I

DE CARLO

CITATI

MEMORIE

DIARIO DI LETTURA

L’amore al call center
«LEIELUI»: come tornare a vivere
BARILLI P. III

Nel Nulla di Leopardi
C’era un ragazzo geniale a Recanati
FICARA P.V

Nel mare di Conrad
L’avventura dell’immaginazione
GORLIER P. VI

Berengo Gardin 80 anni di foto
Un flâneur tra Gramsci e Simenon
VALLINOTTO P.XI

NUMERO ANNO XXXIV SABATO 23 OTTOBRE 2010

1737

IL SALONE MA NON PIÙ IL GUSTO
Il Salone del Gusto è giunto all'ottava edizione: ma che cosa ne è del gusto in Italia? A volte capita ancora di incontrare qualche americano di passaggio che ripete: «Voi in Italia sapete vivere, avete il gusto della vita»; film e varia letteratura hanno reso il principio quasi una verità logica, più che un luogo comune. In Germania si chiama «Italianisierung» (letteralmente «diventareitaliani») il processoper cui si aprono ristorantie dehors, si prende un caffè o un bicchiere di vino chiacchierando all'aperto,mangiando cibi curati. Ma è ancora così? Siamo ancora i depositari del «gusto della vita»? Un fiume di malumore,inimicizia, rabbia e rancore, attraversal'Italia confusa e corrotta: l'uomo che uccide con un pugno, il tassista malmenato in coma, i medici che litigano in sala parto; e persino Napoli, la patria del disordine felice, di Totò che si infila gli spaghetti in tasca, sembra popolata da gente cupa e nervosa, sopraffattadai rifiuti. Un tempo si pensava che la politica, l'arte di cambiare le cose, fosse la cura. Ma adesso l'origine del disagio e della rabbia sembra stia proprio lì, nella politica. Il fatto è che la politica non ha potere: il vero potere consiste nella capacità di promuoverela pace, condizioneprimaria del gusto di vivere («ne cives ad arma ruant»). Ma nonostante i soldi e la notorietà, i «potenti» italiani di oggi non hanno neppure un grammo di questo vero potere.
MIRELLA SERRI

C’È

tuttoLIBRI
«L’Italia che legge» I colossi dell’ebook muovono i primi passi
e ci si domanda se e quando ci sarà il sorpasso. Per ora un dossier dimostra che il lettore digitale è anche quello che compra più libri
Voltiamo pagina. Ovvero, come li sfogliamo Accabadora di Michela Murgia o La caduta dei giganti di Ken Follett? Li maneggiamo, li strapazziamo, li macchiamo con il caffè, alla maniera di sempre, oppure li sfioriamo solo fuggevolmente? In altri termini, versione virtuale o di carta? Siamo al bivio: sono circa 5 mila gli ebook che, proprio in questi giorni, vengono lanciati dalle nuove piattaforme digitali Edigita e Biblet: 1.500 i volumi (3.500 mila entro Natale) messi in rete dal gruppo a cui aderiscono Feltrinelli, Messaggerie Italiane, Gems e Rcs libri e 1.600 i titoli della mondadoriana Biblet. I colossi dell'ebook stanno muovendo i primi passi e le domande incalzano: ci sarà il sorpasso? E quando il sopravissuto in economica o con copertina cartonata sarà l'ultimo dei mohicani? A offrir risposte sulla vita e sulla morte (eventuale) di tutti

Asino è chi legge senza profondità
BRUNO QUARANTA

Benedetto Croce era solito domandare agli studenti: «Vi indignate? Perché quando non vi indignerete più sarà la fine». Ma come è possibile indignarsi se non si sa né leggere né scrivere, se non si possiede quel bisturi, quella sonda, quel termometro che è l’alfabeto? Napoletana è Antonella Cilento. Un tempo, nell’età deamicisiana riverberatasi fino agli anni Sessanta, sarebbe stata insignita della medaglia d’oro. Da chi? Ma dal ministero della Pubblica Istruzione, tale l’eroica mission che l’autrice di Una lunga notte, fra i romanzi esemplari degli ultimi anni, va rinnovando

La nostra editoria è quarta in Europa e settima nel mondo, il Piemonte è la regione con più lettori
i volumi, tradizionali e new version, arriva adesso un'importante summa, un completo e aggiornatissimo dossier di Giovanni Solimine, L'Italia che legge, in uscita da Laterza (pp. 184, 12). Mettendo in correlazione le più recenti indagini di settore (dall'Istat al Censis all'Ipsos), lo studioso scopre gioie e dolori e tante contraddizioni di questa complicata evoluzione. E ci spiega anche che l'Indipendence day, il giorno in cui l'invasione delle nuove tecnologie segnerà il passaggio del testimone dalla stampa al lettore digitale, non è ancora giunto per niente. Le ultime notizie dal fronte della nostra produzione libraria oggi segnano, infatti, molte novità: le aziende italiane sfornano tomi come panini e si collocano al settimo-ottavo posto nel mondo e al quarto-quinto in Europa. Il numero di titoli pubblicati per mille abitanti non è molto diverso da quello di altri paesi del vecchio continente. E le nostre case editrici si posizionano in uno spazio intermedio tra Spagna e Regno Unito (che usufruiscono, però, di ben altre loro aree di diffusione linguistica). Insomma, l'Italia è diventata un colosso del libro. Allora, di cosa ci lamentiamo? «E' un

Una scrittrice tra gli scugnizzi, offrendo «l’arma scalza» che è la parola, antidoto contro ogni babele
nelle stagioni. Di scuola in scuola, porgendo il «talismano» che la parola è, letta e scritta, un’«arma scalza», la definisce nel suo febbrile journal Asino chi legge (Guanda, pp. 184, 16), un’arma felicemente impropria, «per ricordarci della profondità». Nei banchi, ad attendere Antonella Cilento, «Esperto Esterno di scrittura creativa», sono gli scugnizzi, scugnizzi di ogni ordine e grado, fino all’istituto tecnico, fino al liceo, tra le nostre speranze, in attesa, loro come tutti i ragazzi d’Italia, della parola che montalianamente «squadri», dirozzi, elevi, nomini e legiferi, infine, il caos, sfarinando gli slogan, gli anatemi, gli strafalcioni. Idealmente, hanno come compagno Giulio Bollati, l’Italiano che non esitava a confessare come il pensiero gli si rivelasse solo facendo scorrere la penna sul foglio bianco. Legite, prima di effettuare la scissione, approdando a «le gite». Avvertiva don Gesualdo Bufalino che la mafia si comincia a vincere nelle classi elementari. Magari imparando, nello sfogliare il vocabolario isolano, che mafioso, in talune lande, come a Comiso, non è il tipo con la lupara, ma un dire galante, un omaggio alla bellezza femminile. Antonella Cilento, ostinata e generosa come dev’essere un testimone, sparge quotidianamente le sue rose. L’asino che è in noi diverrà d’oro, diverrà uomo, diverrà cittadino nutrendosene.

FRANCA D’AGOSTINI

TUTTOLIBRI
A cura di: LUCIANO GENTA con BRUNO QUARANTA tuttolibri@lastampa.it www.lastampa.it/tuttolibri/

LA STAMPA

p

Continua a pag. IX

La carta non è ancora stanca

II

Scrittori italiani
«UOMINI SENZA VENTO», NOIR MEDITERRANEO DI PEROTTI

In fuga, a caccia di balene
= Simone Perotti è un uomo che ha trovato il vento, il
coraggio di cambiare vita: da top manager a skipper e tuttofare, per inseguire il sogno di scrivere e del mare. Il suo ritorno alla libertà lo ha raccontato in Adesso basta (Chiarelettere), che è diventato il manifesto del downshifting, di chi non ce la fa più con il lavoro fine a se stesso e vuole mollare. Il libro è stato laboratorio di Uomini senza vento (Garzanti, pp. 292, 17,60), che arriva adesso a completare il percorso, anche se a ritroso. Quando Roberto, il protagonista, riceve la telefonata del suo amico Antonio, da Ponza, è ancora

Simone Perotti

incastrato infatti nella «bolla», nel mondo circoscritto, quello ripetitivo ma anche protettivo in cui sono arenati tanti quarantenni. Imprigionati nella bonaccia, in bilico tra progetto e azione. Antonio gli comunica che qualcosa non va sull’isola, gli trasmette il sospetto e la paura. Roberto gli crede soltanto in parte, ma salpa ugualmente, con la sua barca a vela, forse più per scrollarsi di dosso la Milano degli happy hour, che per spirito d’avventura. Quella che sogna, ma che teme. In mare, quello vero, s’imbatterà in una goletta condotta da una donna misteriosa. Sull’isola, in uno strano abuso edilizio, in una morte che non torna e in un muro di gomma che inquieta. Roberto resta ancora un po’ sulla china, finché precipita nell’azione. Nel

mondo reale, fuori dalla «bolla». La donna misteriosa è Sara, una militante ecologista che insegue ed è inseguita da una nave nera. Una donna che ha fatto una scelta, che si è gettata nelle onde della vita. A differenza di Roberto, il quale, decidendo di condividerne il destino si trova involontariamente risucchiato in una grande caccia alla balena e ai balenieri che si gioca tra Ponza, l’Elba e la Corsica. A tirare le fila, una massoneria di comandanti di lungo corso e uno scontro inevitabile tra Sara e il suo passato. Alla fine della corsa, di questo noir mediterraneo e ambientalista, in cui il mare domina, contiene ed è luogo di epifania del male, il protagonista ha, finalmente, superato la linea d’ombra. Fabio Pozzo

PAROLE IN CORSO
GIAN LUIGI BECCARIA

Guarnieri Brahms in casa Schumann:
una mirabile Sonata fa scattare la scintilla
LORENZO MONDO

L’azienda licenzia Manzoni
Meglio spendere in telefoni che in libri: la cultura alla deriva nell’Italia del fare

G

ustavo Zagrebelsky è autorevolmente intervenuto sul tema del linguaggio moderno della politica, tutto impregnato di aziendalismo e produttivismo. La vita odierna, concentrata sul benessere materiale, sui consumi e lo sviluppo economico, sta lasciando orme vistose anche nei linguaggi della politica, dove quel che conta è ora «far marciare», cioè far andare «nel verso giusto», l'«azienda Italia», trascurando ogni altro aspetto profondo e vitale. Meglio spendere in telefonini che in libri. La cultura conta sempre di meno. Compito primario della scuola è ritenuto il produrre «risorse umane» per lo «sviluppo». Si dovrà comunicare quello che davvero conta, cioè l'utile. Se Dante e Manzoni tirano poco in termini di mercato, meglio accantonarli. L'Italia è dunque un Paese fondato sull'economia (e non più sul lavoro), dove i fatti dovranno prevalere sulle chiacchiere. Intellettuali e professori sono dei perdigiorno, disperdono nel vento parole e parole (si pensi al tempo che fanno perdere i dibattiti parlamentari!) che non producono, che ritardano il «fare», disturbano l'attività dell'imprenditore, non lasciano lavorare. Centrale è diventato il concetto di operosità: non importa se si è ottusi e incolti, basta operare. Le cose si devono amministrare e guidare come si guida un'azienda, che fa le sue indagini di mercato e decide di

conseguenza. Il pluralismo, il dibattito, le idee diverse a confronto, distraggono, conducono al vaniloquio. A questo punto ci viene quasi da rimpiangere i tempi tragici, tesissimi, dell'immediato dopoguerra, anni che ci hanno dato il senso (o l'illusione) della grandezza della politica e dell'impegno. Oggi che è subentrata l'azienda, il danaro, la politica come affarismo, si alternano sulla scena figure senza speranza e senza fantasia, che ci rivelano brutalmente l'insignificanza delle loro parole. Il linguaggio politico è terra terra: «Portare a casa» il federalismo, «metter le mani nelle tasche degli italiani», «mettersi di traverso», «tirare per la giacca», il «doppio forno», e poi tanti insulti e volgarità... Su tante parole della politica l'Italia è spaccata. Quella di maggior corso è «federalismo», il trasferimento di competenze dallo Stato alle regioni. Parola magica, che distoglie dal pensare che il «federalismo» è cosa utile e buona se inteso come il voler rendere più vicine al cittadino le istituzioni, deleteria invece, se diventa frattura dell'unità, disgregazione della coesione sociale. Penso infine a «liberismo», parola intesa come operosità individuale liberata da regole che ostacolano l'iniziativa e la libertà personale, i famosi «lacci e lacciuoli». Non la si confonda con «liberalismo», che è invece un'armonia tra le libertà di tutti attraverso un controllo amministrativo e un autocontrollo morale. Ma è cosa d'altri tempi...

Se c’è coerenza nella narrativa di Luigi Guarnieri, essa consiste nell’applicarsi al «romanzesco» offerto per così dire in re da certe figure o accadimenti storici, mantenendosi fedele a una rigorosa documentazione e limitandosi a sollecitarne i silenzi e le zone d’ombra. Mi sembra che questo lo distingua dal tradizionale autore di romanzo storico che ricorre con dovizia all’invenzione. Per il resto, egli può spaziare tranquillamente da Lombroso a Vermeer, dal colonialismo in Congo al brigantaggio nell’Italia meridionale. Oppure, come fa nel suo ultimo libro, Una strana storia d’amore, portandoci nel mondo della grande musica romantica dell’Ottocento. Dirò subito che non occor-

Un triangolo di amore e follia
spettive carriere in una Europa sedotta dalla musica, le fervide amicizie e rivalità, quella tormentosa passione che si dibatte nell’ombra proiettata dal recluso Schumann. Ed è proprio meditando sulla sua follia che Guarnieri, e per lui Brahms, trovano gli accenti più veri, le più ambigue, attraenti invenzioni. Forse Schumann, anziché contrastarla, ha accondisceso alla malattia per un sentimento di vendetta, per impedire che l’amore nascente tra Johannes e Clara, contaminato dal rimorso, avesse un futuro. O forse ha voluto semplicemente levarsi di mezzo per generosità, per agevolare la destinata unione di due esseri a lui superiori nella grazia e nell’arte: «Il progetto, il piano di Robert era proprio questo: sgravare dal peso intollerabile della sua presenza le due sole persone cui doveva i pochi giorni di serenità e bellezza che aveva vissuto»: dal momento in cui sentì quella sonata, rimasta inedita, che il vecchio Johannes tornerà a eseguire nel suo ultimo addio a Clara. Le chiederà in quell’occasione di distruggerne il manoscritto, perché destinata soltanto a loro due, e all’indimenticato Robert. Il Guarnieri filologo ci informa che invece riapparve inopinatamente dopo la morte di Brahms, ma come dimezzata, restituita nella parte per violino e amputata di quella per pianoforte. Quasi una metafora dell’amore incompiuto che Guarnieri ha saputo raccontarci con la sua fluida prosa, con il suo fervore.

«Una strana storia»: carriere, amicizie, rivalità, la passione di Johannes per Clara, moglie di Robert
re avere la competenza musicale di cui dà prova Guarnieri per essere catturati dal suo racconto. Che prende idealmente le mosse dal giorno di settembre del 1853 in cui l’appena ventenne e sconosciuto Johannes Brahms viene ricevuto nella casa di Düsseldorf dove abitano, con i sei figli, l’affermato compositore Robert Schumann e la moglie Clara Wieck, acclamata pianista. Johannes esegue al pianoforte una propria Sonata in la minore che incanta gli ospiti. E’ l’incontro magico che intreccia i loro destini e dà vita a un inedito triangolo amoroso e sentimentale. Se Robert, già insidiato dalla follia, intravede in Johannes il più degno continuatore della sua arte, Clara

Clara Wieck, acclamata pianista, moglie di Robert Schumann

p Luigi Guarnieri p UNA STRANA STORIA
D’AMORE

p Rizzoli, pp. 214 , 17 p Luigi Guarnieri è nato a Catanzaro nel 1962 e vive a Roma. Con «Vita scriteriata di Cesare Lombroso» (Mondadori) vinse il premio Bagutta. E’ autore anche di «Tenebre sul Congo» e «Una breve follia».

condivide il trasporto che il biondo, arcangelico musicista manifesta per lei. Quando Schumann, di lì a poco, tenta il suicidio e viene ricoverato in manicomio, Brahms assume una imbarazzante posizione, producendosi come cavalier servente della celebre pianista e sostituto paterno della sua numerosa figliolanza. E’ un amore prima esitante e inconfessato che si accende e brucia per una breve stagione, per ritrarsi infine e restituirsi alla devozione assoluta delle origini. Neanche la morte precoce di Schumann è riuscita a dargli ali. Il libro racconta questa storia attraverso la lunga letteraconfessione che Brahms scrive a Clara all’indomani della sua morte e nella quale rivivono le frustrazioni e i successi delle ri-

GIANNI BONINA

Maria, la capinera catanese di Verga, diventa la messinese Agata della Agnello Hornby. Che alla sua rinovellata monaca di Monza dà il nome della patrona di Catania, anche lei suora, di vasta erudizione e manzoniana «santa d'alti natali». Pur non essendo preda dello scontro tra amore sacro e amore profano che tormenta la Eloisa di Rousseau e l'altra Eloisa di Abelardo, né mezzo - come la Susanna di Diderot - per imporre il primato della ragione sulla fede, la monaca della Hornby è tuttavia, come Susanna, Maria e Gertrude, una donna emancipata che al pari di Antigone lotta contro le leggi del suo tempo per affermare l'autorità dei sentimenti sulla potenza dell'etica. In un'epoca, quella del Regno delle due Sicilie, nella quale già il valzer suscita scandalo anche nei salotti più avvertiti, Agata è costretta dalla madre a monacarsi e vive la clausura

Agnello Hornby Nel Regno delle
Due Sicilie una lacerante clausura

Quella monaca ha il coraggio di Antigone
in uno stato di dissidio lacerante tra il trasporto per il suo Giacomo (che poi diventa James: un secondo amore più forte del primo, ma di cui conserva il nome) e un sentito fervore religioso che non diventa però mai vocazione. Alla fine, tra alti e bassi della fede, decisioni a scegliere definitivamente il chiostro e ripensamenti perché risospinta verso il mondo, la ragazza dagli occhi a mandorla per un ghiribizzo di remoti geni si salva dalla morte, che spetta invece alla Maria verghiana, e corona il suo sogno. La sua arma vincente (per conquistare il cuore del nobile e ricco James come anche per primeggiare in una società che si turba a sentire parlare inglese una ragazza) sono i romanzi borghesi che legge e che le infiammano lo spirito, nonché le gazzette che le

p Simonetta Agnello Hornby p LA MONACA p Feltrinelli, pp. 300, 17

Simonetta Agnello Hornby

schiudono l'orizzonte sui turbolenti anni prerisorgimentali che vive alla distanza e che pure incrociano la sua movimentata vicenda complicandola. Ma a differenza delle figlie del Principe di Salina che di fronte alle uniformi di Tancredi e Cavriaghi, portatori del fatto nuovo, lasciano cadere il «romanzo edificante» dietro la poltrona (un romanzo il cui titolo curiosamente corrisponde al no-

me della zia di Agata, la più spregiudicata di casa Padellani, «Angiola Maria»), i romanzi che Agata legge di nascosto, Orgoglio e pregiudizio su tutti, sono quelli che la educano a una cultura aconfessionale e antinomica. Sicché la sua guerra alla morale corrente è il correlato della rivolta che l'insorgenza unitaria comincia a muovere alla società borbonica imperante. E Agata è la so-

rella d'inchiostro di Angiolina Uzeda de I Viceré, monacata perché colpevole come primogenita di essere nata femmina: con la differenza che la remissiva e rinunciataria Angiolina viene qui riscattata dalla irriducibile e risoluta Agata Padellani. A ben vedere, La monaca della Hornby, per l'ampiezza del racconto, per la potenza della ricostruzione storica e la pluralità di personaggi cavati con cura, bene può essere inteso come un antecedente del capolavoro di De Roberto, che - in un'ideale controstoria d'Italia - comincia laddove questo nuovo romanzo della scrittrice siciliana si chiude. Romanzo che pecca però alla fine: James scopre dove è tenuta Agata perché «sente» che non può che essere da Angiola Maria. Ma non ha mai conosciuto la zia di Agata né il cardinale, ignaro anche lui, può averglielo detto. Un po' come tanti romanzi del genere storico, non ultimo I promessi sposi, anche La monaca alla fine viene chiuso troppo in fretta.

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SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

III

PER I RAGAZZI: LA MAFIA RACCONTATA DA GANDOLFI

Per non diventare infame
= Vite a grilletti premuti e vite nel mirino, spezzate negli
agguati di mafia che Silvana Gandolfi racconta in Io dentro gli spari (Salani, pp. 222, 14) attraverso il «rimbalzo» delle voci di Santino e di Lucio. Sei anni vissuti in un paesino del palermitano a masticare giornate con i sensi all'erta, Santino capta che nel mestiere di nonno e papà qualcosa non va. Non tanto perché rubano quanto, piuttosto, perché hanno pestato «piedi d'onore» con qualche mossa maldestra. Per U Taruccatu non è cosa, però quelli sgarrano di nuovo e allora lui dall’avvertimento passa all'esecuzione. Testimone Santino che schizza via, in

una corsa disperata e fortunosa a un'allungatura di braccio dalla morte. Il bambino la scampa, tuttavia dovrà macerarsi fra il tacere «per non diventare un infame», minaccia zi' Turi, e il parlare per essere un uomo con la schiena dritta come lo vuole la mamma, finendo per fare la scelta che lo proietta verso un’adultità consapevole e orgogliosa. Undici anni, livornese d’adozione, madre e sorellina al seguito, Lucio narra in prima persona che «tutto mi fa pena, a partire da me stesso» come scrive al Cacciatore, l'amico segreto, in lettere mai spedite. Soltanto la passione per la vela s'innesta a piccoli sorsi interrotti nella sua rarefatta esistenza d'attesa, d'improvviso accesa da un sms sbagliato che sembra alludere al rapimento della madre. Così lo ritroviamo a Palermo dove «indossa»

Santino, riappropriandosi dell’identità divisa dal programma di protezione dei testimoni, e dove collabora di nuovo con il Cacciatore, il magistrato al quale ha fatto nomi e cognomi dei killer di nonno e di papà. Ma con il ragazzo sul proscenio la solida, catturante architettura della narrazione si smaglia in una girandola di combinazioni concatenate che danno affrettatamente sull’epilogo scontato: la cattura del killer ancora latitante, e Santino-Lucio ne è l'artefice decisivo. Io dentro gli spari va ad aggiungersi a Ragazzi di Camorra di Pina Varriale e a Per questo mi chiamo Giovanni (Falcone) di Luigi Garlando, titoli di riferimento «intorno» alla criminalità organizzata che inducono a riflettere. E a schierarsi. Ferdinando Albertazzi

Silvana Gandolfi

Bloc notes
RENATO BARILLI

Da circa un trentennio esiste nella narrativa italiana il caso ingombrante costituito dalla fitta produzione di Andrea De Carlo, una quindicina di romanzi, più questo ultimo, Leielui, affidata a un ritmo di uscite biennali, accolte dalla critica con consenso o imbarazzo e repulsione. Un caso, a ben pensarci, molto prossimo a quello di Moravia, anteriore a lui di un mezzo secolo. I capi d'accusa che si possono volgere a entrambi si rassomigliano assai: il fatto di aver esordito con opere già quasi perfette, ma col rischio successivo di essere condannati una ripetizione ossessiva e senza troppe varianti. E subito dopo, la possibile accusa di «scrivere male», cioè in un italiano medio, perfettamente scorrevole e trasparente, senza quegli spessori e tormenti

p Andrea De Carlo p LEIELUI p Bompiani, pp. 568, 18,50

Un’illustrazione da «Amantes» racconti per immagini di Ana Juan, edito da Logos (pp. 208, 20)

De Carlo Un narratore di fama e una donna
in apparenza sbiadita ricominciano a vivere

to risulta baciato dal successo, è narratore di fama, abbastanza prossimo allo stesso autore, il che gli consente un comportamento sprezzante che fa strame dei comuni mortali. Sarebbe questo un tratto negativo, in quanto gli eroi o cavalieri che compaiono nell'universo di De Carlo dovrebbero essere solitari, lavorare sott'acqua, non uscire troppo allo scoperto. Infatti, diciamolo pure, questo Deserti è alquanto antipatico per la sua oltracotanza, ma poi rivela pure lui un lato debole, si mostra anima inquieta, per nulla appagato dai facili trionfi nella carriera e nel sesso, posto alla ricerca di un sacro Graal perduto. E così, diviene provvidenziale l'incontro con Clare Moretto, figura in apparenza sbiadita, alle prese con un lavoro modesto in un call center, e rassegnata a convivere con un professionista mediocre. Anche lei ha un avvoltoio che le rode il fegato, se pensa al padre che, vit-

AD AOSTA

Per Sapegno
= Vent’anni fa moriva
Natalino Sapegno, storico e critico insigne della letteratura. La Fondazione a lui intitolata, con sede ad Aosta (Sapegno vi nacque nel 1901), gli ha dedicato una mostra aperta fino al 30 ottobre, a Morgex, Tour de l’Archet: «Natalino Sapegno: “la letteratura forma di tutta la nostra vita”».
A MILANO

Per Ferretti
= «Nuove fonti e prospettive
per la storia dell’editoria» è il seminario organizzato a Milano per celebrare gli ottant’anni di Gian Carlo Ferretti, autore di «Il mercato delle lettere», studioso dei processi dell’editoria libraria e dei suoi rapporti con il mercato. Il 26 ottobre, alla Fondazione Mondadori di via Riccione, con lo stesso Ferretti, Cadioli, Finocchi, Peresson, Pischedda e Rollo.
DOPO IL TERREMOTO

«LEIELUI»: un’anima inquieta oltre la carriera e il sesso, alla ricerca di una provvidenziale sponda
linguistici che piacciono tanto ai nostri lettori esigenti, sulla scorta di Gadda. Entrambi rei di seguire l'ammonimento dato a suo tempo da Stendhal, cioè di valersi dello stesso linguaggio del codice civile. Ma d'altra parte, quanti vantaggi e lati positivi in questa stessa sindrome, e De Carlo ne è buon erede. La sua scrittura, ampia, scorrevole, si adatta all'intero contesto della nostra civiltà attuale, usi e costumi e consumi, nelle varie modalità di comportamento, quali si convengono a una borghesia media che peraltro ha fatto scuola, imposta ad ogni altro ordine sociale dalla diffusione televi-

Nel call center c’è il sacro Graal
siva. Siamo tutti cittadini di una immensa e onniestesa società volta a praticare ovunque i nonlieux di Augé, a saltare da un week-end all'altro, a praticare acquisti massicci nei supermarket, a essere sempre ben forniti di telefonini, correttamente vestiti, anche nelle forme casual che si addicono alle circostanze quotidiane. Lo stesso si dica se dai consumi materiali passiamo a quelli affettivi, dove d'altronde il sesso funziona anch'esso come un «usa e getta», e la famiglia è più che mai aperta, ciascuno dei protagonisti si trascina dietro una serie di nuclei familiari creati e abbandonati, con relativa prole, che però non appare triste e avvilita, bensì pronta a perdonare i genitori smemorati e a continuarli nelle medesime procedure. E' insomma ovunque il trionfo del banale, del piatto, del conforme. Sennonché, proprio come Moravia, seppure su un livello minore e meno appariscente, anche De Carlo inserisce in tanta desolazione taluni protagonisti di segno contrario, capaci di alimentare una ripulsa, quasi presi appunto dalla noia moraviana, o addirittura dalla nausea sartriana. Insomma, ci sono, confusi nella massa, dei cavalieri intrepidi che vanno alla ricerca di anime gemelle. Posto questo scenario comune, andiamo a vedere le varianti che ci fornisce questo Leielui. Il cavaliere errante questa volta si chiama Daniel Deserti, e reca già un segno di elezione in quan-

Tra noia moraviana e nausea sartriana, un italiano medio senza spessori e tormenti linguistici
tima di un male incurabile, si è fatto saltare in aria rifugiandosi nella barca delle vacanze. Lei e lui, come dice il titolo, si riconoscono per segni impercettibili, si sentono elevati al disopra della mischia, richiamati quasi a un pudore edenico che gli impedisce di commettere subito il sesso facile cui non si sottrarrebbero in altre occasioni. Tanto è vero che la loro relazione risulta contrastata, come in una corsa a ostacoli, con un crescendo finale che sembra già pronto a scivolare in un film o in una telenovela. Ma De Carlo, e prima di lui Moravia, ci hanno insegnato che la narrativa cartacea deve ormai spartire il destino con quella su nastro.

L’Aquila che legge
= Vincenzo Cerami, Marino
Sinibaldi, Lidia Ravera sono fra i protagonisti, oggi, di «L’Aquila ad alta voce», una kermesse culturale che culminerà con l’inaugurazione della nuova Bibliocasa. Fino al 31 ottobre, «L’Aquila felice», festival promosso da Minimondi Parma. Partecipa il Salone del Libro di Torino proponendo «L’Italia dei Festival» con Mantova, Pordenone e Premio Napoli.
A PISA

Book Festival
= Fino a domani, «Pisa Book
Festival», Paese ospite il Portogallo. Nel suo ambito, «Pisa Book Junior», per bambini e ragazzi. www.pisabookfestival.it

ANDREA CORTELLESSA

E se un bel giorno nella stanza mi si materializzasse un metro cubo d'oro massiccio? E se una notte mi venisse a trovare mio padre morto, che ha bisogno di usare il bagno di casa mia? E se mi accorgessi che, appena volto lo sguardo, le cose che vedevo fino a un momento fa spariscono? Sono alcune delle elucubrazioni - esilaranti per gli assunti di partenza ma soprattutto per i ragionamenti cui danno il via, a soqquadro di qualsiasi organicità logica - raccolte in Operette ipotetiche del modenese Ugo Cornia. È il secondo suo titolo pubblicato da una collana, la «Compagnia Extra» diretta per Quodlibet da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, che pare fatta apposta per i tipi come lui: talenti anarchici, impossibili da ottimizzare editorialmente nonché da etichettare per i lettori. Il cartellino che si tende a usare, quello degli stralunati

Cornia «Operette ipotetiche»: così
va in frantumi il panorama mentale

E se apparisse un metro cubo d’oro?
emiliani, serve in effetti solo a mettere assieme chi non sta assieme a nessun altro - e se è per questo neppure a se stesso (il titolo della collana è in tal senso perfetto). Negli altri suoi libri, quelli usciti da Sellerio e Feltrinelli che gli hanno guadagnato un pubblico limitato ma accanito, Cornia ha seguito due condotte (parlare di strategie, nel suo caso, sarebbe un controsenso): da un lato il monologo affannosamente paraipotattico, à la Thomas Bernhard, dall'altro (nel caso delle Storie di mia zia, modellate sul giuoco dell'oca) la struttura combinatoria che prova a tenere assieme frammenti narrativi, per il resto, perfettamente centrifughi. Nei libri in apparenza «minori» dati a Quodlibet invece - nei quali non c'è traccia di scheletro connettivo e dunque i «pezzi» si sus-

p Ugo Cornia p OPERETTE IPOTETICHE p Quodlibet, pp. 115, 12

Ugo Cornia

seguono ineguali, e desultoriamente strafottenti - si distilla un Cornia quintessenziale, millesimato: da mandare in brodo di giuggiole gli aficionados. Unico barlume di coerenza, come si accennava, l'andamento ipotetico. Come ben sapeva uno dei maestri di Cornia, Giorgio Manganelli (che intitolò Hyperipotesi la sua adesione a un'«ipotesi di lavoro» come il Gruppo 63, e

che sul periodo ipotetico imperniò la sua opera estrema, Nuovo commento), questo artificio associa una continuità stilistico-retorica («alta» e manieristica nel suo caso, studiatamente ruspante e naïve in quello di Cornia) e una proliferante discontinuità strutturale: ogni ipotesi apre una serie di «bivî» concettuali e sintattici che frantumano, col dettato linguistico, il panorama mentale. Esem-

pio persino dimostrativo sono qui le pagine 100-104, nelle quali Cornia descrive (non sto a dire il perché) la scena più famosa di Frenzy: così come la scena di quel «furbone» di Hitchcock è tutto un piano-sequenza, senza stacchi di montaggio, così lui s'impenna sulle montagne russe della sintassi, senza mai un punto fermo, per cinque pagine filate. Un hors d'oeuvre da lasciare senza fiato. Allo stesso modo lasciano stupefatti, i pezzi del libro, per la combinazione di retoriche «basse» e «classici» repertorî filosofici e teologici - come la dialettica fra monoteismo e politeismo o l'esse est percipi del vescovo Berkeley che mostrano come il vero archetipo di questa scrittura non sia da cercare nell'aggettivo del titolo, bensì nel sostantivo. Usando ritrovati stilistici remotissimi, al modo di quelle «morali» di Leopardi anche queste «ipotetiche» di Cornia ci mettono di fronte agli interrogativi più radicali e ai paradossi più squisiti: «con leggerezza apparente».

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Classici
GIORGIO FICARA

Tuttolibri
SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

V

Lo ammetto, mi sono avvicinato a questo Leopardi di Pietro Citati con una lievissima esitazione: da De Sanctis a oggi, gli studi leopardiani hanno raggiunto un grado di specialismo cui Citati stesso si dichiara, ironicamente e formalmente, estraneo (i critici non sanno «divertirsi»: qui a p. 115). D'altra parte, come scrivere una sola riga su Leopardi al di là di quei risultati «specialistici»? Ma subito, fin dalle prime pagine, Citati oltrepassa il suo stesso snobismo: frequenta senza la minima affettazione tutti i discorsi che il tempo e la lena dei filologi e dei biografi hanno gettato come un ponte, o migliaia di ponti, tra noi e Leopardi, ed è nello stesso tempo libero, altrove. Le pagine su Adelaide e Monaldo, e sul mondo fantastico del piccolo Giacomo, sono le più belle che mai siano state scritte sull'argomento: Adelaide «stava sullo sfondo, coi suoi stivali, i cappelli, le chiavi, come un'incarnazione tenebrosa della Maternità». Monaldo era «un Arlecchino, un Leporello vestito di nero con lo spadino» ed era «la vera madre» di Giacomo: a tavola gli sedeva accanto, lo serviva amorosamente, ovunque era la sua ombra. «Giacomo era il suo doppio: il suo doppio compiuto». Così le annotazioni sull' amor di sogno tra Giacomo e il fratello Carlo, sono molto acute: «erano un'anima sola in due figure, come diceva la tradizione teologica», ma tutte le sensazioni e i sentimenti di Carlo «erano avvolti da un grazioso spirito fantastico e chimerico». Anche a Napoli, agli

Illustrazione di Franco Bruna per Tuttolibri

Citati L’arte di accostare con infinita cura
un ragazzo timido per eccesso di riflessione

La famiglia, gli amici i viaggi e in parallelo l’opera: una vita in cui era la lettura l’atto fondamentale
anni della Palinodia e dei Nuovi credenti, Citati dedica pagine ammirevoli: viene a capo d'un altro Leopardi, del tutto sfuggente e del tutto nuovo rispetto al lirico di prima e descrive, come pochi hanno saputo, la sua ira e la sua dolcezza umana, il suo no all'orgoglio dei «filosofi» napoletani e il suo sì all'umile vita delle formiche, dei fiori, degli uomini: quella vita che in lui si era «concentrata» nel sorriso, dirà De Sanctis. Napoli stessa, coi suoi pulcinelli «degnissimi di spagnoli e di forche», è una città «turpe, piena di taverne e di bordelli, di Orecchie di lepre e di Malefemmine», ma è anche «un'immensa città-torta o città-gelato, che Leopardi divorava con gli occhi e con i denti». Il Citati del Tè del cappellaio matto (1972), slegato, curioso, plastico, erede vivacissimo dei Cecchi, dei Trompeo, dei Praz, si ritrova qui, in questa opera abbastanza colossale su un autore dalla «scienza non vaga», e che non parrebbe postulare un tale brio. Eppure, l'operazione riesce: il suo Leopardi, dove sono profusi centinaia di riscontri e allegazioni anche di prima mano e fonti canoniche sugli antichi e i moderni (Citati ha letto perfino i due Avis pedagogici di M.me de Lambert!), è anche un saggio in cui l'autore «gioca» con questo colosso. Gioca con infinita cura e delicatezza con questo ragazzo timido per eccesso di riflessione, che «tiene per nulla» le cose umane e desidera la morte, «vola oltre la morte»; e, come Rousseau, considera la lettura l'atto fondamentale della vita, e si ad-

Con Leopardi il gioco del Nulla

dormenta «con versi o parole o cantilene sulla bocca». «Leopardi ragazzo che legge in ginocchio davanti alla lanterna o alla candela che si sta spegnendo è una delle grandi visioni fantastiche che il tempo gli costruì intorno»: Citati si avvicina ai massimi «sistemi» leopardiani e ai capolavori - A Silvia, Il pensiero dominante, ad esempio non dimenticando mai il ragazzo che legge in ginocchio; né il gracile, dolcissimo uomo che a tavola, una sera, dopo una cucchiaiata di minestra, dice a Ranieri: «Mi sento un pochino crescere l'asma»; né «Giacomo il prepotente», il «bel parlatore» delle recite puerili a Recanati; né il figlio prossimo a morte, che si rivolge a Monaldo dapprima con la dedica: «Signor padre», poi «Carissimo Signor Padre» e poi «Caro Papà», «Mio Carissimo Papà». Citati segue questo «vero e pretto ragazzo» nei suoi malinconici viaggi, nella sua prediletta postura di absent, a Roma a casa di Antici, piena di «squillanti vescovi e cardinali, come, d'estate, la campagna romana di grilli e cicale»; a Bologna; a Pisa, lungo le tiepide rive dell'Arno dove per un istante ritrova e sogna l'Eden. La sua tesi è che l'assoluta estraneità di Leopardi al suo tempo, il suo cervello «fuori moda», gli consentono di essere moderno, come se costantemente «abitasse e guardasse e studiasse cosa avviene oggi». All'orizzonte delle pagine dello Zibaldone, capolavoro filosoficamente bloccato al Settecento, Citati vede i turbini di Nietzsche, Spengler, Adorno. E ancora: «Senza saperlo, Leopardi parla di Flaubert, di Kafka, di Musil, di Gadda e di molti scrittori del ventesimo secolo, divorati dallo spirito di incompiutezza». Ma se la modernità, questa modernità di cui parla Citati, ha a che fare per l'appunto con la «sacrilega presa a rovescio» di Nietzsche, o la via chiusa in cui si dibatte l'arte alle soglie del Novecento, il negativo non ancora realizzato (realizzato poi: da

DIALOGHI IN VERSI
MAURIZIO CUCCHI

L’ora felice con i poeti in giardino

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150

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IL CARATTERE NAZIONALE
Il progetto di riforma letteraria e culturale dell’Italia secondo Leopardi appassionerà in particolareGiulio Bollati, che gli dedicherà il saggio Giacomo Leopardie la letteratura italiana (ora per Bollati Boringhieri,pp. 184, e 9,30). Leopardi è, insieme, tra i riferimenti speciali di Bollati nel delineare L’Italiano (Einaudi, pp. XXIV-207, 12,91), ossia il caratterenazionale come storia e invenzione.

L ’elogio di un cervello «fuori moda» che gli consente di essere moderno, annunciatore di Flaubert e Kafka
quella «potente capacità demolitrice» che Adorno vedrà in Kafka); se ha a che fare con lo squilibrio di tutti i punti di vista e una «moltitudine di idee» che, secondo Citati stesso, conduce lo scrittore «contemporaneamente da molte parti diverse», allora Leopardi non è affatto «moderno». «Lo Zibaldone era lì, sotto i suoi occhi - scrive Citati-, come un'immensa e mostruosa rovina, a dimostrargli quale forza di dissoluzione lo possedesse». Ma la «modernità» di Leopardi non ha a che fare né con l'incompiutezza, né con la rovina. Lo Zibaldone stesso, libro teratologico e magnifico composto di tanti libri perfettamente compiuti in se stessi, e di progetti e canovacci lavoratissimi, mostra un suo paradossale culto della forma. Idea di forma e idea di natura sono peraltro in Leopardi strettamente connesse: la forma è insieme fondazione e limite, proprio come la natura: al di là della forma non è pensabile alcuna opera umana, come al di là della natura non è pensabile altro che il nulla. Se Leopardi, dunque, è «moderno», lo è in una direzione umanistico-critica, e in qualche momento utopica, non ignota alla modernità storica. I notissimi versi della Ginestra sulla «social catena», che a Citati, in conclusione, sembrano «banali», sono al contrario, quelli sì, del tutto «moderni».

Libri d’Italia
Verso il 201 1

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Pietro Citati LEOPARDI Mondadori, pp. 436, 22 Continua la serie dei suoi saggi biografici, da Kafka a Proust

ono talmente poche le buone collane di poesia presenti in libreria che è nostro dovere segnalarle. Una di queste, con uscite anche piuttosto frequenti, è quella di Donzelli, dove sono apparsi, anche in questi ultimi mesi testi di qualità, come L'ora felice (p.144, € 14) del 59enne marchigiano Francesco Scarabicchi. Chi segue la poesia già lo conosce, perché si tratta di un poeta attivo da quasi trent’anni, che si fa apprezzare per la rara raffinatezza compositiva, per la sottigliezza elegante e colta della sua scrittura, che sa incidersi, senza sbavature, sulla pagina. Varie forme dell’amore troviamo espresse in varie scelte formali, con prevalenza dell'endecasillabo, e con una ricca serie di traduzioni dai sonetti di Shakespeare. A volte concentra la sobria delicatezza della sua mano in segni appena accennati, in brevissimi scorci lirici, in singoli versi isolati, o in quartine come questa: «Guardaci come siamo, senza spine, / noi che ci lincia ogni volta il tempo, / se lo perdiamo, dal dolore al pianto, / l'amore che si ferma alla tua porta». Tra l'altro, a cura dello stesso Scarabicchi e di Massimo Raffaeli esce ora un bel volumetto, Poesia in giardino 1994-2004 (ItalicPequod p.180, € 12), nel quale sono raccolte poesie (precedute da note critiche) di una trentina di autori che avevano partecipato a incontri i sulla bella terrazza anconetana del Museo Archeologico, ideati da Franco Scataglini, scomparso prematuramente proprio nel '94. Tra i presenti nella singolare antologia troviamo D'Elia, Loi, Jaccottet, Neri, De Angelis, Majorino, Magrelli, Baldini, Bellezza, Raboni, Zeichen... Passando ai nostri lettori autori, Giuseppe Di Bella mostra interessante compattezza e concreta energia nei suoi testi, caratterizzati da una certa ruvida asprezza che a volte potrebbe essere attenuata, per evitare qualche pesantezza evidente, o qualche sottolineatura intellettualistica: «Sembianze demoniache stropicciate /Sopra il letto metamorfico /O memorie evaporate liquescenti». Infatti, quando si fa più sciolto e lieve, è piuttosto efficace: «Sembrava facile capire il corpo / per cave, venature di calore / […]/ per fasciarti la mano nella mia / sulla tua costola più tenera / ansimante […]// Solo un velo di muschio e brina /sotto l'arco di quel vicolo / […]/ e stillava la tua essenza minerale /[…] /La vita abbacinata da un niente. Lieve /come a confondersi un velluto di pelle /la tua voce i capelli le vene». Notevole energia scorre anche nei versi di Simona Verzé, capace di caricare il suo testo di figure e immagini originali: «Ho urlato nella trasparenza / ch’era viola, atra, negra, /[…]/ma tu non udisti /la nenia ferale, l'esausta /cantilena del mio labbro /esangue, /che fece del mio corpo /-con questa materia- /il furioso impasto, /albergo della tua assenza». Dimostra personalità e accensioni forti. Anche a lei dovrebbe essere utile attenuare i toni, oltre a una riflessione sull’unità verso, quasi sempre scandito un po’ meccanicamente per unità di senso. dialoghi@lastampa.it

VI

Scrittori stranieri
UN CLASSICO ILLUSTRATO PER BAMBINI (GRANDI)

Tristano e Isotta, amore infelice
= La tragica vicenda di Tristano e Isotta è una delle
leggende spirituali del medioevo in cui è racchiusa la simbologia misteriosa del mito e lo splendore della fede. Poco conosciuta in Italia se non per il nome dei due protagonisti dell’opera di Wagner, la storia dei due amanti è segnata dai sentimenti generali di fedeltà e di rigido onore dominanti nelle epopee nordiche del XII secolo dove trionfa la nota appassionata dell’amore illegittimo. Amore illegittimo che supera tutte le leggi e le convenzioni del mondo feudale. Oggi i testi originali sono difficilmente leggibili sia per gli adulti che per i ragazzi, è invece

Illustrazione di Aurélia Fronty

affascinante il Tristano e Isotta di Béatrice Fontanel con le immagini di Aurélia Fronty (Donzelli, pp. 34, 24). Il racconto è in prosa ma già le parole iniziali ci introducono nel mondo della ballata: «Ascoltate gente, ascoltate la storia del valente Tristano e della dolce Isotta che si amarono così tanto che oggi ancora si sente, dal fondo della nostra memoria, il loro cuore battere all'unisono». Il libro ha il formato (cm 24x32) degli albi illustrati per la prima infanzia ma è destinato a lettori più maturi, almeno dai 10 anni in avanti. L'editoria italiana ci ha ormai abituato (a cominciare da quel capolavoro che è Greta la matta, Adelphi 2005) a libri con contenuti narrativi adatti per il secondo ciclo per scuola primaria e per la media dell’obbligo, di forte impegno narrativo e iconico. Aurélia Fronty ha illustrato Tristano e

Isotta con una intelligente scelta di metodo: niente riferimento e reminiscenze culturali medioevali e invece una precisa lezione di modernità nelle immagini che sostengono con forti tinte emotive la storia ancora attualissima dei due amanti infelici. Nelle sue tavole ci troviamo di fronte a una continua suggestione nella rappresentazione di persone, animali e paesaggi, di un «mistero» intuitivo, espresso con essenziale sintesi poetica. Nell’album, molto ben tradotto dal francese da Adelina Galeotti, l'equilibrio fra la parte narrativa e quella illustrativa permette alla parabola d'amore e di morte di concretarsi in pagine in cui troviamo realizzato il primordiale istinto dell’uomo e nel contempo la spirituale sensualità amorosa. Roberto Denti

Il poeta pensatore La sistemazione
definitiva di un’officina del Novecento
GIOVANNI BOGLIOLO

Se, come egli stesso ha spesso ripetuto, quelle che Bonnefoy scrive non sono poesie autonome e in sé concluse, ma frammenti di un insieme tanto omogeneo quanto multiforme, il «Meridiano» che oggi presenta tutta quanta la sua Opera poetica è molto di più di una raccolta celebrativa: è questo insieme - o, più propriamente, questo agglomerato di insiemi - finalmente costituito e capace, attraverso un infinito gioco di rifrazioni, riecheggiamenti e rimandi, di far emergere in piena luce anche ciò che, disperso nella miriade di poemi, poteva essere rimasto latente. A questa sistemazione definitiva, ma non conclusiva (l’ottantasettenne poeta è in piena e fertile attività e annuncia per questo autunno l’uscita di una nuova serie di sonetti), ha posto mano con rigore e passione uno studioso accreditato come Fabio Scotto, che ha anche tradotto quanto non aveva a suo tempo provveduto a fare Diana Grange Fiori. Ma quello che rende capitale l'impresa e fa di questa edizione un punto di riferimento ormai ineludibile - e non solo per i lettori italiani - è la supervisione che ad essa ha dedicato lo stesso Bonnefoy, che ha personalmente redatto una meticolosa Cronologia, ha legittimato la lezione definitiva ogni volta che di un testo esistevano varianti e ha collaborato col curatore affinché il minuzioso apparato di note, oltre a tutte le esaurienti informazioni di carattere storico, editoriale, critico ed esegetico, si arricchisse anche di sue preziose riflessioni e autoanalisi.

Bonnefoy: l’imperfezione è la cima

CLAUDIO GORLIER

Yves Bonnefoy, 87 anni: in un Meridiano tutta la sua «Opera poetica»

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Yves Bonnefoy L'OPERA POETICA a cura di Fabio Scotto trad. di Diana Grange Fiori e Fabio Scotto p Mondadori, pp. CXXXV-1697, 60

«Restituire il mondo al volto della sua presenza»: una fedele testimonianza dal Surrealismo a oggi
È un apporto illuminante, perché la poesia di Bonnefoy è tanto cristallina nella purezza delle sue forme quanto densa di sostanza speculativa e ricca di vibrazioni intertestuali. Basti pensare che in essa convergono in matura sintesi tradizioni e istanze poetiche diverse e apparentemente incompatibili: non solo quelle di Baudelaire e di Rimbaud, che un critico come Georges Poulet considerava così antitetiche da far deflagrare, nel passaggio dall’una all’altra, l’idea stessa di poesia; ma anche quelle di Omero, di Virgilio e di Dante, di Nerval e di Mallarmé, di Vigny e di Keats, per non parlare di Petrarca, Shakespeare, Leopardi e Yeats, dei quali Bonnefoy è stato anche traduttore. Il rispetto della successione cronologica delle raccolte, che va dal recupero delle

prime prove, di stretta obbedienza surrealista, degli Anni quaranta e si spinge fino a composizioni recentissime uscite per ora soltanto in rivista consente di seguire il lungo percorso di una ricerca poetica che ha voluto essere, senza cedimenti né appagamenti, forma suprema di conoscenza. E una scelta degli scritti e dei discorsi che l'autore ha dedicato alla poesia ne chiarisce efficacemente le ambizioni, le strategie e i conseguimenti. Per Bonnefoy compito della poesia è quello di «restituire il mondo al volto della sua presenza», intendendo per presenza, parola chiave nel lessico del poeta-pensatore, una percezione della realtà tanto lontana dalle pericolose astrazioni del platonismo quanto dall’estetismo e dalla deriva onirica del Surrealismo. Contro il duplice inganno del concetto e dell’immagine, presenza è la finitudine del concreto, che va colta con i sensi prima e più che con l’intelletto, e nella sua mutevolezza prima e più che nella sua immutabile essenza. Ma se coglierla è arduo, disperante diventa comunicarla, disponen-

do di uno strumento come quello del linguaggio che per sua natura è portato ad esprimere non il reale, ma una sua astratta nozione. L’unico modo per riuscirci è quello di deviare dai percorsi obbligati e limitativi della logica e del razionale e fare ricorso a tutte le straordinarie possibilità comunicative che offre con le sue sonorità, i suoi ritmi, i suoi giochi di assonanze, allitterazioni e rime - il linguaggio poetico: «È sufficiente che la poesia utilizzi le parole a partire dai suoni, e i concetti verranno messi in pericolo, la loro autorevolezza sarà indebolita, il velo che gettano sulla realtà sarà strappato, in ogni caso assottigliato. Contatto è ritrovato con la presenza». Poesia non come fine dunque, ma come mezzo di decifrazione del reale e di iniziazione alla sua conoscenza, secondo una concezione etica del fare poetico che è stata definita una teologia negativa o, per il suo rigore ascetico e per l’esplicito intento di fondare una nuova speranza, un’escatologia atea. Una sorta di ininterrotto esercizio spirituale, che non si lascia distrarre o frenare da compiacimenti formali («Amare la perfezione in quanto soglia, / Ma conosciuta negarla, dimenticarla morta, / L’imperfezione è la cima») e non resta circoscritto al solo ambito canonico della poesia. La stessa tensione di ricerca, lo stesso concomitante ricorso al registro lirico e a quello critico si avverte nelle prose poetiche di Bonnefoy e perfino, seppure in gradi diversi, nella sua importante produzione saggistica, che è così contigua a quella poetica da costituirne un naturale, indispensabile complemento. Materia, ci auguriamo, di un altro splendido «Meridiano».

«Solo nell’immaginazione dell’uomo ogni verità trova la propria effettiva e innegabile esistenza. L’immaginazione, non l’invenzione, è la forza che domina ogni arte e la vita stessa». Questa vigorosa legittimazione dello scrivere è di Joseph Conrad, nell’autobiografico A Personal Record, del 1912, ora disponibile nella traduzione efficace di Cecilia Motti come Memorie. Conrad ha cinquantacinque anni quando il libro appare, e gli si devono alcuni dei suoi assoluti capolavori, dall’iniziale Follia di Almayer, della cui gestazione per così dire - egli tratta qui ampiamente, a Lord Jim, a Tifone, a Nostromo, tanto per rammentarne soltanto alcuni memorabili. La genesi del libro è abbastanza curiosa, poiché l’amico Ford Madox Ford, pseudonimo di Ford Madox Hueffer, sostenne di averlo scritto sotto precisa dettatura di Conrad. Va rammentato che Ford, autore a sua volta del romanzo Il buon soldato, da molti considerato il capostipite della narrativa modernista, fu ascoltato consigliere di Conrad, e collaborò con lui sicuramente in due romanzi, Avventura romantica e Gli eredi, e forse in un terzo, La natura di un delitto.

Particolare da un’illustrazione del volume «Manifesti navali», e

Memorie L’autore di «Follia di Almayer» e

nel segno dell’immaginazione, la forza che d

Un’opera apparsa nel 1912: tra ricordi e osservazioni speculative, un ritmo narrativo irresistibile
Non bisogna farsi ingannare dalla fattualità del titolo. Queste memorie si snodano con un quasi irresistibile ritmo narrativo, intrecciando ricordi, osservazioni speculative come quella che abbiamo citato, nel segno di una lampeggiante invenzione di scrittura: dunque, tutt’altro che un’opera minore nel canone conradiano. Queste Memorie sono davvero un caleidoscopio. Naturalmente una parte fondamentale riguarda l’iniziazione alla vita di scrittore, esemplificata appunto in chiave quasi sperimentale, dalla composizione della Follia di Almayer. Ma un’altra iniziazione risulta non meno decisiva, quella al mare, vissuta come capitano di lungo corso, e risolutamente, irresistibilmente fusa con l’altra, e universalizzata, nel segno di una incessante metamorfosi. Il mare, come «una medicina portentosa». Qui realtà e immaginazione si fondono, sostanziando il romanzo, dove «una forma di vita immaginata diventa più nitida della realtà stessa». L’esperienza del mare nutre l’immaginazione, e conferisce al romanzo un nuovo spazio.

Conrad, il ma è la mia med
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Conrad MEMORIE trad. di Cecilia Motti Mattioli, pp. 122, 15,90 Scritte a 55 anni, dettate all’amico Ford Madox Ford, intrecciando ricordi e speculazioni

Joseph Conrad, nato in Polonia nel 1857, scompar

Uno dei maggiori studiosi di Conrad, Albert J. Guerard, ha osservato acutamente che queste Memorie sono un libro con un inizio - la stesura del decimo capitolo di La follia di Almayer - che equivale alla fine, e una fine - il primo momentaneo contatto con una nave inglese - che sostanzia un inizio. Conrad dedica relativamente poco e piuttosto ambiguo spazio alla sua iniziale identità, quella del polacco Jòzef Teodor Korzeniowski. Colpisce l’intensità controllata del ritratto della madre, il ricordo della sorella morta bambina, e naturalmente l’incisivo ritratto dello zio Thaddeus, quello che gli aprì nuo-

vi e decisivi orizzonti mandandolo a Marsiglia. L’ambiguità, che gli fu a suo tempo rimproverata, riguarda il suo atteggiamento, o se volete il risentimento, nei confronti dei dominatori russi. Più di un critico ha sostenuto che la sua dichiarata acrimonia nei confronti di Dostoevskij, con il quale possiede numerosi tratti letterari in comune, dipende dal fatto, appunto, che era russo. L’esperienza francese incise profondamente su Conrad. Anche se egli indica come una lettura per così dire formativa, di traduzione, i Due gentiluomini di Verona, ci si rende conto di quanto contarono gli autori francesi. Qui egli non lo

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SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

VII

«LA COMMEDIA UMANA» DI SAROYAN NEI TASCABILI

L’America che ci resta nel cuore
= Ci sono libri che restano nel cuore. Come La commedia
umana di William Saroyan (1908-1981), ora nei tascabili marcos y marcos (trad. di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, pp. 254, 10). Scritto negli anni caldi del secondo conflitto mondiale e distribuito a pioggia in Italia dalle agenzie di propaganda statunitensi nei giorni della Liberazione con un autentico volantinaggio aereo, conquistò subito i lettori, che di lui già conoscevano Che ve ne sembra dell’America?, tradotto da Elio Vittorini nel 1940. Delizioso e toccante collage di racconti montati in romanzo, moderna favola teneramente sentimentale, intrisa di umorismo benevolo

eppure intimamente drammatica, pacifista e pacificatoria persino quando sfiora la non accettazione e addirittura la ribellione, La commedia umana riprende da Balzac solo il titolo, così come dall’Odissea trae unicamente i nomi dei principali protagonisti, Homer e il fratellino Ulysses, e di Ithaca, la cittadina californiana ove scorre la loro piccola storia. Il quattordicenne Homer guadagna qualche soldo facendo il postino, perché il padre è morto e Marcus, il fratello maggiore, combatte in una guerra dalla quale non farà ritorno. Ulysses trascorre il tempo a scoprire il mondo e a innamorarsene. Attorno a loro una variegata platea di amici e parenti, adulti e ragazzi emigrati e viaggiatori: tutte persone comuni con i propri difetti, delle quali gli altri, in una sorta di benevolenza condivisa e solidale, preferiscono tuttavia

evidenziare le poche piccole virtù, in un delicato gioco di specchi che s’illude di esorcizzare la violenza e il dolore, relegandoli in una lontana Europa in guerra dalla quale non vorrebbero essere contaminati ma che si ostina a irrompere con notizie di perdite e di morti. Proprio in tale prospettiva (sorretta da una straordinaria capacità di conferire alla scrittura gli accenti e i ritmi del racconto orale) risiede il fascino quasi viscerale di questo minuscolo capolavoro: nella facilità con cui riesce a convincerci che non c’è nulla di giusto ma neanche nulla di ingiusto nella vita e nella morte, nella felicità e nella sofferenza, nella conquista e nella perdita, si ritrova quella filosofia spicciola che per anni abbiamo associato all’America. Ruggero Bianchi

Ritratto di William Saroyan

Némirovsky Il racconto con cui esordì nel 1926
la scrittrice russo-francese che si imporrà con la «Suite»
GABRIELLA BOSCO

«Quelle barocche sillabe straniere…». Un indirizzo finlandese - Savitaipole, Koirami, Haparanda - che Irène Némirovsky riporta sottolineando l'astrusità di una lingua non sua, è una sorta di segno incastonato nel cuore del primo romanzo che pubblicò quando ancora non aveva compiuto ventitré anni. Pur nella riconoscibilità di una scrittura forte e caratterizzata come la sua, Il malinteso suona in effetti in certa misura atipico rispetto agli altri di Irène. Non tanto perché è il primo (uscì in rivista nel 1926, prima aveva pubblicato solo racconti, sarebbe poi diventa-

Ma che inferno è questo adulterio
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Irène Némirovsky IL MALINTESO trad. di Marina Di Leo Adelphi, pp. 190, 12

edito da Jaca Book a cura di Gabrile Cadringher

«Il malinteso»: dall’Atlantico a Parigi un amore infelice tra un ex benestante e una alto-borghese
ta famosa con David Golder di lì a tre anni), non cioè per un' eventuale voce ancora da stabilizzare, o un'intonazione non ben definita. No, tutto questo è già pienamente fissato, individuabile fin dalle prime pagine, dalle prime righe addirittura: «Yves dormiva sodo, come un ragazzino. Aveva cacciato la testa nell'incavo del gomito…». La Némirovsky è già quella dei titoli più noti, del Ballo, della Suite. La singolarità del Malinteso sta piuttosto nella sensibile intenzione da parte della

«Lord Jim»si racconta : domina l’arte e la vita

Irène Némirovsky: il suo primo romanzo ne rileva la vocazione di grande scrittrice

mare dicina
confessa, ma si sa che in un primo tempo, lasciato il polacco - la cui sintassi, badate, non comparve mai del suo linguaggio - intendeva scegliere il francese. La famosa tripla aggettivazione conradiana rimanda a Flaubert. La scelta dell’inglese, e dell’Inghilterra, fu fondamentalmente politica, e lo rammentò proprio Ford. Proprio la penultima pagina delle Memorie evoca, quasi come una magica eppur casuale illuminazione, la volta che si sentì rivolgere la parola in inglese, «la lingua che avevo segretamente scelto, quella del mio futuro». E’ la svolta per chi, a dieci anni, aveva già letto «tutto Victor Hugo e gli altri romantici». Grazie a Conrad prende forma quella che è stata defi-

giovanissima e ancora sconosciuta autrice di dimostrarsi francese, di dare prova di un'assimilazione avvenuta già così tanto, nel giro dei pochi anni trascorsi da quando è giunta in Francia al seguito della sua famiglia esule dalla Russia rivoluzionaria, da permetterle sottili elaborazioni psicologiche sui sentimenti intimi di una classe - l'alta borghesia parigina - messa a du-

ra prova dalle contingenze difficili del dopoguerra. E l'impegno profuso, grazie a un'abilità nel maneggiare i ferri del mestiere già da scrittrice matura, è tale che i primi commenti, all'uscita del romanzo, proprio questo le riconobbero. Al pari di Emmanuel Bove, anche lui di origine russa, scrissero, aveva saputo penetrare l'animo francese me-

glio di un francese di nascita. Pene per due, fatica sprecata, verrebbe da dire. Ciò che (ai nostri occhi odierni - d'accordo) convince e rende interessante Il malinteso, come del resto gli altri titoli che il pubblico italiano sta scoprendo grazie a Adelphi, è proprio quel tanto di non appartenenza che rende lo sguardo della Némirovsky acuto. Quel po' di non riu-

scito, nello sforzo di apparire integrata, che dà alla sua scrittura una marcia in più. La storia è quella di un amore infelice tra Yves, ex-benestante cui la guerra ha tolto i mezzi costringendolo alla diminutio della vita da impiegato, e Denise, alto-borghese sposata con bambina piccola che si butta nell'adulterio con l'ingenuità di un'adolescente e vive l'inferno della relazione clandestina resa più dolorosa ancora dal progressivo immalinconirsi del suo uomo, provato dalle crescenti difficoltà economiche e da evidenti problemi caratteriali. Dalla costa atlantica, dove è ambientato l'avvio del romanzo, a Parigi, dove si consuma l'educazione sentimentale dei due protagonisti, il percorso proposto è quello dello zoom: su un modo di vivere, un modo di sentire, un modo di reagire. Dietro alla macchina c'è lei, Irène, vestita alla francese eppure così irresistibilmente diversa nel tocco, nel movimento della camera. La felicità non riconosciuta per tempo e quindi non goduta (il malinteso del titolo) è il perno autobiografico del libro, ci dicono i biografi. Ma è anche, quasi, una prefigurazione. Quelle barocche sillabe straniere, l'essere profondo della Némirovsky, sarebbero emerse come un fiume in piena, non più barocche e non più celate, troppo tardi per darle la soddisfazione che avrebbe meritato. La Francia tanto amata e ambita era ormai decisa, dopo averla omaggiata e incensata e ufficialmente riconosciuta, a mandarla ad Auschwitz.

MARTA MORAZZONI

rso nel 1924

Capitano di lungo corso, polacco di nascita e inglese per scelta: nei romanzi, un mondo che ha «perso il centro»
nita «la perdita del centro». Nessuno dei suoi romanzi, scritto in inglese, ha luogo in Inghilterra. Il polacco Conrad scopre il mondo, paradossalmente appropriando una lingua che non è la sua, ricreandola, ma soprattutto aprendo la strada all’epica moderna.

New York e Edmund White, un legame fatto di relazioni sentimentali, storie di sesso e letteratura: questo Ragazzo di città, è infatti il percorso, tra autobiografia e racconto, dell’autore che, diventato newyorchese a vent’anni, è entrato nel ritmo della metropoli negli Anni 60 con le emozioni e le aspettative di uno scrittore alle prime armi alle prese con un mondo pieno di occasioni e promesse e rischi di fallimento. Sono tanti i temi che scorrono sul filo della lettura di questo libro dal sapore acre a volte, insistito sul tema sessuale e sulla scoperta dell’omoerotismo, ma mai inutile, mai gratuito e compiaciuto. In queste pagine c’è la storia di un uomo e insieme la storia di una cultura che si è espressa nell’arco di un trentennio per nomi famosi, da Truman Capote, a Susan Sontag, a Burroughs, e per personaggi comparsi come meteore, poi inghiottiti dall’anonimato o destinati al ricordo di pochi cultori. La vena narrativa di White porta il lettore nel cuore di una società particolare, nel cuore di una città particolare, che non è la New York patinata di oggi, tale ancora nonostante le ferite dell’11 settem-

Edmund White «Ragazzo di città»,
nel cuore bacato di New York

Edmund White

Vi canto la Grande Mela sull’abisso
dalo del perbenismo borghese, ma anche la partecipazione attiva e emozionata di una generazione di artisti che muove passi provocatori, ma nasconde sotto pelle una timidezza insospetta-

p p p p p

Edmund White RAGAZZO DI CITTÀ trad. di Alessandro Bocchi Playground pp. 301, 18

bre, di cui l’autore, caso raro, non fa cenno. Il suo è piuttosto un canto dedicato a un mondo al limite, prossimo al collasso: la New York degli Anni 60 è una città sporca che l’America per bene ripudia e disconosce, una società costruita sul provvisorio, o tale almeno nella memoria sentimentale di White. È un ritratto della città, questo, che spiazza il nostro orizzonte visuale. Da Woody Allen in poi siamo abituati a sguardi lusinghieri e inquadrature seducenti, alla favola della Grande Mela, che qui ci si presenta bacata dall’interno. Ma dentro la malattia e la cancrena di questo mondo White insinua una sua diversa umanità, il cui sbandamento non significa solo lo scan-

Sesso e letteratura Anni 60, autobiografia e ritratto d’ambiente con la Sontag e Capote, una stagione di libertà
ta e un’altrettanto riposto bisogno di tenerezza. Viene fatto di paragonare questa realtà al mondo sempre sul filo della tragedia di Pierpaolo Pasolini, per ricavarne una sensazione a suo modo più lieve in White, che

percorre la sua città tra passato e presente con una vena di ironia e autoironia, così da smantellare lo sgomento di certe solitudini interiori e esteriori. Non sto qui a ripercorrere i tanti incontri d’amore, di cultura e di mestiere di cui lo scrittore ci fa partecipi, questo è uno dei mortivi di interesse del libro e va scoperto all’atto della lettura. Mi sembra giusto sottolineare il chiacchiericcio febbrile e le turbolenze di relazioni tra sentimento e mestiere, tra sbilanciamenti affettivi e delusioni, vissuti nella stagione della libertà sessuale, della rivolta dei gay e del loro venire allo scoperto. Stonewall, nel 1969, ci ricorda White, è stata la loro Bastiglia, cui è seguita la paura dell’Aids:

la libertà sessuale appena cominciata nel segno di una sorta di dichiarata innocenza è subito bloccata dalla paura della peste e lo stupore della festa appena cominciata e interrotta percorre le pagine franche di White. Ma le percorre anche un genuino omaggio all’amicizia e alla solidarietà che fa di quel mondo di protagonisti di una stagione fiorente un luogo di incontro ora solidale, ora burrascoso. Credo che basterebbero le ultime pagine di questa autobiografia, e biografia di una città, a darci la misura della sincerità e dell’affetto su cui appoggia lo stile di un autore che, mentre divaga su un tema, jazzisticamente, traccia una affascinante linea melodica.

VIII

Idee e società
Berselli Una voce libera, che ha
narrato costumi e passioni d’Italia
FRANCO GARELLI LELIO DEMICHELIS

Che cosa ha mai spinto Edmondo Berselli a dedicare gli ultimi travagliati giorni della sua vita ancora matura a scrivere un libro su un tema assai più serio di quelli trattati nei pamphlet che l’hanno consacrato come una delle figure più eclettiche dell’editoria e del giornalismo italiano? Perché lui, che è stato il biografo di un Paese impazzito, l’intellettuale ironico che ha narrato i nostri costumi e le nostre passioni (parlando di politica, tv, calcio, musica pop) ha voluto consegnarci alla fine un saggio denso e veloce sull’Economia giusta? Certamente la malattia ha avuto il suo peso, nell’indirizzare «ciò che resta dei giorni» ad una sintesi più alta e impegnativa, che però era già nell’ordine delle cose per uno spirito libero che non poteva non cogliere il dramma della situazione politica ed economica che stiamo vivendo. E il libro postumo, a sei

Una terza via per guardare oltre la crisi
Edmondo Berselli, giornalista e scrittore, è scomparso nell’aprile scorso a Modena. E’ stato a lungo direttore editoriale del Mulino; tra i suoi libri «Venerati maestri», «Adulti con riserva», «Sinistrati».

«Economia giusta»: quasi un testamento, un modello di sviluppo che coniughi mercato, persona e comunità
mesi dalla sua scomparsa, si ricollega alla vena politica e culturale che ha sempre distinto l’impegno pubblico di Berselli, sia quando ha sposato e animato la «fabbrica» bolognese del Mulino, sia nelle profezie scritte sulla nostra società, raccontando l’Italia più diversa. L’incipit è un rosario dei dubbi e delle lacerazioni che abitano menti e cuori di quanti non si capacitano che il mondo (anche il nostro) si stia avvitando sempre più su se stesso. Come mai il vento è da tempo girato a favore dei partiti di destra? Come mai essi sono riusciti a tenere le mani sul potere e il consenso, nonostante la gravità di una crisi che hanno contribuito a creare? Perché i grandi temi del Novecento (lavoro, occupazione, pensioni, investimenti pubblici ecc.) sono sfioriti nella mentalità corrente? Perché la sinistra in Europa sta vivendo un malinconico autunno, senza idee praticabili né riscatto possibile? Perché la nostra gente è appagata dalla «politica di corte» (fatta di pettegolezzi e trovate televisive) o da misure di controllo pubblico spesso inefficaci e ridicole? Tuttavia il saggio non è solo

Società della conoscenza o dell’ignoranza? Condivisione e cooperazione libera (Wikipedia) o incorporazione della vita intera nella produzione e nel consumo? Privatizzazione o difesa dei beni comuni? E’ attorno a queste e ad altre opposizioni (su tutte: tra autonomia o eteronomia) che si muove l’agire sociale (anche) nella società globale. Michael Hardt e Antonio Negri, in questo Comune - ultimo capitolo della trilogia iniziata con Impero e proseguita con Moltitudine - cercano di uscire dall’opposizione tra privato e pubblico verso l’alternativa del «comune», mediante la quale la «moltitudine» (questo nuovo «soggetto» composto da infinite singolarità) «apprende l’arte dell’autogoverno e crea forme durature di organizzazione sociale». Un saggio denso e complesso (e per chi volesse ripercorrere la storia di quell’intellettuale controverso che è Negri ecco Dentro/contro il diritto sovrano, ottimamente curato da Giuseppe Allegri). Un libro, Comune, che tuttavia non ci

Un manifesto del collettivo francese «Dernier Cri» dal libro «Popup. Arte contemporanea nello spazio urbano», ed. Franco Cosimo Panini

Hardt-Negri L’alternativa del «comune»,
superando l’opposizione pubblico-privato

p Edmondo Berselli p L'ECONOMIA GIUSTA p Einaudi, pp.100, 10

una denuncia delle molte cose che non vanno, dalla crisi globale innescata dalla «superstizione monetarista» alle malattie del nostro modello di sviluppo, dal sempre più folto esercito di precari e disoccupati all’ampliarsi della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale; per non parlare dei limiti progettuali delle destre che sono perlopiù al governo e dello spaesamento dei partiti cosiddetti progressisti. L’intento coraggioso di Berselli è di guardare oltre la crisi, mutuando da Hirschman l’idea che «in ogni condizione c’è una riforma possibile». Così si innesca la sua ricerca delle buone prassi del passato, dei contributi teorici e delle esperienze politiche e di governo più significative che hanno abitato l’Europa dall’800 ad oggi. Sino ad individua-

re nell’«economia sociale di mercato» quel modello di sviluppo (di matrice renana) che può tenere insieme sia le istanze liberiste sia i diritti della persona e il senso della comunità. Una sorta di terza via tra il laissez-faire e il socialismo, capace di armonizzare interesse privato e benessere pubblico, dinamismo del mercato e intervento dello Stato teso a evitare la rapacità del sistema. Di qui le molte assonanze di questo pensiero con la più recente dottrina sociale della chiesa cattolica, che per bocca soprattutto di Karol Wojtyla ma anche di Benedetto XVI ha più volte e con largo anticipo richiamato l’attenzione sui guasti sociali di un sistema economico non regolato e sull’imminenza della crisi. Ecco dunque l’ultimo messaggio che Berselli ci ha lasciato, letto da alcuni come il suo testamento «politico». Si tratta certo di uno spunto interessante, a cui dare gambe e profondità, che invita quanti vogliono il cambiamento a uscire dal disorientamento e a riprendere l’iniziativa. Con una riflessione finale, di sapore antropologico. L’uscita dalla crisi (se ci sarà) non ci riporterà ai precedenti livelli di consumo e di benessere. Dovremmo abituarci tutti a essere più poveri o a vivere in modo più armonico ed essenziale. In sintesi, a ridare priorità alle cose che contano.

Altre analisi della globalizzazione e della modernità nei saggi di Beck, Marazzi e Bauman
sembra essere (come invece enfatizzato nella seconda di copertina) «un modo rivoluzionario di pensare la nostra epoca, completando un’opera destinata ad essere per il XXI secolo ciò che il Capitale è stato per il XX». Perché alla fine (pur condividendo questa idea di «comune») il libro ci sembra non chiarire il rapporto (e i modi del possibile conflitto) tra un capitalismo sempre più biopolitico che governa (comanda) la «vita» delle persone mediante conoscenza, immaginari, linguaggi, affetti, codici; e un «comune» che produrrebbe un altro lavoro biopolitico, diverso e «sempre più autonomo dal comando capitalistico» grazie a «cooperazione, autonomia e organizzazione in rete». In realtà: quanto il «comune» può essere davvero autonomo dal biocapitalismo se è questo che produce la «narrazione sociale» predominante? Come sostenere prima che «più il capitale deve valorizzarsi mediante la pro-

Nella Rete un passaggio per andare oltre il capitalismo
duzione di conoscenza e più questa conoscenza sfugge al suo controllo»; e poi che «Apple e Microsoft sopravvivono succhiando le energie dei produttori e degli operatori informatici integrati in una rete che si estende ben al di là dei limiti dell’impresa»? Ma cos’è il «comune»? E’ «tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale, che è necessario per l’interazione sociale e per la prosecuzione della produzione». Nella sua storia il capitalismo ha sempre cercato di privatizzare/ espropriare il «comune». Come opporsi a questa logica proprietaria? Non ricorrendo alla proprietà pubblica ma a ciò che è «comune» e diverso da privato e da pubblico. Passando dalla «resistenza» ai poteri dominanti, alla «alternativa» ad essi. Uscendo da questa modernità verso una «altermodernità» «capace di generare nuovi valori, nuovi saperi, nuove pratiche», soprattutto nuove soggettività. Ed è la metropoli, pur con le sue patologie, ad essere la nuova «fabbrica» del «comune». Per una nuova rivoluzione. Diversa dal passato. Globalizzazione. Contropotere. E l'idea di cosmopolitismo cara a Ulrich Beck, anche in questo Potere e contropotere nell’età globale. Dove si immagina (il libro è del 2002) un «or-

Tuttolibri
SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

IX

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p Michael Hardt-Antonio Negri p COMUNE. Oltre il privato p p p p p p p p p p p p p p p p p
e il pubblico a cura di Alessandro Pandolfi Rizzoli, pp. 430, 21 Antonio Negri DENTRO/CONTRO IL DIRITTO SOVRANO a cura di Giuseppe Allegri Ombre Corte, pp. 237, 20 Ulrich Beck POTERE E CONTROPOTERE NELL'ETÀ GLOBALE trad.di Carlo Sandrelli Laterza, pp. 455, 22 Christian Marazzi IL COMUNISMO DEL CAPITALE Ombre Corte, pp. 254, 23 Zygmunt. Bauman MODERNITÀ E AMBIVALENZA trad. di Caterina D'Amico Bollati Boringhieri, pp. 347, 25

LEESON, ARRIGHI, INGHAM

Tra fascino e disordine
Rotta verso il profitto, ardimentosa, insofferente di lacci e lacciuoli, di regole e contrappesi. Passando da un’isola del tesoro all’altra. Peter T. Leeson racconta il fascino segreto del capitalismo in L’economia secondo i pirati (Garzanti, pp. 300, 21,60, traduzione di Roberto Merlini). Giulio Giorello non esita a «gemellare» i bucanieri di ieri e gli uncini invisibili odierni: «Le società aperte di cui oggi l’occidente va tanto orgoglioso non hanno che imparare da quei “mostri”». Giovanni Arrighi, fra i maggiori esperti dell’economia mondiale, scomparso l’anno scorso, offre un’analisi oltre ogni malìa. I saggi raccolti sotto il titolo Capitalismo e (dis)ordine mondiale per manifestolibri, a cura di Giorgio Cesarale e Mario Pianta (pp. 231, 26), esplorano una varietà di temi: dal declino dell’egemonia statunitense all’ascesa del mercato cinese e asiatico in generale, dai rapporti tra produzione e finanza alle dinamiche dei movimenti globali. Un’introduzione al Capitalismo è l’opera di Geoffrey Ingham, docente a Cambridge (Einaudi, traduzione di Vincenzo Crupi e Roberta Ghivarello, pp. 306, 23). Le teorie classiche (Smith, Marx, Weber, Schumpeter, Keynes), le istituzioni alla base del capitalismo e le loro relazioni, la risposta alla domanda «che fare?». «L’esigenza più pressante è evitare la necessità di finanziare altri salvataggi su larga scala...».

dine alternativo», «al centro del quale si collocano la libertà politica e la giustizia sociale ed economica (e non le leggi del mercato)». Ma dov’è il contropotere alla globalizzazione «se non esiste un nemico chiaramente individuato» e non esiste un linguaggio unico del conflitto, ma una babele di conflitti? Può esserlo il contropotere dei consumatori politici, che come la globalizzazione non conosce confini? Ma può il consumatore, che sempre più è anche co-produttore delle merci e dei servizi che consuma, essere contropotere del potere di cui è parte? Meglio allora il contropotere dell’opinione pubblica? Diceva Beck, «il detto so di non sapere non è mai stato così pertinente come oggi per tracciare una diagnosi dell’epoca». Eppure qualcosa, anzi molto, si può sapere (basta volerlo) della globalizzazione e delle sue crisi. Come con il nuovo libro di Christian Marazzi, dal titolo intrigante di Il comunismo del capitale e dedicato a finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro, strategie produttive del postfordismo. Perché l’ultima crisi non è finita e lo scenario rimanda ad una sorta di comunismo del capitale, in cui lo stato, «assecondando i bisogni dei “soviet finanziari”, impone la dittatura del mercato sulla società». Producendo appunto una bioecono-

Tra guerre e povertà Senza istruzione e reali diritti
non ci potrà essere sviluppo e giustizia per Africa e Asia
MARCO AIME

Come «resistere» ai poteri dominanti e quali «contropoteri» sono possibili rispetto al mercato?
mia, che tutti coinvolge e contamina e conforma. Tutti gli autori citati hanno fatto i conti con la modernità. E allora, last but non least ecco Bauman con Modernità e ambivalenza (mentre torna dal Mulino anche La società individualizzata). Perché la modernità in tutte le sue forme fin qui sperimentate - è stata dominata da un’idea, quella di ridurre alla ragione il caos del mondo, di ordinare, classificare, calcolare soprattutto, togliere le zone d'ombra, uniformare. Ma questo sogno è fallito, perché è l’ambivalenza (e non l’uniformità) la condizione normale di vita degli uomini. Ma l’ambivalenza ci fa paura. La postmodernità risolve questo dramma esistenziale di noi moderni, accogliendo finalmente l’ambivalenza? Oppure, tornando a Negri e Hardt, serve piuttosto una «altermodernità»?

«Nei Paesi piccoli e poveri che occupano gli ultimi posti nella graduatoria mondiale, dove vive un miliardo di persone, la principale via d’accesso al potere rimane la violenza». Con queste amare e lucide parole Paul Collier inizia la sua riflessione sulla violenza che, a partire dal termine della guerra fredda, sembra essersi trasferita nel cosiddetto Sud del mondo, sebbene in molti casi con il contributo delle grandi potenze internazionali. Il succedersi di colpi di stato e guerre locali che ha caratterizzato la storia dell’Africa post-indipendenza è uno degli esempi lampanti di questo nuovo scenario. E non basta la finzione delle elezioni, spesso imposte dal FMI, dalla Banca Mondiale o dalle grandi potenze per costruire una democrazia. Senza la realizzazione di strutture e di servizi, senza la garanzia di sicurezza e senza governi affidabili si passa, come per esempio nel caso della Repubblica Democratica del Congo, dalla dittatura personale di Mobutu a quella che l'autore definisce la «demopazzia». Una farsa che il grande scrittore nigeriano Wole Soyinka ha chiamato «democrazia vudu», dove l'ex dittatore, per mantenere il potere e soddisfare gli osservatori internazionali, crea due o tre partiti finti, retti da suoi sostenitori e indice false elezioni. È un’illusione che basti portare la gente alle urne, perché questa abbandoni il kalashnikov. Lo dimostrano peraltro

La democrazia non è un rito vudu
Madre e figlio Jumma, minoranza perseguitata del Banghadesh: una foto da «Siamo tutti uno. Omaggio ai popoli indigeni della terra», a cura di Joanna Eeede, edito da Logos in collaborazione con Survival

In troppi Paesi, la via al potere è ancora la violenza, dice Collier e Paige invoca una politica gandhiana
gli eventi più recenti in Afghanistan o in Iraq. La democrazia non è un semplice meccanismo elettorale, ma un insieme di consapevolezza e di conoscenza dei diritti e dei doveri e si fonda sulla partecipazione attiva di cittadini in grado di giudicare. L’analfabetismo dominante è uno degli ostacoli più grandi sul cammino democratico, come lo sono la fame, la miseria, la difficoltà di accesso a servizi fondamentali. Dello stesso parere è Irene Khan, nata nel Bangladesh ed ex segretaria generale di Am-

p p p p p p p p p p

Paul Collier GUERRE, ARMI E DEMOCRAZIA trad. di L. Cespa Laterza, pp. 248, 18 I. Khan PRIGIONIERI DELLA POVERTÀ trad. di L. Orlando Bruno Mondadori,pp. 258, 20 G. D. Paige NON UCCIDERE. Una nuova scienza politica globale p a cura di P. Giaiero p Emi, pp 215, 13

nesty International. Secondo l'autrice di Prigionieri della povertà, non basta risolvere il problema economico, per sconfiggere miseria e povertà, ma occorre garantire soprattutto i diritti civili. Ci sono paesi ricchi, dove però la giustizia non è garantita a tutti e dove si riscontrano fortissime sperequazioni a ogni livello: tra classi sociali, tra uomini e donne, ecc. Ecco allora che scatta quelle che viene definita la trappola della povertà: non avendo accesso

all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla politica e alle risorse economiche, i poveri non hanno nessuna chance di emanciparsi, di uscire dalla loro condizione. Ecco la trappola: se non si rimodellano i rapporti di potere e di forza, non si possono nemmeno modificare quelli economici. La gerarchie delle caste nel subcontinente indiano, i pregiudizi e le discriminazioni razziali diffuse in molti paesi non sono fenomeni economici, ma influenzano l’economia. La povertà è anche esclusione, non solo carenza di risorse e le due cose sono indissolubilmente adeguate. Purtroppo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è un bel documento, che esprime pii desideri di alcuni uomini di buona volontà, ma la realtà è che come esseri umani, non abbiamo nessun diritto, perché nessuno ce li garantisce in quanto tali. I diritti che abbiamo (o non abbiamo) sono quelli del cittadino e solo l’appartenenza a una nazione li sancisce o ce li nega. La «nuda vita» non è sufficiente a questo mondo. Se la via di uscita al perpetuarsi di violenze e discriminazioni non può essere solo economica e forse neppure esclusivamente politica, allora occorre, forse una vera e propria rivoluzione culturale. È questo che vuole dire Glenn D. Paige, un politologo americano che fece, come milita-

re, la guerra di Corea e che ora si batte per una politica non violenta, fondata sul semplice (ma non troppo) concetto di non-killing, non uccidere. La domanda che Paige si pone e ci pone è di un’ingenuità apparentemente scoraggiante: «È possibile una società nella quale non avvengano uccisioni?». La risposta è sì, ma occorre che anche e soprattutto la scienza poli-

Non si diventa cittadini finché si è prigionieri della miseria ed esclusi dalla società dice l’indiana Khan
tica non consideri più l’opzione non violenta solo come un’aspirazione filosofica, ma come paradigma sociale, che si impegni nello studio di una società in cui tutti gli sforzi vengano finalizzati all’abbattimento delle barriere che generano violenza. Per fare questo occorrono una serie di rivoluzioni teoriche non indifferenti sia sul piano teorico sia su quello pragmatico. Il grande pregio di Paige è che si propone di spostare l’ideologia gandhiana della non violenza da una dimensione puramente etica e morale a una politica e operativa, dando il via a una nuova linea di pensiero scientifico.

MIRELLA SERRI

p

Segue da pag. I

La carta non è ancora stanca
tà economica, sono in aumento: nel corso dell'ultimo anno l'esercito dei «deboli» ha conosciuto una flessione e la pattuglia dei «forti» o mangiatori a quattro ganasce, ha fatto un balzo: dal 13,2 al 15,2 per cento. Un colosso all'italiana, l'edi-

gigante con i piedi d'argilla. Siamo la nazione dei paradossi - osserva Solimine -. Il fenomeno editoriale, per numero di libri pubblicati e pure di libri letti, ha dimensioni ragguardevoli. Ma si regge su basi molto fragili. Pochi editori - con il gruppo leader Mondadori, seguito da Rcs, Longanesi e Feltrinelli - e pochi lettori si danno da fare per coprire gran parte del mercato italiano». I lettori forti - quelli che divorano almeno un libro al mese - oggi si stanno avvicinando al traguardo dei 4 milioni. Sono i pilastri di un Partenone di cultura che poggia sulle loro sole spalle di consumatori della metà dei libri venduti. Questi buongustai della carta stampata, altra singolarità in un momento di fragili-

In commercio vi sono 650 mila volumi, le donne nella lettura sorpassano di gran lunga gli uomini
toria libraria, a cui basta poco per fare un passo indietro. I tomi attualmente in commercio sono 650 mila e le più attive forchette al desco del libro, come da tempo è noto, sono le donne (legge il 51,6 per cento di signore e signorine e solo il

38,2 per cento degli uomini). Ora registrano un altro primato: sono le più determinate e solo dopo i 60 anni diminuiscono la loro quotidiana razione di lettura. Mentre per i fragili maschi il sorpasso dei non lettori avviene prestissimo, prima dei 20 anni. Cosa influenza le scelte dei consumatori? Per anni i critici, gli specialisti, i cosiddetti addetti ai lavori (o ai livori?) hanno sollevato dubbi sull'efficacia dei premi letterari. Ora è certo: molti riconoscimenti, osserva Solimine, non smuovono il mercato, il Viareggio, per esempio, fa fare il salto della quaglia. Ma lo Strega, invece, trasforma autori e libri in giraffe nella savana: come Margaret Mazzantini che, con Non ti muovere, dopo aver vinto la gara, in un battibaleno è arrivata

a 400 mila copie. O come Paolo Giordano che, con La solitudine dei numeri primi, dopo l'incoronazione, era approdato a 600 mila, poi a un milione di copie (quelli che non hanno libri adatti a un ampio pubblico si devono accontentare di un incremento di 20-30 mila copie). Qual è la regione italiana dove si legge di più? In Piemonte c'è un piccolo-grande esercito di oltre 2 milioni che si divora almeno un libro l'anno (52,3 per cento nel 2009), i lettori sono costituiti da 3 residenti su 4 e rappresentano il 75,3 per cento di tutti coloro che hanno superato i 10 anni. I degustatori di carta stampata che, nel 1985, erano il 44 per cento, hanno avuto un tasso di crescita maggiore della media nazionale. All'origine di tanta dedizio-

ne? L'attenzione - ecco un' altra sorpresa - viene stimolata da manifestazioni, meeting, raduni: dalla Fiera del libro di Torino a Portici di Carta a incontri come quelli di Cuneo,Verbania, Asti, Biella. Questo avviene anche in gran parte della pe-

La lettura soprattutto fiorisce nel Centro-Nord, la zona in Europa più ricca di festival e incontri culturali
nisola (soprattutto al centronord), che si connota come il paese che ha più appuntamenti culturali d'Europa. L'identikit del lettore «forte» italiano è assai speciale: legge più libri chi pratica una «dieta» ricca di alimenti, dove

proteine, carboidrati e vitamine sono costituiti da internet, film, dibattiti, conferenze, giornali. Quelli che, invece, sono inappetenti in tutti questi settori del consumo culturale e dell'informazione non si dedicano nemmeno alla pagina scritta. Anche tra i più giovani, contro tutte le aspettative, leggono maggiormente quelli che smanettano di più, sentono musica o vedono la tivù (non più di 3 ore al giorno, però). Piatto ricco mi ci ficco: è il leit motiv del lettore nostrano e, in questo ipercalorico menù, arriva l'ebook, pronto ad affiancare, a collaborare ma non a soppiantare i volumi più tradizionali. Per il day after, per un universo di soli lettori digitali, con cimiteri di carta strappata, discariche di tomi defenestrati e stipati lacero-contusi in fila e in pila per finire al macero, ci sarà ancora parecchio da aspettare. Per il momento carta resiste, conta e canta.

.

X

Classifica
AI PUNTI
LUCIANO GENTA

Tuttolibri
SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

S

Risorgimento come un film di cowboys
I PRIMI DIECI

ignori, si scende. Certo si rimpinguano i punteggi, ma solo perché cala il valore in copie vendute dei 100 punti di Follett, che ora si assesta poco sopra quota 10 mila: insomma, i Giganti cominciano a cadere anche qui e probabilmente già nella prossima settimana dovranno vedersela con il nuovo Montalbano di Camilleri, Il sorriso di Angelica, da giovedì in libreria. Intanto appaiono tra i primi 10 il Leopardi di Citati (a pag. 5 la recensione di Giorgio Ficara) e il «romanzo criminale» del Risorgimento in cui Giancarlo De Cataldo incrocia Salgari e Il Gattopardo come ha scritto qui sabato scorso Giorgio Boatti, un avventuroso film in cui rivoluzionari e reaziona-

ri, padri della Patria e popolani, agenti dei servizi segreti e mafiosi o camorristi si incontrano, si mescolano e si scontrano come cowboys e pellerossa. Un’epopea senza retorica né «santini», gli eroi che si confondono con i (o si trasformano in) Traditori, il trionfo della Realpolitik più disincanta, per non dire cinica. Nella tabella della narrativa italiana entrano poi il fantafuturo prossimo di Mauro Corona, un mondo senza «petrolio, né gas né carbone né corrente elettrica» e un condominio di famiglie dolenti, le Case degli altri (che poi son le nostre) di Chiara Gamberale. In quella straniera mantengono bene le posizioni, anche se non «esplodono», Banana Yoshimoto e Brett Ellis, la Né-

mirovsky Anni 20 e un Philip Roth Anni 80. Altro titolo al vertice è il ritorno ai fornelli di sciura Antonella Clerici. Servirebbero buone ricette anche e soprattutto in politica, per rispondere all’appello di Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, 9˚ in saggistica. Più sotto, fuori tabella, ci sono un fiducioso Bill Emmott, Forza, Italia - potenza di una virgola - ovvero «come ripartire dopo Berlusconi» (19˚), e un Floris preoccupato di finire in Zona retrocessione (23˚), ovvero «perché l’Italia rischia di finire in serie B». Mentre son tutti lì a cercare un «cuoco straniero», qui canticchiamo malinconici Prévert con Montand: «Il pleuvait sans cesse sur Brest... Rappelle toi Barbara».

INDAGINE NIELSEN BOOKSCAN

1

100

2
PANSA RIZZOLI

73

3
DECARLO BOMPIANI

62

4

60

5

53

La caduta dei giganti
FOLLETT MONDADORI

I vinti non dimenticano

LEIELUI

Leopardi
CITATI MONDADORI

I traditori
DE CATALDO EINAUDI

6

51

7
CLERICI RIZZOLI

48

8
MURGIA EINAUDI

36

9
COELHO BOMPIANI

36

10
GILBERT RIZZOLI

34

La solitudine dei numeri primi
GIORDANO MONDADORI

Le ricette di Casa Clerici

Accabadora

Le valchirie

Mangia prega ama

Narrativa italiana
1. Leielui DE CARLO
18,50 BOMPIANI

Narrativa straniera
62 1. La caduta dei giganti FOLLETT
25,00 MONDADORI

Saggistica
100 1. I vinti non dimenticano PANSA
19,50 RIZZOLI

Varia
73 1. Le ricette di Casa Clerici CLERICI
15,90 RIZZOLI

Tascabili
48 1. La solitudine dei numeri primi 51 GIORDANO
13,00 MONDADORI

Ragazzi
1. Sesto viaggio nel regno... STILTON
23,50 PIEMME

17

2. I traditori DE CATALDO
21,00 EINAUDI

53

2. Le valchirie COELHO
18,00 BOMPIANI

36

2. Leopardi CITATI
22,00 MONDADORI

60

2. Cotto e mangiato PARODI
14,90 VALLARDI

27

2. Il piccolo principe SAINT-EXUPERY
7,50 BOMPIANI

21

2. Il mio primo dizionario. Nuovo MIOT 14 9,90 GIUNTI JUNIOR

3. Accabadora MURGIA
18,00 EINAUDI

36

3. Mangia prega ama GILBERT
18,50 RIZZOLI

34

3. L’albero dei mille anni CALABRESE
17,50 RIZZOLI

33

3. Instant English SLOAN
16,90 GRIBAUDO

16

3. È una vita che ti aspetto VOLO
9,00 MONDADORI

17

3. La storia dei promessi sposi 13 ECO
12,90 L’ESPRESSO

4. La fine del mondo storto CORONA
18,00 MONDADORI

30

4. La psichiatra DORN
18,60 CORBACCIO

20

4. Terroni APRILE
17,50 PIEMME

30

4. È facile smettere di fumare... 12 CARR
10,00 EWI

4. Maigret a Vichy SIMENON
9,00 ADELPHI

16

4. Caccia al libro d’oro STILTON
14,50 PIEMME

13

5. Canale Mussolini PENNACCHI
20,00 MONDADORI

30

5. Hunted. La casa della notte CAST & CAST
16,50 NORD

20

5. I segreti del Vaticano AUGIAS
19,50 MONDADORI

24

5. The secret BYRNE
18,60 MACRO EDIZIONI

9

5. Il giorno in più VOLO
12,00 MONDADORI

13

5. Il mio primo dizionario. Nuovo MIOT 10 12,50 GIUNTI JUNIOR

6. L’intermittenza CAMILLERI
18,00 MONDADORI

29

6. Un viaggio chiamato vita YOSHIMOTO
13,00 FELTRINELLI

18

6. Dell’amore e del dolore... VERONESI
18,00 EINAUDI

18

6. Ma come ti vesti? GOZZI
17,50 RIZZOLI

8

6. Un posto nel mondo VOLO
12,00 MONDADORI

13

6. Il piccolo principe SAINT-EXUPERY
30,00 BOMPIANI

9

7. La monaca AGNELLO HORNBY
17,00 FELTRINELLI

27

7. Imperial bedrooms ELLIS
18,00 EINAUDI

18

7. Un mondo che non esiste più 17 TERZANI
22,00 LONGANESI

7. I segreti del linguaggio... PACORI
17,00 SPERLING & KUPFER

7

7. L’ombra del vento RUIZ ZAFÓN
13,00 MONDADORI

12

7. La storia di Don Giovanni BARICCO
12,90 L’ESPRESSO

7

8. Mia suocera beve DE SILVA
18,00 EINAUDI

25

8. Il malinteso NEMIROVSKY
12,00 ADELPHI

18

8. L’economia giusta BERSELLI
10,00 EINAUDI

13

8. I ristoranti d’Italia 2011 22,00 L’ESPRESSO

6

8. I pilastri della terra FOLLETT
14,00 MONDADORI

11

8. Il diario segreto di Antonella 16,50 SPERLING & KUPFER

6

9. Le luci nelle case degli altri 24 GAMBERALE
20,00 MONDADORI

9. Un giorno NICHOLLS
18,00 NERI POZZA

17

9. Salviamo l’Italia GINSBORG
10,00 EINAUDI

10

9. Guinness World Records 2011 28,00 MONDADORI

5

9. Esco a fare due passi VOLO
9,00 MONDADORI

11

9. Toy story 34,90 WALT DISNEY

6

10. Acciaio AVALLONE
18,00 RIZZOLI

21

10. La controvita ROTH
21,00 EINAUDI

14

10. Senza Dio. Del buon... GIORELLO
15,00 LONGANESI

10

10. Ristoranti d’Italia... 22,00 GAMBERO ROSSO

5

10. Non avevo capito niente DE SILVA
11,00 EINAUDI

9

10. Unika ALLIBIS
18,90 DE AGOSTINI

5

LA CLASSIFICA DI TUTTOLIBRI È REALIZZATA DALLA SOCIETÀ NIELSEN BOOKSCAN, ANALIZZANDO I DATI DELLE COPIE VENDUTE OGNI SETTIMANA, RACCOLTI IN UN CAMPIONE DI 900 LIBRERIE. SI ASSEGNANO I 100 PUNTI AL TITOLO PIÙ VENDUTO TRA LE NOVITÀ. TUTTI GLI ALTRI SONO CALCOLATI IN PROPORZIONE. LA RILEVAZIONE SI RIFERISCE AI GIORNI DAL 10 AL 16 OTTOBRE.

U

no scrittore (di temperamento molto robusto, tra i più originali) incamminato su una via quasi solitaria...»: così, nel 2005 Massimo Onofri «vedeva» Filippo Tuena che si era appena imposto all’attenzione del mondo letterario italiano con le Variazioni Reinbach, grande romanzo dentro la Shoah. Onofri si è rivelato ottimo diagnosta. Perché, se Tuena ha condotto, nel frattempo, molte altre sue particolarissime indagini, attorno a personaggi dell’arte, della musica, del rischio estremo, i suoi «viaggi» lo stanno portando sempre più lontano dal palcoscenico, dentro a sperimentazioni («sto scrivendo piccole biografie, anche in versi, che forse non usciranno mai»). Da «uccel di bosco» come si definisce, al momento sembra preferire ai libri propri, i libri altrui, così ha accettato di dirigere, per Nutrimenti, la nuova collana Tusitala («colui che racconta storie», ovvero Stevenson, per gli indigeni delle Samoa) rivolta alla

PROSSIMA MENTE
MIRELLA APPIOTTI

Nutrimenti verso le isole del tesoro
letteratura d’avventura «nel senso più ampio del termine». Primo titolo in libreria, Il giardino dei versi, è il ritorno poetico dell’autore dell’Isola del tesoro alla propria infanzia, un piccolo gioiello. Sono però quelle dei Diari antartici dei tre famosi inglesi Scott, Shackleton, Wilson, protagonisti tra il 1902 e il 1912 di quattro, teme-

rarie e tragiche, marce di avvicinamento al Polo Sud, le pagine davvero da leggere per il loro condurci dentro al cuore non solo di una sfida alla morte ma soprattutto a quel senso di «infinita solitudine» che è la condizione di tutti gli uomini. Non sorprende siano state adottate da Nutrimenti, la casa editrice nata quasi 10 anni fa «con il mare», da due accaniti velisti, a modo loro esploratori, Andrea Palombi e sua moglie Ada. Il tema del viaggio, dalla fiction, la cui «bandiera» è il rocambolesco Percival Everett (Non sono Sidney Poitier) a una saggistica in movimento tra politica e sottopolitica (in uscita Minzulpop, pamphlet ispirato al direttore del TG 1, firmato da un collettivo) finisce per essere «il fil rouge di tutta la nostra produzione» dice Palombi. In testa, come ovvio, Tusitala che a novembre ci porterà, grazie a Jonathan Mills, sulla Zattera della Medusa, l’inquietante capolavoro di Géricault dietro al quale «si intravedono molte cose della nostra epoca».

L

eggo perché una vita sola non mi basta. Leggo per essere altrove. Per diventare te. Perché è l'unica attività che mi permette di essere al tempo stesso solo e accompagnato. Leggo per non invecchiare. Leggo per essere libero. Leggo per leggere. Ma che pizza! La premessa è questa: Charles Dantzig, editore e scrittore, pubblica un libriccino intitolato Pourquoi lire?, perché leggere?, ottimamente accolto. Anni fa aveva pubblicato A quoi servent les avions?, A che servono gli aeroplani, ma quella era una raccolta di poesie. Questo è un saggio, e la sua risposta alla domanda è: leggere non serve a niente, per questo è una gran cosa. Leggiamo perché non serve a niente. La critica loda («Dantzig è quello delle domande alle quali nessun aveva pensato prima»), e i lettori aggiungono le loro, di risposte. Per esempio quelle, mica brutte, dello scrittore

CHE LIBRO FA ...IN FRANCIA
GIOVANNA ZUCCONI

Non citate la bottega Montmartre
Frédéric Beigbeder, citate all'inizio. Ma: che pizza! E se smettessimo di giustificarci? E se chi legge deponesse quel suo complesso di inferioritàsuperiorità? Mica dobbiamo, né vogliamo, spiegare perché ascoltiamo una canzone, o vediamo un film. Davvero leggere è così innaturale da pretendere una sfil-

za di spiegazioni, per lo più retoriche e autoincensanti? Anche perché la lettura più entusiasmante, nelle pagine culturali di questi giorni, non è metaletteraria, bensì giudiziaria. Processo breve alla francese: nell’autunno del 2009 è uscito un noiretto titolato Aux Malheurs des dames, che comincia con la sparizione della cassiera di un negozio di tessuti. Ora, appena un anno dopo, si è celebrato il processo: i proprietari del marché Saint-Pierre, popolare negozio di tessuti sotto Montmartre, hanno riconosciuto se stessi e la loro bottega nel romanzo, e querelato per danni (2 milioni di euro) l’autrice Lalie Walker. Nell’aula del tribunale c’erano parecchi scrittori, a quanto pare preoccupati. Toccherà emendare libri dall’ambientazione riconoscibile, come Assassinio sull’Orient Express, o Il fantasma dell’Opera, o magari anche il Codice da Vinci querelabile dal Louvre? La sentenza è attesa per metà novembre.

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Diario di lettura

Tuttolibri
SABATO 23 OTTOBRE 2010 LA STAMPA

XI

Gianni Berengo Gardin Il fotografo
MAURO VALLINOTTO

Il Maestro ha compiuto ottant'anni, celebrati come in uno di quegli interminabili matrimoni indiani che ha fotografato nella sua carriera: prima la festa in famiglia, poi quella con gli amici di sempre, infine l'assalto alla torta di panna e fragole nello Spazio Forma di Milano attorniato dagli altri grandi vecchi, o meglio, diversamente giovani, della fotografia italiana, da Mario De Biasi a Mimmo Jodice, da Giorgio Lotti a Ferdinando Scianna. Poi, finalmente, nel silenzio della sua mansarda-studio, che si affaccia sul carcere di San Vittore e sullo studio dell' amico Vittorio Gregotti, mirabile sintesi dei temi più frequentati nella sua vita professionale, l'architettura e il mondo dei disperati, Gianni Berengo Gardin riprende fiato e colore. Mentre Nina, la bassotta di casa, si accoccola in grembo in attesa di carezze, il suo sguardo corre alle capriate e alle travi a vista del tetto che danno la sensazione di trovarsi nella stiva di un brigantino in viaggio verso mari e avventure lontani. Idea rafforzata dalle centinaia di modellini navali sparsi in ogni canto dello studio in aperto contrasto con i classificatori che, in un ordine svizzero com'era sua madre, sono conservati il milione e trecen-

sempre con la motivazione che un libro del genere non avrebbe mai avuto mercato, decisi di lasciar stare e mandai le foto a una piccola galleria londinese. Qui, per caso, le vide Albert Mermoud, editore della svizzera Guide du Livre. Mi convocò a Losanna e in soli ventidue giorni, comprese le traduzioni dei testi di Bassani e Soldati, uscì Venise des saisons».
Da allora centinaia di reportage in giro per il mondo intervallati da brevi pause a Milano, dove nel frattempo si era stabilito. Un libro dopo l'altro. Quali i preferiti?

«Certamente Morire di classe, sull'istituzione manicomiale, che

«Conobbi in Laguna Bruno Zevi, insieme nel ’60 pubblicammo il mio primo libro, «Rossetti architetto»
uscì nel 1969 con Franco Basaglia e Carla Cerati, poi i molti di architettura che mi hanno permesso di instaurare un rapporto profondo con grandi professionisti come Renzo Piano, Vittorio Gregotti, Federico Zeri. Penso poi al libro sulla Gran Bretagna, uno delle decine realizzati per il Touring Club o l'Istituto Geografico De Agostini. Ma quelli che più amo restano i volumi sul mondo contadino, sugli zingari, sulla vita quotidiana nei Paesi della Bassa come Un paese 20 anni dopo, con i testi di Cesare Zavattini».
L'occhio sempre attento a cogliere il tempo dello scatto, in aperto contrasto con il mondo del presente travolto da un'informazione fotogiornalistica digitale che tutto divora nello spazio di pochi istanti...

La vita. Giovanni Berengo Gardin, famiglia veneta, è nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930. Vive a Milano. Negli Anni 50 si formò a Parigi accanto a Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau. Ha collaborato con le maggiori testate, da «Il Mondo» a «Time». Nel 2008 gli è stato assegnato il premio «Lucie Award» alla carriera. Le opere. Oltre 200 i volumi pubblicati. Da «Venise des saisons» a «Morire di classe», da «Leopardi . La biblioteca, la casa, l’infinito» (Pazzini) a «Giorgio Morandi» (Charta), a «Nei luoghi di Piero della Francesca» (Silvana)

«Da ragazzino, nella Roma fascista, acquistavo i romanzi di Verne e di Salgari, la Serie Oro...»
tomila negativi che testimoniano la sua straordinaria carriera. E poi i libri: quelli pubblicati in cinquant'anni di lavoro, i tremilacinquecento a soggetto fotografico, infine tutti gli altri, dalla collezione completa degli Struzzi a Simenon, da Steinbeck alla Storia del Partito Comunista di Spriano, accatastati con finta casualità su vecchie panche di legno o sui tavoli Leonardo disegnati da Achille Castiglioni.
Gianni Berengo Gardin, e non Gardèn come ancora si ostina a chiamarlo qualche parvenu della fotografia, ignaro delle suo origini veneziane, quanto della sua giornata dedica alla lettura?

I PREFERITI

f
ANTONIO GRAMSCI

Gli ottant’anni di un Maestro dello scatto, oltre duecento testimonianze, tra opere di culto e di denuncia sociale, come «Morire di classe»

Quaderni del carcere
Einaudi, 4 voll., LXXII-3370, 60

«Nell’immediato dopoguerra, un autore fondamentale per la mia formazione. Oltre ai Quaderni, cruciali anche le Lettere»

«Oggi leggo molto meno, il tempo è poco. Viaggiando spesso in treno mi limito a letture leggere, come i libri gialli. Mi piace però riprendere in mano quei libri che lessi quando avevo vent'anni: sia perché oggi ricordo solo il settanta per cento di quelle letture, sia perché attraverso quei titoli, ritorno giovane».
Oltre duecentoventi volumi pubblicati. Alcuni oggetto di culto come «Venise des saisons», altri di profonda denuncia sociale come «Morire di classe». Qual è il rapporto con gli altri autori di libri fotografici?

f
GEORGES SIMENON

“Com’è slow fotografare la mia Venise”
tutto di Salgari, la Serie d'Oro e quelli stampati da Sonzogno, che uscivano dalla tipografia con i sedicesimi intonsi. E una volta a casa, l'attesa era premiata non tanto dalla lettura in sé, ma dal lavoro del tagliacarte che svelava il testo del racconto, pagina dopo pagina. Un piacere fisico che pochi ricordano».
E nell'immediato dopoguerra?

«E' un mondo che non ignoro, ma dal quale, proprio per questo, preferisco non farmi contaminare. Io non lavoro in digitale, e le stampe che produco portano un timbro che le garantisce esenti da ogni manipolazione digitale, come dei prodotti Ogm free».
Contiguità intellettuale con Carlo Petrini?

«Non so, però il mese scorso, con altri colleghi, giornalisti e critici della fotografia,abbiamo fondato un nuovo movimento che si propone "un rallentamento riflessivo dell'iter fotografico", quasi alla ricerca della foto perduta:Slow Photo».
C'è un rapporto definito tra le letture fatte e le immagini create?

reportage di Life mi fecero capire in un istante che la fotografia non era quella delle albe e dei tramonti, ma uno straordinario e rivoluzionario mezzo per raccontare la nostra società».
Parigi val bene una foto…

«In molte delle mie fotografie ritrovo dei punti di contat-

L’uomo che guardava passare i treni
Adelphi, pp. 211, 10

«E’ l’altro libro che vorrei mettere in valigia se mi capitasse di fare un viaggio di lavoro in una landa deserta»

«Io guadagno soldi con i libri per comprare quelli degli altri. Non so rinunciare al piacere di sentire la trama della carta sotto le mie dita, l'odore della tipografia che si sprigiona dalle pagine. Sono un feticista dei libri e quelli che oggi pretendono di leggere i libri su una lastra di vetro mi fanno ridere, è tutto semplicementeallucinante».
E' sempre stato così?

f
ERNEST HEMINGWAY

«La mia famiglia aveva deciso di ritornare a Venezia, negozio di vetri artistici. Non mi interessavano molto, anche perché in quegli anni per la mia formazione fu fondamentale, da un lato, leggere le Lettere dal carcere di Gramsci, dall'altro scoprire quella letteratura americana, dai Quarantanove racconti di Hemingway a Faulkner, da Steinbeck a Dos Passos, uno degli autori che più ho amato».
Inizio degli Anni 50. La fotografia…

GENTE DI MILANO
Dagli Anni Cinquanta a oggi, la capitale morale raccontata da Gianni Berengo Gardin. «Gente di Milano» esce da 24 Ore cultura (pp. 240, 160 fotografie in bianco e nero, 5), con i testi di Corrado Stajano. Dal centro alle periferie, dagli operai ai borghesi, dal sacro alla politica.

«Venezia mi stava stretta e nel 1954 decisi di andare, con la mia Leica, a Parigi dove rimasi un paio d'anni. Lavoravo come cameriere, ma ebbi la fortuna di frequentare Henri Cartier-Bresson, Eduard Boubat, Robert Doisneau. Erano gli anni dei flâneurs ai tavolini dei caffè, gli anni di Camus e Sartre, che non ho più letto da allora. Di Parigi mi è rimasta appiccicata un'etichetta, quella del Doisneau italiano che non mi appartiene. Se proprio mi si vuole classificare, allora si dica che sono il Willy Ronis italiano. Lui sì mi ha veramente influenzato».
Il ritorno in laguna…

«Con la mia Leica tra i flâneur di Parigi, mi chiamano il Doisneau italiano, ma prediligo Willy Ronis»
to, magari non immediatamente definiti o definibili, con i volumi che ho letto piuttosto che con le idee delle persone che ho avuto la fortuna di frequentare, negli anni e non per l'attimo fuggente di uno scatto. Dai registi come Fellini e Olmi agli scrittori come Buzzati e Calvino, da Soldati a Bocca, in assoluto il più grande di tutti, un mito per me».
Un viaggio di lavoro in una landa desolata. Quale libro porterebbe con sé?

«Ricordo che da ragazzino, nella Roma fascista dove con mio padre c'eravamo trasferiti dalla Liguria dove sono nato, correvo al pomeriggio nelle librerie del centro, a piedi per risparmiare anche i soldi del tram. Acquistavo i romanzi di Verne e soprat-

I quarantanove racconti
Mondadori, pp. 532, 9,50

«Sub ito dopo la guerra scoprii anche la letteratura americana, da Hemingway a Faulkner, da Steinbeck a Dos Passos»

«Scrivevo e fotografavo allora per Ali, una rivista illustrata di aviazione, come Eugene Smith ai suoi esordi. Poi, sotto l'influenza di Paolo Monti e del circolo fotografico La Gondola, fu la volta di immagini di nebbie, lagune vuote, case abbandonate. Tutte immagini superficiali. Per mia fortuna, uno zio che viveva negli Stati Uniti era amico di Cornell Capa, il fratello di Bob, e iniziò a mandarmi i

libri, che in Italia sarebbero arrivati solo molti anni dopo, dei grandi fotografi americani come Dorothea Lange e Davis Douglas Duncan. Il lavoro per la Farm Security Administration e i grandi

«Conobbi Bruno Zevi, che insegnava alla facoltà di Architettura e insieme pubblicammo, nel 1960, il mio primo libro, Biagio Rossetti architetto. Allora misi in una cartella le immagini che raccontavano una Venezia in bianco e nero, volti scavati dal tempo nel tempo, matrimoni e funerali, nessuna concessione ai canoni oleografici dell'epoca e bussai alla porta dei principali editori italiani. All'ottavo rifiuto,

«Intanto, avendo due mani, ne porterei due: L'uomo che guardava passare i treni di Simenon e I quaderni del carcere di Gramsci».
E la Nikon?

Quella naturalmente sarebbe appesa al collo.

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