milibus ouium. quo ad eius sonum errabunda replicet uestigia. 4. ad illam cir­ cumspectantis populi accessit coronam et uelut miserans adpro- pinquauit ad funus. . quia defensionem praestare non potuit. Denique perturbatus ille. canis questu la­ crimabili domini deflebat aerumnam. cum eam repperire non possit. C. Quid agniculis simplicius. ut responsurae uocem excitet. quod tam ma­ nifestum rei indicem neque odii neque inimicitiarum neque inui- diae aut iniuriae alicuius poterat obiectione uacuare. quod solum tenuit ex plurimis nec dimisit.

. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 367 scenza?23. sul far del giorno venne ucciso un uom o che aveva insieme un cane. T£ TtEpitraÓTepov Traiouatv ol èrti. perché in mezzo ad una folla numerosa aveva afferrato quello solo senza più lasciarlo andare.Y)a&ai auxi ■ xal ofixoii. 24 Svet. Autore dell’assassinio era stato un soldato che aveva agito a scopo di rapina. 24. rico­ nosce la voce della madre. d’inimicizia. EÙspyéTai. Protetto dal chiarore ancora incerto dell’alba. visto che non era riuscito a difenderlo24. A questo punto il cane. il cane con pietosi guaiti piangeva la disgrazia del suo padrone. si era diretto verso un'altra zona.evoi xal TYjV xóviv xaTaxapdtaaovTEi. Xeircó[zevóv s<m t^Se à>p[j. . di ritorsione. sconvolto perché non poteva togliere di mezzo un testimone cosi evidente del fatto invocando motivi di odio. per assicurarsi una prova d’innocenza con­ tando temerariamente sulla garanzia derivante dal mostrarsi in pubblico. in m odo da poter rivolgere nella direzione di quel suono i suoi passi erra­ bondi. il cane riusci a ven­ dicare il padrone. X. in una parte della città piut­ tosto fuori mano. Di conseguenza.. strappò le lacrime a tutti senza eccezione e con­ ferì credibilità alla sua dimostrazione. s’incaricò della vendetta e. tòìv Staypafjijxà- tov aejjLvòii. d’invidia. 23 Bas. cosa più difficile. Perciò. non potendo ritrovarla. Sebbene sia dominato dal desiderio del cibo e della bevanda. che per lo più si suole pre­ star fede alla loro muta testimonianza. Prata. Anche se si trova in mezzo a molte migliaia di capi. où x aT aiaxù vei. Ora avvenne che colui che l'aveva ucciso — com e solitamente agisce l’astuzia dell’ingegno umano — ... Hexaem. interrompendo per un istante il suo lamento doloroso. ripetendo il suo lamentevole guaito quasi a conclusione di quel tragico evento. Il cadavere giaceva insepolto. xo$e£Ó|J. Tpiòiv 7tp0Tàcrec0v àvai- poùvre? tà? Suo xal èv Tfl XEi7ra(xév7] tò àXij&èi. pp. lo tenne stretto e. tuttavia lascia da parte le mammelle rigonfie delle 'rijvSe ofire ttjvSs. si perde lon­ tano dalla madre e. 254 e 443 Reifferscheid. Che c ’è di più innocente degli agnellini che paragoniamo alla tenera infanzia dei nostri bim bi? Spesso uno di questi in un gregge immenso. Narrano che ad Antiochia.. rfi àvaipéaei tòìv (peuS&v sùplaxei tò dcXnjtì-ét. Essi sono capaci anche di scagliarsi contro gli assassini in difesa del padrone e d’impedire che estranei entrino di notte in casa e sono pronti a morire per i loro padroni e a farsi ucci­ dere con essi. afferratolo. corre da lei e cerca le ben note sorgenti del latte materno. E noi quale degno contraccam bio offriam o al nostro Creatore che ci mantiene fornendoci il nutrimento? E fingiamo d’ignorare le of­ fese che gli vengono fatte e spesso offriam o ai suoi nemici i cibi che riceviamo da lui! 25. si accostò a quel circolo di gente che stava a guardare e in atteggiamento di commiserazione si avvicinò al cadavere. si era raccolta una folla di curiosi. con frequenti belati chiama l’assente perché risponda con la sua voce. dopo aver vagato per tutto l’ovile. 197 C (84 E): Tò 8è (ìvyjjiovixòv t?)? T°u ^“ ouj Ttva tòìv dt/aplarcov Ttpòi. È$eupE(jxovT£<. Spesso i cani fornirono per smascherare i colpevoli prove cosi evidenti d'un assassinio. non potè negare più a lungo il suo delitto.

Illa quoque inter multa agniculorum milia solum filium nouit. et tamen fronte praeludit atque ex ea quae nondum expertus sit tela minitatur. quem suboles cara speciali quadam uidetur proprietate redolere. Omnis fera aegra canis hausto curatur sanguine: ursus aeger formicas uorat. Vix infa tulo dentes coeperunt prorumpere. licet umore lactis exundent. Vnus plurimorum balatus. Leopardus capreae agrestis sanguinem bibit et uim languoris euitat. solius sibi materni uberis pauperes sucos significat abundare. ut deuoret quo possit sanari. solam matrem requirit. 27. Nondum catulo dentes. non potest currere. ore suo se quae­ rit ulcisci. et iam nouit sua arma temp­ tare. Lupus si prior ho­ minem uiderit. Nouerunt et bestiae remedia sua. 26. o homo. sed tamen habet natura odorem suum. Vnus odor omnibus. Leo gallum et maxime album ueretur. remedia tua. ut . SER. DIES V I. Pastor errat in discretione ouium. et tanquam habeat. Tu nescis quom odo uirtutem eripias aduer- sario.368 EXAMERON. sed ouis pietate non fallitur. agniculus in agnitione matris nescit errare. deponit ferociam. C. Ergo ferae norunt ea petere quae sibi prosint: tu ignoras. Nondum ceruo cornua. 25-27 Quamuis cibi desiderio teneatur et potus. uocem eripit et despicit eum tamquam uictor uocis ablatae: idem si se praeuisum senserit. Habet suos usus natura et sensus domesticos. Leo aeger simiam quaerit. ut te tanquam praeuentus lupus effugere non possit. ceruus oleae ramusculos mandit. 4. IX . Capra uul- nerata dictamnum petit et de uulnere excludit sagittas. eadem species: illa tamen fetum suum di­ scernit a ceteris et solum filium tacito pietatis testimonio reco­ gnoscit. transcurrit tamen aliena ubera grauida. Pastor fallitur specie.

. Anche le bestie feroci conoscono i rimedi ad esse appro­ priati. 34. ignori i rimedi per te. la natura invece ne ha uno tutto suo che la cara prole sembra emanare per una speciale proprietà a noi sconosciuta2S. V ili. . gli toglie la v o c e 26. La natura ha le sue consuetudini e i suoi sentimenti fa­ miliari. com e un lupo avvistato per primo. ®<ovi) (ila. èxdvatt? àpxeiTai. cerca soltanto la madre e dimostra che soltanto gli scarsi umori del seno materno sono veramente abbondanti per lui. Il pastore è ingannato dall’aspetto. èm^yj-ieì Sè Tà? olxeta? 7n)yà? tou Kàv ravixpat? Tal? [iT)Tp<f>aii. 26 Cf. 27 Cf.. V ili. Tutti gli agnelli hanno lo stesso odore. VIII. oaov Tfl Y](j. 7iepiTuxn ■5to)Xaì?. noXXà TOxpaSpa(i<J>v ofi&aTa (Japuvófieva. 27. Bue.... Ogni fiera ammalata si cura bevendo sangue di can e29. 47: Itaque terrori sunt etiam leonibus ferarum generosissimis. I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE 369 altre pecore. o uomo.ófjt. Plin.. 53.evo? olSe (lèv tJjv xpotav aòrrjv xal ttjv <p<ovT)v -ri]? tiT)Tpò? xal 7tpò? aÙTT)v (ineiyetai. 41. 28 Cf. Mentre il pastore sba­ glia nel riconoscere le sue pecore.H. 101: Vrsi cum mandragorae mala gustauere. ma. Il leopardo beve il sangue della capra selva­ tica ed evita l’attacco della malattia. X. Identico è il belato di quel gran numero. medesimo l’aspetto. 92. ed egli sa già mettere alla prova le proprie armi.. Plin. N. ante omnia sanguis caninus sedat. depone la sua ferocia ed è incapace di correre. Le fiere sanno cercare ciò che loro giova. Per le capre: XXV. ma la pecora non è ingannata dal suo affetto materno. Il cagnolino non ha ancora denti.ù)? ò^uTèpa. èajxv) irapà toxvtov ójAota. se vede per primo un uomo. che pur traboccano di latte. tu.. se si accorge di essere stato avvistato per prim o. 54: lupi Moerim uidere priores.. l’orso ammalato divora le form ich e30. Il leone ammalato va in cerca di una scimmia per divo­ rarla e cosi guarire. Plin . a sua volta. Il lupo. specialmente se è b ia n co27.. 29 Cf. 97: Dictamnum herbam extrahendis sagittis cerui monstrauere percussi eo telo pastuque herbae eius eiecto. 41.. N. Il leone teme il gallo. 80. Plin. 121: Scabiem . poi lo disdegna considerandosi vin­ citore per avergliela tolta. Verg.. 197 AB (84 BC): Ilóàtev yàp èv [iup£oi? 7rpo(3<ÌTot? àpveiò? èx a7)xa>v è£aX>. l’agnello è incapace di sbagliare nel riconoscere la madre. Kal rj [nf)TT)p èv [iuptoi? àpvaatv èmyiyvócKci tò l'Siov . 41. I denti cominciano appena a spuntare ad un bim bo. Il cervo non ha ancora messo le corna.. formicas lambunt. Anche la madre tra le molte mi­ gliaia d’agnellini conosce solo il proprio figlio. N. Hexaem.. XXX. e. N. com e se li avesse. La capra colpita cerca il dittamo e con esso espelle le frecce dalla fe­ rita 28..H. Tu non sai togliere forza all’avversario. in m odo che. IX. e tuttavia giostra con la fronte e da essa sembra rivolgere la minaccia di quelle armi che non ha ancora sperimentato. xa&’ ■fjv èxiiartf) mxpetmv 1] tou olxetou Sià^voiui?. 30 Cf. Plin. 26. il cervo mastica ramoscelli d’olivo. essa tuttavia distingue il suo piccolo dagli altri e con la silenziosa attestazione del suo affetto dimostra di riconoscere soltanto lui.. àXX’ 8(ito? ècm ti? aÙTot? afo&^m? -rij? •J)fxerépa? xa-rot>r]'|IE. Xpós ^ aijvfj. cerca di farsi ragione con i morsi. N.H. non possa sfug- 25 Bas. 21.H.H.etépa ò(reppr]aei 7raploTaTat.

4. Quid dicam alio homines delectari et illud ad .escam su­ mere.370 EXAMERON. DIES V I. ne pullos suos incurset lupus. Nonne euidens causa est quia illis feris quae h M t 14. Si ad Christum confugias. et tu igno­ ras. SER. leopardus inde exilit nec resistit. quod leopardus fugit? Denique sicubi alium aliquis confri­ candum putauerit. 30. Quod si te ille praeuenerit. . aliis prolixiora ut hele- fantis et camelis. moritur. C. id tu pro cibo sumis et tuis uisceribus infundis internis! Sed medicatur interdum dolo­ ribus: sumatur pro medicamento. 29. fugit lupus nec terrere te poterit. Hanc petram quaesiuit Petrus. 27-29 . non ab epulantibus. inpudentiam eius et acumen disputatio­ nis obtundas. et si in te insurrexerit lupus. ut sputo suo hom o terrenum serpentem interficiat et merito spiritalem. 28. tu neglegis quom odo aduersus lupos nequitiae spiritalis po­ steritatem uitae huius habeas tutiorem? Caput V 30. Nouit uulpecula quom odo posteritatem foueat suam. Ieiuni hominis sputum si serpens gustauerit. petram cape et fugit. 30 oculo tuae mentis eius perfidiam deprehendas et prior cursum uerborum eius inpedias. solue amictum tuum. ut sermonem resoluas. scillae folia supe- riacit. Et si ommutueris. Cuius uene- nata fera odorem non potest sustinere. sumatur ab aegro­ tantibus. Vides quanta uis ieiunii sit. uocem tibi auferet. Nouit enim quod huiusmodi folia lupi fugere consuerunt. I X . Medicamentum quaeris et ieiunium fugis. Sed reuertamur ad seriem creaturae et considerem qua ratione dominus aliis bestiis angustiora colla formauerit ut leonibus atque tigridibus. 5. quia dexteram amplexus est Christih. ursis quoque.C. Petra tua Christus est. quasi maius aliud remedium repperire possis. cum titubaret in fluctibus et inue- nit. non pro cibo. Quantam dominus etiam minusculis infudit prudentiam! Turtur nido suo.

oi? èvSeSuxù? ó Tpax^Xo? ai)? Spxxou • xal Xéovro? 8è xal xtypiSo? xal tòìv Xoimav. 28. lascia il tuo mantello per interrompere il suo discorso. 200 C (85 D): Maxpi? ó Tp&xqkoG -rrj? xafjtifjXou. Perché ricordare che gli uomini usano con piacere l'aglio e lo usano com e cibo. H e x a e m . aapxo<pi&Yoi? o5oi. Se un serpente assaggia lo sputo di un uom o digiuno. il leopardo se ne allontana d'un balzo. muore. se sarai diventato muto.. non com e cibo. mentre il leopardo lo aborrisce? Di conse­ guenza. È velenosa. 8aa toiìtou toù yévooi. le tigri e anche gli orsi. e la trovò perché riusci ad afferrare la mano di Cristo. Tu vedi quant’è grande la potenza del digiuno. Tale pietra cercò Pietro. Sa infatti che i lupi evitano solitamente le foglie di questa pianta. non quando si pranza. Troalv è^itrà^yjTai xal è<pLXV7jTai -rij? (SoTavr]? ét. cosi che un uom o col suo sputo uccide un serpente terrestre e tanto più quello spirituale. 7)? à7to£fl . se il lupo si scaglierà contro di te. quando vacillava in mezzo alle onde. Bpa/ù? xal toì? &|ì. ti toglierà la voce. Ma ritorniamo all’ordine della creazione1 e consideria perché il Signore abbia fornito più corto il collo ad alcuni ani­ mali com e i leoni. La tua pietra è Cristo. . iva toì? 2 B as. Cerchi un rimedio ed eviti il digiuno. Se cerchi rifugio in Cristo. in m odo che tu scopra la sua slealtà con l ’occhio della tua mente e impedisca per primo lo svolgimento del suo discorso e smussi l'acutezza delle sue impudenti argomentazioni.. Se sarà lui invece a prevenirti. si prenda quando si è ammalati. prendi una pietra e quello fuggirà. H e x a e m . Non è motivo evidente che le belve che 31 È la scilla maritima o urginea maritima. com e se tu potessi trovare un rimedio migliore. 29. 8ti oòx èx -ri)? roSa? aùroi? 7] Tpoip-i) oùSè àvàyxi) Ttpò? ttjv YT)v xaTaxiInrreiv. E tu prendi com e cibo e introduci dentro le tue viscere quel vegetale di cui una belva pericolosissima non riesce a sopportare l’odore! Ma talvolta placa i dolori: si prenda perciò com e medicina... se uno si mette a sfregare dell’aglio.. La volpicella sa com e garantire la propria sopravvivenza. 200 A (85 A): ’AXX’ b z l t /jv &ecop(*v ttj? XTtaeco? ina- vico [lev. xal èx t % ótypa? tSto £<ftb>v 8iapxou(jiévoi(. usata in medicin Viene chiamata anche « cipolla marina ». perché il lupo non assalga i suoi piccoli. e tu non ti preoccupi di rendere più sicura la vita che seguirà a questa contro i lupi della malvagità spirituale? Capitolo 5 30. più lung