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Anno CXLVII - N. 6 (44.449)

CITTÀ DEL VATICANO

Mercoledì 10 Gennaio 2007

SOMALIA

Il Presidente del Governo di transizione nazionale, Abdullahi Yusuf, s'insedia a Mogadiscio

PETROLIO A causa della crisi fra Mosca e Minsk

Raid aereo statunitense colpisce Interrotte le forniture un presunto covo di «Al Qaeda» verso l'Ovest europeo
MOGADISCIO, 9. Con un violento attacco aereo, ieri pomeriggio, l'aviazione statunitense ha colpito il villaggio di Hayo, nel Sud della Somalia, dove si riteneva che avessero trovato rifugio presunti terroristi islamici. Decollato dalla base Usa nel Gibuti, il velivolo, un «AC 130» per il trasporto truppe, modificato per compiere massicci bombardamenti a bassa quota, ha distrutto il villaggio, uccidendo non meno di quattro persone. Stando all’intelligence Usa, kenyana ed etiopica, nel villaggio si sarebbero trovati numerosi guerriglieri delle corti islamiche e appartenenti ad «Al Qaeda», tra cui anche i responsabili degli attacchi dell'agosto 1998 contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, che provocarono circa 225 morti. Il «raid» costituisce il primo intervento diretto degli Usa in Somalia, da quando è scoppiato il conflitto tra il Governo di transizione nazionale somalo, appoggiato dai militari etiopici, e le corti islamiche. Sempre ieri, per la prima volta dalla sua nomina, avvenuta nell'ottobre 2004, il Presidente del Governo di transizione somalo, Abdullahi Yusuf, è arrivato a Mogadiscio, accolto dal Premier, Ali Mohammed Gedi, in una città quasi del tutto liberata dalla presenza dei miliziani islamici. Yusuf mancava dalla capitale somala dal 1978, quando ne era dovuto strazione nazionale», ha dichiarato il portavoce del Governo di transizione nazionale, Abdirahman Dinari. Nonostante le dichiarazioni del Presidente Yusuf, il portavoce ha avanzato anche la concreta possibilità di instaurare trattative con gli elementi più moderati delle corti. «Gli islamici sono benvenuti se deporranno le armi, fermeranno la violenza e dimostreranno la volontà di unirsi a noi nella ricostruzione del paese. Solo allora — ha specificato, ieri, Dinari, nel corso di una conferenza stampa — sarà possibile il dialogo, che già è stato avviato con la società civile e gli anziani capi clan». Sul piano internazionale, l'Alto Commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, ha incontrato, ieri, il nuovo Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, facendo presente l’opportunità di una forza di «peace-keeping» Onu in Somalia, per garantire la pace in un Paese che da 15 anni non conosce stabilità. Solana ha detto che truppe ugandesi potrebbero essere le prime ad essere mobilitate per prendere il posto dei soldati etiopici che hanno cacciato le forze delle corti islamiche, ma ha aggiunto anche che l'Unione Africana sta già portando «un carico molto pesante» in Sudan e che l’Onu potrebbe dover intervenire in una prossima fase. Il progetto di una forza di pace africana per la Somalia è stata autorizzata il 6 dicembre scorso.

Un'immagine delle proteste antietiopiche nei giorni scorsi a Mogadiscio

fuggire in seguito ad un fallito tentativo di colpo di Stato contro il dittatore Siad Barre. Vi era tornato — ma solo per pochissimi giorni — nel 1991, alla fine della dittatura. In un’intervista concessa ad «Al Jazeera», poco prima di partire per Mogadiscio, Yusuf ha ribadito la «linea dura» del Governo di transizione contro le corti islamiche, i cui miliziani sono

stati messi in fuga da Chisimaio dopo l’intervento dei soldati etiopici, escludendo eventuali negoziati. Nel frattempo, comincia a farsi largo il progetto di un nuovo Governo di unità nazionale. «La nostra sarà una politica di riconciliazione. Teniamo la porta aperta e daremo il benvenuto a tutti i partiti somali nell’ambito di un’ammini-

Depositi di petrolio in Bielorussia dove transita l'oleodotto «Druzhba»

Libano: proteste dell'opposizione contro il Premier Fuad Seniora
BEIRUT, 9. L’opposizione libanese filosiriana guidata dal movimento sciita «Hezbollah» ha annunciato ieri una nuova valanga di proteste di piazza che coinvolgeranno ministeri e servizi pubblici, per rilanciare gli sforzi tesi a rovesciare il Governo presieduto da Fuad Siniora. L’escalation è stata decisa dopo che il Premier, sostenuto dai Paesi occidentali e da quelli arabi moderati, si è dimostrato capace di resistere ad un sit-in dei militanti dell’opposizione in corso davanti agli uffici del Governo nel centro di Beirut sin dal primo dicembre. «L’opposizione ha deciso di intensificare le proteste popolari pacifiche e trasformarle in un movimento verso i ministeri e le istituzioni pubbliche fino a quando le richieste non saranno accolte», ha detto l’ex Ministro druso Talal Arslan, dopo una riunione dei leader dell’opposizione che vogliono disporre di un potere decisivo in un «Governo di unità nazionale», che indica elezioni anticipate, una pretesa considerata da Siniora e dai suoi alleati come parte di uno schema della Siria per riconquistare l’influenza perduta in Libano. Denunciando l’Esecutivo come «illegittimo» dopo le dimissioni di cinque Ministri sciiti nel novembre scorso, Arslan ha sostenuto che il rovesciamento del Governo presieduto da Siniora «con mezzi pacifici è un dovere». L'opposizione libanese ha criticato il piano di riforme economiche che negli auspici del Governo Seniora dovrà facilitare la concessione di aiuti finanziari dalla conferenza dei Paesi donatori in programma a Parigi dal 25 gennaio.

MEDIO ORIENTE

Per trovare una soluzione al conflitto con i palestinesi

Il leader laburista israeliano Peretz presenta un piano di pace in tre fasi
TEL AVIV, 9. Il Ministro della difesa e leader laburista israeliano, Amir Peretz, ha presentato ieri a membri del suo partito un piano per una soluzione di pace del conflitto con i palestinesi, che prima di tutto intende porre fine all’attuale stasi politica e portare alla costituzione di uno Stato di Palestina entro due anni e mezzo. Dopo aver affermato che la paralisi politica «ha il solo effetto di incoraggiare gli estremisti», Peretz, secondo quanto ha riferito la radio pubblica, ha detto che il suo piano prevede una «road map» in tre fasi. Nella prima, della durata di sei mesi, i palestinesi libereranno il soldato rapito Ghilal Shalit, ci sarà un cessate-il-fuoco e saranno rimossi avamposti illegali di insediamenti israeliani in Cisgiordania eretti dopo il mese di maggio 2001. Nella seconda, pure di sei mesi, cominceranno trattative su un assetto politico permanente e Israele trasferirà altri territori al controllo dell’Autorità palestinese. Nella terza, della durata di un anno e mezzo, sarà definito nei particolari l’accordo permanente. Comincerà poi la sua progressiva applicazione, che durerà alcuni anni, con la costituzione di uno Stato di Palestina in Cisgiordania e Gaza. Peretz ha detto che i negoziati saranno condotti con il Presidente dell'Ap, Abu Mazen, o con ogni altro esponente qualificato palestinese che accetti le condizioni del Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi israelo-palestinesi e rinuncia alla violenza. Peretz ha tuttavia detto che Israele non rinuncerà a aree dove si concentrano molti insediamenti israeliani in Cisgiordania. A suo avviso il piano, che incorpora parti del piano di pace saudita e dell’itinerario di pace del Quartetto, intende offrire ai palestinesi moderati una concreta prospettiva di uscita dall’attuale situazione di conflitto. L’iniziativa di Peretz giunge in un momento in cui il leader laburista è fortemente contestato all’interno del suo stesso partito. Domenica, l’ex-Premier Ehud Barak ha annunciato la sua candidatura alla guida del partito nelle elezioni interne in programma tra alcuni mesi. Dal canto suo, il Presidente egiziano, Hosni Mubarak, citato dall'agenzia di stampa di Stato «Mena», ha avvertito che «la prosecuzione del conflitto fra fazioni palestinesi avrà un effetto negativo sulla causa palestinese e metterà fine alle speranze palestinesi per la costituzione di uno Stato indipendente».

Miliziani palestinesi seguaci di Abu Mazen sfilano a Nablus

MOSCA, 9. Si chiama «Druzhba», che in russo vuol dire amicizia: ma è diventato il campo di battaglia per una feroce guerra energetica l’oleodotto che attraverso la Bielorussia collega Mosca ai mercati dell’Ovest europeo. La Bielorussia ieri ha chiuso i rubinetti del «Druzhba», dopo avere iniziato già sabato, stando alle accuse di Mosca, un sostanzioso prelievo abusivo del greggio russo. Polonia e Germania sono rimaste a secco, mentre lo stato maggiore di «Transneft», il monopolista statale del trasporto degli idrocarburi russi, si è attivato per organizzare percorsi alternativi. «Solo nelle ultime 24 ore — ha detto Simion Vainshtok, Presidente di “Transneft” — la Bielorussia ha sottratto illecitamente 900 tonnellate di greggio destinato ai mercati dell’Ovest europeo. Dal 6 gennaio, mancano all’appello 79.000 tonnellate di petrolio». Anche le forniture di petrolio russo destinato alla Slovacchia sono state interrotte ieri sera alla frontiera ucrainoslovacca in seguito alla crisi fra Mosca e Minsk sul transito del greggio in territorio bielorusso. Lo ha annunciato il Ministro dell'economia slovacco, Brano Zvara. «La Slovacchia, che dipende totalmente dal petrolio russo — ha precisato il Ministro dell'economia Zvara — dispone di riserve per 73 giorni, ma non prevede per il momento di utilizzarle». Per la capitale russa è partita ieri sera da Minsk una delegazione guidata dal vice Ministro dell’economia, Vladimir Naidunov, ma il tono delle dichiarazioni di apertura non lascia presagire rapide schiarite: la Russia insiste per riavviare l’oleodotto prima di qualunque trattativa, e minaccia ripercussioni a tutto campo, forte della grande dipendenza economica del vicino; la Bielorussia sembra decisa a seguire la strada delle maniere forti e mette in questione tutta una serie di taciti patti bilaterali, compresa la concessione gratuita di basi militari. E per Mosca, si apre anche un altro fronte energetico nell’ex Urss: l’Azerbaigian ha annunciato la chiusura, al-

meno per i prossimi quattro mesi, del suo oleodotto fra Baku e il porto russo sul Mar Nero di Novorossisk. Deve risparmiare quel greggio, hanno spiegato i funzionari azeri, perché l’aumento deciso dal gigante energetico «Gazprom» sui rifornimenti di metano russo — ora arrivato a prezzi di mercato, a circa 230 dollari per 1.000 metri cubi di gas — costringe il Paese a trovare fonti alternative per il riscaldamento. L’aggressiva politica energetica russa ha provocato un terremoto nell’ex Urss: Paesi che avevano beneficiato per anni di tariffe di favore si sono visti presentare per il 2007 conti insostenibili per i loro bilanci. La Bielorussia è fra i più colpiti dal neopragmatismo dei colossi energetici del Cremlino: non solo il metano è raddoppiato, da 46 a 100 dollari per 1.000 metri cubi, ma Minsk ha dovuto anche cedere a «Gazprom», a buon prezzo (2,5 miliardi di dollari in quattro anni), metà delle azioni dei suoi gasdotti. Come se non bastasse, la Russia ha privato l'autoritario Presidente Aleksandr Lukashenko di un altro importante privilegio: è cessata da gennaio l’esenzione dalle imposte doganali sull’importazione di petrolio russo, che negli anni scorsi aveva trasformato il Paese in un redditizio off-shore per le compagnie petrolifere private e aveva rappresentato per lo Stato, grazie alla rivendita dei derivati raffinati del greggio, una delle principali voci attive di bilancio. Secondo gli economisti dei due Paesi, la nuova politica energetica di Mosca metterà in ginocchio il vicino, che alle graziose concessioni russe doveva la sua crescita e la conseguente pace sociale. I commentatori si interrogano sull’esistenza o meno di un calcolo politico dietro la svolta, se il Cremlino di Vladimir Putin stia cercando di affossare lo scomodo alleato di un tempo: lo indicherebbe la furiosa reazione del Presidente bielorusso, che ha parlato di «tradimento di un’amicizia secolare» prima di far varare, il 3 gennaio, un giuridicamente dubbio provvedimento per tassare gli idrocarburi russi in transito nel suo Paese.

IRAQ

Ucciso a Baghdad un impiegato iracheno dell'Unicef — L'«Unhcr» lancia un altro appello a sostegno dei rifugiati e degli sfollati

Diffuso un nuovo video con le immagini dell'esecuzione di Saddam Hussein
BAGHDAD, 9. È stato diffuso su internet un nuovo video che mostra il cadavere di Saddam Hussein dopo l'esecuzione: il corpo è disteso su una barella e presenta una profonda ferita al collo. Anche questo secondo video — come il primo — sembra essere stato girato con una videocamera molto rudimentale, del tipo di quelle inserite nei telefonini. Il nuovo video dura ventisette secondi. Saddam e suo cugino Hassan Al Majid, detto «Alì il chimico», discussero nel dettaglio di come avrebbero sterminato migliaia di curdi con le armi chimiche nell'attacco che fu poi sferrato su Anfal nel 1988: è quanto emerge da un nastro audio e da un video presentati ieri al processo, nel corso della prima udienza dopo l'esecuzione dell'ex rais, avvenuta il 30 dicembre. Segnala l'agenzia «Agi» che nessuno dei sei coimputati — tutti rischiano la pena capitale — ha voluto occupare la «sedia» di Saddam. Servono sessanta milioni di dollari, nei prossimi dodici mesi, per garantire cibo e assistenza a centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati coinvolti nel conflitto in Iraq: è il nuovo appello lanciato, ieri, dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). I finanziamenti sono destinati a coprire i costi dei programmi di protezione e assistenza dell'agenzia delle Nazioni Unite in favore dei rifugiati iracheni in Siria, Giordania, Egitto e Turchia, oltre che per i rifugiati non iracheni e gli sfollati all'interno dello stesso Iraq. Il nuovo appello — rileva l'agenzia «Agi» — segna una «revisione» nel programma dell'«Unhcr» in Iraq, che fa parte dell'impegno complessivo assunto dalle Nazioni Unite per affrontare i bisogni umanitari nella regione. Mentre l'«Unhcr» si era precedentemente concentrato sul ritorno dei rifugiati e sulla loro integrazione, fondandosi sul presupposto — osserva sempre l'«Agi» — che la stabilità in Iraq fosse in crescita, attualmente l'organismo è portato a ritenere che le continue violenze nel Paese implicheranno la prosecuzione degli esodi interni ed esterni che interessano gran parte della regione circostante. Ieri la Casa Bianca ha ufficializzato che il Presidente Usa, George W. Bush, parlerà domani sera alla Nazione per annunciare la nuova strategia per l'Iraq. Anticipazioni indicano che Bush intende aumentare il contingente americano nei prossimi mesi di più di ventimila uomini. Il Segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, ha affermato che i prossimi due anni saranno decisivi in Iraq e potrebbero essere «i più significativi» da quando gli Stati Uniti hanno rimosso Saddam Hussein dal potere. La Rice ha poi annunciato ufficialmente le nomine, fatte dal Presidente Bush, del nuovo Ambasciatore degli Usa all'Onu, Zalmay Khalilzad, e del diplomatico che prenderà il suo posto a Baghdad, l'Ambasciatore Ryan Crocker, attualmente in Pakistan. Sul piano politico interno iracheno si segnala che i Ministri e deputati sciiti della corrente sadrista hanno deciso di mettere fine al loro boicottaggio dell'attività istituzionale, avviato in polemica con il Premier Jawad Al Maliki per il suo incontro con George W. Bush ad Amman, in Giordania, alla fine del novembre scorso. Lo ha riferito una fonte vicina al Primo Ministro iracheno, citato dall'agenzia «Asqwat Al Iraq», secondo cui la corrente sadrista «ha deciso di tornare a lavorare nel Parlamento e nel Governo». Ricorda l'agenzia «Ansa» che il movimento politico che fa riferimento al leader radicale sciita Moqtada Al Sadr ha 30 deputati su 275, e 6 Ministri. Proseguono, intanto, le violenze. Ieri è stato assassinato, a Baghdad, un impiegato iracheno dell'Unicef. L'impiegato, Janan Jabero, 52 anni, lavorava nei programmi di riabilitazione e ricostruzione delle scuole, in particolare nel Kurdistan iracheno. È stato ucciso a bordo della sua automobile: «ignoriamo perché e da chi», ha dichiarato il portavoce dell'Unicef, Damien Personnaz, aggiungendo che la polizia locale ha aperto un'inchiesta. Ricorda l'agenzia di stampa «Ansa» che in Iraq l'Unicef impiega ottantasette persone, di nazionalità irachena. Il personale internazionale è basato ad Amman, in Giordania. Scontri a fuoco tra le forze di sicurezza irachene e ribelli sunniti, avvenuti ieri nel quartiere Haifa-Alaui a Baghdad, hanno provocato ventitré morti. Anche stamane si segnalano nella stessa area violenti combattimenti. Molte strade di accesso al quartiere Haifa-Alaui — riferisce l'agenzia «Ansa» — sono state bloccate dai militari. Gli abitanti della zona sono di fatto bloccati nelle loro case mentre si odono raffiche ed esplosioni. Un gruppo di pellegrini iracheni sunniti — di ritorno stamane dalla Mecca a bordo di un pullman — sono stati bloccati alla frontiera dell'Iraq e condotti dalla polizia in un luogo segreto: lo ha denunciato, a Baghdad, il Partito islamico, chiedendo — riferisce l'agenzia di stampa «Ansa» — l'intervento del Governo. Si tratta di oltre quaranta persone. Il Partito islamico — la maggiore formazione politica sunnita — ha reso noto di aver chiesto, per motivi di sicurezza, ad Arabia Saudita e Giordania, di fermare i pellegrini iracheni che tornano in patria via terra, per poter organizzare il loro rientro via aerea. In un messaggio diffuso su internet il capo di un gruppo islamico iracheno, considerato legato ad «Al Qaeda», ha invitato i «combattenti» a prepararsi a lottare contro il piano per la sicurezza annunciato, sabato scorso, dal Premier Al Maliki. Il piano prevede, tra l'altro, una vasta offensiva, appoggiata dalle forze Usa, contro le milizie armate di tutte le fazioni. Le forze di sicurezza del Marocco hanno smantellato una rete del terrorismo islamico che reclutava attentatori suicidi da mandare in Iraq, ed hanno arrestato ventisei persone, tutte di nazionalità marocchina.

NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto ieri sera in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Joachim Meisner, Arcivescovo di Köln (Repubblica Federale di Germania).

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Completata dall'Utet l'edizione in cinque volumi della «Storia della Shoah»

Un monumento alla verità storica provata e inconfutabile
di GAETANO VALLINI
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