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Pseudo Cipriano

IL GIOCO DEI DADI

Introduzione, testo, traduzione e commento

a cura di
Chiara Nucci
IN T R O D U Z IO N E

1. D E A L E A T O R IB U S :
U N O SC RITTO PSEU DO CIPRIANEO

Nel ricco corpus delle opere di Cipriano confluirono nume­


rose opere anonime, attribuite al vescovo cartaginese per la
straordinaria popolarità, stima e venerazione di cui godette
sia in vita, sia soprattutto dopo la morte coronata dal marti­
rio. Tra le opere anonime anche D e aleatoribus (Aleat.)J
che, insieme ad altre due omelie pseudociprianee, De duobus
montibus e De centesima, rappresenta a tutt’oggi la più anti­
ca testimonianza a noi pervenuta di catechesi popolare in
latino: una catechesi svolta in ambiente africano del III-IV
secolo, a opera di un catecheta, con tutta probabilità vesco­
vo, fortem ente preoccupato dell’imperversare del gioco
d’azzardo, in particolare del gioco dei dadi e delle conse­
guenti implicazioni idolatriche. L’omelia o «trattato omileti-

1 Pur ritenendo che il titolo da accogliere, proprio sulla base


codici, sia De aleatores, abbiamo preferito mantenerlo nella forma cor­
retta in cui l’opera viene abitualmente citata nella letteratura cristiana
(D e aleatoribus = Aleat.).

11
IL GIOCO DEI DADI

co»,2 per argomento, lingua e stile, costituisce un unicum


nella letteratura cristiana antica. Il carattere della sponta­
neità fa presumere che dovette essere pronunciata fuori dal
contesto liturgico, indipendente da una lectio biblica, tanto
più che nessun testo scritturistico forniva una base su cui
predicare contro l ’invalso e quanto mai riprovevole gioco
d’azzardo.
Nonostante le difficoltà d’interpretazione, che spesso si
pongono a motivo di un latino che fuoriesce dalle comuni
leggi grammaticali e che si propone non poche volte con pe­
riodare stentato e largamente approssimativo, l’omelia è so­
stenuta da un vigore parenetico accorato, nel tentativo di de­
bellare un male ritenuto assolutamente nocivo all’anima del
cristiano. L’ambiente in cui il nostro autore opera e catechiz­
za era ancora aperto, nonostante l’avvenuta evangelizzazio­
ne, a pratiche idolatriche e culti pagani; un ambiente tutt’al-
tro che impermeabile a quella corruzione che era l’opposto
della salutaris doctrina, alla quale egli fa costantemente ap­
pello per salvare i suoi fedeli dal peccato e dalla perdizione.

2. A U TO R E , D A T A D I COM POSIZIONE
E A R E A D I PR O V E N IE N Z A

Il problema dell’autore, della data e dell’area di composizio­


ne è inscindibile nei suoi tre aspetti perché questo testo
anonimo, di data incerta e di dubbia origine, composto
senza essere determinato da una circostanza specifica, ob­
bliga a valutare contemporaneamente gli elementi utili alla

2 Come lo definì A . H a r n a c k , D er pseudocyprianische Traktat


aleatoribus, die àlteste lateinische chrìstiliche Schrift, ein Werk des ròmi-
schenBischofs V ictorI. (saec. I I ) , Leipzig 1888 (T U 5/1), p. 45.

12
INTRODUZIONE

paternità, cronologia e provenienza dello scritto. Gli studio­


si sono impegnati soprattutto a individuare il luogo di origi­
ne e la data di composizione di Aleat. e a definire il ruolo e
la carica ricoperta dall’autore, in base ai suggerimenti del
testo. I tentativi di attribuzione si sono rivelati spesso
infondati e talora addirittura fantasiosi, privi di qualunque
riferimento certo; in ogni caso, il problema dell’identità del­
l’autore, il periodo di composizione dell’omelia e l’ambiente
di origine costituiscono un unico campo d’indagine.
Partiamo anzitutto dallo studio di Harnack:3 afferma
che i primi editori a mettere in dubbio la paternità cipria-
nea di questo testo furono J. Pamèle e B. Davanzati nel XVI
secolo. Pamèle, oltre a inserire l’omelia tra gli opera Cypria­
no adscripta, in una nota al cap. 1 sostiene che è stata com­
posta da un pontefice romano; ipotesi condivisa anche da
Bellarmino nel suo De scriptoribus ecclesiasticis (1657).4 1
giudizi di Pamèle e di Bellarmino furono accolti anche dagli
editori dell’edizione oxoniense del 1681, ma furono conte­
stati da Dupin; Pamèle e Bellarmino avevano ipotizzato che
l ’anonimo autore potesse essere un vescovo romano e si
fondavano soprattutto sulle affermazioni del cap. 1, dove si
parla di origo authentici apostolatus, di vicaria sedes e di su­
perior noster, affermazioni che, a loro giudizio, si dovrebbe­
ro riferire alla carica e all’ufficio di un primate romano,
erede legittimo del mandato petrino e successore di Pietro.

3 Cf. ivi, pp. 7-9.


4 A proposito di Aleat. dice: Liber de aleatoribus utilis et doctus est;
sed non videtur esse Cypriani, curn in principio satis aperte significet auc­
tor, se universali ecclesiae praesidere et apostolatum gerere, super quem
Christus fun d a vit ecclesiam, et Christi vicariam sedem obtinere et sibi
traditas esse claves ligandi et solvendi etc. Itaque videtur libellus esse a li­
cuius Rom ani Pontificis, qui S. Cypriani scriptiones imitatur, quamvis
stili eius elegantiam non assequatur (cf. A. H a r n a c k , ibid.).

13
IL GIOCO DEI DADI

Dupin, in un suo studio del 1693,5 sottolineava che il titolo


vicarius Christi nell’antichità era dato a tutti i vescovi e non
soltanto ai vescovi di Roma e che sedes vicaria è il nome di
ogni comunità presieduta da un vescovo, non solo la comu­
nità di Roma.
Hartel6nella sua edizione critica si è limitato ad annove­
rare Aleat. tra le opere spurie, senza intervenire in merito
alla questione dell’autore.
Harnack,7nell’introduzione della sua edizione critica, il­
lustra l ’elaborazione della sua tesi: egli sostiene che l’omelia
sia stata scritta da un vescovo romano, della fine del II seco­
lo, di origine africana: Vittore. Egli afferma che nei suoi
primi studi su Aleat., basati in particolare sulle citazioni del
Pastor di Erma contenute nel trattato, aveva supposto che
haud ita post longe Cypriani tempus (fortasse quarto demum
saeculo) ab episcopo quodam A fricano (Romano?) scriptus
esse videtur e sottolinea di aver formulato questo giudizio
quando ancora non conosceva le ipotesi proposte in prece­
denza dagli altri editori. Studiando in seguito il rapporto
con alcuni passi della Didaché, Harnack dichiara di aver
corretto la sua tesi, sia riguardo all’attribuzione che alla da­
tazione. Egli, basandosi sulla presenza del Pastor di Erma e
della Didaché, letti e utilizzati nelle rispettive versioni lati­
ne, conclude che si debba prediligere Roma come sede origi­
naria dell’autore-vescovo e datare l’opera a un’età contempo­
ranea o addirittura anteriore a Cipriano. Per Harnack l’auto­
re è senza dubbio un vescovo di Roma, come lasciano chia­
ramente intendere le affermazioni del cap. 1. A suo giudizio,

5 H a r n a c k (D er pseudocyprianische T rà k ta t... cit., p. 8) riferisce


che fu pubblicato in «Nouv. Bibl. Théologique» 1 (1693), pp. 172-179.
6 Cf. G. H a r t e l , S. Thasci Caecili Cypriani Opera omnia. Pars I I I
( Opera spuria. Indices. Praefatio) , Vindobonae 1871 (CSEL 3,3), p. l x ii .
7 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit., pp. 7-10.

14
INTRODUZIONE

Vapostolatus ducatus e Vorigo authentici apostolatus sono for­


mule da riferire inequivocabilmente ai vescovi romani: vica­
ri di Cristo, del quale - sempre secondo Hamack - occupa­
no la sede in attesa del suo ritorno (vicaria sedes) e succes­
sori legittimi di Pietro, chiamato predecessore (superiore no­
stro)I e depositario del mandato dal quale nacque la chiesa
(super quem Christus fundavit ecclesiam).
Le prove più cogenti riguardo all’origine romana dell’au­
tore, fino a identificarlo con Vittore, deriverebbero anche
dall’analisi linguistica del testo e delle fonti usate dall’ano­
nimo. Se si confronta il testo di Aleat. con cinque Lettere
del corpus ciprianeo (Epp. 8; 21; 22; 23; 24), il loro linguag­
gio presenta, a giudizio di Hamack, gli stessi tratti della lin­
gua volgare rinvenuti in Aleat.; inoltre le Lettere 8 e 21,
provenienti da Roma, risalgono all’anno 250. Questi scritti
sono, a suo giudizio, preziosissimi poiché dimostrano che a
Roma nel 250 persino un testo ufficiale, come una Lettera
del clero romano a un vescovo africano, poteva essere scrit­
to in una lingua “ rustica” , vicina e simile a quella di Aleat.
Una datazione posteriore non è ammissibile perché, affer­
ma Harnack, dopo il 250 i testi provenienti da Roma sono
scritti nella lingua dei colti e dei dotti e gli stessi vescovi
sono letterati e spesso abili retori. Harnack inoltre ha rile­
vato che, nelle epistole 8 e 21 del clero romano, il Pastor
non è citato in qualità di testo sacro, mentre in Aleat. è cita­
to come scriptura divina. Se dunque a metà del III secolo
l’opera di Erma non godeva più di quella stima e di quel ri­
guardo di cui aveva goduto in tempi più antichi, questo
fatto consente ulteriormente di datare Aleat. alla fine del II
secolo, proprio perché il Pastor di Erma, che il nostro omile-
ta conosce e cita secondo l’antica versione latina, rappre­
senta per l’anonimo autore un testo normativo al quale si
sarebbe costantemente ispirato.

15
IL GIOCO DEI DADI

Una volta ritenuta Roma l’ambiente di origine dell’ope­


ra e individuato in un vescovo della fine del II secolo il suo
autore, Harnack propone di attribuirla a Vittore, che - se­
condo la testimonianza dello stesso Girolamo - «fu tredice­
simo vescovo della città di Roma, scrisse Sulla questione
della Pasqua e per dieci anni governò la chiesa al tempo del­
l’imperatore Alessandro Severo».8
Harnack riconosce che il vocabolario di Aleat. ha nume­
rosi paralleli con quello di alcune opere di Cipriano e di Ter­
tulliano, così come esiste un’analogia dal punto di vista degli
insegnamenti morali, ma ritiene che questi dati non dimo­
strino affatto la dipendenza dell’autore da Cipriano o Tertul­
liano e nemmeno che l’autore abbia conosciuto i loro scritti
e cercato di imitarne lo stile, come aveva supposto Bellarmi­
no. L’unico elemento deducibile è che Pomileta ha operato
in un’epoca non lontana da quella ciprianea e tertullianea,
della quale riflette le concezioni morali e pastorali.9
La tesi di Harnack fu prontamente contestata da Wolf-
flin il quale, analizzando le caratteristiche del latino utiliz­
zato dall’anonimo autore, concluse che l ’opera era stata
composta dopo Cipriano, verosimilmente da un vescovo
africano.10 W olfflin riconosceva nel sermo vulgaris di Aleat.
tratti eminentemente africani, testimoniati in Tertulliano e
Cipriano, e affermava una possibile dipendenza da Cipriano
anche per l’uso delle fonti bibliche, supponendo che l’ano­
nimo autore avesse attinto alla medesima versio latina di Ci­
priano, più moderna rispetto a quella tertullianea.

8 Cf. De vir. ili. 34,1.


9 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T r a k ta t ... cit., pp.
49-53.
10 Cf. E. W o l f f l in , Pseudo-Cyprianus (V ic to r) de aleatoribus, in
«Archiv fiir lateinische Lexicographie und Grammatik» 5 (1888), pp.
494-498.

16
INTRODUZIONE

Per una datazione ancora più tarda si pronunciò Hilgen-


feld:11basandosi in particolare sul rigore morale che leggeva
in Aleat. e riconducendolo a quello che caratterizzava il no-
vazianesimo, attribuì lo scritto a un vescovo scismatico
della comunità novazianea di Roma (Achesio o il suo prede­
cessore), attivo all’inizio del IV secolo. Contemporanea­
mente Miodoriski,12 anch’egli convinto che l’autore dell’o­
melia fosse un vescovo di Roma, propose una datazione po­
steriore e attribuì l’omelia a Milziade, vescovo di Roma dal
310 al 314.
N el 1922 Koch, pubblicando un breve contributo nel
quale riproponeva le principali acquisizioni delle indagini
precedenti su Aleat., concludeva, sulla base della teoria di
Wolfflin, che l’autore era un anonimo vescovo africano po­
steriore a Cipriano e probabilmente del IV secolo.13
Daniélou,14 sulla base delle convinzioni di Harnack in
merito all’arcaicità dell’omelia, ripropone l’origine romana
dello scritto, senza entrare nel merito della paternità vitto­
riana. La composizione di Aleat. va inscritta tra la fine del
II e l’inizio del III secolo. Egli ritiene infatti che non pochi
termini presentino un carattere arcaico (rector, procurator;
inductio corrumpens; extollentia). Inoltre le citazioni bibli­

11 Cf. A . H il g e n fe l d , Libellum De aleatoribus inter Cypriani scrip­


ta conservatum e d id it et com m en ta rio critico , exegetico, h istorico
instruxit, Freiburg 1889.
12 Cf. A . M io d o n s k i , Anonymus Adversus aleatores (Gegen das Ha-
zardspiel) und die Briefe an Cyprian, Lucian, Celerinus und an den
Karthaginiensischen Klerus ( Cypr; epist. 8.21-24). Kritisch verbessert,
erlàutert und ins Deutsche iibersetzt Erlangen, Leipzig 1889.
13 C f. U. K o c h , Z u r S chrift Adversus aleatores, in Festgabe Karl
Miiller, Tiibingen 1922, pp. 58-67.
14 Cf. J. D a n ié l o u , Le origin i del cristianesimo latino. Storia delle
dottrine cristiane prima di Nicea, trad. it. a cura di I. R ibeiro - T. C a -
v a z z u t i , Bologna 1991, pp. 96-101.

17
IL GIOCO DEI DADI

che sembrano attestare l’uso di una traduzione latina già


esistente e sono simili a quelle di Cipriano, ma rivelano una
libertà di citazione tipica di un tempo più antico. Né va tra­
scurata la presenza di riferim enti non biblici: il Pastor di
Erma è citato nella vecchia traduzione latina ed è presenta­
to come scriptura sacra-, pertanto su questa base Daniélou
suppone che l’opera si debba ascrivere a un’epoca anteriore
al Canone M uratoriano nel cui elenco di libri sacri non
compare il Pastor. Daniélou rileva inoltre il rigorismo del
trattato, specchio, a suo giudizio, delle norme penitenziali
applicate dalla chiesa alla fine del II secolo e pienamente in
sintonia con il pensiero del Pastor,15 norme penitenziali che
a Roma si faranno molto meno rigide e intransigenti già a
partire da Callisto (217- 222).
Marin, nei suoi studi su A leat.,16 non entra specifica­
mente nel merito dell’autore e della data di composizione,
ma, analizzando le citazioni bibliche e non bibliche conte­
nute nel testo, trae alcune conclusioni di rilievo. Pur ri­
scontrando numerosi parallelismi di vocabolario e di pen­
siero tra Aleat. e Pastor, afferma che non è necessario data­
re l’opera alla fine del II secolo, per giustificare questa vici­
nanza linguistica e tematica. Egli rileva che la fortuna e
l ’autorità del Pastor, così come di altri testi, fu tale nel
mondo antico che non si esaurì con l’esclusione dal canone
delle Scritture e inoltre l ’elaborazione del canone delle
Scritture richiese un lungo lavoro prima di arrivare alla de-

15 U n rigorismo che - sebbene meno intransigente - per certi


aspetti richiama anche quello del De pudicitia di Tertulliano (222 ca.).
16 Cf. M. M arin, Problemi di ecdotica ciprianea. Per un’edizione cri­
tica dello pseudociprianeo de aleatoribus, in «Vetera Christianorum»
20 (1983), pp. 141-239; Citazioni bibliche e parabibliche nel De aleato­
ribus pseudociprianeo, in «Annali di Storia dell’Esegesi» 5 (1988), pp.
175-177.

18
INTRODUZIONE

finitiva fissazione e a un’uniforme diffusione nel mondo


cristiano occidentale. Studiando in particolare le citazioni
dei capp. 8-10, Marin rileva notevoli convergenze con testi
ciprianei e afferma che i paralleli individuati lo inducono a
ritenere che l ’autore di Aleat. sia posteriore a Cipriano e da
lui dipendente, probabilmente vescovo di una località mar­
ginale e periferica delFAfrica cristiana.
Di più non si può dire perché né il testo, né le fonti anti­
che consentono una identificazione più precisa.
Che l’autore sia un vescovo è possibile confermarlo sulla
base del testo e, in particolare, di alcune espressioni del cap.
1, di cui le più significative sono: in nobis divina et paterna
pietas apostolatus ducatum contulit; et origine authentici apo­
s to la ti ... portamus; vicariam D omini sedem caelesti digna­
tione ornavit. Le stesse utilizzate da Harnack per dimostrare
l ’inequivocabile origine romana, ma che, a nostro giudizio,
confermano soltanto l ’ipotesi di un ministero episcopale
conferito al nostro omileta, senza dimenticare che nel latino
cristiano il termine ducatus viene usato per indicare la dire­
zione o la guida di un fratello o della comunità.17 Parimenti
l ’espressione sedes vicaria, che per Harnack - a sostegno
della origine romana di Aleat. - deve riferirsi soltanto alla
sede episcopale di Roma, può indicare ogni comunità presie­
duta da un vescovo il quale, in quanto vicario degli apostoli,
ha il compito di continuare la missione autentica e legittima
nella sede cui è stato preposto, cioè nella ecclesia locale di
cui è pastore.18
In conclusione: le datazioni più tarde, quelle proposte da
Miodoriski e da Hilgenfeld, rimangono non sufficientemen­

17 Cf. C iprian o, Ep. 78,1.


18 Si legga in proposito: T e r t u l l i a n o , M arc. 4,35; C iprian o, Unit.
eccl. 4; Epp. 3,3; 59,4; 66,4; 68,5.

19
IL GIOCO DEI DADI

te supportate da elementi probanti, né sostenute da preci­


pui riferimenti testuali. Parimenti l’ipotesi di arcaicità (fine
II secolo) sostenuta da Harnack e da Daniélou sulla base
del vocabolario e soprattutto delle citazioni scritturistiche e
non, non risulta del tutto convincente, ma soprattutto sem­
bra forzatamente ricavata.
Un altro elemento da tenere semmai in considerazione,
ma al quale finora i commentatori hanno dato scarso rilie­
vo, è il fatto che nel concilio di Elvira, tenutosi in Spagna
nella provincia Betica presumibilmente tra il 300 e il 303 e
al quale parteciparono i rappresentanti delle cinque provin­
ce iberiche (Gallaecia, Carthaginensis, Tarraconensis, Lusi­
tania, Baetica), vennero presi provvedimenti disciplinari
contro i giocatori di dadi. Il canone 79 vieta il gioco a dadi
per denaro e solo dopo un anno potrà di nuovo comunicarsi
il fedele che abbia cessato di giocare.19 Il giocatore d’azzardo
veniva quindi scomunicato per un anno e poi riammesso
nella comunità, dopo sincero pentimento e rinuncia defini­
tiva al gioco. Si potrebbe supporre che Aleat. abbia voluto
riconfermare certe sanzioni del concilio e che, dunque, sia
ad esso posteriore e databile alla metà del IV secolo. Vice­
versa, però, non si può escludere che i provvedimenti presi
dal concilio contro i giocatori siano stati sollecitati da un
diffondersi del gioco d’azzardo e dalla preoccupazione di
quei vescovi che già nelle loro omelie tentavano di persua­
dere sull’immorale pratica del gioco. Nella fattispecie Aleat.
potrebbe essere anteriore allo stesso concilio.
Comparate insomma le diverse ipotesi e nonostante l’asso­
luta mancanza nel testo di riferimenti storici, di nomi o di

19 Can. 79: si quisfidelis aleam, id est tabulam, luserit nummis, p


cuit eum abstineri; et si emendatus cessaverit, post annum poterit commu­
nioni reconciliari: cf. G.D. M a n s i , Sacrorum Conciliorum nova et am ­
plissima collectio, II, pp. 18-19, Firenze 1759.

20
INTRODUZIONE

eventi specifici, ci sembra più convincente datare l’omelia alla


seconda metà del III secolo, senza escludere una dilatazione a
fine III - inizio IV secolo, e comunque in un’epoca senz’altro
posteriore a Cipriano, di cui l’opera riflette soprattutto la con­
cezione pastorale e la preoccupazione etica e morale.
Quanto poi all’area di provenienza, i pareri degli studio­
si difendono sostanzialmente o la provenienza romana o
quella africana.
La tesi di Harnack, la più complessa e la più completa
sull’origine romana, tende a enfatizzare e a sopravvalutare
alcuni elementi presenti nel testo, forzandone l ’interpreta­
zione, mentre ne trascura altri, a suo giudizio irrilevanti.
L’inclusione di Aleat. nel corpus ciprianeo, peraltro avve­
nuta dopo il IV secolo - visto che la lista Cheltenham (sco­
perta da Mommsen e datata al 359 o al 365)20 non annove­
ra ancora l’opera nel numero dei testi ciprianei -, non è di
per sé sufficiente né determinante per collocare lo scritto in
ambiente africano; molto di più valgono i parallelismi tema­
tici, linguistici e scritturistici con le opere di Tertulliano e
di Cipriano.
A llo stato attuale della ricerca, confrontando e valutan­
do gli studi in materia, ma soprattutto sulla base del testo e
di tutti i suoi elementi, riteniamo che un’origine africana
del trattato sia più convincente di un’origine romana: ci
confortano le testimonianze linguistiche avvalorate dal con­
fronto con le epigrafi cristiane d’Africa, e non di meno l’a­
naloga preoccupazione e istanza morale che, sebbene non
specificamente riferite al gioco dei dadi, si riscontrano
anche in Tertulliano e in Cipriano.

20 Cf. W. Sa n d a y , The Cheltenham List o f thè Canonical Books o f


New Testament and o f thè writings ofCyprian, in «Studia Biblica et Ec­
clesiastica» 3 (1889), pp. 265-274.

21
IL GIOCO DEI DADI

3. S T R U T T U R A D E LL’ O M E LIA

Gli incipit dei mss. M Q TU citano Aleat. come epistula; Har-


tel lo considerò un libellus, senza approfondire ulteriormen­
te il problema del genere letterario.21 A questo argomento
Harnack dedicò invece una particolare attenzione e definì
l ’opera «einen homiletischen Traktat»;22 escluse l ’ipotesi
dell’epistola in quanto il testo non condivideva le caratteri­
stiche di questo genere letterario e, partendo dal presuppo­
sto che la base di quest’opera fosse costituita da un discorso
realmente pronunciato, se pure privo di ogni slancio orato­
rio, ritenne che il testo fosse stato rielaborato in seguito per
una più ampia diffusione: un libellus di polemica e di con­
danna del gioco dei dadi.
W olfflin,23 per comprendere meglio la natura del testo,
ha prestato una particolare attenzione ai titoli con i quali è
stato tramandato. Egli ha rilevato che i codici MQD nell’m-
scriptio tramandano De aleatoribus (M 1: De aleatores; M 2 De
aleatoribus), mentre TU A leggono De al(e)atores; nella sub­
scriptio, M legge Adversum aleatores, Q Adversus aleatores e
T Ad alatores, mentre D conserva De aleatoribus. Il titolo
Adversus aleatores sarebbe ben giustificato dalla condanna
severa comminata dall’autore a quanti frequentano la tavo­
la da gioco. Scartato De aleatoribus, perché secondo W olf­
flin sarebbe un titolo adatto a una trattazione sul gioco
piuttosto che a un’aspra e veemente polemica, egli ritiene
che il titolo originario fosse Ad aleatores (divenuto De alea­
tores in T e corretto in De aleatoribus in M 2). Il titolo Ad
aleatores conforterebbe l’ipotesi di una lettera, ma non con­

21 Cf. G. H a r t e l , S. Thasci C aecili... cit., p. l x ii .


22 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit., p. 45.
23 Cf. E. W o l f f l in , Pseudo-Cyprianus... cit., pp. 487-488.

22
INTRODUZIONE

trasta la posizione di Hamack che definisce Aleat. un trat­


tato omiletico, un sermo di ammonizione e esortazione a
quei cristiani che persistono nel gioco dei dadi e, tra loro,
persino qualche vescovo.
Marin, senza entrare specificamente nel merito del ge­
nere letterario, ha individuato in Aleat. le sezioni proprie di
un’orazione, anche se il testo non ne possiede sicuramente
tutti i requisiti stilistici. È possibile tuttavia ricavare la se­
guente struttura:
- Exordium (capp. 1-4): dopo aver brevemente annun­
ciato il tema centrale dell’omelia, la condanna del gioco dei
dadi, l’autore si dilunga per ben quattro capitoli sulla sua
responsabilità di vescovo. Il monito, che connota l’esordio,
fa dedurre che non pochi vescovi fossero attratti e coinvolti
nel gioco d’azzardo.
- Probationes (capp. 5-10): si susseguono argomentazio­
ni storico-razionali e testimonianze ( auctoritates) della
Scrittura. Nel cap. 5 l’autore sferra un improvviso e violen­
to attacco contro coloro che amano il gioco dei dadi: egli lo
giudica uno dei peccati più gravi, somma ingratitudine
verso Dio, atto indegno di chi porta il nome di cristiano. Il
gioco d’azzardo ha funeste conseguenze anche sul piano
economico e sociale (cap. 6). Per chi voglia considerarne
l’origine, esso è chiaramente partorito dall’inganno del dia­
volo per condurre subdolamente gli uomini all’idolatria
(cap. 7). Dopo una lunga dimostrazione su base logico-ra­
zionale del folle e stolto comportamento dei giocatori (capp.
5-7), nel cap. 8 la condanna del gioco d’azzardo come prati­
ca idolatrica è condotta sulla base di numerosi passi biblici,
per lo più veterotestamentari, tutti incentrati sulla condan­
na degli “ dei estranei” e dei sacrifici a loro offerti. L’accusa
procede gradualmente e si sviluppa attraverso quattro mo­
menti complementari, in ciascuno dei quali la denuncia

23
IL GIOCO DEI DADI

della folle colpa del giocatore è supportata da una coppia di


citazioni bibliche. Nel cap. 9 l’autore insiste sulla totale in­
sensatezza dei giocatori che, concedendosi in modo così
scellerato alla passione del gioco, si rovinano con le loro
stesse mani. N el cap. 10 il gioco viene considerato nella sua
gravità morale: è un peccato contro Dio e, in particolare,
contro lo Spirito santo (cf. 10,1-11). L’autore, appellandosi
ancora alla dottrina della Scrittura, intende suscitare un sa­
lutare terrore nei giocatori, perché rinuncino alla loro prati­
ca viziosa e facciano penitenza, nella speranza di ottenere il
perdono da parte di Dio.
- Peroratio (cap. 11): con un’esortazione così incalzan
da non ammettere repliche, l ’autore supplica i cristiani di
rimanere degni del nome che portano e di procurarsi, con le
loro opere, tesori in cielo. A colui che si lascia traviare dal
gioco dei dadi viene indicata la strada della vera vita e della
salvezza: la condivisione delle proprie ricchezze con i biso­
gnosi; l ’imitazione di Cristo nel servizio ai poveri e alle ve­
dove, categorie che nella Bibbia rappresentano il prossimo
per eccellenza, perché categorie indifese; la fuga da ogni
vizio e peccato; la riparazione dei propri peccati mediante
opere di carità. Solo così, alla sequela di Cristo (11,6-7:
artem D om ini imitare), il cristiano potrà sfuggire alle sedu­
zioni del male, liberarsi dalle tenebre in cui il diavolo cerca
di avvolgerlo (11,18: extrahe caliginem inim ici) e potrà con­
servare pure le sue mani, in attesa di presentarle come of­
ferta gradita a Dio (11,23-24: puras manus ad Christum ex­
tende, ut promereri Dominum possis).
In sintesi:

E x o r d iu m
1,1-3 condanna del gioco e preoccupazione per quanti lo
praticano;

24
INTRODUZIONE

1,3-10 gli episcopi depositari dell’apostolatus ducatus e re­


sponsabili della potestas peccata dimittendi;
2 monito agli episcopi-pastores, responsabili della sal­
vezza del loro gregge;
3 l’episcopato come dono dello Spirito santo; 1'episco­
pus procurator evangelii;
4 i doveri dell’episcopus: severità e rigore nell’eserci­
zio del perdono;

P r o b a t io n e s
5 il gioco dei dadi laccio del diavolo e ingratitudine
verso Dio;
6 il gioco dei dadi fonte di rovina sociale e dissesto
economico;
7 l’origine del gioco dei dadi: il diavolo come fondato­
re del gioco e autore dell’inganno idolatrico;
8 gli aleatores condannati come cultores idolorum; la
follia del gioco e Yimmundum sacrificium;
9 invito al pentimento e all’astinenza dal gioco d’az­
zardo per sperare nel perdono;
10 il gioco come peccato contro lo Spirito santo;

P e r o r a t io
11 II cristiano è invitato a rispettare il suo nome e a
imitare Cristo

4. D E S T IN A T A R IO DELL’O PE RA

Una delle prim e d iffico ltà che si incontrano, leggendo


Aleat., è quella di identificare il destinatario dell’opera. L’o­
melia a questo proposito non è affatto esplicita: nel cap. 1,1
{magna nóbis cura est, fidelis) e nel cap. 5,13-14 (quaeso vos,

25
IL GIOCO DEI DADI

fidelis) l’autore usa l’espressione fidelis ( = fideles), per desi­


gnare la comunità cristiana alla quale appartiene e alla quale
è preposto; dal cap. 6 fino alla fine sembra che i destinatari
siano tutti i cristiani, senza distinzioni: Christianus qui es
(8,8); Christianus quicumque es (8,13-14); Christianus qui
alea ludet (9,11-12); si quis aleator Christianus es (10,17).
N ei capp. 1-4 l ’autore usa spesso nos e si rivolge ai ve­
scovi o comunque a ministri della chiesa, dei quali sembre­
rebbe far parte, come il pronome nos vorrebbe indicare;
“ noi” indicherebbe “ noi pastori” (1,1: magna nobis ... cura
est; 1,4: in nobis divina et paterna pietas apostolatus ducatum
contulit; 2,1-2: ex nobis omnis fraternitas caelesti sapientia
saliatur; 2,19-20: nos id est episcopos; 3,17-18: nos etiam
sumus dispensatores et procuratores evangelii). Su questa
base, i prim i editori, che in Aleat. 1,1 leggevano magna
nobis ob universam fraternitatem cura successit (inserendo
un verbo non testimoniato dai nostri codici), credettero che
il testo fosse rivolto soltanto al clero, anche se non espres­
samente dichiarato come destinatario.
L’edizione harteliana ha escluso la possibilità di indivi­
duare nei vescovi gli unici destinatari dell’opera: al posto
dell’ingiustificato successit di 1,1 (del quale non vi è traccia
in nessuno dei codici consultati) Hartel accoglie, normaliz­
zandola in fideles, la lezione fidelis, attestata da tutti i codici
[magna nobis ob universam fraternitatem cura est fideles); di
conseguenza la comunità dei fedeli appare il vero uditorio
al quale l’omelia doveva essere destinata.
Su questa base, Harnack affermava giustamente che, per
comprendere appieno il significato del testo e soprattutto
per giustificare l ’insolita e lunga introduzione destinata
senza dubbio ai vescovi, è necessario supporre che l’autore
si sia rivolto sia ai vescovi che al popolo. La lunga disserta­
zione dei capp. 1-4 sulla dignità e autorità del mandato epi­

26
INTRODUZIONE

scopale, sui doveri che esso comporta, primo tra tutti l’am­
monizione e la correzione dei peccati, e sulla serietà e seve­
rità con cui questo compito deve essere svolto, non può es­
sere considerata, a giudizio di Harnack, una semplice pre­
messa di tono pastorale. Altrettanto innegabile che accanto
all’ammonizione severa rivolta ai vescovi negligenti, invita­
ti a essere più responsabili e, talora, essi stessi giocatori, si
profila l’intento principale dell’autore: rafforzare la coscien­
za dei fedeli, facendoli consapevoli di essere un popolo
santo nella necessità e nel diritto di essere guidati da pasto­
ri fermi e scrupolosi che, ammonendoli, sappiano condurli
sulla strada della salvezza.
Dalla lettura accurata del testo emerge anche la costante
preoccupazione da parte dell’autore affinché gli stessi ve­
scovi non vengano travolti dal peccato (cf. 1,9-10: siamo
ammoniti dalla dottrina della salvezza perché anche noi
non veniamo a trovarci nei loro tormenti, quando assidua­
mente permettiamo che commettano azioni delittuose); in
particolare, un’espressione del cap. 5 può far supporre che
forse proprio un vescovo, o comunque un consacrato, si
fosse macchiato del peccato del gioco: l ’autore parla della
manus aleatrix e si chiede come possa farsi avvolgere di
nuovo dai lacci del demonio, che la tenta con il gioco, quel­
la stessa mano che, già purificata mediante il lavacro batte­
simale, riceve il sacrificium dominicum, traccia sulla fronte
il signum Christi e amministra i divina sacramenta. Proprio
quest’ultima affermazione non può riferirsi alla mano di un
cristiano qualunque, ma soltanto a quella di un generico
ministro della chiesa, anche diacono o presbitero, ma che,
nel caso di Aleat., pensiamo dover identificare con un ve­
scovo proprio per i numerosi richiami alla responsabilità
pastorale di coloro che sono preposti alla comunità (cf.
1,1.4; 2,1-2.19-20; 3,17-18).

27
IL GIOCO DEI DADI

Il testo non fornisce altre prove certe e incontrovertibili


riguardo a un eventuale coinvolgimento di vescovi o presbi­
teri nello scandalo del gioco. Certo è che l’argomento stesso
dell’omelia, il rigore delle ammonizioni, la minaccia della
condanna, il giudizio severo dell’autore fanno concludere
che il destinatario non fosse un numero sporadico di cri­
stiani, ma un nutrito gruppo di fedeli che si erano votati al
gioco e che questo nutrito gruppo comprendesse addirittura
coloro ai quali era stato affidato il ministero episcopale.

5. TE M A TIC H E F O N D A M E N T A L I

5.1. I l GIOCO DEI DADI E IL GIOCATORE

Per comprendere meglio l’accanito rimprovero a coloro che,


pur essendo cristiani, giocano a dadi e, quindi, giocano
d’azzardo, non è superfluo considerare anche la terminolo­
gia e il suo significato.
Alea è un sostantivo femminile astratto che indica in ge­
nerale la fortuna, l’azzardo, la sorte e, in particolare, il gioco
dei dadi. L’etimologia del termine è piuttosto oscura: Isido­
ro di Siviglia (cf. Origines 18,60), sostiene che questo gioco
fu inventato durante la guerra di Troia e prese nome da un
soldato greco. L’umanista Vossius, nell’Etymologicon L in ­
guae Latinae (Amsterdam, 1662) sostiene invece che alea
deriva dal greco àXàcGai: essere vago, essere incerto. Studi
più recenti24 fanno derivare il termine latino alea dal greco
f)X£Ó<;, in particolare dalla forma dorica àXeóq, che significa
folle, dissennato. Anche questa etimologia resta generica e
sembra indicare piuttosto l’indole del giocatore o addirittu­

24 Cf. ad es. A. W a l d e - J. B. H o f f m a n n , Lateinisches etymolo


sches Wòrterbuch, Heidelberg 1982, s.v.

28
INTRODUZIONE

ra la conseguenza del gioco dei dadi: il giocatore è un folle,


inoltre la perdita di forti somme porta spesso i giocatori a
compiere gesti folli e sconsiderati.
Va comunque ricordato che nella lingua latina, accanto
al sostantivo alea, è presente una vera e propria nomencla­
tura inerente al gioco dei dadi: aleator, aleatrix (attestato
solo da Aleat. 5,20 in riferim ento a manus), aleae lusor,
lusor cupiditatis, ludus talarius o tesserarium, tabula aleae,
nomenclatura che tiene conto sia dei materiale che del me­
todo di gioco. I dadi con cui si giocava potevano essere a sei
facce ( tesserae = Kiipoi) o a quattro facce ( tali = àaxpayà-
À.01). I dadi, dopo essere stati mescolati all’interno di un
cornetto25 o bussolotto,26 venivano gettati su una scacchiera
(tabula lusoria oppure mandra).27
Opportuno anche uno sguardo alla nomenclatura greca:
il corrispondente dell’espressione alea ludo è k^Peiì®, verbo
che da Kùpoi; ( = cubo, dado) ha come significato principale
quello di giocare a dadi, da cui anche il significato di gioca­
re a rischio, rischiosamente. Nel Thesaurus Linguae Graecae
(s.v.) è attestato però anche un altro significato e cioè l ’azio­
ne di coloro che - in modo simile ai dadi che, dopo essere
stati agitati, vengono gettati e cadono a caso - saltano, rica­
dendo con la testa (tò èm tt)v ke^ciXtiv plitteiv) come fanno
i saltimbanchi o gli acrobati. Etimologia da ricollegare forse
a KvpéXri (Cibele), la magna mater venerata in Frigia, che
faceva impazzire i suoi seguaci, spingendoli a movimenti e

25 II fritillu s , che forse fu così chiamato a motivo del suono dei


dadi al suo interno. Il cornetto era chiamato anche pyrgus o phimus
(cf. P o r f i r i o , Hor. Sat. 2,7,17; Seneca, Apocol. 12; M a r z i a l e 4,14,8;
11,6,2).
26 Cf. E. F o r c e l l in i , Lexicon Totius Latinitatis, Padova 1940, s.v.
alveus: alveus enim significat vas in quo tesserae lusoriae.
27 Cf. commento a 11,17.

29
IL GIOCO DEI DADI

gesti inconsulti come in preda a furore e i sacerdoti di Cibe-


le erano detti per l’appunto K\)|3fj|ka (invasati)..
Possiamo raffrontare questa etimologia con Aleat. 6,3:
«d ella tavola da gioco parlo, dove si trova stoltezza
( dementia) e follia {furia)» e con Aleat. 9,1-2: «quale follia
(dementia) dunque quella dei fedeli che giocano a dadi: sono
fuori di sé ( insaniunt) e spergiurano con grida da invasati
(furiatissimis vocibus periurant)». Si può dedurre che anche
per il nostro autore il giocatore di dadi è considerato un in­
vasato che può arrivare a perdere la testa, perché l’ebbrezza
del gioco è pari all’èv0ouovaa|ióq cibelico; anche il sost. tcu-
Picnrr|Tr|p, uno dei corrispondenti greci del termine aleator
(oltre a kotuottii; da kottì^co e Kupeimic; da k^Petì©), ha
come significato principale qui se in caput deicit, cioè acroba­
ta, tuffatore, saltimbanco. Ne risulta un ritratto solo negati­
vo del giocatore di dadi, paragonato a un invasato o a un sal­
timbanco. Del resto, proprio a tale giudizio farebbe eco l’u­
nanimità degli autori pagani e cristiani sulla condanna del
gioco dei dadi come gioco che esalta e conduce alla follia,
inebria nell’azzardo e rende dissennati. Di qui si spiega per­
ché il gioco dei dadi, in quanto gioco d’azzardo, fosse dichia­
rato illecito e quindi vietato.28 Nella società romana - fin
dall’età repubblicana - il gioco dei dadi era ammesso solo
durante i Saturnalia ,29 festa del rovesciamento dei ruoli e
della trasgressione, dove tutto diventava lecito. Nonostante i
divieti, il gioco dei dadi continuò comunque a esercitare una

28 Cf. P l a u t o , Cure. 609. Significativo anche il giudizio di G io ve ­


n ale,Sat. 11,175-177: alea turpis, turpe et adulterium mediocribus; haec
eadem [illi] om nia cum faciant, hilares nitidique vocantur («il gioco
d’azzardo è vergognoso e vergognoso l’adulterio commesso dalla pove­
ra gente; quando però sono quelli [i ricchi] a commettere ciò, si dice
che sono persone scherzose e pulite»),
29 Cf. M a r z ia l e , Epigr. 5,84.

30
INTRODUZIONE

forte attrattiva se è vero, come testimonia Svetonio, che gli


stessi imperatori lo praticavano con accanimento.30
A l tempo di Giustiniano il gioco dei dadi verrà definiti­
vamente condannato e quanti contravvenivano a tale legge
erano costretti a pagare quattro volte la somma scommessa
e, come segno della colpa, venivano chiamati infames con
conseguente perdita dei diritti politici.31
I giocatori di dadi furono considerati uomini meritev
di disprezzo e paragonabili ai più malfamati.32 È una con­
danna anzitutto di carattere etico-morale: i giocatori infatti
si lasciano vincere dall’avidità e dal desiderio di possesso,
offendono se stessi e la società in cui vivono.
Nella condanna cristiana il gioco d’azzardo è peccato in
sé, perché spinge l’uomo a tentare la sorte e a sperperare il
suo denaro, invece che confidare nella provvidenza e condi­
videre i propri beni con i fratelli; ma il gioco è peccato
anche per le conseguenze che provoca: bestemmie, litigi e
divisioni.33 Il gioco, in quanto vizio che priva della libertà di
scelta una volta che ha conquistato il giocatore, è ritenuto
un laccio del diavolo.
Rispetto a Cipriano e a Tertulliano, che pure condanna­
no il gioco dei dadi, ancora più severo è il nostro omileta,
che qualifica il gioco dei dadi addirittura come un peccato
contro lo Spirito santo (cf. Aleat. 10,4).34 II gioco dei dadi
dunque non è assolutamente tollerato e severamente con­

30 Cf. S v e t o n io , Claud. 39.


31 Cf. M. B io n d i , I l diritto romano cristiano, Milano 1952, pp. 282-
284.
32 Cf. C ice r o n e , Verr. 2,33: lenonum, aleatorum, perductorum nulla
mentio fia t; Catii. 2,23: omnes aleatores, omnes adulteri.
33 Cf. C ip r ia n o , Ad Demetr. 10; T e r t u l l ia n o , Pali. 5.
34 Sul provvedimento disciplinare sancito dal Concilio di Elvira
contro i giocatori di dadi, cf. supra p. 20 e nota 19.

31
IL GIOCO DEI DADI

dannato in Aleat.,35 soprattutto perché finisce con l’essere


una vera e propria idolatria, dove la fede in Dio si sostituisce
con la fede nella sorte, espressa anche dal culto e dalla vene­
razione verso lo stesso inventore del gioco (cf. Aleat. 7).
Quindi da passatempo dannoso per le finanze e per il patri­
monio familiare, il gioco dei dadi diventa qualcosa di più
grave e preoccupante che conduce il cristiano alla pratica
idolatrica, intesa sia come asservimento alle tentazioni del
demonio, sia come venerazione vera e propria del suo in­
ventore.36 Scommesse, perdita di denaro, desiderio irrefre­
nabile di continuare a giocare anche quando si perde, veglie
notturne con le prostitute: tutto questo fa del cristiano un
idolatra, che si lascia sedurre dalle insidie del diavolo, per­
dendo i propri beni, ma soprattutto la propria libertà di fi­
glio e servo di Dio.
Pertanto il gioco dei dadi viene per la prima volta inseri­
to in un elenco di v iz i37 ed è considerato come strumento
mediante il quale il diavolo circuisce per far ricadere i figli
di Dio nel peccato, dal quale sono stati redenti grazie al sa­
crificio di Cristo e mediante il lavacro battesimale. Dal
gioco dei dadi scaturiscono slealtà, follia, inimicizia, discor­
dia, menzogna. Presi dall’ebbrezza del gioco, gli aleatores di­
lapidano le proprie ricchezze e i patrimoni guadagnati con
sudore dai propri avi (cf. cap. 6). N é si rinuncia al gioco

35 Come ha ben evidenziato J. D a n ié l o u , Le o r ig in i... cit., pp.


99-101.
36 Harnack (cf. D er psuedocyprianische T ra k ta t... cit., p. 22), nella
nota di commento a 6,18-19 (alea est quam lex odit) sostiene che que­
sto passo non si riferisce a un divieto di legge relativo al gioco d’azzar­
do, ma alla legge di Dio che vieta ai cristiani di giocare, perché il gioco
d’azzardo, oltre che essere nocivo e perverso, implica pratiche idolatri­
che (cf. commento a 6,18-19; 7,21; 8,4-8).
37 Cf. commento a 5,5-10.

32
INTRODUZIONE

quando si perde, anzi proprio la perdita scatena un vero e


proprio accanimento, così che, esauriti i propri averi, si
gioca anche il denaro avuto in prestito. La febbre del gioco
non conosce limiti, non sa fermarsi neppure di fronte alla
propria rovina, né di fronte a quella dell’eredità familiare.
Se dunque il primo peccato che il giocatore di dadi commet­
te è quello di cedere alla lusinga del diavolo che lo inganna
con la seduzione del gioco, offrendogli l’illusione delle ric­
chezze, una delle conseguenze materiali più gravi di tale
gioco peccaminoso è proprio il dissesto finanziario: la mano
di chi gioca è inarrestabile (6,12-15: manus trux ... qui pec­
cando se ipsa damnavit et post peccando non desinit; 9,10-11:
manus noxia qui nec post lucra desinet); non conosce misura
né freni; spinta dall’ebbrezza del gioco e da una sete di gua­
dagno che si alimenta più con la perdita che con la vincita,
per la furia del peccato non smette di tentare la sorte.
L’autore insiste molto su questo punto e, riguardo alla
condanna del gioco come fonte di rovina economica, con­
corda pienamente anche con la morale pagana38 e con la
stessa legge romana che non condannava il gioco per se
stesso, ma per le sue conseguenze.39
Anche per il nostro autore lo sperpero delle ricchezze è
una colpa grave, ma, secondo il precetto della carità cristia­
na, la giustificazione a non lasciarsi attrarre dal gioco è ba­
sata anzitutto sulla necessità di condividere il proprio dena­
ro con il povero.

38 Cf. C ice r o n e , Phil. 13,4: hominem...lege, quae est de alea, condem­


natumi\ O r a z io , Carm. 3,24,58: vetita legibus alea; Epist. 1,18,21: quem
damnosa Venus, quem praeceps alea ludet.
39 Cf. Digesto 11,5,2,1 (Paulus libro nono decimo ad edictum: senatus
consultum vetuit in pecuniam ludere; Marcianus libro quinto regularum:
in quibus rebus ex lege T itia et Publicia et Cornelia etiam sponsionem fa ­
cere licet: sed ex aliis, ubi pro virtute, certamen non fit, non licet): cf. P.
B o n fa n te - C. F a d d a e t a l ., Digesta Iustiniani Augusti, Milano 1931.

33
IL GIOCO DEI DADI

I fedeli devono mettere i propri beni a disposizione di


quanti sono nel bisogno; il denaro è uno strumento con cui
aiutare gli altri e non il fine al quale consacrare la propria
vita. La via della cupidigia e dell’avidità a nulla porta se
non a perdere tutto fino a perdere se stessi (cf. cap. 6) e la
propria anima nella palude della morte (1,2-3: animos ad
nequitiam se in latum mortis emergunt). Ed è proprio la
preoccupazione per la morte dell’anima che distingue il ca-
techeta cristiano dal legislatore civile, il cui pensiero è so­
prattutto quello del danno economico e sociale e, forse
anche morale, ma non propriamente spirituale.
II gioco non è semplicemente un comportamento scon­
veniente, ma diventa via di perdizione. Se nel cap. 5 il gioco
è condannato anche per il dissesto finanziario che provoca,
al cap. 7 l’autore ne svela la vera natura: il gioco è una trap­
pola del diavolo per sottrarre gli uomini al progetto salvifico
di Dio e condurli subdolamente alla idolatria (cf. capp. 5-6).
A ttirandoli con l ’ebbrezza del gioco, il diavolo li attrae
verso il suo vero scopo: indurli ad abbandonare Dio per so­
stituire al culto di lui l’adorazione del male e del maligno,
nelle sembianze àeWadiventor (cf. cap. 7). E se l’idolatria è
manifesta in quanto si parla di statunculis simulacris, di
sculptoris cum sua imagine (cf. 7,6.15), è da ritenere che già
nel gioco come fonte di dissesto finanziario (cf. cap. 5) l’au­
tore veda una forma di idolatria, perché i giocatori perdono
e continuano a perdere in nome del denaro, accecati dal de­
siderio di vincita e di ricchezza: il denaro al posto di Dio, la
sorte idolatrata al posto della Provvidenza.40

40 Harnack, basandosi sullo studio di S. D a l e (The Synod o f Elvi


London 1882, p. 339), il quale riteneva sottinteso il peccato di idola­
tria nel gioco dei dadi, osserva che la pena sarebbe stata troppo mite.
Infatti la scomunica per un anno, paragonata ad altre punizioni indi-

34
INTRODUZIONE

In conclusione: anche l ’autore di Aleat. condanna il


gioco a causa delle scommesse e della perdita di denaro che
comporta (6,7-8: possessionum amissio-, pecuniarum ingen­
tium perditus); un gioco contro la pietas familiaris e la giu­
stizia distributiva (6,10-12: manus crudelis ... quae bona pa­
terna et opes et avorum sudore ... dilapidat; 6,16: totam sub­

caie nel canone, non è affatto severa. Inoltre qui manca il provvedi­
mento di legge, di solito precisato acta legitima poenitentia, sostituito
da emendatus cessaverit. Il giocatore quindi non doveva sottoporsi alla
prassi penitenziale ufficiale, ma semplicemente astenersi dal gioco nel
corso dell’anno, dopo di che la sua reintegrazione sarebbe stata auto­
matica (cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit., p. 39
s.). I canoni 42 e 43 dei Canoni dei santi apostoli (Kavóvei; m v àyiiov
ÒKoazóXiov), o Canoni detti dei santi apostoli (Kavóveq oi teyónevoi trav
àyicov àjcoatóXaiv), una raccolta di testi prescrittivi di carattere etico­
morale attribuiti agli apostoli - cf. Patrologiae Graecae, voi. CXXXVII,
col. 126 e Dictionnaire de Théologie catholique s.v. - sulla cui origine
non si ha alcuna notizia e sulla cui datazione si sa soltanto che la rac­
colta a cui appartengono è comunque postnicenica, sono al riguardo
ancora più indulgenti: «un vescovo o un presbitero o un diacono, che si
dà ai dadi e ai banchetti, sia fatto smettere o si purifichi; un suddiaco­
no, un salmista o un lettore, che fa le medesime cose, sia fatto smettere
o sia allontanato, allo stesso modo i laici» (è7tiaK07i0<; f| TcpeaPiiiepoi; fj
StàKovoq Kiipoic; oxohàt,(ùv koù (léGaii; fi 7iaucào0(D tì Ka0aipeia0m' i>-
7t05iàK0V0(; tì yótXTTv; fi àvaYvéorr|^ xà 6|ioia ronàv iì mvaóaQio f| à<|>o-
pi^éaSoi, àaavuoi; Kaì oi XaiKoi). Da questi canoni emerge che origina­
riamente il divieto valeva soltanto per il clero (canone 42) e che fu poi
allargato anche ai laici. Per il giocatore, così come per l’usuraio, non
era prevista una penitenza; l’astinenza dal gioco o dall’usura era suffi­
ciente; se invece si perseverava, allora la pena era l’esclusione dalla co­
munità. Anche nei canoni non c’è nessuna relazione tra il gioco e l’i­
dolatria. La proibizione definitiva del gioco d’azzardo sarà sancita dal
Codice giustinianeo, che condanna il gioco perché causa la perdita delle
propriae substantiae e perché ex hac inordinatione i giocatori blasphe­
mare conantur. Proprio a causa del fondamento morale della legge, si
invoca l’aiuto dei vescovi per l’esecuzione di essa (cf. Cod. Iust. 3,43,1;
3,43,111: episcopis locorum hoc inquirentibus et praesidum auxilio utenti-
bus; 3,43,IV: potestatem dando episcopis hoc inquirendi et auxilio praesi­
dum sedandi). Questo regolamento giustinianeo de aleae lusu permette­
va solo alcuni giochi e soltanto a certe condizioni.

35
IL GIOCO DEI DADI

stantiam perdit; 6,22: opes suas perdunt; 6,24-25: patrimo­


nium ... amittunt; 6,26-27: paterna sua hereditate ... disper­
dat); gioco in cui Valeator disperde il proprio denaro invece
di destinarlo a opere buone e metterlo al servizio dei più bi­
sognosi nella comunità (11,1-5: pecuniam tuam ... super
mensam dominicam sparge; patrimonium tuum ... pauperi­
bus divide). Se però nel cap. 6 l ’autore descrive quanto sia
rovinoso il gioco da un punto di vista economico e sociale,
la colpa più grave, da un punto di vista cristiano, è la pratica
idolatrica cui si è addirittura costretti (cf. capp. 7-8) e con­
tro la quale il nostro autore eleva la voce della Scrittura (cf.
Ex 22,20; Is 52,11; Ier 25,6; A p 18,4).
E da sottolineare che Aleat. è l’unico scritto cristiano del­
l ’antichità a condannare estesamente, in modo chiaro e ine­
quivocabile il gioco d’azzardo come pratica idolatrica. Ed è
proprio il rapporto gioco-idolatria che giustifica la durezza e
la rigidità dell’omileta riguardo alla pena riservata ai giocato­
ri. Harnack afferma che dal testo di Aleat. emergerebbe una
disciplina ecclesiale la quale esclude che giocatori così acca­
niti abbiano la possibilità di essere reintegrati nella comu­
nità: il loro è un crimen mortale, un peccato contro Dio per il
quale non c’è né perdono né indulgenza (10,1-2: nam quod
delieti in Deum nulla f it excusatio nec indulgentia ulla et nemi­
ni veniam datur).41 Crediamo però che si debba dissentire da
tale drastica conclusione in quanto l’autore, quando parla
della disciplina penitenziale da applicare nei confronti dei
fratelli macchiatisi di questa colpa, citando le Doctrinae apo­
stolorum, afferma: hic nec colligatur, donec paenitentiam agat
(4,20-21). Sebbene non siano specificati né i tempi né i modi
di questa penitenza, è però indubbio che la si ritiene possibi­
le e attuabile, anche se la colpa del gioco, in quanto peccato

41 Cf. A. H a rn a ck , D er pseudocyprianische Traktat ... cit., pp. 40-45.

36
INTRODUZIONE

contro lo Spirito santo, rimane una colpa gravissima. Il rap­


porto gioco-idolatria, così insistito in Aleat., richiama l’atteg­
giamento intransigente di Tertulliano, che nel De idololatria
vieta ai cristiani di svolgere qualsiasi attività o lavoro che
possa essere anche lontanamente connesso con gli idoli e i
loro culti;42 così, se è vietato costruire o vendere idoli, è vie­
tato anche ricoprire quelle cariche pubbliche e quegli incari­
chi civili che chiedono la partecipazione ai culti pagani, tra
cui quello imperiale. Da questo si può ben comprendere l’at­
teggiamento di Tertulliano nei confronti della res publica e
della società pagana in genere. Rappresentante di un cristia­
nesimo progressivamente rigido e inflessibile, egli ritiene in­
conciliabile la dottrina cristiana con il saeculum. Altrettanto
rigorista e severo appare il nostro autore, anche se non nega
esplicitamente la possibilità di una secunda poenitentia, né di
perdono, mentre per Tertulliano ormai montanista il peccato
di idolatria è assolutamente irremissibile, accanto a quello di
omicidio e fornicazione (cf. De pudicitia 2). L’idolatria è co­
munque ritenuta dal nostro omileta colpa gravissima e «ciò
non è lecito per i cristiani» (cf. 8,5); e come il gioco d’azzardo
comporta l’idolatria e il giocatore «insozza le sue mani nel
momento in cui compiono il sacrificio del diavolo in onore
dell’inventore» (cf. 9,12-13), così comporta una colpa contro
Dio e contro lo Spirito santo e per questa colpa «non vi è nes­
suna scusa, né viene concessa indulgenza e a nessuno viene
perdonato» (cf. 10,1-2). Emerge dunque un atteggiamento in­
transigente e non è da escludere, anzi è assai probabile, che
sia quello della chiesa africana del tempo, già influenzata da
Tertulliano riguardo alla disciplina penitenziale.
N el caso di Aleat. si tratta anzitutto di vietare il gioco
prima ancora che di perdonare il giocatore. La responsabilità

42 Cf. T e r t u l l ia n o , De idol. 4-5; 8-11; 15; Despect. 7,1; 8,10-11.

37
IL GIOCO DEI DADI

del vescovo lo conduce a dissuadere a ogni costo dal gioco


d’azzardo e le ragioni sono tutte fondamentali. A motivo
teologale: la fiducia nella sorte si sostituisce alla fiducia nella
Provvidenza e affidarsi alla idolatria della sorte è appagare il
demonio. A motivo morale: l’avarizia e l’avidità di denaro
sono l ’esatto contrario della carità e della condivisione;
ugualmente la prodigalità e lo sperpero del denaro compor­
tano danno a se stessi e alla propria famiglia.

5.2. La STATUA d e l l ’i n v e n t o r e

La natura idolatrica del gioco dei dadi è apertamente di­


chiarata nel cap. 7, dove l ’autore racconta, auctorum testi­
monio (cf. 7,1-2), l’origine del gioco. L’invenzione del gioco
dei dadi risalirebbe a un uomo, colto ed erudito; in realtà il
vero inventore di questo crimine scellerato è il diavolo, il
quale, per tendere le sue trappole mortali e per allontanare
dalla strada della salvezza, si serve di alcuni uomini, allet­
tandoli con l’illusione della gloria e della fama. Istigato dun­
que dal demonio e, in qualche modo, esecutore del suo
piano, Vadinventor, senza nome e non meglio descritto, fa
costruire addirittura una statua che lo raffiguri con la tabu­
la lusoria nascosta tra le pieghe della veste; non pago di ciò,
stabilisce, come conditio per accedere al tavolo da gioco, la
celebrazione e l’offerta di sacrifici in suo onore; cosicché di­
viene oggetto di culto, una sorta di venerato protettore del
gioco, subfinctioso nomine dei talis (7,22).
La tradizione antica attribuisce a Palamede, mitico figlio
di Nauplio, re dell’Eubea famoso per la sua intelligenza, l’i­
deazione del gioco dei dadi, inventati per combattere la mo­
notonia e la noia durante il lungo assedio di Troia. Le fonti
iconografiche, soprattutto dipinti vascolari o parietali, raffi­
gurano Palamede chino sulla scacchiera, intento a giocare,

38
INTRODUZIONE

oppure impegnato in qualche impresa eroica;43 ma non si è


in possesso di nessuna immagine di lui, né pittorica né tan­
tomeno scultorea, che lo rappresenti in qualche abito parti­
colare e con la tabula lusoria in mano. Inoltre la tradizione
non attesta nessun culto reso a Palamede.44 Isidoro di Sivi­
glia (cf. Origines 18,60) afferma che fu un soldato greco a
inventare questo gioco, durante 1'otium troiano, ma non at­
tribuisce questa invenzione a Palamede, poiché sostiene che
il nome alea derivi proprio da quello del suo inventore,
mentre Palamede significa, con accezione negativa, «colui
che è abile di mano».
Harnack,45 commentando il passo di 7,6-15, fa osservare
che tra le divinità protettrici del gioco dei dadi si ricorda
anche il dio egiziano Teuth;46 ma la forma zoomorfa, nella
quale Teuth è raffigurato con la testa di cane, fa escludere
che si possa trattare dello stesso inventore di cui in Aleat. 7.
Tra le divinità greco-romane nessuna è specificamente
preposta alla tutela del gioco d’azzardo e dei giocatori; l’uni­
co riferimento possibile - se volessimo tentare un’ipotesi -
sarebbe a M ercurio, dio protettore dei commercianti e,
come ben noto, equivalente romano del dio greco Hermes,
del quale finì per assumere tutte le altre prerogative, tra cui
anche quella di patrono di tutte le attività umane che ri­
chiedono particolari abilità, da quelle letterarie e culturali a
quelle commerciali e, all’occasione, ladresche e di frode. L’i­

43 M i riferisco in particolare a una Pisside corinzia con scena eroica


(Parigi, Museo del Louvre, E 609), a uno Scarabeo a due facce (Londra,
British Museum, 630) e a uno Specchio bronzeo (Malibu, The Paul
Getty Museum 77 AC 100) che lo ritraggono intento al gioco.
44 Cf. P. G r im a l , Dizionario di mitologia greca e romana, Brescia
1987, s.v.
45 Cf. A. H a r n a c k , Derpseudocyprianische T ra k ta t... cit., p. 24.
46 Cf. P l a t o n e , Fed. 274d.

39
IL GIOCO DEI DADI

conografia classica ed ellenistica ce lo presenta con una


veste dal ricco panneggio, il braccio destro proteso in avanti
e il lucrum, il sacchetto con i denari simbolo del guadagno,
stretto nella mano oppure, m olto raramente, appeso al
collo.47
La statua di cui si legge in Aleat., sebbene senza nome, è
da intendere come rappresentazione di una divinità, stru­
mento del demonio o comunque a suo servizio: figura ma­
schile qualunque, rappresentazione di quello sconosciuto, e
se mai esistito adinventor, al quale addirittura si sacrifica
perché la sorte del gioco sia propizia. Per questo la sua sta­
tua doveva trovarsi in ciascuno dei luoghi in cui si giocava:
taverne, osterie, postriboli, quasi a presiedere e tutelare il
gioco; inoltre, sotto forma di statuette e simulacri, veniva
probabilmente usata, secondo Harnack, come amuleto per
propiziare il gioco.48
Pur nell’impossibilità di dare un nome e un’identità, è
da supporre che il nostro autore parli dell’inventore del
gioco e del culto a lui rivolto sulla base di una conoscenza
diretta anche se non sperimentata. L’inventore del gioco, la
statua che lo rappresenta e la venerazione che ne consegue
non sono frutto di fantasia, perché troppo puntuale è il rife­
rimento, senza contare che di fronte ai destinatari del suo
sermone, per di più aspramente rimproverati, il nostro pre­
dicatore non poteva permettersi fandonie o fantasticherie
che avrebbero screditato ogni suo insegnamento e lo avreb­
bero persino ridicolizzato.
Addirittura, in base all’argomentazione di Aleat., si può
dedurre che il motivo fondamentale del biasimo e delle am­
monizioni consiste proprio nel sacrificium che il gioco com­

47 Cf. P. G rim a l, Dizionario ... cit.,s.v.


48 Cf. A . H a r n a c k , D er pseudocyprianische T rà k ta t ... cit., p. 25.

40
INTRODUZIONE

portava: la statua, personificazione d ell’inventore e al


tempo stesso idolo che presiede il gioco e al quale si offrono
sacrifici, rappresenta la prova della idolatria commessa dai
giocatori di dadi.49
Sicché l’omelia condanna il gioco d’azzardo come dan­
noso in sé ma, soprattutto, come strumento idolatrico ispi­
rato dal demonio e in grado di travolgere anche coloro che
si professano cristiani. H gioco d’azzardo si identifica con la
perdizione dell’anima; 1’aleator, sedotto dalle tentazioni dia­
boliche e attirato con l’inganno alla tavola da gioco, non si
cura né di sperperare il suo denaro, né di dannare la sua
anima perché, sacrificando a\Vadinventor ludi, insieme alle
ricchezze perde il suo bene più prezioso: la grazia donata
dal battesimo e la possibilità di vivere libero dalla schiavitù
del peccato.

49 Se la condanna degli idoli, di quanti li fabbricano e delle pra


che ad essi connesse è concetto ampiamente condiviso dagli autori del
primo cristianesimo, si ricorderà che soprattutto nel De idololatria di
Tertulliano tale giudizio viene espresso con rigore e asprezza profon­
da, come in Aleat.-, Tertulliano afferma: Idolum aliquamdiu retro non
erat. Priusquam huius monstri artifices ebullissent, sola tempia et vacuae
aedes e ra n t... Tamen idololatria agebatur, non isto nomine, sed in opere
. . . A t uhi artifices statuarum et imaginum et omnis generis simulacro­
rum diabolus saeculo intulit, rude illud negotium humanae calamitatis et
nomen de idolis consecutum est et profectum. Exinde iam caput facta est
idololatriae ars omnis quae idolum quoquomodo edit (3,1). Per Tertullia­
no, così come per il nostro autore (cf. anche G iu s t in o , I Apoi. 9,1-5;
25,3), il diavolo è l’ispiratore di ogni forma di idolatria ed è lui che ha
suggerito agli uomini di costruire degli idoli ai quali prostrarsi e ai
quali rendere culto; il mondo pagano, il saeculum, è agli occhi di Ter­
tulliano pieno di idoli e numerose e spesso nascoste sono per il cristia­
no le occasioni di contaminarsi con pratiche idolatriche. Nel caso spe­
cifico del gioco dei dadi la tentazione idolatrica, come si legge in Aleat.
6,22, è chiara e manifesta, concreta e tangibile nella figura della sta­
tua, che pur essendo anonima resta comunque la personificazione del­
l’esecrabile vizio del gioco.

41
IL GIOCO DEI DADI

5.3. I l vescovo e l a d o t t r in a di salvezza

Salutaris doctrina (1,9) - e espressioni analoghe quali vestis


salutaris (2,24); salubriter admonentem (3,10); ad salutem
totius hominis (5,15-16) - è la doctrina evangelica unica via
di salvezza, indicata dalla Parola di Dio (3,12: descripturis
sanctis documenta), resa efficace dal sacrificio di Cristo e so­
stenuta dalla grazia dei sacramenti (5,14-15: ab iniuriis hu­
manis expiata; sacrificium dominicum admissa). La doctri­
na, affidata a un ministro della chiesa, maestro e catecheta
nella comunità, è fonte di salvezza e corregge e rimprovera
quanti commettono azioni inique o quanti sono pronti a
perdonarle troppo facilmente.
L’affermazione finale del cap. 1,9-10 (salutari doctrina ad­
monemur, ne cum delinquent adsiduae ignoscimus, ipsi cum eis
pariter torqueamur) testimonia la preoccupazione causata da
tutti quei fedeli che, pur essendo battezzati, si lasciano di
nuovo avvincere dalle tentazioni diaboliche, cedendo alle lu­
singhe del gioco e dannando così la loro anima, ma il rimpro­
vero si estende agli stessi episcopi che, preposti come guida
nelle loro comunità, non devono essere indulgenti né accondi­
scendere. Inoltre, forte e costante nei primi quattro capitoli è
l’insistenza con cui l’omileta li ammonisce e li mette in guar­
dia dal pericolo di essere contaminati dal peccato del gioco, la­
mentando la scarsa consapevolezza con cui ricoprono la loro
carica, omettendo o trascurando il dovere di correggere.
L’inizio del cap. 1 è una vera e propria dichiarazione
monitoria che intende risvegliare le coscienze sopite e poco
zelanti. Si afferma l’origine della missione episcopale, come
conseguenza della divina et paterna pietas (1,4-5: in nobis
divina et paterna pietas apostolatus ducatum contulit; 2,5-6:
sacerdotalis dignitas a Domino tradita est) e, al tempo stes­
so, si riconosce in essa l ’eredità del mandato apostolico

42
INTRODUZIONE

(1,5-7: et vicariam D om ini sedem caelesti dignatione ornavit


et origine authentici apostolatus super quem Christus fundavit
ecclesiam in superiore nostro portamus), garante di legitti­
mità e di ortodossia.
Sono ammoniti in modo pressante coloro che ricoprono
tale apostolato,50ricordando che la sacerdotalis dignitas non li
pone al riparo da ogni male e non assicura la salvezza se non
avranno adempiuto con coscienza il loro dovere di guida e di
difesa della fede. Essi, che hanno ricevuto lo Spirito santo,
sono chiamati a essere strumento di salvezza per gli altri uo­
mini, santificandoli e salvandoli con la loro sapientia cae­
lestis, cioè quella di Cristo di cui sono ministri. Facendo pro­
pria l’invettiva che si legge in Ez 34,2 (vae erit pastoribus),51 si
ricorda ai vescovi che saranno chiamati a giustificare non
solo il loro operato, ma anche le azioni di quanti sono stati
loro affidati. I pastori negligenti saranno doppiamente puniti,
qualora cerchino di addossare ai soli peccatori la colpa delle
loro azioni. Ogni episcopus è dunque responsabile della sal­
vezza o della perdizione del gregge che gli è stato affidato: a
lui spetta il compito di far crescere il credente nella fede, di
renderlo forte contro le tentazioni e capace di combattere il
maligno, facendogli indossare l’armatura della giustizia divi­
na e lo scudo della Parola di Dio (cf. Eph 6,13-17).
Alla fine del cap. 3 (cf. 3,15-16), citando Gal 4,1 (quam-
diu heres infans, sub procuratores et actores agens), l ’omileta
paragona i fedeli a un bambino, erede di una grande fortuna;

50 Concetto di successione apostolica già ampiamente attestato da


I r e n e o , Adv. Haer. 1,9,4; 3,3,1 (cf. T e r t u l l ia n o , Praescr. 21).
51 Per i testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, citati in
latino nei capitoli introduttivi e nelle note di commento al testo, abbia­
mo utilizzato la cosiddetta versio antiqua che si legge nell’edizione di P.
S a b a t i e r , B ib lio ru m sacrorum La tin a e versiones antiquae, 3 voli.,
Turnhout 1987, ristampa anastatica.

43
IL GIOCO DEI DADI

fin quando il fanciullo non è in grado di gestire da solo i suoi


beni, la responsabilità della sua sorte ricade sui suoi tutori. I
vescovi sono come tutori: se essi saranno stati vere guide per
la loro comunità, sempre pronti ad attingere la verità vitale
alla Sacra Scrittura, allora quanti sono stati loro affidati,
come un gregge al suo pastore, daranno frutti buoni e abbon­
danti, testimonianze di vera fede; ma se i vescovi avranno
trascurato le anime dei loro fedeli e non si saranno curati di
ammaestrarle con gli insegnamenti della Scrittura, allora
quella comunità vedrà i semi della fede soffocati dalle spine
della negligenza e dell’incuria e sperimenterà le pene e le sof­
ferenze di quanti, smarriti e senza guida, si lasciano condur­
re sui sentieri del peccato. I vescovi devono essere giusti e in­
tegri per sorvegliare e difendere le loro comunità dagli attac­
chi del demonio; ad essi è chiesto di essere fedeli a Dio e di
testimoniare, con la vita e la predicazione, la via che conduce
alla salvezza in Cristo; ma se i loro costumi sono troppo ri­
lassati ed essi lasciano correre nel concedere il perdono ai
peccatori, il peso delle colpe di questi non ricadrà forse su di
loro? È questa la domanda che l’omileta si pone all’inizio del
cap. 4: quid si omnes delinquant et delinquentibus dispensato­
res ignoscant? Nonne ipsi delinquentium se pondere onerant?
(4,2-4). Se è giusto perdonare, è più giusto fare in modo che i
fedeli non pecchino perché, pur riconoscendo la possibilità
del perdono post-battesimale, l ’autore afferma anche che è
grave scandalo per il cristiano ricadere nel peccato dopo la
purificazione, che ha ottenuto con l’adozione a figlio di Dio
(cf. 5,15; 5,18). Proprio per questo l’omelia mette in guardia
i vescovi dall’essere troppo indulgenti: i peccatori vanno am­
moniti in pubblico e vanno segnalati alla comunità: solo
dopo aver vissuto un periodo di sincera penitenza, potranno
essere riammessi alla preghiera, orationes iustorum, e all’eu­
caristia, sacrificium Christi (cf. 4,14-16; 4,20-21; 4,23-26).

44
INTRODUZIONE

La posizione dell’omileta si rivela in questo caso rigorista


e severa; egli è preoccupato che lassismo e permissivismo
coinvolgano nel peccato procuratores evangeliì e delinquentes.
In modo chiaro e autorevole emerge da questi passi la ferma
convinzione che peccato, pentimento e penitenza non sono
un problema individuale del fedele; il peccato danneggia i
rapporti e quindi incide fortemente nella vita della ecclesia a
danno della stessa koinonia-, ogni fratello, secondo le ammo­
nizioni di M t 18,15-18, è responsabile delle azioni buone e
cattive degli altri ed è chiamato a rimproverarli e a condurli
amorevolmente sulla via della conversione. Per far questo la
comunità può decidere di escludere un suo membro dalla
vita ecclesiale fino a quando non abbia espiato il suo peccato
e si sia riconciliato con Dio e con i fratelli. Questo è il tema
tutto cristiano della corresponsabilità della salvezza: il cam­
mino verso la casa del Padre si compie in una dimensione
comunitaria e il peccato del singolo non ricade solo su di lui,
ma coinvolge l’intera chiesa, chiamata a punire il peccatore,
ma allo stesso tempo a pregare per la sua redenzione, inter­
cedendo per lui presso Dio (cf. Iac 5,16; Didaché 14,2).
Citando alcuni passi tratti dalle lettere a Timoteo e fa­
cendo proprio l’ammonimento di Paolo,52 l’omileta chiede
ai vescovi di svolgere con coraggio e integrità il loro mini­
stero (4,9-10: accingere fortiter et v iriliter age ministerium
tuum); di essere di buon esempio (4,10-11: esto ceteris in
bonum exemplum); di rimproverare pubblicamente i pecca­
tori (4,12: peccantem coram multis castiga) e soprattutto di
non condividere le azioni peccaminose degli altri (4,13-14:
ne communicaveris peccatis alienis). Il vescovo è quindi una
testimonianza e, in virtù del mandato che ha ricevuto, è
chiamato a vivere una vita di integrità e fedeltà a Dio e di
dedizione ai fratelli.

52 Cf. commento a 4,4-23.

45
IL GIOCO DEI DADI

Il costante richiamo alla responsabilità dei vescovi con­


ferisce un tono fortemente pastorale all’omelia e l’avvicina
al pensiero di Cipriano, che considera Vepiscopus timoniere
della nave che è la chiesa (cf. Ep. 59,6); è l’autorità che co­
stituisce il centro della comunità e il garante dell’unità su
cui si fonda la chiesa (cf. Ep. 66,8; 3,3).
Anche per il nostro autore 1’episcopus deve rafforzare
nella fede e forn ire a ogni cristiano il modello al quale
conformare la propria vita. L'episcopus è «amministratore e
dispensatore della dottrina evangelica» (cf. 3,14-15.17-18),
della parola salvifica annunciata dai profeti e incarnata da
Cristo: agli episcopi si chiede pertanto fedeltà alla Parola e
allo Spirito che hanno ricevuto, che dimora in loro e che
non deve essere contristato. Per essere fedeli amministratori
della dottrina evangelica, gli episcopi, come pastori solleciti,
devono continuamente somministrare la «celeste medicina».

6. C ITAZIO N E D E LLA SC R ITTU R A

In Aleat. il ricorso alla Sacra Scrittura non è costante e si­


stematico: lunghe sezioni totalmente sprovviste di riferi­
menti scritturistici si alternano a brani nei quali l’autore ri­
porta due, tre e anche quattro citazioni, l’una di seguito al­
l’altra, affiancate da minime annotazioni (cf. capp. 2, 4, 8,
10). Complessivamente sono state individuate circa quaran­
ta citazioni, tra implicite ed esplicite (talvolta semplici re­
miniscenze o allusioni), vetero e neo-testamentarie. D i que­
ste, trentasei sono esplicite (nove dall’A T e ventisette dal
N T ),53 anche se non costantemente ad litteram e talvolta,
riguardo al senso, adattate al contesto dell’omelia. Schema­
ticamente, i testi biblici sono così distribuiti:

53 È difficile stabilire quale versione biblica abbia usato, né è da

46
INTRODUZIONE

Aleat. AT NT

2,2-4 M t 5,13
2,10 E z 34,2
2,15-16 S ir 32,1-2
3,1-4 Io 21,17
3,7-9 Eph 4,30
IC o r 6,19
I T h 5,19
3,15-16 G ai 4,1
4,7 2 T im 2,1
4,7-8 I T im 1,18
4,7-8 I T i m 6,14
4,7-8 I T i m 6,20
4,8 2Tim 1,14
4,8-9 IT im 4,14
4,8-9 2 T im 1,6
4,8-10 2 T im 4,5
4,9-10 I C o r 16,13
4,10-11 T it 2,7
4,11-12 I T i m 4,12
4,12-14 I T i m 5,20-22
4,7-14 T it 1,9
4,14-16 IC o r 5,11
4,22-23 I C o r 5,13
8,5-6 E x 22,20
8,6-8 Ie r 25,6
8,10-11 A p 18,4
8,12-13 Is 52,11
8,17-18 Lev 7,19
8,18-20 Lev 7,20
9,14-16 Ie r 25,6
9,16-17 R o m 12,2
10,3-5 M t 12,32
10,6-8 IS a m 2,25
10,10-11 IC o r 3,16-17
10,13-14 M t 7,23
10,15-17 l i o 2,28; 3,8

47
IL GIOCO DEI DADI

Come emerge dal quadro, i riferim enti espliciti all’A T


sono visibilmente inferiori a quelli del N T ; considerando
anche le citazioni implicite e le varie reminiscenze, si nota
una insistente presenza dei testi neotestamentari rispetto a
quelli veterotestamentari. La maggior parte delle citazioni
neotestamentarie provengono dalle Lettere paoline e deute-
ropaoline; mentre la presenza dei Vangeli è piuttosto limita­
ta: quattro citazioni del Vangelo di Matteo e una sola del
Vangelo di Giovanni.
Inoltre i riferim enti biblici possono essere distinti in
due gruppi. A l primo gruppo, contenuto nel lungo exordium
(capp. 1-4), appartengono le citazioni riguardanti la dignità
del cristiano, tempio dello Spirito e luce per il mondo, e in
particolare dell 'episcopus, erede del mandato apostolico, de­
positario in terra del mandato di Cristo e responsabile della
salvezza dei fedeli. Il secondo gruppo è concentrato nei
capp. 8-10, dove l’autore ammonisce i fedeli ad astenersi dal
gioco d’azzardo perché anch’esso è una forma di idolatria,
una tentazione del demonio e un peccato contro lo Spirito;
nel condannare la pratica idolatrica si fa riferimento a due
testi profetici (Ier e Is), e all’insegnamento di Paolo (Rom e
1 Cor) affinché si acquisti la consapevolezza che il corpo, di­
mora del Cristo, non deve essere contaminato dal demonio
e dalla idolatria.
Sulle fonti bibliche di Aleat. svolse un’indagine accurata
anche Harnack,54 arrivando alla conclusione che nell’ome­
lia erano distinguibili almeno tre gruppi:
1. gli scritti profetici dell’AT;

escludere che si possa essere servito di Testimonia oppure che abbia ci­
tato a memoria. Confrontando il testo delle citazioni presenti in Aleat.
con quello curato da P. Sabatier, ci risulta che l’autore cita abbastanza
fedelmente.
54 Cf. A . H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t ... cit., p. 57.

48
INTRODUZIONE

2. gli insegnamenti del Signore contenuti nei Vangeli;


3. gli scritti apostolici: lettere di Paolo e di Giovanni.
Questi tre raggruppamenti sono il frutto di un’analisi
condotta sulle diverse formule che introducono le citazioni;
a giudizio di Harnack, l’anonimo autore rispetta quasi sem­
pre un metodo di citazione in base al quale i testi veterote­
stamentari e un passo dell’Apocalisse, considerati scriptura
divina o dieta D om ini per prophetam, sono introdotti dalla
clausola monet Dominus et dicit o da una formula analoga;55
le parole del Signore, espressamente citate dai Vangeli di
Matteo e di Giovanni, sono introdotte invece dalla formula
in evangelio Dominus dicit, con l’unica eccezione di M i 5,13
(cf. 2,2) introdotto da nam cum dicat, il cui soggetto sottin­
teso è sempre Dominus.56
Le citazioni tratte dalle Lettere apostoliche di Paolo e di
Giovanni, tranne la reminiscenza paolina presente in Aleat.
3,7-9, introdotta da monet Dominus et dicit ,57sono sempre
precedute da formule specificanti l ’apostolo come autore
della lettera.58 Secondo Harnack questa distinzione dei testi

55 D icit enim, scriptura divina: E z 34,2 (Aleat. 2,9-10); E t alia scrip­


tura d ic it: S ir 32,1-2 (A le a t. 2 ,1 4 -1 5 ); D icente D o m in o : E x 22,20
(Aleat. 8,5); E t iterum: Ier 25,6 (Aleat. 8,6); Dominus occurrit et dicit:
A p 18,4 (Aleat. 8,10); E t iterum: Is 52,11 (Aleat. 8,11); Sic enim D om i­
nus dicit: Lev 7,19 (Aleat. 8,17); Dominus (in hoc indignari se) dicit: Ier
25,6 (Aleat. 9,13-14); E t iterum propheta: ISam 2,25 (Aleat. 10,5-6).
56 N a m cum dicat: M t 5,13 (Aleat. 2,2-4); In evangelio Dominus ad
Petrum dixit: Io 21,17 (Aleat. 3,1-4); In evangelio Dominus dicit: M t
12,32 (Aleat. 10,2-5); Iterum Dominus in evangelio ... dicens: M t 7,23
(Aleat. 10,11-14).
57 Cf. com m ento a 3,7-9.
58 Apostolus nos excitat Paulus e t ... ponit et dicit: Gal 4,1 (Aleat.
3,13-16); Apostolus idem Paulus commemorat: con flazion e di passi di
IT im , 2 T im , T it (Aleat. 4,7-14) E t iterum: IC o r 5,11 (Aleat. 4,14-
16); E t apostolus iterum dicit: 1Cor 5,13 (Aleat. 4,22-23); E t apostolus
beatissimus Paulus sim iliter dicit: Rom 12,2 (Aleat. 9,17-18); E t bea­
tus apostolus procurator et vicarius C h ris ti... ponit et dicit: 1Cor 3,16-

49
IL GIOCO DEI DADI

scritturistici, sulla base della formula introduttiva che li pre­


cede, permetterebbe di risalire alla forma più antica del Cano­
ne occidentale, ancora più antica del Canone muratoriano.59
Ulteriore prova di tale arcaicità sarebbe rappresentata dal
fatto che l’anonimo autore cita anche il Pastor considerando­
lo scriptura divina (cf. 2,9-14 = Pastor, Sim. 9.31,5), mentre
l ’autore del Canone muratoriano lo esclude sia dal novero dei

17 {Aleat. 10,8-9); E t Iohannes apostolus d icit: I lo 2,28-3,8 [A leat.


10,14).
59 M i riferisco ancora una volta ad Harnack, perché non ci risu
nessun altro studio che abbia approfondito la presenza e la ricezione
della Scrittura in Aleat., neppure all’interno di indagini trasversali
sulla esegesi di II-IV secolo. N o n è questa la sede, ma meriterebbe ap­
profondire e verificare le sue affermazioni alla luce delle più recenti
tesi circa la formazione del Canone, le quali oggi vanno al di là della
semplice distinzione di H arnack, tra Canone occidentale e Canone
muratoriano, in quanto rivisitano il concetto di Scrittura-Scritture alla
luce di un processo storico-letterario-teologico che non è assolutamen­
te riducibile a un rigido schema di classificazione e si diversifica attra­
verso uno stabilirsi delle tradizioni (paolina, sinottica, giovannea) a
seconda degli ambienti e degli autori cristiani per i quali la base biblica
(epigrafa o pseudoepigrafa) è sempre il primo e imprescindibile riferi­
mento. Anche la letteratura pseudociprianea può dare il suo contribu­
to circa la conoscenza e l’utilizzo di un canone o di Testimonia (come
accade specificamente in Ps. C ipr ia n o , De poenitentia). Va detto inol­
tre che gli studi sul Canone e sulla sua formazione si sviluppano in
tempi posteriori a quelli di Harnack e registrano una crescente sensi­
bilità proprio grazie all’apporto della letteratura patristica, a comincia­
re da M.-J. L a g r a n g e , Histoire ancienne du Canon du Nouveau Testa­
mene Paris 1933; cf. in epoca più recente B.M. M e t zg er , The Canon of
thè New Testament, O xford 1987; F. St u h l h o f e r , D er Gebrauch der
Bibel von Jesus bis Euseb. Eine statistische Untersuchung zur Kanonge-
schichte, W uppertal 1988; J.-M. S e v r in (a cura di), La réception des
écrits néotestamentaires dans le christianisme p rim itif, Leuven 1989
(«Bibl. Ephem. Theol. Lovaniensium» 86); T h . S c h n eid er , Verbindli-
ches Zeugnis I: Kanon- Schrift- Tradition, Freiburg-Gòttingen 1992. Si
consulti anche la bibliografia su L a form azione del canone cristiano
delle Scritture, fornita nel voi. G. Bosio - E. D a l C ovolo - M . M a r it a ­
n o (a cura di), Introduzione ai Padri della Chiesa. Sussidi per la didatti­
ca, Torino 1999, pp. 16-17.

50
INTRODUZIONE

profeti che degli apostoli. Inoltre Harnack individuava un ul­


teriore indizio di arcaicità nel fatto che l’autore non usa mai
il termine testamentum e non si riferisce mai alla Sacra Scrit­
tura con l’espressione novum et vetus testamentum. Per di più
l ’autore cita un testo definito Doctrinae apostolorum (cf.
4,19), al quale attribuisce autorità apostolica pari al passo di
Paolo citato subito dopo e si tratterebbe della Didaché, scritto
inizialmente ritenuto anch’esso ispirato.60
Dal punto di vista della fedeltà delle citazioni, l’autore
cita in modo più letterale i testi veterotestamentari ed evan­
gelici piuttosto che le lettere apostoliche. Harnack deduce
che la ragione di tale comportamento presuppone un atteg­
giamento diverso nei confronti dei testi apostolici rispetto
ai testi in cui a parlare è il Dominus; come se 1’apostolus rap­
presentasse una fonte che era lecito citare anche liberamen­
te.61 Resta una supposizione che rimane tale perché non ab­
biamo argomenti sufficientemente dimostrativi. Ma potreb­
be essere un’altra la ragione per la quale le citazioni paoline
sono meno letterali specie rispetto a quelle dell’AT: le lette­
re di Paolo erano sicuramente più familiari dei testi vetero­
testamentari i quali, da un autore di estrazione non giudai­
ca, non erano così memorizzati come poteva esserlo il mes­
saggio paolino, più divulgato, più assimilato62 e più citato
anche a memoria, con il rischio di qualche inesattezza.
Quanto, infine, alla versio Latina nella quale compaiono
le citazioni bibliche di Aleat., si osserva che le citazioni
esplicite presentano un latino senz’altro più corretto rispet­

60 Su questo testo e la sua identificazione con Didaché, cf. com­


mento a 4,4-23.
61 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit., p. 82.
62 Si ricorderà a proposito la testimonianza di Acta Mart. Scilit. 12:
il proconsole Saturnino chiede a Sperato: «Che cosa c’è nella vostra
cassetta?» e Sperato risponde: «I libri e le lettere di Paolo uomo giusto».

51
IL GIOCO DEI DADI

to al resto dell’omelia, in cui si incontrano con frequenza


solecismi e anomalie grammaticali e linguistiche. Un feno­
meno analogo a quello che si registra nel De duobus monti-
bus: l’ignoranza linguistica è propria dell’autore che quando
cita si serve - a memoria o per lettura - di una versione già
esistente, diffusa nel suo ambiente e redatta in un latino
piuttosto corretto.63 Non si può escludere, almeno per alcu­
ni testi biblici, che si tratti della stessa versione utilizzata
da Cipriano nei Testimonia ad Quirinum e ancor prima da
Tertulliano.64 W òlfflin65 al riguardo sosteneva che la versio
biblica utilizzata dall’anonimo autore si rivela più moderna
rispetto a quella citata da Tertulliano; in particolare notava
che alcuni vocaboli, non attestati in Tertulliano, potrebbero
derivare da traduzioni più recenti.66
Dopo un raffronto condotto su alcuni passi si può alme­
no dire che la versione biblica impiegata dal nostro autore è
più vicina a quella utilizzata da Cipriano67 che non a quella
utilizzata da Tertulliano. È lecito quindi ipotizzare l’utiliz­
zo di una versione latina della Bibbia già conosciuta e uti­

63 Cf. C. B u r in i (a cura d i), Pseudo Cipriano, I due monti Sinai e


Sion (D e duobus montibus), Firen ze 1994 («B ib lioteca Patristica» 25),
pp. 37-40.
64 Cf. A . H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t ... cit., p. 82.
65 Cf. supra, p. 16.
66 Cf. E. W ò l f f l in , Pseudo-Cyprianus ... cit., pp. 495; 497-499.
67 Cf. E x 22,20 (Aleat. 8,5; Laps. 7; A d Fort. 3; Ad Dem. 16; Epp.
59,12-65,1); Lev 7,20-21 (Aleat. 8,18; Test. 3,94; Laps. 15); ISam 2,25
(Aleat. 10,6-8; Test. 3,28; Ad Fort. 4 ); Is 52,11 (Aleat. 8,12; Test. 3,34;
Laps. 10); Ier 25,6 (Aleat. 8,6; A d Fort. 3; Ad Dem. 6); M t 5,13 (Aleat.
2,2; Test. 3,87; Unit. eccl. 1); M t 7,23 (Aleat. 10,13; Test. 3,26; Unit.
eccl. 15); M t 12,32 (Aleat. 10,3; Test. 3,28; Ep. 73,19); Io 21,17 (Aleat.
3,1; Ep. 8,1); IC o r 3,16-17 (Aleat. 10,10; Test. 3,27; D e cent. 16); Eph
4,30 (Aleat. 3,7; De bono pat. 16; Test. 3,7); IT im 4,12 (Aleat. 4,11; Ep.
3 ,3 ); I T im 5,20 (Aleat. 4,12-14; Test. 3 ,7 7); A p 14,9-11 (Aleat. 8,3;
Epp. 58,7-65,1; Ad Don. 3; Test. 3,59); A p 18,4 (Aleat. 8,10; Test. 3,34;
Laps. 10).

52
INTRODUZIONE

lizzata da Cipriano, senza comunque escludere che l’anoni­


mo autore dell’omelia conosca le opere del vescovo di Carta­
gine e di esse si avvalga anche per estrarre i testi biblici da
lui citati.68
Altrettanto probabile l ’uso diretto di quei Testimonia
che raccoglievano testi di esortazione a una retta condotta
morale, utilizzabili nell’una o nell’altra circostanza, a pre­
scindere dall’argomento specifico trattato dall’autore.
Va sottolineato, infine, che in Aleat. non si va oltre la
semplice citazione, assunta come normativa della condotta
cristiana ma priva di qualsiasi spiegazione o interpretazione.

7. OSSERVAZIONI LINGUISTICHE E STILISTICHE

7.1. A n o m alie e ir r e g o l a r it à m orfo sintattiche

L’omelia, come già più volte sottolineato, è scritta in un lati­


no volgare, con frequenti “ sgrammaticature” e anomalie
morfosintattiche. Hartel la definì libellum sermone vulgari;69
quando però si parla delle scorrettezze grammaticali di
Aleat. non ci si riferisce alle differenze rispetto al latino
classico, che sono frutto della normale evoluzione linguisti­
ca, come ad esempio l ’uso dell’accusativo assoluto che si
legge in Aleat. 3,9-13: episcopum bene agentem et salubriter
admonentem ...et episcopum neglegentem et ...promentem. Le
anomalie e irregolarità linguistiche o grammaticali presenti
in Aleat. esulano anche dai volgarismi del latino tardo,
come l’estendersi dell’uso dell’accusativo a spese dell’ablati­

68 Situazione analoga in De duobus montibus: cf. C. B u r in i , Pseudo


Cipriano, Idue m o n ti... cit., pp. 39-40.
69 Gf. G. H a r tel , S. Thasci C a ecili... cit., p. lxii .

53
IL GIOCO DEI DADI

vo, già riscontrabile in certa misura anche in Cipriano;70


esse si presentano come vere e proprie forme scorrette71
quanto a declinazione, coniugazione o concordanza dei casi
senza escludere, talora, errori puramente ortografici. Inol­
tre, a livello lessicale, se da una parte si conferma la scarsa
conoscenza della lingua latina e della sua grammatica, dal­
l’altra l’autore riesce a ricavare termini che non ci risultano
attestati in altri autori: aleatrìx (cf. 5,20: aleatricem ma­
num), extigatus (cf. 7,4: extigatu soli et diaboli), syneciosus
(cf. 7,9: imaginem syneciosam), deorbatus (cf. 9,2: deorbati
diaboli caligine); l’autore sembra comportarsi proprio come
chi non conosce bene una lingua e improvvisa un sostanti­
vo, un aggettivo o un verbo che tradiscono la sua ignoranza
linguistica. Crea invece un neologismo, destinato a perdura­
re nel lessico, proprio colui che conosce bene la lingua e ne
dispone con padronanza: è il caso di Tertulliano; o chi rie­
suma un arcaismo, come Apuleio.
Il riepilogo schematico dei fenomeni linguistici più d
mostrativi dell’ignoranza della lingua latina da parte del no­
stro autore è sufficientemente indicativo.
Il confronto con non poche testimonianze epigrafich
cristiane d’area africana, nelle quali ricorrono sovente alcu­
ne delle forme scorrette attestate in Aleat. - l’uso improprio
delle preposizioni,72 il costrutto dell’accusativo assoluto,73

70 Cf. J. S c h r u n e n - C. M o h r m a n n , Studien zur Syntax der Briefe


des hi. Cyprian, I, Nijmegen 1936, pp. 72-80.
71 Con scorrettezza grammaticale si intende convenzionalmente la
distanza da quelle norme grammaticali che, nella misura in cui sono
rispettate, consentono di definire “corretta” una lingua.
72 Si consulti CIL 8,1: Inscriptiones Africae Latinae, Berolini 1881
(collegit Gustavus Willmanns); a/ab + accus.: n. 2660 ah originem; n.
9010 a fundamenta-, ob + abl.: n. 9100 (ob meritis); n. 11187 (oh amore)
ecc.
73 Ibid., n. 132 (curantesfilios); 4551 (impleta tempora).

54
INTRODUZIONE

alcune alterazioni fonetiche (scambio za/dia; scambio e/ae


sia in mezzo che in fine di parola, soprattutto nel caso della
terminazione avverbiale -e),74 scambio di desinenze sia ver­
bali che nominali (et/it; orum/um; is/ibus),7S mancata con­
cordanza dell’aggettivo con il sostantivo,76 diminutivi, voca­
boli inusitati o impiegati con un significato diverso da quel­
lo classico77 - pur non consentendo di pronunciarsi con as­
soluta certezza riguardo all’origine africana dell’anonimo
autore, fornisce però un importante elemento di valutazio­
ne, soprattutto ai fini dell’analisi linguistica.

7.1.1. Uso improprio delle preposizioni

Alternato all’uso corretto, in alcuni casi il nostro testo testi­


monia un uso improprio delle preposizioni sia nella reggen­
za del caso, sia nella loro stessa funzione:

a + accusativo a servos (8,1-2)


ab + accusativo ab illam dementiam (10,18-19)
ab illos furiatissimos mores (11,7-8)
ad + ablativo ad profanis et errantibus (7,21-22)
de + accusativo de quod (2,18)
in + accusativo in diem (8,3)
(con valore di tempo determinato)
ob + ablativo ob universa fraternitate (1,1)
sub + accusativo sub procuratores (3,15-16)

74 Ibid., n. 10362 (azabenico); n. 18224 (azutoribus); n. 2841 (mae-


saleum); n. 23370 (faentina); n. 11238 (piae); n. 21738 (devotae); a ulte­
riore giustificazione si può dire che ae è un ipercorrettismo rispetto alla
forma e che nel latino volgare doveva aver già sostituito il dittongo.
75 Ibid., n. 21476 (cisquet); n. 23965 (dedet); n. 7924 (martu.ro-
rum)\ n. 14783 ( liberaliorum); n. 18734 (M anis) ecc.
76 Ibid., n. 14683 (faustumfelicem).
77 Ibid., n. 2601 (statunculis)-, n. 9513 (exorbatus); n. 20863 (duca­
tus); n. 2729 (hospitium) = domus; n. 19174 ( temptare) = violare.

55
IL GIOCO DEI DADI

7.1.2. Aggettivi concordati al maschile anziché al neutro

omnes ...granaria piena (2,17-18); venenum laetalem (5,11);


crimen ignobilem (6,19); duplicem ac geminum crimen (6,30-
31); nocentiorem studium (9,7-8).

7.1.3. Pronome relativo qui non concordato

vellera qui (2,23); manus... qui (6,14); studium ... qui (9,9);
manus qui (9,10); patrimonium tuum quem (11,3-4).

7.1.4. Scambio di coniugazione

inplicetur (5,20 anziché inplicatur); ludet (8,1; 8,4; 9,11; 9,12


anziché ludit); intelleget (9,6 anziché intellegit); desinet (9,11
anziché desinit); delinques (10,23 anziché delinquis); perdet
(11,7 anziché perdit); adquiret (11,7 anziché adquirit).

7.1.5. Scambio di genere o di declinazione

status suis (3,14 anziché status sui); hic (3,18 anziché hoc);
familiares (6,17 anziché fam iliaris); parentorum (9,3 anzi­
ché parentum); turpis (9,4 anziché turpibus).

7.1.6. Altre anomalie

II testo presenta inoltre un periodare spesso stentato e con­


torto, segnato da anacoluti e collegamenti irregolari, so­
vraccarico di relative e di dichiarative introdotte da quod,
quia e quoniam (cf. 1,3-7; 2,5-9; 3,4-7; 8,2-3), le quali crea­
no sovente difficoltà di traduzione. Nei passi in cui si regi­
stra un tono monitorio e un rimprovero che si fanno più
incalzanti, l ’autore preferisce quasi sempre la costruzione
asindetica e paratattica, più efficace e diretta e anche più
semplice (cf. 6,22-25; 11,1-25).

56
INTRODUZIONE

7.2. Pa r t ic o l a r it à lessicali

Hamack fu il primo a sostenere che il lessico di Aleat. pre­


senta paralleli numerosi e evidenti con il lessico di Tertul­
liano e Cipriano; non poteva dimostrare in che misura l’au­
tore avesse letto o conosciuto Tertulliano o Cipriano, ma
soltanto che egli avesse scritto nella loro stessa epoca. Il les­
sico, attraverso il quale il nostro autore manifesta le sue
preoccupazioni, pronuncia la sua condanna e impartisce le
sue ammonizioni, testimonierebbe le apprensioni morali di
un certo tempo e di una certa realtà ecclesiale comune a
quella di Tertulliano e di Cipriano. Manca in Aleat. ogni
traccia di teologia dotta e le numerose esortazioni si basano
quasi esclusivamente sulla Sacra Scrittura e sui principi
fondamentali della morale cristiana; se veramente, a giudi­
zio di Harnack, egli avesse attinto da Tertulliano e da Ci­
priano, il suo pensiero sarebbe stato probabilmente più
ricco e complesso e ugualmente il suo lessico.78
Wòlfflin, nel suo articolo su Aleat., ha invece sottolinea­
to come il lessico dell’anonimo autore dipenda da Tertullia­
no e soprattutto da Cipriano, una dipendenza a suo giudi­
zio dovuta a una conoscenza diretta dei due autori e in par­
ticolare di Cipriano, al quale sarebbe accomunato anche
dalla versio biblica utilizzata.79 Inoltre W òlfflin ha eviden­

78 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische Tràktat... cit., pp. 53-55.


79 Cf. E. W òlfflin , Pseudo-Cyprianus ... cit., pp. 494-498. Egli ha
individuato un gruppo di parole che caratterizzano, in relazione a Ter­
tulliano e Cipriano, il lessico deH’anonimo autore: extollentia (non at­
testato prima di Cipriano), serpentinus, oraculum (da interpretare nel
senso di oratorium, luogo di preghiera, interpretazione non attestata
nel lì secolo), deificus (in Tertulliano è aggettivo riferito a deus, con si­
gnificato transitivo, cf. Apoi. 11: conceditis illum deum deificum iustitia
praecellere; l’aggettivo usato in riferimento a cose inanimate è post-ter-
tullianeo, cf. Ps. C ip r i a n o , M ont. 11.1.2: scripturarum deificarum

57
IL GIOCO DEI DADI

ziato alcuni tratti tipici del latino “africano” : l’uso del pro­
nome ipse con il significato di idem (cf. 5,16-20: ipsa ma­
nus), la preposizione penes usata con accezione locativa
come se fosse apud (penes auctorem: 9,12-13), il genitivo del
pronome personale al posto dell’aggettivo possessivo corri­
spondente: sub cura nostri (2,21).80 L’analisi condotta da
W olfflin, ancor più di quella di Harnack, conferma pertan­
to come proprio la lingua di Aleat., con le sue peculiarità
lessicali da una parte e le sue irregolarità morfosintattiche
dall’altra, rappresenti il tratto più caratteristico e interes­
sante di quest’opera, testimone indispensabile per conosce­
re il latino cristiano d’ambiente popolare di III-IV secolo,
tempo nel quale predicare la salutaris doctrina significava
combattere ancora le resistenze idolatriche e i comporta­
menti pagani che non riuscivano a essere definitivamente
estirpati dalla evangelizzazione, e che continuavano a costi­
tuire una minaccia non tanto al processo di cristianizzazio­
ne quanto alla messa in pratica della nuova fede.

8. T R A D IZ IO N E M A N O S C R ITT A ED EDIZIONI

Come si diceva all’inizio, il desiderio di conservare e di


diffondere la dottrina di Cipriano, i suoi insegnamenti mo­
rali e pastorali, fu all’origine di un’ampia divulgazione delle
sue opere e dette avvio al fenomeno di attribuzione di opere

fid em ), idolatria (Tertulliano conosce solo idololatria, mentre in Ci­


priano abbiamo attestata idolatria).
80 Cf. T e r t u ll ia n o , Scorp. 9,11: meì causa-, C ipr ia n o , Ep. 52,2: p
secutio nostri. Quanto alla definizione “latino africano”, condivisa e
usata da Wolfflin e da altri glottologi fino ai primi decenni del XX se­
colo, è caduta progressivamente in disuso nella misura in cui si è con­
statato che la presunta specificità geografica non era così effettiva e
reale come si era inizialmente ritenuto.

58
INTRODUZIONE

anonime. Notevole fu la proliferazione del numero di testi­


moni che hanno tramandato i testi ciprianei e «di ben pochi
autori dell’antichità cristiana ci sono giunti tanti mano­
scritti quanti di Cipriano».81 Pertanto nella tradizione ma­
noscritta, accanto alle opere autentiche, confluirono anche
altre opere spurie e Aleat. si trova a condividere la stessa
tradizione manoscritta del corpus ciprianeo, anche se dal
XV I secolo fu riconosciuto come testo non autentico.
La complessità e la vasta articolazione di questa tradizio­
ne hanno reso particolarmente ardua la ricerca sulla tra­
smissione del testo e hanno quasi vanificato ogni tentativo
di costruzione di uno stemma codicum, tanto che Bévenot, di
fronte a una tradizione manoscritta come quella riguardante
il corpus ciprianeo, arrivò a concludere che «it is today im-
possible for us to draw up a neat stemma o f families».82
La prima edizione critica83 dell’omelia Aleat. è quella di
Hartel pubblicata a Vienna nel 1871: S. Thasci Caecili Cy­
priani opera omnia, CSEL III, Pars III (Opera spuria. Indices.
Praefatio): De aleatoribus, pp. 92-104. A ncor oggi, nono­
stante i numerosi limiti che le sono stati riconosciuti, l’edi­

81 Cf. M . S im o n e t t i , N ote sulla tradizione manoscritta di alcuni


trattati di Cipriano, in «Studi medievali »12/2 (1971), p. 865.
82 Cf. M . B é v e n o t , The tradition o f Manuscripts. A Study in thè
Trasmission ofSt. Cyprian’s Treatises, Oxford 1961, pp. 6-7; tra i tenta­
tivi più recenti, cf. quello di Diercks, nell’edizione dell’Aiv. Iudaeos
(cf. G.F. D ier ck s , N ov a tia n i opera quae supersunt nunc prim u m in
unum collecta ad fidem codicum qui adhuc extant necnon adhibitis edi­
tionibus veteribus edidit, Turnholt 1972, pp. 254-263).
83 Ricordiamo anche le edizioni precedenti che, pur pubblicando il
testo, non possono essere considerate a rigore delle edizioni critiche:
Editio Moreliana (a cura di G. M orel , Parisii 1564); Editio Pameliana
(a cura di J. P a m è l e , A ntw erpen 1568); Editio Rigaltiana (a cura di
N. R ig a u l t , Parisii 1648); E d itio Oxoniensis (a cura di J. F e ll - J.
P e a r s o n , Oxford 1682); Editio Baluziana (a cura di S. B a l u z e , Parisii
1718).

59
IL GIOCO DEI DADI

zione di Hartel è considerata il punto di partenza obbligato


per chi si accinge a studiare il testo di Aleat. Tra i difetti
contestati all’edizione harteliana si registrano gli errori di
lettura dei manoscritti,84 l ’impiego di un numero esiguo di
testim oni,85 la preferenza accordata a una determinata
parte della tradizione manoscritta, in seguito a un’errata
valutazione di alcuni codici e dei loro rapporti86 e, di con­
tro, il ruolo minore assegnato al perduto Veronensis87 e a
una serie di recentiores, testimoni di una tradizione più an­
tica;88 si nota anche una certa superficialità nell’individuare
le citazioni bibliche di Aleat., delle quali sono fornite solo
quelle esplicite, ma non le reminiscenze o le allusioni89 e
inoltre la tendenza a preferire le varianti delle citazioni
scritturistiche secondo la lezione che concorda con la Vul­
gata (non ancora esistente al tempo dello Ps. Cipriano), sot­
tovalutando i manoscritti che differiscono da essa: una vera
e propria “ stortura metodica”.90
Per stabilire il testo di Aleat., Hartel utilizza solo quattro
manoscritti, M Q T D che giudica tutti riconducibili alla se­
conda delle tre famiglie nelle quali suddivide i manoscritti

84 Cf. M . S im o n e t t i , Note ... cit., pp. 865-897; E. G a ll ic et , Cipria­


no, A Demetriano, introduzione, testo critico, traduzione e commento,
glossario e indici, Torino 1976 («Corona Patrum » 4), pp. 12-15.
85 Cf. H. v o n S o d e n , D ie cyprianische Briefsammlung. Geschichte
ihrer Entstehung und Uberlieferung, Leipzig 1904 (T U 25, N.F. 10,3).
86 Cf. M . S im o n e t t i , Note ... cit., pp. 870 ss.; C. M oreschini , Con­
tributo allo studio della tradizione manoscritta degli Opuscula di Cipria­
no, in «Studi Classici e Orientali» 21 (1972), pp. 244-253, spec. pp.
245-247; E. G a ll ic e t , Cipriano ... cit., pp. 10-11.
87 Cf. P. P e t it m e n g in , Le codex Veronensis de saint Cyprien. Philolo-
gie et histoire de la philologie, in «Revue des Études Latines» 46 (1968),
p. 343; E. G a ll ic e t , Cipriano ... cit., pp. 32-39.
88 Cf. M . B é v e n o t , The tradition ... cit., passim; E. G a ll ic et , C i­
priano ... cit., pp. 9-10.
89 Cf. M . S im o n e t t i , Note ... cit., p. 869.
90 Cf. ivi, pp. 876-880; C. B u r in i , Idue m o n ti... cit., pp. 131-132.

60
INTRODUZIONE

relativi alle epistole ciprianee (L N P -M Q T -C R ); i codici


delle prime due famiglie sono utilizzati anche per gli opu­
scoli pseudociprianei. Hartel riteneva che l’archetipo della
seconda famiglia, un codex deperditus in lettere onciali del
V II o V III secolo, avesse avuto due apografi entrambi per­
duti (X e Y ), dai quali discenderebbero rispettivamente M Q
e T. Anche il codice D discenderebbe dallo stesso capostipi­
te di M QT: quattro trascrizioni diverse di un unico mano­
scritto, saeculo octavo codex litteris uncialibus scriptura conti­
nua exaratus ... qui deperditus est.91
II codice T è il codice che gode di massima autorità pres­
so Hartel perché quaecumque apographum (Y ) continebat, in
ampliorem recepta sunt collectionem scriptorum quae servatur
codice T; codex iste in permultis rebus stirpis originem inte­
grius quam M et Q servavit, in quo nec scripturae sacrae testi­
monia castigata nec tot interpretamenta recepta sint.92
Hartel inoltre interviene piuttosto frequentemente nel
testo, normalizzando e integrando; non bisogna dimentica­
re che «quando Hartel elaborò la sua edizione la fiducia
nella capacità della ratio e del iudicium dell’editore era
molto maggiore di quanto non lo sia oggi».93
Dopo l ’edizione harteliana, nel volgere di pochi anni,
dal 1888 numerosi furono gli studi volti a individuare ca­
ratteristiche, datazione e paternità di Aleat. Nel tentativo di
migliorare un testo che nell’edizione harteliana si presenta­
va in taluni luoghi lacunoso e corrotto, vennero curate tre
nuove edizioni: da Harnack nel 1888,94 da Hilgenfeld nel
188995 e da Miodonski nel 1889;96 seguirono studi filologici

91 Cf. G. H a r te l , S. Thasci C a ecili... cit., pp. xxxv-xxxvi.


92 Ivi, pp. XXIX-XLV.
93 Cf. M. Sim o n e t t i , Note ... cit., p. 867.
94 A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit.
95 Cf. nota 11.
96 Cf. nota 12.

61
IL GIOCO DEI DADI

e linguistici.97 Le tre edizioni critiche presentano anche una


minuziosa analisi dei passi biblici ed extra-biblici e si inter­
rogano sulla tradizione manoscritta in base a nuovi codici,
sconosciuti a Hartel, ma non ancora sufficientemente valo­
rizzati nemmeno da questi editori, che riconducono la loro
discussione soprattutto sul valore e sulle reciproche relazio­
ni dei quattro codici più antichi (M Q TD ).
Harnack,98 pur conoscendo i manoscritti più recenti, da
lui reperiti nella edizione curata da Fell e Pearson ( editio
Oxoniensis 1682), si basa, come Hartel, sui manoscritti più
antichi, considerati codices optimi, mentre giudica deteriores
i recentiores. Adottando quindi il metodo di Lachmann e
partendo dalla stessa base manoscritta di Hartel, Harnack
ne condivide pienamente le riflessioni di ordine generale su
MQT, ma afferma che T non è un testimone così fidato
come Hartel riteneva, mentre è convinto che il codice D
rappresenti l’apografo X meglio di quanto lo rappresentino
M Q T e pertanto debba essere considerato codice basilare.99
Le sue affermazioni restano però indimostrate, giacché egli
si limita solo a segnalare le proprie congetture e le lezioni
in cui si è allontanato dal testo di Hartel, per la preferenza
accordata a D,100 preferenza giudicata eccessiva e più volte
contestata da W òlfflin che nel suo saggio del 1888,101 sulle
peculiarità linguistiche e bibliche di Aleat., rifiuta la premi­
nenza accordata a D e dimostra che gli altri codici (M Q T )
sono da preferire, perché in numerosi casi D modifica il
testo delle citazioni bibliche o corregge le forme volgari.

97Cf. E. W òlfflin , Pseud.o-Cypria.nus ... cit., pp. 487-499; A. Mio-


DONSKI, Zu r K ritik der àltesten lateinischen Predigt: “adversus aleatores”,
in Commentationes Woelfflinianae, Lipsiae 1891, pp. 373-376.
98 Cf. A. H a r n a c k , D er pseudocyprianische T ra kta t... cit., p. 3.
99 Ivi, p. 5.
100 Cf. nota 117.
101 Cf. nota 79.

62
INTRODUZIONE

N el 1889 Hilgenfeld,102 fondandosi ancora sui quattro


codici più antichi individuati da Hartel, stabilisce un ordine
di importanza tra i manoscritti, affermando che M Q sono
da preferire per il costante accordo che dimostrano e ritiene
T degno di considerazione, soprattutto per gli elementi di
lingua volgare che conserva. Hilgenfeld fornisce inoltre una
serie di varianti, recuperate in particolare dalla citata edi­
zione oxoniense a cura di Fell e Pearson.
Nella sua edizione del 1889 Miodoriski, collegandosi al
lavoro di W olfflin, continua l’analisi minuziosa degli ele­
menti che qualificano D come il peggiore testimone della
tradizione più antica, riscontrando altre erronee lezioni at­
testate da D (integrazioni di parole, corruttele, sostituzione
di forme e di costrutti volgari con i corrispondenti classici)
contro la testimonianza unanime di MQT. Secondo M io­
doriski è al codice M che spetta il ruolo di primo piano nella
restituzione del testo di Aleat.103
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcu­
ni studiosi, come Sanday, Ramsay, Chapman, Tu rner e
Mercati, conducono indagini sull’intero corpus ciprianeo e
anche Aleat. viene a beneficiare di questi nuovi contributi;
mi riferisco in particolare a quello di von Soden del 1904,104
rivolto espressamente alla tradizione manoscritta delle epi­
stole, ma utile anche per la tradizione delle opere spurie.
Von Soden raccoglie e cataloga, descrivendoli o soltanto se­
gnalandoli, 431 codici che contrassegna e distingue con let­
tere anziché con numeri. Per quanto riguarda la tradizione
manoscritta di Aleat., von Soden indica 34 manoscritti.

102 Cf. nota 11.


103 Cf. anche M. M arin, Problemi di ecdotica ciprianea. Per un’edi­
zione critica dello pseudociprianeo de aleatoribus, in «Vetera Christiano­
rum» 20 (1983), p. 141.
104 Cf. nota 85.

63
IL GIOCO DEI DADI

Un ulteriore contributo rilevante e fondamentale nelle


ricerche sulla tradizione manoscritta del corpus ciprianeo
proviene dagli studi di Bévenot. Nel saggio del 1961 propo­
ne un nuovo metodo di analisi dei codici ciprianei, fondato
su un duplice criterio: «internai evidence - extemal eviden-
ce».105 Bévenot sottolinea soprattutto la difficoltà di indivi­
duare i rapporti fra i codici e conferma la grande contami­
nazione dei vari filoni della tradizione ciprianea. Dimostra­
ta l ’impossibilità di ricostruire lo stemma codicum cipria­
neo, egli sostiene che si possono individuare alcuni mano­
scritti (10 + 5 possibili sostituti e 3 riserve) che, sebbene
non siano i migliori, forniscono elementi di notevole affida­
bilità.106 Dalla selezione finale proposta da Bévenot vengo­
no individuati 42 manoscritti che tramandano Aleat.: si al­
larga la base manoscritta proposta da von Soden.
Nel 1976 ancora un progresso negli studi della tradizio­
ne manoscritta ciprianea: Simonetti e Moreschini107 nelle
loro rispettive edizioni di opere ciprianee per il Corpus Ch­
ristianorum, 108 muovendo dalla lista dei manoscritti indivi­
duati da Bévenot e sulla base delle sue indicazioni di meto­
do, propongono una più corretta impostazione d’indagine.
Simonetti in particolare ritiene opportuno, per allargare la
troppo esigua base manoscritta di cui si era servito Hartel,
operare una selezione di mss. fra i tanti superstiti; pur rico­
noscendo che la scelta di una dozzina di codici possa sem­
brare empirica, data l ’impossibilità di stabilire un preciso
stemma codicum, spiega che essa è comunque sufficiente­

105 Cf. M. B éveno t , The tradition ... cit., pp. 2-5.


106 Cf. I d ., The preparation o f a C riticai Edition Tllustrated by thè
Manuscripts ofSt. Cyprian, in «Studia Patristica» 10 (1970), p. 5.
107 Cf. note 81 e 86.
108 M. Sim o netti , Ad Donatum, De mortalitate, Ad Demetrianum, De
opere et eleemosynis, De zelo et livore, Tumhout 1976 (CCL 3A); C. M ore­
schini, De dominica oratione, De bono patientiae, Tumhout 1976 (CCL 3A).

64
INTRODUZIONE

mente varia per far conoscere i rappresentanti dei rami di


tradizione più importanti. Sottolinea inoltre che tale meto­
do selettivo è giustificato dal fatto che molti degli errori più
importanti, che caratterizzano i testi della tradizione cipria-
nea, si rivelano così antichi che non è fruttuoso, in casi del
genere, moltiplicare i testimoni.109
Petitmengin - che già nel 1968, basandosi sugli studi di
Bévenot, aveva considerato anche i mss. contaminati110 -
prosegue la sua ricerca codicologica e filologica sulla tradi­
zione manoscritta di Aleat. e pubblica due importanti con­
tributi: nel 1974111e nel 1982.112
Van Damme, nella sua edizione critica dello pseudoci­
prianeo Adversus iudaeos, che riguarda anche Aleat. perché
si basa su molti manoscritti comuni e affronta analoghi pro­
blemi, parte dai testimoni indicati da von Soden e dai rag­
gruppamenti da lui costituiti, integrandoli con altri codici
indicati da Bévenot e arriva a individuare, sulla base degli
elementi interni derivanti dalla collazione dei codici, sette
gruppi di manoscritti. D i questi, cinque includono mano­
scritti che trasmettono Aleat.113
N el 1972 l ’edizione degli scritti novazianei curati da
Diercks apporta un ulteriore e significativo contributo agli

109 Cf. M. S im o n e t t i , N o te ... cit., p. 865.


110 Cf. P. P e t it m e n g in , Le codex Veronensis de saint Cyprien. Philo-
logie et histoire de la philologie, in «Revue des Études Latines» 46
(1968), pp. 330-378.
111 Cf. I d ., Notes sur des manuscrits patristiques latins. Un “Cyprien”
de Cluny et la lettre apocryphe du pape Corneille ( Clavis 63), in «Revue
des Études Augustiniennes» 20 (1974), pp. 15-35.
112 Cf. I d ., La diffusion monastique des oeuvres de Saint Cyprien, in
Sous la règie de Saint Benoit. Structures monastiques et sociétés en France
du Moyen Àge à l ’époque moderne, Abbaye bénédectine Saint-Marie de
Paris 23-25 octobre 1980, Genève 1982 («Hautes Études Méd. et
Mod.» 47).
113Cf. D. Va n D a m m e , Pseudo-Cyprian, Adversus Iudaeos. Gegen dieJu-
denchristendieàltestelateinischePredigt, Freiburg 1969 («Paradosis» 22).

65
IL GIOCO DEI DADI

studi sulla tradizione manoscritta ciprianea e rinnova la


proposta di uno stemma codicum per il corpus, di Cipriano.114
Diercks attribuisce a Novaziano alcune opere tradizional­
mente attribuite a Cipriano (De bono pudicitiae; De specta­
culis; Epp. 30, 31, 36 e lo pseudociprianeo Adversus iudaeos)
e questo lo obbliga a riesaminare l’intero corpus ciprianeo.
Dalla collazione di oltre cento manoscritti Diercks indivi­
dua otto famiglie, sette delle quali contengono manoscritti
che tramandano anche Aleat.
N el 1982 Marin pubblica uno studio di ecdotica relativo
ad Aleat.; riconsidera interamente i contributi e i risultati
delle indagini sulla tradizione manoscritta ciprianea per ve­
rificare fino a che punto i criteri delle relazioni individuate
fra manoscritti dei trattati ciprianei autentici siano validi
anche per gli spuri. Basandosi sulle liste di von Soden e di
Bévenot, sulle edizioni di van Damme e di Diercks, nella
prima parte dell’indagine individua e descrive accurata­
mente 53 manoscritti che trasmettono il testo pseudocipria­
neo Aleat.; nella seconda parte ripercorre passo dopo passo,
aH’mterno della vastissima tradizione ciprianea e pseudoci-
prianea, la storia delle indagini che interessano in particola­
re questo testo.115
Lo studio del 1982 fu propedeutico a un’edizione curata
da Marin nel 1984.116 In essa l ’autore ha allestito l’apparato
critico sulla base di 12 manoscritti, ritenuti i rappresentanti
più significativi delle cinque famiglie ( T Q d L A *) in cui
egli stesso ha ripartito i 53 codici che trasmettono Aleat.

114 Cf. G.F. D iercks , N ova tia n i opera quae supersunt... cit., pp.
254-263.
115 Cf. M . M a r in , P rob lem i... cit., pp. 205-239.
116 L’edizione (M . M a r in , I l de aleatoribus pseudociprianeo: tradi­
zione mss., edizione critica e appendice, Bari 1984) è privata: è stato pos­
sibile consultarla su copia gentilmente concessa dall’autore.

66
INTRODUZIONE

Egli ritiene - e anche noi lo abbiamo condiviso nella presen­


te edizione - che la concordanza TU M Q, anche se non per­
mette di risalire all’archetipo, garantisce il testo più affidabi­
le e sicuro; ogni volta in cui questo consenso non fornisce
una lezione accettabile, secondo Marin dipende dal fatto
che alcune lezioni erronee, per le quali la tradizione mano­
scritta è unanime, risalgano a un’età più alta e probabilmen­
te alle prime edizioni unitarie di un corpus ciprianeo. Per i
41 mss. rimanenti, l’autore, sulla base del Diercks, ha colla­
zionato le varianti in un appendix critica; esse, che attestano
soprattutto il progressivo deterioramento del testo nelle
copie successive, sono comunque importanti per determina­
re il valore e i rapporti di dipendenza tra i vari mss.117

9. L A PRESENTE EDIZIONE

Ampliando la base manoscritta di cui si era servito Hartel


nell’edizione del 1871, per la quale utilizzò soltanto i codici
MQDT, abbiamo coliazionato complessivamente sei mano­
scritti: sono i testimoni capostipiti della tradizione più anti­
ca e rappresentativi delle famiglie principali.

(A rch etypus) 118

1
Vili SEC. D
1 1 1 1

IX SEC. M Q T U

XII SEC. A

117 Cf. ivi, p. 10.


118 Si tratterebbe dell’eventuale archetipo perduto che Hartel chia-

67
IL GIOCO DEI DADI

Accanto ai manoscritti sono state coliazionate anche le


edizioni a cura di Hartel e a cura di Marin.119

M: Monacensìs latinus 208, saec. VIII-IX (Aleat.: ff. 64-


167). Membranaceo, in minuscola carolina e con poche ab­
breviazioni, fu scritto a Saint-Amand (Salzburg) nell’VIII-IX
secolo e qui corretto all’inizio del IX secolo. Esso costituisce
con Q una coppia di manoscritti riconosciuti assai simili,
anche se copie indipendenti da un modello già molto difetto­
so. Hartel ritiene che M ab inerudito librario mendose scrip­
tus archetypi lectiones nulla arte oblitteratas simpliciter servat
e lo considerò come il secondo codice derivato dall’apografo
< X > , perduto e derivante a sua volta da un codice deperdi­
tus, considerato archetypus alterius familiae (p. xxxvi).

Q: Trecensis 581, saec. V III-IX (A leat.: ff. 175-179).


Membranaceo in minuscola carolina, rispetto a M, Q è a
giudizio di Hartel maiore cura exaratus (p. xxxvi). Hartel vi
rilevò l ’intervento di una seconda mano, le cui correzioni
spesso confondono o addirittura impediscono la lettura
della prima mano; è considerato copia indipendente da M,

ma archetypus alterius fam iliae (cf. S. Thasci C a e c ili... cit., p. xxxiv,


mentre Marin preferisce non indicare archetipo aH’origine della tradi­
zione (cf. Il de aleatoribus pseudociprianeo ... cit., p. 8).
119 Cf. note 6 e 116. Sull’individuazione dei codici che compaio
nello stemma proposto da Marin nel suo studio cf. supra pp. 66-67.
Quanto all’edizione di Harnack, non compare in apparato perché di
fatto si attiene all’edizione di Hartel, della quale condivide la stessa
base manoscritta, distaccandosene solo quando ritiene dover accorda­
re una preferenza, peraltro non giustificata, al codice D. Tuttavia nelle
note di commento abbiamo fatto riferimento ad Harnack quando le
osservazioni di carattere lessicale o linguistico meritavano particolare
considerazione. Non sono state coliazionate le edizioni a cura di Har­
nack (cf. nota 2), di Hilgenfeld (cf. nota 95) e di Miodoriski (cf. nota
96) perché si uniformano all’edizione di Hartel.

68
INTRODUZIONE

ma Hartel ritenne M Q ex eodem libro descripti (p. xxxv) per


le numerose affinità. Diercks, accogliendo il giudizio di
Hartel, individuò in M Q «copie indipendenti, ma stretta-
mente imparentate, di uno stesso manoscritto già molto di­
fettoso», sul quale i copisti intervennero correggendo e nor­
malizzando.120

D: Parisinus Latinus Bibl. Nat. 13047, saec. V ili [Aleat.:


ff. 144-149). Membranaceo, scritto in una regolare e ton­
deggiante minuscola precarolina, è un manoscritto che
tende a seguire le regole del latino classico, normalizzando
il testo. Hartel rileva che ex diversis non eiusdem aetatis qua-
ternionibus conflatus est e a suo giudizio discenderebbe dallo
stesso capostipite di M Q e T (cf. pp. x x ii -x x iii ).

T: Vaticanus Reginensis Latinus 118, saec. IX. (Aleat.: ff.


169-172). Membranaceo, in nitida minuscola carolina, fu
trascritto da quattro copisti nell’abbazia di Lorsch e presen­
ta numerose correzioni e aggiunte di mani diverse e più re­
centi. Per Hartel è il codice più autorevole: in permultis
rebus stirpis originem integrius quam M e Q servavit, in quo
nec scripturae sacrae testimonia castigata nec tot interpreta­
menta recepta s in t... inter T et M Q auctoritatem eligendum
fu it (p. x l v ); egli suppone dunque un archetipo comune con
M e Q ma, rispetto a questi, il cod. T rimane molto più affi­
dabile. Entrambe le affermazioni sono state messe in di­
scussione dagli studi successivi; Bévenot lo considera uno
dei codici “ di riserva” , cui gli editori di trattati ciprianei
possono ricorrere «for generai subsidiary help».121

120 Cf. G.F. D iercks , Novatiani opera ... cit., pp. xiv-xv; 185, 254-
256, 262.
121 Cf. M. B é veno t , The tradition ... cit., p. 139.

69
IL GIOCO DEI DADI

U: Oxoniensis Bodleianus Laud. mise. 105, saec. IX


{Aleat.: ff. 159-162). Membranaceo, scritto in minuscola ca­
rolina nell’abbazia di Lorsch, presenta notevoli affinità con
T (di cui presenta anche la medesima successione degli
scritti pseudociprianei). Secondo Diercks, T e U sono testi­
moni indipendenti, ma strettamente imparentati, di un’an­
tica tradizione che - in base alle sue tesi circa l ’ambiente di
composizione - suppone romana, vicina a M Q.122

A: Taurinensis Bibl. Nat. D IV.37 saec. X II {Aleat.: ff.


207-211). Membranaceo, scritto in minuscola carolina, è il
testimone più antico di una famiglia A, rappresentata da un
buon numero di mss. del XV secolo. Ricca di errori, propri
e in comune con la fam. T, la trascrizione di Aleat., correda­
ta di scarse annotazioni marginali, ha comunque, secondo
Diercks, delle buone lezioni ed è da considerarsi prossima
al ramo più antico della tradizione, insieme a QT.123

I sei codici, sui quali si è basata la presente edizion


sono iscritti entro un arco cronologico che va dall’V III al
XII secolo; il gruppo M Q TU , costituito dai codici più anti­
chi, si distingue dal codice D e dal codice A, che tendenzial­
mente operano correzioni, normalizzano e persino innova­
no. Si è cercato di restituire il testo partendo dal presuppo­
sto che all’origine esso fosse molto più scorretto di quanto
ipotizzato da Hartel e penalizzato nel corso della tradizione
manoscritta, soprattutto quando i tentativi di correzione,
attestati ampiamente in MQ, si sono rivelati ulteriori cor­
ruttele. La presenza di numerosi passi di difficile interpreta­
zione ha reso ancora più ardua la scelta delle lezioni.

122 Cf. G.F. D iercks, Novatiani opera ... cit., pp. 255-256.
123 Ivi, p. 256.

70
INTRODUZIONE

Il criterio fondamentale è stato quello di preferire le


zioni attestate dal gruppo M Q (prima degli interventi nor­
malizzanti della manus secunda), soprattutto quando sup­
portato anche da T, il codice in cui sermonis volgaris tota
deformitas apparet (cf. Hartel, p. x l v iii ). Le lezioni di M Q T
sono quasi sempre condivise da U, sì da poter affermare
che, nella maggior parte dei casi, M Q T U testimoniano la
stessa lezione.
Inoltre ogni lectio d ifficilior, testimoniata prioritaria­
mente dal gruppo M Q T, secondariamente da M Q T U , è
stata preferita alla lezione più corretta di D e A e condivisa
anche da Hartel.
Del resto il criterio che guidò Hartel nel curare l’edizio­
ne del 1871 si basava su una scelta quasi sistematica delle
lezioni corrette, fossero esse fom ite di prima mano oppure
operate di seconda. Hartel, in un certo senso, ha ragionato
come i copisti che hanno normalizzato, ritenendo che il
testo si fosse corrotto nel corso della tradizione. Di fatto il
latino di Aleat., anche nel contesto degli altri scritti pseudo-
ciprianei, è - come già detto - decisamente il più scorretto,
poiché si allontana costantemente dalle “ norme gram­
maticali” sia in rapporto al latino della classicità sia al lati­
no tardo.
Pertanto si è più vicini al testo originario nella misura
in cui si individuano e si scartano le lezioni corrette su in­
tervento dei copisti, premesso che l’affidabilità di tale crite­
rio è posta in discussione ogni volta in cui ciascun mano­
scritto fornisce una lezione propria. In questo caso, in as­
senza di un consistente e sicuro riferimento grammaticale o
di altri elementi chiarificatori, la lezione scelta è solo e rela­
tivamente la più accettabile.
In linea di principio riteniamo procedimento erroneo, in
presenza di un latino di tipo “ volgare” , cercare di migliora­

71
IL GIOCO DEI DADI

re il testo, uniformandolo alle norme del latino “classico” ,


come hanno fatto copisti ed editori. Non ci sfugge che, ope­
rando in questo modo, il margine di incertezza, circa la vali­
dità della lezione prescelta, resta elevato, molto più che, me­
diamente, in testi redatti in latino migliore. Ma preferiamo
accettare questo margine di incertezza piuttosto che proce­
dere, al di là di interventi di modesta entità, ad una emen­
datio incontrollabile e perciò arbitraria.

Nella presente edizione la divisione in capitoli adottata ri­


spetta quella di Hartel. Tra tutte le varianti grafiche, sono sta­
te registrate solo quelle particolarmente significative (ad es.:
authentica/authendicia; pecoris/peccoris-, diabolus/zabolus).
Le parentesi ( ) racchiudono termini inseriti in tradu­
zione per agevolare il senso. Gli esponenti1 e 2 apposti alla
sigla del codice indicano ante e post correctionem. L’indica­
zione m.2 indica intervento di seconda mano.

72
CONSPECTUS SIGLORUM

Codici

M Monacensis Latinus 208, saec. VIII-IX


Q Trecensis 581, saec. VIII-IX
D Parisinus Latinus Bibi. Nat. 13047, saec. V III
T Vaticanus Reginensis Latinus 118, saec. IX
U Oxoniensis Bodleianus. Laud. mise. 105, saec. IX
A Taurinensis Bibi. Nat. D IV 37, saec. XV

Edizioni

Hart = G. H a rte l, S. Thasci Caecili Cypriani opera omnia,


Pars I I I ( Opera spuria. Indices. Praefatio) , CSEL 3,3,
Vindobonae 1861, VI, De aleatoribus, pp. 92-104.

Mar = M. M a r in , II de aleatoribus pseudociprianeo: tradi­


zione mss., edizione critica e appendice (ed. privata,
Bari 1984).

73
IL G IO C O D E I D A D I

TESTO E TRADUZIONE
DE ALEATORIBUS

Magna nobis ob universa fraternitate cura est, fidelis, maxi­


me et rea perditorum omnium audacia id est aleatorum, ani­
mos ad nequitiam se in latum mortis emergunt. Et quoniam
in nobis divina et paterna pietas apostolatus ducatum con-
5 tulit et vicariam Domini sedem caelesti dignatione ornavit
et origine authentici apostolatus super quem Christus fun­
davit ecclesiam in superiore nostro portamus, accepta simul
potestate solvendi ac ligandi et cum ratione peccata dimit-

Inscriptio. incipit epistula cypriani de aleatoribus MQ; incipit de alea­


toribus D; incipit epistula cypriani de alatores T 1; incipit epistula cy­
priani de aleatores T 2U; de aleatores A

1.1 ob universa fraternitate M JQ T U Mar : ob universam fraternitatem


M 2DA Hart cura est Hart : cure M Q T U curae D curo A cura Mar fi­
deles Hart Mar 2 ex rea Mar omnium : hominum con. Hart Mar
3 in latum conieci : in latu Q D T U in late M illatum A in lacum Hart in
laqueum Mar 5 ordinavit D Hart 6 origine M Q T U : originem DA
Hart Mar authentici QDA Hart M ar : authentica M authendicia T
authendici U 8 ac : et U Mar cum ratione Q D Mar : cum racione
M curatione T U Hart ac ligandi.....dimittendi : om. A

76
IL GIOCO DEI DADI

N oi siamo molto preoccupati per tutti i nostri fratelli, o fe­


deli, e soprattutto per la malvagia insolenza di tutti quegli
scellerati, mi riferisco ai giocatori di dadi; immergono le
loro anime nella dissolutezza e se stessi nell’abisso della
morte. Poiché la divina misericordia del Padre ci ha affidato
il magistero dell’apostolato e ha impreziosito di grazia cele­
ste la sede vicaria del Signore, e poiché possediamo fin dal
nostro predecessore l’origine dell’autentico apostolato su
cui Cristo fondò la chiesa, avendo ricevuto insieme sia il
potere di sciogliere sia di legare, sia di rimettere i peccati se-
DE ALEATORIBUS 1,9-2,12

tendi, salutari doctrina admonemur ne cum delinquent ad-


10 siduae ignoscimus, ipsi cum eis pariter torqueamur.

Et ideo sal terrae dicimur, ut ex nobis omnis fraternitas cae­


lesti sapientia saliatur. Nam cum dicat: «Sal autem si fa­
tuum fuerit, nihilo valebit, nisi ut proiciatur foras et con­
culcetur ab hominibus»,3 hoc veremur et timemus, ne cum
5 in ecclesia securi quod nobis sacerdotalis dignitas a Domi­
no tradita est neglegentiae iuxta quosdam fratres inertes
repperiamur, aut dum falsa communicatione damus, id
quod cum honore de Dei dignatione percipimus, indignante
Domino ex propria actione admittamus. Dicit enim scriptu­
lo ra divina: «Vae erit pastoribus. Quod si ipsi pastores negle­
gentes reperti fuerint, quid respondebunt Domino pecoris,
quid dicent? A pecoribus se esse vexatos? Non creditur illis:

9 cum delinquent M Q T : dum delinquentibus D cum delinquentibus A


Mar cum de linquentibus ex derelinquent U dum delinquentibus Hart

2.1 et M Q D Hart : om. T U A Mar terre UA 2 saliatur M Q D T 'U A


Mar : salliatur T 2 sallatur Hart fatuum : infatuatum D Hart 3 nihi­
lo M Q T U Hart Mar : nihil D nichil A foris UÀ Mar 4 ne cum : ne-
cumine cum U ne cum in ecclesia securi nec um eccle sclari (ut vid.) A
6 neglegentiae : neglegentes A neglegentiae[***] Hart (lacunam indica­
vit) 7 reperiamur A Mar falsa communicatione M QUA : communi­
catione falsa T falsam communicationem D Hart Mar 8 percipimus
M Q D T 2U Hart Mar : percipemus T 1 percepimus A indignantes T U
9 ex propria actione M Hart Mar : ex propriatione Q *TU ex probratio-
ne Q2D ex propiciatione A admittamus QDTUA : amittamus M Mar
10 ve MA 11 pecoris Q (ex pecore) D T U Mar : pecora M peccoris A
pro pecoribus con. Hart 12 quid : id M a pecoribus Q 'D T U Hart
Mar : pecoribus Q2 a pastoribus M a peccoribus A

78
IL GIOCO DEI DADI 1,9-2,12

condo un giusto criterio, siamo ammoniti dalla dottrina di


salvezza perché anche noi non veniamo a trovarci nei loro
tormenti, quando assiduamente permettiamo che commet­
tano azioni delittuose.

Proprio per questo siamo detti sale della terra, affinché tut­
ti i fratelli grazie a noi ricevano il sapore della sapienza di­
vina. Dato che (il Signore) dice: «Se il sale diverrà insipido
non servirà a nulla, semmai verrà gettato via e calpestato
dagli uomini»,3 di questo abbiamo paura e timore che, men­
tre ci sentiamo sicuri nella chiesa, poiché la dignità sacer­
dotale ci è stata affidata da Dio, potremmo essere ricono­
sciuti inadempienti per negligenza presso alcuni fratelli,
oppure, mentre concediamo loro una comunione che non è
tale, con il nostro agire - provocando l’indignazione del Si­
gnore - non compiamo quello che insieme all’onore ricevia­
mo dalla condiscendenza di Dio. Dice infatti la divina Scrit­
tura: «Guai ai pastori, perché se proprio i pastori saranno
trovati negligenti, che risponderanno al Signore del gregge?
Cosa diranno? Che sono stati fuorviati dalle pecore? Non si

2 . a sal autem ... ab hominibus: M t 5,13

79
DE ALEATORIBUS 2,13-3,2

incredibilis res est pastorem pati posse aliquid a pecore, ma­


gis punietur propter mendacium suum».1 Et alia scriptura
15 dicit: «Rectorem te petierunt, noli extolli. Esto illis quasi
unus ex ipsis: curam illorum habe et sic conside».0 Et ite­
rum: extimate sacerdotem esse cultorem et omnes esse
apud eum granaria plena, de quod quidquid desideraverit
populus meus saturetur. Nam ut constaret nos id est episco-
20 pos pastores esse ovium spiritalium hoc est hominum fide­
lium qui sub cura nostri constituti, nullum in eis scabies vi­
tium reperiatur. Quo magis a nobis cotidie perscrutentur, ut
medicamine caelesti adhibito vellera eis florida crescant qui
ad nitorem vestis salutaris proficiant.

In evangelio Dominus ad Petrum dixit: «Petre, inquit, amas


me?». Et Petrus respondit: «Etiam Domine, tu scis quoniam

13 pastorem M Q D Hart M ar : pastores T U A pati posse aliquid


M Q UA Mar : posse aliquid T aliquid posse pati D Hart a peccore A
15 in illis A 16 cura T U et sic conside : et considera A 17 exti­
mate M 'Q U A M ar : existimate M 2T (is add. s.l. m. 2) aestimate D Hart
17-18 et omnes esse apud eum granaria plena M Q D T U Mar : et omnes
esse apud eum delicias granaria plena A Hart 18 de quod Q 'T : et de
quod M [U Mar et de eo quod M 2 de quo Q2D Hart et de quocumque
A quicquid Q D 2 19 populus meus saturetur M Q D Hart Mar : po­
pulum eos saturaretur T U pabulo eos saturare A nam ut constaret :
iam ut constet Hart 20 ovium esse spiritalium D Hart 21 nullum
: ne ullum A scabies M 'Q D T Hart Mar : scabiei M 2 scavies U scabie
A 22 repperiatur D Hart cotidiae M cottidie Q U perscrutetur Q 1
23 vellera M Q 2DA Hart Mar : bellera Q 1bellaera T U qui M Q 2D 1T U
Hart Mar : quis Q 1que D 2A 24 nitorem M Hart : neturam Q*D Mar
naturam Q2T U A salutaris : caelestis D 1Hart

3.1 in evangelio dominus D T U A Hart Mar : dominus in evangelio M Q


inquid Q D 1 1-3 petre ... et dixit om. A

80
IL GIOCO DEI DADI 2,13 - 3,2

può credere a costoro; è infatti incredibile che un pastore


possa subire qualcosa da parte di una pecora; sarà piuttosto
punito a causa della sua menzogna».13E un altro passo della
Scrittura dice: «T i hanno richiesto come capotavola, non
esaltarti. Sii per loro come uno di loro: abbi cura di loro e
mettiti a tavola».0 E ancora: considerate che il sacerdote è
un coltivatore e che presso di lui tutti i granai sono pieni,
per cui qualunque cosa il mio popolo avrà desiderato, sarà
appagato. Infatti, poiché è evidente che noi, voglio dire i ve­
scovi, siamo i pastori delle pecore spirituali, cioè dei fedeli
che sono stati posti sotto la nostra cura, in essi non si deve
annidare, come scabbia, alcun vizio. Perciò ogni giorno sia­
no ancor più sorvegliati attentamente, affinché, sommini­
strata la celeste medicina, floridi crescano i velli a coloro
che progrediscono verso il candore della veste salutare.

Nel vangelo il Signore disse a Pietro: «Pietro, mi ami?». E


Pietro rispose: «Sì Signore, tu sai che io ti amo». E il Signore

b vae erit ... mendacium suum: Ez 34,2 c rectorem ... conside: Sir
32,1-2

81
DE ALEATORIBUS 3,3-16

amo te». Et dixit: «Pasce oves meas». Et sollicite mandans


tertio confirmavit dicendo: «Pasce oves meas».a Et quoniam
5 episcopum id est Spiritum sanctum per inpositionem manus
cordis excepimus hospitio et cohabitatur in nostro nullam
maestitiam proponamus. Monet Dominus et dicit: «Nolite
contristare Spiritum sanctum qui in vobis est, et nolite ex-
tinguere lumen, quod in vobis effulsit».b Quanto autem epi-
10 scopum bene agentem et salubriter admonentem sine tribu­
latione corporis condigna sint martyria, tanto et episcopum
neglegentem et nulla de scripturis sanctis documenta pro­
mentem cumulentur tormenta. Apostolus nos excitat Pau­
lus et cumdignam status suis episcopos procuratores evan-
15 gelicae doctrinae ponit et dicit: «Quamdiu heres infans, sub
procuratores et actores agens»:c at cum creverit, ab uno he-

3 amo om. U et dixit : dixit T U 4 tercio M A 5 episcopum


M *Q D T U Mar : episcopi M 2 episcopium A Hart id : idem M 6 ho-
spicio M om. A et cohabitatur M JQ T U 2 : et habitatur D (et add. s.l. m
2) et cohabitatori M 2 Mar et cohabitator U 1cohabitatori Hart in no­
stro M 'Q (corde add. s.l. Q ) : in nostra T U in nostris D nostro Hart
Mar 6-7 hospitio ... proponamus : om. A 7 mestitiam T 8 no­
bis T U exstinguere Hart 9 quanto M Q D 2T U M ar : quando D 1
quanta A Hart episcopo M Hart 10 agente M Hart admonente M
Hart 11 tanto M Q D T U M ar : quanta A tanta Hart episcopum
M Q D T U Mar : in episcopum A episcopo Hart 12 neglegente Hart
et om. A promente M 2 Hart 13 apostolos U 14 cumdignam
Q D T U : cumdigno M A condigna Hart condignam M ar status
M 'Q D T U Hart Mar : statu M 2A suis M Q 'T U : sui Q2D Hart (post sui
lacunam indicavit) Mar om. A episcopos M DA Hart Mar : aepisco-
pos Q episcopus T U procuratores : et procuratores A procuratores et
actores est D 15 doctrine MA heres Q D Hart Mar : eris M T U erit A
infans : infans est Q (est add. s. I.) sub : om. A 16 procuratore M 2
et actores agens M Q TUA Mar : et actores est D Hart creberis Q 1cre­
bris T U ab uno M T U M ar : tuno Q 1 (ex ab uno) tunc Q2D Hart ab
humo A 14-16 evangelicae ... procuratores om. D

82
IL GIOCO DEI DADI 3,3-16

disse: «Pascola le mie pecore». E prontamente, confermò il


suo comando per la terza volta, dicendo: «Pascola le mie pe­
core».3 E poiché, mediante l ’imposizione delle mani, rice­
vemmo nella dimora (del cuore) il ministero episcopale,
vale a dire lo Spirito santo che coabita in noi, non mettia­
mogli davanti nessuna mestizia. Il Signore ammonisce e
dice: «N on rattristate lo Spirito santo che è in voi e non spe­
gnete la luce che si è accesa in voi».b Come esistono testimo­
nianze degnissime, anche senza le tribolazioni fisiche,
quando un vescovo compie il suo dovere e ammonisce salu­
tarmente, così si cumulano tormenti quando un vescovo è
negligente e non trae nessun esempio dalle Sacre Scritture.
L’apostolo Paolo ci esorta e ai vescovi, ministri della dottri­
na evangelica, raccomanda una (testimonianza) degna della
propria condizione: «Per il tempo in cui l’erede è un bambi­
no, è sotto la custodia degli amministratori e dei tutori»,0

3. a Petre ... oves meas: Io 21,17 b nolite ... effulsit: Eph 4,30, IC o r
6,19; lT h 5,19 c quamdiu ... agens: Gal 4,1

83
DE ALEATORIBUS 3,17 - 4,13

reditatem suam expetit. Nos etiam sumus dispensatores et


procuratores evangelii: hic quoque inter dispensatores et
procuratores quaeritur, ut quis fidelis et iustus inveniatur.

Si ergo apud dispensatores quaeritur ut quis fidelis et iustus


inveniatur, quid si omnes delinquant et delinquentibus di­
spensatores ignoscant? Nonne ipsi delinquentium se ponde­
re onerant? Apostolus idem Paulus commemorat, quando ad
s Timotheum docendum et corroborandum in fidei firmitate
ne quid Deum fallat et ne malignum orationibus iustorum
intercedat, providus et sollicitus dicens: «O Timothee fili
commendatum serva: noli spernere donum quod in te est per
inpositionem manum seniorum: accingere fortiter et viriliter
io age ministerium tuum, cum integritate persupple: esto cete­
ris in bonum exemplum. Nemo tibi contradicat, nemo iuven-
tutem tuam contemnat: peccantem coram multis castiga, ut
et ceteri metum habeant et ne communicaveris peccatis alie-

18-19 et procuratores : et actores D 19 queritur A

4.1 dispensatores : dispensatores et procuratores Hart 1-2 fidelis in­


veniatur et iustus A 2-4 et delinquentibus ... onerant : om. A 2 di-
linquentibus U despensatores Q U 4 onerent Q 1 5 thimotheum
M D fide M 'Q 1 6 deum fallat : eum falleret D et ne malignum : et
ne in malignum incidat M (in et incidat add. s.l.) iustorum : sancto­
rum D Hart 7 rovidus T U [* * * ] providus Hart ( lacunam indicavit)
dices U 8 nolis U (noli corr. m. 2) 9 impositionem D Mar inpo-
sitione U manum M 'Q 'T U Mar : manus Q2D manuum M 2A Hart
adcingere T U 10 supple A 11 bonum M Q 'T U A Mar : bonis Q2D
Hart 12 contempnat A castiga : argue D Hart 13 et : om. D ha­
bent M 1 abeant T 1

84
IL GIOCO DEI DADI 3,17-4,13

ma una volta cresciuto, allora reclama da ciascuno la pro­


pria eredità. Anche noi siamo dispensatori e ministri del
vangelo: anche questo è richiesto agli economi e ai ministri,
che ciascuno sia trovato fedele e giusto.

Se dunque tra i dispensatori si chiede che uno sia trovato fe­


dele e giusto, che dire se tutti commettono delitti e i ministri
perdonano coloro che sbagliano? Non è forse vero che si ac­
collano loro la responsabilità di quelli che sbagliano? Anco­
ra l ’apostolo Paolo lo ricorda quando, per istruire Timoteo e
rafforzarlo nella fermezza della fede, perché non manchi nei
confronti di Dio e il maligno non ostacoli le preghiere dei
giusti, provvido e sollecito dice: «Timoteo, figlio mio, custo­
disci questo che ti è stato affidato: non disprezzare il dono
che è in te per l’imposizione delle mani dei presbiteri. Pre­
parati con forza e compi con coraggio il tuo dovere e colma­
lo con onestà. Sii un esempio per gli altri. Nessuno ti con­
traddica, nessuno disprezzi la tua giovinezza. Rimprovera
pubblicamente davanti a molti colui che pecca, perché an­
che gli altri abbiano timore e tu non partecipare ai peccati

85
DE ALEATORIBUS 4,14 - 5,3

nis».a Et iterum: «Si qui frater fornicarius aut idolorum cul-


15 tor aut avarus aut raptor sive iniustus, cum eiusmodi qui­
dem nec cibum capere».b Et alio loco: quicumque frater more
alienigenarum vivit et admittit res similes factis eorum, desi­
ne in convictum eius esse: quod nisi feceris, et tu particeps
eris eius . Et in doctrinis apostolorum: si quis frater delin-
20 quit in ecclesia et non apparet legi, hic nec colligatur, donec
paenitentiam agat, et non recipiatur, ne inquinetur et inpe-
diatur oratio vestra. Et apostolus etiam iterum dicit: «Eximi­
te malos e medio vestro».c Quod si multorum testium unita­
tem et consonantem monitionem docemus ne cum delin-
25 quentibus fratribus cum fratribus cibum nequidem vesci,
quanto magis debeat et ab sacrificio Christi arceri?

Quam magna et larga pietas Domini fidelium, quod in futu­


rum praescius nobis consulat, ne quis frater incautus denuo
laqueis diaboli capiatur. Sollicitos esse iussit et providos at-

14 qui D T U Hart : quis MQA Mar frater fornicarius M QTUA Mar :


frater fornicarius dicitur D Hart 15huiusmodiD 16 cape A alio:
alia Hart alienarum A 17 similis M Q 1 18 in convictum M 'Q T U
Mar : in convictu M 2A (m in ras.) in convivium D Hart 19 eris eius
MQTA : eius eris U D Hart eius esse Mar apostolorum : om.D delin-
quid Q !T U 20 apparet M 'Q D T U A Mar : paret M 2 (ex apparet) Hart
colligitur T U 21 poenitentiam T penitentiam A 22 etiam : om. D
Hart 23 vestrum M vestri A per multorum testium Hart Mar uni­
tatem et : veritate A 24 consonante monitione A docemus M Q D TU :
docemur A Hart Mar nec cum M 2 Hart 25 fratribus cum fratribus
M 'Q T U : fratribus M 2DA Hart Mar cibum nequidem T 2UA : cibum
nec quidem M*Q cibum sumimus nec quidem M 2 ne quidem cibum D
nec cibum quidem Hart cibum ne quidem Mar vesci : vesci cum eis M 2
(add. s.l. eis) 26 debeant A ab : a D

5.1 fidelium M Q D Hart Mar : filium T U filii A 3 adque Q 1 Hart

86
IL GIOCO DEI DADI 4,14 - 5,3

altrui».3 E ancora: «Se un fratello è fornicatore o idolatra o


avaro o ladro o ingiusto, con un tipo del genere non mangia­
re neppure».15E in un altro passo: qualunque sia il fratello
che vive da pagano e compie azioni simili alle loro opere,
smetti di vivere con lui: se non lo farai, anche tu ne sarai
complice. E nelle dottrine degli apostoli: se un fratello pecca
nella chiesa e non obbedisce alla legge, non lo si riceva fin­
ché non faccia penitenza e non venga accolto, perché la vo­
stra preghiera non sia contaminata e impedita. E l’apostolo
ancora dice: «allontanate i malvagi da voi».c Perciò, se per
l’unanime e comune esortazione di molti testimoni inse­
gniamo che insieme ai fratelli che peccano contro i fratelli
non dobbiamo prendere neppure il cibo, quanto più dovran­
no essere allontanati dal partecipare al sacrificio di Cristo?

Quanto grande e generosa è la misericordia di Dio per i


suoi fedeli! Egli, conoscendo il futuro, si prende cura di
noi, perché nessun fratello incappi di nuovo nei lacci del
diavolo. Egli comandò di essere solleciti, provvidi e ben

4 .a O Thimothee... alienis: ITim, 1,18 + 6,14 + 6,20 + 4,14 + 4,12 + 5,20-


22; 2Tim 2,1 + 1,14 + 1,6 + 4,5; T it 2,7+ 1,9; IC or 16,13 b si q u i... ca­
pere: IC o r 5,11 c eximite ... vestro: IC o r 5,13

87
DE ALEATORIBUS 5,4-19

que eruditos quoniam hostis ille antiquus circuit pulsans


5 Dei servos non uno genere temptans. Multae enim sunt
temptationes eius quarum primordia sunt: idolatria, moe­
chiae furta rapinae avaritia fraus ebrietas inpatientia adul­
teria homicidia zelus perfidia falsa testimonia eloquium fal­
sum invidia extollentia maledictum, error, et si qua sunt si-
10 milia quae his congruunt, ex quibus est aleae tabula. Prae-
est diaboli laqueus manifestus, venenum portans laetalem
serpentis et inductio corrumpens: quae cum videtur nihil
esse, magna plectibus operetur deiectio. Quid illud est quae­
so vos, fidelis, ut manus quae iam ab iniuriis humanis ex­
is piata est et ad sacrificium dominicum admissa et quod ad
salutem totius hominis pertinet ipsa de dignatione suscipit,
ipsa ad laudem Domini in oraculo exsurgit, ipsa per quod
tuemur Christi signum in frontibus notat, ipsa divina sacra­
menta consummat: quid est ut iterum laqueis diaboli unde

4 hostis : hos T U 5 multe A 6 quorum U Mar idololatria Hart :


idolatriam Q idolatia A moechiae M 2Q2D U Hart Mar : moeciae M 'Q 1
mech*e T meche A 7 avaricia M avaritie A inpacientiam Q inpa-
cientia A impatientia Mar adulteria M Q 'D Hart Mar : adulterius Q2
adulteris T U adulterium A 8 homicidium A 7-9 inpatientia perfi­
dia falsa testimonia adulteria homicidia zelus eloquium falsum iniuria
extollentia maledictum error D 10 alea et tabula T praeest Q D TU
Hart : quod est M praesto est A Mar 11 diaboli M Q Hart Mar : za-
buli T U A diabulus D laqueos U om. D laetalem M 'Q U : letalem T
Hart Mar laetale M 2 letale DA 12 que TA 13 magnam A plecti­
bus M Q 1: aplectentibus Q2 amplectentibus D Hart Mar ad plictibus T
ad plectibus U amplexionis A operetur M 1Q D T U : operitur M 2 opera­
tur A Hart Mar deiectionem M A( -nem add. s.l. m. 2) quaeso Q2D
Hart M ar : quas M Q 'T U queso A 14 fidelis M XQ XT U : fideles
M 2Q 2DA Hart Mar ut : non leg. M 15 est : om. U Mar et : om. A
16 hominis : non leg. A ipsa de dei dignatione Hart ipsa dei dignatio­
ne Mar 17 exurgit A Hart Mar per quo U Mar per quam A 18
notat M Q D Hart Mar : notam T U A 19 iterum : om. D diabuli U

88
IL GIOCO DEI DADI 5,4-19

istruiti poiché l’antico nemico circuisce i servi di Dio, isti­


gandoli e tentandoli in molti modi. Infatti numerose sono le
sue tentazioni, le cui origini sono: l’idolatria, la fornicazio­
ne, i furti, le rapine, l’avarizia, la frode, l ’ubriachezza, l’in­
tolleranza, gli adulteri, gli omicidi, la gelosia, la slealtà, la
falsa testimonianza, la parola falsa, l’invidia, l’arroganza, la
maldicenza, l ’errore e quant’altro di simile che si accorda
con questi vizi, tra i quali il gioco dei dadi. È presente il lac­
cio manifesto del diavolo, (laccio) che inietta il mortale ve­
leno del serpente, e una seduzione che corrompe: perché
questa grande rovina, sembrando cosa da nulla, si attivi con
i suoi colpi. Perché mai, lo chiedo a voi o fedeli, quella
mano, che è stata già purificata dalle colpe umane ed è stata
ammessa a ricevere il sacrificio del Signore ottiene dalla
bontà di Dio quello che riguarda la salvezza di tutta l’uma­
nità, proprio quella mano che nel luogo della preghiera si
alza per lodare Dio e che sulla (nostra) fronte traccia il se­
gno di Cristo dal quale siamo protetti e che celebra i divini
misteri, perché mai di nuovo dovrebbe essere legata dai lac-
DE ALEATORIBUS 5,20-6,6

20 exuta est inplicetur et ipsa perdamnat? Aleatricem manum


quae libidinoso studio consuerunt id est aleae tabula, quod
est diaboli malum et delectio vulnus insanabile.

Aleae tabula, dico, ubi diabolus praesto est et ad capiendum


summissus et cum coeperit de captivo triumfus, perfidia,
falsa testimonia. Aleae tabula, dico, ubi dementia et furia et
venale periurium et conloquium serpentinum. Illic rabiosa
5 amicitia, illic atrocissimi sceleris inmanitas, illic fraternitas
discordans, illic convicia et audacia saeva et mens insana

20 implicetur TA M ar et ipsa perdamnat M T U : se ipsa perdet et


damnat Q aleatricem manum dico quae se ipsa perdet et damnat D 1
aleatricem manum dico quae se ipsa perdit et damnat D 2Hart et per
ipsam damnetur A et ipsa se perdet et damnat Mar aleatricem ma­
num M T U Mar : aleatrix manus A manus QD manum Hart 21 que
TA consuevit D Hart Mar id est : i A aleae tabula Q D U Hart Mar :
alee M alea et tabula T alea et tabule A quod : que A 22 diaboli M
Hart M ar : zabuli TA zaboli U diabolum Q 'D 1 diabulu Q 2 diab D 2
malum M Q D 2T U A Mar : mabulum D 1venabulum Hart delectio M Q :
dilectio T U dilecti D zabuli A delicti Hart Mar

6.1 aleae Q 2D U Hart Mar : alee M alea Q 1 alea et T aleam et A tabu­


lam A diabulus U diabolis Q est : om. T et : om. D Hart 2 sum­
missus Q D T Hart Mar : sumissus MA summissis U coeperit M Q T U :
ceperit D A Hart M ar triumfus Q D U : triumfos M triumphus T
triumphum A triumphus suus Hart triumphans Mar 2-3 [perfidia,
falsa testimonia] secl.Mar aleae tabula Q : alee tabula M tabulae alea
D T U tabulam et aleam A tabula aleae Hart Mar dementia et M Q T U
Mar : dementis D Hart dementia est A 4 periurium et D 1Hart Mar :
peiurium et D 2 periurium imperium et M Q U peiurium imperium et T
periurium inperium et A rabidosa A 5 immanitas UA Mar illic fra­
ternitas : om. A 6 convitia D audatia D seva A

90
IL GIOCO DEI DADI 5,20 - 6,6

ci del diavolo, dai quali è stata liberata e perché si condan­


na? Parlo della mano che gioca a dadi, abituata a un’occupa­
zione viziosa, cioè il gioco dei dadi, che è un male provocato
dal diavolo e un piacere (che è) ferita insanabile.

Parlo della tavola da gioco, dove il diavolo è a portata di


mano, introdottosi furtivamente per catturare e, quando
avrà catturato, il suo trionfo sul prigioniero sarà slealtà e
falsa testimonianza. Della tavola da gioco parlo, dove si tro­
va la stoltezza, la follia e lo spergiuro in nome del denaro e
il parlare infido. Lì c’è un’amicizia rabbiosa, lì la mostruo­
sità di un atrocissimo delitto, lì una fratellanza discorde, lì
insulti e crudele audacia e mentalità malata, insomma una

91
DE ALEATORIBUS 6,7-20

fera inpatientia. Aleae tabula, dico, ubi possessionum amis­


sio et pecuniarum ingentium perditus et demonstrans liti­
giosum et furax dementia. O aleatorum noxia, sedentaria et
10 pigra nequitia: o manus crudelis et ad periculum sui arma­
ta, quae bona paterna et opes et avorum sudore quaesitas
ignominioso studio dilapidat. Manus trux, noxia et insom­
nis, nocte diemque continuis instrumentorum suorum ar­
migera, qui peccando se ipsa damnavit et post peccando
is non desinit. O nequam manus in perniciem Domini sui ar­
mata, quae sordidissimis aeris totam substantiam perdit et
cum tot essent augendae rei familiares et multarum abun­
dantiae opes, modo inops et pauper est. Alea est quam lex
odit, alea est quam insequitur crimen ignobilem, ubi mani-
20 festa temptatio et poena occulta. Laqueus est ille mali et

7 et fera Hart impatientia Q D inpatientia A aleae tabula QD Hart


Mar : alee tabula M alea et tabula T aleae tabula U alee tabulam A 8
ingentium A perditus : perditio M 2A demonstrans : monstrum A
9 et furax Q D T U Hart Mar : et vorax M furax A sedentaria noxia D
10 nequitia A manos Q 1 crudelis M Q 2D Mar : crudeles Q 'T U A Hart
armate A armatae Hart 11 que A et avorum M Q T U : avorum DA
Hart Mar sudore M Q2A Mar : sudores Q 'T U sudoribus D Hart quae­
sitas M Q D Hart Mar : quasitas T U quesitas A 12 ignomioso D dila­
pidat M Q 2D Mar : dilapidant Q *TU Hart dilaniant A 13 nocte diem­
que T U : noctem diemque M Q Mar nocte dieque DA Hart continuus
D continuos Mar 14 qui M LQ*TU Mar : que M 2Q2 quae DA Hart
peccando MA Mar : peccandis Q T U peccandi D peccatis Hart ipsam
MA damnabit M dampnavit A post peccando M Q 1 : post peccatum
Q2D Hart post peccantis T U post peccata A Mar 15nequaTU sui:
om. A 16 quae : que T U A totam: tot T 17 augende MQA res A
familiaris D Hart Mar multae Hart multarum rerum Mar habun-
dantiae MA 18 opum A modo : mo A inobs M U paupera QU
Mar 19 quam crimen sequitur A ignobilem M 'Q 'T U Mar : ignobile
M 2Q2DA Hart 20 pena A obculta U laqueus M Q TU A Mar : alveus
D alveus laqueus Hart

92
IL GIOCO DEI DADI 6,7-20

feroce impazienza. Della tavola da gioco io parlo, dove si


perdono patrimoni e si sprecano ingenti somme di denaro,
litigiosità in bella mostra e stoltezza predatrice. O colpa dei
giocatori, o sedentaria e pigra malvagità. O mano crudele e
armata per arrecare danno a se stessa, mano che dilapida,
per una passione ignominiosa, beni paterni e ricchezze an­
che guadagnate con il sudore degli avi. O mano crudele, col­
pevole e insonne, armata notte e giorno dei propri strumen­
ti; mano che, a furia di peccare, si è condannata da sola e
dopo, a causa del peccare, non smette. O mano malvagia, ar­
mata a danno del proprio Signore, che con turpi azioni perde
tutto il patrimonio in denaro e, pur essendo tanti i mezzi per
aumentare il patrimonio familiare e i molti beni, tuttavia
(quella mano) rimane infruttuosa e povera. Il gioco dei dadi
è quello aborrito dalla legge; il gioco dei dadi è quello cui fa
seguito un crimine ignobile, dove la tentazione è manifesta e
la condanna è occulta. Quel (gioco dei dadi) è il laccio del

93
DE ALEATORIBUS 6,21-34

supplantatio inimici, qui nec lucrum confert sed totum con­


sumit. Hinc deinde pauperes fiunt, hinc opes suas perdunt,
hinc iam consumptis omnibus rebus suis mutuis pecuniis
se obruunt, hinc patrimonium sine ulla fore calumnia ad-
25 mittunt. Qualis est, fidelis, ut quos nemo persequitur se
ipsos invidant et persequantur, ut paterna sua hereditate
sub ossuorum multiforme numero disperdat? Est et quando
ipsi aleatores cum prostitutis mulieribus penes auctorem
suum nocturnas vigilias clausis foribus celebrant: armantur
30 adversus se miseri spiritus diaboli repleti. Et illic duplicem
ac geminum crimen admittunt. Hic concrepat aleae sonus,
illae silentio operatur incestus: hic sine ullo dignitatis suae
respectu sine ulla excusatione pestifero studio cedere bonis
suis coguntur, illic secreto mortale venenum bibitur.

21 subplantatio D que M 2 confers Q confer U 23 peccuniis A


24 ulla : illa M 2 fore M Q 'T U : fori Q2D Hart Mar forte A calum­
niam M amittunt D Hart Mar 25 qualis M Q 'T U A : quales Q2D
Hart quale Mar est M T U A M ar : sunt Q D Hart fidelis M Q 'T U :
fideles Q 2D Hart M ar lis A 26 invidant M 'Q 1 M ar : invident
M 2Q2 invidam T U invidia D Hart per invidiam A et : om. DA Hart
persequatur U paterna sua hereditate Q D T U : paternam suam here­
ditatem M M ar paternas suas hereditates A Hart 27 ossuorum
M 'Q T U Hart M ar : suorum M 2 ossorum D hostium suorum A mul­
tiform e M 'Q 'T U M ar : m ultiform i M 2Q 2D A H art disperdat
M 'Q 'T U : disperdant M 2Q2D 2 Hart M ar disperdunt D 1 disperdantur
A esto M et : om. MA 28 aleatoris D paenes M Q 'U 29 caele-
brant M 30 adversum D Hart spiritus M 'Q 'T U M ar : spiritu
M 2Q2D Hart spiritum A repleti M 2DA Hart : repletus M 'Q 'T U Mar
repletu Q2 duplex M dupplex A 31 ac Q D Hart : aut M T U Mar
om. A 32 illic M silenti U operetur T 1operantur D 1 32-33 sine
ullo dignitatis suae respectu T U A Hart Mar : om. M Q D 33 ullae T
34 benenum Q 1

94
IL GIOCO DEI DADI 6,21-34

maligno e la trappola del nemico, che non arreca guadagno,


ma tutto consuma. Da qui dunque diventano poveri; da qui
perdono i loro averi; da qui, quando ormai sono state con­
sumate tutte le loro sostanze, si rovinano con il denaro dato
in prestito, da qui perdono il patrimonio senza che soprag­
giunga alcuna accusa esterna. O fedeli, che razza d’uomini
sono costoro che, mentre nessuno li incalza, fanno del male
a se stessi e si incalzano così da disperdere la propria ere­
dità paterna a causa di uno svariato numero di ossicini? E
talvolta anche i giocatori di dadi, sotto gli occhi del loro isti­
gatore, celebrano le veglie notturne con le prostitute, a porte
chiuse. Quei disgraziati, pieni dello spirito del diavolo, si ar­
mano contro se stessi. E di qui commettono una duplice e
gemina colpa. Da una parte risuona il rumore dei dadi, dal­
l’altra nel silenzio si consuma la lussuria; da una parte sen­
za alcun rispetto per la propria dignità, senza alcuna scusa,
si obbligano a privarsi dei loro beni a causa della funesta
passione, dall’altra parte, in luogo nascosto, bevono il mor­
tale veleno.

95
DE ALEATORIBUS 7,1-12

Unde haec sacrilega meditatio, unde hoc crimen, auctorum


testimonio conprobamus. Cum enim quidam studio littera­
rum bene eruditus multum meditando hoc malum tam per­
niciosum studium adinvenit, extigatu soli et diaboli qui
5 eum artibus suis repleverat, hanc ergo artem ostendit quam
et colendam sculptoris cum sua imagine fabricavit. Statuit
itaque imaginem speciei suae cum nominis sui subscriptio­
ne suggerente sibi inimico, qui ut hanc artem excogitaret in
peccatore subvenit. Sic ergo se in imaginem syneciosam de-
io monstrans altus quodam loco condidit et in sinos suos hanc
aleae tabulam gestans, ut quasi ipse lusor et adinventor
huius malitiae appareret, cuius nomen a Dei servis nomi-

7.1 auctorem Q 1 3 tam : et tam A Hart 4 extigatu Q JT : exstigatu


U instinctu M Q 2D instinctu*** Hart instigatu A ex instigatu Mar
soli et QTUA : solo M om. D Hart solius Mar zabuli TU A 5 reple­
bat A 6 sculptoris Q 1 : sculptores M 1 sculptor M 2 sculptori Q 2 scul-
toris T U cultori D cultor A sculpturis Hart cultoribus Mar imaginem
Q 7 imaginem M Q D Hart Mar : imagine TU A speciei Q D Hart
Mar : sci M (entiae add. s.l. M 2) om. TU A suae M Q D Hart Mar : sua
T U A sui M 2Q 2D 2A Hart M ar : suis M 1Q 1T U D 1 subscriptione
M 2Q2D T Hart Mar : subscriptionem M 'Q 'U subcriptione A 8 sug­
gerentem M 1 suggere te U inimico : amico A 9 peccatore M Q 1 :
pecctore Q2 (u t vid.) pectorem T peccatorem UA pectore D Hart Mar
subvenit M 1Q 1T U A Mar : suo venit M 2 subiecit Q2D Hart sic : si M
in : per D imaginem M 'Q D Mar : imagine M 2TU A Hart syneciosam
M 'Q 'T A 1 : perniciosa M 2 Hart perniciosam Q2D U syneciosa A2 finc-
tiosam con. Mar 10 altus quodam loco TUA : altus e quodam loco Q 1
alto se quodam loco M Q 2D Hart M ar et : om. D in sinos suos
M 'Q 'T U Mar : in sinu suo M 2 in sinus suos Q2DA Hart 11 alee A
12 malitiae M D T Hart Mar : malitia U militia Q malicie A et cuius Q

96
IL GIOCO DEI DADI 7,1-12

Da dove provenga questa sacrilega occupazione e da dove


questo capo d’accusa, lo possiamo provare grazie alla testi­
monianza di autori. Allorché infatti un tale, assai erudito
negli studi letterari, dopo essersi applicato a lungo, giunse a
questa occupazione perversa e assai dannosa, per istigazio­
ne del solo demonio, che lo aveva pervaso con i suoi artifici,
mostrò quest’arte e la rappresentò nelle opere di scultura,
perché fosse venerata insieme alla propria figura. Propose
così un’immagine della sua persona con l’iscrizione del suo
nome, per istigazione deH’awersario, che si era insinuato
nel peccatore per inventare quest’arte. Così dunque, mo­
strandosi in questa immagine familiare, si colloca in qual­
che luogo alto, sorreggendo questa tavola da gioco tra le pie­
ghe (dell’abito), così da apparire egli stesso come giocatore
e inventore di questa frode, sicché il suo nome non deve es­
sere nominato dai servi di Dio: infatti è vergognoso nel

97
DE ALEATORIBUS 7,13-8,2

nari non debet, sic enim in nomine turpis est quomodo in


factis iniquus, et quisque Dei servus aleae tabulam amplec-
15 titur auctoris nomen vocaretur. Ille enim cum se in statun­
culis simulacris formaret, aliud crimen adinvenit, quod se
ab imitatoribus suis colendum diceret, sacrificandi sibi le­
gem terminavit, ita ut qui vellet studio eius adherere non
ante manum in tabulam porrigeret, nisi auctori huius prius
20 sacrificasset. Inde factum est, ut olim qui homo fuerat et fa­
cinoris admissionis adulter, post mortem ad profanis et er­
rantibus sub finctioso nomine dei talis coli meruit.

Aleae tabula qui ludet, et maleficium nosse debet, quod a


Dei servos longe sit scientes quoniam foris maleficus et ve-

13 non deberet A sic : cuius Mar 14 aleae tabulam M Q U Hart Mar :


alea et tabulam T alae tabulae D 1 alae tabulam D 2 alee tabulam A
complectitur D 15 nomen M 'Q 'T U Mar : nomine M 2Q2DHart nomi­
ni A vocaretur Q 1 D ’T U Hart Mar : vocatur M vocetur Q2 voceretur
D 2 vocare A cum se in : cum se instat A statunculis M Q D 'T U A 1Hart :
statunculi D 2A2 (in ras.) M ar 16 simulacris : et simulacris Hart
aliut U quod M Q 'T U A Mar : quo Q2D Hart 18 vellet M Q 2D T 2UA
Hart Mar : bellet Q 'T 1 adhaerere D Hart 19 porregeret D aucto­
ris A huius M Q *TU A Mar : eius huius Q2 (eius add. s.l.) eius D Hart
21 admissione M 21 ad profanis M *Q *T U M ar : a profanis
M 2Q2DA Hart 22 finctioso M Q 1Mar : factioso Q2 suffmctioso TUA
fictoso D fictioso Hart dei talis M Q 'T U A Mar : deitatis Q2D Hart
meruerit Hart

8.1 aleae tabula Q D Hart Mar : alee tabula MA alea et tabulae T aleae
tabulae U quod : om. M 2 servos Q JT U Hart Mar : servis M Q 2DA
longe sit : hoc longe sit M at furor iste ante quoniam add. in marg. Q 2
foris M Q 'T U A Mar : furor iste D Hart venenarius : venenarius est
D Hart

98
IL GIOCO DEI DADI 7,13 - 8,2

nome così come è iniquo nelle azioni, e ogni servo di Dio


che si buttasse sulla tavola da gioco potrebbe essere chiama­
to con il nome dell’istigatore. Costui infatti, riprodotto in si­
mulacri costituiti da statuette, escogitò un altro crimine;
poiché dice di dover essere adorato dai suoi imitatori, ha
stabilito l ’obbligo di un sacrificio in suo onore, cosicché
chiunque vuol aderire alla sua invenzione, non può mettere
mano alla tavola da gioco, se prima non ha sacrificato all’in­
ventore di questo (vizio). Di conseguenza, lui che una volta
era stato un uomo e un corruttore perché spingeva al crimi­
ne, dopo la morte ha meritato di essere venerato, da gente
pagana e in errore, sotto il fittizio nome di un dio.

Chi gioca alla tavola dei dadi deve sapere che si tratta di un
mestiere malefico, che deve stare lontano dai servi di Dio,
consapevoli che chi compie malefici e dispensa veleni è del

99
DE ALEATORIBUS 8,3-17

nenarius et iterum in iudicii diem igne rotante torqueri.


Aleae tabula qui ludet prius auctori eius sacrificare debet,
5 quod Christianis non licet dicente Domino:«Sacrificans diis
eradicabitur, nisi Domino soli»,a et iterum: «Nolite sacrifi­
care diis alienis, ne incitetis me in operibus manuum ve­
strarum ad disperdendos vos».b Christianus qui es et aleae
tabula ludes, licet non sacrifices, legi huius facinoris parti­
lo ceps es. Et utique Dominus occurrit et dicit: «Exite de ea
populus meus, ne particeps sis delictorum eius».c Et iterum:
«Discedite, discedite inde, exite de medio eius qui portatis
vasa Dom ini et immundum ne tetigeritis».d Christianus
quicumque es et alea ludes, hoc primo in loco scire debes
15 quia non es Christianus sed ethnicum tibi nomen est et illud
quod ad sacrificium dominicum pertinet in vacuum sumis.
Sic enim Dominus dicit: «Omnis immundus non tangat sa-

3 et iterum : sed iterum D Hart diem M 'Q T U A Mar : die M 2 Hart


diei D igne rotante : ignoro tante U torqueri : torquebitur D Hart
4 aleae tabula Q D U Hart Mar : alee tabula MA alea et tabula T sacri­
ficaret U 6 nisi soli Domino T nisi Deo soli U 7 manum T Mar
8 ad disperdendum T Mar vos M 2Q2D TU A 2 Hart Mar : suos M 'Q 'A 1
qui M Q *TUA : quicumque Q2D Hart Mar es : est U 8-9 aleae tabu­
la U Hart M ar : alee tabula M A aleae tabulam QD alea et tabula T
9 ludens A sacrificet A legi M Q : lege TU A Hart Mar legis D 10 es :
non leg. A Dominus Q2DA Hart Mar : Domino M Q 'T U exi M de ea :
dea U 11 ne particeps sis : ne sis particeps A 12 inde : om. D de
medio M UA Mar : e medio Q D Hart e de medio T portatis : fertis D
Hart 13 vas T U inmundum D TU A Hart tigeritis T U 14 es : es­
set T U et M Q D Hart Mar : om. TU A alea M Q TUA Hart Mar : aleam
tabulam D 1 aleae tabulam D 2 ludis D ludens A primum A locos U
scire : credere UA 15 es M Q D Hart Mar : om. TUA aethnicumMQ
etnichum U 16 ad : add. s.l. A summis T U 17 tanget Hart sa­
crificii Q 'T U Hart M ar : sacrificiis M 1 de sacrificiis M 2 (de add. s.l.
m.2) sacrificium Q2DA

100
IL GIOCO DEI DADI 8,3-17

tutto estromesso (dalla comunità) e inoltre nel giorno del


giudizio sarà tormentato sulla ruota di fuoco. Chi gioca al
tavolo dei dadi, prima deve sacrificare al suo inventore, cosa
che ai cristiani non è lecita, perché dice il Signore: «Colui
che sacrifica agli dei e non a Dio solo, sarà annientato»3 e
ancora: «N on sacrificate agli dei pagani, perché con le opere
delle vostre mani non mi costringiate a sterminarvi».15Tu
che sei cristiano e giochi a dadi, anche se non sacrifichi, sei
complice della regola di questo gioco delittuoso. E certa­
mente il Signore ti viene incontro e dice: «Tenetevi fuori da
quella legge, o popolo mio, perché tu non sia complice dei
suoi misfatti».0 E ancora: «Andatevene, andatevene da lì,
uscite dal suo grembo, voi che portate i vasi del Signore,
perché non tocchiate ciò che è immondo».*1 Cristiano,
chiunque tu sia, se giochi a dadi, devi sapere questo in pri­
mo luogo: tu non sei cristiano, ma il tuo nome è quello di
pagano e tu invano assumi ciò che attiene al sacrificio del
Signore. Così infatti dice il Signore: «Ogni uomo immondo

8 . a sacrificans ... soli: E x 22,20 b nolite sacrificare ... disperdendos


vos: Ier 25,6 cexite ... delictorum eius: A p 18,4; d discedite ... ne te­
tigeritis: Is 52,11

101
DE ALEATORIBUS 8,18 - 9,7

crificii sancti».e Dicit enim scriptura: «Omnis vir mandu­


cans carnem sacrificii, et inmunditiae eius supér ipsum: pe-
20 reat anima illa de populo meo».f Aleator quicumque es Chri­
stianum te dicis, quod non es eo quod saeculo particeps es.
Nec amicus Christi potes esse qui cum inimico Christi tenes
amicitiam.

Certe qualis dementia aleatorum fidelium, ubi insaniunt et


furiatissimis vocibus periurant, et deorbati diaboli caligine
invicem sibi manus inferunt, maledicunt, se devovunt, pa-
rentorum originem turpis praesentibus dehonorant. Sonat
5 publice aleae screpitus, festinant ad necem hereditatis suae
manus, nec intelleget miser quid sibi noceat, quando se
aleae auctorat. Et qui iam saepius vincitur rursus ad nocen-

18 sancti Q D T U Har Mart : sanctis M sanctum A dicit enim scriptu­


ra M T UA Mar : dicit enim scribtura Q et iterum D Hart 19 inmun­
ditiae T U : inmundicia M immunditiae Q Mar inmunditia D Hart in-
mundicie A eius est M (est add. s.l.) pereat : peribit D Hart 20
meo : suo D 1 22 nec amicus christi potes esse M Mar : nec amicus
non es eo quod saeculo particeps es nec amicus christi potes es Q T U
nec amicitiam cum christo habere potes D Hart nec amico christi po­
tes esse A qui cum M Q AU Mar : quicumque T qui D Hart inimico
christi : christi inimico D Hart tenes T A U Mar : habes M Q es D
Hart 23 amicitiam Q T Mar : amicitiam MA amicitia U amicus D
Hart

9.2 furacissimis Hart perierant Hart zaboli T U 3 se devovunt


DUA Hart Mar : om. M Q se devobunt T parentorum Q 'T U Hart Mar :
parentum M Q 2DA 4 turpis M ^ T U A : turbis M 2Q 2D Hart Mar
5 publicae D T U strepitus D Hart crepitus A Mar suae : sue A 6 ma­
nus : om. M intelleget M *Q 'T U Mar : intellegit M 2Q2DA Hart quid
M Q T U A Mar : quod D Hart 7 alee A qui : qui cum T sepius M UA
nocentiorem Q XT U Hart M ar : nocentius M Q 2DA

102
IL GIOCO DEI DADI 8,18-9,7

non tocchi nulla del santo sacrificio»;6 dice infatti la Scrittu­


ra: «Ogni uomo sul quale (incombono) le sue impurità e che
mangia la carne del sacrifìcio, ebbene quella vita scompaia
dal mio popolo»/ Giocatore, chiunque tu sia, dici di essere
cristiano, ma tu non lo sei per il fatto che tu sei complice di
questo mondo. Né puoi essere amico di Cristo tu che stringi
amicizia con il nemico di Cristo.

Quale follia dunque quella dei fedeli che giocano a dadi:


sono fuori di sé e spergiurano con grida da invasati e, acceca­
ti da un offuscamento provocato dal diavolo, si mettono l’un
l ’altro le mani addosso, maledicono, si votano al diavolo, di­
sonorano, mescolati a gente depravata, la propria famiglia.
Risuona davanti a tutti il crepitio dei dadi; le proprie mani si
affrettano a eliminare l’eredità, né il disgraziato comprende
il danno che fa a se stesso quando si mette in balia del gioco
dei dadi. E chi più spesso viene sconfitto, ad una ancora più

e omnis immundus ... sancti: Lev 7,19 f omnis vir ... de populo meo:
Lev 7,20

103
DE ALEATORIBUS 9,8 - 10,2

tiorem studium diabolo suadente animatur. O ars infesta


studentibus et studium libidinosum, qui non divitia sed nu­
lo ditate et inopia praestat. Manus carnifex, manus noxia, qui
nec post lucra desinet, sed et adhuc post damna ludet. Chri­
stianus qui alea ludet sacrificium diaboli immolantibus pe­
nes auctorem manus polluet. Et idcirco Dominus in hoc in­
dignari dicit: «Nolite, inquit, extendere manus vestras iniu-
15 ste, ne exacerbetis me, et non desinam vos diu permanere
super terram».3 Et iterum: «Abstinete manus vestras ab
iniusto et ne feceritis quicquam mali».b Et apostolus beatis­
simus Paulus similiter dicit: videte fratres, ne configuremi­
ni huic saeculo0et pompis et delictis et voluptatibus eius, et
20 continete vos ab omni iniustitia saeculi.

10

Nam quod delicti in Deum nulla sit excusatio nec indulgen­


tia ulla et nemini veniam datur, in evangelio Dominus dicit,

8 zabulo T U A 9 studiosum T U divitia M *Q*T : divitias M 2Q2D


Hart Mar vitia U divitiam A nuditate M 'Q 'T U : nuditatem M 2Q2DA
Hart Mar 10 inopia M 1Q 1T U : inopiam M 2Q2DA Hart Mar prae­
stat M D Hart Mar : prestat Q T U A (non leg.) qui M Q 'T U A Hart Mar :
que Q2 quae D 11 desinet M 'Q 'T A M ar : desinit M 2Q2D 2 Hart sinit
D 1 sed et adhuc M Q : sed adhuc D TU A Hart Mar 12 aleam A lu­
det M *QTUA : ludit M 2D Hart Mar sacrificium M Q : ad sacrificium
D T U A Hart Mar zabuli TA zaboli U paenes M Q penus U 13 pol­
luit D Hart in hoc M Q : ad hoc D TU A Hart Mar 14 dicit M QTUA
Mar : se dicit D Hart inquid D 15 exacerbetis M D 2T U Hart Mar :
exarcerbetis Q D 1 exacerbatis A desinam M Q JTU A Mar : sinam Q2D
Hart 16-17 et iterum ... mali : om. M Q 18 vide M 'Q comfigure-
mini U obfiguremini A 19 seclo MA delictis : diliciis D Mar et
M Q : sed D T U A Hart Mar 20 iniusticia DA secli M : om. A

10.1 delicti : deliquit A sit: fit Hart excussatioM 2 veniam M 'Q U


Mar : venia M 2D T A Hart detur Q2D 2

104
IL GIOCO DEI DADI 9,8 -10,2

nociva passione viene incoraggiato dalla istigazione del de­


monio. O mestiere nefasto per quanti lo praticano e passio­
ne licenziosa che non procura ricchezza, ma nudità e mise­
ria. Mano carnefice, mano malefica che non smette nemme­
no dopo la vincita, ma continua a giocare anche dopo che
ha perduto. Il cristiano che gioca a dadi insozza le sue mani
nel momento in cui esse compiono il sacrificio del diavolo
in onore deU’inventore. Perciò il Signore dice di sdegnarsi
per questo motivo: «N on vogliate usare le vostre mani per
compiere l ’ingiustizia, per non irritarmi, e allora io non ces­
serò di farvi dimorare a lungo sulla terra».3 E di nuovo: «Te­
nete lontane le vostre mani da ogni atto ingiusto e non com­
mettete nulla di male».b E il beatissimo apostolo Paolo simil­
mente dice: badate, fratelli, a non conformarvi a questo
mondo,0 ai fasti, ai delitti e ai piaceri, ma astenetevi da ogni
ingiustizia del mondo.

10

Infatti per una colpa contro Dio non vi è nessuna scusa, né


viene concessa indulgenza e a nessuno viene perdonato, lo
dice il Signore nel vangelo: «Se uno avrà pronunciato una

9 .a nolite ... super terram: Ier 25,6 b abstinete ... quicquam mali: Ier
25,6 c videte ... huic saeculo: Rom 12,2

105
DE ALEATORIBUS 10,3-17

«Si qui, inquit, dixerit blasphemiam in filium hominis, de­


mittetur illi: at his qui peccaverit in Spiritu sancto non di-
5 mittetur illi, nec hic nec in futuro saeculo».3 Et iterum
propheta dicit: «Si delinquendo peccatur adversus virum,
orabitur pro eo ad Dominum; si autem in Deum peccave­
rit, quis orabit pro eo?».b Et beatus apostolus Paulus procu­
rator et vicarius Christi ecclesiasticam curam agens ponit et
10 dicit: «Vos estis templum Dei, et in vobis Christus habitat: si
quis templum Dei violaverit, perdit illum Deus».c Iterum
Dominus in evangelio suo negat peccatores et exprobat di­
cens: «Recedite a me omnes qui operamini iniustitiam: et
numquam vos cognitos habui».d Et Iohannes apostolus di­
is cit: «O mnis qui peccat, non est de Deo, sed de diabolo est: et
scitis quoniam ideo venturus est filius Dei, ut perdat filios
diaboli».e Si quis aleator Christianus es, tuus et hereditatis

3 qui M 'Q 'D T U Hart Mar : quis M 2Q2A inquid D blasphemia T U


dimittetur DTA Hart Mar 4 illi M Q TU A Mar : ei D Hart at his
M 2Q2A : ad his M 'Q 'T U om. D Hart at is Mar qui M Q TUA Mar : qui
autem D Hart peccaverint M 2 in spiritu sancto M Q T U Mar : in spi­
ritum sanctum DA Hart dimittetur M TD A Hart Mar : demittetur Q U
dimittitur D 5 nec hic nec : nec hic ne U seclo M 6 propheta
Q TUA Mar : per propheta M per prophetam D Hart dicit M Q TUA
Mar : om. D Hart peccatur M 2QUA Mar : peccator M *T peccaverit D
Hart adversus virum M Q T U A Mar : vir adversus virum D Hart 7
in dominus deum T 8 oravit T eo : eum U paulus M Q TU A Mar :
om. D Hart 9 et M Q D Hart Mar : om. TU A 10 abitat D 11 per­
det M Q 1 11-12 iterum dominus M Q TU A Mar : et dominus iterum
D Hart 12 in evangelio suo M Q TU A Mar : in evangelio D Hart ex­
probat M Q T U : exprobrat DA Hart Mar 13 a me : a m U omnis D
iniusticiam D iniquitatem A et : om. U Mar 14 numquam vos co­
gnitos habui M Q TUA Mar : nescio vos D Hart 15 non est de deo
M Q D U Hart Mar : non de deo est T non est ex deo A diabulo M za-
bulo T U A 17 diabuli T U Christianus aleator D Hart es : est UA

106
IL GIOCO DEI DADI 10,3-17

bestemmia contro il Figlio dell’uomo, a lui sarà perdonato;


a colui che invece avrà peccato contro lo Spirito santo, a
quello non sarà perdonato, né in questo né nel mondo futu­
ro».3 E ancora il profeta dice: «Se nel commettere un delitto
si è peccato contro un uomo, si pregherà in favore di quello
presso Dio; se invece avrà peccato contro Dio, chi pregherà
per lui?».b E il beato apostolo Paolo fiduciario e vicario di
Cristo, avendo cura della chiesa stabilisce e dichiara: «Voi
siete il tempio di Dio e in voi abita Cristo; se uno avrà vio­
lato il tempio di Dio, Dio lo manda in rovina».0 E il Signore
ancora nel vangelo respinge i peccatori e li rimprovera di­
cendo: «Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiusti­
zia; mai v i ho conosciuto».d E l ’apostolo Giovanni dice:
«Chiunque pecca non è da Dio, ma dal diavolo, e voi sapete
che sta per venire il Figlio di Dio, proprio per mandare in
rovina i figli del diavolo».e Se tu cristiano sei un giocatore di

10.a si qui, inquit... in futuro saeculo: M t 12,32 b si delinquendo ...


orabitproeo: IS a m Z , 25 cvos estis... perdit illum Deus: IC o r 3,16-17
d recedite a me ... cognitos habui: M t 7,23 e omnis qui peccat... filios
diaboli: I lo 2,28; 3,8

107
DE ALEATORIBUS 10,18 -11,8

tuae inimicus es. Quicumque es, desine ab illam demen­


tiam. Miser, quid te in laqueum mortis cum diabulo ultro
20 praecipitas? Quod opes et divitias tuas sordidissimas aeris
admittis? Quid te laqueis saecularibus involuis ut cum sae­
culo iudiceris? Quid inimicum tuum favoribus laudando
delinques, cum quo necesse est puniaris?

11

Esto potius non aleator sed Christianus, pecuniam tuam ad-


sidente Christo spectantibus angelis et martyribus praesen­
tibus super mensam dominicam sparge; patrimonium tuum
quem forsitan saevo studio perditurus eras pauperibus divi-
5 de, divitias tuas Christo vincenti committe, servus cum Do­
mino tuo avocare, studio deifico obsequere, artem Domini
imitare quae non perdet sed potius adquiret. Desine ab illos
tuos furiacissimos mores, cohibe praecipitem nequitiam

18 tue A inimicus es M Q D Hart MaT : inimicus est TU A 18-19 ab


illam dementiam M 'Q 'T U Mar : ab illa dementia tua D Hart ab illa
dementia A 19 cum : om. M diabolo QA Hart 20 quod Q TU A :
quid M D Hart Mar sordidissimas M Q TU A : sordidissimo D sordidis­
simis Hart Mar aere D 21 admittis M Q T U : amittis DA Hart Mar
secularibus A involuis M Q D 2 Hart : involens T U involues D 1 invo-
luens A involves Mar ut cum : ut de A seclo MA 23 delinques
M Q *D M ar : delinquis Q 2 Hart delinquens T U A cum quo D T U A
Hart Mar : quod cum M Q 1quo cum Q2 puniaris : ut puniaris D Hart

11.1 adsidente M 2D T U Hart M ar : adsidentem M 'Q assidente A


4 quem Q T Mar : quod M D U A Hart sevo A divide : deinde U 5 co-
mitte T commiti U 7 quae : que TA perdet M 'Q T U A Hart Mar :
perdit M 2D adquiret M 'Q D T U : adquirit M 2 acquiret A Hart Mar
7-8 ab illos tuos M 1Q 1T U Hart Mar : ab illo tuo M 2 ab illis tuis Q2D ab
illo studio A 8 furiacissimos M ^ T U A Mar : furiatissimo M furia­
tissimis Q2D furacissimos Hart mores M 'Q 'T U A Hart Mar : more M
moribus Q2D precipitem TA

108
IL GIOCO DEI DADI 10,18 - 11,8

dadi, sei nemico di te stesso e della tua eredità. Chiunque tu


sia, rinuncia a tale follia. O misero, perché di tua iniziativa
precipiti te stesso, con il diavolo, nel laccio della morte?
Perché perdi le tue sostanze e le ricchezze che tu possiedi in
sporco denaro? Perché ti lasci avviluppare dai lacci del
mondo, per essere giudicato insieme con il mondo? Perché
delinqui a forza di esaltare mediante favori il tuo nemico,
con il quale invece dovrai essere punito per forza?

11

Piuttosto sii non un giocatore di dadi ma un cristiano; di­


stribuisci il tuo denaro sopra la mensa del Signore, alla pre­
senza di Cristo, sotto lo sguardo degli angeli e al cospetto
dei martiri; il tuo patrimonio, che forse avresti mandato in
rovina per una passione crudele, dividilo con i poveri; affi­
da le tue ricchezze a Cristo vincitore; nella condizione di
schiavo il tuo Signore sia la tua distrazione; dedicati a
un’occupazione che ti renda simile a Dio; imita l’arte di
Dio che non causa la perdita, ma piuttosto assicura il gua­
dagno. Abbandona le tue abitudini da invasato, frena la tua

109
DE ALEATORIBUS 11,9-25

tuam: sit tibi cum pauperibus cottidianus lusus, sit tibi cum
10 viduis frequens operatio: censum et adparatus tuos omnes
ad studium ecclesiae distrahe, aurum tuum et argentum et
pecunias tuas in thesauris caelestibus expone, fundos et vil­
las tuas iusta operatione ad paradisum remove, ut peccata
donentur tibi elimosinis et orationibus continuis incumbe.
15 Alea ne luseris, ubi lusus nocivus est et crimen inmortale,
ubi dementia sine consideratione, ubi nulla veritas, sed
mendaciorum mandra. Abscide inde manum tuam et averte
inde cor tuum: extrahe caliginem inimici ab oculis tuis et
purifica manum tuam a sacrificiis diaboli: abige abs te fura-
20 ces mores, esto patiens et Christianus, esto tibi et vitae tuae
in operationibus iustus et providus, fuge diabolum perse­
quentem te, fuge aleam inimicam rerum tuarum: studium
sit tibi sapientiae, evangeliis monitis erudire, puras manus
ad Christum extende, ut prom ereri D om inum possis.
25 Aleam noli respicere. Amen.

9 cotidianus D TA Hart M ar luxus T sit tibi; sit tibi : si tibi; si tibi U


10 censuum M 2 11 distrahae M Q T distrae A 12 thensauris Q U
celestibus A expone conieci : et pone M 1© 1reconde et pone M 2 repo­
ne Q2D T U A Hart Mar 13 operacione M peccata : peccata tua D
Hart 14 elimosinis M D T : aelemosiniis U elemosinis QA eleemosy­
nis Hart elemosinis Mar orationibus : operationibus D Hart conti­
nuis ; om. M Q 15 aleam D nocibus M 'Q 'U mortale Hart 18
extrahae Q 19 zabuli TA zaboli U abice D Hart 20 paciens DA
vite TA 21 fugi U te : et Hart rerum tuarum M Q TU A Mar : ope­
rum tuorum D Hart 23 si tibi U sapientie A evangeliis Q 'T U A :
evangelicis M Q 2D Hart M ar erudiri M 2 24 extende M QA Mar :
extendere D T U Hart 25 amen : om. D

adversus aleatores explicit MQ; explicit de aleatoribus D; epistola cy-


priani ad alatores explicit T; omittunt UA

110
IL GIOCO DEI DADI 11,9-25

sconsiderata malvagità: il tuo passatempo quotidiano sia in­


sieme ai poveri, sia frequente la tua carità alle vedove: di­
stribuisci tutti i tuoi averi e i tuoi beni a favore della chiesa;
riponi nel tesoro del cielo il tuo oro, il tuo argento e il tuo
denaro; con un operato secondo giustizia trasferisci i tuoi
fondi e le tue ville in paradiso; affinché i peccati ti siano ri­
messi, preoccupati di fare elemosine e continue preghiere.
Non giocare a dadi: lì il gioco è nocivo ed è delitto eterno, lì
c’è una pazzia sconsiderata, lì non c’è nessuna verità, ma
solo una sfilza di menzogne. Recidi piuttosto la tua mano e
allontana da lì il tuo cuore; togli dai tuoi occhi l’annebbia­
mento dell’awersario e purifica la tua mano da sacrifici
(offerti) al diavolo. Scaccia da te queste pazze abitudini,
abbi la forza della sopportazione e sii cristiano, sii per te e
per la tua vita accorto nelle tue azioni; fuggi il diavolo che ti
incalza, fuggi il gioco dei dadi nemico dei tuoi beni; tua pas­
sione sia la sapienza, lasciati formare dagli ammonimenti
del vangelo, stendi a Cristo mani pure perché tu possa me­
ritarti il Signore. Non tornare a guardare i dadi. Amen.

Ili
COM M ENTO

1,1
-fra tern ita s: cf. lo stesso significato in Tertulliano, Pud. 13: ad exo­
randam fraternitatem. L’insieme dei fratelli o la comunità tutta dei fe­
deli: si allude probabilmente alla comunità guidata dal nostro anoni­
mo autore, ma non si esclude lo specifico uditorio al quale viene rivol­
ta l’omelia, come conferma il vocativo fidelis che segue subito dopo.
- cura est: accolgo la congettura proposta da Hartel e condivisa da
Harnack, come interpretazione della forma contratta cure, attestata da
M QTU, mentre D legge curae e A curo.

1,3
- in latum: la lezione in latum viene proposta sulla base di illatum at­
testato da A, esito di un’assimilazione regressiva da un probabile origi­
nario in latum e in considerazione dell’ormai consueto prevalere del­
l’accusativo sull’ablativo (cf. Ovidio, Met. 1,336).
- emergunt: la lezione è tramandata all’unanimità e condivisa da Har­
tel, mentre le edizioni a lui precedenti leggono mergat e trasmettono
una lezione parzialmente diversa dell’intera frase: quae ad nequitiam
in se illicit ut in lacum mortis mergat. Questa lezione non pone il pro­
blema della corruzione del testo dopo ad nequitiam (come ha segnala­
to Hartel) e la frase, tradotta, avrebbe questo significato: «che lusinga
gli animi, spingendoli alla dissolutezza, per sprofondarli nella palude
della morte». Soggetto della frase è il pronome relativo quae, riferito ad
audacia (complemento di causa della proposizione precedente). D i­
versamente M Q D TUA , leggendo emergunt, sottintendono come sog­
getto omnes aleatores della frase precedente, secondo una possibile,

113
COMMENTO, 1,3 - 1,6-9

anche se stentata, constructio ad sensum. È dunque da preferirsi, con


Hartel, la lezione trasmessa da M QDTUA, proprio perché, in quanto
lectio difficilior, potrebbe essere la più attendibile e la più vicina all’ori­
ginale. Quanto al significato del verbo emergunt, tramandato da M QD
TU A - ‘uscire’, ‘far emergere’ - è del tutto inadatto, anzi contrario, al
senso generale della frase; l’autore allude qui alla pena a cui i giocatori
di dadi condannano se stessi, facendo naufragare le loro anime immer­
gendole nella palude della morte. Si deduce che viene usato emergunt
in luogo di mergunt il cui significato è appunto quello di ‘sprofondare’,
‘piombare in’, sia nel latino classico che cristiano (cf. Lucrezio, De rer.
nat. 3,829; Plinio, Nat. 29,10; Seneca, Dial. 4,12,4; Tertulliano, Idol. 1;
Paen. 4,3).

1.4
- ducatum: nel latino cristiano il termine ducatus viene usato anche
per indicare la direzione o la guida di un fratello o della comunità (cf.
Cipriano, Ep.78,1). In Blaise (Dictionnaire latin-frangais des auteurs
chrétiennes, Paris 1954, s.v. ducatus) apostolatus ducatus di Aleat. 1,5 è
tradotto «magistère»; cf. anche Tertulliano, Pud. 1,6.

1.5
- vicariam ... sedem: l’espressione vicaria sedes conferma l’ipotesi del­
l’incarico vescovile ricoperto dal nostro omileta; infatti sedes nel latino
cristiano indica propriamente l’incarico episcopale, la sede presieduta
dal vescovo che è vicario degli apostoli. Anche per il nostro autore
sembra quindi essere valido il principio ciprianeo deU’investitura divi­
na dei vescovi e della loro chiamata al pari degli apostoli. Per Cipriano
infatti i vescovi, purché legittimi, occupano il posto degli apostoli, suc­
cedono loro in linea diretta e sono istituiti come quelli dal Signore (cf.
Unit. eccl. 4; Ep. 3,3; Ep. 66,4: ad omnes praepositos qui apostolis vicaria
ordinatione succedunt). In quanto eredi e successori degli apostoli, ne
continuano la missione a questi affidata direttamente da Cristo. L’ag­
gettivo vicarius qualifica chiaramente il ruolo e la condizione degli
apostoli e dei vescovi loro successori: indica proprio il ricoprire, legitti­
mamente e con ruolo di rappresentanza, una carica in attesa del ritor­
no del legittimo detentore (cf. Cipriano, Ep. 59,4: episcopus ... vicarius
Christi; 68,5: vicarius et successor; Tertulliano, Marc. 4,35: Christus ...
authenticus pontifex dei pa tris... prophetae... vicarii sunt).

1,6-9
- et origin e... dimittendi: Harnack leggeva in questo passo un chiaro e
inequivocabile dato a favore della paternità dell’opera, scritta a suo pa­
rere da un vescovo romano; dall’indiscutibile riferimento a M t 16,18-

114
COMMENTO, 1,6-9 - 1,7

19, Harnack deduceva la pertinenza a un successore di Pietro nella


sede di Roma. Anche se il nostro omileta non fa alcun riferimento a
Pietro, Harnack sostiene che la figura dell’apostolo è presente nell’e­
spressione superiore nostro. Come abbiamo avuto occasione di notare,
anche in questo caso lo studioso tedesco sembra forzare il testo, inter­
pretandolo in funzione della sua tesi. A nostro avviso, l’omileta vuole
soprattutto sottolineare l’originarietà e l’autenticità del suo mandato
episcopale e l’autorità del potere conferitogli. Di fronte a un problema
di carattere morale e sociale - come il gioco d’azzardo - bisogna assu­
mere un atteggiamento quanto meno severo (cf. Introduzione, pp. 31-
38): per restare fedeli al mandato di Cristo, i vescovi devono essere
molto cauti nel concedere il perdono ai peccatori. Questo compito, che
è stato affidato ai vescovi dalla divina bontà, deve essere svolto con
estrema cura e sollecitudine e soprattutto con profondo senso di re­
sponsabilità, affinché i colpevoli non vengano perdonati con troppa di­
sinvoltura e affinché gli stessi vescovi non vengano traviati da questi
ultimi (cf. 1,10-11).

1,7
- in superiore nostro: Harnack (cf. D er pseudocyprianische T ra k ta t...
cit., p. 14) riteneva questa espressione difficile da tradurre e da spiega­
re. Esclusa la possibilità di integrare il passo con la parola loco, Har­
nack rilevava la difficoltà incontrata nel giustificare un complemento
di stato in luogo retto dal verbo portare e la necessità pertanto di inter­
pretare la preposizione di stato in luogo in con valore strumentale (cf.
greco èv), uso non estraneo al latino volgare. Riguardo a superior sono
attestati due significati: colui che precede in senso cronologico - ‘pre­
decessore’ - (cf. Varrone, De re rust 2,10; Cicerone, Orat. 34,120); op­
pure colui che precede in senso gerarchico - ‘più nobile’, ‘superiore’ -
(cf. Cassiodoro, Var. 4,3). Pertanto Harnack formulava due ipotesi di
traduzione: attraverso l’intercessione, la mediazione del nostro prede­
cessore; oppure attraverso l’intercessione, la mediazione del nostro su­
periore. Egli privilegia il significato di predecessore e torna a supporre
il riferimento a Pietro o comunque a un vescovo romano, per la cui
mediazione l’anonimo autore con pieno diritto poteva affermare di de­
tenere l’autentico mandato apostolico. Anche nella nostra traduzione
si è scelto il significato di predecessore che, a nostro giudizio, però,
non deve necessariamente essere riferito a un vescovo romano: 1'epi­
scopus, di qualunque comunità e luogo, riceve, eredita il mandato dal
suo predecessore, nel pieno rispetto della tradizione e della legittimità
apostolica. Inoltre, tenendo conto della influente concezione ciprianea
secondo la quale ogni vescovo nella propria chiesa ha la stessa respon­
sabilità di Pietro, il riferimento alla sede di Roma non è certo esclusivo

115
COMMENTO, 1,7-2,2-4

come vorrebbe Harnack, il quale distingue inoltre tra il nos del cap. 1 e
il nos dei capp. 2-4. Afferma poi che nel cap. 1 il plurale è un plurale
maiestatis riferito al vescovo-primate, che si riconosce depositario del
mandato petrino; il plurale dei capp. 2-4 si riferisce invece alla colle­
gialità dei vescovi, tutti egualmente insigniti della sacerdotalis dignitas.
Azzarda l’ipotesi che il tono collettivo dei capp. 1-4 potrebbe addirittu­
ra far pensare che questo anonimo testo sia in realtà un documento si­
nodale, rivolto dai vescovi ai credenti: ma la mancanza assoluta delle
formule introduttive proprie dei discorsi dei sinodi (attestate in tutti
gli atti conciliari) e il repentino passaggio, a partire dal cap. 5, dalla
prima persona plurale alla prima persona singolare, portano lo stesso
Harnack a escludere questa tesi. Daniélou, interrogandosi sul valore
storico di questo passo (cf. Le o r ig in i... cit., p. 97), riflette sull’uso co­
stante del plurale: si tratta di un plurale maiestatis, usato per dar tono
alla predica, oppure il nostro omileta, così facendo, ci informa su una
certa fase della storia della chiesa, scarsamente documentata dalle
fonti, fase in cui le comunità erano presiedute non da un solo vescovo,
ma da un collegio presbiteriale. Non escluderei, molto più semplice-
mente e sempre in assenza di destrezza linguistica, che in superiore no­
stro possa intendersi “da ogni nostro predecessore”, come dire: ognu­
no di coloro che ci hanno preceduto, a indicare una comune linea di
evangelizzazione e condotta ecclesiale.

1,9-10
- salutari doctrina ... torqueamur: la preoccupazione dell’autore - che
scrive in qualità di vescovo - è quella della negligenza nei confronti
del popolo e di come e quando occorre correggerlo. Permettere che ac­
cadano tra i fedeli azioni delittuose è omissione grave di cura pastorale
e tale da procurare da parte di Dio una punizione pari a quella dello
stesso peccatore.

2,2-4
- sal autem si fatuum fuerit, nihilo valebit, nisi ut proiciatur foras et con­
culcetur ab hominibus: prima citazione biblica della nostra omelia; il
testo di M t 5,13 è riproposto per rendere più autorevole il rimprovero
ai fratelli: nella Versio antiqua (Sabatier) si legge: vos estis sal terrae.
Quod si sal evanuerit, in quo salietur? Ad nihilum valet ultra, nisi ut m it­
tatur foras et conculcetur ab hominibus. La non perfetta corrispondenza
con il testo evangelico fa supporre una citazione a memoria. Da notare
che - come accade nello pseudociprianeo De duobus montibus (cf. C.

116
COMMENTO, 2,2-4 - 2,10-14

Burini, Pseudo Cipriano, I due m o n ti... cit., pp. 112 s.) - la lingua delle
citazioni è quasi sempre corretta, dal punto di vista grammaticale, ri­
spetto al testo del nostro autore.

2,2
- fatuum : va accolta la lezione fatuum di M Q TUA anziché quella del
codice D (infatuatum), condivisa anche da Hartel e da Hamack; non è
da escludere che la lezione infatuatum sia stata corretta sulla base di
Cipriano, Test. 3,87.

2,6
- neglegentiae... inertes: abbiamo preferito non accogliere la lacuna se­
gnata da Hartel dopo neglegentiae, basandoci sulla testimonianza dei
codici M Q D T U che non attestano segni, in quel passo, né di rasura né
di caduta, mentre il codice A legge (probabilmente correggendo) negle­
gentes. Il genitivo neglegentiae può essere interpretato come genitivo di
colpa retto da inertes.

2,10-14
- vae erit pastoribus... propter mendacium suum: mentre Hartel riconob­
be nella prima parte della citazione la presenza di Ez 34,2, ma non
seppe individuare la fonte della seconda parte, Harnack (D er pseudocy-
prianische T ra k ta t... cit., pp. 55-57), riconosceva questo passo come
citato nella versio latina del Pastor di Erma, Sim. 9,31,5 s.: vae erit pa­
storibus. Quod si ipsi pastores dissipati fuerint, quid respondebunt etiam
ei pro pecoribus? Numquid dicent, a pecore se vexatos? Non credetur illis.
Incredibilis enim res est, pastorem pati posse a pecore; et magis punitur
propter mendacium suum. Per Harnack il fatto che il nostro omileta citi
il Pastor come scriptura divina lascia presupporre l’arcaicità di Aleat.,
forse anteriore alle stesse opere di Tertulliano. Inoltre l’uso della tradu­
zione latina del Pastor di Erma confermava l’origine romana dell’opera
(cf. Introduzione, pp. 14-17). Questo argomento può essere contestato
anche solo sulla base della diffusione del Pastor di Erma oltre l’ambien­
te romano, e dell’autorità di cui godette a lungo in Oriente e Occidente,
soprattutto per la sua dottrina morale: un’autorità quasi normativa a
prescindere dalla sua esclusione dal Canone Muratoriano. Si legga in
particolare tra gli studi più recenti: M.B. Durante Mangoni, Erma. I l
Pastore, Bologna 2003 («Scritti delle origini cristiane»), par. 1.6; La r i­
cezione del testo, pp. 20-22. Daniélou (cf. Le o rig in i... cit., p. 97-98), ha
ripreso e sostenuto la tesi di Harnack sull’arcaicità e sull’origine roma­
na dell’opera e ammette che ci sono significativi paralleli di vocabola­
rio e di pensiero tra Pastor di Erma e Aleat. Marin concorda con Da­
niélou nel riconoscere in Aleat. 2,10-15 una ripresa del Pastor, ma non

117
COMMENTO, 2,10-14 -2,24

considera elemento di arcaicità il fatto che quest’opera sia citata come


scriptura divina (cf. Citazioni bibliche... cit., pp. 174-176). Sostiene in­
fatti che nell’antica letteratura cristiana molti testi non perdettero la
loro fortuna letteraria né la loro autorevolezza sebbene successivamen­
te esclusi dal canone delle Scritture, la cui definizione inoltre è frutto
di un processo non solo durato secoli, ma anche non omogeneamente e
contemporaneamente accolto nelle diverse comunità cristiane. Egli
porta come esempio gli studi da lui condotti su un tema delle Sim ilitu­
dini (la simbologia degli alberi nelle diverse stagioni), tema frequente
nei testi agostiniani (cf. Sulla fortu n a delle S im ilitu d in i I I I e I V di
E rm a, in «Vetera Christianorum» 19 (1982), pp. 331-340). Secondo
Marin il passo di Aleat. 2,10-19 rappresenta una serie di tre testimonia
molto particolari, finora scarsamente commentati dagli studiosi pseu-
dociprianei e meritevoli di ulteriore approfondimento.

2,11
- pecoris: la lezione è da mantenere come se si trattasse di un comple­
mento di argomento, reso con il genitivo; un esempio analogo in Ps.
Cipriano, Mont. 12,1,3-4: d ixim u s... montis sancti.

2,14-16
- et alia scriptura dicit: rectorem te petierunt... et sic conside: citazione
quasi letterale della versio antiqua di Eccl 32,1-2 con l’unica variante
del verbo iniziale, che nel nostro testo è petierunt invece di posuerunt.
Il sost. rector di Eccl 32,1 - corrispondente a fvyoiinevoi; (LXX) - che
significa ‘presidente di banchetto’ (cf. Io 2,8; 2Mac 2,27), è qui impie­
gato nel significato di ‘pastore’ e ‘vescovo’.

2,16-19
- et iterum: extimate sacerdotem esse cultorem et omnes esse apud eum
granaria piena ... saturetur: questa citazione non scritturistica è proba­
bilmente ricavata da Testimonia dove non raramente, accanto alle cita­
zioni bibliche, comparivano anche quelle apocrife (cf. M. Marin, Cita­
zioni bibliche ... cit., p. 176). Non è da escludere una collazione di testi
con particolare incidenza di P r 3,10.

2,24
- ad nitorem: accolta da Hartel e da Harnack, è la lezione più convin­
cente anche se non ampiamente sostenuta dai codici; solo M legge ni­
torem e il testo del manoscritto non concede altra lettura, né conferma
la correzione itorem che Hartel dice di leggere in rasura. La lezione ne­
turam di Q 'D è priva di significato e ha suggerito la correzione natu­
ram in Q2 e in TUA.

118
COMMENTO, 2,24 - 3,6

- salutaris: traduco “salutare” accogliendo la lezione salutaris testimo­


niata da M Q D 2TU A anziché caelestis, testimoniata da D 1 e condivisa
da Hartel e da Harnack. Non ci sono motivi sufficienti per eliminare
la lezione maggiormente attestata dai codici e anche dagli editori pre­
cedenti a Hartel.

3,1-4
- in evangelio ... pasce oves meas: il nostro omileta insiste sul concetto
del vescovo-buon pastore, che deve rendere conto a Dio delle sue peco­
re; cita Io 21,17 per ammonire i vescovi e per ricordare ancora il dove­
re e il compito ai quali sono stati chiamati: condurre e guidare la chie­
sa di Dio, a loro affidata come un gregge al pastore fedele, che deve es­
sere in tutto e per tutto immagine di Cristo, buon pastore, disposto a
dare la vita per le sue pecore. Il passo di Io 21,17 vuol porre l’attenzio­
ne proprio su questo elemento: chi ama Cristo e si pone alla sua seque­
la deve prendersi cura dei fratelli e amarli con lo stesso amore con cui
Cristo li ha amati.

3,4-7
- et quoniam episcopum id est spiritum sanctum ... nullam maestitiam
proponamus: l’autore tende a identificare l’episcopato con lo Spirito
santo, ricevuto per mezzo dell’imposizione delle mani. L’affermazione,
oltre testimoniare la convinzione e la fede dell’autore, assume anche
significato e valore storico, confermando una tradizione ecclesiale e li­
turgica ormai consolidata; quanto invece alla citazione paolina di Eph
4,30 (cf. Erma, Praec., 10,2,5), la cui esortazione è rivolta a tutti i cri­
stiani che «dallo Spirito sono stati segnati per il giorno della redenzio­
ne», viene applicata e riferita nel nostro testo ai soli vescovi e conside­
rata ammonimento del Signore ( monet Dominus) e non dell’Apostolo.
Questo è l’unico caso in Aleat. in cui le parole dell’apostolo sono attri­
buite al Dominus.

3,6
- cohabitatur in nostro: è da ritenere che la lezione cohabitatori nostro,
proposta da Hartel sulla base di M e accolta da Harnack, sia frutto di
una svista; osservando attentamente, la lezione cohabitatori è un inter­
vento di correzione sulla precedente lezione cohabitatur in (cui segue
nostro nullam maestitiam proponamus). La lezione originaria era quin­
di cohabitatur in nostro. La grafia con la quale è eseguita la correzione
non pare di seconda mano, ma di prima mano. Che la lezione più at­
tendibile sia cohabitatur in nostro è confermato anche da Q 1 (cohabita-

119
COMMENTO, 3,6-3,11

tur in nostro) e Q2 aggiunge in corde nostro; T e U 2 leggono et cohabita­


tur in nostra. Inoltre M Q T U antepongono, per iperbato, et al verbo
cohabitatur. Il codice A omette l’intero passo hospitio ... proponamus.
Anche il codice D, con la lezione habitatur in nostris, conferma che ci
si trova di fronte a un’azione (in tutti e tre i codici riferita allo Spirito
santo) e non di fronte a un sostantivo con funzione di apposizione.

3,7-9
- nolite contristare spiritum sanctum ... lumen quod in vobis effulsit: la
citazione di Eph 4,30 è ampliata senza una precisa corrispondenza te­
stuale. Già Harnack e, sul suo esempio, Daniélou ipotizzarono anche
una fonte apocrifa proveniente forse da logia, utilizzati fin dal II seco­
lo dalla chiesa romana (cf. A. Harnack, D er pseudocyprianische Trak-
t a t ... cit., pp. 17; 70-72; J. Daniélou, Le o rigin i ... cit., pp. 89-90).
Marin suppone che questo passo, come accade anche in 2,10-19, sia
un libero adattamento di alcuni loci paolini nella prima parte ( nolite
contristare ... vobis est), mentre nella seconda, concorde con Hamack e
Daniélou, ipotizza la reminescenza di un testo apocrifo, non ulterior­
mente identificato (cf. Citazioni bibliche... cit., pp. 171-172).

3.9-10
- quanto autem episcopum ... admonentem: per una simile costruzione
della frase comparativa, cf. Cipriano, Ep. 9,1: nam quantum perniciosa
res est ad sequentium lapsum ruina praepositi, in tantum contra utile est
et salutare cum se episcopus per firm am entum fidei fratribus praebet im i­
tandum. In riferimento al costrutto dell’accusativo assoluto in luogo
dell’ablativo, cf. Introduzione, p. 53.

3.10-11
- sine tribulatione corporis: Harnack riferisce questo complemento di
privazione al participio admonente, interpretando che si deve ammoni­
re senza infliggere gravi punizioni. Riteniamo invece dover tradurre il
complemento sine tribulatione come riferito a m artiria condigna, co­
gliendo piuttosto questo significato: quando un vescovo guida la sua
comunità verso la salvezza, esortandola con il suo esempio, allora le
testimonianze ( m artiria) di fede sono assolutamente degne, anche se
non nascono dalla persecuzione; quando invece un vescovo trascura il
proprio dovere e non attinge forza ed esempio dalla Sacra Scrittura, al­
lora la comunità dei fedeli soffre moralmente e si accumulano le pene
dell’inferno (cumulentur tormenta).

3,11
- condigna: sul significato di condignus, rafforzativo di dignus, cf. Ci­
priano, Ep. 30,1; 45,3.

120
COMMENTO, 3,15-4,18

3.15
- quamdiu heres infans ... : citazione molto libera di Gai 4,1 e applicata
ai soli vescovi, mentre Paolo paria dei fedeli nel regno di Dio e dei
modi e dei tempi della sua realizzazione, rivolgendosi a tutti i cristiani.
In Aleat. la citazione paolina è assunta a monito per i vescovi perché
non dimentichino doveri e responsabilità.

3.16
- procuratores: il sost. procurator viene usato nella classicità nel signifi­
cato di amministratore del patrimonio e più in generale di funzionario
e di stretto collaboratore di un’autorità superiore (cf. Cicerone, Phil.
1,13; Tacito, Ann. 14,54,2; ThLL s.v.). Nella nostra omelia, sulla trac­
cia della citazione paolina, il significato è trasferito al vescovo incari­
cato di amministrare il patrimonio spirituale dei fedeli, perché lo fac­
ciano crescere e fruttificare sotto la sua guida. Il bene da amministrare
e da far fruttificare è la dottrina evangelica, è la parola salvifica an­
nunciata dai profeti e incarnata da Cristo. L’immagine del vescovo am­
ministratore si radica su quella evangelica del procurator vineae (cf. Le
8,3). Si legga anche Cipriano, Laps. 6: Episcopi plurimi, quos et horta­
mento esse oportet ceteris et exemplo, divina procuratione contempta pro­
curatores rerum saecularium fieri.
- agens: la lezione agens (M Q T U A ) va preferita alla lezione est (testi­
moniata da D e accolta da Hartel), anche in considerazione del fatto
che il verbo ago può, come il verbo sum, significare anche ‘vivere’ o
‘trovarsi’ (cf. Tertulliano, Apoi. 10: etsi remoti ... agamus; Cipriano,
Ep. 32,10: ad clerum Romae agentem; Ep. 55,5: ad clerum ... sine episco­
po agentem).

3.18
- dispensatores: lo stesso termine con il medesimo significato di custo­
de e ministro del vangelo è usato in un’epistola di Cipriano: et sacerdo­
tes id est dispensatores eius (se. D e i) non de eius sententia ordinari? (cf.
Ep. 59,5). Cf. anche Le 12,42; IC o r 4,1; T it 1,7; lP t r 4,10 [versio anti­
qua). Dispensator dunque nel senso di o ìk o v ó j io i ;.

4.18
- in convictum: il sostantivo convictus indica compartecipazione di vita
ed esprime un concetto coèrente a quello che precede (quicumque fra-
ter more alienigenarum v iv it). La lezione in convivium, testimoniata
solo da D e condivisa da Hartel e da Harnack, sembrerebbe normaliz­

121
COMMENTO, 4,18-4,4-23

zata sulla base del testo greco, per meglio corrispondere al concetto di
banchetto conviviale e meglio adattarsi al tema successivo sul nutri­
mento eucaristico.

4,4-23
- apostolus idem Paulus com m em orat... eximite malos e medio vestro:
dopo l ’ammonimento iniziale (cf. 3,1 ss.) riguardo al perdono facil­
mente concesso ai peccatori, che diventa un peso di cui gli stessi pasto­
ri si caricano, l’omileta nel cap. 4 sviluppa su base scritturistica il tema
della responsabilità dei vescovi. Il capitolo si configura infatti come
una collazione di testi tratti soprattutto dalle Lettere pastorali che
sempre nell’antichità furono ritenute autentiche e, sulla autorità di
Paolo, considerate il testo più consono e più autorevole circa il dovere
e la responsabilità dell’episcopus: citazioni dirette, abbastanza fedeli,
anche se non propriamente letterali.

4,7 2 T im 2,1
4,7-8 I T im 1,18
4,7-8 I T im 6,14
4,7-8 IT im 6,20
4,8 2 T im 1,14
4,8-9 I T im 4,14
4,8-9 2 T im 1,6
4,8-10 2 T im 4,5
4,9-10 IC o r 16,13
4,10-11 T it 2,7
4,11-12 I T im 4,12
4,12-14 I T im 5,20-22
4,7-14 T it 1,9
4,14-16 IC o r 5,11
4,22-23 IC o r 5,13

Tra le citazioni è inserito un brano di non facile identificazione per il


quale Harnack (cf. D er pseudocyprianische T ra k ta t... cit., p. 64) ipo­
tizzava la reminiscenza di un Precetto di Erma:

Aleat. 4,16-19 Praec. (4,1,9)


quicumque fra te r more alienige­ sed et si qu i s im u la cru m fa c it,
narum v ivit et adm ittit res similes moechatur. Quod si in his factis
factis eorum, desine in convictum perseverat, et paenitentiam non
eius esse quod nisi feceris, et parti­ agit, recede ab illa et noli convive­
ceps eius eris re cum illa; alioquin et tu p a rti­
ceps eris peccati eius

122
COMMENTO, 4,4-23

Secondo Marin, in questo caso non si può affermare la dipendenza


dal Pastor con la stessa certezza con cui si afferma al cap. 2 (cf. nota a
2,10). Potrebbe trattarsi, come nel caso del loghion del sacerdos-cultor
(cf. 2,17), di una formula stereotipata, quali si trovano facilmente
nelle collezioni di canoni (cf. M. Marin, Citazioni bibliche ... cit., p.
177). Il terzo brano, introdotto dal lemma et in doctrinis apostolorum,
pone un interrogativo sulla recezione della Didaché in Occidente. Già
Harnack parlava di una ripresa, piuttosto libera, della Didaché, tesi
condivisa da Rordorf-Tuilier (cf. La doctrine des douze apótres [D id a ­
ché], Paris 1978, «Sources Chrétiennes» 248, pp. 18-20; 79-80) e da
Marin (cf. Citazioni bibliche ... cit., pp. 184-185). J.P. Audet, nella sua
edizione della Didaché (L a Didaché, Instructions des Apótres, Paris
1958, «Études Bibliques», pp. 79-81), fu tra i primi a interrogarsi sulla
recezione e utilizzazione di alcuni testi della Didaché in Aleat. 4. Lo
scritto pseudociprianeo (e successivamente Eusebio, H ist. Eccl.
3,25,1-7; Atanasio, Ep.fest. 39; Ps. Atanasio, Synopsis 76) testimonie-
rebbe per primo la conoscenza e diffusione della Didaché in una ver­
sione latina, diffusa in occidente a uso delle chiese locali. Audet si
chiede se l’autore pseudociprianeo «arrange le texte à son gré, ou si sa
version latine de la Didaché ne lui offre pas déjà un tei remaniement»
(p. 79). Egli è certo che l’autore di Aleat. abbia conosciuto uno scritto
intitolato Doctrinae apostolorum, traduzione latina del testo che Euse­
bio ci fa conoscere sotto il titolo Tmv ànoaxófaùv AiSa^aì (Hist. Eccl.
3,25,4). Confrontando Aleat. 4,19-22 con Tertulliano, Apoi. 39, ipo­
tizza inoltre che la Didaché sia stata adattata nella chiesa africana per
esigenze di carattere pratico e disciplinare (p. 80 s.). In G. Visonà, D i-
daché, insegnamento degli apostoli, Milano 2000, «Letture cristiane del
primo millennio» 30, pp. 26 s., n. 5, si legge: «in appoggio di questa
variante ( = Didachai-, Doctrinae) bisogna segnalare anche il fatto che
la designazione come “Doctrina” mal si adatta alla natura della D ida ­
ché, che non contiene insegnamenti teologici e dottrinali, ma appunto
direttive pratiche per i vari ambiti della vita ecclesiastica. Inoltre il
plurale Didachai è attestato da due testimoni non affini, uno greco e
uno latino, ed è l’opzione meno ovvia (lectio d ifficilior), in quanto la
tendenza naturale sarà di normalizzare il testo verso il più tecnico
D idaché-Doctrina, come dimostra il fatto che, traducendo in latino
l’opera di Eusebio, Rufino rende Didachai apostolón con il singolare
(D octrina apostolorum). Infine va segnalato che in Did. 11,2, dove si
mette in guardia da chi insegna un’altra dottrina (didaché), la versio­
ne copta ha il plurale ( = didachas)». Da un punto di vista contenuti­
stico, questo passo di Aleat. sarebbe comunque una libera collazione
di alcuni testi della Didaché riguardanti proprio la disciplina peniten-

123
COMMENTO, 4,4-23 - 5,3-5

ziale, dato che le ammonizioni che si leggono in Aleat. sono analoghe


a quelle che si leggono nel testo della Didaché.

Aleat. 4,19-20 Did. 4,14


4.19-20 14,2
4,21-22 15,3
4.20-21 14,2
4.21-22 4,14

4.23-24
- quodsì multorum testium unitatem...docemus: mi attengo al testo tra­
dito da MQTIJD, mentre A legge quod si multorum testium unitate et
consonante monitione docemur; a nostro avviso non è giustificata l’in­
troduzione della preposizione per ( per multorum testium unitatem ...),
con la quale Hartel ritiene dover giustificare un complemento di
mezzo o strumento, in luogo di una forma assoluta di accusativo, che
nel nostro testo non meraviglia; ugualmente sulla base della maggio­
ranza dei codici va mantenuto il verbo docemus in luogo di docemur.
Harnack legge quod si multorum testium unitate et consonante monitio­
ne docemur.

4.24-25
- delinquentibus fratribus cum fratribus: è la lezione di M 'Q T U , mentre
D, accolto da Hartel, legge delinquentibus fratribus, che è lezione anche
di A e M 2 (che cancella cum fratribus, ritenendolo errata tautologia).
Di fatto la lezione maggiormente condivisa è plausibile perché la ripe­
tizione fratribus cum fratribus verrebbe a sottolineare che chi gioca ai
dadi, oltre a peccare contro Dio (come viene ampiamente spiegato nei
capitoli seguenti), pecca anche, e forse prima di tutto, contro i fratelli.

5,3-5
- laqueis diaboli ... circuit pulsans D ei servos non uno genere temptans:
in questo passo l’autore caratterizza, attraverso l’uso di un linguaggio
specifico, il peccato del gioco e il suo istigatore: il gioco è un laccio (la­
queus) del demonio (cf. Ps 90,3; I T im 3,7; 2 Tim 2,26), una delle tante
tentazioni con cui l’antico nemico circuisce (circuit) i servi di Dio, isti­
gandoli (pulsans) e tentandoli (temptans), per trarli in inganno e al­
lontanarli dalla salvezza. Il vizio del gioco è presentato come una delle
arti ingannatrici del diavolo, sempre pronto a far cadere il cristiano
nella rete del peccato, come fa il cacciatore con la preda. Il demonio è
1’hostis antiquus, colui che da sempre incalza e tormenta l’uomo per in­

124
COMMENTO, 5,3,5 - 5,21-22

gannarlo e per ostacolare il suo cammino verso la salvezza. Si legga


anche Cipriano, Ep. 30,3; Lattanzio, Inst. 4,30,2.

5,5-10
- multae enim sunt temptationes eius quarum primordia sunt: idolatria,
moechiae ...e x quibus est aleae tabula: l’autore riporta in questo passo
un catalogo dei vizi, conseguenza di tutte le temptationes con cui il dia­
volo insidia le anime dei fedeli: (cf. Gal 5,19-21; IC o r 6,9-11; Rom
1,26-31; IT im 1,9-10). Si leggano inoltre Did. 5 e Const. apost. 7,18.

5.13
- deiectio: l’inganno, la simulazione e la menzogna sono le armi con
cui il demonio corrompe gli uomini, nascondendo loro la gravità del
peccato cui li induce, peccato dietro al quale si cela la rovina e la perdi­
zione delle loro anime. Il termine deiectio, che il nostro autore usa per
indicare tale rovina significa appunto ‘distruzione’, ‘crollo’, ‘rovina’
sia fisica che spirituale; esso trova un impiego assai limitato in Tertul­
liano (Marc. 4,36; Val. 10) ed è del tutto assente in Cipriano, che im­
piega invece frequentemente il verbo deicere per designare i lapsi, per­
suasi dal demonio all’apostasia (cf. Unit. eccl. 1; A d Fort. 1; si legga
anche Passio Perp. 3).

5.14
- expiata: il participio, riferito a manus, allude alla purificazione con­
cessa dalla grazia sacramentale del battesimo (cf. Tertulliano, Cam.
Chr. 17).

5,16
- ipsa de dignatione: Hartel, seguito da Harnack, congettura ipsa de
Dei dignatione, nonostante i codici riportino all’unanimità ipsa de d i­
gnatione-, solo in M dopo ipsa vi sono tracce di una rasura.

5,20
- aleatricem: l’agg. aleatrix è hapax di Aleat. L’autore non conosce l’ag­
gettivo aleatorius, specificamente derivato da alea e passato poi a desi­
gnare ciò che è riservato a qualunque gioco (cf. ThLL s.v.).

5,21-22
- quod est diaboli malum et deiectio vulnus insanabile: il passo, di non
facile interpretazione, dovette imbarazzare gli amanuensi, poiché le le­
zioni fornite tentano di raggiungere un significato plausibile. A nostro
parere la lezione più attendibile è quella di M che legge diaboli malum,
supportata anche da TA con zabuli malum e da U con zaboli malum
(dove zabuli e zaboli sono solo varianti grafiche di diabulus/diabolus)-,

125
COMMENTO, 5,21-22-6,4

Q 1 legge diabulum malum e, nel tentativo di migliorare il senso e la co­


struzione, prova a correggere diabolum in diaboli, ma mentre la m è
erasa, la u è rimasta integra, così che in Q 2 si legge diabolu malum;
anche D 1legge solo diabulum, poi, di fronte all’identificazione tra dia­
bolum e aleae tabula, D 2 corregge probabilmente in diaboli malum (su
rasura del testo). Hartel lesse la lezione di D come diaboli nabulum e
tentò l’integrazione normalizzante diaboli venabulum, ricostruzione
accolta da Harnack. Il senso è che il tavolo da gioco viene identificato
con un male demoniaco o con il cattivo demonio. La prosecuzione del
testo è da leggere et delectio, lezione fornita da M Q e supportata da T U
(dilectio); D legge dilecti, genitivo retto da vulnus; A legge zabuli, evi­
denziando un probabile errore di ripetizione. Hartel, normalizzando il
senso, propone, senza supporto dei manoscritti, delieti vulnus.

5,22
- vulnus: con lo stesso significato di ferita morale e non fisica (cf. Iob
9,17; Ps 68,27), come segno lasciato dal peccato nell’anima cf. Cipria­
no, Laps. 30: superiora adhuc peccandi vulnera.

6,1-4
- ubi diabolus praesto est...et venale periurium: interessante sottolinea­
re che la medesima relazione tra gioco dei dadi, demonio, spergiuri e
contese si ha in Basilio, Hom. 8,7: «Se vi congedo e sciolgo l’assemblea,
alcuni di voi correranno ai dadi (oi név èrò. xoiiq K iip o u i; 8pa|i0WTai).
Là vi sono i giuramenti (òp%oi), fiere contese e le angustie dell’avari­
zia. Vi è appresso il demonio (Aai|wov jtapéattiKe) che accende il furo­
re nei giocatori attraverso quegli ossi marcati (8ià xràv mteanYnevav
óotémv) e trasferisce le stesse ricchezze dall’una e dall’altra parte, ora
esaltando questo con la vittoria e gettando quello nelPawilimento, e
poi invece mostrando quest’ultimo esultante e l’altro pieno di vergo­
gna». Questo passo parallelo è conferma di quanto fosse divulgato il
gioco d’azzardo, in particolare il gioco a dadi, e di come fosse interpre­
tato quale azione e tentazione demoniaca che rende furenti i giocatori.

6,4
- periurium: a fronte della varietà di lezioni proposte dai codici, acco­
gliamo quella di D 1, condivisa da Hartel, ritenendo che le varianti - pe­
riurium imperium (M Q U ), peiurium imperium (T), periurium inperium
(A) - possono essere considerate un’approssimativa duplicazione pro­
vocata dalle molte lettere che periurium e imperium hanno in comune.
- conloquium serpentinum: cf. Cipriano, Zel. et liv. 17: serpentinus livor.

126
COMMENTO, 6,15-6,18-19

6.15
- nequam: questo aggettivo indeclinabile che significa ‘malvagio’, ‘cat­
tivo nell’animo’, nel latino cristiano è usato anche in riferimento al
diavolo (cf. Tertulliano, Spect. 4: omnis immundus et nequam spiritus;
Cipriano, Ep. 75,10: nequam spiritus).

6.16
- aeris: Harnack suppone, secondo un’interpretazione che sembra
troppo forzata, che aeris non si debba interpretare come genitivo sin­
golare del sostantivo aes-aeris, ma come ablativo plurale di aera-aerae,
voce rara significante ‘simbolo’, ‘figura’. Ipotizza inoltre che l’autore
alluda ai simboli disegnati sui dadi, dove oltre ai numeri erano rappre­
sentate forse anche delle immagini (cf. D er pseudocyprianische Traktat
...cit., p. 22).

6,18-19
- alea est quam lex odit: Harnack sostiene che questo passo non si rife­
risce a un divieto di legge relativo al gioco d’azzardo, ma alla legge di
Dio che vieta ai cristiani di giocare, perché il gioco d’azzardo, oltre a
essere nocivo e perverso, implica pratiche idolatriche (cf. D er pseudocy­
prianische T ra k ta t... cit., pp. 35-36). L’autore del trattato è convinto
che, prima di tutto, il giocatore di dadi trasgredisce la legge di Dio e il
primo comandamento: «Non avrai altro Dio fuori di me». È questa la
grave colpa del cristiano che gioca a dadi: non un semplice passatempo,
magari rovinoso per le finanze, ma un vizio peccaminoso che allontana
il fedele da quella salvezza che il battesimo, per grazia di Dio, gli ha
concesso. È da ricordare (cf. Introduzione, pp. 38-41) che questo testo
è l’unico dell’antichità che condanna il gioco come pratica idolatra. Ed
è proprio il rapporto gioco-idolatria che giustifica la durezza e la rigi­
dità dell’omileta riguardo alla pena riservata ai giocatori; Harnack af­
ferma che, stando al testo, per giocatori così accaniti non esiste la pos­
sibilità di essere reintegrati nella comunità, perché il loro è un crimen
mortale, un peccato pari a quello della idolatria, un peccato contro Dio
e per questo tipo di peccato non c’è né perdono né indulgenza (cf.
10,1-2: nam quod delieti in Deum nulla f it excusatio nec indulgentia ulla
et nemini veniam datur). Crediamo però che si possa dissentire da tale
conclusione in quanto l’autore, quando parla della disciplina peniten­
ziale da applicare nei confronti dei fratelli macchiatisi di questa colpa,
citando l’insegnamento tratto dalle Doctrinae apostolorum (come egli
stesso le definisce in 4,19), afferma: hic nec colligatur, donec paeniten-
tiam agat. Se ne deduce che, dopo una congrua penitenza, il peccatore
veniva riammesso nella ecclesia. Si ricorderà, a proposito del gioco e del
suo rappporto con l’idolatria, che Tertulliano (Cam. Chr. 7) fa esplicito

127
COMMENTO, 6,18-19 - 6,28-29

riferimento al gioco dei dadi, affiancandolo al disprezzo per i giochi


nell’arena e per gli spettacoli (oro te, Apelle, vel tu, Marcion, si forte tabu­
la ludens vel de histrionibus aut aurigis contendens tali nuntio avocareris,
nonne dixisses: «Quae m ihi mater aut qui fratres?»)-, giudizio confermato
più esplicitamente nel De spectaculis (cf. 7,1; 8,10-11): l’aperta condan­
na dei ludi scaenici, gladiatorii o altro è determinata dal fatto che tutti
questi divertimenti sono fondati su pratiche idolatriche, a partire dalla
divinità che li proteggono fino al culto e alla gloria tributati ai vincito­
ri. Il fatto che nel De carne Christi Tertulliano affianchi agli spettacoli
il gioco dei dadi può far supporre, come afferma giustamente Hamack,
che egli non solo condannava anche questo divertimento, ma lo acco­
munava con gli altri riguardo alla natura idolatrica.

6,27
- sub ossuorum multiforme numero: ossum-i (più raro di os-ossis) defini­
sce propriamente le ossa del corpo, ma in questo caso non può indica­
re altro che i dadi (cf. A. Blaise, Dictionnaire ... cit., s.v. os). Quanto al­
l’espressione sub ... multiforme numero, può significare sia l’esito nu­
merico dei lanci, sia il numero di dadi usati, mentre l’aggettivo mul­
tiformis può indicare sia i molteplici risultati delle tirate, sia le diverse
figure, che oltre ai numeri, potevano essere rappresentate sulle facce
dei dadi.

6,28-29
- aleatores cum prostitutis ... nocturnas vigilias clausis foribus celebrant:
il passo conferma che spesso il gioco dei dadi si svolgeva nelle osterie
e nei postriboli, dove i giocatori, inebriati dal gioco e spesso anche dal
vino, cedevano facilmente a un altro peccato che sembrerebbe inevi­
tabilmente collegato con il gioco: la fornicazione, praticata e pagata
con tutta probabilità proprio lì dove si giocava d’azzardo. E anche nel­
l’essere fornicatori divenivano imitatori del loro istigatore. L’associa­
zione gioco-osteria-lascivia si legge già in un passo del Pedagogo di
Clemente Alessandrino (cf. 3,11,75), dove si raccomanda ai cristiani
di evitare certi posti e certe pratiche non consone all’etica cristiana: i
bagni e le osterie, parlando di cose da niente, gli atteggiamenti lascivi
e peccaminosi, la passione per il gioco e per la vincita e soprattutto
l’ozio e la pigrizia, che per Clemente sono la causa di questi mali. Nel
testo pseudociprianeo, dal tono ancora più severo e intransigente, la
lascivia dei giocatori raddoppia la loro colpa (duplicem ac geminum
crimen) e li spinge sempre più nelle tenebre del peccato. Prevedibile,
ma non banale, è l’associazione tra il buio e il peccato; nel testo sono
numerose le espressioni che sottolineano questo rapporto: nocturnas
vigilias; clausis foribus; silentio; secreto; espressioni suggerite dalla con-

128
COMMENTO, 6,28-29-7,6

vinzione che i piaceri peccaminosi si consumano di nascosto e di


notte, quando il favore delle tenebre è complice dell’azione perversa.
È proprio del maligno condurre nelle tenebre: cf. anche 9,2: deorbati
diaboli caligine e 11,18: extrahe caliginem in im ici ab oculis tuis (cf.
Tertulliano, Apoi. 39,16-19).

7,1-2
- auctorum testimonio: l’autore, per dimostrare che il gioco dei dadi è
connesso a pratiche idolatriche, fa appello a testimonianze di scrittori
che hanno trattato l’argomento. Il riferimento è però generico e questo
impedisce di rintracciare una fonte specifica. Infatti, sottolinea Har­
nack, anche se sono molti gli autori che nell’antichità hanno scritto
sui giochi, riferendo le numerose leggende sulle diverse origini, tipi e
strumenti di gioco, non è possibile rintracciare paralleli con quanto
descritto in questo capitolo dell’omelia (cf. D er pseudocyprianische
Tra kta t... cit., pp. 23-25).

7,4
- extigatu soli et diaboli: il passo è stato così costituito secondo il crite­
rio della lectio difficilior, che ha portato a preferire l’inusuale extigatu
di Q*T (exstigatu di U è solo una variante grafica) rispetto a instinctu
di M 2Q2D (in M instinctu è chiaramente esito di una correzione) e in­
stigatu di A. Secondo lo stesso criterio si è accolta la lezione soli et atte­
stata da Q TUA rispetto a solo di M, mentre D omette entrambe le paro­
le. Hartel accoglie la lezione di D, ma segna una lacuna: instinctu [* * * ]
diaboli. Quanto all’uso pleonastico di et, va spiegato tenendo conto
della grande frequenza con cui il nostro autore fa uso di questa con­
giunzione, uso a volte eccessivo o improprio, come, ad esempio, in
6,11: et opes et avorum.

7,5-6
- hanc ergo artem ostendit quam et colendam sculptoris cum sua imagine
fabricavit: questa frase ha un significato poco chiaro. L’autore forse fa
riferimento a una delle tante leggende che narrano l’invenzione del
gioco dei dadi e i rituali pagani che venivano adempiuti prima del
gioco (cf. Introduzione, pp. 40-41).

7,6
- sculptoris: la lezione più attendibile sembra quella fornita da Q 1. A b­
biamo tradotto con ‘opere di scultura’, considerando sculptoris come

129
COMMENTO, 7,6-7,21

ablativo plurale di sculptura-ae e non genitivo di sculptor-is. Su questa


base si giustifica la lezione sculpturis di Hartel. Gli scambi fonetici u/o
sono peraltro attestati anche dalle varianti riportate dai còdici in meri­
to ad altre lezioni (cf. 5,11: diaboli M Q Hart zabuli T U A diabulus D;
5,19: diabuli U; 5,22: diaboli M Hart zabuli TA zaboli U).

7,7
- cum nominis sui: la lezione accolta è quella proposta da M 2Q2D 2A e
Hartel, che correggono la lezione suis testimoniata da M 'Q ^ U D 1.
L’errata forma suis si spiega agevolmente per attrazione della s di no­
minis, soprattutto tenendo conto della originaria scriptio continua.

7,9
- in imaginem syneciosam: la lezione accolta è testimoniata da M 'Q 1,
ma risulta anche dal confronto delle varie lezioni testimoniate dai co­
dici, che spesso sono intervenuti sull’originale: M 2 in imagine pernicio­
sa; Q2 in imaginem perniciosam; D per imaginem perniciosam; T in
imagine syneciosam; U in imagine perniciosam; A1 in imagine synecio­
sam, A2 in imagine syneciosa. Hartel e Harnack accolgono M 2. L’inter­
rogativo dei copisti di fronte a un aggettivo non attestato nella lingua
latina rimane tale e ci si chiede che cosa abbia voluto esprimere il no­
stro autore, attribuendo alYimago (dell’inventore) questo attributo.
Accettata la lezione syneciosa, si ipotizza un trasferimento dal greco
owoiKovoa, participio di o w o i k é w , che significa ‘vivere insieme’,
‘coabitare’, di cui l’unico termine traslitterato in latino è synoecium
(‘stanza comune’, ‘camerata’). A ll’interno di un testo che denuncia co­
stantemente la non conoscenza della lingua latina, stupisce la presen­
za di un grecismo, di cui non si ha testimonianza in nessun altro testo
latino e che si aggiunge agli altri grecismi impiegati in Aleat., ma già
noti e ampiamente attestati (apostolus, ecclesia, episcopus, ethnicus,
evangelium, idolatra, m artyr, m artyrium , thesaurus ecc.; inoltre, i
meno frequenti moechia, mandra).

7,9-11
- demonstrans altus quodam loco condidit, in sinos suos hanc tabulam ge­
stans: da questo passo si può desumere che questa statua-simulacro,
con la tabula lusoria, nascosta tra le pieghe dell’abito, era esposta nei
luoghi in cui si giocava, in un posto alto e visibile a tutti.

7,21
- adulter: parola frequentemente attestata tanto come aggettivo che
come sostantivo. Il significato è quello di ‘falso’, ‘traditore’, ma soprat­
tutto, in ambito cristiano, di ‘infedele’ (cf. versio antiqua di le r 9,2; M t

130
COMMENTO, 7,21 - 8,4-8

12,39; H br 12,8) e di ‘eretico’ (cf. Tertulliano, Pud. 10; Idol. 1; Cipria­


no, Ep. 55,24; 68,1; Praescr. 30). In Aleat. 7,21 adulter è collegato a. fa ­
cinoris admissionis e dubitiamo che in questo caso possa significare
falso o infedele. La traduzione dell’aggettivo deve tener conto del con­
testo e dei due genitivi: facinoris e admissionis che, a loro volta (pur te­
stimoniati dalla tradizione manoscritta, con sola eccezione di M per il
sost. admissione) non sono facilmente risolvibili. Il senso generale che
l’autore vuole trasmettere sta a significare che un criminale, quale fu
l’inventore del gioco dei dadi, meritò addirittura di essere venerato
come fosse un dio (sull’idea di uomini comuni divenuti, da eroi morta­
li, dèi degni di venerazione e di culto dopo la morte cf. Origene, Hom.
In Ier. 5,3). Pertanto riteniamo che adulter vada accolto nel senso di
adulterator: egli fu corruttore in quanto corruppe, istigando un crimi­
ne che egli stesso commette (secondo il significato proprio di admissio,
derivante da admittere = commettere).

8,1
- maleficium: Marin {.Citazioni bibliche ... cit., p. 180), analizzando le
citazioni bibliche del cap. 8, parla di un’argomentazione a gradatio, at­
traverso quattro momenti complementari, in ciascuno dei quali la de­
nuncia dell’insensatezza del giocatore è sostenuta da due citazioni bi­
bliche, che spesso hanno una parola-chiave in comune con il testo; in
questo caso il maleficus di A p 22,15.

8,2
- foris: con analogo significato cf. Cipriano, Ep. 68,2: ii quiforis sunt
(per indicare gli infideles); Unit. eccl. 6: qui extra ecclesiam foris fuerit;
Girolamo, Ier. 5,24,1.10: foris et extra ecclesiam.

8,4-8
- aleae tabula ... disperdendos vos: confluiscono in questo brano due
citazioni bibliche: E x 22,20 e Ier 25,6, quest’ultima volutamente mo­
dificata nella parte iniziale; infatti l’autore ha sostituito nolite ambu­
lare post deos alienos (yersio antiqua) con nolite sacrificare diis alienis.
Significative le convergenze con Cipriano, Ep. 65,1 dove si chiede
come possa rivolgersi al sacrificio di Dio la mano di colui che ha ob­
bedito al diavolo e sacrificato agli idoli. Secondo Marin, il parallelo
con il testo ciprianeo e soprattutto il ricorso agli stessi testi biblici -
E x 22,20 e A p 14,9-11 - oltre a offrire spunti per la datazione del
testo, possono addirittura far supporre o la dipendenza dell’anonimo

131
COMMENTO, 8,4-8 - 8,22-23

autore direttamente da Cipriano oppure una fonte comune; Cipriano


e il nostro omileta potrebbero avere attinto a repertori biblici, desti­
nati alla predicazione e alla catechesi e strutturati secondo una tema­
tica fondamentale, in questo caso la lotta contro l’idolatria (cf. C ita­
zionibibliche ... cit., pp. 180-181).

,
8 8-10
- christianus qui es et aleae tabula ludes, licet non sacrifices, legi huius fa ­
cinoris particeps es: cf. lo stesso impiego di A p 18,4 e Is 52,11 in Cipria­
no, De laps. 10; Test. 3.

8,15
- ethnicum: chi gioca a dadi non può e non deve definirsi cristiano
perché, di fatto, è pagano {ethnicus). Traslitterazione del gr. è0viicói; e
«christianisme lexicologique direct», come lo definì Ch. Mohrmann
(cf. Études III, p. 113), è attestato in Tertulliano (Pud. 9,5); Cipriano
(Ep. 72,1; Sent. 37); Girolamo (Ep. 17,2; 125,19); Agostino (Serm.
17,6; Serm. 82,4,7 dove si dichiara la sua equivalenza a gentilis). Il no­
stro autore, definendo ethnicus chi gioca a dadi, usa tale aggettivo con
il significato di peccatore, significato esplicitamente attestato già in
Tertulliano (cf. Pud. 7,9).

8,17-20
- sic enim ...d e populo meo: delle due citazioni bibliche, la prima
(omnis immundus non tangat sacrificii sancti) non è ben identificabile
anche se riecheggia analoghi divieti del Levitico; la seconda è libera­
mente tratta da Lev 7,20 (E t anima quaecumque manducaverit ex carne
sacrificii salutaris, quod est D om ini, et imm unditia ipsius super ipsum
est, peribit anima illa de populo suo). Anche in questo caso il confronto
con Cipriano non è privo di interesse, soprattutto se si tiene conto che
la rarissima citazione di Lev 7,20 è utilizzata nella letteratura cristiana
dei primi tre secoli (senza considerare l’obbligata presenza in Origene,
Lev. Hom. 5,10), solo nel nostro autore e in Cipriano, De laps. 15 ( =
Lev 7,19.20); Test, ad Quir. 111,94. Corrispondenza che fa presupporre
l’utilizzo di un repertorio biblico (Testimonia) comune.

8,22-23
- nec amicus ... amicitiam: abbiamo accolto, fino a potes esse, la lezione
di M, supportata da A (seppure con la variante errata amico al posto
del corretto amicus) e, almeno nella costruzione e struttura della frase,
da D e Hart (nec am icitiam cum Christo habere potes). Come si evince
dall’apparato critico, è probabile che in QTU, che leggono nec amicus
non es eo quod saeculo particeps es nec amicus Christi potes es, si sia veri-

132
COMMENTO, 8,22-23-9,17-18

ficata una dittografia, determinata dalla frase precedente ( non es eo


quod saeculo particeps .

9,2
- deorbati: come aleatrix di 5,19, è attestato solo in Aleat.

9,4
- turpis praesentibus: Hartel e Harnack accolgono turbis praesentibus,
lezione di D e M 2Q2, ma la lezione più attendibile è turpis, tramandata
da M 1Q 1TUA. D e M 2Q2 cercano di normalizzare il testo, grammati­
calmente errato, perché l’autore declina turpis come se fosse un agget­
tivo della 1a classe con ablativo in - is invece che in -ibus (cf. Introdu­
zione, p. 56). La correzione di M 2Q 2 e D (che trasforma turpis in
turbis, ablativo plurale del sostantivo turba-ae) altera però il senso
della frase; l’ablativo assoluto turbis praesentibus andrebbe infatti così
tradotto: «alla presenza della folla», ma il gioco dei dadi non era prati­
cato in pubblico. La lezione di M 'C ^TU A turpis praesentibus indiche­
rebbe in compagnia di chi e alla presenza di quali ‘turpi’ persone i gio­
catori di dadi disonorano la propria famiglia.

9,12-13
- immolantibus... manus polluet: il soggetto dell’ablativo assoluto è sot­
tinteso (cf. A. Blaise, Manuel du latin chrétien, Turnhout 1986, p. 92).
Segue un costrutto ellittico con anacoluto: invece di manibus a fianco
di immolantibus, manus è complemento oggetto di polluet.

9,17-18
- et apostolus beatissimus Paolus: la seconda e ultima citazione del
cap. 9 è attribuita dall’autore stesso all’apostolo Paolo; in realtà solo
l’inizio della citazione ( videte; fratres, ne configuremini huic saeculo) è
tratto liberamente da R om 12,2 (et nolite conferm ari huic saeculo).
L’aggiunta (et pompis et delictis et voluptatibus eius, sed continete vos ab
omni iniustitia saeculi) sarebbe attinta, secondo Marin, dalla formula
battesimale nella quale si promette di rinunciare al demonio (cf. C ita­
zionibibliche ... cit., p. 182). Daniélou, accogliendo la lezione di Har­
tel, che legge deliciis, rileva che nell’anonimo trattato De centesima,
con uno sviluppo simile ad Aleat., sono affiancati, nel contesto della
rinuncia al demonio, i sostantivi deliciae e libidines (cf. Le origini ...
cit., pp. 90-91). Sul conflitto tra il battezzato e il demonio cf. anche
Cipriano, Dom. orat. 19: qui saeculo renuntiavimus et divitias eius et
pompas ... abiecimus.

133
COMMENTO, 10,10-11 -11,1-25

10

10, 10-11
- vos estis ... perdit illum Deus: la citazione deriva da IC o r 3,16-17, ma
sostituisce Christus habitat all’originario Spiritus D ei habitat (cf. Ter­
tulliano, Pud. 16,1: Non scitis vos templum D ei esse et in vobis Dominum
habitare?). È possibile una conflazione di passi paolini e deuteropaoli-
ni (cf. Rom 8,10; Eph 3,17; Coi 3,16).

10,14-17
- E t Iohannes ... diaboli: nella citazione si può rintracciare un’eco di
Ilo 2,28; 3,8-10 e 5,18, per il tema dell’imminente ritorno del figlio di
Dio e della conseguente punizione dei figli del demonio: il tema della
parusia è collegato con quello del giudizio divino grazie al quale sarà
annientata ogni appartenenza al male. Appellandosi al testo giovan­
neo, l’autore minaccia la morte eterna a chi non si libera dal gioco e
condanna se stesso.

10,20
- quod: la lezione accolta è testimoniata da QTUA; MD, condivisi da
Hartel e da Harnack, leggono quid, lezione che normalizza l’uso im­
proprio del relativo quod al posto dell’interrogativo quid, sulla base di
10,19 (quid) e di 10,21 (qui£).

11

11,1-25
- esto ... noli respicere: l’ultimo capitolo si caratterizza per la presenza
di venticinque imperativi (esto, sparge, divide, committe, avocare, obse­
quere, imitare, desine, cohibe, distrahe, repone, remove, incumbe, ne luse­
ris, abscide, averte, extrahe, purifica, abige, esto, esto, fuge, erudire, ex­
tende, noli respicere), disposti secondo un costrutto simmetrico a due
membri, ciascuno strutturato in due proposizioni. Gli imperativi sotto­
lineano tutto il rigore del monito finale: perseguire la via della vita che
conduce alla salvezza e non la via della morte, rappresentata nel caso
specifico dal vizio scellerato del gioco. La concentrazione degli impera­
tivi in questa parte finale sottolinea l’intento normativo e precettistico
di tutta l’omelia; il nostro autore, nella sua autorità di vescovo e cate-
cheta, si sente autorizzato non solo a rimproverare coloro che, giocan­
do, si contaminano con l’idolatria, ma anche a dettare delle regole
comportamentali che non ammettono alternative e alle quali il cristia­
no è assolutamente tenuto.

134
COMMENTO, 11,12 - 11,22

11,12
- expone: abbiamo congetturato la lezione expone di fronte alla varietà
di lezioni attestate dai codici, che sembrano un tentativo di aggiustare
e normalizzare l’improbabile lezione attestata da M 'Q 1: et pone. M 2
corregge infatti: reconde et pone; Q 2T U D A leggono repone, accolto
anche da Hartel.

11.14
- orationibus: il codice D, condiviso da Hartel e da Harnack, legge ope­
rationibus, interpretando le opere buone che, insieme all’elemosina, fa­
voriscono la remissione dei peccati.

11.15
- crimen inmortale: solo Hartel congettura mortale, intendendo il gioco
dei dadi come un gioco che conduce alla morte dell’anima, interpreta­
zione del resto perfettamente consonante con il contenuto dell’omelia.
Di fronte all’unanimità dei codici l’autore usa inmortale come attribu­
to di crimen per indicare che siamo di fronte a un delitto che è perpe­
tuo, inestinguibile, quindi eterno.

11,17
- mandra: abbiamo preferito tradurre «una sfilza di menzogne», per
fornire un significato il più fedele possibile a questo sostantivo, che il
nostro autore usa non in modo casuale. Traslitterazione del greco
HÙvSpa, che significa sia ‘recinto’ sia ‘scacchiera’ o ‘tavola della dama’
(draught-board: cf. Liddell-Scott, s.v.), anche in latino mandra mantie­
ne un duplice significato: fila o sequela di bestie da soma, da cui in
senso figurato ‘serie’, detto anche di menzogne (mendaciorum mandra:
cf. ThLL s.v.). A questo significato si affianca quello ancora più speci­
fico di ‘fila di pedine nella scacchiera’ (cf. Marziale, Epigr. 72,8: sic
vincas Noviumque Publiumque mandris et vitreo latrone clusos), senza
escludere il significato di mandra come pezzi del gioco anche se non
precisati (cf. ThLL s.v. l,b). Il nostro autore sembra conoscere il signi­
ficato di mandra riferito alla scacchiera e, proprio nel contesto di un
gioco su una tabula lusoria, non esita a utilizzare il termine mandra,
evocativo della scacchiera, attribuendolo però alla serie o “sfilza di
menzogne”. Cf. commento a 7,9.

11,22
- rerum tuarum: è lezione di M QTUA; la lezione del codice D (operum
tuarum), condivisa da Hartel e da Harnack, normalizza il senso sulla
base di alea inimica.

135
COMMENTO, 11,23-11,24

11.23
- evangeliis monitis: accogliamo la lezione di M 'Q 'T U A ; D legge evan­
gelici^. Hartel, condiviso da Harnack, accoglie D, ma sbaglia in appara­
to quando attribuisce a M 2Q 2 la lezione evangelii. In realtà sia M che
Q intervengono su evangeliis, aggiungendo una c, per correggere l’uso
improprio del sostantivo evangelium in funzione aggettivale, sostituen­
dolo, come D, con l’aggettivo corrispondente evangelicis.

11.24
- extende: è lezione di MQA, accolta da Harnack. La lezione di D T U
(.extendere), condivisa da Hartel, interpreta un infinito come se fosse
in analogia con il precedente erudire, anche questo inteso come infini­
to e non come imperativo del deponente erudior.

136
B IB L IO G R A F IA E IN D IC I
B IB LIO G R A F IA

E dizioni

H a r t e l G., Thasci Caecili Cypriani opera omnia. Pars I I I


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Stu d i

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139
IL GIOCO DEI DADI

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140
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Sigle

CCL Corpus Christianorum. Series Latina


CIL Corpus Iscriptionum Latinarum, Berolini 1869 ss.
CSEL Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum
PL Patrologiae cursus completus. Series Latina (J.P Migne)
PLS Patrologiae cursus completus supplementum. Series
Latina (J.P. Migne)
SCh Sources Chrétiennes
ThLG Thesaurus Linguae Graecae
ThLL Thesaurus Linguae Latinae
TU Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altkirchli-
chen Literatur

141
IN D IC E DELLE C IT A Z IO N I BIBLICHE

Le citazioni di seguito elencate sono quelle riportate esplicitamente nel testo,


anche se non sempre ad litteram.

Esodo 7,23 10,13-14


22,20 8,5-6 12,32 10,3-5

Levitico Giovanni
7,19 8,17-18 21,16-17 3,1-4
7,20-21 8,18-20
R om a n i
1 Samuele 12,2 9,18-19
2,25 10,6-8
1 C orinti
3,16-17 10,10-11
Siracide
5,13 4,22-23
32,1-2 2,15-16
6,19 3,7-9
16,13 4,9-10
Isaia
52,11 8,12-13
Galati
4,1 3,15-16
Geremia
25.6 8,6-8 Efesini
25.6 9,14-16 4,30 3,7-9

Ezechiele 1 Tessalonicesi
34,2 2,10 5,19 3,7-9

M atteo 1 Tim oteo


5,13 2,2-4 1,18 4,7-8

143
IL GIOCO DEI DADI

4,12 4,11-12 T ito


4,14 4,8-9 1,9 4,7-14
5,20-22 4,12-14 2,7 4,10-11
6,20 4,7-8
IG io v a n n i
2Tim oteo 2,28 10.15-17
1,6 4,8-9 3,8 10.15-17
1,14 4,8
2,1 4,7 Apocalisse
4,5 4,8-10 18,4 8 , 10-11

144
IN D IC E D I N O M I E PARO LE N O T E V O L I

alea 5,10; 5,21; 6,1; 6,3; 6,7; delinquo 1,9; 4,2; 4,3; 4,19;
6,18; 6,19; 6,31; 7,11; 7,14; 4,24; 10,6; 10,23
8,1; 8,4; 8,8; 8,14; 9,5; 9,7 dementia 6,3; 6,9; 9,1; 10,18
aleator 1,2; 6,9; 6,28; 8,20; 9,1; desino 4,17; 6,15; 9,11; 9,15;
10,17; 11,1 10,18; 11,7
aleatrix 5,20 deus 2,8; 4,6; 5,5; 7,12; 7,22;
alienus 4,13; 8,7 8,2; 10,1; 10,7; 10,10; 10,11;
amicitia 6,5; 8,23 10,15; 10,16
apostolatus 1,4; 1,6 diabolus; 5,3; 5,11; 5,19; 5,22;
6,1; 6,30; 7,4; 9,2; 9,8; 9,12;
apostolus 3,13; 4,4; 4,19; 4,22;
10,15; 10,17
9,17; 10,8; 10,14
dignatio 1,5; 2,8; 5,16
ars 7,5; 7,8; 9,8; 11,6;
dispensator 3,17; 3,18; 4,1; 4,2
auctor 7,1; 7,15; 7,19; 8,4;
divinus 1,4; 2,10; 5,18
9,13
divitia 9,9; 10,20; 11,5
doctrina 1,9; 3,15; 4,19
caelestis 1,5; 2,1; 2,23; 11,12
dominicus 5,15; 8,16; 11,3
Christianus 8,5; 8,8; 8,13; 8,15;
dominus 1,5; 2,5; 2,9; 2,11; 3,1;
8,20; 9,11; 10,17; 11,1
3,2; 3,7; 5,1; 5,17; 6,15; 8,5;
Christus 1,6; 4,26; 5,18; 8,22; 8,6; 8,10; 8,13; 8,17; 9,13;
10,9; 10,10; 11,2; 11,5 10,2; 10,7; 10,12; 11,5; 11,6
crimen 6,19; 6,31; 7,1; 7,16
cura 1,1; 2,16; 2,21; 10,9 ecclesia 1,7; 2,5; 4,20; 11,11
episcopus 2,19; 3,5; 3,9; 3,11;
delictum 8,11; 9,19; 10,1 3,14

145
IL GIOCO DEI DADI

evangelium 3,18; 10,2; 10,12 ops 6,11; 6,18; 6,22; 10,20


excusatio 6,33; 10,1 oratio 4,6; 4,22; 11,14
ovis 2,20; 3,3; 3,4
falsus 2,7; 5,8; 6,3
fidelis 1,1, 2,20; 3,19; 4,1; 5,1; particeps 4,18; 8,9; 8,11; 8,21
5,14; 6,25; 9,1 pastor 2,10; 2,13; 2,20
filius 4,7; 10,3; 10,16 patemus 1,4; 6,11; 6,26
furiacissimus 9,2; 11,8 patrimonium 6,24; 11,3
pauper 6,18; 6,22; 11,4; 11,9
hereditas 3,16; 6,26; 9,5; 10,17 peccator 7,9; 10,12
homo 2,4; 2,20; 5,16; 7,20; 10,3 peccatum 1,8; 4,13; 11,13
pecco 4,12; 6,14; 10,4; 10,6;
imago 7,6; 7,7; 7,9 10,7; 10,15
immundus 8,13; 8,17 pecunia 6,8; 6,23; 11,1; 11,12
inimicus 6,21; 7,8; 8,22; 10,18; perdo 6,16; 6,22; 10,11; 10,16;
10,22 11,4; 11,7
iustus 3,19; 4,1; 4,6; 11,13 populus 2,19; 8,11; 8,20
procurator 3,14, 3,16; 3,18;
laqueus 5,3; 5,11; 5,19; 6,20; 3,19; 10,8
10,19; 10,21
lex 4,20; 6,18; 8,9 sacrificium 4,26; 5,15; 8,16;
ludo 8,1; 8,4; 8,9; 8,14; 9,11; 8,17; 8,19; 9,12
9,12 sacrifico 7,17; 7,20; 8,4; 8,5;
lusus 11,9 8,6; 8,9
saecu lu m 8,21; 9,19; 9,20;
magnus 1,1; 5,1; 5,13 10,5; 10,21
m alum 4,23; 5,22; 6,20; 7,3; salutaris 1,9; 2,24
9,17 sanctus 3,5; 3,8; 3,12; 8,18; 10,4
m anus 3,5; 4,9; 5,14; 5,20; scriptura 2,9; 2,14; 3,12; 8,18
6,10; 6,12; 6,15; 7,19; 8,7; servus 5,5; 7,12; 7,14; 8,2; 11,5
9,3; 9,6; 9,10; 9,13; 9,14; spiritus 3,5; 3,8; 6,30; 10,4
9,16 studium:5,21; 6,12; 6,33; 7,2;
miser 6,30; 9,6; 10,19 7,4; 7,18; 9,8; 9,9; 11,4;
mors 1,3; 7,21; 10,19 11 , 6 ; 11,11

nequitia 1,3; 6,10; 11,8 tabula 5,10; 5,21; 6,1; 6,3; 6,7;
nom en 7,7; 7,12; 7,13; 7,15; 7,11; 7,14; 7,19; 8,1; 8,4;
7,22; 8,15 8,9
noxius 6,9; 6,12; 9,10 testimonium 5,8; 6,3; 7,2

146
IN D IC E G E N E R A LE

I ntro d u zio ne

1. De aleatoribus: uno scritto pseudociprianeo . . . Pag. 11


2. Autore, data di composizione e area
di provenienza............................................... .... » 12
3. Struttura dell’o m e lia ..................................... .... » 22
4. Destinatario dell’o p e r a ...................................... » 25
5. Tematiche fondam entali.................................... » 28
5.1. Il gioco dei dadi e il g io ca to re ....................... » 28
5.2. La statua dell’inventore.......................... .... » 38
5.3. U vescovo e la dottrina di salvezza ........... .... » 42
6. Citazione della Scrittura.................................... » 46
7. Osservazioni linguistiche e stilistiche ........... .... » 53
7.1. Anomalie e irregolarità morfosintattiche ... » 53
7.2. Particolarità lessicali.............................. .... » 57
8. Tradizione manoscritta ed e d izio n i............... .... » 58
9. La presente e d izio n e ..................................... .... » 67

Conspectus s ig lo ru m ........................................... .... » 73

D e aleatoribus
Testo e traduzione............................................. .... » 75
IL GIOCO DEI DADI

C o m m e n t o ................................................................ » 113

Bibliografia........................................................ ....» 139

Indice delle citazioni bibliche .............................. ....» 143


Indice di nomi e parole notevoli............................ ....» 145

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