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L’evoluzione della figura del servo dall’opera antica al Don Giovanni

di Mozart…

Il servo del XVII secolo:

La figura del servo all’interno di un’opera letteraria è sempre stata una personalità di rilievo a
partire dagli scrittori d’origine greca e romana dell’età classica in particolare in Menandro,
Terenzio e Plauto.
La concezione di schiavo nelle commedie della tradizione classica era ben diversa da quella
costruita dal XVII secolo in poi.
È il servus callidus il primo esempio di servitore nell’antichità: è colui che inganna e si prende
gioco del padrone credulone; è considerato un servo astuto in contrapposizione al servo buono
legato al nobile e che si limita a servire chi gli comanda.
Già in Terenzio si nota un servo che prende parte alle peripezie del padrone, molto simile al
modello che si svilupperà durante il ‘600: è bonaccione e un po’ allocco, dotato però di grande
umanità e sensibilità come lo è Parmenione1.
Dal XVII secolo l’immagine del servo rispecchia quella della concretezza realistica, della
prudenza e della sopravvivenza a tutti i costi, in contrasto con la dimensione eroica di Don
Giovanni che sarà anche una tra le opere più rappresentative di questo secolo. Servo e padrone
rappresentano anche il dualismo ovvero la realtà, il conflitto sociale tra le classi.
Nella storia dell’opera il servo di Don Giovanni assume vari nomi e peculiarità diverse
nonostante qualche volta presentino caratteri affini.
In Moliere è Sgaranello il nome del servo all’interno dell’opera il “festin de Pierre”; la sua parte
è forse più estesa di quella di Don Giovanni. È descritto come ingordo, ma allo stesso tempo
timoroso e provvisto di due tratti caratteristici: essere credente al lupo mannaro (il “moine
bourru”) e l’essere cinico.
È un personaggio in grado di esprimere i suoi pensieri, talvolta viene ascoltato da Don
Giovanni, ma la maggior parte delle volte non viene neppure considerato, non riuscendo così a
modificare le idee del padrone.
Sgaranello segue Don Giovanni per vantaggio, lo fa perché il padrone sia contento di lui, ma
non perché egli voglia essere fedele: questo si scorge soprattutto nella fase finale dell’opera,
quando Don Giovanni sta per essere inghiottito dalle fiamme infernali e lui si limita a
rimpiangere i suoi soldi (Mes Gages! Mes Gages!).
Moliere è tanto legato alla figura del servo da volerla interpretare lui stesso alla prima
rappresentazione dell’opera a Parigi al Palais- Royal nel 1665.
Acciaioli, durante il XVII secolo, mise in scena un altro Don Giovanni, intitolato l' "empio
punito". Rispetto alle altre versioni si possono riscontrare delle rilevanti differenze; il servitore
Bibi, che ancora una volta muta il suo nome, fa da contrappunto al suo padrone ed è invischiato
nel corteggiamento della nutrice Delfa.
Bibi canta da basso. Spesso era d’uso che la voce da basso raddoppiasse quella del basso
continuo. La comicità all’interno del personaggio quindi non è dovuta dallo stile melodico che
si crea grazie a queste due combinazioni, ma è affidata alla natura del testo, che deve possedere
caratteri comici, ma soprattutto dalle doti dell’attore.
Nel 1689 nasce l’arcadia, l’organizzazione che riuniva tutti coloro che si professavano letterati.
Parte di loro tentò di riformare il libretto d’opera, tra questi il maggior merito viene attribuito a
Zeno. Il loro intento era quello di semplificare e purificare il linguaggio poetico e levarlo verso
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Parmenione è il nome del servo usato da Terenzio nelle sue opere
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un genere tragico (chiamato poi “tragedia per musica”); si preferivano sentimenti ed amori forti
e questi portarono all’eliminazione dall’opera dei personaggi comici, in particolare il servo di
Don Giovanni: nasce così l’opera seria.
Tra i lavori di maggior spicco in quegli anni è il “Don Giovanni Tenorio, o sia Il dissoluto” di
Carlo Goldoni del 1736. Anch’egli si accostò alle idee di Zeno: portò all’eliminazione della
figura del servo-accompagnatore di Don Giovanni e inserì altre figure comiche come la
pastorella Elisa e il suo innamorato Carino. Quest’ultimo alla fine avrà il compito di raccontare
l’evento della morte del protagonista al posto del servitore, come avveniva abitualmente in tutte
le opere sul Don Giovanni.
In conclusione il servo è visto come un uomo che pensa alla sopravvivenza, a fuggire dal
nemico: questo è un aspetto più legato ad un’etica popolare (es. Pulcinella) piuttosto che alla
classe dominante.

Leporello nel Don Giovanni di Mozart:

Il servo nel Don Giovanni di Mozart è Leporello: nome che deriva probabilmente dalla parola
latina lepus ovvero lupidità che significa piacevole per arguzia e comicità.
Il suo ruolo è quello caratterizzato dalla funzione di personaggio buffo all’interno dell’opera.
È la parte più importante dopo quella del protagonista; è caratterizzato, come tutti i servi di
questo periodo (es. Arlecchino), dalla cupidigia, dalla ghiottoneria, dalla sfrontatezza, ma molto
spesso anche dalla codardia. Possiede un’imprudente arroganza con la quale Leporello non
rimprovera, ma rinfaccia al suo padrone le ribalderie e le stoltezze che commette: è visto come
la coscienza morale di Don Giovanni. È anche un personaggio fedele poiché è l’immagine
umanizzata e volgarizzata dalla diabolica galanteria di Don Giovanni e visto quindi come uno
“specchio deformato del padrone”.
Spesso nell’arco dell’opera assume anche il ruolo di fifone. La sua paura si può percepire già
nella scena d’apertura in cui, aspettando che Don Giovanni esca dalla casa di Donna Anna,
sente dei rumori e cerca di nascondersi per non essere visto (“ma mi par che venga gente,/ non
mi voglio far sentir./ S’asconde). Nonostante i suoi timori però dimostra anche una “bassezza
morale dove offende la dignità umana di Elvira” (kunze) nella cosiddetta aria del catalogo
Leporello ha due compiti in particolare: fa da mediatore al pubblico e richiama l’attenzione nel
momento in cui sta per succedere qualcosa. I suoi atteggiamenti e le sue parole coinvolgono gli
spettatori nella scena; egli aiuta a descrivere le sensazioni e le vicende che accadranno di lì a
poco. Nella prima scena dell’atto primo, ad esempio, Leporello richiama l’attenzione del
pubblico descrivendo l’azione che sta per avvenire attraverso il suo disagio: “il padron in nuovi
guai /…/ Qual misfatto, qual eccesso! / entro il sen dello spavento / palpitar il cor mi sento, / in
non so che far che dir”.
Leporello può essere messo in contrapposizione con un altro servo presente nelle opere di
Mozart, Figaro. Quest’ultimo però è molto lontano rispetto la psicologia del personaggio del
servitore di Don Giovanni che vorrebbe fare il gentiluomo e non vorrebbe più servire come
sottolinea all’inizo dell’opera: non è contento di quello che ha e la sua ribellione nasce da una
irriducibile scontentezza. Figaro non intende diventare padrone, e lo stesso vale per Masetto,
altro personaggio povero dell’opera. Durante i dialoghi di Masetto l’accompagnamento
orchestrale è certamente diverso rispetto a quello più consistente di Leporello: questo denota
sicuramente una differenza sociale tra il servitore e il contadino, il primo desideroso di libertà, il
secondo spaventato dalla nobiltà.
Può essere interessante interrogarsi se Leporello sia un personaggio secondario (minore).
Potrebbe sembrarlo all’inizio dell’opera poiché non produce eventi e rimane sempre ai margini
dell’azione, limitandosi talvolta a commentarla dal di fuori. Nel secondo atto però quando dovrà

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usare le sembianze di Don Giovanni con lo scambio degli abiti, il povero Leporello diventa
parte dell’azione e rimane intrappolato nei pasticci del suo padrone.
Il servo è in simbiosi con Don Giovanni, e questo li unisce in un rapporto indispensabile. Egli
scarica il padrone di tutti i tratti comici, ancora presenti nell’opera di Gazzaniga e Bertati: è
codardo, cupido e ottuso, ma in fondo è credente e disapprova le malefatte del suo padrone
rimproverandolo e cercando di convincerlo a condurre una vita migliore.

Alcuni esempi:
Con questi esempi vorrei far notare le uguaglianze che intercorrono tra il Don Giovanni di
Bertati e Gazzaniga e quello di Mozart e Da Ponte:

Pasquariello (Gazzaniga / Bertati): Leporello (Mozart / Da Ponte):

La gran bestia è il mio padrone! Notte e giorno faticar,


Ma il grand'asino son'io, Per chi nulla sa gradir,
che per troppa soggezione Piova e vento sopportar,
non lo mando a far squartar. Mangiar male e mal dormir.
5 Invaghito di Donn'Anna, 5 Voglio far il gentiluomo
là di furto si è introdotto; E non voglio più servir...
ed io gramo chiotto, chiotto, Oh che caro galantuomo!
qui ad attenderlo ho da star... Vuol star dentro colla bella,
Sento fame? sento noia... Ed io far la sentinella!
10 ma che venga alcun già parmi... 10 Voglio far il gentiluomo
che sia lui vo' lusingarmi... E non voglio più servir...
ma non vogliomi fidar. Ma mi par che venga gente;
Non mi voglio far sentir.

In questa prima scena dell’atto primo ci troviamo di fronte a Leporello che ha il compito di
introdurre l’opera e descrivere la scena iniziale: è colui che ci fa capire che il suo padrone è
dentro alla casa di Donna Anna a commettere l’ennesima scempiaggine mentre egli è sotto casa
che lo sta aspettando. In entrambe le scene troviamo dei tratti in comune che caratterizzano
l’incipit dell’opera. Innanzi tutto Leporello inizia a parlare descrivendo la sua condizione di
servo. In Bertati egli si paragona ad un asino, mentre in Da Ponte questa condizione è descritta
con la esposizione della giornata tipica di un servo ovvero il fatto che debba faticare in qualsiasi
condizione di vento, pioggia, di notte e di giorno conclusa con la frase “voglio fare il
gentiluomo e non voglio più servir”.
Successivamente Leporello descrive ciò che sta succedendo, ciò serve ad introdurre l’opera; in
Bertati è la frase “di furto si è introdotto” che ci fa capire che Don Giovanni sta tentando di
sedurre Donna Anna di nascosto. In Da Ponte, il fatto che lui sia di sentinella, ci spiega il
contesto e ci fa capire la diversità di condizione sociale: Don Giovanni può “star dentro con la
bella” mentre il servo può solo attendere il suo padrone controllando che non arrivi gente.
L’ultima parte è importante perché introduce un tratto della psicologia del personaggio di
Leporello, la paura; teme, infatti, di essere coinvolto in qualcosa che ancora non conosce e
questo lo porta a non fidarsi dei rumori che sente e a nascondersi per non farsi sentire.

Il secondo esempio è tratto dalla famosa aria del catalogo (Atto primo, scena quinta) in cui
Leporello ha il compito di descrivere a donna Elvira tutte le donne sedotte da Don Giovanni.
Egli descrive alla donna, con freddezza e cinismo, le avventure del suo padrone; il suo destino è
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legato a quello di Don Giovanni. Alle parole di Pasquariello, in Bertati, Elvira lo interrompe
chiedendogli chiarezza, mentre in Da Ponte lo lascia parlare lasciando alla fine la sua sofferenza
e il suo desiderio di vendetta.

P: C'entra; e statevi cheta. Eh consolatevi;


Siccome, io dico, che Alessandro il non siete voi, non foste e non sarete
Grande né la prima, né l’ultima. Guardate,
non era giammai sazio questo non picciol libro è tutto pieno
5 dei nomi di sue belle;
di far nuove conquiste, il mio
ogni villa, ogni borgo, ogni paese
padrone è testimon di sue donnesche imprese.
5 se avesse ancora cento spose, e
cento, Madamina, il catalogo è questo
sazio non ne sarìa, né mai Delle belle che amò il padron mio;
contento; 10 un catalogo egli è cje ho fatto io,
egli è il Grande Alessandro delle osservate, leggete con me.
femmine; In Italia seicento e quaranta,
onde per far le sue amorose in Lamagna duecento e trentuna,
imprese cento in Francia, in Turchia novantina,
15 ma in Ispania son già mille e tre.
spesso, spesso cangiar suol di
V’han fra queste contadine,
paese. cameriere, cittadine,
v’han contesse, baronesse,
E:10 Dunque ha dell’altre femmine? marchesane, principesse,
20 e v’han donne d’ogni grado,
P: Ih, ih! Se voi volete averle in vista d’ogni forma, d’ogni età.
ecco signora mia, quest'è la lista. Nella bionda egli ha l’usanza
(getta una lista di alcuna braccia Di lodar la gentilezza,
di carta) nella bruna la costanza,
25 nella bianca la dolcezza.
Dell'Italia, ed Alemagna Vuol d’inverno la grassotta,
vuol d’estate la magrotta;
ve n'ho scritte cento, e tante.
è la grande maestosa,
15 Della Francia, e della Spagna la piccina è ognor vezzosa.
ve ne sono non so quante: 30 Delle vecchie fa conquista
fra madame, cittadine, Pel piacer di porle in lista,
ma passion predominante
è la giovin principiante.
Non si picca se sia ricca,
35 se sia brutta, se sia bella:
purchè porti la gonnella
voi sapete quel che fa.
Parte.

Leporello in Da Ponte inizia con un tono di complice cameratismo che lo accomuna con il suo
padrone e che serve ad introdurre la lista. Musicalmente è descritto con un continuo pulsare di
crome. Anche in Bertati si sente questa complicità fra i due. In questa prima parte Pasquariello
paragona il suo padrone ad Alessandro Magno, valoroso conquistare di territori, a Don
Giovanni instancabile seduttore di donne da tutti i paesi.
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La vera lista inizia in Da Ponte all’inizio delle quartine; gli interventi della voce si fanno
sempre più lunghi, dapprima sembrano buttati li, come per caso, ma al quarto attacco (terzo
verso della prima quartina) Leporello entra deciso nella sua parte. Le due liste, l’una di Da
Ponte e l’altra di Bertati, sono impostate sulla stessa struttura. Iniziano entrambe con la
descrizione del numero di donne nei vari paesi del mondo, anche se nel Don Giovanni di
Mozart il numero è preciso mentre nell’altro non è riportato con accuratezza: in Italia, in
Lamagna (o Alemagna), in Francia, in Turchia e in Spagna.
Nella terza strofa dell’opera di Mozart si entra più nel particolare con l’enumerazione della
classe sociale (“V’han fra queste contadine, baronesse, marchesane, principesse…”), come fa
anche Bertati nella seconda quartina; i versi in Da Ponte diventano 6 ottonari anziché 4
decasillabi. Nella terza e ultima parte entrambi gli autori fanno descrivere al servo le
caratteristiche delle donne amate e i gusti del suo padrone (“Nella bionda egli ha l’usanza di
lodar la gentilezza, nella bruna la costanza, nella bianca la dolcezza…”).

Bibliografia:
M. Mila, Lettura del Don Giovanni di Mozart, Torino, G. Einaudi, 2000
F. Noske, Dentro l’opera: struttura e figura nei drammi musicali di Mozart e Verdi, Venezia,
Marsiolio, 1993
S. Kunze, Il teatro di Mozart, Venezia, Marsilio, 2006
N. Pirrotta, Don Giovanni in musica, dall’”empio punito a Mozart”, Venezia, saggi Marsilio, 1991
F. Sgrignoli, Invito all’ascolto di Mozart, Milano, Mursia, 1991