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ROBERT

HARRIS
ARCHANGEL

Archangel, 1998















Alla memoria di Dennis
Harris 1923-1996

per Matilda
PROLOGO


RACCONTO DI RAPAVA


La morte risolve ogni
problema... via l'uomo, via il
problema.
J. V. STALIN, 1918.

Una notte di tanto tempo
fa - prima che tu nascessi,
ragazzo - sul retro di una
grande villa di Mosca, una
guardia del corpo era di turno
in veranda. Era una notte
fredda, senza luna e senza
stelle, e la guardia fumava
anche per scaldarsi, tenendo
le sue grosse mani da ragazzo
di campagna a coppa attorno al
lungo filtro di cartone di una
papirosa georgiana. La guardia
del corpo si chiamava Papu
Rapava, aveva venticinque anni
e veniva dalla Mingrelia, la
regione sulla costa
nordorientale del Mar Nero. La
villa, ma la parola giusta
sarebbe fortezza, era un'ex
residenza della famiglia dello
zar nel quartiere delle
ambasciate, non lontano dal
fiume. Nella gelida oscurità
alla fine del parco recintato
da un alto muro, si trovava un
bosco di ciliegi che confinava
con un ampio viale, il
Sadovaja-Kudrinskaja, al di là
del quale si estendeva lo zoo
di Mosca. Il traffico era del
tutto assente e, se il vento
soffiava nella direzione
giusta, si poteva udire in
lontananza l'ululato dei lupi
in gabbia. La ragazza aveva
smesso di urlare, per fortuna,
anche perché le sue grida
cominciavano a dare sui nervi
a Rapava. Non aveva
probabilmente più di quindici
anni, poco più anziana quindi
della sorellina di Rapava, e
quando lui l'aveva presa e
portata lì l'aveva guardato in
un modo... preferiva non
ricordare quello sguardo,
anche ora, a cinquant'anni di
distanza. Comunque, grazie a
Dio, la ragazza non gridava
più e la guardia si stava
gustando la sigaretta quando
squillò il telefono. Dovevano
essere le due di notte, non
l'avrebbe più dimenticato, le
due di notte del 2 marzo 1953,
e nel totale silenzio lo
squillo gli sembrò lacerante
come quello di un campanello
d'allarme. Di solito il turno
di notte era coperto da
quattro guardie, due in casa e
due in strada. Ma quando c'era
una ragazza il Capo preferiva
ridurre al minimo il suo
apparato di sicurezza, almeno
all'interno della villa,
perciò quella notte Rapava era
solo. Gettò la sigaretta,
attraversò di corsa la cucina
e raggiunse il corridoio. Il
telefono era un vecchio
modello anteguerra, attaccato
alla parete (Madre santa, che
chiasso faceva quel
telefono!), e lui afferrò la
cornetta a metà di uno
squillo.
«Lavrentij?» chiese una
voce maschile.
«Non è qui, compagno.»
«Trovalo, parla Malenkov.»
La voce, normalmente
profonda, era quasi stridula
per il panico.
«Ma, compagno...»
«Fallo venire al telefono,
digli che è successo qualcosa
al Bliznij.»
«Lo sai che cosa significa
Bliznij, ragazzo?» chiese il
vecchio. Erano in due in
quella piccola stanza al
ventitreesimo piano
dell'albergo Ukraina, ciascuno
sprofondato in una vecchia
poltrona, ma così vicini che
le loro ginocchia quasi si
toccavano. La lampada del
comodino proiettava le loro
ombre indistinte sulla tendina
della finestra: il profilo di
un uomo ossuto, come
prosciugato dall'età avanzata,
e quello più in carne di un
uomo di mezz'età.
«Sì» disse quest'ultimo,
che si chiamava Fiuke Kelso,
«lo so che cosa significa
Bliznij.» (Certo che lo so,
avrebbe voluto aggiungere, ho
insegnato Storia sovietica
all'università di Oxford per
dieci fetenti anni...) Bliznij
è una parola russa che
significa "vicino". E "vicino"
nel Cremlino degli anni Trenta
stava a indicare la Vicina
Dacia di Kuntsevo, località
alle porte di Mosca: doppia
recinzione lungo l'intero
perimetro, trecento uomini di
un reparto speciale della
Nkvd, otto cannoncini
antiaerei mimetizzati calibro
30 millimetri, all'interno di
una foresta di frassini, per
vigilare sull'incolumità
dell'unico, anziano residente.
Kelso aspettava che l'uomo
proseguisse nel suo racconto,
ma Rapava, improvvisamente
preoccupato, stava cercando di
accendersi una sigaretta e
sembrava non riuscire a
stringere fra le grosse dita
il fiammifero. Non aveva
unghie.
«E allora che cos'ha
fatto?» Kelso allungò un
braccio e gli accese la
sigaretta, sperando di
mascherare con quel gesto la
sua domanda e cercando di non
far trasparire dalla voce
l'emozione. Sul tavolino fra
di loro, nascosto in mezzo
alle bottiglie vuote, ai
bicchieri sporchi, al
portacenere e a un pacchetto
di Marlboro appallottolato,
c'era un registratore
tascabile che Kelso aveva
appoggiato lì quando pensava
che l'altro non lo stesse
guardando. Il vecchio aspirò
una profonda boccata,
contemplò con gratitudine la
punta incandescente e gettò
sul pavimento la scatola di
fiammiferi.
«Sai quindi che cos'era
Bliznij?» disse alla fine,
sistemandosi meglio nella
poltrona.
«Allora sai pure ciò che
ho fatto.»
Trenta secondi dopo avere
risposto al telefono, il
giovane Papu Rapava bussava
alla porta di Berija.
Lavrentij Pavlovic Berija,
membro del Politburo, avvolto
in un kimono di seta rossa dal
quale lo stomaco sporgeva come
un grosso sacco di sabbia,
dette dello stronzo in
dialetto mingreliano a Rapava
e gli sferrò un pugno al
torace facendogli quasi
perdere l'equilibrio. Poi lo
spinse di lato e si diresse a
piedi nudi verso le scale
lasciando sul parquet orme
sudaticce. La porta era
rimasta spalancata e Rapava
osservò il massiccio letto,
con accanto una pesante
lampada d'ottone a forma di
drago, le lenzuola cremisi
sulle quali spiccavano le
gambe bianche della ragazza,
spalancate come quelle di una
vittima sacrificale. Aveva gli
occhi sbarrati, la ragazza,
scuri e vuoti. Sul comodino
c'erano una brocca piena
d'acqua e numerosi flaconcini
di medicine, da uno dei quali
erano cadute alcune pillole
che si erano sparse sul
tappeto Aubusson giallo
pallido. Non riusciva a
ricordare quanto tempo fosse
passato prima che Berija
tornasse, affannato per le
scale che aveva dovuto salire
e soprattutto per la
telefonata di Malenkov. Il
Capo lanciò alla ragazza i
suoi abiti, le urlò di sparire
e ordinò a Rapava di andare a
prendere l'auto. Rapava gli
chiese se avrebbe dovuto far
venire con loro qualcun altro.
(Pensava a Nadaraja, il
comandante delle guardie del
corpo che di solito
accompagnava il Capo in tutti
i suoi spostamenti. E a
Sarsikov, che in quel momento
russava nel corpo di guardia,
immerso nel torpore provocato
dalla vodka.) Udendo quella
domanda Berija, che aveva
cominciato a togliersi il
kimono dandogli le spalle, si
immobilizzò un istante, voltò
il capo e rimase a pensare con
gli occhi che gli brillavano
dietro le lenti degli occhiali
a pince-nez.
«No» disse alla fine.
«Verrai soltanto tu.»
L'auto era americana, una
Packard dodici cilindri verde
scuro, con predellini larghi
mezzo metro, un autentico
gioiello. Rapava la tirò fuori
dal box e percorse a marcia
indietro un tratto di via
Vspolnyj fino all'ingresso
principale. Poi lasciò il
motore acceso per fare andare
il riscaldamento, scese e
assunse accanto allo sportello
posteriore la posizione
standard prevista dalla Nkvd:
mano sinistra sul fianco,
cappotto e giacca leggermente
aperti in modo da lasciar
intravedere la fondina
ascellare, mano destra sul
calcio della Marakov, occhi
puntati sulla strada da
un'estremità all'altra. Arrivò
di corsa Beso Dumbadze, un
altro mingreliano addetto alla
sicurezza di Berija, proprio
mentre il Capo usciva dal
cancello.
«Com'era vestito?»
«Che diavolo ne so di
com'era vestito, ragazzo»
rispose il vecchio, irritato.
«Ma che te ne importa?»
Ora che ci pensava, comunque,
il Capo era vestito di grigio:
cappotto grigio, abito grigio,
pullover grigio, niente
cravatta. Con il suo pince-
nez, le spalle cadenti e il
grosso cranio calvo e lucido,
assomigliava a una sorta di
gufo, un vecchio gufo grigio e
malvagio. Rapava aprì lo
sportello e Berija si sistemò
sul sedile posteriore, mentre
Dumbadze, che li osservava a
una decina di metri di
distanza, accennava un gesto
come per chiedere: e io che
cazzo faccio?, al quale Rapava
rispose stringendosi nelle
spalle quasi a dire: e io che
cazzo ne so? Poi girò in
fretta attorno all'auto, si
mise al volante, innestò la
prima e partì. Conosceva bene
i venticinque chilometri di
strada fra Mosca e Kuntsevo
per averli già percorsi una
dozzina di volte, sempre di
notte e sempre con la carovana
di auto del Segretario
Generale, un incarico
delicato, ragazzo, te
l'assicuro.
Quindici auto con le
tendine abbassate sui
finestrini posteriori, mezzo
Politburo - Berija, Malenkov,
Molotov, Bulganin, Chruscev -
oltre ovviamente alle guardie
del corpo del Cremlino. Si
usciva dal Cremlino dalla
porta Borovitskaja accelerando
fino a centoventi orari mentre
la Milizia bloccava tutti gli
incroci e duemila uomini della
Nkvd presidiavano
l'itinerario. E non sapevi mai
quale fosse l'auto del
Segretario Generale fino
all'ultimo minuto, quando,
lasciata l'autostrada e
inoltrandosi nella foresta,
una delle grosse Zil si
spostava sulla sinistra e si
portava in testa alla carovana
superando tutte le altre auto
che rallentavano per lasciar
passare l'Erede Legittimo di
Lenin. Ma quella notte era
diverso. La strada era deserta
e, superato il fiume, Rapava
poté lanciare la grossa auto
yankee a oltre centocinquanta
orari mentre dietro di lui
Berija se ne stava immobile
come una statua. Dopo dodici
minuti si erano lasciati la
città alle spalle; dopo
quindici, al termine del
rettilineo di Poklonnaja Gora,
la Packard rallentò per girare
nella stradina quasi nascosta
alla vista e i fari
illuminarono le alte sagome
argentee dei frassini. La
foresta scura, silenziosa e
immensa come un mare
leggermente increspato,
sembrava potesse estendersi
fino all'Ucraina. Dopo meno di
un chilometro, all'altezza
della prima recinzione, il
sentiero era bloccato da una
barriera, un palo bianco e
rosso che attraversava tutta
la carreggiata. Dal corpo di
guardia uscirono ` due uomini
dei reparti speciali della
Nkvd, con mantella e berretto
e il mitra puntato, si
avvicinarono all'auto,
riconobbero Berija, scattarono
sull'attenti e sollevarono la
barriera. La Packard percorse
un altro centinaio di metri di
sentiero finché i potenti fari
illuminarono la seconda
barriera, un muro alto cinque
metri con feritoie dietro le
quali vigilavano uomini
armati. Il pesante cancello fu
aperto da mani invisibili. E
poi la dacia. Rapava si
aspettava di trovare
un'atmosfera insolita,
agitata, uomini in borghese e
in uniforme, auto. L'edificio
a due piani era invece immerso
nell'oscurità, fatta eccezione
per una lanterna gialla accesa
sopra il portone. E la luce
della lanterna illuminava la
sagoma tondeggiante del
vicepresidente del Consiglio
dei ministri, Georgij
Maksimilianovic Malenkov: il
quale, chissà perché, si era
tolto le scarpe nuove
lucidissime e le teneva sotto
un braccio. Berija uscì
dall'auto quasi prim'ancora
che si fermasse e fu subito
accanto a Malenkov, tenendolo
per il gomito, ascoltandolo,
ogni tanto annuendo.
«Lo avete spostato?»
Rapava lo sentì chiedere. Poi
Berija fece schioccare le dita
nella sua direzione e Rapava
capì che gli stava ordinando
di seguirlo in casa. Ogni
volta che era stato alla
dacia, Rapava aveva sempre
atteso il Capo in macchina o
nel corpo di guardia, fumando
e bevendo con gli altri
autisti. Perché devi capire
che dentro era territorio
proibito, dentro erano ammessi
soltanto gli uomini del
Segretario Generale e gli
ospiti. E ora, entrando nel
salone d'ingresso, Rapava si
sentiva soffocare, gli
sembrava che materialmente una
mano gli stesse stringendo la
trachea. Malenkov guidava il
terzetto camminando senza
scarpe, Berija si muoveva in
punta di piedi e Rapava cercò
quindi di non fare il minimo
rumore. Non c'era nessun
altro, la casa sembrava vuota.
Superato uno stretto corridoio
entrarono in una sala da
pranzo con al centro, un
tavolo circondato da otto
sedie. La luce era accesa, le
tende abbassate. Sul tavolo
c'erano alcune carte e una
rastrelliera di pipe Dunhill,
in un angolo della stanza
troneggiava un grammofono a
manovella. Sulla mensola del
camino, in una cornice di
legno da quattro soldi, c'era
una foto in bianco e nero che
ritraeva il Segretario
Generale da giovane con Lenin,
entrambi seduti in giardino in
una giornata di sole. Malenkov
si voltò verso Berija e Rapava
e si portò alle labbra un dito
grassoccio, poi si diresse
verso una porta all'altra
estremità della sala e l'aprì
lentissimamente. Il vecchio
chiuse gli occhi e, con un
sospiro, allungò il bicchiere
vuoto per farselo riempire.
«La gente criticava
Stalin, ragazzo, ma bisogna
riconoscere che viveva come un
lavoratore. Non come Berija,
che si considerava una specie
di principe. La stanza del
compagno Stalin era tutt'altro
che lussuosa. Lui è sempre
stato uno di noi, bisogna
dargliene atto.»
L'aria entrata dalla porta
fece tremolare il lumicino di
una candela rossa, accesa in
un angolo sotto un'effigie di
Lenin che sembrava un'icona.
L'unica altra sorgente di
luce era rappresentata da una
lampada con paralume accesa
sulla scrivania. Al centro
della stanza c'era un divano
trasformato in letto, con una
coperta militare che, a
un'estremità, sfiorava quasi
la pelle di tigre sul
pavimento. Sdraiato sulla
pelle di tigre e
apparentemente addormentato
c'era un uomo anziano e
grasso, dall'incarnato
rubizzo, che respirava
pesantemente. Aveva indosso
una canottiera bianca, piena
di macchie, e mutandoni di
lana. A giudicare dal puzzo di
urina che si avvertiva nella
stanza, se l'era fatta
addosso. Malenkov si portò la
tozza mano alla bocca e rimase
accanto alla porta. Berija si
avvicinò al tappeto, si
slacciò il cappotto e cadde in
ginocchio. Poi poggiò le mani
sulla fronte di Stalin e con i
pollici gli sollevò le
palpebre: le pupille erano
iniettate di sangue.
«Josif Vissarionovic»
mormorò, «sono Lavrentij. Se
mi senti, muovi le palpebre,
caro compagno. Compagno?» Poi
si rivolse a Malenkov, senza
distogliere lo sguardo da
Stalin.
«Mi dicevi che potrebbe
essere in queste condizioni da
venti ore?» Senza togliersi la
mano dalla bocca Malenkov
emise un suono strozzato, le
guance glabre inondate di
lacrime.
«Caro compagno, muovi gli
occhi... gli occhi, compagno.
Compagno? Ma allora sai che ti
dico? Fottiti.»
Berija si rialzò
asciugandosi le dita sul
cappotto.
«E' un infarto, mi sembra
chiaro. Ormai è andato. Dove
sono Starostin e gli altri
ragazzi? E Butusova?» Malenkov
continuava a piagnucolare e
Berija dovette interporsi fra
lui e il corpo sul pavimento
per impedirgliene la vista e
riuscire a ottenere la sua
attenzione. Lo prese per le
spalle e cominciò a parlargli
sottovoce e velocemente, come
si fa con i bambini. Gli disse
di non pensare più a Stalin,
che ormai era passato alla
Storia, E che ora l'importante
era rimanere uniti e ragionare
sul da farsi. Dov'erano i
ragazzi? Ancora nel corpo di
guardia? Malenkov annuì e si
asciugò il naso su una manica.
«Bene, ecco che cosa devi
fare.»
Malenkov si sarebbe dovuto
rimettere le scarpe e andare a
dire alle guardie che Stalin
stava dormendo, che era
ubriaco, perciò per quale
fottuto motivo lui e Berija
erano stati buttati giù dal
letto? Avrebbe inoltre dovuto
proibire alle guardie di
telefonare o di chiamare
qualche medico («Mi stai
ascoltando, Georgij?»). Nessun
dottore, mi raccomando,
ricordi che per il Segretario
Generale i medici sono solo
avvelenatori ebrei? Che ore
sono? Le tre?
Bene, allora alle otto...
no, meglio alle sette e
trenta, Malenkov avrebbe
dovuto cominciare a telefonare
agli altri membri del
Praesidium comunicando loro
che, insieme a Berija, aveva
deciso di convocare una
riunione del Politburo per le
nove lì, al Bliznij. Perché
quella riunione? Perché lui e
Berija erano preoccupati per
la salute di Josif
Vissarionovic e quindi andava
presa una decisione collegiale
su un eventuale ricovero di
Stalin in ospedale. Berija si
fregò le mani.
«Basterà questo per farli
cacare addosso. Ora
rimettiamolo sul divano.
Tu» e indicò Rapava,
«prendilo per le gambe.»
Mentre parlava senza
alcuna particolare emozione,
con gli occhi chiusi, il
vecchio era ancor più
sprofondato nella poltrona.
D'improvviso trasse un
profondo respiro e si
raddrizzò, guardandosi attorno
come in preda al panico.
«Devo pisciare, ragazzo.»
«Lì dentro.»
Si alzò con la dignitosa
circospezione degli ubriachi e
poco dopo, attraverso la
sottile parete che separava la
stanza dal gabinetto, Kelso
udì lo zampillo dell'urina
sulla ceramica del water.
Aveva di che svuotarsi il
vecchio, pensò. Per quasi
quattro ore Kelso gli aveva
lubrificato la memoria, con la
birra Baltika che avevano
bevuto al bar dell'Ukraina,
per cominciare, quindi con la
Zubrovka al bar di fronte
all'albergo e infine con
scotch di malto nell'intimità
di quella stanza. Era stato
come lavorarsi un pesce con la
lenza, un pesce che nuotava in
un fiume di alcol. Sul
pavimento notò la bustina di
fiammiferi gettata da Rapava e
si chinò a raccoglierla,
leggendo il nome di un bar o
di un nightclub, Rabotnik, e
un indirizzo dalle parti dello
stadio Dinamo. Si infilò
velocemente la bustina in
tasca udendo il rumore dello
sciacquone e subito dopo
riapparve Rapava, intento a
riabbottonarsi la patta mentre
si appoggiava allo stipite per
non perdere l'equilibrio.
«Che ore sono, ragazzo?»
«Quasi l'una.»
«Me ne devo andare. Qui
penseranno che sono il tuo
amante.»
E fece con il braccio un
gesto osceno. Kelso finse di
ridere. Certo, fra un minuto
gli avrebbe chiamato un taxi.
Certo. Finiamoci prima questa
bottiglia...
Allungò una mano verso lo
scotch e con la coda
dell'occhio controllò che il
registratore fosse in
funzione... Scolati la
bottiglia, compagno, e
soprattutto finisci di
raccontarmi la tua storia. Il
vecchio, contrariato, si mise
a fissare il pavimento. La
storia era finita, non c'era
altro da dire. Avevano rimesso
Stalin sul divano-letto... che
altro...? Malenkov era andato
a parlare con le guardie del
corpo, Rapava aveva
riaccompagnato Berija a casa.
Il resto è noto. Uno o due
giorni dopo Stalin era morto.
Non molto tempo dopo era morto
anche Berija.
Malenkov... be', Malenkov
aveva cercato di arrangiarsi
in qualche modo dopo essere
caduto in disgrazia (negli
anni Settanta Rapava l'aveva
visto aggirarsi fra le
bancarelle del mercato
dell'Arbat), ma ora anche lui
era morto. Nadaraja, Sarsikov,
Dumbadze, Starostin,
Butusova... morti, morti. Il
partito era morto. L'intero
fottuto Paese, a pensarci
bene, era morto.
«Ma sicuramente avrai da
raccontarmi altri particolari
della tua storia» tornò alla
carica Kelso.
«Rimani ancora un po',
Papu Gerasimovic, e tiriamo il
collo a questa bottiglia.»
Pronunciò quelle parole
con la massima gentilezza e
cautela, perché si rendeva
conto che quel cocktail di
anestetico rappresentato
dall'alcol e dalla vanità
stava esaurendo i suoi effetti
su Rapava e da un momento
all'altro il vecchio avrebbe
potuto realizzare che stava
parlando troppo. La semplice
idea lo irritò. Cristo, che
tipi difficili questi vecchi
arnesi della Nkvd: difficili e
magari ancora pericolosi.
Kelso era uno storico vicino
ai quarantacinque, quindi di
una trentina d'anni più
giovane di Papu Rapava. Ma era
fuori forma, anzi, a dire la
verità, non era mai stato in
forma, e non avrebbe scommesso
un centesimo sulla propria
incolumità se il vecchio fosse
diventato violento. Rapava,
oltretutto, era sopravvissuto
ai campi di lavoro del Circolo
Artico, e sicuramente non
aveva dimenticato come
conciare male qualcuno, molto
male e molto velocemente.
Riempì il bicchiere di Rapava,
versò anche a sé dello scotch
e si sforzò di trovare qualche
altra domanda.
«Voglio dire, lei aveva
venticinque anni e di punto in
bianco si era trovato nella
stanza del Segretario
Generale, al centro del sancta
sanctorum. Quale motivo aveva
Berija di farsi accompagnare
fin lì da una giovane guardia
del corpo?»
«Sei sordo, ragazzo? Te
l'ho detto, aveva bisogno di
me per spostare il corpo.»
«Ma perché proprio lei e
non, per esempio, uno dei
gorilla di Stalin?
Dopotutto, erano stati
proprio loro a trovarlo e ad
avvertire subito Malenkov. E
poi, perché Berija si è
portato al Bliznij un giovane
invece di uno degli agenti più
esperti? Perché, insomma,
proprio lei?» Rapava stava
dondolando, con lo sguardo
fisso sul bicchiere, e Kelso
si rese conto che nel suo
ospite la voglia di un altro
whisky, in quel preciso
momento, era superiore alla
smania di andarsene. Il
vecchio tornò verso la
poltrona e vi sprofondò prima
di perdere l'equilibrio, poi
vuotò il bicchiere in un sorso
e glielo porse per farselo
riempire nuovamente.
«Papu Rapava» continuò
Kelso, versandogli altre tre
dita di scotch.
«Nipote di Avksentij
Rapava, il più vecchio amico
di Berija nella Nkvd
georgiana. Il più giovane
della guardia, nuovo della
città: forse un po' più
sprovveduto degli altri? Dico
bene? Proprio il tipo di
giovane volenteroso che il
Capo avrebbe guardato negli
occhi per poi pensare: Posso
contare su di lui, sul figlio
di Rapava, è il tipo che sa
mantenere un segreto.»
Il silenzio si protrasse a
lungo, quasi tangibile, come
se nella stanza fosse entrata
una terza persona. Rapava
cominciò a muovere il capo da
una parte all'altra, poi
intrecciò le mani dietro la
nuca e si mise a osservare il
tappeto consunto. Portava i
capelli grigi cortissimi sul
cranio, una vecchia cicatrice
rugosa gli correva dalla
sommità del capo fin quasi
alla tempia, a cucirgli quella
ferita doveva essere stato un
cieco munito esclusivamente di
ago e spago. E quelle dita
prive di unghie, con i
polpastrelli anneriti.
«Spegni quel registratore,
ragazzo» disse quasi
sottovoce, spostando lo
sguardo sul tavolino.
«Spegnilo e tira fuori la
cassetta... così, bravo. e ora
lasciala lì sopra in modo che
possa vederla.»
Il compagno Stalin era
basso, un metro e sessantatré,
ma pesante. Madre santa, se
era pesante! Non sembrava
fatto di carne e ossa, ma di
un materiale ben più compatto
e consistente. Lo trascinarono
sul parquet, con la testa che
batteva ritmicamente sui
listelli, e poi dovettero
sollevarlo, cominciando dalle
gambe. Rapava si era accorto,
e non avrebbe potuto non
accorgersene dal momento che
ce li aveva proprio sotto gli
occhi, che il secondo e il
terzo dito del piede sinistro
erano rattrappiti - il marchio
del Diavolo - e di nascosto si
fece il segno della croce.
«Allora, giovane compagno»
gli disse Berija, dopo che
Malenkov era uscito,
«preferisci trovarti sulla
terra o sottoterra?» Dapprima
Rapava credette di non aver
sentito bene. Poi capì che da
quel momento la sua vita non
sarebbe più stata la stessa e
che si sarebbe dovuto
considerare fortunato se fosse
riuscito a sopravvivere a
quella notte.
«Preferisco trovarmi sulla
terra, Capo» bisbigliò.
«Bravo.»
Berija unì il pollice e
l'indice e prese a girarli.
«Dobbiamo trovare una
chiave, più o meno di questa
grandezza, del tipo di quelle
con cui si dà la carica agli
orologi a pendolo. La tiene
attaccata a un anello
metallico con una cordicella.
Fruga nei suoi abiti.»
La familiare giubba grigia
era appesa allo schienale di
una sedia, sotto i pantaloni
grigi accuratamente ripiegati
e accanto a un paio di stivali
neri da cavallo con i tacchi
rialzati di un paio di
centimetri. Rapava si muoveva
a scatti. In che sogno
incredibile era capitato? Il
Padre e Maestro del popolo
sovietico, l'Ispiratore e
Organizzatore della Vittoria
del Comunismo, la Guida
dell'intera Umanità
Progressista era sdraiato su
quel divano, puzzolente di
urina, con metà del suo
cervello d'acciaio
inservibile, mentre loro due
si aggiravano nella sua stanza
come ladri. Ma fece ugualmente
ciò che gli era stato ordinato
e cominciò dalla giubba,
mentre Berija, con la
consumata abilità di un ex
agente della Ceka, si dedicava
alla scrivania tirandone fuori
i cassetti, rovesciandone sul
ripiano il contenuto, frugando
alla ricerca di qualcosa di
interessante per poi rigettare
tutto dentro alla rinfusa e
infilare di nuovo i cassetti
nelle loro guide. Nella giubba
e nei pantaloni non c'era
nulla, a parte un fazzoletto
stropicciato e pieno di grumi
di catarro. Gli occhi di
Rapava si erano frattanto
abituati alla penombra e il
giovane riuscì a distinguere i
contorni e il contenuto della
stanza. Notò così su una
parete una grossa stampa
cinese sulla quale era
raffigurata una tigre, mentre
stranamente la parete opposta
era piena di foto di bambini,
quasi tutti poco più che in
fasce: non fotografie
originali, ma riproduzioni
stampate, tolte da giornali e
riviste. Saranno state oltre
una ventina.
«Trovato niente?»
«No, Capo.»
«Cerca nel divano.»
Avevano sistemato Stalin
sulla schiena, con le mani
unite sulla pancia, e sembrava
quasi che il Segretario
Generale stesse dormendo.
Aveva un respiro così rumoroso
che a volte dava l'impressione
di russare. Visto da vicino
non assomigliava granché alle
sue foto. Il viso era carnoso
e rubizzo, oltre che
disseminato di piccoli
crateri, aveva baffi e
sopracciglia di un grigio
biancastro e fra i capelli
sottilissimi si intravedeva il
cuoio capelluto. Rapava si
chinò su di lui (puzzava come
se si stesse già decomponendo)
e fece scivolare la mano nello
spazio fra i cuscini e lo
schienale del divano. Con le
dita percorse il fondo del
divano in tutta la sua
lunghezza, dai piedi di Stalin
fino alla testa, finché la
punta dell'indice non toccò
qualcosa di duro: e per tirare
fuori l'oggetto misterioso
Rapava fu costretto ad
appoggiare il braccio sul
torace dell'uomo privo di
conoscenza. A quel punto
avvenne una cosa terribile,
forse la più terribile di
quante erano avvenute in
quell'ultima ora. Mentre
Rapava ritirava la mano con la
chiave e richiamava con un
sussurro l'attenzione del
Capo, il Segretario Generale
emise un grugnito e spalancò
gli occhi, occhi gialli da
animale pieni di rabbia e
terrore. Lo stesso Berija
esitò un attimo quando se ne
accorse. Il corpo di Stalin
era immobile, ma dalla gola
gli uscì una specie di
gorgoglio. Berija si avvicinò
con la massima cautela e
rimase a guardarlo, poi gli
passò una mano davanti agli
occhi. Quel gesto dovette
suggerirgli qualcosa, perché
prese da Rapava la chiave
appesa a una cordicella e
cominciò a farla dondolare a
pochi centimetri dal viso di
Stalin. Gli occhi gialli si
appuntarono immediatamente
sull'oggetto e lo seguirono,
senza mai lasciarlo, da un
estremo all'altro dell'arco di
cerchio. Berija, che ora
sorrideva, continuò per almeno
mezzo minuto a fare ondeggiare
lentamente la chiave, poi
d'improvviso la serrò nel
palmo della mano chiudendo le
dita e mostrando a Stalin il
pugno. Quel suono, ragazzo!
Più animalesco che umano, un
suono che da quella notte
Rapava non è più riuscito a
cancellare dalla memoria.»
La bottiglia era ormai
vuota e Kelso se ne stava in
ginocchio davanti al minibar
come un prete davanti
all'altare. Si chiedeva come
avrebbero reagito gli
organizzatori del congresso
leggendo sul conto della sua
stanza la voce "bar", ma in
quel momento era molto più
importante non interrompere il
rifornimento di alcol al
vecchio perché continuasse a
parlare. Si riempì le mani di
tutte le bottigliette mignon
che trovò, vodka, scotch, gin,
brandy, un liquore tedesco a
base di ciliegie, e le
trasferì sul tavolino
facendone cadere un paio sul
pavimento: ma Rapava non
sembrò accorgersene nemmeno.
In quel momento non era un
vecchio in una stanza
dell'hotel Ukraina, ma era
tornato al 1953, si era
trasformato in un
venticinquenne spaventato al
volante di una Packard verde
scuro, con il nastro argentato
della superstrada per Mosca
davanti agli occhi e Berija
immobile come un masso dietro
le spalle. La grossa auto
sfrecciò lungo il Kutuzovskij
Prospekt e superò le borgate
periferiche immerse nel
silenzio. Alle tre e mezzo del
mattino attraversò la Moscova
all'altezza del ponte di
Borodino e puntò verso il
Cremlino entrandovi dalla
porta sudoccidentale, quella
più lontana dalla Piazza
Rossa. Una volta dentro,
Berija si sporse verso Rapava
per dargli le indicazioni.
Passarono a sinistra
dell'armeria, poi dopo un
breve rettilineo superarono
uno stretto passaggio e
sbucarono in un cortile. Non
c'erano finestre, solo cinque
o sei porticine, e a terra i
ciottoli ghiacciati brillavano
di una strana luce rossa come
il sangue. Sollevando gli
occhi Rapava notò sulla cupola
un'enorme stella rossa al
neon. Berija si infilò rapido
in una delle porticine e
Rapava accelerò il passo per
stargli dietro. Al termine di
uno stretto cunicolo c'era un
ascensore più vecchio della
Rivoluzione con il quale
salirono lentamente di due
piani, accompagnati da un
sordo sferragliare che copriva
in parte il ronzio del motore.
Una volta arrivati, Berija si
lanciò quasi a passo di carica
in un lungo corridoio, facendo
dondolare la chiave attaccata
alla cordicella.
«Non chiedermi dove
andammo, ragazzo, perché non
saprei dirtelo. Lasciammo il
corridoio, ricoperto da un
tappeto e costellato di strani
busti montati su piedistalli
di marmo, e scendemmo lungo
una scala a chiocciola
trovandoci in una specie di
salone da ballo enorme come un
transatlantico, con specchi
alti una decina dimetri e
sedie dorate disposte lungo
una parete. Superato il salone
affrontammo un altro corridoio
con le pareti color verde
lucido, che terminava davanti
a una pesante porta. Berija la
aprì con una delle chiavi che
portava appese a una
catenella. Io lo seguii e la
porta si richiuse lentamente
da sé alle nostre spalle. Non
era un vero e proprio ufficio,
ma una stanza di otto metri
per sei che sarebbe stata
adatta a un direttore di
fabbrica di uno di quegli
stabilimenti in culo al mondo,
Vologda o Magnitogorsk.
C'erano una scrivania con due
telefoni e un tavolino con
alcune sedie, la finestra era
coperta da una pesante tenda e
sul pavimento un unico,
striminzito tappeto. Su una
parete era appesa una di
quelle enormi carte
geografiche dell'Urss (a quei
tempi l'Urss esisteva ancora)
e accanto alla carta si apriva
un'altra porticina; fu lì che
Berija si diresse
immediatamente, aprendola con
un'altra delle sue chiavi. La
porta dava in una specie di
armadio a muro, all'interno
del quale c'erano un samovar
annerito, una bottiglia di
brandy armeno e confezioni di
tè.
C'era anche una cassaforte
incassata nel muro e sullo
sportello si notava
l'etichetta metallica del
fabbricante, con il nome non
in caratteri cirillici ma in
una qualche lingua
occidentale. Era una piccola
cassaforte quadrata, di una
ventina di centimetri per
lato, con una maniglia di
ottone.»
Berija notò che Rapava la
stava osservando e gli ordinò
di uscire. Passò quasi un'ora.
In piedi, nel corridoio,
Rapava cercava di rimanere
all'erta esercitandosi a
estrarre velocemente la
pistola e ogni scricchiolio di
quell'enorme edificio era per
lui un rumore di passi, ogni
sibilo di vento una voce.
Cercò di immaginarsi il
Segretario Generale percorrere
quell'ampio corridoio con i
suoi stivaloni e provò ad
associare quell'immagine con
l'altra più recente, quella
dell'uomo in coma imprigionato
nella sua carne rancida al
Bliznij.
«Vuoi sapere una cosa,
ragazzo? Scoppiai a piangere.
Un po' per paura (ero
terrorizzato, inutile
negarlo), ma soprattutto per
il compagno Stalin. Piansi per
lui più di quanto abbia pianto
allorché morì mio padre, e lo
stesso è successo a molti dei
miei amici. In lontananza una
campana batté le quattro.
Verso le quattro e mezzo
Berija finalmente riapparve,
con in mano una piccola borsa
rigonfia: di carte,
sicuramente, ma anche di
qualche altro oggetto la cui
natura al momento non riuscii
a capire. Il contenuto della
borsa proveniva probabilmente
dalla cassaforte, e forse
anche la borsa era dentro la
cassaforte.
Oppure Berija l'aveva
presa in quell'ufficio, o
addirittura l'aveva già quando
era sceso dall'auto, vatti a
ricordare. Berija aveva
trovato ad ogni modo ciò che
cercava, e ora sorrideva.»
«Sorrideva?»
«Hai capito bene, ragazzo,
sorrideva. Ma, bada bene, il
suo non era un sorriso di
piacere, quanto piuttosto
di...»
«Frustrazione?»
«Ecco, bravo, un sorriso
di frustrazione, come quello
di chi abbia appena perduto a
carte.»
Percorsero a ritroso
l'itinerario dell'andata, ma
stavolta, nel corridoio con i
busti, incrociarono una
guardia che mancò poco si
inginocchiasse vedendo il
Capo. Berija non la degnò di
uno sguardo e continuò a
camminare spedito.
«Via Vspolnyj» disse poi,
appena risaliti in macchina.
Si erano fatte quasi le
cinque, c'era ancora buio, ma
i tram avevano cominciato il
servizio e per strada si
vedeva qualche passante: in
maggioranza babuske che
avevano pulito uffici
governativi sotto lo zar,
sotto Lenin, sotto Stalin, e
dall'indomani, li avrebbero
puliti sotto qualcun altro.
Berija teneva la borsa aperta
in grembo e stava leggendo
qualcosa, 'alla flebile luce
interna dell'auto, con la
testa leggermente inclinata e
tamburellando con le dita per
l'ansia.
«C'è una vanga nel
portabagagli?» chiese
all'improvviso. Rapava rispose
di sì, la teneva per liberare
l'auto dalla neve.
«E una scatola degli
attrezzi?»
«Sì, Capo.»
Una grossa scatola con
cric, pinze, bulloni, maniglia
d'avviamento di riserva,
candele... Berija grugnì
qualcosa e tornò a immergersi
nella lettura.
Il terreno nel parco della
villa di Berija era ghiacciato
e quindi duro come il
diamante, troppo duro per la
vanga.
Rapava andò al capanno
degli attrezzi e tornò con un
piccone, poi si tolse il
cappotto e prese a picconare
come quando lavorava nel campo
di suo padre in Georgia,
facendo compiere all'attrezzo
un ampio arco sopra il capo e
lasciandolo poi ricadere in
modo che peso e velocità
aumentassero la penetrazione.
Lavorò nel boschetto dei
ciliegi alla luce di una
lampada a olio appesa a un
ramo e si dette da fare quasi
freneticamente sapendo che,
nell'oscurità alle sue spalle,
Berija lo stava osservando
seduto su una panchina. Sudava
copiosamente, nonostante il
freddo, tanto che dovette
interrompere per togliersi la
giacca e arrotolare le maniche
della camicia, che per il
sudore gli si era appiccicata
alla schiena. Questo
particolare gli fece tornare
in mente una scena, con altri
uomini che lavoravano di
piccone e lui che li osservava
armato di fucile: altri uomini
in un giorno ben più caldo di
quello, uomini che scavavano
la terra in una foresta e poi
si sdraiavano obbedienti con
la faccia sulla terra appena
smossa. Di quella terra
ricordava ancora il profumo,
di quella scena gli era
rimasto impresso nella memoria
il torpido silenzio della
foresta, e si chiese che cosa
avrebbe fatto se Berija gli
avesse ordinato di stendersi a
faccia in giù. Dall'oscurità
gli giunse la voce del Capo.
«Non farla così grande,
non è una tomba. Ti stai
stancando inutilmente.»
Dopo un po' Rapava
cominciò ad alternare la vanga
al piccone, spalando via la
terra e saltando nel fosso per
togliere altra terra. La buca
gli arrivò alle ginocchia, poi
alla vita, quindi al torace. A
quel punto, il viso da luna
piena di Berija apparve in
cima allo scavo e il Capo gli
disse di fermarsi, aveva fatto
un buon lavoro, poteva
bastare. Berija sorrideva e
allungò addirittura una mano
per aiutarlo a uscire e in
quel momento Rapava,
afferrando la mano grassoccia,
si sentì invadere da un
sentimento di gratitudine che
per tutta la vita non avrebbe
più dimenticato. Da buoni
compagni, ricordava Rapava,
avevano afferrato per le due
estremità la lunga scatola
degli attrezzi, calandola
nella buca.
Poi con i piedi avevano
smosso la terra riempiendo lo
scavo e infine Rapava aveva
pareggiato il terreno con il
piatto della vanga, spargendo
sulla superficie alcune
foglie. Mentre tornavano verso
la villa, a est il cielo
cominciava a virare al grigio,
A quel punto, Kelso e Rapava
si erano scolati tutte le
bottigliette mignon e, in
mancanza d'altro, erano
passati a una specie di vodka
al pepe che il vecchio teneva
in una fiaschetta d'alluminio
ammaccata. Dio solo sapeva di
che cosa fosse fatta quella
vodka, poteva essere benissimo
shampoo. Rapava la annusò,
sternutì, fece una smorfia e
riempì fino all'orlo un
bicchiere unto passandolo a
Kelso. Il liquore aveva lo
stesso colore del petto di un
piccione e Kelso sentì che lo
stomaco gli si annodava.
«E Stalin morì» disse,
cercando di evitare di bere.
Biascicò quelle parole e si
accorse di avere la mandibola
quasi insensibile.
«E Stalin morì.»
Rapava scosse il capo,
addolorato. Poi, d'improvviso,
si protese in avanti e fece
cincin con il bicchiere di
Kelso.
«Al compagno Stalin!»
«Al compagno Stalin!»
Bevvero.
«Stalin morì. E tutti
impazzirono quasi dal dolore.
Tutti tranne il compagno
Berija, che pronunciò
l'orazione funebre nella
Piazza Rossa come se stesse
leggendo un annuncio
ferroviario, davanti a
migliaia di persone rese quasi
isteriche dal dolore. Più
tardi si fece una bella risata
con gli amici, ricordando
quell'orazione assolutamente
impersonale. La voce di quella
risata si sparse. Berija era
un tipo decisamente furbo e
abile, di gran lunga più furbo
di te, ragazzo, ti avrebbe
divorato a colazione. Ma anche
i furbi commettono un errore
quando danno per scontato che
tutti gli altri siano stupidi.
E invece non tutti sono
stupidi, impiegano solo un po'
più di tempo a capire, tutto
qui. Il Capo era convinto che
sarebbe rimasto al potere
vent'anni. Durò soltanto tre
mesi.»
Nella tarda mattinata di
un giorno di giugno Rapava era
in servizio con gli altri
della sua squadra, Nadaraja,
Sarsikov, Dumbadze, quando
arrivò la notizia della
convocazione speciale del
Praesidium nell'ufficio di
Malenkov, al Cremlino. E,
trattandosi di Malenkov, il
Capo non si preoccupò più di
tanto. Chi era in fondo il
grasso Malenkov? Il grasso
Malenkov non era nessuno, solo
uno stupido orso bruno, e il
Capo se lo rigirava come
voleva. Così, quando salì
sulla Packard per andare alla
riunione, Berija indossava un
vecchio vestito grigio e una
camicia aperta, senza
cravatta. Perché avrebbe
dovuto mettersi la cravatta?
Faceva caldo, Stalin era
morto, Mosca era piena di
ragazze e lui sarebbe rimasto
al potere per vent'anni. I
ciliegi in fondo al parco
erano appena fioriti.
Arrivarono all'edificio
del Cremlino dove si trovavano
gli uffici di Malenkov e il
Capo salì a salutarlo, mentre
gli altri sedevano nel
vestibolo. A uno a uno
arrivarono poi gli alti
papaveri, tutti i compagni
alle cui spalle Berija rideva:
il vecchio Molotov "culo di
pietra", il tozzo contadino
Chruscev, quel sempliciotto di
Vorosilov e infine il
maresciallo Zukov, un vero
pavone arruffato, con la
giubba piena di nastrini e
onorificenze. Salirono tutti e
Nadaraja si fregò le mani.
«Perché non vai in mensa a
prenderci del caffè, Papu
Gerasimovic?» disse a Rapava.
Le ore passavano, ogni tanto
Nadaraja saliva a vedere come
andavano le cose, e quando
tornava il messaggio era
sempre lo stesso: la riunione
è ancora in corso. Il che non
era affatto strano, più di una
volta le riunioni del
Praesidium si erano protratte
per ore e ore. Ma alle otto di
sera il capo delle guardie
cominciò ad avere l'aria
preoccupata, e alle dieci,
quando si era ormai fatto
buio, disse agli altri di
seguirlo. Senza curarsi delle
proteste delle segretarie di
Malenkov, entrarono nella sala
riunioni. Era vuota. Sarsikov
provò i telefoni. Erano stati
staccati tutti. Una delle
sedie era rovesciata e giaceva
sul pavimento, con accanto
alcuni fogli di carta sui
quali si leggeva, in
inchiostro rosso e con la
caratteristica grafia di
Berija, una sola parola:
«Allarme!.». - Se se ne
fossero accorti prima
sarebbero potuti intervenire,
ma a che scopo? A tendere
l'agguato, a imbastire
l'operazione era stata
l'Armata Rossa. Zukov aveva
fatto venire perfino i carri
armati, venti T34 erano stati
posizionati alle spalle della
villa del Capo (ma questo
Rapava venne a saperlo in un
secondo tempo) e il Cremlino
pullulava di blindati.
Un'eventuale resistenza da
parte loro sarebbe stata
domata in cinque minuti. Le
guardie di Berija vennero
separate. Rapava fu condotto
in una prigione militare alla
periferia nord di Mosca, dove
lo picchiarono brutalmente a
più riprese, accusandolo di
procurare ragazzine al suo
Capo, mostrandogli
testimonianze scritte delle
vittime corredate dalle loro
foto e infine un elenco di
trenta nomi che Sarsikov (il
grosso, arrogante Sarsikov:
quanto si era rivelato
coraggioso!) aveva scritto per
loro al secondo giorno di
detenzione. Rapava non disse
una parola, quella faccenda
gli dava il voltastomaco.
Finché una sera, quando erano
trascorsi una decina di giorni
dal golpe (così Rapava lo
considerò sempre), gli fecero
fare una doccia, gli
consegnarono un'uniforme da
prigioniero pulita e lo
portarono ammanettato
nell'ufficio del direttore
dove lo aspettava un pezzo
grosso del ministero della
Sicurezza Statale. Era un
bastardo con lo sguardo da
duro, fra i quaranta e i
cinquant'anni, che si presentò
come viceministro e gli chiese
di parlargli dei documenti
segreti del compagno Stalin.
Rapava fu ammanettato alla
sedia, dopo di che le guardie
furono fatte uscire e il
viceministro andò a sedersi
alla scrivania del direttore,
con alle spalle una foto di
Stalin.
«Sembra» disse il
viceministro dopo aver fissato
per un po' il prigioniero,
«che negli ultimi anni il
compagno Stalin, per meglio
svolgere il suo sommo
incarico, avesse preso
l'abitudine di annotare
qualcosa. Questi appunti
venivano presi a volte su
foglietti isolati, altre sulle
pagine di un quaderno con la
copertina di tela cerata.
L'esistenza di questi appunti
era nota soltanto ad alcuni
membri del Praesidium, oltre
che al compagno Poskrebysev,
da molti anni segretario
personale del compagno Stalin,
che il traditore Berija aveva
fatto recentemente arrestare
sulla base di false accuse. I
testimoni erano concordi nel
ricordare che il compagno
Stalin custodiva quegli
appunti nel suo studio privato
in una cassaforte, della quale
lui solo aveva la chiave.»
Il viceministro si protese
in avanti per studiare il viso
di Rapava. Dopo la tragica
morte del compagno Stalin
erano stati fatti alcuni
tentativi per rintracciare
quella chiave, che però
rimaneva introvabile. Il
Praesidium aveva allora deciso
di far forzare la cassaforte,
alla presenza di tutti, per
accertare se il compagno
Stalin avesse lasciato
materiale di rilevanza storica
o che potesse illuminare il
Comitato Centrale, investito
della terribile e gloriosa
responsabilità della nomina di
un successore del compagno
Stalin. La cassaforte era
stata quindi forzata, sotto là
supervisione del Praesidium,
ma si era rivelata vuota,
fatta eccezione per alcuni
oggetti di nessun conto, fra i
quali la tessera del partito
intestata al compagno Stalin.
«E ora» disse il
viceministro, alzandosi in
piedi lentamente, «arriviamo
al nocciolo della questione.»
Andò a sedersi sul bordo
della scrivania, di fronte a
Rapava.
«Che bastardo era quel
tipo, ragazzo mio, che gran
bastardo!»
«Abbiamo saputo dal
compagno Malenkov» riprese
«che, nelle prime ore del 2
marzo, ti sei recato nella
dacia di Kuntsevo con il
traditore Berija e che tu e
lui siete rimasti soli con il
compagno Stalin per diversi
minuti. Da quella stanza è
stato rimosso qualcosa?»
«No, compagno.»
«Proprio niente?»
«No, compagno.»
«E dove siete andati dopo
avere lasciato Kuntsevo?»
«Ho riaccompagnato il
compagno Berija a casa sua,
compagno.»
«Direttamente a casa sua?»
«Sì, compagno.»
«Stai mentendo.»
«No, compagno.»
«Stai mentendo. C'è un
testimone che vi ha visti
all'interno del Cremlino poco
prima dell'alba, una
sentinella che avete
incrociato in un corridoio.»
«Sì, compagno, ora
ricordo. Il compagno Berija
doveva ritirare qualcosa dal
suo ufficio...»
«Qualcosa dall'ufficio del
compagno Stalin?»
«No, compagno.»
«Stai mentendo! Sei un
traditore! Tu e quella spia
inglese di Berija siete
entrati nell'ufficio di Stalin
e avete rubato i suoi
documenti!
Dove sono?»
«No, compagno...»
«Traditore! Ladro! Spia!»
Ogni parola era accompagnata
da un pugno in faccia.
«Lasciati dire una cosa,
ragazzo. Nessuno sa
esattamente che cosa sia
successo al Capo, nemmeno ora
che Gorbaciov e Eltsin si sono
venduti il nostro fottuto
Paese ai capitalisti e la Cia
ha mano libera nei nostri
archivi. I documenti sul Capo
sono ancora sotto chiave. Lo
portarono via dal Cremlino a
bordo di un'auto, avvolto in
un tappeto, e, secondo alcuni,
Zukov gli sparò proprio quella
notte, mentre a sentire altri
lo avrebbero eliminato la
settimana dopo. Ma a detta di
molti, invece, lo avrebbero
tenuto vivo per cinque mesi,
cinque mesi!, in un bunker
sotto il Distretto militare di
Mosca, e lo avrebbero fucilato
al termine di un processo
segreto. Comunque, lo
fucilarono. Il giorno di
Natale, Berija era morto.»
«Questo invece è ciò che
fecero a me.»
Rapava sollevò le sue dita
mutilate. Poi si sbottonò con
una certa difficoltà la
camicia, la sollevò dai
pantaloni e girò il torso
ossuto verso Kelso per
mostrarglielo. Le vertebre
erano attraversate da
cicatrici, simili a finestre
translucide sulla carne
sottostante, stomaco e torace
un caleidoscopio di tatuaggi
blu e neri. Kelso rimase in
silenzio e Rapava si appoggiò
allo schienale della poltrona
senza riabbottonarsi la
camicia, cicatrici e tatuaggi
erano le sue medaglie di una
vita, e lui le portava con
orgoglio.
«Non una parola, ragazzo.
Mi hai sentito? Da me non
hanno saputo nemmeno una
parola.»
In quei giorni ignorava se
il Capo fosse ancora vivo e se
avesse parlato, ma a lui non
interessava. Papu Gerasimovic
Rapava avrebbe mantenuto il
silenzio... Perché? Per una
forma di lealtà? Anche per
quello, forse, per il ricordo
di quella mano che lo aiutava
a risalire dalla buca. Ma non
era così stupido da non capire
che il silenzio era la sua
unica speranza di rimanere in
vita.
Per quanto tempo ancora
l'avrebbero lasciato vivere se
li avesse portati in quel
posto? Era come se sotto
quell'albero avesse sepolto il
proprio certificato di morte.
Quindi, bocca cucita e nemmeno
una parola. Arrivò l'inverno,
e lui batteva i denti nella
sua cella gelida sognando gli
alberi di ciliegio, ormai
spogli, rami scheletrici che
si stagliavano contro il cielo
cupo, l'ululato dei lupi.
Finché verso Natale i suoi
aguzzini, come bambini ai
quali un gioco sia venuto a
noia, sembrarono
improvvisamente perdere ogni
interesse per quella faccenda.
I pestaggi andarono avanti per
qualche giorno, ormai era
diventato un punto d'onore
per entrambe le parti, ma non
gli fecero più domande: e
finalmente, dopo un'ultima
mandata di sevizie
particolarmente fantasiose,
anche i pestaggi ebbero
termine. Il viceministro non
si fece più vedere e Rapava
capì che Berija doveva essere
morto: a quel punto, molto
probabilmente, qualcuno doveva
avere deciso che era
preferibile non squarciare il
mistero sulle carte di Stalin,
ammesso che esistessero.
Rapava si aspettava di
ricevere da un momento
all'altro i suoi sette grammi
di piombo senza rendersi conto
che, una volta eliminato
Berija, sarebbe stato piombo
sprecato. In seguito non
ricordò quasi nulla del suo
viaggio sotto una bufera di
neve fino al palazzo
dell'Armata Rossa in via
Kommissariat, di quella
improvvisata aula di tribunale
con le alte finestre sbarrate,
della troika di giudici. Era
come se la neve gli avesse
ricoperto anche il cervello,
quella stessa neve che
sembrava risalire a ondate
successive la Moscova e le sue
sponde, rendendo ancora più
fievole la luce del
pomeriggio. Dopo, quando si
era fatto buio e lo stavano
riportando fuori del
tribunale, Rapava si convinse
che lo avrebbero fucilato da
un momento all'altro, e chiese
che gli lasciassero infilare
le mani nella neve. Una delle
guardie gliene domandò il
motivo, e lui rispose: «Per
poter sentire la neve fra le
dita per l'ultima volta,
compagno.»
Le guardie si misero a
ridere e, quando si accorsero
che non aveva scherzato,
risero ancora di più.
«Se c'è una cosa di cui
non sentirai la mancanza,
georgiano, è proprio la neve»
gli dissero, sospingendolo nel
furgone. Fu così che Rapava
venne a sapere di essere stato
condannato a quindici anni di
lavori forzati nel territorio
di Kolyma. Nel'56 Chruscev
aveva amnistiato un certo
numero di prigionieri dei
gulag, ma fra questi non c'era
Papu Rapava. Era come se si
fossero dimenticati di lui,
che per quindici anni marcì e
si congelò nelle foreste della
Siberia. Marcì durante le
brevi estati, quando ogni
prigioniero lavorava avvolto
in una sua personale nube di
zanzare, e si congelò nei
lunghi inverni, allorché il
ghiaccio trasformava le paludi
in rocce. Dicono che i
sopravvissuti dei campi si
assomiglino tutti perché, dopo
che per una volta il corpo si
è ridotto al puro scheletro,
le ossa spunteranno sempre
fuori anche se si è acquistata
un po' di ciccia e ci si veste
dal miglior sarto. E Kelso,
che a suo tempo aveva parlato
con un buon numero di reduci
dei gulag, rivedeva ora nel
volto di Rapava certe
inconfondibili caratteristiche
come gli occhi incavati o la
mascella sporgente, i polsi e
le caviglie esili, lo sterno
piatto.
Non l'avevano amnistiato,
stava dicendo Rapava, perché
aveva ucciso un uomo, un
ceceno che aveva cercato di
sodomizzarlo: l'aveva sgozzato
con un pezzo di sega che
teneva nascosto nella sua
cella.
«E che cosa le è successo
alla testa?» gli chiese Kelso.
Rapava si toccò la cicatrice.
Non riusciva a ricordarlo,
ma a volte, quando faceva
molto freddo, la cicatrice gli
doleva e lo faceva sognare.
«Che tipo di sogni?»
Rapava sorrise mettendo in
mostra la chiostra di denti
scuri. Non ricordava.
Quindici anni... L'avevano
riportato a Mosca nell'estate
del'69, lo stesso giorno in
cui uno yankee aveva messo
piede sulla Luna. La mattina
dopo. Rapava uscì dall'albergo
per gli ex prigionieri e si
mise a camminare per le strade
piene di gente accaldata,
completamente strabiliato.
Dov'era Stalin? Dov'erano le
sue statue, i suoi poster
giganteschi? I ragazzi
sembravano tutti ragazze e le
ragazze sembravano tutte
troie. La Russia era
evidentemente nella merda, ma
almeno, dovette ammettere, in
quei tempi c'era lavoro per
tutti, anche per un vecchio
zek come lui. Gli trovarono un
lavoro nel deposito locomotive
della stazione Leningrado;
aveva solo quarantun anni ed
era forte come un orso. E
teneva tutte le sue cose in
una valigia di cartone. Si era
sposato? Rapava scosse le
spalle. Certo che si era
sposato, altrimenti non gli
avrebbero assegnato un
appartamento. E poi che cosa
era successo? Dov'era sua
moglie? Era morta. Non era
male il quartiere in cui
abitava, prima che vi
arrivassero la droga e la
criminalità. Dov'era questo
quartiere? Criminali
fottuti...»
«Figli?»
«Un figlio. Morto anche
lui, in Afghanistan. E una
figlia.»
«La figlia era morta?»
«No, fa la puttana.»
«E le carte di Stalin?»
Kelso, ubriaco com'era, non
riuscì a far sembrare casuale
quella domanda, e il vecchio
gli lanciò un'occhiata da
contadino furbo.
«Continua, ragazzo. Sì? E
le carte di Stalin? Che fine
hanno fatto le carte di
Stalin?» Kelso esitò.
«Se esistono ancora... se
ci fosse una possibilità...»
«Vorresti vederle?»
«Naturalmente.»
Rapava rise.
«E perché mai dovrei
aiutarti, ragazzo?
Quindici anni a Kolyma,
perché? Per aiutarti a
cucinare altre bugie? Per
amore?»
«No, non per amore. Per la
Storia.»
«Per la Storia? Ma fammi
il favore, ragazzo.»
«D'accordo. Per soldi,
allora.»
«Cosa?»
«Per soldi. Una fetta dei
profitti, un sacco di soldi.»
Il contadino Rapava si
grattò il naso.
«Quanti soldi?»
«Tanti, se quello che mi
ha detto è vero, se riusciamo
a trovare quelle carte. Un
sacco di soldi, mi creda.»
Il silenzio che si era
creato fu interrotto da alcune
voci che giungevano dal
corridoio, voci di gente che
parlava in inglese, e Kelso
capì che erano quelle dei suoi
colleghi storici, Adelman,
Duberstein e gli altri, che si
ritiravano dopo cena
chiedendosi che fine avesse
fatto. E si rese conto
dell'assoluta necessità che
nessuno, e men che meno
costoro, venisse a sapere
dell'esistenza di Papu Rapava.
Qualcuno bussò discretamente
alla porta e lui sollevò una
mano per far capire al vecchio
di tacere. Poi,
silenziosamente, si avvicinò
al comodino e spense la luce.
Rimasero entrambi immobili,
ascoltando il brusio
indistinto al di là della
porta.
Qualcuno bussò ancora, poi
si udì una risata subito
coperta dagli "shhh" degli
altri. Dovevano avere visto la
luce spegnersi e supposto
quindi che fosse in compagnia
di una donna. Dopo qualche
secondo le voci svanirono e
nel corridoio tornò a regnare
il silenzio. Kelso riaccese la
luce e sorrise, portandosi una
mano sul cuore. Il vecchio
rimase impassibile, poi
sorrise a sua volta e cominciò
a cantare con voce tremula ma
stranamente melodiosa: Kolyma,
Kolyma, Che splendido posto!
Dodici mesi di inverno E
il resto tutta estate...»
Rapava, reduce dal gulag,
si era trasformato in un :
manovale delle ferrovie. Un
manovale che non si faceva
volare la mosca al naso e se
Qualcuno lo provocava trovava
pane per i suoi denti.
All'inizio erano in due a
tenerlo d'occhio: Antipin,
capo del capannone Lenin n. 1,
e uno storpio che abitava
nell'appartamento sotto il suo
e si chiamava Senka. Due
informatori del Kgb, era fin
troppo chiaro. Gli altri
andavano e venivano, uomini a
piedi o seduti per ore in
macchina, uomini che gli
facevano «domande di routine,
compagno», ma Antipin e Senka
erano i suoi angeli custodi
fissi. Da lui non riuscirono a
cavare una parola, Rapava
aveva nascosto il suo passato
in una buca ben più profonda
di quella che aveva scavato
per Berija. Senka era morto da
cinque anni e di Antipin non
si sapeva quale fine avesse
fatto. Il capannone Lenin n. 1
era diventato proprietà di una
cooperativa -privata che
importava vino dalla Francia.
«Le carte di Stalin,
ragazzo? Ma sì, chi se ne
fotte,» ormai Rapava non aveva
paura di niente e di nessuno.
«Un sacco di soldi,
dicevi? Bene, bene...»
Sputò nel portacenere, poi
sembrò addormentarsi di colpo.
Dopo un po' borbottò: «Tè l'ho
detto che il mio ragazzo è
morto?.»
«Sì. E' morto di notte, in
un'imboscata sulla strada per
Mazar-i-Sharif.
Uno degli ultimi a morire,
lo hanno ucciso quei diavoli
con la faccia scura e i
missili yankee. Quei selvaggi
non ci avrebbero umiliato se
ci fosse stato Stalin, lui li
avrebbe schiacciati, ridotti
in polvere, e avrebbe sparso
le loro ceneri in Siberia.»
Dopo la morte del figlio,
Rapava aveva preso l'abitudine
di fare lunghe camminate che
potevano durare anche un
giorno e una notte.
Attraversava la città, da
Perovo ai laghi, dal parco
Bittsevskij alla torre della
Televisione. Durante una di
quelle camminate, da allora
erano trascorsi sei o sette
anni, doveva essere più o meno
all'epoca del golpe, si trovò
immerso in uno dei suoi sogni.
All'inizio non capì dove si
trovava, poi si rese conto che
era finito in via Vspolnyj, ma
se ne allontanò subito. Il suo
ragazzo era un operatore radio
di un'unità corazzata. Gli
piaceva darsi da fare con le
radio, non era un combattente,
lui.
«E la villa?, chiese
Kelso. La villa esiste
ancora?»
«Aveva diciannove anni.»
«La villa? Che è successo
della villa?» Rapava reclinò
il capo.
«La villa, compagno...»
C'era una falce di luna
rossa e una stella rossa.« E
la villa era presidiata da
diavoli con la faccia
scura...»
Dopo di che Kelso non
riuscì a ottenere dal vecchio
una sola frase coerente.
Rapava aveva lentamente
abbassato le palpebre e teneva
la bocca socchiusa, con un
rivolo di saliva giallastra
che gli colava sul mento.
Rimase a osservarlo per
qualche minuto, con lo stomaco
in subbuglio, poi si alzò di
scatto e corse in bagno, dove
vomitò ripetutamente e
copiosamente e rimase con la
fronte appoggiata contro la
fredda ceramica del water
leccandosi le labbra. Qualcosa
gli si era messo di traverso
in gola, Kelso tossì per
liberarsene, ma senza alcun
risultato, allora provò a
inghiottire ed ebbe un altro
conato di vomito. Quando
lentamente sollevò il capo,
gli sembrò che gli arredi del
bagno si fossero staccati
dalle pareti e volteggiassero
attorno a lui in una specie di
lenta danza tribale. Un filo
di muco color argento formava
un arco che andava dal suo
naso al bordo del water.
Resisti, si disse, passerà
anche questa. Si aggrappò al
water, come se stesse
affogando, mentre l'orizzonte
ondeggiava e la stanza calava
nell'oscurità, poi scivolò...
Un improvviso squarcio nel
buio dei suoi sogni, un ;paio
di occhi gialli.
«Chi sei tu» disse Stalin
«che frughi tra le mie carte
private?» E schizzò su dal
divano come un lupo. Nel
battere il capo contro il
bordo della vasca da bagno
Kelso si destò di soprassalto.
Emise un lamento e rotolò su
se stesso, tastandosi la testa
alla ricerca di sangue. Gli
sembrò di sentire qualcosa di
liquido e appiccicoso, ma
quando si portò le dita
davanti agli occhi e batté le
palpebre per metterli a fuoco
la mano era pulita. Come
sempre, anche ora che giaceva
sul pavimento di una stanza da
bagno a Mosca, una parte di
lui era rimasta spietatamente
sobria, come il comandante
ferito di una nave colpita che
nel fumo della battaglia
ordina ai suoi uomini di
controllare l'entità dei
danni. E questa parte sobria
fu in grado di stabilire che,
se anche si sentiva uno
straccio, a volte si era
sentito peggio. La stessa
parte che, nonostante
l'assordante pulsare ritmico
alle tempie, udì un rumore di
passi e infine quello di una
porta che veniva chiusa. Kelso
si toccò la mascella, poi, con
uno sforzo di volontà, si mise
a quattro zampe finché,
appoggiandosi alla vasca,
riuscì finalmente a riassumere
la posizione eretta e a
catapultarsi nella stanza. Una
luce grigiastra filtrava dalla
tendina arancione illuminando
gli avanzi di quella
nottataccia. Il puzzo
dell'alcol rovesciato e delle
cicche di sigarette gli
sconvolse lo stomaco. Ciò
nonostante, eroicamente quanto
disperatamente, andò alla
porta.
«Papu Cerasimovic!
Aspetta!» Il corridoio era
buio e vuoto. Da un'estremità,
dietro l'angolo, gli giunse il
"ping" di un ascensore appena
arrivato. Stringendo i denti,
Kelso corse in quella
direzione ma arrivò davanti
all'ascensore quando le porte
si erano già richiuse. Cercò
di riaprirle con la punta
delle dita, gridando a Rapava
di tornare, premette più volte
il bottone per richiamarlo, ma
non successe nulla, allora si
precipitò per le scale.
Arrivato al ventunesimo
piano capì che non ce
l'avrebbe mai fatta e si fermò
,al pianerottolo, dove
premette il bottone
dell'ascensore veloce, quello
che non si fermava ai piani ma
andava direttamente al
pianterreno, e rimase ad
aspettarlo appoggiato alla
parete, ansimando in preda
alla nausea e sentendo come la
punta di un coltello dietro
gli occhi. L'ascensore impiegò
una vita ad arrivare. Entrò,
le porte si richiusero e,
quando si riaprirono, Kelso si
accorse di essere tornato al
suo piano. Quando finalmente
arrivò al pianterreno, con le
orecchie che gli dolevano per
la velocità della discesa,
Rapava era scomparso.
L'atrio dalle volte
marmoree era deserto, fatta
eccezione per una babuska che
passava l'aspirapolvere sul
tappeto e per una battona con
un finto zibellino sulle
spalle che discuteva con un
uomo della sicurezza.
Quando si diresse verso
l'uscita, si rese conto che i
tre lo stavano guardando,
immobili. Si portò la mano
alla fronte, sudava
copiosamente.
Fuori faceva freddo ed era
ancora quasi completamente
buio, ma il traffico
cominciava a intensificarsi
sul Kutuzovskij Prospekt, in
direzione del ponte
Kalininskij. Si mise a
camminare e, quando arrivò al
Prospekt, rimase lì in maniche
di camicia a tremare e a
guardare in su e in giù. Non
c'era traccia di Rapava, Sul
marciapiede alla sua destra un
vecchio cane grigio, grosso ma
denutrito, scivolava lungo i
muri verso est, verso la città
che si stava destando.
PARTE PRIMA


MOSCA


CAPITOLO 1.


Scegliersi la vittima,
preparare minuziosamente il
piano, scatenare l'implacabile
vendetta e poi andarsene a
letto... non c'è nulla al
mondo di più dolce. J.V.
STALIN, durante una
conversazione con Kamenev e
Dzersnskif.

Olga Komarova, funzionaria
del Servizio Archivi Russi,
meglio noto come Rosarchiv,
brandendo come una lancia il
suo ombrello retraibile
attraversò a passo di carica
la hall dell'hotel Ukraina,
diretta verso la porta a
bussola. Era una pesante porta
di vetro e legno, troppo
stretta per consentire il
passaggio a più di una persona
alla volta, e gli studiosi
partecipanti al congresso si
misero in fila come
paracadutisti in attesa di
lanciarsi sull'obiettivo. E, a
mo' di ufficiale dei
paracadutisti, Olga li toccò a
uno a uno sulla spalla con
l'ombrello, contandoli, finché
non si ritrovarono tutti sul
marciapiede in quella fredda
mattinata. Superò per primo la
porta a bussola, come si
conveniva al suo rango e alla
sua età, Franklin Adelman di
Yale, seguito da Moldenhauer
del Bundesarchiv di Coblenza,
con la sua assurda doppia
laurea (dottor dottor Karl-
stronzo Moldenhauer), poi dal
milanese neomarxista Enrico
Banfi e da Eric Chambers della
London School of Economics.
Quindi, via via, il grande
teorico della guerra fredda
Phil Duberstein della New York
University; Ivo Godelier della
Ecole Normale Supérieure; il
cupo Dave Richards del St.
Antony's (Oxford), un altro
sovietologo il cui mondo era
crollato insieme con il Muro
di Berlino; Velma Byrd, degli
Archivi nazionali degli Stati
Uniti; Alastair Findlay, del
Dipartimento di studi bellici
dell'università di Edimburgo,
uno ancora convinto che il
sole irradiasse la sua luce
dal buco del culo del compagno
Stalin; Arthur Saunders di
Stanford; e, buon ultimo,
l'uomo il cui ritardo li aveva
costretti a un'attesa fuori
programma nella hall
dell'Ukraina, ossia il dottor
C.RA. Kelso, da tutti chiamato
Fiuke. La porta a bussola
batté pesantemente contro i
tacchi di Kelso. Fuori il
tempo era peggiorato, si era
messo a nevicare e i fiocchi
gli si spiaccicavano sul viso
e fra i capelli. Ai piedi
degli scalini, avvolto in una
nuvola di fumo che usciva dal
suo scappamento, un pullman
malandato li attendeva per
portarli al congresso. Kelso
si fermò ad accendersi una
sigaretta.
«Gesù, Fiuke, hai un
aspetto orribile!» lo Salutò
allegramente Adelman. Kelso
sollevò una mano diafana,
dandogli ragione. Notò un
gruppo di taxisti, intabarrati
nei loro giacconi imbottiti,
che battevano i piedi sul
selciato per vincere il
freddo. Più in là alcuni
operai stavano faticosamente
scaricando un enorme rullo di
alluminio da un camion. Un
uomo d'affari coreano con
colbacco era intento a
fotografare una ventina di
colleghi vestiti come lui. Ma
di Papu Rapava non c'era
traccia.
«Dottor Kelso, prego,
dobbiamo sempre-aspettare
lei.»
Olga gli puntò contro
l'ombrello in un gesto di
accusa. Lui si cacciò la
sigaretta in un angolo della
bocca, si mise la borsa in
spalla e finalmente mosse
qualche passo verso il
pullman. "Un Byron sgualcito"
l'aveva definito un quotidiano
inglese quando si era dimesso
da lettore a Oxford per
trasferirsi a New York, e la
definizione era abbastanza
indovinata. Kelso portava i
capelli neri e ondulati troppo
lunghi perché potessero dare
l'idea di pulizia, aveva una
bocca tumida e sensuale,
l'incarnato pallido, e si era
fatto una certa reputazione
negativa: se Byron non fosse
morto a Missolungi ma avesse
passato dieci anni a bere
whisky, a fumare, a evitare
accuratamente la luce del sole
e ogni forma di esercizio
fisico, sarebbe risultato
abbastanza somigliante a Fiuke
Kelso. Era vestito con gli
abiti di sempre, ossia una
pesante camicia di cotone, blu
stinta, con il primo bottone
aperto, una cravatta scura e
leggermente macchiata
allentata sul collo, un abito
di velluto nero, i pantaloni
stretti in vita da una cintura
nera sopra la quale lo stomaco
formava un lieve rigonfio, un
fazzoletto rosso di cotone nel
taschino della giacca,
scarponcini di camoscio
consumati e un vecchio
impermeabile blu. Questa era
stata negli ultimi vent'anni
l'uniforme di Kelso.
"Ragazzo." Così l'aveva
chiamato Rapava, termine
assurdo se riferito a un uomo
di mezz'età come lui, ma al
tempo stesso indovinato.
Ragazzo. Nel pullman il
riscaldamento andava al
massimo e nessuno sembrava
aver voglia di parlare. Kelso
andò a sedersi in fondo e
passò la mano sul finestrino
appannato, mentre il vecchio
pullman si avviava traballando
sull'asfalto scivoloso per
immergersi nel traffico sul
ponte. Saunders, seduto nella
fila opposta, agitò
ostentatamente la mano per
allontanare il fumo della
sigaretta di Kelso. Sotto di
loro, sulle luride acque della
Moscova, una draga con una gru
montata a poppa risaliva
lentamente la corrente. Quando
gli avevano offerto di
partecipare a quel congresso,
Kelso era stato quasi sul
punto di rifiutare, perché
sapeva perfettamente che cosa
lo aspettava: cibo
immangiabile, pettegolezzi
insopportabili e l'altrettanto
insopportabile noia della vita
accademica, fatta sempre più
di chiacchiere e sempre meno
di sostanza: uno dei motivi,
quest'ultimo, che lo avevano
convinto a lasciare Oxford per
andare a vivere a New York,
dove, chissà perché, i libri
che avrebbe dovuto scrivere
non si erano ancora
materializzati. Ma, d'altra
parte, non era mai riuscito a
resistere al fascino di Mosca,
e anche ora, dentro quel
pullman puzzolente nel bel
mezzo dell'ora di punta, gli
sembrava di sentire il peso
della Storia dietro il
finestrino sporco, nelle
strade buie e ribattezzate,
negli enormi quartieri
popolari, nelle statue
abbattute. Qui più che
altrove, perfino più che a
Berlino, si respirava la
Storia, ed era proprio questa
specie di calamità a
riportarlo ogni volta a Mosca.
«Credi di sapere tutto sul
compagno Stalin, non è vero,
ragazzo? Be', dai retta a me:
non sai proprio un cazzo.»
Kelso aveva tenuto il
giorno prima la sua prolusione
su Stalin e gli archivi, alla
fine della sessione. L'aveva
tenuta, come al solito, a modo
suo, con una mano in tasca e
senza consultare appunti. Una
prolusione provocatoria che,
con sua enorme soddisfazione,
aveva messo visibilmente a
disagio l'uditorio russo, al
punto che un paio di persone
avevano lasciato la sala: era
stato un trionfo, insomma. Al
termine, com'era da
immaginarsi, si era ritrovato
solo e aveva deciso di tornare
a piedi in albergo. Una
camminata lunga,
indubbiamente, e stava già
calando la sera, ma lui aveva
bisogno di una boccata d'aria.
A un certo punto, non
ricordava esattamente dove ma
probabilmente in una delle
stradine alle spalle
dell'Istituto o forse più
avanti dalle parti del Novyj
Arbat, si era reso conto che
qualcuno lo stava seguendo.
Nulla di tangibile, solo
l'impressione di rivedere un
viso già visto poco prima o un
certo tipo di cappotto o la
conformazione di una testa: ma
Kelso era stato troppe volte a
Mosca nei tempi bui per non
sapere che certe sensazioni
raramente si rivelano fallaci.
Come è facile accorgersi se un
film è fuori sincrono, anche
se solo di una frazione di
secondo, così a Mosca è
difficile sbagliarsi se si ha
l'impressione di essere
pedinati. Era arrivato in
camera e stava effettuando una
prima ricognizione nel minibar
quando dalla portineria
avevano telefonato
avvertendolo che un uomo
voleva vederlo. Chi? Non ha
detto il nome, signore, ma ha
insistito aggiungendo che non
se ne andrà se prima non avrà
parlato con lei. Kelso era
quindi sceso, di malavoglia,
trovando Papu Rapava seduto su
uno dei divani in similpelle
dell'Ukraina, con lo sguardo
fisso in un punto imprecisato
e il suo vestituccio color
carta da zucchero dal quale
polsi e caviglie spuntavano
come sottili manici di scopa.
«Credi di sapere tutto sul
compagno Stalin, non è vero,
ragazzo...?» Aveva esordito
così. E in quel momento Kelso
si ricordò dove aveva già
visto quell'uomo: al
congresso, seduto nella prima
delle file accessibili al
pubblico, intento ad ascoltare
con la massima attenzione la
traduzione che gli veniva
dalle cuffie e a borbottare
tutta la sua rabbiosa
disapprovazione ogniqualvolta
udiva un riferimento men che
benevolo a J.V. Stalin. Chi
sei? pensò Kelso, osservandolo
da dietro una vetrata sporca.
Un fantasista? Un galeotto?
Una preghiera esaudita? Erano
arrivati all'ultimo giorno di
congresso, grazie a Dio. La
sede era quella dell'Istituto
di marxismo-leninismo, una
specie di tempio ortodosso in
cemento grigiastro consacrato
nell'epoca di Breznev, con le
colonne della facciata
sormontate da tre enormi
bassorilievi di Marx, Engels e
Lenin. Il pianterreno era
stato affittato a una banca
privata, poi fallita, e questo
accresceva l'aria di abbandono
che caratterizzava l'edificio.
Sul marciapiede di fronte,
controllati da un paio di
agenti della Milizia
visibilmente annoiati,
sostavano un centinaio di
manifestanti, in gran parte
avanti negli anni: ma
mischiati con loro Kelso vide
anche alcuni giovani in basco
nero e giaccone di pelle. La
solita miscela di fanatici e
nostalgici risentiti, di
marxisti, nazionalisti,
antisemiti. Le bandiere rosse
con la falce e il martello
erano mescolate a quelle nere
con l'aquila zarista ricamata.
Una vecchia teneva sollevata
una foto di Stalin, un'altra
vendeva cassette con le marce
militari delle ss. Un uomo
anziano teneva con una mano un
ombrello aperto e con l'altra
un megafono, dal quale la sua
voce che arringava la folla
usciva metallica e distorta.
Alcuni distribuivano
gratuitamente un giornale,
«Aurora.»
«Non ci fate caso» li
avvertì Olga Komarova, in
piedi accanto all'autista,
portandosi l'indice alla
tempia.
«E' gente pazza, fascisti
rossi.»
«Che cosa sta dicendo quel
tipo?» chiese Duberstein,
considerato nel suo ambiente
un'autorità indiscussa sul
comunismo sovietico, anche se
non era mai riuscito a
spiccicare una parola di
russo.
«Sta parlando della Hoover
Institution, che avrebbe
offerto cinque milioni di
dollari per acquistare gli
archivi del partito» tradusse
Adelman.
«Dice che stiamo cercando
di impossessarci della loro
storia.»
Duberstein si fece una
risatina.
«E chi la vuole comprare,
la loro maledetta storia?» Poi
batté leggermente sul
finestrino l'anello di laurea.
«Dite un po', ma quella
non è una troupe televisiva?»
La presenza di una telecamera
fu sufficiente a provocare una
prevedibile, ansiosa
agitazione fra gli accademici.
«Mi sembra di sì...»
«Come siamo importanti...»
«A proposito, come si
chiama l'editore di "Aurora"?
E' sempre lo stesso?» chiese
Adelman voltandosi verso il
fondo del pullman.
«Tu dovresti saperlo,
Fiuke. Non è quel vecchio
arnese del Kgb?»
«Mamantov» rispose Kelso.
Udendo quel nome, l'autista
frenò quasi di botto, e lui
dovette inghiottire a lungo
per non vomitare.
«Vladimir Mamantov.»
«Sono dei pazzi» ripeté
Olga, reggendosi alla maniglia
quando si fermarono
definitivamente.
«Chiedo scusa a nome del
Rosarchiv, non è gente
rappresentativa. Ignorateli e
seguitemi.»
Scesero uno alla volta dal
pullman davanti all'obiettivo
di una telecamera e,
accompagnati da fischi e
risatine di scherno,
attraversarono un cortile che
due curvi abeti argentati
cercavano inutilmente di
abbellire. Fiuke Kelso
camminava lentamente in fondo
alla colonna, cercando di
farsi passare i postumi della
sbornia. Un giovane dal volto
pieno di foruncoli e con un
paio di occhiali senza
montatura gli lanciò una copia
di «Aurora.»
Kelso dette una veloce
occhiata alla copertina, che
raffigurava una malevola
caricatura di cospiratori
sionisti accompagnata da uno
strano simbolo cabalistico a
metà fra la svastica e la
croce rossa, e gli rilanciò la
rivista. Dalla piccola folla
giunsero altre risatine
provocatorie. Un termometro
accanto all'ingresso segnava
un grado sotto zero. La
vecchia targa era stata tolta
e sostituita da un'altra, più
piccola, che lasciava scoperta
una parte di muro
precedentemente occupata dalla
prima. Sulla nuova si leggeva
"Centro Russo per la
Preservazione e lo Studio dei
Documenti Relativi alla Storia
Moderna". Dopo, che gli altri
erano entrati, Kelso si
attardò a scrutare i volti
carichi di odio del gruppetto
sul marciapiede di fronte.
C'erano fra loro, con le
guance rese paonazze dal
freddo, vecchi che avevano più
o meno la stessa età di
Rapava, ma quest'ultimo non
faceva parte del gruppo.
Allora Kelso si decise a
entrare a sua volta nell'atrio
semibuio, dove consegnò borsa
e soprabito al guardaroba, poi
si trasferì nell'auditorium
passando davanti alla
familiare statua di Lenin.
Cominciava un altro giorno. I
congressisti erano novantuno,
e in quel momento quasi tutti
si affollavano nella piccola
anticamera dove stavano
servendo del caffè. Kelso ne
prese una tazza e si accese
una sigaretta.
«Di chi è il primo
intervento?» chiese una voce
alle sue spalle.
«Di Askenov, credo, su
quel progetto di microfilm.»
Adelman emise un borbottio
di assenso; Era un bostoniano
sulla settantina, in quella
fase cioè della carriera
accademica in cui si passa la
vita a bordo degli aerei o
negli alberghi per i vari
congressi, conferenze o
conferimenti di lauree honoris
causa. Secondo Duberstein,
Adelman aveva abbandonato le
ricerche storiche per
dedicarsi pressoché
esclusivamente ad accumulare
miglia aeree con le quali
ottenere i biglietti gratuiti.
Ma Kelso non era d'accordo,
Adelman era ferratissimo oltre
che coraggioso: ci era voluto
del fegato per scrivere quei
saggi sulla carestia e il
terrore trent'anni prima,
quando ogni altro idiota
accademico firmava manifesti
in favore della distensione.
«Mi spiace per ieri sera,
Frank» gli disse.
«Non importa. Hai avuto
un'offerta migliore?»
«Più o meno.»
La saletta dei rinfreschi,
situata in fondo all'Istituto,
si affacciava su un cortile al
centro del quale in altri
tempi erano state erette due
statue di Marx ed Engels, ora
circondate da erbacce, simili
a due gentiluomini dell'età
vittoriana che si facevano una
dormitina durante una pausa
della lunga marcia della
Storia.
«Non si sono nemmeno presi
la briga di buttare giù quelle
due statue» osservò Adelman.
«Per il semplice motivo
che erano stranieri, e uno
anche ebreo. Sapremo con
certezza che questo Paese è
cambiato quando abbatteranno
le statue di Lenin.»
Kelso bevve un sorso di
caffè.
«Ieri sera è venuto a
trovarmi un uomo.»
«Un uomo? Che delusione!»
«Posso chiederti un
consiglio, Frank?»
«Certo.»
«In privato?» Adelman si
grattò il mento.
«Ce l'hai il nome di
questo tizio?»
«Sicuro che ce l'ho.»
«Il vero nome?»
«E come faccio a sapere se
è quello vero?»
«L'indirizzo, allora. Ce
l'hai l'indirizzo?»
«No, Frank, non ce l'ho
l'indirizzo. Ma ha lasciato
nella mia stanza questi.»
Adelman si tolse gli
occhiali per osservare da
vicino la bustina di
fiammiferi.
«E' una trappola» disse
poi, ridandogli la bustina.
«Fossi in te, non li
toccherei nemmeno questi
fiammiferi. Ti sembra che un
bar possa chiamarsi Rabotnik,
lavoratore? Ma andiamo!»
«Se fosse una trappola,
per quale motivo quel tipo
sarebbe dovuto scappare?»
«E' chiaro, perché non
vuole che sembri una trappola.
Vuole che tu ti ci appassioni,
che lo rintracci per
convincerlo ad aiutarti. Le
truffe più abili sfruttano
questa molla psicologica, le
vittime cioè si danno tanto da
fare che a un certo punto
vogliono credere di avere a
che fare con una faccenda
autentica. Ricordati i diari
di Hitler. Quindi, o è una
trappola o quell'uomo è un
pazzo.»
«E' stato molto
convincente»
«I matti spesso lo sono.
Oppure, potrebbe trattarsi di
uno scherzo dei colleghi, ci
hai pensato? Non sei il
compagno di scuola più
popolare, tutto sommato.»
Kelso lanciò uno sguardo
verso la sala delle
conferenze. Quell'ultima
ipotesi non era del tutto
campata in aria, erano in
tanti lì dentro a non poterlo
soffrire. Era apparso troppe
volte in televisione, aveva
scritto troppo spesso sui
giornali, aveva recensito
troppi dei loro inutili libri.
Saunders se ne stava
appoggiato in un angolo
fingendo di chiacchierare con
Moldenhauer, ma entrambi
tenevano evidentemente le
orecchie tese cercando di
captare brani della sua
conversazione con Adelman. (Al
termine dell'intervento di
Kelso, Saunders si era
lamentato della sua
"soggettività".
«Mi piacerebbe sapere, fra
l'altro, per quale motivo è
stato invitato Kelso. Questo
congresso doveva essere
riservato a studiosi seri...»
«Non sono abbastanza
spiritosi» rispose Kelso ad
Adelman. Passò davanti ai due
e fece loro un cenno di saluto
con la mano, mettendoli
praticamente in fuga.
«Né hanno sufficiente
immaginazione.»
«Certo che sei un genio
nell'inimicarti la gente.»
«Come si dice? Molti
nemici, molto onore.»
Adelman sorrise, e stava
per aggiungere qualcosa, poi
sembrò ripensarci.
«Come sta Margaret, se
posso permettermi la domanda?»
«Chi? Ah, la povera
Margaret. Sta bene e ha una
gran voglia di litigare,
secondo i suoi avvocati.»
«E i ragazzi?»
«Entrano nella primavera
dell'adolescenza.»
«E il libro? Ormai è da
molto che ti ci dedichi.
Quanto hai scritto, finora?»
«Lo sto scrivendo.»
«Duecento pagine? Cento?»
«Che cosa vuoi, Frank?»
«Quante pagine?»
«Non lo so.»
Kelso si umettò le labbra
asciutte e, incredibilmente o
quasi, si rese conto che aveva
voglia di bere.
«Un centinaio, forse.»
Ebbe la visione di un
monitor grigio, di un puntino
intermittente simile a quello
del battito cardiaco di una
macchina che tiene in vita un
malato terminale e che sembra
implorare di essere staccata.
«Ascolta, Frank. Potrebbe
non essere una trappola o uno
scherzo, Stalin era uno che
conservava tutto il
conservabile, non
dimenticarlo. Chruscev non
trovò forse alcune lettere in
un comparto segreto della
scrivania del vecchio, dopo la
sua morte?» Si massaggiò il
capo indolenzito.
«E quella lettera di
Lenin, nella quale si
lamentava di come Stalin
trattava la moglie? Per non
parlare dell'elenco dei membri
del Politburo, con una croce
accanto ai nomi di quelli che
aveva intenzione di epurare. E
la biblioteca, te la ricordi
la biblioteca? Su ogni libro
c'erano le sue chiose.»
«Che cosa vuoi dire,
quindi?»
«Sto solo dicendo che
quella storia è plausibile,
tutto qui. Che Stalin non era
Hitler. Che prendeva sempre
appunti.»
«Quod volumus credimus
libenter.»
intonò Adelman.
«Il che significa...»
«Lo so che cosa
significa.»
«...il che significa, caro
il mio Fiuke, che crediamo
sempre a ciò in cui vogliamo
credere.»
Gli dette una pacca sul
braccio, «Non ti va di
sentirti dire certe cose,
vero? Mi spiace, se preferisci
posso mentire. Secondo me, c'è
soltanto una probabilità su un
milione che questa faccenda
non sia una bolla di sapone.
Ma, se la cosa ti contraria,
ti dirò invece che quel tale
ti porterà dritto alle memorie
segrete di Stalin, tu
riscriverai la Storia,
guadagnerai milioni di
dollari, le donne si
getteranno ai tuoi piedi e
Duberstein e Saunders
canteranno in coro le tue lodi
nel bel mezzo del cortile di
Harvard...»
«D'accordo, Frank, ho
afferrato il messaggio.»
Kelso si appoggiò con la
schiena al muro.
«Non so, è solo che...
forse se ci fossi stato anche
tu stanotte...»
Non voleva ammettere che
l'amico aveva ragione.
«E' come se avessi udito
squillare un campanello. Non
sembra anche a te di sentirlo
suonare?»
«Certo, ma quello che
sento io è un campanello
d'allarme.»
Adelman estrasse dal
taschino un vecchio orologio.
«E' ora di rientrare, Olga
a quest'ora sarà al culmine
dell'ansia.»
Mise un braccio attorno
alle spalle di Kelso e si
incamminò con lui.
«C'è ben poco da fare, in
ogni caso: domani torniamo a
New York. Ne riparleremo lì,
vedrò di trovarti qualcosa da
fare in facoltà. Una volta eri
un grande professore.»
«Una volta ero un infimo
professore.»
«Eri un ottimo docente fin
quando non ti sei lasciato
ammaliare dalle sirene del
giornalismo e della
pubblicità, deviando dalla
retta via della carriera
accademica. Salve, Olga.»
«Siete qui! La sessione
sta per avere inizio. No,
dottor Kelso, mi spiace, ma
qui non si può fumare,
grazie.»
Allungò una mano e gli
tolse la sigaretta dalle
labbra. Aveva la pelle del
viso lucida, vistose borse
sotto gli occhi e baffi
sottili che cercava invano di
nascondere con l'acqua
ossigenata. La donna fece
cadere la cicca nel resto di
caffè e gli prese dalle mani
la tazza di plastica.
«Olga, Olga, che cos'è
tutta questa luce?» gemette
Kelso, portandosi una mano
davanti agli occhi. Nella sala
delle conferenze erano state
accese lampade al tungsteno.
«La televisione» rispose
lei, con orgoglio.
«Faranno un programma su
di noi.»
Adelman si raddrizzò il
papillon.
«Una tv locale o un
network?»
«Internazionale,
professore. Via satellite;»
«Dove sono i nostri
posti?» bisbigliò Adelman,
schermandosi a sua volta gli
occhi.
«Dottor Kelso? Permette
una parola?» Accento
americano. Kelso si voltò e si
trovò di fronte un giovane
alto e grosso che gli sembrava
di aver già visto.
«Prego?»
«R.J. O'Brian» disse
l'uomo, tendendogli la mano.
«Corrispondente da Mosca
del Satellite News System.
Stiamo preparando uno speciale
sulla controversia...»
«Preferisco di no. Ma sono
sicuro che il professor
Adelman qui presente sarebbe
lietissimo...»
Alla semplice idea di
un'intervista televisiva
Adelman sembrò letteralmente
levitare, come una bambola
gonfiabile.
«Be', certo, se non si
tratta di rilasciare
dichiarazioni ufficiali...»
O'Brian lo ignorò.
«Non vuole proprio farsi
tentare, dottor Kelso? Non c'è
nulla che voglia dire al
mondo? Ho letto il suo libro
sulla caduta del comunismo.
Quando è uscito? Tre anni fa?»
«Quattro» rispose Kelso.
«Secondo me, a dire il
vero, sono cinque» intervenne
Adelman. A dire il vero, pensò
Kelso, sono quasi sei. Dio
mio, che fine avevano fatto
tutti quegli anni? «No, ma
grazie lo stesso. Da un po' di
tempo mi tengo alla larga
dalla televisione.»
Lanciò un'occhiata ad
Adelman.
«Pare si tratti di una
sirena ammaliatrice.»
«Più tardi, prego» sibilò
Olga.
«Le interviste più tardi.
Sta parlando il direttore,
prego.»
Kelso sentì contro la
schiena l'ombrello della donna
che lo spingeva in sala.
«Prego, prego...»
Grazie ai delegati russi,
ad alcuni osservatori
diplomatici, alla stampa e a
una cinquantina di persone del
pubblico, la sala si era
completamente riempita. Kelso
sprofondò nella sua
poltroncina di seconda fila.
Sul palco, il professor
Valentin Askenov degli Archivi
di Stato Russi si era lanciato
in una lunga dissertazione
sulla tecnica di
microfilmaggio dei documenti
del partito, mentre il
cameraman di O'Brian
percorreva lentamente il
corridoio riprendendo i volti
della platea. La stridula
amplificazione della roboante
voce di Askenov sembrava voler
perforare i timpani di Kelso
che, in preda a un torpore
provocato anche dalla luce al
neon, si nascose il volto fra
le mani. Venticinque milioni
di cartelle, stava dicendo
Askenov... venticinquennio,
rulli di microfilm... sette
milioni di dollari... Kelso
fece scivolare le mani sulle
guance finché le dita si
unirono coprendogli la bocca.
E' una truffa!, avrebbe voluto
gridare, Siete dei bugiardi!
Ma perché stavano tutti ad
ascoltare senza controbattere?
Sapevano benissimo che i nove
decimi del materiale migliore
erano ancora sotto chiave e
che per prendere visione
dell'unico decimo accessibile
bisognava pagare sottobanco.
Aveva saputo che la tariffa
corrente di un archivio
nazista requisito era di mille
dollari e una bottiglia di
scotch.
«Me ne vado» bisbigliò ad
Adelman.
«Ma non puoi!»
«Perché no?»
«Sarebbe una scortesia.
Resta seduto, per favore, e
fingi il massimo interesse
come gli altri.»
Adelman parlava con un
angolo della bocca, senza
distogliere lo sguardo dal
palco. Kelso rimase un altro
mezzo minuto.
«Digli che non mi sentivo
bene.»
«Nemmeno per sogno.»
«Lasciami andare, Frank.
Mi sento veramente male.»
«Gesù...»
Adelman spostò le gambe di
lato e Kelso, cercando
inutilmente di non farsi
notare, inciampò nei piedi dei
colleghi finendo per
affibbiare un calcio
all'elegante stinco nero della
signora Velma Byrd.
«Cazzo, Kelso!» esclamò
Velma. Il professor Askenov
sollevò lo sguardo dagli
appunti e si interruppe. Kelso
si rese conto che in sala si
era creato un silenzio tanto
pesante da sembrare
amplificato, unito a una sorta
di sincrono movimento della
platea, simile a una grossa
bestia che si fosse fermata a
osservarlo. L'imbarazzante
situazione si protrasse a
lungo, almeno fino a che lui
non raggiunse il fondo della
sala. E il mormorio riprese in
sala dopo che Kelso, passato
davanti allo sguardo marmoreo
di Lenin, ebbe imboccato il
corridoio. Kelso si chiuse
alle spalle la porta di un
cubicolo della toilette al
pianterreno dell'ex Istituto
di marxismo-leninismo e aprì
la sua borsa di tela
contenente i ferri del
mestiere: un blocco giallo da
appunti, matite, una gomma per
cancellare, un coltellino
dell'esercito svizzero, il
pacchetto-omaggio degli
organizzatori del congresso,
un dizionario, una carta
stradale di Mosca, il
miniregistratore e
un'agendina, sorta di
palinsesto nel quale erano
ammucchiati vecchi numeri,
contatti perduti, ex
fidanzate, vite passate, C'era
qualcosa nel racconto del
vecchio che gli suonava
familiare, ma non riusciva a
ricordare che cosa. Tirò fuori
il registratore, premette
REWIND, lo mandò indietro per
un po', quindi premette PLAY.
Poi avvicinò il registratore
all'orecchio e udì il fantasma
della voce di Rapava. "...la
stanza del compagno Stalin era
tutt'altroché lussuosa. Lui è
sempre stato uno di noi,
bisogna dargliene atto...",
REWIND. PLAY. "...Malenkov,
chissà perché, si era tolto le
scarpe nuove lucidissime e le
teneva sotto un braccio..."
REWIND. PLAY. "...Lo sai che
cosa significa Bliznij,
ragazzo. Bliznij, ragazzo...?"
"Bliznij..."
CAPITOLO 2.


L'aria di Mosca sapeva di
Asia, un misto cioè di
polvere, fuliggine, spezie
esotiche, benzina da quattro
soldi, tabacco nero, sudore.
Kelso uscì dall'Istituto e si
sollevò il bavero del
soprabito, incamminandosi
lungo il viale dissestato,
aggirando le pozzanghere
ghiacciate e . resistendo alla
tentazione di lanciare segni
di saluto in risposta agli
sguardi torvi dei
manifestanti: un gesto del
genere sarebbe stato
considerato una "provocazione
occidentale". Un edificio su
due del viale che saliva verso
il centro era nascosto dietro
i ponteggi e spesso,
passandoci accanto, si udiva
il frastuono assordante dei
calcinacci che precipitavano
dentro un largo tubo di
plastica rovinando al suolo in
una nube di polvere. Un
negozio di pellicce, un altro
che vendeva soltanto scarpe
italiane: un paio di mocassini
Gucci fatti a mano costava
l'equivalente di un mese di
paga di quei manifestanti, e
Kelso non poté fare a meno di
provare per loro una certa
solidarietà. Gli tornò
improvvisamente alla memoria
una frase di Evelyn Waugh: "La
fondazione di un impero è
spesso causa di sventura, il
suo smembramento lo è sempre".
In cima alla leggera salita
girò a destra e fu subito
investito da una folata di
vento gelido e persistente.
Dall'altra parte della strada
i passanti procedevano curvi,
rasentando il muraglione
rossiccio del Cremlino, con le
cupole dorate delle chiese
simili ai globi di qualche
enorme macchinario
meteorologico.
Poco dopo giunse a
destinazione. Come l'Istituto
di marxismo-leninismo, la
Biblioteca Lenin era stata
ribattezzata e ora si chiamava
Biblioteca Centrale della
Federazione russa, anche se
tutti continuavano a chiamarla
Lenin. Superò la familiare
triplice porta, consegnò borsa
e soprabito alla babuska
dietro il banco del
guardaroba, poi mostrò il suo
vecchio tesserino alla guardia
armata dentro la garitta di
vetro antiproiettile. Infine
firmò il registro e aggiunse
l'ora, le dieci e undici
minuti. Nessuno aveva pensato
a informatizzare la Lenin,
perciò quaranta milioni di
titoli erano ancora segnati su
schede di cartoncino. In cima
all'ampia scalinata, sotto il
soffitto a volta, si apriva
una distesa di armadietti di
legno con le schede, e Kelso
cominciò ad aggirarsi fra di
loro come aveva fatto in
passato, aprendo e richiudendo
un cassetto dietro l'altro,
passando in rassegna i titoli.
Gli serviva Radzinskij, oltre
al secondo volume di
Voikogonov e Chruscev e
Allilueva. I cartoncini per
questi ultimi due erano
contrassegnati dal simbolo in
cirillico "C", il che
significava che fino al 1991
non erano stati consultabili.
A quanti titoli aveva diritto?
Cinque, gli sembrava di
ricordare. Alla fine optò per
la serie di colloqui di Cuev
con il vecchio Molotov.
Compilò il modulo di richiesta
e lo consegnò al banco della
bibliotecaria, osservandola
mentre infilava il modulo in
un bussolotto e lo sparava
attraverso il tubo pneumatico
nelle viscere della Biblioteca
Lenin.
«Quanto c'è da aspettare,
oggi?» La donna si strinse
nelle spalle, quasi a voler
dire: e come faccio a saperlo?
«Un'ora?» Altra stretta di
spalle. Non cambia nulla,
pensò lui. Tornò alla Sala di
Lettura n. 3 e, procedendo
silenziosamente sul vecchio
tappeto verde consunto, andò a
sedersi al posto che un tempo
occupava abitualmente. Nulla
era cambiato nemmeno lì, né la
boiserie marrone scuro alle
pareti, né il caratteristico
odore, né il sacrilego
bisbigliare dei presenti.
Un'estremità della sala era
occupata da una statua di
Lenin intento a leggere un
libro, l'altra da un enorme
orologio astrologico. Duecento
persone o giù di lì erano
chine sui libri e, dalla
finestra a sinistra, si
vedevano la cupola e la guglia
di San Nicola. Era come se non
avesse mai lasciato Mosca,
come se gli ultimi diciotto
anni fossero stati un sogno.
Si sedette e in quell'istante
tornò a essere uno studente
ventiseienne che abitava in
una stanza del Corpus V
dell'università di Mosca,
pagando 260 rubli in cambio di
un tavolo, un letto, una sedia
e un armadio. Uno studente che
mangiava alla mensa nello
scantinato affollato dagli
scarafaggi, passava le
giornate alla Lenin e le
serate con una ragazza, con
Nadja o Katja o Margarita o
Irina. Irina. Quella sì che
era una donna. Passò una mano
sulla superficie graffiata del
tavolo di lettura e si chiese
che fine avesse fatto Irina.
Forse sarebbe dovuto rimanere
con lei, con la seria, bella
Irina fissata per i samizdat.
Si vedevano in cantina e
facevano l'amore accompagnati
dal rumoroso ronzio del
duplicatore Gestetner per poi
giurarsi che sarebbero stati
diversi dagli altri, che
avrebbero cambiato il mondo.
Irina. Si chiese che cosa ne
pensasse, di quella nuova
Russia, Irina, che a quanto
gli risultava faceva
l'assistente di un dentista
nel Sud del Galles. Si guardò
attorno e chiuse gli occhi
cercando di mantenere vivi i
ricordi del suo passato, il
passato di uno storico di
mezza età vestito di velluto
nero, con un inizio di
pancetta e i postumi di una
sbornia. I suoi libri
arrivarono sul bancone della
bibliotecaria poco dopo le
undici, o più precisamente
gliene arrivarono quattro:
invece del secondo volume di
Voikogonov era stato preso il
primo e lui lo rimandò
indietro, ma gliene rimanevano
comunque a sufficienza. Se li
portò al tavolo di lettura e
gradualmente si concentrò nel
lavoro leggendo, prendendo
appunti e confrontando fra
loro le varie testimonianze
sulla morte di Stalin. E, come
gli succedeva sempre, provò
una sorta di gratificazione in
quel lavoro di ricercatore-
detective.
Scartò le fonti di seconda
mano e i sentito dire, a lui
interessavano soltanto coloro
che si trovavano nella stessa
stanza del Segretario Generale
e avevano fornito una
descrizione degli eventi da
poter confrontare con quella
di Rapava. A quanto gli
risultava, i presenti al
momento della morte erano
otto: i due membri del
Politburo, ossia Chruscev e
Molotov, la figlia del defunto
Svetlana Allilueva, le due
guardie del corpo Rjubin e
Lozgacev e infine i tre medici
Vinogradov, Mjasnikov e
Cesnokova, quest'ultima
rianimatrice. Gli altri
testimoni oculari si erano
uccisi (come la guardia del
corpo Chrustalev, che si era
ubriacata fino a morire subito
dopo aver assistito
all'autopsia) o erano morti
poco dopo o erano spariti. I
resoconti dell'accaduto erano
identici nella sostanza, anche
se alcuni dettagli non
collimavano fra loro. Stalin
era rimasto vittima di una
terribile emorragia
nell'emisfero cerebrale
sinistro, mentre era solo
nella sua stanza in un'ora
indeterminata fra le quattro
del mattino e le dieci di sera
di domenica 1° marzo 1953.
Vinogradov, che dopo la morte
aveva esaminato il cervello,
aveva rilevato un
significativo ispessimento
delle arterie cerebrali, e
questo particolare lasciava
ritenere che Stalin fosse
stato mezzo pazzo per un lungo
periodo, forse addirittura per
anni. Nessuno era stato in
grado di dire a che ora
esattamente fosse sopravvenuta
l'emorragia cerebrale, perché
la porta era rimasta chiusa
per tutta la giornata e quelli
dello staff di Stalin erano
troppo spaventati per aprirla
ed entrare. La guardia del
corpo Lozgacev aveva
dichiarato successivamente
allo scrittore Radzinskij che
era stato lui a trovare
finalmente il coraggio: "Aprii
la porta... e il Capo era lì
sul pavimento con la mano
destra Sollevata, così. Rimasi
come pietrificato, mani e
braccio non mi obbedivano più.
Probabilmente non aveva
perduto conoscenza, ma non
riusciva a parlare. Ci sentiva
benissimo, sicuramente mi
aveva udito entrare e forse
aveva sollevato la mano per
chiedere aiuto. Corsi accanto
a lui e gli dissi: «Compagno
Stalin, che cos'è successo?.»
Lui... be', si era bagnato
e con la mano sinistra cercava
di raddrizzare qualcosa. Dissi
ancora: «Vuoi che chiami un
medico?.»
E lui pronunciò un suono
incoerente, come dz-dz... andò
avanti per un po' a ripetere
quel verso. Le guardie
chiamarono immediatamente
Malenkov, che a sua volta
chiamò Berija. E questi decise
che Stalin era soltanto
ubriaco, ordinando a tutti di
lasciarlo dormire. Una sorta
di omicidio colposo, il suo."
Kelso prese una quantità di
appunti. Nulla fino a quel
momento contraddiceva il
racconto di Rapava, il che non
dimostrava comunque che il
vecchio avesse detto la
verità, perché avrebbe potuto
leggere a sua volta la
testimonianza di Lozgacev per
adattarvi poi la propria
ricostruzione. Ma non
dimostrava nemmeno che avesse
mentito, e certamente i
particolari coincidevano:
l'arco di tempo, l'ordine di
non chiamare il medico, Stalin
che se l'era fatta addosso, il
parziale recupero di lucidità
accompagnato però
dall'impossibilità di parlare.
Questo fenomeno era stato
registrato almeno due volte
nei tre giorni che Stalin
aveva impiegato per morire. La
prima volta, secondo Chruscev,
quando i dottori convocati
finalmente dal Politburo gli
stavano somministrando con un
cucchiaio del brodo e del tè
leggerissimo: lui aveva
sollevato la mano puntando il
dito verso una delle foto di
bambini appiccicate alla
parete. Il secondo ritorno
alla lucidità c'era stato poco
prima della morte, ed era
stato notato da tutti,
specialmente dalla figlia
Svetlana: "Quando sembrava
ormai giunta la sua ora, aprì
improvvisamente gli occhi e
girò lo sguardo su tutti i
presenti. Uno sguardo
terribile, il suo, folle o
forse infuriato e comunque
pieno di paura della morte e
dei volti poco familiari dei
medici chini su di Lui.
Lo sguardo indugiò su
tutti per un secondo, poi
avvenne qualcosa di
incomprensibile e atroce che
ancora oggi non riesco a
decifrare e a dimenticare. Mio
padre all'improvviso sollevò
la mano sinistra come se
volesse indicarci qualcosa, in
alto, pronto a maledirci
tutti. Un gesto indecifrabile
e carico di minacce, ma
nessuno riuscì a capire contro
chi o che cosa potesse essere
diretto. Un momento dopo, con
uno sforzo finale, lo spirito
riuscì a liberarsi della
carne." Svetlana Allilueva
aveva scritto questo brano nel
1967. Dopo l'arresto cardiaco
i medici avevano ordinato alla
rianimatrice Cesnokova, una
donnona gigantesca, di
praticare a Stalin un
massaggio cardiaco e la
respirazione bocca a bocca,
finché Chruscev non gli aveva
ingiunto di smettere avendo
udito il secco scricchiolio
delle costole che si
rompevano. "...nessuno riuscì
a capire contro chi o che cosa
potesse essere diretto..."
Kelso sottolineò a matita
quelle parole. Se Rapava gli
aveva detto la verità, era
abbastanza ovvio chi fosse il
destinatario della maledizione
di Stalin: l'uomo che gli
aveva rubato la chiave della
cassaforte privata, Lavrentij
Berija. Meno chiaro risultava
invece il motivo che aveva
indotto il moribondo a puntare
il dito verso la foto di un
bambino.
Kelso picchiettò
leggermente l'estremità della
matita contro i denti.
Quella ricostruzione era
decisamente circostanziata, e
lui immaginava già la faccia
di Adelman se gliela avesse
proposta per corroborare il
racconto di Rapava. Al
pensiero di Adelman gettò uno
sguardo all'orologio, se fosse
uscito subito sarebbe potuto
arrivare in tempo per la fine
del congresso e probabilmente
gli altri non si sarebbero
nemmeno accorti della sua
assenza. Riportò i libri al
bancone, in quel momento stava
arrivando anche l'altro volume
di Voikogonov.
«Allora, le serve o no?»
gli chiese irritata la
bibliotecaria. Kelso stava per
risponderle di no, ma decise
poi che a quel punto tanto
valeva concludere la ricerca.
Consegnò i libri e si riportò
al tavolo di lettura quello
appena arrivato. Appoggiato
davanti a lui, il libro
assomigliava a un anonimo
mattone scuro. Triumf
Tragedija: politiceskij
portret I.V. Statina, Edizioni
Novosti, Mosca 1989. L'aveva
letto subito dopo la sua
pubblicazione e da allora non
aveva sentito il bisogno di
consultarlo nuovamente. Lo
osservò senza particolare
entusiasmo, poi sollevò la
copertina. Voikogonov era un
generale a tre stelle
dell'Armata Rossa con notevoli
entrature nel Cremlino, tali
da consentirgli, sotto
Gorbaciov e Eltsin, l'accesso
a certi archivi. E, con il
materiale di quegli archivi,
aveva scritto le biografie di
Stalin, Trotzkij e Lenin, una
più revisionista dell'altra.
Kelso consultò l'indice, poi
aprì la pagina dalla quale
aveva inizio la parte relativa
alla morte di Stalin... e un
istante dopo ricordò quale
fosse l'indistinto particolare
celato nella sua memoria che
lo perseguitava da quando
Rapava era scomparso all'alba.
"A.A. Episev, a suo tempo
viceministro per la Sicurezza
Statale, mi ha riferito che
Stalin possedeva un
quadernetto nero con la
copertina di tela cerata, sul
quale prendeva di tanto in
tanto appunti, aggiungendo che
per qualche tempo lo stesso
Stalin aveva messo da parte
lettere di Zinov'ev, Kamenev,
Bucharin e perfino Trotzkij.
Tutti i tentativi per
rintracciare il quadernetto e
le lettere sono andati a vuoto
e Episev non mi ha fatto il
nome della fonte, di queste
notizie. Secondo Voikogonov,
però, Episev, pur non
rivelando la fonte, si era
formato una sua teoria.
Riteneva, cioè, che a
trafugare le carte private di
Stalin dalla cassaforte del
Cremlino fosse stato Lavrentij
Berija, mentre il Segretario
Generale giaceva paralizzato
sul pavimento. Berija si
precipitò al Cremlino, dove è
ragionevole presumere che
abbia ripulito la cassaforte
portandosi via le carte
personali del Capo, compreso
il quaderno nero...
Distruggendo questo quaderno,
se effettivamente era lì con
gli altri documenti, Berija
avrebbe sensibilmente
accresciuto la propria
influenza. La verità forse non
verrà mai alla luce, ma Episev
era convinto che Berija avesse
ripulito la cassaforte prima
che altri potessero metterci
le mani." Ora calmati e non
eccitarti troppo, perché
questo non dimostra nulla, hai
capito? Assolutamente nulla.
Ma il racconto di Rapava
diventa molto più attendibile.
Aprì il cassettino lungo e
stretto del classificatore e
fece scorrere con il dito i
cartoncini finché non riuscì a
trovare quelli di Episev A.A.
(1908-1985). Il vecchio aveva
scritto un certo numero di
libri, tutti terribilmente
noiosi e banali come Gli
insegnamenti della Storia: la
lezione del Ventesimo
Anniversario della Vittoria
nella Grande Guerra
Patriottica (1965), Guerra
ideologica e problemi militari
(1974), Siamo fedeli alle idee
del Partito (1981)...
Il mal di testa
postsbornia di Kelso era
scomparso, - sostituito da
quella familiare fase di
euforia nella quale riusciva
sempre a produrre di più e
meglio: una sensazione
sufficiente da sola a dare
significato e dignità alle
sbronze. Scese di corsa la
scalinata e imboccò il lungo
corridoio in penombra che
portava alla sezione militare
della Biblioteca Lenin,
un'area di superficie ridotta
e illuminata al neon nella
quale si respirava un tanfo di
cantina. Appoggiato al banco,
un giovanotto in pullover
grigio era assorbito nella
lettura di un albo di fumetti
comici Mad degli anni
Settanta.
«Che cosa avete su un
militare di nome Episev?» gli
chiese Kelso.
«A.A. Episev.»
«E lei chi è?» Kelso gli
porse il tesserino e il
giovane lo osservò con un
certo interesse.
«Lei non è quel Kelso che
ha scritto qualche anno fa un
libro sulla fine del partito?»
Kelso esitò, incerto su come
il bibliotecario avrebbe
potuto reagire, e alla fine
ammise di essere proprio quel
Kelso. Il giovane appoggiò sul
tavolo il fumetto e gli
strinse la mano.
«Andrej Efanov. Grande
libro, li ha messi a posto,
quei bastardi. Mi faccia
vedere che cosa abbiamo.»
Trovò i dati biografici di
Episev in due volumi,
l'Enciclopedia Militare
dell'Urss e l'Albo degli Eroi
dell'Unione Sovietica, ed
entrambi raccontavano la
stessa storia a chi sapesse
leggere tra le righe. Aleksej
Alekseevic Episev era stato un
inossidabile stalinista della
vecchia scuola: istruttore del
Komsomol e del partito negli
anni Venti e Trenta; Accademia
militare, esercito, 1938;
commissario di uno
stabilimento del Komintern a
Karkov, 1942; Consiglio
militare della Trentottesima
Armata sul primo fronte
ucraino, 1943; vicecommissario
del popolo per la costruzione
di Macchine Medie, sempre
1943...
«Che cos'è una "Macchina
Media?» chiese Efanov, che
stava leggendo a sua volta
dietro le spalle di Kelso.
Aveva fatto il servizio
militare in Lituania, due anni
d'inferno, ma non l'avevano
ammesso all'università di
Mosca, quando c'era ancora il
comunismo, in quanto ebreo. E
ora sembrava deliziato nel
frugare fra la polvere e la
cenere della carriera di
Episev.
«Era il nome di copertura
del programma atomico
sovietico, un'idea di Berija.»
Berija. Prese mentalmente
un appunto. "Segretario del
Comitato Centrale del Partito
comunista ucraino, 1946." «Fu
quando bonificarono l'Ucraina
dai collaboratori, il sangue
corse a fiumi» commentò
Efanov. "Primo Segretario del
Comitato Regionale del partito
a Odessa, 1950; viceministro
per la Sicurezza Statale,
1951" Viceministro... Ogni
voce era illustrata dalla
stessa foto ufficiale di
Episev. Kelso osservò
nuovamente la mascella
quadrata, le folte
sopracciglia, quel viso torvo
su un collo da pugile. "Che
bastardo era quel tipo,
ragazzo mio. Che gran
bastardo!" «Tombola!»
bisbigliò Kelso a se stesso.
Dopo la morte di Stalin, la
carriera di Episev era stata
tutta in discesa. Prima lo
avevano rimandato a Odessa,
poi spedito all'estero.
Ambasciatore in Romania dal
1955 al 1961, poi in
Jugoslavia dal 1961 al 1962.
Infine, il tanto atteso
richiamo a Mosca con
l'incarico di Capo del
Dipartimento Politico Centrale
delle Forze Armate sovietiche,
ossia commissario politico,
posizione che aveva ricoperto
per i ventitré anni seguenti.
E chi era stato il suo vice,
in quei ventitré anni? Dmitrij
Voikogonov, generale a tre
stelle e futuro biografo di
Josif Stalin. Per tirare fuori
questi dati era stato
necessario scavare nella densa
melassa dei cliché retorici e
del gergo militare, nella
quale Episev veniva lodato fra
l'altro per "il suo
significativo apporto alle
necessarie attitudini e
all'applicazione
dell'ortodossia marxista-
leninista nelle Forze Armate,
al consolidamento della
disciplina militare e
dell'aderenza alle linee
ideologiche". Era morto
all'età di settantasette anni,
mentre Voikogonov, questo
Kelso lo sapeva, gli era
sopravvissuto dieci anni. La
lista delle decorazioni e
delle onorificenze di Episev
occupava una parte non
indifferente della sua
biografia: Eroe dell'Unione
Sovietica, vincitore del
Premio Lenin, titolare di
quattro Ordini di Lenin,
dell'Ordine della Rivoluzione
d'Ottobre, quattro Ordini
della Bandiera Rossa, due
Ordini della Grande Guerra
Patriottica (di Prima Classe),
tre Ordini della Stella Rossa,
l'Ordine del Servizio alla
Madrepatria...
«Chissà come faceva a
stare in piedi con tutte
quelle medaglie!»
«E scommetterei che non ha
mai sparato un colpo contro il
nemico, ma soltanto contro
quelli della sua parte» fu il
commento beffardo di Efanov.
«Le posso fare una
domanda? Che cosa ci trova di
tanto interessante in questo
Episev?»
«E questo che cos'è?»
chiese d'improvviso Kelso,
indicando una firma in fondo
alla pagina.
«V.P. Mamantov.»
«E' l'autore delle note
biografiche.»
«Le ha scritte Mamantov?
Vladimir Mamantov?. L'uomo del
Kgb?»
«Proprio lui, perché? Di
solito le note biografiche
vengono scritte da amici del
soggetto. Conosce Mamantov?»
«Non lo conosco, ma l'ho
incontrato una volta.»
Al ricordo di quel nome si
rabbuiò.
«I suoi seguaci stavano
manifestando in strada, questa
mattina...»
«Ah, quelli? Per loro ogni
occasione è buona per
manifestare. Dove l'ha
incontrato, Mamantov?» Kelso
tirò fuori di tasca il notes e
sfogliò all'indietro le
pagine.
«Circa cinque anni fa,
credo. Mentre facevo le
ricerche per il libro sul
partito.»
Vladimir Mamantov. Santo
Iddio, si era dimenticato quel
nome per cinque anni e
d'improvviso se lo era
ritrovato davanti due volte
nel giro di poche ore. Gli
anni gli scivolarono fra le
dita... novantacinque,
novantasei... Certi
particolari di quell'incontro
cominciarono a riaffiorare:
una mattinata di tarda
primavera, la carcassa di un
cane emersa dal ghiaccio che
si scioglieva davanti a un
palazzone di periferia, una
moglie-arpia.
Mamantov aveva appena
scontato un anno e mezzo a
Lefortovo per la sua
partecipazione al golpe contro
Gorbaciov, e Kelso era stato
il primo a intervistarlo al
suo ritorno a casa dalla
prigione. Per concordare
quell'intervista aveva
impiegato una vita, e i
risultati non erano stati
assolutamente all'altezza
degli sforzi. Mamantov si era
rifiutato ostinatamente di
parlare di se stesso e del
golpe, limitandosi a declamare
slogan di partito che
sembravano usciti dalle pagine
della «Pravda.»
Nell'agenda trovò il
numero di telefono di casa
Mamantov, risalente al 1993,
accanto a quello dell'ufficio
di Gennadij Zjuganov, un
funzionario del partito di
rango non particolarmente
elevato;,...
«Vuole cercare di mettersi
in contatto con lui?» chiese
ansioso Efanov.
«Lo sa che odia tutti gli
occidentali quasi quanto odia
gli ebrei?»
«Ha ragione, caro amico.»
Kelso osservò il numero di
sette cifre ripensando a
Mamantov. Gli era parso un
uomo formidabile anche da
sconfitto, con quell'abito da
quattro soldi che gli ballava
sulle larghe spalle, il
pallore diafano della prigione
sulle guance, l'espressione di
odio dei suoi occhi. Kelso non
aveva certo trattato bene
Mamantov nel suo libro, per
usare un eufemismo. Il libro
era stato tradotto in russo e
Mamantov doveva sicuramente
averlo letto.
«Ha ragione» ripeté.
«Sarebbe idiota anche il
solo provarci.»
Fiuke Kelso uscì dalla
Biblioteca Lenin poco dopo le
due del pomeriggio, fermandosi
a un banchetto nell'atrio per
acquistare un paio di
ciambelle e una bottiglia di
acqua minerale calda e
vagamente salata. Ricordò di
essere passato davanti a una
sfilata di cabine telefoniche
di fronte al Cremlino, vicino
all'agenzia dell'Inturist, e
di avere mangiucchiato le
ciambelle lungo la strada, una
mentre si infilava nella
penombra della stazione della
metropolitana per acquistare
dei gettoni telefonici di
plastica e l'altra mentre
tornava verso le cabine
telefoniche lungo la via
Mochavaja, di fronte all'alto
muro rossastro al di là del
quale spuntavano le cupole
dorate del Cremlino. Gli
sembrò di non essere più solo.
D'improvviso fu come se gli si
fosse messo a camminare al
fianco il giovane Fiuke Kelso
con i suoi capelli arruffati,
la sigaretta accesa in
continuazione, la fretta
cronica: l'eterno ottimista,
lo scrittore avviato verso una
prestigiosa carriera. ("Il
dottor Kelso si dedica allo
studio della storia sovietica
contemporanea con la
preparazione di un eccellente
Studioso e l'energia di un
bravo cronista", «The New York
Times.»
Il giovane Kelso non
avrebbe avuto esitazione a
presentarsi a casa Mamantov,
poco ma sicuro, e, se
necessario, avrebbe continuato
a bussare fino ad abbattere la
porta. Perché, se Episev aveva
parlato a Voikogonov del
quaderno di Stalin, non poteva
averne parlato anche a
Mamantov? E se avesse lasciato
dei documenti? E se avesse una
famiglia?
Valeva la pena di tentare.
Si pulì dita e bocca con il
fazzolettino di carta prima di
sollevare la cornetta. E,
quando infilò i gettoni, provò
la solita contrazione dei
muscoli dello stomaco e gli
sembrò che il cuore gli
salisse in gola. Era così
sensibile? No, e in ogni caso
non gliene importava nulla.
Adelman, lui sì che era
sensibile. E Saunders, poi;
era sensibilissimo. Forza.
Compose il numero. La prima
telefonata andò a vuoto. I
Mamantov avevano cambiato casa
e chi era subentrato sembrava
non avere alcuna intenzione di
dargli il nuovo numero,
decidendosi solo dopo essersi
consultato sottovoce con
qualcuno accanto a lui. Kelso
riappese e formò il nuovo
numero. Stavolta il telefono
all'altra parte del filo
squillò a lungo prima che
qualcuno rispondesse.
I gettoni caddero nel
cassettino e una vecchia dalla
voce tremula disse: «Chi
parla?.»
Le disse il suo nome.
«Potrei parlare con il
compagno Mamantov?» Usò di
proposito il termine
"compagno", se avesse detto
"signor Mamantov" avrebbe
sicuramente fatto poca strada.
«Sì? Chi parla?» Kelso si
armò di pazienza.
«Come le ho detto, mi
chiamo Kelso.
Parlo da un telefono
pubblico e si tratta di una
faccenda urgente.»
«Sì, ma chi parla?» Stava
per ripetere il suo nome per
la terza volta quando udì
qualcosa di simile a una
piccola colluttazione finché
la voce della vecchia fu
sostituita da quella brusca di
un uomo.
«Sono Mamantov, con chi
parlo?»
«Kelso.»
Vi fu un breve silenzio.
«Il dottor Kelso. Forse si
ricorda di me.»
«Mi ricordo di lei. Che
cosa vuole?»
«Vederla.»
«Perché dovrei vederla
dopo le stronzate che ha
scritto?»
«Vorrei farle alcune
domande.»
«A quale proposito?»
«A proposito di un
quadernetto nero con la
copertina di tela cerata che
era appartenuto una volta a
Josif Stalin.»
«Zitto.»
«Come dice?» Kelso inarcò
le sopracciglia.
«Ho detto zitto, sto
riflettendo. Dove si trova?»
«Vicino all'Inturist,
sulla Mochavaja.»
Altro silenzio.
«Non è lontano da casa
mia» disse alla fine Mamantov.
«Venga.»
Gli dette l'indirizzo e
interruppe la comunicazione.
Dopo che Mamantov ebbe
riattaccato, il maggiore
Feliks Suvorin dell'Svr, il
servizio di spionaggio russo,
si tolse lentamente gli
auricolari per asciugarsi il
sudore dalle orecchie rosee
con un fazzoletto candido.
Aveva seguito la conversazione
dal suo ufficio alla periferia
sudorientale di Jasenevo, e
sul taccuino aveva scritto una
frase: "Un quadernetto nero
con la copertina di tela
cerata che era appartenuto una
volta a Josif Stalin...".
CAPITOLO 3.


A CONFRONTO CON IL PASSATO
Congresso internazionale sugli
Archivi della Federazione
russa.

Martedì 27 ottobre, seduta
pomeridiana finale.

DOTTOR KELSO: Signore e
signori. Ogni volta che penso
a Josif Stalin mi torna in
mente un'immagine particolare:
quella di Stalin in età ormai
avanzata, in piedi accanto al
grammofono. Terminava di
lavorare piuttosto tardi, di
solito fra le nove e le dieci,
e scendeva al cinema del
Cremlino per guardarsi un
film. Spesso si trattava di
uno della serie di Tarzan,
perché per qualche motivo a
Stalin piaceva l'idea di un
giovane che cresce e vive fra
le bestie selvagge. Poi lui e
i suoi più stretti
collaboratori salivano in auto
per raggiungere la dacia di
Kuntsevo dove cenavano: e,
dopo cena, Stalin metteva un
disco sul grammofono. Il suo
preferito, secondo Milovan
Gilas, era quello in cui le
voci umane erano sostituite da
ululati di cani. E Stalin
obbligava gli altri a ballare
al suono di quel disco. Alcuni
di loro erano ottimi
ballerini, Mikojan, per
esempio. Anche Bulgarin se la
cavava bene, sentiva molto il
tempo. Chruscev era invece un
disastro, "come una vacca sul
ghiaccio", e lo stesso dicasi
di Malenkov e Kaganovic. Una
di quelle sere, incuriosita
probabilmente dalle voci e dal
trepestio di quegli uomini che
ballavano al ritmo
dell'ululato dei cani, la
figlia di Stalin, Svetlana,
fece capolino alla porta, e il
padre costrinse anche lei a
ballare; ma dopo un po' la
ragazzina si stancò, non
riusciva quasi più a muovere i
piedi e Stalin andò su tutte
le furie.
«Balla!» le gridò.
«Ma ho già ballato, papà,
sono stanca.»
A quel punto Stalin, e
cito la ricostruzione di
Chruscev, "la afferrò per i
capelli, per il ciuffo, e
cominciò a tirare, forte...
capite... tirava, tirava...".
Stampatevi ora per un attimo
in mente questa immagine e
considerate il destino dei
familiari di Stalin. La prima
moglie morì ben presto. Il
figlio maggiore, Jakov, tentò
di spararsi quando aveva
ventun anni, ma riuscì
soltanto a ferirsi gravemente.
(Secondo Svetlana, quando
Stalin lo vide si mise a
ridere prendendolo in giro:
«Ah, mancato! Non sai nemmeno
sparare diritto!.»
Jakov fu poi catturato dai
tedeschi durante la guerra e,
dopo che il padre rifiutò
anche nel suo caso uno scambio
di prigionieri, tentò
nuovamente di togliersi la
vita e stavolta ci riuscì,
lanciandosi contro la rete del
campo di concentramento
attraversata dalla corrente ad
altissimo voltaggio. Stalin
aveva un altro figlio,
Vasilij, che morì alcolizzato
a quarantun anni. La seconda
moglie di Stalin, Nadezda, si
rifiutò di mettergli al mondo
dei figli - secondo Svetlana,
abortì due volte -, finché una
notte si tolse la vita
sparandosi al cuore. Ma,
forse, sarebbe più esatto dire
che qualcuno le tolse la vita,
dal momento che non fu mai
trovato alcun biglietto
d'addio. Nadezda aveva due
fratelli e una sorella. Il
fratello maggiore, Pavel, fu
fatto uccidere da Stalin
durante le purghe, ma sul
certificato di morte si parlò
di un attacco di cuore. Il
fratello minore, Feddr,
impazzì quando un amico di
Stalin, un rapinatore di
banche armeno di nome Kamo,
gli mise in mano un cuore
appena strappato dal petto di
un uomo. La sorella, Anna, fu
arrestata su ordine di Stalin
e condannata a dieci anni di
cella di isolamento: quando
tornò in libertà, non era
nemmeno in grado di
riconoscere i propri
figlioletti. Fin qui abbiamo
esaminato soltanto una parte
dei familiari di Stalin. Ora
passiamone in rassegna
un'altra. Aleksandr Svanidze,
fratello della prima moglie di
Stalin, fu arrestato nel'37 e
fucilato nel'41. Sua moglie,
Maria, fu arrestata a sua
volta e fucilata nel'42. Il
loro figlio, Ivan, nipote di
Stalin, fu mandato in uno
squallido orfanotrofio per i
bambini dei "nemici dello
Stato", e quando ne uscì, una
ventina di anni dopo, il suo
equilibrio psichico era
irreversibilmente compromesso.
Concludiamo con la cognata di
Stalin, Maria, arrestata nel
'37 e morta in prigione in
circostanze misteriose.
Torniamo a questo punto
all'immagine di Svetlana. La
madre è morta, il fratellastro
è morto, il fratello è
alcolizzato, due zii sono
morti e uno è impazzito. E il
padre la sta tirando a forza
per i capelli di fronte agli
uomini più potenti della
Russia, costretti a ballare
con l'accompagnamento forse
dell'ululato dei cani. Cari
colleghi, ogniqualvolta faccio
ricerche d'archivio o
partecipo a congressi come
questo - raramente, negli
ultimi anni - cerco sempre di
rammentare quella scena per
evitare di imporre al passato
una struttura razionale. Nulla
di ciò che emerge dagli
archivi ci lascia ipotizzare
che il vicepresidente del
Consiglio dei ministri o il
commissario per gli Affari
Esteri, al momento di prendere
le loro decisioni, fossero
esausti o terrorizzati per
aver dovuto ballare fino alle
tre di notte se volevano
salvarsi la vita, con la
prospettiva magari di doversi
rimettere a ballare anche
quella sera. Con questo non
voglio sostenere che Stalin
fosse pazzo: è probabile, al
contrario, che l'uomo che
caricava il grammofono fosse
il più sano di mente fra tutti
quelli presenti in quella
sala. Quando Svetlana, una
volta, gli chiese perché la
zia Anna fosse in cella di
isolamento, la risposta fu:
«Perché parla troppo.»
Di solito le azioni di
Stalin avevano una loro
logica, uno come lui non aveva
certo bisogno che un filosofo
inglese del XVI secolo gli
dicesse che "sapere è potere".
Capirlo significa penetrare
l'intima essenza dello
stalinismo. Questa logica, fra
l'altro, serve a spiegare
perché Stalin eliminò tanti
suoi familiari e stretti
collaboratori: perché non
poteva permettersi di lasciare
in vita quelli che lo
conoscevano bene. Dobbiamo
ammettere che una tale tecnica
si è dimostrata vincente. Non
è un caso, infatti, se
quarantacinque anni dopo la
morte di Stalin ci troviamo
qui a Mosca a dibattere sugli
archivi dell'era sovietica che
sono appena stati resi
accessibili. Sopra le nostre
teste, conservati in stanze
blindate antincendio e a una
temperatura costante di
diciotto gradi, si trovano un
milione e mezzo di dossier:
l'intero archivio del Comitato
Centrale del Partito comunista
sovietico... Ma questo
archivio è veramente in grado
di illuminarci sul conto di
Stalin? Che cosa sappiamo su
di lui, oggi, che non sapevamo
quando i comunisti erano al
potere? Abbiamo finalmente
potuto leggere le lettere che
scrisse a Molotov, lettere di
indubbio interesse, ma non
bisogna essere esperti per
accorgersi di quanto siano
state censurate: e, a parte
questo, la corrispondenza a
nostra disposizione termina
nel'36, proprio l'anno in cui
ebbero inizio le purghe.
Possiamo anche leggere gli
elenchi delle persone da
eliminare firmati da Stalin e
abbiamo questa agenda, dalla
quale risulta per esempio che
l'8 dicembre 1938 Stalin firmò
trenta elenchi di condannati a
morte contenenti cinquemila
nomi, molti dei quali erano
quelli di suoi cosiddetti
amici. Sappiamo anche, grazie
a questa agenda, che quella
sera Stalin scese nella sala
di proiezione del Cremlino per
guardarsi un film, non uno di
Tarzan, stavolta, ma una
commedia brillante dal titolo
Gente allegra, Ma fra le
condanne a morte e le risate
al cinema c'è qualcosa che ci
sfugge e che non sapremo mai.
Perché? Perché Stalin aveva
fatto in modo di eliminare
quasi tutti coloro che lo
conoscevano bene e che
sarebbero stati quindi in
grado di dirci di che pasta
era fatto...
CAPITOLO 4.


Il nuovo indirizzo di
Mamantov era dall'altra parte
del fiume, un casermone sulla
via Serafimovic meglio
conosciuto come la Casa
sull'Alzaia. Stalin, con la
sua caratteristica generosità,
aveva insistito affinché vi
andassero ad abitare con le
loro famiglie i più autorevoli
esponenti del partito. Il
palazzone di dieci piani aveva
venticinque ingressi, davanti
a ognuno dei quali il
Segretario Generale aveva
ordinato di piazzare un agente
della Nkvb: per la vostra
sicurezza, compagni, Quando la
stagione delle purghe ebbe
termine, seicento inquilini
della Casa sull'Alzaia
risultarono assenti per
sempre. Gli appartamenti erano
stati ora interamente
privatizzati e i migliori,
quelli che si affacciavano
sulla Moscova con vista sul
Cremlino, venivano venduti a
due miliardi di rubli. Kelso
si 'chiese come Mamantov se lo
fosse potuto permettere. Scese
i gradini del ponte e
attraversò la strada. Davanti
all'ingresso della scala di
Mamantov era parcheggiata una
tozza Lada bianca dai
finestrini abbassati; dentro
c'erano due uomini che
masticavano gomma americana,
uno di loro aveva una
cicatrice violetta che andava
da un angolo dell'occhio alla
bocca.
Entrambi osservarono Kelso
senza preoccuparsi di
mascherare il loro interesse.
Accanto all'ascensore qualcuno
aveva scritto in inglese un
bel FUCK OFF in lettere
maiuscole, segno tangibile del
sistema educativo russo. Kelso
si mise a fischiettare
nervosamente e salì in
ascensore al nono piano,
accolto dall'eco distante e
cadenzata di un rock
occidentale. L'appartamento di
Mamantov aveva la porta
blindata, sulla quale era
stata disegnata con lo spray
rosso una svastica. La vernice
era sbiadita, segno che quella
svastica risaliva a diverso
tempo prima, ma in tutto quel
tempo nessuno aveva nemmeno
tentato di cancellarla.
Sopra la porta era stata
installata una telecamera. Ce
n'era già a sufficienza, dalle
misure di sicurezza ai due
ceffi della Lada, perché Kelso
diffidasse di un posto del
genere, e per un attimo gli
sembrò di respirare il terrore
che doveva aleggiare in quel
palazzone sessant'anni prima,
come se il cemento fosse
intriso di sudore: il suono
dei pesanti passi che si
avvicinavano, il ripetuto
battere alla porta, i saluti
frettolosi degli arrestati, i
singhiozzi, il silenzio. Il
dito esitò sul campanello. Che
incubo vivere in quel
palazzone. Premette il
pulsante.
Dopo una lunga attesa, la
porta fu aperta da una donna
anziana. Madame Mamantov non
era cambiata molto: alta e
larga, ma non pesante.
Indossava un informe abito a
fiori e sembrava che avesse
appena smesso di piangere. Gli
occhi della donna si
soffermarono su di lui,
brevemente e distrattamente,
ma prima che Kelso potesse
aprire bocca lei si allontanò
e all'improvviso in fondo al
corridoio semibuio apparve
Vladimir Mamantov, vestito
come se avesse ancora un
ufficio da mandare avanti:
camicia bianca, cravatta
azzurra, vestito nero con una
piccola stella rossa al bavero
della giacca. Non disse nulla,
ma gli porse la mano. La sua
stretta era una morsa,
perfezionata a quanto si
diceva dall'abitudine di
stringere palle ripiene di
gomma durante le riunioni del
Kgb. (Sul conto di Mamantov se
ne dicevano tante. Per
esempio, e l'episodio era
stato citato da Kelso nel suo
libro, che durante la famosa
riunione alla Lubjanka del 20
agosto 1991, quando gli
ideatori del golpe si erano
resi conto che il complotto
era abortito, Mamantov si era
offerto di prendere un aereo e
correre alla dacia di Foros,
sul Mar Nero, per uccidere
personalmente il presidente
sovietico. Ma lui aveva sempre
negato, definendo quella voce
"una provocazione".) Alle
spalle di Mamantov si
materializzò un giovane in
camicia nera e fondina
ascellare, ma il padrone di
casa gli disse senza nemmeno
voltarsi: «Tutto a posto,
Viktor, la situazione è sotto
controllo.»
Mamantov aveva la
fisionomia del burocrate, con
i suoi capelli colore
dell'acciaio, gli occhiali con
la montatura metallica e le
guance gonfie come quelle di
un segugio sospettoso. Avresti
potuto incrociarlo in strada
cento volte senza mai notarlo.
Ma gli occhi, pensò Kelso,
erano quelli di un fanatico,
gli stessi che dovevano avere
Eichmann e gli altri criminali
nazisti in borghese. La
vecchia, frattanto, aveva
cominciato dall'altro capo
dell'appartamento a emettere
strani versi simili a ululati
e Mamantov ordinò a Viktor di
andare a farla tacere.
«Quindi, lei partecipa a
quella riunione di ladri»
disse infine a Kelso.
«Come?»
«Il congresso. La "Pravda"
ha pubblicato l'elenco di
tutti gli storici stranieri
invitati al congresso e c'era
anche il suo nome.»
«Mi sembra azzardato
considerare gli storici come
dei ladri, compagno Mamantov.
Anche gli storici stranieri.»
«Ne è convinto? Nulla è
più importante per una nazione
della sua storia, che è la
base sulla quale poggia ogni
società. La nostra storia ci è
stata rubata, per essere poi
falsificata e distorta dai
libelli diffamatori dei nostri
nemici, finché il popolo russo
non ha completamente perduto
l'orientamento.»
Kelso sorrise, Mamantov
non era cambiato affatto.
«Non sta parlando
seriamente, immagino.»
«Lei non è russo. Pensi un
po' se il suo Paese vendesse a
una potenza straniera i propri
archivi per pochi miserabili
milioni di dollari.»
«Gli archivi russi non
sono stati venduti. L'accordo
prevede che i dossier vengano
microfilmati per metterli a
disposizione degli studiosi.»
«Agli studiosi in
California» replicò Mamantov,
tagliando corto.
«Ma questo è un discorso
sterile e io ho un
appuntamento urgente.»
Lanciò un'occhiata
all'orologio.
«Posso concederle cinque
minuti, quindi venga al punto.
Cos'è questa storia
dell'agenda di Stalin?»
«Fa parte di una ricerca
che sto conducendo.»
«Ricerca? Che tipo di
ricerca?» Kelso esitò.
«Sugli eventi che
accompagnarono la morte di
Stalin.»
«Cioè?»
«Se potessi farle un paio
di domande, riuscirei forse a
spiegarle la rilevanza...»
«No, facciamo al
contrario. Mi parli prima di
questo quaderno e poi forse
risponderò alle sue domande.»
«Forse?» Mamantov consultò
nuovamente l'orologio.
«Quattro minuti.»
«D'accordo.»
Kelso cercò di non perdere
altro tempo.
«Ricorda la biografia
ufficiale di Stalin scritta
da, Dmitrij Voikogonov?»
«Il traditore Voikogonov?
Ma non mi faccia perdere
tempo, quel libro è un
concentrato di merda.»
«L'ha letto?»
«Certo che no. C'è
abbastanza immondizia in
questo mondo perché io possa
perdere tempo a tuffarmici.»
«Secondo Voikogonov,
Stalin teneva certi documenti
riservati, fra i quali un
quadernetto nero con la
copertina in tela cerata,
nella cassaforte del suo
ufficio al Cremlino, e questi
documenti sarebbero stati
trafugati da Berija. A
parlargliene sarebbe sfata una
persona con la quale lei aveva
una certa familiarità, mi
sembra. Aleksej Alekseevic
Episev.»
Gli occhi grigi di
Mamantov furono attraversati
per un attimo da un lampo
quasi impercettibile. Ne ha
già sentito parlare, pensò
Kelso, questa storia non gli è
nuova...
«E allora?»
«E allora mi chiedevo se
per caso non ne avesse avuto
Sentore anche lei quando ha
scritto le note biografiche di
Episev. Era un suo amico,
immagino.»
«E a lei cosa interessa?»
Mamantov spostò lo sguardo
sulla borsa di Kelso.
«Ha trovato quel
quadernetto?»
«No.»
«Ma forse conosce qualcuno
che sa dove lo si possa
trovare?»
«E' venuta a trovarmi una
persona» cominciò Kelso,
interrompendosi subito.
L'appartamento si era fatto
silenzioso, la vecchia aveva
smesso di frignare, ma la
guardia del corpo Viktor non
era ricomparsa. Sul tavolino
dell'ingresso era poggiata una
copia di «Aurora.»
Si rese conto che nessuno
a Mosca sapeva dove lui si
trovasse in quel momento.
«Le sto facendo perdere
tempo» disse.
«Forse è meglio che torni
a trovarla quando...»
«Non è necessario» lo
interruppe Mamantov,
all'improvviso conciliante.
Il suo sguardo tagliente
sembrava lo stesse rapidamente
esaminando, quasi a valutare
l'energia potenziale delle
braccia e del torace, per poi
tornare sul volto. La tecnica
di Mamantov era tipicamente
leninista, pensò Kelso: Estrai
la baionetta e colpisci. Se
incontra il grasso, premi più
a fondo. Se incontra il ferro,
riponila e aspetta l'occasione
giusta.
«Facciamo così, dottor
Kelso. Le mostrerò qualcosa
che potrà interessarla, dopo
di che le dirò qualcosa e
infine sarà lei a dire
qualcosa a me. Siamo
d'accordo? Affare fatto?»
Dopo, Kelso cercò inutilmente
di stamparsi in mente ciò che
aveva appena visto, ma il
materiale da ricordare era
sconfinato. L'immenso dipinto
a olio, opera di Gerasimov,
nel quale Stalin era ritratto
sulle mura del Cremlino; la
vetrinetta illuminata al neon
con le miniature di Stalin, i
piatti di Stalin, le scatoline
di Stalin, i francobolli di
Stalin, le medaglie di Stalin;
le mensole con i libri di
Stalin e su Stalin; le foto di
Stalin, con e Senza autografo;
frammenti di scritti autografi
di Stalin, su carta a righe e
in inchiostro blu,
incorniciati e appesi sopra il
busto di Stalin opera di
Vucetic: ("...non devi avere a
cuore gli individui, qualsiasi
posizione occupino, ma solo la
causa, gli interessi della
causa.».") Continuò ad
aggirarsi fra i cimeli di
quella raccolta mentre
Mamantov non si perdeva una
sua mossa. I frammenti degli
scritti di Stalin, disse
Kelso, quello... quello era un
appunto per un discorso, vero?
Esatto, confermò Mamantov:
ottobre 1920, discorso per
l'Ispezione ai lavoratori-
contadini. E quel Gerasimov?
Non ricordava lo studio dello
stesso artista sul muro del
Cremlino, quello che aveva
come soggetti lo stesso Stalin
e Vorosilov? Mamantov annuì di
nuovo, apparentemente
compiaciuto per la sintonia
che si era creata con un
intenditore come lui: sì, il
Segretario Generale aveva
ordinato a Gerasimov di
dipingerne una seconda
versione, lasciando però fuori
Vorosilov perché si ricordasse
che la vita, come dire, poteva
sempre essere modificata per
imitare l'arte. Per quel
quadro aveva ricevuto
un'offerta di 100.000 dollari
da un collezionista del
Maryland e una dello stesso
ammontare da un collezionista
di Dusseldorf, ma lui non
avrebbe mai permesso che il
dipinto uscisse dal territorio
russo. Mai. Sperava di poterlo
esporre un giorno a Mosca, con
il resto della collezione,
«quando la situazione politica
sarà più favorevole.»
«E ritiene davvero che la
situazione potrà un giorno
essere più favorevole?»
«Certo. La Storia dovrà
oggettivamente ammettere che
Stalin aveva ragione. Da una
prospettiva soggettiva può
sembrare crudele, addirittura
perverso, ma la gloria di un
uomo va valutata da un punto
di vista oggettivo, e la sua è
stata una statura eccelsa, di
gran lunga superiore a quella
degli altri. Sono fermamente
convinto che, una volta
ristabilita la giusta
prospettiva, si tornerà a
erigere statue di Stalin.»
«Al processo di
Norimberga, Goring disse la
stessa cosa riferendosi a
Hitler, E non vedo statue...»
«Hitler ha perso.»
«E, alla fine, non ha
perso anche Stalin?
Considerandolo da una
"prospettiva oggettiva"?»;
«Stalin aveva ereditato una
nazione che usava gli aratri
di legno e ci ha lasciato un
impero dotato di un arsenale
atomico. Come fa a dire che ha
perso? Quelli venuti dopo di
lui, quelli sì che hanno
perso, non Stalin. Lui
naturalmente aveva previsto
quanto sarebbe avvenuto.
Chruscev, Molotov, Berija,
Malenkov ritenevano di essere
dei duri, ma lui li conosceva
fin troppo bene. "Dopo che me
ne sarò andato, i capitalisti
vi affogheranno come dei
gattini." E la sua analisi si
è rivelata esatta, come
sempre.»
«Quindi lei pensa che se
Stalin non fosse morto...»
«Noi saremmo ancora una
superpotenza? Ma senza dubbio!
Purtroppo, in una nazione geni
come Stalin nascono una volta
in un secolo, forse lo stesso
Stalin non poteva approntare
una strategia per sconfiggere
la morte. Mi dica, ha letto i
risultati del sondaggio di
opinione condotto in occasione
del quarantacinquesimo
anniversario della sua
scomparsa?»
«Sì.»

. '
. ! ' «Che cosa gliene
sembra?»
«Li ho trovati...»
cercò un termine il più
possibile neutro
«...notevoli.»
«Notevoli? Cristo, erano
terribili! Per un'terzo dei
russi Stalin era stato un
grande leader e per uno su sei
addirittura il più grande che
il Paese avesse mai avuto.
Stalin risultava sette volte
più popolare di Boris Eltsin,
mentre il povero vecchio
Gorbaciov non era nemmeno
riuscito a racimolare un
numero di voti sufficiente a
entrare in classifica. Questo
succedeva a marzo, e Kelso ne
era rimasto tanto colpito da
proporre un editoriale al «New
York Times», ma a quelli
l'argomento non interessava.
«Notevoli» concordò
Mamantov.
«Direi stupefacenti, se si
pensa all'opera di
mistificazione condotta dai
cosiddetti storici..»
Seguì un silenzio
imbarazzante.
«Per mettere in piedi una
collezione del genere avrà
impiegato anni» disse poi
Kelso. E ti sarà costata una
fortuna, avrebbe voluto
aggiungere.
«I miei interessi
economici sono limitati» fu
l'evasiva risposta di
Mamantov.
«A differenza del tempo a
disposizione, da quando sono
in pensione.»
Allungò una mano per
toccare il busto, ma poi esitò
e la ritirò.
«Il vero problema, però, è
che Stalin ha lasciato
pochissimi beni personali, a
lui non interessava la
proprietà privata, e anche in
questo era diverso dai porci
corrotti che abbiamo oggi al
Cremlino. Pochi mobili e tutti
di Stato, pochissimi abiti. E
la sua agenda personale,
naturalmente.»
Lanciò a Kelso un'occhiata
allusiva.
«Qualcosa cioè per la
quale, come dicono in America,
varrebbe la pena di morire.»
«Quindi ne aveva sentito
parlare?» Mamantov sorrise,
cosa che faceva
rarissimamente, e il suo fu un
sorriso rapido e fugace,
simile a un'improvvisa crepa
nel ghiaccio.
«A lei interessa Episev?»
«Tutto quello che può
dirmi di lui.»
Si avvicinò a una mensola
della biblioteca dalla quale
prese un grosso album rilegato
in pelle.. Sul ripiano più in
alto Kelso vide i due volumi
di Voikogonov; naturalmente
Mamantov li aveva letti.
«Ho conosciuto Aleksej
Alekseevic nel 1957, quando
era ambasciatore a Bucarest,
al ritorno dall'Ungheria dove
avevamo appena rimesso a posto
le cose. Avevo lavorato nove
mesi, senza un giorno di
tregua, e sentivo un gran
bisogno di riposarmi. Andammo
insieme a caccia nella regione
dell'Azuga.»
Sollevò con cautela la
carta velina e porse a Kelso
l'album, aperto a una certa
pagina, mostrandogli una
piccola foto scattata
sicuramente da un dilettante.
E Kelso dovette avvicinarla
agli occhi per poter capire
che cosa rappresentasse. In
primo piano, sullo sfondo di
una foresta, due uomini in
tenuta da caccia, con berretti
di pelle e giacconi imbottiti,
sorridevano all'obiettivo
imbracciando i fucili, e
davanti ai loro stivali si
notava un mucchietto di
uccelli uccisi. Episev era
quello a sinistra e Mamantov,
con i suoi lineamenti duri ma
all'epoca più distesi,
assomigliava alla caricatura
di un agente del Kgb come ne
uscivano ai tempi della guerra
fredda.
«Da qualche parte deve
essercene un'altra» disse
Mamantov, sfogliando le pagine
dell'album da dietro le spalle
di Kelso. Da vicino emanava un
odore di vecchio, sapeva di
naftalina e fenolo, e come
molti vecchi si era rasato
male, lasciando piccole ombre
grigie sotto il naso e sulla
fossetta del mento.
«Eccola.»
Era una foto ben più
grande e professionale, nella
quale comparivano all'incirca
duecento uomini sistemati su
quattro file come durante una
cerimonia di diploma. Alcuni
erano in uniforme, altri in
abiti civili. "Sverdiovsk,
1980" si leggeva sotto la
foto.
«Venne scattata al termine
di una assise ideologica
organizzata dalla segreteria
del Comitato Centrale» spiegò
Mamantov, «e il discorso di
chiusura fu tenuto dal
compagno Suslov in persona.
Questo sono io.»
Indicò una figura grigia
in terza fila, poi spostò il
dito al centro, fermandolo su
un uomo in uniforme,
dall'espressione rilassata,
seduto in terra a gambe
incrociate.
«E questo, pensi un po', è
Voikogonov, mentre quest'altro
Aleksej Alekseevic.»
Era come guardare una foto
di gruppo di ufficiali
dell'epoca zarista, tutti
pieni di sicumera, senso
dell'ordine e arroganza. Nel
giro di dieci anni quel mondo
era andato in frantumi: Episev
era morto, Voikogonov era
uscito dal partito e Mamantov
era finito in carcere. Episev
era morto nel 1985, riprese
Mamantov, e da buon comunista
aveva abbandonato questo mondo
proprio il giorno in cui
Gorbaciov era andato al
potere. Si era risparmiato
quell'onta, un'onta immeritata
per un uomo come lui che aveva
dedicato tutta la sua vita al
marxismo-leninismo, che aveva
collaborato alle iniziative di
fraterna assistenza alla
Cecoslovacchia e
all'Afghanistan. Per Mamantov
era stato un onore scriverne i
dati biografici sull'Albo
degli Eroi. E il fatto che
quel libro fosse ora pressoché
ignorato da tutti
rappresentava una conferma del
suo assunto: la Russia era
stata rapinata della sua
storia.
«E Episev le ha fatto lo
stesso racconto che aveva
fatto a Voikogonov a proposito
delle carte di Stalin?»
«Sì, avvicinandosi alla
fine parlava più liberamente.
Era malato, e sono andato
spesso a trovarlo nella
clinica degli alti dirigenti
del partito.
Lui e Breznev erano stati
affidati allo stesso guaritore
parapsichico, Davitasvili.»
«Immagino non abbia
lasciato carte o documenti.»
«Carte? Uomini come Episev
non tenevano carte.»
«E i suoi parenti?»
«Non ne aveva, a quanto mi
risulti. Non parlavamo mai
delle nostre famiglie.»
Dal tono, sembrava che
considerasse assurdo il solo
pensarlo.
«Lo sa che, fra i suoi
incarichi, Aleksej ebbe anche
quello di interrogare Berija?
Sera dopo sera. Si rende conto
di che cosa dev'essere stato?
Ma Berija non aprì mai bocca,
in quasi sei mesi; cedette
solo alla fine, dopo il
processo, Quando lo legarono a
un'asse per fucilarlo. Non
riuscì a credere che osassero
ucciderlo.»
«In che senso cedette?»
«Si mise a urlare come un
maiale, così almeno mi disse
poi Episev.
Gridava qualcosa su Stalin
e un arcangelo. Se la immagina
la conversione religiosa di
uno come Berija? Alla fine gli
infilarono in bocca un
fazzoletto e lo fucilarono.
Altro non so.»
Mamantov richiuse
lentamente, quasi
affettuosamente, l'album e lo
rimise al suo posto.
«Quindi» si rivolse a
Kelso, con uno sguardo
innocentemente minaccioso, «è
venuta a trovarla una persona.
Questo quando è successo?»
Kelso rialzò immediatamente la
guardia.
«Preferirei non dirlo.»
«E le ha parlato delle
carte di Stalin? Era un uomo,
immagino. Un testimone
dell'epoca?» Kelso esitò.
«Di nome?» Kelso sorrise
scuotendo il capo. Mamantov
gli rivolgeva quelle domande
come se fosse tornato nel suo
ufficio alla Lubjanka.
«La sua professione,
allora?»
«Non posso dirle nemmeno
questo.»
«Sapeva dove si trovano
queste carte?»
«Forse.»
«Le ha offerto di
mostrargliele?»
«No.»
«Lei gli ha chiesto di
vederle?»
«No.»
«Come storico mi delude,
Kelso. Pensavo che lei fosse
famoso per la sua
scrupolosità.»
«Se proprio lo vuol
sapere, è scomparso prima che
potessi chiederglielo.»
Si pentì di avere
pronunciato quelle parole non
appena gli uscirono di bocca.
«Come sarebbe a dire
"scomparso"?»
«Stavamo bevendo, l'ho
lasciato solo un minuto e
quando sono tornato non c'era
più.»
Sembrava non plausibile
anche alle sue orecchie.
«Non c'era più?» Gli occhi
di Mamantov si erano fatti
grigi come l'inverno.
«Non le credo.»
«Vladimir Pavlovic» Kelso
lo guardò a lungo negli occhi,
senza abbassare lo sguardo,
«posso assicurarle che, è la
verità.»
«Sta mentendo. Perché?
Perché?» Mamantov si massaggiò
il mento.
«Secondo me, quel quaderno
è già in mano sua.»
«Se così fosse, le sembra
che sarei venuto qui invece di
saltare sul primo aereo per
New York come avrebbe fatto un
vero ladro?» Mamantov continuò
a fissarlo per qualche
secondo, poi distolse lo
sguardo.
«E' chiaro che dobbiamo
trovare quell'uomo.»
Dobbiamo...
«Non credo che voglia
farsi trovare.»
«Si rimetterà in contatto
con lei.»
«Ne dubito.»
Kelso a quel punto non
vedeva l'ora di andarsene, si
sentiva in un certo modo
compromesso, complice.
«E, oltretutto, io domani
devo tornare in America: il
che mi fa pensare che forse è
il caso...»
Si mosse verso la porta,
ma Mamantov gli si piazzò
davanti.
«E' emozionato, dottor
Kelso? Avverte l'energia del
compagno Stalin, che si
propaga anche dalla tomba?»
Kelso rise, a disagio.
«Non credo di essere
affetto dalla sua...
ossessione.»
«Ma non dica stronzate! Ho
letto le sue opere. Sorpreso?
Non voglio commentarne la
qualità, mi limito a dirle una
cosa: lei è ossessionato
quanto me.»
«Forse, ma in maniera
diversa.»
«Il potere» proseguì
Mamantov, rigirandosi in bocca
quella parola quasi fosse un
vino pregiato.
«L'assoluta padronanza e
comprensione del potere,
nessuno in questo ha mai
eguagliato Stalin. Fa' questo,
fa' quello, di' questo, di'
quello. Ora ti lascio vivere,
ora ti faccio morire, e tu non
trovi niente di meglio da dire
che "grazie per la tua
gentilezza, compagno Stalin".
E' questa l'ossessione, caro
mio.»
«Certo, ma, se mi
consente, fra di noi c'è una
piccola differenza. Lei
vorrebbe che Stalin tornasse.»
«E a lei invece piace
starsene a guardare, vero? A
me piace scopare e a lei piace
la pornografia?» Mamantov
puntò il dito verso la stanza
dalla quale erano appena
usciti.
«Avrebbe dovuto vedersi.
"Quello non è un appunto per
un discorso?" "Quella non è la
copia di un dipinto
precedente?" Aveva gli occhi
spalancati e la lingua
penzoloni, il classico
occidentale liberal in cerca
di emozioni senza rischi.
Stalin conosceva bene i tipi
come lei. E ora vorrebbe
davvero farmi credere che ha
deciso di abbandonare la
ricerca di quel quaderno e
tornarsene in America?»
«Posso andarmene?» Kelso
si spostò a sinistra, ma
Mamantov gli bloccò nuovamente
la strada.
«Questa potrebbe rivelarsi
una delle più importanti
scoperte dell'epoca e lei
vuole tornarsene a casa? Quel
quaderno va trovato, dobbiamo
trovarlo insieme, poi lei lo
mostrerà al mondo intero. Per
me non chiedo nulla, glielo
assicuro, rimarrò nell'ombra e
il merito e la fama andranno
solamente a lei.»
«Compagno Mamantov, questo
significa che devo
considerarmi prigioniero?»
chiese Kelso, sforzandosi di
mostrarsi tranquillo. Fra lui
e il mondo esterno, calcolò,
c'erano un ex agente del Kgb
in perfetta forma fisica, un
gorilla armato e due porte,
una delle quali blindata. Per
un momento temette che
Mamantov volesse tenerlo con
sé, per arricchire la sua
collezione di ricordi
staliniani con uno storico di
Stalin da rinchiudere in una
teca di vetro sotto
formaldeide, come V.I. Lenin.
A rompere quel macabro
incantesimo intervenne, dal
corridoio, la voce di madame
Mamantov.
«Che cosa sta succedendo,
qui?»
«Niente, smettila di
origliare e tornatene nella
tua stanza. Viktor!»
«Ma chi siete?» gemette la
donna.
«E' quello che vorrei
sapere. E perché c'è tanto
buio?» Scoppiò a piangere.
Udirono lo strascichio dei
suoi piedi e una porta che si
richiudeva.
«Mi spiace» disse Kelso.
«Si tenga la sua
compassione.»
Mamantov si fece da parte.
«Se ne vada, allora. Via
di qui. Via!» Ma, prima che
Kelso uscisse, gli gridò
dietro: «Parleremo ancora di
questa faccenda. In un modo o
nell'altro ne riparleremo.»
Nel frattempo gli uomini
dentro la Lada erano diventati
tre, anche se Kelso era troppo
agitato per farci caso. Si
fermò un momento nell'androne
semibuio della Casa
sull'Alzaia, per sistemarsi
sulla spalla la borsa di tela,
poi si mosse in direzione del
ponte Bolsoj Kamennyj.
«E' lui, maggiore» disse
l'uomo con la cicatrice, e
Feliks Suvorin si sporse in
avanti per vedere meglio.
Sulla trentina, giovane quindi
per aver raggiunto il grado di
maggiore nell'Svr, Suvorin era
un biondo dal fisico asciutto
e gli occhi color fiordaliso.
E, altra anomalia rispetto ai
colleghi oltre a quella
dell'età, usava un dopobarba
occidentale, e in tale
abbondanza che la Lada era
invasa dal profumo del suo Eau
Sauvage.
«Quando è entrato aveva
quella borsa?»
«Sì, maggiore.»
Suvorin sollevò lo sguardo
e fissò, al nono piano, le
finestre dell'appartamento di
Mamantov. La sorveglianza
andava rafforzata. All'inizio
dell'operazione l'Svr era
riuscito a piazzare una
microspia nell'appartamento,
ma dopo tre ore gli uomini di
Mamantov l'avevano scoperta e
distrutta. Kelso stava salendo
i gradini che portavano al
ponte.
«Vai, Bunin.»
Suvorin dette un leggero
colpo sulla spalla all'uomo
seduto davanti a lui.
«Nulla di troppo vistoso,
mi raccomando, cerca soltanto
di non perderlo d'occhio. Ci
manca soltanto un incidente
diplomatico.»
Bunin uscì dall'auto
borbottando qualcosa.
Kelso camminava in fretta
ed era già dall'altra parte
del ponte, e il russo dovette
quasi mettersi a correre per
ridurre la distanza. Bene,
bene, pensò Suvorin. Mi
piacerebbe sapere se ha
qualche impegno urgente o
vuole soltanto andarsene da
qui al più presto. Seguì i
volti indistinti dei due
uomini, al di là del
parapetto, che in quel livido
pomeriggio autunnale si
dirigevano verso nord per poi
scomparire alla vista.

CAPITOLO 5.


Kelso pagò i duemila rubli
al botteghino della stazione
Borovitskaja della
metropolitana, infilò il
gettone di plastica nella
feritoia della porta
automatica e fu ben lieto di
infilarsi nelle viscere di
Mosca.
Quando mise piede sulla
piattaforma dei treni diretti
a nord, qualcosa lo spinse a
sollevare lo sguardo verso la
scala mobile per controllare
se Mamantov lo stesse
seguendo, ma fra i mille volti
esausti e anonimi non vide
quello dell'ex dirigente del
Kgb. Poi si rese conto che
quel sospetto era assurdo,
sorrise della propria paranoia
e volse lo sguardo verso il
tunnel, da dove, quasi
immediatamente, sbucarono come
in un balletto i fari
giallastri di un treno. Kelso
si lasciò trasportare dalla
folla, provando uno strano
piacere nel confondersi nella
moltitudine sciatta e
silenziosa. Si afferrò a un
sostegno e prese parte con gli
altri a quella sorta di rullio
e beccheggio collettivo mentre
il treno tornava a infilarsi
nel tunnel. Ma, poco dopo, il
treno rallentò per fermarsi a
metà galleria perché, come si
seppe in un secondo tempo,
alla stazione successiva era
scattato un allarme-bomba e la
Milizia stava facendo le
ricerche. Rimasero quindi
immobili nella penombra, con
il silenzio interrotto da
isolati colpi di tosse e la
tensione che saliva
impercettibilmente. Kelso si
osservò riflesso nel vetro
scuro del finestrino. Era
nervoso, si rendeva conto di
avere commesso una pericolosa
imprudenza parlando a Mamantov
di quel quaderno. Come l'aveva
definito, il russo? Qualcosa
per la quale valeva la pena di
morire. Fu un sollievo per i
suoi nervi, un gradito ritorno
alla normalità, quando
finalmente le luci si
riaccesero e il treno riprese
la corsa. Quando Kelso
riemerse in superficie erano
da poco passate le quattro e
fra le nuvole, al di sopra
delle chiome degli alberi
attorno al giardino zoologico,
si era aperto a occidente uno
squarcio di cielo color
limone.
Fra meno di un'ora sarebbe
calata l'oscurità, doveva
sbrigarsi. Ripiegò la cartina
fino a formarne un quadrato e
la orientò in modo che la
stazione della metropolitana
si trovasse alla sua destra.
Dall'altra parte della strada
c'era lo zoo con i suoi massi
rossastri, la cascatella, la
torre e, qualche decina di
metri più avanti, un chiosco
di bibite chiuso con i
tavolini di plastica
accatastati uno sull'altro e
gli ombrelloni a strisce
ripiegati. Dal viale di
circonvallazione sopraelevato,
lontano un paio di centinaia
di metri, giungeva attutito il
rombo del traffico. Superato
il viale avrebbe dovuto girare
a sinistra, poi a destra e
sarebbe arrivato. Si infilò in
tasca la piantina, riprese la
borsa da terra e si incamminò
in direzione del viale. Le
dieci corsie di traffico
formavano un immenso, lento
fiume di acciaio e luci. Lo
attraversò facendo una specie
di slalom ed entrò nel
quartiere diplomatico, con le
sue strade larghe, le ville
imponenti, le vecchie betulle
che cospargevano di foglie
morte le snelle auto
straniere. Non c'era molta
vita. Incrociò un signore dai
capelli bianchi che portava a
spasso un barboncino e una
donna avvolta in un barracano
dal quale spuntavano assurdi
stivaletti verdi di gomma.
Dietro le tendine delle
finestre si intravedeva ogni
tanto un lampadario acceso.
Si fermò all'angolo di via
Vspolnyj e la percorse con lo
sguardo.
Un'auto della Milizia
stava risalendo lentamente la
via verso di lui e lo superò.
La strada era deserta. Trovò
quasi subito il numero 3 ma
decise di tirare avanti, per
non dare nell'occhio e
controllare se qualcuno lo
stesse seguendo, sino alla
fine della strada. Poi tornò
indietro sul marciapiede
opposto. "C'era una falce di
luna rossa e una stella rossa.
E la villa era presidiata da
diavoli con la faccia scura...
Capì improvvisamente il
significato di quelle parole
del vecchio Rapava. Falce di
luna rossa e stella rossa...
deve trattarsi di una
bandiera, la bandiera di un
Paese arabo. E le facce scure?
Troppo grande per
un'abitazione privata, quella
villa doveva essere diventata
un'ambasciata di uno Stato
arabo, forse nordafricano. Era
convinto di aver indovinato.
Quella villa assomigliava a
una specie di brutto bunker in
pietra color sabbia e sulla
facciata, lunga una quarantina
di metri, Kelso contò tredici
finestre oltre alla porta-
finestra del balcone
sovrastante il massiccio
portone. Non c'erano più né
bandiera né targa e, se in
effetti la villa era stata
sede di un'ambasciata, doveva
essere stata abbandonata da
tempo e sembrava priva di
vita. Attraversò la strada e
si avvicinò, tastando con il
palmo della mano la pietra
ruvida.
Poi si sollevò in punta di
piedi, ma le finestre a
pianterreno erano troppo alte
oltre che coperte dalla
immancabile rete metallica
grigia.
Ci rinunciò e seguì la
facciata fino all'angolo.
Anche su quel lato si aprivano
tredici finestre. Una porta,
con pesanti borchie di ferro,
era incassata nel muro, fatto
sempre con la stessa pietra e
alto circa due metri e mezzo,
che al termine del giardino
separava la villa dalla strada
su questo e sugli altri due
lati dell'edificio. Dopo aver
girato tutt'attorno alla
villa, Kelso capì perché
Berija l'avesse scelta come
propria residenza privata e
perché i suoi avversari
avessero deciso di arrestarlo
al Cremlino e non a casa:
dentro quella specie di
fortezza avrebbe potuto
resistere a un assedio. Le
luci alle finestre delle altre
case cominciavano a farsi più
nitide a mano a mano che
calava l'oscurità, ma l'ex
villa di Berija rimaneva
un'enorme macchia scura, come
se assorbisse le ombre. Udì
sbattere lo sportello di
un'auto e tornò all'angolo di
via Vspolnyj per scoprire che,
mentre lui si trovava sul
retro, un furgoncino si era
fermato davanti all'ingresso
principale.
Esitò qualche istante, poi
si avvicinò. Il furgoncino era
bianco, di fabbricazione
russa, senza scritte sulle
fiancate e vuoto. Il motore
era stato spento da poco, a
giudicare dai saltuari
scricchiolii caratteristici
dei metalli che si
raffreddano. Kelso spostò lo
sguardo sul portone, notando
che era stato socchiuso. Esitò
nuovamente, percorrendo con lo
sguardo la strada in su e in
giù. Poi mosse qualche passo
verso il portone, infilò il
capo e chiese ad alta voce se
ci fosse qualcuno. Le sue
parole echeggiarono nell'atrio
deserto. La luce era
scarsissima e bluastra, ma
sufficiente per permettergli
di intravedere le mattonelle
bianche e nere del pavimento e
l'ampia scalinata a sinistra
che saliva al piano superiore.
Si avvertiva un intenso tanfo
di polvere e vecchi tappeti,
la villa doveva essere
evidentemente disabitata da
mesi. Kelso aprì il portone,
fece qualche passo e chiamò
nuovamente. A quel punto gli
si presentava l'alternativa
tra fermarsi lì o inoltrarsi
nella casa. Decise di entrare,
e subito, come se si fosse
trasformato in una cavia da
laboratorio in un labirinto,
le alternative si
moltiplicarono. Poteva salire
le scale o fermarsi lì, o
ancora aprire la porta a
sinistra o le tre a destra o
infine imboccare il corridoio
alle spalle della scalinata.
Per un momento si sentì
incapace di scegliere, ma poi
le scale gli sembrarono la
scelta automatica: forse,
inconsciamente, voleva
sfruttare il vantaggio della
posizione sopraelevata o,
quanto meno, trovarsi in
condizioni di parità nel caso
che qualcuno l'avesse
preceduto lassù. Salì i
gradini di pietra ma,
nonostante cercasse di non
fare alcun rumore, le suole
dei suoi stivaletti comprati a
Oxford anni prima sembravano
in quel silenzio provocare
un'esplosione a ogni gradino.
Meglio così, comunque, non era
un ladro, e per sottolineare
le sue buone intenzioni gridò
nuovamente Prevet! Kto tam?
Salve, c'è nessuno? La
scalinata saliva in una
morbida curva in senso orario,
e Kelso gettò lo sguardo verso
lo scuro pozzo bluastro
dell'atrio, attraversato dal
debole fascio di luce
proveniente dal portone
aperto. Arrivato in cima, si
trovò in un ampio corridoio
che terminava a destra e a
sinistra in un'oscurità da
dipinto, di Rembrandt.
Davanti a lui vide una
porta e cercò di orientarsi,
probabilmente quella porta si
apriva sulla stanza con il
balcone che sovrastava il
portone.
Era la sala da ballo? O
forse la stanza da letto
principale? Il pavimento del
corridoio era di parquet, e a
Kelso tornò in mente la
descrizione che gli aveva
fatto Rapava, le impronte
sudaticce dei piedi di Berija
che si affrettava a rispondere
alla telefonata di Malenkov.
Aprì la pesante porta e fu
assalito dall'aria stantia, al
punto che dovette portarsi una
mano alla bocca per la nausea.
Il tanfo che aleggiava in casa
doveva provenire da lì. Era
un'ampia stanza, completamente
spoglia, che prendeva luce da
tre finestroni grigi e
oblunghi protetti da tendine a
rete. Si avvicinò alle
finestre e gli sembrò di
camminare su una distesa di
piccoli gusci neri. Voleva
dare luce alla stanza per
cercare di raccapezzarsi ma,
quando toccò la ruvida rete di
nylon, questa sembrò
disintegrarsi rovesciandogli
addosso una pioggia di
granellini neri che gli si
infilarono nel collo e fra i
capelli. Tirò nuovamente la
tendina e la pioggia si
trasformò in una cascata di
insetti morti e rinsecchiti.
Milioni di quegli insetti
dovevano avere fatto il loro
nido fra le tende per poi
morire d'estate a causa della
mancanza d'aria. Se li sentiva
fra i capelli, sotto i piedi,
emanavano un puzzo acido. Fece
un passo indietro e cominciò a
scuotere furiosamente ila
testa. Dall'atrio gli giunse
una voce maschile. KtO idet?
C'è qualcuno lassù?. A quel
punto Kelso avrebbe dovuto
rispondere, se non altro per
dimostrare la sua buona fede,
per poi andare al ballatoio,
identificarsi e chiedere
scusa. Mi spiace, il portone
era socchiuso, questa casa è
molto interessante, sono uno
storico e mi sono lasciato
prendere dalla curiosità.
Ovviamente non sono entrato
per rubare, qui non c'è nulla
da rubare. Ripeto, mi spiace
veramente...
Questo avrebbe dovuto
fare, ma non lo fece. E non
per una precisa scelta: se ne
rimase lì, immobile, il che a
suo modo era già una scelta.
Rimase nella vecchia
stanza da letto di Berija,
senza fare il minimo movimento
nel timore che anche un
leggero scricchiolio delle
ossa potesse tradirlo, e tese
le orecchie. A ogni secondo
che passava diminuivano le
possibilità di convincere gli
altri della propria innocenza.
L'uomo cominciò a salire le
scale ma, arrivato al settimo
scalino (Kelso li aveva
contati a uno a uno), si fermò
e rimase immobile per un
minuto buono. Poi ridiscese,
attraversò l'atrio e si
richiuse il portone alle
spalle. Kelso si mosse, andò
alla finestra e scoprì che era
possibile, senza toccare le
tendine ma avvicinando il viso
alla parete, guardare in
strada. E da quella postazione
obliqua vide sul marciapiede
un uomo in uniforme nera
accanto al furgoncino, con in
mano una torcia elettrica.
L'uomo scese dal marciapiede e
alzò gli occhi verso la villa.
Era tozzo e scimmiesco,
con le braccia sproporzionate
rispetto al tronco.
D'improvviso il suo volto
stupido e brutale sembrò
guardare direttamente Kelso,
che si ritrasse di colpo.
Quando, poco dopo, ritrovò il
coraggio di sbirciare, l'uomo
stava aprendo lo sportello
dalla parte del conducente per
poi gettare all'interno la
torcia elettrica, sedere al
volante, mettere in moto e
allontanarsi. Kelso lasciò
passare trenta secondi e
scese, scoprendo di essere
rimasto chiuso dentro. Non
poteva crederci, e l'assurdità
di quella situazione lo fece
quasi sorridere.
Era rinchiuso nella
vecchia villa di Berija! Il
portone era enorme, con una
grossa palla di ferro per
maniglia e una serratura delle
dimensioni di un elenco
telefonico. Tentò senza
speranza la maniglia, poi si
guardò attorno. E se ci fosse
stato un sistema di allarme?
Nella penombra non riusciva a
vedere alcun congegno
elettronico, ma poteva
trattarsi di un vecchio
antifurto - era anzi l'ipotesi
più probabile -, di quelli non
attivati da un raggio ma dalla
pressione dei piedi su una
superficie.
Quel solo pensiero fu
sufficiente a immobilizzarlo.
A rimetterlo in movimento fu
l'oscurità incombente e il
pensiero che, se non avesse
trovato quanto prima una via
d'uscita, il buio lo avrebbe
intrappolato lì per tutta la
notte. Accanto alla porta
c'era un interruttore, ma non
provò nemmeno a usarlo,
temendo che l'agente di poco
prima, evidentemente
sospettoso, potesse passare
nuovamente per dare
un'occhiata dall'esterno. E
comunque l'irreale silenzio di
quella casa e il suo stato di
abbandono lo avevano convinto
che l'energia elettrica doveva
essere stata staccata, che la
villa era stata lasciata
marcire.
Cercò allora di ricordare
la descrizione che gli aveva
fatto Rapava delle stanze che
aveva visto entrando per
rispondere alla telefonata di
Malenkov. Era passato da una
veranda, attraversando poi un
disimpegno e la cucina per
passare nel salone. Si inoltrò
nel corridoio alle spalle
delle scale, tastando a mano a
mano la parete liscia e fredda
alla sua sinistra. La prima
porta che trovò era chiusa a
chiave, ma non la seconda:
quando la aprì, fu accolto da
un'aria fredda, tipica di una
cantina, perciò la richiuse.
Dalla soglia della terza vide
riflettersi su strutture
metalliche quel po' di luce
che riusciva a filtrare e
avvertì lo sgradevole odore di
cibo stantio. La quarta era in
fondo al passaggio, proprio di
fronte a lui, e si rivelò
essere con molta probabilità
quella della stanza in cui
oziavano le guardie del corpo
di Berija. Lì, a differenza
del resto della casa
completamente spoglio, c'erano
ancora alcuni mobili: un
tavolo, una sedia, una vecchia
credenza e qualche segno di
vita, come una copia della
«Pravda», della quale
riconobbe subito la familiare
testata, un coltello da
cucina, un portacenere. Toccò
la superficie del tavolo e i
polpastrelli incontrarono
croste di pane. Da un paio di
finestrelle entrava una luce
fioca, e fra di esse c'era una
porta, chiusa a chiave. Le
finestre erano troppo piccole
per poterle sfruttare come via
d'uscita, ma osservandole gli
venne un'idea. Con la mano
percorse il davanzale interno
di quella a destra della porta
e, a conferma che certe
abitudini non hanno
nazionalità, trovò subito la
chiave. Dopo avere aperto la
porta tolse la chiave dalla
toppa e, con molta civiltà
(come pensò in seguito), la
rimise sul davanzale. Uscì su
una veranda larga meno di due
metri, con le assi del
pavimento consunte e la
balaustra rotta. Udì il rumore
del traffico al di là del
giardino e lo stridulo gemito
di un grosso jet che atterrava
all'aeroporto di Seremetevo.
Soffiava un venticello fresco,
profumato da un vicino falò, e
in cielo stazionava un'ultima,
pallida testimonianza del
giorno che moriva. Il giardino
doveva essere stato
abbandonato:
contemporaneamente alla casa,
perché a quanto sembrava
nessuno ci aveva messo le mani
da mesi. A sinistra vide una
serra, dalle vetrate elaborate
e sormontata da un comignolo,
come affogata nella
vegetazione spontanea
cresciuta in quei mesi: a
destra, cespugli verde scuro;
di fronte, un boschetto. Scese
dalla veranda su un tappeto di
foglie che coprivano il prato
e che il vento sollevava di
tanto in tanto, sospingendole
a mucchietti verso la villa.
Si fece strada raggiungendo il
boschetto di vecchi ciliegi,
alti circa sei metri: dovevano
essere un centinaio, un
quadretto decisamente
cechoviano. Poi, d'improvviso,
si fermò a riflettere, perché
il terreno sotto gli alberi
era piatto e uniforme tranne
che in un punto. Alla base di
un albero, vicino a una
panchina di pietra, si notava
una zona decisamente più
scura: o forse stava lavorando
di fantasia? Si avvicinò a
quella macchia, si inginocchiò
e infilò lentamente la mano
tra le foglie, asciutte in
superficie ma umide e fangose
nello strato immediatamente
successivo. Le spostò con la
mano e avvertì al tatto il
suolo nero e fragrante della
Madre Russia. "Non farla così
grande, non è una tomba.
Ti stai stancando
inutilmente..." Liberò dalle
foglie un'area di un metro
quadrato e, sebbene non ci
fosse luce, poté vedere e
sentire al tatto quanto
bastava. L'erba era stata
strappata per scavare una buca
e lo scavatore l'aveva poi
nuovamente riempita, cercando
di ricoprirla con gli stessi
ciuffi d'erba. Ma, fatalmente,
i contorni erano ora
irregolari e il risultato
decisamente scadente. Un
lavoro fatto in fretta, pensò
Kelso, e di recente, forse
addirittura oggi. Si rialzò,
togliendosi dal soprabito le
foglie umide che erano rimaste
attaccate.
"Avverte l'energia del
compagno Stalin, che si
propaga anche dalla tomba...?"
Al di là del muro perimetrale
si udiva scorrere il traffico
del viale, la normalità
sembrava quasi tangibile. Con
la scarpa spinse le foglie
sulla copertura della buca,
poi prese la borsa e
attraversò il boschetto
dirigendosi verso i suoni
della vita normale. Doveva
assolutamente uscire da lì e
cominciava seriamente ad avere
paura. Gli ultimi ciliegi
erano quasi attaccati al muro,
liscio e uniforme come quello
di una prigione vittoriana.
Non c'era nemmeno da pensare
di poterlo scalare. Accanto al
muro correva uno stretto
sentiero. Kelso lo imboccò,
diretto verso sinistra, e si
ritrovò alla villa. A metà
strada si fermò davanti alla
porta del giardino che aveva
visto dalla strada, anch'essa
semicoperta dalla vegetazione,
e dovette spostare alcuni
arbusti per avvicinarvisi. Era
chiusa a chiave, la serratura
si era probabilmente
arrugginita e la grossa
maniglia metallica nemmeno si
muoveva. Per vedere meglio
fece scattare l'accendino, la
porta sembrava solida, ma
l'intelaiatura appariva
marcia. Allora fece un passo
indietro e le sferrò un
calcio. Altro tentativo, altro
insuccesso. Era a una trentina
di metri dalla villa, della
quale si intravedeva il basso
contorno. Notò un'antenna e un
tozzo comignolo al quale era
stata assicurata una
parabolica satellitare, troppo
grossa perché potesse servire
solo per un normale
televisore. Stava guardando
distrattamente la parabolica
quando gli sembrò di vedere un
fioco lampo di luce dietro una
delle finestre al primo piano.
Per un attimo credette di
esserselo immaginato e si
impose di controllare i nervi:
ma il lampo si ripeté, simile
a quello di un faro, come se
qualcuno stesse muovendo in
senso antiorario una torcia
elettrica dalla finestra alla
stanza e poi ancora alla
finestra. L'agente sospettoso
era tornato.
«Dio!» Kelso aveva le
labbra così serrate da
riuscire a malapena a
pronunciare quella semplice
sillaba.
«Dio, Dio, Dio.»
Corse verso la serra è
riuscì ad aprirne la porta
quel tanto sufficiente a
scivolare dentro. L'oscurità,
a causa dell'alta vegetazione,
era più fitta lì che
all'esterno. Cercò
disperatamente un arnese con
cui scardinare la porta
incassata nel muro perimetrale
ma trovò solo alcuni trespoli,
un vecchio cestino, vasi di
terracotta... finché,
distratto da una fronda che
gli era finita davanti agli
occhi, andò quasi a sbattere
contro qualcosa di
apparentemente immenso e
metallico: una vecchia stufa
di ghisa a forma di bulbo. E,
accanto alla stufa, alcuni
arnesi abbandonati: vanga,
carriola, attizzatoio.
Attizzatoio. Tornò di corsa
alla porta del giardino,
stringendo fra le mani il suo
trofeo. Infilò la punta
dell'attizzatoio
nell'interstizio fra il
battente e l'infisso, subito
sopra la serratura, premette e
udì un crac. L'attizzatoio
uscì dalla fessura. Lo infilò
di nuovo e fece ancora forza.
Altro crac. L'intelaiatura si
stava scheggiando.
Indietreggiò di qualche passo
per prendere la rincorsa e si
lanciò di spalla contro la
porta, con un'energia che non
era soltanto fisica ma un
concentrato di volontà, paura
e immaginazione. La porta
cedette all'improvviso e Kelso
si ritrovò proiettato fuori
del giardino, nel silenzioso
deserto della strada.

CAPITOLO 6.


Alle sei di quello stesso
pomeriggio il maggiore Feliks
Suvorin, accompagnato dal
tenente Vissari Netto,
presentò un rapporto sugli
avvenimenti della giornata al
loro superiore diretto, il
colonnello Jurij Arsenev,
responsabile del Direttorio
Rt. L'atmosfera, come al
solito, era poco formale.
Arsenev se ne stava
stravaccato e con l'aria
assonnata dietro la sua
scrivania, sulla quale aveva
posato una pianta di Mosca e
un mangiacassette, mentre
Suvorin si era sistemato
comodamente sul divano accanto
alla finestra, rumando la
pipa, e Netto si dedicava al
registratore.
«La prima voce che udirà,
colonnello, è quella di madame
Mamantov» stava dicendo Netto
ad Arsenev. Premette il tasto
PLAY.. "Chi parla?"
"Christopher Kelso. Potrei
parlare con il compagno
Mamantov?" "Sì? Chi parla?"
"Come le ho detto, mi chiamo
Kelso.
Parlo da un telefono
pubblico e si tratta di una
faccenda urgente." "Sì, ma chi
parla?" Netto premette il
tasto PAUSE.
«Povera Ljudmila Fedorova»
commentò Arsenev in tono
triste.
«L'hai conosciuta, Feliks?
Io me la ricordo ai tempi
della Lubjanka, che donna!
Aveva il corpo a mo' di una
pagoda, un cervello di
prim'ordine e una lingua
tagliente come un rasoio.»
«Non è più lei. Il
cervello è completamente
andato» disse Suvorin.
Intervenne Netto.
«La prossima voce le
risulterà ancora più
familiare, colonnello.»
PLAY. "Sono Mamantov, con
chi parlo?" "Kelso. Il dottor
Kelso. Forse si ricorda di
me." "Mi ricordo di lei. Che
cosa vuole?"
"Vederla." "Perché dovrei
vederla dopo le stronzate che
ha scritto?"
"Vorrei farle alcune
domande." "A quale proposito?"
"A proposito di un quadernetto
nero con la copertina di tela
cerata che era appartenuto una
volta a Josif Stalin."
"Zitto." "Come dice?" "Ho
detto zitto, sto riflettendo.
Dove si trova?" "Vicino
all'Inturist, sulla Mochavaja.
""
"Non è lontano da casa
mia. Venga." STOP,,, «Fammelo
risentire» ordinò Arsenev.
«Non Ljudmila, l'ultima
parte.»
Al di là dei vetri
blindati alle spalle del
colonnello, Suvorin vedeva le
luci delle finestre riflesse
nel laghetto di Jasenevo e
l'imponente busto di Lenin
illuminato da un riflettore e
ancora, in lontananza e ora
quasi invisibili, i contorni
della foresta che si
stagliavano contro il cielo di
prima sera. Fra gli alberi
lampeggiarono due fanali per
scomparire subito dopo. Una
pattuglia, pensò Suvorin
trattenendo uno sbadiglio.
Aveva volentieri lasciato
parlare Netto, il ragazzo
meritava di mettersi in
mostra. "A proposito di un
quadernetto nero con la
copertina di tela cerata che
era appartenuto una volta a
Josif Stalin..." «Che mi venga
un colpo» sussurrò Arsenev,
mentre il viso flaccido gli si
contraeva.
«La telefonata è stata
fatta oggi, alle 14.14, da
quest'uomo» proseguì Netto,
tirando fuori due cartelline
color camoscio.
«Christopher Richard
Andrew Kelso, da tutti
chiamato Fiuke.»
«Non male» disse Suvorin,
che non aveva ancora visto la
fotografia. Era appena uscita
dalla camera oscura e puzzava
ancora di acido tiosolforico.
«Dov'eravamo noi in quel
momento?»
«Terzo piano, cortile
interno, davanti alla scala di
Mamantov.»
«Così, adesso, possiamo
permetterci un appartamento
nella Casa sull'Alzaia?»
brontolò Arsenev.
«E' disabitato. Non ci
costa un rublo.»
«Per quanto tempo si è
trattenuto in casa di
Mamantov?»
«E' arrivato alle 14.32,
colonnello. E' uscito alle
15.07. Uno dei nostri uomini,
il tenente Bunin, è stato
incaricato di seguirlo. Kelso
ha preso la metropolitana alla
stazione Borovitskaja, ha
cambiato una volta, è sceso a
Krasnopresnenskaja e ha
proseguito a piedi fino a una
villa, qui» disse Netto,
indicando un punto su una
cartina della città, «in via
Vspolnyj. Una villa
disabitata. E' entrato
illegalmente e vi è rimasto
all'incirca tre quarti d'ora.
L'ultima volta è stato visto
qui, mentre si dirigeva verso
sud costeggiando il giardino
zoologico. Questo risale a
dieci minuti fa.»
«Che cosa significa,
esattamente, "Fiuke"?»
«"Colpo fortunato",
colonnello» rispose
prontamente Netto.
«"Successo inaspettato.»
«Sergo? Dov'è quel dannato
caffè?» Arsenev, da quel
grassone che era, tendeva a
addormentarsi se non si faceva
la sua dose di caffeina ogni
ora.
«Sta arrivando, Jurij
Semonovic» disse una voce
dall'interfono.
«Quando Kelso è nato, i
suoi genitori erano entrambi
sulla quarantina, signore.»
Arsenev rivolse a Netto
uno sguardo interrogativo.
«E a noi che ce ne frega
dei suoi genitori?»
«Be'...»
Il tenente esitò,
guardando Suvorin in cerca di
aiuto.
«Il suo soprannome è
Fiuke, che in inglese sta a
indicare un colpo fortunato a
biliardo. Una battuta,
insomma, un gioco di parole»
spiegò Suvorin.
«Ed è divertente?» Si
risparmiarono tutti il seguito
grazie all'arrivo del caffè,
portato dal segretario di
Arsenev. Sul tazzone blu si
leggeva i LOVE NEW YORK e
Arsenev lo sollevò guardando i
due sottoposti, come se
brindasse alla loro salute.
«Parlatemi dunque di
questo mister Fiuke.»
«Nato a Wimbledon,
Inghilterra, nel 1954» esordì
Netto leggendo il dossier che
aveva preparato (era stato
bravo, pensò Suvorin, a
raccogliere tutto quel
materiale in un solo
pomeriggio, il ragazzo non era
soltanto ambizioso, ma aveva
anche dei numeri).
«Padre, tipico piccolo
borghese, impiegato in
tribunale; tre sorelle, tutte
maggiori; educazione standard;
1973, borsa di studio per
frequentare i corsi di Storia
al St. John's College,
Cambridge, dove si è
qualificato primo con menzione
d'onore; 1976....»
Suvorin aveva già passato
in rassegna quei dati
biografici forniti
dall'archivio, tratti da
qualche ritaglio di giornale e
dal Who's Who, e ora cercava
di sovrapporre quei dati alla
foto scattata di nascosto a un
tipo in impermeabile che
usciva da un portone. Quella
istantanea sgranata aveva un
che di piacevolmente datato,
da anni Cinquanta: l'uomo con
la sigaretta fra le labbra,
che guardava dall'altra parte
della strada, assomigliava a
un attore francese che
impersonava di solito la
figura di un poliziotto male
in arnese. Fiuke. Chissà se un
soprannome viene affibbiato
perché si attaglia al soggetto
o se è il soggetto, in
seguito, ad adattarsi
inconsciamente al soprannome?
Fiuke, il ragazzino pigro e
viziato oltre che adorato da
tutte le donne di casa, che
stupisce gli insegnanti
vincendo una borsa di studio
per Cambridge per la prima
volta nella storia del suo
istituto. Fiuke, lo studente
ubriacone che dopo tre anni
durante i quali non si è certo
ammazzato di studio torna a
casa con il migliore diploma
in Storia di tutto il corso.
Fiuke, che un bel giorno si
presenta alla porta di uno
degli uomini più pericolosi di
Mosca: anche se, forse, si
sarà sentito quasi
invulnerabile in quanto
straniero. Sì, meglio
diffidare di un tipo come quel
Fiuke.
«...borsa di studio a
Harvard, 1978; ammesso
all'università di Mosca
nell'ambito del progetto
"Studenti per la Pace", 1980;
i suoi contatti con gli
studenti -vedi allegato A -
hanno indotto l'Ufficio a
cambiargli la qualifica di
"borghese liberal in quella di
"conservatore reazionario";
tesi di dottorato pubblicata
nel 1984 con il titolo Il
potere nelle campagne: la
classe contadina della regione
del Volga, 1917-22;
lettore di Storia moderna
all'università di Oxford dal
1983 al 1994; attualmente
risiede a New York; autore di
Storia dell'Europa Orientale,
194587 e di Vortice, il
collasso dell'Impero
sovietico, pubblicato nel
1993; numerosi articoli...»
«Bene, Netto» tagliò corto
Arsenev sollevando una mano.
«Si sta facendo tardi.
Abbiamo mai cercato di
contattarlo?» Quest'ultima
domanda era rivolta a Suvorin.
«Due volte. La prima
quando frequentava la nostra
università, ovviamente, nel
1980. E poi, sempre a Mosca,
nel 1991. In quella
circostanza gli decantammo le
bellezze della nuova Russia
democratica.»
«E lui?»
«E lui? A giudicare dai
rapporti, direi che ci ha riso
in faccia.»
«Lo consideriamo una
pedina utile?»
«Tutt'altro. Ha scritto un
articolo sul "New York Times",
che è allegato al fascicolo,
in cui descrive come l'Ufficio
e il Sis abbiano cercato di
arruolarlo. Un pezzo
abbastanza divertente, se devo
essere sincero.»
Ma Arsenev si accigliò,
disapprovava la pubblicità,
'sia da una parte che
dall'altra.
«Moglie? Figli?»
Intervenne di nuovo Netto.
«Tre matrimoni.»
Lanciò un'occhiata a
Suvorin, che gli fece segno di
andare avanti, ben lieto di
poter restare dietro le
quinte.
«La prima volta con una
studentessa, Katherine Jane
Owen, matrimonio sciolto nel
1979; la seconda volta ha
sposato nel 1981 trina
Michailovna Pugaceva...»
«Una russa?»
«Ucraina, e quasi
sicuramente è stato un
matrimonio di convenienza, lei
era stata espulsa
dall'università per attività
antistatali. A questo punto
hanno inizio i contatti di
Kelso con i dissidenti. La
ragazza ottenne il visto nel
1984.»
«Il che significa che le
abbiamo impedito di mettere
piede in Inghilterra per tre
anni?»
«No, colonnello, sono
stati gli inglesi a
impedirglielo. E quando le
hanno dato il visto, Kelso
viveva già con una sua
studentessa, un'americana
vincitrice di una borsa di
studio Rhodes. Il divorzio
dalla Pugaceva è avvenuto nel
1985, e lei ora è sposata con
un dentista di Glamorgan. C'è
un dossier, ma temo di non...»
«Lasci stare, altrimenti
rischiamo di annegare nella
carta. E il terzo matrimonio?»
Arsenev strizzò l'occhio
«Suvorin.
«Un vero Casanova, il
nostro amico.»
«Margaret Madeline Lodge,
studentessa americana...»
«Quella della borsa di
studio Rhodes?» ' «No, questa
è un'altra. L'ha sposata
nell'86 e ha divorziato l'anno
scorso.»
«Figli?»
«Due maschi, vivono con la
madre a New York.»
«Merita la nostra
ammirazione, Un tipo del
genere.»
Arsenev, nonostante la sua
stazza, aveva un'amante che
lavorava al Supporto Tecnico.
Osservò la foto e piegò gli
angoli della bocca in segno di
ammirazione.
«Che fa a Mosca?»
«Partecipa a un convegno
organizzato dal Rosarchiv per
gli studiosi stranieri»
rispose Netto.
«Feliks?» Il maggiore
Suvorin teneva le gambe
accavallate, con la caviglia
destra appoggiata sul
ginocchio sinistro, le braccia
allargate sullo schienale del
divano e la giacca sportiva
sbottonata: il suo era insomma
uno stile tipicamente
americano, disinvolto e
informale. Prima di parlare
tirò una boccata dalla pipa.
«Le parole dette al
telefono sono ambigue,
ovviamente. Si potrebbe
ritenere che Mamantov sia in
possesso di questo quaderno e
Kelso voglia vederlo. O che lo
storico abbia il libretto, o
ne abbia sentito parlare, e
voglia controllare alcuni
particolari con Mamantov. In
ogni caso, Mamantov sa
benissimo di essere sotto
controllo, per questo è sempre
così sbrigativo al telefono.
Sappiamo già quando Kelso
dovrà lasciare la Federazione,
Vissari?»
«Domani all'ora di pranzo.
Il volo Delta per New York
parte da Seremetevo alle 13.30
e il posto di Kelso è
prenotato e confermato.»
«Consiglierei di fare in
modo che venga fermato e
perquisito» propose Suvorin.
«Denudato e perquisito,
ritardando se necessario il
decollo dell'aereo, perché lo
sospettiamo di esportare
illegalmente materiale di
interesse storico o culturale.
Se si è portato via qualcosa
da quella villa di via
Vspolnyj potremo fermarlo,
senza, come è ovvio, allentare
la sorveglianza su Mamantov.»
Dalla scrivania di Arsenev
giunse il ronzio
dell'interfono e, subito dopo,
la voce di Sergo.
«Una telefonata per
Vissari Petrovic.»
«La prenda nell'ufficio
accanto» ordinò il colonnello.
E dopo che la porta fu
richiusa lanciò un'occhiata a
Suvorin.
«Un tipo efficiente quel
piccolo bastardo, vero?»
«Ma anche innocuo, Jurij.
E' soltanto entusiasta.»
Arsenev emise una specie
di grugnito, si sparò nelle
narici due lunghi spruzzi
dell'inalatore e allentò di un
foro la cinta, permettendo
alla pancia di espandersi
verso la scrivania. Ma
l'obesità del colonnello era
una specie di mimetizzazione,
un costume falstaffiano che
nascondeva un cervello
particolarmente sveglio.
Altri, più magri e scattanti,
erano caduti, mentre lui era
riuscito a superare indenne la
guerra fredda (responsabile
del Kgb a Canberra e Ottawa),
la glasnost, il golpe fallito
e lo scioglimento del servizio
grazie alla morbida ma
resistentissima corazza del
suo grasso. E adesso era in
vista del traguardo: pensione
fra un anno, la dacia,
l'amante, e che il resto del
mondo andasse pure a farsi
fottere. A Suvorin era
abbastanza simpatico.
«Allora, Feliks, che ne
pensi?»
«L'obiettivo
dell'operazione Mamantov»
rispose lentamente Suvorin «è
quello di scoprire come sia
stato possibile distrarre 500
miliardi di rubli dai fondi
del Kgb, dove Mamantov li
tenga nascosti e come di fatto
questa somma venga impiegata
per finanziare l'opposizione
antidemocratica.. Sappiamo già
che Mamantov ripiana il
bilancio di quella specie di
carta igienica che stampano i
fascisti rossi...»
«"Aurora"...»
«..."Aurora". Ma se per
caso si scoprisse che quei
soldi servono anche ad
acquistare armi, la cosa mi
interessa. Se poi compra
ricordini di Stalin o li
vende, be', mi sembra una tale
follia...»
«Quel quaderno non è un
ricordino, Feliks. E' famoso,
esiste anche un dossier, era
una delle "leggende della
Lubjanka".»
La prima reazione di
Suvorin fu quella di scoppiare
a ridere, perché non poteva
credere che il vecchio stesse
parlando seriamente. Il
quaderno di Stalin? Ma, nel
notare l'espressione di
Arsenev, trasformò la risata
in un colpo di tosse.
«Scusami, Jurij Semonovic,
perdonami. Se per te è una
faccenda seria, lo è
ovviamente anche per me..»
«Fammi risentire quel
nastro, Feliks, ti prego. Non
so neanche dove mettere le
mani in questi dannati
apparecchi.»
Con l'indice grassoccio
sospinse il registratore sulla
scrivania. Suvorin si alzò dal
divano e lo riascoltarono
insieme, mentre Arsenev
respirava pesantemente,
massaggiandosi il collo
taurino: un gesto per lui
abituale Ogni volta che
sentiva puzza di guai. "...un
quadernetto nero con la
copertina di tela cerata che
era appartenuto una volta a
Josif Stalin..." Erano chini
sul registratore quando nella
stanza rientrò silenziosamente
Netto, ancor più pallido del
solito, annunciando brutte
notizie. Feliks Stepanovic
Suvorin, seguito da Netto,
tornò in ufficio scuro in
volto.
Durante quella lunga
camminata, dall'ala che
ospitava gli appartamenti dei
capi a quella delle unità
operative, incrociò almeno una
dozzina di persone che lo
salutarono sorridendo: a
Jasenevo, con le sue boiserie
e i pavimenti immacolati, il
maggiore era il personaggio
emergente, una specie di
golden boy. Parlava inglese
con accento americano, era
abbonato ai principali
periodici americani, aveva una
collezione di dischi americani
di jazz moderno che ascoltava
con la moglie, figlia di uno
dei consiglieri economici più
liberal del presidente. Si
vestiva perfino all'americana,
con camicie button-down,
cravatte regimental e giacche
sportive marrone, acquistate
quando era responsabile del
Kgb a Washington. Non c'era da
sorprendersi che quella gente
intabarrata che correva a
prendere l'autobus per tornare
a casa ammirasse o invidiasse,
a seconda dei casi, Feliks
Stepanovic. Era il vice di
quel vecchio arnese di
Arsenev, e nel giro di un anno
quell'appena trentottenne
avrebbe assunto la
responsabilità dell'intero
Direttorio: non un Direttorio
qualsiasi, ma l'Rl, uno dei
più segreti, quello
autorizzato alle operazioni di
intelligence in territorio
russo. E mentre loro se ne
tornavano a casa, lui, l'astro
nascente, lavorava fino a
tardi...
«Buona sera, Feliks
Stepanovic.»
«Salute, Feliks!»
«Anche stasera gli
straordinari, eh, compagno
maggiore?» Suvorin ogni tanto
rispondeva lanciando un mezzo
sorriso o agitando la pipa, ma
quel giorno era visibilmente
preoccupato. Le notizie
riferite da Netto erano
eloquenti, pur nella loro
frammentarietà. Fiuke Kelso
aveva lasciato l'appartamento
dei Mamantov alle 15.07 e lo
stesso Suvorin se n'era andato
qualche minuto dopo. Alle
15.22 era stata vista uscire
Ljudmila Fèdorova Mamantova,
accompagnata dalla guardia del
corpo Viktor Bubka, per la
solita passeggiata pomeridiana
al parco Bolotnaja (date le
sue condizioni mentali, aveva
bisogno di avere sempre
qualcuno accanto). E, poiché
un solo agente era in
servizio, i due non erano
stati pedinati. E non erano
più tornati. Poco dopo le
17.00 un inquilino del piano
sottostante quello di Mamantov
aveva udito urla isteriche e
prolungate.
Allora aveva chiamato il
portiere, la porta era stata
abbattuta con una certa
difficoltà e madame Mamantov,
in sottoveste, era stata
trovata chiusa dentro un
armadio: era comunque riuscita
a praticare un foro nello
sportello prendendolo a calci
con i piedi nudi. Era stata
accompagnata alla Clinica del
corpo diplomatico in grave
stato di agitazione, oltre che
con entrambe le caviglie
fratturate.
«Mamantov deve avere messo
in atto un piano d'emergenza
per la fuga» fu il commento di
Suvorin, una volta rientrato
nel suo ufficio.
«Doveva averlo provato più
di una volta, costringendo la
moglie all'abitudine della
passeggiata pomeridiana. Mi
piacerebbe sapere però quale
emergenza l'abbia indotto a
metterlo in pratica.»
Fece scattare
l'interruttore della luce e i
pannelli al neon sembrarono
prendere vita. Mentre dall'ala
dei boss si potevano ammirare
il lago e il bosco, l'ufficio
di Suvorin si affacciava sulla
circonvallazione di Mosca e
sulle torri di un complesso
residenziale popolare. Il
maggiore si lasciò cadere su
una poltrona, afferrò la borsa
del tabacco e allungò i piedi
sul davanzale.
Riflesso nel vetro, vide
Netto entrare e richiudere la
porta. Arsenev gli aveva
appena fatto una lavata di
capo, ingiustamente perché, se
qualcuno aveva qualche
responsabilità, questi era
proprio lui, Suvorin, che
aveva ordinato a Bunin di
pedinare Kelso.
«Quanti uomini abbiamo in
questo momento davanti al
palazzo di Mamantov?»
«Due, maggiore.»
«Dividiamoli, uno vada
alla clinica a tenere d'occhio
la moglie e l'altro rimanga
sul posto. E Bunin non perda
di vista Kelso. Qual è il suo
albergo?»
«L'Ukraina.»
«Ah, già. Se si dirige
verso sud lungo la
circonvallazione starà
probabilmente tornando lì.
Chiama Gromov al Sedicesimo e
digli che abbiamo assoluto
bisogno di piazzare delle
microspie nella stanza di
Kelso, lui replicherà che gli
mancano i mezzi e tu a quel
punto parlane con Arsenev.
Voglio l'autorizzazione
firmata fra quindici minuti su
questa scrivania.»
«Sì, maggiore.»
«Al Decimo penserò io.»
«Il Decimo, maggiore?»
Era il dipartimento
responsabile degli archivi.
«A sentire il colonnello,
dovrebbe esistere un fascicolo
su questo quaderno di Stalin,
"la leggenda della Lubjanka",
come l'ha definita lui. Dovrò
inventarmi qualche scusa per
consultarlo. E sappimi dire
che cos'è esattamente quella
villa di via Vspolnyj. Noi
abbiamo bisogno di altri
uomini!» Suvorin, al colmo
della frustrazione, batté un
pugno sulla scrivania.
«Dov'è finito Kolosov?»
«E' partito ieri per la
Svizzera.»
«Abbiamo qualcun altro?
Barsukov?»
«E' a Ivanovo con i suoi
tedeschi.»
Suvorin emise una specie
di grugnito. Quell'operazione,
purtroppo, si reggeva in piedi
con lo sputo, non aveva un
nome, un bilancio:
tecnicamente era come se non
esistesse.
Netto stava prendendo
appunti velocemente.
«Che cosa dobbiamo fare
con Kelso?»
«Continuare a tenerlo
d'occhio.»
«E se lo fermassimo?»
«Con quale accusa,
esattamente? E per portarlo
dove? Non abbiamo alcuna
legittimazione giuridica per
fermarlo e, come se non
bastasse, non abbiamo nemmeno
celle libere. Da quanto tempo
Mamantov è scomparso? «Tré
ore, maggiore. Mi dispiace,
io...»
Sembrava sul punto di
scoppiare in lacrime.
«Lascia stare, Vissi, non
è colpa tua.»
Sorrise all'immagine del
giovane ufficiale riflessa nel
vetro.
«Mamantov combinava
scherzi del genere quando noi
eravamo ancora nel ventre
delle nostre madri. Ma lo
troveremo» aggiunse,
ostentando una fiducia che non
provava affatto, «prima o poi
lo troveremo. Ora va', devo
chiamare mia moglie.»
Dopo che Netto fu uscito,
Suvorin prese la foto di Kelso
e l'appese con uno spillo alla
bacheca di sughero accanto
alla scrivania. Con tutto
l'arretrato da smaltire,
faccende serie e delicate come
lo spionaggio industriale, la
biotecnologia, le fibre
ottiche, era costretto a
scoprire se e perché Vladimir
Mamantov stava dando la caccia
al quaderno di Stalin. Era
assurdo, anzi peggio che
assurdo, vergognoso. Ma che
cos'era diventato, quel Paese?
Pigiò delicatamente il tabacco
nel fornello della pipa e
l'accese. Poi rimase per un
lungo minuto, con le mani
intrecciate dietro la schiena
e la pipa fra i denti, a
guardare la foto dello storico
inglese con un'espressione di
purissimo odio.

CAPITOLO 7.


Nella sua camera al
ventitreesimo piano dell'hotel
Ukraina, Fiuke Kelso se ne
stava sdraiato a letto a
fumare una sigaretta guardando
il soffitto, con le dita della
mano sinistra strette attorno
alla familiare, rassicurante
sagoma di una bottiglia di
scotch da un litro.
Non si era nemmeno tolto
il soprabito né aveva acceso
la luce, della quale
oltretutto non aveva bisogno
poiché la camera era
illuminata dai riflessi dei
potenti riflettori puntati
contro quel grattacielo
gotico-stalinista che era
l'albergo. Attraverso la
finestra chiusa gli giungeva
il rombo attutito del traffico
di prima sera. Un'ora
deprimente quella, aveva
sempre pensato, per un
forestiero: la sera
incombente, le luci che si
accendono, la temperatura che
cala, gli impiegati che si
affrettano verso casa, gli
uomini d'affari che si
scambiano battute insipide nei
bar degli alberghi. Tracannò
un altro sorso di scotch, poi
allungò la mano verso il
portacenere e se lo mise in
equilibrio sul petto facendovi
cadere la cenere della
sigaretta. Non era stato
pulito bene, il portacenere, a
giudicare dal frammento
rinsecchito del catarro di
Papu Rapava ancora appiccicato
sul fondo. Nel giro di pochi
minuti, quelli necessari per
ottenere un'informazione in
albergo e poi per consultare
un vecchio elenco telefonico
di Mosca, Kelso aveva potuto
accertare che la villa di via
Vspolnyj aveva effettivamente
ospitato un'ambasciata
africana, quella della
Repubblica di Tunisia. Gli era
occorso un tempo leggermente
superiore per raccogliere le
informazioni che gli
mancavano. Seduto sul letto,
aveva avuto una gradevole
conversazione con l'addetto
stampa dell'ambasciata
nordafricana fingendo
interesse per l'espansione del
mercato immobiliare moscovita
oltre che per i colori della
bandiera tunisina.
Dall'addetto stampa era così
venuto a sapere che il governo
sovietico aveva affittato nel
1956 ai tunisini la villa di
via Vspolnyj con un contratto
rinnovabile ogni sette anni.
Ma nel gennaio scorso era
stato comunicato
all'ambasciatore che il
contratto non sarebbe stato
rinnovato, e ad agosto, al
termine della scadenza,
avevano dovuto fare le
valigie. E in verità, signore,
non ci è dispiaciuto
traslocare dopo quello
sgradevole episodio del 1993,
quando nel corso di alcuni
lavori i muratori hanno
portato alla luce gli
scheletri di dodici vittime
della repressione stalinista.
Non ci venne fornita alcuna
spiegazione per il mancato
rinnovo del contratto, ma
sappiamo tutti che da tempo
gli immobili di proprietà
statale nel centro di Mosca
vengono privatizzati per
essere rivenduti a prezzi
astronomici. E la bandiera?
Nella bandiera della
Repubblica tunisina, egregio
signore, è disegnata una
mezzaluna rossa con una stella
rossa iscritta in un cerchio
bianco, il tutto in campo
rosso.
"C'era una falce di luna
rossa e una stella rossa...
Un'azzurra voluta di fumo
terminò la sua lenta salita
dissolvendosi contro il
soffitto polveroso. Come tutto
coincideva perfettamente,
pensò Kelso: il racconto di
Rapava e la storia di Episev,
la villa di Berija
opportunamente vuota, la buca
recente e mal ricoperta, il
bar Rabotnik... Terminò lo
scotch, schiacciò la sigaretta
nel portacenere e indugiò
ancora qualche minuto a letto,
rigirandosi fra le dita la
bustina di fiammiferi, Ancora
incerto sul da farsi, Kelso
scese dal portiere,,
dell'albergo e si fece
cambiare in rubli l'ultimo
traveller's cheque che gli era
rimasto.
Aveva bisogno di contanti,
qualsiasi cosa stesse per
succedere, anche perché in
quei giorni non c'era da fare
molto affidamento sulla carta
di credito: come aveva
dimostrato quello sgradevole
episodio del negozio di
liquori dentro l'albergo, dove
aveva cercato di usarla per
comprarsi una bottiglia di
scotch. Gli sembrò di vedere
gente che conosceva,
probabilmente qualche
congressista, e sollevò la
mano in un cenno di saluto, ma
quelli erano già scomparsi. Su
un cartello del banco della
reception si leggeva i CLIENTI
CHE DESIDERINO EFFETTUARE UNA
TELEFONATA
INTERNAZIONALE DEVONO
LASCIARE UN DEPOSITO ALLA
CASSA, e il semplice vederlo
gli fece venire per la seconda
volta voglia di casa. Stavano
succedendo tante cose e non
aveva nessuno a cui
raccontarle. D'impulso andò
alla cassa, lasciò 50 dollari
e si fece strada nell'atrio
affollato verso gli ascensori.
Tre matrimoni. Considerò quel
suo straordinario stato civile
mentre l'ascensore saliva
velocemente. E tre divorzi, in
ordine crescente di amaro in
bocca. Kate... be', Kate non
contava granché, erano
studenti e il loro era stato
un matrimonio segnato fin
dall'inizio. Kate aveva
continuato a mandargli gli
auguri di Natale fino a quando
lui non si era trasferito a
New York. E Irina, lei almeno
era riuscita a ottenere il
passaporto inglese, che poi
era ciò che veramente le
interessava. Ma Margaret... la
povera Margaret... era incinta
quando l'aveva sposata, e il
bambino era appena nato che
già lei ne aspettava un altro.
Finché un giorno non si erano
ritrovati accampati in quattro
stanze sulla Woodstock Road,
l'insegnante di Storia e la
studentessa di Storia fra i
quali non vi era alcuna
storia. Era durato dodici anni
il loro matrimonio, «come il
Terzo Reich» aveva osservato
lui, ubriaco, durante
un'intervista a un giornale
scandalistico dopo che era
stata pubblicata la richiesta
di divorzio presentata da
Margaret. Lei non glielo aveva
mai perdonato. Ma era pur
sempre la madre dei suoi
figli.
Maggie. Margaret. Lui
preferiva chiamarla "la povera
Margaret". La comunicazione
aveva uno strano suono quando
la centralinista si inserì nel
circuito internazionale. I
telefoni russi!, pensò lui,
stringendo la cornetta non
appena il numero di New York
cominciò a squillare.
«Pronto?» La voce
familiare aveva un tono
allegro, e quindi poco
familiare.
«Sono io.»
«Ah...»
Improvvisamente piatta,
anonima: nemmeno ostile.
«Mi spiace rovinarti la
giornata.»
Voleva, essere una
battuta, ma si rivelò
immediatamente infelice. Cercò
di rimediare.
«Chiamo da Mosca.»
«Perché?»
«Perché chiamo o perché
chiamo da Mosca?»
«Stai bevendo?» Guardò la
bottiglia vuota e ricordò la
sua incredibile capacità di
sentire la puzza d'alcol anche
a oltre seimila chilometri di
distanza.
«Come stanno i bambini? Mi
fai parlare con loro?»
«Sono le undici di un
martedì mattina: secondo te
dove si trovano a quest'ora?»
«A scuola?»
«Esatto, paparino.»
E scoppiò a ridere, anche
se di malavoglia.
«Senti, mi spiace.»
«Per cosa, in
particolare?»
«Per i soldi del mese
scorso.»

«Volevi dire degli ultimi
tre mesi, tesoro.»
«Alla banca hanno fatto un
po' di casino.»
«Trovati un lavoro,
Fiuke.»
«Come il tuo, vuoi dire?»
«Va' a fare in culo.»
«Va bene, come non detto.
Stamattina ho parlato con
Adelman, potrebbe avere
qualcosa da affidarmi.»
«Io non posso andare
avanti così.»
«Lo so. Ascolta, potrei
avere messo le mani su
qualcosa...»
«Che offerta ti ha fatto
Adelman?»
«Adelman? Ah, niente,
insegnamento. Ma non parlavo
di questo. Quello che volevo
dirti è che a Mosca ho messo
le mani su qualcosa che
potrebbe rivelarsi tanto una
fesseria quanto qualcosa di
molto grosso.»
«Di che cosa si tratta?»
C'era decisamente qualcosa di
strano in quella
comunicazione. Kelso sentiva
la sua voce tornargli
nell'orecchio, ma con un
intervallo di tempo troppo
lungo perché potesse trattarsi
di un'eco.
«...qualcosa di molto
.grosso» udì in quel momento.
«Preferirei non parlarne
al telefono.»
«Preferiresti non parlarne
al telefono...»
«Preferirei non parlarne
al telefono.»
«...vero? Certo che non ti
va, e sai perché? Perché è
solo una delle tue tante
stronzate...»
«Aspetta un momento,
Maggie. Senti due volte la mia
voce?»
«...e ora che Adelman ti
propone un lavoro serio tu
naturalmente non intendi
accettarlo, perché
significherebbe dover...»
«Senti due volte la mia
voce?»
«...affrontare le tue
responsabilità...»

Kelso riagganciò senza
aggiungere una parola. Rimase
a guardare il telefono
mordicchiandosi un labbro, poi
tornò a sdraiarsi sul letto e
si accese una sigaretta.
Stalin, come ben sapete,
teneva le donne a distanza.
Secondo lui, il concetto di
donna intelligente
rappresentava un Ossimoro, le
chiamava «aringhe con le
idee.»
Parlando un giorno con
Molotov di Nadeida Krupskaja,
la moglie di Lenin, si
espresse in questi termini:
«Il fatto che divida il
gabinetto con Lenin non
significa che sappia qualcosa
sul leninismo.»
Dopo la morte di Lenin, la
Krupskaja era convinta di
essere al riparo dalle purghe
staliniane grazie al suo
status di vedova del
grand'uomo, ma Stalin le tolse
subito quell'illusione.
«Se non chiudi il becco»
le disse, «troveremo per il
partito una nuova vedova di
Lenin.»

,
Ma sarebbe poco serio
liquidare così il capitolo
"Stalin e le donne". Perché,
al contrario, con lui siamo in
presenza di una di quelle
strane inversioni del comune
sapere che rendono la nostra
professione tanto
gratificante. Mentre infatti
genericamente si ritiene che
Stalin fosse indifferente al
sesso, il tipico caso cioè
dell'uomo politico che
incanala tutti i suoi appetiti
carnali nel perseguimento del
potere, la verità sembra dirci
l'esatto contrario. Stalin era
un donnaiolo. Questo aspetto
del suo carattere è venuto
alla luce soltanto di recente.
Fu Molotov, nel 1988, a
rivelare pudicamente a Cuev
che "le donne avevano sempre
trovato Stalin attraente".
Quando nel 1990 venne
pubblicata l'ultima serie di
interviste di Chruscev, a una
certa distanza dalla sua morte
(I nastri della glasnost,
Boston), fu possibile
sollevare ulteriormente il
sipario. E ora sono gli
archivi a fornirci particolari
di un certo interesse. Chi
erano queste donne, delle
quali Stalin godette i favori
prima e dopo il suicidio della
seconda moglie? Qualcuno la
conosciamo già. Come, per
esempio, la moglie di A.I.
Egorov, primo vicecommissario
del Popolo per la Difesa,
ampiamente chiacchierata negli
ambienti del partito per le
sue numerose relazioni. Oppure
la moglie di un altro
militare, Gusev, che a quanto
si dice era a letto con Stalin
la notte in cui Nadeida si
sparò. O ancora Rosa
Kaganovic, quella che Stalin
da vedovo parve per un attimo
intenzionato a sposare. Ma la
più interessante di tutte fu
forse Zenja Allilueva, la
moglie del cognato di Stalin,
Pavel: della sua relazione con
Stalin si parla nel diario
della cognata di Zenja, Maria.
Questo diario fu sequestrato
in occasione dell'arresto di
Maria e solo di recente è
stato messo a disposizione
degli storici. Quelle che ho
citato sono, ovviamente, solo
le donne delle quali si sa
qualcosa. Altre sono semplici
ombre della Storia, come la
giovane cameriera Valecka
Istomina aggregata nel 1935
allo staff personale di Stalin
("Se fosse o no la moglie di
Stalin è un fatto che non deve
interessare nessuno" disse di
lei Molotov a Cuev), o la
«bella ragazza dalla
carnagione scura» che Chruscev
vide un giorno nella dacia di
Stalin. "Successivamente mi
spiegarono che era la
governante dei bambini di
Stalin" disse a questo
proposito Chruscev, "ma non
durò molto e poi scomparve.
L'aveva raccomandata Berija,
uno che le governanti sapeva
sceglierle... " "...e poi
scomparve..." Questa frase va
ad arricchire una trama ormai
familiare: non è stato mai
consigliabile sapere troppi
particolari della vita privata
del compagno Stalin. Uno dei
mariti da lui cornificati,
Egorov, fu fucilato; un altro,
Pavel Alliluev, morì
avvelenato. E Zenja, la "rosa
dei giardini di Novgorod" che
di Stalin era cognata per
matrimonio oltre che amante,
fu arrestata su ordine di
Stalin e passò tanto di quel
tempo in cella di isolamento
che quando ne uscì non
riusciva nemmeno a parlare: le
si erano atrofizzate le corde
vocali... Doveva essersi
addormentato quando squillò il
telefono. La stanza era ancora
immersa nella penombra. Accese
il lume del comodino e guardò
l'orologio. Quasi le otto.
Sollevò le gambe dal letto e
raggiunse con qualche
difficoltà il tavolino accanto
alla finestra. Esitò, poi
sollevò il ricevitore. Ma era
soltanto Adelman, che voleva
sapere se sarebbe sceso a
cena.
«Cena?»
«Caro amico, è la cena di
chiusura del congresso e non
puoi mancare.
Olga spunterà fuori dalla
torta.»
«Cristo! Non c'è modo di
evitare questa cena?»
«No. A proposito, ho detto
agli altri che stamattina
avevi un mal di testa da dopo
sbornia di tali proporzioni
che hai deciso di tornartene
in albergo per dormirci
sopra.»
«Hai fatto bene, Frank. Ti
ringrazio.»
Adelman esitò un istante.
«Cos'è successo, allora?
Hai trovato il tuo uomo?»
«No, naturalmente.»
«Tutte balle, quindi?»
«Proprio così, purtroppo.»
«Soltanto che... be', sei
stato via tutta la
giornata...»
«Ho fatto visita a un
vecchio amico.»
«Ah, certo» fu il commento
complice di Adelman.
«Il solito vecchio Fiuke.
Senti un po', hai guardato
fuori della finestra?» Sotto
quella di Kelso si stendeva un
panorama scintillante, le
insegne al neon risplendevano
da una parte all'altra della
città come stendardi di un
esercito d'occupazione.
Philips, Mariboro, Sony,
Mercedes-Benz... Una volta
Mosca dopo il tramonto era
cupa come una capitale
africana. Ora non più. Su
quelle insegne al neon non si
leggeva nemmeno una parola
russa.
«Non avrei mai pensato che
saremmo arrivati a tanto»
riprese Adelman con la sua
voce gracchiante.
«E' un segnale di vittoria
quello che abbiamo davanti
agli occhi, amico mio. Te ne
rendi conto? Una vittoria
totale..»
«Ne sei sicuro, Frank? A
me sembra solo un insieme di
luci.»
«Altro che luci! Da questo
colpo non si riprenderanno,
credimi.»
«Adesso mi dirai che "è la
fine della Storia"?»
«Forse. Ma non la fine
degli storici, grazie a Dio.»
Adelman rise.
«Allora ci vediamo nella
hall; diciamo fra una ventina
di minuti.»
E riagganciò. Nella camera
brillava impietoso il raggio
del riflettore piazzato sulla
sponda opposta della Moscova,
accanto alla Casa Bianca.
Kelso aprì i doppi vetri,
lasciando entrare la
nebbiolina giallognola e i
rumori lontani del traffico.
Qualche fiocco di neve
volteggiò lievemente davanti
alla finestra sciogliendosi
sul davanzale. Col cazzo che è
la fine della Storia, pensò.
Quella era la città della
Storia, la Russia era il
maledetto paese della Storia.
Sporse il capo dalla finestra,
al freddo, per vedere quanto
più possibile della città fino
alle tenebre dell'orizzonte.
Se un russo su sei considerava
Stalin il più grande dei
governanti significava che lo
stesso Stalin poteva contare
su circa venti milioni di
tifosi (molti di più,
ovviamente, erano quelli del
Beato Lenin). E, anche a voler
dimezzare quella cifra,
limitandola agli ammiratori
più sfegatati, si era pur
sempre nell'ordine di dieci
milioni di persone. Dieci
milioni di stalinisti nella
Federazione russa, dopo
quarant'anni di denigrazione?
Mamantov aveva ragione, era
una cifra strabiliante.
Perché, Cristo, se un tedesco
su sei avesse sostenuto che
Hitler era stato il più grande
statista della Germania, il
«New York Times» non si
sarebbe accontentato di
dedicare all'argomento un
editoriale: l'avrebbe sbattuto
in prima pagina.
Richiuse la finestra e
cominciò a infilarsi in tasca
ciò di cui avrebbe avuto
bisogno per la serata: gli
ultimi due pacchetti di
sigarette duty-free, il
passaporto e il visto (nel
caso fosse stato fermato dalla
polizia), l'accendino, il
portafogli gonfio, la bustina
di fiammiferi con l'indirizzo
del Rabotnik. Era inutile che
fingesse con se stesso, di
essere soddisfatto della
decisione presa, soprattutto
dopo che aveva rischiato di
rimanere chiuso nell'ex
ambasciata, e, se non ci fosse
stato di mezzo Mamantov,
sarebbe stato tentato di
lasciare le cose come stavano.
Di non correre rischi, come
avrebbe fatto Adelman, e
tornare dopo una o due
settimane per rimettersi alla
ricerca di Rapava,
possibilmente incaricato e
finanziato da qualche editore
comprensivo (ammesso che una
creatura mitica come quella
dell'editore comprensivo
esistesse ancora). Ma se
Mamantov era sceso in pista,
lui non poteva permettersi di
attendere. Mamantov contava su
risorse economiche sicuramente
non alla portata di Kelso.
Mamantov era un collezionista,
un fanatico. A spronarlo era
soprattutto il pensiero di ciò
che Mamantov avrebbe potuto
fare con quel quaderno, se
l'avesse trovato prima di lui.
Perché più Kelso ci
pensava e più si convinceva
che quanto Stalin aveva
scritto sul quaderno era
importante. Non poteva
trattarsi certo di una serie
di scarabocchi senili, se
Berija l'aveva desiderato
tanto da rubarlo per poi
rischiare di nasconderlo
invece di distruggerlo. "Si
mise a urlare come un
maiale... gridava qualcosa su
Stalin e un arcangelo... alla
fine gli infilarono in bocca
un fazzoletto e lo
fucilarono....»
Kelso dette un'ultima
occhiata alla camera, poi
spense la luce. Quando scese
al ristorante si rese conto di
avere una gran fame, perché
era un giorno e mezzo che non
faceva un pasto come si deve.
Mangiò zuppa di cavolo,
pesce in salamoia, montone in
salsa di formaggio fuso, il
tutto innaffiato dal Mukuzani,
un vino rosso della Georgia; e
da acqua minerale Narzan dal
sapore di zolfo. Il vino era
scuro e pesante e, dopo un
paio di bicchieri che andarono
ad aggiungersi allo scotch
bevute in camera, cominciò a
sentirsi pericolosamente
rilassato.
Gli invitati erano oltre
un centinaio, seduti a quattro
enormi tavoli; e la
conversazione rumorosa, il
tintinnio dei bicchieri e
quello delle posate sui piatti
stavano avendo su di lui un
effetto soporifero. Dagli
altoparlanti usciva musica
popolare ucraina. Cominciò a
diluire il vino.
Uno storico giapponese, di
cui non ricordava il nome, gli
chiese se quello fosse il vino
preferito da Stalin, e Kelso
rispose di no, aggiungendo che
Stalin preferiva i vini
georgiani più dolci come il
Kindzmarauli e il Hvanckara. A
Stalin piacevano i vini dolci,
i brandy sciropposi, i tè
zuccherati e il tabacco
forte...
«E i film di Tarzan...»
aggiunse qualcuno.
«E i dischi con i cani che
ululavano...»
Kelso si unì alle risate.
Che altro poteva fare? Poi si
alzò, fece cincin con il
giapponese di fronte a lui, si
inchinò e tornò a sedere
bevendo un sorso di vino
annacquato.
«Chi è che paga questa
cena?» chiese qualcuno.
«Lo sponsor del congresso,
immagino.»
«E chi è?»
«Americano?»
«Svizzero, mi sembra di
aver sentito...»
La conversazione attorno a
lui era ripresa. Dopo circa
un'ora, quando ritenne che
nessuno lo stesse guardando,
ripiegò il tovagliolo e spinse
indietro la sedia. Adelman
sollevò lo sguardo.
«Ancora? Non puoi
piantarli in asso ogni volta.»
«Un richiamo della
natura.»
Passando alle spalle di
Adelman, Kelso si chinò
sussurrandogli all'orecchio:
«Qual è il programma per
domani?.»
«Il pullman per
l'aeroporto partirà
dall'albergo subito dopo la
colazione, il check-in a
Seremetevo è fissato per le
undici e un quarto.»
Gli afferrò un braccio.
«Ma non avevi detto che
erano soltanto balle?»
«Confermo. Voglio solo
scoprire che tipo di balle
sono.»
Adelman scosse il capo.
«Non è così che si fa lo
storico, Fiuke...»
Kelso puntò il dito verso
il salone.
«E' così invece che si
fa?» D'improvviso si udì il
tintinnio di un coltello
contro un bicchiere e Askenov
si alzò in piedi con una certa
fatica. Tutti cominciarono a
battere le mani sui tavoli per
incoraggiarlo a parlare.
«Colleghi» cominciò
Askenov.
«Fammi scappare, Frank. Ci
vediamo.»
Si liberò delicatamente
della presa di Adelman,
dirigendosi poi verso
l'uscita. Il guardaroba era
accanto alle toilette. Kelso
consegnò il cartoncino, mise
sul banco la mancia, ritirò il
soprabito. Se lo stava
infilando quando notò un uomo
alla fine del breve corridoio
che portava alla hall. L'uomo
non guardava nella sua
direzione, ma camminava avanti
e indietro, parlando a un
cellulare. Se Kelso l'avesse
visto di fronte non l'avrebbe
probabilmente riconosciuto, e
le cose avrebbero preso una
piega diversa. Ma, di profilo,
non si poteva non notare la
cicatrice sulla guancia: era
uno dei due seduti nella Lada
davanti al palazzo di
Mamantov. Dalla porta chiusa
alle sue spalle giungevano
risate e applausi. Kelso
indietreggiò fin quando la sua
mano non incontrò la maniglia,
senza mai staccare gli occhi
dallo sfregiato, poi si voltò
e rientrò velocemente nel
ristorante. Askenov, in piedi,
stava ancora pronunciando il
suo discorsetto, ma si
interruppe non appena vide
Kelso.
«Il dottor Kelso sembra
nutrire una profonda
avversione per la mia voce»
disse.
«Nutre un'avversione per
tutte le voci tranne che per
la sua» gridò Saunders da un
angolo del salone. Ci furono
altre risate. Kelso continuò a
camminare. Al di là della
porta a ventola la cucina era
un vero pandemonio, un
cocktail di caldo, vapore,
fracasso, puzza di cavolo e di
pesce bollito. Un tipo
paonazzo che indossava uno
smoking bisunto stava urlando
qualcosa ai camerieri, già in
fila con i vassoi del caffè, e
nessuno fece particolare
attenzione a Kelso. Attraversò
la cucina e si avvicinò a una
donna con un grembiule verde
che stava scaricando alcune
ciotole da un carrello.
«Dov'è l'uscita?» le
chiese.
«Tarn» rispose,
indicandogliela con il mento.
«Tarn», là. La porta era
aperta e bloccata per lasciar
entrare aria fresca. Kelso
scese una rampa di scale e si
trovò all'aperto, con i piedi
nella neve sporca, costretto a
una specie di slalom fra i
bidoni della spazzatura
traboccanti e i sacchi di
plastica rotti. Nell'ombra un
topo guizzò via in cerca di
riparo. Kelso impiegò più di
un minuto per trovare
l'uscita, cioè per sbucare nel
cortile sul retro
dell'albergo.
Tre lati del cortile erano
occupati dalla scura sagoma
dell'edificio, con poche
finestre illuminate. Le nuvole
basse assumevano una tonalità
giallo-grigia ogni volta che
venivano colpite dal raggio
del riflettore.
Da una stradina laterale
sbucò sul Kutuzovskij Prospekt
e continuò a camminare sul
marciapiede invaso dalla neve
semisciolta, cercando un taxi.
Una Volga particolarmente
sporca attraversò due corsie
per avvicinarsi a lui, e il
conducente cercò di
convincerlo a salire, ma Kelso
gli fece segno di no e
continuò a camminare finché
non raggiunse la fila dei taxi
davanti all'entrata principale
dell'albergo. Non aveva voglia
di tirare sul prezzo. Salì nel
primo della fila e disse
all'autista di partire in
fretta.

CAPITOLO 8.


Allo stadio Dinamo era in
corso una partita di calcio
importante, internazionale, la
Russia stava incontrando
un'altra nazione non meglio
precisata, il risultato era di
due pari e si stavano giocando
gli ultimi minuti. Il taxista
ascoltava la radiocronaca e,
proprio mentre si avvicinavano
allo stadio, gli applausi e
gli incitamenti che giungevano
dagli altoparlanti di plastica
dell'auto furono sommersi dal
grido di gioia che uscì da
ottantamila gole moscovite a
non più di duecento metri di
distanza. Contro le torri dei
riflettori i fiocchi di neve
assomigliavano a piccole vele
agitate dal vento. Dovettero
risalire il Leningradskij
Prospekt, fare una conversione
a U e tornare sull'altro lato
per arrivare allo stadio dei
Giovani Pionieri. Il taxi, una
vecchia Ziguli che puzzava di
sudore, girò a destra, superò
un paio di cancelli
spalancati, percorse un tratto
della dissestata pista
d'atletica e s'inoltrò nel
campo sportivo. Alcune auto
erano ferme, nella neve, di
fronte alla tribuna centrale,
e si era formata una fila,
composta soprattutto di
ragazze, davanti a una porta
metallica con al centro uno
spioncino. "Rabotnik" si
leggeva sull'insegna sopra
l'entrata. Kelso pagò al
taxista centomila rubli, una
cifra spropositata (ma era
colpa sua, nella fretta non
aveva contrattato in anticipo
il prezzo della corsa), e
rimase a guardare con una
certa apprensione le luci
posteriori della Ziguli che si
allontanavano. Un boato
immenso, simile a quello di
un'enorme ondata che si
abbatte sulla riva, sembrò
levarsi dal cielo
fosforescente al di là degli
alberi e riversarsi sul
terreno di gioco.
«Tré a due» disse un uomo
dall'accento australiano, «è
finita.»
Si tolse dall'orecchio un
piccolo auricolare nero e se
l'infilò in tasca.
«A che ora apre?» chiese
Kelso a una ragazza accanto a
lui. Lei si voltò a guardarlo.
Era di una bellezza
mozzafiato, con grandi occhi
scuri e gli zigomi alti:
doveva avere vent'anni, e i
fiocchi di neve spiccavano sui
suoi capelli neri.
«Alle dieci» rispose, e
infilò un braccio sotto quello
di lui premendogli un seno
contro il gomito.
«Mi offri una sigaretta?»
Gliela dette, ne prese una
anche per sé, le loro teste si
sfiorarono nel chinarsi per
accendere e Kelso respirò con
il fumo anche il profumo della
ragazza.
«Un minuto» le disse poi
sorridendo, e si allontanò,
mentre lei ricambiava il
sorriso e gli faceva un cenno
di saluto con la sigaretta.
Camminò ai bordi del campo,
fumando e guardando le
ragazze. Possibile che fossero
tutte puttane? Non ne avevano
certo l'aria, e allora? La
maggior parte degli uomini
erano stranieri e i russi
sembravano ricchi. Le auto
erano grosse e tedesche, a
eccezione di una Rolis e una
Bentley. Gli occupanti dei
sedili posteriori erano tutti
uomini. Nella Bentley vide
brillare la punta di un sigaro
grossa come un carbone acceso.
Cinque minuti dopo le dieci la
porta del locale si aprì e le
sagome delle ragazze in attesa
e le nebbioline dei loro aliti
profumati vennero investite da
una luce giallastra. Dalle
auto cominciarono a scendere
patrimoni di tutto rispetto,
la cui entità era valutabile
non soltanto dal peso delle
pellicce e degli ori, ma
dall'arrogante sicurezza con
la quale i proprietari delle
pellicce e degli ori saltavano
la fila puntando diritti verso
l'entrata, oltre che dal
numero di guardie del corpo
che lasciavano fuori.
Evidentemente era vietato
portare armi nel locale, con
la sola eccezione dei
proprietari, e Kelso trovò
rassicurante tale divieto.
Superò un metal detector per
essere poi perquisito da una
specie di gorilla alla ricerca
di esplosivi. Il biglietto
d'ingresso era di un quarto di
milione di rubli o, se si
preferiva, 50 dollari, vale a
dire l'equivalente di una paga
settimanale, con i quali si
aveva diritto a un timbro
ultravioletto sul polso e a un
tagliando per una bibita. Da
una scala a chiocciola si
scendeva in una sala buia,
piena di fumo e scudisciata
dal laser oltre che squassata
da una techno-music
torcibudella. Alcune ragazze
ballavano fra loro
distrattamente, gli uomini in
piedi le guardavano bevendo e
fumando. La sola idea che Papu
Rapava potesse frequentare un
posto del genere era ridicola,
e Kelso stava già per
andarsene, ma sentiva il
bisogno di bere qualcosa, e 50
dollari sono sempre 50
dollari. Porse il tagliando al
barman e si fece dare una
bottiglia di birra, poi,
obbedendo a un impulso
improvviso, fece segno al
barman di avvicinarsi.
«Rapava» gli disse. L'uomo
sollevò le sopracciglia e si
portò una mano a coppa accanto
all'orecchio. Kelso gli si
fece più vicino.
«Rapava!» urlò stavolta.
Il barman annuì lentamente.
«Lo so» disse poi, in
inglese.
«Lo sai?» Annuì di nuovo.
Era giovane, con una barbetta
bionda e riccia e un orecchino
d'oro. Stava per voltarsi e
servire un altro cliente, ma
Kelso tirò fuori il
portafoglio e, estratta una
banconota da centomila rubli,
la posò sul bancone,
assicurandosi in tal modo di
riattivare l'attenzione del
ragazzo.
«Voglio trovare Rapava»
gridò. Il barman piegò
accuratamente la banconota e
se la infilò nel taschino
della camicia.
«Più tardi» disse poi.
«Okay? Tè lo dico io.»
«Quando?» Ma il giovane
gli fece un sorriso idiota e
si allontanò verso l'altra
estremità del bancone. -' «Ci
mettiamo a corrompere i
barman, ora?» disse una voce
americana accanto a Kelso.
«Una bella ma tutto
sommato, non ci avevo mai
pensato. Serve a farsi servire
prima? O a fare colpo sulle
signore? Salve, Kelso. Si
ricorda di me?» In quella
miriade di luci il bel viso
era pieno di macchie colorate,
e Kelso impiegò un paio di
secondi per riconoscerlo.
«Signor O'Brian.»
Un cronista televisivo.
Splendido, non gli mancava
altro. Si strinsero la mano,
quella del giornalista era
forte e umida. O'Brian
indossava l'uniforme da fuori
servizio - blue jeans stirati,
T-shirt bianca, giubbetto di
pelle - e Kelso notò le spalle
ampie, i pettorali muscolosi e
i capelli folti che
luccicavano grazie a una
generosa dose di gel
aromatico.
O'Brian indicò con la
bottiglia la pedana.
«La nuova Russia» gridò.
«Tutto quello che si vuole
lo si può comprare, anche
perché c'è sempre qualcuno
disposto a vendere. In che
albergo sta?»
«Ukraina.»

O'Brian fece una Smorfia.
«Allora, se vuole un
consiglio, non sprechi la
mancia qui. Ne avrà bisogno se
vorrà portarsi una ragazza in
albergo, sono molto rigorosi
all'Ukraina. E quei letti,
ragazzi!»
Scosse il capo e scolò la
bottiglia, Kelso sorrise e
bevve a sua volta.
«Ha altri consigli da
darmi?» urlò.
«Tutti quelli che vuole.»
O'Brian gli fece segno di
avvicinarsi.
«Le migliori chiedono
seicento, lei ne offra
duecento e poi si accordi per
trecento. Parliamo di tariffa
per tutta la notte,
ovviamente, quindi i trecento
non glieli dia tutti prima, ma
ne tenga una parte, diciamo
come incentivo. Stia attento
poi alle strafighe, potrebbero
riservarle qualche sorpresa.
Se la ragazza sta con un
russo, si tenga alla larga: è
più sicuro, e di bambole in
giro ce ne sono tante... non
cerchiamo mica una compagna
per la vita.
Un'ultima cosa: di regola
non fanno giochetti a tre,
sono ragazze rispettabili.»
«Non ne dubito.»
O'Brian lo fissò.
«Non ha capito, vero,
professore?
Guardi che qui non siamo
in un bordello. Questa qui,
Anna...»
e circondò con il braccio
la vita di una bionda accanto
a lui, mettendole davanti alla
bocca la bottiglia a mo' di
microfono, «... Anna, di' al
professore che mestiere fai.»
Anna parlò solennemente
dentro la bottiglia.
«Affitto uffici a uomini
d'affari scandinavi.»
O'Brian, dopo averle fatto
il ganascino e averle leccato
un orecchio, la lasciò andare.
«La vede Galina, quella
magra con il vestito azzurro?
Lavora alla Borsa di Mosca.
Poi... chi c'è ancora?
Maledizione, dopo che sei
venuto qui una volta ti
sembrano tutte uguali.
Natalja, quella con cui
parlava poco fa davanti
all'ingresso... sì,
professore, la tenevo
d'occhio, vecchio
porcellone... Anna, tesoro,
che fa Natalja?»
«Comstar, R.J.»
rispose Anna.
«Natalja lavora alla
Comstar, non ricordi?»
«Certo, certo. E come si
chiama quella carina
dell'università di Mosca?
La psicologa, sai...»
«Alissa.»
«Alissa, giusto, Alissa.
E' qui, stasera?»
«Le hanno sparato, R.J.»
«Ma no? Davvero?»
«Perché mi stava tenendo
d'occhio davanti al locale?»
gli chiese Kelso.
«E' la regola del
commercio, immagino. Se vuoi
fare soldi, devi correre
qualche rischio. Trecento a
notte, diciamo tre notti per
settimana, fanno novecento
dollari. E se ne togli
trecento per la protezione te
ne rimangono sempre seicento,
ossia ventimila dollari
l'anno, non è difficile. Il
che significa mettersi in
tasca una cifra sette volte
superiore alla paga annuale
media di un russo, senza
tasse. Ma per questo si paga
un prezzo, si corre un
rischio, come lo corre chi
lavora in un pozzo di
petrolio. Lasci che le paghi
una birra, professore.
Perché non dovrei tenerla
d'occhio? Sono un cronista, in
fondo, e chi viene qui lo fa
anche per guardare gli altri.
I clienti, stasera, valgono
mezzo miliardo di dollari. E
sto parlando solo dei russi.»
«Mafia?»
«No, affari, come
dappertutto.»
La pista era
affollatissima, il rumore
assordante, il fumo quasi
impenetrabile. Era cambiato il
sistema di illuminazione e le
luci di quello nuovo rendevano
fosforescente tutto ciò che
era bianco. Denti, occhi,
unghie e banconote
lampeggiavano nell'oscurità
come lame di coltello. Kelso
si sentiva disorientato e
leggermente ubriaco, ma non
certo sbronzo come fingeva di
essere O'Brian. Qualcosa in
quel giornalista gli dava i
brividi. Quanti anni aveva?
Trenta? Il tipico giovane
arrivista e quindi sempre
ossessionato dalla fretta.
«A che ora si chiude?»
chiese ad Anna. Lei sollevò
cinque dita.
«Vuole ballare, signor
professore?»
«Più tardi, forse.»
«E' la Repubblica di
Weimar» disse O'Brian,
tornando con due bottiglie di
birra e una Diet Coke per
Anna.
«Non è stato lei a
scriverlo? Ma guardi, Cristo!
Ci manca soltanto Marlene
Dietrich in smoking e potremmo
trovarci a Berlino. Mi è
piaciuto il suo libro, a
proposito, professore.
Gliel'ho già detto?»
«Sì, grazie. Salute.»
«Salute.»
O'Brian sollevò la
bottiglia e mandò giù un
sorso, poi si avvicinò a Kelso
e gli urlò all'orecchio:
«Proprio la Repubblica di
Weimar, sono pienamente
d'accordo con lei. La Russia
ha sei punti in comune con
Weimar. Punto primo: è una
grande nazione, orgogliosa,
che ha perduto il suo impero,
anzi ha perduto una guerra, ma
non riesce a capire come,
perciò ritiene di essere stata
pugnalata alle spalle ed è
carica di risentimento e
spirito di rivalsa. Punto
secondo: la democrazia in un
Paese senza alcuna tradizione
democratica. La Russia non
saprebbe distinguere la
democrazia da un fottuto buco
in terra, la gente non ne
vuole sapere, è stanca di
sentire tante opinioni, vuole
una linea dura, qualsiasi
linea. Punto terzo: problemi
di confine, tanti connazionali
del tuo stesso gruppo etnico
si trovano da un giorno
all'altro a vivere in un'altra
nazione e denunciano
persecuzioni e
discriminazioni. Punto quarto:
l'antisemitismo. Lo sa che
sulle bancarelle si possono
comprare cassette con le marce
delle ss? Rimangono due
punti.»
«Sì, va bene.»
Era sconcertante udire le
proprie teorie riferite in
maniera tanto grossolana.
«Il tracollo economico, e
quello sta arrivando. Non le
sembra?»
«E infine?»
«Ma è ovvio: Hitler. Non
l'hanno ancora trovato, il
loro Hitler, ma quando salterà
fuori sfideranno il mondo.»
O'Brian si mise l'indice
della mano sinistra sotto il
naso, a simulare un paio di
baffetti, e sollevò il braccio
destro nel saluto nazista.
All'altro lato del bar alcuni
uomini d'affari russi
applaudirono ridendo. A quel
punto, la serata ebbe
un'accelerazione. Kelso ballò
con Anna, O'Brian ballò con
Natalja, continuarono a bere
(l'americano andò avanti a
birra, Kelso volle provare dei
cocktail come il B52 e il
Kamikaze), si scambiarono le
ragazze, ballarono ancora fino
a mezzanotte passata. Natalja
indossava un abito rosso,
stretto e lucido come
plastica, ma sotto il vestito
la sua carne era dura e fredda
nonostante l'elevata
temperatura. Doveva aver preso
qualcosa, aveva gli occhi
quasi sbarrati e sembrava non
riuscire a mettere a fuoco la
vista. Chiese a Kelso se
voleva andare da qualche
parte, gli disse che le
piaceva da morire, gli
sussurrò all'orecchio che con
lui l'avrebbe fatto per
cinquecento dollari; ma Kelso
gliene dette cinquanta, per
ringraziarla del ballo, e
tornò al bar. Cominciava a
sentirsi depresso, anche se
non capiva perché.
Avvertiva un senso
d'angoscia pungente come il
profumo o il sudore.
Ansia di comprare. Ansia
di vendere. Ansia di fingere
di divertirsi. Un giovane
elegante, tanto ubriaco da non
riuscire quasi a camminare,
veniva trascinato nel locale
da una ragazza dai lunghi
capelli biondi e
dall'espressione dura che
l'aveva afferrato per la
cravatta e la usava come un
guinzaglio. Kelso decise che
avrebbe fumato un'ultima
sigaretta al bar, poi sarebbe
tornato in albergo... anzi, a
pensarci bene, niente
sigaretta, meglio andarsene
subito.
«Rapava» gridò il barman.
«Come?»
Kelso avvicinò la mano
all'orecchio..
«E lei E qui.»
«Che cosa?» Kelso guardò
nella direzione indicata dal
barman e la vide subito. La
vide. Passò oltre con lo
sguardo, poi tornò a
osservarla. Era meno giovane
delle altre, aveva capelli
neri e lisci, occhi pieni di
rimmel simili a lividi,
rossetto nero, un viso
cadaverico al tempo stesso
largo e sottile e zigomi
pronunciati come quelli di un
teschio.
Aspetto asiatico.
Mingreliano. Papu Rapava.
Liberato dal gulag nel 1969.
Sposato diciamo nel 1970 o
1971. Un figlio abbastanza
cresciuto da poter combattere
in Afghanistan. E una figlia?
«Mia figlia fa la puttana...»
«'Notte, professore.»
O'Brian gli passò accanto
strizzandogli l'occhio,
tenendo sottobraccio Natalja e
Anna: un bel trio.
«Rispettabili, ma fino a
un certo punto...»
e il resto delle sue
parole si perse nel frastuono.
Natalja si volse,
ridacchiò e gli lanciò un
bacio. Kelso ricambiò con un
debole sorriso e un cenno con
la mano, poi si alzò e andò
all'altra estremità del bar.,
Abito da cocktail nero,
lucido, lungo fino al
ginocchio e senza maniche;
braccia e gola nude, non aveva
nemmeno l'orologio; calze
nere; scarpe nere. C'era in
lei un che di anomalo, c'era
qualcosa di negativo
nell'atmosfera che la
circondava, al punto che anche
in quel bar pieno di gente
sembrava sola in un suo
spazio.
Nessuno le rivolgeva la
parola. Stava bevendo acqua
minerale direttamente dalla
bottiglia e sembrava fissare
il vuoto, gli occhi neri privi
di espressione. Quando Kelso
le andò vicino e la salutò,
lei si volse a guardarlo senza
il minimo interesse. Allora le
chiese Se voleva bere
qualcosa.
«No.»
«Ballare?» Lei lo esaminò,
ci pensò su, poi si strinse
nelle spalle.
«Okay.»
Vuotò la bottiglia, la
appoggiò sul banco, poi gli
passò davanti e raggiunse la
pista dove si voltò e rimase
ad aspettarlo. Lui la seguì.
Non tentava neanche di
fingere di provare interesse
per lui, e a Kelso la cosa non
dispiacque. La danza era
soltanto un educato preludio
agli affari, come il broker e
il cliente che dedicano una
decina di secondi a informarsi
ciascuno della salute
dell'altro. La donna ballò per
un minuto quasi indolente, al
margine della pedana, poi gli
si fece vicina e gli disse:
«Quattrocento?.»
Nessuna traccia di
profumo, solo un vago sentore
di sapone.
«Duecento» disse Kelso.
«Okay.»
Scese dalla pedana senza
guardarsi indietro e lui,
stupito per l'assenza del
solito tira e molla sulla
tariffa, rimase un attimo
immobile. Poi la seguì lungo
la scala a chiocciola. Lo
stretto abito nero le metteva
in risalto i fianchi pieni e
la vita sottile e lui pensò
che quella donna stava
bruciando le sue ultime carte
in quel lavoro, che sbagliava
a vestirsi in quel modo,
stabilendo automaticamente un
confronto con ragazze più
giovani di otto, dieci,
perfino dodici anni.
Ritirarono in silenzio i
soprabiti, quello di lei era
troppo corto, considerata la
stagione.
Uscirono nella notte
fredda, lei gli si mise
sottobraccio e lui la baciò.
Si sentiva vagamente ubriaco e
la situazione era così
surreale che per un momento
pensò di poter mescolare
affari e piacere. E, a parte
questo, doveva ammettere di
essere curioso. Lei rispose
immediatamente e con maggiore
passione di quanto ci si
potesse aspettare, socchiuse
le labbra e la lingua di lui
le toccò i denti. La sua bocca
aveva un sapore dolce e Kelso
ebbe il sospetto che il
rossetto fosse alla
liquirizia: era possibile?
Improvvisamente lei si staccò.
«Come ti chiami?» le
chiese Kelso.
«Quale nome preferisci?»
Non poté fare a meno di
sorridere. La sua solita
fortuna: aveva trovato la
prima puttana postmoderna di
Mosca. Ma lei, vedendolo
sorridere, si accigliò.
«Come si chiama tua
moglie?»
«Non ho moglie.»
«Amichetta?»
«Nemmeno l'amichetta.»
Lei ebbe un brivido di
freddo e affondò le mani nelle
tasche del soprabito. Non
nevicava più e, ora che la
porta blindata si era richiusa
alle loro spalle, la notte era
silenziosa.
«In che albergo stai?» gli
chiese.
«Ukraina.»
Lei roteò gli occhi.
«Ascolta» cominciò Kelso,
ma non sapendo il suo nome non
riusciva a rendere più agevole
quella conversazione.
«Ascolta, non voglio
venire a letto con te. O
meglio» si corresse subito,
«mi va, ma non è questo che
avevo in mente.»
Era stato chiaro? «Ah.»
Lo guardò con l'aria di
chi capisce al volo certe
situazioni e per la prima
volta assunse l'atteggiamento
della puttana.
«Qualsiasi cosa tu voglia
fare, sono sempre duecento
dollari.»
«Hai un'auto?»
«Sì.»
Indugiò un attimo.
«Perché?»
«La verità» e trasalì
dicendo quella bugia «è che io
sono un amico di tuo padre.
Voglio che mi porti da lui...»
Quelle parole la scossero
visibilmente. Fece un passo
indietro, si mise a ridere, ma
sembrava in preda al panico.
«Non conosci mio padre.»
«Rapava. Si chiama Papu
Rapava.»
Lei lo guardò, con la
bocca semiaperta, poi gli
vibrò un violento schiaffo,
colpendolo con il dorso della
mano all'attaccatura della
mascella. Quindi si allontanò
di corsa, incespicando con i
tacchi alti sulla neve che
cominciava a ghiacciarsi.
Kelso la lasciò andare e
si asciugò la bocca con la
mano, ritirandola sporca di
qualcosa di nero: non sangue,
come pensava, ma rossetto.
Però il pugno era stato ben
assestato, la mascella gli
doleva. Alle sue spalle la
porta si aprì e lui sentì che
si era radunata una piccola
folla, dalla quale gli giunse
un mormorio di
disapprovazione. Capì che cosa
stavano pensando: il ricco
occidentale si porta fuori
un'onesta ragazza russa e poi
cerca di abbassare il prezzo o
le propone qualcosa di tanto
disgustoso che la poveretta
può solo scappare via...
Bastardo.
Le andò dietro. Lei
camminava ora sulla neve
vergine del prato finché non
si fermò, più o meno
all'altezza della linea di
centrocampo, e alzò gli occhi
al cielo scuro. Kelso seguì le
sue orme, le andò alle spalle
e si fermò a un paio di metri
di distanza.
«Non so chi tu sia» le
disse dopo un po', «né voglio
saperlo. Non dirò a tuo padre
come ti ho trovata, non lo
dirò a nessun altro, hai la
mia parola. Voglio solo che tu
mi porti da lui. Portami da
lui e ti darò duecento
dollari.»
Non si voltò, Kelso non
riuscì a guardarla in faccia.
«Quattrocento» disse poi
la figlia di Rapava.

CAPITOLO 9.


Feliks Suvorin, in
cappotto bill Crombie comprato
a New York da Saks sulla Fifth
Avenue, era arrivato alla
Lubjanka sotto una fitta
nevicata, a bordo della Volga
dell'ufficio. Il suo arrivo
era stato preceduto e
facilitato da una telefonata
di Jurij Arsenev al vecchio
amico Nikolaj Oborin, compagno
di caccia e di vodka e
attualmente capo del Decimo
Direttorio, ossia l'Ufficio
Risorse dell'Archivio Speciale
Federale: ma non era escluso
che, tempo una settimana, gli
Scoiattoli, come erano
soprannominati quelli del
Decimo, decidessero di dare un
nuovo nome al loro ufficio.
«Ascolta, Niki, ho qui in
ufficio con me un giovane
collega, Suvorin, e siamo
venuti a conoscenza di una
faccenda... sì, proprio lui...
quello che posso dirti è che
un diplomatico occidentale di
un certo rango ha messo in
piedi un business,
contrabbando... no, stavolta
non si tratta di icone ma di
documenti, e pensavamo di
tendergli una trappola...
esatto, esatto, riesci sempre
a capire in anticipo,
compagno... è un fatto
abbastanza grosso... sì,
l'idea sarebbe questa. Senti,
ricordi quell'agenda della
quale si erano occupati
all'epoca quelli della NkvB,
come si chiamava...? Giusto,
il "testamento di Stalin", è
proprio per questo che ti
chiamo. Abbiamo un problema,
Suvorin ha un appuntamento con
il nostro obiettivo domani...
Stasera?
Può fare un salto da voi
stasera? Aspetta... sì, mi sta
facendo segno di sì. Allora te
lo mando.»
Suvorin, al suo arrivo
alla Lubjanka, non aveva
nemmeno avuto bisogno di
ripetere quella panzana, né di
arricchirla di particolari.
Dopo che nell'atrio marmoreo
un funzionario gli aveva
controllato le credenziali,
aveva seguito le istruzioni
facendosi annunciare a un
certo Blok, che era già stato
informato del suo imminente
arrivo. Ed era rimasto
nell'atrio accanto al busto di
Andropov, ad aspettare,
osservato senza alcun
interesse da alcune guardie
silenziose, finché non aveva
udito il suono dei passi che
si avvicinavano. Blok,
creatura grigia, curva e senza
età, con un mazzo di chiavi
appeso a una catenella
assicurata alla cintura, lo
guidò nelle viscere
dell'edificio per poi
attraversare un cortiletto
scuro e umido dal quale
passarono in una specie di
piccola fortezza. La marcia si
concluse in una stanza al
secondo piano, dalle finestre
coperte da sbarre, contenente
soltanto un tavolo e una
sedia.
«Quanta roba vuole
vedere?»
«Tutto.»
«Contento lei...»
E Blok uscì. Suvorin aveva
sempre preferito guardare al
futuro invece che al passato,
e anche per questo ammirava
gli americani. Che alternativa
aveva la Russia moderna? La
paralisi! La fine della Storia
gli apparve un'idea
eccellente, ma secondo Feliks
Suvorin era ancora presto
perché la Storia potesse
concludersi. E nemmeno lui
poté sottrarsi ai fantasmi che
aleggiavano in quell'edificio.
Dopo un minuto si alzò dalla
sedia e guardò da dietro i
vetri una striscia di cielo
scuro, poi abbassò lo sguardo
sulle finestrelle dell'ala
opposta, basse fin quasi a
livello dell'asfalto. Ripensò
a Isaak Babel, che in una di
quelle celle era stato
torturato finché non aveva
tradito gli amici, per poi
ritrattare inutilmente. Pensò
a Bucharin e alla sua ultima
lettera: «Stalin ("Provo per
tè, per il partito, per la
causa un amore senza limiti:
ti abbraccio con il pensiero,
addio per sempre...").
Pensò a Zinov'ev, mentre
incredulo veniva trascinato
davanti al plotone
d'esecuzione ("77 prego,
compagno, ti prego per l'amor
di Dio, telefona a Josif
Vissarionovic..."). Tirò fuori
di tasca il cellulare e chiamò
la moglie.
«Ciao, non indovinerai mai
dove mi trovò...»
Sentendo la sua voce si
sentì subito meglio.
«Mi spiace per stasera. Un
bacio ai bambini e uno anche a
te, Serafima Suvorina...»
La polizia segreta era una
sorta di essere proteico che
trascendeva tempo e spazio.
Era questo il suo segreto. La
Ceka era diventata il Gpu, poi
l'Ogpu, poi ancora l'Nkvb,
l'Nkgb, l'Mgb, l'Mdv e
finalmente il Kgb, lo stadio
evolutivo più elevato. Ma,
incredibile a dirsi, perfino
il potente Kgb era stato
costretto dopo il fallimento
del golpe ad assumere due
nuove sigle: l'Svr, ossia le
spie, di stanza a Jasenevo, e
l'Fsb, la sicurezza interna,
rimasto lì alla Lubjanka
insieme agli scheletri. Ai
piani più alti del Cremlino
erano convinti che la nascita
dell'Fsb fosse soltanto il
frutto dell'ennesimo cambio di
sigla. Lo stesso Boris
Nikolaevic, conversando con
Arsenev durante una sauna
nella dacia presidenziale,
aveva pronunciato queste
immortali parole: «Quei figli
di puttana alla Lubjanka sono
sempre gli stessi figli di
puttana di una volta.»
E proprio per questo
motivo, quando il presidente
aveva ordinato di indagare a
fondo su Vladimir Mamantov,
l'incarico non era stato
affidato all'Fsb ma all'Svr,
anche se dotato di organici e
mezzi decisamente inferiori.
Suvorin aveva a disposizione
in città solo quattro uomini.
Telefonò a Vissari Netto
per farsi aggiornare sulla
situazione, che però non era
cambiata. L'obiettivo
principale (n. 1) non aveva
ancora fatto ritorno a casa;
la moglie dell'obiettivo (n.
2) era sempre in ospedale
sotto sedativi; lo storico (n.
3) stava cenando in albergo.
Beati loro pensò Suvorin. Poi
udì alcuni passi in corridoio.
«Tienimi informato» ordinò
a Netto prima di premere il
tasto END. In quel momento gli
sembrò la cosa più appropriata
da dire. Si aspettava che gli
portassero un fascicolo, due
al massimo. Blok spalancò la
porta ed entrò con un carrello
pieno di faldoni, venti o
trenta, alcuni così vecchi che
quando il pesante carrello
andò a sbattere contro una
parete si alzò una nuvoletta
di polvere.
«Contento lei...»
ripeté Blok.
«Tutto qui?»
«Sono arrivato fino al
1961. Vuole anche quelli
precedenti?»
«Naturalmente.»
Non poteva certo leggerli
tutti, avrebbe impiegato un
mese. Si limitò quindi a
sciogliere il nastrino di ogni
fascicolo, sfogliando le
pagine spiegazzate per vedere
se contenevano qualcosa di
interessante, per poi rifare
il nodo al nastrino. Un lavoro
sporco. Le mani gli si erano
annerite e la polvere gli
aveva invaso le mucose nasali,
provocandogli un forte mal di
testa. Strettamente
confidenziale 28 giugno 1953,
Per il compagno Malenkov,
Comitato Centrale Si acclude
verbale del
controinterrogatorio del
detenuto A.N. Poskrebysev, ex
assistente di J.V. Stalin,
relativo alla sua attività di
spia antisovietica. L'indagine
è in corso. Il viceministro
della Sicurezza Statale
dell'Urss - A.A. Episev Erano
due pagine dell'interrogatorio
di Poskrebysev, sottolineate
in rosso quasi mezzo secolo
prima da una mano agitata.
Inquirente: Descrivi il
comportamento del Segretario
Generale nei quattro anni che
vanno dal 1949 al 1953,
Poskrebysev: Il Segretario
Generale era sempre più chiuso
e riservato. Dopo il 1951 non
uscì mai dal distretto di
Mosca. Il suo stato di salute
andò progressivamente
deteriorandosi, direi a
partire dal suo settantesimo
compleanno, e più di una volta
sono stato testimone di
disturbi cerebrali tali da
causare svenimento, dal quale
comunque si riprendeva
abbastanza presto. Gli dissi:
«Lascia che chiami i medici,
compagno Stalin. Hai bisogno
di un dottore.»
Ma il Segretario Generale
si rifiutò sempre di farsi
visitare, in quanto sosteneva
che la Quarta Amministrazione
Principale del ministero della
Sanità era sotto il controllo
di Berija: e su Berija lui
poteva contare soltanto se si
trattava di uccidere un uomo,
non di curarlo. Si limitò
quindi a farsi preparare da me
alcuni infusi d'erbe.

Inquirente: Descrivi le
conseguenze di questi problemi
di salute sull'attività del
Segretario Generale.
Poskrebysev: Nel periodo
precedente la fase degli
svenimenti, il Segretario
Generale si assoggettava a un
carico di lavoro di circa
duecento documenti al giorno.
Poi questo numero si ridusse
sensibilmente e lui smise di
vedere molti dei suoi
collaboratori. Scriveva
spesso, ma la lettura di
questi scritti non mi era
consentita. Inquirente:
Descrivi le caratteristiche
esterne di questi scritti
personali. Poskrebysev: Questi
scritti personali presero
varie forme. Nell'ultimo anno,
per esempio, il Segretario
Generale acquistò un taccuino.
Inquirente: Descrivi questo
taccuino. Poskrebysev: Questo
taccuino, anzi più
precisamente quaderno, era di
tipo ordinario come se ne
possono trovare in ogni
cartoleria, con una copertina
di tela cerata nera.
Inquirente: Chi altri era a
conoscenza di questo quaderno?
Poskrebysev: Ne era a
conoscenza il comandante delle
sue guardie del corpo,
generale Vlasik. E anche
Berija, che più di una volta
mi chiese di fargliene avere
una copia. Ma nemmeno io ero
in grado di procurargliela,
perché il Segretario Generale
teneva il quaderno in una
cassaforte del suo ufficio
della quale soltanto lui aveva
la chiave. Inquirente: Esprimi
un'ipotesi sul contenuto di
questo quaderno...
Poskrebysev: Non sono in
grado di fare ipotesi. Non lo
so.
Strettamente confidenziale
30 giugno 1953 Al viceministro
della Sicurezza Statale
dell'Urss, A.A. Episev. Con la
presente la incarico di
svolgere un'indagine
finalizzata a individuare e
reperire, con la massima
urgenza e assumendo le misure
più appropriate, gli scritti
personali di J.V. Stalin ai
quali ha fatto riferimento
A.N. Poskrebvsev.
Il Comitato Centrale,
Malenkov. Controinterrogatorio
del detenuto tenente generale
N.S. Vlasik, 1° luglio 1953
(Sintesi) Inquirente: Descrivi
il quaderno nero appartenuto a
J.V. Stalin. Vlasik: Non
ricordo un quaderno simile.
Inquirente: Descrivi il
quaderno nero appartenuto a
J.V. Stalin. Vlasik: Ora
ricordo. Ne venni a conoscenza
nel dicembre 1952, lo vidi un
giorno sulla scrivania del
compagno Stalin. Chiesi a
Poskrebysev cosa contenesse,
ma lui non fu in grado di
dirmelo. Il compagno Stalin mi
vide guardare il quaderno e mi
chiese che cosa stessi
facendo. Risposi che non stavo
facendo nulla, che mi era
soltanto caduto l'occhio su
quel quaderno ma non l'avevo
toccato.
«Anche tu, Vlasik, dopo
oltre trent'anni?» disse
allora il compagno Stalin. La
mattina seguente fui
arrestato, e portato alla
Lubjanka. Inquirente: Descrivi
le circostanze del tuo
arresto. Vlasik: Fui arrestato
da Berija e da lui
personalmente sottoposto a
numerose sevizie. Berija mi
chiese ripetutamente
informazioni sul quaderno del
compagno Stalin, ma io non ero
in grado di fornirgli
particolari. Non so altro, su
questa argomento.
Dichiarazione del tenente A.
P. Titov, del corpo di guardia
del Cremlino: 6 luglio 1953
(Sintesi) Durante un turno di
guardia nell'ala della
Presidenza, quello dalle 22.00
del 1° marzo 1953 alle 6.00
del mattino seguente,
incrociai attorno alle 4.40
nel Passaggio degli Eroi il
compagno L.P. Berija con un
secondo compagno la cui
identità ignoro. Il compagno
Berija aveva in mano una
scatola o una borsa.
Interrogatorio del tenente
P.G. Rapava, Nkvd: 7 luglio
1953
(Sintesi) Inquirente:
Descrivi che. cosa avvenne
dopo che lasciasti la dacia
del compagno J.V. Stalin con
il traditore Berija. Rapava:
Portai il compagno Berija a
casa. Inquirente: Descrivi che
cosa avvenne: dopo che
lasciasti la dacia del
compagno J.V. Stalin con il
traditore Berija.
Rapava: Ora ricordo.
Portai il compagno Berija al
Cremlino, dove ritirò del
materiale dal suo ufficio.
Inquirente: Descrivi che cosa
avvenne dopo che lasciasti la
dacia del compagno J.V. Stalin
con il traditore Berija.
Rapava: Non ho nulla da
aggiungere a quanto ho appena
dichiarato. Inquirente:
Descrivi che cosa avvenne dopo
che lasciasti la dacia del
compagno J. V. Stalin con il
traditore Berija. Rapava: Non
ho nulla da aggiungere a
quanto ho appena dichiarato.
Interrogatorio di L.P. Berija:
8 luglio 1953 (Sintesi)
Inquirente: Quando sei venuto
a conoscenza dell'esistenza
del quaderno personale
appartenuto a J.V.
Stalin? Berija: Mi rifiuto
di rispondere a qualsiasi
domanda finché non mi sarà
consentito di esprimermi
davanti all'assemblea plenaria
del Comitato Centrale.
Inquirente: Sia Vlasik che
Poskrebysev hanno confermato
il tuo interesse per quel
quaderno. Berija: 77 Comitato
Centrale è l'unica sede nella
quale questi argomenti vanno
affrontati.


Inquirente: Non neghi
quindi il tuo interesse per
questo quaderno.
Berija: Il Comitato
Centrale è l'unica sede.
Strettamente confidenziale 30
novembre 1953: Al viceministro
per la Sicurezza Statale
dell'Urss, A.A. Episev: Con la
presente la incarichiamo di
portare a rapida conclusione
l'indagine sul criminale
antipartito e traditore
Berija, perché possa essere
processato in tempi brevi.
Comitato Centrale, Malenkov,
Chruscev.

Interrogatorio di L.P.
Berija. 2 dicembre 1953
(Sintesi) Inquirente: Sappiamo
che sei venuto in possesso del
quaderno di J.V Stalin ma tu
continui a negarlo. Perché ti
interessava tanto questo
quaderno? Berija: Basta.
Inquirente: Perché ti
interessava tanto questo
quaderno? Berija: (L'imputato
esprime con un gesto il suo
rifiuto di collaborare.
Strettamente
confidenziale. 23 dicembre
1953. Al Comitato Centrale,
compagni Malenkov, Chruscev
Comunico con la presente che
la sentenza di morte mediante
fucilazione emessa a carico di
L.P. Berija è stata eseguita
oggi alle ore 1.50. T.R. Falin
Procuratore Generale.

27 dicembre 1953. Sentenza
del Tribunale Speciale del
Popolo nel processo a carico
del tenente P. G. Rapava: 15
anni di lavori forzati.
Suvorin non sopportava più
di avere le mani così sporche.
Vagò per il corridoio deserto
finché non trovò un bagno con
un lavandino. Ed era ancora
chino sul lavandino, tentando
di togliersi lo sporco da
sotto le unghie, quando
squillò il suo cellulare.
Quell'improvviso squillo nel
silenzio della Lubjanka lo
fece sobbalzare.
«Suvorin.»
«Sono Netto. Il numero 3 è
scomparso, l'abbiamo perduto.»
«Chi? Di chi stai
parlando?»
«Del numero 3, lo storico.
Stava cenando al ristorante
dell'albergo con gli altri, ma
non è stato visto uscire.
Probabilmente se l'è svignata
dalle cucine.»
Suvorin si appoggiò alla
parete, sconsolato. Quella
faccenda gli stava sfuggendo
di mano.
«Quanto tempo fa?»
«Circa un'ora. A discolpa
di Bunin devo aggiungere che è
in servizio da diciotto ore.»
Pausa.
«Maggiore?» Suvorin teneva
il cellulare fra il mento e la
spalla e si stava asciugando
le mani, riflettendo. Non
poteva prendersela con Bunin,
certo: per un servizio di
sorveglianza serio servivano
quattro uomini, sei per essere
più sicuri.
«Sono sempre in linea.
Digli di smontare.»
«Vuole che informi il
Capo?»
«Meglio di no, ti sembra?
Non due volte in un sol
giorno, potrebbe cominciare a
credere di avere a che fare
con degli incapaci.»
Si leccò le labbra, che
sapevano ancora di polvere.
«Perché non te ne vai a
casa anche tu, Vissari? Ci
vediamo nel mio ufficio
domattina alle otto.»
«Ha scoperto qualcosa?»
«Sì, che quando la gente
parla dei "bei tempi di una
volta" dice solo una
stronzata.»
Si sciacquò la bocca,
sputò e si rimise al lavoro.
Berija fu fucilato,
Poskrebysev assolto, Vlasik si
prese dieci anni, Rapava fu
deportato a Kolyma e Episev
venne sollevato
dall'inchiesta, che andò
avanti stancamente senza
risultati. La villa di Berija
fu perquisita dalla cantina al
solaio ma non spuntò fuori
nulla d'interessante, a parte
alcuni resti umani (femminili)
parzialmente disciolti
nell'acido e murati. Si scoprì
anche che Berija aveva fatto
allestire in cantina una serie
di celle. La villa fu
sigillata e posta sotto
sequestro giudiziario. Nel
1956 il ministero degli Affari
Esteri chiese al Kgb se avesse
a disposizione uno stabile
adatto a ospitare l'ambasciata
della nuova Repubblica di
Tunisia e, dopo una breve
ricerca, la scelta cadde sulla
villa di via Vspolnyj. Vlasik
fu interrogato altre due volte
sul quaderno, ma non aggiunse
nulla di nuovo. Poskrebysev fu
messo sotto controllo, gli
nascosero in casa alcune
microspie e lo incoraggiarono
a scrivere le sue memorie.
Quando ebbe terminato, il
manoscritto gli fu sequestrato
"a titolo permanente".
Al fascicolo era stata
allegata una pagina di questo
manoscritto.
Non so quali pensieri si
agitassero nella mente di
questo genio incomparabile in
quell'ultimo anno, quando
dovette affrontare l'ovvia
consapevolezza della sua
mortalità. Josif Vissarionovic
potrebbe avere affidato i suoi
pensieri più reconditi a un
quaderno, che non abbandonò
mai durante gli ultimi mesi
dedicati incessantemente alla
causa del popolo e del
progresso dell'umanità. E' da
sperare che questo quaderno,
contenente con tutta
probabilità il distillato
della sua saggezza di massimo
teorico del marxismo-
leninismo, possa un giorno
essere ritrovato e pubblicato
a beneficio di... Suvorin
sbadigliò, poi chiuse il
dossier per metterlo da parte
e dedicarsi a un altro. Questo
conteneva i rapporti
settimanali di un confidente
infiltrato in un gulag, un
certo Abidov, incaricato di
tenere d'occhio Rapava durante
la sua detenzione nella
miniera di uranio Butugycag.
Non c'era nulla di
particolarmente interessante
in quelle copie-carbone
sgualcite, che si concludevano
all'improvviso con un laconico
appunto dell'uomo del Kgb in
servizio al gulag: Abidov era
stato ucciso a coltellate e
Rapava trasferito a un campo
di lavoro forestale. Altri
fascicoli, altri confidenti,
altro nulla. Carte che
autorizzavano la messa in
libertà di Rapava per aver
scontato la pena, decisione
suffragata da una commissione
speciale del Secondo
Direttorio... approvata,
timbrata, autorizzata. All'ex
detenuto era stato concesso un
lavoro adeguato presso il
deposito locomotive della
stazione Leningrado:
informatore del Kgb sul posto,
Antipin, caporeparto. All'ex
detenuto era stata data
un'adeguata abitazione nel
complesso residenziale, di
recente costruzione. Vittoria
della Rivoluzione: informatore
del Kgb sul posto, Senka,
supervisore dell'edificio.
Altri rapporti. Nulla. Caso
Rapava rivisto e classificato
"spreco di risorse", 1975.
Null'altro nel fascicolo fino
al 1983, quando Rapava era
stato nuovamente e brevemente
interrogato su ordine del
vicecapo del Quinto Direttorio
(Ideologia e Dissidenti).
Bene, bene...
Suvorin tirò fuori la pipa
e prese a succhiarla,
grattandosi di tanto in tanto
la testa con il cannello, poi
si rimise a consultare
velocemente i fascicoli. Che
età aveva quel tipo? Rapava,
Rapava, Rapava... ecco qui,
Papu Gerasimovic Rapava, nato
il 9-9-1927. Vecchio, quindi,
sulla settantina. Ma non
vecchissimo, anche in un Paese
in cui l'età media era di
cinquantotto anni e tendeva a
calare, più bassa perfino di
quella del periodo staliniano.
Non tanto vecchio da dovere
necessariamente essere già
morto. Tornò al rapporto del
1983, ma non scoprì nulla che
non avesse già letto. Era un
vero duro, questo Rapava, non
si era lasciato sfuggire una
parola in trent'anni. Ma
quando Suvorin giunse al
termine del dossier, e lesse
il nome del funzionario che
aveva firmato la decisione di
sospendere ogni indagine su
Rapava, sobbalzò. Con
un'imprecazione tirò fuori
nuovamente il cellulare,
compose il numero
dell'ufficiale di turno
all'Svr e gli ordinò di
metterlo in comunicazione con
l'abitazione di Vissari Netto.

CAPITOLO 10.


Si accordarono per
trecento dollari, ma Kelso
pose due condizioni: che fosse
lei a guidare fino a casa del
padre e che lo aspettasse per
un'ora. Il semplice indirizzo
sarebbe stato inutile a
quell'ora di notte e, se la
zona fosse stata malfamata
come l'aveva descritta Rapava
"...non era male il quartiere
in cui abitavo, prima che vi
arrivassero la droga e la
criminalità...", nessuno
straniero con un minimo di
buon senso vi si sarebbe
aggirato di notte da solo.
L'auto di lei era una vecchia
Lada malconcia color sabbia,
parcheggiata in una stradina
nei pressi dello stadio. La
raggiunsero in silenzio. La
donna aprì lo sportello,
entrò, poi allungò un braccio
per togliere la sicura
all'altro sportello e farlo
entrare. C'era una pila di
libri sul sedile accanto a
quello di guida (testi
giuridici, notò Kelso), e lei
li spostò su quello posteriore
per farlo sedere.
«Sei avvocato? Studi
legge?» le chiese.
«Trecento dollari» rispose
lei, allungando una mano.
«Americani.»
«Più tardi.»
«Adesso.»
«Metà ora» replicò,
furbescamente, «metà dopo.»
«Io posso sempre trovarmi
un'altra scopata, mister. Tu
pensi di riuscire a trovarti
un altro passaggio?» Era la
frase più lunga che avesse
pronunciato fino a quel
momento.
«Va bene, va bene.»
Estrasse il portafoglio.
«Diventerai un bravo
avvocato.»
Cristo, adesso trecento,
prima gli oltre cento spesi
nel locale... era quasi al
verde. Aveva pensato di
allettare il vecchio dandogli
dei soldi come anticipo per il
quaderno, ma a quel punto
sarebbe stato impossibile. Lei
prese le banconote, le ripiegò
ordinatamente e se le infilò
nella tasca del cappotto. La
Lada imboccò ansimando il
Leningradskij Prospekt quasi
privo di traffico, poi la
donna girò a destra, fece una
conversione a U e, superato lo
stadio Dinamo deserto, si
diresse a nord-ovest, in
direzione dell'aeroporto.
Guidava veloce, e questo gli
fece pensare che volesse
sbarazzarsi di lui al più
presto. Chi era? L'interno
della Lada, così pulito da
dare quasi fastidio e privo di
oggetti personali, non gli
dava alcuna indicazione sulla
donna concentrata nella guida,
con il viso proteso in avanti.
Aveva un che di vampiresco con
quelle labbra nere, le guance
bianche, le orecchie piccole e
quasi a punta sotto i corti
capelli neri: un'immagine
conturbante e, al tempo
stesso, l'immagine di una
donna turbata. Kelso sentiva
ancora in bocca il sapore
delle sue labbra e si sorprese
a chiedersi come sarebbe stato
fare del sesso con lei: ora
sembrava del tutto assente e
distaccata, mentre solo un
quarto d'ora prima avrebbe
fatto tutto quanto lui le
avesse chiesto. Lei incrociò
il suo sguardo sullo
specchietto retrovisore.
«Piantala.»
Ma lui continuò a
guardarla, ostinatamente.
Dopotutto, aveva pagato salato
quel passaggio. Poi, però, il
ragionamento gli sembrò
meschino e distolse lo
sguardo. Le strade davanti a
loro si erano fatte più buie e
Kelso non riusciva a capire
dove si trovassero. Avevano
superato il Parco
dell'Amicizia e, subito dopo,
una centrale elettrica e uno
scalo merci ferroviario. La
strada era affiancata
sull'altro lato da una grossa
conduttura dell'acqua calda
comunale per il
teleriscaldamento, dai cui
snodi usciva del vapore. Ogni
tanto nell'oscurità
incrociavano qualche falò, con
gente che vi si affaccendava
attorno. Dopo una decina di
minuti svoltarono a destra in
una strada larga e dissestata
come un campo, chiusa ai lati
da due filari di betulle
rinsecchite. Finirono su una
buca e si udì un colpo secco
sotto il telaio della Lada,
lei sterzò e presero un'altra
buca. Al di là degli alberi
una tenue luce arancione
illuminava le scale di un
enorme complesso residenziale.
La donna, dopo aver rallentato
fin quasi a passo d'uomo, si
fermò accanto alla pensilina
malandata di una fermata
d'autobus.
«E' qui che abita» disse.
«Blocco Nove.»
Era a un centinaio di
metri di distanza, oltre una
striscia di terreno coperta di
neve.
«Tu mi aspetti qui?»
«Ingresso D, quinto piano,
appartamento 12.»
«Ma mi aspetterai?»
«Se vuoi.»
«Eravamo d'accordo.»
Kelso guardò l'orologio,
era l'una e venticinque, poi
spostò nuovamente lo sguardo
sul casermone chiedendosi che
cosa avrebbe potuto dire a
Rapava e quale tipo di
accoglienza avrebbe ricevuto.
«E' qui che sei cresciuta,
quindi?» Lei non rispose, ma
spense il motore e sollevò il
bavero del cappotto, poi
affondò le mani nelle tasche e
guardò dritto davanti a sé.
Con un sospiro Kelso scese
dall'auto e le girò attorno,
sentendo la neve polverosa
scricchiolare nel compattarsi
sotto le sue scarpe, e
tremando per il freddo
cominciò a camminare sul
terreno irregolare verso il
palazzone. Era quasi a metà
strada, quando udì il rumore
di un motore che veniva messo
in moto. Si voltò di scatto e
vide la Lada muoversi
lentamente, a luci spente: la
donna non si era nemmeno
curata di aspettare che lui
fosse entrato nel casermone.
Puttana. Prese a correre'
verso di lei gridando, anche
se non a squarciagola,
prendendosela con la propria
stupidità. L'auto procedeva
lentamente, a balzelloni, e
lui pensò per un attimo di
riuscire a raggiungerla, ma a
un tratto la donna accelerò,
accese i fari e lui rimase
impotente a guardarla
scomparire in quel labirinto
di cemento, Era solo, non si
vedeva un'anima in giro.
Allora tornò sui suoi passi,
procedendo con difficoltà
sulla neve. Si sentiva
vulnerabile, e il panico gli
allertò i, sensi. Da qualche
parte sulla sinistra udì
l'abbaiare di un cane e il
pianto di un bambino, dal
Blocco Nove giungeva musica
dapprima confusa e poi sempre
più netta a mano a mano che si
avvicinava. Riusciva ora a
distinguere i particolari,
come il cemento sbrecciato,
gli ingressi semibui, le file
di balconi ingombri di roba
vecchia, reti di letto, telai
di bici, pneumatici usati,
piante inaridite. Tre finestre
erano illuminate, tutte le
altre buie. All'ingresso D
qualcosa scricchiolò sotto il
suo piede e Kelso si chinò a
raccoglierla per gettarla
immediatamente. Una siringa
ipodermica. La scala era una
specie di pozzo nero olezzante
di piscio e vomito, pieno di
vecchi giornali unti, di
preservativi usati, di foglie
morte. C'era un ascensore e
magari funzionava anche (a
Mosca sarebbe stato un
miracolo), ma lui preferì non
correre rischi. Salì le scale
a piedi e, arrivato al terzo
piano, sentì la musica più
distintamente. Qualcuno stava
ascoltando il vecchio inno
nazionale, o meglio il
terzultimo inno nazionale,
quello in vigore prima che
Chruscev lo censurasse.
"Partito di Lenin!" gridava il
coro. "Partito di Stalin!"
Kelso salì più velocemente le
altre due rampe, animato da
un'improvvisa speranza. La
donna non doveva averlo
fregato completamente, perché
chi se non Papu Rapava avrebbe
ascoltato all'una e mezzo di
notte quell'inno staliniano?
Arrivato al quinto piano seguì
la musica sullo sporco
ballatoio fino al numero 12.
Quel blocco era per quattro
quinti disabitato, molte porte
erano sbarrate con assi
incrociate, ma non quella di
Rapava. No, non c'erano assi
sulla porta socchiusa di
Rapava davanti alla quale, per
cause che Kelso non riusciva a
immaginare, giacevano alcune
piume. La musica cessò.
«Entra, ragazzo. Che
aspetti? Che ti succede? Non
dirmi che non hai le palle...»
Kelso rimase diversi
secondi sulla soglia ad
ascoltare. D'improvviso si udì
un rullio di tamburi. L'inno
ricominciò. Spinse con cautela
la porta semiaperta ma
inutilmente, dall'altra parte
c'era qualcosa che la
bloccava. Allora si insinuò
nello stretto varco fra la
porta e lo stipite. La luce
era accesa. Mio Dio... Lo
sapevo che saresti rimasto
colpito, ragazzo. Lo sapevo
che ti saresti sorpreso. Se
proprio devi farti fattore,
tanto vale farsi fottere da
professionisti, non trovi? Ai
piedi di Kelso giacevano altre
piume, uscite da un cuscino
sventrato. Non si poteva però
dire che le piume fossero
sparse sul pavimento, perché
il pavimento non c'era più. Le
assi erano state divelte e
allineate contro la parete.
Fra una trave e l'altra della
soletta che sorreggeva il
pavimento c'erano i resti
delle poche cose di Rapava:
libri con il dorso squarciato,
foto sforacchiate, scheletri
di sedie, un televisore fatto
a pezzi, un tavolo con le
gambe all'aria, ciotole
frantumate, schegge di vetro,
brandelli di stoffa. Le pareti
erano state come spellate e
poi prese probabilmente a
martellate per metterne a nudo
le cavità. Il soffitto aveva
subito lo stesso trattamento e
la stanza era invasa dalla
polvere di cemento. Come in
equilibrio al centro di questo
caos, in mezzo a un laghetto
nero di dischi fatti a pezzi,
c'era un grosso giradischi
Telefunken degli anni Settanta
acceso e programmato sul
replay automatico. Partito di
Lenin! Partito di Stalin!
Kelso, camminando lentamente
da una trave all'altra, andò a
spegnerlo. Nel silenzio si udì
il gocciolio di un rubinetto
che perdeva. L'entità di
quello scempio era tale che,
solo dopo essersi reso conto
che l'appartamento era vuoto,
Kelso pensò che avrebbe dovuto
spaventarsi. Non prima. Si
guardò attorno, confuso e
incredulo. Dove. sono,
ragazzo? Ah, saperlo! Che cosa
hanno fatto al povero vecchio
Papu? Giochiamo ad acqua e
fuoco, a dadi, vieni a
prendermi. Acqua, compagno,
acqua, non abbiamo tutta la
notte a disposizione.
Camminando incerto su una
trave, Kelso raggiunse
l'angolo cottura: identica
devastazione di piatti,
bicchieri, scatole di prodotti
alimentari... Tornò indietro,
quasi rinculando, e girò in
uno stretto corridoio
appoggiandosi alla parete
sbrecciata per non scivolare.
Due porte, ragazzo, una sulla
destra e una sulla sinistra.
Quale scegli? Dopo un attimo
d'indecisione, allungò la mano
verso una maniglia. Una stanza
da letto. Fuochino, ragazzo,
fuochino. A proposito, volevi
scoparti mia figlia? ,,
Materasso e cuscino sventrati,
letto capovolto. Cassetti
svuotati. Un tappetino di
plastica arrotolato e
appoggiato al muro. Dovunque
frammenti d'intonaco. Il
pavimento era diventato
soffitto e viceversa. Kelso
tornò in corridoio, ansimando,
e rimase in equilibrio su una
trave cercando di trovare il
coraggio per proseguire. La
seconda porta... Fuoco,
ragazzo, fuoco! La seconda
porta, il bagno. La vaschetta
del water staccata e
appoggiata contro il muro, il
lavandino divelto dalla
parete. La vasca di plastica
colma di acqua color rosa che
gli fece tornare in mente il
vino della Georgia diluito. Vi
immerse un dito e lo ritrasse
subito; colpito dal freddo
dell'acqua e dal colore rosso
che aveva assunto la sua
pelle. Sulla superficie della
vasca galleggiava un ciuffo di
peli ancora attaccato a un
lembo di cute. Forza, ragazzo!
Saltò da una trave all'altra,
con i capelli, le mani, il
cappotto e le scarpe pieni di
polvere... Il panico lo fece
inciampare e gli fece perdere
l'equilibrio. Il piede
sinistro scivolò dalla trave e
aprì un foro nel soffitto
dell'appartamento sottostante,
un pezzo di cemento si staccò
e Kelso lo udì cadere nel buio
dell'appartamento vuoto.
Impiegò mezzo minuto per
liberare con entrambe le mani
il piede rimasto incastrato.
Uscì di corsa
dall'appartamento e sempre di
corsa stava imboccando il
ballatoio diretto verso le
scale, quando udì un rumore
sordo e ritmico. Si fermò ad
ascoltare. Ci sei, ragazzo! Ci
sei, ci sei...! Era
l'ascensore, e nell'ascensore
c'era qualcuno. Lubjanka,
notte fonda, la grossa auto
nera ferma con il motore
acceso, due agenti
incappottati che scendevano le
scale di corsa. Non c'è
proprio modo di sottrarsi al
passato?, pensò Suvorin
amaramente, mentre l'auto
partiva a razzo. Fu quasi
sorpreso che non ci fossero
turisti per immortalare con la
macchina fotografica quella
tipica scena di vita nella
Madre Russia. Perché non la
mettiamo nell'album questa
foto, tesoro, fra la
cattedrale di San Basilio e la
troika sulla neve? In fondo
alla leggera discesa, vicino
all'hotel Metropol,
incapparono in una buca, e
Suvorin batté il capo contro
il montante imbottito. Sul
sedile anteriore, accanto
all'autista, Netto stava
aprendo una grossa pianta di
Mosca che nessun turista
avrebbe mai potuto consultare.
Suvorin accese la fucina
interna e si sporse per
guardare da dietro le spalle
di Netto. I vari blocchi del
complesso edilizio Vittoria
della Rivoluzione erano sparsi
come francobolli sulla linea
Taganskaja-Krasno della
metropolitana, all'estrema
periferia nordoccidentale.
«Quanto pensi che
impiegheremo? Venti minuti?»
«Quindici» rispose
l'autista, esagerando per
darsi delle arie. Accelerò
ancora, lampeggiò, girò a
destra e Suvorin fu sbattuto
contro lo sportello dalla
parte opposta. Ebbe una veloce
immagine della Biblioteca
Lenin, davanti alla quale
stavano passando a gran
velocità.
«Rallenta!» gridò
all'autista.
«Evitiamo di prendere una
contravvenzione.»
Una volta usciti dal
centro, Netto aprì il
cassettino del cruscotto e
porse al superiore una Marakov
ben lubrificata e un
caricatore pieno. Suvorin li
prese controvoglia e soppesò
la pistola, per lui poco
familiare come tutte le armi,
controllandone il meccanismo.
Non era entrato nei servizi
perché gli piacevano le armi,
l'aveva fatto perché il padre,
diplomatico, gli aveva
insegnato fin da ragazzo che
per chi viveva nell'Unione
Sovietica la cosa migliore da
fare era trovarsi un lavoro
all'estero. Pistole? Suvorin
non metteva piede da un anno
nel poligono di tiro di
Jasenevo. Restituì la pistola
a Netto, che si strinse nelle
spalle e se la infilò in
tasca. Un puntino blu alle
loro spalle si ingrandì
progressivamente e
rumorosamente, affiancandoli e
superandoli come un moscone
infuriato: un'autopattuglia
della Milizia di Mosca, le cui
luci posteriori svanirono poco
dopo in lontananza.
«Stronzo» disse il loro
autista. Qualche minuto più
tardi lasciarono la strada
inoltrandosi in quella specie
di foresta di cemento e
terreno non coltivato che era
il complesso Vittoria della
Rivoluzione. Quindici anni a
Kolyma, pensò Suvorin, per
avere un benvenuto del genere:
l'assurdo era che a Rapava,
dopo la Siberia, quel posto
doveva essere sembrato un
paradiso.
«Stando alla pianta, il
Blocco Nove dovrebbe trovarsi
dietro quell'angolo» disse
Netto.
«Rallenta» ordinò
all'improvviso Suvorin,
appoggiando una mano sulla
spalla dell'autista.
«Non senti qualcosa?»
Abbassò il finestrino.
Un'altra sirena, sulla
sinistra. Per un attimo
l'ululato venne attutito da un
palazzo, poi tornò più vicino
e assordante, con le luci blu
e gialle che sembravano
puntare direttamente verso di
loro. Ma l'autopattuglia
sterzò bruscamente e terminò
la sua corsa davanti
all'ingresso del Blocco Nove,
illuminato come un parco dei
divertimenti. Quando, pochi
istanti dopo, l'auto di
Suvorin arrivò a sua volta, di
fronte all'entrata
dell'edificio c'erano tre auto
della Milizia, un'ambulanza e
diversi uomini in divisa e in
borghese. Non si fermarono per
non dover dare spiegazioni, ma
fecero un paio di volte il
giro dell'isolato, mentre i
barellieri portavano via il
cadavere di Rapava e Kelso
veniva fatto salire su un'auto
della polizia.

CAPITOLO 11.


Quello che segue è il
racconto di Simonov. Durante
le riunioni dei commissari del
Consiglio del Popolo, il
compagno Stalin aveva preso
l'abitudine di alzarsi dalla
sua sedia a un'estremità del
lungo tavolo per mettersi a
camminare alle spalle dei
commissari. Nessuno osava
voltarsi a guardarlo, per
capire dove si trovasse, i
punti di riferimento erano il
lieve scricchiolio dei suoi
stivali e l'aroma, della pipa
Dunhill. Ricordo che, in
un'occasione, avevamo
all'ordine del giorno il
problema dell'alto numero di
aerei militari precipitati
negli ultimi tempi, e il capo
di stato maggiore
dell'Aeronautica, Rycagov, era
visibilmente sbronzo.
«Incidenti del genere
continueranno a ripetersi con
questa frequenza» biascicò
Rycagov, «finché ci
costringerai a usare quelle
bare volanti.»
Seguì un lungo,
imbarazzato silenzio, poi
Stalin mormorò: «Questo non
avresti dovuto dirlo.»
Pochi giorni dopo Rycagov
veniva fucilato. Di episodi
del genere se ne potrebbero
citare a dozzine. La tecnica
preferita di Stalin, stando a
Chruscev, era quella di
fissare d'improvviso qualcuno
e chiedergli: «Perché hai uno
sguardo così sfuggente, oggi?
Perché non riesci a guardare
negli occhi il compagno
Stalin?» In quel momento
l'interpellato capiva che la
sua vita era appesa a un filo.
Sembra che Stalin ricorresse
al terrore in parte per
istinto (l'uomo era violento
per natura, a volte
schiaffeggiava i suoi
sottoposti) e in parte per
calcolo.
«Il popolo sente il
bisogno di uno zar» ebbe a
dire un giorno a Maria
Svanidze: e il suo modello di
zar era Ivan il Terribile. Ne
abbiamo conferme scritte in
questo archivio, nella
biblioteca personale di
Stalin, che contiene fra
l'altro la commedia Ivan
Groznyj scritta da Tolstoj nel
1942 Nel testo Stalin non si è
limitato a correggere certe
frasi di Ivan per renderle più
sintetiche e laconiche, in
pratica più simili alle sue,
ma ha scribacchiato più volte
sulla copertina "Il nostro
Maestro". L'unica critica che
muoveva al suo modello era
l'eccessiva debolezza.
«Ivan il Terribile» disse
Stalin un giorno al regista
Sergej Ejzenstejn «condannava
a morte e poi rimaneva a lungo
a pregare e a pentirsi, anche
per motivi religiosi. Si
sarebbe dovuto dimostrare più
energico!»
(«Moskovsicie novosti», n.
32, 938).
E Stalin fu decisamente
energico. Secondo il professor
A. Kuganov, fra il 1917 e il
1953 furono uccisi nell'Urss
sessantasei milioni di
individui: morirono fucilati o
in seguito alle torture,
moltissimi per fame, oppure
per il freddo o per l'eccesso
di lavoro nei gulag. Secondo
altri, questa cifra andrebbe
ridotta a soli quarantacinque
milioni. Impossibile appurarlo
con precisione! Né l'una né
l'altra stima, comunque,
tengono conto dei trenta
milioni che hanno perso la
vita durante la Seconda guerra
mondiale, stando alle recenti
valutazioni. Per apprezzare
questi dati più compiutamente,
basta pensare che la
Federazione russa ha
attualmente una popolazione di
circa 105 milioni di persone.
Senza le perdite. inflitte dal
comunismo, e in presenza di un
normale trend demografico,
questa popolazione sarebbe
oggi di 300 milioni. Ciò
nonostante, ed è questo uno
dei fenomeni più stupefacenti
della nostra epoca, in questa
nazione demograficamente tanto
devastata Stalin continua a
godere di una notevole
popolarità. Le sue. statue
Sono state abbattute, è vero,
e i nomi delle strade sono
stati cambiati. Ma la Russia
non ha avuto la sua
Norimberga, non abbiamo
assistito qui ad alcun
processo di denazificazione,
non si è insediata a Mosca una
Commissione d'indagine come
quella sudafricana. E gli
archivi, il tanto decantato
"confronto con il passato"?
Suvvia, signore e signori,
diciamoci francamente la
verità. Il governo russo è
oggi terribilmente spaventato,
e l'accesso agli archivi è
quindi più difficile di quanto
fosse sei o sette anni fa, lo
sapete come e meglio di me.
Gli archivi di Berija? Chiusi.
Gli archivi del Politburo?
Chiusi. Gli archivi di Stalin
(quelli autentici e completi,
non i pochi messi in vetrina)?
Chiusi. Vedo che un paio di
colleghi mostrano di non
gradire particolarmente queste
mie osservazioni. Li invito,
allora, a trarre le
conclusioni, da questa
ulteriore osservazione: non vi
è alcun dubbio che è Stalin, e
non Hitler, il personaggio più
allarmante del ventesimo
secolo. Dico questo... Dico
questo non solo perché Stalin
ha ucciso più esseri umani di
Hitler, come in effetti è
stato; e nemmeno perché Stalin
si è dimostrato più
psicopatico di Hitler, come in
effetti si è dimostrato.
Lo dico perché, a
differenza di Hitler, Stalin
non è stato ancora
esorcizzato. E anche perché
Stalin, a differenza di
Hitler, non è stato il {frutto
di un'eruzione isolata e
spontanea. Stalin si inquadra
in quella tradizione di
governo legittimato dal
terrore che lui ha
perfezionato e che potrebbe
ripetersi. E' il suo, non
quello di Hitler, il fantasma
che dovrebbe allarmarci. Vi
invito a riflettere. Se
prendete un taxi a Monaco, non
ci trovate dentro una foto di
Hitler, vero? La casa natale
di Hitler non è Un tempio meta
di pellegrinaggi; la tomba di
Hitler non è sommersa ogni
giorno dai fiori; per le
strade di Berlino non si
comprano cassette con i
discorsi di Hitler; i leader
politici tedeschi non parlano
di Hitler come di "un grande
patriota"; l'ex partito di
Hitler non ha ricevuto oltre
il quaranta per cento dei
suffragi nelle ultime elezioni
tedesche... Tutto questo, se
si sostituisce al nome di
Hitler quello di Stalin,
avviene invece nella Russia di
oggi. E, alla luce di quanto
ho appena esposto, assumono
una loro indubbia rilevanza
alcuni versi degli Eredi di
Stalin di Evtusenko: "Chiedo
quindi al nostro governo di
dubitare di tremare di montare
la guardia sulla sua tomba."
Poco prima delle tre di notte
Fiuke Kelso fu portato alla
centrale della Milizia e
lasciato lì in compagnia dei
detriti di una qualsiasi notte
moscovita: cinque o sei
sgualdrine, un magnaccia
ceceno, due banchieri belgi
dal pallore cadaverico, una
compagnia di ballerini
transessuali del Turkestan e
un numero imprecisato di
matti, vagabondi e drogati.
Gli stucchi dell'alto soffitto
del corridoio e il lampadario
con metà delle lampadine
spente conferivano alla scena
un tocco di epica
rivoluzionaria. Rimase seduto
su una panca, leggermente
isolato dagli altri, con il
capo appoggiato alla parete
scrostata, a guardare fisso
davanti a sé. Era anche
questa, quindi, la Russia.
Cristo, uno passa metà della
sua vita a scriverne, si trova
magari fra le mani la
confessione del maresciallo
Tuchacevskij con ancora sopra
gli spruzzi di sangue dopo che
l'Nkvb lo aveva trasformato in
una polpetta, e per un attimo
pensa di avere colto il senso
della storia e della società
di un'epoca; ma poi, quando si
trova faccia a faccia con la
realtà, si rende conto di non
avere capito tutto, anzi di
non aver nemmeno cominciato a
capire. Dopo qualche minuto
passarono due agenti,
fermandosi accanto al
distributore dell'acqua a bere
e chiacchierare. Parlavano di
un fattaccio avvenuto la sera
prima, l'uccisione di un
bandito uzbeko, certo Tsexer,
di fronte al guardaroba del
Babylon.
«C'è qualcuno che si
occupa del mio caso?» chiese
loro Kelso.
«Si tratta di un delitto.»
«Accidenti, un delitto!»
Uno dei due sbarrò gli occhi;
fingendo stupore, l'altro
scoppiò a ridere. Poi
gettarono nel cestino i
bicchieri di carta e se ne
andarono.
«Aspettate!» gridò Kelso.
All'altra estremità del
corridoio, una donna anziana
con una mano fasciata cominciò
a urlare. Kelso ricadde a
sedere sulla panca. Poco dopo
arrivò un terzo poliziotto,
massiccio e con baffi alla
Gorkij, e gli si piazzò
davanti, presentandosi come
l'investigatore Belenkij,
della Omicidi. Aveva in mano
un foglio macchiato.
«E' lei il testimone nella
faccenda di quel vecchio,
Rapazin?»
«Rapava» lo corresse
Kelso.
«Giusto, proprio così.»
Sarà stato per i baffi da
tricheco, o per gli occhi
acquosi, ma quel Belenkij
sembrava terribilmente triste.
«Ci serve una sua
dichiarazione» disse, dopo
avere dato un'occhiata al
foglio. Lo precedette lungo
un'ampia scalinata fino a una
stanza al secondo piano, con
le pareti verdi scrostate e un
pavimento di legno lucido ma
bitorzoluto. Fece segno a
Kelso di sedersi e gli mise
davanti alcuni moduli.
«Il vecchio aveva certi
documenti di Stalin» attaccò
Kelso, accendendosi una
sigaretta.
«Questo dovreste già
saperlo. Quasi certamente li
aveva nascosti in casa, e per
questo...»
Ma Belenkij non lo stava
nemmeno a, sentire.
«Tutto quello che riesce a
ricordare.»
Sbatté una biro sul
tavolo.
«Ma vuole darmi retta? I
documenti di Stalin...»
«Certo, certo.»
Il russo non lo ascoltava
nemmeno.
«Ai particolari penseremo
poi. Prima la deposizione..»
«Tutto?»
«Naturalmente. Chi è lei,
come ha conosciuto il vecchio,
che cosa stava facendo in casa
sua. Scriva tutta la storia,
ripasserò fra poco.»
Dopo che si fu
allontanato, Kelso rimase un
paio di minuti a guardare il
foglio bianco. Poi,
meccanicamente, scrisse in
caratteri cirillici il suo
nome, la data di nascita e
l'indirizzo. Ma aveva la mente
annebbiata. "Sono arrivato"
scrisse, e si interruppe. La
penna di plastica gli pesava
fra le dita come una sbarra
d'acciaio. "Sono arrivato a
Mosca..." Non riusciva nemmeno
a ricordare la data: eppure
erano una sua specialità, le
date! (25 ottobre 1917,
l'incrociatore Aurora
cannoneggia il Palazzo
d'Inverno e la Rivoluzione
inizia; 17 gennaio 1927, Lev
Trotzkij viene espulso dal
Politburo; 23 agosto 1939,
firma del patto Molotov-
Ribbentrop...) Chinò il capo e
riprese a scrivere: "Sono
arrivato a Mosca la mattina di
lunedì 26 ottobre su invito
del Servizio Archivi Russi per
tenere una breve conferenza su
Josif Stalin...". Terminò la
deposizione in meno di un'ora.
Fece come gli era stato detto,
senza tralasciare nulla: il
congresso, la visita di
Rapava, il quaderno di Stalin,
la Biblioteca Lenin, Episev e
l'incontro con Mamantov, la
villa di via Vspolnyj, la buca
ricoperta da poco, il Rabotnik
e la figlia di Rapava...
Riempì sette pagine con la sua
grafia minuta e tralasciò
alcuni particolari del finale,
l'appartamento devastato, la
scoperta del cadavere, la
disperata ricerca nel blocco
adiacente di un telefono che
funzionasse, finché non era
riuscito a convincere una
giovane donna con un bambino
in braccio. Era bello poter
tornare a scrivere, imporre un
minimo di ordine e razionalità
al caos del passato. Aveva
appena terminato quando
Belenkij fece capolino alla
porta.
«Lasci stare, non ce n'è
più bisogno.»
«Ma ho scritto tutto...»
«Non mi dica.»
Osservò i fogli sul tavolo
e spostò lo sguardo su Kelso.
Alle sue spalle, in
corridoio, c'era una certa
agitazione. Belenkij si
accigliò, poi urlò senza
nemmeno voltarsi: «Ditegli di
aspettare.»
Quindi entrò e richiuse la
porta. Doveva essergli
successo qualcosa,
chiaramente. Aveva la giubba
sbottonata, la cravatta
allentata, e sulla camicia
kaki spiccavano scure macchie
di sudore, Senza staccare gli
occhi da Kelso allungò la
tozza mano e si fece dare i
fogli, quindi sedette con una
specie di grugnito all'altra
estremità del tavolo ed
estrasse dalla tasca interna
un fodero di plastica
contenente un paio di occhiali
decisamente delicati per un
tipo come lui, a mezzaluna e
con la montatura d'oro. Se li
infilò sulla punta del naso e
cominciò a leggere.
Durante la lettura
sollevava ogni tanto lo
sguardo in direzione di Kelso,
studiandolo, per poi
riabbassarlo sui fogli. A un
tratto fece una smorfia, con
le labbra serrate e i baffi
ancora più spioventi, e si
succhiò la nocca del pollice
destro. Quando giunse alla
fine dell'ultima pagina, emise
un sospiro.
«Ed è vero?» chiese..
«Tutto.»
«Puttana sua madre!»
Belenkij si tolse le lenti e
si stropicciò gli occhi.
«E io ora che cosa dovrei
fare?»
«Mamantov» rispose Kelso.
«Deve sicuramente esserci
di mezzo lui. Io ho cercato di
non fornirgli troppi
particolari, ma...»
In quel momento la porta
fu spalancata e apparve un
ometto piccolo e sottile, una
specie di Stanlio accanto
all'Ollio Belenkij, che con
voce spaventatissima disse:
«Corri, Maxi! Sono arrivati!.»
Belenkij lanciò a Kelso
un'occhiata significativa, poi
prese i fogli con la sua
deposizione e spostò indietro
la sedia.
«Dovrà stare per un po' in
cella, ma non si allarmi.»
Udendo la parola "cella"
Kelso provò una fitta di
panico.
«Vorrei parlare con la mia
ambasciata.»
Belenkij si alzò, strinse
il nodo della cravatta, si
riabbottonò la giubba e cercò
inutilmente di darsi un
aspetto presentabile.
«Posso parlare con
qualcuno dell'ambasciata?»
insisté Kelso.
«Vorrei conoscere i miei
diritti.»
Belenkij si strinse nelle
spalle e si mosse verso la
porta.
«Troppo tardi.»
Nelle celle sotterranee
della centrale della Milizia
Kelso fu perquisito senza
tanti riguardi e dovette
consegnare passaporto,
portafoglio, orologio,
stilografica, cintura,
cravatta e stringhe. Il tutto
fu infilato in una scatola di
cartone, lui firmò un modulo e
gli venne data una ricevuta.
Poi, con le scarpe in una
mano, la ricevuta nell'altra e
il soprabito sul braccio,
seguì la guardia in un
corridoio lungo il quale si
aprivano porte metalliche. La
guardia doveva soffrire di una
malattia della pelle, a
giudicare dalla piccola
costellazione di crateri
rossastri che aveva sulla nuca
sopra il colletto unto, e,
udendo i suoi passi, alcuni
detenuti cominciarono a
gridare e a battere
ritmicamente sulla porta.
Lui non vi fece nemmeno
caso. L'ottavo cubicolo a
sinistra Tre metri per
quattro. Niente finestra. Una
branda. Niente coperta. In un
angolo un secchio smaltato con
sopra un quadrato di legno
come tavoletta. Kelso entrò
nella cella e gettò soprabito
e scarpe sulla branda. Alle
sue spalle la porta fu
richiusa con un rumore
metallico simile a quello del
portello di un sottomarino.
Accettare, abbozzare. L'aveva
imparato tanti anni Prima, era
quello l'unico modo per
sopravvivere in Russia. Alla
frontiera, quando ti
controllano i documenti per la
quindicesima volta.
Al posto di blocco, quando
ti fermano senza un motivo e
ti tengono un'ora e mezzo ad
aspettare. Al ministero,
quando vai a rinnovare il
visto e nessuno ti da retta.
Accettare, aspettare, lasciare
che il sistema si sfianchi da
solo. Protestare significa
solo farsi salire la
pressione. Lo spioncino al
centro della porta si aprì con
un clic e rimase aperto
qualche secondo per essere poi
richiuso. Si udì il rumore dei
passi della guardia che si
allontanava. Kelso sedette
sulla branda, chiuse gli occhi
e d'improvviso, come se gli
fosse rimasta impressa sulla
retina l'immagine distorta
provocata da una luce
abbagliante, vide il cadavere
bianco e nudo dondolare nella
tromba dell'ascensore, con le
spalle, i piedi e le mani
legate che battevano contro le
pareti. Corse alla porta,
cominciò a picchiarvi contro
con le scarpe e gridò con
quanto fiato aveva in gola,
poi, stremato, voltò le spalle
alla porta per osservare gli
angusti confini di quella
cella. Infine scivolò
lentamente a terra,
accoccolandosi sui calcagni,
stringendosi fra le braccia le
ginocchia. Il tempo ha una sua
indubbia peculiarità, ragazzo
mio. La misura del tempo. Il
modo migliore per misurarlo è,
ovviamente, l'orologio. Ma, in
mancanza di un orologio, ci si
può servire dell'alternarsi di
giorno e notte. E, in mancanza
di una finestra dalla quale
seguire questo alternarsi,
bisogna affidarsi a un qualche
meccanismo mentale. Ma, se la
mente ha subito uno shock,
questo meccanismo ne risente e
il tempo diventa incerto, come
il terreno per un ubriaco.
Così Kelso, in un momento non
meglio precisato, trasferì il
proprio corpo dalla porta alla
branda e si avvolse nel
cappotto, battendo i denti. I
suoi pensieri non seguivano un
filo logico. Quando pensò a
Mamantov cercò disperatamente
di ricordare se durante il
loro incontro avesse detto
qualcosa in grado di mettere
l'ex dirigente del Kgb sulle
tracce di Rapava. Pensò anche
alla figlia di Rapava, ne
aveva parlato nella
deposizione scritta, e in tal
modo non aveva mantenuto la
parola data. Ma lei lo aveva
abbandonato e lui aveva messo
per iscritto che era una
puttana. Così va il mondo. La
Milizia probabilmente aveva
già un dossier con nome e
indirizzo di lei. Come avrebbe
reagito alla notizia della
morte del padre? Non una
lacrima, sicuramente, ma
un'occhiata carica di
vendetta. Nel sogno cercava
nuovamente di baciarla, ma lei
si sottraeva, per mettersi a
danzare, a saltellare sulla
neve davanti al Blocco Nove,
mentre O'Brian marciava in
parata come se fosse Hitler.
Madame Mamantov dava in
escandescenze e, da qualche
parte, Papu Rapava batteva
dietro una porta gridando di
farlo uscire. Sono qui,
ragazzo. Toc. Toc. Toc. Quando
si svegliò, un occhio azzurro
e freddo lo stava osservando
dallo spioncino. La palpebra
metallica si riabbassò e
qualcuno aprì la serratura.
Dietro il secondino pustoloso
c'era un altro uomo, biondo e
ben vestito, e Kelso credette
che la fortuna fosse girata.
uno dell'ambasciata venuto per
portarmi via. Ma poi il biondo
disse in russo: «Kelso, si
infili le scarpe, prego», e la
guardia rovesciò sulla branda
il contenuto della scatola in
cui erano stati riposti i suoi
effetti personali. Chinandosi
ad allacciare le scarpe, Kelso
notò gli eleganti stivaletti
occidentali dello sconosciuto.
Poi, quando si rimise al polso
l'orologio, si accorse che
erano soltanto le sei e venti.
Aveva passato due ore in
quella cella, ma gli erano
sembrate una vita. Con le
scarpe ai piedi si sentì più
umano, non si può affrontare
il mondo senza scarpe.
Percorsero il corridoio,
provocando il consueto
schiamazzo dei detenuti.
Pensava che l'avrebbero
portato ai piani superiori per
fargli altre domande, ma
sbucarono invece in un cortile
sul retro dove era in attesa
un'auto con due uomini. Il
biondo gli aprì lo sportello
posteriore con un "prego"
cortese ma freddo, poi girò
attorno all'auto e andò a
sederglisi accanto. Dentro la
vettura c'era un'aria calda e
fetida, come quella che si
respira al termine di un lungo
viaggio, solo in parte
ammorbidita dal delicato
dopobarba del biondo. L'auto
si mise in movimento,
allontanandosi dalla centrale
della Milizia. Nessuno disse
una parola.
Cominciava ad albeggiare e
Kelso riuscì a farsi un'idea
della direzione verso la quale
si Stavano dirigendo. Aveva
già inquadrato quel terzetto:
polizia segreta, cioè Fsb,
cioè Lubjanka. Ma,
stranamente, l'auto puntava a
est, non a ovest. Passarono
davanti ai negozietti ancora
chiusi del Novyj Arbat e in
lontananza si profilò la
sagoma dell'Ukraina. Mi stanno
riportando in albergo, pensò,
ma si sbagliava nuovamente.
Invece di attraversare il
ponte, girarono a destra
seguendo il corso della
Moscova. L'alba avanzava più
velocemente ora e, come in una
reazione chimica, l'oscurità
dall'altra parte del fiume si
andava dissolvendo e il nero
stava virando al grigio e poi
a uno sporco blu alcalino. A
loro volta le nuvole di fumo
che, sull'altra sponda,
uscivano dalle ciminiere delle
fabbriche (una conceria, una
distilleria di birra)
assunsero una rosea tonalità
corrosiva. Percorsero in
silenzio qualche centinaio di
metri, poi d'improvviso
l'autista girò a destra
lasciando il lungofiume e andò
a parcheggiare in uno spiazzo
abbandonato. Due o tre uccelli
si sollevarono, agitando
lentamente le larghe ali ed
emettendo una specie di grido
strozzato. Il biondo fu il
primo a scendere, seguito,
dopo una breve esitazione, da
Kelso, la cui mente fu
attraversata da un pensiero
tutt'altro che
tranquillizzante: è il posto
ideale per un "incidente",
basta una spintarella e addio
Kelso.
Certo, le agenzie di
stampa avrebbero mandato in
rete numerosi dispacci sulla
sua improvvisa morte, i
supplementi a colori dei
giornali londinesi avrebbero
svolto inchieste, ma i
sospetti sarebbero presto
caduti, Cercò comunque di
mostrarsi coraggioso, che
cos'altro poteva fare? Il
biondo stava leggendo la
deposizione scritta di Kelso,
che svolazzava al vento
proveniente dal fiume,
Qualcosa di quell'uomo gli era
familiare.
«Il suo aereo» disse poi
senza voltarsi «parte da
Seremetevo all'una e trenta. A
bordo ci sarà anche lei.»
«Lei chi è?»
«Ora la riporteremo in
albergo, e da lì prenderà il
pullman con i suoi colleghi.»
«Perché fate questo?»
«Nel prossimo futuro potrà
tentare di rientrare nella
Federazione russa, anzi sono
certo che ci proverà: lei è un
tipo cocciuto, si vede. Ma le
annuncio subito che la sua
domanda di visto sarà
respinta.»
«E' un'ignobile
prevaricazione.»
Stupido da parte sua farsi
saltare i nervi, naturalmente,
ma, stanco e scosso com'era,
non riuscì a trattenersi.
«Una vergognosa
provocazione. Penseranno tutti
che sia stato io ad ammazzare
quel vecchio..»
Il biondo si voltò.
«Certo che l'ha ucciso
lei, è lei l'assassino.»
«Si tratta di uno scherzo,
vero? Se fossi davvero
l'assassino sarei scappato,
invece di chiamare la
Milizia.»
E non credere che non ci
abbia fatto un pensierino,
aggiunse in cuor suo.
«Ma è scritto qui, nero su
bianco.»
Il biondo gli sbatté quasi
in faccia la deposizione.
«Ieri pomeriggio lei è
andato da Mamantov,
informandolo di essere stato
avvicinato da un "testimone
dell'epoca" che sapeva certe
cose sulle carte di Stalin. E'
stato come firmare una
condanna a morte.»
Kelso si sentì mancare.
«Non ho mai fatto il nome.
Ho ripensato cento volte alla
conversazione con Mamantov e
mai...»
«Mamantov non aveva
bisogno di quel nome, lo aveva
già.»
«Come fa a esserne così
certo?»
«Papu Rapava» rispose il
russo con esagerata pazienza
«era stato sottoposto nel 1983
a un nuovo interrogatorio,
sollecitato dal vicecapo del
Quinto Direttorio, cioè
Vladimir Pavlovic Mamantov.
Capisce, ora?»
Kelso chiuse gli occhi.
«Mamantov sapeva
esattamente chi era la persona
alla quale lei si riferiva.
Non ci sono altri "testimoni
dell'epoca".
Sono morti tutti. Così,
venti minuti dopo la sua
uscita da casa Mamantov, ne è
sortito anche lui, ben sapendo
quale fosse l'indirizzo di
Papu Rapava dopo aver
consultato il proprio archivio
personale. Aveva sette, forse
otto ore di tempo per
interrogare Rapava con la
collaborazione di qualche
amico. E, mi creda, un
professionista come Mamantov
in otto ore può fare molto
male a una persona. Vuole che
le dia qualche particolare
dell'autopsia? No? Allora se
ne torni a New York e si
diverta con i suoi giochetti
di storico in qualche altra
nazione, perché questa non è
l'Inghilterra o l'America, il
passato qui non è morto e
sepolto. Il passato in Russia
se ne va in giro con un rasoio
e un paio di manette, si
informi con Papu Rapava Se non
mi crede.»
Un soffio di vento
increspò la superficie del
fiume, si udì il rumore
metallico di una boa che
batteva contro la catena alla
quale era fissata.
«Posso testimoniare»
insistette dopo un po' Kelso.
«Avrete bisogno della mia
testimonianza per incriminare
Mamantov.»
Il russo sorrise per la
prima volta.
«Conosce bene
Mamantov?»
«Pochissimo.»
«Pochissimo. Ringrazi
allora la sua fortuna. Alcuni
di noi l'hanno conosciuto
bene. Posso assicurarle quindi
che il compagno VP. Mamantov
potrà contare su almeno sei
testimoni, nessuno dei quali
di grado inferiore a quello di
colonnello, i quali giureranno
di avere passato l'intera
serata di ieri con lui a
parlare di iniziative
benefiche a centocinquanta
chilometri di distanza
dall'appartamento di Papu
Rapava.
Immagini dunque quale
valore potrebbe avere la sua
testimonianza.»
Cominciò a fare a pezzi la
deposizione di Kelso,
trasformandola praticamente in
coriandoli, che poi si fece
cadere nelle mani a coppa e
lanciò nel fiume. Il vento li
disperse, mentre i gabbiani,
subito accorsi nella speranza
di cibo, si allontanavano,
esprimendo con versi striduli
il loro disappunto.
«Niente è più come una
volta» proseguì, «e lei
dovrebbe saperlo. L'inchiesta
riparte questa mattina da
zero, e quella deposizione non
è mai stata resa, e lei non è
mai stato fermato dalla
Milizia. Il funzionario che
l'ha interrogata è stato
promosso e in questo momento
si trova a bordo di un aereo
militare che lo sta portando
alla sua nuova destinazione,
Magadan.»
«Magadan?» Magadan era in
Siberia, a seimilacinquecento
chilometri di distanza.
«Sì, ma non si preoccupi,
quando il caso sarà stato
risolto, lo faremo tornare a
Mosca. Solo, non vogliamo che
la stampa ci rompa le uova nel
paniere, sarebbe davvero
imbarazzante. Le dico questo
pur sapendo che non possiamo
certo impedirle di pubblicare
all'estero la sua versione
degli avvenimenti. Ma da parte
nostra tale versione non sarà
certo ufficialmente
avvalorata, al contrario. Ci
riserviamo il diritto di
rendere pubblico il resoconto
della sua giornata, in base al
quale le sue motivazioni
assumeranno un'altra luce.
Riveleremo, cioè, che era
stato fermato per gesti di
esibizionismo al giardino
zoologico davanti a due
bambine, figlie di uno dei
miei uomini. Oppure che era
stato sorpreso mentre urinava
ubriaco all'Alzaia Smolenskaja
e aveva resistito
violentemente e offensivamente
all'intervento della forza
pubblica.»
«Non ci crederà nessuno»
replicò Kelso, cercando ancora
di fare sfoggio di
indignazione. Ma purtroppo non
era così, e lui stesso sarebbe
stato in grado di fare un
elenco delle tante persone che
ci avrebbero creduto.
«Quindi, che cosa
succederà?» chiese polemico.
«Mamantov se la caverà con
tante scuse? Oppure vi
metterete a cercare anche voi
le carte di Stalin in modo da
poterle poi seppellire, come
seppellite sempre tutto ciò
che è "imbarazzante"?»
«Ora mi sta irritando»
esclamò il russo, perdendo
finalmente, a sua volta, la
calma.
«Che cos'altro volete, lei
e quelli come lei, da noi?
Avete vinto, non vi basta?
No, volete strofinarci il muso
sul passato, su Stalin, Lenin,
Berija, non ne posso più di
sentire quei maledetti nomi.
Volete farci tirare fuori
dagli armadi tutti i nostri
scheletri, desiderate che ci
rotoliamo nel fango del senso
di colpa in modo da potervi
sentire superiori...»
«Mi sembra di ascoltare
Mamantov.»
«Lo disprezzo, Mamantov,
mi capisce? E per gli stessi
motivi disprezzo lei. Vogliamo
togliere di mezzo tutti i
Mamantov, cosa crede? E
all'improvviso spunta lei e
finisce per caso in una
faccenda enorme, tanto enorme
che non può nemmeno
immaginare...»
Si interruppe, temendo di
dire qualche parola di troppo.
E a quel punto Kelso cominciò
a ricordare dove aveva già
visto quell'uomo.
«C'era anche lei, vero?»
disse.
«Era uno di quelli davanti
al suo palazzo...»
Ma ormai stava parlando a
se stesso, il russo si era già
diretto verso l'auto.
«Riportatelo all'Ukraina»
ordinò ai suoi, «e poi tornate
a prendermi qui. Ho bisogno di
un po' d'aria.»
«Chi è lei?»
«Vada, e mi sia
riconoscente.»
Kelso esitò, ma era troppo
stanco per insistere e si
gettò quasi a corpo morto sul
sedile posteriore mentre
l'autista metteva in moto. Il
russo gli richiuse
polemicamente lo sportello.
Era distrutto, serrò gli occhi
e rivide il cadavere di Rapava
che dondolava nell'oscurità.
toc. Toc. Riaprì gli occhi e
si accorse che il biondo stava
battendo la mano sul
finestrino. Kelso lo abbassò.
«Un'ultima cosa.»
Il russo sorrise,
sforzandosi ancora una volta
di mostrarsi educato.
«Stiamo lavorando,
ovviamente, sul presupposto
che Mamantov sia venuto in
possesso di quel quaderno.
Provi però a considerare
l'ipotesi opposta, e si
ricordi che Rapava aveva
resistito a sei mesi di
interrogatorio e a quindici
anni a Kolyma senza farsi
cavare una parola di bocca.
Non è azzardato ritenere,
quindi, che Mamantov e i suoi
non siano riusciti a ottenere
risultati migliori in una
serata, e la loro frustrazione
spiegherebbe la ferocia con la
quale si sono accaniti contro
di lui. In ogni caso, se lei
fosse Mamantov, a chi vorrebbe
rivolgere ora qualche
domanda?» Batté con il palmo
della mano sul tetto
dell'auto.
«Si faccia una bella
dormita a New York.»
Suvorin rimase a guardare
l'auto che si allontanava, poi
si voltò e prese a camminare
in direzione del fiume,
fumando la pipa. Si fermò
accanto a un grosso palo
metallico infisso nel cemento,
al quale durante il regime
comunista venivano attraccate
le imbarcazioni prima che
l'economia di mercato
riuscisse lì dove aveva
fallito Hitler e spopolasse i
porti. Si sentiva esausto. Con
un fazzoletto dette una
sommaria pulita a un gradino
dell'imbarcadero, si sedette
ed estrasse di tasca la
fotocopia della deposizione di
Kelso. In brevissimo tempo,
dopo la sconvolgente
esperienza in casa di Rapava,
quell'uomo era riuscito a
scrivere con notevole
chiarezza quasi duemila
parole... Questo confermava la
sua impressione: era un tipo
sveglio, quel Fiuke. Sveglio,
cocciuto e rompiballe. Con una
penna d'oro sottolineò alcuni
passaggi della deposizione,
poi compilò un promemoria per
Netto. Bisognava fare una
visita a quella villa di via
Vspolnyj, l'ex abitazione di
Berija, naturalmente...
Bisognava rintracciare la
figlia di Rapava. Bisognava
avere i nomi di tutti i periti
calligrafici dell'area di
Mosca ai quali Mamantov
potesse rivolgersi per far
autenticare il quaderno.
Bisognava consultare un paio
di storici amici perché
formulassero ragionevoli
ipotesi sul contenuto del
quaderno. Bisognava,
bisognava... Era come cercare
di far rientrare del gas in un
cilindro servendosi delle sole
mani. Stava ancora scrivendo
quando tornarono Netto e
l'autista. Si alzò,
semianchilosato, scoprendo con
rabbia che la ruggine del palo
al quale si era appoggiato gli
aveva lasciato una macchia sul
suo bel cappotto: e per tutto
il viaggio fino a Jasenevo
cercò inutilmente di toglierla
strofinandoci sopra la mano.

CAPITOLO 12.


La camera di Kelso era
immersa nel buio, con le tende
di plastica tirate, che lui
aprì come prima cosa. Avvertì
uno strano profumo...
Borotalco? Dopobarba?
Qualcuno era entrato in quella
stanza. Il biondo, quasi
sicuramente. Eau Sauvage?
Sollevò la cornetta del
telefono e udì un ronzio. Era
senza fiato, con la pelle
d'oca. Si sarebbe fatto
volentieri un whisky, ma il
minibar era ancora vuoto dopo
la notte di bisboccia con
Rapava, a parte una
bottiglietta di soda e una di
succo d'arancia. Aveva anche
bisogno di un bagno, ma alla
vasca mancava il tappo.
Pensandoci, capì chi era il
biondo. Conosceva il genere,
uomini gentili, ben vestiti,
occidentalizzati, déracinés,
troppo efficienti per essere
della polizia segreta. Aveva
incontrato tipi del genere ai
ricevimenti d'ambasciata per
oltre vent'anni, trovando
sempre una scusa per rifiutare
i loro inviti a pranzo,
ascoltando le loro battute
calcolatamente indiscrete
sulla vita a Mosca. L'ufficio
dal quale dipendevano si
chiamava una volta Primo
Direttorio del Kgb, poi
ribattezzato Svr: il nome era
cambiato, ma non il genere di
lavoro.
Tenevano Mamantov sotto
sorveglianza, il che non era
certo una manifestazione di
fiducia nei confronti
dell'Fsb. Al pensiero di
Mamantov andò di corsa alla
porta e tirò catenaccio e
catenella, poi mise l'occhio
allo spioncino per controllare
il corridoio vuoto. "Certo che
l'ha ucciso lei... è lei
l'assassino,". Prese a tremare
per l'effetto ritardato dello
shock. Si sentiva sporco,
contaminato, il ricordo di
quella notte era come carta
abrasiva passata sulla pelle.
Si rifugiò nella minuscola
stanza da bagno con le
mattonelle verdi, si tolse gli
abiti e aprì la doccia
regolando la temperatura al
massimo calore sopportabile,
poi si insaponò da capo a
piedi e l'acqua che finiva
nello scarico si fece grigia
della sporcizia di Mosca.
Rimase sotto il getto bollente
per una decina di minuti,
flagellandosi spalle e torace,
poi uscì dalla vasca lasciando
piccole pozze d'acqua sul
linoleum irregolare del
pavimento. Si accese una
sigaretta e si rasò,
trasferendo di volta in volta
la sigaretta da un angolo
all'altro della bocca, quindi
si asciugò e si mise a letto,
tirandosi le coperte fin sotto
il mento. Ma non riuscì a
prendere sonno. Poco dopo le
nove squillò il telefono, uno
squillo stridulo che si ripeté
a lungo, per poi smettere e
riprendere dopo una decina di
secondi. Ma stavolta chi aveva
chiamato riappese quasi
subito. Qualche minutò dopo,
qualcuno bussò leggermente
alla porta. Kelso ora si
sentiva vulnerabile, nudo.
Aspettò dieci minuti, poi tirò
via le coperte, si vestì, fece
la valigia (non gli ci volle
molto) e sedette infine su una
poltrona di fronte alla porta.
La tela che copriva l'altra
poltrona era spiegazzata e vi
si notava ancora la pressione
del corpo del povero Papu
Rapava. Alle dieci e un quarto
Kelso tolse catenaccio e
catenella, dette un'occhiata
di controllo al corridoio e,
con la valigia in mano e
l'impermeabile sul braccio,
scese con l'ascensore nella
hall affollata. Consegnò la
chiave alla reception e stava
per dirigersi verso l'uscita
quando si sentì chiamare da un
uomo.
«Professore!» O'Brian si
staccò dall'edicola e andò
verso di lui, con un paio di
giornali sotto il braccio. Non
si era cambiato d'abito, i
suoi jeans erano ora
leggermente spiegazzati e la
T-shirt meno immacolata, non
si. era nemmeno rasato e, alla
luce del giorno, sembrava
ancora più imponente.
«Buongiorno, professore.
Allora, quali novità?» Kelso
represse un moto di fastidio e
si sforzò di sorridere.
«Parto, purtroppo.»
E gli indicò la valigia,
la borsa e il soprabito.
«Mi dispiace. Lasci che le
dia una mano.»
«Non c'è bisogno, grazie.»
Cercò di aggirarlo.
«Davvero.»
«La prego.»
Il cronista allungò una
mano, stringendo le dita di
Kelso attorno al manico e
costringendolo a lasciare la
presa per poi impossessarsi
della valigia.
«Dove andiamo, signore?
Fuori?»
«Che cazzo di gioco è
questo?» Kelso gli trotterellò
dietro e nella hall molti si
voltarono a guardarlo.
«Mi ridia la valigia...»
«Che nottata, vero? Bel
posto, bellissime ragazze.»
O'Brian scosse il capo e
sorrise, continuando a
camminare.
«Poi lei se ne va, scopre
quel cadavere e tutto il
resto... deve avere avuto uno
shock mica male.
Prego, professore, mi
segua.»
Si infilò nella porta a
bussola e Kelso, dopo una
breve esitazione, lo seguì.
Quando uscì dall'altra parte,
O'Brian si era fatto
improvvisamente serio.
«Ora smettiamola con
questa messinscena, so
benissimo quello che sta
succedendo» disse l'americano;
«Mi ridia la valigia, per
favore.»
«Stanotte ho deciso di
rinunciare ai piaceri della
carne e sono rimasto fuori del
Rabotnik.»
«La mia valigia...»
«Diciamo che ho avuto
un'intuizione. Ti ho visto
uscire con la ragazza, ho
vistò che l'hai baciata e che
lei poi ti ha tirato un
ceffone... A proposito,
perché? Ti ho visto entrare
nella sua auto e vi ho seguiti
fino a quel casermone. Poi lei
se n'è andata, tu sei entrato
al Blocco Nove e dopo una
decina di minuti ne sei uscito
come se avessi alle calcagna
tutti i diavoli dell'inferno.
Infine ho visto arrivare i
poliziotti. Caro professore,
sei un uomo dai mille volti.»
«E tu sei insopportabile.»
Kelso cominciò a infilarsi
l'impermeabile, cercando di
apparire indifferente.
«Che cosa stavi facendo al
Rabotnik ieri sera? Aspetta,
non me lo dire: è stata una
coincidenza, vero?»
«Vado spesso in quel
locale, a me piace stabilire
dei rapporti su base
commerciale. La mia parola
d'ordine è: perché trovarsi
una ragazza gratis se puoi
trovartela pagando?»
«Oddio!» Kelso allungò la
mano.
«Ora ridammi la valigia.»
«Okay, okay.»
Il pullman era al solito
posto, in attesa di portare
gli storici all'aeroporto.
Moldenhauer stava facendo una
foto a Saunders con l'albergo
sullo sfondo e Olga li
osservava compiaciuta.
«Se proprio vuoi sapere la
verità, è stato Adelman.»
«Adelman?»
«Sì. Ieri al congresso,
durante la pausa-caffè, gli ho
chiesto dove fossi finito e
lui mi ha detto che ti eri
messo alla caccia di certe
carte di Stalin.»
«Adelman ti ha detto
questo?»
«Ma dai, non dirmi che ti
fidavi di Adelman!» O'Brian
sorrise.
«A voi storici basta un
vago sentore di scoop perché i
paparazzi, al confronto,
sembrino chierichetti. Adelman
mi ha fatto una proposta.
Cinquanta e cinquanta. Io
avrei dovuto trovare questi
documenti, accertare che
contenessero materiale
interessante e poi lui li
avrebbe autenticati. Mi ha
raccontato tutto quello che
gli avevi detto.»
«Compreso il Rabotnik?»
«Compreso il Rabotnik.»
«Bel bastardo!» Olga stava
ora scattando una foto a
Moldenhauer e Saunders, che
sorridevano tenendosi per
mano, e Kelso si rese conto
per la prima volta che erano
gay. Come aveva fatto a non
accorgersene prima?
Le sorprese di quel
viaggio non finivano mai.
«Su, professore,
risparmiami questa scena. Che
c'è di tanto scioccante nel
mio comportamento, o in quello
di Adelman? Ho fra le mani una
notizia, una grossa notizia
che diventa sempre più grossa.
Non solo hai trovato quel
poveraccio impiccato dentro la
tromba dell'ascensore con il
pisello in bocca, sei
addirittura andato a
raccontare alla Milizia che a
combinarlo in quel modo era
stato Vladimir Mamantov. E ora
l'indagine viene condotta
secondo le direttive impartite
dal Cremlino, a quanto mi
risulta. Che cosa c'è di tanto
divertente?»
«Nulla.»
Kelso non riusciva a
impedirsi di sorridere,
pensando allo spione biondo
("...non vogliamo che la
stampa ci rompa le uova nel
paniere...") «Devo ammettere
che hai degli ottimi contatti,
signor O'Brian.»
Il giornalista fece un
gesto impaziente.
«Non c'è segreto in questa
città che non si possa
comprare con 50 dollari e una
bottiglia di scotch. Aggiungi
che quelli, amico mio, sono
infuriati perché non amano che
qualcuno gli dica che cosa
devono fare e si lasciano
sfuggire le notizie.»
L'autista del pullman
suonò il clacson. Saunders
stava salendo a bordo e
Moldenhauer aveva tirato fuori
di tasca il fazzoletto per
salutarlo. Dietro i finestrini
Kelso vide i volti dei
colleghi, simili a pesci in un
acquario.
«Ora è proprio il caso che
tu mi ridia quella valigia,
devo andare.»
«Non puoi andartene,
professore.»
Ma il suo tono di voce
sembrava ammettere la
sconfitta, e Kelso riuscì a
mettere le mani sulla valigia.
«Andiamo, Fiuke, Solo una
piccola intervista. Un
commento.»
Si mise alle calcagna di
Kelso come un mendicante
importuno.
«Ho bisogno di
un'intervista per legittimare
la notizia.»
«Sarebbe da
irresponsabili.»
«Irresponsabili? Cazzate!
Non parli perché vuoi tenere
la notizia tutta per te?
Allora sei pazzo. C'è poco da
tenerla coperta, se non uscirà
fuori oggi, sarà domani.»
«E tu naturalmente la vuoi
dare oggi, prima degli altri.»
«E' il mio lavoro. Dai,
professore, non starmi a fare
tanto il superiore. Non c'è
molta differenza fra me e
te...»
Kelso era arrivato accanto
allo sportello del pullman,
che si aprì con un sospiro
pneumatico. Dall'interno
giunse un applauso ironico.
«Addio, signor O'Brian.»
Ma il giornalista non
voleva arrendersi e salì sul
primo gradino.
«Ma guarda quello che sta
succedendo!» Infilò i suoi
giornali nella tasca del
soprabito di Kelso.
«Dai un'occhiata, la
Russia è questa. Nulla qui
dura fino a domani, domani
questo Paese potrebbe non
esistere più. Sei proprio...
oh, merda...»
Dovette saltare a terra
per evitare lo sportello che
si richiudeva e dall'esterno
dette un pugno pieno di
sconforto sulla carrozzeria.
«Kelso» disse Olga,
freddissima.
«Olga.»
Si fece strada verso i
sedili in fondo. Quando arrivò
all'altezza di Adelman si
fermò e il collega, che aveva
sicuramente seguito la scena
del colloquio con O'Brian,
evitò il suo sguardo. Il
giornalista se ne stava
tornando mogio verso
l'albergo, con le mani in
tasca, e Moldenhauer agitava
il fazzoletto salutando
Saunders. Kelso, cercando di
non perdere l'equilibrio, andò
a sedere al solito posto, da
solo in fondo al pullman.
Rimase a guardare dal
finestrino per cinque minuti.
Si rendeva conto che avrebbe
dovuto mettere per iscritto le
esperienze di quella notte,
finché le aveva chiare nella
memoria: ma non ce la faceva,
non ora. A qualsiasi cosa
pensasse, non riusciva a
togliersi dagli occhi
l'immagine di quell'uomo
appeso nella tromba
dell'ascensore. Come un quarto
di bue dal macellaio... Frugò
nella tasca del cappotto alla
ricerca delle sigarette e tirò
fuori i giornali che vi aveva
infilato O'Brian. Li gettò sul
sedile accanto al suo e tentò
di ignorarli. Ma dopo un paio
di minuti si accorse che stava
cercando di leggere i titoli
capovolti e, seppure con una
certa riluttanza, li prese.
Non erano nulla di speciale,
solo un paio di quei
giornaletti in inglese che
danno gratis negli alberghi.
Il «Moscow Times.»
Notizie dall'interno: il
presidente era nuovamente
malato, o ubriaco, o entrambe
le cose; un serial killer
cannibale della regione di
Kemerovo si era mangiato,
secondo gli inquirenti,
ottanta persone; un dispaccio
dell'agenzia Interfax faceva
ammontare a ottantamila il
numero dei bambini che ogni
notte dormivano nelle strade
di Mosca; Gorbaciov stava
registrando un nuovo spot per
Pizza Hut; gli artificieri
avevano individuato e
disattivato nella stazione
Nagornaja della metropolitana
una bomba, piazzata da un
movimento contrario al
progetto di rimuovere dalla
Piazza Rossa il cadavere
imbalsamato di Lenin, meta
quotidiana di affollati
pellegrinaggi. Notizie
dall'estero: il Fondo
Monetario Internazionale
minacciava di sospendere
l'erogazione di 700 milioni di
dollari se la Russia non
avesse posto un freno al
deficit di bilancio.
Notizie economiche: i
tassi di interesse si erano
triplicati, mentre l'indice di
Borsa si era dimezzato.
Notizie religiose: una suora
diciannovenne, venerata da
diecimila seguaci, aveva
predetto la fine del mondo per
il giorno di Halloween;
lacrime di sangue uscivano
dagli occhi di una statua
della Vergine Maria, portata
in processione nella regione
della Terra Nera; un sant'uomo
di Tarko-Sele riusciva a
parlare con la bocca chiusa.
C'erano notizie su fachiri e
pentecostali, guaritori,
sciamani, anacoreti, dervisci
musulmani, seguaci dello
skotsy che si presentavano
come la reincarnazione di
Nostro Signore... Sembrava di
essere tornati ai tempi di
Rasputin, ai tempi dei finti
aruspici e dei falsi profeti.
Prese l'altro giornale,
«L'Esilio», letto
apparentemente dai giovani
occidentali che come O'Brian
lavoravano a Mosca. Niente
religione, qui, ma una valanga
di cronaca nera: Nel villaggio
di Kamenka (regione di
Smolenskaja), dove è fallita
recentemente la fattoria
collettiva e i dipendenti
statali non ricevono lo
stipendio da un anno, i
minorenni passano il tempo
vagabondando ai margini
dell'autostrada Mosca-Minsk e
inalando benzina da recipienti
da mezzo litro che si
acquistano a soli ottocento
rubli. Ad agosto due di loro,
Pavel Micheenkov, di 11 anni,
e Anton Maljarenko, di 13,
stanchi di torturare i gatti
hanno fatto un salto di
qualità, legando a un albero
un bambino di cinque anni,
Sasa Petrocenkov, e
bruciandolo vivo. Maljarenko è
stato riportato alla natia
Taskent, ma Micheenkov è
rimasto a Kamenka, perché
mandarlo al riformatorio
sarebbe costato 15 milioni di
rubli e il comune non ha i
fondi. Alla madre della
vittima, Svetlana
Petrocenkova, è stato detto
che, se vuole che l'assassino
del figlio venga allontanato,
dovrà trovare lei i soldi,
altrimenti sarà costretta a
vederselo ancora in giro nel
villaggio. Secondo la polizia,
il giovane Micheenkov aveva
l'abitudine di bere vodka con
i genitori fin dall'età di
quattro anni.
Voltò pagina e si imbatté
in una specie di guida della
Mosca by-night.
Vi erano elencati i bar
per gay (Dyke, The Three
Monkeys, The Queer Nation);
locali di strip-tease (Navada,
Rasputin, The Intim Peep
Show); night-club (Buchenwald,
dove il personale indossava
uniformi naziste, Bulgakov,
Utopija). Cercò il Rabotnik.
In nessun locale come il
Rabotnik si trovano
concentrati gli eccessi della
Nuova Russia: interior design
malizioso, musica techno
spaccatimpani, splendide
ragazze e ragazzine, security
modello commando, clientela
femminile dagli occhi neri che
succhia Evian. Fatevi una
scopata e godetevi la scena di
qualcuno che viene fatto fuori
a colpi d'arma da fuoco. Una
descrizione decisamente
appropriata, pensò. Il
terminal delle partenze di
Seremetevo 2 era pieno di
gente che cercava di uscire
dalla Russia. Le file si
formavano come cellule sotto
la lente del microscopio,
crescevano dal nulla, si
dividevano in due, si
riformavano, si univano alle
altre file per la dogana, i
biglietti, la sicurezza, il
controllo passaporti. Ne
terminavi una e ne cominciavi
un'altra. Sembrava, quel
terminal, una specie di enorme
caverna nella quale si
respiravano i vapori del
kerosene e l'acido dell'ansia.
Adelman, Duberstein, Byrd,
Saunders e Kelso, con un paio
di colleghi americani che
erano stati alloggiati al Mir
(Pete Maddox di Princeton e
Vobster di Chicago), formavano
un gruppetto in coda a una
fila, mentre Olga si era
allontanata per cercare di
accelerare le operazioni. Dopo
un paio di minuti non si erano
mossi di un centimetro. Kelso
ignorava Adelman, seduto sulla
valigia e apparentemente
immerso nella lettura di una
biografia di Cechov.
Saunders sospirava e
cercava inutilmente di sfogare
la sua frustrazione.
Maddox si allontanò un
momento per tornare poco dopo
e informarli che, a quanto
pareva, alla dogana aprivano
tutti i bagagli.
«Merda, e io che ho
comprato un'icona» piagnucolò
Duberstein.
«Lo sapevo che non avrei
dovuto acquistarla, non
riuscirò mai a farla passare.»
«Dove l'hai presa?»
«In quella grossa libreria
del Novyj Arbat.»
«Dalla a Olga, ci penserà
lei a fartela avere. Quanto
l'hai pagata?»
«Cinquecento dollari.»
«Cinquecento!» Kelso si
ricordò di essere al verde, ma
voleva comprare altre
sigarette; se fosse riuscito a
farsi assegnare un posto per
fumatori avrebbe potuto
evitare gli altri.
«Potresti prestarmi dieci
dollari, Phil?» chiese a
Duberstein. Quello si mise a
ridacchiare.
«A che ti Servono, Fiuke,
devi comprare il quaderno di
Stalin?» Saunders si fece
scappare un risolino, Velina
Byrd si portò una mano alla
bocca e distolse lo sguardo.
Kelso si rivolse 'sbalordito
ad Adelman.
«L'hai detto anche a
loro?»
«E perché no?» Adelman si
leccò un dito e voltò pagina
senza sollevare lo sguardo.
«Era un segreto?»
Duberstein estrasse il
portafoglio.
«Facciamo così, Fiuke, ti
do venti dollari, così ne
compri uno anche per me.»
Scoppiarono tutti a
ridere, stavolta apertamente,
poi guardarono Kelso per
osservare le sue reazioni. Lui
prese la banconota.
«D'accordo, Phil» replicò
quasi sottovoce.
«Allora ti propongo una
scommessa. Se entro la fine
dell'anno spunta fuori il
quaderno di Stalin, siamo pari
e non ti devo restituire i
venti dollari; in caso
contrario, di dollari te ne do
mille.»
Maddox emise un fischio.
«Cinquanta a uno» disse
inghiottendo a vuoto.
«Mi stai offrendo una
scommessa cinquanta a uno?»

«Ci stai?»

«Puoi giurarci che ci
sto.»
Duberstein rise di nuovo,
ma stavolta nervosamente, poi
si guardò attorno.
«Siete tutti testimoni,
vero?»


Gli altri guardavano Kelso
increduli, alcuni a bocca
spalancata, e per lui quel
momento valse da solo mille
dollari. Anche Adelman
sembrava d'improvviso
disinteressarsi del suo libro:
; '

«Mai guadagnato venti
dollari con tanta facilità»
commentò Kelso.
Intascò la banconota e
prese la valigia.
«Vi dispiace tenermi il
posto?»
Li lasciò prima che si
riavessero dalla sorpresa e si
inoltrò a passo svelto
nell'affollata aerostazione,
facendosi strada fra la gente
e le montagnole di bagagli.
Una vittoria lampo ogni
tanto... cosa si può
pretendere di più dalla vita?
Dall'altoparlante giunse
assordante e imperiosa una
voce femminile che annunciava
la partenza del volo Aeroflot
per Delhi. All'edicola
controllò se avessero
l'edizione tascabile del suo
libro. Non l'avevano. Allora
concentrò la sua attenzione
sulla rastrelliera dei
settimanali e, potendo
scegliere fra «Time» e
«Newsweek» della settimana
prima e «Der Spiegel» appena
uscito, optò per quest'ultimo:
gli sarebbe sicuramente durato
per tutte le undici ore di
viaggio. Tirò fuori di tasca i
venti dollari di Duberstein e
si diresse verso l'edicolante
per pagare. Dall'ampia vetrata
vedeva la distesa di cemento,
la fila di auto, taxi e
pullman, edifici grigi,
carrelli abbandonati, una
ragazza con i capelli neri
tirati all'indietro e il viso
pallidissimo che lo guardava.
Lui distolse lo sguardo, poi
trasalì. Rimise la rivista
nella rastrelliera e tornò
alla vetrata. Era lei, senza
dubbio, con un paio di jeans e
un giubbotto di pelle
imbottito. Aspetta, le disse
anche se lei non poteva
sentirlo, e il suo alito
appannò il vetro freddo. Lei
continuò a fissarlo con uno
sguardo privo d'espressione e
Kelso le puntò un dito contro
i piedi. Rimani lì.
Per raggiungerla doveva
perderla di vista e percorrere
la vetrata alla ricerca di
un'uscita. La prima serie di
porte era chiusa con una
catena, ma non la seconda.
Uscì al freddo e all'umido,
lei era a una cinquantina di
metri di distanza. Kelso si
voltò a guardare il terminal
affollato, senza riuscire a
vedere i colleghi, e poi
riportò lo sguardo su di lei
che si era già mossa e stava
attraversando sulle strisce
senza curarsi minimamente
delle auto che passavano.
Esitò: che cosa fare? Un
pullman gliela nascose un
attimo, e bastò questo a farlo
decidere. Prese la valigia e
le andò dietro al piccolo
trotto. La distanza fra loro
rimase la stessa fin quando
non entrarono nel grande
parcheggio scoperto, dove
Kelso la perse di vista. Luce
grigia, neve e fanghiglia,
puzza di kerosene ora molto
più accentuata, file e file di
auto a forma di scatola,
alcune delle quali coperte da
una patina di fango e
sporcizia, aria frizzante. Un
grosso, vecchio Tupolev gli
passò sul capo, così basso che
si riuscivano a vedere le
linee di ruggine all'altezza
della saldatura delle piastre.
Lui chinò istintivamente il
capo, proprio mentre una Lada
color sabbia si staccava
lentamente dall'estremità di
una fila e si fermava con il
motore acceso. Neanche in
quella circostanza la donna
gli facilitò le cose, e rimase
lì senza andargli incontro.
Quando Kelso raggiunse l'auto,
lei non gli aprì nemmeno lo
sportello e dovette farlo lui;
non parlò, toccò a lui rompere
Il silenzio; non gli disse
neppure il suo nome. Kelso lo
scoprì successivamente:
Zinaida, si chiamava Zinaida
Rapava. Sapeva già quanto era
successo quella notte, glielo
si leggeva sul volto teso, e
lui si sentì colpevolmente
sollevato all'idea di non
doverle dare la notizia.
Quando si trattava di dare
brutte notizie Kelso si
trasformava in un vigliacco,
per questo si era sposato tre
volte. Sedette accanto a lei,
con la valigia incastrata fra
le ginocchia. Il riscaldamento
era acceso, il tergicristallo
intermittente cercava con
scarso successo di avere la
meglio sul parabrezza sporco.
Kelso sapeva che avrebbe
dovuto sbrigarsi, il volo
Delta per New York era l'unica
parte del congresso che non
aveva intenzione di perdere.
«Dimmi che cosa posso fare
per aiutarti.»
«Chi l'ha ammazzato?»
«Un uomo di nome Vladimir
Mamantov, ex Kgb. Sapeva di
tuo padre dai vecchi tempi.»
«I vecchi tempi» ripeté
lei, amaramente. Nel silenzio
si udiva solo il rumore del
tergicristallo che grattava a
intermittenza il vetro; «Come
hai fatto a trovarmi?»
«Sempre i vecchi tempi,
tutta la mia vita.»
Un altro Tupolev passò
rombando su di loro.
«Ascolta» le disse, «fra
un minuto dovrò andarmene,
devo prendere un aereo per New
York. Una volta lì scriverò
tutto... mi stai a sentire? Ti
manderò una copia, dimmi dove
posso mandartela. Se avrai
bisogno di qualcosa ti
aiuterò.»
Non era facile muoversi
con la valigia sulle gambe.
Sbottonò il cappotto e cercò
di allungare una mano verso la
tasca interna della giacca
alla ricerca della penna. Lei
non l'ascoltava, ma guardava
un punto imprecisato al di là
del parabrezza.
Poi cominciò a parlare, ma
sembrava che parlasse a se
stessa.
«Erano anni che non lo
vedevo, che motivo avevo di
vederlo? Quando mi hai chiesto
di accompagnarti mi sono
ricordata che da dieci anni
non mi ero più nemmeno
avvicinata a quella specie di
discarica.»
Si voltò per la prima
volta a guardarlo, era senza
trucco e sembrava più giovane,
più carina. Il giubbetto di
pelle marrone era vecchio e
lei si era tirata la zip fino
al collo.
«Dopo averti lasciato me
ne sono andata a casa, ma poi
sono tornata in quel posto:
dovevo capire quello che stava
succedendo. Non avevo mai
visto tanti poliziotti in vita
mia. Ho notato che ti
portavano via e non ho detto
chi ero, non ai poliziotti.
Dovevo mettere ordine nelle
mie idee, dovevo...»
Si interruppe, sembrava
confusa, spersa.
«Come ti chiami?» le
chiese.
«Dove posso raggiungerti
per posta o per telefono?»
«Poi, stamattina, ti ho
cercato all'Ukraina, ti ho
telefonato, ho bussato-alla
porta della tua camera. E,
quando mi hanno detto che te
n'eri andato, sono venuta qui
ad aspettare.»
«Perché non mi dici come
ti chiami?» Guardò l'orologio,
disperato.
«Devo prendere questo
aereo, capisci?»
«Non chiedo favori» disse
lei, fiera.
«Non chiedo mai favori.»
«Non preoccuparti, voglio
aiutarti. Mi sento
responsabile.»
«Allora aiutami. Lui mi ha
detto che mi avresti aiutato.»
«Lui?»
«Il fatto è, mister, che
mi ha lasciato qualcosa.»
Il giubbetto di pelle
scricchiolò mentre lei
abbassava la lampo, per poi
infilare la mano e tirare
fuori un pezzo di carta.
«Qualcosa che vale un
sacco di soldi?
Dentro una scatola degli
attrezzi? Secondo lui, tu puoi
dirmi di che cosa si tratta.»

CAPITOLO 13.


Uscirono dalla zona
aeroportuale e presero
l'autostrada per San
Pietroburgo in direzione sud,
diretti verso la città. Un
enorme camion, con ruote che
superavano in altezza la
stessa Lada, li sorpassò
facendo sbandare la loro auto
per lo spostamento d'aria e
spruzzandola di fango.
Kelso aveva promesso a se
stesso di non guardarsi
indietro, ma non resistette.
Il terminal, simile a un
transatlantico grigio, stava
affondando all'orizzonte,
finché le sue luci giallastre
non scomparvero alle spalle di
un filare di betulle. Lui
stava per chiederle di
riportarlo indietro. Le lanciò
un'occhiata e la donna, con il
suo giubbetto di pelle e lo
sguardo intrepido, gli sembrò
per un attimo un pilota ai
comandi di un traballante
aereo.
«Chi è Sergo?» le chiese.
«Mio fratello.»
Guardò lo specchietto
retrovisore.
«E' morto.»
Kelso rilesse il biglietto
sgualcito, scritto a matita,
apparentemente in tutta
fretta. Glielo avevano
infilato sotto la porta di
casa, aveva detto lei, e
l'aveva trovato quando era
rientrata nel suo appartamento
dopo avere lasciato, Kelso
davanti al Blocco Nove. "Ciao,
piccola cara!
Sono stato un cattivo
padre, hai ragione, hai sempre
avuto ragione. Non credere che
non lo sappia! Ora ho
l'occasione di fare qualcosa
di buono.
Ieri non mi hai lasciato
parlare, ora devi leggermi.
Ricordi quel box che avevo,
quando mamma era ancora viva?
C'è ancora! E in quel box
troverai una scatola degli
attrezzi per te, un regalo di
grande valore.
Stai sempre leggendo,
Zinaida? A me non succederà
nulla, ma in caso contrario
prendi la scatola e mettila al
sicuro. Potrebbe essere
pericoloso, quindi sta'
attenta. Capirai da sola che
cosa voglio dire.
Distruggi questo
biglietto. Ti bacio, piccola
mia. Papà. Mettiti in contatto
con un inglese, un certo
Kelso, che sta all'hotel
Ukraina ed è al corrente di
questa faccenda. Ricordati di
tuo padre! Ancora un bacio,
Zinaida. Ricordati di Sergo!"
«E' venuto a trovarti, quindi.
Quando è stato? L'altroieri?»
Lei annuì senza guardarlo,
concentratissima nella guida.
«Non lo vedevo da quasi
dieci anni.»
«Non andavate d'accordo,
vero?»
«Sei proprio sveglio.»
Più che una risatina
sarcastica, la sua fu
un'espulsione di fiato.
«No, non andavamo
d'accordo.»
Kelso ignorò quel tono
aggressivo.
«Com'era, l'ultima volta
che l'hai visto?»
«In che senso?»
«Il suo modo di fare,
voglio dire.»
«Da bastardo, come
sempre.»
Stava osservando con le
sopracciglia aggrottate il
traffico in senso opposto.
«Deve avermi aspettato
sotto casa tutta la notte.
Sono rientrata alle sei, fino
ad allora ero stata al club
per lavoro, lo sai. Appena mi
ha visto e ha visto com'ero
vestita, mi ha chiamato
puttana.»
Scosse il capo al ricordo.
«E poi che cos'è
successo?»
«Mi è venuto dietro fin
dentro casa. Gli ho detto: "Se
mi metti le mani addosso ti
cavo un occhio, non sono più
la tua bambina", e allora si è
calmato.»
«Che cosa voleva?»
«Parlare, ha detto. Ed è
stato uno shock, dopo tutto
quel tempo. Non sapevo nemmeno
che fosse ancora vivo, pensavo
se ne fosse già andato
all'altro mondo. Lui invece
sapeva benissimo dove vivevo e
cosa facevo, mi ha detto che
ogni tanto mi teneva d'occhio.
"Non ci si libera del passato
tanto facilmente" mi ha detto.
Perché quel giorno ha deciso
di venire da me, mister?»
Guardò Kelso per la prima
volta da quando avevano
lasciato l'aeroporto.
«Sai dirmelo?»
«Di che cosa voleva
parlare?»
«Non lo so, non lo stavo a
sentire. Non lo volevo a casa
mia, fra le mie cose, non
volevo ascoltare i suoi
racconti, aveva cominciato dai
tempi in cui l'avevano spedito
al gulag. Per liberarmi di lui
gli ho dato un po' di
sigarette e gli ho detto di
andarsene, ero stanca e dovevo
andare al lavoro.»
«Lavoro?»
«Di giorno lavoro ai
grandi magazzini Gum e la sera
studio giurisprudenza. Certe
notti scopo. Perché; è un
problema?»
«Una vita piena, la tua.»
«Ci sono costretta.»
Kelso cercò di
immaginarsela dietro un banco
del Gum.
«Che cosa vendi?»
«Come?»
«Che cosa vendi ai grandi
magazzini?»
«Niente.»
Controllò di nuovo il
retrovisore.
«Faccio la centralinista.»
Avvicinandosi alla città
il traffico si era
intensificato, e la Lada
dovette rallentare fino a
procedere a passo d'uomo. Più
avanti c'era stato un
incidente, una Skoda
traballante aveva tamponato
una vecchia grossa Ziguli, su
entrambe le corsie erano
sparsi frammenti di vetro e
pezzi di lamiera. Sembrava che
i due conducenti avessero
fatto a pugni, uno aveva il
davanti della camicia
macchiato di sangue. Quando
passarono accanto ai
poliziotti che effettuavano i
rilievi, Kelso abbassò il
capo.
Poi la strada si fece
nuovamente sgombra e l'auto
riprese velocità.
Cercò allora di riordinare
le idee, di ricostruire gli
ultimi due giorni di vita di
Papu Rapava. Martedì 27
ottobre: va a trovare la
figlia che non vede da dieci
anni perché, così dice, vuole
parlarle. Lei, con un
pacchetto di sigarette e una
bustina di fiammiferi del
Rabotnik, lo convince ad
andarsene. Nel pomeriggio Papu
rispunta, chissà perché,
all'Istituto di
marxismoleninismo per
ascoltare una conferenza di
Fiuke Kelso, poi lo segue fino
all'hotel Ukraina e passa
tutta la notte in camera sua a
bere. E a parlare, come un
fiume in piena. Forse mi ha
detto quello che avrebbe detto
alla figlia se lei lo fosse
stata a sentire. All'alba si
allontana dall'Ukraina, e a
quel punto siamo a mercoledì
28 ottobre. E che fa dopo che
ha lasciato l'Ukraina? Va in
quella villa abbandonata di
via Vspolnyj e scava in
giardino per riportare alla
luce il segreto della sua
vita? Probabilmente è andata
così. Dopo di che nasconde ciò
che ha appena ripreso e lascia
un biglietto alla figlia
dandole indicazioni su come
trovarlo ("Ricordi quel box
che avevo, quando mamma era
ancora viva?"). Infine, nel
tardo pomeriggio, riceve la
visita dei suoi assassini. Può
aver spifferato tutto come può
avere tenuto la bocca chiusa:
e, se ha taciuto, l'ha fatto
per amore? Certamente,
affinché l'unica cosa di
valore che aveva al mondo non
finisse in mano a loro ma a
sua figlia. Dio, che fine!,
pensò Kelso. Che modo
solitario e orribile di dire
addio alla vita!
«Deve averti avuto molto a
cuore» le disse. Si chiese se
avesse saputo come il vecchio
era morto, lui non aveva
alcuna intenzione di
raccontarglielo.
«Deve averti voluto bene
se è venuto a trovarti.»
«Non credo. Mi picchiava,
picchiava mia madre e mio
fratello.»
Teneva gli occhi incollati
sulla strada.
«Mi picchiava quand'ero
piccola, quali colpe ha un
bambino?» Scosse il capo.
«No, non credo che mi
volesse bene.»
Kelso provò a immaginarsi
i quattro componenti della
famiglia Rapava nel loro
monolocale. Dove dormivano i
genitori, su un materasso in
terra nell'ingresso? E Rapava,
dopo quindici anni a Kolyma,.
sempre più violento e
imprevedibile. Meglio non
pensarci.
«Quando è morta tua
madre?»
«Ma non la smetti mai di
fare domande, mister?»
Uscirono dall'autostrada e
presero una provinciale a
doppia carreggiata, una delle
quali non era stata
completata, cosicché, dopo
un'ampia curva, terminava
d'improvviso quasi a
strapiombo su un terreno non
coltivato, con i tronconi
metallici che fuoriuscivano
dal cemento.
«E' morta quando avevo
diciotto anni, se proprio ti
interessa.»
Lo squallore che li
circondava aveva qualcosa di
eroico, un dato questo
comunque non insolito in
Russia. Fuori città si
trovavano strade larghissime e
deserte, con buche colme
d'acqua come laghetti. Ogni
sconfinato casermone, ogni
puzzolente complesso
industriale aveva a
disposizione chilometri
quadrati da inquinare. Kelso
ricordò quando, la notte
precedente, aveva dovuto
percorrere come in un incubo
una distanza apparentemente
infinita per passare dal
Blocco Nove al Blocco Otto in
cerca di aiuto. Alla luce del
giorno, lo stabile in cui
abitava Rapava appariva se
possibile ancora più
squallido, sopra le finestre
del secondo piano il muro era
annerito dal fumo di un
incendio.
Davanti all'ingresso c'era
una piccola folla e Zinaida
rallentò per poter dare
un'occhiata. O'Brian aveva
ragione, la voce si era ormai
sparsa. Un agente, della
Milizia teneva a distanza i
numerosi cronisti e cameramen,
sotto gli sguardi indolenti di
un certo numero di vicini
sfaccendati. Alcuni bambini
giocavano a pallone su un
campo incolto, altri
osservavano incuriositi i
furgoncini delle tv.
«Che cos'era lui per
quella gente?» chiese
d'improvviso Zinaida.
«Che cosa rappresentava
per ciascuno di voi? Siete
tutti avvoltoi.»
Storse il viso in una
smorfia di disgusto e per la
terza volta Kelso la sorprese
a guardare lo specchietto
retrovisore. Si voltò di
scatto.
«Ci sta seguendo
qualcuno?»
«Forse, un'auto fin
dall'aeroporto. Ma non la vedo
più.»
«Che auto?» Cercava di
mantenere la voce calma.
«Una Bmw serie 7.»
«Ti intendi di auto?»
«Hai ancora domande?» Gli
lanciò un'altra occhiata.
«Le auto erano l'unico
interesse di mio padre, le
auto e il compagno Stalin. Ai
vecchi tempi era l'autista di
qualche grosso personaggio,
vero? Vedrai.»
Tornò a pigiare
sull'acceleratore. Non sa
niente, pensò Kelso. Non ha
idea dei rischi. Poi decise il
da farsi e promise a se stesso
che non avrebbe cambiato idea:
avrebbero cercato la scatola
degli attrezzi, senza stare
però a perdere troppo tempo, e
poi le avrebbe chiesto di
riportarlo all'aeroporto per
cercare di prendere il primo
aereo per una città europea,
dalla quale poi imbarcarsi su
un volo per New York. A due
minuti di distanza dallo
stabile di Rapava lasciarono
la strada principale e si
inoltrarono in una specie di
sentiero fangoso che
attraversava un boschetto di
betulle scheletriche e
terminava in un campo occupato
da un certo numero di
orticelli. Un maiale grufolava
dentro un recinto delimitato
da vecchi sportelli d'auto
uniti fra loro con il fil di
ferro, qua e là si vedeva
anche qualche gallina, la
verdura era bruciata dal gelo.
Dopo la nevicata del giorno
precedente i bambini avevano
fatto un pupazzo di neve, che
la pioggia però aveva reso
irriconoscibile e quasi
grottesco. Di fronte a quello
squallido paesaggio rurale si
stendeva una fila di box. Sul
lungo tetto della costruzione
erano finiti i resti di cinque
o sei auto, scheletri rossi e
arrugginiti privi di
finestrini, motore,
pneumatici, tappezzeria.
Zinaida spense il motore e
scesero dalla Lada, sotto lo
sguardo di un vecchio
appoggiato a una vanga.
Zinaida si fermò a guardarlo,
con le mani sui fianchi,
finché il vecchio sputò in
terra e si rimise a lavorare
di vanga. Lei aveva una chiave
e Kelso si voltò a guardare il
sentiero che avevano appena
percorso. Aveva le mani
intirizzite e se le infilò
nelle tasche del cappotto. Di
loro due era Zinaida quella
calma, portava un paio di
stivali fino al ginocchio e
camminava fissando il sentiero
per evitare di sporcarsi di
fango. Lui si guardò
nuovamente attorno, a disagio.
Non gli piaceva quel posto
dove erano finiti, non gli
piaceva quella donna dai
troppi volti: centralinista al
Gum, aspirante avvocato,
puttana part time e ora anche
orfana indifferente.
«Dove l'hai presa quella
chiave?» le chiese.
«Era con il biglietto.»
«Non capisco allora perché
non sei venuta subito qui, da
sola. Perché avevi bisogno di
me?»
«Perché non so che cosa
cercare, è chiaro? Allora,
vieni o no?» Stava tentando di
infilare la chiave in un
grosso lucchetto assicurato a
una catena.
«Che cosa stiamo cercando,
a proposito?»
«Un quaderno.»
«Che cosa?» Si bloccò,
osservandolo.
«Un quaderno con la
copertina di tela cerata nera
che era appartenuto a Stalin.»
Ripeté per l'ennesima
volta quella frase ormai
familiare, che stava
diventando il suo mantra.
(Non lo troveremo, disse a
se stesso, quel quaderno era
come il Santo Graal,
l'importante era cercarlo, ma
si dava per scontato che non
sarebbe mai stato trovato.)
«Il quaderno di Stalin? E
quanto vale?»
«Quanto vale?» Lo disse
come se quel pensiero non gli
avesse mai attraversato la
mente.
«Quanto vale?» ripeté.
«Difficile fare una
valutazione esatta, dipende
dal contenuto, se può
interessare i collezionisti.»
Allargò le braccia.
«Mezzo milione, forse.»
«Di rubli?»
«Di dollari.»
«Di dollari? Merda.
Merda.»
Cercò nuovamente di
infilare la chiave nel
lucchetto, ma l'emozione
rendeva goffi i suoi
tentativi. E all'improvviso,
guardandola, lui capì che cosa
stava provando quella donna e,
naturalmente, anche il motivo
per cui l'aveva seguita fin
lì.
Perché quel quaderno
rappresentava per lui tutto,
non solo il denaro che ne
avrebbe potuto ricavare.
Rappresentava una specie di
vendetta per i vent'anni
passati a congelarsi il culo
negli archivi sotterranei o in
sale da conferenze (all'inizio
conferenze da ascoltare e
successivamente da tenere),
vent'anni di insegnamento, di
vita di facoltà, vent'anni
passati a scrivere libri che
avrebbero venduto pochissime
copie. E sempre nella speranza
di poter un giorno dare vita a
qualcosa di significativo,
autentico, importante e
definitivo, qualcosa che
avrebbe spiegato al mondo
perché le cose erano avvenute
come erano avvenute.
«Dai qua» disse,
spingendola quasi di lato, «ci
provo io.»
Si dette da fare con la
chiave finché finalmente
riuscì a infilarla nel
lucchetto e ad aprire, facendo
scorrere la catena. Freddo,
puzza d'olio, niente finestre,
niente elettricità. Appesa con
un chiodo alla porta c'era una
vecchia lampada alla
paraffina. La prese
agitandola, era ancora piena.
Lei disse di sapere come
accenderla, si inginocchiò in
terra, strofinò un fiammifero
e lo avvicinò allo stoppino,
che produsse una fiammella
prima azzurra, poi gialla.
Zinaida sollevò la lampada
mentre lui richiudeva la
porta. Il box era stato usato
come deposito di vecchi pezzi
di ricambio, appesi alle
pareti. In ombra, a
un'estremità, c'erano dei
sedili sistemati in modo da
formare un letto, con sacco a
pelo e coperta ordinatamente
ripiegati. Da una trave del
soffitto pendeva un argano con
catena e gancio. Proprio sotto
il gancio si notavano alcune
assi incassate nel pavimento
così da formare un rettangolo
di due metri per un metro e
mezzo.
«Questo box lo conosco da
quando sono nata» disse
Zinaida.
«Lui veniva qui a dormire
quando le cose si mettevano
male.»
«In che senso si mettevano
male?»
«Si mettevano male.»
Kelso prese la lampada e
iniziò a ispezionare i quattro
angoli del box, ma non vide
alcuna scatola degli attrezzi.
Appoggiati su un tavolo da
lavoro c'erano una bacinella
piatta contenente una spazzola
metallica, alcuni cilindri, un
rotolo di filo di rame: a che
serviva quella roba? Era
completamente digiuno di
meccanica e non aveva mai
voluto colmare quella lacuna.
«Possedeva un'auto?»
«Non lo so. Aggiustava
quelle degli altri.»
Si fermò accanto ai
sedili-letto.
«Vieni a vedere» le disse,
sollevando la lampada a
illuminare il muro, dove il
volto truce di Stalin li
guardava da un vecchio
manifesto. C'erano un'altra
decina di foto di Stalin,
strappate da vecchie riviste:
Stalin pensieroso alla
scrivania, Stalin con il
colbacco, Stalin che stringe
la mano a un generale, Stalin
nella bara.
«E questa ragazzina? Sei
tu?» Era una foto di Zinaida,
all'età di dodici anni più o
meno, in uniforme scolastica.
Lei si avvicinò, sorpresa.
«Chi l'avrebbe mai
pensato?» Fece una risatina
nervosa.
«Io accanto a Stalin.»
Rimase per un po' a
guardare la sua foto.
«Cerchiamo questa scatola»
disse poi, voltandosi.
«Voglio andarmene da qui.»
Con la punta del piede
Kelso spostò una delle assi
del pavimento. La scatola, se
veramente c'era, non poteva
che essere lì. Si misero al
lavoro insieme, sotto gli
occhi di Stalin, per sollevare
le assi e appoggiarle alla
parete. Quelle assi coprivano
una fossa da meccanico,
abbastanza profonda, che alla
debole luce della lampada
assomigliava a una tomba.
Sollevandovi sopra la
lampada riuscì a vedere il
fondo della fossa, pieno di
macchie d'olio, e le pareti
all'interno delle quali Rapava
aveva ricavato nicchie per gli
attrezzi. Passò la lampada a
Zinaida e si asciugò le mani
sudate sul cappotto. Perché
era tanto nervoso? Si sedette
sul bordo, facendo dondolare
le gambe, poi con la massima
cautela si lasciò cadere. Una
volta giù si inginocchiò,
facendo scricchiolare le
ginocchia, e con la mano tastò
tutto attorno finché non toccò
qualcosa che sembrava iuta.
«Illuminami questo punto»
le disse. La stoffa ruvida
venne via facilmente,
scoprendo qualcosa di solido
avvolto in un giornale che lui
passò a Zinaida. Lei appoggiò
la lampada e dal pacchetto
estrasse una pistola,
maneggiandola con grande
familiarità.
Tirò fuori il caricatore,
controllò che fosse pieno
(conteneva otto proiettili),
poi lo fece nuovamente
scivolare nell'alloggiamento
del calcio e sollevò e
riabbassò la sicura.
«La sai usare?»
«Certo. Era sua, una
Marakov. Quando eravamo
bambini ci insegnò a
smontarla, a oliarla, a
sparare. La teneva sempre a
portata di mano e diceva che,
se avesse dovuto uccidere
qualcuno, non avrebbe
esitato.»
«Un bel ricordo.»
Gli sembrò di udire un
rumore proveniente
dall'esterno.
«Hai sentito?» Lei scosse
il capo, concentratissima
sulla pistola. Kelso si rimise
in ginocchio. E, incastrata
nell'apertura occupata dalla
pistola, vide l'estremità di
una scatola metallica
ricoperta di ruggine e fango
essiccato. Se non avesse
saputo che cosa stava
cercando, non l'avrebbe mai
notata: Rapava aveva scelto un
ottimo nascondiglio. La
afferrò con una mano e tirò.
Pesante era pesante, la
scatola oppure il suo
contenuto. I manici erano
appiattiti e arrugginiti e
trovare una presa non fu
facile. Portò la scatola al
centro della fossa e la
sollevò fino al bordo,
sentendo accanto alla guancia
il sapore dell'acciaio
arrugginito simile a quello
del sangue in bocca.
Zinaida si chinò a
prenderla e, stranamente, lui
ebbe l'impressione che la
scatola emanasse una luce
grigioazzurra. Entrò un alito
di aria fredda, ma prima di
poter capire da dove venisse
Kelso si accorse che la porta
era stata aperta e che sulla
soglia si stagliava la sagoma
di un uomo intento a
osservarli. Ripensandoci,
Kelso decise che era stato
quello il momento decisivo,
quello in cui aveva perso il
controllo della situazione. Ma
la sua fu una considerazione a
posteriori, perché in quel
momento pensava solo a
impedire che Zinaida piantasse
un proiettile nel torace di
R.J. O'Brian. Il cronista
rimase fermo, con le spalle
contro il muro del box, le
mani sopra il capo, e dal suo
sguardo Kelso capì che era
convinto che la donna non
avrebbe sparato. Ma una
pistola era sempre una
pistola, e per di più quella
era vecchia, e un colpo
sarebbe sempre Potuto partire
per sbaglio.
«Professore, mi faresti il
favore di dire alla signora di
mettere giù quell'affare?» Ma
Zinaida gliela premette contro
il petto e lui, con una specie
di grugnito, sollevò
ulteriormente le mani.
«Okay, okay» disse,
«scusate.»
Li aveva seguiti
dall'aeroporto e non era stato
difficile, anzi. Stava solo
facendo il suo lavoro.
«Scusate.»
Indicò con gli occhi la
scatola.
«E' quella?» Vedendo
l'americano, la prima reazione
di Kelso era stata di
sollievo: meno male che a
seguirli fin lì da Seremetevo
era stato O'Brian e non
Mamantov. Ma Zinaida aveva
afferrato subito la pistola,
spingendolo contro il muro.
«Zitto!»
«Ascolta, professore, ho
visto sparare questi aggeggi e
posso assicurarti che fanno
danni seri.»
«Mettila via, Zinaida» le
disse Kelso in russo. Era la
prima volta che la chiamava
per nome.
«Mettila via e
parliamone.»
' «Non mi fido di lui.»
«Nemmeno io, ma che ci
possiamo fare? Mettila via.»
«Zinaida? Chi è? Non l'ho
già vista da qualche parte?»
«Frequenta il Rabotnik.»
Kelso parlava a denti
stretti.
«Lascia fare a me, per
favore.»
«Eh, già, è vero!» O'Brian
si passò la lingua sulle
labbra. Alla tenue luce della
lampada il suo viso grosso e
pasciuto assomigliava a un
mascherone di Halloween.
«Ora ricordo, è la pupa
con cui stavi ieri notte.
Volevo ben dire che mi
sembrava di averla già vista!»
«Zitto!» ripeté lei.
O'Brian sorrise.
«Ascolta, Zinaida, è
inutile che ci mettiamo in
concorrenza. Possiamo sempre
dividere, non ti pare?
Dividere in tre parti. A
me basta la notizia. Diglielo,
Fiuke, diglielo che posso
anche non citare il suo nome.
Lei mi conosce, capirà, è una
ragazza con il senso degli
affari. Vero, tesoro?»
«Che cosa sta dicendo?»
Glielo tradusse.
«Niet.»
E poi in inglese, rivolta
a O'Brian: «Niente da fare.»
«Mi fate proprio ridere,
voi due» tornò alla carica
lui, «lo storico e la puttana.
Allora dille che, se non ci
mettiamo subito d'accordo e
rimaniamo qui a fare tira e
molla, ci troveremo fra i
piedi mezzo ordine dei
giornalisti di Mosca. Oltre
alla Milizia, naturalmente, e
forse anche quelli che hanno
ucciso il vecchio. Diglielo.»
Ma Kelso non ebbe bisogno
di tradurre, lei aveva capito
perfettamente. Rimase una
quindicina di secondi immobile
e accigliata, poi fece
scattare la sicura e abbassò
lentamente la pistola. O'Brian
sospirò profondamente.
«A proposito, lei come
entra in questa storia?»
«E' la figlia di Papu
Rapava.»
«Ah.»
O'Brian annuì, il quadro
cominciava a diventargli più
chiaro. La scatola degli
attrezzi era appoggiata sul
pavimento, ma O'Brian disse
loro di non aprirla, non
subito almeno. Voleva
catturare il grande momento
«per i posteri e per i
giornali del pomeriggio» e
uscì a prendere la
videocamera. Dopo che fu
uscito, Kelso estrasse una
sigaretta dal pacchetto e la
offrì a Zinaida. Lei la prese
e avvicinò il capo, fissandolo
mentre gliela accendeva, e. la
fiamma si riflesse nei suoi
occhi scuri. Lui pensò: meno
di dodici ore fa stavi per
venire a letto con me in
cambio di duecento dollari...
chi diavolo sei? «A che cosa
stai pensando?» gli chiese
Zinaida.
«A niente. Stai bene?»
«Non mi fido di quello»
ripeté. Tirò indietro il capo
e sbuffò verso il soffitto una
nuvola di fumo.
«Che sta facendo, là
fuori?»
«Vado a dirgli di
sbrigarsi.»
O'Brian era seduto al
posto di guida di una Toyota
Land Cruiser a quattro ruote
indipendenti e stava infilando
una nuova batteria dentro una
piccola videocamera. Vedendo
la Toyota, Kelso provò una
nuova fitta d'ansia.
«Non hai una Bmw?»
«Una Bmw? Non sono mica un
uomo d'affari. Perché me lo
chiedi?» Il campo era deserto,
il vecchio con la vanga se
n'era andato.
«Zinaida ha avuto
l'impressione di essere
seguita fin dall'aeroporto da
una Bmw serie 7.»
«Serie 7? Tipica auto da
mafiosi.»
O'Brian scese dalla Toyota
e avvicinò l'occhio al mirino
della videocamera.
«Non mi curerei troppo di
Zinaida, è pazza.»
Il maiale uscì dal
truogolo e si avvicinò a loro
trotterellando, sperando in
un'offerta di cibo.
«Qui, maialino, qui.»
Cominciò a riprenderlo.
«Ricordi che cosa diceva
quel tale? "Il cane ti guarda
dal basso in alto, il gatto ti
guarda dall'alto in basso, ma
il maiale ti guarda diritto
negli occhi".»
Si voltò di scatto e puntò
l'obiettivo sul viso di Kelso.
«Sorridi, professore, ti
renderò famoso.»
Kelso coprì la lente con
una mano.
«Ascolta, signor
O'Brian...»
«R.J.»
«Di quali nomi sono le
iniziali?»
«Mi chiamano tutti R.J.»
«D'accordo, R.J. Se
proprio insisti ti permetterò
di riprendermi, ma a tre
condizioni.»
«Sarebbero?»
«Primo, che la smetti di
chiamarmi professore. Secondo,
che lasci fuori il nome della
ragazza. E, terzo, che nulla
di ciò che stai per filmare
sarà messo in onda, nemmeno un
fotogramma, finché questo
quaderno o quel che è non sarà
stato autenticato dagli
esperti.»
«D'accordo.»
O'Brian si infilò in tasca
la videocamera.
«Potrà sorprenderti, ma
anch'io ho una reputazione da
salvaguardare. E a quanto mi
risulta, dottore, la mia è di
gran lunga migliore della
tua.»
Puntò un telecomando in
direzione della Toyota, si udì
un blip e le sicure degli
sportelli si abbassarono di
scatto. Kelso lanciò un'ultima
occhiata tutt'attorno, poi lo
seguì all'interno del box.
O'Brian disse a Kelso di
rimettere la scatola dove
l'aveva trovata e poi tirarla
fuori per filmare la scena.
Gli fece ripetere l'operazione
due volte, riprendendolo prima
di fronte e poi di fianco.
Zinaida li osservava da
vicino, facendo attenzione a
non entrare in campo. Fumava
una sigaretta dietro l'altra,
tenendosi una mano sullo
stomaco in un gesto
inconsciamente difensivo.
Quando O'Brian gli spiegò che
cosa doveva fare, Kelso portò
la scatola sul bancone da
lavoro, avvicinando la
lampada. Non aveva serratura,
solo due ganci a scatto alle
due estremità, puliti e oliati
di recente. Uno era rotto,
l'altro si aprì subito. Ci
siamo.
«Ora vorrei che
descrivessi via via quello che
vedi» gli spiegò O'Brian.
Kelso osservò la scatola.
«Hai un paio di guanti?»
«Guanti?»
«Se quello che troveremo è
autentico, dovrebbe essere
pieno delle impronte digitali
di Stalin. E di Berija. Non
voglio alterare le prove.»
«Le impronte digitali di
Stalin?»
«Certo. Non hai mai
sentito parlare delle dita di
Stalin? Un poeta bolscevico,
Demjan Bednyj, raccontava di
non prestare volentieri libri
a Stalin perché glieli
restituiva con grosse impronte
di sudore. Un altro poeta ben
più celebre, Osip Mandelstam,
venutone a conoscenza, dedicò
a questa immagine un verso:
"Le sue dita sono grasse come
vermi".»
«E Stalin come reagì?»
«Mandelstam è morto in un
gulag.»
«Avrei dovuto
immaginarlo.»
O'Brian si mise una mano
in tasca.
«Okay, eccoti i guanti.»
Kelso se li infilò. Erano
blu, di pelle, forse un po'
grandi, ma andavano bene
ugualmente. Piegò le dita come
un chirurgo prima di un
trapianto o un pianista prima
di un concerto, e quel
paragone lo fece sorridere.
Guardò Zinaida, aveva il volto
tirato.
Impossibile cogliere
l'espressione di O'Brian, che
aveva il volto coperto dalla
videocamera.
«Sono pronto, comincia
quando vuoi.»
«Okay. Ora sollevo il
coperchio... che è...
resistente, come era...
prevedibile.»
Lo sforzo gli fece fare
una smorfia. Il coperchio si
sollevò di pochissimo, ma lo
spiraglio era sufficiente
perché Kelso potesse infilarci
le dita e sollevare con tutte
le sue forze. Si aprì
all'improvviso, come una
mandibola rotta, con un crac
del metallo ossidato.
«Dentro vi è soltanto un
oggetto... una specie di
cartella... di pelle,
sembrerebbe... molto
ammuffita.»
Sulla cartella era
cresciuta una colonia di
funghi di vario tipo, azzurri,
verdi e grigi, filamenti
vegetali e macchie biancastre
con puntini neri. Emanava un
fetore di sostanza putrefatta.
Kelso la estrasse dalla
scatola girandola verso la
luce, poi ne strofinò la
superficie con il pollice.
Apparve un'immagine
indistinta.
«Sulla superficie vedo uno
stemma, la falce e il
martello...
Il che significa che
questa cartella conteneva
documenti ufficiali... Il
fermaglio è oliato... Parte
della ruggine è stata
tolta...»
Gli sembrò di vedere le
dita senza unghie di Rapava
che cercavano di aprire quel
fermaglio per scoprire ciò che
gli era costato quindici anni
della sua vita. Sfilò da sotto
la fibbia il cinturino, che si
lasciò dietro un residuo
farinoso. La cartella si aprì.
I funghi si erano propagati
anche all'interno, nutrendosi
della pelle umida, e quando
Kelso ne estrasse il contenuto
ebbe la certezza che,
qualsiasi cosa fosse, era
autentico, che nessun falsario
avrebbe potuto compiere un
lavoro del genere e infliggere
tali danni al suo lavoro:
sarebbe stato contronatura.
Ciò che una volta era stato un
insieme di fogli si era come
fuso, gonfiato, ed era
ricoperto delle stesse spore
distruttive che avevano
divorato la cartella. Anche le
pagine del quaderno si erano
deformate, ma in misura
minore, grazie alla protezione
di una copertina in tela
cerata. La copertina si aprì,
la costola della rilegatura si
spaccò. Sulla prima pagina:
nulla. Sulla seconda: una
foto, ritagliata con
precisione da una rivista e
incollata al centro della
pagina. Un gruppo di ragazze
non ancora ventenni, in tenuta
atletica con short, maglietta
e fascia, che marciavano
guardando alla loro destra e
issando una gigantografia di
Stalin. Una sfilata sulla
Piazza Rossa, si direbbe.
Didascalia: L'Unità n. 2 del
Komsomol di Archangel sfila
davanti al palco. In prima
fila, da sinistra a destra, I.
Primakova, A. Safanova, D.
Merkulova, K. TU, M.
Arseneva... Sul viso di A.
Safanova era stata disegnata
una crocettina rossa. Sollevò
il quaderno e vi soffiò sopra
per separare la seconda pagina
dalla successiva; le mani nei
guanti erano madide di sudore.
Si sentì terribilmente goffo,
come se stesse infilando un
filo nella cruna con la mano
coperta dal guanto a maglia
metallica di un'armatura.
Sulla terza pagina: uno
scritto a matita, sbiadito.
O'Brian gli toccò una spalla,
sollecitandolo a dire
qualcosa, «Non è la grafia di
Stalin, ne sono certo...
sembra piuttosto che qualcuno
abbia scritto qualcosa su
Stalin...»
Lo avvicinò alla lampada.
«"Se ne sta a distanza
dagli altri, sul tetto del
mausoleo di Lenin. Ha la mano
sollevata per salutare.
Sorride. Gli passiamo
davanti. Il suo sguardo si
posa su di noi come un raggio
di sole. Mi guarda negli
occhi. Sono come trafitta dal
suo potere. Attorno a noi la
folla si scatena in un
applauso assordante." La parte
successiva è rovinata. Poi si
legge: "Il Grande Stalin. è
vissuto!
Il Grande Stalin vive! Il
Grande Stalin vivrà per
sempre...!»

CAPITOLO 14.


Il Grande Stalin è
vissuto! Il Grande Stalin
vive! Il Grande Stalin vivrà
per sempre! 12-5-51. La nostra
foto è sull'«0gonek»! Maria
corre da me alla fine della
prima ora per farmela vedere.
Non mi piace come sono venuta
e M. mi prende in giro,
secondo lei sono vanitosa.
(Dice sempre che mi considero
troppo bella e che una che
vuole entrare nel partito non
dovrebbe pensare a certe cose:
parla bene, lei che assomiglia
a un carro armato!) Per tutta
la mattina i compagni vengono
a congratularsi. Dimentico una
volta tanto il solito problema
di questo periodo. Siamo tutti
felici... 5-6-51. E' una calda
giornata di sole, la Dvina è
dorata. Tornata a casa
dall'Istituto ci trovo papà,
che è rientrato molto prima
del solito e ha un'espressione
seria. Mamma è forte, come
sempre. Con loro c'è un
forestiero, un compagno che
lavora al Comitato Centrale, a
Mosca! Non ho paura di lui, so
di non aver fatto nulla di
male, e poi il forestiero
sorride. E' un ometto,
piccolo, mi piace. Nonostante
il caldo porta il cappello e
un giaccone di pelle, si
chiama Mechiis, se ricordo
bene. Mi spiega che, dopo
lunghe ricerche, sono stata
selezionata per incarichi
speciali presso l'Alta
Dirigenza del partito, ma per
motivi di sicurezza non può
dire di più. Se accetto dovrò
trasferirmi a Mosca per un
anno, forse due, e poi potrò
tornare ad Archangel a
terminare gli studi. Mi dice
che verrà domani a conoscere
la mia risposta, ma io gliela
do subito con tutto il cuore:
sì. Ma, siccome ho soltanto
diciannove anni, lui ha
bisogno del permesso dei miei
genitori. Ti prego, papà! Ti
prego, ti prego! La scena ha
colpito profondamente mio
padre. Esce in giardino con il
compagno Mechiis e quando
rientra ha un'espressione
solenne. Se questo è il mio
desiderio, e se è il desiderio
del partito, lui non si
opporrà. A Mosca, allora, per
la seconda volta in vita mia!
So che dietro tutto questo c'è
la sua mano. Sono felice,
tanto felice da morire... 10-
6-51. Mamma mi accompagna alla
stazione, papà è rimasto a
casa. La bacio sulle guance.
Addio a lei, addio
all'adolescenza. Le vetture
sono affollate, il treno si
muove. Alcuni gli corrono a
fianco sul marciapiede, ma
mamma non si muove e poco dopo
la perdo di vista. Sono sola.
Povera Anna! Questa, poi, è
una delle peggiori giornate
per mettersi in viaggio. Ma ho
i miei vestiti, ho da
mangiare, un paio di libri e
questo diario nel quale
registrerò tutti i miei
pensieri, sarà lui il mio
amico. Ci tuffiamo verso sud
attraversando una foresta, la
tundra. Fra gli alberi brilla
come una fiamma un grande sole
rosso al tramonto. Isagorka.
Obozerskaja.
Ho scritto, tutto ciò che
è successo finora e non c'è
luce sufficiente per scrivere
ancora. 11-6-51. Lunedì
mattina. All'alba appare la
città di Vozega, i passeggeri
si alzano per sgranchirsi le
gambe ma io rimango seduta.
Dal corridoio arriva odore di
fumo, sul sedile di fronte un
uomo mi guarda scrivere
fingendo di dormire. Lo
incuriosisco. Se solo sapesse!
Mancano ancora undici ore per
arrivare a Mosca. Come fa un
uomo a governare una nazione
così grande? Come farebbe una
nazione così grande a esistere
se non ci fosse un tale uomo a
governarla? Kharkovsk.
Suschona. I nomi sulla
carta geografica diventano
reali a mano a mano che
passiamo per queste stazioni.
Vologda. Danilov. Jaroslav.
Vengo presa improvvisamente
dalla paura, così lontana da
casa. L'altra volta sul treno
eravamo in venti, venti
ragazze che ridevano come
sceme. Oh, papà. Alexandrov.
Ecco i sobborghi di Mosca. Il
treno è attraversato da
un'ondata di emozione, case e
fabbriche si estendono a vista
d'occhio, come la tundra. Una
nebbiolina calda di metallo e
fumo. Il sole di giugno qui è
molto più caldo che a casa.
Sono di nuovo eccitatissima.
4.30! Stazione
Jaroslavskaja! E ora, che
succederà? Più TARDI. Il treno
si ferma, l'uomo seduto di
fronte a me mi si avvicina.
«Anna Michailovna
Saf'anova?» Per un attimo sono
troppo sorpresa per parlare.
Sì?
«Benvenuto a Mosca.
Seguimi, prego.»
Indossa un giaccone di
pelle come il compagno
Mechiis, mi porta la valigia
fino all'uscita di piazza
Komsomoiskaja. Ci aspetta
un'auto con l'autista, saliamo
e il viaggio dura almeno
un'ora! Non so dove andiamo,
direi quasi che abbiamo
attraversato la città per
uscire dall'altra parte.
Percorriamo una strada larga e
lunga che porta a una foresta
di betulle, ci fermiamo
davanti a un'alta recinzione,
alcuni soldati ci controllano
i documenti.
Ci rimettiamo in moto
fermandoci poi davanti a
un'altra staccionata.
Vedo una villa in mezzo a
un ampio giardino. (Vedessi
che villa modesta, mamma! Solo
due piani! Il tuo buon cuore
bolscevico gioirebbe davanti a
tanta semplicità!) Mi portano
sul retro, nell'ala della
servitù collegata alla villa
da un lungo corridoio. In
cucina mi aspetta una donna
dai capelli grigi, quasi
vecchia. Gentile, mi chiama
"bambina". Il suo nome è
Valecka Isfon-lina. E' stato
preparato un pasto semplice:
carne fredda, aringhe
affumicate e kvas. Lei mi
osserva. (Qui tutti osservano
tutti: è strano sollevare lo
sguardo e trovare due occhi
che ti fissano.) Di tanto in
tanto arriva qualche guardia a
darmi un' occhiata, non
parlano molto, ma da quel poco
che dicono mi sembrano
georgiani.
«Allora, Valecka, di che
umore era il Capo stamattina?»
le chiede uno, ma lei gli fa
segno di tacere e muove la
testa nella mia direzione. Non
sono così giovane e scema da
fare domande.. Non ancora.
«Domani parleremo, ora
riposati» mi dice Valecka..

Ho una stanza tutta per
me, la ragazza che la occupava
prima di me se ne andata. Mi
ha lasciato due camicette
nere, semplici, e due gonne.
Dalla finestra vedo un angolo
di prato, una casetta, il
bosco. Gli uccellini cantano,
è prima sera. Sembra tutto
così tranquillo. Ma ogni due
minuti davanti alla mia
finestra passa una guardia. Fa
caldo, mi metto a letto
cercando di dormire. Ripenso
ad Archangel d'inverno: le
lanterne colorate che pendono
da una riva all'altra del
fiume ghiacciato, i pomeriggi
passati a pattinare sulla
Dvina, il rumore del ghiaccio
che si spezza di notte, oppure
quando andavamo a funghi nel
bosco. Vorrei essere a casa.
Ma questi sono pensieri
stupidi.,.. Devo dormire.
Perché quell'uomo, del treno
mi ha tenuto d'occhio per
tutto il viaggio? Più TARDI.
Rumore di auto, nel buio. Lui
è tornato.

12-6-51. Che giornata! Non
riesco quasi a scriverne, la
mano mi trema.
(Al momento, però, non mi
tremava!) Alle sette vado in
cucina, Valecka è già in piedi
che si affaccenda davanti a un
certo numero di piatti e
bicchieri rotti e a porzioni
di cibo avanzato che formano
una specie di collinetta al
centro di una tovaglia. Mi
spiega che ogni sera, dopo
cena, al momento di
sparecchiare, due guardie
prendono i capi della tovaglia
e portano tutto in cucina!
Ogni mattina, quindi, Si
dedica la prima ora a
recuperare ciò che non si è
rotto e a lavarlo. Mentre
lavoriamo Valecka mi informa
sulle abitudini della casa.
Lui si alza piuttosto tardi e
a volte fa del giardinaggio,
poi se ne va al Cremlino e noi
mettiamo in ordine e puliamo
le sue stanze. Non torna mai
prima delle nove-dieci di
sera, quando arriva si mette a
tavola, spesso in compagnia, e
non va mai a letto prima delle
due-tre di notte. Questo
accade sette giorni alla
settimana. Le regole: quando
ci si avvicina a Lui bisogna
farlo sempre in modo visibile,
perché odia le persone
sfuggenti; se si bussa a una
porta, bussare forte; non
stargli attorno; non parlare
se Lui non ti rivolge la
parola; e se bisogna parlare,
guardarlo sempre negli occhi.
Valecka prepara una semplice
colazione a base di caffè,
carne e pane e la porta via.
Più tardi, mi chiede di andare
a ritirare il vassoio, ma,
prima che io vada, mi fa
tirare su i capelli e girare
su me stessa per esaminarmi.
Andrò bene, dice, e mi avverte
che Lui sta lavorando seduto a
un tavolo in fondo al
giardino, nel lato sud: a meno
che non si sia spostato,
perché si muove in
continuazione. E' fatto così.
Mi diranno le guardie,
comunque, dove trovarlo. Che
cosa posso scrivere in questo
momento? Sono calma. Sareste
stati fieri di me. Ricordo ciò
che devo fare. Giro attorno al
giardino e mi avvicino a Lui
in piena vista. Siede su una
panchina, da solo, ed è chino
su alcune carte, il vassoio è
su un tavolino accanto a Lui.
Solleva lo sguardo quando
mi avvicino, poi si immerge di
nuovo nella lettura. Ma mentre
sto tornando verso la villa mi
Sento, lo giuro, i suoi occhi
sulla schiena che non mi
lasciano finché non sono
scomparsa.
Valecka ride nel vedermi
così terribilmente pallida.

14-6-51. Ieri sera, tardi.
Me ne stavo in cucina con
Valecka quando arriva
trafelato Lozgacev (una delle
guardie dicendo che il Capo ha
terminato l'Ararat. Valecka
prende una bottiglia, ma la da
a me invece che a Lozgacev:
«Falla portare ad Anna.»
Vuole aiutarmi, quella
cara Valecka! Lozgacev mi
accompagna e a mano a mano che
ci avviciniamo alla stanza
sentiamo voci maschili e risa.
Bussa forte alla porta, la
apre e si fa da parte. Entro.
Nella stanza fa molto caldo.
Attorno a una tavola ci sono
sette o otto uomini, tutte
facce conosciute. Uno di loro,
credo il compagno Chruscev, è
in piedi, rosso in viso e
sudato, e sta proponendo un
brindisi. Ci sono avanzi di
cibo dappertutto, come se se
lo fossero tirato addosso per
gioco. Il compagno Stalin è a
capotavola, gli poso il brandy
accanto. Ha una voce morbida,
gentile.
«Come ti chiami, giovane
compagna?» mi chiede.
«Anna Safanova, compagno
Stalin.»
Mi ricordo di guardarlo
negli occhi, sono molto
profondi. L'uomo seduto
accanto a lui dice: «E' di
Archangel, Capo.»
E il compagno Chruscev:
«Se te lo dice Lavrentij, puoi
fidarti!.»
Altre risate.
«Ignorali, questi
maschiacci» dice il compagno
Stalin.
«Grazie, Anna Safanova.»
Sento le chiacchiere
riprendere mentre chiudo la
porta'. Valecka mi aspetta
alla fine del corridoio, mi
mette un braccio sulle spalle
e torniamo in cucina. Tremo,
ma credo di gioia.

16-6-51. Il compagno
Stalin ha ordinato che d'ora
in poi sia io a portargli la
colazione..

21-6-51: Stamattina è in
giardino, come al solito. Come
vorrei che gli altri lo
potessero vedere così! A Lui
piace ascoltare il canto degli
uccellini, potare le aiuole.
Ma la mano gli trema. Mentre
appoggio il vassoio lo sento
imprecare. Si è tagliato.
Prendo un tovagliolo e glielo
porto. Lui dapprima solleva lo
sguardo, sospettoso, poi
allunga la mano.
Gliela fascio, e sul lino
del tovagliolo appaiono delle
macchioline rosse.
«Non hai paura del
compagno Stalin, Anna
Safanova?»
«Perché dovrei avere
paura, compagno Stalin?»
«I medici hanno paura del
compagno Stalin. Quando devono
cambiargli una fasciatura le
loro mani tremano tanto che
tocca a lui farlo. Ma se le
loro mani non tremassero...
che cosa dovrei pensare?
Grazie, Anna Safanova.»
Cara mamma, caro papà, Lui
è tanto solo! Farebbe
tenerezza anche a voi. In
fondo è solo carne e sangue,
come tutti noi. E, visto da
vicino, è vecchio, molto più
vecchio di quanto appaia nelle
foto. Ha i baffi grigi e
macchiati di giallo dal fumo
della pipa, i denti sono quasi
tutti caduti, quando respira
emette una specie di rantolo.
Temo per Lui. Per tutti noi.

30-6-5 Sono le tre di
notte e sento bussare alla
porta. E' Valecka, in camicia
da notte, con in mano una
piccola torcia elettrica. Lui
stava potando le aiuole in
giardino, in piena notte, e si
è nuovamente tagliato! Chiede
di me! Mi vesto di corsa e la
seguo. La notte è calda.
Dalla sala da pranzo
passiamo nelle sue stanze, ne
ha tre e si sposta sempre da
una all'altra, una notte in
una, una notte in un'altra.
Nessuno sa mai con
certezza dove sta passando la
notte. Dorme su un tettino
sotto una coperta. Valecka ci
lascia. Lui è seduto sul letto
e allunga la mano. E soltanto
un graffio, impiego mezzo
minuto per fasciargliela con
il mio fazzoletto.
«La nostra coraggiosa Anna
Safanova...»
Capisco che vuole farmi
restare un po' con Lui. Mi fa
domande sulla mia casa, i miei
genitori, la mia attività nel
partito, i miei progetti per
il futuro. Gli parlo del mio
interesse per la
giurisprudenza e Lui storce il
naso: non credo che stimi
molto gli avvocati! Vuole
sapere, com'è la vita ad
Archangel d'inverno. Ho mai
visto le luci dell'aurora
boreale? (Naturalmente!)
Quando arriva la prima neve?
Verso la fine di settembre,
gli dico, e alla fine di
ottobre la città è sepolta
dalla neve e circolano
soltanto i treni. E' affamato
di particolari. Gli parlo
della Dvina ghiacciata, delle
uniche quattro ore di luce al
giorno, della temperatura che
scende fino a 35 sotto zero,
di quelli che vanno nelle
foreste a pescare nel
ghiaccio...
Ascolta con la massima
attenzione.
«Il compagno Stalin
ritiene che la vera anima
della Russia sia nel ghiaccio
e nella solitudine
dell'estremo Nord. I giorni
più felici il compagno Stalin
li ha passati quando era in
esilio a Kureika, dentro il
Circolo Polare Artico, prima
della Rivoluzione. E' lì che
il compagno Stalin ha imparato
a cacciare e a pescare. Quel
maiale di Trotzkij andava in
giro a raccontare che il
compagno Stalin era bravo
soltanto con le trappole. Una
sporca bugia! Il compagno
Stalin usava le trappole,
certo, ma sapeva infilare una
lenza dentro un foro nel
ghiaccio, ed era tale la sua
abilità nell'individuare i
pesci che la gente del posto
lo riteneva dotato di poteri
sovrannaturali. In una sola
giornata il compagno Stalin ha
percorso con gli sci
quarantacinque verste e ha
ucciso dodici coppie di
pernici con ventiquattro
colpi. Trotzkij è mai riuscito
a fare qualcosa del genere?»
Vorrei potermi ricordare
tutto ciò che ha detto: Sarà
forse questo il mio destino:
raccogliere le sue parole per
affidarle alla Storia? Quando
lo lascio per tornare a letto,
si è già fatto giorno.

8-7-51. La stessa scena
dell'altra volta. Valecka
bussa alla mia porta alle tre
di notte, si è tagliato, mi
vuole. Ma quando entro in
camera sua non vedo alcun
taglio. Ride vedendo la mia
espressione - mi ha fatto uno
scherzo! e mi chiede di
fasciargli comunque la mano:
Mi accarezza una guancia, poi
la pizzica.
«Lo vedi, Anna Safanova,
mi hai trasformato nel tuo
prigioniero?» La stanza non è
la stessa dell'altra volta.
Sulle pareti vedo foto di
adolescenti, strappate dalle
riviste. Adolescenti che
giocano in un boschetto di
ciliegi. Un ragazzo con gli
sci. Una ragazza che beve
latte di capra da una specie
di corno. Molte foto. Si
accorge che le sto guardando e
questo lo induce a parlarmi
apertamente dei suoi figli. Un
figlio è morto. Un altro è
alcolizzato. La figlia si è
sposata due volte, la prima
con un ebreo: e lui non gli ha
mai permesso di entrare in
casa! Che cosa ha fatto il
compagno Stalin per meritarsi
figli del genere? Altri
mettono al mondo figli
normali. E' una questione di
sangue o di educazione?
Qualcosa non andava nelle loro
madri? (Lui crede che sia
proprio questo il motivo, a
giudicare dalle famiglie delle
mogli che sono state sempre
una spina nel suo fianco.) O
era impossibile per i figli
del compagno Stalin crescere
normalmente, a causa della sua
elevata posizione nello Stato
e nel partito? E' l'antico
conflitto fra le generazioni,
più vecchio della lotta di
classe. Mi chiede se ho mai
letto il discorso pronunciato
nel 1948 dal compagno Trofim
Lysenko all'Unione delle
Accademie leniniste di Scienze
agrarie.
Gli rispondo di sì e la
cosa gli fa piacere.
«Ma l'ha scritto il
compagno Stalin, quel
discorso! E' stato il compagno
Stalin, dopo una vita di studi
e di lotte, a scoprire che le
caratteristiche acquisite sono
trasmissibili. Naturalmente,
però, queste scoperte devono
essere attribuite ad altri,
sono gli altri a dover
trasformare il principio in
scienza pratica.
«Ricordati le stanche
parole, del compagno Stalin a
Gorkij: "Compito dello Stato
proletario e quello di creare
tecnici dell'animo umano".
«Sei una brava bolscevica,
Anna Safanova?» Gli giuro di
sì.
«Vuoi darmene una prova?
Vuoi danzare per il compagno
Stalin?»

In un angolo della stanza
c'è un grammofono e Lui vi si
avvicina.
Io...
CAPITOLO 15.


«Finisce così?» Nella voce
di O'Brian la delusione era
palpabile.
«Proprio sul più bello?»
«Guardare per credere.»
Kelso girò il quaderno e
lo mise sotto gli occhi degli
altri due.
«Le venti pagine seguenti
mancano. E, come potete
vedere, sono state strappate.
I brandelli di carta attaccati
alla costola sono di lunghezza
diversa.»
«Che cosa c'è di tanto
importante nel fatto che Siano
state strappate?»
«Non che siano state
strappate, ma che l'operazione
sia stata compiuta pagina per
pagina, metodicamente, e non
tutte insieme.»
Kelso riprese l'esame del
quaderno.
«Dopo, ci sono una
cinquantina di pagine senza
però neanche una riga scritta.
Soltanto disegni, o meglio
ghirigori, con la matita
rossa. E il soggetto è sempre
lo stesso, vedete?»
«Di che cosa si tratta?»
O'Brian avvicinò l'obiettivo
della videocamera.
«Sembrano lupi.»
«Sono lupi, teste di lupo.
Stalin disegnava spesso lupi
sul margine dei documenti
ufficiali, quando rimuginava
su qualcosa.»
«Cristo! Quindi ritieni
che sia autentico?»
«Fino a quando non
l'avranno dichiarato tale gli
esperti non posso
pronunciarmi, non
ufficialmente. Mi spiace.»
«Ma, non ufficialmente,
qual è la tua opinione? Stai
tranquillo, non te la
attribuirò prima
dell'autentica ufficiale.»
«Certo che è autentico»
rispose Kelso senza un attimo
di esitazione.
«Sarei pronto a
scommetterci la vita.»
O'Brian spense la
videocamera. Se n'erano andati
dal garage e ora si trovavano
nell'ufficio di corrispondenza
di Mosca del Satellite News
System, al quarto dei dieci
piani di un palazzo non
distante dallo stadio
Olimpico. Una parete di vetro
separava l'ufficio di O'Brian
da quello della produzione,
dove una segretaria teneva
d'occhio distrattamente il
monitor di un computer.
Accanto a lei, su un
televisore senza audio
sintonizzato sull'Sns,
scorrevano le immagini di un
incontro di baseball della
sera prima. Da un lucernaio
Kelso vide una grossa antenna
parabolica, protesa come
un'offerta verso le gonfie
nuvole di Mosca.
«E quanto ci vorrà per far
esaminare questo materiale?»
stava chiedendo O'Brian.
«Un paio di settimane, un
mese al massimo.»
«Non se ne parla nemmeno,
non possiamo aspettare tanto
tempo.»
«Rifletti un momento.
Anzitutto, questo materiale
appartiene tecnicamente al
governo russo. O agli eredi di
Stalin, o a qualcun altro. In
ogni caso non è nostro... di
Zinaida, voglio dire.»
Zinaida era accanto alla
finestra e aveva sollevato con
le dita due listelli della
veneziana per guardare in
strada. Sentendo pronunciare
il suo nome, si voltò a
guardare Kelso. Nell'ultima
ora, quando erano ancora nel
box e poi mentre
attraversavano Mosca seguendo
l'auto di O'Brian, non aveva
pronunciato una sola parola.
«Quindi, non è prudente
tenerlo qui» proseguì Kelso.
«La prima cosa da fare è
portarlo fuori dalla Russia,
lo sa Dio chi gli sta dando la
caccia in questo momento. Per
quanto ne so, potrebbe essere
pericoloso anche trovarsi
nella stessa stanza del
quaderno. I test, be', quelli
si possono fare in tanti
posti, conosco gente a Oxford
in grado di esaminare
inchiostro e carta. Ci sono
specialisti nell'esame dei
documenti in Germania, in
Svizzera...»
O'Brian sembrava non
udirlo. Se ne stava con i
piedi appoggiati sulla
scrivania, dondolandosi sulla
sedia e tenendo le mani
intrecciate dietro la nuca.
«Lo sapete che cosa
dovremmo fare?» disse poi,
come in trance, «Cercare la
ragazza.»
Kelso lo fissò.
«Cercare la ragazza? Ma
che stai dicendo? Non c'è
nessuna ragazza, a quest'ora è
bell'e morta.»
«Non possiamo esserne
certi. Che età avrebbe ora,
una sessantina?»
«Sessantasei, ma non è
questo il punto. Non credo che
sia morta per l'età avanzata.
Con chi credi che avesse a che
fare a Mosca, con il Principe
Azzurro? E che poi sia vissuta
felice e contenta?»
«Forse no, ma dobbiamo
ugualmente scoprire che fine
abbia fatto. Lei e i suoi. La
notizia è importante anche sul
versante umano.»
La parete alle spalle di
O'Brian era ricoperta di sue
foto: O'Brian con Yasser
Arafat, O'Brian con Gerry
Adams, O'Brian in giubbotto
antiproiettile accanto a una
fossa comune in qualche zona
balcanica o, in tuta imbottita
e casco, in un campo minato
accanto a Lady Diana. O'Brian
in smoking mentre riceveva un
premio... assegnatogli forse
semplicemente per la genialità
con cui interpretava se
stesso. Citazioni di O'Brian.
Rassegne di servizi di
O'Brian. Una targa del
direttore generale dell'Sns,
nella quale O'Brian veniva
lodato "per i suoi incessanti
sforzi volti a trionfare sulla
concorrenza". Per la prima
volta, ma troppo tardi, Kelso
cominciò a farsi un'idea di
quanto fosse ambizioso quel
giornalista.
«Niente» disse Kelso
scandendo le parole, per
evitare equivoci, «niente
dovrà diventare di pubblico
dominio fino a quando questo
materiale non sarà uscito
dalla Russia e sottoposto ai
controlli più rigorosi. Hai
sentito? Eravamo d'accordo.»
O'Brian fece schioccare le
dita.
«Sì, sì, d'accordo. Ma nel
frattempo dovremmo scoprire
che fine ha fatto la ragazza.
Perché se, una volta eseguiti
i controlli, rendiamo noto il
quaderno ma non sappiamo
niente della ragazza, qualcun
altro potrebbe trovarla e
accaparrarsi la parte migliore
dello scoop.»
Tolse i piedi dalla
scrivania e fece compiere alla
sedia un mezzo giro che
terminò davanti a una mensola
piena di libri.
«A proposito, dove diavolo
si trova Archangel?» Avvenne
tutto con una logica così
inesorabile che
successivamente, quando Kelso
ebbe il tempo di ricostruire i
propri movimenti, non riuscì a
individuare il preciso istante
in cui avrebbe potuto fermarsi
o incanalare diversamente gli
eventi.
«"Archangel"» lesse ad
alta voce O'Brian da una
guida, «"città della Russia
settentrionale. Popolazione:
quattrocentomila. Sulle rive
del fiume Dvina a cinquanta
chilometri dall'estuario nel
Mar Bianco. Principali
attività economiche:
lavorazione del legno,
cantieri navali, pesca.
Dalla fine di ottobre
all'inizio di aprile Archangel
rimane sommersa dalla neve."
Merda, quanti ne abbiamo
oggi?»
«E' il 29 ottobre.»
O'Brian si attaccò al
telefono e compose un numero.
Dall'altra parte della
parete di vetro la segretaria
sollevò la cornetta.
«Fammi un favore, tesoro»
le disse O'Brian.
«Chiama il nostro ufficio
meteorologico in Florida e
fatti dare le previsioni del
tempo per la città di
Archangel.»
Le fece lo spelling.
«Esatto. Al più presto, ti
prego.»
Kelso chiuse gli occhi.
Doveva purtroppo ammettere che
O'Brian aveva ragione. La
notizia era tutta nella
ragazza, e non poteva certo
essere approfondita a Mosca.
Se c'era una pista da seguire,
questa pista era al Nord,
nella regione di Archangel,
dove c'erano forse ancora
familiari o amici che si
ricordavano di lei: della
diciannovenne ragazza del
Komsomol convocata
improvvisamente a Mosca
nell'estate del 1951...
«"Archangel"» riprese
O'Brian, «"fu fondata da
Pietro il Grande, che le dette
il nome dell'arcangelo
Michele, l'angelo-guerriero...
Vedi il libro dell'Apocalisse,
capitolo 12, versetti 7 e 8:
'E vi fu guerra in Cielo,
Michele e i suoi angeli
combatterono contro il drago,
e il drago combatté contro
Michele e i suoi angeli, ma fu
sconfitto'. Attorno al
1930...»
«Dobbiamo proprio stare a
sentire?» Ma O'Brian sollevò
un dito per imporre il
silenzio.
«"...Attorno al 1930
Stalin esiliò due milioni di
kulaki ucraini nella regione
di Archangel, una regione più
grande della Francia, con
enormi distese di foreste.
Dopo la guerra, vennero
effettuati in quest'area
sconfinata tutti i test
nucleari. Lo sbocco al mare di
Archangel è Severodinsk, cuore
del programma russo per la
costruzione di sommergibili
nucleari. Fino al crollo del
comunismo Archangel è stata
una città chiusa ai
visitatori."»
«"Consiglio per i
viaggiatori"» concluse
O'Brian.
«"Arrivando in treno ad
Archangel controllate sempre
alla stazione il misuratore di
radiazioni: se dà un valore
inferiore ai 15 microRad
l'ora, potete stare
tranquilli."» Richiuse la
guida e sorrise.
«Dev'essere un posticino
allegro. Allora, che ne dici?
Vieni con me?» Sono in
trappola, pensò Kelso. Sono
una vittima dell'inevitabilità
storica: Il compagno Stalin
avrebbe approvato.
«A parte che, come sai,
sono al verde...»
«I soldi te li presto io.»
«Non ho abiti
invernali,..»
«Abbiamo anche quelli.»
«Non ho più il visto...»
«Particolare
trascurabile.»
«E lo chiami un
particolare?»
«Dai, Fiuke, ho bisogno di
tè, sei tu l'esperto di
Stalin.»
«Commovente. E immagino
che, se dicessi di no, tu ci
andresti ugualmente.»
O'Brian sorrise e rispose
al telefono che aveva
cominciato a squillare.
Ascoltò, annotò qualcosa e,
quando riagganciò, sembrava
pensieroso. Kelso sperò che
avesse cambiato idea. Ma si
sbagliava. Il bollettino
meteorologico di Archangel
rilevato alle tre del
pomeriggio locali (le dieci di
mattina a Londra) dava cielo
parzialmente nuvoloso con una
temperatura di 4 gradi sotto
zero, venti moderati e una
leggera nevicata. Un'area
depressionaria era in
movimento dalla Siberia in
direzione ovest e prometteva
un'intensificazione del
fenomeno a carattere nevoso
tale da isolare la città nel
giro di un paio di giorni.
«In altre parole» disse
O'Brian, «dobbiamo sbrigarci.»
Prese un atlante e lo aprì
sulla scrivania. Il modo più
veloce per raggiungere
Archangel era, ovviamente,
l'aereo, ma il primo volo
Aeroflot partiva l'indomani
mattina, e la compagnia aerea
avrebbe sicuramente chiesto a
Kelso il visto, che scadeva a
mezzanotte. Da escludere,
quindi. Via treno si
impiegavano quasi ventidue
ore, e nemmeno a O'Brian
sfuggivano i rischi di passare
ventidue ore intrappolati in
uno scompartimento. Non
rimaneva quindi che l'auto.
Per andare da Mosca ad
Archangel c'era una strada, la
M8, lunga quasi 1200
chilometri, un enorme
rettilineo che deviava solo
per lambire la città di
Jaroslav e seguiva poi le
pianure della Vaga e della
Dvina, inoltrandosi nella
taiga e nella tundra oltre che
nelle grandi foreste vergini
della Russia settentrionale e
concludendo il suo percorso
proprio ad Archangel.
«Non è un'autostrada, lo
sai» gli rammentò Kelso.
«Non ci sono motel.»
«Fa lo stesso, vedrai, ti
prometto che arriveremo in un
lampo. Vediamo un po' quante
ore di luce ci rimangono...
diciamo tre. Dovrebbero essere
sufficienti per allontanarci
da Mosca. Tu guidi, vero?»
«Sì.»
«Bene, guideremo a turno.
Sulla carta questi viaggi
sembrano sempre più duri,
credi a me. Una volta in
strada divoreremo i
chilometri.»
Si mise a fare calcoli su
un blocco di carta.
«Potremmo arrivare ad
Archangel alle nove di
domattina, dieci al massimo.»
«Quindi guideremo tutta la
notte?»
«Certo. Oppure, se
vogliamo, possiamo fermarci
prima; Ma ora basta
chiacchiere e mettiamoci al
lavoro, prima partiamo e prima
arriviamo.
Dobbiamo pensare a
impacchettare quel
quaderno...»
Girò attorno alla
scrivania e si diresse verso
il tavolino sul quale era
stato posato il quaderno,
accanto al malloppo rappreso
delle carte; Ma Zinaida lo
afferrò prima che lui potesse
toccarlo.
«Questo è mio» disse in
inglese; «Che cosa?»
«Mio.»
«Ha ragione» intervenne
Kelso, «il padre l'ha lasciato
a lei.»
«Ma ci serve solo per
qualche giorno;»
«Niet!» O'Brian si rivolse
a Kelso.
«Ma è pazza? E se troviamo
Anna Safanova?»
«Che ti sei messo in
testa? Pensi di trovare la
vecchia fiamma di Stalin, ora
con i capelli bianchi, su una
sedia a dondolo che legge ad
alta voce il suo diario a
beneficio dei visitatori?»
«Quanto sei divertente! E
allora sappi che la gente di
solito è più disponibile a
parlare se porti delle prove.
Quel quaderno quindi ci serve.
E poi, perché è suo? E' suo
come è mio o di chiunque
altro.»
«L'accordo era questo, nel
caso te lo fossi dimenticato.»
«L'accordo? A me sembra
che l'unico accordo qui sia
fra voi due.»
Poi tornò subito
amichevole.
«Dai, Fiuke, è pericoloso
per lei rimanere a Mosca, dove
potrebbe nasconderlo quel
quaderno? E se Mamantov si
mettesse a darle la caccia?»
Kelso dovette ammettere che
l'americano aveva ragione.
«E allora perché non viene
anche lei con noi?» Si volse
verso Zinaida.
«Vieni con noi ad
Archangel...»
«Con lui?» disse in russo.
«Neanche per sogno. Ci
ucciderà.»
Kelso cominciava a perdere
la pazienza.
«Allora rimandiamo il
viaggio ad Archangel fino a
che il materiale non sarà
stato fotocopiato» disse a
O'Brian.
«Ma le hai sentite anche
tu le previsioni del tempo,
fra uno o due giorni non sarà
più possibile muoversi lassù.
E poi le notizie come queste
non si possono lasciare in
caldo, vanno sfruttate
subito.»
Sollevò le mani
disgustato.
«Cristo, non posso restare
qui a girare le dita tutto il
pomeriggio. Bisogna procurarsi
le apparecchiature, i viveri.
Bisogna muoversi. Cerca di
convincerla, Fiuke, ti prego.»
«Te l'ho detto che non c'è
da fidarsi di lui» insistette
Zinaida, dopo che il
giornalista era uscito dalla
stanza sbattendo la porta a
vetri.
Kelso si lasciò cadere sul
divano, stropicciandosi il
viso con le mani.
Quella faccenda cominciava
a farsi pericolosa, rifletté.
Non fisicamente, per qualche
strano motivo gli sembrava
ancora tutto così irreale, ma
professionalmente. Sentiva
puzzo di rischio
professionale.
Perché Adelman aveva
ragione, le grosse truffe di
solito seguono uno schema ben
preciso, e questo schema
prevede a un certo punto che
la scoperta venga sottoposta
al giudizio della categoria. E
che cosa aveva fatto Fiuke
Kelso, studioso al quale
veniva attribuita una certa
esperienza? Aveva letto quel
diario una sola volta, non si
era nemmeno curato di svolgere
il più elementare dei
controlli, accertare cioè se
le date citate in quel diario
corrispondessero ai movimenti
conosciuti di Stalin
nell'estate del 1951. Poteva
immaginare la reazione dei
colleghi, che in quel momento
stavano probabilmente uscendo
dallo spazio aereo russo. Se
avessero saputo come si stava
comportando... Quel pensiero
lo infastidiva più di quanto
non fosse disposto ad
ammettere. C'era poi
quell'altro mucchietto di
carte, compatto e congelato,
che lui non aveva nemmeno
cominciato a consultare. Si
infilò i guanti di O'Brian e
provò con il pollice a
rimuovere le spore grigiastre
sulla prima pagina. Sotto
c'era scritto qualcosa.
Riprese a strofinare fino a
quando non apparvero le
lettere Nkvb.
«Zinaida.»
Lei era seduta alla
scrivania di O'Brian e voltava
le pagine del quaderno, il suo
quaderno. Sentendosi chiamare,
sollevò lo sguardo. Si fece
dare da lei un paio di
pinzette, con le quali sollevò
la prima pagina che venne via
come pelle morta, gocciolando
qua e là ma non tanto da
impedirgli di leggere qualcosa
sulla pagina successiva. Era
un documento dattiloscritto,
probabilmente un rapporto
relativo a qualcuno messo
sotto controllo, datato 24
maggio 1951 e firmato da un
certo maggiore I.T. Mechiis
dell'Nkvb. "sintesi di quanto
accertato fino al
ventitreesimo istante... Anna
Michailovna Safanova, nata a
Archangel il 7-2-32...
Accademia Maksim Gorkij...
reputazione (vedi allegato).
Salute: buona.,, difterite
all'età di 8 anni e 3 mesi...
rosolia all'età di 10 anni e 1
mese... in famiglia nessun
precedente di disordine
genetico. Lavoro nel partito:
eccellente... Pionieri...
Komsomol... Kelso rimosse
altre pagine.
Venivano via a una a una,
oppure a gruppi di due o tre,
era un lavoro delicatissimo.
Ogni tanto, sollevando gli
occhi, vedeva al di là della
parete di vetro O'Brian che
trascinava valigie
dall'ufficio all'ascensore, ma
era troppo assorto nel suo
lavoro per prestargli
attenzione. Ciò che stava
leggendo era il rapporto più
completo che una polizia
segreta potesse compilare sul
conto di una ragazza
diciannovenne. In certi punti,
questo rapporto aveva quasi un
che di pornografico. Conteneva
un elenco di ogni malattia
infantile, il dato sul gruppo
sanguigno (0), le condizioni
dei denti (eccellenti),
altezza, peso e colore dei
capelli (castano chiaro),
disposizione all'attività
fisica ("...in ginnastica
questa disposizione è
particolarmente
accentuata..."), intelligenza
("...globalmente nell'ordine
del 90 per cento..."),
correttezza ideologica ("...ha
assorbito come meglio non
avrebbe potuto la teoria
marxista..."), colloqui con i
suoi medici, con gli
insegnanti, con il
responsabile del Komsomol, con
i compagni di scuola. Le
uniche perplessità
dell'estensore del rapporto
riguardavano il "temperamento
vagamente da sognatrice" della
ragazza (compagno Oborin) e
"una certa tendenza, nei suoi
rapporti, alla soggettività e
al sentimentalismo borghese
piuttosto che all'oggettività
(Elena Satsanova). A margine
di un'ulteriore critica della
Satsanova circa l'ingenuità"
di Anna, era stato aggiunto a
matita rossa il commento
"Bene!" e, poco più avanti:
"Chi è questa vecchia
stronza?". Vi erano numerose
altre sottolineature, punti
esclamativi e osservazioni
come "Ha, ha, ha", "E
allora?", "Accettabile!".
Kelso aveva passato troppi
anni negli archivi per non
riconoscere lo stile e la
mano.. Quella era la grafia
confusa di Stalin, non poteva
esserci alcun dubbio. Dopo
mezz'ora rimise i fogli nel
loro ordine originale e si
tolse i guanti.
Si sentiva le dita
anchilosate e sudate, e
all'improvviso fu assalito da
una specie di disgusto per se
stesso. Zinaida lo stava
osservando.
«Che cosa pensi che le sia
successo?» gli chiese.
«Nulla di buono.»
«L'ha fatta venire da
Archangel per scoparsela?»
«Non lo escluderei.»
«Povera ragazzina.»
«Povera ragazzina.»
«E perché poi si è tenuto
il diario?»
«Ossessione?
Infatuazione?» Kelso si
strinse nelle spalle.
«Difficile a dirsi. A
quell'epoca era già andato di
testa, gli rimanevano soltanto
venti mesi di vita. Forse Anna
aveva descritto ciò che le era
successo, poi ci ha ripensato
e ha strappato via le pagine.
O, più probabilmente, è stato
lui a impossessarsi del diario
e a strapparle. Non sopportava
che si sapesse troppo sul suo
conto.»
«Posso dirti per certo»
riprese lei «che non se l'è
scopata quella sera, quando le
ha chiesto di ballare per
lui.»
Kelso rise.
«E come fai a saperlo?»
«Semplice. Guarda.»
Aprì il diario.
«Alla data del 12 maggio
parla del "solito problema di
questo periodo", giusto? Il 10
giugno, sul treno, è "una
delle peggiori giornate per
mettersi in viaggio". Puoi
arrivarci da solo, no? Fra la
prima e la seconda data sono
passati esattamente ventotto
giorni. E ventotto giorni dopo
il 10 giugno è l'8 luglio:
proprio l'ultimo giorno del
diario, quello in cui Stalin
le chiede di ballare.»
Kelso si alzò lentamente e
si avvicinò alla scrivania,
osservando da dietro le spalle
di Zinaida la grafia della
giovane Safanova.
«Ma di che cosa stai
parlando?»
«Era una ragazza regolare.
Una piccola, regolare ragazza
del Komsomol.»
Lui recepì ciò che
intendeva, poi si rimise i
guanti e si fece ridare il
diario, passando da una pagina
all'altra. Ma era un'idea
folle, da malato di mente!
Stentava perfino a formulare
il sospetto che gli si stava
annidando nel cervello. Ma, in
caso contrario, perché Stalin
avrebbe voluto sapere tanti
particolari sul conto della
ragazza, le malattie
infantili, la rosolia? Oppure
se nella sua famiglia c'erano
precedenti di disordine
genetico? «Dimmi, Zinaida,
quando sarebbe stata fertile
quella ragazzina?»
«Quattordici giorni dopo,
il 22.»
All'improvviso lei non
vide l'ora di andarsene.
Spostò indietro la sedia e
rimase a guardare il quaderno
con un'espressione disgustata.
«Prendi questo dannato
quaderno» gli disse.
«Prenditelo, tienitelo.»
Non voleva più toccarlo,
non voleva nemmeno vederlo.
Era maledetto. In due secondi
si mise la borsa a tracolla e
aprì la porta. Kelso le corse
dietro fino all'ascensore,
mentre O'Brian usciva dalla
sala di montaggio per capire
che cosa stesse succedendo.
Indossava un pesante
giaccone impermeabile e dal
collo gli pendevano due
binocoli. Cominciò a seguirlo,
ma Kelso gli fece segno con la
mano di non intervenire.
«Lascia fare a me.»
La porta dell'ascensore si
aprì, lei entrò e Kelso la
seguì.
«Ascolta, Zinaida, non è
affatto sicuro per te rimanere
a Mosca...»
In quel momento
l'ascensore si fermò, la porta
si riaprì ed entrò un uomo di
mezz'età, robusto, che
indossava cappotto e berretto
di pelle nera. Si mise fra
loro due, guardò prima lui e
poi lei, avvertì la tensione
che c'era fra loro e fissò
sorridendo un punto nel vuoto:
una lite fra innamorati,
doveva aver pensato. Arrivati
al pianterreno, l'uomo attese
educatamente che uscissero e
Zinaida percorse a passo di
marcia l'atrio facendo
risuonare i suoi stivali sul
pavimento di marmo. Un
vigilante premette un pulsante
per aprire il portone.
«Tu pensa a te stesso»
disse a Kelso, tirandosi su la
zip del giubbetto.
Erano da poco passate le
quattro, la gente cominciava a
uscire dal lavoro. Dietro le
finestre degli uffici, nel
palazzo di fronte, si vedeva
la tremula luce verde dei
computer, una donna appoggiata
allo stipite della porta stava
parlando a un cellulare. Passò
lentamente un motociclista.
«Stammi a sentire,
Zinaida.»
L'afferrò per un braccio,
costringendola a fermarsi, e
lei nemmeno lo guardò in viso.
Poi la spinse contro il muro.
«Tuo padre è morto male,
lo capisci, vero? Quelli che
l'hanno ammazzato, Mamantov e
i suoi, sono alla caccia del
quaderno perché sanno che
contiene qualcosa
d'importante, ma non chiedermi
come fanno a saperlo. Se
Mamantov scopre che Rapava
aveva una figlia, e non
impiegherà molto a scoprirlo
consultando l'archivio di tuo
padre che si è portato via, ti
darà la caccia.»
«E l'hanno ammazzato per
quel quaderno?»
«L'hanno ammazzato perché
lui non ha voluto rivelare
dove fosse nascosto. E non
glielo ha detto perché voleva
che quel diario andasse a tè.»
«Ma non si può morire per
un diario, vecchio scemo!» Lo
guardò e, per la prima volta,
aveva gli occhi lucidi.
«Vecchio scemo testardo!»
«C'è qualcuno da cui puoi
andare a stare per qualche
giorno? Un parente?»
«No, sono morti tutti.»
«Un amico, allora?»
«Amici? Ho questa,
ricordi?» Aprì la borsa,
facendogli vedere la pistola
del padre.
«Dammi almeno il tuo
indirizzo, Zinaida» le disse
Kelso, con la maggiore calma
possibile.
«Il tuo numero di
telefono.»
Lo guardò sospettosa,
«Perché?»
«Perché mi sento
responsabile.»
Lanciò un'occhiata
attorno, era da folli parlare
in strada. Si cercò in tasca
una penna, ma non riuscì a
trovare un pezzo di carta.
Allora strappò un angolo del
pacchetto di sigarette.
«Dai, scrivimelo. Svelta.»
Zinaida girò sui tacchi e
Kelso capì che non voleva
lasciargli alcun indirizzo, ma
poi, all'improvviso, lei si
voltò e scribacchiò qualcosa.
La via era una di quelle
vicino al parco Izmajlovo,
dove c'era il grande mercato
delle pulci. Quindi se ne andò
senza salutarlo. Risalì la
strada in fretta,
destreggiandosi fra i
passanti, e Kelso rimase a
guardarla sperando che si
voltasse a lanciargli un
saluto. Invece tirò diritto, e
lui si disse che Zinaida non
era il tipo di donna che si
volta a guardare.
PARTE SECONDA


ARCHANGEL


CAPITOLO 16.


Se hai paura dei lupi,
sta' alla larga dai boschi.
J.V. STALIN, 1936.

Prima di lasciare Mosca
dovettero rifornirsi di
benzina perché, come diceva
O'Brian, fuori città non
potevi mai sapere quale piscio
annacquato di cavallo ti
avrebbero rifilato. Si
fermarono quindi al nuovo
distributore Netto Agip di
Prospekt Mira, dove il
giornalista riempì, oltre al
serbatoio della Land Cruiser,
quattro grosse taniche da
trenta galloni ciascuna di
benzina senza piombo ad alto
numero di ottani. Fece poi
controllare olio e pneumatici
e, quando finalmente si
rimisero in strada, si
trovarono in piena ora di
punta, con file di auto che
procedevano nella fanghiglia
sollevando spruzzi.
Impiegarono quasi un'ora per
raggiungere la
circonvallazione esterna, ma,
una volta lì, fortunatamente,
il traffico si fece meno
intenso, scomparvero i
monotoni palazzoni alternati a
fabbriche e d'improvviso si
ritrovarono in piena campagna,
con i suoi campi grigioverdi,
i giganteschi piloni e un
cielo sconfinato come quello
del Kansas. Erano passati
oltre dieci anni dall'ultima
volta in cui Kelso si era
avventurato a nord, sulla M8.
Molte chiese dei villaggi,
adibite a granai sin dai tempi
della Rivoluzione, erano
avvolte in incastellature di
legno per essere restaurate.
Vicino a Dvoriki, una cupola
dorata sembrava assorbire la
debole luce del sole,
splendendo all'orizzonte come
un falò autunnale.
O'Brian era nel suo
elemento.
«Sulla strada, via dalla
città» ripeteva di tanto in
tanto, «è splendido, non ti
sembra? Semplicemente
splendido.»
Manteneva una velocità
costante di 110 all'ora,
parlava in continuazione, con
una mano stringeva il volante
e con l'altra batteva il tempo
ascoltando una cassetta di
musica rock.
«Semplicemente
splendido...»
La cartella con il
quaderno, avvolta nella
plastica, era appoggiata sul
sedile posteriore insieme con
uno stravagante campionario:
due sacchi a pelo, biancheria
intima termica («Ce l'hai i
termici, Fiuke? Sapessi come
servono, quei termici!»), due
giacconi imbottiti
impermeabili, stivali di gomma
(per Kelso) e militari (per
O'Brian), binocolo normale,
binocolo notturno a
infrarossi, una vanga, una
bussola, bottiglie d'acqua,
pastiglie per potabilizzare
l'acqua, due confezioni da sei
lattine di birra Budweiser,
due thermos pieni di caffè,
fettuccine, una torcia
elettrica, una trasmittente a
onde corte, batterie di
scorta, un pentolino elettrico
da viaggio la cui spina poteva
essere infilata nella presa
dell'accendino dell'auto. A
questo punto Kelso perse il
conto e non riuscì ad andare
avanti. Nel vano portabagagli
della Toyota erano state
sistemate le taniche piene di
benzina e quattro valigie
metalliche con il logo
dell'Sns. O'Brian ne enumerò
il contenuto con orgoglio
professionale: una videocamera
digitale Camcorder
miniaturizzata; un telefono
satellitare Inmarsat; una
moviola video Dvc-Pro delle
dimensioni di un computer
portatile e infine qualcosa
che il giornalista chiamò Toko
Video Store and Forward Unit.
Valore complessivo di
quelle quattro
apparecchiature: 120.000
dollari.
«Ti è mai capitato di
spostarti con una semplice
borsa da viaggio?» gli chiese
Kelso.
«Vuoi scherzare?» O'Brian
sorrise.
«Guarda che il peso è
ridotto al massimo. A me
bastano quattro valigie per
portarmi dietro materiale che
una volta prevedeva l'impiego
di sei uomini e un camion.
Se c'è del bagaglio in
eccesso, amico mio, questo sei
tu.»
«Non è stata mia l'idea di
venire.»
Ma O'Brian non lo stava
nemmeno ad ascoltare. Grazie a
quelle quattro valigie,
diceva, aveva mandato servizi
da tutto il mondo. La carestia
in Africa. I genocidi in
Ruanda.
La bomba in un villaggio
dell'Irlanda del Nord che era
riuscito a filmare mentre
esplodeva (e grazie alla quale
aveva vinto un premio
giornalistico). Le fosse
comuni in Bosnia. I missili
che sorvolavano le case di
Baghdad e sembravano seguire
le strade, a destra, poi a
sinistra, da quale parte per
il palazzo presidenziale, per
favore? Poi, naturalmente, la
Cecenia. In Cecenia,
purtroppo... (Sei un uccello
del malaugurio, pensò Kelso.
Giri il mondo e dove ti fermi
c'è carestia, morte,
distruzione: in un'altra
epoca, più semplice e
credulona, i cittadini si
sarebbero radunati ai primi
segnali del tuo arrivo e ti
avrebbero messo in fuga a
sassate.) «in Cecenia,
purtroppo,» stava dicendo
O'Brian, era già tutto finito
quando lui era arrivato. Aveva
deciso quindi di fermarsi per
qualche tempo a Mosca, una
città da far paura.
«Mille volte meglio
Sarajevo, credimi.»
«Quanto pensi di rimanere
a Mosca?»
«Non molto, fino alle
elezioni presidenziali,
immagino che saranno
divertenti.»
Divertenti? «E poi dove
pensi di trasferirti?»
«Chi lo sa? Perché me lo
chiedi?»
«Così, per poterti stare
alla larga.»
O'Brian rise e pigiò il
piede sull'acceleratore. La
lancetta del contachilometri
si fermò sui 120.
Mantennero quella
velocità, mentre calavano le
ombre della sera e
O'Brian continuava a
parlare senza interruzione
(Gesù, ma non si stancava
mai?). All'altezza di Rostov
la strada costeggiava un
grande lago, con un
imbarcadero ai due lati del
quale erano ormeggiate le
barche già ricoperte dai teli
per l'inverno, accanto a una
fila di capanne di legno.
Kelso seguì con lo sguardo, al
centro del lago,
un'imbarcazione isolata, con
la luce già accesa a poppa,
che dondolava al vento
puntando verso riva, e si
sentì assalire da quella
leggera depressione che
provava sempre quando si
faceva sera. Alle sue spalle
avvertiva la presenza
materiale delle carte di
Stalin, come se il Segretario
Generale fosse seduto dietro
di loro. Era preoccupato per
Zinaida e aveva voglia di uno
scotch e una sigaretta, ma
nella Toyota O'Brian aveva
messo il fumo al bando.
«Sei nervoso» disse il
giornalista, interrompendo il
suo monologo.
«Si vede.»
«E ti meravigli?»
«Perché? Per Mamantov? Non
mi spaventa.»
«Non hai visto come ha
ridotto quel povero vecchio.»
«Posso immaginarlo. Ma se
non è completamente pazzo si
guarderà bene dal riservare lo
stesso trattamento a noi. A un
inglese e un americano, voglio
dire.»
«Forse. Ma potrebbe
prendersela con Zinaida.»
«Non mi preoccuperei tanto
per Zinaida. Anche perché,
ormai, quelle carte non le ha
più lei. Le abbiamo noi.»
«Sei proprio simpatico, lo
sai? E se non le credono?»
«Sto solo dicendo che non
c'è alcun motivo di
preoccuparsi di Mamantov,
tutto qui. L'ho intervistato
due volte e posso dirti che è
uno pneumatico sgonfio. Vive
nel passato, quello, come tè.»
Sorrise alla sua battuta.
«E tu? Tu non vivi nel
passato, immagino.»
«Io? Neanche per sogno,
non potrei permettermelo
facendo questo lavoro.»
«Ah, sì? E allora vediamo
un po'.»
Kelso stava idealmente
aprendo un cassetto per
scegliere il coltello più
affilato.
«Se ho capito bene,
secondo te il passato non è
importante in quei Paesi dei
quali ti sei riempito la bocca
nelle ultime due ore. Africa,
Bosnia, Medio Oriente, Irlanda
del Nord. Vero? Credi che
vivano tutti nel presente? Che
si siano svegliati una mattina
e, vedendo O'Brian e le sue
quattro valigie, abbiano
deciso di fare una guerra? Non
era, per caso, già in corso
quando sei arrivato? "Ehi,
guardate tutti, sono R.J.
O'Brian e ho appena scoperto
questi Balcani del cazzo..."»
«Okay» biascicò il
giornalista, «ora però non c'è
bisogno di essere offensivi.»
«E invece sì che c'è.»
Kelso si stava scaldando;
«Perché questo è il grande
mito della nostra epoca,
capisci, il grande mito
dell'Occidente.
L'arroganza del nostro
tempo si è personificata,
scusami, in te.
Quell'arroganza che porta
a ritenere che, siccome in un
Paese ci sono i McDonald's e
la Mtv e accettano l'American
Express, questo Paese è uguale
agli altri, non ha un passato,
è all'Anno Zero. E invece no!»
«Ti senti migliore di me,
vero?»
«No.»
«Più intelligente,
allora?»
«Nemmeno. Sta' a sentire,
hai detto che Mosca è una
città spaventosa e hai
ragione. Ma lo sai perché? Te
lo dico subito. Perché in
Russia non esiste una
tradizione di proprietà
privata. All'inizio i
lavoratori e i contadini non
possedevano nulla e il Paese
era in mano alla nobiltà. Poi
lavoratori e contadini
continuarono a non possedere
nulla e il Paese divenne
proprietà del partito. Ora ci
sono ancora i lavoratori e i
contadini a mani vuote e il
Paese è, come sempre, di chi
ha i pugni più grossi. Se non
capisci questo, non capisci la
Russia. Non puoi cogliere il
senso del presente se una
parte di te non vive nel
passato.»
Kelso tornò ad appoggiarsi
allo schienale.
«Fine della lezione.»
E per mezz'ora, mentre
O'Brian meditava sulle parole
del compagno di viaggio, nella
Toyota scese un delizioso
silenzio. Arrivarono poco dopo
le nove di sera a Jaroslav,
città di una certa dimensione,
e attraversarono il Volga.
Kelso riempì due bicchieri di
caffè e se ne versò una parte
addosso mentre percorrevano
una strada dissestata, O'Brian
lo bevve continuando a
guidare. Mangiarono della
cioccolata. La fila di fari in
senso contrario che avevano
trovato sulla circonvallazione
era quasi completamente
scomparsa.
«Vuoi che guidi io?»
chiese Kelso. O'Brian scosse
il capo.
«No, sto bene, diamoci il
cambio a mezzanotte. Tu
dovresti dormire un po'.»
Ascoltarono il notiziario
radio delle dieci.
Alla Duma, la maggioranza
comunista e nazionalista stava
bloccando le ultime misure
decise dal presidente e c'era
quindi la minaccia di una
nuova crisi politica. Alla
Borsa di Mosca le azioni
avevano perduto in una sola
settimana un quarto del loro
valore.
«Aurora» pubblicava,
grazie a una soffiata, un
rapporto segreto del ministro
dell'Interno al presidente
relativo alla concreta
minaccia di una ribellione
armata. Di Rapava, di Mamantov
e delle carte di Stalin non si
faceva alcun cenno.
«Non dovresti essere a
Mosca a seguire questi
avvenimenti?»
O'Brian fece un gesto
infastidito.
«Cosa? "Nuova crisi
politica in Russia", sai che
novità? Con roba del genere
R.J. O'Brian non andrà mai in
onda ogni ora.»
«Con le carte di Stalin
invece sì?»
«"Abbiamo scoperto
l'amante segreta di Stalin, la
ragazza del mistero." Che tè
ne pare?» : ' O'Brian spense
la radio. Kelso si girò sul
sedile e prese da quello
posteriore un sacco a pelo,
stendendoselo addosso come una
coperta. Poi premette un
pulsante e abbassò lo
schienale. Chiuse gli occhi ma
non riusciva a prendere sonno,
la sua mente era gradualmente
invasa da immagini di Stalin.
Stalin nella descrizione che
ne aveva fatto Milovan Gilas
subito dopo la guerra, seduto
accanto all'autista nella
berlina ufficiale che lo
riportava al Bliznij, mentre
accendeva una lucina per
leggere l'ora su un orologio
da polso appeso a un gancio
sul cruscotto. "...avevo
davanti ai miei occhi la sua
schiena già incurvata e la
pelle raggrinzita della nuca
sopra il colletto duro
dell'uniforme da
maresciallo..." (Gilas, quella
sera, aveva trovato Stalin
molto invecchiato: a tavola il
Segretario Generale si ingozzò
di cibo, perse più di una
volta il filo del discorso,
raccontò barzellette sugli
ebrei.) E l'immagine di
Stalin, meno di sei mesi prima
della morte, mentre pronuncia
davanti al Comitato Centrale
il suo ultimo, sconnesso
discorso, descrivendo Lenin
che affrontava le crisi del
1918 e ripetendo monotonamente
le stesse parole... "uscì alla
grande da una situazione
incredibilmente difficile,
uscì alla grande senza avere
paura di nulla, uscì alla
grande...", mentre i delegati
lo osservavano stupiti e
perplessi. E l'immagine di
Stalin solo, di notte, nella
sua stanza da letto, che
strappa dalle riviste foto di
adolescenti e le appiccica
alle pareti. E l'immagine di
Stalin che chiede ad Anna
Safanova di ballare per lui...
Ma stranamente, ogni volta che
pensava alla ragazza che
ballava, costei aveva il volto
di Zinaida Rapava.
CAPITOLO 17.


Zinaida Rapava se ne stava
seduta nella sua auto, al
buio, con la borsa appoggiata
in grembo e le mani dentro la
borsa a contatto con la
pistola Marakov del padre. Si
era accorta di saper ancora
scaricarla e caricarla a occhi
chiusi: era come andare in
bicicletta, una volta che
impari a pedalare non lo
dimentichi più per tutta la
vita. Tirare la levetta a
molla sotto il calcio,
estrarre il caricatore,
infilare i proiettili (sei,
sette, otto, così lisci e
freddi al tatto), reinserire
il caricatore, clic, fare
scorrere il carrello, togliere
la sicura. Fatto.
Papà sarebbe stato
orgoglioso di lei, che con la
pistola ci sapeva fare più di
Sergo. Le armi rendevano
nervoso Sergo, e la cosa era
abbastanza ridicola
considerando che sotto le armi
ci sarebbe andato lui e non la
sorella. Al pensiero di Sergo
si rimise a piangere, ma
stavolta riuscì a calmarsi
quasi subito. Estrasse le mani
dalla borsa e si asciugò gli
occhi con le maniche del
cappotto. Poi riprese a
esercitarsi, scaricando e
caricando la pistola. Aveva
paura. Quando si era
allontanata da Kelso, quel
pomeriggio, avrebbe voluto
voltarsi a guardarlo e poi
tornare da lui: ma, se
l'avesse fatto, l'americano
avrebbe capito che era
spaventata, e la paura, come
aveva imparato fin da piccola,
è un sentimento da non mettere
in mostra. Un'altra delle
lezioni di suo padre. Era
quindi risalita in auto e
aveva guidato senza meta
cercando di decidere il da
farsi finché, senza nemmeno
accorgersene, si era ritrovata
accanto alla Piazza Rossa.
Allora aveva parcheggiato
nella Bolsaja Lubjanka e a
piedi era salita fino alla
bianca chiesa dell'Icona della
Vergine di Vladimir, dove era
in corso una funzione. La
chiesa era affollata. Da un
po' di tempo le chiese erano
sempre piene di fedeli, a
differenza di una volta.
Soggiogata dalla musica accese
una candela, senza nemmeno
sapere il perché. Non aveva il
dono della fede, Zinaida, al
contrario della madre: ed era
proprio tipico della madre
accendere candele in chiesa.
Le sembrò di risentire la voce
beffarda del padre: "Che
cos'ha mai fatto per noi il
tuo dio?". Ripensò a lui e
alla ragazza che aveva scritto
quel diario, Anna Safanova.
Piccola stronza, povera
piccola stronza. Accese una
candela anche per lei, ovunque
si trovasse in quel momento.
Avrebbe voluto mettere meglio
a fuoco i suoi ricordi ma, per
quanto si sforzasse, non ci
riusciva. Il padre se lo
ricordava di solito ubriaco,
con gli occhi sbarrati e i
pugni sollevati. Oppure
distrutto dalla stanchezza al
ritorno dal lavoro al deposito
locomotive, puzzolente come un
cane, tanto stanco che non
riusciva nemmeno ad alzarsi
dalla poltrona (sulla quale
metteva una pagina della
«Pravda» per non sporcarla di
olio di macchina) e andare a
letto. Oppure quando di notte
correva alla finestra e poi si
metteva a camminare in
corridoio, su e giù (chi lo
guardava, chi gli parlava?)
spargendo sul pavimento altre
pagine della «Pravda» e
mettendosi poi a oliare la sua
Marakov. ("Se dovrò ucciderli,
lo farò...") Ma a volte,
quando non era ubriaco o
stanco o folle, in quelle
brevi parentesi di serenità
fra l'ebbrezza e l'oblio,
parlava della sua vita a
Kolyma. Le raccontava dei
mille espedienti per
sopravvivere nel gulag, gli
scambi di favori, il tabacco
dato in cambio di un tozzo di
pane, il suo darsi da fare
perché gli assegnassero i
lavori meno duri, il suo fiuto
nell'individuare gli spioni.
Poi se la metteva sulle
ginocchia e, con la sua voce
tenorile dal marcato accento
mingreliano, le cantava alcune
canzoni di Kolyma.
Decisamente migliore, quel
ricordo. A cinquant'anni le
era sembrato tanto vecchio.
Era sempre stato vecchio, la
sua gioventù se n'era andata
con la morte di Stalin: forse
per questo lui ne parlava
tanto? Aveva anche attaccato
al muro una foto di Stalin,
con quei baffi lucidi simili a
grossi proiettili neri. Lei
non poteva nemmeno portare le
amiche in casa perché non
voleva che vedessero in che
razza di porcile vivevano.
Due stanze, e lei
nell'unica stanza da letto,
che divideva prima con Sergo e
poi, quando lui era diventato
troppo grosso e troppo
imbarazzato per guardarla, con
la mamma. La mamma... esangue
e delicata prima ancora che il
cancro la trasformasse in una
specie di spettro e poi se la
portasse via. Era morta
nell'89, quando Zinaida aveva
diciotto anni. Sei mesi dopo,
erano tornati al cimitero di
Troekurovo per seppellire
Sergo accanto a lei. Zinaida
chiuse gli occhi ricordando i
funerali del fratello, il
padre ubriaco sotto la
pioggia, un paio di
commilitoni e un giovane
tenente nervoso, il comandante
di Sergo, un ragazzino come
lui, che raccontava come il
soldato Rapava fosse morto per
la Patria prestando fraterna
assistenza alle forze
progressiste della Repubblica
Popolare di... ma chi se ne
frega più, cazzo? L'ufficiale
prima di alzare i tacchi si
era fermato appena il tempo
secondo lui sufficiente a non
fare brutta figura, vale a
dire dieci minuti, e quella
sera stessa Zinaida aveva
portato via le sue cose da
quella casa di fantasmi. Il
padre aveva cercato di
fermarla, picchiandola,
trasudando vodka da tutti i
pori, ancora più puzzolente,
zuppo com'era di pioggia, ma
lei se n'era andata e non lo
aveva più rivisto fino a
martedì mattina, quando lui si
era presentato davanti alla
sua porta e l'aveva chiamata
puttana. Lei lo aveva
allontanato come si allontana
un mendicante, con due
pacchetti di sigarette. E ora
papà era morto e lei non lo
avrebbe davvero rivisto più.
Chinò la testa muovendo le
labbra, come se stesse
pregando. Ma non pregava,
stava invece leggendo il
biglietto del padre e parlando
a se stessa. "Sono stato un
cattivo padre, hai ragione,
hai sempre avuto ragione. Non
credere che non lo sappia!"
Oh, papà, se sei stato
cattivo!
Sapessi quanto sei stato
cattivo! "Ora ho l'occasione
di fare qualcosa di buono..."
Di buono? Hai il coraggio di
definirlo buono? Stai
scherzando, vero? Ti hanno
ammazzato per questo "qualcosa
di buono", e ora vogliono
ammazzare anche me... "Ricordi
quel box che avevo, quando
mamma era ancora viva...?" Sì,
sì, me lo ricordo. "E ricordi
che cosa ti dicevo? Mi stai a
sentire, ragazza? Regola
numero uno. Qual è la regola
numero uno?" Si rimise in
tasca il biglietto,
guardandosi attorno. Era
stupido quel dialogo con
l'aldilà. "Parla forte,
ragazza!" Chinò il capo,
docilmente. Non devo mai
dimostrare di avere paura,
papà.
"Ripeti!" «Non devo mai
dimostrare di avere paura.»
"E la regola numero due?
Qual è la regola numero due?"
Ho un'unica amica al mondo.
"Chi è quest'amica?" Me
stessa. "E chi altri?" Questa.
"Fa vedere!" Questa, papà.
Questa. Infilò le mani nella
borsa e con le dita, come se
sgranasse un rosario, caricò e
scaricò più di una volta la
pistola, dapprima con impaccio
e poi con sempre maggiore
destrezza. Al termine della
funzione uscì dalla chiesa e
si diresse a passo spedito
verso la Piazza Rossa. Era
molto più calma, ora, sapeva
che cosa avrebbe dovuto fare.
L'americano aveva ragione, lei
non poteva correre il rischio
di tornare a casa, ma non
aveva amici ai quali chiedere
di ospitarla per qualche
giorno. Se fosse andata in
albergo, poi, avrebbe dovuto
dare un documento, e se
Mamantov aveva contatti
nell'Fsb... Le rimaneva quindi
una sola strada. Erano quasi
le sei e le ombre cominciavano
a calare attorno al mausoleo
di Lenin. Dall'altra parte
della piazza, sul tetto dei
grandi magazzini Gum, avevano
già acceso le luci simili a
una fila di fari gialli,
sempre più luminosi nel
crepuscolo. Fece i suoi
acquisti in fretta. Cominciò
con un abito da cocktail nero
in seta écru, al quale fece
seguire un paio di collant
neri, guanti neri e una
borsetta nera.
Poi passò al reparto
cosmetici, dove, al momento di
pagare, una commessa la
riconobbe e la salutò: lei
distolse lo sguardo e si
allontanò in fretta. Pagò
tutto in dollari, non usciva
mai di casa senza avere mille
dollari nella borsa, perché
non aveva carte di credito,
lasciavano troppe tracce. E
diffidava anche delle banche,
alchimisti ladri che si
prendevano i tuoi preziosi
dollari e trasformavano l'oro
in vile metallo. Tornò alla
boutique, dove si tolse jeans
e camicetta e indossò l'abito
nuovo. Per tirare su la lampo
dietro la schiena,
pizzicandosi la carne, fu
costretta a una serie di
contorsioni e alla fine fece
un passo indietro e si guardò
allo specchio, con una mano
sul fianco e il mento
sollevato. Bene. Anzi, molto
bene. Impiegò altri dieci
minuti per truccarsi. Poi
ficcò nella borsa di plastica
della Gum gli abiti vecchi, si
infilò il giubbetto di pelle e
uscì sulla Piazza Rossa, a
disagio con i tacchi alti sui
ciottoli. Evitò accuratamente
di guardare il mausoleo di
Lenin e il muro del Cremlino
alle spalle del mausoleo, dove
il padre la portava da bambina
a visitare la tomba di Stalin.
All'estremità nord della
piazza girò a destra e si
diresse verso l'hotel
Metropol, aveva voglia di bere
qualcosa al bar dell'albergo:
ma quelli della security non
la fecero entrare.
«Niente da fare, tesoro.
Mi spiace.»
Mentre si allontanava, li
sentì ridacchiare alle sue
spalle.
«Al lavoro in anticipo?»
le gridò dietro uno di loro.
Quando tornò alla sua auto, si
era fatto buio. E, ora, era
ancora seduta in auto a
riflettere. Ripensò alla morte
della madre e a quella di
Sergo, quelle due piccole
morti simili ai sassolini che
provocano una valanga: poco
dopo la loro scomparsa, anche
il suo vecchio mondo era
sparito, il mondo della Russia
comunista, precipitando in
un'oscurità dalla quale non
sarebbe più riemerso. Lei, che
di politica non si era mai
interessata, aveva un ricordo
sbiadito dei primi due anni
vissuti da sola E dopo avere
lasciato il padre. Era andata
ad abitare in un bugigattolo
nel distretto di Krasnogorsk.
Era rimasta incinta due volte
e altrettante aveva abortito.
(Solo da poco aveva smesso di
chiedersi come sarebbero stati
quei due bambini mai nati, i
quali avrebbero avuto ora
quasi nove e sette anni:
avrebbero gridato allegri nei
loro giochi, sovrastando il
vuoto angoscioso che avevano
lasciato?) Ma, pur non
interessandosi di politica,
Zinaida si era accorta dei
soldi che sembravano
cominciare a lievitare vicino
agli alberghi per ricchi come
il Metropol o il Kempinski. E
i soldi si erano accorti di
lei, come si erano accorti di
tutte le belle ragazze di
Mosca. Zinaida non era forse
tra le più belle, ma quasi:
abbastanza mingreliana perché
il suo volto avesse una
durezza quasi orientale,
abbastanza russa perché la sua
struttura esile si arricchisse
di voluttuose rotondità. E,
visto che nessuna ragazza di
Mosca riusciva a guadagnare in
un mese quanto un uomo
d'affari occidentale spendeva
per una bottiglia di vino al
ristorante, per accorgersi
della nascita di un nuovo
mercato non c'era bisogno di
essere un genio dell'economia
come quei consulenti d'azienda
dallo sguardo duro che si
facevano un aperitivo al bar
prima di andare a cena. Fu
così che una notte del
dicembre 1992, nella suite di
un tecnico tedesco di
Ludwigshafen am Rhein, Zinaida
Rapava divenne una puttana, e
dopo un'ora e mezzo di gemiti
e sudori tornò a casa con 125
dollari nel reggiseno: una
somma superiore a quella che
avesse mai visto. E sai che
cosa ti dico, papà, visto che
finalmente ci parliamo? E'
stato bello, mi sono sentita
bene. Perché aveva fatto ciò
che dieci milioni di ragazze
facevano ogni notte senza però
avere il buon senso di
chiedere un compenso. Scopare
gratis era decadente, come
avevo fatto io era invece
business, kapitalism, e mi
sono sentita bene. Quella
volta, come mi avevi insegnato
tu, papà, avevo un'unica
amica: me stessa. Dopo qualche
tempo questo business si era
trasferito dagli alberghi ai
locali e praticarlo era
diventato più semplice. I
locali pagavano il pizzo alla
mafia facendosi versare una
percentuale dalle ragazze e in
cambio la mafia teneva alla
larga i magnaccia. In tal modo
tutto appariva bello e
rispettabile e ognuno,
illudendosi, poteva parlare di
piacere, non di transazione
commerciale quale in effetti
era. Quella sera, a distanza
di sei anni dalla prima
marchetta, Zinaida Rapava
aveva quasi 30.000 dollari
nascosti nel suo
appartamentino acquistato in
contanti. E aveva dei progetti
per l'avvenire, studiava
giurisprudenza, sarebbe
diventata avvocato. Avrebbe
lasciato il Rabotnik e Mosca
per trasferirsi a San
Pietroburgo e svolgere la
professione di puttana legale:
l'avvocato. Ma questi sogni
erano svaniti quando martedì
mattina Papu Rapava era
riemerso dal nulla per
parlarle, darle della
sgualdrina, portandosi dietro,
oltre all'alito fetente,
quella familiare puzza di
"passato".
Ascoltò il notiziario
delle dieci, poi mise in moto
e si allontanò lentamente
dalla Bolsaja Lubjanka,
attraversando Mosca diretta
verso lo stadio dei Giovani
Pionieri. E, una volta
arrivata, parcheggiò al solito
posto vicino alla pista di
atletica. Era una notte fredda
e il vento le sferzava le
gambe attraverso il sottile
abito da sera. Strinse in mano
la borsetta e si incamminò con
passo incerto verso le luci
dell'entrata.
Dentro sarebbe stata più
al sicuro. Per essere un
qualsiasi giovedì sera c'era
molta gente davanti al locale,
in maggioranza ricche pecore
occidentali in fila per essere
tosate. Di solito le avrebbe
osservate con sguardo
sprezzante, ma quella sera non
se lo poteva permettere. Si
fece forza e continuò a
camminare. Bussò come al
solito alla porta posteriore e
il barman, Aleksej, la fece
entrare. Lasciò al guardaroba
il giubbetto e, dopo una breve
esitazione, anche la borsetta:
la pedana del Rabotnik non era
il posto più indicato a Mosca
per farsi trovare addosso una
pistola. Ogni volta che andava
in quel locale lei poteva
sempre fingere di essere
qualcun'altra, unico aspetto
positivo di quella professione
oltre a quello economico.
("Come ti chiami?" le chiedeva
ogni tanto qualche cliente nel
tentativo di stabilire un
rapporto umano.
"Quale nome ti
piacerebbe?" rispondeva lei
invariabilmente.) Poteva
sempre lasciare la vera
Zinaida dietro la porta del
Rabotnik e trasformarsi in una
nuova Zinaida: sexy, dura,
sicura di sé. Ma quella sera,
mentre si rinfrescava il viso
nella toilette delle donne,
quel sistema sembrava non
funzionare, e l'immagine che
lo specchio le rimandava era
indubbiamente la sua, quella
di Zinaida Rapava dagli occhi
spaventati. Rimase oltre
un'ora seduta in uno dei
séparé in penombra, a
osservare. Quello di cui aveva
bisogno era qualcuno che
stesse con lei tutta la notte,
un cliente serio e
rispettabile, con un
appartamento a disposizione.
Ma come si fa a giudicare un
uomo dall'aspetto o da come
veste e parla? Ti può sempre
capitare uno di quei giovani
chiacchieroni con la camminata
alla John Wayne che alla fine
scoppiano a piangere e ti
mostrano la foto della loro
ragazza, o uno di quei
banchieri e avvocati così seri
e posati ai quali piace
prenderti a pugni. Poco dopo
le undici e mezzo, quando il
locale era al massimo
dell'animazione, decise di
attivarsi. Cominciò a girare
per la pedana, fumando e
portandosi dietro una
bottiglia di acqua minerale.
Madre santa, pensò, certe
ragazze qui dentro dimostrano
meno di quindici anni,
praticamente potrei averle
messe al mondo io. Però quella
vita stava per avere fine. Le
si avvicinò un uomo con la
camicia aperta, dalla quale
spuntavano peli neri e
riccioluti. Ma le ricordava
O'Brian, quindi evitò lui e la
sua nuvola di dopobarba per
dedicarsi a un grosso asiatico
infilato in un abito di
Armani. L'asiatico mandò giù
d'un fiato ciò che stava
bevendo (vodka liscia, senza
ghiaccio: ma lei ci fece caso
troppo tardi) e la portò sulla
pedana. Lì le agguantò il
fondoschiena, una natica per
mano, conficcandole le dita
nella carne come se volesse
tirarla fuori dalle scarpe
nuove di zecca. Zinaida gli
disse di piantarla, ma quello
parve non capire. Allora gli
mise un braccio sul petto per
allontanarlo, però riuscì
soltanto a fargli aumentare la
presa. A quel punto le scattò
dentro una molla, e fu come se
le due Zinaida si fondessero
in una sola... "Sei una brava
bolscevica, Anna Safanova?
Vuoi darmene una prova? Vuoi
danzare per il compagno
Stalin?" ...e. all'improvviso
gli conficcò le unghie nella
liscia guancia destra,
graffiandolo così in
profondità da sentire la carne
che si apriva. L'uomo si
staccò finalmente da lei ed
emise un ruggito di dolore,
piegato in due e scuotendo la
testa, spargendo tutt'attorno
gocce di sangue che
disegnarono un perfetto arco,
come un cane che si scrolla
dopo essere uscito dall'acqua.
Qualcuno urlò, i clienti in
pedana arretrarono per
lasciare spazio. Questo erano
venuti a vedere! Zinaida
attraversò di corsa la sala,
salì la scala a chiocciola,
superò il metal detector e si
trovò finalmente fuori, al
freddo. Scivolò sulla neve e
finì a gambe all'aria, come un
vitello, sicura che lo
sconosciuto la stesse
inseguendo. Poi si rimise in
piedi e riuscì finalmente a
raggiungere la sua auto. Il
complesso edilizio Vittoria
della Rivoluzione. Blocco
Nove.
E' notte fonda. I
poliziotti se ne sono andati.
I curiosi se ne sono andati. E
quanto prima se ne sarebbe
andato anche quel casermone di
cartapesta: era decisamente
insicuro, anche secondo i
flessibili parametri russi, e
fra un mese o due l'avrebbero
abbattuto. Parcheggiò accanto
al marciapiede di fronte, nel
punto in cui la notte prima
aveva scaricato Kelso, e
rimase a guardarlo. Blocco
Nove. La sua casa. Era così
stanca. Afferrò il volante con
entrambe le mani e appoggiò il
capo sulle braccia nude, ma
non pianse, aveva ormai
esaurito tutte le lacrime. Le
sembrò di avvertire dentro
l'auto la presenza fisica del
padre e ricordò quella stupida
canzoncina che lui
canticchiava. Kolyma, Kolyma,
Che splendido posto! Dodici
mesi d'inverno E il resto
tutta estate... Non c'erano
altri versi? Qualcosa come
ventiquattr'ore di lavoro al
giorno e il resto tutto un
sonno? E così via? Batté il
capo contro il braccio
seguendo il ritmo immaginario
della canzoncina, poi appoggiò
la guancia al volante, e in
quel momento si rese conto di
avere dimenticato la borsetta
con dentro la pistola nel
guardaroba del Rabotnik. Se ne
rese conto perché una grossa
auto si era silenziosamente
accostata alla sua,
impedendole di uscire, e la
faccia di un uomo la stava
osservando da dietro i due
finestrini sporchi.

CAPITOLO 18.


Il silenzio lo destò.
«Che ore sono?»
«Mezzanotte.»
O'Brian sbadigliò
rumorosamente.
«Ora tocca a tè.»
L'auto era ferma a motore
spento sul margine
dell'autostrada deserta. Kelso
non riusciva a vedere nulla, a
parte qualche fioca stella in
cielo. Dopo il frastuono del
viaggio quel silenzio aveva
una sua fisicità, come una
pressione sulle orecchie. Si
sollevò.
«Dove siamo?»
«A centocinquanta, forse
centottanta chilometri a nord
di Vologda.»
O'Brian accese la luce
dell'abitacolo e Kelso batté
le palpebre.
«Più o meno da queste
parti.»
Gli aprì la carta stradale
sotto gli occhi e indicò con
la sua grossa unghia un punto
non meglio precisato, uno
spazio bianco attraversato
dalla linea rossa
dell'autostrada con ai lati
una zona tratteggiata, a
indicare paludi. Più a nord,
dove ricominciavano le
foreste, il bianco diventava
verde.
«Devo pisciare» annunciò
O'Brian, «vieni anche tu?»
Faceva molto più freddo che a
Mosca e il cielo era ancora
più sconfinato. Una flotta di
nuvole, dai margini schiariti
dalla luce della luna, muoveva
lentamente in direzione sud
scoprendo di tanto in tanto
una chiazza stellata. O'Brian
portò la torcia elettrica.
Scesero il breve dosso e
rimasero per circa mezzo
minuto a urinare, l'uno a
fianco dell'altro come due
vecchi amici, mentre dal
terreno davanti a loro si
alzavano nuvolette di vapore.
Poi il giornalista fece girare
il potente raggio della torcia
elettrica, che illuminò il
nulla più assoluto fino a una
distanza di duecento metri.
Una nebbiolina gelida era
sospesa a poca distanza da
terra.
«Senti niente?» chiese
O'Brian.
«No.»
«Nemmeno io.»
Spense la torcia e
indugiarono lì per un istante.
«Ho tanta paura, paparino»
sussurrò poi l'americano con
una vocina infantile. Accese
nuovamente la torcia e
risalirono il dosso. Una volta
in macchina, Kelso riempì di
caffè altri due bicchieroni,
mentre O'Brian apriva il
portellone, dal quale tirò
fuori un paio di taniche e,
con un imbuto, riempì il
serbatoio. Sorseggiando il
caffè, Kelso si allontanò dai
fumi di benzina e si accese
una sigaretta. Nel buio, al
freddo, sotto l'immenso cielo
eurasiatico, si sentiva
distaccato dalla realtà,
impaurito ma al tempo stesso
eccitato, con i sensi
all'erta. In lontananza udì un
rombo attutito e quasi
contemporaneamente
sull'autostrada,
all'orizzonte, si accese un
punto giallo. Lo vide crescere
lentamente per poi dividersi
in due fari che sembravano
puntare su di lui. Ma l'enorme
autotreno a sedici ruote gli
sfrecciò davanti, mentre il
camionista suonava allegro il
clacson per salutarli. E,
anche quando le luci rosse di
posizione scomparvero in
lontananza, continuò per
qualche istante a udire l'eco
di quel rombo.
«Fiuke, vieni a darmi una
mano, per favore.»
Kelso aspirò un'ultima
boccata, poi fece volare via
la sigaretta, che atterrò
sull'asfalto sprizzando
scintille arancione. O'Brian
stava sollevando dal
portabagagli della Toyota una
delle sue preziose
apparecchiature, una valigia
bianca 60 x 45 di
policarbonato con due
rotelline nere a un'estremità.
Con l'aiuto di Kelso la tirò
giù, trascinandola poi accanto
al sedile del passeggero.
«E ora?» gli chiese Kelso.
«Non dirmi che non hai mai
visto uno di questi affari.»
O'Brian aprì la valigia e
ne estrasse quattro piastre,
simili ai vassoi di plastica
che spuntano dai braccioli dei
sedili in aereo. Le incastrò
una sull'altra, formando una
specie di quadrato di un metro
di lato, che agganciò a una
parte della valigia, e avvitò
al centro del quadrato una
lunga asta telescopica. Quindi
andò a infilare nella presa
dell'accendino del cruscotto
la spina di un cavo elettrico
che usciva dalla valigia,
tornò, fece scattare un
interruttore e su un quadro
cominciarono a lampeggiare
alcune lucine.
«Sorpreso?» Da una tasca
del giubbotto tirò fuori una
bussola e vi puntò contro il
raggio della torcia.
«Vediamo un po' dove
diavolo si trova l'Oceano
Indiano.»
«Che cosa?» O'Brian guardò
l'autostrada alle loro spalle.
«In quella direzione, a
occhio e croce, dovrebbe
trovarsi un satellite in
orbita stazionaria sopra
l'Oceano Indiano a una quota
di circa trentamila
chilometri. A pensarci, il
mondo è proprio piccolo, vero,
Fiuke? Così piccolo da poterlo
quasi tenere in una mano.»
Sorridendo, si inginocchiò
accanto alla valigia e fece
ruotare lentamente l'antenna
su se stessa fino a che non
puntò direttamente a sud.
L'apparecchiatura emise
immediatamente una specie di
miagolio.
«Ecco fatto, ora siamo
collegati al satellite.»
Premette un pulsante e il
miagolio scomparve.
«Ora infiliamo la spina
del telefono.,.. così... poi
componiamo il numero zero
quattro, quello, della
stazione! di Eik, in Norvegia,
dopodiché formiamo il numerò
che vogliamo chiamare.
Semplice, no?» Porse la
cornetta con il quadrante
incorporato a Kelso, che se
l'accostò esitando
all'orecchio e udì il bip
cadenzato di un numero
telefonico che stava
squillando in America. Poi una
voce maschile: «Cronaca, dica
pure.»
Kelso accese un'altra
sigaretta e si allontanò dalla
Toyota. O'Brian era seduto
dietro il volante e, anche con
i finestrini chiusi, la sua
voce perforava il silenzio.
«Sì, sì, siamo in
viaggio... più o meno a metà
strada, direi... sì, è con
me... no, sta bene.»
O'Brian aprì lo sportello.
«Stai bene, vero,
professore?» Kelso sollevò una
mano.
«Sì» riprese O'Brian, «sta
bene.»
Richiuse lo sportello
sbattendolo e probabilmente
aveva abbassato la voce,
perché Kelso coglieva ora solo
qualche frammento di
conversazione.
«Saremo lì verso le
nove... certo... roba buona,
materiale interessante...»
: Pur non avendo capito
granché, Kelso sentì che
qualcosa non andava. Allora
tornò alla Toyota e spalancò
lo sportello.
«Ora devo andare, Joe.
Ciao.'» O'Brian chiuse la
conversazione e gli strizzò
l'occhio.
«Di che cosa stavate
parlando?»
«Niente.»
Il giornalista aveva
l'espressione di un ragazzino
colto in fallo.
«Come sarebbe a dire,
niente?»
«Dai, Fiuke, dovevo
tirargli un osso ai miei. Ma
ho riferito solo l'essenziale,
a grandi linee...»
«L'essenziale?!» Kelso si
era messo a gridare.
«Doveva rimanere
segreto...»
«E credi che lo andranno a
raccontare a qualcuno? Suvvia,
prima di partire dovevo pur
dar loro un'idea di ciò che
stavo andando a fare ad
Archangel.»
«Cristo!» Kelso si
appoggiò con la schiena alla
Toyota e alzò lo sguardo al
cielo.
«Che cosa mai sto
facendo?»
«Vuoi fare una telefonata,
Fiuke?» L'americano gli porse
il telefono.
«Vuoi chiamare tua moglie?
A carico nostro,
naturalmente.»
«No, non c'è nessuno che
voglia chiamare in questo
momento, grazie.»
«Zinaida? Perché non
chiami Zinaida?» Scese
dall'auto e gli mise in mano
il telefono.
«Forza, sei preoccupato
per lei e si vede, il che è
molto carino. Zero quattro,
poi il numero. Ti prego solo
di non restare a chiacchierare
tutta la notte, qui fuori c'è
da gelarsi le palle.»
Si allontanò, battendosi
sui fianchi le mani, tenendo
le braccia incrociate per
riscaldarsi, e Kelso, dopo un
attimo di esitazione, si cercò
in tasca il foglietto di carta
con l'indirizzo e il numero di
lei. Mentre aspettava che il
numero entrasse nella rete
satellitare, cercò di
visualizzare l'appartamento di
Zinaida ma non ci riuscì,
sapeva troppo poco di lei;
Guardando l'autostrada M8 alle
sue spalle, vide all'orizzonte
un banco di nuvole grigie che
si dirigeva verso di loro,
come se stesse fuggendo da una
calamità naturale, e pensò
all'itinerario di quella
telefonata: da un punto
imprecisato della Russia
orientale fino a un satellite
sospeso sull'Oceano Indiano,
da lì alla Scandinavia e dalla
Scandinavia a Mosca. O'Brian
aveva ragione, il mondo è
diventato così piccolo da
poterlo stringere in una mano
ovunque ci si trovi.
Lasciò squillare a lungo,
incerto se sperare che lei
rispondesse, per avere la
conferma che era sana e salva,
o che non rispondesse, perché
casa sua era decisamente il
posto meno sicuro. Zinaida non
rispose e, dopo un paio di
minuti, lui riagganciò. Kelso
si mise alla guida e O'Brian
si addormentò immediatamente,
ma anche nel sonno il
giornalista sembrava non
riuscire a stare zitto. Si era
tirato il sacco a pelo fino al
mento, aveva abbassato lo
schienale fin quasi alla
posizione orizzontale e ogni
tanto borbottava un "sì",
seguito con maggiore enfasi da
un altro "sììì". Grugniva, si
rannicchiava per poi inarcarsi
come un pesce finito sul
bagnasciuga, russava, si
grattava le parti basse. Kelso
strinse il volante.
«Vuoi stare zitto,
O'Brian?» disse al parabrezza.
«Una volta, una sola volta
faresti un favore all'umanità,
e in particolare a me?
"infileresti un calzino in
quella boccaccia?» Non c'era
nulla da vedere, a parte la
porzione di strada illuminata
dai fari. Ogni tanto
incrociava qualche auto i cui
abbaglianti lo accecavano.
Dopo un'ora superò l'autotreno
che gli era sfrecciato davanti
quando erano fermi. L'autista
suonò nuovamente il clacson e
Kelso rispose.
«Sì» disse O'Brian
sentendo il clacson.
«Oh, sì...»
Il fruscio ripetitivo
degli pneumatici era quasi
ipnotico, e Kelso non riusciva
a seguire il filo di un
pensiero. Si chiese come si
sarebbe comportato O'Brian in
una vera guerra, una cioè in
cui avesse dovuto puntare
un'arma invece della
videocamera. E,
automaticamente, si chiese
come si sarebbe comportato lui
stesso: una domanda, questa,
che si pongono molti uomini,
come se il non avere mai preso
parte a una guerra avesse
lasciato nelle loro esistenze
una casella vuota. Possibile
che alla banalizzazione di
tanta gente possa avere
contribuito l'assenza di una
guerra, fermo restando che
nessuna persona di buon senso
può augurarsi che scoppi?
Perché, parliamoci chiaro,
tutto ormai è terribilmente
banale, la politica è banale,
la nostra epoca è banale. La
gente ormai si preoccupa solo
di banalità come le ipoteche,
le pensioni, il fumo passivo.
Lanciò un'occhiata a O'Brian.
Gesù, a questo ci siamo
ridotti? A preoccuparci del
fumo passivo, mentre i nostri
genitori e i nostri nonni
dovevano fare i conti con le
pallottole vaganti o i
bombardamenti! Quella
considerazione lo fece però
sentire in colpa, perché ne
discendeva automaticamente un
suo desiderio di guerra. Ma
davvero voleva che scoppiasse
un conflitto? O, più
probabilmente, una guerra
fredda? Dovette ammettere che,
effettivamente, questa gli
mancava. Gli faceva ovviamente
piacere che fosse terminata,
che avessero vinto quelli
della sua parte, quelli che
erano nel giusto. Ma almeno,
quando c'era la guerra fredda,
quelli come lui potevano fare
una scelta di campo affermando
certi principi e negandone e
combattendone altri. Il fatto
era che per lui, dalla fine
della guerra fredda, quasi
tutto era andato storto. E,
paradossalmente, la sua
carriera e quella di Mamantov
avevano iniziato la fase
discendente con la scomparsa
dell'Urss. Per quanto assurdo
potesse apparire, lui e
Mamantov avevano sotto questo
aspetto molti punti in comune:
lo schifo per la banalità del
mondo d'oggi, il culto del
passato, la smania di svelare
il mistero del compagno
Stalin... Si rabbuiò
ricordando le parole di
Mamantov. "Lei è ossessionato
da Stalin quanto lo sono io."
Ne aveva riso, al momento. Ma
ora, ripensandoci, quella
frase gli sembrò purtroppo
indovinata: e quindi
sgradevole, in quanto rivelava
la capacità di introspezione
psicologica di chi l'aveva
pronunciata. Se la ripeté più
di una volta mentalmente,
mentre la temperatura
continuava a calare e la
strada davanti a lui sembrava
non dovesse finire mai. Guidò
per oltre quattro ore, con le
gambe quasi intorpidite. A un
certo punto finì addirittura
per addormentarsi,
risvegliandosi appena in tempo
per accorgersi che la Toyota
era finita al centro della
carreggiata e stava
pericolosamente spostandosi
sulla sinistra. Qualche minuto
dopo superò una specie di
locanda per camionisti. Allora
piantò una frenata e fece
marcia indietro, mentre
accanto a lui O'Brian riapriva
faticosamente gli occhi.
«Perché ci siamo fermati?»
«Il serbatoio è quasi
secco e io sono stanco.»
Kelso spense il motore e
si massaggio la nuca.
«Perché non ci fermiamo un
po' qui?»
«No, dobbiamo andare
avanti. Versa un paio di
caffè, per favore, mentre io
riempio il serbatoio.»
Si ripeté il rituale di
qualche ora prima, con O'Brian
che tirava giù due taniche e
riempiva il serbatoio mentre
Kelso si allontanava per
fumare una sigaretta. Il vento
si era fatto più freddo e
tagliente, fischiava tra
alberi invisibili
nell'oscurità, e da qualche
parte giungeva il suono di una
cascatella. Quando tornò
all'auto, trovò O'Brian seduto
al posto di guida, intento a
passarsi sul grosso mento un
rasoio elettrico, studiando
contemporaneamente la carta
stradale. Non era normale
essere svegli a quell'ora,
pensò Kelso, non lasciava
prevedere nulla di buono.
Quell'ora lui l'associava
all'emergenza, al lutto, al
complotto, a uno scomodo volo
di notte, al ritorno a casa
con la coscienza sporca dopo
aver lasciato il letto di una
donna appena conosciuta.
Rimasero entrambi in silenzio.
O'Brian ripose il rasoio e
piegò la carta infilandola
nella tasca dello sportello.
Lo schienale abbassato era
tiepido come il sacco a pelo
e, nel giro di cinque minuti,
nonostante l'ansia, Kelso si
addormentò. Il suo fu un sonno
profondo, senza sogni e,
quando qualche ora dopo si
risvegliò fu come se avesse
superato una barriera per
entrare in un altro mondo.

CAPITOLO 19.


Poco prima, quando Kelso
era ancora al volante, il
maggiore Feliks Suvorin si era
chinato a baciare la moglie
Serafìma. Lei all'inizio si
era limitata a porgergli la
guancia, ma poi, pensandoci
bene, aveva tirato fuori di
scatto da sotto il lenzuolo un
braccio caldo e morbido,
avvinghiandolo come un
serpente alla nuca del marito
e attirandolo verso di sé.
Suvorin l'aveva baciata sulla
bocca, avvertendo
immediatamente il profumo di
Chanel che il padre di lei le
aveva portato dall'ultima
riunione del G8.
«Non tornerai stanotte»
gli sussurrò Serafìma, «Sì.»
«E invece no.»
«Cercherò di non
svegliarti.»
«Svegliami.»
«Dormi.»
Le appoggiò un dito sulle
labbra e spense la luce sul
comodino, facendosi guidare da
quella del corridoio per
uscire dalla stanza da letto.
Udì il respiro regolare dei
figli addormentati. Un
orologio antico batté l'una e
trenta. Era rimasto a casa
soltanto due ore.
Diavolo! Si sedette su una
poltroncina dorata accanto
alla porta per infilarsi le
scarpe, poi prese dall'armadio
a muro il soprabito.
L'arredamento di quella
casa era stato copiato da una
di quelle patinate riviste
occidentali ed era costato ben
più di quanto lui potesse
permettersi con lo stipendio
di maggiore dell'Svr: uno
stipendio con il quale sarebbe
riuscito sì e no a pagare
l'abbonamento alla rivista.
Aveva pensato a tutto il
suocero. Prima di uscire di
casa Suvorin dette un'occhiata
alla propria immagine riflessa
nello specchio del soggiorno,
di fronte a una stampa di
Jackson Pollock. Luci e ombre
del suo viso esausto
sembravano fondersi con quelle
della stampa. Sto diventando
troppo vecchio per un gioco
del genere, pensò: non sono
più il golden boy di una
volta. La notizia che il volo
Delta era decollato senza
Kelso era giunta a Jasenevo
poco dopo le due del
pomeriggio. Il colonnello
Arsenev aveva espresso a
Suvorin, in termini vivaci e
coloriti, la sua sorpresa per
il mancato accompagnamento
dello storico fin dentro
l'aereo: e la stessa sorpresa,
stavolta in termini più freddi
e taglienti, aveva messo
sicuramente per iscritto in
qualche minuta a uso interno.
Suvorin aveva avuto per un
attimo la tentazione di
rispondere chiedendogli
polemicamente come avrebbe mai
potuto, con soli quattro
uomini a disposizione,
localizzare Mamantov,
controllare la Milizia,
trovare il quaderno e fare da
balia a un accademico
occidentale moderno e
spregiudicato fin dentro un
aereo americano. Ma aveva
preferito ingoiarsi quella
risposta e tacere. Anche
perché la scomparsa di Kelso
era di gran lunga meno
importante di una notizia
appena lanciata in rete
dall'Interfax. All'agenzia di
stampa, che citava non
precisate "fonti della
Milizia", risultava che Papu
Rapava fosse stato ucciso
mentre cercava di vendere a
uno scrittore occidentale
alcuni documenti segreti di
Stalin. Tre deputati comunisti
erano andati su tutte le
furie, presentando
immediatamente
un'interpellanza alla Duma.
Arsenev era rimasto a lungo al
telefono con l'ufficio del
presidente della Federazione,
e sembrava che Boris
Nikolaevic in persona gli
avesse chiesto che cazzo stava
succedendo. Stessa domanda era
stata rivolta all'Fsb. Cinque
o sei cronisti erano tornati
ad accamparsi davanti al
palazzone dove aveva abitato
Rapava, altri stavano
assediando la centrale della
Milizia, i cui responsabili
avevano scelto come posizione
ufficiale quella di sollevare
le braccia e lanciare un
fischio. Per la prima volta
Suvorin si sorprese ad
apprezzare certi aspetti dei
vecchi tempi, quando una
notizia era tale soltanto se
la Tass giudicava opportuno
diffonderla e tutto il resto
rimaneva segreto di Stato. Con
Arsenev aveva tentato di fare
l'avvocato del diavolo. Non
stavano per caso
sopravvalutando quella
faccenda? Non stavano facendo
il gioco di Mamantov? Quale
importanza avrebbe potuto
avere, a distanza di tanto
tempo, un quaderno appartenuto
a Stalin? Arsenev aveva
sorriso, il che era sempre un
brutto segno.
«Quando sei nato, Feliks?»
gli aveva chiesto con la
massima affabilità.
«Nel'58, nel'59?»
«Nel'60.»
«Nel'60. Io invece sono
nato nel'37. Mio nonno è morto
ammazzato. Due miei zii sono
finiti in un campo di lavoro
dal quale non sono mai
tornati. Mio padre è morto
all'inizio della guerra nella
maniera più assurda, cercando
di bloccare un panzer tedesco
a Pollava con una bottiglia
piena di benzina e uno
stoppino: ma la sua morte non
fu poi tanto assurda, se si
considera che il compagno
Stalin aveva annunciato che
ogni soldato che si arrendeva
sarebbe stato considerato un
traditore. Quindi non
sottovaluto mai il compagno
Stalin, caro Feliks.»
«Mi spiace...»
Ma Arsenev non lo stette
nemmeno a sentire. Era
diventato quasi paonazzo e ora
gridava.
«Se quel bastardo teneva
in cassaforte il quaderno
aveva evidentemente i suoi
motivi, poco ma sicuro. Se
Berija l'ha rubato avrà avuto
anche lui i suoi motivi. Se
Mamantov ha torturato a morte
un povero vecchio per mettere
le mani su quel quaderno ci
dev'essere un motivo. Quindi,
sii gentile, Feliks
Stepanovic, trovami per favore
quel quaderno. Trovalo!» E
Suvorin si era subito dato da
fare. Si era messo in contatto
con tutti i periti
merceologici di Mosca, aveva
discretamente fatto circolare
una descrizione di Kelso in
tutti i comandi della Milizia
e del Gai, la polizia addetta
al traffico. L'Svr ora
lavorava ufficialmente in
"collegamento" con l'ufficio
della Milizia che indagava
Sull'omicidio, quindi Suvorin
poteva finalmente contare su
maggiori risorse; e con la
Milizia aveva concordato una
versione dei fatti da dare in
pasto ai media. Aveva parlato
con un amico del suocero,
proprietario della più
importante catena di
quotidiani della Federazione,
pregandolo di allentare la
morsa dei giornalisti. Aveva
mandato Netto a fare un giro
dalle parti di via Vspolnyj.
Aveva infine disposto un turno
di sorveglianza davanti alla
casa della figlia di Rapava,
Zinaida, che era scomparsa: e
quando, a tarda sera, era
risultata ancora irreperibile,
aveva spedito Bunin a dare
un'occhiata al Rabotnik, il
locale dove lei lavorava. E
all'una e venticinque di notte
gli avevano telefonato a casa
per informarlo che Zinaida era
stata ritrovata.
«Dov'era?»
«Nella sua auto, davanti
alla casa del padre» rispose
Bunin.
«L'abbiamo seguita fin dal
locale pensando che dovesse
vedersi con qualcuno, ma non
si è presentato nessuno,
perciò l'abbiamo fermata.
Probabilmente si, era appena
accapigliata con qualcuno.»
«Perché?»
«Se ne accorgerà
guardandole le mani.»
Questa conversazione
sottovoce si svolgeva
nell'atrio del palazzo dove
abitava Zinaida a Zajauze,
squallido sobborgo
dell'hinterland orientale. Il
palazzo, a poca distanza da un
parco, doveva essere stato
privatizzato, a giudicare
dalla pulizia degli ambienti
comuni. Suvorin si chiese che
cosa avrebbero pensato gli
occupanti di quel rispettabile
condominio se avessero saputo
che la ragazza del terzo piano
faceva la puttana.
«Nient'altro?»
«L'appartamento e l'auto
sono puliti» rispose Bunin.
«Nel portabagagli aveva
una sacca di plastica
contenente jeans, T-shirt,
scarponcini e mutandine. Ma in
casa aveva nascosto una grossa
somma e lei non sa ancora che
l'ho trovata.»
«Quanto?»
«Ventimila, forse
trentamila dollari, avvolti in
un foglio di plastica e
infilati dentro l'acquaio del
water.»
«Dove sono ora?»
«Ce li ho io.»
«Da' qua.»
Bunin esitò, poi gli porse
il pacchetto di biglietti da
cento dollari, ai quali lanciò
un'occhiata avida. Per
guadagnare quella somma
avrebbe dovuto lavorare
quattro o cinque anni e
probabilmente, dopo averla
trovata, era stato tentato di
ritagliarsene una fetta.
Sempre che non l'avesse già
fatto, pensò Suvorin
infilandosi in tasca il
malloppo.
«Che tipo è, la ragazza?»
«Un osso duro, maggiore,
non ne caverà molto.»
Si batté l'indice contro
la tempia.
«E anche un po' matta,
secondo me.»
«Grazie per il valido
contributo psicologico,
tenente. Puoi attendere qui.»
Cominciò a salire le
scale. Da dietro una porta, al
secondo piano, spuntò il volto
di una donna di mezza età con
la testa piena di bigodini.
«Che cosa sta succedendo?»
«Niente, signora, una
formalità. Può stare
tranquilla.»
Continuò a salire. Doveva
assolutamente sfruttare quanto
gli avrebbe detto la ragazza,
pensò, era l'unica pista a
disposizione. Davanti alla
porta di casa socchiusa
raddrizzò le spalle, bussò
educatamente ed entrò. Un
agente della Milizia scattò in
piedi.
«Grazie, agente. Perché
non scendi a tenere Compagnia
al tenente?» Attese che la
porta si richiudesse, poi
dedicò la sua attenzione alla
ragazza. Indossava un cardigan
di lana grigia sull'abito da
sera e se ne stava seduta
sull'ultima sedia a fumare,
con le gambe accavallate. In
un piattino sul tavolo accanto
a lei contò cinque mozziconi
spenti. L'appartamento
consisteva di quell'unica
stanza, ma era pulito e ben
arredato. Doveva averci speso
un bel po' di soldi, a
giudicare dal televisore con
il decoder per il satellite,
dal computer, dal lettore di
CD e dall'armadio pieno di
abiti tutti rigorosamente
neri. In un angolo si apriva
il cucinino, nell'altro la
porta del bagno, c'era anche
un divano che sicuramente si
trasformava in letto. Notò che
Bunin aveva visto bene, le
dita che stringevano la
sigaretta avevano grumi di
sangue sotto le unghie. Lei si
accorse che gliele stava
guardando.
«Sono caduta» spiegò,
abbassando la gamba
accavallata per fargli vedere
il ginocchio sbucciato e il
buco nei collant.
«Qualcosa da ridire?»
«Se non ti dispiace, mi
accomodo.»
Lei non batté ciglio e
Suvorin andò a sedersi sul
bordo del divano spostando due
pupazzi, un soldato e una
ballerina.
«Hai figli?» le chiese.
Nessuna risposta.
«Io ho due maschi.»
Si guardò in giro alla
ricerca di un punto di
contatto, qualcosa con cui
avviare una conversazione, ma
non trovò nulla che potesse
illuminarlo sulla personalità
della donna: né foto, né
soprammobili, né ninnoli, né
libri a parte alcuni testi di
giurisprudenza. Su una
mensola, ordinatamente in
fila, c'erano numerosi CD, ma
tutti di cantanti e gruppi
occidentali che lui non aveva
mai sentito nominare. Quel
posto gli ricordò uno degli
appartamentini segreti che il
servizio teneva a disposizione
a Jasenevo, dove si passava
una notte per poi spostarsi
subito da qualche altra parte.
Lei finalmente parlò.
«Sei un poliziotto?
Non ne hai l'aria.»
«No.»
«E allora che cosa sei?»
«Mi spiace per tuo padre,
Zinaida.»
«Grazie.»
«Parlami di tuo padre.»
«Che cosa vuoi sapere?»
«Andavi d'accordo con
lui?» Lei distolse lo sguardo.
«Perché, capisci, mi sono
chiesto come mai non ti si è
vista dopo che abbiamo
scoperto il cadavere. Sei
passata in macchina davanti al
palazzo, quando c'era ancora
la Milizia, ma hai tirato
diritto, vero?»
«Ero sconvolta.»
«Naturalmente.»
Le sorrise.
«Dov'è Kelso?»
«Chi?» Non male, pensò,
non ha battuto ciglio. Ma non
poteva sapere che lui aveva la
deposizione scritta di Kelso.
«L'uomo che l'altra notte
hai portato in macchina
davanti al palazzo di tuo
padre.»
«Kelso? Si chiama così?»
«Sei un tipo sveglio,
vero, Zinaida? Molto sveglio.
E allora dimmi, dove sei stata
tutta la giornata?»
«Ho guidato a casaccio per
la città. Ho riflettuto.»
«Hai riflettuto sul
quaderno di Stalin?»
«Non so di che cosa...»
«Sei stata con Kelso,
vero?»
«No.»
«Dov'è Kelso? Dov'è il
quaderno?»
«Non so di che cosa stai
parlando. E poi, comunque, se
non sei uno sbirro, tu chi
sei? Hai qualche documento
ufficiale da mostrarmi?»
«Hai passato la giornata
con Kelso...»
«Non hai alcun diritto di
entrare in casa mia senza un
documento ufficiale, c'è
scritto lì sopra.»
Gli indicò uno dei testi
di diritto.
«Studi giurisprudenza,
Zinaida?» Quella donna
cominciava a irritarlo.
«Diventerai un ottimo
avvocato.»
La battuta sembrò
divertirla, anche se
probabilmente l'aveva già
sentita, e scoppiò a ridere.
Ma la risata le si bloccò in
gola appena Suvorin estrasse
di tasca la mazzetta dei
dollari: e lui temette di
vedersela svanire davanti agli
occhi.
«Allora, Zinaida Rapava,
che cosa dice lo statuto della
Federazione a proposito della
prostituzione?» Gli occhi
della donna cullavano i soldi
come una madre un figlioletto.
«Sei tu l'avvocato,
dimmelo. Quanti uomini ci sono
in questa mazzetta? Cento?
Centocinquanta?» Fece scorrere
qualche banconota fra pollice
e indice.
«Centocinquanta, direi,
non stai certo ringiovanendo.
Le altre invece sembrano ogni
giorno più giovani, vero?
Credo che tanti soldi non
riuscirai più a " guadagnarli,
sai?»
«Bastardo...»
Finse di pesare i
biglietti da cento dollari, a
uno a Uno.
«Pensaci bene, ti
restituisco centocinquanta
uomini in cambio di
informazioni su uno solo.
Centocinquanta a uno, non male
come scambio.»
«Bastardo» ripeté, ma
stavolta con minore
convinzione. Suvorin le si
avvicinò, parlandole con voce
suadente.
«Forza, Zinaida: dov'è
Fiuke Kelso? E' importante.»
Per un attimo lui credette
che stesse per dirglielo, ma
poi il viso della donna tornò
a indurirsi.
«Non so chi tu sia» gli
disse, «ma è più onesto fare
la puttana.»
«Può anche essere vero»
ammise Suvorin, e
all'improvviso le gettò
addosso i dollari, che le
finirono in grembo e sul
pavimento, fra le gambe. Lei
non si chinò nemmeno a
raccoglierli, ma rimase a
fissarlo e, a quel punto,
Suvorin provò una grande
tristezza. Si sentì triste per
se stesso, per essersi ridotto
a sedersi sul letto di una
puttana a Zajauze, cercando di
corromperla con i suoi stessi
soldi, e triste anche per lei:
Quella donna era un osso duro,
Bunin aveva ragione e lui
avrebbe dovuto usare le
maniere forti per farla
parlare.

CAPITOLO 20.


Due ore dopo l'alba non
c'era ancora luce sufficiente,
come se il giorno si
rifiutasse di spuntare. Il
cielo era rimasto grigio e il
lungo nastro di strada davanti
al parabrezza si stava
progressivamente trasformando
in una pista di fanghiglia
umida. Ai due lati
dell'autostrada si stendeva
una landa desolata di paludi
rugginose e pianure
giallastre, la tundra
subartica, alle quali subentrò
una distesa verde scuro di
pinete e conifere. Cominciò a
nevicare. Sulla strada si
notava un intenso traffico di
veicoli militari. Superarono
una lunga colonna di
autoblindo e subito dopo
cominciarono a materializzarsi
tracce di insediamenti umani
come granai, fienili, macchine
agricole e perfino una
fattoria collettiva con il
cancello sormontato da uno
scudo malridotto con la falce
e il martello e il vecchio
slogan: LA PRODUZIONE E'
VITALE PER LA VITTORIA DEL
SOCIALISMO. Dopo poco più di
tre chilometri la strada
attraversò la linea ferrata e
in lontananza apparve una fila
di grosse ciminiere che
vomitavano fumo nero verso il
cielo carico di neve.
«Dovremmo esserci» disse
Kelso, sollevando gli occhi
dalla carta stradale.
«L'M8 termina qui, ai
sobborghi meridionali della
città.»
«Merda!» esclamò O'Brian.
«Che cosa c'è?»
«Un posto di blocco.»
Un centinaio di metri più
avanti due agenti del Gai
armati di tutto punto
agitavano una bacchetta
luminosa per fermare i veicoli
e controllare i documenti
degli occupanti. O'Brian
guardò subito nello
specchietto retrovisore, ma
rinunciò a fare marcia
indietro, perché si stava già
formando una fila di auto in
rallentamento. E una barriera
di cemento posta al centro
della carreggiata impediva la
conversione a U per tornare
indietro sulla carreggiata
opposta. Erano intrappolati
nella fila che si era formata
nell'unica corsia.
«Come l'avevi chiamato il
mio visto scaduto?» gli chiese
Kelso.
«Un dettaglio?» O'Brian
cominciò a picchiettare il
volante con le dita.
«Secondo te è un posto di
blocco permanente, questo,
oppure l'hanno messo in piedi
per noi?» Kelso notò una
specie di garitta di vetro con
dentro un poliziotto del Gai
che leggeva il giornale.
«Permanente, direi.»
«Be', è già qualcosa.»
Il giornalista si mise a
frugare dentro il cassettino
del cruscotto.
«Infilati il cappuccio del
giaccone» gli disse, «e tirati
su il sacco a pelo fino al
mento fingendo di dormire.
Gli dirò che sei il mio
operatore.»
Dal cassettino tirò fuori
alcune carte spiegazzate.
«Ti chiami Vukov, capito?
Foma Vukov.»
«Foma Vukov? Ma che razza
di nome è?»
«Di' un po', vuoi essere
riportato dritto filato a
Mosca? Hai due secondi per
decidere.»
«E quanti anni avrebbe
questo Foma Vukov?»
«Venti e qualcosa.»
O'Brian allungò un braccio
dietro le spalle e afferrò la
cartella di pelle contenente
il quaderno.
«Tu hai un'idea migliore?
Questa ficcala sotto il
sedile.»
Kelso esitò, poi si
sistemò la cartella fra le
gambe, si dilungò sul sedile,
si tirò il sacco a pelo fino
al viso e chiuse gli occhi.
Viaggiare senza visto era un
reato, ma viaggiare senza
visto usando i documenti di
qualcun altro era un reato ben
più grave. L'auto avanzò
lentamente, poi si fermò e
Kelso udì il motore che veniva
spento e il cigolio del
finestrino abbassato. Un
soffio di aria gelata e una
rauca voce maschile che diceva
in russo: «Scenda dall'auto,
prego.»
La Toyota ondeggiò mentre
O'Brian scendeva.
Con il tallone Kelso
spinse lentamente indietro la
cartella, sottraendola alla
vista. Ci fu una seconda
ondata di aria gelida quando
venne aperto il portellone
posteriore; poi il rumore
delle valigie che venivano
spostate, di ganci che
scattavano, di passi, di una
conversazione sottovoce. Lo
sportello dalla sua parte
venne aperto e Kelso avvertì
il lieve contatto gelido dei
fiocchi di neve e il suono di
un respiro umano. Poi lo
sportello fu richiuso, senza
fare rumore per non svegliare
il passeggero addormentato, e
lui in quel momento capì di
averla scampata. Udì O'Brian
richiudere anche il portellone
posteriore, sedere al posto di
guida e accendere il motore.
«E' assolutamente
incredibile l'effetto che può
avere un biglietto da cento
dollari su un poliziotto che
non prende lo stipendio da sei
mesi» fu il commento di
O'Brian. Poi il giornalista
gli tolse di dosso il sacco a
pelo.
«Sveglia, professore.
Benvenuto ad Archangel!»
Superarono un ponte di ferro
sulla Dvina. Il fiume era
largo, macchiato di giallo
dalla tundra e attraversato da
correnti che vorticavano e si
flettevano come muscoli sotto
la superficie lurida. Due
grosse chiatte nere da
trasporto, agganciate l'una
all'altra, procedevano verso
nord in direzione del Mar
Bianco. Sull'altra riva,
attraverso il filtro della
neve e le arcate del ponte, si
vedevano ciminiere
industriali, gru, enormi
palazzoni e una torre
televisiva sormontata da una
luce rossa intermittente. Di
fronte a un panorama talmente
squallido, perfino il buon
umore di O'Brian sembrò
vacillare, e il giornalista
definì Archangel una
discarica, un cesso, il
peggior posto che avesse mai
visto. Un treno merci ansimò
al loro fianco fino al termine
del ponte, dove svoltarono a
sinistra verso il centro della
città, una città fatiscente.
Le facciate sbiadite degli
edifici erano scrostate, la
strada piena di buche, un
vecchio tram malandato color
mostarda procedeva
sferragliando con un rumore
simile a quello delle catene
trascinate sull'acciottolato,
i pedoni arrancavano
faticosamente nella neve come
ubriachi. O'Brian guidava
lentamente, scuotendo il capo,
e Kelso si chiese che cosa
diavolo il suo compagno di
viaggio si aspettasse di
trovare. Un centro stampa? Un
albergo riservato ai
giornalisti? Sbucarono in una
spianata, la stazione delle
corriere.
Dalla parte opposta,
proprio di fronte al fiume,
quattro giganteschi e bronzei
soldati dell'Armata Rossa se
ne stavano spalla a spalla a
osservare i quattro punti
cardinali, con i fucili
sollevati in segno di trionfo,
e ai piedi del monumento
alcuni cani randagi frugavano
con il muso nella spazzatura.
Poco distante, su un basso e
lungo edificio di cemento
bianco, spiccava l'insegna
PORTO DI ARCHANGEL. Se la
città aveva un centro, doveva
per forza essere quello.
«Fermiamoci lì» suggerì
Kelso. Fecero il giro della
spianata e andarono a
parcheggiare con il muso
contro un guardrail di
recinzione, proprio di fronte
al fiume. Un husky li osservò
con distaccato interesse, poi
sollevò una delle zampe
posteriori e si grattò
energicamente le pulci. In
lontananza si intravedeva
attraverso la cortina di neve
la sagoma piatta di una nave
cisterna.
«Ma ti rendi conto» disse
quasi sottovoce Kelso,
fissando con lo sguardo un
punto al di là del fiume, «che
ci troviamo ai confini del
mondo? Che siamo
centocinquanta chilometri
sotto il Circolo Polare Artico
e che fra noi e il Polo Nord
ci sono soltanto mare e
ghiaccio? Ci avevi pensato?»
Scoppiò a ridere.
«Che ci trovi di tanto
divertente?»
«Niente.»
Guardò O'Brian e cercò di
controllarsi, ma inutilmente,
l'aria afflitta del
giornalista lo fece nuovamente
ridere fino alle lacrime.
«Mi dispiace» farfugliò,
«davvero...»
«Sì, bravo, divertiti.»
O'Brian era
particolarmente acido.
«Questo è proprio il mio
venerdì ideale, maledizione.
Guidare per milletrecento
chilometri per raggiungere una
specie di discarica che
assomiglia a Pittsburg dopo un
attacco atomico e mettersi
alla ricerca di una stronza
amichetta di Stalin...»
Sbuffò, poi scoppiò a sua
volta a ridere.
«Sai che cosa ci siamo
dimenticati di fare?» riuscì a
dire dopo un po'. Kelso
trattenne il fiato e deglutì
per impedirsi di ridere.
«Che cosa?»
«Non siamo andati alla
stazione ferroviaria a
controllare i valori del
misuratore delle radiazioni...
A quest'ora probabilmente...
siamo già contaminati...
cazzo!» Risero sempre più
rumorosamente, con 'le lacrime
agli occhi, e gli scossoni
fecero cadere un po' di neve
dal tetto della Toyota.
L'husky li osservò perplesso,
con la testa girata da una
parte.
O'Brian chiuse il
fuoristrada e corsero sotto la
neve, rischiando di rompersi
l'osso del collo sull'asfalto
viscido e irregolare, per
infilarsi nella sede degli
uffici portuali. Kelso aveva
con sé la cartella con il
quaderno. Stavano ancora
ridacchiando quando videro il
cartello con gli orari dei
traghetti per Murmansk.
L'edificio era più ampio di
quanto non sembrasse
dall'esterno. Il pianterreno
ospitava alcune rivendite di
articoli di abbigliamento e da
toeletta, oltre a un caffè e
al chiosco della biglietteria.
Al piano inferiore, sotto una
batteria di tubi al neon in
gran parte spenti, si stendeva
un mercatino sotterraneo di
bancarelle dove si potevano
acquistare sementi, libri,
cassette pirata, scarpe,
shampoo, salumi e quegli
enormi, robusti reggiseni
russi neri e beige, veri
miracoli di ingegneria
applicata all'abbigliamento
intimo. O'Brian acquistò una
carta geografica della città e
una della regione, poi
risalirono alla biglietteria,
dove Kelso, in cambio di un
dollaro messo in mano a un
tipo sospettoso con
un'uniforme piena di patacche,
ottenne di poter dare una
veloce occhiata all'elenco
telefonico di Archangel, più
piccolo di uno normale e
rilegato in rosso. Fu
sufficiente meno di mezzo
minuto di consultazione per
accertare che non vi era
elencato alcun Safanov o
Safanova.
«E ora?» chiese O'Brian.
«Ora pensiamo a mangiare.»
Il caffè era una stolovaja
all'antica, ossia una specie
di mensa aziendale self-
service, con il pavimento
sporco e bagnato di neve
disciolta. Vi aleggiava un
tanfo di tabacco forte. Si
sedettero a un tavolo, accanto
a quello occupato da due
marinai tedeschi che giocavano
a carte. Kelso ordinò un
tazzone colmo di sci, zuppa di
cavolo al cui centro
galleggiava una cucchiaiata di
panna acida, pane nero e due
uova sode, e l'effetto del
cibo sul suo stomaco vuoto fu
immediato. Cominciò a sentirsi
quasi euforico, a pensare che
sarebbe andato tutto bene, che
lì erano al sicuro e nessuno
li avrebbe cercati, che se
avessero giocato bene le loro
carte sarebbero potuti tornare
a Mosca il giorno dopo. Versò
nel caffè istantaneo mezza
bottiglietta mignon di cognac,
poi ci ripensò e versò anche
l'altra metà. Quindi si accese
una sigaretta dando
un'occhiata attorno. Gli
abitanti di Archangel erano
più grigi e trasandati dei
moscoviti e guardavano con
insistenza il forestiero, ma
se cercavi di incrociare il
loro sguardo lo distoglievano.
O'Brian spinse da parte il
piatto.
«Stavo pensando al
collegio frequentato dalla
ragazza... come si chiamava...
l'Accademia Maksim Gorkij.
Dovrebbero avere i vecchi
registri, giusto? E poi c'era
la sua amica, quella brutta.
Come si chiamava?»
«Maria.»
«Maria, giusto. Facciamoci
dare l'annuario di classe e
cerchiamo questa Maria.»
L'annuario di classe?
pensò Kelso. Ma chi credeva
O'Brian che fosse quella
Maria, la reginetta del ballo
di fine corso 1950? Era però
animato da troppa buona
volontà per scendere in
polemica.
«Oppure» propose
diplomaticamente, «si potrebbe
provare alla sede del partito,
potrebbero conservare ancora i
registri dell'epoca. Lei era
iscritta al Komsomol,
ricordi?»
«L'esperto sei tu. Come la
troviamo la sede del partito?»
«Semplice, fammi dare
un'occhiata alla carta.»
O'Brian la tirò fuori di
tasca aprendola davanti a
Kelso, poi accostò la sedia
alla sua. Il nucleo centrale
di Archangel occupava un
promontorio di circa sette
chilometri quadrati e sulle
due rive della Dvina si
estendevano nuovi complessi
edilizi. Kelso puntò il dito
sulla carta.
«Sono qui, o almeno lo
erano» disse.
«Sulla Ploscad Lenina,
nell'edificio più imponente
della piazza. Quei bastardi si
prendevano sempre i palazzi
più grandi.»
«E credi che ci
aiuteranno?»
«No, non spontaneamente.
Ma forse con una piccola
lubrificazione finanziaria...
In ogni caso vale la pena di
provare.»
Sulla carta sembrava una
passeggiata di cinque minuti.
«Ti stai eccitando, vero?»
O'Brian dette a Kelso una
pacca amichevole su un
braccio.
«Siamo una bella squadra.
Sai? Gliela faremo vedere noi.
"Ripiegò la carta e infilò
sotto un piatto cinquemila
rubli di mancia. Kelso terminò
il caffè corretto al cognac
che lo aveva riscaldato.
Quell'O'Brian non era poi così
spregevole, pensò. Sempre
meglio lui di Adelman e delle
statue di cera dei suoi
colleghi a quest'ora,
tranquilli e beati, a New
York.
Sapeva bene, Kelso, che
non si fa la storia senza
correre qualche rischio: Di
conseguenza, a volte, era
necessario correre qualche
rischio anche per scriverla.
O'Brian aveva ragione:
Gliel'avrebbero fatta vedere
loro.

CAPITOLO 21.


Uscirono e si
incamminarono a piedi nella
neve, passando davanti a un
ospedale fatiscente chiuso da
tempo, il Policlinico dei
Marinai del Bacino
settentrionale. Dal fiume
soffiava un vento impetuoso
che stava provocando una
piccola bufera di neve e
fischiava passando fra le
sartie delle barche ormeggiate
accanto alla banchina, fino a
piegare gli alberelli piantati
sulla passeggiata a protezione
degli edifici. Kelso e O'Brian
faticavano a tenersi in piedi.
Un paio di barche erano
affondate e la stessa sorte
aveva subito la capanna al
termine della banchina. I
vandali avevano divelto alcune
panchine gettandole nel fiume.
I muri erano istoriati da
graffiti: una stella di David
grondante sangue e
attraversata da una svastica,
ss, Ku Klux Klan. Di una cosa
si poteva essere certi: in
nessun negozio a di calzature
avrebbero trovato scarpe
italiane. Lasciarono il
lungofiume e si inoltrarono in
città. Ogni città russa aveva
ancora la sua statua di Lenin.
In quella di Archangel, alta
quasi cinque metri, il Leader
emergeva da un blocco di
granito con un'espressione
decisa in viso, la palandrana
svolazzante e un fascio di
carte stretto nella mano
protesa, come se volesse
fermare un taxi. La piazza,
che conservava ancora il suo
nome, era ampia, semisepolta
dalla neve e deserta: in un
angolo, due capre legate a una
catena brucavano un cespuglio.
Dall'altra parte sorgeva un
grosso museo, la posta
centrale e un palazzone per
uffici con la falce e il
martello ancora fissati a un
balcone. Erano quasi arrivati
a destinazione quando nella
piazza entrò una jeep color
sabbia con un grosso faro sul
cofano: Mvb, l'ufficio
speciale del ministero
dell'Interno. Il semplice
vederla fu sufficiente per far
passare a Kelso l'euforia:
avrebbero potuto fermarlo e
chiedergli il visto. Le facce
pallide dei soldati lo
osservarono, lui chinò il capo
e cominciò a salire la
scalinata seguito da O'Brian:
poi la jeep terminò lentamente
il giro della piazza e
scomparve. I comunisti non
erano stati costretti a
sloggiare dall'edificio, ma si
erano spostati sul retro, dove
avevano sistemato una specie
di reception affidata a un
donnone di mezza età con una
gran massa di capelli tinti
color paglia. Accanto a lei,
sul davanzale della finestra,
si notava una fila di
pianticelle striminzite dentro
barattoli d'alluminio, sulla
parete opposta era stato
attaccato un grosso poster a
colori con il faccione
tremolante di Gennadij
Zjuganov, candidato del
partito alle ultime elezioni
presidenziali. La donna studiò
attentamente le credenziali di
O'Brian, rigirandole alla luce
come se sospettasse che
fossero false. Poi alzò il
telefono e si mise a parlare
sottovoce.
Fuori, al di là della
doppia finestra, la neve
cominciava ad ammonticchiarsi
nel cortile interno. Si udiva
il ticchettio di un orologio a
muro. Accanto alla porta Kelso
notò un pacco di copie
dell'ultimo numero di
«Aurora», legate con lo spago
e in attesa di essere
distribuite. Il titolo di
prima pagina citava una frase
del rapporto inviato al
presidente dal ministro
dell'Interno: LA VIOLENZA E'
INEVITABILE. Dopo un paio
di minuti apparve un uomo
sulla sessantina, una strana
figura con la testa troppo
piccola rispetto al grosso
torace e lineamenti troppo
minuti e delicati rispetto al
volto. Tese una mano sporca di
inchiostro e disse di
chiamarsi Tsarev, professor
Tsarev, vice primo segretario
del Comitato Regionale. Kelso
chiese se poteva scambiare
quattro parole con lui. Sì.
Forse. Perché no? Ora, in
privato.
Tsarev esitò, poi si
decise.
«Molto bene.»
Li precedette lungo un
corridoio in penombra
portandoli nel suo ufficio,
una nicchia in cui il tempo si
era fermato diversi anni prima
a giudicare dalle foto di
Breznev e Andropov appese alle
pareti. A suo tempo Kelso ne
aveva visti parecchi di quegli
uffici. Quello del professor
Tsarev, in particolare, aveva
il pavimento in legno, grossi
tubi dell'acqua, un pesante
termosifone, un calendario da
tavolo, un enorme telefono
verde di bachelite che non
avrebbe sfigurato in un film
di fantascienza degli anni
Cinquanta: ogni particolare
gli era familiare, dal
modellino dello Sputnik
all'orologio da tavolo la cui
forma ricalcava quella dello
Zimbabwe, dono di una
delegazione marxista in visita
ufficiale. Sulla mensola alle
spalle di Tsarev vi erano sei
copie delle memorie di
Mamantov, Ci credo ancora.
«Vedo che ha il libro di
Mamantov.»
Come osservazione era
decisamente stupida, ma Kelso
se -l'era lasciata scappare.
Tsarev si voltò, come se le
avesse notate per la prima
volta.
«Sì, il compagno Mamantov
è venuto ad Archangel a darci
il suo appoggio, durante la
campagna elettorale per le
presidenziali. Perché, lo
conosce?»
«Sì, lo conosco.»
Vi fu una pausa di
silenzio, durante la quale
Kelso sentì che O'Brian lo
stava guardando e che Tsarev
aspettava che andasse avanti.
Esitando, attaccò il
discorsetto che si era
preparato.
Anzitutto, disse, O'Brian
e lui ringraziavano il
professor Tsarev per averli
ricevuti senza preavviso. Si
trovavano ad Archangel per un
solo giorno, stavano girando
un documentario su ciò che
rimaneva del Partito comunista
in Russia e il loro viaggio
aveva già toccato diverse
città.
Si scusava per non avere
fissato in anticipo un
appuntamento, ma il tempo a
loro disposizione era talmente
limitato...
«Ed è stato il compagno
Mamantov a mandarvi?» lo
interruppe Tsarev.
«Il compagno Mamantov vi
ha mandato da me?»
«Posso assicurarle che, se
non fosse stato per il
compagno Mamantov, noi oggi
non saremmo qui.»
A Tsarev la cosa
cominciava evidentemente a
interessare. Perché questo,
disse, era un argomento che
l'Occidente aveva deciso di
ignorare. Per esempio, quanti
erano in Occidente a sapere
che nelle elezioni per la Duma
i comunisti avevano preso il
trenta per cento dei voti? E a
quelle presidenziali del 1996
addirittura il quaranta per
cento? Sì, sarebbero tornati
presto al potere.
All'inizio l'avrebbero
diviso, il potere, ma poi...
chi poteva dirlo? Si stava
infervorando sempre più. E la
situazione lì ad Archangel.
C'erano alcuni milionari,
certo. Splendido! Purtroppo
c'era anche la criminalità
organizzata, la
disoccupazione, l'Aids, la
prostituzione, la droga. Lo
sapevano i suoi ospiti che in
Russia la durata media della
vita e la mortalità infantile
avevano raggiunto livelli
africani? Alla faccia del
progresso! Alla faccia della
libertà! Tsarev aveva
insegnato per vent'anni teoria
marxista ad Archangel,
incarico poi ovviamente
abolito, aveva insegnato
marxismo in uno Stato
marxista: ma soltanto ora, ora
che buttavano giù le statue di
Marx, era riuscito ad
apprezzarne la profondità di
pensiero, il genio, a capire
con lui che il denaro sottrae
genuinità e valori intrinseci
al mondo, inteso come genere
umano e natura...
«Chiedigli della ragazza»
sussurrò O'Brian.
«Non abbiamo tempo per
queste stronzate. Chiedigli di
Anna.»
Tsarev si era interrotto e
stava spostando lo sguardo
dall'uno all'altro dei
visitatori.
«Professor Tsarev» riprese
Kelso, «per illustrare questo
documentario avremmo bisogno
di qualche particolare caso
umano...»
Ottimo. Tsarev aveva
capito perfettamente.
L'elemento umano. Ce n'erano
tanti di quei casi, ad
Archangel.
«Ne sono certo. Noi
stavamo pensando a uno in
particolare.
Si tratta di una ragazza
che ora dovrebbe essere sulla
sessantina, più o meno della
sua età quindi. Da nubile si
chiamava Safanova, Anna
Michailovna Safanova. Faceva
parte del Komsomol.»
Tsarev si grattò la radice
del naso. Quel nome, disse
dopo averci pensato su, non
gli era familiare. A che
periodo si riferiva Kelso?
«Quasi cinquant'anni fa.»
Cinquant'anni! No, non era
possibile. Avrebbe trovato
loro altre persone...
«Ma non dovrebbe essere
rimasto qualcosa negli
archivi?» avrebbe presentato
loro alcune donne che avevano
combattuto contro i fascisti
nella Grande Guerra
Patriottica, gli Eroi del
Lavoro Socialista, gli
Insigniti dell'Ordine della
Bandiera Rossa. Persone
splendide...
«Chiedigli quanto vuole»
tornò alla carica O'Brian,
stavolta senza curarsi di
parlare sottovoce. Tirò fuori
di tasca il portafoglio.
«Quanto vuole per farci
consultare i suoi archivi?»
«Il suo collega non è
soddisfatto?» chiese Tsarev.
«Il mio collega» spiegò
Kelso con la massima
delicatezza, «si chiedeva se
non le sarebbe possibile fare
qualche ricerca per noi.
Saremmo ovviamente ben lieti
di pagarla... di pagare il
partito, voglio dire...
lasciare un contributo...»
Non sarebbe stato facile,
disse Tsarev. Me ne rendo
conto, ammise Kelso. Negli
ultimi anni dell'Unione
Sovietica, prosegui Tsarev,
era iscritto al Partito
comunista il sette per cento
della popolazione adulta.
Applicate questa percentuale
ad Archangel e cosa ottenete?
Forse ventimila iscritti
soltanto in città e
probabilmente altrettanti
nella regione. A queste cifre
bisognava inoltre aggiungere
gli iscritti al Komsomol e
alle altre organizzazioni del
partito. Se poi si prendevano
in considerazione gli iscritti
negli ultimi ottant'anni,
compresi i morti per cause
naturali, i caduti in guerra,
quelli fucilati, incarcerati,
esiliati e purgati, si
otteneva una cifra
elevatissima. Elevatissima.
Ciò nonostante... Si
accordarono per duecento
dollari, ma Tsarev volle a
tutti i costi rilasciare una
ricevuta. Depositò i dollari
in una cassetta metallica che
chiuse a sua volta in un
cassetto. E Kelso capì, con
uno strano senso di
ammirazione, che Tsarev
probabilmente non si sarebbe
intascato quella somma, ma
l'avrebbe versata nelle casse
del partito. Era un puro, ci
credeva. Li riportò alla
reception. La donna con i
capelli tinti stava dando
acqua alle sue pianticelle in
scatola, «Aurora» continuava a
proclamare che la violenza era
inevitabile, Zjuganov aveva
sempre quel sorriso
soddisfatto. Tsarev prese una
chiave da un armadietto
metallico e fece loro strada
scendendo due piani di scale
fino allo scantinato, dove
aprì una pesante porta
metallica grigia come quelle
delle unità navali. Al di là
della porta, la cantina aveva
le pareti occupate da alti
scaffali sui quali era
allineata una quantità di
fascicoli. Tsarev inforcò un
paio di pesanti occhiali e
cominciò a tirare giù alcuni
polverosi fascicoli, mentre
Kelso si guardava attorno
sbalordito. Quello non era un
deposito di documenti, pensò,
ma una catacomba, una
necropoli. Sugli scaffali
erano stati sistemati numerosi
busti di Lenin, Marx, Engels.
C'erano scatoloni di foto di
vecchi apparatcik del partito;
tele in purissimo stile
socialismo reale con giovani
prosperose contadine ed eroi-
lavoratori dai muscoli di
granito; montagne di
decorazioni, diplomi, tessere,
volantini, libretti, libri. E
poi, le bandiere: quelle
piccole, da distribuire ai
bambini perché le agitassero
durante le cerimonie
ufficiali, e quelle più
grandi, con le quali le
ragazze come Anna Safanova
sfilavano in parata. Era come
se una religione diffusa in
tutto il mondo fosse stata
d'improvviso costretta a
spogliare i propri templi e a
nascondere testi e icone
sottoterra, nella speranza di
tempi migliori, in attesa del
Secondo Avvento... Mancavano
gli elenchi del Komsomol del
1950 e 1951.
«Che cosa?» Kelso si voltò
e vide Tsarev che, con
un'espressione perplessa,
teneva in ciascuna mano un
fascicolo. Era decisamente
strano, stava dicendo Tsarev,
e la cosa andava approfondita.
Potevano vederlo con i
loro occhi, quegli elenchi si
riferivano uno al 1949 e uno
al 1952, e in nessuno di essi
si trovava traccia di Anna
Safanova.
«Nel 1949 non aveva ancora
l'età per iscriversi» disse
Kelso.
E solo Dio sapeva che fine
avesse fatto nel 1952.
«Quando sono stati
rimossi?»
«Nell'aprile 1952» rispose
Tsarev, rabbuiandosi.
«C'è un biglietto: "Da
trasferire agli archivi del
Comitato Centrale, Mosca".»
«Il biglietto è firmato?»
Tsarev glielo mostrò.
«"A.N. Poskrebysev."»
«Chi è questo
Poskrebysev?» chiese O'Brian.
Kelso lo sapeva bene e, notò,
lo sapeva anche Tsarev.
«Il generale Poskrebysev»
spiegò al giornalista «era il
segretario personale di
Stalin.»
«Un bel mistero» disse
Tsarev, un po' troppo in
fretta, per poi rimettere a
posto i fascicoli. Anche a
distanza di cinquant'anni, e
con tutto quello che era
accaduto, la firma del
segretario di Stalin era
ancora sufficiente a mettere
in agitazione un uomo della
sua età. Gli tremavano le
mani, al punto che uno dei
dossier gli cadde e i fogli
che conteneva si sparsero sul
pavimento.
«Lasci, prego, ci penso
io.»
Ma Kelso si era già
inginocchiato a raccoglierli.
«C'è un'altra cosa che
potrebbe fare per noi.»
«Non credo che...»
«Probabilmente entrambi i
genitori di Anna Safanova
erano iscritti al partito.»
Impossibile, non poteva
autorizzarli a consultare gli
archivi, era materiale
riservato.
«Ma potrebbe consultarli
lei e poi...»
No, non era possibile.
Tsarev allungò la mano
macchiata d'inchiostro per
farsi restituire i fogli
quando d'improvviso O'Brian
gliela riempì con altri
duecento dollari.
«Ci sarebbe di grande
aiuto» disse Kelso, facendo
disperatamente segno a O'Brian
di spostarsi, «veramente di
grande aiuto, se lei potesse
consultarli per noi.»
Ma Tsarev lo ignorò. Stava
osservando i due biglietti da
cento dollari, dai quali il
viso furbo e sagace di
Benjamin Franklin sembrava
ricambiare lo sguardo.
«Non c'è niente che voi
non crediate di poter
comprare, vero?» disse poi
lentamente.
«Non volevamo offenderla»
cercò di rassicurarlo Kelso,
lanciando a O'Brian
un'occhiata omicida.
«Certo, nessuna offesa»
biascicò l'americano.
«Comprate le nostre
industrie, i nostri missili,
cercate di comprarvi i nostri
archivi...»
Strinse le dita attorno
alle banconote, poi le lasciò
cadere.
«Tenetevi i vostri soldi,
al diavolo voi e i vostri
soldi!» Si voltò, chinò il
capo e ricominciò a mettere al
loro Posto i fascicoli. Nel
silenzio si udiva soltanto il
fruscio della carta. Bravo.
Kelso guardò O'Brian muovendo
le labbra. Complimenti...
Passò un minuto. Poi
Tsarev disse qualcosa di
inatteso, senza sollevare gli
occhi.
«Come ha detto che erano i
nomi? Quelli dei genitori?»
«Michail» si affrettò a
rispondere Kelso.
«Michail e...»
Come diavolo si chiamava
la madre? Cercò di ricordare
il rapporto dell'Nkvb. Vera?
Veruska? No, Vavara,
proprio così.
«Michail e Vavara
Safanova.»
Tsarev si voltò a
guardarli, nel suo viso si era
dipinto un misto di dignità e
disprezzo.
«Aspettate qui» disse,
«non toccate niente.»
Scomparve in un angolo
della cantina e lo sentirono
rovistare.
«Che succede?» chiese
O'Brian.
«E' andato a vedere se
trova qualcosa sui genitori di
Anna.
Tante grazie, a proposito:
non ti avevo detto di lasciar
parlare me?!»
«Ma ha funzionato, non
vedi?» O'Brian si chinò a
raccogliere le due banconote
stropicciate, le lisciò e se
le rimise nel portafoglio.
«Gesù, sembra un mercato
delle pulci.»
Prese in mano un busto di
Lenin.
«Ahimè, povero Yorick...»
ma non riuscì a ricordare
il resto del passo che stava
citando.
«Prendi, professore,
tienilo per ricordo.»
Lanciò il busto a Kelso,
che lo afferrò al volo e lo
rimise a posto.
«Smettila» gli disse.
L'euforia era
definitivamente scomparsa, e
non solo perché non sopportava
più O'Brian. C'era
qualcos'altro, qualcosa
nell'atmosfera di quella
cantina, che non sapeva
definire esattamente, che lo
disturbava.
O'Brian gli lanciò
un'occhiata ironica.
«Che cosa ti succede?»
«Non lo so. "Scherza con i
fanti..."»
«...e lascia stare il
compagno Lenin, vero? E' così?
Povero vecchio Fiuke, stai
cominciando a dare i numeri
anche tu'.»
Kelso stava per mandarlo
al diavolo, ma in quel momento
riapparve Tsarev, con in mano
un altro fascicolo e sul viso
un'espressione quasi di
trionfo. Ecco il soggetto
ideale per il loro
documentario, ecco una donna -
e lanciò uno sguardo a O'Brian
- che non si era mai lasciata
comprare, una persona che
avrebbe potuto dare lezioni a
tutti. Vavara Safanova si era
iscritta al Partito comunista
nel 1935 ed era rimasta
iscritta nel buono e nel
cattivo tempo. Aveva ricevuto
dal Comitato Centrale di
Archangel tante citazioni da
occupare mezza pagina. Ecco un
indomito spirito socialista
che giammai sarebbe stato
soggiogato! Kelso gli sorrise.
«Quando è morta?» Qui lo
voleva! Non era morta!
«Vavara Safanova?» ripeté
Kelso.
Non riusciva a crederci.
Scambiò un'occhiata con
O'Brian.
«La madre di Anna
Safanova? Ancora viva?» Fino
al mese scorso era ancora
viva, all'età di ottantacinque
anni! Era scritto lì, potevano
controllare loro stessi. Dopo
oltre sessant'anni di fedele
militanza, il mese precedente
aveva pagato l'ultima quota
d'iscrizione.

CAPITOLO 22.


A Mosca era mattina.
Suvorin era seduto di dietro
con Zinaida Rapava, mentre
l'agente di collegamento della
Milizia occupava il sedile
anteriore accanto all'autista.
La Volga, con le sicure degli
sportelli abbassate, procedeva
lentamente nell'intenso
traffico verso sud in
direzione di Lytkarino. L'uomo
della Milizia stava
brontolando, secondo lui era
stato un errore prendere
quell'auto, avrebbero dovuto
usarne una con sirena e luci
sul tetto per farsi strada e
non perdere tanto tempo.
Chi ti credi di essere?,
pensò Suvorin. Il presidente?
Zinaida aveva gli occhi gonfi
e pesti per le molte ore di
sonno perdute. Si era infilata
un impermeabile sull'abito
nero e teneva le ginocchia
puntate verso lo sportello per
mettere più spazio possibile
fra se stessa e Suvorin.
Questi si stava chiedendo
se la donna sapesse dove la
stavano portando.
Probabilmente no, Zinaida
sembrava tanto assorta nei
suoi pensieri da non rendersi
nemmeno conto di quanto le
accadeva attorno. Dov'era
Kelso?
Che cosa c'era in quel
quaderno? Quelle due domande
le erano state rivolte fino
alla noia, prima nel suo
monolocale e poi nell'ufficio
di rappresentanza dell'Svr nel
centro di Mosca, quello dove
gli inviati speciali dei
giornali occidentali venivano
ricevuti dall'addetto alle
pubbliche relazioni del
servizio, un tipo
americaneggiante e con un
sorriso sempre stampato sulle
labbra. (Guardate, signori,
come siamo democratici! Cosa
posso fare per voi?) Per lei,
però, niente caffè e niente
sigarette dopo che aveva
terminato il pacchetto. Scrivi
una dichiarazione, Zinaida,
poi noi la strappiamo e ne
scriviamo un'altra, e un'altra
ancora, finché non
scoccheranno le nove e Suvorin
potrà calare il suo asso. Era
cocciuta come il padre. Ai
vecchi tempi, alla Lubjanka,
adottavano un sistema che
avevano battezzato "Tapis
roulant". Il sospetto veniva
affidato a tre investigatori,
ciascuno dei quali se lo
lavorava per otto ore, e si
poteva essere quasi certi che,
dopo trentasei ore senza
dormire, quello avrebbe
firmato tutto, incriminato
tutti: ma Suvorin non aveva a
disposizione né uomini né
tempo.
Sbadigliò, gli bruciavano
gli occhi, si sentiva stanco
come Zinaida.
Squillò il cellulare.
«Pronto..»
Era Netto.
«Buongiorno, Vissari. Che
cosa c'è?» Un paio di cose,
rispose il tenente. Prima
cosa: la villa di via
Vspolnyj. Risultava di
proprietà di una immobiliare,
la Moskprop, che cercava di
affittarla per quindicimila
dollari al mese, ma fino a
quel momento senza successo.
«Non mi sorprende,
considerando il prezzo.»
Seconda cosa: sembrava che
negli ultimi due giorni
qualcuno avesse scavato una
fossa nel parco della villa
per riportare alla luce
qualcosa. La fossa era stata
poi ricoperta, ma secondo la
Scientifica il terreno
presentava a una profondità di
poco più di un metro residui
di ossido di ferro. Come se
dentro la buca fosse rimasto
per anni ad arrugginirsi un
oggetto metallico.
«Nient'altro?»
«No. Mamantov sembra
essere svanito nel nulla. E il
colonnello è agitato, mi ha
chiesto di lei.»
«Gli hai detto dov'ero?»
«No, maggiore.»
«Bravo.»
Suvorin riattaccò e si
accorse che Zinaida stava
osservando.
«Lo sai che cosa penso?»
le disse Suvorin.
«Penso che, prima di
morire, tuo padre sia andato a
scavare una buca dalla quale
ha tirato fuori la scatola
degli attrezzi. Penso che
questa scatola l'abbia poi
data a te e che tu l'abbia
consegnata a Kelso.»
Era soltanto una
congettura, eppure a Suvorin
sembrò che negli occhi della
donna, prima che li
distogliesse, fosse balenato
un lampo.
«Vedi» proseguì, «alla
fine ci arriveremo, e ci
arriveremo anche senza di te,
se sarà necessario. Ci
impiegheremo più tempo, tutto
qui.»
Tornò ad appoggiarsi allo
schienale del sedile.
Ovunque fosse Kelso,
pensò, ci sarebbe stato anche
Il quaderno. E ovunque fosse
il quaderno, ci sarebbe stato
anche Mamantov, se non subito
sicuramente al più presto.
Quindi, trovando Kelso si
sarebbe automaticamente
trovata anche la soluzione di
tre problemi. Lanciò uno
sguardo a Zinaida. Teneva gli
occhi chiusi. Lei sapeva dove
trovare Kelso, ne era sicuro.
Era tutto così antipaticamente
semplice. Si chiese se Kelso
si stava rendendo conto di
quanto Mamantov potesse
essergli fisicamente vicino in
quel momento, e di quanto
fosse pericoloso. Ma
naturalmente non se ne rendeva
conto, pensava di godere, in
quanto occidentale, di una
specie di immunità.
«Ci siamo» disse l'uomo
della Milizia, puntando un
grosso indice.
«Laggiù, a destra.»
Lo squallido edificio in
mattoni rossi battuto dalla
pioggia assomigliava a un
magazzino, con le sue
finestrelle ricoperte dalle
immancabili inferriate.
Accanto alla porticina
d'ingresso non si notava però
alcuna targa.
«Giraci attorno» consigliò
Suvorin all'autista, «e
parcheggia sul retro.»
Svoltarono a destra e poi
ancora a destra, superando un
cancello di legno spalancato e
finendo in un cortile lucido
di pioggia. In un angolo c'era
una vecchia ambulanza verde
con i vetri oscurati, accanto
a un massiccio furgone nero.
Da alcuni grossi bidoni di
metallo martellato
traboccavano sacchi bianchi di
plastica, chiusi con nastro
adesivo, sui quali spiccava in
lettere rosse la scritta
RIFIUTI CHIRURGICI. Qualche
sacco era caduto a terra e si
era aperto, o più
probabilmente lo avevano
sventrato i cani, e in terra
si vedevano garze insanguinate
fradicie di pioggia. La
ragazza sembrava uscita dal
suo autoisolamento, aveva
raddrizzato il busto e si
guardava attorno:
probabilmente stava
cominciando a capire dove si
trovava. L'uomo della Milizia
scese dall'auto e le aprì lo
sportello, ma lei non si
mosse. Fu Suvorin, prendendola
leggermente per un braccio, a
convincerla a scendere...
«Hanno dovuto riciclarlo,
questo magazzino,, e mi pare
che ce ne sia un altro simile
a Elektrostal. C'è poco da
fare, per colpa dell'impennata
della criminalità i morti sono
costretti a dormire scomodi.
Vieni, Zinaida, portiamo a
termine questa formalità. E
poi mi dicono che spesso
aiuta, è sempre meglio
guardare negli occhi le nostre
paure..»
Zinaida liberò il braccio
dalla sua stretta,
stringendosi addosso
l'impermeabile, e Suvorin si
rese conto di essere più
nervoso di lei.
Non aveva mai visto un
cadavere. Chi l'avrebbe mai
detto: un maggiore dell'ex
Primo Direttorio del Kgb che
non aveva mai visto un
cadavere.
Quella faccenda si stava
rivelando veramente
.istruttiva. Si fecero strada
tra i rifiuti, in testa l'uomo
della Milizia seguito da
Zinaida e Suvorin, superarono
un montacarichi ed entrarono
dalla porta posteriore.
Il magazzino doveva essere
stato a suo tempo adibito a
deposito frigorifero per il
pesce del Mar Nero trasportato
a Mosca sui camion, a
giudicare dal leggero puzzo di
salmastro che aleggiava ancora
nell'aria nonostante l'impiego
di prodotti chimici. L'agente
conosceva la procedura. Infilò
la testa in un casotto di
vetro e scambiò qualche
battuta con l'occupante, poi
arrivò un terzo uomo in camice
bianco e lo seguirono. L'uomo
in camice spostò un'alta tenda
fatta di grosse strisce nere
di gomma ed entrarono in un
corridoio, abbastanza largo da
consentire il passaggio di un
trattore montacarichi, ai due
lati del quale si aprivano
delle pesanti porte di celle
frigorifere. Dai polizieschi
americani che la moglie
Serafìma divorava davanti alla
tv, Suvorin aveva appreso che
negli Stati Uniti i familiari
delle vittime potevano
effettuare il riconoscimento
del caro estinto su un
monitor, separati quindi dalla
realtà fisica della morte.
Certe delicatezze in Russia
erano impensabili. Va detto
però, a favore delle autorità,
che, considerando le limitate
risorse, il risultato poteva
ritenersi accettabile. A chi
passava dall'entrata
principale per recarsi nella
sala del riconoscimento era
risparmiata la vista delle
celle frigorifere e, per
addolcire l'atmosfera lugubre,
sotto i bracci della grossa
croce d'ottone erano sistemati
due tavolini, ciascuno con un
vaso di fiori di plastica al
centro. La lettiga era proprio
davanti ai tavolini, con i
contorni della salma ben
definiti sotto il lenzuolo
bianco. Era piccolo di
statura, pensò Suvorin, che si
aspettava di trovare un mezzo
gigante.
Andò a piazzarsi accanto a
Zinaida; di fronte a loro
erano in attesa l'uomo della
Milizia e il tecnico suo
amico. Poi fece un cenno con
il capo e il tecnico sollevò
la parte superiore del
lenzuolo. Papu Rapava aveva il
viso chiazzato di rosso, i
capelli grigi gli erano stati
pettinati all'indietro e
divisi al centro, e sembrava
osservare il soffitto
scrostato attraverso le ciglia
socchiuse. Con voce annoiata
l'uomo della Milizia intonò la
formula di rito.
«Testimone, riconosce Papu
Gerasimovic Rapava?» Zinaida
annuì, portandosi una mano
alla bocca.
«Parli, prego.»
«Sì.»
Non riuscirono quasi a
sentirla. Poi, più forte: «Sì,
è lui.»
E lanciò uno sguardo di
sfida a Suvorin. Il tecnico
stava per coprire nuovamente
il viso di Rapava.
«Aspetti» disse Suvorin.
Afferrò un capo del lenzuolo e
lo tirò con forza, scoprendo
completamente la salma e
lasciandolo poi cadere sul
pavimento. Vi fu un attimo di
silenzio, seguito dall'urlo
straziante di Zinaida.
«E' questo Papu
Gerasimovic Rapava? Guarda
bene, Zinaida.»
Lui ne ebbe solo una
fugacissima visione, per
fortuna, e non staccò più gli
occhi dalla ragazza.
«Guarda come l'hanno
ridotto. Conceranno così anche
tè e pure il tuo amico Kelso,
se lo troveranno.»
Il tecnico stava gridando
qualcosa. Zinaida, che non
aveva smesso di urlare,
indietreggiò in un angolo, ma
Suvorin non la mollò: era
quello il momento, l'unico
momento. Doveva colpire duro.
«Dimmi dov'è. Mi spiace,
credimi, ma me lo devi dire.
Ora. Dov'è?» Lei si voltò di
scatto e stava per tirargli
uno schiaffo, ma fu preceduta
dall'agente della Milizia che
l'afferrò per l'impermeabile e
le fece compiere un mezzo
giro, costringendola a
inginocchiarsi per non cadere.
«Ora basta, eh?» Suvorin
si inginocchiò di fronte a lei
e le prese il viso fra le
mani.
«Mi spiace» le disse. Il
viso di Zinaida sembrava
dissolversi fra le mani
dell'ufficiale, due rivoli di
rimmel le scendevano sulle
guance, la bocca era una
fessura nerastra.
«E' finita, calmati, mi
dispiace.»
Lei si immobilizzo e
Suvorin temette che stesse per
Perdere i sensi. Ma aveva gli
occhi sbarrati. E in quel
momento capì che non avrebbe
ceduto, era figlia di suo
padre. Dopo circa mezzo minuto
la lasciò, si accoccolò sui
talloni e chinò la testa,
ansimando. Alle sue spalle udì
il rumore della lettiga che
veniva portata via.
«Lei è matto» stava
dicendo il tecnico, ancora
incredulo.
«Le ha dato di volta il
cervello, cazzo!» Suvorin
sollevò un braccio senza
voltarsi, la porta fu richiusa
rumorosamente. Appoggiò le
mani sul pavimento freddo.
Odiava quell'inchiesta, si
rese conto, non solo perché
così difficile e carica di
rischi, ma perché gli stava
dando la misura dell'odio che
provava per il suo Paese.
Odiava quei fantasmi del
passato che la domenica
mattina se ne andavano in giro
con le gigantografie di Marx e
Lenin, odiava i fanatici duri
e puri come Mamantov che non
volevano arrendersi, che si
rifiutavano di prendere atto
che il mondo era cambiato. E
per lui quel passato era
opprimente come una statua
abbattuta che gli fosse
rovinata addosso. Dovette
compiere uno sforzo, premendo
le mani sul pavimento, per
rialzarsi.
«Andiamo.»
Le tese una mano.
«Archangel.»
«Come?» Abbassò lo sguardo
su di lei, ancora in ginocchio
e ora apparentemente in preda
a una calma spaventosa. Le si
avvicinò.
«Come hai detto?»
«Archangel.»
Sollevò i lembi del
soprabito e si chinò di nuovo,
lentamente, andando a sedersi
sul pavimento accanto a lei.
Entrambi tenevano le spalle
appoggiate alla parete, come
due sopravvissuti a un
disastro. Zinaida guardava
davanti a sé e parlava in tono
impersonale.
Lui si affrettò ad aprire
il taccuino e cominciò a
scrivere in fretta, voltando
ogni volta velocemente pagina,
temendo che d'improvviso, come
aveva cominciato, lei potesse
smettere... Era andato ad
Archangel, disse. In auto. Era
andato verso nord con quel
giornalista televisivo.
Bene, Zinaida, non
correre, abbiamo tutto il
tempo. E quando sono partiti?
Ieri pomeriggio. A che ora,
esattamente? Alle quattro,
forse alle cinque, non
ricordava. Era importante? Chi
è il giornalista?
O'Brian, un americano. Lei
non si fidava affatto di
quell'uomo. E il quaderno? E'
andato; E' andato con loro.
Apparteneva a lei che però non
l'aveva voluto, non voleva
nemmeno toccarlo dopo che
aveva capito che cosa c'era
dentro. Era maledetto e
avrebbe ucciso tutti quelli
che lo toccavano. Fece una
pausa, fissando il punto in
cui fino a poco prima c'era la
lettiga con il cadavere del
padre. Si coprì gli occhi con
la mano.
Suvorin attese. Poi
chiese: perché Archangel?
Perché era là che viveva
la ragazza. La ragazza?
Suvorin smise di scrivere; Ma
di che diavolo stava parlando?
Quale ragazza? «Ascolta» le
disse qualche minuto dopo, a
taccuino chiuso, «finirà tutto
bene. Ci penserò io affinché
tutto vada bene. Te lo
garantisce il governo russo.»
(Ma che stava dicendo? Il
governo russo non era in grado
di garantire un accidente. Il
governo russo non avrebbe
nemmeno potuto impedire che il
suo presidente si abbassasse i
pantaloni durante un
ricevimento diplomatico e
cercasse di dare fuoco a una
scorreggia...) «Stammi a
sentire. Questo è il numero
telefonico diretto del mio
ufficio. Ti farò accompagnare
a casa da uno dei miei uomini
e potrai farti una lunga
dormita, tranquilla, perché ci
sarà una guardia dietro la
porta e una in strada. Nessuno
potrà avvicinarsi a te per
farti del male. Va bene?»
Continuò a farle promesse che
sapeva di non poter mantenere.
Mi viene tanto naturale,
pensò, che dovrei darmi alla
politica.
«Faremo in modo che non
venga fatto del male neanche a
Kelso. Troveremo quelli,
quello che ha torturato e
ucciso tuo padre, e lo
metteremo al fresco. Mi stai
ascoltando, Zinaida?» Si era
rimesso in piedi e con la coda
dell'occhio stava guardando
l'ora.
«Ora devo darmi da fare,
devo andare. D'accordo?
Chiamerò il tenente Bunin -
ricordi Bunin, quello di ieri
notte? e gli dirò di
accompagnarti a casa.»
Stava per uscire, ma sulla
soglia si voltò.
«A proposito, mi chiamo
Suvorin. Feliks Suvorin.»
L'agente della Milizia e
il tecnico dell'obitorio lo
stavano aspettando in
corridoio.
«Non vi preoccupate» disse
loro, «si è ripresa.»
Quelli lo guardarono con
una strana espressione, forse
di disprezzo o di diffidente
rispetto: Suvorin non sapeva
quale delle due meritarsi e
non aveva il tempo di
ragionarci sopra. Voltò loro
le spalle e telefonò al
colonnello Arsenev a Jasenevo.
«Sergo? Devo parlare al
colonnello... sì, è urgente. E
ho bisogno anche che tu mi
trovi un mezzo di trasporto...
sì, sei pronto? Ho bisogno di,
un aereo.»

CAPITOLO 23.


A dar retta al registro
del partito, Vavara Safanova'
abitava da oltre sessant'anni
allo stesso indirizzo, nella
città vecchia, a una decina di
minuti di auto dal fiume, in
una zona occupata interamente
da case di legno. A queste
case si accedeva da strade con
i marciapiedi di legno salendo
gradini di legno, vecchio
legno stagionato e reso quasi
grigio dal tempo, legno che le
chiatte avevano trasportato in
città, molto prima della
Rivoluzione, dalle foreste del
Nord scendendo il corso della
Dvina. Immagini da cartolina,
queste delle case in legno, se
si riusciva a escludere dalla
vista i palazzoni di cemento
sullo sfondo. Accanto ad
alcune di queste case erano
ammassate cataste di ceppi e,
qua e là, dai comignoli si
levava un filo di fumo.
Le strade erano ampie e
vuote, affiancate ai due lati
da argentee betulle simili a
sentinelle, e la superficie
della neve era ingannevolmente
levigata e uniforme. Ma sotto
la superficie si aprivano
buche profonde e la Toyota
avanzava traballando, tanto
che Kelso propose di lasciarla
e proseguire a piedi.
Mentre O'Brian frugava nel
portabagagli e lui lo
aspettava rabbrividendo sul
marciapiede di legno, notò
dall'altra parte della strada
una decina di vagoni merci. E
da una rudimentale porticina
ricavata sulla fiancata di uno
di quei vagoni vide
all'improvviso uscire una
giovane donna, seguita da due
bambini così infagottati da
sembrare sferici. La donna si
incamminò lungo un campo
coperto di neve, con i bimbi
che le trotterellavano dietro
per poi fermarsi a guardare
Kelso con solenne curiosità,
finché la madre non si voltò
gridando loro di seguirla.
O'Brian chiuse la Toyota
e, tirandosi dietro una delle
valigie, si avvicinò a Kelso,
che aveva in mano la cartella
con il quaderno.
«Hai notato?» gli chiese
Kelso.
«C'è gente che abita in
quei carri merci. Li hai
visti?» O'Brian emise un
grugnito e si tirò su il
cappuccio del giaccone. Si
misero faticosamente in
marcia, passando davanti a una
schiera di case malamente
riparate e, in apparenza,
vuote, oltre che stranamente
inclinate secondo diverse
angolazioni. Ogni anno,
all'arrivo dell'estate, capì
Kelso, il terreno si
riassestava per il disgelo,
modificando così la statica
delle costruzioni: e ogni anno
nuove assi dovevano andare a
coprire le nuove crepe delle
case, in alcune delle quali le
assi più datate risalivano
all'epoca zarista. Non era
difficile immaginarsi Anna
Safanova camminare,
cinquant'anni prima, lungo
quella stessa strada, con i
pattini legati fra loro che le
pendevano dalle spalle.
Impiegarono altri dieci minuti
per trovare l'indirizzo della
vecchia, in una specie di
vicolo alle spalle della
strada principale, dietro una
macchia di betulle. Nel
cortile razzolavano alcune
galline, un maiale, un paio di
capre; e sulla casupola si
stagliava, quasi spettrale
nella neve, la sagoma di un
palazzone di quattordici piani
a forma di torre, con qualche
luce gialla a illuminare gli
appartamenti dei piani bassi.
O'Brian aprì la valigia, ne
estrasse la videocamera e
cominciò a filmare. Kelso lo
guardò, contrariato.
«Ma non sarebbe meglio
accertarsi prima che lei sia
in casa? Non dovremmo
chiederle il permesso di
filmare?»
«Tu chiediglielo.»
Kelso alzò gli occhi al
cielo, i fiocchi di neve si
erano ingrossati e ora
apparivano spessi e morbidi
come la manina di un bebè. Con
un groppo di tensione nello
stomaco attraversò il cortile,
dove il puzzo delle capre era
più intenso, e cominciò a
salire i gradini malandati del
portico. Ma arrivato al terzo
si fermò: la porta era
semiaperta e dallo spiraglio
vide una vecchia, china in
avanti con entrambe le mani
strette su un bastone, che lo
stava osservando.
«Vavara Safanova?» chiese.
Per qualche secondo la vecchia
rimase in silenzio.
Poi biascicò: «Chi la
vuole?.»
Lui prese quella domanda
come un invito a entrare. Non
era alto, Kelso, ma quando
salì i rimanenti scalini e le
fu di fronte sulla veranda, si
accorse di sovrastarla di
tutto il capo. La donna doveva
soffrire di osteoporosi, a
giudicare dalle spalle che le
erano arrivate al livello
delle orecchie. Kelso si
abbassò il cappuccio e, per la
seconda volta in meno di
un'ora, ripeté la storiella
che si era preparato: stavano
girando un documentario sui
vecchi comunisti, cercavano
persone in grado di fornire
testimonianze interessanti su
quell'epoca e avevano avuto
nome e indirizzo della
Safanova dalla locale sezione
del partito. Mentre
snocciolava quelle bugie,
osservava la povera vecchia
curva, mettendola a confronto
con l'immagine energica e
matriarcale che emergeva dal
diario della figlia. "Mamma è
forte, come sempre... mamma mi
accompagna alla stazione... la
bacio sulle guance...'' La
donna aveva allargato lo
spiraglio per guardarlo meglio
e lui ne approfittò per
osservarla a sua volta. A
Parte lo scialle, indossava
indumenti maschili appartenuti
probabilmente al marito. Il
volto era ancora bello, "da
giovane doveva essere stato
bellissimo a giudicare dalla
mascella ben modellata, dagli
zigomi alti, dalla luce
verdeazzurra che brillava
ancora in un occhio, mentre
l'altro era opacizzato dalla
cataratta. Non era difficile
immaginarsela giovane
comunista negli anni Trenta,
pioniera di una nuova civiltà,
una di quelle eroine
socialiste per le quali si
infiammavano i cuori di Shaw e
di Wells. Sicuramente era
stata un'adoratrice di Stalin.
"Vedessi che villa modesta,
mamma! Solo due piani, "Il tuo
cuore bolscevico gioirebbe
davanti a tanta semplicità!"
«...le saremmo quindi
particolarmente grati se
potesse dedicarci qualche
minuto del suo tempo.»
Era impacciato, continuava
a spostare la cartella da una
mano all'altra. La neve gli si
stava accumulando sulla
schiena, rivoli d'acqua gli
colavano dai capelli sulla
nuca e si rese conto che
O'Brian, alle sue spalle, li
stava riprendendo. Buttaci
fuori di qui, la incitò quasi.
Dicci di andare al diavolo,
noi e le nostre bugie, se
fossi in te lo farei.
Probabilmente hai capito
perché siamo venuti da te. Ma
la vecchia si voltò e rientrò
in casa, lasciando la porta
spalancata. Kelso entrò per
primo, seguito da O'Brian, che
dovette chinare il capo per
non urtare il montante della
porticina. Dentro era buio, la
neve aveva ricoperto l'unica
finestra. Se volevano del tè,
disse la vecchia sistemandosi
pesantemente su una poltrona
di legno, avrebbero dovuto
prepararselo da soli.
«Tè?» disse sottovoce
Kelso a O'Brian.
«Ci sta offrendo del tè.
Lo vogliamo, vero?»
«Certo, ci penso io.»
La vecchia, in tono
irritato e con una voce
stranamente profonda e
mascolina, si mise a impartire
le istruzioni.
«Allora prenda l'acqua da
quel secchio... no, non quel
pentolino, ma quello nero...
esatto, adoperi il mestolo...
ma no, no» e batté il bastone
sul pavimento, «non tanta, non
ce n'è bisogno. Ora metta il
pentolino sul fornello e
aggiunga della legna al
fuoco.»
Batté altri due colpi con
il bastone.
«Ma capisce quello che
dico? Legno? Fuoco?»
O'Brian guardò disperato
Kelso perché traducesse.
«Vuole che tu aggiunga
legna al fuoco.»
«Il tè è in quel
barattolo. No, no. Sì, esatto,
proprio quello.»
Kelso non riusciva ancora
a credere di trovarsi in
quella città, in quella casa,
davanti a quella donna: gli
sembrava di trovarsi in un
sogno, tutto era avvenuto
troppo velocemente. Decise che
era il caso di prendere
appunti e, tirato fuori il
taccuino giallo, si dedicò a
una specie di inventario della
casa. Pavimento di linoleum
grigio con un tavolo, una
sedia e un letto con una
coperta di lana. Sul tavolo:
un paio di occhiali, alcune
boccette di pillole e una
copia della «Pravda», edizione
del Nord, aperta a pagina tre.
Sulle pareti: nulla, a
eccezione di una specie di
altarino in un angolo dove una
piccola lampada rossa
tremolante rischiarava
debolmente una foto in cornice
di J.V. Stalin. E, accanto
all'altarino, due medaglie al
merito per il Lavoro
Socialista e una pergamena
ricevuta da Vavara Safanova
nel 1984 in occasione del
cinquantesimo anno di
iscrizione al partito. I
sessant'anni di tessera
sicuramente non erano stati
festeggiati, sarebbe stata
considerata una pericolosa
stravaganza: le ossa di Vavara
Safanova e quelle del
comunismo erano andate in
malora contemporaneamente.
Kelso e O'Brian sedettero un
po' a disagio sul letto,
ciascuno reggendo in mano la
tazza di tè alle erbe. Non era
male quel tè, aveva un gusto
di lampone, di foresta. Alla
vecchia sembrava
apparentemente normalissimo
che le si presentassero alla
porta due sconosciuti, con una
videocamera giapponese, per
girare un documentario sulla
storia del Partito comunista
di Archangel. Si comportava
come se li stesse aspettando.
Kelso capì che ormai
Vavara Safanova non si
sorprendeva più di nulla,
aveva quella rassegnata
indifferenza caratteristica
dell'età avanzata.
Palazzi e imperi sorgevano
e cadevano, nevicava e
smetteva di nevicare, la gente
andava e veniva. Un giorno la
morte sarebbe venuta a
prendersela e lei avrebbe
continuato a non stupirsi, a
non preoccuparsi: purché,
ovviamente, la Signora con la
falce nel muoversi per la casa
seguisse le sue istruzioni.
"No, morte, non quello... lì,
brava, proprio lì..." Se lo
ricordava eccome, il passato,
nessuno ad Archangel se lo
ricordava come lei. Tutto, si
ricordava. Ricordava i Rossi
che nel 1917 sciamavano in
strada e lo zio che giocava
con lei lanciandola in aria,
dicendole che lo zar se n'era
andato e il paradiso era a
portata di mano. Ricordava
padre e zio che correvano a
nascondersi nella foresta
quando nel 1918 erano arrivati
gli inglesi per soffocare la
Rivoluzione: una grossa nave
grigia, all'ancora sulla
Dvina, dalla quale sbarcavano
tanti soldatini inglesi. Lei
giocava durante le sparatorie.
Poi, una mattina, era scesa al
fiume e la nave non c'era più.
E, quello stesso pomeriggio,
era tornato dalla foresta lo
zio, ma non il padre: il padre
se l'erano portato via i
Bianchi e non l'avrebbe più
rivisto. Se le ricordava
tutte, quelle cose. E i
kulaki? Sì, ricordava anche i
kulaki.
Aveva diciassette anni e
li aveva visti scendere dal
treno alla stazione, migliaia
di kulaki nei loro strani
abiti tradizionali. Erano
ucraini. Mai vista tanta gente
insieme, erano tutti coperti
di piaghe e si trascinavano
dietro le loro cose. Li
avevano chiusi nelle chiese e
agli abitanti di Archangel era
stato proibito di avvicinarli.
Ma lei non aveva alcuna voglia
di avvicinarli perché erano
contagiosi, lo sapevano tutti.
Erano contagiose le loro
piaghe? No, erano proprio i
kulaki a essere contagiosi, le
loro anime. Avevano addosso le
spore della controrivoluzione.
Succhiasangue, ragni e
vampiri: così li aveva
chiamati Lenin. E cosa accadde
ai kulaki? Successe come con
la nave inglese. La sera vai a
letto e loro ci sono, la
mattina dopo ti svegli e non
ci sono più. Dopo la loro
sparizione tutte le chiese
erano state chiuse, ma ora le
avevano riaperte, l'aveva
visto lei stessa. Il che
significava che i kulaki erano
tornati, si trovavano
dappertutto. Che tragedia! E
la Grande Guerra Patriottica,
come se la ricordava...! Le
navi degli alleati alla fonda
sul fiume, i cantieri navali
in attività giorno e notte
sotto l'eroica direzione del
partito, e poi gli aerei
fascisti che lanciavano bombe
incendiarie sulle vecchie case
di legno radendole al suolo.
Erano stati i tempi più duri,
quelli: il marito al fronte e
lei che lavorava come
infermiera ausiliaria al
Policlinico dei Marinai, la
città senza cibo e carburante,
gli oscuramenti, le bombe e
una bambina che aveva dovuto
tirare su completamente da
sola... Tutto ciò, ovviamente,
era stato ben più lungo e
laborioso da tirarle fuori di
quanto potesse apparire dal
resoconto scritto. Quei
ricordi erano stati
inframmezzati da colpi di
bastone sul pavimento, pause,
ripetizioni, divagazioni.
Kelso capì che O'Brian accanto
a lui cominciava a perdere la
pazienza, mentre la neve si
accumulava in cortile
attutendo ogni rumore. Ma
lasciò Parlare la vecchia,
senza mai interromperla, e
anzi ogni tanto sferrando
qualche leggero calcio
all'americano perché non si
intromettesse: voleva che lei
arrivasse al punto da sé.
Quella faccenda era,
cominciata così, con un lungo
racconto, e Fiuke Kelso come
ascoltatore era già un
esperto. Bevve un'sorso di tè
freddo. Quindi aveva una
figlia, compagna Safanova?
Interessante. Ci parli di sua
figlia. Vavara colpì il
linoleum con il bastone e
piegò gli angoli della bocca.
La figlia non aveva lasciato
tracce nella storia del
partito, ad Archangel.
«Ma avrà lasciato tracce
nella sua vita, Vavara
Safanova.»
Be', naturalmente, lei era
la madre. Ma che peso può
avere un figlio, rispetto a
quello della Storia? Era una
questione di soggettività e di
oggettività, di chi e di chi.
E di vari altri slogan
marxisti che lei ora non
ricordava del tutto, ma della
cui verità non aveva mai
dubitato e che all'epoca le
erano stati di enorme
conforto. Si rannicchiò nella
poltrona. Kelso tirò fuori la
cartella.
«Eppure io so che cosa è
accaduto a sua figlia» esordì.
«Abbiamo trovato un
quaderno, un diario tenuto da
Anna. Si chiamava così, vero,
Anna? Posso permettermi di
mostrarglielo?» Lo sguardo
diffidente della donna seguì i
movimenti delle mani di Kelso
che aprivano il fermaglio. Le
dita della vecchia erano
macchiate dall'età, come il
quaderno, ma non tremarono nel
sollevare la copertina.
Vedendo la foto di Anna la
toccò, esitante; poi si portò
la falange alla bocca,
succhiandosela, e lentamente
avvicinò la foto agli occhi.
«Devo assolutamente
riprendere questa scena»
sussurrò O'Brian.
«Non ci provare nemmeno»
sibilò Kelso. Non riusciva a
vedere l'espressione della
vecchia, ma sentiva il suo
respiro ansante e, ancora una
volta, provò la strana
impressione che lei li stesse
aspettando, magari da anni.
«Dove l'ha trovata?»
chiese finalmente la vecchia.
«Il quaderno era sepolto
in un giardino di Mosca,
insieme a certe carte di
Stalin.»
Quando riabbassò il
quaderno, lei aveva gli occhi
asciutti. Lo chiuse e glielo
porse.
«No, lo legga» la esortò
Kelso.
«La prego, era di sua
figlia.»
Ma la donna scosse il
capo, non voleva.
«E' la scrittura di Anna?»
«Sì, è la sua. Lo tolga di
mezzo.»
Sembrò non trovare pace
finché il quaderno non tornò
nella cartella. Allora si
appoggiò allo schienale della
poltrona, di sghimbescio,
coprendosi l'occhio sano con
una mano e continuando a
colpire il pavimento con il
bastone. Anna, disse dopo un
po'. Be', Anna. Da dove
cominciare? A dire la verità,
quando si era sposata
aspettava già Anna. Ma la
gente non faceva caso a simili
cose, a quei tempi... il
partito si era sbarazzato dei
preti, grazie a Dio. Si era
sposata a diciotto anni,
Vavara. Michail Safanov ne
aveva ventitré e lavorava come
operaio metallurgico ai
cantieri navali, dove era
anche membro del consiglio di
fabbrica del partito. Un
bell'uomo, Michail, e la
figlia aveva preso da lui.
Com'era graziosa, Anna! Ed era
stata proprio quella la sua
disgrazia.
«Disgrazia?» Graziosa e
sveglia. Era cresciuta bene,
diventando un'ottima giovane
comunista e iscrivendosi come
i genitori al partito. Dai
Pionieri era passata al
Komsomol, in uniforme sembrava
uscita da un manifesto, al
punto che era stata chiamata a
far parte della delegazione
del Komsomol di Archangel che
avrebbe sfilato sulla Piazza
Rossa durante le celebrazioni
del 1° maggio 1951. Un grande
onore quello, sfilare davanti
agli occhi di Josif in
persona! Dopo la sfilata, la
foto di Anna era finita Su
«Ogonèk»: da quel giorno erano
cominciate le domande e la
vita non era stata più la
stessa. La settimana seguente
erano arrivati alcuni compagni
del Comitato Centrale di Mosca
e si erano messi a chiedere in
giro informazioni su Anna e
sui Safanov. Quelle domande
avevano insospettito i vicini,
che avevano preso a evitare i
Safanov. Perché, anche se il
nemico per eccellenza,
Trotzkij, era finalmente
morto, le sue spie e i suoi
sabotatori non lo erano. Che i
Safanov fossero quinte colonne
o deviazionisti? Niente di
tutto questo, ovviamente;
nulla poteva essere più
lontano dalla verità. Un
pomeriggio Michail era tornato
in anticipo dal cantiere e con
lui c'era un compagno di Mosca
- il compagno Mechiis, quel
nome non l'avrebbe mai
dimenticato -, ed era stato
proprio il compagno Mechiis a
comunicare la bella notizia. I
Safanov, al termine
dell'accurata indagine, erano
risultati essere ottimi
comunisti e la loro figliola
era stata scelta per uno
speciale incarico nel partito
a Mosca, alle dipendenze
dell'alta dirigenza. Un lavoro
da domestica, ma che
richiedeva intelligenza e
discrezione e al termine del
quale la ragazza avrebbe
potuto riprendere gli studi
con un curriculum ben più
prestigioso. Quando Anna lo
seppe, non ci fu modo di
fermarla. Anche Vavara era
d'accordo, mentre Michail si
diceva contrario. A Michail,
la addolorava ammetterlo,
doveva essere successo
qualcosa durante la guerra.
Non ne aveva mai parlato, il
marito, fin quando un giorno
Anna non aveva cominciato a
tessere le lodi del geniale
compagno Stalin.
Michail aveva replicato di
aver visto morire al fronte
tanti compagni: poteva allora
Anna spiegargli perché, se il
compagno Stalin era un genio,
aveva causato la morte di
tanti compagni? Vavara gli
aveva dato uno schiaffo,
ordinandogli poi di alzarsi da
tavola e andarsene in giardino
come punizione per la
bestialità che aveva detto.
No, dopo la guerra non era
stato più lo stesso, tanto che
non era nemmeno andato alla
stazione a salutare la figlia
che partiva. Vavara tacque.
«E non l'avete più
rivista?» si affrettò a
chiedere Kelso. Quella domanda
sembrò sorprenderla. Certo che
l'avevano rivista. Con la mano
fece un movimento ad arco
davanti alla pancia. L'avevano
rivista quando era tornata a
casa per partorire. Silenzio.
O'Brian tossì e chinò la
testa, appoggiando i gomiti
sulle ginocchia, con le mani
serrate.
«Ho capito bene quello che
ha detto?» Kelso lo ignorò,
sforzandosi di parlare con
voce assolutamente neutrale.
«E questo quando è
accaduto?» Vavara ci pensò su,
dandosi dei colpetti allo
stivale con il bastone. La
primavera del 1952, disse alla
fine. Proprio così. Era scesa
dal treno nel marzo 1952,
all'inizio del disgelo. Era
arrivata senza preavviso, se
l'erano vista spuntare da un
giorno all'altro, e non c'era
stato bisogno che spiegasse
nulla. Bastava guardarla, era
al settimo mese.
«E il padre... ha detto
chi era...?»
«No. Scosse vigorosamente
il capo. Ma tu l'avevi capito
benissimo, vero?, pensò Kelso.
No, non aveva detto loro nulla
ne del padre né di quello che
era successo a Mosca, e dopo
un po' avevano smesso di farle
domande. Lei passava le
giornate seduta ad aspettare
che venisse il giorno del
parto, in silenzio. Com'era
diversa dalla loro figlia,
quella Anna! Non voleva vedere
amici, uscire di casa. La
verità è che era spaventata.
«Spaventata? E di che
cosa?»
«Di partorire,
naturalmente. E di che altro?
Voi uomini...»
sembrò ritrovare la
grinta: «che ne sapete della
vita? Certo che aveva paura! E
quel diavoletto non la
lasciava in pace, sembrava
succhiarle la linfa vitale.
Proprio un diavoletto... che
calci dava! Padre e madre, la
sera, se ne stavano lì. a
guardare la pancia di Anna che
si sollevava. A volte veniva
Mechiis a controllare la
situazione e, spesso, in fondo
alla strada Stazionava un'auto
con a bordo due uomini. No,
non le avevano chiesto chi
fosse il padre. Cominciò a
perdere sangue all'inizio di
aprile. La portarono in
clinica e non la videro più,
lei ebbe una terribile
emorragia in sala travaglio,
così almeno disse in seguito
il medico, e non ci fu nulla
da fare. Morì due giorni dopo
sul tavolo operatorio. Aveva
vent'anni.
«E la creatura?» La
creatura sopravvisse.
Era un maschietto. Aveva
pensato a tutto Mechiis. Era
il minimo che potesse fare,
aveva detto. Si sentiva in
parte responsabile. Era stato
Mechiis a far venire da Mosca
un medico, un accademico, il
migliore del settore, e sempre
lui aveva seguito le pratiche
per l'adozione. I
Safanov erano più che
disposti ad allevare il
nipotino, l'avevano anzi
chiesto, implorato... Ma
Mechiis aveva una carta
firmata da Anna nella quale la
ragazza chiedeva che il bimbo
venisse adottato, se le fosse
accaduto qualcosa. E aveva
anche fatto il nome della
coppia che avrebbe dovuto
adottarlo, certi Cizikov,
parenti del padre della
creatura.»
«Cizikov?» chiese Kelso.
«E' sicura di questo
nome?»
«Certo.»
Il bambino non l'avevano
mai visto, non li avevano
nemmeno fatti entrare in
clinica. Tutto ciò Vavara
Safanova l'aveva accettato
perché credeva nella
disciplina di partito,
continuava a crederci e ci
avrebbe creduto fin quando
fosse vissuta. Il partito era
il suo dio e a volte, come un
dio, agiva secondo linee
imperscrutabili e misteriose.
Ma Michail Safanov aveva
smesso da tempo di accettare
la dottrina
dell'infallibilità. Voleva a
tutti i costi trovare i
Cizikov, nonostante le diffide
di Mechiis, e poteva ancora
contare sull'aiuto di alcuni
compagni del partito. Scoprì
così che questi Cizikov non
erano affatto due sposini di
Mosca, come immaginava, ma
gente del Nord come loro che
viveva in un villaggio nella
foresta poco distante da
Archangel. E in città correva
voce che non si chiamassero
nemmeno Cizikov, ma fossero in
realtà agenti dell'Nkvb. Ma
intanto era tornato l'inverno
e Michail non aveva potuto
attivarsi. Finché una mattina,
all'inizio della primavera,
una di quelle mattine che lui
passava davanti alla finestra
cercando di cogliere i primi
segnali di disgelo, avevano
udito all'improvviso alla
radio una musica solenne
seguita dall'annuncio che il
compagno Stalin era morto. Lei
aveva pianto, e anche lui.
Quanto avevano pianto, quanto
si erano abbracciati in
lacrime! Nemmeno per Anna
avevano pianto tanto.
Tutta Archangel era in
lutto. Ricordava ancora il
giorno dei funerali, le trenta
salve di cannone che
squarciavano il silenzio e
l'eco che rimbalzava sulla
Dvina come quello di un
temporale nella foresta. Due
mesi dopo, a maggio, quando il
ghiaccio si era sciolto,
Michail aveva riempito uno
zaino ed era partito alla
ricerca del nipotino. Lei
sapeva che non sarebbe finita
bene. Era trascorso un giorno,
poi un altro e un altro
ancora. Michail era forte e
robusto, aveva solo
quarantacinque anni. Alcuni
pescatori avevano trovato il
suo cadavere il quinto giorno,
a una trentina di verste a
nord, immerso nell'acqua del
disgelo che scendeva dalla
foresta non lontano da
Novodvinsk. Kelso aprì sul
tavolo la carta geografica di
O'Brian. Lei inforcò gli
occhiali e, avvicinando alla
carta l'occhio sano, percorse
in su e in giù la linea
azzurra della Dvina. Qui,
disse poco dopo puntando un
dito. In quel punto era stato
ritrovato il marito. Un brutto
posto, pieno di lupi, linci e
orsi, con la foresta in alcuni
tratti così fitta da impedire
il passaggio e, in altri,
paludi che potevano
inghiottirti in un istante.
Ogni tanto, in quella zona, si
trovavano ancora le ossa di
qualche kulako, perché proprio
lì erano stati deportati a suo
tempo: ed erano tutti morti i
kulaki, naturalmente, perché
in un posto del genere c'era
poco da grattare la terra alla
ricerca di qualcosa da mettere
sotto i denti.
Michail conosceva bene la
foresta, come tutti, fin da
bambino. Secondo la versione
della Milizia, era morto per
un attacco di cuore.
Probabilmente stava
riempiendo la borraccia ed era
caduto in quella gelida acqua
giallastra, rimanendo
fulminato da una sincope. Lei
lo aveva sepolto nel cimitero
di Kuzneceskoe, accanto ad
Anna. Kelso si accorse che
O'Brian stava riprendendo la
scena con la sua maledetta
videocamera.
«Come si chiamava il
villaggio dove suo marito
aveva scoperto che vivevano i
Cizikov?» le chiese. Che
domanda folle! Come poteva
pensare che se ne ricordasse?
Era passato tanto tempo...
quasi cinquant'anni. Poi
riavvicinò il viso alla carta.
Qui da queste parti - e
appoggiò il dito in un punto,
a nord del fiume - un
villaggio tanto piccolo che
non è neppure segnato sulle
carte, tanto piccolo da non
avere nemmeno un nome. E lei
aveva mai cercato di
raggiungere quel villaggio?
Oh, no. Fissò Kelso con
orrore:; Non ne sarebbe venuto
nulla di buono. Né allora né
ora.

CAPITOLO 24.


Poco prima di mezzogiorno
la grossa auto fece una lunga
frenata, tanto da costringere
Feliks Suvorin ad aggrapparsi
alla maniglia di plastica
sopra il finestrino, per
imboccare poi la rampa di
uscita dell'autostrada e
terminare la sua corsa davanti
al posto di guardia della base
aerea di Zukovski. Appena la
sbarra fu sollevata, una jeep
in attesa si mise in moto, con
le luci posteriori
lampeggianti, e l'auto di
Suvorin la seguì: il piccolo
corteo aggirò il terminal,
superò il varco nella
recinzione della pista e si
fermò accanto a una limousine
Zii.
Poco più in là,
un'autocisterna stava facendo
il pieno a un piccolo aereo
grigio a elica, a sei posti,
come da richiesta telefonica
di Suvorin. Alle spalle
dell'aereo era parcheggiata
una squadriglia di elicotteri
militari verde scuro, con i
grossi rotori spioventi. Bene
bene, pensò Suvorin, qualcosa
sembra funzionare ancora da
queste parti.
Infilò gli appunti nella
borsa, scese e si mise a
correre sotto la pioggia verso
la Zii, il cui autista aveva
già aperto lo sportello
posteriore.
«Allora?» gli chiese
Arsenev, che lo aspettava
godendosi il calduccio
dell'abitacolo.
«Allora» ripeté Suvorin,
scivolandogli accanto, «Le
cose non stanno esattamente
come credevamo.»
«Aspetta nell'altra auto»
ordinò Arsenev all'autista.
«Sissignore.»
«Che cosa non è
esattamente come credevamo?»
chiese il colonnello quando lo
sportello fu richiuso.
«Buongiorno, a proposito.»
«Buongiorno, Jurij
Semonovic. Si tratta del
quaderno. Pensavamo tutti che
fosse di Stalin, invece si
tratta di un diario scritto da
una cameriera di Stalin, Anna
Michailovna Safanova. Lui
l'aveva fatta venire a Mosca
da Archangel nell'estate del
1951, un anno e mezzo circa
prima di morire.»
Arsenev sbarrò gli occhi.
«Tutto qui? Berija aveva
quindi rubato un semplice
diario?»
«Tutto qui, oltre a certe
carte che contengono
apparentemente note
informative sul conto della
ragazza.»
Arsenev rimase a fissare
Suvorin, poi scoppiò a ridere
visibilmente sollevato.
«'Fanculo! Il vecchio
bastardo si scopava la
cameriera? E' questo che
faceva?»
«Sembrerebbe di sì.»
«Ma è una notizia troppo
bella, non riesco a crederci!»
Arsenev, sempre più
rinfrancato per lo scampato
pericolo, sferrò un pugno allo
schienale del sedile di
fronte.
«Oh, come vorrei esserci,
come vorrei vedere la faccia
di Mamantov quando scoprirà
che il testamento del suo
grande Stalin non è altro che
il resoconto di una cameriera
che si faceva sbattere dal
potente Josif.»
Guardò Suvorin con occhi
pieni di gioia.
«Che c'è, Feliks? Non
dirmi che ti sfugge l'aspetto
comico di questa faccenda.»
Smise di ridere.
«Che c'è? Sei sicuro che
le cose stiano così, vero?»
«Sì, colonnello, ne sono
abbastanza sicuro. Stando
almeno a quanto ci ha detto la
donna che abbiamo fermato ieri
notte, Zinaida Rapava. Ha
letto quel diario, il padre
l'aveva nascosto per lei, e
non credo che possa essersi
inventata una storia del
genere, che abbia una tale
fantasia.»
«Certo, certo. Quindi,
puoi stare tranquillo anche
tu. Dov'è ora quel diario?»
«Qui le cose cominciano a
complicarsi.»
Suvorin esitò, gli
dispiaceva rovinare il
buonumore del vecchio.
«Proprio di questo volevo
parlarle.
La donna ha fatto vedere
il diario allo storico
inglese, Kelso, e sembra che
lui se lo sia portato dietro.»
«Portato dietro dove?»
«Ad Archangel. Si è messo
alla ricerca dell'autrice del
diario, quella Anna Safanova.»
Arsenev ora cominciava a
innervosirsi.
«Quando è partito?»
«Ieri pomeriggio alle
quattro o alle cinque, lei non
ricorda esattamente.»
«Come viaggia?»
«In auto.»
«In auto? Allora non
dovresti faticare a
raggiungerlo ad Archangel,
avrà un vantaggio di poche
ore. Ormai è un sorcio in
trappola.»
«Purtroppo Kelso non è
solo. Si è portato dietro un
giornalista, O'Brian. Lo
conosce, è il corrispondente
di quel network americano.»
«Ah.»
Arsenev, sempre più
pensieroso, si tormentò il
colletto della camicia.
«Ma quali possibilità
hanno di trovare quella
Safanova ancora viva? E, se
anche la trovassero, non
sarebbe poi un disastro.
Scrivano pure un libro,
facciano tutti i reportage
televisivi che vogliono. Non
ce lo vedo Stalin che affida
alla cameriera un messaggio
per le generazioni future. Ti
sembra?»
«E' questo invece che mi
preoccupa.»
«Alla cameriera? Ma
andiamo, Feliks! Non
dimenticare che era un
georgiano, anzi un vecchio
georgiano. Per il compagno
Stalin, le donne servivano
soltanto a cucinare, a pulire
la casa e a fare bambini.
Quindi...»
Si interruppe.
«Oh, no...»
«Sarebbe folle, lo so, in
queste ultime ore me lo sono
ripetuto mille volte. Ma
Stalin era folle, oltre a
essere georgiano. Rifletta,
colonnello. Perché si sarebbe
dato tanto da fare per trovare
una ragazza ad Archangel?
Sembra che si sia fatto dare
anche le cartelle cliniche,
alla ricerca di eventuali
anomalie congenite. E perché,
poi, avrebbe custodito quel
diario in cassaforte? Ma c'è
dell'altro...»
«Dell'altro?» Arsenev
aveva smesso di tormentarsi il
colletto per aggrapparsi allo
schienale del sedile
anteriore.
«Secondo Zinaida, in quel
diario la ragazza cita una
frase di Stalin a proposito di
Trofìm Lysenko... sa, quello
che ha sostenuto la
"ereditarietà delle
caratteristiche acquisite" e
stronzate del genere. Sempre
Stalin, in un'altra parte del
diario, si sarebbe lamentato
dei suoi figli inutili,
aggiungendo che "la vera anima
della Russia è nel ghiaccio e
nella solitudine dell'estremo
Nord".»
«Fermati, Feliks. E'
troppo.»
«E poi abbiamo Mamantov.
Non capivo perché si fosse
accanito tanto contro Rapava,
torturandolo in quel modo e
poi uccidendolo. Glielo dicevo
proprio ieri, colonnello: che
cosa poteva mai aver scritto
Stalin da essere tanto
rilevante anche a distanza di
cinquant'anni? Ma se Mamantov
sapeva, magari per aver
sentito voci nei vecchi giri
della Lubjanka, che Stalin
aveva deliberatamente messo al
mondo un erede...»
«Un erede?!»
«...be', questo
spiegherebbe tutto, non le
sembra? Diciamo la verità,
colonnello, Mamantov sarebbe
abbastanza folle da... non
so...»
la sola idea gli sembrava
inconcepibile, «...da
candidare il figlio di Stalin
alla presidenza, o qualcosa
del genere. Dispone di
cinquecento miliardi di
rubli...»
«Aspetta un attimo,
fammici pensare.»
Arsenev fissò diritto
davanti a sé, in direzione
degli elicotteri, mentre sulla
sua guancia un muscolo
guizzava come un pesce
all'amo.
«E non abbiamo ancora idea
di dove possa essere
Mamantov?»
«Potrebbe essere
dappertutto.»
«Ad Archangel?»
«E' possibile, anzi è
probabilissimo. Se Zinaida
Rapava è riuscita, usando solo
il cervello, a trovare Kelso
all'aeroporto, perché non
dovrebbe riuscirci Mamantov?
Magari li sta pedinando da
ventiquattro ore, quei due non
sono professionisti come lui.
Sono preoccupato, colonnello,
piomberò loro addosso quando
meno se lo aspettano.»
Arsenev emise una specie
di lamento.
«Hai un telefono?.»
«Certo.»
Suvorin estrasse di tasca
il cellulare e glielo porse.
«E' sicuro?»
«Penso di sì.»
«Chiama il mio ufficio,
per favore.»
Suvorin cominciò a premere
i tasti.
«Dov'è la ragazza Rapava?»
«L'ho fatta riaccompagnare
a casa da Bunin e le ho
piazzato un uomo davanti a
casa. E' agitata, sconvolta.»
«Questo l'hai visto,
immagino.»
Arsenev tirò fuori dalla
tasca del sedile una copia di
«Aurora», con il titolone in
prima pagina LA VIOLENZA E'
INEVITABILE.
«L'ho sentito alla radio.»
«Allora puoi immaginare
quale accoglienza abbia avuto
al...»
«Prenda, sta squillando.»
Suvorin gli porse il
telefono.
«Sergo? Sono io, ascolta.
Devi collegarmi all'ufficio
del presidente... sì, hai
capito bene. Usa il secondo
numero.»
Coprì il microfono con la
mano.
«Tu, è meglio che ti
muova. No, aspetta. Dimmi
prima che cosa ti serve.»
Suvorin non sapeva nemmeno
da dove cominciare.
«Avrei bisogno che
qualcuno ad Archangel,
possibilmente la Milizia,
controllasse tutti i Safanov o
Safanoya e mi mettesse al
corrente non appena arrivo.
Questo per cominciare. Poi due
uomini a ricevermi
all'aeroporto e qualche mezzo
di trasporto. E un alloggio,
per dormire.»
«Contaci. Fa' attenzione,
Feliks. Spero...»
Ma Suvorin non appurò mai
che cosa sperasse il suo
superiore, perché Arsenev
sollevò un dito.
«Sì... sì, sono pronto.»
Trattenne il fiato e si
stampò sul volto un sorriso.
Se avesse potuto, sarebbe
scattato in piedi
sull'attenti, pensò Suvorin.
«Buongiorno a te, Boris
Nikolaevic....»
Suvorin scese
silenziosamente dall'auto.
L'autocisterna aveva
completato il rifornimento
dell'aereo e l'addetto stava
riavvolgendo il grosso tubo;
sulla superficie delle
pozzanghere sotto le ali si
erano formati arcobaleni di
benzina. Visto da vicino, il
piccolo Tupolev appariva
ancora più vecchio e
arrugginito. Avrà avuto almeno
una quarantina d'anni, più
vecchio di lui quindi. Madre
santa, che catorcio! Un paio
di meccanici lo stavano
osservando con occhi privi di
curiosità.
«Dov'è il pilota?» Uno dei
due indicò con la testa
l'aereo. Suvorin salì la
scaletta ed entrò. Il tanfo
che ristagnava nella carlinga
faceva pensare a un pullman
rimasto al deposito per anni.
La porticina della cabina era
aperta e il pilota stava
trafficando con i pulsanti.
Gli andò vicino, battendogli
una mano sulla spalla e
facendolo voltare. Il pilota
aveva il viso gonfio e gli
occhi opachi e arrossati
tipici del bevitore abituale.
Benissimo, pensò Suvorin. Si
strinsero la mano.
«Che tempo c'è ad
Archangel?» Il pilota si mise
a ridere e Suvorin sentì
subito puzza d'alcol, ma non
soltanto nell'alito:
quell'uomo trasudava vodka.
«Se vuole, possiamo
rischiare.»
«Non dovrebbe esserci un
navigatore, un secondo pilota
o come si chiama?»
«Non c'è nessuno.»
«Ottimo. Splendido.»
Andò a sedersi a poppa. Un
motore tossì e si avviò con
uno sbuffo di fumo nero,
seguito poi dall'altro. La
limousine di Arsenev era
scomparsa. Il Tupolev effettuò
una mezza virata e si mosse a
balzelloni sull'asfalto
deserto puntando verso la
pista, poi virò nuovamente e
il ruggito dei motori tacque
un attimo per riprendere,
sempre più forte. Il vento
sferzava la pioggia come
biancheria sporca, disegnando
sull'asfalto sottili righe
Orizzontali. Il perimetro
dell'aeroporto era circondato
da betulle che formavano una
specie di palizzata argentea.
Suvorin chiuse gli occhi - era
idiota aver paura di volare,
ma non aveva mai potuto farci
niente - e l'aereo si mosse,
acquistando progressivamente
velocità e schiacciandolo
contro lo schienale del
sedile. Quando riaprì gli
occhi, il Tupolev si era
alzato da terra e stava
sorvolando la città. Sotto di
lui vide comparire, per
svanire subito dopo, fari
gialli che si riflettevano
sull'asfalto bagnato, piatti
tetti grigi, macchie verdi di
alberi. Quanti alberi! Si
sorprendeva sempre nello
scoprire quanti ce ne fossero
a Mosca. Pensò a tutta la
gente che conosceva laggiù, a
Serafima in quell'appartamento
che non potevano permettersi,
ai bambini in quel momento a
scuola, ad Arsenev ancora
tremante dopo la telefonata al
presidente, a Zinaida Rapava e
al suo silenzio dopo lo
spettacolo all'obitorio.
Entrarono nella parte bassa di
una nuvola e Suvorin ebbe
ancora due o tre fugaci
visioni del panorama
sottostante prima che Mosca
sparisse dall'oblò.

CAPITOLO 25.


R.J. O'Brian era fermo
all'angolo del vicolo, con la
valigia fra le gambe e la
testa china sulla carta
geografica.
«Quanto pensi che
impiegheremo ad arrivarci? Un
paio d'ore?» Kelso si voltò a
guardare la casupola, la
vecchia era in piedi sulla
soglia e li osservava
appoggiandosi al bastone.
Allora lui sollevò una mano in
segno di saluto e la porta si
richiuse lentamente.
«Arrivare dove?»
«Nel villaggio in cui
abitano questi Cizikov. Più o
meno quanto, secondo tè?»
Kelso sollevò gli occhi al
cielo gonfio di nuvole.
«Vuoi cercarli ora,
subito?»
«C'è soltanto una strada,
guarda. La vecchia ha parlato
di un villaggio, perciò deve
trovarsi sulla strada.»
Con il dorso della mano
fece volare un fiocco di neve
che si era posato sulla carta.
«Io direi un paio d'ore,
non di più.»
«Non è una strada» ribatté
Kelso.
«E' indicata con una linea
tratteggiata, quindi è solo un
sentiero.»
Zigzagava verso est
addentrandosi nella foresta,
costeggiando la Dvina per
un'ottantina di chilometri,
poi Puntava a nord e spariva
nel nulla, proprio in mezzo
.alla taiga, dopo circa
trecento chilometri.
«Ma guardati attorno. Se
non hanno nemmeno terminato le
strade in città, che cosa
credi di trovare lassù?»
Restituì la carta a O'Brian e
si avviò verso la Toyota.
L'americano lo seguì.
«Abbiamo quattro ruote
indipendenti, Fiuke.
Abbiamo le catene da
neve.»
«E se l'auto si guasta?»
«Abbiamo cibo, abbiamo
benzina per accendere un fuoco
e dare alle fiamme quella
maledetta foresta. Abbiamo il
telefono satellitare.»
Dette una pacca sulla
spalla a Kelso.
«Facciamo così, se ti
coglie la paura telefoni alla
mamma. Che ne dici?»
«Mia madre è morta.»

«Zinaida, allora. Puoi
chiamare Zinaida.»
«A proposito, O'Brian, tè
la sei scopata? Così, giusto
per sapere.»

«E questo che cosa
c'entra?»
«Vorrei capire perché
Zinaida non si fida di te e se
ha qualche buon motivo per
starti alla larga. C'è di
mezzo il sesso o è solo un
fatto personale?»
«Ho capito, allora. E'
questo che ti angustia?» Fece
un sorrisetto.
«Dai, Fiuke, lo sai che un
gentiluomo non parla mai di
queste cose.»
Kelso si strinse addosso
il giaccone e accelerò il
passo.
«La paura non c'entra.»
«Ah, sì?» Erano ormai a
pochi metri dalla Toyota
quando Kelso si voltò a
fissarlo in faccia.
«D'accordo, lo ammetto, ho
paura. E lo sai che cosa mi
spaventa maggiormente? Il
fatto che tu non ne abbia,
ecco che cosa mi spaventa.»
«Stronzate. Un po' di
neve...»
«Macché neve, non è la
neve a preoccuparmi.»
Kelso lanciò uno sguardo
alle casette fatiscenti.
«Non ci arrivi, vero? Non
capisci. Non hai storia, è
questo il tuo problema. Quel
nome, Cizikov, per esempio, ti
dice niente?»
«No, perché? E' solo un
nome.»
«E invece no. Cizikov era
uno degli pseudonimi scelti da
Stalin prima della
Rivoluzione. Nel 1911 gli fu
rilasciato un passaporto a
nome P.A. Cizikov.»
«emozionato, dottor Kelso?
Avverte l'energia del compagno
Stalin, che si propaga anche
dalla tomba?" La avvertiva, in
quel momento, l'energia di
Stalin, come una mano che,
uscita dalla neve, gli
toccasse una spalla.)
O'Brian tacque un istante,
poi riprese a camminare
tirandosi dietro la valigia.
«E allora puoi restartene
qui a blaterare di Storia, se
ti fa piacere. Io vado a
cercarlo.»
Cominciò ad attraversare
la strada.
«Vieni o no? Il treno per
Mosca parte stasera alle otto
e dieci, o lo prendi o vieni
con me. Scegli.»
Kelso, ancora esitante,
guardò il cielo. Non era una
nevicata come quelle che aveva
visto in Inghilterra o in
America.
Sembrava che lassù
qualcosa si fosse disintegrato
e i frammenti precipitassero
al suolo tutt'attorno a loro.
Scegliere?, pensò. E che
scelta aveva uno come lui
senza visto, senza soldi,
senza lavoro, senza quel
quaderno? Poteva ancora
permettersi di scegliere, dopo
essere arrivato fin lì?
Lentamente, controvoglia, si
avviò in direzione dell'auto.
Uscirono dalla città e
puntarono a nord su una strada
secondaria, per non esporsi al
rischio di incappare in un
altro posto di blocco del Gai.
Era quasi luna di pomeriggio.
La strada correva
parallela a una linea
ferroviaria abbandonata da
tempo, con i binari invasi
dalle erbacce. Passarono
accanto ad alcuni carri merci
vecchi e arrugginiti: in
compagnia della persona giusta
quello spettacolo avrebbe
potuto sembrare romantico.
Superarono un carrettino dai
colori vivaci tirato da un
pony che teneva la testa bassa
per proteggersi dal vento, poi
videro altre casupole, anche
queste in tinte accese, blu,
verde, rosso, che sembravano
spuntare dall'acquitrino. La
neve fitta impediva di vedere
dove finiva la terraferma e
cominciava l'acqua. Barche,
auto, capanne, pollai e capre
sembravano formare un tutt'uno
indistinto.
Perfino la grossa cartiera
sulla riva opposta della
Dvina, il cui letto in quel
punto era particolarmente
largo, aveva un che di epico,
di glorioso, con le gru e le
ciminiere fumanti che si
stagliavano sullo sfondo del
cielo color cemento. Poi,
all'improvviso, case e fiume
scomparvero e quasi
contemporaneamente il fondo
stradale si fece accidentato,
mentre pini e betulle
sembravano stringersi a morsa
attorno a loro. In meno di un
quarto d'ora fu come se si
trovassero a mille miglia di
distanza da Archangel invece
che a soli trenta chilometri.
La strada si inoltrava a
serpentina nella foresta
silenziosa, che ogni tanto si
apriva su ampie radure
cosparse di ceppi
carbonizzati, aree simili a
campi di battaglia dopo un
pesante bombardamento. Oppure,
il che era ancora più
sconcertante, capitavano in
mezzo a una specie di
piantagione in cui la
vegetazione era stata
sostituita da alte antenne
radio. Posti d'ascolto per
intercettare le comunicazioni
Nato, spiegò O'Brian. Poi si
mise a cantare Walking in a
winter wonderland. Dopo un
paio di strofe, Kelso non lo
sopportò più.
«E' proprio necessario?»
O'Brian si interruppe.
«Stronzo e palloso»
bofonchiò sottovoce. La neve
cadeva ancora fitta. Ogni
tanto si udivano in lontananza
fucilate di cacciatori,
raddoppiate dall'eco, che
facevano levare in volo in un
frullio di ali stormi di
uccelli terrorizzati.
Attraversarono numerosi
villaggi, ognuno più piccolo e
più squallido del precedente:
in uno videro una caserma con
le mura ricoperte di graffiti
e una grossa parabola
satellitare, come se una fetta
di Archangel fosse stata
trapiantata ai confini del
mondo. Non scorsero anima
viva, a eccezione di due
bambini e di una vecchia tutta
vestita di nero che chiedeva
un passaggio sul ciglio della
strada. O'Brian non rallentò
nemmeno e lei lanciò
un'imprecazione agitando il
pugno.
«Brutta strega.»
O'Brian guardò lo
specchietto retrovisore.
«Che diavolo voleva? E
dove sono finiti tutti gli
uomini? A ubriacarsi?» La sua
voleva essere una battuta.
«Probabilmente.»
«Ma dai! Tutti?»
«Quasi tutti, direi. A
ubriacarsi di vodka fatta in
casa. Che altro possono fare?»
«Gesù, che Paese!» Dopo un
po' O'Brian si rimise a
canticchiare, ma stavolta
sottovoce e in tono meno
confidenziale. We're walking
in a winter wonderland...
Passò un'ora, poi un'altra. Un
paio di volte videro
riapparire il fiume. E
quell'enorme massa d'acqua, il
terreno paludoso, gli alti
alberi con le cime nascoste
dalla neve formavano un
paesaggio quasi preistorico.
Kelso non si sarebbe sorpreso
se all'improvviso fosse
apparso un dinosauro. Era
difficile capire sulla carta
dove si trovassero esattamente
e Kelso propose di fermarsi al
prossimo villaggio per fare il
punto.
«Come vuoi..»
Ma sembrava non esistesse
alcun prossimo villaggio e,
come se non bastasse, Kelso
notò che la neve era
immacolata, segno che su
quella strada non passava
alcun veicolo da ore.
Per la prima volta
incapparono in una buca,
coperta dalla neve, e la
Toyota sbandò andando poi a
urtare violentemente con il
telaio contro qualcosa di
solido. O'Brian controsterzò e
riportò la vettura in strada.
«Oplà, divertente!»
esclamò, ma Kelso capì che
anche il suo compagno di
viaggio cominciava a
preoccuparsi. L'americano
rallentò, accese i fari e si
sporse in avanti cercando di
vedere attraverso la cortina
di neve.
«Stiamo finendo la
benzina, ne abbiamo ancora per
un quarto d'ora.»
«E poi?»
«O torniamo ad Archangel o
proseguiamo cercandoci un
posto in cui trascorrere la
notte.»
«Un posto? Magari un
Holiday Inn?»
«Fiuke, Fiuke...»
«Ascolta, se proviamo a
passare la notte qui finirà
che ci passeremo tutto
l'inverno.»
«Ma dai! Dovranno pure
mandare uno spazzaneve, a un
certo punto.»
«A un certo punto?!»
ripeté Kelso. Avrebbero
ricominciato a litigare se
proprio in quel momento, al
termine di una curva, non
avessero visto alzarsi al
cielo dalla sommità degli
alberi un filo di fumo.
O'Brian teneva gli occhi
incollati al binocolo e i
gomiti poggiati sul tetto
della Toyota. A quanto pareva,
c'era una specie di piccolo
insediamento, disse, distante
poco meno di un chilometro
verso l'interno, alla fine di
un sentiero. Si rimise al
volante.
«Andiamo a dare
un'occhiata.»
Il sentiero fra gli alberi
era una specie di tunnel, a
malapena largo quel tanto da
lasciar passare un veicolo, e
O'Brian guidava a passo
d'uomo. I rami frustavano il
parabrezza e graffiavano le
fiancate; a mano a mano che
procedevano, il sentiero si
faceva sempre più
impraticabile. La Toyota
ondeggiò violentemente a
destra, poi a sinistra, e
all'improvviso fece una specie
di tuffo in avanti, tanto che
Kelso fu proiettato verso il
parabrezza, e se non lo sfondò
fu solo perché aveva la
cintura di sicurezza
allacciata. Il motore emise
una specie di rantolo e si
spense.
O'Brian lo riaccese,
ingranò là retromarcia e
premette lentamente
l'acceleratore, ma le ruote
posteriori girarono a vuoto
gemendo.
Riprovò, stavolta dando
più gas, e il gemito si
trasformò nell'urlo di un
animale in trappola.
«Scendi a dare
un'occhiata, Fiuke, ti prego.»
Era in preda al panico e
non tentava nemmeno di
dissimularlo. Kelso dovette
premere la spalla contro lo
sportello per aprirlo. Poi
saltò giù, affondando nella
neve fino alle ginocchia.
Allora prese a vibrare colpi
sul portellone posteriore,
facendo segno a O'Brian di
spegnere il motore. Il
silenzio era tale che si
udivano i fiocchi di neve
atterrare sui rami. Kelso ebbe
l'impressione che le ginocchia
gli si stessero ghiacciando.
Barcollando nella fanghiglia,
con le gambe piegate, girò
attorno alla Toyota fino allo
sportello di guida e dovette
spostare con le mani la neve
che copriva la maniglia prima
di poterlo aprire. Il
fuoristrada era piegato in
avanti con un'angolazione di
almeno venti gradi. O'Brian
riuscì in qualche modo a
scendere.
«Ma contro che cosa
abbiamo sbattuto?» Si mise
davanti al cofano.
«Gesù, sembra una trappola
per carri armati! Vieni a
vedere.»
Sembrava effettivamente
che in mezzo al sentiero fosse
stata scavata una trincea.
«Forse stavano posando un
cavo» azzardò Kelso. Ma un
cavo per fare cosa? Portò le
mani a visiera sugli occhi e
cercò di mettere a fuoco fra
la neve le capanne di legno,
circa trecento metri più
avanti. Non sembravano
collegate all'elettricità o ad
altre forme di energia. In
quel momento notò che il filo
di fumo era scomparso.
«Qualcuno ha spento il
fuoco.»

«Bisogna tirarla fuori.»
O'Brian sferrò un calcio
alla fiancata della Toyota.
«Brutta macchina merdosa.»

Appoggiandosi all'auto per
non scivolare, le girò attorno
e andò ad aprire il portellone
del portabagagli, dal quale
tirò fuori due paia di
stivali; uno verde di gomma e
l'altro di pelle, alto, di
foggia militare. Lanciò il
primo a Kelso.
«Mettiteli e andiamo a
fare due chiacchiere con gli
indigeni.»

Cinque minuti dopo,
bloccate le serrature della
Toyota, si tirarono su i
cappucci, presero i binocoli
assicurandoseli attorno al
collo e si incamminarono sul
sentiero. Il piccolo
insediamento sembrava
abbandonato da almeno due anni
e le capanne erano state
saccheggiate. Dalla neve
affioravano lamiere ondulate
arrugginite, intelaiature di
finestre fatte a pezzi, assi
marcite, una rete da pesca
piena di buchi, bottiglie,
lattine, ciò che restava di
una barca a remi, parti di
macchinari e, stranamente, una
fila di poltroncine da sala
cinematografica. Una piccola
serra, con il vetro sostituito
da fogli di plastica, era
rovesciata su un lato. Kelso
infilò il capo in una di
quelle capanne. Il tetto era
stato scoperchiato e
all'interno si avvertiva un
tanfo di escrementi di
animali. Quando ritirò il capo
incrociò lo sguardo di
O'Brian, che si strinse nelle
spalle.
«Che cosa c'è laggiù?»
Entrambi portarono agli occhi
i binocoli, inquadrando quella
che sembrava una fila di croci
lignee. Croci russe con tre
braccia: corta quella
superiore, più lunga quella
centrale e inclinata verso il
basso, da sinistra a destra,
la terza.
«Meraviglioso» commentò
Kelso, cercando di ridere.
«Un cimitero, non ci
mancava altro.»
«Andiamo a dare
un'occhiata.»
O'Brian si incamminò con
passo deciso, seguito da un
Kelso molto meno determinato.
Vent'anni di sigarette e
scotch sembravano avergli
organizzato una manifestazione
di protesta nei polmoni e nel
cuore. Gli sforzi che doveva
compiere per avanzare nella
neve lo facevano sudare e
sentiva una fitta al fianco.
Era proprio un cimitero,
protetto dagli alberi, e
avvicinandosi vide che
conteneva sei tombe, o forse
otto, sistemate a due a due
con un basso steccato attorno
a ogni coppia. Le croci erano
artigianali ma ben fatte, con
targhette smaltate e
fotografie sotto vetro secondo
la tradizione russa. A.J.
Sumbatov, 22-1/-29-8-81 si
leggeva su una targhetta,
sotto la foto di un uomo di
mezz'età in uniforme. La croce
accanto era quella di P.J.
Sumbatova, 6-12-/26 - 14-11-
92, donna dal viso arcigno e i
capelli separati al centro
dalla scriminatura, anche lei
in uniforme. Accanto c'erano
gli Ezov e i Golub. Tutti
erano all'incirca della stessa
età e tutti in uniforme. Il
primo a morire era stato T.J.
Golub, nel 1961, ma sulla sua
foto non si vedeva il viso
perché qualcuno l'aveva
raschiato.
«Il posto dev'essere
questo, non c'è dubbio» disse
O'Brian.
«Chi era quella gente?
Membri dell'esercito?»
«No.»
Kelso scosse il capo.
«L'uniforme è quella
dell'Nkvb, mi sembra.
Guarda un po' qui.»
Le ultime due croci,
leggermente separate dalle
altre, erano, a giudicare
dalle date, quelle degli
ultimi sopravvissuti.
B.D. Cizikov, 19-2-19- 9-
3-96, aveva i gradi di
maggiore. Accanto a lui M.G.
Cizikova, 6-4-24 16-3-96. Era
morta una settimana dopo il
marito e anche il suo viso era
stato raschiato via dalla
foto. Rimasero alcuni istanti
in silenzio, a capo chino.
«E poi non rimase nessuno»
mormorò O'Brian.
«Oppure ne rimase uno
solo.»
«Non credo, purtroppo. Le
capanne sembrano abbandonate
da troppo tempo.
Merda!» Sferrò un calcio
alla neve.
«Tutta questa fatica per
niente.»
La foresta in quel punto
era particolarmente fitta e
non si vedeva a più di una
decina di metri.
«Voglio immortalare
qualcosa finché c'è luce.»
O'Brian si incamminò.
«Vado a prendere la
videocamera nell'auto, tu
aspettami qui,.»
«Bravo, vai. Grazie.»
«Paura, Fiuke?»
«Tu che ne dici?»
«Ohi, ohi.»
L'americano sollevò le
braccia muovendo le dita.
«Se mi combini qualche
scherzo ti uccido, O'Brian.
Sei avvertito.»
«Ah, ah, ah.»
O'Brian scomparve dietro
gli alberi e poco dopo si
spense anche l'eco della sua
stupida risata. Kelso rimase
solo, in quel profondo
silenzio riusciva a udire il
proprio respiro.
Mio Dio, che posto!,
pensò. Quelle uniformi e
quelle date raccontavano una
storia ben precisa. Tornò
accanto alla prima croce, si
tolse i guanti, estrasse di
tasca il taccuino e si
inginocchiò cominciando a
copiare nomi e date.
Più di quarant'anni prima
un manipolo di guardie del
corpo era stato spedito in
quella foresta per vegliare su
un bambino: e tutti, uomini e
donne, avevano rispettato la
consegna per spirito di
obbedienza, senso del dovere o
paura, morendo uno dopo
l'altro. Come quei soldati
giapponesi nascosti nella
giungla e ignari che la guerra
fosse finita da anni. Si
chiese fin dove fosse riuscito
ad arrivare Michail Safanov
quando nel 1953 si era messo
alla ricerca del nipotino, ma
poi decise di non pensarci: in
quel momento, e in quel posto,
preferiva non soffermarsi su
certe sinistre ipotesi.
Era difficile tenere la
matita fra le dita gelide e
scrivere con i fiocchi di neve
che si spiaccicavano sulla
carta. Ciò nonostante riuscì a
copiare tutte le targhette.
"B.D.
Cizikov" scrisse quando
arrivò davanti all'ultima
croce. "Aria da duro, viso
brutale. Georgiano? Morto a
settantasette anni..." Chissà
che volti avevano il compagno
Golub e la compagna Cizikova?
Chissà chi li aveva cancellati
e perché? L'assenza di quei
volti aveva un che di sinistro
e Kelso si sorprese a
scrivere: "Vittime di una
purga?". Che fine aveva fatto
O'Brian? Si rialzò con la
schiena indolenzita e un altro
pensiero gli attraversò la
mente. Tolse un fiocco di neve
dal foglietto e leccò la punta
della matita. "Le tombe sono
ben curate e le aiuole
fiorite" scrisse. "Se il posto
è abbandonato da anni, non
dovrebbero essere sommerse
dalle erbacce?" «O'Brian?»
chiamò.
«R.J.?» La neve smorzò la
sua voce. Si rimise in tasca
il taccuino e cominciò ad
allontanarsi dal cimitero,
infilandosi i guanti. Seguì le
grosse orme di O'Brian fino
all'inizio del sentiero e vide
che si dirigevano verso la
Toyota. Allora portò agli
occhi il binocolo e regolò la
messa a fuoco. La Toyota
riempì il suo campo visivo ed
era così immobile e distante
da sembrare irreale.
Ma accanto non si notava
alcun segno di vita. Che
strano. Girò lentamente su se
stesso, compiendo un arco di
trecentosessanta gradi, senza
mai staccare il binocolo dagli
occhi. Foresta. Capanne
abbandonate. Foresta. Tombe.
Foresta. Sentiero. Foresta.
Toyota. Ancora foresta.
Abbassò il binocolo con una
smorfia e prese a camminare in
direzione dell'auto, seguendo
sempre le impronte di O'Brian.
Impiegò un paio di minuti ed
ebbe la certezza che nessun
altro avesse percorso quel
sentiero: due paia di orme si
erano allontanate dalla Toyota
e un solo paio vi era tornato.
Allungando il passo e
ricalcando esattamente le orme
di O'Brian, ricostruì nei
minimi dettagli i suoi
movimenti: così... e così... e
così... Si fermò. L'americano
aveva evidentemente girato
attorno all'auto, tirato fuori
la valigia della videocamera,
che infatti non si vedeva più:
poi però sembrava che qualcosa
l'avesse distratto perché,
invece di tornare verso il
sentiero, le sue orme si erano
allontanate dalla Toyota nella
direzione sbagliata, puntando
verso la foresta. Chiamò
O'Brian, quasi sottovoce. Poi,
in preda al panico, portò le
mani a coppa accanto alla
bocca e urlò quel nome con
quanto fiato aveva nei
polmoni. E ancora una volta fu
come se gli alberi avessero
inghiottito la sua voce.
Allora si inoltrò a sua volta
nella foresta, lentamente. Le
aveva sempre odiate, lui, le
foreste. Odiava perfino i
boschetti attorno a Oxford,
con le radure muschiose
chiazzate dal sole e i
cespugli che ti trovavi
all'improvviso di fronte e
altrettanto improvvisamente
sparivano. E quei rami che ti
schiaffeggiavano il viso...
Scusi... Scusi... Datemi uno
spazio aperto, datemi una
collina, datemi una vetta di
montagna, datemi il mare,
infinito e scintillante!
,,, «R.J.!» Gli sembrava
idiota urlare delle iniziali,
ma non per questo smise.
«R.J.!» Non si vedevano
più impronte, la neve lì non
si era posata. Gli giunse alle
narici il puzzo di una palude,
simile all'alito di un cane, e
intanto cominciava a calare
l'oscurità. Si impose di non
allontanarsi troppo e di
tenersi sempre la strada alle
spalle: se si fosse perduto,
magari allontanandosi sempre
più dalla Toyota, non gli
sarebbe rimasto altro da fare
che sdraiarsi al suolo e
lasciarsi morire assiderato.
Udì improvvisamente alla sua
sinistra una specie di tonfo,
seguito da una successione di
suoni analoghi ma attutiti,
come echi. Poi gli sembrò di
sentire una serie di passi
concitati, come se qualcuno
stesse correndo, ma capì che
era solo la neve scrollata dai
rami che cadeva al suolo.
«R.J.!» Gli giunse alle
orecchie una voce umana. Un
gemito? Un singhiozzo? Cercò
di capire da dove venisse e la
risentì: più vicina, stavolta,
quasi sotto di lui. Si infilò
in uno stretto varco fra due
alberi e sbucò in una radura.
Notò prima di tutto la valigia
della videocamera di O'Brian,
spalancata al suolo, e dietro
la valigia c'era O'Brian in
persona, ma a testa in giù:
dondolava lentamente, aveva la
gamba sinistra legata a una
fune appesa a un ramo e con la
punta delle dita sfiorava la
neve.

CAPITOLO 26.


La fune era legata alla
cima di una giovane betulla,
piegata quasi in due dal peso
di O'Brian. L'americano
continuava a lamentarsi e
sembrava non connettere. Kelso
gli si inginocchiò accanto,
accostando la propria testa a
quella dell'altro; e
l'americano, vedendolo,
ricominciò debolmente a
scuotersi. Ma non riusciva a
parlare, a formulare una frase
coerente.
«Tranquillo, tranquillo»
gli disse Kelso, sforzandosi
di mantenere la calma.
«Non preoccuparti, ora ti
tiro giù.»
Tirarlo giù, certo, ma
come? Si tolse i guanti.
Usando che cosa? Aveva un
temperino per fare la punta
alla matita, ma era rimasto in
auto. Frugandosi in tasca
trovò l'accendino: lo accese e
mostrò a O'Brian la fiammella.

«Sta' calmo, ora ti
libero. Guarda.»
Si rialzò e allungò un
braccio, afferrando O'Brian
per lo stivale all'altezza
della caviglia, dove il cappio
si era conficcato nella pelle.
Si aggrappò alla gamba e con
il suo peso trascinò
l'americano verso il basso,
finché la testa non fu a
livello del suolo, poi
avvicinò la fiammella alla
fune.
«Lovirto» stava
biascicando il giornalista.
«Lovirto." La fune era
umida, ci volle una vita prima
che l'accendino la intaccasse.
Kelso cominciò allora a
scuoterla e, mentre la fiamma
diventava blu e stava per
spegnersi, i primi strati
cominciarono a tranciarsi.
Poi, sotto il doppio peso, la
fune finalmente si spezzò e la
cima della betulla scattò
verso l'alto.
Con la mano libera Kelso
tentò di stringere le gambe di
O'Brian, ma non ci riuscì e il
corpo dell'americano crollò
sulla neve. O'Brian tentò di
sollevarsi, riuscì a
puntellarsi sui gomiti, ma poi
crollò di nuovo, continuando a
farfugliare qualcosa. Kelso
gli si inginocchiò accanto.
«Tutto bene, è finita. Ora
ti porto via.»
«Lovirto.»
Lo virto? L'ho visto.
«Chi? Chi hai visto?»
«Oh, Gesù! Oh, cazzo!»
«Riesci a piegare la
gamba? E' rotta?» Kelso tentò
di sciogliere con le unghie il
nodo del cappio, ancora
stretto attorno alla caviglia
di O'Brian.
«Fiuke...»
O'Brian sollevò un braccio
muovendo disperatamente le
dita.
«Mi tiri su, per favore?»
Kelso gli strinse la mano e
fece leva fin quando il
compagno non si mise a sedere
sulla neve. Poi gli passò un
braccio attorno al torace e
riuscì a fargli riprendere la
posizione verticale: O'Brian
si appoggiò al compagno,
spostando tutto il suo peso
sulla gamba destra.
«Ce la fai a camminare?»
«Non ne sono sicuro, forse
sì.»
Azzardò un paio di passi.
«Dammi un minuto.»
Rimase lì dov'era,
volgendo le spalle a Kelso, a
guardare gli alberi. Quando il
suo respiro sembrò tornato
normale, Kelso gli ripeté la
domanda: «Chi hai visto?.»
«L'ho visto» rispose
O'Brian voltandosi. Con gli
occhi sbarrati e quasi folli
di terrore continuava a
scrutare gli alberi alle
spalle del compagno.
«Ho visto quell'uomo. L'ho
visto nascosto fra gli alberi,
vicino all'auto, che mi
guardava. Gesù, stavo per
farmela addosso!»
«Spiegati meglio. Quale
uomo?» Avevo fatto un passo
verso di lui, con le mani
sollevate, quasi a dire
l'uomo-bianco-viene-in-pace, e
quello è scomparso. Proprio
così, svanito nel nulla da un
momento all'altro. Non lo
vedevo più, ma lo sentivo,
correva fra gli alberi, e per
un attimo l'ho intravisto...
Un tipo basso e grosso come un
rugbista, tagliato con
l'accetta, quasi piegato in
due. E veloce, non puoi
neanche immaginare con quale
rapidità corresse, sembrava
spostarsi come una scimmia.
Poi il mondo si è capovolto.
«Mi ha attirato nel
tranello, Fiuke, capisci? Mi
ha attirato in quella sua
cazzo di trappola. E ora forse
è lì che ci osserva.»
La paura sembrava aiutarlo
a ritrovare le energie. Mosse
lentamente un paio di passi,
ma, quando provò a far gravare
il peso del corpo sulla gamba
sinistra, fece una smorfia di
dolore. Però riusciva a
muoverla ed era già qualcosa,
non era rotta.
«Dobbiamo tagliare la
corda, dobbiamo andarcene di
qui.»
Si chinò, cercando
goffamente di richiudere la
valigia della videocamera.
Kelso non aveva certo bisogno
di farsi convincere ad andar
via. Ma dovevano fare
attenzione, disse, dovevano
riflettere. Erano già finiti
in due trappole, quella sul
Sentiero e questa, e chissà
quante altre ancora ce
n'erano. Impossibile
individuarle con tutta quella
neve.
«Forse, se provassimo a
seguire le mie impronte...»
azzardò Kelso. Ma le
impronte stavano scomparendo
Sotto l'incessante nevicata.
«Chi è, Fiuke?» sussurrò
O'Brian mentre tornavano verso
gli alberi.
«Voglio dire, che cos'è?
Di che cosa sembra avere tanta
fottutissima paura?» E' il
figlio di suo padre, pensò
Kelso. E' un paranoico
psicopatico di quarantacinque
anni, ecco che cos'è.
«Oh, Dio!» esclamò
O'Brian.
«Hai sentito?» Kelso si
fermò. Non poteva certamente
essere un'altra valanga di
neve dagli alberi, stava
durando troppo; Da qualche
parte di fronte a loro
giungeva una specie di
profondo, incessante fruscio.
«E' lui» disse O'Brian,
«ha ripreso a spostarsi, sta
cercando di bloccarci.»
Il rumore scomparve
all'improvviso.
«E ora che cosa sta
facendo?»
«Ci sta osservando,
immagino.»
Kelso cercò di forare con
lo sguardo l'oscurità, ma
inutilmente. Troppi alberi,
troppe zone d'ombra interrotte
ogni tanto da torrenti di
neve... Mai visto un posto del
genere. Sudava copiosamente e
la pelle gli bruciava. Si udì
un ululato, una specie di
lungo e acuto lamento inumano.
Kelso impiegò un paio di
secondi per capire che era
l'antifurto della Toyota. Poi
rimbombarono due fucilate, in
rapida successione, seguite
poco dopo da una terza. E
infine il silenzio. In
seguito, Kelso non riuscì a
ricordare quanto tempo fossero
rimasti lì immobili, con il
pensiero e i movimenti
paralizzati dalla
consapevolezza di non poter
fare assolutamente nulla.
Lui, chiunque fosse,
sapeva dove si trovavano.
Aveva sparato alla Toyota.
Aveva riempito la foresta di
trappole. Avrebbe potuto
colpirli dove e quando voleva,
così come avrebbe potuto
lasciarli lì. Era il loro
padrone assoluto, un padrone
invisibile ma che vedeva
tutto.
Onnipotente. Folle. Dopo
uno o due minuti si
azzardarono ad aprire bocca,
sottovoce. Il telefono, disse
O'Brian: e se avesse
danneggiato il telefono
satellitare? Era la loro unica
speranza, ma l'avevano
lasciato nel portabagagli
della Toyota. Forse non sapeva
nemmeno come fosse fatto un
telefono satellitare, disse
Kelso. Forse se fossero
rimasti lì finché non calava
la notte, per andarlo poi a
prendere... All'improvviso
O'Brian gli strinse un gomito.
Un volto fra gli alberi li
stava osservando. Kelso
all'inizio non lo vide, quel
volto era perfettamente,
innaturalmente immobile.
Impiegò un minuto per
individuarlo, per separarne i
lineamenti dal resto della
foresta e poi ricomporli in un
sembiante umano. Occhi scuri,
impassibili, senza un battito
di ciglia.
Capelli neri e sporchi
sparsi su una fronte color del
cuoio. Barba.
Aveva sul capo una specie
di cappuccio di pelo.
L'apparizione tossì. Poi
grugnì.
«Com-pagni» disse. Parlava
con voce aspra e strascicata,
come un disco fatto girare a
una velocità inferiore alla
sua. Kelso sentì materialmente
i peli rizzarglisi sulla
pelle.
«Oh, Gesù!» biascicò
O'Brian.
«Gesùgesùgesù...»
Si udì un altro colpo di
tosse, seguito da una
scatarrata. Lo sputo
giallastro finì fra gli
arbusti.
«Com-pagni, sono un tipo
sel-vaggio, non posso negarlo.
E non vedo com-pagnia uma-na
da tanto tempo. Ora ce l'ho.
Allora? Volete che vi spari?
Sì?» Mosse un passo verso di
loro, velocemente, senza
Spostare nemmeno un
ramoscello.
Indossava un vecchio
pastrano militare pieno di
toppe, tagliato alle ginocchia
e chiuso in vita da una corda,
e stivali da cavallo dentro i
quali teneva infilati i
pantaloni sformati. Le mani
erano grosse e prive di
guanti: in una stringeva un
vecchio fucile, nell'altra la
cartella con il quaderno di
Anna Safanova e gli altri
documenti. Kelso sentì le dita
di O'Brian serrargli il
gomito.
«E' questo il quaderno di
cui si par-la? Sì? E le carte
lo confermano!» L'uomo si
protese verso di loro, facendo
ondeggiare la testa,
studiandoli attentamente.
«Siete voi quelli, allora?
Siete proprio voi?» Si
avvicinò, fissandoli fra le
palpebre semichiuse, e Kelso
avvertì il tanfo del suo
sudore.
«O siete forse dei ragni?»
Fece un passo indietro e
sollevò il fucile portandoselo
al fianco e puntandoglielo
contro, con il dito sul
grilletto.
: «Siamo proprio noi» si
affrettò a dire Kelso. L'uomo,
sorpreso, sollevò un
sopracciglio.
«Imperialisti?»
«Io sono un compagno
inglese e il compagno, qui, è
americano.»
«Bene, bene! Inghilterra e
America! Ed Engels era ebreo!»
Rise, mettendo in mostra i
denti neri, e sputò.
«Non mi avete ancora
chiesto una prova.
Perché?»
«Ci fidiamo di tè.»
«"Ci fidiamo di tè."» Rise
ancora.
«Voi imperialisti! Sempre
parole gentili. Parole
gentili, e poi ammazzate per
un copeco. Per un copeco!
Se foste veramente voi, mi
avreste chiesto una prova.»
«Ti chiediamo una prova.»
«Ce l'ho la prova» disse
in tono di sfida. Spostò lo
sguardo dall'uno all'altro,
poi abbassò il fucile, si
voltò e si mosse a passo
veloce verso gli alberi.
«E ora?» bisbigliò
O'Brian.
«Lo sa Iddio.»
«Potremmo togliergli quel
fucile. Siamo due contro uno.»
Kelso lo guardò
sbalordito.
«Non pensarci nemmeno.»
«Ragazzi, però, com'è
veloce! Veloce e completamente
matto!» Gli sfuggì una
risatina nervosa.
«E ora che cosa sta
facendo?» Ma non stava facendo
proprio nulla, se ne stava
impassibile a guardare gli
alberi, in attesa.
Non rimase loro che
seguirlo, impresa tutt'altro
che facile. L'uomo era
velocissimo, la superficie del
terreno accidentata e a
O'Brian doleva la gamba. Un
paio di volte rischiarono di
perderlo di vista, ma per
poco, perché ogni volta lui si
fermò per farsi raggiungere.
Kelso Portava la valigia. Dopo
qualche minuto ritrovarono il
sentiero ma più a nord, circa
a metà strada fra la Toyota e
le capanne abbandonate. Ma lui
non si fermò e li precedette
inoltrandosi fra gli alberi
dalla parte opposta. A Kelso
quella mancata sosta non
piacque affatto. Di nascosto,
senza rallentare l'andatura,
si infilò una mano in tasca e
strappò una pagina dal
taccuino, poi l'appallottolò e
se la gettò dietro le spalle.
Ripeté ogni cinquanta
metri quel giochetto che
facevano a scuola, si chiamava
"lepri e segugi": stavolta lui
però era insieme lepre e
segugio.
«Bell'idea» commentò
ansimando O'Brian, che lo
seguiva.
Emersero in una radura, al
cui centro sorgeva una capanna
di legno. Se l'era costruita
lui e, a quel che sembrava,
abbastanza di recente,
saccheggiando i materiali
delle capanne abbandonate. Ma
perché avesse deciso di
trasferirsi, Kelso non
l'avrebbe scoperto mai. Forse
in quell'altro posto
aleggiavano troppi fantasmi
oppure lui cercava una zona
ancora più isolata e meglio
difendibile. Nel silenzio
sembrò a Kelso di udire un
rumore di acqua che scorreva,
dovevano essere vicino al
fiume. La capanna era del
solito legno grigiastro, con
una finestrella e una
porticina a misura della
scarsa altezza dell'occupante:
era stata costruita in
posizione leggermente
sopraelevata e vi si accedeva
quindi salendo quattro gradini
di legno.
L'uomo staccò un
ramoscello da un albero e lo
infilò nella neve accanto al
primo gradino: si udì uno
scatto metallico e dalla neve
si sprigionò una nuvoletta.
Ritirò il ramoscello e Kelso
vide attaccata all'estremità
una grossa trappola, con i
denti arrugginiti conficcati
nel legno.
L'uomo gettò a terra la
trappola, salì i gradini,
sfilò il lucchetto ed entrò.
Kelso scambiò un'occhiata con
O'Brian ed entrò a sua volta,
chinando il capo per non
urtare l'architrave della
porta. In quella stanza buia e
fredda si respirava un'aria
non tanto malsana quanto
insana: l'aria pungente e
aspra della follia solitaria,
così simile al tanfo che si
sprigiona dalla carne umana
non lavata da tempo. Kelso si
portò una mano alla bocca e
gli sembrò di sentire alle sue
spalle O'Brian trattenere il
fiato. Il padrone di casa
accese una lampada a kerosene,
la cui fioca luce illuminò due
teschi, uno di orso e uno di
lupo, appesi alla parete.
Sistemò la cartella su un
tavolo, accanto a un piatto
che conteneva i resti di un
pesce scuro e spinoso, poi
mise sul fornello un pentolino
d'acqua e si chinò a
riattizzare il fuoco della
vecchia stufa, tenendo sempre
il fucile a portata di mano.
Kelso si immaginò la scena che
si doveva essere svolta lì
un'ora prima: l'uomo che
sentiva in lontananza il
rumore della Toyota, si alzava
lasciando il pasto a metà,
afferrava il fucile, gettava
acqua sul fuoco, preparava la
trappola e si metteva in
caccia. Non c'era un letto,
soltanto un sottile materasso
che perdeva l'imbottitura,
arrotolato e legato con una
corda.
Accanto al materasso, una
vecchia radio a transistor e
un grammofono a manovella con
la tromba d'ottone brunito. Il
russo aprì la cartella e ne
estrasse il quaderno. Lo aprì
alla prima pagina, quella con
la foto delle ginnaste che
sfilavano sulla Piazza Rossa,
e la sollevò davanti ai loro
occhi: eccola qui, vedete? I
due annuirono. Allora posò il
quaderno sul tavolo e tirò una
cinghietta di cuoio bisunta
che teneva attorno al collo,
fin quando dalle fetide
profondità dei suoi cenci non
apparve una bustina di
plastica chiara che porse a
Kelso. Aveva ancora il calore
del suo corpo, la bustina,
conteneva la stessa foto del
quaderno, però piegata e
ripiegata in modo che si
vedesse soltanto il viso di
Anna Safanova.
«Siete proprio voi» disse.
«E io sono quello che
cercate. La prova? Eccola.»
Baciò quello strano
medaglione e se lo ricacciò
fra gli abiti. Poi estrasse
dalla cintola, in cui era
infilato, un corto coltello a
lama larga, con il manico di
pelle. Lo girò, mostrando loro
quanto fosse affilato, e
sorrise. Quindi spostò con la
punta del piede il lembo del
tappeto, si inginocchiò e con
la punta del coltello sollevò
il coperchio di una botola. Vi
infilò un braccio e ne
estrasse una grossa valigia
sdrucita. Con i gesti
reverenti di un sacerdote,
estrasse dalla valigia le sue
reliquie e le posò sul tavolo,
che si trasformò in una specie
di altare. Per primi vennero i
testi sacri: i tredici volumi
degli scritti di Stalin, la
Socinenija, pubblicati a Mosca
dopo la guerra. Di ognuno
mostrò a Kelso e O'Brian la
prima pagina, la dedica era
sempre la stessa - "Al futuro,
J.V. Stalin" -, e tutti erano
stati evidentemente letti e
riletti. Ad alcuni volumi
mancava la rilegatura sul
dorso e molte pagine avevano
l'angolo superiore ripiegato
per tenere il segno. Poi fu il
turno dell'uniforme, avvolta
capo per capo in carta velina
giallastra: giubba grigia con
spalline rosse, perfettamente
stirata; pantaloni neri,
anch'essi ben stirati;
pastrano; stivali lucidissimi
di pelle nera; berretto da
maresciallo; una stella d'oro
dentro un astuccio di pelle
viola con la falce e il
martello, l'Ordine degli Eroi
dell'Unione Sovietica. Vennero
quindi i ricordi. Una foto
incorniciata in legno di
Stalin seduto alla scrivania,
con la stessa dedica "Al
futuro, J.V. Stalin"; una pipa
Dunhill; una busta contenente
un ciuffo di capelli grigi; e
infine una pila di vecchi
dischi a 78 giri, ciascuno
nella sua custodia originale.
Mamma, i campi si sono
inariditi si leggeva su
un'etichetta. E, ancora, Ti
sto aspettando, Usignolo della
taiga; J.V. Stalin: discorso
al Primo Congresso dei
Lavoratori delle Fattorie
Collettive, 19 febbraio 1933;
J.V. Stalin: Rapporto al
Diciottesimo Congresso del
Partito Comunista dell'Unione
Sovietica, 10 marzo 1939...
Kelso non riusciva a muoversi,
a parlare, e fu O'Brian a
prendere l'iniziativa. Guardò
il russo, si portò una mano al
petto, poi indicò il tavolo e
ricevette un segno di
approvazione.
Allora prese lentamente la
foto e la osservò. Kelso capì
che cosa stava pensando il
giornalista: la somiglianza
era impressionante. Stalin e
quell'uomo non erano due gocce
d'acqua, padre e figlio non lo
sono mai, ma indubbiamente
avevano in comune qualcosa che
barba e capelli lunghi del
giovane non riuscivano a
celare: il taglio degli occhi,
la struttura ossea del viso,
l'espressione, una certa
ponderosa agilità. Un'impronta
genetica, insomma, che nessun
attore per quanto abile
avrebbe potuto riprodurre. Il
russo sorrise nuovamente a
O'Brian. Poi prese il
coltello, gli indicò la foto e
se lo portò accanto al viso
muovendo la lama su e giù. Sì?
Per un attimo Kelso non capì,
al contrario di O'Brian che
invece afferrò subito la
situazione. Sì, annuì con
energici movimenti del capo.
Sì, per favore. Con un solo
movimento del coltello il
russo si portò via un grosso
ciuffo ispido di barba e, con
una sorta di piacere
infantile, glielo mise sotto
gli occhi per farglielo
vedere.
Ripeté più volte
l'operazione ed era
impressionante vederlo
maneggiare con tanta
disinvoltura quella lama
affilatissima accanto al suo
viso, sulle guance, sulla
gola. Quest'uomo è capace di
commettere ogni tipo di
violenza, pensò Kelso. Il
russo si portò una mano dietro
la nuca, strinse una ciocca di
capelli formando un codino e
lo recise il più vicino
possibile alla radice. Poi si
avvicinò alla stufa, ne aprì
lo sportellino e lanciò in
mezzo ai tizzoni ardenti i
capelli, che sfrigolarono
trasformandosi subito in fumo
e cenere.
«Santo Cielo!» sussurrò
Kelso. Si era accorto che
O'Brian stava aprendo la
valigia della videocamera)
«Non fare sciocchezze, ti
prego.»
«E perché no?»
«Quello è pazzo.»
«La metà della gente che
riprendo è pazza,» O'Brian
infilò una cassetta vergine
nella videocamera e sorrise,
«Ha inizio lo spettacolo.»
Alle sue spalle il russo
teneva il viso chinato sul
pentolino dell'acqua calda,
assorbendone il vapore. Si era
tolto il cappottone, sotto il
quale portava una specie di
gilet, spargendosi poi una
specie di schiuma sul viso
pieno di tagli.
«Ma guardalo» bisbigliò
Kelso.
«Probabilmente non sa
nemmeno che cos'è la
televisione,»
«Meglio così.»
«Oh, Dio!» Il russo si
voltò verso di loro,
asciugandosi il viso con la
camicia. Le guance apparivano
martoriate, ma si era lasciato
un paio di baffoni neri e
lucidi come l'ala di un corvo:
e la trasformazione era
stupefacente. Davanti a loro
c'era lo Stalin degli anni
Venti, in tutta la sua energia
animalesca. "Questo georgiano
ci servirà uno stufato pieno
di pepe" aveva predetto Lenin.
Raccolse i capelli per
infilarsi il berretto da
maresciallo e indossò la
giubba che gli calzava quasi
alla perfezione, anche se era
un po' abbondante sullo
stomaco. Poi andò su e giù per
la stanza, con un gesto
circolare della mano destra
come a salutare la folla.
Prese dal tavolo un volume
dell'opera omnia di Stalin, lo
aprì a caso, guardò il numero
della pagina e lo porse a
Kelso. Quindi sorrise, sollevò
un dito per imporre
inutilmente il silenzio,
tossì, si schiarì la gola e
cominciò a declamare. Era
bravissimo, e non soltanto
perché ricordava tutto parola
per parola.
Doveva avere letto e
riletto quei libri fin
dall'infanzia, ascoltato e
riascoltato quei dischi ora
dopo ora, giorno dopo giorno.
Era riuscito a riprodurre
perfettamente quel tono
piatto, familiare, spietato,
incantatore, quell'espressione
di greve sarcasmo, di humour
nero. Quella forza.
Quell'odio.
«Questo manipolo di spie
guidato da Trotzkij e
Bucharin» attaccò lentamente,
«assassini e saccheggiatori
proni davanti allo straniero,
posseduti da quell'istinto
servile che li porta a leccare
i piedi a ogni parruccone
occidentale, a mettersi al suo
servizio come spie...»
La sua voce salì di tono.
«Questi poveri illusi non
hanno capito che anche il più
umile cittadino sovietico,
liberato dai ceppi del
capitale, supera di una spanna
qualsiasi parruccone straniero
che abbia il collo serrato dal
giogo della schiavitù
capitalista.»
Si mise a gridare.
«Non abbiamo bisogno di
questa miserabile banda di
schiavi venali! Che importanza
potranno mai avere per il
popolo? Chi riusciranno mai a
demoralizzare?» Si guardò
attorno, quasi volesse sfidare
a rispondergli Kelso con il
suo libro spalancato, O'Brian
con la telecamera attaccata al
viso, il tavolo, la stufa, i
teschi appesi alla parete.
«Nel 1937 Tuchacevskij,
Jakir, Uborevic e altri nemici
del popolo sono stati
condannati a morte e
giustiziati e subito dopo si
sono svolte le elezioni per il
rinnovo del Soviet Supremo
dell'Urss. E in queste
elezioni il 98,6 per cento dei
voti è andato al potere
sovietico! All'inizio del 1938
Rosengoltz, Rykov, Bucharin e
altri nemici del popolo sono
stati condannati a morte e
giustiziati e subito dopo si
sono svolte le elezioni per i
Soviet Supremi delle
Repubbliche. E in queste
elezioni il 99,4 per cento dei
voti è andato al potere
sovietico! Dove sono i sintomi
di demoralizzazione, vorremmo
sapere?» Si portò la mano
stretta a pugno sul cuore.
«Questa è stata
l'ingloriosa fine di coloro
che si opponevano alla linea
del nostro partito. La fine
dei nemici del popolo!»
"Applausi scroscianti" lesse
Kelso. "Tutti i delegati si
alzano e inneggiano
all'oratore, 'Urrà per il
compagno Stalin, 'Lunga vita
al compagno Stalin, 'Urrà per
il Comitato Centrale del
nostro partito!' Il russo
sembrò quasi udire gli
applausi, gli slogan, gli
urrà. Chinò il capo
modestamente, sorrise,
applaudì a sua volta. E le
acclamazioni virtuali di
quella folla virtuale parvero
per un attimo rimbombare
dentro la capanna, superandone
poi gli angusti confini per
squarciare il silenzio della
foresta.

CAPITOLO 27.


L'aereo di Feliks Suvorin
uscì da un banco di nuvole e
virò sulla destra, seguendo la
linea costiera del Mar Bianco.
Sul candore immacolato della
neve apparve una macchia di
ruggine che si allargò a mano
a mano che l'aereo si
avvicinava abbassandosi.
Stavano volando su una distesa
di bacini di carenaggio vuoti,
gru, vecchi capannoni:
Severodvinsk, il cantiere
navale voluto da Breznev, dove
negli anni Settanta venivano
costruiti i sottomarini
nucleari che avrebbero dovuto
mettere in ginocchio gli
imperialisti. Allacciandosi la
cintura di sicurezza, Suvorin
ricordò che l'anno prima
alcuni emissari della mafia
avevano cercato di acquistare
a Severodvinsk una testata
nucleare da rivendere agli
iracheni. I ceceni nella
taiga, incredibile! Eppure un
giorno ci sarebbero riusciti:
in quel cantiere c'era troppo
materiale inutilizzato, troppo
poca sorveglianza, e la mafia
aveva possibilità finanziarie
quasi illimitate. La legge
della domanda e dell'offerta
si sarebbe imposta ancora una
volta. Sulle ali i flap si
inclinarono con una specie di
miagolio, l'aereo si abbassò
ulteriormente infilandosi in
una tempesta di neve e
Severodvinsk scomparve alla
vista. Sul mare cominciavano a
formarsi le prime isolette di
ghiaccio, la terraferma
appariva paludosa, gli alberi
erano incappucciati di bianco.
Chi o che cosa poteva vivere
laggiù? Nulla, sicuramente.
Erano ai confini del mondo. Il
vecchio aereo sorvolò una
foresta sconfinata, a una
quota di cinquanta metri, poi
Suvorin vide brillare in
lontananza sulla neve una fila
di luci. Era un aeroporto
militare, con uno spazzaneve
fermo all'estremità della
pista appena pulita, sulla
quale però si stava già
riformando una patina bianca.
Il pilota si abbassò ancora
per valutare la lunghezza
della pista, poi riprese
quota, virò e dette inizio
alla manovra d'atterraggio,
mentre Suvorin coglieva una
fugace visione dei casermoni e
delle ciminiere di Archangel,
in lontananza. Toccarono
finalmente terra, rimbalzando
un paio di volte sulla pista
mentre le eliche sollevavano
vortici di neve. Appena il
pilota spense il motore,
Suvorin scoprì una qualità di
silenzio a lui sconosciuta. A
Mosca il cosiddetto silenzio
della notte non era mai
veramente tale, c'era sempre
qualche auto che passava o
qualche discussione fra
vicini. Ma lì no, lì il
silenzio era così profondo da
risultare sgradevole, al punto
che Suvorin si mise a parlare
per interromperlo.
«Bel lavoro» disse al
pilota.
«Ce l'abbiamo fatta.»
«Contento lei. A
proposito, c'è un messaggio da
Mosca, deve chiamare il
colonnello prima di andare. Ci
capisce qualcosa?»
«Prima di andare?»
«Proprio così.»
Prima di andare dove?
Curvo nel piccolo aereo per
non battere la testa contro il
soffitto, Suvorin vide da un
oblò alcuni bimotori dalla
mimetizzazione polare
parcheggiati accanto a un
grosso hangar. Il portello
dell'aereo venne aperto
dall'esterno e la temperatura
si abbassò di cinque gradi,
mentre i primi fiocchi di neve
cominciavano a depositarsi
sulle ali. Suvorin prese la
borsa e scese, accolto da un
meccanico con il colbacco che
gli fece segno di andare
nell'hangar. La pesante porta
scorrevole fu aperta a metà e,
appena entrato, trovò il
maggiore ad accoglierlo nella
penombra, accanto a due jeep,
un gruppetto composto da tre
uomini in uniforme dell'Mvb
armati di AK-47, un agente
della Milizia e una vecchia in
abiti maschili, curva come un
avvoltoio, che si appoggiava a
un bastone. Capì subito che
doveva essere successo
qualcosa, e questo qualcosa
sembrava decisamente
sgradevole. Se ne rese conto
quando tese la mano
all'ufficiale del ministero
dell'Interno, un certo
maggiore Kretov dal collo
taurino e l'espressione
imbronciata, ricevendo in
cambio un saluto militare
tanto distratto e impersonale
da risultare offensivo. I due
uomini di Kretov sembrarono
non accorgersi nemmeno della
sua presenza, indaffarati
com'erano a scaricare da una
jeep un piccolo arsenale:
caricatori di scorta per gli
AK-47, pistole, razzi e una
grossa mitragliatrice RP46
completa di cavalletto e
nastri di munizioni.
«Allora, maggiore, ci
prepariamo a una piccola
guerra?» gli chiese Suvorin,
sforzandosi di apparire
cordiale.
«Possiamo parlarne lungo
la strada.»
«Preferirei parlarne
adesso.»
Kretov esitò. Avrebbe
volentieri mandato Suvorin al
diavolo, ma erano pari grado
e, a parte questo, non aveva
ancora capito bene quali
mansioni svolgesse quello
strano ufficiale così
azzimato.
«Be', allora
sbrighiamoci.»
Fece schioccare le dita
con aria irritata per chiamare
il giovanotto della Milizia.
«Digli quello che è
successo.»
«Lei chi è?» chiese
Suvorin. Quello scattò
sull'attenti.
«Tenente Korf, maggiore.»
«Allora, Korf?» Il
tenente, visibilmente
intimidito, gli riferì
l'accaduto. Poco dopo
mezzanotte, disse, la centrale
della Milizia di Mosca aveva
informato l'ufficio di
Archangel che stavano per
arrivare, o erano già
arrivati, due stranieri per
mettersi in contatto con una o
più persone di nome Safanov o
Safanova. Lo stesso Korf aveva
svolto una ricerca ed era
risultato che ad Archangel
viveva soltanto una certa
Vavara Safanova (e gli indicò
la vecchia), la quale era
stata prelevata dalla sua
abitazione novanta minuti dopo
l'arrivo del telex da Mosca.
La donna aveva dichiarato di
avere effettivamente ricevuto
la visita di due stranieri,
ripartiti circa un'ora prima
dell'arrivo di Korf. Suvorin
sorrise alla vecchia.
«E che cosa ha detto ai
due stranieri, compagna
Safanova?» Lei abbassò lo
sguardo.
«Gli ha detto che sua
figlia era morta» intervenne
seccato Kretov.
«E' morta quarantacinque
anni fa mettendo al mondo un
bambino. Possiamo andare, ora?
La storia la so già.»
Un bambino, pensò Suvorin.
Certo, con una bambina sarebbe
stato diverso. Ma un bambino,
un erede...
«E il bambino è cresciuto,
è ancora vivo?»
«Dice che vive nascosto
nella foresta. Come un lupo.»
Suvorin distolse
controvoglia lo sguardo dalla
vecchia per riportarlo sul
maggiore.
«Quindi, immagino che
Kelso e O'Brian si siano
spinti nella foresta per
trovare questo lupo.»
«Hanno circa tre ore di
vantaggio.»
Kretov allargò una carta
geografica sul cofano della
jeep.
«Questa è l'unica strada,
finisce nella foresta, e
quindi per tornare ad
Archangel quei due devono
percorrerla in senso
contrario, se non saranno
bloccati prima dalla neve. Li
prenderemo, non si preoccupi.»
«E come arriveremo fin là?
Abbiamo un elicottero?» Kretov
strizzò l'occhio a uno dei
suoi uomini.
«Temo che il maggiore di
Mosca non abbia una grande
conoscenza della nostra zona.
La taiga non è precisamente
piena di eliporti.»
Suvorin cercò di mantenere
la calma.
«E allora, come ci
arriviamo?»
«Con lo spazzaneve»
rispose Kretov, come se fosse
fin troppo ovvio.
«Nella cabina possiamo
starci in quattro. O in tre,
se preferisce non sporcarsi
quelle sue belle scarpe.»
Suvorin riuscì ancora una
volta a controllarsi, anche se
con maggiore difficoltà.
«Qual è allora il suo
piano? Gli puliamo il sentiero
con lo spazzaneve perché
possano seguirci in città con
la loro auto?»
«Se sarà necessario.»
«Se sarà necessario»
ripeté lentamente Suvorin, che
cominciava a capire.
Fissò i freddi occhi grigi
del maggiore, poi spostò lo
sguardo sui due soldati che
avevano appena finito di
scaricare la jeep.
«Avete anche gli squadroni
della morte, quindi, da queste
parti? Un angolo di Sudamerica
sul Mar Bianco?» Kretov
cominciò a ripiegare la carta.
«Dobbiamo muoverci
subito.»
«Devo parlare con Mosca.»
«Abbiamo già parlato con
Mosca.»
«Sono io che devo parlare
con Mosca, maggiore. E se solo
prova ad andarsene senza di
me, può stare certo che
passerà i prossimi anni a
costruire eliporti nella
taiga.»
«Non credo proprio.»
«Sappia allora che un
braccio di ferro fra Mvb e Svr
avrà sempre e solo lo stesso
vincitore: l'Svr.»
Si voltò e fece un mezzo
inchino a Vavara Safanova.
«Grazie per la sua
collaborazione.»
Poi, rivolto a Korf, che
aveva seguito la scena con gli
occhi sbarrati: «La
riaccompagni a casa, per
favore. Ha fatto un buon
lavoro.»
La vecchia aprì bocca per
la prima volta.
«Gliel'ho detto a quei due
che non sarebbe finita bene.»
«Forse ha ragione. Allora,
tenente, si muova. Dov'è
questo cazzo di telefono,
maggiore Kretov?» O'Brian
aveva insistito per girare
altri venti minuti di
cassetta, convincendo poi a
gesti il russo a rimettere le
sue reliquie in valigia per
tirarle fuori a una a una
davanti all'obiettivo
spiegando di che cosa si
trattava. («Il suo libro... la
sua foto... i suoi capelli...»
e ciascun oggetto veniva
religiosamente baciato e
posato sull'altare.) Poi
O'Brian gli fece vedere come
avrebbe voluto che si sedesse
a tavola, fumando la pipa e
leggendo il diario di Anna
Safanova. ("Ricordati le
storiche parole del compagno
Stalin a Gorkij: 'Compito
dello Stato proletario è
quello di creare tecnici
dell'animo umano...'.")
«Bellissimo!» esclamò O'Brian,
girandogli attorno con la
videocamera.
«Fantastico! Non è
fantastico, Fiuke?»
«No, è solo una triste
pagliacciata.»
«Fagli un paio di domande,
Fiuke.»
«Non ci penso nemmeno.»
«Dai, solo un paio.
Chiedigli che ne pensa della
nuova Russia.»
«No.»
«Due domande e ce ne
andiamo. Te lo prometto.»
Kelso esitò. Il russo lo
stava guardando, grattandosi i
baffi con il cannello della
pipa. Aveva i denti ridotti a
mozziconi giallastri e i baffi
umidi di saliva subito sopra
il labbro.
«Il mio collega vorrebbe
sapere se è a conoscenza dei
grandi cambiamenti avvenuti in
Russia e che cosa ne pensa.»
L'uomo rimase per qualche
secondo in silenzio. Poi
distolse lo sguardo da Kelso e
fissò l'obiettivo.
«Una costante della storia
russa» cominciò «è
rappresentata dalle sofferenze
che le sono state inflitte.
Tutti si sono accaniti sulla
Russia per la sua
arretratezza, l'hanno colpita
per trarne un vantaggio
economico nella più totale
impunità. Questa è la legge
degli sfruttatori, la legge
della giungla capitalista:
colpire il debole,
l'arretrato. Sei arretrato,
sei debole, quindi sei nel
torto e puoi essere colpito e
ridotto in schiavitù.»
Si appoggiò allo schienale
della sedia con gli occhi
socchiusi, succhiando la pipa.
O'Brian, alle spalle di Kelso,
stava riprendendo la scena e
con la mano libera dette un
colpo sulla spalla del
compagno perché rivolgesse al
figlio di Stalin un'altra
domanda.
«Non capisco» riprese
Kelso.
«Mi sta dicendo che la
nuova Russia viene ancora
colpita e ridotta in
schiavitù? Moltissimi sono del
parere opposto, credono cioè
che, per quanto la vita possa
ancora essere dura, almeno
adesso si può godere la
libertà.»
Un lento sorriso, a
beneficio della videocamera.
Poi il russo si tolse la pipa
di bocca e si chinò verso
Kelso puntandogli un dito sul
petto.
«Benissimo.
Ma purtroppo la libertà da
sola non è sufficiente. Non
farai molta strada con la
libertà se ti mancano burro,
pane, olio, stoffe, se non
riesci a trovare casa. E'
difficilissimo, compagni,
vivere di sola libertà.»
«Ma che cosa sta dicendo?
Ci capisci qualcosa?»
bisbigliò O'Brian.
«Sì, ha una sua logica. Ma
è ugualmente strano.»
O'Brian convinse Kelso a
fargli un altro paio di
domande, che ottennero per
risposta altrettanti vuoti
slogan. Poi, quando Kelso si
rifiutò di tradurgliele, portò
il russo fuori per alcune
riprese all'aperto. Kelso
rimase a guardarli dietro il
vetro sporco della finestra.
O'Brian stava facendo con il
piede un segno sulla neve, poi
tornò verso la capanna e
ritornò al segno per far
capire al russo che cosa
voleva che facesse. Sembrava
quasi che li stesse
aspettando, pensò Kelso.
"Siete voi quelli, allora?"
aveva detto, "siete proprio
voi?". "E' questo il quaderno
di cui si parla?"
Aveva ricevuto
evidentemente istruzioni o,
meglio, era stato
indottrinato. Sapeva leggere.
Sembrava che l'avessero
allevato instillandogli una
certezza messianica: un giorno
sarebbero apparsi nella
foresta alcuni sconosciuti con
un quaderno e quegli
sconosciuti, anche se
imperialisti, sarebbero stati
coloro che... Il russo era
apparentemente di ottimo
umore. Si avvicinava l'indice
all'occhio, faceva il buffone
davanti all'obiettivo, si
chinava a raccogliere la neve
per appallottolarla e tirarla
addosso a O'Brian ridendo.
Homo sovieticus, pensò Kelso.
Cercò di ricordare un passo
della biografia di Volkogonov
contenente una citazione di
Sverdiov, esiliato nel 1914 in
Siberia con Stalin. Sverdiov
era rimasto colpito dal fatto
che Stalin non familiarizzava
con gli altri bolscevichi.
All'epoca Stalin era un
trentacinquenne sconosciuto
che non aveva mai lavorato un
giorno in vita sua, non aveva
un mestiere, una
specializzazione: e se ne
andava tutto solo a caccia o a
pesca "dando l'impressione che
fosse in attesa di qualcosa
che doveva succedere".
Cacciare. Pescare. Attendere.
Si staccò dalla finestra e
infilò in fretta il quaderno
nella cartella, mettendosela
in tasca. Si riavvicinò alla
finestra per accertarsi che il
russo non stesse rientrando,
poi andò al tavolo e cominciò
a sfogliare i volumi
dell'opera omnia di Stalin.
Impiegò un paio di minuti per
trovare ciò che cercava: un
paio di pagine, entrambe con
l'orecchio, in altrettanti
volumi, con le frasi
sottolineate a matita nera.
Era come pensava: la risposta
alla prima domanda era stata
una citazione tratta da un
discorso di Stalin, più
precisamente quello
pronunciato il 4 febbraio 1931
al Congresso dei dirigenti
dell'Industria Socialista,
mentre la seconda risposta era
parola per parola il saluto
rivolto da Stalin a tremila
stakanovisti il 17 novembre
1935. Il figlio parlava con le
parole del padre. Sentì il
rumore degli stivali sui
gradini e rimise in fretta i
libri al loro posto. Suvorin
seguì fuori dall'hangar uno
dei due uomini ell'Mvb fino a
una palazzina a un piano
accanto alla torre di
controllo. Il vento gli
frustava il viso, la neve
cominciava a entrargli nelle
scarpe, si sentiva congelato.
Entrò con la sua scorta in un
minuscolo ufficio occupato da
un giovane caporale, che
sollevò lo sguardo senza
particolare interesse. Suvorin
cominciava a non sopportare
più quella città e quella
gente. Sbatté la porta.
«Saluta, brutto idiota,
quando entra un ufficiale!» Il
caporale scattò in piedi
facendo rovesciare la sedia.
«Dammi una linea con Mosca
e poi esci. Uscite tutti e due
e aspettate fuori.»
Attese che fossero usciti
prima di comporre il numero,
poi raddrizzò la sedia e vi si
sedette. Il caporale stava
leggendo un giornaletto porno
tedesco, da un fascio di piani
di volo spuntava l'angolo di
una foto con una gamba coperta
dal collant. Si sentiva il
telefono squillare dall'altra
parte del filo, la linea
sembrava disturbata.
«Sergo? Sono Suvorin,
passami il Capo.»
Un attimo dopo udì la voce
di Arsenev, palesemente
emozionata.
«E' un po' che cerco di
mettermi in contatto con te,
Feliks. Hai sentito le
notizie?»
«Le ho sentite.»
«Incredibile! Hai, parlato
con gli altri? Dovete muovervi
in fretta.»
«Sì, ho parlato con gli
altri. Ma che cosa sta
succedendo, colonnello?»
Suvorin dovette coprirsi
l'altro orecchio e gridare
nella cornetta.
«Che cos'è questa
faccenda? Sono ai confini del
mondo in compagnia di tre
tagliagole, che in questo
momento stanno caricando su
uno spazzaneve un arsenale in
grado di annientare un
battaglione Nato...»
«Non dipende più da noi,
Feliks.»
«Ma come sarebbe a dire?
Adesso prendiamo ordini
dall'Mvb?»
«Non sono Mvb, ma Forze
Speciali con le uniformi
dell'Mvb.»
«Spetsnaz?» Suvorin si
portò la mano alla fronte.
Spetsnaz. Commandos.
Brigata Alfa. Assassini.
«Chi ha deciso di toglier
loro il guinzaglio?»
Come se non l'avesse
capito.
«Prova a indovinare» disse
Arsenev.
«E Sua Eccellenza era come
al solito ubriaco? Oppure
attraversava uno dei suoi rari
momenti di sobrietà?»
«Attento a come parli,
maggiore.»
Qualcuno aveva acceso il
motore diesel dello spazzaneve
e il doppio vetro della
finestra aveva preso a tremare
coprendo quasi la voce di
Arsenev. Due grossi fari
gialli sciabolarono la neve e
lo spazzaneve si mosse
rumorosamente sulla pista,
puntando poi verso la
palazzina in cui si trovava
Suvorin.
«Quali sono esattamente i
miei ordini?»
«Regolati come meglio
credi, facendo uso della forza
necessaria.»
«La forza necessaria per
fare che?»
«Per fare quello che
ritieni più opportuno.»
«Sarebbe a dire?.»
«Sei tu che devi decidere.
Conto su di te, maggiore, ti
lascio la più assoluta libertà
operativa...»
Ma che bastardo! Ecco come
era riuscito a rimanere a
galla, quel gran bastardo!
Suvorin non riuscì a
controllarsi.
«Quanti ne dobbiamo
uccidere, colonnello? Basta
uno? Oppure due? O tre?»
Arsenev fu colpito, o
meglio infastidito, da quella
reazione. Calibrò attentamente
le sue parole, sapendo che il
giorno dopo certe orecchie
avrebbero ascoltato la
registrazione di quel
colloquio.
«Nessuno ha parlato di
uccidere, maggiore! Mi hai
sentito ordinare di uccidere
qualcuno?»
«No, certo.»
Suvorin si scoprì un
sarcasmo, un'amarezza che non
sapeva di possedere.
«Quindi, evidentemente,
qualsiasi cosa accada la
responsabilità sarà mia, dai
miei superiori non ho ricevuto
alcuna precisa disposizione.
Come non ha ricevuto
disposizioni quell'ottimo
maggiore Kretov, immagino!»
Arsenev stava dicendo
qualcosa, ma la sua voce tu
coperta dal rombo dello
spazzaneve, il cui pilota
aveva portato il motore al
massimo dei giri. Lo
spazzaneve si era fermato
accanto alla finestra, con la
lama che saliva e scendeva
come quella di una
ghigliottina. Kretov, seduto
accanto al pilota, si stava
accarezzando il collo. Si
sentì suonare il clacson e
Suvorin fece loro segno di
aspettare.
«Come dice, colonnello?»
Ma la linea era caduta e ogni
tentativo di riprenderla
fallì. Poco dopo, schiacciato
in un seggiolino dello
spazzaneve che si addentrava
sobbalzando nella foresta
Suvorin si accorse di avere
ancora nelle orecchie quel
freddo, implacabile ronzio di
un numero che non si riusciva
a raggiungere.

CAPITOLO 28.


Nevicava molto meno, ora,
e la temperatura si era
abbassata, dovevano esserci
quattro o cinque gradi sotto
zero. Kelso si tirò su il
cappuccio e prese a camminare
in fretta verso il margine
della radura. Più avanti, fra
gli alberi, i fogli di carta
gialla appallottolata che si
era gettato alle spalle
spuntavano ogni cinquanta
metri dalla neve come fiori
invernali. Uscire dalla
capanna non era stato facile.
Quando aveva comunicato al
russo che dovevano tornare
alla loro auto («solo per
prendere altre
apparecchiature, il "compagno"
si era affrettato ad
aggiungere), quello gli aveva
lanciato un'occhiata talmente
sospettosa da fargli tremare
le ginocchia. Era riuscito
comunque a non abbassare lo
sguardo, e alla fine il russo
aveva dato il suo assenso con
un lento movimento del capo.
Anche in quella circostanza
O'Brian era riuscito a perdere
tempo, per spiegare al loro
ospite quali immagini avrebbe
voluto riprendere, finché
Kelso gli aveva stretto un
braccio portandoselo via. Il
russo, con la pipa fra i
denti, li osservò
allontanarsi. Kelso sentiva
dietro di sé il respiro
ansante del giornalista che
cercava con difficoltà di
tenere il suo passo, ma non
rallentò finché la capanna non
scomparve alle loro spalle.
«Ce l'hai il quaderno?»
ansimò O'Brian. Lui si batté
la mano contro la tasca del
giaccone.
«Bel lavoro!» Per la gioia
O'Brian fece qualche passo di
danza sulla neve.
«Gesù, che notizia! Che
grande notizia!»
«Che grande notizia»
ripeté Kelso, il quale non
vedeva l'ora di sparire da
quel posto. Riprese a
camminare ancora più in
fretta, anche se le gambe gli
dolevano per lo sforzo di
muoversi nella neve alta.
Raggiunsero il sentiero. Un
centinaio di metri più avanti
la Toyota era ricoperta da un
fitto strato di neve che si
era accumulata soprattutto
sulla parte posteriore, quella
contro la quale aveva soffiato
il vento, e cominciava già a
cristallizzarsi. Il
fuoristrada era ancora
inclinato in avanti e
impiegarono del tempo per
localizzare i danni. Uno dei
tre proiettili che il russo
aveva esploso aveva fatto
saltare la serratura del
portellone, un altro quella
dello sportello di guida e il
terzo era stato sparato contro
il cofano, probabilmente per
far tacere l'antifurto.
«Brutto pazzo figlio di
puttana!» esclamò O'Brian
guardando i fori dei
proiettili.
«Questa è un'auto da
quarantamila dollari...»
Si mise al volante, infilò
la chiave dell'accensione e la
girò. Nulla, nemmeno un clic.
«Ecco perché ci ha
permesso di allontanarci»
osservò Kelso.
«Sapeva che non saremmo
andati lontano.»
O'Brian era nuovamente
preoccupato. Scese dall'auto,
arrancò nella neve e andò ad
aprire il portellone
posteriore, emettendo poi un
lungo sospiro di sollievo.
«Be', sembra che il
telefono satellitare non abbia
subito danni, grazie a Dio. E'
già qualcosa.»
Si guardò attorno.
«E ora?» chiese Kelso.
«Alberi» bisbigliò
O'Brian.
«Alberi?»
«Sì. Il satellite non è
sospeso sulla nostra
verticale, ricordi? E' in
orbita stazionaria
sull'equatore e noi ci
troviamo all'estremo Nord,
quindi per lanciare il segnale
dobbiamo dare una notevole
angolazione alla parabola. E
con gli alberi così vicini non
è possibile.»
Guardò Kelso, che lo
avrebbe ucciso solamente per
quell'espressione nervosa e
sottomessa stampata sul viso
dell'americano.
«Abbiamo bisogno di
spazio, Fiuke. Mi dispiace.»
Spazio? Sì, spazio.
Dovevano tornare alla radura,
alla capanna O'Brian insisté
per portarsi dietro
l'apparecchiatura. Dopotutto,
gli fece notare, era proprio
quello che Kelso aveva detto
al russo, e non era quindi il
caso di insospettirlo, vero? A
parte questo, l'americano non
aveva alcuna intenzione di
lasciare materiale elettronico
del valore di oltre centomila
dollari dentro una Toyota
abbandonata, non voleva
perderlo di vista per nessun
motivo. Tornarono quindi sui
loro passi. O'Brian, in testa,
si trascinava dietro la
valigia con il telefono
satellitare e .un'altra
valigia pesante: aveva
staccato dalla Toyota la
batteria e ora se la teneva
sotto un braccio, avvolta in
un foglio di plastica nero.
Kelso portava la valigia della
moviola e quella della
videocamera, cercando di
stargli dietro, ma procedeva
con difficoltà, gli dolevano
le gambe, quasi risucchiate a
ogni passo dalla neve. O'Brian
scomparve nella foresta e
Kelso dovette fermarsi per
trasferire da una mano
all'altra quelle due maledette
valigie. Si rimise in marcia,
ma inciampò dopo pochi metri
in una radice nascosta dalla
neve e cadde sulle ginocchia.
Quando finalmente arrivò alla
radura, O'Brian aveva già
collegato la parabola alla
batteria e cercava di
orientarla nella direzione
giusta. L'antenna era puntata
verso le cime innevate degli
abeti, una cinquantina di
metri più avanti, e
l'americano si affaccendava
nervosamente con i pulsanti
tenendo la bussola nell'altra
mano. Non nevicava quasi più e
l'aria gelata aveva assunto
una tenue tonalità azzurrina.
Alle sue spalle la capanna
sembrava deserta e
abbandonata, a parte il
sottile filo di fumo che si
alzava dal comignolo. Kelso
lasciò cadere le valigie sulla
neve e si chinò appoggiando le
mani sulle ginocchia, per
riprendere fiato.
«Niente?» chiese.
«Niente. Se non riesco a
farlo funzionare, saremo
costretti a restarcene qui
fino ad aprile, te ne rendi
conto? Passeremo le giornate
ascoltando citazioni
dell'opera omnia di Stalin!»
La prospettiva era così
sconvolgente che Kelso scoppiò
a ridere e O'Brian, per la
seconda volta quel giorno, si
associò immediatamente.
«Che cosa non si fa per la
gloria!» Ma la risata durò
poco e il satellitare
continuava a non dare segni di
vita.. Nel silenzio sembrò a
Kelso di udire nuovamente il
fruscio di un corso d'acqua.
Sollevò una mano.
«Che c'è?» gli chiese
O'Brian.
«Il fiume.»
Chiuse gli occhi e sollevò
il viso verso il cielo,
tendendo le orecchie.
«Il fiume, credo...»
Non era facile separare
quel fruscio dall'ululato del
vento fra gli alberi. Ma era
un fruscio più continuo, più
profondo, sembrava venire da
qualche parte alle spalle
della capanna.
«Andiamo a cercarlo.»
O'Brian staccò i morsetti
dalla batteria e cominciò a
riavvolgere il cavo.
«Dev'essere così che si
muove quello, a pensarci bene.
Su una barca.»
Kelso sollevò le due
valigie, pronto a rimettersi
in movimento.
«Fa' attenzione, Fiuke.»
«A che cosa?»
«Alle trappole, ricordi?
Deve averne seminate
dappertutto.»
Kelso si fermò, esitante,
e guardò in terra ripensando
allo scatto delle ganasce
metalliche, alla nuvoletta di
neve. Ma era inutile stare a
preoccuparsi, pensò, come era
inutile cercare di non passare
davanti alla porta della
capanna. Attese che O'Brian
finisse di riporre in valigia
il telefono satellitare, poi i
due si rimisero faticosamente
in marcia. A Kelso sembrava di
avvertire dappertutto la
presenza del russo: dietro la
finestra della capanna, nella
stretta intercapedine fra la
capanna e il suolo coperto di
neve, alle spalle della
catasta di legna, nel barile
pieno di acqua torbida e
muscosa, nell'oscurità degli
alberi. Si sentiva il fucile
puntato alla schiena,
rendendosi conto di quanto la
sua pelle fosse morbida e
vulnerabile come quella di un
bebè. Giunsero al margine
della radura e seguirono il
perimetro della foresta. Fitto
sottobosco, rami marci caduti,
strane escrescenze fungoidi
simili a volti liquefatti e,
ogni tanto, il tonfo della
neve quasi ghiacciata che il
vento faceva cadere dagli
alberi. Non si riusciva a
vedere a più di un metro di
distanza, non si trovava
l'ombra di un sentiero, per
procedere bisognava fare una
specie di slalom fra gli
alberi. O'Brian, oppresso dal
peso delle due valigie e della
batteria, era costretto a
infilare il massiccio corpo di
sbieco fra un albero e
l'altro, prima a destra, poi a
sinistra, e con entrambe le
mani occupate non poteva
proteggersi il viso dai rami
bassi. Kelso cercò di seguire
le sue orme e, fatti pochi
passi, ebbe la sensazione che
la foresta si chiudesse alle
loro spalle come una porta
blindata. Procedettero con
enorme difficoltà per qualche
minuto. Kelso avrebbe voluto
fermarsi per spostare
nell'altra mano la valigia con
la moviola, ma temeva di
perdere di vista O'Brian. La
spalla destra gli doleva, si
sentiva i polmoni pieni di
acido, rivoletti di sudore e
neve sciolta gli cadevano
sugli occhi annebbiandogli la
vista. Sollevò un braccio per
asciugarsi la fronte con la
manica quando udì O'Brian
lanciare un grido e scattò in
avanti. E d'improvviso, come
se avesse superato un muro,
gli alberi scomparvero e si
ritrovò all'aperto e alla
luce, sulla riva scoscesa di
un corso d'acqua giallastro
largo oltre quattrocento
metri. Era un'immagine
imponente, una scena divina,
come trovare una cattedrale in
mezzo alla giungla. Nessuno
dei due parlò per qualche
secondo, poi O'Brian posò a
terra valigie e batteria e
tirò fuori la bussola,
mostrandola a Kelso. Si
trovavano sulla riva
settentrionale della Dvina,
rivolti esattamente in
direzione sud. Dieci metri più
in basso e a un centinaio di
metri sulla sinistra c'era una
barchetta, tirata a secco e
protetta da un telone verde
scuro. Doveva essere stata
tirata a secco per l'inverno,
pensò Kelso notando sul pelo
dell'acqua sottili formazioni
di ghiaccio. Portò agli occhi
il binocolo e scrutò a lungo
la riva opposta, fra gli
alberi, nell'inutile ricerca
di qualche segno di vita.
«Chi vuoi chiamare?»
chiese poi a O'Brian.
«L'America, la mia
redazione, perché si mettano
in contatto con l'ufficio di
Mosca.»
Aveva aperto la valigia
del telefono e stava
incastrando fra di loro le
alette della parabola. Si era
tolto i guanti e aveva le mani
livide.
«Quando farà buio, secondo
te?» Kelso guardò l'orologio.
«Sono quasi le cinque. Fra
un'ora, direi.»
«E allora parliamoci
chiaro. Anche se riesco a fare
funzionare il telefono e a
chiamare gli Stati Uniti,
trascorreranno diverse ore
prima che possano arrivare i
soccorsi da Mosca: quindi
saremo costretti a passare la
notte qui, a meno che...»
«A meno che?»
«A meno che non gli
prendiamo la barca.»
«Vorresti rubargli la
barca?»
«No, soltanto prenderla in
prestito.»
Si accoccolò per togliere
il foglio di plastica dalla
batteria, cercando di non
incrociare lo sguardo di
Kelso.
«Dai, non guardarmi così.
Che male c'è? Lui non ne avrà
bisogno fino a primavera, poco
ma sicuro, se la temperatura
continua a scendere, fra uno o
due giorni il fiume sarà
ghiacciato. E poi, lui ci ha
messo la Toyota fuori uso e
noi gli prendiamo la barca,
così siamo pari. Ti sembra?»
«Tu, naturalmente, sai
andare in barca, vero?»
«So andare in barca, so
adoperare la videocamera, so
fare volare le immagini da un
continente all'altro... sono
una specie di superman, cazzo!
Muoviamoci, dai.»
«E a lui non pensi? Credi
che rimarrà a guardarci, per
poi farci ciao ciao con la
manina?» Kelso si voltò a
scrutare la foresta.
«Ti rendi conto che
probabilmente in questo
momento ci sta osservando?»
«Bene, allora va' a fare
due chiacchiere con lui mentre
io penso al resto.»
«Grazie, grazie tante, di
cuore.»
«Io almeno un'idea l'ho
avuta. E tu?» Non aveva torto,
dovette ammettere Kelso.
Esitò, poi puntò il binocolo
sulla barca. Ecco come
riusciva a sopravvivere,
pensò, ecco come aveva i suoi
occasionali contatti con il
mondo. In barca andava ad
acquistare il kerosene per la
lampada, il tabacco per la
pipa, le munizioni per le
armi, le batterie per la radio
a transistor. Ma quali soldi
usava? Forse pagava in natura,
con le prede che cacciava o
che finivano nelle sue
trappole? Oppure le autorità
che negli anni Cinquanta
avevano messo in piedi
quell'insediamento avevano
provveduto anche a dotarlo di
una consistente riserva
finanziaria, forse oro
dell'Nkvb, con periodici
rifornimenti successivi? La
barca era seminascosta dentro
una depressione della riva,
protetta alla vista da uno
schermo di alberi e quindi
pressoché invisibile dal
fiume, appoggiata su due
grandi tronchi. Non era
grossa, poteva ospitare al
massimo quattro persone e, a
giudicare da un rigonfiamento
a poppa, doveva montare un
motore fuoribordo. Se così
era, e se O'Brian sapeva
veramente mettere le mani su
quel motore, avrebbero potuto
raggiungere Archangel in un
paio d'ore: forse anche meno,
sfruttando la corrente.
Ripensò a quelle croci nel
cimitero, a quelle date, a
quei due volti cancellati. Non
doveva essere facile andarsene
da lì. Ma valeva la pena
tentare.
«D'accordo» disse, non del
tutto convinto.
«Prendiamo la barca.»
«Bravo il mio Fiuke.»
O'Brian puntò l'antenna
verso l'altra riva e Kelso
aveva fatto pochi passi verso
gli alberi quando udì alle sue
spalle il ronzio del telefono
che si collegava al satellite.
Lo spazzaneve procedeva a una
certa velocità, 30 o forse 40
chilometri all'ora, sollevando
un arco candido di spuma
ghiacciata che si abbatteva
sugli alberi ai due lati del
sentiero. Kretov si era messo
ai comandi e i suoi uomini se
ne stavano rannicchiati
accanto a lui con gli AK-47 in
grembo. Dietro di loro, in un
seggiolino di fortuna, Suvorin
si teneva aggrappato alle
maniglie con la canna della
RP46 che gli premeva contro la
coscia e lo stomaco in
subbuglio per le vibrazioni e
i vapori del diesel. Si
sorprese ripensando alle
novità che nelle ultime ore
avevano sconvolto la sua vita
e gli tornò in mente un
vecchio adagio russo: "Veniamo
al mondo in un campo aperto e
moriamo in una foresta buia"..
Aveva tempo da vendere per
indulgere a simili
riflessioni, anche perché, da
quando erano partiti, nessuno
gli aveva più rivolto la
parola. Gli altri si erano
scambiati gomme da masticare e
sigarette TU-144, parlottando
sottovoce fra loro per non
farsi sentire da lui. Un bel
terzetto, pensò, gente con più
di una storia alle spalle.
Dov'erano stati, ultimamente?
Forse a Groznyj, per riportare
la pace di Mosca fra i ribelli
della Cecenia ("Tutti i
terroristi sono stati
eliminati... e quella missione
era quindi per loro una
vacanza, una specie di
scampagnata nel bosco. E gli
ordini da chi li prendevano?
Prova a indovinare, aveva
detto Arsenev. Faceva caldo,
dentro lo spazzaneve, e il
ritmo cadenzato del
tergicristallo aveva un
effetto soporifero. Cercò di
spostare una gamba per
eliminare la pressione della
mitragliatrice sulla coscia.
Negli ultimi tempi Serafima
aveva insistito più di una
volta perché desse le
dimissioni. papà, aveva detto,
è molto amico di un pezzo
grosso nel consiglio di
amministrazione di un
consorzio energetico, un uomo
che deve... come dire, caro
Feliks... ricambiargli certi
favori. Avrebbe potuto
trovargli un lavoro con uno
stipendio dieci volte
superiore a quanto guadagnava
attualmente, lavorando un
decimo di quanto lavorava
attualmente. Al diavolo
Jasenevo! Forse era il caso di
accettare. Dall'altoparlante
giunse una voce maschile,
profonda e gracchiante.
Suvorin avvicinò il capo per
sentire meglio, ma non riuscì
a capire molto, gli sembrò
comunque che la voce stesse
dando delle coordinate. Kretov
teneva il microfono con una
mano e il volante con l'altra,
spostando lo sguardo dalla
strada alla carta geografica
allargata sulle ginocchia
dell'uomo seduto accanto a
lui.
«Certo, certo, nessun
problema.»
E interruppe la
comunicazione.
«Che cosa c'è?» chiese
Suvorin. Kretov si finse
sorpreso.
«Ah, lei è ancora lì?» Poi
si rivolse all'uomo con la
carta geografica.
«Hai capito, Aleksej?» E
infine riportò la sua
attenzione su Suvorin.
«Era il nostro posto di
ascolto di Onega, hanno appena
intercettato un messaggio
lanciato da un telefono
satellitare.»
«Si trova a venticinque
chilometri da qui, maggiore,
proprio sul limite.»
«Che le dicevo?» Chiese
Kretov a Suvorin sorridendo.
«Per stanotte saremo di
ritorno.»

CAPITOLO 29.


Sulla neve si era formato
un sottile strato di ghiaccio.
Il vento, ora più impetuoso,
sollevava piccoli vortici di
polvere bianca davanti alla
capanna e arricciava il
sottile filo di fumo scuro che
si alzava dal comignolo.
"Quando ci si avvicina a Lui
bisogna farlo sempre in modo
visibile, perché odia le
persone sfuggenti.»
Questo era stato il
consiglio dell'anziana
cameriera Valecka, «Se si
bussa a una porta, bussare
forte..." Kelso cercò di fare
il maggior rumore possibile
battendo gli scarponi sui
gradini di legno e bussò con
forza alla porta.
Ma non ebbe risposta. E
ora? Bussò ancora, attese, poi
aprì la porta e venne subito
assalito da quel tanfo ormai
familiare, tanfo freddo e
animalesco con un sottofondo
di fumo di pipa. La capanna
era vuota, il fucile era
scomparso. Il russo doveva
avere lavorato al tavolo, a
giudicare dalle carte che vi
erano sparse e da due
mozziconi di matita.
Rimase sulla soglia,
incerto sul da farsi. Poi si
voltò, ma sulla radura davanti
alla capanna non vi era segno
di vita. Il russo era
probabilmente in riva al
fiume, nascosto fra gli
alberi, a spiare O'Brian. Ma
non poteva spiarli entrambi se
si separavano, ed era questo
l'unico vantaggio da
sfruttare. Si avvicinò al
tavolo con passo incerto.
Voleva soltanto dare
un'occhiata a quelle carte,
sfogliarle in fretta per
capire di che cosa si
trattava. Due passaporti con
la copertina rossa rigida,
formato 16 x 12, sulla
copertina uno stemma con la
testa di un leone e la scritta
PASS e, più sotto, NORGE.
Rilasciati «Bergen nel 1968.
Una coppia di giovani
capelloni biondi dall'aria
hippy, lei bellina, il tipo
acqua e sapone. Entrati in
Urss da Leningrado nel giugno
1969, Non fece caso ai loro
nomi... Tre vecchie carte
d'identità sovietiche, tre
uomini. Il primo abbastanza
giovane, con orecchie
pronunciate e occhiali, forse
uno studente; il secondo più
anziano, sulla sessantina,
espressione decisa e viso
grinzoso da marinaio; il terzo
con gli occhi sporgenti e la
barba incolta, uno zingaro o
un vagabondo. I nomi erano
illeggibili... Infine alcuni
fogli divisi ordinatamente in
sei gruppi, ciascuno di cinque
o sei pagine, scritti a penna
o a matita con diverse grafie:
pulita, esitante, svolazzante,
disperata. Nella prima pagina
di ogni gruppo, in testa,
sempre la stessa parola in
lettere cirilliche maiuscole.
CONFESSIONE. L'aria gelida che
entrava dalla porta aperta gli
fece rizzare i capelli sulla
nuca. Rimise a posto le carte,
cercando di lasciarle come le
aveva trovate, e arretrò di
qualche passo sollevando le
mani quasi volesse
proteggersi. Giunto alla porta
si voltò, andò a sedersi su un
gradino e, quando portò il
binocolo agli occhi, si
accorse che gli tremavano le
mani. Rimase seduto un paio di
minuti a riprendersi
dall'emozione. Ricordò a se
stesso che, da studioso serio
qual era, non avrebbe dovuto
perdere la testa e cedere a
reazioni isteriche ma, al
contrario, agire
razionalmente, lucidamente.
E l'unica cosa razionale
da fare era di tornare al
tavolo e scrivere i nomi di
quei poveretti per i
successivi accertamenti. Così,
dopo avere controllato con il
binocolo per l'ennesima volta
che non ci fosse in giro
nessuno, si alzò e rientrò
nella capanna. Vide subito il
fucile appoggiato contro una
parete e poi il russo, seduto
dietro il tavolo, che lo
fissava, perfettamente
immobile. "Aveva la capacità
ai rimanere a lungo in
silenzio" secondo il suo
segretario, "e, sotto questo
profilo, rappresentava
un'eccezione in un Paese dove
tutti parlano troppo..." Era
ancora in uniforme, con
pastrano e berretto. E la
fioca luce della lampada a
kerosene illuminava debolmente
sul bavero del pastrano la
stella d'orò, l'Ordine degli
Eroi dell'Unione Sovietica. Da
dove era entrato? Kelso
cominciò a farfugliare.
«Compagno... mi hai
spaventato... ero venuto a
cercarti, volevo...»
Abbassò impacciato la
lampo del giaccone e tirò
fuori la cartella.
«Volevo ridarti il
quaderno di tua madre, Anna
Michailovna Safanova...»
Trascorse mezzo minuto, un
minuto, nel silenzio più
completo.
«Bene, compagno» disse poi
il russo quasi sottovoce, e
prese un appunto su un
foglietto. Indicò il tavolo e
Kelso fece un passo avanti
appoggiandovi la cartella,
come un'offerta sacrificale
per placare un dio di
vendetta. Seguì un altro
lunghissimo silenzio.
«Il capitalismo» disse
alla fine il russo,
appoggiando la matita e
prendendo la pipa, «è un
furto. E l'imperialismo
rappresenta la più alta forma
di capitalismo. Ne consegue
che l'imperialista è il
peggior ladro del genere
umano. L'imperialista ruba le
carte degli altri, ti ruba
l'ultimo copeco che hai in
tasca senza battere ciglio.
Oppure ti ruba la barca.
Vero, compagno?» Gli strizzò
l'occhio e continuò a
osservarlo mentre strofinava
un fiammifero e lo avvicinava
al fornello della pipa,
sollevandone fumo e una
piccola fiammata.
«Chiudi la porta, per
favore, compagno.»
Cominciava a farsi buio.
Se passeremo la notte qui non
ripartiremo più, pensò Kelso.
Dove diavolo era finito
O'Brian? «Ora» proseguì il
russo, «viene la domanda
decisiva: come proteggersi da
questi capitalisti, da questi
imperialisti, da questi ladri?
Una domanda decisiva alla
quale va data una risposta
altrettanto decisiva.»
Spense il fiammifero con
un solo movimento del braccio
e si sporse in avanti.
«Possiamo proteggerci da
questi capitalisti, da questi
imperialisti, da questi ladri
viscidi e puzzolenti solo e
unicamente con la vigilanza
più feroce. Prendi, per
esempio, quei due ragazzi
norvegesi, con i loro sorrisi
da serpenti... strisciavano
sul terreno con le loro pance
piene di vermi... "Puoi
indicarci la strada, compagno,
per favore?", oppure: "Siamo
in vacanza, compagno!"» Aprì i
passaporti e li agitò sotto
gli occhi di Kelso, che notò
la fascia psichedelica attorno
alla fronte del ragazzo
sorridente della foto.
«Siamo forse tanto idioti»
riprese, «siamo esseri
primitivi tanto arretrati da
non riconoscere un
capitalista, imperialista,
ladro e spia che ci viene
incontro strisciando? No,
compagno, non siamo esseri
primitivi tanto arretrati! E a
gente del genere noi
impartiamo una dura lezione di
realtà socialista... Ho
davanti a me le loro
confessioni, all'inizio
avevano provato a negare, ma
poi hanno dovuto ammettere
tutto, e di loro ora non si
parla più. Lenin lo aveva
predetto, ora non sono che
polvere nel letamaio della
Storia. E non si parla più
nemmeno di lui!» Agitò le
carte d'identità.
«O di lui, o di lui!
Questa è la nostra risposta
decisiva alla domanda decisiva
postaci da tutti i
capitalisti, imperialisti e
puzzolenti ladri!» Si appoggiò
allo schienale della sedia con
le braccia conserte e gli
lanciò un sorriso sardonico.
Allungando un braccio
Kelso avrebbe potuto afferrare
il fucile, ma non si mosse.
Poteva essere scarico, ma
anche se fosse stato carico
lui non avrebbe saputo
adoperarlo. E, se anche avesse
sparato, sapeva che non lo
avrebbe nemmeno scalfito: era
una forza sovrannaturale. Ce
l'avevi davanti e te lo
ritrovavi alle spalle senza
capire come avesse fatto. Lo
lasciavi fra gli alberi e
quello ricompariva dietro un
tavolo, tutto preso dalla
lettura della sua raccolta di
confessioni, prendendo ogni
tanto qualche appunto.
«Di gran lunga peggiore»
riprese dopo un po' il russo
«è la cancrena del
deviazionismo di destra.»
Riaccese la pipa
succhiando rumorosamente dal
cannello.
«E Golub, qui, è stato il
primo.»
«Golub è stato il primo»
ripeté Kelso come un automa.
Gli tornò in mente quella fila
di croci: T.J. Golub, quello
con il viso raschiato via
dalla foto, era morto in
qualche giorno di novembre del
1961. L'essenza del successo
di Stalin era in realtà molto
semplice, pensò, e poggiava su
un'intuizione sintetizzabile
in pochissime parole: la gente
ha paura della morte.
«Golub è stato il primo a
soccombere alle classiche
tendenze conciliatrici del
deviazionismo di destra. Io
ero solo un bambino, in quel
periodo, ma ho ancora nelle
orecchie la sua voce
lamentosa. "Compagni, al
villaggio dicono che la salma
del compagno Stalin è stata
tolta dal posto che le spetta,
accanto a quella di Lenin!
E ora che facciamo,
compagni? Non c'è più
speranza, compagni! Ci
uccideranno tutti, conviene
arrendersi!" Hai mai visto i
pescatori quando sul fiume si
scatena la tempesta? Io li ho
visti, più di una volta.
Alcuni pescatori raccolgono le
forze, incoraggiano i compagni
e si preparano ad affrontare
la tempesta: "Forza ragazzi,
reggetevi forte, taglieremo le
onde e ce la faremo!". Ma ci
sono altri pescatori che, alla
prima avvisaglia di tempesta,
si perdono d'animo, cominciano
a tremare e demoralizzano
l'equipaggio: "Che disgrazia,
si avvicina una tempesta!
Sdraiamoci sul fondo,
chiudiamo gli occhi e speriamo
di farcela".»
Sputò sul pavimento.
«Quella sera stessa
Cizikov se lo portò nella
foresta, la mattina dopo
trovammo una croce fra gli
alberi. Quella fu la fine di
Golub, e con lui ebbero fine
anche i piagnistei dei
deviazionisti di destra, anche
quella megera della vedova da
quel giorno si infilò un
calzino in bocca. Per alcuni
anni qui si è lavorato senza
soste, tenendo bene a mente i
quattro slogan: lotta al
disfattismo e alla
compiacenza; battaglia per
l'autosufficienza; autocritica
costruttiva come fondamento
del nostro partito; dal fuoco
viene l'acciaio. Poi cominciò
il sabotaggio.»
«Ah, il sabotaggio...
certo.»
«Ebbe inizio con
l'avvelenamento degli
storioni, subito dopo il
processo alle spie straniere,
nella tarda estate. Una
mattina vedemmo galleggiare
sulla superficie del fiume un
numero incredibile di
storioni, morti, con le
bianche pance rivolte verso il
cielo. E tutte le volte che
trovammo le trappole prive di
esche senza aver catturato
nemmeno un animale? Per non
parlare dei funghi
spiaccicati... poca roba,
intendiamoci, ne raccoglievamo
sì e no una quindicina di
chili l'anno. Anche le more
sparivano prima che potessimo
raccoglierle. Discussi
confidenzialmente di quella
crisi con il compagno Cizikov,
ormai ero cresciuto e lavoravo
con gli altri, e la sua
analisi fu identica alla mia:
eravamo in presenza di un
tipico caso di sabotaggio
trotzkista. Tutto ci apparve
più chiaro quando una sera
scoprimmo Ezov con in mano una
torcia, era uscito nonostante
il coprifuoco, quel maiale! E
questa» sollevò alcuni fogli
di carta quasi illeggibili e
li sbatté sul tavolo, «questa
è la confessione, guarda,
scritta di suo pugno. Riceveva
i messaggi luminosi con la
torcia dai suoi infami
complici, li aveva contattati
quando usciva a pesca.»
«E Ezov...?»
«La vedova si impiccò,
avevano un bambino.»
Distolse lo sguardo.
«Non so nemmeno che fine
abbia fatto. Sono tutti morti,
naturalmente. Anche Cizikov.»
Altro silenzio. Kelso si
sentiva come Sherazade, finché
quello continuava a parlare
c'era speranza, il silenzio
significava la morte.
«Il compagno Cizikov
dev'essere stato...»
un mostro, stava per dire,
«...un uomo formidabile.»

«Un lavoratore
instancabile, stakanovista;
soldato e cacciatore. Oltre
che esperto rosso e teorico di
altissimo livello.»
Teneva gli occhi
semichiusi, la voce si era
trasformata in un sussurro.
«E me ne dava, compagno,
me ne dava tante fino a farmi
piangere sangue! Seguiva le
istruzioni sulla mia
educazione ricevute da molto
in alto: "Di tanto in tanto
dagli una bella strigliata!".
Quello che sono lo devo a
lui.»
«Quando è morto il
compagno Cizikov?»
«Due inverni fa. Era
vecchio, goffo e semicieco, e
finì in una delle sue
trappole. La ferita diventò
nera, tutta la gamba diventò
nera, e puzzava come un nido
di larve. Aveva la febbre
altissima, delirava. Finché
non ci chiese di lasciarlo
fuori, di notte. La morte del
cane.»
«E la moglie... morì
subito dopo?»
«Nel giro di una
settimana..»
«Dev'essere stata come una
mamma, per te.»
«Proprio così. Ma era
ormai vecchia, non ce la
faceva più a lavorare. E'
stato duro doverlo fare... per
il bene di tutti.»
"Non ha mai amato un
essere umano" diceva di Stalin
il compagno di scuola
Iremasvili. "Era incapace di
provare pena per un essere
umano o un animale, non l'ho
mai visto piangere..." . "E'
stato duro doverlo 'fare.
"...per il bene di tutti."
Aprì un occhio giallastro.
«Sei agitato, compagno. E
si vede.»
Kelso si sentiva la gola
asciutta. Guardò l'orologio
«Mi stavo chiedendo che fine
abbia fatto il mio collega..!
Non era passata più di
mezz'ora da quando aveva
lasciato O'Brian in riva al
fiume.
«Lo yankee? Ascolta il mio
consiglio, compagno, non
fidarti di lui. Vedrai.»
Gli strizzò ancora
l'occhio, portò l'indice
davanti alle labbra e si alzò.
Attraversò la stanza con
tre passi agilissimi,
addirittura aggraziati,
sfiorando quasi il pavimento
con le suole degli stivali, e
spalancò la porta. Dietro
c'era O'Brian. Kelso più tardi
provò a immaginarsi che cosa
sarebbe potuto succedere a
quel punto. Il russo, cioè,
avrebbe potuto buttarla sullo
scherzo ("Se rimani ancora un
po' qui fuori il gelo ti farà
cadere le orecchie,
compagno"), oppure costringere
O'Brian a firmare una
confessione, secondo le leggi
di quello Stato stalinista in
miniatura. Avvenne invece
qualcosa di assolutamente
diverso e imprevedibile. Il
russo afferrò O'Brian
scaraventandolo dentro la
capanna e rimase sulla soglia,
con il capo piegato da una
parte e le narici dilatate,
fiutando l'aria e ascoltando.
Suvorin non aveva nemmeno
visto il fumo, fu il maggiore
Kretov ad accorgersene. Frenò
e lo indicò con il dito, poi
ingranò la prima e lo
spazzaneve si mosse lentamente
per un paio di centinaia di
metri, portandosi
all'imboccatura del sentiero
nella foresta. Più avanti, la
sagoma bianca della Toyota
spiccava contro l'ombra degli
alberi. Kretov frenò di nuovo,
fece qualche metro in
retromarcia e mise in folle
osservando la strada. Poi
sterzò bruscamente e il grosso
veicolo lasciò la strada e si
inoltrò sul sentiero
fermandosi dietro la Toyota.
Quindi Kretov spense il motore
e Suvorin fu ancora una volta
sorpreso da quel silenzio
innaturale.
«Quali sono esattamente i
suoi ordini, maggiore?» gli
chiese. L'ufficiale stava
aprendo lo sportello.
«I miei ordini sono stati
impartiti secondo il buon
senso russo. "Ricacciare il
tappo nella bottiglia nel
punto più stretto."» Scese a
terra e prese il suo AK-47,
infilandosi in tasca un
caricatore di riserva, poi
controllò la pistola.
«E questo è il punto più
stretto?»
«Perché non se ne rimane
qui al calduccio? Non ci
metteremo molto.»
«Non avallerò alcuna
azione illegale.»
Anche alle sue orecchie
quelle parole suonarono
assurdamente formali. Ma
Kretov non vi fece nemmeno
caso, si era già messo in
marcia con i suoi uomini.
«Gli occidentali non
devono subire violenze, almeno
loro» gli gridò dietro
Suvorin. Rimase seduto qualche
secondo, a osservare le
schiene dei soldati che si
allontanavano. Poi,
imprecando, abbassò lo
schienale del sedile di fronte
e si infilò fra il sedile e lo
sportello aperto. Lo
spazzaneve era a una certa
altezza dal suolo, Suvorin si
lasciò cadere e, quando
atterrò, udì il rumore di
qualcosa che si strappava: il
bordo del cappotto si era
infilzato in una specie di
gancio del veicolo. Imprecò di
nuovo e lo tirò via. Era
difficile tenere il passo dei
tre militari.
Erano in perfetta forma, a
differenza di lui, e portavano
stivali militari, mentre lui
aveva ancora ai piedi le
scarpe che si era messo quella
mattina a Mosca. Li avrebbe
quindi persi di vista, se non
si fossero fermati a guardare
qualcosa a lato del sentiero.
Kretov aprì e distese il
foglio giallo appallottolato
che aveva raccolto da terra,
lo girò da una parte e
dall'altra, poi tornò ad
appallottolarlo e lo gettò
via. Quindi si infilò
nell'orecchio destro un
piccolo auricolare color
carne, simile a quello
adoperato dai sordi, e si calò
sul capo un passamontagna
nero, subito imitato dai suoi
uomini. Con la mano a taglio
indicò la foresta e si
rimisero tutti in marcia.
Kretov procedeva in testa
imbracciando il mitra,
voltandosi ogni tanto,
chinandosi a controllare a
destra e a sinistra, pronto a
innaffiare gli alberi di
proiettili; dietro venivano i
due soldati, tesi e all'erta
come il loro comandante, con i
volti simili a teschi sotto i
passamontagna; e più staccato
Suvorin, con i suoi assurdi
abiti civili, che inciampava e
imprecava a ogni passo. Il
russo richiuse la porta e
prese il fucile, con la
massima calma. Tirò fuori da
sotto il tavolo una scatola di
legno e si riempì le tasche di
munizioni: poi, sempre senza
fretta, arrotolò il tappeto,
sollevò il coperchio e saltò
nella botola con l'agilità di
un gatto.
«Siamo per la pace e
appoggiamo la causa della
pace» disse.
«Ma non temiamo le minacce
e siamo pronti a rispondere
colpo su colpo a chi fomenta
la guerra. Chi cerca di
attaccarci riceverà una
lezione e imparerà a non
infilare più il grugno nel
nostro giardino sovietico.
Rimettete a posto il
tappeto, compagni..»
Scomparve, chiudendosi il
coperchio sopra il capo,
O'Brian guardò il pavimento,
poi Kelso.
«Ma che cazzo...?»
«Dove diavolo eri finito?»
Kelso afferrò subito la
cartella con il diario e se
l'infilò nella tasca del
giaccone.
«Non stare a pensare a
lui, andiamocene di qui.»
Ma, prima che potessero
muoversi, apparve dietro la
finestra una specie di
teschio, due occhi tondi e una
fessura di bocca. E
contemporaneamente un calcio
abbatté la porta. Li misero
faccia al muro e Kelso sentì
qualcosa di freddo e metallico
premergli contro la nuca.
O'Brian fu lento a voltarsi e
gli sbatterono ripetutamente
la fronte contro le assi della
parete, tanto per insegnargli
le buone maniere russe. Poi a
entrambi furono legati i polsi
dietro la schiena con un
sottile filo di plastica.
«Dov'è l'altro?» chiese
una volgare voce maschile. Il
soldato sollevò la canna del
mitra.
«Sotto il pavimento!»
gridò O'Brian.
«Diglielo, Fiuke, che è
sotto quel cazzo di
pavimento!» ! «E' sotto il
pavimento» disse in russo una
voce poco militaresca. Kelso
ebbe l'impressione di averla
già sentita, quella voce. Si
udì il passo pesante di
stivali sul pavimento di
legno. Kelso voltò leggermente
il capo, abbastanza da vedere
uno degli uomini mascherati
che, come se nulla fosse,
apriva il fuoco contro il
pavimento. La raffica
assordante in quello spazio
ristretto lo fece trasalire,
mentre l'uomo rinculava
innaffiando il pavimento di
proiettili, fila dietro fila,
con l'arma che gli ballava
nella mano come un martello
pneumatico. Le schegge di
legno rimbalzavano da ogni
parte e d'improvviso Kelso
avvertì una specie di puntura
sotto l'orecchio e sentì
colargli sul collo un
rivoletto di sangue. Si voltò
dall'altra parte e schiacciò
la guancia contro la parete.
Il rumore cessò, si udì lo
scatto di un altro caricatore
che veniva infilato
nell'alloggiamento e le
raffiche ripresero per poi
interrompersi nuovamente,
mentre qualcosa cadeva al
suolo. C'era puzza di cordite,
per il fumo acre Kelso chiuse
gli occhi e, quando li riaprì,
vide davanti a sé lo spione
biondo di Mosca, che scuoteva
il capo disgustato. L'uomo che
aveva sparato spostò con un
piede il tappeto sforacchiato
e sollevò il coperchio della
botola. Poi con il raggio di
una torcia elettrica illuminò
la cavità, dalla quale saliva
una nuvoletta di polvere, vi
si calò e scomparve. Lo
sentirono muoversi sotto i
loro piedi e mezzo minuto dopo
lo videro riapparire, ansante,
alla porta della capanna.
«C'è un tunnel. Se n'è
andato.»

Estrasse di tasca una
pistola e la dette al biondo.
«Tienili d'occhio.»
Quindi fece un gesto agli
altri due e si allontanarono
nella neve.

CAPITOLO 30.


Suvorin abbassò lo sguardo
e vide ai suoi piedi una
piccola pozzanghera di neve
sciolta. Aveva i pantaloni
zuppi, così come il bordo del
cappotto, dal quale pendeva
l'orlo che si era impigliato
nel gancio dello spazzaneve.
Le scarpe, poi, erano
inzaccherate e intrise
d'acqua... da buttare... Uno
dei due occidentali, il
giornalista televisivo (si
chiamava O'Brian?), si voltò e
fece per dire qualcosa.
«Zitto!» gli gridò
Suvorin, furioso. Tolse la
sicura e sollevò la pistola.
«Zitto e faccia al muro!»
Sedette al tavolo e si passò
la manica sul viso. Proprio da
buttare, quelle scarpe... Vide
Stalin che lo fissava
minaccioso. Staccò dalla
parete la foto incorniciata e
la girò verso la luce, notando
la dedica. Che cos'era
quell'altra roba?
Passaporti, carte
d'identità, una pipa, vecchi
dischi, una bustina con dei
capelli... sembrava che
stessero preparando uno
scherzo a qualcuno.
Dalla bustina si versò nel
palmo della mano i capelli
sfregandone alcuni fra pollice
e indice, erano grigi e duri
come setole. Li lasciò cadere
sul pavimento e si pulì la
mano sul cappotto, poi depose
la pistola sul tavolo e si
massaggiò gli occhi.
«Perché non vi sedete?»
disse ai due, con voce stanca.
Dalla foresta giunse il suono
inconfondibile di una raffica
di mitra.
«Ha fatto male a non
prendere quell'aereo» disse a
Kelso.
«E ora che cosa succede?»
chiese l'inglese. Per lui e
O'Brian, inginocchiati accanto
alla parete, non era semplice
mettersi a sedere.
La stufa si era spenta e
cominciava a fare freddo.
Suvorin estrasse un disco
dalla custodia di carta e lo
appoggiò sul piatto del
vecchio grammofono.
«E' una sorpresa» rispose.
«Sono un corrispondente
estero regolarmente
accreditato...»
O'Brian fu interrotto da
due spari di fucile, in rapida
successione, seguiti da
un'esplosione più fragorosa.
«L'ambasciatore
americano...»
Suvorin girò con la
massima energia la manovella
del grammofono, avrebbe fatto
di tutto pur di coprire quegli
spari, e abbassò sul disco il
braccio con la puntina.
Un'orchestrina attaccò un
motivetto allegro in una
tempesta di crepitii e sibili.
Altre raffiche. Qualcuno nella
foresta lanciò un urlo poi si
udirono due spari e le urla
cessarono.
«Spareranno anche a noi,
ci uccideranno tutti.'»
gemette O'Brian cercando di
alzarsi con le mani legate.
Suvorin gli appoggiò sul petto
una delle sue scarpe da
buttare e lo rimise giù.
«Cerchiamo almeno di
comportarci da gente civile»
disse in inglese. Non è il
sogno della mia vita questo
lavoro, avrebbe voluto
aggiungere. Non ho mai
accarezzato l'idea di trovarmi
un giorno nella tana di un
pazzo e di dargli la caccia
come a un animale, ve lo
assicuro. In altre circostanze
vi sembrerei un tipo
simpatico, davvero Cercò di
seguire il ritmo
dell'orchestra, fingendo con
il dito di dirigerla, ma la
musica che usciva
dall'altoparlante sembrava
senza capo né coda.
«Sareste dovuti venire con
un esercito» disse Kelso, «se
sono soltanto tre contro uno,
non hanno scampo.»
«Non dica sciocchezze»
replicò Suvorin da buon
patriota.
«Quelli sono delle Forze
Speciali, lo prenderanno, E,
se sarà necessario, faranno
venire un esercito.»
«Perché?»
«Perché io lavoro agli
ordini di uomini spaventati,
dottor Kelso, alcuni dei quali
sono abbastanza vecchi da aver
avuto a che fare con il
compagno Stalin.»
Guardò perplesso il
grammofono, la musica si era
trasformata in qualcosa che
assomigliava all'ululato di
cani.
«Lo sa come Lenin definì
lo zarevic, quando i
bolscevichi stavano decidendo
la sorte della famiglia
imperiale? Chiamò quel ragazzo
"stendardo vivente" e aggiunse
che c'era un solo modo per
regolare i conti con uno
stendardo vivente.»
Kelso scosse il capo.
«Non ha visto quell'uomo.
Mi creda, è un pazzo
criminale, negli ultimi
trent'anni ha ucciso almeno
sei persone. E non è lo
stendardo di nessuno, è solo
pazzo.»
«Anche di Zirinovskij si
diceva che fosse pazzo,
ricorda? La sua politica
estera nei confronti degli
Stati baltici prevedeva lo
scarico di scorie nucleari al
confine con la Lituania,
scorie da far ricadere ogni
notte su Vilnius utilizzando
giganteschi ventilatori. E un
pazzo del genere ha avuto
nelle elezioni del'93 il
ventitré per cento dei voti.»
Suvorin non sopportava più
quella musica assurda,
bestiale.
Sollevò il braccio con la
puntina. Udirono uno sparo
isolato e Suvorin trattenne il
fiato nell'inutile attesa di
una raffica di risposta.
«Forse» aggiunse poi, «è
il caso che chiami
quell'esercito...»
«Attenzione alle trappole»
disse Kelso.
«Come?» Suvorin, sulla
soglia, cercava di perforare
con lo sguardo le ombre del
crepuscolo. Prima aveva
passato una corda attorno ai
polsi dei prigionieri,
assicurando l'altro capo alla
stufa ormai fredda.
«Ha nascosto delle
trappole, attento a dove mette
i piedi.»
«Grazie.»
Suvorin scese esitante un
gradino.
«Tornerò presto.»
Il suo piano (bella
parola, pensò, aveva un suono
gratificante: il piano era di
tornare allo spazzaneve a
chiamare rinforzi via radio.
Prese quindi a camminare in
direzione del limitare della
radura, unico suo punto di
riferimento. Sulla neve le
impronte erano ancora
abbastanza visibili, anche se
stava calando l'oscurità: ed
era quasi a mezza strada
quando udì l'esplosione,
seguita un secondo dopo dalla
cascata di neve provocata
dall'onda d'urto nella
foresta. Una specie di piccola
valanga, che rotolava dai rami
più alti lasciando in
sospensione nuvolette di
polvere cristallina. Si voltò
di scatto, stringendo la
pistola con entrambe le mani e
puntandola nella direzione da
cui era venuta l'esplosione.
Poi, in preda al panico, si
mise a correre, ed era
abbastanza ridicolo vederlo
saltellare come una
marionetta, con le ginocchia
sollevate per staccare le
gambe dalla neve che sembrava
volerle risucchiare. Respirava
a singhiozzo. Era talmente
concentrato nella fuga che
inciampò quasi nel primo
cadavere. Era quello di uno
dei due soldati. 'La trappola,
un'enorme trappola da orsi, lo
aveva azzannato con le sue
ganasce metalliche alla
coscia, subito sopra il
ginocchio. Giaceva riverso in
una pozza di sangue, quello
della gamba martoriata e
quello uscito dal foro del
proiettile che gli aveva
aperto una specie di seconda
bocca sul passamontagna,
all'altezza della nuca.
Il cadavere dell'altro
soldato era qualche metro più
avanti. A differenza del
primo, questo era supino, con
le braccia allargate e le
gambe che formavano un
perfetto numero 4. Il torace
era zuppo di sangue.
Suvorin posò la pistola
sulla neve, si tolse i guanti
e tastò il polso a entrambi i
militari, pur sapendo che era
perfettamente inutile. Si
guardò attorno e capì come
doveva essere accaduto. Il
primo dei due era passato
accanto alla trappola, ma
l'altro ci era finito sopra,
era suo l'urlo che avevano
udito. Il primo allora era
tornato indietro per
soccorrere il compagno,
trovandosi all'improvviso di
fronte la preda trasformata in
cacciatore. L'uomo gli aveva
sparato al torace,
uccidendolo, poi si era
dedicato al prigioniero della
trappola facendolo fuori con
un colpo alla nuca.
E infine si era preso i
loro AK-47. Ma che specie di
creatura era quella? Suvorin
si inginocchiò accanto al
primo soldato e gli tolse il
passamontagna, poi gli sfilò
l'auricolare e se lo portò
all'orecchio, udendo un ronzio
continuo. Trovò il microfono
agganciato al polsino sinistro
della camicia del morto.
«Kretov?» bisbigliò.
«Kretov?» Ma sentì
soltanto la propria voce. La
sparatoria ricominciò. Le
fiamme che intravedeva fra gli
alberi erano simili a un'alba
rossa. Quando sbucò sul
sentiero Suvorin avvertì,
anche a cento metri di
distanza, il calore
dell'incendio che avvolgeva lo
spazzaneve.
Doveva essere esploso il
serbatoio, scatenando
l'inferno tutt'attorno.
Si udivano ogni tanto
alcuni spari, ma non era
Kretov che rispondeva al
fuoco, bensì le cassette di
munizioni che esplodevano
lambite dalle fiamme dello
spazzaneve. Kretov era seduto
al centro del sentiero,
piegato in due, accanto alla
mitragliatrice RP46: morto
come i suoi uomini. Aveva già
montato la mitragliatrice sul
cavalletto, ma non aveva fatto
in tempo ad aprire la cassetta
con il nastro di munizioni,
perché una pallottola l'aveva
fulminato prima. Suvorin gli
prese un braccio e il cadavere
crollò a faccia in su, con gli
occhi grigi spalancati e
un'espressione di stupore
dipinta sul faccione roseo.
Non si vedeva alcuna ferita
d'arma da fuoco, almeno
superficialmente: l'eroico
maggiore dello Spetsnaz era
forse morto di paura? Sollevò
di scatto il capo, udendo
un'altra esplosione, e vide il
compagno Stalin in divisa da
generalissimo che lo
osservava. Il Segretario
Generale se ne stava accanto
allo spazzaneve in fiamme, con
la mano sinistra sul fianco e
la destra sul calcio del
fucile tenuto tranquillamente
a tracolla. La sua ombra,
lunga rispetto al tozzo
torace, sembrava danzare sulla
neve arrossata dalle fiamme.
L'ufficiale temette un attacco
di cuore. I due si guardarono,
poi Stalin prese a marciare
verso di lui, in un perfetto
passo da parata, veloce ma non
affrettato, sollevando a turno
gli avambracci fino al torace:
uno-due, uno-due... Suvorin si
frugò disperatamente in tasca
alla ricerca della pistola, ma
l'aveva lasciata sulla neve
accanto ai due militari
uccisi. Uno-due, uno-due... Lo
stendardo vivente continuava
ad avanzare... Suvorin
distolse lo sguardo, se avesse
continuato a fissare
quell'incredibile apparizione,
non si sarebbe più mosso.
«Perché abbassi gli occhi,
compagno? Non riesci a
guardare in faccia il compagno
Stalin?» Afferrò allora la
RP46 cercando disperatamente
di riandare con la memoria a
vent'anni prima, all'epoca del
servizio militare, alle
esercitazioni di tiro in quel
desolato poligono alla
periferia di Vitebsk. "Tirare
indietro la maniglia e
sollevare il coperchio.
Poggiare il nastro sulla
piastra d'alimentazione con i
proiettili rivolti verso
l'alto, in modo che la prima
cartuccia tocchi il
fermacartucce, richiudere il
coperchio. Premere il
grilletto... Premette il
grilletto con gli occhi chiusi
e la mitragliatrice gli ballò
fra le mani, facendo partire
una raffica che si conficcò
nel tronco di una betulla a
venti metri di distanza.
Quando trovò il coraggio di
riaprire gli occhi, il
compagno Stalin era scomparso.
Se la memoria non lo tradiva,
il nastro della RP46 conteneva
250 proiettili e la velocità
di sparo era di 600 colpi al
minuto.
Considerando che ne aveva
esplosi pochi, gli era rimasta
una potenza di fuoco di meno
di trenta secondi per coprire
trecentosessanta gradi di
foresta e sentiero, mentre si
faceva notte e la temperatura
continuava a scendere. Se
fosse rimasto all'aperto altre
due ore, sarebbe morto
assiderato. Doveva trovare
riparo, poco ma sicuro. Non
poteva continuare a muoversi a
tentoni, come una capra legata
che fa da esca alla tigre.
Ricordò di avere visto
alcune capanne abbandonate
all'inizio del sentiero.
Avrebbe potuto trovarvi
rifugio, appoggiare la schiena
a una parete e riflettere. Un
lupo ululò nella foresta.
Staccò la mitragliatrice dal
cavalletto, si mise in spalla
la pesante canna e, con il
nastro delle munizioni su un
braccio, si avviò affondando
nella neve a ogni passo. Udì
nuovamente l'ululato, a gola
spiegata, ma non sembrava
quello di un lupo: era un uomo
a emettere quel lungo grido
vittorioso.
Mentre si allontanava
dalla carcassa dello
spazzaneve in fiamme, gli
sembrò di avvertire una
presenza umana che camminava
nella foresta tenendo il suo
passo e forse sorrideva di
fronte al suo futile tentativo
di fuga. Stalin lo avrebbe
fatto arrivare a pochi passi
dalla meta per poi ucciderlo.
Giunto alle capanne
abbandonate, entrò nella
prima.
Mancavano porta e
finestre, una metà del tetto
era crollata, c'era un orrendo
tanfo. Suvorin andò a
rannicchiarsi in un angolo,
con la mitragliatrice puntata
contro l'apertura della porta
e il dito sul grilletto. Kelso
udì l'assordante esplosione,
gli spari isolati e poi la
raffica di un'arma più
potente. Lui e O'Brian erano
riusciti a sollevarsi in piedi
e stavano cercando
disperatamente un modo per
tagliare la corda che li
teneva legati alla stufa. Ogni
rumore che giungeva dalla
foresta rendeva più frenetici
i loro tentativi. Il sottile
filo di plastica si era
conficcato nei polsi, le dita
erano viscide di sangue. C'era
del sangue anche sul russo,
apparso d'improvviso sulla
soglia. Kelso se ne accorse
quando l'uomo si avvicinò loro
sfoderando il coltello: sangue
sul viso, sulla fronte e sulle
guance, come se il cacciatore
avesse immerso il volto nella
preda uccisa.
«Siamo ebbri di successo,
compagni. Tre sono morti, ne
resta vivo soltanto uno. Ce ne
sono altri?»
«Ne arriveranno altri.»
«Quanti?»
«Cinquanta. Cento.»
Kelso gli indicò i polsi
legati.
«Dobbiamo andarcene di
qui, compagno, o ci
uccideranno tutti. Nemmeno tu
puoi fermarne tanti,
manderanno un esercito.»
Secondo Suvorin, erano
trascorsi quindici minuti. La
temperatura continuava a
calare e la luce era quasi
completamente scomparsa. Lui
era scosso da brividi di
freddo che non riusciva a
controllare.
«Coraggio, dai» sussurrò,
«vieni a terminare il lavoro.»
Ma non arrivò nessuno. Le
sorprese del compagno Stalin
non finivano proprio mai. Poi
udì in lontananza come il
rumore di uno strappo, seguito
da un breve ronzio. La
sequenza si ripeté più di una
volta. Che cosa stava
succedendo? Sulle prime gli
riuscì difficile muoversi, il
gelo sembrava avergli bloccato
le articolazioni e appiccicato
gli abiti umidi alla parete.
Quando finalmente riuscì a
sollevarsi, quella misteriosa
sequenza di suoni si trasformò
in una specie di colpo di
tosse e poi nel rombo di un
motore che prendeva vita.
Il motore di un
fuoribordo... Rimase qualche
secondo senza capire, poi
ricordò. "Si trova a
venticinque chilometri da qui,
maggiore, proprio sul
fiume..." La mitragliatrice
non era diventata nel
frattempo più leggera e la
neve più praticabile, ma lui
Strinse i denti e andò avanti.

«Bastardo, bastardo,
bastardo» ripeteva,
trascinandosi fra gli alberi
verso il punto dal quale
proveniva lo scoppiettio del
fuoribordo. E, dopo una
cinquantina di metri, si trovò
proprio a strapiombo sul
fiume, che scorreva dieci
metri più in basso. Vide
subito alcune apparecchiature
elettroniche sparse sulla
neve, poi sollevò lo sguardo
notando sulla superficie
dell'acqua qualche isoletta di
ghiaccio: era immenso, quel
fiume, non si riuscivano a
scorgere gli alberi sulla
sponda opposta. La barchetta
stava puntando verso il centro
con un'ampia virata,
sollevando nell'oscurità una
falce di schiuma bianca.
Suvorin intravide dentro la
barca tre figure accoccolate;
una cercò di sollevarsi, ma
venne subito fatta riabbassare
da un'altra. Allora si
inginocchiò e imbracciò la
mitragliatrice, inserendo il
nastro e abbassando con uno
scatto il coperchio. Ma,
quando stava per premere il
grilletto, la barca girò
dietro l'ansa e scomparve.
Allora abbassò l'arma e chinò
il capo. Accanto a lui, simile
a una sonda atterrata su un
pianeta ostile, un'antenna
satellitare collegata con un
cavo a una batteria d'auto era
puntata sulla Dvina in
direzione dell'orizzonte ormai
invisibile. Un altro cavo era
collegato a una valigia, sulla
cui etichetta adesiva si
leggeva: TRANSPORTABLE VIDEO &
AUDIO TRANSMISSION
TERMINAL. Sul display
dell'apparecchio dieci zeri
rossi lampeggiavano debolmente
come se gli strizzassero
l'occhio, poi scomparvero.
Accoccolato sulla riva, si
sentì assalire da un
insopportabile senso di vuoto,
come se una forza malvagia
eruttata da un invisibile
vulcano fosse volata via
lasciandosi dietro una nera
scia di cometa. Per circa
mezzo minuto rimase ad
ascoltare l'eco sempre più
fievole del fuoribordo. E poi
rimase solo in quel
profondissimo silenzio.

CAPITOLO 31.


La sagoma che Suvorin
aveva visto sollevarsi dentro
la barca era quella di O'Brian
("Il materiale, i miei
nastri!"), e a rimetterla giù
era stata quella di Kelso ("Al
diavolo tu e i tuoi nastri!").
La barca si era messa a
ondeggiare pericolosamente e
il russo li aveva maledetti,
poi O'Brian si era preso il
capo fra le mani
piagnucolando. Kelso, mentre
la barca si allontanava,
scrutò a lungo la riva, ma non
vide nessuno. Dietro le cime
degli abeti si riflettevano
ancora nel cielo i bagliori
delle fiamme che avvolgevano
lo spazzaneve, poi un'ansa del
fiume cancellò anche
quell'immagine. La barca
acquistò velocità, grazie
anche alla corrente, e il
silenzio cristallino del
crepuscolo fu violato solo dal
frastuono scoppiettante del
motore. Ora Kelso aveva
riacquistato completamente
lucidità e tutti i suoi
pensieri erano concentrati su
una sola idea: quella della
sopravvivenza. Dovevano
allontanarsi il più possibile
da lì, tutto il resto in quel
momento non contava. Non
sapeva quanti uomini fossero
rimasti vivi alle loro spalle,
e nell'ipotesi più ottimistica
i rinforzi sarebbero arrivati
solo l'indomani mattina: ma
c'era il rischio che il biondo
avesse lanciato l'allarme via
radio e che la Milizia li
attendesse ad Archangel. Nella
barca non c'erano né acqua né
cibo, soltanto i remi, una
fune da ormeggio, la valigia e
il fucile del russo e un
piccolo serbatoio puzzolente
che con ogni probabilità
perdeva carburante. Si
avvicinò il polso agli occhi
per leggere l'ora, erano le
sei e trenta.
«A che ora hai detto che
il treno per Mosca parte da
Archangel?» chiese a O'Brian.
Il giornalista sollevò il
volto segnato dalla tristezza.
«Alle otto e dieci»
biascicò. Kelso si voltò verso
il russo, gridando per
superare il rombo del motore e
il fruscio del vento.
«Ce la faremo ad arrivare
ad Archangel?» Nessuna
risposta. Indicò l'orologio.
«Ce la faremo ad arrivare
in centro fra un'ora?» L'uomo
sembrava non averlo nemmeno
udito. Teneva la barra del
timone e guardava fisso
davanti a sé; il bavero
sollevato e il berretto calato
sugli occhi rendevano
impossibile capire la sua
espressione. Kelso ripeté la
domanda, poi rinunciò. E
rifletté su quell'assurda,
orribile situazione che si era
venuta a creare: le loro vite
erano ormai affidate a lui,
diventato da nemico alleato, e
il loro futuro, era alla mercé
di quella mente insondabile.
Il freddo arrivava ora da
tutte le direzioni: alle
spalle il vento siberiano,
sotto la chiglia della barca
l'acqua gelida, sul viso
l'aria altrettanto gelida
spostata dalla barca che
procedeva in direzione nord-
ovest. O'Brian, inconsolabile,
continuava a esprimersi a
monosillabi. Dopo circa
mezz'ora riprese a nevicare,
fiocchi grossi e luminosi che
cadevano nell'oscurità simili
a frammenti di cenere. Ogni
tanto qualche piccola lastra
di ghiaccio andava a battere
contro la fiancata. Sembrava
che l'inverno stesse
stringendo la morsa attorno a
loro, deciso a non lasciarli
andare, e Kelso si chiese se
la paura non fosse il vero
motivo del silenzio del russo.
Anche gli assassini hanno
paura, come tutti, forse più
di tutti. Stalin aveva passato
metà della sua vita in preda
al terrore. Aveva paura degli
aerei, paura delle visite al
fronte, faceva sempre
assaggiare le pietanze temendo
che fossero avvelenate,
cambiava in continuazione le
guardie, gli itinerari, i
letti: se hai ucciso tante
persone, sai bene quanto
facilmente possa arrivare la
morte. Anche per loro sarebbe
arrivata facilmente; prima che
potessero raggiungere
Archangel il fiume si sarebbe
ghiacciato, ma con una crosta
troppo sottile per poterci
camminare, e sarebbero morti
assiderati sotto una coltre di
neve. Si chiese se e fino a
che punto sarebbe stato
rimpianto. Margaret... Che
cosa avrebbe pensato nel
sentirsi dire che il suo ex
marito era stato trovato
cadavere in mezzo a un fiume
ghiacciato a millecinquecento
chilometri da Mosca? E i
bambini?
Il loro giudizio gli stava
a cuore, nulla gli mancava in
quel momento quanto i suoi
figli. Forse avrebbe dovuto
scrivere loro un eroico
biglietto d'addio, come il
capitano Scott nell'Antartico:
"Queste poche righe e i nostri
corpi senza vita vi
racconteranno la storia...".

Forse, pensò, non temeva
di morire quanto si sarebbe
immaginato: e la cosa lo
sorprese, non essendo lui né
coraggioso né animato dalla
fede.
Ma sarebbe stato veramente
da stupido, rifletté, dedicare
una vita allo studio della
Storia senza acquisire un
minimo di prospettiva della
propria mortalità, e forse
proprio per questo aveva
passato tanti anni a scrivere
dei morti. Non ci aveva mai
pensato. Cercò di immaginarsi
i necrologi. "...una promessa,
la sua, mai del tutto
mantenuta... mai riuscito a
pubblicare a coronamento dei
suoi studi quell'opera
fondamentale che ci si sarebbe
aspettata da lui... forse non
troveranno mai una spiegazione
alle insolite circostanze
della sua prematura
dipartita..." Sarebbero stati
tutti sulla stessa falsariga
quegli articoli, dei quali
conosceva fin troppo bene gli
arroganti autori. Il russo
dette ancora gas e Kelso gli
udì biascicare qualcosa, come
se parlasse con se stesso.
Passò un'altra mezz'ora. Kelso
teneva gli occhi chiusi e fu
quindi O'Brian a vedere per
primo le luci. Dette una
gomitata al compagno
indicandogli un punto e, dopo
un paio di secondi, anche
Kelso vide le luci in cima
alle ciminiere e alle gru
della cartiera. Poi su
entrambe le sponde
cominciarono a brillare
nell'oscurità altre luci e il
cielo prese gradatamente a
impallidire. Ce l'avevano
fatta, nonostante tutto? Aveva
il volto ghiacciato, non
riusciva quasi a parlare.
«Hai la carta di
Archangel?» O'Brian si mosse
lentamente. Assomigliava a una
statua di marmo bianco che
prendeva vita e, muovendosi,
fece cadere sul fondo della
barca alcune scaglie di
ghiaccio che gli si erano
formate sul giaccone. Estrasse
dalla tasca interna la carta
di Archangel e Kelso scivolò
dalla panchetta su cui era
seduto per mettersi a quattro
zampe avvicinando la carta a
prua, dove era meno buio. La
Dvina si era gonfiata e due
isolette ne dividevano il
corso in tre canali. Loro
avrebbero dovuto seguire
quello a nord.
Mancava un quarto alle
otto. Kelso tornò a poppa.
«Compagno!» gridò,
puntando la mano a taglio
verso destra. Il russo non
dette alcun segno di avere
capito, ma un minuto dopo, in
vista della massa scura
dell'isola che emergeva dalla
neve, virò a nord, e subito
dopo Kelso notò una boa
arrugginita e, subito dietro,
il cielo, attraversato da una
fila di luci. Chiuse le mani a
coppa attorno all'orecchio di
O'Brian.
«Il ponte» disse. O'Brian
si abbassò il cappuccio e lo
fissò senza capire.
«Il ponte che abbiamo
visto stamattina.»
Poco dopo passarono sotto
il ponte a due piani, uno
stradale e uno ferroviario, un
monumentale ponte di ferro dal
quale pendevano stalattiti di
ghiaccio, avvolto in un forte
puzzo d'immondizia e di
sostanze chimiche. Lo
superarono e, voltandosi,
Kelso vide i fari gialli delle
auto procedere lentamente
nella neve. ; Sulla loro
destra apparve poi la sagoma
familiare dell'ufficio
portuale, con la passerella
alla quale erano ormeggiate
diverse barche. Urtarono una
spessa lastra di ghiaccio e
Kelso e O'Brian si sentirono
proiettare in avanti mentre il
motore si spegneva. Il russo
lo riaccese e fece qualche
metro a marcia indietro, poi
trovò nel ghiaccio un
passaggio aperto poco prima da
un'imbarcazione più grossa e
ci si infilò; c'era ancora del
ghiaccio, ma più sottile, e la
prua riusciva a fenderlo.
Kelso si voltò a guardare il
russo, che con la mano stretta
sulla barra scrutava
attentamente l'angusto
passaggio.
Arrivati alla passerella,
il russo inserì nuovamente la
retromarcia e procedette
lentamente per poi fermarsi.
Infine spense il motore e
prese dal fondo della barca la
fune d'ormeggio, arrotolata.
O'Brian fu il primo a
scendere, subito seguito da
Kelso. Batterono i piedi in
terra per scuotersi di dosso
la neve e cercare di
riattivare la circolazione.
O'Brian propose di cercare
un albergo per telefonare al
suo ufficio, ma Kelso lo
interruppe.
«Niente albergo, hai
capito? Niente ufficio e
niente notizia. Ce ne torniamo
a Mosca.»
Avevano tredici minuti per
prendere il treno. E lui?
O'Brian gli indicò con la
testa il russo, che li
osservava in silenzio
stringendo in mano la valigia.
Sembrava stranamente spaesato,
addirittura vulnerabile fuori
del suo territorio; sperava
ovviamente di unirsi a loro.
«Cristo benedetto!»
sussurrò Kelso.
Teneva la carta spalancata
e non sapeva che cosa fare.
«Andiamo.»
Si incamminò sulla
passerella verso la riva e
O'Brian si affrettò a
seguirlo.
«Ce l'hai ancora il
quaderno?» Kelso batté la mano
sulla tasca del giaccone.
«Credi che abbia una
pistola?» chiese ancora
O'Brian.
Poi si voltò a guardare.
«Merda, ci sta seguendo.»
Il russo era staccato di
una decina di metri e
trotterellava alle loro spalle
guardando diffidente a destra
e a sinistra, come un cane
randagio. Il fucile doveva
averlo lasciato nella barca.
Forse aveva ancora il
coltello?
Kelso accelerò il passo..
«Ma non possiamo
lasciarlo...»
«Sì che possiamo.»
Si rese conto in quel
momento che O'Brian era ancora
all'oscuro dei due giovani
norvegesi e degli altri.
«Ti spiegherò dopo,
l'importante è togliercelo dai
piedi. Credimi.»
Arrivati quasi di corsa
all'imbocco della passerella,
si trovarono nel parcheggio
dei pullman proprio di fronte
all'ufficio portuale, un
immenso piazzale deserto e
desolato sommerso dalla neve e
fiocamente illuminato da
alcuni fanali al sodio
giallastri. Kelso, stringendo
in mano la carta e scivolando
ogni tanto sul ghiaccio, si
diresse a nord. La stazione
era distante quasi due
chilometri, non ce la potevano
fare. Si guardò attorno e vide
sbucare lentamente da una
strada laterale l'onnipresente
Lada color sabbia,
inzaccherata e coperta di
neve. Le andò incontro
agitando le braccia. In
Russia, in provincia, ogni
auto è un potenziale taxi, il
conducente si trasforma in
taxista appena gliene capita
l'occasione, e quello della
Lada non fece eccezione. Si
avvicinò ai due, innaffiandoli
con un getto di neve sporca, e
abbassò il finestrino prima
ancora di fermarsi. Sembrava
un tipo rispettabile,
probabilmente un insegnante o
un impiegato, portava un paio
di lenti dalla pesante
montatura e guidava
rannicchiato per vincere il
freddo.
«State andando al
Conservatorio?»
«Le do dieci dollari
americani se ci porta alla
stazione in tempo per prendere
il treno per Mosca» gli disse
Kelso. Poi, senza nemmeno
attendere la risposta, abbassò
lo schienale del sedile del
passeggero e fece infilare
O'Brian su quello posteriore.
Si era accorto che il russo,
superata la sorpresa, aveva
guadagnato terreno
avvicinandosi pericolosamente.
«Compagni!» gridò il
figlio di Stalin. Senza un
attimo di esitazione Kelso
rialzò lo schienale, si
sedette e sbatté lo sportello.
«Ma non volete...»
stava dicendo
l'automobilista, guardando lo
specchietto retrovisore.
«No, si muova.»
La Lada ripartì con una
leggera sbandata e Kelso si
voltò a guardare. Il russo
aveva posato la valigia a
terra ed era rimasto a fissare
l'auto che si allontanava,
sconcertato. La sua immagine
fu in breve inghiottita dalla
neve e dall'oscurità.
«Non riesco a non provare
compassione per quel povero
bastardo» disse O'Brian. Ma
l'unico sentimento di Kelso
era in quel momento il
sollievo.
«"La gratitudine è una
malattia che colpisce i cani"»
commentò, citando Stalin. La
stazione ferroviaria di
Archangel si apriva sul lato
nord di una grossa piazza, di
fronte a una serie di palazzi
e a un filare di betulle
squassate dal vento. O'Brian
gettò un biglietto da dieci
dollari all'autista e, assieme
a Kelso, prese a correre verso
l'entrata. La biglietteria
aveva sette sportelli, ma
cinque erano chiusi e davanti
agli altri due si erano
formate altrettante lunghe
code. Aspettavano in fila il
loro turno studenti, turisti
con lo zaino in spalla,
soldati, gente di ogni razza
ed età, famiglie con grossi
scatoloni legati con lo spago.
Un neonato piangeva, altri
bambini si rincorrevano
scivolando sulle chiazze di
neve sciolta.
O'Brian superò la fila
distribuendo dollari, da bravo
occidentale prepotente.
«Mi spiace, signora...
Scusi... Scusi anche lei...
Devo prendere quel treno...»
Era una piccola fortuna
quella che stava spargendo a
piene mani, tre o quattrocento
dollari, provocando commenti e
mormorii tutt'altro che
risentiti. Un minuto dopo
O'Brian tornò stringendo in
mano due biglietti e con Kelso
si mise a correre verso il
binario. Se qualcuno aveva
ricevuto l'ordine di
arrestarli, quello era il
momento migliore per farlo.
C'erano in giro una decina di
agenti della Milizia, tutti
giovani e con il berretto
sollevato sul capo, simili ai
soldati dell'esercito
imperiale diretti al fronte
nel 1914.
Fissarono O'Brian e Kelso
che attraversavano di corsa
l'atrio, ma il loro era lo
sguardo un po' ebete che
veniva riservato di solito
agli stranieri. L'idea di
fermarli non li sfiorava
nemmeno. Non era stato quindi
lanciato alcun allarme. Chi
aveva mandato le Forze
Speciali a bloccarli doveva
essersi convinto che i due
stranieri fossero morti. Il
treno era lungo almeno
quattrocento metri e in quel
momento stavano già
richiudendo gli sportelli. Sul
marciapiede, sotto la neve,
alcune coppie si salutavano
abbracciandosi e un paio di
ufficiali andavano su e giù
con le loro valigie da quattro
soldi. Kelso ebbe
l'impressione di aver fatto un
salto indietro nel tempo di
settant'anni, di essere
entrato in una specie di
tableau rivoluzionario, sulla
fiancata della grossa
locomotiva spiccava ancora lo
stemma con la falce e il
martello. La loro carrozza era
la terza, Kelso aprì lo
sportello mentre O'Brian si
avvicinava di corsa a una
babuska che vendeva cibo per i
viaggiatori, una vecchia con
una verruca grossa come una
noce sulla guancia. Quando si
udì il fischio del treno,
l'americano si stava ancora
riempiendo le tasche. Il treno
si mosse lentamente e per un
tratto fu affiancato sul
marciapiede da persone che
agitavano il fazzoletto,
alcuni addirittura
continuavano a stringere la
mano dell'amico o parente a
bordo. Kelso ripensò alla
giovane Anna Safanova in
quella stessa stazione, quasi
cinquant'anni prima ("...Bacio
la mamma sulle guance. Addio a
lei, addio
all'adolescenza...") e per la
prima volta provò una profonda
tristezza per quella povera
ragazza. La gente sul
marciapiede cominciò a
trotterellare, poi a correre.
Lui allungò un braccio e tirò
a bordo O'Brian, poi il treno
acquistò velocità e la
stazione scomparve.

CAPITOLO 32.


Il loro scompartimento in
classe "morbida", più o meno a
metà carrozza, non era poi
male. Pagando un milione di
rubli a testa avevano diritto
a due panchette impolverate
color amaranto, due lenzuola
di nylon, due materassi
arrotolati, due cuscini, due
lampade con il paralume verde
attaccate al rivestimento in
finto legno e un tavolino
ribaltabile.
Privacy, insomma. Dal
finestrino videro sfilare le
arcate metalliche del ponte.
Poi, una volta superato il
fiume, la nevicata tolse
qualsiasi visuale e il vetro
sporco rimandò soltanto
l'immagine di due uomini
stravolti dalla stanchezza,
zuppi di neve e non rasati.
O'Brian chiuse la tendina
giallastra, abbassò il
tavolino e tirò fuori dalle
tasche una pagnotta, pesce
secco, un salame e alcune
bustine di tè, mentre Kelso
andava a cercare dell'acqua
calda. A un'estremità del
corridoio troneggiava un
samovar annerito davanti al
cubicolo della provodnik, la
responsabile di quella
carrozza, un donnone arcigno
in uniforme grigioazzurra
simile alla guardiana di un
campo di prigionia. Il
cubicolo aveva uno specchio
inclinato in modo che la donna
potesse controllare i
movimenti dei viaggiatori
senza alzarsi dal seggiolino.
Kelso si fermò a studiare
l'orario affisso alla parete,
li aspettava un viaggio di
oltre venti ore con tredici
fermate, non contando quella
di Mosca, dove sarebbero
arrivati alle quattro di
pomeriggio del giorno dopo.
Venti ore. Che speranze
avevano di arrivare a Mosca
senza essere arrestati prima?
Al più tardi a metà mattinata
Mosca avrebbe saputo che
l'operazione nella foresta era
fallita e sicuramente avrebbe
dato ordine di fermare e
perquisire l'unico treno
partito da Archangel per la
capitale. Sarebbe stato quindi
consigliabile scendere prima,
magari a Sokol, dove era
prevista la fermata alle sette
di mattina: o meglio ancora in
una città più grande come
Vologda, dove avrebbero potuto
prendere una camera in albergo
e telefonare all'ambasciata
americana.
Alle sue spalle si aprì la
porta di uno scompartimento,
dal quale uscì, diretto alla
toilette, un uomo d'affari
vestito di blu.
L'abbigliamento impeccabile di
quello sconosciuto mise a
disagio Kelso, sporco e in
disordine con il suo giaccone
spiegazzato e gli stivali
inzaccherati. Si fece dare
dalla custode due tazze di
plastica piene d'acqua calda e
tornò a chiudersi nello
scompartimento che divideva
con O'Brian.
Sedevano l'uno di fronte
all'altro divorando il loro
pasto freddo e insipido. Kelso
gli parlò della sua decisione
di scendere dal treno prima di
Mosca.
«Perché?»
«Perché non possiamo
correre il rischio che ci
arrestino sul treno, ecco
perché.»
O'Brian addentò un pezzo
di pane, riflettendo.
«Sei davvero convinto che
ci avrebbero sparato... lì,
nella foresta?»
«Sì.»
. Il giornalista, che
aveva evidentemente superato
il panico, di poche ore prima,
cominciò a discutere, ma Kelso
l'interruppe.
«Pensa un attimo come
sarebbe stato facile
eliminarci. La versione
ufficiale, poi, sarebbe stata
la seguente: un maniaco ci
aveva presi in ostaggio, loro
avevano mandato le Forze
Speciali a liberarci, ma il
maniaco ci aveva ucciso prima
di essere ammazzato a sua
volta.»
«Non ci avrebbe creduto
nessuno.»
«E invece sì, quello era
uno psicopatico.»
«Che cosa?»
«Uno psicopatico, per
questo non me lo sono voluto
portare dietro. Metà delle
tombe di quel piccolo cimitero
le aveva riempite lui, per non
parlare degli altri.»
«Quali altri?»
«Almeno cinque. Un ragazzo
e una ragazza norvegesi e tre
poveracci russi, tutta gente
che passava di lì per caso.
Mentre tu eri al fiume ho
trovato i loro documenti e
alcune carte, li aveva
costretti a confessare di
essere delle spie per poi
ucciderli. E' completamente
pazzo, credimi, e spero solo
di non trovarmelo più
davanti.»
O'Brian sembrava avere
difficoltà a inghiottire,
negli interstizi dei denti gli
si erano infilati pozzetti di
pesce.
«Che cosa credi che gli
succederà?» chiese, quasi
sottovoce.
«Immagino che alla fine lo
prenderanno, chiuderanno
Archangel fin quando non lo
troveranno. E faranno bene. Te
lo immagini che cosa
potrebbero fare Mamantov e i
suoi se avessero fra le mani
uno che assomiglia a Stalin,
parla come Stalin e ha le
prove scritte di essere il
figlio di Stalin? Si
divertirebbero a mettere in
piedi un casino di dimensioni
colossali.»
O'Brian si rannicchiò
nella cuccetta con gli occhi
chiusi e il volto tirato e
Kelso, osservandolo, si rese
conto di come il precipitare
degli eventi gli avesse fatto
dimenticare Mamantov. Spostò
lo sguardo da O'Brian alla
reticella dei bagagli, al
giaccone nella tasca de! quale
c'era ancora la cartella con
il quaderno.
Cercò di riflettere ma
senza riuscirci, si sentiva la
mente annebbiata.
Si rese conto che nelle
ultime tre notti aveva dormito
ben poco: la prima l'aveva
passata a sbevazzare con
Rapava, la seconda in una
cella nei sotterranei della
centrale della Milizia e la
terza sulla Toyota diretti ad
Archangel. Era distrutto.
Riuscì a fatica a togliersi
gli stivali e a prepararsi il
letto.
«Sono a pezzi, decideremo
domattina il da farsi.»
O'Brian non rispose. Prima
di mettersi a letto Kelso andò
a chiudere la porta dello
scompartimento con il
chiavistello, ammesso che
potesse servire a qualcosa.
Una ventina di minuti dopo
O'Brian finalmente si mosse.
Kelso, ancora fra il
dormiveglia e il sonno, lo udì
togliersi gli stivali e
stendersi con un sospiro
spegnendo la lampadina.
Lo scompartimento piombò
nell'oscurità, fiocamente
rischiarata dalla luce
azzurrina di un tubo al neon
che sfrigolava sul soffitto.
L'immenso treno procedeva in
mezzo alla neve verso sud e
Kelso dormì, ma non bene.
Con il passare delle ore
si mescolarono al suo sonno
agitato i suoni del viaggio, i
sussurri provenienti dai due
scompartimenti vicini, il
ciabattio di una babuska nel
corridoio, una lontana voce
femminile all'altoparlante
ogni volta che il treno si
fermava a una stazione -
Njandoma, Konosa, Ertsevo,
Vozega, Charovsk - e la gente
che scendeva e saliva, la luce
bianca dei lampioni che
filtrava dalla tendina, i
movimenti di O'Brian nel
sonno. Non udì la porta che si
apriva, ma avvertì un
improvviso trepestio e poi una
mano enorme che gli serrava la
bocca. Spalancò gli occhi e
sentì la punta di un coltello
pungergli la gola, nel punto
in cui la carne molle sotto il
mento copre la trachea.
Cercò disperatamente di
mettersi a sedere, ma la mano
lo bloccò, non riusciva a
muovere le braccia perché le
lenzuola stropicciate glielo
impedivano. Non vide nessuno,
ma una voce maschile calda e
ansimante gli sussurrò
all'orecchio: «Un compagno che
abbandona un compagno è un
cane vigliacco e i cani
vigliacchi devono morire come
cani, compagno....»
Il coltello continuava a
penetrare... Si svegliò di
colpo: l'urlo già pronto a
uscirgli di bocca, gli occhi
sbarrati e le mani strette
sulle lenzuola appallottolate.
Lo scompartimento era vuoto e
l'oscurità azzurrina
cominciava a tingersi di
grigio. Per qualche istante
non si mosse e rimase a
guardare O'Brian che si girava
nel sonno, con un braccio che
pendeva fino a sfiorare il
pavimento e l'altro piegato
sulla fronte. Impiegò altri
due minuti per farsi passare
il panico, poi allungò un
braccio e scostò la tendina
per guardare l'ora. Era
convinto che fosse ancora
notte fonda e scoprì invece
che erano le sette passate,
aveva dormito quasi nove ore.
Allora fece leva su un gomito
e sollevò il busto, scostando
meglio la tendina. E in quel
momento vide il volto di
Stalin dirigersi ondeggiando
verso di lui, affiancarsi al
finestrino e superarlo
scomparendo alla vista. Rimase
a guardare, ma non vide nessun
altro, solo il terreno incolto
al di là dei binari e i cavi
elettrici sospesi fra un
pilone e l'altro che
sembravano alzarsi e
abbassarsi con il procedere
del treno. Aveva smesso di
nevicare e il cielo color
piombo cominciava a
schiarirsi. Capì che qualcuno
aveva issato una gigantografia
di Stalin. Lasciò ricadere la
tendina e si mise a sedere.
Poi, in silenzio per non
svegliare O'Brian, si infilò
gli stivali di gomma e aprì
lentamente la porta dello
scompartimento guardando a
destra e a sinistra. Il
corridoio era deserto. Allora
si richiuse la porta alle
spalle e cominciò a camminare
verso il fondo del treno.
Superò una carrozza vuota
identica alla loro, lanciando
ogni tanto un'occhiata fuori
del finestrino, e passò dalla
classe "morbida" a quella
"dura", le cuccette erano a
castello negli scompartimenti
aperti a destra del corridoio
e singole in senso
longitudinale a sinistra.
Bagagli ammucchiati alla
rinfusa; sessanta viaggiatori
per carrozza, alcuni dei quali
si erano messi a sedere e
sbadigliavano, con gli occhi
arrossati, mentre altri
russavano beati; una piccola
fila davanti alla toilette
puzzolente; una mamma che
cambiava il pannolino al
figlio passandole accanto lui
colse il puzzo di latte e
delle feci); i fumatori
accalcati davanti a un
finestrino aperto, in fondo
alla carrozza; il profumo del
loro tabacco senza filtro; il
dolce gelo dell'aria che
entrava dal finestrino. Superò
quattro carrozze "dure" e,
giunto sulla soglia della
quinta, decise che quella
sarebbe stata l'ultima, il
viso di Stalin doveva
esserselo sognato. E proprio
in quel momento lo rivide,
anzi ne vide due che gli
venivano incontro, il viso di
Stalin e quello di Lenin,
tenuti sollevati da una coppia
anziana ferma su uno stretto
marciapiede.
Li vide bene passando loro
davanti, entrambi con i volti
incartapecoriti, lui con il
petto coperto di decorazioni,
mentre il treno procedeva a
passo d'uomo per fermarsi in
una stazione.
D'improvviso la coppia si
girò di scatto, come se avesse
visto qualcuno sulla carrozza
nella quale stava entrando
Kelso, e marito e moglie
improvvisamente ringiovaniti
sorrisero e si misero a
salutare. Il tempo sembrò
decelerare insieme con il
treno, come in un sogno.
Alcuni operai delle ferrovie
con picconi e vanghe,
allineati sul marciapiede,
sollevarono di scatto il pugno
guantato. Allo stridio dei
freni si sovrapposero le note
del vecchio inno nazionale
Partito di Lenin!
Partito di Stalin! e
davanti al finestrino sfilò
una piccola banda in uniforme
azzurra. Il treno si fermò con
un sospiro di freni pneumatici
e Kelso vide un cartello:
VOI.OGDA. La piccola folla sul
marciapiede applaudiva,
correndo su e giù. Aprì la
porta della carrozza e vide
subito il russo, ancora con
l'uniforme del padre, che
dormiva seduto una decina di
metri più avanti e gli altri
viaggiatori in piedi a qualche
passo di distanza che lo
osservavano con profondo
rispetto. L'uomo cominciava a
svegliarsi. Mosse il capo, si
portò una mano al viso come
per allontanare qualcosa e
batté le palpebre. Poi si
accorse che lo stavano
osservando e lentamente drizzò
la schiena guardandosi
attorno.
Qualcuno batté le mani,
subito imitato dagli altri, e
l'applauso si propagò alla
folla del marciapiede che si
era accalcata sotto il
finestrino. Negli occhi del
russo la diffidenza si
trasformò in stupore.
Un uomo gli sorrise,
continuando ad applaudire, e
lui ricambiò il sorriso come
se cominciasse ad afferrare
quello strano rituale, per poi
applaudire a sua volta e
assentire benevolmente. Kelso
capì che il russo doveva avere
atteso trent'anni quel
momento. Sono solo uno di voi,
compagni, sembrava dire la sua
espressione, un uomo semplice,
dai modi forse un po' rudi: ma
se venerarmi può darvi
piacere... Non si era accorto
che Kelso lo stava guardando,
era solo uno dei tanti volti
tra la folla. Lo storico, dopo
qualche secondo, fece
dietrofront e fendette la
calca dei viaggiatori in
estasi, Aveva la mente in
subbuglio.. Il russo doveva
essere salito a bordo alla
stazione di Archangel un
minuto dopo di loro, e per
arrivarci aveva anche lui
probabilmente fermato un'auto
di passaggio. Fin lì nulla di
strano, Ma quella gente? Andò
quasi a sbattere contro una
donna anziana che risaliva il
corridoio con due borse da
viaggio sottobraccio,
stringendo in una mano una
bandiera rossa e nell'altra
una vecchia macchina
fotografica.
«Che succede?» le chiese.
«Non l'ha saputo? C'è il
figlio di Stalin, sul treno!
E' un miracolo!» Sorrideva
mettendo in mostra alcuni
denti metallici.
«E come fa a saperlo?»
«L'ho visto in
televisione» rispose, come se
quella spiegazione fosse più
che sufficiente.
«Tutta la notte! Quando mi
sono svegliata facevano vedere
ancora quel filmato, dicevano
che era salito sul treno per
Mosca!»
Qualcuno da dietro la
spinse e lei finì tra le
braccia di Kelso, che cercò
invano di liberarsene. La
donna non mollò la presa e lo
fissò a lungo negli occhi.
«Ma lei questo lo sapeva!»
esclamò poi.
«C'era anche lei in
televisione, ha detto che era
tutto vero!» Lo abbracciò
forte, sbattendogli le borse
contro la schiena.
«Grazie! Grazie! E' un
miracolo!» Alle spalle della
donna Kelso notò una luce che
si muoveva verso di loro. La
luce di un faretto della tv,
poi alcune telecamere, grossi
microfoni grigi, i tecnici che
rinculavano trascinandosi
dietro i cavi aggrovigliati. E
in mezzo a quel caos procedeva
a passo sicuro verso il suo
destino, conversando
amabilmente con i giornalisti,
Vladimir Mamantov, circondato
da una falange di guardie del
corpo in giaccone nero. Kelso
impiegò diversi minuti per
farsi strada fino al loro
scompartimento, dove trovò
O'Brian sveglio che guardava
dal finestrino. Sentendolo
entrare, l'americano si voltò
di scatto e sollevò le braccia
in segno di resa.
«Non sapevo che sarebbe
successa una cosa del genere,
Fiuke, te lo giuro...»
«Che cos'hai combinato?»
«Niente...»
«Che cos'hai combinato?»
O'Brian sembrò farsi più
piccolo.
«Ho trasmesso il servizio»
biascicò.
«Che cosa?»
«Ho trasmesso il servizio.
"Sembrava aver ritrovato il
coraggio, ora parlava in tono
quasi di sfida.
«Ieri, dalla riva del
fiume, mentre tu eri nella
capanna a parlare con il
russo. Ho tagliato un po' di
immagini, riducendole a tre
minuti e quaranta secondi, poi
ho aggiunto il testo, ho
convertito il tutto in
digitale e l'ho trasmesso al
satellite. Stavo per dirtelo,
ieri sera, ma non volevo
contrariarti...»
«Contrariarmi?»
«Andiamo, Fiuke. Per
quanto ne sapevo, il servizio
poteva anche non essere
nemmeno partito, magari si era
esaurita la batteria, oppure
quello aveva danneggiato le
apparecchiature con una
fucilata...»
Kelso cercava di
raccapezzarsi, troppe sorprese
tutte in una volta... Il russo
sul treno; la folla in
delirio, Mamantov. Notò che
erano ancora fermi alla
stazione di Vologda.
«A che ora saranno andate
in onda le immagini, in questa
zona?»
«Alle nove di ieri sera,
credo.»
«E le hanno riproposte
ogni ora, tutta la notte?»
«Penso di sì.»
«Per undici ore?! E le
hanno vendute agli altri
network? Alla televisione
russa?»
«Sicuramente. E' un'ottima
pubblicità per i miei, ti
sembra? Le avranno trasmesse
sicuramente anche la Cnn, la
Bbc, Sky News...»
Non riusciva a nascondere
la soddisfazione.
«E hai anche mandato in
rete l'intervista che mi avevi
fatto a Mosca, quella sul
quaderno?» O'Brian sollevò di
nuovo le braccia.
«Di quella non so nulla.
Cioè, loro l'avevano, certo,
perché l'avevo montata e poi
spedita in America prima di
partire per Archangel.»
«Sei proprio un bastardo
irresponsabile! Lo sai chi C'è
su questo treno?
Mamantov.»
«Sì, l'ho appena visto.»
Lanciò un'occhiata nervosa
al finestrino.
«Vorrei sapere che ci fa
qui.»
Pronunciò quelle parole in
un tono così falsamente
Casuale da far trasalire
Kelso. Passarono alcuni
secondi.
«E' stato Mamantov a
metterti in pista, vero?»
O'Brian esitò e Kelso si
accorse di barcollare, come un
ubriaco o un pugile che stia
per andare al tappeto.
«Cristo santo, mi avete
incastrato...»
«No, non è vero» si
affrettò a dire O'Brian.
«Sì, lo ammetto, Mamantov
mi ha telefonato... Te l'avevo
detto che lo avevo già visto
altre volte.
Ma il resto, la scoperta
del quaderno, il viaggio ad
Archangel, è tutto opera
nostra, mia e tua. Te lo
giuro. Tu e io. Non sapevo che
cosa avremmo trovato.»
Kelso chiuse gli occhi.
Era un incubo.
«Quando ti ha telefonato?»
«All'inizio. Mi ha fatto
una soffiata, senza parlarmi
di Stalin o di altro.»
«All'inizio quando?»
«La sera prima che io
facessi la mia comparsa al
congresso. Mi ha detto: "Vada
all'Istituto di
marxismoleninismo con una
telecamera, signor O'Brian" lo
sai come parla, "cerchi il
dottor Kelso e gli chieda se
sta per dare un annuncio".
Tutto qui, poi ha riattaccato.
E, siccome le sue dritte si
erano sempre rivelate giuste,
sono andato.»
Rise.
«Gesù, per quale altro
motivo credi che mi trovassi
lì? Per riprendere alcuni
storici che parlavano di
archivi? Ma fammi il favore!»
«Sei proprio un bastardo
bugiardo e irresponsabile...»
Fece un passo verso di lui
e O'Brian indietreggiò, ma
Kelso lo ignorò del tutto. Gli
era venuta un'idea. Tirò giù
dalla reticella il suo
giaccone.
«E ora che cosa fai?»
«Quello che avrei dovuto
fare fin dall'inizio se avessi
saputo la verità. Distruggo
quel maledetto quaderno.»
Estrasse la cartella dalla
tasca interna.
«Ma manderai tutto a
puttane» protestò O'Brian.
«Senza quaderno, senza la
prova, non c'è più la notizia.
Faremo una figura da stronzi.»
«Bene.»
«Non posso permetterti...»
«Prova soltanto a
fermarmi.»
A farlo cadere non fu
tanto la forza del pugno
quanto la sorpresa. Lo
scompartimento si capovolse e
Kelso si ritrovò supino sul
pavimento.
«Non costringermi a
rifarlo» lo implorò O'Brian,
chino su di lui.
«Ti prego, Fiuke, mi sei
troppo simpatico.»
Allungò una mano, ma Kelso
rotolò di fianco, senza fiato,
con il viso contro la polvere
del pavimento, avvertendo
sotto le mani le vibrazioni
della locomotiva. Si portò le
dita alla bocca accorgendosi
che sanguinava, sentì un
sapore di sale. Il motore
della locomotiva rombò di
nuovo, come se il macchinista
si fosse stancato di
aspettare, ma il treno rimase
fermo.

CAPITOLO 33.


A Mosca il colonnello
Jurij Arsenev si stava
esibendo goffamente in un
numero di destrezza
tecnologica, tenendo il
ricevitore del telefono fra
orecchio e spalla e il
telecomando stretto fra le
mani tozze. Lo puntò verso un
grosso televisore, in un
angolo del suo ufficio,
tentando disperatamente di
alzare il volume ma riuscendo
solo ad aumentare la
luminosità e poi il contrasto.
Poi, come Dio volle, fu in
grado di ascoltare l'ultima
parte di una specie di
proclama di Mamantov. "...sono
volato qui da Mosca appena ho
appreso la notizia. Salgo
quindi su questo treno per
offrire la mia protezione., e
quella del movimento Aurora, a
questa figura storica. E
sfidiamo il grande usurpatore
fascista che siede al Cremlino
a impedirci di raggiungere e
occupare la sede passata,
presente e futura del potere
sovietico..." Nelle ultime
dodici ore il capo del
Direttorio aveva ricevuto una
serie di sgradevoli sorprese,
ma questa era decisamente la
più brutta. La prima l'aveva
avuta alle otto della sera
precedente, quando era stato
informato che la centrale
dello Spetsnaz aveva perso i
contatti con i suoi uomini e
Suvorin. Un'ora dopo erano
apparse in televisione le
prime immagini di quel matto
nella sua capanna ("Questa è
la legge degli sfruttatori, la
legge della giungla
capitalista: colpire il
debole, l'arretrato..."). Poco
prima dell'alba, era stata
segnalata la presenza
dell'uomo sul treno-letti per
Mosca e un contingente della
Milizia e dell'Mvb era pronto
a fermarlo a Vologda. E ora
Mamantov! Una cosa era rapire
qualcuno nell'oscurità in una
piccola stazione intermedia
come quelle di Konosa o
Ertsevo. Ma non era
decisamente possibile dare
l'assalto a un treno in pieno
giorno davanti alle telecamere
e in una grossa stazione come
quella di Vologda, per giunta
affrontando la scontata
resistenza di Mamantov e dei
suoi sgherri. Aveva quindi
chiamato il Cremlino. E ora
stava ascoltando la voce
stentorea di Mamantov due
volte, una dal televisore e
l'altra dal telefono,!
quest'ultima sovrapposta al
respiro ansante di un uomo
malato. Poi dalla cornetta gli
giunse il tintinnio di un
bicchiere, seguito dal fruscio
ovattato di un liquido che
veniva versato. Oh, no, pensò,
che non sia vodka. Non di
prima mattina, Sullo schermo
Mamantov, che stava salendo
sul treno, si fermò sul
gradino voltandosi a salutare
la telecamera che li
riprendeva. La banda aveva
ricominciato a suonare, la
folla applaudiva. Madre
santa... Arsenev si sentì
barcollare e gli sembrò che
gli si stesse chiudendo la
trachea, in quel momento
inspirare l'aria nei polmoni
era come succhiare fango con
una cannuccia. Spalancò la
bocca e si spruzzò in gola due
getti dell'inalatore.
«No» grugnì la voce
familiare nell'orecchio del
colonnello. E la linea fu
interrotta.
«No» ripeté subito Arsenev
con uno starnuto, puntando un
dito contro Vissari Netto.
«No» disse Netto, seduto
su un divano, parlando a un
telefono collegato sulla linea
militare con il comandante
della Milizia di Vologda.
«Ripeto: non fare alcuna
mossa, ritirare gli uomini e
lasciare ripartire il treno.»
«E' stata la decisione
giusta» commentò Arsenev,
riattaccando.
«Poteva nascerne una
sparatoria e non avrebbe fatto
una buona impressione.»
Una buona impressione,
ormai contava soltanto quello.
Arsenev rimase a riflettere
con crescente disagio su
quell'ennesimo bivio,
l'ultimo, che si era aperto
nella strada della sua vita.
Un ramo del bivio portava
apparentemente alla pensione
con annessa dacia; l'altro,
quasi sicuramente, al
licenziamento subito seguito
da un'inchiesta su un
tentativo di omicidio e al
rischio più che probabile
dell'arresto.
«Annullare l'operazione»
disse. Netto cominciò a
prendere appunti su un
taccuino, e questo fu
sufficiente