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Anno CXLVII - N. 10 (44.453)

CITTÀ DEL VATICANO

Domenica 14 Gennaio 2007

SOMALIA

Forze governative ed etiopiche espugnano Ras Kamboni, ultima roccaforte delle corti islamiche

Il discorso di Benedetto XVI al Corpo Diplomatico

La pace Migliaia di bambini «in ostaggio» è il vero realismo dell'atroce logica della guerra
MOGADISCIO, 13. «Ostaggi» dell'atroce logica della guerra: questa la sorte di migliaia di bambini in Somalia, costretti ogni giorno ad imbracciare le armi, resi prigionieri o fatti oggetto di terribili violenze. A denunciarlo, ieri, in un comunicato ufficiale, sono stati l'Unicef e l'organizzazione internazionale «Save The Children», lanciando un appello congiunto allo scopo di trovare una tempestiva soluzione alla crisi umanitaria nel Paese. «Chiediamo che i bambini arruolati con eserciti o gruppi armati vengano immediatamente smobilitati o rilasciati dai centri di detenzione», hanno affermato le organizzazioni. Nel frattempo, ieri, forze governative somale e truppe dell’esercito etiopico hanno preso il controllo del villaggio di Ras Kamboni, ultimo rifugio noto delle corti islamiche nel sud della Somalia. Lo ha annunciato, oggi, il portavoce del Governo di transizione somalo, Abdirahman Dinari. «I guerriglieri islamici non minacciano la sicurezza, ma non avremo tregua finché non saranno completamente sconfitti», ha detto il portavoce Dinari. Unicef e «Save The Children» si sono appellate alle autorità del Governo di transizione nazionale affinché vengano compiuti subito i passi necessari per «garantire che i bambini siano adeguatamente accuditi e riunificati alle loro famiglie, in totale sicurezza e senza discriminazioni». Numerosi rapporti, giunti da fonti locali, riferiscono che bambini e donne somali sarebbero tra le principali vittime dei recenti raid aerei che hanno colpito il Sud. Anche i campi per gli sfollati sarebbero stati bombardati. Ma il timore più grande è che, con la chiusura dei confini del Kenya, molti bambini sfollati possano venir reclutati per combattere nelle truppe dei vari «signori della guerra», ri-emergenti dopo la caduta delle corti islamiche. Desta preoccupazione anche l’attuale situazione di insicurezza che limita molto l’accesso degli operatori umanitari nelle aree degli scontri, sia per raggiungere le popolazioni a rischio che per monitorare la gravità delle violazioni dei diritti dell’infanzia. Il rappresentante Unicef in Somalia, Christian Balslev-Olesen, ha dichiarato, ieri, che «ogni prolungamento del conflitto potrebbe contribuire a compromettere i modesti progressi compiuti dai somali negli ultimi 15 anni con il sostegno della comunità internazionale». El Khidir Daloum, direttore per la Somalia di «Save the Children», ha aggiunto che «i bambini, in particolare al Sud, soffrono per le conseguenze di una triplice crisi umanitaria: siccità, inondazioni e ora il conflitto. Se la situazione non si stabilizza rapidamente, nessuno potrà garantire la loro sicurezza». Dopo la presa di Ras Kamboni, nella quale — stando a fonti locali — vi sarebbero ancora sacche di resistenza, oggi, il Parlamento di transizione somalo ha approvato la proposta del Presidente della Repubblica ad interim, Abdullahi Yusuf, per l'imposizione della legge marziale nel Paese e dichiarato uno stato di emergenza di tre mesi. Nel frattempo, a Mogadiscio, sono in corso rastrellamenti e perquisizioni a tappeto, allo scopo di trovare gli ultimi miliziani islamici nascosti e i loro arsenali. Per quanto riguarda il problema degli sfollati e dei rifugiati, secondo l'Unhcr sarebbero circa 10.000 le persone attualmente in fuga da Mogadiscio. Per assisterli e controllarne gli spostamenti, l'Unhcr ha già predisposto delle squadre di emergenza e un nuovo ponte aereo.

ANDREA RICCARDI

I

Un'immagine dei rifugiati presenti nel campo di Haadara, vicino al confine con il Kenya

IRAQ

Secondo il Segretario alla difesa statunitense Robert Gates

Possibile avvio del ritiro delle truppe Usa nel 2007 se avrà successo la nuova strategia di Bush
BAGHDAD, 13. Gli Stati Uniti potrebbero cominciare il ritiro delle truppe dall'Iraq già nel 2007 se i 21.500 soldati che verranno inviati nelle prossime settimane riusciranno a migliorare la situazione, riducendo le violenze a Baghdad: questa eventualità è stata indicata, ieri, dal Segretario alla difesa statunitense, Robert Gates. «Se queste operazioni daranno frutti — ha detto Gates —, potrete cominciare a vedere un alleggerimento delle orme americane sia a Baghdad, sia in tutto Il luogo di l'Iraq». Intanto il Presidente iracheno, Jalal Talabani (domani in visita a Damasco) ha definito «un salto in avanti per migliorare la sicurezza» la nuova strategia formulata da Bush. Da segnalare che stamane a Baghdad è giunta in visita la senatrice Usa Hillary Clinton. Una recente serie di operazioni statunitensi contro iraniani in Iraq sono state condotte su ordine del Presidente George W. Bush: lo riferisce il «New York Times» citando il Segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice. «Vi è stata una decisione di dare la caccia a queste reRice. «Non si trattava nemmeno di una struttura diplomatica accreditata ufficialmente presso il Governo dell'Iraq — ha aggiunto McCormack —, ma di un edificio del quale gli iraniani si servivano, che essi stavano occupando. Era territorio iracheno, senza alcuno status diplomatico». «Le azioni illegali e la politica avventurista degli Stati Uniti in Iraq devono cessare»: lo ha detto il Ministro degli esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, durante un colloquio telefonico, ieri sera, con il suo collega iraun attentato dinamitardo compiuto nella città di Kirkuk cheno Hoshiyar Zebari, in riferimento ti», ha affermato il capo della diploma- anche a quanto accaduto ad Erbil. La Russia — attraverso un portavoce zia statunitense. Intanto il Dipartimento di Stato Usa del ministero degli esteri russo, Mikhail ha precisato che non godono dell'immu- Kamynin — ha definito l'operazione dei nità diplomatica i sei cittadini iraniani militari americani «una grossolana violaarrestati giovedì ad Erbil, nel Kurdistan zione della Convenzione di Vienna suliracheno, dalle truppe statunitensi, che l'attività dei consolati». La Casa Bianca, hanno fatto irruzione negli uffici della intanto, ha smentito qualsiasi ipotesi di rappresentanza di Teheran, confiscando, un intervento militare contro l'Iran e la tra l'altro, computer e documenti. «Gli Siria, definendo «voci» ed una «legindividui presi in custodia non erano genda metropolitana» ogni illazione al muniti di passaporti diplomatici, aveva- riguardo. Ancora violenze: ieri sera a Mossul è no passaporti normali», ha detto Sean McCormack, portavoce di Condoleeza stato ucciso un giornalista iracheno.

In margine al discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana per gli auguri natalizi

NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto in udienza nel pomeriggio di venerdì 12 Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. sta mattina in udienza le Loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori: — Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua (Italia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Mario Milano, ArcivescovoVescovo di Aversa (Italia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Salvatore Giovanni Rinaldi, Vescovo di Acerra (Italia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Pietro Farina, Vescovo di Alife-Caiazzo (Italia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Raffaele Nogaro, Vescovo di Caserta (Italia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Filippo Strofaldi, Vescovo di Ischia (Italia), in visita «ad limina Apostolorum».

Il sacerdote «vero levita» secondo sant'Ambrogio
di GIOVANNI COPPA
Pagina 4

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TERZA PAGINA
ELZEVIRO Tra fantasia e realtà

Rimedi contro l'insonnia
di MARIO GABRIELE GIORDANO
Pagina 3

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Jorge Mario Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, con i due Vice-Presidenti, le Loro Eccellenze Reverendissime i Monsignori Luis Héctor Villalba, Arcivescovo di Tucumán, e Agustín Roberto Radrizzani, Vescovo di Lomas de Zamora, e con il Segretario Generale, Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, Vescovo di San Miguel.

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Il Santo Padre ha ricevuto que-

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Guillermo León Escobar Herrán, Ambasciatore di Colombia, in visita di congedo.

l discorso di Benedetto XVI al corpo diplomatico rivela, ancora una volta, come lo sguardo del Papa e della Chiesa sia attento alle situazioni di tensione e di dolore del mondo contemporaneo. Il discorso non è un'occasione formale, come ha detto lo stesso Papa, ma l'espressione ferma dell'attenzione della Chiesa, insomma di uno sguardo globale a tutti i mondi, anche quelli che sembrano più remoti e meno rilevanti. Non sono né remoti né irrilevanti per la Chiesa. Lì si può trovare una comunità cattolica che porta la situazione di dolore, in cui vive, nel cuore della vasta comunione della Chiesa. E poi un uomo o una donna che soffrono, a qualunque religione appartengano, coinvolgono la Chiesa. Il Papa ha specificato che il rispetto della persona umana è decisivo per realizzare la pace. Ed ha aggiunto: «solo costruendo la pace si pongono le basi per un autentico umanesimo integrale». La Chiesa di Benedetto XVI non ha rinunciato alla speranza di una pace solida e diffusa in tutte le terre. Infatti la pace non è stata un'utopia gridata per il cattolicesimo del Novecento. Le utopie di un mondo migliore sono state proclamate con forza messianica nella storia, ma poi si sono infrante nell'impatto con la realtà, generando paradossalmente rassegnazione al male. Spesso l'azione politica è pericolosamente ondeggiata tra utopismo e rassegnazione. Alla fine è prevalsa la rassegnazione. Sono rimasti aperti drammatici problemi, che sembrano insolubili, come i conflitti mai sanati, la fame, la mancanza di acqua per milioni di esseri umani. La pace non è stata un'utopia per la Chiesa del Novecento, ma una speranza ferma e costante, mai perduta anche nei momenti più bui. Bisogna essere grati a tutti i Papi del Novecento, che sono stati chiari testimoni di pace, richiamando popoli e governanti alla ragionevolezza della pace anche di fronte alle ubriacature bellicistiche o idolatriche della violenza. Questo discorso di Benedetto XVI è impregnato di speranza, ma anche contrassegnato da un forte senso della realtà. Non si manca di analizzare le tante situazioni di conflitto ancora aperte, per dire che non si è rinunciato a sperare nella pace. La grande esperienza della Chiesa nel Novecento l'ha ancora di più convinta che guerre, rivoluzioni, violenze, rendono il mondo peggiore di come lo hanno trovato. La guerra e la violenza non sono levatrici di un mondo nuovo, ma l'espressione del mondo vecchio che continua. L'esperienza cristiana di umanità è riproposta nelle parole del Papa a un mondo che sta considerando, con troppa leggerezza e rassegnazione, la guerra come una compagna abituale della vicenda umana. Insomma come una malattia necessaria o, ancor peggio, come un mezzo a cui ricorrere per cambiare le situazioni. Si può trovare nel discorso al corpo diplomatico la conferma di un metodo di pace che la Santa Sede propone da tempo. Il Papa parla del Libano, ma il suo discorso è più generale: «La Santa Sede non smetterà di ripetere che le soluzioni militari non conducono a nulla, come si è potuto vedere in Libano nell'estate scorsa». Ed aggiunge: «Per porre termine alla crisi e alle sofferenze che essa causa nelle popolazioni, bisogna procedere attraverso un approccio globale, che non escluda nessuno dalla ricerca di una soluzione negoziata e che tenga conto delle aspirazioni e degli interessi legittimi dei diversi popoli coinvolti...». La guerra è una sconfitta per tutti e produce, anche per i vincenti, una situazione insostenibile. Lo si

vede con chiarezza in Medio Oriente che, da più di mezzo secolo, non ha pace. Ma lo stesso vale per le situazioni di guerra civile e di terrorismo (il Papa non ha dimenticato quelle aperte in Europa). Bisogna negoziare per la pace: questa è la grande lezione della Chiesa, che viene dalla sua esperienza storica e dalla sua conoscenza dell'uomo. Con forza Benedetto XVI ha affermato: «Constatiamo in primo luogo che la pace è spesso fragile e anche derisa». La comunità internazionale non può abituarsi alla fragilità della pace o alla sua derisione. Il caso dell'Africa è esemplare. Per ben due volte, nel suo discorso, Benedetto XVI ha esortato a non dimenticare l'Africa. Del resto siamo alle soglie della celebrazione dei cinquant'anni dei Trattati di Roma e si può constatare come l'idea fondatrice dell'Unione Europea avesse una robusta apertura all'Africa, che si è persa negli anni e nella introversione europea. «Non possiamo dimenticare il continente africano» — ha ripetuto il Papa. Ed ha aggiunto con decisione: «Invito tutti ad agire con determinazione: non possiamo accettare che tanti innocenti continuino a soffrire e morire». Anche nel caso africano Benedetto XVI ha invitato al dialogo: «Occorre ricordare che solo i negoziati tra i diversi protagonisti possono aprire la strada ad una giusta composizione dei conflitti e fare intravedere dei progressi verso il consolidamento della pace». Nel quadro internazionale non ci sono solo segnali negativi. La visione del Papa non è dominata dal pessimismo che tante volte appare autorizzato da crisi senza fine e dallo scialo di vite umane prodotto dai conflitti e dalla miseria. Appare chiaro che la Chiesa è convinta che ci siano le energie umane per un ragionevole progresso verso la pace e una vita migliore. Segnali positivi sono riscontrati dal Papa in Africa stessa, ma anche in America Latina e in Asia. Anche se, per esempio, Benedetto XVI deve notare come pure in Africa, dove forte è la cultura della vita, si sta tentando di banalizzare surrettiziamente l'aborto con il cosiddetto Piano di Maputo e con il protocollo d'azione dei ministeri della sanità dell'Unione Africana. Infatti calpestare la vita umana, specie laddove è più fragile o allo stato nascente (ed è estremamente facile), non costruisce una società giusta e in pace, anzi semina violenza. Tante nostre società, quelle povere e quelle opulente, sono malate di violenza. Il Papa ha una speranza di pace grande, profonda ed estesa a tutti. È un sogno? La pace, per chi ha memoria storica, è il vero realismo. Le utopie guerriere e violente conducono interi paesi e, talvolta, l'umanità, sul precipizio. Per questo Benedetto XVI non solo suggerisce di cercare la pace attraverso il negoziato, ma di promuovere un dialogo costante tra i diversi protagonisti del nostro tempo, che non sono solo gli Stati. Egli dice: «Vorrei citare in primo luogo la presa di coscienza crescente dell'importanza del dialogo tra le culture e tra le religioni. Si tratta di una necessità vitale, in particolare a motivo delle sfide comuni riguardanti la famiglia e la società». Insomma, ogni giorno, come tessitori instancabili della convivenza umana, bisogna costruire «le basi comuni per vivere nella concordia». Non siamo all'inizio: tanto è stato fatto ed è da consolidare. Ma c'è purtroppo anche tanto male da rimuovere. La Chiesa, come si legge nelle parole del Papa, si dispone a farlo e si offre per collaborare in questa prospettiva: «Sì, — conclude Benedetto XVI — l'avvenire potrà essere sereno se lavoriamo insieme per l'uomo».