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FONDAZIONE GIUSEPPE WHITAKER
Ente Morale sotto il Patrocinio della Accademia Nazionale dei Lincei

La Collezione Whitaker
Direzione scientifica
di

VINCENZO TUSA

a cura di ROSSANA DE SIMONE e MARIA PAMELA TOTI

VOLUME I

PALERMO 2008

.it/fondazionewhitaker/ museo. Anni 1910-1915.g.© Fondazione Whitaker 2008 web-http: //web.tiscalinet.Palermo Stampa: PUNTO GRAFICA .Palermo Foto in copertina: Giuseppe e Delia Whitaker assistono con amici agli scavi nella necropoli.it Fotocomposizione: COMPOSTAMPA di Michele Savasta .whitaker@tiscali.

Per Antonella .

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In essa si rende giustizia al ruolo di Giuseppe Whitaker quale il vero iniziatore degli scavi dell’isola e si rende anche giustizia all’importanza dei reperti. Desidero esprimere in queste righe introduttive la mia gratitudine. ed a quanti. hanno dedicato la loro esperienza e la propria cultura alla valorizzazione di tante ineguagliate testimonianze di un passato già appartenente al patrimonio fruibile dell’umanità. A me. alla memoria di Giuseppe Whitaker anzitutto. pubblicando il torso di una statua in pietra del luogo. compete soltanto di formalizzarne la paternità in capo alla Fondazione.Ad altri più appropriati studiosi è riservata la legittimazione e assegnato il corrispondente compito di presentare e illustrare la Collezione archeologica Whitaker. VII PROF. nella veste formale di Presidente dell’Istituzione. ANGELO FALZEA Presidente della Fondazione Whitaker . per la migliore conoscenza dell’insieme dei reperti di cui è formata la raccolta che porta e perpetua il nome del suo primo fondatore. a cominciare dall’impareggiabile Vincenzo Tusa. L’unico dato che trascende la sfera formale è costituito dal richiamo della voce “Mozia” contenuta nell’Enciclopedia dell’Arte antica classica e orientale curata dalla Treccani.

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era un atto necessario dal punto di vista scientifico e al tempo stesso doveroso in applicazione delle finalità fondamentali della Fondazione stessa. È un modo particolarmente significativo per rendere merito alla preziosa opera di tutela che Giuseppe Whitaker seppe portare a termine. dato che egli fa parte integrante della storia degli studi e delle ricerche a Mozia. che tanta parte delle proprie energie intellettuali ha dedicato a questo “frammento d’Oriente gettato nel mare di Sicilia”. Nessuna altra figura di studioso poteva essere più indicata di Vincenzo Tusa quale coordinatore dell’opera omnia della Collezione. più che in iniziative estemporanee e in “eventi” occasionali. Whitaker” che si dà alle stampe in questo primo volume. La raccolta che questi andò costituendo. fu il frutto di una paziente opera di acquisizione e di recupero di reperti che altrimenti sarebbero andati irrimediabilmente dispersi nel mercato clan- IX . a partire dal 1905. elaborato nel corso di decenni di studi da parte di archeologi specializzati nel settore dell’orientalistica e della classicistica. figura storica dell’archeologia moziese. Si tratta del traguardo di un progetto di grande rilevanza culturale e di notevole ricaduta per la fruizione del patrimonio archeologico dell’isola di Mozia. menzionata nel secondo articolo del suo statuto.Un’eredità come quella che Giuseppe Whitaker ha consegnato al patrimonio culturale della Sicilia e del mondo intero si celebra sicuramente. con mezzi limitati ma con grandi energie intellettuali e spirituali. La pubblicazione della Collezione archeologica. e in particolare della promozione dello studio e della conoscenza della civiltà fenicio-punica nel Mediterraneo. sotto il sapiente coordinamento scientifico di Vincenzo Tusa. indicandolo come continuatore nell’importante opera di valorizzazione del patrimonio archeologico dell’isola già intrapresa e consegnandogli il testamento spirituale della costituenda Fondazione. come ebbe a dire un giorno Biagio Pace alla signorina Delia in una conversazione sui destini dell’isola di Mozia in un futuro che entrambi non sentivano tanto lontano: “questo giovane se ne occuperà. e sono certo che farà bene”. in una pubblicazione di alto livello scientifico quale è il catalogo della Collezione archeologica “G. promossa dalla Fondazione Whitaker.

che ancora oggi rendono Mozia un parco archeologico naturale. rispondeva bene alle finalità di dotta antiquaria e di illuminato mecenatismo che ispirarono la cultura dei primi del Novecento. dal 1906 al 1919. agli albori della storia dell’archeologia siciliana. GIUSEPPE GINI Soprintendente per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani . Fondazione e Soprintendenza stanno mettendo in cantiere alcuni progetti: dal restauro della statua del Giovane di Mozia. oltre che di un’appassionata ricerca archeologica che condusse a più riprese sull’isola e a Birgi. per i quali il più delle volte viene apprezzata e riconosciuta. ARCH. nell’auspicio che il Museo che porta il nome di Giuseppe Whitaker possa rispondere in modo adeguato alle mutate esigenze della fruizione. in sedici volumi. Fu dunque un progetto lungimirante e compiuto: dallo scavo allo studio e alla pubblicazione dei risultati della ricerca. Sono certo che la pubblicazione. per il quale. per i tempi in cui venne concepito e realizzato. al reimpianto di esemplari tipici della flora mediterranea.X destino. sulla prospiciente terraferma. nel rispetto al bene culturale ed ambientale nella sua complessa unitarietà. unico al mondo nel suo genere. per l’anglo siculo Giuseppe Whitaker. di paesaggio e di storia: ne traiamo un monito alla continuità. dell’intera collezione Whitaker costituirà un importante passo avanti nella valorizzazione del patrimonio dell’isola di Mozia ed in particolare del suo Museo. Sembra doveroso sottolineare che l’opera di tutela che Giuseppe Whitaker intraprese a Mozia non si limitò agli aspetti storico-archeologici. era da intendersi nella sua originaria interezza di natura e di archeologia. senza trascurare la valorizzazione in un contenitore museale che. Dunque la difesa del patrimonio di Mozia. in una proficua convergenza di interessi e di finalità culturali. alla realizzazione di un nuovo allestimento espositivo che ne valorizzi a pieno il pregio artistico e il fascino estetico. ma si rivolse anche alla conoscenza e al rispetto per il paesaggio naturale che lo portò ad una accurata ricerca delle specie botaniche originarie dell’habitat dello Stagnone.

..................................................................... J...............................................................VOLUME I INDICE VINCENZO TUSA VINCENZO TUSA ROSSELLA GIGLIO VINCENZO TUSA PIETRO GIAMMELLARO Introduzione ........................................ Biagio Pace.................................................................... 65 87 ANTONELLA SPANÒ GIAMMELLARO I vetri preromani................................ Mozia................... Whitaker e Mozia ..................................... ........ 45 SEBASTIANO TUSA Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese ......................................................................................................................................................................... 3 5 9 15 21 MARIA PAMELA TOTI Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker .... la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia ......................................................................................... Una realtà museale ................................................... La Collezione Whitaker.............................. Piano dell’Opera ............................................................

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Era già conclusa la stesura del Piano dell’Opera. ben noti a quanti la conobbero. docente di Archeologia fenicio-punica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo. non solo in considerazione delle specifiche competenze. con particolare riferimento alla Sicilia: numerosi lavori sono dedicati a diverse produzio- 3 . sia per quanto riguarda l’attività didattica. Gli anni che seguirono videro i suoi interessi scientifici volgersi a molteplici e variegati aspetti della civiltà fenicia.INTRODUZIONE VINCENZO TUSA Già dopo l’istituzione della Fondazione Whitaker erano stati più volte avanzati progetti di pubblicazione della ‘Collezione Whitaker’. quando un triste ed ineluttabile destino la strappava all’affetto e alla stima degli amici e della comunità scientifica tutta: certamente avrebbe portato a termine l’impresa. ma anche tenuto conto dell’impegno e della tenacia profusi in ogni attività intrapresa. assolutamente onesti e sinceri: la Cattedra di Antichità Punica di quegli anni le fu debitrice di un lavoro assiduo e faticoso. giovane studentessa universitaria. che l’avevano portata ad essere considerata il referente principale a livello internazionale dell’Archeologia fenicio-punica in Sicilia. I nostri rapporti sono stati sempre cordiali. In anni recenti. cominciava a frequentare le lezioni di Antichità Puniche che tenevo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo: in questa disciplina aveva conseguito la Laurea. L’attività di Antonella nel campo dell’Archeologia fenicio-punica ebbe inizio oltre trent’anni fa quando. in vista della quale si era avviato un programma di catalogazione che aveva portato all’edizione di alcuni gruppi di materiali. presentando una ottima dissertazione finale che lasciava intravedere i segni dell’estremo rigore metodologico che avrebbe caratterizzato tanti successivi lavori. la cura dell’opera era stata affidata alla professoressa Antonella Spanò Giammellaro. sia in relazione alle ricerche sul campo condotte a Mozia.

V. Tusa

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ni artigianali di tradizione fenicio-punica, vetri, gioielli, amuleti, uova di struzzo (in massima parte edizioni di materiali inediti); per quanto riguarda la scultura, vari articoli hanno indagato la complessa problematica relativa al “Giovane di Mozia”, ai sarcofagi antropoidi e a produzioni scultoree nordafricane. Si aggiungono studi recenti di carattere storico-topografico sui centri di fondazione fenicia della Sicilia, con particolare riferimento alle modalità insediamentali, all’urbanistica, alle necropoli (presentati nell’ambito di Congressi Internazionali tematici). L’edizione di materiali inediti rientra sovente in Cataloghi di Musei o esposizioni temporanee, in Italia e all’estero, delle quali ha curato anche l’apparato didattico. Dicendo ora della pubblicazione della Collezione Whitaker, Antonella, come sopra dicevo, stilava il progetto: profonda conoscitrice dell’archeologia moziese, aveva elaborato una pubblicazione dei reperti distinti per classi di materiali, curate da numerosi studiosi, indicati sulla base delle specifiche competenze. Per ragioni strettamente connesse ai finanziamenti necessari alla pubblicazione, il programma iniziale, che prevedeva l’edizione di due volumi, ha dovuto subire una modifica sostanziale: data la grande quantità e l’altrettanta varietà dei reperti verrà infatti pubblicata una serie di volumi distinti per classi di materiali, editi in tempi diversi, come da Piano dell’Opera qui di seguito presentato. Quale responsabile scientifico della pubblicazione designato dalla Fondazione Whitaker, ho incaricato della cura dell’edizione dei volumi Maria Pamela Toti, allieva di Antonia Ciasca, archeologa responsabile, per conto della Fondazione Whitaker, dell’Isola di Mozia e Rossana De Simone, allieva di Antonella, nel segno di una continuità che intende rendere omaggio a due indimenticabili figure di donne e di studiose, protagoniste per lunghi anni dell’archeologia moziese. Nell’auspicio di un felice raggiungimento dei nostri intenti, fidando nella collaborazione dei numerosi studiosi invitati a partecipare all’edizione dei materiali, siamo certi che la pubblicazione della Collezione Whitaker costituirà un contributo importante per la conoscenza della civiltà fenicia e punica in Occidente, della quale Mozia costituisce oggi testimonianza intatta, scrigno da salvaguardare per le generazioni future.

LA COLLEZIONE WHITAKER PIANO DELL’OPERA

VINCENZO TUSA

VOLUME I Introduzione La Collezione Whitaker. Piano dell’Opera Mozia. Una realtà museale J. Whitaker e Mozia Biagio Pace, la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese I vetri preromani VINCENZO TUSA VINCENZO TUSA ROSSELLA GIGLIO VINCENZO TUSA PIETRO GIAMMELLARO MARIA PAMELA TOTI SEBASTIANO TUSA ANTONELLA SPANÒ GIAMMELLARO
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VOLUME II La Collezione Whitaker. Saggio bibliografico Il contesto storico (ante 397 a.C.) Il contesto storico (post 397 a.C.) Anfore Bolli anforici Elementi architettonici ROSSANA DE SIMONE SANDRO FILIPPO BONDÌ PIETRINA ANELLO MARIA PAMELA TOTI BRUNO GAROZZO ANTONELLA MEZZOLANI

V. Tusa

VOLUME III Gioielli Amuleti Scarabei e ushabti Oggetti in osso lavorato, uova di struzzo ROSSANA DE SIMONE ADRIANA FRESINA GABRIELLA MATTHIAE SCANDONE GIOVANNA PISANO

VOLUME IV Ceramica corinzia, rodia, argiva Ceramica e coroplastica etrusca Ceramica figurata VALERIA TARDO ANTONELLA MAGAGNINI MONICA DE CESARE

VOLUME V
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Ceramica a v.n. Ceramica acroma di età ellenistica

MARIA GRAZIA GRIFFO ROSSELLA GIGLIO

VOLUME VI Ceramica a v.n. di età ellenistica Ceramica di età romana CARLA DEL VAIS MASSIMO DENARO

VOLUME VII Ceramica di tradizione fenicia MARIA LUISA FAMÀ

La Collezione Whitaker. edicole funerarie MARIA LUISA UBERTI VOLUME XII Lucerne MONICA CECI . cippi. Piano dell’Opera VOLUME VIII Arule Bordi di louteria Maschere e protomi Pesi da telaio ALESSIA TERMINI NUNZIO ALLEGRO MARIA PAMELA TOTI FRANCESCA OLIVERI VOLUME IX Coroplastica GIUSEPPE GARBATI LUANA POMA VOLUME X Scultura di tradizione fenicia Scultura greca e romana Ancore Macine e pestelli SERENA CECCHINI CATERINA GRECO GIULIANA SARÀ LORENZA CAMPANELLA 7 VOLUME XI Stele.

Tusa VOLUME XIII Monete ALDINA CUTRONI TUSA GIUSEPPINA MAMMINA VOLUME XIV Metalli MARIA LUISA FAMÀ ALESSIA TERMINI VOLUME XV Iscrizioni greche Iscrizioni puniche Reperti ossei Reperti malacologici Varia ANTONIETTA BRUGNONE MARIA GIULIA AMADASI GUZZO ROSARIA DI SALVO MARCELLO MANNINO MARIA PAMELA TOTI ROSSANA DE SIMONE 8 VOLUME XVI Il contributo della Collezione Whitaker alla conoscenza della civiltà fenicio-punica nel Mediterraneo Il contributo della Collezione Whitaker alla conoscenza della civiltà greca nel Mediterraneo Conclusioni Indici PIERO BARTOLONI CARMELA ANGELA DI STEFANO GIOACCHINO FALSONE MARIA PAMELA TOTI ROSSANA DE SIMONE .V.

costituiti da numerosi reperti di varia cronologia provenienti dalla città che ereditò il ruolo di Mozia nella Sicilia punica. è possibile individuare oggi nel Museo una “stratigrafia” espositiva. fornendo sempre un’immagine completa ed esaustiva della civiltà fenicio punica sviluppatasi sull’isola. La fase più antica. L’impronta del collezionismo dei primi anni ha naturalmente subito una evoluzione: nel corso della sua lunga vita il Museo è cresciuto seguendo i cambiamenti avvenuti nella scienza della museologia. raccolta da un grande non archeologo che. come risulta dalla documentazione d’archivio. che. I mutamenti espositivi che sono stati realizzati nel tempo hanno lasciato traccia di sé e. la contrada sita sull’antistante terraferma. fu residenza della famiglia sull’isola di Mozia. 9 . dove sorge l’area archeologica allora ritenuta la necropoli di Mozia. Gli oggetti. Gli oggetti sono disposti per categorie e nella maggioranza dei casi sono rigorosamente integri e ben conservati.MOZIA. UNA REALTÀ MUSEALE ROSSELLA GIGLIO Il Museo intitolato a Giuseppe Whitaker occupa un’ala del pianterreno della Palazzina. Con i materiali di Mozia sono presentati anche reperti provenienti da Birgi. dove ogni attività. non mancano i ritrovamenti da Lilibeo. raccontano la storia del territorio e illustrano la figura di studioso a tutto tondo di Giuseppe Whitaker. è chiaramente identificabile e racconta la propria storia. come in uno scavo archeologico. forse proprio perché spinto dalla passione e non da criteri solamente scientifici. Lo spazio espositivo nasce come “ricovero” immediato del nucleo primigenio dei reperti archeologici rinvenuti in occasione delle prime ricerche promosse dal Whitaker sull’isola e posti all’interno delle grandi vetrine bianche realizzate da maestranze locali. riuscì a trasmettere all’esposizione la capacità di essere senza tempo. è la Collezione Whitaker. quindi attuale anche oggi e forse per sempre. non solo archeologici. poiché sono custoditi nelle vetrine anche reperti malacologici e faunistici dello Stagnone. il momento della nascita. dagli inizi del Novecento. per continuare con la metafora archeologica.

R. ritrovata nel 1979 a seguito di scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica della Sicilia Occidentale insieme con l’Università di Palermo. pur restando immutato lo spazio espositivo. per mezzo del quale si è potuto coniugare il mantenimento dell’identità storica della vecchia collezione con una moderna esposizione dei materiali provenienti dagli scavi recenti. per volere della figlia Delia. grazie ad un progetto. i reperti degli scavi più recenti (Missione dell’Università di Leeds con il Prof. Negli anni intorno al 1960. con l’istituzione della Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Trapani. riscattato dall’aver creato una delle prime raccolte archeologiche museali legate al territorio ed all’ambiente circostante. una sepoltura in cista della necropoli. . finanziato dall’Unione Europea. Venne conservata la vecchia esposizione ma i materiali degli scavi moderni furono presentati per contesti topografici. nella quale. recante l’indicazione delle zone archeologiche con la evidenziazione delle strutture messe in luce e numerosi pannelli illustrati riguardanti la storia dei Fenici e la loro civiltà. Un’ulteriore crescita si ebbe nel 1988 quando. necropoli e tofet. L’esposizione comprende la sala didattica con il plastico dell’isola. la residenza moziese dei Whitaker. Ed è da sottolineare inoltre l’intuizione di Giuseppe Whitaker. e fu riproposta. La maturità espositiva è stata raggiunta con l’allestimento eseguito tra il 1999 e il 2001. si procedette ad una revisione scientifica dell’esposizione. Isserlin e Missione congiunta della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Occidentale insieme all’Istituto per la Civiltà Fenicio Punica del CNR e all’Università di Roma ‘La Sapienza’) furono esposti nelle grandi vetrine che avevano ospitato la collezione ornitologica del Whitaker (ora a Belfast ed a Edimburgo). avveniristica per i suoi tempi. in una vetrina. nell’aver consentito da subito l’immediata fruizione degli esiti delle sue ricerche. Giglio 10 Forse proprio in questa integrità dei materiali esposti può essere individuata l’unica pecca ascrivibile a Whitaker: l’aver privilegiato il vaso intero senza tener conto dell’importanza anche dei singoli frammenti utili per la ricostruzione della vita della città. Infatti lo spazio occupato dal Museo venne ampliato. Tuttavia. volto al miglioramento della fruizione turistica degli immobili storici dell’isola di Mozia. compiutamente studiate e pubblicate nel 1921. per poter esporre una selezione dei materiali riguardanti i rinvenimenti effettuati tra il 1960 e il 1996 dalla Soprintendenza e da istituti universitari italiani e stranieri che svolgevano sull’isola attività di ricerca scientifica. si dotarono di didascalie gli oggetti e soprattutto venne esposta la celebre statua del Giovane di Mozia. si può considerare questo aspetto prettamente collezionistico un peccato veniale. accorpando tutti gli ambienti del pianoterra della Palazzina.

. attraverso due porte si passa alla nuova ala espositiva. Una realtà museale Dalla sala centrale. oinochoai. oggi tappa finale dell’itinerario nel nuovo museo. le numerose statuette greche e puniche. oltre ai molteplici vasi relativi alla lunga vita del santuario. alla luce della stretta connessione tra l’essenza di questo museo. Attenzione particolare meritano gli splendidi vetri. il vecchio cortile di servizio della Palazzina Whitaker chiuso con il lucernario. materiali sia fenici che greci datati dalla fine dell’VIII al V sec. in piccole forme quali alabastra. con colorazioni blu e decorazioni policrome. Un grande pannello bianco costituisce un divisorio tra la nuova esposizione e l’ala Whitaker. nel Mediterraneo orientale e continuò almeno fino al I secolo a. e la ricerca archeologica sempre vitale e in continuo progresso. le protomi e la maschera. rinvenuti in scavi di emergenza effettuati dalla Soprintendenza di Trapani nel novembre 1996. Le attività industriali svolte sull’isola. il tipico santuario delle città fenicie di Occidente. la grande sala dove si è mantenuta l’esposizione del nucleo primitivo della Collezione Whitaker. anche quest’ultimo percorso museale sarà destinato a mutare. solo pochi anni fa. Sono pure presentati alcuni corredi di sepolture della necropoli di Birgi. sia per le nuove scoperte effettuate nell’isola. Poiché la Collezione è stata e rimarrà sempre il nucleo immutabile di questa realtà museale. sono illustrate dagli oggetti provenienti dalla ‘Zona Industriale a Sud della necropoli’ e dalla ‘Zona K/K Est’. sembrava essere un punto fermo nella costituzione del Museo. La sala posta in fondo è interamente dedicata all’esposizione dei materiali del Tofet. che sono senz’altro meritevoli di essere conosciute ed apprezzate.Mozia. La grande sala dal tetto a capriate. Infine tre vetrine sono riservate all’esposizione dei corredi della necropoli arcaica di Mozia. studiato da Antonia Ciasca. Proprio per questo. ospita le vetrine e i pannelli relativi ai ritrovamenti di epoca preistorica. si renderà presto necessaria una inevitabile e dovuta modifica di ciò che. aryballoi. ai materiali delle fortificazioni e a quelli provenienti dalle diverse zone dell’abitato della città antica. dove è esposto il “Giovane di Mozia”.C.C. l’antica cucina Whitaker. consistenti soprattutto nella realizzazione di vasi. sia per le nuove esigenze di fruizione da parte del pubblico. cioé fino alla 11 . Ma come ogni cosa. questa produzione iniziò a partire dal VII-VI secolo a. nato specificatamente per i ritrovamenti moziesi.C. amphoriskoi. Sono presenti le grandi stele iscritte. in questo contesto appare opportuno presentare una rapida rassegna dei materiali esposti nelle vetrine storiche. a.

Cronologicamente più recenti sono i numerosi reperti archeologici provenienti dall’antica città di Lilibeo. un cenno particolare merita un gruppo di fibule bronzee. orecchini. i cui soggetti trovano riscontro nella cultura egiziana. fra gli altri. in particolare. Giglio 12 invenzione della soffiatura. per lo più provenienti dalla necropoli. nano deforme. recentemente schedato a cura della . ossei e fossili. lucerne. riproduce una testa femminile bifronte.C. acquistato dal Whitaker nel mercato antiquario. pasta silicea o diaspro verde) sono in prevalenza di origine egiziana. sono esposti inoltre pesi da rete e oscilla. gli esemplari di Mozia sono incastonati in anelli digitali o utilizzati come pendenti o come elementi di collane (VII-VI sec. provenienti da Mozia e dal territorio lilibetano. a. riconducibili ai consueti tipi fenici: brocche biconiche con orlo trilobato. Pur se limitata quantitativamente è molto interessante la serie di gioielli esposti. con decorazioni diverse. in alcuni casi ricostruite arbitrariamente agli inizi del Novecento. insieme a monili d’argento. spade). Particolare importanza rivestono gli amuleti. di Anubis con testa di sciacallo. di Khnum con testa di ariete (VII-IV sec. reperti malacologici. di forma globulare o cilindrica. bottiglie con orlo svasato a fungo. Sono presenti anche pendenti di collana configurati a testa umana. fra cui anche zanne di elefante. Questo medagliere. a. Di diversa tipologia sono i numerosi pesi da telaio. estremamente eterogenei. piatti. le iconografie più frequenti sono riconducibili alle figure di Ptah. armi di ferro (lance.). Numerosi sono i vaghi di collana. importate dall’Italia centro-settentrionale (VII-VI sec. Per quanto riguarda la ceramica. che testimonierebbero la fiorente attività di tessitura delle stoffe. oltre a quella di importazione corinzia e attica.). oggetti di bronzo (punte di freccia). Merita particolare attenzione la scultura costituita da due grossi blocchi di calcare. di Horus-Ra con testa di falco.R. che raffigura due leoni che azzannano un toro.C. oggi sono esposti riuniti in collane. Anche alcuni degli scarabei (in steatite. un pendente d’oro a disco. una parte cospicua è costituita da materiale vario.). purtroppo smembrati.C. anelli e pendenti d’argento (VII-VI sec. a. provengono generalmente dalle necropoli di Mozia e Birgi.). Fra questi reperti ornamentali. a. sono esposti numerosi esemplari. un esemplare. A conclusione di questo rapido excursus non si può fare a meno di ricordare l’esistenza di una consistente raccolta numismatica composta da esemplari di vario metallo e di varie epoche. si tratta perlopiù di corredi funerari. che offrono una panoramica varia ed interessante costituita da terracotte figurate e forme vascolari ben attestate.C. che. arule fittili decorate e il noto pavimento a ciottoli bianchi e neri attestano a Mozia lo stesso tema iconografico.

Infine. la cui tutela è della Soprintendenza di Trapani e a tal proposito si ricorda che anche Delia Whitaker avvertì l’imprescindibile necessità della salvaguardia della Collezione e dell’isola intera. la catalogazione e la documentazione dei beni culturali ed ambientali. sarà oggetto di una selezione finalizzata ad una prossima esposizione. archeologica e naturalistica che attrae ed affascina proprio per le sue doti di museo all’aperto.Mozia. 13 . La Fondazione Whitaker ha sempre puntato alla valorizzazione di questo particolare ed articolato patrimonio storico archeologico. volendo fortemente l’inserimento della figura istituzionale del Soprintendente nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione. non si può fare a meno di aggiungere che la struttura museale non è solo e soltanto l’edificio contenitore della cultura materiale ma è tutta l’isola di Mozia. nella sua interezza storica. Una realtà museale Soprintendenza di Trapani e del Centro Regionale per l’inventario. con fondi dell’Unione Europea.

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.Giuseppe e Delia Whitaker in barca al molo di Mozia.

rinvenuti dissodando il terreno per la preparazione dei vigneti. per recarsi a Marsala come collaboratore di Beniamino Ingham. il cui frutto più significativo era stato il volume The Birds of Tunisia. 2 TUSA 1988. Joseph non aveva attitudini specificatamente mercantilistiche come i suoi parenti. spinto da un interesse che aveva già manifestato in occasione di altri scavi nel territorio di Marsala. Whitaker volle recarsi nell’isola. un vecchio garibaldino. Nato a Palermo nel 1850. pubblicato a Londra nel 1905. . degli scavi condotti. denominata San Pantaleo. C’è da ritenere che in queste gite fosse accompagnato da un fedele collaboratore. il cavaliere Giuseppe Lipari Cascio.J. come è noto. Occupandosi. dopo alcuni decenni ritornò dall’Inghilterra. Quando un contadino cominciò a portargli alcuni reperti archeologici provenienti da un’isoletta nei pressi di Marsala. La Collezione della Fondazione1 è il risultato. era portato agli studi e alle ricerche nei campi più vari. persona molto nota e stimata nel Marsalese. dove aveva trascorso gli anni dell’infanzia e della giovinezza. che a giudizio degli esperti ancora oggi conserva intatto il suo valore scientifico. WHITAKER E MOZIA VINCENZO TUSA Già da tempo è nota l’attività della Fondazione Whitaker. suo parente. tra il 1906 ed il 1927. la persona più rappresentativa di questa famiglia2. che. ad esempio. creata e voluta da questa famiglia al fine di una continua attenzione e valorizzazione del grande contributo dato all’archeologia siciliana soprattutto per quanto attiene alla conoscenza della cultura fenicio-punica nell’isola e nel Mediterraneo. 1 17 FAMÀ 1990. in massima parte. fin dagli inizi dell’800 praticava con molto successo l’industria ed il commercio del vino “Marsala”. dei suoi affari in Tunisia ne aveva approfittato per organizzare e condurre spedizioni di studio sugli uccelli di quella regione. da Joseph Whitaker.

Tusa 18 Whitaker fu attratto da quest’isola anche per la sua posizione geografica – una zolla di terra emergente in quel tratto di mare. come la Porta Nord. Qualche scavo regolare era stato eseguito nella seconda metà dell’Ottocento: nel 1875 era venuto nell’isola a condurvi una breve campagna di ricerche lo scopritore di Troia. Decise quindi di dedicare il suo tempo libero all’isola promuovendo scavi e facendola conoscere al mondo delle persone colte: vi rimase fino alla fine della sua vita3. dovute soprattutto alla guerra 1915-18.V. lungo il percorso dell’isola. Il Lipari Cascio comprò allora a suo nome la proprietà contesa e la rivendette poi al “Commendatore” (così era chiamato Whitaker). persona devota alla famiglia Whitaker. . iniziate nel 1906. in particolar modo il secondo. coltivati a vigneto. per non dire imponente. L’isola era già relativamente nota agli specialisti sin dal Cinquecento. Furono scoperte la necropoli arcaica. fino ai nostri giorni. Tra le testimonianze archeologiche qualcuna. Portata a compimento la lunga operazione di acquisto. hanno costituito la base delle ricerche. mi raccontava che soltanto uno dei contadini non volle vendere la sua proprietà all’ “inglese” (in realtà Whitaker era nato ed in parte cresciuto a Palermo). Viaggiatori e geografi stranieri. vi riuscì. Un discendente di quest’ultimo. il colonnello Giulio Lipari. Va menzionato anche un santuario di tipo fenicio-punico. quali Cluverio e Houël. messo in cima ad 3 TUSA 1988. unico in Occidente (che ha riscontro soltanto a Cipro nel tempio di Aphrodite Paphia). aiutato da Lipari Cascio. la casa dei mosaici. che forma quasi un lago sbarrato ad Occidente dall’Isola Lunga. non lontano da Marsala. abitazione di tipo ellenistico con il pavimento del peristilio formato da ciottoli di fiume bianchi e neri levigati dall’acqua. Whitaker. una sorta di diga naturale. fino al 1927 mettendo in luce vari aspetti del passato dell’isola che. che aveva illustrato la Porta Nord. era ben visibile. fu costretto ad acquistare tutta l’isola. Per condurre regolari campagne di scavi era necessario disporre del terreno. Whitaker promosse varie campagne di scavo che. dunque. ubicato in una località detta “Cappiddazzu” a causa di un largo cappello che. il famoso Schliemann. proseguirono con interruzioni. Ma Whitaker. la casa delle anfore e infine alcuni tratti della cinta muraria. ne avevano descritto alcuni aspetti nelle loro opere. grazie al ritrovamento di alcuni reperti che gli studiosi locali avevano fatto conoscere ai loro colleghi. impresa non facile perché numerosi erano i piccoli proprietari che da oltre un secolo ne possedevano gli appezzamenti. Tirinto e Micene.

i risultati degli scavi ed i materiali conservati nel Museo. sir Flinders Petrie. Museo che costituisce una delle raccolte più importanti per la conoscenza della civiltà fenicio-punica del Mediterraneo. G. Whitaker descrisse in un volume. provenienti soprattutto da Marsala. si trovano ora nel Museo sito nell’isola.F. l’ultimo direttore del Museo Nazionale di Palermo”. ideato e realizzato dallo stesso Whitaker. voce che ha aperto e spianato la via alla continuazione di questi studi. il volume è considerato ancora oggi il punto di partenza per gli studi su Mozia e sulla civiltà fenicio-punica del Mediterraneo4. In sostanza egli realizzò un’opera che è giudicata come un modello di intervento per una zona archeologica. il noto numismatico del British Museum. Infine la pubblicazione dei risultati della ricerca storicoarcheologica allo stato compiuto. e molti altri studiosi. Tra i vari saggi. Hill.J. pubblicato a Londra nel 1921. In secondo luogo la programmazione degli scavi fu eseguita “sotto la supervisione dello Stato – come egli dice – nella persona del professor Antonino Salinas. fungeva da spaventapasseri. Whitaker e Mozia un bastone tra le vigne. non vi fu rinvenuto materiale interessante. interruppe lo scavo: così mi fu detto dalla figlia Delia. premessa che. Thomas Ashby direttore della Scuola britannica di Archeologia di Roma. In conclusione il lavoro archeologico svolto da Whitaker a Mozia permise all’Italia di far sentire la propria voce nel campo delle ricerche fenicio-puniche nel Mediterraneo. In primo luogo l’acquisizione di tutta l’isola. a differenza della necropoli. L’impresa di Whitaker a Mozia richiamò numerose personalità sia italiane che straniere: il successore di Salinas. quando le zone archeologiche rimaste in mano ai privati sono state oggetto di scempi edilizi che certamente non avrebbero risparmiato l’indifesa isoletta. nata come si è detto per esigenze di studio. il famoso egittologo che regalò a Whitaker un amuleto egiziano conservato nel museo di Mozia. il famoso luogo sacro dove si deponevano le ceneri dei bambini consacrati alla divinità: di questo però Whitaker non comprese la vera natura e poiché. I materiali di questi scavi. . aggiungendo un’ampia introduzione di carattere storico. intervento articolato in quattro fasi. 19 4 WHITAKER 1921. va ricordato anche quello del tophet. ha potuto rivelare appieno la sua importanza ai nostri giorni. insieme a quelli acquistati altrove. In terzo luogo la costituzione di un Museo sul posto stesso degli scavi perché chiunque potesse vederne i reperti nel contesto di provenienza. Ettore Gabrici. che per un certo periodo ho conosciuto e frequentato.

TUSA 1988 WHITAKER 1921 . Da Mozia a Marsala. si riferiva a Schliemann.I. Motya.d.[1990]. Naturalmente.. London 1921. Atti convegno. prima di ogni altro. Whitaker appartiene certamente a questa schiera di pionieri (ed oggi penso a Ventris. V. pp. La Collezione Whitaker: storia e prospettive future: AA. 20 ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE FAMÀ 1990 M. 147-152. 145-148. Un crocevia della civiltà mediterranea. VV.V.L. TUSA. il giovane architetto inglese che interpretò la lineare B) che con la loro passione e la loro azione illuminata hanno contribuito al progresso degli studi archeologici. Joseph Whitaker e Mozia: R. FAMÀ. J. A phoenician colony in Sicily. pp. Palermo 1988.S. La storia dei Whitaker. Tusa Biagio Pace. parlando di Whitaker diceva che le più grandi scoperte in questo campo sono avvenute ad opera di non archeologi. che a Mozia dedicò due dei suoi primi studi. Trevelyan. WHITAKER. Roma s. Marsala 4-5 aprile 1987.

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Mozia. seduti Antonino Di Giorgio e Tina Whitaker. Biagio Pace e la Famiglia Whitaker ritratti di fronte all’ingresso della Palazzina Whitaker. Sono riconoscibili da sinistra Giuseppe Lipari Cascio. . seduta in terra Delia Whitaker. Giuseppe Whitaker.

Notizie di scoperte e studi che riguardano la Sicilia. pp. Il giovane archeologo era appena rientrato dalla Grecia. in Bulletino di Filologia Classica 1913. 1 Per tutti gli studi precedenti rimando all’ancora valida history of research di ISSERLIN – DU PLAT TAYLOR 1974. 2 . antichi e moderni. materiali e riferimenti. Archaiologikà. Gortina. in ASSO 1912. Vincenzo Tusa per la generosità con cui ha messo a mia disposizione il suo straordinario patrimonio di conoscenze e ricordi. 3-16. poco più che venticinquenne. che ha legato gran parte del suo percorso umano e professionale a Mozia. ssa Gaetana Maria Rinaldi e il Dott. Dedico questo lavoro alla memoria di mia madre. Matteo Di Figlia per i preziosi suggerimenti e le rigorose indicazioni di metodo.BIAGIO PACE. una del 1908 (Contributi camarinesi) e una del 1911 (I Barbari e i Bizantini in Sicilia) e poco più di una decina di articoli. maturata prima in Sicilia (a Camarina con 23 * Desidero ringraziare Rossana De Simone e Maria Pamela Toti per aver condiviso con me informazioni. Antonella Spanò Giammellaro. ad opera di un giovane archeologo siciliano. Ben due monografie. e ne è autore Biagio Pace. la Prof. Ceramiche ellenistiche siceliote. embrionale interpretazione dei risultati delle campagne di scavo condotte da Joseph Whitaker tra il 1906 e il 1914. plastai = trichoplastai? Plut. oltreché di numerosi contributi relativi agli scavi effettuati dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene a Rodi.. Il primo incontro di Biagio Pace con la famiglia Whitaker va fatto risalire al 1914. Dion. dove aveva frequentato per due anni la Scuola Italiana di Atene sotto la guida di Luigi Pernier e di Roberto Paribeni. in Ausonia 1913). Aveva già al suo attivo diverse pubblicazioni2 e una notevole esperienza di scavo. in Römisches Mitteilungen XXV. destinato a diventare in capo a pochi anni una delle figure più rappresentative dell’archeologia italiana nella prima metà del Novecento. in ASSO XXXVIII-XL. Si tratta di una prima. Patmos e in Asia Minore. Perillo agrigentino e il toro di Falaride. 1910. trasmettendo a tutta la sua famiglia e a coloro che l’hanno conosciuta il suo amore sviscerato per quest’isola e per i suoi abitanti. LA FAMIGLIA WHITAKER E I PRIMI PASSI DELLA RICERCA ARCHEOLOGICA A MOZIA* PIETRO GIAMMELLARO La storia della moderna ricerca scientifica su Mozia1 si apre con una breve nota pubblicata nelle Notizie degli Scavi di Antichità. si tratta di saggi su temi vari di filologia classica (I gioielli nel nuovo Menandro. il Prof. in Bullettino di Filologia Classica 1913) di storia e archeologia siciliana (La poetessa siciliana Elpide.

. 24 Nella ricostruzione della formazione scientifica di Biagio Pace. sia come modello e punto di riferimento per lo studio della Preistoria siciliana. 25-27. ACQUARO-SAVIO 2004. organizzata in occasione della presenza in Sicilia dell’archeologo Antonio Taramelli e del Direttore della British School di Roma Thomas Ashby e guidata da Pip Whitaker che aveva appena portato a termine la sua nona campagna di scavo e si accingeva a pubblicare in un volume i risultati delle sue prime ricerche sull’isola5. 6 Le testimonianze di tali relazioni si trovano nei resoconti di molti degli archeologi che a vario titolo lavorarono a Mozia in quegli anni. Ashby e un quinto personaggio. a phoenician colony in Sicily. vedrà la luce nel 1921. Documento 2.P. Whitaker. L’avvicendamento di Gabrici ad Antonio Salinas. Lipari Cascio. sia soprattutto come primo maestro di “archeologia militante”. CAPUTO 1955. oltre alle voci di B. aveva costituito una vera e propria iattura per la prosecuzione delle ricerche sull’isola. p. proprio a Paolo Orsi spetta una parte di rilievo. Taramelli. p. Pace (cfr. a Rodi e in Asia Minore (come allievo della Scuola di Atene. Tusa (TUSA 1981 3 b. L’incontro avvenne nel corso di una visita a Mozia. Pare.D. edita a Palermo nel 1991 e arricchita da tre interessanti appendici. Con la campagna del 1914 si concludeva la prima fase delle ricerche di Pip Whitaker a Mozia. va certamente individuata la necessità da parte di Whitaker di guadagnare credibilità agli occhi di un gruppo di noti specialisti. pp. TREVELYAN 1977. Giammellaro Paolo Orsi)3. P. 5-7. Whitaker: si tratta di una lettera di G. pp. che proprio all’illustre archeologo si debba il suggerimento di collocare il monumentale gruppo dei due leoni che azzannano un toro all’ingresso del Museo dell’isola. Nelle pagine successive farò riferimento alla traduzione italiana dell’opera. risalente agli anni 1914-1915. RIZZA 1971. ARIAS 1955/56. GIAMMELLARO C. particolarmente interessante appare in questo senso un documento recentemente edito dagli Archivi della Fondazione G. preceduto da un breve articolo pubblicato sulla rivista Man nel 1920 (WHITAKER 1920). intuite l’importanza e le potenzialità del sito. col titolo Motya. Cfr. infra Appendice. dalla quale emerge con chiarezza il grado di coinvolgimento del Salinas non solo nella conduzione degli scavi di Mozia ma anche nelle scelte di musealizzazione dei reperti più significativi. La seconda fase delle ricerche archeologiche sul campo di Whitaker (anni 1923-1927) è stata illustrata da FALSONE 1995. presumibilmente identificabile con A. Tra le ragioni della visita.S. 15-16). 2. che ritrae da destra B. pp. p. 7 Sulla questione cfr. È forse possibile riconoscere un documento della visita in questione nella foto 2. 330 e Doc. Sull’esperienza camarinese di Pace e sui suoi rapporti con Paolo Orsi cfr. Isserlin nel 1955. in considerazione dei recenti contrasti con il nuovo Direttore del Museo Archeologico di Palermo nonché Soprintendente agli scavi per la Sicilia Occidentale Ettore Gabrici. 4 Sulla frequenza della Scuola di Specializzazione in Archeologia di Atene e le campagne di scavo in Asia Minore cfr. al seguito di Paribeni)4. per esempio. Il nuovo Soprintendente infatti. poi a Creta. 5 Il volume. Lipari Cascio datata al 27 Giugno del 1908 e indirizzata a Pip Whitaker. Pace. 35-36) e di V. sosteneva che la responsabilità degli scavi dovesse essere affidata ad archeologi italiani7. con cui Whitaker aveva sempre intrattenuto rapporti di amicizia e collaborazione scientifica6. b. 346. T. B. pp. interrotte a causa dell’ormai esplicito ostruzionismo di Gabrici e poi cessate in considerazione dello scoppio della I Guerra Mondiale. in una delle quali (GIUFFRIDA 1991) sono pubblicati i carteggi relativi alle campagne di scavo condotte a Mozia da una missione dell’Università di Oxford e guidate da J. 84. G.

fig. In Tina (nata Scalia Anichini) potè trovare non solo una valida interlocutrice su temi di storia moderna e contemporanea. in cui la Whitaker. pp. Documento 2. 35-36. Non a caso fu proprio Biagio Pace a caldeggiare la pubblicazione della traduzione italiana del volume di Tina Whitaker Sicily and England. 3. 12 Cfr.Biagio Pace. in forza delle sue esperienze di scavo in Levante. una donna dai molti e variegati interessi11. Dopo lunghe discussioni. un temperamento politico di prim’ordine»12. pp. pp. che le valsero l’ammirazione di Richard Wagner. Alla moglie di Pip Whitaker. Whitaker e Ashby chiesero a Pace di cimentarsi in un saggio di interpretazione: si tratta di quella breve nota menzionata sopra. 9-10. 11 Tra l’altro una passione per la musica. paragonando la “rivoluzione fascista” a quella bolscevica. Appendice. comprese subito la straordinaria importanza delle scoperte. Documento 2. pp. Su questo aspetto della personalità di Tina Whitaker cfr. comparsa nel 1948 con una prefazione dello stesso Pace. 14 Cfr. 35-36 e Tusa 1981 a. Documento 2. Delia e Norina. RICCOBONO 1995. 8 Cfr. Pace cominciò a frequentare la famiglia al di fuori del ristretto ambito archeologico. destinato Al Popolo Siciliano da un anonimo (che sono io Tina Whitaker). 314-315. un rapporto affettivo che egli stesso definisce «di tipo materno»10. anche in circostanze più mondane9. DE STEFANI 1995. La collaborazione scientifica con Pip Whitaker si trasformò in breve tempo in amicizia. ma anche. infra. 35-36. Appendice. specie in considerazione delle idee da lei espresse pubblicamente in merito alla figura di Mussolini: mi riferisco al celebre manifesto propagandistico per le elezioni politiche del 1924. infra. Questo appoggio iniziale dei Whitaker al fascismo dovette certamente cementare l’amicizia di Pace con la famiglia inglese: con ogni probabilità proprio Pace svolse il ruolo di trait d’union tra il Gen. vengono attribuiti da Pace «un ingegno di vigore maschile. nonostante la decisa estraneità alle piccole faide e alle lotte tra correnti all’interno del partito14. Documento 2. uno dei suoi lavori migliori8. Appendice. lodava Mussolini per aver «capito subito che distruggere il ricco vuol dire distruggere il lavoro» e auspicava dunque che al Duce fosse concesso più tempo per portare a termine il suo progetto politico13. Cfr. che documentano le discussioni tra l’archeologo e l’aristocratica anglo-siciliana a proposito della suddetta pubblicazione: cfr. che costituisce. E in effetti non è difficile immaginare come la spiccata attitudine alla “politica militante” di Tina dovesse suscitare lo stupore e l’ammirazione del giovane archeologo. 9 25 infra. Presso l’Archivio della Famiglia Pace è conservata un’interessante serie di lettere di Tina Whitaker. 10 Cfr. infra. pp. Antonino Di Giorgio (che aveva sposato Norina Whitaker nel 1921) e i maggiorenti del partito fascista siciliano. accompagnandosi alle due figlie di Pip. 13 Cfr. a detta dello stesso autore. 35-36. pp. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia Alla visita prese parte anche il giovane Biagio Pace che. pp. di cui egli stesso rappresentava un personaggio di spicco. del 1947. GIGLIO 1995. Appendice. 107-110. e in particolare per il canto. soprattutto. che avrebbero potuto gettare nuova luce sulla cronologia della prima colonizzazione fenicia in Occidente. .

figlio di Audrey Whitaker. Nel menzionare questo episodio. 18 . 35-36. 17 Dal diario di Tina Whitaker. Sicilia e Inghilterra. tuttavia. 35-36. esprimendo tutta la sua ammirazione per una famiglia che aveva saputo coniugare la fedeltà all’ideale di appartenenza alla nazionalità britannica con un amore sviscerato per la Sicilia: L’accogliente Villa Malfitano di Palermo parve al mio animo. Documento 2. pp. pp. pp. che scelse di non incontrare più il giovane Pedicini per il resto della sua vita. infra. pp. 5-6.P. per supposti rapporti con l’antifascismo16. si completa nei Whitaker nel più schietto amore per la nostra terra. Nelle premesse al volume egli ricorda le ragioni di una così lunga amicizia. 374-377 e Documento 2. 19 PACE 1948. L’una e l’altro mostrano la medesima tenacia di ciò che è nutrito da profonde radici19. TREVELYAN 1977. non influì in alcun modo nei rapporti con Pace. «con un accenno ad un attacco d’asma della mia cara interlocutrice»18. Documento 2. il 19 Novembre del 1941. infra. 16 15 TREVELYAN 1977. Delia e Norina doveva tuttavia concorrere. Giammellaro 26 La acquisita parentela con Antonino Di Giorgio era destinata a condizionare in maniera determinante la posizione dei Whitaker nei confronti della politica di Mussolini. Anche dopo la guerra i rapporti tra Pace e le Whitaker si mantennero frequenti e intensi. A mettere a repentaglio la tranquilità di Tina. Roma. in concomitanza con le alterne fortune dello stesso Di Giorgio presso le alte sfere dell’apparato militare fascista. Questo mutato atteggiamento dei Whitaker. un esempio ammirabile del come si possa pervenire alla concomitanza delle passioni politiche dei vari paesi. Cfr. pp. 12 Maggio 1942. entrambe inglesi»17. Appendice. e fu proprio Pace a curarne l’edizione. una posizione che continuò a oscillare. lungi dal rappresentare un motivo di rancore. Pace coglie l’occasione per sottolineare la coerenza e la fermezza di Tina Whitaker. p. sembra che costituissero piuttosto un interessante argomento per appassionate discussioni con Norina. tipica degli inglesi. quelle discussioni che si concludevano sempre. Appendice. Su tutta la vicenda cfr. volto ad un nazionalismo cui non ho mai rinunziato. Le divergenze in materia politica. afferma ancora Pace nelle sue Memorie. 35-36. Quella fedeltà a caratteristiche mentali e formali. in qualunque parte del mondo essi risiedano. dopo lunghe insistenze. Cfr. che si mantennero più che amichevoli per tutto il corso della guerra: nelle sue Memorie egli ricorda di aver ottenuto da Mussolini che le tre donne – Pip Whitaker era morto nel 1936 – non fossero in alcun modo disturbate15. 375. l’arresto di Manfred Pedicini. nel 1948 fu pubblicata la traduzione italiana del libro di Tina Whitaker. convinta che «un gentleman non dovrebbe infrangere le leggi dell’ospitalità di un paese il cui regime è stato tanto generoso con sua madre e con sua nonna.

specie sul terreno della comparazione: gli altri siti fenicio punici del Mediterraneo – e in particolare Cartagine – fino ad allora considerati soltanto da un punto di vista “interno” o. uno studio complessivo del fenomeno coloniale fenicio e punico e Biagio Pace. lo 27 stato degli studi sulle reciproche influenze tra Africa e Sicilia in relazione alle tipologie tombali presenti nelle rispettive necropoli: L’indubbia constatazione delle influenze di tipi sepolcrali punici non ancora rilevata né a Lilibeo né in altre località siciliane. grazie alle importanti scoperte moziesi. III. di Vincenzo Tusa21. La visita è altresì documentata dalle foto n. si fece convinto promotore di questo genere di studi “comparativi”. Vincenzo e Aldina Tusa e una comitiva di studenti della Scuola Superiore di Archeologia dell’Università di Roma20. 3-4-5-6. passim e in particolare vol. pp. 22 PACE 1915. GLI SCAVI DI MOZIA E LA QUESTIONE DELLA PRESENZA FENICIA E PUNICA IN SICILIA Il saggio del 1915 citato in apertura non è che il primo dei numerosi studi dedicati da Biagio Pace alla civiltà fenicia e punica nel Mediterraneo22. non ancora tentata dagli studiosi per amore delle . per esempio. PACE 1919. Gli interventi in questo senso dell’archeologo siciliano sono documentati ampiamente nell’epistolario di Delia Whitaker e soprattutto nei numerosi e appassionati ricordi. pp. I. BIAGIO PACE. PACE 1921. 627-673. è di non lieve importanza. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia Biagio Pace continuò a frequentare l’isola di Mozia fino alla fine della sua vita. Infine va attribuita proprio a Biagio Pace l’idea della costituzione della Fondazione Whitaker. SCARDINO 1976 e TUSA 1981 a. perché ci assicura che la ricerca dei rapporti tra la Sicilia e la vicinissima regione cartaginese e dei reciproci influssi nel campo monumentale. con lo scopo di raccogliere l’eredità di Pip Whitaker sia dal punto di vista della ricerca archeologica sul campo sia sul versante della salvaguardia. PACE 1935-1949. con Giulio Quirino Giglioli. Pietro Griffo. con una prospettiva ellenocentrica. sottolineando in più di un’occasione la necessità di abbandonare un approccio “classicistico” a favore di un’ottica “panmediterranea”23. della conservazione e della valorizzazione del patrimonio naturale e storico-artistico conservato a Mozia. 20 Per una cronaca a tinte forti di questa visita cfr. forte della sua straordinaria conoscenza di tutto il materiale documentario relativo alla sua esperienza sul campo in contesti di scavo nordafricani. I risultati degli scavi di Whitaker a Mozia aprivano nuovi problemi e offrivano alla comunità scientifica nuovi dati e nuove prospettive. peggio. consentivano ora. PACE 1925. Si ha notizia di una visita da lui condotta sul sito il 15 Maggio del 1950. pp. PACE 1932. orali e scritti. passim. 21 TUSA 1981 a e TUSA 1981 b. 23 Ecco come il nostro autore commenta. 222235 e vol. 9-10.Biagio Pace.

Il primo è costituito dai tempi e dai modi della colonizzazione: un problema. A seguito delle importanti scoperte di Mozia. PACE 1919. si sarebbe trattato in questo caso di una navigazione d’alto mare. attraverso un attento esame dei materiali rinvenuti da Whitaker e dei loro contesti. Sulla base degli studi di Beloch. 179180. nelle monumentali opere sulla Sicilia antica. avevano superato il problema. sia sul versante cronologico sia dal punto di vista della cultura e della civiltà.s. Giammellaro 28 Tre sono i nodi attorno ai quali si addensa l’interesse di Biagio Pace in relazione alla civiltà feniciopunica. formula una nuova ipotesi che concilia il dato testuale fornito dalle fonti antiche con i risultati della ricerca archeologica sul campo in Sicilia e in Nord Africa. paese di specialissime condizioni geografiche ed etnografiche. La cronologia dell’espansione coloniale fenicia nel Mediterraneo occidentale aveva costituto tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento una questione centrale per la ricostruzione della più antica storia d’Europa. Edward Augustus Freeman. . Se Adolf Holm ed Edward Augustus Freeman. Julius Beloch ed Emanuele Ciaceri. impensabile. di ricostruire un quadro storiografico che vedeva i Greci come i primi veri “civilizzatori” dell’isola. 24 Mi riferisco in particolare agli studi di Adolf Holm. una questione non scevra da istanze ideologiche. nella Sicilia occidentale. Sul problema della presenza fenicia in Sicilia nella riflessione di questi autori mi permetto di rinviare a due miei recenti studi: GIAMMELLARO 2005 e GIAMMELLARO c.d. Egli preferisce pertanto ipotizzare una navigazione di abituali e più facili indagini nel campo puramente ellenico. costituisce uno dei problemi più interessanti ed uno studio dei più proficui per la nostra archeologia. 85-86 e PACE 1925. secondo lo studioso. accettando la priorità cronologica fenicia rispetto alla prima colonizzazione ellenica – come peraltro indicato dalle fonti antiche – e collocando su un altro piano la “superiorità ariana”. che aspettano di essere lumeggiati ed inte- grati dall’esame di antichi e nuovi materiali archeologici messi in giusta luce. relegando l’elemento semitico ad una posizione del tutto marginale. questo. Pace rifiuta la teoria di Gsell secondo cui i Fenici sarebbero arrivati nella Sicilia occidentale percorrendo la costa meridionale dell’isola. per un’epoca così arcaica. gli studiosi italiani di poco successivi si erano invece sforzati. Biagio Pace può riprendere in mano tutta la problematica e. Perché se la potente superiorità dell’arte greca livellò molte apparenze. a. connesse con ogni evidenza all’ascendenza razziale della componente fenicio-punica e alla conseguente necessità di minimizzare l’apporto semitico alla costruzione dell’identità etnica europea. che aveva attirato l’attenzione di tutti gli studiosi italiani o stranieri che prima di Pace a vario titolo si erano occupati della Sicilia antica24. e fece diventare quasi assolutamente greche le città puniche della Sicilia sovratutto nella loro monetazione.P. abbiamo nei testi molti documenti della peculiarità della vita antica. da Pachino a Lilibeo. pp. Ettore Pais. coll. con argomenti scientifici decisamente deboli.

È facile comprendere come di questi stabilimenti si siano facilmente perdute le tracce. secondo l’accezione che diamo alla parola quando la riferiamo ad un nucleo di cittadini di un paese.Biagio Pace. prescindendo da possessi territoriali. aveva così veicolato un’immagine della colonizzazione romana come della più capillare opera di civilizzazione dell’antichità. là dove il fatto coloniale. uffici di corrispondenza per acquisto o collocamento di merci. superiore nelle forme e negli intenti persino al modello delle apoikiai greche. SPANÒ GIAMMELLARO 2000. simili a coloni moderni. Per una recente riconsiderazione di tutta la questione alla luce degli ultimi apporti dell’archeologia. p. Occorre sottolineare come questa rappresentazione della colonizzazione fenicia come un fenomeno di mero sfruttamento economico. Questo tipo di colonia dobbiamo immaginare che esistesse anche nell’antichità. seppur sfrondata dalle “scorie ideologiche” della prima metà del Novecento. arriva a definire le colonie fenicie in Sicilia «monadi autosufficienti» (cfr. non rilevabili per nulla dall’indagine archeologica. davanti al progredire della colonizzazione dei Greci. MOSCATI 1984. sostenuta dagli autorevoli interventi di storici e archeologi anche al di fuori del ristretto ambito accademico. dei clienti. È forse la prima volta che viene documentato nella storia il conflitto tra l’attività coloniale di forma puramente economica e quella di diretto dominio. CAGNETTA 1979. conflitto nel quale era ovvio dovesse prevalere quest’ultima. durante il ventennio fascista l’imperialismo romano era diventato una vera e propria bandiera ideologica della politica estera di Mussolini. 29 25 La questione è in realtà più complessa: se già in occasione delle avventure coloniali africane dell’Italia liberale nazionalista il mito di Roma aveva sostenuto e legittimato una politica espansionistica nel Mediterraneo. […] E si comprende anche come abbiano dovuto cedere e ritirarsi. i quali apparivano desiderosi di stabilire un dominio politico e territoriale. 16). Questo modello di colonizzazione territoriale si contrapponeva decisamente al coevo modello coloniale inglese. la propaganda di regime. Su tutta questa problematica cfr. mirava al puro esercizio del commercio. percepito dalle altre nazioni europee come una mera operazione di sfruttamento. in altre parole. è giunta quasi fino a noi. basate sul commercio e sullo sfruttamento del territorio. notevole ribassamento della cronologia. agenzie commerciali. Pace prospetta in proposito una rigida dicotomia nella tipologia coloniale. che consegna un’immagine della Sicilia come tutta circondata da stabilimenti coloniali fenici. Commercianti essi stessi. senza alcun intento di civilizzazione. i Greci non lasciavano posto all’attività commerciale di altri forestieri. Poche persone viventi in seno a villaggi indigeni. che propende per una visione più equilibrata attribuendo ai Fenici di Sicilia non solo rapporti con le civiltà indigene ma anche un moderato ma significativo interesse per la chora relativa alle proprie fondazioni. come gli indigeni. se uno dei padri della moderna archeologia fenicio-punica. un passaggio intermedio fra l’estremo negativo delle colonie fenicie. Una considerazione che Pace non manca di sottolineare in più di un’occasione: «Occorre in proposito notare che i primitivi stabilimenti Fenici d’occidente altro non potevano essere […] che degli scali marittimi lungo la grande traversata. ma senza sovranità territoriale. sia in termini di gestione dei possedimenti sia riguardo ai rapporti più o meno stretti con la madrepatria. I nuovi padroni non erano più. passim. tra colonie “commerciali” (quelle fenicie) e colonie “territoriali” (quelle greche e ancor più quelle romane)25. . Quanto poi alla testimonianza tucididea. Sabatino Moscati. La tipologia coloniale greca rappresentava. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia cabotaggio dalla costa nordafricana. senza resistenza alcuna. stanziati in località straniera […]. cfr. e il modello positivo romano. riunite se mai in quartieri speciali con privilegi di diritto e di fatto. con un conseguente.

agenti di commercio in Sicilia. PACE 1935-1949. Gli unici elementi “artistici” presenti in Sicilia e Nord Africa la cui origine andrebbe indubbiamente cercata in luoghi di civiltà orientale si riducono a tre soluzioni che oggi definiremmo meramente “tecnologiche”: il capitello eolico30.. Giammellaro A questi Fenici. I.d. p. Dieci anni più tardi. «alcun carattere artistico che possa rilevarne comunque l’origine fenicia»28. dominatore e concorrente»26. il cosiddetto “muro a telaio”31 e l’ingubbiatura rossa di alcune forme ceramiche. 153. e poco o niente industriali e artigiani29. 234. Vol. col. 27 PACE 1915.P. che tenevano il campo in città dell’Oriente. 231-233. la quale rapidamente si espande anche nel territorio fenicio della Sicilia. che lo studioso ravvisa come tendenzialmente assenti o. tanto più. 162-163. Se queste sono le condizioni dei secoli e dei luoghi nei quali più s’affermava la potenza civile dei Fenici. n. I. PACE s. PACE 1925. non potremo giudicare altrimenti pei secoli anteriori e. 162. con ogni evidenza. p. anche la cosiddetta “civiltà artistica”. 29 PACE 1925. 28 PACE 1925. la tradizione orientale sarebbe cioè presente più negli schemi e nel contenuto che nella forma e i segni più tipicamente fenici si limiterebbero ai simboli religiosi delle stele: 30 È vero che tale assenza di caratteri è dovuta anche alla vicinanza di una civiltà artistica di superiorità potente. 26 PACE 1925. 97. altra industriali ed artigiani. Giungiamo così al secondo nodo di interesse mostrato da Pace nei confronti dell’elemento fenicio punico. a detta dello studioso. in una sede altrettanto prestigiosa. col. Si tratta. nella migliore delle ipotesi. oltre ad istanze di ordine etico-politico. decisamente evanescenti. 455. coll. PACE 1935-1949. p. 30 31 . col. 150. col. di un netto giudizio di valore. in località nelle quali la loro presenza era soltanto determinata da ragioni di commerci. e da queste hanno dovuto sloggiare al sopraggiungere di un nuovo stato. Già nel saggio del 1915 l’arte fenicia è definita come «un puro riflesso di quella dei popoli con cui venivano in contatto»27. Pace approfondisce la questione. e illuminato in maniera determinante dalle scoperte di Mozia: mi riferisco al problema delle “attitudini artistiche” dei Fenici. È intuitivo che altra cosa è essere commercianti. PACE 1925. Ma questo mirabile processo di conquista culturale non potrebbe spiegarsi senza una scarsa resistenza delle caratteristiche fenicie. come la greca. deve essere avvenuto quel che tante volte in seguito hanno sofferto quei loro affini e discendenti. come Mozia […]. 153. pp. proprio a partire dai materiali della necropoli arcaica di Mozia: essi non presentano. Vol. i Fenici furono ottimi commercianti. 1. che coinvolge.

. Nel corso di una campagna di scavo condotta da Whitaker nel 1919 a ovest della Necropoli di Mozia. Tuttavia spetta proprio a Biagio Pace il merito di aver richiamato l’attenzione e l’interesse della comunità scientifica su un patrimonio storico di incalcolabile valore. PACE 1925. col. Anche a questo riguardo. erano state rinvenute infatti alcune stele accompagnate da vasi funerari contenenti ossa di uccelli. Cfr. lo studioso ipotizzò cioè che a seguito della vittoria siracusana a Imera nel 480 a. nel 1921. p. il sovrano Gelone imponesse ai Moziesi l’abolizione di questi sacrifici umani introducendo questa «umanitaria clausola»36 nei trattati di pace. Queste due importanti scoperte costituivano la conferma dell’esistenza anche in occidente del «vecchio ed orribile rito siro-palestinese del sacrifizio del primo nato. Un problema a cui Pace tentò di dare soluzione richiamando ancora una volta l’apporto fondamentale della civiltà ellenica siceliota: basandosi sulla testimonianza delle fonti antiche. 157. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia L’ultima questione su cui si concentra l’attenzione di Pace ha a che fare. cani. Una discrepanza che oggi si ravvisa dovuta allo stato ancora embrionale delle ricerche di Whitaker nel tofet di Mozia. un santuario analogo era stato rinvenuto a Cartagine. Pace poté offrire agli scavatori di Salambò il suo contributo alla datazione degli strati del santuario. Attraverso un confronto incrociato tra la ceramica di Mozia e quella di Cartagine. affermando tra le righe la «potente superiorità» della civiltà greca non solo dal punto di vista dell’arte ma anche sul piano civile. tra il contenuto dei cinerari moziesi e quello delle urne cartaginesi35.C. piccoli roditori. l’approccio di Pace al complesso della civiltà fenicia e punica in Sicilia e nel Mediterraneo non fu scevro da pregiudizi di ordine ideologico e razziale. il contenuto dei cinerari era stavolta costituito prevalentemente da resti di ossa di bambini appena nati32. 160. 36 PACE 1925. col. 160. come del resto era stato per tutti gli studiosi che lo avevano preceduto. Come si evince da queste brevi riflessioni. 15. 34 PACE 1925. significativamente definita «sostanziale»34. col celebre quanto discusso rituale semitico del sacrificio dei fanciulli. E tuttavia restava da spiegare la discrepanza. che i Cartaginesi praticavano certamente»33. Due anni dopo. 31 32 33 PACE 1925. i rinvenimenti moziesi offrono allo studioso buon gioco per istituire una comparazione tra la realtà siciliana e quella cartaginese. e non a caso. presso il villaggio di Salambò. conferendo ai resti della civiltà fenicia e punica di Sicilia una “dignità scientifica” che tardava ad arrivare e contribuendo in maniera determinante alla formazione dei giovani archeologi che a questo patrimonio avrebbero dedicato tutta la loro attività negli anni successivi.Biagio Pace. coll. morale e religioso. col. gatti e anche rarissimi elementi di scheletri umani infantili. PACE 1921. 35 . 155-161.

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La colonia fenicia di Mozia era stata riconosciuta già dal Cluverio nell’isoletta di S. Bozza dattiloscritta riveduta dall’Autore. Giacomo Pace. contenute nella Serie VII dell’Archivio. Pantaleo. quello dovuto all’intervento cartaginese. nel cosiddetto “Stagnone” di Marsala. XXIX. a Caltagirone (PA). 69-73. per avere messo a mia disposizione con liberalità le carte personali di Biagio Pace. Cordiali saluti da noi tutti. I suoi avanzi archeologici erano superficialmente noti. Biagio Pace Presso il Museo delle Terme Roma Grazie della sua lettera. Norina Whitaker Documento 2 ESTRATTO DALLE MEMORIE DI BIAGIO PACE pp. con lo studio degli scavi di Mozia. Desidero ringraziare la Famiglia Pace. ancora pressoché integralmente inedite. è vero? La nostra amica ha fatto ritorno da Roma alla fine della settimana scorsa e l’indomani. . seguendo le correzioni e le indicazioni autoriali. e in particolare il Prof. Del testo si fornisce la trascrizione. quando negli anni del secondo decennio del secolo trovavano il loro Schliemann nel comm. custodito presso la residenza della Famiglia Pace. considerazione che ha costituito un aspetto nuovo della mia interpretazione dell’antica civiltà dell’Isola. 7) CARTOLINA DI NORINA WHITAKER A BIAGIO PACE ARCHIVIO PACE. Giuseppe Whitaker: questi apparteneva ad una nota famiglia 35 * Si presentano qui per la prima volta due documenti provenienti dall’Archivio Pace Gravina. vol. Penso che coi nuovi avvenimenti lei resterà al suo posto. In Italia un interessante argomento nuovo mi si offriva.Biagio Pace. Prof. Domenica. che vi apporta di suo pugno numerose correzioni e segnala (anche con annotazioni in margine) la necessità di spostarne alcuni segmenti. il quale mi dava agio di portare la mia attenzione su un coefficiente generalmente trascurato dell’antica civiltà siceliota. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia APPENDICE* Documento 1 (Fig. Serie VII. è venuta a trovarci.

e scrisse un’opera sugli uccelli della Tunisia che fa testo37. che era stato uno dei primi ad avvalorare il vino di Marsala. Thomas Ahsby. il noto esploratore della Sardegna. si trasformò ben presto in amicizia cordiale con l’intera famiglia. con le “ragazze”. non è altro che il tentativo di dar un qualche aspetto di novità ad uno scritto che. Il mio articolo richiamò anche l’attenzione su Mozia del Dir. Quelle mie idee. delle Belle Arti. Gen. Tome IV La civilisation carthaginoise. Nella sua vecchiaia si volse all’archeologia e. L’autore segnala tuttavia. 40 L’autore si riferisce qui al suo saggio Prime note sugli scavi di Mozia. accolte subito dallo Gsell. 39 Questa frase è collocata nel dattiloscritto alcune righe più sopra. 42 L’autore si riferisce qui con ogni probabilità al saggio di Luigi Pareti. avrebbe potuto essere nulla più che una recensione espositiva42. aveva concepito ridicoli sospetti su “questo inglese che faceva scavi”. Histoire ancienne de l’Afrique du Nord. creando sul posto un decoroso museo. Giuseppe Whitaker era un tipo classico d’inglese. Ettore Gabrici. Al termine di lunghe discussioni Whitaker ed Ahsby mi chiesero di dare un saggio delle mie interpretazioni e deduzioni. e venni invitato a visitare le scoperte. Quando tornai dalla Grecia egli attendeva al completamento degli scavi e alla loro illustrazione. amico dell’Whitaker. a phoenician colony in Sicily. GSELL. con un’annotazione a mano. stringemmo un’amicizia 37 Si tratta del volume The birds of Tunisia. Pantaleo da una ventina di piccoli proprietari. il nuovo Soprintendente agli scavi. La signora Tina. Norina e Delia. London 1905. 431-446. Sui primi commerci e stanziamenti fenici nei paesi mediterranei e specialmente in Sicilia. M’era compagno il dott. che diede poi materia ad un suo eccellente volume38. J. Lo scavo offriva tutto un complesso di problemi nuovi. pur essendo un appassionato siciliano. in NSc (1915). 38 Si tratta della monumentale opera di S. nata Scalia Anichini. prof. La morte del Salinas. Ma i quattro quinti dell’opera di questo erudito sono di tal natura. sono fra le cose migliori che io abbia prodotto40. nella sua Storia antica dell’Africa del nord41. ingegno di vigore maschile. 43 Questo periodo è annotato integralmente a mano. riscattata l’isoletta di S. Whitaker. Le necropoli consentivano risultati definitivi per la cronologia della colonizzazione fenicia in Occidente39. divenne per me un sostegno di tipo materno. Lo incontrai in occasione di un viaggio a Palermo dell’archeologo Antonio Taramelli. che aveva saputo conservare le caratteristiche nazionali. Paris 1920. iniziò la sua esplorazione. gli insegnamenti di Pernier. onestamente. quel Beniamino Ingham. I suoi primi interessi scientifici furono rivolti alle scienze naturali. pp. ed inaugurato una politica di diffidenza e ostruzionismo.P. passim. Giammellaro 36 inglese. di spostarla in questo punto. fissata in Sicilia nell’età napoleonica. La mia conoscenza degli scavi del Levante. 41 . Le poche pagine delle Notizie degli scavi. il quale mi diede mano libera perché le nuove ricerche avessero luogo non ostante Gabrici43. raccolse un museo – destinandolo per testamento all’Università di Palermo – compì lunghi viaggi in Africa. in ASSO II Serie X (1934). aveva interrotto una proficua collaborazione. in una mediocre rimasticazione dei miei articoli. La consuetudine con Giuseppe Whitaker per ragioni di studio. dominato da mentalità gretta. sono ormai acquisite nel campo dell’archeologia del Mediterraneo. Corrado Ricci. nelle quali delineai le idee fondamentali suggeritemi dagli scavi di Mozia. Motya. richiamata da un congiunto. London 1921. pp. qualche riserva di Luigi Pareti. temperamento politico di prim’ordine – ne ho scritto nella prefazione alla edizione italiana del suo libro Sicilia e Inghilterra – con un cuore italiano di figlia di patrioti. allora Direttore della Scuola britannica di Roma. mi diedero la possibilità di veder chiaro in quello che pareva un groviglio di avanzi incomprensibili. ignaro d’uomini e d’ambiente. 3-28.

Biagio Pace, la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia

calorosa e sincera, che ha resistito al tempo e agli eventi. Le settimane di maggio annualmente trascorse a Mozia, i garden party a Villa Malfitano, gli incontri frequentissimi in riunioni e balli, nei comitati più o meno mondani, e le belle gite, si colorano nel mio ricordo dei riflessi della più gioiosa giovinezza. Agli amici Whitaker debbo sovratutto la conoscenza dello spirito inglese. Come in ogni luogo e in ogni tempo – forza di quel popolo maledetto – quella famiglia residente in Sicilia da un secolo e mezzo italiana di sangue, era rimasta integralmente inglese. Per molto tempo fu facile per essa una sintesi tra il fanatismo per il paese di origine, e l’amore per l’Italia, ospite generosa. Con la guerra del ’40-43 la situazione mutò. Ma non ebbi a dolermi d’aver mantenuto l’amicizia, né di aver ottenuto da Mussolini, per tramite di Buffarini44 e di Bocchini45, che non fossero disturbate le tre donne – il vecchio commendatore era morto nel [spazio vuoto nel dattiloscritto]46 – perché non ascoltai mai da loro una parola che non fosse corretta; magari in ogni casa d’Italia si fosse pensato e parlato come presso i Whitaker! Era in essi come un doloroso stupore per l’amicizia fra i due Paesi infranta; ma un rispetto assoluto del mio fervore d’italiano combattente. Quando un loro pronipote, figliuolo di un generale italiano, si macchiò d’intelligenza col nemico, in quella fangosa atmosfera di tradimento creata dall’antifascismo, la signora Tina ne fu indignata: né quando, dopo l’infausto armistizio, il giovincello divenne eroe per il suo tradimento, la vecchia signora volle mai vederlo; il suo sangue di figliuola di artieri del Risorgimento italiano, ribolliva di sdegno47. Nondimeno è al contatto con questa eccezionale famiglia che ho potuto capire veramente cosa sia la convinzione messianica che ha costruito la politica di grandezza dell’Inghilterra; quel trovar lecito, giusto e nobile tutto ciò che riguarda il proprio paese, illecita, ingiusta e indegna la medesima cosa, ove riguardi gli altri; quell’atteggiamento che da lontano sembra ipocrisia, e da vicino si scorge essere una deformazione mentale, che induce con spontaneità e convinzione gli inglesi a quel loro abominevole modo di pensare e di agire. Nessuno vorrà trovar strano che io traessi siffatti insegnamenti da una cara amicizia; era questione di temperamento critico. Le mie discussioni in proposito con la signora Norina, la più inglese dei Whitaker nonostante il suo aspetto italiano, finivano sempre con un accenno ad un attacco d’asma della mia cara interlocutrice.

37

Guido Buffarini Guidi fu Sottosegretario agli Interni tra il 1933 e il 1943. 45 Arturo Bocchini fu Capo della Polizia dal 1926 al 1940.

44

J. Whitaker era morto nel 1936, all’età di 86 anni. L’autore si riferisce qui alla vicenda biografica e politica di Manfred Pedicini Whitaker. Cfr. supra p. 26, nn. 16-17.
47

46

P. Giammellaro

38

Fig. 1 - Mozia. Davanti ai Magazzini Enologici. Da destra: B. Pace, J. Whitaker, G. Lipari Cascio, T. Ashby e A. Taramelli (?). Anni 1910-1915.

Biagio Pace, la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia

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Fig. 2 - Lettera di Tina Whitaker a Biagio Pace del 4 Dicembre 1947.

P. Giammellaro

40

Fig. 3 - Visita a Mozia di B. Pace con gli studenti della Scuola Superiore di Archeologia dell’Università di Roma (15 Maggio 1950). Al centro, Aldina e Vincenzo Tusa; a destra Biagio Pace.

Foto di gruppo di fronte all’ingresso del Museo. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia 41 Fig. .Biagio Pace. 4 .Visita a Mozia di Biagio Pace con gli studenti della Scuola Superiore di Archeologia dell’Università di Roma (15 Maggio 1950).

Mozia. 5-6 . . Giammellaro 42 Figg. Registro delle presenze sull’isola (15 Maggio 1950).P.

Biagio Pace. la famiglia Whitaker e i primi passi della ricerca archeologica a Mozia 43 Fig.Cartolina di Norina Whitaker a Biagio Pace. 7 . .

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Mozia. Backstage del set fotografico. .

come nel caso delle anfore. tra materiali integri e frammenti. fa riferimento al moderno inventario.DALLO SCAVO AL MUSEO: LA FORMAZIONE DELLA COLLEZIONE WHITAKER MARIA PAMELA TOTI La Collezione Whitaker consta di circa settemila pezzi. Sono quindi presenti: vasellame fenicio e greco. curata dalla Soprintendenza ai BB. 46 monete di bronzo provenienti da scavi nell’isola”). elementi architettonici. viene utilizzato un unico numero di inventario per individuare un lotto composto di più esemplari (“n. redatto a partire dal 1988. utensili metallici per i più diversi usi. provenienti da sepolture.I. nel quale sono registrati poco più di quattromila pezzi. reperti osteologici umani. “Registro di Entrata”.d. se preceduto dalla sigla N.W. con grande sensibilità archeologica. Un inventario. sede della Fondazione Whitaker. mano a mano che i materiali entravano a far parte della Collezione. molto più “calligrafica”.I. conservati nella maggior parte nel Museo di Mozia ma anche esposti nel Museo Archeologico Regionale Baglio Anselmi di Marsala e nella Villa Malfitano.AA. data della risistemazione e riapertura al pubblico del Museo Whitaker. Soprattutto nel caso di acquisizioni di monete o comunque di oggetti appartenenti alla stessa categoria tipologica. frammenti di statuaria greca e fenicia. FAMÀ-TOTI 2005 con bibliografia precedente. reperti malacologici. Il “Registro di Entrata” disponeva di diverse voci: il numero di ordine.CC. mentre la sigla N. ed anche animali. monete. di Trapani. c. la provenienza e località e le osservazioni2. di Whitaker che solo occasionalmente redige le voci del Registro. 47 È chiaramente distinguibile la grafia di Giuseppe Lipari Cascio da quella. 2 Gli oggetti della Collezione possono essere identificati da due numeri. come il cranio di un delfino o le zanne di un elefante. ornamenti personali. Non è infrequente inoltre che la descrizione dell’oggetto sia molto generica e si attagli a più di un vaso. notabile marsalese che divenne il primo amministratore di Mozia. il numero si 1 riferisce a quello del Registro di Entrata. radunò ed inserì nella sua Collezione tutti gli oggetti provenienti dagli scavi di Mozia. a Palermo. da Giuseppe Lipari Cascio. fu redatto1 (Fig. 1). . Giuseppe Whitaker. armi. l’oggetto. la data. Lilibeo e Birgi.

ma su buona parte dei vasi questa etichetta si è staccata. Toti 48 L’inventariazione dei materiali prevedeva l’apposizione di un cartellino sul quale era vergato il numero di inventario. della cui sistemazione si sta occupando la prof. riguardanti gli scavi a “Casa dei 3 Capitelli” (ACQUARO-SAVIO 2004) o nella necropoli (TOTI c. il Commendator Whitaker nel 1911 assiste al rinvenimento della lekythos a figure nere con la lotta tra Eracle ed il leone di Nemea (N. impedendo così il riconoscimento della provenienza dell’oggetto. proveniente da un sarcofago situato sotto le mura nella zona nord e la signorina Delia Whitaker nelle sue passeggiate intorno all’isola trova monete di bronzo. vedi il caso del canopo e dell’antefissa (N. Altre volte. oggetti fotografati sul campo (Fig.W. redatto a Fiuggi da Giuseppe Whitaker.P. Nel campo delle Osservazioni si trovano le notizie più interessanti. Tra i vari documenti. studiosi) sono presenti immagini della vita archeologica moziese: foto di scavo.I. Non mancano infine le annotazioni di Whitaker su confronti da lui riscontrati o sulla collocazione degli oggetti all’interno delle vetrine del Museo. vaghi di collana e una lucerna araba.I. Questo campo può inoltre servire a segnalare la presenza di personalità all’atto del ritrovamento dell’oggetto. invece. trova il 22 marzo 1915 presso Porta Nord due armille di argento (N. 2007. AA. Albizzati riguardo ad un’applique di bronzo proveniente da Lilibeo (N.ssa Beatrice Gozzo Palmigiano. in visita a Mozia.I.d. 3345). 750 e 752). il numero scritto a matita direttamente sul pezzo si è conservato. ad esempio l’archeologo sardo Antonio Taramelli. O anche la segnalazione dell’acquisto dell’oggetto su mercato antiquario.W. consentendo l’utilizzazione dei dati riportati sul Registro di Entrata per unificare corredi tombali o comunque individuare contesti di appartenenza. Ugualmente ricco di informazioni è l’archivio cartaceo.W. comprati da Antonio Fragola. amici. come i commenti di altri studiosi. nel quale oltre ad immagini riguardanti la vita per così dire “mondana” di Mozia (visite di parenti. 4).I. B 17 datato 1915). alcuni dei quali già editi. . 3350). 2-3) e su improvvisati set (Fig.VV. nel quale si ricorda come gli scavi a Mozia siano iniziati nella primavera del 1907 e siano stati sempre condotti “sotto la direzione e la sorveglianza delle autorità governative”.W. Non è fuori luogo ricordare in questa sede l’esistenza di un ricco Archivio fotografico3. 2417). Solo recentemente si è proceduto alla catalogazione delle oltre duemila immagini conservate nel Fondo Fotografico. per la quale suggerisce l’attribuzione al XVIII secolo e non al periodo romano. ad esempio quello di C.M. (C XII.s) è da segnalare un promemoria.

frutto di scavi forse in parte condotti dallo stesso Whitaker7 tra l’ottobre 1902 e il settembre 1903. 7 Secondo DE GREGORIO 1917. p. e GIUFFRIDA 1992. anche reperti osteologici. . rilegato in pelle con la soprascritta in oro. ai quali sono da aggiungere altri oggetti acquisiti nel corso di circa un ventennio8. 5. crani umani e le cassette litiche utilizzate come urne cinerarie. provenienti prevalentemente dall’area della necropoli6. come la Cammareri Scurti o la Clark9. 10 Per la storia degli scavi e una presentazione di materiali provenienti dagli scavi antichi da ultimo GRIFFO 2005.Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker Le fotografie sono scattate da Whitaker con l’aiuto degli archeologi che visitavano Mozia. interessate: Contrada Cappuccini e Contrada San Carlo. oltre alle foto più strettamente archeologiche. 5). è indicata la contrada ed il nome del proprietario del terreno dove è avvenuto il ritrovamento. Due sono le zone. Proprio l’aver ripreso gli oggetti al momento del rinvenimento o isolatamente ma con il cartellino recante il numero di inventario appena apposto. era usanza far apporre una firma ai visitatori e gli stessi Whitaker avevano l’abitudine di annotare la loro presenza. come Antonino Salinas “moziese fin dal 1855”4 (Fig. scattarono anche immagini al paesaggio dalle quali emana tutto il fascino di Mozia.W. 4052. In questo libro. 5 È da sottolineare che questi illustri archeologi. quelli ritrovati negli scavi della necropoli di Birgi. per un inquadramento del sito nell’ambito delle necropoli fenicio-puniche del Mediterraneo SPANÒ GIAMMELLARO 2004. appartenenti perlopiù ad inglesi.Lipari Cascio incaricato dal commendator Whitaker. e fotografati. I primi materiali acquisiti per la Collezione sono quelli ritrovati negli scavi di Lilibeo (Marsala). l’altra è situata nella zona nord-est di Marsala. 49 4 Secondo un’annotazione riportata sul “Visitor’s Book” conservato nella Palazzina Whitaker a Mozia. Per una disamina sulle necropoli di Marsala CARUSO 2000.I. p. da tempo si è interessato a tale necropoli. là dove arrivava un’estremità della strada che univa Mozia (Porta Nord) alla terraferma10. 8 L’ultimo oggetto registrato proveniente da Lilibeo è il N. composte di materiali provenienti e da Lilibeo e da Mozia.. per le quali viene annotato che sono in “pietra detta Argentiera”. 6 I rinvenimenti risultano essere in maggior parte provenienti da sepolture. proveniente dalla zona di Erice. nel 1925. Tra questi ultimi ci sono anche rinvenimenti effettuati nel corso di scavi eseguiti dal Comune di Marsala ed in seguito acquistati o donati a Whitaker ed altri provenienti da collezioni private. ormai completamente assorbite dalla città moderna. Oltre ai materiali ceramici e metallici vengono puntualmente inseriti nell’inventario. facendo seguire a volte la firma da un commento.. 5. 50. tra via degli Atleti e Via Dante Alighieri. in ordine cronologico. un lotto di tredici reperti appartenenti alla Collezione Clark. che ha grandi relazioni con quella di Mozia…”. La prima ricadeva grosso modo nell’area dell’attuale Corso Gramsci. 9 Si hanno notizie di altre raccolte private. “. Biagio Pace o Thomas Ashby5. situata sulle rive della laguna dello Stagnone. p. per un totale di oltre duemilatrecento reperti. ha consentito ulteriori identificazioni di vasi singoli e la ricomposizione di corredi tombali. Dopo i reperti di Lilibeo sono registrati. vedi DE GREGORIO 1921.

ma si indica genericamente “Terre di Motya” o “Scavi di Motya” o ancora “fra i ruderi”. Fatto a Motya il 10 novembre 1913 (il verbale trovasi al Museo di Palermo)”. nelle Osservazioni è riportato: “Dal Comune di Marsala. acquisiti in varie riprese: aprile 1905.W. ma sui pezzi è riportato a matita un numero da 1 a 373. Come nel caso di Lilibeo. sul Registro di Entrata gli oggetti affidati a Whitaker sono riportati in un settore a parte. di questa grande e ricca necropoli è una testina muliebre in marmo bianco (N. Nell’aprile del 1905 si trova registrato il primo ritrovamento di Mozia.P.M. anche per la necropoli di Birgi sono acquisiti alla Collezione alcuni sarcofagi in calcarenite che sono attualmente posti nello spazio antistante il Museo di Mozia (Fig. intitolato: “Copia del Giornale degli oggetti rinvenuti negli scavi di Antichità a Birgi e Motya. Sarebbe interessante. dalla Collezione Cammareri Scurti”. In tutto sono indicati come provenienti da Birgi quasi seicento oggetti. marzo 1906. Così come per la necropoli di Lilibeo. anche per i ritrovamenti di Birgi è specificata la proprietà del terreno in cui è stato eseguito lo scavo11. Infine sembra che anche il Comune di Marsala fosse entrato in possesso di materiali rinvenuti a Birgi. Poiché per sei anni. 1372). ottobre 1907 e dal 1908 fino al settembre 1914. ma è dall’aprile del 1905 che sembra si proceda a scavi sistematici che fanno confluire nella Collezione materiali ceramici e metallici di qualità eccellente.I. Di questi poco meno di duecento risultano provenienti da Birgi. A proposito delle provenienze moziesi è da sottolineare che non sempre è riportata l’indicazione del luogo esatto di ritrovamento. controllare eventuali 11 legami con gli scavi effettuati nell’area della necropoli alla fine del Ventesimo secolo. poiché nel marzo 1919 un lotto di poco più di venti oggetti viene acquisito e registrato come proveniente da Birgi. Toti 50 Il primo rinvenimento. rinvenuto “nelle terre di Motya”. utilizzando il catasto dell’epoca. negli anni 1907-1908 al 1913 con l’assistenza del personale del Museo Nazionale di Palermo. Damiani. attraverso i nominativi pervenutici. redatto per ordine del Commendator Salinas e firmato dal soprastante A. . dal 1907 al 1913 furono effettuati scavi a Birgi e a Mozia in compartecipazione con il Museo di Palermo. un peso da telaio. Per questi oggetti è adottata una doppia numerazione: si prosegue con l’ordine del Registro di Entrata. dalla Collezione Lipari Cascio” o “Dal Comune di Marsala. settembre 1903. 6). “fra le pietre dei muri interni”.

oltre a quelli dalle “Terre di Motya”. accompagnati dal padrone di casa (Fig. ritrovata “sotto le mura. quindi sono registrati i primi corredi o vasi cinerari. dalla “Casa del Pollaio” (situata presso gli odierni Magazzini Enologici). e “nel fare il vigneto nella parte interna del muro di cinta che guarda nord” si trovano una ventina di stele. alcuni materiali provenienti da “Casa Nuova” (di incerta localizzazione. continuano le testimonianze provenienti dalla “Casa dei Capitelli”. per quel che riguarda le altre località dell’isola. sul lato di ovest”. sembra che solo nell’aprile del 1929 Whitaker abbia fatto domanda al Soprintendente Pirro Marconi per poter effettuare scavi in 13 12 un “terreno vicino Porta Nord. come un’olla con coperchio. 7). Whitaker”. ritrovato negli“scavi di Motya. fra i quali spicca una testina muliebre in marmo. Dai documenti di archivio. Tra i materiali.W. CXII B 19. rinvenuta sulla spiaggia. La maggior parte degli oggetti registrati nel 1909 proviene dalla necropoli e dalle sepolture sulle quali sono state costruite le fortificazioni. ritrovati “nelle terre di Motya”. un piatto da pesce rinvenuto “sul pavimento della casa dietro la grande scala” (Torre Orientale). Nella primavera del 1907 iniziano ufficialmente gli scavi a Mozia12 e sono registrati circa una decina di oggetti. lato est” (N. esteso per circa 100 m2”. forse il primo indizio della presenza del Tofet a Mozia. 1941).I. abbiamo un oggetto di bronzo proveniente dalla “Casa dietro la piccola scala” (la Casermetta). Inoltre sono inventariati i capitelli dorici provenienti dalla “Casa dei Capitelli” (Casa dei Mosaici).W. forse nella zona nord) ed un anello con candelabro a sette braccia. 51 Come ricordato dal promemoria alla nota 3. I materiali del 1911 provengono come sempre dalla necropoli ma anche dagli scavi effettuati nella zona di Porta Nord. per un mese. ancora dalla “Casa dietro la Grande Scala” e appare nominato per la prima volta “Cappiddazzu” come luogo di provenienza di carboni rinvenuti in un pozzo13.I. Nel maggio 1929 il permesso viene concesso e sono condotti scavi regolari “con mezzi elargiti dal Comm. . In questi anni i visitatori di Mozia appartengono perlopiù alla cerchia degli amici della famiglia Whitaker e sono spesso fotografati durante la visita agli scavi.Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker Questo fatto impedisce l’esatta collocazione del rinvenimento di oggetti di una certa importanza come ad esempio la statuetta in calcare raffigurante la dea Cibele in trono tra i leoni (N. 1898). Nel 1910 aumentano gli oggetti provenienti dalla necropoli. I ritrovamenti del 1908 sono più numerosi: è stata individuata la necropoli. oltre alla “Casa dei Capitelli”.

disposti così come erano stati col- 14 Whitaker lo definisce “a burial-ground for the remains of sacrificed offerings”. anche se in misura minore. 17 Archivio Whitaker. Gli anni 1914 e 1915 non sono molto ricchi di ritrovamenti. rispondendo ad una lettera inviata da “L’Ospitalità Italiana”17 con richiesta di informazioni sul Museo. ma può essere liberamente visitato dagli studiosi… è piccolo ma interessante”.M. 16 Vedi nota 3. 15 Si ha notizia di scavi condotti da Whitaker a Mozia nel decennio tra il 1920 e il 1930. afferma che “il Museo di San Pantaleo è fondato nel 1906. nella maggior parte dei casi. La storia edilizia del museo è ricostruita da BIONDO-FANELLI 1993. figli del primo amministratore G. WHITAKER 1921. 257. è privato. Whitaker sull’isola stessa. non forse per il valore intrinseco del contenuto.4032). onde meglio conservare gli oggetti mobili rinvenuti. . nel corso della quale sono trovate le testimonianze della frequentazione preistorica del sito. in una lettera del 1932. Nel marzo 1919 sono acquisiti materiali provenienti sì da Mozia. Come prevedibile nulla è inventariato nel 1916 e solo cinque oggetti tra il 1917 e il 1918. anche se nel corso degli anni successivi i due nomi vengono utilizzati indifferentemente. Dopo il 1922 le registrazioni di ritrovamenti si fanno sempre più sporadiche per terminare del tutto nel 192915. Lipari Cascio. Alcuni dei materiali identificati sono di ottima qualità come il vaso bronzeo a doppia testa femminile (N. Lo stesso Whitaker. C XII. 4031. “promemoria di Fiuggi del 1915”. p. proprio in questo periodo è comunque effettuata l’indagine sulla costa davanti Mozia. Purtroppo non esistono mappe con l’indicazione esatta di questo terreno. Gli oggetti registrati nel 1920 e 1921 provengono quasi esclusivamente dalla necropoli e dal Tofet. ma evidentemente non furono registrati i materiali: FALSONE 1995. B21. si è potuto solo genericamente situarlo nella zona centrale dell’isola. La Collezione è attualmente esposta nelle stesse vetrine di legno verniciate di bianco realizzate ai primi del ’900 e i materiali sono rimasti. Sono riportati ritrovamenti effettuati nelle acque dello Stagnone e come sempre continuano i rinvenimenti dalla necropoli. ma di proprietà del Comune di Marsala. ma per la sua grande importanza storica”16. Nel 1922 sono inventariati materiali ritrovati a “Cappiddazzu” e un nutrito lotto di oggetti è detto proveniente dal “Ventennale Lipari” ovvero un terreno affidato ai fratelli Lipari. il quale Museo già incomincia ad essere interessante. Toti 52 Nel 1912 la “Casa dei Capitelli” è menzionata per la prima volta con il nome di “Casa dei Mosaici”. istituito dal Comm. I materiali sono tutti collocati nel “piccolo museo.I. nella zona della Salina Anfersa (Infersa).P. Nel maggio del 1919 continuano gli scavi alla necropoli e iniziano i ritrovamenti di quella che inizialmente viene definita “nuova necropoli” o “seconda necropoli” e che solo in un secondo tempo fu correttamente interpretata come l’area del Tofet14.W.

14). 11-12). 8-9). 10). solo l’indicazione generica della provenienza: Mozia. o ancora l’amuleto regalato a Whitaker dall’egittologo Petrie (Figg. Birgi19 (Fig. 19 Solo con la risistemazione della Collezione effettuata nel 1988 vennero redatte didascalie per gli oggetti. 20 N. Provengono. F. si dice.25” 13 oggetti antichi ricevuti in dono dal Sig. che forse sarà servita come una rappresentazione convenzionale di offerta ad una Divinità come per esempio le due gambe anteriori di un montone o qualche altro animale. riportata anche in ACQUARO-SAVIO 2004.” 22 “Dono del Prof. e come ci testimoniano fotografie dell’epoca (Figg. sotto la supervisione di Antonino Salinas. Sezione Lilibeo 28 maggio 1925. 15-16)22. ma la sala della Collezione con le vetrine verniciate di bianco. Flinders Petrie 1920.f. 21 “NI. continua ad emanare un fascino ammaliatore. Prof. Le poche didascalie esistenti. sono aumentati gli oggetti in esposizione. Whitaker Motya p. “Il giovane di Mozia”. ma si era preferito porre sopra la vetrina. B11. Trovata in un vasetto intorno ad un’urna cineraria nella necropoli antica di Mozia. Enrico Clark di Marsala. Giuseppe Whitaker muore all’età di 86 anni nel novembre del 1936. Petrie/Abydos ii. Terracotta da uno dei templi di Abydos in Egitto. Inventario 27. secondo una lettera del 1908 di Giuseppe Lipari Cascio18. dalle terre vicino all’ospizio di mendicità di Marsala. tra i quali spicca un capolavoro della statuaria greca. Sempre dalle fotografie d’epoca. notabile marsalese (Fig.Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker locati. 4052. riguardano oggetti forse considerati particolari: la foglia ritrovata da Whitaker dentro una tomba20 e accuratamente riposta in una scatolina di latta di sigarette egiziane (Figg.I. C XII. 258”. p. immutato nel tempo. la sua ultima visita a Mozia risale al maggio 1933. .V. Lilibeo. la punta di freccia dono di Sebastiano Cammareri Scurti.c. 4051. gli oggetti della Collezione Clark (Fig. 24 maggio 1924: una foglia di pianta tuttavia abbastanza conservata per poter distinguere bene le venature. ancora conservate. 9. c. Da allora il suo “piccolo ma interessante museo” è stato ampliato.f. a volte. 13)21. come si evince dal Visitor’s Book. si nota come non fossero state redatte didascalie per ogni oggetto. 53 18 Archivio Whitaker.

d. FAMÀ-M. 631-643. conservazione e restauro. III. fasc. Il Fondo Fotografico Whitaker.G. 205-252. El mundo funerario. Libera Università del Mediterraneo. Giuseppe Isacco Spatafora Whitaker: naturalista ed archeologo: C. M.).. pp. Marsala-Palermo 2-8 ottobre 2000. SILVESTRI (eds. pp. Palermo 2005.P. Toti ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE AA. S. SAVIO (eds.P. M. X. ACQUARO-G. A.). FALSONE. DE GREGORIO. DE GREGORIO 1917 DE GREGORIO 1921 54 FALSONE 1995 FAMÀ-TOTI 2005 GIUFFRIDA 1992 GRIFFO 2005 SPANÒ GIAMMELLARO 2004 TOTI c. I luoghi della morte: impianti funerari nella Sicilia fenicia e punica: A. Scavi e ricerche a Mozia-I. 3 a 5 de mayo de 2002. WHITAKER. Pisa-Gibellina 2000. Palermo 2007. SAVIO. pp.L. Materiali inediti della Collezione ‘G.S. Marsala-Palermo 2-8 ottobre 2000. Whitaker’ di Mozia: Atti del V Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici.VV. 217-262. CARUSO. I Whitaker di Villa Malfitano. Fotografia. 2007 ACQUARO-SAVIO 2004 SARZANA-BIONDO-FANELLI 1993 CARUSO 2000 AA. Palermo 1917. Palermo 1921. pp. Alicante 2004. Mozia tra storia e progetto per l’ampliamento della sua fruizione turistica. LENTINI-P. Whitaker’ a Mozia: Atti del V Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici.s. Motya. 615-630.VV. TOTI.I. Catalogazione e conservazione attraverso la formazione professionale. 1 dicembre 1990). 25-33. Gli ultimi scavi di Giuseppe Whitaker a Mozia (1921-30): R. Seminario di Studi – Palermo 16-18 marzo1995. 49-51. Intorno a talune edicole sepolcrali fenicie di Marsala. Mozia: gli scavi di G. pp. Bologna 2004.s. GIUFFRIDA. A.d. M. J. E. A Phoenician Colony in Sicily.M. Actas del III Seminario Internacional sobre Temas Fenicios. G. TOTI. Palermo 2005. ACQUARO-G. Gli archivi della Fondazione Whitaker: E.). WHITAKER 1921 . pp. c. I Whitaker e il capitale inglese tra l’Ottocento e il Novecento in Sicilia (Atti del Seminario Trapani 29-30 novembre. D’ALEOS. GIRGENTI (eds.). BIONDO-G. pp. Palermo 1995. GRIFFO. Documenti e problemi di topografia storica nelle città fenicio-puniche della Sicilia occidentale: la necropoli ed il tofet di Lilibeo (Marsala): Atti delle Terze Giornate Internazionali di Studi sull’Area Elima (Gibellina – Erice – Contessa Entellina. fasc. Guardamar del Segura. 329-337. A. London 1921.P. Su taluni resti fenici di Mozia di Erice e di Marsala (Lilibeo): Studi archeologici ed iconografici. 23-26 ottobre 1997). (Lilibeo) conservate nel Museo di Palermo: Studi archeologici ed iconografici. E. Whitaker alla necropoli. SPANÒ GIAMMELLARO. Trapani 1992. GONZÁLEZ PRATS (ed. DE GREGORIO. Palermo 1993. R. FANELLI. I reperti della necropoli di Birgi nella Collezione ‘G.

le altre da G. .Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker 55 1 Fig.Pagina del Registro di Entrata: le prime due voci sono redatte da Lipari Cascio. 1 . Whitaker.

3 . Fig.Necropoli: corredo di una sepoltura.Necropoli: tomba con attrezzi di scavo.M. 2 .P. Toti 56 2 3 Fig. Fig.Un set fotografico davanti al Museo. 4 . 4 .

Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker

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Fig. 5 - A. Salinas a Porta Sud: merlo fenicio e merlo palermitano (la didascalia è vergata da A. Salinas).

M.P. Toti

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Fig. 6 - Sarcofagi davanti al Museo di Mozia. – Fig. 7 - A Mozia. Sul molo. Fig. 8 - Museo di Mozia: vetrina 42, foto Grignano (primi decenni del Novecento).

Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker

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Fig. 9 - Museo di Mozia: vista della parte sud dell’esposizione negli anni Venti del Novecento.

.Museo di Mozia: Vetrina “Mozia” (anni Venti del Novecento). Toti 60 10 Fig.M.P. 10 .

Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker 11 61 12 Fig.I.I. . Fig.W.4051.Scatola di latta contenente la foglia N.Didascalia della foglia N. 11 . 4051. 12 .W.

Fig. Toti 13 62 14 Fig. Cammareri Scurti nella sua scatola originale.Didascalia dei materiali della Collezione Clark. .P.M. 14 . 13 .Punta di freccia donata da S.

Petrie.Dallo scavo al Museo: la formazione della Collezione Whitaker 63 15 16 Fig.Appunto di G. 15 .Amuleto (?) in terracotta donato da Sir F. . Whitaker sull’amuleto (?) ricevuto da Sir F. Fig. 16 . Petrie.

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Mozia. Materiali preistorici. . Set fotografico.

ceramica da fuoco o da cucina. Tutte le presenze segnalate lungo l’antistante costa siciliana tra Marsala e Trapani si riducono a rinvenimenti sporadici spesso privi di sufficienti notizie. Paceco. p. Marsala si attestano rinvenimenti che vanno dal Neolitico all’Eneolitico. pertanto. da un lato rife- 67 1 WHITAKER 1921. inconsapevolmente si contraddice. ma pur sempre privi di completezza.GLI ELEMENTI DI INTERESSE PALETNOLOGICO NELLA COLLEZIONE WHITAKER E LA PREISTORIA MOZIESE SEBASTIANO TUSA Pochi sono i reperti certamente attribuibili ad epoca preistorica presenti nella Collezione Whitaker di Mozia. pertanto. pp. Anche Whitaker attribuiva ai neolitici le ceramiche fatte a mano comprendenti pentole e tegami che oggi sappiamo essere con certezza di epoca punica ed appartenere alla classe della c. ma privi di alcuna contestualizzazione o certezza topografica. 216. . PACE 1935. Si trattava. di una doppia contraddizione poiché. Com’è noto Whitaker era convinto che quando i Fenici giunsero su Mozia l’isola fosse già abitata e che indigeni e nuovi venuti realizzarono una pacifica coesistenza1. Tuttavia se colleghiamo quanto conservato nella Collezione Whitaker con quanto desumibile dalle ricerche che nei decenni hanno accresciuto le conoscenze sulla più antica storia di Mozia. diventa possibile. ma li attribuisce al neolitico2 e. il tentativo di delineare la pre. Ciò pregiudica la possibilità di poter trarre utili deduzioni al fine di delineare la più antica storia della piccola isola lagunare. Anche la vicina Favignana offre interessanti indizi di presenza preistorica a partire dal Paleolitico superiore.e protostoria moziese. 227-228. Anche Pace ipotizza l’esistenza di indigeni a contatto con i coloni fenici. Anzi da tale confronto se ne deduce qualcosa di originale che certamente migliora il livello delle nostre conoscenze finora controversamente interpretate. seppur arduo. 2 PACE 1915. Tale difficoltà viene accresciuta dalla mancanza di contesti preistorici certi nell’immediato circondario. Ad Erice.d.

5 FALSONE 1988.S. fig. 123. tuttavia il margine di distanza tra l’attestata presenza preistorica e l’avvio della colonia fenicia è talmente grande che. Ma vediamo con ordine quali sono le testimonianze preistoriche verisimilmente presenti sull’isola sia sulla base dei dati della Collezione Whitaker che di ricerche successive. p. al momento. Tusa 68 rendosi ad una sommaria conoscenza della preistoria. 32. In tempi più recenti la stessa idea del contatto tra Fenici ed indigeni è stata ripresa sia da Vincenzo Tusa3 che da Bondì4. ma uno con motivo ad X puntinato lo attribuisce addirittura alla facies del Bicchiere Campaniforme7.) fino all’epoca della prima presenza fenicia che. Tale ipotesi. che da quelli del tophet. 173-174. è stata posta tra il 720 ed il 710 a. p. TUSA 1979. 99. come dicevamo. risultava alquanto vaga ed inaccettabile poiché l’effettiva presenza di un livello attribuibile al Milazzese a Porta Sud non poteva presupporre l’esistenza ininterrotta di un insediamento da quel periodo (XIII sec.C. Sulla base dei dati summenzionati e di quelli che analizzeremo in seguito non possiamo che registrare la presenza di un periodo di circa quattro secoli o poco più di totale assenza di occupazione su Mozia (dal XIII all’VIII sec.). p. 261-265.C. BOVIO MARCONI 1963.C. Ed anche se antedatiamo la frequentazione fenicia di circa mezzo secolo o poco più (come proporremo più avanti sulla base di un reperto estremamente significativo). menziona un gruppo di quattro frammenti considerati neolitici6. dall’altro la presunta prova di tale presenza pre-fenicia era in realtà basata su materiali pienamente punici. BOVIO MARCONI 1944. quindi. Whitaker. Falsone pur evidenziando larvate somiglian- 3 4 TUSA 1973. a giudicare dai materiali rinvenuti soprattutto nella necropoli arcaica e nell’area industriale. 7 6 . 81. a. WHITAKER 1921. ipotizzata una generica presenza sull’isola di non meglio definiti indigeni dall’Età del Bronzo fino all’epoca della colonizzazione fenicia. Entrambi basano la loro convinzione su elementi desunti sia dagli scavi inglesi presso le Porte Sud e Nord. pp. come giustamente metteva in evidenza Falsone5. non possiamo che registrare l’assenza di alcun contatto con insediamenti preesistenti sull’isola. 148. com’è noto. In effetti tra le tante ceramiche rinvenute ve n’erano alcune che potevano essere riferibili genericamente all’Età del bronzo. pp. BONDÌ 1979. In maniera alquanto imprecisa e vaga veniva. La Bovio Marconi li identifica come appartenenti all’Età del Rame (cultura della Conca d’Oro). a. In più dagli scavi inglesi di Porta Sud era pervenuto un frammento inequivocabilmente attribuibile alla facies del Milazzese della Media Età del Bronzo. giudicava il neolitico estemporaneamente allungato cronologicamente fino alle soglie della storia. 42. p.

Da ciò che Whitaker attribuiva alla preistoria Falsone salva soltanto alcune fuseruole. .C. La Bovio Marconi. FALSONE 1988. Pl. i tre cucchiai fittili che associa a simili manufatti di Villafrati e Castelluccio. Si tratta della figurina dal contorno a losanga15. 10 WHITAKER 1921. 11 FALSONE 1988. a.Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese ze con elementi di facies stentinelliana. invece da giudicare come pertinenti la classe di ceramiche d’impasto da fuoco di epoca punica. p. il quarto. Pl. la cuspide a foglia e la lunga lama in selce a sezione trapezoidale14. a. 16 BOVIO MARCONI 1944. 18 FALSONE 1988. Nel suo dettagliato saggio Falsone giudica di incerta attribuzione preistorica altri tre oggetti. Ma la provenienza di tale vasetto potrebbe essere dubbia poiché probabilmente raccolto tra i resti di un insediamento preistorico nell’antistante costa nei pressi della Salina Infersa. fig. così come la ceramica da cucina fatta a mano che correttamente Falsone indica come pertinente la produzione punica moziese11. 14 15 BOVIO MARCONI 1944: coll. In realtà dal tipo di tecnica decorativa ed impasto mi parrebbe che i primi due frammenti siano pertinenti a ceramiche c. VI:3. nella sua opera di sintesi sull’Età del rame nella Sicilia occidentale. Ib. 13 WHITAKER 1921. Pl. menziona alcuni oggetti interpretabili come preistorici. già illustrate dal Whitaker13.C. ne giudica due8 pertinenti a tegole puniche del VI-V sec. 44. fig.d. fig. 2 a-b. già ai tempi dell’articolo di Falsone. Pl. giudicata dalla Bovio Marconi come assomigliante a tipi tessalici (Dimini) e agli idoletti di Piazza Leoni (Palermo)16.. pp. FALSONE 1988. p. Menziona poi il frammento già ricordato che giudica appartenente ad un bicchiere campaniforme. 43. Si tratta di “tre ciotole cilindroidi-tondeggianti” con prese. 17 FALSONE 1988. 12 TINÈ 1961.. Descrive poi oggetti in selce ed ossidiana tra cui la punta di freccia peduncolata. 69 8 9 FALSONE 1988. gli utensili in selce ed ossidiana ed un vaso conservato al Museo di Siracusa indicato come proveniente da Mozia che è pubblicato dal Tinè come tipico della facies della Conca d’Oro12. indigene di attribuzione elima databili tra l’VIII ed il VII sec. fig. 81-82. p. 2 d.C. 131. Anche il frammento identificato dal Whitaker come crogiolo preistorico10 è da Falsone identificato come ceramica punica di V sec. FALSONE 1988. il terzo con scanalature parallele attribuibile ad epoca romano imperiale9. un frammento di orlo di ciotola con bugna17 e la parte inferiore di un vaso a clessidra in argilla grigia18. che sono. I a. 5-6. 2 c. non era più rintracciabile nel museo di Mozia. 4 b. 33. fig. Fig. varie fuseruole e l’idoletto di terracotta che descriveremo in seguito. fig. 4 a. I d. a. 262.

C. 19-23.). II. Ben identificabile con sicurezza è. 28 BONDÌ 1979. p. 8. 19 20 FALSONE 1988. pertanto. un vaso frammentario e tracce di una spada in ferro del tipo Naue II24. 27 Mozia I. fig.XIV a. invece. pp. sottostante i livelli fenici. p. fig. In realtà le uniche testimonianze effettivamente preistoriche. accertano la presenza di insediamenti databili tra l’Antica e la Media Età del Bronzo (tra il XVIII ed il XIII sec. fig. p. Ceramiche attribuite ad una fase pre-fenicia sono state menzionate nei resoconti di scavo del tophet27. definiti dal Falsone gli utensili in selce19. 123. pp. fig. 3b. 23 FALSONE 1988. parzialmente corroborate da evidenze stratigrafiche certe e da contesti sicuri. pp. come dicevamo. Dall’esame dell’evidenza passata e dai risultati di scavi più recenti Falsone arriva alla conclusione che a Mozia esisteva un insediamento databile tra l’Antica e la Media Età del Bronzo seguito da un periodo di assenza insediamentale prima della fondazione fenicia. 44-45. p. Tuttavia la loro attribuzione è tutt’altro che chiara. 3 a-d. 3a. il ben noto e menzionato frammento con la tipica decorazione puntinata in registro su ansa a sezione piano convessa. In altre sedi tali ceramiche.S. IV:33. 3d. Presso la Porta Nord gli scavi inglesi misero in luce sulla riva del mare un preciso contesto consistente in un livello nerastro sul suolo vergine. 173-174. discutibile. 24 25 COLDSTREAM 1964. III. . 21 FALSONE 1988. a. vengono classificate come pertinenti la medesima facies di tradizione del Milazzese28. 4). 57. Tali contesti furono rinvenuti nel corso delle ricerche effettuate dalla missione inglese diretta da Isserlin e di quella dell’Università di Palermo diretta da Vincenzo Tusa. seguendo il discutibile parere di Evans. 3c. Si tratta evidentemente di una attribuzione estremamente vaga e. Presso la Porta Sud John D. Pl. 34. Egli menziona la lunga lama a sezione trapezoidale20 (n. 123. Evans identifica due classi ceramiche fatte a mano interpretate come appartenenti “ad una tradizione che va indietro all’età del rame anche se attribuibili cronologicamente ad epoca pre-fenicia”25. 26 ISSERLIN ET ALII 1964. attribuibile senza ombra di dubbio al Milazzese26. Tusa 70 Ovviamente preistorici vengono. fig. una punta di freccia peduncolata22 ed una punta foliata23. FALSONE 1988. fig. un raschiatoio21. EVANS 1964.1. 22 FALSONE 1988. In tale livello furono rinvenuti tre travi in legno appartenenti ad una struttura preistorica e una deposizione funeraria in pessime condizioni con scarsi resti umani.

1978. Lo stesso Falsone menziona quella che sembrerebbe essere l’evidenza preistorica più consistente dell’isola di Mozia. si collega a quella identificata nell’area dei c. pertanto. 419-442. infatti. 217. Sintetizzando appare certa la presenza a Mozia di chiare prove della presenza di insediamenti databili tra l’Antica e la Media Età del Bronzo (XVIII-XIII sec. Tali tracce sono definite dalla ceramica raccolta fuori contesto. . 31 FALSONE ET ALII 1980-1981. A tal proposito Falsone menziona la presenza di parte di una struttura a perimetro circolare al di sotto di una torre della cinta muraria punica che a suo parere. Secondo gli scavatori si tratta di ceramiche della Media Età del Bronzo attribuibili alla facies del Milazzese (decorazione a nervature. Tale presenza. 33 34 FRESINA 1990. magazzini enologici dove è attestato un livello distinto con ceramiche inquadrabili in una fase antica della cultura di Thapsos – Milazzese34. È.Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese La vaga presenza di ceramiche preistoriche viene registrata anche all’interno di una torre delle fortificazioni29. Essa. Si tratta dei resti di un villaggio con capanne circolari con basamento litico in un livello con ceramiche attribuibili alla c. p. potrebbe essere stata genericamente preistorica30. a. fruttiere). si è trovata traccia di un insediamento dell’Età del Bronzo. 37-38.d. TUSA S. coppe su alto piede e tazze attingitoio) e dell’Antica Età del Bronzo. area industriale36. per effetto del taglio di buche per il vigneto. pp. facies di Rodì Tindari Vallelunga (che recentemente abbiamo proposto di integrare parzialmente o nella facies di Castelluccio o in quella di ThapsosMilazzese a seconda delle caratteristiche tipologiche) con elementi di chiara assimilazione con la facies ampiamente evidenziata attraverso gli scavi recenti dell’insediamento di Mursia a Pantelleria35. Nell’area nord-orientale dell’isola. SPATAFORA 2000. appare essere la più consistente prova dell’esistenza di un insediamento preistorico su Mozia33. sono i vasi rinvenuti al fondo di una cisterna nella c.d. simili a quelle rinvenute in un pozzo nell’area industriale31.). fig. poco distante dalle fortificazioni. facies di Rodì Tindari Vallelunga (anse piano-convesse. dove Whitaker aveva eseguito scavi rimasti inediti. p.C. a Nord dell’edificio di “Cappiddazzu”.d. 8. 38.d. Tuttavia.d. localizzata nell’area ove insistono le case moderne. facies di Rodì Tindari Vallelunga (anse ad orecchie equine)32. FALSONE 1988. 36 TUSA V. insieme a materiali più tardi di epoca arcaica. nella zona K. proprio nella Collezione 71 29 30 CIASCA 1979. attribuibili alla c. 1999. Inequivocabilmente appartenenti alla c. 84-86. plausibile pensare alla presenza di un vasto villaggio capannicolo nella parte più alta dell’isola che visse durante quel lungo processo che vide la cultura castellucciana lentamente trasformarsi in quella thapsiana attraverso quelle metamorfosi tipologiche che sono state definite di Rodì Tindari Vallelunga con chiari addentellati alla facies di Mursia. 32 FALSONE 1988. pp. 35 ARDESIA ET ALII 2006. pp.

8) e. dei quali uno con decorazione dipinta policroma. Pur non colmando interamente il vuoto tra il XIII sec. sia per la forma che per la decorazione. ipotizzabile sia grazie al succitato frammento che a considerazioni di carattere storico-archeologico generali (si ricordano i materiali d’importazione fenicia a Monte Finestrelle ed in molteplici necropoli dell’Età del ferro della Sicilia centro-orientale).C. 38 SPATAFORA 2000. La presenza del frammento nuragico potrebbe.C. a. Tale possibile frequentazione fenicia dalla metà del IX sec.C.C.C. del frammento di brocca askoide nuragica (n. tuttavia contribuisce da un lato a ipotizzare la presenza di un insediamento più antico di quasi un secolo rispetto a quello tradizionalmente indicato e dall’altro a riaprire il dibattito sulle frequentazioni fenicie precedenti la colonizzazione greca avvalorando il noto passo tucidideo. 5-6). Pertanto dall’esame da noi effettuato risulterebbe l’indizio di una presenza nell’Età del rame precedente quella ampiamente attestata dell’Antica Età del Bronzo. A tale evidenza dobbiamo collegare la presenza di alcuni indizi (ceramiche) che potrebbero far pensare all’esistenza nella zona delle case moderne (Magazzini enologici) di un insediamento attribuibile all’Età del Bronzo finale38. che possono essere. Tali vasi potrebbero confortare l’ipotetica presenza del citato vasetto eneolitico conservato a Siracusa. essere attribuita a frequentazioni fenicie delle coste sarde e delle coste siciliane già nel IX sec. Tusa 72 Whitaker registriamo la presenza di due piccoli vasetti piriformi (nn. e la fondazione di Mozia (720-710 a. . a. a. infatti. 10) (purtroppo il secondo frammento ad esso pertinente visto dalla Ferrarese Ceruti non è più riscontrabile) che contribuisce a riproporre il tema della prima frequentazione fenicia di Mozia. soprattutto.S. 37 LO SCHIAVO 2005. Si tratta della fibula ad arco semplice da attribuire alla facies di Pantalica sud (n. Ed anche per il periodo posteriore alla Media Età del Bronzo riscontriamo la presenza di due elementi della Collezione Whitaker che contribuiscono a colmare quel presunto periodo di assenza di tracce insediamentali asserito da Falsone per la Tarda Età del Bronzo e gli inizi dell’Età del Ferro (anche i materiali summenzionati rinvenuti dagli Inglesi a Porta Nord vanno ridimensionati ed attribuiti alla Media Età del Bronzo. a tal proposito.. sulla base delle importazioni greche). insieme a quelli presenti nei contesti ausoni alle Eolie. a. soprattutto per quanto attiene alla sua connotazione mediterranea ed alla cronologia. Cito. attribuibili alla facies di Malpasso-Sant’Ippolito (fine dell’Età del Rame). la notizia che anche l’originale attribuzione ad una spada in ferro del tipo Naue II sia stata dagli stessi studiosi inglesi messa in dubbio). Tale approfondimento è possibile poiché disponiamo dell’eccellente saggio della Lo Schiavo che inquadra in maniera precisa il frammento in questione37 datandolo tra la metà del IX e la metà dell’VIII sec.

570.W. Consultando il catalogo Whitaker abbiamo trovato alcune voci inventariali che potrebbero essere pertinenti ad oggetti di epoca preistorica o protostorica che elenchiamo di seguito per completezza.W. 40 LO SCHIAVO 2003.I.C. p.I. Bartoloni asserisce che a Sulky tali cucchiai-lucerne sono stati trovati nel tophet. Sotto lo strato nero comincia lo strato naturale della marna. nel canale delle Saline del Senatore D’Alì a metri 15 delle scale che porta ai 3 Pini (forse stazione di lavorazione delle pietre di epoca neolitica. come il frammento di brocca askoide nuragica. 2130: cucchiaio di terracotta. N. 2486: schegge di selce tra le ossa cremate. 109-111. N. Porta Nord 1907-1913. 2485. Da ciò che si evince risulterebbe certa l’esistenza di un insediamento costiero di tipo lagunare databile tra il mesolitico ed il neolitico. 2127: cucchiaio di terracotta.I. spiaggia Infersa. Gabrici. D’Alì. N.I. Ma risulta probabile che siano i due oggetti elencati dai quali è scomparso il numero inventariale originale. al periodo finale dell’VIII sec. Tale saggio fu fatto alla presenza del Sig. N.Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese potrebbe trovare conferma anche nella presenza di altri potenziali oggetti di origine nuragica. terra e pietrame con ceramica greca. in essa si raccoglie ceramica di impasto primitivo. Tale datazione risulta. Tali sono i tre cucchiai (nn. Contrada San Leonardo. . 73 39 BARTOLONI 2005. come nelle capanne che si rinvengono a Motya.W.I. settembre 1914. Taramelli si è tornati a scavare sul posto e si è trovato il pavimento delle capanne ed altre schegge di ossidiana ed avanzi di cucina (22 maggio 1915). Segue lo strato di terra nera che è in media cm 45.I. p. 3338: freccia di selce. 3639: scheggia di selce. Mozia 1910. Esiste uno strato di terra nera friabilissimo che rimane in media 1 m. Canale delle Saline del Comm. a mio avviso.W. 16-18) definiti da Bartoloni “piccole lucerne di matrice nuragica” datati dallo stesso. Durante la visita del Prof. Infine è interessante riportare quanto scritto dal Whitaker a proposito di sue ricerche sull’antistante costa nei pressi della Salina Infersa o Anfersa. Spiaggia di Canale Anfersa. a.W. Mozia. Motya. 3342-3344: Scheggia o raschiatoio in ossidiana e di altra selce con quantità di ossa di animali o avanzi di cucina … un mascellare delle ossa rinvenute. 1. in relazione alla fondazione di Mozia39. E.W. sotto il livello della Via Comunale. Direttore del Museo Nazionale di Palermo. N. in linea con una vasta fenomenologia riscontrabile in molteplici siti siciliani. N. Si avevano (?) avanzi di mattoni di terra cruda. a volte con ceramica posteriore. ossi di animali e frammenti di ossidiana. che si tratta di oggetti rituali collegati con i culti ctoni. Per i due cucchiai in terracotta che si elencano di seguito non si è trovato alcun riscontro. 28 maggio 1919.W. necropoli 1911. Di tali voci inventariali non abbiamo trovato alcun riscontro tra gli oggetti analizzati. 3339: coltello di selce e coltelli di ossidiana nei diversi scavi di Motya nello strato neolitico. di cui si conservano i campioni. Tuttavia oltre alla datazione anche tale “matrice” nuragica risulta opinabile sia per l’assenza di precisi confronti che di tracce di bruciatura da fuoco sui tre cucchiai.I.W. N. La stratificazione è la seguente: M. estremamente bassa anche in considerazione dell’ottimo inquadramento fatto dalla Lo Schiavo sia per la brocca che per i cucchiai tra la fine dell’Età del bronzo e gli inizi del ferro40. È per questo che riteniamo. N. però.I. 3932. Mozia 1910.

W.3. H. 0. ø 4. Non si riscontra la presenza di alcuno strumento. Modellato a mano e cotto. Vasetto piriforme in terracotta con decorazione policroma (Tav. cons. Vasetto di forma ovale allungata con fondo appuntito. Si tratta della miniaturizzazione dei ben noti orci o piccoli pithoi presenti nella cultura di Malpasso/Sant’Ippolito. II) N. ø orlo 5. 20.) 4. Estese abrasioni superficiali. 1.W.2. ø orlo 3. La selce risulta essere di diversa colorazione e. Mozia 1911”. Scheggiature inframarginali.I. 4050). cm 8. ø orlo 2. 2484. 6. Assenza di ritocco. I) N. 3.W. La presenza di ossidiana pantesca ben si accorda con le analogie tipologiche riscontrate nell’ambito della ceramica attribuibile all’Antica Età del Bronzo con la facies di Mursia. Impasto bruno grossolano. pietra focaia e ossidiana. 3. 4056). Scodellina in terracotta (Tav. 6.I. Ricomposto da due metà. I) N.S. Ad un’analisi autoptica l’origine delle schegge di ossidiana presenti risulta essere ripartita in parti pressoché uguali tra Lipari e Pantelleria. Schegge di ossidiana (Tav. di diversa origine da varie fonti dell’antistante costa siciliana.I. Rinvenuta in un saggio di scavo tra Porta Nord e la necropoli antica di Mozia. Nella necropoli il 21 maggio 1927. 3900 (N. Scavi di Motya del comune di Marsala. 3870). pertanto. I) N. Epoca preistorica indefinibile.5.5. Lama in selce color senape a sezione trapezoidale con superfici fortemente patinate ed alterate in color bianco maculato. Eneolitico. 3889 (N. spess.I. 5. H.I. 3897 (N. 3895-3896. I) N. Lama in selce (Tav. pareti con orlo rientrante indistinto e due prese forate a linguella orizzontale poste simmetricamente presso l’orlo. ø base 6.I. Quattro prese simmetriche a linguella poco sotto l’orlo. Epoca preistorica indefinibile.7. Schegge di selce (Tav. Vasetto piriforme in terracotta (Tav. largh. Marzo 1919.I. Cultura di Malpasso/Sant’Ippolito. Lungh. II) N. Provenienza sconosciuta. ø 6. Numerose schegge di selce (scarti di lavorazione). Provenienza sconosciuta.W. È presente il bulbo di percussione. ad una profondità circa di m 2 il 24 maggio 1924. Mancante della parte distale. . Integro.7. Non si riscontra la presenza di alcuno strumento. Scodellina con base piatta e basse pareti rientranti con Mancante di parte dell’orlo. “Diversi avanzi di schegge di selce. 3892 (N.5. Modellata a mano e malcotta. 6544. Impasto bruno grossolano.I. Epoca pre-protostorica indefinibile. Tusa CATALOGO orlo indistinto assottigliato.I.I. 74 Numerose schegge di ossidiana (scarti di lavorazione). 2. Selce color senape.6.

adibito al convivio ed a cerimonie. nel punto di massima espansione. 0. si nota un foro praticato in antico. Fortemente ossidata. Provenienza sconosciuta. Parte inferiore di un grande vaso su alto piede.5. con l’attacco inferiore di un’ansa. Largh. esterna nerastra lucida. Impasto color nocciola. 1. Fusione.). 6. 75 8. 4. Bronzo. Tutta la superficie del corpo del vasetto è campita da decorazione dipinta policroma costituita da bande verticali delimitate da elementi lineari in nero. Alla base del sistema decorativo descritto vi sono quattro cerchielli simili. Parte inferiore di vaso su alto piede (Tav. orlo distinto ispessito e due prese a lingua forate impostate obliquamente sulla spalla.C. Impasto bruno chiaro.I. protuberanza superiore appuntita con globuletto appiattito applicato simboleggiante il capo e braccia tubolari assottigliate.5. Fibula ad arco semplice a sezione circolare. C. largh. Ricomposto.I.5.Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese Modellato a mano e dipinto.I. L’oggetto imita le statuette corinzie piatte di epoca arcaica. Frammentario della parte inferiore del busto e della parte distale del braccio sinistro. L’oggetto è decorato da incisioni lineari. Facies di Pantalica Sud. Idoletto antropomorfo con torso appiattito. in basso a sinistra. spess. II) N.2. Modellato a mano e cotto.6. mancante della vasca e dell’ansa. Vasetto di forma ovale allungata con fondo appuntito. Modellato a mano e malcotto. Impasto rossiccio con superfici dipinte. Antica Età del Bronzo. ø base 26. H. 23. 4518. 5. Frammento di bocchetta askoide nuragica (Tav. 9. Sul bordo di frattura. Età del Ferro (VII sec. Il cattivo stato di conservazione non permette di stabilire la cadenza dei colori delle bande nonché la probabile esistenza di elementi lineari di marginatura a tremolo. Sull’ansa si notano tre fasci di tre linee verticali ciascuno con due file di cerchielli negli spazi intermedi. Impasto color grigio ferro ben depurato in sezione con superficie interna marrone rossiccia. . Modellato a mano e cotto. Idoletto in terracotta (Tav. I cerchielli sono costituiti da tre elementi concentrici. Cultura di Malpasso/Sant’Ippolito.8. Le bande sono dipinte in rosso e bianco-rosaceo alternate. 6021. Provenienza sconosciuta. È presente l’attaccatura dell’ansa a sezione piano-convessa che indica la presenza del relitto. 10. Mancante dell’ardiglione e della staffa. 6585. Fibula ad arco semplice (Tav. 3889. Cotto. III) N. Frammento del corpo globulare di bocchetta askoide. Provenienza sconosciuta. II) N. Provenienza sconosciuta. All’interno dei cerchielli tracce di pasta bianca. facies di Rodì-Tindari-Vallelunga. H.I. cons. a. spezzata poco sopra.2. Frammentario. Spess. 7. 7. III) N. H.d. A destra dell’ansa si nota un motivo simile costituito da un fascio verticale di quattro linee parallele che si sollevano da un cerchiello simile ai precedenti.

4046). III) N. III) N. Età del Ferro. Modellata a mano e cotta.S. H.C.I.I. Leonelli (CAMPUS-LEONELLI 2000. 800.8. Lungh. ø 2. Provenienza sconosciuta.AS. ø 2. Fuseruola globulare baccellata lievemente schiacciata lungo l’asse del foro passante. III) N.1. 15. Monte Zuighe. Fuseruola globulare schiacciata lungo l’asse del foro passante. 1. ø 2. Modellata a mano e cotta. 1. 3888. 76 Integra con lievi abrasioni. Modellata a mano e cotta. 16. Nuraxinieddu – Su Cungiau ‘e Funta. Integra con lievi abrasioni Modellata a mano e cotta Impasto bruno chiaro Fuseruola globulare irregolarmente schiacciata lungo l’asse del foro passante.8.I.I. Età del Ferro. Fuseruola globulare schiacciata irregolarmente (Tav. 3887. Cucchiaio in terracotta (Tav. Impasto rossiccio ingubbiato in bruno scuro. III) N.I. Metà dell’VIII sec.5. Lievi scheggiature all’orlo.33) di F. Protogeometrico B di Creta. Integra con lievi abrasioni. tra cui quella da Monte Cau. 11. p. Il foro si ritrova anche su altre bocchette. Fuseruola globulare schiacciata (Tav. a. 3896. Fuseruola globulare schiacciata irregolarmente (Tav. Oliena – Sa Sedda È Sos Carros. Età del Ferro. Integra con lievi abrasioni. Modellata a mano e cotta. Fuseruola globulare irregolarmente schiacciata lungo l’asse del foro passante. Provenienza sconosciuta. H. H. 12. Campus e V.7.6. 398.6. Provenienza sconosciuta.I. Alghero – Palmavera. Metà del IX – metà dell’VIII sec. Rinvenuto tra Porta Nord e la necropoli antica il 16 maggio 1924. Tusa Tipo 688 (Bro.4.W. Fuseruola globulare (Tav. LO SCHIAVO 2005. Presente a Ittireddu – Nuraghe Funtana. tavv. largh.9. III) N. Provenienza sconosciuta. Sorso – Monte Cao. Fuseruola baccellata (Tav. 3685. Impasto bruno con superfici fiammate. 2. Età del Bronzo Finale – I Ferro della Sardegna. III) N. vasca 3. 237-238: 1-9). Provenienza sconosciuta. Fuseruola globulare. 6540 (N. 8.5.I. ø 3. Impasto bruno. . Khaniale Tekke presso Cnossos a Creta e Cartagine. Età del Ferro. Età del Ferro. ø 2. 14. a Cartagine. 13. Mancante di circa la metà. Impasto rossiccio con superfici grigiastre.

ø 15. H. cons. Necropoli arcaica. Lacunosa nell’orlo. H. Impasto bruno. 17. 4391 (N. Cucchiaio in terracotta (Tav.I. largh. 4. 20. cons. Età del Ferro. p. 7. Coperchio con presa (Tav.I. Età del Ferro. durante gli scavi della necropoli. 570. Modellato a mano. Provenienza sconosciuta. 3997). ø orlo 5. p. 4005). ø 22. orlo distinto estroflesso ed anse a sezione circolare tra l’orlo e la spalla. da un unguentario piriforme.W. Età del Ferro. Provenienza sconosciuta.2. Lungh. Argilla rossa.Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese Modellato a mano e malcotto.I. BARTOLONI 2005. da un elemento orizzontale a zig zag non campito nella parte alta del corpo e da segmenti paralleli sulle anse e sull’orlo.I. largh. Cucchiaio con manico cilindrico rastremato e vasca con versatoio con orlo distale abbassato. Decorazione dipinta in bruno consistente in una banda orizzontale campita da zig-zag poco al di sopra della massima espansione del corpo. 570. Dal tophet. Impasto rossiccio. Integra. Argilla grigia. 2218. 8.I. Brocca globulare schiacciata su base a disco con orlo distinto trilobato con versatoio ed ansa a sezione circolare.6. 6586 (N. Età del Ferro. 3894. IV) N. Impasto rossiccio. Cucchiaio con manico cilindrico e vasca con bordi omogenei. H. III) N. Anforetta dipinta (Tav. Frammentario del manico e di parte dell’orlo. 21. Modellata alla ruota lenta. Cucchiaio con manico cilindrico e vasca con bordi omogenei. Modellato a mano e malcotto. Coperchio a disco piatto con bordo indistinto squadra- . 570. 19. Modellato a mano e malcotto. 4. III) N. composto da un vaso cinerario (lasciato in situ).W.I. 10. Mancante di parte del manico e dell’orlo. 3893. V) N. da una bottiglia con orlo a fungo. Argilla rossiccia. presa 6. 15. BARTOLONI 2005. BARTOLONI 2005. Cucchiaio in terracotta (Tav. Provenienza sconosciuta. Fa parte del corredo di una tomba rinvenuta nel 1921 Ricomposto. Lievemente abrasa in superficie.I.5.5. Brocca con orlo trilobato (Tav. cons. Modellata al tornio. da un attingitoio e da una brocchetta con decorazione lineare oltre all’anforetta in questione. spalla lineare. p. Età del Ferro. 77 18. Anforetta globulare schiacciata con fondo curveggiante. IV) N. Lungh.

78 . 15. ø 18. V) N. Pentola (Tav. Pentola a calotta con base curveggiante.W 4005).I. orlo indistinto e quattro prese simmetriche poste poco sotto l’orlo dal perimetro rettangolare ed inclinate.S.5. Lievi scheggiature. Dal tophet. 3711 (N. Tusa to e presa centrale costituita da quattro bastoncelli a sezione quadrangolare che sorreggono una piastra orizzontale a perimetro quadrangolare. H. Argilla rossa. Età del Ferro. Età del Ferro. 22. Modellata a mano.I.

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I .Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese 1 2 81 3 4 Tav.

Tusa 5 82 7 6 8 Tav. II .S.

III .Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese 9 10 83 11-15 16-18 Tav.

S. Tusa 84 19 20 Tav. IV .

V .Gli elementi di interesse paletnologico nella Collezione Whitaker e la preistoria moziese 21 85 22 Tav.

.

.

Foto acquarellata.Mozia. . Vetri policromi.

veniva fissato all’estremità di una verga metallica e ricoperto più volte con vetro fuso prelevato da crogiolo fino ad ottenere la forma desiderata. della tecnica c. per quanto riguarda i balsamari. tra una fase e l’altra di questa operazione.I VETRI PREROMANI ANTONELLA SPANÒ GIAMMELLARO Nel Museo G. Per quanto pertinenti a corredi funerari smembrati. effettuata avvolgendo attorno al piccolo vaso filamenti vitrei dai 89 Per una trattazione compendiaria sul vetro nell’antichità cfr. SPANÒ GIAMMELLARO c. essi vengono ad arricchire il quadro conoscitivo della documentazione vetraria della Sicilia punica. collane e vaghi di collana) policromi o monocromi che ripropongono tipi e forme ampiamente attestati in contesti culturali diversi dell’intero bacino del Mediterraneo. l’oggetto in fieri veniva introdotto nel forno ad altissima temperatura. passim.2 Si tratta. WEDEPOHL 2003. Whitaker di Mozia si conserva una significativa raccolta di vetri provenienti dalla necropoli arcaica dell’Isola. dalla necropoli di Birgi e da quella di Lilibeo.d. SCHWEIZER 2003. sabbia e leganti organici di grandezza proporzionale al vaso che si intendeva ottenere. sono quelle dei balsamari in vetro policromo e degli oggetti d’ornamento (pendenti. Per una revisione aggiornata dell’intera problematica cfr... Essi si inquadrano in una produzione riconducibile ad una tradizione artigianale di origine vicinoorientale1.C. 3 . Le categorie in cui si esplica sostanzialmente la documentazione qui presentata. e che si sviluppa nel corso del I Millennio secondo gli stessi metodi di fabbricazione già noti in Mesopotamia e in Egitto nel II Millennio a. “su nucleo”3: un nucleo costituito da un amalgama di argilla. per far sì che il vetro si solidificasse. si procedeva alla lisciatura su un piano rigido e quindi alla decorazione. aderendo strato su strato. STERNINI 1995. 1 Sulle tecniche di fabbricazione del vetro preromano cfr. da ultimo.d. 2 Sulla produzione vetraria nel Mediterraneo orientale nel corso del II Millennio cfr.s.C. Ottenuta la forma prevista ed eseguiti i necessari ritocchi. che affonda le sue radici nel III Millennio a.

piume) con l’aiuto di un apposito strumento a pettine o a punta.frammenti di un quadro di assetti e di rapporti ancora non ben delineato . già segnalati da A. oltre all’intento ornamentale. in determinati periodi. poi. e non è da escludere che fossero posti in commercio colmi del loro contenuto prezioso. Spanò Giammellaro colori contrastanti rispetto a quello di fondo.induce a riflettere non solo sul probabile inserimento di Mozia nella rotta che collegava i mercati del Mediterraneo orientale con il Tirreno attraverso le coste settentrio- 90 La questione è ampiamente discussa in SPANÒ GIAMMELLARO c. ricoperta tutt’al più da un sottile strato di argilla. i balsamari venivano utilizzati come contenitori di unguenti. all’individuazione dei canali di distribuzione dei prodotti e dei circuiti mercantili (che sembrano coincidere. la valenza magico-religiosa. Il vasetto veniva allora raffreddato lentamente. pp. Birgi e Lilibeo.d. anse e piede. siano indicativi delle possibili vie di arrivo dei prodotti vetrari. una serie di indizi. festoni. dell’identità etnica degli agenti commerciali. destinati ad essere sospesi al collo. che venivano disposti secondo il motivo decorativo desiderato (zig-zag. Anche per gli esemplari della Collezione Whitaker si pone una serie di interrogativi . ancor più lo sono in un ambiente come quello siciliano dove il quadro storico è “complicato” dalla prevalente presenza greca4. 4 5 CIASCA 1988-89. con quelli di altri materiali provenienti dal Mediterraneo orientale e dall’area egea). per alcuni tipi di questi pendenti. Non esistono elementi che. e se questi problemi risultano di assai difficile risoluzione in altre regioni dell’Occidente punico. 82-83.s. da sospendere per le piccole anse al braccio o alla cintura o da poggiare su piccoli supporti vitrei o aurei. Alla fine venivano applicati bocca. profumi o cosmetici. era necessario ricorrere all’uso di stampi. Quanto all’uso di queste due principali classi di oggetti vitrei. . specificamente per i centri di Mozia. ne è evidente.relativi alla localizzazione delle officine. Ciasca5 . delle modalità di diffusione. la verga metallica sulla quale il nucleo era fissato veniva estratta e il nucleo stesso raschiato via.A.riguardanti la classe nel suo complesso . Sostanzialmente uguale era il procedimento per la fabbricazione dei pendenti. Per i pendenti configurati a testa umana. i quali venivano modellati direttamente su un’asta metallica. Quanto a Mozia. alla funzione e al significato sul piano sociale e culturale di questi oggetti di prestigio.

inducono ad ipotizzare un rapporto privilegiato con alcune delle realtà culturali indigene della Sicilia centro-meridionale che ricadono nell’orbita culturale e politica rodio-cretese e con ogni probabilità con la stessa Gela. e rodie in particolare. come sottolinea DE VIDO 1997. pp. 9 HARDEN 1981. con una prevalenza degli esemplari del I raggruppamento. ma anche sulla eterogeneità di composizione dei gruppi “fenici” che percorrevano questa rotta toccando la Sicilia. pp. queste. Cfr. fra i quali non è escluso che potessero annoverarsi anche componenti egee. distinti cronologicamente e in relazione alle forme. la documentazione relativa al culto di Astarte di Erice. I BALSAMARI I balsamari conservati nella Collezione Whitaker si inquadrano nell’ambito della produzione mediterranea. McClellan e D. 91 SPANÒ GIAMMELLARO 2001. coerentemente con lo sviluppo e la consistenza numerica verificati nella classe. 109-110. Il recente studio sulla documentazione di ceramica attica dai centri di ambito fenicio e punico siciliano sembra rafforzare tale ipotesi: GRECO-TARDO 2003. così come di 6 un’eventuale precoce identificazione Eracle/Melqart (cfr. . come già segnalato.C. Harden. 196. ai colori e alle decorazioni utilizzati. inoltre. piuttosto. sembra rimanere. si evidenziano consistenti indizi sul piano della cultura materiale. già a partire dal VII sec. p. M. È stato notato8. 10 Va sottolineato come non siano finora documentate. e su quelli che in Sicilia si fermarono7. GROSE 1989. pp. Soltanto i primi due gruppi sono rappresentati nella Collezione. Del percorso che doveva collegare Mozia alla costa nord-occidentale della Sicilia. fino ad Himera. MCCLELLAN 1984. DE VIDO 1997. che secondo la studiosa sarebbe riduttivo considerare soltanto come indicatore di una delle vie di ellenizzazione. almeno per l’epoca alto-arcaica. suggerendone ampie zone di interferenza e/o commistione con l’ambiente greco. BONNET 1988. pp. a. nei centri di fondazione fenicia della Sicilia.I vetri preromani nali della Sicilia6. le forme che caratterizzano il III Gruppo Mediterraneo. 7 CIASCA 1994. 8 SPANÒ GIAMMELLARO 2000 b.C. sostanzialmente omogenea dal punto di vista tecnico e funzionale. non resta tuttavia concreta traccia sul piano monumentale. Grazie agli studi sistematici di D. lascia intravvedere entità etniche “barbare” non meglio qualificate. Di queste commistioni. 314. p. La classificazione di Grose sarà quella di riferimento. 88. Altrettanto lacunosa e tardiva è. nel generale ambito di attestazione10. p.B. nel corso della trattazione. che almeno dal punto di vista mitico-religioso potrebbero essersi delineate già nella prima età coloniale. CIASCA 1988-89. di piccolo o grande modulo. sostanzialmente. p. Grose9 si sono individuati tre grandi “gruppi”. come alcuni elementi di cultura materiale. Il racconto di tali imprese. né. 267-278). l’evoluzione morfologica di questi contenitori segue quella della coeva produzione ceramica greca. peraltro. 400-407. 159-171. 373. un’eco significativa nella “geografia” delle mitiche imprese di Eracle nell’Isola. tenendo conto che.

GROSE 1989. a. Montagna di Marzo. p. forse in connessione con le vicende politiche del periodo. p. TRIANTAFYLLIDIS 2003. 52-53. centri di produzione11. talvolta indicative di probabili. ma tra i più antichi del gruppo si distingue una classe caratterizzata da fondo bianco latte e decorazione bruno-violacea. Erice. centri nei quali l’impegno politico e militare profuso da Cartagine nell’età dell’eparchia si riflette. Spanò Giammellaro I Gruppo Mediterraneo I balsamari afferenti al I Gruppo Mediterraneo. ricca di sabbia adatta per la vetrificazione. a. unitamente con la considerevole documentazione di balsamari e oggetti d’ornamento vitrei offerta dalle necropoli. a. a. Rodi12 viene indicata come il principale centro di produzione di questi vasetti. Weinberg condivisa da TRIANTAFYLLIDIS 2003. specifici.C. 132. di scarti di lavorazione testimonia una produzione locale di vetro nel V sec. La dispersione areale dei vetri del I Gruppo Mediterraneo è assai ampia e va dall’estremo Occidente mediterraneo14 fino al Mar Nero15. giallo o bianco. non risultano rappresentate nella Collezione. pp. Agrigento. 37.C.pare ormai chiaro .C. senza escludere la possibilità che altre fabbriche siano sorte sulle coste della Ionia e della Siria-Palestina. pp.GUZZARDI 2005. “accompagnando” . SCHLICK-NOLTE 2002 a. AMATA .. sul piano della cultura materiale. datato tra la seconda metà del VI e la prima metà del IV sec. pp. mentre alla fase centrale della produzione è da riferire un’altra classe di balsamari connotata dal fondo di colore nocciola o bruno-rossastro o verde scuro e da una decorazione con motivo a zig-zag fitto e continuo giallo e turchese o più raramente lineare. per esempio. sia in aree di cultura greca. 321-322.. Queste ultime due classi. tuttavia. e solo intorno alla metà del IV sec. festoni o motivi a piume di colore turchese. Questa scoperta. nuovi centri di produsono attestate a Cefalù. nell’evidenza di elementi di “influenza” punica che la ricerca archeologica va progressivamente mettendo in luce. in otto classi differenziate dal punto di vista cronologico o per le caratteristiche tecniche. I vasetti hanno generalmente fondo blu e sono decorati con linee. pp. nell’isola dell’Egeo. 43-44.C. p. 11 GROSE 1989. 14 CARRERAS . sono stati suddivisi da Grose. sia in centri di fondazione fenicia. 60. avvalora l’ipotesi dell’esistenza di una industria del vetro già dalla fine del VI sec. TULLIO 2005. Il recente rinvenimento. 37-75. 13 Ipotesi di G. La produzione subisce una battuta d’arresto tra la fine del V e gli inizi del IV sec. 12 HARDEN 1981. 110.prodotti ceramici attici. : l’atélier tardo-arcaico sarebbe sorto nella zona portuale dell’antica Camiros13. 92 . Cfr. Butera. che utilizza le sequenze morfologiche elaborate da Harden.A. 37..VIVES 2003. 110-115 (con riferimenti alle classificazioni Harden e McClellan). pp. STERN 1999. 15 Mc CLELLAN 1984. motivi a zig-zag marginati da linee. Mc CLELLAN 1984.

55. seppure con l’utilizzo del solo colore bianco. pp. 20 SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. forma I:4. è invece custodito presso il Museo Archeologico Regionale A. cinque di questi sono conservati nella Collezione Whitaker17 e attestano alcune delle forme e dei tipi decorativi classificati da Harden e Grose. Le forme che caratterizzano questo gruppo sono quelle dell’alabastron. Un altro esemplare. M. Il sesto. Per i balsamari di questa classe è stata proposta una datazione generica al V sec. tav. Cebeillac. poi. 44-45. VII) e ad Himera (SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. classe I:B. XIV). dell’aryballos. 27. dell’amphoriskos. Martino. 29. n. 19 Si tratta della tomba 209. 515) nella tomba 5 della necropoli ad incinerazione in contrada Bentivegna. tav. n. a. pp.n.s. 126. di provenienza sconosciuta.34. n. 22 Esemplari analoghi provengono da Atene ed Eretria: cfr. nn. 31. è stato rinvenuto al di sopra della tomba C238 scavata nel 1970 da M. col. 6-7. un esemplare da Ampurias: FEUGERE 1989. tav. ma un possibile riferimento alla fine del VI – inizi del V sec. 9. Purtroppo la perdita di riferimenti inventariali precisi non consente una esatta attribuzione all’una o all’altra necropoli. pp. 121. SPANÒ GIAMMELLARO c. Salinas di Palermo. 2-3) si può abbastanza verosimilmente ipotizzare la provenienza dalla necropoli sul litorale siciliano.I vetri preromani zione vengono attivati in aree geografiche e in forme nuove16. 81.C. 130. 112-113. Si segnala. nn. 31. 60. rinvenuto nella necropoli di Birgi. il n. XIV. 33.C. p. con lieve rastremazione verso l’alto e decorazione realizzata con sottili filamenti bianchi e strisce turchese. p..d. il cui corredo è conservato presso il Museo P. presentano due esemplari di forma analoga rinvenuti a Gela (SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Salinas di Palermo20. fig. è conservato presso il Museo Archeologico Regionale A. pp. La stessa sintassi decorativa. a. p. 1 ripropone una forma e un tipo decorativo abbastanza comuni18: ha corpo a configurazione cilindrica. VIII) ed un altro proveniente dalla vecchia Collezione del Museo di S. 18 GROSE 1989. sulla base del riscontro di precise indicazioni contenute nel Registro di entrata del Museo. n. 65. 30. 54. di ambito siciliano. è confermato dal recente rinvenimento di un esemplare imerese21 in una tomba della necropoli di Pestavecchia contenente tre lekythoi attiche e una kotyle tardo-corinzia a v. inquadrabile nell’ambito di questa fase più antica della produzione del I Gruppo Mediterraneo. Orsi (ORSI 1906. 31. tuttavia per due esemplari (nn. L’esemplare geloo è stato rinvenuto da P. pp. dell’oinochoe. Orsi di Siracusa. realizzata con sottili fila17 16 menti. proviene da una tomba di Megara Hyblaea19 contenente due lekythoi attiche a f.n. 21 VASSALLO . .VALENTINO 2004. Devo l’informazione alla cortesia dell’amico Prof. tav. 60. MC CLENNAN 1992. ed un altro. Tra gli esemplari più antichi della serie moziese. pp. Gras che sta curando l’edizione degli scavi della necropoli di Megara. Le necropoli di Mozia e Birgi hanno restituito sei esemplari (quattro balsamari integri o lacunosi e due frammenti) che documentano la forma dell’alabastron.22 93 SCHLICK-NOLTE 2002 a. 3. oggi conservata al Museo Salinas (SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Cfr. Un esemplare analogo. 65.

C.C. 36-37. conservato a Cipro25. pp. con un esemplare. figg. n. in particolare il balsamario. 32 Ibid.27 e. GROSE 1989. 114-115. fig. conteneva. molto verisimilmente proveniente dalla necropoli di Birgi30. 6. pp. 1985. 2. 34. lineare nella parte superiore e inferiore del corpo. 25 SEEFRIED 1974. 9. trova riscontro in diversi esemplari di provenienza diversa: è affine ad un alabastron dalla necropoli di S. 78. pp.53. 3 caratterizzato da fondo blu medio e decorazione gialla e turchese. sia per la forma del corpo (si ricordi che nell’esemplare moziese la bocca è di restauro). perché negli esemplari pertinenti a detta classe l’apparato decorativo è realizzato con filamenti molto più sottili e organizzati in maniera diversa rispetto al nostro esemplare. 273. inventariato sul registro di Entrata dello stesso Museo. a Cagliari31. nn. tav. 23 Si 1990. n. La tomba sulcitana. due lekythoi attiche che hanno consentito una puntuale datazione tra il 500 e il 490 a. 2. 2413. 1. Agli inizi del V sec. 27 CARRERAS 26 ATIK . caratterizzato da corpo ovoide fortemente rastremato verso l’alto e da una accurata decorazione a spina di pesce bianca che ricopre l’intera superficie. 33 TRONCHETTI 1997. con uno da Çandarli26. Questo esemplare non trova riscontro preciso nelle serie illustrate da Harden e Grose24.. nn.. 28. per l’organizzazione dell’apparato decorativo. 112-113. e ad una classe abbastanza comune nei diversi ambiti culturali mediterranei29 appartiene il n. 53-54. 30 Questo esemplare sembrerebbe riconoscibile nell’ «alabastron di pasta vitrea blu a disegni gialli e verdi.4. p. 149. pp. con un balsamario che fa parte della Collezione Borowski28. 69-76. 29 Classe I B della classificazione Grose: cfr. p. 115-116. p. 34 FEUGERE 1989. al n. 1. a zig-zag nella zona mediana. oltre alle tipiche forme ceramiche di tradizione fenicia e ad un pendente d’oro. 135-137. GROSE 1989. cui sono pertinenti esemplari caratterizzati da fondo blu e decorazione bianca. 2416 con la seguente annotazione: “Vasetto di pasta vitrea blu con disegni bianchi. I.50-9. n. sia per la decorazione. Necropoli di Birgi» menzionato nel Registro d’Entrata del Museo Whitaker. 4. p. fig. ad uno32 rinvenuto nella tomba 12 della necropoli punica di Sant’Antioco33 e ad altri provenienti dalla necropoli Bonjoan di Ampurias34. 24 L’alabastron non può essere ascritto alla classe I D della classificazione Grose. tav. i corredi delle sepolture ampuritane constavano di ceramiche tratta dell’unico balsamario in vetro blu con decorazione bianca conservato nel Museo di Mozia e l’unico balsamario con le stesse caratteristiche. 28 SCHLICH-NOLTE 2002 a. V-7. pp.A. Spanò Giammellaro 94 Allo stesso periodo si ritiene si possa ricondurre il n. p. Sperate. è preso in carico al n. pp. n. 89. 31 UBERTI 1993. 4. GROSE 1989. p. né sui cataloghi delle principali collezioni pubbliche e private. per il quale si può ragionevolmente ipotizzare una provenienza dalla necropoli di Birgi23. Necropoli di Birgi”. n. producendo un gradevole effetto di profonde pseudo-baccellature. dal contesto piuttosto omogeneo. 137. n. Cfr. 22. 4. con un altro rinvenuto nella tomba 38 della necropoli Bonjoan di Ampurias insieme con due lekythoi attiche datate al 500-475 a. tuttavia sembra riconoscibile una certa analogia. 17.

oltre all’alabastron. 82. I. Nella necropoli di Ampurias si sono rinvenuti diversi alabastra di questa classe. 2886. 155-137) conta numerosi esemplari. 43-44. nn. Allo stesso tipo di alabastron è pertinente il frammento n. 3. Feugère: si segnalano. a. Una generica datazione al V sec.C. 4. fig. rinvenuto insieme ad una lekythos attica del secondo quarto del V sec. 204-205. 1. 274. 63.NENNA 2000. 72-73. circa: cfr. pp. uno dei quali in associazione con una lekythos attica del secondo quarto del V sec. 33. 43. di probabile provenienza camarinese.C. databili al 500 a. fig. CARRERAS 1985. 46. da un contesto datato tra il 450 e il 425 a. 33-35. 95 In particolare. 36 Cfr. non si può invece riconoscere la forma originaria dell’alabastron. pp.C. la tomba 69 conteneva. Cfr. Salinas di Palermo. relativo alla zona centrale del corpo.37 Tra il secondo e il terzo quarto del V sec. 38 JEHASSE 2001.SCHLICK-NOLTE 1994. 35 nn. In ambito siciliano. sono numerosi quelli a fondo blu del I gruppo mediterraneo attraverso i quali si può seguire l’evoluzione della forma. pp. VIII). con un’ampia dispersione areale. offre un preciso riferimento cronologico (FERRARI 1990. pp. 8. Passando agli amphoriskoi. tav. La classe cui è pertinente l’alabastron (Grose 1989. fig. 97-110.C. 41 S PANÒ G IAMMELLARO 2004 a. pp. 112-113. un anello d’oro.39 Il tipo in esame è esemplificato. nn.C. pp. 30. caratterizzato dal corpo cilindrico e dalla decorazione che occupa senza soluzione di continuità i tre quarti superiori del corpo36. 383. contenente anche due lucerne attiche.n. n. nn. Un esemplare analogo. 31. pp. 35-36. n. conservato nel Museo archeologico di Bologna. I) per la sua provenienza da un contesto chiuso. due kotylai corinzie e vasi attici. forma I:3A. alcuni dei quali a f. FEUGERE 1989..C. 40 ARVEILLER . poi. 37 FEUGERE 1989. nn. 51-52). p. è attribuita ad un vasetto di questo tipo rinvenuto ad Aleria38. 42. 39 Mc CLELLAN 1992. Propende per una fabbricazione rodia B. nn. 94. V-5. p. Ancora una decorazione gialla e turchese contraddistingue un esemplare da Birgi conservato nel Museo Archeologico A. a. pp. tav. a.36. p. pp. n. tav. 35-365. 96. del quale si conserva il frammento n. classe I:B. Numerosi alabastra analoghi al nostro sono stati censiti da M. degli inizi del V sec. 64-66. circa35. per esempio. a fondo blu e decorazione gialla e turchese. a.C. pp. Schlick-Nolte (STERN .I vetri preromani corinzie e attiche datate tra il 500 e il 450 a. 3. XVI. n. comprendente una piccola parte del corpo e un’ansa a S con occhiello. 167. in particolare tre esemplari uno dei quali provenienti dalla tomba 77 della necropoli Marti. 12. SPANÒ GIAMMELLARO c. Román Ferrer. 67. di poco più recente rispetto all’esemplare precedente. fig. si data un alabastron dall’ipogeo 26 della necropoli di Ibiza scavato da C. della Collezione Collisani41.s. Un altro proviene dalla necropoli nord del Ceramico di Atene. 5. 21. anche nella ricca collezione di vetri preromani del Louvre40. SCHLICK-NOLTE 2002 a.d.9. un puntuale parallelo è offerto da un esemplare. 6. pl. 126. . una terracotta figurata. 75-76. 130. n. ma con una sensibile concentrazione a Rodi (HARDEN 1981. n. 43.C. a.

p. uno dalla necropoli di Gunugus presso Gouraya (GAUCKLER 1915. pp.C. CXLVII). ma il diametro massimo è maggiore. 112-113. a. XI.C. p. 147-148. CCLXVII. tre esemplari sardi. nn. per esempio. 77.43 Nel corso dei primi decenni del V sec. si segnalano inoltre. 82. Spanò Giammellaro La varietà più antica. 16. 44 GROSE 1989. tavv. Rientra in questa varietà l’esemplare n. 84-85) e un esemplare da Ampurias (FEUGERE 1989.NENNA 2000. 106. 130. 41. n. n. come GROSE 1989. anche da contesti non punici. p.NENNA 2000. privi di riferimento a contesti certi. SPANÒ GIAMMELLARO 1998. a mo’ d’esempio. a. 391. caratterizzata dal corpo ovoidale allungato. G 84. fig. a. nn. Cfr. 7. La medesima datazione è proposta per le attestazioni puniche non siciliane fornite di dati contestuali probanti. Di questo gruppo fanno parte gli esemplari nn. 2. n. . 1. forma I:1 e I:2. XI. pp. per esempio. le anse raggiungono la bocca o si fermano sul corto collo cilindrico assumendo una forma ad occhiello. 19-25) che rappresenta le due più comuni varietà della forma44: quella a corpo perfettamente globulare e quella con spalle oblique e corpo sferico allungato. pp. è documentata nella Collezione dal frammento n. notevolmente più corto. Durante la prima metà del V sec. pp. anche di questi balsamari si registra nella Collezione una discreta documentazione (nn. ARVEILLER . tav. (GAUCKLER 1915. 112-113.C. p. un amphoriskos dall’antica Pitane (FREYER SCHAUENBURG 1973. 7). un esemplare da Cartagine proveniente dalla tomba 199 di Dermech datata al 500 ca. ARVEILLER . 6.A.. ma ancora una volta si dovrà lamentare l’impossibilità di precisi inquadramenti cronologici per la mancanza di sicuri dati di contesto e l’articolazione della forma in due varietà non implica necessariamente uno scarto cronologico. 126-127. 85. 145-146. 405. tav. Questa varietà42 trova ampio riscontro in Sicilia. 6 dalla necropoli di Birgi. 80-81). non può essere che generico il riferimento cronologico al V sec. 91. FONTAN 2004. n. in contesti greci o ellenizzati datati alla fine del VI sec. 395. 34. a. alle pp. 75. scheda n. n.C. La decorazione copre la zona superiore del corpo e raramente interessa il collo. 84. 2). 127. nell’ambito dell’ampia documentazione della forma. 68). 80. la forma si evolve ancora: il corpo va via via assottigliandosi fino ad assumere un profilo perfettamente ovoidale. a. due da Tharros. 83. tav. fig. tomo I. p. 130. Si segnalano. 96 Quanto poi agli aryballoi. ill. 14. XIV) e uno da Eretria datati tra il 500 e il 475 (Mc CLELLAN 1992.C. le anse si fermano sul collo. p. numerose sono le attestazioni rodie (cfr. forma I:1. pp. 80. tav. p. nn. 814 e 16-18 provenienti da Mozia o Birgi: per tutti questi esemplari. n. 15 con decorazione gialla. dal collo cilindrico piuttosto lungo e dalle anse impostate tra le spalle e la bocca. 42 tomo II. l’altro da Sulcis (UBERTI 1993. n. 7-8. sicché alcuni assumono un caratteristico profilo “a trottola”. p. 43 Da Palermo proviene un esemplare rinvenuto entro una tomba a camera datata alla fine del VI sec. HARDEN 1981. 170. 84. n. III. classe I:B. p. pp. la forma si evolve: gli esemplari databili al primo quarto del secolo sono ridotti in altezza rispetto ai precedenti.

484. 61-62. tav. p. da un solo frammento (n. 50 FERNANDEZ 1992. 34. tav. 31-35.s. tavv. E. di un frammento di ansa. SCHLICH-NOLTE 2002 a. 93-94. Oltre ad esemplari analoghi provenienti dalla necropoli di Palermo47. Mc CLELLAN 1992. vol. 45. n. pp. n. p. Haevernick (HAEVERNICK 1981. da contesti ben datati (FERNÁNDEZ 1992. 3. pp. di vetro blu scuro con un cerchiello giallo alla base conservato al Museo Archeologico Regionale A. 4. entro il sarcofago di un’altra tomba a camera. Accanto alle nuove botteghe continua 49 48 . 44.C. IV-V) in parte provenienti dalla necropoli.d. dal breve collo che s’innesta sulla spalla arrotondata formando un angolo ottuso. p. SCHLICKNOLTE 2002 a. da ambiti culturali diversi. per esempio GROSE 1989. 88. cui si aggiungono altri cinque tharrensi (UBERTI 1993. G 87. p. n. ma anche in Tessaglia. p. n. nella Collezione. Il cerchiello in questione che caratterizza diversi vasetti costituirebbe. Cfr. coeva alla precedente. nella necropoli di Birgi. n. per esempio.d. fig. 406). SPANÒ GIAMMELLARO 1998. fig. i nuovi balsamari si rinvengono numerosi nella Penisola Italica. dal corpo ovoidale con piede slargato cavo all’interno. 114. V-14. 251. dunque suggerisce una generica datazione al V sec. STERN . da un’alta ansa flessa sormontante l’orlo. 38. n. esplorata nel 1973 (SPANÒ GIAMMELLARO 1998. LXXXVII. fig. 47. nn.SCHLICK-NOLTE 1994. 127. II Gruppo Mediterraneo Inferiori numericamente rispetto ai vasetti del I Gruppo Mediterraneo. 212-213. pp. 472. p. 114-117. con una spiccata concentrazione al Centro-Sud. Cfr. 102. II. introduco97 45 Sono numerosi gli aryballoi rinvenuti in contesti punici. 406). 26. fuori dalla Sicilia: fa fede. La prudenza. 140. n. n. UBERTI 1993. n. p. fig. 52 Cfr. II). nn. 35. 149. 26).s. p. da ultimo SCHLICK-NOLTE 2002 a. da contesti di cultura greca48 ed è altresì attestata in Sardegna49 e ad Ibiza50. (MARCONI 1928. Gli esemplari di questa classe sono caratterizzati dalla bocca trilobata. l’altro. tav. 53 GROSE 1989. pp. fig. p. Salinas di Palermo. 5.I vetri preromani dimostra la documentazione certamente datata. 180-182.C. pp. ipoteticamente localizzate. FERNANDEZ-MEZQUIDA 1997. 3. VI. ca. in Macedonia e in Bulgaria52. 115-122 (con riferimenti alle classificazioni Harden e McClellan). p. sia nella zona centrale della penisola italica sia in area macedone53. 51 SPANÒ GIAMMELLARO c. a. p. riferibile alla forma I:2 della classificazione Grose46. sulla base della frequenza di rinvenimento. 150-151. 88-89) una sorta di marchio di una o più fabbriche rodie e imiterebbe i chiodi ribattuti dei recipienti metallici. 47 Uno rivenuto nel corso degli scavi del 1928 in una tomba a camera datata al 500 a. p. la forma è nota in Sicilia. 46 GROSE 1989. la serie degli esemplari del Museo di Cagliari. Si segnala inoltre il rinvenimento. 68.45 Le oinochoai del I gruppo mediterraneo sono rappresentate. Le nuove fabbriche. pp. Altri due esemplari provengono da Ibiza. LXIII. pp. appartenente a una specifica classe della forma in esame51. DUNCAN JONES 1995. 67. secondo T. G 86. pp. 22. SPANÒ GIAMMELLARO c. 22-23. in parte recuperati nell’area del tofet. UBERTI 1993. tav.

amphoriskoi di questo gruppo e del resto la scarna attestazione nell’intero ambito isolano57 riflette la generalizzata rarefazione della forma in questa seconda fase della produzione. DUNCAN JONES 1995.d. 91) sono poi conservati altri due vasetti analoghi. il turchese. Spanò Giammellaro no. al marrone giallastro. 271. nuove forme quali lo stamnos. in un balsamario da Cartagine55. 29. 27. con una tendenza alla miniaturizzazione per alcune varietà o con un appesantimento del profilo. sproporzionatamente ridotte. per la forma. il colore di fondo varia dal blu scuro al nero. l’hydria. Non sono noti. pp. caratterizzato da un corpo campanato su base piana. 117. È con la metà del IV secolo a.A. Si modifica anche l’apparato decorativo e così il motivo a zig-zag. . p. tra la metà del IV e la fine del III o gli inizi del II sec. p. mentre i colori usati per la decorazione sono il giallo. largo collo cilindrico e ampia e spessa bocca discoidale che nell’esemplare moziese assume una conformazione “a fungo”. 33. per altre. di provenienza sconosciuta. le forme più attestate sono quelle dell’alabastron e dell’oinochoe. L’esemplare trova puntuale riscontro. 127. 28. 55 HATTLER 2004. dell’aryballos. Alla forma II:3 della classificazione Grose54 appartiene l’alabastron n. il tipo è inoltre documentato in area italica56.C.. diventa secondario rispetto al motivo a piume o a festoni e si combina spesso con semplici linee. a. l’unguentario e modificano. 56 Si tratta di un alabastron dalla Tomba Barberini di Preneste (UBERTI 1988. Nel Museo archeologico di Atene (MC CLELLAN 1992. proveniente forse da Birgi. le anse.s. figg. le morfologie già note. dell’oinochoe e dell’unguentario a testimonianza di una vivace e articolata circolazione di vetri policromi ancora tra il IV e III sec. 70-71.C. nei singoli elementi strutturali o nelle dimensioni. XV). La decorazione a piume larghe e regolari si sviluppa su tutto il corpo. Cfr. il bianco. 57 SPANÒ GIAMMELLARO c. È invece ben documentata la forma dell’oinochoe in tre varietà: tra le oinochoai di grande modulo la n.C. 105. collo che s’innesta quasi 98 l’attività delle vetrerie rodie. finora. n. con occhiello e applicate al di sotto delle spalle. 131. prevalente nella produzione precedente. è caratterizzata da un’ampia bocca trilobata. sono nastriformi. tav. che riforniscono i mercati dell’Asia Minore. in una resa piuttosto corsiva. a. dai centri punici della Sicilia. che coincide l’apparizione anche nella Sicilia punica dei balsamari del II gruppo mediterraneo dei quali sono documentate le forme dell’alabastron. 54 GROSE 1989. 477) e uno da Capua (HARDEN 1981. p. p. n.

sono rappresentati da due oinochoai della stessa forma. a. 3983-3984. 147-149. . 395. 82. suggerisce la possibilità di enucleare. pp. nella maggior parte dei casi. tav. pp. forma II:3. La seconda varietà60 è rappresentata. Un puntuale raffronto sia per la forma del corpo che per la sintassi decorativa è offerto da un esemplare purtroppo privo di dati di contesto della collezione Wolf61. DUNCAN JONES 1995. pp. 37. pp. in frammenti. tav. i cui antecedenti. 53. un gruppo ellenistico transizionale tra i gruppi II e III della classificazione Grose. 395. 127-128. 3338. pp. una inedita (e piuttosto naif) raffigurazione di due quadrupedi affrontati davanti ad un elemento fitomorfo. pp. 2666. 124-125. a linee orizzontali sulla spalla e nella zona inferiore del corpo e stretta fascia a zig-zag nella zona superiore. n. 82. due oinochoai di questo tipo rinvenute nella necropoli di Aleria (JEHASSE 2001. a. n. tav. 395. p.62 È ancora Lilibeo che ci fornisce una relativamente discreta documentazione della forma dell’unguentario a corpo ovoidale. 337. tav. XCVII. 200). n. oltre che dai frammenti n. 200-201). con collo e piede cilindrici. mutilo del collo e della bocca. classe II:A. Entrambe le varietà sono poi attestate a Cuma (GABRICI 1913. ritiene che possano rientrare tutti nel II gruppo in quanto databili. tardiva attestazione – sembrerebbe . p. nella zona centrale del corpo. 30. nn. classe II:A. pp. Da Lilibeo e Birgi provengono due esemplari (nn. 94. 38. sono poi datate. databili tra la metà del IV e l’inizio del III sec. 123-126 suggerisce la possibilità di assegnare alcuni unguentari al II gruppo mediterraneo e altri al III. assai poco accurata. 62 GROSE 1989. la forma è ben nota fuori dalla Sicilia59. ansa a nastro costolata sormontante l’orlo58. 99 Corrisponde alla forma II:1 della classe II:A di Grose. 63 HARDEN 1981. 117-118. di oinochoai miniaturistiche a corpo ovoide e semplice decorazione lineare sul collo e nelle zone superiore e inferiore del corpo. 59 Per la Sardegna si ricorda un esemplare da Nora (UBERTI 1993. tavv. p. dall’esemplare n. 201). VII) e frammenti di una oinochoe di questo tipo dall’area del Nuraghe Nurdòle (MADAU 1991.. pp. p. pp. Un esemplare da Cartagine è conservato nel Museo locale (I FENICI. tav. GROSE 1989. tavv. Anche di questo tipo si è rinvenuto ad Aleria un esemplare (JEHASSE 2001. 29. pp. 82. 124 sostiene che gli unguentari debbano ascriversi al III gruppo mediterraneo. bassa e ampia base a cuscinetto. 224-225. 3338. pp.I vetri preromani ad angolo retto sul corpo cilindrico rastremato verso il basso. 116. 161. coll. n. MC CLELLAN 1984. 82. 60 GROSE 1989. nello stesso sito. nn. n. 200-201). 7-8). nn. GROSE 1989. l’altra presenta. Una decorazione a fitti motivi piumati regolari scandisce l’intera superficie del corpo. 31 e 32).. forma II:8. 131. Intorno al 300 a.SCHLICK-NOLTE 1994. al III sec. XVII. 131. 117-119. In ambito punico. per la quale l’inserimento nel II o nel III gruppo mediterraneo è controversa nel confronto scientifico tra specialisti63.C. 131. proveniente da Birgi.C. 597598. n.di un ben noto motivo iconografico di tradizione vicinoorientale (Ibid. grazie alla documentazione anatolica. 21-22. 118-119. 5). 128. 161-162. 395. Cfr. n. 29-32. con corpo ovoidale e decorazione. pp. 240). 61 STERN . più o meno lunghi. pp. 146. sulla base di contesti. ma di modulo maggiore: una ha sulla spalla un motivo decorativo continuo a onde e riccioli 58 (JEHASSE 2001.C. 127128.

databili alla metà del III sec. 131. 142. 33. Tre esemplari analoghi. 121-122. forma II:3. figg. La serie degli unguentari è completata dai frammenti (n. 33. 121-122. pp. 128. provengono da Agrigento66 e da una tomba della necropoli di Piano della Fiera. Alla forma II:2 della classificazione Grose65. VIII. per quanto attiene all’origine del tipo di manufatto. 78. la cui paternità è tradizionalmente riconosciuta all’artigianato fenicio e punico. 69 KITOUNI-DAHO 2003. 55. 64 SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. 61. tavv. 481. a. n. 70 GROSE 1989. 37) di un esemplare della forma II:3 Grose70. forma II:2. 3364 attesta la variante con lungo collo cilindrico e ampio corpo ovoidale appuntito che poggia su uno stelo cilindrico slargato alla base. con lungo collo cilindrico. 128. di ambito siciliano. caratterizzata da piccolo corpo ovoide che poggia su un tozzo stelo cilindrico sono riferibili i frammenti di un altro unguentario (n. LXXXVIII. sono i pendenti configurati a testa umana o demoniaca e quelli zoomorfi. Forma II:1. L. Haevernick71 che ha censito 779 esemplari e da M. 131. condotti da T.. n. 34-35. caratterizzati da presine ad occhiello. n. Di modulo ridotto. E. le piccole anse sono configurate a dischetto appiattito e applicate a bottone sul corpo e la decorazione a zig-zag gialla e bianca si sviluppa nella zona mediana del corpo. è conservato nel Museo P. pp. inedito. corpo conico. 71 HAEVERNICK 1977. Spanò Giammellaro Il n. mentre fuori dalla Sicilia. GLI OGGETTI D’ORNAMENTO 100 Pendenti policromi Più puntualmente inquadrabili dal punto di vista della qualificazione etnica. Orsi di Siracusa. a Butera67. classe II:G. Seefried72 che ne ha presi in esame 850. pp. tomo II. FERNANDEZ 1992. 173. piccola base discoidale e con decorazione a festoni rovesciati bianchi e gialli.C. 65 Ibid. tav. p. 66 Un esemplare agrigentino. 68 67 . 23. unguentari di questo tipo vengono da contesti tombali ibicenchi68 e algerini69. 33. ma ancora riferibili alla stessa forma sono i nn. 121-122. spalle oblique. XX. 42. Gli studi sistematici di questa produzione. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. 72 SEEFRIED 1982. classe II:G. per l’altro che fa parte di una collezione privata cfr. 70. forse da Lilibeo. se hanno evidenziato una capillarità di diffusione in ambito mediterraneo. 104. nn. classe II:G. hanno anche dimostra- GROSE 1989. pp. 36). p. che in qualche modo coincide con quella dei balsamari. tav. 131. pp.A.

è questo il periodo (II-I sec. 74 73 77 78 SEEFRIED 1982. SPANÒ GIAMMELLARO c. invece. SCHLICH-NOLTE 2002 a. fig. a. Nella tarda età ellenistica si incrementa di nuovo la presenza di pendenti in area vicino-orientale. 81 NENNA 1999..C. p. p. Nella fase centrale della produzione.C.d. inoltre. in area egiziana e cipriota. le coste del Mediterraneo orientale. né si può escludere che officine periferiche fossero localizzate in altri centri punici. 45. 40.C. oltre che a Rodi. nella stessa area. a. 80 Cfr.s. prevalentemente concentrati. a. di balsamari del I gruppo mediterraneo. come già detto. 76 FERRARI 1996. a. 31-33. Seefried73. si suppone che atéliers dell’Italia centro-meridionale.C. la documentazione più corposa di pendenti proviene dal Mediterraneo centrale e fa capo a Cartagine77. p. sicché le fabbriche attive in questo periodo sembrano doversi localizzare. come è stato giustamente sottolineato. p. di contro ad una più rara attestazione. 45. IV-III sec.C. a. Una significativa contemporaneità (inizi del V sec. 45.. 45. si può verificare come i pendenti più antichi databili fra la fine dell’VIII e la fine del VII sec. tra la fine del VI e gli inizi del IV sec. Sulla base della mappa di distribuzione dei pendenti elaborata da M. ARVEILLER . 79 SPAER 2001. delle due classi della produzione non sempre sia univoca. pp. È questo il periodo in cui.) nell’apparizione di balsamari e pendenti è stata di recente segnalata per la regione del Mar Nero75.C.TSIRKIN 2005. 75 GOROKHOSKAIA . 14-15.I vetri preromani to come l’articolazione geografica. con qualche presenza a Cartagine nel corso del VII sec. in senso diacronico. di Alessandria siano deputati alla fabbricazione dei balsamari78. che corrisponde cronologicamente alla diffusione dei balsamari del II gruppo mediterraneo. come già detto. nell’Egeo e nelle regioni che rientrano nella rete dell’espansione territoriale e commerciale greca74. 101 SEEFRIED 1982. a. SCHLICK-NOLTE 2002 a. in questo periodo «le coincidenze sono localizzate solo nei siti fenici e punici»76. 10. dove certamente sorsero fabbriche specializzate nella realizzazione di tipi specifici di mascherine. siano concentrati nel loro alveo d’origine. della Macedonia.) in cui alla tardiva produzione di manufatti realizzati su asta si affianca una nuova serie di pendenti modellati con matrice doppia79 che trovano diffusione sia nel Mediterraneo orientale che nelle aree occidentali interessate dalla cultura punica80. pp. fig. i pendenti sono ancora numerosi in Oriente. p.. contemporaneamente.NENNA 2000. . il Mediterraneo orientale è pure protagonista della produzione dei tipi più tardi di balsamari su nucleo81. 162. cioè.

d. 10. tre piccole protuberanze sui due lati del volto indicano orecchie e orecchini applicati sia al lobo che al padiglione. 72. pp.E. I.86 Il tipo della testa maschile con barba e capelli ricci87. p. trova un preciso confronto in un esemplare rinvenuto a Erice85. 8. al tipo D (maschera femminile) e al tipo F. da Birgi89. n. Spanò Giammellaro 102 Per quanto attiene alla Sicilia. pp. n. 85 84 SEEFRIED . che fa parte di una collana registrata sul G.C. Seefried82. (cioè lo stesso coperto dalla serie dei balsamari). 94-99. disponendo dell’intero repertorio della categoria in esame. 82 Nonostante 1982. tav. 105-116. nella variante che presenta una benda ritorta poggiata sulla fronte84. La serie siciliana di pendenti modellati su nucleo annovera tutti e sei i tipi principali individuati in ambito mediterraneo da M.10. Cipro. tipo B III. p. tav. Tre sono gli esemplari siciliani che propongono questa iconografia. 39. pp. uno dei quali appartenente alla Collezione. si preferisce seguire la successiva classificazione della Seefried che. pp. I. XXII. nn. 87 SEEFRIED 1982. con una buona articolazione tipologica e con una distribuzione che interessa ambiti geografici e culturali diversi. di questi. Di forma pressoché cilindrica e di dimensioni ridotte rispetto agli altri. solo tre sono rappresentati nella Collezione: mancano infatti esemplari riconducibili al tipo A (maschera demoniaca). tipo C III. I. Palestina. 35. 86.s. pp. del Museo Whitaker di Mozia come proveniente da un sarcofago della necro- sia stata elaborata da chi scrive una seriazione tipologica specifica per la Sicilia. Il n. Per una disamina completa dell’intero corpus dei pendenti policromi rinvenuti in Sicilia cfr. tav. 89 SPANÓ G IAMMELLARO 1979. la bocca è applicata sulla barba. questo pendente presenta volto ovale. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Olbia sul Mar Nero. 3. oltre che in reperti provenienti da Siria.C. 88 SCHLICK-NOLTE 2002 b. spesse sopracciglia e ampie arcate orbitali. si tratta del n. i grandi occhi sono resi come nei tipi precedenti. 189-191 con ampia bibliografia. 36. Le sopracciglia ben evidenziate si congiungono sul naso a bulbo. supera i confini regionali e costituisce dunque la tipologia di riferimento univocamente utilizzata nella letteratura specifica. Cartagine. a. P 33-34. Si distingue dai tipi precedenti per le accresciute dimensioni ed è caratterizzato dai folti riccioli spiraliformi applicati singolarmente sulla calotta cranica e sulla barba.C. S PANÒ GIAMMELLARO c.A. P 20-25. 83 SPANÓ GIAMMELLARO 1979. I. comincia ad apparire a Cartagine e nelle altre regioni del Mediterraneo88 a partire dalla metà del IV sec. 86 SCHLICK-NOLTE 2002 b. più tardo rispetto ai precedenti. fig. 195-197 con ampia bibliografia. fig. la documentazione nota si scagliona nell’arco cronologico compreso tra il VI e il I sec. 3883 rientra nel gruppo delle testine maschili con barba e capelli lisci (tipo B Seefried). Sardegna e Abruzzo ed è databile tra il 500 e il 400 a. n. ed è presente nelle necropoli puniche fino al III. nel quale sono compresi pendenti di forme diverse. nn. 33. a.

quello più antico potrebbe costituire un esempio di “tesaurizzazione” di un “gioiello di famiglia”. che potrebbe risalire agli inizi del IV sec. 40.C. n. fig. 90. anch’esso mancante. a.C. un caso analogo sembra quello di due pendenti da una tomba di Penna di Sant’Andrea. XXIX. Cfr. al di sopra degli occhi e ai lati del volto restano tracce di elementi applicati. Il tipo della scimmia è documentato in Sicilia dalle due versioni note. 93 In Sicilia ne sono stati censiti sette esemplari. n. 153. 38 e 39 che farebbero parte della stessa collana: abbiamo già detto che i pendenti si 103 SCHLICK-NOLTE 2002 b. Salinas di Palermo. è conservato presso il Museo Archeologico regionale P. 96 TATTON-B ROWN 1981. pp. . a fronte di un’evidenza documentaria che indica nella testa d’ariete il tipo più diffuso93. uno dei quali. 87. del primo tipo. tanto da non essere considerato nella classificazione Seefried che invece censisce 15 pendenti riproducenti l’intero animale. l’anello per la sospensione. con barba e capelli a riccioli è datato al IV sec. a. Cfr. Orsi di Siracusa. due dei 90 quali provenienti dalla necropoli di Birgi e conservati presso il Museo Archeologico Regionale A.I vetri preromani poli di Birgi. la Collezione conserva un esemplare che raffigura una testa di babbuino (n. 95 UBERTI 1993. 444. Questo tipo di pendente conta pochissime attestazioni. in Abruzzo. ora perduti. 37. 94 L’esemplare. Il pendente siciliano proviene da Birgi ed è associato. n.d. tav. tav. e il pendente n. 91 SPANÓ GIAMMELLARO 2004 a. ma se ipotizziamo che effettivamente i due pendenti facciano parte dello stesso contesto.s. 92 AMATA 1989. tav. 196-197 ritiene che la contestualità di rinvenimento dei pendenti dovrebbe indurre a rivedere la cronologia del tipo di pendente con barba e capelli a riccioli. conservati nel Museo archeologico di Cagliari95 e al British Museum96. Della stessa collana fanno parte anche il pendente n. ha forma cilindrica e riproduce i tratti di un volto con muso rincagnato in cui non si distingue la bocca.90 Gli altri due esemplari siciliani del medesimo tipo provengono dalla contrada Predio Mattina a Gela91 e da Caltagirone92. nell’esposizione attuale. p. cranio arrotondato. pp. Il nostro pendente. SPANÒ GIAMMELLARO c. Genericamente assimilabili al pendente siciliano sono due esemplari. di provenienza sconosciuta.s. XII. grandi occhi. che comunque differiscono dal nostro per la forma più tondeggiante del cranio e per le dimensioni ridotte. 72. con i due pendenti nn. 40). Quanto poi ai pendenti zoomorfi. più antico. XXII. 101. SPANÒ GIAMMELLARO c. per cui cfr. 38. con la dicitura «ricostruita secondo l’illustrazione di una tale collana nella collezione del Louvre a Parigi. 16. quella in cui è rappresentata la sola testa e quella che riproduce l’intero animale94. doveva essere fissato sulla sommità del capo.. che potrebbe essere coevo o di poco anteriore: non sappiamo se l’arbitraria ricostruzione del monile abbia comportato un’altrettanto arbitraria intrusione di pezzi spurii.d. pp. 44. mentre l’altro è di un tipo assegnato al V sec. Pierrot-Chipiez».

come sembra verosimile. in forma miniaturistica.. 345. BARTOLONI 2005. ma non identiche. e con l’utilizzo di due stampi. 42 e 43) di vetro blu traslucido. Generalmente il punto di sutura della due facce è evidenziato da un bordo largo 2-3 mm prodotto dal vetro pressato tra le due valve dello stampo. con i tratti somatici ben evidenziati. Pendenti monocromi 104 Diversi da quelli fin qui illustrati. pp. quasi mai perfettamente allineate. . sono due pendenti (nn. come il n. se ne sono rinvenuti resti nel tofet di Mozia: cfr. riprodurrebbe. sia dal punto di vista tecnico. solitamente piuttosto sottile (come si evidenzia dal foro residuo. 329. CIASCA- 97 DI SALVO-CASTELLINO-DI PATTI 1996.C. Bartoloni97. mentre i centri concentrici e l’“umbone” centrale potrebbero voler rendere prospetticamente la convessità del carapace98. i volti sono ovali. queste testine presentano due facce di solito molto simili. generalmente di altezza corrispondente a quella del collo). n. ma alcuni esemplari. 32. 43. suggestiva interpretazione si deve a P. a.A. configurati a testina femminile bifronte.d. sia per lo stile e l’iconografia proposta. 345. pp. fig. secondo lo studioso. Il pendente potrebbe. è coeva ai pendenti che raffigurano l’intero animale. ne sono privi sicché si è ipotizzato che potessero fungere da testa di spillone100. 571. Ringrazio l’amico Piero Bartoloni per avermi fornito questi dati interpretativi prima della loro edizione: cfr. Il manufatto. essere interpretato come la rappresentazione stilizzata di una tartaruga: in questo caso. L’appiccagnolo è applicato alla sommità di una delle facce.s. T11. Realizzati su un’asta. sono attestate inoltre raffigurazioni fittili miniaturistiche dell’animale: cfr. 161. in alternativa. per esempio. a conferma di contatti tra l’isola siciliana e la Sardegna. incorniciati da una ricca acconciatura a riccioli che si dispongono ordinatamente sulla fronte formando un motivo a fiore e ricadono poi ai lati del collo. 98 Non si dimentichi che la tartaruga è ben nota nel mondo punico. 41) per il quale una nuova. e al IV-III e ancora al V è forse da datare la testa di scimmia se. negli esemplari noti del tipo99 è talvolta presente un globetto al centro della fronte. Va infine segnalato un pendente di forma circolare con quattro protuberanze lungo la circonferenza e un umbone centrale (n. p. ALLEGRO 1998. 100 SPAER 2001. spesso adorno di una collana. monocromi. una “fiasca da pellegrino” e costituirebbe la trasposizione in vetro di analoghi pendenti di ambiente nuragico. 99 SPANÒ GIAMMELLARO c. p. 347. la divergenza delle due protuberanze superiori rispetto a quelle inferiori potrebbe essere letto come un tentativo di resa naturalistica della posizione delle zampe dell’animale. Spanò Giammellaro datano rispettivamente al V sec.

Il pendente. a. XLVIII.C. 99. pp. 285-288. CXL. pp.C. FERNÁNDEZ 1992. 84. 447. p. tavv. Ancora da Birgi proviene un pendente color miele scuro (n. 42 proviene con certezza da Birgi e faceva parte della collana n. 104 Una testina dello stesso tipo. ha generato l’opinione che la metropoli africana ne fosse il principale luogo di produzione. 112-113. a. 80. 52 che si può datare al IV sec. tav. più specificamente. realizzato a stampo. pp. XXXIX. 176. XXXII.C. n. 86-88 con ampia bibliografia di riferimento agli esemplari rinvenuti nel Mediterraneo occidentale fenicio e non. proviene da una tomba di Ibiza dell’ultimo quarto del V sec. 21. come già detto. Quest’ultimo presenta una benda sulla fronte con una piccola cavità circolare al centro e si discosta dagli altri esemplari siciliani per lo schema più chiaramente egittizzante cui è improntato. XXXVII.: cfr. Il n. La presenza di pendenti di questo tipo. nn. BARTOLONI 1990. tavv. di forma prismatica con una estremità appuntita. 49. nn. p. tav. 103 UBERTI 1993. vol. e. 81. soprattutto in Occidente101. BEN TAHER 2003. 107. QUILLARD 1987. ma secondo un’altra ipotesi. a. p. 102 HAEVERNICK 1968. pp. nn. tav. nn. datata al VI sec. 53-55. mentre una bifronte manca di un contesto databile: cfr. . che riprende un tipo amuletico ben noto106. 156-157. Quanto alla cronologia. 107 UBERTI 1975. GAUCKLER 1915. grazie anche al confronto con alcuni anelli d’oro cartaginesi che presentano la stessa iconografia105: una datazione che può essere accettata anche per i nostri pendenti. pp. tav. trova puntuali riscontri in analoghi manufatti nord-africani108 e sardi109. 211-213 106 L’amuleto viene interpretato come obelisco. 130. nn. 75. 56. 42. 43 la stessa provenienza sembra assai verosimile. LXXXIV. CXXXIX. 42. gli esemplari rinvenuti a Cartagine e altrove sembrano doversi assegnare al IV-III sec.C. cfr. 105 UBERTI 1993. 108 Per alcuni esemplari da Cartagine. 6/30. per il n. ad Alessandria103. 91. XXVII. 50. 156-157. oltre che per le dimensioni ridotte e potrebbe essere interpretato. a. 128-129. per esempio TORE 1972.. con un’alta concentrazione a Cartagine102. 13/17. pp. questi manufatti potrebbero essere attribuiti ad atéliers del Mediterraneo orientale attivi tra il IV e il III sec.104. 109 BARTOLONI 1990. tav. non è escluso anzi che le matrici adoperate derivino da quelle usate per i pendenti in metallo a soggetto analogo. in molti centri di tradizione fenicia. 74-76. II. cippo. a.. oltre che in Oriente. 105 QUILLARD 1987. con attestazioni .C. Un esemplare in vetro blu fa parte di una collana proveniente da Utica. figg. 44). ACQUARO 1975. BARNETT-MENDLESON 1987. FERNANDEZ 1992. n.anche nella gioielleria in metallo prezioso o in pietra semipreziosa. come testa di spillone. 99-100.I vetri preromani L’iconografia di questi pendenti riprende modelli attestati in epoca anteriore sia nella produzione di maschere e protomi fittili sia nella gioielleria. D 23.o meglio trasposizioni107 . pp. pp. con un solo volto raffigurato. C6. n. XI (con riferimento agli altri esemplari rinvenuti in Sardegna). 101 simbolo fallico: cfr.

A. il risultato della combinazione di diversi elementi. culturali. come già detto. i tipi cui afferiscono i singoli elementi che le compongono. quanto. isolato. Kunter116. Conviene. perpendicolarmente al foro passante. dunque. esso varia in relazione alle dimensioni del vago. Haevernick114. Valga. ma più numerosi sono quelli con “occhi” disposti su due file. 1983. Eisen113. 112 RUANO RUIZ 1996. così come varia il numero di cerchielli che compongono l’ “occhio” stesso. infatti. più grande. cronologici consente di affermare che il tipo a “occhi” è il vago decorato di gran lunga più comune nel mondo antico e gli studi specifici condotti da G. Spanò Giammellaro “Collane” ed elementi di collane Non è possibile elaborare una rassegna organica delle “collane” conservate nella Collezione: esse costituiscono. con superficie liscia o baccellata111. generalmente. di due vaghi uguali. nella stragrande maggioranza dei casi. 111 RUANO 114 HAEVERNICK 115 VENCLOVA 1981. Prevale comunque il tipo a “occhi” nelle sue varietà di forme. globulare schiacciata e si può osservare in alcuni casi un vago “doppio” costituito dalla fusione. Th. per cronologia. sono manifestamente frutto di arbitrarie ricostruzioni110. uno per tutti. ma non manca la variante con tre paia di “occhi” associati ad uno. nel loro complesso. tre su una fila. il turchese. quattro paia di occhi. i vaghi di questo tipo presentano. Nella Collezione sono attestati vaghi con tre o quattro “occhi” disposti su una sola fila. Venclova115. 113 EISEN 1916. dunque. può essere anulare. piuttosto. 47 e 51 che. 106 110 Cfr. . Quanto al numero di “occhi” impressi.65.E. di colori e di organizzazione dello schema decorativo: la forma. pp. p. anche se non mancano esemplari realizzati con l’uso del giallo o del bianco e marrone. due sull’altra. sono vaghi con cinque “occhi”. globulare. 56. 117 RUANO RUIZ 1996. K. ma documentati. La frequenza di rinvenimento nei più disparati contesti geografici. I vaghi più comuni sono quelli anulari e quelli di forma sferica. p. monocromi o ornati da una o più semplici linee che ne sottolineano il diametro112. per contesto di pertinenza. Più rari. spesso eterogenei per tipo. Ruano Ruiz117. più o meno regolare. N. passare in rassegna non tanto le “collane” rinvenute in ciascun contesto. i colori prevalenti per la superficie sono il blu. mentre la decorazione è generalmente eseguita in bianco e blu. 63. l’esempio delle collane nn. forse preterintenzionale. 116 KUNTER 1995. il giallo. E. 00000 RUIZ 1996.

s. 214. nn. pp. CXXVI. 100. È poi documentato dal frammento n. Cfr. 12-13. di officine specializzate che avrebbero affiancato i centri di produzione vicinoorientali e cartaginesi. pp. XII-XIII. 18-19. pp. E. 4-7. Tra i vaghi cilindrici. nn. p. 44. 59-61. 47. ma anche in aree dell’Europa interna. 4. pp. di colore contrastante rispetto al fondo. tavv. 124 RUANO RUIZ 1996. 195. attraverso sistematici censimenti di alcuni repertori regionali. tav. nella zona mediana. per esempio VENCLOVA 1983. una o più file parallele di globetti. in Mesopotamia e in Egitto. 120 Cfr. XVXVI. a. p. in Russia meridionale e perfino in Cina119. tavv. CARRERAS . n. 119 118 HAEVERNICK 1970. p. noto già nel XIV sec. 42. 4. pp. nella zona mediana. 27. 94-98. P53P54. pp. questi vaghi cominciano a diffondersi a partire dalla fine del 107 SPAER 2001. CARRERAS-VIVES 2003.1. 109-111. n. Spaer118. n. P55. RUANO RUIZ 1996. nn. 68. conosca. 49. 212-213. UBERTI 1993. p. 69-73) a fondo blu scurissimo o nerastro variegato di bianco. è il vago n. pp. 121 SCHLICK-NOLTE 2002 b. alcuni esemplari di medio modulo presentano una decorazione piumata irregolare124. abbastanza noto in contesti del Mediterraneo centrale123. 40-41. il tipo viene datato tra il V e il II sec. p. Cfr. 281. SCHLICK-NOLTE 2002 b. 183-188. 212-213.. la sua consistente presenza nella regione del Mar Nero ha fatto ipotizzare l’esistenza. nn. Sono ben attestati poi i lunghi vaghi cilindrici o fusiformi (nn. SPAER 2001. con una discreta attestazione nelle aree di cultura punica.C. rinvenuto a Mozia. da Cartagine alla Sardegna. UBERTI 1993.I vetri preromani M. condivide con quelli prima illustrati un’ampia dispersione mediterranea. figg. STERN . sottolineano inoltre gli orifizi del largo foro passante. applicati a rilievo. 65-66. p. XIII-XIV. p. SCHLICK-NOLTE 2002 b. tavv. pp. UBERTI 1993. generalmente di grandi dimensioni. inoltre SPANÒ GIAMMELLARO c. COSTA .FERNANDEZ 2004. 489. KUNTER 1995.3. per esempio. pp. 39. Haevernick “Filottranoperlen”122. RUANO RUIZ 1996. Posto in connessione con i vaghi configurati a volto umano121. nn. tav. 113. MARKOE 2000. n. 67 il tipo di vago cilindrico decorato solitamente con una o più file di occhi rilevati. 107-108. pp. 2.d. 125 GAUCKLER 1915. ill. biconico. confermano come esso. 100-103. 86-87.VIVES 2003. a p. 64. 19.SCHLICK-NOLTE 1994. 104.2. 144. 64. una diffusione capillare e ad ampio raggio. 123 122 . p. Assimilabile al tipo definito da Th. non solo nelle regioni rivierasche del bacino mediterraneo. NENNA 1999. nella zona. Questo tipo di vago. alle Baleari120. e linee bianche che sottolineano gli orifizi del foro passante: assai comuni nei contesti funerari di cultura punica125. 54: SPAER 2001. con il diametro massimo sottolineato da due linee bianche inframmezzate da una fascetta gialla e grossi punti gialli e bianchi alternati che sottolineano gli orifizi del foro passante. 102103. 63. 30. con effetto “marmorizzato”. n. 42. UBERTI 1988. oltre ai numerosi tubetti monocromi di piccole dimensioni. nel corso del I millennio. alla penisola iberica.

pp. eventuali tipologie di riferimento. il primo colore riportato è quello di base per la realizzazione sia dei balsamari che dei pendenti. p. descrizione. 128 Il tipo trova un preciso confronto siciliano in un esemplare da Palermo: cfr. pp.s. SPANÒ GIAMMELLARO c. vengono prima presentati gli esemplari integri. RUIZ 1996. 23-26. CARRERAS . bibliografia relativa alla più recente edizione scientifica. Spanò Giammellaro VI sec. inventari. poi i frammenti. e restano in uso almeno fino al II126. pp. 100-101. Per le collane che comprendono elementi di materiali diversi. . dimensioni espresse in centimetri. pp. 67-68. 24. provenienza. 206. quelli poliedrici: tale tipo.d. quelli ellissoidali (n. a. tecnica e materiale. CAMPANELLA 2000. da SPANÒ GIAMMELLARO 1979. 151. Le schede comprendono. n. vengono segnalate soltanto le dimensioni dei vaghi vitrei. 76). 53) esemplifica il tipo “a fusaiola” conica128. Nell’indicazione del materiale. stato di conservazione.VIVES 2003. AUBET – MARTÍN RUIZ 1995. tav. nell’ordine. La terminologia adottata nella descrizione dei reperti è quella di FERRARI ET ALII 1998. Meno numerosi sono gli elementi di collana di forma biconica o lenticolare (n. RUANO RUIZ 1997. p. datazione. 2001. XXXVIII. i seguenti dati essenziali: luogo di conservazione. a. perdura pressoché invariato fino alla piena età romana127. 108 AVVERTENZA AL CATALOGO I materiali sono raggruppati nell’ambito della sequenza tipologica e cronologica presentata nel testo. che abbraccia anch’esso un ampio arco cronologico.C.A. I tipi indicati fanno riferimento alle seriazioni elaborate da GROSE 1989 e HARDEN 1981 per i balsamari. 47). SEEFRIED 1982 e UBERTI 1993 per i pendenti. Per le atte127 RUANO 126 SPAER stazioni in altre regioni del Mediterraneo cfr. Infine un solo vago (n. 39. n. 122-123.

Modellazione su nucleo. Birgi. 40. I) N. ø 3. Alabastron (Tav. forma I:7. motivo a zig-zag bianco. a.C. necropoli (?). Modellazione su nucleo.3.C.I. fondo scheggiato. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. forma I:3A. Vetro blu. Grose classe I:B. Provenienza sconosciuta. delimitato in alto da una linea turchese e in basso da linee turchese e gialle. Nella zona di attacco dell’ansa. nella zona inferiore. 4. Frammento di alabastron (Tav.1. Fine VI . I) N. .I. anse ad “S” con occhiello. a. nella zona centrale. Frammento pertinente al settore mediano del corpo ovoidale allungato. turchese. 62. Birgi. 2. anse ad “S” con occhiello. necropoli (?). necropoli (?).1. delimitato in alto da due linee gialle e in basso da due linee. bocca in gran parte di restauro. ø 3.3. VI-V sec. H.I. scandito da pseudo-baccellature. Ricomposto da due frammenti.3. turchese. H. anse lacunose nella parte superiore. H. 9. Modellazione su nucleo. Breve collo cilindrico. 107. giallo. I) N. con pseudo-baccellature. 13. Modellazione su nucleo.W. n. forma I:5. Vetro blu. a.C. Birgi. su tutta la superficie. fig. 2069). ø bocca 1. decorazione a filamenti bianchi delimitata in basso da una fascetta turchese. 821. Frammentario. bianco.I vetri preromani BALSAMARI 3. 801. Modellazione su nucleo. 11. ø 3. forma I:4. Bocca con ampio orlo imbutiforme che si innesta direttamente sul corpo ovoidale allungato. corpo ovoidale allungato.I. linee gialle e turchese. nella zona superiore del corpo. Fine VI . I Gruppo mediterraneo 1. Vetro blu. Grose classe I:B. 4. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. 1. pp. marginato in alto e in basso da fascette turchese. 2665. largh. gialla e turchese. I) N. Alabastron (Tav. C.00. 44). 109 2. H. 5. Grose classe I:B. marginato in basso da una fascetta dello stesso colore. breve collo cilindrico percorso da linee gialle.2.V sec. ø bocca 2. 2626).W. 31.6. motivo a spina di pesce bianco. a. 803 (N. WHITAKER 1921.2.I. Birgi.3. a. Primo quarto V sec. necropoli (?). decorato con un motivo a zig-zag giallo e turchese. tav. Grose classe I:B. 331. 3.I.I. Vetro blu scuro e bianco. anse ad “S” con occhiello. Alabastron (Tav. ø bocca 2. H. con pseudo-baccellature. mancano la bocca e un’ansa. 802 (N. I) N.C. X (dove è erroneamente indicato con il n. Vetro blu.7. decorato in alto da linee gialle e nella zona centrale da un motivo a zig-zag giallo e turchese.8. corpo cilindrico rastremato verso l’alto. Prima metà V sec. Frammento di alabastron (Tav. Frammento di corpo e ansa ad “S” con occhiello. fra le anse. filamenti bianchi.1. vetro giallo e turchese. largh. p.V sec.

alcune delle quali reintegrate con frammenti vitrei eterogenei e ceralacca. 63. necropoli. XI. Intorno alla metà del V sec. ø bocca 2. anse verticali a “occhiello”. pp. turchese e giallo. 44. Amphoriskos (Tav. lievi abrasioni. II) 110 N. 32. Modellazione su nucleo.9. ø bocca 2.I. ø 5. 806.I. corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo marginato in alto e in basso da linee gialle. 832.7. Vetro blu e giallo. necropoli. ø bocca 2. necropoli. necropoli. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo e turchese. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. base a protuberanza conica con filettatura gialla. turchese. forma: I:2. 805. Modellazione su nucleo. n. Amphoriskos (Tav.1. a.C.2. Manca un’ansa. Grose classe I:B. Birgi. Vetro blu e giallo. Vetro blu. tav. 63. H. Modellazione su nucleo. 816. 32. 8. a. 8. anse verticali a nastro. con un motivo a zig-zag giallo e turchese con pseudo-baccellature. anse verticali a nastro. n. V sec. Spanò Giammellaro 6.7. H.C. breve collo cilindrico. 10. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. Frammento di amphoriskos (Tav. decorazione in parte scomparsa. Birgi. Mozia o Birgi. III) N. V sec. 9. 2. corpo ovoidale decorato nella zona centrale con un motivo a zig-zag a colori alternati giallo e turchese.1.C. Modellazione su nucleo. V sec. Mozia o Birgi. 43. H.C. sulla superficie.I. Vetro blu e giallo. 7. a. . H. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. lacune diffuse. H. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo.4. Birgi.00. 2.I.A. delimitato in alto da linee gialle e in basso da linee gialle e turchese. 8.I. 1. base a protuberanza conica. Grose classe I:B. a. 831. lungo collo cilindrico. III) N. corpo ovoidale decorato nella zona centrale. necropoli. Vetro blu. necropoli. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. pp. V sec. II) N. a. GROSE classe I:B. X. n. forma I:2. giallo. Vetro blu.I. forma I:2. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Primo quarto V sec. Modellazione su nucleo. Mancano due frr. superficie corrosa. base a protuberanza conica. H. Bocca con orlo imbutiforme filettato in turchese. 63. Mozia o Birgi. pp.3. tav. 11. 835. III) N. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. ø bocca 2. collo cilindrico. al collo e ad un tratto della spalla. XI.3. 2. ø bocca 2. a. delimitato in alto e in basso da linee gialle. 7. al collo e ad un tratto della spalla decorata con linee gialle. tav. Modellazione su nucleo. 41. giallo. al collo e all’attacco delle anse. 7.3. Amphoriskos (Tav. ø bocca 3. 32. II) N. Superficie alterata.9.C. Frammento di amphoriskos (Tav. ø 4. ø 5.C. Frammento di amphoriskos (Tav. della bocca. turchese.5.

V sec.9. 826. bianco. IV) N. Mozia o Birgi.4. Frammento pertinente alla zona inferiore del corpo con decorazione a zig-zag di colore turchese e giallo. Vetro blu e turchese. Frammento di amphoriskos (Tav. a. Frammento di amphoriskos (Tav. necropoli. V sec. Frammento pertinente a parte della spalla e della zona superiore del corpo con decorazione a zig-zag di colore giallo e bianco.C. necropoli. 2. 14. turchese. a. Mozia o Birgi. 834.I vetri preromani 12. Superficie alterata. Frammento di amphoriskos (Tav. giallo. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in turchese.W. 15.5. ø bocca 2.8. 2. 18.I.2.C.I. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in turchese. III) N. III) N.8.2. al collo cilindrico e alle anse a occhiello.1.C. 3. V sec.4. Frammento di amphoriskos (Tav. 17. 2. Mozia o Birgi. Aryballos (Tav. 823. III) N. Modellazione su nucleo.6. Modellazione su nucleo.5. marginata in basso da due linee degli stessi colori. Mozia o Birgi.I. V sec. Vetro blu e turchese. marginata in alto da una fascetta gialla che si allarga in una macchia di colore in corrispondenza di uno dei punti di frattura. necropoli. III) N. 3. a. Vetro blu e giallo. Frammento pertinente alla zona mediana del corpo con decorazione a zig-zag di colore turchese e giallo. V sec. 2. necropoli (?) H. 2. Mozia o Birgi.I. 810 (N. largh. Frammento di amphoriskos (Tav. Vetro blu. decorata con linee gialle. 3. H. a. Mozia o Birgi. 16.C. 2625). a. 836. giallo. Vetro blu. ø 4.7. Frammento di amphoriskos (Tav. Vetro blu. a. III) N. H. necropoli. Modellazione su nucleo. III) N. 820. al collo e ad un’ansa verticale a nastro. Vetro blu e giallo. marginata in alto e in basso da linee gialle.C.I.I.1. largh. turchese. necropoli. largh. Frammento pertinente alla bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. . ø bocca 2. H. 830. 13. 2. necropoli. H. largh. 2.I. H. largh. V sec. 825. 19.C. 111 Modellazione su nucleo.C.6. ø bocca 2. a. Modellazione su nucleo. III) N. Modellazione su nucleo.I. Frammento di amphoriskos (Tav. Modellazione su nucleo. necropoli.I. giallo. 5. Birgi. Frammento pertinente ad un tratto della spalla.8. Mozia o Birgi. V sec.

9. giallo. 45. Aryballos (Tav. breve collo cilindrico con filamenti gialli. corpo globulare lievemente appiattito. 46. IV) N.C. 32. marginata in alto da linee gialle. decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo e turchese marginato in alto e in basso da linee gialle. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. a. ø 4. 6. V sec. 20. Manca un frammento dell’orlo. corpo globulare con decorazione a zig-zag di colore giallo e turchese nella zona mediana. Aryballos (Tav. giallo. Modellazione su nucleo. 331. IV) N. anse ad “S” con occhiello. Prima metà del V sec.4.I. Vetro blu. corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a zigzag giallo e turchese.3. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. 807. collo cilindrico. collo cilindrico. V sec. ø 4. turchese.C. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. V sec. giallo. n. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. Scheggiature sulla bocca. 63. Grose classe I:B. n. 4. 4. giallo. Vetro blu chiaro.C. H. Intorno alla metà del V sec.C. . Vetro blu giallo.I. XI. corpo globulare con decorazione a zigzag di colore giallo e turchese nella zona mediana. a. forma I:2. Frammentario. corpo: H. ø bocca 2. a. fr. 32. anse a “S” con occhiello. Vetro blu chiaro. 64. Grose classe I:B. 47. pp. turchese. IV) N. Bocca con orlo imbutiforme filettato in giallo. Grose classe I:B. tav. tav. anse ad “S” con occhiello. 112 Lacune alla bocca e sul corpo. H. pp. Superficie alterata. 5. ø bocca 2.8. 808. Birgi. XII. corpo globulare decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo e turchese marginato in alto da linee gialle. marginata in basso da linee turchese. Modellazione su nucleo. bocca: ø 2. forma I:2. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Aryballos (Tav. turchese.I. Birgi. 21. Vetro azzurro carico.8. Modellazione su nucleo. H. IV) N. ø bocca 2. Modellazione su nucleo. ø 3. 64. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. 809.I.9.A. Birgi. pp. 32.6. necropoli. tozzo collo cilindrico. ø 5. a. necropoli (?) Fr. tav. colori abrasi. forma I:2. 107.4. XII. n. delle anse resta soltanto un piccolo apice.C.5. forma I:2. WHITAKER 1921. Grose classe I:B. anse ad “S” con occhiello. Grose classe I:B. necropoli. turchese. 829. Spanò Giammellaro Modellazione su nucleo.1. p. marginato in alto da linee gialle e in basso da linee turchese. sottili anse ad “S” con occhiello. a. in basso da linee gialle e turchese. 22.2. forma I:2. Bocca con orlo imbutiforme filettato in turchese. necropoli. Birgi. 23. Aryballos (Tav. fig. breve collo cilindrico con linee gialle. turchese.

una linea gialla e una turchese. Lungh. alla base dell’ansa. forma I:2 A. forma II:3. Grose classe I:B.I. Modellazione su nucleo. tav. turchese e giallo. SPANÒ GIAMMELLARO 1990 a. ø 5. necropoli.III sec. Vetro blu. ø 6. Modellazione su nucleo. Modellazione su nucleo.4. H. 3. Lilibeo (?). V) N. necropoli.3. Birgi. a. giallo.I. 9. V) N. Frammento di ansa verticale a nastro. fondo piano. Frammento di aryballos (Tav. Corpo globulare decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo e turchese. 3. p. bianco.I. IV) N. 814 (N. Vetro blu scurissimo. Modellazione su nucleo. 6. bottoncino giallo applicato. 7. II. Frammento di oinochoe (Tav. 2. H. 68. Vetro blu. H.I. Vetro blu. Birgi. 113 Modellazione su nucleo. Frammento pertinente alla bocca filettata in turchese. collo cilindrico. con decorazione gialla e turchese.I. a. Vetro blu chiaro. Mozia o Birgi. decorazione a zig-zag di colore bianco e giallo. .I. Oinochoe (Tav.4.1. nella zona inferiore del corpo. 28. ø 5. 26. Modellazione su nucleo. 2. collo cilindrico filettato in giallo.6.I vetri preromani 24. necropoli (?). Mozia o Birgi. SPANÒ GIAMMELLARO 1990 a. Grose classe II:A. 29. V sec. soprelevata e di una piccolissima porzione di corpo. Oinochoe (Tav.4. a. IV . forma I:1. largh. II. giallo. interamente coperto da una decorazione piumata bianca.C. ø bocca 3. Mancano il collo. H. 819. marginata in alto e in basso da filamenti gialli di cui restano solo i solchi per l’inserzione nella superficie. la bocca e l’ansa.C. IV) N.2.8. forma II:1. Corpo ovoidale.C.C. 27. necropoli. anse ad “S” con occhiello. bianco. necropoli. Vetro nerastro. Frammentario.I. 1. Bocca con ampio orlo a disco orizzontale. H.00.W. turchese.4. ansa verticale a nastro costolata. 2619). ø bocca 6. giallo. IV) N. Alabastron (Tav. ampia base a cuscinetto filettata in giallo. V sec. 25. Grose classe II:A. 10. al collo con tracce di linee gialle e ad un breve tratto della spalla. Lievi abrasioni.C. 811. bassa e ampia base a cuscinetto filettata in giallo. 69. p. corpo ovoidale interamente decorato con motivo piumato bianco e giallo delimitato in alto da una linea bianca. Birgi. tav. 10. IV sec. 812. 833. V) N. Grose classe I:B. turchese e giallo. V sec. Aryballos (Tav. a. a. corpo campanato. 824.2. decorazione in gran parte scomparsa. piccole anse nastriformi con occhiello. Bocca con orlo trilobato filettato in giallo.

ø 4.I. 30.00 x 2. marginato in alto e in basso da linee gialle. Distorti per combustione. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Vetro blu chiaro e giallo chiaro. forma II:8. Vetro blu scuro.C. H. Frammenti pertinenti alla bocca e alla zona inferiore del corpo con decorazione a linee bianche. 34. 33.2. forma II:1. Modellazione su nucleo. 822. ansa verticale a nastro. Lilibeo. 2623). Grose classe II:A. giallo e bianco. 65.00. pp. Bocca con orlo a disco orizzontale. XII. Vetro blu e bianco. 64. tav. spalle oblique con linee . ø 3. necropoli (?). alto collo cilindrico con linee bianche. necropoli. 8. Modellazione su nucleo.8.2. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. largh. 813. Unguentario (Tav. 33. Frammenti pertinenti alla bocca trilobata. 3. necropoli. Oinochoe (Tav. VI) N. forma II:3. al collo. n. soprelevata e a piccola parte della spalla. Bocca con orlo trilobato filettato in giallo. V) 114 N. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Parzialmente ricomposta da più frammenti. Ricomposto da più frammenti.I. largh.I.inizi III sec. Birgi. 3. bassa e ampia base a cuscinetto con filamenti gialli.C. H.4.4.1. 33.I. tav. Metà IV – inizi III a. V) N. 11. Grose classe II:G. pp. alto collo cilindrico decorato con linee turchese. n. 31.1. Birgi.1. Vetro blu e giallo. Frammenti di oinochoe (Tav. Modellazione su nucleo. ø piede 2. VI) N. forma 6. 817. XIII.inizi III sec. Frammenti di oinochoe (Tav. Harden gruppo II. forma II:3. Grose classe II: A. n. a) bocca 1. turchese. 33.2. Metà IV – inizi III a. Grose classe II: A. pp. 64. III – II sec. ø bocca 2.2. Bocca con orlo a disco orizzontale. corpo ovoidale con sottili filamenti gialli paralleli applicati a rilievo. 3. Modellazione su nucleo. presine configurate a disco appiattito. sottolinea l’orlo della bocca. corpo ovoidale appuntito decorato con motivo a zig-zag giallo e bianco. la decorazione.7 Manca un frammento di un’ansa. 815 (N. V) N. a) H. Metà IV .C. a. a. bocca 2. a. ø bocca 2.I.I.C. ø piede 2. costituita da sottili filamenti gialli applicati a rilievo. Unguentario (Tav.8 x 1. al piede discoidale.2. 827. 32. forma II:8. 3.7. Vetro blu. Lilibeo. all’ansa verticale a nastro. ø 5. Lilibeo (?). il collo e la costa del piede. necropoli (?). giallo limone. scandito da pseudo-baccellature. b) H. corto collo cilindrico filettato in giallo. spalle oblique.2. Metà IV. Harden gruppo II. Modellazione su nucleo. 4. tav.C. b) piede largh. Spanò Giammellaro Grose classe II:A.W. 1.A. 51. 49.1. forma 6.2. Superficie corrosa. 48. H. alto stelo cilindrico che si allarga verso la base a disco. XII.

8/ 3.C. Vetro blu nerastro. Mancano il piede e un frammento della bocca. H. ampie arcate orbitali nere. 47.4. III .8.I. VI) N. benda ritorta gialla e nera. b) H. giallo e turchese.4/3. forma II:3. 1.C. 1832. qualche scheggiatura. 2.C. spalle oblique con linee gialle e turchese.I. 1. ø 1. Unguentario (Tav. 2635). III – II sec. H. PENDENTI Pendenti policromi 38. a. ø collo 1.2. marginato in basso da linee gialle. VII. Vetro nero e giallo.C. VI) N. Modellazione su nucleo. tav. III . mal conservati le orecchie e gli orecchini.5. ø bocca 1. forma II:1. Frammenti del corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo. Birgi. Un’ampia lacuna interessa il naso. 2.7. superficie alterata e corrosa. Grose classe II:G. spesse sopracciglie nere che si dipartono dalle orecchie per congiungersi sul naso.I. stelo cilindrico che si allarga verso la base a disco. l’occhio sinistro e la parte inferiore del volto. scandito da pseudo-baccellature. Grose classe II:G. 1. presine a occhiello impostate obliquamente sulle spalle. Grose classe II:G. largh. corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo e turchese. SPANÒ GIAMMELLARO 1990 a. 69. 816 (N. II.I. Frammenti di unguentario (Tav. scandito da pseudo-baccellature. Modellazione su nucleo.00. necropoli (?). 1. 1.II sec. III – II sec. necropoli (?). . spess. tre piccole protuberanze gialle ai lati del volto.5. necropoli (?). perpendicolarmente al volto. necropoli. corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a zig-zag giallo e turchese. Modellazione su nucleo. Frammenti pertinenti al lungo collo cilindrico.6. 37. Modellazione su nucleo. Bocca con orlo a disco orizzontale. Grose classe II:G. 35. alla zona mediana e inferiore del corpo ovoidale decorato nella zona mediana con un motivo a festoni rovesciati bianchi e gialli. 115 36. Fa parte della Collana n. 2. Anello per la sospensione applicato sulla testa. a.W. VI) N. al piede a bottoncino. XV) N.9. 3. a) H. forma II:2. Lilibeo. ø 4. H. largh.1. mancano l’anello per la sospensione e gli occhi. marginato in basso da linee gialle. Volto ovale giallo con barba e capelli lisci neri.I.II sec.00.W. Birgi. 6. ai lati del volto. Vetro blu. alto collo cilindrico. a. decorazione in parte scrostata. a. presine a bottoncino appiattito impostate obliquamente sulle spalle.00. 2950.I vetri preromani gialle.7.W. Frammenti di unguentario (Tav. 2950. forma II:1. Lilibeo. Pendente a testa maschile (Tavv. bianco e giallo. scandito da pseudo-baccellature. Vetro blu scuro e giallo. largh. p.

XXV. 96. Uberti. le orecchie. 47. Spanò Giammellaro. Discreto. Seefried. VII. 4.4. 1. fig.7.W. XV) N. XV) N. 1. Fa parte della Collana n. Modellazione su nucleo. tipo E V. n. Spanò Giammellaro. n.6. piccolo umbone giallo sottolineato da una fascetta circolare gialla. qualche scheggiatura e piccoli fori di corrosione. al centro. 1833. p. Pendente a testa femminile bifronte (Tavv. tipo D. V – IV sec. perpendicolarmente al volto. vetro bianco.2. bianco e giallo. Pendente (Tavv. I. a. fig.W. 1829 (N. III. tracce di elementi applicati sulla fronte ai lati del volto. forse sopracciglia e orecchie. non allineati. XV) N. tipo B. manca metà dell’anello per la sospensione. e dal mento alquanto pronunziato. a. I. Modellazione su asta. fig. Vetro blu cobalto traslucido. sopracciglia bianche.c. Fine V . occhi con contorno e pupille blu. Birgi.6. 2261). largh.IV sec. Pendente a testa maschile (Tavv. turchese. Intorno. 1. Anello per la sospensione applicato alla sommità. spess. ben evidenziate che si congiungono alla sommità del naso turchese a bulbo. Modellazione a stampo. 2. p. Vetro nerastro e bianco. 24.4. motivi a spirale bianchi. n. I. Volti pressoché identici. 39. 33. tipo H. H.b. 6093 (N. 40.I. largh. 2. i colori hanno perduto la lucentezza. ovali e con tratti somatici ben evidenziati.4. capelli acconciati con una dop- . n. Fa parte della Collana n. 1814.d. a.I.C. una lacuna. necropoli. VII. ø 4. tav. tavv. necropoli. necropoli. tav. Necropoli di Birgi. tipo C III. spess. 5. Uberti. Vetro blu. VIII. 41. IV. 8. Seefried. SPANÒ GIAMMELLARO 1979. Birgi. le sopracciglia.C. labbra bianche carnose. con doppio stampo. 10.IV sec. incrostazioni superficiali. 2. Volto caratterizzato dalla bocca notevolmente incavata Lieve scheggiatura sull’orlo. SPANÒ GIAMMELLARO 1979. Pendenti monocromi 42.4. I.C.A. 2. spess. IV. spess. Seefried tipo B III. 35. Volto ovale turchese con barba e capelli a riccioli color nocciola chiaro su base blu. vetro blu.5. largh. tipo B. 2. tre piccole protuberanze ai lati del volto riproducono le orecchie gialle e gli orecchini bianchi. Pendente a testa di babbuino (Tavv. Mancano il bulbo dell’occhio destro.I. tracce di elementi applicati ai lati del volto. 47. VI . 75. p. grandi orbite oculari bianche. Uberti. tipo C. tav. 2240). SPANÒ GIAMMELLARO 1979. 116 Mancano alcuni riccioli dei capelli. della barba resta un solo boccolo intero e tracce degli altri.I.I. Modellazione su asta. tipo D. Pendente a medaglione circolare blu con quattro protuberanze gialle lungo la circonferenza.7. VII. 39. a. H.1.I. cornea bianca. XV) N. nocciola chiaro. le orecchie e l’anello per la sospensione. Birgi. p. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 A. Anello per la sospensione blu applicato sulla testa. V – fine IV sec. H. VII. Spanò Giammellaro Spanò Giammellaro.C.

52. H. a. 2241).W. 947. a.I.1. diciassette biconici blu-nerastro con patina biancastra. XV) N.8. 0. f. 95. Fa parte della collana n.2. ovali e con tratti somatici ben evidenziati.I. IX) N. pressochè identici. a. 1. un lungo osso cilindrico a puntini incisi e con un foro circolare sulla superficie. 16. l. IV. uno globulare blu con filamenti bianchi che sottolineano il diametro. largh. p. 0. tav. Vetro nerastro. Spanò Giammellaro. IX) N. un tubetto di vetro dorato. Collana composta da quarantadue vaghi di vetro. Vaghi di vetro: tubetti lungh. II. sulla fronte. Birgi. anello per la sospensione applicato alla sommità di una delle due facce. perlaceo. ampia scheggiatura in corrispondenza del foro di lavorazione e di parte dell’acconciatura. 43.W. Vaghi di vetro: nove tubetti di vetro nerastro.5.C. n. 1. con doppio stampo.7. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. 38. tipo B. 37. Terre di Sanges (Collezione Cammareri). N. COLLANE ED ELEMENTI DI COLLANE 45.I. Sutura delle due facce evidenziata da un bordo largo prodotto dal vetro pressato tra le due valve dello stampo. III. Pasta silicea. un frammento di grosso tubetto nerastro con filamenti bianchi a festone. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. Collana (Tav. 76. Spanò Giammellaro.5. MR 4193.C. Volti. turchese. tav. VI . 910 (N. necropoli arcaica. Modellazione su asta. Mozia. Osso. un tubetto di vetro perlaceo.III sec.9/1. tre globulari nerastri con decorazione a “occhi” bianca. anello per la sospensione applicato alla sommità di una delle due facce. 950 (N. sei irregolarmente globulari e anulari blu. spess.III sec. Whitaker 1921.V sec. ø 0.7. 44.I.3. un anello di pietra dura nera.XXVII. l. n. fig. un tubetto di vetro turchese. IV . Uberti. SPANÒ GIAMMELLARO 1979. nocciola.C. un frammento di rametto di corallo rosso.C. globulari: diam. 47.I vetri preromani pia fila di riccioli che formano un motivo a fiore sulla fronte e scendono in due bande simmetriche ai lati del collo adorno di una collana a due fili. Modellazione su asta. 334. tipo B. Pendente a testa femminile bifronte (Tavv. Pietra dura. necropoli (?).8. spess. IX) Marsala. necropoli (?). Birgi. tipo F. manca l’anello per la sospensione. Vetro blu cobalto traslucido. 3964).I. Vetro color miele scuro. 4. Birgi. Collana (Tav. Necropoli. biconici diam. tipo F. Collana (Tav.I. XV) N.3. 74. Consunta. Lungh. Uberti. VI – IV sec. H. Modellazione su asta. Pendente a forma di prisma esagonale desinente a punta. 0. Corallo. tre anelli e due astragali d’osso. VIII. 1. diam.1/1. 1816. tav. capelli acconciati con riccioli che scendono in due bande simmetriche ai lati del collo. Vetro nero e bianco. Museo Archeologico Regionale. Collana costituita da minuscoli vaghi cilindrici e anulari di vetro bianco e nero e da un vago globulare d’argento. benda con piccola cavità centrale. XXIV. due globulari bianco-verdognoli con costolature saldati. VIII. 46. 0. 117 Superficie alterata. vaghi di vetro: ø 0. due cilindretti di pasta silicea turchese. . dorato.5. a. p. p. 106.I. n. pp. 0. Pendente a prisma appuntito (Tavv. Modellazione a stampo.V.

tav. nero. uno con decorazione a “occhi” bianchi e blu con contorno marrone.III sec. cinque vaghi biconici di colore marrone chiaro. VI .4/0. uso di stampo. nero. n. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. XXVII. pasta silicea smaltata. 107. anulari: ø 0. 40). Vaghi con superficie a tratti alterata o corrosa.1. n. Al centro. bitroncoconico ø 1. 118 Modellazione su asta. Terre di Sanges (Collezione Cammareri). X) N. 1608. C. VI .7/2. Corniola. quattordici amuleti in corniola. 950 (N. giallo.2. osso. Vaghi: lungh.7. un amuleto in osso. uno turchese con due motivi a zig-zag bianchi e pois gialli.5.7/3. bianco.C. p.7.I. verde scuro. uno bitroncoconico nero. bianco.I. uno nero con decorazione a “occhi” gialla. una conchiglia. Birgi. otto scarabei in diaspro verde. uno blu. tre turchese. tre vaghi globulari baccellati.C. blu. bianco. a. 1. Vetro blu. blu e neri. Collana ricomposta con trentuno vaghi globulari di vetro: due monocromi. Corrosioni. a. Necropoli (?). uno scaraboide. 1. tubetti: lungh.I. Pietra dura nerastra. due piccoli vaghi tubolari nocciola. 909 (N. 76. uno anulare nero con decorazione a “occhi” scrostata.4. p. 48. 107. Modellazione su asta. cinque vaghi in pasta silicea smaltata. Collana (Tav.A. a.C. tre gialli di cui due con decorazione a “occhi” bianca e blu. 1653). superficie del pendente alterata. un vago cordiforme. rotti due vaghi. un tubetto fusiforme. con orifizi sottolineati da globetti applicati a rilievo. Collana ricomposta da nove vaghi d’osso. 4.I. nocciola. 106. ø 0. biconici: ø 1.I. Vaghi di vetro: globulari ø 0. a. Collana ricomposta con trentasei vaghi di vetro. 39.2. ø 0. uno anulare blu. 0.7/1. rotto in due parti. uno in cristallo di rocca.8/1. ø 0. verde chiaro.9. due vaghi anulari con decorazione a “occhi”. Vaghi di vetro: due vaghi globulari turchese blu con occhi bianchi e blu. Vaghi di vetro: sei vaghi globulari monocromi verde chiaro. quattro in bronzo.9. VI . verde. Modellazione su asta.V sec.1. cordiforme: H.W. Collana (Tav. Vetro blu.8/1. 907.4. tav. tre vaghi di corniola.IV sec. pendente n. 38.IV sec. 76. Vetro nerastro. Pasta silicea. turchese. nero. tre pendenti in vetro policromo (nn. dodici vaghi globulari con decorazione impressa a “occhi”. tra due vaghi anulari. ventitré turchese con decorazione a “occhi” bianca e blu. largh. con decorazione a linee ondulate con effetto di venature marmoree. Vetro bianco.W. Vaghi: ø 0. quattro vaghi anulari blu. Pendente: lungh. uno turchese.00/5. sei vaghi di pasta silicea smaltata. un amuleto in pasta silicea smaltata.1/1. WHITAKER 1921. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. uno in corniola. con filamenti bianchi nel senso dalla larghezza. turchese. Modellazione su asta. . bianco e miele scuro.1. corniola e pasta silicea smaltata. Spanò Giammellaro Vaghi di vetro: globulari: ø 0. XXVII. fig.5. 50. VI . 49. anulare ø 1. Collana composta da sette lunghi vaghi a fondo nerastro variegato di bianco. uno in corallo.7. X) N.un vago in osso. X) N. Birgi. blu. 3964). uno blu costolato. Collana (Tav. 44. verde scuro traslucido.8/1. azzurro. nero. necropoli.1. 4.

Vetro nero. Necropoli di Birgi. blu. tubetti: lungh. Pasta silicea. Tracce di combustione. .I vetri preromani 51.I.I.XXVIII. vetro nero e bianco.5/0. 107.3/0. 913 (N. 108.5/1. verde scuro traslucido. Collana ricomposta con nove vaghi di vetro. 1. Bronzo.11. bi-tronoconici: H. uno a fusaiola nerastro con patina dorata. Vaghi di vetro: tre vaghi globulari monocromi blu e neri. a. Collana (Tav. ø 1. Collana ricomposta con ventisette vaghi di vetro. quarantatré vaghi d’ambra sfaccettati.9. due vaghi biconici marrone chiaro. Corniola.I. 2505). un vago a oliva con linea impressa che sottolinea il diametro.9/1. Collana (Tav.9. un vago anulare baccellato. giallo e bianco. d.7/1. marrone. Modellazione su asta.6.9. Argento. due globulari di vetro nerastro con decorazione a macchie bianche.5.V sec. fig. ø 2. tre vaghi di vetro nero di forma bi-troncoconica sfaccettati. quarantatré vaghi d’ambra. Ambra. Modellazione su asta. Vetro turchese degradato in bianco. vetro blu talora degradato in bianco. Collana ricomposta con centosettantasei vaghi di vetro bianchi e neri a tubetto. IV sec. diaspro verde e steatite. Vaghi di vetro: globulari: ø 0. Vaghi di vetro: lungh. uno in diaspro verde e uno in steatite.4. a goccia. anulare: ø 0. nero. sull’orlo della bocca filamento bianco.4. ø 0. un vago di bronzo. verde scuro. XI) N.3. Sul fondo nerastro motivi a zig-zag in rilievo. Mozia. 2240). 2504). due vaghi di corniola. Modellazione su asta. ø 0. Elementi di collana (Tav. 1. a oliva: H. 119 54.turchese. 1.7. blu nerastro. Bronzo. razione a “occhi”. un vago di bronzo. c. 77.I. uno anulare blu/nerastro.I. Vetro bianco e nero.2. n. necropoli di Porta Nord (dentro un sarcofago). Collana (Tav. 0. Rinvenuti insieme ad un frammento osseo e ad un vago d’argento. Mozia – Sarcofago presso la Porta Nord. V sec. 42). . 334. WHITAKER 1921. Modellazione su asta. due scarabei. pendente costituito da una piccola brocca miniaturistica. Pietra dura nerastra. 53. due vaghi di pasta silicea smaltata.W.C.I. ø 0. due tubetti neri.W. sei vaghi globulari con decorazione impressa a “occhi”. XII) Senza N. un pendente di vetro (n. 9/0.6/0. marrone. Vetro nero. uno verde chiaro. fusaiola: H. p. XI) N. tre vaghi d’argento. 0. a piccole perline pressoché cilindriche o sferiche.7. 912 (N. Età tardo-ellenistica.00. Vaghi di vetro: due globulari turchese. pendente: H.00. 908 (N. biconici: ø 0. azzurro.C. XI) N.4. un vago anulare con deco- Vaghi di vetro: globulari ø 0. ø1.7.2/2. uno bianco. p. Quattro vaghi di vetro di forma globulare: tre neri.7 ø 0.C. Scavi Whitaker 1911. uno globulare nerastro con decorazione impressa a “X” uniti a formare losanghe entro le quali campeggiano occhi gialli con iride nera. SPANÒ GIAMMELLARO 2004 a. a.8/1. due pendenti d’argento a cestello parallelepipedo sormontato da una piccola piramide a granulazione. anulari: ø 0.9.W. otto vaghi anulari blu.I. 1. 52. verde chiaro. tav. un vago di bronzo.

1. XII) N. nero e bianco.I.00. Elemento di collana (Tav. 120 ø 1. 1. H. H. ø cons. vetro blu. in ciascuno dei quali sono inseriti quattro punti neri. ø 2. ø cons. 59. Vago globulare blu con motivi a “occhi” bianchi e neri. XII) N. 58. XIII) N. XII) N. Modellazione su asta. vetro blu e bianco. Mezzo vago baccellato. H.9. 1. 57. H.8. XII) N. 877. Modellazione su asta.I.I. 882. 63. Modellazione su asta. Manca la metà.I. 62. 926. Elemento di collana (Tav. 1.4. vetro marrone scuro. 1. vetro blu. ø 3.00. 1. Elemento di collana (Tav. H. 1.W. 872.3. . XII) N. Elemento di collana (Tav. vetro blu.I. XII) N.2. 1.3.9. 884. XIII) N. Schiacciato e deformato dal fuoco. Modellazione su asta. 936. 2. Mezzo vago globulare. vetro blu scuro. rosso scuro. 61. Modellazione su asta. Elemento di collana (Tav. 1.I. Superficie corrosa. 949 (N. ø cons. Modellazione su asta. Grosso vago anulare blu con motivo a grandi occhi bianchi e blu applicati a rilievo. ø cons. Elemento di collana (Tav. 56. bianco.I. Modellazione su asta. vetro blu. Modellazione su asta. Modellazione su asta. XIII) N. bianco e nero.1. 1. H. 2. 2. ø cons. Vago globulare turchese con motivi a “occhi” di colore blu e bianco. 875. 1. turchese e bianco. Modellazione su asta. ø cons. Elemento di collana (Tav.I. 866. Vago globulare baccellato. vetro blu translucido.6.7.4. 1688). Spanò Giammellaro 55.A. bianco e nero. 60. Elemento di collana (Tav. 938.I. Vago irregolarmente globulare blu scuro con macchie multicolori poco leggibili. ø 1. Vago globulare baccellato.I. H.5.I.2. Mezzo vago blu anulare con motivi a “occhi” di colore nero e bianco. vetro verde translucido. 64. H. Manca un frammento. XII) N. Vago globulare marrone scuro decorato con tre ampi tondelli bianchi.2. Rotto in due parti. vetro blu translucido. Manca la metà. Elemento di collana (Tav. Elemento di collana (Tav.2.00.

72. 883. 1.1.7. 3. 4. Manca la metà. 3. 1. 3.7.5. bianco. H. vetrodi colre beige scuro e bianco. ø cons. 69. Frammenti di vago a tubetto fusiforme blu decorato con un motivo a linee ondulate irregolari bianche. Elemento di collana (Tav.I. 71. Elemento di collana (Tav.I. Decorazione a tratti scrostata.6. H. alle estremità.4. 2. Vago anulare.6. largh.1. 67. vetro nerastro translucido. 932.4. ø cons. 2. Frammento di vago cilindrico nerastro con decorazione piumata bianca marginata da linee bianche alle estremità. Vago a tubetto nerastro con decorazione piumata bianca marginata da linee bianche alle estremità. Elemento di collana (Tav. Elemento di collana (Tav. 1. Modellazione su asta.5. 70. 2.I. Frammento di vago a tubetto decorato con un motivo a linee ondulate irregolari bianche con effetto di venature marmoree. 935. ø cons. ø cons. 881. XIV) N. Modellazione su asta.I vetri preromani 65. ø cons.I. 68.5. ø 2. grossi punti gialli e bianchi alternati sottolineano gli orifizi del foro passante. Elemento di collana (Tav. H. XIV) N. gialli e turchese. H. vetro nerastro e bianco. vetro nero. vetro verde translucido. Modellazione su asta. Modellazione su asta. Elemento di collana (Tav.2. Modellazione su asta. 1.5.I. 73. XIV) N. turchese. Vago globulare baccellato.I. XIII) N. H. 934. 121 Deformato dalla combustione su un lato. vetro blu scurissimo e bianco. giallo. Frammento di elemento di collana (Tav. H. 873.I. giallo.I. 902. XIV) N. Modellazione su asta. 2. Elemento di collana (Tav. 66. Modellazione su asta. ø. 1.4.1. 874. 1. XIV) N. vetro blu. Modellazione su asta.I. ø cons. 1. Frammento di grosso vago cilindrico blu con orifizio del foro passante decorato a globetti bianchi. 906. XIII) N.1.3.1. H. H. 2. Elemento di collana (Tav. XIII) N. Grosso vago biconico nero con il diametro massimo sottolineato da due linee bianche inframmezzate da una fascetta gialla. bianco. vetro nerastro e bianco. Frammento di vago fusiforme nerastro decorato con un motivo piumato bianco. Modellazione su asta. H. vetro nerastro e bianco. XIII) N. filamenti dello stesso colore. . 0.

XIV) N. 1.5. Spanò Giammellaro 74. Elemento di collana (Tav.I. ø cons. Modellazione su asta. 898.A. 1.00. Modellazione su asta e a stampo.1. H. Lungo vago poliedrico con foro passante nel senso della lunghezza. 122 . 75. Elemento di collana (Tav. XIV) N. Vago ellissoidale schiacciato. Rotto ad una estremità. ø 1. vetro turchese. 2. Lungh. 1815.6.I. Vetro blu.

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Ciavanni Disegni di: M. Spanò Giammellaro Elaborazione digitale illustrazioni fotografiche: G. due balsamari in vetro dalla necropoli orientale: GLASSWAY. Motya. 42-43) . Foto di: I. G. 38-40. Prehistoric Eye Beads in Central Europe: JGS 25 (1983). WEDEPOHL. N. Giammellaro A. J. 44) A. pp. D. 121-122. Manufacture in Hellenistic Rhodes: ADelt 24. Spanò Giammellaro (nn. Aiello. VENCLOVÁ. Geschichte eines Werkstoffs. Glas in Antike und Mittelalter. 1 (1969). F. 11-17. A Phoenician Colony in Sicily.M. Spanò Giammellaro VASSALLO-VALENTINO 2004 S. 143-151. VENCLOVÁ 1983 WEDEPOHL 2003 WEINBERG 1969 WHITAKER 1921 130 AVVERTENZA ALLE TAVOLE Gli esemplari nn. 27-30 e 38-39. Stuttgart 2003. illustrati nelle tavv.H. VASSALLO . WEINBERG. sono riprodotti in scala 2:1. VALENTINO. 41. K. V e VII. WHITAKER. Himera. pp. Schiera (nn.A. pp. London 1921.

I vetri preromani 131 3 2 1 5 4 Tav. I .

II .A. Spanò Giammellaro 6 7 132 8 Tav.

III .I vetri preromani 9 10 11 12 13 14 15 133 16 17 18 Tav.

Spanò Giammellaro 134 19 20 21 22 23 24 25 26 Tav.A. IV .

I vetri preromani 135 27 28 29 30 31 32 Tav. V .

VI . Spanò Giammellaro 35 136 36 33 34 37 Tav.A.

I vetri preromani 38 39 137 40 41 Tav. VII .

A. Spanò Giammellaro 42 138 44 43 Tav. VIII .

IX .I vetri preromani 139 45 46 47 Tav.

Spanò Giammellaro 140 48 50 49 Tav.A. X .

I vetri preromani 51 53 141 52 Tav. XI .

XII .A. Spanò Giammellaro 56 55 54 57 142 58 59 60 61 Tav.

XIII .I vetri preromani 62 63 64 143 65 66 67 68 Tav.

XIV .A. Spanò Giammellaro 70 69 71 144 73 75 72 74 Tav.

XV .I vetri preromani 38 40 39 42 41 145 43 44 Tav.

SETTEMBRE 2008 .Finito di stampare PALERMO.