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Ernst Lohoff: Il capitale fittizio e la duplicazione della ricchezza

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By Giordano Sivini April 16, 2018

1. Il capitale e il suo doppio

Il capitalismo sopravvive precariamente alla crisi della valorizzazione basandosi su capitale fittizio
che alimenta bolle finanziarie destinate a scoppiare. Robert Kurz aveva avanzato questa tesi per
spiegare che la crescita economica degli anni ’80 e ’90 era virtuale, costruita su montagne di debiti
generati dall’anticipazione di un valore futuro che non sarebbe stato mai realizzato. Aveva
continuato ad interpretare le vicende successive su questa base, trovando conferma nella
successione ininterrotta di crisi finanziarie a livello mondiale.

Ernst Lohoff e Norbert Trenkle avevano partecipato a questa elaborazione, così come, in
precedenza, alla definizione della teoria del soggetto automatico e della crisi della sua capacità di
creare valore a causa della irreversibile prospettiva della scomparsa del lavoro. Il loro rapporto con
Kurz si era poi rotto sul piano personale e su quello teorico. Pur non allontanandosi dalla teoria del
soggetto automatico, avevano concentrato l’analisi sul capitale fittizio, convinti che la
sopravvivenza del capitalismo alla crisi della valorizzazione dovesse essere attribuita alla capacità
della sfera finanziaria “di produrre, in qualche modo, una forma peculiare di moltiplicazione del
capitale che permette di sostituire, transitoriamente, l’accumulazione di plusvalore”. La sua
drammatica crescita non poteva essere attribuita “ad una mera distribuzione e mobilitazione del
plusvalore già accumulato”.1

Questa loro ricerca ha dato luogo al volume La grande svalorizzazione,2 presentato in Germania nel
2012, anno in cui Kurz ha pubblicato il suo ultimo libro Denaro senza valore,3 facendo emergere
una divaricazione di posizioni, poi oggetto di un confronto tra due anime della Critica del valore che
dura tuttora, in assenza di Kurz deceduto quello stesso anno. Il contendere riguarda l’individualismo
metodologico come approccio di analisi, che già in passato Kurz aveva duramente contestato a
Lohoff,4 sostenendo che partendo da dati e processi empirici ci si priva della possibilità di risalire
alle cause e, soprattutto, di comprendere teoricamente il capitalismo nella sua sostanza totalizzante.

L’esposizione che segue riguarda l’analisi del capitale fittizio sviluppata da Lohoff ne La grande
svalorizzazione (Trenkle si occupa nel libro del soggetto automatico).

Marx considera capitale fittizio un prestito di denaro funzionale alla valorizzazione, che viene
restituito attingendo al plusvalore realizzato. Se la valorizzazione non ha luogo, il debito rimane
insoluto e costituisce capitale fittizio ‘in senso stretto’, destinato a svalutarsi. Questo approccio si
concentra sul circuito del capitale. Quel che avviene nel circuito finanziario è, rispetto ad esso,
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secondario, sostiene Kurz. Ad esempio, erogando crediti si creano debiti che possono sostenere una
domanda e una produzione di merci, ma, se i debiti non vengono ripianati, i crediti si addensano in
bolle finanziarie, e quando scoppiano non resta niente di quel che era stato generato sulla loro base.

Lohoff affronta invece il problema partendo dal circuito finanziario. Pone l’enfasi su un aspetto per
Kurz secondario, la ‘duplicazione’ del denaro che avviene nella creazione di capitale fittizio.
L’aveva messo in evidenza Marx, affermando che in una relazione di credito ‘la stessa somma di
denaro esiste doppiamente come capitale per due persone”. Il creditore non la consegna
materialmente, ma emette un titolo che, se da un lato attesta la sua pretesa al rimborso e alla
acquisizione di interessi a scadenze prestabilite, dall’altro consente a chi lo detiene di utilizzarlo
senza altri vincoli. Il titolo, che Marx definisce “riflesso autonomizzato del capitale-denaro reale”, è
capitale fittizio in quanto contiene la promessa di essere utilizzato per la valorizzazione e rimborsato
con parte del plusvalore realizzato.

Il capitale fittizio ha due forme basilari, i titoli di debito e le azioni.

I titoli di debito sorgono al momento in cui viene concesso un credito (prestiti a società, titoli del
Tesoro, ipoteche immobiliari, semplici libretti di risparmio) ed implicano il loro rimborso alla
scadenza oltre alla corresponsione di interessi finché restano in vita. I più importanti sono i titoli del
Tesoro che costituiscono debiti per lo Stato. Sono venduti al prezzo di emissione sul mercato
finanziario primario, con l’impegno di rimborsarli alla scadenza e, fino ad allora, a pagare interessi.
Il denaro incassato dallo Stato viene speso e non esiste più, ma continua a circolare incorporato nel
titolo, che può essere venduto sul mercato secondario. Pur non essendo legato ad una prospettiva di
valorizzazione, il titolo viene garantito dalla capacità giuridica che ha lo Stato di attingere alla
ricchezza sociale imponendo imposte e tasse o alienando beni pubblici.

Le azioni, invece, non creano indebitamento e pretese di rimborso. Sono emesse da una impresa per
finanziarsi, e vengono acquistate sul mercato finanziario primario al prezzo di emissione.
Attribuiscono al portatore diritti a ricevere dividendi – formalmente una frazione del plusvalore che
l’impresa realizza – e a volte a compartecipare a forme di gestione dell’impresa. Nonostante non sia
previsto il rimborso, nel circuito finanziario il titolo continua a rappresentare la somma versata per
acquistarlo che dà diritto a percepire i dividendi e che può far da riferimento per il movimento dei
prezzi sul mercato secondario, dove può anche essere realizzata con la sua vendita.

I titoli di debito si estinguono con il rimborso, reso possibile anche da contestuali emissioni di nuovi
titoli che rinnovano il rapporto tra creditori e debitori. Le azioni si estinguono invece con il loro
ritiro dal mercato. Tutti i titoli si svincolano dall’origine dei mercati primari e circolano nei mercati
finanziari secondari dove i prezzi si autonomizzano rispetto a quelli originari che fanno solo da
riferimento. Tutti procurano rendimenti al portatore (interessi, dividendi) e ricavi positivi o negativi
al momento della vendita. Sono liquidi se sono immediatamente cedibili contro denaro.
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Il sistema finanziario si erge sul principio della ‘duplicazione’ della quantità di denaro che un
investitore anticipa ad un soggetto reale (banca, impresa, Stato) in cambio del titolo che definisce i
suoi diritti nel rapporto contrattuale. “L’emancipazione del capitale come attivo finanziario – scrive
Paul Dembinski, un economista che si occupa di finanza – ha stimolato l’emergenza, nel magma
della realtà tangibile e non tangibile, di un numero infinito di oggetti finanziari. Questi ‘oggetti’
traggono la loro esistenza dal solo fatto che sono nel contempo matematizzabili e radicati in uno
spazio giuridicamente coerente di diritti, doveri o convenzioni. Esistono dunque in quanto derivati
dalla realtà che li contiene. Perciò, all’estremo, tutti gli elementi della realtà possono essere
introdotti nello spazio teorico e pratico della finanza”.5

Lohoff ricorda che, in quanto capitale fittizio, i titoli incorporano la promessa di disporre di nuovo
valore futuro con cui far fronte a interessi o dividendi e, ove previsto, al rimborso. Questo
incorporamento “produce una sorta di ricchezza capitalistica che non è per nulla meno reale della
variante della ricchezza capitalistica fondata sullo sfruttamento effettivo del lavoro vivo”.6 Lohoff
definisce ‘capitale’ questa ricchezza. “Si tratta certamente di capitale supplementare che è capitale
fittizio, ma la sua funzione nell’economia globale non differisce da un capitale risultante da una
valorizzazione reale”.7

Sulla attribuzione al titolo della qualità di capitale si scatena la critica a Lohoff di individualismo
metodologico. Dalla realtà empirica trarrebbe conclusioni che contraddicono l’assunto teorico
condiviso dalla Critica del valore che il capitale non può essere altro che sostanza di valore. Lohoff
si difende su due fronti: attaccando la rigidità dell’approccio di Kurz, e sostenendo che la propria
tesi è riconducibile al quadro teorico del soggetto automatico.

Kurz, secondo Lohoff, concepisce il valore come “sostanza filosofica pseudosensibile”. Un


“inquietante pensiero dialettico della totalità” lo porta a ricondurre il capitalismo “ad una base di
energia sociale globale”.8 I titoli però si diffondono proprio perché “nella sua sete di cambiare tutta
la ricchezza in ricchezza mercantile, il capitale non si accontenta del farsi merce della ricchezza
materiale sensibile, e fa un passo avanti nella sua forma di denaro per trasformarsi in merce”.9

I titoli per Lohoff sono merci di tipo particolare, ‘merci derivate’ o ‘merci di ordine 2’, essendo
‘merci di ordine 1’ quelle che concorrono alla ricchezza capitalistica globale “nella misura in cui
‘incarnano’ il valore, ossia il lavoro passato”.10

La produzione delle merci 1 si basa sullo sfruttamento della forza lavoro, la cui attività come lavoro
vivo genera plusvalore e attribuisce loro valore. La loro circolazione sul mercato dei beni e servizi
non aggiunge valore, ma, con la vendita, lo riconosce come parte della ricchezza sociale. Le merci
2, a differenza delle merci 1, sono sprovviste di ogni componente sensibile-materiale. Sorgono sul
mercato finanziario solo al momento in cui il denaro dell’investitore si scambia con il titolo che
acquisisce – scrive Lohoff – il valore d’uso di capitale. “L’esistenza di merci 2 dispensa il singolo
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capitalista finanziario dall’acquistare e sfruttare la forza lavoro dandogli una soluzione alternativa
per aumentare il proprio capitale”.11

2. Il ‘capitalismo invertito’

Se le merci di ordine 1 sono valore in quanto lavoro oggettivato e le merci di ordine 2 sono
promesse di valore, “la creazione di titoli monetari non è per nulla identico alla formazione del
valore: aumenta piuttosto la ricchezza capitalistica nella misura in cui ha lo scopo di produrre
capitale supplementare”. Nel tentativo di dare al capitale fittizio una collocazione teorica nell’alveo
del soggetto automatico, Lohoff sostiene che “il legame con la valorizzazione e il consumo di
lavoro non è per nulla interrotto”,12 si è soltanto invertito il rapporto tra capitale e capitale fittizio.
“Nel mondo meraviglioso delle merci di ordine 2 l’ordine cronologico che caratterizza il capitale in
funzione è capovolto. Nella forma deviata assunta dal capitale fittizio, il lavoro vivo può vedersi
stranamente capitalizzato prima di essere speso e aumentare la riserva di capitale sociale”. 13

Che si possa capitalizzare il ‘lavoro vivo’ “prima di essere speso”, è logicamente insostenibile dal
momento che il ‘lavoro vivo’ non esiste se non quando è in attività. Ciononostante Lohoff si spinge
oltre: “Ne consegue che la ‘sostanza’ del capitale fittizio è egualmente lavoro astratto, con la
differenza che il lavoro non è stato ancora consumato e rimane sospeso, posto che venga mai
attivato. Considerate al livello dell’insieme del capitalismo, le ‘merci di ordine 2’ realizzano
l’impresa di capitalizzare il valore futuro non ancora realizzato”.14

La tesi di Lohoff è che in questo modo il capitale fittizio crea la ricchezza che prolunga
temporaneamente la vita al soggetto automatico.

A differenza dei mercati dei beni e servizi in cui di norma la relazione tra prezzi e domanda è
inverso, nei mercati finanziari la relazione è diretta, e all’aumento dei prezzi dei titoli aumenta la
domanda, spesso amplificata dal ricorso al credito. Se, per chiarezza, definiamo in termini di
‘plusvalenza’ l’incremento di denaro risultante dalla vendita del titolo, e di ‘rendimento’ l’interesse
e il dividendo percepito nel corso della sua vita, cogliamo la potenzialità di produrre ricchezza
monetaria nella circolazione finanziaria. Ma, attribuendo al titolo un valore d’uso di capitale,
Lohoff, guarda oltre la sfera finanziaria, al circuito del capitale e alla potenzialità delle merci 2 di
generare merci 1, ovvero di contribuire ai processi di valorizzazione.

Dimentica però un passaggio essenziale. Per essere ‘capitale’ il titolo deve trasformarsi in denaro e
il denaro deve unificare condizioni di produzione e forza lavoro per la produzione di merci. La
capacità del titolo di contribuire alla valorizzazione deve passare attraverso la sua manifestazione in
prezzo e la sua preventiva trasformazione in denaro, con un prezzo che, rispetto a quello del
mercato primario, riflette la plusvalenza e il rendimento. Fin qui ciò che si accresce è la ricchezza
monetaria. Questa deve poi ritrasformarsi in capitale fittizio nel circuito della valorizzazione per
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supplire alla carenza dei profitti da investire. L’emissione di azioni sono necessarie all’impresa che
le mette in circolazione per acquistare macchine e pagare salari; l’emissione di titoli del Tesoro sono
necessari allo Stato per costruire strade. Questi titoli sono strumenti di mobilitazione del denaro
affinché diventi capitale. E’ così che “la crescita del capitale è diventata una variabile subordinata
alla crescita del capitale fittizio”.15

L’industria finanziaria è al centro del nuovo regime di accumulazione in quanto produce nuove
risorse, nel contesto del capitalismo invertito, “ultima forma storica che si può immaginare nel
quadro del sistema di valorizzazione del valore”.16 Senza l’autonomizzazione dei mercati finanziari
e la moltiplicazione dei titoli, la crisi di sovra produzione strutturale degli anni ’70 non sarebbe mai
stata superata, e il lungo boom postfordista degli anni ’80 e ’90 non si sarebbe verificato. Il ‘capitale
supplementare’ ha mascherato la distruzione della base della valorizzazione e, con essa la crisi del
capitale-denaro legato ai profitti.

Nel capitalismo invertito l’accumulazione del ‘capitale’ e la valorizzazione reale si separano, ma


entrambi i processi devono manifestarsi con una quantità aumentata di merci. Nel caso delle merci
1, il valore che incorporano si trasmette a nuove merci attraverso il loro valore d’uso, fino alla
merce forza lavoro che producendo nuovo valore contribuisce all’aumento della massa complessiva
di capitale sociale. “Questa potenziale immortalità che caratterizza il capitale in funzione è estranea
al capitale fittizio”.17 Le merci 2 infatti cessano di esistere quando viene meno il loro valore d’uso,
che è quello di duplicare temporaneamente con una promessa di valore il capitale che le ha create.
La loro produzione avviene a ritmi diversi e in misura incomparabilmente maggiore rispetto a quella
delle merci che sono espressione di valore.

Lohoff distingue il capitale fittizio tra ‘coperto’ e ‘scoperto’. È coperto quando si realizza la
promessa di valorizzazione implicita in un titolo, e il titolo si estingue in quanto l’anticipazione
trova copertura. Il bisogno di questo capitale fittizio coperto aumenta con lo sviluppo delle forze
produttive che riducono il lavoro e il profitto. Invece il capitale fittizio scoperto, costituito da debiti
che non vengono ripagati perché la valorizzazione non avviene, ha bisogno per restare attivo della
copertura provvisoria di nuovo capitale fittizio. Perciò una massa di nuovi titoli deve far fronte al
servizio del debito e al rinnovo di quelli in scadenza, con una crescita complessiva esponenziale.
“L’accumulazione capitalistica globale supera l’accumulazione coperta da una precedente
valorizzazione”.18

La moltiplicazione di capitale fittizio scoperto è però precaria, perché con il contrarsi della
valorizzazione che è alla base dell’emissione dei titoli, si riduce il loro ancoramento. “La dinamica
del capitale fittizio incontra presto o tardi i suoi limiti dal momento che il processo di crisi che sta
alla sua base non può essere mascherato ad vitam aeternam dall’espansione dell’industria

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finanziaria (…). Al livello oggi raggiunto dalle forze produttive il capitalismo non può più
funzionare se non come capitalismo invertito, e se questa sua forma storica – in sé contraddittoria –
diventa insostenibile, allora lo stesso modo di produzione capitalistico è diventato insostenibile”.19

Il capitalismo invertito è “in definitiva tra le più grandi rivoluzioni della storia del capitalismo”, 20
ma passando attraverso l’inversione tra valorizzazione e capitalizzazione, ci si ritrova nell’ambito
teorico della fine del soggetto automatico. Kurz aveva liquidato troppo rapidamente i processi
finanziari evocando la mera virtualità di quella ricchezza e la sua scomparsa con lo scoppio delle
bolle. Lohoff con la sua “critica dell’economia politica del capitale fittizio”21 ha approfondito
l’analisi, per l’esigenza di spiegare la persistenza temporanea del capitalismo oltre la enunciata crisi
della valorizzazione. E’ arrivato alla conclusione che “quando i limiti dell’anticipazione del valore
sono raggiunti, si verifica una gigantesca svalorizzazione del capitale fittizio che fa non solo
mostrare la crisi strutturale sottostante, ma deve anche manifestarsi nella forma della
svalorizzazione del denaro”.22 Il capitale fittizio si svalorizza in quanto promessa di valore che non
può più svolgere la funzione di ‘capitale supplementare’. Il denaro si svalorizza in quanto viene
definitivamente meno la sua capacità di rappresentazione del valore.

3. Il capitale fittizio nella fase fordista

Il capitale fittizio privato coperto ha una funzione rilevante nell’allargamento estensivo e intensivo
della produzione, quando il capitale-denaro originato dal plusvalore non è sufficiente per proseguire
nella valorizzazione. Ne stimola la concentrazione necessaria per lo sviluppo delle grandi imprese,
dalle miniere alle ferrovie prima, poi quelle chimiche e elettromeccaniche. Per renderla possibile il
settore bancario si espande e si concentra rimpiazzando le banche private locali. Poi si trasforma in
settore finanziario passando dalla intermediazione bancaria per la concessione di crediti
all’organizzazione del finanziamento delle imprese sul mercato borsistico con l’emissione su larga
scala di titoli azionari.

Nella funzione di locomotiva dell’accumulazione, che esercita fino alla fine della fase fordista, il
capitale fittizio è temporalmente anteposto a quello produttivo, con la differenza – rispetto
all’attuale capitalismo ‘invertito’ – che il motore dell’accumulazione è il capitale produttivo, che
viene aiutato nella sua espansione dal capitale fittizio. Alla mobilitazione del denaro privato si
aggiunge lo Stato, che, al fine di contribuire all’apertura di nuovi settori e nuovi mercati, impegna
risorse pubbliche realizzando infrastrutture fisiche e sociali e creando imprese in regime di
monopolio. Fa fronte alle spese non coperte dalla fiscalità con l’emissione di titoli del Tesoro.

Nella crisi del 1929 la gigantesca distruzione di titoli privati “rivela a quale punto la
capitalizzazione anticipata della produzione del valore futuro è diventata fragile”.23 La ripresa
dell’accumulazione, una volta svalorizzato il capitale sovra accumulato, richiede investimenti che

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superano le capacità private. L’intervento dello Stato acquista una dimensione generale di rilancio
dell’economia con una politica attiva di spese pubbliche. Sospesa la convertibilità della moneta,
abbandonato l’equilibrio di bilancio, rilancia la domanda.

Con il deficit spending pone in essere un sistema complessivo di creazione di capitale fittizio,
agendo su due fronti. Dal lato dell’offerta mobilita le istanze pubbliche indebitandosi attraverso
l’emissione di titoli. Dal lato della domanda, li fa acquistare dalla banca centrale che, a sua volta, ne
facilita l’acquisto da parte delle banche d’affari, creando anche le condizioni affinché possano
allargare il credito ai privati.

Con la ‘nazionalizzazione’ del capitale fittizio “le banche centrali sono promosse al rango di
prestatori di tutti i prestatori, in grado di controllare l’ampiezza globale dei titoli e di esercitare una
funzione decisiva sull’approvvigionamento in capitale-denaro delle rispettive zone monetarie”.24
Modificando il tasso di interesse possono ampliare o restringere la produzione di capitale fittizio,
ma resta fuori dalla loro sfera di azione l’allocazione delle nuove risorse tra i diversi capitali e in
funzione della loro effettiva capacità di produzione di valore. Le potenzialità di rilancio e di
espansione del capitale privato sono però enormi. I debiti dello Stato non hanno copertura diretta;
possono però averne in via indiretta se stimolano una valorizzazione dei capitali privati che accresce
il flusso fiscale. Questo è ciò che succede nella fase di accumulazione fordista “ed è solamente per
questo che il programma keynesiano funziona così bene”.25

La strada delle soluzioni nazionali finisce però col porre limiti all’accumulazione. Vengono superati
con gli accordi di Bretton Woods, che stabiliscono un legame generale delle monete con l’oro. Gli
Stati Uniti mettono in circolazione nel mondo un’enorme massa di dollari che stimola l’attività
produttiva e genera mercati monetari – eurodollari e petrodollari – nei quali la produzione di
capitale fittizio – fino allora essenzialmente circoscritto allo spazio economico nazionale e al settore
privato interno – si allarga a livello mondiale, generando interesse a convogliare i profitti sugli
investimenti finanziari. La politica keynesiana dei tassi di interesse bassi stimola la produzione di
titoli da parte delle banche di investimento che si rifinanziano da quelle centrali.

Finché il ‘capitale-denaro supplementare’, quello fittizio, viene assorbito dalla valorizzazione, i


tassi di inflazione sono modesti. Con l’aumento della produttività, il restringimento della base della
valorizzazione a causa della riduzione della massa di lavoro e la diminuzione dei profitti, il capitale
fittizio si trova scoperto. Lo sganciamento dall’oro elimina i vincoli all’emissione di moneta. I tassi
di inflazione aumentano e così il debito pubblico. L’alternativa keynesiana di crescita forte e
inflazione moderata versus crescita debole e stabilità monetaria è superata dalla stagflazione,
crescita molto debole e inflazione. La fase fordista è chiusa.

4. Il capitalismo a perdere

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Con la crisi del fordismo la capacità già insufficiente del capitale funzionante di utilizzare in
maniera produttiva il lavoro vivo diminuisce ancora. Il vuoto deve essere colmato con la produzione
di titoli, ma, parallelamente, “si abbassa il grado di efficienza di questa produzione nel sostenere
l’economia reale”.26 Il capitale fittizio resta sempre più spesso scoperto. Questo non significa che
tutti i capitali siano incapaci di onorare gli impegni, ma i mezzi per farlo provengono sempre meno
dalla produzione di valore, e sempre più dai guadagni realizzati in borsa e dall’emissione di nuovi
titoli.

Per attutire la sovra accumulazione e la svalorizzazione delle merci, una parte sempre più grande del
capitale fittizio generato dal concorso dello Stato e della banca centrale non è più orientato agli
investimenti bensì ai consumi. I bassi tassi di interesse incentivano il ricorso generale al credito, e
per la prima volta nella storia del capitalismo il consumo privato diventa un riferimento importante
per la produzione di capitale fittizio. “Entrando nell’economia reale il capitale-denaro perde così in
proporzioni sempre più grandi il carattere di capitale e vegeta come semplice mezzo di circolazione
supplementare rispetto alle merci 1, senza essere accompagnato da un allargamento della
produzione di valore”.27

Un’altra parte di capitale fittizio rilancia però la produzione, e contribuisce al fiorire delle imprese
con le quali si realizza la terza rivoluzione industriale. “Se è vero che la creazione di titoli di
proprietà non genera alcun valore – ripete Lohoff – cionondimeno genera capitale-denaro che ha
pieno corso. Questo capitale fittizio ha per ‘sostanza’ il valore ancora da produrre, del lavoro
produttivo ancora da realizzare”. 28 Così si rinvia la crisi economica. “In ultima istanza tutti i titoli di
proprietà rimandano ad un punto di riferimento qualunque, situato nel futuro dell’economia reale.
Può trattarsi di profitti attesi di un capitale in funzione, dei prelevamenti futuri di imposte da parte
dello Stato o, ancora, come nel caso dei crediti ipotecari del boom immobiliare negli Stati Uniti,
dell’’aumento del valore’ scontato delle case individuali”.29 Contribuisce anche la moltitudine di
titoli derivati che si cumulano gli uni sugli altri. Non possono però prescindere dalla base reale su
cui si fondano quelli originari e risalendo la scala il loro rendimento è sempre più limitato ed il
rischio è sempre più alto.

L’era del trionfo della moltiplicazione dei titoli è inaugurata dalle politiche di Margaret Thatcher e
Ronald Reagan. Aumentano i tassi di interesse, tagliando drasticamente l’inflazione e richiamando
denaro nel settore finanziario. Abbassano le imposte liberando denaro, che viene investito in titoli.
Modificano la legislazione pensionistica per incentivare gli impieghi in borsa. Offrono occasioni di
investimento con la privatizzazione delle infrastrutture e delle imprese pubbliche. Deregolamentano
il settore finanziario creando le condizioni per il lancio e la moltiplicazione dei titoli derivati. Con
la cartolarizzazione la produzione di capitale fittizio si installa nel cuore dell’industria finanziaria,
allontanandosi sempre più dall’economia reale.

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Con l’aumento stratosferico del tasso di interesse il flusso del capitale transnazionale a Wall Street
fa degli Stati Uniti il centro dell’industria finanziaria globale. Il suo doppio deficit strutturale, del
bilancio e delle partite correnti, lancia un processo che Lohoff definisce di accumulazione primitiva
del capitale fittizio da parte dei creditori che forniscono le merci agli Stati Uniti. “Al debito con
l’estero dello Stato o delle imprese statunitensi corrisponde un aumento della fortuna monetaria dei
creditori europei e asiatici”, 30 che accettano con entusiasmo come contropartita i titoli statunitensi, il
cui valore futuro è garantito dal dollaro.

I paesi capitalisti del centro seguono lo stesso cammino, partecipando alla creazione dell’industria
finanziaria transnazionale con l’offerta all’interno dei propri spazi monetari di condizioni non
troppo svantaggiose rispetto agli Stati Uniti. Favoriti dalla deregolamentazione si formano altri
vivai di titoli.

“Dietro i circuiti deficitari non c’è altro che uno scambio tra le regioni del mondo delle merci 1
contro le merci 2, uno scambio che diventa motore centrale della congiuntura mondiale. Il nuovo
slancio che si instaura nel processo della rivoluzione neoliberale traccia la linea al di là della quale
l’accumulazione di ‘capitale reale’ diventa una variabile dipendente dall’accumulazione di crediti
monetari”.31

Questa riorganizzazione dei rapporti provoca una fase di accumulazione accelerata auto sostenuta di
titoli nel settore privato che porta al boom della nuova economia. Al suo crollo Stato e banca
centrale tentano di rilanciare il capitale privato con bassi tassi di interesse e deficit spending. Ma con
la crisi successiva dei subprime devono assumersi una funzione complessiva di sostituzione. Non si
ripropone più l’intervento keynesiano di stimolo alla domanda reale, ma una sorta di ‘keynesismo di
salvataggio’ dell’industria finanziaria. “Si tratta essenzialmente di socializzare le perdite e
nazionalizzare le prospettive di guadagni futuri dell’economia privata, che si erano dissolte con lo
scoppio delle bolle”.32

Il capitalismo invertito tira avanti finché da un periodo all’altro la massa di capitale fittizio può
riprodursi su scala esponenziale. Le bolle che scoppiano sono rimpiazzate da nuove bolle più
grandi. Per tentare di arrestare questo processo le banche centrali si trasformano in bad banks, siti di
stoccaggio di titoli privati non più realizzabili, e creano denaro fresco come contropartita dei titoli
rifiutati dal mercato.

E’ una situazione nuova che si manifesta su vasta scala con la crisi del 2008. Lo Stato è obbligato
alla continua produzione ti titoli per far fronte al servizio del debito e per differire la svalorizzazione
del valore futuro. I livelli crescenti di indebitamento sono tali da mettere in crisi la possibilità di
riferirsi ad essi come hope of last resort. Se la riproduzione del capitale fittizio pubblico si contrae
su scala transnazionale, il sistema tracolla.

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Note:

1. Lohoff E., Per una discussione su La grande svalorizzazione e Denaro senza valore,
blackblog.francosenia, 2 giugno 2017, da Krisis, 14 maggio 2017.
2. Lohoff E., Trenkle N., Die große Entwertung, Münster, Unrast, 2012: trad. francese La grande
dévalorisation, Rotterdam, Post-Editions, 2014.
3. Kurz R., Geld ohne Wert, Berlin, Horleman, 2012.
4. Kurz R., Il disvalore dell’ignoranza, blackblog francosenia, 31 ottobre 2014.
5. Dembinski P.H. (2008), Finance servante ou finance trompeuse?, Parole et Silence, Paris, p. 86.
6. Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, Rotterdam, Post-Editions, 2014. P. 136.
7. Ivi, p. 154.
8. Lohoff E., Per una discussione…, cit.
9. Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, cit., p. 136.
10. Ivi, p. 142.
11. Ivi, p. 157,
12. Ivi, p. 161.
13. Ivi, p.162, corsivo nell’originale.
14. Ivi.
15. Ivi, p. 240.
16. Ivi, p. 242.
17. Ivi, p. 284.
18. Ivi, p. 158.
19. Ivi, p. 242-3.
20. Ivi, p. 240.
21. Lohoff E., Per una discussione…, cit.
22. Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, cit., p. 20.
23. Ivi, p. 199.
24. Ivi, p. 217.
25. Ivi, p. 230.
26. Ivi, p. 290.
27. Ivi, p. 257.
28. Ivi, p. 262, corsivo nel testo.
29. Ivi, p. 263.
30. Ivi, p. 254.
31. Ivi, p. 255.
32. Hutter R., La borne interne du capitalism. Entretien avec Ernst Lohoff, Neues Deutschland, 13
dicembre 2012.

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