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Anno CXLVII - N. 207 (44.650)

CITTÀ DEL VATICANO

Mercoledì 12 Settembre 2007

IRAQ Annunciata dal generale Petraeus: entro luglio gli effettivi scenderanno da 168.000 a 130.000

Svolta nella strategia militare Usa: sì alla parziale riduzione del contingente
BAGHDAD, 11. Svolta nella strategia militare Usa in Iraq. Dopo quattro anni e mezzo dall'intervento armato (marzo 2003), gli Stati Uniti sono pronti a ridurre le loro truppe. Lo ha annunciato, ieri, il generale David Petraeus, comandante delle operazioni militari nel Paese mediorientale, nella tanto attesa deposizione davanti al Congresso Usa. Nell'audizione, turbata da dimostrazioni di protesta tra il pubblico e da scontri verbali tra repubblicani e democratici, il generale Petraeus ha reso noto che già entro settembre verrà rimpatriata una unità di duemila marines. Seguirà, a metà diicembre, una brigata di quattromila uomini, e nei sette mesi successivi altre quattro brigate e due battaglioni di marines. Per il luglio del 2008 — ha detto Petraeus — gli effettivi americani in Iraq scenderanno dagli attuali 168.000 a 130.000, cioè il livello precedente all'offensiva Usa dell'ultimo semestre. La riduzione proseguirà nella seconda parte dell'anno e all'inizio del 2009: «ma sarebbe imprudente quantificarla adesso», ha osservato il generale. Questi ha poi affermato: «Presenterò le mie raccomandazioni al Congresso il prossimo marzo, a seconda delle condizioni di sicurezza sul terreno». Il generale Petraeus ha giustificato la svolta con i progressi registrati nella provincia di Al Anbar, un tempo particolarmente turbolenta. «Gli obiettivi — ha detto — sono stati raggiunti in larga misura. Nelle ultime due settimane la violenza è scesa al minimo dal giugno 2006. Abbiamo sferrato colpi significativi ad “Al Qaeda” e alle milizie sciite. Gli scontri settari e le vittime civili sono diminuiti, le forze irachene si sono consolidate». Davanti al Congresso Usa vi è stata la deposizione anche dell'Ambasciatore americano a Baghdad, Ryan Crocker. «Gli sviluppi — ha affermato — stanno avvenendo nella giusta direzione, ma il cammino da fare resta tortuoso. La mia valutazione è comunque che il traguardo è raggiungibile». Il diplomatico, nell'ammonire sui rischi di un ritiro prematuro, ha rilevato: «Abbandonare o ridurre drasticamente i nostri sforzi porterebbe ad una sconfitta, e devono essere chiare le conseguenze di questa sconfitta. Un Iraq precipitato nel caos o nella guerra civile spingerebbe i Paesi vicini ad intervenire, nella considerazione che il loro avvenire è legato a quello dell'Iraq. È evidente — ha aggiunto l'Ambasciatore — che l'Iran sarebbe il grande vincitore; Teheran avrebbe la possibilità di consolidare la sua influenza sull'Iraq e le mire sulle sue risorse e sul suo territorio». Il Governo di Baghdad non avrebbe obiezioni riguardo ad un graduale ritiro delle forze americane, ma chiede che qualsiasi strategia sia oggetto di consultazioni con le autorità irachene: lo ha affermato, ieri, dopo l'audizione del generale Petraeus, il portavoce dell'Esecutivo di Baghdad, Alì Al Dabbagh. Questi ha detto: «Non credo che vi sarebbero problemi con un ritiro graduale concordato con gli iracheni. Un ritiro improvviso, invece, non sarebbe negli interessi di nessuno, né nell'interesse della regione, né in quello dell'Iraq». Le truppe britanniche erano pronte a lasciare il Palazzo di Bassora, loro quartier generale nella città, nell'aprile scorso, ma hanno posticipato la partenza di cinque mesi su richiesta degli Stati Uniti: in un'intervista, ieri, al quotidiano «Daily Telegraph», il comandante dell'esercito britannico in Iraq, James Baaccordo con il Governo iracheno e gli alleati — ha detto un portavoce del ministero della difesa —. Abbiamo lasciato il Palazzo di Bassora dopo aver visto i progressi che hanno fatto le forze di sicurezza irachene, in particolare l'esercito». «La storia pubblicata dal “Daily Telegraph” non è corretta — gli ha fatto eco il portavoce del Primo Ministro britannico, Gordon Brown —. Abbiamo lasciato Bassora perché soltanto ora le forze di sicurezza irachene si sono dimostrate in grado di assumere il controllo del territorio». «Il Governo iracheno ha deciso a maggio che voleva mantenere il controllo del Palazzo di Bassora, dopodiché aveva bisogno di tempo per preparare le proprie truppe», ha specificato Downing Street. La Siria ha cominciato ieri a dare attuazione alle nuove norme varate per contenere l'afflusso di profughi provenienti dall'Iraq. Riferisce l'agenzia «Ansa» che, stando ad alcuni testimoni, al valico di confine di Tanaf ieri non vi erano le consuete file di iracheni in attesa di varcare la frontiera. Dalla mezzanotte tra domenica e lunedì, infatti, i detentori di passaporto iracheno non vengono più accettati, a meno che non siano in possesso di un visto di ingresso che ora viene concesso dalle Ambasciate siriane solo al personale accademico o ad uomini di affari.

Il Pellegrinaggio del Papa per gli 850 anni di fondazione del Santuario di Mariazell

Pietro ha conquistato l'Austria con il suo cuore di padre

Il generale Petraeus poco prima dell'audizione davanti al Congresso Usa

shall, ha spiegato perché cinquecento dei suoi soldati si sono ritirati dalla città soltanto lunedì scorso. «Avremmo potuto andarcene ad aprile e completare così il passaggio dei poteri alle autorità locali — ha detto James Bashall —. Questa sarebbe stata la cosa giusta da fare, ma ragioni politiche ce lo hanno impedito. Gli americani ci

hanno chiesto di rimanere più a lungo per una questione di strategia orchestrata ai massimi livelli». Segnala l'agenzia «Ansa» che il Governo britannico ha smentito, tuttavia, qualsiasi interferenza degli Stati Uniti circa la data del ritiro. «La decisione di consegnare il Palazzo faceva parte di una transizione di poteri basata su un

GIAMPAOLO MATTEI

TERRORISMO

I soccorritori leggono l'elenco dei nomi delle 2.750 vittime

New York: cerimonie in ricordo delle vittime dell'11 settembre 2001
NEW YORK, 11. Sei anni dopo quel tragico martedì 11 settembre. Anche oggi è martedì, ed è il giorno del ricordo e della memoria, il giorno in cui New York si stringe nel suo dolore. L'11 settembre fu definito da Giovanni Paolo II un giorno «buio nella storia dell'umanità e un terribile affronto alla dignità dell'uomo». In quel giorno, nel giro di pochi minuti migliaia di persone innocenti, di varie provenienze etniche, furono orrendamente massacrate. Quest'anno, saranno i soccorritori a leggere l'elenco dei nomi delle 2.750 vittime in un parco a Sud-Ovest del cratere creato dal crollo delle Torri Gemelle a New York dove si è lentamente cominciato a costruire. Analoga cerimonia di commemorazione si svolgerà a Washington davanti al Pentagono. Il sindaco di New York, Michael Bloomberg, guida la commemorazione, ma il suo predecessore Rudy Giuliani, che è candidato repubblicano alla Casa Bianca, avrà una parte sul podio anche se la sua presenza ha provocato polemiche e accuse di strumentalizzazione politica a fine personale. Per bilanciare è stata invitata un'altra candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton che prende parte alla lettura dei nomi. Polemiche sono state sollevate dalle famiglie delle vittime anche perché la cerimonia di quest'anno a New York si svolge in un parco vicino, ma non a Ground Zero: ai parenti sarà poi permesso però di scendere nella fossa e deporre fiori e per un minuto di meditazione. D'altra parte come disse nel primo anniversario il sindaco di New York in un'audizione al Senato alla vigilia del sesto anniversario degli attentati a New York e a Washington. D'altra parte, proprio in queste ore è stato diffuso su Internet un messaggio presunto, di 47 minuti, del leader di «Al Qaeda», Osama bin Laden, che contiene anche il testamento di uno dei kamikaze dell'11 settembre, Abu Musab Walid Al Shehri. A sei anni di distanza dagli attacchi terroristici agli Stati Uniti «le minacce alla sicurezza, specialmente quelle che provengono dalle reti del terrore, sono ancora presenti» e il terrorismo è «una minaccia ancora molto seria, costante e di lunga durata». Lo sottolinea il vice Presidente della Commissione dell'Unione Europea, Franco Frattini. Ricordando le operazioni antiterrorismo dei giorni scorsi in Danimarca e in Germania, il vice Presidente della Commissione rileva che «non c’è tempo né spazio per compiacersene e abbassare la guardia». Il terrorismo è e sarà sempre una manifestazione di disumana ferocia, che proprio perché tale non potrà mai risolvere i conflitti tra esseri umani. La strage dell'11 settembre 2001 fu un avvenimento che ha cambiato la storia moderna, che ha sconvolto la nostra vita quotidiana. Non ci sono parole che possano sintetizzare l'impatto di quel tragico 11 settembre nell'opinione pubblica del mondo occidentale che si è trovato, forse per la prima volta, a vivere in casa un evento così drammatico. La violenza armata e il terrorismo, così come la guerra, generano solo odio e morte. È invece auspicabile costruire una cultura di pace, di solidarietà che ridia ai giovani la speranza del futuro.

Ground Zero, dove crollarono le Torri Gemelle causando migliaia di vittime

Michael Bloomberg: «Oggi ancora una volta siamo una Nazione in lutto. Loro erano i nostri vicini, i nostri mariti, i nostri figli, le nostre sorelle, i nostri fratelli, le nostre mogli. Erano i nostri compatrioti e i nostri amici. Erano noi». A sei anni dai disumani attacchi dell'11 settembre resta alta la minaccia terroristica contro gli Stati Uniti e lo resterà anche nei prossimi mesi. È questo il quadro prospettato da alti funzionari delle Agenzie di intelligence statunitensi

Afghanistan: ventisei morti in un attentato «kamikaze» nel Sud
KABUL, 11. È di ventisei morti, in gran parte civili, il bilancio di un attentato suicida compiuto, ieri, nella provincia di Helmand, nel Sud dell'Afghanistan. L'attacco — riferisce l'agenzia «Ansa» — era diretto contro un comandante della polizia, il quale è rimasto illeso. L'attentato è stato perpetrato nel distretto di Gereshk. I rapitori di un cittadino tedesco in Iraq, sequestrato con la madre poi liberata nello scorso luglio, hanno minacciato, in un video diffuso su internet, di ucciderlo se Berlino non ritirerà le truppe dall'Afghanistan entro dieci giorni. Il video è stato messo in rete su un sito islamista: mostra Sinan Krause, 20 anni, ancora in compagnia della madre, Hannelore Krause, prima della liberazione di quest'ultima. «Concediamo al Governo tedesco ancora dieci giorni per ritirare le truppe dall'Afghanistan», dice nel filmato un portavoce del gruppo denominato «Il battaglione delle frecce virtuose». Nel filmato, Hannelore Krause appare vestita di nero e in lacrime, mentre stringe il figlio tra le braccia, scambiando con lui qualche parola in tedesco. Le immagini sembrano essere state girate al momento della loro separazione. Hannelore e Sinan Krause erano stati prelevati dalla loro abitazione di Baghdad il 6 febbraio scorso. Francia e Germania organizzeranno insieme corsi per l'addestramento dei soldati e dei funzionari in Afghanistan: lo hanno annunciato, ieri, il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ed il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, al termine del vertice bilaterale di Meseberg, un castello alla porte di Berlino. «Vogliamo lavorare con i nostri amici tedeschi alla ricostruzione dell'Afghanistan per contribuire alla formazione dei funzionari dello Stato e per portare un po' di pace e sicurezza ad un Paese che ne ha davvero bisogno», ha affermato, citato dall'agenzia «Agi», il Presidente francese. Ricorda l'«Agi» che attualmente la Francia ha cinquanta istruttori militari impegnati nell'addestramento dell'esercito afghano. Entro la fine dell'anno il loro numero dovrebbe salire a duecento. Dei tremila militari schierati a Kabul ed in altre zone del Paese, 186 si concentrano sull'addestramento delle forze armate e la Germania guida anche una missione per la formazione della polizia.

L'OSSERVATORE LIBRI
Oggi due pagine di articoli, schede e segnalazioni dedicate alle novità editoriali
Uno studio accurato sull'opera di Gaston Bachelard

NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell'Arcidiocesi di Bourges (Francia), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Hubert Barbier, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Un'instancabile azione critica nel contesto della cultura europea
di ANGELO MARCHESI
Pagina 6

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l Papa conquista i cuori nella bufera»: il titolo del popolare quotidiano «Österreich» fotografa così i tre giorni di Pellegrinaggio di Benedetto XVI in Austria. E aggiunge: «Dal cielo pioveva e il Papa sorrideva. La sua storica Visita è un raggio di sole e di speranza». Benedetto XVI ha davvero conquistato l'Austria con il suo cuore di padre, con la sua parola, con il suo sorriso. È un fatto: l'Austria ha accolto il Successore di Pietro un padre. Gli ha testimoniato affetto. Tanto affetto. Lo ha ascoltato. Ha pregato insieme con lui e con lui ha vissuto lo spirito più autentico di questo Pellegrinaggio efficacemente sintetizzato nel motto: «Guardare a Cristo». In queste ore si ripercorrono — con il vigore dello spirito e con l'animo straripante di emozioni — quelle tre gioiose giornate di Viaggio, ricche di vive esperienze ecclesiali, di incontri, di comunione. Punto focale è stato, sabato 8 settembre, il Pellegrinaggio a Mariazell, in occasione degli 850 anni di fondazione del Santuario. Il Papa — e con lui la Chiesa Universale — ha potuto nuovamente fare esperienza di Mariazell come particolare luogo di grazia. È stato impressionante che neppure il vento e il maltempo abbiano potuto fermare i pellegrini: anzi, proprio le avverse condizioni del tempo hanno in fondo accresciuto la gioia di tutti, cementando la solidale partecipazione. Mariazell ha confermato il suo essere Santuario dei popoli dell'Europa centrale e orientale: con i pellegrini austriaci c'erano, infatti, tedeschi, ungheresi, croati, sloveni, bosniaci, cechi, slovacchi, polacchi... Già l'inizio del Viaggio Apostolico, con la preghiera sulla Piazza Am Hof, davanti alla Mariensäule, ha riunito i cristiani al di là dei confini nazionali e ha confermato la vocazione dell'Austria, il suo ruolo di «ponte». La ricerca di una comprensione vicendevole e la formazione creativa di sempre nuove vie per favorire la fiducia tra gli uomini e i popoli — sollecitate dal Santo Padre — devono ora continuare ad ispirare la politica nazionale

«I

ed internazionale dell'Austria. Vienna, nello spirito della sua esperienza storica e della sua posizione nel centro vivo dell'Europa, può portare il suo grande contributo, rendendo sempre attuali quei valori tradizionali del Continente, permeati di fede cristiana, nelle Istituzioni europee e nell'ambito della promozione delle relazioni internazionali, interculturali ed interreligiose. È quanto si è toccato con mano nel solenne Incontro a Hofburg: qui il Papa si è fatto portavoce dei nascituri che non hanno voce riaffermando che l'aborto, così come anche l'eutanasia, non è un diritto umano ma, al contrario, una profonda ferita sociale. «Nel pellegrinaggio della nostra vita ogni tanto ci fermiamo, grati per il cammino fatto e sperando e pregando in vista della strada che abbiamo ancora davanti. Una sosta di questo genere ho fatto anch'io nell'Abbazia di Heiligenkreuz» ha detto il Santo Padre al momento del congedo. La tradizione di preghiera e di studio coltivata lì dai monaci cistercensi è una realtà vivissima che attrae tantissimi giovani, al ritmo dell'«ora et labora». Domenica Benedetto XVI ha celebrato il Giorno del Signore nel Duomo di Santo Stefano che ha come racchiuso in sé tutte le parrocchie dell'Austria. La Domenica — ha detto il Papa — è un raggio di luce, uno spazio di libertà, un centro interiore: «Portiamo la Domenica col suo Dono immenso nel mondo!». Resterà indimenticabile, poi, quel roccioso, corale, canto dell'Angelus nella Piazza di Santo Stefano: c'era un popolo, con la sua storia e il suo futuro, a pregare teneramente, con fierezza, la Mamma, saldamente unito a Pietro. Un momento commovente, infine, è stato per il Santo Padre l'«abbraccio» con i volontari delle Organizzazioni assistenziali, che in Austria sono numerose e multiformi. I volontari che ha incontrato nella «Konzerthaus» rappresentano le migliaia di persone che, in tutto il Paese, nella loro disponibilità all'aiuto mostrano i tratti più nobili dell'uomo e rendono riconoscibile ai credenti l'amore di Cristo. È la bellezza e la concretezza della verità che «Deus caritas est».

Pio II e l'urbanistica moderna

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell'Arcidiocesi di Bulawayo (Zimbabwe), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Pius Alick Ncube, in conformità al canone 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

La forza spirituale dei Monasteri sorgenti vive per l'Austria e luoghi della vicinanza di Dio
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. . Provvista di Chiesa

Umanesimo e architettura
di MICHELE SANGIORGI
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Le immagini più significative del Viaggio Apostolico del Santo Padre
«L'Osservatore Romano» ripercorrerà, nei prossimi giorni, i passi del Pellegrinaggio (7-9 settembre) di Benedetto XVI in Austria attraverso le immagini più significative. Oggi la pagina fotografica è dedicata all'arrivo a Vienna e all'incontro di preghiera nella Chiesa Am Hof.
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Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo di Bourges (Francia) Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Armand Maillard, finora Vescovo di Laval (Francia).