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43 POETI PER AYOTZINAPA

Voci per il Messico e i suoi desaparecidos

Titolo originale: Los 43 Poetas por Ayotzinapa


a cura di Ana Matías Rendón, 2a edizione, 2015, Messico

Il ricavato del presente libro sarà devoluto all’Associazione dei genitori della Scuola
Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa

ISBN 978-88-99877-06-4

Collana: Incroci

© 2016, Edizioni Arcoiris, Salerno


Prima edizione settembre 2016
www.edizioniarcoiris.it

Riservati tutti i diritti.


È vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, se non
attraverso l’autorizzazione scritta da parte dell’autore e/o dell’editore.
a cura di Lucia Cupertino

43 POETI PER AYOTZINAPA


Voci per il Messico e i suoi desaparecidos
¡Ayotzinapa somos todos!

Nella notte tra il 26 e 27 settembre 2014 quarantatré studenti della


Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nel
meridionale stato messicano del Guerrero, furono sequestrati dalla
polizia locale dei comuni di Iguala e Cocula e consegnati a un
gruppo di presunti narcotrafficanti dell’organizzazione dei Guerre-
ros Unidos. Da allora i giovani risultano desaparecidos e gli inquirenti
non hanno saputo offrire versioni plausibili sull’accaduto.
In questi mesi l’azione di esperti autonomi, degli attivisti e di
alcuni giornalisti, spesso osteggiati dalla Procura, dal Governo e
dai mass media allineati, ha permesso all’opinione pubblica e ai
genitori dei ragazzi di ottenere dati preziosi che hanno sconfessato
la cosiddetta “verità storica” sul caso, offerta dall’ex procuratore
generale Jesús Murillo Karam nel gennaio 2015 e basata su testi-
monianze di presunti delinquenti estorte con la tortura.
Secondo la Procura i ragazzi sarebbero stati rapiti e poi bruciati
dai narcotrafficanti per oltre quindici ore nella discarica di Cocula e
i loro resti sarebbero stati gettati nel vicino fiume San Juán. L’o-
pera di controinformazione e di ricerca indipendente, in particolare
le indagini dell’EAAF (Équipe Argentina d’Antropologia Forense)
e del GIEI (Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della
Commissione Interamericana dei Diritti Umani), ha smentito parti
sostanziali di questa narrazione e ha mostrato le numerose con-
traddizioni e la malafede delle autorità nell’investigazione del caso.
Sono state messe in evidenza la presenza e le responsabilità dell’e-
sercito e della polizia federale nell’accaduto. Invece la versione

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governativa, sorretta da campagne mediatiche che discreditano i
ragazzi, i loro cari e la società che chiedeva giustizia e verità, pre-
tendeva di ridurre l’accaduto a un episodio “locale”, limitato solo a
pochi poliziotti e politici corrotti. Al contrario gli apparati pubblici
coinvolti a vario titolo sono diversi e la notte del 26 settembre s’è
svolta una vera operazione repressiva complessa e articolata di
persecuzione contro un gruppo di studenti inermi. È stata anche
rivelata la presenza di un autobus, tra quelli che i ragazzi avevano
occupato e sottratto ai conducenti, che probabilmente era carico di
eroina. Un attacco così spietato e prolungato, conclusosi con la
cattura dei 43 e con la loro sparizione, potrebbe essere stato moti-
vato dal timore di perdere il prezioso carico, la cui presenza igno-
ravano i normalisti.
Iguala è uno degli hub del cosiddetto pentagono dell’oppio dello
stato del Guerrero, una regione tra le prime al mondo per le col-
tivazioni di amapola o adormidera, cioè di papavero da oppio. Il
cartello di Sinaloa, capeggiato da Ismael “El Mayo” Zambada e
Joaquín “El Chapo” Guzmán, che attualmente è incarcerato in un
penitenziario di Ciudad Juárez, sta infatti spingendo nel mercato
statunitense l’eroina color caffè e la bianca, sostituendo la tradi-
zionale di color marrone scuro. I messicani stanno facendo con-
correnza direttamente agli importatori asiatici di eroina bianca,
molto apprezzata sulla costa est, e, in questo contesto, Guerrero e
il Triangolo d’Oro, un’area appartenente agli stati del Durango, del
Sinaloa e del Sonora, sono territori strategici.
Gli esperti internazionali del GIEI hanno investigato sul caso
per un anno. Il 30 aprile 2016 è scaduto il loro mandato e il gover-
no del presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovarlo.
La loro presenza è diventata scomoda perché con le loro scoperte
hanno sostenuto la lotta dei genitori degli studenti e dei movimenti
sociali nazionali e globali, denunciando le omissioni e le respon-
sabilità dello Stato messicano in quello che si può configurare co-
me un delitto imprescrivibile di lesa umanità. “Vivos se los llevaron y
vivos los queremos” (“Vivi li hanno portati via e vivi li rivogliamo”),

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continuano a gridare il 26 di ogni mese i familiari delle migliaia di
vittime di desaparición, i genitori di Ayotzinapa, i collettivi e i citta-
dini solidali nelle piazze del Messico. Chiedono giustizia e verità.
A quasi due anni dalla “notte di Iguala” è chiaro che il caso dei
normalisti di Ayotzinapa rappresenta solo la punta di un iceberg.
Nell’ultimo decennio regioni come Guerrero, Veracruz, Tamauli-
pas, Chihuahua, Nuevo León, Coahuila, Estado de México e Mi-
choacán, solo per citare alcuni esempi emblematici, si sono trasfor-
mate in immense fosse comuni, depositi clandestini di ossa e ca-
daveri di persone che non verranno mai identificate a causa dell’i-
nerzia delle istituzioni. Non a caso queste zone corrispondono a
snodi in disputa tra varie organizzazioni criminali, a punti di pas-
saggio strategici dei traffici di droghe, armi e persone, a focolai di
resistenza popolare o a territori ricchi di biodiversità e risorse na-
turali il cui sfruttamento è ambito da imprese multinazionali.
Quando una persona è sequestrata e viene “fatta sparire”, sono
i suoi familiari che devono provvedere da soli alle ricerche, osteg-
giati da autorità indolenti, se non proprio conniventi con i perpe-
tratori del crimine. Solo da alcuni anni, in particolare dopo la na-
scita del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta
Javier Sicilia nel 2011, le vittime del conflitto interno messicano,
della militarizzazione della sicurezza e della cosiddetta “guerra alle
droghe”, che in realtà è una guerra alla società stessa, sono riuscite
faticosamente a ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico, a ren-
dere visibile la tragedia nazionale della violenza e a organizzarsi
efficacemente per smorzare dolori e solitudini, incontrarsi, fare
comunità e lottare insieme per la verità. Grazie ai loro sforzi è stata
approvata una “Legge delle Vittime”1 che, all’atto pratico, non ha

1 In spagnolo Ley General de Víctimas. È la norma approvata nel 2013 come


risultato di una grande mobilitazione sociale contro la narcoguerra e la violenza,
iniziata nell’aprile di due anni prima, e di un parallelo processo legislativo du-
rante i mandati presidenziali di Felipe Calderón, fino al novembre 2012, e di
Enrique Peña Nieto, nei due mesi successivi. La Legge, sulla carta, prevede
l’identificazione delle tipologie di vittime e i loro diritti, la creazione di istituzioni

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funzionato per mancanza di fondi, coordinamento e volontà
politica per cui è ancora in corso una battaglia per riformarla e
renderla operativa. Le istituzioni che ha creato sono solo
l’immagine sbiadita di quello che prevede il suo testo e che la
società civile esige. Un’altra legge importantissima, quella sulle
sparizioni forzate, è ancora in discussione e gli sforzi della società
civile organizzata si concentrano dunque su quest’iniziativa.
Ciononostante anch’essa rischia di venire sterilizzata da veti e
postille che, insieme alle croniche limitazioni del budget, puntano a
limitare le responsabilità degli apparati dello Stato nelle
desapariciones.
[Tramonto domenicale semidesertico. Mi trovo nel zocalo, la piazza
centrale, della città di León, nello stato del Guanajuato e osservo i cartelli e i
poster disposti per terra da uno sparuto gruppo di attivisti. Una madre tiene
per mano la sua bambina, che avrà dieci anni, e s’avvicina all’immagine in
primo piano di Jhosivani Guerrero de la Cruz, studente desaparecido di
Ayotzinapa. Suggestionata, forse spaventata, dalla sequenza grafica dei
ragazzi davanti ai suoi occhi, la bimba chiede a sua madre: “Mamma, ma
perché lì dice che sono desaparecidos, cos’hanno fatto?”. “Li han fatti sparire
perché facevano i rivoluzionari”, è stata la risposta. Secca, cinica, magari
preoccupata di non saper spiegare una realtà terribile alla sua figlioletta, o
semplicemente male informata e pregiudiziosa, la signora con le sue parole è
uno spaccato della società, almeno di quei settori disinformati e negazionisti che
ne formano il nocciolo duro, specialmente fuori dai grandi centri urbani. Sono
tantissime le persone che ancora oggi, per esempio, negano o minimizzano la
realtà delle sparizioni forzate, non riconoscono il ruolo della forza pubblica in
questi crimini, ignorano le cifre ufficiali e sono convinte che a loro non potrà
mai succedere una cosa del genere e che le vittime siano sempre legate al mondo
del crimine. “Se sono desaparecidos, avranno qualcosa a che fare coi narcos, se
non ti metti nei guai, qui non ti capita niente”, sostengono…].
La sparizione forzata di persone in Messico, come in molti altri

specifiche di supervisione, vigilanza e implementazione dei programmi in favore


delle vittime della violenza, fonda l’anagrafe nazionale delle vittime e prevede un
fondo di aiuto e riparazione del danno.

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Paesi dell’America Latina, è una pratica che risale per lo meno agli
anni sessanta e settanta del secolo scorso. La guerra sucia, o guerra
sporca, condotta da alcuni apparati dello Stato, specialmente dalle
forze armate, si rivolgeva contro i militanti dei movimenti popolari
e d’insurrezione armata, oltreché contro la popolazione comune,
che rivendicavano una maggiore giustizia sociale e una democra-
tizzazione del sistema. Così l’assassinio politico, la desaparición, la
tortura, il genocidio e l’annichilamento delle comunità hanno con-
figurato una strategia repressiva ben definita.
Guerrero, stato dalle profonde radici contadine e indigene e
dalle enormi disuguaglianze sociali, ha prodotto numerosi movi-
menti guerriglieri e nelle sue montagne ci sono le forze armate che
storicamente hanno gestito la controinsurrezione. Il maestro rurale
Lucio Cabañas, fondatore del gruppo armato Partido de los Pobres
(Partito dei Poveri), venne ucciso nel 1974 in uno scontro coi mili-
tari e divenne una figura d’ispirazione per le lotte contadine e so-
ciali. Aveva studiato proprio nella scuola di Ayotzinapa. Tanti suoi
compagni non morirono sul campo di battaglia, ma furono seque-
strati e non si seppe più nulla di loro. Sono tuttora desaparecidos.
La sparizione forzata non significa la morte, ma nemmeno la
vita. Significa sospensione, un limbo della memoria e della dispera-
zione, dell’oblio e della ricerca. Vuol dire paura, strategia del terro-
re, distruzione del tessuto sociale. E questo male assoluto non può
far altro che servire agli interessi di un meccanismo perverso e
complesso, a volte criptico e altre chiaro, ma comunque potente,
cinico ed efficace.
Il potere dell’oppressione e dell’economia depredatrice, la ripro-
duzione dello status quo, la spoliazione dei territori e delle culture,
il monopolio politico dell’élite e l’ideologia della guerra, sia essa
“fredda” o “calda”, “guerreggiata” o di “bassa intensità”, ne oliano
gli ingranaggi.
Dopo la caduta del muro di Berlino, con la presunta e decla-
mata fine delle ideologie e della storia, la guerra sporca s’è ricon-
vertita e modernizzata nel contesto della globalizzazione e di un

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conflitto interno messicano sempre più complesso e sanguinario.
La narcoguerra o guerra alle droghe e al narcotraffico ha sostituito la
lotta contro il “pericolo rosso” e rappresenta un asse di legitti-
mazione per politiche pubbliche, retoriche governative e campagne
elettorali dal trasfondo bellicista. Ma i risultati, al di là dei falsi
successi millantati di volta in volta dal presidente di turno, sono
sempre gli stessi: carriere armamentiste, violenza, corruzione, cre-
scita e sofisticazione del business degli stupefacenti e di altre atti-
vità criminali “collaterali”, impunità e controllo autoritario delle
domande sociali. Nel frattempo le droghe e i narcocapitali inon-
dano i mercati dei Paesi consumatori mentre le decine di migliaia di
morti e le briciole della catena del valore del narcotraffico restano a
Sud. Nel solo Messico le vittime della narcoguerra sono oltre
150.000 in un decennio e qualunque tipo di droga, naturale o sin-
tetica, costa meno di prima.
Col tempo il fenomeno della desaparición ha assunto proporzioni
catastrofiche. Negli ultimi dieci anni il numero dei desaparecidos nel
Paese ha superato quota ventottomila e oggi la desaparición forzada
risponde a una molteplicità di fattori, al di là di quelli tradizionali di
tipo politico. Le persone sono sequestrate e “fatte sparire” anche
solo perché si trovano nel posto e nel momento sbagliato oppure
perché difendono la loro terra e organizzano la popolazione. O
perché transitano in una zona che è in mano alla criminalità orga-
nizzata e la polizia collabora o è al soldo di questa. Ci sono ipotesi
che provano a inquadrare la sparizione forzata come strategia di
spopolamento delle regioni ad alta densità di risorse naturali o
sostengono l’esistenza di un reclutamento coatto di manovalanza
criminale da parte dei cartelli della droga che, per esempio, hanno
bisogno di figure specializzate come i tecnici informatici e delle
telecomunicazioni.
Ad ogni modo in tutti questi casi si parla di desaparecidos in quan-
to c’è una partecipazione diretta o un’omissione di azioni pre-
ventive e di tutela da parte dello Stato che diventa quindi artefice o
complice di questo crimine ignobile. Il tasso d’impunità dei delitti

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in Messico s’aggira intorno al 97% e la corruzione è endemica a
tutti i livelli. La narco-politica caratterizza e definisce l’incipiente
democrazia messicana nel secolo XXI. In questo contesto è triste
ma realista affermare che l’escalation della violenza e delle spari-
zioni forzate avviene semplicemente perché è possibile che av-
venga. Cioè la possibilità di delinquere e, semplicemente, farla fran-
ca perché mai si verrà catturati o condannati, o perché in ogni caso
è possibile corrompere le autorità, rappresenta la norma, anche in
caso di reati gravissimi. La protezione garantita da alcuni funzio-
nari pubblici a certe organizzazioni criminali o il loro diretto coin-
volgimento nei business illeciti è la cartina al tornasole di questo
patto d’impunità.
Oggi, come quarant’anni fa, Guerrero, in particolar modo la
zona della tierra caliente, che è il cuore delle coltivazioni illegali, sof-
fre un’endemica crisi umanitaria ed economica. La sua città prin-
cipale, Acapulco, è stata negli ultimi anni la capitale mondiale del-
l’omicidio, con tassi di violenza altissimi. Si tratta di uno degli stati
più poveri del Messico, sempre agli ultimi posti delle classifiche
relative agli indici di povertà, disuguaglianza socioeconomica e svi-
luppo umano. In questo contesto le mattanze, i crimini e perse-
cuzioni della notte di Iguala possono ripetersi con logiche e ri-
sultati simili, come in effetti è successo, e non solo nel Guerrero.
A Iguala, pochi giorni dopo il 26 settembre 2014, è nato il Co-
mitato di Ricerca de Gli Altri Desaparecidos (Los Otros Desaparecidos),
attivo ancora oggi. A partire proprio dalle ricerche degli studenti
desaparecidos nelle colline tutt’intorno alla città, s’è creato un
movimento di familiari che dapprima ha cominciato a riunirsi, poi
ad aiutare concretamente la UPOEG (Unione dei Popoli Organiz-
zati dello Stato del Guerrero), che aveva organizzato delle squadre
per trovare i giovani ancora in vita, e infine a formare le proprie
brigate per disseppellire le centinaia di corpi e di resti rinvenuti
mano a mano nei dintorni. Non si trattava più esclusivamente di
cercare i 43, dato che il problema era molto più grave: l’intera zona
era disseminata di fosse clandestine e ossa umane. I 43 non sono

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stati ancora stati ritrovati, e nemmeno i loro resti, salvo quelli di
uno di loro, Alexander Mora Venancio, identificato con l’esame del
DNA. Ma grazie al rischioso ed estenuante lavoro dei Los Otros
Desaparecidos tante famiglie di Iguala hanno ottenuto risposte circa
il destino dei loro cari scomparsi. Risposte che in tanti anni nes-
suno, né gli inquirenti né le istituzioni, aveva voluto o potuto dare.
Perché offrire spiegazioni sul caso di un desaparecido potrebbe si-
gnificare la assunzione di responsabilità enormi, per cui lo Stato
dovrebbe ammettere d’essere coinvolto, d’essere parte in causa, e
processare se stesso in qualche modo. In altri casi, invece, la pro-
curazione di giustizia e le polizie, le agenzie per le indagini e i
pubblici ministeri sono inerti, disfunzionali o privi di risorse e
tecnologie.
Avere un caso di desaparición in famiglia implica portare una
croce, sopportare uno stigma sociale, affrontare l’isolamento e ad-
dirittura minacce, insomma vuol dire essere vittima due, tre, quat-
tro volte. La scelta alternativa, altrettanto amara, è far finta di di-
menticare, smettere di cercare, rassegnarsi e provare a condurre di
nuovo una vita “normale”. Il progetto collettivo e itinerante Orme
della Memoria (Huellas de la Memoria), ideato dall’attivista e scultore
Alfredo López Casanova, punta esattamente al contrario: registrare
i passi dei familiari dei desaparecidos che hanno camminato per anni
di comunità in comunità attraverso una stampa delle suole delle
loro scarpe, che hanno incise frasi in rilievo dedicate ai cari scom-
parsi. La stampa su carta dei dati dei desaparecidos e delle espressioni
d’affetto dei loro familiari viene realizzata con inchiostro color
verde-speranza. Ma alcune incisioni sono di colore rosso, quando i
resti della persona scomparsa sono stati rinvenuti e identificati, o
nero, quando chi la stava cercando muore durante le ricerche o per
malattie contratte durante anni di dolore e spostamenti.
Ciclicamente le cronache dei quotidiani europei riportano i no-
mi di villaggi e comunità messicane, spesso difficili da pronunciare
o anche solo da memorizzare, dove sono avvenute terribili stragi,
esecuzioni extragiudiziarie, violazioni di massa ai diritti umani,

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sparatorie, repressioni della protesta sociale, abusi delle forze di
polizia e dei militari, oppure regolamenti di conti, occupazioni,
spoliazioni e sequestri da parte della criminalità organizzata.
Ayotzinapa, Tlatlaya, Apatzingán, Acteal, Aguas Blancas, Tetel-
cingo, Temixco, Iguala, Tepalcatepec, San Fernando, Pasta de Con-
chos, Atenco, Oaxaca, San Juan Copala, La Realidad, Topo Chico,
Pajaritos, Wirikuta: sono solo alcune località tristemente note in
terra azteca, probabilmente meno in Italia. I luoghi si dimenticano
e sono pochi i media che dedicano uno spazio alla riflessione su un
problema grave e strutturale: la provenienza delle armi in possesso
dell’esercito e delle narcomafie in Messico. Queste arrivano in gran
parte dagli Stati Uniti e dall’Europa, cioè dalle regioni che più rice-
vono e riciclano i narco-capitali e che più consumano le droghe
prodotte, o in transito, nei Paesi latinoamericani. Grazie agli esbor-
si dell’erario pubblico messicano e al contrabbando gli stati più
conflittuali e socialmente diseguali, come Guerrero e Chiapas, so-
no invasi da armi di alto calibro che servono a uccidere e a far
sparire migliaia persone, senza tregua e calcolatamente, come nel
caso dei 43 studenti. I fucili tedeschi G36 della Heckler & Koch,
azienda leader mondiale nella produzione di armi da fuoco, sono
passati facilmente dalle mani delle polizie del Guerrero a quelle dei
cartelli della droga locali, malgrado esista un divieto legale di espor-
tare armamenti negli stati in cui si violano i diritti umani. Anche
per questo, sebbene siano concentrate nel Sud del mondo, le mat-
tanze, come quella di Iguala, e le vittime dell’ipocrita narcoguerra,
iniziata dall’ex presidente americano Richard Nixon e portata
avanti dai vassalli di Washington in America Latina, come il co-
lombiano Álvaro Uribe e i messicani Felipe Calderón e Enrique
Peña Nieto, ci riguardano da vicino, direttamente, senza scuse. La
società tedesca, e anche una parte del mondo politico, ha mostrato
il suo sdegno per la situazione e ha dato alcuni segnali, per lo meno
a livello diplomatico, economico e nelle piazze. Peña Nieto viene
dichiarato persona non grata da collettivi e importanti associazioni,
ma non dai governi e dall’Unione Europea, che indugia, ammaliata

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dalle promesse dell’apertura del settore energetico messicano. E il
presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, dal canto suo,
ostenta vergognosamente una reverenza e una spregiudicata vici-
nanza con “l’amico Enrique” ad ogni incontro ufficiale, senza mai
menzionare la grave crisi ed il conflitto in corso in Messico.
A livello mondiale le iniziative, dentro e fuori dalle Giornate
Globali per Ayotzinapa realizzate nel 2014 e 2015, sono state tante
che è impossibile ricordarle tutte. Il libro 43 poeti per Ayotzinapa.
Voci per il Messico e i suoi desaparecidos, nell’ottima traduzione in
italiano di Lucia Cupertino, ha accompagnato in Messico, e di certo
lo farà in Italia, l’ondata di protesta, rabbia, soli-darietà e unione
che ha coinvolto migliaia di militanti, specialmente negli ultimi due
anni, dopo Ayotzinapa. È grazie ai progetti cul-turali, ai romanzi,
alle cronache, ai documentari, ai flash mob, ai dipinti, alla street art,
alle opere teatrali e, senza dubbio, è grazie a queste poesie,
composte da poeti messicani, spagnoli e sudame-ricani, che i
riflettori non verranno spenti e che possiamo dire “Ayotzinapa
somos todos”. Ayotzinapa siamo tutti affinché la me-moria sia
collettiva e così sopravviva, si rinnovi e fruttifichi.

FABRIZIO LORUSSO

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INDICE

¡Ayotzinapa somos todos! 7


di Fabrizio Lorusso

PIUME BIANCHE SU GIOVANI VITE 21


Ana María Manceda

ASCOLTA, IRATXE 23
Ángel Padilla

NEL PAESE DEGLI ADESSO 25


Antonio Orihuela

TRA UOMINI (43 studenti desaparecidos a Iguala, 29


Messico) Antonio Praena

IL DOVERE È CIÒ CHE LA VERITÀ FONDA: 33


UNA POSSIBILITÀ (Viva e radicale avvertenza che
traccia da una parte un’equazione tra destino e tragedia
e dall’altra tra politica e storia)
Armando Alanís Pulido

LINGUA CHE NULLA DICE 35


Arturo Loera
MESE XUUL (DAL 24 OTTOBRE AL 12 39
NOVEMBRE)
Briceida Cuevas Cob

MARTIRI DEL PROGRESSO 45


David Fernández Rivera

IL PRESTIGIATORE 49
David González

AYOTZINAPA 51
David Huerta

INNALZA L’OBLIO 57
Eduviges Villegas Pastrana

#43. 59
Enrique Falcón

L’ANOFELE VIENE UN’ALTRA VOLTA VERSO 61


DI TE
Héctor Iván González

L’UNICA CERTEZZA 69
Inma Pelegrín

CANDIDA / SI CERCANO FIORI 73


Irma Pineda Santiago

Isabel Romera 79

E NOI? 83
Javier Castellanos
LA COLONNA POETICA 88
Jesús Lizano

IL BAMBINO MAESTRO / NON VOGLIONO 92


CHE SCENDIAMO IN STRADA
Jorge Miguel Cocom Pech

IL CUORE AFFAMATO 98
Jorge Riechmann

43 104
Juan Antonio Correa

AYOTZINAPA 106
Juan Campoy

LA CANZONE DEI DESAPARECIDOS 110


Katy Parra

XIII 114
Lauri García Dueñas

DIALOGO DI CANTO 118


Lorenzo Hernández Ocampo

PROESIA DI STATO 121


Marc Delcan

María José Valenzuela 134

Mario Islasáinz 136

GENTE DI STATO 140


Martín Rodríguez Arellano
QUARANTATRÈ 142
Martín Tonalmeyotl

CONIUGAZIONE DEL 43 145


Miguel Santos

RANCORE PER JUAN 151


Miguel Tonhatiu

HANNO RUBATO IL MIO NOME 155


Natalio Hernández

MENTRE VA AVANTI IL RONZIO 159


DELL’HUITZITZILIN
Nieves Álvarez

Patricia Olascoaga 163

CREDO DI GESSO 165


Pedro Casamayor

VEDUTE DI UN PAESAGGIO 169


Rocío Cerón

Roxana Elvridge-Thomas 173

PONZIO PILATO SI LAVA LE MANI 177


Salustiano Masó

LUIS ÀNGEL 183


Sixto Cabrera González

QUARANTATRÈ SILENZI 186


Toño Jerez
DOVE DORME IL DOLORE DEL MONDO 190
Vega Cerezo

EMBLEMA VUOTO (A partire da un’illustrazione di 194


Demián Flores)
Víctor Argüelles

I 43 sono figli di tutto il Messico e i poeti lo sanno 201


di Francesca Gargallo
INCROCI

1. Maria Rossi (a cura di), Parole di frontiera


2. Loretta Emiri, A passo di tartaruga
3. Lucia Cupertino (a cura di), 43 poeti per Ayotzinapa
stampa
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