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Vegetarianesimo e ricerca

spirituale
di Giuseppe Gorlani
pubblicato in forma ridotta nel n. 26 di
«Ellin Selae - Raccolta illustrata di pensieri, tracce, armonie e
disarmonie umane», Murazzano (CN)
ora in G. Gorlani, Il Segno del Cigno. Sulle tracce dell'ineffabile, Rimini,
Il Cerchio, 1999, pp. 15-22.

Nei tempi passati il vegetarianesimo veniva


praticato esclusivamente dagli asceti, da certi
monaci e studiosi o prescritto come terapia. Oggi,
tuttavia, la situazione sociale è cambiata: il polo
da cui si dipana e intorno a cui si raccoglie il
vivere è il dio Denaro, non il Sacro, e l'uomo che
non abbia perso l'aspirazione al Vero --laico o
religioso che sia-- è chiamato ad un maggior
impegno.

Il vegetarianesimo va dunque rivisto: esso non


è solo da considerarsi alla stregua di un valido
strumento di purificazione, ma anche come una
possibile testimonianza di umile comunione con la
vita e di emacipazione dal plagio del "Signore
degli Inganni".

Persino Shri Ramana Maharshi, il grande


saggio dell'India moderna, riconosciuto
dall'Hinduismo tradizionale e notoriamente poco
incline ai facili sentimentalismi, scrisse in Chi
sono io?, una delle sue rare opere: «Di tutte le
regole restrittive quella che concerne
l'assunzione di cibo sattvico [equilibrato n.d.r.] in
quantità moderate è la migliore. Osservando
questa norma si aumenta la qualità sattvica della
mente, e ciò è di aiuto nella ricerca del Sé» . 1

Il cibo sattvico (cereali, verdure, frutta, latte) è


il cibo che, nutrendo senza eccitare, favorisce lo
spontaneo manifestarsi dell'Intelligenza del
Cuore ; il cibo rajasico alimenta le passioni e
2

l'attività; il cibo tamasico nutre l'inerzia,


l'indifferenza, la crudeltà . 3

Rispetto al cibo vi sono due prospettive


fondamentali: una tecnica --ed è quella a cui si
riferisce Shri Ramana nel passo sopracitato--,
l'altra etica e morale, che non può e non deve
essere trascurata . 4

In questi momenti di particolare confusione e


disordine, ci si chiede come mai in alcuni uomini
sorga spontaneo il rifiuto di aberrazioni quali la
miseria del Terzo Mondo, la vivisezione,
l'ecatombe industrializzata di milioni di animali, il
commercio di organi umani che si trincera dietro
alibi di ipocrita umanitarismo , la fecondazione in
5

vitro, l'aborto generalizzato, la clonazione, ecc., e


come mai, invece, per molti altri tutto ciò sia
normale o, tutt'al più, espressione d'un male
trascurabile e necessario. A tal proposito, per
esemplificare l'atteggiamento che l'ipocrisia
assume nei confronti del male, non si può non
ricordare la teoria del «Destino Manifesto» che i
politici di Washington, nel secolo scorso,
inventarono per giustificare il genocidio dei
popoli Pellerossa. Essi, sentendosi portatori di
una civiltà numericamente e pragmaticamente
superiore, ritenevano che gli Europei e i loro
discendenti fossero «chiamati dal destino a
governare tutta l'America» . 6

C'è un nesso, sembra, tra il cibarsi di carne


prodotta innaturalmente, satura di dolore, la
miopia di chi considera la caccia moderna uno
sport nobile ed "ecologico", il fruire della svariata
gamma di beni superflui e spesso nocivi che la
società "progredita" offre, e la violenza e
l'irriflessiva mancanza di saggezza che conducono
all'ingiustizia, allo sfruttamento dell'uomo
sull'uomo e infine alla guerra: ultimo stadio di un
male che inizia nella disarmonia dei piccoli gesti
quotidiani.

D'altra parte, se "intelligenza" significa, come


l'etimo suggerisce, «capacità di cogliere i nessi
esistenti tra i vari momenti dell'esistenza»
(Vocabolario etimologico Zanichelli), se ne deduce
che l'uomo è tanto più intelligente quanto più
comprende che ogni aspetto della Manifestazione
è in relazione con la totalità, per il tramite
dell'etere, il quinto elemento. Ciò non equivale a
credere che la Manifestazione sia in un rapporto
di interdipendenza con Shunyata o Immanifesto, il
quale comprende e vivifica i tre mondi (fisico-
grossolano, sottile, causale), pur restando
incondizionato. Tale "intelligenza", dunque, non
elimina la gerarchia, ma ne restaura il vero
significato di linguaggio relativo basato sulle
differenti capacità degli enti di riflettere
l'Assoluto.

Shunyata è un termine buddhista che può, se


7

non spiegato, dar adito a fraintendimenti; esso si


riferisce all'Assoluto in quanto vacuità di tutto ciò
che ha nome, forma e limite dal punto di vista
della Bodhi, la Conoscenza pura. Personalmente,
in linea con la Tradizione hindu, ritengo più
corretto sostituirlo con termini quali:
Parabrahman, Assoluto ineffabile, Purna, la
Pienezza, Paramatman, il supremo Sé, ecc. . 8

Un buon esempio di intelligenza ci viene dal


grande poeta e drammaturgo William
Shakespeare che mise in relazione l'incapacità
di apprezzare la musica col ladrocinio e
l'omicidio. E come non citare il celebre pensiero
di Confucio: «Se c'è pace nel cuore, c'è pace
nella famiglia, nel villaggio, nella nazione, nel
mondo»?
Nella tradizione Sikh v'è un episodio che
illustra in modo significativo come l'occhio
dell'Intelligenza del Cuore sappia vedere
connessioni e implicazioni precluse all'occhio
profano, tutto volto all'utile e al sensibile. Si narra
che Baba Nanak --il Sat Guru fondatore della
fede Sikh--, giunto all'antica città di Saidabad,
preferì l'umile accoglienza del falegname Bhai
Lalu all'ospitalità sfarzosa del governatore Malik
Bhago; questi, dopo aver inoltrato reiterati inviti,
spazientito ed offeso, decise di andare di persona
ad invitare il Saggio e ad interrogarlo circa il suo
irrazionale comportamento. Ma, nonostante ciò,
Baba Nanak rimase fermo nel suo rifiuto e,
affinché se ne comprendesse il motivo, chiese che
gli venisse contemporaneamente portato un po' di
cibo del governatore e del suo amico falegname.
Con una mano prese la carne di Malik Bhago e
con l'altra un pezzo di pane di Bhai Lalu, poi
strinse: dalla prima scese sangue, dalla seconda
latte. Con voce soave, il Sat Guru disse: «Ora
sapete perché non potevo mangiare il cibo del
governatore: in esso c'è il sangue dei poveri e lo
sprezzo per la creazione, mentre è dal lavoro
umile e onesto di chi ama la vita e il Creatore,
che sgorga il nutriente latte della devozione» . 9

Dovremmo tutti chiederci, di fronte al nostro


cibo quotidiano, quale liquido ne spremerebbero
le sante mani di Guru Baba Nanak: sangue o
latte?

Essere vegetariano oggi è quindi anche un


modo per prendere consapevolezza delle comuni
radici e dell'unico tronco dei vari rami, foglie e
frutti dell'Albero della Vita; il che implica che noi
non potremo mai essere in pace se non
includeremo in ogni nostro gesto o pensiero le
diverse decine di migliaia (o forse milioni) di
bambini, uomini e donne che ogni giorno, nel
mondo, muoiono di fame, di aborto, di sevizie o
per torture, incidenti stradali (sacrifici al dio
Macchina), inquinamento, etc. L'uomo delle
ricche città d'Europa e degli Stati Uniti dovrebbe
sapere che per produrre la carne di cui egli si
ciba vengono disboscati migliaia di ettari di
foreste (fonti preziose di sostentamento per gli
indigeni e di ossigeno per l'atmosfera) da adibire
a culture foraggifere. Chi indossa una costosa
pelliccia dovrebbe informarsi su quali atroci
sofferenze debbono subire gli animali affinché
egli possa soddisfare le proprie egoistiche e
superflue esigenze di benessere . I beneficiari di
10

trapianti è necessario che sappiano come un


organo vitale, per essere utilizzabile, debba
essere strappato ad un uomo "vivo", il quale viene
dunque torturato ed ucciso proprio nel momento
in cui andrebbe maggiormente rispettato.
Occorre infine rammentare che in soli due casi
all'uomo è consentito uccidere: per legittima
difesa o necessità di sopravvivenza e per
assolvere al proprio dharma, come nel caso dello
kshatriya Arjuna nella Bhagavad-gita . La carne 11

di oggi non è la stessa di cui si cibava,


considerandola sacra, l'Indiano d'America, per il
quale la caccia era un'attività sacrificale e
necessaria, e nemmeno può essere considerata la
stessa di cui si cibavano parcamente le nostre
popolazioni contadine di cinquant'anni fa; essa è,
per lo più, il cibo del piacere e dell'incoscienza di
un Occidente spiritualmente decaduto, ricco e
indifferente, che si finge cieco di fronte all'orrore
dell'evidenza di un'abbondanza fondata sulla
miseria di due terzi del mondo.

Purtroppo una deviata tradizione


antropocentrica --contrapposta all'autentica
Tradizione teocentrica-- ci ha abituati a
fraintendere il nostro retaggio di custodi della
vita, e così, invece di soccorrere i più deboli e di
favorire la giustizia, abbiamo finito col
trasformarci in despoti. Di certo assai più saggio
è l'atteggiamento di chi, dal punto di vista relativo
dell'individualità, si considera una molecola in un
organismo, o una creatura attenta a rispettare le
leggi del Creatore, e dal punto di vista esoterico,
dell'Essenza, sa di non essere estraneo
all'Assoluto . 12
D'altra parte bisogna considerare che,
paradossalmente, chi si proclama non violento è
spesso, in buona o cattiva fede, più violento di chi
lo è manifestamente. C'è infatti un fanatismo del
vegetarianesimo che può essere tanto deleterio
quanto il fanatismo di chi antepone la
consuetudine e il piacere di mangiare carne a
qualsiasi considerazione . E c'è una retorica del
13

bene che è forse peggiore del male dichiarato.

È inoltre del tutto inaccettabile il


sentimentalismo irrazionale di molti vegetariani
che assolutizzano la non-violenza perché,
essendosi esclusivamente identificati con gli
involucri corporeo e psichico, temono di morire.
Essi confondono la violenza con l'uso legittimo
della forza, e dimenticano che basta andare nel
proprio orto a vangare per sterminare migliaia di
esseri viventi. Vita e morte sono dunque due facce
della stessa medaglia (la Manifestazione o
Creazione) che non sta nelle nostre mani; ma
riguardo all'uccidere bisogna attenersi
all'indispensabile . 14

Oggi persino i cibi più semplici --integrali,


biologici e vegetariani-- sono divenuti oggetto di
speculazione economica e trasformati in moda.
Spesso tale speculazione si cela dietro le parole
altisonanti e vuote del "missionario" naturista che
predica come supremo valore il raggiungimento
di un fragile ed egoistico pseudo-benessere.

Chi vuole convincere e ottenere, direbbe un


taoista, non convince e non ottiene; e chi, in nome
dello "Spirito", antepone il guscio
all'Onnipervadente, assomiglia al cieco che
pretende di poter guidare i vedenti. Se ne deduce
che il modo migliore di beneficiare se stessi e gli
altri con la pratica del vegetarianesimo sia,
innanzitutto, quello di viverlo senza astio e senza
aspettative nei confronti di chicchessia, come
un'espressione spontanea della propria intrinseca
sensibilità, o come un utile supporto all'ascesi.

Dovremmo sempre ricordare che amare la


Fonte implica amare e comprendere tutto ciò che
da questa scaturisce.
Ecco un altro paradosso: amare il "nemico",
rispettare ed accettare il diverso da sé, pur senza
perdere le proprie caratteristiche distintive.
Questa rispettosa accettazione della diversità è
ben lontana dai concetti profani di unità,
uguaglianza, democrazia, o da utopie quali
governo e ordine mondiali, stati uniti del mondo,
ecc. Quelli e queste fanno leva su emozioni che
non reggono ad un approfondito esame
dell'intelligenza.

L'Amore «che move il sole e l'altre stelle» non


è, come superficialmente si è portati a credere,
un'emozione o un mero sentimento umano (in tal
caso sarebbe cosa effimera, incompleta e di poco
conto), ma il raggio di Luce che unisce il cuore
dell'ente all'incorruttibile Cuore del Sole: il
Centro, l'axis mundi, senza la memoria del quale
tutto è destinato a perire. Se ci lasceremo guidare
dall'Amore, non potremo mai deviare dal retto
cammino e la pace (shanti) regnerà in noi. Saper
riconoscere la Sua Voce è l'impegno di tutta una
vita.

Note
1- Chi sono io? - Nan Yar?, Bhagavan Shri Ramana
Maharshi, a c. dello scrivente, Rimini, Il Cerchio,
1995. torna al testo ^

2- Cuore viene qui scritto con la maiuscola poiché non


ci si riferisce all'organo fisiologico, ma, in accordo con
la Tradizione sapienziale universale, al Centro
dell'Ente, la sede dell'Io ontologico, il Divino. In questo
Centro (anahata-cakra) risuona la Voce del Supremo
(Shabda-Brahman) ed è quindi esatto parlare di
Intelligenza del Cuore. Esso viene raffigurato
graficamente da un esagramma (Sigillo di Salomone),
poiché qui si incontrano e si fondono il Brahman e
l'Atman, Shiva e Shakti. torna al testo ^

3- Sattva, rajas e tamas sono i tre guna, ovverosia le tre


qualità fondamentali per mezzo delle quali, secondo il
darshana Vedanta (utilizzante la cosmogonia Samkhya),
si manifesta l'Uno, il Principio Primo (Ishvara, Brahman
saguna, il Dio con attributi). I tre guna corrispondono
anche ai tre mondi, corpi o stati dell'Essere: causale
(prajna), sottile (taijasa), grossolano (vishva). Per
riassumere: nutrendosi con cibi sattvici, si favorisce il
passaggio della coscienza dal manas grossolano a
quello sottile, sino al risveglio della stessa nel corpo
causale, dove, essendosi tutte le facoltà umane raccolte
in un silenzio adorante, si può più facilmente essere
toccati dalla Grazia del Trascendente. È ovvio che il
cibo ed altre pratiche ascetiche non possono
condizionare in modo assoluto l'intervento della Grazia
(da alcune scuole shivaite detta «discesa di Potenza»),
né, per dirla in altro modo, condurre di per sé alla
Realizzazione; e tuttavia esse appartengono a quel
sacrum-facere, o a quel "bussare" evangelico che dà
valore alla vita dell'uomo. torna al testo ^

4- «Per essere vegetariani bisogna credere anzitutto in


certi valori etici e metafisici, piuttosto estranei a questa
cultura, e adeguarvi una disciplina igienica, uno stile
personale di vita. [...] Il vegetarianesimo familiare è
un'incrinatura sensibile dell'uniformità sociale, una
piccola porta chiusa al male, in questa universale
condanna a essere tutti uguali a servirlo» (da Giovanni
Marinangeli, Guido Ceronetti il veggente di Cetona,
Isola del Piano 1997, Fondazione Alce Nero, p.
147). torna al testo ^

5- Non sarà superfluo sottolineare che gli organi vitali


per essere utilizzati debbono essere espiantati ad
uomini vivi, cioè ad uomini in cui il cuore batta e il
sangue circoli. Con l'intento di superare questo
"cavillo", certe lobby medico-politiche premono perché
venga approvata una definizione di morte ad usum
delphini, come se la morte fosse un concetto da definire
e non una realtà. Riguardo alla cosidetta "morte
cerebrale" irreversibile, il Dr. David W. Evans,
scienziato di chiara fama, in un testo presentato al
Comitato ristretto della Commissione Affari Sociali del
Parlamento italiano, sostiene: «[...] non esistono prove
o serie di prove che possano stabilire con il necessario
grado di certezza che il cervello sia veramente morto in
un qualsiasi momento prima della cessazione definitiva
della circolazione corporea [...]. Il concetto che la
morte del cervello si possa stabilire prima dell'arresto
cardiaco definitivo non ha validità scientifica».
Nonostante il parere contrario di emenineti scienziati,
due «Testi unificati», detti del «silenzio-assenso» e della
«privatizzazione e import-export» stanno per essere
sottoposti al voto del Senato. Se verranno approvati,
l'inesistente "morte cerebrale" assumerà veste "legale"
e chiunque non dissentirà anticipatamente diverrà un
potenziale donatore, che lo voglia o meno. Gli uomini-
fantasmi del Kali-yuga avranno così fatto un ulteriore
passo in avanti verso la barbarie totale. torna al testo ^

6- Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee,


pp. 22-23, Oscar Mondadori 1985. La storia recente
rigurgita di violenze e genocidi; nell'acefala opinione
pubblica (che secondo molti autori è pilotata da
un'oligarchia occulta) alcuni, però, sono orripilanti
--quello nazista--, altri meno: quello stalinista, quello
cinese in Tibet, quello americano perpetrato sui popoli
nativi, quello russo in Afghanistan, per non nominarne
che pochi. Cfr. Yves Ternon, Lo Stato criminale. I
genocidi del XX secolo, Corbaccio 1997. torna al testo ^

7- Scrive Guenther, cit. in La Tradizione Tantrica di


A.Bharati, Ubaldini ed., Roma 1977: «Di solito, shunya
si traduce 'vacuità, vuoto'. Ma molte ragioni si
oppongono a questa traduzione. 'Vuoto' ha, per noi, un
sapore concettuale di cavità, qualcosa di
prevalentemente negativo. Ma shunya significa
esattamente il contrario, lo si potrebbe soltanto
descrivere come né suscettibile di ulteriore empimento
né suscettibile di diminuzione [...]. È dunque un
plenum». torna al testo ^

8- Si può ipotizzare che non vi fossero vere e proprie


differenze tra l'insegnamento del Buddha e il pensiero
delle Upanishad, ma sfumature prospettiche
sull'Assoluto. Nel primo il Trascendente è Shunya, il
Vuoto in cui svanisce la transitorietà degli aggregati e
delle idee-cose; nel secondo, pur essendo ammessa la
relativa realtà della Manifestazione (Maya) e accettato
il "vuoto" come momento dialettico sulla via dell'ascesi,
l'Assoluto è concepito quale Intelligenza, Pienezza e
Bene infiniti, contemporaneamente immanenti e
trascendenti. Il Buddhismo --sia realistico che
idealistico-- sviluppatosi in seguito viene reputato
dall'Hinduismo tradizionale: «untenable from every
point of view » (Brahma Sutra II.ii.33, a c. di Swami
Gambhirananda, ed. Advaita Ashrama, Calcutta 1993);
e inoltre, avendo esso rifiutato l'ordine sociale
tradizionale, lo si considera alla stregua di una
deviazione. Ciò non impedisce che nel Buddha si sia
riconosciuta la nona incarnazione (Avatara) di Vishnu.
Indipendentemente dalla tradizione riguardante le dieci
incarnazioni di Vishnu sulla terra, anche Gesù è per gli
Hindu un Avatara : discesa del Divino svincolata dal
karma. torna al testo ^

9- L'episodio viene riportato nei volumi: Guru Baba


Nanak - il profeta della luna piena di Baba Bedi
(Cremona, La Nuova Via, 1972) e Guru Nanak e il
Sikhismo di Stefano Piano (Fossano, Esperienze, 1971).
Le variazioni da una versione all'altra sono
minime. torna al testo ^

10- Riguardo alla questione dei diritti degli animali,


desidero consigliare la lettura di Etica e diritti degli
animali di Luisella Battaglia (Bari, Laterza, 1997) e, di
Piero Fenili, una notevole recensione allo stesso volume
comparsa in «Politica romana», n. 5/1998-1999
(Quaderni dell'Associazione di Studi Tradizionali
"Senatus", Messina). torna al testo ^

11- Kshatriya è la seconda casta (varna) in ordine


d'importanza dopo quella dei Brahmana ; seguono i
Vaishya e gli Shudra. Alla seconda casta appartengono i
guerrieri, i principi e i re il cui compito consiste nel
custodire l'ordine sociale e preservare l'integrità della
Tradizione; sulla base di ciò si capisce perché Krishna
incitasse Arjuna a combattere. Il cibo dev'essere
commensurato alle attività che un uomo svolge e alle
finalità che il suo svadharma gli impone. È dunque
naturale che vi sia per ogni casta un cibo adatto; ma
anche all'interno di ogni casta --in particolare delle
prime tre-- il cibo varia a secondo dei momenti
coscienziali o stadi di vita, detti ashrama , in cui
l'individuo si trova: studente, capofamiglia, anacoreta,
rinunciante totale. torna al testo ^
12- Riguardo al punto di vista esoterico, non sarà vano
ricordare che chi lo abbia realizzato non lo potrà mai
superficialmente e indiscriminatamente divulgare. E ciò
nemmeno oggi, nonostante la tanto sbandierata
democrazia. I presunti maestri che, in questa seconda
metà di secolo, si sono prodigati e si prodigano per
rendere i Misteri metafisici accessibili a tutti,
diffondono in realtà solo confusione. torna al testo ^

13- Personalmente non condivido pienamente uno dei


motti dell'A.V.I.: «Sette milioni di vegetariani»; lo
considero espressione di una sorta di violenza: volere
che tutti siano come noi. Inoltre, trovo estremamente
contradditorio e crudele che molti vegetariani "ufficiali"
difendano a spada tratta --e ovviamente con tutte le
ragoni-- i diritti degli animali e non quelli dei bambini
che, a migliaia ogni giorno nel mondo, vengono uccisi
con l'aborto. Le forze oscure, il cui scopo principale
consiste nel defraudare l'uomo della sua precipua
facoltà di riflettere in termini spirituali, sono abilissime
nello sfruttare i buoni sentimenti che non siano
orientati e sostenuti dall'Intelletto. torna al testo ^

14- Particolarmente calzanti, al riguardo, ci sembrano


alcuni versi del poeta Juan Ramón Jiménez, tratti dalla
poesia Nocturno:

«Che facciamo ogni giorno


se non uccidere? Ogni gesto
nostro non è un'uccisione? La nostra vita
non è mettere bare
nei forellini degli istanti?
Che cimitero è il tuo, vita mia! [...]

Morire è solo chiudersi


come un fiore nella notte,
ritrovare il profumo della vita,
essere intero, non sparso,
essere solo uno per sempre»
(da I canti di Coral Gables, Parma, Guanda, 1974, pp.
83, 85). torna al testo ^

Giuseppe Gorlani