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Robert

La notte mi avvolge è il mio regno maledetto, l'unica dimensione in cui la mia non-vita può
continuare, sono oramai tre secoli che cammino su questa terra; mai avrei creduto di poter vedere
l'inizio di un nuovo millennio.
Ho osservato gli uomini cambiare, le donne diventare più libere, ho assistito a un'era di prodigi.
Nonostante tutte le conoscenze e le scoperte però gli uomini sono rimasti profondamente identici ai
loro antenati che si aggiravano furivi tra i bordelli dell'inghilterra settecentesca a cercare quel
sollievo che mi è negato da tempo.
Quanti secoli sono passati da quella notte d'inverno, se solo fossi stato come i miei vicini, mi
avevano avvisato di evitare le giovane gitana che era stata cacciata dal suo stesso carrozzone; ma io
ero un sognatore, credevo che al mondo non esistesse il male per chi come me viveva secondo la
legge di Cristo.
«C'è il diavolo in lei.» Sussurravano i più maligni passandole accanto veloci facendosi il segno
della croce.
«È maledetta.» Affermavano gli altri.
Io vedevo sono una vittima degli eventi, il suo ventre era arrotondato ad annunciare l'arrivo di un
figlio che probabilmente era stata la sua rovina, in un mondo che era in mano agli uomini lei e il suo
'peccato' esposto agli occhi di tutti l'aveva condannata. Ero così ingenuo, a quei tempi non
conoscevo nulla del male, vedevo solo una ragazza innocente; costretta a restare nascosta in quello
scantinato abbandonato, alla stregua di un ratto, gli avevo portato del cibo che lei aveva rifiutato
probabilmente per paura che fosse contaminato dal veleno.
Avevo provato ad ascoltare la mia giovane moglie, la piccola Rose che ancora non avevo avuto il
coraggio di fare mia, nonostante i nostri genitori avessero deciso che lei era pronta e matura per
essere mia moglie. Io sapevo che aveva nascosto la sua bambola preferita tra le lenzuola del
corredo, era ancora una bambina che aveva avuto al sfortuna di crescere troppo in fretta e io non me
la sentivo di toccarla. Non me la sen tivo di rovinare la sua innocenza, allora pensavo di avere tutta
la vita davanti... quanto mi abagliavo.
Quella notte mi affacciai alla finestra e vidi la giovane gitana in piedi, appena fuori dal cono di luce
proiettato dalla candela che tenevo accesa sulla finestra, sembrava una bestiola selvatica. Mi girai
verso la mia giovane moglie per chiederle se potevamo affrire un pasto a quella sventurata; Rose si
avvicinò leggera al mio fincò e guardò la donna ferma nel prato che circondava la nostra povera
casa, notò anche lei il ventre arrotondato della donna e fu mossa da un atto di pietà. Alzò il suo
volto verso di me e mi guardò con i suoi grandi occhi neri e vi vidi tutta la sua paura lasciare il
posto all' amore, e con un mesto sorriso mi fece cenno di sì e aggiunse in un sussurro «Nessuna
madre dovrebbe stare al freddo patendo la fame.»
Fu con l'amore nel cuore che accogliemmo la ragazza nella nostra casa e fu l'amore a condannarci,
appena chiusa la porta alle sue spalle la donna abbassò il suo mantello lacero lasciando scoperto il
volto, il terrore mi impedì anche solo di gridare, c'era qualcosa di disumano in lei, nelle sue iridi
castane si poteva scorgere la freddezza del cacciatore, portò un dito affusolato sulle sue labbra
vermiglie e fu così che notai i suoi canini allungarsi sotto il mio sguardo; la mia piccola Rose le
dava le spalle, ho almeno la consolazione che non vide la sua fine arrivare nei panni di una cratura
demoniaca che bramava il suo sangue, rapida le cinse le spalle e affondò i suoi denti nel suo collo
tenero e succhiò avidamente da lei il suo fluido vitale.
Ero spacciato, potevo sentire il freddo della morte avvicinarsi; ma la giovane gitana aveva altri
progetti per me. Per quell'uomo così sprovveduto da aprire la porta a un'estranea che si aggirava
furtiva nella sua proprietà. Lasciò cadere a terra il corpo della piccola Rose, nello stesso punto in
cui l'aveva privata della sua vita, la lasciò lì con le membra scomposte e gli occhi sbarrati senza vita
che mi osservavano; mi ricordava la sua bambola nascosta nel baule ai piedi del nostro letto. Quella
creatura si voltò verso di me leccandosi voluttuosamente le labbra carnose e poi mi sorrise maligna,
alzò le mani per slacciare il misero abito che la copriva e lo lasciò cadere a terra, mostrandosi a me
nuda come il giorno in cui era venuta al mondo.
Io non riuscii a impedirmi di far scorrere il mio sguardo su di lei, sul suo collo affusolato, i suoi seni
pieni con i capezzoli turgidi che chiedevano solo di essere succhiati, il suo ventre arrotondato pieno
di promesse di vita, il trinagolo di riccioli neri che facevano capolino tra le cosce tornite... e che Dio
possa aver pietà della mia anima, quello che vidi mi eccitò. La creatura che avevo davanti sembrò
fiutare la mia debolezza il suo sguardo si fece ancora più cupo mentre si avvicinava a me
muovendosi sinuosa come una serpe, posò una mano sul davanti dei miei pantaloni, lì dove il mio
sesso tendeva la stoffa smanioso.
Sotto il suo tocco sapiente la mia eccitazione aumentò contro il mio volere, tutto in lei sapeva di
pericolo e lossuria, desideravo il suo corpo e volevo fuggire allo stesso tempo, chiusi gli occhi e mi
sfuggì un gemito e fu allora che la sua mano si serrò sul mio sesso.
Aprii gli occhi e vidi il suo sguardo pieno d'odio su di me, avvicinò le sue labbra al mio orecchio e
sibilò con disprezzo: «Ti piace pensare di essere migliore degli altri, ma sei come loro, solo una
lurida bestia affamata.»
I miei occhi si riempirono di lacrime di paura, dolore e rabbia, silenziosa una lacrima rotolò sulla
mia guancia, lei mollò la presa sul mio sesso e con la punta della lingua raccolse la mia lacrima,
fece schiccare la lingua assaporandola.
«Dolore e paura, queste saranno le tue nuove compagne. Piccolo uomo pensavi forse che ti avrei
graziato con una morte rapida?»
Dalle sue labbra uscì una risata roca, con un unghia si ferì il polso e me lo premette sulle labbra,
quel sapore metallico mi ripugnava. Serrai le labbra, ma lei continuò a premerlo sulla mia bocca
costringendomi, infine, a bere il suo sangue; la mia mente si riempì di ricordi che non mi
appartanevano; rabbia e dolore mi inondarono, non rammendo altro di quella terribile notte in cui
persi la mia anima.

Il risveglio

Il risveglio arrivò brusco, con il desiderio di prendere aria ma per quanto mi riempissi i polmoni la
sensazione di soffocamento non cessava, le mie viscere bruciavano ed ero scosso da connati di
vomito, però per quanto mi sforzassi non riuscivo a liberarmi lo stomaco. La luce mi feriva gli
occhi e sembrava volermi bruciare da dentro, mi trascinai nell'angolo più buio della stanza e mi
rannicchiai in attesa che il dolore passasse, continuavo a sentire delel terribili urla che non mi
davano pace, il dolore si propagò in tutto il mio corpo; non ebbi nemmeno la forza di dare una
degna sepoltura alla piccola Rose.
Così passò quella giornata, oramai bramavo la morte, desideravo solamente che tutto quel dolore
cessasse...
'E in effetti cessò, ma fu solo l'inizio di un dolore diverso, di un desidero dannato che mi
accompagna ancora e mi accompagnerà per sempre.'
Quella sera mi sentii meglio, mano a mano che le tenbre scendevano in me cresceva la forza,
quando fu buio uscii per scavare la fossa per mia moglie. Quando fui all'aperto mi assalì
nuovamente il dolore, la gola era riarsa e non bastava l'acqua del pozzo a calmare la sete, nell' aria
sentii un odore nuovo e dentro di me potevo sentire la voce della gitana che mi chiamava "Vieni da
me nuovo figlio della notte, io sarò il tuo rifugio e la tua gioia, vieni da me e avrai il mondo ai tuoi
piedi." Mi sfuggì la pala dalle mani e caddi sulle ginocchia portandomi le mani alle orecchie,
cercando di zittire quella voce; ma tutto era inutile; continuavo a sentire il suo richiamo e il mio
corpo ingrato sembrava voler obbedire al richiamo; feci forza su me stesso, raccolsi la pala e decisi
dove mettere a riposare la picocola e innocente Rose. Decisi di scavare la sua tomba ai piedi del
salice dove amava nascondersi per giocare con la sua bambola; mi illusi che in quel luogo avrebbe
trovato la pace e che ciò mi sarebbe bastato. Ma ora ne sono consapevole, il suo ricordo mi
perseguiterà in eterno.
Tornai in casa e la raccolsi da terra, il rigor mortis aveva già abbandonato il suo corpo minuto; la
spogliai, quella fu l'unica volta in cui vidi il suo corpo acerbo, mi sentivo sporco mentre pulivo la
sua carne giovane e fredda per prepararla all'ultimo viaggio.
La voce nella mia testa si faceva sempre più prepotente, ero la sua preda e lei non avrebbe ceduto
molto facilmente, deglutii e cercai di ignorare l'urgenza di seguire il richiamo, più la ignoravo più il
dolore si espandeva nel mio corpo; cercai di concentrarmi su Rose per fuggire la sete... le misi il suo
abito da sposa, era un'anima romantica ero certo che le sarebbe piaciuto venir sepolta così. Aprii il
baule ai piedi del letto e scelsi il lenzuolo di sottile lino con i gligli ricamati lungo il bordo, quando
lo distesi la bambola cadde a terra con un tonfo sordo; restai lì a fissarla a lungo tormentato dai miei
sensi di colpa.
Volevo piangere, il dolore riempiva la mia mente, ma i miei occhi restavano asciutti.
Presi la piccola Rose la distesi sul lenzuolo, le misi la sua bambola preferita tra le braccia,
cominciai a cucirle addosso il lenzuolo che le avrebbe fatto da sudario, posai due monete sugli
occhi per il traghettatore e mi chinai per darle un ultimo timido bacio sulla fredda fronte, intorno a
lei già si percepiva odore di morte e putrefazione; ciò aumentò il mio disagio provocandomi nuovi
connati di vomito,
Sollevai quel fagotto sforzandomi d non pensare a chi conteneva e lo deposi nella fossa, cominciai a
ricoprirlo con la terra umida. In quella tomba stavo seppellendo anche la mia umanità; ma a quel
tempo non lo sapevo, volevo solo sepellire mia moglie e fuggire per paura della giustizia degli
uomini, nessuno avrebbe mai creduto che fosse morta di malattia e nemmeno che io non fossi
coinvolto in quella morte.
Sentivo la gola sempre più riarsa e l'acqua non placava quel fuoco, non importava quanta ne bevessi
la mia sete non spariva; sentivo lo stomaco contorcersi e la pelle bruciare; avevo paura ma non della
morte temevo ciò che potevo diventare.
Non presi nulla dalla casa e decisi di bruciarla, nulla doveva restare di quel luogo contaminato dal
male, più gli spasmi aumentavano più in me cresceva l'urgenza di fuggire, di allontanarmi dal
centro abitato e da quella voce suadente che mi chiamava a sé; non volevo diventare un mostro.
L'alba mi sorprese sulla strada e il sole nascente sulla mia pelle bruciò come fuoco, trovai rifugio
nella cavità di un albero e pregai che tutto ciò finisse; una parte di me voleva solo morire, presto la
bestia avrebbe preso il sopravvento e non sarei riuscito a impedirglielo. Non ricordo molto di quella
giornata, ricordo solo il silenzio che finalmente era tornato, ora potevo pensare; ma l'unica cosa che
sapevo era che dovevo nutrirmi. Sentii arrivare un giovane uomo che sorvegliava un pigro gregge di
pecore, il vento mi portò il suo odore muschiato e la mia brama divenne incontenibile, strisciai fuori
dall'albero e muovendomi tra le ombre lo sorpresi alle spalle. Inspirai a fondo il suo odore, sapeva
di stalla e di amori rubati, rapido affondai le mie zanne nella sua carne e lo prosciugai. Placata la
mia sete, mi assalì la vergogna e lòa consapevolezza che non sarei più tornato a essere l'uomo di
prima; Robert il mugniaio era morto, lasciando il posto a Robert il mostro.

Esmeralda

Infine calò nuovamente la notte sulla mia nuova vita e con essa tornò il richiamo della zingara.
La sua voce mi riempiva la testa, a volte suadente a volte risuonava come un ordine, stavo
impazzendo. Vagai per la campagna, ma l'urgenza di rispondere al richiamo stava diventando
insopportabile, era come avere delle serpi sotto pelle che bramavano per uscire; infine lasciai che
fosse il mio istinto, o la mia nuova natura demoniaca, a indicarmi la strada. Il mio corpo sembrava
conoscere molto bene il luogo dove la gitana era nascosta, sembrava inesorabilmente attratto da lei
come se non fosse altro che un rottame di ferro attratto da una calamita, libero dai freni imposti
dalla mia mente mi trovai a percorrere una enorme distanza in una manciata di minuti.

Quando mi fermai, ero al centro di una cittadina a me sconosciuta, osservandomi attorno notai che
mi trovavo davanti a un bordello, non sapevo in che direzione proseguire quindi osservai disgustato
il flusso costante di uomini che entravano e uscivano da quel luogo. Cosa potevano trovare in quel
luogo di perdizione? Solamente un futile e momentaneo sollievo donato da donne disperate che non
avevano trovato il loro posto nel mondo. Una carrozza in affitto si fermò davnti alla porta, vi scese
un uomo nobile, o almeno questa era l'impressione che dava la sua bianca parrucca incipriata, il
vento girò in mio favore portando con sé l'odore rancido dei suoi capelli mescolato a un elaborato
profumo che sapeva di spezie e alcool; l'uomo percepì la mia presenza e mi guardò con disprezzo.
Sentii il corpo contrarsi, pronto alal battaglia, le mie labbra si ritirarono scoprendo i canini e dalla
mia bocca uscì un sibilo; stavo per attaccarlo quando il suo sguardo pieno di terrore mi fece
rinsavire, ritirai le zanne e mi incamminai lungo la via. Vagai per le strade della periferia che
puzzavano di piscio e alcool scadente ma senza rendermene conto presto mi ritrovai nuovamente
davanti a quel portone. Rimasi fermo davanti a quel luogo indeciso sul da farsi, dovevo forse
entrare e perdere l'ultima cosa pura che mi restava? La porta si aprì e una donna dall'aria stanca si
posò sullo stipide facendosi aria con un ventaglio, sembrava indecisa tra il fuggire e il restare
perché si guardava continuamente alle spalle con fare furtivo, ero intento a osservarla quando udii
una risata roca alle mie spalle.
«Alla fine anche il pio Robert ha finito per cedere alla sua vera natura.» La gitana uscì dall'ombra e
si avvicinò annusando l'aria come un segugio, il suo volto si aprì in un sorriso e nei suoi occhi
percepii un lampo di vittoria. «Ti sei nutrito, non negarlo, sento l'odore del ragazzo su di te. Ero
certa che ti saresti dannato con le tue stesse mani.» Si portò le mani dietro al schiena e mi girò
attono, intenta a valutarmi, come se non fosse altro che un animale da soma appena acquistato.
Allungò una mano sfiorandomi le spalle e il torace, io la osservavo incapace di distogliere lo
sguardo, probabilmente ero in preda a un incantesimo perché l'unica cosa che desideravo al mondo
era compiacerla e servirla, infine mi si piazzò di fronte e con un sorriso mi disse: «Così sarai il mio
compagno per l'eternità. Non illuderti non sei il primo, ma gli altri erano troppo codardi per nutrirsi
e si sono lasciati morire di fame.»
Mi sentii solo un misero oggetto, poco più di un cagnolino e mi infuriai, guardandola con sfida
sibilaio tra i denti la mia protesta; il suo sguardo si fece duro come la pietra, i suoi occhi si accesero
di riflessi rossi come se fossero illuminati direttamente dalle fiamme dell'inferno, con voce tagliente
mi illustrò ciò che sarebbe diventato il mio futuro, servirla o soccombere.
«Verresti forse spaventarmi? Pensi di poter fuggire? Pensi di essere più forte di me? Sei solo un
povero un illuso! Sono molto più vecchia di te e molto più forte di te, già prima di diventare quel
che sono, avrei potuto schiacciarti come una mosca.» Guardandomi negli occhi la donna alzò la sua
mano destra e strinse il pugno, in quel preciso istante caddi a terra in preda a un dolore che non
avevo mai sperimentato in vita; sembrava che stesse torcendo le mie viscere. «Questo è solo un
assaggio di ciò che potrei farti, ritieniti avvertito. Ora da bravo alzati è ora di andare a caccia, ho
fame.»

Il dolore cessò, mi rialzai piano senza distogliere lo sguardo dal suo ormai mi aveva in suo potere,
non osavo ribellarmi in alcun modo; lei era la mia creatrice e la mia padrona; io esistevo solo per
compiacerla. «Come sceglieremo chi deve vivere o morire?»
«Picccolo e innocente Robert, loro sono solo il nostro pasto, nessuno merita la nostra compassione.
Lascia che sia il tuo istinto da cacciatore a giudarti verso la vittima ideale.» Esmeralda osservò per
un momento la strada e il suo sguardo si fermò sulla donna che avevo notato prima, era ancora
ferma sulla porta che si guardava alle spalle coem se fosse braccata, mentre la stavamo osservando
vidi spuntare della strada un moccioso dall'aspetto lacero che si appiattì contro al muro, proprio
sotto alla scala. La donna si sporse verso di lui e lesta sfilò un borsello che aveva nascosto nel seno
e lo fece cadere in mano al ragazzino, poi con il ventaglio gli fece cenno di andarsene.
«Sono certa che quella donna abbia rubato quel borsello, magari mentre era intenta a farsi
palpeggiare da qualche gentiluomo in preda ai bollori. Direi che è perfetta, nemmeno il bordello
sentirà la mancanza di una ladra.» Schioccò le dita nella mia direzione e con un geto della mano mi
obbligò a dirigermi verso la donna; non fu difficile adescarla, bastò prometterle un buon pagamento
se solo mi avesse seguito e lei sembrava ansiosa di allontanarsi dalla casa per un po'. La guidai
verso una carrozza parcheggiata al lato della strada, dove era appostata Esmeralda, che solo
osservandola la convinse a seguirla nel vicolo poco distante. Una volta nascosti dallo sguardo dei
curiosi si avventò su di lei e la prosciugò, prima di andarsene strappò il corsetto della donna.
Non riuscii a trattenere un verso di disappunto, lei mi guardò severa e mi spinse via dal vicolo,
mentre camminavamo per la via principale mi sibilò: «Prima lezione di sopravvivenza, mai lasciare
tracce. Domani troveranno quella sventurata nel vicolo e vedendo le vesti decideranno che è stata
punita dal cliente che ha derubato; ma che la punizione è fuggita di mano. Qualcuno sarà triste per
qualche giorno però nessuno cercherà un motivo per la sua morte.»
Ma la mia mente era già lontana da quella morte perché mentre la notte volgeva al termine
cominciai a percepire in me un'urgenza fino ad allora sconosciuta, cresceva in me il bisogno di
rifugiarmi sottoterra, Esmeralda sentì il mio corpo irrigidirsi e mi rassicurò; erano solo i miei nuovi
sensi di dannato che mi avvertivano del sorgere del sole; ma lei aveva già trovato il nascondiglio
dove potevamo attendere una nuova notte.

Nuova notte

Mi ridestai al calare del sole, ero disteso accanto a Esmeralda ma la vicinanza a quel corpo, che solo
una manciata di giorni prima aveva infiammato i miei sensi, mi lasciava totalmente indifferente. Fu
così che compresi l'essenza della mia nuova natura, oramai in me non esisteva più alcun sentimento.
Per la prima volta nella mia esistenza mi sentii freddo e vuoto, non vi era più nulla di buono o
cattivo dentro di me.
Esmeralda si ridestò in quel momento, mi sorrise e mi fece cenno di seguirla all' esterno. Obbedii
prontamente, più per paura che per fedeltà, vagammo per i vicoli della piccola città alla ricerca di
qualche anima disperata, per potercene nutrire. Quando ci sedemmo vicino a un pozzo guardai la
gitana, in quel momento mi parve fragile e sola come quando la vidi per la prima volta, presi
coraggio e le chiesi delle spiegazioni.
«Cosa mi hai fatto diventare? Cosa siamo?» Sentii le lacrime pungermi gli occhi, ma erano solo un
riflesso delal mia natura mortale.
Esmeralda alzò gli occhi e mi parve di scorgere in essi un velo di malinconia. «Siamo frutto di una
maledizione. Né vivi, né morti. Costretti a vagare su questa terra incapaci di gioia e d'amore.
Condannati a nutrirci delle emozioni degli altri per sentirci ancora vivi.»
In quel momento mi parve umana come non mai. «Chi ti ha fatto questo?»
Esmeralda si posò al muretto del pozzo e comiciò a narrare la sua storia.
«Mi chiamano gitana o zingara, ma in realtà io non appartenevo al loro popolo; ero una creatura
antica, una figlia del bosco evitata e temuta. Nessun uomo aveva mai osato attentare alla mia
innocenza, temevano il mio potere e avitavano il mio regno; tutti tranne Igor. La prima volta che lo
vidi ero occupata a curare una povera sventurata che era stata abbandonata dalla sua famiglia, la sua
unica colpa era stata la debolezza, non era riuscita a difendersi dal forestiero che l'aveva trascinata
in un vicolo picchiata e abusato di lei, povera creatura sfortunata, non c'era peccato in lei ma non
era più integra e per questo era stata cacciata dalla sua stessa madre. Si era rivolta a me con la
deferenza riservata agli Dèi, quella povera ragazza sperava che io possedessi la magia per
cancellare ciò che le era successo, ma potei solo curare le sue ferite e donargli una pozione che
l'avrebbe resa irresistibile per gli uomini; ma non come lei sperava...per lei il matrimonio non ci
sarebbe mai stato, ma a sapersi ben donare sarebbe diventata l'amante di qualche ricco annoiato.
Igor era rimasto nascosto a osservarci, per tutto il tempo avevo percepito la sua presenza ma non
credevo di essere in pericolo, non pensavo che nessuno avrebbe osato toccare una figlia del bosco;
ma lui non conosceva le nostre leggende per lui non c'era nulla di pericoloso in me; ma nemmeno
nulla di sacro. Tornò alla mia radura molte volte, tanto che finii per fidarmi di lui, mi lasciai toccare
e compresi perché le figlie del mondo non sapevano difendersi dagli uomini; erano dolci le sue
bugie e immenso il piacere che il contatto con le sue labbra scatenava. Inebriata dalle sue promesse
lo seguii fuori dal bosco, rinunciando alla mia vera natura per amore, ma per lui ero solo
un'avventura, una creatura esotica che era riuscito a piegare al suo comando, quando la sua
carovana ripartì mi abbandonò senza nessun rimpianto e con me abbandonò anche suo figlio. Tentai
di tornare nel bosco ma mi ero lasciata sporcare da un uomo, l'ira mi invase, chiamai a me gli spiriti
delal vendetta e maledii Igor e tutta la sua famiglia; ma dimenticai la prima regola del mondo degli
spiriti, e il prezzo da pagare fu questo; divenni una creatura demoniaca assetata di vita e vendetta.»
Quando smise di parlare il mio cuore era gofio di pena per lei, ma non potevo dimentire tutto ciò
che mia aveva fatto, scoprii di poter odiare e amare contemporaneamente.
«Non è possibile spezzare questa maledizione e tornare ciò che eravamo?» Chiesi in un soffio
«No, piccolo Robert. Quando si viene colpiti dal potere degli spiriti non si può più tornare indietro.
Siamo maledetti per sempre.»
Esmeralda chiuse gli occhi e smise di prestarmi attenzione, per quella notte non ci nutrimmo, ma fu
solo la prima della tante notti in cui caminammo insieme.

La fine di un'era

Imparai da Esmeralda tutto quello che era necessario per la mia nuova non-vita, ma non smisi mai
di disprezzare il modo in cui sceglieva a chi dare la morte. Provai più volte a sottrarmi dal suo
potere ma invano, fu quando compii il mio primo secolo come vampiro che riuscii a liberarmi della
sua influenza, non seppi mai se fu la vecchiaia a rendermi più forte o se vinse in me lo spirito di
ribellione; ma presi il coraggio a due mani e gli tesi una trappola.
Esmeralda si fidava di me e sempre più spesso mi mandava da solo a caccia, perché i tempi erano
cambiati e lei non si adattava bene al cambiamento, forse dentro di lei voleva solo la pace della vera
morte, non me lo confidò mai ma la sentivo sospirare nei minuti che precedono l'alba e il suo
sguardo era sempre più spento.
Quella notte scelsi con cura la vittima da portarle, mi recai in una fumeria di oppio e quando entrai
mi misi in ascolto delle persone presenti, la mia scelta cadde su un uomo che doveva avere circa
trent'anni, frequentava quel posto per soffocare la sua natura perversa, fu facile raggiralo e
convincerlo a seguirmi, potevo sentire la sua eccitazione crescere mano a mano che ci
avvicinavamo al luogo in cui credeva che ci saremo dati piacere a vicenda, la sua euforia non fu
smorzata nemmeno dal morso avido di Esmeralda che gli prosciugò ogni goccia di sangue. Quando
si staccò da lui bacollò e vidi un bagliore di comprensione sei suoi occhi. <Come hai potuto farmi
questo?> Fu la sua ultima protesta prima di crollare a terra.
Mi avvicinai alla mia creatrice pronto ad andare contro una legge non scritta, mi feci coraggio e
affondai i canini nel suo collo, bevvi tutto quel che riuscii a reggere senza impazzire; secoli di
ricordi, emozioni e poteri mi riempirono con la potena di un fiume che rompe gli argini; con gli
ultimi sprazzi di lucidità la trascinai fuori dal nascondiglio e la deposi al centro della piazza, il sole
stava sorgendo e lei non poteva opporsi al torpore che la stava invadendo.
Mi trascinai nel nostro nascondiglio e attesi il nuovo giorno, il sole bruciò le sue carni lascindo solo
poche ceneri dietro di sé; non riuscii a vedere oltre prima di perdere i sensi.
La notte mi sorprese accasciato sulle scale che portavano al nostro nascondiglio, nessuno mi aveva
trovato o meglio nessuno aveva voluto perder tempo per vedere come stava un ubriacone riverso
sulle scale che partavano nella cripta della chiesa, mi alzai a fatica con una sensazione di cerchio
alla testa, come se avessi effettivamente bevuto in abbondanza.
Mi sentivo triste ma anche terribilmente libero, lei non era più nella mia testa e non giudava più
ogni mia azione, quando andai al bordello in cerca di cibo per il corpo e per lo spirito mi resi conto
che le mie capacità erano migliorate; non solo potevo percepire anche il minimo sussurro ma potevo
percepire i pensieri più intimi di quegli umani; potevo ammaliarli con uno sguardo e ridurli miei
schiavi in uno stato simile alla trance. L'unica spiegazione he diedi al mio nuovo stato fu che
cibandomi della mia creatrice ne avevo assorbito anche i poteri.
Quella sera sentivo che il mondo poteva essere il mio regno, e io a differenza di Esmeralda avrei
valutato bene a chi donare la morte.

Nuovi vampiri

Con l'arrivo del novecento i viaggi divennero più semplici, all'inizio navigai per mari e oceani poi
l'uomo conquistò i cieli e viaggiai per interi continenti senza mai fermarmi; raramente sentivo la
necessità di cibarmi e imparai a non uccidere le mie vittime fermandomi appena il loro cuore
rallentava. Furono anni spensierati, anni in cui non mi preoccupavo della prossima notte, anni che
vissi come un dono; ma infine anche l'euforia per questa nuova vita passò e mi ritrovai a desiderare
una famiglia e allora cercai altre anime dannate.
La mia ricerca mi portò in Canada, lì nella foresta viveva una comunità di vampiri ben integrata
nella realtà sociale, le forze dell'ordine non si curavano di loro credendoli innoqui e gli abitanti della
vicina cittadina si erano presto abituati alle loro stranezze, tra loro vivevano degli umani che
intrattenevano con i vampiri realzioni amorose più o meno stabili, loro erano i loro donatori
volontari, a detta del loro sovrano non si cibavano da chi non donava il proprio corpo
volontariamente. Restai con loro fino a quando non arrivarono venti di guerra, gli umani nel
vecchio mondo avevano deciso di seguire un pazzo che ineggiava alla purezza della razza e che
voleva annientare chiunque non corrispondesse ai canoni imposti. La mie vecchia patria decise di
imbracciare le armi per fermarlo e non potei evitare di unirmi alla loro causa, da quasi un secolo
utilizzavo dei documenti falsi che mi permisero di arruolarmie servive il mio paese per una causa
giusta; molti furono gli orrori che vidi durante la guerra ma in parte lenirono il mio animo
tormentato, mentre ero sul campo di battaglia nutrendomi dei nemici capii che non era la mia specie
la cosa peggiore che era capitata agli umani. Infine vincemmo la guerra e il pazzo piano di Hitler fu
fermato.
Decisi di restare in patria, i tempi erano cambiati e nessuno più notava le stranezze legate alla mia
natura, i primi anni venni omaggiato insieme a gli altri sopravissuti e le mie stranezze vennero
attribuite agli orrori visti in guerra.Dopo qualche anno inscenai il mio suicidio e anche in quel caso
nessuno si stupì e fu così che 'Robert il soldato' uscì di scena ricoperto di gloria.
Potevo riunirmi alla comunità di vampiri canadesi ma onestamente non mi mancavano e in fondo
non volevo altro che la pace della solitudine; il sapere che loro esistevano mi era già sufficiente per
non sentirmi solo nella mia dannazione.