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Anno CXLVII - N. 48 (44.491)

CITTÀ DEL VATICANO

Mercoledì 28 Febbraio 2007

AFGHANISTAN L'attentato rivendicato dai Taleban ha causato 19 morti — Cheney a colloquio con Karzai

ARABIA SAUDITA Sospetti su «Al Qaeda»

Attacco kamikaze alla base di Bagram Quattro francesi durante la visita del vice Presidente Usa uccisi in un agguato
KABUL, 27. Un attacco kamikaze Taleban ha «sfiorato» oggi il vice Presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, che si trova a sorpresa in visita in Afghanistan. L’attentatore suicida si è fatto esplodere a un ingresso della base aerea di Bagram, a Nord di Kabul, dove Cheney, che non è rimasto coinvolto nell’attacco terroristico, ha trascorso la notte. Nel tragico attentato sono rimaste uccise non meno di diciannove persone, fra cui un soldato americano. L’attacco è stato rivendicato dai Taleban. «Il vice Presidente sta bene», ha detto la portavoce di Cheney, Lea Anne McBride. Il vice Presidente si è poi recato a Kabul dove ha incontrato il Presidente afghano, Hamid Karzai. Il numero delle vittime dell’attentato è ancora incerto. Secondo fonti militari statunitensi citate dall'agenzia di stampa britannica «Reuters», ci sono stati fino a 19 morti, fra cui almeno un soldato americano. Secondo un portavoce della coalizione citato dall'agenzia di stampa «France Presse», l’esplosione ha ucciso due civili afghani e un soldato americano. Il Governatore della provincia di Bagram, Abdul Jabbar Taqwa, citato dalla «Aip» («Afghan islamic press», un’agenzia di stampa afghana con sede in Pakistan), ha detto che i morti sono venti. Secondo un funzionario della polizia provinciale, il kamikaze si è fatto esplodere davanti al cancello 2 della base, dove era in attesa un certo numero di lavoratori afghani. Cheney aveva trascorso la notte nella base di Bagram, una sessantina di chilometri a Nord di Kabul, dopo che un incontro in programma ieri con il Presidente Karzai era stato rinviato a causa delle condizioni meteorologiche. Arrivato ieri sera in Afghanistan proveniente dal Pakistan, Cheney ha infatti passato la notte a Bagram perché una bufera di neve gli aveva impedito di proseguire per la capitale. In mattinata il vice Presidente Cheney si è spostato a Kabul dove ha incontrato Karzai nel palazzo presidenziale. In Afghanistan la temuta offensiva di primavera si avvicina e gli Stati Uniti hanno rotto gli indugi con i vicini di casa del Pakistan: spazzate via le basi sicure di Taleban e dei loro alleati i terroristi di «Al Qaeda» lungo il confine, o vi tagliamo i fondi. Un messaggio di insofferenza che la Casa Bianca ha affidato al vice Presidente Dick Cheney, con una missione-lampo non preannunciata nella regione. E per rafforzare l’ammonimento con alcune informazioni segrete sui pericoli in arrivo, Cheney si è portato dietro anche il numero due della «Cia». Il viaggio di Cheney, con tappe prima a Islamabad e poi in Afghanistan, arriva in un momento di grandi manovre in corso sullo scenario afghano. La Gran Bretagna, che ha appena deciso il ritiro RIAD, 27. Quattro cittadini francesi che lavoravano in Arabia Saudita sono stati uccisi a colpi di mitra, in un agguato teso ieri da sconosciuti vicino a Madaien Saleh, un sito archeologico molto popolare tra i turisti, nel Nord-Ovest del Paese e non lontano dal confine con la Giordania. A dare notizia dell’attacco sono state fonti diplomatiche francesi e saudite: l’ipotesi è che si tratti di un’azione terroristica, ma mancano ancora conferme ufficiali, né vi è stata, al momento, alcuna rivendicazione. La tecnica adottata nell’agguato di ieri è molto simile a quella dei numerosi attacchi contro gli stranieri perpetrati nel 2003 e 2004 da una cellula locale di «Al Qaeda». Le vittime erano tre padri di famiglia (un insegnante liceale e due tecnici del gruppo francese di equipaggiamenti elettrici «Schenider Electric») e un diciassettenne ferito gravemente ieri e che è morto questa mattina in ospedale, che viaggiavano insieme ai loro congiunti — una comitiva di nove persone in tutto — residenti a Riad. Le tre donne e i due bambini del gruppo sono rimasti illesi. Secondo la ricostruzione dell’agguato fatta da una fonte diplomatica francese, gli assalitori hanno aperto il fuoco, a colpi di mitra, cogliendo di sorpresa la comitiva che si era fermata per prendere aria e riposarsi, ed era uscita dal veicolo in cui viaggiava. Anche il ministero degli interni saudita ha confermato sostanzialmente la dinamica dei fatti, aggiungendo che l’agguato è avvenuto in una zona desertica tra Tahouk e Medina. Due francesi sono morti sul colpo, gli altri due sono spirati all’ospedale. Sempre secondo il ministero saudita, alcuni componenti del gruppo familiare erano musulmani diretti alla Mecca, con l’intenzione di adempiere l’Omra, o «piccolo pellegrinaggio», un precetto islamico. Secondo la «Schneider Electric», l’adolescente che è morto questa mattina «sarebbe il figlio» di uno dei suoi dipendenti. In un comunicato, il Presidente, Jean-Pascal Tricoire, e i dipendenti di «Schneider Electric» hanno espresso «la loro profonda tristezza dopo la morte di quattro francesi, di cui due salariati del gruppo all’estero, in circostanze drammatiche, mentre erano in visita turistica sul sito di Madaen Saleh». Associandosi al dolore dei familiari delle vittime, Tricoire ha annunciato che «nelle ore e nei giorni a venire saranno messi in atto tutti i mezzi per fornire loro aiuto e sostegno». Quello di ieri è stato il primo attacco mortale contro stranieri in Arabia Saudita dal settembre del 2004, quando, a Gedda, venne ucciso un altro cittadino francese che lavorava per il gruppo di elettronica «Thales». Non appena si è diffusa la notizia della strage, il Presidente francese, Jacques Chirac, ha espresso la propria «costernazione» e la condanna per «un atto odioso».

Il Presidente afghano Hamid Karzai riceve a Kabul il vice Presidente Usa Dick Cheney

di 1.600 uomini dall’Iraq, ha annunciato ora che manderà 1.400 militari di rinforzo in Afghanistan, portando il proprio contingente a 7.700 unità. Gli Stati Uniti hanno da poco deciso a loro volta un aumento del contingente. Il Ministro della difesa britannico, Des Browne, ha spiegato che il passo di Londra è stato reso necessario dalla scelta di molti Pae-

si della Nato presenti nella Forza «Isaf» (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza in Afghanistan) di non aumentare i loro contingenti per far fronte al pericolo di un’offensiva dei Taleban. «L’alternativa è inaccettabile — ha detto Browne — è un rischio che semplicemente non possiamo permetterci, sia per il bene dell’Afghanistan, sia per la nostra stessa sicurezza».

SRI LANKA

Feriti tre Ambasciatori occidentali

NUCLEARE

Il Ministro degli esteri di Teheran ribadisce il rifiuto di sospendere l'arricchimento dell'uranio

Colpi di mortaio Iran: il «gruppo 5+1» verso un accordo contro delegazione diplomatica per una risoluzione Onu che preveda nuove sanzioni
COLOMBO, 27. Una delegazione diplomatica è stata colpita, oggi, da un attacco perpetrato dai ribelli separazionisti delle «Tigri Tamil», nel distretto orientale di Batticaloa. La delegazione era composta dall'Ambasciatore statunitense nello Sri Lanka, Robert Blake, e dagli omologhi tedesco, Jurgen Weerth, e italiano, Pio Mariani. I tre diplomatici stavano accompagnando una missione umanitaria quando proiettili di mortaio hanno colpito i due elicotteri che li traUn ferito nell'attentato delle «Tigri Tamil» a Batticaloa sportavano. Malgrado le deflagrazioni, i velivoli, che erano in fase di atterraggio, durdeen, che accompagnavano la delesono riusciti a riprendere quota. Blake, gazione. «Si è trattato di un gesto partiWeerth e Mariani sono stati immediata- colarmente grave» ha detto il colonnello mente portati a Colombo per essere me- Upali-Rajapaksa, che ha illustrato ai medicati. Secondo fonti ufficiali, avrebbero dia i dettagli dell’attacco, «e dimostra il riportato soltanto lievi ferite. In totale, disprezzo dei guerriglieri per i tentativi sono arrivate al pronto soccorso della di migliorare le condizioni di vita dei cicapitale srilankese 11 superstiti dell'ag- vili nell’area». Non si è fatta attendere la risposta del guato, tra cui quattro poliziotti, due uomini delle Forze speciali, due avieri e un Governo di Colombo. Poche ore dopo bambino. Illesi, invece, il Ministro sri- l'agguato, le postazioni delle «Tigri» da lankese per i diritti umani e la Protezio- cui sono partiti i colpi di mortaio sono ne civile, Mahinda Samarasinghe, e state individuate e bombardate dai jet quello per la Riabilitazione, Rishard Ba- delle forze armate srilankesi. NEW YORK, 27. Gli esperti del «gruppo 5+1» sull’Iran (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina; più la Germania) si riuniranno in teleconferenza giovedì sperando di trovare un accordo sugli elementi da integrare in una nuova risoluzione sul dossier nucleare iraniano. Lo ha annunciato ieri il Dipartimento di Stato. I direttori politici dei ministeri degli esteri britannico, statunitense, francese, russo, cinese e tedesco «sono usciti dalla riunione (di Londra) d’accordo sul fatto che lavoreranno a una risoluzione delle Nazioni Unite che prevede sanzioni e torneranno a riunirsi per telefono giovedì», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Sean McCormack. Come stoppare quel treno «senza freno e senza marcia indietro» dell’Iran, che prosegue imperterrito con l’arricchimento dell’uranio? In un clima di crescente tensione il «gruppo 5+1» ne ha discusso ieri a Londra: i sei Paesi puntano ad un inasprimento delle sanzioni e si dicono «determinati a ricercare una soluzione negoziata». Il varo di nuove sanzioni — in aggiunta a quelle decise a dicembre e limitate al trasferimento della tecnologia nucleare — dovrebbe essere articolato in una nuova risoluzione Onu. «Abbiamo avuto — ha detto un portavoce del Foreign Office al termine del consulto — una prima discussione produttiva sulle prossime tappe. Nessuna decisione è stata presa. Siamo incoraggiati dal carattere serio delle discussioni che continueranno successivamente nel corso di questa settimana». Per il Governo britannico comune è la volontà di prendere «ulteriori misure» in risposta al fatto che l’Iran va avanti a testa bassa con le controverse ricerche nucleari senza ascoltare i forti richiami dell’Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) e dell’Onu. Malgrado il Governo Blair abbia fatto ieri il massimo per occultare le divergenze è un fatto che i Paesi del «gruppo 5+1» si sono presentati all’incontro londinese in ordine piuttosto sparso. C’è in particolare da fare i conti con Russia e Cina, che hanno avallato con estrema riluttanza le sanzioni contro l’Iran decretate dall’Onu a dicembre e trascinano sempre più i piedi. La Russia sta costruendo una centrale nucleare in Iran e, inoltre, il Presidente russo, Vladimir Putin, punta a rafforzare il suo status internazionale fungendo da cruciale mediatore tra Occidente e Iran. Mentre la Cina è soprattutto interessata ad un accesso indisturbato al petrolio mediorientale, così da disporre dell’energia necessaria per supportare il suo straordinario boom economico. Non sorprende quindi che il «produttivo» incontro di ieri a Londra tra i rappresentanti del «gruppo 5+1» sia stato in gran parte un «esercizio preliminare», per la verifica delle rispettive posizioni. Parecchi altri consulti saranno senz’altro necessari nel corso delle prossime settimane per concordare tra il «gruppo 5+1» quali sanzioni vadano adottate tra le molte al vaglio, che riguardano il divieto di ingresso per la dozzina di iraniani a capo del controverso programma

L'incontro fra il Segretario dell'Onu Ban Ki-moon e il Direttore dell'Aiea El Baradei

atomico, un blocco degli investimenti e dei crediti, drastiche restrizioni alla vendita di armi e di alta tecnologia. La Casa Bianca ha smentito le presunte rivelazioni del magazine «New Yorker» su un piano pronto al Pentagono per lanciare nel giro di 24 ore un attacco contro l’Iran e ha ribadito che il Presidente americano, George W. Bush, vuole una «soluzione diplomatica» alla crisi sul programma nucleare iraniano. Una portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, ricordando come il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ab-

bia sostenuto nel fine settimana che il programma nucleare iraniano «viaggia come un treno» e non si fermerà, ha detto di non sapere «chi voglia salire sul treno iraniano», aggiungendo che in ogni caso gli Stati Uniti «sono sul binario giusto» con la loro iniziativa diplomatica per fermare Teheran. Ma anche oggi il Ministro degli esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, ha ribadito che l'Iran non sospenderà l'arricchimento dell'uranio: «ogni richiesta di sospensione è illegale e illegittima... e non verrà mai accettata».

CORTE DELL'AJA

La sentenza sottolinea però il violato «obbligo di prevenire» e l'insufficiente cooperazione con la giustizia internazionale

La Serbia assolta dall'accusa di responsabilità diretta nei massacri bosniaci
L'AJA, 27. La Serbia è stata assolta dall'accusa di aver commesso direttamente o complottato per far commettere il genocidio e le «pulizie etniche» commesse in Bosnia ed Erzegovina e culminate con il massacro di Srebrenica nel 1995, ma al suo Governo dell'epoca viene attribuita la responsabilità di non aver fatto quanto necessario e possibile per prevenire tali massacri. La sentenza è stata emessa ieri dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. La Corte aveva accolto — respingendo le opposizioni mosse da Belgrado — la denuncia presentata nel 1993 contro l'allora Stato jugoslavo e contro lo Stato serbo dalle autorità bosniache dell'epoca. La sentenza, la cui lettura ha richiesto oltre due ore al presidente della Corte, la britannica Rosalyn Higgins, in un suo passaggio fa riferimento proprio al genocidio di Srebrenica e dilata dunque la denuncia a suo tempo fatta da Sarajevo. Al di là del merito della sentenza emessa ieri, il processo tenuto davanti alla Corte dell'Aja, che non ha competenza in procedimenti penali contro singoli, costituisce un precedente destinato a giudizio di molti osservatori a fare giurisprudenza nel diritto internazionale. È la prima volta, infatti, che il principale organo giurisdizionale dell’Onu accoglie una denuncia mossa non contro un Governo, ma contro uno Stato. Il verdetto addebita senz’altro intenzioni genocide a quanti, in particolare le milizie serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic, perpetrarono proprio a Srebrenica la strage più impressionante in Europa dopo la seconda guerra mondiale, ma non ravvisa responsabilità collettive a carico della Serbia, neppure in veste di «Stato erede» della Jugoslavia all'epoca guidata da Slobodan Milosevic, poi morto mentre era sotto processo per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità, davanti al Tribunale penale internazionale (Tpi) dell'Aja per l'ex Jugoslavia. Il verdetto, tuttavia, sostiene che Belgrado abbia «violato l’obbligo di prevenire» quanto accadde e non abbia in seguito collaborato in pieno con la giustizia internazionale per la cattura dei criminali di guerra, compreso proprio il tuttora latitante Mladic. A Belgrado il verdetto è stato accolto con una soddisfazione temperata da prese d'atto dell'intero dispositivo prodotto dalla Corte dell'Aja. Il Primo Ministro Vojislav Kostunica ha parlato di verdetto «importante» che «libera la Serbia dall’accusa di genocidio», mentre resta per ora senza risposta l’invito del Presidente Boris Tadic a una risoluzione formale del Parlamento in cui la nuova Serbia condanni comunque senza ambiguità la barbarie di Srebrenica. Sulla vicenda è intervenuta anche l'Unione Europea. Una nota della presidenza semestrale di turno tedesca invita Belgrado ad utilizzare la sentenza come «ulteriore opportunità per prendere le distanze dai crimini commessi dal regime di Milosevic nel nome dell’ex Repubblica federale della Jugoslava». La nota esorta tutte le parti interessate a «rispettare la sentenza», augurandosi che il verdetto «contribuisca a chiudere un capitolo doloroso nella storia della regione». Sul piano politico generale, la nota esprime l'augurio che «le forze democratiche in Serbia, che hanno ottenuto una maggioranza impressionante alle elezioni parlamentari, formino quanto prima un Governo orientato alle riforme e che superi il passato». «Allineata» a tale posizione si è detta anche la Commissione europea, sottolineando «l’importanza di stabilire le responsabilità individuali» per i crimini commessi e di assicurare i responsabili alla giustizia, anche per favorire la riconciliazione».

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Oggi la pagina settimanale di articoli, schede e segnalazioni dedicata alle novità editoriali
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di CLAUDIO TOSCANI Un volume di Giovanni Armillotta analizza quattro decenni di complesse dinamiche internazionali

L'Angola e l'Onu: il travagliato cammino verso la libertà e la pace
di GIUSEPPE FIORENTINO
Pagina 8 La Presidente della Corte dell'Aja, Rosalyn Higgins, mentre legge la sentenza