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Contributi alla comprensione dell’evento del Cristo

Judith von Halle

I DISCEPOLI DI CRISTO
IL MISTERO DEI DODICI APOSTOLI
Contributi alla comprensione dell’evento del Cristo – Volume X

Appunti dell’autrice redatti e integrati a partire da una conferenza tenuta il 26


Gennaio 2010 a Dortmund su invito di Jukka Kuoppamaki.

Traduzione italiana di Alberto Mustara


INDICE

Presentazione………………………………………………………………………………………....4

PER ENTRARE IN SINTONIA………………………………………………………………….….9

Considerazioni introduttive………………………………………………………………………..11

I dodici Apostoli: gli uomini «semplici» di Palestina?………………………………………...15

L’albero genealogico fisico dell’umanità, degli apostoli e di Gesù di Nazareth………..….22

Il punto di svolta dell’evoluzione umana: i dodici apostoli come progenitori del nostro

albero genealogico spirituale……………………………………………………………………...29

I dodici discepoli quali corpo cosmico del Cristo……………………………………………….41

L’ultima cena e il corpo elementare dell’uomo……………………………………………..…..54

La nostra evoluzione spirituale attraverso le concezioni del mondo «apostoliche»………..57

Le forze dello Zodiaco e il significato dei dodici troni nel primo Goetheanum………….….63

Le sette epoche di cultura postatlantica e i loro patroni spirituali………………………...….68

Il rivelarsi del Tredicesimo tra i Dodici e il mistero della lavanda dei piedi…………….….76

Gli Io umani come elementi diversi dell’ u n i c o corpo cosmico………………………….....79


Presentazione

La seguente presentazione ha lo scopo di rispondere ad alcune domande che


mi vengono poste di frequente in occasione delle conferenze o durante i seminari.
Queste domande sono già state trattate nella prefazione alle conferenze apparse
con il titolo «E se non fosse risorto...» ma ovviamente non ogni lettore conoscerà
il libro o avrà conservato memoria degli argomenti in esso trattati.

Il lettore che accogliesse le seguenti spiegazioni senza esservi preparato


sarebbe sicuramente meravigliato della loro natura e del loro contenuto – fatto
comprensibile, poiché vi troverebbe una descrizione di eventi storici e
soprasensibili che si svolgerebbe di fronte a lui in maniera data in un certo senso
per scontata, senza definirne le fonti.

Per questo dobbiamo qui intraprendere il tentativo di mettere in forma


scritta, nel modo più sincero possibile, ciò che fino ad ora poteva essere
comunicato in modo molto meno soggetto a equivoci, in una disposizione e in un
atteggiamento confidenziale, nel diretto scambio interpersonale, poiché è
nell’incontro che la persona può ottenere un’esperienza immediata e
un’impressione autentica del conferenziere. Le osservazioni che seguono, facenti
riferimento a quelle domande, sono formulate in modo molto chiaro, ben sapendo
che questa chiarezza possa essere presa per mancanza di umiltà, mentre d’altro
canto – e per questa ragione voglio farmi carico di questo rischio – soltanto
questa chiarezza rende possibile in generale dare una risposta pressoché
esauriente alle domande che sono state poste.

La trattazione che appare in questo volume nasce da un’esperienza


indipendente del soprasensibile e non contiene dunque alcuna ipotesi o
speculazione, a meno che non si indichi espressamente come non siano possibili
pronunciamenti definitivi e da me certificati in relazione a un certo avvenimento.
Non ogni esposizione tuttavia è tratta dalla medesima fonte conoscitiva.
L’esperienza spirituale si riferisce da un lato a una partecipazione immediata,
pressoché sensoriale, agli accadimenti storici della Svolta dei tempi. Tutto ciò si
è presentato come conseguenza della stimmatizzazione apparsa nella Pasqua
dell’anno 2004. E’ possibile presentarla come una specie di «viaggio nel tempo»
nel quale sono presenti tutte le impressioni sensorie, quali le possiamo avere
nella coscienza di veglia – solo che esse sono dislocate in un tempo e in un luogo
particolare. Non si tratta dunque di cosiddette visioni, né di pure apparizioni, e
nemmeno di fantasie, ma dell’aver vissuto intensamente quel che è realmente
accaduto sulla Terra. Non soltanto possono avere luogo percezioni visuali delle
personalità della Svolta dei tempi e del loro ambiente circostante, della cultura e
del loro genere di vita, ma ogni organo di senso – nella forma in cui di esso
disponiamo nello stato di veglia – è coinvolto nell’evento percettivo. Così per
esempio può essere udita la lingua parlata, può essere toccato il terreno sotto i
piedi e può essere percepito il freddo o il calore.

L’altra fonte dei contenuti della trattazione è totalmente diversa ma non


meno autentica. Si potrà facilmente ricavare dall’esposizione in quali passi la
descrizione degli eventi storici si tramuti in una prospettiva di analisi scientifico-
spirituale. Essa potrà sembrare più sobria, più neutrale rispetto alla descrizione
del decorso concreto della Svolta dei tempi, cosa in un certo senso corretta,
trattandosi di una «traduzione» il più possibile esatta di ciò che è presente e
percepibile come realtà nel mondo spirituale. Lo spirito dell’uomo può avere
intuizioni di questi fatti cosmici quando il suo Io, al di là della Soglia, si separa
completamente dall’Astrale, cosicchè egli – ovvero il suo Io – giunga a una
condizione di oggettività. Tutte le persone hanno questo genere di impressioni
durante il sonno, tuttavia riescono raramente a trasferirle nella coscienza di
veglia. E’ un compito difficile e dunque altamente carico di responsabilità
trasformare questi fatti oggettivi, che l’Io ha potuto registrare al di là della
Soglia, in conoscenza effettiva conforme al vero, tanto quanto è vera la pura
percezione che sin dal principio si presenta come data. Occorre ogni volta
verificare che la percezione spirituale corrisponda veramente a quel concetto a
cui la si fa corrispondere. E’ solo quando tutti i risultati possano reggere alla
verifica che il discepolo della Scienza dello Spirito può sentirsi legittimato a
trasmettere questi suoi risultati come conoscenze spirituali.

Oggi molte persone hanno esperienze spirituali (si sente dire spesso che
queste capacità sono in aumento) per esempio a livello eterico o astrale. Ma
queste esperienze sono inutili, e non di rado perfino causa di grande confusione,
se il loro vero contesto resta celato alla persona. Qualcuno potrà per esempio
avere esperienze del mondo eterico per il fatto di immergersi nella regione delle
essenze elementari. Purtuttavia affermazioni relative al regno elementare possono
resistere al tempo, e valere davvero come oggettive, soltanto quando la persona si
eleva al di sopra di quel piano; cioè quando essa non è partecipe esclusivamente
del piano di conoscenza delle essenze elementari, ma si eleva un gradino al di
sopra a un punto di osservazione dal quale possa non soltanto descrivere la natura
del mondo elementare, ma possa conoscere il mondo elementare. E’ come un
uomo che nuota in un grosso corso d’acqua e può per questo asserire che l’acqua
è fredda e profonda. Ma è soltanto quando si solleva in’aria come un uccello che
può giudicare se si tratti di un grosso lago o magari addirittura di un mare, solo
allora può capire se e dove le acque siano delimitate dalla terraferma, in quale
continente si trovi ecc. Le proprie esperienze devono quindi essere costantemente
guardate da un punto di osservazione più alto per poter giudicare il contesto
generale, se il fine è quello di stabilire delle correlazioni vincolanti.

E’ una conquista della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner il fatto che
oggi sia a noi possibile trasformare le nostre esperienze, per mezzo di un pensare
chiaro e addestrato, in conoscenze conformi al vero.

Tutte quelle asserzioni che nella trattazione che segue non hanno per
contenuto gli eventi sensibili della Svolta dei tempi sono tratte dalla fonte
conoscitiva appena descritta. Esse sono pronunciate con cautela e con la
necessaria serietà e non sono in nessun caso «frutto di speculazione». Per questo
motivo appariranno più oggettive e impersonali delle altre enunciazioni. Il
motivo di ciò riposa nella suddescritta impersonalità e oggettività al di là della
Soglia. Esse sono tuttavia nozioni spirituali autentiche e indipendenti e quando
nella trattazione vengono riportate non le mie conoscenze, ma quelle di Rudolf
Steiner, in quel caso verrà fatto un esplicito riferimento.

Questo secondo tipo di percezione spirituale non è conseguenza delle


stimmate. Esso era già presente prima della stimmatizzazione. Ha perfino subito
un’intensificazione in seguito ad essa.

Dopo la pubblicazione delle mie conferenze in forma di volume, alcune


personalità hanno richiesto la descrizione esatta del mio cosiddetto percorso
iniziatico! A prescindere dal fatto che non fosse mia intenzione riferire cose
simili in questo libro – non avendo personalmente la volontà di fare del mio
destino il punto centrale della trattazione, bensì di rendere l’evento del Cristo più
accessibile con i mezzi a disposizione – simili «istruzioni di montaggio»
risulterebbero davvero brevi e presumibilmente non tali come se le immaginano
o le desiderano queste persone. Il suddescritto tipo di esperienza è già stato
presente nei miei primi anni come conseguenza di vite passate, senza che prima
delle comunicazioni da me date in materia spirituale dovessi percorrere in questa
incarnazione il faticoso cammino dell’eremita, con tutte le mortificazioni e
privazioni che ad esso si accompagnano. Tuttavia ciò non esclude in nessun
modo che nel mio percorso vitale ci sia stata una certa disciplina, conseguenza
ovvia di una vita tesa alla realtà spirituale – al contrario. Ma la disciplina o
riverenza spirituale in questa vita è stata una conseguenza piuttosto che una
condizione. Ciononostante una «continuità della coscienza» al di là della Soglia
sarà possibile solo se l’uomo accoglie in sé e continuerà ad accogliere l’evento
del Cristo con la più grande partecipazione, senza escludere la capacità di soffrire
– solo se egli si volge partecipe, amorevole, umile e grato non solo nell’animo,
ma anche con le sue forze conoscitive, al mondo spirituale, finché egli non sia
così radicalmente commosso da quel grandioso evento della storia umana da
cominciare egli stesso a sentirsi come stimmatizzato, perché riconosce, perché
sente profondamente che il grande sacrificio del Redentore si è compiuto anche
in suo favore, in favore della sua umile natura, nella quale tuttavia giace il germe
del Divino.

Quella continuità della coscienza era presente dunque prima dell’evento


delle stimmate. Quando sopravvenne la partecipazione agli eventi storici essa
non poteva restare una semplice partecipazione, ma la capacità conoscitiva
soprasensibile poteva congiungersi con gli avvenimenti storici. Si potrebbe dire
che lo strumento ci fosse già prima del materiale da lavorare. Chi vuole costruire
un violino deve già possedere un buon strumento, e chi vuole iniziare a intagliare
dovrebbe già avere questo strumento a portata di mano e non iniziare solo allora
a fabbricarsene uno. Se egli non possiede alcuno strumento, forse avrà il più bel
legno o il miglior materiale grezzo, ma non potrà costruire un violino. Allo stesso
modo la forza conoscitiva soprasensibile può essere lo strumento adatto a
indagare il retroscena spirituale degli eventi sensibili e degli avvenimenti storici.

Berlino, Marzo 2006

Judith von Halle


PER ENTRARE IN SINTONIA

Sollevata è la pietra -

l’umanità è risorta -

noi rimaniamo tuoi

e non sentiamo più catene.

La pena più aspra è fugata

di fronte alla tua aurea coppa

Quando nell’ultima Cena

Terra e Vita si dileguano.

La morte convoca a nozze -

le lampade ardono lucenti -

le vergini sono al loro posto

di olio v’è abbondanza -

già il tuo corteo

risuoni in lontananza,

e ci chiamino le stelle

con lingua e voce umana!

(…)
Consolata, la vita avanza

verso la vita eterna;

dilatato da intimo ardore

si rischiara il nostro senno.

Il mondo degli astri si scioglierà

in aurea bevanda di vita,

noi godremo di essa

e saremo chiare stelle1.

1 Da «Inni alla notte» di Novalis. 1., 2. e 6. strofa del 5. Inno


Considerazioni introduttive

In apertura di questo lavoro, che è dedicato a un tema vasto quanto


ambizioso, vorrei premettere due cose: la prima è che lo scopo di esso non
consiste nel considerare i discepoli del Cristo nella totalità del gruppo composto
da 72 persone, ma di prendere in considerazione il piccolo gruppo dei dodici
Apostoli, che all’interno di questo gruppo di 72 ha un ruolo di primo piano.

In linea di principio però è legittimo comprendere nel concetto dei discepoli


di Cristo non solo i dodici Apostoli, ma anche la più ampia cerchia dei Suoi
allievi, che gli scritti apocrifi riferiscono essere composta di 72 persone.

Si aggiunga che la definizione del numero 72 è sorta dalla prospettiva


sociale di un’epoca antica – non perché non siano esistiti 72 discepoli; la cifra
indicata non è un elemento simbolico superfluo legato ad antiche leggende. Una
cerchia di discepoli di queste esatte dimensioni è effettivamente esistita. Tuttavia
questo gruppo di sei per dodici discepoli era composto esclusivamente da
uomini. Detto in maniera più precisa, esisteva una cerchia di sette per dodici
discepoli che si era unita al Cristo durante la Svolta dei tempi. Non erano dunque
72, ma 84 discepoli. Il settimo gruppo di dodici non è stato considerato nei testi
antichi come gruppo direttamente appartenente ai discepoli, perché questo
settimo gruppo era composto da donne.

Uomini 6x12=72

Donne 1x12=12

Cerchia complessiva dei discepoli 7x12=84


Nelll’antichità le donne non facevano parte del cerchio degli allievi di
Gesù, perché secondo l’antica prospettiva ebraica – e tale prospettiva sopravvisse
ancora per lungo tempo nella storia umana – le donne non ricevevano da un
maestro insegnamenti religiosi o filosofici regolari. Che il Cristo Gesù abbia
disposto tutto questo in maniera diversa, perché egli nel discepolo vedeva in
primo luogo la persona, e non l’uomo o la donna, e con questo fosse in forte
anticipo rispetto alla sua epoca, a tutto ciò può dare la dovuta attenzione, e può
porsi di fronte a questa esemplare anticipazione con la giusta comprensione,
soltanto una società come quella odierna.

Tralasciando tuttavia la settima dozzina delle donne si traccia una


corrispondenza, in modo per così dire plastico, con un mistero esoterico del
cristianesimo, poiché il gruppo di dodici donne si colloca così di fronte al
gruppo, ugualmente sottratto al conteggio, dei dodici Apostoli. Come l’umanità
nella sua totalità dovrà passare attraverso il mistero del Dodici nel corso della sua
evoluzione – e questo punto verrà approfondito in seguito – così dovrà passare
anche attraverso il mistero della ricongiunzione del principio maschile e del
principio femminile al fine di dare vita all’uomo cosmico, all’uomo vero.

Il tema di questa analisi sarà dunque il mistero che giace alla base di dodici
particolari discepoli del Cristo, gli Apostoli.

La seconda premessa da fare è che la seguente trattazione relativa al tema «I


discepoli di Cristo. Il mistero dei dodici Apostoli» è qui concepita in maniera
leggermente differente da come forse ce la si potrebbe aspettare. Quello che
vorrei fare in quest’esposizione non è svolgere dodici diverse biografie karmiche,
ma piuttosto considerare il mistero dei discepoli per così dire da un’altra
angolatura – un procedimento che reca quasi automaticamente con sé il mistero
dei dodici Apostoli. Non dovremo cioè ricercare il mistero dei discepoli nel
passato, ma nel futuro. Non lo cercheremo nel passato karmico e biografico delle
figure dei singoli discepoli – anche se questo potrebbe forse un giorno essere
fatto in altra sede - ma riconosceremo il mistero dei dodici Apostoli nel futuro
della nostra natura umana, perché il mistero dei dodici Apostoli ha un significato
storico che è orientato al futuro.

Sicuramente dobbiamo dapprima volgere lo sguardo al passato, al tempo


dell’incarnazione di Cristo e dei suo dodici allievi – poiché essi, i Dodici, sono il
punto di partenza della nostra analisi. Facendo questo ci si rende presto conto che
l’esame degli Apostoli non si esaurisce nel considerare le loro dodici personalità
storiche. Nell’istante in cui ci apriamo al reale mistero di questo gruppo di
discepoli comincia a rivelarsi alla nostra mente la nostra storia occulta futura – ed
essa è la Nuova Alleanza. Se si entra in contatto con il mistero dei discepoli in
questo modo si può divenire testimone, nella propria interiorità, del fatto che il
mistero del Golgota, così come ogni avvenimento e azione che si svolsero
intorno al mistero del Golgota, si è compiuto nella storia solo per una ragione:
per divenire l’alba, il primo giorno del futuro di tutti noi.

Il vero mistero dei discepoli, così come esso ci si pone all’attenzione in


qunto evento decisivo, dà avvio alla nostra evoluzione cristiana – per mezzo dei
discepoli.

Come vedremo più avanti, proprio volgendo lo sguardo alla cerchia dei
discepoli ci apparirà chiara la svolta che ebbe luogo con l’evento-Cristo. A
partire dal compimento storico del Mistero del Golgota inizia un’era totalmente
nuova per l’evoluzione della Terra e dell’uomo. E sebbene questo futuro sia
iniziato già al primo mattino di Pasqua della Svolta dei tempi, esso inizia in fin
dei conti anche oggi e nel futuro sempre di nuovo e in maniera unica, in ogni
istante in cui un’anima individuale, con un atto indipendente del pensiero,
diviene consapevole che il mattino di Pasqua della Svolta dei tempi sia stato la
«festa di rinnovamento del mondo», come la chiamava Novalis, cioè il giorno di
Risurrezione della propria personale natura. Anche l’Essere del Cristo sperimenta
la Risurrezione oggi e nel futuro, im maniera sempre nuova, divenendo vitale
nella coscienza di ciascun uomo come sua festa di Risurrezione.

In questo senso ciò che apparve nel mondo con l’attuarsi «storico» del
Mistero del Golgota resterà un elemento a venire anche nel futuro più lontano,
perché fintanto che l’uomo non sarà tornato ad essere un’entità perfettamente
cosmica e spirituale il Mistero del Golgota resterà per lui un enigma, la cui
soluzione tuttavia preparerà la strada alla sua evoluzione spirituale. Chi
nell’epoca del ritorno eterico del Cristo non tralascerà di lottare per la
conoscenza del Mistero del Golgota, comprendendo che così facendo non si
distoglie dal futuro per volgersi al passato, ma è invece proprio al futuro che egli
si volge, a costui risulterà più agevole influenzare in modo consapevole e
formativo la sua evoluzione animica e spirituale.

I misteri dell’uomo nuovo sono quelli della nostra entità spirituale umana
sempre perfezionantesi per mezzo dell’applicazione delle nostre forze coscienti.
Essi hanno principio all’epoca della Svolta dei tempi – e hanno principio con il
mistero dei dodici Apostoli che si dispongono intorno al Tredicesimo, nel quale
la loro molteplicità di dodici si riflette in un’unità perfetta e giunge a pieno
compimento.

Non vogliamo dunque considerare il passato e le biografie karmiche


precedenti all’avvento del Cristo dei singoli Apostoli, ma imparare a conoscere il
reale mistero dei discepoli di Cristo in quanto fattore di primo piano della nostra
evoluzione, in quanto evento a cui la nostra personale evoluzione va incontro. In
relazione a ciò è possibile porsi alcune domande: che cos’è questo mistero dei
discepoli che allo stesso tempo rappresenta la nostra personale evoluzione
animica e spirituale futura? Che significato hanno per noi in tal senso i discepoli?
E in che modo siamo uniti ad essi, se ciò che in loro si è compiuto a livello
archetipico deve divenire il simbolo del nostro futuro?
I dodici apostoli: gli uomini «semplici» di Palestina?

Se si guarda alle personalità storiche dei dodici apostoli, è possibile dedurre


dai Vangeli senza sforzo ulteriore che si fosse trattato di uomini esteriormente
semplici e umili. Questo fatto è così evidente e contraddittorio se rapportato alla
grandezza spirituale del loro Maestro, che gioverà senz’altro prenderlo in
considerazione più da vicino. Per capire bene la semplicità di questi persone si
potrebbe dire: il pensiero dei discepoli era rivolto al futuro in un modo così forte
che esso non si volgeva in primo luogo al passato, ovvero al confronto e alla
comprensione della dottrina ebraica tradizionale, sebbene i discepoli fossero
«nati» in questo caratteristico contesto ebraico tradizionale e fossero stati
plasmati da esso intellettualmente e socialmente. La loro prospettiva non era
essenzialmente orientata al passato storico-spirituale del loro popolo. Appunto
per questo non erano Farisei, cioè uomini ampiamente istruiti nelle antiche
Scritture, né discendeva alcuno di loro dai Sadducei, stirpe colta e da tempo
stabilita nell’Alto Consiglio.

Si è verificato di rado nella vita del Cristo Gesù che un Fariseo come
Nicodemo o che un Iniziato nel senso del passato come Natanaele si fosse
avvicinato al gruppo dei discepoli. E’ per questo che tali rare eccezioni vengono
poste specialmente in rilievo nei Vangeli. Occorre solo fare caso ad esse e
saperle interpretare bene. Rudolf Steiner ha indicato una situazione simile
nell’esempio di Natanaele, che il Cristo aveva visto «quando era seduto sotto il
fico»2.

2 V. per es.: Rudolf Steiner, Evoluzione dell’umanità e conoscenza del Cristo. Il Vangelo
di Giovanni. Conferenza del 20 Novembre 1907, GA 100, Ed. Antroposofica, Milano
2013.
Coloro che si unirono a Yehoshua di Nazareth erano di regola persone
semplici che praticavano professioni tradizionali, spesso artigianali. Non si creda
tuttavia che questa semplicità si riferisca ai singoli individui; essa si riferisce
soltanto al contesto sociale nel quale i discepoli si muovevano all’epoca della
loro incarnazione nella Svolta dei tempi e al quale appartenevano per nascita. Era
sicuramente vantaggioso, e perfino necessario, che i discepoli di Cristo fossero in
qualche modo semplici, che essi non fossero esattamente i rappresentanti di
un’intelligenza mondana, così come essa era dominata a un certo grado di
perfezione dai Dottori della Legge della Svolta dei tempi, e che rivelò in maniera
inclemente come i Dottori della Legge avessero perduto la relazione vivente con
il mondo spirituale. I discepoli non erano Dottori della Legge, ma persone
semplici, che si poterono aprire molto più facilmente a una nuova comprensione
e a un’interpretazione davvero vivente delle antiche Scritture e delle antiche
Leggi, quale la propose il Cristo Gesù. Perché ciò che il Cristo doveva portare al
mondo non poteva essere compreso soltanto con l’intelletto, che i Dottori della
Legge avevano indubbiamente sviluppato. Il contegno dei Dottori della Legge
della Svolta dei tempi mostra in maniera evidente come l’intelligenza condotta a
pieno sviluppo rappresenti sì una grande capacità, ma non una forma di saggezza.
L’intelligenza dei Dottori della Legge era adatta a comprendere il mondo dei
sensi e le sue manifestazioni così come tutte quelle rappresentazioni che ci si
curava di formarsi di esso. Essa suscitò il fugace fenomeno del pensiero
discorsivo, ma non era in grado di portare gli uomini alla comprensione della
realtà spirituale.

Applicata agli antichi testi occulti, questa intelligenza divenne per i Dottori
della Legge un ostacolo alla comprensione del reale Mistero che si rivelava di
fronte a loro quale disvelamento delle antiche profezie con le quali loro si
confrontavano quotidianamente.

I discepoli al contrario erano come recipienti intatti, vuoti, in grado di


accogliere il nuovo contenuto in modo puro, libero da mere forme ereditate dal
passato3. Con l’apparizione dei discepoli si poté così dare inizio alla formazione
di un nuovo organo del pensiero: il cuore, l’organo del pensiero del futuro.

Al Cristo Gesù non importava che ci si sapesse destreggiare con modelli


concettuali o cavarsela con dispute verbali; ciò che per lui contava era piuttosto
che l’uomo ritornasse a una spiritualità vivente, in principio percependo, poi
riuscendo a comprendere ciò che sperimenta, imparando a comprenderlo per così
dire nel profondo di sé, intimamente. Si può in effetti affermare che con questo
furono poste le basi della Scienza dello Spirito antroposofica, poiché una
conoscenza conforme a verità scaturisce sempre da un reale fatto o processo,
essoterico o esoterico. Nel caso dei Dottori della Legge, molti dei quali non
intrapresero questo cammino, si decise di persistere, per quanto riguarda il culto,
nell’osservazione esatta fino alla pedanteria di aspetti formali invece che nella
cura di un contenuto, e in un teorizzare avulso dalla realtà.

Il Cristo è chiamato anche il Verbo vivente, il Verbo divenuto carne, il


Logos. Questo Essere-Logos dopo il Mistero del Golgota doveva nascere dalla
bocca degli Apostoli, come in effetti avvenne nel primo giorno di Pentecoste
della Svolta dei Tempi. Nondimeno, per generare la parola vivente, i discepoli
dovevano prima di tutto accoglierla dentro di sé senza riserve, non limitandosi a
una comprensione teorica ma afferrandola nel vero senso della parola.

Lo sperimentare e l’afferrare come condizione per comprendere il Cristo si


spinse talmente in fondo nel caso dell’Apostolo Tommaso che egli pose il dito
nelle mani e nel costato del Signore, al fine di comprendere con il proprio corpo
che la Risurrezione era divenuta realtà. Così facendo Tommaso potè realizzare
che questo essere divino e immortale aveva realmente sacrificato se stesso,
soffrendo morte umana nel corpo mortale nel quale Egli era vissuto in mezzo ai
discepoli come uno di loro. I suoi compagni gli avevano riferito di questo
miracolo, perché avevano già potuto sperimentare il Signore risorto in mezzo a
loro. Per Tommaso questi racconti rimanevano teoria. Egli non ne aveva fatto

3 Non si mette vino nuovo in otri vecchi. v. Mt 9, 17.


esperienza personale, ragione per cui giunse ad affermare: «Se non vedrò i segni
dei chiodi nelle sue mani e non metterò il dito nei segni dei chiodi e non metterò
la mano nel suo costato, io non crederò»4.

Quando infine vide il Signore, egli fu sopraffatto da questa sue esperienza e


potè credere ai suoi amici. Era come se avesse completamente dimenticato i suoi
dubbi e le condizioni che aveva posto per credere. Forse non sarebbe stato più
necessario ad ogni costo toccare le piaghe del Signore, perché già soltanto la
sopraffacente presenza della figura spirituale del Cristo lo avrebbe potuto
condurre a vivere il mistero della morte e Risurrezione. Il pensiero che, se la
Risurrezione del Signore era vera, la salvezza dalla morte sarebbe possibile
anche per lui e per tutti gli uomini, prese forma attraverso l’incontro con il
Risorto. E tuttavia il Risorto prese la mano dell’«incredulo» discepolo e la pose
nelle sue piaghe, cosìcche Tommaso «comprese» il mistero fin dentro la realtà
fisica5.

Il Signore però accompagnò questo gesto con le parole di ammonimento:


«Beati coloro che non hanno visto e che hanno creduto»6.

Con ciò Egli indicò un nuovo livello di esperienza, ovvero un’esperienza


puramente spirituale che offre alla conoscenza le stesse solide fondamenta
dell’esperienza fisico-sensibile. Possiamo constatare come queste siano le
fondamenta dell’Antroposofia.

Le piaghe del Signore, segni della vittoria sulla morte, erano realmente
presenti sul corpo del Risorto. Da esse fluiva quella forza eterica che si eleva al
di sopra di ciò che è transitorio. Esse però non erano più reali perché potevano

4 Gv 20, 25.
5 Rudolf Steiner ha messo in rilievo come l’uomo abbia sviluppato nel senso del tatto, che
apparentemente è diretto solo verso l’esterno, uno dei sensi più adatti a sperimentare il
proprio Io, e quindi a percepire la sua natura puramente spirituale. Attraverso il contatto
con il corpo spirituale (sic!) del Cristo, Tommaso toccò la propria autentica natura
umana superiore. Un processo apparentemente diretto dall’interno all’esterno divenne un
processo diretto dall’interno all’interno della superiore percezione del sé.
6 Gv 20, 29.
essere toccate da Tommaso. Gli altri discepoli avevano percepito in esse la realtà
dello Spirito immortale anche senza contatto fisico. E’ grazie a questa esperienza
che i discepoli appresero – non in forma intellettuale, ma in forma vivente,
fondata nel cuore – che quell’essere divino, che aveva sofferto morte umana ed
era risorto come essere spirituale, intatto, rivestito di una nuova corporeità,
avrebbe elevato loro stessi a una vita superiore, se si fossero sforzati di
accoglierlo in se stessi – come è alla fine avvenuto all’umanità nel primo giorno
di Pentecoste.

Anche questo avvenimento, la scena dell’ «incredulo» Tommaso, con tutti i


suoi diversi aspetti, è un riferimento all’importanza dello sperimentare
indipendente il Cristo da parte del singolo come fondamento di una conoscenza
superiore, della conoscenza del Cristo e dunque anche della conoscenza di sé.
Angelo Silesio dà forma a questo sapere con sconvolgente semplicità nel suo
profetico verso:

«Nascesse il Cristo mille volte a Betlemme

e non dentro di te; rimarresti perduto in eterno»7

La rinascita immediata del Cristo nei cuori e nelle menti dei discepoli –
un’esperienza che ebbe anche Paolo, il primo degli uomini che non aveva
conosciuto il Cristo come Gesù di Nazareth e che potè creare una teoria della
conoscenza conforme a verità sulla base di questa esperienza – divenne possibile
ai discepoli grazie alla loro semplicità. Allo stesso modo va compresa la
Beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché erediteranno il Regno dei Cieli»8.

7 Angelo Silesio, Il pellegrino cherubico, I, 61.


8 Mt 5, 3.
Qui in particolare l’antroposofo deve ovviamente procedere con cautela per
quanto concerne i concetti, perché con la parola «spirito» non si intende quella
realtà vivente che nella prospettiva antroposofica rappresenta il più alto di tutti i
beni dell’uomo e che sola ci consente di ereditare il Regno dei Cieli, bensì la
vuota sapienza dei Dottori della Legge, alla quale può essere applicato il concetto
steineriano di «materialismo intellettuale».

Questa parola del Cristo tratta dal canone delle cosiddette Beatitudini
illustra chiaramente che non esistono ostacoli di natura intellettuale a che ci si
ponga in una relazione salutare con il mondo spirituale e con la Trinità (Questo
potrà essere di consolazione a tutti coloro tra noi che hanno sempre la sensazione
di «capirci» poco). A questa relazione si riferisce l’osservazione di Rudolf
Steiner: «Ciò che conta è l’esperienza immediata, non quella che si acquisisce
per mezzo del sapere e della logica, ma appunto in maniera immediata»9. Si
potrebbe aggiungere: solo grazie all’esperienza immediata l’uomo può ritornare a
essere davvero «sapiente». La sapienza non ci è più conferita «dall’alto» – come
nei tempi antichi precristiani; oggi la si deve ottenere, ed essa può essere
ottenuta, se non si limitano i frutti dell’evoluzione della consapevolezza allo
sviluppo o, peggio ancora, all’uso esclusivo della logica. La Nuova Alleanza è
fondata sulla riconquista dell’antica sapienza per mezzo dell’esperienza del reale
e della scienza che poggia su di essa. Al pensiero «terreno» è possibile ed è
consentito soltanto contribuire con l’intelletto e la ragione in quanto elementi di
avviamento all’esperienza conoscitiva. Il cammino della sapienza del presente e
del futuro è per così dire un cammino «goethianistico».

I discepoli della Svolta dei tempi non rappresentavano dunque il vertice


delle forze intellettuali, essi non erano gli «intelligenti» Dottori della Legge.
Eppure costituivano in maniera diversa il massimo dell’evoluzione conseguibile

9 Rudolf Steiner, Die okkulten Wahrheiten alter Mythen und Sagen. Conferenza del 3
Dicembre 1905, in GA 92, Dornach 1999, p. 152.
all’uomo dell’epoca, necessaria a comprendere il messaggio dell’evento-Cristo: i
dodici discepoli disponevano di un ultimo residuo della chiaroveggenza
ereditaria che un tempo era presente nei loro antenati in misura molto maggiore e
che oggi designiamo come «atavica». Il grado in cui i discepoli disponevano
dell’antica chiaroveggenza può essere difficilmente messo a confronto con quella
dei loro avi. Di fronte alla chiaroveggenza dei padri, che congiungeva questi
ultimi con il mondo spirituale come mediante un possente cordone ombelicale,
essa si presentava in loro come un filo sottile come un capello e a malapena
visibile. Questo «filo» però era perlomeno presente e non invece spezzato come
per esempio nella maggior parte dei Dottori della Legge del tempo.

Ai discepoli risultò così più facile percepire certe manifestazioni in e


intorno al loro maestro spirituale, di quanto non riuscisse ad altre persone più
«erudite». Essi tuttavia erano già a tal punto dotati di una personale esperienza
del sé, che non furono limitati da questa capacità percettiva soprasensibile nello
sviluppo dell’Io e della personalità. Si potrebbe forse affermare che i discepoli
possedevano ancora così tanta chiaroveggenza atavica, quanta alcune persone ne
hanno già oggi acquisita autonomamente attraverso una costante istruzione
spirituale cristiana (Riguardo a ciò è certamente degno di nota il fatto che noi, per
la ragione che essi sono stati i nostri progenitori spirituali, siamo debitori anche a
quei dodici discepoli della nostra nuova forma di chiaroveggenza, mentre loro
erano debitori ai loro antenati fisici del dono della chiaroveggenza atavica).

I discepoli erano per così dire preparati fisicamente e spiritualmente


all’apparizione soprasensibile di ciò che era presente in Gesù di Nazareth, e allo
stesso tempo erano sufficientemente liberi, «vuoti», «genuini» per accogliere e
interiorizzare un insegnamento nuovo.

Queste caratteristiche congeniali di semplicità di formazione e di


appartenenza sociale, insieme al dono di un ultimo residuo dell’antica
chiaroveggenza, i discepoli li avevano ricevuti dall’ambiente in cui erano nati:
essi discendevano da una stirpe particolare, la quale costituiva una parte, e più
precisamente la parte determinante, del cosiddetto popolo eletto.

L’albero genealogico fisico dell’umanità, degli apostoli e di Gesù di


Nazareth

Vi è sicuramente un motivo fondato se il popolo ebraico antico è stato


designato come il popolo «eletto». Torniamo indietro con l’immaginazione al
momento del peccato originale, perché è lì che dobbiamo cercare l’origine dei
progenitori dei dodici Apostoli. Con il peccato originale Adamo ed Eva dovettero
lasciare il paradiso e da allora fare affidamento su se stessi. Anche i loro
discendenti, ai quali trasmisero quello che Agostino chiama il peccato ereditario,
vivevano in una separazione dalla Divinità che si acuì sempre più, finché non si
pervenne a una svolta con quella che prende il nome di catastrofe atlantica,
grande diluvio o diluvio universale – cioè diluvio del peccato. Solo in pochi fino
a poco prima del grande diluvio, immersi com’erano in quella condizione di
generale distacco dal mondo spirituale, avevano condotto una vita che
consentisse loro di non dimenticare la relazione vivente con la Divinità.

E’ così che Noè udì quella voce che Rudolf Steiner, nelle sue conferenze
sul quinto Vangelo, chiamò «Bath Kol»10, e mise in pratica ciò che essa gli
comunicava tramite ispirazione. In questo modo Noè e i suoi familiari più
prossimi sopravvissero al grande diluvio. Dai tre figli di Noè, Sem, Cam e Jafet,
discesero tutte le stirpi umane che oggi popolano la Terra, benché esse siano così
diverse tra loro. I discendenti di Sem, Cam e Jafet assoggettarono la Terra e la

10 Rudolf Steiner, Il quinto Vangelo. Ricerca dalla Cronoca dell’Akasha, Conferenza del 5
Ottobre 1913, in: GA 148, Ed. Antroposofica, Milano 2010.
popolarono, dapprima stabilendosi in diverse regioni e più tardi mescolandosi tra
loro.

Più la discendenza di questi tre progenitori si ramificò e più proliferò ciò


che l’uomo aveva acquisito con il peccato originale e aveva portato con sé
attraverso le diverse regioni della Terra nel corso delle fasi di cultura, con il
risultato che l’umanità si distaccò sempre più dalla sua sorgente divina. Senza
dubbio lo sviluppo dell’Ego o dell’egoismo è stata una fase necessaria
dell’evoluzione umana, che può essere perfettamente considerata come
preliminare allo sviluppo dell’Io, ma ovviamente, se avesse fatto affidamento
esclusivamente su questo, l’umanità non sarebbe stata in grado di accogliere,
mediante comprensione e intuizione, l’evento-Cristo che le avrebbe recato la
salvezza. A questo fine era necessario molto più della semplice separazione dal
Divino e della percezione di sé che da questa è scaturita.

Soltanto in uno sparuto gruppo di persone sopravvisse dopo il Diluvio


quanto era necessario ad accogliere e preparare il Mistero del Golgota. Non passò
molto tempo dalla divisione e dalla mescolanza delle diverse tribù e famiglie
prima che si diffondessero superstizione, idolatria e rituali, alcuni dei quali
rientrano a pieno titolo nelle pratiche di magia nera11, e più si approssimava la
Svolta dei tempi, meno gli uomini compresero i segni del mondo spirituale, e più
i loro culti e il loro stile di vita degenerarono. Vennero tempi in cui perfino
quello che prima era stato il saggio culto egizio degli dèi astrali decadde in un
misto di rituali superstiziosi della casta sacerdotale e di rivendicazioni di potere
terreno da parte dei faraoni. Poco prima della Svolta dei tempi si erano propagate
in tutta la Terra violenza e paura presso alcuni popoli pagani; i sacerdoti idolatri,
che pretendevano di placare gli idoli con sanguinarie richieste ai fedeli intimoriti,

11 I sacrifici umani, e tra questi spesso i sacrifici di infanti, non erano il tetro «privilegio» di
antiche culture centro e sudamericane, ma facevano parte di orribili pratiche religiose
pagane di numerose tribù dal Nordeuropa attraverso Babilonia fino all’Egitto.
e che in questo modo si erano imposti come potenti autorità morali, avevano
completamente campo libero, mentre quasi nessuno cercò più di risvegliare in
modo sano il vero elemento morale nella vita dell’uomo. Vennero infine tempi
nei quali anche i cultori di idoli scomparvero, dopo aver perso la ragione a causa
dei loro oscuri culti e della loro separazione interiore ed esteriore dal mondo
spirituale luminoso. Rudolf Steiner ha descritto in un modo che suscita
impressione lo svolgersi di una scena simile nella vita di Gesù di Nazareth prima
del battesimo sul fiume Giordano, quando questi, durante il suo viaggio in
Fenicia – l’odierno Libano – si imbatté in altari pagani desolati e nelle genti che
qui si aggiravano impaurite12.

Nella misura dunque in cui l’umanità si allontanò dalla relazione immediata


con Dio, essa si allontanò anche dal comprendere ciò che Dio è. Avvenne infine
che tra tutti i popoli, tribù e stirpi che si erano propagate sulla Terra dopo il
Diluvio universale, soltanto un popolo speciale discendente da Sem si era evoluto
in maniera tale, che il mondo spirituale vide in esso la possibilità di creare il
fondamento materiale all’incarnazione dell’Essere del Cristo. Più esattamente
non era niente più che un piccolo rivolo, un minuscolo germoglio all’interno
della grande stirpe semitica, quello che fu in questione per la fondazione del
popolo eletto: furono Abramo e Sara, nati dalla grande famiglia semitica, a
ricevere la chiamata di Dio. Abramo ascoltò la voce di Dio e sancì con Lui un
patto di fedeltà. Egli divenne progenitore del popolo ebraico ed è in lui che
affonda la genealogia di Matteo quando viene illustrata la discendenza del Gesù
bambino salomonico. Ad Abramo seguirono Isacco, Giacobbe e le dodici Tribù
di Israele. Poté così di nuovo sorgere, dall’Alleanza che Dio aveva stretto con
Abramo, un popolo innumerevole in mezzo alla grande moltitudine dei popoli
pagani, che risultava dai figli delle dodici Tribù di Israele richiamantesi tutti nella

12 Rudolf Steiner, Il quinto Vangelo. Ricerca dalla Cronoca dell’Akasha, Conferenza del 5
Ottobre 1913, in: GA 148, Ed. Antroposofica, Milano 2010.
loro discendenza allo stesso progenitore Abramo, e attraverso Set ad Adamo
(Com’è noto il Vangelo di Luca riconduce la genealogia del bambin Gesù
natanico fino ad Adamo).

Tra tutte queste Tribù, ceppi e famiglie si elevò in dignità ancora una volta
un solo ramo, ovvero la stirpe di Davide della Tribù di Giuda, e da questa ancora
soltano una famiglia, dalla quale si levò infine una donna, che è chiamata la
madre di Dio, la vergine Maria. Questa partorì un figlio che era così puro nella
sua corporeità, da poter divenire il vaso che accoglie lo Spirito di Dio.

Anche solo gettando uno sguardo veloce alla genealogia della stirpe umana
a partire dalla cacciata dal Paradiso, possiamo intuire come la formazione del
«corpo fisico» del Cristo attraverso questa mutiforme umanità sia stata un
processo straordinariamente complesso. La condizione necessaria al realizzarsi
dell’incarnazione del Cristo, accanto allo sviluppo dell’autocoscienza dell’uomo,
consisteva in epoca precristiana nel mantenere puro il sangue che non si era
mescolato con popoli, tribù e stirpi, che con il loro culto pagano, che talora si
degradava in magia nera, determinarono la degenerazione del corpo fisico.

La realtà è sempre stata la stessa nel passato, nel presente e nel futuro: la
vita spirituale e la cura della vita dell’anima avevano effetti immediati sulle
condizioni dell’evoluzione fisica. La differenza è che in epoca precristiana questa
evoluzione doveva essere in un certo qual modo trasmessa ereditariamente
attraverso il sangue, ragione per cui le più sagge guide spirituali dei popoli della
Terra vegliavano su di essa e stabilivano quali famiglie potevano unirsi alle altre
e quali no. Come oggi i giardinieri riproducono le piante e innestano i germogli,
così individualità sagge ed evolute organizzavano in epoca precristiana
l’evoluzione dei popoli ad esse affidati.

E’ facile comprendere come non potesse essere altrimenti, perché l’uomo


divenne gradualmente un essere autocosciente di fronte alla realtà esterna, senza
però conoscere il mistero della sua individualità spirituale o del suo Io.
L’umanità fu diretta nella sua evoluzione dalle cosiddette guide dell’umanità,
«inviate» dei mondi superiori, finché non fu giunto il momento, cioè finché il
Cristo non aprì gli occhi degli uomini a questo mistero.

Presso il popolo ebraico simili alti inviati erano individualità come Mosé,
Salomone o Davide, ma anche i profeti e, in tempi antichi, la casta sacerdotale. Il
loro compito era vegliare affinché il popolo rimanesse fedele al suo patto con il
Dio unico, non cadesse nell’idolatria e non si mescolasse con i popoli pagani. Il
popolo ebraico perseguì questo obiettivo con serietà non comune, avendo sempre
presente la gioiosa profezia che un giorno tra i suoi figli sarebbe nato il
Salvatore. Ma anche all’interno di questo popolo scelto il Messia poteva nascere
soltanto da una Tribù particolare e all’interno di questa Tribù soltanto da un
particolare stirpe.

Sarebbe errato immaginarsi questa nascita miracolosa di Gesù come un


fatto del tutto ovvio, predisposto e diretto quasi per gioco da entità superiori. Da
quando l’uomo si è separato dalla comunione paradisiaca con il mondo spirituale
egli è divenuto sempre più capace di autodeterminarsi e indipendente nelle sue
azioni – si potrebbe dire in questo caso anche più inconsapevole – di fronte a
Dio, così che la stirpe più religiosamente e moralmente pura fino a giungere al
Messia fu messa in pericolo a più riprese nel corso dei millenni; essa dovette
cercare nuove vie nelle più disparate «diramazioni», poiché l’uomo, a causa della
sua cecità, brutalità e per aver abbandonato la retta via, minacciava
costantemente di frammentarla in tutte le possibili direzioni.

Ci si può rappresentare questo complesso intreccio di stirpi e famiglie come


un grande albero genealogico, le cui radici dopo il Diluvio sono i tre figli di Noè
e che si articola e ramifica poi ampiamente nel corso dei millenni.
Questo particolare modello di crescita incontra però una cesura in
concomitanza con la Svolta dei tempi, perché infine, dalla massa pressoché
impenetrabile e nel frattempo deperita dei rami della chioma, questo imponente
albero genera un solo fiore. Un ramo particolarmente sottile tra gli innumerevoli
rami si era spinto tanto in avanti mantenendo pura la linfa vitale – ovvero il
sangue – e donando se stesso a Dio, che dalla sua cima potè sbocciare il fiore
della corporeità intatta di Gesù di Nazareth. Essa divenne, nella sua purezza e
bellezza, la dimora terrena dello Spirito di Dio sulla Terra – e intorno a questo
fiore di Gesù di Nazareth nacquero, simili a dodici freschi petali che avvolgono il
fiore, le dodici individualità che chiamiamo i dodici Apostoli.

Non ci deve quindi stupire che i dodici apostoli fossero più o meno
strettamente imparentati tra loro e addirittura con Gesù di Nazareth. Per fare un
esempio, Simon Pietro e Andrea erano fratelli. Anche i figli di Zebedeo,
Giacomo Maggiore e Giovanni, erano fratelli13 ed non erano nemmeno parenti
troppo lontani di Gesù di Nazareth. La madre dei due figli di Zebedeo era Maria
Salome, figlia di Salomone e di Sobe, che era a sua volta sorella di Anna, la
nonna di Gesù da parte di madre.

Dobbiamo poi menzionare altri tre fratelli apostoli, cioè Simone, Giuda
Taddeo e Giacomo Minore, figli della Maria di Cleofa che era figlia di Cleofa e
di Maria Eli. Maria Eli era la figlia più anziana di Anna, e quindi sorella della
Madre di Gesù. Maria Eli era all’incirca vent’anni più anziana di sua sorella, la
Madre di Gesù, così che questa e sua nipote Maria Cleofa, che stette in piedi con
lei sotto la croce del Golgota, avevano la stessa età, come anche i loro figli. Il
marito di Maria Cleofa e padre dei tre fratelli Apostoli, Alfeo, aveva avuto dal
suo primo matrimonio un figlio di nome Levi. Questo era Levi il pubblicano, il
quale divenne anch’esso uno dei Dodici, e che è meglio conosciuto con il nome
di Matteo, nome che ricevette dal Signore. Levi era dunque fratello «acquisito»
degli apostoli Simone, Taddeo e Giacomo Minore.

Anche l’apostolo Filippo era parente acquisito dei fratelli Simon Pietro e
Andrea, e allo stesso tempo parente diretto dell’apostolo Bartolomeo, che io nella
mia trattazione sull’ultima cena ho chiamato Natanaele. Bartolomeo era per così
dire il cognome di Natanaele, perché Bartolomeo rende l’ebraico «bar
ptolemais», che significa «figlio dei Tolomei». Con questo non si intendeva però
un discendente dei Tolomei egizio-alessandrini; il padre di Natanaele era invece
un abitante di origini ebraiche della città di mare fenicia Tolemaide, la futura
Acri, distante circa un giorno di cammino da Nazareth14. Natanaele

13 Non prendiamo in considerazione in questa sede la particolare evoluzione di Lazzaro-


Giovanni. Su questo tema: Judith von Halle, Vom Mysterium des Lazarus und der drei
Johannes, Dornach 2009.
14 Anna Caterina Emmerich riferisce che il padre di Bartolomeo era di origine aristocratica
e apparteneva alla lontana discendenza del re pagano Tolmai di Gessur, la cui figlia
Abigail andò in sposa a Davide. Il padre si sarebbe infine trasferito a Dabesset, una
piccola città nei pressi di Nazareth, per via della sua amicizia con Zadoc, un devoto
fratello maggiore di Giuseppe.
(Bartolomeo), essendo parente di Filippo, è indirettamente imparentato anche con
Simon Pietro e Andrea, ed è perfino parente diretto dei figli di Maria di Cleofa,
gli apostoli Simone, Taddeo e Giacomo, dei quali era cugino.

Questi sono solo alcuni esempi del fitto intreccio di parentele all’interno
della cerchia dei discepoli, e anche se non tutti loro si erano conosciuti faccia a
faccia prima della loro chiamata, essi erano uniti tra loro nel sangue. Vediamo
così come grazie alla loro parentela fisica, grazie alla trasmissione del sangue, i
discepoli nascono nell’immediata prossimità di Gesù di Nazareth. Solo così si
dava in quel tempo la possibilità di entrare tanto strettamente in contatto con
l’Evento del Cristo. Si potrebbe dire: anche se i discepoli capivano ben poco di
ciò che il Cristo rivelava loro, tuttavia disponevano di una certa base, radicata
nella consanguineità, che permise loro di stabilire una relazione con Lui, nella
misura in cui il Cristo si confidava con loro attraverso la lingua e le idee di Gesù
di Nazareth.

Il punto di svolta dell’evoluzione umana: i dodici apostoli come progenitori


del nostro albero genealogico spirituale

Oggi è risaputo che la custodia della purezza del sangue, protrattasi


nell’arco di secoli, le articolazioni genealogiche della quale sono descritte nei
Vangeli di Matteo e Luca, ebbe luogo per un solo motivo: affinché un giorno
potesse germogliare il fiore del corpo di Gesù, nel quale il Cristo, il Figlio di Dio,
poté prendere dimora con il battesimo sul Giordano, e l’incarnazione di Dio, la
vera nascita del Messia sulla Terra, poté divenire realtà. L’unico fine, l’unico
senso e scopo della preservazione della purezza del sangue in uno di quei tanti
piccoli, sottili rami della discendenza, era preparare il corpo nel quale potesse
discendere il Cristo. Questo però significava che nell’istante in cui i dodici rossi
petali giacevano intorno al fiore sbocciato, nell’istante in cui con l’incarnazione
del Logos si era compiuta la parola dei profeti, la purezza della stirpe e tutto ciò
che era connesso con la trasmissione del sangue e la purezza della discendenza
perse completamente di significato da un giorno all’altro. La custodia di una
simile linea ereditaria, il cui compito era preparare il corpo messianico, era
divenuta da un momento all’altro superflua, nell’istante in cui il Logos era
entrato nel corpo preparato per lui. Per non dire di più: il protrarsi dell’antica
tradizione ereditaria sarebbe stata d’ostacolo a tutto ciò che l’Essere del Cristo
doveva recare all’umanità!

Nei Vangeli sono state annotate alcune indicazioni di questa brusca


interruzione dell’antichissima tradizione precristiana. Nel terzo capitolo del
Vangelo di Marco si legge:

«Vennero sua madre e i suoi fratelli; e stando fuori, lo fecero chiamare. E


il popolo sedeva intorno a lui. Essi gli dissero: vedi, tua madre e i tuoi fratelli e
le tue sorelle sono fuori e ti cercano. Egli rispose loro e disse: Chi sono mia
madre e i miei fratelli? E guardando coloro che erano seduti intorno a lui, disse:
Vedi, questi sono mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio è per me
fratello e sorella e madre»15. Rudolf Steiner ha ripetutamente fatto riferimento
alla parola del Cristo Gesù: «Chi non lascia padre, madre, fratello e sorella per
amor mio non può essere mio discepolo»16.

Un’affermazione simile, che sarà potuta apparire non solo agli uomini del
tempo, ma anche a noi oggi, come un’ingiunzione categorica, forse addirittura
come una pretesa inaccettabile, non deve essere intesa in senso morale –
dopotutto le leggi mosaiche, e così anche il comandamento di onorare il padre e
la madre, non avevano perso valore nemmeno per il Cristo. Bisogna piuttosto

15 Mc 3, 31-35. V. anche Mt 12, 46-50 e Lc 8, 19-21.


16 V. a questo proposito: Lc 14, 25 segg.
mettere in relazione questa affermazione con la coerente chiusura dei conti con
l’antica prospettiva legata unicamente alla famiglia e alla continuità di sangue.
Questa affermazione del Cristo Gesù non significava il rinnegamento di sua
madre e dei suoi fratelli naturali, che Egli onorava e amava in quanto individui,
ma rappresentava un’amorevole e necessaria transizione nella conoscenza, che
l’Essere del Cristo offrì con queste parole agli uomini del suo tempo – di
transizione verso la nascente comprensione di una nuova Alleanza.

I discepoli divennero suoi discepoli perché abbandonarono i legami di


sangue. Questo non significava che da quel momento non avessero più prodigato
assistenza o attenzione alle loro famiglie, alle loro donne e ai loro figli, che
alcuni di loro avevano. Significava qualcos’altro, qualcosa di radicalmente più
importante: la rottura con tutti gli usi tradizionali interiori ed esteriori che non
erano mai stati sottoposti a critica e l’eliminazione completa della naturale
comprensione dell’esistenza basata sui padri nel senso della discendenza fisica,
in favore del riconoscimento delle individualità – dotate di un Io – considerate in
se stesse.

Come figli del nostro tempo, come appartenenti a un’umanità nel frattempo
plasmata sin nel profondo dall’Impulso del Cristo, che sebbene non ancora del
tutto consapevole del realizzarsi della libertà del singolo per mezzo dell’Evento
del Cristo, nel modo in cui essa si percepisce vive però in essa come un fatto
naturale, possiamo oggi avere, anche con una buone dose di sensibilità e
immaginazione, soltanto una vaga idea di ciò che il Cristo esigé dai discepoli con
questo suo atto e con queste sue parole! I discepoli avevano il compito, primi tra
tutti gli uomini, di abbandonare tutto ciò che era radicato non solo nei loro corpi
eterici ma, attraverso una millenaria tradizione legata alla discendenza, anche nei
loro corpi fisici, e che in questo modo compenetrava la loro coscienza di sé
quotidiana e anche religiosa, e di assumere, per mezzo di questo abbandono,
soltanto le parole del Signore a fondamento di una nuova comprensione di sé e di
un nuovo concetto di esistenza – e cioè in modo tale che questo nuovo pensiero
non rimanesse semplicemente un’astrazione, ma divenisse la prima pietra di ogni
singola azione concreta che la vita terrena, così ricca di prove, esigeva da loro.

Questa svolta radicale, che i discepoli compirono in modo integrale nella


loro vita dopo l’evento di Pentecoste, era di importanza epocale per la storia della
nostra umanità, intendendo con questo la natura umana di noi tutti. Questa svolta
non fu soltanto un lodevole episodio nella biografia di singole personalità
storiche, ma pose la prima pietra del successivo sviluppo personale della nostra
anima cosciente.

Se lasciamo germogliare in noi un debole sentore di quanto fosse grande il


compito di cui abbiamo ora parlato, compito che i discepoli dovevano portare a
termine, e lo lasciamo crescere sino a diventare un sentimento più chiaro, capace
di risvegliare la comprensione, saremo allora immancabilmente condotti a dare
vita a una visione spirituale: l’esteriore semplicità delle figure dei discepoli
compare su uno sfondo oscuro e risplende in tutto il loro essere, essa anzi si
irradia nell’aura splendente come il sole di quelle dodici elevate personalità
spirituali, che dopo la Pentecoste della Svolta dei tempi avevano aiutato
l’Impulso del Cristo17 a compiere la sua marcia trionfale su tutta la Terra. Così
facendo infiammiamo il nostro senso interiore per il reale significato e grandezza
di queste dodici personalità, le quali apparvero sul piano fisico nella Svolta dei
tempi in una veste altrettanto umile quanto il Cristo divino nella veste corporea
del figlio di un falegname.

Proprio il loro essersi volti da una comprensione dell’uomo di tipo


comunitario, quale dominava fino a quel momento, a qualcosa di intrinsecamente
umano, ci svela la verità occulta del profondo significato degli apostoli di Cristo

17 Non il Cristianesimo!
per la storia dell’uomo. Questi dodici germogli che avvolgono il fiore, queste
dodici personalità che ci potranno talora apparire straordinariamente semplici,
divennero niente di meno che i fondatori di un nuovo genere umano – e più
esattamente di un genere umano essenzialmente spirituale.

La cura, la conservazione della purezza del sangue e della discendenza


fisico-corporea era stata attuata dai progenitori precristiani, dai profeti, dai saggi
re e dai loro alti sacerdoti con la massima serietà, affinché l’Io allora dormiente
nell’uomo potesse un giorno essere risvegliato. La custodia della purezza del
sangue fu praticata a partire da Adamo attraverso Abramo e i dodici progenitori
fino alla Svolta dei tempi affinché il Cristo, il Messia – che può essere
denominato il primo di tutti gli Io – potesse entrare in un corpo umano terreno
senza macchia, perché è il sangue che prepara all’Io la sua dimora nel vaso
corporeo dell’uomo fisico.

Ma anche un genere umano spirituale esige di preservare la sua purezza.


Questa affermazione potrebbe destare stupore. Si comprenderà tuttavia che ogni
forma di vita necessita di condizioni adatte che la favoriscano, al fine di non
decadere o di non scomparire del tutto. Per questo anche il nuovo genere
spirituale deve essere «mantenuto puro», cioè preservato con la massima serietà,
dedizione e abnegazione. C’è però una grossa differenza nella «pratica» della
custodia cristiana della purezza in confronto a quella precristiana: mentre in
epoca precristiana un piccolo numero di selezionate guide dell’umanità, in gran
parte sacerdoti iniziati, vegliava sull’evoluzione generale con grande
lungimiranza e all’occorrenza con mano severa (si pensi a Mosè ed Elia), e
l’anima non iniziata poteva trovare rifugio in queste cure paterne, a partire dal
risveglio degli Io per mezzo dell’incarnazione del primo di tutti gli Io è il nostro
singolo Io destatosi dal sonno che deve procurarsi esso stesso quella purezza del
genere umano spirituale.

Ciascuna anima umana è oggi teoricamente in grado di farlo grazie al più


alto elemento del suo essere, perché attraverso il mistero del Golgota ha accolto
in sé la capacità di elevare la sua natura.

E’ opportuno qui sottolineare che la cura della vita dell’anima,


l’autoeducazione morale per mezzo dell’Io, conduce anche’essa a un particolare
tipo di purificazione del sangue: più l’Io cosciente segue con attenzione l’attività
degli elementi costitutivi dell’anima, più l’Io diventa esso stesso attivo e più
l’«uomo superiore»18 si risveglia nell’uomo comune, e più la dimora dell’Io, il
sangue, si «raffina», si spiritualizza. Rudolf Steiner diede a questo processo il
nome di «eterizzazione del sangue».

Possiamo dunque concepire i dodici apostoli come progenitori della nostra


umanità attuale – perlomeno nella misura in cui questa umanità è in grado di
riconoscerli come tali. Questo punto deve essere chiaro: più l’uomo si allontana
nel tempo dall’evento-Cristo e meno sarà vero per tutti gli uomini che essi
potranno dirsi veri «figli» o successori di quei progenitori cristiani. Due millenni
sono trascorsi dall’evento del Golgota – più di duemila anni, in cui ciascun Io,
nelle sue diverse incarnazioni, ha fatto delle scelte che lo hanno spinto, chi più e
chi meno, su un sentiero che conduce all’affinarsi della natura umana e al
divenire-uno con la Divinità. Più decisioni vengono prese che separano l’uomo
da un tale sentiero, e più egli si allontana dal diventare il germoglio di quel
nuovo ramo che si eleverà fino alla cima di un nuovo albero, più egli si allontana
dal santo ideale di sperimentare dentro di sé in un tempo a venire lo sviluppo del
germoglio nel fiore.

18 V. Rudolf Steiner, L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?


Cap. La calma interiore, in: GA 10, Ed. Antroposofica, Milano 2016.
Ogni giorno ci si offrono innumerevoli occasioni di prendere questo o
quell’altro sentiero collaterale che ci pare talvolta più agevole, più largo, più
allettante dello spesso più gravoso sentiero centrale. Sebbene colui che è
consapevolmente alla ricerca del cammino del divenire-uno con il Divino
dovrebbe divenire sempre più esperto nell’evitare queste vie laterali, il deviare
dal sentiero centrale non è in fondo il vero criterio che ci separa dal ramo vitale
di una progenie spirituale; infatti fintanto che ci rendiamo conto di esserci posti
su un sentiero non desiderabile, e da questo impariamo per il futuro a non
scegliere di prenderlo una seconda volta, ci ritroveremo quasi per incanto sulla
«retta» via.

La parabola del figliol prodigo19 mostra che quel figlio dato per perso e
finito sulla cattiva strada è giunto a comprendere il padre solo perché è stato del
tutto lontano da lui e solo così egli potè comprendere autonomamente, solo così
potè giungere alla consapevolezza vitale e veritiera che avrebbe trovato la vita
solo nell’unità con il padre. Nessuno avrebbe potuto comunicargli questa
conoscenza se non l’avesse sperimentata in prima persona attraverso le
privazioni causate dalla separazione dalla sua patria spirituale20.

Sappiamo che il dono della libertà, di cui siamo debitori all’Essere del
Cristo, non sarebbe altro che Maya se non si desse la possibilità di smarrire il
sentiero – se non si desse perfino la possibilità di non voler lasciare la cattiva
strada a causa di malafede e in contrasto con la propria coscienza. Rendersi in un
certo modo immuni dalla voce interiore della coscienza è perfino una tendenza
fondamentale del nostro tempo. Ma anche se l’evoluzione che sta prendendo
attualmente l’umanità può solo portare a ridurre al silenzio questa voce, essa
tuttavia risuona in ogni uomo. Non esiste un’anima nella quale essa non risuoni.
Per questo nessuno può dirsi esente dalla colpa di non aver potuto lavorare al suo
elemento animico inferiore. Come ci si possa educare a percepire in se stessi

19 Lc 15, 11-32.
20 Cfr. Judith von Halle, L’incontrare il Cristo oggi e lo Spirito del Goetheanum,
Cambiamenti, Bologna 2012.
sempre più chiaramente la voce della coscienza – detta anche la «parola
interiore» – è stato descritto tra gli altri nel volume di Rudolf Steiner
«L’iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?».

Chi intuisce la verità silenziosa del sentiero iniziatico dell’anima sa che


questo sentiero non è questione di potere, ma di volere – una questione che ogni
Io umano deve decidere per sé. Per questo è scritto nella preghiera di commiato
del Cristo Gesù: «Per loro come singole persone, non per gli uomini in generale,
ti chiedo...»21. Se è vero che il Cristo è morto e risorto per tutti gli uomini, è vero
altresì che questo atto è un’opzione per tutti gli uomini, e una realtà che aiuta e
redime solo per gli uomini di buona volontà – e con ogni probabilità non tutti lo
saranno. Anche il Prologo del Vangelo di Giovanni è una testimonianza di questa
risoluzione del volere fondata sull’Io: «La vera Luce, che illumina tutti gli
uomini, doveva venire nel mondo. Essa era nel mondo, e il mondo fu fatto per
mezzo di essa, ma il mondo non l’ha riconosciuta. Essa venne nei singoli uomini;
ma i singoli uomini non l’accolsero (tutti). C o l o r o però che l’hanno accolta
poterono rivelarsi per mezzo di lui (di essa) come figli di Dio»22.

Ci si può ora immaginare l’albero della famiglia umana, del quale abbiamo
parlato in precedenza, in modo leggermente diverso o in maniera più completa,
se consideriamo non solo il suo sviluppo precristiano, ma anche quello cristiano:

Immaginiamo quest’albero capovolto. Esso si sviluppa per così dire a


partire dal puro mondo spirituale nel quale sono le sue radici. Possiamo pensarlo
là dove esso affonda le radici come l’«albero della vita». In seguito alla
separazione dell’uomo dal mondo spirituale esso divenne l’«albero della
conoscenza» e l’uomo caduto godeva ora dei suoi frutti. La conoscenza sorta

21 Traduzione del Vangelo di Giovanni, 17, 9, di Rudolf Steiner. V. per es. in: Rudolf
Steiner, Ritualtexte für die Feiern des freien christlichen Religionsunterrichts. GA 269,
Dornach 1997, p. 89.
22 Op. cit., p. 83.
sulla Terra, l’autocoscienza, portò all’uomo la morte e lo condusse là dove egli,
come «figliol prodigo», soffrì fame e privazione di tutto ciò che un tempo era per
lui nutrimento spirituale e vita. La razza umana si ramificò ampiamente, ma i
rami dell’albero disseccarono, perché esso fu sempre meno vivificato dalla linfa
vitale, dal nutrimento spirituale – finché alla fine, all’epoca della Svolta dei
tempi, su un solo sottile ramo verde sbocciò il fiore della salvezza, che gettò
nuovi semi per una nuova vita dell’antico albero.

L’albero cresce fino a questa svolta leggermente inclinato, il che significa


che esso rappresenta in realtà soltanto metà del vero albero dell’evoluzione
umana (v. illlustrazione 2, p. 39). Questa prima parte dell’albero termina in una
chioma molto ramificata al cui centro si apre il fiore della Redenzione, che
introduce ora il punto di svolta del suo sviluppo. Il fiore rivitalizza in una sola
volta tutti i rami rinsecchiti della chioma. I suoi semi rappresentano in un certo
senso i dodici Apostoli, iniziatori di una nuova evoluzione, un’evoluzione
finalizzata a ricongiungersi al luogo in cui l’albero affonda le radici. Questo
punto di svolta nella sua crescita si colloca nella massima distanza dalle radici
dell’albero. E’ nell’ora più buia dell’evoluzione umana che comparve «la Luce
del mondo spirituale / nella corrente terrena dell’essere»23. In quest’ora viene
innalzata la Croce del Golgota. I suoi bracci trasversali si protendono nel mondo
precristiano, nel mondo dell’Antica Alleanza, in quel tempo e in quella «notte
oscura» il cui regno era cessato, e nel mondo a venire, il mondo della Nuova
Alleanza, nel quale la luce spirituale degli uomini risplende in forma nuova. Il
braccio longitudinale della Croce è posto sopra le spoglie di Adamo e riposa sul
suo cranio, ragione per la quale il luogo sul quale fu eretta la Croce prendeva il
nome di Golgota, cioè «luogo del cranio».

23 Dal cosiddetto Grundsteinspruch in: Rudolf Steiner, Mantrische Sprüche, GA 268,


Dornach 1999, p. 266.
Il segno della Redenzione e della Vita è la splendente Croce eterica che il
Risorto descrisse con la sua figura corporea spirituale e che appare alla mente del
discepolo occulto, quando questo compie la specifica meditazione della
trasformazione del nero legno morto della croce nella cosiddetta Rosacroce, la
Croce splendente di bianco con le sette rose rosse che la attorniano24, simbolo
della Redenzione potenziale di tutta l’umanità. Tuttavia solo colui che desidera
vedere questa Croce di Salvezza è in grado di vederla. I discepoli dovettero
compiere uno sforzo soprasensibile; allo stesso modo deve fare uno sforzo colui
che vuole percepire forte e chiara la voce interiore e saperla interpretare nel
modo corretto. Per poter contemplare non solo il legno del martirio ma anche la
vittoriosa Croce di Risurrezione è necessario vincere qualcosa dentro di sé, è
necessario vincere una certa resistenza interiore, al fine di ottenere la
chiaroveggenza così come essa è ottenibile nella forma rosacrociana adatta ai
tempi cristiani. Come i discepoli – essendo loro in tutto i nostri progenitori
animico-spirituali – anche noi dobbiamo farci faticosamente largo verso la
«spregiudicata apertura nei confronti delle manifestazioni della vita»25, al fine di
divenire parte della seconda metà del grande albero dell’evoluzione umana.
Nell’istruzione occulta questo viene anche denominato l’esercizio della «fede» o
della «fiducia»26. Solo questo esercizio predispone la persona ad osare il salto dal
mondo delle manifestazioni sensibili al mondo della Realtà vera e della Vita
spirituale. Si osservi qui come non sia lecito affermare che la «fede» o la
«spregiudicatezza» siano un’ingenua forma di autoinganno. In questo senso
anche il detto biblico che la Fede è capace di spostare le montagne27 viene spesso
completamente travisato, perché chi interpreta questa massima come se la Fede
fosse un’illusione capace di spostare montagne immaginarie, valida solo per

24 V. Rudolf Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali, GA 13, Ed.
Antroposofica, Milano 2015.
25 Rudolf Steiner, L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? GA
10, Ed. Antroposofica, Milano 2016.
26 Ibid.
27 Mc 11, 23.
colui che si abbandona ad essa, disconosce la ferrea verità occulta che è alla base
di questa frase: infatti potrà giungere alla certezza del sapere solo colui che riesce
a dare per possibile ciò di cui non può essere certo. Soltanto nel momento in cui,
al mattino di Pasqua, Maria Maddalena dà per possibile la presenza vivente del
suo Signore e Maestro, solo in quel momento ella lo riconosce.

Per questo motivo la conoscenza scientifica sarà negata a tutte quelle


persone che credono di poter giungere alle radici della verità del Mistero
cristiano muovendo da una prospettiva che non partecipa in nulla del mondo e
della natura di questo mistero. Soltanto colui che, riconoscendo i limiti del sapere
essoterico di fronte all’immensità del sapere esoterico, si eleva a un metodo di
ricerca scientifico-spirituale, perverrà a conoscenza veritiera del Mistero
cristiano.
E così dalla pluralità dei rami del genere umano, vivificato nella sua
interezza dal Mistero del Golgota, l’albero, il cui sviluppo tende ora verso il
tronco e le radici, inizia nuovamente a restringersi e a diradarsi.

Questo avviene perché in principio solo alcuni, e con il progredire del


tempo sempre più uomini rifiutano di accogliere la luce di vita del fiore-Cristo
che viene loro offerta. Molti dei nuovi rami o, si potrebbe dire, molti dei vecchi
rami non vivificati tenderanno nel vuoto e infine moriranno. Più ci si allontana da
una delle biforcazioni nelle quali è presente l’elemento vitale, più ci si lega a
rami senza vita, e più sarà difficile percorrere a ritroso la via sino alla
biforcazione dalla quale è nato anche un ramo vitale. Sarà chiaro allora se si sarà
capaci di trasformare un sentiero errato in una semplice deviazione. E’ in gioco
in fin dei conti la questione del volere, ed essa deve risolversi in senso
affermativo, se sul proprio sentiero evolutivo si vogliono soltanto percorrere
strade più lunghe, e non invece incappare in modo irreversibile in falsi sentieri.

Poichè tuttavia la via retta, la via della conoscenza, è sempre in primo luogo
anche una via costellata di dolore, essa sarà sempre meno scelta di proposito. In
un futuro lontano solo un piccolo gruppo di uomini ritroverà la via dell’albero
della vita e svilupperà esso stesso i frutti di quell’albero rinnovato. L’Apocalisse
di Giovanni afferma che questo piccolo gruppo consiste di quelle anime che
saranno rivestite di bianche vesti e si saranno lavate nel sangue dell’Agnello28;
saranno queste che edificheranno e abiteranno la Nuova Gerusalemme, che
ritorneranno cioè alle radici dell’albero nel mondo spirituale, perché hanno teso
in libertà alla ricongiunzione con il Padre con l’aiuto del sacrificio del Figlio di
Dio. Il tempio che sarà eretto in questa Nuova Gerusalemme è il tempio del
corpo umano spiritualizzato; la Nuova Gerusalemme sarà invece il nuovo stadio
evolutivo planetario della Terra.

28 Cfr. Ap 7, 9-17.
Il radicale trapasso dalla vecchia alla nuova umanità si compie in maniera
stupefacente nei dodici discepoli stessi. Essi poterono ergersi intorno al
Redentore come dodici petali intorno al fiore solo perché poterono nascere nella
sua più diretta vicinanza grazie ai vecchi legami di sangue. D’altra parte però essi
compiono, durante quella vita in cui si trovano con tutta la loro natura fisica ed
ereditaria, una rottura con la vecchia concezione dell’essere umano ritenuta fino
a quell’epoca naturale. Essi divengono discepoli del Cristo e abbandonano ogni
legame carnale – e cioè non per seguire il Gesù di Nazareth che è con loro
imparentato, ma il libero spirito divino che abita in lui! Si potrebbe allora dire:
come i rami trasversali della croce tendono verso il vecchio e il nuovo mondo,
così i discepoli stanno con un piede nel passato, per il fatto che hanno la loro
origine fisica e animica nel contesto dell’Antica Alleanza, e con l’altro nel
futuro, il cui genere umano, nuovo, indipendente da legami ereditari e puramente
spirituale, essi fondano e in un primo momento rappresentano; è questo il
contesto della Nuova Alleanza. Questo miracolo della Nuova Alleanza e del
nuovo genere umano apostolico diviene possibile perché la presenza senza tempo
del Cristo pervade i suoi fondatori.

I discepoli di Cristo sono da allora i progenitori di tutte quelle anime umane


che aspirano all’evoluzione spirituale per impulso personale del loro Io.

I dodici discepoli quali corpo cosmico del Cristo

In che modo dobbiamo ora immaginare la nostra personale unione con


questi «progenitori» cristiani?

L’unione dei dodici apostoli con la singola anima che oggi si sforza di
conseguire un’evoluzione spirituale superiore è più di un’unione semplicemente
immaginaria o di una semplice analogia. Tutti noi siamo figli di questo nuovo
libero patto che il Cristo ha stretto con la sua selezionata cerchia di discepoli.
Queste personalità selezionate, che ci si fanno incontro in discepoli all’apparenza
umili, rappresentano forze animico-spirituali ben particolari, con le quali ognuno
di noi è in relazione diretta, e più in particolare già dall’inizio della sua vita
terrena, senza che si sia affatto posto con il suo Io terreno in un rapporto
consapevole con una qualche potenza spirituale. I dodici apostoli sono i
rappresentanti dello Zodiaco.

Questo significa che anche soltanto grazie alla nostra nascita terrena
veniamo collocati in una relazione profonda con almeno uno o due rappresentanti
dello Zodiaco, fatto che si imprime nei nostri elementi animici inferiori e che il
nostro Io superiore naturalmente si era posto come obiettivo nel periodo
precedente alla nostra nascita. E’ questo il motivo per cui entriamo nell’esistenza
terrena con una particolare «disposizione» spirituale. L’uomo non sarebbe
tuttavia un essere libero se non potesse influenzare, o addirittura trasformare
completamente, questa disposizione spirituale fondamentale, con la quale egli
viene al mondo, mediante un’istruzione spirituale praticata consapevolmente
durante la sua vita sulla Terra, e se non fosse capace, così facendo, di entrare in
relazione anche con le altre potenze cosmiche apostoliche.

Per le considerazioni che seguono ci possono venire in aiuto le analisi di


Rudolf Steiner tratte dal ciclo di conferenze tenuto a Berlino nel 191429, nel quale
egli inserì un’illustrazione che mostra lo Zodiaco nel suo nesso con le cosiddette
dodici concezioni del mondo. Le singole concezioni del mondo possono essere
comprese in primo luogo come la capacità espressiva spirituale dei segni dello
Zodiaco che possiamo sperimentare in noi in quanto uomini incarnati sulla Terra.

Non tanto i contenuti della trattazione quanto piuttosto l’illustrazione30


fornita da Rudolf Steiner deve essere qui messa in evidenza, anche se nel

29 Rudolf Steiner, Pensiero umano e pensiero cosmico, GA 151, Estrella de Oriente,


Caldonazzo 2014.
30 Ibid.
presente contesto l’illustrazione ci condurrà in parte a considerazioni del tutto
diverse (non opposte, ma soltanto inedite)31.

Osserviamo come i segni dello Zodiaco siano disposti in forma circolare.


Rudolf Steiner scelse per la sua esposizione la seguente prospettiva: in alto, per
così dire alle «ore 12», abbiamo il Cancro, che rappresenta la stagione
dell’estate; alle «3» la Bilancia – l’autunno; in basso, alle «6», il Capricorno –
l’inverno; e alle «9», in primavera, l’Ariete. Tra gli uni e gli altri si collocano i
rimanenti otto segni.

31 E’ consigliabile prendere conoscenza della corrispondente trattazione di Rudolf Steiner,


se si desidera conoscere più da vicino la natura cosmica e l’evoluzione animico-
spirituale dell’uomo. Un commento comprensivo del contenuto del succitato ciclo di
conferenze non può far parte di questo contributo.
Adesso si attribuiscono ai segni le cosiddette concezioni del mondo32: al
Cancro il materialismo; al Leone il sensualismo; alla Vergine il fenomenalismo;
alla Bilancia il realismo; allo Scorpione il dinamismo; al Sagittario il
monadismo; al Capricorno lo spiritualismo; all’Acquario il pneumatismo; ai
Pesci lo psichismo; all’Ariete l’idealismo; al Toro il razionalismo e ai Gemelli il
matematicismo.

Come si è già accennato, possiamo immaginare queste concezioni del


mondo come espressioni spirituali delle forze dello Zodiaco, così come esse si
manifestano in noi. E’ possibile già da questo dedurre che l’uomo è allo stesso
tempo una creatura terrena e una creatura cosmica. Senza entrare in questa sede
nei particolari delle caratteristiche delle diverse concezioni, sarà per il momento
sufficiente, ai fini della seguente considerazione, comprendere che chi nasce nel
segno del Toro, e quindi nello spirito della concezione del razionalismo, si
predisporrà e si relazionerà naturalmente a un certo evento in maniera del tutto
diversa da una persona nata nell’Ariete, cioè nello spirito della concezione
dell’idealismo.

Le scuole occulte hanno da sempre assegnato ai segni zodiacali, come


anche alle concezioni ad essi corrispondenti, le diverse parti del corpo umano:

Cancro materialismo: petto

Leone sensualismo: cuore

Vergine fenomenalismo: addome

Bilancia realismo: fianchi

Scorpione dinamismo: organi riproduttivi

Sagittario monadismo: cosce

32 ...sulle quali non devono essere date in questa sede spiegazioni più approfondite, perché
vengono date per note.
Capricorno spiritualismo: ginocchia

Acquario pneumatismo: gambe

Pesci psichismo: piedi

Ariete idealismo: fronte

Toro razionalismo gola

Gemelli matematicismo: mani33

33 Conformemente alla prospettiva in cui il tema è analizzato si dà qui quell’attribuzione


che anche Rudolf Steiner menziona all’interno del ciclo di conferenze tenuto a Kassel sul
Vangelo di Giovanni (v. Rudolf Steiner, Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri
tre e specialmente col Vangelo di Luca, GA 112, Ed. Antroposofica, Milano 2013.
Questo si riferisce in particolare all’attribuzione del segno dei Pesci ai piedi e del segno
dei Gemelli alle mani.
Se proviamo ora a considerare tutto ciò da una certa distanza, ci sarà chiaro
che dalle dodici concezioni prese nella loro totalità risulta l’interezza del corpo
fisico. I dodici segni dello Zodiaco con le loro dodici concezioni si riflettono
sulla Terra nel corpo fisico umano. Da questo possiamo anche dedurre che ciò
che tiene unito il corpo fisico, governa ciascuna delle membra e le fa sussistere in
un armonico rapporto reciproco, in modo tale che soltanto allora possa nascere
un organismo capace di accogliere la vita, che questo qualcosa ha origine al di
fuori di queste dodici realtà. Esso è invisibile ai sensi fisici e agisce segretamente
in ciascuna parte del corpo. Possiamo chiamarlo, in relazione ai dodici Apostoli,
il Tredicesimo, o lo Spirito di Cristo. Lo Spirito di Cristo, nell’essere umano, è
l’Io.

Se applichiamo nuovamente tutto questo agli Apostoli, possiamo


comprendere come queste possenti individualità, rappresentanti delle forze
zodiacali, che nella loro interezza di dodici formano un grande corpo cosmico,
necessitino anch’esse di uno spirito che renda possibile la loro coesione, spirito
che non potrà essere in nessun modo della loro stessa natura, cioè come le
singole membra del corpo cosmico, ma che dovrà operare su di esse in un certo
senso dall’esterno, plasmandole e dando loro forma corporea. La forza che
modella l’organismo celeste e che ha origine al di fuori di esso è la Trinità, con al
centro il Figlio. L’Essere del Cristo trinitario, che è per così dire l’Io
dell’organismo celeste, conformemente alla sua natura deve essere ricercato al di
là del cosmo.

Proviamo a illustrare il significato di questo ricorrendo a uno specifico


avvenimento che ha avuto luogo nella Svolta dei tempi. Ciò che in questo senso è
significativo per i discepoli, e di conseguenza per l’evoluzione della natura
umana, trova espressione nell’immagine spirituale dell’ultima cena. Se
immaginiamo mentalmente la tavola dell’ultima cena possiamo senz’altro
rappresentarci la forma che essa ebbe nella realtà storica come un segmento di
cerchio. Intorno ad essa sedevano i discepoli secondo una disposizione che nulla
aveva di casuale34.

In nessun caso voglio qui tralasciare di mettere in evidenza come ci sia


stato un periodo nell’evoluzione umana in cui i fatti esteriori hanno coinciso in
modo davvero stupefacente con il loro retroscena spirituale. Questo periodo
storico è costituito dai tre anni in cui il Cristo visse sulla Terra, e in particolare
dai tre giorni compresi tra il Giovedì Santo e la Domenica di Pasqua. Negli
eventi che si verificarono in questo intervallo di tempo si è offerta, in forma
straordinariamente penetrante, l’espressione immediata dello Spirituale negli
avvenimenti e nelle circostanze fisico-sensibili.

In questo modo la distribuzione dei posti, per i discepoli che sederono al


tavolo dell’ultima cena, era organizzata in modo tale da corrispondere al mistero
che giace a fondamento del loro gruppo.

Al centro, sul lato lungo della tavola e nel segmento centrale dei tre che la
costituivano, prese posto il Cristo. Alla sua destra si trovava il discepolo che il
Signore amava, Giovanni, e alla sua sinistra l’apostolo Pietro. Accanto a
Giovanni, nella porzione di tavolo esterna a destra, sedeva Giacomo Maggiore,
vicino a lui sedeva Giacomo Minore, e per finire Bartolomeo e Tommaso. Vicino
a Pietro, nella porzione di tavolo di sinistra, sedeva sua fratello Andrea, accanto a
lui Taddeo, seguito da Simone e Levi (Matteo). Di fronte a Pietro, nel segmento
di tavolo di mezzo, prese posto Filippo, e di fronte a Giovanni, sempre nel
segmento mediano, sedeva – sino quasi al termine della parte della cena pasquale
rinnovata e introdotta dal Cristo – Giuda (v. Illustrazione 5, p. 48).

34 Cfr. Judith von Halle, Das Abendmahl, Dornach 2008, p. 71.


Ora possiamo, a partire da quest’immagine del gruppo dei discepoli al
tavolo dell’ultima cena che abbiamo creato con la mente, formarci la visione di
un corpo cosmico completo che per così dire si adagiò intorno alla tavola. La
distribuzione storica dei posti dei rappresentanti dello Zodiaco e delle membra
del corpo fu realmente tale che intorno alla tavola e al Cristo nel centro si posò
un corpo completo – non frammentato! (Anche senza questa visione possiamo
sicuramente comprendere, con un poco di sensibilità, il corpo che fu creato dagli
Apostoli nell’ora della loro iniziazione durante l’ultima cena)35.

35 Si può senz’altro dire che i dodici Apostoli, che si riunirono in questa configurazione per
la prima volta (e per l’ultima sul piano fisico-sensibile) nella sera del Giovedì Santo,
ricevettero durante questa santa cena l’iniziazione a membri del consiglio celeste. Ciò
che essi sperimentarono – nella suddetta configurazione – non ebbe luogo solo in
preparazione dell’imminente Mistero del Golgota, ma era davvero la loro designazione a
membri del consiglio celeste, ragione per cui si può senza dubbio parlare di una speciale
«configurazione»; questa doveva essere di importanza decisiva per il futuro compito
dell’umanità.
Il corpo cosmico inizia naturalmente dal capo o dalla fronte – rappresentati
da Giovanni – e prosegue con la gola – Giacomo Maggiore – verso il basso fino
ai piedi – Pietro. Al centro siede il Cristo, che osserva il Suo corpo cosmico, non
spezzandolo, ma prendendo posto esattamente tra il capo (Giovanni) e i piedi
(Pietro). Egli siede per così dire tra il principio, il capo, e la fine, i piedi. Se con
la mente poniamo il corpo cosmico in posizione eretta, dobbiamo affermare, in
riferimento alla “posizione” dell’Io di questo corpo, cioè del Cristo: il Cristo
circonda e ricopre l’intero corpo e ne costituisce così allo stesso tempo l’Alfa e
l’Omega. Otteniamo una rappresentazione veramente pertinente della visione
dell’ultima cena se suscitiamo in noi la sensazione che questo Alfa e Omega, che
conformemente alla sua natura si pone al di fuori della realtà fondata sui dodici
principi, pervade nell’ultima cena tutti i membri del corpo cosmico dei discepoli
(v. illustrazione n.6).
Va da sé che occorra indicare in questo luogo un altro motivo, rispetto a
quello da me già segnalato in altro contesto36, per il quale il Signore costituì su
Pietro la sua Chiesa – ovvero il Suo nuovo patto spirituale con gli uomini. Come
abbiamo visto, Pietro rappresenta per così dire i piedi sui quali si erge il corpo
cosmico degli Apostoli. Anche per questo motivo Pietro fu chiamato dal Cristo
Gesù “Cefa”, in italiano “roccia”. Il corpo cosmico apostolico si erge sui piedi di
Pietro come su una roccia sicura. I piedi sono una specie di prima pietra o di
fondamento sul quale poggia l’edificio costituito dalle altre undici parti del corpo
cosmico, e al di sopra del quale esso può elevarsi.

In base alla distribuzione storica dei discepoli durante l’ultima cena ci si è


potuta presentare la visione di un corpo cosmico completo che giaceva per così
dire intorno al tavolo dell’ultima cena – con al centro lo spirito che lo vivifica (v.
illustrazione n.6, p. 51).

36 Cfr. Judith von Halle, Das Abendmahl, Dornach 2008, p.82 segg.
Se ora torniamo all’immagine dello Zodiaco con le corrispondenti parti del
corpo (v. illustrazione n. 4, p. 45) e mettiamo in evidenza la collocazione del
Cristo tra il capo, cioè l’Ariete (Giovanni), e i piedi, cioè i Pesci (Pietro),
constatiamo che è necessario soltanto ruotare leggermente la fascia dello Zodiaco
per ricavare la stessa visione del corpo cosmico che cinge la tavola dell’ultima
cena. In alto al centro non poniamo più il Cancro, ma il Sole-Cristo, l’Io del
corpo cosmico, e questo viene affiancato dall’Ariete e dai Pesci (v. illustrazione
n. 9 , p. 53).

Considerando attentamente l’illustrazione n. 9, si osserverà tuttavia che


oltre alla rotazione di 90 gradi si è fatta un’altra piccola, ma importante,
modifica: lo Zodiaco, rispetto a quello rappresentato nell’illustrazione 8 (qui
sopra), è stato rappresentato simmetricamente. Se si riflette un po’ sulla cosa se
ne comprenderà presto il motivo: l’illustrazione 8 (come le illustrazioni 3 e 4, pp.
43 e 45) raffigura la ruota dello Zodiaco così come si presenta nella sfera celeste
che circonda la Terra. Ma nel momento in cui i discepoli sedevano raccolti
intorno al Cristo durante l’ultima cena, erano i rappresentanti della ruota dello
Zodiaco che si raccolsero in quel luogo sulla Terra fisico-sensibile nella sala
dell’ultima cena in Gerusalemme, così che in quell’ora straordinaria il cosmo si
riflettè sulla Terra, essendo i rappresentanti dello Zodiaco in quel momento
incarnati nel mondo fisico. Non furono gli astri a discendere sulla Terra, ma le
loro potenze spirituali a riflettersi sulla Terra nei loro rappresentanti, i dodici
Apostoli. E’ per questo motivo che Giovanni sedeva alla destra del Cristo
(nell’illustrazione 8 per così dire «poco prima delle 12») e Pietro alla sua sinistra
(nell’illustrazione 8 «poco dopo le 12»).
L’ultima cena e il corpo elementare dell’uomo

Sono ancora tanti i segreti racchiusi in questa configurazione


straordinariamente pregna di significato del tavolo dell’ultima cena. Vorrei
mettere in luce uno di questi segreti, che è di grande importanza nella
considerazione del mistero dei dodici Apostoli (Non si creda tuttavia che queste
riflessioni vengano fornite per offrire risposte definitive o rivelazioni complete di
un mistero occulto. E’ fermo proposito dell’autrice fornire stimoli a una ricerca
spirituale indipendente. La rivelazione dei veri misteri dello Spirito può essere
ottenuta sempre soltanto dal singolo, se tale rivelazione deve trasformarsi per lui
in vera conoscenza).

Si è già fatta menzione del fatto che la tavola dell’ultima cena si


componeva di tre diversi segmenti. Ne risultava perciò (o piuttosto, i tre segmenti
sono stati disposti insieme per il seguente motivo) che in ognuno dei tre presero
posto quattro discepoli (cfr. illustrazione 5, p. 48). Il fatto che la tavola fosse in
realtà tripartita, è – come ci si renderà conto se si considera l’unicità dell’evento,
cioè la fondazione della Nuova Alleanza attraverso l’Eucaristia – tanto poco
casuale quanto lo svolgimento cultuale della cena o la distribuzione dei posti dei
discepoli. La tripartizione della tavola della cena ha un profondo significato
occulto; sarà sufficiente, come incitazione al lettore a proseguire il lavoro in
forma indipendente, segnalare che, in concomitanza con il processo iniziatico
degli Apostoli, in questo dettaglio apparentemente esteriore si manifestò la
presenza spirituale dell’Essere trinitario: questa Trinità può essere chiamata
Padre, Figlio e Spirito Santo o anche – se riferita all’evoluzione dell’anima
umana, che era elemento essenziale della fondazione della Nuova Alleanza –
Pensare, Sentire e Volere.

Questa Trinità elabora ora l’elemento essenziale dei rappresentanti della


nostra natura terrena a gruppi di quattro, allo stesso modo in cui la nostra natura
fisica nella sua completezza viene, o dovrebbe venir afferrata ed elaborata,
durante l’incarnazione, da parte del Pensare, Sentire e Volere. I principi della
natura fisica umana sono i quattro elementi: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. Da essi
nasce la corporeità fisica dell’uomo incarnato, dalla loro sostanza spirituale
vengono formati i nostri elementi spirituali. Il corpo minerale appartiene
all’elemento Terra, il corpo eterico all’elemento Acqua, il corpo astrale
all’elemento Aria mentre l’Io appartiene, in conformità alla sua natura,
all’elemento Fuoco. Terra, Acqua, Aria e Fuoco sono i rappresentanti elementari
della natura umana, la quale a sua volta può esistere come organismo vivente
solo grazie all’azione dell’Essere trinitario, che si esprime nell’uomo come
Pensare, Sentire e Volere.

Così non deve stupire che durante l’ultima cena quattro rappresentanti della
nostra natura umana elementare presero posto a ciascuna delle tre porzioni di
tavolo, perché in fin dei conti la natura umana nella sua interezza deve essere
afferrata dalla triplicità del Pensare, Sentire e Volere. Come è noto i quattro
elementi vengono attribuiti ai dodici segni zodiacali (ne risulta in questo modo
una triplice attribuzione degli elementi). Se inseriamo nella nostra figura questi
elementi di volta in volta corrispondenti ai segni, in modo che rispettino la
correlazione con la disposizione dei discepoli intorno alla tavola dell’ultima cena,
potremo constatare che in effetti i rappresentanti dei quattro elementi compaiono
in ciascuna delle tre porzioni della tavola. Se prendiamo in considerazione a mo’
di esempio il segmento della tavola collocato alla destra del Cristo, troviamo lì
nella forma di Giacomo Maggiore il rappresentante dell’elemento Terra, per via
del fatto che egli rappresenta il segno zodiacale del Toro; Giacomo Minore, in
quanto rappresentante del segno dei Gemelli, rappresenta l’elemento Aria;
Bartolomeo, rappresentante del segno del Cancro, rappresenta l’elemento Acqua,
e Tommaso, rappresentante del segno del Leone, rappresenta l’elemento Fuoco.

Corrispondenza degli elementi e dei segni zodiacali:

Fuoco: Ariete, Leone, Sagittario

Aria: Gemelli, Bilancia, Acquario

Acqua: Cancro, Scorpione, Pesci

Terra: Toro, Vergine, Capricorno

La distribuzione dei posti dei dodici Apostoli, che sappiamo ora essere i
rappresentanti dello Zodiaco e dunque membri del consiglio celeste, è – non lo si
potrà mai ripetere abbastanza – espressione essoterica, esatta sin nel più piccolo
dettaglio, di nessi esoterici. Un esempio molto chiaro di questo lo offre la
posizione dei rappresentanti del consiglio celeste Giovanni e Pietro: al momento
del mistero del Golgota e del Giovedì Santo della Svolta dei tempi il sole sorgeva
nel segno dell’Ariete. Il punto dell’Ariete in cui il sole sorge era stato però già
raggiunto a quell’epoca da circa 600-800 anni. Questo significa che il sole si era
già spostato un po’ dal centro del segno dell’Ariete vero il segno dei Pesci,
collocandosi per così dire tra l’Ariete e i Pesci, tuttavia non ancora esattamente
nel punto di mezzo tra i due, bensì più prossimo all’Ariete. Come espressione
fisico-sensibile di questa situazione cosmica importante dal punto di vista
spirituale, durante l’ultima cena Giovanni si appoggia al petto del Signore.
Giovanni – il rapprensentante del segno dell’Ariete – era il più vicino al Sole-
Cristo.

La nostra evoluzione spirituale attraverso le concezioni del mondo


«apostoliche»

Vogliamo accontentarci di questi esempi relativi al significato occulto della


configurazione dell’ultima cena e dedicarci un po’ più intensamente alla
domanda avanzata all’inizio: che significato hanno le individualità dei discepoli
nella loro identità cosmica per il presente e il futuro dei nostri singoli Io umani?

La comparsa degli Apostoli quali rappresentanti dello Zodiaco, cioè delle


stelle fisse, è naturalmente connessa con la natura delle stelle erranti. Le sette
stelle erranti del nostro sistema solare sono manifestazione dell’elemento del
tempo, che consta di dodici fattori e rende possibile l’evoluzione della natura
umana nello spazio. L’elemento temporale delle sette stelle erranti ci appare nei
ritmi dello sviluppo corporeo-fisico dell’uomo, così come in quelli delle epoche
di cultura o degli stadi di evoluzione planetaria della Terra, mentre l’elemento
spaziale è ciò che ci circonda in quanto universo.

Questi due elementi – le stelle fisse costitutrici dello spazio e le stelle


mobili – si congiungono ora con la comparsa sulla Terra fisico-sensibile, che è
parte del nostro sistema solare, dell’Essere del Cristo con i suoi corpi fisici e
cosmici, costituiti per l’appunto dalle stelle fisse, in particolare nella figura dei
discepoli. Cristo – il primo di tutti gli Io – prende possesso del suo corpo
cosmico divenendo uomo e circondandosi sulla Terra dei dodici Apostoli. Così
facendo Egli entra in profondità nell’evoluzione della Terra e dell’umanità.
L’elemento dei sette fattori temporali fluisce in un certo modo nello spazio
cosmico, che Egli reca presso di sé nella forma dei Suoi discepoli. Rudolf Steiner
ha dichiarato che il Cristo è tanto potente da pervadere l’universo con la forza del
sistema solare37.

Non possiamo quindi fermarci alla considerazione delle concezioni del


mondo con le quali entriamo in contatto attraverso le nostre molteplici
incarnazioni; non possiamo tenere conto soltanto dell’aspetto cosmico, ma
dobbiamo tenere in considerazione anche quello planetario. Le stelle fisse ci
pongono in una particolare disposizione dello spirito, esattamente come le stelle
erranti ci pongono in una particolare disposizione dell’anima, perché se con il
capo ci eleviamo fino alla sfera delle forze spirituali delle stelle fisse, con il petto
e con il sistema ritmico siamo congiunti alle forze animiche delle stelle erranti.
Con riferimento al già citato ciclo di conferenze di Rudolf Steiner sui segni
zodiacali e le concezioni del mondo, integriamo ora la ruota delle stelle fisse
dell’illustrazione 9 inserendo le stelle erranti38 (v. illustrazione n. 11, p. 59).

Abbiamo così come disposizione dell’anima della Luna l’occultismo; come


disposizione di Mercurio il trascendentalismo; come disposizione di Venere la
mistica; come disposizione del sole l’empirismo (dobbiamo ovviamente svolgere
la nostra analisi da una prospettiva per così dire tolemaica, perché se,
collocandoci sulla Terra, rivolgiamo lo sguardo al cerchio dei pianeti, è il sole
che gira intorno a noi); la disposizione di Marte è il volontarismo; la disposizione
di Giove è il logicismo; la disposizione di Saturno è la Gnosi.

37 V. Rudolf Steiner, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, III cap, GA 15, Ed.
Antroposofica, Milano 2002.
38 V. nota 28.
La riflessione da noi intrapresa ci consente di avvicinarci un po’ alla
risposta alla domanda sul nostro legame con i progenitori apostolici. Che
significato ha l’«incrociarsi» del sette e del dodici, delle stelle fisse e delle stelle
erranti, delle disposizioni dell’anima e delle disposizioni dello spirito?

Grazie alle stelle mobili, o più esattamente grazie alle varie disposizioni
dell’anima da cui esse ricevono la loro specifica colorazione, abbiamo la
possibilità di compiere in noi una trasformazione rispetto per esempio alla
concezione del mondo che portiamo in noi dalla nascita. Passando
consapevolmente da una disposizione dell’anima all’altra possiamo elaborare a
fondo, passo dopo passo, la molteplicità delle concezioni del mondo, forse senza
neppure dover attendere di nascere sotto un nuova configurazione celeste.
Percorrendo con diverse disposizioni dell’anima le varie disposizioni dello spirito
che ci sono date in ciascuna incarnazione, o forse addirittura passando a una
disposizione dello spirito del tutto diversa (atto per il quale tuttavia è necessario
che si sia capaci di dominare a un grado superiore il proprio corpo eterico), ci
apriamo la strada attraverso le già descritte biforcazioni dei rami dell’albero
dell’umanità verso il regno in cui esso ha le sue radici. E’ possibile percorrere in
questo caso i sentieri più diversi. Si pensi a quante combinazioni ne risultano!
Sarà facile farsi un’idea, grazie a questo calcolo sicuramente un po’ astratto, di
quanto tempo sia necessario per ritornare alle radici dell’albero.

Quello che sembra un sistema matematico è in realtà soltanto una


formulazione finalizzata a rendere comprensibile, nel modo in cui esso è qui
trattato, il compito che abbiamo in quanto figli della Nuova Alleanza. E’ chiaro
che l’immaginazione della chioma dell’albero dalle molte ramificazioni e della
rinnovata presa di coscienza della forza del tronco e delle radici, se osserviamo
un simile «sistema», si lasci spiegare in altro modo. Quello che conta, in ultima
istanza, è non perdere d’occhio il fine della nostra evoluzione, cioè
l’elaborazione, condotta fino in fondo, delle diverse combinazioni delle
concezioni del mondo e delle disposizioni dell’anima, al fine di integrare quelle
benefiche e di abbandonare i rami e i sentieri degradati e morenti. Questo deve
essere chiaro, anche in considerazione di quanto è stato già detto: essendo uomini
liberi e figli della Nuova Alleanza siamo sfidati a ricorrere al nostro senso di
disciplina e alla nostra forza di volontà, facendoci largo anche in mezzo a
circostanze sfavorevoli – perché non tutte agiscono sull’uomo in modo a lui
propizio! - ma lasciandoci alle spalle quelle circostanze sfavorevoli che si
producono nell’una o nell’altra incarnazione, da sé o con il nostro contributo
consapevole, raggiungendo una personale comprensione dei fatti e facendo uso
della nostra forza di volontà.
Facciamo un esempio concreto: immaginiamo che di fronte a noi stia una
persona immersa nella concezione del materialismo con la disposizione
dell’occultismo. Ci si può più o meno immaginare da cosa sarà determinata la
vita di questa persona (si sta qui facendo ovviamente una riflessione puramente
teorica, un uomo libero non si pone mai volontariamente in balia di una simile
combinazione, ma può, con il suo Io, volgere a suo vantaggio anche la
combinazione teoricamente più sfavorevole). E’ senz’altro possibile che questa
persona si consacri a una ideologia massonica intesa erroneamente, o che si voti
corpo e anima a una di quelle organizzazioni che sono oggi riconducibili al
movimento New Age. La sua anima tenderà verso tutto ciò che è possibile
qualificare come occultismo, ma la sua disposizione di spirito rimarrà
materialista. In queste condizioni egli potrebbe essere tentato di sospettare una
realtà magica in tutti i possibili simboli o oggetti materiali. Una spada estratta
durante un rituale diverrebbe per lui qualcosa di magico in sé. Una spada però
non può in nessun caso essere in sé magica. Essa può essere al massimo
impiegata in un rito magico, in se stessa però non è altro che un semplice pezzo
di metallo o un oggetto senza vita.

Si potrebbe ora pensare che questa sia per una persona una combinazione
molto sfavorevole. Ma supponiamo che egli provenga da un contesto vitale o da
una precedente incarnazione nella quale si trovava nella combinazione della
concezione materialistica, o razionalistica, con la disposizione volontaristica; in
confronto ad essa la combinazione di materialismo e occultismo, in relazione al
progresso spirituale, è forse perfino più vantaggiosa. Soprattutto la combinazione
di materialismo (o razionalismo) e volontarismo è attualmente molto diffusa tra
le persone. Se ci si abbandona ad essa in maniera irriflessa, essa annienta del
tutto ciò che vuole manifestarsi nella sfera spirituale. Se un potente impulso
(animico e inconscio) del volere pervade la concezione materialistica, diventa
difficile per una persona ammettere che sia possibile qualcosa che non
corrisponde alla ratio della sua visione del mondo. In un’epoca come quella
presente, in cui il contro-reggente del tempo Mammona si oppone così
radicalmente all’azione del vero reggente del tempo Michele, questa
combinazione di concezione del mondo e disposizione dell’anima rappresenta
un’ulteriore complicazione, in particolare per tutti coloro che non hanno pratica
nell’educazione spirituale. L’Io deve assumere il dominio degli elementi animici
inferiori se non si vuole che la concezione materialistica sia del tutto assorbita
dalla disposizione volontaristica. Una combinazione di materialismo e
occultismo al contrario potrebbe mettere una persona in condizione di scorgere lo
spirituale nella materia, e nel caso migliore perfino di avvicinarsi a un interesse
per il goetheanismo – grazie al quale, con un po’ di sforzo, riuscirebbe forse nella
vita successiva a sostituire la disposizione di spirito del materialismo con il
matematicismo o con il sensualismo e la disposizione dell’anima dell’occultismo
con l’empirismo.

Tutti questi giochi di abilità intellettuali non devono però farci dimenticare
una cosa: noi non possiamo, né vogliamo evitare combinazioni di concezioni e
disposizioni in apparenza sfavorevoli! Dobbiamo piuttosto sfruttarle come
occasione per imparare, perché solo aprendosi una via attraverso di esse si
matura l’esperienza di cui ha bisogno l’allievo dell’occultismo per poter
affrontare un vero sentiero iniziatico. Se evitassimo i sentieri spinosi rimarremmo
nella condizione di quell’uomo, che nella parabola del figliol prodigo è sempre
rimasto presso il padre e non ha ricevuto ricompensa alcuna, a differenza
dell’altro che invece ha fatto ritorno al padre dopo aver compreso la realtà e aver
tratto dal suo vissuto la decisione di tornare. Per far questo però abbiamo bisogno
della «buona volontà», che di certo non ha nulla a che fare con la cosiddetta
disposizione volontaristica, ma piuttosto con la volontà divina che l’Io fa propria.
Le forze dello Zodiaco e il significato dei dodici troni nel primo
Goetheanum

L’immagine che si è a noi palesata nel corpo cosmico dei discepoli, pieno
di splendore e forza dall’Io del Cristo, trovava un’espressione plastica
nell’edificio occulto del primo Goetheanum. Si è già accennato in altro luogo al
suo concetto fondante, vale a dire al sentiero iniziatico percorribile sul piano
animico-spirituale come sul piano fisico, perché reso manifesto ai sensi per
mezzo dell’arte, che si rivelava al visitatore del primo Goetheanum39.
Richiamiamo alla memoria, ai fini della presente considerazione, il fatto che
l’interno dell’edificio poteva essere osservato come diviso in tre sezioni.
Proveniendo da Ovest si accedeva alla Sala Grande, che comunicava al discepolo
iniziatico l’esperienza interiore del cerchio dei pianeti. Accompagnato da sette
possenti colonne da entrambi i lati, che sostenevano l’architrave e la grande
cupola, si procedeva verso Est attraverso la metamorfosi e l’evoluzione da
Saturno a Venere, fino al momento in cui non si rendeva in qualche modo
percepibile l’atmosfera del pianeta Vulcano, a motivo del fatto che l’anima
iniziava per così dire ad elevarsi dallo spazio planetario circostante ad un mondo
più remoto. Questo si manifestava al visitatore quando egli aveva attraversato il
cerchio dei pianeti nella sua interezza, facendone esperienza interiore, e si
arrestava infine di fronte a un’altra sala sorretta da dodici colonne.

Questa seconda sala era più piccola della prima, e tuttavia comunicava al
discepolo occulto la sensazione di uno spazio ben più vasto, ma ancora più
lontano, se confrontato con quello che aveva appena percorso. Come i pianeti di
notte splendono molto più grandi e più vicini degli astri dello Zodiaco, delicati,
scintillanti, e dall’estensione tanto vasta quanto l’intero universo, così apparivano

39 Cfr. per es. Judith von Halle, L’incontrare il Cristo oggi e lo Spirito del Goetheanum,
Cambiamenti, Bologna 2012.
le possenti colonne della sfera planetaria della Sala Grande in confonto alle ben
più lontane – la Sala Piccola non era accessibile al visitatore – fini, sottili dodici
colonne della sfera cosmica della Sala piccola.

Mentre nella Sala Grande il discepolo si sentiva immediatamente attorniato


dalle sette stelle erranti con il suo corpo eterico-fisico, egli accedeva adesso con
la sua anima ai misteri della Sala Piccola e del firmamento40.

Il discepolo avrebbe dovuto in ultimo giungere ad un terzo gradino


dell’esperienza spirituale nell’edificio occulto del primo Goetheanum. Egli
avrebbe potuto percepire nel lontano Oriente la Trinità, per un verso posta im
mezzo ai dodici elementi cosmici, per un altro come operante sul cerchio dello
Zodiaco da una sfera collocata in un luogo ancora più remoto. Come immagine
della Trinità doveva ergersi nell’estremo Oriente dell’edificio il gruppo scultoreo
del Rappresentante dell’umanità, con in basso la sfera redenta del volere del
divino Padre, in alto la sfera redenta del divino Spirito e al centro la sfera
redentrice del divino Figlio.

Vogliamo ora, nella trattazione che segue, volgere la mente a questo


secondo e terzo gradino dell’iniziazione nell’edificio del Goetheanum, alla sfera
cosmica dello Zodiaco e alla sfera devachanica della Trinità divina.

Con la creazione della Sala Piccola e con la collocazione in quel luogo del
«gruppo» è stata senza dubbio riprodotta esattamente quella configurazione che

40 Questo possa dare un indizio di come tutte le scene rappresentate sul palco del primo
Goetheanum, cioè nella Sala Piccola, dagli euritmisti e dagli attori iniziati, dovevano
essere impregnate della chiara consapevolezza che la persona poteva muoversi in esso
con la sua sostanza terrena-corporea solo allorché essa era in grado di sottometterla
interamente, in modo da modellarla consapevolmente, alle potenze animico-spirituali che
agiscono in uno scenario animico puro. Che da un siffatto palco potessero essere irradiati
esclusivamente gesti divini, nella misura in cui la persona, con la consapevolezza e con
la percezione, diveniva uno con le potenze cosmiche che si riflettevano in quella sala,
questo fatto si realizzava per mezzo di colui che avesse anche solo un presentimento
dell’idea che sta alla base dell’architettura del primo Goetheanum.
abbiamo descritto come la cerchia dei dodici discepoli con il Redentore al centro
durante l’ultima cena. Questo risulta chiaramente anche solo dal fatto che lo
Zodiaco trova la sua rappresentazione artistica nelle dodici colonne, insieme al
fatto che i dodici Apostoli sono per l’appunto i rappresentanti dei dodici segni
zodiacali; ciò nonostante era senza dubbio intenzione di Rudolf Steiner rendere
possibile a tutti gli uomini in questo edificio occulto quella circostanza iniziatica
che si era creata archetipicamente per i dodici discepoli del Signore, cioè per i
nostri progenitori spirituali, nella notte del Giovedì Santo della Svolta dei tempi.

Vediamo così ergersi, nella nostra rappresentazione, le dodici colonne nella


Sala Piccola del primo Goetheanum, di fronte alle quali giacciono dodici troni
preparati per quei rappresentanti del piano astrale dei quali il Cristo, in quanto
entità divina trinitaria, si circondò durante l’ultima cena. Su questi troni
dovevano prendere posto i rappresentanti del consiglio celeste nel momento in
cui l’elemento superiore del discepolo iniziatico, che in precedenza aveva
percorso con le sue forze animiche lo spazio cosmico, avrebbe ricevuto il mistero
del Cristo vivente, il mistero cioè di come quest’ultimo, in quanto Io di tutti gli
Io, donò all’evoluzione umana il suo corpo cosmico.

Ritroviamo così, nella costruzione della Sala Piccola, la disposizione dei


discepoli al tavolo dell’ultima cena, e cioè tale che il Cristo prende posto ancora
una volta tra il capo e i piedi del corpo cosmico, ovvero tra Giovanni e Pietro.
Nel punto in cui la Sala Piccola si congiunge alla Sala Grande questo corpo
cosmico per così dire si apre, non però in maniera disorganica, bensì esattamente
tra i fianchi (Filippo) e l’addome (Giuda), così come abbiamo osservato nel
«corpo» che si avvolgeva intorno alla tavola della cena (cfr. Illustrazione 6, p.
49) (vedi Illustrazione 12).
Ci si sarà ora probabilmente posti la domanda, perché alle dodici colonne
della Sala Piccola non sia stata data forma diversa, se è vero che rappresentano i
dodici diversi segni zodiacali. A questa domanda non c’è ovviamente una sola
risposta, perché le condizioni vigenti nel mondo spirituale, nonostante la loro
chiarezza al confronto con il mondo sensibile, sono a dire il vero di gran lunga
più complesse. Sì, è perfettamente impossibile nel mondo spirituale considerare
una cosa da un solo punto di vista. Quando ci si muove sul piano astrale vale la
regola che una cosa può sempre essere considerata da dodici diversi punti di vista
e, se ci si eleva al di sopra del piano astrale, dobbiamo aver considerato questa
cosa da tutti e dodici i diversi punti di vista per rendere giustizia alla sua reale
natura – si parla – come ora sappiamo – di dodici «concezioni del mondo». La
seguente spiegazione può illustrare a sua volta soltanto una parte di ciò che
dovrebbe essere messo in luce per rispondere in maniera esaustiva a una simile
domanda, vale a dire quella parte che è in relazione al mistero dei discepoli di
Cristo.

Quando mediante il Sacrificio Eucaristico fu stabilita la Nuova Alleanza, i


dodici discepoli comparvero di fronte al Cristo in successione a due a due.
Ciascuna coppia di discepoli ricevette il Corpo del Signore allo stesso tempo e
dallo stesso lato collocandosi l’uno accanto all’altro. Alla stessa maniera essa
ricevette il vino, il sangue transustanziato del Salvatore, dividendosi una coppa41.

Questo svolgimento cultuale recava in sé un presagio sensibile e sensoriale


della condizione della natura umana precedente al peccato originale che, con il
Mistero del Golgota, sarà ricostituita in un lontano futuro per quelle anime che ad
essa si predisporranno. Ciò che si manifesta nella natura del cosiddetto Adam
Kadmon non è un qualche strano amalgama di uomo e donna, ma la natura
umana nella sua essenza spirituale e corporea integrale, che non sarà più soggetta
alla divisione dei sessi, come è invece ora nell’uomo «caduto». Questa pura
sostanza umana dell’Adam Kadmon è stata divisa dal peccato originale. Là dove
era unità, subentrarono divisione e separazione e, con l’insorgere della dualità, il
dolore, che ora l’uomo sulla Terra può vincere se accoglie in sé un terzo
elemento, un elemento mediatore, che lo ricongiungerà nuovamente in un’unità –
in una Trinità.

41 Judith von Halle, Das Abendmahl, Dornach 2008, p. 99.


Le sette epoche di cultura postatlantica e i loro patroni spirituali

Così i discepoli nell’ultima cena si fecero avanti a coppie e grazie a ciò che
ricevettero dal Cristo restaurarono per così dire la loro completezza. Il modo in
cui le colonne nel Goetheanum erano poste l’una in relazione all’altra, cioè in sei
coppie formanti un cerchio per così dire leggermente aperto verso Ovest e verso
Est, esprime con gli strumenti dell’arte il corso evolutivo della natura umana tra
l’evento passato della sua divisione e l’evento a venire della sua ricongiunzione.
Se ci poniamo nella Sala Piccola a Occidente, guardando verso la prima coppia
di colonne, abbiamo l’esperienza della divisione dell’Adam Kadmon nella
dualità che nei testi biblici viene descritta come Adamo ed Eva dopo il peccato
originale. Queste due colonne sono ancora molto vicine l’una all’altra, ma se il
nostro sguardo si muove oltre attraverso la sala diveniamo testimoni dello
svolgimento successivo di questo processo di divisione: i due principi sorti dalla
divisione dell’uomo divino – in questo caso le coppie di colonne – sviluppano,
nella misura in cui procediamo verso il centro della sala, una distanza
progressivamente crescente l’uno dall’altro.

Ciò che in un edificio deve trovare la sua naturale espressione nella


dimensione spaziale è però in questo caso – se considerato in una prospettiva
spirituale – connesso con l’evoluzione nella direzione temporale. Più l’uomo
procedette nella sua evoluzione, più divenne cosciente di sé, e più egli si separò
dagli altri esseri umani. Questo doveva accadere affinché egli potesse divenire
cosciente di sé come essere indipendente e infine come Io individuale. Tuttavia
nell’istante in cui aveva portato a termine il processo di individuazione del sé, nel
momento in cui fu per lui possibile riconoscere non solo il proprio Io, ma anche
quello dell’altro uomo, suo fratello, questa separazione dovette divenire per lui
più dolorosa che mai. Da quel momento il suo compito doveva consistere
esclusivamente nell’impegnare il suo Io a comprendere la natura, da lui un tempo
distinta, del fratello nella sua individualità e a integrare questa in se stesso, così
come doveva sforzarsi di integrare la propria al suo fratello spirituale, «Perché
dove due o tre sono rinuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»42.

Dal momento però che fino a quel punto dell’evoluzione la stirpe umana si
era così ampiamente ramificata, alla maniera in cui ce la siamo rappresentata
nell’immagine della chioma dell’albero, questa rinnovata unione, che in principio
non è altro che una guarigione, deve da allora essere perseguita con grande
sforzo. Quanto siano divenuti numerosi e fragili i rami dell’albero dobbiamo
costantemente averlo presente allorché incontriamo delle persone, nelle quali la
nostra ancor troppo poco sviluppata umanità superiore nel suo corpo di carne non
vuole riconoscere o meglio, non vuole intuire, la presenza di un «vero» fratello.

Nel centro della Sala Piccola, dove le due colonne sono più lontane l’una
dall’altra, dobbiamo individuare il punto di svolta temporale dell’evoluzione
umana, nel quale da un lato divenne possibile tendere nuovamente al «Padre», e
dall’altro il dolore causato dalla nostra imperfezione fu avvertito più
intensamente. Esso non poteva fino a quel punto esser guarito neppure in minima
parte, non essendosi l’Io ancora risvegliato e non avendo dunque potuto iniziare
ad agire in maniera sufficiente.

A partire però da questa improvvisa svolta, i due principi – nell’edificio le


coppie di colonne – tornano di nuovo a riavvicinarsi. Nel punto di svolta essi si
pongono nella massima distanza l’uno dall’altro; nella nostra visione dell’albero
della stirpe umana essi sono i rami della chioma più differenziati e confusi gli uni
negli altri. Questa condizione si oppone per così dire diametralmente alla
condizione paradisiaca. In questa epoca oscura però l’Essere del Cristo entrò nel
mondo e ottenne, con il suo sacrificio d’amore, la possibilità di un ritorno, e con
ciò la rinnovata unione dei due principi separati.

42 Mt 18, 20.
Questi due principi, che devono di nuovo tendere l’uno verso l’altro al fine
di generare una natura umana risanata e risanatrice, possiamo intenderli come i
principi di attivo e di contemplativo, di dare e di ricevere o, in una forma per così
dire umanizzata, come i principi di «creazione» e di «consolidamento». Nei
discepoli seduti alla destra del Cristo possiamo riconoscere i cosiddetti
«iniziatori», in quelli seduti alla sua sinistra i «consolidatori». Entrambi sono
ugualmente importanti, nessun principio è da considerare inferiore o superiore
all’altro. Possiamo comprendere che laddove essi sono maggiormente separati
l’uno dall’altro, questi due principi debbano produrre qualcosa di infecondo, per
il fatto che essi non stanno di fianco, ma di fronte l’uno all’altro, e in fin dei conti
si combattono. Parimenti bisogna riconoscere che alla base della loro rinnovata
unità deve esserci un impulso proveniente dall’esterno, esattamente come deve
esserci alla base della loro passata separazione. Questo impulso è l’Impulso del
Cristo, e nell’ultima cena questo si espresse nell’unione di due discepoli,
appartenenti a principi diversi, nell’istante in cui essi ricevettero il Corpo e il
Sangue di Cristo - «Prendete il calice con il mio sangue e dividetelo tra voi»43. Se
il Corpo, il Sangue del Salvatore viene diviso tra fratelli divisi, esso li riconduce
all’unione divina- spirituale.

Avendo ora interiorizzato queste immagini spirituali, possiamo trovare


rappresentato in forma simbolica, nelle sei analoghe coppie di colonne della Sala
Piccola, lo stadio di evoluzione interiore della natura umana nel corso delle sei
epoche di cultura postatlantica44. La settima epoca di cultura vedrà la
trasformazione dell’uomo in un nuovo Adam Kadmon. Per questo nella Sala
Piccola al posto della settima epoca non c’è alcuna coppia di colonne, ma – al
limite orientale, nella condizione di compimento di tutto ciò che era atteso nel

43 Lc 22, 17.
44 La divisione dell’Adam Kadmon sussiste sicuramente già dall’epoca lemurica. Tuttavia è
solo a partire dall’inizio della prima epoca di cultura postantlantica che l’umanità
sperimenta in maniera consapevole il dolore legato a questa divisione in una maniera
paragonabile a quella attuale.
lato occidentale – l’unità, la Trinità, della scultura del Cristo. Il principio del Sei
si compie nel Sette (v. Illustrazione. n. 12, p. 66).

Potrà così risultare comprensibile perché siano state modellate in forma


differente soltanto sei delle dodici colonne, benché esse rappresentino i dodici
segni dello Zodiaco45. In ciò viene ad espressione l’essere scisso, diviso
dell’uomo nel corso delle sei epoche di cultura postatlantica e quello pienamente
compiuto della settima. Abbiamo qui per così dire intessuto il Sette del ritmo del
tempo, che l’uomo laboriosamente attraversa, nel Dodici dello spazio cosmico
della Sala Piccola. Del resto questo trovava espressione nell’architettura
dell’edificio nel fatto che le due per sei colonne dello Zodiaco riprendevano nel
loro nucleo la varietà di legno delle colonne della Sala Grande.

Risulta così ancora una volta, da un’angolazione leggermente diversa,


l’immagine della ruota cosmica dello Zodiaco con le sue dodici concezioni del
mondo e il ritmo del tempo, in esso tessuto, delle stelle erranti con le sette
disposizioni dell’anima.

Se ci confrontiamo anche solo un po’ con gli intenti, coerenti col pensiero
antroposofico, che stanno alla base dell’idea dell’edificio, ci apparirà facilmente
nella sua chiarezza il fatto che in un simile edificio misterico, che in fin dei conti
rappresentava per l’anima un percorso iniziatico, non dovevano essere
rappresentate semplici circostanze sensibili o soprasensibili, quali esistono prese
per sé – per così dire anche senza l’uomo; nel corso della pianificazione e della

45 Vi è un altro motivo alla base delle due per sette colonne della Sala Grande che deve
essere ricercato nel percorso di iniziazione del Goetheanum (come risulta chiaro anche
dalle vetrate colorate, non ci sono qui due percorsi identici solo perche ci sono due per
sette identiche colonne. Il discepolo iniziatico intraprendeva piuttosto il suo cammino
attravero la sfera delle stelle erranti della Sala Grande per due volte, ma in modo
radicalmente diverso: una volta percorrendolo in direzione dell’incontro con il Cristo e
l’altra volta – in maniera trasfigurata, illuminata – facendo ritorno da questo incontro nel
mondo, mondo che egli ora – dopo o per mezzo di quest’incontro – era in grado di
spiritualizzare).
progettazione dell’edificio piuttosto era costantemente presa in considerazione
l’evoluzione umana. Questo significa, nel caso della costruzione della Sala
Piccola: l’essere umano nel suo rapporto con la sfera cosmica delle stelle fisse.

Facciamo così un passo ulteriore verso il mistero dei discepoli. Nel


momento in cui due colonne poste l’una di fronte all’altra, che dobbiamo
intendere allo stesso tempo come un’immagine plastica dei segni zodiacali,
rappresentano una certa epoca di cultura, possiamo anche ammettere che
ciascuna coppia di discepoli rappresenti in un certo senso una specifica epoca di
cultura, essendo l’uno per così dire l’«iniziatore» e l’altro il «consolidatore»
nell’ambito della corrispondente epoca di cultura.

Occorre trattare con la dovuta cautela e comprensione quello che con ciò si
deve intendere. In nessun caso si possono tirare conclusioni affrettate o prendere
per buone descrizioni artificiose in relazione a queste correlazioni legate alle
epoche di cultura. Non corrisponderebbe in nulla alla realtà se per esempio si
pensasse che le individualità di Giuda e Filippo si siano incarnate nella prima
epoca – l’indiana antica -, quelle di Tommaso e Matteo (Levi) nella seconda – la
persiana antica – e così via. Colui che si familiarizza con le entità individuali dei
discepoli dal punto di vista della Scienza dello Spirito può piuttosto scoprire un
che di essenziale che caratterizza le diverse coppie di discepoli nelle epoche di
cultura corrispondenti e qui indicate.

Prendiamo in considerazione a mo’ d’esempio Giuda e chiediamoci quale


sia stato l’elemento che lo contraddistinse. Il primo pensiero sarà giustamente il
tradimento. Tuttavia questo tradimento non è stato fino ad ora quasi per nulla
compreso in un’ottica scientifica, perché il tradimento è stato per certi versi la
«modalità» con cui è stato introdotto il Mistero del Golgota. In questo senso era
dunque predestinato. Ma era predestinato esattamente in questo modo? Era
predestinato in tutti i dettagli del suo svolgimento storico? Era predestinato solo
per la personalità di Giuda? Bisogna senz’altro dire: sì e no. Perché se Giuda si
era preparato a compiere il tradimento per mezzo di ciò che egli era divenuto nei
secoli o nei millenni precedenti, è vero anche che proprio nella presenza del
Cristo, che come Io degli Io aveva in un certo modo sostituito l’Io ancora
dormiente dei discepoli comparendo in mezzo a loro come maestro spirituale,
proprio grazie alla presenza del Cristo Giuda aveva realmente la possibilità di
seguire la natura incostante in sé latente, oppure di riconoscere in Gesù di
Nazareth – come fece ad esempio Pietro46 – il «Figlio del Dio Vivente»; egli
aveva dunque davvero la possibilità di scegliere se tradire o non tradire.

Se fosse stato diversamente Giuda non sarebbe l’importante individualità


alla quale spettò di sedere a tavola con il Signore durante l’ultima cena in qualità
di uno dei Dodici, e di prendere così il posto di rappresentante del segno della
Vergine; egli sarebbe stato una semplice marionetta di poteri superiori – cosa che
tuttavia gli Dei benevoli non avrebbero mai addossato a un Io non ancora
indipendente come peso irrevocabile gravante sul suo destino.

Nella natura e nella storia di Giuda giacciono per l’umanità del futuro tesori
di conoscenza finora rimasti nascosti. Sarebbe un errore condannare il fenomeno
complessivo di Giuda dipingendolo a tinte bianche e nere. Proprio riguardo a
Giuda molto dovrà in futuro essere svelato all’umanità, se essa desidera
procedere sulla giusta strada, e ad essa verrebbe negata la possibilità di sfuggire
alle vicissitudini che nel presente sta determinando, se al momento opportuno
non volgerà lo sguardo proprio a quel Giuda che compì il tradimento nella Svolta
dei tempi – chi attribuisce alle potenze asuriche solo volontà di annientamento
dal principio della loro esistenza sarebbe in imbarazzo se si confrontasse con

46 Che tra Giuda e Pietro vi sia una correlazione più stretta, per quanto riguarda il problema
della conoscenza e della coscienza, rispetto agli altri Apostoli è evidente anche dal
triplice rinnegamento di Pietro nella notte precedente il Venerdì Santo. Il tradimento di
Giuda si riflette qui dalla prima all’ultima epoca che precede il compimento finale, e si
riflette anche nel lato opposto – riconoscibile nella disposizione delle colonne
dell’architettura della Sala.
l’affermazione di Rudolf Steiner relativa al sacrificio degli Asura, i quali
nell’antico Saturno rimasero indietro a beneficio dell’evoluzione dell’uomo47.

Come già durante la prima epoca di cultura postatlantica l’Io era


connaturato all’uomo, solo che in lui era ancora in sostanza assopito, così è
legittimo parlare anche di una «libertà» preordinata a lui connaturata –
certamente soltanto in quel pallido riflesso che l’Io dormiente gettava sull’attività
della coscienza dell’uomo precristiano. Questa libertà fu messa in luce anche dal
fatto che dopo il Diluvio una piccola parte dell’umanità decise di intraprendere
un cammino spirituale, che possiamo definire «più virtuoso» di quello che
intraprese l’altra parte, di gran lunga più ampia, dell’umanità. Proprio perché la
maggior parte degli uomini non imboccò questo cammino «più virtuoso», era
necessaria a questo piccolo gruppo una coerenza e una forza di volontà da non
sottovalutare per resistere fino all’incarnazione del Messia. All’umanità è stato
dunque proprio, già a partire dai tempi immediatamente successivi al diluvio
atlantico, ovvero durante la prima epoca di cultura postantlantica, l’elemento
della decisione secondo coscienza.

Proprio questo è in realtà il dato caratteristico che l’entità di Giuda irradia o


al contrario non irradia sulla prima epoca di cultura, e in questo senso l’elemento
tipico di Giuda è per così dire presente per la dodicesima parte anche in noi, per
il fatto che tutti siamo passati attraverso la prima epoca con questa possibilità
della decisione secondo coscienza.

Osserviamo ora brevemente la personalità di Tommaso, che appare in


qualità di rappresentante della seconda epoca di cultura postantlantica. Tommaso
è colui che vuole toccare il Signore nella sua concreta presenza, cioè toccarlo

47 Com’è noto i paragoni quasi sempre zoppicano. Così anche questo. In ogni caso non si
può presumere che qui si faccia un paragone tra la natura di Giuda e l’essenza degli
asura sul piano del grado della loro malvagità.
fisicamente. Stando a quanto dice Rudolf Steiner, nella seconda epoca, l’epoca
persiana antica, l’uomo per la prima volta volse lo sguardo alla Terra come corpo
planetario «fisico». Nella precedente epoca indiana egli si era in prevalenza
rivolto indietro verso quel mondo che aveva abbandonato. Egli non voleva
ancora appartenere veramente alla Terra. Le cose cambiarono nell’epoca
persiana. L’uomo iniziò a lavorare la terra e a sottometterla a sé. «Toccò» per la
prima volta la terra e nel contatto con l’elemento fisico-materiale scoprì il
rivelarsi dello Spirito. E’ questa, insieme ad altre, la ragione per cui l’apostolo
Tommaso viene attribuito alla seconda epoca postatlantica.

Si potrebbe ora con la dovuta pazienza elaborare in successione questa


doppia linea dei sei discepoli. Gettiamo un ultimo, breve sguardo su Giovanni, il
quale si colloca nella fase della sesta epoca di cultura. Soltanto su questo si
potrebbe fare una lunga trattazione48. Già i Templari sapevano che Giovanni, nel
quale vivevano i superiori elementi costitutivi del Battista, era un rappresentante
della sesta epoca di cultura. Essendo i templari custodi del Principio cristico
giovanneo, essi in realtà si protendevano già, con la loro pratica spirituale e
cultuale, in questa sesta epoca di cultura. Per questo motivo furono perseguitati
proprio dai Domenicani, i quali avevano il compito di preparare la quinta epoca e
sapevano che è l’elemento dell’anima cosciente a doversi prima di tutto
consolidare nell’umanità intera, in modo tale che gli impulsi della sesta epoca
non si affaccino prematuramente nell’evoluzione dell’anima.

Giovanni è il discepolo che divenne autore dell’Apocalisse. L’Apocalisse è


per molti non solo il libro dai sette Sigilli, ma soprattutto la quintessenza
dell’orrore. Tuttavia un tale giudizio non può dare conto di questa rivelazione
divina, poiché la descrizione della lieta promessa del ritorno dell’agnello divino,

48 Cosa che sarà fatta in futuro con una pubblicazione dedicata al Cristianesimo giovanneo
della fratellanza templare. V. Judith von Halle, Die Templer, Verlag für Anthroposophie,
Dornach 2012.
con la quale il libro si chiude, ha almeno altrettanto spazio e peso della
narrazione relativa alle scene di dissoluzione. Giovanni è quel discepolo che in
virtù della speciale configurazione degli elementi costitutivi la sua entità, che egli
ricevette mediante la fusione dei corpi soprasensibili di Lazzaro e del Battista, è
in grado di vedere il compimento del ritorno del Cristo49. Per essersi appoggiato
al suo petto, egli è – come è già stato accennato prima – anche durante la cena il
più prossimo al Salvatore. La sesta epoca di cultura è molto vicina all’avverarsi
delle profezie cristiane, che si compiranno nella settima. La sesta epoca cela in sé
tutti quegli avvenimenti che Giovanni nella sua Apocalisse ci presenta, perché è
nella fase della sesta epoca che l’umanità dovrà soffrire la guerra di tutti contro
tutti. Tuttavia si lascerà condurre oltre questi sconvolgimenti e discordie colui
che percorre il cammino della rivelazione giovannea, volto all’imminente (nella
sesta epoca) compimento della Promessa. A partire da qui resta soltanto un breve
tratto fino al ricongiungimento con l’«albero della vita»50.

Porre sempre di fronte ai nostri occhi questo fine dell’umanità, in


particolare nella prospettiva del declino e dei giorni delle decisioni, è il compito
dell’apostolo Giovanni, che si impone specialmente allo stato della sesta epoca di
cultura.

Il rivelarsi del Tredicesimo tra i Dodici e il mistero della lavanda dei piedi

La settima epoca, nella quale coloro che si sono preparati adeguatamente


entreranno in una trasformazione spirituale del corpo, al fine di entrare in una
nuova condizione di vita, costituisce la conclusione e il compimento delle sei
epoche precedenti. Essendo a questo punto superata la dualità del principio
dell’umanità decaduta (non vi è più alcuna coppia di colonne, bensì la scultura
49 V. nota 12.
50 V. Apocalisse di Giovanni, Ap 22,14.
del Cristo come segno trinitario), dal cerchio cosmico del Dodici giungiamo ora
al tredicesimo elemento.

Si è già discusso che a confronto dei dodici elementi della corporeità il


tredicesimo elemento è invisibile. L’Io, che tiene unito il corpo, non appartiene
alla natura corporea. Esso afferra dall’esterno, alla maniera di una sostanza
puramente spirituale, le membra del corpo. Questo tredicesimo elemento
formativo che cade al di fuori del Dodici poté essere avvertito dai dodici Apostoli
in una maniera davvero caratteristica, allorché essi sedevano al tavolo dell’ultima
cena insieme al Cristo Gesù nel Giovedì Santo della Svolta dei tempi. Essendosi
raccolte, con la presenza del Cristo Gesù, di fatto tredici individualità, ognuno
dei discepoli poté avere la sensazione: qui sono i Dodici – e io sono il
Tredicesimo. Questa flebile sensazione sorse per la prima volta nei Dodici per la
ragione che essi, in presenza dell’Io del Cristo, ebbero un presentimento
consapevole del proprio Io «invisibile», creatore della corporeità.

L’unità dei dodici Apostoli, in quanto essenza cosmica creatrice della


corporeità, poteva essere all’altezza del suo compito di rappresentare le
concezioni del mondo, i Dodici potevano iniziare ad assolvere la loro funzione di
progenitori del Cristianesimo, solo quando l’Io divino del Cristo risorse il lunedì
di Pasqua, ascese al cielo il giorno dell’Ascensione e si riversò di nuovo nei loro
spiriti a partire da una superiore condizione nel giorno della Pentecoste – in altre
parole quando il Cristo Gesù non dimorava più in mezzo a loro in forma sensibile
e visibile, ma quando il Cristo divenne nuovamente invisibile. Solo quando il
Tredicesimo iniziò a operare per così dire invisibilmente il Dodici si manifestò in
tutta la sua forza.

Se ora con la mente rovesciassimo per una volta questo principio


dovremmo dire: nel momento in cui mi riconosco intuitivamente come il
Tredicesimo, il Dodici che era intorno a me svanisce, diviene per così dire
«invisibile». Ma perché è divenuto invisibile? E’ divenuto invisibile perché io,
per divenire davvero il Tredicesimo, l’ho interamente elaborato e in un certo
senso accantonato, superato.

Affinché i dodici discepoli potessero imparare a sentire in tale maniera


intuitiva, cioè a percepire se stessi come il Tredicesimo di fronte agli altri dodici,
il Cristo fece ai Suoi Apostoli il dono della lavanda dei piedi, che seguì l’evento
iniziatico avuto luogo durante la cena. Il mistero della lavanda dei piedi consiste
nel fatto che il principio superiore, in questo caso il Cristo, si inchina di fronte a
colui che è al di sotto di lui, in questo caso i dodici discepoli, che esso si
inginocchia portando così ad espressione il fatto che: io sono vostro Signore, io
sono il «Tredicesimo», solo perché devo a voi, che siete sotto di me, la mia
condizione superiore. Perché è avendovi distaccato da me che non sono servo,
ma Signore.

Vediamo così che ovunque appaia il Dodici il Tredicesimo scompare,


mentre laddove il Tredicesimo appare, il Dodici scompare. É un dato di fatto che
durante i tre anni di vita del Cristo in Gesù di Nazareth, cioè durante
l’apparizione sensibile e visibile del principio superiore, del «Tredicesimo», il
Dodici degli Apostoli non si mostri nella sua piena forza, che non sia per nulla
evidente l’importanza che assumerà più tardi, perché esso è contenuto o redento
nel Tredicesimo. E viceversa si può affermare: i Dodici poterono apparire e
operare nel modo che è loro proprio soltanto allorché il Cristo non era più tra
loro, quando dunque il Tredicesimo divenne «invisibile».

Possiamo ora comprendere che accogliendo le forze degli Apostoli, in


special modo le forze dello Zodiaco, siamo parte del Dodici in ciascuna
incarnazione! Questa condizione di invisibilità del Tredicesimo quando il Dodici
cosmico opera in maniera manifesta sussiterà ancora a lungo, infatti affinché il
principio superiore possa di nuovo divenire «visibile», affinché il principio del
Tredicesimo possa giungere in noi a piena realizzazione, dobbiamo dare seguito
alla chiamata che Cristo rivolse ai Suoi discepoli: «Vieni! E seguimi»51. Questa
chiamata è valida anche per noi in quanto rappresentanti delle forze zodiacali
apostoliche, e il suo significato è questo: diventa anche tu il Tredicesimo, diventa
anche tu signore dei tuoi elementi inferiori!

Gli Io umani come elementi diversi dell’ u n i c o corpo cosmico

Il modo in cui rispondiamo a quest’appello, il modo in cui diveniamo infine


il Tredicesimo, in altre parole, quale sentiero ci apriamo attraverso la chioma
dell’albero del genere umano spirituale, questo differirà da uomo a uomo, così
come anche gli uomini sono esseri individuali e le loro esperienze, il corso della
loro vita è diverso. Non si deve però credere che un qualche sentiero, preso da
una persona secondo scienza e coscienza, sie migliore o peggiore di un altro! Già
Paolo raccomandò ai suoi contemporanei il rispetto e il riconoscimento della
diversità, o per meglio dire la necessità della diversità di questi sentieri, con un
paragone che ci dovrebbe essere familiare dopo aver considerato le diverse
membra del corpo cosmico totale:

«Ci sono diversità nella distribuzione dei doni della grazia, e tuttavia c’è
(solo) uno e uno stesso Spirito; ci sono diversità nella distribuzione degli uffici, e
(solo) uno e uno stesso Signore; ci sono diversità nella distribuzione delle
capacità, eppure (solo) uno e uno stesso Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno

51 Mt 19, 21.
però è data la rivelazione dello Spirito a beneficio (della comunità). A uno viene
data per mezzo dello Spirito la parola secondo sapienza, a un altro la scienza
secondo lo stesso Spirito, a un altro la fede nello stesso Spirito, a un altro il
dono di guarigione nell’u n i c o Spirito, a un altro grandi atti di potenza, a un
altro la parola per ispirazione, a un altro la capacità di distinguere gli spiriti (si
potrebbe tradurre: la chiaroveggenza), a un altro la conoscenza di diverse lingue,
a un altro l’interpretazione delle lingue. Uno e uno stesso Spirito opera tutto
questo, ed Esso dà a ciascuno quanto gli si addice.

Perché come il corpo è u n o e ha molte membra, tutte le membra però,


sebbene siano molte, formano un s o l o corpo, così anche il Cristo. Perché
anche noi siamo stati battezzati in un s o l o Spirito per dare vita a un s o l o
corpo (..) Ma Dio ha congiunto il corpo così da dare maggiore onore al membro
che ne aveva difetto, affinché nel corpo non ci fosse alcuna divisione e le
membra avessero egualmente premura le une per le altre. E se u n membro
soffre, le altre soffrono con lui; se u n membro è esaltato, le altre gioiscono
insieme a lui. Voi siete il Corpo di Cristo e, presi come parti, sue membra»52.

Quanto è fondamentale per il nostro progresso sociale cristiano riconoscere


i doni degli altri come parte necessaria di un tutto di cui noi stessi siamo parte!
Già solo se osserviamo le diversità degli Apostoli e dei segni dello Zodiaco da
una parte, e dall’altra l’armonica compiutezza di quei dodici, ci appaiono chiare
la necessità e la bellezza spirituale di questo mistero53.

52 Lettera di Paolo ai Corinzi, 1. Cor 12, 4-11 e 12, 13 come anche 24-27.
53 A questo riguardo vorrei segnalare in conclusione e per così dire tra parentesi un aspetto:
esso si riferisce al lavoro antroposofico all’interno di una comunità antroposofica. Come
già Paolo pose in chiaro, «doni» diversi vengono concessi a persone diverse. Che questi
originino tutte da «uno e un solo Spirito» o da «Dio» viene oggi talora rimosso se non
semplicemente dato per impossibile. Così oggi di frequente vengono messe in
contrapposizione per esempio le «esperienze soprasensoriali» e il «pensare puro». Così
facendo a mio parere si perde di vista il fatto, che non è affatto possibile fare un simile
paragone, perché ciò significa mischiare proverbialmente mele con pere. In fin dei conti
il «pensare puro» non è un mezzo per condurre la persona ad avere «esperienze
soprasensoriali» indipendenti?! Tutta l’istruzione occulta di Rudolf Steiner conduce a
sperimentare, conduce all’esperienza delle cose spirituali. Chi sia sorpreso del fatto che
Queste considerazioni ci debbono infondere coraggio nel continuare a
praticare con inalterabile pazienza gli esercizi che Rudolf Steiner ha dato per la
formazione degli organi spirituali, anche se i risultati sembrano essere scarsi. Sul
piano soprasensibile essi hanno grande importanza. Solo in questo modo
perveniamo a ciò che ci può congiungere con le diverse membra del nostro
organismo umano totale. Questo aspetto ci conduce al concetto che dovrà
concludere questa trattazione.

Con il sentiero che abbiamo illustrato nella seconda metà dell’albero del
genere umano, che riconduce al tronco o alla radice dell’albero (v. illustrazione
n. 2, p. 39), è rappresentato un sentiero che può essere in realtà percorso per
diverse vie alternative. I molti «doni della grazia» dati all’uomo sfociano alla
fine, nella loro diversità – se consapevolmente compresi e curati – sempre nel
medesimo sentiero che conduce alla radice dell’albero. I differenti sentieri
individuali risultano in ultima istanza dalla nostra parentela spirituale con i
progentori apostolici, poiché essendo questi i rappresentanti delle concezioni del
mondo, che tuttavia vengono superate nel loro essere dodici non appena il
principio superiore, il Tredicesimo, si eleva dall’invisibilità all’effettualità
visibile, proprio quelle caratteristiche dei progenitori devono da noi essere

gli esercizi, da lui svolti scrupolosamente, producano primo o poi anche dei risultati, si
pone in modo estraneo di fronte all’idea che ogni pensiero sia una realtà e che produca
nuove realtà. Rudolf Steiner in una conferenza del 1917 ha affermato chiaramente che
proprio l’umanità del presente è dipendente nella maniera più pressante dalle rivelazioni
dello Spirito: «Oggigiorno questo modo di pensare si affaccia in una forma che mira a
distruggere animicamente tutto ciò che appare al fine della riconquista dell’antica
sapienza. Questo non dovrebbe succedere. Quando oggi viene ripetutamente addotto
cosa sia possibile e cosa no: Sì, al tempo di Cristo, al tempo degli Apostoli esistevano
appunto rivelazioni; oggi queste non possono esistere. Oggi questo è peccato, è
impostura, è inganno. Quando oggi viene addotto ciò, questo è anticristiano, è contro il
Cristianesimo. Vederci con chiarezza in questo campo, anche per colui che ricerca la
verità, è già in un certo senso uno dei compiti del presente» (Rudolf Steiner,
Mysterienwahrheiten und Weihnachtsimpulse, GA 180, Dornach 1980. Conferenza del
29 Dicembre 1917 in Rivista antroposofica, Milano 2014, 2014/3/3.
elaborate in modo da renderle nostre in maniera perfetta, e così facendo poterle
per così dire annullare.

Quando un giorno avremo spiritualizzato il nostro corpo fisico-materiale,


quando le nostre membra non saranno più visibili nella forma che ci è adesso
familiare, quel giorno avremo espulso da noi anche le dodici concezioni del
mondo che erano legate alle nostre membra, perché le avremo interamente
elaborate, così come il Cristo si pone al di sopra dei dodici discepoli e ci fa
capire, attraverso la lavanda dei piedi, che l’uomo spiritualmente progredito è
debitore del suo essere superiore a ciò che è sotto di lui, poiché egli ha superato
ciò che è sotto di lui.

Il superamento delle concezioni del mondo non è ovviamente il criterio


corretto per un confronto approfondito con esse. Il superamento si dà
semplicemente per il fatto che si è penetrati nelle più oscure profondità di
ciascuna di esse e che dalla comprensione di tutte si ottiene la visione dell’intero
– così come solo l’Io posto al di fuori del Dodici può fare.

Finché ciò non sarà possibile all’uomo, egli dovrebbe maturare la


consapevolezza che sta incarnando soltanto una parte, un aspetto o una specifica
«concezione», quando egli pensa, sente, giudica e agisce, perché non appena
diverrà consapevole di questo, egli avrà sempre il proposito di tenere nella giusta
considerazione i «doni» degli altri a lui forse ancora estranei, poiché egli sa che
questi ancora gli mancano per fare di lui un essere perfetto e che essi si pongono
sotto la protezione spirituale di un rappresentante del consiglio celeste.

Il mistero dei discepoli di Cristo ci rivela il mistero della nostra personale


evoluzione in autentici successori del Cristo, nella misura in cui incorporiamo nel
vero senso della parola le forze cosmiche che consentono alle individualità, le
quali rifulgono al ricercatore del presente nei «semplici» uomini di Palestina, di
irradiarsi nella sfera della Terra, così che esse si possano un giorno staccare dalla
nostra pura natura spirituale come la scorza di un frutto, che prima avvolgeva il
frutto dando ad esso protezione, nutrimento e forma. Siamo debitori del fatto che
ciò sia possibile all’essenza della nostra vera umanità, il nostro Io, con il quale un
giorno potremo elevarci al di sopra dello Zodiaco ed entrare nella nostra vera
patria, la Trinità eterna. Da lì guarderemo in fervida gratitudine il sacrificio dei
nostri progenitori spirituali che ci aprirono l’arduo cammino attraverso i rami
dell’albero dell’umanità, sul quale avemmo la possibilità di vagare e infine di
trasformarci nel fiore, che al primo di tutti i fiori è pari.

Consolata, la vita avanza

verso la vita eterna;

dilatato da intimo ardore

si rischiara il senno nostro.

Il mondo degli astri si scioglierà

in aurea bevanda di vita,

noi godremo di essa

e saremo stelle lucenti54.

54 V. nota 1.