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Grotta dell’Inferniglio: il primo lago in condizioni sifonanti (foto L. Ferri Ricchi; tratta dal libro “OLTRE L’AVVENTURA” di Lamberto Ferri Ricchi, edizioni IRECO - http://www.istitutoireco.org)
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Il libro tratta molteplici aspetti del mondo sotterraneo ed è indirizzato ad
un pubblico vario. Lo speleologo “sportivo” vi troverà tutte le informazioni
necessarie per la discesa in grotta; lo speleologo “esploratore” avrà
numerosi spunti e materiale per nuove scoperte; lo studioso di Scienze
della Terra disporrà di una gran quantità di dati inediti reperiti in località
di difficile accesso; coloro che si occupano di pianificazione territoriale e gli
amministratori locali scopriranno un mondo sconosciuto da considerare e da
salvaguardare. Ma tutti coloro che hanno curiosità nei confronti del mondo
circostante potranno cogliere il fascino di un ambiente in cui fattori insoliti
quali il buio, la mancanza di riferimenti temporali, l’eccentricità delle forme
e la continua melodia delle acque si fondono in un insieme straordinario.
La capacità di una grotta di amplificare le sensazioni e le emozioni non ha
riferimenti negli ambienti di superficie.
Il libro raccoglie il frutto dell’attività di diverse generazioni di speleologi
che, nel XX secolo, hanno percorso in migliaia il territorio regionale,
esplorando con tenacia un patrimonio sotterraneo che, nella Regione,
ammonta ormai ad oltre 1400 grotte, per uno sviluppo complessivo di circa
100 chilometri di condotte, gallerie, meandri, pozzi e sifoni sotterranei.
Tale patrimonio si concentra in prevalenza nei calcari delle zone montuose
dell’Appennino, ma esempi notevoli di cavità naturali si trovano anche in altri
tipi di rocce, come i travertini e i conglomerati.
Poiché lo studio dell’ambiente sotterraneo non può compiutamente
essere svolto all’interno dei confini amministrativi della regione, si è scelto
di includere anche porzioni di territorio che, pur essendo situate al di fuori
dell’ambito regionale (in Abruzzo, Umbria e Molise), sono indispensabili, dal
punto di vista geologico, per un corretto inquadramento delle aree carsiche.
Alle circa 1450 grotte del Lazio, se ne aggiungono un centinaio in Umbria,
un centinaio in Abruzzo e una in Molise (dati riferiti all’estate 2002). Nel
presente lavoro sono descritti in dettaglio i fenomeni carsici ipogei più
rilevanti, includendo le grotte profonde almeno 50 m o con uno sviluppo
planimetrico di oltre 100 m, con alcune eccezioni per grotte di dimensioni
inferiori ma di notevole interesse scientifico o turistico. Sono così state
selezionate 206 grotte che, con varia distribuzione, interessano la maggior
parte dei gruppi montuosi del Lazio.
L’attività speleologica degli autori negli ultimi nove anni è stata spesa
per la visita della maggior parte delle grotte descritte nel libro (138 su 206),
con il rilevamento ex-novo di numerose cavità (75), la misura di parametri
geologici e idrologici, la descrizione dell’itinerario di avvicinamento (173) e il
controllo delle coordinate dell’imbocco (155). Tra gli innumerevoli altri temi
afferenti all’argomento “grotte”, si è scelto di prestare particolare attenzione
allo stato dell’ambiente, descritto per ogni grotta con una nota che sintetizza
le osservazioni dirette con informazioni e dati storici.
Naturalmente, data l’enorme quantità di informazioni occorrenti
per la produzione di un insieme coerente e completo, la realizzazione di
questo libro non sarebbe stata possibile senza la totale collaborazione del
mondo speleologico regionale (e non solo regionale) che ha fornito notizie
riguardanti le esplorazioni, gli studi eseguiti nelle singole grotte o nelle aree
carsiche e altre informazioni, materiali e rilievi. Numerose sezioni di questo
libro sono state scritte con l’aiuto di speleologi esperti di aree specifiche o
che hanno dedicato notevole impegno all’esplorazione e alla documentazione
di singole grotte. Anche a loro va il merito della realizzazione del libro e il
nostro ringraziamento.
Relativamente al materiale bibliografico utilizzato per la descrizione dei
fenomeni carsici e per la ricostruzione della storia delle esplorazioni, ci si
è avvalsi anche di un nutritissimo insieme di testi, di particolare interesse
perché costituito soprattutto da volumi che circolano quasi esclusivamente
nell’ambiente speleologico, e sono quindi sconosciuti al mondo esterno.
Con questo contributo si spera di correggere la sconcertante abitudine
riscontrabile nella quasi totalità di articoli e pubblicazioni, anche da parte
di fonti autorevoli del mondo scientifico, di basare i riferimenti al carsismo
sotterraneo su dati arretrati di mezzo secolo, rappresentativi, in realtà, del
20-30% delle conoscenze attualmente disponibili.
La struttura del libro è articolata in tre parti.
Nella prima parte è descritta l’organizzazione speleologica regionale,
rappresentata dai Gruppi Speleologici riuniti nella Federazione Speleologica
del Lazio (FSL), dall’Ufficio del Catasto e dal Corpo Nazionale Soccorso
Alpino e Speleologico del CAI. Queste strutture costituiscono l’indispensabile
riferimento per chiunque, con svariati fini, voglia interessarsi al mondo
ipogeo. Una sezione illustra le interrelazioni fra le aree naturali protette della
Regione Lazio e i fenomeni carsici. Infine, due ulteriori sezioni sono dedicate
alla storia delle esplorazioni speleologiche nella regione e ad una sintetica
esposizione delle tecniche di progressione in grotta.
Nella seconda parte si esaminano gli aspetti geologici del carsismo
sotterraneo, avvalendosi delle conoscenze che incessantemente emergono
dal mondo scientifico e della mole di dati in continua crescita prodotta
dall’attività speleologica. Il fenomeno carsico sotterraneo esistente
nelle rocce carbonatiche dei diversi domini paleogeografici che hanno
caratterizzato l’evoluzione della nostra regione a partire dall’era Mesozoica
è stato studiato per individuare i processi speleogenetici, che sono all’origine
dei diversi tipi di grotte, ed evidenziare le differenti caratteristiche dello
sviluppo del carsismo sotterraneo nelle diverse formazioni geologiche che
costituiscono le successioni stratigrafiche.
Nella terza parte, la più ampia, sono analizzate in dettaglio le 206
grotte. Una nota iniziale illustra le scelte metodologiche operate. Il territorio
è stato suddiviso in 12 grandi aree, sinteticamente descritte dal punto di vista
geografico, e in ulteriori 44 sub-aree. Per ognuna delle grotte sono riportati
i dati catastali, l’itinerario di avvicinamento, la descrizione morfologica, le
attrezzature necessarie alla visita, lo stato dell’ambiente, la storia delle
esplorazioni, la bibliografia disponibile, un profilo geologico passante per la
cavità e il rilievo topografico della grotta, strumento di base sia per la visita
sia per qualsiasi tipo di studio.
Nelle pagine conclusive del libro è riportata la Bibliografia, ricca di articoli
sia pubblicati in riviste di ampia diffusione nel mondo scientifico, sia editi nei
notiziari delle associazioni speleologiche introvabili nelle comuni biblioteche,
ma consultabili presso i gruppi della Federazione Speleologica del Lazio.
PARTE I - Note introduttive
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L’ORGANIZZAZIONE DELLA SPELEOLOGIA
Che cosa spinge una persona ad avvicinarsi alla speleologia? Essenzialmente la curiosità verso
un mondo per sua natura sconosciuto, ostile ma affascinante. L’interesse coinvolge e unisce una
molteplicità di persone della più diversa estrazione culturale e sociale e della più svariata preparazione
atletica; la passione è alimentata non solo dalle emozioni conseguenti la discesa nelle grotte, ma anche
dal piacere dell’insieme delle attività sociali fatte di serate preparatorie, lunghe domeniche trascorse
tra macchine, grotte e cene conclusive. La passione non colpisce tutti in modo uguale: si può praticare
la speleologia per pochi mesi, in molti casi per qualche anno e, per qualcuno, è un’attività che può
durare una vita. Ma per tutti resta un’esperienza talmente particolare da non poter essere dimenticata,
capace di suscitare, in chi l’ha praticata anche 40 anni fa, vivo interesse e forti emozioni.
Fino alla fine del XIX secolo il mondo ipogeo interessava esclusivamente pochi studiosi che,
con l’aiuto occasionale di guide locali, visitavano le grotte spingendosi fin dove lo consentivano la
rudimentale attrezzatura dell’epoca e la paura dell’ignoto.
Nei primi anni del XX secolo, dal mondo scientifico degli studiosi del fenomeno carsico, emerse
la proposta di fondare associazioni specifiche per la pratica della speleologia al fine di condurre
esplorazioni e studi sistematici sull’ambiente sotterraneo. In quegli anni nacquero così in alcune città
d’Italia le prime associazioni speleologiche, alcune delle quali tuttora attive.
La successiva evoluzione della società verso un generale aumento del grado di benessere e,
conseguentemente, del tempo libero, ha coinvolto un numero crescente di appassionati, spinti, più che
dalla scienza, dalla curiosità e dall’emozione. Le difficoltà della progressione in grotta hanno sempre
richiesto la presenza di un gruppo attrezzato ed affiatato, escludendo di fatto la possibilità di una
pratica “solitaria”, frequente, ad esempio, nell’attività alpinistica.
Anche oggi la funzione delle associazioni è fondamentale per lo sviluppo della speleologia, che
si caratterizza essenzialmente come attività di gruppo organizzato.
I vantaggi di organizzarsi in gruppo sono evidenti: oltre al naturale piacere di condividere
con altri un’attività essenzialmente ludica, si aggiunge la possibilità di disporre di un gran numero
di attrezzature specifiche (il cui acquisto e manutenzione richiedono un notevole impegno, anche
economico) e la garanzia di ottenere le migliori condizioni di sicurezza durante l’avanzamento in
grotta. Infine la speleologia, in alcuni suoi aspetti specifici legati alla ricerca e all’esplorazione, quasi
mai può essere svolta efficacemente in modo individuale, senza il supporto logistico di un’associazione.
È preferibile, per questi motivi, fare riferimento ad un’organizzazione, anche se ancora oggi esistono
speleologi che conducono le loro esplorazioni e ricerche senza essere affiliati ad alcun gruppo.
La presenza delle associazioni fin dai primi anni del secolo, e il costante contatto e scambio di
informazioni, hanno consentito di conseguire alcuni risultati importanti.
In primo luogo è stata raggiunta e mantenuta nel tempo un’omogeneità delle tecniche di
progressione in grotta, che ha consentito la definizione di uno standard di sicurezza sempre più
elevato. L’insegnamento di queste tecniche ai neofiti viene svolto nei corsi di introduzione alla
speleologia, durante i quali si trattano anche alcuni aspetti della speleologia scientifica, fornendo un
quadro generale dell’attività e delle sue specializzazioni, per favorire un corretto approccio verso
l’ambiente sotterraneo. Saltuariamente vengono organizzati anche corsi specialistici per approfondire
temi specifici, rivolti a speleologi già esperti.
In secondo luogo, il ruolo delle associazioni consiste nell’organizzazione delle visite, delle
esplorazioni e degli studi delle grotte.
Normalmente nella sede di un gruppo speleologico sono presenti un magazzino, contenente i
materiali e le attrezzature di uso collettivo, una biblioteca e un archivio delle grotte.
Alcune associazioni speleologiche pubblicano un proprio notiziario; ma è soprattutto il materiale
inedito, consistente in rilievi e relazioni di attività, che consente di mantenere una memoria storica, sia
orale che cartacea, formata dalle informazioni raccolte negli anni da tutti coloro che hanno frequentato
il gruppo.
L’attività di un gruppo viene preparata e organizzata in base alle disponibilità dei singoli e
alle loro esigenze, e può spaziare dal semplice turismo speleologico, con la visita di cavità già note,
ripercorse a scopo sportivo o didattico, fino alla ricerca di nuove cavità o allo studio di aree carsiche
nei loro diversi aspetti.
Normalmente l’attività di ricerca è preceduta da un notevole lavoro di preparazione, consistente
nella consultazione di testi o documenti inediti e cartografie, e nella raccolta di informazioni e notizie
bibliografiche. Lo studio sul campo di una zona carsica prevede una serie di ricognizioni finalizzate
alla conoscenza dell’area e alla scoperta di nuove cavità, che possono essere “fortunosamente”
individuate dallo speleologo, oppure trovate grazie a segnalazioni fornite dai frequentatori locali
della zona. Una volta individuato l’imbocco della cavità, inizia la fondamentale ed entusiasmante fase
dell’esplorazione.
Il mondo sotterraneo, per sua natura sconosciuto ai più, determina, in chi lo frequenta, una
naturale esigenza di documentare l’attività svolta, anche se la maggioranza degli speleologi non è
rappresentata da “studiosi”.
Il lavoro di documentazione svolto dallo speleologo consiste in una raccolta di dati e misurazioni
che consentono di rappresentare graficamente la cavità e determinare la sua ubicazione cartografica.
Per ogni nuova grotta vengono calcolate le coordinate dell’imbocco riportandone la posizione sulla
cartografia disponibile. Nelle fasi di esplorazione viene eseguito il rilevamento della grotta, che
costituisce un documento essenziale, base di partenza per tutte le esplorazioni e gli studi futuri.
Inoltre lo speleologo annota, di solito, informazioni riguardanti materiali e attrezzature necessari
per la percorrenza, correnti d’aria, quantità d’acqua, presenza di fauna e quant’altro è possibile
osservare; molte di queste osservazioni vengono riportate nelle relazioni di attività dei vari gruppi,
che costituiscono perciò una preziosa fonte di informazioni inedite. Ciò ha determinato la produzione
di una notevole mole di conoscenze anche se spesso caotiche, frammentarie e quasi sconosciute al di
fuori del mondo speleologico.
Attualmente, in Italia esistono circa 500 associazioni che si occupano di speleologia.
A livello nazionale sono attivi due organismi: la Società Speleologica Italiana ONLUS e il Club
Alpino Italiano.
La Società Speleologica Italiana ONLUS (SSI), associazione privata a cui aderiscono sia
gruppi (più del 50% dei gruppi italiani) che singoli speleologi, organizza congressi, seminari e
corsi, pubblica le riviste “Speleologia” e “Opera ipogea” (quest’ultima si occupa di cavità artificiali,
cioè scavate dall’uomo nel corso dei diversi periodi storici) ed ha come fiore all’occhiello il Centro
Italiano di Documentazione Speleologica “Franco Anelli”, biblioteca fra le più importanti al mondo
sull’argomento.
Il Club Alpino Italiano (CAI) si occupa di alpinismo e di altre attività di montagna, compresa
la speleologia. All’interno delle sue sezioni sono nati moltissimi gruppi speleologici, alcuni dei
quali aderiscono anche alla SSI. Il CAI ha anche organizzato il Corpo Nazionale di Soccorso Alpino
e Speleologico (CNSAS), costituito da volontari, che si occupa di prevenzione degli incidenti e di
interventi di soccorso, sia in montagna che in grotta.
CLUB ALPINO ITALIANO
SEDE CENTRALE
VIA PETRELLA ERRICO 19, 20124 - MILANO (MI)
www.cai.it
SOCIETA’ SPELEOLOGICA ITALIANA O.N.L.U.S.
CENTRO ITALIANO DI DOCUMENTAZIONE SPELEOLOGICA “FRANCO ANELLI”
Via Zamboni, 67 – 40127 BOLOGNA
http://www.cds.speleo.it
ssibib@geomin.unibo.it
tel./fax: 051 250049
Le federazioni regionali, ormai diffuse quasi in tutta Italia, raggruppano le associazioni esistenti
sul territorio, presentandosi come interlocutore unico nei confronti delle organizzazioni nazionali e
degli enti locali, dialogando in particolare con le Amministrazioni regionali.
Il contatto tra le Regioni e le federazioni speleologiche ha portato, in alcuni casi, alla definizione
ed approvazione di Leggi Regionali per la protezione delle grotte e degli ambienti carsici e per lo
sviluppo dell’attività speleologica.
La Federazione Speleologica del Lazio ONLUS (FSL) è stata fondata nel 1994 e raggruppa
attualmente 13 associazioni, rappresentative della quasi totalità del mondo speleologico laziale.
La FSL gestisce il “Catasto delle grotte del Lazio” e il “Catasto delle cavità artificiali del Lazio”,
nomina due membri della Commissione Tecnico-Scientifica per l’Ambiente della Regione Lazio, pubblica
a partire dal 2000 la rivista “Speleologia nel Lazio” e organizza corsi, convegni e mostre. Inoltre,
la FSL svolge una funzione di coordinamento fra le varie associazioni, che organizzano corsi di
introduzione alla speleologia, tenuti di norma una volta l’anno, in autunno o in primavera.
FEDERAZIONE SPELEOLOGICA DEL LAZIO O.N.L.U.S.
c/o Speleo Club Roma – via Andrea Doria, 79 f – 00192 Roma
http://fsl.artov.rm.cnr.it
Associazione “Speleologi Romani”
Via Fausto Vettor, 32 m – 00154 Roma
Associazione Speleologica Romana ‘86
c/o Antonella Santini – via Monte Porcino, 12 a – 00060 Riano (RM)
http://www.asr86.it
Pubblicazioni: “Il pipistrello ubriaco”
Circolo Speleologico Romano
Via Ulisse Aldrovandi, 18 – 00197 Roma – tel. 06.321.6223
http://space.tin.it/clubnet/vsbordon
ciesserre@tin.it
Pubblicazioni: “ Notiziario del Circolo Speleologico Romano”.
Gruppo Grotte Roma “Niphargus”
c/o Lorenzo Grassi – via Saronno, 65 – 00188 Roma
http://www.niphargus.speleo.it
lorenzo.grassi@tiscalinet.it
Pubblicazioni: Gruppo Grotte Roma “Niphargus”
Gruppo Speleologico Angioino “le Talpe”
c/o Palazzo Vescovile - Piazza del Popolo - 02015 Cittaducale (RI)
Gruppo Speleologico CAI Latina
c/o CAI Latina - via dei Volsci, 34 - 04100 Latina
Pubblicazioni: “Antrum - Speleologia pontina”
Gruppo Speleologico CAI Roma
c/o CAI Roma - via Galvani, 10 - 00153 Roma
Gruppo Speleologico Ciociaro CAI Frosinone
c/o CAI Frosinone - via Ferrarelli - 03100 Frosinone
http://utenti.lycos.it/l5one/Ciociaria_speleo.htm
Gruppo Speleologico Grottaferrata ONLUS
Via dei Castani, 1 - 00046 Grottaferrata (RM)
Pubblicazioni: “Notiziario del Gruppo Speleologico Grottaferrata”
Gruppo Speleologico Guidonia Montecelio
Via Mario Visentini, 6 - 00012 Guidonia (RM)
http://web.tiscali.it/gsgm/
gsgm@speleo.it
Shaka Zulu Club Subiaco
Via Trento, 2 - 00028 Subiaco (RM)
http://www.shakazulusubiaco.net
shakazulusubiaco@tiscalinet.it
Pubblicazioni: “Notiziario”
Speleo Club Roma ONLUS
Via Andrea Doria, 79 f - 00192 Roma
http://web.tiscali.it/speleoclubroma/index.html
speleoclubroma@tiscalinet.it
Pubblicazioni: “Notiziario dello Speleo Club Roma”
URRI Gruppo Speleologico
Via Trapani, 20 - 00161 Roma - tel. 06.4423.1318
L’attività speleologica, per quanto di norma svolta in sicurezza, comporta ovviamente la
possibilità del verificarsi di incidenti. Il soccorso in grotta può essere portato esclusivamente da tecnici
molto preparati, cioè speleologi di grande esperienza e specificamente addestrati.
A questo scopo, dopo un lungo lavoro preparatorio effettuato nel ‘65-’66 tra gli speleologi
16
del Lazio e dell’Abruzzo, il 4 luglio 1966 nasceva il 5° Gruppo Speleologico dell’allora C.S.A. (Corpo
Soccorso Alpino), cui competeva l’organizzazione del soccorso nel Lazio, in Abruzzo ed in tutto il
territorio dell’Italia meridionale.
Poco più tardi, il soccorso speleologico è entrato a far parte del Corpo Nazionale Soccorso
Alpino e Speleologico (C.N.S.A.S.). La successiva nascita di altre Delegazioni Speleologiche regionali
ha fortunatamente ristretto l’area operativa della 5
a
Delegazione (ex Gruppo), fino ad arrivare alla
copertura attuale, limitata alla sola regione Lazio. Dal 1994 la 5
a
Delegazione Speleologica forma,
assieme alla 24
a
Delegazione Alpina, il Servizio Regionale Lazio del C.N.S.A.S. Dal 1995 questo Servizio
Regionale è iscritto all’Albo delle Associazioni di Volontariato della Protezione Civile della Regione
Lazio. Infine, dal 1996 il Servizio Regionale del C.N.S.A.S, e quindi anche la 5
a
Delegazione, è entrata
a far parte del sistema “Lazio Soccorso 118”.
Analogamente a quanto avviene per gli incidenti in montagna, nel caso di infortunio in grotta
è sempre operativa una apposita squadra di soccorso. Per maggiori dettagli sull’organizzazione e le
modalità operative del Soccorso si rimanda al successivo paragrafo sulle tecniche di grotta.
Con la Legge n. 20 “Tutela del patrimonio carsico e valorizzazione della speleologia” approvata
dalla Regione Lazio il 1 settembre 1999, si riconosce l’importanza degli ambienti carsici, sia dal
punto di vista ambientale ed ecologico, sia per quanto riguarda la tutela delle risorse idriche.
Pertanto, la Regione intende tutelare e valorizzare le aree carsiche, favorendo lo sviluppo dell’attività
speleologica.
I punti salienti della legge possono essere così sintetizzati:
• tutela delle grotte e delle aree carsiche, attraverso l’imposizione di vincoli, divieti e relative
sanzioni, con attività di vigilanza esercitata dalle province;
• istituzione del Catasto regionale delle Grotte e delle Aree Carsiche, la cui formazione,
aggiornamento e tenuta saranno attribuiti dalla Regione alla FSL con apposita
convenzione;
• integrazione con quattro esperti speleologi, due dei quali di nomina FSL, del Comitato
Tecnico-Scientifico per l’Ambiente;
• istituzione dell’Albo regionale dei Gruppi Speleologici del Lazio;
• erogazione di contributi per l’attività speleologica, per l’attuazione di ricerche, studi,
pubblicazioni, convegni, seminari ed altre iniziative a carattere didattico o divulgativo.
Si riporta di seguito il testo integrale della legge.
Legge Regionale 1 Settembre 1999, n. 20
Tutela del patrimonio carsico e valorizzazione della speleologia
Pubblicata sul BURL 20 settembre 1999, n. 26 (Serie Ordinaria n. 2).
1. FINALITÀ.
La Regione, in attuazione dell’articolo 45 dello Statuto ed in considerazione del pubblico interesse
legato ai valori idrogeologici, naturalistici, culturali e turistici delle grotte e delle aree carsiche esistenti
nel territorio, riconosce l’importanza ambientale e l’interesse scientifico del patrimonio carsico e ne
promuove la tutela e la valorizzazione, favorendo, altresì, lo sviluppo dell’attività speleologica.
2. DEFINIZIONI DI AREA CARSICA, DI FENOMENO CARSICO E DI ATTIVITÀ SPELEOLOGICA.
Ai sensi della presente legge sono definiti:
a) aree carsiche, quelle costituite da rocce composte prevalentemente da elementi
solubili agli agenti atmosferici, quali le rocce carbonatiche e quelle evaporitiche;
b) fenomeni carsici o grotte, le forme superficiali ed ipogee generate dai processi
di dissoluzione e di deposizione chimico-fisica di rocce da parte delle acque, nonché, per
estensione, i fenomeni sotterranei in litotipi non carsici noti come grotte laviche e quelli
dovuti ad un carsismo attenuato;
c) attività speleologica, l’esplorazione, lo studio scientifico e la documentazione delle
grotte sotto il profilo fisico, biologico, storico paletnologico, paleontologico e geografico.
3. TUTELA DELLE GROTTE.
1. All’interno delle grotte di cui all’articolo 2, comma 1, lettera b), è vietato:
a) scaricare rifiuti solidi e liquidi, sia in superficie che in profondità;
b) svolgere attività che determinino alterazioni ambientali e modificazioni morfologiche
delle cavità, ed in particolare:
1) alterare il regime idrico carsico, effettuare scavi o sbancamenti o
riempimenti, fatti salvi gli interventi necessari ai fini dell’esplorazione, previamente
autorizzati dal sindaco, sentito il comitato tecnico-scientifico per l’ambiente,
integrato ai sensi dell’articolo 7;
2) asportare o danneggiare concrezioni, animali o resti di essi, vegetali,
fossili, reperti paleontologici e paletnologici, salve le autorizzazioni rilasciate dalle
autorità competenti.
2. Il sindaco del comune in cui è sita la grotta può, sentito il Comitato tecnico scientifico
per l’ambiente integrato ai sensi dell’articolo 7, regolamentare l’accesso in presenza di reperti
paletnologici o paleontologici o di situazioni fisiche o biologiche di particolare fragilità ed interesse.
3. L’utilizzazione ai fini economici, turistici e sanitari delle grotte iscritte nel catasto di cui
all’articolo 5, è autorizzata dal competente organo regionale, sentito il Comitato tecnico-scientifico
per l’ambiente integrato ai sensi dell’articolo 7, sulla base di un progetto corredato da una relazione
esplicativa della situazione in atto, delle variazioni che si intendono apportare e dell’impatto ambientale
delle forme di utilizzazione previste.
4. INDIVIDUAZIONE DELLE PRINCIPALI AREE CARSICHE E LORO TUTELA.
1.La Regione individua in un apposito elenco le principali aree carsiche di rilevante importanza
idrogeologica, comprese quelle soggette a sfruttamento per scopi idropotabili, ambientale e
paesaggistico.
2. L’elenco di cui al comma 1, che deve contenere ogni notizia utile ai fini della conoscenza delle
aree ivi inserite, è approvato, previo parere del comitato tecnico-scientifico per l’ambiente integrato
ai sensi dell’articolo 7, con deliberazione della Giunta regionale, sentita la competente commissione
consiliare.
3. Nelle aree carsiche comprese nell’elenco di cui al comma 1 non è consentito effettuare
discariche di rifiuti o interventi che alterino l’assetto idromorfogeologico dei luoghi.
5. ISTITUZIONE DEL CATASTO REGIONALE DELLE GROTTE E DELLE AREE CARSICHE.
1. Al fine di assicurare la conoscenza e conservazione delle aree e dei fenomeni carsici, è
istituito il catasto regionale delle grotte e delle aree carsiche.
2. Il catasto di cui al comma 1 è costituito da:
a) l’elenco delle grotte esistenti nel territorio regionale;
b) l’elenco delle principali aree carsiche di cui all’articolo 4, comma 2.
3. Nel catasto di cui al comma 1 sono indicati per ciascuna grotta o area carsica tutti i dati
topografici e metrici, la descrizione ed i rilievi speleologici e geologici.
4. La Regione attribuisce, con apposita convenzione, la formazione, l’aggiornamento e la tenuta
del catasto di cui al comma 1 alla federazione speleologica del Lazio.
5. La convenzione di cui al comma 4, da stipularsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore
dalla presente legge, deve prevedere le modalità di acquisizione e di aggiornamento dei dati catastali,
la loro consultazione gratuita da parte di chiunque ne abbia interesse e le connesse attività scientifiche
e divulgative.
6. VIGILANZA E SANZIONI.
1. La vigilanza sul rispetto delle disposizioni previste dalla presente legge è esercitata dalle
Province.
2. L’inosservanza delle disposizioni contenute negli articoli 3, e art. 4, comma 3, comporta
la riduzione in pristino dello stato dei luoghi e l’applicazione delle seguenti sanzioni amministrative
pecuniarie:
a) da lire 500 mila a lire 5 milioni per l’alterazione del regime idrico-carsico;
b) da lire 500 mila a lire 5 milioni per la distruzione, il danneggiamento o l’occlusione
delle grotte;
c) da lire 100 mila a lire 1 milione per l’abbandono dei rifiuti;
d) da lire 500 mila a lire 5 milioni per l’asportazione o il danneggiamento di
concrezioni, animali, vegetali, fossili e reperti;
e) da lire 100 mila a lire 1 milione per l’effettuazione di scavi o sbancamenti in
violazione del divieto di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), numero 1);
f) da lire 100 mila a lire 1 milione per la violazione del divieto di accesso di cui
all’articolo 3, comma 2;
g) da lire 500 mila a lire 1 milione per ogni metro cubo di discarica di rifiuti in aree
carsiche.
3. Per l’irrogazione delle sanzioni di cui al comma 2 si applica la normativa regionale vigente in
materia di cui alla legge regionale 5 luglio 1994, n. 30.
7. INTEGRAZIONE DEL COMITATO TECNICO-SCIENTIFICO PER L’AMBIENTE.
1. Il comitato tecnico-scientifico per l’ambiente, istituito dall’articolo 13 della legge regionale
18 novembre 1991, n. 74, è integrato, per il rilascio di pareri relativi alle materie di cui alla presente
legge, da:
a) due esperti designati dalla Giunta regionale, scelti sulla base di documentate
esperienze e titoli scientifici in speleologia e carsismo relativi al territorio laziale. Tale
designazione è comunicata alla competente commissione consiliare;
b) due esperti designati dalla federazione speleologica del Lazio.
2. I componenti di cui al comma 1 sono nominati con decreto del Presidente della Giunta
regionale.
8. ALBO REGIONALE DEI GRUPPI SPELEOLOGICI DEL LAZIO.
E’ istituito presso l’assessorato regionale competente in materia di ambiente l’albo regionale dei
gruppi speleologici del Lazio.
2. Per l’iscrizione all’albo di cui al comma 1, i gruppi speleologici devono presentare
all’assessorato regionale competente in materia d’ambiente:
a) l’atto costitutivo unitamente al proprio statuto, da cui risulti che il gruppo
speleologico non ha fini di lucro e svolge attività finalizzate all’esplorazione, allo studio ed
alla tutela del patrimonio carsico e sotterraneo;
b) l’elenco nominativo dei soci, con l’indicazione del presidente e del responsabile del
gruppo;
c) il proprio curriculum attestante le ricerche e le attività svolte in ambito speleologico,
nonché le eventuali pubblicazioni.
3. L’iscrizione all’albo di cui al comma 1 è subordinata al parere favorevole del comitato tecnico-
scientifico per l’ambiente integrato ai sensi dell’articolo 7.
4. I gruppi speleologici aderenti alla federazione speleologica del Lazio sono iscritti di diritto,
previa presentazione della documentazione richiesta ai sensi del comma 2.
9. ATTIVITÀ PROMOZIONALE. CONTRIBUTI.
1. Al fine di promuovere la ricerca e l’attività speleologica, la Giunta regionale, sentito il comitato
tecnico di cui all’articolo 7, predispone entro il 31 gennaio di ogni anno un programma annuale per
l’attuazione di ricerche e studi, pubblicazioni, convegni, seminari ed altre iniziative a carattere didattico
o divulgativo finalizzati alla conoscenza ed alla valorizzazione delle aree e dei fenomeni carsici o alla
ottimizzazione delle tecniche esplorative.
2. Il programma annuale può prevedere la concessione di contributi a favore della federazione
speleologica del Lazio e dei gruppi speleologici iscritti all’albo di cui all’articolo 8 per la realizzazione
delle attività di cui al comma 1, secondo i criteri e le modalità stabiliti nel medesimo programma.
3. Per accedere ai contributi di cui al comma 2 i soggetti interessati presentano all’assessorato
regionale competente in materia ambientale, entro il 31 maggio di ogni anno, domanda corredata da
un dettagliato programma di intervento e dalla relativa previsione di spesa.
4. I soggetti beneficiari dei contributi presentano all’assessorato regionale competente in materia
ambientale, entro il 31 maggio dell’anno successivo a quello in cui sono stati erogati i contributi, la
documentazione, corredata da una relazione illustrativa, comprovante l’impiego dei fondi percepiti per
gli scopi indicati al comma 1.
10. NORMA FINANZIARIA.
L’onere per l’attuazione di quanto previsto nella presente legge è quantificato in L. 50 milioni
ed è iscritto al cap. 11473 che si istituisce con la seguente denominazione: “Spesa per la tutela del
patrimonio carsico e valorizzazione della speleologia”.
2. La relativa copertura finanziaria è assicurata mediante utilizzazione di pari importo dello
stanziamento iscritto al cap. 16310 del bilancio regionale 1999.
17
Il catasto delle grotte
Il Catasto delle grotte è una raccolta di dati, organizzati in modo da consentire di identificare
univocamente ogni cavità tramite alcune informazioni chiave, come il nome e la posizione geografica.
In esso confluiscono tutti i dati e le informazioni forniti dagli speleologi.
Il Catasto è rappresentato fisicamente da una serie di schede nelle quali sono riportati i seguenti
elementi: un numero di identificazione seguito dalla sigla della regione (in particolare, per le aree prese
in esame in questo studio, “La” per il Lazio, “U” per l’Umbria, “A” per l’Abruzzo e “Mo” per il Molise),
il nome della grotta, la posizione geografica del suo ingresso (espressa in coordinate e quota s.l.m.
riferite alla cartografia I.G.M. e/o alle Carte Tecniche Regionali), i riferimenti amministrativi (comune
e provincia di appartenenza) e le dimensioni della cavità (si riportano lo sviluppo in lunghezza e il
dislivello, misurato fra il punto più alto e il più basso in quota della cavità).
La scheda può essere completata dal rilievo della cavità e da ulteriori informazioni quali:
descrizione della grotta, itinerario d’accesso, attrezzature necessarie per la visita, note geologiche,
idrologiche, morfologiche, biologiche, ambientali o archeologiche, fotografie, bibliografia ed altro.
Il rilievo e le ulteriori informazioni, anche se disponibili all’interno della scheda, restano comunque
proprietà di chi le ha fornite, ai sensi delle leggi sui diritti di autore.
Pertanto il Catasto delle Grotte si presenta come uno strumento di base, necessario sia per
il reperimento delle grotte stesse, sia per la realizzazione di studi scientifici riguardanti il fenomeno
carsico.
Il “Catasto delle Grotte del Lazio”
Il Catasto delle Grotte del Lazio viene istituito dal Circolo Speleologico Romano nel 1927, per
rispondere all’esigenza di riorganizzare i dati allora disponibili sulle cavità della regione. Infatti, a
partire dalla fondazione del CSR, nel 1904, iniziano le esplorazioni speleologiche sistematiche nel
Lazio e nei territori circostanti, interrotte soltanto nel periodo della guerra; nei primi 20 anni di attività
speleologica vengono esplorate molte cavità che sono tuttora tra le più importanti del Lazio.
Il Catasto regionale viene inserito nel sistema del Catasto delle Grotte d’Italia (inizialmente
“Regio Catasto delle Cavità Sotterranee d’Italia” con sede a Postumia, istituito nel 1927), formato
dalla somma di tutti i catasti regionali, e gestito dall’Istituto Italiano di Speleologia. Negli anni ’50 si
rende necessaria una riorganizzazione dell’attività; la Società Speleologica Italiana, appena fondata,
prende in gestione il Catasto delle Grotte d’Italia.
Il Catasto Regionale continua ad essere gestito dal CSR fino al 1994, quando viene fondata la
Federazione Speleologica del Lazio (FSL), che lo prende in gestione e tuttora lo detiene.
Il 1 settembre 1999 la Regione Lazio approva la legge n. 20 “Tutela del patrimonio carsico e
valorizzazione della speleologia”. La legge prevede l’istituzione del “Catasto regionale delle grotte
e delle aree carsiche”, e attribuisce alla FSL la formazione, l’aggiornamento e la tenuta del catasto,
tramite un’apposita Convenzione, che però, fino ad oggi, non è stata attivata.
Allo stato attuale, le informazioni contenute nel catasto sono disponibili in formato cartaceo,
sotto forma di schede contenenti i dati essenziali, oltre alle informazioni e agli allegati già specificati.
I dati contenuti nelle schede catastali sono soggetti, negli anni, a continui aggiornamenti. Le
nuove esplorazioni in grotte già conosciute si traducono in variazioni delle dimensioni delle cavità.
L’aggiornamento dei dati relativi alla posizione geografica delle grotte è dovuto principalmente al
miglioramento dei supporti cartografici disponibili: dalle carte 1:50.000 si è passati, negli anni,
all’utilizzo di tavolette 1:25.000 e di sezioni CTR 1:10.000, perfezionando quindi la precisione dei dati.
Come risultato di questo costante incremento di informazioni, i dati contenuti nel Catasto hanno
gradi di accuratezza molto diversi, dipendenti dalla precisione del rilevatore e dagli strumenti di
rilevamento disponibili. E’ quindi fondamentale un lavoro di aggiornamento e riorganizzazione dei dati,
anche nell’ottica di una futura attivazione di archivi informatizzati, consultabili con maggiore facilità.
Attualmente, però, la scarsità di risorse strumentali (attrezzature informatiche, strumenti
topografici di precisione, basi cartografiche cartacee e digitali recenti) rende lento e difficile il lavoro
di aggiornamento catastale e di revisione dei dati.
Distribuzione delle grotte dal punto di vista amministrativo
Attualmente (giugno 2002) sono segnalate nel catasto del Lazio 1452 grotte, con una densità
media di 8,4 grotte ogni 100 km
2
.
A causa soprattutto dell’eterogeneità dei terreni geologici affioranti nella regione, la distribuzione
delle cavità nelle varie province non è omogenea. Nella provincia di Viterbo, nella quale prevalgono
nettamente i terreni vulcanici, sono conosciute solo 26 grotte. Si trovano poche grotte anche nella
provincia di Rieti, nonostante gli estesi affioramenti di rocce carsificabili.
Le altre tre province si dividono quasi il 90% del totale. Nella provincia di Roma si trova il
maggior numero di grotte (ben 548, il 38%) anche se distribuite in un territorio piuttosto esteso (10
grotte ogni 100 km
2
), mentre la densità è molto più alta nella provincia di Frosinone (13 grotte ogni
100 km
2
) e soprattutto di Latina (15 grotte ogni 100 km
2
).
Ben 174 comuni (dei 375 totali) hanno nel loro territorio almeno una cavità. Sono però pochi i
comuni in cui la densità è elevata, infatti solo in 13 comuni sono presenti più di 20 grotte. In particolare
è da evidenziare come nel solo territorio comunale di Carpineto Romano siano conosciute ben 233
grotte (con una densità di 2,8 grotte per km
2
), pari al 16% del totale delle cavità di tutta la regione.
Seguono il comune di Supino con 87 grotte e quello di Guarcino con 44 (tabella 1).
Nella figura si può apprezzare visivamente la distribuzione delle cavità nella regione.
Distribuzione delle grotte dal punto di vista geografico
E’ di maggiore interesse, dal punto di vista speleologico, la suddivisione del territorio della
regione Lazio in aree geografiche.
Prendendo spunto dalla proposta di creazione di un “Catasto delle aree carsiche d’Italia”
presentata al mondo speleologico da MIETTO & SAURO (1989), il territorio regionale è stato suddiviso
in 37 “unità orografiche” (FELICI ET ALII, 1989), cioè aree con caratteristiche geografiche omogenee al
loro interno, ad esempio una catena montuosa o una pianura, e delimitate esternamente da elementi
morfologici ben identificabili, quali valli o corsi d’acqua.
Nella tabella 2 vengono quantificati il numero di grotte per ogni unità orografica e il totale dello
sviluppo percorribile degli ambienti sotterranei. Lo spazio a disposizione non consente un esame
dettagliato dei dati; basti ricordare che nel Lazio si raggiunge un’estensione di circa 100 km di
ambienti sotterranei, di cui il 34% è situato nell’area dei Monti Lepini. Delle 1452 grotte conosciute,
meno di 200 si possono percorrere per almeno un centinaio di metri. L’andamento è quasi sempre
“semplice”, o verticale (abissi, voragini, pozzi) o pianeggiante (antri, caverne); raramente si trovano
cavità complesse. Si evidenzia una leggera predominanza delle grotte ad andamento verticale rispetto
a quelle a sviluppo prevalentemente orizzontale. Importante anche la presenza di molte cavità
“doliniformi” (nei primi anni di attività del catasto vennero inserite anche numerose doline, mentre
successivamente si scelse di escludere questo tipo di cavità), alcune delle quali sono vere doline di
dissoluzione carsica, mentre altre sono voragini formatesi per crollo della volta di cavità sottostanti
la superficie topografica. Queste ultime rivestono una certa importanza, anche per lo studio di alcuni
problemi di rischio che possono derivare dalla improvvisa formazione di queste voragini. Per quanto
riguarda le grotte al cui interno scorrono corsi d’acqua permanenti o temporanei, nella regione
risultano essere 148 (circa il 10% del totale). La salvaguardia delle cavità idricamente attive riveste
una particolare importanza, dati i problemi legati all’inquinamento di questa risorsa primaria.
Le grotte più profonde e più lunghe del Lazio
Si conclude presentando una “classifica” delle grotte con maggiore dislivello e di quelle con
maggiore sviluppo (tabelle 3 e 4; in questi elenchi il simbolo *** indica che al dato riportato, che
rappresenta le misure derivanti da rilievo topografico, si devono aggiungere altri tratti non rilevati).
Questi dati forniscono un quadro delle dimensioni nelle quali gli speleologi si muovono.
18
Tabella 1
N° GROTTE COMUNI
233 Carpineto Romano
87 Supino
44 Guarcino
38 Esperia
36 Terracina
37 Prossedi
35 Amaseno e San Felice Circeo
26 Bassiano e Sant’Oreste
23 Tivoli
21 Gaeta e Jenne
20 Subiaco
19 Formia
18 Maenza, Pastena e Ponza
17 Filettino, Giuliano di Roma, Gorga e Sonnino
16 Arcinazzo Romano, Camerata Nuova e Collepardo
15 San Polo dei Cavalieri
14 Trevi nel Lazio
13 Sant’Angelo Romano, Sermoneta, Sezze, Vallepietra e Vicovaro
12 Spigno Saturnia
11 Canino e Roccasecca dei Volsci
10 Artena, Cori e Veroli
9 Monte San Biagio, Poggio Nativo e Vallecorsa
8 Coreno Ausonio, Morolo e Pescorocchiano
7 Capranica Prenestina, Castro dei Volsci, Cervara di Roma, Contigliano, Norma, Patrica,
San Donato Val di Comino, Scandriglia e Vico nel Lazio
6 Ferentino, Guidonia Montecelio, Lenola, Morro Reatino, Orvinio, Petrella Salto, Settefrati,
Trivigliano e Vallinfreda
5 Alatri, Arpino, Campodimele, Collalto Sabino, Falvaterra, Licenza, Roccantica, Roccasecca,
San Gregorio da Sassola, Sperlonga e Varco Sabino
4 Borgorose, Castel di Tora, Ischia di Castro, Montelanico, Poggio Catino, Poggio Moiano,
Roccagorga e Roviano
3 Affile, Ascrea, Bellegra, Casape, Cerreto Laziale, Cerveteri, Cisterna di Latina, Cittaducale,
Colle San Magno, Configni, Cottanello, Gallicano, Itri, Leonessa, Mentana, Montalto di
Castro, Monte San Giovanni in Sabina, Monteflavio, Montopoli in Sabina, Nespolo, Percile,
Picinisco, Priverno e Rieti
2 Arsoli, Belmonte Castello, Cassino, Castenuovo di Farfa, Cittareale, Colleferro, Fiuggi,
Fondi, Fontana Liri, Gavignano, Mandela, Marcellina, Minturno, Monterotondo, Paganico,
Piglio, Pisoniano, Posta, Riofreddo, Rocca Canterano, Rocca di Cave, Roccagiovine,
Roiate, Santopadre, Saracinesco, Segni, Sgurgola, Soriano nel Cimino, Tolfa e Vacone
1 Agosta, Antrodoco, Aprilia, Atina, Bomarzo, Campoli Appennino, Capena, Caprarola,
Casalattico, Castel Madama, Castel Sant’Angelo, Ceccano, Ciciliano, Cineto Romano, Civita
Castellana, Civitella d’Agliano, Colonna, Fumone, Labro, Montebuono, Monteleone Sabino,
Montorio Romano, Moricone, Palestrina, Paliano, Palo Laziale, Poggio Bustone, Pozzaglia
Sabino, Proceno, Rocca d’Arce, Rocca Sinibalda, Sambuci, Santi Cosma e Damiano,
Torricella in Sabina, Tuscania e Villa Santa Lucia
Distribuzione delle grotte nei Comuni del Lazio
19
Tabella 2.
UNITÀ OROGRAFICHE N° GROTTE METRI DI
GROTTA
GROTTE
VERTICALI
GROTTE
ORIZZONTALI
GROTTE
DOLINIFORMI
GROTTE CON
ACQUA
RF Monte Rufeno 1 60 1 0 0 0
VO Monti Volsini 20 2337 4 16 0 6
RN Monti Romani 0 0 0 0 0 0
CI Monti Cimini 5 215 1 4 0 0
SO Monte Soratte 26 1437 13 13 0 0
TO Monti della Tolfa 6 349 1 5 0 0
SB Monti Sabatini 1 0 0 0 1 1
LG Monti della Laga 0 0 0 0 0 0
BP Monte Boragine - Monte Pozzoni 5 3609 4 1 0 1
RE Monti Reatini 10 318 3 6 1 1
CG Monte Cabbia - Monte Giano - Monte Calvo 2 30 0 0 2 0
VE Monte Nuria - Montagne della Duchessa - Monte Velino 14 251 0 14 0 0
SA Monti Sabini 75 2829 21 46 8 2
LU Monti Lucretili 50 1599 22 25 3 2
CN Monti Cornicolani 24 1366 5 10 9 5
CA Monti Carseolani 31 3792 12 19 0 10
TI Monti Tiburtini 23 533 6 16 1 0
AS Ara Salere 2 130 1 1 0 0
RU Monti Ruffi 7 265 4 2 1 1
SI Monti Simbruini 81 6352 48 28 5 13
PR Monti Prenestini 24 1144 10 11 3 5
AF Monti Affilani 32 2372 4 27 1 3
ER Monti Ernici 107 11582 46 55 6 13
CT Monti Cantari 11 341 7 4 0 0
AL Colli Albani 4 0 0 0 4 0
PP Pianura Pontina 10 400 0 2 8 9
LE Monti Lepini 488 33702 325 149 14 46
AU Monti Ausoni 182 10734 110 69 3 16
AR Monti Aurunci 116 8629 64 52 0 10
CC Monte Circeo 35 461 1 34 0 0
MS Monte Marcolano - Monte Serralunga 1 17 1 0 0 0
MC Montecoccioli 12 1828 4 8 0 4
MM Monti della Meta - Mainarde 15 499 11 4 0 0
CR Monte Cairo 14 458 5 8 1 0
MA Monte Monna Casale 0 0 0 0 0 0
IP Isole Ponziane 18 427 0 18 0 0
TOTALI 1452 98066 734 647 71 148
Tabella 3
LE GROTTE PIU’ PROFONDE DEL LAZIO
1 Ouso della Rava Bianca Carpineto Romano (RM) -676 m
2 Inghiottitoio di Campo di Caccia Gorga (RM) -610
2 Grotta degli Urli Guarcino (FR) -610
4 Abisso Consolini Carpineto Romano (RM) -555
5 Grotta di Cittareale Cittareale (RI) +25/-450
6 Pozzo del Merro Sant’Angelo Romano (RM) -450
7 Abisso di Monte Vermicano Guarcino (FR) -439
8 Inghiottitoio di Camposecco Camerata Nuova (RM) -415
9 Abisso Vallaroce Formia (LT) -401
10 Abisso la Vettica Castro dei Volsci (FR) -360
11 Grotta di Monte Fato Supino (FR) -336
12 Abisso Shish Mahal Formia (LT) -315
13 Pozzo del Faggeto Supino (FR) -309
14 Inghiottitoio dell’Erdigheta*** Carpineto Romano (RM) -300
15 Ouso di Passo Pratiglio Supino (FR) -299
16 Abisso della Ciauchella Formia (LT) -296
17 Grava dei Serini Esperia (FR) -292
18 Abisso Miguel Enriquez Carpineto Romano (RM) -228
19 Abisso Nessuno Camerata Nuova (RM) -222
20 Ouso a Due di Monte Pisciarello Morolo (FR) -221
Tabella 4
LE GROTTE PIU’ LUNGHE DEL LAZIO
1 Grotta degli Urli Guarcino (FR) 3620 m
2 Grotta di Pastena*** Pastena (FR) 3427
3 Grotta del Formale*** Carpineto Romano (RM) 2920
4 Grotta di Cittareale*** Cittareale (RI) 2650
5 Abisso di Monte Vermicano*** Guarcino (FR) 2600
5 Inghiottitoio di Campo di Caccia*** Gorga (RM) 2600
7 Grava dei Serini Esperia (FR) 2240
8 Inghiottitoio di Val di Varri Pescorocchiano (RI) 2235
9 Grotta di Monte Fato Supino (FR) 1615
10 Grotta degli Ausi Prossedi (LT) 1505
11 Abisso Consolini Carpineto Romano (RM) 1405
12 Grotta dell’Inferniglio*** Jenne (RM) 1370
13 Grotta dell’Arco Bellegra (RM) 1216
14 Grotta di Fontana Le Mole Maenza (LT) 1160
15 Ouso di Pozzo Comune Carpineto Romano (RM) 1105
16 Il Bucone Ischia di Castro (VT) 1065
17 Inghiottitoio dell’Erdigheta*** Carpineto Romano (RM) 1010
18 Grotta Ciaschi Carpineto Romano (RM) 980
19 Grotta del Rapiglio Carpineto Romano (RM) 940
20 Risorgenza di Civitella Pescorocchiano (RI) 895
20
STORIA DELLA SPELEOLOGIA NEL LAZIO
L’uomo ha conosciuto e frequentato le grotte, per vari motivi, fin dalla preistoria: di questa
frequentazione restano testimonianze orali e scritte, ritrovamenti di reperti archeologici o resti fossili.
Le grotte sono state utilizzate, nei diversi periodi storici, come rifugio stagionale o occasionale, come
stalle o ripari per le greggi, per approvvigionamento d’acqua, oppure come sepolcro o luogo di culto.
Le frequentazioni avvenute in età preistorica e protostorica sono ben documentate in tutto il
territorio regionale. Vengono descritti sinteticamente di seguito alcuni dei ritrovamenti più importanti
avvenuti in grotte del Lazio, sia per opera di archeologi che di speleologi.
Valle del Fiume Fiora: durante l’esplorazione di diverse grotte sono stati rinvenuti materiali
ascrivibili al paleolitico, al neolitico e all’età dei metalli; in particolare si ricordano la Grotta Nuova, il
Bucone o Infernetto, la Grotta Misa, la Grotta delle Sette Cannelle e la Grotta di Don Simone.
Lago di Vico: nel Pozzo del Diavolo (o Grotta di M. Venere) sono stati rinvenuti materiali ceramici
pertinenti al neolitico medio.
Monti Ceriti: la Grotta Patrizi è stata utilizzata come luogo di sepoltura di diversi individui, uno dei
quali presentava il cranio trapanato.
Tivoli: nelle Grotte di Ponte Lucano (la più conosciuta è la Grotta Polesini) sono stati rinvenuti
strumenti litici e graffiti su ciottoli risalenti al paleolitico superiore, oltre a reperti dell’età dei metalli.
Poggio Moiano: nella Grotta Pila sono state ritrovate sepolture e materiale risalente all’età del
rame.
Monte Soratte: all’interno della Grotta della Madonnina è stato rinvenuto un orcio del neolitico
medio.
Monti Cornicolani: nello Sventatoio di Poggio Cesi sono stati recuperati numerosi vasi risalenti
all’età del bronzo, gettati nel pozzo probabilmente a scopo cultuale.
Monti del Cicolano: nell’Inghiottitoio di Val di Varri sono stati rinvenuti focolari e materiali fittili
ascrivibili all’età del bronzo.
Monti Lepini: nella Grotta Vittorio Vecchi sono venuti alla luce reperti sia archeologici che
scheletrici umani, datati all’età del bronzo. In alcune grotte del comune di Sezze sono stati trovati
disegni di difficile datazione, come l’Uomo a “phi” nell’Arnalo dei Bufali, e vari disegni a carboncino
nel Riparo Roberto.
M. Circeo: sono state esplorate una trentina di grotte (tra cui ricordiamo Grotta del Fossellone,
Grotta delle Capre, Grotta Breuil, Riparo Blanc e Grotta Guattari) che hanno restituito industrie del
paleolitico e del mesolitico; in particolare nella Grotta Guattari è stato rinvenuto il famoso cranio
riferibile all’uomo di Neandertal.
In epoca classica diversi studiosi si interessavano della natura e dei fenomeni naturali. Fra coloro
che hanno trattato di grotte ricordiamo Plinio il Vecchio, Varrone, Frontino e Lucrezio.
Di quest’epoca abbiamo però scarse testimonianze: si possono citare la Grotta di Tiberio, che
faceva parte del complesso della villa dell’Imperatore a Sperlonga, utilizzata come ninfeo e adornata di
statue sul tema dell’Odissea; e la Voragine di Monte Spaccato, nella quale restano tracce di un utilizzo
come cava di alabastro.
Nel Medioevo diverse grotte furono scelte come abitazioni dagli eremiti, o trasformate in chiese
rupestri. Nel Lazio esistono ancora moltissime grotte santuario, che vengono frequentate ancora ai
nostri giorni, fra le quali si possono citare, a titolo di esempio: la Chiesa rupestre di Santa Lucia a
Bomarzo, la Grotta di San Cataldo a Cottanello, la Grotta di San Leonardo a Roccantica, la Grotta di
San Michele a Monte San Giovanni in Sabina, la Grotta di Santa Romana a Sant’Oreste, il Sacro Speco
a Subiaco, la Grotta della SS Trinità a Vallepietra, la Grotta del Convento di Santa Oliva a Cori, la Grotta
del Crocifisso a Bassiano, la Grotta di San Michele sul Monte Redentore a Formia, e molte altre. Studi
esaustivi sull’argomento sono stati pubblicati in numerosi lavori da Felici e Cappa a partire dal 1987.
La frequentazione e l’utilizzo delle grotte continuano quindi nei secoli successivi all’epoca classica,
fino ai nostri giorni. Si può datare al XVI secolo l’inizio delle prime vere esplorazioni speleologiche.
Alcuni studiosi cominciano, in questo periodo, a frequentare le grotte per l’osservazione e lo studio del
fenomeno naturale, percorrendo ambienti sconosciuti come scopritori di un nuovo mondo.
Si riporta di seguito un sintetico quadro cronologico della storia dell’attività speleologica nella
regione, inquadrandola nel contesto nazionale.
Periodo antecedente il 1880 - I pionieri
I MATERIALI E LE TECNICHE
Le tecniche dell’epoca non permettono di esplorare grandi verticali. Si percorrono quindi grotte
prevalentemente orizzontali, e si evita di infilarsi nelle strettoie. L’illuminazione è costituita da torce a
vento e candele, e gli indumenti consistono in normali abiti pesanti. Nel caso sia necessario discendere
pozzi, le persone vengono calate e recuperate con corde di canapa. Per le esplorazioni dei laghi
vengono utilizzate barche.
LO SCENARIO NAZIONALE
La speleologia viene praticata soltanto da alcuni singoli studiosi che, esclusivamente con mezzi
propri e spesso da soli, studiano le cavità e le aree carsiche nei loro diversi aspetti.
LO SCENARIO REGIONALE
A partire dal 1500 nel Lazio alcuni studiosi ed umanisti percorrono il territorio studiando tutti
i fenomeni naturali, quindi anche le grotte. Padre Attanasio Kircher pubblica due opere “Mundus
subterraneus” nel 1669 e “Latium”, nel 1671; nel primo propone teorie sulla formazione del mondo
sotterraneo e sull’idrologia della terra, mentre nel secondo, descrivendo la regione, si sofferma su
alcune cavità.
Pochi studiosi hanno lasciato un resoconto scritto delle loro esplorazioni; fra loro ricordiamo
Paolo Spadoni, Giovanni Battista Brocchi e Fabio Gori.
LE ESPLORAZIONI
Flavio Biondo all’inizio del ‘500 ricorda alcune grotte in territorio di Riofreddo, probabilmente
quelle di S. Cosimato (SEGRE, 1951a).
Fra Leandro Alberti rammenta le grotte del Circeo e tratta intorno all’origine dei “confetti di
Tivoli”, le note pisoliti, deposte nei bacini delle Acque Albule (SEGRE, 1951a).
Kircher narra di una sua escursione sul Monte Pescosolido (di cui non si conosce il nome
attuale, ma che si trova nella zona del Monte Cornacchia) nel corso della quale esplora una grotta con
un deposito di ghiaccio perenne. Descrive anche un tentativo di scandaglio nella Voragine di Monte
Spaccato con circa 37 m di corda; non avendo toccato la base del pozzo, la ritiene essere un abisso
senza fondo (KIRCHER, 1671).
La prima discesa di un pozzo documentata nel Lazio risulta essere quella dell’Ouso di Sezze
(verticale di 40 m) nel quale nel 1672 vengono calate due persone per controllare se vi sia il
corpo di un uomo precipitato dall’alto. Essi esplorano la cavità vincendo i pregiudizi dell’epoca sulla
profondità imperscrutabili dei pozzi naturali. La discesa era documentata da un atto notarile, oggi non
più reperibile, nel quale veniva stabilito un compenso per coloro che si sarebbero calati nel pozzo
(CORRADINUS ET ALII, 1704; TUFO, 1908).
Nel 1778 Stefano Cabral e Fausto Dal Re, archeologi e geometri tiburtini, sondano la Voragine
di Monte Spaccato che risulta essere profonda 105 m (SEGRE, 1951a).
La prima discesa “volontaria” di un pozzo è quella realizzata nel 1800 da Paolo Spadoni, che
aveva già esplorato alcune grotte liguri, nel Pozzo Santullo (SPADONI, 1802). Lo stesso visita anche la
grotta di Collepardo, già famosa all’epoca, nonostante non si abbiano documenti in cui venga citata.
Tra il 1817 e il 1822 Giovanni Battista Brocchi studia i Meri del Soratte, la Grotta di Collepardo e
le grotte del Circeo (BROCCHI, 1817; 1824; 1825).
Girolamo Senni discende la Fossa Ampilla, descrivendo il fenomeno del “Latte di monte” o
Mondmilch (SENNI, 1838).
Nel 1841 un minatore in cerca di massi da scogliera scopre, sulle pareti sotto il tempio di
Giove Anxur a Terracina, la Grotta della Sabina, che viene poi esplorata e studiata dal punto di vista
paleontologico da L. Mollari nel 1850, e descritta da REMIDDI (1876).
Nel 1844 Padre Domenico Santucci visita la Grotta di Collepardo, e su di essa scrive un libretto
edito a Parigi, dove egli vive (SANTUCCI, 1845). Contemporaneamente visitano la grotta alcuni famosi
incisori (Bossi, Cottafavi, Parboni) che ne traggono ispirazione per realizzare meravigliose stampe che
hanno come soggetto Collepardo, la Certosa di Trisulti, la Grotta e il Pozzo Santullo; in una di esse è
riportato il rilievo della Grotta di Collepardo, che è quindi il primo rilievo giunto fino a noi.
Il geologo Giuseppe Ponzi esegue scavi paleontologici nella Grotta di Collepardo (PONZI, 1853).
Fabio Gori narra di diverse esplorazioni in grotte del Lazio (Pertuso di Roiate, Grotta della Foce,
Grotta della Serena, Grotta dell’Arnaro, Gratto dell’Inferniglio, Grotta del Pertuso ed altre) compiute
da giovane nel corso di un viaggio d’istruzione. Per l’approccio esplorativo con cui visita i luoghi e
percorre le grotte, il Gori può essere considerato il primo speleologo del Lazio (GORI, 1855; 1864).
Nel 1868 viene citata nelle cronache la Grotta di Pastena: i briganti della famigerata banda
Andreozzi, inseguiti dai gendarmi si rifugiano nella grotta. Costretti ad arrendersi per fame, vengono
fucilati sul posto mentre un seminarista da essi tenuto in ostaggio muore di spavento (CIRCOLO
SPELEOLOGICO ROMANO, 1928).
1880-1918 - Nascono i gruppi grotte
I MATERIALI E LE TECNICHE
Con la nascita dei primi gruppi speleologici, si costituiscono anche magazzini di materiali studiati
ad hoc per le necessità degli esploratori. Si fabbricano le prime scale di corda con pioli di legno;
gli esploratori, durante la discesa e la salita dei pozzi, vengono assicurati dai compagni con corde
dall’alto. L’illuminazione è ancora realizzata con torce o con lanterne.
LO SCENARIO NAZIONALE
Alla fine del XIX secolo Emile Riviére, francese, propone il termine “speleologia”. In Italia, come
nel resto d’Europa, nascono le prime associazioni speleologiche. Per iniziativa di gruppi di studiosi
viene stabilita ed uniformata la terminologia relativa ai fenomeni carsici, riprendendo anche molti
termini dalle lingue slave.
Il 23 ottobre 1863 nel Castello del Valentino, a Torino, nasce il Club Alpino Italiano (CAI),
promosso da Quintino Sella, che prevede nel proprio statuto anche l’esplorazione e lo studio delle
grotte.
Il 23 marzo 1883 viene fondata a Trieste, allora facente parte dell’Impero austro-ungarico, la
Società degli Alpinisti Triestini, al cui interno viene istituita una sezione dedicata alla speleologia, la
Commissione Grotte.
Nel 1897 nasce a Milano il primo gruppo speleologico d’Italia, la Sezione Speleologica del CAI,
fondata dal prof. Mariani.
Ingresso della Grotta Vittorio Vecchi (Sezze Romano). Il
cranio di un bambino ritrovato nella grotta, attualmente
esposto nel Museo Comunale (foto archivio G. Pintus).
Rappresentazione della circolazione delle acque carsiche secondo Kircher (tratto da “Mundus Subterraneus”, 1669).
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Nel 1903 Michele Gortani, Giorgio Trebbi e Carlo Alzona, tentano di dare vita ad una
associazione nazionale, la Società Speleologica Italiana (SSI), e ad una pubblicazione specializzata, la
“Rivista Italiana di Speleologia”; la società però avrà breve durata. Durante il Congresso della Società
Geografica Italiana svoltosi a Napoli nel 1904, lo studioso F. Musoni chiede alla comunità scientifica di
promuovere la fondazione di associazioni speleologiche, in quanto ritiene che siano gli unici soggetti
in grado di condurre esplorazioni e studi sistematici sull’ambiente sotterraneo. La proposta di Musoni
dà impulso alla fondazione di gruppi dedicati alla speleologia presso alcune sezioni del CAI; tra di essi
il Circolo Speleologico Romano.
L’Abisso Trebiciano, nel Carso triestino, esplorato nel 1841 da A.F. Lindner, resta la grotta più
profonda del mondo (-329 m), fino all’esplorazione della Niedenloch (-376) in Svizzera, nel 1909.
LO SCENARIO REGIONALE
Viene fondata il 20 giugno 1873, a Palazzo Wedekind, la Sezione di Roma del CAI. Nel 1904
i soci Cora, Hoz, Abbate, Mastio e Liotard scrivono alla presidenza della Sezione CAI di Roma che
“i sottoscritti sono convinti dell’importanza che avrebbe l’esplorazione e lo studio delle grotte e
caverne dell’Italia centrale, propongono la costituzione fra soci del Club Alpino Italiano di un circolo
speleologico” (GRASSI, 1996).
Il 5 luglio 1904 viene fondato all’interno della Sezione CAI di Roma il Circolo Speleologico Romano
(CSR): viene nominato presidente Guido Cora (CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1904b). La prima escursione
sociale si svolge l’11 maggio 1905 alla Grotta Beatrice Cenci (CORA, 1905). Nel decennio 1905-15
vengono effettuate ricognizioni ed esplorazioni delle grotte dell’Inferniglio, del Soratte, di Collepardo
e della Maiella. Se si esclude la breve relazione di Cora, non si è conservata traccia dell’attività e delle
esplorazioni del CSR fino al 1920.
LE ESPLORAZIONI
Nell’ “Annuario della Sezione di Roma del CAI del 1888-91” compaiono alcuni articoli riguardanti
la speleologia. In uno di essi il conte Luigi Pusterla, accademico di S. Luca e pittore di Tivoli, descrive le
visite da lui compiute nella Grotta di Muro Pizzo e nella Grotta Pila, in Sabina, e le discese nei pozzi di
Colle Ripoli, presso Tivoli, narrando anche di un tentativo di discesa nella Voragine di Monte Spaccato
(PUSTERLA, 1892). In un altro articolo I.C. Gavini e G. Voltan raccontano di un’escursione nei dintorni di
Tagliacozzo, dove visitano la Grotta Beatrice Cenci e gli ingressi di alcune importanti cavità (GAVINI &
VOLTAN, 1892).
Ad Arpino opera Giovanni Battista Cacciamali, insegnante bresciano che dopo alcuni anni fonderà un
gruppo speleologico nella sua città; durante la sua permanenza fonda la sezione del Liri del CAI, che però
ha breve durata, studia e descrive il fenomeno carsico della zona (CACCIAMALI, 1889a; 1889b; 1892).
Filippo Keller scende nella Chiavica di Arsoli alla ricerca di prove che confermino la sua teoria sul
magnetismo terrestre (KELLER, 1896).
Nel 1898 il geologo De Angelis d’Ossat, nel suo studio sull’alta valle dell’Aniene, inserisce un
intero capitolo sui fenomeni carsici dell’area, visitati e descritti in dettaglio (in particolare il Pertuso
di Roiate).
Edouard Alfred Martel, francese, il più famoso speleologo dell’epoca, visita nel 1903 la Grotta di
Collepardo e il Pozzo Santullo (MARTEL, 1928) ipotizzando un collegamento tra le due grotte.
Nel 1913, in seguito allo svuotamento per cause naturali del Lago di Canterno presso Fiuggi,
Camillo Crema esplora, con l’aiuto di un operaio, l’inghiottitoio che si trova sul fondo del lago,
fermandosi sopra un pozzo. Si tratta dell’unica esplorazione conosciuta dell’inghiottitoio, in quanto la
grotta è quasi sempre sommersa dalle acque del lago. Il Crema esplora inoltre alcune grotte dei Monti
Ernici.
1920-1945 - Le prime grandi esplorazioni
I MATERIALI E LE TECNICHE
L’attrezzatura individuale viene migliorata con l’uso del casco, che spesso è un elmetto militare
recuperato dai campi di battaglia, al quale viene applicata una candela. Cominciano ad apparire le
prime lampade ad acetilene, che vengono portate agganciate alla cintura. Le prime imbracature sono
costituite da una robusta cintura di cuoio. Per esplorare corsi d’acqua sotterranei vengono costruite
piccole imbarcazioni di legno ad un solo posto.
LO SCENARIO NAZIONALE
Alla fine della prima guerra mondiale Trieste, ormai annessa all’Italia, diventa il principale centro
nazionale per gli studi sul fenomeno carsico. Eugenio Boegan, figura di spicco nella Commissione
Grotte triestina, diviene promotore dell’Istituto Italiano di Speleologia, un nuovo ente di ricerca.
L’Istituto, ancora oggi in vita, inizia nel 1927 la pubblicazione di una rivista trimestrale a carattere
nazionale, e nello stesso anno istituisce il “Regio Catasto delle Cavità Sotterranee d’Italia” con sede
a Postumia, all’epoca unico esempio al mondo. Si svolge il primo congresso nazionale di speleologia
(Trieste, 1933). La speleologia italiana raggiunge in questo periodo grandi risultati esplorativi.
L’Antro del Corchia (Alpi Apuane, Toscana) nel 1934 diventa la grotta più profonda del mondo
(-480 m, i rilievi dell’epoca la stimavano -541 m).
LO SCENARIO REGIONALE
Da Venezia arriva a Roma il barone Carlo Franchetti che, a partire dal 1919, si dedica alla
riorganizzazione del CSR e all’esplorazione delle cavità carsiche del Lazio e dell’Abruzzo occidentale,
allora poco conosciute. Il 1 aprile 1924 a Palazzo Datti, in Corso Vittorio Emanuele II, viene stipulato
l’atto notarile di Costituzione del CSR. Per una quindicina d’anni il CSR compie molte importanti
esplorazioni; con il passare del tempo, però, l’attività diviene meno intensa, fino ad estinguersi del
tutto nel 1937; alcuni soci isolati proseguono l’attività al di fuori del gruppo. Oltre a Franchetti, sono
da ricordare alcuni nomi: Alberto Carlo Blanc, Alessandro Datti, Enrico Jannetta, Saverio Patrizi, Paolo
Pietromarchi, Claudio Ranieri, Luigi Tosti di Valminuta, Camillo Zileri dal Verme.
LE ESPLORAZIONI
Il CSR, guidato da Franchetti, ha a disposizione un grandissimo potenziale esplorativo: la
maggior parte del Lazio è, infatti, totalmente sconosciuta sotto l’aspetto speleologico. Inizia la sua
attività nel 1920 compiendo una serie di ricerche sul Monte Soratte. L’impresa più rilevante è la discesa
delle voragini dei Meri; è importante in questa esplorazione il contributo di Enrico Jannetta, alpinista
che si diletta con l’attività speleologica.
Vengono poi esplorate tutte le grotte evidenti e di facile raggiungimento. Nel 1925 viene
scoperta la Grotta dell’Arco, lunga oltre 1 km, che diviene una delle più estese d’Italia.
Nel 1926 viene esplorata la Grotta di Pastena. Con un’arrampicata di una quindicina di metri da
parte di Cossilla viene raggiunto il ramo fossile che prenderà il nome di “Galleria Cossilla”. La bellezza
degli ambienti fa pensare all’opportunità di renderne comoda la visita mediante opportuni lavori di
adattamento. E’ così che, su proposta del CSR e con l’aiuto delle autorità locali, la Grotta di Pastena
viene immediatamente resa turistica (inaugurazione del 30 maggio 1927).
Nel 1927 viene trovato l’Abisso la Vettica. Alessandro Datti, l’uomo di punta del CSR, compie due
tentativi di discesa (maggio 1927 e giugno 1930) scendendo per 130 m, costantemente esposto sotto
il getto dell’acqua, ed illumina il pozzo per altri 50 m senza scorgerne il fondo (SEGRE, 1948a). Si tratta
della massima profondità raggiunta in quell’epoca nel Lazio.
In questi anni il CSR avvia le esplorazioni di diverse importanti grotte. Sono quasi tutti inghiottitoi
attivi; le notevoli difficoltà esplorative che comporta la presenza dei torrenti sotterranei talvolta
impetuosi impediscono l’esplorazione dei tratti profondi. Vengono percorsi parzialmente l’Ovito di
Petrella (1924), l’Inghiottitoio dell’Imele, l’Ovito di Pietrasecca, (1925) il Catauso di Sonnino (1928) e
l’Inghiottitoio di Luppa, che si presenta con tutte le sue difficoltà e i suoi pericoli: Datti, Franchetti, Leva
e Pietromarchi si salvano a stento da una piena.
Durante l’esplorazione dell’Inghiottitoio di Val di Varri (1929) e della Grotta Patrizi (1933)
vengono trovati importanti reperti preistorici.
Dal 1937, cessata l’attività del CSR, le ricerche sono svolte prevalentemente da singoli.
Nel 1939 Alberto Carlo Blanc, archeologo, mentre studia le grotte del Circeo viene avvertito del
ritrovamento di un teschio nella Grotta Guattari e lo studia approfonditamente.
Nel 1942 i prof. Guareschi e Morandini con un gruppo di giovani (tra cui Segre) esplorano,
compiono osservazioni scientifiche e studi, misurano parametri ambientali nell’Ovito di Pietrasecca,
nell’Inghiottitoio di Luppa e nella Grotta di Pastena.
Durante la seconda guerra mondiale molte grotte diventano ricovero contro i bombardamenti e
per sfuggire ai soldati alleati.
1946-1954 - Il dopoguerra
I MATERIALI E LE TECNICHE
In questo periodo si verifica un notevole miglioramento delle tecniche e dei materiali. Si trovano
sul mercato scalette militari in cavetto d’acciaio e pioli in legno (Azario), molto più leggere e affidabili
di quelle di corda; per le lunghe verticali vengono utilizzati verricelli che consentono di calare e
recuperare gli esploratori. Negli altri casi l’assicurazione è sempre effettuata dall’alto, da uno dei
compagni, con sicura a spalla di tipo alpinistico.
Una vera rivoluzione nei sistemi di illuminazione è rappresentata dall’introduzione delle batterie
a secco per gli impianti elettrici; spesso viene utilizzato il doppio impianto di illuminazione, elettrico e
ad acetilene, montato sul casco.
Si trovano in commercio i primi canotti in gomma e le prime mute stagne; inizia così l’epoca delle
prime esplorazioni speleosubacquee.
LO SCENARIO NAZIONALE
La ripresa dopo la fine della guerra non è facile. Il Catasto nazionale, che era conservato
a Postumia, è stato trafugato dai tedeschi in ritirata e verrà parzialmente recuperato solo dopo
molti anni. Con la perdita del Catasto scompare anche l’Istituto Italiano di Speleologia. L’attività
speleologica riparte, ma ci vorrà quasi un decennio per tornare ai livelli di prima. Nel 1946 nasce
il Centro Speleologico Italiano del Touring Club Italiano. Nel 1949 viene pubblicato il primo fascicolo
della Rassegna Speleologica Italiana, fondata, diretta e organizzata da Salvatore Dell’Oca, speleologo Il parco materiali del CSR negli anni ‘20 (foto archivio CSR)
Pozzo di Monte Spaccato (6 La): E. Tedeschi
viene calato nella cavità (tratto da PUSTERLA,
1892)
Esplorazione dell’inghiottitoio di
Pietrasecca (tratto da Notiziario CSR
n. 1, 1948)
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e imprenditore comasco. Il 25 giugno 1950 a Verona un gruppo di speleologi fonda la Società
Speleologica Italiana (SSI). Il CSR aderisce a quest’ultima iniziativa; Carlo Franchetti prima e Aldo G.
Segre poi, vengono eletti nel consiglio direttivo della SSI. Ghidini (1954) elenca i gruppi speleologici
presenti in Italia in questo periodo, riportando per ognuno di essi il numero di soci; il CSR, con i suoi
105 iscritti, risulta di gran lunga il gruppo italiano più numeroso.
In Italia la grotta più profonda resta l’Antro del Corchia; nel mondo il dislivello maggiore viene
esplorato nel 1953 nei Pirenei, in un abisso al confine fra Francia e Spagna, la Sima de la Piedra de San
Martin (-689 m), superato l’anno successivo dalle esplorazioni al Gouffre Berger (Francia; -903 m).
LO SCENARIO REGIONALE
Nel marzo 1946, alcuni giovani rifondano il CSR. A presiedere viene chiamato Carlo Franchetti. Il
CSR si riprende lentamente dalla perdita del materiale sociale, e oltre a continuare le esplorazioni nel
Lazio si occupa di grotte in Abruzzo, Campania e Sardegna.
Il gruppo si distingue anche nelle ricerche biospeleologiche; viene avviata, infatti, da parte di
alcuni soci, una consistente attività di ricerca e studio della fauna ipogea, che è rimasta anche nei
decenni successivi una peculiarità del CSR.
Nel 1948 Aldo G. Segre pubblica “I fenomeni carsici e la speleologia del Lazio”, che oltre ad
essere il riassunto delle conoscenze speleologiche dell’epoca, è anche un trattato scientifico sul
fenomeno carsico.
Se Franchetti è l’anima del CSR, Segre ne è l’organizzatore e Enzo Spicaglia l’uomo di punta in
quasi tutte le esplorazioni più importanti.
Fra gli speleologi più attivi del periodo sono da ricordare Marcello Astorri, Marcello Cerruti,
Saverio Patrizi, Antonio Mario Radmilli, Claudio Ranieri, Mario, Renato e Vittorio Rossi Marcelli.
LE ESPLORAZIONI
Dopo la pausa dovuta alla guerra, le esplorazioni riprendono lentamente.
Nel 1946 il CSR in collaborazione con la Società Speleologica Svizzera, invitata da Segre che
aveva trascorso in Svizzera parte della guerra, raggiunge il lago terminale dell’Ovito di Pietrasecca.
Nel 1953, con una imponente organizzazione, viene completata l’esplorazione dell’Abisso la
Vettica: Enzo Spicaglia raggiunge per primo il fondo a -223 m (-172 nei rilievi successivi). Nello stesso
anno vengono esplorate una serie di grotte tra cui l’Ouso di Pozzo Comune, che con il dislivello di -
260 m (-190 nei rilievi successivi) diventa la più profonda del Lazio e la Grotta degli Ausi (1300 m di
sviluppo) che diventa la più lunga.
1955-1975 - Nuovi gruppi
I MATERIALI E LE TECNICHE
Si verifica un nuovo salto tecnologico. Dalle scale Azario si passa alle scale in cavetto d’acciaio e
piolo in alluminio, autocostruite e ancora più leggere; invece delle corde di canapa si utilizzano quelle
“dinamiche” realizzate in materiali sintetici, e già utilizzate dagli alpinisti. Successivamente le scalette
divengono ancora più leggere, e soprattutto cambia la tecnica di assicurazione degli esploratori;
l’introduzione dell’autosicura mediante una carrucola posta in cima al pozzo sostituisce la vecchia
tecnica della sicura dall’alto, che costringeva a lasciare un uomo sopra ogni pozzo, o a salire senza
assicurazione. Vengono poi sperimentati attrezzi come il dressler (dal suo inventore Bruno Dressler,
speleologo francese), un bloccante che consente di salire assicurandosi su una corda fissa affiancata
alla scala, senza aiuto da parte di altri. Per la discesa viene introdotto il sistema della corda doppia, con
tecnica alpinistica, e successivamente attrezzi che consentono di scendere sulla corda senza usare le
scale, come il discensore. Grande attenzione, a questo punto, viene posta sui chiodi: si sostituiscono i
chiodi a fessura, di uso alpinistico, prima con i chiodi a pressione, poi con gli spit, chiodi a espansione
autoperforanti utilizzati anche in edilizia, che vengono infissi nella roccia tramite un punzone e un
martello.
Fra gli indumenti viene preferita la tuta in tela, e si comincia ad utilizzare imbracature da
paracadutismo o da alpinismo.
LO SCENARIO NAZIONALE
Dopo gli anni della ripresa inizia un periodo di prosperità per l’attività speleologica. Nasce un
gran numero di gruppi, e gli speleologi, benchè sempre pochi, crescono notevolmente di numero.
Sulla scia di quanto organizzato dal CAI in ambito alpinistico (il Corpo Nazionale di Soccorso
Alpino) e dopo una serie di tragici incidenti in grotta, nasce nel 1966 il Corpo Nazionale di Soccorso
Speleologico, che poi si fonderà con quello alpino.
Il CAI inizia ad interessarsi maggiormente dell’ambiente speleologico, e crea la Commissione
Centrale di Speleologia, che presto arriverà ai ferri corti con la SSI, soprattutto in tema di soccorso e
di catasto.
L’Antro del Corchia è ancora la grotta più profonda d’Italia, con le esplorazioni del 1960 il
dislivello raggiunto diventa di -668 m. Nel 1963 lo scettro passa alla Spluga della Preta (Monti Lessini,
Veneto) profonda 878 m, poi nel 1969 all’Abisso Gortani (Monte Canin, Friuli-Venezia Giulia; -892 m)
che l’anno successivo viene approfondito fino a -920 m. Infine le esplorazioni alla Grotta di Monte
Cucco (Umbria) portano il nuovo record di profondità a -922 m. Nel mondo la massima profondità
passa dal Gouffre Berger (Francia; -985 m nel 1955; -1122 nel 1956; -1135 nel 1963) al Réseau
de la Pierre Saint-Martin (o Sima de la Piedra de San Martin, nei Pirenei; la grotta ha infatti numerosi
ingressi sia in territorio francese che spagnolo) che raggiunge -1171 m nel 1966 e -1321 nel 1975.
LO SCENARIO REGIONALE
Nel 1955 nasce l’URRI, una associazione che si occupa anche di speleologia.
La morte per incidente stradale di Carlo Franchetti, leader che riusciva a far coesistere le forti
personalità presenti nel CSR, porta all’uscita dal gruppo di alcuni soci. Fausto Schirò e Arnaldo Botto
passano all’URRI, Giorgio Silvestri fonda il Gruppo Speleologico Anxur di Terracina (Anxur), Giovanni
Meo Colombo costituisce un effimero sodalizio che si chiama Sezione Speleologica della Società
Tirrenica di Scienze Naturali, Franco Consolini fonda il Gruppo Grotte Roma (GGR) con alcuni amici
paracadutisti . Fin qui si tratta di fuoriuscite di singoli soci. Alla fine del 1958, invece, 12 soci escono
dal CSR e 10 di loro insieme ad altri appassionati fondano lo Speleo Club Roma (SCR) (Pasquini,
1999). La scissione è carica di polemiche e inutilmente l’anziano conte Datti, presidente del CSR, cerca
di evitarla. Le conseguenze presenteranno aspetti contrastanti: per molti anni gli speleologi dei due
gruppi cercheranno di sottrarsi vicendevolmente le esplorazioni, o diffonderanno dati esagerati sui
risultati ottenuti, tanto che a tutt’oggi per alcune grotte, non più rilevate da allora, non si conoscono le
esatte misure, mentre in quelle che sono state nuovamente rilevate sono stati riscontrati quasi sempre
errori consistenti. Ma la scissione avrà anche conseguenze positive: l’agonismo che si scatena fra i
gruppi porta ad incrementare l’attività, e i risultati, soprattutto nei primi anni, sono notevoli.
La lite continua anche sul tema ‘catasto delle grotte del Lazio’, creato negli anni ’20 dal CSR. Gli
altri gruppi (URRI, Anxur e SCR) minacciano la costituzione di un nuovo catasto. Tramite la mediazione
del presidente della SSI si stabilisce che il catasto è di tutti, ma che continua ad essere aggiornato e
gestito dal CSR.
Nel 1961 il GGR confluisce nello SCR, che in questo periodo, oltre a dedicarsi alla ricerca, punta
fortemente sull’aspetto esplorativo, sperimentando metodi per velocizzare l’esplorazione tramite la
discesa dei pozzi a corda doppia e l’alleggerimento delle scale con cavetti più sottili. Nel 1962, infine,
viene fondato il Gruppo Speleologico CAI Latina (GS CAI Latina).
Il leader dello SCR è Giorgio Pasquini, che come socio del CSR aveva partecipato alle spedizioni
al Gouffre Berger in Francia e all’Ojo Guarena in Spagna, che gli avevano dato notorietà. Per una
quindicina d’anni sarà esploratore, consigliere SSI, promotore di spedizioni, convegni, soccorso e
scuole di speleologia, e scriverà numerosi lavori su temi attinenti il fenomeno carsico e il miglioramento
delle tecniche di progressione.
Nel 1966 nasce in Italia il Soccorso Speleologico, Sezione dell’allora C.S.A. (Corpo Soccorso
Alpino) del CAI. Le Delegazioni in origine sono cinque, e alla V compete l’organizzazione del soccorso
nel Lazio, in Abruzzo ed in tutto il territorio dell’Italia Meridionale. La V Delegazione Speleologica del
Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (C.N.S.A.S.) nasce il 4 luglio di quell’anno, dopo un
lavoro preparatorio effettuato tra gli speleologi del Lazio e dell’Abruzzo da Giorgio Pasquini, primo
delegato. La successiva nascita di altre Delegazioni Speleologiche ha fortunatamente ristretto l’area
operativa della V Delegazione fino ad arrivare all’attuale copertura limitata alla sola regione Lazio.
All’interno dello SCR, dopo un periodo di grandi successi culminati nella fantastica discesa
sportiva del Gouffre Berger in Francia (all’epoca, la grotta più profonda del mondo), nascono alcuni
dissapori soprattutto tra il leader Pasquini ed altri soci. Questi ultimi escono dal gruppo e fondano
l’Associazione Speleologica Romana (ASR). Si ripropone lo stesso scenario della guerra tra CSR e SCR.
Lo SCR, decimato, organizza il X Congresso Nazionale di Speleologia. L’organizzazione riuscirà a far
ricevere i rappresentanti degli speleologi da Papa Paolo VI. Anche la gestione del congresso porta
16 ottobre 1948, il CSR al Congresso Nazionale di Speleologia di Asiago: da sinistra C. Imperi, S. Patrizi, uno speleologo,
A.G. Segre, C. Franchetti, G. Pighetti, M. e R. Rossi Marcelli, in basso al centro uno speleologo (foto archivio CSR)
Agosto 1958, i partecipanti del CSR alla spedizione internazionale Ojo Guarena: da sinistra A. Angelucci, A. Todeschini,
G. Pasquini e M. Franchetti (foto archivio A. Angelucci)
Immersione nella Risorgenza dell’Obbuco nel 1966 (foto L. Ferri Ricchi; tratta dal libro “OLTRE L’AVVENTURA” di
Lamberto Ferri Ricchi, edizioni IRECO - http://istitutoireco.org)
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continuare da solo, e chiede quindi l’aiuto dello SCR. I due gruppi insieme concludono l’esplorazione
raggiungendo il fondo nel 1961. La spedizione fu organizzata da Giorgio Pasquini e, fra coloro che
hanno partecipato, spiccano Alberta Felici, Massimo Monaci, Gianni Stampacchia e Raffaello Trigila.
L’amicizia che si è instaurata fra i soci dei due gruppi fa sì che il GGR si fonda con lo SCR. L’Abisso
Consolini (-258 poi corretto in -238 m), dopo l’aggiornamento da parte dello SCR del rilievo dell’Ouso
di Pozzo Comune, che arriva ora a -195 m, diventa la grotta più profonda della regione.
Una delle più rilevanti imprese di speleologia subacquea degli anni ‘60 è certamente quella
organizzata dallo speleosub e geologo Lamberto Ferri Ricchi che con l ’appoggio dell ’URRI,
accompagnato da Vittorio Castellani, Carlo De Gregorio, Cesare La Padula e Mario Ranieri, congiunge
la Grotta di Pastena con la Risorgenza dell ’Obbuco, percorrendo un fiume sotterraneo lungo oltre due
chilometri e superando in immersione ben sette sifoni. La serie di immersioni che conduce a questo
risultato inizia nel 1963 per terminare nel 1968. La Grotta di Pastena diventa la più lunga del Lazio
(3227 m) e una delle più lunghe d ’Italia.
Nel 1967, con poche e decise puntate esplorative, lo SCR e l’Anxur (in particolare Alberto
Moretti e Renato Testa) arrivano al fondo dell’Abisso della Ciauchella (-296 m) che diventa la grotta
più profonda della regione.
Contemporaneamente il CSR sta esplorando il Pozzo del Faggeto. Ci vorranno due anni di
esplorazioni per superare la strettoia a -142 m, ma finalmente nel 1968 Francesco Pedone e Valerio
Sbordoni raggiungono il fondo a -301 m di profondità; è il nuovo record regionale. Anche in questa
esplorazione, come in tante altre, saranno utili gli accorgimenti tecnici preparati da Marcello Astorri.
Sempre nel 1968 il Gruppo Speleologico Aquilano (GSA) esplora la Grotta di Vaccamorta.
Nel 1969 il CSR si sposta sugli Aurunci, dove promuove la formazione del CSE ed esplora la
Grava dei Serini.
Lo SCR si concentra invece sugli Ernici, che fino a quel momento avevano dato scarsi risultati e,
grazie alla tenacia di Antonello Antonelli, scopre l’Abisso di Monte Vermicano, la cui esplorazione dura
un paio d’anni; con il fondo raggiunto nell’agosto 1973 da Pierluigi Bianchetti, Maurizio Sagnotti e
Cristina Semorile, diventa a sua volta la grotta più profonda del Lazio (-383 m).
1976-1993 - La tecnica della sola corda
I MATERIALI E LE TECNICHE
L’evoluzione dei materiali e delle tecniche continua, permettendo un’altra grande innovazione:
l’eliminazione delle scalette e l’introduzione delle tecniche per la progressione su sola corda. Gli
attrezzi per la salita e la discesa sono di vari modelli, ai quali corrispondono tecniche diverse, anche
se il Soccorso Speleologico punta a standardizzare il tipo di attrezzatura e i metodi di progressione.
Le necessità imposte dalle nuove tecniche favoriscono la nascita una piccola industria che costruisce
materiali, indumenti e attrezzi progettati ad hoc per la speleologia. L’abbigliamento migliora sfruttando
i nuovi materiali sintetici; il sottotuta viene realizzato in pile, la tuta esterna in PVC o cordura. Anche i
materiali e le tecniche di esplorazione subacquea subiscono profonde modifiche, incrementando i livelli
di sicurezza.
LO SCENARIO NAZIONALE
Il GS CAI Perugia organizza per alcuni anni una manifestazione nazionale, la prima del suo
genere, dove gli speleologi si incontrano e presentano i loro lavori in una forma più libera e meno
burocratica di un congresso. Per diversi anni la manifestazione si tiene a Costacciaro (PG), poi viene
organizzata di anno in anno in luoghi diversi.
Nel 1981 vengono raggiunti -985 m di profondità alla Spluga della Preta (Monti Lessini, Veneto).
Sembra che non si riesca a superare la fatidica quota -1000, quando nel 1983 si congiungono gli
abissi dell’Antro del Corchia e Abisso Fighiera (Alpi Apuane, Toscana); il dislivello è di -1190 m. Nel
mondo il maggior dislivello è ancora una volta in Francia: il Réseau Jean-Bernard (-1358 m nel 1979;
-1402 nel 1980; -1455 nel 1981; -1494 nel 1982; -1535 nel 1983; -1602 nel 1989).
LO SCENARIO REGIONALE
Il cambio di tecnica di progressione da scale a sola corda determina la progressiva uscita di
scena di molti speleologi.
La nuova generazione inizia a percorrere le grotte in modo diverso, anche perché la sola
corda consente di muoversi con maggiore libertà e facilità, consentendo di spingere le esplorazioni a
profondità prima impensabili.
La vita dei gruppi speleologici in questi anni è molto movimentata; si succedono una serie di
scissioni e riunificazioni. Nel 1977 viene fondato il Gruppo Speleocimici CAI Viterbo, che avrà una
breve durata a causa di un incidente alpinistico accaduto al suo principale animatore. Sempre nel
1977 viene fondato il Gruppo Speleologico Ciociaro “E. Comici” di Frosinone. Dopo pochi anni, diatribe
interne provocano una spaccatura nel gruppo e successivamente una riunificazione all’interno della
sezione CAI di Frosinone, con il nome di Gruppo Speleologico Ciociaro CAI Frosinone (GSC). Nel 1978
a Maranola, una frazione di Formia, viene fondato lo Gruppo Speleologico Aurunco Tri.Ma., ad opera di
alcuni soci del disciolto Speleo Club Formia. Nel 1979 l’ASR rimane priva di sede, e chiede ospitalità allo
SCR. La convivenza porta, infine, alla fusione dei due gruppi, e nasce così, nel 1981, il Centro Romano
di Speleologia (CRdS) nome che avrà però vita breve, infatti cinque anni più tardi il gruppo riprende la
vecchia denominazione SCR. Nel 1985 nasce il Niphargus Speleo Group Indipendente Capitolino, che,
nel 1988, confluisce nel GS CAI Roma. Nel 1986 viene fondata l’Associazione Speleologica Romana
’86 (ASR’86). Nel 1988 viene fondato, a Subiaco, lo Shaka Zulu Club (SZC). Nel 1989 alcuni soci del
CSR si separano dal gruppo, fondando l’Associazione Speleologi Romani (SR). Nello stesso anno viene
fondato il Gruppo Speleologico Guidonia Montecelio (GSGM).
Molti sono i nomi da ricordare di questo periodo, alcuni come esploratori, altri come
organizzatori o studiosi, e molti di questi speleologi sono ancora attivi: Fabrizio Ardito, Oliviero Armeni,
Tullio Bernabei, Andrea Bonucci, Federico Donati, Piero Festa, Stefano Gambari, Carlo Germani, Simone
Gozzano, Marco e Giovanni Mecchia, Maurizio Monteleone, Giorgio Pintus, Massimiliano Re, Marco
Topani e gli speleosub Luigi Ciocca, Matteo Diana, Claudio Giudici e Livio Russo. A questi seguono negli
anni ’80: Giulio De Meo, Andrea Felici, Claudio Fortunato, Sonia Galassi, Andrea Giura Longo, Lorenzo
Grassi, Fabio Mingolla, Marina Nuzzi, Anna Pedicone Cioffi, Giovanni Polletti, Simone Re, Giancarlo
Spaziani, Gianluca Sterbini, Leonello Zannotti.
altre polemiche, che si concluderanno con l’espulsione di Pasquini dallo SCR nel 1970. Esce dallo SCR
anche Nicola Ferri, che fonda un gruppo denominato “Documentazioni e Ricerche Geonaturali”, che
però avrà vita breve.
Nel 1968 viene fondato il Gruppo Speleologico Autonomo Romano - Speleo Raid, che il 22
giugno 1971 entra nella Sezione di Roma del CAI con il nome di Gruppo Speleologico CAI Roma (GS
CAI Roma).
A seguito delle esplorazioni del CSR nella zona di Esperia, nasce nel 1969 il Circolo Speleologico
Esperiano (CSE). Nello stesso anno viene fondato lo Speleo Club Formia (SCF), che sarà attivo per
alcuni anni. Nel 1970 inizia la sua attività il Gruppo Speleologico Grottaferrata (GSG).
Fra i più importanti esploratori di questo periodo, oltre ai nomi già citati, sono da ricordare:
Mario Franchetti (figlio di Carlo), Giorgio Marzolla, Francesco Pedone, Valerio Sbordoni e Gianfranco
Trovato (CSR), Franco Consolini (GGR), Antonello Antonelli, Italo Bertolani, Claudio Giudici, Alberta
Felici, Antonio Mariani, Massimo Monaci, Maurizio Sagnotti, Gianni Stampacchia e Renato Testa (SCR)
Gianni Befani, Alberto Moretti e Guido Saiza (prima SCR poi ASR), Vittorio Castellani, Sandro De Angelis
e Mario Ranieri (URRI), il grande speleosubacqueo Lamberto Ferri Ricchi e Giulio Cappa, proveniente
da Milano.
LE ESPLORAZIONI
Terminata l’esplorazione dell’Abisso la Vettica, gli interessi degli esploratori si rivolgono verso i
problemi rimasti aperti, soprattutto i grandi inghiottitoi attivi. In questo periodo le tecniche consentono
di colmare questa lacuna.
Dal 1955 al 1959 il CSR inizia le nuove esplorazioni all’Inghiottitoio di Luppa. Al margine di
questa esplorazione nascono e covano i rancori che daranno vita alla scissione di un gruppo che
poi formerà lo SCR. L’esplorazione finale degenera in una competizione tra i due gruppi, nella quale
intervengono anche i carabinieri.
Nel 1956 il CSR conclude le esplorazioni del Catauso di Sonnino.
L’Anxur scopre la Chiavica di Zì Checca, una delle maggiori profondità dell’epoca (-110).
L’URRI compie nel 1959 due importanti esplorazioni: l’Abisso di Pizzo Deta e l’Inghiottitoio
dell’Imele, quest’ultimo con tecniche più vicine all’alpinismo che alla speleologia dell’epoca.
Sempre nel 1959 lo SCR completa l’esplorazione dell’Ovito di Petrella e torna a percorrere
l’Ovito di Pietrasecca.
Ancora nel 1959 Guy Van den Steen (CSR) scopre nell’Inghiottitoio di Val di Varri un ramo che
oggi porta il suo nome; la grotta diventa così la più lunga della regione; il CSR la esplora insieme alla
Risorgenza di Civitella. In entrambe le grotte si ritrova in competizione con lo SCR.
Nel 1960 lo SCR, guidato da Biagio Camponeschi e Massimo Monaci, esplora il Pozzo della Creta
Rossa, già visitato parzialmente pochi anni prima dal CSR.
Nel 1960 il GGR inizia l’esplorazione di un nuovo grande abisso, che dedica al suo fondatore
Franco Consolini, morto in un lancio con il paracadute. Il piccolo gruppo si trova in difficoltà a
Spedizione “Consolini ‘61” dello SCR, un momento di relax al campo. Da sinistra, in piedi: gli inviati del giornale Paese
Sera e B. Camponeschi; seduti: G. Pasquini, G. Stampacchia, R. Trigila, A. Turco, G. Befani, B. Toro, T. Cocozza; in seconda
fila: F. Negrini e il giornalista Mannoni (foto Pais e Saltarelli di Paese Sera; archivio Alberta Felici.)
1969, M. Sagnotti alla manovra di soccorso nell’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta (foto archivio V. Castellani)
1972, esplorazioni dello SCR all’Abisso Vermicano. Da sinistra: C. Semorile, D. Lunghini., A. Antonelli, A. De Martino, P.L:
Bianchetti e (in basso) M. Zampighi (foto M. Zampighi)
24
LE ESPLORAZIONI
Le nuove tecniche portano, oltre a nuovi protagonisti, anche un nuovo modo di cercare
prosecuzioni in grotta. Il GS CAI Roma insieme all’ASR ed ad altri (Fabrizio Ardito, Tullio Bernabei,
Andrea Bonucci, Matteo Diana, Piero Festa, Carlo Germani, Simone Gozzano, Marco Ricci e Marco
Topani) rivisita sistematicamente, a partire dal 1977, l’Ouso di Pozzo Comune, scoprendo nuovi rami
ed inaugurando un nuovo stile di collaborazione fra i gruppi.
Il CSR inizia nel 1979 le esplorazioni nell’Abisso Gemma Gresele, che in breve tempo sarà
collegato all’Abisso di Monte Vermicano (-439 m). Da quel momento la grotta diventa per il CSR la
meta consueta. Con la regia di Stefano Gambari e Maurizio Monteleone, negli anni verranno esplorati
innumerevoli rami, trovato un terzo ingresso (la Tana degli Eretici, 1997) e oggi il CSR è alla ricerca
del quarto.
Il Tri.Ma. inizia le esplorazioni all’Abisso Vallaroce (-401 m), che impegnerà Giulio De Meo e
compagni dal 1977 al 1981. Il lavoro compiuto da questo piccolo gruppo ha aperto la strada alle
esplorazioni di una zona dei Monti Aurunci allora poco conosciuta.
Nel 1983 il GGP CAI Terni con un lungo lavoro di disostruzione entra nel grande reticolo
sotterraneo della Grotta di Cittareale, il cui fondo (-450 m) viene raggiunto nel 1989. Anche qui
le esplorazioni vengono condotte quasi ininterrottamente per alcuni anni, da poche persone (in
particolare Elisabetta Preziosi e Paris Scipioni) con il ritrovamento di molti nuovi rami.
Contemporaneamente il Gruppo Speleologico UTEC Narni (GS UTEC Narni) apre l’imbocco del
Buco del Pretaro, dando vita ad una campagna esplorativa che occasionalmente offre nuovi rami.
Nel 1983 gli speleosub Luigi Ciocca e Matteo Diana compiono una serie di immersioni nel 2°
sifone della Grotta dell’Inferniglio, percorrendolo per ben 350 m. Rinunciano quando mancano solo 20
m alla fine del sifone. Le esplorazioni vengono riprese nel 1991: lo svizzero J.J. Bolanz e i francesi della
Société des Naturalistes d’Oyonnax raggiungono il 5° sifone. La Grotta dell’Inferniglio diventa quindi il
campo estivo abituale per i francesi, in collaborazione con lo SZC: nel 1993 si fermano davanti al 6°
sifone; nel 1997 davanti al 7°; ed infine nel 1998 davanti al 10°.
Nel 1984 il CRdS, trovando una prosecuzione in una grotta già conosciuta, scopre la Grotta di
Monte Fato (-184) ed inizia le ricerche nei comuni di Supino e Gorga, che daranno grandi risultati.
Il 1984 è per il GS CAI Roma l’anno delle grandi esplorazioni: alla base del pozzo d’ingresso
dell’Ouso della Rava Bianca il GS CAI Roma individua la prosecuzione che approfondisce la grotta fino
a -144. Nella sala del lago sifone dell’Ovito di Pietrasecca viene effettuata una risalita che porta alla
scoperta di un bellissimo nuovo ramo. Ma la più importante scoperta dell’anno è, certamente, la Grotta
Grande dei Cervi, aperta, su un’intuizione di Paolo Giaffei, dopo un lungo lavoro di scavo, ancora dal
GS CAI Roma.
Nel 1985 i belgi del Groupe De Recherches Speléologiques De Comblain-Au-Pont scoprono ed
esplorano Buco Marcello, la più estesa cavità nei conglomerati del Lazio.
Importante scoperta archeologica di ASR’86 e GS CAI Latina: nella Grotta Vittorio Vecchi vengono
alla luce ossa umane e tanti reperti (1987).
Inizia una nuova grande avventura dello SCR; la scoperta di un piccolo foro presso Campo
Catino permette l’accesso ad un nuovo esteso sistema sotterraneo, la Grotta degli Urli, percorsa fino
ad un primo fondo (1987). Dopo un periodo di stasi, le esplorazioni riprendono a cura soprattutto
di Marco Mecchia, Andrea Felici, Marina Nuzzi, Anna Pedicone Cioffi, Giovanni Polletti, Simone Re,
Gianluca Sterbini, e si raggiunge un nuovo fondo a -567 m (1989); la Grotta degli Urli diventa così la
più profonda e la più lunga del Lazio.
Approfittando di un prolungato periodo di siccità lo SCR riesce a percorrere la Grotta della Foce
per 400 m (1989).
I subacquei del GS CAI Foligno, in particolare Massimo Bollati, si immergono nella Risorgenza di
Fontana le Mole superando cinque sifoni (1989) e scoprendo un chilometro di nuove gallerie.
Il GS CAI Roma, dopo anni di infruttuosi tentativi ad opera di svariati speleologi romani, riesce
nel 1989 a forzare il fondo dell’Abisso Consolini, dando l’avvio ad una campagna di esplorazioni (in
particolare Sonia Galassi, Andrea Giura Longo, Lorenzo Grassi, Fabio Mingolla, S. Re e Leo Zannotti)
che durerà anni, raggiungendo un nuovo fondo a -555 m.
Pedicone Cioffi supera una strettoia su cui terminava l’Inghiottitoio di Camposecco (1990): il CSR
raggiunge uno stretto sifone a -237 m.
Riprendendo le esplorazioni subacquee iniziate dall’ASR nel 1968, il GS CAI Foligno supera i
sifoni iniziali alla Grotta del Formale (1990), uscendo in un labirinto di gallerie.
Nel 1991 lo SCR completa le esplorazioni dello stretto e scomodo Abisso Enriquez.
Il Tri.Ma. e il GS CAI Latina iniziano nel 1991 le esplorazioni all’Abisso Shish Mahal (-315), che li
terranno impegnati per un paio d’anni.
Nell’ottobre 1991 coadiuvata da un gruppo misto SCR e CSR, Letizia Argenti (CSR) supera con
le bombole il primo sifone della Grotta degli Urli a -567.
Il 1992 è un buon anno per lo SCR: Giudici si immerge nel sifone della Risorgenza la Rologa,
emergendo dopo 180 m in una galleria, tuttora non percorsa. Con il permesso dell’ENEL viene
rivisitata la Grotta del Pertuso, trovando un passaggio che permette di risalire il ramo attivo. Sul primo
pozzo dell’Abisso la Vettica S. Re, con una spettacolare pendolata, scopre il passaggio per un nuovo
ramo verticale, e in breve viene raggiunto il nuovo fondo (-360 m).
1994-2002 - La Federazione Speleologica del Lazio
I MATERIALI E LE TECNICHE
Viene introdotto l’uso del trapano a batteria per un più rapido posizionamento degli attacchi e
dei frazionamenti, sostituendo il vecchio punzone per piantare gli spit; nuovi tipi di chiodi filettati (fix),
più lunghi e di diametro minore, vengono utilizzati sempre più frequentemente. La ricerca di migliorie
nei materiali si rivolge anche al campo dell’illuminazione, vengono sperimentate lampade elettriche che
sfruttano i led al posto delle lampadine tradizionali.
LO SCENARIO NAZIONALE
Aumentano le grotte che superano o avvicinano la profondità di -1000 m, ma la grotta con il
maggiore dislivello resta sempre nelle Alpi Apuane (Toscana): nel 1989 è l’Abisso Ulivifer (-1215 m),
poi l’Abisso Paolo Roversi (-1249 m nel 1993; -1300 nel 2002). La grotta più lunga è il Complesso
Corchia-Fighiera con 50 km di gallerie esplorate. Nel mondo le cavità con maggiore sviluppo sono la
Lamprechstofen (Austria) che raggiunge i -1632 m, la Gouffre Voronja (Georgia) i -1710 m e, infine, la
Gouffre Mirolda che nel 2003 raggiunge i -1733 m di dislivello, mentre la cavità più estesa è Mammoth
Cave System (USA) con oltre 560 km di sotterranei esplorati.
LO SCENARIO REGIONALE
Sull’onda della protesta contro la turisticizzazione dell’Inghiottitoio di Val di Varri, con l’esigenza
di una rappresentanza unica verso le amministrazioni locali, nasce la Federazione Speleologica del
Lazio che raggruppa la quasi totalità dei gruppi attivi nella regione.
Sempre in fermento la vita dei gruppi. Dal GS CAI Roma escono alcuni soci che costituiscono
nuovi gruppi: la Stalattite Eccentrica, l’Associazione Speleologica Egeria e, di nuovo, il Gruppo Grotte
Roma Niphargus.
L’1 settembre 1999 viene approvata dalla Regione Lazio la legge regionale sulla “Tutela del
patrimonio carsico e valorizzazione della speleologia”, che rappresenta l’avvia di rapporti istituzionali
tra le associazioni speleologiche della regione e gli enti locali.
LE ESPLORAZIONI
Il 1994 è un anno ricco di novità: il GS CAI Roma esplora la Grotta Ciaschi, portando nuovi
elementi alla conoscenza di un settore dei Monti Lepini; lo SZC, sotto la guida di Angelo Procaccianti,
esplora l’Abisso Nessuno (-222 m), importante grotta nei Monti Simbruini; lo SCR supera la frana
terminale della Grotta di Monte Fato (Andrea Felici, Anna Pedicone Cioffi e Paolo Turrini), e dopo aver
percorso un lungo meandro Maurizio Barbati, Marco Mecchia, Simone Re e Turrini raggiungono il
nuovo fondo (-336 m); il Gruppo Grotte CAI Teramo scopre un nuovo ramo nella Grotta di Luppa.
Dopo molti anni di abbandono, riprendono le esplorazioni alla Grotta di Pastena: quattro
Luglio 1987: i partecipanti al campo interno all’Abisso Vermicano. Da sinistra: G. Sterbini, S. Sgarbi, A. Pedicone Cioffi,
M. Mecchia, R. Mazza e A. Felici (foto Andrea Felici)
speleologi del GS Ciociaro CAI Frosinone scoprono ed esplorano il Ramo della Luna (1995).
Un lungo scavo, in cui si è prodigato Umberto Randoli, consente al GS CAI Roma di penetrare
nella splendida Grotta del Secchio (1995).
Lo SCR continua a lavorare nelle grotte dell’Altopiano di Gorga, tra le quali vengono rivisitati
l’Ouso a due Bocche di Monte Pisciarello (1995) che con i nuovi rami raggiunge la profondità di -221
m, e l’Ouso di Passo Pratiglio (1996) che in seguito a un’opera di scavo viene percorso fino a -299 m;
alle due esplorazioni partecipano Barbati, Andrea Benassi, Guido Ceccarelli, Stefano Feri, M. Mecchia,
Valerio Olivetti, Giuseppe Paris, Stefano Pianella, Stefano Soro, Aldo Zambardino ed altri.
Dopo i risultati ottenuti dal GS CAI Roma alla Grotta Ciaschi, Alberta Felici e Giulio Cappa
organizzano lo svuotamento con pompe dei sifoni iniziali della Grotta del Formale (1996), superati
in immersione dal GS CAI Foligno qualche anno prima. E’ così possibile percorrere questa importante
cavità senza attrezzature subacquee, realizzando un notevole risultato esplorativo e scientifico.
Giancarlo Spaziani supera un quinto sifone, oltre il quale si aprono vasti ambienti ancora inesplorati.
Il 1996 è anche l’anno in cui il GSG riesce a superare la strettoia al fondo della Grotta dell’Arco,
vincendo l’opinione comune secondo la quale questa frequentatissima grotta non poteva regalare
nuove diramazioni. Ma soprattutto inizia le esplorazioni nella Grava dei Serini, che terranno impegnato
il gruppo per alcuni anni.
Nella Grotta degli Urli, nel 1997 un’impegnativa serie di immersioni nei sifoni finali ad opera degli
speleologi toscani Guidotti e Baroni, si conclude davanti al 3° sifone (-610, nuova massima profondità
del Lazio).
L’ASR’86 (1998) supera le strettoie terminali della Grotta del Rapiglio (Antonella Santini)
esplorandone un nuovo lungo tratto, e dell’Inghiottitoio di Camposecco (S. Re); quest’ultima grotta
termina con un sifone a -415 m.
I subacquei Giorgio Caramanna e Riccardo Malatesta iniziano le immersioni nel Pozzo del Merro,
raggiungendo i 100 m di profondità (1999). Il pozzo continua a scendere verticalmente; si decide
così di chiedere aiuto ai vigili del fuoco. Con tre successive spedizioni viene inviato un robot (ROV) che
scende fino alla profondità di 392 m dal pelo dell’acqua (2002).
Nel 1999 l’ASR’86 (in particolare Francesco Nozzoli, Olivetti, S. Re e Marco Taverniti) inizia le
esplorazioni di nuovi rami nell’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta, dove viene raggiunta la profondità di
300 m. Attualmente la grotta continua su due lunghi e distinti rami.
Lo speleosub Spaziani supera il sifone iniziale, lungo 100 m, della Risorgenza di Zompa lo Zoppo
(1999); quindi il GSGM (Franco Bufalieri, Franco Ciocci, Isabella Triolo ed altri) insieme allo Shaka Zulu
ed ad altri gruppi svuota il sifone con l’uso di pompe, iniziando una serie di esplorazioni in questa
importante cavità nei conglomerati.
Benassi, Turrini ed altri (ARSDEA) nel 2000 raggiungono, con una serie di impegnative
esplorazioni, il sifone terminale dell’Inghiottitoio di Campo di Caccia (-610, anch’esso il più profondo
della regione). Negli anni a seguire l’ARSDEA continuerà ad esplorare nuovi rami della grotta.
Ancora gli speleosub in azione: Marco Giordani e Edoardo Malatesta (ASR’86) esplorano la
Risorgenza di Capo d’Acqua (2000).
Le esplorazioni alla Grotta di Cittareale, mai interrotte, proseguono ad opera di speleologi
marchigiani e umbri che trovano nuove vie per il fondo, (2001). Negli ultimi anni i lavori sono coordinati
da Elisabetta Preziosi e Paris Scipioni dell’Associazione Speleologi Italia Centrale di Capitone (Terni).
Il GS CAI Roma, e Andrea Giura Longo in particolare, continua le esplorazioni dell’Ouso della
Rava Bianca. Aprendo un piccolo buco soffiante (2000), si accede ad una serie quasi ininterrotta di
pozzi, rilevata fino a -676, ma già percorsa fino a profondità maggiori (ottobre 2002). E’ questa oggi
la cavità più profonda del Lazio.
25
Note sulla tecnica di progressione in grotta
La tecnica di grotta è un insieme di tecnica di progressione, criteri di movimento e conoscenze
che permette di muoversi negli ambienti sotterranei naturali, con il minimo impegno fisico e la massima
sicurezza.
Questa tecnica, tradizionalmente ed in particolar modo negli ultimi anni, tende ad essere uguale
su tutto il territorio italiano. Questo è possibile perché elementi tecnici e materiali così specifici sono più
facilmente assimilabili e gestibili tramite i gruppi speleologici organizzati che hanno, tra loro, sempre
più contatti e scambi d’informazioni. Anche per questo motivo è opportuno avvicinarsi alla speleologia
frequentando uno dei corsi di primo livello che ogni anno sono organizzati dai gruppi speleologici
italiani.
A questo processo d’uniformazione ha contribuito la struttura speleologica del Corpo Nazionale
di Soccorso Alpino e Speleologico e la pubblicazione di manuali tecnici a diffusione nazionale.
La tecnica di esplorazione - La ricerca nelle aree carsiche e l’esplorazione di nuove grotte sono
il fondamento della speleologia, disciplina che come nessun’altra, oggi, unisce l’aspetto scientifico e
sportivo con l’esplorazione geografica.
Tra gli speleologi il termine “esplorazione”, significa scoprire e scendere in una grotta
“nuova”, cioè dove nessun uomo è mai entrato prima, oppure in diramazioni inesplorate di grotte già
conosciute.
L’osservazione dell’ambiente, il rilevamento, la scoperta di nuove grotte, quindi l’applicazione
di tecniche basate sulle conoscenze scientifiche, possono essere complessivamente definiti come
“tecniche di esplorazione”.
La descrizione della tecnica di grotta e della tecnica di esplorazione esula dalle intenzioni di
quest’opera. Consigliamo a chi vuole approfondire l’argomento, la lettura di testi specifici. Riteniamo
comunque opportuno dare, a chi sta avvicinandosi adesso alla speleologia, quelle che attualmente
sono le linee generali di comportamento e le basi della tecnica di grotta adottate dalla comunità
speleologica per la progressione e la sicurezza nell’attività.
L’ambiente e la tecnica
L’ambiente ipogeo naturale è costituito da elementi minerali quali roccia, acqua e dall’aria.
Tuttavia le caratteristiche ambientali e morfologiche delle grotte possono variare molto tra le diverse
aree geografiche ed anche tra grotte dello stesso massiccio montuoso.
Gli aspetti morfologici e ambientali che influiscono sulla difficoltà, sulla pericolosità e quindi
sull’impegno complessivo per la progressione, sono la dimensione e la forma degli ambienti, l’acqua,
la temperatura, la qualità della roccia, la profondità e la lunghezza della cavità ma anche l’ambiente
esterno, generalmente di montagna, che richiede conoscenza specifica e attenta valutazione.
A questa varietà di caratteristiche si adeguano opportunamente le tecniche ed i materiali
utilizzati. Tra le oltre 1400 grotte naturali conosciute nella regione Lazio, esistono esempi dei
diversi ambienti e morfologie. La maggior parte delle cavità si sviluppa verticalmente, quindi per
visitarle è necessario usare le tecniche di progressione su corda, specifiche per la speleologia; altre
sono caratterizzate dalla presenza di tratti allagati che obbligano gli speleologi ad usare mute per
proteggersi e materiali stagni e galleggianti per avanzare. In alcune grotte, è possibile esplorare tratti
completamente sommersi, i “sifoni”, con la tecnica della speleologia subacquea, praticata nella nostra
regione da pochi “speleosub” che hanno esplorato diversi condotti sotterranei lunghi molte centinaia
di metri. Questa pericolosa attività, assolutamente specialistica, impone all’esploratore una rigorosa
osservanza delle norme di sicurezza.
I meandri e le strettoie sono strutture peculiari delle grotte. I primi sono ambienti costituiti da due
pareti opposte più o meno vicine, a volte tortuosi, stretti, bagnati, fangosi o parzialmente ostruiti da
massi di frana. La progressione in meandri con queste caratteristiche è molto faticosa. Generalmente,
le grotte più impegnative sono quelle che hanno lunghi tratti di meandro stretto.
La strettoia è un breve tratto di grotta le cui dimensioni rendono difficile e selettivo il passaggio
del corpo.
Vestiario e illuminazione
La temperatura in grotta non scende sotto lo zero, ma l’umidità dell’aria e l’acqua, che spesso
insieme al fango bagna gli indumenti, rendono il freddo delle grotte fastidioso e capace di far perdere
allo speleologo molta energia.
Una tuta in nylon robusta, comoda, traspirante e un “sottotuta” termico sono gli indumenti base,
ma per limitare la dispersione di calore può essere importante soprattutto quando si è fermi, coprire
bene testa, mani e piedi, che sono le parti del corpo che cedono più calore. Valido, come sempre, per
conservare il calore, il metodo di copertura del corpo con più strati d’indumenti sottili.
Le calzature più usate sono gli stivali di gomma con la suola scolpita; in alternativa sono
usati scarponi da montagna. Il casco da roccia, indispensabile, oltre a proteggere la testa, serve a
sostenere gli impianti d’illuminazione.
L’illuminazione dello speleologo è composta da due sistemi indipendenti: uno principale a gas
acetilene ed uno elettrico. Un’apposita bombola con carburo di calcio e acqua produce per reazione
chimica il gas che è trasferito con un sottile tubo di gomma al casco dove, da un beccuccio in ceramica,
brilla la fiamma accesa da un accenditore piezoelettrico. Il secondo impianto, elettrico, è alimentato da
batterie ed utilizza lampadine normali o alogene e dall’anno 2001 si stanno diffondendo rapidamente
anche fotofori a diodi luminosi (LED).
Per evitare il cattivo funzionamento di questi impianti, è necessaria un’attenta e costante
manutenzione. Lo speleologo deve essere autonomo. Per questo é fondamentale non avere mai
bisogno della luce degli altri e portare ognuno con sè acqua e carburo.
Forza e movimento
Le grotte più impegnative, che non sempre sono le più profonde, richiedono esperienza,
allenamento e una buona organizzazione di squadra.
Per utilizzare al meglio le energie e privilegiare la sicurezza, conviene muoversi con calma e
concentrazione, evitando di spostarsi velocemente, soprattutto nei passaggi faticosi o tecnici.
Durante le lunghe percorrenze in grotta, lo speleologo esperto procede con passo regolare
e limita le soste al minimo indispensabile; quando si ferma per aspettare altri, usa il tempo delle
inevitabili soste per fare la manutenzione dell’impianto d’illuminazione, mangiare, bere, ecc.
L’intensità del respiro e della sudorazione sono indicatori inequivocabili del modo con cui lo
speleologo si sta muovendo. Sudare più del necessario è un errore che nelle lunghe permanenze
in grotta si paga con la disidratazione e la perdita di calore; inoltre, muoversi bene, con calma e
concentrazione, riduce molto il rischio d’incidenti come le scivolate e la caduta di pietre. Nei meandri
stretti è fondamentale controllare bene il proprio movimento, specialmente se si trasporta il sacco
carico di materiali. È conveniente pensare ai movimenti prima di farli, limitare l’attrito con la roccia,
adattare la tecnica di trasporto del sacco ai diversi passaggi e togliersi di dosso tutto ciò che può
impigliarsi come cordini, moschettoni, attrezzi, ecc.
Per evitare improvvisi indebolimenti dovuti ad un bilancio energetico sfavorevole, è necessario
bere e consumare piccoli pasti frequentemente.
Nell’attività speleologica, l’aspetto mentale è strettamente legato a quello fisico, e assume
una grande importanza nelle lunghe e faticose permanenze in grotta, dove è necessario adattarsi
all’ambiente e gestire le proprie risorse con equilibrio e autocontrollo. Lo speleologo che ha queste
capacità riesce a conservare tale comportamento anche dopo molte ore d’attività, quando la
stanchezza e i pericoli ad essa legati chiedono un elevato livello d’attenzione.
Data questa premessa, è evidente che gli aspetti tecnici e comportamentali tesi ad una
conveniente gestione delle energie, quindi all’alimentazione, al bilancio termico, al movimento
individuale e di squadra, assumono un’importanza determinante solo nelle esplorazioni più dure,
quando è necessario gestire un elevato impegno psicofisico per molte ore consecutive. Le norme di
sicurezza, diversamente, devono essere sempre considerate fondamentali, anche nelle brevi e facili
esplorazioni.
Arrampicare
Una caratteristica tipica dell’arrampicare in grotta, è la frequente possibilità di sfruttare pareti
opposte e di usare quindi le efficaci tecniche di “opposizione” o “contrasto” con tutto il corpo,
comprese schiena, cosce, spalle ecc.
Valgono le regole del movimento sopra descritte e quelle della normale arrampicata in roccia:
sfruttare il più possibile la forza delle gambe risparmiando quella delle braccia, tenere il corpo staccato
dalla parete, studiare prima i movimenti e farli poi in sequenza ordinata, recuperare l’energia prima
di affrontare i passaggi duri o insidiosi respirando correttamente e rilassando i muscoli, evitare, se
possibile, di usare appoggi o appigli distanti.
Tecnica di progressione su corda
Specifica per la speleologia, è basata sul metodo delle “corde fisse”, sulle quali lo speleologo si
muove in modo autonomo, per superare tratti verticali e proteggersi nei passaggi esposti.
Nel gergo speleologico, l’azione di disporre i chiodi e le corde nelle grotte, si dice “armare”;
i tratti verticali sono detti pozzi, i tratti molto ripidi sono detti scivoli e i passaggi orizzontali che
necessitano di essere armati con corda sono detti traversi.
Le corde sono ancorate alla roccia con tasselli ad espansione d’acciaio (spit – fix) o ad ancoraggi
naturali come spuntoni, colonne, “clessidre” e massi. Per il collegamento della corda ai chiodi si usano
anelli, piastrine, moschettoni d’acciaio o d’alluminio e cordini.
Quando sulla corda transita uno speleologo, questa non deve fare attrito contro la roccia, per
evitare lesioni e anche distacchi di pietre dalle pareti. Per questo, lungo le pareti nei punti dove é
necessario, sono usati ancoraggi per fissare o deviare la corda, detti frazionamenti e deviatori.
Usando una buona tecnica di movimento e prestando la dovuta attenzione, la progressione su
corda è efficace, sicura e poco faticosa.
Prima di affrontare un tratto armato con corda, è opportuno controllare tutta la propria
attrezzatura, l’impianto d’illuminazione, assicurare bene il sacco all’imbracatura, e quindi muoversi
con cautela per evitare di far cadere sassi nei pozzi.
È una buona regola controllare sempre, personalmente, lo stato delle corde e degli ancoraggi
ad ogni passaggio e anche di averli lasciati posti correttamente dietro di sé.
Nelle grotte con molti tratti attrezzati con corda, è necessario organizzare il movimento di
squadra: distribuire opportunamente i materiali e procedere distanziati l’uno dall’altro per evitare di
dover sopportare lunghe soste al freddo nell’attesa che la corda si liberi.
Per salire pareti in esplorazione, è usata la tecnica di arrampicata artificiale, derivata
dall’alpinismo.
Pericoli e prevenzione
Gli speleologi attivi in Italia, quasi tutti organizzati in gruppi, sono circa duemila a cui si
aggiungono alcune migliaia che hanno brevi e occasionali esperienze con le grotte (Dati riferiti agli
anni novanta).
Le statistiche sugli incidenti nell’attività speleologica nello stesso periodo, dimostrano che questi,
in Italia, sono circa venticinque ogni anno di cui cinque gravi e meno di due mortali.
Alla luce di questi dati possono essere fatte alcune considerazioni: il numero di incidenti è
relativamente esiguo perché l’esplorazione delle grotte necessita di tecniche molto specifiche e la
maggior parte degli speleologi forma la sua esperienza nelle “scuole di speleologia” dei gruppi,
dove sono fornite le nozioni di base e i materiali tecnici per la progressione e la sicurezza, uniformi
sul territorio nazionale. Le condizioni ambientali ipogee, inoltre, sono naturalmente stabili nel
tempo; le variabili si riducono a poche e prevedibili eventualità: (es. piene causate da forti piogge).
Contrariamente, l’ambiente montano esterno, morfologicamente più vario e complesso, è soggetto
alle variazioni climatiche stagionali e meteorologiche. Infine, l’attività speleologica non comprende la
ricerca della difficoltà e quindi del pericolo come aspetto sportivo, come, al contrario, avviene in altre
attività legate alla montagna.
Le principali cause di lesioni in speleologia sono, nell’ordine, le scivolate e la caduta di pietre,
dirette conseguenze dell’imperizia e della disattenzione. Altre cause, meno frequenti, sono gli errori
di manovra sulle corde e il cedimento degli ancoraggi su roccia. Il sonno, la stanchezza e la perdita
dell’autocontrollo sono condizioni che aumentano molto il rischio d’incidenti.
Esistono alcune importanti regole di comportamento da adottare in caso d’incidente: dominare
l’ansia ed evitare azioni impulsive al fine di non aggravare la situazione con errori di valutazione o
altri incidenti.
Il più esperto deve assumere il controllo delle azioni del gruppo e quindi coordinare i primi
soccorsi al ferito. È opportuno che tutti gli speleologi conoscano le tecniche di primo soccorso ad
un infortunato perché le condizioni ambientali delle grotte, specialmente il freddo e l’acqua, possono
compromettere la sua sopravvivenza.
Il Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico
Il C.N.S.A.S., sezione speciale del Club Alpino Italiano, è un’efficiente struttura presente su tutto
il territorio nazionale. La sezione speleologica, con circa settecento speleologi volontari, è formata da
13 delegazioni regionali. Nella regione Lazio esiste da quaranta anni, con sede a Roma, una squadra
di speleologi.
Riportiamo, qui in seguito, lo schema sulle procedure per la richiesta d’intervento di soccorso,
elaborato e diffuso dallo stesso C.N.S.A.S.
Valutare la gravità delle ferite dell’infortunato basandosi su osservazioni evidenti: risponde
alle domande? Può muoversi? Respira con fatica? Ha un battito cardiaco apprezzabile? Ha lesioni
esterne?
Non lasciare mai solo l’infortunato, a meno che non sia assolutamente necessario.
Avvisare il C.N.S.A.S. tramite i numeri di telefono diffusi dalla stessa organizzazione. Allertare,
preferibilmente, prima il delegato di zona o il vice-delegato o il caposquadra.
Comunicare in modo chiaro le proprie generalità e quelle della persona infortunata, la natura
dell’incidente e le sue conseguenze, la località in cui è accaduto, e tutte le informazioni sulla grotta che
possono essere utili. Specificare il numero del telefono da cui si sta parlando.
Attendere una chiamata di conferma con eventuali istruzioni da parte dei responsabili
delle operazioni. Non allontanarsi dal telefono da cui si dà l’allarme.
26
27
EVOLUZIONE GEOLOGICA DELL’APPENNINO LAZIALE-ABRUZZESE...............................................................0
RIQUADRO 1 – “LE LITOFACIES CARBONATICHE”........................................................................................................0
Le piattaforme carbonatiche ............................................................................................................0
LA PIATTAFORMA CARBONATICA LAZIALE-ABRUZZESE ...............................................................................................0
LA PIATTAFORMA CARBONATICA MORRONE-PIZZALTO-ROTELLA ....................................................................................0
I bacini di mare aperto e le zone di raccordo con la piattaforma.............................................................0
LA SUCCESSIONE UMBRO-MARCHIGIANO-SABINA ....................................................................................................0
LA SUCCESSIONE TOSCANA.........................................................................................................................0
La sedimentazione calcarea nel Langhiano-Serravalliano ......................................................................0
La costruzione dell’Appennino centrale e il carsismo ...........................................................................0
LA STRUTTURAZIONE DELLA CATENA APPENNINICA ..................................................................................................0
L’INIZIO DELLA CARSIFICAZIONE DOPO LA STRUTTURAZIONE .........................................................................................0
LA CATENA DERIVANTE DALLA DEFORMAZIONE DEL DOMINIO DI PIATTAFORMA CARBONATICA ..........................................................0
LA DORSALE DEI VOLSCI .............................................................................................................................................................................. 0
I MONTI SIMBRUINI-ERNICI .......................................................................................................................................................................... 0
I MONTI CARSEOLANI ................................................................................................................................................................................. 0
RIQUADRO 2 – “IL GRADO DI CARSIFICAZIONE DELLA CATENA APPENNINICA LAZIALE-ABRUZZESE”...................................................0
IL MASSICCIO DI MONTE VELINO-MONTE NURIA E LA MARSICA OCCIDENTALE............................................................................................................... 0
L’ETEROGENEITÀ DELLA CATENA E IL CARSISMO ................................................................................................................................................... 0
LA CATENA DERIVANTE DALLA DEFORMAZIONE DEI DOMINI DI BACINO................................................................................0
IL LAZIO NORD-OCCIDENTALE E LA SABINA ....................................................................................................................................................... 0
L’AREA DI MONTE PRATO-MONTE LAGHETTO NEI MONTI SIBILLINI MERIDIONALI .......................................................................................................... 0
LE DIFFERENZE DI CARSIFICAZIONE FRA LE LITOFACIES CARBONATICHE ...............................................................................0
IL CARSISMO SOTTERRANEO NELLA FALDA TOSCANA E NELLA FALDA UMBRO-MARCHIGIANO-SABINA..................0
Il Lazio Nord-occidentale ................................................................................................................0
IL MONTE CANINO E I TRAVERTINI DEL FIUME FIORA ..............................................................................................0
LA “SPINA” CALCAREA DI MONTE CANINO ........................................................................................................................................................ 0
LE PIASTRE DI TRAVERTINO DEL FIUME FIORA ................................................................................................................................................... 0
RIQUADRO 3 – “I TRAVERTINI” .................................................................................................................0
I MONTI DELLA TOLFA............................................................................................................................0
IL MONTE DELLE FATE................................................................................................................................................................................ 0
RIQUADRO 4 – “GROTTE EPIGENICHE E GROTTE IPOGENICHE DEL LAZIO” ..........................................................................0
I TRAVERTINI DI SANTA SEVERA..................................................................................................................................................................... 0
RIQUADRO 5 – “LE GROTTE NEI TERRENI VULCANICI”.............................................................................................0
LE LAVE DI MONTE VENERE SUL VULCANO DI VICO ................................................................................................0
ALTRI AFFIORAMENTI DI TRAVERTINO, CONGLOMERATI E TUFI .......................................................................................0
IL MONTE SORATTE ..............................................................................................................................0
L’UNITÀ TETTONICA “DI MONTE SORATTE”........................................................................................................................................................ 0
RIQUADRO 6 – “I GRANDI AMBIENTI CARSICI SOTTERRANEI” ......................................................................................0
L’UNITÀ TETTONICA “DI SANT’ORESTE” ........................................................................................................................................................... 0
I TRAVERTINI DI FIANO ROMANO.................................................................................................................................................................... 0
I TRAVERTINI DI CIVITA CASTELLANA................................................................................................................................................................ 0
La dorsale Monte Cosce–Monti di Narni e il settore sabino dell’Unità dei Monti Martani ..............................0
LA DORSALE MONTE COSCE-MONTI DI NARNI .....................................................................................................0
I TRAVERTINI DI CALVI NELL’UMBRIA............................................................................................................................................................... 0
IL SETTORE DEI MONTI SABINI SETTENTRIONALI A OVEST DELLA FAGLIA SABINA ...................................................................0
La falda Sabina, i Monti Reatini, i Monti Sibillini, il Circeo.....................................................................0
I MONTI SIBILLINI MERIDIONALI ...................................................................................................................0
I MONTI REATINI.................................................................................................................................0
GLI AFFIORAMENTI DI TRAVERTINO NELLA VALLE DEL FIUME VELINO ......................................................................................................................... 0
LA SABINA.......................................................................................................................................0
UNITÀ 1 DELLA SABINA: IL MONTE MORRA...................................................................................................................................................... 0
UNITÀ 2 DELLA SABINA: IL MASSICCIO DI MONTE GENNARO E I MONTI CORNICOLANI .................................................................................................... 0
RIQUADRO 7 – “CLASSIFICAZIONE DELLE GROTTE FREATICHE: IL ‘FOUR STATE MODEL’ DI FORD & EWERS (1978)” ............................0
I TRAVERTINI DELLE ACQUE ALBULE................................................................................................................................................................ 0
UNITÀ 3 DELLA SABINA: MONTI SABINI SETTENTRIONALI, MASSICCIO DI MONTE FOLLETTOSO-MONTE MARCONE E MONTI TIBURTINI .......................................... 0
I DEPOSITI DI TRAVERTINO DEI FIUMI NERA, FARFA E ANIENE ................................................................................................................................ 0
UNITÀ 4 DELLA SABINA: MONTI SABINI ORIENTALI, MONTI RUFFI E MONTI PRENESTINI ................................................................................................ 0
IL MONTE CIRCEO ................................................................................................................................0
IL CARSISMO SOTTERRANEO NELLA FALDA LAZIALE-ABRUZZESE................................................................0
La dorsale dei Volsci ......................................................................................................................0
GROTTE E SPROFONDI NELLA PIANURA PONTINA ...................................................................................................0
LA PIASTRA DI TRAVERTINO DI CISTERNA DI LATINA............................................................................................................................................. 0
GLI ALTRI SPROFONDI ................................................................................................................................................................................. 0
I MONTI LEPINI ..................................................................................................................................0
L’UNITÀ TETTONICA OCCIDENTALE DEI MONTI LEPINI ............................................................................................................................................. 0
L’UNITÀ TETTONICA ORIENTALE DEI MONTI LEPINI................................................................................................................................................ 0
RIQUADRO 8 – “IL CONTROLLO STRUTTURALE NELLO SVILUPPO DELLE GROTTE” ....................................................................0
IL MONTE SISERNO ................................................................................................................................................................................... 0
I MONTI AUSONI .................................................................................................................................0
IL SETTORE OCCIDENTALE DEI MONTI AUSONI..................................................................................................................................................... 0
RIQUADRO 9 – “MORFOLOGIE CARSICHE IPOGEE: I CONDOTTI VADOSI E I CONDOTTI FREATICI”......................................................0
IL SETTORE ORIENTALE DEI MONTI AUSONI ....................................................................................................................................................... 0
I MONTI AURUNCI ................................................................................................................................0
UNITÀ DI MONTE CEFALO–MONTE LAUZO........................................................................................................................................................ 0
UNITÀ DI MONTE PETRELLA ......................................................................................................................................................................... 0
LE GROTTE NEL CONGLOMERATO DEL PROMONTORIO DI GIANOLA.............................................................................................................................. 0
Le dorsali Monti Simbruini–Monti Ernici–Monte Cairo–Monti di Venafro-Monte Maio...................................0
I MONTI SIMBRUINI ..............................................................................................................................0
IL SETTORE NORD-ORIENTALE DEI MONTI SIMBRUINI ........................................................................................................................................... 0
LA CONCA DI VALLEPIETRA E LA DORSALE MONTE TARINO–MONTE TINTEROSSE.......................................................................................................... 0
IL MONTE AUTORE .................................................................................................................................................................................... 0
IL SETTORE CENTRALE DEI MONTI SIMBRUINI ..................................................................................................................................................... 0
L’AREA DI CERVARA DI ROMA ....................................................................................................................................................................... 0
LE PROPAGGINI NORD-OCCIDENTALI DEI MONTI SIMBRUINI..................................................................................................................................... 0
LA VALLE DELL’ANIENE............................................................................................................................................................................... 0
RIQUADRO 10 – “I POZZI D’INGRESSO E L’ACQUIFERO EPICARSICO” ..............................................................................0
I MONTI ERNICI ..................................................................................................................................0
I MONTI ERNICI NORD-ORIENTALI .................................................................................................................................................................. 0
I MONTI ERNICI SUD-OCCIDENTALI.................................................................................................................................................................. 0
LA VALLE LATINA...................................................................................................................................................................................... 0
IL MONTE CAIRO.................................................................................................................................0
IL MASSICCIO CALCAREO DI MONTE CAIRO ......................................................................................................................................................... 0
I DEPOSITI DI TRAVERTINO............................................................................................................................................................................ 0
LE GROTTE NELLE PUDDINGHE DI SANTOPADRE................................................................................................................................................... 0
IL MONTE MAIO .................................................................................................................................0
I MONTI DI VENAFRO.............................................................................................................................0
La catena Velino-Nuria-Giano, i Monti Carseolani, il Monte Val di Varri, la Marsica occidentale
e il massiccio della Meta–Mainarde...................................................................................................0
LE CATENA MONTE GIANO–MONTE NURIA–MONTE VELINO .......................................................................................0
MONTE GIANO–MONTE GABBIA .................................................................................................................................................................... 0
MONTE NURIA.......................................................................................................................................................................................... 0
MONTE VELINO–MONTE SAN ROCCO.............................................................................................................................................................. 0
I MONTI CARSEOLANI.............................................................................................................................0
MONTE PIANO.......................................................................................................................................................................................... 0
L’UNITÀ PIETRASECCA-TUFO BASSO ................................................................................................................................................................ 0
L’UNITÀ ROCCACERRO-MONTE GUARDIA D’ORLANDO ........................................................................................................................................... 0
RIQUADRO 11 – “GLI INGHIOTTITOI ALLOGENICI”................................................................................................. 0
LE UNITÀ MONTE VALMINIERA-TAGLIACOZZO E MONTE GIRIFALCO-MONTE ARUNZO...................................................................................................... 0
LA DORSALE MONTE VAL DI VARRI–MONTE FAITO................................................................................................0
LA MARSICA OCCIDENTALE ........................................................................................................................0
LA DORSALE DI MONTE MARCOLANO............................................................................................................................................................... 0
LA DORSALE DI MONTE CORNACCHIA............................................................................................................................................................... 0
LE BRECCE DI CAMPOLI APPENNINO................................................................................................................................................................ 0
I MONTI DELLA META-MAINARDE.................................................................................................................0
LE DORSALI DI MONTI CASTELNUOVO, ROCCHETTA AL VOLTURNO E PIZZONE .......................................................................0
PARTE II - IL CARSISMO SOTTERRANEO DEL LAZIO
28
EVOLUZIONE GEOLOGICA DELL’APPENNINO LAZIALE-ABRUZZESE
Le montagne dell’Appennino laziale-abruzzese sono il risultato di una storia geologica lunga
e articolata, che prese l’avvio all’inizio dell’era Mesozoica, nel Triassico medio (circa 230 milioni di
anni fa). Nel Lazio, infatti, le testimonianze più antiche della storia geologica del proto-Appennino si
trovano nei Monti Romani, presso il confine con la Toscana, dove la trasgressione marina e l’inizio di
un nuovo ciclo sedimentario sono segnalati dalla presenza di sedimenti clastici grossolani di ambiente
da continentale a litorale (il “Verrucano”).
Nel Triassico sup., il cambiamento di ambiente in un bacino di acque poco profonde o di
circolazione ristretta, determinò la sedimentazione dei depositi evaporitici delle “Anidriti di Burano”
nell’area tosco-umbro-marchigiana, che già in questo periodo era separata dall’area laziale-abruzzese
da importanti faglie (linea Ancona-Anzio) (CENTAMORE ET ALII, 2002). Gradualmente iniziarono poi a
deporsi sedimenti carbonatici di acqua sottile, dapprima dolomitici poi calcarei (“Calcare Massiccio”),
che andarono a costituire una piattaforma estesa a gran parte dell’Appennino centrale (“paleo-
piattaforma”) (Fig. 1).
Nel Lias medio la paleo-piattaforma si disarticolò per cause tettoniche. In un vasto settore
dell’area laziale-abruzzese si conservarono le condizioni ambientali di piattaforma carbonatica, mentre
all’esterno l’annegamento dell’originaria piattaforma diede luogo a bacini di mare aperto (Fig. 2).
RIQUADRO 1 – “LE LITOFACIES CARBONATICHE”
Le “litofacies” riuniscono le rocce in gruppi che riflettono condizioni ecologiche e
deposizionali analoghe, legate ad un determinato ambiente sedimentario; identificando la componente
faunistica e floristica si distinguono le facies di età diversa. Applicando questi criteri alle successioni
carbonatiche affioranti nell’Appennino centrale, ACCORDI & CARBONE (1988) hanno identificato 27 litofacies
carbonatiche fondamentali, ognuna costituita da un certo numero di litotipi. Le litofacies evidenziano
l’evoluzione della sedimentazione succedutasi nel tempo a causa dei cambiamenti nei rapporti tra i
parametri fondamentali (subsidenza tettonica, sedimentazione, variazioni del livello marino).
Fra le caratteristiche di cui si tiene conto nello studio di un litotipo, oltre ai caratteri litologici
generali, è compresa l’osservazione sul campo delle sequenze cicliche, dei cambiamenti di facies
e delle strutture sedimentarie, mentre al microscopio e in laboratorio si definiscono la tessitura, la
porosità e permeabilità, la mineralogia e la geochimica della roccia. E’ evidente che tutte queste
caratteristiche concorrono a differenziare la risposta della roccia ai processi carsici.
Per descrivere i fenomeni carsici, nella realizzazione di questo volume si è scelto di utilizzare
la suddivisione dei terreni geologici riportata nelle “Note illustrative alla Carta delle litofacies del Lazio-
Abruzzo ed aree limitrofe” di ACCORDI & CARBONE (1988); quindi, in tutta la documentazione di seguito
riportata (carte, profili geologici, colonne stratigrafiche) si farà riferimento alla numerazione delle
litofacies della suddetta pubblicazione; solo alcune piccole modifiche sono state apportate, allo scopo
di mettere in maggiore risalto alcuni aspetti importanti per il carsismo.
Nell’introduzione alla parte successiva di questo libro è riportata la legenda utilizzata per
tutti i profili geologici. Uno schema, tratto da ACCORDI & CARBONE (1988), del contesto ambientale in cui,
nel tempo, si sono sedimentate le litofacies carbonatiche è riportato in questo capitolo in figura 1.
Per quanto riguarda la cartografia geologica, uno sguardo d’insieme è fornito dalla già
citata carta delle litofacies di ACCORDI & CARBONE (1988), alla scala 1:250.000, che comprende tutta
l’area di studio ad eccezione della valle del Fiora a NW e dei M. Sibillini meridionali a NE, e dal “Modello
litostratigrafico-strutturale della Regione Lazio” di BIGI, COSENTINO, PAROTTO (1988), alla stessa scala, che
comprende tutto il territorio regionale.
Relativamente alla geologia delle singole aree carsiche, sono state utilizzati i Fogli della
Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 e 1:50.000, e numerose altre fonti a scala anche molto
più di dettaglio, indicate nel testo.
Le piattaforme carbonatiche
LA PIATTAFORMA CARBONATICA LAZIALE-ABRUZZESE
La “piattaforma carbonatica” doveva avere un aspetto simile a quello delle odierne Bahamas
(Fig. 2). Questa grande struttura rocciosa di forma tabulare, fu prodotta in condizioni di acque marine
basse dalla deposizione di fanghi e gusci calcarei. La sedimentazione avvenne di pari passo con la
subsidenza della piattaforma, consentendo quindi la conservazione dell’ambiente di deposizione (Fig.
1); così, nell’arco di quasi 200 milioni di anni i depositi calcarei raggiunsero uno spessore complessivo
di oltre 4000 metri.
Durante il Cretacico inf. la piattaforma rimase in relativa quiete tettonica. Piccoli disequilibri
tra velocità di sedimentazione e variazioni del livello della lama d’acqua determinavano l’alternanza
di fasi cicliche di sommersione (con deposizione di calcari) e di esposizione all’atmosfera (con
Figura 1 - Rappresentazione schematica delle principali fasi evolutive della piattaforma carbonatica laziale-abruzzese
e del bacino umbro-sabino dal Trias sup. al Miocene medio (da ACCORDI & CARBONE, 1988).
Figura 2 - In alto: il margine Nord-orientale del Great Bahama Bank, occupato da un’ampia fascia di sabbie oolitiche
solcate da canali tidali (da Bosellini, 1985). In basso: distribuzione delle facies nell’Appennino centrale. Il M. Soratte
e l’Isola di Zannone sono state interpretate, pur con incertezze, come correlate alle unità toscane (da Parotto &
Praturlon, 1975).
29
sviluppo di cavità carsiche singenetiche). E’ infatti opportuno sottolineare che una parte consistente
dei depositi calcarei si sedimenta a profondità inferiori ai 10 m sotto il livello del mare. Importante,
per l’impostazione del carsismo in tempi molto successivi, è la deposizione durante l’Aptiano sup.
del “livello argilloso-marnoso-calcareo a Orbitolina” (tipico macroforaminifero dal guscio lenticolare
del diametro di qualche millimetro), con resti di organismi che indicano apporti di acqua dolce, di
probabile ambiente lagunare in condizioni prossime alla continentalità.
Nel Cretacico sup. le vicende geodinamiche in cui la piattaforma era coinvolta comportarono
importanti modificazioni paleogeografiche, con attivazione di faglie, sollevamento ed emersione delle
parti interne dei “blocchi” e annegamento dei settori periferici. Nelle zone più interne e sollevate
si sviluppò un’intensa attività carsica, con formazione di terre rosse e bauxiti, depositi ricchi di
allumosilicati residui insolubili della dissoluzione dei calcari, forse connessi anche a eruzioni vulcaniche
che contemporaneamente interessavano zone circostanti.
Situazioni simili a quelle della piattaforma carbonatica mesozoica si rinvengono anche sulle
coste carbonatiche attuali, con differenze di comportamento fra aree tropicali e aree subtropicali a
causa delle influenze climatiche sulla deposizione dei carbonati. Fenomeni carsici ipogei, analoghi
a quelli che si sviluppano lungo le coste delle piattaforme carbonatiche attualmente in formazione
(Bahamas, Bermuda, Porto Rico, Yucatàn, Tonga, costa Australiana, ecc.) dovevano essere diffusi
anche durante il Mesozoico. In un’isola carbonatica attuale si rinvengono condotti carsici originati sia
in corrispondenza della superficie topografica (per infiltrazione delle acque piovane e sviluppo dei
condotti attraverso la zona vadosa), sia sulla superficie piezometrica (cioè alla sommità della lente di
acqua dolce che riceve le acque di infiltrazione), sia sul fondo della lente di acqua dolce, dove le acque
salate marine si miscelano con l’acqua di falda (MYLROIE & CAREW, 2000, Fig. 3).
Comunque, le cicliche glaciazioni avvenute nel Quaternario hanno determinato significative
differenze nell’evoluzione del carsismo delle piattaforme carbonatiche rispetto a quanto avvenuto nelle
piattaforme attive nel Mesozoico; infatti, le variazioni eustatiche del livello del mare provocate dalle
glaciazioni hanno comportato la traslazione verticale della lente di acqua dolce in un intervallo di un
centinaio di metri, favorendo così lo sviluppo del carsismo.
Nonostante la notevole estensione che i fenomeni carsici devono aver raggiunto nel lungo
lasso di tempo rappresentato dall’era Mesozoica, non sono giunte a noi cavità ipogee percorribili (o
almeno non sono state ancora scoperte). Come generalmente avviene, anche nell’Appennino alla
fase speleogenetica è seguito il seppellimento dell’area sotto altri depositi. In queste condizioni la
porosità della roccia progressivamente diminuisce anche se probabilmente non si annulla mai del
tutto; comunque, le cavità che sopravvivono al seppellimento (“paleocarsismo”) possono avere
dimensioni anche considerevoli e, in ogni caso, i vuoti che permangono aumentano la porosità totale
dell’ammasso roccioso e possono facilitare la carsificazione successiva (KLIMCHOUK & FORD, 2000a). Dal
punto di vista idrogeologico ne consegue che un acquifero carsico ha la proprietà di “ricordare” tutti i
suoi stati precedenti anche se molto lontani nel tempo (KIRALY, 1975).
LA PIATTAFORMA CARBONATICA MORRONE-PIZZALTO-ROTELLA
Durante il Mesozoico, a Est della piattaforma carbonatica laziale-abruzzese, e da questa
separata da un bacino marino del quale oggi quasi non rimangono tracce, s’incontrava una seconda
piattaforma carbonatica (Fig. 2), denominata di “Morrone-Pizzalto-Rotella” (D’ANDREA ET ALII, 1992).
Verso NE la piattaforma arrivava a comprendere la Maiella, mentre verso Sud si spingeva almeno fino
al M. Alpi, in Basilicata.
L’area di studio considerata in questo volume comprende anche la piccola dorsale di M.
Castelnuovo, costituita da rocce calcaree depositate in questa piattaforma e oggi situata appena
all’esterno del fronte di sovrascorrimento della Meta-Mainarde.
I bacini di mare aperto e le zone di raccordo con la piattaforma
LA SUCCESSIONE UMBRO-MARCHIGIANO-SABINA
Il margine della grande piattaforma laziale-abruzzese è attualmente riconoscibile con
continuità a Ovest (margine sabino: Monti Prenestini, Ruffi, Tiburtini, Lucretili, Sabini), a Nord (Gran
Sasso, M. d’Ocre) e a Est (Marsica orientale, Meta); a Sud la zona di margine non affiora, ma deve
presumibilmente passare al di sotto della Pianura Pontina, fra il Circeo e i M. Lepini.
Nell’area circostante le acque basse della piattaforma carbonatica laziale-abruzzese si
estendevano i bacini di mare aperto umbro-marchigiano (a Ovest, Nord e NE) e molisano (a SE), nei
quali, al di sopra del Calcare Massiccio depositato nel Lias inf. in ambiente di piattaforma carbonatica,
si depositavano argille, fanghi più o meno calcarei e sabbie fini.
L’area di transizione fra il margine occidentale della piattaforma carbonatica e il bacino
marino corrisponde all’attuale Sabina (vedi anche quanto riportato sul “plateau sabino” nel paragrafo
dedicato al Monte Cosce). In questa zona di raccordo si depositò una successione stratigrafica
simile a quella di bacino ma interessata da notevoli apporti carbonatici detritici, che si riducevano
progressivamente allontanandosi dall’orlo della piattaforma, con intercalazioni marnoso-argillose.
La successione calcareo-silico-marnosa della Sabina e le correlazioni con la successione laziale-
abruzzese sono rappresentate in figura 4. Sui calcari della paleo-piattaforma si sedimentò il calcare
micritico sottilmente stratificato con liste di selce della formazione della “Corniola”, che segnala un
approfondimento dell’ambiente di deposizione. Dalla fine del Lias medio nella fascia di transizione
iniziarono a depositarsi sedimenti con un certo contenuto di argilla, molto variabile, costituiti
prevalentemente da alternanze di calcari e marne (formazioni del “Rosso Ammonitico”, dei “Calcari
diasprigni”, delle “Marne a Posidonia” e delle “Marne ad Aptici”). Al di sopra, fra la fine del Giurassico
e l’inizio del Cretacico, si depositarono i calcari a grana finissima e con liste di selce della “Maiolica”,
molto puri e di colore bianco. La deposizione calcarea fu interrotta da un livello argilloso-marnoso
(formazione delle “Marne a fucoidi”). Successivamente, dal Cretacico sup. all’Eocene, si depositò
l’ultimo termine della successione carbonatica in cui oggi si osserva una carsificazione significativa, la
“Scaglia”, costituita da calcari e calcari marnosi. I termini successivi della successione, fino al Miocene,
sono rappresentati da marne, calcari detritici e brecciole, la cui carsificazione è generalmente
trascurabile.
A differenza di quanto contemporaneamente accadeva nella piattaforma, le aree di bacino
rimasero sommerse per tutto il Mesozoico e oltre. In queste condizioni, non fu possibile l’instaurarsi
dei processi carsici.
LA SUCCESSIONE TOSCANA
A Ovest delle unità umbro-marchigiano-sabine, nei piccoli affioramenti delle finestre
tettoniche di M. Canino e del M. delle Fate, emergono rocce del substrato calcareo che trovano
corrispondenza nella successione toscana. Il dominio toscano, che cominciò a separarsi da quello
umbro-marchigiano nel Cretacico inf., risulta comunque molto simile a questo, anche se nell’area laziale
è assente il calcare tipo Maiolica; la successione toscana si rinviene in continuità di sedimentazione fino
agli “scisti policromi” del Cretacico sup.–Eocene inf. (COCOZZA, 1963).
Anche il M. Soratte sembra caratterizzato da una successione ad affinità toscana (OGNIBEN ET
ALII, 1975). In considerazione anche della sua posizione geografica, in questo volume questa piccola
dorsale è stata inserita insieme alla falda toscana nel “Lazio Nord-occidentale”, che comprende tutta
l’area situata sulla destra del Fiume Tevere.
La sedimentazione calcarea nel Langhiano-Serravalliano
Nell’esteso intervallo che va dall’Eocene al Miocene inf., durante il quale si realizzava
un’attività tettonica relativamente intensa, l’area della piattaforma laziale-abruzzese è caratterizzata
dalla mancanza di depositi (“lacuna paleogenica”).
La trasgressione marina del Miocene (Langhiano-Serravalliano) non avvenne
contemporaneamente su tutta l’area, ma progredì dai margini verso le parti interne dei “blocchi”
carbonatici. La distribuzione areale dei depositi e le differenze di litofacies sono strettamente connesse
con le morfologie preesistenti e con la continua evoluzione del dominio stesso. I depositi trasgressivi
(“Calcari a Briozoi e Litotamni”) poggiano sulle rocce più antiche generalmente con analoga giacitura,
a volte con marcata discordanza angolare. In questo periodo, nelle aree più occidentali, in emersione,
si sviluppò un reticolo idrografico che alimentò con materiale clastico i depositi calcarenitici (CENTAMORE
ET ALII, 2002).
L’avvio dell’orogenesi dell’Appennino determinò la fine della sedimentazione calcarea e la
formazione di profonde depressioni nelle quali si andarono a deporre migliaia di metri di torbiditi
silico-clastiche.
Figura 3 - Rappresentazione schematica della carsificazione in un’isola carbonatica (da Mylroie & Carew, 2000).
Figura 4 - In alto: modello paleogeografico dell’area di transizione tra piattaforma carbonatica e bacino (modificato
da Scrocca & Tozzi, 1999). In basso: correlazione tra la successione sabina e la successione laziale-abruzzese (da
Cosentino & Parotto, 1991).
30
31
La costruzione dell’Appennino centrale e il carsismo
LA STRUTTURAZIONE DELLA CATENA APPENNINICA
La costruzione dell’Appennino si avvia alla fine dell’Oligocene–inizio Miocene a causa della
collisione fra i margini continentali dell’Europa e della placca africana (MALINVERNO & RYAN, 1986).
L’orogenesi della catena appenninica “a pieghe e sovrascorrimenti” si propaga verso Est nel corso di
più fasi tettoniche, con il trasporto e la sovrapposizione di “blocchi” dell’antica piattaforma carbonatica
e delle aree bacinali, determinando un accorciamento della superficie iniziale stimato intorno al 50%
(COSENTINO & PAROTTO, 1986).
In questo volume è stato adottato il modello cinematico-strutturale elaborato da CIPOLLARI ET
ALII (1995), che propone una strutturazione della catena appenninica in 6 “momenti di migrazione”
a partire dall’inizio del Miocene. Nel corso di ogni “momento di migrazione” il fronte compressivo si
sposta e va a coinvolgere settori sempre più orientali. Alcuni settori già coinvolti nella catena, comunque,
si riattivano successivamente con sovrascorrimenti “fuori sequenza”. Le aree dell’Appennino coinvolte
nei diversi “momenti” sono riportate in figura 5.
Successivamente alla strutturazione compressiva, il sistema a pieghe e sovrascorrimenti
viene dislocato dalla tettonica estensionale, come avviene in molte catene montuose di questo tipo. Le
dislocazioni estensionali, che sbloccano le strutture formate in precedenza, avanzano anch’esse verso
l’Adriatico, con un “ritardo” di circa 2 milioni di anni rispetto alla fase di strutturazione e a distanze di
75-100 km dal fronte compressivo contemporaneamente attivo; la tettonica estensionale determina
l’innalzamento dell’Appennino, che procede con velocità di sollevamento comprese fra 1,2 e 4,5
mm/anno (CAVINATO & DE CELLES, 1999).
L’INIZIO DELLA CARSIFICAZIONE DOPO LA STRUTTURAZIONE
L’età dell’inizio della carsificazione dell’Appennino laziale-abruzzese è stata comunemente
assegnata all’epoca pliocenica, a meno di un modesto sviluppo di morfologie carsiche, più che altro
limitato alla superficie (SEGRE, 1948a).
E’ probabile, infatti, che fino quasi alla fine del Miocene, nelle aree già inglobate nella catena
ed emerse, la copertura silico-clastica fosse ancora ampiamente affiorante e che la scarsità di fessure
aperte (la tettonica “distensiva” non era ancora iniziata), impedisse una significativa infiltrazione
delle acque piovane in profondità. Il passaggio da una struttura a quella contigua dei fluidi rimasti
intrappolati all’interno delle singole strutture inglobate nella catena era impedito dalle cataclasiti ricche
di argilla (che marcano le superfici di sovrascorrimento alla base dei “blocchi” sovrascorsi) e dai
depositi silico-clastici sui quali le strutture erano sovrascorse (GHISETTI ET ALII, 2000).
Negli ultimi anni, però, alcune morfologie sotterranee sono state attribuite a processi carsici
avvenuti nel Miocene sup. (7-6 milioni di anni fa?) sulle aree da poco coinvolte nella strutturazione
della catena appenninica. In particolare, si ipotizza che lo sviluppo dell’esteso reticolo di piccoli
tubi freatici della Grotta del Formale (Carpineto Romano, nei M. Lepini), quasi tutti compresi in uno
spesso e rigido strato a rudiste, si sia sviluppato già all’inizio del sollevamento, quando le faglie
erano ancora tutte compressive ma la leggera piegatura connessa alle superfici di sovrascorrimento
quasi orizzontali causava la rottura degli strati più spessi mentre quelli più sottili scivolavano lungo gli
interstrati argillosi. La fagliazione distensiva che ha generato i pozzi verticali di questa grotta sarebbe
iniziata molto tempo dopo, probabilmente dalla fine del Pliocene al Pleistocene inf. (2-1 milioni di anni
fa) (CAPPA ET ALII, 1997b).
Le ricerche più recenti evidenziano che la carsificazione poteva essere già attiva nelle
ambientazioni profonde (“endokarst”), cioè a profondità superiori a quelle in cui circolano le acque
meteoriche e ben al di sotto di quelle prese in considerazione dall’idrogeologia “classica”; questi
processi di dissoluzione sono opera di fluidi ad elevata temperatura, ricchi di CO
2
e H
2
S (DUBLYANSKY,
2000b). Una carsificazione di questo tipo può facilmente svilupparsi in modo intermittente e su archi di
tempo lunghissimi, con numerose disattivazioni e riattivazioni, normalmente in condizioni confinate al
di sotto di terreni di copertura non carsificabili, generalmente con dissoluzione intrastrato. Numerose
perforazioni hanno raggiunto vuoti carsici a notevole profondità, creatisi certamente in ambientazioni
profonde (KLIMCHOUK & FORD, 2000a). Un esempio straordinario della possibile entità di questi processi
è rappresentato dalla caverna gigante rinvenuta, nel corso di un programma di perforazioni, nei marmi
dell’Archeano e Proterozoico del massiccio del Ròdope, in Bulgaria: il soffitto è situato a circa 700 m
di profondità dal piano campagna (dove affiorano gneiss con spessore di oltre 300 m), le dimensioni
del vacuo sono stimate in circa 237 milioni di m
3
; in uno dei sondaggi la sonda è scesa per 1341 m
attraversando solo “acqua” a elevata temperatura e pressione, senza raggiungere una superficie
rocciosa (DUBLYANSKY, 2000a).
Quando il sollevamento porta i vacui carsici di ambientazione profonda in zone più
superficiali, l’erosione mette la roccia carsificabile in contatto con l’atmosfera, l’infiltrazione delle
acque meteoriche va a sostituire i fluidi profondi e le differenze di carico diventano le responsabili
dei movimenti di circolazione sotterranea. E’ evidente che le modalità con cui si realizza questo
processo sono decisive; per esempio, la progressiva rimozione della copertura insolubile determinerà
la localizzazione dei primi punti di inghiottimento dell’acqua all’interno della roccia carsificabile e la
successiva evoluzione. Pertanto, quando il carsismo si sviluppa interamente dallo stadio profondo
allo stadio denudato, il ruolo dell’eredità può essere molto importante (KLIMCHOUK & FORD, 2000a). Il
riconoscimento dei resti del carsismo di ambientazioni profonde, comunque, non è facile, e nella nostra
regione nessuna morfologia carsica è stata fino ad oggi attribuita a processi “ipogenici” profondi (vedi
riquadro “grotte epigeniche e grotte ipogeniche del Lazio”).
LA CATENA DERIVANTE DALLA DEFORMAZIONE DEL DOMINIO DI PIATTAFORMA CARBONATICA
LA DORSALE DEI VOLSCI
Nel corso della migrazione della catena verso Est il settore esterno al fronte di
sovrascorrimento viene spinto in basso (“flessurazione tettonica dell’avampaese”), sprofondando
e formando un ampio bacino marino di “avanfossa” (Fig. 5). Come conseguenza, sul fondale si
depositano inizialmente poche decine di metri di “Marne a Orbulina” poi, con il forte approfondimento
del bacino, migliaia di metri di flysch (sedimenti terrigeni silico-clastici erosi dalle montagne in
sollevamento) vanno a colmare la depressione (CIPOLLARI & COSENTINO, 1995).
Questo meccanismo deve essere stato attivo anche nel Serravalliano (11-12 milioni di anni
fa), precedentemente al coinvolgimento in catena dei Monti Lepini-Ausoni-Aurunci. Tuttavia, gli unici
resti attuali di questa copertura silico-clastica consisterebbero nei modesti affioramenti di marne e
di materiali terrigeni del “Complesso alloctono delle Liguridi esterne” che si rinvengono alla periferia
settentrionale dei M. Lepini e nell’area di Carpineto Romano (COSENTINO ET ALII, 2002).
Nel Tortoniano sup. (7,8-8,2 milioni di anni fa) i Volsci vengono coinvolti nella catena ed
emergono; successivamente si attiva il retroscorrimento Carpineto-Montelanico, che divide l’unità
lepina in due strutture.
Verso la fine del Miocene (forse intorno a 6 milioni di anni fa), in seguito alla fratturazione
della crosta terrestre che determina l’apertura del bacino marino del Tirreno, la tettonica distensiva
investe i M. Lepini-Ausoni-Aurunci. Faglie dirette sbloccano la struttura fino allora sigillata, anche se
l’erosione aveva probabilmente già messo a nudo parte della superficie di carbonati mesozoici. Lungo le
faglie penetrano le acque meteoriche, che possono così raggiungere profondità rilevanti, miscelandosi
con le acque termali di origine magmatico-metamorfica. Quindi, mentre nell’area situata più a Est (M.
Simbruini-Ernici), ormai raggiunta dal fronte della catena, permangono condizioni di “sistema chiuso”,
nella dorsale dei Volsci si instaurano condizioni di “sistema aperto” (GHISETTI ET ALII, 2000).
L’emersione dell’Arco di Gibilterra, circa 5,5 milioni di anni fa, determina la crisi di salinità
del Mar Mediterraneo (HSÜ ET ALII, 1973), che viene suddiviso in bacini sedimentari isolati con corpi
d’acqua salmastra poco profondi. Ai piedi della catena in sollevamento, il livello del mare si abbassa
bruscamente (CIPOLLARI & COSENTINO, 1995). All’inizio del Pliocene si ripristina la connessione con
l’Oceano attraverso lo Stretto di Gibilterra, con un conseguente grande afflusso di acque marine nel
Mediterraneo e innalzamento del livello del mare.
In accordo con la Carta Neotettonica d’Italia (AMBROSETTI ET ALII, 1987), che descrive le
dislocazioni tettoniche verificatesi nel corso del Pliocene e del Quaternario, risulta che negli ultimi
5 milioni di anni le dorsali dei Volsci si sollevano con progressione relativamente continua rispetto
alle aree circostanti. FELICI (1978a) ha effettuato un’analisi statistica delle superfici di spianamento e
delle anomalie dei profili verticali del terreno nei M. Lepini (terrazzi, spianate, conche, tratti vallivi a
fondo piatto, rotture di pendenza dei pendii e delle creste), in base alla quale ritiene che “dopo un
prolungato periodo di carsificazione delle parti sommitali dei M. Lepini (q. 1400 m circa - per es.
sommità di M. Capreo e M. Malaina, particolarmente carsificate) si sono verificati vari abbassamenti
del livello di base, con una carsificazione ancora intensa per gli orizzonti superiori ai 900 m circa e
poi man mano decrescente. L’abbassamento del livello di base è stato chiaramente discontinuo con
gradini abbastanza regolari di 50-100 m; i due abbassamenti più marcati corrispondono ai gradini alle
quote 800-725 e 575-500 m slm”. Le “grandi depressioni carsificate” di Pian della Faggeta, Campo di
Segni e Campo di Montelanico sarebbero situate su paleo-livelli di base pliocenici. Nel Pliocene medio il
carsismo modella profondamente i rilievi alle quote attuali superiori a 700-800 m producendo forme di
Figura 5- A sinistra: modello cinematico-strutturale per l’evoluzione neogenica dell’Italia centrale (non sono stati,
volutamente, inseriti gli eventi tettonici distensivi e trascorrenti) (da Cipollari et alii, 1995). A destra: ricostruzione
semplificata dell’accrescimento della catena appenninica secondo un sistema di sovrascorrimenti attivi sincroni, in
migrazione verso l’avampaese, in una generale propagazione piggy-back della deformazione compressiva (ridisegnato
da Cipollari & Cosentino, 1995; Cipollari et alii, 1995; Cosentino et alii, 2002).
Figura 6 - Nel Pliocene la linea di riva giunse a lambire i rilievi carbonatici in sollevamento dei Monti Lepini-Ausoni,
mentre il Circeo costituiva un’isola separata dalla terraferma da un ampio tratto di mare (da Mariotti, in Ciccacci,
1993).
Figura 7 - Evoluzione del carsismo nell’area di Luppa nei M. Carseolani, dallo sviluppo di una superficie di
spianamento nel Pliocene, all’escavazione della Valle Ruscitto, trasversale alla dorsale in sollevamento, alla scomparsa
nell’inghiottitoio di Luppa del torrente di superficie.

32
Figura 8 - Distribuzione del carsismo ipogeo nel Lazio. Il grafico a “torta” riportato per ogni unità è suddiviso in spicchi proporzionali all’estensione di affioramento di ogni litofacies. Sotto la denominazione dell’unità è riportata la superficie complessiva di affioramento delle litofacies carbonatiche; intorno alla “torta” sono indicati, per ogni
litofacies: la percentuale di superficie in affioramento rispetto alla superficie carbonatica totale; il numero delle grotte catastate; lo sviluppo medio dei condotti sotterranei (m/km2 di affioramento).
33
carsismo tropicale (hum), riconoscibili sull’altopiano di Gorga. L’evoluzione dei solchi vallivi sotto quota
700 m, forse risalente al Pliocene sup., avviene con nettissima prevalenza dell’erosione superficiale
rispetto ai processi carsici. In un’area ristretta situata a valle di Carpineto Romano l’approfondimento
del solco vallivo raggiunge alcuni condotti di un sistema di drenaggio carsico profondo e ben
canalizzato (Ouso dell’Omo Morto), che certamente risale ad epoca più antica e che ha come bacino
collettore la grande conca carsica della Faggeta (FELICI, 1978a). Con la scomparsa della paleo-valle
di Pian della Faggeta, evolutasi nel vasto polje attuale a causa di un profondissimo abbassamento del
livello di base, si disattiva l’antica e profonda risorgiva valchiusana dell’Abisso Capodafrica, situata
originariamente alla testata della valle e molto più antica della cavità assorbenti della Faggeta, come
l’Ouso di Pozzo Comune (CAPPA ET ALII, 1997d).
A Ovest della dorsale dei Volsci, la Pianura Pontina e la Piana di Fondi sono soggette ad
abbassamento più o meno continuo per tutto il Pliocene ed il Quaternario (AMBROSETTI ET ALII, 1987).
Il Mar Tirreno progressivamente si amplia (Fig. 6) e all’inizio del Pleistocene (1,7 milioni di anni fa)
raggiunge la sua massima estensione; la linea di costa corre lungo le pendici della dorsale, e solo il
contemporaneo sollevamento della catena impedisce l’ulteriore allargamento del bacino marino.
Nel Pleistocene, intorno a 630 mila anni fa (CAVINATO ET ALII, 1994) la tettonica distensiva
favorisce la risalita di ingenti quantità di magma, che vanno a costituire una serie di distretti vulcanici
situati in una fascia depressa parallela alla linea di costa del Tirreno (vulcani Vulsino e Sabatino,
Vulcano Laziale) e caratterizzati da un’attività prevalentemente esplosiva subaerea. Il Vulcano Laziale
inizia la sua attività probabilmente nello stesso periodo dei vulcani più settentrionali, anche se la
prima data radiometrica disponibile indica un’età di 530 mila anni; circa 20 mila anni fa (o forse in
tempi anche più recenti) il cratere di Albano erutta per l’ultima volta (DE RITA, 1993). All’incirca nello
stesso intervallo di tempo, sui margini di una depressione tettonica situata nella Valle Latina a Est dei
Volsci, si costituisce un altro settore vulcanico. I prodotti delle eruzioni ricoprono la regione di ceneri,
spesso interrompendo gli scorrimenti idrici di grotta (CAPPA ET ALII, 1997b); parte di questi prodotti si
rinvengono ancora oggi nelle grotte dei M. Lepini. Nella Grotta di M. Fato, per esempio, si osservano
sezioni trasversali a “buco di serratura” caratterizzate da un condotto quasi tubolare sul soffitto
(probabilmente sviluppatosi prima delle eruzioni) con alla base resti dell’originario pavimento coperti
da materiali cineritici; il condotto a sezione quasi circolare è inciso alla base da una forra, tuttora attiva,
che dovrebbe essere stata generata successivamente alle eruzioni.
Lungo il perimetro occidentale del massiccio carbonatico, fra l’area in sprofondamento e la
dorsale in sollevamento, la fagliazione estensionale causa la risalita dei fluidi mineralizzati profondi e
la loro miscelazione con le acque meteoriche ricche di ossigeno. La maggior parte della dissoluzione
avviene in prossimità della superficie della falda idrica, dove la miscelazione produce acido solforico
fortemente aggressivo (HILL, 1990). Nei punti di iniezione delle acque profonde si sviluppano grandi
vacui sotterranei “ipogenici”, alcuni dei quali sono oggi accessibili grazie al successivo sollevamento
del “blocco” in cui sono compresi e all’erosione dei versanti (per es., l’Ouso di Sermoneta).
I MONTI SIMBRUINI-ERNICI
Nel corso dell’evento del Tortoniano (7,8-8,2 milioni di anni fa), i depositi carbonatici meso-
cenozoici degli attuali M. Simbruini-Ernici vanno a costituire il fondale del bacino marino che si forma
per la flessurazione della litosfera originata dalla strutturazione dei Volsci. Le forme carsiche sviluppate
nel corso del Mesozoico e del Langhiano-Serravalliano vengono seppellite forse completamente da
depositi terrigeni marini, che li sigillano con una copertura di spessore variabile.
Con il coinvolgimento in catena, nel Messiniano inf. (6,4-6,8 milioni di anni fa, Fig. 5), il
massiccio emerge e per tutto il Pliocene e il Quaternario, cioè negli ultimi 5 milioni di anni, è soggetto
a sollevamento, con sporadiche interruzioni (AMBROSETTI ET ALII, 1987). Nel Pliocene inf. sui carbonati
riesumati si avviano, necessariamente, i processi fluviali e carsici che modellano il rilievo, probabilmente
limitati alla superficie.
Alla fine del Pliocene inf.–inizio Pliocene sup. (circa 3,5 milioni di anni fa) inizia la fase di
più intenso sollevamento dell’edificio carbonatico, come dimostra anche la posizione delle puddinghe
poligeniche di tipo liguride, scaricate in ambiente marino durante il Pliocene inf., di cui attualmente
si rinvengono lembi a quote di 1400 m nei M. Simbruini e di 1900 m presso Campo Catino nei M.
Ernici (DAMIANI, 1990c). Le valli chiuse dei M. Simbruini Nord-orientali (Piano della Dogana, Campo
Lungo, ecc.), i campi carsici dei M. Simbruini centrali (Camposecco, Campo Buffone, Campaegli) e le
depressioni di alta quota dei M. Ernici (Campo Catino, Campovano), rappresentano presumibilmente
paleomorfologie di antiche valli fluviali, disattivate dallo sviluppo del carsismo ipogeo che catturò
le acque della rete idrografica di superficie in seguito all’approfondimento dei livelli di base (SEGRE,
1948a). Sul bordo della depressione di Campovano (q. 1870 m), lungo la linea di cresta M. Pozzotello-
M. Ortara, è stata scoperta una piccola cavità del diametro di circa 1 m e di forma grossolanamente
sferica, con le superfici completamente ricoperte da cristalli scalenoedrici di calcite; questo tipo di
mineralizzazione sembra imputabile a fluidi idrotermali (BINI & PELLEGRINI, 1998).
La gran parte delle grotte “epigeniche” conosciute sui M. Simbruini-Ernici deve essersi
originata contemporaneamente o successivamente alla fase di forte sollevamento, cioè negli ultimi
3 milioni di anni. In questo periodo, la progressiva migrazione verso NE del sistema di fagliazione
estensionale attraverso l’edificio contrazionale ha già raggiunto la Valle Latina e i M. Simbruini-
Ernici. La progressiva asportazione della copertura silico-clastica e la dislocazione delle superfici di
sovrascorrimento permettono ai fluidi meteorici di penetrare in profondità nelle unità carbonatiche e
di miscelarsi con i fluidi profondi, rimasti intrappolati a grande profondità nel cuneo sedimentario in
subduzione a causa dei sigilli impermeabili costituiti dalle superfici di sovrascorrimento. Nella Valle
Latina la risalita di questi fluidi determina lo sviluppo di grotte “ipogeniche”, e in particolare di grandi
vacui disposti lungo la periferia SW della struttura.
Nel Quaternario, a scala planetaria, il clima è soggetto a cicliche fasi fredde. Nell’Appennino
centrale sono state riconosciute tracce di almeno 3 fasi glaciali wurmiane, durante le quali la copertura
di neve e ghiaccio si stende sulle montagne di quota più elevata e il limite delle nevi persistenti si
abbassa fino a quote inferiori a 1700 m. L’ultimo massimo glaciale dovrebbe risalire a circa 21-18
mila anni fa (FEDERICI, 1979); il ritiro glaciale avviene nel corso di più fasi che si protraggono fino a
circa 12 mila anni fa (GIRAUDI, 1998). Tracce di questi eventi sono segnalate in varie località dei M.
Simbruini (alta valle dell’Aniene) ed Ernici (M. Viglio, Campo Catino, Pizzo Deta). In particolare, nei
M. Ernici è stata riconosciuta l’esistenza di un vasto ghiacciaio composito nell’alta valle del Fosso S.
Onofrio-Vallone dell’Obaco, evolutosi durante un lasso di tempo sufficientemente lungo da permettere
lo sviluppo di più fasi; nella fase più antica (tardo Wurm) il limite delle nevi persistenti sui versanti
settentrionali era situato intorno a quota 1650 m e un ghiacciaio di plateau occupava la depressione
di Campo Catino (DAMIANI & PANNUZI, 1976). La Grotta degli Urli, che si apre sul versante a NE di Campo
Catino a q. 1773 m, durante le glaciazioni è senz’altro già sviluppata e deve necessariamente subire
gli effetti, ancora da indagare, dei cambiamenti climatici.
I MONTI CARSEOLANI
Nel Messiniano inf. (intorno a 6,5 milioni di anni fa) i depositi di piattaforma carbonatica
dei M. Carseolani sono interamente seppelliti da una copertura silico-clastica di avanfossa. L’evento
Messiniano “lago/mare”/Pliocene inf. (5-5,5 milioni di anni fa) coinvolge in catena anche i M.
Carseolani, determinandone l’emersione.
Una superficie di spianamento, originariamente con scarsi e deboli dislivelli, si sviluppa
presumibilmente nel Pliocene, a quote attuali comprese fra 900 e 980 m (nella regione di Pietrasecca
e di Luppa), troncando una struttura con caratteri di anticlinale; lo spianamento interessa formazioni
in rocce diverse, i cui resti attualmente si osservano nei crinali di flysch e nelle spianate sommitali con
doline sul nucleo della dorsale calcarea (ANGELUCCI ET ALII, 1959).
Durante il Pliocene-Pleistocene (Fig. 7), il sollevamento della dorsale (e in particolare i
sollevamenti differenziali fra settori diversi del bacino idrografico; SAURO, 1994) sbarra il percorso
di alcuni corsi d’acqua, che vengono così deviati e costretti ad attraversare la catena calcarea
trasversalmente all’asse. Con i nuovi fondovalle tracciati nella roccia solubile, iniziano l’incisione di
profonde forre nei calcari e le perdite in alveo lungo i sistemi di fessure sottostanti (fratture, faglie,
strati). Lo scorrimento sotterraneo, sotto forti carichi idraulici, determina l’ampliamento della rete
di fessure e la progressiva perdita di portata dei corsi d’acqua di superficie. Per un certo tempo, le
locali possibilità di assorbimento sono insufficienti e i fiumi continuano a mantenere flussi di superficie
e ad attraversare le aree carsiche da parte a parte. Successivamente, l’ampliamento dei condotti
sotterranei porta alla completa cattura dei torrenti in inghiottitoi, e alla fossilizzazione dei tratti fluviali
a valle. Gli inghiottitoi si aprono in punti particolari, prossimi al contatto fra terreno impermeabile e
roccia solubile, e sfruttano i sistemi di fessure aperte più efficienti.
Nel corso dell’evoluzione idrologica e geomorfologica dell’area, si determinano nuovi punti
di cattura e le acque, abbandonando le grotte precedentemente formate, defluiscono in nuovi e più
favorevoli passaggi sotterranei. Una probabile causa è il movimento “trascorrente destro” lungo un
piano tettonico che avrebbe “disallineato” i principali segmenti idrografici ed i relativi inghiottitoi, con
conseguente parziale o totale disattivazione dei sistemi assorbenti (Grotta dei Cervi) ed aumento del
deflusso in altri sistemi (Ovito di Pietrasecca) (SAURO, 1994).
RIQUADRO 2 – “IL GRADO DI CARSIFICAZIONE DELLA CATENA APPENNINICA LAZIALE-ABRUZZESE”
Con l’obiettivo di valutare il grado di carsificazione dei diversi tratti della catena appenninica
e, all’interno di ogni struttura, delle singole litofacies carbonatiche, è stato considerato l’intero
patrimonio di conoscenze sui fenomeni carsici ipogei presenti nell’area di studio, che attualmente
(primi mesi dell’anno 2002) consiste in 1650 grotte, comprese nei territori delle regioni Lazio (1445
grotte), Abruzzo (104), Umbria (100) e Molise (1).
Dal numero complessivo di cavità catastate è stato necessario sottrarre 44 fenomeni di
superficie (doline, iscritte nel catasto del Lazio nei primi anni di funzionamento dell’archivio) e 114
grotte (molte delle quali localizzate nell’area abruzzese) le cui coordinate catastali sono risultate
mancanti o palesemente sbagliate. Complessivamente, quindi, sono state considerate 1492 grotte.
Utilizzando le coordinate geografiche riportate nelle schede catastali, ogni singola grotta
è stata posizionata sulla cartografia geologica più adeguata, al fine di stabilire la litofacies in cui si
apre l’imbocco. Per tutte le 206 cavità più importanti, descritte in dettaglio in questo libro, si è anche
verificata l’eventualità che lo sviluppo interno delle grotte interessi anche litofacies diverse da quella
presente all’imbocco.
Per ogni grotta, è stato estratto dalla scheda catastale il dato sullo sviluppo “spaziale”
(operando le opportune modifiche di aggiornamento), assimilato poi all’effettiva lunghezza dei
condotti carsici sotterranei, anche se in alcuni casi questa scelta risulta impropria, per esempio per le
grandi caverne.
Un ulteriore passo è consistito nel calcolo delle superfici di affioramento di ciascuna litofacies
in ogni singola grande struttura tettonica presente nell’area studiata, utilizzando un’ampia cartografia
geologica e un software specifico.
Questi dati sono stati impiegati per descrivere quantitativamente il fenomeno carsico ipogeo
attualmente conosciuto nelle diverse unità tettoniche.
E’ utile ricordare che per grotta si intende una cavità sotterranea naturale percorribile
dall’uomo e che le grotte esplorate rappresentano sicuramente una frazione minima di quelle
esistenti. Come risulta evidente dalla lettura di questo libro, la conoscenza del mondo sotterraneo
avanza abbastanza rapidamente e ogni anno le esplorazioni speleologiche rivelano nuove grotte e
nuove gallerie. Per questo motivo, i valori di sviluppo medio dei condotti sulle aree di affioramento
sono naturalmente destinati a crescere nel tempo e il loro utilizzo ha senso solo per il confronto
fra le diverse strutture. Si ritiene, infatti, che la lunghezza totale dei condotti esplorati rifletta,
complessivamente, quella dei condotti esistenti, anche se, inevitabilmente, alcune aree carsiche sono
più “battute” e conosciute di altre.
Per esprimere il “grado” di sviluppo del carsismo sotterraneo nelle diverse litofacies, si è
scelto di considerare le seguenti classi:
• sviluppo “elevato” > 25 m/km
2
;
• sviluppo “medio”: 7-25 m/km
2
;
• sviluppo “basso” < 7 m/km
2
.
Il risultato dell’elaborazione a livello delle grandi strutture della regione è riportato nella
carta di figura 8.
IL MASSICCIO DI MONTE VELINO-MONTE NURIA E LA MARSICA OCCIDENTALE
Analogamente ai M. Carseolani, i depositi di piattaforma carbonatica dei massicci del Velino
e della Marsica occidentale sprofondano nell’avanfossa nel Messiniano inf. e vengono inglobati nella
catena nel Messiniano sup.-Pliocene inf. (5-5,5 milioni di anni fa, Fig. 5). Notevolmente diverso,
rispetto ai M. Carseolani, è però il sollevamento della catena lungo le faglie che delimitano i versanti
SW. La faglia di Fiamignano, che borda il massiccio di M. Nuria, ha un rigetto massimo di almeno
2200 m (prodotto forse in un paio di milioni di anni), che si riduce di 100-500 m verso NW e SE; in
base all’altezza delle scarpate di faglia che dislocano i sedimenti associati all’ultimo massimo glaciale
(datato 18 mila anni fa), è stata calcolata una velocità di sollevamento recente di 0,32-0,84 mm/anno
per il tratto più sollevato della dislocazione. La faglia Velino-Magnola, che delimita i monti omonimi,
ha un rigetto massimo di 1700 m su una lunghezza di almeno 21 km e una velocità di sollevamento
recente pari a circa 1/3 rispetto a quella del segmento di Fiamignano. I movimenti di estensione
orizzontale si sono realizzati con velocità leggermente inferiori rispetto alle loro componenti verticali
(MOREWOOD & ROBERTS, 2000).
Una possibile modalità di evoluzione del carsismo durante un sollevamento di questa entità è
dimostrata dalla Grotta di Cittareale nei M. Sibillini meridionali, dove le esplorazioni speleologiche hanno
rivelato una serie di “livelli” sub-orizzontali, a quote diverse, che probabilmente marcano la posizione
di paleo-superfici piezometriche, in discontinuo abbassamento nel tempo. Nel caso della Grotta di
Cittareale lo sviluppo dei “livelli” è connesso con l’afflusso di fluidi sulfurei altamente aggressivi,
situazione non riscontrata nel massiccio del Velino. A parte questa differenza, probabilmente
importante, non vi sono motivi per ritenere che l’evoluzione del carsismo sotterraneo nel massiccio
del Velino si sia realizzata in modo dissimile e, d’altra parte, lo stato attuale della conoscenza degli
effettivi reticoli carsici ipogei dell’Appennino è ancora molto limitata.
Nell’area circostante questo settore di catena dalla fine del Pliocene ad oggi si individuano i
bacini lacustri intramontani di Rieti e del Fucino. Lungo faglie bordiere i rilievi circostanti si sollevano,
mentre i bacini si riempiono di sedimenti grossolani, conglomeratici, per spessori di centinaia di metri.
L’origine delle depressioni intramontane è probabilmente da attribuire alla combinazione di movimenti
estensionali e di movimenti trascorrenti (CAVINATO ET ALII, 1994). Con la fine del Pleistocene inf. (700
mila anni fa) il bacino di Rieti viene colmato e inizia una deposizione di ambiente lacustre. Anche la
valle del Fiume Velino, che separa le montagne derivanti dalla deformazione della successione umbro-
marchigiana da quelle della piattaforma carbonatica, costituisce una depressione che nel corso del
Quaternario viene colmata da decine di metri di depositi (Fig. 9); di conseguenza, il livello di base
34
dell’acquifero si deve essere innalzato, e i condotti carsici “di livello piezometrico” che potevano essersi
sviluppati precedentemente, risulterebbero attualmente annegati nella zona freatica dell’acquifero. Il
colmamento della valle potrebbe essere avvenuto troppo rapidamente per consentire in questo lasso
di tempo l’ampliamento di nuove condotte di dimensioni penetrabili all’uomo.
L’ETEROGENEITÀ DELLA CATENA E IL CARSISMO
Nella catena appenninica esistono forti diversità fra le diverse dorsali che si succedono dal
Tirreno all’Adriatico, cioè nel verso della migrazione dell’onda orogenica. Ai grandi sovrascorrimenti che
delimitano le diverse strutture sono sovrapposti sistemi di imponenti faglie normali progressivamente
più recenti verso Est; solo nell’area adriatica più esterna la compressione è ancora attiva.
Una differenza immediatamente evidente è l’aumento della quota media dei rilievi procedendo
dal Mar Tirreno verso l’Adriatico (ONORATI & POSCOLIERI, 1990):
• M. Ausoni-Aurunci circa 450 m – M. Lepini 720 m;
• M. Cairo 710 m – M. Simbruini-Ernici 1070 m;
• M. Sirente 1030 m – M. Velino 1370 m;
• Maiella 1440 m.
Ma esistono forti eterogeneità anche in termini di spessore crostale, flusso di calore, campo
di stress, velocità di sollevamento e sismicità; queste grandi differenze influenzano fortemente le
modalità di circolazione dei fluidi (GHISETTI ET ALII, 2000).
Rilevanti disparità sembrano riguardare anche il carsismo sotterraneo. Di seguito sono
riportati il numero di grotte e lo sviluppo medio dei condotti sotterranei (riferiti all’insieme delle
litofacies carbonatiche dal Dogger al Miocene), nei segmenti di catena sviluppati dal Tirreno verso
Est (Fig. 8):
• Catena Tortoniana (M. Lepini-Ausoni-Aurunci): 740 grotte, 55 m/km
2
;
• Catena del Messiniano inf. (M. Simbruini-Ernici-Cairo-Maio): 260 grotte, 19 m/km
2
;
• Catena del Messiniano sup.–Pliocene inf. (M. Nuria-Velino-Cicolano-Carseolani-Marsica
occidentale): 69 grotte, 12 m/km
2
.
Il tratto inglobato in catena alla fine del Pliocene inf. (Maiella) è al di fuori dell’area di studio
e non è stato analizzato; tuttavia, in base ad una conoscenza approssimativa del carsismo ipogeo di
quell’area, si ritiene probabile che lo sviluppo medio dei condotti sia ancora più ridotto.
In conclusione, si constata che la tettonica e la carsificazione seguono cammini paralleli, con
una forte influenza degli eventi tettonici sui processi carsici. Nell’Appennino centrale l’età dello sviluppo
del carsismo diventa sempre più recente spostandosi dalle catene tirreniche a quelle adriatiche, con
tutte le implicazioni che ciò comporta, legate anche alle variazioni climatiche (dalle condizioni sub-
tropicali del Miocene alle cicliche glaciazioni del Quaternario).
Per quanto riguarda le grotte “ipogeniche”, numericamente molto inferiori alle grotte
“epigeniche”, tutte le cavità carsiche conosciute sono situate in prossimità delle faglie bordiere
fra Pianura Pontina e dorsale dei Volsci, e nella Valle Latina a SW dei M. Simbruini-Ernici, mentre i
fenomeni di questo tipo sono del tutto assenti nelle zone interne dei massicci. A oriente della catena
del Messiniano inf. l’avanzamento verso Est dei processi di estensione non ha ancora permesso lo
sviluppo di cavità osservabili associate a risalita di fluidi profondi.
LA CATENA DERIVANTE DALLA DEFORMAZIONE DEI DOMINI DI BACINO
IL LAZIO NORD-OCCIDENTALE E LA SABINA
Nel Burdigaliano sup. (intorno a 18 milioni di anni fa) la propagazione dell’orogenesi arriva
a coinvolgere il M. Soratte. Nel Serravalliano (11,5-12 milioni di anni fa) vengono incorporati nella
catena il M. Cosce, la zona NW della Sabina e altri settori a Nord dell’area di studio. Nel Messiniano
inf. (6,4-6,8 milioni di anni fa) la migrazione del fronte della catena raggiunge i Monti Prenestini, Ruffi,
Tiburtini, Lucretili, Cornicolani, la Sabina e i Monti Sibillini. In tutti questi settori i calcari della paleo-
piattaforma (Calcare Massiccio), i sedimenti carbonatici di bacino (Corniola, Maiolica, Scaglia, …) e di
rampa carbonatica (calcareniti mioceniche) sono sepolti sotto una potente copertura silico-clastica.
Nel Messiniano (5-6 milioni di anni fa) l’area dell’alto Lazio e della Sabina è già tutta emersa
e incisa da una rete idrografica (Fig. 10); sugli affioramenti carbonatici che vanno comparendo per
erosione della copertura silico-clastica si sviluppa il fenomeno carsico. Alla fine del Messiniano–inizio
Pliocene (5-5,5 milioni di anni fa) si riattiva “fuori sequenza” l’importante sistema di sovrascorrimento
della linea Olèvano-Antrodoco-M. Sibillini che, tagliando obliquamente gli elementi strutturali originati
nel corso di eventi deformativi precedenti, determina l’accavallamento verso Est della dorsale Sabina–
M. Sibillini sul dominio di piattaforma carbonatica.
All’inizio del Pliocene inf. (intorno a 5 milioni di anni fa) si verifica una estesa trasgressione
marina e nell’alto Lazio il mare penetra profondamente, occupando gran parte dell’area tolfetana. La
dorsale calcarea del M. Soratte costituisce un’isola all’interno della fossa marina che poi costituirà il
bacino del Tevere, mentre più ad Est il mare lambisce i rilievi della dorsale Amerino-Narnese e della
Sabina. Intorno alla fine del Pliocene inf. (3,5 milioni di anni fa) l’area a Ovest del futuro bacino del
Tevere (dorsale di Castell’Azzara–M. Razzano) si solleva, mentre il settore a Est (dorsale di Monte
Cosce e Monti della Sabina) è probabilmente soggetto ad un limitato sprofondamento e il M. Soratte
continua a costituire un’isola (Fig. 10) (AMBROSETTI ET ALII, 1978).
Intorno a 2 milioni di anni fa inizia la risalita di magmi lungo faglie distensive regionali nelle
aree della Tolfa, dei Ceriti e di Manziana, dove vengono messi in posto domi ed ignimbriti.
All’inizio del Pleistocene (1,7 milioni di anni fa) il Tirreno raggiunge la sua massima
estensione, fino a lambire le pendici delle catene ancora in sollevamento dei M. Lucretili, di Monte
degli Elci e dei M. Sabini settentrionali. In questo periodo una successione marina si deposita ai piedi
del M. Cosce e della Sabina, mentre nella valle del Torrente Aia i depositi fluviali si interdigitano con
quelli marini. La paleo-linea di costa attualmente è riconoscibile, anche per la presenza di tipici fossili
di bivalvi litofagi, a quote di circa 350 m nel bacino del Torrente Aia fra i paesi di Vacone e Montagnola
(M. Cosce). In questo stesso lasso di tempo sul M. Cosce, presso Montebuono, poco al di sotto della
superficie piezometrica dovevano essere attivi e in ampliamento i condotti freatici del Buco del Pretaro,
attraversati da acque con anomali tenori di solfuri di origine ipogenica. In base alla posizione attuale
dei condotti carsici, si deduce che la paleo-superficie piezometrica doveva essere situata intorno a q.
350 m, cioè la stessa della paleo-linea di costa dell’inizio del Pleistocene. La successiva emersione
definitiva dell’area potrebbe essere la causa della disattivazione dei condotti.
La linea di costa del Pleistocene inf. viene successivamente sbloccata da una importante
dislocazione orientata N10°E, la faglia Sabina, che fra 1,5 e 0,5 milioni di anni fa avrebbe
progressivamente rialzato il settore orientale (dorsale Sabina) portando la paleo-linea di costa fino
alle quote attuali di 480-490 m, come testimoniano, nei pressi di Montasola, le brecce di pendio, i
sedimenti salmastri e l’affioramento di lignite (ALFONSI ET ALII, 1991). Sulla dorsale Sabina è nota la
grande “dolina” del Revòtano, con imbocco intorno a q. 500 m. E’ possibile che, all’incirca nello
stesso periodo in cui erano attivi i condotti freatici del Buco del Pretaro, si andasse formando anche
la grande cavità sotterranea del Revòtano, all’intersezione fra un punto di iniezione di fluidi profondi e
la superficie piezometrica (Fig. 11). Il sollevamento della Sabina avrebbe poi approfondito il livello di
base (mare) e disattivato la cavità portandola alla quota attuale.
Figura 9 - Sezione geologica schematica attraverso la Media Valle del Fiume Velino, desunta dalla interpretazione di prospezioni geoelettriche (da Boni et alii, 1995).
Figura 10 - Ricostruzioni paleogeografiche dell’Alto Lazio dal Miocene sup. al Pliocene sup. Nelle mappe a sinistra è
indicata in grigio l’area occupata dal mare, ricostruita sulla base degli affioramenti e dei dati dei pozzetti geotermici
(da Baldi et alii, 1974).
35
Nel Pleistocene inf. si determina poi un sollevamento generalizzato con graduale regressione
del mare verso Sud, e tutta l’area progressivamente emerge. Il sollevamento causa la chiusura del
bacino umbro con la formazione del grande “Lago Tiberino”, nel quale si getta il Tevere, e del bacino
lacustre di Civita Castellana, che doveva estendersi fin quasi alle pendici del M. Soratte (Fig. 10).
L’origine della Grotta di Santa Lucia si colloca temporalmente nel lungo periodo in cui il mare
circonda le pendici del M. Soratte intorno all’attuale q. 440 m; è, infatti, questa la quota della volta di
questa grande cavità sotterranea a forma di duomo, accidentalmente venuta alla luce pochi anni fa.
All’interno, sotto q. 400 m, si trova un pozzo di grande diametro che forse convogliava le acque di
miscelazione del circuito idrotermale verso la sommità della falda acquifera, in modo simile a quanto
avviene nel Pozzo del Merro sui M. Cornicolani; analoga funzione avrebbero potuto avere i pozzi
paralleli dei Meri, incanalando il flusso verso una grande cavità oggi scomparsa per erosione.
L’erosione marina e fluviale nei periodi di più prolungata stasi della posizione del livello del
mare ha prodotto superfici pianeggianti, come quelle riconosciute sui M. Cornicolani alle attuali quote di
circa 400 m (M. S. Angelo, Poggio Cesi, Montecelio), 250 m (versante NNW di M. S. Angelo, ingressione
marina contrassegnata da fori di Litodomi probabilmente del Pliocene e Calabriano), 180 m (settore
centrale dei M. Cornicolani) e 125-150 m (fori di Litodomi in località Immagine Lunga) (CASALE ET
ALII, 1963). L’oscillazione del livello del mare nel corso dei cicli glaciali quaternari ha comportato la
sovrapposizione di fenomenologie carsiche originate in tempi diversi.
Quindi, nello sviluppo del carsismo sotterraneo nelle rocce della successione umbro-sabina
hanno avuto fondamentale importanza i fluidi profondi circolanti nel circuito idrotermale, spesso in
assenza di relazioni dirette con i punti di ricarica esterna. Le cavità “epigeniche” sono relativamente
poche e di dimensioni limitate; a tal proposito, è necessario ricordare che i calcari di bacino non sono
stati soggetti a carsismo epigenico prima della loro esumazione, che la denudazione in molte aree è
avvenuta solo in tempi recenti e che, infine, la frequente intercalazione di livelli argillosi e marnosi non
ha favorito la percolazione profonda.
L’AREA DI MONTE PRATO-MONTE LAGHETTO NEI MONTI SIBILLINI MERIDIONALI
Una situazione particolarmente interessante è stata studiata nei M. Sibillini meridionali,
dove la scoperta della Grotta di Cittareale ha permesso di avanzare nuove ipotesi sull’evoluzione del
carsismo appenninico in un contesto di forte sollevamento tettonico.
Le zone sommitali pianeggianti che si osservano spesso sui rilievi dell’Appennino sono
interpretate come i resti di una antica unica superficie di spianamento dalla morfologia poco
accidentata, dislocata a varie altezze da fenomeni tettonici successivi (DRAMIS, 1992). Anche il piano
carsificato situato intorno a quota 1800 m fra M. Prato e M. Laghetto sembra possa appartenere a
questa superficie, generatasi nel Pliocene inf. probabilmente in corrispondenza, o in vicinanza, del
livello del mare.
In quest’area, nel Pleistocene inf. si attivano faglie normali ad alto angolo che, nell’ambito
di un generale sollevamento, dislocano la superficie pliocenica (COLTORTI & PIERUCCINI, 2000). Il rigetto
verticale delle faglie che, a partire da 1,1-1,2 milioni di anni fa, sollevano il “blocco” di M. Prato–M.
Laghetto (inclusa la Grotta di Cittareale) rispetto al settore occidentale è stato stimato in 450 m
(CALAMITA ET ALII, 1995b), con una velocità media su lungo termine di 0,37-0,41 mm/anno (PIZZI &
SCISCIANI, 2000). Con il sollevamento del “blocco” di M. Prato-M. Laghetto, il nucleo calcareo (Scaglia
Rosata) dell’anticlinale di Valle San Rufo viene portato in affioramento (Fig. 12), dando impulso al
flusso della falda freatica e avviando la formazione di condotti carsici. Nel tempo, come risposta al
sollevamento tettonico e alla progressiva asportazione della copertura impermeabile per erosione, la
posizione del livello di base fluviale cambia, abbassandosi di quota.
Nella Grotta di Cittareale il sollevamento appenninico è testimoniato dagli estesi “livelli” sub-
orizzontali che si sviluppano a varie quote in un intervallo verticale di oltre 400 m, marcando paleo-
superfici della falda acquifera, situate a quote decrescenti nel tempo in funzione soprattutto dell’entità
dei sollevamenti. Considerando l’entità delle dislocazioni e l’abbassamento per erosione, e ipotizzando
la costanza nel tempo della velocità di sollevamento, l’età di formazione dei condotti più antichi (cioè
di quota più elevata) potrebbe risalire a 700-800 mila anni fa.
Come in quasi tutti i più estesi sistemi carsici scavati nella successione umbro-marchigiano-
sabina dell’Appennino centrale, anche nella Grotta di Cittareale l’ampliamento dei condotti è legato alle
reazioni di ossidazione dell’H
2
S presente nella falda freatica.
LE DIFFERENZE DI CARSIFICAZIONE FRA LE LITOFACIES CARBONATICHE
Come si è visto precedentemente per le litofacies carbonatiche della piattaforma laziale-
abruzzese, la carsificazione dipende non solo dalle caratteristiche litologiche ma anche, e in modo
importante, dall’evoluzione tettonica della regione, dal paleocarsismo e dall’eventuale azione di fluidi
ipogenici fortemente aggressivi; anche altri fattori possono svolgere un ruolo importante, come si
evidenzierà nella seconda parte di questo capitolo.
Tuttavia, sembra ugualmente interessante considerare i valori medi ottenuti per la
carsificazione delle varie litofacies carbonatiche tipiche dell’area laziale (Fig. 8), assumendo che i dati
disponibili, a scala regionale, siano effettivamente rappresentativi della reale carsificazione ipogea.
• Calcare Massiccio della paleo-piattaforma liassica – Affiora su una superficie di 233 km
2
al di
sotto della successione di bacino umbro-marchigiano-sabina; si aprono in questa formazione
141 grotte con uno sviluppo complessivo di oltre 7 km di condotti, cioè 31 m per km
2
di
affioramento.
• Successione umbro-marchigiano-sabina di bacino e transizione – Le rocce più carsificabili
(Corniola, Maiolica, Scaglia) affiorano su una superficie di 661 km
2
; si aprono in queste formazioni
88 grotte con uno sviluppo complessivo di 7 km di condotti, cioè 10 m per km
2
di affioramento. Fra
queste formazioni, la più carsificata è la Scaglia, con uno sviluppo dei condotti di grado “medio”
(16 m/km
2
). Le altre formazioni della successione, calcareo-marnose o argilloso-marnose, hanno
una carsificazione da bassa a completamente assente.
• Successione di piattaforma carbonatica interna laziale-abruzzese – Le litofacies di acque basse
(n. 66, 63 e 55) affiorano su una superficie di 3072 km
2
; si aprono in queste formazioni 976
grotte con uno sviluppo complessivo di quasi 90 km di condotti, cioè 29 m per km
2
di affioramento.
Complessivamente, risultano più carsificati i calcari del Cretacico sup. (35 m/km
2
).
• Calcari a Briozoi e Litotamni e calcareniti del Langhiano-Serravalliano – Affiorano su una superficie
di 469 km
2
; si aprono in questa formazione 110 grotte con uno sviluppo complessivo di 11 km
di condotti, cioè 23 m per km
2
di affioramento. Tuttavia, si riscontrano significative differenze di
carsificazione fra le calcareniti depositate sulle formazioni terrigene della Sabina (13 m/km
2
) e i
calcari sovrapposti ai carbonati mesozoici di piattaforma (27 m/km
2
).
In conclusione, il Calcare Massiccio della paleo-piattaforma liassica, i calcari della piattaforma
interna laziale-abruzzese e i sovrastanti calcari a Briozoi e Litotamni del Miocene mostrano un analogo
grado di carsificazione, che si è scelto di definire “elevato”. Nei calcari del Miocene sovrapposti ai
sedimenti di bacino i fenomeni carsici ipogei raggiungono un grado di carsificazione “medio”,
significativamente inferiore a quello dei depositi della piattaforma del Cretacico. Nei termini calcarei
della Scaglia, Corniola e Maiolica, compresi nelle successioni di transizione e di bacino pelagico, il
grado di carsificazione varia da “medio” a “basso”, mentre nelle intercalazioni costituite dalle altre
formazioni, prevalentemente marnose, la presenza di fenomeni carsici ipogei si riduce ulteriormente
o si annulla del tutto.
Figura 11 - Nel Pleistocene sup. il mare costeggiava le dorsali di M. Cosce e dei M. Sabini settentrionali; fluidi altamente
mineralizzati risalivano da zone profonde e miscelandosi con le acque della falda superficiale allargavano rapidamente
le fessure preesistenti nei calcari. Successivamente, l’arretramento del mare e la riattivazione della Faglia Sabina
portavano a quote elevate i “blocchi” con le grotte pleistoceniche, disattivandole.
Figura 12 - In alto: evoluzione del “blocco” di M. Prato-M. Laghetto nei Monti Sibillini meridionali dal Pliocene ad oggi,
con l’attivazione di una faglia normale ad alto angolo che sblocca la superficie di spianamento pliocenica, e origine
e sviluppo della Grotta di Cittareale. In basso a sinistra: sezione schematica della grotta. In basso a destra: sviluppo
planimetrico dei condotti in relazione alla quota, con evidenziati i paleo-livelli piezometrici ipotizzati.
36
IL CARSISMO SOTTERRANEO NELLA FALDA TOSCANA
E NELLA FALDA UMBRO-MARCHIGIANO-SABINA
Il Lazio Nord-occidentale
La strutturazione della falda toscana (Fig. 13) è successiva alla deposizione dei sedimenti
torbiditici della formazione del “Macigno” (Oligocene medio-Miocene inf.), e nell’area laziale è forse
riferibile al Burdigaliano sup. (intorno a 18 milioni di anni fa) (CIPOLLARI ET ALII, 1995), rappresentando
l’evento più antico riconosciuto nella regione.
Nelle rocce calcaree mesozoiche affioranti nel Lazio sulla destra del Fiume Tevere, su una
superficie complessiva di soli 8 km
2
, sono note 26 grotte, 5 delle quali abbastanza estese. Tutte le
formazioni calcaree presenti in affioramento sono ben carsificate, con sviluppo medio ampiamente
superiore a 100 m di condotti per km
2
di affioramento (Fig. 14).
Grandi placche di travertino si stendono a lato di questi piccoli rilievi calcarei: la piastra
di Canino (a Ovest del monte omonimo, mentre poco più a Nord si trova la piastra della Chiusa
del Vescovo), le bancate di Santa Severa (intorno ai dossi calcarei del M. delle Fate), e numerosi
affioramenti travertinosi a Nord e a Sud del M. Soratte. Altre bancate di travertino sono presenti in
numerose località del Lazio Nord-occidentale. Nei travertini si aprono complessivamente una ventina
di cavità (per un totale di oltre 2 km di condotti) incluse le più estese del Lazio relativamente a questo
tipo litologico.
Da menzionare, infine, una piccola cavità nelle lave del vulcano di Vico, l’unica grotta lavica
catastata nel Lazio.
IL MONTE CANINO E I TRAVERTINI DEL FIUME FIORA
LA “SPINA” CALCAREA DI MONTE CANINO
Il piccolo rilievo di M. Canino (432 m) presenta rocce calcaree in affioramento per
un’estensione inferiore a 3 km
2
. L’unica grotta esistente è il Pozzo di Monte Canino, profondo 25 m,
che si apre nel Calcare Massiccio in prossimità della vetta (Fig. 14).
LE PIASTRE DI TRAVERTINO DEL FIUME FIORA
L’area interessata dai depositi travertinosi di Canino e della Chiusa del Vescovo è compresa
fra il F. Fiora a Ovest e i centri vulcanici di Latera e Bolsena a Est. Quest’ampia zona è ribassata
tettonicamente dalla faglia lungo la quale è impostato un tratto del F. Fiora. Sulla riva destra (Ovest)
del fiume affiora il basamento metamorfico triassico, costituito da filladi con livelli grafitici, stratificate
e piegate.
La zona ribassata da faglie situata a Est del F. Fiora, costituita da un basamento di rocce
carbonatiche della falda toscana che affiora solo nella piccola dorsale di M. Canino, è stata colmata
da sedimenti neogenici e quaternari, e quindi coperta da materiali eruttati dal vulcano di Latera. I
terreni vulcanici (ignimbriti, piroclastiti, lave) hanno ricoperto il substrato adattandosi e “congelando”
la morfologia sottostante; lo spessore delle vulcaniti è quindi variabile da pochi metri fino a diverse
centinaia di metri.
Successivamente alla messa in posto delle vulcaniti, la miscelazione di acque risalenti lungo
faglie dall’acquifero carbonatico profondo con le acque circolanti nell’acquifero vulcanico superficiale
ha originato la deposizione idrotermale di piastre di travertino arealmente molto estese, con spessori
compresi fra pochi centimetri e 20-30 m (COCOZZA, 1963). Attualmente, alcune piccole sorgenti
termominerali sono poste sui bordi degli affioramenti travertinosi, come quella in località Bagno di
Musignano sulle pendici Sud di M. Canino.
La formazione delle gallerie sotterranee in quest’area avviene per infiltrazione delle acque
meteoriche in fessure del travertino, e successiva percolazione fino al contatto con i terreni vulcanici
sottostanti (meno permeabili), dove le acque iniziano a scorrere nello spazio compreso fra le due
superfici di contatto formando condotti che si ampliano rapidamente soprattutto per dissoluzione del
carbonato di calcio. Quindi, le grotte sono tipicamente gallerie in lieve pendenza attraversate da corsi
d’acqua, perenni o temporanei, che scorrono sul substrato di materiali piroclastici. L’ingresso, sia degli
inghiottitoi che delle risorgenze, normalmente è un grande antro.
Figura 14 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nel Lazio Nord-occidentale.
Figura 13 - La Falda Toscana si estende fino alla Toscana meridionale-Lazio settentrionale. Si individuano i fronti di
accavallamento verso Est della “Falda Toscana” e della “Cervarola”, sovrascorsa sulla serie umbra.
Figura 15 - Sezione geologica attraverso la piastra travertinosa della Chiusa del Vescovo e passante per il sistema
carsico Bucone-Grotta Nuova.
37
La piastra travertinosa della Chiusa del Vescovo
Il tavolato travertinoso della Chiusa del Vescovo, esteso 6 km
2
, poggia nella parte orientale
sopra le ultime propaggini della colata lavica della Selva del Lamone (messa in posto circa 160 mila
anni fa), mentre a Sud termina sulla forra del Torrente Olpeta e a Ovest, presso Ponte S. Pietro,
raggiunge il F. Fiora, inciso nelle filladi triassiche, sulle quali si appoggia l’ultimo lembo di travertini.
In base ai risultati delle datazioni radiometriche, la placca di travertino della Chiusa del Vescovo si è
depositata a partire da 63 mila anni fa (TADDEUCCI & VOLTAGGIO, 1987).
Nel deposito travertinoso sono note 5 cavità carsiche ipogee, e fra queste l’importante
sistema sotterraneo Bucone-Grotta Nuova, che drena una parte delle acque del pianoro.
La Grotta del Bucone (+2/-15, sviluppo 1065 m) è percorsa da un rio sotterraneo
temporaneo, al quale si accede tramite due sfondamenti (“doline”); il tetto e le pareti della galleria
sono costituiti da travertini in strati sub-orizzontali, mentre in alcuni punti del piano di calpestio è
riconoscibile il materiale piroclastico (Fig. 15). La Grotta Nuova (+25/-11, sviluppo 603 m), nella
quale scorrono perennemente le acque di infiltrazione del pianoro, è una lunga galleria sub-orizzontale
a sezione squadrata, con alla base materiale piroclastico che affiora dal pavimento nel tratto terminale
della grotta. E’ probabile che le acque del Bucone confluiscano in quelle della Grotta Nuova; un tratto
lungo meno di 500 m separa i punti estremi delle due grotte. Le acque della Grotta Nuova, tuttavia, non
emergono direttamente all’esterno ma scompaiono fra i massi del salone d’ingresso, per ricomparire
dopo circa 100 m nella piccola Grotta del Roveto, ed emergere da una modesta sorgente situata a
poche decine di metri dal F. Fiora, nella quale le acque sorgive scorrono sulle filladi impermeabili.
La piastra travertinosa di Canino
Il tavolato travertinoso di Canino affiora con continuità a Ovest di M. Canino su un’estensione di
60 km
2
. I travertini sono spesso stratificati con leggera pendenza verso SW (COCOZZA, 1963). In base alle
datazioni radiometriche, la placca di travertino di Canino è più recente di quella della Chiusa del Vescovo,
poiché l’inizio della precipitazione di CaCO
3
risale a circa 27 mila anni fa (TADDEUCCI & VOLTAGGIO, 1987).
Sono riportate in catasto 11 grotte, di cui 9, di modeste dimensioni, nel comune di Canino e
2, le più interessanti (Grotta Misa e Grotta di Ponte Sodo), nel comune di Montalto di Castro.
La Grotta Misa (-24, sviluppo 119 m) è un inghiottitoio raramente attivo (drena un
piccolissimo bacino), localizzato al contatto fra i travertini e i terreni vulcanici in una digitazione al
bordo NW della grande piastra travertinosa, dove il banco di travertino ha uno spessore di una ventina
di metri e una larghezza di soli 200 m.
Più a Sud il F. Fiora incide la colata lavica di Vulci (tefrite fonolitica), messa in posto 320
mila anni fa (METZELTIN & VEZZOLI, 1983); la colata, emessa da fessure, ha colmato un antico alveo del
F. Fiora fino alla confluenza con Fosso Timone, per uno spessore massimo di alcune decine di metri.
Sopra la colata lavica appoggia il bordo SW del vasto deposito di travertini di Canino. Questi depositi
sono stratificati, con livelli di spessore decimetrico o metrico in giacitura per lo più orizzontale costituiti
da lamine di deposizione chimica con apporti terrigeni (sabbia di origine vulcanica, clasti delle rocce
della falda toscana) (SPOSATO ET ALII, 1993). Il Fosso Timone, affluente del Fiora, fiancheggia il bordo
meridionale del pianoro travertinoso fino a raggiungere una digitazione del banco di travertino; qui il
corso d’acqua si è aperto una via sotterranea nei travertini porosi e carsificabili, scavando la Grotta
di Ponte Sodo (-15, sviluppo 80 m). L’acqua si inabissa nella grotta con una cascata di una dozzina di
metri, raggiungendo la base del deposito di travertino fino ad incidere la lava. Il banco di travertino ha
uno spessore di 20 m e una larghezza inferiore a 200 m. Sul lato opposto della piastra travertinosa il
torrente riemerge da una condotta percorribile per una ventina di metri (SEGRE, 1948a).
RIQUADRO 3 – “I TRAVERTINI”
I travertini sono tipici depositi continentali che nel Pleistocene-Olocene hanno estesamente
interessato l’Appennino centrale; in figura 16 è riportata una mappa dei principali affioramenti di
travertini nell’area laziale.
Queste rocce si depositano come incrostazioni di carbonato di calcio su strutture vegetali,
nella maggior parte dei casi con successive fasi di cementazione che forniscono un carattere litoide più
o meno poroso alla roccia. Il risultato finale può essere molto vario; i tipi litologici sono classificabili in due
grandi raggruppamenti: i travertini “detritici”, costituiti da frammenti di materiali incrostati, e i travertini
che conservano le strutture vegetali nella loro posizione originaria (D’ARGENIO & FERRERI, 1988).
I travertini possono essere depositati da acque calde in condizioni di termalismo basso o da
acque a temperatura prossima a quella dell’ambiente.
Nel Lazio, la deposizione dei travertini da acque termali è una conseguenza indiretta
dell’intensa attività vulcanica che ha accompagnato e seguito l’estensione crostale dovuta alla
formazione del bacino tirrenico, raggiungendo un massimo nel Pleistocene medio-sup. (LOCARDI ET ALII,
1977). I depositi di travertino, infatti, sono distribuiti soprattutto ai bordi dei principali distretti vulcanici,
dove le acque dolci del circuito carsico relativamente superficiale (di composizione bicarbonatica) si
miscelano con quelle che risalgono da un circuito più profondo (Fig. 17), di tipo termale e arricchite
in solfati e carbonato di calcio, probabilmente a causa della circolazione profonda nelle evaporiti
triassiche e nei calcari mesozoici (BARBIERI ET ALII, 1979; MARTINIS & PIERI, 1964; CIPRIANI ET ALII, 1977,
PENTECOST & TORTORA, 1989). MANFRA ET ALII (1976) hanno dimostrato, determinando i valori del rapporto
isotopico
13
C/
12
C dei travertini (che possono fornire informazioni sulla natura della CO
2
presente nelle
soluzioni da cui hanno tratto origine detti depositi), che molte piastre di travertino (per es. quelle
delle Acque Albule, Canino, Cisterna di Latina e Fiano Romano) sono correlate con il processo di
decarbonatazione in profondità delle unità mesozoiche, legato alla circolazione in profondità di fluidi
chimicamente aggressivi. La risalita dei fluidi avviene spesso attraverso faglie nelle zone di taglio o di
trascorrenza. La forma di questi depositi di travertino è tipicamente tabulare, l’estensione può anche
essere notevole (nel Lazio la piastra più estesa è quella di Canino che raggiunge i 60 km
2
) mentre gli
spessori sono molto ridotti, nella maggioranza dei casi pochi metri e raramente più di qualche decina
di metri.
La deposizione di travertino da acque a temperatura prossima a quella dell’ambiente può
essere originata in corrispondenza di cascate, come conseguenza dei processi di nebulizzazione e
successiva evaporazione delle minute goccioline d’acqua che nella caduta depositano sottili veli di
carbonato di calcio sulle pareti dove vanno a cadere. Questi depositi “spugnosi” ricoprono altri corpi
travertinosi con forte discordanza e creano e mantengono forti dislivelli, con raccordi anche verticali
(per es., travertini della cascata delle Marmore, travertini di Tivoli-Ponte Lucano). Se l’ambiente di
deposizione è caratterizzato da piccoli dislivelli verticali si sviluppano forme a gradoni con sistemi di
vasche. Al diminuire della pendenza i depositi travertinosi assumono forma tabulare con stratificazione
a basso angolo, che segue quella del pendio (D’ARGENIO & FERRERI, 1988).
Figura 16 - Principali placche di travertino dell’area laziale.
Figura 17 - Modello della circolazione idrogeologica in corrispondenza delle piastre travertinose del Fiume Fiora. I
fluidi dell’acquifero carbonatico profondo risalgono lungo la faglia e si miscelano con le acque dell’acquifero superficiale
costituito dai prodotti vulcanici (da Taddeucci & Voltaggio, 1987).
38
origine sedimentaria sembra imputabile all’attraversamento, durante la risalita dei fluidi idrotermali
lungo le fratture, degli orizzonti evaporitici di età triassica sottostanti alla pila di sedimenti carbonatici,
non in affioramento nel Lazio ma rinvenuti in sondaggi profondi (MARTINIS & PIERI, 1964). Nel
corso della risalita i fluidi acidi e caldi provenienti da zone profonde mobiliterebbero i solfati degli
orizzonti evaporitici, producendo H
2
S (ZUPPI ET ALII, 1974; BONI ET ALII, 1980). Indagini svolte nell’area
di Frasassi, nell’Appennino umbro-marchigiano, indicano però come possibilità più probabile,
rispetto alle fenomenologie termali, il dilavamento delle formazioni evaporitiche da parte di acque
meteoriche infiltratesi in profondità per l’alta permeabilità delle rocce, mancando nell’area indicatori di
idrotermalismo (TAZIOLI ET ALII, 1990; SIGHINOLFI, 1990). Per quanto riguarda lo zolfo di origine magmatica,
il ruolo dei magmi è duplice: 1) forniscono calore e specie chimiche che, interagendo con le formazioni
confinanti, possono rimobilizzare lo zolfo sedimentario; 2) rilasciano specie contenenti zolfo primario
(CAVARRETTA & LOMBARDI, 1992).
Le grotte “ipogeniche” si formano sia nelle ambientazioni profonde in cui circolano solo fluidi
idrotermali, sia nelle zone più alte delle falde acquifere dove si miscelano le acque del circuito carsico
“superficiale” e quelle del circuito idrotermale profondo. Nel secondo caso, le grotte sono formate
da acque la cui aggressività si è prodotta in profondità in modo indipendente rispetto alla CO
2
della
superficie o del suolo o da altre sorgenti di acido prossime alla superficie, e possono quindi essere
definite ipogeniche (PALMER, 2000).
Il carsismo idrotermale produce una varietà di morfologie di grotta, generalmente prive di
dirette relazioni genetiche con la superficie esterna; quindi, il rinvenimento di una grotta ipogenica
normalmente è possibile solo dopo il sollevamento tettonico del “blocco” che la contiene e l’asportazione
per erosione della roccia incassante (DUBLYANSKY, 2000b). Grotte ipogeniche sono state già riconosciute
in diverse aree carsiche italiane (per es., CUCCHI & FORTI, 1990; GALDENZI & MENICHETTI, 1995).
Tuttavia, i riferimenti alle grotte ipogeniche del Lazio sono molto limitati; in questo volume si
avanzano delle ipotesi sullo sviluppo delle grotte correlate con la risalita di fluidi profondi nella nostra
regione, proponendo l’attribuzione di alcune morfologie a questa origine, e in particolare: a) grandi
cavità isolate, costituite da un singolo salone (vedi riquadro “i grandi ambienti carsici sotterranei”); b)
grotte freatiche labirintiche, con piccole sale a cupola e frequente anastomosi dei passaggi (per es., il
Buco del Pretaro sul M. Cosce); c) grotte di fessura, impostate su fratture tettoniche in corrispondenza
Figura 18 - La Grotta Innocenzi è impostata su tre fratture. Il tratto intermedio, che sviluppa un dislivello di 50 m
con una serie di salti, segue una frattura inclinata di 60°, la cui superficie costituisce la parete di tetto del condotto; la
stratificazione, nel Calcare Massiccio, non è distinguibile.
della falda sulfurea (per es., la Grotta di Fiume Coperto sui M. Lepini).
I TRAVERTINI DI SANTA SEVERA
Pochi chilometri a ENE di Santa Severa si trovano due piastre di travertino piuttosto estese,
con superficie complessiva di quasi 5 km
2
: la placca di Pian Sultano e quella di Bagni, quest’ultima
depositata intorno ai dossi calcarei del Casone e di Bagni.
I depositi, che localmente raggiungono spessori anche di qualche decina di metri, poggiano
su terreni fliscioidi o, in prossimità dei dossi, sui calcari mesozoici (MANFRA ET ALII, 1976). L’area
sembra essere localizzata all’intersezione di importanti faglie, presumibili vie di risalita delle acque
mineralizzate di origine endogena, legate al locale vulcanesimo plio-quaternario (NEGRETTI & MORBIDELLI,
1963). Le manifestazioni idrotermali all’interno della placca sono rappresentate dalla piccola sorgente
termominerale Acqua Calda, di cui si è parlato precedentemente.
Le conoscenze attuali del fenomeno carsico ipogeo sono limitate a due piccole cavità a
scivolo (6-7 m di profondità), situate nella piastra di Pian Sultano.
RIQUADRO 5 – “LE GROTTE NEI TERRENI VULCANICI”
(DA G. CAPPA, 2000)
I terreni vulcanici costituiscono quasi il 40% della superficie della regione e comprendono
sia formazioni laviche che sedimenti piroclastici o idromagmatici. In queste rocce non si sviluppano
fenomeni carsici veri ma si osserva la presenza di “pseudo-carsismo”. Le formazioni laviche possono
contenere cavità naturali (chiamate gallerie di scorrimento lavico), in cui la fuoriuscita della lava
ancora fluida ha lasciato lunghi condotti vuoti, ma queste cavità, che si formano dove le lave sono
particolarmente fluide, nel Lazio non sono presenti; cavità si generano anche nei camini lavici, per
effetto del ritiro verso il basso (per raffreddamento della colonna eruttiva e/o subsidenza della camera
magmatica) che determina lo svuotamento dell’ultimo tratto in alto: nel Lazio esiste soltanto una cavità
di questo tipo (il Pozzo del Diavolo al Lago di Vico).
I sedimenti vulcanici non danno luogo a cavità, se si eccettuano alcuni modesti anfratti dovuti
ad erosione fluviale e/o meteorica alla base di pareti verticali ed alla creazione di vacui “tettonici”
dovuti alla fratturazione e cedimento gravitativo in prossimità delle stesse pareti verticali.
A dire il vero è stata osservata in varie parti del Lazio la presenza di condotti a sezione para-
circolare, analoghi a quelli definiti “freatici” nelle grotte carsiche, di diametro tuttavia assai ridotto (2-3
decimetri); essi sono la traccia di antichi scorrimenti idrici in pressione nelle formazioni cineritiche o
idromagmatiche. Alcuni presentano anche successive sottoescavazioni di tipo “vadoso”, ma tutti sono
risultati comunque impenetrabili per l’uomo.
Un altro fenomeno che, per così dire, avvicina le forme sotterranee del vulcanico a quelle
delle grotte carsiche è osservabile nei condotti di bonifica, scavati in epoca etrusca o romana e rimasti
da allora in funzione per buoni 2000 anni; essi sono molto numerosi nella Tuscia e nei Castelli Romani.
Il continuo scorrere dell’acqua ha prodotto sottoescavazioni che arrivano persino ad una profondità di
6 m: il condotto scavatosi in modo naturale è in certi casi addirittura ben più grande di quello artificiale
iniziale e presenta meandri, marmitte e altre morfologie di dettaglio tipiche delle grotte naturali, là
dove anche esse non sono scavate tanto da un’azione chimica “carsogena” sensu-strictu, quanto
dall’erosione meccanica fluviale.
LE LAVE DI MONTE VENERE SUL VULCANO DI VICO
Le eruzioni del vulcano vicano hanno avuto inizio circa 800 mila anni fa per concludersi
90 mila anni fa con l’edificazione di M. Venere. L’apparato centrale, il vulcano di Vico, è un tipico
stratovulcano con la parte terminale troncata verso Sud da una caldera eccentrica (DE RITA, 1993). Dal
fondo della caldera si innalza un apparato secondario, il vulcano di M. Venere, nel quale si trova l’unica
grotta lavica di un certo interesse del Lazio.
Il Pozzo del Diavolo (-13 m, volume circa 2 mila m
3
) è una camera di crollo nella lava tefritica
situata sulla sommità dell’apparato di M. Venere. I crolli, attraverso la fitta fessurazione della lava,
si spiegano forse con la presenza di un sottostante camino lavico parzialmente svuotato dal ritiro
della colonna lavica terminale del cavo vulcanico. La cavità si sarebbe ampliata per crolli successivi,
riducendo l’altezza del vacuo residuale, spostatosi progressivamente verso l’alto (CAPPA, 1996).
ALTRI AFFIORAMENTI DI TRAVERTINO, CONGLOMERATI E TUFI
Nel Lazio Nord-occidentale sono numerosi gli affioramenti di travertino di origine idrotermale,
oltre a quelli citati precedentemente e prossimi agli affioramenti calcarei di M. Canino, M. delle Fate e M.
Soratte. Una descrizione di questi affioramenti è riportata in MANFRA ET ALII (1976).
In particolare, segnaliamo le placche travertinose presso Viterbo (potenti pochi metri), le
bancate di Bomarzo, i depositi di Orte (affioranti in numerose piccole placche) e quelli presenti nei
dintorni di Civitavecchia (in particolare i piccoli affioramenti potenti pochi metri di Ficoncella, Bagni di
Nei depositi di travertino dell’area considerata nel presente studio sono conosciute ben 110
grotte, per quasi 5 km complessivi di condotti ipogei.
I MONTI DELLA TOLFA
IL MONTE DELLE FATE
Nella Tuscia affiorano tre piccoli dossi calcarei che nell’insieme coprono una superficie
inferiore a 1 km
2
. In quest’area sono conosciute 3 grotte, con uno sviluppo complessivo dei condotti
inferiore a 400 m. Il carsismo ipogeo interessa sia il Calcare Massiccio, con una piccola grotta in uno
dei dossi minori, che i Calcari Selciferi.
Nel più grande dei tre dossi, il M. delle Fate (396 m), si trova la Grotta Patrizi (-47, sviluppo
260 m), scavata nel calcare selcifero ben stratificato (litofacies 60s). Questa formazione affiora in
continuità stratigrafica sopra il Calcare Massiccio e ha una potenza compresa fra un massimo di 150 m
nel versante occidentale di M. delle Fate e circa 50 m nel versante orientale (FAZZINI ET ALII, 1972).
La Grotta Patrizi si sviluppa con condotti in parte freatici e in parte vadosi, seguendo
apparentemente la pendenza della stratificazione, inclinata di 30-35°; tuttavia, sono pochi i tratti
in interstrato mentre più spesso i condotti risultano impostati su faglie e fratture sub-verticali. La
temperatura media interna è di 18-20°C in estate e di 20-22°C in inverno, valori più elevati della
media annuale esterna. All’interno sono state osservate risalite ritmiche di aria calda, con temperature
generalmente di 26-27°C e punte massime fino a 31°C (AGOSTINI ET ALII, 1981). Nella grotta sono
presenti alcune fratture beanti con riempimenti filoniani di fluorite e di calcite spatica in grossi cristalli,
concrezioni mammellonari di calcite con bande di ossidazione ed elevato contenuto di barite. Lungo
una frattura si trovano fiori di gesso ormai molto degradati; è stata rinvenuta anche una concrezione a
nucleo calcitico concentrico parzialmente avvolta da grossi cristalli di gesso (AGOSTINI ET ALII, 1981).
Nelle vicinanze di questa cavità si apre la Grotta dei Serpenti (-10 m), una stretta fenditura
con temperatura interna di circa 30°C dalla quale escono vapori caldi (SEGRE, 1948a). Le acque del
M. delle Fate e del vicino dosso calcareo di località il Casone riemergono dalla sorgente Acqua Calda,
situata sul bordo del dosso a 1,4 km di distanza dalla Grotta Patrizi (il cui fondo è prossimo al livello di
falda). Si tratta di una sorgente termominerale che lascia incrostazioni travertinose, con temperatura
dell’acqua di 45°C ed elevato tenore in H
2
S e CO
2
(CAMPONESCHI & NOLASCO, 1978-86).
L’elevata temperatura interna della grotta, la presenza contemporanea di minerali tipici
dell’ambiente carsico idrotermale, le sorgenti sulfuree e termali e i depositi travertinosi, sono
elementi caratteristici che fanno ritenere probabile un’origine della grotta dovuta a fenomeni ipogenici
(DUBLYANSKY, 1997; vedi riquadro “grotte epigeniche e grotte ipogeniche”).
RIQUADRO 4 – “GROTTE EPIGENICHE E GROTTE IPOGENICHE DEL LAZIO”
Nei settori interni degli acquiferi dei massicci carbonatici del Lazio le acque di falda hanno
la mineralizzazione bicarbonato-calcica tipica delle acque carsiche. In questi settori si sviluppano
le grotte “epigeniche”, cioè le grotte formate in conseguenza dell’infiltrazione delle acque piovane
nell’area sovrastante o comunque “vicina” alle grotte stesse, e della circolazione di queste acque nei
vuoti presenti nel sottosuolo, con meccanismi di dissoluzione del calcare “normali”, cioè in cui l’agente
carsificante è l’acqua arricchita della CO
2
che deriva dall’atmosfera e dal suolo (KLIMCHOUK, 2000b).
In alcune zone perimetrali dei massicci carbonatici del Lazio, prevalentemente sui bordi
sbloccati da zone di taglio recenti (FACCENNA, 1994) o all’intersezione fra zone di frattura, le acque di
falda presentano caratteristiche chimico-fisiche diverse da quelle tipiche delle aree carsiche, con valori
più elevati di salinità, di contenuto gassoso e talvolta anche di temperatura. Queste differenze sono
imputate all’esistenza di un circuito idrotermale che determina la risalita di fluidi da zone profonde
lungo le lacerazioni crostali. Il chimismo delle acque delle sorgenti di queste zone è, quindi, il risultato
della miscelazione delle acque del circuito carsico (a bassa mineralizzazione, di tipo bicarbonato-
calcica) con quelle del circuito idrotermale (ad elevata mineralizzazione, ricche, oltre che di CO
2
, sodio
e cloruri, anche di H
2
S) (BONI ET ALII, 1980).
L’acido carbonico, agente principale della dissoluzione del calcare negli ambienti epigenici, è
quindi fondamentale anche per la formazione delle cavità ipogeniche, anche se l’origine dell’acidità è
diversa. La CO
2
dei fluidi profondi può essere generata da processi ignei (nel Lazio, un’intensa attività
vulcanica ha accompagnato e seguito l’estensione crostale dovuta alla formazione del bacino tirrenico,
raggiungendo un massimo nel Pleistocene medio-sup.), dal termo-metamorfismo dei carbonati, e dalla
degradazione termica e ossidazione di composti organici presenti in profondità operata da ossidanti
minerali (processo possibile, per esempio, nei campi petroliferi: al riguardo sono da ricordare le
manifestazioni petrolifere e asfaltifere situate nella provincia di Frosinone). Rispetto alle ambientazioni
superficiali, nelle ambientazioni profonde la pressione parziale iniziale di CO
2
può raggiungere valori
molto elevati; inoltre, essa è distribuita molto meno uniformemente, poiché si concentra lungo le vie di
fuga preferenziali (KLIMCHOUK, 2000b).
La presenza di H
2
S nel Lazio è di origine sia sedimentaria che magmatica. Lo zolfo di
39
quindicina di chilometri, interessando anche i depositi vulcanici e sedimentari del Pleistocene medio
(FACCENNA, 1994). Attualmente il fondo della Grotta di S. Lucia si trova a q. 335 m, molto più in alto della
falda idrica, le cui emergenze (sulfuree) sono probabilmente localizzate verso Sud seguendo la zona
di taglio (sorgenti lineari a quote di circa 30 m, poco superiori al livello del F. Tevere).
RIQUADRO 6 – “I GRANDI AMBIENTI CARSICI SOTTERRANEI”
Modalità di formazione delle grandi sale sotterranee
La formazione di vacui sotterranei di grandi dimensioni può essere dovuta a meccanismi
diversi.
Nelle grotte scavate nei calcari, grandi sale sotterranee sono spesso localizzate in
corrispondenza della congiunzione fra due gallerie percorse da torrenti, dove l’erosione alla base delle
pareti produce ripetuti crolli della roccia sovrastante, e quindi l’ampliamento laterale e verso l’alto della
sala. Il torrente che percorre la galleria deve contemporaneamente essere in grado di asportare gran
parte dei detriti crollati, rimuovendoli come particelle in sospensione e in soluzione, permettendo così
ai vuoti di mantenersi aperti (FORD & WILLIAMS, 1989). Un esempio di ambiente “fossile” di questo tipo nel
Lazio può essere rappresentato dal salone “Kilauea” nella Grotta degli Urli (10x50 m, altezza 6 m).
In grotte percorse da torrenti periodicamente impetuosi la presenza di grandi sale
immediatamente precedenti passaggi di ridotte dimensioni, può essere spiegata dell’allagamento del
condotto a monte del restringimento per la forte risalita del livello dell’acqua durante le piene (PALMER,
1972). Come esempio, si veda quanto riportato per gli inghiottitoi dei M. Carseolani, dove i saloni che
precedono i sifoni “terminali” hanno lunghezze di 80-100 m, larghezze di 12-20 m e altezze di 15-20 m.
L’evoluzione multifase di un sistema carsico sotterraneo può portare alla sovrapposizione di
Figura 19 - Rilievi topografici di alcune delle “grandi cavità carsiche a cielo aperto” dell’area laziale.
Traiano e i Montirozzi, depositati nell’Olocene e ancora attivi).
Presso Palidoro si trova una piccola placca separata in due settori dall’incisione dell’attuale
Fosso delle Cadute; a differenza degli altri depositi citati, questi travertini sarebbero originati dalla
deposizione fluvio-lacustre, per colmamento di una depressione con profondità anche superiore a 10 m.
Le uniche cavità catastate sono 3 grotte, lunghe 30-40 m ciascuna, presenti nell’area
di Bomarzo, in prossimità della confluenza del Torrente Vezza nel Tevere, dove i travertini,
depositati nell’Olocene all’interno di una depressione strutturale, poggiano prevalentemente su tufi
“travertinizzati” negli strati superiori. Dalle informazioni disponibili risulta che queste grotte si aprono
fra i travertini, i tufi e i materiali detritici travertinosi.
Infine, alcune piccole grotte naturali si aprono nei terreni argilloso-conglomeratici e tufaceo-
conglomeratici del Lazio Nord-occidentale, nei pressi di Acquapendente, Tarquinia e Civita Castellana.
IL MONTE SORATTE
La dorsale calcarea di M. Soratte (693 m) emerge bruscamente dall’area circostante a
morfologia dolce, costituita da una coltre di sedimenti argilloso-sabbiosi e vulcaniti. Il rilievo si estende
per una lunghezza di circa 6 km lungo l’asse principale diretto NW-SE, con una larghezza massima di
1,5 km; l’estensione areale è di quasi 5 km
2
.
La struttura della dorsale (Fig. 14) è data da almeno due scaglie tettoniche sovrapposte,
costituite prevalentemente da Calcare Massiccio, a loro volta poggianti su una terza scaglia, della quale
emerge solo la sommità in alcuni piccoli e discontinui affioramenti a SE della dorsale principale (BENEO,
1947; BORTOLANI & CARUGNO, 1979).
La scaglia superiore (“di M. Soratte”), che comprende la cresta della dorsale, è accavallata
verso NE sulla seconda scaglia (“di Sant’Oreste”). Il piano di scivolamento verso NE è impostato nella
formazione marnosa della Scaglia eocenica (che ha svolto funzioni di lubrificante) situata a tetto della
seconda unità. Analogamente, fra la scaglia tettonica intermedia di Sant’Oreste e l’unità basale (scaglia
“di M. Piccolo”), si interpone la formazione della Scaglia del Turoniano. I piani di sovrascorrimento
impostati su formazioni a permeabilità inferiore (come la Scaglia rispetto al Calcare Massiccio), limitano
le possibilità di collegamento idraulico fra le singole scaglie, che possono però essere connesse
attraverso le eventuali faglie distensive successive ai sovrascorrimenti.
Sul M. Soratte sono note 22 grotte, con uno sviluppo spaziale complessivo dei condotti di 1,5 km.
L’UNITÀ TETTONICA “DI MONTE SORATTE”
E’ costituita quasi interamente da Calcare Massiccio, nel quale si aprono tutte le 13
grotte note al catasto, per complessivi circa 850 m di condotti esplorati. Questo notevole sviluppo
del carsismo sotterraneo, considerata la ristrettezza dell’affioramento, mal si spiega con l’attuale
idrografia di superficie, caratterizzata dalla notevole acclività dei versanti e dall’assenza di qualsiasi
bacino di raccolta (PASQUINI, 1963a).
In prossimità della cresta sommitale si aprono l’Abisso Erebus (-115 m) e la Grotta Innocenzi
(-53 m), entrambe interamente impostate su fratture inclinate (Fig. 18). Fra le cavità minori sono da
ricordare alcune bocche che emettono aria calda in tutto l’arco dell’anno, analogamente a quanto
descritto per la Fossavota nei M. Cornicolani.
Sul fianco orientale della montagna gli strati si inclinano fino a 40° in prossimità della
evidente superficie di sovrascorrimento che taglia a mezza costa il versante orientale della dorsale. In
prossimità del fronte di sovrascorrimento si trova la cavità più interessante del M. Soratte, la Grotta
di Santa Lucia (+15/-105 m), venuta alla luce nel 1967 durante i lavori di estrazione all’interno di
una cava, per il crollo del diaframma roccioso che separava la superficie topografica dalla volta di un
grande vacuo ipogeo. Dato il breve periodo trascorso dall’apertura, l’ambiente sotterraneo presenta
ancora ben conservate le caratteristiche precedenti al crollo. Si tratta di una grande caverna, scavata
nel Calcare Massiccio, con una volta a cupola alta una cinquantina di metri (si entra solo dal foro
nella volta) e pianta ovoidale di 55x90 m, per un volume dell’ambiente di circa 90 mila m
3
e rapporto
volume/lunghezza di circa 1600 m
3
/m. Verso il basso la cavità prosegue con un grande pozzo cilindrico
di sezione circolare del diametro di 25 m, profondo 60 m fino ad un pavimento di blocchi e detrito.
Da un lato del grande salone si immette un “camino” le cui pareti sono a tratti coperte da crostoni di
gesso (P. DALMIGLIO, com. pers.). Esternamente non si osservano indizi che giustifichino la presenza del
grande ambiente sotterraneo (per esempio, accenni di doline).
Come si vedrà anche più avanti, le grandi cavità carsiche a cielo aperto sono morfologie
tipiche del Lazio, e la Grotta di S. Lucia ne rappresenta un notevole esempio, relativamente allo stadio
evolutivo immediatamente precedente al crollo naturale della volta. Nel riquadro dedicato ai “grandi
ambienti” sotterranei sono riportate le motivazioni che spingono a ritenere che l’origine di queste
cavità abbia luogo in corrispondenza o poco al di sotto della superficie piezometrica e sia legata alla
risalita da zone profonde di fluidi ricchi di CO
2
e H
2
S.
Per quanto riguarda in particolare il M. Soratte, la risalita dei fluidi ipogenici dovrebbe essere
avvenuta attraverso le faglie della zona di taglio che si sviluppa dalla dorsale verso Sud per una
vacui, che per crolli successivi si ampliano creando un grande ambiente unico. Potrebbe essere questa
l’origine del salone “La Nuova Atlantide” (30x10 m, altezza 50 m) nell’inghiottitoio di Campo di Caccia,
attraversato da un torrente e con grandi gallerie fossili occhieggianti in alto sulle pareti.
Molte delle più vaste sale sotterranee nel mondo, comunque, sono scavate in rocce
impermeabili (marne, argilliti) al di sotto di un soffitto calcareo. Il meccanismo di formazione sembra
essere spiegabile con l’afflusso di notevoli quantità d’acqua in corrispondenza del livello erodibile, che
viene progressivamente asportato lasciando uno spazio vuoto. Successivamente si verificano crolli
ripetuti di blocchi calcarei dalla volta, che vanno a ricoprire le rocce impermeabili costituenti la base
della sala, talvolta nascondendole completamente. La stabilità di questi grandi ambienti è spesso
legata alla presenza di importanti discontinuità (faglie) (GILLI, 1984). Nel Lazio è di questo tipo la vasta
sala che costituisce la Grotta di Colle Cantocchio (circa 50x100 m, altezza media 2-3 m).
Un’altra modalità di escavazione di grandi sale sotterranee si realizza grazie all’azione di
acque idrotermali e/o sulfuree (“ipogeniche”), come si ritiene sia avvenuto per la celebre Carlsbad Big
Room negli USA, che ha un volume di oltre 1 milione di metri cubi (FORD & WILLIAMS, 1989; HILL, 1990).
Questa tipologia di cavità è di particolare interesse nell’area laziale; ai meccanismi di formazione di
questi ambienti è dedicato il paragrafo successivo di questo riquadro.
Modalità di formazione delle grandi sale sotterranee per azione di acque sulfuree
L’acido solfidrico disciolto (H
2
S), originato principalmente per riduzione dei solfati, è un acido
debole in grado di sciogliere i carbonati. La dissoluzione operata da questo acido è probabilmente
il processo speleogenetico più importante negli ambienti anossici profondi, dove la possibilità di
creare grandi cavità è legata alla “rigenerazione” della capacità di dissoluzione; ciò può avvenire
40
principalmente per la miscelazione di acque con contenuto di H
2
S molto diverso, che determina una
forte sottosaturazione (PALMER, 1991).
La dissoluzione, però, è molto più pronunciata se le acque con H
2
S entrano in contatto con
quelle della falda superficiale. Infatti, durante la risalita del fluido nella frattura, l’acido solfidrico rimane
allo stato ridotto finché, approssimandosi alla superficie piezometrica, il fluido si miscela con le acque
di provenienza meteorica esterna, ricche di ossigeno. Nel corso della miscelazione l’acido solfidrico si
trasforma in acido solforico (HILL, 1990):
H
2
S+2O
2
=HSO
4
-
+H
+
L’acido solforico è fortemente aggressivo e reagisce con le pareti calcaree:
HSO
4
-
+H
+
+CaCO
3
+2H
2
O=Ca
2+
+SO
4
2-
+3H
2
O+CO
2
Quindi, la maggior parte della dissoluzione è operata dall’acido solforico e ha luogo in
prossimità della superficie freatica, a meno che la miscelazione fra le acque del circuito profondo e
del circuito carsico non avvenga a profondità maggiori. Inoltre, l’ossidazione dell’H
2
S rilascia energia
chimica in grado di produrre in situ materia organica, utilizzata da batteri chemioautotrofici; l’attività
metabolica dei batteri, che determina una ulteriore ossidazione dell’H
2
S, contribuisce significativamente
alla corrosione carsica presso la superficie della falda freatica (GALDENZI & SARBU, 2000).
Fra i prodotti più caratteristici di questo meccanismo genetico sono da ricordare i depositi
gessosi, che possono formare accumuli anche molto potenti, soprattutto negli ambienti aerati in diretto
contatto con la falda sulfurea per l’interazione delle esalazioni sulfuree con l’ossigeno atmosferico e le
pareti calcaree (per es., vedi Grotta di Fiume Coperto, nei M. Lepini). L’eventuale residuo argilloso, non
solubile, presente nel calcare si dovrebbe depositare sul pavimento dell’ambiente che si va ampliando,
proteggendolo dall’azione aggressiva dell’acqua sulfurea. Infatti, nei casi osservati da HILL (1990)
le pareti delle grandi sale terminano bruscamente su un piano orizzontale. Sul pavimento della sala
potrebbe essere riconoscibile il condotto lungo il quale è risalito il fluido, cioè la frattura ampliata nella
zona di ossidazione.
Questi grandi vuoti carsici avrebbero, in origine, una forma a duomo poco influenzata da
crolli, che si produrrebbe intorno al punto di iniezione del fluido ipogenico; allontanandosi da questo
punto l’acido verrebbe rapidamente neutralizzato (HILL, 1990). Esempi di sale il cui ampliamento è
attribuito a queste modalità sono stati descritti in molte località del mondo. Talvolta le grotte idrotermali
e/o sulfuree sono composte esclusivamente da una o più grandi sale dalla tipica forma a duomo, con
nicchie e cupole sulla volta. Queste sale hanno lunghezze spesso superiori a 100 m e altezze di 80
m o più e il loro volume specifico (volume/lunghezza del vacuo) è tipicamente maggiore di 100 m
3
/m
(DUBLYANSKY, 2000b). La localizzazione delle sale ipogeniche, spesso isolate rispetto al reticolo carsico,
rifletterebbe quella dei particolari punti di iniezione di acido solfidrico in prossimità della superficie
della falda.
In questo articolo vengono definite come “grandi cavità carsiche a cielo aperto” le cavità che
presentano le seguenti caratteristiche: a) si aprono all’esterno o a profondità molto ridotta (fino a qualche
decina di metri); b) le pareti sono sub-verticali o strapiombanti; 3) la pianta della base dell’ambiente è di
forma grossolanamente ellittica e il rapporto asse minore / asse maggiore è superiore a 0,5; 4) l’asse
maggiore ha dimensioni di almeno 50 m; 5) il volume specifico è maggiore di 100 m
3
/m.
Le grandi cavità carsiche a cielo aperto sono frequenti nel Lazio e presenti in tutte le
formazioni geologiche calcaree e anche nei travertini; in figura 19 sono riportati i rilievi di alcune di
queste cavità. L’esempio migliore è la Grotta di Santa Lucia sul M. Soratte, venuta alla luce durante
lavori di scavo meno di 40 anni fa. Con il crollo della volta, l’entrata della luce e l’azione degli altri
agenti atmosferici, si avvia la rapida degradazione del concrezionamento presente. I blocchi di crollo
vanno a ricoprire interamente, o quasi, la base dell’ambiente, ostruendo le eventuali condotte di
risalita dell’acqua. Ad esclusione della Grotta di S. Lucia, in nessuna delle grandi cavità del Lazio sono
stati rinvenuti depositi di gesso, forse perché le acque meteoriche che si infiltrano dalla volta li hanno
Figura 20 - Carta delle manifestazioni sulfuree e idrotermali dell’area laziale e ubicazione delle presunte cavità
ipogeniche.
Figura 21 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nella dorsale di Monte Cosce e nel settore sabino a Ovest della Faglia Sabina, strutturati nel corso dell’evento del Serravalliano inf.–Serravalliano sup.
rapidamente asportati in una fase precedente.
In figura 20 si può osservare come i grandi vuoti carsici siano normalmente localizzati lungo
tratti perimetrali in estensione dei massicci carbonatici, in prossimità di sorgenti termali e/o sulfuree e
di placche di travertino, anch’esse correlate alla risalita dei fluidi idrotermali. Queste forme ipogeniche
non si rinvengono, invece, nelle aree interne dei massicci carbonatici, dove le sale sotterranee molto
difficilmente hanno dimensioni confrontabili e dove comunque le morfologie degli ambienti sono molto
diverse. Pur in mancanza di prove conclusive, si avanza l’ipotesi che questa particolare tipologia di
forme carsiche sia imputabile ai processi sopra descritti, e che quindi il loro sviluppo sia avvenuto in
condizioni freatiche, in corrisondenza o in prossimità della superficie piezometrica, per la miscelazione
delle acque della falda carsica con fluidi sulfurei di origine profonda, localizzata in punti particolari di
iniezione (faglie, intersezione di fratture).
L’UNITÀ TETTONICA “DI SANT’ORESTE”
Nell’unità di Sant’Oreste, cioè a Est e al di sotto della linea di sovrascorrimento
precedentemente menzionata, affiorano quasi esclusivamente i calcari del “Marmarone” (o Corniola,
litofacies 65), immergenti verso Ovest. In questa formazione geologica si aprono tutte le 9 grotte note
in questa unità, per uno sviluppo complessivo di oltre 600 m di condotti. Di particolare importanza
sono i tre grandi pozzi paralleli e intercomunicanti dei Meri (-109 m), impostati su due fratture
principali a diversa orientazione, una verticale e l’altra inclinata di 65°. Pur mancando ancora riscontri,
si può ipotizzare che questi insoliti pozzi abbiano la stessa origine del grande P60 della Grotta di S.
Lucia e del condotto ancora attivo del Pozzo del Merro nei M. Cornicolani, e che rappresentino cioè
41
antichi condotti di risalita delle acque di un circuito profondo. Molto tempo prima che le teorie sui
flussi ipogenici acquisissero popolarità, PASQUINI (1963a) ha segnalato l’analogia fra la morfologia dei
Meri e quella del Pozzo Sventatore nei M. Cornicolani (anch’esso attualmente ritenuto di presumibile
origine ipogenica), e ha ipotizzato che queste voragini si siano formate per “concamerazioni sub-
orizzontali in serie, scavate presumibilmente dalle acque circolanti a quote superiori all’attuale livello
della falda acquifera, concamerazioni successivamente riunitesi per crollo dei diaframmi rocciosi che
le separavano”.
I TRAVERTINI DI FIANO ROMANO
Questo deposito di travertino in strati sub-orizzontali è situato presso la riva destra del
Tevere, all’estremità della faglia N-S facente parte della zona di taglio transestensiva del M. Soratte.
L’estensione areale del deposito copre una decina di km
2
, mentre la sua potenza raggiunge alcuni metri.
Secondo le indagini radiometriche, l’età assoluta è compresa all’incirca tra 430 mila e 220 mila anni
fa; probabilmente il deposito è stato originato dalla risalita di acque calcarifere appartenenti al circuito
idrotermale, risalenti dal substrato mesozoico lungo linee di frattura (MANFRA ET ALII, 1976). Attualmente
nell’area in esame non sono presenti manifestazioni sorgentizie minerali, ma solo emanazioni di CO
2

e H
2
S nei pressi del Lagopuzzo, unico fenomeno carsico (peraltro di superficie) riportato nel catasto
delle grotte del Lazio relativamente a quest’area. Questo lago, situato in prossimità del paese di
Leprignano (Capena), è il risultato di sprofondamenti del suolo avvenuti ciclicamente nello stesso luogo
con formazione di laghi circolari del diametro di 100-200 m.
I depositi di travertino, che hanno uno spessore limitato ad alcuni metri, poggiano su sabbie
marnose poco cementate alternate ad argille del Pleistocene, per uno spessore di 20-30 m. Al di sotto
si rinvengono, per uno spessore di circa 35 m, brecce calcaree e calcari organogeni vacuolari del
Pliocene. Alla base di questi depositi si troverebbe il substrato carbonatico del Lias (SEGRE, 1948a).
Secondo SEGRE (1948a) il fenomeno ha le seguente spiegazione: “… E’ verosimile quindi che
le acque subalvee dei fossi circostanti raggiungano le brecce ed i calcari vacuolari pliocenici filtrando
nei luoghi dove la superiore formazione sia più sabbiosa e quindi permeabile. L’opera di soluzione
viene notevolmente attivata per la presenza di CO
2
prodotta da letti lignitiferi certamente contenuti in
questa zona a poca profondità. Difatti i precitati Autori videro affiorare nell’area sprofondata tronchi
e rami lignitizzati notando altresì la temporanea emergenza di acque carbo-solfidriche e ferruginose.
Scorrendo poi al contatto con i calcari liassici talora dolomitici, erodono preferibilmente i sovrastanti
calcari organogeni pliocenici, vi scavano in tempo relativamente breve grotte e gallerie (il grande
volume di cavità, precedentemente riferito, non potrebbe spiegarsi se non ammettendo la presenza di
sotterranei allungati). Quando in un luogo determinato la volta della grotta raggiunga le soprastanti
sabbie, venuto meno a queste il sostegno, precipitano più o meno repentinamente; con esse si
spezzano i crostoni rigidi dei travertini di copertura, provocando il rumore secco che accompagna le
manifestazioni di sprofondamento. Quindi la causa che li ha prodotti non va ricercata tanto nei calcari
liassici, quanto ad un livello più alto, e precisamente nei calcari pliocenici: si spiega così la ripetizione
periodica del fenomeno che deve porsi anche in relazione con le ligniti”.
I TRAVERTINI DI CIVITA CASTELLANA
Anche a Nord del M. Soratte sono presenti sorgenti minerali fredde e una piccola sorgente
sulfurea ricca di gas. Si trovano in quest’area diverse piccole placche travertinose di presumibile
origine idrotermale, intercalate a formazioni vulcaniche, d’età presumibilmente compresa fra 0,82 e
0,22 milioni di anni.
MANFRA ET ALII (1976) hanno segnalato la presenza di numerose doline nei travertini del
pianoro che limita a NW il M. Soratte, ma nel catasto regionale non sono riportate cavità ipogee.
La dorsale Monte Cosce–Monti di Narni e il settore sabino dell’Unità dei
Monti Martani
La dorsale M. Cosce-M. di Narni costituisce un’unità tettonica con asse NW-SE, accavallata
verso Est sopra l’Unità dei M. Martani, a sua volta sovrascorsa verso oriente sulla falda sabina (Fig.
21). La strutturazione di questo settore di catena è attribuita all’evento Serravalliano inf.–Serravalliano
sup. (11,5-12 milioni di anni fa) (CIPOLLARI ET ALII, 1995).
Questo tratto di catena comprende, quindi, due unità tettoniche principali: a Ovest quella di
M. Cosce e a Est il settore compreso fra la valle del Torrente Aia e il lineamento complesso della Faglia
Sabina.
L’evoluzione paleo-geografica di queste due unità, relativamente al periodo Giurassico, è
stata recentemente reinterpretata. Nel Lias sup. la paleo-piattaforma carbonatica fu sbloccata da una
faglia orientata N-S (paleo-Faglia Sabina). Il blocco rialzato (denominato “plateau sabino”), situato
a Ovest della faglia, si estendeva su un’area allungata che verso Nord include il settore compreso
fra il T. Aia e la Faglia Sabina, e verso Sud si spinge almeno fino ai Monti Cornicolani. Il “plateau” si
interponeva nel bacino umbro-marchigiano (i cui depositi si riconoscono oggi sul M. Cosce, a Ovest
del plateau), delimitando così un settore di mare profondo (“bacino sabino”) compreso fra il plateau a
Ovest e la piattaforma carbonatica laziale-abruzzese a Est (Fig. 22). Il plateau rimase in condizioni di
acque basse per il lungo periodo di tempo che va dal Lias sup. alla fine del Giurassico-inizio Cretacico;
di conseguenza, al di sopra del Calcare Massiccio della paleo-piattaforma, sul plateau si depositò una
successione pelagica “condensata” giurassica che raggiunse spessori massimi di 40 m, mentre circa
1500 m di sedimenti si versavano nel contiguo bacino sabino (Fig. 22) e approssimativamente 500
m nel bacino umbro-marchigiano. All’inizio del Cretacico il riempimento del bacino, avvenuto con la
deposizione della formazione calcarea della Maiolica, livellò il fondale marino ponendo fine all’esistenza
del plateau sabino (SANTANTONIO & MURARO, 2002).
Per quanto riguarda il carsismo ipogeo, allo stato attuale delle conoscenze esso risulta
ben sviluppato nell’unità di M. Cosce e quasi assente nell’area fra il T. Aia e la Faglia Sabina. Le rocce
carsificabili meso-cenozoiche si estendono in affioramento per circa 140 km
2
; su questa superficie
sono note 93 grotte, con uno sviluppo spaziale complessivo dei condotti di oltre 4,6 km.
La successione stratigrafica osservabile in affioramento inizia con i depositi della paleo-
piattaforma carbonatica del Trias sup.-Lias inf., rappresentati dalle dolomie triassiche della formazione
di M. Cetona (litofacies 71) affioranti in piccoli lembi sul bordo Ovest della struttura di M. Cosce,
e dalla formazione liassica del Calcare Massiccio, che rappresenta il 45% dell’area carbonatica in
affioramento ed è interessata da un carsismo sotterraneo di grado “elevato”, con 59 m di condotti
attualmente noti per km
2
di affioramento.
Sui carbonati della paleo-piattaforma dell’unità di M. Cosce poggia la tipica successione
del bacino umbro-marchigiano, che comprende alcune formazioni carbonatiche caratterizzate da
carsificazione ipogea “mediamente” sviluppata, intervallate a depositi a carsificabilità e permeabilità
“bassa” o nulla. La Corniola del Lias medio, la Maiolica del Giurassico sup.-Cretacico inf. e la Scaglia
Bianca-Scaglia Rossa del Cretacico sup.-Eocene presentano, infatti, uno sviluppo di condotti compreso
fra 12 e 15 m per km
2
di affioramento.
Alcuni depositi di travertino si rinvengono al piede delle montagne, e in particolare in
prossimità di Calvi nell’Umbria, dove i processi carsici hanno prodotto una piccola cavità ipogea.
LA DORSALE MONTE COSCE-MONTI DI NARNI
La dorsale M.Cosce-M. di Narni è caratterizzata dal sovrascorrimento “di Narni”, costituito
da due piani di accavallamento. In particolare il sovrascorrimento superiore ha a tetto il Calcare
Massiccio e termina verso Est al nucleo di un’anticlinale rovesciata; questa struttura è dislocata da
faglie normali plio-quaternarie (CALAMITA ET ALII, 1995a).
Nel settore centro-meridionale della dorsale, che culmina nel M. Cosce (1114 m), si aprono
una cinquantina di grotte; fra quelle di dimensioni più significative, sono da ricordare il Pozzo delle
Canine (-78, sviluppo 120 m) e la Grotta Cherubini (-40 m), entrambe situate nel Calcare Massiccio
e in posizione strutturale particolare, prossima a grandi faglie. L’ingresso del Pozzo delle Canine,
localizzato sul versante orientale di M. Cosce a breve distanza dal fronte di sovrascorrimento, è su una
frattura che ne interseca subito una più importante e ortogonale alla prima, lungo la quale si sviluppa
tutto il resto della grotta. Questa frattura, inclinata di 80°, è parallela alle pareti esterne e ha la
stessa direzione del vicino fronte di sovrascorrimento. La Grotta Cherubini, invece, si apre sul versante
occidentale di M. Cosce, a pochi metri di distanza da un’importante faglia diretta; è costituita da un
sistema di gallerie di origine tettonica che si intersecano ad angolo retto (SEGRE, 1948a).
Sul versante orientale di M. Cosce, non lontano dal fronte di sovrascorrimento, è nota un’altra
interessante cavità, il Pozzo di Miesole (-51 m). Scendendo il pozzo d’imbocco si entra in una grande
sala (40x60 m) con volta a cupola alta oltre 15 m (Fig. 19); il pavimento, pianeggiante e rivestito di
fango, è parzialmente coperto dal cono detritico accumulatosi al di sotto del pozzo. Sulla parete Est
del salone è riconoscibile uno specchio di faglia inclinato di 80°, perpendicolare al fosso esterno
all’interno del quale si apre il pozzo d’imbocco. La cavità è ubicata nel Calcare Massiccio, ma la volta
della cupola è prossima al contatto con la sovrastante formazione della Corniola. Le caratteristiche
morfologiche dell’ambiente sotterraneo spingono ad ipotizzare un’origine ipogenica (vedi riquadro “i
grandi ambienti carsici sotterranei”).
Tuttavia, la cavità più interessante del M. Cosce è il Buco del Pretaro (+6/-41, sviluppo
530 m), scavato nel Calcare Massiccio sul bordo Sud-occidentale della dorsale calcarea, presso
Montebuono.
Le condotte freatiche non più attive che compongono la grotta si intersecano formando
un reticolo labirintico tridimensionale, che utilizza un sistema integrato di piani di discontinuità,
costituito dagli strati (inclinati di 30-65° verso SW) e da due sistemi di fratture (con superfici inclinate
rispettivamente di 40-65° verso ENE e di 60-70° verso NNW) (Figg. 23 e 24), con frequente
anastomosi di più condotte. Le fessure originarie risultano spesso ampliate lungo la massima pendenza
del piano di discontinuità, come nel caso dei pozzi a scivolo “Toboga”; si tratta di una serie di condotte
Figura 22 - In basso: correlazione stratigrafica tra il “plateau” sabino e il bacino sabino (nella successione di bacino
non sono state rappresentate torbiditi e olistoliti). Si evidenzia come prima della deposizione della Maiolica le unità di
bacino fossero fisicamente scollegate da quelle di plateau; solo la Maiolica si depositò su entrambi gli ambienti, fino
a livellare la superficie del fondo marino. In alto: carta semplificata della paleogeografia dell’area umbro-laziale nel
Giurassico medio (da Santantonio & Muraro, 2002)
42
allineate su una frattura inclinata di 50° e ampliate da acque di falda in pressione fino ad assumere
sezioni ellittiche; i due “Toboga” superiori, infatti, hanno assi maggiore/minore di rispettivamente
1,2/0,7 m e 0,6/0,4 m, e sono profondi 8 m.
Altre forme tipiche sono le sale; fra queste, la sala “Utec” è l’ambiente più grande della
grotta: la pianta è ampia 5x10 m, l’altezza è di 4-5 m, la volta è costituita da numerose cupole, le pareti
sono “porose” (interamente alterate, come ovunque nella grotta) e su una di esse sono state trovate
piccole croste di gesso bianco; il pavimento è in leggera discesa e fangoso.
Mancano le morfologie vadose. L’abbassamento della superficie piezometrica deve essere
stato abbastanza repentino da escludere la grotta dalla rete di drenaggio, disattivandola prima che si
potessero produrre significativi solchi di approfondimento nei condotti originari. Come si è detto nella
prima parte di questo capitolo, la superficie piezometrica attiva all’epoca dello sviluppo della grotta
doveva essere situata intorno alla quota attuale di circa 350 m, mentre oggi la sommità della falda
acquifera si trova presumibilmente fra le quote 150 e 200 m, (le acque sotterranee di quest’area
sono probabilmente drenate dalle sorgenti sulfuree di Montoro-Stifone e dal Fiume Nera nella gola di
Narni).
Non sono stati individuati indizi che correlino la genesi del sistema sotterraneo con punti
di infiltrazione situati sulla superficie topografica; anche l’ingresso della grotta è una condotta solo
casualmente intersecata dallo scavo della parete rocciosa per la realizzazione della strada. L’insieme
delle caratteristiche descritte permette di ipotizzare che l’origine e lo sviluppo della grotta siano
avvenuti in falda, probabilmente in prossimità della superficie piezometrica, e che siano correlati con
l’afflusso di fluidi idrotermali profondi contenenti H
2
S.
Spostandosi più a Nord, nei rilievi che circondano Narni, in un piccolo klippe di Calcare
Massiccio sovrascorso sulla formazione della Corniola, si trova la Grotta di Pizzo Corvo (-46 m). Si
tratta di un grande ambiente, venuto alla luce per il crollo della volta, forse impostato sul set di fratture
inclinate di 50-70° osservabile sulle pareti. Anche per questa cavità, del tipo “grande cavità carsica
a cielo aperto” (Fig. 19), sembra ipotizzabile una genesi correlata con l’afflusso di fluidi mineralizzati
profondi (vedi riquadro “i grandi ambienti carsici sotterranei”).
La valle del F. Nera interrompe la dorsale di M. Cosce con una profonda forra. L’incisione
permette di osservare sulle pareti della forra un piano di sovrascorrimento, con il Calcare Massiccio
sovrapposto sulle rocce più recenti (Figura 25). A Nord della gola, la dorsale si chiude con l’area
montuosa dominata dal M. Santa Croce (432 m), di ridotta estensione (circa 9 km
2
). In questo settore
Figura 23 - Sezione schematica del Buco del Pretaro; sono evidenziati i tratti impostati sui sistemi di fratture e sugli
interstrati nel Calcare Massiccio.
Figura 24 - Il Buco del Pretaro è costituito da un reticolo tridimensionale di condotti freatici impostati parte sugli strati e parte lungo sistemi di fratturazione (foto C. Germani e A. Cerquetti).
Figura 25 - In alto a sinistra: pianta della Grotta dello Svizzero. Al centro: sezione schematica della grotta nella direzione parallela all’immersione della faglia. In basso a destra: un tratto della faglia all’interno della grotta. In basso a sinistra: il
sovrascorrimento “di Narni” nella Gola del Nera presso Stifone; la Grotta dello Svizzero sembra essere situata sulla faglia che taglia il versante di Monte S. Croce (foto G. Mecchia).
43
il carsismo risulta particolarmente sviluppato, con la presenza di una trentina di grotte, alcune delle
quali di dimensioni importanti, come la Grotta Celeste e la Grotta dei Veli che si sviluppano per circa
150 m ciascuna, con profondità rispettivamente di 20 e 33 m. Tuttavia, la cavità più interessante
è la Grotta dello Svizzero (-80, sviluppo 750 m), costituita da un intricato reticolo di fessure nel
Calcare Massiccio larghe quasi ovunque 1-1,5 m, interamente impostata su una faglia inclinata di 60°
(Fig. 25). In alcuni punti della grotta, lungo il piano di scorrimento si osserva la breccia cataclastica
rossastra che contiene limonite pisolitica. La faglia dovrebbe corrispondere a quella visibile all’esterno,
che ha sollevato notevolmente il settore orientale. In base alla documentazione storica raccolta da
A. SCATOLINI, la presenza di minerali ferrosi sul M. Santa Croce è nota da lungo tempo, e infatti la
cavità veniva sfruttata come miniera di ferro già nel 1700 quando, per lavorare il minerale, estratto
scavando con martello e punteruolo o con il piccone da alcune cave situate sul monte, fu costruita la
ferriera di Stifone, posta poco al di sotto della grotta lungo il F. Nera. La Grotta dello Svizzero sembra
corrispondere ad uno di questi siti, la “Cava di Zara” della relazione del PENNINI (1760), nella quale
“fattovi calare quattro uomini, questi trovarono in fondo dei rami di vena di ferro, dell’altezza di un
palmo (25 cm), ma di qualità un poco inferiore delle altre cave”. Questa mineralizzazione poteva
tipicamente fornire il 33-40% del metallo.
Sotto la Grotta dello Svizzero, nella gola del Nera fra Narni e Nera Montoro, sgorgano
numerose sorgenti caratterizzate da elevata salinità e presenza di gas, che incrementano la portata
del fiume di circa 15 m
3
/s. Le acque emergono da condotti carsici non percorribili; tuttavia, in uno
di essi, la Risorgenza di Recentino, gli speleologi sono riusciti ad avanzare per quasi 60 m fino ad
un sifone, percorrendo una piccola galleria quasi interamente sommersa, in un fragore assordante
d’acqua, con pungente odore di zolfo e aria quasi irrespirabile (CO
2
=3,76%)(GRUPPO SPELEOLOGICO UTEC,
1983).
I TRAVERTINI DI CALVI NELL’UMBRIA
Nei pressi di Calvi nell’Umbria, addossate al Calcare Massiccio che costituisce il bordo della
dorsale di M. Cosce, si trovano due placche travertinose; l’estensione areale complessiva è di quasi
3 km
2
. L’unica cavità riportata nel catasto speleologico umbro è la Grotta di San Girolamo, lunga una
trentina di metri.
IL SETTORE DEI MONTI SABINI SETTENTRIONALI A OVEST DELLA FAGLIA SABINA
Dal punto di vista geografico, questo settore è uno spicchio della Sabina settentrionale;
tuttavia, dal punto di vista geologico, ne è separato tramite una complessa zona di faglia ad alto angolo
immergente a Est, che può essere seguita con continuità da Montasola a Sud fino alle Marmore a
Nord (ALFONSI ET ALII, 1991). La prosecuzione strutturale di quest’area è nei M. Martani a Nord di Terni
(CALAMITA & PIERANTONI, 1995).
Le formazioni carbonatiche coprono un’estensione di una quarantina di km
2
. Come si è detto
precedentemente, in quest’area manca la potente successione marina del Giurassico medio-sup., al
posto della quale si rinvengono i depositi della successione “condensata” del plateau sabino (Fig. 22).
Il carsismo ipogeo è rappresentato da una quindicina di grotte, tutte di piccole dimensioni,
distribuite nelle varie formazioni calcaree presenti in affioramento per uno sviluppo complessivo di soli
200 m di condotti.
La falda Sabina, i Monti Reatini, i Monti Sibillini, il Circeo
I Monti della Sabina, i Monti Reatini e i Monti Sibillini rappresentano un tratto della
catena appenninica limitato ad Est dalla linea Olèvano-Antrodoco-M. Sibillini e coinvolto nella
strutturazione della catena durante l’evento tettonico del Messiniano inf. (6,4-6,8 milioni di anni fa),
contemporaneamente alla deformazione orogenica della dorsale simbruino-ernica. Tuttavia il settore
sabino-reatino-sibillino sarebbe stato poi riattivato “fuori sequenza” durante l’evento del Messiniano
“lago-mare”–Pliocene inf. (5-5,4 milioni di anni fa)(CIPOLLARI ET ALII, 1995).
Complessivamente, nell’area considerata (dalla quale sono esclusi i settori dei Monti Reatini
e Sibillini esterni ai confini regionali; Fig. 8) la superficie di affioramento dei carbonati meso-cenozoici
carsificabili è di circa 1350 km
2
. Negli elenchi catastali delle regioni Lazio e Umbria sono comprese 144
grotte, per uno sviluppo complessivo di circa 10 km di condotti carsici.
Come si è detto descrivendo l’evoluzione del plateau sabino nel Giurassico, il settore umbro-
sabino dell’Appennino (“la Sabina”) è costituito da una successione di termini calcareo-silico-marnosi,
interessata a più livelli da notevoli apporti detritici, anche grossolani. Le differenze più marcate della
successione stratigrafica dei Monti Reatini (sequenza pelagica umbro-marchigiana) rispetto a quella
dei Monti Sabini (dove il materiale proveniente della piattaforma si mescola con il materiale del bacino)
consistono in un quantitativo minore degli elementi detritici presenti nella Corniola, nei Calcari Granulari,
nei Calcari Diasprini e nella Scaglia Rosata, con conseguenti minori spessori di queste formazioni. La
successione stratigrafica dei Monti Reatini differisce a sua volta dalle sequenze più settentrionali per la
presenza di megabrecce nella parte inferiore della Corniola e per l’assenza del “livello Bonarelli”.
In tutto questo tratto di catena le formazioni più carsificate risultano essere il Calcare
Massiccio, la Scaglia e i calcari del Miocene, con sviluppo dei condotti ipogei di grado “medio” (da
13 a 18 m per km
2
di affioramento). In tutte le altre formazioni carbonatiche il carsismo sotterraneo
risulta poco sviluppato.
Nei Monti Reatini le cavità carsiche ipogee attualmente note sono pochissime e di scarsa
importanza; nella dorsale di M. Utero (settore laziale dei M. Sibillini) è ubicato il grande sistema carsico
della Grotta di Cittareale, scavato nella Scaglia Rossa e Scaglia Bianca. Nei rilievi della falda Sabina
sono note grotte in tutte le formazioni carbonatiche, con carsificazione “mediamente” sviluppata nel
Calcare Massiccio (21 m/km
2
) e negli affioramenti di calcareniti mioceniche delle dorsali meridionali
dell’unità più bassa (Sabina orientale, M. Prenestini e M. Ruffi; 13 m/km
2
).
Nei travertini compresi in questo settore geografico le forme carsiche sotterranee sono ben
sviluppate, sia nei numerosi affioramenti di origine idrotermale sia in quelli “di cascata”. Nel primo
tipo rientrano i depositi tabulari delle Acque Albule, della valle del Fiume Farfa e della media valle del
Fiume Velino. Fanno parte del secondo tipo i depositi della cascata delle Marmore (ricchi di grotte) e
del Fiume Aniene a Tivoli e Vicovaro. Complessivamente, sono segnalate in catasto una novantina di
grotte scavate nei travertini della Sabina, per oltre 2 km di sviluppo sotterraneo.
Da ricordare anche gli affioramenti di conglomerati calcarei presenti nel bacino di Rieti e
lungo la valle del Farfa, nei quali sono note una decina di grotte, tutte di piccole dimensioni, per uno
sviluppo totale di condotti di circa 200 m.
I MONTI SIBILLINI MERIDIONALI
La catena umbro-marchigiana è caratterizzata da pieghe parallele e da sovrascorrimenti
neogenici che nel settore meridionale dei M. Sibillini hanno vergenza verso Est. Il fronte della catena è
descritto dal sovrascorrimento dei M. Sibillini, prosecuzione verso Nord del sovrascorrimento Olèvano-
Antrodoco, che ha portato le omonime unità ad accavallarsi, nella parte meridionale, sopra le strutture
laziali-abruzzesi e, nella parte settentrionale, sulle unità della Laga. Successivamente, le strutture
compressive sono state dislocate da faglie normali, la cui attività è ancora evidente nei periodici
terremoti che colpiscono questa regione.
La propaggine più meridionale dei M. Sibillini si addentra nel territorio della regione Lazio
con i rilievi delle dorsali principali di M. Boragine (1829 m), M. Utero (1808 m) e M. Tolentino (1572
m), nelle quali la superficie carbonatica affiora complessivamente su circa 120 km
2
(Fig. 26).
Con la notevole eccezione della Grotta di Cittareale, il carsismo sotterraneo attualmente noto
nei M. Sibillini del Lazio è decisamente modesto; all’interno dei confini regionali, infatti, sono note solo
altre 2 grotte, compresa la Buca di Terzone (-55 m) nella dorsale di M. Boragine. Si tratta di un pozzo
venuto alla luce in un taglio stradale, aperto nella formazione della Corniola; tuttavia già pochi metri
sotto l’imbocco il pozzo dovrebbe addentrarsi nel Calcare Massiccio. Non sono note grotte nel piccolo
lembo della dorsale del M. Tolentino che si inoltra nel territorio laziale.
LA GROTTA DI CITTAREALE
Nell’angolo Nord-orientale della regione Lazio (dorsale di M. Utero), si trova il reticolo
carsico ipogeo di grande interesse rappresentato dalla Grotta di Cittareale (+25/-450, sviluppo 2650
m). Si tratta di un sistema sotterraneo “a piani” che attraversa la formazione della Scaglia Rossa,
taglia il “livello Bonarelli” e si approfondisce nella Scaglia Bianca fin quasi al contatto con le Marne a
fucoidi.
Lo sviluppo su particolari “livelli” (o “piani”), approssimativamente orizzontali e collegati fra
loro da pozzi, balza in evidenza osservando la sezione del rilievo della grotta (Fig. 12). Riportando
in un grafico lo sviluppo planimetrico dei condotti in relazione alla quota a cui si trovano, si possono
evidenziare i “livelli” più sviluppati, anche se è sempre opportuno tenere presente le imprecisioni tipiche
dei rilievi speleologici. I singoli “piani” sono compresi in ristretti intervalli di quota; la congiungente
dei punti a quota più elevata all’interno di un “piano” dovrebbe indicare la posizione della paleo-
superficie piezometrica della falda, relativa al periodo di sviluppo di quei condotti (PALMER, 1987). Infatti,
negli acquiferi carbonatici la falda è generalmente piatta, cioè con gradiente idraulico molto ridotto
(tipicamente dell’ordine di 0,1-0,6%), e la formazione dei condotti freatici si concentra in corrispondenza
della superficie piezometrica e da questa verso il basso per profondità normalmente limitate.
Se i “livelli” sub-orizzontali individuabili nella grotta sono indicativi ognuno di una specifica
posizione della paleo-superficie piezometrica, la loro presenza è interpretabile come il risultato
del suo cambiamento (abbassamento) nel tempo, e testimonia lo sviluppo multifase della grotta.
L’abbassamento “a scatti” sarebbe dipeso sia delle caratteristiche e dall’entità del sollevamento
tettonico, sia dei fenomeni erosivi che provocavano la progressiva asportazione della copertura
impermeabile (Fig. 12, vedi la prima parte del capitolo). I principali “livelli” individuati sono descritti
nel seguito.
“Livello” di quota 1430 m
E’ il “livello” di quota più elevata (ramo “del Nocciolo”), cioè il più antico della grotta. E’
costituito prevalentemente da una condotta freatica a sezione ellittica con asse maggiore mediamente
di 1-2 m, impostata su una faglia orientata N30°E e inclinata di 60°-70° verso Est (Fig. 27); il
ramo ha andamento complessivo a sali-scendi (a “loops”). L’attuale pozzo di ingresso della grotta è
probabilmente un’antica condotta freatica troncata dalla successiva erosione del versante.
Nel corso del progressivo abbassamento del livello di base, l’ampliamento dei “livelli” più
importanti avviene normalmente durante le stasi di approfondimento. Infatti, le dimensioni dei condotti
dipendono principalmente dal tempo che l’acqua ha a disposizione per operare la dissoluzione della
roccia delle pareti del condotto, e quindi sono determinate dalla durata della stasi di approfondimento
del livello di base.
Per avere un’idea del tempo necessario affinché un condotto si allarghi sino a dimensioni
percorribili, si può dire, in base a calcoli teorici, che lo scorrimento di acqua bicarbonatica tipica delle falde
carsiche, in fessure in roccia calcarea di ampiezza iniziale di 0,1-1 mm provoca un allargamento delle
fessure stesse tale da determinare il raggiungimento della velocità massima di dissoluzione dopo alcune
migliaia o decine di migliaia di anni dal momento in cui le acque aggressive hanno iniziato a scorrere
(“breakthrough”, a questo punto il flusso nella fessura originaria da laminare diventa turbolento; SIEMERS
& DREYBRODT, 1998). Dall’evento di “breakthrough” possono poi occorrere da 1000 a oltre 10 mila anni
per ottenere un condotto freatico a sezione circolare di 1 m di diametro (PALMER, 2003).
“Livelli ipogenici” intermedi (di quote circa 1360, 1320 e 1290 m)
Questi “livelli” si sviluppano in parte lungo la faglia orientata N70-80°W e inclinata di 50-70°
verso Nord (per esempio, la Galleria Bianca e la Galleria Nera), presumibilmente successiva alla faglia
circa ortogonale del ramo “del Nocciolo” (Fig. 27), che viene troncata nettamente (PREZIOSI & SCIPIONI,
1993).
In tutti questi “livelli” sono presenti abbondanti depositi di gesso, in particolare lungo gli
“Scivoli” fra le quote 1380 e 1310 m, nelle gallerie “di Comune Accordo”, nella galleria “degli Asteroidi”
e nella galleria “Nera” (livello 1320 m), nella galleria “Bianca” e nel ramo “Ste.Mi.” (“livello” 1290 m),
nelle diramazioni non rilevate intorno a q. 1220 m (base del pozzo “Buiometro”) e alla base del P50 a
q. 1070 m (E. PREZIOSI, com. pers.). Quindi, ad esclusione del livello di q. 1430 m (ingresso–ramo “del
Nocciolo”), in quasi tutti i condotti della grotta sono stati rinvenuti depositi di gesso, la cui tipologia va
dagli accumuli massivi, alle croste, ai cristalli (Figura 28).
Percorrendo questi condotti, balza in evidenza l’aspetto marcatamente diverso da quello
che si osserva nelle grotte calcaree a dissoluzione “normale”. Sono tipici l’aspetto “corroso” delle
pareti, la presenza di piccole cupole sulla volta dei condotti e l’andamento labirintico individuabile in
alcuni settori della grotta.
In base all’insieme di queste caratteristiche, sembra probabile che lo sviluppo dei “livelli”
intermedi e i depositi gessosi in essi contenuti siano da attribuire alla risalita di fluidi sulfurei da
zone profonde attraverso la faglia della Galleria Bianca, meccanismo del resto già dettagliatamente
presentato per situazioni analoghe nell’Appennino (Grotta Grande del Vento, Grotta di M. Cucco, ecc.;
GALDENZI & MENICHETTI, 1995).
Per quanto riguarda la durata delle stasi di approfondimento del livello piezometrico, che
influenza la dimensione dei condotti, vanno tenute presenti le proprietà chimiche delle acque che
sono fluite nel sistema sotterraneo, e cioè l’aggressività molto maggiore delle acque sulfuree rispetto
alle “normali” acque carbonatiche. Inoltre, si deve tenere presente che la risalita dei fluidi altamente
mineralizzati può essere stata episodica. Non è detto, quindi, che il “livello” ipogenico rappresenti una
lunga stasi nell’approfondimento della valle.
Condotti profondi
Fra q. 1290 m e il fondo della grotta (q. 970 m) non sono ad oggi noti altri “livelli”. In
questo tratto i condotti sono costituiti da pozzi su faglia o frattura, ma anche da scivoli impostati sullo
strato (per esempio quello a forte inclinazione che porta al fondo). L’attuale superficie piezometrica è
presumibilmente situata intorno a quota 900 m.
I MONTI REATINI
L’assetto tettonico dei Monti Reatini è rappresentato da una struttura a sovrascorrimenti
verso l’Adriatico di grande estensione e importanza regionale (Fig. 26).
L’unità geometricamente più alta (occidentale) è la struttura ad anticlinale di M. La Pelosa
(1635 m), che si sviluppa prevalentemente sul territorio umbro. La superficie di sovrascorrimento
taglia la superficie topografica a Est della vetta più alta, marcando una linea con orientamento
complessivo NNE-SSW.
La seconda unità è delimitata dal fronte di sovrascorrimento che passa immediatamente a
Est di M. Catabio, M. Pallaroso e Pian di Rosce, comprendendo il massiccio di M. Tilia (1775 m) ed
44
Figura 26 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Reatini e nei Monti Sibillini meridionali.
Figura 27 - Molti condotti della Grotta di Cittareale sono impostati lungo due faglie fra loro quasi ortogonali, entrambe
inclinate di 50°-70°. In alto a sinistra: la faglia orientata N30°E della galleria “del Nocciolo”. In alto a destra: la faglia orientata
N70°W alla sommità degli “Scivoli”. In basso a destra: la faglia orientata N70°W lungo gli “Scivoli” (foto M. Mecchia).
Figura 28 - “Fiori” di gesso nella Grotta di Cittareale (foto M. Mecchia).
45
estendendosi interamente nel territorio laziale. Questa linea tettonica porta all’accavallamento delle
unità tettoniche dei Monti Reatini occidentali (M. La Pelosa e M. Tilia) su quelle dei Monti Reatini
orientali (M. Terminillo). A Nord la continuità della catena è interrotta dalla faglia di Leonessa, orientata
N30°W, che la ribassa di un migliaio di metri nella conca intramontana di Leonessa, colmata da depositi
argilloso-sabbiosi e da un importante complesso alluvionale.
La terza unità, che comprende M. Terminillo (2213 m), è largamente costituita da rocce
mesozoiche che si accavallano sugli affioramenti di Scaglia del settore più esterno, costituendo
una fascia deformata di notevole spessore. La linea di sovrascorrimento frontale dei Monti Reatini
(“Olèvano-Antrodoco-M. Sibillini”) racchiude la struttura di M. Terminillo e segna la sovrapposizione
dei terreni meso-cenozoici umbro-marchigiano-sabini su quelli laziali-abruzzesi.
Il carsismo sotterraneo dei Monti Reatini è assai poco sviluppato. Nell’unità di M. La Pelosa
le rocce carbonatiche affiorano su una superficie di circa 28 km
2
e le uniche cavità conosciute sono 5
grotte, tutte di piccole dimensioni, scavate nella Maiolica all’interno del territorio comunale di Morro
Reatino. Sui circa 80 km
2
di rocce potenzialmente carsificabili dell’unità di M. Tilia , è nota una sola
piccola grotta, scavata nel Calcare Massiccio, nel comune di Poggio Bustone. Nell’unità di M. Terminillo,
che presenta una superficie di rocce carbonatiche estesa circa 120 km
2
, sono riportate in catasto 3
piccole grotte, tutte aperte nel Calcare Massiccio.
GLI AFFIORAMENTI DI TRAVERTINO NELLA VALLE DEL FIUME VELINO
Nella media valle del F. Velino, tra Posta e Rieti, emerge una delle falde idriche più cospicue
dell’Appennino, con oltre 30 m
3
/s erogati da varie sorgenti, fra cui quelle del Peschiera. Lungo
questa valle la struttura di scarpata della successione umbro-sabina del Terminillo si accavalla
sulla struttura della piattaforma carbonatica laziale-abruzzese di M. Nuria; la depressione che ne è
derivata è stata colmata dai depositi trasportati dal F. Velino. La valle è interessata da faglie distensive
attive nel Quaternario alle quali sono associate numerose piccole bancate di travertino di origine
prevalentemente idrotermale. Diverse sorgenti sulfuree sono ancora attive (Terme di Cotilia) e anche
le acque che fluiscono nei travertini sono generalmente caratterizzate da elevato contenuto in solfati
(BONI ET ALII, 1995).
La valle, e in particolare la Piana di S. Vittorino (dal nome dell’antica chiesa sprofondata di un
paio di metri sotto il piano campagna), è caratterizzata da numerosi avvallamenti (“sprofondamenti”)
che periodicamente si attivano. Queste depressioni formano una serie di laghetti tondeggianti, alcuni
costituiti da materiali alluvionali, altri da travertini. La causa degli sprofondamenti è ancora incerta, ma
appare comunque connessa con la presenza dei depositi travertinosi, il cui spessore è però in genere
limitato a pochi metri (Fig. 9) (BONI ET ALII, 1995; BERSANI ET ALII, 2002); sembra da escludere un’origine
da crolli di caverne situate nel substrato carbonatico, che risulta troppo profondo (50-100 m dal piano
campagna) (FACCENNA ET ALII, 1993).
Particolarmente interessante è il deposito di travertini, di spessore probabilmente un po’
più elevato, situato nella zona più orientale della piana, in cui si trovano tre laghetti: il Lago di Paterno,
il Pozzo di Mezzo e il Pozzo del Burino. Nel corso della recente esplorazione speleosubacquea del
Lago di Paterno si è potuto accertare che la sua profondità attuale è di 52 m fino ad un fondo molto
melmoso da cui emerge acqua sulfurea alimentata da vie sotterranee, il cui odore in superficie non
è però quasi percettibile. Le pareti del lago sono molto ripide e in qualche punto verticali; a 7-8 m di
profondità è sempre presente una “nuvola” nera che si dirada verso i –40 m (M. BOLLATI, comm. pers.).
L’insieme delle caratteristiche del Lago di Paterno è molto simile a quello dei Laghi della Regina e delle
Colonnelle alle Acque Albule.
La rapida evoluzione del Lago di Paterno è dimostrata dall’aspetto significativamente
diverso che questa cavità ha assunto nel tempo. Famoso fin dall’antichità, il lago è stato scandagliato
nel 1911 ottenendo un preciso rilievo, dal quale risulta una forma ellittica con assi maggiore/minore di
190/140 m e profondità massima di 37,7 m; l’emissario del lago era un piccolo ruscello con portata
di 1,5-3 L/s. Nel 1915 si verificarono alcune improvvise oscillazioni di livello, accompagnate da “grandi
rumori e fremiti del suolo”; nei sondaggi eseguiti nei giorni successivi il punto di massima profondità
risultò essere sceso a 45,2 m sotto l’antico livello (CREMA, 1924).
LA SABINA
I Monti della Sabina sono formati da più unità strutturali, ognuna delle quali derivata da una
diversa fase di deformazione. Sono state riconosciute quattro unità strutturali principali, delimitate
alla base da superfici di sovrascorrimento, lungo le quali le unità sono parzialmente sovrapposte l’una
sull’altra verso Est (Fig. 29). Le fasi tettoniche hanno coinvolto settori via via più orientali del dominio
paleogeografico sabino, interessando parti della successione progressivamente più giovani andando
dall’unità geometricamente superiore (Unità 1) a quella “più bassa” (Unità 4) nel verso del trasporto
tettonico (COSENTINO & PAROTTO, 1991).
L’Unità 1, la più alta, è di dimensioni estremamente ridotte ed è rappresentata dal solo klippe
del M. Morra.
L’Unità 2 è limitata dalla linea M. Sterparo-M. Castelvecchio e comprende i rilievi di M. Zappi-
M. Alucci-M. Andrea e il M. Guardia, nonché i M. Cornicolani.
L’Unità 3 è limitata dalla linea Torrente Licenza-M. Elci-M. Tancia; a Sud della valle del Farfa
comprende il M. Follettoso-M. Marcone e i Monti Tiburtini, mentre a Nord include il versante Ovest dei
Monti Sabini settentrionali (dorsale di M. Tancia) fino alla conca di Terni.
L’Unità 4, la più estesa, è limitata dalla linea Olèvano-Antrodoco e si sovrappone verso
Est sulle unità derivate dalla deformazione della piattaforma laziale-abruzzese; è rappresentata dal
versante orientale dei Monti Sabini settentrionali, dalla Sabina orientale (M. Cervia, M. Navegna), dai
M. Ruffi e dai M. Prenestini.
UNITÀ 1 DELLA SABINA: IL MONTE MORRA
Subito a Nord del Fosso del Peschio Grosso (di fronte alla cava della Grotta Hale Bopp), ben
visibile nella cava abbandonata “Le Fornaci”, si osserva la sovrapposizione tettonica delle dolomie
triassiche (litofacies 70) di M. Morra (1036 m, Unità 1), rossastre e stratificate, completamente
sradicate dal substrato e accavallate sopra il Calcare Massiccio, bianco e non stratificato, dell’Unità 2
(Fig. 29) (PAROTTO & MICCADEI, 1993).
L’estensione areale di questa unità è estremamente ridotta, circa 4 km
2
. Sono note 3 piccole
grotte, per uno sviluppo complessivo inferiore a 40 m, probabilmente situate al contatto fra le dolomie
triassiche e il piccolo affioramento di Calcare Massiccio che poggia su di esse.
UNITÀ 2 DELLA SABINA: IL MASSICCIO DI MONTE GENNARO E I MONTI CORNICOLANI
L’unità affiora in due settori distinti: i Monti Cornicolani e il massiccio di M. Gennaro (M. Zappi,
1271 m) (parte occidentale dei Monti Lucretili).
Complessivamente, gli affioramenti carbonatici mesozoici si estendono per una settantina
di km
2
e sono costituiti per quasi il 90% da Calcare Massiccio. Sono catastate in questa unità 24
grotte, tutte nel Calcare Massiccio (in media 35 m di condotti per km
2
di superficie in affioramento), ad
esclusione di 2 cavità nella Maiolica ed una nella Corniola.
Il settore occidentale dei Monti Lucretili
I M. Lucretili sono attraversati dalla linea di sovrascorrimento M. Sterparo-M. Castelvecchio,
con direzione prevalente N-S. Nell’area a Ovest di questa linea (Unità 2) sono presenti esempi
notevoli di modellamento carsico della superficie, il più evidente dei quali è il “Pratone” di M. Gennaro,
depressione chiusa lunga oltre 1 km, con diverse piccole doline ma priva di evidenti inghiottitoi.
Per quanto riguarda il carsismo ipogeo, sono note 12 cavità, tutte nel Calcare Massiccio,
con uno sviluppo medio di 16 m di condotti per km
2
di affioramento. Le grotte sono rappresentate da
verticali impostate su fratture, come il Pozzo Peter Pan (-50 m) che si apre sulla vetta di M. Andrea
(980 m). Nell’area di M. Guardia (600 m) sono note la Grotta Hale Bopp (-72, sviluppo 200 m) e il
Pozzo di San Polo (-62 m); la prima si apre all’interno di una cava dismessa in prossimità di una faglia
(alla sommità del fronte di scavo si osserva il passaggio netto alla sovrastante Corniola), la seconda
nelle vicinanze del fronte di accavallamento di questa scaglia tettonica verso Sud (Fig. 29, profilo C-
D).
Nei dintorni di Moricone si trova la piccola ma interessante Grotta di Pozzo Fornello, profonda
solo 6 m. Nel periodo invernale, dal pavimento detritico alla base della cavità escono occasionalmente
vapori; l’emissione di quest’aria calda e umida è probabilmente connessa con i corpi magmatici
presenti nel sottosuolo, analogamente a quanto si ipotizza per alcune grotte dei Monti Cornicolani.
Presso Monteflavio è nota la Grotta di Casa Nuvola (-28, sviluppo 70 m), costituita da tre brevi gallerie
sovrapposte sviluppate su una frattura orientata N-S.
I Monti Cornicolani
Sono costituiti da tre bassi rilievi, culminanti nel Poggio Cesi (413 m), che emergono isolati
dai vicini Monti della Sabina; l’estensione areale complessiva è di quasi 20 km
2
.
Nei M. Cornicolani si osservano due tipi di successioni stratigrafiche. Nelle aree marine
più depresse dell’antico “bacino sabino” si è depositata la tipica successione pelagica, mentre nelle
zone di alto strutturale (“plateau sabino”) proseguiva, nel Giurassico, la sedimentazione di Calcare
Massiccio, seguita poi da una successione condensata, analoga a quella già descritta per l’area
compresa fra il T. Aia e la Faglia Sabina, situata più a Nord (SANTANTONIO & MURARO, 2002). All’estrema
propaggine meridionale (periferia della cittadina di Guidonia) i calcari dei M. Cornicolani, si immergono
sotto le piroclastiti quaternarie, che sfumano nel vasto pianoro di travertino delle Acque Albule.
Caratteristiche dei M. Cornicolani sono le grandiose “doline” di crollo, come il Pozzo del
Merro, il Merro Secco, (assi 165 e 180 m), la dolina delle Carceri, le “Fosse” di S. Angelo Romano e la
dolina di S. Lucia (CASALE ET ALII, 1963). Quest’ultima si è originata il 16 marzo 1915 con il crollo della
volta di una cavità sotterranea precedentemente non connessa con l’esterno. Subito dopo il crollo,
la cavità aveva un imbocco tondeggiante, con diametro di 55 m e profondità di una trentina di metri,
e pareti a picco o strapiombanti; rapidamente, però, per ripetuti franamenti, la cavità si ampliò fino a
divenire facilmente accessibile (SEGRE, 1948a).
Il 60% degli affioramenti carbonatici dei M. Cornicolani è costituito da Calcare Massiccio, nel
quale lo sviluppo medio dei condotti sotterranei è di grado “elevato” (84 m per km
2
di affioramento).
La più importante delle 12 grotte catastate (escluse le doline) è il Pozzo del Merro (-450 m),
che si apre nel Calcare Massiccio con un grande sprofondamento di un centinaio di metri di diametro
a piano campagna e profondità di una sessantina di metri, fino ad un lago di forma quasi circolare del
diametro di circa 30 m. Lo specchio d’acqua rappresenta un punto di affioramento della superficie della
falda acquifera principale della catena calcarea dei Lucretili-Tiburtini-Cornicolani (CAPELLI ET ALII, 1987);
la sua quota è di 13 m più elevata rispetto a quella del Lago della Regina nel pianoro delle Acque Albule
(gradiente idraulico: 1,5 m/km; la misura delle quote non è, però, di grande precisione).
Lo sprofondamento è il risultato di crolli che hanno portato alla luce un grande tubo freatico
appartenente al circuito carsico; tale condotto ha permesso l’allontanamento in profondità dei materiali
di crollo. Dalla superficie del lago, il condotto freatico si sviluppa sott’acqua quasi verticalmente per 392
m, spingendosi con un grande pozzo sommerso fino a q. 310 m sotto il livello del mare. L’esplorazione
è stata condotta da subacquei fino alla profondità di 100 m e dal R.O.V. (Remote Operated Vehicles),
una sorta di piccolo sommergibile dotato di videocamera e campionatore, nel tratto più profondo. Nei
50 m superiori, il condotto sommerso ha un diametro massimo di 9 m, le pareti sono perforate da
dozzine di fori con sezione circolare di varie dimensioni e andamento quasi sempre verticale parallelo
al condotto principale (MALATESTA, 1999). Scendendo, il pozzo si stringe gradualmente fino a un
diametro di 5 m a 40 m di profondità. Più in basso, a varie profondità sono presenti dei restringimenti,
oltre i quali il condotto assume nuovamente dimensioni ampie; si notano numerosi arrivi di condotti
carsici, in particolare un meandro di dimensioni notevoli a –160 m. Le pareti sono bianche e levigate,
a tratti ricoperte da sottili patine di ossidi ferrosi rossastri. Il condotto continua a scendere con le
stesse caratteristiche e con larghezza variabile, fino al fondo, a –392 m dallo specchio d’acqua; qui
l’ambiente, con il pavimento pianeggiante e coperto di sedimenti fini, è largo tra i 10 e i 20 m; sul
fondo, la videocamera ha inquadrato una prosecuzione laterale orizzontale, non percorsa.
I campionamenti di acqua hanno rivelato una mineralizzazione elevata (conducibilità elettrica
>1 mS/cm) e concentrazioni anomale di solfuri, che producono condizioni di aggressività chimica
dell’acqua. La temperatura aumenta con la profondità (15°C in superficie e 17°C a 310 m di profondità
nel condotto allagato) e appare essere costante tutto l’anno. Questi dati sembrano indicare l’influenza
di fluidi termali che risalgono da zone profonde lungo una faglia di importanza regionale (CARAMANNA,
2000). Sorgenti termali e sulfuree, con depositi idrotermali, si trovano tutto intorno ai M. Cornicolani.
Il Pozzo del Merro, probabilmente impostato sullo stesso motivo strutturale N-S delle Acque
Albule, sembra far parte del circuito carsico che mette in comunicazione la catena calcarea dei Monti
Lucretili-Tiburtini (principale area di ricarica delle sorgenti delle Acque Albule) con i modesti rilievi
Cornicolani, passando al di sotto dei depositi terrigeni che si stendono ai piedi dell’area di Marcellina-
Palombara. Il condotto, quindi, sarebbe un segmento di un reticolo carsico freatico costituito da
profondi loops, determinati forse dalla bassa frequenza di discontinuità penetrabili (Stato 1, vedi
riquadro “classificazione delle grotte freatiche: il 4 State Model”). Si può ipotizzare che durante il
percorso forzato profondo le acque del circuito carsico si miscelino con fluidi residuali della recente
attività del Vulcano Albano, la stessa attività termale che, pochi km più a Sud, ha originato le sorgenti
delle Acque Albule (CARAMANNA, 2001). La miscelazione fra acque chimicamente diverse rigenera
l’aggressività delle acque carsiche (che dopo un percorso lungo e profondo è ormai minima), e rende
possibile il rapido ampliamento di condotti per dissoluzione. Le informazioni sul chimismo delle acque
del Pozzo del Merro e delle sorgenti delle Acque Albule sembrano, comunque, evidenziare per queste
ultime un contributo più diretto e più importante di fluidi termali profondi.
Un altro condotto senz’altro appartenente allo stesso circuito profondo si trova a poche
decine di metri di distanza dal Merro, al fondo del Pozzo Sventatore (-118 m). Questa grotta,
impostata su una frattura orientata N60°E e inclinata di 70° verso NW, è costituita da una grande sala
e da alcuni pozzi paralleli che confluiscono in un lago. La quota dello specchio d’acqua è la stessa di
quella del lago del Merro. Il condotto prosegue sommerso nella zona satura della falda (disceso in
immersione per 33 m), idraulicamente collegato al Pozzo del Merro.
Spostandosi al bordo meridionale dei M. Cornicolani, su cui è fondata la periferia Nord di
Guidonia (Colle Largo), si trova un tunnel abbandonato che un tempo fungeva da rifugio antiaereo.
Il tunnel attraversa i calcari Maiolica, con stratificazione fitta e quasi verticale che passa, in un ramo
laterale ad Ovest del tunnel principale, ad un’argilla molto plastica. Il tunnel intercetta una frattura
aperta, verticale, nella Maiolica (Cavità dell’Elefante, -20, sviluppo 125 m), nella quale si può scendere
fino ad alcuni specchi d’acqua che rappresentano punti della superficie della falda acquifera, in
posizione intermedia fra il Pozzo del Merro (e dello Sventatore) e le sorgenti delle Acque Albule, ad
una quota 7 m più alta rispetto alle sorgenti (gradiente idraulico: 1,7 m/km, ma la misura delle quote
è di scarsa precisione).
Presso la sommità di Poggio Cesi si aprono due fenditure tettoniche nel Calcare Massiccio: la
Grotta di Fossavota (-31 m) e lo Sventatoio di Poggio Cesi (-88 m), impostate su faglie fra loro quasi
46
Figura 29 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei monti della Falda Sabina.
47
perpendicolari. Da queste due cavità escono permanentemente correnti di aria calda provenienti, nella
Grotta di Fossavota, da tre punti ben localizzati nel pavimento (Fig. 30), e, nello Sventatoio di Poggio
Cesi, dagli interstizi fra i massi a terra. In entrambe le grotte la temperatura si mantiene costantemente
a 18,9°C in ogni punto della cavità, indipendentemente dalle condizioni esterne. L’origine della termalità
sembra imputabile al riscaldamento dei calcari per conduzione ad opera di masse magmatiche presenti
in profondità; l’aria calda troverebbe una rapida via di sfogo verso l’alto nelle fratture tettoniche che
attraversano l’ammasso calcareo (TROVATO, 1975).
RIQUADRO 7 – “CLASSIFICAZIONE DELLE GROTTE FREATICHE: IL ‘FOUR STATE MODEL’ DI FORD & EWERS (1978)”
FORD & EWERS (1978) hanno proposto un modello che spiega i tipi-base di grotte che possono
prodursi nell’ambiente freatico. Il modello è stato ampliato successivamente da FORD (2000) in sei
“stati”.
• Stato 0 – Assenza di condotti percorribili, per resistenza al flusso troppo elevata.
• Stato 1 – Freatico profondo (batifreatico).
• Stato 2 – Freatico con loops multipli.
• Stato 3 – Segmenti freatici alternati a segmenti di livello piezometrico.
• Stato 4 – Di livello piezometrico.
• Stato 5 – Assenza di condotti percorribili, per flusso sotterraneo troppo diffuso.
Le grotte con sviluppo freatico chiaramente riconosciuto non sono molte nel Lazio, in ogni
modo sembra utile riferirsi a questo modello (Fig. 31), da lungo tempo accolto con favore da molti
studiosi di carsismo.
Stato 0 – Assenza di condotti percorribili, per resistenza al flusso troppo elevata
La frequenza e l’apertura delle fessure possono essere troppo ridotte per permettere, nei
tempi geologici a disposizione, lo sviluppo di grotte di dimensioni percorribili. Potrebbe essere questa
la causa della scarsità di grotte note sulla Maiella, solcata invece da profonde forre di superficie.
Stato 1 – Grotte freatiche profonde (batifreatiche)
Condotti freatici profondi sembrano originarsi quando le fessure che possono essere
penetrate da acqua in grado di scorrere sono molto distanziate. I condotti sotterranei possono essere
costretti a seguire dei profondi “loops” sotto il livello delle sorgenti, semplicemente perché non sono
disponibili dei percorsi aperti meno profondi. Il Pozzo del Merro, con un loop profondo almeno 392 m,
in base alle attuali conoscenze, è il condotto di questo tipo più profondo del mondo.
Stato 2 – Grotte freatiche con loops multipli
Queste grotte si creano quando la frequenza di fessurazione penetrabile è maggiore.
La quota delle sommità dei loops più alti fissa la posizione stabile della superficie piezometrica.
Nell’esempio del Buco del Pretaro l’ampiezza verticale del looping è maggiore di 45 m; i condotti
seguono in parte i piani di strato, e per lunghi tratti due sistemi di fratture. In questa grotta non è stato
possibile individuare il verso di scorrimento dell’acqua nei condotti; in ogni caso, la casistica nota su
base mondiale indica come verso preferenziale di scorrimento quello sull’immersione degli strati per
i tratti discendenti e quello su fratture o faglie per i tratti in salita (FORD, 2000), ma sono noti anche
esempi più rari in cui avviene la situazione opposta (ROSSI ET ALII, 1997).
Stato 3 – Grotte con segmenti freatici e tratti sul livello piezometrico.
Il Lago delle Colonnelle è largo 65 m e ha profondità massima di 57 m; ai suoi bordi si stende
un tappeto galleggiante di vegetazione di palude, rivestito, nella superficie inferiore, da schiuma di
zolfo, carbonato di calcio e cianobatteri. Il Lago della Regina è largo mediamente 150 m e profondo
fino a 36 m, ed è collegato al Lago delle Colonnelle tramite uno stretto canale artificiale (CAMPONESCHI
& NOLASCO, 1978-86).
Sulla superficie dei due laghi si sviluppa gas da bollicine e da vistosi ribollimenti. Il gas è un
miscuglio di acido solfidrico, anidride carbonica e azoto, e forma una coltre gassosa di una cinquantina
di centimetri di spessore (FERRI RICCHI, 2001). Le acque contengono concentrazioni elevate di CO
2
e
H
2
S, presumibilmente risultato della dissoluzione di calcari ed evaporiti localizzati in profondità; il carico
sospeso di particelle di zolfo è di oltre 4 ppm, l’acqua non contiene ossigeno disciolto. Il fondo è quasi
pianeggiante e interamente ricoperto da sedimento fine, probabilmente di notevole spessore. L’acqua
proviene da alcune sorgenti (sia puntiformi sia su frattura) di tipo termale (temperatura di 22,5°C
pressoché costante in tutto l’arco dell’anno) presenti sul fondo di entrambi i laghi, dove attualmente
non si ha precipitazione di carbonato di calcio (PENTECOST & TORTORA, 1989).
Le pareti sommerse, quasi verticali, sono di travertino, e su una di esse, a 5 m di
profondità, si trovano alcune stalattiti. La morfologia delle cavità che ospitano i laghi e la presenza
di stalattiti relitte indicano l’esistenza di un vacuo carsico sotterraneo creato precedentemente alla
deposizione delle stalattiti stesse (MAXIA, 1950; SEGRE & ASCENZI, 1956; PENTECOST & TORTORA, 1989). Si
può ipotizzare che, successivamente alla deposizione della piastra di travertino, un movimento della
faglia trascorrente abbia modificato il percorso di risalita dei fluidi profondi, aprendo una nuova via
in corrispondenza dei due laghi attuali. L’acqua in risalita attraversava i depositi argilloso-detritici e
all’ingresso nei travertini doveva essere chimicamente aggressiva, forse a causa della miscelazione
del fluido profondo con acque meteoriche ricche di ossigeno che saturavano la piastra di travertino. La
dissoluzione prodotta dalle acque aggressive avrebbe prodotto i due grandi vacui carsici sotterranei
(vedi i meccanismi descritti nel riquadro “i grandi ambienti carsici sotterranei”). I valori degli indici
di saturazione e l’assenza di ossigeno disciolto nelle acque dei laghi sembrano però dimostrare che
Figura 30 - Circolazione dell’aria calda nella Grotta di Fossavota (da Trovato, 1975).
Figura 31 - Il “four state model” per le grotte freatiche o “di superficie piezometrica” in acquiferi non confinati (da
Ford & Ewers, 1978).
Le grotte nelle quali si realizza una situazione mista, con loops brevi e poco profondi e con
condotti quasi orizzontali (vale a dire sul livello piezometrico), indicano una condizione di fessurazione
ancora più frequente o di resistenza al flusso più bassa. In presenza di strati piuttosto inclinati, come
nella Grotta dell’Inferniglio (20-30°), i segmenti orizzontali tendono a propagarsi lungo la direzione
degli strati (primi 600 m della galleria) o a seguire faglie aperte (secondo tratto, lungo 300 m). Nella
Grotta dell’Inferniglio l’esplorazione, partendo dalla risorgenza, è avanzata attraverso 4 sifoni costituiti
da loops freatici poco profondi (al massimo 5 m) separati da gallerie subaeree.
Stato 4 – Grotte di livello piezometrico.
Nell’area di sviluppo di queste grotte la frequenza di fessure penetrabili è così elevata,
o la resistenza al flusso così modesta, da produrre un percorso a gradiente idraulico quasi nullo,
molto diretto fino alla risorgenza, situato subito sotto all’originaria superficie piezometrica. Incerto
è il riconoscimento di questo tipo di condotti nel Lazio, dove le diverse grotte di attraversamento
note presentano dislivelli che sembrano troppo elevati per essere rappresentativi della superficie
piezometrica.
Stato 5 – Assenza di condotti percorribili, per flusso sotterraneo troppo diffuso
Se la porosità è molto elevata, il flusso può essere troppo disperso per generare, lungo
uno dei tanti percorsi che in ogni caso si sviluppano, una grotta di dimensioni percorribili dall’uomo. Il
comportamento della falda è simile a quello di mezzi porosi, come la sabbia.
E’ utile evidenziare che i loops possono essere impostati su combinazioni di più sistemi
di discontinuità strutturali (piani di strato, fratture, faglie), ma possono realizzarsi anche su un solo
elemento, per esempio la galleria principale della Grotta del Formale sembra svilupparsi con loops
impostati interamente lungo lo strato.
Per “frequenza delle fessure penetrabili”, gli autori del modello non hanno inteso riferirsi
a valori precisi, in quanto la dimensione dell’apertura della fessura può essere anche più importante
della densità di fratturazione. Infatti, anche quando la frequenza di fessurazione è molto bassa, poche
fessure con aperture particolarmente ampie e ben interconnesse, orientate in modo da collegare
i punti di assorbimento alle sorgenti, possono consentire lo sviluppo di grotte del tipo “livello
piezometrico ideale”, o anche di uno stato intermedio (FORD, 2000).
Diversi autori, comunque, ritengono che questo modello non rappresenti adeguatamente
tutte le possibili situazioni geologiche. Per esempio, molti sistemi carsici sotterranei delle Alpi sono
sviluppati in ammassi rocciosi intensamente fratturati con fessure ben aperte, e nonostante ciò
presentano loops profondi anche centinaia di metri (JEANNIN, 1998).
I TRAVERTINI DELLE ACQUE ALBULE
Il bacino delle Acque Albule è costituito da una vasta piastra travertinosa (circa 20 km
2
)
con spessore medio di 60 m e massimo di oltre 85 m. I banchi di travertino sono quasi orizzontali
o leggermente inclinati verso il F. Aniene; al di sotto, le stratigrafie dei pozzi perforati mostrano
conglomerati e sabbie, e, ancora più in basso, argille. La profondità del basamento carbonatico non
è nota.
Il bacino delle Acque Albule si è generato dopo la messa in posto delle principali colate
piroclastiche dei Colli Albani, sfruttando una zona di taglio lunga 30 km e larga 6 km (sistema di faglie
trascorrenti destre orientate N-S) che coinvolge le sequenze sedimentarie e vulcaniche del Pleistocene
medio-sup. e interseca il distretto vulcanico dei Colli Albani (FACCENNA, 1994).
Le datazioni radiometriche indicano la contemporaneità fra l’evento di fagliazione e l’inizio
della deposizione di travertino (circa 170 mila anni fa) (FACCENNA ET ALII, 1994). Il travertino si sarebbe
originato per risalita di fluidi lungo faglie che interessano le formazioni carbonatiche presenti nel
sottosuolo, con miscelazione delle acque del circuito carsico con quelle profonde; l’emergenza di
queste acque avveniva probabilmente in laghi profondi meno di 1 m (CHAFTEZ & FOLK, 1984).
La deposizione di travertino doveva avvenire in un’area in lenta subsidenza (come minimo
200 m in meno di 400 mila anni); i depositi infatti si rinvengono fino ad almeno 20 m sotto il livello
attuale del mare e hanno colmato, nel corso di circa 170 mila anni, un’ampia depressione della
superficie, con velocità media di deposizione di 0,43 mm/anno (FACCENNA ET ALII, 1994). Attualmente,
comunque, l’entità della deposizione di travertino nel bacino delle Acque Albule appare trascurabile
(PENTECOST & TORTORA, 1989).
Le acque carsiche del circuito carbonatico superficiale, che provengono dai Monti Lucretili-
Tiburtini-Cornicolani, miscelate a quelle profonde caratterizzate da gas e fluidi idrotermali (CO
2
, H
2
S),
risalgono lungo la faglia principale orientata N-S ed emergono da due sorgenti principali (Lago delle
Colonnelle e Lago della Regina), che erogano una portata media di 3250 L/s, e da altre sorgenti minori
(CAPELLI ET ALII, 1987). Nel bacino delle Acque Albule non sono note cavità carsiche ipogee accessibili
all’uomo, se non i due laghi suddetti e il Lago di San Giovanni, una cavità più piccola ma con le stesse
caratteristiche dei due laghi principali.
48
esse non siano attualmente aggressive. Se la creazione del vuoto carsico originario è avvenuta in
ambiente freatico, la formazione di stalattiti (depositi di ambiente subaereo) può essere avvenuta in
una successiva fase di abbassamento della superficie piezometrica; la diminuzione della pressione
sulle pareti, a sua volta, potrebbe essere la causa principale del crollo della sottile volta della cavità e
della creazione dei due laghi.
UNITÀ 3 DELLA SABINA: MONTI SABINI SETTENTRIONALI, MASSICCIO DI MONTE FOLLETTOSO-MONTE MARCONE E
MONTI TIBURTINI
L’Unità 3 della Sabina è frammentata in diversi settori: i Monti Sabini settentrionali compresi
fra la linea di M. Tancia (1292 m) e la Faglia Sabina; la parte occidentale dei Monti di Fara Sabina (M.
degli Elci, 711 m); la catena di M. Marcone (1017 m)–M. Follettoso (1004 m); i Monti Tiburtini (M. S.
Angelo in Arcese, 598 m).
L’area di affioramento delle rocce carsificabili, comprendendo anche le “Marne e Brecciole”
(litofacies 48), è di circa 290 km
2
. Le formazioni che affiorano più estesamente sono la Maiolica (circa
il 30% dell’area totale), nella quale si aprono 10 grotte per circa 500 m complessivi di condotti, e la
Corniola (con estensione areale analoga), al cui interno sono state esplorate 3 cavità per poche decine
di metri di sviluppo totale. Nel Calcare Massiccio sono conosciute 7 grotte (escluse le doline catastate)
per uno sviluppo dei condotti di soli 4 m per km
2
di superficie affiorante.
La Sabina settentrionale (fra la linea di Monte Tancia a Est, e la Faglia Sabina a Ovest)
In quest’esteso tratto di catena (circa 180 km
2
) sono note solo 18 brevi cavità, distribuite in
tutte le formazioni affioranti, con uno sviluppo complessivo dei condotti di circa 600 m (Fig. 29).
Nell’area di Roccantica-Poggio Catino, in prossimità del bordo occidentale della struttura,
sono celebri le imponenti doline del Revòtano (-85, assi: 320-250 m), del Catino (diametro 175 m) e
del Catinello, scavate nel Calcare Massiccio al contatto con la Corniola, affiorante nella parte alta delle
doline. Il Revòtano è una cavità a imbuto, risultato dello scoperchiamento di una caverna sotterranea
probabilmente simile alla Grotta di S. Lucia sul M. Soratte; crolli successivi avrebbero smantellato la
volta e accumulato alla base un grande cono di massi e detrito, con vertice rovesciato quasi nel mezzo
dell’ambiente, mentre nella parte alta delle pareti rimane un anello roccioso. Sulla possibile origine
(ipogenica) di queste grandi cavità si è già ampiamente trattato; per quanto riguarda il contesto
paleogeografico specifico in cui si inserisce l’evoluzione del Revòtano, un’ipotesi è riportata nella prima
parte di questo capitolo.
Per quanto riguarda le grotte vere e proprie presenti nella Sabina settentrionale, quella più
profonda è situata presso Contigliano, sul bordo orientale della struttura carbonatica. Si tratta della
Voragine le Puzzole (-53 m), una spaccatura tettonica quasi verticale, che taglia i sottili strati calcarei
di Scaglia Rossa, ricchi di lenti selcifere. La grotta è situata nel “blocco” calcareo di M. Romano,
sovrascorso sulle formazioni terrigene dell’Unità 4 della Sabina (MANGANELLI & FARAMONDI, 1990). La
posizione della grotta, situata sul ripido versante che marca il fronte di sovrascorrimento del M.
Tancia, sembra spiegare la morfologia tipica “a spaccatura”, osservabile anche in altre grotte del
Lazio caratterizzate da analoghe situazioni geologiche.
Il settore orientale dei Monti Lucretili
In questo settore (100 km
2
) sono catastate una decina di cavità, distribuite in tutte le
formazioni calcaree, per uno sviluppo complessivo di condotti carsici inferiore a 400 m.
La grotta più interessante è la Risorgenza di Collentone (+2, sviluppo 90 m), di piccola
portata, probabilmente scavata nei Calcari Granulari al contatto con il sottostante “Rosso Ammonitico”,
impermeabile. La morfologia è prevalentemente quella di una condotta in pressione ma per un tratto
assume forme vadose. Il condotto è intersecato da numerose fratture quasi ortogonali all’asse; sul
pavimento si trovano depositi di sabbie vulcaniche (MANCINI, 2002). E’ opportuno osservare che
nell’area fra M. Marcone e M. Follettoso, il F.144 Palombara Sabina della Carta Geologica d’Italia
riporta estesi affioramenti di Calcare Massiccio, mentre, in effetti, si tratta di Calcari Granulari, peraltro
di aspetto molto simile (COSENTINO, 1986).
I Monti Tiburtini
I Monti Tiburtini sono il risultato di un basculamento del substrato rigido liassico, che
ha determinato lo scivolamento verso SE della serie stratificata sovrastante il Calcare Massiccio.
La principale superficie di scollamento è costituita dalla formazione argilloso-marnosa del Rosso
Ammonitico, sulla quale i terreni sovrastanti hanno costituito una serie di pieghe rovesciate verso SE e
parzialmente accavallate (BONI, 1967).
Nei carbonati meso-cenozoici, presenti in affioramento su un’estensione di una decina di
km
2
, sono state esplorate 6 grotte. Quella di maggior spicco è la Voragine di Monte Spaccato (-90 m),
che si apre presso la sommità di M. Ripoli, sopra Tivoli. Si tratta di una spaccatura ampliata dall’uomo
per cavare alabastro dalle pareti. L’andamento della fessura coincide con la giacitura degli strati di
Maiolica, rovesciati a forte pendenza (58°, Fig. 32).
Figura 32 - La “spaccatura” con inclinazione media di circa 60° al fondo
della Voragine di Monte Spaccato (foto M. Romiti).
Figura 33 - Una immagine di Tivoli alla fine del XIX secolo, con le grandi cascate dell’Aniene lungo le quali si depositava
carbonato di calcio che costituisce il travertino spugnoso in facies incrostante.
Figura 35 - La sala nei conglomerati al fondo del Pozzo Panfilo (foto M. Chiariotti).
Figura 34 - Depositi quaternari del bacino di Rieti: schema tettonico, sezione geologica e colonna stratigrafica (da
Cavinato, 1993).
49
I DEPOSITI DI TRAVERTINO DEI FIUMI NERA, FARFA E ANIENE
I travertini delle Marmore e di Papigno
La formazione travertinosa delle Marmore, costituita da fossili vegetali frammisti a piccole
lenti di sabbie calcaree, è stata depositata alla confluenza dei Fiumi Nera e Velino fino ad occupare
un’estensione areale di circa 1 km
2
per uno spessore massimo che raggiunge i 130 m. Il F. Nera ha
successivamente inciso il deposito, isolando sulla sinistra idrografica un gradino travertinoso, embrione
dell’attuale pianoro. Il banco di travertino si è esteso e sviluppato per la continua precipitazione di
carbonato di calcio al tracimare lungo il bordo e nella zona palustre che si ampliava alle spalle dello
sbarramento naturale, determinandone il progressivo innalzamento. Nel 271 a.C. Curio Dentato fece
convogliare le acque del F. Velino in un canale, a formare le cascate delle Marmore, riducendo così la
velocità di deposizione del travertino.
Nel pianoro delle Marmore si trovano una quarantina di imbocchi di cavità sotterranee, per
quasi 900 m complessivi di condotti, oltre a numerose forme di superficie.
Le cavità superficiali (“fosse”) assomigliano alle doline carsiche (scavate per dissoluzione
di CaCO
3
), ma sono in realtà forme “singenetiche”, cioè create contemporaneamente alla deposizione
del travertino in corrispondenza degli sbocchi a valle dei torrenti, dove si determinavano condizioni
sfavorevoli alla deposizione carbonatica e un rapido concrezionamento nella zona circostante, fino a
formare queste piccole depressioni. Altre forme singenetiche sono alcune cavità naturali che si aprono
nelle zone di pendio, alla base delle pareti rocciose e sul bordo delle fosse; data l’elevata pendenza, si
formavano strutture concrezionali a cascata (in “strati” inclinati), che lasciavano delle cavità all’interno
del deposito (MATTIOLI, 1972).
Diverse cavità sono originate da fratture. Le Grotte dei Campacci di Marmore (-32, sviluppo
480 m), per esempio, sono costituite da una lunga frattura beante, parallela alla parete della cascata
e distante da questa non più di 50 m. La fessura non è di origine tettonica, ma è invece stata aperta
dalla forza di gravità per mancanza di sostegno dalla parte della Valnerina. In alcuni punti la frattura
intercetta alcune cavità singenetiche, formatesi precedentemente lungo la cascata (MATTIOLI, 1965).
Un altro deposito di travertino, con un’estensione areale inferiore a 1 km
2
, è presente nei
pressi di Papigno. Una sola piccola grotta ad andamento orizzontale è nota in questi depositi.
I depositi travertinosi del Piano di Cornazzano e di Poggio Nativo-Cerdomare
All’estremità meridionale della struttura carbonatica di M. Tancia si trovano alcune placche
di travertino, la più estesa delle quali (circa 2 km
2
) è il Piano di Cornazzano, nei pressi di Castelnuovo
di Farfa. Il piano è costituito da una piastra potente una trentina di metri di depositi concrezionari
travertinosi con resti vegetali, ghiaie e conglomerati, in parte coperti da tufi pedogenizzati. All’interno
della placca si trova un bacino chiuso esteso 0,7 km
2
, le cui acque sono inghiottite nell’unica
cavità carsica nota nella bancata, la Grotta Scura (+10/-20, sviluppo 355 m), percorsa da un
torrente stagionale. Si tratta di un traforo naturale costituito da una galleria a forra con andamento
meandriforme, impostata su due sistemi di fratture fra loro ortogonali. L’acqua riemerge al contatto
con i sottostanti depositi sabbiosi e calcarenitici plio-pleistocenici, e va ad alimentare il Fiume Farfa,
che scorre una sessantina di metri più in basso sul calcare Maiolica.
Le bancate di travertino di Poggio Nativo e di Cerdomare affiorano su un’area estesa
complessivamente circa 9 km
2
ubicata sul margine meridionale della valle del Farfa. Il deposito
raggiunge spessori di alcune decine di metri, in strati paralleli al pendio che scende verso Nord. Il
deposito si è formato nel Pleistocene, quando da sistemi di faglie che interessavano i carbonati della
Sabina risalivano acque concrezionanti (MANFRA ET ALII, 1976). Nel catasto speleologico sono riportate,
nella bancata di Poggio Nativo, le 9 grotte di Battifratta, tutte ad andamento pianeggiante e con
lunghezza massima di 60 m. Nella placca di Cerdomare sono noti un pozzo profondo 15 m e due
grotticelle sub-orizzontali, una delle quali è una sorgente captata (Risorgenza di Cerdomare).
I travertini di Tivoli-Ponte Lucano e di San Cosimato
Nel tratto compreso fra la stazione ferroviaria di Tivoli e Ponte Lucano il F. Aniene supera un
dislivello di oltre 200 m; nel passato ciò avveniva attraverso un sistema straordinariamente suggestivo
di grotte e cascatelle e con un salto verticale di oltre 100 m (Fig. 33). Successivamente, la maggior
parte delle acque è stata incanalata nelle opere di sistemazione idraulica e il salto d’acqua è stato
derivato a fini idroelettrici.
In quest’area i travertini spugnosi in facies incrostante, originati lungo le cascate dell’Aniene
nella sottostante piana Tiburtina e quindi non correlati geneticamente con i fenomeni sorgentizi del
bacino delle Acque Albule, occupano una superficie di circa 2,5 km
2
, inclusa la rupe di Tivoli. Sono
riportate in catasto 15 cavità, rappresentate da grotte ad antro o da “stanze” e gallerie pianeggianti,
sempre di dimensioni modeste, con uno sviluppo complessivo di circa 250 m di condotti. Fra queste
ricordiamo la Grotta di Nettuno e il pozzo verticale della Grotta delle Sirene, visitabili entro il perimetro
di Villa Gregoriana, e la Grotta Scavizzi (-2, sviluppo 40 m), con 3 imbocchi, costituita da una galleria
alta mediamente 3,5 m e larga 3 m.
Percorrendo l’autostrada Roma-L’Aquila verso l’Abruzzo, all’uscita della galleria che
precede il casello di Vicovaro si passa su un viadotto che scavalca una profonda forra scavata dal
F. Aniene subito a valle della confluenza con il Torrente Licenza. Di fronte allo sbocco della galleria si
innalza la rupe di S. Cosimato, costituita da depositi di travertino che formano una parete a picco alta
una sessantina di metri sull’alveo dell’Aniene. Il travertino, tipico dell’ambiente di cascata, e quindi
spugnoso e inglobante resti vegetali e organici, si sarebbe depositato intorno a 30 mila anni fa. In
una galleria localizzata alla base della diga, e scavata all’epoca della costruzione della diga stessa,
si osserva il contatto fra la base del deposito travertinoso e un giacimento di ciottoli fluviali calcarei
di dimensioni da decimetriche a multidecimetriche. La parete ospita una serie di romitori, acquedotti
e cavità naturali (CAPPA & FELICI, 1998), una dozzina delle quali, costituita da caverne e brevi condotti,
riportata nel catasto speleologico.
UNITÀ 4 DELLA SABINA: MONTI SABINI ORIENTALI, MONTI RUFFI E MONTI PRENESTINI
I rilievi della Sabina orientale costituiscono l’unità tettonica più esterna del dominio sabino
(Unità 4), che lungo la linea tettonica Olèvano-Antrodoco si sovrappone verso Est sulle strutture
derivate dalla deformazione della piattaforma laziale-abruzzese (COSENTINO & PAROTTO, 1991). L’Unità 4
della Sabina comprende a Nord i rilievi collinari del versante orientale di M. Tancia (quote fino a circa
900 m), il settore orientale della dorsale di Fara Sabina, i Monti della Sabina orientale, e a Sud i M.
Ruffi e i M. Prenestini. Tipiche di questa unità tettonica sono le strutture a pieghe, con asse NW-SE o
N-S, vergenti verso l’Adriatico.
L’area di affioramento delle rocce carsificabili, comprendendo la formazione delle “Marne
e Brecciole” e la formazione argilloso-marnoso-calcarea di Guadagnolo, è di circa 630 km
2
. La
Formazione di Guadagnolo, che costituisce circa il 40% dell’area totale, è stata inserita fra le
formazioni carsificabili (esclusivamente per questa unità), date le numerose cavità ipogee conosciute.
Complessivamente in questa formazione sono catastate 20 grotte, per uno sviluppo complessivo di
circa 800 m di condotti carsici.
Per quanto riguarda le formazioni carbonatiche, il 25% dell’area è rappresentato dalla
Scaglia, nella quale si trovano 13 grotte con uno sviluppo totale di condotti di circa 600 m. I calcari
miocenici affiorano sul 18% dell’area, e con 32 grotte e 13 m di condotti per km
2
di affioramento sono
la più importante formazione carsificata di questa unità. Sono molto limitati, invece, gli affioramenti di
Calcare Massiccio e di Maiolica.
La Sabina settentrionale a Est della linea di Monte Tancia e il settore orientale dei Monti di Fara
Sabina
Affiorano esclusivamente la Scaglia e le Marne e Brecciole, per complessivi 110 km
2
. Non
sono conosciute cavità carsiche ipogee.
I conglomerati del bacino di Rieti
Il bacino di Rieti è una depressione intramontana originatasi durante la fase tettonica
estensionale del Pliocene-Pleistocene. Il settore di bacino a Sud di Rieti è stato colmato nel
Villafranchiano inf. da depositi clastici di conoide alluvionale, provenienti dallo smantellamento dei
monti del dominio umbro-sabino (“unità deposizionale inferiore”). Successivamente, sopra questi
depositi si sono accumulati clasti derivati dallo smantellamento dei monti originati dalla deformazione
della piattaforma laziale–abruzzese (“unità deposizionale superiore”) (Fig. 34; CAVINATO, 1993).
L’unità deposizionale inferiore, potente 250-300 m, poggia in discordanza angolare sul
substrato carbonatico e rappresenta il primo deposito di origine continentale del bacino. E’ costituita
da una successione di banchi di conglomerati massivi intercalati a sottili e discontinui livelli calcarenitici
o marnosi; a differenza dell’unità superiore ha caratteristiche di elevata permeabilità e presenta forme
carsiche ipogee più ampie.
Nei conglomerati dell’area reatina sono conosciute 5 modeste cavità, 4 delle quali
pianeggianti e di sviluppo inferiore a 30 m ciascuna. La cavità più interessante è, invece, il Pozzo
Panfilo, che si apre nella valle del Turano, nell’estremo lembo meridionale di affioramento dei
conglomerati dell’unità inferiore, più lontano dall’area-sorgente. I conglomerati sono costituiti da
clasti di dimensioni comunque superiori a 5-10 cm con matrice ghiaiosa e cemento calcareo, disposti
in banchi massivi di 5-10 m di spessore; le intercalazioni di livelli calcarenitici e marnosi, di origine
lacustre, hanno spessori di 5-10 cm (CAVINATO, 1993). Il Pozzo Panfilo (-60 m) perfora il conglomerato
calcareo lungo una frattura inclinata di 70° (Fig. 35).
Presso Castelnuovo di Farfa, Montopoli, Poggio Mirteto e Paganico, si rinvengono, in altri
affioramenti conglomeratici, alcune piccole cavità ad andamento orizzontale, con lunghezze inferiori
a 30 m.
Presso Montopoli si trova un bel traforo nel travertino (Grotta Pinta), con sviluppo
planimetrico attuale di 60 m, probabilmente molto più lungo in origine.
I Monti Sabini orientali
Il settore orientale della Sabina si spinge a Nord fino alle valli del Fiume Farfa e dei Fiumi
Turano-Salto-Velino, colmate da depositi sabbiosi e conglomeratici, mentre verso Est si estende con
bassi rilievi che, oltrepassata la valle del F. Turano, si innalzano nella dorsale di M. Navegna (1506 m)-
M. Cervia (1439 m), allungata sul fronte N-S della linea Olèvano-Antrodoco. A Sud il F. Aniene separa
la Sabina orientale dai Monti Prenestini e Ruffi.
Nell’area dei Monti Sabini orientali, estesa circa 360 km
2
, sono note 40 cavità ipogee
(escluse le doline catastate), con uno sviluppo spaziale complessivo di circa 1,6 km. Si tratta sempre
di grotte modeste, scavate prevalentemente nei calcari miocenici (una ventina di cavità, compreso il
Pozzo di Cineto, profondo 58 m) e nella Scaglia.
La cavità più importante è la Grotta di Muro Pizzo (+3/-12, sviluppo 380 m), costituita
da alcuni gruppi di sale collegati fra loro da brevi cunicoli (Fig. 36). Ogni gruppo di sale è formato
da ambienti a pianta quasi circolare, di 2-8 m di diametro, a forma di cupola con altezza al centro
fino a 3 m e pavimento orizzontale. In alcune aree della grotta le salette si fondono con collegamenti
ampi che isolano dei tozzi pilastri di roccia, larghi un paio di metri. Le cupole sono talvolta influenzate
dalla stratificazione e presentano nicchie semisferiche più piccole in roccia compatta, senza evidenti
fessure sulla volta. Attualmente l’attività idrica nella grotta è limitata ad uno scarso stillicidio e il
concrezionamento presente è di calcite.
Per quanto le dimensioni siano modeste (e quindi l’interpretazione basata su scarsi elementi),
la grotta sembra rappresentare un esempio, unico nella regione, di pattern labirintico bidimensionale.
L’origine delle grotte labirintiche è ancora controversa; tuttavia, per la creazione di numerosi condotti
vicini e di dimensioni simili, sembra fondamentale che l’ampliamento iniziale delle fratture si realizzi con
uguale velocità in tutte le fessure (cioè in assenza di “competizione” fra le fratture), indipendentemente
dalle loro larghezze originarie (PALMER, 1991). La Grotta di Muro Pizzo è interamente scavata in pochi
strati calcarei di Scaglia Rossa, per uno spessore complessivo di 3-4 m, inclinati di 5-15°. Seguendo
il modello di speleogenesi “trasversale” proposto da KLIMCHOUK (2000b), questa grotta labirintica si
sarebbe potuta sviluppare in un’intercalazione di strati calcarei più puri quando l’ammasso roccioso si
trovava sommerso nella falda acquifera in condizioni confinate, determinate da strati calcareo-marnosi
sovrastanti e sottostanti. In base alla morfologia degli ambienti, sopra descritta, si può anche avanzare
l’ipotesi che le acque che hanno creato la grotta fossero calde.
Una cavità che presenta analogie con quella appena descritta è la Grotta Pila (+7, sviluppo
74 m), anch’essa scavata nella formazione della Scaglia Rossa, nei pressi di Poggio Moiano.
Sulle pendici occidentali di M. Navegna si aprono alcune piccole grotte. Merita di essere
ricordata la Risorgenza di Capo d’Acqua (sub-orizzontale, sviluppo 62 m), che sgorga probabilmente
presso la base della Formazione di Guadagnolo, lungo il fosso che scende verso Castel di Tora. Dalla
parte opposta del Lago del Turano, il versante che dal M. Faito scende verso Est fino al lago è
attraversato da una linea di sovrascorrimento orientata all’incirca N-S, lungo la quale si è impostata
Figura 36 - La Grotta di Muro Pizzo è un labirinto bidimensionale costituito da gruppi di sale a pianta tondeggiante e
con volta a cupola.
50
un’area pianeggiante intorno alla q. 1000 m; a qualche centinaio di metri dal sovrascorrimento,
nell’unità orientale, si osserva il contatto fra i depositi terrigeni impermeabili e le sottostanti calcareniti
del Miocene. Un centinaio di metri sotto questa linea, da un grande antro situato nelle calcareniti
mioceniche sgorgano periodicamente le acque della Risorgenza di Puffi Street; dalla volta della sala
d’ingresso sale un camino alto 30 m che sbocca all’esterno, mentre dalla base parte una galleria in
piano che termina dopo una sessantina di metri con un sifone, esplorato in immersione per 20 m.
I Monti Ruffi
I Monti Ruffi, estesi una quarantina di km
2
, sono caratterizzati da una serie di scaglie
tettoniche embricate, orientate NW-SE e accavallate verso NE (Fig. 37), che costituiscono le dorsali
di M. Sacrestia (settore occidentale, che comprende il Pozzo di Cerreto), di Costa Sole (al centro,
massima elevazione, 1251 m) e di M. Cerasolo (settore orientale). L’ossatura delle scaglie è formata
da calcari bioclastici miocenici, che affiorano quasi ovunque (per complessivi 25 km
2
) con spessori di
70-80 m, e dalle sottostanti marne e calcareniti della Formazione di Guadagnolo (CORRADO, 1995).
Sui M. Ruffi, nonostante evidenze di un carsismo superficiale intenso, lo sviluppo ipogeo
appare modesto; fra le scaglie più orientali rimane un bacino chiuso lungo un paio di chilometri, con
un inghiottitoio impraticabile nel punto più basso. Sono catastate 6 grotte, 4 delle quali nei calcari
miocenici, per complessivi circa 200 m di sviluppo (8 m/km
2
), mentre 2 piccole cavità si aprono nella
Formazione di Guadagnolo. La cavità più ampia è il Pozzo di Cerreto (-48 m), un grande ambiente
scavato nelle calcareniti mioceniche e condizionato da faglie, venuto alla luce per il crollo della volta.
Il fondo del pozzo dovrebbe trovarsi in prossimità del passaggio alla sottostante Formazione di
Guadagnolo.
I Monti Prenestini
La dorsale dei Monti Prenestini (massima elevazione M. Guadagnolo, 1218 m) è costituita
da depositi originati sulla scarpata di raccordo tra il margine della piattaforma carbonatica laziale-
abruzzese e il contiguo bacino di mare aperto umbro-sabino (Fig. 29).
Le rocce carsificabili, comprendendo anche i Monti dell’Ara Salère situati tra il F. Aniene, il
Fosso Empiglione e il Fosso Fiumicino, affiorano su una superficie di 120 km
2
. Complessivamente sono
catastate 22 grotte, con uno sviluppo spaziale complessivo dei condotti di poco più di 1 km.
Il termine più antico in affioramento è la Scaglia, messa in luce dall’erosione solo nelle
incisioni fluviali più profonde (superficie di circa 0,5 km
2
), come a monte dell’abitato di S. Gregorio da
Sàssola; in questa formazione dovrebbero trovarsi 2 piccole cavità carsiche.
Seguono verso l’alto le Marne e Brecciole dell’Oligocene, che affiorano in alcune incisioni
fluviali su un’area di 10 km
2
, senza evidenze di carsismo ipogeo.
La Formazione di Guadagnolo dell’Aquitaniano-Langhiano, costituita da ripetute alternanze
di marne e calcareniti con la tipica struttura a losanga, affiora estesamente (80 km
2
) a Ovest della
dorsale di Guadagnolo. Gli orizzonti calcarei sono carsificati, come testimonia la presenza di numerose
doline e di 11 cavità sotterranee per uno sviluppo di 7 m di condotti per km
2
di affioramento; tuttavia
la presenza dei termini arenacei nei calcari limita notevolmente le possibilità di approfondimento delle
grotte. Le cavità più importanti sono il Pozzo 2° della Mentorella (-53 m), situato presso l’omonimo
santuario sul versante orientale della dorsale e impostato su due fratture fra loro ortogonali, e il
Pozzo della Ventrosa (-59 m). Ma le morfologie carsiche più importanti di questa formazione sono
rappresentate dalle macrodoline, a forma di ciotola delimitata da perimetri ellittici, con assi maggiori
lunghi oltre 100 m orientati in direzione NNW-SSE, parallelamente all’asse dell’anticlinale prenestina.
Le macrodoline sono concentrate prevalentemente in due aree (a SW di Guadagnolo e a NE di Rocca
di Cave), addensandosi in una fascia altimetrica di circa 80 m di dislivello intorno all’isoipsa di 1000 m
e secondariamente nella fascia 800-1000 m (SCOTONI, 1971).
Le calcareniti del Miocene (Langhiano-Serravalliano), di rampa carbonatica, costituiscono la
sommità dei rilievi più elevati (Guadagnolo, Punta Carpigno) e il versante orientale della dorsale, con
una superficie di affioramento di circa 23 km
2
. La carsificazione è elevata, come dimostrano le 9 cavità
catastate per uno sviluppo medio di 26 m di condotti per km
2
di superficie.
Fra queste è importante segnalare due risorgenze temporanee situate a Est dei Monti
Caprini quasi al piede della dorsale: l’Ainate (+8/-11, sviluppo 210 m) impostata in parte su una
faglia inclinata di 60-70°, e la Risorgenza della Mola (+18, sviluppo 92 m), il cui condotto scende
verso l’uscita seguendo la direzione di massima pendenza degli strati (ENE).
Il settore meridionale dei M. Prenestini si differenzia da quello settentrionale per la presenza
dei resti di un tratto della soglia occidentale della piattaforma laziale-abruzzese, che raccorda la
piattaforma interna simbruino-ernica e la scarpata di transizione al mare aperto dei M. Prenestini
settentrionali e della Sabina. La soglia è testimoniata dall’affioramento presso Rocca di Cave di calcari
organogeni (litofacies 54) ricchi di rudiste e gasteropodi del Cretacico sup. L’alto strutturale costituito
dalla scogliera è rimasto emerso fino al Miocene; successivamente, al di sopra dei calcari del Cretacico
si è depositato direttamente uno spessore molto ridotto di marne della Formazione di Guadagnolo e
quindi le calcareniti mioceniche.
L’unica “grotta” catastata in questo settore è la Fossa Ampilla (-61 m), una grande cavità a
cielo aperto che si apre nelle calcareniti mioceniche e si approfondisce fin quasi nei calcari organogeni
del Cretacico. I calcari di scogliera sono senz’altro carsificabili e l’assenza di grotte è probabilmente
imputabile solo alla ridotta estensione dell’affioramento (4 km
2
).
IL MONTE CIRCEO
Il Circeo (541 m) è un promontorio lungo 5 km in direzione ESE-WNW e largo fino a 2
km, situato all’estremità meridionale della Pianura Pontina e costituito da rocce prevalentemente
calcaree del Giurassico della successione umbro-sabina (Fig. 38). Questo tratto di catena è stato
presumibilmente inglobato nell’Appennino prima dei M. Lepini e quindi prima anche della Sabina. La
struttura del monte risulta costituita da 4 scaglie tettoniche principali parzialmente sovrapposte fra
loro e vergenti a NNE, dove sovrascorrono su terreni torbiditici; faglie trasversali sbloccano la struttura
compressiva (PANTOSTI ET ALII, 1986). Sul versante marino è presente una fascia detritica originatasi nel
Quaternario, in buona parte demolita dall’azione del mare (SEGRE, 1948a).
Il carsismo ipogeo conosciuto, quasi interamente descritto da SEGRE (1948a), è rappresentato
esclusivamente da grotte localizzate nel Calcare Massiccio lungo la linea di costa, entro 20 m sul livello
del mare, con l’unica eccezione rappresentata dal Pozzo dei Pipistrelli, che si apre a q. 200 m.
Le cavità catastate sono 34, tutte di modeste dimensioni, per circa 500 m di sviluppo totale;
le grotte, quasi tutte idricamente inattive, sono generalmente costituite da un unico ambiente scolpito
dall’azione del mare (Fig. 39). Considerando la limitata estensione del promontorio, nel Calcare
Massiccio il carsismo appare ben sviluppato (138 m di condotti per km
2
di affioramento), mentre non
si ha notizia di cavità nei calcari con selce riferibili alla Corniola, il cui affioramento, comunque, è limitato
ad una superficie di soli 2 km
2
.
La cavità più estesa è la Grotta delle Corvine. Si tratta di una risorgenza sottomarina, che
si sviluppa per un centinaio di metri nel Calcare Massiccio, anche se la volta interessa un deposito
di breccia quaternaria; la sua origine risale forse ad un’epoca in cui il livello del mare era più basso
dell’attuale, ma non è da trascurare l’intensa dissoluzione carsica che si è potuta sviluppare per la
miscelazione delle acque dolci con quelle marine (ANTONIOLI & FERRANTI, 1994).
Di notevole interesse paletnologico, ma di piccole dimensioni, è la Grotta Guattari
(pianeggiante, sviluppo 28 m), situata alla base di una piccola scaglia tettonica di Calcare Massiccio
sovrascorsa su terreni fliscioidi di età oligocenica, che sono stati rinvenuti durante le operazioni di
scavo archeologico del riempimento della grotta.
Figura 37 - Sezione geologica dei Monti Ruffi, caratterizzati da scaglie tettoniche embricate accavallate verso NE. I
depositi carsificabili di calcareniti mioceniche hanno spessori limitati a poche decine di metri e poggiano sulle alternanze
di marne e calcareniti della Formazione di Guadagnolo.
Figura 38 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nel promontorio del Circeo.
Figura 39 - Fori di litodomi, tipici fossili di bivalvi litofagi che marcano la linea di
costa, nella Grotta delle Capre al Circeo (foto G. Mecchia).
51
IL CARSISMO SOTTERRANEO NELLA FALDA LAZIALE-ABRUZZESE
La dorsale dei Volsci
Dal punto di vista stratigrafico e strutturale i Monti Lepini, i Monti Ausoni e i Monti Aurunci
costituiscono un’unica catena (la cosiddetta struttura dei Volsci), inglobata nell’Appennino nel corso
dell’evento del Tortoniano sup. (7,8-8,2 milioni di anni fa) (CIPOLLARI ET ALII, 1995).
La catena ha le caratteristiche tipiche delle unità appennniniche, con assi tettonici NW-SE
e sovrascorrimenti vergenti a NE; il fronte di accavallamento ha estensione regionale e può essere
seguito lungo tutta la Valle Latina. Sul bordo SW della catena alcune faglie dirette del Pliocene-
Quaternario ribassano la prosecuzione della struttura carbonatica al di sotto dei depositi delle pianure
costiere, con rigetto complessivo fino a 3000 m (Fig. 40). La catena viene abitualmente suddivisa nei
tre settori dei Monti Lepini, Ausoni e Aurunci seguendo alcuni dei principali lineamenti tettonici (PAROTTO
& PRATURLON, 1975).
Nella dorsale dei Volsci affiora estesamente la serie laziale-abruzzese, rappresentata da uno
spessore di circa 3300 m di depositi calcarei e dolomitici di piattaforma carbonatica di acque basse,
con età che vanno dal Triassico sup. al Senoniano-Paleocene (DAMIANI ET ALII, 1991).
I depositi più antichi presenti in affioramento, dolomitici (litofacies 67d), si rinvengono solo
nei M. Aurunci in aree di estensione molto limitata. I depositi calcarei e calcareo-dolomitici sedimentati
dal Dogger al Paleocene rappresentano il 98% delle rocce carsificabili che affiorano su tutta la
struttura; questi depositi sono stati suddivisi in due litofacies entrambe di mare poco profondo di
piattaforma carbonatica, depositatesi rispettivamente nel Dogger-Cretacico inf. (litofacies 63) e nel
Cretacico sup.–Paleocene (litofacies 55) (ACCORDI & CARBONE, 1988). Verso la sommità dei depositi
del Cretacico inf. si rinviene una sottile intercalazione argilloso-marnosa, il “livello a Orbitolina”, di
particolare interesse anche per il carsismo. Al di sopra dei calcari del Cretacico-Paleocene si sono
depositati, in trasgressione, i “Calcari a Briozoi e Litotamni” del Miocene (litofacies 45), che però
affiorano solo, e molto limitatamente, al bordo NE della struttura lepina e presso Carpineto Romano.
Sono incluse nel catasto regionale circa 740 grotte, per uno sviluppo complessivo di circa
63 km di condotti carsici. Nei calcari di piattaforma interna delle litofacies 55 e 63, la carsificazione è
elevata, infatti, i condotti carsici conosciuti rappresentano una media di 49 m per km
2
di superficie. In
base alle esplorazioni speleologiche fino ad oggi completate, la densità dei condotti è di 56 m per km
2

di affioramento per la litofacies 55, e di 41 m/km
2
per la litofacies 63. Il massiccio dei M. Lepini è il più
carsificato dei tre, con uno sviluppo medio di 87 m di condotti sotterranei per km
2
di affioramento delle
litofacies 55+63, valore che scende a 27 m/km
2
nei M. Ausoni e a 26 m/km
2
nei M. Aurunci.
Nella Pianura Pontina, ai piedi della dorsale lepina, si trova la piastra di travertino di Cisterna
di Latina, nella quale sono note una grotta e alcuni “sprofondi”; altri sprofondi sono disseminati lungo
il bordo orientale delle “Paludi Pontine”.
Due piccole grotte in depositi conglomeratici sono presenti nel promontorio di Gianola.
GROTTE E SPROFONDI NELLA PIANURA PONTINA
La Pianura Pontina si stende fra la costa tirrenica e i M. Lepini, ed è interrotta a NW dal
Vulcano Albano; è costituita da depositi recenti che mascherano una successione terrigena del
Pliocene leggermente deformata, di diverse centinaia di metri di spessore, che a sua volta ricopre
una catena a scaglie tettoniche costituita da sedimenti carbonatici depositati dal Mesozoico al Miocene
(PAROTTO & PRATURLON, 1975) (Fig. 40).
LA PIASTRA DI TRAVERTINO DI CISTERNA DI LATINA
In prossimità del piede dei M. Lepini si trova la grande placca di travertini di Cisterna di
Latina (circa 14 km
2
), con spessore massimo di una quindicina di metri; la placca si sarebbe depositata
circa 200 mila anni fa (AMBROSETTI ET ALII, 1972) in parte al di sopra di depositi detritici e in parte sulle
pozzolane del Vulcano Albano.
In posizione centrale, all’interno della placca, si trova la Grotta di San Biagio (pianeggiante,
sviluppo 350 m), interamente scavata nel travertino e costituita da un labirintico reticolo di condotte
impostate all’intersezione fra un piano orizzontale (strato) e fratture verticali orientate in numerose
direzioni (Fig. 41). Attualmente la grotta non è percorsa da un torrente, ma nella stagione estiva
l’irrigazione dei campi di cocomeri e kiwi sovrastanti rende umida la grotta per percolazione diffusa.
Sembra che il riempimento fangoso che colma la parte bassa della grotta sia piuttosto recente,
determinato proprio dall’attività irrigua che avrebbe trasportato in grotta il suolo esterno.
Nel lembo orientale della piastra di Cisterna si trova lo sprofondo di Casa Affonnata,
un’ampia voragine con pareti strapiombanti, del diametro di 30-35 m, profonda una ventina di metri
fino alla superficie di un lago, che occupa un angolo al fondo della cavità. E’ interamente scavato nei
travertini e sulle pareti si individua ancora l’andamento arcuato dell’antica volta sotterranea. Un’altra
interessante forma carsica di superficie è il Lago di Cotronia, che occupa una depressione circolare
del diametro di circa 270 m.
GLI ALTRI SPROFONDI
Nella fascia della Pianura Pontina situata al piede dei M. Lepini-Ausoni sono conosciute
diverse depressioni originate dallo sprofondamento del suolo, oggi occupate da laghetti. Questi
“sprofondi” sono stati quasi tutti inseriti nel catasto speleologico, pur non essendo cavità sotterranee.
Alcuni di essi si aprono nelle piroclastiti, anche se spesso interessano anche croste di travertino.
Nell’area sottostante la rupe di Sermoneta si stende l’ampio conoide detritico che, sboccando
dalla Val Carella, si fonde con la Pianura Pontina. Il ventaglio detritico è costituito da ciottoli calcarei più
o meno cementati, croste di travertino, limi e torbe. Sul margine dell’unghia detritica negli ultimi secoli
sono stati osservati numerosi improvvisi sprofondamenti del suolo, con formazione di depressioni
quasi circolari evolute poi rapidamente per colmamento (SEGRE, 1948a).
A circa 1 km di distanza dalle sorgenti di Ninfa si trova lo Sprofondo della Doganella, apertosi
improvvisamente nel 1989. La cavità ha subito notevoli modificazioni nel tempo a causa di crolli e
nuovi sprofondamenti. Attualmente (13 ottobre 2001, Fig. 42), la pianta è ellittica e le pareti, quasi
verticali, si immergono in uno specchio d’acqua (superficie piezometrica) a 6 m dal piano campagna;
il punto più profondo della voragine è situato 34 m sotto la superficie d’acqua. Le pareti dello
sprofondo sono costituite da depositi vulcanici e sedimentari prevalentemente sciolti del Quaternario;
sotto uno spessore di 30-40 m di tali depositi si trovano travertini. Secondo BONO (1995), durante
gli abbassamenti eustatici del livello marino del Pleistocene il livello di base dell’acquifero carsico si
localizzò una sessantina di metri al di sotto dell’attuale livello del mare; in queste condizioni, all’interno
dei travertini i processi carsici formarono gallerie orizzontali e sale anche di grande volume. Più tardi,
con le fasi eruttive del Vulcano Albano, i travertini vennero ricoperti da nuovi cicli deposizionali di
colate piroclastiche. Lo Sprofondo della Doganella si sarebbe generato per progressivo cedimento
dei depositi della copertura in seguito a crolli delle volte delle cavità carsiche sotterranee situate nei
travertini. I crolli sarebbero imputabili alla notevole diminuzione della pressione dell’acqua all’interno
delle cavità (completamente allagate) dovuta a prolungato pompaggio da pozzi; il collasso delle cavità
sotterranee potrebbe essere stato innescato dalle scosse sismiche registrate nell’area nei giorni
prossimi all’evento di formazione dello sprofondo (BONO, 1995).
Altre cavità di questo tipo, che formano laghetti tondeggianti con acque sulfuree, sono il
Lago San Carlo e i Laghi del Vescovo, situati nell’area fra Sezze e Priverno.
I MONTI LEPINI
Il massiccio montuoso dei Lepini è costituito da due unità tettoniche, con assi principali
orientati NW-SE, accavallate lungo la linea Montelanico-Carpineto Romano (Fig. 40). Lungo questa
linea, che si sviluppa per una lunghezza di una ventina di chilometri, affiorano discontinuamente pochi
metri di calcare del Miocene e un sottile banco di argille e arenarie mioceniche. Nell’area di fondovalle
di Carpineto Romano una coltre di piroclastiti quaternarie copre parzialmente i carbonati mesozoici e
i depositi miocenici.
Situata fra i M. Lepini e i M. Ausoni, lungo il fronte di accavallamento della struttura dei Volsci
verso NE sulla Valle Latina, si trova la dorsale calcarea di M. Siserno.
Nei M. Lepini prevalgono gli affioramenti di età cretacica. I depositi del Giurassico medio-sup.
sono bene esposti sulla monoclinale del M. Semprevisa, mentre non si rinvengono in affioramento i
calcari del Giurassico inf. e del Triassico. Le calcareniti del Miocene, come si è detto, sono conservate
solo in alcune località, e hanno spessori di pochi metri.
L’UNITÀ TETTONICA OCCIDENTALE DEI MONTI LEPINI
La placca occidentale (270 km
2
) è caratterizzata dalla monoclinale immergente a NE della
dorsale M. Semprevisa-M. Lupone. Da questa cresta spostandosi verso SE si sviluppa una serie faglie
dirette che hanno sbloccato il rilievo, che si abbassa di quota fino alla Pianura Pontina. Il limite fra
la pianura e il rilievo carbonatico è costituito da un reticolo di faglie dirette sub-verticali orientate
prevalentemente NW-SE, che ribassano i calcari al di sotto dei depositi della piana.
Sui M. Lepini occidentali sono note oltre 230 grotte, con uno sviluppo spaziale complessivo
di circa 22 km di condotti.
Nei calcari mesozoici (litofacies 55+63) la carsificazione è molto elevata (81 m di condotti
per km
2
di affioramento), in particolare nei calcari del Cretacico sup. (110 m/km
2
), che rappresentano
anche il termine più esteso in affioramento (60% della superficie carbonatica totale).
Il bordo occidentale dei Monti Lepini
L’area di Artena
Sul margine Nord-occidentale della struttura, in corrispondenza del paese di Artena, si trova
52
Figura 40 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Lepini.
Figura 41 - Una condotta con sezione semi-ellittica nei travertini della Grotta di San Biagio. Si osserva
la frattura verticale sulla volta, mentre il riempimento di fango costituisce il pavimento pianeggiante della
condotta (foto G. Mecchia).
Figura 44 - Bolle di gas e una matrice di solfobatteri galleggiante sulla superficie di un laghetto della
Grotta di Fiume Coperto, affioramento della falda solfurea (foto M. Mecchia).
Figura 45 - Cristalli di gesso nella Grotta della Cava (foto M.
Mecchia).
Figura 46 - “Pelli di leopardo” su un soffitto della Grotta di Fiume Coperto; il tratto ripreso è largo circa
1,5 m (foto M. Mecchia).
Figura 42 - Lo Sprofondo di Doganella nella Pianura Pontina durante la misurazione dei parametri
chimico-fisici delle acque (foto M. Piro).
53
un piccolo affioramento di calcari di scogliera del Cenomaniano (litofacies 54), nei quali si aprono due
piccole cavità carsiche. Da segnalare, inoltre, la presenza di alcune “doline” di crollo come la dolina di
Valle S. Carlo, in merito alla quale SEGRE (1948a) riferisce che “… nel suo interno, il 2 luglio 1850 si
verificò un repentino sprofondamento accompagnato da un forte boato e tremito del suolo circostante,
con conseguente formazione di una cavità a perimetro ellittico, lunga 80 m, larga 45 con la massima
profondità di 20 m sotto alle rocce che sostengono il paese… Di questa recente dolina di crollo non
rimane quasi più traccia, a stento se ne riconosce la posizione per un più marcato avvallamento del
suolo”.
L’area fra Sermoneta e Sezze
Ai bordi del massiccio montuoso nell’area compresa fra Sermoneta e Sezze i carbonati si
immergono sotto i sedimenti alluvionali-palustri della Pianura Pontina. Qui si trovano le interessanti
grotte che costituiscono il sistema sotterraneo di Acquapuzza (Fig. 43), scavato nei calcari del
Cretacico inf. Le cavità più estese del sistema sono la Grotta di Fiume Coperto (+7/–6, sviluppo 170
m) e la Grotta della Cava (-15, sviluppo 230 m), che si aprono a pochi metri di distanza dalla sorgente
di Fiume Coperto e da altre polle minori; l’acqua sulfurea emerge dal detrito alla temperatura di 14-
15°C con una portata complessiva dell’ordine di 1 m
3
/s (CAMPONESCHI & NOLASCO, 1978-86).
La Grotta di Fiume Coperto inizia con un breve cunicolo che scende fino a raggiungere una
galleria impostata su fratture, sul fondo della quale affiora la superficie della falda idrica rappresentata
da numerose pozze e laghetti di acqua sulfurea che emanano esalazioni di acido solfidrico, riconoscibile
per il caratteristico odore di uova marce.
L’elevata concentrazione di H
2
S ha permesso l’insediamento sugli specchi d’acqua di
una consistente matrice batterica, costituita soprattutto da solfobatteri, presenti anche in ammassi
filamentosi, e da metanobatteri, rilevabili dalle bolle di gas presenti nello strato superficiale (Fig.
44). I risultati di analisi chimico-fisiche, faunistiche ed ecologiche hanno permesso di ipotizzare
che l’ecosistema del reticolo carsico di Acquapuzza dipenda solo in parte dall’apporto trofico
esterno, collocandosi in posizione intermedia fra un sistema “chiuso” (in cui la materia organica che
rappresenta la base per la catena alimentare ipogea è prodotta in situ da batteri chemioautotrofi, ed
è totalmente indipendente dalle risorse trofiche esterne, come si riscontra, per esempio, nella celebre
Grotta Movile in Romania) e un sistema “aperto”, situazione molto più frequentemente osservata nelle
cavità carsiche (DI RUSSO ET ALII, 1999).
Le grotte del sistema di Acquapuzza presentano diffusi concrezionamenti ancora in
formazione e chiaramente imputabili all’azione delle acque sulfuree; l’evoluzione stessa di queste
grotte appare connessa all’azione speleogenetica di tali acque. Il riconoscimento delle forme di
deposito e di corrosione dovute alla risalita di questi fluidi, infatti, non è difficile se il processo è ancora
in corso almeno in alcune zone della grotta.
Depositi gessosi, dovuti all’esposizione delle pareti calcaree ai vapori di acido solfidrico, si
osservano negli ambienti aerati immediatamente al di sopra della falda sulfurea e si presentano in
diverse forme, analoghe a quelle riscontrate nella Grotta Grande del Vento (GALDENZI, 1990):
a) depositi massivi di gessi microcristallini;
b) poltiglie di gesso, talvolta rivestite da una crosta gessosa più dura e con infiorescenze gessose;
c) crostoni di gesso direttamente poggianti sulla roccia calcarea;
d) fragili macrocristalli di gesso di vari colori (bianco, ocra, violaceo) (Fig. 45).
Le poltiglie e i crostoni di gesso sono spesso in associazione con vermicolazioni argillose
(“pelli di leopardo”, Fig. 46). Argille grigiastre e rossastre sono comuni presso il fondo degli ambienti.
Al di sopra di un livello orizzontale che segna nettamente il limite delle cristallizzazioni di gesso si
trovano anche concrezioni calcitiche.
Fra le forme di corrosione si riconoscono:
a) piccole nicchie dovute al colamento o alla caduta dei crostoni gessosi;
b) piccoli solchi verticali (“docce inverse”) imputabili a vapori corrosivi in risalita, localizzati subito
sopra il pelo dell’acqua e sotto i depositi gessosi;
c) spuntoni di roccia corrosa isolati nel soffitto e forme di corrosione esasperata sulle pareti.
Una grotta “a fessura” che ricorda quella di Fiume Coperto è la Cavità dell’Elefante nei
M. Cornicolani, anch’essa posizionata sulla superficie di una falda sulfurea; esempi di fessure non
più attive potrebbero essere rappresentati dalle grotte di Fossavota e Poggio Cesi, sempre nei M.
Cornicolani.
Completamente diversa è la morfologia dell’Ouso di Sermoneta (-65 m), anch’esso situato
presso il bordo della struttura calcarea, 4 km a Nord di Fiume Coperto, poco sotto il paese da cui
prende il nome; anche per questa cavità si propone un’origine legata ai fluidi solfurei. Si tratta di una
grande voragine costituita da un unico ambiente a forma di duomo del diametro di 60 m, venuto a
giorno per il crollo della volta (Fig. 19). La cavità appare impostata su numerosi fasci di fratture con
varia orientazione e inclinazione che attraversano i calcari del Cretacico inf. Non sono evidenti legami
con la topografia esterna né con l’infiltrazione di acque meteoriche. Il fondo della cavità è a quota 47
m, cioè una trentina di metri al di sopra dell’attuale superficie piezometrica. La genesi di questa grande
cavità carsica a cielo aperto potrebbe essere correlata con l’afflusso di fluidi profondi, secondo i
meccanismi descritti precedentemente (vedi il riquadro “i grandi ambienti carsici sotterranei”),
con processi che potevano avvenire in corrispondenza della superficie piezometrica prima che gli
ultimi sollevamenti portassero il “blocco” che contiene la grotta nella posizione attuale. A processi
ipogenici ancora in attività è invece imputabile la formazione delle voragini di collasso note come “gli
sprofondi” che, come si è detto precedentemente, si aprono nel conoide detritico alla base della rupe
Figura 43 - Zona di Acquapuzza. In alto: carta topografica con l’ubicazione delle grotte e delle sorgenti. In
basso: Ipotesi sull’origine della “dolina” di Torre Acquapuzza: A) Un grande vuoto sotterraneo si crea nella zona di
ossigenazione della falda, dove alle acque meteoriche di infiltrazione si miscela un fluido mineralizzato che risale da
zone profonde lungo una frattura. B) Il sollevamento del “blocco” che contiene il vuoto sotterraneo e l’abbassamento
relativo della superficie piezometrica disattivano il processo. C) Grandi crolli dalla volta del salone sotterraneo danno
origine in superficie alla “dolina” di Torre Acquapuzza.
Figura 47 - In alto: sezione geologica del Colle Cantocchio passante per la grotta omonima (da Cocozza & Praturlon,
1966). In basso: una sezione della Grotta di Colle Cantocchio, perpendicolare alla direzione della superficie di
sovrascorrimento. Al centro: un tratto della superficie tettonica (foto M. Mecchia).
54
55
di Sermoneta.
Tornando alla zona di Acquapuzza, proprio a monte del sistema di grotte di Fiume
Coperto, si è notata una grande dolina (diametro di 200-300 m, Fig. 43), sul cui bordo nel Medio
Evo è stata innalzata la Torre Acquapuzza. Sembra ipotizzabile che questa dolina trovi origine nello
stesso processo che ha formato l’Ouso di Sermoneta e gli altri grandi vuoti carsici a cielo aperto. In
questo caso, però, i blocchi di crollo avrebbero colmato il vacuo originario, producendo una grande
depressione in superficie.
I rilievi occidentali (Monte della Bufala–Monte Sant’Angelo)
Alcune faglie dirette e una valle ammantata di piroclastiti separano la dorsale del M. della
Bufala, fra Sermoneta e Bassiano, dal M. Semprevisa.
In questo settore, procedendo dal bordo SW verso l’interno del massiccio lepino, si trovano
numerose grotte, le più significative delle quali sono l’Ouso del Cavone (-62 m) sul M. della Bufala
(861 m), impostato su una frattura nei calcari del Cretacico sup. e, nell’area a Ovest di Roccagorga, il
Pozzo Nuovo (-81 m), che si apre al fondo di una dolina ed è originato lungo un’unica frattura inclinata
di 80°, la Grotta Marina (-27, sviluppo 110 m), impostata su più fratture così come la Grotta Vittorio
Vecchi (+8/-6, sviluppo 180 m), tutte scavate nei calcari del Cretacico inf.
Particolarmente interessante dal punto di vista geologico è la Grotta di Colle Cantocchio
(+5/-26, sviluppo 150 m), che si apre sul versante SW dell’omonimo rilievo (Fig. 47). La cavità è
costituita essenzialmente da un unico grande ambiente inclinato di circa 30°, che misura intorno a 50
m lungo la direzione di massima pendenza per una larghezza di un centinaio di metri; l’altezza è in
genere di soli 2-3 m fino a un massimo di 10 m nella fascia più profonda del salone. La grotta è scavata
prevalentemente nelle argille mioceniche che affiorano in alcuni punti dalla sala, il cui pavimento è
quasi ovunque ingombro di blocchi calcarei di crollo. Il soffitto è un’evidente superficie di scorrimento
tettonico costituita da calcari del Cretacico sup. Questa superficie è irregolare e ondulata, presenta
liscioni ancora ben conservati, solcati da evidenti strie orientate secondo l’immersione, e conserva
“pizzicati” lembi di argilla fortemente laminata. Da misure ricavate durante il recente rilevamento
topografico della cavità la superficie tettonica risulta inclinata in media di 30° verso NW. Una faglia
sub-verticale orientata circa E-W attraversa il lato a monte del ripido scivolo della sala.
La superficie di scorrimento che si osserva in grotta ha permesso di chiarire la struttura
geologica del colle (Fig. 47, COCOZZA & PRATURLON, 1966). Il versante SW di Colle Cantocchio è formato
da una monoclinale di calcari e dolomie del Giurassico-Cretacico inf., immergente a NE e sbloccata da
faglie trasversali; nella parte superiore è conservato un lembo alloctono sovrascorso, composto da
due elementi tettonici sovrapposti, il più alto dei quali costituisce la parte sommitale di Colle Cantocchio
ed ha alla base la superficie di scorrimento posta a soffitto della grotta.
COCOZZA & PRATURLON (1966) hanno evidenziato come l’origine della particolare sala
sotterranea sembri imputabile non alla dissoluzione di strati calcarei ma all’asporto dell’argilla
sottostante il piano di sovrascorrimento, erosione operata da acque provenienti per percolazione dal
reticolo di fratture che interessa i calcari sovrastanti. In effetti, questo tipo di genesi di grandi ambienti
sotterranei risulta frequente; una ricerca sulle grandi sale sotterranee in Francia ha evidenziato
l’esistenza di numerosi saloni impostati su terreni impermeabili (marne, argille) immediatamente al di
sotto di soffitti calcarei. L’esistenza di queste grandi cavità sembra giustificata dall’afflusso di notevoli
scorrimenti d’acqua sui materiali impermeabili, che vengono progressivamente asportati ampliando i
vacui originari; normalmente, almeno parte della roccia a soffitto è soggetta a crolli che mascherano
la presenza dei materiali che costituiscono la base dell’ambiente (GILLI, 1984). Le grandi sale che si
formano in questo modo sono molto stabili quando il soffitto è dato da un’importante discontinuità
(come il piano di scorrimento della Grotta di Colle Cantocchio); sono però noti anche grandi ambienti
con soffitto costituito da una superficie di strato (per esempio, la grande caverna nella Grotta di Valle
delle Vacche nei Monti del Parco). Un esempio eccezionale di grande sala di questo tipo è la Sarawak
Chamber a Mulu (Borneo), il più grande ambiente sotterraneo naturale esplorato al mondo (volume
12 milioni m
3
) (GILLI, 1986).
La dorsale Monte Semprevisa–Monte Lupone
La dorsale M. Semprevisa (1536 m)–M. Lupone (1378 m) è costituita da una monoclinale
immergente a NE ed è caratterizzata da alcune grandi depressioni carsiche (Pian della Faggeta,
Campo di Montelanico, Campo di Segni) situate sul versante orientale intorno a q. 800 m.
Su questa dorsale, situata nel cuore dei M. Lepini, è presente la zona con la maggiore
densità di grotte del Lazio. Nell’area compresa fra il crinale del M. Semprevisa, Pian della Faggeta,
Valle Casale e fino ad oltre il crinale di M. Gemma affiorano esclusivamente i calcari del Cretacico sup.,
ed è quindi in essi che si aprono tutte le grotte di quest’area, anche se nel loro percorso sotterraneo
gli abissi più profondi raggiungono i depositi di età riferibile al Cretacico inf.
Il versante Nord-Est di Monte Semprevisa
Il versante Nord-orientale del M. Semprevisa è costituito da “blocchi” allungati in direzione
NW-SE, separati da faglie, con stratificazione inclinata verso NE o NNE. Qui si trovano moltissime
grotte, diverse delle quali di grande sviluppo e profondità (Fig. 48).
L’andamento tipico delle grotte di questo versante prevede un tratto iniziale verticale, con
pozzi impostati su fratture o faglie ai quali si alternano brevi tratti di meandro che generalmente
spostano il deflusso nel verso dell’inclinazione degli strati (Fig. 49). Fra le grotte di questo tipo sono
compresi l’Ouso di Valle Me Ne Pento (-141, sviluppo 125 m), il Pozzo della Croce (-92 m), l’Ouso 2°
dei Cavoni (-72 m), il Pozzo della Faina, (-52 m) e l’Ouso delle Donne (-61 m), che si apre appena a
Ovest della cresta.
Nei pozzi in cui le esplorazioni si sono spinte sufficientemente in profondità, la discesa
verticale lungo fratture subisce un arresto al raggiungimento di particolari interstrati favorevoli alla
carsificazione. Da questo punto le grotte assumono un percorso dominato dalla pendenza apparente
degli strati, caratterizzato da gallerie attive a debole pendenza (Abisso Consolini, Inghiottitoio di Pian
dell’Erdigheta, Abisso Enriquez).
L’Abisso Consolini (-555, sviluppo 1405 m; Fig. 48 profilo C) si apre nei calcari del
Cenomaniano (con un grande pozzo impostato su faglia) e prosegue ancora quasi verticalmente,
addentrandosi nei calcari dell’Albiano-Aptiano, fino a –350 m, dove inizia una galleria a meandro lunga
quasi 900 m. La galleria è interrotta a metà percorso da una successione di pozzi presumibilmente
impostati su faglia, che approfondiscono la grotta di 60 m. Poco più in basso dell’imbocco dell’abisso
si apre l’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta (-300, sviluppo 1010 m), in cui le esplorazioni sono ancora
in pieno svolgimento in due distinti rami. In base alla carta geologica di PAROTTO & TALLINI (2000),
questa grotta si apre nei calcari del Senoniano di un “blocco” contiguo a quello che comprende
l’Abisso Consolini, dal quale è separato a mezzo di una faglia a notevole rigetto. Entrambi i “blocchi”
sono caratterizzati da una stratificazione immergente verso NNE con pendenze comprese fra 20° e
40°. Nella sezione di figura 50C orientata parallelamente all’immersione degli strati si osserva come i
segmenti “a debole pendenza” delle due grotte (che raccordano i segmenti verticali), proiettati sulla
sezione, risultano costantemente inclinati di circa 25°, valore corrispondente all’inclinazione media
della stratificazione. Quindi, mentre i segmenti verticali sono stati prodotti per scorrimento delle acque
lungo faglie o fratture con inclinazioni prossime alla verticale, le gallerie seguono alcuni interstrati, gli
unici dell’intero intervallo di sedimenti carbonatici compreso fra il Cenomaniano inf. e l’Aptiano in grado
di guidare la carsificazione verso il livello di base. Nella proiezione sul piano verticale parallelo alla
direzione degli strati (Fig. 50B) si osserva come, soprattutto nell’Abisso Consolini, la grotta scenda
complessivamente lungo la direzione di massima pendenza degli strati. Nella figura sono evidenziati
i tratti orizzontali delle due grotte, cioè i segmenti scavati esattamente lungo la direzione degli strati;
questi tratti sono caratterizzati da sezioni trasversali freatiche tondeggianti con un modesto e stretto
approfondimento vadoso alla base (vedi anche il riquadro “morfologie carsiche ipogee: i condotti
vadosi e i condotti freatici”). Negli altri condotti, con andamento o secondo la massima pendenza
o su una pendenza intermedia (impostati generalmente alle intersezioni fra strato e fratture), non
sono state rilevate prove di una fase freatica iniziale (assenza di morfologie tondeggianti sulla volta
dei condotti) e la sezione trasversale è nettamente di tipo vadoso (Fig. 50D). Nell’Abisso Consolini, lo
strato carsificabile di quota più bassa dovrebbe essere prossimo al livello argilloso a Orbitolina (non
osservato in grotta), livello che affiora sul versante SW di M. Semprevisa con spessori anche di qualche
metro.
Lungo il fosso che inizia da Pian dell’Erdigheta si trova l’Inghiottitoio di Valle Santa Maria
(-45, sviluppo 60 m), nel quale si raccolgono le acque della conca omonima, situata sul versante
dell’unità orientale. Si tratta di una cavità verticale che si sviluppa interamente lungo una frattura
orientata NE-SW.
Spostandosi sul M. Semprevisa, poco al di sotto della vetta si apre l’Abisso Enriquez (-228,
sviluppo 435 m, Fig. 48 profilo E), che presenta un andamento simile a quello delle due grandi grotte
precedenti, con un tratto verticale iniziale nei calcari del Cenomaniano, seguito da una galleria attiva,
lunga 350 m, impostata su strati più recenti rispetto al livello a Orbitolina (la situazione geologica
locale non appare però ben definita).
Nello stesso settore di montagna si trovano l’Ouso della Rava Bianca (-676, sviluppo 550 m,
Fig. 48 profilo F) e l’Ouso Gemello della Rava Bianca (-60 m), verosimilmente collegato al precedente.
Il profondo abisso si apre nei calcari del Turoniano e attraversa circa 500 m di sedimenti della pila
calcarea fino ai depositi dell’Aptiano, con una successione di pozzi interrotta solo da brevi tratti di
meandro. In base alla cartografia geologica disponibile e alla giacitura degli strati rilevata nella parte
superiore della grotta, le verticali della parte attualmente “terminale” (in realtà le esplorazioni sono
ferme sopra un pozzo) dovrebbero attraversare il livello a Orbitolina; tuttavia, nel corso delle discese
gli speleologi non hanno segnalato il livello argilloso, che dovrebbe risultare piuttosto evidente.
Il versante Sud-Ovest di Monte Semprevisa
Il versante che dalla cresta di M. Semprevisa-M. Belvedere-M. Perentile guarda il Mar Tirreno
è costituito da un pendio abbastanza acclive dove la disposizione a reggipoggio degli strati porta in
affioramento anche la parte bassa della successione stratigrafica, fino ai depositi di età giurassica.
Di particolare importanza per la circolazione sotterranea delle acque è l’affioramento continuo del
livello a Orbitolina, che taglia tutto il versante. Il livello è facilmente osservabile, per esempio, sulla
strada sterrata che da Bassiano sale verso il M. Semprevisa, presso la sorgente S. Angelo (Fig. 51).
La presenza di numerose sorgenti connessa con la presenza del livello a Orbitolina (ma anche di altri
interstrati argillosi o “resistenti”, che si rinvengono al di sopra del livello a Orbitolina) indica anche,
necessariamente, quella di condotti carsici, che infatti sono stati scoperti e che caratterizzano questo
settore differenziandolo dal versante NE.
Alcune centinaia di metri più in alto della sorgente S. Angelo, nei calcari del Cretacico sup.,
è di recentissima scoperta e attualmente in esplorazione la Risorgenza dell’Istrice (+20/-6, sviluppo
240 m), con regime temporaneo; l’origine della grotta è probabilmente imputabile alla presenza
del livello “resistente” discontinuo che forma una scarpata alta un paio di metri immediatamente
sotto l’imbocco. La grotta inizia con un breve cunicolo freatico situato sulla massima pendenza dello
strato (inclinato di una decina di gradi verso NNE), e prosegue seguendo lo stesso strato in discesa
obliqua rispetto alla suddetta pendenza. Dopo una cinquantina di metri il condotto raggiunge il punto
più profondo, prosegue con alcuni sali-scendi, quindi inizia a risalire in direzione NW, probabilmente
controllato da un sistema di fratture.
Alcuni km a NW della sorgente S. Angelo lungo lo stesso versante, nuovamente
all’intersezione con il livello a Orbitolina, si trova la sorgente La Fota, che esce da un condotto carsico
impercorribile. Un paio di centinaia di metri più in alto, lungo il fosso, sgorga la sorgente del Rapiglio,
nelle cui vicinanze, qualche metro più su, si apre la Grotta del Rapiglio (+89/-7, sviluppo 940 m),
una risorgenza temporanea costituita da un lungo condotto che, complessivamente, si sviluppa
parallelamente al fosso esterno orientato NW-SE (la presenza di zone cataclasate ne denuncia l’origine
tettonica) e alla direzione degli strati (debolmente inclinati verso NE). Analogamente alla Risorgenza
dell’Istrice, la condotta iniziale del Rapiglio scende lentamente fino a raggiungere, a 135 m di distanza
dall’imbocco, una profondità di 7 m, in corrispondenza anche di un livello marnoso di colore scuro.
Poi, per circa 800 m di percorso, la galleria sale lentamente, interrotta solo da due piccoli pozzi di 6
e 10 m.
Il “blocco” di fondovalle, dislocato dalla linea tettonica Carpineto-Montelanico
La linea tettonica Carpineto-Montelanico, limite importante anche per la speleogenesi e
l’idrogeologia di quest’area, è stata recentemente interpretata come un retroscorrimento orientato in
direzione appenninica, immergente di 45-50° verso NE con rigetto di circa 700 m (PAROTTO & TALLINI,
2000). Come si è detto, il M. Semprevisa è caratterizzato da una struttura a blocchi allungati in direzione
NW-SE. L’ultimo blocco a ridosso della linea Carpineto-Montelanico, costituito da calcari del Senoniano, è
particolarmente ricco di grotte. Le più importanti di queste si aprono in prossimità del fondovalle su un
allineamento parallelo alla linea tettonica (a una distanza di 200-300 m, Fig. 48 profilo A).
Figura 49 - A destra: l’Ouso di Valle Me Ne Pento si approfondisce tramite pozzi impostati su fratture (frattura sub-
verticale nel pozzo ripreso nell’immagine). A sinistra: alla base di un pozzo nella stessa grotta si osserva la galleria
continuare lungo la frattura, scendendo nel verso dell’inclinazione dello strato, inclinato di 45° verso NE e ben visibile
sul soffitto (foto M. Chiariotti).
Figura 48 - A sinistra: schema tettonico del settore Segni-Montelanico-Carpineto-Roccagorga (da Parotto & Tallini,
2000). A destra e in basso: profili geologici passanti per le più importanti grotte dell’area.
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Figura 50 - A destra: carta geologica del versante compreso fra M. Erdigheta e Pian della Faggeta (da Parotto & Tallini, 2000). A sinistra, in alto: proiezione dei condotti carsici dell’Abisso Consolini, dell’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta e dell’Abisso Capodafrica su un piano
verticale parallelo alla direzione media degli strati. A sinistra, a metà altezza: proiezione degli stessi condotti carsici su un piano verticale parallelo all’immersione media degli strati. A sinistra, in basso: un tratto della sezione dell’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta, con due
sezioni trasversali, una relativa ad un condotto parallelo alla direzione degli strati (sez. A) e l’altra ad un tratto parallelo alla loro immersione (sez. B).
Figura 53 - La galleria dell’Ouso di Pozzo Comune subito a monte del sifone “vecchio fondo” (foto C.
Germani). E’ evidente il soffitto costituito da uno strato inclinato, mentre mancano fratture tettoniche.
Figura 52 - Schema dell’Abisso Capodafrica, che appare impostato essenzialmente su due fratture principali.
Figura 51 - Il livello ad Orbitolina in affioramento sulla strada sterrata che da Bassiano sale verso il M. Semprevisa,
presso la sorgente S. Angelo. Qui il livello è costituito da uno strato argilloso dello spessore di mezzo metro su cui
poggia uno strato calcareo-marnoso; entrambi gli strati sono ricchi di Orbitoline (foto M. Mecchia).
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Il tratto della linea tettonica che interseca la superficie topografica a quota più elevata taglia
il versante orientale della valle chiusa di Pian della Faggeta, ricoperta da tufi terrosi e da detriti calcarei
con terre rosse, e perforata da numerose doline che saltuariamente si attivano con sprofondamenti
del suolo. Alcune di queste sono sfondate in pozzi, come l’Ouso del Sordo (-56 m) e l’Ouso di Gaetano
(-52 m).
Alla testata del piano carsico, in una delle doline, si apre l’Abisso Capodafrica (-152, sviluppo
165 m). La breve condotta iniziale sfrutta l’interstrato inclinato di 35-40° verso NNE (Fig. 52). I
successivi pozzi (12 e 39 m) sono impostati su una frattura circa verticale orientata E-W. Alla base
del P39 viene intersecata una frattura orientata N55°E, inclinata di 70° verso SE. Percorsa la stretta
fessura rettilinea lunga 70 m, in leggera discesa, si raggiunge una serie di pozzi (3, 13 e 42 m)
probabilmente impostati ancora lungo la stessa frattura; le pareti di discesa (battute dall’acqua) sono
spezzate da terrazzini, mentre la parete opposta corrisponde alla superficie della frattura; gli imbocchi
dei salti sono tipicamente stretti, poi gli ambienti si allargano fino a piccole sale alla base (con le stesse
modalità descritte per il P100 dell’Abisso della Vettica nei M. Ausoni).
Come si è detto nella prima parte di questo capitolo, la speleogenesi dell’Abisso Capodafrica
sembra essere profondamente diversa da quella della maggioranza delle altre cavità note sia nella
conca della Faggeta sia nelle sovrastanti pendici del M. Semprevisa, essendo infatti probabile che
la grotta originariamente abbia svolto la funzione di risorgenza (CAPPA ET ALII, 1997d). Il condotto si
sarebbe sviluppato in condizioni freatiche come braccio di risalita delle acque da un profondo loop,
con emergenza alla testata della paleo-valle della Faggeta, secondo lo schema classico Valchiusano
(loop profondo di Stato 1 o 2 della classificazione di FORD & EWERS, 1978), e in tali condizioni avrebbe
raggiunto praticamente le dimensioni attuali. La grotta avrebbe dunque costituito lo sbocco a risorgiva
di un sistema carsico avente il suo bacino collettore nei rilievi circostanti; comunque, nel tratto profondo
dell’Abisso Consolini, situato al di sotto della quota di imbocco dell’Abisso Capodafrica (Fig. 50), non
sono state individuate prove di una fase freatica iniziale; ciò potrebbe essere spiegato con una genesi
dell’Abisso Consolini successiva alla disattivazione della risorgenza di Capodafrica. Attualmente
l’Abisso Capodafrica è alimentato da fratture assorbenti. Questa inversione del deflusso idrico deve
essere abbastanza recente, perché non è ancora riuscita a produrre considerevoli alterazioni alla
struttura e alle morfologie parietali determinate dal ciclo precedente (per lungo tempo, e praticamente
fino ai giorni nostri, la copertura cineritica pleistocenica ha impedito o limitato il passaggio dell’acqua
nelle grotte preesistenti) (CAPPA ET ALII, 1997d).
All’altra estremità di Pian della Faggeta, nel punto più basso della valle chiusa, un piccolo
fosso termina nell’antro di ingresso dell’Ouso di Pozzo Comune (-190, sviluppo 1105 m), alla base di
uno sperone roccioso (Fig. 48 profilo A). All’interno scorre un torrente sotterraneo attivo anche nelle
estati più asciutte; la grotta, infatti, raccoglie una parte delle acque meteoriche che affluiscono nel
piano carsico. Comunque, l’alimentazione del condotto collettore (“il Meandro”) avviene anche tramite
numerosi punti di infiltrazione non chiaramente riconoscibili all’esterno (fratture), ognuno dei quali
fornisce un apporto idrico limitato e, soprattutto, intermittente; una decina di questi “arrivi” sono stati
risaliti a partire dal “Meandro”, peraltro senza mai riuscire a raggiungere la superficie esterna, a causa
dell’eccessiva riduzione di dimensioni. Il “Meandro” è un condotto tipico delle morfologie vadose, alto
e stretto, con pareti levigate e a tratti scolpite da scallops, con tracce di antichi letti abbandonati dal
progressivo abbassamento dell’alveo del fiume sotterraneo e con andamento in pianta tortuoso. Alla
base dei pozzi le cascate hanno scavato profonde marmitte circolari (BEFANI, 1965). Complessivamente,
la grotta si dirige verso NW parallelamente alla linea Carpineto-Montelanico, sfruttando fratture e faglie;
localmente è evidente anche l’influenza della stratificazione (Fig. 53) che, per esempio, determina la
posizione dei sifoni della zona del fondo.
Tornando all’esterno e proseguendo il cammino costeggiando la linea tettonica, nel tratto
compreso fra Pian della Faggeta e il paese di Carpineto Romano, si trovano diversi pozzi, fra cui
quelli dell’Ouso di Salvatore (-161 m) e dell’Ouso nella Villa (-58 m). Continuando ancora verso NW si
scende nella zona a valle di Carpineto Romano, caratterizzata dall’estesa copertura di cineriti, depositi
vulcanici a granulometria sottile di colorazione bruno-rossastra depositati sui M. Lepini durante tutto il
periodo di attività esplosiva dei vari centri eruttivi del Vulcano Laziale e fortemente alterati dai processi
di pedogenizzazione (ALBERTI ET ALII, 1975). Il rinvenimento di depositi di questo tipo all’interno delle
grotte dei M. Lepini è frequente; la coltre cineritica ha senz’altro avuto un ruolo importante, in grado
di modificare lo sviluppo carsico sotterraneo. Due grandi grotte sono presenti in quest’area: la Grotta
Ciaschi (-162, sviluppo 980 m) e la Grotta del Formale (+25/-123, sviluppo 2920 m).
La Grotta Ciaschi inizia al fondo di una dolina (che si è “aperta” per la prima volta negli
anni ’70) e si approfondisce con una successione di pozzi verticali fino al raggiungimento di uno
strato favorevole, situato a 113 m di profondità dal piano campagna e caratterizzato dalla presenza
di rudiste del Senoniano (Fig. 54), lungo il quale è impostata una galleria a meandro che può essere
percorsa sia a monte che a valle per complessivi 600 m.
LA GROTTA DEL FORMALE
La Grotta del Formale è una risorgenza temporanea che si attiva solo 2-3 volte all’anno,
probabilmente come “troppo pieno” della falda profonda, alimentata anche da acque che provengono
da grotte che scorrono sotto il versante di M. Semprevisa e, soprattutto, dalle grotte situate lungo
l’allineamento parallelo alla linea Carpineto-Montelanico (FELICI, 1978a). La grotta è costituita dal lungo
condotto freatico-vadoso della galleria principale, dall’intricato reticolo di condotti (che partono dalla
parete di sinistra, nel verso di avanzamento, della galleria principale), e dagli approfondimenti costituiti
da pozzi verticali.
La galleria principale
La galleria principale si sviluppa per circa 1 km lungo la direzione della stratificazione,
utilizzando prevalentemente uno spesso strato molto ricco di fossili di rudiste. La galleria inizia con
una sequenza di tre sifoni a sezione freatica; i tratti compresi fra i sifoni e quello dopo l’ultimo sifone
hanno la tipica morfologia a forra vadosa, mostrando, però, piccoli tubi freatici sulla volta (CAPPA ET ALII,
1997b).
Figura 54 - Fossili di rudiste, bivalvi fissi e di scogliera vissuti nei mari caldi del Giurasssico e del Cretacico (foto
M. Piro).
Figura 55 - Rappresentazione schematica della morfologia dei condotti sifonanti all’inizio della galleria principale della
Grotta del Formale.
Figura 56 - In alto: carta geologica dell’area intorno al Ponte dell’Uomo Morto, a NW di Carpineto Romano (da
Parotto & Tallini, 2000). In basso: proiezione dei condotti carsici della Grotta del Formale, della Grotta Ciaschi, dell’Ouso
dell’Omo Morto, della Bocca Canalone e dell’Ouso dell’Isola su un piano verticale parallelo all’immersione media degli
strati. E’ evidenziato lo sviluppo preferenziale dei condotti su uno strato ricco di rudiste del Senoniano.
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In figura 55 è riportata una rappresentazione schematica di due sifoni e del tratto fra essi
compreso; lo schema vuole mettere in evidenza che:
a) la fase iniziale si è realizzata in un condotto freatico a sali-scendi, impostato in un unico strato
favorevole (lo strato a rudiste precedentemente menzionato);
b) la fase iniziale è quindi avvenuta in condizioni di completa sommersione, seguendo un percorso
situato grossolanamente all’intersezione fra la superficie dello strato a rudiste e la superficie
piezometrica, cioè circa orizzontale e coincidente con la direzione dello strato;
c) alla scala di dettaglio, il percorso effettivo può essere stato determinato dalle locali piccole
differenze di apertura dell’interstrato e dalla presenza di microfratture; come risultato si è prodotto un
percorso freatico a lievi sali-scendi, che in pianta corrisponde ad un andamento ondulato intorno ad
un asse all’incirca corrispondente con la direzione dello strato;
d) quando il condotto ha raggiunto dimensioni sufficienti a drenare tutto il flusso d’acqua che lo
alimentava, la superficie della falda si è abbassata tendendo a raggiungere una posizione di equilibrio:
nelle ondulazioni concave rispetto all’immersione degli strati (cioè nei passaggi a quota più bassa)
la sezione continuava ad ampliarsi lungo un perimetro quasi circolare ad opera di acque in leggera
pressione; nelle ondulazioni convesse (cioè nei passaggi a quota più elevata), mentre la volta emergeva
in ambiente subaereo, sul pavimento si andava incidendo un solco che tendeva ad approfondirsi fino
alla quota della nuova superficie piezometrica; i punti di transizione dalla sezione freatica alla sezione
vadosa, quindi, indicano l’effettiva posizione della superficie piezometrica all’epoca di ultimo sviluppo
dei condotti.
Il reticolo di condotti
I condotti discendenti che si aprono sulla sinistra della galleria principale, che almeno in alcune
parti seguono con evidenza lo strato con rudiste, formano un reticolo complesso guidato prevalentemente
da piccoli tubi freatici e con forre vadose meandriformi raramente più larghe di 50 cm.
La sezione della grotta, proiettata sul piano verticale parallelo alla massima pendenza degli
strati (Fig. 56), inclinati di 21°, mostra che i condotti discendenti seguono effettivamente gli strati, così
come avviene anche per i pochi condotti ascendenti che si aprono sulla parete di destra della galleria
principale, esplorati nella zona più interna della grotta.
Una distanza di poche centinaia di metri separa il fondo della Grotta del Formale dall’inizio
del torrente della Grotta Ciaschi, ed è interessante notare che anche il torrente “di base” della Grotta
Ciaschi risulta essere interamente impostato sullo stesso strato a rudiste. Sembra quindi evidente che
le due grotte appartengano anche allo stesso sistema idrologico.
I pozzi verticali
Nella Grotta del Formale i rami discendenti sono tagliati da alcuni pozzi verticali (Fig. 56),
che approfondiscono la grotta al di sotto dello strato a rudiste (pozzo “dei Conetti”, “Via dei Pozzi”);
situazioni analoghe si riscontrano nella Grotta Ciaschi (ramo “del Pozzo”). La fagliazione che ha
generato questi pozzi dovrebbe logicamente essere stata successiva alla costituzione dell’originario
reticolo di interstrato (CAPPA ET ALII, 1997b).
A valle della risorgenza del Formale, a quote più basse di pochi metri o di qualche decina
di metri, si trovano tre interessanti grotte ad andamento verticale: l’Ouso dell’Omo Morto (-75 m) e
Figura 57 - Il Pozzo Stregatto, profondo 25 m, nella Grotta di Monte Fato, impostato lungo una frattura verticale
(foto A. Lo Tenero).
Figura 58 - In alto: carta geologica dell’area del Monte Malaina (Foglio
389 Anagni). Al centro: proiezione dei condotti carsici dell’Inghiottitoio
di Campo di Caccia, dell’Ouso di Passo Pratiglio, della Grotta di Monte
Fato e del Pozzo Pazzo su un piano verticale parallelo all’immersione
media degli strati; è evidenziato lo sviluppo preferenziale dei condotti
su superfici (strati) inclinati di 6°. In basso: le gallerie conclusive delle
grotte di Monte Fato e del Pratiglio si snodano lungo lo stesso piano
di strato.
59
Bocca Canalone (-87 m), dalle quali saltuariamente la falda risale fino ad uscire all’esterno, e, un po’
più lontano, l’Ouso dell’Isola (-65 m), un grande pozzo nel quale l’acqua può risalire alcune decine
di metri; le relazioni idrologiche attuali, comunque, non sono ancora del tutto chiarite (FELICI, 1978a;
CAPPA ET ALII, 1997b).
Le grotte dell’Omo Morto e di Bocca Canalone sono costituite da condotti quasi verticali
impostati su fratture; la morfologia sembra freatica, cioè creata da un flusso in risalita, con modeste
forme vadose sovrapposte. La forma dei condotti dovrebbe riflettere il ruolo più importante svolto
dal condotto almeno nella fase di attività più recente; sarebbe prevalente, quindi, l’ampliamento per
dissoluzione dovuto alla saltuaria sommersione ad opera di acque in risalita rispetto a quello prodotto
dal ridotto scorrimento di acque in discesa per gravità.
L’UNITÀ TETTONICA ORIENTALE DEI MONTI LEPINI
La placca orientale dei M. Lepini (184 km
2
di affioramenti calcarei) è caratterizzata da
una serie di monoclinali prevalentemente immergenti verso Ovest (cioè verso la linea Carpineto-
Montelanico) sbloccate da faglie, con alcune blande anticlinali (M. Malaina) che evolvono in piega
frontale sul lato NE, sovrascorrendo sui sedimenti terrigeni della Valle Latina. Il campo carsico di
Pian della Croce, allungato in direzione perpendicolare all’asse della catena, separa un settore
settentrionale (M. Malaina) da un settore meridionale (M. Gemma, M. Caccume).
Complessivamente, sui M. Lepini orientali sono note circa 230 grotte, con uno sviluppo
spaziale totale di circa 19 km di condotti. L’area più ricca di grotte è quella di Pian della Croce e dei
rilievi limitrofi. Nei calcari mesozoici (litofacies 55+63) la carsificazione è “elevata” (110 m di condotti
per km
2
di affioramento), in particolare nei calcari del Cretacico inf. (222 m/km
2
), che però affiorano
solo sull’11% dell’area carbonatica di questa unità. Occorre comunque osservare che nel calcolo si
tiene conto anche dei condotti che penetrano nei calcari di questa litofacies dopo aver attraversato la
successione del Cretacico sup.
Sul margine della struttura che si affaccia sulla Valle Latina fra Morolo e Colleferro sono note
2 piccole cavità nell’affioramento di calcari bioclastici risedimentati lungo la scarpata della piattaforma
nel Cretacico sup. (litofacies 54), esteso solo 7 km
2
, e 4 grotte con imbocco nei Calcari a Briozoi e
Litotamni del Miocene, che coprono un’area di poco più di 1 km
2
con spessori di pochi metri poggiando
direttamente sui calcari di scarpata.
Il massiccio del Monte Malaina
Nel massiccio del M. Malaina (1490 m), e soprattutto nelle zone del Pratiglio e di Pian della
Croce, sono state esplorate numerose grotte, alcune delle quali molto estese e caratterizzate da
situazioni analoghe a quelle illustrate per le grotte del versante NE del M. Semprevisa.
Di grande interesse è il sistema di grotte che attraversa per vie sotterranee la zona dei campi
chiusi di alta quota del Pratiglio e di Campo di Caccia, costituito in particolare dalla Grotta di Monte
Fato (-336, sviluppo 1615 m), dall’Ouso di Passo Pratiglio (-299, sviluppo 605 m) e dall’Inghiottitoio
di Campo di Caccia (-610, sviluppo 2600 m).
Le grotte di Monte Fato e del Pratiglio si aprono nei calcari del Turoniano-Cenomaniano e si
approfondiscono con un tratto iniziale quasi verticale, costituito da pozzi impostati su faglie e fratture
(Fig. 57) alternati a brevi tratti di meandro. A poche decine di metri dall’imbocco della Grotta di Monte
Fato si apre Pozzo Pazzo, profondo una settantina di metri fino ad un meandro originato in interstrato,
che confluisce nella grotta principale (anche se resta ancora da esplorare il tratto di collegamento,
lungo pochi metri). In profondità, le grotte di Monte Fato e di Passo Pratiglio si inoltrano nei calcari del
Cretacico inf. fino a raggiungere uno stesso piano di strato, inclinato di circa 6° (Fig. 58), la cui età di
deposizione è compresa nell’intervallo Barremiano-Cenomaniano (foglio Anagni della Carta Geologica
d’Italia in scala 1:50.000) e probabilmente riferibile all’Aptiano. Un livello argilloso con spessore di
5-40 cm si incontra a più riprese nel meandro a valle della “Sala delle Pisoliti”, nella Grotta di M. Fato.
Questo livello potrebbe corrispondere al livello a Orbitolina o, forse, ad altri interstrati argillosi situati
poco sopra il livello principale.
Raggiunto questo strato, le due grotte proseguono per alcune centinaia di metri con gallerie
meandriformi che scendono seguendo la debole pendenza della stratificazione fino ai sifoni sospesi
che attualmente bloccano le esplorazioni. Il percorso complessivo dei due sistemi carsici, oltre che
parallelo all’immersione degli strati, risulta parallelo anche alle faglie che delimitano i “blocchi” tettonici
che comprendono le grotte.
A 1 km di distanza dal fondo della Grotta di Monte Fato, in direzione WNW e circa 270 m
più in basso, si trova una lunga galleria percorsa da un torrente (“Rio Urubamba”) appartenente
al sistema sotterraneo di Campo di Caccia, galleria che scende con la stessa pendenza dei meandri
terminali delle grotte del Fato e del Pratiglio (6°, misurati in proiezione nella direzione 300°). In
base alla cartografia geologica del Foglio Anagni, una faglia separa il “blocco” della Grotta di Monte
Fato dal “blocco” di Campo di Caccia, però con rigetto modesto, perciò la galleria del “rio Urubamba”
sembrerebbe essere situata in un livello stratigrafico più profondo (più antico) rispetto alla galleria
della Grotta di Monte Fato. Dopo un percorso di mezzo chilometro la galleria del “Rio Urubamba”
raggiunge un grande ambiente (“La Nuova Atlantide”) forse impostato su una piccola faglia, oltre il
quale il torrente aumenta di pendenza seguendo elementi strutturali diversi, mentre l’originaria galleria
prosegue fossile, in alto sulla parete opposta, con la stessa pendenza del primo tratto (“La Lemuria”).
Proseguendo sul torrente, invece, le esplorazioni si sono arrestate davanti ad un passaggio sifonante
(-610 m) situato al termine di una nuova galleria (“L’ultima Thule”) a pendenza ancora minore,
presumibilmente anch’essa sviluppata lungo uno strato un centinaio di metri più profondo rispetto a
quello della galleria del “Rio Urubamba”.
Per quanto riguarda la morfologia dei condotti di queste grotte, la maggior parte delle
gallerie ha l’aspetto tipico delle forre vadose, con il condotto originario (ora osservabile sulla volta)
impostato all’intersezione fra il piano di strato favorevole e i sistemi di fratturazione. La sezione è
spesso “a buco di serratura”, alta e stretta, con allargamenti e restringimenti a varie altezze (Fig. 59).
In corrispondenza di fratture aperte, l’acqua può essere catturata verso uno strato favorevole situato
più in basso; per retrocessione della cascata che si crea lungo la frattura in corrispondenza del brusco
dislivello, si avvia la formazione dei pozzi-cascata, caratterizzati da un imbocco quasi sempre stretto
dal quale ci si affaccia in un ambiente più grande, con alla base una marmitta colma d’acqua (DEMATTEIS,
1963); queste morfologie sono comuni nei meandri delle grotte dei M. Lepini e più in generale
dell’Appennino (vedi il riquadro “morfologie carsiche ipogee: i condotti vadosi e i condotti freatici”).
Sui pavimenti sospesi alla sommità di alcuni meandri della Grotta di Monte Fato si è osservata
nel fango la presenza di minerali di mica, attribuibili a depositi cineritici del Vulcano Laziale trasportati
in grotta dalle acque, presumibilmente prima che avesse inizio l’incisione della forra sul pavimento del
condotto originario.
L’alimentazione di grotte come quelle appena esaminate, percorse da piccoli torrenti
perenni, avviene normalmente attraverso numerosi punti di infiltrazione (doline, fratture), ognuno dei
quali fornisce un apporto idrico generalmente modesto. Questo tipo di ricarica è il più comune nelle
grotte carsiche: PALMER (2000) valuta che almeno il 60% di tutte le grotte di dimensioni percorribili
siano state originate in queste condizioni. Se la grotta si è sviluppata nella zona vadosa, come nel
caso dei sistemi carsici del Fato-Pratiglio-Campo di Caccia e anche delle grotte del Consolini e di Pian
dell’Erdigheta, i vari affluenti (ognuno prodotto da un singolo punto di ricarica) convergono nei punti
di intersezione delle fessure, e quindi i condotti diminuiscono di numero con la profondità mentre le
dimensioni delle gallerie possono aumentare nel verso del deflusso.
Il pattern della pianta delle grotte che si formano con questo tipo di ricarica (dendritico,
“branchwork” di PALMER, 1991) è nettamente diverso da quello delle grotte prodotte dall’inghiottimento
di corsi d’acqua di superficie (per esempio, gli inghiottitoi dei M. Carseolani), o da quello risultante
dalla risalita di fluidi da zone profonde (per esempio, il pattern labirintico del Buco del Pretaro o la
grande cupola della Grotta di S. Lucia). Tuttavia, il pattern “branchwork” può risultare evidente solo se
le esplorazioni speleologiche sono già sufficientemente avanzate da permettere la conoscenza di una
parte piuttosto estesa del reticolo. Non è questo il caso della maggioranza delle grotte dell’Appennino
laziale. Nei M. Lepini, le future esplorazioni speleologiche dovrebbero portare al collegamento dei
sistemi sotterranei già individuati, rendendo più evidente l’effettivo pattern del sistema.
Numerose altre grotte si aprono in questo settore dei M. Lepini, alcune delle quali di
notevole interesse, come l’Ouso a Due Bocche di Monte Pisciarello (-221, sviluppo 280 m), che ha un
andamento simile a quello delle grotte sopra descritte, con imbocco nei calcari del Senoniano e discesa
quasi verticale con pozzi impostati su fratture e brevi tratti di meandro sub-orizzontale, fino al limite
attuale delle esplorazioni, a livello dei calcari del Turoniano.
Nei pressi si apre anche l’unica grotta ad andamento interamente sub-orizzontale di
lunghezza significativa finora nota nel massiccio del Malaina, la Risorgenza San Marino (+2, sviluppo
222 m). Pur iniziando su una evidente faglia inclinata di 60°, la galleria sembra però svilupparsi
interamente su uno strato inclinato di 5° nei calcari del Senoniano.
Diversi altri pozzi impostati su fratture si aprono nei calcari del Cretacico sup., come il Pozzo
di Monte Alto (-50 m) e la Fossa il Ferro (-58 m). Altre grotte di dimensioni significative sono l’Ouso
di Valle dei Ladri (-30, sviluppo 150 m), costituito in gran parte da un condotto impostato sugli strati
inclinati di 15°, e il Pozzo della Macchia (-45, sviluppo 100 m).
Il “blocco” a Nord-Est della linea tettonica Carpineto-Montelanico
Rispetto al “blocco” situato a SW della linea Montelanico-Carpineto (Unità Occidentale), nel
“blocco” a NE della linea tettonica (Unità Orientale) le cavità conosciute sono meno numerose e meno
Figura 59 - A sinistra: tratto di “meandro” nella parte superiore della Grotta di Monte Fato, interrotto da un salto
verticale (pozzo-cascata); le due sezioni trasversali rappresentate hanno la tipica forma “a buco di serratura”. A
destra: rappresentazione schematica di un segmento tipico di “meandro” impostato sugli strati e interrotto da una
frattura che genera un pozzo-cascata.
Figura 60 - Le grotte vadose sono classificabili in due tipi principali: “drawdown vadose cave” e “invasion vadose
cave”. A) Nella condizione iniziale manca una zona vadosa significativa; il drenaggio dell’acqua sotterranea si realizza
in un reticolo di tubi freatici. B) In conseguenza dell’espansione del reticolo si crea una zona vadosa nella quale alcuni
condotti del reticolo freatico vengono grandemente allargati da corsi d’acqua sotterranei (“drawdown vadose cave”).
C) Nuovi assorbimenti d’acqua si realizzano all’interno della zona vadosa già costituita, scavando altri percorsi che
utilizzano solo a tratti i condotti del vecchio reticolo freatico (“invasion vadose cave”) (da Ford & Ewers, 1978).
60
Le superfici di stratificazione sono il risultato di fasi di non deposizione o di cambiamenti anche piccoli
nella sedimentazione, spesso marcati da fenomeni di erosione. Su questa superficie si accumula lo
strato successivo (BOSELLINI ET ALII, 1989). Nelle rocce calcaree, il cambiamento talvolta consiste in un
breve episodio che determina sedimentazione di materiale argilloso che va ad interporsi come un
sottile velo fra gli strati. L’interruzione della sedimentazione può essere dovuta, per esempio, ad una
breve emersione al di sopra del livello del mare.
L’esistenza delle superfici di stratificazione implica necessariamente la presenza di interstizi
vuoti. Solo alcuni degli interstizi fra gli strati, però, hanno dimensioni abbastanza costanti nello spazio
da consentire il movimento dell’acqua (sotto pressione). E’ stato infatti riscontrato (FORD & EWERS,
1978) che in una sequenza stratigrafica solo pochi piani di strato vengono utilizzati per l’escavazione
dei condotti carsici.
La continuità nello spazio degli strati con apertura sufficiente al passaggio dell’acqua è
quindi molto variabile. Solo i piani di strato maggiori, cioè più spessi (>30-100 cm), sono continui
su estensioni molto vaste, e assumono un’importanza superiore a quella delle singole fratture che
normalmente si estendono per lunghezze limitate (KLIMCHOUK & FORD, 2000b).
La presenza di livelli di argilla o di selce può favorire la dissoluzione, sia perché può fornire il
potenziale chimico per rendere l’acqua aggressiva, sia perché può favorire lo slittamento differenziale
fra gli strati. Anche uno slittamento limitato a pochi centimetri può essere sufficiente ad aumentare
l’apertura dell’interstizio facilitando il passaggio dell’acqua (la gran parte degli strati dislocati o piegati
mostra evidenze di slittamento differenziale).
La porosità intergranulare
La porosità primaria, cioè l’insieme dei vuoti che si crea al momento della sedimentazione,
negli spazi fra i granuli calcarei o anche i vuoti che rimangono fra le strutture organogene (coralli,
associazioni algali, ecc.) e che sopravvive al successivo riempimento di cemento calcitico, è ritenuta
generalmente di importanza trascurabile per la speleogenesi.
Figura 61 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Ausoni.
sviluppate. Le maggiori si trovano nell’area di Cona di Selva Piana, e sono il Pozzo delle Bombe (-70
m), impostato su fratture, e il Pozzo Alien 3 (-175, sviluppo 280 m).
RIQUADRO 8 – “IL CONTROLLO STRUTTURALE NELLO SVILUPPO DELLE GROTTE”
Lo sviluppo delle grotte che si formano per dissoluzione chimica dipende dalle caratteristiche
litologiche e strutturali della roccia, che si realizzano a partire dalla deposizione dei sedimenti e
attraverso tutta la loro storia geologica. Le grotte si formano dove la velocità del flusso è sufficiente a
portare via gli ioni disciolti tenendo in sottosaturazione l’acqua in contatto con le pareti solubili. Questo
è possibile solo dove un reticolo di aperture interconnesse preesistente collega le aree di ricarica a
quelle di emergenza.
Quando il massiccio carbonatico viene per la prima volta esposto agli agenti atmosferici,
nessuna carsificazione ha ancora avuto luogo (a meno di processi ipogenici profondi e di forme
singenetiche), la conduttività idraulica è bassa e solo una piccola frazione delle acque piovane
penetra nel sottosuolo, mentre il deflusso superficiale è abbondante. La falda acquifera è poco
profonda e quindi la zona vadosa è quasi inesistente (Fig. 60A). Con l’allargamento per carsismo
delle discontinuità presenti nell’ammasso roccioso la superficie piezometrica si abbassa bruscamente,
ampliando la zona vadosa (Fig. 60B).
L’ampliamento dei condotti carsici avviene simultaneamente nella zona vadosa, in quella
freatica e in corrispondenza della superficie piezometrica, cioè lungo tutto il percorso sotterraneo
dalla superficie di infiltrazione alle sorgenti, quando le acque sono sottosature in carbonato di calcio
e quindi aggressive.
Un sistema carsico sotterraneo può essere schematicamente rappresentato da un insieme
di segmenti, ognuno dei quali è guidato da un piano di discontinuità (piano di strato, joint, faglia) o
dall’intersezione di due di questi elementi strutturali (FORD & EWERS, 1978). PALMER (1991), studiando
un campione significativo di condotti carsici sotterranei, ha osservato che il 57% delle lunghezze totali
risultava guidato da strati favorevoli o da interstrati, il 42% da fratture importanti, e solo l’1% dai pori
intergranulari. In molti sistemi carsici è evidente lo sviluppo sia lungo gli strati sia lungo le fratture,
ed è anzi probabile che senza l’esistenza contemporanea di entrambi i tipi di elemento strutturale lo
sviluppo delle grotte non sarebbe stato possibile (FORD & EWERS, 1978).
La fratturazione
Per azione delle forze orogenetiche, l’ammasso roccioso subisce una fratturazione che è
di vitale importanza per lo sviluppo del carsismo sotterraneo, costituendo un sistema di superfici
di discontinuità della roccia con giacitura diversa rispetto a quella della stratificazione. Le fratture
vengono distinte in joints, se non c’è uno spostamento osservabile fra i due lati della frattura, e in
faglie, se si realizza una dislocazione (comunque, molto difficilmente gli speleologi che esplorano le
grotte riescono a distinguere i joints dalle faglie, per cui spesso è necessario limitarsi a parlare di
fratture). Normalmente le fratture si presentano in gruppi fra loro paralleli, e un’area può essere
attraversata da più sistemi di fratture.
Anche se generalmente le fratture vengono rappresentate da due superfici piane separate
da una apertura costante, gli esperimenti su ammassi rocciosi reali sembrano dimostrare che il flusso
è distribuito in modo non uniforme lungo il piano di frattura, con parti estese del piano che non
consentono il passaggio dell’acqua. Per permettere lo sviluppo di un condotto carsico, l’apertura della
frattura deve superare i 10 μm, ma in molti casi la sua dimensione iniziale è già superiore a 100 μm.
Esistono dati controversi sulle dimensioni delle aperture delle fratture; in una serie di esperimenti
è risultato che solo il 5-20% dell’area di frattura era interessato dal flusso, che veniva, quindi,
canalizzato in pochi percorsi preferenziali (MORENO ET ALII, 1988). D’altra parte, le fratture tettoniche
possono determinare un comportamento idrogeologico variabile: se la disposizione degli interspazi
è favorevole, il sistema di fratture può entrare a far parte del reticolo di circolazione delle acque nel
sottosuolo, mentre se le fratture sono riempite da materiali argillosi o da mineralizzazioni, l’effetto
è quello opposto, cioè di barriere impermeabili che contribuiscono a spostare il flusso idrico in altre
direzioni.
Anche se sono noti numerosi esempi di grotte impostate su faglie, sembra che per la
formazione di condotti carsici sia più comune l’utilizzo di joints, numericamente anche più frequenti.
In prossimità e parallelamente ad una zona di faglia si crea un sistema di fratturazione favorevole allo
scorrimento idrico, che spesso viene favorito rispetto alla faglia stessa (WALTHAM, 1971).
Nell’evoluzione del sistema carsico un set di fratture può essere coinvolto nella costituzione
del sistema carsico sia nella zona freatica che nella zona vadosa. Per quanto riguarda le fratture
nella zona vadosa, a meno di aperture particolarmente ampie, la primissima fase di ampliamento
della frattura avverrà a pieno carico, ma già molto presto l’allargamento sarà sufficiente a smaltire
rapidamente l’apporto d’acqua e si instaurerà un regime vadoso.
La stratificazione
La stratificazione suddivide il corpo roccioso in letti (strati) di forma generalmente tabulare.
Tuttavia, alcuni autori sostengono che la canalizzazione del flusso può essere indipendente
dalla rete di fratture e può essere impostata su pori sia primari sia secondari. Secondo PASSERI (1972)
questo è il caso del Calcare Massiccio dell’Appennino umbro-marchigiano, dove i giunti di strato
sono rari ma ben delineati e la porosità primaria, sia strutturale sia intergranulare, è quasi sempre
elevata, a differenza di quanto si riscontra nelle altre formazioni calcaree delle serie (Scaglia Bianca,
Scaglia Rossa, Maiolica, Corniola), dove la porosità primaria è assente o comunque molto ridotta, e la
carsificazione risulta inferiore.
Il massiccio di Monte Gemma
Sul massiccio che dai paesi di Supino e Patrica sale fino alle cime di M. Gemma (1457 m) e
M. Salerio (1439 m) sono state esplorate oltre 50 grotte (escludendo quelle di Pian della Croce).
Diversi pozzi si aprono in prossimità delle creste (M. Gemma-Punta la Torricella-Fosso
Casale, Colle di Trevi-Castagna di Vilo); alcuni di questi sono raggruppati in un’area ristretta a quota
elevata, comprendendo il Pozzo Dodarè (-68 m), originato all’incrocio fra due fratture, e, a pochi
metri di distanza, il Pozzo della Poiana (-166 m), costituito da una successione di pozzi impostati su
più fratture sub-verticali, collegati da brevi tratti interstrato a forte inclinazione (50°) che spostano il
deflusso nel verso della pendenza.
Il versante Sud di M. Salerio-M. Gemma-Punta la Torricella confluisce in una valle alla cui
testata è situata la sorgente di Fontana Le Mole, con portata media 4-8 L/s; la sorgente sgorga da
un importante sistema sotterraneo (+150, sviluppo 1160 m), che si addentra nella montagna con
grandi gallerie sub-orizzontali a più tratti sifonanti; le condizioni strutturali e la posizione stratigrafica
di questa grotta non sono ancora state oggetto di studio. Sul versante che si stende sopra la Grotta
di Fontana Le Mole, fino alla cresta dei pozzi Dodarè e della Poiana sono state scoperte 24 cavità, la
più importante delle quali è la Grotta dei Folignati (+20/-3, sviluppo 220 m), piccola risorgenza sub-
orizzontale che si attiva solo eccezionalmente.
Nel settore orientale della dorsale, nelle valli che si dirigono verso i paesi di Supino e di
Patrica scendono a ventaglio alcune colate piroclastiche originate nel Pleistocene-Olocene da centri
61
vulcanici situati intorno al colle di Castagna di Vilo, che sovrasta i due centri abitati. Le esplosioni
hanno avuto luogo a diverse profondità del condotto aperto nei calcari mesozoici; i materiali lanciati
in aria sono caduti a distanze proporzionali alle dimensioni dei singoli frammenti (ALBERTI ET ALII, 1975),
coprendo tutta l’area con una coltre di piroclastiti che è stata successivamente in gran parte asportata
dai processi erosivi. Naturalmente, questi depositi interessano anche le 7 grotte presenti nell’area,
tutte sul versante settentrionale nell’anfiteatro roccioso chiuso dalle cime di Punta la Torricella, Colle di
Trevi e Castagna di Vilo. La Grotta del Pisciarello (-97, sviluppo 190 m), che si sviluppa nei calcari del
Cretacico inf. prevalentemente su fratture, inizia con una grande dolina che perfora le cineriti. A quote
più alte, fra blocchi di brecce di esplosione che si rinvengono anche all’interno delle grotte, si aprono il
Pozzo del Faggeto (-309 m), con due imbocchi, e il Pozzo Frigorillo (-87 m); è da notare la mancanza
di qualsiasi indizio di dolina. Il Pozzo del Faggeto è costituito da una successione nettamente verticale
di pozzi impostati su fratture nei calcari del Cretacico inf.; probabilmente l’imbocco è situato poco al
di sotto dell’affioramento del livello a Orbitolina. A partire da –140 m e fino al fondo si scende lungo
un’unica faglia inclinata di 70°. Il Pozzo Frigorillo si apre a poche decine di metri di distanza ed è
interamente impostato all’intersezione di due fratture.
Dalla parte opposta della valle, sempre nei calcari del Cretacico inf., è noto il Pozzo della
Donnicciola (-51 m), impostato sull’incrocio di due fratture.
Il Monte Caccume
Il M. Caccume (1095 m) è formato da due unità strutturali tettonicamente sovrapposte, con
una piramide calcarea sommitale che costituisce un “klippe” sovrascorso su un cuneo di materiali
argillosi.
Sul monte sono conosciute 12 grotte, tutte di modesto sviluppo ad eccezione della
Risorgenza della Rologa (+12, sviluppo 600 m), situata sul versante Sud nei calcari del Cretacico
sup. dell’unità sottostante il klippe. Dall’antro d’ingresso emerge un torrentello perenne con portata
media di 5-6 L/s; la grotta inizia con una galleria sub-orizzontale che termina su un lago-sifone; un
lungo tratto sifonante è stato superato in immersione, raggiungendo una galleria subaerea, ancora
inesplorata. Il condotto potrebbe essere impostato lungo la faglia riportata nella cartografia geologica
o forse sugli strati, quasi orizzontali.
A Sud del M. Caccume, emerge dai depositi alluvionali e lacustri, inoltrandosi nella valle
del Fiume Amaseno, una stretta (250 m) “spina” costituita da calcari del Cretacico sup. La piccola
dorsale è attraversata dalla Grotta degli Ausi (-32, sviluppo 1505 m), percorribile da parte a parte,
costituita da due gallerie attive che confluiscono poco prima dell’emergenza, probabilmente impostate
all’intersezione fra fratture e piani di strato. Le acque della risorgenza affluiscono dopo un breve
percorso nel F. Amaseno.
IL MONTE SISERNO
Fra le catene dei M. Lepini e Ausoni è situata la dorsale di M. Siserno (789 m), allungata per
una dozzina di chilometri in direzione NW-SE, con massima elevazione nel M. Campo Lupino (791 m).
Il versante orientale della dorsale è tagliato dal fronte di accavallamento della struttura dei Volsci al di
sopra dei depositi terrigeni che costituiscono la Valle Latina.
L’estensione superficiale è di 34 km
2
, rappresentati quasi esclusivamente da calcari del
Cretacico sup., nei quali si aprono tutte le 5 cavità carsiche conosciute con sviluppo complessivo di
quasi 500 m (15 m/km
2
). La grotta più importante è il Pozzo l’Arcaro (-53, sviluppo 340 m), posto
a ridosso della superficie di sovrascorrimento della catena verso NE. La grotta è impostata su una
faglia e su fratture inclinate di 75° verso NE, con direzione N40°W parallela alle pareti esterne e alla
suddetta superficie tettonica.
I MONTI AUSONI
I Monti Ausoni costituiscono un settore ribassato della catena dei Volsci, limitato a Nord
(M. Lepini) dalla valle dell’Amaseno mentre a SE il limite convenzionale con i M. Aurunci segue alcune
depressioni attraversate da una serie di piani di faglia orientati N-S, a movimento trascorrente, che si
osservano tra Pastena-Campodimele e Itri (Fig. 61).
A grandi linee, la struttura consiste in un’ampia sinclinale con asse NW-SE situato nel basso
strutturale della Piana di Amaseno, con stile tettonico analogo a quello dei M. Lepini. Origine e sviluppo
simili a quelli della linea Carpineto-Montelanico sembrano riconoscibili nel retroscorrimento di M. Alto,
che attraversa il settore occidentale dei M. Ausoni in direzione N-S (PAROTTO & TALLINI, 2000). Una serie
di grandi faglie trascorrenti orientate N-S taglia la catena fra Falvaterra, Campodimele e Itri (linea che
per un tratto rappresenta il limite convenzionale M. Ausoni-M. Aurunci) e fra Castro dei Volsci e Fondi
(linea adottata in questo lavoro per suddividere il massiccio ausono nei settori occidentale e orientale).
Il margine orientale dei M. Ausoni è accavallato sulle “Argille caotiche” della Valle Latina, lungo un
fronte marcato da una brusca rottura di pendio; l’accavallamento si è realizzato con una sequenza di
traslazioni e ha prodotto anche una serie di scaglie minori scollate dal substrato (CERISOLA & MONTONE,
1992).
L’estensione superficiale dei depositi carbonatici in affioramento, interamente rappresentati
da sedimenti di acque basse del Dogger-Paleocene (litofacies 63 e 55), è di 438 km
2
. Sui M. Ausoni si
conoscono 175 grotte, per complessivi 12 km di condotti. La carsificazione è “elevata” nella litofacies
63, con 73 m di condotti per km
2
di affioramento, mentre appare meno spinta nella litofacies 55 (15
m/km
2
).
IL SETTORE OCCIDENTALE DEI MONTI AUSONI
Nel settore a Ovest della linea Castro dei Volsci-Fondi, sono state esplorate fino ad oggi 134
grotte. Si individuano due aree di particolare importanza: la zona di Terracina e il bacino dell’Amaseno
(versante sinistro).
La zona di Terracina
Sui rilievi che si affacciano sul mare a ridosso di Terracina si trovano diverse grotte, scavate
nei calcari del Cretacico inf. Fra queste la più importante è la Grotta della Sabina (-75, sviluppo 186
m), situata quasi alla sommità della falesia del tempio di Giove Anxur; è costituita da una galleria
con andamento meandreggiante che si allarga in vari ambienti laterali di interstrato, scendendo con
una serie di gradoni che seguono l’andamento delle bancate calcaree, inclinate di 15-20°, mentre il
soffitto è quasi sempre una superficie di strato. Un po’ più all’interno, sulle pendici di M. Giusto (675
m) si trova la Chiavica della Nebbia (-63 m), il cui ingresso dovrebbe essere situato subito al di sotto
dell’affioramento del livello a Orbitolina, interamente impostata su una frattura con inclinazione di 80°;
a quota un po’ inferiore è conosciuto il Pozzo del Cimitero (-59 m), chiuso e non più accessibile. Sulla
stessa dorsale, alla base del versante del Monte delle Fate, a pochi metri sul livello del mare, si apre
la Grotta di Val Marino, una grande caverna di una cinquantina di metri di sviluppo scavata nel banco
di conglomerato addossato al versante calcareo.
Nei calcari del Cretacico inf. affioranti sulle pendici di M. Leano (676 m), al bordo della
struttura carbonatica, si apre la Grotta di San Silviano (-63 m); tramite un’apertura che perfora una
bancata di brecce recenti si entra in un grande ambiente unico ma suddiviso da un caos di massi,
secco e polveroso; Il vacuo è almeno in parte scavato in brecce calcaree cementate con elementi di
10-30 cm di diametro; si osservano numerose fratture e un piano di faglia inclinato di 50°. Il fondo
della grotta è localizzato pochi metri sopra la falda, che affiora nelle vicinanze dalle sorgenti di Feronia
e Mola.
Qualche chilometro all’interno del massiccio si trovano i notevoli bacini chiusi di Campo
Soriano e Campo Cafolla, costellati di doline e pozzi. Fra le numerose cavità esplorate, le più
interessanti sono le Chiaviche 1
a
di Zi Checca (-110 m) e 2
a
di Zi Checca (-120 m), che scendono
verticalmente utilizzando esclusivamente sistemi di fratture.
Il bacino del Fiume Amaseno
Le sorgenti del F. Amaseno sgorgano quasi tutte sul versante ausono del bacino idrografico,
e in particolare da numerose scaturigini situate intorno a q. 90 m ai bordi della piana alluvionale di
Amaseno. Fra queste, rivestono particolare interesse la Fonte degli Schiavoni, che nei mesi estivi
presenta un fenomeno di intermittenza che si verifica più volte nel corso della giornata (ACCORDI ET ALII,
1967), e soprattutto la Risorgenza Capo d’Acqua d’Amaseno (sviluppo 197 m), accessibile solo in
immersione. Le acque, con caratteristiche chimiche tipiche dei circuiti carsici superficiali, emergono
da un condotto di grandi dimensioni scavato nei calcari del Cretacico sup. che si spinge fino a 27 m di
profondità, probabilmente impostato su una faglia normale con direzione E-W, nel quale confluiscono
diverse diramazioni laterali (CARAMANNA, 2003). Una colorazione effettuata nel 1971, immettendo
fluoresceina nell’inghiottitoio del piano carsico La Lucerna (percorribile per pochi metri), ha permesso
di accertare la fuoriuscita di queste acque dalla sorgente di Capo d’Acqua (TROVATO, 1973).
Nell’alto bacino dell’Amaseno sono presenti anche numerose sorgenti, alimentate da
condotti carsici, situate all’interno del massiccio, alcune centinaia di metri più in alto della piana. Tre
di queste, localizzate a quote comprese fra 505 e 620 m, sono state percorse per tratti abbastanza
lunghi: la Grotta di San Benedetto (+20/-3, sviluppo 450 m), la Risorgenza di Fontana di Burano (-6,
sviluppo 187 m) e la Grotta di Fontana Longana (+0,5, sviluppo 35 m).
La Risorgenza di Fontana di Burano ha uno sviluppo pianeggiante su strato sub-orizzontale.
La Grotta di San Benedetto è invece molto più interessante perché presenta in modo didattico un
primo tratto freatico seguito da una forra vadosa, con una zona di transizione ben riconoscibile (vedi
il riquadro “morfologie carsiche ipogee: i condotti vadosi e i condotti freatici”). Nei periodi secchi
le acque di entrambe le risorgenze scaturiscono solo dai fontanili situati alcune decine di metri più
in basso degli imbocchi. La Grotta di Fontana Longana è costituita da una galleria sub-orizzontale
terminante con sifone perenne.
Oltre alle risorgenze carsiche che caratterizzano questo settore dei M. Ausoni, nell’area
fra M. Alto (821 m) e il M. delle Fate (1090 m) sono noti anche numerosi pozzi, i più profondi dei
quali sono il Pozzo Colvento (-70 m) e la Chiavica 1
a
Senza Fondo (-82 m), entrambe impostate su
fratture.
A Sud di quest’area, presso Sonnino, si trova un bacino chiuso esteso 19 km
2
, che durante
le piogge raccoglie le sue acque nell’imbuto idrovoro del Catauso di Sonnino (-136, sviluppo 310 m).
Alla base del grande pozzo d’ingresso parte una galleria impostata su faglia inclinata di 55°, che
poi prosegue utilizzando anche altre fratture e attraversando gli strati in contropendenza, con salti
alternati a tratti di galleria in leggera discesa.
RIQUADRO 9 – “MORFOLOGIE CARSICHE IPOGEE: I CONDOTTI VADOSI E I CONDOTTI FREATICI”
Date le dimensioni iniziali degli interstizi accessibili all’acqua (con aperture tipiche di decine-
centinaia di μm), la formazione dei primi condotti avviene quasi sempre in condizioni di sezione
completamente allagata. Tuttavia, nel caso in cui la fessura sia situata nella zona aerata dell’acquifero, la
trasmissione dell’acqua può divenire sufficientemente efficace già dopo un modestissimo ampliamento,
eliminando così le condizioni freatiche e avviando l’approfondimento vadoso del condotto (“invasion
cave” di FORD & EWERS, 1978).
Se, invece, la fase di sviluppo iniziale della fessura ha luogo nella zona satura dell’acquifero
per un tempo sufficientemente lungo, il flusso potrà scegliere il percorso più efficiente lungo la fessura
e allargare un condotto in modo relativamente omogeneo. Solo quando il livello della falda si sarà
abbassato si potranno instaurare le condizioni vadose (“drawdown cave” di FORD & EWERS, 1978).
I condotti vadosi
I condotti di questo tipo si formano quando l’infiltrazione si concentra in un singolo punto
sulla superficie topografica (o poco al di sotto di questa), perché l’acqua presente in modo diffuso
nelle fessure minori si avvicina alla saturazione molto rapidamente e non è più in grado di portare in
soluzione la roccia calcarea. Le morfologie vadose si originano per l’azione di flussi gravitativi nella
zona aerata dell’acquifero, quindi in condizioni di pressione dell’acqua pari a quella atmosferica che
favoriscono il percorso più ripido nella fessura.
Condotti vadosi tipici dell’ambiente sotterraneo sono le forre (i “meandri”) con andamento
spesso tortuoso ma anche con altre caratteristiche che ricordano quelle dei fiumi di superficie, come
le anse morte.
La sezione trasversale del canyon è spesso sinuosa con allargamenti e restringimenti a varie
altezze (a “buco di serratura”); l’altezza può raggiungere diverse decine di metri mentre la larghezza
è sempre molto più ridotta, spesso dell’ordine di grandezza del metro o meno. Sul soffitto, in genere,
è situata la struttura che ha controllato lo sviluppo iniziale del condotto, quindi, l’osservazione della
morfologia della volta può fornire utili indicazioni sulle condizioni del primo sviluppo. Eventuali sezioni
tondeggianti vengono in genere interpretare come freatiche, mentre un soffitto piatto o debolmente
arcuato (nel caso in cui siano stati gli strati a controllare lo sviluppo) può indicare uno sviluppo vadoso
già nella fase iniziale. Tuttavia l’interpretazione è molto spesso difficoltosa.
I condotti vadosi nella Grotta di S. Benedetto (dal punto E al punto N del rilievo di Fig. 62)
Nel tratto E-N del rilievo, la Grotta di S. Benedetto è attraversata da un piccolo corso
d’acqua che scorre tutto l’anno raggiungendo il laghetto posto all’inizio del tratto freatico. Il torrente
scende per gravità seguendo grosso modo la pendenza massima di alcuni interstrati favorevoli alla
carsificazione; localmente, il condotto ha deviato dalla massima pendenza, scegliendo un percorso
a inclinazione minore ma originariamente con maggiore larghezza della fessura, oppure seguendo
intersezioni fra interstrato e fratture.
Lungo il percorso vadoso si sono verificate delle perdite attraverso alcune fessure situate sul
pavimento del condotto, la cui apertura si è allargata nel tempo fino a catturare tutto il flusso d’acqua e
farlo transitare in un altro interstrato favorevole situato a quota più bassa, abbandonando il condotto
originario (punti G e L del rilievo); la cattura delle acque nelle fratture ha formato dei brevi salti verticali
(di 3 e 4 m nei punti F e K del rilievo). Alla base dei salti la pianta è più ampia e quasi circolare; infatti,
nella cascata l’acqua si spande andando a coprire le pareti con un sottile velo, ampliando il diametro
del pozzo molto più di quanto la stessa portata d’acqua riesca ad allargare la forra.
In conclusione, nel tratto compreso fra i punti E e K del rilievo l’attribuzione del condotto
al tipo vadoso è basata sulla verifica delle seguenti condizioni: a) L’andamento del condotto è
continuativamente in discesa verso la zona freatica, con una inclinazione media del fondo del torrente
di 3°, interrotta dal salto di 3 m; b) la direzione complessiva corrisponde a quella della massima
pendenza delle principali fessure originarie, e cioè degli strati inclinati di 8° verso ESE; c) le sezioni
trasversali sono quelle a forra tipiche dell’approfondimento vadoso, alte (per lo più 2,5-4 m) e strette
(tipicamente 0,3-0,8 m) con allargamenti e restringimenti a varie altezze; d) visto in pianta, il condotto
ha andamento meandreggiante con curve a gomito, molto evidente nel tratto da G a K del rilievo.
I condotti freatici
Nei condotti freatici tutto il condotto è riempito d’acqua che scorre più o meno lentamente; la
corrosione delle pareti, quindi, avviene allo stesso modo in tutte le direzioni e in condizioni ideali si può
62
formare un condotto tubolare con sezione quasi perfettamente circolare o ellittica, allungata lungo la
fessura. Morfologie freatiche in fase di sviluppo possono essere osservate direttamente immergendosi
con tecniche subacquee nei condotti attualmente in falda (Fig. 63). Forme freatiche “fossili” possono
conservarsi nella zona vadosa se l’improvviso abbassamento del livello della falda acquifera disattiva
rapidamente i condotti.
Le acque in pressione seguono la via più efficiente fra il punto di ingresso in falda (superficie
piezometrica) e quello di uscita (sorgente), che può non essere la via più diretta. La fessura originaria
che viene favorita dall’ampliamento carsico è normalmente quella più larga, in grado di trasmettere più
efficientemente il flusso, infatti la portata è proporzionale a r
4
(dove r è il raggio del condotto) in caso
di flusso laminare, e a r
2,5
in caso di flusso turbolento, mentre la dipendenza dal gradiente idraulico è
solo lineare (PALMER, 1984). Di conseguenza, si può avere lo sviluppo di condotti a profondità anche
rilevanti sotto la superficie piezometrica. Comunque, dato che con la profondità l’apertura delle fratture
tende a diminuire, i condotti freatici si sviluppano più facilmente poco sotto la superficie piezometrica.
Poiché nei condotti carsici l’acqua si muove con grande efficienza, la superficie piezometrica
è normalmente piatta, con gradienti idraulici generalmente dell’ordine di 1-6 m per km; tuttavia,
questa superficie è molto irregolare e discontinua a causa delle grandi differenze di dimensioni
e di distribuzione delle aperture e dei quantitativi di acqua che esse trasmettono (PALMER, 1984).
Negli acquiferi in cui l’acqua segue la stratificazione il percorso più favorevole è, quindi, quello della
direzione dello strato. Pertanto, spesso il passaggio dalla zona vadosa (dove le acque scorrono
scendendo all’incirca lungo la massima pendenza dello strato) a quella freatica è individuabile anche
dalla brusca variazione nella direzione dei condotti.
I condotti freatici della Grotta di S. Benedetto (dal punto A al punto E del rilievo di Fig. 62)
Nella Grotta di S. Benedetto l’ingresso delle acque in falda avviene attraverso uno specifico
punto sulla superficie piezometrica, come accade normalmente nelle grotte alimentate da singoli punti
di ricarica esterna. In realtà, la falda ha già abbandonato questo livello e attualmente l’emergenza
perenne è posta una cinquantina di metri più a valle della grotta; il tratto freatico della cavità viene
interamente sommerso solo nei periodi di piena, quando l’acqua esce dall’ingresso, mentre nel periodo
invernale la grotta sifona solo nel tratto più basso. Il collegamento fra la grotta e la sorgente inferiore
avviene attraverso condotti di dimensioni troppo esigue per l’esplorazione diretta.
Tipicamente, il tratto freatico è costituito da un unico condotto principale con le pareti
cesellate da scallops (cavità asimmetriche nella roccia formate dal flusso turbolento) mentre sul
Figura 62 - Pianta, profilo rettificato e sezioni trasversali della Grotta di San Bendetto; si osserva il tipico cambiamento delle caratteristiche del condotto in corrispondenza della transizione dalla zona vadosa a quella freatica. La foto in alto a
sinistra rappresenta la condotta di ingresso in un periodo di emissione; lo speleologo è situato nel punto B del rilievo, in corrispondenza di una brusca curva, davanti al lago-sifone (oltre questo punto la condotta scende e, in queste condizioni, è
sifonante). La foto in alto a destra illustra la condotta scavata dalle acque in pressione lungo una frattura inclinata, con evidenti scallops sulle pareti; si tratta del sifone “terminale” della grotta (punto O), nel quale lo speleologo sta per immergersi
(foto G. Mecchia).
Figura 63 - Immersione speleosubacquea in una condotta freatica della Grotta di Fontana le Mole: il primo sifone (foto
A. Bartolini).
pavimento si depositano sedimenti di dimensioni anche grossolane. Il condotto è tubolare con sezioni
a tratti quasi perfettamente circolari, ma più spesso ellittiche allungate lungo la fessura.
La posizione del livello freatico è evidenziata dal cambiamento delle seguenti caratteristiche
del condotto: a) cambiamento di forma, dalla forra al tubo; b) brusca variazione di direzione, da
orientato verso circa Est, lungo la massima pendenza dello strato, a orientato nella direzione di strato
circa N-S; c) riduzione di pendenza, o, meglio, passaggio ad un profilo ondulatorio a sali-scendi.
L’entità dell’approfondimento dello sviluppo freatico al di sotto del livello dell’acqua può
essere stabilita confrontando la quota del punto di transizione vadoso-freatico con quella del soffitto
più basso presente nella sezione freatica del condotto. Nella Grotta di S. Benedetto l’approfondimento
è di soli 5-6 m (su una lunghezza del condotto di circa 120 m), valore che permette di inserirla fra le
grotte “di livello piezometrico ideale” della classificazione di FORD & EWERS (1978).
IIL SETTORE ORIENTALE DEI MONTI AUSONI
La parte dei M. Ausoni situata a oriente della linea Castro dei Volsci-Fondi comprende una
fascia ininterrotta di ampie depressioni carsiche drenate da inghiottitoi. Da Nord verso Sud si trovano
i bacini di Pastena, la conca di Lenola, il piccolo campo carsico di M. Appiolo, il bacino di Valle Fosca, il
bacino di La Taverna a Nord di Campodimele, la valle chiusa di Campodimele.
In questa area sono riportate in catasto una quarantina di cavità, scavate soprattutto nei
calcari del Cretacico inf., che pure affiorano con estensione minore rispetto a quelli del Cretacico sup.
La conca di Lenola è drenata dall’Inghiottitoio del Pantano, che risulta impraticabile dopo un
tratto lungo solo una decina di metri.
Le acque del bacino di Valle Fosca alimentano l’Inghiottitoio di Pozzavello (-50, sviluppo
300 m), che inizia con una fessura interstrato nei calcari del Cretacico sup. e si approfondisce poi
con alcuni salti impostati all’intersezione con altre fratture, con un tracciato percorribile per alcune
centinaia di metri.
Le acque del bacino di M. Appiolo terminano il loro breve scorrimento di superficie in una
ampia depressione non catastata, situata in località Liverani.
La valle che scorre a Est e a Nord di Campodimele recapita le sue acque nell’Inghiottitoio La
Taverna che si approfondisce con tre pozzi in rapida successione fino a 29 m di profondità.
La Valle di Campodimele è drenata dall’inghiottitoio omonimo, costituito da un pozzo profondo
25 m seguito da un condotto impraticabile. Alcune centinaia di metri più a monte dell’inghiottitoio,
sempre sul fondovalle, sbocca una risorgenza temporanea, la Grotta di Vallangiola (-10, sviluppo
190 m). Il tratto iniziale, lungo un centinaio di metri e orientato quasi parallelamente alla direzione
degli strati, è seguito da un tratto più interno, con tracciato perpendicolare o obliquo rispetto a quello
iniziale. La stratificazione è inclinata di una decina di gradi verso NNE nella zona di imbocco, mentre
verso il fondo la direzione è N15°W (Fig. 64). Dall’ingresso, la condotta scende lentamente sfruttando
sempre, così è sembrato, lo stesso strato calcareo (dell’Aptiano-Neocomiano); solo negli ultimi 30 m
del tratto di grotta esplorato la stratificazione sembra perdere la funzione di controllo speleogenetico.
Nella zona d’ingresso e in quella di fondo le sezioni trasversali del condotto risultano di tipo freatico
(con contorno da circolare a ellittico), mentre la parte centrale è caratterizzata da una forra profonda
2-4 m. Queste anomale variazioni di morfologia potrebbero essere imputabili alla sovrapposizione
63
di forme vadose (acque in discesa per gravità nel solo tratto caratterizzato dalla forra) su forme
freatiche (che attualmente si sviluppano solo durante gli eventi di piena, quando le acque allagano
tutto il condotto e fuoriescono dall’imbocco della risorgenza). Lo scorrimento vadoso potrebbe essere
alimentato da acque di infiltrazione attraverso fratture situate nella zona prossima al tratto di uscita
della risorgenza. Queste acque devono defluire attraverso fratture sul pavimento del condotto (come
dimostra il fatto stesso che in condizioni idriche normali la grotta è percorribile anche nel tratto a sali-
scendi) raggiungendo così la superficie della falda profonda.
A proposito dei rapporti fra carsificazione ed elementi strutturali, è utile evidenziare che le
giaciture della stratificazione misurate localmente si dimostrano spesso diverse da quelle riportate
nelle cartografie geologiche disponibili, riferite a zone circostanti (come si riscontra nella Grotta
di Vallangiola). Pertanto, le informazioni ricavate indirettamente (per esempio dall’esame della
cartografia) devono essere utilizzate con molta cautela.
Il bacino chiuso di Pastena è un polje esteso 40 km
2
e delimitato da uno spartiacque
dominato dal M. Calvilli (1116 m). Il polje è costituito da due piani carsici principali, il Piano dell’Ovizzo
(o di S. Andrea) e il Piano di Madonna delle Macchie, separati dal colle di M. Solo su cui sorge il paese
di Pastena (Fig. 65).
Il Piano dell’Ovizzo è drenato dall’inghiottitoio omonimo, che attraversa il colle di M. Solo
e dopo un percorso di circa 600 m (però impraticabile), riemerge dalla parte opposta nel Piano
di Madonna delle Macchie, tramite la Risorgenza La Maurizia, anch’essa ingombra di detrito e
impraticabile. Comunque, una frazione delle acque scompare lungo il percorso prima dell’inghiottitoio
e una frazione defluisce in altri piccoli punti di assorbimento impercorribili situati nei dintorni. Nel
dopoguerra il deflusso naturale, appena descritto, è stato modificato con lo scavo di un tunnel
artificiale che passa sotto il M. Solo, parallelamente al condotto naturale, raccogliendo parte delle
acque del Piano dell’Ovizzo.
Nel Piano di Madonna delle Macchie, si raccolgono anche le acque di alcuni bacini minori; in
questo piano il deflusso si dirige verso il bordo settentrionale della depressione, dove il torrente viene
inghiottito nella Grotta di Pastena (+30/-70 m, sviluppo 3427 m), in origine situata probabilmente
all’intersezione fra la faglia diretta orientata WNW-ESE che rialza il “blocco” di M. Lamia (nel quale è
scavata la grotta) e una faglia diretta orientata NE-SW che ha sollevato il “blocco” orientale, portando
in affioramento i calcari giurassici (litofacies 63). L’ingresso sarebbe successivamente arretrato verso
Nord per erosione. Il “blocco” di M. Lamia ha un assetto a monoclinale con strati immergenti verso
Est inclinati di 30-50°. La grotta attraversa il “blocco” interamente a livello dei calcari del Cretacico
inf. (probabilmente riferibili al Berriasiano-Aptiano) parallelamente alla direzione degli strati (circa
N5°E), con grandi gallerie spesso chiaramente impostate su frattura (Fig. 66). Le acque emergono,
50 m più in basso della quota di inghiottimento, dalla Risorgenza dell’Obbuco, posta sul fronte di
accavallamento verso Nord del “blocco” calcareo sulle “Argille caotiche” della valle del Fiume Sacco. La
sovrapposizione tettonica dei calcari sulle argille avviene su un piano immergente verso Sud e inclinato
di circa 30° (CERISOLA & MONTONE, 1992).
L’esame delle caratteristiche della Grotta di Pastena è riportato, insieme a quello di altri
inghiottitoi, nel paragrafo dedicato ai M. Carseolani. Oltre alle grotte già citate, nel polje di Pastena ne
sono conosciute numerose altre di modeste dimensioni; fra queste si ricorda l’Abisso el Niño, un pozzo
profondo 54 m che si apre nei calcari del Cretacico inf. presso la sommità di M. Lamia.
A Ovest del sistema di bacini chiusi dei M. Ausoni si innalza il “blocco calcareo” a pianta
triangolare, di M. Calvilli-M. Caruso-M. Sant’Angelo, rialzato da due faglie (NW-SE e NNE-SSW) che si
incontrano poco a Sud della vetta del M. Calvilli. Il “blocco” è accavallato tettonicamente verso Nord
sulle “Argille caotiche”, con un contatto parzialmente nascosto dai depositi clastici pleistocenici. Una
serie di faglie dirette (orientate NE-SW) rialza progressivamente i versanti NW di M. Sant’Angelo e M.
Caruso. Sul M. Calvilli sono numerose le piccole sorgenti determinate dall’affioramento dell’orizzonte di
argille a Orbitolina: Fontana S. Croce a q. 707 m sulle pendici settentrionali di M. Caruso; sorgente di
Fontanelle a q. 530 m sul M. S. Angelo; sorgente di Casale Persicone a Nord di M. Calvilli, a q. 716 m.
Il livello argilloso ha uno spessore di circa 1 m, cui seguono verso l’alto circa 5 m di marne e calcari
marnosi finemente straterellati, sul cui tetto poggia infine un livello di argille verdi sterili dello spessore
di circa 1 m (CAMPONESCHI, 1963).
L’Abisso la Vettica (-360 m) si apre nei calcari del Cretacico inf. subito sotto il contatto con
il livello a Orbitolina; nella più piccola delle due bocche di ingresso si getta l’acqua di una sorgente
sotterranea, ora captata. Il grande pozzo iniziale deve la sua origine al flusso d’acqua concentrato
in corrispondenza di una faglia orientata NW-SE; più in basso, il pozzo intercetta una seconda faglia
con orientazione diversa e prosegue fino alla profondità di 142 m. Da una “finestra” su una parete
della verticale si accede ad una nuova successione di pozzi. Tutto il tratto finale, con un dislivello di
150 m, è impostato su una faglia inclinata di 70° verso SE (Fig. 67); la morfologia prodotta, anche
se di dimensioni notevoli, è un tipo comune di pozzo carsico impostato su faglia inclinata: la pianta è
allungata nella direzione della faglia, la parete a tetto è inclinata e relativamente liscia, mentre sulla
parete opposta lo scorrimento dell’acqua ha modellato (sia per dissoluzione chimica sia per erosione
meccanica) una superficie costituita da tratti verticali alternati a piccoli terrazzi. In questo caso
specifico, lungo la faglia si sono sviluppati due pozzi paralleli e a tratti intercomunicanti, con pianta
a “8” lunga una ventina di metri, terminanti alle estremità con fessure millimetriche; le alternanze di
pareti verticali e piccoli terrazzi da un punto di vista “tecnico-sportivo” vanno a costituire dei pozzi
distinti, con imbocco stretto e basi larghe (2-5 m). Pozzi di questo tipo (su faglie o fratture inclinate)
sono piuttosto frequenti e in questo volume sono già stati descritti nel Pozzo del Faggeto sui M. Lepini
e nella Grotta Innocenzi sul M. Soratte (Fig. 18).
A quota più bassa lungo lo stesso versante si apre il Pozzo dell’Acero (-85 m), costituito da
una serie di pozzi impostati su due fratture fra loro ortogonali.
I MONTI AURUNCI
La tettonica compressiva miocenica che ha strutturato la catena dei M. Aurunci ha prodotto
la sovrapposizione fra due scaglie tettoniche: l’unità di Montuaccio (a Sud), e l’unità del M. Petrella,
con la prima accavallata sulla seconda lungo la linea E-W Maranola-Campodivivo. Tra le due scaglie
sono presenti argille tettonizzate inglobanti massi di età diverse (unità Liguridi). L’unità di M. Petrella a
sua volta si è sovrapposta verso Nord sui flysch miocenici della Valle Latina, attraverso una complessa
successione di traslazioni, con lembi più avanzati che, staccati dalla struttura principale, galleggiano
sulle “Argille caotiche” della Valle Latina (Fig. 68) (ACCORDI ET ALII, 1967). A Est di M. Petrella l’importante
faglia N-S Fammera-Campodivivo rialza e separa gli Aurunci dalla Valle dell’Ausente e dalla dorsale di
Figura 64 - Pianta, profilo rettificato e sezioni trasversali della Grotta di Vallangiola.
Figura 65 - In alto: il polje di Pastena (da Segre, 1948a). In basso: profilo geologico lungo l’alveo di Fosso Mastro, dal
Vallone della Foresta al Fiume Sacco, attraverso la Grotta di Pastena.
64
M. Maio (NASO & TALLINI, 1993; MONTONE & TALLINI, 1994).
Una terza unità tettonica è costituita dal settore SW dei M. Aurunci (M. Cefalo-M. Lauzo).
Scivolando su un piano di scollamento rappresentato da dolomie del Triassico, la pila carbonatica del
Triassico-Giurassico dell’unità M. Cefalo-M. Lauzo si è sovrapposta sui calcari del bordo occidentale
dell’unità di M. Petrella (ROSSI ET ALII, 2002). L’intersezione della faglia con la superficie topografica
marca una linea orientata NW-SE.
A differenza dei M. Lepini-Ausoni, l’assetto dei M. Aurunci, i cui affioramenti carbonatici
coprono una estensione di 359 km
2
, è caratterizzato da un mosaico di “blocchi” squadrati, creati da
faglie distensive, che hanno determinato la formazione di alcuni bacini chiusi.
Nel massiccio aurunco sono catastate 94 grotte, con uno sviluppo spaziale complessivo di
circa 9 km di condotti. La successione stratigrafica è formata da una pila di carbonati di acque poco
profonde potente circa 4000 m, deposta dal Triassico al Senoniano. Su gran parte dell’area carsica
affiorano i calcari del Cretacico inf., caratterizzati da carsificazione “media” (23 m di condotti per
km
2
di affioramento). Tuttavia, nei calcari del Cretacico sup., che coprono una superficie molto più
limitata (circa 23 km
2
), la carsificazione risulta molto più importante (70 m di condotti per km
2
di
affioramento). Non sono note grotte nelle dolomie triassiche (litofacies 67d), presenti alla base della
successione carbonatica, che affiorano con estensione molto limitata (8 km
2
).
UNITÀ DI MONTE CEFALO–MONTE LAUZO
In questa unità, caratterizzata da rilievi di modesta elevazione (M. Cefalo, 543 m), si aprono
diverse cavità carsiche, specialmente nella fascia costiera. Nell’area compresa fra Gaeta e Sperlonga
si affacciano sul Mar Tirreno falesie calcaree alte fino a 140 m, alternate a spiagge sabbiose. In questa
fascia SEGRE (1948a) ha segnalato la presenza di 102 fra grotte, nicchie e antri, tutti situati alla base
delle falesie o separati dal mare solo dalla spiaggia. Nel catasto speleologico sono riportate 16 grotte,
tutte ubicate nelle litofacies calcaree di acque basse del Dogger-Cretacico sup.
Fra quelle presenti nel comune di Sperlonga, si segnala la Grotta di Tiberio, che si apre a 30
m di distanza dal mare alla quota di 1 m, addentrandosi nei calcari del Cretacico inf. per una ventina di
metri. La presenza di solchi e di fori di litodomi a q. circa 7 m sulla falesia, che segnerebbe la posizione
del livello marino del Tirreniano (ANTONIOLI, 1991), evidenzia la variabilità di condizioni in cui si sono
venute a trovare le grotte costiere nel corso della loro evoluzione.
A Gaeta, oltre alla celebre Grotta del Turco nella Montagna Spaccata, sul promontorio
calcareo fra Torre Viola e la spiaggia dell’Arenauta si trova l’interessante Pozzo del Diavolo (-29
m fino al livello del mare, 8 m al di sotto di questo), impostato su due fratture che attraversano il
calcare del Cretacico sup. L’ingresso è di forma circolare con diametro di 15 m, verso il basso le pareti
strapiombano; un passaggio percorribile durante la bassa marea mette in comunicazione il vacuo
con il mare. La cavità deve essersi originata in ambiente sotterraneo e solo successivamente il crollo
della volta avrebbe scoperchiato la grotta. Per la sua posizione (sul bordo occidentale delle struttura
calcarea), per la probabile morfologia originaria del vacuo (a forma di duomo) e per la prossimità di
piccole sorgenti a forte mineralizzazione (sorgenti Nucci, S. Maria di Conca e S. Agostino, con salinità
di 5,7 g/L), sembra possibile una genesi correlata con l’afflusso di fluidi mineralizzati profondi.
All’estremità NW dei rilievi della fascia costiera si apre l’Abisso di Lago San Puoto (-58
m), situato sul modesto colle ai cui piedi si stende il laghetto omonimo (di origine carsica, forse
uno “sprofondo” creato dal crollo della volta di un vacuo sotterraneo originato per dissoluzione del
calcare ad opera di acque sulfuree). La grotta è una spaccatura (faglia) inclinata di 70° nei calcari del
Giurassico-Cretacico inf., polverosa e ingombra di grossi blocchi incastrati fra le pareti a varie altezze.
La morfologia dell’ambiente ricorda quella della Grotta di San Silviano nei M. Ausoni e potrebbe essere
riferibile alla presenza nel passato di una falda sulfurea.
Nell’area interna, fra M. Cefalo e M. Marano, è nota la Grotta di Monte Cristo (-15, sviluppo
80 m), un grande ambiente condizionato dalla presenza di alcune faglie orientate N60°E.
UNITÀ DI MONTE PETRELLA
Il massiccio di Monte Ruazzo–Monte Petrella
E’ un settore ricco di cavità, alcune delle quali di profondità o sviluppo anche notevoli.
Nell’area del M. Ruazzo, sopra Formia, sono note alcune grotte verticali grandi e belle,
come l’Abisso della Ciauchella (-296 m), formato da una successione di imponenti fusoidi, di cui uno
profondo 140 m, impostati in corrispondenza di una faglia che in superficie mette in contatto i calcari
del Cretacico inf. con quelli del Cretacico sup. Il livello a Orbitolina dovrebbe essere individuabile
qualche decina di metri sotto l’imbocco della grotta, sulla parete del “blocco” rialzato (nei M. Aurunci
questo livello è costituito da un intervallo di argille verdi ampio qualche metro; NASO & TALLINI, 1993).
A 40 m di distanza dall’Abisso della Ciauchella, in direzione Est, si apre la Ciauca del Monaco (-147
m, ancora in esplorazione) costituita da una serie di pozzi con caratteristiche analoghe a quelle del
vicino abisso.
Più in alto sulla stessa montagna, ai bordi del campo carsico del Fosso di Fabio, si rinviene la
Ciauca degli Spagnoli (-90 m), un bel pozzo cilindrico con diametro medio di 3 m, impostato su faglia
inclinata di 85° (Fig. 69); la posizione della grotta somiglia a quella dell’Abisso della Ciauchella; infatti,
in base alla cartografia geologica disponibile, il livello a Orbitolina dovrebbe trovarsi in prossimità
dell’imbocco sul “blocco” ribassato dalla faglia. Fra le altre grotte presenti in quest’area si ricorda la
Risorgenza del Formale (+12, sviluppo circa 100 m) che attraversa i calcari del Senoniano, localmente
Figura 66 - La galleria a valle del
“Tunnel Sospeso” nella Grotta di
Pastena (foto L. Ferri Ricchi, tratta
dal libro “OLTRE L’AVVENTURA”
di Lamberto Ferri Ricchi, edizioni
IRECO - http://www.istitutoireco.org).
Un corso d’acqua di portate saltua-
riamente molto elevate scorre sul
fondo della galleria, larga alcuni me-
tri; si osserva una frattura sub-verti-
cale lungo la quale appare impostato
questo tratto di grotta.
Figura 68 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Aurunci.
Figura 67 - Il tratto profondo “terminale” dell’Abisso la Vettica, impostato su una faglia inclinata mediamente di 70°
verso SE. Sono riportate le sezioni orizzontali (pianta) e le sezioni verticali parallele all’immersione e alla direzione
della faglia.
65
con stratificazione quasi orizzontale.
Nel massiccio del M. Petrella (1533 m), sopra Formia, è nota la Ciauca di Monte Vate Rutto,
una spaccatura nei calcari del Berriasiano-Barremiano interpretabile come grotta tettonica. Infatti,
non tutte le cavità sotterranee sono imputabili all’azione di allargamento operata dalle acque. A volte i
movimenti tettonici determinano l’apertura di diaclasi di larghezza sufficiente al passaggio dell’uomo.
Queste “grotte di frattura” o “grotte tettoniche” presentano delle caratteristiche morfologiche
tipiche, che permettono di distinguerle dalle cavità carsiche. Una grotta tettonica, comunque, può
essere successivamente interessata dal processo carsico e il riconoscimento dell’effettiva origine
può divenire difficoltoso. Le caratteristiche morfologiche delle grotte tettoniche sono riassumibili nei
seguenti punti (BIXIO, 1978): 1) sezione trasversale alta e stretta; 2) pianta lunga e rettilinea, con
bruschi cambiamenti di direzione; 3) pareti verticali o poco inclinate, con forme concordanti; 4) pareti
sub-parallele, tendenti a convergere alle estremità; 5) mancanza di una volta reale; 6) abbondanza
di materiale clastico grossolano autoctono; 7) presenza di pseudo-pozzi e pavimenti sospesi; 8)
circolazione idrica prevalentemente di percolazione.
La Ciauca di Monte Vate Rutto (Fig. 70), spaccatura profonda 140 m, presenta tutte le
caratteristiche tipiche delle grotte tettoniche. L’ingresso della cavità è un “crepaccio” lungo circa 8
m e largo in media 80 cm, che si sviluppa lungo la linea di massima pendenza del versante. Tutta
la cavità si presenta con la tipica morfologia a fessura, le cui pareti verticali lungo la via di discesa
distano fra loro da 50 cm a 1,5 m. E’ visibile un’estensione laterale della diaclasi di almeno 20 m sia a
metà pozzo che al fondo. Le uniche soluzioni di continuità sono alcuni blocchi crollati e incastrati fra le
pareti. Le pareti sono compatte e in gran parte ricoperte da un velo di concrezione; la stratificazione
è in banchi sub-orizzontali. La cavità termina in fondo ad uno scivolo detritico lungo 10 m, con un
cunicolo impercorribile dove si perde l’acqua di stillicidio che si accumula al fondo in una piccola pozza
fangosa.
Sul M. Petrella si apre l’Abisso Shish Mahal (-315 m); sviluppato nei calcari del Cretacico inf.,
con una successione di pozzi a fusoide si addentra fino a –120 m, poi, e fino al fondo, gli ambienti
presentano la morfologia stretta e allungata delle diaclasi tettoniche, con una profondità di quasi 180
m ed una estensione orizzontale fino a 150 m esplorati, percorribili su più livelli. Anche la Ciauca di
Cese gliu Vicciu (-80 m), nei calcari del Giurassico sup. ha una morfologia simile: nella parte superiore
il pozzo è fusiforme, ma superata la profondità di 30 m la verticale diventa una imponente diaclasi con
un’estensione orizzontale di oltre 40 m. Fra le diverse altre cavità note in questa zona deve essere
ricordata la Ciaveca della Cimmerotta (-60 m), un fusoide in cui è ben evidente la frattura di origine.
Nel campo carsico fra M. Rusco e M. S. Angelo si apre la cavità attualmente più profonda
dei M. Aurunci: l’Abisso del Vallaroce (-401, sviluppo 505 m). L’abisso inizia con una successione di
pozzi scavati nei calcari dell’Aptiano-Albiano nei quali la grotta si approfondisce quasi verticalmente,
probabilmente fino in prossimità del livello a Orbitolina, per proseguire poi in lieve discesa lungo
la stratificazione fino ad una faglia. La situazione stratigrafico-strutturale, però, non è ancora
sufficientemente chiara; sembrerebbe che il tratto successivo scenda lungo la faglia fino a raggiungere
nuovamente il livello a Orbitolina, sul “blocco” ribassato.
Nell’area del M. Petrella, sopra Spigno Saturnia si trova la Ciauca Santilli (-50 m), impostata
su fratture inclinate di 60-70° nei calcari del Giurassico medio-sup.; su una parete interna sono
presenti piccole croste gessose. Nella stessa area sono conosciute diverse altre grotte, fra le quali la
Ciaveca la Ciaia (-50 m) e la Voragine della Palommella (-55 m), impostate su fratture.
Più all’interno nel massiccio aurunco, scavate nei calcari del Dogger-Aptiano, si trovano
la Ciauca del Fàleca (-65 m), ad andamento verticale impostato su più fratture, e la risorgenza
temporanea della Voloca (-40, sviluppo 110 m).
Il settore Nord-orientale (Monte Faggeto-Monte Revole-Monte Forte-Monte Fammera)
Questo settore, più facilmente accessibile passando dal paese di Esperia, è caratterizzato
da numerosi campi chiusi, all’interno dei quali si aprono quasi tutte le grotte conosciute, alcune delle
quali importanti.
In uno dei campi chiusi di quota più bassa (q. 615-620 m), ai piedi di M. Lago, durante le
piogge le acque si raccolgono in parte in un piccolo fosso e si riversano nell’Inghiottitoio del Lago (-37,
sviluppo 25 m), percorribile solo per un breve tratto.
Continuando a risalire il Rio Polleca si raggiunge l’omonimo grande campo chiuso (q. 640-
690 m), dominato da Serra Capriolo (1340 m) a Est e da M. Revole (1283 m) a Ovest. Fra le tante
grotte che si aprono all’interno del bacino si trova la più estesa di tutti i M. Aurunci, la Grava dei Serini
(-262, sviluppo 2240 m).
Nel piano carsico di Morroncelli (q. circa 1000 m), a Est della Grava dei Serini, la grotta più
estesa è l’Abisso dei Tre (-70 m), un pozzo a spaccatura impostato quasi interamente su una frattura
verticale dall’andamento sinuoso, che attraversa i calcari dell’Aptiano-Albiano.
In un altro grande piano carsico situato ai piedi di M. Forte (1321 m), “il Faggeto” (q. 1000-
1100 m), si aprono numerose cavità nei calcari del Dogger-Aptiano; le più importanti sono l’Abisso
del Ciavarreto, un imponente fuso profondo 120 m impostato su frattura, e, a poche decine di metri di
distanza lungo la stessa frattura, la Chiavica la Faggeta (-52 m).
Da menzionare, infine, l’Abisso Scorpion (-60 m), localizzato quasi sulla vetta di q. 1098 m
del M. Acquara Pellegrini sulla linea di cresta che parte dal M. Fammera; il pozzo si è originato lungo
un’evidente frattura nei calcari del Dogger-Aptiano.
LA GRAVA DEI SERINI
La grotta è provvista di tre ingressi; l’ingresso basso è una risorgenza temporanea e può
essere raggiunto anche entrando dall’ingresso intermedio con una “traversata” di 135 m di dislivello
su un percorso lungo alcune centinaia di metri. Mentre la “traversata” è nota da diversi decenni, un
tratto molto più lungo, che si sviluppa nella zona di quota più elevata e che porta verso l’ingresso di
quota più alta (“Sarà Serini”), è di recente esplorazione. Le note che seguono si riferiscono solo alla
parte “classica”, che risulta impostata su una faglia inclinata di 70-75° nei calcari del Cretacico, ed
è suddivisibile in 3 tratti principali: rami orizzontali superiori, ramo fossile verticale, ramo orizzontale
inferiore (Fig. 71).
Rami orizzontali superiori
I rami superiori, a partire dall’ingresso intermedio, hanno andamento rettilineo e sono
suddivisibili in due segmenti. Dal punto C al punto D di figura 71 (“ramo fossile superiore”) il condotto,
lungo poco più di 150 m, è orizzontale e privo di scorrimenti idrici, impostato lungo la faglia orientata
N70°E e inclinata di 70° verso SE, con sezione trasversale “lenticolare” allungata sulla faglia. Nel
punto D uno scivolo lungo circa 30 m scende nel verso della massima pendenza della faglia; alla sua
base il corso d’acqua temporaneo che scorre nel “ramo attivo superiore” sparisce in una stretta
fessura. Il tratto attivo sembra essere originato sempre sulla stessa faglia, almeno fino al punto E, dove
riceve affluenti impostati su altri elementi strutturali (rami di recente esplorazione).
Considerando la morfologia dei “rami orizzontali superiori” e il loro andamento altimetrico,
sembra possibile che la loro genesi sia avvenuta in condizioni freatiche, in uno spazio vuoto originario
creato dalla superficie di scorrimento della faglia; il condotto, allagato da acqua in leggera pressione,
si andava ampliando appena più in basso dell’intersezione della faglia con la superficie piezometrica
quasi orizzontale. Il flusso era diretto verso l’attuale ingresso intermedio, che rappresenterebbe un
tratto della condotta successivamente troncata dall’erosione.
Ramo fossile verticale
L’abbassamento di oltre 100 m del locale livello di falda dalla quota del “ramo fossile
superiore” avrebbe causato, in alcuni punti favorevoli lungo la faglia, il progressivo ampliamento della
fessura verso il basso fino a dirottare tutto il flusso d’acqua verso il nuovo livello di base (sviluppo del
“ramo attivo inferiore”).
Il “ramo fossile verticale” potrebbe essere stato uno dei primi condotti verticali in grado di
catturare il flusso d’acqua. Questo ramo inizia a pochi metri dall’ingresso intermedio con una stretta
fessura ed è costituito da una successione di pozzi (30; 12; 7; 2; 5; 11; 15 m) (AGNOLETTI ET ALII, 1973)
tutti situati lungo la faglia, con una inclinazione media di 70° verso SE e con la volta e il pavimento che
si perdono in fessura. Il “ramo fossile verticale” termina immettendosi nel “ramo attivo inferiore”.
L’emergenza alta, alimentata dal ramo superiore, si sarebbe così disattivata. Per successivi
processi di cattura che avvenivano sempre più a monte, si sarebbero formati altri condotti verticali,
Figura 69 - A destra: rilievo della Ciauca degli Spagnoli. A sinistra: rappresentazione schematica di un pozzo impostato
su fratture.
Figura 70 - Piante e sezioni della Ciauca di Monte Vate Rutto.
66
attualmente ancora non percorribili (come la fessura sotto lo scivolo del punto D), o non ancora
scoperti.
Ramo orizzontale inferiore attivo
Il ramo, lungo circa 200 m, ha andamento quasi completamente rettilineo e marcatamente
orizzontale, impostato sempre sulla faglia orientata N70°E. Il piccolo torrente che lo percorre ha
inciso una forra sul fondo del condotto, ed emerge all’esterno tramite una bassa condotta (ingresso
inferiore), sifonante durante il periodo piovoso e con uscita delle acque a pressione dopo piogge
particolarmente abbondanti.
LE GROTTE NEL CONGLOMERATO DEL PROMONTORIO DI GIANOLA
Lungo la costa nei pressi di Scauri, si innalza il piccolo promontorio di Gianola, formato da
conglomerati. I ciottoli calcarei che lo costituiscono, depositati nel Pliocene per smantellamento dei
vicini M. Aurunci, sono ben arrotondati e di dimensioni centimetriche, cementati in una matrice fine
(NASO & TALLINI, 1993). Sul promontorio sono note due piccole cavità orizzontali, la Grotta di Torre del
Fico e la Grotta Azzurra.
Le dorsali Monti Simbruini–Monti Ernici–Monte Cairo–Monti di Venafro-
Monte Maio
I M. Simbruini, i M. Ernici e il M. Cairo costituiscono, dal punto di vista geologico, una unica
struttura, allungata per circa 100 km in direzione NW-SE e con larghezza massima di 24 km, coinvolta
nella catena appenninica durante l’evento tettonico del Messiniano inf. (6,4-6,8 milioni di anni fa)
(CIPOLLARI ET ALII, 1995).
Il versante SW della catena si immerge al di sotto dei sedimenti terrigeni miocenici della Valle
Latina, con contatto a tratti stratigrafico e a tratti tettonico (faglie distensive). Lungo il versante NE
la pila carbonatica mesozoica simbruino-ernica si piega e si accavalla verso NE, sovrascorrendo sui
flysch miocenici della Val Roveto.
La catena può essere suddivisa in quattro strutture tettoniche principali: i M. Simbruini-M.
Ernici Nord-orientali, i M. Ernici Sud-occidentali, il M. Cairo (separato dai M. Ernici dalla piana fluvio-
lacustre di Sora) e i M. di Venafro. A Sud di M. Cairo, e da questo separate tramite l’ampia valle del
Fiume Liri, si ergono le dorsali di M. Maio (denominate anche M. Aurunci orientali), anch’esse, secondo
CIPOLLARI ET ALII (1995), coinvolte nella costruzione della catena nel corso dello stesso “momento di
migrazione”.
Nella struttura M. Simbruini-M. Ernici-M. Cairo-M. Maio le rocce carbonatiche meso-
cenozoiche hanno una estensione complessiva di 1257 km
2
. La successione stratigrafica del
Mesozoico è quella tipica della sedimentazione di piattaforma interna laziale-abruzzese.
Gli affioramenti di età più antica sono rappresentati dalle dolomie triassiche di Filettino
(litofacies 69) e dalle dolomie liassiche (litofacies 67d), che affiorano per circa 24 km
2
nei M.
Simbruini.
I Calcari a Palaeodasycladus del Giurassico (litofacies 66) affiorano nei Monti Simbruini ed
Ernici su un’area di circa 50 km
2
; al loro interno il carsismo ipogeo appare molto sviluppato (50 m di
condotti per km
2
di affioramento).
I carbonati del Dogger-Senoniano (litofacies 63+55) hanno caratteristiche analoghe a
quelle riscontrate nei Volsci, rispetto ai quali, comunque, si caratterizzano per la diversa distribuzione
degli intervalli dolomitici, per il minore contenuto di selce e per la discontinuità del livello a Orbitolina.
Questo livello è caratterizzato da argille e argille marnose, da micriti a superfici di aspetto nodulare
e da biomicriti, intercalate nei litotipi che definiscono l’intera sequenza, per uno spessore di 25-35
m (area di Vallepietra). BERGOMI (1973) segnala come in fase di incipiente diagenesi il deposito sia
stato interessato localmente (Serra Carpino, Fonte Canali, dintorni di M. Porcaro nei M. Simbruini)
da fenomeni di scivolamento intraformazionale, la cui presenza è evidenziata anche dal piegamento
disarmonico degli strati. Nell’area simbruino-ernica questo livello è stato anche, più propriamente,
Figura 71 - In basso: pianta del tratto inferiore della Grava dei Serini. In alto a sinistra: proiezione dei condotti carsici
sul piano verticale parallelo all’immersione della faglia. In alto a destra: Il “ramo fossile orizzontale” (foto P. Agnoletti),
con tipica sezione lenticolare allungata lungo la faglia.
Figura 72 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nell’area Monti Simbruini-Alta Valle dell’Aniene.
67
denominato “livello a Characee” (CRESCENTI, 1966) o “2° livello a Charophyta ed ostracodi” (DEVOTO,
1967), ma per semplicità di esposizione continueremo a chiamarlo “livello a Orbitolina”.
Le rocce del Dogger-Senoniano rappresentano il 76% degli affioramenti carbonatici; in esse
si sviluppano i più importanti sistemi carsici sotterranei della struttura, con un carsismo ipogeo che
nell’insieme appare “mediamente” sviluppato (21 m di condotti per km
2
di affioramento).
In trasgressione sui carbonati mesozoici affiorano i Calcari a Briozoi e Litotamni del Miocene,
che, a differenza di quanto avviene nella struttura dei Volsci, coprono ampi settori (16% dell’area
totale), in particolare nella parte SW della struttura. Lo sviluppo del carsismo sotterraneo in questa
formazione è di grado “medio” (15 m di condotti per km
2
di affioramento).
Il margine NE delle dorsali simbruino-erniche è interessato da brecce calcaree mioceniche
(Brecce della Renga), che coprono un’area di circa 60 km
2
con spessori che raggiungono 600-700 m.
La carsificazione di queste brecce (litofacies 38R) risulta di entità “media”, poco più bassa di quella
dei calcari miocenici.
Complessivamente, sono comprese negli elenchi catastali 260 grotte scavate nei calcari
meso-cenozoici, per uno sviluppo complessivo di circa 24 km di condotti carsici. I massicci dei M.
Ernici e dei M. Simbruini sono i più carsificati, con sviluppo rispettivamente di 27 m e 19 m di condotti
sotterranei per km
2
di affioramento delle litofacies calcaree meso-cenozoiche, mentre nei rilievi di M.
Cairo e M. Maio lo sviluppo del carsismo è molto più limitato (in media 5 m/km
2
).
In questo settore di catena sono presenti depositi travertinosi di origine idrotermale di
notevole estensione, sia nella Valle Latina (Anagni, Ferentino), che intorno al M. Cairo (Isola del Liri,
Casalvieri, Aquino). Tuttavia il fenomeno carsico ipogeo in queste località sembra essere del tutto
assente o, forse, non ancora individuato. Ben carsificato, invece, appare il deposito di travertino
lasciato dalle acque “fredde” dell’Aniene a Subiaco, dove sono segnalate diverse cavità, anche se
attualmente una sola di queste è riportata in catasto.
Grande rilevanza assume il carsismo sotterraneo nella coltre di depositi conglomeratici
calcarei che circonda Arpino su un’area di grande estensione, con quasi 1,5 km di gallerie
sotterranee.
I MONTI SIMBRUINI
Il massiccio simbruino, costituito da una serie di serre parallele con massima elevazione nel
M. Cotento (2014 m), conserva le tracce di un antico altopiano carsificato, oggi inciso dall’erosione,
con valli fluviali evolute in piani carsici chiusi e asciutti (SEGRE, 1948a). Queste montagne appaiono
costituite dalla sovrapposizione tettonica di diverse unità, progressivamente più antiche verso NE,
separate da importanti superfici di taglio orientate all’incirca NW-SE (Fig. 72). Numerose dislocazioni
trasversali successive hanno sbloccato questa struttura (DAMIANI, 1990a).
I M. Simbruini sono quasi completamente carbonatici, con oltre 4000 m di depositi di età
che vanno dal Triassico al Cretacico sup. Includendo nel gruppo montuoso simbruino anche la valle
dell’Aniene, l’estensione degli affioramenti carbonatici meso-cenozoici è di 426 km
2
, nei quali sono
state esplorate fino ad oggi un centinaio di cavità, per uno sviluppo complessivo di oltre 8 km di
condotti sotterranei.
Nelle dolomie triassiche di Filettino (litofacies 69) si apre la Risorgenza della Gronda A; nelle
dolomie del Lias inf. (litofacies 67d) risultano catastate due piccole cavità. L’unica grotta conosciuta
che sembra attraversare i calcari a Palaeodasycladus (litofacies 66) è la Risorgenza della Gronda A,
nel suo tratto più interno.
Nei calcari del Dogger-Cretacico inf. la carsificazione risulta “elevata”, con una media di 25
m di condotti per km
2
di affioramento. Appena minore è il valore di carsificazione riscontrato nei calcari
del Cretacico sup. che, con quasi 190 km
2
, rappresentano la litofacies più estesa in affioramento.
Anche i Calcari a Briozoi e Litotamni del Miocene affiorano abbastanza ampiamente, ma la
loro carsificazione appare modesta (5 m/km
2
); più significativo risulta il fenomeno carsico nelle Brecce
della Renga (11 m/km
2
), la cui area di affioramento è ugualmente estesa.
La seguente descrizione del carsismo sotterraneo è suddivisa nelle unità tettoniche
riconosciute (DAMIANI, 1990a), procedendo da NE a SW.
IL SETTORE NORD-ORIENTALE DEI MONTI SIMBRUINI
Questo settore (Unità 2 di Damiani, 1990a) ha la forma di un grande “blocco” allungato in
direzione NW-SE ed è caratterizzato dalla presenza di una successione ininterrotta di campi chiusi (Val
Mandrone, Piano della Dogana, Campolungo, Valle S. Nicola, Valle di Camporotondo) che si stende per
oltre 15 km con una larghezza media di 2,5 km, a quote comprese tra 1200 e 1300 m, parallelamente
ai contigui bacini chiusi carseolani (Prati di Roccacerro, Imele, Verrecchie), di quota più bassa (SEGRE,
1948a). Le massime elevazioni si attestano nella dorsale M. Midia (1738 m)–M. Padiglione (1825
m)–Monna Rosa (1781).
L’unità è delimitata a NE dal sovrascorrimento sui depositi terrigeni della Valle del Liri
(“superficie 1” di DAMIANI, 1990a), che può essere seguito per oltre 50 km, e a SW da una faglia
(“superficie 3”) con rigetto fino a 650 m (Fig. 72). A differenza di quasi tutto il resto dei M. Simbruini,
l’assetto di questa unità è dato da una grande anticlinale asimmetrica, che si rovescia sulla Valle del
Liri formando alte pareti.
Dal punto di vista stratigrafico, la caratteristica del settore Nord-orientale dei M. Simbruini è
l’esteso affioramento delle Brecce della Renga, prodotte nel Miocene al bordo di una scarpata tettonica
sottomarina per il susseguirsi di crolli. I blocchi si andavano ad accumulare al piede della scarpata, al di
sopra del substrato di carbonati del Mesozoico o del Miocene, dando origine ad un ventaglio detritico
costituito da clasti calcarei. Le dimensioni degli elementi e la presenza di matrice variano a seconda
delle distanze percorse dai materiali (Fig. 73) e anche gli spessori sono molto variabili, fino ad un
massimo di alcune centinaia di metri (COMPAGNONI ET ALII, 1991b).
Nelle brecce sono state fino ad oggi esplorate 6 grotte, tutte nel comune di Cappadocia,
tre delle quali di notevole interesse. La Grotta di Malattate (-30, sviluppo 150 m) è una risorgenza di
“troppo pieno” del F. Liri, scavata interamente nelle brecce, qui molto potenti (300-400 m), utilizzando
sia l’interstrato inclinato di 30° che diversi sistemi di frattura. Un centinaio di metri più in basso, ad una
distanza planimetrica di circa 150 m, si trova la Grotta della Sorgente del Liri (+12, sviluppo 60 m),
dalla quale esce una parte delle acque del F. Liri; all’interno sono state risalite 6 piccole cascate fino ad
un sifone. La Grotta a Damiano (-30, sviluppo 500 m) si apre sul fianco di una dolina nelle Brecce della
Renga, all’interno del campo chiuso di Campolongo. La stratificazione delle brecce è inclinata di 25°,
l’aspetto è massivo e la matrice scarsa; in questa località lo spessore delle brecce è modesto (30-40
m) e la grotta lo attraversa interamente fino a penetrare nei sottostanti calcari del Cretacico sup. La
cavità è costituita da alcuni salti impostati su fratture, seguiti da una stretta condotta meandriforme
a sali-scendi con tratti sifonanti, caratterizzata da notevoli depositi fangosi (GRUPPO SPELEOLOGICO DI
GROTTAFERRATA, 1997).
Per quanto riguarda il carsismo nei calcari, la cavità più importante è la Grotta Picinara
(-64, sviluppo 100 m), situata nell’affioramento del Cretacico sup. sul versante a Sud della Cima di
Vallevona.
LA CONCA DI VALLEPIETRA E LA DORSALE MONTE TARINO–MONTE TINTEROSSE
Nella conca di Vallepietra (Unità 3) affiorano le rocce più antiche dei M. Simbruini. L’unità è
limitata a NE dalla faglia che ribassa l’Unità 2 (“superficie di taglio 3”), e a SW dalla faglia trascorrente
NW-SE (“superficie 6”) che da Campo dell’Osso raggiunge Vallepietra, dove risulta spostata a SW di
500 m, per riprendere poi l’orientamento precedente superando l’Aniene e inoltrandosi nei M. Ernici
(sovrascorrimento Filettino–M. Ortara). La “superficie 6” verso NW è interrotta da un’altra faglia
trascorrente, che rialza l’Unità 5 (settore centrale dei M. Simbruini); la faglia che costeggia il Fosso
Fioio è probabilmente ancora la “superficie 6”, dislocata con rigetto orizzontale di 5 km (Fig. 72)
(DAMIANI, 1990a).
La conca di Vallepietra è una “semi-finestra” tettonica, nella quale affiorano i carbonati
triassici e giurassici che costituiscono la base della successione prevalentemente calcarea del Dogger-
Cretacico. I calcari del basamento triassico hanno subito un processo di dolomitizzazione che li ha
resi scarsamente carsificabili, determinando la fuoriuscita delle acque attraverso numerose sorgenti
localizzate al contatto con i calcari sovrastanti. Il passaggio dolomie-calcari, spesso marcato da una
evidente rottura di pendio, non corrisponde ad una linea-tempo né ad una stessa lito-biofacies, poiché
i fenomeni di dolomitizzazione secondaria hanno raggiunto varie altezze stratigrafiche, e le geometrie
risultanti sono irregolari e sfrangiate (DAMIANI, 1990b).
Le sorgenti che sgorgano numerose nella conca di Vallepietra sono certamente alimentate
da condotti carsici, nei quali fino ad oggi non è stato possibile accedere. L’unica eccezione è la Gronda
A (+80, sviluppo 224 m), risorgenza perenne captata dall’acquedotto del Simbrivio (circa 5 L/s in
magra) che si apre nelle dolomie bituminose di colore grigio del Triassico sup. (litofacies 69), come
dimostrano alcuni livelli spettacolari di grandi fossili di Megalodon che affiorano sulle pareti del tratto
iniziale della galleria sotterranea (Fig. 74). La grotta, particolarmente interessante dal punto di vista
geologico, è impostata su fratture, lungo le quali l’acqua scende dirigendosi verso Sud tagliando gli
strati disposti a reggipoggio (inclinati di 30-35° verso Nord). Dopo oltre 150 m, risalita la “2
a
Cascata”,
la galleria attraversa piani tettonici orientati E-W e inclinati di 45° verso Sud, che hanno prodotto una
fascia di cataclasite spessa fino a 7 m. Superata la zona di faglia, e fino al “fondo”, si entra in una
litologia diversa, rappresentata da calcari di colore bianco (di presumibile età giurassica, litofacies
66?); la galleria finale segue una faglia inversa immergente di 45° verso NE (MARIANO, 2001).
Nei calcari del Giurassico-Cretacico inf. che affiorano sui rilievi che circondano il gruppo
sorgentizio del Simbrivio sono note solo 3 grotte: il Pozzo Cornetto (-55 m), in cui è visibile un piano
di faglia inclinato di 65°, il Pozzo della Morra Rossa (-64 m) impostato su una evidente frattura, e il
Pozzo della Rimessa (-15 m), alla cui base si intercetta un corso d’acqua (impercorribile sia a monte
che a valle).
Sulla dorsale M. Tarino (1961 m)–M. Tinterosse (1626 m) il carsismo ipogeo è quasi del
tutto sconosciuto; in catasto sono riportate, infatti, solo due grotte di sviluppo inferiore a 10 m. Non
sono note cavità carsiche nella conca di Fiumata, mentre due pozzi sono stati esplorati poco a monte
di Filettino (il più importante, la Grotta delle Morette, è profondo 40 m), presumibilmente nelle dolomie
(litofacies 67d).
IL MONTE AUTORE
L’Unità 4 (DAMIANI, 1990a) comprende la piramide sommitale di M. Autore (1853 m) e il
rilievo di Monna dell’Orso. Sono attribuite a questa unità anche alcune placche che si rinvengono
isolate sopra le Unità 2 e 3 (Fig. 72). L’unica cavità nota è un pozzetto situato sulla placca isolata di
Monna Frassinello, a Nord di M. Assalonne.
IL SETTORE CENTRALE DEI MONTI SIMBRUINI
Il settore centrale dei M. Simbruini è compreso nell’Unità 5, caratterizzata dal vasto
Figura 73 - Le Brecce della Renga, sedimenti clastici con deposizione controllata dalla tettonica (da Compagnoni et
alii, 1991).
68
affioramento dei calcari del Cretacico sup. e da numerosi campi chiusi ampiamente carsificati. A SW
una linea di faglia complessa (“superficie 11”) separa questa unità dalla Valle dell’Aniene; una serie
di faglie dirette suddividono l’unità in “blocchi” con assetto a monoclinale generalmente immergente a
NE (settori 5A, 5B, 5C, 5D e propaggini NW, Fig. 72).
Il settore Colle della Colubretta–Monte San Leonardo
Questo settore (5D), dominato dai rilievi di Colle della Colubretta (1502 m) e di M. S.
Leonardo (1526 m) situati ai due lati della Valle del T. Simbrivio, è a contatto con l’Unità 3 (conca di
Vallepietra) lungo la faglia Campo dell’Osso-Vallepietra.
In questo settore sono catastate 14 grotte; di queste, 3 (sub-orizzontali e di breve
lunghezza) si trovano lungo il fondovalle del T. Simbrivio, mentre tutte le altre si aprono sui rilievi a
Ovest della Valle del Simbrivio, ad eccezione della grande risorgenza carsica della Grotta del Pertuso,
localizzata nell’alveo del F. Aniene.
Fra le grotte che si aprono sui rilievi ad Ovest del T. Simbrivio sono comprese alcune
interessanti cavità. Presso Cesecolevacca si trova il Pozzo della Creta Rossa (-117 m), costituito
da una serie di pozzi impostati lungo un’unica frattura con inclinazione media di 85° che attraversa
i calcari del Turoniano. All’interno del Piano di Campitelli, nei calcari del Cenomaniano, si trovano le
“Fosse di Jenne”, la più estesa delle quali (Fossa 3
a
di Jenne, -40, sviluppo 140 m) è caratterizzata da
una grande sala e da un reticolo di condotte meandriformi. Sul Colle Rotoli è stato esplorato l’Abisso
Petrini (-115 m), ad andamento nettamente verticale; poco sotto il suo imbocco si attraversa un
cambio litologico che forse corrisponde al livello a Orbitolina; da –50 m al fondo il pozzo è impostato
su una evidente frattura, dislocata a –75 m da una faglia inclinata di 65° (MARIANO ET ALII, 2001).
Lungo l’Aniene, in destra idrografica, si trova la Grotta del Pertuso, la più importante
risorgenza carsica percorribile del Lazio (portata media 1,6 m
3
/s). Le sue gallerie, scavate nei
carbonati del Berriasiano-Barremiano, sono suddivise in due rami principali, uno fossile (+15/-5,
sviluppo 545 m) e uno attivo (+16, sviluppo 340 m), rami che si collegano in prossimità dell’ingresso.
L’elevato gradiente di discesa dell’acqua fra il sifone più a monte e l’emergenza (dislivello di 10 m su
una distanza in linea d’aria di 150 m, gradiente 6,7%), sembra escludere che il condotto attivo sia
rappresentativo di una superficie piezometrica.
L’area dei piani carsici di Camposecco, Campobuffone e Campaegli
E’ il settore più centrale dei M. Simbruini, caratterizzato dal sistema di depressioni chiuse
dell’altopiano sublacense, con quote che scendono dalle pendici di M. Autore verso la Valle dell’Aniene.
A SE è limitato da una faglia trasversale (NE-SW), lungo la quale si è avuto un movimento trascorrente
che ha dislocato di circa 5 km la faglia di Fosso Fioio. A SW una superficie di taglio complessa, con
andamento appenninico, separa questo settore dalla Valle dell’Aniene; la prosecuzione di questo
lineamento sembra riconoscibile nei M. Ernici (faglia Guarcino-Sora).
Alcune faglie suddividono questa zona in tre “blocchi”: 5A (Camposecco e l’estremità di
Campobuffone), 5B (Campobuffone e parte di Campaegli) e 5C (la parte restante di Campaegli). Nel
“blocco” 5B non sono note grotte.
Nel bacino chiuso di Camposecco si conoscono una quindicina di cavità, la più importante
delle quali è l’Inghiottitoio di Camposecco (-415, sviluppo 590 m), che attraversa uno spessore di
circa 250 m di calcari del Senoniano. La grotta inizia con una successione di brevi pozzi e gallerie
discendenti che portano le acque a –110 m, a una distanza dall’ingresso di un centinaio di metri
verso Nord. Qui si scendono due grandi pozzi (P60 e P48), presumibilmente localizzati sulla faglia
orientata NW-SE riportata nel Foglio Subiaco della Carta Geologica d’Italia (in scala 1:50.000). Dalla
base dei grandi pozzi e fino al fondo, la galleria sposta il flusso idrico nel verso della pendenza degli
strati (NNE), interrotta da pozzi e saltini impostati su fratture verticali o molto inclinate. Nell’ultimo
tratto si alternano due principali direzioni: verso NNE e verso Est o ENE. Verso NNE (direzione di
massima pendenza degli strati) le gallerie si sviluppano in discesa con pendenze di 10-15°, mentre
i tratti impostati in direzione E o ENE (corrispondente all’incirca alla direzione degli strati) risultano
sub-orizzontali (una situazione analoga è stata descritta per l’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta nei
M. Lepini).
Subito al di la’ della cresta che a Sud separa il bacino di Camposecco dalla Valle Maiura si
Figura 74 - Livello con fossili di megalodon sulle pareti del tratto iniziale della
risorgenza della Gronda A (foto A. Bonucci).
Figura 75 - Risorgenza dell’Inferniglio. In alto: profilo rettificato, nel quale sono evidenziati i tratti sifonanti in condizioni
di regime idrico ordinario. Al centro: sezione geologica con traccia parallela alla direzione degli strati, fino alla faglia
di M. Porcaro, inclinata di 50°. In basso: carta geologica dell’area di Jenne (dal Foglio Subiaco), con il tracciato della
grotta.
Figura 76 - La galleria dopo il primo lago della Grotta dell’Inferniglio si sviluppa lungo la
direzione degli strati, ben visibili sulle pareti e sul soffitto (foto A. Cerquetti).
Figura 77 - Dolina nel piano carsico del Pratiglio, a Nord del M. Malaina nei Lepini (foto M. Mecchia). La foto è stata
scattata nel 1996, successivamente allo sfondamento della piccola depressione originaria che ha permesso l’accesso
ad una serie di tre pozzi verticali, impostata sulla frattura orientata N15°W e profonda 32 m (Grotta del Rospo). Crolli
successivi lungo il bordo della dolina hanno sepolto l’accesso al pozzo.
69
apre l’Abisso Nessuno (-222, sviluppo 230 m), che si addentra nei calcari del Senoniano con una
pendenza complessiva di 45°, ottenuta con un alternarsi di pozzi e brevi tratti di meandro impostati
su più sistemi di fratturazione; il verso di deflusso delle gallerie corrisponde a quello dell’immersione
degli strati.
All’interno della depressione carsica di Campobuffone si trovano una decina di grotte,
mentre nel campo chiuso di Campaegli sono note 4 grotte, e fra queste la più importante è la Grotta
Stoccolma (-62 m), scavata nei calcari del Turoniano e impostata su una frattura inclinata di 70-80°.
L’AREA DI CERVARA DI ROMA
L’Unità 6 è costituita da due piccoli “blocchi” isolati di modesta estensione, limitati a SW dalla
faglia che separa i M. Simbruini dalla Valle dell’Aniene (Fig. 72). Nel blocco di NW, alla cui estremità si
trova il paese di Cervara di Roma, non sono note grotte. Notevoli fenomeni carsici di superficie sono
le grandi “doline” di crollo del Catino di Cervara e della Fossa di Agosta. Nel comune di Subiaco, al
contatto fra il “blocco” più piccolo, di SE, e l’Unità 5 si aprono la Buca dell’Acqua (-40 m) e un’altra
piccola cavità.
LE PROPAGGINI NORD-OCCIDENTALI DEI MONTI SIMBRUINI
Al vertice NW della struttura carbonatica simbruina (esterno al Foglio Subiaco) affiorano
estesamente i Calcari a Briozoi e Litotamni del Miocene, assenti nel resto del massiccio (Fig. 72).
Nell’area di Pereto sono note al catasto abruzzese 6 piccole grotte e la “dolina” di crollo del Merulo,
tutte nei calcari del Miocene ad esclusione di una cavità aperta nei calcari del Cretacico sup.
Ma la cavità più interessante, sempre nei Calcari a Briozoi, si trova nel Lazio, sul piccolo
rilievo di M. S. Fabrizio, ed è la Chiavica di Arsoli, grande voragine carsica venuta alla luce per il crollo
della volta. La cavità, profonda 100 m, ha imboccatura ovoidale 65x45 m e pareti quasi verticali
(Fig. 19); il fondo è a q. 410 m. Su una parete è visibile uno specchio di faglia inclinato di 80°. A
4 km verso SSW dalla voragine (q. 324 m in sinistra del F. Aniene), si trova la serie di sorgenti del
campo Oreella, dalle quali scaturiscono acque sulfuree di colore opalescente, alla temperatura di
15-16°C, con abbondanti emissioni di gas (CO
2
e H
2
S) che lasciano depositi biancastri incrostanti. Un
chilometro più lontano, sulle pendici NE dei M. Ruffi in sinistra della Valle dell’Aniene, è segnalato il
gruppo di sorgenti di Marano Equo; allineate lungo i piani di faglia del basamento carbonatico, anche
queste scaturigini presentano evidenti caratteri di mineralizzazione, al contrario delle sorgenti poste a
maggiore distanza, completamente prive di mineralizzazione o con indizi molto attenuati (CAMPONESCHI
& NOLASCO, 1978-86). E’ possibile che la genesi della Chiavica di Arsoli sia correlata con l’afflusso di
fluidi mineralizzati da zone profonde, così come quella delle già menzionate Fossa di Agosta e Catino
di Cervara, situate poco a Sud di Arsoli nell’Unità 6.
LA VALLE DELL’ANIENE
La profonda Valle dell’Aniene separa i M. Simbruini dai M. Ernici, ma solo geograficamente,
perché dal punto di vista tettonico essa appartiene alla struttura dei M. Ernici Sud-occidentali, che si
accavalla per 2-3 km sul bordo del massiccio simbruino. Il fondo della Valle dell’Aniene, quindi, non
corrisponde quasi mai ad uno dei principali piani tettonici riconosciuti (Fig. 72) (DAMIANI, 1990b).
Nell’alta Valle dell’Aniene, e lungo i suoi affluenti, si trovano delle risorgenze carsiche
percorribili per lunghi tratti, con portate anche notevoli, alcune situate in destra idrografica (versante
simbruino) altre in sinistra (versante ernico). Da monte verso valle si susseguono: la Grotta del
Pertuso (già descritta), la Grotta della Foce, la Grotta di Coceraso e la Grotta dell’Inferniglio.
La Grotta della Foce (circa -50, sviluppo 600 m) si incontra risalendo il Fosso Campo,
affluente di sinistra dell’Aniene; la grotta inizia con un antro e una lunga galleria in leggera discesa a
sezione molto alta. Più avanti il condotto assume una sezione freatica tondeggiante ampia circa 3 m,
quasi sempre sifonante; superato un salone e un altro tratto di galleria, si raggiunge (nei periodi di
secca) uno specchio d’acqua che rappresenta lo sbocco di un sifone permanentemente sommerso,
recentemente percorso dagli speleosub per almeno 200 m (galleria tondeggiante di 5 m di diametro,
con profondità fino a 50 m). La grotta funziona da risorgenza solo durante le forti precipitazioni;
un’esperienza di colorazione ha rivelato che la Grotta della Foce è una delle emergenze delle acque
della Grotta degli Urli (TERRAGNI, 1995).
La Grotta di Coceraso (+34, sviluppo 129 m) si apre 8 m sopra l’alveo dell’Aniene, in sinistra
idrografica, nei calcari dell’Aptiano-Albiano. L’acqua che la percorre sparisce fra i massi del fondo
poco prima dell’uscita e riemerge nell’alveo dell’Aniene dal conoide detritico che si trova sotto l’antro
d’ingresso. La galleria è impostata su evidenti fratture ortogonali fra loro. L’erosione del corso d’acqua
ha eliminato il primo tratto di cavità, di cui si vede un relitto nell’andamento dell’antro iniziale.
La Grotta dell’Inferniglio (+15/-25, sviluppo 1370 m) si apre sulla destra idrografica del F.
Aniene ed è percorsa da un torrente con portata media di 500 L/s. La risorgenza inizia con un antro
largo e basso situato 15 m più in alto del fondovalle; dall’ingresso si scende fino ad incontrare un
lago-sifone alimentato da un torrente sotterraneo. Solo in occasione degli eventi di piena il torrente
esce dall’imbocco della grotta. In regime ordinario le acque riemergono da una sorgente perenne
situata presso l’alveo dell’Aniene all’incirca alla stessa quota del lago-sifone interno, alimentata
attraverso fessure non percorribili (Fig. 75). La presenza di fessure di drenaggio relativamente
strette è probabilmente dovuta ad un abbassamento recente del livello di base (di 15 m); il tempo a
disposizione non sarebbe stato sufficiente per ampliare significativamente le fessure.
La grotta è costituita da una grande galleria a piccoli sali-scendi (loops), originata dalle
acque prevalentemente al di sotto della superficie piezometrica. Superato il tratto iniziale, il condotto
prosegue in sifone, ed è quindi possibile ispezionarlo solo in immersione subacquea; le ovvie difficoltà
tecniche hanno influenzato negativamente la precisione del rilievo topografico, in particolare rendendo
incerta l’effettiva quota delle superfici di acqua libera. Dalla sovrapposizione del rilievo della grotta
sulla cartografia geologica esistente (Foglio Subiaco della Carta Geologica d’Italia, in scala 1:50.000),
è possibile esprimere alcune considerazioni.
Il primo tratto a sali-scendi, lungo 600 m (fino ad una faglia) è parallelo alla direzione
degli strati calcarei del Senoniano, inclinati di 20-30° (Fig. 76), e sembra seguire lo schema classico
già presentato per la galleria principale della Grotta del Formale (situata all’intersezione fra la
superficie piezometrica e lo strato favorevole alla carsificazione). La superficie del 1° lago-sifone
interno sembra essere quasi livellata alla quota della sorgente situata nell’alveo dell’Aniene. Poi la
condotta curva bruscamente a gomito e prosegue rettilinea per altri 300 m, con due sifoni intervallati
a gallerie subaeree. Questo tratto sembra coincidere con la faglia riportata sulla carta geologica;
nell’interpretazione del profilo C-D di figura 72, la faglia ha una inclinazione di circa 50° e (a livello
della grotta) porta i calcari del Cretacico inf. (parete del condotto in sinistra idrografica) a contatto
con quelli del Senoniano (parete di destra). Con una seconda curva ad angolo quasi retto, inizia un
tratto che dovrebbe inoltrarsi nei calcari del Cretacico inf., lungo circa 170 m fino al 7° sifone, oltre
al quale la galleria prosegue non rilevata fino al 10° sifone, ancora inesplorato. In base al rilievo
topografico, la superficie del 6° lago-sifone dovrebbe essere ad una quota più alta di 10-12 m rispetto
a quella dei laghi degli altri sifoni e della sorgente, ma l’incertezza della misura rende questo dato
poco affidabile.
In regime idrico ordinario, il condotto principale si trova in condizioni interamente sommerse
per circa metà del percorso, e in condizioni subaeree per l’altra metà. I “loops” dei sifoni risultano
attualmente poco profondi; il dislivello fra la superficie dei laghi-sifone e la volta dei condotti sommersi
è infatti al massimo di 5 m, pertanto la grotta può essere classificata di Stato 3 (“grotta con tratti
freatici e tratti sul livello piezometrico”) o di Stato 4 (“di livello piezometrico ideale”) secondo la
classificazione di FORD & EWERS (1978). E’ tuttavia opportuno ricordare che se, come ipotizzato, la
galleria si è originata prima dell’ultimo abbassamento del livello di base, allora la profondità dei loops
durante la fase di principale sviluppo doveva essere maggiore di una quindicina di metri rispetto a
quella odierna.
I travertini dell’Aniene a Subiaco
Diverse bancate di travertino si rinvengono lungo la Valle dell’Aniene fra Subiaco e la
confluenza con il T. Simbrivio.
Subito a monte del centro abitato di Subiaco, sulla riva sinistra dell’Aniene di fronte alla
cartiera, si stende il terrazzo travertinoso di San Lorenzo, con superficie di 0,6 km
2
. Questi travertini
poggiano su formazioni prevalentemente calcaree di età cenozoica. Secondo PONZI (1862) e DE ANGELIS
D’OSSAT (1897) la loro età sarebbe pleistocenica, anche se la datazione radiometrica di depositi
analoghi dell’Appennino centrale ha fornito età di formazione oloceniche, riferibili al periodo più caldo
post-wurmiano (CALDERONI ET ALII, 1996).
Nel deposito di San Lorenzo si trova la più estesa (e una delle poche fino ad oggi catastate)
fra le cavità esplorate nei depositi travertinosi della valle. Si tratta della Grotta degli Animaletti (-6,
sviluppo 110 m), costituita da una galleria rettilinea pianeggiante, con alcune brevi diramazioni e
salette. La maggioranza delle altre cavità presenti nei travertini di Subiaco sembra essere singenetica,
cioè lasciata vuota durante la formazione del travertino, con l’unica modificazione successiva costituita
dal concrezionamento per stillicidio. Nella Grotta degli Animaletti, invece, si può ipotizzare che, a partire
da piccole cavità singenetiche iniziali, lo scorrimento di un corso d’acqua sotterraneo abbia collegato
e ampliato i vacui fino a sviluppare una galleria; successivamente le acque avrebbero abbandonato la
grotta (PROCACCIANTI ET ALII, 2001).
Percorrendo la strada che costeggia sulla destra idrografica il Fiume Aniene da Subiaco a
Comunacque si osservano molti concrezionamenti parietali e lembi di travertino, solo in parte riportati
sulle carte geologiche, probabilmente originati in corrispondenza di sorgenti. Numerose piccole grotte
sono state recentemente esplorate in questi depositi (FELICI & CAPPA, 2003).
Figura 78 - In alto: sviluppo delle doline di dissoluzione nella zona epicarsica (da Williams, 1983). In basso:
concentrazione del flusso alla base della zona epicarsica (da Klimchouk, 1995).
RIQUADRO 10 – “I POZZI D’INGRESSO E L’ACQUIFERO EPICARSICO”
L’accesso alle grotte avviene frequentemente attraverso un pozzo, che spesso si apre
all’interno o sui bordi di una dolina, come avviene in numerose grotte dei M. Simbruini (Grotta
di Camposecco, Pozzo Stoccolma, Abisso Nessuno, ecc.). Nelle doline si realizza la raccolta e
focalizzazione del flusso idrico in un punto interno, impostato lungo una frattura, attraverso il quale
viene rimossa la massa di roccia disciolta (Fig. 77). Per effetto della carsificazione, nel tempo si
accentuano le differenze spaziali della permeabilità, che tende ad aumentare. L’origine, la forma e le
dimensioni di queste depressioni carsiche chiuse, sembrano controllate principalmente da processi
idrologici subcutanei (o “epicarsici”) (Fig. 78; WILLIAMS, 1983; 1985).
Numerosi imbocchi, tuttavia, si aprono senza alcuna evidenza di dolina, direttamente con
un pozzo. L’origine di questi pozzi appare comunque legata ai processi che avvengono nella zona
epicarsica, cioè alla zona superficiale dove la roccia è densamente fratturata e permette una diffusa
infiltrazione. Ad una certa profondità la densità di fratturazione è notevolmente ridotta, e solo poche
fratture disarticolano la roccia. L’acqua di infiltrazione che si raccoglie alla base della zona epicarsica
(che può costituire una falda sospesa al di sopra della zona vadosa) viene drenata da queste fratture,
nelle quali si concentra il flusso idrico che nel tempo determina l’allargamento del condotto, creando
un pozzo poco sotto la superficie topografica.
Fra le zone sotterranee, la zona epicarsica, situata alla transizione fra l’atmosfera esterna
e quella interna, è quella maggiormente esposta ai fenomeni di condensazione, più attivi durante
la stagione fredda, che possono contribuire notevolmente all’allargamento per corrosione dei pozzi
alimentati dalla zona epicarsica, in particolare alla loro sommità (KLIMCHOUK, 2000a).
Infine, per crollo della volta, il pozzo si può aprire all’esterno, anche senza dare vita ad una
dolina (Fig. 78, KLIMCHOUK, 1995).
In altri casi il pozzo può essersi formato in condizioni più profonde e può aprirsi all’esterno
per erosione della zona epicarsica e decapitazione della parte superiore del pozzo originario. Questi
pozzi sono frequenti sulle Alpi dove l’esarazione glaciale è stata intensa.
70
(1995 m) e La Monna (1952 m), mentre ancora più a SE si snoda la dorsale di Pizzo Deta (2037
m).
I 3/4 della superficie carbonatica affiorante sono costituiti da rocce prevalentemente
calcaree del Dogger-Cretacico inf., nelle quali il carsismo è ben sviluppato, con circa 10 km di
condotti, corrispondenti a 61 m per km
2
di affioramento. Ugualmente ben carsificati risultano i Calcari
a Palaeodasycladus, la cui area di affioramento è però ridottissima (4-5 km
2
). Carsificazione “media”
presentano i calcari del Cretacico sup., nei quali la lunghezza complessiva dei condotti sotterranei
attualmente noti è inferiore al chilometro. Nei piccoli affioramenti di brecce calcaree non sono note
cavità carsiche di dimensioni catastabili.
Nel corpo dei M. Ernici Nord-orientali si individua un importante sovrascorrimento che taglia
la struttura in prossimità della linea di cresta che da La Monna conduce a M. Agnello con direzione
complessiva SE-NW, per proseguire poi nei M. Simbruini (linea Filettino-M. Ortara). La sovrapposizione
tettonica si è realizzata per traslazione della successione carbonatica verso NE, avvenuta con sviluppo
di pieghe a stretto raggio di curvatura (anche coricate), di fasce cataclastiche spesse anche più di
10 m e di cunei di roccia “enucleata”. Il versante a SW dell’allineamento tettonico è costituito da una
monoclinale calcarea con termini dal Giurassico al Cretacico sup. regolarmente immergente verso NE
o NNE. Superato il fronte di sovrascorrimento, sul versante NE affiorano carbonati giurassici disposti
in struttura monoclinale immergente verso NNE (DEVOTO & PAROTTO, 1967).
Il versante a Nord-Est del sovrascorrimento Filettino-Monte Ortara, fino alla Valle Roveto
In questo settore sono note 18 grotte, le più importanti delle quali in territorio abruzzese,
per complessivi circa 600 m di condotti.
L’Abisso di Pizzo Deta (-130 m) si apre sul versante orientale dell’omonimo monte; si tratta
di un grande pozzo originato dalla coalescenza di tre fusi adiacenti impostati su una frattura nei calcari
del Cretacico sup. (Fig. 79).
Nel versante a Est della linea di cresta M. Crepacuore-M. Pozzotello-M. Ortara (Fig. 79),
nei calcari del Dogger-Malm, si trovano l’Abisso della Liscia (-140 m), di recentissima esplorazione,
e la Grotta di Collalto (-72 m). Quest’ultima dovrebbe essere costituita da una spaccatura tettonica;
sulle pareti della diaclasi si troverebbero scallops indicanti un flusso idrico in risalita (D. BANDINI, com.
pers.).
Di particolare interesse idrogeologico nonostante il brevissimo tratto percorribile (9 m), è
la Grotta di Zompo lo Schioppo, una sorgente carsica a regime intermittente, che da’ luogo ad una
delle più belle cascate dell’Appennino. La grotta è un condotto con sezione freatica quasi circolare nei
calcari del Neocomiano-Aptiano, in prossimità del fronte di sovrascorrimento dei M. Ernici verso Est sui
depositi terrigeni della Val Roveto.
Figura 79 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Ernici.
Figura 80 - Grotta degli Urli. In alto: la galleria “Andrea Doria” segue una direzione leggermente
divergente rispetto a quella della stratificazione, molto fitta; detrito e blocchi dal soffitto
pavimentano il condotto (foto G. Mecchia). In basso: il salone “Kilauea”, con il livello marnoso,
dello spessore di alcune decine di centimetri, in affioramento sulle pareti (foto Andrea Felici).
I MONTI ERNICI
I Monti Ernici sono compresi fra il sovrascorrimento dei M. Lepini sulla Valle Latina (a SW) e
il fronte di sovrascorrimento sulla Val Roveto (a NE); per semplicità di esposizione vengono presentati
separati dai M. Simbruini, dei quali in realtà rappresentano la continuazione diretta.
Al loro interno, i M. Ernici sono suddivisi in due vasti settori da una grande faglia diretta,
riconoscibile quasi con continuità (una larga fascia di rocce intensamente cataclasate ne marca il
tracciato) dalla sorgente Trovalle presso Guarcino, per oltre 30 km verso SE fino a Sora. La faglia
ha ribassato di 1000-2000 m il settore dei M. Ernici Sud-occidentali, che si caratterizza per il rilievo
collinare, con netto stacco morfologico rispetto alla catena di alta quota dei M. Ernici Nord-orientali
(CAVINATO ET ALII, 1993a).
I MONTI ERNICI NORD-ORIENTALI
La struttura dei M. Ernici Nord-orientali (218 km
2
di carbonati in affioramento) è limitata a
SW dalla linea tettonica Guarcino-Trisulti-Sora e a NE dal sovrascorrimento sui depositi terrigeni della
Valle Roveto (Fig. 79). La catena montuosa è dominata dal M. Viglio (2156 m); più a Sud una cresta
lunga e ben marcata unisce le cime di M. Agnello (1912 m), M. Vermicano (1948 m), M. Pozzotello
71
La dorsale Monte Agnello–Monte Vermicano–La Monna (a Sud-Ovest del sovrascorrimento Filettino-
Monte Ortara)
Questo settore, facilmente accessibile fino in alta quota salendo la strada che da Guarcino
porta alla stazione sciistica di Campo Catino, costituisce una delle zone carsiche più importanti
dell’Appennino laziale, con 50 grotte conosciute e circa 10 km complessivi di condotti ipogei fino ad
oggi esplorati.
Uno spartiacque sotterraneo divide quest’area in due bacini idrogeologici principali: a NW di
Campo Catino le acque sotterranee defluiscono verso le sorgenti dell’Aniene, mentre a SW del campo
chiuso le acque tornano a giorno nelle sorgenti dell’alto corso del Cosa e della Valle dell’Inferno-
versante Sud di M. Rotonaria.
Sulle pendici di M. Agnello, appena al di fuori del bacino di Campo Catino, si apre la Grotta
degli Urli (-610, sviluppo 3620 m), scavata nei calcari dell’Aptiano-Albiano. La grotta è costituita
prevalentemente da gallerie con andamento complessivo parallelo alla direzione della faglia di Colle
Repe riportata nel Foglio Subiaco della Carta Geologica d’Italia (in scala 1:50.000). In base alla
tipologia e disposizione dei condotti di grotta, sembrano riconoscibili due fasi principali di sviluppo: ad
un antico sistema di ampie gallerie fossili, infatti, appare sovrapposto un reticolo attivo con morfologie
anguste ancora in fase di sviluppo.
La Grotta degli Urli inizia con un breve tratto verticale, che comprende un pozzo di 20 m e
che si innesta in una grande galleria fossile. Questa galleria può essere percorsa quasi con continuità
per oltre 1 km, in discesa progressiva fino a –500 m, interrotta solo da una rapida successione di
verticali in corrispondenza dell’attraversamento di una zona di faglia (che coincide con l’evidente
canalone esterno), con dislivello complessivo di quasi 100 m dal salone “del Trentennale” alla sala
“Mauna Kea”.
La galleria fossile (“Andrea Doria–Lontano da Qui–Terzo Troncone”) ha dimensioni ampie,
con larghezza per la maggior parte del percorso compresa fra 3 e 6 m, e morfologia chiaramente
influenzata dai crolli (Fig. 80). E’ probabile che la galleria si sia originata in condizioni vadose,
costituendo forse un condotto di drenaggio sotterraneo di un corso d’acqua di superficie dotato di
portate periodicamente elevate. Considerando la posizione del tratto noto della grotta, il suo sviluppo
potrebbe essere imputabile all’inghiottimento di acque che si raccoglievano al fondo di Campo Catino.
Come anche altri condotti della grotta, la galleria fossile appare impostata all’intersezione fra
linee di frattura sub-verticali orientate N30°W (parallele al disturbo tettonico di Colle Repe) e un piano
di strato inclinato di 30° verso NE (Fig. 81). Lo strato inclinato su cui è impostata la grotta potrebbe
corrispondere al livello marnoso di colore grigio-verdastro dello spessore di 30-50 cm che si osserva
oggi tagliato sulle pareti di lunghi tratti della galleria. Tutti gli apporti idrici, attivi o fossili, provengono
dalla sinistra idrografica (SW, Fosso dell’Obaco) e hanno probabilmente utilizzato il livello marnoso
impermeabile.
Il condotto principale si è disattivato ormai da molto tempo, anche se alcuni tratti sono
stati riattivati da modesti rivoli d’acqua. I rami attualmente attivi (“Rio Bravo”, fino alla zona dei sifoni
terminali, -600/-610 m) hanno andamento a meandro con le strette sezioni a buco di serratura tipiche
degli approfondimenti vadosi. In base alla posizione dei condotti, sembra che il drenaggio tenda, nel
tempo, a spostarsi verso NNE, forse ancora influenzato dalla posizione dello strato impermeabile.
Anche i sifoni che attualmente impediscono l’ulteriore prosecuzione dell’esplorazione al fondo
dovrebbero essere impostati sul livello marnoso.
Sovrapponendo il rilievo della grotta alla carta geologica dell’area (DEVOTO, 1970), sembra
che lo strato “grigio-verdastro” che si segue per lunghi tratti della grotta corrisponda al noto livello
marnoso-calcareo a Orbitolina. Questo orizzonte infatti, per la sua relativamente facile riconoscibilità,
è stato utilizzato da DEVOTO (1967; 1970) come limite cartografico fra i calcari del Cretacico inf. e sup.,
anche se in realtà è stato deposto un po’ al di sotto del suddetto limite. A ulteriore conferma della
funzione svolta dal livello a Orbitolina, si constata che all’intersezione fra questo livello e la superficie
topografica si innesta tutta una serie di sorgenti di trabocco: Fontana Mora, Fontana Cardellina, Fontana
Canai e Fontana del Repe, situate sui rilievi del versante a Nord di Campo Catino (DEVOTO, 1967).
Nell’area laziale, il livello a Orbitolina sembra aver avuto una funzione di orizzonte
di scollamento contribuendo a frammentare i “blocchi” della piattaforma carbonatica in scaglie
accavallate (SALVINI, 1991). L’importanza speleogenetica dei movimenti interstrato è stata ampiamente
riconosciuta sulla base di osservazioni dirette e sottolineata da numerosi autori, anche se il
meccanismo non ha ancora una spiegazione esaustiva (CAR & SEBELA, 1998); probabilmente anche uno
Figura 81 - Grotta degli Urli. In alto a sinistra: pianta. In alto a destra: posizione dei condotti carsici in alcune sezioni
parallele all’immersione degli strati e circa trasversali all’asse della grotta. In basso a destra: schema interpretativo
dello sviluppo della grotta in relazione alla posizione del livello ad Orbitolina (livello marnoso con Characeae). In basso
a sinistra: rappresentazione dei condotti originari della galleria “Andrea Doria”, impostata all’intersezione fra lo strato
marnoso e una frattura sub-verticale, con direzione obliqua rispetto a quella dello strato.
72
slittamento limitato a pochi centimetri può essere sufficiente ad aumentare l’apertura dell’interstizio
facilitando il passaggio dell’acqua (LOWE, 2000).
L’altra grande grotta dell’area di Campo Catino è il sistema sotterraneo di Monte Vermicano
(-439, sviluppo 2600 m), che si addentra con tre imbocchi all’interno del versante Sud del monte
omonimo. Questa cavità ha un assetto spiccatamente diverso rispetto alla Grotta degli Urli, iniziando
con una successione di grandi pozzi, seguiti da una lunga galleria attiva a debole inclinazione. Gli
imbocchi di quota più elevata immettono in pozzi (P112 ingresso Vermicano, P8+55 ingresso
Gresele), impostati su fratture nei calcari del Cretacico inf. immediatamente sotto l’intersezione fra
la superficie topografica e il livello marnoso a Orbitolina, che qui ha spessore di pochi centimetri. A
qualche decina di metri di distanza dall’ingresso Gresele sgorga la sorgente perenne del Vermicano,
captata dal locale acquedotto, che deve anch’essa la sua esistenza a questo piccolo orizzonte
impermeabile. Il meccanismo genetico di formazione di questi grandi pozzi è lo stesso descritto per
l’Abisso La Vettica: nell’area a monte della grotta l’acqua di infiltrazione raggiungeva attraverso fessure
il livello impermeabile, che impediva l’ulteriore approfondimento verticale; l’acqua sotterranea era
quindi costretta ad ampliare delle fessure in corrispondenza di questo livello, seguendo un percorso a
bassa pendenza (quello dello strato), fino ad emergere all’intersezione con la superficie topografica.
L’acqua di questa sorgente poteva scorrere in superficie fino alla prima frattura aperta, dove veniva
assorbita, inizialmente solo in parte e poi, con l’ampliamento del condotto, completamente, generando
così i grandi pozzi. Anche in questa grotta, quindi, si evidenzia l’importanza dei livelli impermeabili
di spessore anche modesto, con la formazione di forme carsiche ipogee “complementari” a quelle
rinvenute nella Grotta degli Urli (Fig. 82).
Alla profondità di 300 m, raggiunta con pozzi verticali impostati su vari sets di faglie e
fratture, e con brevi tratti interstrato, i condotti del Vermicano e del Gresele si uniscono e danno vita
ad una galleria a meandro che si inoltra nei calcari del Dogger-Malm con un percorso, lungo 800 m fino
ad un sifone (-439 m) che ricalca quello del fosso esterno. La galleria contiene un torrente sotterraneo
che scende su fratture tagliando in contropendenza gli strati, qui inclinati di 45-50°; questa situazione
è rara nel Lazio, trovando una importante analogia solo nella Risorgenza della Gronda A nei M.
Simbruini. Per spiegare questo comportamento anomalo, si potrebbe ipotizzare la prosecuzione al di
sotto della grotta del piano di sovrascorrimento segnalato in letteratura (DEVOTO & PAROTTO, 1967).
Diverse altre grotte di dimensioni significative si aprono sul versante a Sud della cresta che
da M. Vermicano porta a La Monna. Nell’imbuto vallivo di Terra Muta, prossimo a Fosso Vermicano, è
stato esplorato il Pozzo Ernico (-51 m), scavato nei calcari del Cretacico inf. Nella zona alta della valle
del Cosa, alla base della Monna, si trova il Pozzo di Valle dell’Agnello (-62
m), il cui tracciato coincide con la giacitura dello strato, a forte inclinazione
(80°), nei calcari del Dogger-Malm. Più in basso sul fondovalle, in località
Innola, si trova la Grotta Verdecchia (+2/-4, sviluppo 280 m), una
risorgenza temporanea scavata nei calcari del Dogger-Malm e costituita
da una galleria sub-orizzontale impostata prevalentemente in interstrato
con sali-scendi che determinano brevi sifoni. Ancora più in basso, pochi
metri al di sopra dell’alveo roccioso del Torrente Cosa, si apre la Grotta
del Risorghiotto (-18, sviluppo 190 m) che in seguito a forti piogge si
attiva come risorgenza di troppo pieno. Si tratta di una galleria con
morfologia freatica scavata nei calcari del Dogger; l’andamento a sali-
scendi determina la presenza di alcuni sifoni, i cui segmenti discendenti
sono probabilmente impostati sugli strati, mentre il tratto iniziale
della grotta potrebbe seguire la faglia E-W riportata nella cartografia
geologica. A quote ancora inferiori, poco sopra Guarcino, alcuni metri al
di sopra dell’alveo roccioso del Torrente Cosa, all’interno di un “blocco”
di calcari del Dogger-Malm rialzato da faglie e incuneato in affioramenti
di calcari miocenici, si trova la Grotta di San Luca (-45, sviluppo 103
m), costituita da una galleria discendente interstrato, con inclinazione
uniforme di 30° lungo la massima pendenza degli strati.
I MONTI ERNICI SUD-OCCIDENTALI
La struttura di quest’area è caratterizzata dal ripetuto
accavallamento verso NE di una serie di scaglie tettoniche con assi
NW-SE, secondo uno stile strutturale compressivo pellicolare. Sui piani
di sovrascorrimento si rinvengono spesso strati di Marne a Orbulina, che
probabilmente hanno svolto il ruolo di livelli di scollamento. Le scaglie
sono state successivamente disarticolate in “blocchi” dalla tettonica
distensiva (CAVINATO ET ALII, 1991). L’azione del carsismo sui rilievi a
“blocchi” ha dato origine ad un paesaggio caratterizzato da colli, dossi e
schiene allungate, spesso separate da piane coperte di terre rosse o da
valli colmate da depositi alluvionali e lacustri.
La superficie di affioramento delle rocce calcaree nei M. Ernici Sud-occidentali è di 328
km
2
. La successione stratigrafica è quella tipica della serie carbonatica cretacico-miocenica della
piattaforma laziale-abruzzese, anche se in affioramento si rinvengono quasi esclusivamente le rocce
calcaree del Cretacico sup. (205 km
2
) e del Miocene (116 km
2
).
Nei calcari mesozoici il carsismo sotterraneo non appare particolarmente sviluppato, ed è
rappresentato da 45 cavità per uno sviluppo dei condotti di 8 m per km
2
di affioramento. Nei calcari
miocenici, invece, il fenomeno carsico assume le dimensioni tipiche di questa litofacies, con oltre 2 km
di condotti distribuiti in 24 grotte, e quindi con carsificazione media di 19 m per km
2
di affioramento.
Le situazioni più interessanti e le grotte di maggiore estensione si rinvengono nei Monti Affilani,
nella Montagna di Roiate, nell’area di Collepardo, nella conca di Fiuggi e nella dorsale di M. Trave.
I Monti Affilani
La struttura dei M. Affilani si caratterizza rispetto alle unità più settentrionali per l’esteso
affioramento dei carbonati miocenici. La sovrapposizione sui M. Simbruini avviene lungo una complessa
linea di faglia (“superficie di taglio 11” dei M. Simbruini, DAMIANI, 1990a) che taglia la Valle dell’Aniene a
Nord dell’alveo fluviale. Tuttavia, per semplicità di esposizione, il settore della Valle dell’Aniene è stato
già descritto nei M. Simbruini; pertanto i M. Affilani vengono qui considerati come la dorsale allungata
per quasi 10 km sull’asse NW-SE che culmina nel M. delle Pianezze (1332 m), delimitata sul versante
NE dal sovrascorrimento la cui traccia raggiunge gli Altopiani di Arcinazzo (Foglio Subiaco della Carta
Geologica d’Italia, in scala 1:50.000). A SW la struttura di M. Scalambra si accavalla sui M. Affilani lungo
una superficie di taglio a notevole rigetto. A cavallo fra i M. Affilani e la dorsale di M. Scalambra è situata
l’ampia depressione strutturale-carsica degli Altopiani di Arcinazzo (LUPIA PALMIERI & ZUPPI, 1977).
Nei M. Affilani così delimitati sono note una ventina di grotte, con uno sviluppo complessivo
inferiore a 500 m. Il carsismo risulta ben sviluppato nei calcari del Cretacico sup., con 32 m di condotti
per km
2
di affioramento suddivisi in 10 grotte, la più lunga delle quali è la Buca del Frulicchio (sviluppo
di un centinaio di metri). Nei calcari miocenici, che affiorano sui 2/3 dell’area, il carsismo appare
“mediamente” sviluppato (16 m/km
2
), con 8 cavità carsiche e fra queste la Grotta di Piava Bella (-35
m) e il Pozzo di San Già (-36 m) nel comune di Arcinazzo Romano.
La Montagna di Roiate
La Montagna di Roiate è la propaggine Nord-occidentale della dorsale di M. Scalambra
(1419 m); si allunga per circa 3 km in direzione dei lineamenti strutturali che la caratterizzano, orientati
N60-70°W e inclinati verso Sud, mentre trasversalmente a questa direzione la larghezza non supera
1 km. Sulla dorsale carbonatica affiorano esclusivamente i Calcari a Briozoi del Miocene, sui quali si è
sviluppato un rilievo poco accidentato con massima elevazione a S. Maria della Serra (829 m).
A SW e a NE la Montagna di Roiate è limitata da due valli incise nelle torbitidi silico-clastiche
del Miocene, caratterizzate da bassa permeabilità (Fig. 83). Nella valle a SW il Fosso di Cona termina in
un inghiottitoio situato nel punto più basso del bacino chiuso del Pantano, per riemergere all’esterno
dopo un percorso di circa 700 m (in linea d’aria) dalla Grotta dell’Arco (in realtà, l’inghiottitoio oggi è
ostruito e la sua funzione è svolta da una galleria artificiale parallela alla grotta). A NE della dorsale, il
Fosso del Rio, che separa la Montagna di Roiate dai M. Affilani, scompare nel Pertuso di Roiate, fora il
M. Verza e riemerge dalla parte opposta del rilievo ad una distanza di 150 m. Tutte e due le grotte di
attraversamento sono scavate nella parte alta della formazione dei Calcari a Briozoi del Miocene, che
in questa area hanno uno spessore di circa 300 m e sono caratterizzati da stratificazione mal definita
o molto spessa (20-30 m) (DAMIANI, 1990c).
Il Pertuso di Roiate (dislivello 15 m, sviluppo 240 m) drena un bacino idrografico di 50
km
2
, esteso per circa 1/3 su terreni arenacei a bassa permeabilità e per la parte restante su calcari
miocenici e cretacici. Nel periodo più secco la grotta non è attraversata da acqua in scorrimento,
ma durante la stagione piovosa si attiva e in concomitanza con gli eventi temporaleschi più intensi
le portate possono essere elevatissime, come testimoniano i tronchi d’albero incastrati sulla volta
del condotto. Nella zona d’ingresso il traforo sfrutta una frattura verticale orientata E-W; nel tratto
interno utilizza numerose fratture appartenenti a due diversi sistemi (110-140° e 20-35°, Fig. 84). La
stratificazione, massiva, non sembra avere un ruolo importante, influenzando solo alcune morfologie
di dettaglio della grotta. Le sezioni trasversali sono quelle tipiche delle gallerie vadose scavate durante
le piene da flussi d’acqua notevoli, che lavorano in pressione producendo sezioni larghe (come quella
della Grotta di Pastena rappresentata in Fig. 66); nel Pertuso le larghezze alla base della galleria sono
comprese fra 2 e 7 m, e l’altezza varia fra 3 e 18 m.
La Grotta dell’Arco (+23, sviluppo 1216 m), come si è detto, drenava le acque del Pantano,
una conca coperta dai sedimenti fangosi di un lago che si formava per la periodica ostruzione
dell’inghiottitoio. Nel 1902 fu realizzata un’opera di bonifica, scavando una galleria artificiale a Ovest
della grotta e prosciugando il bacino, con la definitiva chiusura dell’inghiottitoio (SEGRE, 1948a);
attualmente dalla risorgenza emerge un modesto rivolo d’acqua. La grotta ha le caratteristiche
imponenti tipiche delle gallerie attraversate da corsi d’acqua allogenici: la volta raggiunge i 35 m di
Figura 82 - Bloccodiagramma dell’area di Campo Catino, tagliato lungo le sezioni della Grotta degli Urli e dell’Abisso Vermicano, con la posizione del
livello marnoso ad Orbitolina.
Figura 85 - La “grande cavità carsica a cielo aperto” del Pozzo Santullo
(foto C. Germani).
73
altezza, la larghezza media della galleria è intorno a 5 m, con slarghi ampi fino a 20 m e restringimenti
inferiori ai 2 m; il tratto conclusivo, di recente esplorazione, è più stretto. La galleria, pianeggiante,
segue sistemi di fratture le cui prosecuzioni si osservano costantemente alla sommità della volta (SEGRE,
1948a). In alcune nicchie sulle pareti si sono accumulati depositi sabbiosi trasportati dall’acqua; in un
piccolo tunnel parallelo al corso principale, però, la volta di arenaria sembra effettivamente in posto, e
rappresenterebbe, quindi, il passaggio alla formazione arenacea sovrastante i calcari miocenici.
L’area di Collepardo
Nei pressi di Collepardo si trova una delle cavità più vaste e strane del Lazio: il gigantesco
Pozzo Santullo (-43 m). Questa grande cavità carsica a cielo aperto (Fig. 85) ha una imboccatura
esterna a forma ovoidale di 110x140 m e pareti strapiombanti lungo tutto il perimetro, dalle quali
pendono numerose stalattiti molto degradate; la parete Sud è uno specchio di faglia inclinato di 70°.
La parte superiore del pozzo è costituita, per alcuni metri di spessore, da brecce calcaree cementate
quaternarie mentre la parte bassa è scavata nei calcari del Cretacico sup.
Il Pozzo Santullo è stato interpretato come una forma epigenica. Infatti, secondo MARTEL
(1928) il pozzo si aprirebbe nel mezzo di un avvallamento superficiale che attualmente proseguirebbe
asciutto oltre la cavità, ma che un tempo doveva essere percorso da un torrente; il pozzo, quindi, si
sarebbe formato con lo “sprofondamento prodotto dalla rottura della volta di una caverna sul corso di
un antico torrente sotterraneo”. Questa ipotesi è stata riproposta anche recentemente: l’infiltrazione
di acque meteoriche avrebbe portato all’ampliamento di fratture per dissoluzione, e quindi alla
formazione di piccole cavità coalescenti convergenti in una macrodolina, che avrebbe avuto la funzione
di inghiottitoio, approfondendosi sul fondo; il collasso della volta e la riattivazione della faglia che
costituisce la parete Sud avrebbero prodotto la forma attuale (PIPITONE, 1996).
In alternativa, si propone una ipotesi che prevede per il Pozzo Santullo una origine ipogenica,
basata sull’ossidazione di H
2
S fornito da un bacino di idrocarburi, con meccanismi analoghi a quelli
proposti per le grotte delle Guadalupe Mountains nel New Mexico, U.S.A. (HILL, 1990).
La morfologia della grande cavità a cielo aperto presenta chiare analogie con quella della
Grotta di S. Lucia sul M. Soratte, anche se in uno stadio più avanzato dell’evoluzione. In quest’area,
però, non sono note manifestazioni sulfuree, mentre sono ben conosciuti i giacimenti di asfalto della
Certosa di Trisulti a Collepardo, distanti circa 3 km dal Pozzo Santullo. L’asfalto deriva dall’ossidazione
di idrocarburi e indica, quindi, la presenza nel passato di un giacimento di petrolio. In questa località, le
masserelle e venule di asfalto impregnano le brecce tettoniche derivate dall’imponente faglia Guarcino-
Sora, che localmente ha rialzato il settore settentrionale di 2500 m. Secondo CAVINATO ET ALII (1990) le
impregnazioni interesserebbero solo i sedimenti giurassici, e quindi la risalita degli idrocarburi sarebbe
avvenuta prima della tettonica distensiva che ha fratturato anche i calcari del Cretacico. In effetti, subito
a Nord della linea tettonica, in località S. Domenico, sono note una decina di piccole grotte nei calcari
giurassici a Palaeodasycladus (litofacies 66), mentre nessuna cavità ipogea è conosciuta a Sud della
linea nella stessa località.
Nella zona di Collepardo, la reazione in profondità fra gli idrocarburi in risalita e gli ioni solfato
della formazione evaporitica triassica, situata alla base della pila carbonatica mesozoica, deve aver
originato un fluido ricco di H
2
S e CO
2
. Questo fluido avrebbe potuto risalire attraverso fratture fino alla
superficie della falda, dove il mescolamento con le acque meteoriche ben ossigenate avrebbe prodotto
acido solforico, potente agente carsificante (vedi il riquadro “i grandi ambienti carsici sotterranei”). In
via del tutto tentativa, si può ipotizzare che l’origine del Pozzo Santullo possa essere legata alla risalita
localizzata del H
2
S attraverso fratture nel calcare cretacico. Nei punti di iniezione del H
2
S nella falda
superficiale ossigenata la forte dissoluzione concentrata avrebbe creato il grande vacuo ipogenico.
Più tardi, nel corso dell’evoluzione dell’area, le brecce quaternarie avrebbero coperto la superficie già
erosa sovrastante la cavità.
Poco a Sud del Santullo, circa 30 m al di sopra del letto del Torrente Fiume che scorre in
una stretta gola, si trova la Grotta di Collepardo (+26/-11, sviluppo 130 m), costituita da un unico
grande ambiente lungo oltre 90 m e largo fino a 60 m, con la volta alta fino a una ventina di metri,
riccamente concrezionato e con alcuni evidenti specchi di faglia, nei calcari del Cretacico sup. Ancora
più a Sud su un apparente allineamento Santullo-Grotta di Collepardo si rinvengono due grandi doline
a imbuto: la Fossa della Volpe (-25, assi: minore 50 m, maggiore 250 m) e la dolina Cappezzoi (-20,
ovoidale di 70x120 m).
Fra le altre grotte conosciute in questo settore, sono da segnalare la Voragine di Monte
Tesoro (grande pozzo con diametro di 7-8 m, profondo 45 m) e la Grotta Imbroglita (-35, sviluppo 97
m). Quest’ultima è costituita da una galleria discendente che si sviluppa nei calcari del Cretacico sup.
parallelamente e a breve distanza dal piano di sovrascorrimento riportato nella cartografia geologica.
Il tratto iniziale è palesemente impostato su una frattura; la grande sala che segue è posta all’incrocio
tra la frattura iniziale ed una faglia ad essa perpendicolare e termina su una parete con un evidente
specchio di faglia; segue uno scivolo che porta all’ultima grande sala, con il soffitto costituito da un
letto di strato sub-orizzontale.
I bacini chiusi della conca di Fiuggi
Lungo il bordo SW dei Monti Ernici si trova una vasta area in cui le acque si raccolgono in
depressioni drenate da inghiottitoi. Gli spartiacque fra i 5 bacini chiusi sono costituiti da rilievi collinari
poco marcati.
Il bacino idrografico più grande è quello di Canterno, che si estende su un’area di circa 70
km
2
, delimitata a Nord da rilievi calcarei del Cretacico sup.-Miocene che si innalzano fino ai 1131 m di
M. Civitella; il fondo è occupato dal lago carsico di Canterno (q. 540 m).
Un tempo almeno due inghiottitoi principali smaltivano gli afflussi nel bacino chiuso: Bocca di
Muro, che convogliava gran parte delle acque, e il Pertuso, nel quale si raccoglieva una parte minore
del flusso. In seguito all’ostruzione definitiva dell’inghiottitoio principale, causata dai materiali fluitati
nei primi decenni del 1800, tutto il flusso confluì nel Pertuso, comportando periodiche ostruzioni e
la formazione di un lago. Per dare una sistemazione definitiva allo specchio d’acqua, un secolo più
tardi fu perforata una galleria artificiale lunga 2 km sotto M. Maino, che va ad alimentare una centrale
elettrica localizzata all’esterno del bacino.
L’Inghiottitoio del Pertuso di Canterno, situato sul fondo del Lago di Canterno, attualmente
è chiuso e inaccessibile. L’ingresso era un grande imbuto asimmetrico scavato nei Calcari a Briozoi e
Litotamni del Miocene, dalla cui base una galleria in leggera discesa portava fino ad una saletta sul
fondo della quale l’acqua scompariva in una fessura (SEGRE, 1948a).
Gli altri bacini della conca di Fiuggi si trovano ad Est del bacino di Canterno. 1) Nella Bocca
dei Petuni (-16, sviluppo circa 15 m) termina il corso esterno del fosso che percorre la valle a Sud
del paese di Trivigliano. 2) Le acque che scorrono nel fosso a Nord di M. Barazzo vengono inghiottite
nella Bocca del Puzziglio (-3, sviluppo 10 m). 3) Separato dalla grotta precedente da un dosso
appena accennato, l’Inghiottitoio Bocca della Parata (attualmente ostruito all’imbocco) drena il fosso
che scorre a Ovest di M. Barazzo. 4) Il bacino più meridionale è occupato da due pantani, i Laghi
Lattanzi.
Fra il 1° e il 2° di questi bacini, il 4 ottobre 1971 si è aperta, con un crollo, una voragine
con diametro di 50 m e profondità di 30 m (Voragine di Fontanelle), senza che in precedenza fosse
mai stata notata una dolina.
LA VALLE LATINA
La Valle Latina separa la catena dei Volsci dalla dorsale dei M. Simbruini-M. Ernici-M.
Cairo. La valle è colmata da sedimenti terrigeni, in parte coperti da depositi continentali lacustri e
da piroclastiti e lave del Vulcano Albano, dei centri eruttivi Ernici e del Vulcano di Roccamonfina.
Sono presenti numerose bancate di travertino, che originano grandi placche nei pressi di Anagni e
Ferentino. Il substrato calcareo mesozoico emerge in alcuni punti della valle formando strutture minori,
la più interessante delle quali è la dorsale di M. Trave.
Il Monte Trave
La “spina” calcarea di M. Trave (326 m), situata lungo il Fiume Sacco, ha una struttura ad
anticlinale asimmetrica vergente a NE. Nei circa 5 km
2
di affioramenti calcarei di piattaforma la sola
cavità carsica nota è la Voragine di Monte Trave, costituita da un unico grande ambiente, con imbocco
ellittico ad asse maggiore di 50-60 m, con pareti verticali o strapiombanti e profondità di 84 m (Fig.
19). Il grande salone, di probabile origine ipogenica, si apre quasi in cima al colle, sul fianco orientale
della piega, dove gli strati sono inclinati di 45-65° verso NNE. Il fondo della voragine è a quota 186 m.
Due piccoli ammassi di travertino si trovano addossati a NW e SE del colle di M. Trave; la loro origine è
da cascata, diversamente dalle estese placche di travertino di deposizione idrotermale che circondano
l’area (ALBERTI ET ALII, 1975).
I travertini di Anagni e di Ferentino
A Nord della dorsale di M. Trave si incontra l’esteso affioramento di travertino di Anagni. La
placca ha uno spessore limitato a pochi metri, però altri depositi travertinosi si rinvengono intercalati
nel potente complesso argilloso-sabbioso di ambiente lacustre del Quaternario (BERGOMI & NAPPI,
1971). Anche se attualmente non sono attive sorgenti termominerali, l’origine di questo deposito
sembra correlata con l’attività vulcanica locale. Non sono riportate in catasto cavità relative a questa
piastra travertinosa.
Nella zona di Ferentino, circa 5 km a ENE di M. Trave, a quota di circa 230 m, sgorgano
numerose sorgenti di acqua bicarbonato-sulfurea fredda, con abbondanti venute gassose; nella zona
si avverte sempre la presenza delle emanazioni sulfuree. La mineralizzazione delle acque è da mettersi
in relazione con la venuta a giorno di fluidi mineralizzanti risalenti lungo le fratture che interessano
il basamento calcareo, alle quali è legato anche il vulcanismo quaternario dei M. Ernici (CAMPONESCHI &
NOLASCO, 1978-86). Questi fluidi hanno depositato il carbonato di calcio che costituisce l’estesa placca
di Ferentino, potente, però, al massimo solo pochi metri. Nessuna cavità carsica catastabile è nota in
queste bancate.
Figura 83 - Carta geologica dell’area di Roiate e Affile, con la localizzazione delle grotte del Pertuso di Roiate e
dell’Arco e i rispettivi spartiacque dei bacini idrografici.
Figura 84 - Pianta, profilo rettificato e sezioni trasversali del Pertuso di Roiate, con la traccia degli elementi strutturali
osservati in grotta.
74
IL MONTE CAIRO
IL MASSICCIO CALCAREO DI MONTE CAIRO
Il massiccio isolato di M. Cairo (1669 m), nel cuore della Ciociaria, è costituito da una
sequenza calcarea tipica della piattaforma carbonatica interna depositatasi nel Mesozoico (litofacies 63
e 55) (Fig. 86). La sedimentazione calcarea è interrotta da una lacuna di notevole ampiezza (Albiano
sup.–Cenomaniano inf.), come evidenzia la presenza di un livello di bauxite terrosa, discontinuo e di
spessore modesto (in genere meno di 1 m).
Sul margine orientale della struttura, il lineamento tettonico Atina-S. Elia Fiumerapido mette
in contatto il massiccio del Cairo con i Monti di Venafro. Nella valle impostata lungo il lineamento i
calcari di mare poco profondo del Cretacico sup. di M. Cairo entrano in contatto con il Gruppo di M.
Cifalco, costituito da una successione carbonatica sensibilmente diversa, di mare più profondo, tipica
del margine della piattaforma carbonatica (litofacies 51c).
Sul versante SW una faglia separa M. Cairo dalla Valle Latina, mentre a Nord del massiccio
si trova l’esteso deposito dei “conglomerati di Santopadre” che forma una dolce morfologia collinare,
dalla quale emergono numerosi rilievi costituiti da calcari del Cretacico sup. e del Miocene.
Nell’insieme, i carbonati meso-cenozoici rappresentano una superficie estesa 192 km
2
, il
95% della quale costituita dalle litofacies di acque basse del Mesozoico. Il carsismo ipogeo nei calcari
è poco sviluppato, con 20 grotte, quasi tutte nelle litofacies 55 e 63, per un totale di quasi 800 m di
condotti sotterranei.
Tra le cavità conosciute, 3 (piccole e ad andamento orizzontale) si aprono nella Valle
del Melfa, mentre altre 14 grotte, sempre di modeste dimensioni, sono distribuite all’interno del
massiccio montuoso. Fra queste la più profonda è il Pozzo Valentina (-51 m), che si affaccia nella valle
Atina–Belmonte Castello. Si tratta di un fuso con sezione quasi circolare, impostato su alcune fratture
parallele, sviluppato nei calcari del Cretacico sup. Nel settore meridionale di M. Cairo, nei pressi del
paese di Villa Santa Lucia, si apre la Grotta La Fossa (-32, sviluppo 65 m), una grande “dolina” di
crollo imbutiforme seguita da un basso e largo ambiente.
Al margine NW del massiccio carbonatico del Cairo e fino al F. Liri affiorano alcune alture
calcaree, che emergono dal vasto deposito di conglomerati plio-pleistocenici. Solo tre grotte sono
note su questi colli, la più importante delle quali, la Fossa del Monte (-86 m), è scavata nei calcari del
Cretacico sup. di Colle le Cese, presso Fontana Liri. Questa cavità è costituita da una grande galleria
discendente che immette in una vasta sala con pianta ampia 40x60 m; il pendio detritico termina
con un pavimento fangoso pianeggiante situato a quota 244 m; la volta è una cupola alta oltre 30 m
(Fig. 19). Ai piedi della collina, cioè a circa 700 m di distanza dalla cavità in sinistra del Rio Arimucci,
affluente del F. Liri, sgorga saltuariamente la sorgente Acqua Solforica (q. 142 m), con acque solfureo-
bicarbonate fredde, opalescenti, con abbondanti venute gassose localizzate, che producono un acuto
odore di H
2
S. Altre polle di acque sulfuree si trovano nelle vicinanze (CAMPONESCHI & NOLASCO, 1978-86).
L’origine della cavità potrebbe essere dovuta alla risalita dei fluidi sulfurei (vedi riquadro “i grandi
ambienti carsici sotterranei”).
I DEPOSITI DI TRAVERTINO
Nella media valle del Liri, intorno a Isola del Liri e Fontana Liri Inferiore, si stende una
piastra di travertini lunga una decina di km e larga circa 4 km, con spessore generalmente compreso
fra alcune decine di metri e 120 m. Le bancate sono state deposte in una depressione interessata
da faglie distensive nel Pleistocene medio (fra 360 mila e 80-90 mila anni fa, ultimo interglaciale),
probabilmente con l’alternarsi di fasi di deposizione in ambienti fluvio-lacustri-palustri e di cascata,
anche se non si può escludere che parte del processo di deposizione sia stato determinato dalla
risalita di fluidi endogeni. Successivamente la placca è stata incisa e smembrata per erosione dal
F. Liri (CARRARA, 1991). Attualmente il carsismo ipogeo in questi travertini è del tutto sconosciuto,
probabilmente per carenza di ricerche speleologiche.
Un altro esteso deposito di travertini si trova presso Casalvieri, sul bordo settentrionale del
massiccio calcareo di M. Cairo, lungo la sponda destra del Fiume Melfa. La deposizione della bancata,
che localmente supera i 10 m di spessore, potrebbe essere dovuta alla risalita di fluidi attraverso
fratture nel basamento calcareo (ANGELUCCI, 1970). Non sono riportate cavità carsiche nel catasto
regionale, tuttavia è segnalato un carsismo “anche di un certo rilievo” come testimonierebbe la Grotta
dell’Acqua, a SE del paese di Roselli (MANFRA ET ALII, 1976).
Una terza estesa piastra travertinosa, sulla quale sorge il paese di Aquino, si rinviene
nella Valle Latina a SW di M. Cairo. Il deposito, che probabilmente poggia su limi lacustri, ha modesto
spessore, in genere di alcuni metri e comunque sempre inferiore a 18 m. Anche l’origine di questi
travertini sarebbe legata al vulcanismo (DEVOTO, 1965; MANFRA ET ALII, 1976). Non sono noti fenomeni
carsici ipogei.
Figura 86 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nel Monte Cairo e nell’area dei Monti di Venafro compresa nel territorio della regione Lazio.
Figura 87 - Sistema carsico Buco Marcello-Risorgenza di Zompa lo Zoppo, nei conglomerati di Santopadre. In basso:
pianta delle grotte riportata sulla Carta Tecnica della regione. In alto a sinistra: forra vadosa, alta 3-4 m, nel ramo “a
monte” nel Buco Marcello. In alto a destra: condotta freatica all’uscita della Risorgenza di Zompa lo Zoppo (foto G.
Mecchia). In entrambe le immagini sono evidenti ciottoli di varia litologia sporgenti dalle pareti.
Figura 88 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nel Monte Maio (Monti Aurunci Orientali).
75
LE GROTTE NELLE PUDDINGHE DI SANTOPADRE
Nell’area fra Arpino e Santopadre, a Est del F. Liri, affiora su una estensione di circa 100
km
2
il complesso conglomeratico delle puddinghe di Santopadre. Il deposito è di origine continentale,
formato prevalentemente da ciottoli arrotondati di calcari del Cretacico e del Miocene, ma anche di
calcari marnosi, arenarie fortemente cementate e marne nerastre. I livelli in cui prevale la componente
marnoso-calcarea si presentano fortemente cementati e stratificati; sono frequenti le eteropie con lenti
sabbiose e argillose e le intercalazioni di limi sottilmente stratificati di ambiente lacustre. Lo spessore
del complesso è variabile da pochi metri fino a valori massimi probabilmente di circa 100 m (ANGELUCCI,
1970).
Nei conglomerati l’aspro paesaggio dei rilievi calcarei viene attenuato per assumere una
morfologia collinare, anche se a quote abbastanza elevate (fino a quasi 800 m). Le numerose doline in
località Faete sembrano ereditate dal carsismo dei sottostanti calcari (ACCORDI ET ALII, 1967). Il carsismo
sotterraneo attualmente conosciuto è costituito da 5 grotte, alcune delle quali di notevole interesse,
per uno sviluppo complessivo di oltre 1300 m di condotti.
La cavità più estesa è il Buco Marcello (-56, sviluppo 690 m), costituito da una galleria
iniziale a forra, le cui pareti, frequentemente coperte di fango, sono costituite da ciottoli cementati (Fig.
87). Alcuni piani di stratificazione dei conglomerati, leggermente inclinati verso Nord, sono ben visibili
e a tratti costituiscono il soffitto della grotta. Dopo circa 200 m il condotto si immette nel mezzo di una
galleria attiva a forra, ortogonale alla prima, che può essere percorsa sia verso monte che verso valle
per più di 400 m complessivi.
A 600 m di distanza dall’ingresso di Buco Marcello è stata recentemente forzata una
risorgenza, Zompa Lo Zoppo (+9, sviluppo 470 m), attualmente in esplorazione. Le acque di questa
sorgente perenne hanno inciso un fosso che dopo un percorso di circa 1 km si getta nel Fosso
Porretta, a sua volta affluente del F. Melfa. La condotta iniziale, in leggera discesa e completamente
allagata (resa accessibile per svuotamento con pompe), è scavata in un conglomerato calcareo
molto compatto; il “tubo” ha sezioni con larghezze comprese fra 1 e 3 m (Fig. 87), le pareti sono
cesellate da scallops mentre il pavimento è una serie continua di vasche profonde anche più di mezzo
metro, riempite da sedimenti fangosi. Nelle pareti del grande salone tra il 1° e il 2° sifone si nota la
successione dei depositi: al di sopra del conglomerato su cui si sviluppa tutto il ramo attivo vi è una
alternanza di strati di arenaria (ognuno dello spessore di circa 1 m) e di conglomerati (spessori di
circa 30 cm).
L’ipotesi che le acque di Buco Marcello emergano dalla Risorgenza di Zompa Lo Zoppo è
suggestiva, considerando che i sifoni estremi delle due grotte distano 280 m e il dislivello è di 37 m.
I conglomerati di quest’area non sono saturi, e le acque di infiltrazione generalmente proseguono il
loro cammino verso il basso nei sottostanti calcari (la falda profonda è localizzata a quote di circa
150 m). Oltre alla Risorgenza di Zompa Lo Zoppo, nei conglomerati sono note altre piccole sorgenti,
probabilmente alimentate sempre da condotti carsici, come riscontrato anche nella risorgenza
temporanea della Grotta delle Fate (+4/-2, sviluppo 82 m).
IL MONTE MAIO
A Est della Valle dell’Ausente si eleva il gruppo montuoso carbonatico di M. Maio (o M.
Aurunci orientali), sovrascorso verso NE sui depositi terrigeni del Miocene (Fig. 88). I M. Aurunci
orientali sono suddivisi da faglie nelle tre strutture minori di Coreno Ausonio (a Ovest, 51 km
2
), di
Vallemaio (a NE, 8 km
2
) e di Castelforte (a SE, 34 km
2
), tutte con assetto a monoclinale immergente a
SW e con deboli deformazioni interne (ROMANO & URGERA, 1995).
In affioramento si rinvengono prevalentemente depositi calcareo-dolomitici di acque poco
profonde del Giurassico e del Cretacico (litofacies 63 e 55), nei quali, però, non sono note cavità
carsiche sotterranee. Sui fianchi occidentali dei tre elementi strutturali, a quote sempre modeste,
affiorano in trasgressione i depositi paleogenici, coperti a loro volta in trasgressione dai Calcari a
Briozoi e Litotamni del Miocene (spessore fino a 150 m). I calcari del Paleogene, nei quali non sono
conosciute grotte, hanno spessori massimi di soli 30 m.
Nei calcari miocenici della dorsale di Coreno Ausonio, lunga 15 km sull’asse NNW-SSE, e
larga fino a 5 km, con massima elevazione nel M. Maio (940 m), si aprono tutte le 9 grotte conosciute
nei M. Aurunci orientali. La lunghezza complessiva dei condotti è di circa 500 m, con uno sviluppo
medio di 22 m di condotti per km
2
di affioramento. La più importante di queste cavità è il Labirinto di
San Lorenzo (+9/-12, sviluppo 150 m) che si apre a q. 30 m sul margine meridionale della dorsale. Si
tratta di una grotta riccamente concrezionata, sub-orizzontale, costituita da più diramazioni.
All’estremità SE del bordo della dorsale di Castelforte è famosa la Mofeta di Suio, una
piccola sorgente gorgogliante a temperatura ordinaria a cui sono legate delle emanazioni di H
2
S, tipica
manifestazione post-vulcanica del Vulcano di Roccamonfina.
I MONTI DI VENAFRO
La struttura dei M. di Venafro, posta a cavallo fra le regioni Lazio e Molise, si eleva fino alla
quota di 1395 m del M. Monna Casale. All’interno dei confini della nostra regione i depositi calcarei e
dolomitici coprono una estensione areale di circa 180 km
2
(Fig. 86).
La base della successione in affioramento è costituita dalle dolomie di piattaforma del Lias
inf. (litofacies 67d), che occupano quasi metà della superficie. Al di sopra, la successione stratigrafica
è caratterizzata da calcari saccaroidi e calcari cristallini (litofacies 51) del Cretacico sup., riferibili ad un
ambiente di transizione dalla piattaforma carbonatica laziale-abruzzese al bacino pelagico molisano
(SCROCCA ET ALII, 1995). La mancanza di depositi dal Lias a tutto il Cretacico inf. è stata attribuita alla
presenza di zone di alto strutturale persistenti emergenti (IETTO, 1969).
Verso Nord, tra Villa Latina e Colli al Volturno, l’unità carbonatica dei M. di Venafro è
sovrascorsa sui flysch miocenici che rappresentano la parte sovrastante la successione carbonatica
delle Mainarde. Questo sovrascorrimento, caratterizzato da una forte componente di movimento
trascorrente, sembra correlabile con quello che borda i M. Ernici, di cui potrebbe essere la
prosecuzione (SCROCCA ET ALII, 1995). Anche i M. di Venafro, quindi, sarebbero stati inglobati nell’edificio
appenninico nel corso dell’evento tettonico del Messiniano inf. (6,4-6,8 milioni di anni fa) (CIPOLLARI ET
ALII, 1995).
Attualmente non risulta accatastata alcuna grotta nel settore laziale di questo massiccio,
senz’altro poco battuto dagli speleologi. All’esterno della nostra area di studio, nel settore molisano,
sono catastate 7 piccole grotte.
La catena Velino-Nuria-Giano, i Monti Carseolani, il Monte Val di Varri, la
Marsica occidentale e il massiccio della Meta–Mainarde
Nel Mesozoico, l’area che successivamente avrebbe prodotto le montagne oggetto di questo
paragrafo era parte del settore più orientale dell’originaria piattaforma carbonatica, dove gli ambienti
di deposizione di acque basse si avvicinavano al bordo della struttura fino a superarne il margine.
La distribuzione delle litofacies, quindi, è più complessa di quella descritta precedentemente per le
strutture dei Volsci e dei M. Simbruini-Ernici, e presenta importanti variazioni anche all’interno delle
singole strutture.
Durante l’evento tettonico Messiniano “lago-mare”–Pliocene inf. (5-5,4 milioni di anni fa)
quest’area, situata prevalentemente in territorio abruzzese, è stata inglobata nella catena appenninica
andando a costituire le catene di M. Giano-M. Nuria-M. Velino, dei M. Carseolani e del Salto, della
Marsica, della Meta-Mainarde e di altri gruppi montuosi esterni alla nostra area di studio (CIPOLLARI ET
ALII, 1995).
LE CATENA MONTE GIANO–MONTE NURIA–MONTE VELINO
Questa catena è delimitata a NW dalla valle del F. Velino, a NE dall’alta valle dell’Aterno fino a
L’Aquila, a Est dall’Altopiano delle Rocche fino a Celano e a SW dalla Valle del Salto.
Il nucleo di questa struttura, e in particolare della parte centrale e meridionale, è costituito
da facies carbonatiche di piattaforma poco diverse da quelle delle altre strutture laziali-abruzzesi
precedentemente descritte. Ciò nonostante, non mancano significative variazioni di facies che
preannunciano a vari livelli l’avvicinarsi dei bacini pelagici (Fig. 89). La struttura è costituita da 4
grandi unità principali, orientate NW-SE: M. Giano-M. Gabbia, M. Nuria, M. Velino-M. S. Rocco, Monti
d’Ocre (quest’ultima unità abruzzese è però al di fuori dell’area di studio).
MONTE GIANO–MONTE GABBIA
Questo tratto di catena è lungo una quindicina di km sull’asse NW-SE e largo fino a 10 km; le
cime più alte sono il M. Calvo (1901 m) e il M. Giano (1826 m). Il gruppo montuoso è posto nella zona
d’incontro tra l’area umbro-marchigiana (Unità dei M. Sibillini) e quella laziale-abruzzese (M. Giano-
M. Gabbia e Gran Sasso). Le unità umbro-sabine, a Ovest, sono tettonicamente sovrapposte lungo la
linea Olèvano-Antrodoco all’unità M. Gabbia-M. Giano, che a sua volta si sovrappone verso NE, lungo
la linea di accavallamento M. Gabbia-M. Cagno, sui termini di transizione-bacino del Gran Sasso (BIGI ET
ALII, 1991; CAPOTORTI ET ALII, 1995).
La successione carbonatica è rappresentata da dolomie del Triassico sup. di laguna
evaporitica (litofacies 69), su cui poggiano le formazioni carbonatiche mesozoico-paleogeniche
della piattaforma laziale-abruzzese. Verso Ovest e verso Nord si osserva il passaggio dai termini di
piattaforma carbonatica a quelli di transizione al bacino.
Il carsismo sotterraneo è pochissimo sviluppato. Sui 145 km
2
di affioramenti carbonatici
sono note solo 3 grotte, delle quali due in territorio abruzzese nei calcari del Cretacico sup. (litofacies
54), e la più interessante, la Grotta Oscura (+27, sviluppo 70 m), nei calcari liassici della litofacies 67d
che affiorano sulla destra idrografica del F. Velino.
MONTE NURIA
Il gruppo montuoso che culmina nel M. Nuria (1992 m) ha una lunghezza massima di 27
km lungo l’asse NW-SE e larghezza fino a circa 11 km. Il massiccio è caratterizzato da numerosi piani
carsici di alta quota, fra cui quelli molto vasti di Rascino, che racchiude un lago perenne, e di Cornino,
punteggiato da numerose doline e con un laghetto temporaneo.
La successione carbonatica del M. Nuria si è deposta in un settore più interno della piattaforma
laziale-abruzzese rispetto a quella di M. Giano-M. Gabbia, dalla quale differisce anche per la comparsa
di livelli bauxitici del Cenomaniano sup.-Turoniano. Sul bordo occidentale, in corrispondenza del paese
di Staffoli, affiorano i termini più antichi, le dolomie del Lias inf. e i calcari a Palaeodasycladus. Tuttavia,
la quasi totalità dei 188 km
2
di affioramenti carbonatici mesozoici è costituita dalle litofacies 63 e
55 del Dogger-Cretacico. Il carsismo sotterraneo è quasi sconosciuto, con 7 grotte sub-orizzontali
riportate in catasto, nessuna delle quali raggiunge i 30 m di lunghezza.
Da segnalare, però, la presenza nell’angolo NW del massiccio della più importante sorgente
del Lazio, il Peschiera, che eroga una portata media di circa 17 m
3
/s. Nel corso dello scavo dei
condotti per la realizzazione della captazione delle acque è stata intercettata, nei calcari del Cretacico
sup., una caverna sotterranea (non riportata in catasto) del diametro di una quindicina di metri, quasi
interamente sommersa. Come si è detto nella prima parte di questo capitolo, la valle del Fiume Velino
nel corso del Quaternario è stata colmata da decine di metri di depositi, che probabilmente hanno
seppellito e annegato gli antichi condotti di risorgenza.
MONTE VELINO–MONTE SAN ROCCO
Questa struttura, lunga 32 km in direzione NW-SE e larga fino a 13 km, comprende diversi
gruppi montuosi, con più cime che svettano a oltre 2000 m di quota, dominate dal M. Velino (2487
m). La piramide del Velino, nuda di vegetazione e dall’aspetto desolato, si erge dalla piana del Fucino
con un dislivello di 1800 m. Nella parte orientale del massiccio, fra il M. Orsello (2046 m) a Nord e il
M. della Magnola (2223 m) a Sud, si trovano le grandi depressioni chiuse di Campo Felice e del Piano
di Pezza, in parte colmate da depositi glaciali, in parte rivestite da terre rosse.
Le rocce che costituiscono gran parte di queste montagne (quasi il 90% dei 258 km
2
di
sedimenti carbonatici in affioramento), sono quelle tipiche della piattaforma subsidente del Giurassico-
Paleocene (litofacies 63 e 55). Però, contrariamente a quanto si riscontra nelle altre dorsali costituite
da calcari della piattaforma interna, il carsismo sotterraneo sembra essere quasi assente, infatti solo
due piccole grotte si aprono nei depositi mesozoici di acque basse, entrambe nel territorio laziale
sulle pendici di M. Murolungo. La successione calcarea del Mesozoico di quest’area si differenzia da
quella delle strutture dei Volsci e dei M. Simbruini-Ernici per la presenza di due orizzonti bauxitici del
Cenomaniano, che indicano l’emersione dei depositi a scala regionale e l’attivazione di processi tipici
degli ambienti continentali (BOSI & MANFREDINI, 1967). Comunque, non sono note cavità carsiche ipogee
connesse con gli orizzonti bauxitici di questa struttura.
In alcune località sono presenti i calcari del Miocene, deposti in trasgressione sopra i calcari
mesozoici. Questi depositi hanno spessore generalmente modesto (alcune decine di metri) e affiorano
solo sul 10% della superficie, anche se originariamente dovevano probabilmente coprire interamente
i calcari mesozoici. Non sono note grotte in questa formazione.
Nel settore più settentrionale della struttura comincia progressivamente ad aumentare
la presenza di sedimenti clastici nelle rocce calcaree mesozoiche, indicativa del passaggio dalla
sedimentazione di piattaforma laziale-abruzzese a quella di mare aperto del bacino umbro-
marchigiano. Nei Monti d’Ocre, a NE del M. Orsello, è stata riconosciuta una zona di soglia (affioramento
di calcari detritici della litofacies 54) attiva a partire dal Cretacico inf. e per tutto il Cretacico sup. (BOSI
& MANFREDINI, 1967). Anche il bordo settentrionale della struttura, a Nord di M. S. Rocco (Tornimparte),
è situato nella zona di transizione al bacino (schema dei rapporti stratigrafici, Fig. 89). Quest’area è
stata soggetta a oscillazioni del livello del mare che hanno determinato la sovrapposizione ciclica di
depositi calcarei di piattaforma con depositi anche argillosi di mare più aperto (BIGI ET ALII, 1995).
Nell’area di M. S. Rocco, la transizione al bacino è indicata anche dall’intercalazione di livelli
argillosi all’interno della pila calcarea, situazione che crea presupposti particolarmente favorevoli per
lo sviluppo di condotti ipogei, come conferma la presenza sul versante abruzzese del M. S. Rocco
di numerose piccole sorgenti, le cui acque provengono inevitabilmente da condotti carsici. Tre di
queste sorgenti sono state forzate e hanno permesso l’esplorazione di lunghe gallerie sotterranee
periodicamente percorse dall’acqua: la Grotta di Vaccamorta, la Risorgenza di Fonte la Rocca e la
Risorgenza Cul di Vacca. In figura 89 i depositi di transizione sono accorpati con quelli di piattaforma
interna, mancando nella cartografia geologica una chiara suddivisione estesa a tutta l’area del
massiccio.
La Grotta di Vaccamorta (+89, sviluppo 1090 m) è un bell’esempio di condotto di origine
vadosa impostato prevalentemente sulla stratificazione (Fig. 90) e ancora attivo. Attualmente il
torrente scorre ovunque a pelo libero e la forma dei condotti è quasi sempre quella di un canyon
76
Figura 89 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei massicci di M. Giano-M. Gabbia, M. Nuria, M. Velino-M. Orsello-M. San Rocco e nella dorsale di M. Val di Varri-M. Faito.
Figura 90 - Un tratto fra i più angusti della Grotta di Vaccamorta (foto M. Mecchia). Si nota il giunto di strato sul quale
si è originato il condotto, il soffitto leggermente arcuato, la forra di approfondimento vadoso ancora poco incisa (circa
1,5 m), gli scallops sulle pareti.
Figura 92 - Risorgenza di Fonte la Rocca. In alto: pianta e sezioni trasversali con le rispettive posizioni altimetriche.
In basso: due immagini della condotta freatica, con sezioni trasversali allungate sul giunto di strato; l’approfondimento
vadoso è limitato a pochi centimetri (foto S. Bevilacqua).
77
(sezioni trasversali di Fig. 91), anche se a tratti sono evidenti sul soffitto morfologie da scorrimento a
pieno carico. Tutta la grotta appare originata in un ristretto gruppo di strati con spessore complessivo
di circa 15 m, inclinati mediamente 10-15° (Fig. 91). Presso l’imbocco e sulle pareti interne si
osservano alcuni livelli argillosi, di pochi centimetri di spessore, che hanno probabilmente avuto un
ruolo importante nella genesi del condotto. Le fratture che interessano l’ammasso roccioso e che si
osservano in grotta, hanno certamente avuto un ruolo nella definizione del tracciato della galleria
sotterranea, tuttavia sembra che la loro importanza sia minore rispetto a quella della stratificazione.
L’acqua che scorre nel torrente ipogeo è quella delle piogge che si infiltrano in un’area di piccole
dimensioni estesa fino alla zona di assorbimento di doline Le Cese, distante 2 km dall’emergenza.
L’acqua di infiltrazione scende attraverso fratture fino ad incontrare gli strati carsificati, e da qui
li segue fino alla risorgenza. Non esiste una zona freatica né una falda acquifera, come conferma
l’andamento molto variabile delle portate idriche e la topografia dei condotti, che si sviluppano con
pendenza relativamente forte, complessivamente nel verso della massima pendenza degli strati.
La Risorgenza di Fonte La Rocca (+5/-6, sviluppo 186 m) è costituita da un condotto ad
andamento quasi orizzontale che si snoda con tracciato meandriforme complessivamente parallelo
alla direzione degli strati, inclinati di 8-10°. In corrispondenza di alcune fratture il condotto curva
bruscamente oppure sono presenti camini interessati da stillicidio. Il condotto si è sviluppato in
un interstrato (o forse in alcuni interstrati ravvicinati) prevalentemente durante fasi di completo
allagamento, nel corso delle quali le acque in pressione hanno prodotto sezioni trasversali lenticolari
allungate sulla pendenza dello strato (Fig. 92). In alcuni segmenti del condotto si osservano indizi di
modesto scorrimento vadoso, costituiti da solchi profondi al massimo 1-2 m.
La Risorgenza di Cul di Vacca (+67, sviluppo 460 m), di recentissima esplorazione, ha un
andamento vadoso simile a quello della Grotta di Vaccamorta, e probabilmente si sviluppa anch’essa
in interstrati riferibili al segmento di sequenza stratigrafica che comprende gli orizzonti argillosi sopra
menzionati.
I MONTI CARSEOLANI
I Monti Carseolani formano una dorsale calcarea larga fino a 3 km e lunga circa 35 km da
Ricetto (NW) a Capistrello (SE), situata quasi interamente in territorio abruzzese. L’attuale area di
affioramento dei carbonati meso-cenozoici, messa a nudo dall’asportazione della copertura di depositi
terrigeni, ha una estensione di circa 70 km
2
. La struttura carseolana è suddivisa in 5 unità tettoniche:
M. Piano, Tufo Basso-Pietrasecca, Roccacerro-Guardia d’Orlando, M. Valminiera-Tagliacozzo e M.
Girifalco-M. Arunzo (COMPAGNONI ET ALII, 1991).
Le strutture carseolane sono tipicamente anticlinali asimmetriche sovrascorse verso Est o
NE (Fig. 93); nel settore centrale (ma forse in tutta la dorsale) il bordo NE è tagliato da una zona di
faglia trascorrente destra (MONTONE & SALVINI, 1993). A NE e a SW la dorsale calcarea è delimitata da
valli incise nei depositi argilloso-arenacei del Miocene, nelle quali scorrono corsi d’acqua temporanei.
I torrenti che raggiungono l’unità solubile calcarea scompaiono quasi sempre in grandiosi inghiottitoi,
fenomenologie carsiche distintive di questa dorsale.
La successione carbonatica di piattaforma interna visibile in affioramento si è depositata
quasi esclusivamente nel Cretacico sup. e nel Miocene. L’area di affioramento dei calcari del Cretacico
inf. è molto ridotta e nessuna grotta è nota al loro interno. I calcari del Cretacico sup. interessano una
superficie di affioramento di circa 14 km
2
; in essi si aprono 3 grotte e lo sviluppo medio dei condotti
sotterranei è di 167 m/km
2
. E’ però necessario ricordare che in alcune importanti grotte i condotti si
aprono all’esterno nei calcari miocenici e raggiungono i carbonati mesozoici solo in profondità, anche
se questi non sono presenti in affioramento. All’estremità settentrionale della struttura compaiono i
calcari di soglia (litofacies 54), nei quali si trovano due piccole grotte.
La maggiore estensione in affioramento riguarda i calcari miocenici, che occupano i 3/4 della
dorsale carbonatica; lo sviluppo di condotti carsici in questa formazione risulta “elevato” (107 m/km
2

di affioramento).
Sulle differenze di carsificabilità fra i calcari del Cretacico sup. e quelli miocenici si sono
espressi diversi autori. SEGRE (1948a) segnala la diversità di fratturazione: nei calcari cretacici è più
regolare, con fratture anche beanti, mentre nei calcari miocenici predomina il caratteristico sistema di
fratturazione romboedrica, con una rete di fessure molto fitta che determina la facile frammentazione
della roccia. Secondo PASQUINI (1963a; 1963b), il nucleo cretacico sarebbe stato protetto dall’attacco
delle acque soprattutto dalle placche arenacee (che nel recente passato coprivano la dorsale dei
M. Carseolani) ma anche dai calcari miocenici, come dimostrerebbe la mancanza sulla superficie
topografica di importanti pozzi carsici (tanto frequenti in altri massicci laziali ed abruzzesi).
Nell’area di Pietrasecca, dove i calcari del Cretacico sup. sono particolarmente compatti
e puri, il passaggio ai sovrastanti Calcari a Briozoi del Miocene avviene tramite un livello calcareo
miocenico di transizione, ben identificabile per la sua minore resistenza al degrado, non molto puro
e con abbondante dolomite. I Calcari a Briozoi del Miocene sono abbastanza puri ma con percentuali
non trascurabili di MgO, riferibili a calcite debolmente magnesiaca (DERIU & NEGRETTI, 1961; BERTOLANI ET
ALII, 1994). Le diverse caratteristiche dei calcari sarebbero la causa dello “stacco” morfologico delle
pareti e delle volte delle gallerie, al contatto Miocene-Cretacico, nelle grotte di Pietrasecca e Luppa
(PASQUINI, 1963b). Nell’Ovito di Pietrasecca la brusca variazione morfologica in corrispondenza del
contatto risulta in un salto di 8 m e nell’improvviso allargarsi della galleria dopo tale salto (ANGELUCCI ET
ALII, 1959) (Fig. 94).
MONTE PIANO
L’unità tettonica più settentrionale dei M. Carseolani è il M. Piano (1128 m), circondato su
tutti i lati dai depositi terrigeni del Miocene (Fig. 93).
Alcuni modesti corsi d’acqua allogenici raggiungono il rilievo calcareo dopo aver raccolto le
acque dei bacini impermeabili situati a NE. Il principale di questi, il Rio di Fosso Ricetto, taglia da parte
a parte il settore settentrionale di M. Piano, attraversando la dorsale carsica con una forra; mentre
nel periodo piovoso invernale l’acqua riesce a percorrere l’intero tracciato della forra (evidenziando la
locale insufficiente capacità di assorbimento dei carbonati), durante l’estate il torrente perde tutta la
scarsa portata poche centinaia di metri a valle dell’ingresso nei calcari (BONO & CAPELLI, 1994).
Il carsismo sotterraneo è rappresentato da 7 grotte catastate, tutte di piccole dimensioni,
due scavate nei calcari di soglia del Cretacico (litofacies 54), le altre nei calcari del Miocene. Di recente
sono stati esplorati altri 4 pozzi, profondi pochi metri, ancora da iscrivere nel catasto (MONTRONE,
1997).
Sul versante NE del rilievo si addossano alla struttura calcarea due piccoli bacini chiusi
che convogliano le acque rispettivamente nell’Inghiottitoio Pisciarello (o Pratato 1, non praticabile) e
nell’Inghiottitoio Puzzille (o Pratato 2, profondo 5 m), entrambi localizzati lungo la linea di contatto
arenarie-calcari; nei pressi del primo si trova un inghiottitoio fossile chiamato Buco della Speranza,
percorribile per una decina di metri. Sembra probabile che le acque periodicamente assorbite da questi
inghiottitoi tornino alla luce dalla parte opposta (SW) del rilievo lungo il Fosso il Rio, emergendo dalla
Grotta di Pozzo Grande e da una piccola sorgente (BONO & CAPELLI, 1994). La Grotta di Pozzo Grande,
nei calcari del Cretacico, è stata esplorata per uno sviluppo planimetrico di una cinquantina di metri fino
ad un sifone (-21/-25 m) nel quale uno speleosub si è immerso percorrendo 28 m fino alla profondità
di 37 m; l’acqua, però, non esce dall’imbocco della grotta, ma dalla sorgente omonima (un condotto
ostruito da massi) situata 5 m sotto l’ingresso della cavità (MONTRONE, 1997).
L’UNITÀ PIETRASECCA-TUFO BASSO
A Sud della dorsale di M. Piano si trova l’unità tettonica Pietrasecca-Tufo Basso, costituita da
un’anticlinale bordata a SW da una faglia trascorrente (Fig. 93).
Uno schema dell’evoluzione di questa catena nel Pliocene-Pleistocene è già stato presentato
nella prima parte di questo capitolo, descrivendo l’attivazione e l’ampliamento dei condotti sotterranei
che hanno portato alla completa cattura dei torrenti di superficie negli inghiottitoi e alla fossilizzazione
dei tronchi fluviali a valle. Nella topografia tipica dei M. Carseolani, esiste una sensibile differenza di
quota (decine di metri) fra i punti di ingresso delle acque nel sottosuolo e le zone di uscita. In queste
condizioni le grotte, o almeno i tratti situati nelle aree di ingresso, si sono sviluppate nella zona
vadosa con canyon sotterranei in rapido approfondimento; il condotto originario di un inghiottitoio va
generalmente individuato in corrispondenza di quella che oggi è la volta della galleria.
All’estremità settentrionale di questa unità tettonica, in corrispondenza del paese di Tufo
Basso, è noto un breve sistema ipogeo che taglia la dorsale in un punto particolarmente stretto
(400 m), interamente scavato nei calcari miocenici disposti ad anticlinale. Attualmente l’inghiottitoio è
ostruito e disattivato e solo un rivolo d’acqua temporaneo fuoriesce dalla Grotta dell’Acqua Nera (+1,
sviluppo 125 m), situata al piede del versante SW della dorsale. Le acque che si raccolgono nel bacino
Figura 91 - Grotta di Vaccamorta. A sinistra: pianta, con giaciture degli strati. A destra: sezioni proiettate sul piano verticale parallelo all’immersione media degli strati; le sezioni trasversali (figura al centro) individuano il gruppo di strati entro i
quali si sviluppa la grotta; la zona di alimentazione del torrente sotterraneo si spinge fino a 2 km dall’ingresso della risorgenza (figura in basso).
78
scorrono, quindi, in gran parte in superficie, defluendo in una valle che taglia la dorsale.
Più a Sud si trova l’Ovito di Pietrasecca (+14/-40, sviluppo 1370 m, Fig. 95), che si apre
nel calcare miocenico e attraversa il fianco dell’anticlinale fino a inoltrarsi nei calcari del Cretacico sup.
costituenti il nucleo. Questo inghiottitoio attivo drena un bacino di circa 13 km
2
, esteso principalmente
su terreni impermeabili. Analogo andamento ha il paleo-inghiottitoio della Grotta dei Cervi (+6/-113,
sviluppo 1875 m), che si apre all’interno del bacino dell’Ovito di Pietrasecca e che probabilmente
rappresenta l’antico condotto di cattura del torrente, abbandonato dalle acque in seguito allo sviluppo
del vicino inghiottitoio. Dalla parte opposta della rupe di Pietrasecca (massima elevazione di questa
unità calcarea, 972 m), nei calcari del Cretacico sup. si trovano la Risorgenza di Vena Cionca (quasi
orizzontale, sviluppo 130 m), emergenza di “troppo pieno” del sistema Cervi-Pietrasecca (la sorgente
effettiva sgorga dal detrito una cinquantina di metri più in basso), e alcune paleo-risorgenze ostruite
e inaccessibili.
L’UNITÀ ROCCACERRO-MONTE GUARDIA D’ORLANDO
Il settore centrale dei M. Carseolani è rappresentato dall’unità tettonica Roccacerro-M.
Guardia d’Orlando (1333 m) (Fig. 93), separata dalla rupe di Pietrasecca da una faglia perpendicolare
all’asse della dorsale. Si tratta di una struttura antiforme complessa, costituita da scaglie tettoniche
sviluppate in più fasi e accavallate verso Est lungo piani di sovrascorrimento costituiti da terreni
marnosi a bassa permeabilità, che isolano le singole scaglie (MONTONE & SALVINI, 1993; PAROTTO & SIRNA,
1993).
In questa unità si apre un altro grandioso inghiottitoio, la Grotta di Luppa (-170, sviluppo 2020
m, Fig. 95), che drena un bacino chiuso di 8,4 km
2
per quasi la metà costituito da terreni impermeabili.
La grotta ha un andamento analogo a quello dell’Ovito di Pietrasecca, inoltrandosi nei calcari miocenici
fino a raggiungere il nucleo dell’anticlinale costituito dai calcari del Cretacico. Sul versante opposto
(occidentale) si trova la Grotta del Secchio (+10/-3, sviluppo 254 m), paleo-risorgenza interamente
scavata nei calcari miocenici. Non sono catastate altre cavità carsiche nell’intera unità.
A Sud del bacino di Luppa si trova un altro campo chiuso (bacino di Vena Tagliata o delle
Fosse), con numerosi punti di assorbimento (doline), ma privo di inghiottitoi transitabili. SEGRE (1948a)
riporta l’esistenza di una sorgente intercettata durante lo scavo della galleria della linea ferroviaria
Roma-Avezzano, captata dall’acquedotto di Tagliacozzo e Carsoli, la cui acqua dovrebbe corrispondere
a quella drenata dal campo chiuso.
RIQUADRO 11 – “GLI INGHIOTTITOI ALLOGENICI”
Il fattore più importante nello sviluppo delle grotte alimentate da corsi d’acqua allogenici
è dato dalla portata idrica, con le sue variazioni nel tempo, molto grandi in confronto a quanto si
riscontra negli altri tipi di infiltrazione (ricarica attraverso numerosi punti di assorbimento localizzato,
ricarica diffusa, ricarica ipogenica).
Come tipicamente si riscontra nelle grotte che si formano per l’inghiottimento di torrenti
di superficie che raccolgono le acque di bacini relativamente vasti costituiti da terreni impermeabili,
le grotte dei M. Carseolani generalmente consistono di un unico condotto principale, senza affluenti
importanti (Fig. 95). Tuttavia, l’entità della meandrificazione dei condotti (rapporto fra la distanza
percorsa dall’acqua e la distanza in linea retta fra il punto di ingresso dell’acqua e quello di uscita – o
del sifone “terminale”) degli inghiottitoi allogenici dell’area laziale-abruzzese non risulta diversa da
quella dei corsi d’acqua che si formano per la confluenza di numerosi afflussi di piccola portata:
Rapporto “sviluppo planimetrico / distanza in linea d’aria”
Inghiottitoi allogenici:
Grotta di Pastena- Risorgenza dell’Obbuco: 1,42
Inghiottitoio di Val di Varri: 1,55
Grotta di Luppa: 1,30
Ovito di Pietrasecca: 1,27
Grotte alimentate da numerosi punti di assorbimento:
Inghiottitoio di Campo di Caccia (“rio Urubamba”): 1,29
Grotta di M. Fato (dalla sala “dello Gnomo” al fondo): 1,51
Grotta di Fontana Le Mole (fino al pozzo “Ruggente”): 1,19
Per quanto riguarda il profilo longitudinale, nell’Inghiottitoio di Val di Varri si può distinguere
una zona iniziale relativamente verticale, caratterizzata da alcuni salti profondi fino a 12 m, e una zona
interna ad andamento sub-orizzontale (23 m di dislivello su 650 m di sviluppo). Questa non è, però,
una situazione generale. Nella Grotta di Luppa la pendenza della galleria attiva è quasi costante, pur
con alcune interruzioni (“salti”) distribuite su tutto il percorso. L’Ovito di Pietrasecca, invece, inizia con
un tratto quasi orizzontale, seguito dall’approfondimento interno con una serie di piccoli salti, situati
Figura 93 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti Carseolani.
Figura 94 - Nell’Ovito di Pietrasecca, come in altre grotte, al contatto fra i calcari del Miocene e i calcari del Cretacico
si osserva un improvviso “stacco” morfologico, con ampliamento delle gallerie.
Figura 96 - La parete della rupe di Pietrasecca taglia un “tubo” freatico, la paleo-Risorgenza Superiore
di Pietrasecca (foto M. Re), che sembra indicare un “momento” in cui la falda carsica si trovava intorno
a q. 820 m.
79
al contatto fra i calcari miocenici e quelli sottostanti, del Cretacico, situazione che sembra dimostrare il
controllo litologico nell’ampliamento dei condotti (SEGRE, 1948a; ANGELUCCI ET ALII, 1959).
Le principali grotte delle unità tettoniche Roccacerro-Guardia d’Orlando e Pietrsecca-Tufo
Basso, seguono principalmente l’orientamento NE-SW, parallelo alle fratture (antiappenniniche) che
tagliano trasversalmente la dorsale calcarea, e parallelo anche all’immersione degli strati. Solo i tratti
di raccordo sono impostati sui sistemi di diaclasi che accompagnano le faglie appenniniche (NW-SE o
N-S). Ampliamenti (saloni) si originano all’incrocio fra fasci di fratture appenniniche e antiappenniniche.
Secondo molti autori i condotti principali sono interamente definiti dalle fratture (per es., CIRCOLO
SPELEOLOGICO ROMANO, 1963; AGOSTINI & PICCINI, 1994). CUCCHI & ULCIGRAI (1994), però, sottolineano che
nella fase di impostazione del percorso ipogeo la dissipazione di energia delle acque carsiche deve
aver favorito i deflussi lungo le discontinuità definite dalle rette di intersezione fra i piani di frattura a
direzione NE-SW e i piani di strato.
L’analisi della forma delle sezioni trasversali (Fig. 95), a forra su fratture o faglie, testimonia
l’evoluzione vadosa degli inghiottitoi allogenici, anche se rimane difficoltoso esprimersi sulle
condizioni iniziali di sviluppo del condotto originario. Generalmente, l’acqua dei torrenti che vengono
inghiottiti è ampiamente sottosatura in bicarbonato di calcio, soprattutto durante gli eventi piovosi
più intensi, quando la portata può essere elevatissima e le acque vengono rapidamente convogliate
nell’inghiottitoio dopo un breve percorso sui terreni argilloso-arenacei. Le acque di piena attraversano
periodicamente la grotta e sono la causa principale dello sviluppo di gallerie di grandi dimensioni
(Grotta di Pastena, Fig. 66), favorito anche dall’erosione meccanica. Per esempio, nel tratto iniziale
dell’Ovito di Pietrasecca la forra è larga 6-8 m e ha altezza di circa 15 m e anche nel tratto interno la
larghezza si mantiene larga intorno ad un paio di metri. Queste dimensioni contrastano nettamente
con quelle dei “meandri” tipici delle grotte, nei quali a) i bacini di alimentazione sono meno estesi; b)
la ricarica avviene tramite numerosi punti di assorbimento localizzati, quindi con tempi ritardati rispetto
all’evento piovoso; nei “meandri” la portata non raggiunge valori così elevati e la larghezza media è
generalmente inferiore al metro.
Come si è detto, lo sviluppo dei tratti conosciuti degli inghiottitoi carseolani sembra essere
avvenuto in condizioni vadose; nel tratto più interno e profondo, comunque, il condotto poteva
originariamente immergersi nella zona freatica. A questo proposito, è interessante osservare
l’andamento del condotto attivo “terminale” della Grotta dei Cervi (Fig. 95), che devia bruscamente
dalla direzione NE-SW assumendo quella quasi ortogonale, corrispondente alla direzione degli strati. Si
può notare come in corrispondenza di questo gomito la sezione trasversale si modifichi dalla morfologia
vadosa (sez. 13 e 14) a quella tipicamente freatica (sez. 15, 16 e 17) (vedi anche riquadro “morfologie
carsiche ipogee: i condotti vadosi e i condotti freatici”). Si può supporre che il segmento compreso
fra le sezioni da 15 a 18 corrisponda ad un tratto sviluppatosi nella zona perennemente sommersa
(freatica), con un paleo-livello piezometrico intorno a q. 770 m (la Risorgenza di Vena Cionca è situata
a q. 755 m). Il condotto freatico della Grotta dei Cervi si trova attualmente nella zona vadosa; una fase
di approfondimento del condotto originario ha avuto inizio da poco tempo, come dimostrano il salto di
11 m che immette nel sifone “finale” e il marcato solco che progressivamente si attenua procedendo
a ritroso dal salto (sez. 18) verso monte (tratto compreso fra le sezioni 15 e 17). La localizzazione
di una più antica paleo-superficie piezometrica, abbandonata dal successivo abbassamento di livello,
è segnalata dalla paleo-risorgenza con duplice ingresso e sezione perfettamente circolare situata a q.
circa 820 m alla base della rupe di Pietrasecca (Fig. 96).
Un’altra interessante caratteristica che si riscontra nelle grotte allogeniche (Pietrasecca,
Cervi, Luppa, Val di Varri), è la presenza di gallerie asciutte (“fossili”), in prossimità dei sifoni “terminali”
(Fig. 95), sifoni che, peraltro, sono sospesi rispetto all’eventuale zona freatica (BONO & CAPELLI, 1994).
PASQUINI (1965a), descrivendo l’Inghiottitoio di Val di Varri, ha osservato che “… poco prima del
sifone finale una modesta risalita da’ accesso ad una ramificazione asciutta, probabilmente una
antica condotta di sovrappieno” (l’esplorazione di quella “ramificazione asciutta” è successivamente
proseguita fino alla scoperta del grande salone “Verne”). Analoga considerazione viene espressa per
il ramo superiore della Grotta di Pastena, che si dirama dalla galleria principale poco dopo l’ingresso
e che SEGRE (1948a) segnala come inondato in casi eccezionali. Secondo l’ipotesi, quindi, queste
ramificazioni asciutte non corrisponderebbero ad antichi segmenti attivi abbandonati dalle acque a
causa dell’abbassamento delle quote di deflusso.
Nelle grotte alimentate da corsi d’acqua allogenici per la maggior parte dell’anno scorre
un flusso di base relativamente modesto. Lungo il percorso sotterraneo si possono incontrare dei
restringimenti con sezione trasversale molto ridotta (come i sifoni “terminali” delle grotte carseolane)
nei quali l’acqua è costretta a convergere. Durante gli eventi di piena la capacità di smaltimento delle
acque nei restringimenti è insufficiente, con conseguente risalita del livello e allagamento di una zona
anche molto estesa a monte del sifone; lo spazio utile per il passaggio dell’acqua si può ulteriormente
Figura 95 - Pianta e sezioni trasversali di alcuni dei più grandi inghiottitoi dell’Appennino laziale-abruzzese.
80
restringere per ostruzione ad opera di fango e vegetali. Nella roccia calcarea immediatamente al di
sopra dei restringimenti, normalmente asciutta, le fessure esistenti vengono invase da acqua con
velocità, gradienti idraulici, turbolenza e aggressività di dissoluzione centinaia di volte superiori a
quelle esistenti in condizioni normali, in grado di produrre condotti ciechi, nicchie (SEGRE, 1948a) e
anche veri condotti di diversione (sovrappieno) che bypassano il restringimento (PALMER, 1972).
Il riconoscimento dell’effettiva origine è, comunque, difficoltoso. Nelle grotte di Val di Varri
e di Luppa gli ipotetici condotti di sovrappieno si biforcano dalla galleria principale verso valle con
una condotta in salita (fino anche a 30 m al di sopra della quota del sifone) che non ha i caratteri
di un affluente. In entrambe le grotte, la condotta di sovrappieno è provvista di comunicazioni con la
zona attiva (pozzi di bypass), che viene raggiunta alla stessa quota del sifone “terminale”. Il notevole
sviluppo di questi rami e, in particolare, la presenza di ambienti di dimensioni notevoli (salone
“Verne” nell’Inghiottitoio di Val di Varri), pongono comunque altri interrogativi che solo uno studio più
approfondito può risolvere (non sono stati osservati, per esempio, gli intrecci labirintici di condotte,
Figura 97 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti della Marsica Occidentale.
Figura 98 - Il contatto fra i calcari del Cretacico sup. (a soffitto) e il deposito di bauxite nella Grotta di Valle delle Vacche
(foto M. Mecchia).
Figura 99 - Fotomosaico della gigantesca dolina della Fossa Maiura, larga circa 500 m (foto G. Mecchia).
Figura 100 - Geologia e sviluppo del carsismo ipogeo nei Monti della Meta-Mainarde.
81
In quest’area si sono depositati per tutto il Mesozoico sedimenti calcarei di piattaforma
interna con caratteristiche litologiche piuttosto monotone. I termini più antichi affiorano alla base del
versante Sud-occidentale della dorsale di M. Cornacchia, dove la faglia della Val Roveto ha sollevato la
struttura. Si tratta delle dolomie saccaroidi del Lias inf. (litofacies 67d) e dei Calcari a Palaeodasycladus
del Giurassico medio-sup. (litofacies 66); in queste formazioni non sono note cavità carsiche ipogee.
In continuità di deposizione seguono calcari e dolomie del Dogger-Cretacico sup., depositati nelle
acque basse della piattaforma interna. Nella Marsica orientale, a Est della Valle del Sangro-Giovenco
(fuori dalla nostra area di studio), compaiono i sedimenti organogeni del margine della piattaforma
mesozoica.
Nella Marsica occidentale la successione carbonatica si differenzia da quella delle dorsali dei
Volsci e dei M. Simbruini-Ernici per la mancanza del livello argilloso-marnoso dell’Aptiano, mentre è
presente un livello bauxitico che testimonia l’emersione dell’area durante il Cenomaniano, marcando il
passaggio dal Cretacico inf. al Cretacico sup. Dopo la “lacuna paleogenica”, la deposizione carbonatica
si conclude nel Miocene con la deposizione di calcari con spessori sempre modesti. Complessivamente,
nella Marsica occidentale l’area di affioramento dei carbonati meso-cenozoici è di circa 430 km
2
.
LA DORSALE DI MONTE MARCOLANO
Nella dorsale di M. Marcolano (1950 m, massima elevazione è però il M. di Valle Caprara,
1998 m) le rocce più antiche in affioramento sono i calcari del Dogger-Cretacico inf., che coprono oltre
l’80% dei circa 150 km
2
di affioramenti carbonatici.
Sulla dorsale sono state esplorate 9 grotte, quasi tutte nei calcari del Cretacico inf., per un
totale di poco più di 1 km di condotti. Fra queste si trovano alcuni imponenti pozzi: la Grotta di Amino
(-79 m), l’Inghiottitoio di Coppo di Lepre (-81 m) e l’Abisso del Tratturello (-92 m), tutti impostati su
fratture, così come l’interessante Nevera di Val Mugone (-31 m). L’unica cavità ad andamento sub-
orizzontale nota sulla dorsale è la Grotta Mandrilli (+10, sviluppo 250 m); si tratta di una risorgenza
di piccola portata scavata nei calcari del Cretacico inf., costituita da una stretta galleria con andamento
sinuoso, impostata nell’interstrato inclinato di 3°.
Nei calcari del Cretacico sup. immediatamente al di sopra del livello bauxitico e da questo
presumibilmente condizionato, si trova il grande antro di “la Grotta”, probabilmente il resto di una
antica grande galleria.
Al margine orientale della dorsale, nell’avvallamento ai piedi della struttura del M. Turchio,
affiora ancora la copertura di calcari miocenici, nei quali si apre una cavità molto interessante, la
Grotta di Valle delle Vacche (-68, sviluppo 200 m, Fig. 97 profilo C-D). Il P25 d’ingresso è impostato
su una frattura inclinata di 80°. Verso la metà del pozzo si osserva, senza variazioni morfologiche
della sezione, il passaggio ai sottostanti calcari del Cretacico sup. Alla base, il pozzo si immette in una
grande caverna-galleria che ha per tetto lo strato inclinato di 7-8°, mentre il pavimento è inciso in una
lente bauxitica dello spessore di 7-8 m (Fig. 98). In quest’area, lo spessore dei sedimenti calcarei del
Cretacico sup. è, quindi, di soli 10-15 m. Il deposito di bauxite, terroso e poco permeabile, è in grado di
sostenere un lago stagionale, che si vuota lentamente per perdite dal fondo. La creazione del grande
ambiente (caverna-galleria) è imputabile alla progressiva escavazione della lente bauxitica, facilmente
erodibile, ad opera delle acque che filtravano dai calcari sovrastanti, analogamente a quanto riportato
per la Grotta di Colle Cantocchio, nei M. Lepini; l’ulteriore ampliamento della caverna-galleria è stato
forse impedito dall’esigua estensione del deposito bauxitico. L’impermeabilità della lente è interrotta
da una frattura, attraverso la quale le acque hanno potuto defluire creando un pozzo profondo 20 m,
che perfora le bauxiti penetrando nei calcari del Cretacico inf. Una stretta fessura, poco più in basso,
impedisce l’ulteriore prosecuzione.
LA DORSALE DI MONTE CORNACCHIA
Nella dorsale di M. Cornacchia (2003 m) le litofacies 63 e 55 insieme occupano il 90%
dei circa 280 km
2
di affioramenti carbonatici. Il versante Sud-occidentale della giogaia è tagliato da
un vistoso livello bauxitico di età cenomaniana, che si estende senza interruzioni (PAROTTO, 1971). In
questi carbonati il carsismo ipogeo è pochissimo sviluppato, o conosciuto, infatti sono note solo 6
cavità, tutte di piccole dimensioni. In alcune località al di sopra dei carbonati mesozoici si rinvengono in
trasgressione i calcari miocenici, nei quali, comunque, non è nota alcuna grotta.
Ribassata rispetto alla dorsale principale di M. Cornacchia, a Sud della Valle Fredda
(T. Lacerno), si stacca una vasta zona collinare costituita da calcari del Cretacico, sul cui bordo
meridionale si ergono i paesi di Posta Fibreno e Alvito. La particolarità di questa zona, priva di cavità
ipogee conosciute, è la presenza di una dozzina di macrodoline imbutiformi. La dolina più grande è
la gigantensca Fossa Maiura, con diametro medio di circa 500 m e profondità di 95 m dal punto più
basso lungo l’orlo esterno (Fig. 99).
All’estremità SW di quest’area affiora la falda carbonatica della struttura dei M. Carseolani-M.
della Marsica occidentale (gruppo sorgivo Fibreno, portata 8,5 m
3
/s). La falda viene a giorno “con
difficoltà” attraverso fratture nei calcari miocenici, che qui hanno spessore di almeno 130 m; i pozzi
perforati per la captazione delle acque sono perciò stati approfonditi fino a raggiungere i calcari
del Cretacico, dove la produttività dell’acquifero è notevolmente migliorata (CELICO, 1983). Questo
confermerebbe le differenze di comportamento osservate e descritte nel paragrafo sui M. Carseolani,
mentre contrasta con il grado di carsificazione “elevato” dei Calcari a Briozoi e Litotamni che si
desume dal calcolo dello sviluppo dei condotti ipogei nella nostra regione (27 m/km
2
, come si è detto
nel paragrafo sulle “differenze di carsificazione fra le litofacies carbonatiche”).
Da segnalare, infine, la presenza di piccole sorgenti sulfuree presso il bordo meridionale
della struttura (Fig. 20).
LE BRECCE DI CAMPOLI APPENNINO
La collina di Campoli Appennino, situata ai piedi della dorsale di M. Cornacchia, è costituita
da una placca di conglomerati del Quaternario poggiante su un basamento di calcari del Cretacico e
del Miocene.
Nelle brecce il fenomeno carsico epigeo è particolarmente appariscente, costituito da
quattro gigantesche doline a forma di scodella, la maggiore delle quali, il “Tomolo” (sul cui bordo si
erge l’abitato di Campoli Appennino) ha asse maggiore di 630 m, asse minore di 450 m e profondità di
130 m; il fondo della dolina raggiunge i sottostanti calcari. Anche le altre tre doline hanno dimensioni
notevoli (ZUCCARI, 1963).
L’unica cavità sotterranea riportata nel catasto speleologico è la Grotta Treo, una fenditura
rettilinea lunga una cinquantina di metri e alta fino a 25 m, che si apre all’interno della omonima
macrodolina. Numerose caverne di pochi metri di sviluppo, residuo forse di grotte più estese, sono
segnalate da ZUCCARI (1963) lungo le pareti di conglomerato sub-verticali, impostate all’intersezione fra
fratture e stratificazione dove gli strati affiorano a reggipoggio.
I MONTI DELLA META-MAINARDE
La catena della Meta–Mainarde, massiccio con vette aguzze e selvagge, dominate dal
M. Petroso (2249 m) e dalla Meta (2242 m), è costituita da una anticlinale calcarea con asse N-S
disposto lungo la Val Canneto e la Val Fondillo; la struttura è sovrascorsa verso Nord (M. Amaro)
e verso NE (M. Marrone) sui sedimenti fliscioidi dell’alta Val di Sangro e dell’alta Valle del Volturno
(DAMIANI ET ALII, 1991) (Fig. 100).
L’estensione areale dei depositi carbonatici è di circa 200 km
2
. Al nucleo dell’anticlinale
affiorano estesamente le dolomie massive del Giurassico inf. (litofacies 67d), potenti più di 500 m.
BONI ET ALII (1986) hanno osservato che “le dolomie si possono differenziare dalle altre formazioni
carbonatiche dell’Appennino centrale perché hanno caratteri idrogeologici, almeno apparentemente,
simili a quelli delle rocce a permeabilità interstiziale. Hanno infatti limitata permeabilità d’insieme ed
elevata capacità di immagazzinamento. Hanno la particolarità di trovarsi sature fino a quote superiori
a 1000 m. Ospitano, infatti, falde con gradienti idraulici superiori al 2% che alimentano un regolare
scorrimento perenne ad alta quota, generalmente assente negli altri terreni carbonatici”. In effetti,
in questa formazione geologica il carsismo ipogeo risulta quasi del tutto assente, con solo 2 piccole
grotte segnalate nei catasti regionali laziale e abruzzese.
Successivamente alla deposizione delle dolomie, dal Lias medio al Cenozoico si sono
sedimentati calcari di margine e di scarpata, che testimoniano il passaggio verso Est dalla piattaforma
carbonatica laziale-abruzzese ad un bacino adiacente.
I margini delle piattaforme sono le aree più interessate dalla tettonica sinsedimentaria e
anche dalla tettonica recente, a causa delle marcate differenze sia di litologia che di spessore tra
i sedimenti carbonatici di piattaforma e i sedimenti di bacino. Ciò ne rende più complesso lo studio,
perché la tettonica viene ad insistere proprio in zone in cui la norma è l’assenza di sedimentazione
continua e la componente detritica costituisce il più delle volte il litotipo prevalente (D’ANDREA, 1990).
Le grotte conosciute in queste formazioni calcaree sono poche e mai di grande sviluppo; questo,
evidentemente, non indica necessariamente una scarsa carsificabilità, anche se alcuni livelli marnosi e
il substrato dolomitico probabilmente limitano la possibilità di formazione di sistemi molto profondi.
Sopra le dolomie massive (litofacies 67d) si sono deposti sedimenti calcarei piuttosto
eterogenei nelle diverse zone, raggruppabili nelle due seguenti formazioni (litofacies 62t e 62b):
a) in destra (Est) della Val Canneto: calcari organogeni e oolitici (litofacies 62t), con spessori maggiori
di 200 m, nei quali si apre la Chiatra delle Ciaule, pozzo verticale profondo 53 m;
b) in sinistra (Ovest) della Val Canneto: breccia a matrice calcarea, poligenica e con dimensione dei
clasti variabile (litofacies 62b), con spessore anche di 400 m, nella quale è noto l’Abisso Yoghi,
successione di pozzi profonda 90 m.
Nelle successioni stratigrafiche di tutta l’area mancano tracce di sedimentazione relative
al Neocomiano-Barremiano. Successivamente (Barremiano-Aptiano), nell’area del M. Meta si è
depositato un conglomerato calcareo massivo (litofacies 53m, il contatto è visibile all’Abisso Yoghi),
che verso l’alto contiene livelli marnosi e livelli con selce. E’ nota in questa formazione una sola piccola
grotta nel comune di Picinisco.
morfologie diagnostiche attribuite a questo tipo di origine).
Un altro aspetto rimarchevole è la presenza, nelle grotte di Pietrasecca e di Luppa, di grandi
saloni, lunghi 80-100 m, larghi 12-20 m e alti 15-20 m, subito a monte dei sifoni “terminali” (Fig.
95). L’ampliamento di questi saloni potrebbe essere un altro effetto dell’allagamento della galleria a
monte del restringimento durante le piene; grandi variazioni di sezione trasversale per ampliamento
verso l’alto e lateralmente lungo joints e interstrati sono state osservate in numerose grotte del mondo
(PALMER, 1972). Comunque, nel caso dell’Ovito di Pietrasecca, AGOSTINI & PICCINI (1994) hanno attribuito
l’origine dell’attuale ramo fossile alla cattura del torrente di superficie in una fase intermedia fra
l’abbandono dell’inghiottitoio dei Cervi e l’attivazione dell’attuale inghiottitoio di Pietrasecca.
LE UNITÀ MONTE VALMINIERA-TAGLIACOZZO E MONTE GIRIFALCO-MONTE ARUNZO
Più a Sud i M. Carseolani proseguono con l’unità tettonica M. Valminiera-Tagliacozzo,
caratterizzata da una struttura a blanda anticlinale tagliata a NE da un sovrascorrimento che porta
i calcari del Cretacico a sovrapporsi verso NE sui calcari del Miocene (COMPAGNONI ET ALII, 1991b). Il
tratto conclusivo della dorsale carseolana è rappresentato dall’unità M. Girifalco-M. Arunzo (1455 m),
costituita da una monoclinale immergente a NE (Fig. 93). Lungo il bordo SW della struttura la faglia
della Val Roveto, orientata NW-SE, mette in contatto i terreni argilloso-arenacei con la dorsale calcarea
miocenica. Nella parte settentrionale si è formato un sistema di bacini chiusi (Prati di Roccacerro,
T. Imele, Verrecchie), mentre la parte meridionale è rappresentata dalla testata della Val Roveto,
percorsa dal F. Liri.
I corsi d’acqua allogenici che si raccolgono nei due bacini chiusi costituiti da materiali
terrigeni sono drenati rispettivamente dall’Inghiottitoio dell’Imele (-30, sviluppo 150 m) e dall’Ovito
di Petrella (-96, sviluppo 160 m). Quest’ultimo ha inizio con una spaccatura impostata sullo strato
inclinato di 50°, nel calcare miocenico, ma si approfondisce subito verticalmente su sistemi di fratture
fra loro ortogonali, presumibilmente inoltrandosi nei calcari del Cretacico. Si ipotizza che le acque di
questo inghiottitoio emergano dalla parte opposta della dorsale, nella Risorgenza la Ommeta (+4/-
28, sviluppo 140 m), i cui condotti attraversano i calcari miocenici che affiorano a Est del suddetto
sovrascorrimento.
Nella struttura sono note complessivamente 10 grotte, tutte scavate nei calcari miocenici,
con la particolarità della Grotta Cola (+37/-18, sviluppo 275 m), situata presso il contatto con i calcari
del Cretacico sup.
LA DORSALE MONTE VAL DI VARRI–MONTE FAITO
La dorsale M. Val di Varri (1371 m)–M. Faito (1455 m) è una struttura larga fino a 8 km e
lunga 26 km, con una estensione areale di 81 km
2
di affioramenti carbonatici. Nell’insieme, la struttura
si presenta come una monoclinale immergente a NE sbloccata da faglie dirette sui versanti SW (Val di
Varri) e NE (Valle del Salto) (COMPAGNONI ET ALII, 1991b) (Fig. 89).
La successione stratigrafica è riferibile all’ambiente deposizionale di piattaforma interna
del Mesozoico, rappresentato dalle litofacies carbonatiche 63 e 55, alle quali si sovrappongono in
trasgressione i calcari del Miocene. La maggior parte della superficie è ancora coperta dai depositi
calcarei miocenici, nei quali il carsismo è “mediamente” sviluppato (21 m di condotti per km
2
di
affioramento), con circa 1 km di condotti distribuiti in 9 cavità.
La Val di Varri, estesa circa 23 km
2
, si sviluppa prevalentemente su formazioni terrigene
ed è chiusa all’estremità settentrionale, dove un grande inghiottitoio smaltisce le acque. La parete
di ingresso dell’Inghiottitoio di Val di Varri (-120, sviluppo 2235 m) è posta presso la faglia che
borda la dorsale calcarea a SW. Il tratto iniziale, costituito da un ramo attivo impostato su frattura e
da un ramo fossile parallelo che scende insieme agli strati inclinati di 30°, attraversa l’asse di una
piega situata sulla terminazione settentrionale della monoclinale (Fig. 95), approfondendosi di 85 m.
La galleria attiva prosegue poi quasi pianeggiante, probabilmente su sistemi di fratture ortogonali
fra loro e parallelamente alla direzione degli strati. Si ritiene che le acque dell’Inghiottitoio di Val di
Varri riemergano dalla Risorgenza di Civitella (+10, sviluppo 895 m), interamente scavata nei calcari
miocenici.
Nella terminazione settentrionale, la struttura calcarea di Monte Val di Varri si suddivide
in alcune strette dorsali parallele; sulla più occidentale di queste si trova la risorgenza temporanea
di Castelluccio (+3, sviluppo 14 m) costituita da una condotta freatica che attraversa i calcari
miocenici, mentre nella dorsale centrale (di Pescorocchiano) sgorgano le acque di un’altra risorgenza
temporanea scavata nei calcari del Miocene, la Grotta Ricanali (-23, sviluppo 73 m).
LA MARSICA OCCIDENTALE
La Marsica occidentale è costituita da due grandi e ininterrotte monoclinali carbonatiche
(di M. Marcolano e di M. Cornacchia), parallele fra loro, delimitate sui versanti SW da faglie dirette
orientate NW-SE; la stratificazione è regolare e immergente verso NE (Fig. 97).
82
A Ovest della Val Canneto fino al Paleocene si depositano calcari con elementi detritici
più piccoli passanti verso l’alto a calcari bianchi, prevalentemente bioclastici (litofacies 51s), che
costituiscono le cime dei M. della Meta, delle Mainarde, del M. Sterpidalto e del M. Amaro. Come
tipicamente si riscontra nelle aree di margine delle piattaforme carbonatiche, la continuità di
sedimentazione rappresenta soltanto una rara evenienza, infatti localmente questi sedimenti si sono
depositati anche direttamente sopra le dolomie basali, per esempio al M. Amaro. Il carsismo ipogeo
risulta poco sviluppato, ma comunque più che in tutte le altre formazioni di questa struttura. Fra
le almeno 14 cavità conosciute, le più importanti sono la Chiatra 2
a
del Bosco Fondillo (-63 m), la
Callarella di Macchiarvana (pozzo su frattura inclinata di 80°, che si immette in una sala; -57 m), e i
pozzi 1° e 2° di Monte Amaro (rispettivamente –40 e –65 m), situati presso la vetta del M. Amaro
(1850 m).
LE DORSALI DI MONTI CASTELNUOVO, ROCCHETTA AL VOLTURNO E PIZZONE
A Est dei M. della Meta emergono dai sedimenti terrigeni le tre “spine” carbonatiche di
M. Castelnuovo, Rocchetta al Volturno e Pizzone. Scendendo i versanti orientali, ai piedi dei rilievi i
carbonati meso-cenozoici sono regolarmente coperti dalle formazioni terrigene, mentre sul versante
Ovest i calcari sono rialzati da faglie orientate NW-SE.
E’ probabile che i sedimenti calcarei che costituiscono le tre dorsali siano stati deposti
all’interno di una piattaforma carbonatica diversa da quella laziale-abruzzese, situata più a Est (la
piattaforma “Morrone-Pizzalto-Rotella”, vedi prima parte di questo capitolo). I forti raccorciamenti
subiti dalle strutture carbonatiche avrebbero portato quasi a contatto il margine della piattaforma
laziale-abruzzese con i depositi di questa piattaforma più esterna (D’ANDREA ET ALII, 1992; SCROCCA &
TOZZI, 1999).
In questi tre piccoli rilievi attualmente è conosciuta una sola grotta, il Caùto di Pezziaratte,
situato nella dorsale calcarea di M. Castelnuovo (1251 m), estesa arealmente per circa 5 km
2
. La
sua struttura è ad anticlinale asimmetrica, con pendenze che vanno aumentando da 10-30°NE sul
Figura 101 - Sezione e piante del Caùto di Pezziaratte, grande pozzo impostato lungo uno strato fortemente
inclinato.
versante SW della dorsale fino a più di 70° sul versante NE, dove i carbonati si immergono al di sotto
delle torbiditi argilloso-arenacee di fondovalle.
In generale, l’inclinazione degli strati, pur potendo essere estremamente varia risulta
prossima alla verticale solo in un numero limitato di casi, mentre molto frequentemente ha valori
modesti. Quindi, mentre si rinvengono spesso condotti carsici di interstrato con pendenze basse, è
raro trovare pozzi impostati sulla stratificazione; il Caùto di Pezziaratte (-84 m), sembra rappresentare
una di queste situazioni inconsuete (Fig. 101). Si tratta di un profondo pozzo a salto unico che si apre
parallelamente e nelle immediate vicinanze del contatto a forte inclinazione (70-75°) fra i calcari del
Cretacico inf., che costituiscono il nucleo dell’anticlinale, e le sovrastanti calcareniti del Miocene.
83
PARTE III - LE GROTTE
84
85
NOTE INTRODUTTIVE
Questa parte del libro è dedicata all’approfondita illustrazione delle 206 grotte più importanti
dell’ambito territoriale analizzato.
Di seguito sono esposte le scelte metodologiche effettuate per la suddivisione del territorio in
Zone e Sotto-Zone. Sono poi illustrati nel dettaglio gli argomenti relativi a ciascuna grotta.
LE ZONE
Il territorio regionale è stato suddiviso in Zone utilizzando un criterio prevalentemente geologico,
consistente nel raggruppare rilievi montuosi che hanno avuto origine nel corso di un particolare
“momento di migrazione” della catena appenninica, ma tenendo conto anche delle consuetudini di
denominazione dei massicci e della disomogenea distribuzione delle grotte sul territorio.
Sono state così individuate 12 Zone, alcune delle quali comprendono anche settori esterni ai
limiti amministrativi del territorio regionale. Questa scelta deriva sia dalla necessità di non interrompere
artificialmente la continuità delle zone carsiche attraversate dai confini regionali, sia dall’esigenza di
includere cavità tradizionalmente esplorate e studiate dagli speleologi del Lazio.
Ciascuna Zona è presentata con una carta d’insieme e con la descrizione dei tratti geografici
principali e dell’assetto idrogeologico.
Sulla carta d’insieme sono riportati i perimetri di delimitazione delle Sotto-Zone, all’interno delle
quali è indicata la localizzazione di tutte le grotte comprese nella Zona. Altri elementi fondamentali della
carta sono le principali sorgenti degli acquiferi carbonatici, dalle quali viene alla luce la maggior parte
delle acque dei circuiti carsici. A questo scopo è stato utilizzato lo “Schema idrogeologico dell’Italia
centrale” di BONI ET ALII (1986), che descrive le grandi linee dell’idrogeologia dell’area che dal Lazio
si estende verso Est fino al Mar Adriatico. Le sorgenti più importanti, anche di tipo “lineare”, sono
riportate con simboli di grandezza proporzionale alla portata, distinguendo le acque con salinità e/o
temperatura anomala; sono inoltre segnalate le emissioni gassose associate a sorgenti di portata
limitata. A fianco della carta sono elencati nomi, quota e portata media delle sorgenti. Le legende delle
sorgenti e degli altri tematismi della carta d’insieme sono riportate in questa sezione introduttiva.
Nel testo che segue la carta sono descritti i principali tratti dell’orografia della Zona, e indicate
le principali forme carsiche di superficie, oltre a tutte le cavità “significative”, cioè le grotte profonde
almeno 30 m o con sviluppo superiore a 50 m.
Successivamente sono descritte le caratteristiche principali del deflusso delle falde carsiche
basali e formulate delle ipotesi sui percorsi idrici sotterranei oltre il “fondo” delle grotte, indicando
le sorgenti più probabili dalle quali tali acque tornano a giorno. Si tratta a volte di sorgenti minori,
d’alta quota, non legate alla falda basale e non comprese fra quelle principali individuate sulla carta
d’insieme.
LE SOTTO-ZONE
Al fine di semplificare e facilitare la lettura le 12 Zone sono state ulteriormente suddivise in 44
Sotto-Zone; il quadro d’insieme di tutte le Zone e Sotto-Zone è riportato all’inizio di questo libro.
Per rappresentare le Sotto-Zone sono stati quasi sempre impiegati stralci della Carta Geologica
d’Italia in scala 1:100.000, nei quali sono indicate le ubicazioni delle grotte presenti. Data la
complessità delle legende delle carte geologiche, non è stato possibile inserirle in questo libro, tuttavia
questa cartografia è di facile reperibilità.
LE GROTTE
Fra le oltre 1600 grotte conosciute nell’area considerata, si è scelto di esaminare in dettaglio
le grotte profonde almeno 50 m o con uno sviluppo planimetrico di oltre 100 m, con alcune eccezioni
per grotte di dimensioni inferiori ma di particolare interesse. In totale sono state inserite 206 cavità;
per motivi diversi non è stato possibile includere una decina di grotte, anche se rientravano per le
dimensioni nel criterio sopra esposto.
Ogni grotta è illustrata da testi, elaborati grafici e fotografie, organizzati nelle sezioni seguenti.
Dati catastali
Numero assegnato alla grotta nei Catasti Regionali delle Grotte
I Catasti delle Grotte sono gestiti a livello regionale. La regione è indicata con le seguenti sigle:
La = Lazio, A = Abruzzo, U = Umbria, Mo = Molise.
La provincia è rappresentata dalla targa automobilistica. Per esempio, il Pozzo Dodarè è
accatastato con il numero 308 La/FR.
Localizzazione
Sono riportati il comune nel quale si trova l’imbocco della grotta, la località geografica, le
coordinate e la quota dell’imbocco (o degli imbocchi).
Le coordinate della grotta sono state calcolate su due basi cartografiche: la carta dell’Istituto
Geografico Militare Italiano (IGMI) in scala 1:25.000, serie M891, e la Carta Tecnica Regionale (CTR)
del Lazio (o delle regioni limitrofe) in scala 1:10.000.
Le tavolette dell’IGMI utilizzate, anche se ormai datate (la maggior parte è stata elaborata
nel periodo 1936-57), rappresentano ancora un’ottima base di lavoro; fra i punti di forza di questa
cartografia si ricordano la toponomastica (raccolta in campagna dai rilevatori), la rappresentazione
di sorgenti, fontanili, sentieri, sterrate sottobosco e altri “particolari” che nella cartografia più recente
sono trascurati, poichè il rilevamento fotogrammetrico risulta poco efficace per l’individuazione di
questi dettagli.
La CTR della Regione Lazio ha il pregio di rappresentare la situazione attuale (la carta è
un’elaborazione da riprese aerofotogrammetriche effettuate nel 1990-‘91) e di utilizzare una scala di
grande dettaglio, con equidistanza fra le curve di livello di soli 10 m.
Negli ultimi anni l’IGMI ha messo in commercio una nuova serie di carte, che però ancora non
copre tutto il territorio regionale, e che non è stata quindi utilizzata per questo lavoro.
In questo libro l’ubicazione delle grotte sulle tavolette IGMI 1:25.000 è espressa in coordinate
geografiche, mentre sulle sezioni CTR 1:10.000 è espressa in coordinate chilometriche Gauss-Boaga.
A titolo d’esempio, alla Grotta degli Urli sono state assegnate le seguenti coordinate:
Coordinate geografiche sulla tavoletta IGMI: 0°52’49”3 (13°19’57”7) - 41°50’07”9. Il primo
valore è la longitudine verso Est rispetto al meridiano di Monte Mario (poche grotte sono localizzate
ad Ovest del meridiano di riferimento, in questi casi l’orientamento viene specificato); tra parentesi
viene riportata la longitudine rispetto al meridiano zero di Greenwich, che si ottiene aggiungendo
12°27’08”4. L’ultimo dato è la latitudine riferita all’equatore ed è, ovviamente, sempre verso Nord.
Coordinate chilometriche Gauss-Boaga sulla sezione CTR: 2.381.555 - 4.632.940. Il primo
valore è la longitudine, espressa in metri, assegnando al meridiano di 15°Est rispetto a Greenwich
il valore convenzionale di 2520 km. L’area ad Ovest del meridiano di 12°Est fa invece riferimento al
meridiano di 9°Est, al quale è stato assegnato il valore convenzionale di 1500 km. Il secondo valore,
la latitudine, è la distanza espressa in metri dall’equatore.
E’ importante evidenziare che le coordinate di una grotta ricavate sui due tipi di carta non
corrispondono perfettamente. Infatti, i due reticoli chilometrici Gauss-Boaga e UTM non sono fra loro
sovrapponibili, perché gli ellissoidi di riferimento hanno orientamenti diversi (Monte Mario per la carta
IGMI e Potsdam in Germania per la CTR), e perché sono diverse le compensazioni delle reti d’appoggio
(la rete nazionale per la carta IGMI, la rete europea European Datum 1950 per la CTR). Questo
determina una “compressione” della rete nazionale e quindi una differenza di alcune decine di metri
fra gli assi dei due sistemi. Questa differenza non è la stessa in tutto il territorio e quindi non è possibile
passare direttamente da una rete all’altra. Ormai, però, semplici programmi consentono di calcolare
le formule complesse elaborate per consentire il passaggio da coordinate geografiche con ellissoide
orientato a Monte Mario, a coordinate chilometriche Gauss-Boaga e a coordinate chilometriche UTM.
In conclusione, le coordinate, che abbiamo calcolato in modo indipendente sulle due carte e
quindi confrontato tramite calcolo analitico, quasi mai forniscono perfettamente la stessa posizione,
anche a causa delle inevitabili “imprecisioni” implicite nella rappresentazione grafica del territorio (la
differenza può essere al massimo di alcune decine di metri).
Per la quota di imbocco della grotta si è, invece, scelto di riportare un unico valore, quello ritenuto
più attendibile, anche quando si sono riscontrate differenze fra i valori delle due basi topografiche.
Dati metrici
I dislivelli (positivo e/o negativo) sono misurati fra l’ingresso e i punti rispettivamente più elevato
e più profondo della grotta.
Lo sviluppo planimetrico è dato dalla somma delle proiezioni sul piano orizzontale delle
lunghezze di tutti i rami rilevati. In alcuni casi (specificati) è stato riportato anche lo sviluppo presunto
dei rami non ancora rilevati. Lo sviluppo “spaziale” (utilizzato, per esempio, nel capitolo dedicato al
carsismo) è invece la misura delle lunghezze effettive delle poligonali di rilievo.
Altri nomi della grotta
Le grotte sono state spesso chiamate con nomi diversi nel tempo. Generalmente è mancata,
nel passato, un’efficace codificazione toponomastica, e a molte grotte sono stati assegnati solo nomi
generici (“la grotta”, o localmente “ouso”, “ciauca”, “chiavica”, ecc.); frequentemente gli speleologi
hanno assegnato nuovi nomi a grotte che già avevano una denominazione locale.
Tranne che in qualche caso, in questo libro si è scelto di assegnare alla cavità la denominazione
riportata nel Catasto Regionale delle Grotte, ritenendo tuttavia opportuno segnalare anche le altre con
le quali la grotta è conosciuta.
Aree protette di riferimento
Questa voce è presente nel caso in cui la grotta si trovi all’interno di parchi, riserve naturali,
monumenti naturali, siti di importanza comunitaria (SIC) o zone di protezione speciale (ZPS). Si
riportano il tipo, il codice e la denominazione dell’area protetta.
Itinerario
Una delle (meno gratificanti …) difficoltà dell’attività speleologica è in molti casi il reperimento
dell’imbocco della grotta, spesso localizzato in fitti boschi, o in mezzo a roveti o in pietraie prive di
elementi evidenti di riferimento visivo.
Per ridurre le difficoltà di individuazione dell’imbocco della cavità, si è scelto di descrivere
meticolosamente il percorso di avvicinamento. L’itinerario parte generalmente dal paese più vicino
(è quindi sempre consigliabile disporre di una buona carta stradale). Viene descritto in dettaglio il
percorso fino al punto in cui si lascia la macchina (le distanze sono ricavate con il contachilometri
dell’auto), e quindi il cammino fino all’imbocco della grotta. Spesso è utile avere con sé la carta
topografica dell’area, la bussola e l’altimetro o anche il GPS. L’itinerario è generalmente riferito alla
situazione degli anni ’90. E’ anche quantificato il tempo indicativo necessario per raggiungere a piedi
l’imbocco della grotta dalla macchina (a passo medio, senza soste). Naturalmente talvolta è possibile
raggiungere la grotta con percorsi diversi; per semplicità di esposizione gli itinerari alternativi non
sono stati considerati.
Sono poi riportate le eventuali “limitazioni di accesso”; infatti, anche se la maggior parte
delle grotte del Lazio è liberamente accessibile, la visita di alcune di esse richiede una preventiva
autorizzazione.
Diverse grotte si aprono in terreni privati, alcune sono localizzate all’interno di luoghi di lavoro
e le risorgenze captate sono situate all’interno di aree di rispetto e chiuse da porte o cancelli. Alcune
grotte richiedono l’autorizzazione del comune per la loro “pericolosità”, mentre altre sono chiuse per
salvaguardarne l’integrità. In tutti questi casi per l’accesso è necessario richiedere l’autorizzazione al
proprietario del fondo, o al comune, o alla società o all’Ente all’interno della cui proprietà o gestione
si apre l’imbocco.
Un altro tipo di “limitazione di accesso” è costituito dalle caratteristiche fisiche della grotta o
dalle condizioni climatiche, variabili nel tempo. In condizioni meteorologiche avverse è sconsigliabile
la visita di numerose grotte; queste difficoltà d’accesso sono segnalate nella parte relativa alla
descrizione della grotta.
Descrizione
Il percorso sotterraneo è descritto generalmente in dettaglio. Per una migliore comprensione del
testo è necessario accompagnare la lettura all’osservazione del rilievo, facilitata da numerosi rimandi
ai “punti” di rilievo e ai toponimi degli ambienti.
A partire dall’imbocco, vengono descritti il ramo principale e i rami secondari più importanti.
Si riportano osservazioni sulla via più consigliabile, sui pericoli della progressione, sulle
dimensioni e sulle caratteristiche degli ambienti sotterranei, sull’idrologia e sulle correnti d’aria che
interessano la grotta. Spesso sono anche presentate misure della giacitura di strati, faglie e fratture
lungo le quali ha avuto origine e si è sviluppata la grotta.
Dato l’incessante progresso dell’esplorazione del mondo sotterraneo, con continue scoperte
di nuovi rami, le descrizioni riportate sono destinate, naturalmente, a divenire incomplete nel futuro.
Comunque, la situazione attuale, riferita all’inizio dell’anno 2003, risulta ben rappresentata e con un
numero molto ridotto di dati mancanti.
Stato dell’ambiente
In questa sezione sono segnalate le alterazioni ambientali effettivamente osservate in grotta,
causate sia dalla frequentazione degli speleologi o di altri “visitatori”, sia dall’eventuale “sfruttamento”
della grotta per attività antropiche di vario tipo.
Poiché la maggiore presenza umana in una grotta determina generalmente una minore
integrità dell’ambiente sotterraneo, si è effettuata una stima della frequentazione della cavità, sulla
base sia dei dati storici disponibili negli archivi dei Gruppi Speleologici sia delle informazioni fornite
direttamente dagli abituali frequentatori degli ambienti ipogei. Per “frequentazione” si è inteso il
numero complessivo di visitatori (somma dei singoli “ingressi” in grotta). Sono state utilizzate 8
“classi di frequentazione”:
• non superiore a qualche decina di visite;
• non superiore a 200 visite;
• diverse centinaia di visite;
• oltre un migliaio di visite;
• alcune migliaia di visite;
• assidua frequentazione, probabilmente superiore a 10 mila visite;
• grotta nota “da sempre”, frequentata dalla popolazione locale fin da tempi remoti;
86
87
• grotta “turistica”.
Nelle grotte molto estese e complesse la frequentazione, ove non diversamente specificato, si
riferisce al ramo principale; evidentemente i rami laterali e il tratto profondo sono normalmente molto
meno battuti.
Per quanto riguarda le alterazioni prodotte dagli speleologi, queste generalmente sono limitate
alle “tracce” di passaggio, come l’infissione di ancoraggi sulle pareti (“spit” e “fix”); inoltre, in diverse
grotte sono state allargate strettoie per rendere possibile il passaggio. In alcuni casi, rari, la presenza
si concentra in alcuni punti della grotta (per esempio, nei “campi interni” necessari per l’esplorazione
delle zone più lontane dall’ingresso) e il degrado locale è più marcato. E’ corretto però osservare che
tra gli speleologi esiste una forte sensibilità verso i problemi ambientali, sviluppatasi particolarmente
negli ultimi anni, che rende sempre più raro l’abbandono di rifiuti, pile o carburo esausto e la pratica
delle scritte a nerofumo sulle pareti.
Le alterazioni per lo sfruttamento di una grotta consistono prevalentemente in opere per
la captazione delle acque di risorgenza (limitate ad un tratto della grotta prossimo all’imbocco),
nello sventramento per le operazioni di cava e nelle “sistemazioni” per la fruizione turistica (con
sbancamenti, scavo di tunnel, realizzazione di scale e passerelle in cemento o in griglia metallica,
installazione di impianti di illuminazione, …).
Notevoli modificazioni morfologiche di antri di ingresso sono dovute al loro utilizzo come ricovero
o come centri di culto (sono numerosi i santuari che occupano grandi caverne).
Numerose grotte sono utilizzate come discariche di rifiuti o ricevono liquami civili e industriali
scaricati nei corsi d’acqua o versati sulla superficie carsica. Le grotte di facile accesso sono quasi
sempre oggetto di atti di vandalismo, come l’asportazione delle concrezioni e le scritte sulle pareti.
Note tecniche
La quasi totalità delle grotte descritte in questo libro può essere percorsa solo da speleologi
esperti, o per lo meno sotto la loro guida. Le note sulla progressione in grotta, quindi, sono
indirizzate esclusivamente a loro e vogliono essere un aiuto nell’organizzazione della “punta” e per la
preparazione delle attrezzature.
Sono elencati, nella successione dall’ingresso verso il fondo, tutti gli ostacoli (pozzi, risalite,
fiumi, laghi, sifoni) che richiedono l’impiego di attrezzatura (corde, muta, canotto).
E’ evidente che questa nota tecnica ha un certo grado di soggettività (e può quindi risultare
incompleta), perché il modo di andare in grotta e di affrontare le difficoltà può essere diverso da
speleologo a speleologo.
Storia delle esplorazioni
In questa sezione è riportata la cronologia delle esplorazioni, con i nomi dei primi esploratori
della cavità o di nuovi rami all’interno della stessa. Le informazioni sono state tratte dagli articoli
riportati in bibliografia, oppure sono frutto di diretta conoscenza dei fatti, o sono state fornite
verbalmente dagli esploratori.
Inevitabilmente, il dettaglio della narrazione non è sempre omogeneo e sicuramente sono
presenti errori di attribuzione, perché la comunicazione nel mondo speleologico è frequentemente
carente con conseguente perdita delle informazioni. Proprio in considerazione di ciò, si è ritenuto
opportuno descrivere gli attori e i tempi dell’attività esplorativa, divulgando anche all’esterno dei
Gruppi Speleologici le modalità con le quali si è ampliata la conoscenza del mondo sotterraneo.
Bibliografia
Sono elencati gli articoli più significativi contenenti riferimenti specifici alla grotta in oggetto. I
riferimenti bibliografici completi sono riportati in fondo al libro.
Rilievo topografico
Il rilievo topografico in grotta viene generalmente eseguito con bussola (per la misura della
direzione rispetto al Nord), clisimetro (per la misura dell’inclinazione) e fettuccia metrica (per la
misura della lunghezza). Nel disagevole ambiente sotterraneo è difficile stabilire il grado di precisione;
ponendo la massima attenzione nella fase di misura, l’errore può essere stimato in circa 1% in
pianta e 2% nei dislivelli. E’ opportuno evidenziare che i rilievi presentati sono frutto del lavoro
di numerosissimi speleologi che hanno svolto la loro attività nel corso di un secolo, anche se la
maggioranza dei rilievi è stata prodotta negli ultimi decenni. Per fornire immagini omogenee, e quindi
di facile interpretazione, tutti i rilievi sono stati appositamente ridisegnati, tentando comunque di
mantenere lo “stile” originario.
La rappresentazione grafica della grotta è quella classica, suddivisa in pianta e sezione
(rettificata svolgendo l’asse della grotta). Il Nord di riferimento è quello magnetico che, pur se variabile
nello spazio e nel tempo, nel Lazio è comunque prossimo al Nord geografico. Le scale grafiche
utilizzate (quasi sempre 1:500, 1:1000, 1:2000) sono state scelte per consentire una immediata
trasposizione in misure reali. Sono inoltre riportate le quote relative (l’imbocco superiore è posto
alla quota “zero”), la profondità dei pozzi (in metri) e la toponomastica degli ambienti sotterranei
(attribuita dagli speleologi che per primi hanno esplorato la grotta). Sono inoltre indicati gli autori del
rilievo e la data della sua esecuzione. Lungo il tracciato sono riportate almeno le stazioni di misura (i
“punti”) essenziali ai fini della corretta interpretazione della corrispondenza fra pianta e sezione, e
quelle di riferimento necessarie per rendere più chiara la lettura del paragrafo “descrizione”.
Profilo geologico
Elaborato in scala 1:25.000 e riferito ad un allineamento passante per la grotta, è ricavato
interpretando la cartografia geologica esistente (i cui riferimenti bibliografici sono riportati sotto il
profilo e nella didascalia della carta) integrata da eventuali osservazioni di campagna. Illustra a grandi
linee l’assetto geologico in cui la grotta si inserisce e offre un’idea dell’altimetria del paesaggio.
In questo libro si è scelto di descrivere i “gruppi di rocce” utilizzando le “litofacies” descritte
nelle “Note illustrative alla Carta delle litofacies del Lazio-Abruzzo ed aree limitrofe” di ACCORDI & CARBONE
(1988); a titolo di esempio, “67” indica il “Calcare Massiccio” del Lias inf. La legenda delle “litofacies”
alla quale si fa riferimento per tutti i profili geologici è riportata in queste note introduttive.
Per quanto riguarda le formazioni carbonatiche del Mesozoico, è stata inserita un’ulteriore
suddivisione, ricavata dalla cartografia geologica disponibile per la realizzazione del profilo, segnalata
dall’età di deposizione dei sedimenti carbonatici; per esempio, “C
7-5
” indica che la formazione geologica
si è depositata nell’intervallo Cenomaniano-Aptiano. L’elenco degli indici utilizzati per definire l’età è
riportato in questo paragrafo introduttivo.
Nella “parte seconda” del libro si possono trovare ulteriori informazioni sulla geologia e sul
carsismo.
Fotografie
L’abbondanza del materiale raccolto, fornito da numerosi “speleo-fotografi”, ha consentito di
presentare un’ampia panoramica degli ambienti sotterranei della regione, selezionando, per molte
grotte, alcune interessanti immagini.
Sigle Gruppi
Nell’elenco che segue vengono riportate le denominazioni dei gruppi speleologici citati nel testo,
e le sigle utilizzate.
SCR Speleo Club Roma
ASIC Associazione Speleologica Italia Centrale - Capitone
ASR Associazione Speleologica Romana
ASR’86 Associazione Speleologica Romana ‘86
CAI Club Alpino Italiano
CSR Circolo Speleologico Romano
CSE Circolo Speleologico Esperiano
GGP Gruppo Grotte Pipistrelli CAI Terni
GGR Gruppo Grotte Roma
GGR Niphargus Gruppo Grotte Roma Niphargus
GSA Gruppo Speleologico Aquilano
GS Anxur Gruppo Speleologico Anxur - Terracina
GSC Gruppo Speleologico Ciociaro CAI Frosinone
GS CAI Latina Gruppo Speleologico CAI Latina
GS CAI Perugia Gruppo Speleologico CAI Perugia
GS CAI Roma Gruppo Speleologico CAI Roma
GSF Gruppo Speleologico CAI Foligno
GSG Gruppo Speleologico Grottaferrata
GSGM Gruppo Speleologico Guidonia Montecelio
GS UTEC Narni Gruppo Speleologico UTEC Narni
SCF Speleo Club Formia
SR Associazione Speleologi Romani
SZC Shaka Zulu Club - Subiaco
Tri.Ma. Speleo Club Tri.Ma. - Maranola
GS URRI Gruppo Speleologico URRI - Roma
88
(legenda a pag. 86)
89
Il termine Tuscia indicava, nel tardo impero romano e nell’alto medioevo, la vasta regione tirrenica
a Nord di Roma, già chiamata Etruria, che comprendeva parte della Toscana, parte dell’Umbria e l’Alto
Lazio, quest’ultimo definito Tuscia Romana. Oggi il termine Tuscia indica il territorio della provincia di
Viterbo, ma comprende geograficamente anche la parte settentrionale della provincia di Roma.
In questo volume, nella Zona della Tuscia è stato incluso tutto il territorio laziale che si trova sulla
destra idrografica del Fiume Tevere fino al confine con la Toscana a Nord.
La gran parte di quest’ampio territorio è costituita da rocce di origine vulcanica, originatisi a
seguito dell’attività degli apparati Vulsinio e Cimino. Questo tipo di terreni non permette lo sviluppo di
grotte naturali; nelle lave del Vulcano di Vico, comunque, è presente una grotta, che per la particolarità
è stata inserita fra quelle descritte in questo libro (Sotto-Zona dell’apparato vulcanico di Monte
Venere).
Una parte estesa del territorio della Tuscia è ricoperta da depositi argillosi, sabbiosi e ghiaiosi.
Alcune grotte naturali sono state scoperte in questi terreni; meritano di essere ricordate la Grotta della
Frana (sviluppo 50 m) nelle argille e conglomerati di Tarquinia, la Grotta di Sant’Anselmo (sviluppo
65 m) fra tufi e conglomerati a Civita Castellana, la Chiesa Rupestre di Santa Lucia (sviluppo 40 m) e
altre due grotte minori fra tufi e travertini a Bomarzo, e la Buca della Franciola (-25, sviluppo 41 m)
nei conglomerati di Acquapendente.
All’interno dell’area vulcanica spiccano alcuni rilievi costituiti da rocce carbonatiche: il Monte
Canino, il Monte delle Fate (Sotto-Zona dei Monti Ceriti) e il Monte Soratte, che però coprono un’area
complessiva di soli 8 km
2
; in questi affioramenti calcarei sono conosciute 27 grotte.
Numerose sono le placche travertinose distribuite su tutta la Tuscia. Nel catasto regionale sono
elencate 21 grotte, la quasi totalità delle quali scavate nei depositi di travertino situati nei pressi di
Canino, dove i condotti ipogei sono particolarmente ben sviluppati (Sotto-Zona dei travertini del Fiume
Fiora).
I TRAVERTINI DEL FIUME FIORA
Il settore occidentale della regione vulcanica dei Monti Vulsini è occupato da due vasti pianori
travertinosi: a Sud la piastra di Canino e a Nord quella della Chiusa del Vescovo.
La piastra travertinosa di Canino
Il banco di travertino meridionale è il più grande del Lazio, con un’estensione di circa 60 km
2
. Il
bordo del banco costeggia per 10 km la riva orientale del Fiume Fiora, che scorre da Nord verso Sud;
a Est i travertini si spingono fino alle propaggini del piccolo rilievo calcareo di Monte Canino, mentre a
Sud terminano poco prima di raggiungere le sponde di Fosso Timone.
La superficie topografica non presenta al suo interno dislivelli apprezzabili, ma è un susseguirsi
di blande ondulazioni e di vallette, con poche notevoli doline a pareti ripide. In posizione quasi centrale
si trova la massima elevazione, il M. Fumaiolo (226 m), mentre la quota più bassa (19 m) è alla
confluenza del Fosso Timone con il Fiume Fiora, all’estremità meridionale.
All’interno di questa placca sono note 11 grotte scavate nei travertini: la Grotta Misa (sviluppo
119 m), localizzata in una digitazione al bordo NW della piastra travertinosa; la Grotta del Lago
(sviluppo 55 m), la Grotta Adibita a Stalla (sviluppo 58 m) e altre 6 cavità più piccole situate lungo la
scarpata di travertino che costeggia il Fiume Fiora nella zona di Vulci; proseguendo verso Sud fino
al vertice meridionale dell’affioramento del banco di travertino si trovano la Grotta di Ponte Sodo
(sviluppo 80 m) e la Risorgenza di Fosso Timone.
Sul bordo orientale della grande piastra di travertino s’innalza la “spina” calcarea di Monte
Canino (432 m), una piccola dorsale estesa solo 3 km
2
. Quasi in cima al monte si trova l’unica grotta
esistente, il Pozzo di Monte Canino (-25).
La piastra travertinosa della Chiusa del Vescovo
Il banco di travertino settentrionale costituisce un pianoro denominato “Chiusa del Vescovo”,
delimitato a Est da una brusca scarpata, ai cui piedi un pendio lo raccorda alla riva del Fiume Fiora.
La piastra raggiunge sul lato Sud il Torrente Olpeta in corrispondenza della confluenza nel F. Fiora,
verso Est si estende fino alle propaggini della colata lavica della Selva del Lamone mentre a Nord gli
affioramenti travertinosi si seguono con certezza fino al Fosso delle Fontanelle, affluente del Fiora. I
confini orientali e settentrionali sono però poco definiti, perché le sottili coperture di piroclastiti recenti
nascondono la reale estensione dell’affioramento di travertino e non determinano apprezzabili stacchi
morfologici. I travertini della Chiusa del Vescovo hanno un’estensione di circa 6 km
2
, nei quali sono
note 5 grotte, fra cui le più estese del Lazio in questo litotipo: il Bucone (sviluppo 1065 m) e la Grotta
Nuova (sviluppo 603 m).
Deflusso sotterraneo
Nell’Alto Lazio, le rocce carbonatiche sepolte sotto i terreni neogenici e quaternari, molto
permeabili, contengono una ricca falda, tenuta in pressione dai sovrastanti sedimenti limoso-sabbiosi
a bassa permeabilità (BALDI ET ALII, 1974). Sopra di questi anche la copertura vulcanica racchiude
una falda (più modesta), ma sono frequenti le intercalazioni di livelli impermeabili. I travertini, molto
porosi e soggetti a carsismo, hanno un’elevata permeabilità, ed è probabile che le acque meteoriche
percolino fino al contatto con i terreni vulcanici sottostanti, per poi proseguire in gallerie sotterranee
scavate sulla superficie di contatto a debole pendenza.
Attualmente la sorgente più significativa conosciuta nelle vicinanze degli affioramenti travertinosi
è una scaturigine termo-minerale situata sulle pendici Sud di Monte Canino, in località Bagno di
Musignano.
Le grotte maggiori sono costituite da condotte sub-orizzontali attraversate da corsi d’acqua. Nel
deposito travertinoso della Chiusa del Vescovo l’importante sistema Bucone-Grotta Nuova è percorso
da un rio sotterraneo temporaneo; è probabile, infatti, che le acque della Grotta Nuova siano le stesse
che più a monte scorrono nel Bucone, raccogliendo così una parte significativa delle acque meteoriche
che cadono sul pianoro. Le acque che scorrono nella Grotta Nuova riemergono definitivamente da una
piccola sorgente situata a poche decine di metri dal Fiume Fiora, al contatto con le sottostanti filladi
impermeabili.
Nelle digitazioni della piastra travertinosa di Canino si trovano i due interessanti inghiottitoi
della Grotta Misa e della Grotta di Ponte Sodo. La Grotta Misa drena un piccolissimo e mal riconoscibile
bacino; le acque che saltuariamente la percorrono riemergono subito al di là del dosso d’ingresso, a
poche decine di metri dal Fiume Fiora. La Grotta di Ponte Sodo inghiotte le acque di Fosso Timone,
torrente perenne alimentato da un bacino molto esteso; dopo un percorso sotterraneo di soli 200 m il
torrente ricompare attraverso una condotta percorribile per una ventina di metri (Risorgenza di Fosso
Timone), per confluire nel F. Fiora poco più avanti.
L’APPARATO VULCANICO DI MONTE VENERE
L’apparato di Monte Venere è un edificio vulcanico secondario che sorge presso la riva del Lago
di Vico. All’interno della depressione irregolare in cui si apre il lago, originatasi per collasso calderico
e delimitata su tre lati dalla cinta craterica dell’apparato Vicano, spicca la doppia cima di Monte Venere
(838 m), un rilievo dalla tipica morfologia a cono.
Attorno alle pendici del complesso vicano si trova una serie di manifestazioni vulcaniche tardive
quali le sorgenti termo-minerali di Viterbo. Nell’area è conosciuta una sola grotta, il Pozzo del Diavolo
descritto in questo lavoro, che rappresenta anche l’unica cavità vulcanica del Lazio.
I MONTI CERITI
Presso Sasso si trova una piccola area carsica, il Monte delle Fate, formata da una serie di tre
modeste alture di natura calcarea allineate in direzione ENE-WSW e poste al limitare dei colli vulcanici
dei Monti Ceriti, alle propaggini meridionali dei Monti della Tolfa. L’estensione totale dell’affioramento
carbonatico è modestissima, meno di 1 km
2
, tuttavia sono presenti 3 grotte, la più importante delle
quali è la Grotta Patrizi (-47, sviluppo 260 m), che si sviluppa sul dosso maggiore, il Monte delle Fate
(396 m).
Deflusso sotterraneo
Le acque del Monte delle Fate e del vicino dosso calcareo di località il Casone (comunicanti al
di sotto dei depositi di copertura) dovrebbero emergere dalla sorgente termo-minerale Acqua Calda,
situata a q. 244 m sul bordo del dosso calcareo, 1,4 km verso WSW dalla Grotta Patrizi; il fondo della
grotta è posto a q. 282 m, probabilmente una trentina di metri sopra il livello di falda. La portata
della sorgente, circa 5 L/s (CAMPONESCHI & NOLASCO, 1978-86), appare adeguata all’estensione dei rilievi
calcarei.
IL MONTE SORATTE
E’ una stretta dorsale calcarea, allungata in direzione NW-SE, che si eleva con grande stacco
morfologico dalla fascia di basse colline e ondulazioni della piana del Tevere. La dorsale ha una
lunghezza di circa 6 km e larghezza fino a 1,5 km; le sue appendici di Monte Cuculo e Monte Belvedere
emergono all’estremità SE dell’allineamento. La quota più alta è il Monte Soratte (693 m) posto al
centro della dorsale.
La cresta è costituita da una serie di piccole cime separate da selle non molto pronunciate, che
le conferiscono un andamento dentellato. I versanti della dorsale, orientale e occidentale, sono ripidi
e si caratterizzano per la quasi completa assenza di idrografia superficiale. Solo in occasione di forti
eventi piovosi le acque di dilavamento sono convogliate in canaloni che si originano nelle strette selle
che incidono la linea di cresta.
Sono assenti le tipiche morfologie carsiche di superficie, come i campi carsici, le doline e i campi
solcati. Nonostante ciò, il carsismo ipogeo risulta piuttosto sviluppato, con 23 grotte esplorate.
Raggiunta l’area della cresta sommitale del monte, salendo dal paese di Sant’Oreste e andando
verso NW, si incontrano la Grotta della Monnezza (-30), la Grotta 1
a
del M. Soratte (-33), l’Abisso
Erebus (-115) e la Grotta Andrea Innocenzi (-53). Sul fianco orientale della montagna, presso S.
Oreste, si trova la Grotta di Santa Lucia (+15/-105); più in basso sullo stesso versante si aprono i tre
pozzi intercomunicanti dei Meri (-109) e, poco sotto, la grotta-santuario di Santa Romana.
Deflusso sotterraneo
Per quanto riguarda l’emergenza della falda carsica, si può ipotizzare che le acque che si
infiltrano in questa piccola dorsale calcarea si mescolino con quelle dell’acquifero costituito dai
depositi clastici circostanti e drenato da diversi fossi affluenti del Tevere fino a quote di circa 30 m.
BONI ET ALII (1988) riportano l’area del M. Soratte all’interno delle isopiezometriche di q. 100 e 200 m.
La superficie piezometrica deve, comunque, essere situata sotto q. 128 m, corrispondente al fondo
del Mero Grande.
La superficie di sovrascorrimento a basso angolo che taglia il versante orientale del M. Soratte
(passando presumibilmente subito sotto il fondo della Grotta di Santa Lucia) potrebbe costituire un
limite di permeabilità sufficiente a separare le acque sotterranee dell’unità tettonica di Sant’Oreste (i
Meri) da quelle dell’unità superiore (Grotta Andrea Innocenzi, Abisso Erebus).
il Bucone - la galleria (foto A. Cerquetti)
il Bucone- la sala “delle Colonne” (foto G. Cappa)
90
m, comunicando con la galleria principale in altri due punti, tramite una nuova finestra (punto E) ed un
pozzetto di 5 m seguito da stretti cunicoli discendenti (punto G). Il ramo stringe progressivamente e
termina con due cunicoli stretti (punto F).
Una sensibile corrente d’aria percorre la grotta nel tratto compreso fra i due ingressi.
Nel periodo estivo la grotta è normalmente asciutta, mentre nel periodo invernale un piccolo
torrente percorre la grotta; nei periodi più piovosi si può verificare l’allagamento di vaste zone della
grotta, fino anche al sifonamento dei tratti con il soffitto più basso.
Stato dell’ambiente
La grotta è molto frequentata. A partire dal 1975, anno della prima indagine da parte di gruppi
speleologici, il numero complessivo di visite è stimabile in diverse centinaia. In realtà, le caratteristi-
che dell’imbocco (aperto in piena campagna, di notevoli dimensioni) e dell’intera galleria (sviluppata
sempre a pochi metri dalla superficie esterna) rendono la grotta molto vulnerabile. La “dolina” d’in-
gresso si presenta ingombra di rifiuti, così come il secondo ingresso a pozzo, che, attrezzato con dei
tubi, assolve all’impropria funzione di recettore di acque di scarico di una vicina abitazione. Rifiuti di
vario tipo, trascinati dalle acque, sono distribuiti in diversi punti della galleria.
Note tecniche
Per percorrere la grotta dall’ingresso principale non occorrono attrezzature. La discesa dall’in-
gresso a pozzo (P5) richiede una corda da 10 m. Nel “Ramo Superiore” si incontra un pozzetto di 5
m (corda) che riporta verso la galleria principale.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre. Nel 1950 venne esplorata fino alla frana prima dell’ingresso
a pozzo dagli archeologi F. Rittatore Vonwiller e L. Cardini, che vi eseguirono dei saggi nel 1955. Nella
sala iniziale della grotta sono stati infatti rinvenuti alcuni frammenti ceramici risalenti all’età del Bronzo
Medio (XVI secolo a.C.) oltre a manufatti in osso, conservati nel Museo Fiorentino di Preistoria e nel-
l’Antiquarium comunale di Ischia di Castro (NEGRONI CATACCHIO, 1981 e 1983).
Le esplorazioni sono state continuate dal Gruppo Speleologico CAI Orvieto nel 1973 e comple-
tate dal CSR il 3 dicembre 1978 (A. Fratoddi, S. Gambari, L. Nizi, G. Spinello).
Bibliografia
CENTRO DI CATALOGAZIONE DEI BENI CULTURALI DELLA PROVINCIA DI VITERBO, 1985; MIELI, 1994; NEGRONI CATACCHIO,
1981; NEGRONI CATACCHIO, 1983; NIZI, 1984a; PIRO & MECCHIA, 1997a; RATTOTTI, 1981.
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 F. 136 Tuscania
1 = il Bucone
2 = Grotta Nuova
3 = Grotta Misa
4 = Grotta di Ponte Sodo
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°52’ Ovest - 42°23’ Nord
angolo SE = 0°42’ Ovest - 42°34’ Nord
I TRAVERTINI DEL FIORA
Il Bucone
Dati catastali
altro nome: Infernetto
923 La - comune: Ischia di Castro (VT) - località: Chiusa del Vescovo - quota: 171 m;
carta IGM 1:25000: 136 IV SE Ponte San Pietro - coordinate: 0°49’47”7 Ovest (11°37’20”4) -
42°31’55”3
carta CTR 1:10000: 343 080 Ponte San Pietro - coordinate: 1.715.345 - 4.712.355
dislivello: +2/-15 m - sviluppo: 1065 m
Itinerario
Da Farnese si prende la strada per Pitigliano (GR). Dopo circa 7 km si imbocca la strada a sinistra
che porta alle rovine di Castro e a Manciano (GR). Dopo 2,8 km si svolta in una strada bianca a sinistra
e la si percorre per 300 m fino ad un cancello posto sulla sinistra. Una stradina parte dal cancello e
arriva a due casolari dopo circa 50 m; la dolina d’ingresso è a sinistra dei casolari. Per accedere alla
grotta, che si apre in terreno privato recintato, è opportuno chiedere il permesso al proprietario.
Descrizione
L’ingresso principale è in una dolina di crollo lunga 30 m. Ad una estremità della dolina, nel punto
più depresso, si apre un foro a sezione triangolare, alto 1,50 m e largo altrettanto, con al centro un
grande masso, che permette di scendere in una sala di crollo occupata da un grande conoide detritico.
La sala intercetta una galleria periodicamente attiva, che può essere percorsa sia verso monte che
verso valle; dalla stessa sala si dirama anche una galleria superiore “fossile”.
Disceso il conoide detritico verso sinistra, si supera un basso passaggio (alto 60 cm e largo 2
m) lungo 6 m, si sale un gradino e si entra nel tratto a monte della galleria attiva. Questa è lunga 60
m, alta un paio di metri e larga altrettanto, con dei restringimenti causati da frane, una delle quali pone
anche fine alla galleria (q. +2, punto B). Dalla frana scaturisce il torrente sotterraneo che per gran
parte dell’anno percorre la grotta.
Se, invece, dalla sala di crollo iniziale si scende il conoide detritico verso destra, si percorre un
tratto di galleria lungo una settantina di metri, largo 6-8 m e alto da 3 a 5 m, con il fondo detritico, nel
quale serpeggia il torrente, con grandi cumuli di massi ai lati. Al termine di questo tratto si risale un
nuovo conoide detritico che occupa quasi interamente la galleria, lasciando uno stretto passaggio in
alto. Alla sommità del conoide si rivede la luce, sbucando alla base di un pozzo alto 5 m e con diametro
di 4 m, che porta all’esterno (punto D).
Si discende il conoide sul versante opposto, e dopo una quindicina di metri la volta si abbassa
fino a 80 cm, per poi rialzarsi subito dopo. Da qui si entra in una galleria meandriforme in leggera
discesa, con sezione a tratti ellittica allungata lungo la stratificazione suborizzontale del travertino, con
larghezza quasi sempre superiore ai 2 m e altezza minore, fino a 1 m, che costringe spesso a cammi-
nare chinati. A questi tratti se ne alternano altri con sezione più alta, fino a 4 m, e con morfologia più
articolata. Le pareti e i soffitti non interessati da crolli sono molto concrezionati; sul pavimento sono
presenti vasche profonde anche 1 m, dove l’acqua ristagna dopo le piogge. Nel corso delle visite in
periodi piovosi si è osservato che in questo tratto la portata del corso d’acqua aumenta rispetto a
quella che filtra dal detrito della galleria a monte. In alcuni punti, passaggi laterali asciutti poco più alti
del fondo consentono di evitare tratti bassi allagati.
Dopo 320 m dall’ingresso a pozzo si raggiunge la “sala delle colonne” (punto J), con dimensioni
in pianta di circa 30x15 m e alta 7-8 m; la sala deve il nome ad alcune colonne concrezionali di grande
diametro, alte fino a 5 m. Nei periodi di piena, in questa sala si forma un grande lago.
La parte terminale della galleria attiva che continua oltre la sala, lunga un’ottantina di metri, ha
dimensioni più ridotte (altezza fra 1 e 2 m e larghezza fra 1,5 e 3 m), e termina in un ulteriore restrin-
gimento impercorribile (-15 m, punto L).
Una trentina di metri prima della sala delle colonne, in corrispondenza di una saletta, partono
due diramazioni. Una galleria concrezionata parte sulla destra della galleria a 2 m d’altezza, e si
ricollega, dopo un breve giro, alla sala delle colonne; sulla parete opposta, sbuca dall’alto un cunicolo
basso e molto fangoso, che si sviluppa parallelamente alla galleria principale verso monte, per una
quarantina di metri, abbassandosi progressivamente fino ad impedire il passaggio (punto M).
Tornando all’ingresso principale, nella sala si sale su una cornice in alto sulla destra del conoide
detritico e si accede al “ramo fossile principale”. Questa galleria si presenta inizialmente meandreg-
giante, concrezionata e con mensole sporgenti dalle pareti, alta da 1 a 2 m e larga 3 m; dopo circa 30
m, superato un passaggio basso, la sezione diventa più bassa e, in alcuni tratti, larga fino a 2 m, con
fondo piatto spesso ricoperto da concrezione. Dopo circa 70 m questo ramo comunica con il pozzo di
5 m (punto D) intercettato anche dalla galleria principale, tramite una finestrella in parete a meno di 2
m d’altezza dalla sommità del secondo conoide. Superato il pozzo, la condotta prosegue per altri 110
91
92
Grotta Nuova
Dati catastali
altro nome: Grotta dell’Infernaccio
924 La - comune: Ischia di Castro (VT) - località: Chiusa del Vescovo -
quota: 134 m
carta IGM 1:25000: 136 IV SE Ponte San Pietro - coordinate: 0°50’28”3
Ovest (11°36’40”1) - 42°31’29”3
carta CTR 1:10000: 343 080 Ponte San Pietro - coordinate: 1.714.470
- 4.711.440
dislivello: + 25/-11 m - sviluppo planimetrico: 603 m
Itinerario
Da Farnese si prende la strada per Pitigliano (GR). Dopo circa 7 km
si imbocca la strada a sinistra che porta alle rovine di Castro e a Manciano
(GR). Dopo 4,7 km, poco prima del ponte sul Fiume Fiora, si svolta in una
strada bianca a sinistra, che porta a Canino, e la si percorre per meno di
un chilometro fino ad una cabina elettrica poco sotto la strada. Si lascia la
macchina 50 m più avanti, dove sulla sinistra parte un ripido sentiero in
salita affiancato da un tubo, che si deve seguire per un centinaio di metri
(+30 m di dislivello); quindi si piega a sinistra fra i cespugli e dopo 15 m ci
si affaccia sulla grande dolina d’ingresso (15 minuti di cammino).
Descrizione
La grotta si apre con una grande dolina di crollo di circa 10 m di
diametro e profonda 10 m, localizzata a metà del ripido versante che
scende verso il Fiora. Sul fondo della dolina si intercetta una grande galleria
in discesa col fondo occupato da un accumulo di grossi blocchi di frana
coperti da abbondante sedimento argilloso.
Disceso il conoide, dopo una trentina di metri, si incontra un corso
d’acqua perenne che verso valle scompare subito tra i massi della frana
(-11 m, punto B).
Risalendo invece il corso d’acqua verso monte, si può proseguire
tramite un passaggio basso lungo il torrente oppure scavalcare i blocchi
di frana; si entra quindi in una galleria, inizialmente larga una decina di
metri e alta altrettanto, con andamento pressoché rettilineo, a parte alcune
ampie curve, quasi priva di concrezioni; il torrente scorre quasi sempre su
un letto fangoso.
Dopo un centinaio di metri (punto C), la galleria si riduce fino a meno
di 1 m di altezza ed assume una sezione subcircolare o ellittica; forse
durante l’inverno questo passaggio è soggetto a temporanee sommer-
sioni.
Dopo una quindicina di metri il soffitto si alza di nuovo fino ad un
paio di metri; la galleria ora prosegue piuttosto ampia (3-4 m di larghezza)
con andamento meandreggiante, per circa 70 m fino ad una sala di crollo
(punto D) che si allarga lateralmente (diametro di una dozzina di metri).
Oltre la sala, la galleria prosegue con le stesse caratteristiche del tratto
precedente; dopo altri 70 m si incontra un’altra sala di grandi dimensioni,
lunga 40 m e larga 7, con la volta alta almeno 10 m, occupata interamente
da una frana di blocchi, tra i quali bisogna trovare il passaggio per prose-
guire.
Superata la frana, si continua nella galleria per altri 160 m, fino a
raggiungere un punto dove l’acqua fuoriesce dal detrito che ingombra il
pavimento. Ci troviamo ora in un grande ambiente, largo 15 m e lungo
una quarantina, originato da una frana sulla quale si risale per oltre 25 m
lateralmente alla galleria principale; alla sommità (punto H, + 25 m) il pavi-
mento è coperto da un deposito di guano di notevole spessore. Dalla base
del salone, tramite angusti passaggi fra massi, si raggiunge una nuova
sala di una decina di metri di diametro, alta 15 m, sul fondo della quale si
ritrova l’acqua (punto I). Si avanza quindi in una galleria per una trentina di
metri; la volta si abbassa fino a 1 m, finché una nuova frana sbarra definiti-
vamente il cammino; dalla base dell’accumulo detritico filtra l’acqua (punto
Grotta Nuova: il passaggio basso a metà della galleria (foto G. Mecchia)
J). Risalendo quest’ultima frana si arriva in una saletta chiusa (punto K). In
questo tratto finale della galleria il torrente scava nel banco di travertino
fino a raggiungere i tufi sottostanti.
Stato dell’ambiente
La grotta è stata molto frequentata, sia in epoca lontana che in tempi
recenti (scavi archeologici). A partire dall’anno dell’inizio della frequen-
tazione dei gruppi speleologici (1976), il numero complessivo di visite è
stimabile in diverse centinaia. Lo stato dell’ambiente più interno appare
integro, anche per le particolari caratteristiche delle grotte nei travertini
(franosità, abbondanza di materiali terrosi) e per la presenza di un tor-
rente (azione dilavante), che rendono meno percepibili gli effetti ambientali
derivanti da un lato dalla frequentazione, dall’altro dalle caratteristiche di
vulnerabilità proprie di una grotta situata a pochi metri dalla superficie agri-
cola. E’ in ultimo da ricordare che in questa galleria trova, probabilmente,
recapito l’acqua inquinata della grotta il Bucone.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature. Nei periodi di pioggia la galleria
si allaga in vari punti.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre. Nel 1949 venne esplorata parzial-
mente da archeologi fra cui F. Rittatore Vonwiller, e l’anno successivo L. Car-
dini e E. Tongiorgi effettuarono alcuni scavi. Nel 1976 sono state comple-
tate le esplorazioni, sempre da parte di archeologi. Nel tratto iniziale della
grotta è stato rinvenuto materiale paletnologico; data l’importanza e l’ori-
ginalità dei ritrovamenti, la Grotta Nuova ha dato il nome ad un “aspetto”
particolare delle culture dell’età del Bronzo. Venne utilizzata come luogo
di culto dall’epoca del Bronzo Antico a quella del Bronzo Recente (secoli
XVIII - XIII a.C. circa; NEGRONI CATACCHIO, 1981 e 1983). I reperti sono esposti
nel Museo Fiorentino di Preistoria e negli Antiquarium comunali di Ischia di
Castro e Farnese.
Bibliografia
MIELI, 1994; NEGRONI CATACCHIO, 1972; NEGRONI CATACCHIO, 1977a; NEGRONI
CATACCHIO ET ALII, 1979; NEGRONI CATACCHIO, 1981; NEGRONI CATACCHIO, 1983; NIZI,
1984a; PIRO & MECCHIA, 1997a; POGGIANI KELLER, 1978; QUAGLIULO, 1996; RADMILLI,
1978; RATTOTTI, 1981; RITTATORE VONWILLER ET ALII, 1978; TOZZI ET ALII, 1995.
Grotta Misa
Dati catastali
331 La - comune: Montalto di Castro (VT) - località: i Colli - quota: 138 m
carta IGM 1:25000: 136 III NE Riminino - coordinate: 0°49’27” Ovest
(11°38’41”4) - 42°29’54”
carta CTR 1:10000: 343 120 Riminino - coordinate: 1.715.980 -
4.708.540
dislivello: -24 m - sviluppo planimetrico: 119 m
Itinerario
Dalla S.S.Aurelia al km 107,5 si prende la SS 312 per Canino. Dopo
5,8 km si svolta a sinistra in direzione della Cartiera (Industria Cartaria Luc-
chese Ponte Sodo); la si supera e, dopo 13,1 km, si imbocca una strada a
sinistra senza indicazioni, che va a Manciano (GR) e che dopo poco diventa
sterrata. Dopo 5,7 km si imbocca una strada bianca a sinistra; al bivio
dopo 1,9 km si prosegue dritti per circa 1 km fino ad un cancello, di solito
aperto, presso il quale si lascia la macchina. Si prosegue a piedi per 200 m
attraversando il prato a destra della strada, (in direzione NE) fino ad incon-
trare il solco del torrente che si getta nella grotta; l’imbocco è poco visibile
perché nascosto dai rovi, e si trova in un terreno privato recintato.
Descrizione
Si tratta di un inghiottitoio temporaneo a cui si accede da un portale
largo 10 m e alto 3 m, ingombro di massi. Si scende per 5 m tra i massi,
entrando in una sala di 10 m di diametro. La grotta è scavata nel travertino,
le cui bancate sembrano inclinate di 35° verso 170°.
Sulla destra della sala parte un ramo ascendente lungo circa 10 m
(punto 4), interrotto da una strettoia. In fondo alla sala, un altro salto
di 5 m, superabile sulla sinistra senza attrezzature, porta in una galleria
meandriforme lunga circa 50 m, alta mediamente 2,5 m e con il fondo a
marmitte scavato dal torrente. A metà della galleria sulla parete di destra,
si può risalire un saltino di 2 m che prosegue con uno stretto cunicolo largo
40 cm e lungo 5 m, che porta ad un secondo ingresso molto stretto (40 x
50 cm, punto 11).
Riprendendo la discesa della galleria principale, si arriva in breve
nella sala “dei Pipistrelli Agitati” riempita da un conoide di depositi argillosi
scavati alla base dal torrente. Si prosegue quindi in un basso cunicolo
(alto meno di 1 m) con il fondo fangoso, che si interra progressivamente
fino a diventare impraticabile dopo 10 m (punto 18). Fino a pochi anni fa
questo cunicolo era superabile in quanto non completamente colmato dai
sedimenti, e dava accesso alla saletta “del Guano” e ad un nuovo cunicolo
basso che chiudeva in strettoia.
Nel periodo invernale si avverte una corrente d’aria con flusso diretto
dal secondo ingresso verso quello principale.
Stato dell’ambiente
La grotta è presumibilmente nota “da sempre”, ma è stata esplorata
dagli archeologi negli anni ’40 e dagli speleologi solo a partire dal 1975;
scarsamente frequentata, ha visto un numero complessivo di visitatori pro-
babilmente non superiore a 200. L’ambiente sotterraneo appare integro;
nella galleria sono presenti resti di animali trascinati dall’acqua.
1 km
m slm
200
0
62
(NE)
242
(SW)
Grotta del
BUCONE
Grotta dell'
INFERNACCIO
Grotta del
Roveto
Fiume
Fiora
62
(NE)
200
(SSW)
20
(NNE)
242
(SW)
fil
12
12
12 12
2
24 , 27 , 29
Chiusa del Vescovo
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 136 Tuscania
Taddeucci & Volteggio, 1987
Baldi et alii, 1974
93
94
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre; nel passato venne utilizzata come riparo,
come santuario e come luogo di sepoltura, ed ha fornito dati molto interessanti per
quanto riguarda la ricostruzione ambientale e faunistica del territorio durante l’età
del Bronzo (1600-1400 a.C.). È stata esplorata nel giugno 1947 dagli archeologi
L.Cardini, E. Tongiorgi e F. Rittatore Vonwiller.
Bibliografia
DOLCI, 1967; GUIDI & PIPERNO, 1992; MIELI, 1994; NEGRONI CATACCHIO, 1972; NEGRONI CATAC-
CHIO, 1981; QUAGLIULO, 1996; RADMILLI, 1961; RADMILLI, 1978; RITTATORE VONWILLER ET ALII,
1978.
1 km
24 , 27 , 29
2
12
4
9
fil
4
i Colli
Casa
Rimininello
Fiume Fiora
Grotta MISA
m slm
200
0
238
(SW)
58
(NE)
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 136 Tuscania
Taddeucci & Volteggio, 1987
Baldi et alii, 1974
1 km
m slm
100
0
45
(NE)
225
(SW)
Piano di Cannellocchio
Grotta di
PONTE SODO
Fosso
Timone
Fosso
Timone Vitellonara
Fiume
Fiora
9
7um
9
7um 12 4
2
24, 27, 29
24, 27 , 29
?
?
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 136 Tuscania
Taddeucci & Volteggio, 1987
Baldi et alii, 1974
Grotta di Ponte Sodo: la cascata formata dalla diga all’ingresso dell’inghiottitoio (foto G. Mecchia)
95
Risorgenza di Fosso Timone dalla quale tornano alla luce le acque
inghiottite dalla Grotta di Ponte Sodo (foto archivio CSR; 1952)
Grotta di Ponte Sodo
Dati catastali
altro nome: Infernaccio
58 La - comune: Canino (VT) - località: Mulino di Ponte Sodo - quota: 47 m
carta IGM 1:25000: 136 III SE Montalto di Castro - coordinate: 0°48’02” Ovest (11°39’06”4) -
42°24’06”
carta CTR 1:10000: 343 160 Vulci - coordinate: 1.718.360 - 4.697.860
dislivello: -15 m - sviluppo planimetrico: 80 m
Itinerario
Dalla S.S.Aurelia al km 107,5 si prende la SS 312 per Canino. Dopo 5,8 km si svolta a sinistra in
direzione della cartiera (Industria Cartaria Lucchese Ponte Sodo). Dopo 2,8 km ci si può fermare su
un ponte presso la cartiera; sulla sinistra si vede il Fosso Timone che con una bella cascata si getta
nella grotta. Proseguendo si entra nel piazzale della cartiera, dove si trova l’entrata più comoda. Per
accedere alla grotta è necessario chiedere il permesso ai proprietari della cartiera.
Descrizione
Il Fosso Timone è sbarrato da una diga, alta circa 5 m, realizzata per derivare una parte del-
l’acqua del fiume in un canale artificiale, per sfruttarla come forza motrice nell’attività della cartiera
appositamente costruita davanti al salto d’acqua.
Alla base della diga l’acqua viene inghiottita da un grande antro (largo 5 m e alto 4 m). L’acqua
percorre quindi un’ampia galleria in discesa (larga 3 m e alta 2 m) lunga una decina di metri e invasa
dall’acqua per l’intera larghezza. Al termine della galleria l’acqua si getta con una spettacolare cascata
di 12 m in un profondo lago; dallo specchio d’acqua (largo 20 m e lungo 30 m) il torrente prosegue
vorticoso e spumeggiante fra grandi massi, con l’alveo ipogeo scavato nella roccia lavica sottostante,
raggiungendo dopo breve percorso il lago-sifone terminale (-15, punto 15).
Oltre all’ingresso principale costituito dall’inghiottitoio, la grotta ha un secondo imbocco (punto
1), situato all’interno di uno degli edifici della cartiera. Questo ingresso era probabilmente naturale
anche se ha subito profonde modifiche prima per la costruzione all’interno della grotta di un mulino, e
poi, nel corso del XX secolo, per la creazione della cartiera. Si accede alla cavità tramite una serie di
scale in cemento che scendono nel punto più alto del pavimento della grotta (punto 4), costituito da un
terrazzo largo 20 m, con la volta alta 5 m. Il pavimento del terrazzo scende dolcemente con vaschette
fossili fino alla stessa altezza della sommità della cascata che si vede panoramicamente di fronte, per
poi precipitare quasi verticalmente sul lago. Questo terrazzo e il lago fino al sifone costituiscono un
unico grande ambiente a pianta triangolare con i lati lunghi 50-70 m; dal soffitto pendono innumerevoli
stalattiti ormai fossili e due grandi colonne concrezionali si trovano sul ripiano.
Raggiunta la base del terrazzo, con l’ausilio di una scala metallica fissa (punto 12), si scende
fra macigni e grandi vasche fino ad una spiaggia fangosa antistante il lago-sifone terminale. Da qui, le
acque sotterranee di Fosso Timone percorrono un tratto di sifone inesplorato lungo circa 25 m, fino a
sbucare in un condotto percorribile, che dopo una ventina di metri riemerge all’esterno, in corrispon-
denza del termine del banco di travertino.
Stato dell’ambiente
La grotta è nota “da sempre”, ed è stata frequentata dalla popolazione locale fin da tempi
lontani. Dalle sponde del lago partono le cinghie di trasmissione, ormai inutilizzate, che azionavano la
cartiera. Le fondazioni della costruzione, di un certo interesse come archeologia industriale, occupano
una vasta area. Sulla sinistra delle scale di accesso si nota in alto un’apertura che dà sull’esterno,
chiusa da un lucernario. L’accesso alla spiaggetta fangosa avviene attraverso un accumulo di materiali
di scarto della precedente attività industriale. La forte antropizzazione e la percezione di un certo
odore di ammoniaca non impediscono, comunque, la presenza di una rilevante colonia di pipistrelli.
Note tecniche
Entrando dalla cartiera, per arrivare al sifone non è necessaria nessuna attrezzatura.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre dai locali, che sfruttavano l’energia dell’acqua della cascata
per far funzionare un mulino posto all’interno della galleria; venne percorsa dal CSR (F. Botti, G.
Dusmet, C. Zileri dal Verme) alla fine degli anni ‘20.
Bibliografia
ABBATE, 1894; DOLCI, 1966; PALMIERI, 1863; PASQUINI, 1960a; RATTOTTI, 1981; SEGRE, 1948a; SEGRE, 1948b.
96
Pozzo del Diavolo
Dati catastali
1289 La - comune: Caprarola (VT) - località: Monte Venere - quota 800 m
carta IGM 1:25000: 137 III SE S. Martino al Cimino - coordinate: 0°16’13”5
Ovest (12°10’54”9) - 42°20’30”1
carta CTR 1:10000: 355 070 Caprarola - coordinate: 2.287.860 -
4.691.600
dislivello: -13 m - sviluppo planimetrico: 40 m
Aree protette di riferimento: Riserva Naturale Regionale “Lago di Vico”; SIC
IT6010023 “Monte Fogliano e Monte Venere”; ZPS IT6010057 “Lago di
Vico - M. Venere e M. Fogliano”
Itinerario
Dalla piazza centrale di Ronciglione (piazza Vittorio Emanuele) si
segue la via Cassia in direzione Viterbo. Dopo 2,5 km si imbocca una
stradina a sinistra. Percorsi 200 m, ad un bivio si svolta a destra. Si
prosegue per 3,4 km sulla strada che costeggia il lago, fino ad un incrocio
presso una cabina elettrica, dove si svolta a destra e, percorsi 700 m,
ad un ulteriore bivio si svolta a sinistra. Ancora 2,2 km e si raggiunge il
parcheggio di un’area attrezzata per picnic, dove si lascia la macchina.
A piedi, si attraversa la strada e si prende il sentiero che risale il
versante verso SW. Il sentiero è segnalato da cippi in pietra e porta ad una
sella fra due delle tre cime di Monte Venere; dalla sella si sale alla vetta
di sinistra (Sud). Dal centro del piano sommitale della vetta si prosegue
verso SW; una trentina di metri più in basso sul versante si trova l’imbocco
recintato della cavità (40 minuti di cammino).
Descrizione
Si tratta dell’unica grotta del Lazio attualmente nota nelle rocce
vulcaniche. L’ambiente sotterraneo, infatti, deve essersi originato per
svuotamento della massa lavica (lave tefritico-fonolitiche).
L’imbocco della cavità è un foro con larghezza di 5 m. Si entra dal
punto più basso lungo l’orlo, scendendo in arrampicata un saltino di 3 m e
raggiungendo un terrazzo che sovrasta un grande salone.
Il salone ha una forma irregolare con larghezza massima di 20 m
e altezza fino a 5 m. Il pavimento, in discesa verso Ovest, è costituito da
grandi blocchi crollati dalla volta, con le dimensioni massime di un cubo di
3 m di lato. Le pareti e la volta del salone sono lisce e di colore scuro, con
numerose fratture in tutte le direzioni.
I grandi blocchi isolano alcuni piccoli ambienti sottostanti.
Sul lato NE del salone è presente una breve diramazione: si risale
su massi entrando in un foro di 60-70 cm che dopo 5 m porta alla base
di un piccolo camino; in inverno una forte corrente d’aria percorre la
diramazione in direzione del salone. Poco più in basso rispetto a questa
diramazione se ne trova una seconda, che risale a scivolo per una decina
di metri. I camini delle diramazioni sembrano corrispondere a due piccoli
avvallamenti all’esterno.
Modesti stillicidi scendono dalle pareti nei periodi umidi.
Nella grotta furono rinvenuti tra il terriccio ed i massi di crollo
numerosi frammenti di vasi la cui tipologia, data l’originalità dei pezzi
rinvenuti, fu definita “aspetto di Monte Venere”. Per questo sito sono
state eseguite numerose analisi al C14 per stabilire l’età assoluta degli
strati. I risultati di queste datazioni collocano l’aspetto di Monte Venere tra
la seconda metà del V e gli inizi del IV millennio a.C. (DELPINO & FUGAZZOLA
DELPINO, 1980).
Stato dell’ambiente
A parte gli scavi archeologici, la grotta appare integra, nonostante le
frequenti visite di escursionisti e speleologi.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre. Nel 1970 alcuni archeologi
dilettanti la esplorarono, e scoprirono numerosi frammenti ceramici,
segnalandoli alla Sovrintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale,
che nel settembre 1972 eseguì alcuni saggi stratigrafici.
Bibliografia
DELPINO, 1972; DELPINO & FUGAZZOLA DELPINO, 1980; FUGAZZOLA DELPINO, 1987;
MECCHIA G., 1996; MORETTI, 1977; TOZZI ET ALII, 1995.
1 km
237
(SW)
57
(NE)
m slm
900
500
Lago di Vico
Pozzo del
DIAVOLO
Monte Venere
Poggio
Gallesano
14
3
4
3
9
4
1
700
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 137 Viterbo
Grotta Patrizi
Dati catastali
altri nomi: Grotta della Croce, Grotta di Sasso
183 La - comune: Cerveteri (RM) - località: le Croci - quota: 300 m
carta IGM 1:25000: 143 III SO Santa Severa - coordinate: 0°24’12” Ovest
(12°02’56”4) - 42°03’45”
carta CTR 1:10000: 364 090 Sasso - coordinate: 2.275.800 - 4.661.000
dislivello: -47 m - sviluppo planimetrico: 260 m
Itinerario
Dal km 47 della via Aurelia si imbocca la strada per la frazione di
Sasso. Costeggiate le case del paese, si prosegue lungo la strada principale
per altri 2 km circa, fino ad arrivare ad un bivio da cui parte una strada
a sinistra. All’inizio di questa strada si trova il cancello di entrata della
tenuta, recintata, al cui interno si apre la grotta. Per accedervi è necessario
chiedere il permesso al proprietario. Una volta entrati, si prosegue per circa
500 m alla destra del cancello.
L’APPARATO VULCANICO DI MONTE VENERE
IL MONTE DELLE FATE A SASSO
Pozzo del Diavolo: dall’interno verso l’imbocco (foto D. Di Pasquale)
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 F. 143 Bracciano
1 = Grotta Patrizi
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°27’ Ovest - 42°06’ Nord
angolo SE = 0°22’ Ovest - 42°02’ Nord
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 F. 137 Viterbo e F. 143 Bracciano
1 = Pozzo del Diavolo
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°20’ Ovest - 42°22’ Nord
angolo SE = 0°13’ Ovest - 42°17’ Nord
97
98
Descrizione
(di Leonardo Latella)
La grotta presenta attualmente due ingressi, uno superiore a pozzo
(punto 2) ed uno inferiore (punto 1), orizzontale, che è stato aperto negli
anni ‘50 per agevolare i lavori di ricerca all’interno. Dall’ingresso artificiale,
percorrendo per una quindicina di metri un comodo corridoio, la cui volta
è a tratti franata, si giunge ad una saletta nella quale scende il pozzo di
7 m del vecchio ingresso; proseguendo oltre si entra in un’ampia sala che
immette in uno scivolo fangoso largo circa 3 m e lungo una ventina (punti
3-4). Poco prima della base dello scivolo, sulla destra, si aprono due basse
gallerie, che immettono in un ambiente più ampio (punto 9). Da questo
punto, procedendo sulla destra si entra in una saletta chiusa (punto 10),
con un piccolo ambiente sottostante a cui si accede tramite un pozzetto
che si apre nel pavimento; proseguendo invece dritto si giunge ad una
piccola stanza che immette a sua volta in uno stretto cunicolo che chiude
dopo una decina di metri; prendendo a sinistra e passando sotto un ponte
di roccia si può invece seguire, per 15 m, un ampio corridoio al termine
del quale, risalendo lungo una piccola colata calcitica sulla destra (punto
12), si arriva alla confluenza dei tre rami terminali della grotta (punto 13).
Il ramo di destra chiude in strettoia dopo circa 30 m, quello centrale dopo
10 m, mentre il ramo di sinistra prosegue dopo una risalita di circa 7 m,
effettuabile in opposizione, per un’altra ventina di metri.
Stato dell’ambiente
La grotta è stata frequentata in tempi ormai lontani. A partire dal
1933, anno della prima esplorazione speleologica/archeologica, la grotta è
stata oggetto di diverse centinaia di visite. La sua localizzazione, all’interno
di un terreno privato, ha notevolmente limitato la possibilità di accesso.
Dalla sala alla base del pozzo d’ingresso è stato scavato un tunnel
artificiale lungo una quindicina di metri, per creare un secondo ingresso più
agevole per gli scavi archeologici, che hanno modificato la morfologia della
prima parte della grotta.
Note tecniche
Dall’ingresso normalmente utilizzato, il tunnel artificiale, non sono
necessarie attrezzature.
Storia delle esplorazioni
L’ingresso venne scoperto da S. Patrizi (CSR) nel 1932, in un terreno
di sua proprietà. Il 27 aprile 1933, in seguito a lavori di allargamento del
pozzetto di ingresso, fu possibile iniziare l’esplorazione della grotta, che
venne dedicata al suo scopritore. Negli anni dal 1949 al 1954 furono
effettuati, dai soci del CSR (Patrizi, A.M. Radmilli, A.G. Segre ed altri) lavori
di scavo che portarono alla luce resti di sepolture di un individuo adulto e
di uno più giovane nella galleria principale, e di un altro adulto nella sala di
fondo. Vennero inoltre rinvenute diverse suppellettili, ossa e utensili di selce
scheggiata, che permisero di datare le sepolture al neolitico medio. Subito
dopo la scoperta della grotta, Patrizi iniziò anche lo studio della fauna
ipogea; nel corso degli anni vi sono state condotte importanti ricerche
biospeleologiche.
Bibliografia
AGOSTINI ET ALII, 1979c; BADINI, 1978; CERRUTI, 1954; CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO,
1954b; DOLCI, 1967; GAMBARI, 1974; MANCINI, 1997; PATRIZI, 1954; PATRIZI ET
ALII, 1954a; RADMILLI, 1950; RADMILLI, 1953; RADMILLI, 1954a; RADMILLI, 1961;
RADMILLI, 1978; RELLINI ET ALII, 1927; SEGRE, 1948a; TOZZI ET ALII, 1995; TROVATO,
1975.
Grotta Andrea Innocenzi
Dati catastali
904 La - comune: Sant’Oreste (RM) - località: sul versante Ovest della cima
di quota 598 m (Casaccia dei Ladri) - quota: 546 m
carta IGM 1:25000: 144 IV NO Stimigliano - coordinate: 0°02’35”7
(12°29’44”1) - 42°15’04”2
carta CTR 1:10000: 356 100 Torre dei Pastori - coordinate: 2.313.470
- 4.680.765
dislivello: -53 m - sviluppo planimetrico: 54 m
Aree protette di riferimento: Riserva Naturale Monte Soratte; SIC
IT6030014 “Monte Soratte”
Itinerario
Dal belvedere di Sant’Oreste (Piazza Italia) si prende la strada che
scende verso la S.S. Flaminia. Ad un bivio dopo 500 m si imbocca una
stradina a destra, che inizia asfaltata per divenire subito dopo sterrata. La
si percorre per 2,8 km, costeggiando sempre il versante occidentale del
Monte Soratte, fino all’imbocco di un tunnel, dove si lascia la macchina. Si
risale il ripido versante lungo la linea di massima pendenza, superando un
dislivello di 200 m in direzione 50°. L’imbocco si apre circa 50 m sotto la
vetta tra rocce, nella fitta boscaglia (circa 20 minuti di cammino).
Descrizione
La grotta si apre con un pozzetto il cui imbocco è un piccolo foro
(1x0,4 m) impostato lungo una frattura orientata N10°E. Il pozzetto,
profondo 5 m, si allarga in una saletta (10x1,8 m), allungata nella direzione
della frattura e ingombra di massi di crollo.
All’estremità Sud della saletta la cavità prosegue con una successione
di scivoli (P10, P18, P16) impostati lungo un piano di frattura orientato
N70°W e immergente 60°SSW. Il P10, largo meno di 1 m, inizia con uno
scivolo polveroso e termina, con un tratto più verticale, in una piccola
saletta. Da qui si prosegue lungo lo scivolo del P18, con massi di crollo
a forma di lama incastrati all’imbocco e nella verticale. Il tratto iniziale è
stretto (50-60 cm), poi il passaggio si amplia leggermente. Un breve tratto
ad inclinazione minore separa il fondo dello scivolo dall’inizio del successivo
P16. Anche questo salto ha le anguste dimensioni di quelli precedenti
(larghezza 0,6-1,2 m) e termina in una saletta ampia 2,3x0,8 m.
La saletta (punto 10) è posta all’intersezione con una frattura sub-
verticale orientata N35°E, che dà luogo ad un angusto passaggio (40-50
cm), inizialmente in discesa, che può essere percorso per una quindicina
di metri fino ad un restringimento più pronunciato (-53 m, punto 15). Poco
prima della fine del tratto percorribile una stretta fessura perpendicolare a
quella principale (punto 14) aspira, d’estate, quasi tutta la corrente d’aria
che attraversa la grotta provenendo dall’ingresso.
Nella grotta non si osservano tracce di passaggio attuale dell’acqua.
1 km
m slm
600
400
200
90
(E)
270
(W)
Casaccia
dei Ladri
Piano di Oppiano
Fosso
Pertusi
3
12
3
25
7dt
67
7dt
53
3
25
Grotta
INNOCENZI
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Beneo, 1947
Bortolani & Carugno, 1979
I pavimenti degli scivoli e delle salette sono particolarmente polverosi.
La temperatura sembra piuttosto elevata e la cavità è popolata da una
moltitudine di ragni e insetti.
Stato dell’ambiente
La grotta, esplorata nel 1982, è stata scarsamente frequentata,
con un numero complessivo di visitatori probabilmente non superiore a
200. Ad eccezione del cunicolo terminale, dove sono stati effettuati degli
infruttuosi tentativi di disostruzione, non si rilevano alterazioni dello stato
dell’ambiente.
Note tecniche
P5 d’ingresso, P10, P18 alla base del quale un breve e ripido scivolo
porta sul P16 finale, fondo (-53). E’ conveniente usare un’unica corda da
70 m.
Storia delle esplorazioni
Esplorata nel 1982 dal CSR (S. Albergamo, E. Carallo, L. Nizi, J.
Ventre, Ines Vigorosi, R. Vigorosi ed altri).
Bibliografia
NIZI, 1984; PEGUIRON & NIZI, 1986.
Abisso Erebus
Dati catastali
1362 La - comune: Sant’Oreste (RM) - località: versante Ovest del Monte
Soratte - quota: 634 m
carta IGM 1:25000: 144 IV SO Rignano Flaminio - coordinate: 0°02’54”5
(12°30’02”9) - 42°14’45”0
carta CTR 1:10000: 356 150 Sant’Oreste - coordinate: 2.313.880 -
4.680.185
dislivello: -115 m - sviluppo planimetrico: 110 m
Aree protette di riferimento: Riserva Naturale Monte Soratte; SIC
IT6030014 “Monte Soratte”
Itinerario
Dal belvedere di Sant’Oreste (Piazza Italia) si prende la strada che
porta al Santuario della Madonna delle Grazie (la strada è chiusa da una
sbarra; le modalità di accesso alle auto sono regolate dal Comune). Arrivati
al santuario, situato quasi in cima alla dorsale, e lasciata la macchina, dallo
spiazzo del parcheggio si prende il comodo sentiero che porta alla vetta su
cui è posto l’Eremo di San Silvestro. Dall’Eremo si segue un sentiero poco
battuto fino alla sella successiva, che separa la vetta dall’anticima Nord. Si
scendono alcune roccette sulla sinistra, nascoste dalla vegetazione, e pochi
metri più in basso si trova la grotta (15 minuti di cammino).
1 km
m slm
400
200
0
(N)
180
(S)
5
42
30
67
60s
67
60s 42
R.va Serre
Monte
delle Fate
Grotta
PATRIZI
Fosso Norcino
Forchetta
Elaborazione su base cartografica (legenda a pag. 84):
Fazzini et alii, 1972
IL MONTE SORATTE
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 F. 144 Palombara Sabina
1 = Grotta Andrea Innocenzi
2 = Abisso Erebus
3 = i Meri del Soratte
4 = Grotta di Santa Lucia
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°01’ - 42°18’
angolo SE = 0°08’ - 42°11’
99
100
Descrizione
(di Emanuele Cappa)
La grotta consiste in una “spaccatura” quasi verticale (immersione
SW) orientata SE-NW, priva di segni di escavazione dell’acqua. Infatti le
pareti sono ricoperte da uno spesso strato di concrezione (anche un
metro) che non permette di vedere l’aspetto superficiale della roccia
sottostante. In particolare, ampie superfici sono ricoperte da concrezioni a
cavolfiore o coralloidi, il che presuppone un intenso stillicidio ed una scarsa
circolazione d’aria, ossia il contrario della situazione attuale. Si trovano
anche numerose stalattiti e stalagmiti eccentriche, in gran parte secche,
con chiari segni di diversi cicli di deposizione in condizioni ambientali
diverse. L’attuale ciclo sembrerebbe essersi attivato da breve tempo.
L’ingresso, impostato su una frattura, è lungo 2,5 m e largo 1,7 m.
Sceso un saltino a cielo aperto di 4 m, si percorre uno scivolo fangoso in
discesa, lungo 15 m, a cui fanno seguito un P6 ed un P11. Dalla base di
quest’ultimo parte un altro scivolo fangoso che porta al vecchio fondo di
-46 (punti 3-4). La larghezza della spaccatura in questa zona è compresa
tra 1 e 2 m. Alla base del P11, invece di scendere il secondo scivolo si
può entrare in uno stretto passaggio tra i massi di una frana verticale,
oltre la quale la fessura prosegue stretta ed in leggera discesa per circa
30 m fino ad un saltino di 6 m. Qui cominciano le prime concrezioni (da
-50 all’ingresso il concrezionamento è in disfacimento e coperto di terra).
Un passaggio tra i massi del pavimento conduce ad un allargamento sot-
tostante, poi un passaggio analogo porta alla zona dei Pozzi Gemelli. Qui
la fessura è scendibile in tre punti diversi: i due più lontani (Pozzi Gemelli)
si congiungono su due livelli e chiudono contro concrezionamento dopo
circa 20 m, a 70 m di profondità (punto 6); il terzo saltino (P4) permette
di raggiungere una zona in cui la spaccatura si allarga ed è possibile per-
correrla su più livelli a patto di poggiare i piedi su sassi incastrati in modo
precario. Per raggiungere il fondo, dopo aver percorso una decina di metri
nella spaccatura si risalgono 3 m con la corda per superare un diaframma,
si scende quindi dalla parte opposta un P6, e dopo una decina di metri
si traversa sull’imbocco di un pozzo. Subito dopo si apre un P20 seguito
da un P15 piuttosto stretto, che conducono al fondo di -115 (punto 10),
anche questo tappato da concrezione. Traversando in cima al P20, si risale
di 5 m fino ad una cresta fangosa. Scendendo e poi traversando per 6
m la spaccatura che va allargandosi, si raggiunge un terrazzino sospeso
di massi incastrati. Da qui si scende un P20 atterrando sul fondo a -100
(punto 9), costituito da grossi massi incastrati tra i quali filtra l’aria. Le
misure di quest’ultimo ambiente sono ragguardevoli rispetto ai precedenti:
la spaccatura è larga 2 m, lunga 15 m, alta almeno 25 m ed inclinata di 30°
rispetto alla verticale.
Durante l’inverno la grotta è percorsa da una corrente d’aria in
1 km
m slm
700
500
300
100
78
(E)
258
(W)
Monte
Mariano
Fosso
dell'Arboretaccio
Santa Lucia
(dorsale di
Monte Soratte)
Vallelarga
Fosso
Cantalamessa
Grotta di
SANTA LUCIA
il MERO GRANDE
70
3
3
7dt
67
53
65
25
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Beneo, 1947
Bortolani & Carugno, 1979
uscita, fresca nelle parti basse, calda da -30 all’ingresso.
Stato dell’ambiente
A partire dal 1995, anno della scoperta, la grotta è stata oggetto di
diverse centinaia di visite. Nel corso delle esplorazioni sono stati effettuati
modesti lavori di scavo per consentire il passaggio. Non si segnalano dan-
neggiamenti o significative alterazioni dello stato dell’ambiente.
Note tecniche
Dall’ingresso al fondo principale: P4, P6, P11, passaggio stretto in
frana, P6, P4 (fessura dei “Pozzi Gemelli”), Risalita 3, P6, traverso+P20,
P15, fondo (-115).
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da tempo fino al vecchio fondo a -46. Alcuni
speleologi ritengono si tratti della Grotta II del Soratte, altri della Grotta di
Gasperone; entrambe queste grotte sono state esplorate e catastate dal
CSR nel 1924. I pochi scritti che le riguardano assegnano alle due grotte
posizioni e descrizioni che non coincidono con l’Abisso Erebus, per cui gli
esploratori hanno deciso di assegnare a questa grotta un altro nome.
Il 27 agosto 1995 F. Donati ed E. Carallo con una disostruzione supe-
rano una strettoia e accedono ad una zona nuova. Fra febbraio e maggio
1996 viene completata l’esplorazione, condotta dall’ASR’86 (Donati, E.
Cappa, Carallo, Annarita De Angelis, Antonella Santini, S. Soro, R. Hallgass,
M. Angileri) in collaborazione con il GS CAI Roma (A. Giura Longo e Marzia
Fulli).
Bibliografia
CAPPA E., 1997a; CAPPA E. ET ALII, 1997c; CAPPA & FELICI, 1998a.
1 km
m slm
700
500
300
100
240
(SW)
60
(NE)
Monte
Soratte
il Casone Fosso
Cantalamessa
7dt
67
70
67
?
3
25
65
53
7dt
53
12
3
3
25
Abisso
EREBUS
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Beneo, 1947
Bortolani & Carugno, 1979
Mero Grande: la discesa del pozzo (foto G. Mecchia)
101
I Meri del Soratte
Dati catastali
comune: Sant’Oreste (RM) - località: Piano delle Pere, versante orientale
del Monte Soratte
carta IGM 1:25000: 144 IV SO Rignano Flaminio
carta CTR 1:10000: 356 150 Sant’Oreste
I MERO o MERO PICCOLO (1 La) - quota: 247 m
coordinate: 0°03’56”9 (12°31’05”3) - 42°14’28”8
coordinate: 2.315.210 - 4.679.615
II MERO o MERO GRANDE (2 La) - quota: 243 m
coordinate: 0°03’58”0 (12°31’06”4) - 42°14’28”3
coordinate: 2.315.235 - 4.679.605
III MERO o MERO MEDIO (3 La) - quota: 220 m
coordinate: 0°03’58”9 (12°31’07”3) - 42°14’29”6
coordinate: 2.315.260 - 4.679.650
dislivello: -109; sviluppo planimetrico: 190 m
Aree protette di riferimento: Riserva Naturale Monte Soratte; SIC IT
6030014 “Monte Soratte”
Itinerario
Dal belvedere di Sant’Oreste (Piazza Italia) si imbocca la provinciale
per Ponzano (cartello turistico per i Meri e la Grotta di Santa Romana).
Dopo 1,8 km si svolta a destra in una strada sterrata (seguendo sempre
i cartelli turistici) e la si segue per circa 2 km. Quando la strada, dopo
un tratto orizzontale, comincia a risalire un dosso, si lascia la macchina
e si imbocca il sentiero sulla destra (indicato con un altro cartello; quota
200 m). Dopo 5 minuti, si lascia sulla destra il bivio per la Grotta di Santa
Romana, e si prosegue dritto, arrivando in breve presso l’evidente imbocco
del Mero Piccolo, circondato da una recinzione in legno (10 minuti di cam-
mino).
Descrizione
I Meri del Soratte sono tre grandi pozzi comunicanti tra loro, e con
la Grotta della Madonnina costituiscono un unico sistema carsico. I loro
ingressi, sulle pendici boscose della montagna, sono circolari, ampi dai 10
ai 15 m e distanti tra loro da 20 a 40 m.
Il sistema sotterraneo appare impostato su due fratture principali:
una verticale diretta N60°E, ed una diretta N70°W, con immersione 65°
verso S. Gli strati immergono di 50° verso 250°.
IL MERO PICCOLO
Il Mero Piccolo è l’imbocco di quota più elevata del sistema. Si apre
con una grande dolina a pozzo del diametro di circa 10 m; per i primi 5 m
il pozzo attraversa un banco di brecce.
Calandosi dal punto più basso dell’orlo, si scende verticalmente per
20 m, poi il pozzo prosegue con un ripido scivolo lungo 20 m, in larghi
ambienti. Alla fine dello scivolo, a 38 m di profondità, una grande finestra
(alta 8 m e larga 4 m) immette direttamente sulle strapiombanti pareti del
Mero Grande.
GROTTA DELLA MADONNINA
I due piccoli ingressi della Grotta della Madonnina si aprono all’in-
terno del Mero Piccolo.
L’imbocco più evidente è costituito da una finestra larga 1 m che
si apre in una nicchia facilmente raggiungibile (con corda), 10 m sotto
l’orlo del pozzo, sul lato NE (guardando nel pozzo, si vede l’imbocco sulla
destra). Si entra in una saletta e si avanza in una condotta alta 2-3 m che
sale a scivolo per una decina di metri, e prosegue in leggera discesa lungo
una frattura obliqua, alla cui base si trova un pozzetto cieco. Da un pilastro
di calcare bianco, chiamato “La Madonnella” dai primi esploratori, deriva
il nome più frequentemente usato per questa grotta. Dopo una ventina di
metri si arriva su un saltino di 7 m. Nella saletta alla base del salto (punto
4) venne scoperta un’anfora etrusca del VI secolo a.C., attaccata al suolo e
precisamente sotto uno stillicidio. Dalla saletta (“grotta dell’anfora”) parte
uno scivolo discendente impostato sulla stessa frattura che ha generato
la prima parte della grotta, ma percorribile nel verso opposto. La stretta
frattura obliqua dopo una cinquantina di metri diviene impraticabile (-40 m
dall’imbocco del Mero Piccolo).
Dalla base del salto da 7 m è anche possibile salire leggermente in
un cunicolo fino alla base di un salto (non rilevato), che può essere risalito
per 12 m fino ad una saletta concrezionata e piena di guano (“Grotta dei
Pipistrelli”). Vicino allo sbocco del camino nella saletta si apre un pozzo
parallelo profondo 15 m, che riporta nei cunicoli sottostanti.
Il secondo ingresso della Grotta della Madonnina non è visibile dal-
l’esterno. Si apre anch’esso 10 m sotto l’orlo del pozzo del Mero Piccolo, in
fondo ad un terrazzino che attraversa il pozzo. E’ costituito da una stretta e
bassa fessura, che immette nella saletta iniziale della grotta.
IL MERO GRANDE
Il Mero Grande, la cui dolina di imbocco ha un diametro di una doz-
zina di metri, occupa la posizione centrale del sistema; è profondo comples-
sivamente 105 m, con una verticale di discesa di 86 m.
Disceso il ripido scivolo iniziale, si entra nella parte verticale del
pozzo, larga 8 m. Più in basso l’ambiente si allarga fino ad avere un’am-
piezza di più di 20 m e forma circolare. Il fondo del pozzo (18x20 m) è
costituito da un conoide detritico che da 86 m di profondità scende ripida-
mente (35°) in una galleria larga 5 m, alta da 2 a 6 m e lunga 20 m, che
conduce al fondo del pozzo.
IL MERO MEDIO
Il Mero Medio, il cui ingresso è posto 27 m più in basso del Mero
Piccolo, si apre con una dolina di 15 m di diametro, è profondo 56 m con
una verticale di discesa di 46 m.
Sceso l’imbuto iniziale si entra nella parte verticale del pozzo, larga
prima 8 m e che poi si amplia progressivamente verso il basso.
La base del pozzo è occupata da un imponente accumulo detritico;
dalla sommità, larga una decina di metri, il conoide può essere sceso per
una decina di metri verso NE e per una ventina verso SW, fino a raggiungere
la parete in un ambiente sovrapposto alla galleria del Mero Grande.
Il pozzo è impostato sulla frattura principale (N60°E) che ha dato
origine anche alla galleria in fondo al Mero Grande.
I due pozzi comunicano tramite una grande galleria orizzontale posta
rispettivamente 15 m sopra il fondo del Mero Medio e 40 m sopra il fondo
del Mero Grande.
NOTE IDROLOGICHE
Nei tre pozzi è quasi assente lo scorrimento d’acqua, gli ambienti
sono asciutti anche dopo forti piogge.
Stato dell’ambiente
I pozzi, discesi per la prima volta negli anni ’20, sono molto frequen-
tati, con un numero complessivo di visite stimabile in oltre un migliaio. Molto
scarsa l’immondizia accumulata alla base dei pozzi, fatto che contrasta
positivamente sia con le grandi dimensioni degli imbocchi sia con la noto-
rietà del sito.
Note tecniche
Mero Piccolo: P38 (corda 55 m) fino all’orlo del Mero Grande.
Mero Medio: P46 (corda 65 m).
Mero Grande : P86 (corda 100 m).
Storia delle esplorazioni
Le grotte sono conosciute da secoli, e citate anche da autori di età
romana. Il Monte Soratte era considerato l’abitazione di Soranus, mas-
sima divinità maschile dei Falisci; gli era consacrata una grotta dalla quale
uscivano vapori letali. Varrone, secondo quanto riporta Plinio, afferma che
“vapori mortiferi” vengono emanati dalle fessure del Monte Soratte, e
cagionano la morte agli uccelli che vi si avvicinano. Molto probabilmente si
102
riferiva alla nebbia che viene emanata dai Meri. (FRANCHETTI, 1932). All’interno della Grotta della Madon-
nina è stato ritrovato un orcio di età preromana, che testimonia un’antica frequentazione. Le voragini
vennero esplorate completamente nel corso di sei spedizioni compiute fra il 1920 e il 1924 dal CSR (E.
Jannetta, C. Franchetti, A. Datti, P. Vacchelli, C. Caffarelli, C. Zileri dal Verme).
Bibliografia
ABBATE, 1894; BOEGAN, 1928; BROCCHI, 1824; CAPPA & FELICI, 1998a; CHIOCCHINI ET ALII, 1975; CIRCOLO
SPELEOLOGICO ROMANO, 1926; CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1954a; DOLCI, 1965; FRANCHETTI, 1925a; FRANCHETTI,
1932; LUPIA PALMIERI, 1966; MANCINI, 1997; MECCHIA G., 1991b; NOTARI, 1977; PALMIERI, 1863; PEGUIRON &
NIZI, 1986; PLINIO IL VECCHIO, I SECOLO d.C.; SEGRE, 1948a; SEGRE, 1948c; SEGRE, 1948d; SEGRE, 1949a; SEGRE,
1951a.
Grotta di Santa Lucia
Dati catastali
514 La - comune: Sant’Oreste (RM) - località: Cava Bellucci - quota: 440 m
carta IGM 1:25000: 144 IV SO Rignano Flaminio - coordinate: 0°03’35” (12°30’43”4) - 42°14’24”
N
carta CTR 1:10000: 356 150 Sant’Oreste - coordinate: 2.314.690 - 4.679.480
dislivello: - 105/+15 m - sviluppo planimetrico: 120 m
Aree protette di riferimento: Riserva Naturale Monte Soratte; SIC IT6030014 “Monte Soratte”
Itinerario
Dal belvedere di Sant’Oreste (Piazza Italia) si prende la strada per San Silvestro, e dopo poche
decine di metri si arriva ad un incrocio. Si imbocca la strada a destra, che poco dopo diventa sterrata;
dopo 500 m ad un bivio si continua in piano a sinistra. Percorsi ancora 400 m si svolta a sinistra in
una strada in salita; dopo 200 m si lascia la macchina in un piazzale presso una cava abbandonata. La
grotta si trova oltre una recinzione con cancello, sulla parete della cava.
Descrizione
L’unico accesso alla grande caverna di Santa Lucia è un foro sulla volta, aperto accidentalmente
durante i lavori di scavo sulla parete della cava esterna. Il foro è alto circa 7 m e largo altrettanto, con
sezione squadrata. Sul ciglio occidentale è ben evidente la stratificazione, orientata N-S e immergente
40° verso Est. Affacciandosi nel foro si può vedere gran parte dell’imponente salone.
La calata, 40 m, è tutta nel vuoto; scendendo, le pareti quasi immediatamente si allontanano fino
a 15-20 m sul lato più vicino.
Il salone ha una volta a cupola e una pianta vagamente ovoidale, con l’asse maggiore lungo 90
m e il minore 55 m. Il volume del salone, calcolato fino alla sommità della seconda verticale, è di circa
100.000 m
3
.
La verticale di discesa nella caverna termina su un ripido pendio franoso che si getta in un
imponente pozzo (che non può essere sceso direttamente, per il rischio di crolli). Traversato il
ghiaione verso la parete più vicina, e più facilmente accessibile, si raggiunge il bordo del salone,
presso la parete Est. La sala è costituita da un grande imbuto detritico, intorno al quale è possibile
camminare costeggiando le pareti. Dall’approdo presso la parete Est si può scendere, sempre accostati
alla parete, verso l’imbocco del secondo pozzo, oppure si può salire verso una grande colonna
stalagmitica (alta 3-4 m e larga 1,8 m), nella zona più alta della sala. Da qui, continuando ad aggirare
l’imbuto, si scende verso la parete Ovest, impostata su una frattura orientata N-S e immergente 60°E.
Sulla verticale del punto 9 del rilievo si osserva un grande “occhio nero” a 30 m di altezza. La parete
è stata risalita in artificiale e al di sopra dell’”occhio” sale una bella galleria a sezione circolare con le
pareti coperte da depositi gessosi, che raggiunge un piccolo ambiente riccamente concrezionato con
lunghi “capelli d’angelo” (+ 15 m, punto 22).
Le pareti della caverna sono attraversate da numerose fratture variamente dirette. I sistemi
strutturali principali sembrano avere giacitura N50-70°W (immersione verso N) e N-S o NNE-SSW
(immersione 60-70°NE).
Il concrezionamento assume forme diverse, con stalagmiti, concrezioni a cavolfiore e vaschette
sul pavimento, stalattiti e colate calcitiche sulle pareti. Caratteristiche le bellissime stalattiti a spaghetto,
che in una nicchia sul lato Nord della sala raggiungevano anche i due metri di lunghezza, ma che ormai
sono state interamente distrutte. Nella sala, l’ingresso della luce, avvenuto nel 1967, ha dato inizio al
deterioramento del concrezionamento e allo sviluppo di muschio, che copre alcuni tratti di pavimento
nelle zone più illuminate e più ricche di acqua di stillicidio.
Grotta di Santa Lucia: la base del primo pozzo (foto L. Ferri Ricchi; tratta dal libro “OLTRE L’AVVENTURA” di Lamberto Ferri Ricchi, edizioni IRECO - http://www.istitutoireco.org
103
Grotta di Santa Lucia: l’ingresso (foto G. Mecchia)
Il secondo pozzo è addossato alla parete Sud della sala; alla fine dell’imbuto detritico, dove la
pendenza diviene quasi verticale, la sezione orizzontale è quasi circolare con un diametro di circa
25 m. Dal ciglio Ovest la profondità è di 60 m, mentre dal ciglio Est, più comodo per la discesa, la
profondità è di 45 m fino alla sommità del pendio detritico posto alla base del salto.
La discesa del pozzo è resa pericolosa dall’instabilità del detrito che costituisce il ripido imbuto
sovrastante il pozzo; qualsiasi pietra che cada dalla volta e ogni oggetto gettato dall’imbocco viene
convogliato nel P45. La calata nel pozzo è resa ancora più rischiosa dalla franosità di alcuni tratti delle
pareti.
La base del pozzo, circolare con diametro di 15 m, è costituita da un pendio di detrito e blocchi,
con quel che resta di frigoriferi, copertoni, motociclette ed altro di chiara provenienza esterna. La
grande frana di fondo (-105) chiude ermeticamente la grotta.
Non si osservano correnti d’aria. L’attività idrica è limitata allo stillicidio in alcuni punti localizzati
nel salone. Si è constatato che di tanto in tanto avvengono crolli di blocchi dalla volta, infatti il fenomeno
che ha portato all’apertura della cavità è da considerarsi tuttora attivo.
Stato dell’ambiente
A partire dal 1967, anno della scoperta, la grotta è stata oggetto di diverse centinaia di
discese.
Alla dismissione della cava, conseguente al crollo che ha portato alla luce la cavità, non
sembra aver fatto seguito alcuna azione di ripristino ambientale. L’esposizione agli agenti atmosferici,
conseguente all’apertura per crollo della volta, ha comportato un inarrestabile degrado dello stato
originario delle pareti e delle concrezioni (suggestive stalattiti conosciute come “capelli d’angelo”). Alla
base del pozzo conclusivo si rinvengono rifiuti anche di notevoli dimensioni. Soltanto recentemente,
con l’istituzione della Riserva Naturale, il sito è stato recintato efficacemente.
Occorre infine sottolineare che l’eccezionalità dell’evento che ha portato alla scoperta
della grotta, non è stato per nulla compreso; la mancanza di immediate ed efficaci azioni di tutela
(protezione dalla luce e dagli altri agenti atmosferici, regolamentazione dell’accesso al sito e alla
grotta) ha comportato l’irrimediabile compromissione dello stato presente al momento della scoperta.
Lo stato dell’ambiente risulta quindi quello che inevitabilmente si produce in grandi cavità di questo
tipo in assenza di interventi di salvaguardia.
Note tecniche
Pozzo d’ingresso di 40 m (corda 65 m), si arriva su un ripido e insidioso scivolo detritico che
va risalito a piedi rimanendo vincolati alla corda che va poi fissata alla comoda sommità dello scivolo. Il
successivo P45 (corda 70 m) si scende dal ciglio più basso, su parete franosa.
Storia delle esplorazioni
L’imbocco si aprì nel marzo 1967, durante i lavori della cava, a causa del crollo della volta. Pochi
giorni dopo, il 22 e 23 marzo, la grotta venne esplorata dallo SCR (G. Saiza, I. Bertolani, A. Mariani,
A. Moretti, G. Pasquini) e URRI (W. Dragoni). Nell’ottobre-novembre 1998 il GSG ha risalito il ramo
ascendente sulla parete Ovest della sala.
Bibliografia
AGNOLETTI & TROVATO, 1970; CAPPA & FELICI, 1998a; FERRI RICCHI, 2001; GRUPPO SPELEOLOGICO GROTTAFERRATA,
1998; PASQUINI, 1967; PEGUIRON & NIZI, 1986.
104
(legenda a pag. 86)
105
La Sabina è la vasta regione allungata in direzione N-S che si estende in sinistra idrografica del
Fiume Tevere fino alla linea tettonica Olèvano-Antrodoco a Est; a Sud si spinge fino alla Valle Latina,
mentre verso Nord termina poco oltre il confine con la regione Umbria. Sono stati inseriti in questa
Zona anche i settori ricadenti nel territorio laziale dei Monti Reatini e dei Monti Sibillini. La regione
sabina così definita comprende quasi tutta la provincia di Rieti e parte di quelle di Terni e Roma.
In quest’area, prevalentemente montuosa, si sviluppano numerose catene costituite da
successioni di rocce calcaree e calcareo-marnose con estensione areale complessiva di circa 1350
km
2
; il fenomeno carsico, con 239 grotte conosciute, delle quali oltre un centinaio in Umbria, è ben
rappresentato in diverse zone. Oltre alle grotte nei calcari, numerose cavità (circa 90) si aprono nei
depositi travertinosi presenti nelle placche distribuite in molte località della Sabina, e altre (una decina)
si trovano nei conglomerati del bacino intramontano di Rieti e della valle del Farfa.
Ai fini di una più agevole descrizione del carsismo ipogeo, la Sabina è stata suddivisa in 9 Sotto-
Zone; partendo dall’angolo Nord-orientale della regione spostandosi grosso modo verso Sud: Monti
Sibillini meridionali, Monte Cosce (parzialmente in Umbria), travertini delle Marmore (Umbria), Monti
Sabini settentrionali (parzialmente in Umbria), Monti Sabini orientali, Monti Lucretili-Monti Tiburtini,
Monti Cornicolani, Media Valle dell’Aniene (che comprende l’angolo meridionale della Sabina orientale,
i Monti Ruffi e un piccolo settore dei Monti Simbruini), Monti Prenestini. Nei Monti Reatini non sono
conosciute grotte di dimensioni significative.
I MONTI SIBILLINI MERIDIONALI
L’area considerata in questo lavoro è limitata alla parte dei Monti Sibillini compresa nel territorio
del Lazio. Questo tratto di catena inizia a Nord dal valico di Forca Canepine, sale di quota espandendosi
verso SW e culminando nelle due vette principali di Monte Pizzuto (1904 m) e Monte Boragine (1824
m). I versanti orientali scendono ripidi verso la valle del Velino, mentre a SW la conca di Leonessa
separa il massiccio dai Monti Reatini. Quest’area, che costituisce la parte meridionale della catena dei
Sibillini, sviluppata quasi interamente nelle Marche e in Umbria, comprende un’estensione di 123 km
2
di
affioramenti carbonatici, nei quali sono note solo 3 grotte, e fra queste la Grotta di Cittareale (dislivello
475 m, sviluppo oltre 2650 m) e la Buca di Terzone (-55).
Deflusso sotterraneo
La falda basale contenuta nei depositi carbonatici del dominio umbro-marchigiano dei M. Sibillini
affiora sia a Est, lungo la linea che segna il sovrascorrimento dei Monti Sibillini verso l’Adriatico, cioè al
contatto con i depositi terrigeni a limitata permeabilità, sia a Ovest, con incrementi di portata nell’alveo
dei torrenti Sordo e Corno (fra le q. 620-506 m, complessivamente 4,5 m
3
/s) che confluiscono presso
Norcia.
Sul margine orientale, lungo il sovrascorrimento dei M. Sibillini, le scaturigini più importanti
(relativamente al destino delle acque che s’infiltrano nel solo territorio della regione Lazio) sono situate
nel settore umbro dell’unità di M. Utero (sorgenti Capo d’Acqua, portata media 0,6 m
3
/s; CELICO, 1983)
e alimentano il Fiume Tronto. Da qui, seguendo la suddetta linea tettonica verso Sud fino alla faglia di
Leonessa che chiude i M. Sibillini, si trovano diverse sorgenti più piccole (portata media complessiva
200 L/s) che bordano la struttura di M. Boragine; la più importante è la sorgente Bacugno (q. 800
m, portata media 90 L/s; BONI ET ALII, 1995). Venute d’acqua più abbondanti emergono in alveo lungo
l’alto corso del F. Velino a Sud di Cittareale (350 L/s fino alla sezione di misura situata all’altezza di
Bacugno). Nell’unità di M. Utero l’unica cavità importante è la Grotta di Cittareale, situata sulle pendici
occidentali della dorsale di M. Prato-M. Laghetto; il destino del torrente perenne che scorre al fondo
della grotta potrebbe essere legato alle emergenze segnalate sotto q. 900 m nell’alveo del Fiume
Velino, oppure potrebbe interessare le lontane (quasi 11 km) sorgenti di Capo d’Acqua del Tronto (q.
830 m; dislivello dal fondo della grotta alla sorgente: 140 m) con un percorso verso NNE.
Tuttavia, il deflusso sotterraneo più importante dei M. Sibillini meridionali, almeno per le unità
di M. Boragine e M. Tolentino, sembra dirigersi verso l’interno dell’Appennino fino alle sorgenti lineari
sopra ricordate. In particolare, per quanto riguarda le acque di infiltrazione del settore che comprende
la Buca di Terzone (unità di M. Boragine) è probabile un deflusso verso il Fiume Corno a monte della
confluenza con il Fiume Sordo. In corrispondenza della grotta la falda basale dovrebbe avere una
quota piezometrica di circa 900 m (BONI ET ALII, 1988), quindi solo un centinaio di metri più bassa del
fondo della cavità.
I MONTI REATINI
Il gruppo dei Monti Reatini è delimitato a NE dalla conca di Leonessa, a Est e a Sud dalla
profonda valle del Fiume Velino, che ne segna il contorno, e a SW dalla grande conca di Rieti, antico
bacino lacustre del quale restano alcuni piccoli laghi relitti. Il massiccio culmina con il Monte Terminillo
(2216 m), modellato dal glacialismo che ha lasciato alcuni circhi alle alte quote. La parte dei Monti
Reatini ricadente nel territorio del Lazio ha un’estensione areale di circa 230 km
2
.
Nell’area le manifestazioni carsiche superficiali sono scarse e costituite prevalentemente da rare
doline; anche il carsismo ipogeo è poco sviluppato, rappresentato da 9 cavità di piccole dimensioni, la
più estesa delle quali è la Grotta 2
a
della Spacca (-30), nel comune di Morro Reatino.
106
Deflusso sotterraneo
La falda basale contenuta nella successione carbonatica dei Monti Reatini affiora sul bordo
settentrionale della Piana di Rieti nella grande sorgente di Santa Susanna (q. 385 m, portata media 5,5
m
3
/s) e da altre scaturigini più piccole situate lungo il F. Velino fino a Rieti. Una scaglia tettonica compresa
fra il sovrascorrimento frontale sulla Valle Velina e l’unità di M. Terminillo appare idraulicamente isolata
dal resto del massiccio dei M. Reatini; le acque di infiltrazione di quest’area raggiungono le sorgenti
della media valle del Fiume Velino nella Piana di S. Vittorino (BONI ET ALII, 1995).
I TRAVERTINI DELLA CASCATA DELLE MARMORE
Il pianoro delle Marmore, posto tra i due rilievi calcarei di Rocca S. Angelo a Ovest e Monte
Mazzelvetta a Est, è costituito da un potente banco di travertino che si sviluppa per una larghezza di
circa 1 km in senso E-W, ad una quota media di 370 m. Sul lato Nord, verso la Valnerina, il pianoro si
interrompe bruscamente con un salto di oltre 100 m; la rupe è costituita da una serie di pareti verticali
alternate a brevi pendii. Il piano travertinoso è attraversato dal Fiume Velino, che fu convogliato già in
epoca romana in un canale artificiale scavato allo scopo di evitare impaludamenti dell’area a monte.
In corrispondenza della rupe il fiume forma la spettacolare cascata delle Marmore e confluisce poi nel
Fiume Nera, che contorna la base della rupe.
Nell’area sono conosciuti vistosi fenomeni carsici superficiali, costituiti da grandi doline, alcune
delle quali ormai colmate da sedimenti. Il carsismo ipogeo nel travertino è rappresentato da una
quarantina di grotte, prevalentemente su frattura, localizzate soprattutto presso il bordo della rupe,
come le Grotte dei Campacci di Marmore (sviluppo 480 m). Altre cavità sotterranee significative sono la
Grotta Innominata (sviluppo 70 m), la Grotta delle Foglie (sviluppo 50 m) e la Grotta Presso la Ferrovia
(sviluppo 54 m).
IL MONTE COSCE
E’ una dorsale allungata in senso appenninico che si estende per circa 20 km dai confini
settentrionali del Lazio, sviluppandosi quindi per gran parte in Umbria. La catena è delimitata sul lato
SE da ripidi versanti che scendono verso la valle del Torrente Aia, mentre a NE una serie di modesti
rilievi e la Piana di Terni la separano dai vicini Monti Sabini; sul lato occidentale e meridionale la catena
scende verso la valle del Tevere. Dall’estremità SE si alza subito il Monte Cosce (1121 m), la vetta più
elevata di tutta la dorsale, che prosegue scendendo progressivamente verso NW con una serie di cime
minori (M. San Pancrazio) fino all’incisione della valle del Nera, che taglia trasversalmente la catena,
raggiungendo quindi il punto più basso, a q. 90 m, presso Stifone. A Nord del Fiume Nera si eleva il
Monte Santa Croce, con il quale termina la struttura di M. Cosce e inizia la catena Amerina.
La Sotto-Zona di Monte Cosce ha un’estensione areale di circa 100 km
2
, nei quali il fenomeno
carsico ipogeo nei calcari è rappresentato da 78 grotte.
Particolarmente ricco di cavità è il piccolo settore di Monte S. Croce (a Nord delle gole del Nera),
in cui sono note 29 grotte, e fra queste la Grotta dello Svizzero (-80, sviluppo 750 m), la Grotta Celeste
(sviluppo 150 m), la Grotta dei Veli (sviluppo 130 m), la Grotta del Monte Santa Croce (sviluppo 110
m), la Galleria della Miniera di Montero Vecchio (sviluppo 96 m), la Grotta della Polveriera (sviluppo
74 m), la Grotta delle Buche (sviluppo 70 m), la Grotta degli Archi (sviluppo 70 m) e la Galleria di
Grotta di San Michele a Monte Tancia: la galleria freatica, all’interno della quale si trova un altare ed alcuni
affreschi di epoca medioevale (foto G. Mecchia)
Travertini di San Cosimato (Vicovaro): concrezioni nella Grotta dei Saraceni (foto M. Piro)
Pozzo del Merro: esplorazione in immersione di una cavità laterale (foto di G. Caramanna)
Recentino (sviluppo 61 m).
Nella lunga dorsale dominata da Monte Cosce fino alle gole del Nera sono state esplorate 49
grotte. Nell’area meridionale, dominata dalla cima principale, le più importanti sono il Pozzo delle
Canine (-78, sviluppo 120 m), il Pozzo di Miesole (-51) e la Grotta di San Francesco (sviluppo 70
m), localizzate sul versante orientale, la Grotta Cherubini (-40) sul versante occidentale, e il Buco
del Pretaro (sviluppo 530 m) che si apre sul bordo Sud-occidentale della dorsale calcarea, presso
Montebuono. Nell’area settentrionale, nel territorio narnese, le cavità più importanti sono la Grotta di
Pizzo Corvo (-46), la Buca di Taizzano (sviluppo 82 m) e la Buca della Montagna (sviluppo 64 m).
E’, infine, da segnalare una piccola grotta conosciuta nella placca di travertini situata presso
Calvi nell’Umbria.
Deflusso sotterraneo
Le acque sotterranee della dorsale di Monte Cosce si dirigono verso le gole del Fiume Nera, tra
Narni e Montoro; in questo tratto, sono stati misurati incrementi della portata in alveo di circa 15 m
3
/s.
Le acque emergono da almeno una ventina di sorgenti poste in alveo o lungo le sponde calcaree (sia
sulla destra sia sulla sinistra idrografica), a quote comprese fra 90 e 75 m; le acque sorgive sono
caratterizzate da anomali valori di salinità e da gas (BONI ET ALII, 1986).
Dai punti di assorbimento situati all’estremità SE della struttura le distanze percorse sono
notevoli: ad esempio, le acque che percolano nella Grotta delle Canine devono viaggiare per 11 km in
direzione NW, mentre le acque di infiltrazione dell’area circostante il Buco del Pretaro percorrono oltre
15 km verso NNW.
I MONTI SABINI SETTENTRIONALI E ORIENTALI
Si tratta di un’area molto vasta che comprende un complesso sistema di rilievi che giungono
a Nord fino in prossimità di Terni e a Sud toccano le sponde dell’Aniene. L’area è costituita da due
gruppi montuosi (Sotto-Zone Monti Sabini settentrionali e Monti Sabini orientali) con andamento
complessivamente meridiano, separati fra loro dall’ampia incisione della valle del Farfa. Una parte dei
Monti Sabini orientali è stata, però, inclusa nella Sotto-Zona denominata “media valle dell’Aniene”.
L’area ha una lunghezza di circa 60 km in senso N-S e un’estensione areale complessiva di circa
700 km
2
. La quota più alta è il Monte Navegna (1506 m) che svetta nella dorsale più orientale di tutta
la struttura.
I Monti Sabini settentrionali sono delimitati verso Est dalla conca di Rieti, verso Ovest digradano
verso la valle del Tevere, mentre nel settore NW una serie di rilievi e la Piana di Terni li separano dal
gruppo del Monte Cosce. La catena si sviluppa con una successione di cime di poco superiori ai 1200
m fino al Monte Tancia (1292 m), quindi scende con una serie di elevazioni minori verso l’ampia valle
del Farfa, che taglia i Monti della Sabina con andamento E-W. Nella Sotto-Zona sono note 35 grotte nei
calcari; le più importanti sono la Voragine le Puzzole (-53) e la Grotta della Mandorla (sviluppo 52 m),
presso Contigliano, e il Buco del Diavolo (-37), situato verso l’estremità settentrionale della struttura,
fra Stroncone e Miranda.
In prossimità del bordo occidentale della struttura, nell’area di Roccantica-Poggio Catino, si
trovano le grandi doline del Revòtano (asse massimo 320 m), del Catino e del Catinello. Si ricordano
anche alcune grotte santuario, con sviluppo modesto ma di interesse storico: le grotte di San Cataldo
a Cottanello, di San Michele a Monte Tancia e di San Leonardo a Roccantica.
La valle del Farfa e i rilievi collinari nei conglomerati incisi dai Fiumi Velino, Salto e Turano,
costituiscono l’area di raccordo fra Monti Sabini orientali e settentrionali.
Nella valle del Farfa si trovano alcune piccole placche di travertino, una delle quali, nei pressi
di Castelnuovo di Farfa, forma il Piano di Cornazzano attraversato dalle gallerie della Grotta Scura
(sviluppo 355 m). Nei depositi travertinosi di Poggio Nativo e Cerdomare sono note una dozzina di
grotte, due delle quali raggiungono lo sviluppo di 60 m. Il piccolo banco di travertino di Montopoli in
Sabina è attraversato dal traforo della Grotta Pinta (sviluppo 60 m).
Nei depositi conglomeratici che colmano la valle del Turano, collegati al bacino di Rieti, e in quelli
che si rinvengono nella Valle del Farfa sono note una decina di grotte, la più importante delle quali è
il Pozzo Pànfilo (-60).
I Monti Sabini orientali sono separati verso Ovest dai contigui Monti Lucretili tramite l’incisione
valliva del Torrente Licenza. Sul lato orientale il confine è costituito dalla linea tettonica Olèvano-
Antrodoco, mentre il limite meridionale è rappresentato dal corso dell’Aniene. Il settore meridionale
è caratterizzato da una serie di modeste cime senza grandi elevazioni (la vetta più alta è il Monte
Aguzzo, 1067 m) separate da valli che costituiscono un reticolo idrografico molto ramificato, anche se
privo di corsi d’acqua importanti.
Parallelamente ai M. Sabini orientali si sviluppa un’altra dorsale, che per ragioni di omogeneità
geologica e strutturale è stata inclusa in questa Sotto-Zona. La dorsale si sviluppa a Nord della Piana
del Cavaliere, e raggiunge le massime elevazioni con il Monte Cervia (1439 m) e il Monte Navegna
(1506 m); il Fiume Turano e l’omonimo lago la separano dalle adiacenti dorsali dei Monti Sabini.
Nei calcari dei Monti Sabini orientali sono conosciute 40 grotte (comprendendo quelle della
media valle dell’Aniene).
Sulle pendici occidentali di M. Navegna si apre la Risorgenza di Capo d’Acqua (sviluppo 62 m) e
dalla parte opposta del Lago del Turano si trovano la Risorgenza di Puffi Street (un centinaio di metri
di sviluppo) e la Grotta di San Michele (sviluppo 68 m). Scavalcando la cresta di M. Faito (1228 m) si
scende sul suo versante occidentale raggiungendo la Grotta Pila (sviluppo 74 m). Più a Nord si trova
la cavità più estesa di tutto il gruppo montuoso, la Grotta Grande di Muro Pizzo (sviluppo 380 m).
Relativamente all’area intorno al paese di Scandriglia si segnalano la Grotta di Cava dell’Acqua
(sviluppo 56 m) e la Grotta Formicara (sviluppo 57 m).
Più a Sud, nella parte alta della valle del Torrente Licenza, sul versante orientale, si deve citare
il Pozzo dei Casali a Percile, una voragine di crollo profonda una cinquantina di metri, e, fra le forme
epigee, i ben noti “Lagustelli” di Percile (due laghetti che occupano il fondo di grandi depressioni
carsiche imbutiformi). Nella parte terminale del bacino del Licenza, che confluisce nel Fiume Aniene, si
trova il Catino di Mandela, voragine di superficie profonda 70 m.
Nel settore meridionale della Sabina (Sotto-Zona “media valle dell’Aniene”) le grotte più
significative sono il Pozzo di Cineto (-58) e, presso Roviano, la Grotta di Frate Alessio (sviluppo 80
m).
107
Deflusso sotterraneo
I Monti Sabini settentrionali sono tagliati dal piano di sovrascorrimento del M. Tancia, una linea
tettonica orientata N-S che costituisce uno sbarramento per le acque sotterranee, separando così i M.
Sabini settentrionali in due unità idrogeologiche.
Le acque del settore a Ovest della linea tettonica confluiscono nella falda basale della dorsale
del M. Cosce e raggiungono le gole del Fiume Nera tra Narni e Montoro (distanti più di 30 km dal
Revòtano, in direzione NW).
Il settore dei M. Sabini settentrionali a Est della linea del Tancia e parte della Sabina orientale
sono drenati dalla grande sorgente Càpore (q. 246 m, portata media 5 m
3
/s, BONI ET ALII, 1988), situata
nei pressi di Frasso Sabino al limitare della struttura carbonatica settentrionale nella Valle del Farfa.
La Grotta di Muro Pizzo dista dalla sorgente quasi 8 km in direzione Est; per collegarsi all’emergenza
i percorsi carsici devono passare, forse con profondi loops, al di sotto dei depositi conglomeratici del
Plio-Pleistocene che colmano la valle del Farfa.
Nella parte meridionale della Sabina orientale affiorano estesamente le formazioni mioceniche,
nelle quali ai calcari si alternano livelli marnosi che ne limitano la permeabilità; dove predominano
i calcari il carsismo è sviluppato e sono presenti falde discontinue su orizzonti sovrapposti che
alimentano sorgenti e ruscelli con portata perenne. Nell’area di M. Aguzzo prossima al sistema di
sovrascorrimenti della linea Olévano-Antrodoco, la linea tettonica del Fosso Ferrata mette in contatto
i calcari della zona di Cineto Romano con terreni argillosi e marnosi a bassa permeabilità, ed è quindi
sede di emergenze. Anche gli stillicidi che si infiltrano nel Pozzo di Cineto probabilmente alimentano
una delle numerose sorgenti del gruppo Morgia Rossa-Osteria Ferrata-Acetosa (portata complessiva
di 100 L/s), situate a q. 315-320 m e distanti dal pozzo circa 700 m in direzione Sud; come ipotesi
alternativa, le acque di percolazione potrebbero riemergere direttamente nel Fosso Ferrata (portata
degli incrementi in alveo di 200 L/s; CAPELLI ET ALII, 1987); queste acque sorgive hanno elevata
mineralizzazione e contengono gas.
Le acque che penetrano nei colli conglomeratici dell’area circostante Belmonte in Sabina (il
Pozzo Pànfilo si apre a q. 542 m) potrebbero andare ad alimentare il vicino Torrente Turano (q. 400
m), dove sono segnalati consistenti incrementi in alveo (400 L/s fino all’altezza di Belmonte in Sabina;
BONI ET ALII, 1995); in alternativa, la superficie piezometrica potrebbe essere localizzata a quota un
po’ più bassa, e quindi le acque di percolazione, raggiunta la falda, sarebbero condotte alla sorgente
Càpore.
I MONTI LUCRETILI E I MONTI TIBURTINI
Questo complesso montuoso, che qui è raggruppato in un’unica Sotto-Zona, si estende in senso
N-S per una lunghezza di quasi 30 km su una superficie di circa 160 km
2
.
Il massiccio dei Monti Lucretili è delimitato a Ovest dalla piana del Tevere, a Nord dalla valle del
Fosso Corese, affluente del Tevere, a Est da un allineamento di valli (dominato dalla vetta conica di
M. Pellecchia, 1368 m, la cima più alta) che termina con la marcata incisione del Licenza. Il Torrente
Licenza affluisce nel Fiume Aniene, la cui valle stretta e profonda segna il bordo SE della struttura.
All’interno della dorsale, che si eleva progressivamente di quota a partire dal bordo
settentrionale, si distinguono allineamenti secondari di cime, prevalentemente con forme arrotondate,
separate da valli generalmente non molto marcate, data l’assenza di corsi d’acqua perenni, e da
ampi pianori carsici in quota, come il Pratone di Monte Gennaro, caratterizzati da morfologie carsiche
superficiali, fra cui doline che mostrano segni di evoluzione recente.
Nei Monti Lucretili sono conosciute 26 grotte. Nel settore occidentale si aprono il Pozzo Peter
Pan (-50), sulla vetta di M. Andrea (980 m), e, nell’area di M. Guardia (600 m), la Grotta Hale Bopp
(-72) e il Pozzo di San Polo (-62). Più a Nord, a Monte Flavio, si trovano il Pozzo di Colle Mastro
Bannetto (-29) e la Grotta di Casa Nuvola (sviluppo 70 m). Nel settore orientale è stata esplorata la
Risorgenza di Collentone (sviluppo 90 m). Da segnalare la voragine che si è aperta il 25 gennaio 2001
in località Pozzo Grande (q. 100 m) nel comune di Marcellina, profonda una decina di metri nei terreni
alluvionali e detritici in prossimità del bordo occidentale dei M. Lucretili.
Il corso dell’Aniene , a Sud dei M. Lucretili, separa la piccola dorsale dei Monti Tiburtini, dove,
principalmente sul Colle Ripoli (522 m), sono state esplorate 6 grotte nei calcari, le più importanti delle
quali sono la Voragine di Monte Spaccato (-90) e il vicino pozzo omonimo (-35).
Nella valle dell’Aniene a Tivoli sono riportate nel catasto delle grotte una quindicina di cavità nei
travertini, come quelle celebri di Villa Gregoriana, e in particolare la Grotta del Nettuno e la Grotta delle
Sirene; la seconda delle due è un traforo naturale che attraversa il banco di travertino ed è percorsa
da una parte delle acque dell’Aniene; più in basso, a Ponte Lucano, si trovano alcune grotte di modeste
dimensioni ma di interesse archeologico, la più importante delle quali è la Grotta Polesini.
A monte di Tivoli lungo il Fiume Aniene si osservano numerosi altri concrezionamenti e banchi
travertinosi, il più interessante dei quali è la rupe di San Cosimato; una quindicina delle grotte che si
aprono in questi depositi hanno dimensioni catastabili.
Deflusso sotterraneo
Gli afflussi meteorici che si infiltrano negli estesi affioramenti di Calcare Massiccio del settore
dei M. Lucretili delimitato dalla superficie di sovrascorrimento M. Sterparo-M. Castelvecchio (“Unità 2
della falda sabina”), defluiscono in parte verso la sorgente Acquoria a Tivoli (q. 70 m, portata 750
L/s, acqua molto mineralizzata e con gas), con provenienza, ad esempio, dall’area di Monte Guardia,
dove sono note la Grotta Hale Bopp e il Pozzo di S. Polo, distanti dalla sorgente circa 5 km in direzione
NNE.
Un’altra parte del flusso sotterraneo alimenta il Fiume Aniene fra Tivoli e Bagni di Tivoli, dove, a
quote comprese fra 50 e 80 m, si registrano incrementi in alveo di circa 2 m
3
/s (le acque probabilmente
provengono dal settore dei M. Lucretili che comprende il Pozzo Peter Pan). Una frazione significativa
delle acque sotterranee raggiunge, però, le sorgenti delle Acque Albule, dove emergono anche le
acque sotterranee dei Monti Cornicolani.
Nel settore dei M. Lucretili a Est della linea tettonica M. Sterparo-M. Castelvecchio (“Unità 3”
della Sabina) si trovano alcune piccole sorgenti temporanee alimentate da condotti carsici sviluppati al
contatto dei calcari con la formazione marnosa impermeabile del “Rosso Ammonitico” (per esempio la
Risorgenza di Collentone, nell’area fra M. Marcone e M. Follettoso).
I MONTI CORNICOLANI
Sono costituiti da un gruppo di piccoli rilievi calcarei situato in posizione isolata nella pianura
del Tevere, separato dai vicini Monti Lucretili tramite la Valle delle Dame; la lunghezza è di 7-8 km in
senso E-W e l’estensione areale di quasi 20 km
2
. Nonostante la modesta altitudine (la quota più alta è
Poggio Cesi, 413 m), il piccolo gruppo montuoso si alza sulla pianura circostante con grande stacco
morfologico.
Le manifestazioni del fenomeno carsico sono piuttosto evidenti, sia per quanto riguarda le
morfologie epigee, sia per quelle ipogee. Fra le forme di superficie sono conosciute alcune grandi
doline, piuttosto profonde e con pareti ripide, con diametro anche superiore a 100 m; le principali sono
la Dolina delle Carceri e il Merro Secco. Un’altra grande depressione, la Dolina di Santa Lucia, formatasi
nel 1915, si trova ai piedi di Poggio Cesi.
Il carsismo ipogeo è ben rappresentato in relazione alla superficie, con una dozzina di cavità
sotterranee. Le cavità più importanti dell’area sono il condotto sommerso del Pozzo del Merro (-450)
e il Pozzo Sventatore (-118), che si approfondiscono molto al di sotto del livello della falda freatica.
Nell’area sommitale di Poggio Cesi sono conosciute emissioni di aria calda provenienti da varie cavità
impostate su fratture e da numerose fessure non praticabili; fra le cavità più importanti si possono
ricordare lo Sventatoio di Poggio Cesi (-88), la Grotta di Fossavota (-31) e il Pozzo Anacleto (-48).
A Guidonia, sul bordo meridionale del rilievo calcareo (Colle Largo), si trova un’altra interessante
grotta, la Cavità dell’Elefante (sviluppo 125 m). A Sud dei Monti Cornicolani si stende la piana
travertinosa delle Acque Albule, che raggiunge il Fiume Aniene.
Deflusso sotterraneo
Le acque sotterranee dei Monti Cornicolani emergono nel pianoro delle Acque Albule dalle
sorgenti Lago delle Colonnelle e Lago della Regina (q. 70 m), che erogano portate medie di 3,2 m
3
/s
(CAPELLI ET ALII, 1987); le acque sorgive, sulfuree, hanno elevata temperatura (24°C).
La falda carsica miscelata a fluidi mineralizzati affiora nei laghi sul fondo del Pozzo del Merro e
di Pozzo Sventatore (la quota degli specchi d’acqua è di circa 80-83 m), distanti 8,5 km dalle sorgenti,
verso NNW, e nella Cavità dell’Elefante (q. circa 77 m), distante 4 km, verso NNE.
I MONTI PRENESTINI
Questa catena ha andamento meridiano e si sviluppa per una lunghezza di oltre 20 km. Nella
parte settentrionale il rilievo è tagliato dalla valle dell’Empiglione che isola il settore dell’Ara Salère,
che più a Nord borda il Fiume Aniene. Il versante orientale scende ripido, interrotto da fasce di pareti
verticali, verso la larga valle del Torrente Fiumicino e del Fosso di Capranica; alla base di questo
versante si raccorda la piccola dorsale secondaria di Ciciliano, tramite la sella del Passo della Fortuna.
Sempre a Est, una fascia di colline separa i M. Prenestini dalla stretta dorsale di Bellegra. Il versante
occidentale scende fino ad essere ricoperto dalle colate piroclastiche del Vulcano Albano; nell’angolo
Nord-occidentale una serie di incisioni vallive, fra cui la Valle della Mola, separano i Monti Prenestini
dai Monti Tiburtini.
Alla sommità del versante orientale si trovano le cime maggiori della dorsale: Monte Guadagnolo
(1218 m), Monte Coste Galle (1148 m) e Monte Manno (1078 m). La dorsale presenta un altopiano
che si sviluppa intorno ai 1000 m di quota, interessato da morfologie carsiche superficiali, numerose
soprattutto nei grandi piani carsici costellati da moltissime doline, come Le Prata nei pressi di
Guadagnolo e il piano in località Canepine sotto Rocca di Cave; ad Est del paese si trova la Fossa
Ampilla (-61). Nel settore meridionale sono conosciute altre doline di grandi dimensioni, fra le quali
Fossa Leprara e La Piscina. Da segnalare anche alcune depressioni che si sviluppano nelle aree
marginali della catena, dove una coltre di tufi ricopre il substrato calcareo: gli “sprofondi” dell’area di
Passerano.
Il carsismo ipogeo è rappresentato da 22 cavità. Fra le grotte più importanti sono il Pozzo 2°
della Mentorella (-53), situato nei paraggi dell’omonimo santuario sul versante orientale della dorsale,
il Pozzo della Ventrosa (-59), il Puzzu de Piscianegliu (-30) e la Caverna Macchia Nera (-30) tutte
situate più in basso sul versante che scende verso San Gregorio da Sassola.
Ai piedi del versante orientale (Monti Caprini) sgorgano le acque di due interessanti risorgenze:
l’Ainate (sviluppo 210 m) e la Risorgenza della Mola (sviluppo 92 m).
Nei Monti dell’Ara Salère, non lontano da Castel Madama, è da ricordare la Grotta della Riservola (-37).
Deflusso sotterraneo
Le acque sotterranee del settore settentrionale (Monti dell’Ara Salère) e di parte del settore
più propriamente prenestino dovrebbero dirigersi verso Nord per emergere lungo l’alveo del Fiume
Aniene.
Sembra però probabile che le acque di infiltrazione del versante a oriente della linea di cresta
Guadagnolo-Capranica Prenestina-Rocca di Cave (comprese quelle che scendono nel Pozzo 2° della
Mentorella e nella Fossa Ampilla) defluiscano verso Est, per emergere attraverso diversi condotti
carsici, come le risorgenze di Ainate e della Mola e altri condotti un po’ più a valle presso il contatto
dei calcari con le marne a Orbulina (impermeabili). Queste acque si versano nel Torrente il Rio; nella
stazione di misura posta lungo questo torrente (a q. 240 m) sono stati misurati incrementi di portata
in alveo di 95 L/s (BONI ET ALII, 1988).
Nel versante a occidente della suddetta linea di cresta affiora estesamente la Formazione di
Guadagnolo, che contiene falde discontinue negli orizzonti calcarei; le acque sotterranee probabilmente
scendono verso Ovest su superfici di strato, alimentando ruscelli. Le acque di stillicidio che gocciolano
nel Pozzo della Ventrosa dovrebbero riemergere nel fosso omonimo poco a valle della grotta.
I MONTI RUFFI
La catena dei Monti Ruffi (che in questo libro è inserita nella Sotto-Zona della media valle
dell’Aniene) è costituita da una serie di dorsali con vette arrotondate, separate da solchi poco marcati,
allineate in direzione NNW-SSE, per una lunghezza di 10 km ed estensione areale di una quarantina
di km
2
. Il massiccio è delimitato a Nord e a Est dalla valle dell’Aniene; a Ovest e a Sud l’ampia valle del
Torrente Fiumicino circonda alla base il rilievo. Al suo interno vi sono alcune vette superiori a 1000 m
e caratterizzate da elevata acclività, quali Monte Costa Sole (1251 m), al centro del massiccio, e Monte
Macchia (1130 m).
Il carsismo superficiale è ben rappresentato, con microforme di corrosione, vaschette e solchi
carsici evidenti nelle zone prive di vegetazione. In alcune depressioni chiuse presenti nelle zone
sommitali di Monte Costa Sole e Monte Fossicchi si trovano numerose doline. Il carsismo ipogeo, al
contrario, non è molto sviluppato. Nell’area sono conosciute 6 cavità, tutte di piccole dimensioni, ad
eccezione della voragine del Pozzo di Cerreto (-48).
Dall’estremità Sud-orientale dei Monti Ruffi inizia la dorsale calcarea di Rocca Canterano, con il
bordo orientale quasi verticale che disegna il fronte della linea tettonica Olèvano-Antrodoco, esposto
davanti ai Monti Simbruini. In questa modesta striscia calcarea, strettissima e lunga, che continua,
interrotta solo da piccole faglie, fino a Bellegra e Olèvano Romano, si trovano 2 grotte, e in particolare
la Bucia Cucera (-28) a Canterano.
Deflusso sotterraneo
L’ossatura delle scaglie tettoniche che costituiscono i M. Ruffi è formata dalle ripetute alternanze
di marne e calcareniti della Formazione di Guadagnolo (a permeabilità variabile, come si è detto per i
vicini M. Prenestini), sulle quali poggiano i calcari miocenici, ben carsificabili e permeabili, potenti 70-
80 m, presenti in affioramento quasi sulla totalità della superficie di questi rilievi montuosi.
Data la disposizione geologica dei livelli marnosi a bassa permeabilità del substrato (Formazione
di Guadagnolo), le acque che si infiltrano nei calcari devono infine seguire la pendenza degli strati
impermeabili sottostanti. Per quanto riguarda l’unica grotta di un certo interesse presente su questi
monti, il Pozzo di Cerreto situato sulla dorsale di M. Sacrestia, le acque che colano lungo la sua
verticale dovrebbero raggiungere il Torrente Fiumicino (distante 1 km in direzione Ovest), nel quale si
versano circa 50 L/s fra q. 350 m e la confluenza nel F. Aniene (q. 290 m) (BONI ET ALII, 1988).
108
I MONTI SIBILLINI MERIDIONALI
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 139 L’Aquila
1 = Grotta di Cittareale
2 = Buca di Terzone
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°36’ - 42°40’
angolo SE = 0°47’ - 42°34’
Grotta di Cittareale
Dati catastali
altro nome: Pozzo della Sibilla
297 La - comune: Cittareale (RI) - località: Costa di Pietra - quota: 1420 m
carta IGM 1:25000: 139 IV NE Cittareale - coordinate: 0°42’38”0
(13°09’46”4) - 42°38’33”1
carta CTR 1:10000: 337 140 Cittareale - coordinate: 2.369.385 -
4.722.830
dislivello: +25/-450 m - sviluppo planimetrico rilevato: 2650 m
Itinerario
Da Cittareale si prende la strada per Norcia. Dopo circa 4 km si
parcheggia l’auto alla partenza di una strada sterrata a destra, presso il
ponticello sul Fiume Velino (q. 1177). Si risale la Valle di S. Rufo, seguendo
la sterrata fino ad un fontanile (Fonte S. Rufo; q. 1305; 20 minuti di
cammino). Da qui si risale il pendio di Monte Prato in direzione NE, tramite
una traccia di strada a forte pendenza, e si raggiunge il prato sotto il limite
del bosco soprastante la fontana. Nel punto in cui il limite del bosco è più
alto in quota, si entra nel bosco e si continua a risalire il versante per 50
m, fino alla grotta. L’imbocco, un foro di mezzo metro di diametro, è posto
poco al disotto di una fascia di pareti alte meno di 10 m, nascosto tra
alcune roccette. Per trovarlo si può fare riferimento ad un evidente antro
posto qualche metro più in alto, nelle pareti; la grotta si trova 5 m più in
basso sulla sinistra. Dalla fonte si percorrono complessivamente 275 m di
distanza planimetrica in direzione 45°, con un dislivello di 115 m (20 minuti
di cammino dalla fonte).
Descrizione
(informazioni di Elisabetta Preziosi e Paris Scipioni)
La grotta di Cittareale è una grotta complessa, che si sviluppa su più
“piani” suborizzontali messi in comunicazione fra loro da una successione
di pozzi. Le esplorazioni sono ancora in corso in diversi rami, inoltre i tratti
già esplorati ma non rilevati sono numerosi. La descrizione che segue è
suddivisa nei principali rami della grotta.
DALL’INGRESSO AL FONDO “GIUGNO 1989”
L’ingresso è un pozzo profondo 15 m, con imboccatura del diametro
di 50 cm, poi largo circa 1,5 m. Dalla base si prosegue con un breve tratto
a scivolo, si risale quindi per 3-4 m una fessura (corda fissa) che porta
alla base di un saltino di circa 5 m, anch’esso da risalire su corda fissa. Da
sopra il salto si percorre una comoda galleria, molto asciutta e leggermente
ascendente, si traversa un pozzo (corda fissa) e si raggiunge, dopo una
sessantina di metri, la base di un camino (punto A), che porta al punto di
quota più elevata della grotta (+25). Proseguendo in avanti (ramo “del
Nocciolo”), cioè sempre verso NE (tutto il ramo è impostato lungo una
faglia orientata N30°E), la galleria inizia a scendere, con pendenza analoga
a quella di salita. Dopo una settantina di metri si traversa un pozzo (“del
Nocciolo”) e poco più avanti si inizia a scendere un altro pozzo e, senza
scenderlo tutto, si risale una corda fissa che conduce in una saletta. Un
comodo cunicolo (con morfologia freatica come d’altra parte tutto il ramo)
porta all’imbocco (punto B) di una serie di pozzi profonda una quarantina
di metri (pozzi “Praga”), caratterizzata da forte stillicidio. Per giungere più
rapidamente al fondo “Giugno 1989” si traversa alla sommità dei pozzi
“Praga” e, tramite un foro sulla parete di fronte, si entra in un condotto
ortogonale a quello finora percorso (punto C).
Siamo entrati in un settore di grotta costituito da più piani sub-
orizzontali collegati da condotti freatici inclinati; questo sistema è impostato
su una evidente faglia orientata N70°W e inclinata di 50-70° verso nord.
Dal punto C si prosegue a destra (ESE) in una galleria discendente
(gli “Scivoli”) con sezione tondeggiante, comoda e molto asciutta.
Dopo poche decine di metri è possibile scegliere fra due vie alternative:
proseguire in basso scendendo un salto, oppure entrare in un buco di
fronte (corda) ed entrare in un cunicolo parallelo (è questa la via in genere
preferita, chiamata ramo “delle Meteoriti”).
Scendendo nel ramo “delle Meteoriti”, si raggiunge anche (poco
prima di un traverso con sottostante salto) il basso imbocco di un cunicolo
orizzontale (è il ramo “degli Asteroidi”). Continuando, si scendono alcuni
saltini finché i due rami si ricongiungono alla sommità del pozzo “dell’Arco
Naturale”. Si scende il pozzo per una decina di metri fino ad un masso
sospeso (“l’Arco Naturale”), raggiungendo così un livello sub-orizzontale,
sempre impostato sulla faglia.
L’”Arco Naturale” è situato nel mezzo di una grande galleria. Per
proseguire verso il fondo si devono risalire alcuni metri verso ovest con una
corda fissa (galleria “Nera”). La galleria è costituita da tratti ascendenti
alternati a pendii in discesa, per circa 100 m, fino ad una sala con un
pozzo (punto F). Da un masso posto nella sala partono due corde: una
sale leggermente, l’altra scende uno scivolo che poi si affaccia nel pozzo. Si
prende questa seconda corda e si arriva su uno sperone che taglia in due
l’ampio pozzo, profondo una ventina di metri; da qui si prosegue la discesa.
Il ramo “dell’Assassino” (non rilevato) prosegue con una serie di franosi
scivoli, in roccia instabile, fino ad un pozzo profondo una cinquantina di
metri. Dalla base (punto G) si scendono ancora alcuni salti e scivoli fino a
sbucare in un’ampia sala, che sprofonda in un pozzo di 50 m. Il pozzo ha
due bocche; guardandolo, si entra in quella di destra. Durante la discesa
di questo bellissimo pozzo si osserva un grande fuso parallelo, nel quale
si sente scendere una cascata d’acqua; questo fuso parallelo è chiuso
alla base e l’acqua della cascata va verso il fondo della grotta attraverso
passaggi non percorribili.
Dalla base del pozzo di 50 m parte una alta galleria in forte discesa
(scivolo con corda), nella quale, poco dopo la partenza, affluisce un
torrentello (con portata stimata in circa 5 l/s nel gennaio ‘94). Lo scivolo
scende con forte pendenza per 60-70 m, poi l’inclinazione diminuisce, e
si continua a scendere in un ambiente largo fino a una decina di metri e
alto una ventina. Dopo altri 60 m la volta si abbassa, si entra in una sala
che rappresenta la base di un altro fuso, le pareti si chiudono, e l’acqua
filtra nel pavimento detritico, lasciando solo una pozza in superficie (fondo
“Giugno 1989”, -450). Dal fuso della sala di fondo proviene una discreta
quantità d’acqua.
In tutta questa via, dall’ingresso al fondo, l’acqua si trova solo sui
pozzi “Praga”, e immediatamente a monte di questi, e sotto il P50 e fino
al fondo; complessivamente, la grotta è molto asciutta, anche nei periodi
piovosi.
RAMO “DELLA SPINA” (FONDO -170) E NUOVA VIA AL FONDO “GIUGNO 1989” (-450)
Subito dopo la seconda risalita a partire dall’ingresso si entra nel
cunicolo di sinistra, che si affaccia sopra un P10. Sceso il pozzo, ci si infila
in una strettoia bagnata e scomoda che immette su un terrazzo, che è
l’inizio di un pozzo profondo 7 m. Sul fondo si apre una bella “finestra”
da cui parte un P65 (pozzo “Eku”). Dalla base del pozzo si percorre una
breve galleria che immette in una grande stanza (punto H), situata al fondo
di un grande pozzo dal quale arriva sempre uno stillicidio d’acqua.
Sulla parte opposta della base del pozzo inizia un canyon molto
bagnato, che si scende per circa 30 m, terminando all’inizio di una diaclasi
asciutta e lunga una quarantina di metri. All’inizio di questa diaclasi si
apre un primo pozzo di 25 m e, pochi metri più avanti, un altro di 20
m, entrambi interessati da un forte scorrimento d’acqua. Sceso questo
secondo pozzo è possibile infilarsi in un meandro e poi in un piccolo pozzo
(10 m), al termine del quale la volta si abbassa. Qui il condotto diventava
impraticabile e l’acqua si perdeva nel detrito della galleria (-170), finché
un recente lavoro di disostruzione ha permesso di superare una serie di
strettoie e quindi di accedere a nuovi pozzi, per un dislivello complessivo di
200 m (tratto non rilevato).
1 km
m slm
1900
1700
1500
1300
1100
56
(NE)
Rotolone
Monte Laghetto
Pozzetto
dell'Acqua
Grotta di
CITTAREALE
Fonte
San Rufo
Valle San Rufo
Capitoni Piano
della Forca
52 49
9 49
52
49
49
61g,d
58m
58f
52
58m
49
7dt
46
49
46
58m 58f
236
(SW)
livello Bonarelli
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995b
Koopman, 1983
Centamore et alii, 1991
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 139 L'Aquila
109
110
RISALITA DEL P50 DEL RAMO “DELLA SPINA” E VIA NUOVA AL FONDO “GIUGNO 1989” (-450)
Il pozzo del punto H è stato recentemente risalito per 50 m; alla sommità ci si immette in una
serie di pozzi discendenti, di dimensioni anche notevoli, e sempre bagnati. Alla fine di questa serie di
pozzi si raggiunge il fondo della grotta a -450 (questo ramo non è stato rilevato).
RAMO “DEL DRAGO”
Scesi una decina di metri del P65 (pozzo “Eku”), con un pendolo si arriva ad un grosso masso,
che costituisce il bordo di un pozzo parallelo. Si scende per circa 20 m e, dalla base, con una facile
arrampicata si raggiunge la sala “dell’Osso”. Proseguendo per meandri e pozzi (tratto rilevato solo
in pianta, percorso I-J-K) si può tornare all’uscita della grotta chiudendo un anello molto interessante.
Dalla sala “dell’Osso” partono altre diramazioni che permettono di accedere a zone non ancora del
tutto esplorate.
RAMO “DI COMUNE ACCORDO”
Questo ramo, che si sviluppa al disotto del ramo “del Nocciolo”, è raggiungibile tramite i pozzi
“Praga” e dopo aver sceso il P35 (pozzo “Butterfly”). Le gallerie sono asciutte, tranne alcune zone in
corrispondenza dei pozzi, dove c’è stillicidio.
GALLERIA “BIANCA” E RAMO “STE.MI.”
Arrivati all’”Arco Naturale” si prende l’evidente galleria “Bianca” (nel verso opposto alla galleria
“Nera”). Questo ramo è completamente asciutto, si percorre comodamente, e presenta delle belle
zone ricche di cataclasite e cristalli di calcite. A metà circa della galleria un basso passaggio immette
nel ramo “Ste.Mi.”. La prima parte del ramo è caratterizzata da passaggi bassi e scomodi, ma lo
spettacolo successivo ripaga le fatiche. Si entra in una zona ricchissima di gesso e sabbia; tutto il tratto
si percorre senza usare attrezzature di progressione.
GALLERIA “DEGLI ASTEROIDI”
Il ramo inizia dal cunicolo orizzontale sopra descritto, prima di arrivare all’”Arco Naturale”
scendendo dagli “scivoli”. Il primo tratto, lungo un centinaio di metri, è una galleria bassa, poi si
percorre un susseguirsi di cunicoli e gallerie sempre basse, ma calde e asciutte. Lo sviluppo del ramo
è di poco più di 1 km, ma diversi passaggi sono ancora da esplorare.
POZZI “PRAGA”
La discesa dei pozzi “Praga” (dal punto B), profondi 40 m, spezzati da due terrazzi e
decisamente bagnati (soprattutto il primo tratto), porta, con un pendolo ed entrando in un foro nella
parete, ad un condotto ortogonale a quello del ramo “del Nocciolo”, allo stesso modo di quanto
avviene nel sovrastante ramo che porta al fondo “Giugno 1989”. Proseguendo verso destra (WSW)
il cunicolo termina in breve. Andando a sinistra (ENE) si sale una galleria asciuttissima che, dopo una
quarantina di metri, superata una strettoia (“1° Maggio”), si affaccia alla sommità di un pozzo (P150
“del Buiometro”, punto P).
RAMI “OLTRE IL BUIOMETRO”
Si traversa il pozzo “del Buiometro” dopo aver superato la strettoia “1° Maggio” (vedi sopra
pozzi “Praga”). La traversata del pozzo “del Buiometro” ha un aspetto innocuo; in realtà da qui il
pozzo è profondo circa 150 m. Il pozzo si traversa con una breve discesa e risalita con corda, fino ad
un cunicolo situato dalla parte opposta. Da qui si prosegue con un susseguirsi di gallerie e pozzi che
permettono di arrivare alla sala “di Capodanno”, e da questa ad un pozzo profondo 70 m (“Betta nun
ce fà scherzi”). Quindi inizia una serie di meandri (tratto rilevato solo in pianta), in parte inesplorati,
il principale dei quali porta ad una zona molto fangosa e bagnata (meandro “Aspettando Aldo”). Al
termine di questa zona una facile arrampicata permette di uscire dal fango e, subito dopo, con una
serie di corde fisse si risale per circa 80 m fino all’imbocco di un basso cunicolo che immette in una
grandissima sala (sala “Cantabrica”). Siamo entrati nelle zone denominate “Terre Lontane”. Le gallerie
sono asciutte, concrezionate, e con bei depositi di gesso. Il ramo è in esplorazione.
NOTA SULLE CORRENTI D’ARIA
Durante la visita del gennaio ‘94 (giornata molto fredda, è nevicato durante la notte), l’imbocco
presentava una forte corrente d’aria in entrata, e pertanto funzionava da ingresso basso. Nel cunicolo
sopra i pozzi “Praga”, e soprattutto in quello sotto gli stessi, spirava invece una forte corrente d’aria
verso l’esterno. Il punto dove le due correnti d’aria si “scontrano” sembra essere poco a monte dei
pozzi “Praga”, forse sul pozzo “del Nocciolo”, che risale per 50 m. Da sotto i pozzi “Praga” fino al
fondo di -450 la corrente d’aria è sempre diretta verso l’ingresso noto. Solo sul torrente terminale
la corrente sembra invertire direzione, ma il fenomeno potrebbe essere legato allo scorrimento
d’acqua.
1 km
61g
61r
61d
58m
65
m slm
1800
1600
1400
1200
1000
?
?
?
67
67
67
Buca di
TERZONE
le Ravare
Valle di Terzone
versante SW di
Costa Comune
Monte
la Speluca
130
(SE)
310
(NW)
Valle Ciuffolone
61g
61r
65
61d
65
65
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995b
Calamita & Deiana, 1982
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 139 L'Aquila
Grotta di Cittareale: la faglia negli “Scivoli” (foto M. Mecchia)
Buca di Terzone: l’imbocco, dietro la rete (foto M. Mecchia)
111
Stato dell’ambiente
La grotta è molto frequentata. A partire dal 1983, anno in cui gli
scavi nella zona d’ingresso hanno permesso l’accesso al sistema profondo,
il numero complessivo di visite può essere stimato in oltre un migliaio.
La frequentazione, esclusivamente speleologica, ha comportato alcuni
interventi di disostruzione oltre ai consueti effetti ambientali, che, data
la notevole estensione del sistema, sono limitati alle zone maggiormente
battute, mentre rimangono pressochè integri diversi rami di notevole
interesse.
Note tecniche
(di Elisabetta Preziosi e Paris Scipioni)
PERCORSO DALL’INGRESSO AL FONDO “GIUGNO 1989”
DALL’INGRESSO, PERCORRENDO IL RAMO “DEL NOCCIOLO” FINO ALLA SOMMITÀ DEGLI
“SCIVOLI”:
P15 d’ingresso (corda 18 m), Risalita 3 in fessura (corda 6 m),
Risalita 5 (corda 12 m), Traverso 6 m su pozzo (corda 10 m), Traverso
del Pozzo “del Nocciolo” (scendere 8 m poi traversare a destra e risalire
oltre; corda 36 m), segue galleria bassa e si scendono 5 m in arrampicata,
Traverso 12 m sul pozzo “Praga” con forte stillicidio in periodi pioggia,
dopo il traverso si va a destra (punto C).
GLI “SCIVOLI” FINO ALL’”ARCO NATURALE”:
Scivolo 5 (corda 10 m), 1° Scivolo: si scendono solo 5 m poi risalire
nella finestra di fronte (corda 10 m), Risalita 8 fino alla finestra (ramo “delle
Meteoriti”), corrimano con 20 m di corda, P2+corrimano (corda 20 m),
Traverso 20 m (attenzione!, scarica sassi), P30 (attenzione! scarica sassi),
Traverso+Scivolo (corda 12 m), P15 (corda 20 m), “Arco Naturale”.
DALL’”ARCO NATURALE” AL PRIMO POZZO DEL RAMO “DELL’ASSASSINO”:
Risalita 8 m (arrampicabile), Traverso 20 m nella galleria “Nera”
(corda 25 m), Traverso (corde 15+10 m), punto F, P25 (corda 45 m).
DAL RAMO DELL’ASSASSINO AL FONDO “GIUGNO 1989”:
Corrimano con 15 m di corda, Scivolo (corda 35), P50 (corda 80 m,
attenzione! scarica sassi), P8 (corda 15 m), Scivolo+saltino su sfasciumi
(in arrampicata), P5 (in arrampicata), corrimano, P50 (corda 60 m),
Scivolo (corda 150 m), fondo “giugno 1989” (-450).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 12 agosto 1962 fino alla strettoia a -18 m dal G.S.C.T.C.
Polisportiva Spoleto, che ha dato alla grotta il nome di “Pozzo della
Sibilla”.
Nella primavera 1983 sono iniziate le esplorazioni del GGP, che
durano tuttora a cui hanno partecipato C. Gatti, Elisabetta Preziosi, P.
Scipioni e molti altri; il nome della grotta è stato cambiato successivamente
in “Grotta di Cittareale”. Il superamento della strettoia ha permesso di
esplorare il “Ramo della Spina” (-170) e il “Ramo del Nocciolo”. Con
una risalita di 20 m al termine del “Ramo del Nocciolo” nel 1989, è stata
scoperta una nuova prosecuzione che ha portato la profondità a -450 m.
Nel 1991 è stata esplorata la “Galleria degli Asteroidi”, e successivamente
il “Ramo oltre il Buiometro” e il “Ramo 1° Maggio”.
Nel 2001 il Gruppo Speleologico Marchigiano ha esplorato un ramo
in risalita che parte dalla base del penultimo pozzo; contemporaneamente
l’ASIC ha esplorato lo stesso ramo discendendovi dal “Ramo della Spina”.
Nel 2002 l’ASIC (E. Preziosi, P. Scipioni ed altri) insieme con L. Budassi
(GGP), D. Battistini (GS Spoletino CAI) e G. Antonini (GS Marchigiano) ha
iniziato l’esplorazione di un ramo discendente parallelo che parte ancora
dal “Ramo della Spina”.
Bibliografia
ANTONINI, 2001; DOLCI, 1967; GATTI & UFFREDUZZI, 1989; GRUPPO GROTTE PIPISTRELLI
CAI TERNI, 1995; PREZIOSI & SCIPIONI, 1993; SCIPIONI, 1997; SQUAZZINI, 1983.
Buca di Terzone
Dati catastali
1313 La - comune: Leonessa (RI) - località: Valle di Terzone - quota: 1035 m
carta IGM 1:25000: 139 IV NE Cittareale - coordinate: 0°38’48”2
(13°05’56”6) - 42°37’53”5
carta CTR 1:10000: 337 140 Cittareale - coordinate: 2.364.130 -
4.721.740
dislivello: circa -55 m - sviluppo planimetrico: circa 30 m
Itinerario
Da Cittareale si prende la strada per Norcia, e dopo 8,7 km ad un
bivio si prosegue verso Leonessa. L’ingresso si trova sul bordo destro della
strada fra Trimezzo e Terzone, a circa 2,3 km dalla frazione di Trimezzo.
L’ingresso è chiuso da una rete paramassi.
Descrizione
(di Marco Tosti)
L’ingresso, alla base di una paretina di 4 m, è un foro tondeggiante
di 80 cm di diametro, impostato su una frattura con direzione N50°W. Gli
strati sono inclinati di 20° verso nord.
Il pozzo di ingresso, con imbocco particolarmente franoso, è profondo
34 m. A circa metà pozzo si nota una “finestra” (dalla quale proviene aria) il
cui accesso è reso difficoltoso da uno spesso strato di fango che ricopre le
pareti. Alla base del P34 si supera una strettoia (allargata artificialmente) e
si arriva in breve sopra un pozzo profondo circa 15 m. Alla base del pozzo
una grande frana chiude la cavità (-55).
Stato dell’ambiente
L’ingresso è stato aperto durante gli scavi per l’allargamento della
sede stradale. Il pozzo, disceso per la prima volta nel 1994, è stato
oggetto di un numero ridottissimo di visite, fino ad oggi probabilmente non
superiore a qualche decina. La strettoia alla base del P34 è stata allargata
artificialmente. Di conseguenza, lo stato originario della grotta risulta assai
alterato.
Note tecniche
P34 (corda 45 m) con partenza franosa sotto la rete, P15 (corda
20 m), fondo (-55).
Storia delle esplorazioni
Esplorata fra luglio e agosto 1994 dal GS Spoletino CAI (R. Giorgetti,
Anna Laura Battaglia, A. Morgantini, M. Tosti), e dal GGP (P. Scipioni e C.
Gatti).
112
I TRAVERTINI DELLA CASCATA DELLE MARMORE
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 138 Terni
1 = Complesso delle Grotte dei Campacci
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°11’ - 42°34’
angolo SE = 0°20’ - 42°30’
Complesso delle Grotte dei Campacci
Dati catastali
comune: Terni - località: I Campacci
carta IGM 1:25000: 138 I SO Labro
carta CTR 1:10000: 347.010 Collestatte
GROTTA DELLA MORTA (57 U)
coordinate IGM: 0°15’56” (12°43’04”4) - 42°33’06” - quota: 381 m
coordinate CTR: 2.332.570 - 4.713.560
GROTTA DELLE DUE DIACLASI (58 U)
coordinate: 0°15’52” (12°43’00”4) - 42°33’04” - quota: 364 m
coordinate CTR: 2.332.490 - 4.713.520
GROTTA DELLE COLONNE (59 U)
coordinate: 0°15’56” (12°43’04”4) - 42°33’06” - quota: 381 m
coordinate CTR: 2.332.610 - 4.713.610
GROTTA DELLA CONDOTTA (60 U)
coordinate: 0°15’58” (12°43’06”4) - 42°33’07” - quota: 380 m
coordinate CTR: 2.332.700 - 4.713.640
dislivello: -32 m - sviluppo planimetrico: 480 m
Aree protette di riferimento: Parco Fluviale del Fiume Nera; ZPS IT5220025 “Bassa Valnerina: Monte
Fionchi - Cascata Marmore”
Itinerario
Da Terni, percorrendo per oltre 7 km la S.S. 79 per Rieti, si giunge all’abitato di Marmore.
Superata la ferrovia, si incontra il bivio a sinistra per il campeggio, all’interno del Parco dei Campacci,
raggiunto il quale si parcheggia l’auto.
L’accesso al sistema è garantito da cinque ingressi, protetti da recinzione e/o tombini o cancelli,
raggiungibili in pochi minuti. Attualmente quasi tutti gli ingressi sono posti oltre una rete di protezione
che ostacola l’accesso all’insidioso fronte della rupe.
Costeggiando a destra il confine del campeggio fino a tale recinzione, si trovano il tombino
Colonne, e subito dopo un ampio pozzo recintato (Pozzo delle Colonne). Poco oltre, un’altra recinzione
con un saltino di 3 m è l’ingresso Condotta-Colonne. Altri ingressi minori seguono i precedenti. Per
accedere alla Grotta della Morta ed alla complessa Grotta delle Due Diaclasi, si può usare un cancelletto
posto all’interno del camping; o meglio, costeggiando il fianco sinistro della recinzione dello stesso
camping lungo un viottolo intagliato nel travertino e scendendo poi a destra in direzione opposta alla
cascata, seguendo un antico canalino d’irrigazione tuttora in uso, fino ad una grande frattura a destra
nella rupe, protetta con un cancello (GRUPPO GROTTE PIPISTRELLI CAI TERNI, 1995).
L’area della Cascata delle Marmore è visitabile in tutti i periodi dell’anno, la caduta d’acqua è
però visibile solo in alcune ore del giorno, maggiormente nel periodo estivo.
L’accesso per gli speleologi alle cavità non è attualmente soggetto a limitazioni, ma si ritiene che
le opere di consolidamento della rupe potranno in futuro ostruire alcuni tratti della cavità limitandone
la percorribilità.
Descrizione
(di Tonino Uffreduzzi)
Il complesso sub-orizzontale delle Grotte dei Campacci, scavato nei travertini, è composto
da due grotte comunicanti fra loro tramite fessure non percorribili: il sistema Grotta della Condotta
- Ingresso Condotta-Colonne - Pozzo delle Colonne - Tombino Colonne e il sistema Grotta della Morta
- Grotta delle Due Diaclasi. Gli ambienti sotterranei si presentano asciutti e polverosi; solo limitate zone
sono caratterizzate da modesti stillicidi.
La visita alle Grotte dei Campacci può essere impostata realizzando tre diversi itinerari che
permettono di attraversare la maggior parte degli ambienti.
TRAVERSATA DALL’INGRESSO CONDOTTA-COLONNE ALL’INGRESSO DEL TOMBINO GROTTA DELLA CONDOTTA, CON DEVIAZIONE
ALLA SALA DI TEO
Si entra nell’ingresso Condotta-Colonne oltrepassando una recinzione ed un cancello. L’accesso
è su frattura con pozzetto di qualche metro, da superare in opposizione; sul fondo la frattura può
essere percorsa sia verso Est che verso Ovest. In direzione Est si avanza tra le due pareti della
frattura, che continua in alto sino all’esterno. Il tratto prossimale al piano di campagna è caratterizzato
da estesi e spessi depositi travertinosi mammellonari.
Proseguendo si rinvengono i resti di una condotta idrica realizzata alla fine del XIX secolo
(punto 61), e parzialmente rivestita a mattoni; verso destra la condotta prosegue orizzontalmente per
alcune centinaia di metri sino ad arrivare ad un’opera di presa sul Fiume Velino (la sua percorribilità
è limitata dalla presenza di acqua) mentre a sinistra la condotta conduce, tramite un cunicolo in forte
pendenza, ad una cisterna ipogea di raccolta delle acque (la visita di questo tratto è sconsigliata per
la sua pericolosità).
Attraversata la condotta si prosegue nel cunicolo principale sino alla sua occlusione da crollo e
concrezionamento; in questo punto (64) si dipartono due rami.
RAMO DELLA SALA DI TEO
Salendo qualche metro in arrampicata si accede ad un passaggio stretto da superare distesi
sino ad affacciarsi, in contrasto, sopra un pozzetto di pochi metri, superabile in opposizione, meglio
se con l’ausilio di corda di sicura o scaletta; al disotto l’ambiente si allarga con colate calcitiche sulla
sinistra ed un laghetto asciutto con fondo sabbioso sulla destra (punto 77), proseguendo si risale di
qualche metro su fessura per poi ridiscendere sino ad una saletta, detta di Teo, con un fondo sabbioso,
caratterizzata da livelli concrezionari legati ad un laghetto. Tornando indietro di qualche metro si
può risalire di 7-8 m in opposizione (la “Spaccazza”) e visitare la parte alta della frattura, ornata da
splendide concrezioni stalattitiche e colonnari.
RAMO DEL TOMBINO GROTTA DELLA CONDOTTA
Dal punto 64 del rilievo, invece di salire si imbocca il ramo in basso, sul fondo del cunicolo.
Questo ramo della grotta, privo di concrezionamenti, è costituito da un lungo cunicolo a fessura, con
passaggi anche molto stretti, che rende bene l’idea dei fenomeni speleogenetici che hanno guidato
lo sviluppo dell’intero complesso. Quasi al termine della diramazione una risalita conduce all’ingresso
Tombino Grotta della Condotta.
TRAVERSATA DALL’INGRESSO CONDOTTA-COLONNE AL TOMBINO COLONNE
Dall’ingresso Condotta-Colonne si prosegue in direzione Ovest sul fondo ad elevata pendenza
della frattura principale, caratterizzato da massi di crollo; si arriva, attraversando una sala dal soffitto
molto alto, ad un pozzetto verticale di 11 m, da scendere con corda o scaletta. Si accede così all’ampia
sala all’aperto della Grotta delle Colonne; tale ambiente è generato dall’intersezione di almeno tre
fratture a diversa direzione di cui due si estendono, con apertura di qualche metro, sino al piano
campagna (Pozzo delle Colonne); caratteristici i depositi mammellonari che dai bordi esterni della
frattura si propendono per metri verso l’interno, i numerosi crolli di volumi rocciosi hanno determinato
un ulteriore allargamento della sala. Gli attuali lavori di consolidamento della rupe (iniziati nel 1999)
interessano questo e altri ambienti del livello inferiore, con il posizionamento di tiranti e gettate di
calcestruzzo, per cui la visita di questi tratti ha perso il fascino che aveva in passato.
Dal ballatoio che separa la base del Pozzo delle Colonne dalla grotta sottostante, tramite uno
stretto cunicolo a fessura si accede alla Sala delle Colonne, l’ambiente più suggestivo dell’intero
complesso con la presenza di cordoni concrezionari legati a vari livelli di un laghetto fossile ed enormi
concrezioni stalattitiche e colonnari, sia verticali che inclinate di circa 45°. Le stalattiti inclinate sono
legate alla deposizione del travertino in ambiente di cascata su pendio mentre quelle verticali si sono
deposte in ambiente ipogeo da circolazione di acque provenienti dall’esterno e percolanti attraverso
la parte alta della frattura principale.
Dalla Sala delle Colonne si ritorna al Pozzo delle Colonne; risalendo in arrampicata si accede
al cunicolo che con attraversamenti in contrasto conduce al Tombino Colonne, raggiungibile dopo
una salita in opposizione di una fessura in alcuni punti piuttosto stretta. L’uscita dal tombino a grata
avviene nel boschetto del Parco dei Campacci.
TRAVERSATA GROTTA DELLA MORTA - GROTTA DELLE DUE DIACLASI, CON DEVIAZIONE NEL RAMO DELLA BUCA DELLE
LETTERE
Si accede alla Grotta della Morta dal cancello nel camping; il primo tratto, su cunicolo di crollo,
permette di entrare in una frattura verticale che può essere discesa in opposizione, meglio se con
l’ausilio di una corda di sicura, in quanto, seppure il dislivello da superare è solo di qualche metro,
la profondità della frattura è di 10-20 m. Le fessure alla base della grotta comunicano per vie non
percorribili con il sistema della Grotta delle Colonne.
Si avanza quasi in piano nella frattura che, pur attraversando slarghi a sala, diventa poi uno
stretto cunicolo che si immette in un ambiente detto Sala Paradiso, per via della ricchezza delle
concrezioni colonnari ed a festone. Da questa sala si diparte la deviazione della Buca delle Lettere,
che può essere imboccata salendo a sinistra nella sala ed infilandosi in uno stretto passaggio al di
sotto di concrezioni stalattitiche; al di là, si risale in arrampicata un saltino di qualche metro arrivando,
dopo aver superato due salette, ad un punto in cui una stretta fessura si apre sul pavimento (la “Buca
delle Lettere”). Passata questa strettoia verticale dell’altezza di circa 2 m, un cunicolo stretto a fessura
porta ad un sistema di sale allineate in direzione N-S e caratterizzate da depositi mammellonari ed a
clava, di travertino particolarmente “spugnoso”.
Il percorso a ritroso ci riporta nella Sala Paradiso da dove si prosegue nella traversata
imboccando uno stretto cunicolo al di sotto di un masso di crollo (punto 6), in direzione Ovest; si
segue il cunicolo scendendo in basso sino ad arrivare sul fondo sabbioso della frattura, la si segue
sino a doversi alzare verso l’alto ed effettuare un lungo tratto in contrasto, aiutati da una cengia, così
da portarsi verso l’uscita (Grotta delle Due Diaclasi) che si apre sulla rupe di travertino in prossimità
del salto principale della cascata.
Stato dell’ambiente
Le grotte, a partire dagli anni ‘50, sono state oggetto di assidua frequentazione, stimabile in
molte migliaia di visite, probabilmente oltre 10.000.
Attualmente le grotte sono interessate dai lavori per il consolidamento della rupe di Marmore,
lavori che hanno parzialmente alterato lo stato delle cavità, attraversate da alcuni tiranti e da colate
Travertini delle Marmore: la cascata e sullo sfondo, a sinistra, la parete sulla quale si apre uno degli imbocchi
delle grotte dei Campacci (foto G. Mecchia)
113
114
di calcestruzzo nelle zone inferiori del sistema. In alcune zone interne sono
posizionate strumentazioni di monitoraggio. Una delle diaclasi intercetta
resti di una condotta idrica realizzata alla fine del XIX secolo parzialmente
rivestita a mattoni, con origine da una cisterna ipogea collegata ad
un’opera di presa posta all’esterno.
La recente opera di ripulitura e asportazione dei rifiuti eseguita dagli
speleologi ha sensibilmente migliorato l’aspetto degli ambienti sotterranei,
che risultano pertanto abbastanza puliti.
Note tecniche
I dislivelli verticali, alti fino a qualche metro, possono sempre essere
superati in arrampicata libera anche se è consigliabile, vista la fragilità
degli appigli, l’uso di una corda di sicura e/o di scalette (15 m). La cavità è
attrezzata con spit e chiodi da roccia.
Storia delle esplorazioni
Le prime esplorazioni sistematiche del complesso sono state
effettuate negli anni ‘50 dal GGP (F. Fratini, B. Moschowitz, L. Virgili, G.
Coletti, L. Croccolino, D. Censi, F. Foschi e R. Sconocchia).
Bibliografia
ANTONELLI ET ALII, 1962; BERGUI, 1937; CATASTO SPELEOLOGICO DELL’UMBRIA, 1994;
GRUPPO GROTTE PIPISTRELLI CAI TERNI, 1995; LEMMI & COLETTI, 1961; LIPPI BONCAMBI,
1950; MATTIOLI, 1965B; MATTIOLI, 1972; RICCARDI., 1825; SABATINI & UFFREDUZZI,
1989.
IL MONTE COSCE
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 138 Terni
1 = Grotta dello Svizzero
2 = Grotta di Pizzo Corvo
3 = Pozzo delle Canine
4 = Pozzo di Miesole
5 = Grotta Cherubini
6 = Buco del Pretaro
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°01’ - 42°33’
angolo SE = 0°13’ - 42°21’
1 km
m slm
600
400
200
137
(SE)
317
(NW)
versante SW di
Monte Pennarossa
Fiume
Nera
Cascata delle Marmore
Monte Mazzelvetta
Fiume Velino
67
67
67
64
64
64 12
64
60d
60d
60r
9
60r
Grotte dei
CAMPACCI
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
Carta Geologica dell'Umbria 1:10.000 - Sez. 347010 Collestatte
Complesso delle Grotte dei Campacci: salone con resti della
condotta nella Grotta della Condotta (foto C. Gatti)
Grotta dello Svizzero: il cunicolo iniziale (foto G. Mecchia)
115
Grotta dello Svizzero
Dati catastali
84 U - comune: Narni (TR) - località: Monte Santa Croce - quota: 280 m
carta IGM 1:25000: 138 IV SO Narni - coordinate: 0°02’37”0 (12°29’45”4)
- 42°30’01”7
carta CTR 1:10000 (Umbria): 346 060 Fornole - coordinate: 2.314.229-
4.708.514
dislivello: -80 m - sviluppo planimetrico: 750 m
Itinerario
Da Narni si raggiunge la frazione di Stifone, dove si lascia la macchina.
Si scende a piedi attraverso le case raggiungendo il Fiume Nera, che si
attraversa su un ponticello pedonale (q. 90). Si passa sotto la ferrovia
abbandonata e si prende il sentiero a destra, che corre alla base di due
grandi muri di sostegno. Arrivati ad un bivio (fin qui 10 minuti a piedi, q.
130), si prende il sentiero di sinistra che risale il versante con vari tornanti.
A q. 200 ad un bivio si imbocca il sentiero di destra, e al successivo bivio
(q. 215), poco visibile, si prende ancora a destra. Salendo poi per tracce di
sentiero nel bosco si raggiunge l’ingresso (40 minuti di cammino).
Descrizione
L’ingresso è una spaccatura lunga 2,7 m e larga fino a 1 m, con due
alberi che sbucano dall’imbocco. Non si avvertono correnti d’aria. La grotta
è interamente impostata su un’unica frattura (faglia) orientata 135°-315°
e inclinata mediamente di 60° verso SW.
Sceso il saltino d’ingresso (3 m) si cammina in una galleria in discesa,
larga 1,4 m e alta altrettanto, impostata sulla frattura. Percorsi una ventina
di metri, la galleria curva verso destra e dopo un breve tratto in piano si
striscia risalendo un passaggio basso e si entra in una saletta (punto 4);
qui, lungo il piano di faglia, si osserva la breccia cataclastica.
Si riprende la discesa lungo la massima pendenza della frattura
e dopo una dozzina di metri si raggiunge un bivio (punto 5). Da qui è
possibile proseguire in due rami distinti, privi di collegamenti noti. Sulla
parete superiore si osserva la breccia rossastra, mentre il pavimento è
ingombro di massi.
RAMO DI SINISTRA (VERSO SUD)
Dal punto 5 si prosegue verso sinistra percorrendo una frattura
in leggera discesa fino ad arrivare in una saletta larga 3 m e alta 2,5 m
(punto 22).
Si imbocca un basso passaggio e si scende fino a raggiungere
un’altra piccola sala (punto 24), larga 2,7m e alta 1,6 m, dove si osservano
sottili radici.
Si prosegue nella spaccatura con la solita orientazione e inclinazione,
larga 1,2 m, ancora con presenza di sottili radici, e si raggiunge la sala
terminale di questo ramo (punti 27-29), con accumuli di guano che formano
chiazze scure sul pavimento, e con un piccolo stillicidio dal soffitto e lungo
la parete (l’unico osservato in tutta la grotta) che causa la presenza di
fango. La sala è lunga una quindicina di metri, larga 3-4 m e alta 2-2,5 m,
le pareti sono costituite, almeno a tratti, da piani di frattura. In fondo alla
sala si è alla base di un camino alto una quindicina di metri, inclinato lungo
la massima pendenza della frattura e chiuso alla sommità (punto 30).
Non si avvertono correnti d’aria.
Il punto più profondo di questo ramo (-52 m) si può raggiungere
inoltrandosi in un cunicolo lungo una trentina di metri.
RAMO DI DESTRA (VERSO OVEST)
Dal punto 5 si prosegue seguendo la massima pendenza della
frattura, in ripida discesa per 7-8 m. Sulla parete inclinata si osservano
alcuni gradini scavati a mano. Si arriva ad una saletta (punto 7) larga 1,5 m
e alta 2,5 m, con le pareti costituite da piani di frattura. Evitando di entrare
nella saletta, si prosegue nel cunicolo che si apre sotto i piedi, percorrendo
la fessura fino a raggiungere, in breve, una strettoia orizzontale larga 40
cm, a forma triangolare con il piano di frattura a soffitto (punto 11).
Percorso uno stretto cunicolo discendente, si supera un saltino
(punto 13) aiutandosi con una corda fissa, atterrando nel mezzo di
una galleria larga 1,5 m, impostata sulla solita frattura. Da qui si può
proseguire sia verso destra che verso sinistra.
Andando a destra (Ovest) la galleria termina dopo pochi metri; nella
nicchia (punto 14) si osservano le scalpellate in parete e cristalli di calcite.
Da qui si scende in un ampio foro, si trova una corda fissa che facilita la
discesa di un saltino di 2-3 m e si arriva nelle salette terminali di questo
ramo. Si osservano, conficcate nel fango, 2 monete da 5 centesimi coniate
nel 1921 e scritte a nerofumo datate 1928. Il punto più profondo di questo
ramo (-80) si raggiunge scendendo per 6-7 m in cunicoli.
Proseguendo nelle salette si trovano alcune brevi diramazioni, una
delle quali riporta al punto 13.
La grotta è completamente asciutta, tranne l’unico stillicidio descritto
nel ramo di sinistra.
Stato dell’ambiente
La grotta è nota da lungo tempo, e almeno a partire dal XVIII secolo
è stata sfruttata come miniera di ferro. All’interno si osservano, quindi,
tracce di scavo come gradini, scalpellature e asportazioni, mentre mancano
resti di attrezzi o manufatti. Nei tempi più recenti la grotta non è stata
frequentata in modo assiduo; anche per questo non si rinvengono rifiuti
abbandonati all’interno e nell’insieme non si ricava l’impressione di un
ambiente compromesso.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature da risalita. Una corda da 10 m e
uno spezzone corto sono sufficienti per aiutarsi nei passaggi più inclinati
(corde fisse della descrizione). Da notare che la vistosa numerazione
verniciata sulle pareti della grotta non corrisponde ai punti del rilievo del
GGP, riportato in questo volume.
Storia delle esplorazioni
La grotta era conosciuta da sempre. In base alla documentazione
storica raccolta da A. Scatolini sembra corrispondere al sito della “Cava di
Zara”, nella quale “fattovi calare quattro uomini, questi trovarono in fondo
dei rami di vena di ferro, dell’altezza di un palmo (25 cm), ma di qualità
un poco inferiore delle altre cave” (PENNINI, 1760). Venne rintracciata l’11
novembre 1956 su indicazione di un ingegnere svizzero che lavorava
in un’industria narnese ed effettuava ricerche minerarie nella zona, ed
esplorata nel 1957 dal GGP (M. Silvestri, F. Fantini, G. Coletti, B. Mattioli e
B. Moschowitz).
Bibliografia
CATASTO SPELEOLOGICO DELL’UMBRIA, 1994; DE DOMINICIS, 1961; MATTIOLI, 1968;
PENNINI, 1760; SCATOLINI A. (2000).
116
Grotta di Pizzo Corvo
Dati catastali
82 U - comune: Narni (TR) - località: Casa Colombaia presso Villa Eroli - quota: 225 m
carta IGM 1:25000: 138 IV SO Narni - coordinate: 0°06’01” (12°33’09”4) - 42°30’36”
carta CTR 1:10000 (Umbria): 346 070 Narni - coordinate: 2.318.925 - 4.709.390
dislivello: -46 m
Itinerario
Da Narni si prende la strada verso Terni. Passati sotto uno stretto arco romano, si prosegue
per 1,4 km fino ad un bivio, dove si svolta a destra in una strada in salita (indicazioni per Santa Lucia,
Santuario Sacro Speco, Sant’Urbano). Dopo 1 km ad un bivio si prosegue a sinistra per la strada
principale, che si lascia dopo 1 km per prendere una stretta stradina che scende a sinistra, evitando
di imboccare la “strada della Colombaia”, che inizia subito prima. Si percorre la stradina per 500 m
fino ad un incrocio, dove si svolta a sinistra raggiungendo dopo 200 m un nuovo bivio. Si imbocca una
strada a destra, in forte discesa, e dopo 200 m, in corrispondenza di un tornante, si imbocca un’altra
sterrata a destra in leggera salita. Dopo 400 m, ad una curva a 90° davanti ad una casa, si lascia la
macchina. Si prosegue a piedi sulla stradina che sale a destra della casa, interrotta dopo pochi metri
da una sbarra, quindi ad un incrocio si imbocca un’altra stradina sterrata a sinistra; dopo circa 60 m, si
gira a destra seguendo il tornante e dopo altri 20 m la si lascia per addentrarsi nel bosco a sinistra. Si
segue una traccia di sentiero verso sinistra e dopo una cinquantina di metri si arriva al grande pozzo,
nel punto più basso del bordo, circondato da filo spinato, nel bosco (5 minuti di cammino).
Descrizione
Si tratta di una cosiddetta “dolina di crollo” con imbocco a forma quasi circolare di 25-30 m di
diametro. Aprendosi sul versante inclinato, il punto di quota più elevata lungo il bordo (situato a SW) si
Bibliografia
CATASTO SPELEOLOGICO DELL’UMBRIA, 1994; DE DOMINICIS, 1961; KELLER, 1895; LEMMI & COLETTI, 1961; MANTOVANI,
1884; SEGRE, 1948A; TERRENZI, 1889.
Pozzo delle Canine
Dati catastali
155 U - comune: Stroncone (TR) - località: versante NE del Colle di Vasciano - quota: 680 m
carta IGM 1:25000: 138 III NE Stroncone - coordinate: 0°09’38” (12°36’46”4) - 42°26’40”
carta CTR 1:10.000 (Umbria): 346 160 Monte San Pancrazio - coordinate: 2.323.690 - 4.702.160
dislivello: -78 m - sviluppo planimetrico: 120 m
Itinerario
Dalla SS 313, al bivio per Lugnola, si prosegue in direzione di Vasciano. Poco prima di entrare
nel paese si prende la strada sterrata che passa a fianco del castello diroccato. Si lascia la macchina
nei pressi della sbarra, 400 m più avanti (q. 530 circa). Si prende il sentiero che parte poco prima
della sbarra e che risale il versante, poco visibile e a tratti interrotto. Intorno a quota 640 (circa 20
minuti a piedi) si lascia il sentiero, per salire il versante seguendo la massima pendenza. Il reperimento
della grotta risulta particolarmente arduo, anche a causa della vegetazione. Il pozzo si trova su un
ripiano alla base di una paretina tagliata per tutta la sua altezza da un’evidente frattura (q. 740 circa,
40 minuti di cammino).
Descrizione
L’imbocco è un pozzetto profondo 6 m, con una sezione irregolare ampia fino a 5 m. Il lato
a monte è costituito da una paretina, mentre quello a valle è occupato da massi franati. Il pozzo è
impostato all’incrocio fra due fratture: quella che forma la parete (NW-SE) e una quasi ortogonale,
lungo la quale è impostata la prima parte della grotta. Quest’ultima frattura si nota anche all’esterno
poiché taglia la parete con un ripidissimo canalone. Alla base del pozzo, sul lato della parete, una
fessura sul pavimento (lunga 3 m, larga 0,6 m) immette direttamente nel salto successivo, profondo 9
m. Si prosegue in una galleria inclinata, impostata sulla frattura orientata NE-SW, lunga una quindicina
di metri, perfettamente rettilinea. La galleria è larga 1,30 m ed è alta 8 m in corrispondenza del salto,
poi il soffitto si mantiene pressoché orizzontale. In fondo (punto 4), la galleria termina con un pozzo
profondo 10 m, con l’imbocco costituito da uno stretto buco (1,5x0,6 m). Due metri sotto l’orlo del
pozzo la sezione si stringe ulteriormente in una scomoda strettoia. Dalla base fino al fondo la grotta è
interamente impostata sulla frattura orientata NW-SE. Si avanza nella stretta fessura che scende per
una quindicina di metri fino ad un abbassamento del soffitto (punto 8), oltre il quale la grotta si allarga
in una saletta (5x4 m). Sulla destra della saletta, attraverso una strettoia, si può accedere ad un pozzo
profondo 12 m e chiuso alla base (punto 13). In fondo alla saletta (punto 16) una strettoia verticale
immette in una successione di salti (5, 8 e 20 m) separati da strettoie molto selettive. Il fondo (-78) è
costituito da una fessura larga circa 60 cm e lunga una quindicina di metri.
La grotta è inattiva e asciutta. In estate si è notata una debolissima corrente in uscita.
trova 12 m più in alto del punto più basso. Dal bordo basso il dislivello massimo del pozzo è di 46 m.
La discesa viene solitamente effettuata dal punto più alto, più sicuro e panoramico, fissando la corda
su un albero che si sporge nel pozzo e permette una bella calata di 41 m interamente nel vuoto, con
atterraggio sul conoide detritico in posizione centrale.
Il pozzo sembra impostato su una serie di fratture orientate N30°E e inclinate di 50-70° verso
SE; una di queste sembra essere una faglia, con il labbro NW sfarinato, la cui erosione ha determinato
la posizione del punto più basso lungo il bordo a valle. La roccia appare quasi ovunque frantumata
(conferendo al pozzo un aspetto poco rassicurante) e solo nella parte superiore si riconosce la
stratificazione, immergente di 30-40° verso 310°.
Le pareti strapiombano su tre lati e la base ha una forma ellittica di 40x50 m che, rispetto all’imbocco,
si amplia soprattutto verso NW seguendo l’inclinazione degli strati. Il fondo è un grande conoide di massi e
detrito che scende da quota -19 a SE a -46 a NW, coperto da una fitta bassa vegetazione.
Il concrezionamento è del tutto assente. L’attività idrica è limitata allo stillicidio che si attiva solo
dopo le piogge. Nel pozzo nidificano molti uccelli, il cui guano nerastro copre alcuni settori delle pareti.
Stato dell’ambiente
Il pozzo è noto “da sempre”. Nonostante la notorietà del luogo, la frequentazione speleologica
è abbastanza limitata. Lo stato dell’ambiente appare sufficientemente preservato; sul fondo del pozzo
si trovano solo pochi rifiuti sulla verticale del bordo basso.
Note tecniche
Si àncora la corda (50 m) ad un albero che sporge dal punto più alto lungo il bordo del pozzo;
da qui la verticale di discesa misura 41 m.
Storia delle esplorazioni
Il nome ha origine dal termine “corbo” o “canestro” (SEGRE, 1948a). E’ stata descritta, ma non
discesa, da TERRENZI (1889). La prima esplorazione completa è forse opera del CSR tra il 1948 e il
1950: infatti SEGRE (1948a) non ne indica la profondità, mentre Lippi Boncambi nel 1950 la inserisce
nel catasto; LEMMI & COLETTI (1961) ne indicano la profondità e il fatto che “è citato col n. 59 nel catasto
del CSR”.
1 km
m slm
400
200
270
(W)
90
(E)
le Grazie
il Bastione
PIZZO CORVO
67
67 64
52
57m
60d
67
67
64
67
64
9
52 49
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995a
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
Grotta di Pizzo Corvo: il pozzo visto dal basso (foto M. Mecchia)
1 km
m slm
1000
800
600
400
200
45
(NE)
225
(SW)
64
60r
60d
57m
57f
52
49
9
67
64 67
Colle di Vasciano
Pozzo delle
CANINE
Fosso di
Vasciano
Monte San Pancrazio
47
47
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita at alii, 1995a
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
117
118
1 km
Torrente
l'Aia
Fosso di Vasciano
Pozzo di
MIESOLE
Monte Sardone
64
67
64
64
60r
60d
57m
57f
52
49 47
47 67
m slm
900
700
500
300
225
(SW)
45
(NE)
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995a
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
1 km
m slm
1000
800
600
400
200
59
(NE)
239
(SW)
67
64
57m
57f
57m
52
57f
57m
60d
60r
67
64
64
60d
67
71
Grotta
CHERUBINI
dorsale di
Monte Cosce
Valle Aperta
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995a
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
Stato dell’ambiente
La grotta, scoperta nel 1973, è stata oggetto di un numero ridottissimo di visite speleologiche,
fino ad oggi probabilmente non superiore a qualche decina. Ciò è anche imputabile alla difficoltà di
individuazione dell’ingresso. La grotta è integra.
Note tecniche
P6+P9 (corda 20 m), P10 (corda 15 m), serie finale di pozzi (P5+8+20) particolarmente
stretta (difficile l’utilizzo dell’attrezzatura di risalita su corda), fondo (-78).
Storia delle esplorazioni
Esplorata nel 1973 dal GGP (B. Moschowitz, B. Mattioli, L. Croccolino, P.L. Salustri).
Bibliografia
CATASTO SPELEOLOGICO DELL’UMBRIA, 1994; LEMMI, 1965.
Pozzo di Miesole
Dati catastali
altro nome: Pozzo di Mezzo
350 La - comune: Configni (RI) - località Fosso Collinette - quota: 695 m
carta IGM 1:25000: 138 III NE Stroncone - coordinate: 0°10’17”9 (12°37’26”3) - 42°25’49”9
carta CTR 1:10000: 346 160 Configni - coordinate: 2.324.540 - 4.700.410
dislivello: -51 m - sviluppo planimetrico: 63 m
Itinerario
In prossimità dell’ingresso principale del paese di Configni (300 m prima della piazza) si prende
una strada asfaltata a destra in salita. Dopo 100 m la strada diventa sterrata: ad un bivio si prosegue
a destra. Dopo 2,2 km si lascia la macchina ad una curva in corrispondenza di un canalone (fosso
Collinette). L’ingresso della grotta è ubicato esattamente lungo il canalone, 40 metri più in basso. E’
conveniente non scendere direttamente il ripido canalone. Il pozzo si apre nel bosco ed è recintato (5
minuti di cammino).
Descrizione
La grotta si apre con un grande pozzo, la cui sezione orizzontale è lunga oltre 15 m e larga la
metà. Il pozzo, profondo 42 m fino alla sommità del cono detritico posto alla sua base, è impostato
su una faglia orientata N20°W e immergente 80°SW. Scendendo, l’imbuto si stringe assumendo una
sezione quasi circolare ampia 5-7 m. A 20 m di profondità, e fino a 5 m dal fondo del pozzo, un
diaframma di roccia dello spessore di 1,5 m divide in due parti il salto. Il foro a Sud è il più ampio, con
un diametro di 2,5-3 m, mentre quello Nord è largo circa 1,5 m. A 5 m dalla fine della discesa il pozzo
sbuca in una grande sala; si atterra in cima ad un bel cono detritico, alto 5-8 m e largo 15-20 m, che
presso il bordo Ovest della sala poggia su un pavimento pianeggiante.
La sala è bella e grande (60x40 m, altezza di una quindicina di metri). La base è pianeggiante
e coperta da un piccolo spessore di fango, spesso “bucato” dallo stillicidio che mette a nudo un
pavimento detritico sottostante; alcuni blocchi crollati dalla volta sono immersi nel pavimento. Il lato
119
Est è impostato su un disturbo tettonico parallelo a quello che ha originato
il pozzo; una fessura può essere risalita per alcuni metri fino ad una
strettoia che immette in un salto discendente che riporta alla stessa quota
del salone. Sul lato Nord parte delle acque di stillicidio vengono raccolte in
un solco che si inoltra sotto la parete (punto 6, -51). Sul lato Ovest spicca
la giacitura degli strati calcarei immergenti 45-50° verso NE; un piccolo
foro sul pavimento (sezione 1,5x0,4 m) scende per 2-3 m. Il lato Sud è
costituito da un ammasso di frana formato da detrito e blocchi, che si risale
per una decina di metri, con belle concrezioni presso la parete.
L’attività idrica sembra limitata allo stillicidio. Non si avverte alcuna
corrente d’aria.
Stato dell’ambiente
La grotta, esplorata a partire dal 1954, è stata scarsamente
frequentata, con un numero complessivo di visitatori probabilmente non
superiore a 200. La grotta è integra.
Note tecniche
Pozzo unico di 42 m (corda 70 m), con lungo corrimano si arriva
ad un albero che si sporge all’interno del pozzo; dal diaframma di roccia
situato 20 m più in basso si entra nel foro più ampio.
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 30 maggio 1954 dal CSR (M. Astorri, E. Callori, G. Pighetti,
B. Rossi, M. Salvucci, E. Spicaglia, F. Zanera). In tempi più recenti il Gruppo
Speleologico Stroncone ha effettuato la risalita della fessura nella sala.
Bibliografia
CALLORI, 1954; DOLCI 1967.
Grotta Cherubini
Dati catastali
329 La - comune: Vacone (RI) - località: Colle Castagneto - quota: 630 m
carta IGM 1:25000: 138 III SE Montebuono - coordinate: 0°10’46”3
(12°37’54”7) - 42°23’40”8
carta CTR 1:10000: 356 040 Montebuono - coordinate: 2.325.060 -
4.696.425
dislivello: -40 m - sviluppo planimetrico: 100 m
Itinerario
Da Vacone si prende la strada per il cimitero, che diventa presto
sterrata. Dopo 700 m ad un trivio si prosegue a destra per altri 1,5 km
finché, superato un fosso appena accennato, si incontra sulla destra un
cancello mentre sulla sinistra si vede un albero di leccio con incisa una
croce alta un metro. Si segue la strada per altri 60 m, poi si lascia la
macchina. Si risale il pendio sulla destra della strada in direzione 60° per
110 m, per 45 m di dislivello (meno di 10 minuti di cammino).
Descrizione
L’ingresso, alto 60 cm e largo 1 m, si apre in una piccola dolina di
crollo alla base di una paretina calcarea alta 4 m. Un secondo ingresso,
di dimensioni ancora più ridotte, si apre 1 m più a destra; il pertugio
immette in un cunicolo che è stato percorso per una ventina di metri,
progressivamente sempre più stretto fino ad una fessura impraticabile.
Disceso un gradino alto 1 m, uno scivolo lungo 8 m, coperto di
terra e foglie, conduce ad una frattura chiaramente tettonica orientata
E-W, con sezione che all’imbocco si allunga per una decina di metri verso
Est (allineamento punti 2-3) mentre la larghezza è di 1-1,5 m. Verso il
basso la fessura tende a stringere, diventando infine impraticabile (è stata
discesa per oltre 35 m senza toccare un vero fondo). Il pozzo-fessura
è interrotto a metà da un terrazzino formato da materiale detritico. Alla
sommità, scavalcato l’imbocco del pozzo, sulla stessa frattura, uno stretto
cunicolo chiude dopo pochi metri. Durante l’estate, dal pozzo sale una forte
corrente d’aria.
A sinistra dell’orlo del pozzo, risalendo di 1,5 m si accede ad
un piccolo reticolo di gallerie di origine tettonica che si intersecano ad
angolo retto seguendo le direzioni N-S ed E-W, riscontrate anche in
faglie visibili all’esterno. Fatti pochi metri si arriva in un ambiente formato
dall’intersezione di due gallerie (punto 4), nel quale numerose radici
pendono dalla volta. La fessura appena percorsa, venendo dal pozzo,
prosegue oltre l’incrocio per 10 m con un basso cunicolo che ne incrocia a
sua volta un altro perpendicolare, chiuso in fessura.
Dal punto 4, il ramo ortogonale al precedente, cioè il principale,
prosegue con direzione E-W sia a destra che a sinistra dell’incrocio; il
tratto di sinistra chiude dopo 5 m, mentre quello di destra prosegue con
una galleria lunga oltre 30 m, dalla caratteristica sezione triangolare,
larga circa 1 m (ma in un punto stringe fino a 30 cm) con le pareti e il
fondo coperti da bianchi crostoni stalattitici e vaschette; abbondano le
concrezioni e sottili stalattiti in formazione. A metà della galleria (punto
5) uno sprofondamento laterale immette nuovamente nel pozzo. Poco più
avanti confluisce nel condotto principale una fessura laterale lunga circa 4
m fino ad uno sbarramento di concrezioni. Un’altra cortina di concrezioni
alla fine della galleria principale (punto 7) può essere superata strisciando
in una strettoia (allargata artificialmente); al di là si incontra ancora un
tratto di galleria con caratteristiche simili al precedente, che sprofonda in
un pozzetto a fessura di 8 metri; dopo il pozzetto la frattura prosegue in un
passaggio ostruito da numerose belle colonne stalattitiche. Ad eccezione
che in quest’ultimo ambiente, gli stillicidi sono scarsissimi.
Stato dell’ambiente
A partire dal 1948, anno della prima esplorazione speleologica, la
grotta è stata oggetto di diverse centinaia di visite. Le disostruzioni che
hanno permesso l’esplorazione del ramo sinistro, costituiscono l’unico
segno evidente di alterazione dell’ambiente.
Note tecniche
Il P35 interno stringe progressivamente fino a diventare
impercorribile (corda 50 m).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 26 luglio 1948 dal CSR (C. Ranieri, G. Pighetti e L.
Sorrentino). Nel 1993 il GGP (Emanuela Bisonni e G. Granati) ha allargato
la strettoia che chiudeva il ramo sinistro, proseguendo nella galleria.
Bibliografia
CAMPONESCHI, 1962; CHIOCCHINI ET ALII, 1975; CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1948;
DOLCI, 1967; SEGRE, 1948A.
120
1 km
m slm
700
500
300
100
239
(SW)
59
(NE)
Fosso Pago
Contrada
Colle Saini
Buco del
PRETARO
Caprareccia
della Ficara
25
67
67
64
67 64
64
60r
60d
67
67
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Calamita et alii, 1995a
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 138 Terni
Buco del Pretaro
Dati catastali
altro nome: Buco della Speranza
967 La - comune: Montebuono (RI) - località: Ponte del Pretaro - quota:
322 m
carta IGM 1:25000: 138 III SE Montebuono - coordinate: 0°08’08”
(12°35’16”4) - 42°22’29”
carta CTR 1:10000: 356 040 Montebuono - coordinate: 2.321.360 -
4.694.285
dislivello: +6/-41 m - sviluppo planimetrico 530 m
Itinerario
Da Montebuono si prende la S.P. per Magliano Sabina fino al Ponte
del Pretaro (1,3 km). Appena superato il ponte si vede sulla destra della
strada l’ingresso, un foro alla base della parete chiuso da un cancello.
L’accesso è regolamentato dal Comune; consigliabile la visita “guidata”,
con l’accompagnamento del Gruppo Speleologico Utec Narni, anche per
l’andamento labirintico della grotta.
Descrizione
Alla base della parete verticale si trova l’ingresso, allargato
artificialmente, costituito da un foro di sezione circolare di 70 cm di
diametro. Ci si infila nel pertugio calandosi in una saletta; si prosegue la
discesa nella condotta forzata superando un primo passaggio basso (40
cm) con soffitto tondeggiante e base detritico-terrosa pianeggiante, poi la
condotta scende ripidamente, con allargamenti e abbassamenti della volta.
Dopo 6 m il cunicolo si biforca (punto 3): a destra una stretta fessura in
discesa porta al ramo “Agili” (descritto più avanti), mentre a sinistra si
prosegue per la “Via Vecchia”.
Ancora 2-3 m di discesa e l’ambiente di allarga (punto 4) e lungo un
giunto di strato inclinato si sviluppa una serie di cunicoli: quelli in alto lungo
il piano (“Labirinto di Patroclo”), cioè a destra, portano verso l’ingresso
del ramo “del Guerriero” e verso il punto più alto della grotta (quota +6),
mentre tenendosi in basso presso la parete di sinistra si prosegue per la
“Via Vecchia”.
Tutta la grotta è costituita da una fitta rete di condotti con sezioni
circolari o ellittiche allungate lungo piani di discontinuità. Le condotte sono
impostate in sistemi di fratture immergenti verso 50°-70° con inclinazione
di 40°-65° (sistema prevalente nella “Via Vecchia”) e immergenti di 60°
verso 330°-340° (nel ramo “del Guerriero”), e lungo gli strati, inclinati di
30-65° verso 210-250°. Si tratta spesso di condotte forzate di dimensioni
limitate (in genere con diametro inferiore al metro). Le condotte si
intersecano formando un reticolo labirintico, con andamento per lo più
“a scivolo”, lungo la massima pendenza delle superfici di discontinuità.
Trovare la strada giusta in questo labirinto non è facile e richiede molto
tempo, se non si è accompagnati da una “guida”.
“VIA VECCHIA”
Una quindicina di metri più avanti del punto 4, si aggira e si scende un
pozzetto scivolando sul piano inclinato dello strato: il pozzetto “Barbablù”
ampio 1x2 m e profondo 4 m, arrampicabile. Alla base si prosegue nella
spaccatura e, tenendosi in alto presso la volta, si raggiunge dopo pochi
metri una condotta pianeggiante. Subito si aprono alcuni tubi ellittici a
scivolo (“1° Toboga”, punto 16), impostati sulla frattura inclinata di 50°
verso 60° e profondi 9 m: uno misura 40x60 cm ed è una bella ed inusuale
discesa per gravità, un secondo è più ampio (20x120 cm) e può essere
sceso più comodamente, con l’aiuto della corda fissa.
Alla base del 1° Toboga si entra in una condotta forzata (diametro 70
cm) a sinistra (Nord) che immette immediatamente nel “2° Toboga”, simile
al primo, profondo 5 m, con una corda che facilita la discesa (e soprattutto
la salita, data la presenza di fango).
Alla base bisogna scoprire, con l’indispensabile buona sorte, il
passaggio giusto in un intricato sistema di condotte ricche di concrezioni
coralloidi, evitando un ripido scivolo (profondo 11 m, porta al ramo “del
Cervo”), e dopo una decina di metri si raggiunge un incrocio individuabile
dalla scritta “22” sulla parete (punto 25 del nostro rilievo). In questo tratto
si notano sulle pareti le scritte in carboncino: “uscita” e “plus ultra”, scritte
al contrario e risalenti ad una epoca sconosciuta (cioè sono state trovate
già dai “primi” esploratori della grotta); la scritta “uscita” non è diretta
verso l’ingresso attuale (che, d’altra parte, era impercorribile ed è stato
aperto artificialmente), e dimostra l’antica esistenza di un altro ingresso,
tuttora ignoto.
Si prosegue in una spaccatura orientata a NW, che dopo pochi metri
diventa più ampia (larga 1,5 m, alta anche 3 m), impostata lungo lo strato
inclinato. Dopo meno di 10 m si nota una fessura verticale a destra (che
in breve chiude), poi si raggiunge una particolare forma di erosione nella
roccia (“l’onda”), si risale e dopo una decina di metri si sbuca in una saletta
alta 2 m, ampia 2x10 m (punto 29), a quota -34.
All’estremità SW (a sinistra entrando nella saletta dal cunicolo) parte
un altro cunicolo che dopo 3-4 m sale in un camino alto 8 m, che inizia
con una stretta fessura (30 cm) a forte inclinazione, poi la sezione diviene
tondeggiante (diametro 50 cm) e verticalmente si sbuca in una sala.
La sala “UTEC” (punti 32-33) è l’ambiente più grande della grotta,
ampia 5x10 m e alta 4-5 m. La volta è costituita da numerose cupole
(che caratterizzano molte parti della grotta), le pareti sono “porose”
(interamente alterate, come ovunque nella grotta) e si trovano piccole
Buco del Pretaro: il P9, 1° Toboga (foto A. Cerquetti)
Buco del Pretaro: il P11, 2° Toboga (foto C. Germani)
121
croste bianche di gesso; il pavimento è fangoso e in leggera discesa.
Per raggiungere il punto più lontano dall’ingresso (il “fondo”, -41), si
sale nel punto più alto della sala, per percorrere poi un breve cunicolo fino
all’ampio scivolo finale, dove si cammina su una superficie di strato.
RAMO “DEL GUERRIERO”
Per entrare nel ramo del Guerriero, dal punto 4 si sale nella condotta
tenendosi presso la parete di destra fino a raggiungere un passaggio
basso: alla base della paretina (punto 8) si apre uno stretto cunicolo
terroso in forte discesa (alto 40 cm e largo 60 cm), che dopo 5-6 m
termina in una condotta quasi orizzontale (diametro 50 cm) che immette
in un secondo tratto ripido fino alla sala “del Guerriero” (punto 41), larga
2 m e alta poco di più, con cupole sulla volta e concrezioni coralloidi. Sulla
destra inizia un piccolo cunicolo orizzontale (ramo “Agili”) che riporta al
punto 3, vicino all’ingresso della grotta.
A sinistra, invece, si scende in un reticolo di condotte quasi verticali,
scegliendo la più grande (diametro inferiore al metro), superando un
dislivello di 8 m fino ad uno slargo (punto 43).
Se, invece di proseguire la discesa, si prende la diramazione in salita
lungo gli strati, dopo 4-5 m si raggiunge la saletta dell’”Arpa Celtica” (così
chiamata per una caratteristica concrezione a velo), ampia 2 m e alta 1,7
m, con belle concrezioni calcitiche bianche, cupole sulla volta e pavimento
piatto.
Ritornati al punto 43, si riprende con la discesa di un tratto verticale,
il pozzo “Fabau”, armato con corda e scale ma arrampicabile, profondo 5
m.
Si prosegue la discesa della condotta incontrando un livello argilloso
scuro; da qui in avanti la grotta è fangosissima. A sinistra della condotta
parte una breve diramazione (“Black Out”); il cunicolo principale è
attraversato da una forte corrente d’aria.
Si scende ancora qualche metro nella frattura inclinata di 65°
verso 340° arrivando sopra un salto profondo 12 m (pozzo “D’Avolha”,
punto 46), da scendere con la corda; alla base (che rappresenta il punto
probabilmente più profondo della grotta, circa -40, ma manca un breve
tratto di rilievo) la fessura è impercorribile.
Invece di scendere il pozzo D’Avolha, lo si può scavalcare alla
sommità, verso destra, entrando con una piccola condotta nella “regione
Himalayana”.
Si salgono 8 m (corda, ma arrampicabile) lungo lo strato a forte
inclinazione (50-60°) fino ad una saletta fangosissima (punto 48). Da qui
è possibile continuare la salita (corda) per una quindicina di metri fino al
“Trivio” (punto 50, quota -6), dove si incrocia una fessura percorribile in
orizzontale per una ventina di metri verso destra (NW) e per una decina di
metri verso sinistra fino al pozzo “a Sabbia”.
Dalla saletta del punto 48 si può anche scendere attraverso due
condotte che si ricollegano più in basso, impostate sulla frattura inclinata di
60° verso 330°, raggiungendo un tratto verticale, profondo circa 20 m, al
di sotto del quale la fessura diviene impercorribile.
RAMO AGILI
Inizia dal punto 3 con una stretta fessura verticale profonda 3 m, poi
una breve piccola condotta porta ad una strettoia orizzontale (“la Grande
Fuga”), subito seguita da una seconda strettoia orizzontale nella quale si
striscia su terriccio, per riemergere dopo alcuni metri in una condotta e
infine raggiungere la sala “del Guerriero” (punto 41).
IDROLOGIA E CORRENTI D’ARIA
Nella grotta lo stillicidio è molto scarso e non sono noti scorrimenti
d’acqua nemmeno nei periodi piovosi. In una visita effettuata a fine maggio
si avvertiva una modesta corrente d’aria in uscita dall’ingresso, corrente
sensibile anche all’interno e diretta verso l’ingresso noto, sia nella “Via
Vecchia” che nel ramo “del Guerriero”. All’ingresso la corrente d’aria
dovrebbe soffiare verso l’esterno in estate e verso l’interno in inverno
(NINI, 1988).
Stato dell’ambiente
L’imbocco attuale è stato aperto durante i lavori di scavo per
la realizzazione della sede stradale. Nei primi anni ’80 gli speleologi
disostruirono l’ingresso fino a permettere il passaggio. A partire da
quell’anno la grotta è stata molto frequentata con un numero complessivo
di visite stimabile in oltre un migliaio. Alcuni modesti interventi di
disostruzione hanno portato all’esplorazione del ramo “del Guerriero”.
Nella grotta sono state rinvenute tracce di una frequentazione antecedente
il XX secolo (evidentemente attraverso un altro ingresso) e anche
frammenti di copertoni nella zona più interna. Grazie alla presenza del
cancello fin dall’inizio dell’attività esplorativa, la cui apertura necessita
di autorizzazione, la grotta è oggetto di un flusso di visite numeroso ma
controllato che ha consentito nel tempo di preservare quasi integralmente
lo stato dell’ambiente.
Note tecniche
“VIA VECCHIA”:
Si può percorrere senza attrezzature. Si incontrano tre pozzetti: P4
(“Barbablu”), P9 (“1° Toboga”), P5 (“2° Toboga”) attrezzati con corda
fissa ma arrampicabili. Per entrare nel ramo “del Cervo”, però, si deve
scendere un P10.
RAMO “DEL GUERRIERO”:
Diaclasi in discesa di 8 m, P5 (armato ma arrampicabile), P12 (corda
15 m) con fessura impercorribile alla base.
“REGIONE HIMALAYANA”:
Sopra il P12 si entra nella “Regione Himalayana”: Risalita 8
(arrampicabile ma attrezzata con corda fissa), Risalita 15 fino al “Trivio”
(due corde, da 15 e 20 m).
Storia delle esplorazioni
Nel 1944, durante il passaggio degli alleati, fu aperta una strada
che aggirava il Ponte del Pretaro, distrutto dai bombardamenti. In
quell’occasione fu scoperto un piccolo foro nella roccia, presto ricoperto
dalla vegetazione spontanea. Nel luglio 1983 un abitante dei dintorni,
ricordandosi del buco, tornava a visitarlo e ne dava notizia al GS UTEC
Narni che, dopo aver superato alcuni problemi burocratici (il sindaco aveva
chiuso nel frattempo l’ingresso), il 30 agosto iniziava le esplorazioni,
proseguite poi per alcuni anni.
Probabilmente l’intero complesso ha o aveva un altro ingresso da
dove, ai primi del XIX secolo, entrarono dei pionieri della speleologia o
dei briganti (il “Pretaro” era appunto un famoso brigante della zona dei
primi anni dell’800) che lasciarono delle scritte con il nerofumo delle loro
candele. Sotto il Pozzetto Barbablù furono trovate 4 monete pontificie
(Baiocchi) datate dal 1801 al 1816 e alcune antiche scritte (NINI, 1988), e
in una delle gallerie terminali è stato trovato un frammento di pneumatico.
Nella primavera del 1995 sono state riprese le esplorazioni da parte
del GS UTEC, in particolare ad opera di G. Guerriero Monaldi, ed è stato
esplorato il Ramo del Guerriero. Attualmente (2003) sono in corso nuove
esplorazioni.
Bibliografia
GRUPPO SPELEOLOGICO UTEC NARNI, 1985; MECCHIA G, 1997; MONTINI E TROMBETTI,
1987; NINI, 1988; RUSCONI, 1990.
122
I MONTI SABINI SETTENTRIONALI
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 144 Palombara Sabina
1 = Voragine le Puzzole
2 = Revotano
3 = Grotta Scura
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°12’ - 42°25’
angolo SE = 0°25’ - 42°13’30”
Voragine le Puzzole
Dati catastali
66 La - comune: Contigliano (RI) - località: sopra le pareti del versante sud
di Monte Romano - quota: 670 m
carta IGM 1:25000: 138 II SO Contigliano - coordinate: 0°18’15”5
(12°45’23”,9)- 42°22’46”5
carta CTR 1:10000: 357 020 Poggio Fidoni - coordinate: 2.335.310
- 4.694.415
dislivello: -53 m - sviluppo planimetrico: 50 m
1 km
m slm
1000
800
600
400
0
(N)
180
(S)
Fosso di
Piedimonte
la Bandita
Voragine
le PUZZOLE
S. Pietro
S. Lucia
Fosso
della Mola
S. Valentino
53
57f
53
7dt
9
7dt 47
9
47
47
49
53
57f
57m
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Manganelli & Faramondi, 1990
Calamita & Pierantoni, 1995
Pierantoni et alii, 1995
Stato dell’ambiente
La grotta, pur se esplorata fin dal 1960, è stata oggetto di un numero
ridottissimo di visite, fino ad oggi probabilmente non superiore a qualche
decina. I rifiuti presenti sul fondo del pozzo sono il segno dell’utilizzo
improprio della voragine avvenuto fino a qualche decennio fa; il fetore che
emanava dall’imbocco a causa delle carogne di animali in decomposizione
ha determinato, infatti, il nome della grotta.
Note tecniche
Discesa della spaccatura dall’estremità orientale dell’ingresso minore
(punto 1): P35 (corda 60 m, attenzione! scarica sassi).
Storia delle esplorazioni
Localizzata da R. Riccardi e G. Venanzi nel 1927. La prima discesa
nota è stata eseguita il 14 maggio 1960 dallo SCR (B. Camponeschi, S.
Mainella, G. Pasquini, Ferro).
Bibliografia
CHIOCCHINI ET AII, 1975; DOLCI 1966; PASQUINI, 1960b; RICCARDI R., 1927; SEGRE
1948a.
Il Revòtano
Dati catastali
68 La - comune: Roccantica (RI) - località: 1 km a NW di Monte Cesa -
quota: 505 m
carta IGM 1:25000: 144 IV NE Poggio Mirteto - coordinate: 0°14’36”
(12°41’44”4) - 42°18’36”
carta CTR 1:10000: 357 050 Roccantica - coordinate: 2.330.010 -
4.686.900
dislivello: -85 m - diametro maggiore: 320 m - diametro minore: 250 m
Aree protette di riferimento: SIC IT6020017 “Monte Tancia e Monte
Pizzuto”; ZPS IT6020017 “Monte Tancia e Monte Pizzuto”
Itinerario
Dalla piazza di Roccantica, dal cui belvedere è possibile vedere il
bordo del Revotano, 100 m più in alto sulla montagna di fronte, si esce
dal paese e si prosegue a piedi lungo la strada per l’Eremo di S. Leonardo
per 200 m, superando l’ultima casa del paese. Subito dopo, sulla destra, si
imbocca un sentiero che scende al Fosso di Fonte Regna e che prosegue
raggiungendo in breve il Fosso di Galatina, più grande del precedente e
attivo d’inverno (q. 380 circa, 15 minuti di cammino). Attraversato il fosso
si prosegue lungo il sentiero che sale sul versante opposto. Dopo 5 minuti
Aree protette di riferimento: SIC IT6020017 “Monte Tancia e Monte
Pizzuto”; ZPS IT6020017 “Monte Tancia e Monte Pizzuto”
Itinerario
Da Rieti si prende la strada per Contigliano; dopo circa 7,5 Km ad un
bivio si svolta a sinistra per Monte San Giovanni in Sabina. Dopo 400 m ad
un nuovo bivio si prende a destra per San Filippo. Dopo 2,7 Km, poco prima
di entrare nel paese di San Filippo, si imbocca una strada a destra che sale
(subito si nota un grande fontanile). La si percorre per 400 m, fino ad un
bivio; qui si svolta a sinistra e ci si ferma dopo 400 m (in questo ultimo
tratto la strada diventa sterrata) nei pressi di una stradina che scende a
sinistra (percorribile anche con l’auto, ma in cattive condizioni). Si segue
la stradina per 130 m fino ad un ripido sentiero che scende sulla sinistra:
lo si percorre per 40 m fino a raggiungere i due ingressi della grotta (5
minuti di cammino).
Descrizione
Due spaccature si aprono nel fianco della montagna, la maggiore
orientata E-W (punti 3-5), lunga 24 m e larga fra 50 e 150 cm, la minore
(punti 1-2) orientata circa N40°W, lunga 12 m, larga come l’altra ma
posta più in basso di 2-4 m. Le due spaccature sono distanti fra loro 5 m,
separate da un ponte di roccia, ma gli ambienti ipogei sono comunicanti.
La grotta è costituita interamente da questa spaccatura tettonica
quasi verticale, che taglia strati sottili di calcari con lenti selcifere, orientati
N60-65°E e debolmente immergenti a nord (10-20°).
Entrando dall’estremità orientale della spaccatura minore (punto 1)
si scende uno scivolo molto franoso profondo 12 m, fino alla verticale di
un salto di 22 m. La fessura, dall’andamento in pianta sinuoso, ha quasi
ovunque una larghezza di circa 60 cm. Anche la base del pozzo ha una
larghezza che non raggiunge il metro; qui la fessura si allunga per circa 30
m, con il fondo coperto di detrito, massi e ossa di animali, non pianeggiante
ma articolato in un saliscendi, con il punto percorribile di quota più
profonda (punto 16) situato 42 m sotto l’orlo più basso. All’estremità
orientale (punto 14) la spaccatura si apre in un approfondimento, appena
troppo stretto per essere disceso, la cui profondità è stimata in 10-15 m
per una lunghezza di una dozzina di metri. In estate una sensibile corrente
d’aria si inoltra verso il basso nella fessura.
Entrando dall’ingresso maggiore presso la sua estremità occidentale
(punto 5) si scende un pozzo indipendente profondo 55 m. Dalla sua
estremità orientale (punto 3), invece, si scende per 18 m nell’altro ramo
fino ad un terrazzo detritico (fra i punti 7 e 9). Da qui si può scendere ad
est, ricollegandosi al tratto descritto in precedenza, oppure ad ovest, con
una serie di saltini (10, 4, 8 e 5 m) che portano comunque al fondo dello
stesso ramo (punto 16).
L’attività idrica della spaccatura appare limitata a uno scarso
stillicidio.
123
124
1 km
m slm
700
500
300
100
262
(W)
82
(E)
Poggio
Forcelle
Fosso di
Pratolata
il REVOTANO
Fosso di
Galantina
Grotta di
San Leonardo
Fosso di
Coste Pigne
22
3
64 ?
67
64
60d
60r
67
64
67
64
64
67
67
Elaborazione su base cartografica (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
1 km
m slm
500
300
100
348
(N)
168
(S)
Fosso Pianello
Cornazzano
i
n
g
h
i
o
t
.
r
i
s
o
r
g
.
Grotta SCURA
Torrente
Farfa
Mompeo
22 57m
22
12 12
3
12
22
Elaborazione su base cartografica (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
di cammino si lascia il sentiero principale per prendere una traccia a sinistra
che sale ripida lungo il versante. Da qui si continua a salire per tracce di
sentiero poco battute, nella fitta vegetazione, percorrendo una dorsale fino
a quota 500 m circa. Spostandosi poi a destra lungo tracce di sentiero si
arriva all’orlo della dolina. Se si è fortunati, si raggiunge il punto più basso
dell’orlo, in corrispondenza di un cerchio di pietre (45 minuti di cammino).
E’ difficile rendersi conto di essere sul bordo della dolina, in quanto
la vegetazione impedisce di vedere la cavità. Un sentiero parte da questo
punto scendendo verso l’interno. Poco più sotto si intravedono le alte
pareti interne della dolina.
Descrizione
Si tratta di una grande dolina con traccia del bordo quasi circolare
del diametro di circa 250 m; la profondità è di 85 m dal punto più basso
dell’orlo, posto all’estremità settentrionale della dolina (punto D). Da
questo punto si scende nella dolina tramite un sentiero che taglia il pendio
compiendo un semi-giro fino a raggiungere un grande accumulo di frana.
Qui la vegetazione è più diradata e si può osservare meglio l’aspetto della
cavità: la parte alta è quasi ovunque caratterizzata da pareti verticali alla
base delle quali dei ripidi conoidi detritici scendono ad imbuto fino al fondo.
In particolare è possibile ammirare la grande parete verticale sul versante
ovest, alta una cinquantina di metri.
Si scende infine tra i massi coperti di muschio fino a raggiungere il
fondo della dolina (punto B), interamente occupato da blocchi di grandi
dimensioni tra i quali è cresciuto un rado bosco. L’acqua non ristagna nella
dolina nemmeno dopo forti piogge. La temperatura al fondo della dolina
sembra essere molto più bassa rispetto a quella dell’esterno.
Grotta Scura: la galleria presso la risorgenza (foto G. Cappa)
il Revòtano: la dolina vista dalla strada (foto M. Mecchia)
il Revòtano: il fondo della dolina (foto M. Mecchia)
Grotta Scura: l’antro di ingresso (foto G. Mecchia)
125
Stato dell’ambiente
Sebbene sia presumibile una forte frequentazione del luogo nel passato, attualmente la cavità
è situata in un bosco fitto e intricato che opera un’azione deterrente verso un facile escursionismo.
All’interno della “dolina” non si riscontrano elementi di contrasto con lo stato naturale del sito.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature.
Bibliografia
CHIOCCHINI ET ALII, 1975; DOLCI, 1966; GUATTANI, 1828; KELLER, 1895; MAROCCO, 1883; PALMIERI, 1863; SEGRE,
1948a; SEGRE, 1951a; SEGRE, 1956; SPERANDIO, 1790; TUCCIMEI, 1886; TUCCIMEI, 1887.
Grotta Scura
Dati catastali
925 La - comune: al confine tra Castelnuovo di Farfa e Poggio Nativo (RI) - località: Cornazzano
carta IGM 1:25000: 144 I SO Fara in Sabina
carta CTR 1:10000: 357 140 Poggio Nativo
INGHIOTTITOIO - quota: 275 m
coordinate IGM: 0°18’07”9 (12°45’16”3) - 42°14’36”5
coordinate CTR: 2.334.700 - 4.679.010
RISORGENZA - quota: 255 m
coordinate IGM: 0°18’05”7 (12°45’14”1)- 42°14’39”4
coordinate CTR: 2.334.650 - 4.679.100
TERZO INGRESSO - quota: 270 m
coordinate IGM: 0°18’04”0 (12°45’12”4)- 42°14’39”4
coordinate CTR: 2.334.610 - 4.679.100
dislivello (dall’inghiottitoio): -20/+10 m - sviluppo planimetrico: 355 m
Aree protette di riferimento: SIC IT6020018 “Fiume Farfa (corso medio-alto)”; ZPS IT6020018 “Fiume
Farfa (corso medio-alto)”
Itinerario
Da Castenuovo di Farfa si prende la S.P. Mirtense in direzione Poggio Nativo; appena usciti dal
paese si svolta a sinistra in una stradina in forte discesa, prima asfaltata e poi bianca. Al primo bivio
dopo 400 m si svolta a sinistra, quindi la strada costeggia la depressione denominata Cornazzano.
Al successivo bivio, dopo 1 km, si svolta a destra, quindi si lascia la macchina presso un terzo bivio
con una carrareccia in discesa. L’inghiottitoio si apre nel prato a destra della strada; un sentierino
costeggia la grande dolina di ingresso e conduce ad un cancelletto chiuso ma aggirabile; con una
scala in ferro si scende nell’antro di ingresso, sistemato artificialmente. Per raggiungere l’ingresso del
ramo fossile (terzo ingresso) si percorre la carrareccia che parte dal bivio per 50 m e, superata una
“tagliata”, si prende un sentiero a sinistra. Dopo circa 50 m si scende verso destra per pochi metri un
ripido scivolo fra gli alberi, su tracce di sentiero (è utile una corda per aiutarsi), arrivando all’ingresso,
un foro aperto artificialmente alla base di una paretina di 2 m (10 minuti di cammino). Per arrivare
all’ingresso inferiore (secondo ingresso) si prosegue invece per la carrareccia per altri 100 m, poi la
si abbandona e si segue un sentiero in leggera discesa a sinistra per 100-150 m, arrivando in breve
all’ampio portale della risorgenza (15 minuti di cammino).
Descrizione
Si tratta di una grotta di attraversamento che drena l’acqua della conca di Cornazzano, un
bacino chiuso di 0,7 km
2
.
La profonda incisione del solco torrentizio scende nell’antro di ingresso (la “Caverna delle
Pisoliti”), di grandi dimensioni (larga 15 m e lunga una quarantina), la cui volta, alta circa 3 m, è
solcata da un grande canale di volta e da alcune cupole di evorsione. Il pavimento, pianeggiante,
mostra i segni di rimaneggiamento antropico. Si scende nell’antro tramite una scaletta in ferro fissata
alla roccia. Al termine della sala, un pozzetto di 6 m (punto C) immette in una galleria a forra con
andamento meandriforme larga mediamente 1-2 m, alta da 5 a 10 m, che prosegue con piccoli gradini
e pozze d’acqua per circa 100 m in direzione ovest seguendo due sistemi di fratture ortogonali,
orientate NE-SW e NW-SE. La galleria sbuca in un grande ambiente (sala “Sabina 88”, punto H), larga
circa 5 m e lunga una ventina; qui la grotta ha un netto cambiamento di direzione e piega verso NE.
Dal fondo dalla sala, un’ampia galleria lunga una ventina di metri (punti I-L), con il fondo coperto
da argilla e massi di crollo, conduce ad un nuovo ambiente di crollo di 15 m di larghezza, occupato
da pozze e laghetti, con un canale di volta sul soffitto, che comunica con l’esterno tramite un grande
portale, l’”Antro del Cavallo”, formatosi a causa dell’arretramento per erosione delle pareti esterne; il
torrente che esce dalla grotta si getta nel torrente Farfa, 60 m più in basso.
Dalla sala “Sabina 88” è anche possibile, tramite un passaggio laterale fra grandi massi di crollo
(punto O), accedere alla sala “Francesco Orofino” del ramo fossile.
Un terzo ingresso è stato aperto artificialmente; si tratta di uno stretto pertugio in discesa che
immette in un cunicolo pianeggiante largo 1 m e alto circa mezzo metro, lungo una decina di metri,
al termine del quale il passaggio è sbarrato da una porta in ferro posizionata dalla Sovrintendenza
Archeologica. Al di là della porta si entra nella grande sala “Francesco Orofino” (23x13 m, altezza
5 m) con la volta molto concrezionata e con il pavimento reso pianeggiante da un riempimento di
sedimenti argillosi di notevole spessore. In fondo al salone sono ben visibili le trincee scavate dagli
archeologi. In alto a sinistra (punto N), salendo in arrampicata una fessura per una decina di metri, si
entra nel ramo “del Tiramisù”, costituito da una galleria molto fangosa e ben concrezionata lunga circa
80 m, larga poco più di 1 m e alta fino a 5 m. Al termine della sala (punto O) si incontra invece l’inizio
di una profonda forra: scendendo sul fondo con un salto di 7 m e superando uno stretto passaggio si
torna alla sala “Sabina 88” del ramo inferiore; traversando invece in quota per una ventina di metri si
entra nella sala “dell’Eccentrica”, del diametro di una decina di metri, chiusa da una grande frana.
La grotta è attiva ed è percorsa da un torrente stagionale il cui livello, in caso di piogge intense,
può raggiungere l’altezza di 3 m nel tratto a meandri (punti C-G).
Negli ambienti più grandi e comunicanti con l’esterno come l’”Antro del Cavallo”, la “Caverna
delle Pisoliti” e la sala “Francesco Orofino”, sono stati trovati numerosi reperti (selce, frammenti di
osso e di ceramica) mescolati al sedimento che ricopre il fondo.
Stato dell’ambiente
La presenza del torrente, che scompare nel grande antro della Grotta Scura, fa supporre una
notorietà storica del sito cui si è sicuramente accompagnata, grazie alla morfologia pianeggiante del
tratto iniziale della grotta, una certa frequentazione e l’utilizzo dell’ambiente. La grotta presenta
numerosi segni di modifiche antropiche. La “Caverna delle Pisoliti”, utilizzata un tempo come
fungaia, si presenta attualmente recintata e raggiungibile con scale in ferro. Vari ambienti sono
stati interessati da scavi archeologici e l’accesso al ramo fossile è chiuso da una porta di ferro. Il
torrente che percorre la grotta era un tempo fortemente inquinato da scarichi industriali; attualmente
l’inquinamento causato dalle fognature delle abitazioni circostanti e la presenza, nel meandro attivo,
di rifiuti di grandi dimensioni trascinati dall’acqua, costituiscono un rilevante elemento di alterazione
dello stato ambientale.
Note tecniche
Per effettuare la traversata è necessaria la sola attrezzatura di discesa (P6 dopo la “Caverna
delle Pisoliti”). Per visitare il ramo superiore, è necessario risalire un P7 dalla sala “Sabina 88”.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre. Il 31 ottobre 1963 soci dello SCR (A. Mariani e E. Serafini)
hanno percorso tutta la cavità effettuando la traversata fra i due ingressi. Nel 1988 il Gruppo Speleo
Archeologico “Orofino” ha esplorato i rami alti.
Bibliografia
MARIANI, 1963; MECCHIA G., 1993b; MONTRONE & RISIO, 1987; RUSCONI, 1990.
126
I MONTI SABINI ORIENTALI
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 144 Palombara Sabina
1 = Pozzo Panfilo
2 = Grotta Grande di Muro Pizzo
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°25’ - 42°19’
angolo SE = 0°30’ - 42°10’
Pozzo Panfilo: l’ingresso (foto M. Chiariotti)
Pozzo Panfilo: la base del P12 (foto M. Chiariotti)
127
Pozzo Panfilo
Dati catastali
altro nome: il Pozzo della Costa
1086 La - comune: Rocca Sinibalda (RI) - località: Costa Pozzo - quota: 542 m
carta IGM 1:25000: 144 I NE Rocca Sinibalda - coordinate:0°27’30”0 (12°54’38”4) - 42°17’27”4
carta CTR 1:10000: 357 110 Torricella in Sabina - coordinate: 2.347.775 - 4.684.290
dislivello: -60 m - sviluppo planimetrico: 30 m
Itinerario
Al km 64 della S.S. 4 Salaria, si esce allo svincolo per Rocca Sinibalda. Dopo 3,7 km si prende a
sinistra la S.P. Turanense. Dopo 3,9 km, superato un fontanile sulla sinistra, si svolta a sinistra per la
località “Torricchia”. Si segue la stretta strada asfaltata per 900 m in salita, e quindi si imbocca una
strada sterrata a destra. Dopo 200 m si lascia la macchina presso un bivio con un’altra sterrata sulla
destra, in cattive condizioni (quota 695 m).
Si scende a piedi per la strada di destra per 450 m fino ad una radura, oltre la quale la strada
prosegue diventando un largo sentiero (quota 665). Il sentiero scende lentamente lungo una cresta,
poi piega a destra; qui lo si lascia e si prosegue dritti in un sentiero più stretto, sempre lungo la cresta.
Dopo 35 m si incontra una grande roccia sulla sinistra (il “Ripone”, q. 635). Dopo altri 20 m si lascia
il sentiero per prenderne uno meno evidente a destra. Si scende per il sentiero a zig-zag, a volte
ridotto a semplice traccia, fra rovi e sottobosco piuttosto fitto, fino ad intersecare un nuovo sentiero
abbastanza evidente, che taglia orizzontalmente il versante (quota 550). Da qui si prosegue verso
sinistra, in piano, per 50 m. Poi si supera un filo spinato e si scende sulla destra in un nuovo sentierino.
Dopo una quindicina di metri si raggiunge una radura. La si attraversa scendendo verso l’estremità
sinistra (NE), oltre la quale, dopo 5 m, si apre l’ingresso del pozzo, su un ripido versante a pochi metri
da una cresta (35 minuti di cammino).
Descrizione
(di Lorenzo Grassi)
La cavità è scavata in un conglomerato calcareo con cemento calcitico e inizia con un pozzo
profondo 52 m.
L’imbocco, di forma semicircolare di dimensioni 2x3 m, è impostato su una evidente faglia con
direzione N75°W e immersione di 70° verso S, che poi condiziona tutto l’andamento del pozzo. Uno
scivolo franoso di terra porta in breve sulla verticale di un tratto dalle dimensioni più ridotte, che dopo
una quindicina di metri è spezzato da un comodo terrazzino in discesa. Dal bordo (punto 2), il pozzo
prosegue con un tratto verticale di 12 m, un po’ più stretti e sempre franosi; un grande masso instabile
è incastrato fra le pareti. Si raggiunge così un secondo terrazzo che, dopo alcuni piccoli gradini, porta
sull’orlo dell’ultimo salto (punto 3), profondo 25 m. Una quindicina di metri sotto il bordo, il pozzo
si allarga in una grande sala (18x5 m), che presenta sulla sinistra una liscia parete di faglia. Si può
percorrere il salone inclinato in discesa, con fondo ingombro di massi e di resti di ossa di animali, fino
ad uno stretto pertugio ostruito da sassi (–60), che sembrerebbe essere la possibile prosecuzione
della grotta. Subito sopra, a meno di una decina di metri di altezza, occhieggia una finestra.
Stato dell’ambiente
La grotta, scoperta nel 1978, è stata oggetto di un numero ridottissimo di visite (fino ad oggi
probabilmente non superiore a qualche decina) a causa soprattutto della localizzazione dell’imbocco
all’interno di una fitta e intricata boscaglia. Ad eccezione di ossa di animali caduti nel pozzo, non sono
presenti segni di alterazione dell’ambiente.
Note tecniche
La discesa del P52 presenta difficoltà di armo a causa della franosità delle pareti di conglomerato.
Quindi, non sono stati infissi spit o fix, mentre sono possibili ancoraggi naturali.
Storia delle esplorazioni
Esplorata fra il 12 e il 18 febbraio 1978 dall’ASR (P. Festa, T. Bernabei, M. Simoncelli, F. Donati,
Eloisa Gallinaro, A. Bonucci) e dedicata al pastore Panfilo che accompagnò gli esploratori.
Bibliografia:
ASSOCIAZIONE SPELEOLOGICA ROMANA, 1978; BERNABEI, 1978a; BONUCCI, 1978; RUSCONI, 1990.
Grotta Grande di Muro Pizzo
Dati catastali
altri nomi: Grotta di Valle Spineta; Grotta del Monte
70 La - comune: Monteleone Sabino (RI) - località: Rocchette - quota: 820 m
carta IGM 1:25000: 144 I SE Poggio Moiano - coordinate: 0°27’13” (12°54’21”4) - 42°13’39”
carta CTR 1:10000: 357 150 Poggio Moiano - coordinate: 2.347.180 - 4.677.250
dislivello: -12/+3 m. - sviluppo planimetrico: 380 m
Itinerario
Da Poggio Moiano si imbocca la Circonvallazione Moianense. La si segue per 700 m fino ad un
bivio con una Madonnina, dove si prende la strada di sinistra. Dopo 3,5 km si svolta per una strada
sterrata che scende a sinistra e dopo 800 m ad un incrocio si lascia la macchina. Si prosegue a piedi
sulla stradina di destra, e dopo circa 500 m di leggera salita si arriva ad un prato dove la strada inizia
a scendere leggermente. Si lascia la stradina inoltrandosi nella boscaglia verso sinistra (NW) e a 400
m di distanza si trova l’ingresso della grotta, di difficile reperimento (15 minuti di cammino).
Descrizione
L’ingresso, alla base della paretina rocciosa alta 3 m, è un portale alto 1,5 m e largo 3,5 m. Si
entra in una sala con il soffitto costituito da una superficie di strato (inclinata di 15° verso 110°) e il
pavimento in leggera discesa. Un secondo ingresso, alto 0,5 m e largo 2,5 m, si apre a pochi metri di
distanza dal primo, sempre lungo la paretina esterna (frattura NNW-SSE); la luce che entra da questa
apertura illumina lateralmente la sala. In fondo alla sala d’ingresso si striscia in un passaggio basso
(60 cm) e si entra in una seconda sala (punto 2) alta 2,5 m, con vaschette fossili, lame di roccia sulla
volta (in discesa come lo strato), e pavimento detritico.
Proseguendo, si attraversano diverse salette a pianta quasi circolare di 2-8 m di diametro, a
forma di cupole con altezza al centro fino a 3 m e pavimento orizzontale. Le salette si fondono con
collegamenti ampi che isolano dei tozzi pilastri di roccia, larghi un paio di metri. Le cupole sono a volte
influenzate dalla stratificazione e con nicchie semi-sferiche più piccole. Dalle volte scendono spaghetti
di calcite, mentre un concrezionamento scuro è spesso coperto da patine di concrezione bianca più
recente.
Dalla seconda sala (punto 3) si può accedere ad un’altra zona della grotta strisciando in
un breve cunicolo (altezza 60 cm), oltre il quale la volta si alza fino a 1,3 m. Anche questa zona
ha un andamento labirintico, con brevi condotti che mettono in comunicazione le salette a cupola,
qui maggiormente influenzate dalla stratificazione e dai crolli. Abbondano le bianche concrezioni
mammellonari. Ad un’estremità della grotta (punto 15) spuntano dalla volta le radici della vegetazione
esterna (solo pochi metri separano il soffitto sotterraneo dalla superficie topografica).
Tutta la grotta appare scavata in pochi strati calcarei, che nella parte più interna (punto 11)
risultano meno inclinati (5°) rispetto alla zona d’ingresso. Lungo il bordo di questa saletta si apre un
passaggio basso che immette in un camino ascendente. Il pozzetto, largo circa 1 m e impostato su una
frattura verticale N-S, è alto 13 m e sbuca in superficie nel bosco (+3 rispetto all’ingresso principale)
all’interno di una piccola dolina del diametro di 3 m, profondità di quasi 2 m e con il fondo occupato da
grandi massi. Attualmente il pozzetto è ostruito e quindi non può essere disceso.
L’attività idrica nella grotta è limitata ad uno scarso stillicidio.
128
1 km
48m
Fosso
Coemese
53
Camporiano
48m
Grotta Grande di
MURO PIZZO
Rocchette
53
7dt
53
Muro Pizzo
m slm
1000
800
600
400
138
(SE)
318
(NW)
58m
58m
58f
58f
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Cosentino & Parotto, 1991
Stato dell’ambiente
La grotta è nota “da sempre”, ed è stata frequentata dalla popolazione locale fin da tempi
lontani.
Nel corso del XX secolo gli speleologi hanno percorso la grotta numerosissime volte con un
numero di visite stimabile in alcune migliaia. A queste sono senz’altro da aggiungersi moltissime altre
frequentazioni dovute anche al fascino e alla facilità di percorrenza dell’intero ambiente labirintico. Si
osservano scritte sulle pareti e sulle concrezioni (anche del secolo scorso), pochi rifiuti e tracce di
scavo (archeologico?). Nonostante ciò lo stato attuale dell’ambiente non è così alterato da rendere
sgradevole la visita.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature.
Storia delle esplorazioni
All’interno della grotta è stata trovata la sigla “F.P. 1877”. La prima esplorazione documentata è
di Luigi Pusterla intorno al 1892. I locali la conoscono come “La Grotta Grande”.
Bibliografia
CHIOCCHINI ET ALII, 1975; DOLCI, 1966; MANCINI, 1997; MANISCALCO, 1963; PUSTERLA, 1892; SEGRE, 1948a.
1 km
m slm
1000
800
600
400
90
(E)
270
(W)
13
9
13
61g
61d
58m
58f
53
53
58m
58f
53
58f
58m
Fosso
della Fornace
Pozzo
PANFILO
Torrente
Turano
il Laghetto
Monte
Sole
Fosso della
Selva Oscura
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Cavinato, 1993
Miccadei & Parotto, 1993
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
I MONTI LUCRETILI E I MONTI TIBURTINI
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 144 Palombara Sabina e F. 150 Roma
1 = Risorgenza di Collentone
2 = Grotta Peter Pan
3 = Grotta Hale Bopp
4 = Pozzo di San Polo dei Cavalieri
5 = Voragine di Monte Spaccato
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°18’ - 42°06’
angolo SE = 0°28’ - 41°54’30”
Grotta Grande di Muro Pizzo: l’imbocco (foto M. Mecchia)
129
Risorgenza di Collentone
Dati catastali
1256 La - comune: Roccagiovine (RM) - località: versante sud Monte Marcone - quota: 825 m
carta IGM 1:25000: 144 II SE Vicovaro - coordinate: 0°24’43”0 (12°51’51”4) - 42°03’09”8
carta CTR 1:10000: 366.110 Licenza - coordinate: 2.343.250 - 4.657.950
dislivello: +2 m - sviluppo planimetrico: 90 m
Aree protette di riferimento: Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili; ZPS IT6030029 “Monti
Lucretili”
Itinerario
Da Roccagiovine si raggiunge il cimitero e si prosegue per 500 m fino ad un bivio; si imbocca
quindi la strada in cemento che prosegue sulla stessa direzione, leggermente verso sinistra, e che
presto diventa sterrata. Dopo 3,4 km si raggiunge una sella erbosa (quota 865), dove si lascia la
macchina. Si scende a sinistra lungo la sterrata, in pessime condizioni, che fiancheggia sulla destra il
Fosso delle Forme. Dopo circa 300 m si prende un sentierino sulla destra; superato un primo fosso
poco accennato si arriva su una larga sella e si scende verso un secondo fosso. Si risale quest’ultimo
per una cinquantina di metri fino all’imbocco della risorgenza (20 minuti di cammino).
Descrizione
(di Franco Bufalieri)
La grotta è una risorgenza di troppo pieno, con portate comunque esigue (generalmente non
più di 2 L/s). Il condotto principale, suborizzontale e quasi rettilineo in direzione nord, è lungo 75 m
fino ad un sifone perenne inesplorato.
La grotta ha due ingressi, distanti 4 m fra loro. L’ingresso principale, quello basso, è una
fessura larga 40 cm e alta poco più di 1 m. Il secondo ingresso è un’apertura non transitabile, posta
lateralmente all’imbocco principale, un paio di metri più in alto; un breve (12 m) cunicolo collega
questo ingresso al condotto principale.
Frequentemente nel periodo invernale-primaverile l’accesso può essere impedito
dall’innalzamento del livello delle acque nella grotta (sifone).
Dall’ingresso principale si percorre una galleria lunga 18 m, che ha l’aspetto di una condotta in
pressione con altezza media di circa 1 m e larghezza di 60 cm. Il pavimento è costituito da detrito, sotto
il quale normalmente scorrono le acque, che, infatti, emergono all’esterno alla base dell’accumulo di
massi e detrito. Nei successivi 20 m la galleria, alta 4 m, assume morfologia vadosa ed è intersecata
da numerose fratture circa ortogonali all’asse. Da qui il condotto assume una sezione generalmente
circolare di diametro inferiore a 1 m e andamento a sali-scendi che determina la formazione di 5
passaggi temporaneamente sifonanti; dopo una ventina di metri si arriva su un nuovo sifone, perenne.
Subito prima del sifone terminale si rinviene un deposito di sabbie vulcaniche.
Stato dell’ambiente
La risorgenza, esplorata a partire dal 1994, è stata scarsamente frequentata, con un numero
complessivo di visitatori probabilmente non superiore a 200, a causa delle condizioni idrologiche che
impediscono l’accesso per buona parte dell’anno. Le analisi delle acque prelevate nel 1995-’96 dal
GSGM, hanno evidenziato un inquinamento microbiologico, probabilmente derivante da deiezioni di
animali al pascolo. Questo fenomeno costituisce l’unico elemento di alterazione presente in questa
grotta.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature. I sifoni non sono ancora stati percorsi con attrezzature
speleosubacquee.
Storia delle esplorazioni
Esplorata a partire dall’aprile 1994 dal GSGM (F. Bufalieri e L. Castaldi). Una serie di visite ha
consentito allo stesso gruppo (Bufalieri, Castaldi, M. Biagi, C. Idrissi, N. Daniele) di risalire la risorgenza
man mano che le acque si ritraevano con l’avanzare della stagione secca, raggiungendo infine il sifone
terminale il 15 gennaio 1995.
Bibliografia
MANCINI A., 2002; MECCHIA G., 1996.
Risorgenza di Collentone: la galleria freatica (foto G. Cappa)
Risorgenza di Collentone: la galleria nel
tratto intermedio della cavità (foto G. Cappa)
130
1 km
Fosso
Vena Caprara
Risorgenza di
COLLENTONE
Monte
Marcone
Fosso
Vena Scritta
Monte Morico
Fosso
Futilio
61g 61r
61g
58m
58f
?
65
m slm
1100
900
700
180
(S)
0
(N)
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Cosentino, 1986
Cosentino & Parotto, 1991
Corrado et alii, 1991
1 km
90
(E)
270
(W)
m slm
1000
800
600
400
Fosso
di Vallefuri
Valle
Cavalera
Monte Andrea
versante Sud di
Monte Alucci
Fosso Scarpellata
7
67
67
65
Grotta
PETER PAN
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Cosentino & Parotto, 1991
Grotta Peter Pan: la zona dell’ingresso; la fessura è situata sotto l’albero (foto M. Mecchia)
131
Grotta Peter Pan
Dati catastali
1200 La - comune: San Polo dei Cavalieri (RM) - località: Monte Andrea - quota: 950 m
carta IGM 1:25000: 144 II SO Palombara Sabina - coordinate: 0°22’23”8 (12°49’32”2) -
42°02’31”0
carta CTR 1:10000: 366.140 Marcellina - coordinate: 2.340.030 - 4.656.740
dislivello: -50 m - sviluppo planimetrico: 95 m
Aree protette di riferimento: Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili; ZPS IT 6030029 “Monti
Lucretili”
Itinerario
Da Marcellina si prende la strada per San Polo dei Cavalieri; al km 13,200 si imbocca una strada
in salita a sinistra che porta a Prato Favale; dopo 5,7 km, si lascia l’auto all’inizio del prato (quota
800 m circa). Si scende al prato e lo si attraversa in direzione N, fino alla base del versante del Monte
Andrea. Si risale il pendio fino ad arrivare sulla cima (quota 976), composta da due dossi. L’imbocco
della grotta si trova sul dosso occidentale (a sinistra salendo) a 20 m dalla sommità, alla base di un
albero (20 minuti di cammino).
Descrizione
(del Gruppo Speleologico Grottaferrata)
L’ingresso è una fessura larga 30 cm e lunga quasi 1 m, impostata su una frattura orientata
N30°E e inclinata di 80° verso SE, da cui in inverno fuoriesce una sensibile corrente d’aria. Superato
il punto stretto d’imbocco, la grotta si allarga e inizia uno scivolo terroso che dopo alcuni metri si
conclude su una strettoia verticale di 4 m. Dalla base della strettoia parte un nuovo scivolo; in questo
punto le pareti sono più distanti e la volta più alta, formando così una specie di meandro in forte
discesa. Dieci metri più avanti ci si affaccia su un pozzo da 22 m; dall’imbocco parte anche un traverso
che, dopo pochi metri, arriva in piccoli ambienti di crollo. Scendendo il pozzo, dopo circa 6 m si supera
una scomoda strozzatura; alla base del salto uno scivolo porta su un buco nella breccia (punto E),
impraticabile. In questo punto si nota un modesto stillicidio e le pareti sono ricoperte da una patina
calcitica. Per proseguire bisogna risalire in arrampicata per 5 m, non difficili ma su materiale di crollo;
si arriva sull’orlo dell’ultimo salto (punto F), profondo 12 m, impostato lungo la frattura principale. Alla
sua base una saletta costituisce il fondo attuale della grotta (-50). Poco più avanti una frana instabile,
da cui proviene una modesta corrente d’aria, impedisce la prosecuzione.
Stato dell’ambiente
L’imbocco del pozzo d’ingresso è stato allargato artificialmente nel 1995. In questi pochi anni la
grotta è stata oggetto di un numero ridottissimo di visite, fino ad oggi probabilmente non superiore a
qualche decina. L’ambiente non ha subito alterazioni.
Note tecniche
Scivolo+P4 (attacco esterno sull’albero, corda 10 m), P 22 (corda 30 m), P 12 (corda 15 m),
fondo (-50).
Storia delle esplorazioni
Esplorata nel settembre 1995 dal GSG (P. Dalmiglio, Maria Grazia Lobba, A. Peccerillo).
Bibliografia
MECCHIA G., 1996; PECCERILLO, 1998.
Grotta Hale Bopp
Dati catastali
1357 La - comune: Marcellina (RM) - località: versante occidentale Monte Guardia - quota: 505 m
carta IGM 1:25000: 144 II SO Palombara Sabina - coordinate: 0°22’14” (12°49’22”4) - 42°01’05”
carta CTR 1:10000: 366 140 Marcellina - coordinate: 2.339.730 - 4.654.150
dislivello: -72 m - sviluppo planimetrico: 200 m
Aree protette di riferimento: Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili; ZPS IT6030029 “Monti
Lucretili”
Itinerario
Da Marcellina si prende la strada per San Polo dei Cavalieri; superato il bivio per il Monte Morra,
dopo 600 m si lascia la macchina in corrispondenza di un nuovo bivio con una strada secondaria a
sinistra, chiusa da una sbarra. Si prosegue a piedi per questa strada, che diviene sterrata, per 500
m, poi, in corrispondenza di un cancello, si prende a sinistra la traccia di una vecchia carrareccia che
sale tagliando il versante, e che porta ai tre livelli di una cava inattiva; dopo 600 m si arriva al grande
piazzale della cava, diviso in due parti da un gradone. L’imbocco della grotta si trova nel livello più
basso, a circa metà piazzale, sotto la paretina (30 minuti di cammino).
Descrizione
(di Antimo Peccerillo)
La grotta è impostata interamente lungo una frattura, ed è caratterizzata, soprattutto nella
zona più profonda, da massi franati un po’ ovunque. L’ingresso, di 70x70 cm, immette subito su
un saltino di 3 m arrampicabile in roccia friabile, alla base del quale, tra impressionanti blocchi di
frana, si apre una saletta. Uno scivolo detritico ed un passaggio stretto permettono di raggiungere
un secondo ambiente, sempre fra blocchi di frana, quindi una fessura in salita conduce alla sommità
del primo pozzo, profondo 20 m. Alla base del salto si apre una grande sala in discesa, lunga 60 m
e impostata su diaclasi, con il pavimento coperto da detrito e blocchi di crollo: la “Sala della Cometa”
(punti 4-7). Raggiunto il fondo della sala, è necessario risalire di 6 m per guadagnare l’orlo del
secondo pozzo, profondo una decina di metri. Alla base del salto, alcuni passaggi angusti lunghi in
tutto una decina di metri conducono alla sommità del pozzo “Rombo di Tuono”, profondo 20 m, molto
franoso e interamente arrampicabile perché impostato su una frattura mai larga più di 1 m. La diaclasi
è percorribile alla base per circa 40 m; un passaggio in discesa fra i massi permette di raggiungere
il fondo a -72 m. Traversando sopra l’imbocco del pozzo si raggiunge un secondo pozzo parallelo
al precedente, ancora più franoso, il “Pozzo delle Meteore”, profondo 12 m, alla base del quale ci si
ritrova all’interno di ambienti caratterizzati da grandi e instabili accumuli di frana.
Una apprezzabile circolazione d’aria percorre quasi tutti gli ambienti della cavità.
Stato dell’ambiente
La grotta è venuta alla luce durante la coltivazione della cava, attualmente dismessa. Esplorata
per la prima volta nel 1997, fino ad oggi è stata oggetto di un numero ridottissimo di visite,
probabilmente non superiore a qualche decina. La grande quantità di massi presente negli ambienti
più vicini all’ingresso è stata senz’altro gettata nella grotta durante le attività estrattive. Non si
rinvengono accumuli di rifiuti.
Note tecniche
P3 (arrampicabile, utile una corda), P20, Risalita 6, P10, P20 franoso (arrampicabile, corda non
necessaria), fondo (-72). In alternativa al P20 si può scendere un franoso P12 parallelo (corda).
Storia delle esplorazioni
Esplorata nel maggio 1997dal GSG (P. Dalmiglio, A. Peccerillo, L. Alessandri, E. Pavoni).
Bibliografia
PECCERILLO & DALMIGLIO D., 1998.
132
1 km
m slm
500
200
153
(SSE)
333
(NNW) versante Ovest di
Monte S. Angelo in Arcese
Voragine di
MONTE SPACCATO
Colle Ripoli
Costa Ripoli
61d
61d 61d
61d
58m
58m
58m
61g
61g
61r
58f
53 53
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Bono, 1967
Cosentino & Montone, 1991
Pozzo di San Polo dei Cavalieri
Dati catastali
altro nome: Sfogatore
265 La - comune: Marcellina (RM) - località: versante sud Monte Guardia - quota: 525 m
carta IGM 1:25000: 144 II SO Palombara Sabina - coordinate: 0°22’18”2 (12°49’26”6) -
42°00’49”5
carta CTR 1:10000: 366 140 Marcellina - coordinate: 2.339.828 - 4.653.718
dislivello: - 62 m - sviluppo planimetrico: 23 m
Aree protette di riferimento: Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili; ZPS IT6030029 “Monti
Lucretili”
Itinerario
Da Marcellina si prende la strada per San Polo dei Cavalieri e la si percorre fino al secondo
tornante, in corrispondenza di una cava abbandonata, pochi metri dopo il km 10; qui si lascia la
macchina. Si entra nel piano di cava, e lo si attraversa fino quasi alla fine (circa 80 m), poi si scende
verso un edificio visibile anche dalla strada, lungo la massima pendenza, per un dislivello di una
trentina di metri. L’imbocco si apre nella macchia, ed è poco visibile anche se abbastanza grande (5
minuti di cammino).
Descrizione
L’ingresso è una spaccatura allungata per 7 m in direzione WNW-ESE, divisa in due parti da un
ponte di roccia. Il pozzo, profondo 10 m, si scende dalla parte più ampia (1,5x2,5 m) che ha inizio
con uno scivolo. La base del salto è un imbuto franoso. Da qui si scende ripidamente per una decina di
metri in una fessura dal fondo detritico, strisciando sotto una frana, e intersecando una frattura circa
ortogonale (punto 5), dalla quale in inverno spira una violenta corrente d’aria. La frattura dà luogo
ad un pozzo profondo 45 m, che inizia con un breve tratto inclinato a 45° per aprirsi poi nel vuoto. La
stretta fessura (30-60 cm) si allunga per 10-15 m in direzione NNE-SSW e ha una superficie ondulata,
con una gobba a metà. La base del pozzo, a -62, misura 1x7 m, ed è costituita da un pavimento
detritico.
Stato dell’ambiente
La grotta, scoperta nel 1958, è stata oggetto di un numero ridottissimo di visite, fino ad oggi
probabilmente non superiore a qualche decina. L’ambiente è integro, ad eccezione di pochi oggetti
gettati dall’esterno.
Note tecniche
P10 (corda 20 m, attenzione allo scivolo franoso), P45 a fessura molto stretta (corda 55 m),
fondo (-62).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 26 gennaio 1958 dal CSR (A. Assorgia, M. Dolci, G. Marzolla, G. Pasquini, C. Premoli);
la strettoia terminale alla base dello scivolo venne tentata dal Dolci senza successo. Il 7 febbraio 1966
Pasquini, che nel frattempo si era dimesso dal CSR, tornò con lo SCR sul posto, e in quell’occasione G.
Saiza riuscì a superare la strettoia e a scendere il pozzo da 50 m.
Bibliografia
DOLCI, 1967; PASQUINI, 1966; TROVATO, 1980.
Voragine di Monte Spaccato
Dati catastali
38 La - comune: Tivoli (RM) - località: Cresta Sud di Monte Calvo - quota: 440 m
carta IGM 1:25000: 150 I NO Tivoli - coordinate: 0°21’19”6 (12°48’28”) - 41°56’15”5
carta CTR 1:10000: 375 060 San Vittorino - coordinate: 2.338.235 - 4.645.290
dislivello: -90 m - sviluppo planimetrico: 50 m.
Itinerario
Da Tivoli si prende la strada per San Gregorio da Sassola. Dopo 2 km si prende la strada a
sinistra per la Casa di cura “Monte Ripoli”, che porta, dopo circa 2 km, quasi sulla vetta di Monte
Calvo. Lasciata la macchina, si raggiunge la vetta e si scende in direzione sud per 300 m verso il
Passo di Monte Arcese. Circa 200 m prima del passo, sul versante che guarda la pianura, si trovano
due spaccature parallele: quella posta a quota più alta è il Pozzo di Monte Spaccato, la più bassa è la
Voragine (10 minuti di cammino).
Descrizione
L’imbocco è una spaccatura a sezione leggermente curva, lunga 35 m, larga da 1 a 2 m,
impostata su una frattura diretta circa N80°W con immersione media di 58° verso Nord, cioè verso
l’interno del monte. La grotta è una fenditura quasi perfetta: è larga mediamente da 1,2 a 1,5 m,
con pareti praticamente parallele, molto regolari, e inclinazione costante. La lunghezza si riduce
leggermente nella parte mediana e aumenta in fondo fino ad una cinquantina di metri. La parete
inferiore costituisce uno scivolo a forte inclinazione (58°), coperto da uno spessore di concrezione e
da detrito sabbioso; alcuni massi di crollo sono incastrasti fra le pareti. La parete a tetto è più regolare,
ed è solcata da concrezioni a “fetta di prosciutto”, che scendono lungo la linea di massima pendenza.
E’ presente un modestissimo stillicidio. La base del pozzo è una spaccatura larga fino a 2,5 m, con
il fondo costituito da detrito e blocchi, nel quale si mischiano ossa, rami di alberi, resti di precedenti
discese; il pavimento è movimentato, a sali-scendi, con il punto più profondo (-90) sull’estremità
orientale (punto 6). All’incirca a metà si trova una fessura larga meno di 30 cm e lunga un paio di
metri, che scende leggermente verso Nord, impraticabile.
La grotta era ricca di concrezionamenti di alabastro, noti in epoca romana, quando venivano
estratti a fini commerciali. Ancora oggi sono ben visibili gli scalini scavati nella ripida parete a scivolo
a formare un tracciato a zig-zag che conduce fino in fondo al pozzo. Quindi la morfologia della
spaccatura è stata sensibilmente modificata dalle operazioni di estrazione dell’alabastro.
Stato dell’ambiente
La voragine è nota fin dall’antichità essendo stato sfruttato il giacimento di alabastro in essa
depositato. Sono visibili ancora oggi i resti della scalinata intagliata nella roccia, utilizzata dagli schiavi
per il trasporto del materiale estratto dal fondo. Le operazioni di scavo hanno sicuramente ampliato e
profondamente modificato la morfologia della fessura (asportazione del rivestimento di alabastro dalle
pareti). Sul fondo si rinvengono resti di attrezzature meccaniche usate in antiche discese e poche ossa
di animali, gettati nella voragine.
Note tecniche
La discesa su corda del P90 è stata attrezzata sia a partire dal centro che dalle estremità della
spaccatura (corda 120 m).
Note esplorative
La grotta è nota fin dall’epoca romana e utilizzata come cava. Venne esplorata il 9 aprile 1922
dal CSR (C. Franchetti, Busiri, E. Jannetta)
Bibliografia
ABBATE, 1984; AGOSTINI, 1989; BOEGAN, 1928; BULGARINI, 1848; CABRAL & DEL RE, 1779; CAPPELLO, 1824;
CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1926; CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1954a; DOLCI, 1965; FILOSTRATO, II – III
SECOLO D.C.; GORI, 1855; KIRCHER, 1671; MANCINI C.M., 1997; NIBBY, 1820; PALMIERI, 1863; PINTUS, 1987;
PUSTERLA, 1892; SEBASTIANI, 1828; SEGRE, 1948a; SEGRE, 1948c; SEGRE, 1948d; SEGRE, 1948e; SEGRE,
1951a; SEGRE & ROSSI, 1948; SICKLER, 1821.
1 km
m slm
700
400
166
(S)
346
(N)
70
67
67
65 67
53
67
65
dorsale di
Monte Morra
Fosso di
Peschio Grosso
dorsale di
Monte Guardia
Pozzo di
SAN POLO
Grotta
HALE BOOP
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Parotto & Miccadei, 1993
Cosentino & Parotto, 1991
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Voragine di Monte Spaccato: la discesa nella spaccatura (foto G. Mecchia)
133
134
Pozzo Sventatore
Dati catastali
altro nome: Sfogatoio
33 La - comune: Sant’Angelo Romano (RM) - località: 300 m a ENE del
Pozzo del Merro - quota: 165 m
carta IGM 1:25000: 144 III SE Mentana - coordinate: 0°13’51”(12°40’59”4)
- 42°02’20”
carta CTR 1:10000: 366 130 Montecelio - coordinate: 2.328.250 -
4.656.770
dislivello: -118 - sviluppo planimetrico: 70 m
Itinerario
Dal centro di Mentana si prende la strada che porta al centro
sportivo Mezzaluna. Al bivio per il centro sportivo (dopo 1,9 km), si
prosegue dritto, si passa sotto il cavalcavia autostradale e, dopo 1 km, si
imbocca una strada a sinistra con asfalto in cattivo stato, passando fra due
alti pilastri senza cancello. Si segue la strada, che sale fra due file di pini, e
dopo 1 km si arriva ad un incrocio. Si svolta a destra, seguendo la strada
in condizioni migliori, asfaltata. Dopo 700 m, subito dopo aver passato un
fontanile sulla sinistra, si arriva ad un bivio e si prende la strada in cemento,
a destra, che scende ripida. Dopo 300 m, si arriva ad un incrocio, dove
si lascia la macchina. La grotta, recintata, è situata ad una cinquantina di
metri di distanza, all’interno del campo, sulla destra.
I MONTI CORNICOLANI
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 144 Palombara Sabina e F. 150 Roma
1 = Pozzo Sventatore
2 = Pozzo del Merro
3 = Grotta di Fossavota
4 = Sventatoio di Poggio Cesi
5 = Cavità dell’Elefante
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°10’ - 42°04’
angolo SE = 0°20’ - 41°55’30”
1 km
25
59
67 58f 59 67
25
Valle del Pantano
Pozzo SVENTATORE
Fosso
del Greppe
Capanno
Bruciato
m slm
200
0
77
(E)
257
(W)
67
67
falda d'acqua
Pozzo del MERRO
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Chiocchini et alii, 1979
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Pozzo del Merro: la dolina (foto G. Caramanna)
Pozzo Sventatore: la sala alla base del pozzo d’ingresso (foto C. Germani)
135
Stato dell’ambiente
Nel passato l’ingresso è stato utilizzato come “discarica” e, data la
morfologia della grotta, tutto ciò che cade è destinato a raggiungere il lago
terminale. La superficie del lago, infatti, è coperta da uno strato di melma
e di materiali galleggianti.
A partire dal 1928, anno della prima discesa, la grotta è stata
oggetto di diverse centinaia di visite.
Nel 1985 il prato in cui si apre la cavità è stato sconvolto dalla
ruspa e i materiali di risulta sono stati gettati nella grotta quasi occludendo
l’ingresso minore e creando una zona franosa intorno all’imbocco
principale (NOTARI, 1986). Tuttavia, la cortina di alberi successivamente
cresciuta intorno all’imbocco rende poco percepibili le tracce dei lavori.
Note tecniche
P47 (corda 80 m), si atterra sul pendio detritico, si traversano i
due pozzi ad imbuto camminando lungo la parete e si fissa la corda su
clessidra. P41 (corda 60 m+cordino lungo) che termina direttamente sul
lago-sifone (-85); poiché il lago non ha rive per la sosta, ci si può fermare
una decina di metri sopra su un comodo terrazzino.
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 19 maggio e il 23 settembre 1928 dal CSR (C. Franchetti,
A. Datti, F. Botti). Dal 1973 al 1975 l’ACEA, in collaborazione con il GS CAI
Roma, ha effettuato studi sull’idrologia del lago e sul chimismo delle acque
per un’eventuale utilizzazione a fini idropotabili (RICCI, 1977 a). Fra l’estate
del 1999 e l’estate del 2000 sono state effettuate alcune immersioni
subacquee da parte di M. Giordani, E. Malatesta e G. Spaziani, che sono
scesi nel lago terminale fino alla profondità di 33 m.
Bibliografia
CAMPONESCHI & NOLASCO, 1980; CASALE ET ALII, 1963; CERRUTI, 1954; DOLCI, 1965;
GERMANI, 1984a; GERMANI, 1984c; GERMANI, 1986; GUZZARDI, 1974a; GUZZARDI,
1974b; KELLER, 1895; MANCINI, 1997; MANFREDINI, 1951; MAXIA, 1954; NOTARI,
1986; RICCI, 1977a; SEGRE, 1948a; SEGRE, 1958.
Pozzo Sventatore: dal lago terminale verso l’alto (foto M. Zampighi)
Descrizione
L’imbocco è un grande pozzo, recintato e racchiuso da vegetazione.
Il recinto ha un diametro di circa 10 m, l’imbuto d’imbocco, circolare, è
poco più piccolo; il pozzo è profondo 47 m. Un secondo ingresso (lo
“Sfogatoio”), ampio circa 0,5x1,5 m, è ubicato una dozzina di metri ad
ovest, circa 1 m più in basso; attualmente è ostruito da massi.
L’imbuto d’ingresso del pozzo principale stringe in basso e la sezione
orizzontale (punto 3) assume una forma ellittica (asse maggiore 4 m,
asse minore 2 m) allungata sulla frattura diretta N60°E. Tutta la grotta
è impostata lungo questa frattura, che immerge circa 70°NW. La giacitura
degli strati ha direzione N-S e immersione 40°E.
Dopo una trentina di metri di discesa il pozzo si amplia e assume
sezione subcircolare (diametro circa 5 m); un altro fuso si collega da NE.
Subito sotto, il pozzo si allarga in una grande sala. Sulla verticale di discesa
si atterra (punto 4) su un pendio detritico che si getta con un imbuto in un
altro pozzo.
La sala è lunga 30 m, larga fino ad una dozzina di metri e alta circa
15 m. Aggirato il primo pozzo ad imbuto, camminando sul bordo, si arriva
ad una sella (punto 5) che si affaccia su un secondo pozzo ad imbuto,
più ampio. Nei due pozzi si convoglia il materiale detritico, instabile, che
pavimenta la sala. Camminando sul bordo, costeggiando la parete, si
supera anche il secondo imbuto. Dall’ingresso secondario, in particolari
condizioni di illuminazione, entra un suggestivo raggio di luce verde che
colpisce il pavimento della sala. Un altro pozzo a fuso sale nel buio sopra
il secondo imbuto. All’estremità sud-occidentale della sala (punto 6) si
aprono due pozzi paralleli dall’imbocco di piccole dimensioni (circa 1,5x1
m), entrambi impostati su fratture orientate come quella principale; un
terzo pozzo, dall’imbocco molto piccolo, si apre 2 m più in alto. Dei due
pozzi, quello un po’ più piccolo (punto 7), utilizzato per la discesa, scende
inclinato per 9 m fino ad un terrazzino (punto 9), poi scende ancora per 7
m fino ad entrare in una grande sala. Da qui si scendono 25 m, prima nel
vuoto poi in scivolo, arrivando a toccare l’acqua del profondo lago-sifone
terminale (punto 13, -85).
La sala inferiore è allungata per una ventina di metri nella direzione
della frattura principale, con larghezze che arrivano ad una dozzina di
metri. Il lago-sifone terminale, nel quale le pareti si gettano verticali, è di
forma ovale, lungo una decina di metri e largo 2-3 m. Una decina di metri
sopra il lago-sifone un terrazzino (“Cengia delle Ossa”) consente la sosta.
Le pareti sono concrezionate a cavolfiore, e sopra la superficie del lago-
sifone sono coperte da fango indurito. Dall’altra parte del lago si vede, in
alto, un foro nella volta, che mette in comunicazione i due pozzi ad imbuto
della sala superiore (punto 5) con il lago. Il lago è stato sondato con uno
scandaglio rivelando profondità comprese fra 72 e 79 m a seconda del
punto di misura (RICCI, 1977a). Il lago sembra rappresentare una estesa
falda, che affiora anche nel vicino pozzo del Merro.
Entrando dal secondo ingresso della grotta (lo “Sfogatoio”) si
scende un saltino di 3-4 m, poi un breve tratto orizzontale immette sulla
volta della grande sala. Sceso il pozzo si atterra sulla sella (punto 5) che
separa i due pozzi ad imbuto detritico.
La profondità dal piano campagna del pelo libero del lago è di 85
m (giugno 1994, la stessa misurata nel rilievo del marzo 1957). Il sifone
è stato esplorato dagli speleosub in immersione. Al disotto del pelo
dell’acqua, il condotto stringe fino a 1,5 m di diametro alla profondità di
9 m; quindi si allarga di nuovo e prosegue non più verticale, ma inclinato
verso 240°. Le pareti sono lisce, con depositi argillosi che si staccano al
passaggio dei sub, rendendo difficile la percorribilità. Alla profondità di 33
m il condotto continua inesplorato, con le stesse dimensioni (notizie da
Edoardo Malatesta).
Per quanto riguarda le correnti d’aria, nel corso della visita del
giugno 1994 non sono state avvertite. MAXIA (1954) ha segnalato l’uscita
di aria calda nella stagione fredda.
136
1 km
m slm
400
200
0
54
(NE)
234
(SW)
Valle
Marocco
Macc. di Sant'Angelo
Grotta di
FOSSAVOTA
Fonte
67
25
7dt
25
58m
61d
59
67
67
7dt
65
67
65
7dt
65 67
25
67
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Chiocchini et alii, 1979
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Pozzo del Merro
Dati catastali
32 La - comune: Sant’Angelo Romano (RM) - località: Pozzo del Merro
- quota: 140 m
carta IGM 1:25000: 144 III SE Mentana - coordinate: 0°13’42”
(12°40’50”4) - 42°02’19”
carta CTR 1:10000: 366 130 Montecelio - coordinate: 2.328.025 -
4.656.760
dislivello: -450 m
Area protetta di riferimento: Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e
Macchia del Barco
Itinerario
Dal centro di Mentana si prende la strada che porta al centro sportivo
Mezzaluna. Al bivio per il centro sportivo (dopo 1,9 km), si prosegue dritto,
si passa sotto il cavalcavia autostradale e, dopo 1 km, si imbocca una
strada a sinistra con asfalto in cattivo stato, passando fra due alti pilastri
senza cancello. Si segue la strada, che sale fra due file di pini, e dopo 1 km
si arriva ad un incrocio. Si svolta a destra, seguendo la strada in condizioni
migliori, asfaltata. Dopo 700 m, subito dopo aver passato un fontanile sulla
sinistra, si arriva ad un bivio e si prende la strada in cemento, a destra, che
scende ripida. Dopo 300 m, si arriva ad un incrocio; si prosegue ancora
per 200 m sulla sterrata di destra, quindi si lascia la macchina. La grotta
è situata sulla destra della strada, all’interno di un terreno recintato; per
l’accesso è necessario chiedere il permesso all’ACEA, che gestisce l’area.
Descrizione
(informazioni da CARAMANNA, 2001 e 2002)
La dolina iniziale è una grande voragine di forma ad imbuto; l’imbocco
ha forma ovale e diametro di circa 150 m, e il bordo è caratterizzato da
una marcata variazione altimetrica; il lato nord è costituito da una ripida
parete alta circa 80 m, mentre partendo dal punto più basso del bordo,
sul lato Sud-orientale, utilizzato per la via di discesa, la cavità scende con
pendenza minore un dislivello di 58 m, restringendosi progressivamente
fino a raggiungere uno specchio d’acqua con diametro di una trentina di
metri che ne occupa tutta la sezione. I versanti interni della dolina sono
piuttosto ripidi, ma nei tratti dotati di inclinazione minore, sui quali si può
formare un suolo, è presente una copertura di vegetazione molto varia,
anche con alberi di alto fusto. Sulle pareti si osservano alcuni piccoli cunicoli
impercorribili e fratture orientate N-S.
La discesa nella cavità è facilitata, nei primi 40 m, da scale in
muratura, dissestate in più punti, che costeggiano la parete; quindi si
percorre un breve tratto di sentiero lungo una cengia, e poi con una
scaletta metallica si scende fino a –58, raggiungendo il bordo del lago-
Pozzo del Merro: prove di pompaggio eseguite dall’ACEA negli anni ‘70 (foto
C. Germani)
137
sifone. La superficie dell’acqua è totalmente coperta da piccole alghe verdi galleggianti.
Al disotto del livello del lago, le osservazioni degli speleosub (fino a circa 100 m di profondità)
e le immagini delle telecamere del ROV (Remote Operated Vehicle) hanno permesso di constatare che
il pozzo prosegue; scendendo dapprima verticalmente, poi con un’inclinazione di circa 70°, prima
verso WNW, poi verso NE; la sezione si stringe gradualmente fino a un diametro di circa 5 m a 40 m di
profondità dalla superficie d’acqua. Sulle pareti, bianche e levigate, a tratti ricoperte da sottili strati di
ossidi ferrosi di colore rossastro, si notano per i primi 30 m tracce di intensa erosione, con formazione
di diaframmi calcarei che separano dal condotto principale alcune cavità secondarie, le maggiori delle
quali a circa 30 e 60 m di profondità. Sono presenti numerosi arrivi di condotti carsici e camini in
parte percorribili, ed un meandro di dimensioni notevoli a –160. Tutte le diramazioni esplorate si sono
rivelate a fondo chiuso. Il condotto continua a scendere con le stesse caratteristiche, con larghezza
variabile ma mediamente intorno ai 4-5 m, con un’alternarsi di restringimenti e zone più larghe, fino
al fondo, a –392 dallo specchio d’acqua; qui l’ambiente, con il pavimento pianeggiante e coperto di
sedimenti limosi rossastri, è largo tra i 10 e i 20 m; è stata vista una prosecuzione laterale orizzontale,
non percorsa.
Stato dell’ambiente
Negli anni ‘70 l’ACEA, con l’intento di realizzare la captazione delle acque, ha attrezzato la
voragine iniziale con scale in muratura seguite da una scaletta in ferro e con un binario metallico
sopraelevato utilizzato per il trasporto di materiali fino al lago. Le recenti esplorazioni subacquee,
realizzate con il supporto dei VV.FF. e l’uso di apparecchiature ROV, hanno richiesto l’installazione
di piattaforme in legno, tubi metallici, passerelle con corrimano a varie quote nella parte subaerea e
attrezzature specifiche per le manovre dei cavi.
Nella parte sommersa sono state lasciate in posto numerose sagole e cime guida utilizzate
per le immersioni e per le manovre (dal 1998 al 2002 si può stimare un numero di immersioni
speleosubacquee compreso fra 50 e 100 ingressi). All’interno del condotto sommerso si incontrano
detriti e oggetti di vario genere caduti dall’alto.
Note tecniche
Un comodo sentiero scalinato conduce fino a 20 m sopra la superficie del lago; Una vecchia
scala a pioli in ferro permette di scendere l’ultimo tratto. Il condotto sommerso è esplorabile con
attrezzature speleosubacquee.
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 23 settembre 1928 dal CSR. Negli anni ‘70 l’ACEA, con l’intento di realizzare
una captazione delle acque, ha attrezzato la voragine iniziale con scalette in muratura e un binario
sopraelevato per il trasporto di materiali, che giunge fino al lago. Alcuni studi sono stati compiuti
dall’ACEA a partire dal 1973 con la collaborazione del GS CAI Roma, in concomitanza con lo studio
del vicino Pozzo Sventatore. Nel 1998, nell’ambito di un programma di ricerca condotto dall’Istituto di
Scienze della Terra dell’Università “La Sapienza” di Roma e con l’appoggio logistico dei Vigili del Fuoco,
due subacquei, G. Caramanna e R. Malatesta, si sono immersi nel lago raggiungendo la profondità di
70 m. Nel 1999 un’altra serie di immersioni ha consentito di raggiungere la profondità di 100 m dalla
superficie dello specchio d’acqua. Dopo aver constatato che la cavità prosegue in profondità, nei mesi
di febbraio ed aprile 2000 è stato calato nella voragine un R.O.V. in dotazione al Nucleo Sommozzatori
dei VV.FF. di Roma, che ha raggiunto i 200 metri, e successivamente un R.O.V. di altro tipo in dotazione
ai VV.FF. di Grosseto, che ha potuto raggiungere i 310 metri, ma senza toccare il fondo. Nel marzo
2002 un’altra serie di immersioni di un R.O.V. in dotazione ai VV.FF. di Milano, con il supporto del
Dipartimento di Scienze della Terra della III Università di Roma, ha permesso di toccare il fondo, a 392
metri dallo specchio d’acqua. Le immagini delle telecamere dei ROV hanno consentito di ricostruire
l’andamento della cavità.
Bibliografia
ABBATE, 1894; BONO ET ALII, 1999; BUTTINI, 1896; CAMPONESCHI & NOLASCO, 1980; CARAMANNA, 2001A; CARAMANNA,
2001b; CARAMANNA, 2002; CARAMANNA, 2003; CASALE ET ALII, 1963; CERRUTI, 1954; CHIOCCHINI ET ALII, 1975;
DOLCI, 1965; GIARDINI ET ALII, 2001; GUZZARDI, 1974a; KELLER, 1895; MALATESTA, 1999; MANFREDINI, 1951; RICCI
M., 1977a; SEGRE, 1948a; SEGRE, 1956; SEGRE, 1958; TERRENZI, 1889; TUCCIMEI, 1887.
Grotta di Fossavota
Dati catastali
altro nome:Vulcanetto
293 La - comune: Sant’Angelo Romano (RM) - località: Poggio Cesi - quota 345 m
carta IGM 1:25000: 144 II SO Palombara Sabina - coordinate: 0°16’40”7 (12°43’49”1) -
42°02’06”6
carta CTR 1:10000: 366 130 Montecelio - coordinate: 2.332.110 - 4.656.240
dislivello: -31 - sviluppo planimetrico: 95 m
Area protetta di riferimento: SIC IT6030015 “Macchia di Sant’Angelo Romano”
Itinerario
Da Montecelio si prende la strada per Sant’Angelo Romano. Dopo circa 2 km, arrivati in
corrispondenza della valle fra i rilievi di Montecelio e Poggio Cesi, si prende una strada sterrata a
destra e la si percorre per 500 m fino a trovare, sulla destra, un cancello chiuso da cui parte una
strada sterrata in salita per il Monte dell’Orazione (Poggio Cesi). La strada si trova all’interno di una
proprietà privata con divieto di accesso; si deve quindi lasciare la macchina. Si risale lungo la strada,
che segue una “Via Crucis”; subito dopo la VII stazione, ad un bivio si gira a sinistra e si arriva ad un
passo; quindi si attraversano dei campi a sinistra fino ad arrivare alla base di una paretina. La si segue
verso destra (est) per circa 50 m. L’ingresso si apre sotto la parete di roccia, evidenziato da una
estesa macchia nera dovuta ai vapori emessi dalla grotta. Sulla destra dopo 10 m c’è un’altra apertura
di più facile accesso da cui si scende (20 minuti di cammino).
Descrizione
La grotta si apre con due ingressi, entrambi a pozzo, distanti fra loro una decina di metri. Il
principale (punto 1) è largo 4x2 m e scende a gradoni per 7 m. Il secondo ingresso (punto 2), posto
2 m più in basso, è largo 1x0,5 m. e profondo 3 m. Alla base parte una galleria discendente a scivolo,
con fango, guano e massi di crollo, larga 4 m ed alta fino a 15 m. La grotta è impostata interamente
su un piano di faglia orientato NE-SW. Dopo 60 m, arrivati al punto più basso (punto 6, -31) la galleria
risale per 25 m più ripida e più stretta, con grandi massi incastrati fra le pareti, fino ad una frana di
grandi blocchi (punto 9) che chiude quasi completamente il passaggio. Superando una strettoia tra i
massi si accede ad un ultimo tratto di galleria (punto 10) lungo una trentina di metri.
La grotta è asciutta. Nel periodo invernale, una violenta corrente di aria calda proviene dalle
fessure tra i blocchi che formano il pavimento della galleria e fuoriesce dagli ingressi.
La temperatura nell’interno della cavità, misurata nel 1972, è risultata di 18,9°C (TROVATO, 1975;
CAMPONESCHI & NOLASCO, 1980); alla fine del XIX secolo KELLER (1897) aveva misurato una temperatura
costante di 20,5°C.
Stato dell’ambiente
La grotta, esplorata nel 1962, è stata scarsamente frequentata, con un numero complessivo
di visitatori probabilmente non superiore a 200. Non sono percepibili alterazioni dello stato
dell’ambiente.
Note tecniche
P7 dell’ingresso principale (corda 15 m). Superata la strettoia fra i blocchi, si traversa (punto
10) per 4 m lungo la galleria utilizzando 10 m di corda.
138
1 km
m slm
400
200
0
140
(SE)
320
(NW)
Montecelio
Valle Santa Lucia
Poggio Cesi
Sventatoio di
POGGIO CESI
Fosso Pacinotti
25
67
65
58m
61d
61g
61r
61r
67
67
67
67
59
67
67
58m 7dt
25
3
67
67
59
Grotta di
FOSSAVOTA
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Chiocchini et alii, 1979
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 144 Palombara Sabina
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 2 dicembre 1962 dal CSR (M. Trapper, V. Sbordoni ed
altri).
Bibliografia
CAMPONESCHI & NOLASCO, 1980; DOLCI, 1967; GRUPPO SPELEOLOGICO CAI ROMA,
1995b; KELLER, 1897; PONZI, 1862; RICCI M., 1977a; SEGRE, 1948a; TROVATO,
1975.
Sventatoio di Poggio Cesi: frammenti di ceramica rinvenuti alla base del P11 (foto
G. Albamonte)
139
Sventatoio di Poggio Cesi
Dati catastali
374 La - comune: Sant’Angelo Romano (RM) - località: Poggio Cesi - quota: 350 m
carta IGM 1:25000: 144 II SO Palombara Sabina - coordinate: 0°16’38”6 (12°43’47”) -
42°02’03”6
carta CTR 1:10000: 366 130 Montecelio - coordinate: 2.332.150 - 4.656.150
dislivello: - 88 m - sviluppo planimetrico: 150 m
Area protetta di riferimento: SIC IT6030015 “Macchia di Sant’Angelo Romano”
Itinerario
Da Montecelio si prende la strada per Sant’Angelo Romano. Dopo circa 2 km, arrivati in
corrispondenza della valle fra i rilievi di Montecelio e Poggio Cesi, si prende una strada sterrata a
destra e la si percorre per 500 m fino a trovare, sulla destra, un cancello chiuso da cui parte una
strada sterrata in salita per il Monte dell’Orazione (Poggio Cesi). La strada si trova all’interno di una
proprietà privata con divieto di accesso; si deve quindi lasciare la macchina. Si risale lungo la strada,
che segue una “Via Crucis”; subito dopo la VII stazione, ad un bivio si gira a sinistra e si arriva ad un
passo. Gli ingressi della grotta si aprono sotto la paretina di roccia subito a sud del passo, a meno di
10 m (20 minuti di cammino).
Descrizione
(di Umberto Randoli)
La grotta ha due ingressi distanti fra loro una dozzina di metri. L’imbocco principale (punto 1)
è un foro tra i massi di una frana, alto 2 m e largo 1,5 m, che immette in un pozzo di 7 m. Si atterra
(punto 2) su una frattura larga un paio di metri, percorribile per circa 10 m.
Alla base della discesa si trova una strettoia ad “L” nella frana, che conduce ad un piccolo
ambiente. Si scende un saltino di 6 m e si esce dalla frana. Poi uno scivolo (punto 3) porta alla
partenza di un pozzo profondo 11 m.
Dallo scivolo iniziano anche ambienti che si collegano con un altro pozzo agli ambienti
sottostanti.
La grotta prosegue con un cunicolo che consente di bypassare la frana che ha ostruito la parte
superiore della frattura. Dopo pochi metri il cunicolo sbuca (punto 6) in un pozzo di 22 m, stretto e
allungato, leggermente inclinato, che si allarga lievemente scendendo. Si atterra in una frattura (punto
7). Andando verso NE si scende, senza necessità di corde, un ripido scivolo profondo 25 m, fino a
passaggi impraticabili (fondo, punto 9, -88). Andando, invece, verso SW si scende un saltino di 8 m,
dalla cui base si possono risalire stretti cunicoli, che in breve diventano impercorribili.
Nella grotta, in particolare nella saletta sotto il P11, sono stati rinvenuti in gran quantità
frammenti di ceramica che sono stati datati all’età del Bronzo, alcuni dei quali decorati con motivi
geometrici, oltre a una lama di pugnale, spille e monili, e vari frammenti di ossa di animali. Il lavoro
di scavo e catalogazione dei reperti è stato effettuato dal GS CAI Roma in collaborazione con la
Soprintendenza Archeologica.
La temperatura misurata negli ambienti superiori della cavità è risultata di 18,9°C (TROVATO,
1975). Nel periodo freddo dalla grotta fuoriesce aria calda che simula una fumata (CAMPONESCHI &
NOLASCO, 1980).
Stato dell’ambiente
La grotta è nota fin da tempi storici, come dimostrato dal rinvenimento di oggetti risalenti all’età
del Bronzo. Esplorata dagli speleologi a partire dal 1962, è stata scarsamente frequentata, con un
numero complessivo di visitatori probabilmente non superiore a 200. Ad esclusione dei modesti lavori
di scavo per l’allargamento dei passaggi in frana e per l’indagine archeologica, la morfologia della
grotta non ha subito modifiche. Lungo il percorso si rinvengono frammenti di ossa animali.
Note tecniche
P7 d’ingresso, P6, scivolo, P11, P22, biforcazione (punto 7).
Ramo verso SW: P8.
Ramo verso NE: scivolo di 25 m (arrampicabile, corda non necessaria), fondo (-88).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 14 gennaio 1962 dallo SCR (C. Casale, G. Pasquini e R. Pastina) fino alla prima
saletta.
Le esplorazioni più recenti sono state realizzate dal GS CAI Roma. Nel 1976 Maria Grazia Lobba
e F. Ardito allargavano la fessura alla base della saletta, discendendo il P11. Nel novembre 1983 G.
Albamonte, Luana Belli, V. Gambini, C. Germani, Orietta Notari Palma e Federica Ricci ritrovavano i
reperti archeologici, iniziandone lo studio. In seguito U. Randoli, C. Fortunato, M. Pappalardo, Maria
Luisa Battiato e L. La Scala allargavano il cunicolo e completavano l’esplorazione.
Bibliografia
ALBAMONTE & BELLI, 1985; CAMPONESCHI & NOLASCO, 1980; CASALE ET ALII, 1963; DOLCI, 1968; GERMANI, 1984A;
GERMANI, 1986; GUIDI & PIPERNO, 1992; MANISCALCO, 1963; NOTARI, 1985; NOTARI, 1988; RICCI M., 1977a;
TROVATO, 1975.
Cavità dell’Elefante
Dati catastali
1255 La - comune: Guidonia-Montecelio (RM) - località: Casacalda, Colle Largo - quota grotta: 97 m
- quota tunnel: 100 m
carta IGM 1:25000 : 144 II SO Palombara Sabina – coordinate grotta: 0°16’51”5 (12°43’59”9)-
42°00’03”5
carta IGM 1:25000 : 144 II SO Palombara Sabina – coordinate tunnel: 0°16’54”0 (12°44’02”4)
- 42°00’01”0
carta CTR 1:10000 Montecelio:366.130 – coordinate grotta: 2.332.320 - 4.652.460
carta CTR 1:10000 Montecelio:366.130 – coordinate tunnel: 2.332.410 - 4.652.340
dislivello: - 20 m - sviluppo planimetrico: 125 m
Itinerario
Da Guidonia, si raggiunge l’aeroporto e se ne costeggia il recinto, quindi si svolta per via
Donizetti. Si lascia la macchina appena imboccata la via, davanti alla vecchia fornace che sovrasta
un tunnel, ben visibile a sinistra. Pochi metri più su lungo la via, subito prima di una tettoia, si prende
un sentiero che sale a sinistra. Il sentiero passa sopra la parete della fornace, proseguendo in piano.
Dopo una ventina di metri si lascia il sentiero principale, che continua in salita a destra, e si continua
a procedere per un sentierino in quota; dopo altri 30 m si lascia questo sentierino, superando un filo
spinato a sinistra. Si scende nel prato e dopo meno di 50 m si arriva all’ingresso del tunnel artificiale,
infossato nella folta vegetazione. Si tratta di un tunnel - rifugio antiaereo scavato durante la II guerra
mondiale (5 minuti di cammino).
Descrizione
Gli ingressi della grotta si trovano all’interno del tunnel artificiale (alto e largo 2,5 m) scavato
nel calcare maiolica con fitta stratificazione quasi verticale (N60°W, 80°NE), a 140 m dall’ingresso del
tunnel. I due pozzetti di accesso, così come tutta la grotta, sono impostati su una frattura orientata
N50°E che interseca la galleria artificiale, ai lati della quale si aprono.
L’ingresso sulla sinistra del tunnel (punto A), in basso, è un pozzo con l’imbocco stretto (40
cm), profondo 7 m. Sulle pareti e alla base del pozzo sono presenti numerose concrezioni a cavolfiore,
caratteristica costante di tutta la cavità. Si procede quindi in opposizione superando una lama di
roccia e risalendo un breve dosso sabbioso per giungere in un passaggio completamente ricoperto di
concrezioni. Scendendo nella spaccatura si arriva subito su un pozzo profondo 10 m, stretto soltanto
nella parte iniziale. Il pozzo immette nel mezzo di una galleria; alla base (punto C) spiccano due enormi
stalattiti ricoperte da minuti cristalli a rosetta (“la Proboscide”).
La galleria, circa orizzontale, può essere percorsa nelle due direzioni. Il tratto verso SW,
140
lungo una cinquantina di metri, inizia con una spaccatura allagata con acqua
profonda oltre 5 m, superabile in opposizione, e prosegue per circa 20 m,
riccamente concrezionata, fino ad un saltino, alla base del quale si trova una
pozza d’acqua (probabilmente è l’affioramento della falda idrica). Dopo una
decina di metri una breve risalita, superabile in opposizione, immette (punto E)
in un secondo saltino e nella saletta terminale.
Nel tratto dal punto C verso NE, lungo anch’esso circa 50 m, si cammina
tra dossi sabbiosi e avvallamenti con pozze d’acqua e una spaccatura allagata
con acqua profonda 3 m, superabile in opposizione. La galleria termina (punto
D) con una fessura impraticabile in parte allagata, da cui proviene l’acqua.
Il secondo ingresso della grotta è sulla destra del tunnel. Si risalgono
un paio di metri e quindi si scende nella spaccatura, senza corda ma con un
passaggio un po’ stretto, fino a raggiungere la galleria orizzontale nel tratto di
NE (tratto non rilevato).
Per quanto riguarda le correnti d’aria, durante una visita nel marzo
1999, si osservava che l’aria fredda entrava dall’ingresso sulla destra del
tunnel, scendeva fino alla galleria di fondo, per risalire lungo il P10 e il P7 ed
uscire più calda dall’ingresso sulla sinistra del tunnel. Dalla fessura terminale
del ramo di NE, nel periodo invernale, proviene una sensibile corrente d’aria.
Stato dell’ambiente
La parte sommitale della fessura che costituisce la grotta è stata
intercettata durante i lavori di scavo del tunnel. Ancora oggi l’accesso alla
grotta avviene obbligatoriamente attraverso il tunnel artificiale (il cui imbocco
è ingombro di rifiuti), ormai abbandonato e facilmente accessibile.
A partire dal 1992, anno della scoperta da parte degli speleologi, la
grotta è stata oggetto di diverse centinaia di visite.
Un’analisi delle acque, effettuata nel 1995 (GSGM), ha rilevato un
inquinamento microbiologico, che appare scontato, data la localizzazione
prettamente urbana della cavità.
Note tecniche
P7 d’ingresso (corda 10 m), P10 (corda 15 m), entrambi su ancoraggi
naturali, fondo (-20).
Storia delle esplorazioni
Esplorata nel 1992 dal GSGM (F. Bufalieri, L. Castaldi, M. Biagi, C.
Idrissi).
Bibliografia
BUFALIERI, 1997; MECCHIA G., 1996.
I MONTI PRENESTINI
Pozzo della Ventrosa
Dati catastali
281 La - comune: San Gregorio Da Sassola (RM) - località: tra Colle Tronetta e Colle Ventrosa - quota:
945 m
carta IGM 1:25000: 150 I NE Castelmadama - coordinate: 0°27’35”6 (12°54’44”)- 41°56’07”7
carta CTR 1:10000: 375 070 San Gregorio da Sassola - coordinate: 2.346.920 - 4.644.800
dislivello: - 59 m - sviluppo planimetrico: 38 m
Itinerario
Da Tivoli si prende la strada per San Gregorio da Sassola. Poco prima di entrare in paese, ad un
bivio prima di un ponte che attraversa la valle, si prende la strada a sinistra per il Convento di Santa
Maria Nuova. Percorsi 1,1 km si arriva alla confluenza di cinque strade; si prosegue dritto sulla strada
asfaltata per 500 m circa, fino ad uno sbarramento costituito da un cancello, generalmente chiuso.
Superato il cancello, si prosegue per la strada, dapprima asfaltata, poi sterrata, per 5,5 km giungendo
così ad un bivio; qui si gira a destra e si percorrono ancora 1,6 km di strada sterrata, fino a notare
sulla sinistra il recinto che racchiude la grotta, presso la quale si trova anche una lapide in memoria di
una speleologa deceduta nel 1961 precipitando nel pozzo.
Descrizione
(di Pier Leonida Orsini)
Al bordo della strada, recintato, si apre il pozzo iniziale, profondo 20 m, con imbocco di forma
ellissoidale con lunghezza degli assi rispettivamente di 1,5 m e 2 m. Dopo circa 5 m di discesa un
grosso masso incastrato fra le pareti rimane a lato della linea di calata. La parete nord del pozzo è
coperta da uno strato di muschio per almeno 10-15 m di verticale. Dalla base del P20 si prosegue in
uno scivolo (punti 2-6) che supera un dislivello di 18 m con inclinazione massima di 65°. Il pavimento
dello scivolo è coperto da uno strato di fango e vegetazione e da rifiuti, la forma è quella classica a
canyon, leggermente svasata verso l’alto. La volta si trova ad altezze dal fondo variabili tra circa 3
e 10 m. Allo scivolo segue il P16 finale. La sala alla base di questo pozzo ha una forma allungata
e pavimento in pendenza verso SE mentre verso NW si stende quasi in piano. Il fondo della sala è
letteralmente tappezzato di rifiuti e di ossa. L’altezza della sala supera in alcuni punti il dislivello del
P16, mettendo così in collegamento il soffitto con la parte superiore del meandro (scivolo). Verso
SW il pendio conduce ad un portale alto 1,6 m oltre il quale si trova una piccola sala dal fondo
completamente allagato (-59); dall’alto un camino si immette nella saletta.
Gli strati, misurati sia nella sala terminale che lungo lo scivolo, sono inclinati di 35-40° verso SW.
Tutta la grotta sembra impostata essenzialmente su due fratture, una in direzione appenninica e l’altra,
quella dello scivolo, ad essa perpendicolare.
La grotta è abbastanza concrezionata con crostoni sulle pareti, soprattutto nell’ultimo tratto. E’
stata notata una colonia di chirotteri ed altri animali (insetti).
Stato dell’ambiente
La grotta, esplorata nel 1955, è stata oggetto fino ad oggi di scarsa frequentazione, con un
numero complessivo di visitatori probabilmente non superiore a 200. Nello scivolo a metà grotta e
nella saletta di fondo si trovano rifiuti e bidoni di latta, evidentemente gettati dall’esterno.
Note tecniche
P20 d’ingresso (corda 30 m), scivolo (corda 35 m), P16 (corda 25 m), fondo (-59).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 4 settembre 1955 dal CSR (Catalani, Marcello Chimenti e C. Ranieri).
Bibliografia
AGOSTINI, 1989; CIRCOLO SPELEOLOGICO ROMANO, 1958a; DOLCI, 1967; MANISCALCO, 1963; NEGRETTI, 1960; ROSA &
BERGAMELLI, 1995; SCOTONI, 1971.
m slm
1100
900
700
270
(W)
90
(E)
1 km
54
53
46
48m
48m
46
46
45c
Pozzo della
VENTROSA
dorsale di
Monte Piccione
Fosso Morella
Fosso di
Morricone
Fosso Grotticelle
Monte
Pagliaro
48m
48m
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 150 Roma
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 151 Alatri
Paolini & Zattini, 1979
Cavinato et alii, 1993
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000,
F. 150 Roma e F. 151 Alatri
1 = Pozzo della Ventrosa
2 = Pozzo 2° della Mentorella
3 = Ainate
4 = Fossa Ampilla
coordinate riquaro:
angolo NW = 0°23’ - 41°59’
angolo SE = 0°33’ - 41°49’
141
Pozzo 2° della Mentorella
Dati catastali
489 La - comune: Capranica Prenestina (RM) - località: Santuario della Mentorella - quota: 1025 m
carta IGM 1:25000: 150 I NE Castelmadama - coordinate: 0°28’52”9 (12°56’01”3) - 41°55’15”4
carta CTR 1:10000: 375 080 Pisoniano - coordinate: 2.348.650 - 4.643.140
dislivello: -53 m - sviluppo planimetrico: 24 m
Area protetta di riferimento: SIC IT6030035 “Monte Guadagnolo”
Itinerario
Da Capranica Prenestina si prende la strada per Guadagnolo; dopo circa 9 km si prende la
strada sulla sinistra che porta al Santuario della Mentorella. La si percorre per 1,2 km; sull’ultimo
tornante prima di arrivare al santuario è stato realizzato un piazzale adibito a parcheggio. L’ingresso
del pozzo si trova su un lato del piazzale, ed è stato chiuso con un muretto circolare e una grata; la
chiave del lucchetto che chiude la grata è affidata ai frati del Santuario, ai quali occorre chiedere il
permesso per accedere alla grotta.
Descrizione
Il pozzo iniziale, profondo 13 m, ha un piccolo imbocco (60x80 cm). Sul fondo della saletta
situata alla base del salto, un altro foro immette in un pozzo di 22 m chiuso alla base da un accumulo
di materiali di crollo. A 10 m di altezza dalla base del P22 si trova una stretta finestra che comunica
con un pozzo parallelo in prossimità della sua volta (punto 3). Il pozzo, profondo 28 m, è franoso
e fangoso. Il fondo è occupato da un caos di blocchi; un rigagnolo di acqua si perde in un cunicolo
impraticabile (punto 7, -53).
La cavità si sviluppa su due fratture ortogonali orientate rispettivamente verso NE e verso NW.
Gli strati sono inclinati di 15-20° verso E.
Stato dell’ambiente
La grotta è stata esplorata nel 1968; alcuni anni più tardi, la realizzazione di un piazzale
di parcheggio a servizio del vicino santuario ha comportato la chiusura dell’imbocco, prima con
massi, e attualmente mediante un muretto e una grata. Probabilmente tali lavori hanno comportato
l’utilizzo della cavità come discarica di materiali da costruzione. Conseguentemente la grotta è stata
scarsamente frequentata dagli speleologi, con un numero complessivo di visitatori probabilmente non
superiore a 200.
Note tecniche
P13 (chiuso con grata), P22 da scendere fino a 10 m dalla base, entrando tramite una finestra
nel P 28 conclusivo, fondo (-53).
Storia delle esplorazioni
Esplorata il 7 aprile 1968 dall’ASR (M. Boccitto, P. Befani, A. Moretti).
Bibliografia
AGNOLETTI & TROVATO, 1971; AGOSTINI, 1989; ASSOCIAZIONE SPELEOLOGICA ROMANA, 1969b; SCOTONI, 1971.
142
1 km
257
(W)
77
(E)
Pozzo 2 della
MENTORELLA
Ara di Palazzo
Monte Cerella
Folcara
m slm
1200
1000
800
600
400
45c
39
35
45c
45c
46
46
46
48m
48m
54
54
53
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 150 Roma
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 151 Alatri
Paolini & Zattini, 1979
Cavinato et alii, 1993
1 km
m slm
1200
1000
800
600
400
270
(W)
90
(E)
AINATE
Guadagnolo
Monti Caprini
Rapiglia
46
45c 46
45c
46
45c
39 35
45c
54
46
46
48m
48m
53
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 150 Roma
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 151 Alatri
Paolini & Zattini, 1979
Cavinato et alii, 1993
1 km
270
(W)
90
(E)
300
500
m slm
900
Fossa
AMPILLA
Rocca di Cave
Punta Carpigno
Taliano
il Rio
45c
9
39
9
54
45c
54 46 45c
54
54
45c
63
63
63
700
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 151 Alatri
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 150 Roma
Paolini & Zattini, 1979
Cavinato et alii, 1993
Il Santuario della Mentorella a Guadagnolo, su uno sperone calcareo lungo il versante orientale dei Monti
Prenestini (foto G. Mecchia)
143
Ainate
Dati catastali
altro nome: Risorgenza della Frana; Risorgenza Rapiglia
97 La - comune: Pisoniano (RM) - località: Valle Rapiglia - quota: 525 m
carta IGM 1:25000: 150 I SE Palestrina - coordinate: 0°29’42”
(12°56’50”4) - 41°54’45”
carta CTR 1:10000: 375 080 Pisoniano - coordinate: 2.349.760 -
4.642.180
dislivello: +8/-11 m - sviluppo planimetrico: 210 m
Itinerario
Da Tivoli o dal casello di Castelmadama della A24 Roma-L’Aquila, si
prende la S.P. Empolitana in direzione di Pisoniano. Superato il bivio per
Cerreto Laziale, dopo 2 km (nella piana sottostante il paese di Pisoniano) si
devia a destra per la strada bianca (via Contrada Cammarari) che costeggia
il Fosso Cataldo. Si prosegue dritti per 1250 m; raggiunto un bivio, si gira
a destra, si attraversa un ponte e si prosegue dritti per altri 70 m fino ad
uno spiazzo erboso, dove si lascia la macchina. Si imbocca la carrareccia
che volge a sinistra (verso SW) e dopo circa 200 m, attraversati due
fossi, la si lascia prima di una curva a sinistra, prendendo verso destra
una traccia di sentiero. Dopo una cinquantina di metri si entra nel bosco
e si prosegue risalendo decisamente il versante. Superato un dislivello di
50 m, si raggiunge una paretina rocciosa; la si aggira sulla destra fino
ad imboccare un canalone, che si deve risalire per 30 m di dislivello, fino
all’ingresso della grotta, che si apre tra i massi, ai piedi di una parete alla
testata del canalone (30 minuti di cammino).
Descrizione
Si tratta di una risorgenza di troppo pieno, che emette
dall’ingresso solo raramente. In queste occasioni l’intera grotta si allaga
completamente.
LA GALLERIA INIZIALE
Il foro di accesso ha un diametro di 50 cm. Si striscia tra grandi massi
di frana per una decina di metri; diversi passaggi consentono di superare
la frana e raggiungere una galleria con sezione tondeggiante, lunga una
cinquantina di metri in direzione SW. La galleria è larga 2 m, alta poco di
meno e con alcuni concrezionamenti. Poi la grotta scende con uno scivolo,
la volta si abbassa fino a poco più di un metro e le pareti si avvicinano
fino ad un metro. Dal punto più basso il condotto cambia bruscamente
direzione (verso NW) e risale. In questo breve tratto l’acqua a volte
ristagna formando un sifone. Quindi la grotta riprende la direzione iniziale
(SW) e la morfologia cambia sensibilmente: si cammina tra due pareti lisce
e coperte da veli di concrezione, inclinate di 60-70° verso SE (strati?).
La galleria, larga 1-2 m e alta mediamente 2 m, assume un andamento a
saliscendi, tra varie pozze e sporadiche concrezioni. Dopo una novantina di
metri, in corrispondenza di un altro brusco cambio di direzione (ora verso
N), si scende in un altro sifone temporaneo (punto 16), alto 1 m e largo 2
m, e si risale fino ad una cascatella alta 2 m (punto 18). Fin qui, la grotta è
percorribile in un quarto d’ora.
I SIFONI PERENNI (INFORMAZIONI DI LIVIO RUSSO)
Risalita la cascatella, ci si trova davanti ad uno specchio d’acqua. Il
lago-sifone (perenne) è stato superato dagli speleosubacquei; si scende
in un condotto molto inclinato, con sezione circolare di 1,5 m di diametro,
fino alla profondità di 7 m, per poi risalire in un ripido condotto fino a
riemergere in una galleria alta 2 m e larga 1,5 m. Percorsi una decina di
metri si arriva in una saletta con alla base un secondo lago-sifone (punto
20), del diametro di 2 m. Alla profondità di 8 m sotto lo specchio d’acqua,
gli speleosub hanno osservato una finestrella impraticabile, dietro la
quale si scorgono ambienti più larghi. Proseguendo verso il basso è stata
raggiunta la profondità di 19 m, arrivando in una saletta (punto 21, -11)
dalla quale partono due cunicoli: il primo stringe quasi subito, mentre il
secondo dopo pochi metri è ostruito da una frana.
Stato dell’ambiente
Il primo tratto della risorgenza, percorso già nel 1931, è stato
oggetto di diverse centinaia di visite speleologiche. Testimonianza della
conoscenza e utilizzo della grotta da parte della popolazione locale è
la presenza nella galleria di un tubo servito probabilmente per captare
l’acqua dal primo sifone perenne; un cavetto d’acciaio accompagna il tubo
per tutta la lunghezza della grotta.
Complessivamente, anche grazie all’azione dilavante delle acque, la
grotta non presenta particolari elementi di degrado ambientale.
Note tecniche
Non sono necessarie attrezzature fino ai sifoni permanenti.
Storia delle esplorazioni
Esplorata parzialmente nel 1931 dal CSR, che trovò un sifone a 40
m dall’ingresso. Il sifone fu trovato aperto il 6 settembre 1975 dall’ASR
(S. Agostini, Milvia Conti, A. Parboni); gli esploratori proseguirono fino
al primo sifone perenne. Quest’ultimo è stato successivamente forzato
negli anni ‘80 con attrezzatura subacquea da L. Ciocca e M. Diana, che
hanno raggiunto un secondo sifone. L. Russo e C. Giudici nel 1988 hanno
percorso il secondo sifone fino all’attuale fondo.
Bibliografia
ABBATE, 1984; AGOSTINI. 1989; DOLCI, 1966; MANCINI, 1997; NOTARI, 1988;
SCOTONI, 1971; SEGRE, 1948a.
Fossa Ampilla
Dati catastali
50 La - comune: Rocca di Cave (RM) - località: Punta Carpigna - quota
760 m
carta IGM 1:25000: 151 IV SO Olevano Romano - coordinate: 0°30’20”4
(12°57’28”4)- 41°50’48”2
carta CTR 1:10000: 375 160 Cave - coordinate: 2.350.470 - 4.634.840
dislivello: -61 m
Itinerario
Da Rocca di Cave si prende la strada per Capranica Prenestina.
Dopo 500 m ad un bivio si imbocca una buona strada bianca a destra. La
si segue per 500 m fino ad un incrocio con una strada bianca a sinistra
(indicazione per il “tiro al volo”), dove si lascia la macchina. Si scende lungo
quest’ultima strada, in condizioni non buone, finché non diventa sentiero,
proprio nei pressi dell’evidentissimo enorme ingresso della cavità (10
minuti di cammino).
Descrizione
L’imbocco della voragine a piano campagna ha un’ampiezza di
150x80 m; il suo bordo, articolato e con notevoli differenze di quota, è
circondato da una folta vegetazione di alberi e felci. Il pozzo ha una parete
rocciosa più alta e verticale, di circa 90 m, ed una più bassa di 43 m. Giunti
sopra a quest’ultima (punto 1) con un comodo sentiero, si può attrezzare
la calata dal bordo inferiore, scendendo la parete prima molto ripida con
alberi e terra (molto scivolosa se bagnata), poi (punto 5) verticale per gli
ultimi 25 m.
Il fondo del pozzo (40x45 m) è costituito da un conoide detritico
prevalentemente terroso, che inizia ripido (40°) nella parte sommitale per
poi coricarsi gradualmente fino a giungere alla base della parete opposta.
Il conoide è ricoperto da fitta vegetazione; sono presenti anche due alberi
ad alto fusto.
144
Alla base della parete più alta, cioè alla fine del conoide, si apre una grande caverna alta fino
a 10 m, larga 40 m ed estesa orizzontalmente 20 m. Il fondo della caverna è rappresentato da un
perfetto piano orizzontale terroso, originato da allagamenti. Nel punto più interno si trova un piccolo
cunicolo-inghiottitoio, quasi colmato da un riempimento di terra (-61).
Stato dell’ambiente
La voragine è ovviamente nota fin da tempi remoti; tuttavia, essendo possibile discenderla solo
con corde, l’accesso è stato sostanzialmente limitato agli speleologi che, nel corso del XX secolo, la
hanno scarsamente frequentata, con un numero complessivo di visite probabilmente non superiore a
200. Al suo interno non si osservano tracce di degrado.
LA MEDIA VALLE DELL’ANIENE
Fiumicino
Pozzo di
CERRETO
Ara delle Valli
Costa Sole
Retommella
45c
7
45c
45c
45c
39
257
(W)
77
(E)
1 km
m slm
1200
600
7dt
46
46
46
46
1000
800
400
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Corrado, 1995
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 151 Alatri
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 150 Roma
Note tecniche
Dal bordo inferiore si scende un pozzo unico di 43 m (corda 60 m); si fraziona la discesa usando
alcuni alberelli presenti lungo il pendio.
Storia delle esplorazioni
Viene descritta da Girolamo Senni di Palestrina nelle “Memorie di Genazzano e de’ vicini paesi”
del 1838; l’Autore accenna anche alla presenza di “latte di monte” all’interno della cavità, ma non è
chiaro se vi sia disceso. L’Abbate la cita nella sua “Guida alla Provincia di Roma” del 1894. Fu esplorata
speleologicamente nel 1926 dal CSR.
Bibliografia
ABBATE, 1894; AGOSTINI, 1989; DOLCI, 1965; KELLER, 1895; SCOTONI, 1971; SENNI, 1838; SEGRE, 1948A; SEGRE,
1951a.
Monti Ruffi: campo chiuso sul versante orientale (foto M. Mecchia)
Stralcio dalla Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000, F. 144 Palombara Sabina, F. 145 Avezzano, F. 150 Roma
e F. 151 Alatri
1 = Pozzo di Cerreto
2 = Pozzo di Cineto Romano
3 = Chiavica di Arsoli
coordinate riquadro:
angolo NW = 0°27’ - 42°05’
angolo SE = 0°36’ - 41°55’
145
Pozzo di Cerreto
Dati catastali
altro nome: Pozzo Noce; Pozzo Fossicchi
95 La - comune: Cerreto Laziale (RM) - località: versante SW Colle Sacrestia
- quota: 695 m
carta IGM 1:25000: 151 IV NO Gerano - coordinate: 0°30’33”2
(12°57’41”6) - 41°58’02”0
carta CTR 1:10000: 375 040 Ciciliano - coordinate: 2.351.080 -
4.648.230
dislivello: -48 m - sviluppo planimetrico: 70 m
Area protetta di riferimento: SIC IT6030037 “Monti Ruffi”
Itinerario
Dalla Piazza Monte Ruffo di Cerreto Laziale si prende la strada,
in cemento per i primi metri, poi sterrata, che porta all’Ara delle Valli.
Superato il primo tornante, si lascia la macchina e si imbocca sulla sinistra
un sentiero segnato con vecchi segni rossi, ma ben visibile, che procede
salendo a mezza costa fino alla quota di 660 m, poi scende leggermente
attraversando cinque incisioni torrentizie profondamente incise nella roccia
calcarea. Dopo aver superato il quinto fosso, sulla sinistra, pochi metri più
in alto, si apre la voragine (20 minuti di cammino).
Descrizione
E’ una spettacolare “dolina di crollo” di forma tondeggiante,
condizionata da faglie con direzione NNE, che si apre a metà versante, a
fianco di un solco torrentizio molto inciso. L’imbocco è tondeggiante con
diametro medio di 25 m e immette in una grande caverna (70x50 m). Sul
bordo SW del perimetro di imbocco si trova la più breve via di accesso,
una verticale di 15 m (punto 1). L’orlo NE della “dolina”, 25 m più alto, è
costituito da una parete di circa 30 m, al disotto della quale si sviluppa la
cavità.
Sul fondo della caverna, ingombro di massi di crollo, un accumulo
detritico cementato e ricoperto da vegetazione forma una dorsale allungata
che attraversa tutta la sala in direzione NE, con ripide discese sui due lati,
per un dislivello di circa 30 m sul pendio orientale (punto 8, -48).
De Angelis D’Ossat nel 1898 descrisse l’imbocco, attribuendogli un
diametro di 6-8 m. Sembrerebbe quindi che un successivo crollo, avvenuto
prima del 1948, abbia allargato la voragine.
Stato dell’ambiente
Si ha testimonianza di una frequentazione della voragine già in tempi
remoti. Scarsa è stata la presenza speleologica che, a partire dal 1941,
ha visto un numero complessivo di visitatori probabilmente non superiore a
200. La grotta non presenta alterazioni ambientali di rilievo.
Note tecniche
Dall’orlo basso si scende un P15 (corda 20 m), con ancoraggio su
alberi.
Storia delle esplorazioni
La grotta è conosciuta da sempre; si narra che i pastori scendessero
il pozzo aiutandosi con gli alberi che crescono lungo la parete. La prima
discesa documentata è di L. Colombo, nel 1941.
Bibliografia
AGOSTINI, 1989; BOMBARDIERI & VECCHIO, 1998; COLOMBO, 1941; DE ANGELIS D’OSSAT,
1898; DOLCI, 1966; PALMIERI, 1863; SEGRE, 1948a.
Stralcio della carta di G. Petroschi (1767) in cui è indicato il Pozzo di Cineto Romano, nei pressi del paese di Scarpa
146
295
(WNW)
115
(ESE)
Pozzo di
CINETO
Fosso
dei Rioli
Cineto
Torrente
Ferrata
Valle delle Pantane
dorsale di
Colle Cacione
sorgente
Acqua Riccia
45c
45c
45c
m slm
800
600
400
1 km
46
46 46
46 ?
48m
48m
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 145 Avezzano
Bigi et alii, 1988
1 km
Chiavica di
ARSOLI
Fosso
Bagnatore
Arsoli
Acqua di
Sonnoletto
Fosso
della Melica
Colle Capretta
Prata Lunghe
40
(NE)
220
(SW)
36 45
45
45
45
17
m slm
900
700
500
300
55
55
39
C
12-7
55
45
?
?
?
?
55
Elaborazione su basi cartografiche (legenda a pag. 84):
Carta Geologica d'ltalia - Foglio 145 Avezzano
Ciancetti & Parotto, 1983
Accordi & Carbone, 1988
Bigi et alii, 1988
Vezzani & Ghisetti, 1998
Pozzo di Cineto Romano
Dati catastali
altri nomi: Bocca o Buca di Pozzo
51 La - comune: Cineto Romano (RM) - località: in paese - quota: 530 m
carta IGM 1:25000: 145 III SO Arsoli - coordinate: 0°30’33”0 (12°57’41”4) - 42°03’00”2
carta CTR 1:10000: 366 120 Vallinfreda - coordinate: 2.351.275 - 4.657.420
dislivello: -58 m - sviluppo planimetrico: 17 m
Itinerario
Entrati a Cineto dalla strada provinciale proveniente dalla SS 6 Tiburtina si supera una piazzetta
con un monumento al centro. Al bivio immediatamente successivo si svolta a sinistra; dopo 300 m, ad
un altro bivio, si gira a destra; dopo altri 400 m ad un altro bivio si svolta a sinistra per una strada in
salita. Dopo circa 50 m c’è un fontanile, e poco dopo, ad un incrocio con Via Fermo Melloni, si lascia la
macchina. L’ingresso del pozzo è nel prato a destra, a 5 m dalla strada, ed è chiuso da una grata. Per
l’accesso è necessario contattare il Comune di Cineto Romano.
Descrizione
Il pozzo è impostato su una frattura diretta NNE-SSW. L’ingresso, di forma circolare di 3 m di
diametro, è circondato da un muretto e chiuso con una grata. Il pozzo si allarga progressivamente
verso il basso; con un salto verticale di 51 m si giunge alla sommità di uno scivolo detritico lungo 20
m, che scende fino alla profondità di 58 m.
Stato dell’ambiente
La grotta, situata all’interno del paese, è certamente nota da tempi lontanissimi.
Nel passato è stata utilizzata per lo scarico di materiali di cava, di rifiuti e di carogne di animali.
Nonostante l’imbocco sia impedito da una grata, il pozzo continua ad essere usato come “discarica”.
La frequentazione speleologica è stata molto modesta, con un numero ridottissimo di visite, fino ad
oggi probabilmente non superiore a qualche decina.
Note tecniche
Pozzo unico profondo 51 m (corda 65 m).
Storia delle esplorazioni
E’ citato da Revillas che lo indica nella sua carta della diocesi di Tivoli del 1739 come “Pozzo”
(SEGRE, 1951a). Viene citato ancora da SEGRE (1948a) come pozzo “non molto profondo, sebbene
fosse ritenuto tale dal Cappello che lo dice più grande della Voragine di Monte Spaccato”. Il Touring
Club Italiano nella Guida del Lazio del 1981 riporta ancora un’antica ed errata descrizione: “pozzo
artificiale scavato molti secoli fa, di sezione circolare, largo meno di 3 m e profondo oltre 500, solo per
pochi metri occupato dall’acqua”.
Fu esplorato negli anni ’20 (probabilmente nel 1925) dal CSR (A. Datti, C. Franchetti e C. Zileri
dal Verme).
Bibliografia
ABBATE, 1894; CAPPELLO, 1824; DOLCI, 1965; MAROCCO, 1883; NIBBY, 1837; PALMIERI, 1863; REVILLAS, 1739;
SEGRE, 1948a; SEGRE, 1951a; TOURING CLUB ITALIANO, 1981.
147
Chiavica di Arsoli
Dati catastali
98 La - comune: Arsoli (RM) - località: - quota: 510 m
carta IGM 1:25000: 145 III SO Arsoli - coordinate: 0°34’19”6 (13°01’28”)
- 42°02’33”2
carta CTR 1:10000: 367 130 Arsoli - coordinate: 2.356.485 - 4.656.490
dislivello: -100 m - sviluppo planimetrico: 100 m
Itinerario
Da Arsoli si prende la strada per Cervara di Roma; dopo 1,9 km,
subito prima di un ponticello, si imbocca una stretta strada asfaltata a
sinistra, che sale verso la Costa dei Morti. Al terzo tornante, dopo 1 km,
si lascia la macchina. Si prende il sentiero in discesa, poco evidente, che
parte dal tornante, e dopo un centinaio di metri si arriva alla recinzione
che racchiude il grande pozzo, indicato anche nelle carte topografiche (5
minuti di cammino).
Descrizione
Si tratta di una grande voragine a pozzo, profonda complessivamente
100 m. L’imbocco ha una pianta ovoidale di 65x45 m. Lungo tutto l’orlo le
pareti scendono verticali o strapiombanti, tranne che sul ciglio est, quasi nel
punto a quota più bassa del bordo (punto 1), dove è possibile scendere un
ripido (65°) pendio alberato. Scesi una decina di metri, si prosegue verso
sud con minore inclinazione (40-50°), su un pendio coperto da detrito fine,
tenendosi addossati alla parete, raggiungendo così la profondità di -37
(punto 4, consigliabile la corda). Forse è possibile, all’inizio della discesa,
traversare dalla parte opposta e scendere fra gli alberi fino alla base della
parete, senza corda. Intorno l’ambiente è maestoso: lateralmente scende
un ripido versante coperto di vegetazione, mentre davanti si innalza una
parete alta fino a 80 m. Per proseguire la discesa diventa indispensabile
la corda; si scende un breve scivolo detritico, molto instabile, si fraziona
sul liscione di faglia (orientato N50°W con immersione di 80° verso SW),
per scendere gli ultimi 19 m, su una parete di roccia frantumata in piccoli
blocchetti.
Si atterra alla sommità della grande falda detritica (punto 6). Da
qui si può vedere tutta la parte bassa della cavità: il pendio scende con
inclinazioni che diminuiscono da 40° nella parte alta a 30° in quella bassa,
inoltrandosi dentro un grande cavernone, con una bocca alta una ventina
di metri e larga 25 m, lungo una sessantina di metri; prevale il detrito
medio-fine, con rari blocchi di grandi dimensioni. Nella parte alta, dove si
risentono maggiormente gli effetti dell’illuminazione solare, abbonda una
bassa vegetazione. Scendendo al fondo della grotta la galleria si allarga
fino a 35 m, mentre la volta si abbassa a 6-10 m. Alcuni grossi blocchi
si rinvengono proprio in corrispondenza del punto più basso della cavità
(-100).
Nel periodo secco il pozzo è completamente asciutto.
Stato dell’ambiente
La grande voragine è inevitabilmente nota da sempre; le prime
esplorazioni documentate sono collocabili nella prima parte del XX
secolo. Non risulta, invece, una frequentazione significativa da parte degli
speleologi. Stranamente, inoltre, non si rinvengono i classici rifiuti “da
discarica”, mentre sono stati osservati resti scheletrici di animali.
Note tecniche
Dal ciglio Est si scende il ripido pendio (consigliabile la corda) e,
tenendosi vicini alla parete, si arriva sopra un P26 (attenzione! frana
instabile, corda unica di 110 m).
Storia delle esplorazioni
E’ indicata nella carta della diocesi di Tivoli di REVILLAS (1739). Il
geofisico F. Keller la descrisse per primo, nel 1895, avendola vista dall’alto
(SEGRE, 1948a). Non si hanno notizie della prima esplorazione speleologica,
che comunque avvenne prima del 1948.
Bibliografia
DE ANGELIS D’OSSAT, 1898; DOLCI, 1966; KELLER, 1895; REVILLAS, 1739; SEGRE,
1948a; SEGRE, 1949b; SEGRE, 1950; SEGRE, 1951a; SEGRE, 1956; TERRENZI,
1889; TUCCIMEI, 1886.
148
(legenda a pag. 86)
149
I Monti Lepini si sviluppano in direzione appenninica su una lunghezza
di circa 37 km, per un’estensione areale di quasi 500 km
2
. Sul bordo NW
i modesti rilievi calcarei s’immergono al disotto dei depositi vulcanici dei
Colli Albani, a Ovest i versanti terminano sul bordo della Pianura Pontina (a
quote basse, quasi sul livello del mare), a Sud la valle del Fiume Amaseno
separa i M. Lepini dai M. Ausoni (tuttavia, si è scelto di assegnare ai Monti
Ausoni anche il colle di M. Saiano, 415 m, e la piccola dorsale di Priverno),
a Est la catena lepina si accavalla sul bordo della Valle Latina (a quote per
lo più intorno a 200-300 m). Al bordo SE dei M. Lepini si erge la dorsale
di M. Siserno.
Le cime più elevate sono il Monte Semprevisa (1536 m) nel settore
centrale e il Monte Malaina (1480 m) nel settore orientale; l’idrografia
superficiale è praticamente assente, tanto che nemmeno le valli principali
ospitano corsi d’acqua perenni, ma piuttosto torrenti che si attivano
nei periodi piovosi. La catena è nettamente divisa in due parti da una
profonda incisione, la valle del Rio, che da Carpineto Romano scende
verso Montelanico sfociando, infine, nella Valle Latina nel tratto compreso
fra Colleferro e Sgurgola; anche il Torrente Rio, che è il corso d’acqua
più importante dell’area, presenta un regime torrentizio e irregolare,
caratterizzato da prolungati periodi di secca e da piene improvvise.
L’incisione segue per gran parte del percorso un’importante linea
tettonica, che ha un ruolo considerevole anche nello sviluppo del carsismo
e nella definizione delle direzioni di deflusso sotterraneo.
La linea tettonica ha andamento quasi rettilineo nel tratto fra
Montelanico e Carpineto, tagliando il versante orientale della valle nei
pressi del piede, lasciando così il fondovalle nel settore occidentale. La
linea attraversa il paese di Carpineto Romano e prosegue verso SSE fino
a Pian della Faggeta. Anche qui la faglia attraversa il versante a Est della
piana (la parete verticale del Perrone del Corvo, che si affaccia sul piano
carsico, è un’espressione del sollevamento del blocco orientale sopra quello
occidentale); una ristretta fascia di terreni marnosi friabili s’interpone fra
i due “blocchi”. Ancora più a SSE la linea lascia nel settore orientale la
cima di Conco Merlo, taglia l’incisione di Valle S. Maria e circonda il rilievo
conico del Monte della Difesa (923 m), uscendo, infine, dall’affioramento
lepino nella valle che separa Roccagorga (Ovest) da Maenza (Est). Da
Montelanico verso Nord, la linea tettonica attraversa la valle del Rio,
colmata da depositi alluvionali e vulcanici, addentrandosi poi nei rilievi
calcarei dell’area di Segni, dividendo così un piccolo settore appartenente
all’unità orientale (M. Camposano, 679 m) prima di inoltrarsi nella Valle
Latina nell’area di Colleferro. Fa parte del settore orientale anche la piccola
dorsale calcarea di Gavignano (PAROTTO & TALLINI, 2000).
Questo lineamento individua, quindi, due grandi unità geologiche,
che per una più agevole trattazione del fenomeno carsico sono state
ulteriormente suddivise in Sotto-Zone.
Nel settore a Ovest della linea Carpineto-Montelanico sono compresi
i Monti Lepini Nord-occidentali, Sud-occidentali e centrali. Il settore a Est
della linea Carpineto-Montelanico include i Monti Lepini orientali e la Sotto-
Zona M. Caccume-M. Siserno. Un’ulteriore Sotto-Zona è rappresentata
dalla piastra travertinosa di Cisterna di Latina che si stende nella Pianura
Pontina ai piedi del versante occidentale della catena lepina.
Sono note, complessivamente, circa 460 grotte, fra le quali numerose
di estensione rilevante; questo massiccio, quindi, risulta il più carsificato
dell’intero Appennino laziale-abruzzese.
Dal punto di vista idrogeologico, i Monti Lepini insieme ai Monti Ausoni
e ai Monti Aurunci occidentali e centrali, costituiscono una struttura isolata
(denominata dorsale “dei Volsci”). Nei Monti Lepini l’acquifero carsico è
racchiuso a SW dai sedimenti sabbioso-argillosi della Pianura Pontina e a
NE dal flysch che riempie la Valle Latina. La falda carsica ha un gradiente
idraulico tipicamente molto basso, con un ostacolo nella parte centrale
del massiccio, rappresentato dalla linea tettonica Carpineto-Montelanico,
che probabilmente determina significative perdite di carico e valori del
gradiente idraulico localmente forti. Date le differenze di quota lungo il
perimetro calcari-terreni impermeabili, il flusso sotterraneo è costretto a
emergere quasi interamente sul versante tirrenico, mentre sul bordo della
Valle Latina (situato a quote più elevate) sgorgano solo alcune sorgenti di
modesta portata.
I TRAVERTINI DI CISTERNA DI LATINA
Nei pressi del margine occidentale della catena, nella Pianura
Pontina, si trova la grande placca di travertini di Cisterna di Latina, estesa
circa 14 km
2
. La superficie scende molto dolcemente da NW (q. circa 80 m)
verso SE (q. circa 40 m).
All’interno della piastra travertinosa i fenomeni carsici sono
rappresentati da una cavità ipogea, la Grotta di San Biagio (sviluppo 350
m), e dagli “sprofondi” di Casa Affonnata e di Cotronia, con laghi sul fondo.
Altri sprofondi si trovano nella coltre di sedimenti della fascia di pianura
adiacente alla catena; alcuni di essi si sono formati in tempi storici e sono
occupati da laghetti con acque sulfuree.
I MONTI LEPINI NORD-OCCIDENTALI
Questa Sotto-Zona è situata a Ovest della linea di cresta M. Lupone
(1378 m)-M. Rinsaturo (1166 m) ed è costituita da versanti calcarei che
scendono progressivamente verso SW fino ad immergersi al di sotto della
coltre di depositi della Pianura Pontina; il limite a Sud arriva a comprendere
il paese di Norma e le sorgenti di Ninfa. Dal punto di vista amministrativo, i
Monti Lepini Nord-occidentali rientrano nella provincia di Latina.
Sono conosciute 15 grotte, tutte di dimensioni abbastanza modeste.
La più estesa si trova all’interno del paese di Cori ed è la Grotta del
Convento di Santa Oliva (sviluppo 160 m); le altre cavità più importanti
sono l’Arnale Cieco (sviluppo 110 m) e il vicino Pozzo del Catavio (sviluppo
70 m), situate sul versante che da Cori sale a M. Rinsaturo, e l’Oviso dei
Maiali (-35) localizzato nell’area fra Cori e Norma.
Deflusso sotterraneo
La falda basale fa capo alla sorgente Ninfa (q. 29 m), di grande
portata (in media oltre 2 m
3
/s) e con le caratteristiche bicarbonato-
calciche tipiche delle acque dei circuiti carsici (BONI ET ALII, 1988). Le grotte
dell’Arnale Cieco e del Convento di S. Oliva sono situate 8-9 km verso
NNW dalla sorgente, con ingressi posti rispettivamente oltre 500 m e 250
m sopra la superficie della falda (considerando che localmente il livello
piezometrico potrebbe essere a q. 60-70 m).
I MONTI LEPINI SUD-OCCIDENTALI
La Sotto-Zona Sud-occidentale è costituita da un’articolata dorsale
che culmina, da NW a SE, nel M. della Bufala (861 m), nel M. Nero (445
m) e nel M. S. Angelo (382 m), rappresentando un settore ribassato da
faglie rispetto alla dorsale del M. Semprevisa, e da questa separato dalla
vasta depressione compresa fra Bassiano, Sezze e Roccagorga. Verso SW
la dorsale digrada verso la Pianura Pontina. Rientrano nella Sotto-Zona
anche il klippe di Colle Cantocchio, la dorsale di M. Pizzone (709 m) e la
parte bassa del versante SW del M. Semprevisa. In quest’area si conoscono
40 grotte.
Al bordo della Pianura Pontina, dominato dalle balze calcaree sulle
quali si ergono i paesi di Sermoneta e di Sezze, sgorgano diverse sorgenti
sulfuree; alla risalita di queste acque sembrano legate alcune manifestazioni
carsiche fra le più importanti dell’area, e in particolare l’Ouso di Sermoneta
(-65) e il sistema sotterraneo di Acquapuzza, che conta una decina di
grotte, le più estese delle quali sono la Grotta di Fiume Coperto (sviluppo
170 m) e la Grotta della Cava (sviluppo 230 m).
Nell’area interna del massiccio le cavità più importanti sono la Grotta
di Colle Cantocchio (sviluppo 150 m) alla base del rilievo omonimo, l’Ouso
del Cavone (-62) sul M. della Bufala e, nell’area fra Roccagorga e Bassiano,
il Pozzo Nuovo (-81), la Grotta Marina (sviluppo 110 m) e la Grotta Vittorio
Vecchi (sviluppo 180 m).
Deflusso sotterraneo
Le acque sotterranee di quest’area vengono a giorno da una serie di
sorgenti, spesso mineralizzate, poste nella fascia pedemontana tirrenica.
Sul bordo occidentale dei M. Lepini, tra Sermoneta e Sezze, si trovano
numerose polle e sorgenti; ai piedi del rilievo di Sermoneta scaturiscono le
Sorgenti Sulfuree (q. 15 m, portata media 190 L/s; BONI ET ALII, 1988).
L’ouso omonimo è localizzato 1 km a Nord e il suo fondo è posto 32 m più
in alto della sorgente.
Poco più a Sud si trova il gruppo sorgentizio di Acquapuzza. La
Grotta di Fiume Coperto è localizzata a pochi metri di distanza dalla
omonima sorgente (q. 14 m, portata media di tutto il gruppo di sorgenti
1600 L/s); le pozze sul fondo della grotta sono praticamente alla stessa
quota delle polle. Probabilmente queste sorgenti raccolgono le acque di
un bacino sotterraneo che comprende anche l’area dell’Ouso del Cavone,
situato 3,5 km verso NE.
Ancora un po’ più a Sud, presso Sezze, la falda basale emerge
da polle nell’alveo del Fiume Uffente e da numerose sorgenti (q. 3-4 m;
portata media complessiva 5,5 m
3
/s), raccogliendo le acque di infiltrazione
di un’area carbonatica che include le grotte Marina, Vecchi e Pozzo Nuovo,
localizzate 6-7 km a NE di queste emergenze.
I MONTI LEPINI CENTRALI
Questa Sotto-Zona è caratterizzata dalla lunga dorsale che collega il
M. Semprevisa (1536 m) con il M. Lupone (1378 m) a NW e il M. Erdigheta
(1339 m) a SE; sul versante Nord-orientale della dorsale, intorno a q. 800
m, si trovano tre grandi depressioni carsiche (Pian della Faggeta, Campo
di Montelanico, Campo di Segni).
Nella Sotto-Zona sono conosciute ben 177 grotte. La distribuzione
delle cavità sul territorio non è, però, omogenea. Nei piani carsici di Segni
e di Montelanico il fenomeno carsico ipogeo è quasi del tutto sconosciuto,
infatti la quasi totalità delle grotte si apre nel tratto di dorsale compreso
fra M. Perentile, M. Belvedere, M. Semprevisa e M. Erdigheta, soprattutto
sul versante NE (fino al fondovalle) ma anche al di la’ della cresta che
guarda il versante tirrenico. Le grotte di sviluppo significativo sono molto
numerose.
Nell’area intorno la sommità di M. Semprevisa si trova il
raggruppamento di pozzi di Passo del Brigante, e fra questi l’Abisso
Enriquez (-228, sviluppo 435 m), l’Ouso “B” (-32) e l’Ouso “C” a Vadu
degliu Brigante (-35).
Spostandosi a SE, nell’area sommitale di M. Erdigheta sono noti
l’Abisso Consolini (-555, sviluppo 1405 m), l’Ouso delle Donne (-61),
l’Ouso delle Quattro Dita (-33) e il Catravasso Emma (-32); poco più sotto,
nel campo chiuso, si apre l’Inghiottitoio di Pian dell’Erdigheta (circa –300,
sviluppo 1010 m).
Lungo la sterrata che da Pian della Faggeta sale verso il M.
Semprevisa si rinvengono la Grotta per la Carrozzabile per il M. Semprevisa
(sviluppo 91 m), la Cantina dell’Arnara (sviluppo 65 m) e la Grotta Mary
Poppins (-33), situate proprio sul bordo della strada; un po’ più in su si
trovano il Pozzo della Faina (-52) e, sul solco che scende dalla Fonte del
Sambuco, il Pozzo della Ruspa (-35, aperto e richiuso durante i lavori
stradali).
Spostandosi dalla cima del M. Semprevisa verso NW e superata
l’incisione dell’Acqua Mezzavalle, si giunge all’area sommitale del M.
Capreo (1421 m); qui si aprono il Pozzo della Croce (-92), l’Ouso di Valle
Jatare (-43) e il Pozzo della Strega (-42). Nei pressi, sul M. Ardicara (1441
m) si trova l’Ouso della Foglia che Trema (-45) e scendendo lungo la valle
fra le dorsali di M. Ardicara e M. Capreo, si arriva all’imbocco della Grotta
del Rapiglio (sviluppo 940 m), mentre sul versante SW di M. Ardicara si
incontra la Risorgenza dell’Istrice (sviluppo 240 m).
Risalendo l’incisione dell’Acqua Mezzavalle da Pian della Faggeta e
muovendosi poi sul versante del Capreo si arriva all’Ouso a quota 840 di
M. Caprea (sviluppo 60 m), all’Ouso della Capanna di Cacciapezzole (-30),
all’Ouso della Rava Bianca (-676, la grotta più profonda del Lazio) e al
vicino Ouso Gemello della Rava Bianca (-60), e, a quota più elevata, gli Ousi
2° (-72) e 3° dei Cavoni (-33). Più a Nord, a mezzacosta sul versante NE
del M. Capreo, si individuano l’Ouso di Valle Me Ne Pento (-141) e l’Ouso
di Crepe Canina (-31).
Anche l’area di fondovalle è ricca di grotte. All’interno di Pian della
Faggeta si aprono l’Ouso di Pozzo Comune (-190), l’Abisso Capodafrica
(-152), l’Ouso di Gaetano (-52), l’Ouso del Sordo (-56) e la Grotta
Federico Docet (-30). Nel tratto compreso fra Pian della Faggeta e
Carpineto Romano le grotte più importanti sono l’Ouso di Salvatore (-161)
e l’Ouso nella Villa (-58). Sul fondovalle della dorsale del Capreo, nel tratto
compreso fra Carpineto e Montelanico, si aprono la Grotta del Formale
(sviluppo 2920 m), la Grotta Ciaschi (sviluppo 980 m), l’Ovuso dell’Isola
(-65), Bocca Canalone (-87) e l’Ouso dell’Omo Morto (-75).
In tutta la Sotto-Zona dei Monti Lepini centrali l’unica cavità di
dimensioni significative esterna all’area appena descritta è l’Oviso di Segni,
grande salone sotterraneo situato sui rilievi che separano il paese di Segni
da quello di Artena.
Deflusso sotterraneo
In corrispondenza del disturbo tettonico Carpineto-Montelanico,
all’altezza di Carpineto Romano, la superficie piezometrica della falda di
base in con