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P. Andrés F. Torres Mat.

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La critica di Kant all’argomento cosmologico

Kant chiama questa proba anche “proba a contingentia mundi”, secondo il nome che li ha

dato Leibniz. Così la formula lui nella Critica della Ragion Pura:

se qualche cosa esiste, deve anche esistere un Essere assolutamente necessario. Ma

io stesso, per lo meno esisto; dunque, esiste un Essere assolutamente necessario. La

minore contiene un'esperienza, la maggiore un'illazione da una esperienza in

generale all'esistenza del necessario1.

La proba prende per punto di partenza, continuia a spiegare Kant, la esperienza e perciò

non si sviluppa interamente a priori (cioè, a partire dei principi della conoscenza) come

l’argomento ontologico, «e poiché l'oggetto di ogni esperienza possibile è il mondo, perciò

questa prova viene detta cosmologica».

Dopo esporre l’argomento, Kant lo accusa di aver «impegnato tutta la sua arte dialettica,

per realizzare la maggiore possibile apparenza trascendentale», e di essere un «vecchio

argomento travestito».

Secondo lui, l’argomento richiama a due testimoni, l’uno dalla esperienza, e l’altro è a

priori, ma in realtà, dice, c’è soltanto questo secondo, e perciò, questa prova è diversa di quella

ontologica soltanto in apparenza.

Lui dirà che in realtà il cosidetto argomento cosmologico, usa della esperinza per fare

soltanto un passo, che è quello di passare all’esistenza di un essere necesario in generale.

Però a sapere quali atributi abbia questo essere necesario, l’esperienza non serve, e perciò

l’argomento fa ricorso a concetti, per vedere quale, tra tutte le cose possibili, abbia in se le

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I. KANT, Critica della ragion pura, Adelhpi, Milano 1999, 628.
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P. Andrés F. Torres Mat. 23917

condizioni per una necessità assoluta. Quindi trova nel concetto di ens realissimum le

condizioni, e conclude che quello è l’ente assolutamente necesario.

Quello che vede in questo Kant, è che del concetto di ens realissimum si vuole dederre la

assoluta necessità di questo ens. E questo è in realtà l’argomento ontologico, perché «la

necessità assoluta è un'esistenza ricavata da semplici concetti».

Ora, se io dico: il concetto dell'ens realissimum è un tal concetto, e l'unico, che

corrisponde all'esistenza necessaria, e vi è adeguato, io devo anche ammettere che

questa possa esserne dedotta. Non è, propriamente, se non la prova ontologica

fondata su meri concetti, che ha nella cosiddetta prova cosmologica tutta la forza

dimostrativa; e la pretesa esperienza è affatto oziosa, buona forse soltanto per

condurci al concetto della necessità assoluta, ma non per mostrarcela in una cosa

qualsiasi determinata2.

Perciò, Kant dice che questo argomento cosmologico inganna «promettendoci di condurci

per un sentiero nuovo laddove, dopo un piccolo giro, ci riconduce da capo all'antico, che noi

per causa sua avevamo abbandonato».

La critica di Kant si fonda, insomma, nel fatto che i concetti a priori non servono se non

applicati alla esperienza. Perciò, un rapporto tra concetti puri non ha senso, e il voler dedurre

la esistenza di un ente assolutamente necessario è soltanto una tendenza del nostro intelleto

che essendo attivo e spontaneo vuole dedurre l’esistenza di questo ente.

Ma Dio, per Kant, è una meta-idea, l’ideale della ragion pura, che però è un presupposto e

una condizione trascendentale, ma non può essere afermata apoditticamente perché non

avremo mai esperienza sensibile di esso.

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I. KANT, Critica della ragion pura, Adelhpi, Milano 1999, 630.
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P. Andrés F. Torres Mat. 23917

Il concetto dell'Essere supremo soddisfa bensì a tutte le questioni a priori, che

possono esser fatte circa le determinazioni interne di una cosa, ed è anche per questo

un ideale senza pari, poiché il concetto generale lo designa insieme come un

individuo fra tutte le cose possibili. Ma non soddisfa affatto alla questione circa la

sua propria esistenza, che era nondimeno ciò di cui propriamente si trattava3.

Soltanto, secondo Kant si può supporre la sua esistenza, ma mai affermarla senz’altro:

Può certo essere concesso che si ammetta l'esistenza di un Essere di suprema

sufficienza come causa di tutti i possibili effetti, per agevolare alla ragione l'unità,

cui essa aspira, dei princìpi di spiegazione. Ma giungere fino al punto di dire: tale

Essere esiste necessariamente, questa non è più l'espressione discreta di una ipotesi

permessa, ma la pretensione orgogliosa di una certezza apodittica4.

3
I. KANT, Critica della ragion pura, Adelhpi, Milano 1999, 633.
4
I. KANT, Critica della ragion pura, Adelhpi, Milano 1999, 634.
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