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Anno CXLVII - N. 182 (44.625)

CITTÀ DEL VATICANO

Sabato 11 Agosto 2007

IRAQ Per il Capo della Casa Bianca vi saranno «conseguenze» se verranno trovati arsenali provenienti da Teheran

Benedetto XVI in Austria dal 7 al 9 settembre

Bush: progressi ancora insufficienti I nuovi Atti degli Apostoli Monito all'Iran sul traffico di armi scritti nelle parrocchie
BAGHDAD, 10. In Iraq si stanno facendo progressi, ma sono ancora insufficienti: lo ha affermato, ieri, il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, il quale ha anche lanciato un monito all'Iran: se troveremo armi da Teheran in Iraq — ha detto il Capo della Casa Bianca —, ci saranno «conseguenze di rilievo». Nel frattempo il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, ha assicurato al Premier iracheno, Jawad Al Maliki (il quale ha concluso, ieri, una visita di due giorni a Teheran) che darà pieno sostegno alla sua politica per il ripristino della sicurezza in Iraq: una sicurezza — ha sottolineato il Presidente iraniano — che può essere raggiunta a condizione che le truppe americane si ritirino. Ahmadinejad ha aggiunto: «Iran ed Iraq hanno una gravosa responsabilità per riportare pace e sicurezza nella regione. La situazione nella regione è molto delicata. Teheran ritiene che il futuro dell'area dipenda dalla vittoria contro il terrorismo in Iraq». Dal canto suo, il vice Presidente iraniano, Parviz Davoudi, citato dall'agenzia «Irna», ha detto: «L'Iran desidera un Iraq indipendente, sicuro, stabile e sviluppato. Noi pensiamo che la partenza delle forze di occupazione permetterà di garantire la sicurezza e la stabilità nel Paese». È slittata di almeno 24 ore (si pensa anche a lunedì) l'approvazione, inzialmente prevista ieri al Palazzo di Vetro, di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per ampliare il ruolo dell'Onu in Iraq. Secondo quanto si è appreso da diverse fonti diplomatiche concordanti, non è ancora giunta a New York la lettera del Governo iracheno per chiedere ufficialmente l'intervento delle Nazioni Unite. L'Onu è pronta a dare più spessore alla sua presenza nel Paese mediorientale, svolgendo, tra l'altro, un ruolo di appoggio nell'organizzazione delle future elezioni e nella messa a punto della riforma costituzionale. Nel frattempo, nel territorio iracheno, proseguono le sanguinose violenze. Questa mattina un «kamikaze», a bordo di una vettura carica di esplosivo, si è fatto saltare in aria in un mercato di Kirkuk, nel Nord dell'Iraq: il bilancio è di quattro morti e ventotto feriti. Un commando di insorti ha fatto saltare in aria, ieri, un importante ponte che unisce le province di Salahedin e di Kirkuk. Fonti di polizia hanno riferito che gli attentatori «hanno collocato e fatto saltare in aria una grande quantità di esplosivo sotto il ponte Pitrokimiwiat, nei pressi del monte Makhoul, una cinquantina di chilometri a Nord di Tikrit, distruggendone una gran parte». Il ponte, lungo trentacinque metri, era stato costruito sul fiume Zab, un affluente del Tigri, che segna il confine tra le due province. Mercoledì, sempre nella provincia di Salaheddin, gli insorti avevano fatto saltare in aria un altro ponte, lungo oltre trenta metri, che collega il villaggio di Yathrib con la cittadina di Balad. In questo caso i ribelli hanno utilizzato un camion-bomba. Due marines sono stati prosciolti dalle accuse di omicidio e di intralcio alle indagini sulla strage di civili ad Haditha: lo ha reso noto il Comando dei marines con un comunicato diffuso dalla base di Pendleton, in California. Il caporale Justin Sharrat era stato accusato di omicicorso della giustizia per aver fornito una «falsa ricostruzione» dell'episodio. Dopo la rappresaglia, infatti, i militari — ricorda l'agenzia di stampa «Agi» — diffusero un comunicato in cui affermavano che quindici persone erano rimaste uccise nell'esplosione di una bomba collocata ai bordi di una strada. Più tardi riconobbero che il comunicato era falso. «Credo che nessun errore compiuto da Stone possa essere innalzato al livello di comportamento criminale», si legge nel comunicato del comandante dei marines. Segnala l'agenzia di stampa «Agi» che restano le accuse per altri cinque militari dopo le sentenze di ieri, e dopo che ad aprile un altro marine, il sergente Sanick De La Cruz, era stato giudicato non colpevole di omicidio. La Polonia deciderà il prossimo autunno se ritirare le truppe dall'Iraq o estendere il mandato ai novecento uomini che partecipano alla missione: lo ha detto ieri — riferisce l'agenzia di stampa «Adnkronos» — il Ministro della difesa, Aleksandrer Szczygło, precisando che in caso di ritiro delle truppe, si provvederà anche al trasferimento degli iracheni che hanno collaborato con il contingente polacco. «Ci prenderemo cura delle persone che hanno lavorato con noi», ha detto, sempre citato dall'agenzia «Adnkronos», il Ministro della difesa polacco.

Un soldato iracheno durante uno scontro a fuoco con i ribelli a Baghdad

dio preterintenzionale per la vicenda che risale al 19 novembre del 2005. Una squadra dei marines effettuò una rappresaglia ad Haditha dopo che un loro commilitone era rimasto ucciso nell'esplosione di un ordigno: furono 24 i civili massacrati. Sharrat era stato incriminato per l'uccisione di tre di loro. «Un'indagine basata sull'articolo 32

del codice penale militare ha preso in considerazione tutti i fatti ed ha concluso che non vi sono prove che giustifichino un deferimento alla corte marziale», ha scritto nel comunicato il comandante dei marines, James Mattis. È stato scagionato anche il capitano Randy Stone, accusato insieme ad altri quattro commilitoni di aver ostruito il

GIAMPAOLO MATTEI
nostro inviato

G

MEDIO ORIENTE

Scontro a fuoco a Gerusalemme: un palestinese ucciso

Proseguono gli sforzi della diplomazia per promuovere il rilancio del processo di pace
TEL AVIV, 10. Mentre s'inaspriscono gli scontri al confine fra la Striscia di Gaza e Israele, prosegue lo sforzo della diplomazia internazionale per rafforzare i recenti progressi nel rilancio del processo di pace. A poche settimane dalla conclusione della sua prima missione nell'area mediorientale, l'inviato speciale del «Quartetto» (Onu, Unione Europea, Usa, Russia), l'ex Premier britannico Tony Blair, ha incontrato ieri, a Bridgetown capitale dell'isola Barbados, il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Dopo lo storico vertice di Gerico, nei territori palestinesi della Cisgiordania, al quale hanno preso parte il Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert, e il Presidente dell'Autorità palestinese (Ap), Abu Mazen, l'incontro fra Ban Ki-moon e Blair, «informale, anche se al più alto livello — rileva l'“Ansa” — quasi segreto», manifesta la volontà dell'Onu di potenziare il ruolo delle Nazioni Unite nel processo di stabilizzazione nell'intera area. Tutto ciò in vista della prossima conferenza di pace internazionale proposta dal Presidente Usa, George W. Bush, in programma per l'autunno. Intanto, al confine fra la Striscia di Gaza e Israele la tensione non accenna a diminuire. Ieri, soldati israeliani di guardia lungo la frontiera hanno ucciso a colpi di arma da fuoco un palestinese che sospettavano stesse cercando di compiere un attentato. Lo hanno denunciato fonti ospedaliere locali. Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato l’avvenuta sparatoria, spiegando che, nel momento in cui i commilitoni

Edificio distrutto da un'esplosione nel campo profughi palestinese a Rafah

hanno avvistato l’intruso aggirarsi nei pressi della recinzione di confine, temendo che l'uomo intendesse piazzare una bomba, gli hanno intimato l’«alt» e, subito dopo, hanno esploso colpi di avvertimento in aria. Il palestinese, tuttavia, non ha obbedito all’ordine e ha continuato ad avanzare. A quel punto, i soldati hanno aperto il fuoco ad altezza d’uomo. Poco dopo l'episodio, due razzi Qassam sono stati lanciati dal territorio della Striscia contro Sderot, nel Nord di Israele, senza causare vittime né danni

materiali. Lo hanno riferito fonti ufficiali dello Stato israeliano, secondo le quali un razzo è caduto nei pressi di una fabbrica, nell'area industriale di Sderot, mentre l'altro in una zona deserta. Oggi, fonti di stampa hanno dato notizia di una sparatoria verificatasi a Gerusalemme, nella Città Vecchia. Come riportato dal quotidiano Jerusalem Post, lo scontro è esploso quando un palestinese ha tentato di disarmare un agente della sicurezza israeliana. Circa dieci persone sarebbero rimaste ferite, mentre il palestinese è stato ucciso.

VIENNA, 10. li Atti degli Apostoli hanno cinquemila pagine in più. Le hanno scritte i cattolici austriaci per presentare a Benedetto XVI la storia di fede che vivono nella quotidianità delle loro comunità parrocchiali, delle loro famiglie, dei luoghi di lavoro e di studio. Raccolte in quattro poderosi volumi, i nuovi Atti sono stati consegnati in febbraio al Papa come espressione di «benvenuto» e di gioia per la Visita che compirà, da venerdì 7 a domenica 9 settembre, in occasione dell'850° anniversario della fondazione del Santuario di Mariazell. «In queste pagine dei nuovi Atti degli apostoli dei nostri tempi possiamo vedere in concreto l'opera di Dio, i segni della creativa presenza di Dio nella quotidianità degli uomini» afferma il Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna. A conclusione della Santa Messa a Mariazell, sabato 8 settembre, Benedetto XVI consegnerà, come «mandato missionario», a dieci rappresentanti dei Consigli parrocchiali di tutte le Diocesi austriache una copia del Vangelo di Luca e degli Atti degli Apostoli. Un gesto eloquente che vuol essere un invito a «guardare a Cristo» — questo è l'incalzante e riuscitissimo motto della Visita del Santo Padre in Austria — attraverso le pagine di Luca, continuando poi a scriverne di nuove, ciascuno con la propria vita. «Per la Chiesa che è in Austria accogliere il dono della Visita del Successore di Pietro è una grande gioia e una grande onore — afferma il Cardinale Schönborn —. Siamo ben consapevoli di essere, come già si diceva dopo il 1918, quel poco che resta di un impero. Siamo un piccolo Paese, eppure il Papa viene personalmente e paternamente a visitarci, a incoraggiarci, a confermarci nella fede nel suo unico Viaggio europeo del 2007». La motivazione centrale è il pellegrinaggio a Mariazell dove il Cardinale Joseph Ratzinger si è recato per la prima volta appena sei mesi prima della sua Elezione a Successore

di Pietro, vivendo una forte esperienza spirituale. Il Papa conosce molto bene l'Austria, anche per ragioni familiari. Egli ha chiaramente presente il ruolo europeo, la particolare vocazione comunitaria, del Santuario di Mariazell: da secoli i popoli dell'Europa centrale e orientale danno vita, con pellegrinaggi comuni, ad un progetto di unità e di riconciliazione nel nome di Cristo. A Mariazell è la Madonna delle Grazie a mostrare il Figlio: Lei è la Odighitria che invita a «guardare a Cristo». È questa l'esperienza che le comunità parrocchiali di tutta l'Austria stanno vivendo attraverso la «Novena di nove mesi» che, dall'Avvento del 2006, sta scandendo con il passo della preghiera il tempo dell'attesa per l'arrivo del Papa. In tutta l'Austria — a Vienna e a Mariazell in particolare — si avverte il respiro di una grande mobilitazione delle parrocchie. «Esse sono la rete vitale della Chiesa in Austria — dice il Cardinale —. L'incoraggiamento che il Papa vorrà offrire a questo vissuto cristiano nelle parrocchie è molto importante. Anzitutto l'incoraggiamento a vivere la bellezza della fede nel contesto della società secolarizzata di oggi». Il Cardinale Schönborn spiega che, con il sostegno che le verrà dalla Visita del Papa, la Chiesa che è in Austria deve maturare una maggiore presa di coscienza del ruolo di “ponte” che, geograficamente e storicamente, le compete. Nel 1991 il Cardinale Ratzinger scrisse a Schönborn, in occasione dell'ordinazione episcopale, una lettera sul significato di Vienna come punto focale di speranza nel centro dell'Europa dopo la caduta dei muri ideologici. Ogni Viaggio del Papa ha sempre una dimensione universale. La storia di Vienna, il suo essere città di incontro e di dialogo oltreché sede di Organizzazioni internazionali, conferisce a questa Visita un respiro particolarmente ampio. Nel pomeriggio di venerdì 7, nella splendida cornice del Palazzo Hofburg, Benedetto XVI avrà davanti tutti i popoli della terra, presenti attraverso i loro Rappresentanti. La parola di Pietro raggiungerà così l'intera «famiglia delle Nazioni».

ALLUVIONI

Migliaia di villaggi sono sommersi dalle acque — L'impegno del Pam per l'assistenza alimentare — Appello della Croce Rossa anche per il Sudan

Resta l'emergenza per le decine di milioni di sfollati nel Sud-Est asiatico
NUOVA DELHI, 10. Il bilancio totale delle vittime causate dalle alluvioni nel Sud-Est asiatico ha raggiunto quota 2.000. Il livello delle acque e l’intensità delle piogge stanno cominciando a ridursi ma migliaia di villaggi sono sommersi dalle inondazioni e milioni di abitanti sono ancora sfollati. Saranno necessari «sforzi a lungo termine nel soccorso e ricostruzione» per i 25 milioni di persone che, si stima, siano stati colpiti dalle inondazioni. Lo hanno riferito gli esperti del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), pronto a lanciare operazioni di assistenza alimentare d’emergenza in India, Bangladesh, Nepal e Pakistan. L’agenzia Onu ha fornito assistenza immediata in Nepal, Pakistan e Bangladesh usando stock alimentari preesistenti. «Una volta che le acque si saranno ritirate», ha sottolineato Josette Sheeran, Direttore esecutivo Pam, «milioni di famiglie povere vivranno la devastazione di essere rimaste senza raccolto, senza bestiame e, in alcuni casi, senza familiari». Ad oggi, l’unico Paese che ha richiesto assistenza alimentare internazionale è stato il Nepal, dove il Pam ha lanciato un’operazione per sfamare 60.000 persone per un periodo di tre mesi, a fronte di una cifra di 330.000 persone colpite, in 33 dei 75 distretti del Paese. In India, le autorità hanno parlato di ricostruzione e di una possibile riapertura delle scuole. Nel Bihar 31.000 abitazioni sono state completamente distrutte, e nel vicino Stato di Assam le piogge monsoniche hanno devastato 10.000 case. Migliaia di famiglie sono costrette nei rifugi di emergenza in attesa di cibo e acqua. Le perdite economiche solo in India sono stimate in 320 milioni di dollari, pari a 233 milioni di euro. In Bangladesh, i due terzi del Paese sono sommersi dalle alluvioni e 650.000 ettari di coltivazioni sono andati perduti. In Cina il bilancio conta 936 vittime, dato diffuso dal quotidiano nazionale «China Daily». La Federazione Internazionale della Croce Rossa ha qualificato le inondazioni dell’estate in corso come le peggiori degli ultimi dieci anni. La Commissione europea ha promesso assistenza alle popolazioni asiatiche colpite dalle alluvioni. Il dipartimento europeo per gli Aiuti umanitari ha inviato quattro esperti per analizzare la situazione in India e in Bangladesh. Un altro deve ancora partire per il Nepal. L’Ue stanzierà quattro milioni di euro in favore delle comunità danneggiate dal maltempo. Le Filippine stanno affrontando la seconda tempesta tropicale in pochi giorni. Dopo «Pabuk», anche «Wutip» ha causato vittime e danni. Il bilancio è di tre morti e più di diciassette feriti. Le forti precipitazioni in Viêt Nam hanno ucciso 65 persone, e hanno causato inondazioni in 100.000 ettari di campi coltivati. In sette province del Paese gli abitanti colpiti ammontano a 270.000. L’esercito sta provvedendo a distribuire aiuti nel centro e nelle zone costiere del Viêt Nam, che sono le aree maggiormente flagellate dal maltempo. Piogge e alluvioni rischiano di mettere in ginocchio anche il Sudan. Le forti precipitazioni stagionali, iniziate con largo anticipo, e le conseguenti inondazioni hanno spazzato via decine di migliaia di case e provocato un milione di sfollati nel Paese africano. Lo hanno riferito la Federazione internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, che hanno chiesto alla Comunità internazionale di intervenire con un contributo di almeno 3.3 milioni di euro per rispondere all’emergenza. Secondo un rapporto della Mezzaluna Rossa sudanese, nelle ultime quattro settimane di piogge e alluvioni sono morte almeno 100 persone, mentre più di 300.000 sono rimaste senza casa in 16 dei 26 distretti del Paese. Almeno 60.000 case, perlopiù capanne di paglia e fango, sono state spazzate via dalla furia delle acque, e la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni. «Non si vedevano alluvioni del genere da almeno 20 anni», ha raccontato John English, coordinatore dei soccorsi in Sudan della federazione internazionale, «intere comunità sono state cancellate. Case, strade, ponti, scuole e ospedali sono stati danneggiati o completamente distrutti».

Atlante geopolitico

Somalia: sforzi diplomatici per uscire dalla crisi
di LUCA M. POSSATI
Pagina 2

Un gruppo di donne abbandona un villaggio dell'India sommerso dalle inondazioni