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La Rivoluzione Pigra

di Jacopo Fo

Capitolo primo
Stai facendo una fatica boia per procurarti devastazioni permanenti. Smettila. C'è qualche cosa che non funziona nel mondo contemporaneo. Basta accendere la televisione per accorgersene: è pieno di defunti che cercano di sembrare persone intelligenti. La metà del cibo prodotto ogni anno su questo pianeta viene buttata via e 10 milioni di persone ogni anno muoiono di fame. Molti di più muoiono perché mangiano troppo. Milioni di persone muoiono per la mancanza delle medicine più elementari e milioni di persone muoiono per troppe medicine. Gli abitanti delle ricche città industriali spendono miliardi per comprare vestitini eleganti ai loro figli e poi, grazie a un modernissimo sistema di inquinamento urbano, gli fanno respirare l'equivalente di 11 sigarette al giorno, privandoli così di almeno 6 anni di vita. Ci si scanna, con decine di migliaia di morti ogni anno, per accaparrarsi le materie prime e i giacimenti di petrolio e poi non si fa quasi niente per recuperare queste materie prime riciclando. E non si realizza quasi nulla per risparmiare energia isolando le case e ottimizzando motori, lampadine e caldaie. Milioni di bambini e di donne vengono ogni anni stuprati ma nelle scuole non si tengono corsi di educazione ai sentimenti, all'amore e al sesso. Potremmo limitare enormemente il potere devastante del terrorismo, della criminalità organizzata, dell'evasione fiscale e delle truffe finanziarie abolendo il segreto bancario e i paradisi fiscali ma non lo facciamo. La nostra società è un gioiello di demenza collettiva. (Patatine fritte su per il culo!) La collettività umana non riesce neppure a esprimere una condanna unanime per la tortura. Non riesce a difendersi dal crimine. E almeno la metà degli esseri umani fa ricorso massiccio ad alcool, sonniferi, eccitanti, droghe pesanti. Insomma la situazione non è ottimale. Per volerla dire tutta siamo un po' nella merda.

Capitolo secondo
Per fortuna gli stronzi di una volta non ci sono più Sicuramente questo stato di cose ha ragioni antiche.

Ai tempi degli antichi romani per divertirsi andavano a vedere i leoni che mangiavano prigionieri inermi. E stuprare donne e bambini era considerato segno di buona educazione. Sicuramente qualche cosa da allora è migliorato. Oggi l'umanità è giunta faticosamente a credere che non sia bello andare in giro con le teste dei nemici infilate nelle lance. E persino grandi criminali di guerra internazionali evitano di impalare i prigionieri davanti agli inviati del telegiornale. E poi ci sono milioni di film d'amore che ci ripetono che i buoni sentimenti e i baci dati con passione sono la cosa più importante della vita insieme ai bambini che corrono felici sui prati. E credo sinceramente che la maggioranza dei viventi sul pianeta sia convinta che amarsi sia una cosa positiva. Questa è una novità assoluta. Non crediate che i crociati, dopo aver saccheggiato Gerusalemme e aver massacrato tutti gli abitanti, avessero una particolare sensibilità per il Dolce Stil Novo. Facevano solo finta. Ma c'è un'altra novità che ci consente di sognare un'impennata planetaria delle quotazioni amorose. Da sempre l'essere umano ha potuto credersi intelligente. E persino i potenti potevano convincersi di possedere una certa quantità di materia grigia interconnessa. Difficilmente la gente comune ti dice che sei scemo se hai schierato gli arcieri a distanza di tiro. Oggi anche i buzzurri corazzati devono rendersi conto della loro stupidità. Al computer infatti la tua potenza di fuoco non interessa. Se schiacci il tasto DELETE cancella tutto. Non so se cogli la grandezza della situazione. Una macchina che tutti desiderano, si dedica sadicamente, e a tempo pieno, a dimostrare agli umani i confini della loro misera intelligenza. E' un processo culturale epocale e a volte violento: il 20% dei pc vengono devastati dai loro proprietari che si mettono a torturarli a martellate per ottenere la restituzione dei documenti inavvertitamente distrutti. Da questo processo epocale trae origine un nuovo approccio alle questioni sociali e esistenziali che vede all'origine di tutti i terreni disastri un errore nel nostro modo di pensare. Un odiosissimo bug di programmazione. Cioè un bruco vigliacco che si mangia i bit della tua intelligenza e ti rovina le frasi d'amore.

Capitolo terzo
Due cose che forse non ti hanno detto sulla felicità (tutto è estremamente interconnesso) Forse ti stupirà scoprire che, mentre è difficilissimo descrivere un solo comportamento che porti alla felicità, è facilissimo raccontare cosa fanno le persone che NON arriveranno neanche lontanamente a uno stato minimo di benessere. Dobbiamo questa scoperta a Milton Ericson ed è particolarmente entusiasmante perché riguarda un aspetto della nostra esistenza semplice da comprendere (e da modificare). Ericson ha guardato

un'area dell'esperienza umana sulla quale, prima di lui, solo i poeti avevano mosso lo sguardo. Egli è arrivato a descriverci una realtà che noi tutti conosciamo senza rendercene conto. Vorrei che tu assaporassi questo momento. Sto per dirti una banalità nascosta. E questo dovrebbe crearti una gradevole sensazione di ebbrezza come succede ogni volta che la mente prova stupore. E ora ti pongo la domanda che ha permesso a Ericson di sintetizzare la sua scoperta. Cosa fai, la mattina, per prima cosa quando suona la sveglia? Questa è la domanda. Sembra stupida, eh? Preparati al piacere del tuffo rovesciato craniosacrale. Qual è stata la risposta mentale che hai dato istantaneamente a questa domanda? Qualche cosa tipo: "Quando mi sveglio, mi alzo, vado in bagno..." Ma la domanda, e qui sta il salto quantico, si riferisce proprio alla prima cosa che fai quando suona la sveglia. La prima cosa che facciamo tutti: dobbiamo motivarci ad alzarci, a uscire dal letto. E come lo facciamo? C'è qualche cosa di simile a una voce interiore che ci parla. Ci motiva. "Alzati! Dai!" Com'è questa voce? Le persone negative, pessimiste, depresse, sono spronate ad affrontare la vita da una voce, un'identità, incazzosa, ansiosa. "Alzati, sennò finirai nella merda!" E si alzano male dal letto. Sono già affaticate. Le persone più positive e vitali invece sentono una voce più gentile, comprensiva: "Lo so che sei stanco, che ieri sera hai fatto tardi, però dai, ormai hai sentito la sveglia... Su... Ce la puoi fare... E poi vedrai che stasera sarai contento, perché tu sei una persona meravigliosa, hai la luce dentro." A questo punto non vorrei essere frainteso, quando parlo di voci non voglio dire che si sentono proprio le voci alla mattina quando ci si sveglia. Uso il termine "voce" per semplificare. Dentro di noi non avvengono esattamente delle discussioni "parlate" o almeno non sempre. In realtà è difficile descrivere esattamente cosa succede quando prendiamo la decisione di alzarci. Possiamo dire che non ci sono delle vere e proprie voci ma solo due desideri o ipotesi che si scontrano. E lo scontro può avvenire attraverso il confronto tra immagini, paure, ansie, desideri, sensazioni. E tutto può essere anche estremamente confuso. Quel che voglio dire è che quando ci alziamo facciamo una scelta, a volte faticosa. Ci sono persone che trovano la forza di alzarsi pensando alle cose belle che incontreranno nella giornata e persone che ottengono gli stessi risultati pensando a quel che potrebbe succedere di terribile se NON si alzano. Questa differenza di atteggiamento è uno degli elementi che ci permette di sapere se una persona vive mediamente bene o mediamente male. Chi inizia la giornata minacciandosi non sta mai molto bene. Quelli che si alzano allettandosi con prospettive gradevoli invece, a volte, riescono a essere soddisfatti della loro vita. Insomma, alzarsi bene al mattino non dà la certezza della vittoria. Alzarsi male invece dà la certezza della sconfitta.

E non solo Ericson scopre che esistono queste voci interiori, scopre anche che le possiamo cambiarle in un modo straordinario: semplicemente rispondendo loro. Se hai una voce stronza che ti minaccia con previsioni di tipo sodomitico sul tuo destino è sufficiente che tu ti accorga che questa voce, questa tua identità esiste e che dice cazzate. Per cambiarla poi basta che quando lei ti parla tu le rispondi: "Voce!?! Ma checcazzo fai? Checcazzo dici? Ma lo sai che così mi crei l'ulcera, il mal di testa e le emorroidi deflagranti? Ma lo sai che esistono altre voci più efficienti di te che aiutano, incoraggiano, consigliano. Tu rompi i coglioni e basta. Te non sei una voce te sei una merda di ramarro!" La voce a questo punto sta male fisicamente e capisce che la baldoria funerea è finita. E si adegua. E la mattina dopo ti sveglia con maggior tatto: "Scusa se ti disturbo... volevo dirti, senza che t'incazzi, che ha suonato la sveglia..." E quando succede questo, la tua vita è cambiata. Di poco ma è cambiata in modo certo e permanente. E siccome ti svegli tutte le mattine è un cambiamento che agisce nel tempo permettendoti di crescere in modo positivo. Ora la questione è se quanto ti ho detto finora per te ha un senso. Ho cercato di spiegarmi chiaramente, ho raccontato un fatto molto semplice. Se fino a questo punto siamo d'accordo ti do il benvenuto nel meraviglioso mondo della conoscenza delle discussioni interiori. Che esistano, che quando si prende una decisione si conduca un dibattito tra diversi punti di vista tutti interni al nostro sé, è risaputo. Ma l'umanità non ha mai avuto il tempo di occuparsene con la dovuta attenzione. Beh, a essere precisi non tutta l'Umanità, per alcuni meravigliosi popoli che vivono nelle piccole isole sperdute dell'Oceania questo discorso è la base della comprensione dell'arte di vivere. Abbiamo molte identità dentro. Ognuna è brava in qualche cosa, si tratta di scoprire le capacità di ciascuna e impiegarle al meglio. E bisogna imparare a coinvolgere tutte queste identità, accettarle. Anche la nostra identità più stupida è essenziale per il nostro benessere. Non dobbiamo disprezzarla. Alle feste riesce a far ridere tutti. Ha anche lei il suo scopo. Compenetrarsi. Accettarsi. Far regnare la discussione aperta e la collaborazione dentro di sé. Sorridere a tutte le parti del proprio essere. Le persone che non accettano una parte di sé, che non parlano apertamente con se stessi hanno una vita molto dura, fanno meno sesso con gli altri, scoreggiano di più e campano meno. Lo so che pensare di avere dentro un mezzo condominio di identità schizzate può darti ansia perché è un chiaro sintomo di schizofrenia. Ma io credo che, entro certi limiti, con la schizofrenia sia necessario convivere. è l'unica cosa che ci distingue veramente dalle scimmie. A questo punto qualcuno sospetterà che il resto di questo libro si occupi di approfondire questo argomento. Assolutamente no. Questo non è uno di quei libri scritti pensando che tu sia idiota e che tu abbia tempo da perdere. Lo so che hai un sacco di questioni urgentissime e non ti farò sprecare un solo minuto. Questo non è uno strafichissimo trattato universitario scritto da grandi professoroni che si fanno le pippe con le citazioni. Questo è un fottuto bigino scritto da uno studente pluribocciato che è riuscito a uscire vivo dall'inferno dei pazzi. è scritto per chi non ha voglia di sentirsi ripetere le cose dodici volte.

Ogni pagina è una sopravvissuta. Il tribunale della noia, quello che condanna a morte le sillabe inutili, non ha pietà. Quindi se vuoi andare avanti a leggere lascia qui la grammatica e prendi il coltello d'assalto. Le idee che veramente ti servono dovrai strappartele coi denti. Nota Devo il titolo di questo libro alle discussioni con Enzo Baldoni. Abbiamo lavorato a lungo insieme cercando di raccontare questi ragionamenti su un modo diverso di affrontare i nodi della vita senza cedere alle fascinazioni dei maestri e dei guru, delle discipline autopunitive e noiose, delle teorie pompose e autoritarie. Ma poi le nostre vite presero strade diverse...

Capitolo quarto
Appena ci si accorge che le nostre scelte e il nostro umore dipendono dal dialogo tra le nostre diverse identità si acquisisce uno straordinario strumento per migliorare la propria vita. Ma prima di parlare di questo ti devo descrivere una mirabolante scoperta del dottor Richard Bandler che ha risposto in modo imprevedibile a un'altra domanda insignificante: Come ricordi un bel ricordo? Come rispondi a questa domanda? Viene da prendere il ricordo e raccontarlo. Ma la domanda è COME ricordi non COSA ricordi. Che significa? Possiamo ricordare in un solo modo! Sbagliato. Anche qui non ci rendiamo conto di un aspetto minuscolo ma essenziale del modo di ricordare. Quando ricordiamo è come se rivedessimo frammenti del film di quanto è accaduto. E come in ogni film noi possiamo vedere la scena da diversi punti di vista. Rivediamo la scena dai nostri occhi, in prima persona (in soggettiva direbbe un regista) oppure vediamo il ricordo come se fossimo al cinema, da fuori. Mi guardo mentre prendo dalle mani del preside la coppa del vincitore della gara di corsa. Ed è evidente che ricordare in prima persona, rivedere il film originale, dal punto di vista del vincente, è molto più piacevole ed emozionante che rivederlo in terza persona, da spettatore della propria vita. Essere l'interprete di sé stessi, in questo caso, è meglio. Tra quelli che si alzano male al mattino i più depressi sono coloro che non riescono a provare piacere ricordando gli episodi belli della loro vita perché li ricordano in un modo che cancella le emozioni. Al contrario chi si alza bene al mattino e poi ricorda con il massimo delle emozioni le esperienze migliori della sua vita vive mediamente molto meglio. Seguendo questa pista possiamo perfino scoprire chi sono i super depressi tra i depressi depressi. Sono coloro che quando ricordano un'esperienza veramente di merda si premurano di farlo utilizzando invece la visione soggettiva, cioè rivedono il peggio dai propri occhi, allo scopo di riprovare le emozioni più sgradevoli con la definizione dell'home theater.

Non vogliono perdersi nessuna delle scioccanti sfumature cromatiche del proprio sangue e delle proprie carni lacerate. Ed è evidente che gli ottimisti più estremi ricordano i bei momenti in prima persona ma quelli fetenti li richiamano alla mente guadandoli da lontano come fossero proiettati sullo schermo di un cinema. Bandler utilizzò questa scoperta per alleviare la sofferenza di persone che avevano subito violenze. Propose loro di giocare con i propri ricordi. Maneggiarli. Provare a vedere lontani, in bianco e nero, senza audio quelli negativi e in prima persona, con odori, suoni, sensazioni e colori quelli positivi. Appena si fa questo esperimento con un paio di ricordi belli e un paio di quelli brutti succede un fenomeno strabiliante. Il cervello capisce che è meglio così e si dedica a risistemare tutti i ricordi di conseguenza. Basta questo perché i tuoi incubi cambino comportamento. Ovviamente non stai cancellando i tuoi ricordi negativi e neanche falsificandoli. Il nastro con sopra incisa la registrazione del tuo ricordo pessimo è ancora lì nel tuo cervello, intatta. Quando vorrai tornare a dare un'occhiata a come si spezzavano le tue ossa non hai che da dare un ordine mentale. Questo gioco impedisce però che mentre stai tranquillamente facendo l'amore irrompa nel tuo schermo visivo una sequenza di ricordi deprimenti e angoscianti. Ovviamente questo gioco non sarà sufficiente in caso di ricordi terribili. Bandler proponeva in questi casi di lavorare sul ricordo facendo andare avanti e indietro il film, accelerando la velocità, immaginando colonne sonore inappropriate... Ma attenzione, il vero risultato di questi esperimenti mentali non consiste tanto nel disinnescare certi ricordi quanto nel riuscire a vedere che il nostro comportamento e la nostra vita sono in gran parte frutto dalla nostra capacità di riconoscere e gestire queste dinamiche interiori. Quel che cerco di dire è che FARE QUALCHE COSA PER MIGLIORARE IL MODO DI RICORDARE è di per sé un passo positivo. Non sei più vittima dei tuoi ricordi, fai qualche cosa. E per quanto questa azione possa sembrare insignificante è capace di darti sollievo per il solo fatto che FAI QUALCHE COSA PER CONTRASTARE IL DOLORE (su questo tema torneremo tra poche pagine). Inoltre è importante comprendere l'importanza di queste micro-procedure (Bandler le chiamò sub-modalità). Attraverso questi comportamenti minimali noi determinano le premesse del nostro modo di essere. Sta in buona parte qui la nostra possibilità di essere abbastanza soddisfatti della nostra vita. Nessuno di quelli che ricordano in terza persona le esperienze positive riesce a godersi minimamente la vita: come fai a essere contento e ad avere speranze per il futuro se non ti ricordi niente di buono del tuo passato? Avrai l'idea che la tua vita sia sempre stata una merda e ti mancheranno le forze psicologiche per pensare di poterla cambiare. Ma perché sostengo che un aspetto così microscopico della mia vita ha effetti così potenti? Non determinano maggiormente la mia esistenza la ricchezza, la cultura, la salute o la fortuna? Certo tutti questi elementi sono importanti e hanno un influsso determinante sulle esistenze umane. Se nasci in India e muori di fame a due mesi, avere una voce positiva nella testa non ti serve.

Ma oggi nel mondo ci sono almeno un miliardo di persone che hanno cibo in abbondanza, una casa, l'auto, il cellulare e non gli manca proprio niente. E buona parte di questo miliardo di persone sta pure bene di salute e non ha recentemente vissuto drammi strazianti. Eppure centinaia di milioni di queste persone, dotate di un livello di fortuna esaltante, vivono malissimo, sono depresse e demotivate. E alla fin fine la loro vita non sboccia e niente va mai come potrebbe andare. Possiamo affrontare questa situazione analizzando per anni il Grande Problema di ognuno, andare a cercare nel suo passato cause e giustificazioni, oppure possiamo limitarci a comprendere in modo essenziale l'origine storica del suo disagio e poi osservare che mentre il passato non lo posso cambiare posso smettere di compiere alcune azioni faticose che hanno il risultato certo di sabotare la mia vita in modo travolgente. Ad esempio posso smettere di dedicarmi a rievocare continuamente tutti gli episodi più dolorosi del mio passato. Io credo che la psicoanalisi sia molto utile nei primi sei mesi, spesso disastrosa dopo tale periodo. Non sto dicendo che "se pensi positivo tutto ti andrà bene", non ho nessuna baccheta magica e anche a me capita di essere incazzato nero, depresso, musone o rissoso. Però mi capita un po' meno. Ed è meglio. Spero che fino a qui tu condivida quel che sto scrivendo. Ma io vorrei fare un passo ulteriore azzardandomi a dire che non solo ci si può rovinare l'umore ricordando bene solo gli eventi negativi, si può anche riuscire, usando sistemi analoghi a rovinarsi anche il matrimonio, far fallire la propria attività commerciale, minare il rapporto con i figli, con gli amici, con i parenti e con l'esercito degli Stati Uniti. E tutto questo dovremmo evitarlo. Continuare a nuocere alla nostra esistenza è negativo e molto faticoso. Attraverso esperimenti apparentemente stravaganti si è dimostrata la connessione tra l'insieme dei nostri atteggiamenti e le nostre capacità, le reazioni delle persone che incontriamo e il nostro grado di soddisfazione. Una serie di ricerche scientifiche e di indagini statistiche ha poi determinato che esprimere un insieme di atteggiamenti positivi non solo determina una maggior probabilità di successo sociale ma anche una minor probabilità di incorrere in gravi incidenti, disastri di varia natura, aggressioni e simili. Infine, da questi fattori dipende in buona parte la nostra salute fisica. Infatti, il nostro umore determina i segnali cerebrali che attraversano la spina dorsale e, passando per apposite sinapsi, influenzano l'efficienza del sistema immunitario. E' ormai un fatto scientificamente appurato che dopo un bacio appassionato della durata di qualche minuto le tue difese immunitarie si verticalizzano! Quindi il modo migliore di combattere le malattie è baciare una persona che ami per dieci minuti, ogni giorno, e dedicarti a qualunque attività capace di metterti di buon umore. Prima, quando ho scritto che chi non ha un dialogo interiore decente campa di meno e scoreggia di più non lo dicevo solo tanto per dire. è proprio così! Semplicemente misurando quanto tempo e quanta passione metti nel baciarti puoi determinare con decenni di anticipo quante probabilità avrai di essere felice, avere successo e vivere a lungo.

Infatti le persone che ricordano in modo schifoso e si svegliano male al mattino sono le stesse che baciano poco e, sinceramente, un po' da schifo. Ma come funziona tutto ciò lo vedremo in dettaglio nel prossimo capitolo.

Capitolo quinto
Suggestionami con un sorriso Esperimenti sconcertanti sul rapporto tra mente, corpo, emozioni, godimento sessuale e successo professionale. Alcuni comportamenti apparentemente privi di importanza sono essenziali. Sperimentare che possiamo cambiare subito un piccolo aspetto della nostra vita (tipo come mi sveglio la mattina) può introdurci in un particolare sistema di pensiero. Un punto di vista nuovo che possiamo identificare chiaramente a partire da una domanda: il destino di una persona dipende dalle sue azioni? Parrebbe ovvio rispondere in modo affermativo. Ma riflettendoci sopra possiamo ricordarci che la gran parte di quel che accade è fuori dal nostro controllo e quindi dipende più che altro dal fato. Innanzi tutto è il fato che mi ha permesso di mangiare tutti i giorni fino ad oggi. Un miliardo di persone non ci riesce per la sola sfortuna di essere nato povero in paesi miserabili. E proprio perché di fronte al destino puoi fare molto poco diventano importanti le intenzioni. Per intenzione intendo quell'insieme di stato d'animo-desiderio-livello di speranza-autostima che determina la differenza di risultati di azioni simili compiute da persone diverse. La storia di Caino e Abele è una grande parabola in grado di spiegare esattamente come stanno le cose. Abele pregava, anche Caino pregava. Ma Dio preferiva le preghiere di Abele. Abele parlava agli uccelli che lo ascoltavano felici. Anche Caino parlava agli uccelli ma i volatili fuggivano spaventati. Si dedicavano alle stesse azioni e ottenevano risultati opposti. Non importa cosa fai ma come lo fai, diceva il saggio. Le azioni sono solo una parte del modo nel quale cerchiamo di influenzare la realtà. Le intenzioni sono, in alcuni casi, più importanti. Certamente se una persona sta annegando è essenziale portarla fuori dall'acqua e farla respirare. In questo frangente l'intenzione che ti spinge ad agire è irrilevante nel semplice conteggio vita/ morte. Ma se il mio matrimonio è in crisi non ci sono molte azioni da compiere, è necessario un passo di tipo mentale che ti permetta di ritrovare lo spirito giusto per parlare con il tuo amore, tornare a giocare insieme, a sedursi reciprocamente. In questo caso sono importanti i toni della voce quanto le parole e il modo di annusare conta più di quello che dici. Per un attore questo è scontato, basta un movimento impercettibile dell'anca, uno spostamento privo di significato dal punto di vista razionale, per raddoppiare o dimezzare una risata.

Ma per persone che praticano altre professioni può essere più complesso notare questa connessione di causa effetto tra uno spostamento di peso tra un piede e l'altro e l'effetto di un importante discorso. Per questo sono stati realizzati dei test molto curiosi. Ad esempio nel libro "In un battito di ciglia" scritto da Malcom Gladwell ed edito da Mondatori è riportato un test dove veniva ingaggiato un gruppo di intervistatori e per essere certi che non avrebbero influenzato gli intervistati veniva loro dato un foglio da leggere fin dall'inizio dell'incontro: "Buon giorno, sono qui per farle un'intervista, sto leggendo questo foglio per non influenzarla inavvertitamente sulle risposte alle domande che sto per porle...." A metà degli intervistatori era stato detto che avrebbero ottenuto un 70% di risposte positive e un 30% di risposte negative. All'altra metà era stato detto il contrario. Il risultato fu esattamente quello che era stato profetizzato. Cioè gli intervistatori erano riusciti a trasmettere un messaggio in grado di influenzare gli intervistati solo con il tono e il ritmo delle parole e con il linguaggio corporeo. Molto curioso un esperimento ideato da John Bargh. Un gruppo di studenti furono convocati per un test in un'aula per raggiungere la quale era necessario percorrere un lungo corridoio. Il test consisteva nel mettere in ordine logico un gruppo di parole: ad esempio la sequenza: tavolo, rosso, il, dorme, sul, gatto, doveva diventare il gatto rosso dorme sul tavolo. Ma nel test sottoposto alla metà degli studenti furono inserite parole che contenevano un'idea di stanchezza come vecchio, malato, debole. Questi giovani, una volta usciti dall'aula percorrevano il lungo corridoio molto più lentamente che all'andata. Chi aveva affrontato i test che non contenevano parole che richiamassero l'idea di stanchezza percorrevano invece il corridoio al ritorno alla stessa velocità dell'andata. La semplice evocazione di un concetto è capace di influenzare la velocità del passo. Per chiarire questi meccanismi anche alla Libera Università di Alcatraz abbiamo realizzato alcuni esperimenti. Esiste un test molto usato in alcune terapie new age che consiste nel valutare i cibi negativi per un individuo mettendo in mano al paziente varie sostanze e poi chiedendogli di stringere pollice e indice prendendo tra queste dita un sensore in grado di misurare in chilogrammi la forza della pressione. Mi era sempre sembrato curioso che il semplice contatto con una boccettina di vetro che contiene la sostanza fosse sufficiente al corpo per leggere le caratteristiche chimiche del contenuto e valutarne la bontà per l'organismo. Ripetendo l'esperimento centinaia di volte abbiamo però verificato che le persone diventano più forti se invece del tabacco hanno in mano del riso integrale biologico. Sembra che funzioni. Abbiamo allora provato a ripetere l'esperimento in una situazione nella quale il paziente non potesse riconoscere il contenuto delle boccette che gli venivano presentate. Le avevamo avvolte con carta bianca e contrassegnate solo con un numero. Ma anche in questo caso il test funzionava perfettamente. La boccetta che conteneva il tabacco provocava una diminuzione della forza muscolare notevole in quasi tutti i soggetti. Ma perché non succedeva a tutti i soggetti? C'erano differenze in un misterioso organo della sensibilità chimica? La terza variante dell'esperimento ci lasciò senza parole.

Provammo a realizzare il test in modo che né lo sperimentatore né il paziente conoscessero il contenuto delle boccette. Improvvisamente non si registravano più variazioni nella forza muscolare. Cioè in qualche modo lo sperimentatore riusciva a comunicare al paziente cosa secondo lui gli faceva male. Ma se lo sperimentatore non sapeva nulla del contenuto della boccetta non poteva comunicare niente e quindi il paziente non era influenzato in alcun modo. Altri esperimenti sulla forza muscolare hanno mostrato che una persona che sorride è più forte. Ed è sufficiente stare di fronte a una persona con l'aria triste per registrare una diminuzione della forza muscolare. Verificarlo è molto semplice. Stendi il braccio e chiedi a una persona di spingerlo verso il basso mentre entrambi fate una faccia triste. Poi ripetete la prova sorridendo. Nel secondo caso riesci a resistere molto di più. Ma anche la semplice attenzione a una fascia muscolare piuttosto che a un'altra modifica radicalmente la tua forza muscolare. Prova a resistere a una persona che cerca di stendere il tuo braccio, piegato, pensando alla parte del braccio che guarda verso il cielo. E ora prova ascoltando la parte rivolta verso il terreno. Nel primo caso sei molto più forte. (Vedi disegno su www.jacopofo.com ) Altri studi hanno dimostrato che non solo un'emozione forte come quella di un bacio può far bene alla salute. Il semplice sorriso meccanico, realizzato volontariamente e senza motivo, mentre sei in una situazione di merda, è capace di migliorare l'efficienza del sistema immunitario. Non devi far altro che startene lì col sorriso più ebete che hai per alcuni minuti, tipo statua di cera, e ZAC il tuo sistema immunitario si galvanizza e il tuo cervello (che non aspetta altro) manda in giro le sostanze chimiche della felicità. Sì, le nostre droghe naturali. è come schiacciare il pulsante dei distributori automatici di merendine: pensi che vuoi stare meglio, sorridi (che è come mettere la monetina) e K-CLAK viene fuori il dolcetto. E stai veramente meglio. Perché il dolcetto è drogato. Ma questo è legale, l'ha voluto Dio che bastasse un sorriso per farsi come bestie e vedere il mondo in rosa. Quindi non rompere il cazzo e sorridi. Dio lo vuole ed è bellissimo. Tutto diventa una sostanza stupefacente. Specie fare passeggiare nei boschi, ballare il fox-trot, buttarsi dai ponti legati con gli elastici ai piedi, mangiare cornetti di notte davanti alle panetterie clandestine, vincere le elezioni e costruire un socialismo dal volto umano che sappia raccontare barzellette decenti. Ovviamente, se sorridi rombando tutto è ancora di più.

Capitolo sesto
Il crollo delle capacità dopo una domanda scortese Una semplice parola può non solo determinare variazioni nella velocità di una persona che cammina ma anche modificare le capacità di ragionamento e la memoria. Claude Steel e Joshua Aronson, ricercatori statunitensi, sottoposero a un test da scuola media superiore un gruppo di studenti universitari neri.

A metà di loro fu consegnato, insieme al test, anche un modulo da compilare che richiedeva di specificare il colore della pelle. Questi soggetti si sentirono forse irritati dalla domanda razzista del questionario o discriminati o inferiori, comunque sia il risultato fu che la maggioranza ebbe difficoltà notevoli nel rispondere alle domande mentre il gruppo di studenti ai quali non fu chiesto di specificare la loro appartenenza etnica non ebbero problemi. Tutti queste prove ci inducono a pensare che tra gli esseri umani ci sia uno scambio intensissimo di segnali inconsci. E ci induce anche a pensare che continuamente il nostro modo di pensare e il nostro umore influenzino le nostre capacità e la nostra salute. In Svezia un gruppo di ricercatori ha condotto un'indagine psicologica su un gruppo di settantenni cercando di dividerli in due grandi categorie: gli ottimisti gioviali e i pessimisti incazzosi. Dopo dieci anni i ricercatori tornarono al lavoro per verificare quanti erano ancora vivi. E scoprirono che i gioviali ottimisti erano sopravvissuti molto di più degli incazzosi. Un atteggiamento negativo fa male alla salute. E inoltre chi è simpatico e ottimista ha più amici e più aiuti dai propri cari e questo fa bene. Una ricerca statunitense ha invece mostrato un'anomalia statistica scioccante: tra le anziane appartenenti a gruppi etnico religiosi particolarmente attaccati alle tradizioni si verifica un arresto quasi totale dei decessi nei giorni immediatamente precedenti alle grandi festività durante le quali tutta la famiglia si ritrovava e le nonne hanno la possibilità di rivedere tutti i figli e i nipoti. Subito dopo le festività si osserva un aumento secco della mortalità e poi si ripristinano i valori medi. E questo accade a donne ebree, cristiane, induiste, musulmane o buddiste. Questi esperimenti, insieme a tanti altri, dimostrano che lo stato emotivo e le capacità di relazione sono talmente potenti da aumentare le aspettative di vita e sono addirittura capaci di fermare la morte per qualche giorno. Ma l'interrelazione tra corpo, mente, emotività ed esperienze sociali è talmente stretta che a volte si verificano rapporti tra causa ed effetto veramente stupefacenti. Ad esempio, per porre un freno alla violenza nelle scuole Usa sono stati sperimentati molti sistemi che hanno ottenuto solo risultati risibili e provvisori: metal detector, guardie armate, corsi di educazione civica. Ma Barbara Reed Stitt aveva un'idea del tutto personale delle cause della criminalità. Quando espose il suo progetto alla Central Alternative Higt School di Appleton nel Wisconsin gli insegnanti e il preside pensarono che fosse pazza. Ma in fondo quel che proponeva non avrebbe certo provocato danni. Così le merendine e le bevande gassate distribuite all'interno della scuola furono sostituite con succhi naturali, dolci biologici e frutta. Nel giro di pochi giorni i casi di aggressione e violenza diminuirono drasticamente. Ma attenzione sarebbe riduttivo pensare che il crollo dei comportamenti violenti sia dipeso solo dal cambiamento alimentare. Infatti, certamente non ebbe effetto solo la chimica gastrica dei cibi ma pure l'impatto psicologico del messaggio contenuto nel cambiamento dietetico.

Di questo siamo certi perché l'esperienza nella lotta agli errori nelle aziende ci fornisce parecchi esempi illuminanti. Le aziende affrontano costi enormi per disguidi, comunicazioni sbagliate, malintesi, incidenti, spreco di tempo e di materiali. Si calcola che l'insieme di questi errori possa superare addirittura il 20% dei costi di un'impresa. Quindi i manager più accorti hanno investito somme considerevoli per tentare di limitare questo tipo di danni. E spesso le soluzioni escogitate con successo stupiscono. Fanno a pugni con il modo corrente di immaginare la soluzione dei problemi. Ad esempio, alcune aziende informatiche hanno raggiunto risultati economici notevolissimi, distribuendo a tutti i dipendenti piccoli gadget di cartoncino, simili ai dischi orari, i segnatempo che si espongono sul cruscotto dell'auto nei parcheggi a tempo limitato. Ma non erano dischi orari: sul davanti dei due cartoncini accoppiati, invece di un orologio era stampata una faccia. Muovendo la rotellina sul dietro del cartoncino cambia la bocca e così la faccia ha un'altra espressione diventando via via triste, incazzata, perplessa, allegra, ridente. Come può un simile aggeggio idiota aumentare gli utili e il fatturato di una grande azienda? Gli impiegati lo appendono sulla porta del loro ufficio o lo posizionano sulla propria scrivania e lo usano per segnalare ai colleghi il loro stato d'animo. Così, se vedi che il tuo collega si segnala come incazzato duro, magari per rivolgerti a lui aspetti che sia di un umore migliore oppure, se proprio non ne puoi fare a meno, gli parli con un atteggiamento particolarmente gentile. Questo semplice accorgimento porta le persone a una visione di sé più gratificante (il mio umore è importante e viene considerato come un elemento essenziale per il buon funzionamento dell'azienda). Mi sento meglio, mi vedo importante, aumenta la mia autostima e la mia positività e faccio meno errori, sono più convincente con i clienti, trovo soluzioni migliori ai problemi e collaboro con più gusto con i miei colleghi. Non hanno importanza i cartoncini e le merendine in quanto tali ma per il messaggio che sottintendono.

Capitolo settimo
Guadagna montagne di euro stupendo i tuoi dipendenti. Un altro accorgimento che offre grandi risultati è quello di dare maggior importanza al luogo dove sono poste le macchinette per il caffè. Avete presente i dispenser automatici? La macchinetta viene generalmente piazzata in fondo a un corridoio (tipo "Camera caffè"). Se volete fare i soldi dovete buttare via queste macchinette. Prendere una bella sala riunioni, metterci comode poltrone, piante, dipinti alle pareti, musica e offrire bevande gratuitamente. Inoltre conviene non essere troppo fiscali sul tempo dedicato dagli impiegati alla pausa caffè.

Si calcola che il lavoro veramente produttivo di un impiegato sia comunque molto inferiore alle ore lavorate. Gli impiegati perdono comunque un sacco di tempo: ore. Quindi se un dipendente passa dieci minuti o mezzora in una pausa ristoratrice non fa differenza. Ma se dopo aver sprecato mezzora, lavora con un minimo di impegno in più, l'azienda ci ha guadagnato. Inoltre, la stanza delle bevande calde, se è confortevole, diventa uno snodo informale delle comunicazioni tra i dipendenti. Si incontrano colleghi di diversi settori ed è possibile avvicinare i capi direttamente. In questo modo si crea una via di comunicazione parallela e magari si evita che alcuni messaggi prioritari si perdano nel marasma delle e-mail di routine. E magari un'informazione urgente riesce ad arrivare subito al dirigente saltando le vie gerarchiche e permettendo di evitare un danno grave. Sono ormai migliaia le grandi aziende che per aumentare la produttività utilizzano un insieme di tecniche che apparentemente non hanno nessun nesso con la reale efficienza dell'azienda. Ciononostante i risultati sono indiscutibili. Concedere che in un giorno alla settimana si possa vestire casual o portare i bambini in ufficio, dedicare porzioni di tempo retribuito alla ginnastica collettiva, alla siesta pomeridiana, al volontariato, a gite sociali, sono iniziative che vengono adottate sempre più spesso dalle aziende semplicemente perché consentono di guadagnare più denaro. Molto più denaro. A furia di osservare spasmodicamente l'influsso degli eventi più disparati sul funzionamento delle aziende sono state realizzate osservazioni curiose che rovesciano il punto di vista dei luoghi comuni su cosa determini il successo. Ad esempio, alcuni sostengono che una sede produttiva che arrivi a superare i 150 dipendenti affronta sempre una crisi di produttività. Si è ipotizzato che ciò dipenda dal fatto che una persona abbia difficoltà di riconoscere più di 150 volti all'interno del contesto aziendale. Se ci sono 151 dipendenti la nostra mente si arrende e non riesce più ad associare, a ogni faccia, compito e ruolo. Si perde quindi la capacità di sviluppare linee di comunicazione trasversali e informali e inoltre si ha un crollo dell'identificazione tra dipendenti e azienda. 150 persone sono una famiglia. 151 persone sono una folla anonima e potenzialmente ostile. I dipendenti si sentono insicuri, sbagliano maggiormente, avvertono meno la responsabilità individuale, gli errori e gli sprechi aumentano, crescono i costi e scendono i fatturati. E il danno è talmente notevole che ormai parecchie aziende si sobbarcano i costi di sdoppiare un dipartimento anche fisicamente, raddoppiando mense e ogni tipo di servizio, pur di non superare il numero di 150 addetti per ogni sede. Un'altra prova indiretta di questo rapporto tra immagine di sé del singolo lavoratore, immagine dell'azienda e risultati economici, ci viene dall'osservazione dei risultati ottenuti grazie ai corsi aziendali. L'aspetto strabiliante è che tutti i corsi danno come risultato un aumento della produttività nei primi sei mesi a prescindere dalla qualità dei corsi stessi. Non importa cioè cosa si insegna e se gli insegnanti sono capaci o no. Il fatto stesso che un'azienda investa denaro ed energie nell'organizzazione dei corsi dà ai dipendenti una sensazione positiva, un segnale di attenzione che induce il personale a lavorare con maggior impegno. Inoltre i corsi sono un'ottima occasione di socializzazione e tendono a creare una situazione emotiva migliore tra i colleghi, uno spirito di squadra. E se l'insegnante è particolarmente idiota paradossalmente può funzionare anche meglio perché tutti si coalizzano contro di lui e questo galvanizza il senso di appartenenza.

E tutto questo fa bene al fatturato. Ritornando ora all'impatto che hanno comportamenti e linguaggi inconsci sulla nostra vita quotidiana possiamo chiederci quanto di quello che succeda sia frutto del caso, del destino o della volontà delle persone che ci stanno davanti e quanto dipenda da un complicatissimo insieme di elementi che sfuggono alla nostra visione razionale, come il linguaggio del corpo, gli atteggiamenti, l'idea che abbiamo di noi stessi e degli altri, le nostre intenzioni e le nostre paure più profonde. Una donna che ha appena divorziato da un uomo perché lui la picchiava come riesce a trovare a colpo sicuro, in mezzo a mille persone, un altro uomo che la picchierà e innamorarsene perdutamente? Di certo non si tratta di una scelta volontaria ma di un insieme di concause invisibili. Lei si trova in una condizione particolare: invia precisi segnali che attraggono i maschi violenti in modo irresistibile. Ha scritto in faccia che è una vittima facile e cerca uomini che abbiano addosso i segni di una sofferenza emotiva che li porta a odiare le persone che li amano. E questa donna continuerà a innamorarsi di uomini stupidi e violenti fino a quando non capirà che agisce in modo preciso per ottenere quel che consciamente rifiuta. E per fare questo deve arrivare a vedere quali sono i faticosissimi, disgustosi, microcomportamenti che mette in atto, i piccoli, sgradevoli pensieri che coltiva. Deve scoprire che esiste un linguaggio del corpo, un potere delle intenzioni. Le persone si liberano facilmente di questa zavorra se si rendono conto dell'importanza delle micro-azioni che ripetiamo quotidianamente. Sono invece condannate alla ripetizione ciclica dei loro drammi esistenziali se non arrivano a scorgere questo sub livello della loro identità.

Capitolo ottavo
L'uomo che i rapinatori adoravano E' chiaro che capire come disinnescare questi meccanismi distruttivi sarebbe una notevole scoperta, capace di migliorare la vita di chiunque, visto che tutti più o meno tendiamo a mettere in scena certi drammi più e più volte nella nostra vita. E in quest'arte del ripetere le esperienze negative siamo dei veri maestri disposti, per riuscirci, a qualunque sacrificio. Waslawich, grande precursore di questo tipo di ricerca comportamentale, si imbatté in un uomo che aveva subito più di 70 rapine. Un numero effettivamente enorme: alla maggioranza delle persone non capita mai di subire una rapina. Alcuni molto sfortunati vengono rapinati 3, 4 o 5 volte. Subire dieci rapine è un fatto eccezionale... Ma 70 rapine è un numero esagerato. Sembra addirittura impossibile incontrare 70 rapinatori, in una sola vita, e tutti in luoghi dove sia pensabile eseguire una rapina... La domanda che si è posto Waslawich osservando questo super depredato è stata: come fa a farsi rapinare così tanto? Quali gesti compie? Che modo di camminare usa per indurre in ogni rapinatore che gli passa nel raggio di 100 metri l'irresistibile impulso a rapinarlo?

E se quest'uomo cambia il modo di vedere se stesso, smette di essere rapinato costantemente? Esiste qualche cosa di impalpabile che emana da ognuno e determina le reazioni altrui? Kate Miner, una miliardaria americana, ha risposto in parte a questa domanda con un esperimento sociale di grandi proporzioni che ha coinvolto migliaia di donne che vivevano per strada dormendo sui marciapiedi riparate da cenci e cartoni. Questa donna aveva guadagnato miliardi gestendo una catena di boutique d'alta moda ed era convinta che un abito firmato può fare miracoli. Comprò un mega camper con rimorchio a due piani, lo attrezzò come un beauty center e iniziò a girare gli Usa. Con l'aiuto di un gruppo di femministe e di psicologhe avvicina le barbone, le porta nel super camper, offre loro un rapido restyling: pedicure, manicure, coiffeur, massaggio, trucco. Fa loro indossare abiti lussuosi, corredati da accessori di gran classe. Le mette di fronte a uno specchio e si complimenta con loro per la metamorfosi che hanno compiuto, da cumulo di croste e stracci a donna elegante. A questo punto le ex barbone vanno a un colloquio per trovare lavoro e a un incontro per affittare un appartamento. E riescono a ottenere entrambe le cose: una casa e un lavoro. Miracolo? No: potere delle apparenze. Il grande cambiamento si compie in 24 ore grazie a un vestito nuovo e a un po' di attenzioni e incoraggiamenti. Per una persona che non si considera nulla, assaporare la soddisfazione provocata da una serie di piccole gratificazioni è un'esperienza sconvolgente in grado di ribaltare il punto di vista sulle proprie capacità e quindi moltiplicarle per 100. In questo modo sono uscite dalla miseria più disperata 5.000 donne. E la cosa straordinaria è che solo 3 donne su 100 scappano con addosso i vestiti e i gioielli che ricevono in prestito. Cambiare il loro aspetto è sufficiente per modificare l'idea che esse hanno di sé e la loro scala di valori, rendendole improvvisamente capaci di affrontare nuovamente con successo le difficoltà di una vita normale. Ovviamente poi è necessario che queste donne vengano seguite, che venga offerta loro la possibilità di condividere le nuove esperienze con altre donne che stanno percorrendo lo stesso difficile percorso. Ma il salto quantico essenziale avviene in modo fulmineo cambiando la loro immagine interiore. Questo approccio è stato sperimentato nei contesti più diversi e ha mostrato la capacità di creare cambiamenti enormi e istantanei anche rispetto a problemimsociali drammaticamente complessi come il livello di criminalità in una grande città. C'è una storia che può chiarire quello che cerco di dire meglio di molti discorsi. Pare inventata ma è assolutamente vera. Il professor Antanas Mockus, di origine lituana, insegnante di matematica e filosofia, stava tenendo una lezione nell'aula magna dell'Università di Bogotà a un pubblico distratto di studenti, figli di una città dove agli incroci ci si sparava addosso per stabilire chi avesse la precedenza. Il professore decise che voleva assolutamente farsi ascoltare. Era convinto di avere cose importanti da dire. Quindi salì in piedi sulla cattedra, si calò i calzoni e le mutande e mostrò il sedere agli studenti che ammutolirono.

Il professore concluse la sua lezione e lasciò l'aula magna. Gli studenti erano ancora paralizzati a bocca aperta. Il professore venne espulso dall'università per comportamento disdicevole. E lui disse: Ma allora non vi interessa veramente insegnare a tutti i costi, volete farlo solo se potete contemporaneamente conservare la ritualità inutile che vi dà autorità... Poi si arrabbiò e decise di presentarsi alle elezioni con un partito dal nome assurdo: Partito visionario. Vinse le elezioni. Il suo programma di governo mirò innanzitutto a dare ai cittadini la sensazione che qualche cosa stesse cambiando. Bisognava far diminuire la criminalità che aveva proporzioni spaventose: nel corso del 1997 a Bogotá si registrano 4.500 omicidi, più di 12 morti al giorno, a fronte di una popolazione di poco più di 5 milioni di persone. È fra le città più pericolose del mondo. Ma come fare? Antanas Mockus iniziò da un problema secondario, contiguo a quello della criminalità, di grande visibilità e relativamente semplice da affrontare con una terapia d'urto. La questione del traffico. E di questa questione secondaria affrontò la parte più semplice e visibile: i semafori. Nessuno si fermava ai semafori. L'idea fu che il rispetto delle segnalazioni semaforiche sarebbe stato un micro shock positivo per la città. Si decise per un'azione molto comunicativa. Il sindaco agì in modo inaspettato e stupefacente. Vennero ingaggiati mille clown e una bella mattina gli automobilisti di Bogotà trovarono i semafori presidiati da gruppi di clown che piangevano a spruzzo se non ci si fermava col rosso e invece danzavano e offrivano fiori se si rispettavano le precedenze. Contemporaneamente vennero distribuiti centinaia di migliaia di cartoncini con disegnato sopra il pugno con il pollice in alto nel gesto di OK! Lo stesso cartoncino rovesciato, pollice verso, significa ovviamente disapprovazione. Ai semafori si vedevano i clown utilizzare questi cartoncini per approvare o disapprovare il comportamento degli automobilisti. E molti iniziarono a imitarli. E ben presto si scoprì che i bogotesi temevano più le prese in giro dei clown e degli altri automobilisti delle multe dei vigili. Il traffico iniziò a regolarizzarsi e nel giro di una settimana crollò il numero degli omicidi. Intanto vennero prese misure strutturali, si raddoppiò il numero dei mezzi pubblici e vennero escogitati sistemi efficienti di sostegno alle famiglie povere, dando loro la possibilità di costruirsi case decenti sui terreni pubblici e trasformando la raccolta dell'immondizia in una risorsa per i più poveri: cibo, medicine e libri in cambio di rifiuti suddivisi. Così la macchina inefficiente di raccolta dell'immondizia, grazie a sistemi di riciclo e di valorizzazione, fornì lavoro per migliaia di persone attraverso una micro-organizzazione del servizio. E la città iniziò a essere pulita. E via di questo passo, semplificando la burocrazia e razionalizzando il sistema. Tra i provvedimenti presi per cambiare l'immagine della città nella mente dei cittadini c'è l'invenzione della Notte delle donne. È la notte del venerdì, ogni settimana: agli uomini è addirittura vietato farsi vedere per strada (salvo specifiche ovvie deroghe), la città, in quella sera, appartiene solo alle donne. Non basta: viene istituita anche la Notte dell'aranciata, una sera alla settimana in cui è vietato bere alcolici. Radicali sono poi state le riforme sul territorio: grazie al POT (Plan de Ordenamiento Territorial), un progetto di riqualificazione delle zone degradate della città, vengono costruiti nuovi parchi verdi - al punto che la superficie di verde pubblico della città si è moltiplicata di ben 4,5 volte in soli cinque anni, dal 1997 al 2002 - viene inoltre sistemata la rete idrica e sono recuperati alcuni fiumi e canali della zona, abbandonati a se stessi.

Un occhio alla cultura: si costruiscono 4 grandi biblioteche e 16 più piccole, e nei quartieri periferici della città trovano spazio 52 nuove scuole. Grazie al Plan Maestro de CicloRuta nel giro di una decina d'anni viene realizzato un sistema di piste ciclabili e pedonali di 297 km che attraversa la maggior parte del tessuto urbano. È la rete ciclabile più grande dell'America Latina e nei prossimi dieci anni ne è previsto un ampliamento per ulteriori 300 km. Campagne pubblicitarie promuovono ovviamente l'uso della bicicletta e ogni giorno aumentano le persone che la utilizzano per gli spostamenti. Dal 2000 al 2003 si è passati dall'1 al 4% della popolazione. Sempre a proposito di spostamenti all'interno del tessuto cittadino va menzionato anche il Sistema Integrato di Trasporto di Massa TransMilenio. Si tratta di un sistema che integra due diverse tipologie di autobus: uno ad alta capacità, che collega le zone centrali della città e viaggia su corsie preferenziali e uno a bassa capacità che collega i quartieri periferici. Entro il 2015 la rete TransMilenio avrà una lunghezza di 388 km e coprirà l'80% della superficie della città. A 5 anni dall'inaugurazione del servizio, e con soli 60 km in funzione, i primi risultati sono sorprendenti. Già ora il risparmio in termini di tempo impiegato dai cittadini negli spostamenti raggiunge il 25% e il processo innesca tutta una serie di reazioni a catena: aumentano gli spostamenti, l'economia della città, il benessere degli abitanti. Fino a qualche anno fa molti residenti al nord non si sognavano nemmeno di recarsi nella zona sud della loro città. Oggi si tratta di un tragitto che si può fare in breve tempo, spendendo poco e in tutta sicurezza. L'aver cambiato volto alla città ha infatti avuto un effetto fondamentale: la diminuzione della criminalità. Il bilancio del governo di Mockus, anche sul fronte della lotta al crimine è strabiliante: tra il '97 e il 2002 da gli omicidi passano da 4.500 a 2.000. Molto resta ancora da fare a Bogotà, ad esempio il 50% della popolazione resta sotto il limite di povertà, ma indiscutibilmente la qualità della vita e le opportunità offerte ai cittadini hanno fatto balzi strepitosi. Riassumendo: nelle situazioni nelle quali il risultato di un'azione è chiaro, è sensato occuparsi solo di agire: quando un uomo sta annegando, se non lo tiri fuori dall'acqua muore. Ma quando ci troviamo di fronte a problemi che non sottintendono un modo semplice e obbligato di reagire allora è il caso di chiederci: qui è meglio affrontare il cuore del problema o agire sul contesto? E chiaramente chi non si pone mai questa domanda incontrerà sicuramente una dose extra di grossi problemi esistenziali. Se vuoi vivere a lungo puoi prendere molte medicine oppure smetterla di incazzarti. Puoi anche smettere di incazzarti e prendere molte medicine. In nessun caso ti conviene continuare a dare giù di testa odiando il mondo. E' un atteggiamento conflittuale. Ti buca lo stomaco con la stessa efficienza di un colpo di pistola. L'unica differenza è che l'atteggiamento conflittuale ti fa un foro nella pancia in modo più lento e doloroso.

Capitolo 9
Non puoi restare triste a lungo. è troppo pericoloso! Quando siamo disperati perché un grande amore è finito, abbiamo difficoltà a credere che ci innamoreremo di nuovo. In effetti alcuni riescono a rovinarsi la vita a causa di un unico grande amore finito male. Generalmente sono persone che si incazzano e sono pessimiste. E indovina che tipo di voce usano per motivarsi al mattino? E come ricordano i loro momenti migliori? Ma anche quelli più ottimisti quando si arrabbiano tendono a vedersi in una situazione che almeno momentaneamente non ha via d'uscita. Anche se si è ottimisti è impossibile essere sempre dell'umore migliore vivendo in una società così ingiusta e schizofrenica. La domanda a questo punto è: si può agire in modo tale da ridurre i momenti incazzati, annoiati o tristi? Quando sei in quello stato mentale pessimo tutto ti sembra nero. Hai una visione diversa di te e del mondo. A volte sai benissimo che basterebbe che una certa persona dicesse una certa parola per sciogliere tutta la tua negatività e il tuo malessere. Ma sei molto esigente a proposito dell'esatta natura di quel segnale. Non fai sconti sulla password. Dev'essere esatta. A volte è proprio necessario essere tristi o incazzati. Prendere coscienza di lutti, fallimenti o ingiustizie subite è un passaggio irrinunciabile della nostra vita. Ma oltre un certo punto di sofferenza si entra nel territorio abitato dagli spiriti che si crogiolano nel dolore e nella rabbia e in questo stato mentale. Sei nel regno delle seghe mentali masochiste. E, come si è detto, rotolarsi nel fango del dolore fa malissimo alla salute, rende incapaci di superare test elementari e ci trasforma in persone poco affascinanti. Ma come faccio a superare questi stati depressivi? Cosa succede se adotto verso questi momenti lo stesso atteggiamento della miliardaria americana che veste lussuosamente le barbone? E' possibile smettere di essere depressi cambiando solo il vestito? Cosa succede se io non mi arrendo a uno stato d'animo negativo e provo a fargli lo sgambetto? Non sto proponendoti di far finta di essere felice. Trovo che far finta di essere felici sia la cosa più triste (straziante) che esista. Sto dicendo soltanto che è possibile interrompere il circuito vizioso dei musi lunghi (il Long Muse Tour). Quel che ti fa arrabbiare, ti mortifica, è la difficoltà di vivere, l'assurdità di questo mondo, la carenza che gli umani dimostrano continuamente in settori essenziali come l'amore, il rispetto, l'ascolto, la comprensione. Avrai da star male e deprimerti fin che stai su questa terra perché non sono problemi che risolveremo nei prossimi due anni. Quindi se vuoi potrai deprimerti e avvilirti per tutta la tua vita. E nessuno potrà convincerti che hai torto perché hai proprio tutte le ragioni per essere fuori di te dall'ira. Hai tutto il diritto di non

rivolgere la parola all'Universo fin che campi. Questo nella migliore delle ipotesi. Se poi ti colpisce la sfiga cosmica e veramente la tua vita è rasa a zero potrai anche rotolarti per terra lasciandoti travolgere dai singhiozzi fino alle convulsioni. E si può solo essere solidali con te. Siamo nati in un mondo dove l'amore scarseggia. E non per colpa nostra. Quando siamo arrivati tutto era già abbondantemente nella merda e non si può accusarci di niente. Ci hanno separato alla nascita dalla mamma, da piccoli ci hanno lasciati a dormire da soli con i nostri incubi, ci hanno represso sessualmente ed emotivamente, non ci hanno ascoltati e a scuola ci hanno ucciso di noia la fantasia. Siamo vittime di imbrogli cosmici. E se Dio esiste è malvagio perché lo sapeva che mi stava creando traumatizzato e un po' pirla. Se mi voleva santo subito gli bastava costruirmi un po' più alto, biondo e intelligente, completamente mondo da stupidità e pulsioni sessuali incontrollabili e misteriose. Dio è veramente onnipotente o no? Insomma se credi di essere vittima di ogni sorta di ingiustizie e di avere tutte le ragioni possibili di essere di pessimo umore posso solo essere stradaccordo con te. Se ragioni così hai trovato un modo estremamente giusto e efficiente di rovinarti la vita. Complimenti! Nel caso che ti venga a noia di piangerti addosso e compatirti per le orrende ingiustizie e assurdità che hai subito potresti provare a dare un'occhiata al mondo, visto che tanto sei qua e finché non muori non hai un cazzo d'altro da fare. Tanto vale provare a vedere se Dio, magari, pur non essendo in grado di dotarti di perfezione assoluta, ti ha comunque regalato una possibilità strabiliante di esplorare un pianeta capace di darti emozioni talmente forti e a volte talmente dolci, da ripagare con abbondanza l'incomodo di vivere. E magari, se sei disponibile a comprendere come funziona il gioco, puoi anche riuscire a limitare il costo della vita. Questa idea parte proprio dalla constatazione che o Dio è una carogna o Dio NON è onnipotente. Io preferisco credere alla seconda ipotesi. Il mondo non è perfetto. è in costruzione. E Dio, poverino, ha fatto il massimo che poteva: crearci. Ha dovuto scegliere se non farci esistere o farci esistere in maniera imperfetta (ma molto dinamica). (A questo proposito vedi http://www.jacopofo.com/?q=node/1599 ) Detto questo, e scaricato l'ovvio risentimento verso un creatore pasticcione ma simpatico, passiamo alle questioni pratiche. (Attenzione, però, che è proprio necessario affrontare la questione filosofica del riappacificarsi con l'Universo nonostante i dolori e le ingiustizie subite. Vivere odiando la Creazione non fa bene all'umore. Sia che tu faccia una scelta religiosa, di fede, mistica, laica o quel che vuoi tu, DEVI riuscire a dare un senso positivo al mondo oppure scegliere il suicidio. Vivere in un posto che non stimi è fonte di inutili infinite sofferenze. è l'essenza stessa del masochismo. Su questo tema vedi anche il libro: "Dio c'è e vi saluta tutti.") Hai dei problemi? Hai voglia di cercare di ridurre il loro potere dolorifico? Il mondo è talmente amorevole con te che ti basta solo provare a affrontare quel che ti fa star male che già ti senti meglio.

Se quando stai male fai qualche cosa, diventi l'autore di un tentativo di cambiamento, questo solo fatto è di per sé stesso in grado di modificare la tua situazione. In altre parole se non reagisci alla tristezza sei morto.

Capitolo 10
Reagisci alle situazioni! Se non ti muovi finisce che ti puzzano i piedi. Non voglio raccontarti storie di piccoli malesseri risolti con un trucchetto. No, andiamo a prendere le esperienze più dure a cui possa essere sottoposto un individuo. Parliamo di campi di concentramento, di carceri disumani. Quelli che mantengono l'equilibrio mentale ci riescono perché evitano la spersonalizzazione. A volte ci riescono grazie a piccoli giochi mentali apparentemente insignificanti. Non importa cosa fai. Importa che lo fai e che per te sia importante farlo. Se guardiamo tutte le persone che sono riuscite a sopravvivere spiritualmente e mentalmente all'orrore dei campi di concentramento nazisti vediamo che tutte hanno inventato qualche cosa che desse loro la forza di resistere. E questo qualche cosa è l'atto stesso di agire opponendosi psicologicamente all'annientamento. Scacciare la tristezza, la depressione e l'apatia che ci travolge quando il destino ci colpisce è di per sé un atto capace di proteggerci. Nei campi di sterminio c'è chi salva la propria mente disegnando con bastoncini di legno carbonizzati su minuscoli foglietti e chi compone romanzi imparandoli a memoria perché non ha la carta. Questo atteggiamento attivo non dà la certezza di sopravvivere. Non sappiamo quanti tra quelli che adottarono uno spirito reattivo morirono nei campi. Però sappiamo di per certo che tutti quelli che ne uscirono vivi e ancora pensanti fecero qualche cosa per riuscirci: non si lasciarono travolgere dallo sconforto. Tutti quelli che non reagirono alla disperazione furono annientati. Uno dei prigionieri americani in Iran ai tempi della rivoluzione di Khomeini, reagì alla segregazione in una cella minuscola trasformando l'idea di cella. Si impose di considerarla l'unica sua proprietà, la sua casa. Quindi quando i carcerieri aprivano la porta di ferro invece di starsene buttato come uno straccio in un angolo, lui li accoglieva in piedi, salutandoli come ospiti. Attenzione, questa scelta è molto pericolosa e può costarti una razione supplementare di bastonate. Ma non importa. Il tuo scopo è salvarti l'anima. Se leggi la biografia di Nelson Mandela ti rendi subito conto che lui ha resistito in carcere per una vita mantenendosi sano di mente perché ha continuato a combattere una battaglia estenuante contro la burocrazia carceraria, lottando con mezzi inesistenti, come le richieste formali alle autorità, per ottenere qualunque cosa fosse possibile ottenere: libri, diritto a condurre corsi agli altri detenuti, spazi vitali.

E' andato avanti per anni a chiedere, appellarsi, protestare. è stato punito in ogni modo per questa sua resistenza ma lui ha continuato. La vittoria in questo caso non stava nell'ottenere la soddisfazione delle richieste ma nel sentirsi attivi, nel riuscire comunque a beffare il sistema continuando a creargli microscopici fastidi. Per anni Mandela ha costretto i suoi aguzzini a occuparsi di lui. Dovevano comunque leggere le sue lettere, archiviarle, scrivere relazioni, chiedere pareri, discutere, emettere sentenze, trascriverle, ricusare, vidimare, timbrare. Mandela sentiva di essere ancora capace di provocare grattacapi e crisi isteriche. E ogni volta che lo punivano si diceva: ma allora sono ancora scomodo anche se mi hanno chiuso qui in un'isola fuori dal mondo. E sorrideva.

Capitolo undicesimo
Malati che reagiscono e medici ottimisti Conosco persone stupende che hanno lottato contro la malattia ma non ce l'hanno fatta e sono morte. Conosco persone che hanno lottato e sono sopravvissute. Ma non conosco persone che siano sopravvissute senza lottare, senza diventare parte attiva nella cura. Esistono molte ricerche su guarigioni inspiegabili clinicamente documentate (Guarigioni straordinarie, quando il corpo guarisce se stesso, di Marc Ian Barasch e Hirshberg Caryle, ed. Mondadori). Alcuni ricercatori francesi hanno studiato più di 3000 guarigioni "impossibili" scoprendo che per ottenerle i malati erano ricorsi a 1500 terapie diverse. L'aspetto più interessante di queste guarigioni è che un sistema di cura funziona solo per due o tre persone al massimo. C'era chi era guarito con la macrobiotica, chi grazie a un santone, chi si era gettato nel fiume ghiacciato prima dell'alba, tutte le mattine per mesi, chi aveva scalato le montagne, chi aveva pregato un Dio, chi si era semplicemente affidato a un medico normale del quale aveva fiducia... Ma non si conosce nessuno che abbia ottenuto una guarigione inspiegabile senza coinvolgersi emotivamente nel desiderio di guarire. I pazienti apatici, pessimisti, che non si amano, semplicemente muoiono. E questo ragionamento è comprovato da tutte le ricerche che ci dicono che un medico simpatico guarisce mediamente un 30% in più di pazienti. Riesce a smuovere la fiducia nel malato e questo solo fatto ha l'effetto di moltiplicare l'efficacia della cura. E anche la potenza dell'effetto placebo è stupefacente. Dal libro Guarire Ridendo (http://www.commercioetico.it/libri/jacopo-fo.html ) Normalmente per verificare l'efficacia di un farmaco si procede somministrandolo a un gruppo di 100 persone (il numero è indicativo). A un altro gruppo di pazienti, il più possibile simili a quelli del primo, per stato di salute e condizione sociale, viene somministrato un farmaco fino (detto

placebo), costituito da un po' di zucchero (o da altra sostanza neutra). Nessuno dei pazienti sa se prende la medicina vera o quella falsa. Il primo fenomeno strano osservato è che gli effetti non sono molto diversi nei due gruppi. Su 100 persone che prendono il farmaco, magari 88 sentono un qualche cambiamento ma anche molti del gruppo che sperimenta il placebo subiscono il medesimo effetto. Se gli effetti positivi osservati sul gruppo che prende la medicina vera superano dell'8% gli effetti positivi osservati nel gruppo che ha preso acqua e zucchero, si può già dire che la medicina funziona! Ovviamente questa differenza aumenta nel caso di anestetici e sonniferi e di altri medicinali che agiscono sulle funzioni fisiologiche fondamentali. Però anche nella sperimentazione degli anestetici si verificano casi di totale scomparsa del dolore, in pazienti gravemente sofferenti, iniettando unicamente acqua distillata fatta passare per morfina (questo discorso non contraddice il fatto che se somministro un chilo di cianuro a 100 persone ottengo un'alta percentuale di decessi). Ma un altro curioso fenomeno ha stupito i ricercatori: se alcuni membri del gruppo che prende il medicamento vero soffre di effetti collaterali (bolle, arrossamenti o altro), questi fenomeni colpiscono anche una percentuale consistente, anche se minore, di pazienti che prendono il placebo. Fenomeni del genere hanno sempre suscitato l'interesse di molti scienziati, inducendoli a interrogarsi sul rapporto tra mente e corpo. Questo interesse ha portato a un'altra scoperta. C'è uno stretto rapporto tra la simpatia del dottore e l'effetto della cura. Il medico più comunicativo guarisce il 25% di malati in più rispetto al terapeuta che non entra in empatia con i pazienti. ................................................................................ La passera di tutte le filosofie Se ancora hai qualche dubbio sull'incredibile interconnessione tra tutti gli aspetti della nostra vita, del nostro modo di pensare, del nostro umore e della voglia di reagire e vivere c'è una prova statistica colossale che dovrebbe toglierti ogni dubbio. Se prendiamo i dati sulla durata della vita umana suddivisi per categorie sociali scopriamo che ovunque le persone che hanno una buona posizione economica vivono di più. E questo lo potremmo anche spiegare dicendo che i ricchi mangiano meglio, vanno di più in montagna a ossigenarsi i polmoni e spurgare lo smog e hanno accesso a cure mediche migliori. Ma se andiamo a vedere le differenze di vita media nelle categorie benestanti scopriamo che non sono i più ricchi a vivere di più. I super manager da 200 milioni di dollari all'anno vivono molto meno degli scrittori, dei professori universitari e degli attori. E tra gli attori non vivono di più quelli che incassano più soldi ma quelli che hanno preso l'Oscar. Superata una certa soglia di reddito l'uso che si fa della mente e lo stato d'animo determinano la durata della vita più della ricchezza. Vivono più a lungo in fatti i professionisti che non vanno in pensione e non smettono di utilizzare la creatività e quelli che battono tutti sono gli scienziati che non sono certamente i più danarosi. Sarà perché conducono una vita mediamente più ordinata delle pop star e si allenano maggiormente a capire il mondo? Andando avanti a analizzare i dati sulla sopravvivenza umana troviamo altri elementi che confermano il ruolo importante dei fattori mentali ed emotivi.

Ad esempio le persone sposate vivono più a lungo dei singoli. In questo situazione gioca anche il fattore tranquillità. Chi è sposato si sente mediamente più tranquillo, protetto. I criminali, che non sono per niente tranquilli, soffrono di una serie di malattie devastanti. In particolare sono colpiti in modo statisticamente incredibile da gravi degenerazione della prostata, dei reni e del fegato. Fanno eccezione i condannati all'ergastolo che, ad esempio negli Usa, sono estremamente longevi. In fondo il carcere è un posto molto tranquillo dove la socializzazione e il contatto umano non mancano mai.

Capitolo dodicesimo
Cosa fare con il dolore Credo di aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che c'é modo di sapere, in anticipo, quante probabilità ha una persona di vivere a lungo semplicemente osservando aspetti apparentemente secondari della sua vita. Alzarsi bene al mattino, ricordare in modo emotivamente vantaggioso, essere protagonisti del proprio benessere, essere socievoli e ottimisti, svolgere un lavoro creativo e soddisfacente sono elementi che contribuiscono tutti insieme a determinare la durata della vita. Ne discende che la prima preoccupazione di una persona sensata dovrebbe essere quella di impegnarsi per riuscire a svegliarsi in modo gradevole, avere bei ricordi, essere di buon umore, dedicarsi all'amore, alla convivialità, all'arte o alla scienza. So che questa affermazione porterà molti a sorridere: con tutti i casini che abbiamo non sempre c'è il tempo di occuparci del progetto complessivo della nostra esistenza. I fatti quotidiani, gli eventi imprevisti, gli attacchi di panico, i disastri, le delusioni d'amore ci travolgono e non viviamo seguendo un nostro progetto ma cercando di rispondere colpo su colpo alle evenienze quotidiane. Sostanzialmente viviamo occupandoci dei grandi problemi che ci vengono addosso e cercando di affrontarli o almeno di non essere stritolati. Ma proprio qui sta il problema! Come sopravvivere agli incomodi della vita? Lasciare che il dolore o l'ansia ti travolgano ti costa duecentomila chilotoni di energia vitale. Rinunciare a inventarti una tua personale strategia alla Mandela è uno sperpero colossale di calore umano. Non puoi permettertelo. Anche perché se ti regali il tempo di studiare una strategia globale rischi di scoprire che è possibile farla finita con una parte considerevole dei tuoi problemi. E a questo punto siamo arrivati a un nodo focale. Al cuore del discorso. Tutte le storie che ti ho raccontato finora, nel loro insieme contengono un'informazione in grado di rivoluzionare molto piacevolmente la tua vita. Quest'informazione riguarda proprio il modo nel quale si tende ad affrontare i problemi. Ci hanno insegnato che le persone coraggiose e vincenti sono quelle che affrontano i problemi di petto, che rispondono colpo su colpo ai disastri, che non perdono tempo a dormire sulle

questioni. Ma le persone che reagiscono così non se la passano molto bene e guardandole viene da pensare che sia meglio lasciarsi travolgere, cercando di prenderne il meno possibile. L'idea di affrontare i problemi di petto esprime un concetto positivo e condivisibile: se non ti dai da fare non uscirai mai dalla merda! Sicuramente chi non muove un dito per affrontare i rovesci è destinato a una vita di serie C. Ma la semplice volontà di attivismo guerriero nasconde la madre di tutti gli errori esistenziali. L'esempio più semplice è quello del dolore fisico. Ci sono persone che non reagiscono al dolore e vengono travolte dalla paura della malattia, del peggiorare del male, della morte. Queste persone soffrono dieci volte di più di chi reagisce al dolore, fa qualche cosa, investe emotivamente nella speranza, nel desiderio. Ma ci sono tre modi di reagire al dolore. Il sistema più diffuso è quello di contrastare il dolore. Combatterlo. Usare la mente razionale per concentrare l'attenzione sul non sentire il dolore. Si tratta di un atto della volontà razionale. Potremmo dire che si reagisce contraendosi. Un secondo modo è quello di abbandonarsi, di spegnere ogni resistenza razionale e volontaria al dolore, lasciare che cresca, ascoltarlo crescere, arrendersi. Il dolore è il modo attraverso il quale una parte del corpo reagisce a uno squilibrio grave. Il dolore è una lettera che una parte del corpo invia al cervello per ottenere aiuto. Il dolore non è la manifestazione della malattia ma è parte del meccanismo di autocura naturale. Quando il dolore raggiunge pienamente la mente essa reagisce innanzi tutto secernendo sostanze che arrestano il dolore. Quindi se invece di opporci al dolore lo lasciamo viaggiare fino alla nostra mente otteniamo inizialmente un rapido aumento della sensazione di dolore ma, raggiunto un certo livello, questa inizia a diminuire perché ha esaurito la sua funzione di messaggero e il cervello la spegne. Questo modo di affrontare il dolore è molto più efficace del tentativo di resistergli. Ma esiste una terza procedura che è ancora migliore. Non resistere alla sofferenza. Non dedicarsi ad ascoltarla. è un metodo che i Sik dell'India propongono da secoli e ha effetti strabilianti: consentire al dolore di esistere in tutta la sua grandezza ma contemporaneamente consentire a tutte le altre sensazioni di essere completamente presenti alla nostra attenzione. La differenza rispetto al semplice arrendersi al dolore è apparentemente minima ma in realtà sostanziale. In questo caso io non mi arrendo al dolore. Il concetto di semplice ascolto del dolore prevede una mia posizione passiva. Ma io non devo essere passivo di fronte alla sofferenza. Il male che provo, di per sé, chiama all'azione. Si tratta di un'emergenza. Quindi devo agire. Ma non devo agire opponendomi al dolore. Guardo il dolore senza resistere, senza contrarmi, senza chiudermi all'emozione negativa che scatena dentro di me. Le fitte lancinanti mi fanno sobbalzare, mi scuotono, mi spingono a scegliere tra azione e disperazione. Il mio impegno, la mia intenzione non è nell'ascoltare il male che provo o nel resistergli. Il dolore è il centro del problema ma io non me ne occupo in nessun modo direttamente. Non faccio niente per lui. Non gli do un grammo della mia energia. Non ne ha bisogno. Il dolore si impone da sé con la sua orrenda sgradevolezza alla mia attenzione quindi non ha bisogno che io gli dia altra energia. Resistere alla sofferenza o ascoltare il dolore sono comunque due azioni che prevedono di investire energia sul dolore, sul problema del dolore. Questo

investimento energetico dà forza alla sofferenza, le permette di dominarmi. più me ne occupo, la temo, la studio, la ascolto, più essa è forte e più mi fa male. E più é capace di abbattermi psicologicamente, danneggiare i miei rapporti sociali, la mia immagine di me stesso e del mondo che mi circonda. E tutto questo mi colpirà ulteriormente e darà una forza ancora maggiore alla malattia. Se io invece non faccio niente rispetto al dolore, ma proprio niente, e metto la mia intenzione, la mia energia, il mio ascolto in tutto quanto continua a esistere intorno a me, al di là del male fisico, ottengo un piccolo miracolo: entro pochi secondi il dolore diminuisce. E soprattutto io cambio umore. Continuo da un certo punto di vista a sentire la sofferenza ma non mi interessa più. Non sono più complice del mio dolore. Il cambiamento è sostanziale. Cinquemila anni prima di Milton Ericson i Sik avevano scoperto che la modifica in un meccanismo microscopico del modo di gestire il panorama interiore aveva la potenza di ridurre il costo della vita. Prova a ricordare un momento di grande dolore fisico. Sai rivedere quale era il tuo panorama mentale in quel momento? Il dolore è tutto ciò che vedi e che senti. Dietro al dolore, a fianco al dolore non c'è niente altro. Sei come di fronte a un muro bianco e cattivo e vedi solo quello. Cercare di spostare l'attenzione sulle altre sensazioni che vivi insieme al dolore (odori, suoni, emozioni) vuol dire arretrare, allontanarsi dal muro bianco fino a vederlo tutto, guardare la casa di cui il muro bianco fa parte e arretrare ancora fino a vedere il cielo sopra la casa, gli alberi, le colline sullo sfondo. Cambi letteralmente il panorama di ciò che vedi dentro di te con gli occhi della mente. Spero che questa trasposizione ti sia chiara. Ma forse per te varrebbe di più una descrizione meno visiva. Le persone rappresentano il mondo anche in termini di suoni o sensazioni plastiche, spaziali. Forse qualcuno vede dentro di sé una rappresentazione della realtà esterna fatta di odori. Spero comunque di aver evocato l'idea che vorrei esprimere. Esiste nella nostra mente una rappresentazione della realtà esterna e della rete reciproca di connessioni. Quando proviamo un forte dolore fisico questa rappresentazione globale salta e noi vediamo solamente il centro del problema: il dolore. Questo non va bene perché se identifichiamo solo il dolore gli diamo forza e lo poniamo al centro delle nostre intenzioni e così aumentiamo la sua capacità di farci soffrire. Sensato è invece cambiare la direzione delle nostre intenzioni, della nostra attenzione lasciando che si concentri su aspetti più gradevoli della nostra esistenza. Le nonne molto tradizionaliste che smettono di morire prima delle feste durante le quali rincontreranno i loro nipotini fermano la morte semplicemente non occupandosi in nessun modo della loro malattia. Tutta la loro attenzione e intenzione emotiva è focalizzata sulla visualizzazione delle sensazioni gradevoli che proveranno quando prenderanno in braccio i loro nipotini. Non avendo una famiglia attaccata alle ritualità delle feste ho sempre invidiato chi ha questa fortuna, cercando di creare anch'io qualche cosa di simile con le mie figlie, mia moglie e i nostri amici. Proprio perché l'emozione dell'imminenza dell'incontro con persone che ami, l'elettricità dei preparativi, la dolcezza dell'attesa, sono stati della mente piacevolissimi e capaci di curare le ferite del corpo e dello spirito.

Capitolo tredicesimo
Quando il centro del problema è troppo grosso è meglio evitarlo A questo punto mi chiedo se tu condividi questo punto di vista sul dolore. Il dolore è meglio non affrontarlo dedicandosi a qualche cosa di più gradevole? Dobbiamo affrontare il dolore non affrontandolo? Se la tua risposta è sì ti comunico che sei in grave pericolo e rischi di perdere per sempre la possibilità di entrare nel ristrettissimo cerchio dei Membri Onorevoli del Club dei Soffritori Professionisti: non ti inviteranno mai alle loro feste di fine d'anno durante le quali divorano grandi quantità di ciliegie di granito rovinandosi la dentatura. Mi hanno insegnato che un vero uomo affronta sempre, di petto, il cuore del problema. Ma giunto a essere nonno e dopo una profonda riflessione durata un decennio sono pronto ad affermare che affrontare il centro del problema è una stronzata pazzesca! NON bisogna affrontare il centro del problema. E' molto meglio spostare l'attenzione dai grandi progetti colossali, complessi e lontani che vediamo in maniera confusa, alle azioni che possiamo condurre immediatamente su aspetti della realtà facili da affrontare e che possono dare piccoli risultati subito. E' la Teoria del Contesto ed è un punto essenziale della nostra ricerca di una vita migliore. Se ti incaponisci a mettere al centro della tua esistenza il tuo grande problema (il dolore ad esempio) la grandezza stessa della difficoltà annichilisce la tua fiducia e ti getta nello sconforto. Aumenta così la gravità del problema. Questo modo di pensare contiene una totale rivoluzione. Prova a ripercorrere i passaggi che compie la tua mente razionale quando qualche cosa ti fa incazzare o ti minaccia. Dunque, grossomodo, si tende a seguire questo percorso: 1) Ti accorgi che qualche cosa ti manda in bestia in modo vistoso perché hai una violenta contrazione allo stomaco, sei rosso in faccia e provi una specie di vertigine (beh... le varianti percettive possono essere molteplici... sto semplificando...). 2) Individui la causa di questa incazzatura. 3) Affronti la causa sperando di distruggerla in modo possibilmente doloroso per lei e innocuo per te. Ok? Bene. Questa procedura funziona solo se il problema è di soluzione elementare: se la casa brucia spegni il fuoco! In quasi tutte le situazioni un pelo complesse questa procedura è sbagliata. Se la usi ti conviene abbandonarla perché ha effetti disastrosi sulla tua vita, sulle tue capacità e sulla tua salute. Insistere nell'errore ti costerebbe inoltre parecchi anni di vita. Il percorso corretto è il seguente 1) Ti accorgi che qualche cosa ti fa incazzare in modo vistoso perché hai una violenta contrazione allo stomaco, sei rosso in faccia e provi una specie di vertigine. 2) Individui la causa di questa incazzatura.

3) Osservi tutto ciò che sta intorno alla causa della tua incazzatura cercando di focalizzare l'attenzione sui particolari evitando così di prestare attenzione alla causa della tua incazzatura. 4) Individui un aspetto secondario della situazione sul quale hai modo di agire ottenendo un risultato rapido e positivo anche se microscopico. 5) Agisci in modo lucido ed efficiente concentrandoti soltanto su quel particolare. Visto che hai attaccato il più piccolo hai buone probabilità di menargli. Se non ci riesci cerchi un problema ancora più piccolo da attaccare. Questo finché ottieni il risultato. A questo punto, molto importante, ti congratuli con te per la tua intelligenza, prontezza di spirito, sagacia, forza morale, determinazione, abilità, astuzia, capacità di ascolto, sensibilità d'animo. 6) Individui un secondo aspetto secondario della questione che puoi affrontare in modo rapido ed efficace ottenendo un ulteriore vantaggio e lo affronti subito. La difficoltà di questa procedura è che è strutturata su 6 azioni piuttosto che in 3. Inoltre la sequenza più corta è anche più attraente. In soli tre passaggi arrivi all'eliminazione teorica del problema. è una soluzione banale, che non prevede di slogarsi il cervello a ragionare. E bisogna anche ammettere che in alcuni casi funziona. Ti piace la ragazza del tuo amico? Il problema è il tuo amico. Lo ammazzi e poi violenti la ragazza. Decisione semplice e rapida. Per questo motivo fu la scelta dei guerrieri del neolitico. Se il tuo problema ha una struttura elementare e tu hai un grosso bastone può essere un approccio di successo. Inoltre, affrontare i problemi usando un percorso di soluzione in 6 passaggi ha una seconda implicazione con poche attrattive: non promette la soluzione definitiva e tombale del problema in quanto ogni volta che hai risolto un piccolo problema secondario ti devi occupare di individuare un secondo problema e poi un terzo e così via. Cioè questa metodologia è poco seduttiva perché prevede di affrontare una rottura di coglioni senza fine. Se il tuo obiettivo è soltanto quello di violentare la ragazza del tuo amico, farlo fuori a bastonate ti può soddisfare pienamente. Ma se il tuo scopo è quello di sperimentare un rapporto intimo e dolce che ti porti alla compenetrazione dell'anima con un altro essere umano che si emozioni e goda mentre si dedica con immensa passione a darti e a ricevere da te sensazioni di piacere esagerato, allora hai un problema complesso. Uccidere il tuo amico e violentare la sua ragazza non ti permetterà di raggiungere il tuo obiettivo. Ma come puoi sopravvivere al desiderio che ti scatena vedere il tuo amico che bacia la ragazza dei tuoi sogni? Potresti accettare il nubifragio emotivo che ti sconvolge quando la incontri oppure smettere di incontrarla e intanto focalizzare la tua attenzione sulle donne restanti che sono più di tre miliardi e tra queste ci sono indiscutibilmente alcuni milioni di femmine che possiedono tutte le caratteristiche essenziali per farti impazzire d'amore. E forse potresti anche goderti pacificamente la malinconia che ti assale quando guardi la ragazza del tuo amico e potresti anche sentire un piccolo languore doloroso perdendoti con lo sguardo sulla superficie delle sue labbra. Ma ti puoi anche consolare pensando che la loro storia potrebbe non durare in eterno e poi... chissà...

E questo ti riuscirebbe particolarmente facile se appena due ore prima tu ne fossi stato a letto con la squadra di softball femminile dell'Arkansas. E non eravate a letto a causa di uno svenimento collettivo. Le ragazze, anzi, erano molto energetiche mentre urlavano in coro (completamente nude) iu are the best men in the worl (che sarebbe a dire Tu sei il miglior maschio del mondo e vogliamo possederti in tutte le posizioni del Kamasutra comprese quelle vietate dalla legge in Arkansas). Le nostre reazioni emotive dipendono dal contesto. Se perdi mille euro e sei un disoccupato dell'Uganda sei nella merda. Se perdi mille euro e sei Agnelli non te ne accorgi neanche. Per mostrare le interrelazioni tra aspetti psicologici, fisiologici e sociali ho raccontato come le barbone possano reinserirsi se hanno a disposizione un parrucchiere decente e un abito di Prada. Gli impiegati lavorano di più e meglio se possono perdere tempo al bar e la criminalità di una città crolla se i claun si occupano di regolarizzare il traffico. E gli adolescenti smettono di spararsi se mangiano merendine biologiche. Il comune denominatore di queste azioni è che NON affrontano il Grande Problema ma modificano in modo drastico un aspetto minimo del contesto. Si interviene su una questione parallela apparentemente non connessa con il risultato che si vuole ottenere. Non c'è un nesso evidente tra la capacità di lavorare e il vestito che indossi (l'abito non fa il monaco). Non diventi onesto e gentile se mangi frutta. Non smetti di uccidere se ti fermi ai semafori. Non ti va via il cancro con un paio di sorrisi, non diventi un impiegato migliore se perdi più tempo durante la pausa per il the o se vai a lavorare in maglietta e pantaloncini alla zuava. Eppure, in alcuni casi specifici, come abbiamo visto, un'azione apparentemente irrisoria e ininfluente è in grado di rovesciare positivamente una situazione negativa che non è possibile affrontare con nessun altro mezzo. Spero di essermi spiegato in modo chiaro su questo punto perché ha un'importanza assoluta per tutto il discorso che sto cercando di condurre in porto. Infatti, comprendere questa necessità di adottare un sistema di controllo sulla procedura che adottiamo affrontando i problemi è essenziale.

Capitolo quattordicesimo
Perché discutere con la gente quando è così facile ucciderla? Urge domandarsi: "Cosa sto facendo? Sto adottando la procedura del guerriero neolitico o sto progettando una strategia efficiente per ridurre il costo dell'esistenza?" Porsi questa semplice domanda, infatti, ci porta a adottare scelte più sensate e vivere meglio e più a lungo. E una volta che hai ragionato su questa questione e hai scelto di seguire questa via (dopo attenta valutazione dei pro e dei contro) avrai realizzato una mutazione permanente nel tuo modo di

pensare. Una volta che avrai sperimentato con successo l'effettiva convenienza di questa procedura non ti verrà più in mente di seguire la via del troglodita. Ma attenzione: appena inizi a pensarla in questo modo ottieni una incredibile ondata di benefici. La semplice adozione di questo modo di pensare crea spontaneamente e naturalmente, senza alcuno sforzo da parte tua, l'emergere di una scala di valori diversa. Quando si comprende l'interrelazione tra gli aspetti fisici, emotivi, mentali e sociali si invertono automaticamente alcuni criteri di valutazione che caratterizzano pesantemente il nostro modo di essere. Dedicare energia a osservare i particolari che costituiscono il contesto di ogni grosso problema significa innanzi tutto dare valore all'ascolto. Ascolti di più e agisci di meno. Invece di dedicarti a molte azioni confuse cerchi di portare a termine un'iniziativa particolare. Se ascolti veramente compi un'azione molto complessa. Ancora una volta siamo arrivati a un comportamento apparentemente insignificante che però è in grado di fare una grande differenza nel destino delle persone. Per sapere se una persona è negativa, depressa vivrà di meno, avrà un'esistenza grama e solitaria puoi chiederle come si sveglia al mattino, come ricorda, quanto partecipa con passione alla propria vita o che procedura segue affrontando i problemi. Ma puoi anche chiederle quanto tempo passa ascoltare. In realtà tutti questi atteggiamenti sono sfaccettature di un unico modo di vedere l'esistenza. Ognuna sottintende l'altra. Sono come le ciliege. Se ne assaggi una finisce che le mangi tutte. Ascoltare semplicemente le sensazioni fisiche modifica completamente e istantaneamente il modo di funzionare del nostro cervello. Prova ad ascoltare un sapore o un profumo o la sensazione del tuo corpo. Per tutto il tempo che dedichi ad ascoltare ti è impossibile formulare un pensiero. Nessuno è capace di eseguire le due azioni contemporaneamente. O pensi o ascolti le sensazioni. Non possiamo impegnare queste due funzioni cerebrali in simultanea perché entrambe richiedono l'impiego di tutta la nostra attenzione. Ascoltare ci permette di spegnere il cervello razionale e farlo riposare. E ci permette di goderci la spensieratezza della mente animale, selvaggia. E abbiamo un estremo bisogno di fare tutto questo.

Capitolo quindicesimo
La mente mente in modo insistente. Il nostro cervello dal punto di vista tecnico è un organo di tipo particolare che funziona secondo regole precise. Si è evoluto durante milioni di anni adattandosi alle esigenze umane. Ma

nell'ultimo secolo i mezzi di comunicazione hanno ottenuto un livello di crescita talmente esplosivo che la quantità di ore che dedichiamo al lavoro mentale razionale è decuplicata. L'umano moderno vive angosce esistenziali e ansie sconosciute ai nostri antenati. La sofferenza psicologica dell'uomo moderno è enorme. L'animale prova dolore fisico ma è incapace di un dolore spirituale come lo intendiamo noi. Gli manca la capacità di arrovellarsi, di compatirsi, di crogiolarsi nei propri ricordi peggiori scegliendo i più tremendi. E sopratutto l'animale non ha la capacità di temere il futuro, di immaginare con dovizia di particolari masochisti tutti i modi nei quali potremmo soffrire e morire, insieme a tutti i nostri cari. L'essere umano ha elaborato un modo di soffrire che nessun animale può sperimentare. Noi soffriamo tutto il dolore che patiamo e tutto il dolore che la nostra mente è capace di inventarsi. E tanto più l'umanità cresce tanto più crea nuovi sistemi per aumentare il dolore mentale. Quante volte in un anno un umano primitivo incontrava la morte e sentiva risvegliarsi la coscienza della propria fine futura? Certamente non gli capitava tutti i giorni. L'umano moderno spende notevoli cifre di denaro per poter vedere decine di volte al giorno omicidi e massacri veri e cinematografici. Ci autobombardiamo con l'idea della morte. La morte fa parte della nostra quotidianità. Anzi del nostro divertimento. Siamo condannati morte che passano la vita a vedere immagini di gente che muore o che è appena morta. Decine di volte al giorno. E decine di volte al giorno la nostra mente si focalizza su ogni sorta di violenza e di disgrazia. E se la morte della tv normale non ci basta possiamo sempre abbonarci a Sky. Questa situazione è assolutamente negativa. Induce un'attività ansiogena nella mente razionale. Questo è il centro del problema. Ma ovviamente non ce ne occuperemo. Se vivi nel moderno occidente non puoi sfuggire al bombardamento mediatico e a tutte le sollecitazioni ad utilizzare la mente razionale. Ma puoi limitare i danni in modo drastico se comprendi che hai bisogno di ascoltare di più le sensazioni perché questo induce il cervello razionale a spegnersi e riposarsi. E ti assicuro che ne ha bisogno. Ci sono persone che comprendono che trarrebbero un beneficio se si regalassero più ore di riposo cerebrale ma sostengono di essere incapaci di fermare la mente razionale. Ma sono in errore. Non esiste un solo essere umano sul pianeta che possa annusare una violetta e contemporaneamente formulare un pensiero. Il problema piuttosto può essere un altro: il mondo ti fa talmente schifo che non hai nessuna voglia di sentire le sensazioni che provi ascoltando il tuo corpo mentre vive. E visto che ormai avrai capito come funziona il discorso concentrico che ti sto facendo avrai anche intuito quello che sto per dirti: un altro modo di scoprire se una persona avrà la vita come le scalette dei pollai (corta e coperta di merda) è quello di sapere se prova gusto ad annusare il profumo dei fiori. E forse la tua mente starà già correndo avanti alle conclusioni di questa premessa.

Infatti, dietro a questa questione apparentemente semplice è in agguato l'ennesimo Grande Problema apparentemente molto complesso. La domanda è: che cosa ha valore nella tua vita? Se poniamo questa domanda ai nostri conoscenti scopriremo che molti alla domanda cosa vuoi nella vita? ti rispondono con una serie di richieste materiali (vogliono i soldi!). La maggioranza dell'umanità indica però tra i suoi obiettivi esistenziali molti buoni propositi di amore, fratellanza, gioia in famiglia, pace e prosperità per il mondo. Ma visto che questa domanda la stai ponendo a persone che conosci potrai facilmente renderti conto che mentono. Molte persone dicono di commuoversi davanti a un'opera d'arte o a un tramonto. Ma onestamente osservando quanto poco tempo dedicano alla contemplazione rapita dei fenomeni naturali c'è da dubitare delle loro parole. E' solo marketing. Molte persone sostengono di essere interessate all'amore coniugale, al benessere del paese, alla gioia dei figli, alla pace. Ma se tutta questa gente lo fosse veramente sarebbe capace di agire di conseguenza e il mondo smetterebbe subito di essere questo orrendo canaio infernale. Quanti padri dedicano veramente un'intera ora del loro tempo a condividere un gioco con i propri figli? Ad ascoltarli raccontare, a passeggiare indicandogli le cose belle di questo mondo, ad aiutarli a realizzare un gioco che non riescono a costruire da soli? Tutti dicono che giocano con i loro figli. Ma se fosse vero quando nevica vedremmo i bordi delle strade e i parchi delle città pieni di igloo e pupazzi di neve. E d'estate le spiagge sarebbero coperte di piste per le biglie e castelli di sabbia.

Capitolo sedicesimo
Voglio sposarti per fare un bel matrimonio che costi uno spavento. Poi però non rompere che vuoi le coccole. Sono gratis. Sicuramente non valgono niente. Tutti sostengono di dedicare tempo alla persona che amano. Ma non è vero. Non c'è ascolto. Non c'è la ricerca del piacere reciproco. E' una sorta di malattia. Sappiamo che massaggiarci l'un l'altro fa bene alla salute, è eroticizzante, dà benessere psicologico, rinsalda la solidarietà di coppia e aumenta l'attrazione sessuale. Ma quanti mentre guardano il televisore seduti sul divano a fianco del proprio amore, gli prendono un piede in mano e gli fanno un massaggio? Non costerebbe niente ma non è in cima alle nostre priorità e ce lo dimentichiamo. Ma appena metti in discussine, tra te e te, questa scala di valori, ti viene subito da dire: fermi tutti, ma io cosa vivo a fare? E' una banalità abissale dire che di fronte alla morte poche cose hanno un senso. Solo i momenti belli che hai vissuto fino in fondo, che hai ascoltato pienamente, sono capaci di intenerirti il cuore anche di fronte alla morte e darti la forza di lasciarti andare, di accettare che la tua esistenza terrena debba finire, riuscendo a farti conservare la soddisfazione di avere vissuto. In quel momento il pallottoliere del punteggio della vita non registra nient'altro che la somma dei piaceri incontaminati. Tenere in braccio tuo figlio è un piacere incontaminato.

Guardare il tramonto lasciando che le vibrazioni della persona che ami, seduta a fianco a te, entrino nella tua anima è un piacere incontaminato. Questo è l'unico punteggio che vale. Ed ecco che sono arrivato al punto più difficile di tutto il libro. Finora ho parlato solo di esperienze che sono patrimonio di chiunque si trovi a leggermi. Ma ora devo parlare di qualche cosa che non è patrimonio di tutti. E quindi è qualche cosa che se lo conosci mi capisci al volo, se invece non l'hai sperimentato non mi capisci proprio, anzi ti sembrerà che io stia dicendo la solita cazzata. Quel che dico infatti è ancora una volta una banalità addirittura solluccherosa e stantia per quanto è vecchia e logora. La pratica del buon risveglio al mattino e della cura dei bei ricordi, l'impegnarsi positivamente nella vita, l'uso di una procedura efficiente nell'affrontare i problemi, l'ascolto che riposa la mente razionale e la comprensione che nella vita l'essere è più importante dell'avere sono cinque atteggiamenti che nel momento nel quale vengono adottati generano una straordinaria sinergia. Il primo effetto di questa sinergia è che ti appassioni alla vita. La tue esistenza inizia a essere una specie di film interattivo che ti appassiona, ti incuriosisce e ti stupisce. Contestualmente inizi a diventare sensibile alle coincidenze, ti capitano più fatti strani, conosci più persone. Non è un miracolo. Appassionandoti alla tua vita diventi più disponibile a guardare e ad ascoltare e quindi prendi più occasioni al volo, intrecci più relazioni e la tua vita si riempie di eventi e di storie, di casualità e di assonanze. Inizi a sentirla come qualche cosa va da qualche parte. C'è suspance. Ma succede un'altra cosa incredibile. Sperimenti uno stato superiore della mente che altrimenti sarebbe irraggiungibile. I mistici chiamano questo stato della mente illuminazione, nirvana, satori, estasi mistica. Se leggi attentamente le descrizioni di questa esperienza scoprirai che si tratta di una totale apertura delle percezioni. Uno stato di beatitudine nella quale sperimenti una diversa qualità di ogni esperienza. I colori sono più emozionanti, le forme più definite, i sapori stupiscono la mente, gli odori provocano delicate tempeste emotive. Forse starai pensando a una situazione mitica della mente, quasi irraggiungibile. Invece, scherzetto, ti sto parlando di un'esperienza che hai vissuto più volte. Ripensa per un attimo alla qualità delle sensazioni che hai sperimentato quando ti sei innamorato. Dico proprio la cotta selvaggia. C'è tutto ciò che viene descritto a proposito dell'illuminazione, compresa una diversa percezione dell'appartenenza a questo mondo. Quando sei innamorato percepisci una sensazione fisica di empatia verso qualunque aspetto del creato esattamente come quando ti illumini. E come la cotta amorosa anche l'illuminazione non è uno stato permanente ma un'esperienza momentanea. Sono gli stessi mistici a raccontarcelo. L'amore dallo stato di cotta si evolve verso una profonda intimità e condivisione. L'estasi mistica della cotta si rinnova e riecheggia nell'abbandono al piacere sessuale o nell'emozione delle tenerezze e della solidarietà familiare. Ugualmente, ci spiegano i mistici, dopo aver sperimentato la totale apertura, la totale identità con il creato, inizia il lungo e faticoso percorso della Consapevolezza. L'esperienza dell'illuminazione può essere rinnovata nel tempo attraverso i riti e

le pratiche religiose o psicofisiche e attraverso l'ascolto. L'esperienza della cotta d'amore può essere rinnovata nel tempo grazie alla cura e all'attenzione reciproca. Ma lo stato di estasi non è una condizione che si può possedere. Al contrario è un'esperienza che può diventare il punto focale della nostra vita, il vertice della nostra scala di valori proprio perché non possiamo possederla con continuità. è un punto del viaggio che possiamo raggiungere ogni giorno e che ogni giorno dobbiamo abbandonare. Esattamente come accade per il piacere sessuale. Avere un orgasmo che duri 80 anni sarebbe imbarazzante. Soprattutto se continui a eiaculare per tutto il tempo. Nella vita, chissà perché, si segue un percorso ondulatorio. Alti e bassi sono fisiologici. Si dorme e si sta svegli. Ma se io ho individuato dove sta il barattolo del miele dell'esistenza, cercherò di darci una bella ditata dentro, almeno ogni tanto. Giocare con un animale, curare i fiori, aggiustare una sedia, pulire la casa, fare l'amore possono diventare tutti momenti nei quali ascoltiamo le sensazioni e le emozioni che ci pervadono, riconoscendo dentro di esse l'eco dell'estasi. E l'estasi totale è un ricordo talmente appagante che perfino la sua eco ci dà la possibilità di dare valore a istanti semplici e apparentemente insignificanti. Essere presenti a sé stessi, vivere l'istante, assaporare le sensazioni piccole, godersi quel che c'è, sono i consigli saggi ripetuti da secoli da tutti coloro che hanno raggiunto un minimo di saggezza. Sono quello che ripetono sempre i vecchi. Nessuno arriva a essere vecchio se non riesce a comprendere almeno un po' questa idea. Ma comprenderla fino in fondo ti spalanca a una dimensione diversa della vita. Sei incazzato ma riesci a goderti la sensazione di un bel bagno caldo. Sei disperato perchè lei ti ha lasciato ma riesci a ricordarti di quando era bello stare assieme e rivedere nel cielo la bellezza che vedevi e che contiene la promessa che amerai (anche se adesso questo ti sembra impossibile).

Capitolo diciassettesimo
Arte Lo stato dell'estasi ha a che vedere con lo stato creativo. Osservare cosa succede quando il nostro cervello lavora in modo artistico ci permette di scoprire un altro aspetto poco conosciuto della nostra mente. Ancora una volta possiamo spiegare la natura di questo stato mentale partendo da una semplice domanda apparentemente poco pertinente: Chi è uno scienziato? Quale è la sua dote essenziale? Possiamo rispondere: un grande scienziato è una persona che usa in modo eccellente le sua mente razionale. Ma questa risposta è sbagliata. Nessuno scienziato riesce a realizzare una scoperta importante usando in modo eccellente la sua mente razionale.

Siamo abituati a pensare che le cose importanti che realizziamo dipendano dalle capacità della nostra mente razionale. Si tratta di un errore grossolano. Dimostrarlo è estremamente semplice perché tu lo sai già. Ma anche questa informazione è censurata, nascosta, non affiora alla coscienza, resta sepolta in un'area abbandonata della nostra mente. Prova a realizzare un piccolo esperimento. Cerca di ricordare quando hai scritto una lettera o una poesia che ti hanno dato emozione. Oppure ripensa a quando hai parlato in modo appassionato a una persona: mentre scrivevi o parlavi cosa succedeva nella tua mente? Non stavi pensando alle parole, non stavi scegliendole. Quando parliamo o scriviamo sospinti da un'emozione le frasi sgorgano perfette e complete da un'area della nostra mente che non è quella razionale. La mente razionale, la mia identità, sta scrivendo (o parlando) sotto dettatura. La razionalità ascolta le parole dettate dalla mente non razionale e a volte resta persino stupita della bellezza dei vocaboli scelti. Non sei "TU" ad avere le idee su cosa dire. Lo stesso accade quando balli. A volte non ci riesci a danzare bene. Perché? Se cerchi di controllare i movimenti decidendoli razionalmente vai fuori tempo. E fai fatica. La mente razionale è troppo lenta. Solo se ti lasci andare, i movimenti fluiscono con naturalezza, balli in modo aggraziato e piacevole. E quando fai l'amore che succede se pensi a quel che vuoi fare? "Ho fatto la posizione 43 del Kamasutra, adesso passo alla 21 e poi finisco sulla 37...". Se pensi ai movimenti mentre fai l'amore ti estranei e far l'amore diventa noioso. Invece è stupendo quando le emozioni ti travolgono e non pensi più a nulla, i movimenti sono spontanei e il piacere cresce. E quando riesci ad avere un buon rapporto con i bambini, gli animali, le piante? Quando agisci con spontaneità, ascoltando le emozioni e gli impulsi della mente non razionale. Questa particolare capacità della nostra mente non funziona solo per gli artisti. Ci sono molti scienziati che raccontano di come la soluzione di un problema sia arrivata nella loro testa improvvisamente. Quando scocca la scintilla lo scienziato grida Eureka! per lo stupore. Una nuova idea è apparsa misteriosamente e già perfettamente formata nel suo schermo mentale. Ogni grande scoperta contiene un salto logico che desta stupore innanzi tutto nella coscienza razionale dello scopritore. E ci sono poi molti scienziati che raccontano di aver realizzato questo salto di conoscenza in momenti di totale distrazione e relax. Non stavano per nulla riflettendo su questioni scientifiche quando improvvisamente si trovano a contemplare la soluzione di anni di ricerche. Alcuni scienziati hanno addirittura raccontato di aver compiuto la loro scoperta più importante mentre erano completamente incoscienti: stavano dormendo e l'invenzione è stata rivelata da un sogno. Sono state scoperte così la formula del benzene e la penna biro. Newton stava dormendo quando una mela gli cadde sulla testa e lo svegliò e lui, istantaneamente, comprese la legge di gravità. Galilei stava pregando nel Duomo di Pavia, con lo sguardo perso sull'ondeggiare di un incensiere, quando capì la natura dell'oscillazione dei gravi.

La struttura del benzene apparve in sogno al suo scopritore, August Friedrich Kekulé, sotto forma di un serpente che si morde la coda e il signor Biro sognò un pallone rotolare in una pozzanghera e lasciare una striscia bagnata sull'asfalto: nacque così la penna sfera. La coscienza dei meccanismi creativi ha permesso di elaborare sistemi funzionanti per moltiplicare la fantasia dei manager. A partire da queste osservazioni è stata elaborata un'idea rivoluzionaria sulla creatività. Tutti possediamo la stessa quota di creatività. Quel che differenzia i creativi dai non creativi è che questi ultimi hanno un "ufficio censura" troppo invadente. Le persone non creative davanti a un'idea si chiedono subito: è sbagliata? Vogliono giudicare immediatamente. Ma le idee geniali e le idee stupide a prima vista sono molto simili. Se vuoi giudicarle appena ti arrivano alla mente finisce che butti via le idee geniali insieme a quelle stupide e tieni solo le idee banali, che sono le uniche che riconosci a colpo d'occhio come funzionanti (perché le conosci già). La capacità creativa è anch'essa essenzialmente una questione di metodo: devi aspettare a decidere se l'idea che ti è venuta in testa è stupida o geniale. L'artista e lo scienziato non scartano nulla di quel che la mente non razionale produce. Sono disposti ad archiviare e ridiscutere qualunque ipotesi, anche la più sciocca. A volte un'idea sembra balzana ma è un colpo di genio. A volte è veramente idiota ma è indispensabile prenderla in seria considerazione perché contiene uno spunto fondamentale. A volte è solo stupida e non contiene niente di buono ma devi comunque rispettarla. Infatti la nostra mente non razionale è in qualche modo una nostra identità. La sua capacità di produrre colpi di genio va coltivata motivandola, gratificandola. Solo se avrai rispetto di tutte le idee creative, anche le più sceme, la mente non razionale si sentirà invogliata a produrne di più. I grandi scrittori scrivono per giorni, per settimane, senza buttare via niente. Solo successivamente scarteranno quel che non funziona. Si tratta di due fasi del lavoro che richiedono stati di coscienza completamente diversi. Nella revisione è necessario impegnare razionalità e irrazionalità per riuscire a giudicare il materiale che la mente non razionale ha prodotto. La difficoltà sta proprio nel distinguere ciò che funziona veramente. L'autore che scrive in stato di trance spesso ha difficoltà a comprendere quali pezzi è meglio buttare. Stefano Benni ricopia completamente tutto quanto ha scritto, la noia di questo lavoro lo aiuta a scartare i pezzi che non funzionano (e che diventa quindi insopportabile ricopiare). Mio padre si affida alla grande sensibilità teatrale di mia madre. Altri leggono le bozze in pubblico oppure le recitano in solitudine cantandole ad alta voce. Quindi se voglio aiutare a sviluppare la creatività NON devo insegnare a essere creativi. Tutti siamo creativi. Devo insegnare a smettere di buttare via le idee geniali. Un gioco che si propone ai manager è quello di inventare una soluzione a un problema aziendale reale che sia stupida. Poi si chiede agli altri alti dirigenti presenti di trovare un motivo stupido per sostenere che l'idea stupida del loro collega è intelligente.

A turno ognuno dice scemenze e tutti gli altri lo appoggiano sparandone anche di peggiori. Dopo 8 ore di questo sfacelo del buon senso si va a casa. Il mattino seguente, dopo aver dormito sulle idee dementi, si torna a riunirsi. Si leggono gli appunti sulle idee stupide che sono saltate fuori il giorno precedente e si verifica se qualche idea stupida contiene le premesse di un colpo di genio. E' incredibile ma questa procedura dà quasi sempre risultati ottimi. Ma sopratutto rivoluziona il modo di pensare delle persone. Giocare con le proprie idee cambia il modo di far lavorare la mente. Sostanzialmente accade quel che abbiamo raccontato a proposito della possibilità di interagire con i propri ricordi. Se provi a produrre qualsiasi azione artistica ponendoti l'obiettivo di fare tutto quello che ti viene in mente senza chiederti perché, otterrai di liberare progressivamente la tua creatività. E' molto importante capire che solo QUESTO procedimento è in grado di regalarci la gioia della creazione artistica. Leggete tutte le biografie di artisti e scienziati e scoprirete che la loro principale preoccupazione è trovare l'ispirazione. Ad esempio la voglia di scrivere. Com'è uno scrittore quando inizia un nuovo romanzo? Lo stereotipo è quello di un uomo chino sulla macchina da scrivere attorniato da fogli appallottolati, piattini stracarichi di cicche, piatti e bicchieri sparsi. Sta cercando l'inizio giusto. Ecco quest'uomo non scriverà mai niente di buono non perché gli difetti la scintilla della creatività ma perché segue un procedimento che non porta a nessun risultato. Lo scrittore che avrà successo parte scrivendo tutto quello che gli viene in mente senza mai chiedersi se "va bene". Inizia corteggiando la mente non razionale, mettendosi al suo servizio: giura che scriverà tutto quello che vuole lei e inizia a scrivere seguendo qualunque immagine che gli venga in mente. L'importante non è cosa inizi a scrivere ma il dare inizio al processo che porta all'ascolto del non razionale. Una ciliegia tira l'altra. Questo è il gioco. Stai giocando con l'altra parte di te. Chi scrive si trova in una situazione paradossale: sa che sta scrivendo qualche cosa di valore perché ne è entusiasta, si emoziona a vedere le idee che il suo non razionale spara fuori (la sua ispirazione). Scrive mille pagine ma non sa quali di queste sono le 200 pagine che compongono il suo capolavoro. Tutti gli artisti si trovano di fronte a una grande difficoltà: giudicare quel che hanno creato e buttare via quello che non vale abbastanza. Si parla di sintesi. Stefano Benni scrive su una macchina elettrica "a carta" mille pagine. Poi le ricopia sempre su carta. Poi trascrive tutto sul computer. Gli ho chiesto se era pazzo a fare tutto 'sto lavoro. Mi ha mandato affanculo. Poi ho capito. Lui usa la noia del ricopiare per scoprire quali sono i pezzi non vanno. C'è chi legge i propri romanzi a un pubblico. Chi li canta a squarciagola camminando nel bosco. Mio padre ha sposato mia madre che ha debuttato come attrice a 18 giorni e ha un orecchio teatrale miracoloso. Mio padre ha scritto il doppio delle commedie che ha messo in scena. E molti tagli sono costati litigate furibonde.

Ma alla fine mia madre la spunta sempre. Entrare in quest'ordine idee è strano. Si gioca a buttare fuori liberamente e senza giudizio tutto quel che viene solo per godersi il piacere di vedere com'è. Magari non venderai 250 mila copie del tuo romanzo ma che importa? Sono molti i fattori che determinano un successo editoriale, ma questo non diminuisce il piacere di lasciarsi andare a trascrivere le storie che la tua mente non razionale sa raccontare. Lasciare andare la creatività, giocare a fare i grandi artisti, è un'esperienza travolgente. Ed è un modo efficace per imparare ad ascoltare la tua intelligenza emotiva e non razionale. Un vantaggio enorme quando la vita ti mette davanti situazioni complesse che richiedono una botta potente di creatività. Ma l'arte non ci è utile solo per capire come utilizzare la nostra creatività. L'arte è di per sé stessa uno strumento irrinunciabile per migliorare la propria vita. Dipingere, scolpire, danzare, cantare, tutte le forme d'arte ci portano in uno stato di coscienza particolare. E questo vale anche per le arti considerate "minori" come cucinare, curare i fiori, allevare animali, giocare con i bambini. Il punto essenziale di queste forme di espressione è proprio che consentono alla mente non razionale, alla parte emotiva di noi stessi, di prendere il controllo e inventare. Ovviamente dipingere copiando pedissequamente il quadro di un altro pittore o cucinare attenendosi in modo maniacale a una ricetta sono attività che non hanno questa valenza proprio perché vengono condotte negando l'aspetto essenziale di ogni attività artistica: libertà e invenzione. Quando conferisco il controllo alla mente non razionale e mi lascio vivere dalle emozioni, nella mente si realizza un particolare stato di coscienza. Mi sento libero, elettrizzato, vitale, positivo e la mia mente razionale gode della sorpresa che l'improvvisazione creativa provoca. Questo stato della mente ci apre a una sorta di innamoramento per la realtà. Ma contiene un'altra strepitosa qualità: ci permette di sperimentare la magia della vita. Non parlo di super poteri o di fenomeni paranormali. Parlo della magia semplice e minuta che permea la nostra vita ma che abbiamo difficoltà a percepire quando siamo musoni. Quando inizi a dedicare tempo all'arte scopri che il tuo intuito è straordinario. Il pittore si accorge di aver commesso un errore. Nel tentativo di correggerlo egli è costretto a modificare la sua opera e quando l'ha finita nota che proprio quello che lui aveva valutato essere un errore è diventato l'elemento che gli ha permesso di migliorare l'opera. Lo scrittore si stupisce di accorgersi che un personaggio insignificante all'inizio del romanzo diventa poi, improvvisamente, centrale per la soluzione della storia. Addirittura succede di raccontare storie fantastiche che poi in parte si realizzano realmente. Questo fatto è sempre stato un grosso problema per i comici, certe storie fanno ridere se è chiaro che si tratta di pure invenzioni. Ma poi, se succedono veramente, non fanno più ridere e le devi buttare via. Ma renderti conto delle reali capacità della tua mente creativa di elaborare ipotesi sullo sviluppo delle situazioni è un'esperienza che fa aumentare molto la stima per la tua mente non razionale.

Essa coglie il linguaggio corporeo, i toni della voce, la scelta dei vocaboli, i contesti, archivia migliaia di informazioni impercettibili razionalmente, valuta assonanze, estrapola dall'esperienza ipotesi e linee evolutive. E a volte ci azzecca in modo impressionante. Queste esperienze ci aiutano a percepire un diverso livello di appartenenza, di corrispondenza al mondo. E questa sensazione di non estraneità è ulteriormente incrementata dalle sensazioni che l'atto artistico ci regala. Quando creiamo ci sentiamo dentro alla vita, completamente, riconquistiamo quello stato di estasi che abbiamo sperimentato da bambini quando ci perdevamo nella totale spontaneità del gioco. Per questo credo che ogni essere umano debba sperimentare lo stato artistico della mente. Si tratta di un nutrimento essenziale. Irrinunciabile. Un essere umano che non crea arte è emotivamente e mentalmente menomato. L'arte è l'unico medicamento che resta se incontri il nero del mondo e tutto il resto è perduto. Friedl Dikers-Brandeis era internata nel campo di sterminio di Theresienstadt. Mentre aspettava di essere uccisa riuscì a convincere il direttore del campo a concederle la possibilità di tenere un corso di pittura ai bambini che stavano per essere uccisi. Essa in mezzo a quell'orrore scrisse: "Oggi una sola cosa mi sembra importante: risvegliare il desiderio verso il lavoro creativo, renderlo un'abitudine e insegnare a superare le difficoltà, che sono nulla a paragone di questo obiettivo per il quale si lotta." Morì in quel campo ma due sue allieve sopravvissero e diventarono meravigliose pittrici. Friedl Dikers-Brandeis. Questo era il suo nome. è un nome quasi sconosciuto. Che merda di mondo è un mondo dove una simile donna non sopravvive sulle labbra della gente? Quando cazzo ti trovi nella merda pensa a Friedl Dikers-Brandeis. Cosa avrebbe fatto Friedl Dikers-Brandeis? Avrebbe pianto? Sì, certamente. Ma poi avrebbe cercato qualcuno con il quale dipingere. Dipingere insieme è meglio. L'arte e l'amore sono inscindibili e sono lo scopo del mondo. Ti fanno ridere anche in mezzo alla Gestapo. A volte. Solo un istante. Ma è più che sufficiente per trasformarti in qualche cosa di meglio di un Dio. Lui non ha problemi. Noi dobbiamo resistere. E a volte è proprio impossibile.

Capitolo diciottesimo
Chi è Superman? Sei tu! Quanto detto sull'arte e le idee geniali ha implicazioni a cascata sul resto della nostra vita. La mente non razionale è generalmente considerata una piantagrane da reprimere, sennò chissà cosa ti combina. E' colpa sua se mangiamo troppo, vogliamo masturbarci, copulare in modo convulsivo, sbadigliare, grattarci, tirar su col naso, scoreggiare, ruttare e mandare al diavolo la professoressa di matematica.

E' a causa della bestia incontrollata che è dentro di noi che combiniamo disastri e il nostro compito principale è mantenerla sotto controllo. Sennò le emozioni ti sfuggono di mano e sei finito. Ecco: questo modo di pensare ha effetti disastrosi sulla tua vita. Tale e quale svegliarti male al mattino. Chi la pensa così magari camperà anche a lungo, se per il resto è socievole e ottimista, ma non riuscirà mai a concludere un gran che. E non solo dal punto di vista dell'arte, della scienza e del pollice verde. Anche come persona non sboccerà mai perché resterà incapace di lasciarsi andare alle emozioni e alla spontaneità. Scoprire la nostra parte non razionale e le sue potenzialità è straordinario. Ti dà la sensazione di poterti affidare, in certe situazioni, all'altra parte di te, un'identità misteriosa che sei sempre tu ma che non sai come funziona. Succede. Arriva l'ispirazione e improvvisamente riesci a compiere qualche cosa che ti sembrava impossibile. Michelangelo diceva di non essere capace di creare statue ma di riuscire a vedere le forme nascoste nel marmo. Tutte le azioni che prevedono creatività, velocità di riflessi, forza fisica, empatia, emozioni, è meglio che siano vissute lasciando alla mente non razionale il comando. La mente razionale per lo più fa da spettatrice. Ogni tanto può dare un consiglio ma deve starsene in disparte. Chi ha esperienze di risse sa benissimo che nelle situazioni di lotta riesci a cavartela solo liberando la Bestia. Non puoi fare a botte ragionando. Ti devastano. La paura ti impedisce di pensare lucidamente, devi usare un altro circuito cerebrale capace di lavorare alle alte temperature del terrore. E' una funzione mentale che trae forza dalla paura. La trasforma in energia. La Bestia è perfetta per questi compiti. Ha cento milioni di anni di esperienza di lotta scritti nel dna e finché è viva non si arrende. Non vorrei sembrare troppo militarista dicendo queste cose. Odio la violenza proprio perché ho avuto la sventura di conoscerla durante gli scontri con la polizia e i fascisti negli anni settanta. E ho avuto modo di osservare cosa ti succede nel cervello quando sei in mezzo alle fiamme e ti stanno correndo dietro per massacrarti di botte e i tuoi compagni hanno i vestiti che bruciano. E' una situazione veramente disgustosa ma è stupefacente quanto riesci a correre veloce. Ricordo quelle esperienze con grande sofferenza e nessuna giustificazione. Ma il fatto di averle, disgraziatamente, vissute mi ha mostrato alcuni aspetti del modo di funzionare della mente in condizioni estreme. Chi pratica la violenza uccide innanzi tutto la propria sensibilità al dolore degli altri. E non sto qui a ripeterti che la sensibilità nella vita è tutto. Ciononostante vi sono casi nei quali devi difendere i tuoi cari e te stesso da una minaccia contingente. Se hai provato tutti i modi per evitare lo scontro (compreso chiedere scusa in ginocchio e baciargli le scarpe) ma non c'è stato modo di riuscirci, è un vero peccato. Forse non hai fatto tutto quel che potevi. Ma Dio non ti ha creato perfetto e quindi non ha senso piangere sul latte versato. Quando si combatte si combatte. Se ne hai la possibilità combatti da molto lontano. Un televisore lasciato cadere giù dal ventesimo piano ad esempio è un ottimo stile di combattimento. E se hai modo di far intervenire l'aviazione non pensarci su due volte. Non importa cosa gli racconti. Penserai poi a giustificarti.

Ecco queste tecniche di battaglia devono per forza prevedere una forte partecipazione della mente razionale. Ma se devi combattere a distanza ravvicinata non andare tanto per il sottile. Libera le scimmie. Probabilmente pensi di avere un certo grado di forza muscolare e che questa dipenda dalla quantità di muscoli a tua disposizione. Non è così e puoi diventare molto più forte e veloce solo comprendendo come utilizzare appieno alcune particolari fasce muscolari e alcune funzioni del cervello. E' il segreto dei grandi atleti e dei maestri di arti marziali. Ed è anche il motivo per il quale si dice che siano necessari 7 sani per tenere fermo un pazzo. E perché a volte capiti che una gracile mammina con il bimbo in braccio, riesca a compiere azioni che richiedono una forza mostruosa. Per capire come avere accesso a questa forza ti serviranno meno di dieci minuti. Ma io ho impiegato anni per trovare una scorciatoia decente. E spero che mi permetterai di raccontarti come sono arrivato a questa scoperta clamorosa e da dove sono partito. Tu impiegherai solo dieci minuti per comprendere tutto ma io ci ho messo più di dieci anni a trovare la soluzione dell'enigma. Tutto è iniziato con un evento accaduto 32 anni fa. Ed è a causa di quell'episodio della mia vita che ora sono qui a scrivere questo libro. Avevo circa diciotto anni quando un mio amico ricompare a una festa di compleanno dopo essere sparito per sei mesi. Ci racconta di aver vissuto per tutto quel tempo in una baita in montagna, di aver mangiato solo soia e riso integrale e di aver passato le giornate a respirare con le mani e con i piedi. Era il 1973, non sapevamo neanche cosa fosse la soia e la new age non l'avevano ancora inventata. Eravamo un nucleo di giovani militanti comunisti dediti alla rivoluzione e concludemmo che era pazzo. Allora lui decise di darci una dimostrazione di cosa si ottiene respirando con i piedi. Si sedette per terra a gambe incrociate e ci sfidò a spostarlo spingendolo in due. Era magrolino e la sfida mi sembrò assurda. Ma non riuscimmo spostarlo. Era come piantato per terra. Restai sconvolto. Come ci riusciva? Era una cosa che dovevo assolutamente imparare ma non intendevo mettermi a respirare con i piedi. L'idea di finire in mano ad un santone buddista pazzo e giapponese mi terrorizzava. In effetti impiegai anni a scoprire cosa facesse il mio amico e come. Per riuscirci ho dovuto prendere un sacco di botte e sperimentare molte situazioni decisamente sgradevoli. Una caccia al tesoro praticamente. Il primo elemento del puzzle lo trovai in un libro: Lo zen e l'arte del tiro con l'arco. Un libro che ha dato origine a un'intera genia di testi. In realtà è un libro assurdo. La storia di un tedesco che va in Giappone negli anni '30, come ambasciatore. Essendo un fottuto nazista si appassiona ai samurai e inizia a studiare con impegno il tiro con l'arco giapponese. Ma dopo 4 anni di lezioni estenuanti, tre ore al giorno, tre volte alla settimana, non riesce a soddisfare il maestro. A lui sembra di eseguire perfettamente i movimenti ma ogni volta che il maestro si avvicina mentre lui sta tendendo l'arco, lo tocca e dice: "No."

A un certo punto il tedesco si incazza, e va di notte dal maestro a urlargli che è un razzista e ce l'ha con lui perché è alto e biondo e ha gli occhi azzurri. Allora il maestro lo porta nella palestra dove si tira, prende arco e frecce, spegne la luce, lancia una freccia con l'arco e quando riaccende la lampada la freccia è piantata nel centro del bersaglio. Il Maestro poi dà il suo arco al tedesco, il che era considerato un onore pazzesco, e gli dice: tira! Lui tende l'arco, il maestro lo tocca con un dito e gli dice: "Sì!" E il libro finisce così. Nessuna spiegazione. Checcavolo era successo? Perché il maestro prima tocca ìe dice no e poi dice sì? Poi un giorno mi ricordai di un gioco che facevo alle elementari. Forse lo conosci anche tu: si appoggia il dorso della mano a un muro e si spinge per 60 secondi, poi si smette di spingere, ci si allontana dalla parete e si lascia il braccio rilassato e a questo punto succede una cosa assurda: il braccio si alza da solo! E senti una sensazione strana: il tuo braccio si sta muovendo e tu non gli stai ordinando di farlo. è una sensazione buffa e i bambini ridono. Fai questo esperimento. Ti permette di verificare un particolare meccanismo della tua mente. Quando inizi a spingere l'ordine di azione parte dalla mente razionale e la muscolatura razionale inizia a spingere. Ma dopo un poco questi muscoli, che non sono adatti a sforzi prolungati, si stancano. Inizia così a lavorare la mente NON razionale che aziona la muscolatura NON razionale. Dopo 60 secondi, quando dici basta spingere l'ordine raggiunge la muscolatura razionale e non quella non razionale che continua a spingere. La strana cosa che provi è che la sensazione dello sforzo non c'è. La muscolatura non razionale non invia al cervello una sensazione di fatica. Si tratta di un meccanismo naturale noto agli scienziati ma sconosciuto alle persone comuni. Succede a tutti. Però questo esperimento, nella mia esperienza, non funziona con il 3-4% delle persone. Si tratta di individui con una grande capacità di concentrazione: se durante i 60 secondi che dedichi a spingere non ti distrai neanche per un istante non avviene il passaggio delle consegne tra mente razionale e irrazionale. Ma questo non vuol dire che queste persone funzionino in modo diverso. Se prendono la bicicletta e pedalano per dieci minuti azionano comunque la mente non razionale. Nessuno riesce a mantenere la concentrazione per più di qualche minuto e appena si verifica un istante di distrazione attacca a lavorare la mente non razionale: i primi giri di pedale li controlli razionalmente ma poi i piedi cominciano ad andare da soli e tu puoi pensare ad altro, fare i conti, cantare... Qualche tempo dopo scoprii un altro strano esperimento che mi fu presentato come un miracolo del ki (o Chi, l'energia vitale). Dopo una serie di appropriati esercizi di meditazione ed energizzazione, visualizzando un raggio di energia cosmica, riuscii a produrre una incredibile rigidità del mio braccio, teso davanti a me. Una persona che tentasse di piegarlo non ci riusciva. Ci lavorai un po' su e scoprii che tutta la messa in scena mistica non era necessaria: in venti anni di corsi ho insegnato questo gioco a migliaia di persone. Bastano 30 secondi per riuscirci e non ho mai trovato nessuno che non ne fosse capace. Prova a farlo anche tu con un amico, se siete in tre è meglio.

Stendi il braccio davanti a te, dritto, con le dita distese ma non contratte (questo è essenziale, le dita devono essere stese). Ora devi fare una cosa che hai fatto migliaia di volte da bambino: giocare a fare finta che... Fai finta di sentire che il tuo braccio non è un braccio ma un tubo dell'acqua. Nel tuo braccio passa un getto di acqua fredda molto forte. La persona che ti aiuta deve dirtelo: il tuo braccio non è un braccio ma un tubo che sta innaffiando davanti a te... Senti l'acqua fredda che scorre... E mentre dice queste parole deve fare dei gesti con la mano lungo il tuo braccio, senza toccarlo, come a rappresentare questo flusso d'acqua. Per la riuscita dell'esperimento questa cazzata pazzesca deve essere eseguita giocando a prendersi sul serio. Colui che interpreta il ruolo del mago deve partecipare emotivamente alla sceneggiata, immedesimarsi nella parte.... è un gioco ma come tutti i giochi va fatto seriamente. Ora, attenzione, è sufficiente che tu faccia finta di sentire questa sensazione assurda per un quinto di secondo. NON devi concentrarti: se ti concentri attivi la mente razionale che non è capace di farti ottenere il risultato. Solo un istante è sufficiente. Si tratta di inviare alla mente non razionale una richiesta facendole vedere cosa desideri. Tutta questa fase preparatoria deve durare almeno 20 secondi. Poi il mago prova a piegare il braccio mettendo una mano sul polso e l'altra all'altezza dell'incavo del gomito. Inizia a spingere delicatamente e via via aumenta la forza fino a raggiungere il massimo della potenza. E il braccio non si piega. Se c'è una terza persona può provare a palpeggiare il braccio manipolandolo in profondità tra la spalla e il gomito: si accorgerà che le fasce muscolari superficiali sono rilassate mentre quelle aderenti all'osso sono contratte al massimo. Inoltre verificherà che il tuo braccio non trema leggermente come accade sempre quando la muscolatura è sotto sforzo. Anzi il braccio sembra aver acquisito una strana consistenza, sembra quasi inanimato. Questo perché la muscolatura non razionale è strutturalmente diversa da quella razionale: è composta da fasce più lunghe che reagiscono a impulsi meno frequenti. Anche se non uso le parole scientifiche difficili i fisiatri moderni sanno perfettamente di cosa sto parlando. Ma anche qui si tratta di conoscenze che sono restate appannaggio di una ristretta setta di specialisti mentre sono informazioni essenziali per il benessere di tutti. Alcune persone non riescono subito a ottenere la rigidità del braccio perché hanno difficoltà a visualizzare la sensazione del getto d'acqua. Con queste persone bisogna seguire un altro percorso: si inizia come sopra col getto d'acqua. Quando si prova a piegare il braccio lo si fa con uno sforzo minimo, lentamente fino a quando si incontra una resistenza anche solo di mezzo grammo. Allora ci si ferma e si chiede alla persona di fotografare la sensazione che sente nel braccio. Quindi si stende il braccio nuovamente e si ripetono i gesti sciamanici chiedendo alla persona di ricordare, di far finta di risentire nel braccio, per un solo istante, la sensazione che ha fotografato mentalmente. Quindi si prova a piegare nuovamente il braccio, si cerca la resistenza, che è lievemente aumentata e così via fino a ottenere la totale rigidità del braccio. Anche questo esperimento l'ho realizzato con migliaia di persone e non ho ancora trovato nessuno che non ci sia riuscito. Solo una volta, con una ragazza, ho dovuto ripetere la procedura 14 volte. Ma era molto carina. Poi una sera guardando la tv vidi due professori che spigavano che i tempi di reazione del cervello sono più lenti di una banconota che cade tra le dita.

Invitarono il pubblico a provare. Una persona tiene una banconota (allora si usavano le mille lire, che sono lunghe come i 20 euro di oggi) e l'altra persona mette l'indice e il pollice, aperti, alla base della banconota. Quando la banconota viene lasciata cadere questa deve chiudere le dita senza muovere la mano e afferrare la banconota. Un centinaio di persone ci provarono ma nessuno riuscì ad acchiappare la banconota. Visto che stavo studiando l'incredibile velocità dei movimenti nelle arti marziali volli provare utilizzando la tecnica della visualizzazione appena descritta: immaginai per un istante di aver già preso la banconota, di sentire la sensazione della carta sui polpastrelli con relativa emozione soddisfatta per averla acchiappata. Poi non feci nulla, semplicemente aspettai di vedere se i miei riflessi istintivi prendevano veramente la banconota da soli, senza l'intervento della mia mente razionale, esattamente come succede nell'esercizio del braccio che si alza da solo e del braccio che non si piega. E ci riuscii. I due scienziati non si erano sbagliati, solo avevano parlato dei tempi di reazione della mente razionale che è molto più lenta. Usando la visualizzazione si commissiona il compito di prendere la banconota alla parte non razionale: entrano così in gioco i riflessi istintivi che sono 5 volte più veloci. E non dico 5 tanto per dire. Quando attivi completamente la parte non razionale prendi la banconota entro il primo quinto della sua lunghezza. Se usi la mente razionale casca per tutta la sua lunghezza e tu non hai ancora stretto le dita. Questo succede perché la mente razionale deve identificare i passaggi dell'azione: è come se li nominasse: la banconota cade! Dita chiudetevi! E questo percorso è troppo lungo. La mente non razionale vede l'immagine delle dita che hanno preso la banconota e la realizza automaticamente, senza perdere tempo a rielaborarla. Sono i riflessi della scimmia che guarda la banana sull'albero, si immagina mentre la mette in bocca e si muove per concretizzare questo istinto senza aver bisogno di pensare ai singoli passi. A questo punto decisi che dovevo capire come funzionasse il tiro con l'arco giapponese. Presi le Pagine Gialle e telefonai a un grosso negozio di attrezzature per arti marziali e chiesi quanto costasse un arco giapponese. Il commesso mi chiese di attendere e dopo un minuto arrivò all'apparecchio il proprietario del negozio. Desolato mi informò che per motivi incomprensibili i giapponesi non volevano vendergli gli archi. Telefonai ad un altro negozio e mi venne raccontata la stessa storia. Pensai che fossero impazziti. Figurati! I giapponesi ti venderebbero anche la mamma... Telefonai alla sede nazionale dei tiratori d'arco giapponesi, a Milano, e chiesi di comprare un arco. Pensavo che gestissero loro il commercio in regime di monopolio. La ragaza che mi rispose mi chiese: "Ma lei sa tirare con l'arco?" A questo punto iniziavo a essere un po' irritato: "Signorina vorrei comprare un arco proprio per imparare a tirare, lei capisce che se non lo compro non posso imparare?" "Forse è meglio che parli con il Maestro..." Odio quando fanno così i militaristi... Così telefono al Maestro, il signor Rosemberg, e gli dico: "Vorrei comprare un arco giapponese ma sembra sia impossibile, mi dicono che solo lei mi può permettere di comprarne uno..." Il Maestro mi disse solo: "Forse è meglio che lei mi venga a trovare..." Mi sembrava di essere in un film sulla vita paranoica delle spie.

Ma sono un duro e così mi trovo nella campagna dell'interland milanese, un gruppo di palazzine in un parco. All'ultimo piano suono alla porta di casa Rosemberg. Mi apre un giapponese con barba lunga e bianca, vestito da samurai, sandali infradito, gli mancavano solo gli occhi a mandorla e il colorito giallino. Mi porta sul terrazzo (enorme, sembra un giardino giapponese) c'è un bersaglio, un paglione di un metro di diametro. Prende l'arco e tira una freccia. E (cazzo!) capisco che l'arco giapponese NON è UN ARCO. è UNA CATAPULTA. E non te lo vendono non perché siano cattivi. Se prendi un arco giapponese e tiri una freccia come faresti con l'arco occidentale ti decapiti il pollice della mano che impugna l'arco. Io non ci credevo e adesso ho una bella cicatrice sul pollice. Per fortuna avevo tirato appena la corda. Ora mi spiego. Nel nostro modo di tirare, l'asta dell'arco sta ferma. I giapponesi mentre schioccano la freccia fanno girare l'asta dell'arco sul proprio asse. La corda gira, proprio come una catapulta, la freccia si stacca e la corda conclude il suo giro battendo sul polso dell'arciere dopo aver compiuto tre quarti di giro (questo accade in certe scuole, in altre si ferma prima del polso ma il concetto è uguale). E l'arciere, per agevolare questo giro dell'asta su sé stessa, si cosparge la mano che la impugna con una polvere bianca che riduce l'attrito (e comunque hanno tutti le palme delle mani bruciate, niente impronte digitali). Inoltre per tirare con l'arco serve un guanto speciale, realizzato in legno e cuoio, su misura. Lo si infila nella mano che tende la corda. Serve perché, per ottenere un rilascio della corda particolarmente secco, le dita non si limitano a agganciare la corda ma la piegano facendole fare una Z. E' un po' complicato da capire, per il nostro scopo è sufficiente sapere che l'arciere giapponese per evitare di ferirsi deve compiere tre movimenti iper veloci: togliere la testa dalla traiettoria della corda evitando di perdere l'orecchio, far roteare l'arco su se stesso, e trasformarlo in una catapulta per evitare di tagliarsi via un dito. Questa tecnica sfrutta la schiena e le braccia dell'arciere per dare forza alla freccia. Per questo imparare la tecnica giapponese è così difficile. Per formare un arciere occidentale da mandare in battaglia basta qualche settimana di allenamento quotidiano. Per un samurai servono anni. Il primo vantaggio di questa tecnica è che se i contadini rubano gli archi ai samurai non riescono a usarli. Il secondo vantaggio è che per tendere un arco giapponese servono 20 libbre di sforzo. Un arciere occidentale per lanciare una freccia alla stessa distanza ha bisogno di un arco da 50 libbre. Il che vuol dire che un arciere nipponico riesce a scagliare anche 600 frecce mentre uno europeo dopo 150 è stramazzato per terra. C'è però un problema: il nostro arciere mentre scaglia la freccia sta immobile e quindi può mirare. L'arciere a catapulta no. Ma se tiri contro uno schieramento nemico largo un chilometro e profondo 200 metri in fondo della mira non ti importa un gran che. Gli arcieri giapponesi riescono a volte a mirare d'istinto e centrare il bersaglio. Ma è difficile quanto farlo con una fionda... Ti ricordi Davide e Golia? Davide non usa un tirasassi (col ramo biforcuto e l'elastico si mira). La fionda è composta da due corde di cuoio unite da una pezzuola nella quale si appoggia una pietra. Poi, impugnando le corde dal lato

opposto al proiettile, si fa roteare l'arma lasciando infine uno dei capi delle due corde per rilasciare la pietra. Anche la fionda è un'arma a catapulta, buona per spaventare un branco di pecore o tirare nel mucchio contro un esercito schierato. Ma colpire la fronte di Golia o il centro di un bersaglio è un'altra cosa. Per questo l'ambasciatore tedesco resta stupito dalla precisione del tiro al buio fatto dal maestro. Insomma per tirare con l'arco giapponese devi produrre dei movimenti molto veloci e devi mirare in modo istintivo. La tecnica che si usa è quella di immaginare la freccia già piantata nel bersaglio. Indovina quale parte del cervello devi usare per riuscirci? A questo punto scoprii che ero in grado di eseguire una versione dell'esperimento del mio amico che restava ancorato al suolo, seduto per terra. L'avevo visto fare da un maestro di Aikido che stando in piedi resisteva alla spinta di dieci persone. Mettendo insieme quel che avevo scoperto sulla visualizzazione e la muscolatura istintiva, non razionale, provai a farlo anch'io, ovviamente con un solo avversario. Assunsi la posizione di lotta, con i piedi ben piantati a terra, ginocchia leggermente flesse, il pube in avanti (come durante la penetrazione) la schiena arcuata, spalle e collo rilassati, mi spinsi in avanti fino a essere sulla mia linea di caduta. Poi immaginai di avere le radici e di essere una quercia, cercai una forte emozione dentro di me, sorrisi e iniziai a respirare come durante un sospiro di sollievo, lasciando uscire l'aria spontaneamente, senza spingerla fuori. Pochi lo sanno ma questa è la tecnica di respirazione che dà più forza alla muscolatura non razionale. Molto più delle grida dei film di kung fu. Poi sorrisi perché il sorriso è un'auto suggestione positiva. Infine chiesi al mio cervello razionale di farsi da parte, di non interferire e stare semplicemente a vedere quel che succedeva. Fare solo da testimone. Appoggiai le mani sui gomiti dell'amico che mi avrebbe spinto. Le sue mani erano appoggiate alle mie spalle. Iniziò a spingere e io mi accorsi che non riusciva a spostarmi. Non sapevo cosa stessi facendo, non percepivo nessuno sforzo da parte mia ma lo sentivo ansimare per la fatica. Ce l'avevo fatta! E non mi ci volle molto a trovare il modo di insegnarlo. Sono necessari solo due giorni, a volte meno. E anche in questo caso ci sono riuscito con migliaia di persone senza mai incontrare qualcuno che non ce l'abbia fatta. Si tratta di una capacità innata! Quindi anche in questo caso non c'è nulla di difficile. Però per farcela è necessario sentire una forte emozione e inoltre bisogna essere capaci di far restare il nostro ego razionale spettatore dell'azione. Questo è difficile realizzarlo in una competizione fisica. Anche se sei con un amico scattano meccanismi di gara: la mente razionale non vuole abbandonare il controllo perché pensa di essere indispensabile. E un conto è aver capito che si tratta di un errore e un conto è agire altrimenti. Durante i corsi di Yoga Demenziale insegno questo esercizio della spinta partendo dalla comprensione di quel che succede nella creatività. Se una persona riesce a capire che mentre scrive qualche cosa di appassionante è la mente non razionale che inventa, riesce ad avere più fiducia nelle capacità dell'istinto. Poi propongo esperimenti di pittura, sulle percezioni, il massaggio, la danza, il gioco. Alla fine le persone hanno liberato la loro stima per la mente non razionale, si fidano di lei, la amano e sono disposte a provare veramente la sua abilità nel gioco di farsi spingere.

Se hai capito tutto questo discorso puoi certamente riuscirci senza dover frequentare un mio corso. A me non l'ha insegnato nessuno. Però fai attenzione allo stato d'animo col quale ti disponi alla prova. Devi essere con l'energia e le emozioni molto alte e devi trovare tutta la tua determinazione. In effetti io ero avvantaggiato quando ci sono riuscito la prima volta perché il mio maestro di kendo aveva liberato la mia parte animale (e la mia fiducia in lei) attraverso un sistema molto antico e semplice: mi picchiava selvaggiamente con un bastone di bambù tagliato in quattro perché fosse flessibile e non provocasse fratture. Avevo addosso una specie di armatura molto scenografica ma era una merda dal punto di vista della protezione. Presi botte per 14 giorni. Tre ore di lezione al giorno. Un incubo. Avevo il corpo coperto di lividi su lividi. Di tutti i colori. Anche belli da un certo punto di vista. Ma essere picchiati sui lividi del giorno prima era veramente doloroso. Non riuscivo a fermare le lacrime. Il Maestro aveva un metodo semplicissimo di insegnare, mi attaccava a bastonate riducendomi nell'angolo della palestra e continuava a colpirmi urlando: Tira fuori il Ki!!! Usa L'Hara'!!! (L'Hara' è un punto energetico sotto l'ombelico. Tre dita sotto l'ombelico. Una sfera immaginaria grande quanto una mela che è il centro dell'equilibrio e della forza istintiva. Dal punto di vista occidentale è una specie di succursale del cervello dedita a compiti di bassa manovalanza. Se n'è parlato recentemente su alcune riviste scientifiche...). Il maestro urlava e colpiva ed era estremamente chiaro che avrebbe continuato in eterno se tu non riuscivi a buttarti contro di lui e a uscire dall'assedio d'impeto. E non ci riuscivi se non tiravi fuori la forza della disperazione perché il maestro si era trasformato in un muro di cemento armato: cozzavi contro di lui e finivi per terra! E lui continuava a colpirti. E quindi ringrazia che ho trovato un modo di spiegare come si fa che non prevede che io venga a casa tua a picchiarti personalmente. Quando misi insieme tutte le conoscenze che ti ho appena descritto arrivai finalmente a svelare il segreto del mio amico che restava cementato al suolo e a capire perché il maestro di tiro con l'arco toccava il tedesco e poi diceva no! Hai capito anche tu? Se hai già colto il nesso sei più intelligente di me perché io ho impiegato un bel po' di mesi prima di arrivare a unire i puntini... Una volta che hai capito è semplicissimo. Il maestro tocca l'allievo per sentire se trema. Se trema sta usando la muscolatura razionale e quindi non potrà mai tirare l'arco giapponese in modo decente. E l'esercizio di non farsi spostare funziona perché non si resiste con la forza razionale ma sfruttando muscoli e riflessi non razionali, in questo modo si cambiano le leve per opporsi alle spinte degli avversari in modo talmente forte e veloce da non offrire una presa stabile e da deviare verso il terreno quel che resta della spinta. più l'avversario si sforza e più tu resti ancorato al terreno: usi la sua forza deviandola grazie alle leve negative che tu non conosci ma che il tuo istinto è capacissimo di usare. Spero che tu voglia realmente sperimentare quanto ti ho proposto perché solo così la tua mente razionale si convincerà che può fidarsi della tua parte non razionale. E quando succede, la tua vita cambia perché sai che c'è Superman dentro di te.

Capitolo diciannovesimo
La scoperta dell'irrazionale. Comprendere come funzionano riflessi e i muscoli non razionali è importante perché aumenta la fiducia in noi stessi, ci porta a credere nelle nostre risorse naturali. Spero che tu vorrai giocare con questi esperimenti elementari e che verificherai strabilianti progressi nell'arte di centrare il cestino dell'immondizia con un foglio accartocciato, prendere le chiavi di casa che ti hanno lanciato al volo o giocare a ping pong. Sapere che sei più forte e veloce di quel che credevi aumenterà la tua autostima e tutto il resto. Ma l'aspetto veramente rivoluzionario del rendersi conto di queste capacità non razionali sta nel totale cambiamento dell'immagine che tu hai di te. Un conto è affrontare il mondo da soli. Un conto è sapere di possedere un'identità segreta e selvaggia che all'occorrenza puoi liberare. Sei veramente come Superman, ti basta toglierti la camicia e far apparire la tutina rossa per poter tentare l'impossibile. E forse già hai sperimentato nella tua vita questa opzione B senza identificarla con sufficiente precisione. E' importante conoscere queste tue possibilità fino in fondo. Solo così darai loro la fiducia che meritano. E questa fiducia avrà, per giunta, il potere di aumentare ancor di più queste capacità. Il tuo non razionale adora essere gratificato e quando lo fai ti ricambia con entusiasmo. Gli attori sono tra le categorie professionali che sperimentano queste potenzialità nascoste. Se vuoi recitare, infatti, non puoi permetterti di saltare uno spettacolo solo perché stai molto male fisicamente. Perché tu non salga sul palcoscenico non è sufficiente che tu non sia del tutto vivo. Devi essere assolutamente completamente morto. Gli organizzatori teatrali infatti hanno un solo principio morale sul quale non sono disposti a transigere: se il teatro è pieno di gente, l'attore deve recitare. Se non lo fai anche una sola volta in vita tua tutti gli organizzatori si passano la voce e sei professionalmente finito. Ho sempre visto i miei genitori andare in scena in qualunque condizione e mi chiedevo come fosse possibile che un attimo prima di iniziare lo spettacolo fossero incapaci di reggersi in piedi e un attimo dopo riuscissero a saltare e ballare per due ore, salvo poi svenire esattamente un secondo dopo che il sipario era stato calato. Quando ho iniziato a recitare anch'io mi sono reso conto che riuscirci non è difficile. Una volta sono addirittura svenuto prima di un monologo. C'erano 1300 persone in sala e la tv che riprendeva lo spettacolo. Come ho fatto? Mi sono detto: "Ok, non ce la posso fare. Se qualcuno vuole che succeda se ne occupi." Poi sono salito sul palcoscenico. Finito lo spettacolo tremavo e non ero assolutamente in grado di dire cosa avessi fatto o detto e se il pubblico avesse riso e applaudito o no: totale mancanza di coscienza su quanto era successo.

La situazione non avrebbe potuto essere diversa: la mia mente razionale era crollata e aveva recitato la mia parte non razionale. E proprio perché la mia mente razionale era in gran parte spenta non ero in grado di ricordare cosa avessi fatto. Forse ti è capitato qualche cosa del genere in una situazione particolarmente pericolosa: se tutto funziona, per evitare il camion che ti viene addosso spegni la razionalità e metti tutta la forza nelle gambe. Anche registrare le azioni che compi sarebbe uno spreco di energie indispensabili per salvarti. Quindi la tua mente non attiva il servizio di memorizzazione e non ti ricordi niente di quel che hai fatto. Se invece il tuo cervello razionale si inceppa e non riesce a spegnersi cadi in quella che viene chiamata crisi di panico. Il camion si avvicina e tu continui a chiederti: cosa faccio? Cosa faccio? Sei paralizzato perché ti chiedi cosa fare invece di farlo. Il camion ti travolge e tu sei perfettamente in grado di ricordarti come è successo. Ma non è una grande soddisfazione. Ma torniamo alla storia del mio spettacolo. Dopo aver recitato in condizione di decesso quasi totale ho avuto modo di vedere nella ripresa televisiva cosa avessi realmente combinato in scena. E devo dire che sono restato impressionato: non avevo mai recitato in quel modo in vita mia. Non solo non avevo sbagliato una sola battuta ma la maniera stessa di parlare e di muovermi era completamente diversa dal solito ed estremamente più efficace. Le risate e gli applausi nella registrazione si sentivano benissimo ed erano entusiastici. Ho passato gli anni successivi a cercare di recitare sempre a quel livello e l'unico modo per riuscirci è stato di imparare a spegnere il cervello razionale ogni volta che salgo sul palcoscenico. Esperienze molto simili sono pane quotidiano per gli atleti. Quel che succede è evidente se ascoltiamo la descrizione di una maratona. Medici e sportivi sono unanimi nel testimoniare che arrivati ai 34 chilometri c'è un crollo delle forze. Il corpo ha bruciato tutti gli zuccheri e cade la capacità di ragionare razionalmente. A questo punto molti marciatori non sono più in grado di continuare perché la loro mente razionale si è arresa. Ma se, oltre al ragionamento, lo sportivo è spinto dall'emozione e dalla passione continua a marciare sperimentando uno stato di coscienza che molti definiscono estatico. Non si percepisce più lo sforzo, si pensa per immagini, le sensazioni sono più forti e totali, colori, suoni, odori rivelano una potenza sconosciuta. Molte delle osservazioni che i mistici ci hanno proposto a proposito dell'estasi sono descritte dai maratoneti. Sperimentare questo stato animale, primordiale e superiore nello stesso tempo è un'esperienza essenziale per la crescita culturale, umana e spirituale di una persona. Ed è anche un grande salto di qualità per le proprie capacità in tutti i campi: cambia la visione di se stessi, dei propri limiti e si ha un senso di appartenenza al mondo. E' uno stato intrinsecamente mistico: il tuo cervello razionale, il tuo ego, è spento e tu sei molto più abile e forte.

Capitolo ventesimo
Vedere ciò che non esiste.

Nessuna scuola normale contempla tra le sue materie un corso di visualizzazione di un futuro migliore. E' un vero peccato. Ed è ormai ovvio che sto per sostenere che la capacità di visualizzare è anch'essa una qualità indispensabile per vivere bene. E ovviamente chi è sprovvisto di questa qualità sta a pezzi, crepa giovane, triste e solo e i cani fanno pipì sulla sua tomba quando si sentono malati. E già avrai capito che anche in questo caso non è necessario che ti sforzi per diventare un sognatore e salvare la tua anima. Dobbiamo a Susan Parenti, grande amica e collaboratrice di Patch Adams, l'idea che sognare a occhi aperti sia una delle capacità essenziali di una persona. Dalla capacità di sognare dipende la possibilità di realizzare concretamente i desideri. Susan Parenti iniziò a interrogare i suoi pazienti chiedendo loro di elencare e descrivere tutti i motivi di sofferenza e disagio. Lei ascoltava senza interrompere o criticare, limitandosi a incoraggiare la persona a parlare riempiendo i silenzi con domande aperte tipo cosa ti ricordi d'altro oppure e poi? I suoi pazienti riuscivano senza problemi a continuare a parlare di tutto quello che non andava nella loro vita almeno per tre ore. Quando avevano esaurito gli argomenti Susan chiedeva loro di elencare e descrivere tutto quello che avrebbe potuto migliorare la loro vita. La maggioranza delle persone aveva difficoltà a parlare per più di dieci minuti. E Susan Parenti osservò che il rapporto tra il tempo che sappiamo dedicare a descrivere i nostri disastri e il tempo che sappiamo impiegare nel descrivere i nostri sogni è un parametro certo per distinguere un depresso fallito da una persona positiva e di successo. E riuscì ad argomentare talmente bene questa tesi che convinse l'Università di Chicago a ospitare un suo corso intitolato: "Sognare un futuro positivo". Questo accadeva parecchi anni fa e lasciò di sasso molti eminenti psicologi e commentatori. Oggi nelle università Usa i corsi che hanno a che fare con la capacità di visualizzare situazioni positive si sprecano e sono frequentati persino da responsabili del marketing e da economisti. Vite fantastiche sculettano nei tuoi sogni. La dimensione mentale del sogno a occhi aperti, del giocare immaginandoci mentre riusciamo a realizzare i nostri migliori desideri è utile perché ci fa muovere mentalmente verso la loro concreta realizzazione. Ci spinge ad accumulare informazioni su ciò che desideriamo e questo aumenta le nostre possibilità di cogliere al volo un'occasione appena essa si presenta. Se il tuo sogno è andare in Madagascar e sai tutto di quell'isola, dagli orari degli aerei all'indirizzo dei ristoranti migliori, avrai più possibilità di andarci. Magari trovi qualcuno che sta partendo e che avrebbe bisogno di una guida... Ma l'aspetto più interessante del sogno è che esso agisce sulle tue intenzioni, sul modo di vederti e questa piccola modifica ha effetti enormi. Chi sogna molto di andare in Madagascar accumula in qualche modo il desiderio, lo fa crescere. Hai passato ore a sognare di essere là, a guardare foto, a documentari, a farti raccontare com'è da chi c'è andato. Questo lavoro della fantasia non è importante solo perché ti dà più possibilità di realizzare il tuo sogno ma anche perché cambia il

tuo rapporto con i tuoi desideri, fa crescere la tua capacità di progettare, di visualizzare i tuoi sogni. Ti porta a concentrare le energie razionali e irrazionali su quell'idea. La quantità di energia mentale che hai accumulato intorno a un progetto fa la differenza. Se ne hai messa molta sentirai anche a dieci metri di distanza, in un bar affollato, qualcuno che pronuncia la parola Madagascar. E non potrai resistere alla tentazione di avvicinarti a quella persona e chiedere: "Mi scusi, mi pare di avere inteso che lei parlasse del Madagascar, è un'isola che io adoro e per questo mi permetto di chiederle se ha avuto la fortuna di visitarla..." Questa faccia tosta, ti viene solo se ti sei concesso fino in fondo il lusso di andare in fissa per un sogno... E mentre un piacere irrealizzato e poco sognato crea solo frustrazioni, sognare con passione e impegno regala comunque sensazioni gradevoli e stimolanti. E' una forma di amore e, come tutti sanno, l'amore fa miracoli. La verità di questo discorso è facilmente verificabile. Passa in rassegna le persone che conosci e chiediti quali hanno realizzato nella loro vita un grande sogno. Vedrai che tutte queste persone fanno parte della categoria dei sognatori. Certamente ci sono sognatori che non realizzano i loro sogni ma nessuno dei non sognatori arriva a concretizzarli. E anzi, attenzione, realizzare un sogno poco sognato può provocare danni enormi. Ci sono moltissimi esempi di persone che hanno avuto la vita distrutta da un'enorme vincita alla lotteria. Se non hai passato ore a sognare e a studiare come spendere quei soldi, quando arrivano diventano i tuoi peggiori nemici.

Capitolo ventunesimo
L'arte di consolare le vittime. Ora vorrei permettermi un'osservazione di esagerata autostima nei miei confronti. Come sai, valorizzare l'autostima è essenziale. Probabilmente stai pensando che questo libro ti abbia già comunicato un numero sufficiente di informazioni e che non posso avere un gran che d'altro da dirti. Generalmente la parte più interessante dei libri è la prima metà dove l'autore spara le cartucce migliori per poi dedicarsi a rifinire i concetti. Ma questo libro è diverso. Sto godendo mentre prefiguro lo stupore che ti coglierà leggendo le prossime pagine. Quello che sto per dirti, non senza una vena leggermente sadica, è che il grosso del libro te lo sei scritto per conto tuo mentre leggevi. Forse non ne hai avuto la sensazione ma qui abbiamo shekerato alcuni elementi essenziali, alcuni cardini del modo di pensare arcaico. In questo capitolo mi dedicherò a cercare di dimostrarti che avendo seguito fin qui il mio ragionamento tu hai dato un colpo tremendo alla credibilità di un'intera montagna di vecchie idee. Se avrai voglia di continuare a leggere ti accorgerai che sei disponibile a demolire alcune architravi del pensiero dominante. E farlo ti regalerà un piacevole pizzicorino cerebrale e l'impressione che tutta la tua mente sia più pulita e tonica.

Ad esempio, molto probabilmente hai sempre pensato che se una persona commette atti terribili contro l'umanità uccidendo, torturando e derubando e se non vi è nessun margine di possibile dubbio sulla sua colpevolezza, sia giusto che questa persona venga punita (possibilmente in modo drastico) o quanto meno sottoposta a un percorso rieducativo che preveda la sua detenzione per molti, molti anni, visto che rieducare un sadico maniaco criminale non è cosa che si possa realizzare velocemente. E a questo principio non ci sono possibili eccezioni. Probabilmente sei anche del parere che una persona che aiuta un altro essere umano malato stia compiendo un atto di amore e carità e che sarebbe ingiusto costringere chi vuole curare gratuitamente i malati a pagare una tassa particolarmente pesante per ottenere il diritto di farlo. Ok. Se vai avanti a leggere lo fai a tuo rischio e pericolo. Mentre eri connesso a questo libro ho scaricato nella tua mente un programma libertario e pacifista. Se smetti ora il programma si autodissolverà nei prossimi tre giorni. Se continui a leggere darai l'input per la completa riformattazione della tua mente. 3 2 1 ZERO! Formattazione Step 1 Vuoi vendicarti per i torti subiti? Ne hai il diritto. Ma ti conviene? Quando Nelson Mandela capitanò l'ultima protesta contro l'apartheid in Sudafrica e il regime razzista cadde egli capì che doveva porre ai suoi connazionali una grande e difficile domanda. Una domanda impossibile da porre a un popolo occidentale. Incomprensibile addirittura per i nostri schemi mentali. Egli chiese: cosa dobbiamo fare a chi ci ha torturato, ucciso, tenuto in catene, umiliato? Cosa facciamo a chi ha ucciso i nostri padri, violentato le nostri madri, le nostre mogli, le nostre figlie? Cosa facciamo a quei cani che ci hanno azzannato per tutta la vita? Siamo proprio sicuri che valga la pena di ucciderli, tenerli in prigione, punirli? Fu così che iniziò una grande discussione. Nessuno metteva in dubbio che un ladro o un assassino dovessero essere messi in prigione per impedir loro di compiere un altro reato e perché venissero sottoposti a un percorso di rieducazione. Ma nel caso dei carnefici e dei loro mandanti che avevano torturato il popolo per decenni sembrò che non si potesse usare la stessa logica punitiva. Il crimine era troppo immenso perché potesse essere punito. Quindi dopo moltissime discussioni si decise di non punire i colpevoli delle più tremende e barbariche violenze compiute in Sudafrica. Non sono impazzito. è così che è andata. E hanno fatto bene. Questi neri hanno ancora una forte componente dell'antica cultura matriarcale che riconosce al suo centro, come fulcro, l'idea del valore spirituale dell'esperienza e l'interconnessione stretta tra tutti i fenomeni. E questa cultura porta più facilmente a identificarsi nelle vittime per comprendere quale è la loro esigenza più forte e profonda. Se hai subito l'abominio, una semplice vendetta non è soddisfacente. Non cambia l'orrore che hai vissuto, le stigmate dell'umiliazione il tormento dei ricordi e dei rimpianti.

Anche se ammazzi il tuo torturatore e lo fai morire in modo lento e doloroso, la tua percezione dell'orrore vissuto non cambia. Nella cultura bantù esiste un concetto che ha un valore maggiore della vendetta: la consolazione della vittima. Così essi si chiesero che cosa potesse veramente modificare lo stato mentale delle vittime. Riscattare almeno in parte l'ingiustizia subita. E dissero: rinunciamo alla vendetta perché l'unico medicamento che dà sollievo al dolore delle vittime è la comprensione. Il dolore viene arginato solo dalla sua condivisione collettiva. Quando il torturato torna nel villaggio e racconta di aver subito 100 frustate anche i suoi amici si chiedono se, magari, non stia esagerando un po'. Non mettono in dubbio che sia stato frustato ma si chiedono se le frustate siano state proprio 100 oppure "solo" 70... Il torturato invece desidera innanzitutto di essere creduto totalmente, che la misura del suo dolore sia riconosciuta. Questa è l'unica possibile, piccola consolazione. E allora il governo dei neri inventa un istituto legale incredibile: i Tribunali del Perdono. Per anni sono andati avanti a tenere udienze in questi tribunali speciali. Le vittime si presentano e raccontano tutto quello che hanno patito e fanno i nomi dei loro carnefici. I quali sono obbligati a presentarsi e ha confessare raccontando per filo e per segno quali crimini hanno commesso e come. Se ammettono le colpe non vengono puniti in nessun modo. Così si ottiene che nessuno possa negare la verità di quei fatti. Non esisterà mai nessuno in Sudafrica che potrà mettere in dubbio la misura dei crimini commessi perchè vittime e carnefici hanno testimoniato, le loro dichiarazioni sono state filmate e trasmesse in televisione. Ci sono voluti anni per elencare, descrivere e comprovare l'enorme mole dei crimini commessi. Oggi c'è chi nega i crimini nazisti, stalinisti, di Pinochet, dei colonnelli greci o argentini. Questa situazione è legata proprio al tentativo di punire in modo vendicativo i colpevoli. Un procedimento che genera automaticamente una difesa che cerca di negare le colpe. E questa negazione degli orrori del passato, restando più o meno latente, semina odi e rancori inestinguibili. Ma attenzione, non si tratta di rinunciare all'azione ma di sostituire l'azione della vendetta con quella della presa di coscienza degli orrori. Di fronte agli orrori non si può non reagire. In Jugoslavia, durante la seconda guerra mondiale il regime filonazista croato realizzò lo sterminio di più di un milione di serbi. Questo crimine fu censurato da Tito in nome della riconciliazione nazionale. Non affrontare il bagaglio di dolore di un simile genocidio ha avuto effetti più devastanti dell'affrontarlo con lo spirito di vendetta. Dopo qualche decennio il bubbone è scoppiato. I giornalisti che intervistavano i combattenti serbi della guerra etnica si stupivano di sentir sommare i morti delle persecuzioni degli anni '40 insieme a quelli degli anni '90. Per molti serbi la guerra non era mai finita, era restata solamente congelata per 50 anni. Ti ho convinto? Step 2 Quanto saresti disposto a pagare per il lusso di poter lavare il sedere a un moribondo? Leggendo un racconto su Nigrizia, il giornale missionario dei frati Comboniani, ho trovato la storia di una rete di assistenza sanitaria autogestita dai contadini più poveri del mondo. Una rete di solidarietà di villaggio: questi contadini si occupano di lavare e nutrire i malati alleviando le loro sofferenze perlopiù con qualche erba selvatica, vista la quasi totale mancanza di medicine.

La rivista pubblicava la lettera di una ragazza che scriveva al comitato del villaggio. Pressappoco diceva: voi mi conoscete, mi avete accolta insieme ai miei genitori malati e quando loro sono morti vi siete occupati di me e ora io vivo ricambiando la vostra ospitalità con i miei turni di lavoro nell'orto del villaggio. Ora io vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me ma vorrei chiedervi un grande favore. Il mio sogno più grande è poter curare i malati anch'io. Ma, voi lo sapete, il mio lavoro dell'orto non mi permette di guadagnare denaro e quindi non ho modo di pagare per poter curare i malati. Quindi vi chiedo se fosse possibile fare un'eccezione per me alla regola e permettermi di pagare il diritto a curare i malati facendo un turno supplementare di lavoro nell'orto della comunità. Signore Iddio! Quando ho letto questo ho fatto un balzo e ho dovuto tornare indietro a leggere. Esiste un posto del mondo dove una ragazza implora di poter pagare con una forma di baratto il diritto a curare un malato perché non possiede denaro contante? Ma che gente è questa? I contadini più poveri del mondo pagano col denaro il lusso di curare i malati? Ma perché? Semplicemente perché, grazie agli elementi di cultura matriarcale sopravvissuti nella loro società, credono sia veramente essenziale occuparsi della paura della morte invece di censurarla. Sono convinti che sia necessario fare qualche cosa per lenire questa paura della fine. E sanno un'altra cosa che io ho scoperto, haimè, molto tardi nella mia vita. Ho sempre cercato di sfuggire i morti e le persone che stavano morendo. Ero terrorizzato dalle emozioni che questi incontri avrebbero potuto scatenare nella mia mente. Poi il destino ha voluto che mi trovassi in una situazione nella quale fuggire sarebbe stato più doloroso che affrontare il mio terrore. Ed ho avuto la fortuna di trovarmi vicino a persone di valore che stavano morendo. Le persone di valore non muoiono come le persone che non valgono un cazzo. Se ti è capitato di parlare con una persona di valore che sta morendo e ne è conscia lo sai. è un'esperienza pazzesca. Mi ricordo quando morì Matilde, una bisnonna stupenda. Io abbracciavo il suo corpo ormai quasi inesistente e piangevo, non riuscendo a controllare in nessuna maniera il dolore. E lei mi accarezzava la testa e mi consolava. Mi diceva: ma dai, non è così grave, ho vissuto tanto, mi sono divertita tanto, ho amato tanto le mie figlie, le mie nipoti, le mie dolcissime bis nipoti. Ora muoio ma non è importante. Anzi è meglio così. Sono un po' stanca. E sono stato vicino anche a un'altra donna meravigliosa che sapeva di avere davanti pochi giorni di vita, lasciava due figlie piccole che la adoravano e più di tutto la straziava la privazione che la sua morte avrebbe lasciato dentro di loro. Eppure, pur con quella spada nel cuore, Marina riuscì a mostrarmi la capacità di continuare a essere presente alla sua vita, contenta di esistere con intatto tutto lo stupore per la vita e persino per l'incomprensibilità della morte. Devo moltissimo a queste due persone che hanno condiviso con me la sensazione che la vita stia per finire. Mi hanno insegnato che la vita è tanto dolce e potente che di fronte alla morte scopri di sapere come affrontarla anche se non hai temuto nulla più della fine della tua esistenza. Non posso non ringraziare coloro che mi hanno insegnato questo coraggio. Mi danno la forza di sperare che anche io sarò pervaso dal Grande Spirito Coraggioso quando dovrò compiere l'ultimo passo come entità energetica coerente, unilocata e pensante. L'ho visto fare. So che si può fare. Cercherò di farlo anch'io.

E ringrazio per lo stesso motivo tutte le persone che mi hanno permesso di cercare di alleviare il loro dolore. E se tu hai capito questo valore, se tu hai capito che l'essere umano ha bisogno come il pane di entrare in contatto con i malati e i moribondi alla ricerca dei maestri più importanti della vita, allora, hai capito anche che devi essere disposto a pagare una tassa salata per godere di questo privilegio. Chi sta morendo ha bisogno di denaro per far fronte a qualche bisogno. Tu sei ben contento di darglielo perché quel che ricevi in cambio non ha prezzo. In occidente fuggiamo i moribondi e poi sediamo la nostra angoscia di morte guardando in tv migliaia di morti veri o falsi, stupri, botte, rapimenti... Questo modo di vedere ci porta ad affrontare la questione della solidarietà da un punto di vista completamente diverso. Impegnarsi per aiutare gli altri non è solo moralmente utile ma anche vantaggioso. Inoltre le persone che si dedicano al prossimo sono convinte che se avranno bisogno di aiuto troveranno certamente qualcuno disposto a soccorrerle. A volte questa idea si dimostra errata alla prova dei fatti. Ma in effetti non è importante. Vivere credendo di poter trovare protezione nel prossimo regala una positiva grande fiducia che di per sé ha un enorme influsso benefico sulla vita. Gli egoisti soffrono di mille paure e insicurezze proprio perché pensano che tutti siano come loro: Andreotti è convinto di vivere in un mondo di Andreotti. Non è una bella prospettiva. Inoltre, chi è generoso tende a investire energia e tempo nei rapporti di amicizia, ha fiducia nel genere umano ed è disponibile e curioso e questo è un sistema eccellente di essere che apre la possibilità di scambi, conoscenze, momenti conviviali. Le persone generose inoltre sono spesso gratificate, sentono stima e affetto intorno a loro. I malvagi e gli egoisti vengono invitati meno spesso alle feste, vengono abbandonati più frequentemente da figli, amanti e amici e sovente piangono da soli. Ma tutti questi aspetti sono alla fin fine secondari. Il vero danno sta altrove: chi non è solidale basa la sua visione del mondo su un'idea negativa della vita e dell'umanità e perde perciò la possibilità di cogliere la sacralità dell'esperienza umana. Uno stronzo non riesce a commuoversi per un tramonto, non si gode le parole d'amore, non si emoziona semplicemente tenendo per mano un bambino. Nella sua testa l'unica cosa importante è il punteggio: quanto ho fregato, quanto mi hanno fregato. Nel racconto dei giullari della resurrezione di Lazzaro è contenuta una satira brutale su queste persone. Gesù compie il miracolo più grande regalando agli umani una nuova speranza, ma il ladro che è testimone di questo divino prodigio non ne viene toccato perché l'unica cosa che gli importa è rubare la borsa dei soldi a chi è restato sbalordito di fronte al manifestarsi di Dio. Chi ha perso di più: il ladro o il derubato? Testa di cazzo! Dio ti sta mostrando una resurrezione e tu ti perdi la scena per rubare un portafoglio? E che cosa ti comprerai con quei soldi che abbia più valore dell'esperienza di vedere Dio che compie un miracolo? La nostra società è filosoficamente ammalata e folle proprio perché non considera la mancanza di solidarietà una gravissima amputazione emotiva.

E questo handicap primario ha un altro grave e poco conosciuto disastroso effetto collaterale. Il professor Nittamo Montecucco ha condotto numerosi esperimenti misurando con opportune attrezzature, le onde cerebrali di persone impegnate nelle stesse azioni ed ha dimostrato l'esattezza di un'idea conosciuta da millenni presso molte culture. Un gruppo di persone che cantano insieme o giocano, fanno sport o pregano, sintonizzano inconsapevolmente le loro onde cerebrali in modo talmente forte che i grafici che le rappresentano assumono forme uguali. Questo fenomeno impiega esattamente 31 minuti a verificarsi. Questa sintonizzazione provoca una serie di reazioni fisiologiche che ci danno una sensazione di grande benessere. Questo spiega perché milioni di persone si dedichino agli sport di squadra, amino ballare, cantare, marciare o pregare tutti insieme. E spiega anche perché, come ha mostrato una statistica realizzata dal Corriere dello Sport, il maggior numero di gol vengano realizzati intorno al trentatreesimo minuto: 31 minuti per sintonizzare mentalmente la squadra e poi due minuti per andare a rete. E spiega perché per sperimentare le delizie estatiche del sesso tantrico sia necessario restare sessualmente uniti per più di mezz'ora (per approfondire vedi "Il sesso tantrico" su http://www.sessosublime.it ). Questa sintonizzazione delle onde cerebrali non è solo un evento gradevole. Sperimentare il piacere della socializzazione è un bisogno naturale primario, non a caso siamo animali da branco. Non è un'opportunità, è un bisogno basilare. Se non soddisfiamo questo istinto otteniamo effetti pessimi su salute e stato d'animo. Effetti altrettanto gravi di quelli che sperimentiamo se rinunciamo al piacere del sesso o a quello di muovere vigorosamente il nostro corpo sudando e ansimando. Chi vive solo, senza mai mischiarsi con molti altri suoi simili per dedicarsi alle stesse attività è un povero desocializzato. è una malattia ed è grave: corrode il gusto della vita. (La via dello zen comico )

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