PONTIFICIA UNIVERSITÀ GREGORIANA

FACOLTÀ DI TEOLOGIA

Appunti del corso di Libri sapienziali

Prof.ssa Bruna Costacurta

Studente Piero Gallo matr. 156185

Prof.ssa Bruna Costacurta - Pag. 2

A.A 2008 – 2009

Prof.ssa Bruna Costacurta - Pag. 3

INTRODUZIONE
Se le parole profetiche rileggono la storia alla luce della Torah, i libri sapienziali riflettono sull’uomo in quanto tale, con un messaggio che si fa quindi più ampio ed universale; al tempo stesso però si restringe sul quotidiano, perché la loro riflessione è sull’uomo che vive la realtà di ogni giorno. E’ una letteratura che travalica i confini di Israele, il cui discorso diventa quindi esplicitamente universale e quotidiano al tempo stesso, concernendo i piccoli e grandi problemi della vita e della morte. Oltre alla dimensione teologica nei libri sapienziali se ne trova una fortemente antropologica. E’ una letteratura “per adulti”, per gente disposta a porsi i problemi della vita e ad accettare un cammino difficoltoso. Il sapiente è non solo chi ha attraversato la vita, ma anche chi si è lasciato attraversare dai solchi della vita. I sapienti riflettono sui dati della realtà alla luce della Torah, dei profeti e della tradizione di Israele. Questa riflessione li può condurre anche a mettere in crisi questi dati. Accanto a libri di sintesi del dato tradizionale (es .Proverbi, Siracide) ce ne sono altri che mettono in crisi il dato della tradizione, dove la tradizione è vagliata e la fede che ne risulta è messa in discussione; questo però al fine di uscirne con una fede purificata, illuminata da una nuova esperienza di Dio: è la fede adulta, che pensa e che non ha paura di lasciarsi interrogare dalla realtà, fino all’ultimo interrogativo della morte. E’ la storia del libro di Giobbe. Il Pentateuco sapienziale è composto dai seguenti libri: Qoelet, Sapienza, Giobbe, Siracide e Proverbi. Più degli altri è il libro di Giobbe che ci fa capire cos’è la Sapienza. Indicazioni bibliografiche: - come introduzione alla letteratura sapienzale: Morla Asensio; oppure Murphy o Gilbert (Maurice); un classico valido è von Rad, La sapienza in Israele; - per i Salmi: Beauchamp, Salmi notte e giorno; oppure Wenin, Entrare nei salmi; Ravasi, commentario in tre volumi del 1985; Alonso Schokel – Carniti, non è tra le opere migliori di Alonso, ma come bibllista aveva delle intuizioni geniali che qua e là si ritrovano anche in questo commento; più valido ancora è il suo commento al libro di Giobbe) CENNI
SULLA

SACRA SCRITTURA:

PAROLA DI

DIO

E DI UOMINI

è la sapienza tecnica del saper fare bene le cose. Una seconda dimensione è più intellettuale e di tipo sociopolitico: è la sapienza che non solo conosce ed opera sulla realtà. Bisogna essere sapienti per costruire una casa. La Parola di Dio. Dio stesso quando è presentato come creatore è presentato come un sapiente-costruttore. ancora più sapienti per poter costruire il tempio (Salomone è infatti il sapiente per eccellenza). proprio come il Verbo che si è fatto uomo (analogia peraltro affermata anche in DV 13). senza la quale la lettura del testo rimarrebbe incompleta. Questa ricerca del senso e della comprensione delle cose al fine di gestirle per rendere migliore la vita viene vissuta a tutti i livelli. che viene proiettata anche su Dio e che consiste nel saper fare bene le cose (e questo ovviamente aiuta a vivere meglio: la casa. Sono le conoscenze di tipo più concreto che permettono al sapiente di svolgere bene il proprio lavoro. in quanto non è né solo Parola di Dio né solo parola di uomini. Bisogna leggerlo con la consapevolezza che è parola di Dio ma anche parola di uomini al tempo stesso. diverso e particolarissimo. il saggio è fondamentalmente il maestro. obbedendo alle due dimensioni della Scrittura. 4 La Scrittura è Parola di Dio che si incarna in parola di uomini. il campo è produttivo etc. C’è un primo livello elementare.). ma elabora i dati di questa conoscenza. che la insegna agli altri affinché tutti possano vivere meglio. L’analogia costringe a tenere assieme queste due realtà. che costruisce il mondo secondo sapienza.. che lo aiuta del resto a vivere meglio. È la sapienza di tipo creativo. tecnica. bensì da condividere con gli altri. Il Concilio Vaticano II ha fatto una svolta importantissima affermando che nella lettura della Scrittura bisogna tener conto dei generi letterari che vi stanno dentro. Questa incarnazione è un mistero. rappresentato dalla dimensione operativa della sapienza.Prof. le comprende e le elabora in modo che vivere diventi . espressa in parole umane. più che un genere letterario è un genere di letteratura.ssa Bruna Costacurta . È un libro quindi che ha uno statuto particolare. LA SAPIENZA. studia le leggi della natura e del vivere. IL SAPIENTE Che cos’è la Sapienza ? Chi è il sapiente ? E’ uno che vive meglio degli altri e che però non considera questo come un tesoro personale.Pag. ad es. entrando necessariamente in una prospettiva di fede. non ti crolla addosso. Il contadino è considerato un sapiente dalla scrittura. perché per coltivare bene la terra bisogna conoscere molte cose.

Bisogna dunque che l’uomo la desideri. che bisogna dunque desiderare. in questa situazione di impotenza dell’uomo si manifesta la potenza di Dio. e però non puoi desiderarla e chiederla se già non la conosci e non sai quanto è importante: è questo è già sapienza. una specie di anticipazione di morte. La sapienza che mi consente di vivere bene deve dunque trovare il suo principio nel timore di Dio. Questo è il profilo specifico della sapienza di Israele. La priorità è sempre di Dio. chiedere. Questo è vero per tutti i doni.Prof. A livello familiare. L’uomo viene sempre dopo. non entra in relazione con gli altri. quando è tutto buio. non c’é vita possibile se non in un corretto rapporto con Dio ed in una buona relazione con Lui. in cui la persona è in una situazione di totale impotenza. la non visione dell’opera di Dio. Quello che l’uomo può fare è chiederla. Questo “giro” è tipico di Salomone. il padre è il primo maestro del figlio su come vivere bene. Ma tutto questo non è ancora sapienza se non si arriva alla dimensione religiosa: se la sapienza dà la vita. etc.ssa Bruna Costacurta . la voglia e quindi la riconosca come un dono che viene dall’alto. L’episodio avviene di notte. La richiesta dell’uomo è sempre sollecitata dall’iniziativa di Dio. E’ fondamentale nel mondo sapienziale che la sapienza è un dono di Dio e che viene da Dio. attraverso cui assume una dimensione socio-politico e diventa la capacità di interagire. La richiesta del cuore docile è letteralmente “un cuore che ascolta”. per poter prevenire gli eventi. è nel buio che si accetta il mistero. Questa è la saggezza.Pag. 4 ss. Per avere la sapienza devo chiederla. La sapienza non può essere frutto dell’attività dell’uomo. che poi si allarga e si perfeziona nella scuola. vivere bene con gli altri. nella consapevolezza di non possederla mai. Salomone può chiederla perché Dio ha l’iniziativa di chiedergli cosa desidera. è Lui che si fa vedere. ma solo di Dio. E’ nell’obbedienza al Signore che l’uomo trova la vera vita e la vera sapienza. anzi la deve chiedere per averla. Per chiedere la fede devi avere fede. 5 facile. Altro elemento è quello del sonno. Per diventare sapienti bisogna essere sapienti. non opera nella realtà. La sua sapienza comincia nel sogno di Gabaon 1Re 3. Il circolo virtuoso fa sì che per avere la sapienza devi desiderarla e chiederla. il discernimento. Mette in gioco una dimensione intellettuale anche nelle relazioni interpersonali. a livello familiare prima e socio-politico poi. che è il modello del sapiente. per convertirmi . è la sapienza che cataloga le cose e gli eventi per capirli meglio. come si evince nella risposta che il Signore dà a Salomone. Dove si può avere la sapienza ? Quando sei nel buio ed accetti la tua totale impotenza: non sei tu che vedi Dio.

le inglobi. perché anche il sapiente si deve misurare con una realtà che non è propriamente quella che racconta il libro dei proverbi.Pag. Il cuore è ciò che accoglie la sapienza. L’uomo può chiedere di essere perdonato dopo che Dio lo ha perdonato. L’ascolto diventa così possibilità di vita vera e felice. Un ascolto che è accoglienza e custodia (come Maria nei vangeli). Il cuore nell’antropologia biblica è non solo un organo necessario per la vita fisica. Questa è la prospettiva della sapienza. Un ascolto che non è solo sentire. CENNI SUL PENTATEUCO SAPIENZIALE I libri sapienziali sono 5 (c. a viverle. La differenza è che “nel” fa correre il rischio che il cuore le comprenda. accogliendo ciò che gli viene detto. la Scrittura utilizza il verbo shemà. Nessuno può salire sul monte Sinai se Dio non lo chiama. Ma tutto questo l’uomo lo fa come secondo. non le possiedi ancora. E Dio non solo gli concede la sapienza. mettendosi in ascolto. etc. con le sue promesse e frutti di felicità.d. Ma la realtà che l’uomo vive è diversa. dal suo dono. un tesoro prezioso. La consapevolezza di non avere sapienza e di averne bisogno è già in sé sapienza. ma propriamente ascoltare. 6 devo aprire il cuore. come sede dei sentimenti. Il libro dei proverbi presenta la sapienza tradizionale. della capacità decisionale e della coscienza. L’ascolto è obbedienza ed è molto di più del solo sentire. In questa richiesta c’è la confessione della propria incapacità. allora puoi continuare ad ascoltarle. quella che fa vivere bene. I libri sapienziali ci insegneranno anche ad andare oltre questa nozione tradizionale di sapienza. ma anche il centro della vita psichica e spirituale. In ebraico non c’è un verbo per dire obbedire. Il cuore ha quindi a che fare con la fedeltà. a capirle.ssa Bruna Costacurta . Se invece stanno “sul” cuore. L’uomo è sempre preceduto da Dio. custodisci i miei precetti e vivrai”). Nel cuore che ascolta c’è una sintesi della sapienza. essere consapevoli che quello che si sente è importante. secondo lo schema per cui . come anche il Pentateuco ed anche il libro dei salmi è diviso in 5 libri. Nello Shemà le parole stanno “sul” cuore e non “nel” cuore. ma anche tutti i frutti di essa (rappresentativi del vivere bene) che pur Salomone non aveva espressamente richiesto. della volontà.Prof. pentateuco sapienziale). entrando in relazione. L’azione dell’uomo è sempre una risposta al dono di Dio che precede. Il cuore che ascolta esprime anche la necessità di una interiorizzazione della sapienza (Pr “il tuo cuore ritenga le mie parole.

Anche lì il sapiente conduce il credente attraverso nuovi cammini che devono portarlo alla ricerca di un nuovo senso. La divisione in 5 corrisponde ai 5 libri della Torah. pur rifacendosi alla sapienza tradizionale. le vocali non contano.ssa Bruna Costacurta . IV 90 – 106. A differenza del termine greco.Pag. ciò che resta è hll che vuol dire lodare) che significa appunto “lodi”. che radicalizza addirittura il rifiuto della sapienza tradizionale. III 73 – 89. una crisi di fede esplicitata in modo sapienzale. In questo modo il cammino sapienziale giunge a compimento aprendosi alla realizzazione neotestamentaria. LE DUE DIMENSIONI DELLA PREGHIERA Tuttavia nel salterio non c’è solo il genere della lode. appunto. il libro della Sapienza infine. suppliche. dicendo che niente ha senso. Questa struttura è messa in crisi dal libro di Giobbe. si apre però a nuove categorie e. di qualcosa che serve a lodare il Signore. **************************************** INTRODUZIONE AL SALTERIO DIVISIONE E TITOLO Il libro dei salmi è diviso in 5 libri: I 1-41. la tradizione ebraica dà un’indicazione di contenuto: si tratta di lodi. liturgie penitenziali. Dietro il libro di Giobbe c’è la grande crisi dell’esilio. davanti all’interrogativo della morte dell’uomo e della sofferenza e della morte del giusto. lamenti. quella dei padri. trova la risposta nella dimensione del martirio. La sapienza va in crisi anche con il Qoelet. II 42 – 72. la im finale indica solo il plurale. Il titolo di salmi deriva dal greco Πσαλµοσ. . La tradizione ebraica originale chiama invece questo libro tehillim (il te iniziale indica che il termine è un sostantivo. Ogni libro termina con una dossologia che indica le cesure tra un libro ed un altro. Dopo questi tre libri vi sono due libri che non fanno parte del canone ebraico (deutero-canonici): il Siracide che ripropone la sapienza tradizionale e davanti al popolo in diaspora ripropone la vecchia tradizione.Prof. al plurale Πσαλµοι: esso vuol dire canto accompagnato da uno strumento a corde. per aprire il sapiente a delle nuove risposte. dice dunque la forma senza però indicazioni di contenuto. V 107 – 150. ma anche rendimento di grazie. 7 se ami il Signore tutto ti andrà bene.

io riconosco di essere bisognoso di perdono e dunque peccatore.ssa Bruna Costacurta . Se dico che Dio è buono e perdona. Anche quando il salmista lamenta che Dio non lo ascolta. 8 imprecazioni violente. è chiaro che essi riflettono la complessa esistenza umana.Pag. Il titolo ebraico ci indica tuttavia che tutto deve in fondo tendere verso la lode. il suo carattere multiforme e variegato. La supplica mette l’accento sulla vita dell’uomo che è sì vita. non mancano anche salmi solamente di supplica o di lode. I due grandi poli diventano quindi la celebrazione di Dio come Dio (lode) ed il riconoscimento dell’uomo come uomo (supplica). allora riconosco di essere salvato e questa è una supplica. Chi loda fa esperienza di salvezza e chi supplica sa che Dio ascolta. Il salterio dà voce a queste molte e diverse dimensioni dell’esperienza umana che corrispondono al vivere dell’uomo. se dico che Dio è giusto dico al tempo stesso che io non lo sono. se dico che Dio salva. In che senso tutta la preghiera va verso la lode ? Lodare Dio vuol dire celebrarlo. etc. quando confesso la colpa celebro Dio come colui che perdona. La vita salvata mette insieme la lode e la supplica.Prof. loda. Quando la tradizione ebraica ci dice che questi salmi sono lodi ci insegna che questo è ciò a cui la preghiera tende e ciò verso cui l’uomo cammina. altrimenti che senso avrebbe gridare a Lui ? E già nel fatto che Dio ascolta c’è un motivo di celebrazione e di lode a Dio. anche in questo il salmista implicitamente ammette che Dio ascolta. Comunque è possibile ridurre tutti i vari generi a due grandi blocchi fondamentali: la lode e la supplica. Se i salmi sono preghiera. ringraziarlo. nel momento in cui si riconosce salvata. Non è una vita che ha consistenza in se stessa e questa è la dimensione della supplica che. la grandezza della sue meraviglie. ma vita salvata e quindi bisognosa di salvezza. La lode mette l’accento su Dio e sulla vita che viene da Lui. Le due dimensioni sono quindi sempre presenti e collegate tra loro. quindi loda. se mi lamento perché mi uccidono io riconosco in Dio un liberatore e quindi lo sto lodando e ringraziando in quanto tale. ma la supplica ed il lamento hanno senso se ho fede che Dio mi aiuta e se credo questo io lo sto lodando. dove quindi il rapporto tra le due dimensioni è implicito (sono però piuttosto rari). Di solito il salmista mette insieme queste dimensioni. se mi riconosco come mortale mi inserisco in una prospettiva sapienziale. La lode mette in gioco tutte le altre dimensioni. etc. In questa vita che ha bisogno di essere salvata la lode si accompagna però alla supplica: il punto d’arrivo è comunque . Nel prendere coscienza di chi è Dio l’uomo prende coscienza di chi è lui. riconoscere la sua bontà.

ma dice anche non voglio morire e dunque io sono fatto per la vita. ovvero fare i conti con la morte). all’elemento fondamentale della sapienza: il supremo atto di sapienza è saper contare i propri giorni. dove l’orante è sempre alle prese con la morte da cui si viene salvati: ecco la supplica che indica la lode e la lode che indica la supplica. La scrittura aggiunge qualcosa al salterio perché colui che scrive il salmo è anzitutto una persona salvata che scrive la sua esperienza affinché questa diventi preghiera per coloro che verranno dopo di lui. questo rende la vita umana incredibilmente bella ma anche incredibilmente drammatica. Dio creatore è solo vita ma noi che siamo creature. Questo è il punto nevralgico del salterio e della letteratura sapienziale in genere: è l’esperienza della morte. è un’esistenza che muore. Dalla vita dell’uomo non è mai possibile eliminare il bisogno di salvezza. che si confronta con il male e con il bisogno di salvezza. La lode che i salmi ci insegnano non è la lode ingenua ed illusoria. dal supremo atto di sapienza che consiste nel riconoscere la propria mortalità (Sal 90: insegnaci a contare i nostri e giungeremo “al cuore della sapienza”. La dimensione della prova e della sofferenza è insita nella vita umana. 9 una vita di solo lode. la vita dell’uomo è tragica e questa tragicità è iscritta nell’esistenza umana. il nostro rifiuto di morire ed il nostro assoluto bisogno di vita: ecco la sapienza. proprio in quanto tali. Questo è il salmo di supplica che insieme loda ed il salmo di lode che insieme supplica. Queste preghiere sono scritte. che non solo dice io sono uomo e muoio. Il confronto con la morte mi fa fare esperienza di essere fatto per la vita e quindi di avere bisogno di colui che è solo vita e che solo mi può liberare dalla morte e vincerla. riceviamo una vita che deve passare sotto la morte e quindi perennemente minacciata dal pericolo mortale. Proprio dall’esperienza di drammaticità. Nel salmo noi contemporaneamente teniamo insieme la realtà dell’uomo bisognoso di salvezza e la realtà di Dio che salva. L’esistenza umana in quanto tale è segnata dalla morte.ssa Bruna Costacurta . ovvero al centro. che è l’unico che è solo vita e può salvarmi. Solo il confrontarmi con la morte mi apre a Dio ed al bisogno di Lui.Prof. che è passata nella sofferenza.Pag. Il salmista nel . è la lode che sa di essere passata attraverso la prova. Questo atto di sapienza è esperienza di verità non solo perché ci dice che dobbiamo morire ma anche perché ci fa sperimentare l’orrore di morire. Questo è il cuore della sapienza ed è il cuore del salterio. Il vero problema del mondo sapienziale è il vero grande problema dell’uomo: è che si muore.

Così il salmo diventa segno. Questa testimonianza diventa un’eredità per tutti. salvami. 5 Con la mia voce io grido al Signore. 9 Al Signore appartiene la salvezza. sei uno scudo attorno a me. la tua benedizione sia sul tuo popolo! 1 2 QUALIFICAZIONE E’ un salmo che presenta insieme i due elementi della supplica e della lode. promessa. “Quanti sono numerosi i miei oppressori” (in verità. 7 Io non temo le miriadi di genti che si sono accampate contro di me d'ogni intorno. 6 Io mi son coricato e ho dormito. ho supplicato.Pag. per questo posso pregare. “come sono molti” i miei oppressori). C’è una grandissima fiducia “mi corico e mi addormento”. Accogliendo la testimonianza del salmista noi diventiamo capaci di parlare a Dio ed imparare il suo linguaggio per rivolgerci a Lui come Lui desidera che l’uomo preghi e come Lui desidera ascoltarci. colui che mi rialza il capo. o Signore. Sono parole date perché il credente possa pregare. 8 Ergiti. perché il Signore mi sostiene. poi mi sono risvegliato. per questo ho pregato. Quando lo si prega si raccoglie la testimonianza del salmista che dice: io sono stato salvato. O Signore. Chi prega i salmi è preceduto da generazioni e generazioni di oranti e prega insieme a loro: chi prega i salmi non prega mai da solo. suo figlio. 10 momento in cui scrive il salmo diventa testimone per sempre di una salvezza che ha ricevuto. quanto sono numerosi i miei nemici! Molti son quelli che insorgono contro di me. “tu sei la mia difesa”. ed egli mi risponde dal suo monte santo. inizia appunto con un grido di lamento e di supplica. È chiaramente un salmo di lamento. . Il salmo termina con la lode. il salterio invece è una raccolta di preghiere che hanno come unica funzione quella di insegnare a pregare. ****************************** ANALISI DEL SALMO 3 Salmo di Davide.ssa Bruna Costacurta .Prof. in bocca ad uno dei personaggi della storia di cui fanno parte. o Signore. Noi che entriamo in questa linea di preghiera diventiamo a nostra volta testimoni di salvezza. hai rotto i denti agli empi. Quelle che troviamo altrove sono preghiere inserite in una storia e legate ad essa. Dio mio. poiché tu hai percosso tutti i miei nemici sulla guancia. sei la mia gloria. Nel pregare i salmi si impara la fede che lì viene testimoniata. speranza di salvezza per chi lo prega. 3 molti quelli che dicono di me: «Non c'è più salvezza per lui presso Dio!» 4 Ma tu. A questo si unisce la sua professione di fede “tu sei la mia difesa” ed in questo loda il Signore. composto quand'egli fuggiva davanti ad Absalom.

contemporaneamente si dice che Colui che interviene. che riflette tutta la dimensione e l’esperienza di abbandono e fiducia che fu propria di Davide in quella circostanza. è una bestemmia. insorge e si alza è Dio e non i nemici. 11 appunto. Secondo il titolo questo salmo dovrebbe essere ambientato lì. ma anche suo figlio. C’è un dire dei nemici che è un dire blasfemo. AMBIENTAZIONE Il titolo antico di questo salmo. 5 il Signore risponde. RIPETIZIONI Questo salmo ha ripetizioni significative: si insiste sui “molti” che spaventano e che al v. Si ripete il verbo alzarsi: molti contro di me si alzano (v. 9 del Signore è la salvezza: egli quindi chiede la salvezza nella certezza che quello che dicono i nemici non è vero: Dio salva ! DIRE – GRIDARE – RISPONDERE – METTERE A TACERE Al v. Può darsi. Al v. 8 il salmista dice “alzati Signore salvami” al v. 2) e davanti a questi il salmista dice al v. Questa è assunta come esperienza paradigmatica. il sitz im leben potrebbe essere cercato nel rito di incubazione. ed invece al v. non che dobbiamo pensare che sia proprio di Davide. esemplare. che non fa parte del salmo ma comunque di una tradizione antica già tradotta nella LXX. 7 diventano una “moltitudine” di cui il salmista può dire di non aver paura. 8 “alzati Signore”.Prof.Pag. Mentre si dice che i nemici sono molti e insorgono per fare del male. E sempre al v.ssa Bruna Costacurta . Davide è tradito come re e come padre. Alcuni dicono (ma non la Costacurta) che poiché si parla di dormire. ma nel senso che quell’esperienza drammatica di padre tradito. ma secondo la Costacurta è l’esperienza proposta dal salmo è più ampia: è quella di chi si abbandona a Dio nella certezza che Dio salva. Ci si rivolge a Dio chiedendo aiuto e insieme si dice che il Signore lo sta aiutando. Il termine salvezza o il verbo salvare. questo provoca il grido dell’orante e . 5 è il salmista che dice “io grido al Signore”. Chi lo tradisce non è solo un suddito. 3). richiama la fuga di Davide da Assalonne. in bocca ai nemici “non c’è salvezza per lui in Dio” (v. di trovarti solo (perché quando tuo figlio ti si rivolta tu sei solo anche se hai qualcuno vicino) viene ripercorsa da questo salmo. 3 i nemici dicono «Non c'è più salvezza per lui presso Dio !».

sono nell’impossibilità di parlare. che motivo ci sarebbe per l’intervento di Dio. che non solo sono molti. La certezza del salmista è questa: Dio interverrà. In altri casi il salmista li rappresenta come leoni. Davide riduce le proporzioni gigantesche di Golia perché lui non ha paura. Si vuole provocare l’indignazione di Dio. . il quale non deve più gridare ma può alzare la lode. morale.Pag. È un’affermazione che nega totalmente la sua fede e quello che sta succedendo sembra dare ragione a loro. ma perché questo è tipico della preghiera di supplica: ingigantire il pericolo per stimolare l’intervento di Dio. etc. “Questo filisteo non sarà peggio di un leone o di un orso”.ssa Bruna Costacurta . La paura. I suoi nemici sono molti ed anche ben potenti. Questa tentazione vuole mettere in crisi anche il senso del suo morire. L’impressione del salmista è di essere sovrastato da questi nemici. Il salmista insiste su questo perché fa esperienza di essere schiacciato. è un modo di dire la gravità della situazione e l’assoluta sproporzione rispetto alle sue forze: c’è angoscia. si alzano sopra di me. In qualche modo la paura dice che tu non puoi farcela. è armato della sola fede in Dio e rifiuta le armi di Saul. che prima ancora di uccidere il corpo del salmista cerca di uccidergli l’anima: gli mettono davanti la terribile tentazione: noi ti stiamo ammazzando e nessuno ti può salvare. e mette a tacere anche i nemici. Davanti a Golia tutti hanno paura. IL DOSSIER Tutto comincia con la triplice ripetizione di “molti”. alla necessità ed al pericolo ! Se il salmista descrivesse un pericolo banale. che gli vengono sopra (si innalzano. mi schiacciano). Non avere paura significa rimettere le cose al giusto posto. tende a far vedere il pericolo ancora più grande di quello che è. nemmeno Dio: “non c’è salvezza per lui in Dio”.Prof. Una inferiorità fisica che diventa psicologica. nonostante la convinzione che Dio interviene. Ed i nemici glielo dicono. che si ritrovano con i denti spezzati e colpiti alla mascella. Questo è tipico della supplica. sono tutti modi in cui il salmista dice “ho paura”. La percezione di non potersi difendere provoca paura e questo fa apparire i nemici ancora più grandi e più forti e lui a sua volta più piccolo e più deboli. per meccanismi suoi propri. È come la tentazione di Gesù in croce: che Dio lo faccia scendere dalla croce. Dio non può non intervenire davanti alla sproporzione. ma anche molto alti. disperazione. 12 poi Dio risponde mettendo a tacere il grido del salmista. Il salmista dice questo non perché in effetti ha paura.. Davide a differenza di tutti non ha paura. Davanti alla sproporzione ed al pericolo mortale non si può restare indifferenti.

Il nome di Dio in un qualche modo spezza l’incanto. vuol dire che stanno parlando “di lui”. che non difende solo in modo parziale ma in modo totale. Non è solo dire “sono tanti” ma “Signore. Sembra esserci discontinuità sintattica tra le due proposizioni: i nemici dovrebbero dire non c’è salvezza “per te” e non “per lui”. “dicono a me”. come se non ci fosse più. 13 ANALISI TESTUALE L’invocazione iniziale È molto significativo che il salmo cominci con l’invocazione “Signore”. contrappone la sua professione di fede <<ma invece tu Signore sei “il mio scudo all’intorno” (di solito si traduce “la mia difesa”)>>. v. sta evitando di farsi ipnotizzare. sono tanti”. Anche questi tanti dovranno fare i conti con l’intervento di Dio. ma “tutto intorno”: è uno scudo particolare. ma è il grido della preghiera. poi dice sono tanti. ma non “a lui”. 3 è molto strano perché l’affermazione “non c’è salvezza per lui” viene fatta da questi molti che. 3: problema sintattico Il v. l’immagine è quella militare dello scudo che non cancella il pericolo. ma mette al riparo dal pericolo. ma prima di tutto mette il Signore. I nemici infatti si sono “accampati” tutto intorno. Quello che il salmista percepisce è che ormai i nemici lo danno per morto. Non è solo la paura che grida a vuoto. che è proprio di chi vede solo i molti. poi segue il lamento del salmista. Tanto che subito al v.Pag. v. dice il salmista. ma può essere un modo per il salmista per dire che lui per i nemici nemmeno esiste più. Lo dicono a me ma dicono “lui”: è un’ipotesi.Prof.ssa Bruna Costacurta . L’invocazione del nome Al v. Questo giro terribile è spezzato sin dall’inizio da “Signore”. si rivolge a Lui. Le traduzioni traducono infatti a volte come dicono di lui. I molti sono secondari. Prima di tutto invoca Dio. Vuol dire che nonostante tutto egli sta riuscendo a non lasciarsi sopraffare da tutto. ma come se lui non potesse nemmeno ascoltare. che non difende solo davanti. per i nemici lui non c’è più: parlano a lui. non è il grido di angoscia. 4: lo scudo del Signore Il salmista invece è ben vivo ed è proprio per questo rivolgersi a Dio che egli è vivo. Avrebbe potuto mettere come prima cosa “sono tanti”: ed invece comincia con “Signore”. 4 il salmista oppone. ma l’originale è dicono a me. esorcizza il terrore. 4 la reazione inizia ancora con l’invocazione “ma tu . Se dicono non c’è salvezza “per lui”.

come “mio elohim” e non elohim e basta. – la prima cosa che vede non è il nemico. mi sveglio “ecco” (oppure “perché”) il Signore mi sostiene>>.Prof. Questa connessione tra il . Il salmista può dire: io dormo. Lo invoca dunque sette volte (numero fortemente simbolico). vogliamo invece affermare la presenza di Dio. mi sveglio. Anche nel modo di parlare si fa questa associazione (di chi è morto si può dire “sembra che dorma”. sapere che la mamma sta lì. Il dormire fa riferimento a diverse valenze simboliche ed antropologiche. Il salmista si rivolge un’altra volta a Dio con Dio mio.Pag. ma usa il nome di Dio attraverso il termine Adonai. Dal sonno alla veglia – la notte ed il dormire <<Io mi corico e mi addormento. nella malattia. Se traduciamo con poiché vogliamo dire che è il Signore a rendere possibile la sequenza del sonno e della veglia. però tutto è cambiato ed il salmista può dire io non ho paura. nell’angoscia e quando riapre gli occhi – e deve quindi riaffrontare il motivo del suo dolore. Se traduciamo con ecco. È la sorpresa bella di chi si addormenta nel dolore. usando elohim. I nemici hanno detto “Dio” utilizzando una terminologia generica “elohim”. il Signore c’è. Con il sonno si cade in uno stato in qualche modo di incoscienza. Al Dio generico il salmista oppone sempre il suo Dio (per sei volte con Adonai). questo cambia tutto. Anche in questa settima volta egli insiste sulla relazione interpersonale. I nemici ci sono ancora. che è la gioiosa confortante sorpresa del salmista che verifica come. chi dorme non ha più coscienza di sé. Quando tu apri gli occhi e vedi che il Signore è li che ti sostiene. etc. che parla di qualcosa che cambia radicalmente la realtà.ssa Bruna Costacurta . perché si sperimenta la presenza di Dio nella notte. 14 Signore”. Per sei volte Signore compare con il tetragramma (mediato dal termine Adonai). il pericolo incombente. ancora si dice “dorme come un sasso”). anche durante il sonno. si accampano contro di me. quando si addormentano sofferenti vogliono vedere la mamma al loro risveglio. La paura della morte viene vinta dalla presenza di colui che non muore. ma il Signore che è lì a sostenerlo: ecco mi è accanto ! È l’esperienza di cui tutti i bambini hanno bisogno. Il salmista invece non dice Dio in genere. Questa è l’esperienza di cui parla il salmista. non si sa cosa succede intorno. È proprio la notte che opera il cambiamento. Il dormire ha qualche cosa a che vedere con il morire. di controllare la realtà e di interagire con essa. Quando uno si abbandona al sonno cade in una specie di nulla che è in qualche modo una sorta di anticipazione simbolica del nulla che è il buio della morte. il Signore gli sia stato sempre accanto. della realtà. Non si sente più parlare.

dove oltre ad associare il dormire ad un morire (Ger 51. Questa relazione entra anche nella Bibbia. 15 dormire ed il morire è anche inconscia all’interno del nostro vissuto: sembra che la difficoltà che i bambini hanno di addormentarsi deriva dalla paura di cadere nel nulla. Non serve nemmeno più menzionare la notte. In connessione a queste valenze del dormire c’è n’è un’altra apparentemente contraria: il dormire come un formidabile gesto di fiducia.Pag. perché tutto ormai è sotto la presenza di Dio. la paura della solitudine. la paura della morte. Elia che fugge sull’Oreb. ma è un’esperienza di fiducia che trova la sua conferma al risveglio: Dio non dorme. Nel NT Gesù che dorme durante la tempesta. legata a Lui e modificata da Lui. Il dormire è un atto di fiducia. dopo il sonno subito la veglia. la paura è definitivamente vinta. resta accanto a lui. il giorno dopo rimprovera ad Abner di non aver custodito l’unto del Signore. non ne vuole parlare. che avrebbe dovuto vegliare su di lui. è come se fosse tutta concentrata in un attimo.9 “in pace mi corico e subito mi addormento. come anche nei salmi si dice “Signore che fai dormi. E’ la paura di cadere nel sonno in cui si entra da soli. È una paura che ci trasciniamo anche da adulti e pare che molti disturbi del sonno derivano proprio dalla paura di morire. mi sveglio: è come se la notte nemmeno c’è più. Il rimprovero è che Saul si fidava di lui. tu solo Signore al sicuro mi fai riposare”: ecco il rito di incubazione. chiede di morire e si addormenta. Il sonno può quindi anche essere il segno della fiducia. Il nostro salmista non fugge dalla realtà. subito dopo. non sembra esserci soluzione di continuità. come viene ulteriormente enfatizzato in Sal 4. Se io dormo vuol dire che mi fido che quelli che mi stanno intorno non mi fanno del male.Prof. senza congiunzione sintattica e quindi senza soluzione di continuità. Perché se Dio dorme vuol dire che non gliene importa niente. .ssa Bruna Costacurta . così anticipando la morte che chiede. che è la paura di morire. che la realtà che mi circonda non è pericolosa. Dopo il mi corico ed il mi addormento. l’episodio di Gabaon. non te ne importa niente”. Quando Davide prende a Saul la lancia e la brocca. Perché il salmista non vuole pensare alla notte. Ed in questa chiave il salmista dorme nel salmo 3. i sogni come il luogo in cui Dio si rivela e parla. 39-57) si parla anche del dormire come di una fuga dalla realtà: è il caso di Giona che nella tempesta in mare si mette a dormire nella stiva. perché Dio ha cambiato le cose. I discepoli che si addormentano al Getsemani. lo spazio della notte è azzerato. Luca solo specifica che dormivano “per la tristezza”.

9. Si chiede quello che Dio ha già fatto. La proclamazione liturgica di fede è un dono che viene da Dio. i denti dei nemici.dono La supplica è inseparabile dalla lode ed infatti il salmo termina con la celebrazione esplicita del v. Nell’ebraico esistono forme verbali che hanno il nome tecnico di perfetti “precativi”. dove si fa esperienza di benedizione. descritta con le tinte forti di questo salmo. Secondo la Costacurta i tre tempi vanno tenuti tutti insieme. ma bisogna chiederglielo. e vengono quindi tradotti come imperativi.Pag. all’imperativo. che sarà affrontato con riferimento ai salmi imprecatori (con particolare riferimento al almo . ci pone però qualche problema. questi verbi vedono al di là della realtà è una cosa futura ma loro ne parlano al passato: “li colpirai e gli spezzerai i denti”. La reazione violenta di Dio. Colui che riconosce la benedizione di Dio diventa a sua volta capace di benedire il Signore. come è dono poter chiedere e supplicare nella certezza che Dio risponderà. perché questo è il gioco tipico della supplica.ssa Bruna Costacurta . Le tre ipotesi si possono quindi richiamare a vicenda.Prof. 16 v. 8: i tempi del perfetto La salvezza definitiva viene resa visibile dal fatto che i nemici hanno la mascella spaccata ed i denti spezzati. che hanno forma di verbo al passato. questo però si collega alla prima parte del v. ma con valore di supplica. 8 è detta utilizzando dei verbi al passato (colpire. spezzare). Altra soluzione è quella di lasciarla al perfetto passato tout court: “li hai colpiti e gli hai spezzato i denti”. Esistono però anche i perfetti profetici. di richiesta. ma devono essere tradotti con un futuro: parla di una cosa come già avvenuta perché si è sicuri che Dio la farà. Questa seconda parte del v. 8 dove compare un imperativo “alzati”: ma se il Signore lo già fatto. è profetico perché come i profeti. ma d’altra parte puoi chiederla nella certezza che questa cosa è già avvenuta. La traduzione al passato può essere cambiata in imperativo: “colpiscili e spezzagli i denti”. perché invocarlo con il “salvami” ? Il problema può essere risolto facendo riferimento a delle particolarità del testo ebraico. Il salmista dice “tu hai fatto”. dove la forma verbale è al passato. che apre la dimensione della pienezza della vita. ed allo stesso tempo chiede che Dio spezzi. mentre la chiedi sei sicuro che avverrà e quindi ne puoi parlare al passato. Lode – benedizione . perché chiedere di essere salvati significa già sperimentare la salvezza e quindi ne puoi parlare al passato (è lo stesso circolo virtuoso della richiesta della sapienza).

si è invitati a seguire il cammino della sapienza ed a sceglierla. forse dei suoni. Chi ha dato l’avvio è Whybray. con uno stile esortativo mediante il quale il maestro invita il suo discepolo a vivere bene. Il criterio organizzativo con cui sono state organizzate le diverse raccolte è sfuggente.Pag. etc.Prof. si sta cominciando a cercare di capire. 10 – 22 contengono proverbi attribuiti a Salomone. IL PROVERBIO Cos’è un proverbio ? Una grande opera di ingegno ed . 31 dove non abbiamo una raccolta di proverbi. Ghenuel. Al cap. oscillando dal IV al II sec. Qual è l’ordine che hanno seguito. Siamo ancora all’inizio. poi quelli di Abur. proprio al fine di esortare il giovane a fare la scelta migliore. ********************************* IL LIBRO DEI PROVERBI DIVISIONE DEL LIBRO E SUA COMPOSIZIONE L’esegesi sul libro dei Proverbi è piuttosto recente. Anche perché all’interno di ogni raccolta non è chiara la successione dei proverbi. il criterio di scelta ? Non è quello tematico.c. 25 si ridice che sono di Salomone. con un lungo discorso esortativo. La datazione della compilazione finale del libro sembra essere piuttosto recente. 17 83). ma il famoso acrostico sulla donna saggia (Gilbert la definisce “forte)” – figura della sapienza –. 9) è come se fosse una grande introduzione in cui. è una prima raccolta che sembra molto antica. poi al cap. Le tematiche sono eterogenee. forse un gioco di parole. il cui commento è del 1994 (è un commento importante. I cap. considerato che la ricerca esegetica è iniziata solo di recente. I primi 7 versetti danno il titolo al libro. nonché quello di Murphy del 1998). C’è una forte contrapposizione tra la sapienza e la follia. Il libro finisce con il cap. a. altro testo importante è quello di Alonso Schokel – Vilchez Lindez del 1984. 10 cominciano le diverse collezioni di proverbi. Dopo ci sono i proverbi dei saggi. che a motivo della sua sapienza riesce a dare felicità a tutti ed a rendere bella la vita di chi gli sta intorno. tutto il prologo (fino al cap. È un libro composito dove sono confluiti diversi testi e raccolte di proverbi: è una raccolta di raccolte. perché trattano argomenti diversi.ssa Bruna Costacurta .

Il comperare mette in gioco un desiderio intenso. 18 intelligenza fatta da un saggio che mette in gioco l’intelligenza di chi legge o ascolta il proverbio. ma per avere la sapienza bisogna essere sapienti e quindi per capire il proverbio saggio bisogna essere già saggi ! Il “compra” mette in gioco qualcosa di più del semplice desiderare. la tendenza naturale dell’uomo è di .ssa Bruna Costacurta . arrivando a nascondere. ma questo non vuol dire. il suo stesso desiderio. in realtà la vuole comperare. e l'uomo accorto acquisterà il dono del consiglio.5-6: 5 Ascolti il saggio e aumenterà il sapere. ANALISI 3 DI PR 21. ma la vuole molto … e invece la disprezza. dove in pochissime parole si concentra un’esperienza ed un insegnamento di sapienza. Per capire i proverbi bisogna essere sapienti.Prof. la morale della favola della volpe e l’uva esprime l’incapacità della persona di non riuscire a confessare ciò che desidera e che non riesce ad avere.Pag. Lo scopo del proverbio è fare riflettere sulla situazione della propria religiosità perché nonostante questi due concetti siano complementari. con la rima che facilita la memoria. indica che è pronto a pagare. Tutto ciò però non è immediatamente evidente e comprensibile. negandolo. e quindi non solo la vuole. che il sacrificio non valga. ad esempio. Il giro virtuoso “chiedere sapienza – avere sapienza” è riproposto in Pr 1. 6 per comprendere proverbi e allegorie. se qualcuno disprezza qualcosa non credetegli. Per questo è un’opera di intelligenza che chiede intelligenza per essere capito. Il proverbio italiano “chi disprezza compra” è una sintesi geniale della favole della volpe e l’uva: esso ci dice. a privarsi di qualcosa per averla. Un’opera di ingegno perché il proverbio è di solito una composizione molto breve e suggestiva. che l’altro deve quindi capire e decifrare. le massime dei saggi e i loro enigmi. esprime l’incapacità di confessare il proprio fallimento. Qual è il problema di questo proverbio ? Le due cose non si escludono a vicenda.3 praticare la giustizia e l’equità per il Signore vale più di un sacrificio Rapporto tra rito (esteriorità) e conversione (interiorità) Il senso sembra ovvio: fare la giustizia vale più del sacrificio. per capirlo bisogna fare un atto di intelligenza. pensarci su. Es. perché in realtà se potesse la prenderebbe.

il rito. ANALISI 4 DI PR 26. A quale dei due dare retta ? L’atto di intelligenza è quello di capire che la contraddizione è solo . ma perché si intendeva vendere ed acquistare la salvezza. Gesù si scaglia contro una pratica solo esteriore del culto. L’esteriorità deve invece esprimere una interiorità corrispondente. Dimenticare che la salvezza è un dono e che insieme alla salvezza Dio ti dona anche la possibilità di fare un sacrificio.ssa Bruna Costacurta .Prof.4-5 non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza per non divenire anche tu simile a lui 5 rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza perché egli non si creda saggio L’apparente contraddizione Sembrano già ad una prima lettura evidenti. Non è che la presenza dei mercanti nel tempio fosse una cosa di per sé negativa. È la sovrapposizione che l’uomo religioso di solito fa del rito che invade tutto il campo e prende tutto il posto del cammino di conversione interiore. contro l’idea di poter acquistare la salvezza attraverso il culto. Non è nemmeno corretto pensare che il profetismo contesti l’esteriorità del culto: ma la liturgia. Questo proverbio invita allora a capire quali sono i veri valori (fare la giustizia). ed in vista di questo comprare la pecora. 19 metterli in sovrapposizione nel senso che “io faccio il sacrificio e questo mi vale anche come giustizia”. è che essa può diventare totalizzante e non corrispondere alla sua esteriorità. ma tra loro appaiono anche contraddittori. necessariamente ha una sua esteriorità. Per questo era divenuto un luogo di mercanti. la mia vera fede. Il pericolo è invece che l’esteriorità sostituisca l’interiorità del cammino di conversione.Pag. era richiesta dalla pratica del culto. non perché si vendevano le pecore e le colombe. Pensare cioè che fare i sacrifici sia sufficiente e che questo escluda il bisogno di praticare la giustizia. Ma il problema non è l’esteriorità (necessaria) del culto. La loro presenza infatti era funzionale al sacrificio. un atto di culto. Il cambiavalute serviva a cambiare il danaro a coloro che venissero da lontano. La cacciata dei mercanti dal tempio Il tema di questo proverbio si riallaccia anche all’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù. per capire che quando faccio il sacrificio devo esprimere il mio rapporto con Dio.

Motivo della loro successione La loro successione costringe a vedere che non si può mai cercare una risposta concreta dentro un proverbio e persino nemmeno dentro la Scrittura. o ripetendo lo stesso concetto o attraverso il suo contrario. come davanti al male non rispondere con il male. che va bene sempre. Davanti allo stolto non rispondere come lui. perché se sperpera i suoi denari in piaceri diventa povero: proprio quello che . queste stesse cose lo faranno diventare povero. L’altro proverbio (v. ma anche a decidere. perché altrimenti lo stolto potrebbe sentirsi preso sul serio e addirittura capire che è diventato saggio anche lui ! Rimani al livello dello stolto perché se no invece di capire la sapienza la interpreta malamente e crede di essere sapiente anche lui.Prof. Il proverbio è uno strumento plastico che deve essere attualizzato davanti ad ogni situazione. a prendersi le proprie responsabilità. Non rispondere con le stesse armi a ciò che è negativo. perché diventi malvagio anche tu. 5) non concentra l’attenzione sul saggio.Pag. Partono da due punti di vista diversi. ma sullo stolto. Quindi non devi rispondere allo stolto in modo stolto. TECNICHE DI COMPOSIZIONE Parallelismo Una caratteristica dei proverbi biblici è di usare il parallelismo: dire la stessa cosa in un modo diverso.ssa Bruna Costacurta .17 Diventerà povero chi ama i piaceri. 4) ha come punto di vista il saggio ed a lui rivolge la propria attenzione. 21. e queste cose rivelano la sua ricchezza. non arricchirà chi ama il vino e i profumi Chi è ricco ama il vino ed i profumi. i due proverbi costringono non solo a capire. Il primo proverbio (v. La risposta concreta è qualcosa che funziona sempre. Il comportamento sapiente è quello di capire la situazione concreta ed adeguarti ad essa. Cosa devi fare davanti ad uno stolto ? Dipende dalla situazione. 20 apparente. se si concentra l’attenzione su di lui non si può rispondere con tutta la sapienza. perché se no tu acquisisci i criteri dell’altro e se acquisisci i criteri dello stolto diventi stolto a tua volta. Ma proprio quelle cose che lo rivelano in quanto ricco. Questo è vero di ogni decisione che il credente deve prendere davanti alla realtà.

Quando sei padre e tuo figlio è saggio sei nella gioia. La stessa cosa può essere detta attraverso il suo contrario. con coloro che danno la vita e danno la possibilità di vivere bene la vita: sono i primi maestri di sapienza e per questo sono i primi a rallegrarsi o rattristarsi dell’educazione dei figli. ai vini ed ai piaceri. ma ad un loro uso smodato. È un invito alla sobrietà e non alla penitenza. E’ amore questo che ha usato Davide ? L’amore deve 13. Nell’ottica sapienziale il proverbio può allargarsi al rapporto maestro-discepolo e Dio-uomo. è un modo di odiare il figlio.24 . dove il soggetto era lo stesso. Davide viene meno al suo dovere di padre e provoca le tragedie seguenti. essendone appunto i primi responsabili. ma egli ascolta la preghiera dei giusti C’è una contrapposizione tra empi e giusti. Quello che è in gioco è il rapporto con l’origine.ssa Bruna Costacurta . Il modo di enunciare i proverbi tramite antitesi è molto frequente. 10. tra lo stare lontano e lo stare vicino di chi ascolta la preghiera. Il figlio saggio diventerà a sua volta un padre che avrà un figlio saggio. qui viene tutto contrapposto: saggio/stolto e lieto/contristare. Chi risparmia il bastone odia suo figlio.29 Il Signore sta lontano dagli empi. Il non correggere il figlio. 15. Quando Assalonne uccide il fratellastro Amnon che aveva violentato Tamar. chi lo ama è pronto a correggerlo Si rimane ancora nell’ambito familiare con la tematica della correzione.1 Il figlio saggio rende lieto il padre. Se tu sei empio il Signore sta lontano.Prof. se tu sei giusto il Signore sta vicino. tipica dell’ambito sapienziale. Accade anche unendo due proverbi. che potrebbe sembrare un atto d’amore. ma insieme esprimono la relazione parentale. La coppia padre/madre non è in contrapposizione. Il proverbio non è contrario ai profumi. non interviene ed il testo ebraico aggiunge che lo fa per non dare dispiacere al figlio che avrebbe dovuto punire. fino all’usurpazione del regno da parte di Assalonne. 21 mostrava la sua ricchezza lo impoverisce. Quando sei figlio e sei saggio dai gioia a tuo padre.Pag. Davide sta fermo. il figlio stolto rattrista la madre A differenza dell’altro proverbio. e così via.

e ride). Così vi persuaderete e constaterete che grande è il peccato che avete fatto davanti al Signore chiedendo un re per voi.Prof.3 L’accorto vede il pericolo e si nasconde. senza però che venga detto “come” o “così”. Samuele dice: 16 Ora. perché non capisce che la tua vita è sotto minaccia di morte.ssa Bruna Costacurta . Se si allarga il discorso si deduce che il sapiente è una persona capace di avere paura e che chi non ha paura è uno stolto. gli inesperti vanno avanti e la pagano Si ritrova anche in Pr 27. nascondersi è un’opera di sapienza. La tematica della correzione è una delle chiavi di interpretazione nel libro di Giobbe. 22. Neve d’estate e pioggia durante la mietitura sono fenomeni assolutamente impossibili per la Palestina. in vista di un bene più grande che è l’educazione del figlio. Accorgersi del pericolo e mettere in opera azioni difensive è un’azione sapiente. proprio perché non è possibile la pioggia durante la mietitura. ma la tua stoltezza ti porta alla rovina. perché la sua vita non è sotto minaccia (Sal 2. Samuele chiede un segno inequivocabile.2. Non avere mai paura vuol dire non prendere mai coscienza del pericolo e sei uno stolto perché ti credi onnipotente. 22 intervenire anche punendo. Non solo sei stolto. Per fare capire al popolo che ha sbagliato.Pag. stesso non senso. Dio guarda dall’alto i re che vogliono fargli guerra. Altro esempio di comparazione. Il nostro proverbio mette in gioco due cose impensabili per dire che queste cose assurde e senza senso è come dare onore allo stolto: stessa assurdità. così l’onore non conviene allo stolto Non c’è rapporto e non ha nessun senso che venga dato onore allo stolto. . 16-17. così come non ha nessun senso pensare che possa nevicare d’estate o che possa piovere al momento della mietitura. 26. In 1 Sam 12. L’unico che può non avere paura senza essere stolto è Dio.1 Come la neve d’estate e la pioggia alla mietitura. state attenti e osservate questa grande cosa che il Signore vuole operare sotto i vostri occhi. 17 Non è forse questo il tempo della mietitura del grano? Ma io griderò al Signore ed Egli manderà tuoni e pioggia. Altro modo di fare i proverbi è usando la comparazione. Perché la paura è la reazione davanti al pericolo.

Per questo l’alleanza terminava con un banchetto. 15. Il significato si allarga anche alla dimensione affettiva.ssa Bruna Costacurta . etc. “Mangiare con” è un modo per condividere la vita. significa condividere la vita.16 E’ meglio poco con il timore di Dio che un grande tesoro con l’angoscia. Non a caso il primo errabondo è Caino. morale. CEI utilizza il termine porco. che ha interrotto tutte le relazioni uccidendo Abele e non può più vivere. Questo va inteso a tutti i livelli. perché non è più in riferimento al rapporto con Dio ma con gli altri. Israele conosce bene il nomadismo. 23 11. che è sprecata addosso ad una donna stolta. In quello seguente si sposta un po’ la prospettiva. Così è la bellezza. così è l’uomo che va errando lontano dalla dimora.Pag. che è molto forte ed è corretto considerata l’impurità del maiale secondo il pensiero ebraico. il cibo fa vivere. di essere in un tessuto di relazioni. L’uomo è fatto per avere una casa. mangiare con gli altri è un atto formidabile di comunione. L’uccello lontano dal nido corre il pericolo di andare in luoghi sconosciuti. per stabilirsi da qualche parte. una situazione che smarrisce.22 Un anello d’oro al naso di un porco è la donna bella ma priva di senno La trad. ecco l’idea della casa e della famiglia. 27. Tutto ciò è insito nella mancanza di stabilità.Prof. si sta parlando con gli altri. E’ un uomo senza stabilità. ma messo al naso del porco è una contrapposizione ripugnante. esprime meglio il rapporto di comunione con gli altri. con riferimento al cibo. 15.8 Come un uccello che vola lontano dal nido. Questo è il contesto in cui il proverbio afferma essere meglio poco con amore piuttosto che tanto con odio. rende deboli ed indifesi. L’anello al naso è un ornamento.17 E’ meglio un piatto di verdura con l’amore piuttosto che un bue grasso con l’odio È giocato sul piano conviviale. . L’uomo per vivere ha bisogno di relazioni. Il problema di fondo è che l’uomo ha bisogno degli altri. Altro modo di fare proverbi è quello di dire che è meglio una cosa di un’altra.

Il prologo (capp.9 E’ meglio abitare su un angolo del tetto piuttosto che avere una moglie litigiosa e la casa in comune con lei 21.19 E’ meglio abitare in un deserto piuttosto che abitare con una moglie litigiosa ed irritabile All’interno del libro ci sono anche proverbi più lunghi.16-19 «per salvarti dalla donna straniera. L'intento di questo prologo è appunto esortativo. quasi come se donna-follia. incomprensibile. straniera. Alcuni testi la dipingono come simbolo di ciò che seduce ed allontana dalla sapienza.Prof. l'adultera. . presentata come donna straniera e prostituta. che abbandona il compagno della sua giovinezza e dimentica l'alleanza con il suo Dio. Nelle tematiche dei proverbi ricorrono personaggi tipici: il pigro. è la donna empia. Pr 2. etc. dalla forestiera che ha parole seducenti. 8 ma anche della sposa del cantico: es. che sono come dei ritratti di caratteri particolari. In essi c'è l'invito/esortazione a seguire il cammino della sapienza. dispensatrice di vita. forestiera.ssa Bruna Costacurta .Pag. Israele ha già vissuto il dramma dell'esilio. come piccole scenette. Questo essere adultera va nella linea delle metafore dei profeti e del matrimonio come metafora dell'alleanza. attraverso la contrapposizione forte tra sapienza e follia. che è donna «straniera». tra saggi e stolti. facendo ricorso ad immagini e presentazioni allusive alla donna del Cantico dei cantici. cioè strana ed estranea. l'ubriaco. 24 Altri esempi: 21. La donna forestiera è connotata come infedele allo sposo e dunque all'alleanza con Dio. Anche la sapienza viene presentata come donna. 1 – 9) I primi 9 capitoli dei proverbi sono testi abbastanza recenti. 8) e DONNA-FOLLIA/STOLTEZZA (in particolare in Pr 7 e 9). che abbandona il rapporto con il divino. La tentazione costante della vita dell'uomo (raffigurato nel discepolo/giovane) è di non seguire la sapienza e di lasciarsi fuorviare dall'inganno dei peccatori e da quella figura di donnastoltezza. adultera e prostituta fosse contrapposta non solo alla donna sapienza del cap. La sua casa conduce verso la morte e verso il regno delle ombre i suoi sentieri». Queste due figure di donna servono a raffigurare le due tipologie: donna-sapienza (cap.

Lo svelamento della verità è tipica della sapienza e quindi il saggio vede il pericolo e sta lontano. 1-5 [1]La Sapienza forse non chiama e la prudenza non fa udir la voce? [2]In cima alle alture. il saggio vede l'inganno..18: "vieni.. pungente come spada a doppio taglio». Il miele è qualcosa che ha a che fare con la sposa del cantico ma che qui viene presentato in modo rovesciato. Il sapiente va oltre e scorge ciò che davvero produce l'abbandono della sapienza. 1-11 vv. come un bue va al macello.Pag.10: "ecco farglisi incontro una donna in vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore".Prof. non per fare allusioni di tipo sessuale. Pr 7. bisogna saper riconoscere e distinguere la sapienza dalla stoltezza).4 "dì alla sapienza tu sei mia sorella e chiama amica l'intelligenza"..". scorsi fra i giovani un dissennato .. inebriamoci d'amore fino al mattino".ssa Bruna Costacurta . proprio come la sposa del cantico. ma rivela l'inganno della morte e fa sì che si possa riconoscere la morte lì dove si traveste di vita. ". come un cervo preso al laccio . LA DESCRIZIONE DELLA SAPIENZA . Non a caso è notte. Pr 7.6 ss. La sapienza dunque non solo offre la vita. La scena della seduzione prosegue con immagini che richiamano sempre il Cantico dei cantici. Dopo di ciò segue la scena della seduzione del giovane: Pr 7.. lungo la via.. e non sa che è in pericolo la sua vita": è la sapienza a parlare. non solo la stoltezza.. lo stolto no (anche la sapienza sta sulle piazze e sulle strade.. per questo sono uscito incontro a te. che svela la realtà. Il tema dell'inganno è centrale: la morte si presenta come se potesse dare la vita. 8: Ia parte vv. La sposa del cantico è infatti chiamata amica e sorella dallo sposo del cantico. ancora come lo sposo del cantico. ecco vidi fra gli inesperti. I riferimenti sono tutti stravolti dalla stoltezza: Pr 7. ma perché la notte è il tempo del nascondimento e dell'ingannno.22-23 "egli incauto la segue. per cercarti e ti ho trovato". il buio copre ed impedisce di essere visto.14-15: "dovevo offrire sacrifici di comunione . 25 Frequenti immagini sembrano il contrario del Cantico: Pr 5. Pr 7.3-4 «stillano miele le labbra di una straniera e piu' viscida dell'olio e' la sua bocca (questa immagine sembra come quella della sposa del cantico) ma cio' che segue e' amaro come assenzio. CAP. Pr 7.

. inesperti. [8]Tutte le parole della mia bocca sono giuste. [3]presso le porte. ma la sapienza si trova lì dove l'uomo vive secondo la verità del proprio essere. senza destinatari differenziati: è per l'uomo lì dove normalmente vive. ma familiare ed intima. 7. C’è una esplicita contrapposizione delle labbra e delle parole veritiere della sapienza alle labbra ed alle parole menzognere della donna-stoltezza del cap. [7]perché la mia bocca proclama la verità e abominio per le mie labbra è l'empietà. stolti. sulle soglie degli usci essa esclama: [4]«A voi.alle porte di casa. [9]tutte sono leali per chi le comprende e rette per chi possiede la scienza. io mi rivolgo. luogo della relazione non sociale. 6-9 [6]Ascoltate. vv. parentale.alle porte della città. vuol dire che essa sta dove l'uomo vive la sua fondamentale dimensione di essere relazionale. fatevi assennati.ssa Bruna Costacurta . E' il luogo della massima relazione. niente vi è in esse di fallace o perverso. a tutti i livelli. ai figli dell'uomo è diretta la mia voce. 26 nei crocicchi delle strade essa si è posta. non è riservata solo ad una elite. C'è una moltiplicazione dei punti di riferimento: la sapienza va in giro. all'ingresso della città. si dirimono le questioni. è lì che si prendono gli impegni pubblici. si rivolge a tutti. dove gli uomini si incontrano. 10-11 [10]Accettate la mia istruzione e non l'argento. nè andare in solitudine a ricercarla in modo mistico. vuol dire che è alla portata di tutti. [5]Imparate. Se la sapienza sta lì. nei luoghi dove l'uomo vive: . solo per alcuni. E' per tutti. [11]perché la scienza vale più delle perle .Pag. E' per gli uomini nel loro vivere quotidiano. si mercanteggia. vv. sta un pò ovunque. la scienza anziché l'oro fino. perché lì stanno gli anziani. per trovarla non serve essere un'elite. non pubblica. E' il luogo tipico del passaggio. la prudenza e voi. uomini. dove si parla.Prof. dalle mie labbra usciranno sentenze giuste. perché dirò cose elevate.

ma nel momento in cui lo fai sei già nel circolo virtuoso della sapienza. l'arroganza. vale più delle perle. [16]per mezzo mio i capi comandano e i grandi governano con giustizia. a me appartiene la potenza. la cattiva condotta e la bocca perversa. [14]A me appartiene il consiglio e il buon senso.Prof. [12]Io. che diventa capacità di vivere bene. In questa prima parte del cap. 8 si insiste sulla dimensione della parola e dell'ascolto e non sul fare. dell'oro fino. . 12-21: autoelogio della sapienza. [19]Il mio frutto val più dell'oro.ssa Bruna Costacurta . [13]Temere il Signore è odiare il male: io detesto la superbia. IIa parte vv.Pag. L'invito della sapienza è ad essere saggio e ciò che si offre è la sapienza stessa che consente di vivere secondo Dio: il timore di Dio è il principio della sapienza. il mio provento più dell'argento scelto.8-9 dove si dice «tutte le parole della mia bocca sono giuste … e rette per chi possiede la scienza». che a sua volta richiede ascolto (in Sir 24 la sapienza dice "io sono uscita dalla bocca dell'altissimo" e si presenta come parola). Questo è il dono che la sapienza fa di sé e che passa attraverso l'insegnamento. Si comincia ad entrare nella dimensione del vivere. la Sapienza. per questo va preferita all'argento ed all'oro fino. Lo afferma il testo stesso di Pv 8. Questo tema sarà sviluppato fortemente in Gb 28. Se tu ti metti in ascolto è perché riconosci che ciò che ti viene detto ha valore. io sono l'intelligenza. possiedo la prudenza e ho la scienza e la riflessione. [15]Per mezzo mio regnano i re e i magistrati emettono giusti decreti. sicuro benessere ed equità. [18]Presso di me c'è ricchezza e onore. La sapienza regale (BJ) In questi versetti la sapienza si presenta e si scopre che essa non è qualcosa di puramente intellettuale. 27 e nessuna cosa preziosa l'uguaglia». E' un'idea ricorrente nei testi sapienziali. perché sono la parola e l'ascolto i mezzi per donare e ricevere la sapienza. ma di operativo. La sapienza è un bene inestimabile. [17]Io amo coloro che mi amano e quelli che mi cercano mi troveranno.

[24]Quando non esistevano gli abissi. Non si spiegherebbe infatti se fosse successivo alla caduta del regno anche in Giuda. Proviene da Dio ed arriva in mezzo agli uomini. io fui generata. [25]prima che fossero fissate le basi dei monti. costituita e generata. dagli inizi della terra. Il primo («creata») è il verbo ebraico qnh che vuol dire acquistare. è un testo pre-esilico. In questa parte si presenta non più in quello che è. più antico del resto del libro. E' il verbo sul quale la donna gioca quando dopo la cacciata dal giardino nasce il primo figlio. per parlare di sè la sapienza deve parlare di Dio. per il rilievo attribuito alla regalità. 28 [20]Io cammino sulla via della giustizia e per i sentieri dell'equità. quando disponeva le fondamenta della terra.Pag.ssa Bruna Costacurta . [21]per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri. [23]Dall'eternità sono stata costituita. diventa lui il soggetto principale di questa pericope: chi agiva era il Signore. quando tracciava un cerchio sull'abisso. IIIa parte vv. ma anche creare e metaforicamente generare.Prof. io ero là. che fa o nei vantaggi che procura. quando fissava le sorgenti dell'abisso. quindi è la sapienza che fa la relazione tra Dio e gli uomini. prima di ogni sua opera. sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia. fin d'allora. Dice che il Signore l'ha creata. La sapienza arriva al punto centrale di se stessa: fino adesso ha detto io io io. quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua. Per Gilbert questa parte. io sono stata generata. segno della fedeltà di Dio . quella del rapporto con Dio. ma nella sua dimensione più fondamentale. 22-31: la sapienza creatrice (BJ) vv. fin dal principio. [27]quando egli fissava i cieli. comperare. [26]Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi. prima delle colline. perché la sapienza non c'è se non c'è Dio. ma adesso dice «il Signore». né le prime zolle del mondo. 22-29 [22]Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività. [28]quando condensava le nubi in alto. Sono tre verbi importanti. [29]quando stabiliva al mare i suoi limiti.

inizio. Il testo ebraico di Pr 8. si usa il verbo hwl/hyl. di legame tra Dio e gli uomini. ma anche intessere. i serbatoi della neve.Pag.22 dice "il Signore mi ha creato (qnh) all'inizio (in principio: in ebraico reshit) della sua attivita'". In questo contesto ha fatto pensare di poter fare riferimento all'unzione regale. La Sapienza dice di sé di essere stata generata da Dio. come inizio. E' però una possibilità remota. perché in ogni caso è creata. che viene prima di tutto ma comunque dopo Dio. nel senso che la sapienza è l'inizio di tutte le opere di Dio. perché è l'inizio della creazione. della pioggia e della grandine che così scendeva aulle terra. Dio solo è la vera origine. versare dei liquidi. 29 alla vita. Quando infine si dice che la sapienza è stata «generata».16 e sta a descrivere l'azione di Dio che intesse il bambino nel seno materno. il mondo. Un verbo affine che fa parte della stessa famiglia. La sapienza quindi non è Dio ma non è neppure semplicemente una creatura di Dio come le altre. Tutti e tre sono verbi dell'ambito della generazione. Alonso accenna al quesito se la Sapienza sia un personaggio esistente. come cosa più bella ed importante. Siamo in un ambito a-temporale. anche della sapienza. E' una realtà misteriosa. . perché sopra di essa c'erano altre acque. ma non solo di essere stata creata al pari delle altre cose. e non solo all'inizio. Il figlio si chiama qayin (Caino) ed Eva dice «ho acquistato. generato un uomo dal Signore». Benché ferita. mari e sorgenti. Sapienza come origine. che vuol dire contorcersi per il dolore. si ritrova nel Sal 139. avere le doglie del parto: vuol dire partorire. dare alla luce. Queste emergono poi sulla terra e divengono fiumi. che poggia su delle colonne che stavano lì dove ci sono tutte le acque sotterranee. la sua primizia. Secondo Alonso si tratta di un personaggio poetico. Già gli autori antichi ebbero a lottare contro gli ariani che invocavano questo testo. Nel dire che la Sapienza è stata «costituita» si usa il verbo nsk (nasak). la parte prima e migliore di tutte le sue opere. inizio. Reshit vuol dire principio. bensì di un rapporto particolare con Dio. fare nascere. la vita resta feconda. L'idea della creazione che sta dietro i vv. oppure se debba essere considerata solo una figura poetica. Il cielo era pensato come una calotta (la volta del firmamento) con dei buchi. utilizzato insieme al verbo qnh. potrebbe anche essere.Prof. che vuol dire fondere dei metalli.ssa Bruna Costacurta . 24-29 è l'idea di una terra pensata come un disco piatto (che poi diventa meno piatto per i vari contorcimenti della terra: Sal 90). il Signore mi ha "generato inizio". senza preposizione. fuori del poema stesso. Nsk vorrebbe dire essere formato nel grembo.

. appunto. 30 La sapienza dice di essere stata generata prima di tutto ciò. ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo. Il verbo usato per dire giocare (o dilettarsi) ha proprio il significato di giocare. L'espressione ebraica può essere intesa nel doppio modo: gioca «sulla terra» ma anche «con la terra». L'armonia di ciò che crea è anche garantita dalla sapienza. e così va avanti ed indietro. Questo stesso termine potrebbe anche voler dire «discepola. Il mare non divora la terra. 30-31 [30]allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno.. l'idea sarebbe di un creare di Dio «secondo sapienza». divertirsi. Questa sapienza è delizia di Dio ma insieme ha le sue delizie che sono gli uomini. giocosa e così dimostra l'assoluta potenza di Dio. E' il verbo su cui gioca anche il nome di Isacco (anche se non è proprio lo stesso. ridere. in modo giocoso. ovvero fa le cose senza fatica. danzare. che ne controlla i lavori come un architetto. vv.. La dimensione del gioco mette in campo anche la facilità del creare e dunque l'onnipotenza di Dio nella creazione. Unendo insieme i due possibili significati del termine si può dire che la sapienza sovrintende all'ordine del mondo e lo fa giocando. ma che è facile. ma anche dà l'idea di una cosa facile: è un lavoro quello della creazione da parte di Dio con la sapienza che è diverso da quello dell'uomo. cambia il suono). Si usa qui un termine molto raro e quindi di difficile intendimento: può voler dire architetto. E' come se il leviatan gioca nel mare e gioca con il mare.". dilettandomi davanti a lui in ogni istante. bambina»: l'idea sarebbe non solo quella del governo dei lavori della creazione (architetto). Non è tra le cose che Dio fa. fonte di fatica e sudore. "quando egli fissava i cieli .. ma è presso Dio mentre Dio le fa ed è presso di lui «come architetto». Il giocare fa riferimento non solo alla dimensione di gioia e di bellezza. ma (anche.Pag.26: "(il Leviatan che tu hai fatto) . che «sposta i monti senza sudare».ssa Bruna Costacurta . con il suo «aiuto».Prof. in aggiunta al senso precedente) della sapienza come una bambina che gioca con le cose che Dio crea. Tutto questo avviene con la sapienza di fianco a Dio che crea. come se essa sovrintendesse ai lavori. perché Dio lo tiene a bada. perché giochi in/con esso (mare)". C'è una insistenza sulla presenza della sapienza all'atto della creazione. Il Sal 104. Per la proprietà transitiva anche gli uomini possono . Lei era là. [31]dilettandomi sul globo terrestre.

non trascuratela! [34]Beato l'uomo che mi ascolta. danneggia se stesso. vegliando ogni giorno alle mie porte.36: «quanti mi odiano amano la morte». Ecco dunque la frase finale di grande effetto: Pr 8. Non vivere secondo sapienza come un obbligo. chi trova me trova la vita. figli. Chi pecca contro la sapienza danneggia se stesso non la sapienza. Ora tocca agli uomini cercarla. arriva l'ultima esortazione. Se è così l'uomo diventa beato. IVa parte vv. Questa è l'obbedienza che Dio chiede ed è l'obbedienza del figlio. quanti mi odiano amano la morte». oltre quella di ordinare il mondo sapientemente. la contraddizione dello stolto ed è senza possibile via di mezzo: o si . perché chi trova la sapienza trova la vita. per custodire attentamente la soglia. Ecco ancora la funzione di mediazione tra l'uomo e Dio. Ora dice che sono gli uomini a stare sulla sua porta. Dopo la sua presentazione. La Sapienza finisce come ha iniziato. Ecco di nuovo la funzione di legame tra Dio e gli uomini che ha la sapienza. con l'esortazione all'ascolto. 32-36: l'invito supremo [32]Ora. ascoltatemi: beati quelli che seguono le mie vie! [33]Ascoltate l'esortazione e siate saggi. L'obbedienza di cui parla la Bibbia non è di chi le fa perché è obbligato. ma il vivere secondo sapienza avendo capito che è l'unico modo possibile per vivere e che rifiutarla è danneggiare se stessi: questa è la vera sapienza. L'uomo sapiente capisce che andare contro sapienza è andare contro se stessi.Pag. [35]Infatti.Prof. La sapienza dona sapienza. ma di chi capisce fino in fondo il valore di ciò che gli viene chiesto e lo fa suo in modo tale quando obbedisce obbedisce a se stesso. Il dono di Dio deve diventare qualche cosa dell'uomo stesso. anche esso viene da Dio. Ritorna l'insegnamento di fondo secondo il quale chi trova la sapienza trova la vita (come chi va dietro la stoltezza trova la morte). l'uomo non può conquistarlo ma solo accoglierlo e dopo averlo accolto deve vivere secondo di esso. [36]ma chi pecca contro di me. 31 diventare delizia di Dio. ma sta all'uomo vivere da saggio e vivere secondo di essa. e ottiene favore dal Signore.ssa Bruna Costacurta . Ascoltare l'esortazione e metterla in pratica. è l'estrema follia. Come tutti i doni di Dio. La contrapposizione tra amare ed odiare.

32 ama la sapienza o si ama la morte. nonche' dal punto di vista tematico e linguistico (a volte l'ebraico che usa è quasi intraducibile). diventa chiaro che bisogna seguirla. Come mai ? Sembra che possa essere più facile mettere in bocca ad uno straniero . Ravasi. La località che viene indicata è chiamata Uz. di delizia e di gioco. Indicazioni bibliografiche: Weiser del 1974. Clines.ssa Bruna Costacurta . Il suo tema ruota intorno all'eterna domanda che l'uomo si pone davanti alla sofferenza dell'innocente: è la perenne continua dolorosissima domanda che l'uomo si pone davanti al dolore ed all'ultima apparente vittoria del dolore che è la morte. ****************************** IL LIBRO DI GIOBBE Il sapiente sa che la sapienza dà la vita e la felicità. il commento è divulgativo. accolta e desiderata. perché è l'unica strada di vita. Nonostante tanta bellezza. secondo Alonso forse in territorio edomita (Edom era un lontano parente di Israele. ma la beatitudine che la sapienza promette non sempre è sperimentabile e allora la sapienza entra in crisi: è il libro di Giobbe. va affrontata. ma anche in territorio ostile. Non solo siamo al di fuori di Israele. ma l'introduzione è molto ben fatta. Pertanto chiedono all'uomo o di essere accettati supinamente. Ambientazione Tutto è ambientato al di fuori di Israele.Pag. ammesso che ci siano: Giobbe sceglie la linea della lotta. e' un nome semitico) . che ha sempre avuto un ruolo di nemico di Israele). inaccettabili. però sa che la pienezza di vita non è sempre sperimentabile e che. come costruzione (ha cose diverse che si intrecciano). ciò che si sperimenta è normalmente il contrario: è questa la realtà che almeno apparentemente mette in crisi la sapienza stessa. Nel libro di Giobbe la sapienza accetta la crisi e ne esce rafforzata. Alonso Schokel Sicre Diaz. di gioia. Dolore e morte che appaiono non solo inspiegabili ma anche. oppure di spiegare una lotta senza quartiere per cercare risposte. Cenni generali E' un libro molto complesso dal punto di vista testuale. di difficile localizzazione. secondo Gilbert.Prof. I nomi dei protagonisti non sono israeliti ma stranieri (solo Eliu. in quanto inspiegabili. anzi. Se la sapienza è questo. Habel. la sapienza è difficile.

perché il libro di Giobbe mette in crisi la sapienza tradizionale di Israele. che vuole confrontarsi con Dio. 28 (inno alla sapienza) sarebbero stati aggiunti dopo. dove Giobbe è un uomo paziente che accetta tutto.Prof. senza lottare e reagire. Il modo in cui il libro è organizzato è oggetto di discussione. pretendendo delle spiegazioni. che non accetta. al pari del RAPPORTO TRA LA PARTE IN PROSA E QUELLA IN POESIA. Al centro invece (capp. In particolare il cap. . con l'intervento finale di Eliu e la risposta di Dio. Questa è anche l'opinione più diffusa. La terra straniera dà al narratore maggiore libertà. senza bisogno di localizzare Uz: un'apertura universalistica del libro sottolineata dal fatto che Giobbe non appartiene al popolo eletto. Composizione Il libro è composto di due parti tra loro molto diverse: l'inizio e la fine del libro sono in prosa e raccontano una storia edificante. Altri invece ritengono che la leggenda fosse anteriore e che sulla base di essa sarebbe stato fatto il resto. Altra lettura vede in Giobbe un uomo di ogni paese e di ogni terra. il quale avrebbe voluto intenzionalmente dare l'impressione che si trattasse invece di una leggenda preesistente. 33 discorsi che per un buon israelita sarebbero al limite se non oltre il limite. 28 sembra una cosa estranea. 3-42) il grande dramma del dialogo tra gli amici e Giobbe. A questo proposito non è male l'annotazione di Alonso secondo cui questo edomita (Giobbe) discende dalle genti del territorio di Esaù: sarebbe significativo che proprio un edomita diventi maestro di Israele/Giacobbe. Può essere che ci sia addirittura anche una nota polemica in tutto questo. è l'uomo che va in cerca del perché. Il prologo e l'epilogo in prosa sono forse un'antica leggenda che narra di un uomo giusto che resta fedele nonostante le disgrazie ed alla fine viene ricompensato per la sua fedeltà.ssa Bruna Costacurta . Si ritiene anche che l'intervento di Eliu sarebbe stato aggiunto dopo e che anche lo stesso cap.Pag. Secondo alcuni il prologo e l'epilogo sono una leggenda preesistente che sarebbe stata aggiunta dopo la parte in poesia. Altri ancora dicono che tutto è stato fatto insieme e dallo stesso autore. si tratterebbe di una nota ironica. Tutto il resto è in poesia e Giobbe è un'altro: uno che lotta. Secondo la Costacurta la cosa più plausibile è che l'autore abbia elaborato (in forma poetica) una storia già conosciuta (in prosa). pur rappresentando il punto di svolta di tutto il libro. al fine di dare un quadro narrativo al tutto.

In questi versetti si parla della giustizia di Dio e del suo intervento sull'empio. Ma in realtà secondo la Costacurta questi vv. Secondo la Costacurta questo discorso non può essere attribuito a Zofar. 13). B-G. 34 Per quanto concerne la DATAZIONE. certamente il libro di Giobbe risente dell'esilio ed è da situare nel post-esilio tra il IV ed II sec. individuando in questa parte la voce di Zofar (le Bibbie spesso recano un titolo in tal senso della pericope a partire dal v.c. B-G. vanno benissimo anche sulla bocca di Giobbe. perché lui è sotto il dolore e la confusione di una sofferenza percepita come ingiusta. perché l'autore del libro è sempre molto preciso nell'indicare chi parla. 32-37 Interviene Eliu 38-42 Dio risponde.Giobbe.Giobbe. Si tratta di un tentativo addirittura «patetico» di recuperare Zofar laddove non c'é. con due risposte di Giobbe.Prof.Giobbe. Nel terzo ciclo parlano però solo in due (Elifaz e Bildad) e questo fa problema: per questo alcuni autori e traduttori si «inventano» un intervento di Zofar nel cap. Struttura Come si presenta il libro ? Sulla sua struttura c'è discussione. egli sta lottando ed ha un andamento discontinuo che appare incoerente ma che invece fa .7-17 Epilogo in prosa in cui tutto finisce felicemente con la ricompensa di Giobbe. Gli amici si rifanno all'idea tradizionale di Israele del male come conseguenza di una colpa. 3 Inizia la parte in poesia: monologo dolorosissimo di Giobbe che reagisce maledicendo il giorno della sua nascita ed affermando che il suo vivere non ha senso. 3). Zofar .ssa Bruna Costacurta . 42. 13). Bildad .Pag. 7. 4-14 Primo ciclo di dialoghi/discorsi in cui parlano: Elifaz . Un'obiezione è nel senso che i vv.discorso sapienziale di Giobbe (che riprende quello del cap. chi dal v. 15-21 Secondo ciclo: E-G. a. Z-G 22-26 Terzo ciclo:E-G. 1-2 Prologo in prosa: presentazione dell'uomo giusto colpito da disgrazie. in due volte. 27 (chi dal v. I tre cicli di discorsi ed il silenzio di Zofar I cicli di discorsi sono tre ed in questi parlano tre amici. dal 13 (o dal 7) al 23 sono discorsi che avrebbe potuto fare anche Zofar. Per lui bisognerebbe cancellare la vita. 27-31 Mashal: grande monologo .

Poiché non si va da nessuna parte tanto vale fermarsi qui: un punto vale l'altro. Giobbe e gli amici sono tutti fermi: ognuno ha la sua idea e da lì non ci si muove. però aggiunge che questa giustizia non la vede. non sono dei veri dialoghi: ognuno fa il suo discorso portando avanti le sue idee e colui che risponde lo fa solo in apparenza. Gli amici continuano a dire che Dio è giusto e l'uomo è peccatore. L'autore sempre specifica chi è il personaggio che parla con la stessa identica formula di introduzione: «e cominciò a dire» (il verbo potrebbe anche significare rispondere). Nel cap. perché il narratore comunque ha omesso Zofar dal terzo ciclo di discorsi ? Una risposta sicura non c'è. 27 quindi Giobbe afferma la giustizia di Dio. ma in realtà lotta con Dio. ma in realtà riprende il proprio punto di vista. si proclama innocente e poi prega che non venga guardato il suo peccato. una crescita. ma siete voi ! Questo dice Giobbe agli amici. Quando c'è un vero dialogo. In realtà non c'è una vera progressione. 27 è tutto di Giobbe. il modo in cui inizia il discorso è: «e parlò (Dio o Giobbe) a/con (Giobbe o Dio) e . Giobbe continua a protestare la sua innocenza: lotta con gli amici.Pag. quando non è più un dialogo tra sordi. Ben diverso è invece il modo in cui l'autore introduce i discorsi tra Dio e Giobbe. quindi. quasi a voler dire che si potrebbe continuare all'infinito. etc.ssa Bruna Costacurta . che si può anche tradurre «e parlò NN (si aggiunge il nome) e disse». che è essenziale al dialogo stesso: una serie di aggiunte reciproche.Prof. dove Giobbe cambia posizione perché ha ascoltato la voce di Dio. Perché dunque alla fine il narratore non fa parlare più Zofar ? Forse perché in questo modo vuole dire che il numero perfetto di tre non si compie: in realtà questo è un dialogo tra sordi. Si tratta di un artificio fortemente ironico. Resta però la domanda: se il cap. solo che lo rovescia sugli amici. Dio è giusto e l'empio viene condannato. Egli quindi dice che Dio è giusto. ma un dialogo vero. Forse con questo artificio letterario di un terzo ciclo monco si voglia dare un'indicazione sul tipo di dialoghi che stanno avvenendo. 35 parte dell'assoluta coerenza del dolore. ed a sua volta Dio parte dal cambiamento di Giobbe per fare un secondo discorso ed andare ancora più avanti (quindi anche Dio ha ascoltato Giobbe). Di particolare c'è che si dice solo chi è che parla e non si dice a chi si parla. Questa ipotesi è ragionevole anche se si tiene conto del modo in cui i dialoghi vengono introdotti dallo scrittore. solo che l'empio non sono io. non è vero che si conclude qualcosa e quindi non si conclude nemmeno il ciclo. con cui si va avan ti nella comprensione della realtà. utilizzando l'arma che loro stessi usano contro di lui. Se uno va a vedere bene.

Prof. In Giuditta invece il paradigma è quello del nemico. del grande mostro. Un uomo . Giobbe li mandava a chiamare per purificarli. e molto numerosa era la sua servitù. E' l'uomo giusto al massimo grado. che spesso si danno anche nei racconti fittizi e leggendari. si vuole dare l'idea di totalità della perfezione e della giustizia di Giobbe. Quest'uomo era il più grande fra tutti i figli d'oriente. v'è l'aggiunta del destinatario. Giobbe infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore». Giusto sia nel rapporto con gli altri che nel rapporto con Dio: è il giusto per eccellenza. [5]Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto. Giobbe non è situabile nel tempo e nemmeno nello spazio (Uz infatti è di difficile localizzazione). ciascuno nel suo giorno. [4]Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro. Questo cambiamento della formula introduttive rafforza l'ipotesi per cui il silenzio di Zofar è un modo per dire che gli amici e Giobbe non stanno in effetti parlando tra di loro e non realizzano un vero dialogo. IL PROLOGO (GB 1-2) Gb 1. La mancanza di Zofar può quindi essere del tutto intenzionale ed avere questo specifico significato. nel racconto di Giuditta si danno coordinate storiche fasulle. Non si danno di quest'uomo coordinate tali da poterlo identificare: è chiaramente una leggenda. ma vengono comunque date per poter immaginare la storia. Così faceva Giobbe ogni volta. Rispetto alla formula precedente. ma perché l'uomo muore ? Quindi riguarda ed avvolge anche chi sta bene. temeva Dio ed era alieno dal male. Con Giobbe siamo in ogni luogo ed in ogni tempo. ma può essere tradotto anche come «perfetto»). Appositamente si evitano coordinate storiche.Pag. perché la domanda di Giobbe non è solo perchè l'uomo soffre. Giobbe invece è volutamente a-storico. cinquecento paia di buoi e cinquecento asine. 36 disse».1-5: la presentazione del protagonista [1]C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto. ovunque c'è un uomo. [3]possedeva settemila pecore e tremila cammelli. Giobbe è presentato come l'uomo perfetto (il testo dice «integro». e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare e bere insieme. perché Giobbe è il paradigma dell'uomo che si confronta con il dolore: è l'uomo di ogni luogo e di ogni tempo. si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. [2]Gli erano nati sette figli e tre figlie. anche se non si tratta di un uomo sofferente. Ad es.ssa Bruna Costacurta . quando c'è un vero dialogo.

ma prolungata nel corpo del figlio e dei figli di lui e nelle generazioni che verranno. che non è più limitata al proprio corpo. teme Dio ed è alieno dal male». per rendere stabile la vita. Giobbe aveva anche la terra ed era molto ricco. Questo benessere è sottollineato dai banchetti quotidiani e dall'armonia e comunione che regna in tutta la famiglia. [8]Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto.Prof. si parla del bestiame tipico del contadino sedentario e del pastore nomade..». quindi pienezza dei figli. Sia sette che tre vogliono dire totalità. che sono in ogni caso più importanti delle femmine. Altri segni sono la vita felice. è un modo per dire che aveva animali di tutte le specie. Giobbe ha sette figli e tre figlie. pienezza. a cui Giobbe aggiungeva i sacrifici per i figli. Sono inoltre figli e figlie. Il numero più grande è comunque dei figli maschi. quanto . quando entri e quando esci . Gb 1. Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra.ssa Bruna Costacurta . Anche qui c'è un merismo perché si parla sia di bestiame sia piccolo che grande. che ho percorsa». essenziale per la vita.. Nello Shemà si dice che «. [12]Il Signore disse a satana: «Ecco. i quali vogliono dire la pienezza della vita e la sua eternità (nella tradizione biblica la sterilità è drammatica perché intesa come segno di maledizione e di morte: la vita della donna sterile finisce con lei).. La benedizione non è altro che felicità. Giobbe è assolutamente giusto e quindi assolutamente benedetto.Pag. quindi buona salute e tante ricchezze. 37 così doveva essere sommamente felice e benedetto da Dio. ne parlerai quando ti siedi e quando ti alzi. I segni tipici della benedizione divina sono appunto i figli. [7]Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Avere figli significa prolungare la propria vita. i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. [11]Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». perché è Dio che dona il suo bene. con grande quantità di bestiame. anche questo è indice di totalità Questo modo di parlare nel mondo biblico corrisponde ad una figura stilistica tipica della bibia che si chiama «merismo»: indicazione di due parti estreme della realtà per indicarne la totalità. «Maschi e femmine» è appunto un merismo per indicare la completezza della paternità. Altro segno di benedizione è la terra (già promessa ad Abramo). Una totalità di benedizioni. [9]Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? [10]Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra.6-12: il dialogo tra Dio e Satan [6]Un giorno..

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possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.

Non siamo più nella terra di Uz, ma in cielo. Dio è immaginato come potente sovrano che dà udienza ai suoi ministri. Tra di essi c'è Satan (personaggio che compare solo nel prologo) che sembra essere colui che ha la funzione di porre il dubbio su tutto. E' opinione comune che in questo libro Satan non ha ancora la funzione di personificazione del male. Per Alonso è solo uno della corte celeste che è quello più scettico, critico, ma non nel senso che è Satana; sarebbe uno che va più sul negativo che sul positivo, un ispettore severo. Gilbert gli attribuisce il ruolo di pubblico ministero ed esclude che sia il diavolo in senso tecnico. Di fatto egli ha solo la funzione letteraria di porre il problema e poi sparisce. Non dobbiamo interpretarlo come personificazione del male, ma come personaggio problematico che serve appunto a porre il problema ed a far andare avanti il racconto. Qual'è il problema che solleva ? Satan non può dire che Giobbe non è giusto, non può contraddire questo, ma si domanda perché è giusto. Perchè ama la giustizia o perché gli conviene al fine di ottenere la benedizione di Dio ? Tutti sarebbero capaci di essere giusti di fronte a tanta benedizione ! Il dubbio che pone Satan è sulla gratuità della giustizia e della perfezione di Giobbe. Egli dice: la giustizia di Giobbe è una giustizia interessata, (v. 9) forse Giobbe teme Dio «per nulla» ? «Gratuitamente» (hinnam) ? Se la fedeltà dell’uomo fosse disinteressata e continuasse anche nella sofferenza, allora diventerebbe anche una testimonianza del fatto che Dio è veramente amabile e adorabile per se stesso, e non per i benefici che dà agli uomini. In tal modo acquisterebbe senso anche la sofferenza, diventando il vero luogo attraverso cui si può testimoniare la bontà intrinseca di Dio. Qui viene dunque messa in questione la realtà di Dio stesso: noi amiamo Dio perché Dio è il bene o perché mi fa del bene ?
ALONSO – SCHOCKEL (p. 118) Finora tutto è buono, di una bontà, se non falsa, almeno sospetta; finora la religione è un dialogo monotono di un uomo che benedice il Dio che lo benedice … Satan introduce la tentazione diffidando dell’uomo … Satan tenta Dio nell’uomo, la sua migliore creatura … Dio tenta l’uomo lasciandolo alla sua libertà: prove d’amore … Così s’imbastisce la grande scommessa tra il satan e Dio, tra il divino e l’antidivino: l’uomo è allora vittima innocente e incosciente di tale scommessa, posta che Dio si gioca in un gioco pericoloso ? No, perché la scommessa dell’uomo è la sua libertà.

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Rimane aperto un problema: nel Prologo, la sofferenza viene promossa da Satan, ma viene anche permessa da Dio: perché Dio permette la sofferenza ? In realtà, non è Dio che mette alla prova l’uomo, ma è la stessa sua vita che lo fa. Tale prova serve come situazione personale nella quale bisogna decidersi se vivere di fede, o meno: vivere, cioè, fidandosi di Dio e di ciò che non si vede, oppure no. Possiamo, allora, già vedere una soluzione al libro di Giobbe: la sofferenza può avere il senso di testimoniare che Dio è Dio, e non soltanto uno che si ama perché dà cose buone in cambio. Il soffrire, allora, può acquistare il significato positivo perché è testimonianza (martirew) della realtà di Dio. Certo la sofferenza rimane problematica: che Dio è questo che permette la sofferenza? Lo spiraglio del prologo sembra chiudersi e non affrontare il problema. Non basta dire che la sofferenza è occasione di testimonianza della realtà di Dio, perché che Dio è colui che ha bisogno della sofferenza per essere proclamato Dio ? Il prologo mi dice che bisogna andare oltre la visione di Dio che viene presentata all'inizio. La ricerca di Giobbe è la ricerca di un Dio diverso. Gb 1,13-19: le prove di Giobbe
[13]Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, [14]un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, [15]quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo». [16]Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo». [17]Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo». [18]Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, [19]quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

Le disgrazie vengono raccontate a raffica, e per di più di volta in volta da colui che solo è scampato al pericolo. Questo accorgimento letterario non da neppure tempo a Giobbe, ed al lettore, di rendersi conto dell’accaduto. In pochi istanti (“mentr’egli ancora parlava”) si consuma la fine di una situazione vitale perfetta.

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Non viene neanche dato il tempo di riprendersi dallo shock. È una situazione molto triste ed incalzante. Indubbiamente viene trasmessa l’estrema tragicità che sta avvenendo nella vita di Giobbe. Questo accorgimento letterario è stato usato nella descrizione della situazione vitale di Giobbe, nel Prologo; ugualmente avviene ora con la fine della benedizione per Giobbe. Le disgrazie vengono descritte in modo tale da esprimere la totalità, in perfetta simmetria con quanto prima, invece, era benedizione. La concentrazione degli avvenimenti nel racconto dei messaggeri accentuano la tragicità di una vita distrutta pezzo a pezzo dall'incalzare degli eventi. L'alternanza degli eventi (causa umana e naturale) è un chiaro merismo, che indicando i due estremi di una realtà vuole indicare la totalità della realtà stessa. Solo il lettore, però, si rende conto che tutte queste morti e disgrazie avvengono proprio a causa della bontà di Giobbe, per mettere alla prova la sua fede. Questo aspetto paradossale Giobbe stesso lo ignora, mentre chi legge è per questo posto davanti ad un problema ancora più grande. Gb 1,20-22: la reazione di Giobbe
[20]Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò [21]e disse: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». [22]In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Giobbe, allora, compie i gesti del lutto e della morte; egli entra in una dimensione di apparente non vita. Mentre, però, i primi verbi sono quelli del lutto, l’ultimo (“si prostrò”) è quello proprio dell’adorazione a Dio buono. In tutto ciò, Giobbe non attribuisce a Dio alcun ingiustizia, pur essendo colui che ha tolto. L'idea che nella prova si mette a nudo il cuore dell'uomo è legata anche al fatto che è Dio che mette alla prova. Questo non è da intendere che le prove sono volute da Dio; ciò che ci mette alla prova è la vita vissuta secondo la fede: allora è la fede che ci mette alla prova, e quindi Dio. Non perché Dio manda la prova, ma è il fatto che Dio esiste che ci mette alla prova: nel mio vivere vivo secondo Dio o secondo il mondo ? Cosa ho nel cuore ? Credere in Dio è una prova continua, prova di come vivo ! Se si ha a che fare con Dio ci si troverà prima o poi a prendere delle decisioni, a svelare dov'è il nostro tesoro, dov'è il nostro cuore. Così si mette in luce se il nostro amore è disinteressato oppure no !

In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. siamo nel momento in cui Giobbe ha appena superato il momento di dolore e si è prostrato davanti a Dio. ma proprio nella sua stessa “pelle”. ma anzi pone nuove domande: è vita questa ? Gb 2.Pag. senza ragione. Dio non ha bisogno che l'uomo soffra per poter essere proclamato come Dio. [6]Il Signore disse a satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». sentendosi colpito a morte.Prof. 41 Gb 2. trad. Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra che ho percorsa». Satan parla con Dio e questa volta è Dio stesso che utilizza l’avverbio hinnam (v. per rovinarlo». teme Dio ed è alieno dal male. A questo punto. anche satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Satan è stato sconfessato sia se voleva accusare Giobbe sia se voleva accusare Dio ! Satan ora lancia una nuova sfida: toccare Giobbe non in ciò che possiede. l'uomo è pronto a darlo per la sua vita.1-6: secondo dialogo tra Dio e Satan [1]Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore. [2]Il Signore disse a satana: «Da dove vieni?». Questa ripetizione è significativa perché se il primo hinnam metteva in questione la gratuità di Giobbe (e quindi metteva in questione anche Dio) il secondo afferma che l'azione di Dio non cerca qualcosa in cambio: Dio sconfessa di essere un Dio che ha bisogno di avere qualcosa in cambio. La posta in gioco si alza. tutto quanto ha. e Dio concede la cosa a Satan.ssa Bruna Costacurta . dalla pianta dei piedi alla cima del capo.7-10: la piaga di Giobbe e la tentazione della moglie [7] Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna. Nonostante questo limite il lettore non è consolato. [9] Allora sua moglie disse: "Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!". Egli è ancor saldo nella sua integrità. accusando Satan di aver messo alla prova Giobbe senza motivo. Giobbe viene toccato gravemente. 3. [8] Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. [3]Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto. [4]Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle. tu mi hai spinto contro di lui. [5]Ma stendi un poco la mano e toccalo nell'osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!». . perché non dovremo accettare il male?". [10] Ma egli le rispose: "Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene. ponendo però un limite: non farlo morire. Sembra di vedere una risposta alla domanda sull'origine divina della sofferenza. CEI “senza ragione”) riferendolo a se stesso.

In proposito Alonso richiama Agostino. anche davanti a questa profonda e vicina tentazione. D'altra parte anche la Follia è donna per la Sapienza. che sta ad indicare la totalità della persona di Giobbe colpita dalla piaga maligna (“dalla pianta dei piedi alla cima del capo”). che vanifica la vita. Non è una domanda retorica. che in realtà. La moglie mostra una prospettiva totalmente chiusa: nella linea della religiosità interessata ed in accoglienza della tentazione del Satan.ssa Bruna Costacurta . Al lettore rimane . Alonso infatti traduce con “maledici”) e poi morire. per poi morire ! O se anche si tiene il significato di benedizione la moglie mette comunque davanti a Giobbe che il suo benedire Dio è posto di fronte alla morte. sia quindi anche la certezza che da Dio si riceve solo il bene. in ebraico. ma in realtà è “dalla sua stessa carne”. tutta la vita. Ancora una volta si sottolinea la dimensione fortemente drammatica di questa ultima tentazione di Giobbe. Troviamo un altro merismo.. la tentazione che viene da se stesso. CEI. che accostava la moglie di Giobbe ad Eva.. in questo modo Giobbe va oltre rispetto al primo capitolo. Se metto lo sguardo su Dio posso affermare con Giobbe che il male non proviene da lui. C’è poi un problema di traduzione per quanto riguarda la domanda che Giobbe fa alla moglie. ma andando nella via di Satan. dunque la moglie è stolta perché da Dio viene solo il bene. nella cultura biblica. e così risponderebbe alla domanda sull'origine della sofferenza. che riprendendo le parole di Dio.Pag. il parlare della moglie è la tentazione della propria carne. che ha un vero rapporto con Dio e che davanti alle difficoltà della vita egli sa porsi correttamente davanti a Dio. è luogo della Sapienza. dice al marito di “benedire” Dio (Trad. Bisogna ricordare che la “donna”. Questa affermazione di fede può dire sia la difficoltà di accettare il male. lasciando trasparire anche una sorta di ironia e sarcasmo: fare una benedizione (segno di vita) . e proprio a lei Giobbe si rivolge dicendo: “Come una stolta hai parlato”. 42 ma non sa della condizione messa da Dio a Satan. Tuttavia. dalla famiglia. Questa è una tentazione che viene dall’esterno di Giobbe. e il male non riceviamo”. Dunque egli vive come un colpo mortale. Entra in gioco anche la moglie di Giobbe. non è una domanda. è un eufemismo per dire “maledire”. dove diceva “… il Signore ha tolto…”. ma Giobbe dice due cose:  il male non può venire da Dio.Prof. ma andrebbe tradotta: “anche il bene riceviamo da Dio. Si aggiunga che poiché marito e moglie sono una carne sola nella prospettiva biblica. Giobbe risponde con parole di fede. È la risposta di un uomo che ha molto camminato nella fede.

Gb 2. Gilbert nota che in questo dialogo con la moglie Giobbe capisce di essere rimasto profondamente solo. Gn 50. figlio mio \ il mio figlio”… Qui si dice sia la consapevolezza di Abramo nel sacrificare il figlio. Sir 22. Essi entrano nella sofferenza di Giobbe con questa gestualità. tuttavia è in difficoltà. Davanti al dolore è stolto cercare di consolare.Prof. 1Sam 31. irriconoscibile (cfr. Elifaz il Temanita. Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita. dimostrano che davanti al dolore e alla morte è sapiente tacere. è una sequenza piuttosto inusuale. I tre amici. Seduti accanto a lui siedono a terra e tacciono. anche la moglie. Canto del Servo sofferente). Questo fenomeno letterario usato dall’autore possiamo vederlo anche in Gn 22 (sacrificio di Isacco): il problema sorge in riferimento allo spostamento della legna da parte di Abramo. carne della sua carne. ma dunque se non viene da Dio. gli dice “Dio provvederà all’agnello. da chi viene…? Il problema rimane aperto. 43 però un problema: molto bello. davanti al dolore la sapienza . Questa polisemia che troviamo nella risposta di Giobbe ci vuole fare intravedere la lacerazione interiore di Giobbe che. [12]Alzarono gli occhi da lontano ma non lo riconobbero e. e si accordarono per andare a condolersi con lui e a consolarlo. e così devono comprendersi i gesti che essi compiono. perché vedevano che molto grande era il suo dolore. Partirono. i giorni prescritti per il lutto (Cfr. In tutto questo Giobbe comunque non pecca. simili a quelli che Giobbe fece alla notizia della morte dei figli.11-13: l’arrivo degli amici [11]Nel frattempo tre amici di Giobbe erano venuti a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui.10.Pag.13.11).ssa Bruna Costacurta . non lo riconoscono: Giobbe ormai è completamente sfigurato. si misero a piangere. dando in grida. ha preso le distanze da lui.  il male da parte di Dio Giobbe non lo accetta (pur potendo da Egli venire). Si rendono conto che egli è vicino alla morte. e nessuno gli rivolse una parola. sia la sua difficoltà ad accettarlo: “scaricando” a Dio la responsabilità di quella situazione. rispondendo ad Isacco. venuti per consolarlo. che abitualmente non verrebbe fatta così. Ognuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di polvere. pur rimanendo fedele a Dio. [13]Poi sedettero accanto a lui in terra. Sorge lo stesso problema anche quando Abramo. Pur rappresentando la sapienza orientale essi tacciono. ciascuno dalla sua contrada. Questi gesti funebri vengono fatti per sette giorni e sette notti. per sette giorni e sette notti.

vv. 3 Giobbe maledice “la notte che disse”. arriva indietro a dire non voglio nemmeno essere concepito. l’asse di vita e morte: uno cosmico. . 44 tace. Geremia sottolinea la differenza tra la promessa di vita felice che è l’annuncio della nascita la realtà di una vita che non è felice. Nessuno parlò “perché vedevano che molto grande era il suo dolore”. 3 di Giobbe si avvicina alla “confessione” di Ger 20. [2]prese a dire: [3]Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: E’ stato concepito un uomo. a volte si traduce la notte “in cui si disse” (trad.Prof. nessuno tranne la notte. Giobbe maledice e vuole cancellare tanto il giorno della nascita quanto la notte del concepimento. Giobbe la personifica e vede in quella notte il testimone ed il nunzio dell’inizio della nuova vita.SCHOCKEL (p. 138): il capitolo ha due assi: l’asse di luce e oscurità. ma qualunque forma della sua vita. nessuno è testimone di quell’inizio della vita.Pag. 1-3 [1]Dopo. CEI). IL PRIMO MONOLOGO DI GIOBBE (GB 3) Il monologo del cap. ebbene. È proprio in questo silenzio che Giobbe parla. Quando c’è il concepimento del bambino.ssa Bruna Costacurta . colui che porta l’annuncio di vita. Giobbe appositamente parla della nascita e poi va all’indietro nel tempo al fine di arrivare al momento del concepimento per non cancellare solo la vita dalla nascita. Giobbe intende negare completamente la vita. Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. proprio lei perisca ! Con quest’artifizio letterario della maledizione della notte del concepimento. Geremia maledice il messaggero. Al v. entrambi trascendentali. dunque anche quella prima della nascita: non basta dire non voglio essere nato. e lo fa per maledire la vita. In questo modo inizia il libro in poesia.14-18 (notazione anche di Alonso) tutti e due dicono che non vorrebbero essere nati e maledicono il giorno della rispettiva nascita. Come Giobbe esplicita questo suo dolore e desiderio di non essere ? E’ un testo poetico e ricco di immagini che descrivono una situazione di desolazione radicale. ALONSO . l’altro umano.

CEI “e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno”). mawet vuol dire morte. 4 e 5 [4] Quel giorno sia tenebra. che deve essere posseduto dalla tenebra. significa un buio che ha in sé il suono della morte. La sensazione è quella del sole che viene divorato e che perciò si oscura. però al positivo. quando si dice “prima di formarti nel grembo materno. prima che tu uscissi alla luce. 45 Un procedimento analogo. non lo ricerchi Dio dall'alto. poetico (si pronuncia “zalmaret”). è un termine ricercato. non vuole che niente sopravviva. Giobbe si pone in aperta contraddizione con tutto ciò che è vivere e quindi anche con l’inizio della vita – la luce – che è l’inizio immaginario della creazione. L’eclissi è un’esperienza traumatica. Al v. Giobbe vuole cancellare tutto. particolare. questa sensazione era forse la stessa di quella percepita dagli antichi che no sapevano spiegarsela scientificamente. ma risale anche prima che Dio lo formasse nel grembo materno. né brilli mai su di esso la luce. 5a (“lo rivendichi tenebra e morte”) Giobbe utilizza due termini sinonimi: 1) tenebra. non basta quindi rifarsi alla nascita. mortale a significare la totalità dell’oscurità. dove il giorno deve diventare notte e la notte deve anch’essa essere posseduta dal buio. 5c figura l’espressione “E lo atterriscano gli oscuramenti del giorno” (trad. ti conoscevo. Al v.Pag. qui è come se Giobbe dicesse “sia il buio” (notazione anche di Alonso). [5] Lo rivendichi tenebra e morte. gli animali si spaventano. lo si ritrova in Ger 1. che serve per dire oscurità in modo generico. ma tutto il processo della creazione: se Dio ha detto “sia la luce”.5. 2) “salmawet”. Anche qui Geremia non si limita a dire “prima che io nascessi”. gli si stenda sopra una nube e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno! Giobbe vuole solo il buio e non vuole vedere la luce. Il giorno deve perire e deve perire la notte. C’è un riferimento mitologico ai demoni notturni ma molto più probabilmente il riferimento corre all’eclissi di sole. Le tenebre . perché la chiamata di Dio precede in modo radicale il suo stesso esistere. che invece è la prima opera della creazione di Dio. vv. Decide di voler cancellare non solo se stesso. L’idea che ha Geremia della vocazione è quella di un dono di identità: egli non esiste se non in quanto profeta e questa vocazione precede la sua stessa esistenza. è un buio totale.Prof. ti ho stabilito profeta delle nazioni”. assoluto. Ecco la maledizione del giorno.ssa Bruna Costacurta . ti avevo consacrato. E vuole un buio totale.

[8] La maledicano quelli che imprecano al giorno.Pag. quello che vuole Giobbe è che queste stelle spariscano anche quando la luce non verrà. CEI: “quella notte sia lugubre”): anzitutto è la notte che ha assistito al concepimento del bambino e dunque è una notte feconda e per questo Giobbe se ne augura la sterilità. Giobbe passa a sistemare la notte e vuole che anch’essa sia posseduta dal buio e diventi sterile. cercando di correggere Giobbe perché la notte è già di per sé buio. Quando sorge il sole le stelle naturalmente spariscono per lasciare il posto alla luce del giorno. Se il buio vince di giorno. Quando Giobbe dice “lo spaventino le eclissi”. 6 – 10 [6] Quel giorno lo possieda il buio non si aggiunga ai giorni dell'anno. ma in più c’è l’idea di una notte non più capace di generare il giorno. Ma la richiesta è anche nel senso di un oscuramento delle stelle del mattino. Al v.Prof. non entri nel conto dei mesi. 9 dice “si oscurino le stelle del suo crepuscolo”: queste stelle possono essere sia le stelle della sera che quelle del mattino. Giobbe si augura che il buio sia permanente. così che rimanga sempre buia. Ma il testo ebraico parla non parla del giorno ma della notte e di una notte posseduta dal buio ed in ciò non c’è contraddizione. 46 vincono la luce e se questo è per sempre. [9] Si oscurino le stelle del suo crepuscolo. quella notte sia lugubre e non entri giubilo in essa. Se già la notte è buia. 7 letteralmente si dice “quella notte sia sterile” (trad. Perché tutto questo ? Perché questa notte che è stata . che sono pronti a evocare Leviatan. vv. [7] Ecco. 6 dicono “quel giorno lo possiede il buio” (trad.ssa Bruna Costacurta . Molte traduzioni al v. sia alla sera che al mattino. allora la luce perde definitivamente: questo è quello che si augura Giobbe. speri la luce e non venga. senza cioè che venga la luce del giorno. una notte senza stelle e quindi senza nessun segno di luce. l’idea è quella della lotta continua tra luce e buio. e non ha nascosto l'affanno agli occhi miei! Dopo aver sistemato il giorno. Per Giobbe si devono oscurare sia le stelle della sera. [10] poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno. Il crepuscolo è quando non è né luce né tenebra. non veda schiudersi le palpebre dell'aurora. la vita è finita. Al v. CEI). la luce ed il sole.

Ebbene Giobbe rifiuta anche questi gesti profondi e radicali di amore materno. Il gesto dell’allattamento è fortemente simbolico perché è un modo per esprimere come la madre si lascia mangiare dal figlio. laggiù riposano gli sfiniti di forze. per accogliere (non privo anche di implicazioni giuridiche. Giobbe sta dicendo che nascere sarebbe un’ingiustizia. più non sarei.ssa Bruna Costacurta . ora giacerei tranquillo. [16]Oppure. che hanno oro e riempiono le case d'argento.Prof. [15]o con i principi. Se fosse morto pensa invece che potrebbe stare tranquillo lì. E’ il desiderio di rimuovere alla radice il dolore e l’angoscia. per allattarmi? [13]Sì. Prendere il bambino sulle ginocchia è un modo per esprimere tenerezza ed amore.Pag. dormirei e avrei pace [14]con i re e i governanti della terra. e lo schiavo è libero dal suo padrone. 10). Finora Giobbe ha chiesto la distruzione della vita ed adesso comincia il lamento con domande retoriche cui non è possibile dare risposta e con il sogno impossibile di essere morto. In Giobbe c’è il rifiuto di vivere perché in lui c’è il rifiuto di morire. o come i bimbi che non hanno visto la luce. Ma il desiderio nostalgico della morte prosegue anche per dopo. che è inevitabile per chi vive: ed allora l’unica soluzione sembra essere quella di non esser mai nato. nel regno della morte dove non c’è affanno e dolore. perché di fatto si nasce per soffrire e per morire. è una domanda che non aspetta risposta. Laggiù i . Perché sono nato e perché non sono morto “dal seno materno” ? Compare il desiderio dell’aborto. vv. vv. [18]I prigionieri hanno pace insieme. [19]Laggiù è il piccolo e il grande. che si sono costruiti mausolei. 17-19 [17]Laggiù i malvagi cessano d'agitarsi. come aborto nascosto. l’adozione). non sentono più la voce dell'aguzzino. 47 testimone del suo concepimento non è intervenuta per chiudere il grembo della madre e quindi non ha nascosto l’affanno ai miei occhi (v. 11-16 [11]E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? [12]Perché due ginocchia mi hanno accolto. e perché due mammelle. es.

Prof. il lettore interrogato su chi sia costui... Dio. 24 [24]Così. 48 prigionieri non sentono più la voce dell’aguzzino (v. E' con Dio che bisogna confrontarsi quando si pongono queste domande. gioiscono se possono trovare una tomba. Giobbe vuole il riposo senza vita. vv. in cui l’uomo è chiamato a celebrare il Dio buono e creatore della vita. questo gemito vuol dire anche ruggito: si sente come la bestia ferita e questa ferita è un grido di accusa nei confronti di Dio. Per questo le immagini e le parole che Giobbe usa sono così . anche se questo riposo non è il riposo benedicente del sabato. Giobbe ricomincia con altri perché. 20-23 [20]Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore. la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? In questi versi l’allusione trova conferma quando dice “perché dare la luce a un infelice … e che Dio da ogni parte ha sbarrato ? ”. Non è la liberazione esodica operata da Dio. denuncia. forse qui Giobbe sta parlando di Dio La morte lo liberebbe anche da questo padrone insopportabile.ssa Bruna Costacurta . dice a Dio “quella che tu fai non ha senso”. 19). Anche senza nominarlo. e i miei ruggiti sgorgano come acqua.Pag. ma la liberazione da Dio. [21]a quelli che aspettano la morte e non viene. ma di accusa. La domanda senza risposta è quale è il senso della vita. Giobbe vede nel luogo della morte un luogo di sollievo e consolazione. anzi forse lo vuole senza Dio: quando si riferisce all’aguzzino ed al padrone. [22]che godono alla vista di un tumulo. che allargano tuttavia la prospettiva da lui all’uomo: perché nasce l’uomo ? Se prima la domanda era perché è successo a me ? Adesso la domanda diventa universale e filosofica: che senso ha la vita ? v. al v. [23]a un uomo. al posto del cibo entra il mio gemito. 18) e lo schiavo è finalmente libero dal suo padrone (v. L'infelicità del vivere è tale che la felicità sembra quella di essere morti: ha senso questo ? Tutto ciò mette esplicitamente in gioco il responsabile. 24 dice “così al posto del cibo entra il mio gemito”. a questo forse allude implicitamente Giobbe. Quello di Giobbe non è un grido di maledizione nei confronti di Dio. che la cercano più di un tesoro.

vuole provocare Dio e fare sì che egli si muova. in base alla quale traggono la conclusione che Giobbe sia colpevole.Pag. Giobbe rifiuta questa lettura e non riesce così a dare senso e giustificazione alla sua sofferenza Cosa dicono questi amici ? Elifaz fa ricorso all'esperienza. in particolare iniziando dal primo ciclo di dialoghi con gli amici. 49 forti. [26]Non ho tranquillità. ma solo alla fine (al cap. si contrappone al canto di lode. E' l'inizio della lotta tra Giobbe e Dio. Il grido di Giobbe. vuol dire che è colpevole e diventa connivente con l'ingiustizia. non può non rispondere. E Dio risponderà. prima bisogna assistere alla lotta di Giobbe con Dio e con gli amici. Essi intervengono nei confronti di Giobbe per convincerlo del suo peccato. sottoposto alla prova. Mentre nel prologo è Giobbe che viene provato. perché se no. questa è la prospettiva di Giobbe adesso.ssa Bruna Costacurta . Non maledice Dio ma fa in modo che Dio si muova davanti alla denuncia di ciò che è ingiusto e senza senso. Il grido è perché qualcuno venga ed intervenga. Qui Giobbe grida. Mette Dio dinanzi ad una situazione radicalmente assurda. Dall'altro lato abbiamo invece Giobbe che continua a proclamarsi innocente e che non accetta il punto di vista opposto. non ho requie. non ho riposo e viene il tormento! PRIMO CICLO DI DIALOGHI (GB 4-14) Cerchiamo ora di capire quale è la problematica del libro di Giobbe. diventa colpevole al pari dell'aggressore. se Dio non interviene. [25]perché ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Dio diventa colpevole. e dunque all'uomo saggio che dall'esperienza trae insegnamenti. e perciò se Giobbe . nella prospettiva biblica. 38). che è un grido di accusa. Secondo gli amici la sofferenza è conseguenza del proprio peccato. se non interviene. Chi ascolta il grido. che è il suo esatto contrario. profetica e sapienziale. a questo punto del racconto. Questi si fanno portavoce della teoria biblica tradizionale. vuole pro-vocarlo (al pari del salmista nel salmo 3). Per portare Dio al confronto Giobbe deve esasperare la sua sofferenza e la sua visione della realtà: deve maledire il giorno per mettere Dio davanti all'accusa che Dio non può eludere. In questi dialoghi emergono e si precisano due contrapposte linee di pensiero: quella di Giobbe e quella degli amici. adesso è Giobbe che mette Dio davanti alla prova. Chi ascolta non può non intervenire.Prof. l'esperienza è che nessun innocente è mai perito. che Giobbe è pronto a condurre fino in fondo.

preferisce rifugiarsi in argomenti preconcetti. Ma come potrebbe Giobbe affidarsi a Dio. di accusarlo: dire questo a Dio vuol dire in profondità affidarsi a lui. Qui risuona la crudeltà di una teoria che si vuole applicare a tutti i costi. Bildad aggiunge arroganza ad arroganza: anche ad ammettere che pure tu sia giusto. Elifaz invece vorrebbe un affidarsi nella menzogna. anche quando non funziona e diventa quindi crudele. proprio quando lo reputa ingiusto ? Ma a volerla dire tutta. Elifaz parla anche del valore risanatore della sofferenza. ma è sbagliato applicarla a Giobbe. Ancora una volta non ci si rende conto dell'innocenza di Giobbe. secondo Elifaz è una normale opera di correzione divina: il problema è che in Giobbe non c'è nulla da correggere.ssa Bruna Costacurta . ma non nel modo che indica Elifaz. chi fa il male ha il male e sta male. Cerca di consolare Giobbe inducendolo a riconoscere la propria colpa ed affidarsi a Dio. è falso dirlo a Giobbe. Il loro modo di pensare non è molto dissimile da quello di Satan. Quello che loro dicono non è falso in sé. Giobbe si sta affidando a Dio. siccome non ha coraggio di mettere in questione ciò in cui crede. La predicazione profetica e la corrente sapienziale affermano la teoria retributiva: chi fa il bene ha il bene e sta bene. Giobbe ha il coraggio di invocare Dio.Pag. questo è un tema tipicamente sapienziale. Dio solo sa tutto. perché sai che lui è buono e per questo puoi anche lottare con lui. quindi la colpa è di Giobbe che deve pertanto convertirsi. come la morte. Zofar dice che Dio solo è sapiente. Dio solo è giusto. La teoria vecchia di Elifaz non è sbagliata in sé. La sofferenza ha sempre fatto problema. invece di vedere il problema della sofferenza di un innocente e di mettere in questione anche Dio. La teoria .Prof. I discorsi consolatori di Elifaz sono quelli di chi. Questa è la linea in cui procedono gli amici. Sia la sapienza che i profeti cercavano in questo modo di spiegare la sofferenza dell'uomo come una conseguenza diretta del peccato commesso dall'uomo. Dio è sempre comunque giusto e quindi Giobbe viene consigliato di abbandonare i propri figli alla morte e di rompere la solidarietà con loro. Ma di cosa parla ? Da Abele in poi è tutta una lunga sequela di innocenti che periscono e di ingiusti che fioriscono. In ciò c'è l'ipocrisia di un uomo che accusa un altro senza ascoltare la sua confessione di innocenza. entrare in una dimensione di religiosità interessata: convertiti che Dio ti premia. Quello che dicono gli amici è però molto vero e serio: il loro errore è quello di riportarlo bell'è fatto a Giobbe. di confrontarsi con lui. Elifaz tenta un discorso consolatorio basato sulle vecchie teorie. 50 perisce allora non è innocente.

Il male fa male a chi lo fa. ma è troppo semplice. perché se ciò non avviene noi non possiamo entrare in questa dinamica.mettere in questione Dio significa mettere in questione ciò in cui credo. vinto e trasformato in bene. Tuttavia siccome l'automatismo rende tutto più facile. chi ne ha voglia ? Questa teoria retributiva diventa falsa ma non in sé. Al contrario c'è l'idea che il bene che tu fai inevitabilmente ne produrrà ancora: questa è la logica del testo biblico [ad es. Se noi sappiamo di essere in un progetto di Dio di salvezza entriamo in una prospettiva per cui il male deve essere recuperato. 51 tradizionale retributiva rispondeva alla sofferenza come conseguenza del peccato.Pag.il tutto comincia con un adulterio. non si tocca la propria credenza (o fede) . la tentazione costante che fanno gli uomini .ssa Bruna Costacurta . Questa sta alla base della teoria retributiva vista in modo non semplicistico. Alla base c'è anche la certezza di fede che pensa che l'uomo è inserito in un progetto divino di salvezza che prevede di recuperare il male che l'uomo fa. che inevitabilmente finirà anche per colpire te. perché se ne afferma l'assoluta giustizia.Prof. poi Uria. In questo modo peraltro non si tocca Dio. Alla base di questa teoria retributiva c'è la consapevolezza che nell'agire dell'uomo si rivela la forza intrinseca delle sue scelte morali: la consapevolezza del credente che il male che fai inevitabilmente ne produrrà altro a colui che lo riceve ma anche a colui che lo fa. ma è falsa quando viene applicata semplicisticamente ed in modo automatico. mentre al contrario la benedizione è il frutto della bontà e della giustizia: questa è una costante della tradizione sapienziale. C'è la certezza che Dio comunque salva e che trasformerà il male in bene: è qui che entra in gioco la sofferenza. Questo è troppo semplice e non può essere automaticamente applicato alla realtà.è di cercare questo automatismo come soluzione semplice ed immediata del problema del male. Questa è la dinamica del male. Il male si autoproduce e cresce al di là della possibilità di controllarlo . se stai bene è a motivo della tua giustizia. devo entrare in crisi. Il progetto divino di salvezza può diventare concreto solo se io accetto di essere salvato. Questo non è sbagliato.rifiutare il figlio è anche una trasposizione simbolica del volerlo morto . poi c'è di mezzo il bambino. Perché Dio possa trasformare il male in bene occorre che l'uomo capisca di averlo fatto. L'idea che c'è sotto è che all'agire perverso ed ingiusto dell'uomo risponde e corrisponde una situazione di maledizione. Ioab ed altri soldati innocenti (omicidio plurimo)]. il peccato di Davide . Come faccio a rendermene . dunque se tu soffri è a motivo del tuo peccato.e gli amici di Giobbe . Il bene fa il bene di chi lo fa.

La sofferenza conseguenza del male mi fa prendere coscienza di questo ed accettare di essere salvato.ssa Bruna Costacurta . dopo l’istruttoria il giudice decide e pronuncia comunque una condanna. La teoria retributiva spiegherebbe così la sofferenza nel senso che lo stare male è il cammino di conversione. Israele capisce che il problema del peccato è un problema di giustizia ed ingiustizia ed il modo in cui Dio lo risolve è descritto allo stesso modo in cui in Israele si risponde all’ingiustizia. ma se afferma la colpevolezza dell’imputato non può assolutamente perdonare. Essa dice due cose fondamentali: 1) che gli atti dell’uomo hanno delle conseguenze. Dio ristabilisce la giustizia nello stesso modo in cui essa viene ristabilita in Israele. Questo ci invita a stare molto attenti nell’uso della metafora del giudice con Dio: se si dice che Dio è giudice. La metafora del giudice con Dio non funziona nella dialettica della storia. dove anche il male può essere trasformato da Dio in bene. infatti. In questo senso la sofferenza può essere compresa come un’occasione per il peccatore deve confrontarsi con le conseguenze del proprio male. Il ricorso al giudice Il primo consiste nel ricorso della parte lesa al giudice. 2) la certezza che viene dalla fede di essere all’interno di un piano salvifico voluto da Dio. In questi casi il giudice non può perdonare. perché capisci che fare il male fa male e così smetti di farlo. LA GIUSTIZIA IN ISRAELE La teoria retributiva in sé è una cosa seria e più complicata di quello che pensano gli amici di Giobbe. che il male mi distrugge.Pag. 52 conto ? Facendo esperienza che il male mi fa male. può tenere conto delle attenuanti. con cui accusa il malfattore. La sofferenza entra in gioco nella teoria retributiva per dire che se stai male c'è lì qualche cosa che ti interroga e questo tuo soffrire può essere per te occasione di prendere coscienza della tua colpa e quindi di accettare di essere salvato. La falsa accusa era punita in Israele con la stessa pena che sarebbe stata inflitta nel caso in cui l’accusa fosse stata vera.Prof. La teoria retributiva è alla base del discorso biblico sapienziale e profetico. mi uccide. si dice al tempo stesso che non può perdonare. Cosa succede in Israele quando viene commesso un reato ? La Scrittura parla di due possibili percorsi per rispondere al male. o dell’eventuale colpevole ovvero chi lo ha falsamente accusato. ma solo con riferimento al .

ma dove essa non riesce. La proporzione tra il reato e la pena è la famosa legge del taglione (“vita per vita.Pag. dente per dente. Togliere la libertà ad un uomo non è in sé giusto. La severità o meno di una pena è una dimensione importante perché fa passare un messaggio. La condanna del giudice deve inoltre prevedere in Israele una proporzione della pena al male commesso (principio accolto anche dagli ordinamenti moderni). Ad es. allora bisogna accontentarsi di questa giustizia imperfetta. Bisogna tendere alla giustizia perfetta. per distinguere meglio i valori tra loro. 53 giudizio escatologico. Lì dove non si riesce davvero a fare giustizia allora non si può fare altro che ricorrere a questo modo che è. può diventare necessario e giusto se questo è l’unico mezzo per evitare alla persona di fare altro male. la legge del taglione vuole esattamente evitare la vendetta. si mette il recinto intorno al male. ma non si risolve effettivamente il problema del male. in cui la parte lesa va direttamente dal colpevole e non dal giudice: è una cosa che si risolve in due (un giudizio bilaterale). esattamente come accade oggi negli ordinamenti contemporanei. cui Dt 19. Essa è però il massimo della contraddizione perché per dire che la vita non va toccata e che non bisogna uccidere. Anzi. non proprio ingiusto. Lo presenta come una specie di ammissione di sconfitta. mano per mano.ssa Bruna Costacurta . occhio per occhio. Con la legge. reato piccolo pena piccola. ma imperfetto. Non veniva applicata alla lettera ! Solo voleva affermare la necessaria proporzionalità tra reato e pena. non sono tuttavia in sé giusti. tutto si svolge tra di . La proporzione è richiesta anche in funzione educativa da parte della legge. piede per piede”).Prof. che di per sé richiede una ritorsione più grande del male ricevuto: questa è proprio la dinamica del male. tuttavia.21 aggiunge “il tuo occhio non avrà pietà”. La legge del taglione serve invece proprio ad evitare il giro perverso della vendetta ed a fare giustizia. lo facciamo uccidendo ! Si uccide per proibire di uccidere ! La Scrittura è ben consapevole di sapere che questo modo di esercitare la giustizia con il giudice ed il tribunale non funziona. attraverso la proporzione. La legge del taglione altro non è che l’affermazione del principio di proporzione: reato grande pena grande. la pena di morte di solito è prevista quando il reato commesso è gravissimo. perché comunque sono obbligato ad usare dei mezzi che se pure sono necessari. Il rib (lite o contesa) L’altra strada è quella della contesa o rib (lite).

invece. La condanna del giudice infatti può anche avere un effetto redentivo nei confronti del colpevole. Lo scopo è appunto convincere il colpevole affinché: desista dal fare il male e torni ad essere in comunione con la parte lesa. Possono essere anche usati i cc. ma quanto meno di sfogarmi. La parte lesa può convincere il colpevole con vari mezzi: gli può parlare direttamente. Ma ciò richiede che la parte lesa desideri davvero il bene dell’altro e dunque abbia in cuor suo perdonato l’altro. cui si dà la possibilità di divenire giusto. che viene riconosciuta in quanto tale. Il rib ha proprio questo fine: rendere giusto il colpevole.ssa Bruna Costacurta . l’accusa conterrà sempre una rivendicazione e ciò che mi muove non è desiderio di bene. perché non sto cercando il bene dell’altro in quanto lascio che lui continui ad essere colpevole. azioni . solo che a differenza di quella fatta al giudice che inevitabilmente provoca una condanna. Da parte del colpevole è necessario prendere consapevolezza del male commesso ed accettare il perdono offerto. rib gestuali.Pag. Per avere pietà del lupo io non ho pietà della pecora (proverbio del nord): anche questa non è vera giustizia. diventa giusto. che non è giustizia. che con il racconto preliminare fa sì che in Davide emerga il suo senso di giustizia. Il rib deve invece trovare il modo e le parole giuste perché l’altro si converta. raccontargli una parabola (come Natan a Davide. fare il male non ha senso. In questo modo non si mettono in opera azioni ingiuste o inadeguate per rispondere al male e si risponde al male con il bene e solo così facendo davvero allora si ristabilisce la giustizia. 54 loro. smetta di essere colpevole perché smetta di fare il male. Anche qui c’è un’accusa. La parte accusa il colpevole. ed al colpevole. Nel rib. può succedere. a tutti sono riconosciuti i propri diritti: alla parte lesa. Chi fa il rib vuole solo ed esclusivamente che l’altro smetta di fare il male. in un secondo momento dice di “andare dagli anziani”. l’accusa del rib è fatta apposta per evitare la condanna. essendo fatta con la volontà di convincere il colpevole che: fare il male fa male. Se ciò non è stato. In questo modo si raggiunge la vera giustizia: LA VERA GIUSTIZIA NON È PUNIRE IL COLPEVOLE. MA CHE NON CI SIANO PIÙ COLPEVOLI. ciò implica il perdono e la dimenticanza di sé in favore dell’esclusivo bene dell’altro. sena provocare subito in lui un atteggiamento difensivo).Prof. ma nel rib il colpevole smette di essere colpevole e diventa uno che il bene. Questo non è il perdonare di “lasciar perdere”. Anche Gesù invita ad andare parlare con il fratello che sbaglia nella correzione fraterna (Mt 18: innanzitutto invita al rib e solo dopo. nel fare il male il colpevole si auto-distrugge.dd. lasciarsi perdonare. che è il giudizio).

Israele non si convertirà. Questa condotta di Elia non è una punizione. Gli deve mancare la pioggia per capire che Baal non è Dio e che solo il Signore manda la pioggia. avendo perdonato il peccatore. Dio. parte lesa del rib Cosa ne risulta se noi applichiamo tutto questo a Dio ? E’ l’operazione che fa la Scrittura. Questo è vero di tutto il profetismo: così Geremia che annuncia l’esilio come mezzo di conversione. La punizione è il modo di reagire al male aggiungendo male al male (come la mamma che dà uno schiaffo ad un bambino che si è già ferito da solo con un coltello. come ultimo rib). è stato già punito per il male che ha fatto). E quando questo accade immediatamente viene la pioggia. L’interesse di Elia non è di punire il popolo. Lo scettro e la spada. Lo scopo del rib è in definitiva che il colpevole diventi giusto accettando il perdono (per ulteriori riferimenti cfr.ssa Bruna Costacurta . interviene nella storia dell’uomo. Osea che dice alla sposa infedele “ed io ti blocco le strade”. quando sembra che . Per fare questo Dio fa di tutto: manda i profeti. è la parte lesa del rib che.Prof. affinché Israele comprenda che cercare la pioggia da Baal è male. e quando la sposa continua nella sua follia “l’attirerò nel deserto e ti farò mia sposa”: conseguenza paradossale. per rendere la sposa capace di accogliere il perdono come dono bisogna privarla di tutto. perché il popolo invocava Baal (che era inteso come un dio della pioggia). vuole che si converta e che prenda coscienza del proprio male.Pag. Come glielo fa capire Elia ? Ad Israele che invoca Baal per avere la pioggia Elia blocca la pioggia. 55 che colpiscano il colpevole facendogli provare che il male fa male. anche se la Costacurta pensa che il rib funzioni anche nella morte. È il caso di Elia che annuncia la siccità (“né rugiada né pioggia”). Finché Israele non subisce le conseguenze della sua scelta. ma un rib: vuole che il popolo si renda conto che Baal non è Dio e che l’unico Dio che dà la vita è il Signore. dicendo che finché operiamo nella storia. quando l’uomo non si può più convertire perché morto. La siccità è un rib gestuale con cui il profeta aiuta il popolo a capire la verità sperimentandola sulla propria pelle. il perdono come dono. Nel rib gestuale invece il male serve a far sentire al colpevole il male che lui non sta già sentendo. davanti all’uomo peccatore Dio è la parte lesa e non giudice (questo solo nella fase escatologica. Costacurta. finché l’uomo è vivo. che diventi giusto. EDB. nella parte dedicata alla parabola di Natan). Elia lo mette di fronte alla siccità per convincerlo che stava cercando la pioggia nel modo sbagliato. Sono gesti che assomigliano a delle punizioni ma che non sono tali. ma che il popolo si converta.

Il peccato ha già in sé la sua punizione che permette di riconoscere quanto sia amaro e faccia male abbandonare il Signore.Pag. Il rib di Giobbe e Dio Il riferimento degli amici di Giobbe alla teoria retributiva è troppo semplicistica: la cosa è molto più complessa perché Giobbe non ha fatto il male. quindi. il rib ha raggiunto il suo scopo. Alla fine del libro si vedrà che non è così. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l'avere abbandonato il Signore tuo Dio e il non avere più timore di me”. Giobbe fa un rib a Dio. La sua sofferenza. Ger 2. Resta nello schema retributivo. La confessione serve non perché uno così si guadagna il perdono. Il perdono non funziona se il peccatore non riconosce la propria colpa. È il contrario: Dio ha già perdonato il peccatore ed è proprio perché è stato già perdonato che adesso può confessare la colpa e così permettere al perdono di essere perdono. In realtà Dio non . ed anche se quanto gli è accaduto non fosse un rib di Dio. Anche Giobbe quindi resta prigioniero della mentalità retributiva e cade anche lui nella stessa trappola degli amici.Prof. La sofferenza come esperienza dell’amarezza del proprio peccato non in funzione punitiva. Giobbe è innocente e agli amici che gli leggono la sua sofferenza come un rib da parte di Dio egli risponde con un rib nei confronti di Dio stesso. il popolo ha ritrovato il Signore e la comunione è ristabilita.19: “la tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. vista come dimensione che aiuta il peccatore a capire il proprio peccato ed a lasciarsi perdonare. Chi fa il male sta male perché il male stesso già ti punisce. ma perché il peccatore si lasci liberare. che non bisogna necessariamente cercare il colpevole ma adesso è ancora prigioniero dello schema per cui se c’è dolore bisogna necessariamente cercare una colpa. 56 nessun profeta più possa funzionare. L’innocenza di Giobbe lo induce ad un contro-rib verso Dio. ovvero operante in lui. Dio stesso si fa uomo per portare il perdono (“Dio ha parlato tante volte …”).ssa Bruna Costacurta . In questo confrontarsi dell’uomo con il proprio peccato ecco che viene fuori la tematica della sofferenza. Questa è in realtà una trappola. In questa visione anche il dolore è una possibilità di cammino per l’uomo per prendere coscienza del proprio male. non può essere spiegata come un rib gestuale che Dio gli fa. sia quella degli amici che di Giobbe. Se il popolo riconosce questo. Giobbe comunque fa un rib a Dio pretendendo una spiegazione. Proprio perché la sofferenza di Giobbe non può essere spiegata come un rib da parte di Dio.

ma “sei colpevole e voglio che tu smetta di esserlo.ssa Bruna Costacurta . Giobbe non si accontenta di trovare una spiegazione semplice al dolore e così chiede la stessa cosa al lettore. Giobbe ha il coraggio di porre una domanda nuova: perché l’innocente soffre ? Perché l’esperienza della sofferenza è sproporzionata rispetto alla colpa ? Alle domande nuove bisogna trovare risposte nuove. non ti prendere cura di me: è la perversione di una preghiera). solo che questo è il modo in cui gli uomini leggono il dolore: gli amici. ma che deve anche finire. In realtà il suo parlare è il parlare dell’uomo di fede che non vuole accettare che Dio sia cattivo. Giobbe non lo accusa semplicemente dicendogli “sei colpevole e basta”. Tuttavia che l’accusa di Giobbe a Dio è importante perché. vattene. Cerca il confronto con Dio fidandosi del Dio della vita. di non rispondere con risposte vecchie ad una domanda nuova. Il libro di Giobbe pone il problema a questo livello. se non io o qualcun altro. Questo è il Giobbe gigante nella fede a cui Dio alla fine del libro dirà “tu Giobbe hai parlato bene”. Ci chiede di condividere la ribellione la ricerca e la lotta di Giobbe. Giobbe ed anche noi tendenzialmente: se c’è una sofferenza bisogna andare in cerca del colpevole. per stravolgerlo: dice lasciami. E’ una dinamica accusatoria difficile a spezzare e che nel libro di Giobbe si spezzerà solo alla fine.13 ss. di non avere paura di mettere in crisi le nostre certezze se questa sono messe in discussione dalla realtà. Se la sofferenza viene vista nella linea del rib è sempre qualcosa che sì serve. anche lo stravolgere i salmi è all’interno di un rib che ha il fine di manifestare il Dio in cui Giobbe crede ed a cui non vuole rinunciare. Lo accusa dopo averlo perdonato. 57 ha mai accusato Giobbe.Pag. Il libro di Giobbe ci dice anche “non abbiate paura delle parole. ma quella messa in crisi e problematizzata che supera gli schemi semplificati per aprirsi alla complessità del problema del dolore. Giobbe vuole che Dio si converta ed in questo modo entra anche lui dentro il rib e la teoria retributiva. non . perché credo che tu sia buono e voglio che tu torni a mostrarti tale”. ma solo che lo cita per bestemmiarlo. Giobbe cita il Salmo 8. solo che non è quella semplice degli amici. allora Dio. LA SOFFERENZA È ACCUSATORIA: va in cerca del colpevole. entrando nella dinamica del rib. è sicuro che Dio è buono e giusto e vuole che Dio torni ad essere così. di porvi delle domande. Ma Giobbe fa questo perché vuole che Dio torni ad essere Dio. anche a rischio di morire ma proprio perché ha la certezza che Dio è il Dio della vita. la visione di un Dio ingiusto che è quella che gli presentano gli amici e che sembra testimoniata dalla sua sofferenza. Serve alla felicità.Prof. La sua accusa a Dio può anche prendere delle forme che ci possono sembrare perfino blasfeme (in Gb 7.

Sembra che ci sia una contraddizione con quanto affermato nel cap. 2). Per questo dice “fammi sapere perché mi sei avversario” (v. non è un uomo come me. come fai a dirgli di presentarti alla pari in un giudizio ! In sostanza dice di non poter parlare perché lui lo terrorizza e poi subito dopo. la nausea della sua vita dipende dal fatto che Giobbe non capisce più Dio: è una nausea che deriva dalla crisi della fede. Eppure Giobbe è pronto a giocarsela questa vita. Il v. è un lamento: “io sono nauseato della mia vita” (trad.Prof. 58 abbiate paura di perdere la fede”: la fede è un dono ed è custodita da Dio.Pag. 10 un sogno impossibile di Giobbe: è il discorso che Giobbe desidererebbe fare a Dio e che in mancanza lo fa agli amici ed al lettore. Egli sta chiaramente facendo un contro-rib a Dio in risposta al presunto rib di Dio nei suoi confronti.ssa Bruna Costacurta . 1-12 Giobbe mette davanti a Dio l’insensatezza del suo agire. Questa è la testimonianza di una fede diversa da quella che . L’oggetto della nausea è la vita. CEI “cuore”). 9. 9 Giobbe aveva detto che è impossibile fare il rib a Dio perché tanto ha sempre ragione lui. 10. 1. solo fate come Giobbe. è l’anima che nausea. [2]Dirò a Dio: Non condannarmi! Fammi sapere perché mi sei avversario. proprio secondo la tecnica del rib. Dio sembra fare cose inaccettabili e questo rende inaccettabile la vita. ma secondo la Costacurta qui siamo ancora una volta davanti alla fenomenologia del dolore e della sofferenza. Gb 10. Quando una vive la crisi della fede non si è più conseguenti: ed allora ecco l’incongruenza. al cap. Giobbe parla dell’amarezza. È un dolore che dà nausea. mentre lo dite continuate a credere che Dio è buono. come modo di esprimere dolore e delusione. Nel cap. ma fate come Giobbe. parlerò nell'amarezza del mio cuore. tanto che Alonso per spiegare questo apparente contrasto vede nel discorso del cap. L’amarezza è dell’anima (trad.1-12 [1]Stanco io sono della mia vita! Darò libero sfogo al mio lamento. che spinge l’uomo a comportamenti contraddittori. è inutile parlare con lui. IL CAPITOLO 10 Al discorso di Bildad Giobbe risponde nei capitoli 9 e 10. L’ipotesi è suggestiva. CEI “stanco io sono della mia vita”). Nei vv. gli fa un rib. dite pure che Dio è cattivo se questo serve per trovare una risposta.

ma con una frase ambigua con cui l’autore vuole di certo comunque evocare il problema della gratuità di cui si è parlato nel prologo. L’uomo di fatto non accetta la domanda accusa di Dio. prende la forma della domanda: “che cosa hai fatto ?”. Nell’antropologia biblica gli occhi sono la sede del giudizio. 3 il rib. prova della sua innocenza: anche questo è un modo per mostrare l’insensatezza di quello che sta facendo Saul. Invece Giobbe qui sta dicendo che capire Dio è più importante per lui della propria vita. [4]Hai tu forse occhi di carne o anche tu vedi come l'uomo? Ai vv. ti serve a qualcosa fare questo ?”. ad accorgersi che ciò che ha fatto è sbagliato.Prof. 59 aveva ipotizzato Satan. ed invece di accettare. Quando Davide da innocente accusa il colpevole (Saul) interrogandolo con il pezzo di stoffa in mano. usato prima da Satan e poi da Dio. Giobbe prosegue con altre domande. è un modo per aiutare l’uomo a farsi questa domanda. Giobbe adesso accusa Dio di disprezzare l’opera stessa delle sue mani. egli vuole che Dio possa tornare a manifestarsi come Dio buono. che invece aveva pensato ad una fede interessata. perché mi hai abbandonato ?” (Sal 22): questo grido è l’accusa del rib. D’altro canto c’è anche una seconda dimensione: quella di avvertire che gli occhi spesso ingannano. 4) l’accusa di Giobbe verte sugli occhi: quelli di Dio sono diversi da quelli dell’uomo. “E’ bene per te” non vuol dire solo ti sembra bene. Giobbe cerca la verità nell’interesse di Dio.ssa Bruna Costacurta . perché vedono e quindi giudicano. Ora è Giobbe che rinfaccia a Dio questo argomento. che non aspettano risposta. Sono tutte domande retoriche. perché possono vedere solo l’esteriorità. Così è ancora nel grido di lamento “Dio mio. disprezzare l'opera delle tue mani e favorire i progetti dei malvagi? Al v. “ti sembra bene fare così ?”. in Gn 3 quando Dio domanda ai progenitori “che cosa hai fatto ?”. non . il rib di Dio. È un modo per riportare Dio alla ragionevolezza. si scusa accusando la donna. Sono domande retoriche. ma anche “è utile per te. senza utilizzare espressamente il termine hinnam. Qui ritorna il motivo dell’hinnam. [3]E' forse bene per te opprimermi. mettendo in gioco gli occhi e gli anni. tutto il contrario di quello che pensava Satan. 4 ss.Pag. Così è ad es. come un artista pazzo che distrugge le sue opere d’arte. Essi rappresentano anche il modo di pensare ed interpretare la realtà. anche questo è un rib. Dio mio. Nel primo caso (v. come molto spesso accade.

la storia della salvezza.ssa Bruna Costacurta . di comportarsi come se si fosse chiuso nella piccolezza di un sentire umano. ma vedono le cose al di là delle apparenze. del più forte a cui nessuno può togliere la vita dalle mani. [6]perché tu debba scrutare la mia colpa e frugare il mio peccato. [7]pur sapendo ch'io non sono colpevole e che nessuno mi può liberare dalla tua mano? Ai vv. e l’ingiustizia dell’abuso di potere. che è eterno.Prof. ma che vede meglio l’oggi (e quindi anche meglio il domani). 5) concerne i giorni: Dio ha un tempo diverso. Sono gli occhi dei profeti. che non vedono il futuro. Poiché sanno vedere l’invisibile. non è tanto che il profeta vede il domani. Da una prospettiva di eternità si può essere pazienti e longanimi. Nell’eternità la prospettiva delle cose cambia. Il tempo dell’uomo è segnato dalla morte. È l’ingiustizia della menzogna. ti comporti come se avessi gli occhi degli uomini. quello di Dio è vita eterna: Giobbe accusa Dio. confinata in un piccolo pezzetto di tempo. Sono poi gli occhi che anche il sapiente ha se accetta il dono della sapienza offerto da Dio. Tutti dobbiamo sempre andare al di là delle apparenze. Giobbe dice a Dio che lui ha gli occhi diversi (“solo Dio sa scrutare e vedere i cuori”) e dunque la sua accusa è: sebbene hai occhi diversi. quanto anche il carattere necessariamente limitato della visione. La tradizione biblica dice che gli occhi dell’uomo non possono vedere Dio ed in ciò non solo afferma l’assoluta trascendenza di Dio. più in profondo e meglio degli altri. i tuoi anni come i giorni di un mortale. quando appunto non si è pressati dal tempo che scorre e che costringe in una prospettiva parziale. La seconda accusa (v. perché Dio accusa colpe che non ci sono. a cui nessuno può togliere la vittima dalle mani. [5]Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un uomo. peraltro con la vigliaccheria del potente. [8]Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte. che sono ingannevoli. vorresti ora distruggermi? [9]Ricordati che come argilla mi hai plasmato . 60 possono andare al di là delle apparenze.Pag. interpretano nella storia dell’oggi il senso profondo. piccolo e chiuso è ingiusto. 6 e 7 Giobbe dice che Dio cerca colpe che non ci sono. ma per questo occorre che il profeta si lasci cambiare gli occhi.

mettendo Dio dinanzi alla propria verità. ricordandosi comunque sempre di essere polvere (e quindi il vero Signore è un altro). qui Giobbe sembra dire a Dio che così facendo sembra solo essere una brutta immagine dell’uomo ! Questo . 12 Giobbe dice che Dio gli ha donato il “vita e grazia” (quest’ultima è detta con il termine hesed.Pag. “Vorresti ora inghiottirmi ?” (trad. Egli deve essere animale senza quindi mai illudersi di essere Dio. 7 e 8 c’è un gioco molto bello sulle mani.28 di soggiogare la terra (in Gn 2. la cui ripetizione serve ad evidenziare il non senso dell’operare di Dio. [12]Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha custodito il mio spirito. Il “ricordati” del v. Ai vv. CEI “distruggermi”). dare il nome agli animali. Al v. 61 e in polvere mi farai tornare. affinché Dio si converta. trad. Ritorna il verbo inghiottire. quindi un nulla che ritorna al nulla. nelle prospettiva biblica chi inghiotte la preda sono le bestie feroci. Giobbe questo dice a Dio: ricordati che sono polvere e quindi che senso ha distruggere la polvere ? Però gli dice anche.Prof. L’uomo nel giardino rappresenta Dio. come mostro della morte che inghiotte i defunti. L’uomo deve continuamente vivere in questa tensione: questa è la sua realtà. dice Giobbe. però grandissimo per l’alito di vita di Dio e per il mandato di Gn 1. 8 e 9 Giobbe riprende l’immagine della creazione di Gn 2.ssa Bruna Costacurta . Ai vv. Nella prospettiva di Gn 2 la dimensione di mortalità dell’uomo è di un essere mortale sereno. 9 è proprio della prospettiva del rib. hai riposto la tua hesed. Cosa fai dunque ? Distruggi l’opera in cui c’è il tuo spirito ? Questo è contraddittorio. Giobbe invece sperimenta un morire insensato e violento di un Dio sadico che uccide ed inghiotte la sua creatura. d'ossa e di nervi mi hai intessuto. Nella prospettiva di Gn 2 l’uomo è piccolo. che Giobbe vede come un artigiano impazzito. inserito all’interno di un ciclo: provenire dalla terra ed alla terra fare ritorno. La realtà dell’uomo è complessa e paradossale al tempo stesso. su questa povere tu hai soffiato il tuo spirito. che è significativo perché Giobbe lotta per una vita che sembra non avere più senso e si rivolge al Dio della vita dicendogli che è come il mostro che inghiotte la preda. però al tempo stesso immagine di Dio. Ricordarsi che l’uomo è mortale e che dunque non ha alcun senso infierire su di lui. Se l’uomo è immagine di Dio. è polvere. ma è anche lo Sheol. però al tempo stesso signore del giardino. [10]Non m'hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? [11]Di pelle e di carne mi hai rivestito. custodire il giardino). CEI “benevolenza”).

La sua “colpa” (v. 14) al più non sarebbe il peccato. con Dio non si può discutere ! E però con Dio lui discute ! C’è un ritorno della contraddizione del cap. 9 (Gb 9. [17]su di me rinnovi i tuoi attacchi. se pecco. o custode dell'uomo ?”.21 “perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità ? Ben presto giacerò nella polvere.20: “se ho peccato. ed ebbro di miseria. ma più non sarò !”). 15 Giobbe esclama: “se sono colpevole guai a me !”. questo nascondevi nel cuore. purché finisca la tortura. Giobbe sembra davvero non poterne più ed ammette quello che gli altri si aspettano da lui. Giobbe afferma la propria innocenza dinanzi a questo rib e ne denuncia la sproporzione. e non mi lasci impunito per la mia colpa. il presunto rib di Dio sa che non corrisponde alla sua realtà. che cosa ti ho fatto. come sono. egli sa di essere un uomo giusto. contro di me aumenti la tua ira e truppe sempre fresche mi assalgono. guai a me ! Se giusto. È l’esasperazione che lo conduce ad ammettere colpe che non ci sono.Prof. Gb 10. . pretendendo di essere santo davanti a Dio. tu come un leopardo mi dai la caccia e torni a compiere prodigi contro di me. Gb 7. Al v. con lo stravolgimento di Dio che da custode diventa carceriere. Gb 7. In questi casi c’è anche l’idea di confessare quello che non c’è. 62 capovolgimento è l’accusa del rib di Giobbe a Dio. mi cercherai.ssa Bruna Costacurta . Pur nella limitatezza del proprio essere umano. se è colpevole perché è tale ed anche perché mente. ma una limitazione creaturale. innocente. so che questo avevi nel pensiero! [14]Tu mi sorvegli. se dice che è innocente sembra che stia alzando la testa. Il discorso che fa Giobbe è che in ogni caso è condannato. sazio d'ignominia.Pag. non oso sollevare la testa.22: “per questo io dico: «E' la stessa cosa»: egli fa perire l'innocente e il reo !”) [16]Se la sollevo. non è l’unico passo in cui Giobbe ipotizza un peccato da parte sua (es. [13]Eppure. [15]Se sono colpevole.13-17 Qual è la realtà ? Che Giobbe sia giusto o colpevole comunque si sente perduto.

63 Alle immagini del cacciatore e del guerriero si aggiunge forse una terza immagine. dal ventre sarei stato portato alla tomba! [20]E non son poca cosa i giorni della mia vita? Lasciami. perché anche lì c’è l’agguato. In Ger 20 c’è l’immagine della madre che diventa la tomba di colui che muore nel grembo. 16 in ebraico può essere interpretata in due modi: 1) il leone può essere Dio che dà la caccia a Giobbe. la preda. circondato dagli amici e dalla moglie. senza ritornare. Le due immagini si sovrappongono. Gb 10. L’immagine della caccia è molto simile a quella della guerra. uno così può apparire come un leone ? Dio gli dà la caccia come se fosse un leone ? E’ possibile questa associazione per Giobbe ? Però al tempo stesso Giobbe dice a Dio “sei tu un leone” ! La frase deve essere tenuta così. La follia di Dio è condensata nella domanda “perché fare nascere qualcuno ?”. il grembo materno e la tomba. con tutta la sua ambiguità: il leone non sono io. CEI “leopardo”) al v. Leone può essere applicato a “tu” o a “mi”. La tecnica del cacciatore di nascondersi. Il cacciatore fa le cose della belva e quindi è anche un po’ belva.Prof. L’ironia abbonda. ma sei tu ! L’immagine del Dio cacciatore che dà la caccia al leone si sovrappone a quella del Dio leone che dà la caccia a Giobbe ed a quella del Dio guerriero che manda le sue truppe. e lo dice per cancellare quello che c’è in .18-22 [18]Perché tu mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio m'avesse mai visto! [19]Sarei come se non fossi mai esistito. sì ch'io possa respirare un poco [21]prima che me ne vada. perché Giobbe è seduto pieno di piaghe in mezzo alla cenere.ssa Bruna Costacurta . aspettare la preda e colpire all’improvviso è la stessa del leone.Pag. 2) Dio è il cacciatore che caccia Giobbe in quanto leone. dove la luce è come le tenebre. Qui Giobbe nomina i due estremi della vita. e riprende la domanda di Gb 3 “perché sono nato ?”. il desiderio di uccidere. Ricominciano i perché. [22]terra di caligine e di disordine. Giobbe applica tutte queste immagini a Dio per indicare in Dio una dimensione di massima ferocia e di assoluta sproporzione. La frase sul leone (trad. insieme al tema del grembo materno. Fare la guerra è un po’ come andare a caccia e viceversa. verso la terra delle tenebre e dell'ombra di morte.

È sempre lo stesso Dio che lui cerca.Pag. Se non ci sono sufficienti conoscenze linguistiche e culturali del tempo in cui è stato scritto il documento da tradurre. Il Dio con cui Giobbe lotta è il Dio in cui lui crede e che crede buono. Occorre avere umile coscienza del fatto che la Parola di Dio ci è donata e che quello che serve capire si capisce e se ci sono delle cose che non si capiscono bisogna avere la tranquilla umiltà di riconoscere ciò che non si capisce. trascendente. È un testo molto difficile dal punto di vista della comprensione dell’ebraico. vieppiù a distanza di duemila anni.Prof. ma solo che vuole che Egli si mostri come Lui è davvero. Giobbe invece toglie senso alla vita e con esso ai suoi due estremi. Tuttavia è solo quello che c’è in mezzo che dà senso ai due estremi.ssa Bruna Costacurta . Ci sono versetti “disperanti” davanti ai quali bisogna arrendersi e riconoscere di non capire cosa ci sia scritto. IL Difficoltà testuali Il suo tema è la Sapienza. al di là. 64 mezzo. Sono comunque pochi versetti ed in ogni caso nel contesto di pericopi comprensibili. Questo è importante perché la costante tentazione dell’uomo è quello di mettersi alla ricerca di un altro Dio e mettere così in campo due dei. molti significati inevitabilmente si perdono. Giobbe non va in cerca di un altro Dio ma va in cerca di un Dio Altro. uno che dà la pioggia ed uno che fa o non fa qualcos’altro. ma questo è possibile solo perché in mezzo c’è la vita. uno cattivo e l’altro buono. Altro dall’uomo ma che non è un altro dio. il fatto di non capire qualcosa non è di per sé CAPITOLO 28: L’INNO ALLA SAPIENZA . uno della vita ed uno della morte. Si viene da un grembo che ti apre alla vita e poi quando essa termina ritorni ad un altro grembo che richiama quello di tua madre e che forse al pari di quello materno è promessa di un’altra vita oltre la morte. Bisogna sapere che sono solo tentativi ed è ragionevole ed onesto dire “qui non sappiamo”. per sopprimere quello che c’è in mezzo. ma che si tratta sempre dello stesso Dio. Giobbe sa che Dio è diverso da quello che gli presentano gli amici. Giobbe invece crede in un Dio solo. quello della terra. Tomba e grembo si uniscono. diverso. E dunque. Giobbe è deciso ad entrare nel mistero ! Ma ci vorrà ancora del tempo prima che questo avvenga. ha una chiara prospettiva monotesistica. Il grembo materno dà senso alla tomba. Il grembo materno è promessa di vita e la tomba diventa un altro grembo.

lavorare. al più si può cercare qualche altra lingua semitica. 3. andare al di là della propria chiusa e limitata capacità dell’uomo. 65 un problema grave ! Con l’ebraico biblico non abbiamo altra letteratura contemporanea: abbiamo solo quello. Ma non c’è una letteratura con cui fare una comparazione. perché questa è quella che ti dà da mangiare. nella Parola di Dio è Dio che si rivela e pertanto non può essere sempre compresa. il . Il che non deve assolutamente indurre ad un disimpegno. ma mette in gioco una dimensione tipica dell’uomo. egli supera il suo limite e va oltre il progetto dell’esistere umano ed oltre le sue capacità. Esso costringe l’uomo a superare i propri limiti: questo è il problema. L’oscurità del testo è l’occasione di fare esperienza del dono della Parola. Per il NT questo problema non c’è. Il lavoro nelle miniere è pericoloso. perché significa avvicinarsi al buio. si dice appunto che pone un termine alle tenebre. Con il lavoro delle miniere l’uomo non solo dimostra di essere saggio. bisogna essere saggi. In quella di sotto c’è il fuoco. Bisogna comunque sapere riconoscere le cose preziose. ma comunque resta limitato. La prospettiva dell’uomo è di stare sopra la terra. perché se l’uomo arriva sotto terra vi porta la luce.ssa Bruna Costacurta . di cui in quanto tale non ce ne possiamo appropriare. Siamo davanti al mistero.Prof. che è quella della auto-trascendenza. ma trasformare le tenebre in luce è opera di Dio. che ti dà il pane e fa vivere. L’idea sottostante sembra essere quella per cui la madre terra faceva crescere nel suo grembo le cose preziose e l’uomo nel tirarle fuori permetteva loro di nascere. saperle estrarre. lo sconvolgimento ed in cui l’uomo entrando porta sconvolgimento (sconvolge le montagne). Tutti gli animali non possono fare quello che l’uomo può fare. È come la crescita del bambino nel grembo della madre.Pag. però sappiamo che le miniere c’erano e che il mondo antico conosceva la ricchezza del sottosuolo e si industriava per tirarle fuori. Insomma. L’estrazione dei minerali era un fare nascere le cose preziose della terra. questo è in linea con il dominare (Gn 1) e dare il nome agli animali (Gn 2). Se l’uomo va sotto terra. possibile in quanto creato ad immagine di Dio. L’uomo dunque tende al divino perché è immagine del divino. 1-11 In questa parte si parla del lavoro delle miniere. Benché non sappiamo come in esse si lavorasse. I problemi testuali ci mettono peraltro davanti alla realtà che la Parola di Dio è un dono. Al v. Ia parte: vv.

8 le bestie feroci sembrano essere i rettili. 4 è uno di quelli “disperanti”: c’è una descrizione del lavoro delle miniere. [5]Una terra. può risultare eccessivo. da cui si trae pane. Altri pensano che sia un problema mitologico. l’uomo non può esserlo.ssa Bruna Costacurta . [8]non battuto da bestie feroci. CEI. [3]L'uomo pone un termine alle tenebre e fruga fino all'estremo limite le rocce nel buio più fondo. dunque conoscendone il luogo dell’origine. [2]Il ferro si cava dal suolo e la pietra fusa libera il rame. né mai attraversato dal leopardo. per l'argento vi sono miniere e per l'oro luoghi dove esso si raffina. andare sotto terra può sconvolgere la terra. Il v. La Costacurta dice di accontentarsi di quello che si capisce e quello che si capisce è un discorso sulle miniera. Il dominio dell’uomo sulla natura è frutto di sapienza ma non può produrre la sapienza. ma è sottinteso.Pag. [6]Le sue pietre contengono zaffiri e oro la sua polvere. 66 suo auto-trascendersi deve restare nei limiti della sua realtà di uomo. [7]L'uccello rapace ne ignora il sentiero. di sotto è sconvolta come dal fuoco. come se comportasse qualcosa di problematico. non può conoscere tutto. Questo è il limite invalicabile dell’uomo: l’uomo può anche trovare l’oro e l’argento. 3 non compare nel testo ebraico. secondo la scelta operata dalla trad. L’auto-trascendimento dell’uomo e la sua tensione al divino inevitabilmente lo mettono di fronte ai suoi limiti. non lo scorge neppure l'occhio dell'aquila. [1]Certo. come se lui ne fosse l’origine. L’uomo al v. . ma non può trovare la sapienza con le sue forze.Prof. Se tu ne conosci il luogo ne sei il padrone. [9]Contro la selce l'uomo porta la mano. Il testo vuole dire che bisogna stare attenti. Al v. A quest’uomo chiediamo dov’è la sapienza e lui deve ammettere di non saperlo. [4]Forano pozzi lungi dall'abitato coloro che perdono l'uso dei piedi: pendono sospesi lontano dalla gente e vacillano.

67 sconvolge le montagne: [10]nelle rocce scava gallerie e su quanto è prezioso posa l'occhio: [11]scandaglia il fondo dei fiumi e quel che vi è nascosto porta alla luce. Essa è tutta formulata al negativo (non … non … non …). da dove essa viene). IIa parte: vv. Qui finisce la prima parte recante la descrizione del lavoro nelle miniere. per dire che niente può servire per acquistare la sapienza. con il prezioso berillo o con lo zaffiro. 15-19 Questa sezione mette in gioco un ulteriore limite. scandaglia il fondo o la sorgente ? Il TM dice “fin dal pianto dei fiumi”: questa è una bella immagine poetica. Le cose che si prendono nelle miniere non servono. essa non si trova sulla terra dei viventi. Essa resta sempre un dono di Dio. Ritornello di domanda e risposta: vv. Anche il v.Prof. Il fatto che non si può acquistare vuol dire che la sapienza non si può possedere. [16]Non si acquista con l'oro di Ofir. . ma dice che l’uomo non ne conosce il suo “prezzo”. senza potersene mai appropriare. [17]Non la pareggia l'oro e il cristallo. Il TM non usa il termine di via (usato nella LXX.Pag. Questo riferimento si comprende perché nella seconda parte del capitolo si parla del commercio e si dice che le cose preziose trovate nelle miniere non sono mai preziose come la sapienza. E’ un dono che deve continuamente essere ricevuto come dono. Anche il commercio che è un’attività sapiente (e che richiede tante conoscenze) è qualcosa che l’uomo non può finalizzare all’acquisto della sapienza. nel senso di dire che l’uomo non conosce la provenienza della sapienza. benché preziose. [14]L'abisso dice: «Non è in me!» e il mare dice: «Neppure presso di me!». 11-14 [12]Ma la sapienza da dove si trae? E il luogo dell'intelligenza dov'è? [13]L'uomo non ne conosce la via.ssa Bruna Costacurta . 11 è un po’ strano. né per comprarla si pesa l'argento. [15]Non si scambia con l'oro più scelto.

Al v. 1Re 10.Pag. io manderò contro di te . Il sentire parlare non è conoscenza approfondita. Se finora si era detto di non saperne nulla. ed in questo. al momento della morte deve scoprire.5. Finalmente. l’uomo diventa sapiente. 22 il termine “abisso” è in ebraico un termine diverso da quello tradotto al v.45.43. [19]Non la eguaglia il topazio d'Etiopia. ma nemmeno ignoranza assoluta (Sal 18. Adesso al v.25. finalmente. nella morte. Una sintesi eccellente di tutto ciò la si può leggere anche in Ez 28. [20]Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell'intelligenza dov'è? [21]E' nascosta agli occhi di ogni vivente ed è ignota agli uccelli del cielo.Prof. vale più scoprire la sapienza che le gemme. [18]Coralli e perle non meritano menzione. [7]ecco. che non è come Dio. morendo. 68 né si permuta con vasi di oro puro. 20-22 Anche qui viene di nuovo data una risposta negativa al problema da dove venga la sapienza. Ger 37.1). 22 la devastazione e la morte dicono di averne sentito parlare. portato ad auto-trascendersi. Dt 2. Nella morte l’uomo perde ogni illusione di onnipotenza e così. l’oracolo contro il re di Tiro: [6]Perciò così dice il Signore Dio: Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio. con l'oro puro non si può scambiare a peso. Più correttamente sarebbe la “devastazione”. l’uomo scopre inequivocabilmente di non poter essere Dio. che secondo Gn 3 vuole sostituirsi a Dio. nella morte. Ritornello di domanda e risposta: vv.50.ssa Bruna Costacurta . Il sentire parlare comporta una qualche conoscenza della cosa al punto da provocare una reazione. 14 l’abisso ed il mare dicevano “la sapienza non è qui”.6-9. Perché entrare nel mistero doloroso della morte vuol dire fare esperienza della propria verità di uomo. Questo uomo immagine di Dio. si apre alla verità ed al proprio bisogno di Dio. Al v. 14. [22]L'abisso e la morte dicono: «Con gli orecchi ne udimmo la fama». adesso dentro la morte si trova una qualche conoscenza della sapienza e perciò entrare nella morte vuol dire accedere ad una qualche conoscenza della sapienza.

come già in Pv 8. [27]allora la vide e la misurò. 69 i più feroci popoli stranieri. in modo armonico. snuderanno le spade contro la tua bella saggezza. ma può aprirsi ad essa. l’uomo non la possiede al momento della morte. senza sconvolgere la creazione. Questa è la sapienza. [24]perché volge lo sguardo fino alle estremità della terra. lui solo sa dove si trovi. [25]Quando diede al vento un peso e ordinò alle acque entro una misura. E’ una descrizione di Dio che crea. ad auto-realizzarsi. La morte è un luogo di sapienza. la comprese e la scrutò appieno La sapienza è lì. c’è questa definitiva rinuncia a se stessi. anche qui Dio quando crea lo fa con sapienza. come in Pv 8. La morte non la possiede. Nella prima parte invece il lavoro dell’uomo è visto come un qualcosa di disarmonico.ssa Bruna Costacurta . [26]quando impose una legge alla pioggia e una via al lampo dei tuoni. IIIa parte: vv. temere Dio. questo è temere Dio. confessando di essere impotente ed aspettando da Dio la salvezza. vede quanto è sotto la volta del cielo. profaneranno il tuo splendore. quando Dio crea. di fronte ai tuo uccisori? Ma sei un uomo e non un dio in balìa di chi ti uccide. 23-28 In questa parte si dice quello che si prepara prima: la sapienza è solo di Dio. [28]e disse all'uomo: «Ecco. questo è intelligenza». perché mette l’uomo nella verità. Nella morte nessuno può più illudersi. Per questo la morte è un luogo in cui si può entrare in contatto con la sapienza. [9]Ripeterai ancora: «Io sono un dio». [8]Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. [23]Dio solo ne conosce la via. questo è sapienza e schivare il male. La domanda dei due ritornelli riceve risposta nell’ultimo versetto ed è Dio a darla: questa è la via della Sapienza: temere .Pag.Prof.

ha fatto un progressivo e doloroso avvicinamento al dover morire.1. l’uomo non può. fissarmi un termine e poi ricordarti di me! [14]Se l'uomo che muore potesse rivivere. Adesso ci siamo. come portatrice di pace e di serenità. 28 capisce che questa sapienza è diversa da quella di Gb 1. occultarmi. l’essere già morti per non morire e dunque un rifiuto della morte. In Gb 1. 22. . 28 è un interrogarsi della Sapienza: la risposta del v. Stiamo entrando quindi nella prospettiva finale. E’ interessante osservare come sulle labbra di Giobbe cambia l’idea della morte: in Gb 3 c’è una morte desiderata. dove è tutto tenebra. 28 un punto fermo. È come se il Dio creatore portasse a compimento la sua creazione donando all’uomo il percorso e la via per giungere alla sapienza. 70 Dio e stare lontano dal male.1 veniva però detto che Giobbe temeva Dio e stava lontano dal male. ed insieme a Giobbe lo ha fatto il lettore. Adesso la sapienza è stata accolta e sperimentata perché l’uomo è entrato nel mistero di quella morte che dice. siamo arrivati al punto finale: siamo davanti al mistero del morire. Era questo che a Giobbe ed al lettore mancava all’inizio del libro. che Dio deve riempire con il suo proprio mistero. Quando il lettore legge il v. 28 ci rinvia quindi all’inizio del libro. Le parole sono finite. quindi Giobbe la via della sapienza la conosceva sin dal primo versetto del libro. al v. Sembra un cortocircuito: se Giobbe già lo sapeva. se tu volessi nascondermi nella tomba. nonché una visione nostalgica della morte. cosa c’è di diverso dall’inizio del libro ? Apparentemente niente. La sapienza del v. 28 è la Sapienza che ha saputo entrare nel mistero della morte e quindi piena di verità. In Gb 14 la morte assume una dimensione ancora diversa: [13]Oh. Tutto il cap. che è diversa da quella di Gb 10.Prof. sta fronteggiando il morire. ma se accoglie il dono Dio riceve la sapienza. finché sarà passata la tua ira. “ne abbiamo udito la fama”. “questo è intelligenza”.Pag. L’inno alla sapienza mostra la strada: è sapiente chi teme Dio e sta lontano dal male. La lunga lotta di Giobbe adesso ha trovato nel v. Giobbe già era un uomo giusto che temeva Dio e stava lontano dal male. ed infatti finiscono i dialoghi con gli amici. i discorsi sono finiti. eppure molte cose sono cambiate: adesso Giobbe sta davanti alla morte. L’uomo non sa.ssa Bruna Costacurta . aspetterei tutti i giorni della mia milizia finché arrivi per me l'ora del cambio! [15]Mi chiameresti e io risponderei. La prospettiva finale è assolutamente positiva.

infine. giura sulla sua innocenza. facendo quindi un gesto molto significativo: [35]Oh. trasforma l’accusa di Dio nella propria gloria e adesso. Il giuramento di Giobbe non è rivolto al futuro. È un giuramento imprecatorio. 71 l'opera delle tue mani tu brameresti. Se fosse possibile morire e poi tornare. di chi è disposto a tutto anche a morire pur di entrare nel mistero di Dio. come luogo della propria verità di avere bisogno di Dio e dell’amore di Dio. La posizione di Giobbe diventa sempre più chiara e precisa. In Gb 28. alla fine della quale Giobbe mette la sua firma (v. 35). ma al passato. È tanto il desiderio di incontrare Dio e di essere in comunione con Lui che egli sarebbe anche disposto a passare un’infinità di anni nella morte.ssa Bruna Costacurta . Dio può fare quello che vuole. La morte diventa un luogo dell’attesa.Pag. Secondo la prospettiva degli amici di Giobbe il documento di Dio è la stessa sofferenza di Giobbe. È la forza della disperazione. Giobbe va verso Dio. contando i propri passi. . c’è una visione anche positiva della morte. con un atto irrevocabile. In un certo senso Giobbe adesso esce di scena con questa accusa teatrale. di chi non ha nulla da perdere. avessi uno che mi ascoltasse! Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda! Il documento scritto dal mio avversario [36]vorrei certo portarlo sulle mie spalle e cingerlo come mio diadema! [37]Il numero dei miei passi gli manifesterei e mi presenterei a lui come sovrano Con la sua firma Giobbe accetta di morire. della speranza. anzi adesso è Giobbe che conta i suoi passi per venire verso di Lui: è Giobbe a contare i propri passi. Giobbe sarebbe disposto a morire finché a Dio non torni il desiderio di sé. vale la pena di giocarsi la vita.Prof. con una formula più impegnativa che prevede una disgrazia nel caso in cui il giuramento non venga mantenuto. 31 con il solenne giuramento di innocenza. che Dio conti pure i suoi passi. IL CAPITOLO 31: IL GIURAMENTO DI INNOCENZA Il discorso di Giobbe termina al cap. Adesso Giobbe dice che del suo documento si fa un diadema. bisogna morire ? Entrare nella verità del mistero di Dio è più importante. Afferma di non avere altro da dire se non di impegnare tutto se stesso nella proclamazione di innocenza.

Pag. un giovinetto con un discorso lungo ed arrogante che nell’entusiasmo giovanile pensa di dire cose grandiose ma che in definitiva non fa altro che ripetere le cose già dette. I CAPITOLI 38-42: I DIALOGHI CON DIO Invece di rispondere. Se con Alonso intendiamo il libro di Giobbe come una rappresentazione teatrale. ma solo apparentemente. 3. nella sorpresa generale. arriva invece questo intermezzo che se attenua la drammaticità fa tuttavia crescere l’attesa. 35-37 spesso vengono portati dopo. Perché questo ? Non si sa. La creazione è proprio ciò che Giobbe aveva negato al cap. a questo punto. Dio fa una mitragliata di domande.ssa Bruna Costacurta . Quando Dio compare nel turbine Giobbe pensa che Dio gli spiegherà ed invece lo fulmina di domande.Prof. io t'interrogherò e tu mi istruirai. però. interviene. a colui che aspetta risposte Dio risponde interrogando. Adesso Dio mostra a Giobbe proprio la creazione ed aiutarlo così a prendere coscienza di sé. I CAPITOLI 32-37: L’INTERVENTO DI ELIU Prima che Dio risponda c’è l’intermezzo di Eliu. Quando tutti aspettano la risposta/reazione di Dio e solo a quella volgono attenzione. Eliu è un elemento che prolunga l’attesa ed introduce il momento definitivo del dialogo tra Dio e Giobbe. Mentre chiede mostra a Giobbe il mondo creato. quando disse “sia tutto tenebra”. [1]Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine: [2]Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti? [3]Cingiti i fianchi come un prode. A cosa serve questo intervento di Eliu ? A mettere il lettore/spettatore in un’attesa spasmodica. 72 I vv. E sono domande a cui Giobbe non può assolutamente rispondere. alla fine del capitolo. Apparentemente non è un gran modo di rispondere. Attraverso queste domande Dio fa fare a Giobbe un cammino di auto-coscienza attraverso la contemplazione della creazione. il quale prende la parola in un momento assolutamente cruciale. dopo l’uscita trionfale di Giobbe che va verso il mistero. La frase è ironica: è Giobbe che aspetta le risposte ! Ma c’è di più dell’ironia: in realtà dicendo questo Dio in qualche modo .

perché possa prendere coscienza del fatto di non sapere. Perché Giobbe arrivi a questo. i fenomeni naturali.Pag. se hai tanta intelligenza! [5]Chi ha fissato le sue dimensioni.ssa Bruna Costacurta . quando erompeva uscendo dal seno materno. possa egli stesso esperienzialmente. Dio prima presenta la terra. Giobbe deve riconoscere l’assoluta oscurità del segreto del mondo. le presenta come belle e pertanto non spaventano. Le domande lo incalzano non perché Giobbe si spaventi. 73 presenta il suo progetto. sono cose quotidiane. lo interroga perché attraverso il confronto con questi interrogativi egli possa confrontarsi con se stesso e con Dio. che Giobbe ben conosce. dentro di sé e non dall’esterno le risposte che cercava. gli abissi. Ciò che Dio presenta a Giobbe è il mondo di Gn 1. di condurre Giobbe alla verità attraverso la scoperta della creazione affinché Giobbe possa arrivare a scoprire se stesso e la verità di Dio. Dio non gli dà risposte logiche o discorsi esplicativi. eppure dinanzi ad esse Giobbe realizza di non sapere. etc. [4]Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra? Dillo. Dio presenta tutte queste cose come se fosse un mondo fatato. da sé ed in sé Giobbe stesso possa rispondere alle proprie domande. ma vuole che davanti a queste domande Giobbe possa trovare le risposte. l’aurora. Dio non vuole prendere in giro Giobbe. Giobbe sa di cosa Dio sta parlando. ma perché indietreggi dentro di sé. gli animali. ma gliela mostra. in realtà Giobbe non lo conosce ! [8]Chi ha chiuso tra due porte il mare. quello che Dio contemplava come buono. gli inferi. Dio gli presenta questo mondo come bello e buono. o chi ha teso su di essa la misura? Dio mette subito Giobbe davanti al fatto di non aver fatto lui la terra su cui egli sta. non avendolo fatto. Attraverso questo Giobbe fa un cammino esperienziale di sé e di Dio attraverso la relazione esperienziale con il creato. in modo tale da far capire a Giobbe che anche chi lo ha fatto è bello e buono. se lo sai. Sin dalla prima domanda Giobbe è invitato a riflettere come davanti a tutte queste domande possa solo rispondere “no”. [9]quando lo circondavo di nubi per veste e per fasce di caligine folta? . Nella prima risposta nei capitoli 38 e 39 Dio mostra a Giobbe la bellezza del creato. Gliela mostra sotto forma di domande.Prof. poi il mare.

di non essere lui il padrone. La descrizione è quella di un mondo bello e buono. di accettare senza drammi la propria piccolezza. accettando di essere stato fatto da un altro in un mondo. bello e buono. si diffonde il vento d'oriente sulla terra? [28]Ha forse un padre la pioggia? O chi mette al mondo le gocce della rugiada? [29]Dal seno di chi è uscito il ghiaccio e la brina del cielo chi l'ha generata? Qui Dio parla dei fenomeni naturali. L’idea di allora era che le stelle fossero annodate tra loro. ed invece secondo l’idea degli antichi è dalle stelle che scende la pioggia. ma come fa a rispondere a queste domande ? [22]Sei mai giunto ai serbatoi della neve. per il giorno della guerra e della battaglia? [24]Per quali vie si espande la luce. ma del quale l’uomo deve riconoscere di non sapere. etc. bello e buono. grandine. hai mai visto i serbatoi della grandine. [23]che io riserbo per il tempo della sciagura. per spiegarne il movimento comune. Ecco la domanda cruciale: se io uomo non conosco le leggi che lo governano. L’idea di fondo è quella della cosmologia con i serbatoi di acqua.Prof. Alla fine del percorso. che Dio affida all’uomo come sua casa. 74 Giobbe il mare lo conosce. Giobbe si confronta con la realtà e così si confronta con se stesso e si riconcilia con la propria dimensione creaturale. Che Giobbe capisca di essere solo una creatura. Dio può dire a Giobbe: [2]Il censore vorrà ancora l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!”.Pag. fatto da un altro. che sembrerebbe fuori posto. contendere con . [31]Puoi tu annodare i legami delle Plèiadi o sciogliere i vincoli di Orione? [32]Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino o puoi guidare l'Orsa insieme con i suoi figli? [33]Conosci tu le leggi del cielo o ne applichi le norme sulla terra? Subito dopo i fenomeni naturali segue il riferimento alle stelle.ssa Bruna Costacurta . come posso pretendere di conoscere il senso della vita dell’uomo dove entra tutto il mistero insondabile della libertà dell’uomo ? E’ a questo che Dio vuole portare Giobbe con le sue domande. in Gb 40.

[14]anch'io ti loderò. [13]nascondili nella polvere tutti insieme. [12]mira ogni superbo e umilialo.Pag. schiaccia i malvagi ovunque si trovino. sono ben meschino: che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Non è il silenzio di chi si dichiara sconfitto.ssa Bruna Costacurta . [8]Oseresti proprio cancellare il mio giudizio e farmi torto per avere tu ragione? [9]Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari alla sua? [10]Ornati pure di maestà e di sublimità. Giobbe deve ancora capire che l’uomo vuole essere come Dio e non vuole accettare che Dio sia diverso da come l’uomo lo desidera: questo è l’eterno problema dell’uomo. rinchiudili nella polvere tutti insieme. ma non continuerò. anche se il dolore non resta spiegato da Dio. perché hai trionfato con la destra. Vuoi schiacciare il male ed i superbi ? Fallo tu ! Pensi che io non sappia essere Dio ? Fallo tu ! Tu fai il dio ed Io come uomo ti loderò. ho parlato due volte. cercando risposte che non gli appartenevano. Giobbe ha capito di non poter capire. [6]Allora il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine e disse: [7]Cingiti i fianchi come un prode: io t'interrogherò e tu mi istruirai. Alla domanda di Dio “mi continui a fare il rib” ? Giobbe entra nel silenzio. mira ogni superbo e abbattilo. di aver fatto domande che toccano il mistero. egli tuttavia capisce che il mistero della sofferenza può essere accettato e che quindi la sofferenza può cessare di essere accusatoria. Qui sembrerebbe finito tutto. ma non replicherò. ma quello pacato.Prof. Dio invita Giobbe a fare lui il dio. Pretendeva risposte e capisce l’assurdità della sua pretesa: accetta il mistero. rivestiti di splendore e di gloria. sereno di chi riconosce di avere sbagliato a fare il rib. a . Quando Giobbe accusava Dio in sostanza lo rimproverava di non saper fare il suo mestiere. [5]Ho parlato una volta. [11]diffondi i furori della tua collera. ed invece Dio prosegue con un secondo discorso. Questa provocazione di Dio va al nocciolo del problema. 75 [3]Giobbe rivolto al Signore disse: [4]Ecco. di avere preteso di avere risposte che Giobbe non può avere. Giobbe è arrivato a capire.

Le nostre categorie di potenza non sono quelle di Dio.ssa Bruna Costacurta . alla vita ed alla morte. senza aver scienza. Questa è la potenza di Dio e la potenza (ed il Dio) con cui adesso Giobbe si deve misurare e che Giobbe deve accettare. che spaventa. il quale rispondeva alle accuse accusando a sua volta Dio. Dinanzi a questa provocazione Giobbe finalmente capisce di non essere Dio: quando Dio propone questo scambio delle parti. 76 ciò che mancava ancora a Giobbe: capire che Dio è Dio e che è diverso dall’uomo e da come l’uomo desidera che sia. mitezza. e tutto questo non intervenendo con la forza ma mitemente provocando la conversione del cuore. Una natura che spaventa l’uomo ma con la quale invece Dio gioca. [3]Chi è colui che. può finalmente capire. un Dio che in un attimo risolve il problema del male. può oscurare il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me. senza bloccare la libertà. In questo modo Giobbe. sono quelle volte a risolvere i problemi dell’uomo ed innanzitutto il dramma del male. che io non comprendo. come quello che Dio propone a Giobbe di essere. entrando nell’apparente impotenza di chi per salvare si dona fino al punto di morire. Dio presenta a Giobbe una natura diversa. ma quelli impensabili per l’uomo di una potenza che si fa amore. È un Dio che pone definitivamente il problema: oseresti tu cancellare il mio giudizio e dire che io sono colpevole e tu innocente ? Gli amici dinanzi alla sofferenza accusavano Giobbe. . Dio adesso passa al problema dell’onnipotenza. adeguata alla sfida che Dio sta muovendo a Giobbe. ma attraverso l’esperienza personale. Il Dio onnipotente per noi è quello che evita il male.Pag. non è il Dio della magia o della bacchetta magica. Dio non percorre i cammini della magia. Se nel primo discorso Dio ha messo in questione il problema dell’onniscienza. È la natura dei grandi mostri (io coccodrillo. problematica.Prof. Dio adesso conclude dicendo che non è necessario accusare qualcuno per dimostrare di essere innocente e soprattutto che la sofferenza non è un’accusa. Gb 42 [1]Allora Giobbe rispose al Signore e disse: [2]Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te. non per via di discorsi. Quello che viene messo in gioco è il nostro sogno di Dio: che risolve i problemi umani. Ma Dio è invece un altro e la sua potenza è un’altra: è quella di chi amando l’uomo lo vuole portare alla felicità della salvezza. il Leviatan). l’ippopotamo e quello mitico. anche la creazione cambia. è la potenza che vince il dolore dando un senso al dolore.

[6]Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere. 77 Nella seconda risposta Giobbe dice che quello che ha detto era al di sopra delle sue possibilità. 6. [5]Io ti conoscevo per sentito dire.ssa Bruna Costacurta . il morto è avvolto in un sacco ed anch’io mi ci vesto). A questo punto Giobbe può dire la sua frase finale: [4]«Ascoltami e io parlerò.Pag. sofferente e davanti alla morte). riesce a vivere in pienezza la contraddizione del vivere umano.Prof. È una traduzione possibile perché la frase consente la doppia lettura. Secondo l’altra traduzione Giobbe rifiuta la morte. è la comprensione di un atteggiamento che Giobbe ora conosce come non adeguato alla realtà di Dio ed alla sua realtà di uomo. Questo perché davanti al morto io faccio dei gesti come se il morto fossi anch’io (il morto è sulla polvere ed anch’io mi cospargo. In questa traduzione tradizionale l’idea che Giobbe esprime è quella della prima risposta: prima ho parlato senza discernimento ed ora mi pento di quello che ho fatto. ma di morte. Applico su di me i gesti della morte cosicché Dio mi possa liberare dal peccato. infatti. Giobbe adesso riprende l’incipit di Dio. Secondo altri potrebbe essere interpretata in un modo del tutto diverso. proprio perché vede Dio. Questa possibilità va oltre e. un andare oltre. Quella del pentimento è una possibilità di traduzione del v. come dispiacere di essere andato per strade che hanno complicato il cammino di Giobbe. Il v. per mettersi definitivamente nelle sue mani. ma ora i miei occhi ti vedono. Giobbe rifiuta perché non riesce a vedere nella morte e . che effettivamente è difficile da tradurre. Polvere e cenere conservano dunque questa ambivalenza simbolica. il cammino mortale nel quale ha proceduto e che ancora vive (Giobbe infatti è ancora malato. la sofferenza. invece di mostrare un Giobbe che si ripiega umilmente su di sé dicendo “mi ricredo”. io t'interrogherò e tu istruiscimi». troviamo un Giobbe che. 6 può essere interpretato in termini di pentimento. sono le stesse gestualità della penitenza. La polvere e la cenere diventano in questo contesto non un segno di penitenza (come nel contesto precedente). quella pretesa di essere Dio o di sapere quanto meno come Dio dovrebbe essere. Una traduzione proposta da altri è “io detesto polvere e cenere ma ne sono consolato”. Le gestualità della morte. sia per il verbo usato sia per la disposizione delle parole.

Pag. Dio per Lui non è più qualcuno conosciuto solo per sentito dire. Il modo in cui l’uomo vive la sofferenza è accusatorio (accusa di Dio verso l’uomo o accusa dell’uomo verso Dio). Il rifiuto della morte è un rifiuto che Giobbe vive aprendosi al mistero. Il vedere Dio da parte di Giobbe gli permette di rileggere la sua storia in modo completamente diverso. Giobbe fa esperienza del Dio buono che ama l’opera che fa e che si lascia incontrare ponendosi affianco dell’uomo per aiutarlo a capire che non si può capire tutto.ssa Bruna Costacurta . capendo e sperimentando che quel dolore può diventare un cammino positivo che conduce all’incontro con Dio. Pur non accettando la propria situazione di dolore. Questo Dio che si è fatto vicino ha permesso a Giobbe di capire che la realtà ha un senso. Tuttavia aggiunge “ne sono consolato”. paradossalmente in essa può trovare consolazione. tuttavia la sofferenza può diventare un luogo di incontro con Dio e di consolazione. a capire che non si può capire il mistero. nella cui vicinanza trova la risposta che cercava. in quanto non ha dato spiegazioni. è qualcuno che Giobbe può vedere con i propri occhi e quindi qualcuno di cui Giobbe si può fidare. ma è un mistero che può essere accettato in quanto tale. Si è però fatto vicino. Anche questa realtà che pure è negativa può essere trasformata in una realtà positiva. accettarne l’incomprensibilità proprio perché adesso egli vede Dio. non ha cambiato le cose. fatto prossimo all’uomo ed in questo modo ha dato un nuovo senso a tutta la realtà. GB 42. Questo Giobbe che vede Dio può dire sia “io vedo e mi pento” e dire anche “se pure appare ingiusto soffrire. alla fine. Dio non ha dato risposte in senso stretto. Vedere Dio vuol dire potersi fidare di Lui. ma a capire anche che questo mistero è donato e può essere accettato. La morte diventa adesso.7-17: L’EPILOGO . un luogo di consolazione: l’incontro con Dio cambia radicalmente la realtà e permette a Giobbe di aprirsi al mistero ed accettare anche quella che sembra una contraddizione.Prof. è per questo che Giobbe può affidarsi a Dio. Giobbe può quindi alla fine riconciliarsi con Dio e con se stesso e fare esperienza che anche il dolore e la sofferenza possono essere vissute in modo diverso. se si accetta il mistero”. 78 nella sofferenza una dimensione positiva. È un capovolgimento totale che annuncia la pasqua. Giobbe adesso capisce che la sofferenza non è accusatoria. quindi possono essere tenute insieme. Secondo la Costacurta tutte e due le traduzioni sono possibili e non si escludono a vicenda.

il grande autore letterario del libro di Giobbe non poteva commettere una tale caduta di stile ed un così vistoso errore. che l’autore ha appiccicato alla fine del libro. 7 conferma la continuità di questo intervento con la parte in poesia che precede. l’ha inserita alla fine del libro. quello che fa problema nel libro di Giobbe è che questi due personaggi convivono insieme nello stesso libro e nello stesso personaggio. staccano l’epilogo dalla parte in poesia.Prof. 7-9 [7]Dopo che il Signore aveva rivolto queste parole a Giobbe. Il “dopo che” con cui inizia l’epilogo al v. invece. ma perché aveva in mente qualcosa.Pag. L’epilogo sembra fare ricadere indietro nella teoria retributiva proposta dagli amici. L’epilogo fa riferimento al prologo perché riprende molti temi del prologo (sacrifici. Non è verosimile che l’Autore del libro di Giobbe non si sia accorto di questo. un po’ eccessiva rispetto alla parte in poesia. per armonizzare il tutto ed evitare problemi. Questa aggiunta sembra a prima vista fuori luogo. L’autore del libro però aggiunge l’epilogo in prosa. che provocano Dio affinché egli intervenga): è la lotta per costringere Dio a rivelarsi come Dio. Si potrebbe pensare che l’autore del libro aveva per le mani questa storia (facente parte appunto di una leggenda pre-esistente) e che. Le due parti propongono due eroi completamente diversi ed entrambe le figure si ritrovano nella scrittura: un eroe paziente che accetta tutto e viene ricompensato (come Abramo messo alla prova sul monte Moria) ed un eroe che lotta e che alla fine capisce di non poter capire (i salmi di lamento.ssa Bruna Costacurta . perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. Si può invece pensare che se l’autore del libro l’ha inserita non l’ha fatto così. Secondo molti questo epilogo è solo la parte finale del prologo. 79 In questo modo il libro di Giobbe potrebbe considerarsi finito. Se l’epilogo è stato messo alla fine aveva intenzione di fare questa strana operazione e attraverso di essa voleva dire qualche cosa. Sono due diversi atteggiamenti che convivono nella Scrittura. [8]Prendete . disse a Elifaz il Temanita: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici. anche se spariscono Satan e la moglie. ma che in realtà non c’entra niente con quello che precede e sembra anzi contraddire la rottura dello schema retributivo operata dalla parte in poesia. figli). Parte I: vv. Molti quindi. tanto per non sprecarla. trovandosela tra le mani già bella e fatta. Secondo la Costacurta. quasi un ritorno al punto di partenza. Fa però riferimento anche a tutto il libro perché nel prologo gli amici erano stati zitti.

per riguardo a lui. Questa ira non è però l’ira che intendevano gli amici. Questa era stata al centro del libro di Giobbe. il quale che la percepiva contro di lui. È sbagliato parlare di Dio senza solidarietà. che serve a condurre gli amici al perdono. senza rispetto della verità. Ed invece qui si manifesta come ira contro gli amici. perché hanno parlato male: ciò che era sbagliato era dire cose teoricamente giuste ma senza tenere conto della realtà di Giobbe. perché Giobbe era innocente e non hanno dato ascolto alla sua sofferenza. L’epilogo è diviso in due blocchi. tentare di difendere Dio mentendo. La prospettiva è che i sacrifici servono solo a rendere visibile la mediazione di Giobbe e l’apertura del cuore degli amici. Per tutto ciò è necessario che anche Giobbe abbia perdonato gli amici. il primo riguarda gli amici. 80 dunque sette vitelli e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi.Prof. gli amici stanno facendo un’esperienza contraria. Gli amici accettano l’accusa/rib di Dio e riconoscono di aver parlato male. Nel fare questi sacrifici gli amici confessano che Giobbe era un uomo giusto e che tutto quello che loro avevano detto e fatto era falso. Chiedere i sacrifici a Giobbe e da parte di Giobbe farli non è ciò che provoca il perdono di Dio. anche se ciò che si dice è oggettivamente giusto. Dio li ha già perdonati e gli manifesta il perdono indicando loro la strada per ricevere il perdono: convertirsi e riconoscere che Giobbe è giusto. ma ciò che consente loro di accettare un perdono già formulato. non punisca la vostra stoltezza. al suo lamento. Non siamo nella linea del Dio interessato. L’epilogo comincia con un problema: l’ira di Dio. incapace di perdonare radicalmente e che ha bisogno della sofferenza. Adesso si manifesta un’ira diversa. perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe». in questo modo si aprono al perdono. Dio non perdona in cambio dei sacrifici e perché i sacrifici vengono compiuti. Se non si sa accogliere e riconoscere la sofferenza degli altri non è possibile parlare in modo retto di Dio. andando da Giobbe a chiedergli i sacrifici. quando l’altro è nella sofferenza. [9]Elifaz il Temanita. applicata come castigo e punizione.ssa Bruna Costacurta . affinchè io.Pag. il mio servo Giobbe pregherà per voi. quella era l’ira secondo la giustizia degli uomini. Quando gli amici lo faranno il perdono di Dio diventerà il dono che loro possono ricevere. Giobbe da accusato che era diventa intercessore e permette al perdono di Dio di giungere al compimento. Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita andarono e fecero come loro aveva detto il Signore e il Signore ebbe riguardo di Giobbe. ma del Dio che gratuitamente perdona e che indica loro la strada per accogliere il perdono. Non è il perdono di cui parlavano loro a Giobbe. per poter intercedere per loro e fare per loro sacrifici di intercessione occorre .

Pregando per gli amici porta a compimento il suo cammino: non c’è più lotta. Ha perdonato gli amici e si è riconciliato con la propria realtà. Chi riceve il dono del Dio buono non sono solo gli amici che vengono perdonati. Il Dio che si rivela in questo epilogo è il Dio buono che adesso si manifesta pienamente perché perdona gli amici e fa entrare in questa dinamica di perdono e di bene anche Giobbe. [13]Ebbe anche sette figli e tre figlie.Prof.Pag. Al v. Quando Giobbe ha detto “adesso i miei occhi ti vedono” egli è entrato nella benedizione totale. li deve quindi amare ed averli già perdonati. [11]Tutti i suoi fratelli. [16]Dopo tutto questo. Questo lo mette nella benedizione totale e questa benedizione in cui Giobbe entra adesso si vede ed è la restaurazione. ma è qualcosa con cui questa benedizione si manifesta. Adesso sì Giobbe è benedetto e può dire i miei occhi ti vedono. perché . Non è questa la prospettiva dell’epilogo. Non è più qualche cosa che si aggiunge alla benedizione di Giobbe. 10. vecchio e sazio di giorni.ssa Bruna Costacurta . Giobbe visse ancora centoquarant'anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. 10-17 [10]Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima. [14]A una mise nome Colomba. ma perché la preghiera stessa di Giobbe si manifesta come restaurazione. avendo egli pregato per i suoi amici. ma questa benedizione totale trova il suo modo di esprimersi. [15]In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell'eredità insieme con i loro fratelli. [17]Poi Giobbe morì. amarezza e rancore. Parte II: vv. E’ vero che leggendo vesti versetti uno ha l’impressione che questo sia un premio che Dio fa a Giobbe per la sua fedeltà. “mentre egli pregava” e “non avendo egli pregato”: l’ultima interpretazione vede la restaurazione di Giobbe come una conseguenza della sua preghiera per gli amici. le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo e mangiarono pane in casa sua e lo commiserarono e lo consolarono di tutto il male che il Signore aveva mandato su di lui e gli regalarono ognuno una piastra e un anello d'oro. [12]Il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima ed egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli. 81 che anche Giobbe desideri che Dio perdoni gli amici. Solo adesso Giobbe può fare quello che solo Dio può fare: perdonare. come un fatto retributivo. bensì quella che Dio restituisce tutto a Giobbe nel momento in cui egli prega. alla seconda Cassia e alla terza Fiala di stibio. a causa della sua intercessione. mille paia di buoi e mille asine. non perché ha pregato. accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. ma anche Giobbe che entra nel desiderio di perdono di Dio.

Gli viene restituita anche la paternità il numero sette dei figli è detto in ebraico in un modo strano: può essere solo un modo strano di dire sette. Pertanto. è tutto doppio. Colomba è un nome fortemente simbolico per Israele. questo basta. Come Simeone al tempio. la vita giunge al suo termine senza riserve. durante la quale egli gode del dono delle generazioni successive. anche se per loro si dice che sono belle e che hanno dei nomi particolarmente belli. per indicare che c’è una realtà doppia. ma che è il compimento ed il completamento della vita. che non desidera altro ed ora può andare perché la sua vita ha raggiunto il senso cercato ed atteso. quindi un raddoppiamento dei figli. l’ultima benedizione di Dio perché non è più la morte violenta di cui Giobbe ha paura mentre la desidera. Nella traduzione italiana del commento di Alonso questo nome è stato reso come “ombretta”. la vita è piena. La morte di Giobbe è l’ultimo dono. la ricostituzione della società e della famiglia intorno a lui. che restano solo tre. “Sazio di giorni” indica appunto questo: che non serve più aspettare altro.Pag. Da un lato si dice che la situazione di Giobbe viene ristabilita (la restaurazione è espressione che si trova spesso nei profeti ed è applicata all’evento del ritorno dall’esilio). ma anche un particolare amore di predilezione del padre verso di loro. Ci sono anche i doni che vengono portati a Giobbe che significano la sua piena reintegrazione sociale. non lo dice però di Simeone: è che quando tu sei vicino a Gesù bambino. Non c’è invece raddoppiamento per le figlie. mentre i figli sono tesori che non occorre raddoppiare. C’è poi il dono della vita di 140 anni. Cassia (o cinnamomo) è un profumo che ricorda il cantico dei cantici. Si dice il doppio solo degli animali è perchè solo essi sono possedimenti materiali. anche se le figlie non sono raddoppiate rappresentano comunque un valore immenso come il testo sottolinea. Questa forma strana potrebbe essere una forma duale del numero 7. si intende quindi con qualcosa che serve a rendere gli occhi belli. Elisabetta. Questo strano modo potrebbe quindi essere una forma duale che indicherebbe un 7x2=14. cosa molto strana in presenza di figli maschi: ciò significa non solo grande ricchezza e grande armonia nella famiglia.ssa Bruna Costacurta . Mentre degli altri Luca specifica che tutti erano vecchi (Zaccaria. ma la morte serena che non viene perché si ha in odio la vita. il terzo è un nome strano “corno di antimonio”. Queste donne ricevono inoltre l’eredità. Anna). 82 si dice che Giobbe riceve tutto doppio. che non c’è altro da desiderare. .Prof. eppure il corno era un contenitore per liquidi o per polvere e l’antimonio era un cosmetico che serviva per truccare gli occhi e renderli più belli. ma oltre a ciò Dio raddoppia.

è una cosa in più. Questo lieto fine è davvero un bel fine o non è piuttosto semplicemente un modo in cui questo che gli viene dato doppio è una compensazione simbolica che dice la gravità della perdita e la profondità del dolore che Giobbe ha vissuto e . è la benedizione che ora è totalmente restituita a Giobbe. non ha più senso il giovane ed il vecchio. che ha potuto tutto ed ha avuto tutto: è la morte sazia di giorni. Non è una ricompensa ma una cosa in più assolutamente gratuita in cui questo raddoppiamento di beni ratifica una realtà di bene a cui Giobbe era già arrivato. ma non è vero che si tratta di un lieto fine. Questa restaurazione materiale di tutti i beni e le cose che Giobbe aveva di per sé non era necessaria. Nessuno glielo può togliere il fatto di essere stato nel dolore. che riceve figli e doni. chi gliela toglie ? E cosa può essergli dato in cambio di quel tempo che ha trascorso ? E’ un tempo che nessuno gli può restituire.Pag. anche perché Satan sparisce e la moglie ricompare completamente risanata in quanto partorisce nuovi figli a Giobbe. della morte. aveva già potuto perdonare gli amici. E’ solo un’espressione visibile di qualcosa che Giobbe aveva già raggiunto. Anche la moglie partecipa della benedizione di Giobbe come benedizione della maternità. Resta il problema: ma questa benedizione dell’epilogo non può essere un po’ come una cosa consolatoria da film a lieto fine ? Non è che tutto questo è un modo per attendere una ricompensa ? Non è che hanno davvero ragione gli autori che dicono che in questo epilogo si ricade nella vecchia teoria retributiva ? Secondo la Costacurta certamente c’è nella finale del libro di Giobbe l’idea che alla fine il bene vince. la sua restaurazione era già avvenuta. È una carne risanata che si è aperta al mistero della vita. c’è solo che la tua vita è piena. E questo è vero. E la disperazione e l’angoscia vissuta nel momento della prova. il dolore dei figli morti non può essere cancellato da nessun figlio nato dopo. Solo che non è la semplificazione degli amici. Restano ferite nella carne di Giobbe che nessuno gli toglie. Il tempo del buio. del dolore Giobbe se lo tiene. Così è Giobbe. qui c’è davvero la vittoria del bene. 83 l’età anagrafica non ha più senso. perché chi glieli ridà a Giobbe i figli morti ? Quelli restano morti. Peraltro. una cosa gratuita. di per sé non era necessario. È vero che il bene vince.ssa Bruna Costacurta . il cambiamento della sorte. è un lieto fine per modo di dire. Non è questo il lieto fine che mette in gioco una ricompensa da parte di Dio.Prof. Che poi gli animali raddoppiano. Giobbe era già entrato nella benedizione.

egli rinuncia alla forma visibile della benedizione per accedere alla benedizione vera che è dire “i miei occhi ti vedono”. che nella prova e nel dolore si può incontrare Dio. La risposta c’è. ed adesso viene detto con le categorie classiche che servono di solito ad esprimere la benedizione. In questo modo Giobbe arriva veramente alla piena riconciliazione e benedizione. La colpa è finita e Giobbe ha trovato la sua risposta. ma per via d’esperienza. ma non si capisce. è un mistero. La risposta non è stata Dio in modo logico. sul senso di una sofferenza che ti fa maledire la vita. 84 che non arriva a giustificare questo dolore e lo lascia per ciò che è. ma di quella benedizione che Giobbe già godeva dicendo che vedeva Dio senza chiedere nient’altro. Quando egli rinuncia alla benedizione visibile allora vengono anche quelle cose che Giobbe non ha chiesto. È un modo per dire che dentro la morte si trova la vita. ma affermando che il male viene trasformato in bene. in cui si vede che Giobbe è benedetto quando rinuncia alla sua benedizione. nella fede pura. perché il dilemma tra colpevole e innocente finisca. perché di questa morte non è colpevole né Giobbe. né gli uomini. comprendendo che quando si fa esperienza di Dio la realtà cambia ed anche la morte cambia e diventa luogo in cui è possibile incontrare Dio. La sua benedizione è avere occhi che vedono Dio. perché nella resurrezione di Gesù c’è la fine della morte ma anche la fine della colpa. un po’ come nel sogno di Gabaon fa Salomone.Prof. I beni raddoppiati fanno vedere che il bene produce bene: ma questo bene è il nuovo rapporto con Dio. è il Dio. Sottolinea il mistero del suo dolore.Pag. né gli amici. ma che non dicono che queste cose sono il premio. perché si possa manifestare in pienezza. ma il modo con cui nei termini classici si dice che Giobbe è stato benedetto. che dentro la maledizione si può trovare la benedizione. Giobbe ha posto la domanda in tutta la sua crudeltà. Il raddoppiamento è quindi un modo con cui si segnala la perdita e con cui attraverso le categorie classiche della benedizione si esplicita quella che è la situazione di Giobbe. perché Gesù dice “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Questo è stato detto con Giobbe che esclamava “i miei occhi ti vedono”. un mistero inspiegabile. bisognerà aspettare che il Figlio di Dio si faccia carne (Natale) e muoia e risorga (la Pasqua). ********************************** SALMO 126 . Il libro finisce senza dare spiegazioni del male.ssa Bruna Costacurta .

come i torrenti del Negheb. [6]Nell'andare. portando la semente da gettare. È un salmo costruito in modo molto attento.Pag. portando i suoi covoni. ci ha colmati di gioia. nel nostro caso potrebbe quindi significare “farmi cambiare direzione (o situazione)”. [3]Grandi cose ha fatto il Signore per noi. però nella nostra espressione è usato in modo transitivo e quindi suppone che significhi far tornare (qualcuno). Se il sostantivo retto da questo verbo viene da questo . Signore. Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion. con elementi stilistici come le ripetizioni e le contrapposizioni pur nella ripetizione dei concetti. Tornare è un verbo intransitivo.Prof. È un verbo che può dire ritornare ed indicare anche la conversione. Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro». Cambiare le sorti non è solo tornare nelle situazioni di prima. viene con giubilo. È un’espressione ebraica difficile e strana perché a seconda del tipo di interpretazione che si dà al verbo dal quale lo si vuole fare provenire. ma in una situazione più bella. così come ha cambiato le sorti di Giobbe. i nostri prigionieri. si parla di piangere e di ridere (altro merismo) il tutto in riferimento alla restaurazione delle sorti di Sion operata dal Signore. È un canto di lode che celebra il Signore che è intervenuto a cambiare le sorti di Sion. [5]Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. cambia il senso del sostantivo che viene usato. la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. secondo questa prospettiva l’espressione potrebbe significare “far ritornare il cambiamento”. [4]Riconduci.ssa Bruna Costacurta . ci sembrava di sognare. ma nel tornare. Seminare e raccogliere è un bel merismo. Lo stesso verbo però può dire anche cambiare e. facendo ritornare gli esiliati in Gerusalemme. Restaurazione/ritorno dall’esilio Per esprimere questo concetto di restaurazione il nostro salmo utilizza la stessa espressione del libro di Giobbe (“quando Giobbe pregava per gli amici il Signore restaurò …”). se ne va e piange. In questo salmo il Signore restaura le sorti di Sion. [2]Allora la nostra bocca si aprì al sorriso. 85 [1]Canto delle ascensioni.

allora è un accusativo interno: è lo stesso verbo che è diventato sostantivo e diviene sostantivo del verbo: il significato della frase sarebbe “cambiare il cambiamento” ovvero “far tornare il ritorno”. di Dio che cambia la situazione. Il paradigma. Tutte le antiche versioni vanno però nell’altra linea. cambiare in meglio la situazione di qualcuno. Israele è solo: alla fine dell’assedio lungo ed estenuante Gerusalemme crolla. Questa è quella più ricorrente nelle tradizioni e nelle traduzioni antiche. questo è l’esempio più tipico di quello che Dio fa quando restaura qualcosa. Dio aveva promesso un re per sempre (Natan a Davide in 2 Sam 7). il tempio è profanato e dato alle fiamme. con l’esilio Israele non ha perso solo la terra. ma al tempo stesso ognuno sa che ogni intervento di Dio nella sua vita nel cambiare le sorti è stato come un tornare dall’esilio.Pag. come si concilia questo con il Dio buono.Prof. il Dio dell’Alleanza ? L’esilio è stato infatti il momento della grandissima crisi di Israele. ora vede il proprio tempio distrutto e . 86 verbo. L’Alleanza è “Io sarò con voi”. Questa è la più letterale.ssa Bruna Costacurta . il modo esemplare. restaurare la sorte. Ognuno può fare suo questo salmo perché il salmo parla in generale del cambiare le sorti. il re nell’esilio viene deportato ed accecato. Ed infine l’ultimo fallimento. non sa più trovarlo. Il Dio dell’Alleanza non si vede più. ma ha corso il rischio di perdere Dio ed una gran parte del popolo lo ha perso. L’esilio di Israele come crisi di fede Ma che vuol dire tornare dall’esilio ? Sia Giobbe che Qoelet risentono molto del problema dell’esilio: che vuol dire che Dio fa soffrire il suo popolo. il Dio con noi che abita nel tempio. ora Dio non c’è più. il Dio con voi. quando cambia le sorti di qualcosa. che restaura le sorti di qualcuno. nel senso che non sa più dov’è. fare prigionieri. E’ finito tutto. il punto di riferimento di questo è il ritorno dall’esilio. non sa più riconoscerlo. Questo sostantivo complemento oggetto del verbo può però venire anche da un verbo che invece vuol dire deportare. La grande promessa “tu sarai il mio popolo” non si verifica. Entrambe le traduzioni sono possibili (in Giobbe si usa restaurò). allora in questo caso bisogna trovare un sostantivo che viene da questo verbo e questo potrebbe essere deportazione (che è astratto) e che in concreto può essere reso come “i deportati”: allora il significato dell’espressione è “fare tornare i deportati”. Vuol dire “cambiare la situazione”. far tornare i deportati invece di restaurò. il regno davidico sembra finito per sempre.

ma di crisi della fede. lo stesso Dio della crisi di Giobbe. di poter essere di nuovo il popolo di Dio. [11]Io. La crisi dell’esilio non è stata solo una crisi politica. quando Israele ritorna in patria non ritrova solo la patria. [13]mi cercherete e mi troverete. conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo .Prof. infatti. ciò a cui Israele trova risposta quando ritorna dall’esilio. In particolare nel libro di Geremia: Ger 29. ritrova il rapporto con il suo Dio. Cambiare le sorti vuol dire cercare Dio con tutto il cuore e .ssa Bruna Costacurta .progetti di pace e non di sventura.10-14 (Ger 29 è la famosa lettera agli esiliati): [10]Pertanto dice il Signore: Solamente quando saranno compiuti. [14]mi lascerò trovare da voi . 87 profanato. la possibilità di vedere di nuovo Dio. ritrova Dio. per concedervi un futuro pieno di speranza.dice il Signore . perché mi cercherete con tutto il cuore. Questo è il cambiamento delle sorti: non è solo che ritorna in patria e ricostruisce il tempio.vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio.dice il Signore . Riavere la terra è solo un modo con cui si sperimenta materialmente un ritorno diverso che consiste nel riavere il rapporto con Dio. che è la cosa più importante.dice il Signore . E’ il Dio della crisi. La grande terribile domanda dell’esilio è: ma Dio dov’è ? Che poi si radicalizza in quella: ma Dio c’è mai stato ? Nel Sal 84 si dice: Dio ci ha svenduti senza nemmeno ricavarne qualcosa. riguardo a Babilonia. Questo è il retroterra esistenziale del nostro salmo. Che tu hai conosciuto come Dio buono e che improvvisamente ti appare cattivo. 1-3 Si comincia appunto con l’idea della restaurazione delle sorti. vi visiterò e realizzerò per voi la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. settanta anni.Pag. 1: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion” L’espressione restaurare le sorti non si trova solo in Giobbe ma anche in diversi testi profetici. [12]Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. quello che tu hai conosciuto come il Dio della salvezza e che invece ti ha abbandonato.cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso . Se noi vogliamo fare di Giobbe la figura del popolo di Israele lo possiamo fare. È come quando Giobbe può dire “adesso i miei occhi ti vedono”. Parte I: vv. La crisi di Israele e la crisi di Giobbe sono le nostre mille crisi di quando Dio sembra farsi assente: questo è il problema dell’esilio. v.

ecco. Anche in Ger 30.nei quali cambierò la sorte del mio popolo. Ger 33.ssa Bruna Costacurta . li ricondurrò nel paese che ho concesso ai loro padri e ne prenderanno possesso»”. E quindi la risposta sarà la lode ed i canti di gioia. sperimentare che Dio è amore. Tornare dall’esilio vuol dire fondamentalmente sperimentare la compassione di Dio.3: [3]perché. ma la realtà importante di questo ritorno è che Israele sarà capace di cercare Dio e Dio si lascerà trovare. dove il ritorno nella terra è solo un segno. non è mai solo un tornare: è trovare Dio.dice il Signore . 1: “ci sembrava di sognare” Questo vuol dire fare un’esperienza di sogno “eravamo come sognanti”.18-19: [18]così dice il Signore: «Ecco restaurerò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore. Ed in Ger 30. li onorerò e non saranno disprezzati.Prof. voci di gente festante. [19]Ne usciranno inni di lode. Il verbo utilizzato per dire sognare ha questo significato nella maggior parte delle ricorrenze. Li moltiplicherò e non diminuiranno.Pag. ritrovare Dio e ritornare a lodarlo e cantare i canti della gioia e del rendimento di grazie. 88 quindi trovarlo.dice il Signore -. poter lodare Dio. Tornare dall’esilio è l’esperienza del perdono che trasforma la morte in vita ed in grazia ed allora di nuovo la risposta del popolo sarà la lode e l’apertura all’esperienza di salvezza che sarà salvezza per tutti. La città sarà ricostruita sulle rovine e il palazzo sorgerà di nuovo al suo posto. Il far tornare ha sempre un significato oltre. ma esso può anche voler dire . v.6-9: qui la cosa si completa perché il ritorno dall’esilio è messo in connessione con il perdono del peccato. Far tornare il popolo dall’esilio è avere perdonato il suo peccato. Questo è il vero ritorno dall’esilio. fare esperienza di perdono. verranno giorni . Cambiare le sorti è avere compassione del popolo. di Israele e di Giuda .

“guarire”.Prof. È Israele il protagonista. Tornare dall’esilio vuole appunto dire: noi eravamo come quelli che avevano una malattia mortale ed ora siamo guariti (così anche per Giobbe). Gli altri possono dire “con loro …”. la festa (“grandi cose …”). E’ proprio la loro testimonianza a far sì che anche essi possano ritrovare il Signore ed entrare nella salvezza. questo entrare nella lode fa anche di questi popoli i destinatari della salvezza. cioè ci sembrava di sognare. ma mentre lo dicono entrano nelle grandi cose di Israele. “uscire da una malattia grave”. 89 (sebbene in poche occorrenze) “stare bene”. ma tornare a Dio. bella ed insperata da apparire irreale. È Israele che ritorna dall’esilio. sono i profeti. Attraverso questa lode gli altri popoli entrano nella salvezza e vivono anch’essi un loro particolare ritorno dall’esilio: trovano il Signore. ma avere il perdono e dire ancora che non è Ciro ad averli fatti tornare ma che.Pag. Nell’esperienza le cose di Dio sono sempre molto più belle di quelle che uno può sperare: eppure ecco che il Signore le realizza. che hanno le visioni e vedono la realtà per quella che è. È vero che non è la stessa cosa di Israele. non è solo avere la terra. Dire tornare dall’esilio come sognare vuol dire anche che coloro che tornano hanno ricevuto in dono degli occhi di profeti. Allo stesso tempo dice eravamo come quelli che sognano. capaci di interpretare il significato vero di questo ritorno. possono testimoniare ai fratelli che è Dio che li ha fatti tornare. andando al di là delle apparenze. detta dai testimoni che sono quelli che assistono alla meraviglia ed al miracolo. quelli cui Dio parla nei sogni. basta che entrino nella lode . vv.ssa Bruna Costacurta . Le Nazioni entrano in questa salvezza. però è anche vero che questa salvezza che Israele sperimenta è una salvezza per tutti. C’è la gioia. talmente grande. E perciò possono dire che il ritorno dall’esilio non è solo tornare in patria. una realtà quella del ritorno dall’esilio. avere paura che fosse un sogno e risvegliarsi in Babilonia e domandarsi ancora Dio dov’è ? Un qualcosa del tipo “troppo bello per essere vero”. pur tornando in patria come effetto dell’editto di Ciro. colui per il quale il Signore fa le grandi cose e le meraviglie (“con noi …”). ma gli altri popoli se riconoscono le grandi cose che Dio ha fatto con Israele (con loro). sono quelli che sognano. 2-3: la lode di Israele e degli altri popoli – l’universalità della salvezza Se è così è chiaro che questa esperienza diventa un’esperienza di gioia traboccante. Coloro che sognano però sono anche i visionari.

4 come una forma arcaica del verbo al passato e tradurre “il Signore restaurò le nostre sorti”. interpretando l’imperativo del v. i nostri prigionieri” Su questa nota di festa si chiude la prima parte del salmo. avevano fatto carriera. scontro con i samaritani. cercando di spiegare questa incoerenza. perché altri si erano sistemati in Babilonia. Signore. Parte II: vv. 1 il Salmo parla di una restaurazione avvenuta.Prof. Allora l’idea del salmo è che alla celebrazione che il ritorno dall’esilio si aggiunge la preghiera del compimento dell’opera iniziata: facci tornare davvero (abbiamo i samaritani in casa). Come spiegare questa apparente incongruenza ? Si propongono diverse possibilità di traduzioni: alcuni ritengono di riferire tutto al passato. di domanda. 4 “Riconduci. La realtà era difficile. che riprende al v. mura distrutte. Un’altra possibilità è di lasciare i verbi come stanno. quello che noi sappiamo è che il ritorno non è stato in effetti così facile: tempio distrutto. Se si sta parlando del ritorno dall’esilio. avevano dimenticato il Signore ed erano corsi dietro agli dei di Babilonia. espresso al passato per indicare una cosa futura.ssa Bruna Costacurta . Solo che al v. peraltro non tutti sono ritornati tra i deportati. facci tornare del tutto e facci tornare tutti. Sono talmente certi che ne parlano al passato come se fosse già avvenuto. 4 questo viene espresso in forma di richiesta. 4. sia il v. 4 il salmo dice Signore restaura le nostre sorti o fai tornare i nostri prigionieri. 1 andrebbe interpretato come un perfetto profetico. sono certi che succederà nel futuro. i profeti però vedono che avverrà. 1 che il v. Accanto a questa ipotesi di spiegazione del salmo un po’ . sono sicuri nella fede che avverrà ed anche se ne parlano al passato. Sembra che il salmo si contraddica: parla prima di una ritorno avvenuto e poi lo chiede.Pag. È detto profetico perché il profeta è colui che vede la realtà ed anche se qualche cosa deve ancora avvenire. C’è invece chi risolve diversamente: il v. Se al v. 90 di questo Signore che fa grandi cose. Modificare l’imperativo trasformandolo come un verbo al passato. 4-6 v. Ci sono due possibili spiegazioni che possono tenersi insieme seconda la Costacurta. iniziato un commercio. di supplica. 4 è effettivamente una richiesta mentre il passato del v. La prima è di tipo un po’ storico. La richiesta è quindi una richiesta del compimento. 4 il concetto di restaurare le sorti. adesso al v.

4 “come i torrenti del Negheb” Due immagini: la prima sono i torrenti del Negheb. il Signore interviene e ci salva dalla malattia. mentre ci fa lodare Dio per la salvezza ci dà il compito di chiederla: venga il tuo regno. Chiedere questo è il compito fondamentale di ogni credente. supplichiamo. una promessa. mentre all’interno diventano rosacei. bianchi all’esterno e neri di dentro. che dica grandi cose il Signore ha fatto con noi. il nostro dovere è chiedere venga il tuo regno. Queste colline del deserto con . Chi fa esperienza di salvezza è giusto che sogni. Il già e non ancora. alla preghiera. che da lontano sembrano dune di sabbia. il fatto stesso di sperimentare oggi questa salvezza ci deve portare a chiedere la salvezza definitiva. poi muoriamo. mentre rendiamo grazie. ma bisogna anche che si apra alla supplica. è solo il segno e l’anticipazione di un altro ritorno che è il ritorno definitivo a Dio. tanto più facciamo esperienza delle grandi cose di Dio tanto di più dobbiamo chiedere a Dio di fare grandi cose e diventare intercessori per gli altri e chiedere la salvezza escatologica. Mentre lodiamo chiediamo. È così sempre. La salvezza di cui l’uomo fa esperienza è un segno. ma invece sono tutti sassi. Che vuol dire tornare come i torrenti ? Il Negheb è un deserto fatto di colli di pietre e di sassi.ssa Bruna Costacurta . che sarà l’incontro definitivo ed escatologico con Dio. la salvezza che non conosce più altre perdite. Israele che ritorna dall’esilio di Babilonia è lo stesso che perderà ancora la terra per andare in diaspora. un inizio di questa salvezza definitiva che sarà quando la Gerusalemme cui si torna sarà la Gerusalemme celeste. Invece di chiuderci alla gioia effimera della salvezza di oggi noi ci dobbiamo aprire alla richiesta di salvezza definitiva e che sarà per tutti.Prof.Pag. La salvezza è già avvenuta ma non ancora definitivamente. 91 troppo legata all’elemento storico può essere messa un’altra. legata all’esperienza di Israele e di ognuno di noi per cui. v. mentre sperimentiamo una realtà di regno che ci viene donata. ma poi ne verrà un’altra. perché queste grandi cose siano per tutti e non solo per noi e perché giungano ad essere le grandi cose definitive. Sì c’è gioia e festa nel ritorno ma anche la consapevolezza che la salvezza che sperimentiamo oggi non è quella definitiva. Il nostro salmo non è incoerente. questo intervento è sempre incompiuto perché non è ancora mai la salvezza definitiva che invece l’uomo continua ad attendere. Israele che ritorna in patria deve capire che questo ritorno in patria non è definitivo. La salvezza non è mai definitiva. quando Dio interviene nella vita dell’uomo.

Pag. La pioggia nel deserto non ha solo questa forze dirompente che distrugge. [6]Nell'andare. Nella speranza e nella fede che questa rinuncia sia un modo per avere altro pane ed ancora di più. Questo è il ritorno che si chiede. 92 questi pendii ripidi sono separati da piccole valli strette che durante il periodo delle piogge diventano letto di torrenti impetuosi. ma il giorno dopo il passaggio del torrente il deserto è ricoperto di erba in inverno (a primavera è addirittura pieno di fiori colorati): è il miracolo del deserto che fiorisce ! E quindi vuol dire non solo impeto. se ne va e piange. La sua speranza ben risposta lo fa mietere nel giubilo e nella festa. Il salmo dice: facci tornare così. ma anche un modo meraviglioso. 5-6 [5]Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Il contadino sa che dopo aver buttato il seme bisogna fare altro. ma nel tornare.ssa Bruna Costacurta . che solo a Dio poteva venire in mente: torrenti che fanno fiorire il deserto e ricoprono di colore ciò che prima sembrava solo morte. di inaspettato e di inarrestabile. con una salvezza che avviene come un qualcosa di impensabile. che non dipende da noi ma da Te. Il contadino fa l’esperienza della speranza come abbandono. Le spighe di grano vorranno dire pane e pane per tutto l’anno. così lo si richiede. che butta lì ed aspetta il raccolto. vv. cioè chicchi di grano che potrebbero diventare pane e però li butta. viene con giubilo. ma anche fermarsi ed aspettare. portando i suoi covoni Legata a questa immagine del ritorno c’è anche l’immagine del contadino. non può fare altro che . Sa che questo non dipende da lui. Il contadino semina ma non sa se il seme darà frutto: ed infatti non basta seminarlo. del calore. che non puoi gestire. E lui non sa che fine faranno tutti questi chicchi. provocare ed arrestare. Questo sembra incredibile: nel deserto ci sono i torrenti ! Ecco qualche cosa di impensabile ed improvviso. del sole e del freddo al momento giusto. come fiducia. Il buttare del seme da parte del contadino è un vero buttare e piange perché sta rinunciando al pane. Lo fa nel pianto perché se ne priva. In questo senso il contadino è l’uomo della fede e della speranza. perché quando il torrente passa travolge tutto.Prof. bisogna della pioggia. sperando. portando la semente da gettare. L’esperienza del contadino è quella di gettare il seme. L’uomo della fede e della speranza.

della crisi e della morte è esperienza di vita. È l’uomo che sa superare la disillusione. è un intervento grandioso. ecco i granai ricolmi. che cresce e cambia di forma. aiuto sempre vicino nelle angosce. Dei figli di Core. Su «Le vergini.ssa Bruna Costacurta . grigiastri. ed egli è capace di fidarsi anche dopo una delusione.». Ecco la grande spiga. [2]Dio è per noi rifugio e forza. grandi cose ha fatto il Signore (come Maria nel Magnificat). nel buio umido del ventre della terra.. Bisogna che il chicco muoia. è come un chicco di grano che deve morire per dare grande frutto (come dice Gv). perché è Dio che opera la trasformazione. Canto. fame per un anno. un dubbio lacerante. perché quando Dio interviene fa grandi cose. come la vita del bimbo che cresce nel seno della madre.Prof. ecco la morte che si trasforma in vita ed in vita sovrabbondante. . questo esilio che è dubbio su Dio. che è buio totale. ma questo è per dare grande frutto. apparentemente morti. 93 aspettare altro e fidarsi. Noi con questo salmo chiediamo che Dio operi la restaurazione in modo definitivo perché questa semina diventi il definitivo raccolto della grande messe del regno di Dio definitivamente instaurato. questo salmo dice che è come seminare.. Noi oggi adesso sappiamo che cosa succede del seme che viene gettato nel solco. ma all’epoca il contadino aveva nelle mani un sacchetto di solito di pelle con dentro tutti semi. La sproporzione. L’esperienza del dubbio. [3]Perciò non temiamo se trema la terra. la speranza è più grande. Ed è l’uomo che assiste al miracolo. come quella di Dio. un raccolto andato a male. di colore. è seminare per avere un grande raccolto.Pag. un miracolo che avviene lì. ma questo è anche il mistero del Natale che inizia la trasformazione per condurci al regno definitivo. ma questa volta vita per sempre. ********************************** SALMO 46 [1]Al maestro del coro. Lì dove è la morte trionfi la vita. ma l’anno dopo è capace ancora di buttare di nuovo il seme. secchi. Questo è il salmo. È il miracolo del seme che diventa spiga. eppure da essi fioriva il filo d’erba verde. Il salmo ci parla dell’esilio con questa immagine: l’esilio è come una semina. fino a diventare una spiga d’oro ! Che a sua volta contiene tanti semi ! Come ha fatto quel seme insignificante ? E’ il miracolo della vita. Il contadino fa esperienza dell’assoluta sproporzione tra il pianto della semina e la gioia incredibile del raccolto.

prima del mattino. la soccorrerà Dio. 2. nostro rifugio è il Dio di Giacobbe. cui segue il ritornello del v. aiuto sempre vicino nelle angosce. capovolgimento. Nella prima parte (fino al ritornello del v. si gonfino le sue acque. [7]Fremettero le genti. [10]Farà cessare le guerre sino ai confini della terra. E’ un salmo complesso che mette insieme molte cose. 12. [8]Il Signore degli eserciti è con noi. 9-11. vv. [6]Dio sta in essa: non potrà vacillare. 8) nei vv. nostro rifugio è il Dio di Giacobbe. [4]Fremano. se crollano i monti nel fondo del mare. nostro rifugio [riparo] è il Dio di Giacobbe”) che riprende l’inizio del Salmo al v. si gonfino le sue acque. La seconda parte è costituita dai vv. tremino i monti per i suoi flutti. vedete le opere del Signore. [9]Venite. [12]Il Signore degli eserciti è con noi. [3]Perciò non temiamo se trema la terra. [5]Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio. brucerà con il fuoco gli scudi. romperà gli archi e spezzerà le lance. la santa dimora dell'Altissimo. Gerusalemme invece è nella pace perché il Dio della pace è in lei. si sgretolò la terra. eccelso [mi innalzo] tra le genti. 94 se crollano i monti nel fondo del mare.ssa Bruna Costacurta . i regni si scossero. Pace in Gerusalemme mentre intorno ad essa tutto è guerra e sconvolgimento. In questi versetti c’è un accumulo di verbi che dicono scuotimento. E’ un salmo di lode che celebra Gerusalemme ma che invero celebra Dio che dà pace a Gerusalemme. [4]Fremano. 8 e 12: “Il Signore degli eserciti è con noi. eccelso [mi innalzo] sulla terra. Un Dio guerriero che invece di fare la guerra fa la pace. 2-4 [2]Dio è per noi rifugio e forza. tremore. egli tuonò. tremino i monti per i suoi flutti. In essa c’è un invitatorio. Per due volte si ripete un ritornello (vv. 5-7 si dà la visione di Gerusalemme come città santa in cui Dio abita e che è sicura nei cataclismi sia cosmici che politici. . egli ha fatto portenti sulla terra.Prof.Pag. [11]Fermatevi e sappiate che io sono Dio. un invito a celebrare il Signore che apre alla visione messianica della pace definitiva.

perché ci si trova nelle angosce. che sta in alto. molto. La traduzione più probabile è si lascia trovare sempre. Il Dio inaccessibile. Si comincia quindi con Dio come rifugio. È comunque un rifugio astratto che evoca tuttavia qualcosa di molto concreto dove quando si entra non c’è più motivo di avere paura. dell’essere messo in una situazione stretta.ssa Bruna Costacurta . In questa linea và anche la terza parola “aiuto”. si lascia trovare. Il nostro salmo dice invece che Dio lì dentro si fa trovare sempre. si rende disponibile. compresso ed oppresso. Ed infatti una della somatizzazioni più comuni dell’angoscia è proprio la difficoltà a respirare. Questo è significativo perché questo Dio che è roccaforte. fortezza. 95 All’inizio c’è questa proclamazione del “Dio per noi” che rende sicuri. che suppone qualcuno che si trova in una situazione di debolezza e che riceve aiuto da chi si trova in posizione di forza. in modo grande. questo Dio invece si fa presente. come “rifugio. vuol dire sia forza/potenza che costruzione che protegge. Insieme a questo termine si aggiunge un termine sia astratto che concreto che però và in una linea più attiva e che si può tradurre con “forza” o “fortezza”. rupe. dove i nemici non possono arrivare e le intemperie ed i pericoli non possono fare del male. Questa è proprio l’angoscia. Anche il termine aiuto è un termine sia astratto (l’aiuto che si dà) che concreto (indicando l’alleato. aiuto”. . In italiano il termine fortezza è ambiguo. Questo termine è spesso associato ad altri del tipo. ed in questa ambivalenza c’è sia il significato astratto (forza) che concreto (fortezza). C’è subito nel salmo l’affermazione del rapporto con Dio che fonda la fiducia e nel quale ci si può rifugiare. Il termine angoscia in ebraico fa riferimento a qualcosa che stringe e che comprime: è l’idea della strettoia. Il termine tradotto con “rifugio” è un termine che vuol dire luogo di riparo e di protezione. Questo aiuto nella dimensione biblica può avere un significato materiale (militare) ma anche spirituale. sempre presente in mezzo ai suoi ed accetta di essere trovato. situazione in cui uno si sente stretto. Il salmo indica la situazione di difficoltà come situazione in cui si ha bisogno di aiuto sia dal punto di vista materiale che spirituale. è a disposizione. Molto spesso questo è riferito a Dio e reca l’idea di un luogo nel quale è possibile nascondersi. roccia. roccaforte. inaccessibile.Prof.Pag. Ci si sente stretti e Dio invece porta al largo (come dice un altro salmo). forza. grandemente. lontano è invece sempre a portata di mano. la persona che viene in aiuto). fortezza. luogo alto. poi come forza e come riparo che combatte ed ora come alleato.

il tempio. perché bisogna riconoscere che è diverso da noi. che quando le vedi ti accorgi che sono antiche perché sedimentate da millenni. fa tremare i monti. dice il salmo. Questo Dio si fa trovare sempre. questa terra si sconvolge e sembra che si possa sgretolare. antichissime. ma anche nel fatto che non c’è più niente di certo. 96 Questo è il mistero di Dio in Israele. Ed ancora più spaventoso i monti crollano e vacillano nel fonda del mare. incontenibile. proprio questo Dio però si lascia racchiudere dentro la storia di un popolo. Il crollo dei monti fa paura perché è un fenomeno incomprensibile. Eppure il Salmo ci dice che anche in . il Dio assolutamente Altro. Fa paura una montagna che crolla non solo per le sue dimensioni ma anche perché se crollano le montagne in un certo senso crollano anche tutte le nostre certezze. dentro una città. che Dio si fa trovare sempre. La possibilità di non avere paura si fonda sul fatto della presenza di Dio. L’impressione è che le montagne sono ciò che niente riesce a muovere ed invece dice il salmista vacillano e poi crollano. I disastri cosmici anticipano i disastri nazionali di cui si parla subito dopo. è il mistero dell’incarnazione. se questa non lo è più lo spavento non è solo in sé. Per noi è evidente che la montagna è stabile. È una presenza che dà una sicurezza totale: io mi sento sicuro anche se tutto crolla. nelle angosce. le prime cose che la terra ha generato. totalmente trascendente. L’immagine del v. che è “da” sempre e quindi ci si immagine che debba essere anche “per” sempre. ebbene proprio questa terra che è per nostra esperienza ciò che di più solido ed eterno che c’è. 3 è importante perché ciò che è per definizione assolutamente fermo e stabile non è più né fermo né stabile. I monti che sono secondo l’immaginario biblico le prime creature della terra. perché crolla ciò in cui fondamentalmente credevamo. il Dio vicino perché noi ne abbiamo bisogno. è il Dio vicino che si fa trovare se riconosciamo di averne bisogno. una casa. fatte di roccia dura e che stanno lì e che non è proprio possibile muovere.Pag. allora ecco.Prof. Secondo il Sal 90 la terra genera nelle doglie del parto le montagne.ssa Bruna Costacurta . Per questo non avremo paura se si sconvolge la terra e se vacillano i monti nel fondo del mare. né dalla terra né dai cieli. Serve riconoscersi come persone bisognose. che se ti avvicini troppo muori. anzi dentro una stanza. E’ il mistero del Dio trascendente che si fa immanente. che fa crollare la normale comprensione della realtà che ci circonda: credevamo di sapere che le montagne stavano ferme ed invece non è così. La terra che è un disco piatto che poggia su fondamenta inamovibili. dentro una terra che così diventa santa. ed allora non sappiamo più nulla. che quando si rivela sul Sinai fa paura. del quale bisogna avere timore. le prime cose che compaiono.

metafora tipica dei nemici che come le acque entrano in un paese. la soccorrerà Dio. Io esisto in quanto separato dagli altri. La descrizione cosmico apre alla metafora di un disastro politico. 5-6 [5]Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio. In Gn 1 la cosa fondamentale che Dio fa è separare le cose: quelle di sopra e quelle di sotto. I monti tremano perché le Acque vi sbattono contro. Eppure se Dio è nostra forza etc. la santa dimora dell'Altissimo. le cose e gli animali nascono separate (“secondo la propria specie”).ssa Bruna Costacurta .Prof. al caos. È la separazione che consente alle cose di esistere. ma tremano anche perché hanno paura di queste acque e di questi nemici. ma è questo che consente l’esistenza. interrotto solo dallo scorrere dei ruscelli che la rallegrano. Nel rapporto con Dio questo implica che uomo e Dio sono diversi e finché non accetti questo non c’è creazione possibile secondo Gn 1. La sicurezza che Dio dà. la terra dal mare.Pag. Questo significa che il nostro esistere implica l’accettazione della mia diversità dagli altri e dall’accettazione della diversità degli altri da noi. arriva fino a questo punto ! Nel mondo biblico le acque non spesso indicate per indicare i nemici: si descrive quindi un cataclisma cosmico ma si annuncia anche un cataclisma politico perché si parla delle acque che invadono tutto. ma invece Dio è rifugio e forza e quindi noi non tremiamo. proclamata dal Salmo. neppure questo ci fa paura. Questo sembra ovvio. [6]Dio sta in essa: non potrà vacillare. Questo non è facile. Eppure a Gerusalemme non ci sono né ruscelli né . poiché Dio è forza ecco un’oasi di pace. esiste solo in quanto separato da un altro pur ad esso identico. il silenzio di Gerusalemme. Accettare la diversità dell’altro è riconoscere di non essere io il principio degli altri. dilagano e distruggono tutto. questa è l’impressione. Mentre tutto questo avviene. Tutto si muove intorno mentre Gerusalemme resta ferma e stabile. Dinanzi a questi cataclismi Dio sembrerebbe avere perso il controllo della creazione. ovvero creazione buona e bella. 97 questo momento – quando appunto finisce la dimensione fondamentale della creazione che è la separazione – non bisogna temere. non c’è più creazione. Un singolo foglio ad es. Il Salmo dice che non c’è più la separazione tra terra e mare. siamo davanti alla fine. prima del mattino. Ecco che in mezzo a tutto il fragore del mare e del terremoto c’è un’immagine totalmente contrapposta. v.

tranne Gerusalemme perché Dio è in mezzo ad essa. Al v. L’acqua ha in sé una forza che è sia distruttrice ma anche fecondatrice. 98 fiume. Dio non sta semplicemente in Gerusalemme. Il verbo vacillare che si usa qui è lo stesso di quello che viene usato al v. Ritorna l’idea della trascendenza che si fa immanenza. Viene in . Come nel giardino dell’Eden ci sono i fiumi. La stabilità di Gerusalemme è perché Dio è in mezzo ad essa: ecco dunque la presenza di Dio come presenza di vita. La ripetizione del verbo serve ad accentuare la contrapposizione: tutto crolla.Prof.Pag. Per la visione biblica una terra in cui ci siano dei ruscelli e dell’acqua incanalata vuol dire frutti. Il rapporto di Israele con l’acqua è sempre problematico e duplice (nel Sal 126 l’acqua fa fiorire il deserto. Gerusalemme è come il giardino dell’Eden resa tale da Dio che abita in mezzo ad essa con questo fiume che esce da lei e che l’attraversa. Il Sal 87 dice appunto che le sorgenti della vita sono in te (Gerusalemme. qui verbo (trad. Quando l’acqua è incanalata allora diventa fertile. In questo salmo il mare come un grande mostro.ssa Bruna Costacurta . L’acqua con questa dimensione di fecondità ha a che fare con la figura materna e della donna (nel Cantico dei cantici la donna è detta appunto essere una fonte d’acqua). grano. Siamo in una zona arida dove l’acqua è un bene che rende fertile la terra. lì sostantivo. il santuario. pronto ad ingoiare la terra. non invade e distrugge ma dà linfa ed irriga i campi. di essere stabile. 3 per dire che i monti vacillano e che sarà usato al v. CEI con soccorrere). Questa è una visione di Gerusalemme trasfigurata. Questa presenza di Dio che nella prima parte del salmo consentiva all’uomo di non avere paura adesso consente a Gerusalemme di non vacillare. Ciò che è determinante per questa città che è santa. come il giardino paradisiaco. 5 questa città viene definita come la santa dimora dell’Altissimo. nel suo interno”. ma anche distrugge tutto). dentro”. tutto vacilla. quasi a voler dire “chiuso là dentro”. Al v. Ritorna anche lo stesso termine di aiuto. come madre. ma che conserva comunque una forza devastatrice. 6 c’è un’espressione ebraica che dice proprio “nel suo centro. ma proprio “in mezzo. qui ci sono i ruscelli che fanno sentire il loro canto e danno allegria. Qui tempio e Gerusalemme si identificano. evocando la visione di Ez 47. come donna feconda). è la presenza di Dio. Questi ruscelli vogliono dare una dimensione di fecondità. vita per gli animali e per gli uomini. ma con la stessa radice. come il giardino di Eden. In Gerusalemme come in Eden non c’è l’acqua terrificante ma l’acqua incanalata che implica e significa vita. 7 per dire che i regni della terra vacillano.

mentre la luce è vita. dunque all’alba. è quello il momento in cui è più facile fare esperienza di Dio e della salvezza di Dio. Il buio è evocatore di morte e di pericolo. sono necessarie le sentinelle. Ed è solo all’alba che Israele vede l’Egitto morto sulle rive del mare. ma la paura stessa ti consente di organizzarti.ssa Bruna Costacurta . il non senso.Prof. perché di notte è tutto più pericoloso e quindi quando finalmente viene la luce si ha l’impressione di essere salvi e che arriva la vita. Cosa davvero è successo lo scopri solo al mattino. come nel passaggio del Mar Rosso. anche concretamente rende tutto più difficile e pericoloso. Il bambino ha paura ad entrare in una stanza buia perché è un qualcosa di irrazionale. Per questo. proprio perché hai paura. È al momento della luce che si vede anche la realtà della salvezza di Dio. Quando l’angoscia della notte viene vinta dalla gioia della luce. quando ti incammini su vie sconosciute facendo qualcosa che ti sembra assolutamente folle ed impensabile (appunto come andare in mezzo al mare nella notte). La paura del buio è una paura di difesa. quando finisce il buio della notte e la sua angoscia. è tutto più difficile e quindi più angosciante. In Israele infatti è al mattino che si dice che bisogna fare il giudizio.Pag. ma è una paura sana perché risponde ad una situazione reale. di evitare i luoghi bui. La paura del buio che è innata nell’uomo è una paura vinta razionalmente. o almeno di essere più prudente. È l’alba il tempo tipico dell’intervento di Dio. le trappole. all’alba. il buio è il regno della negatività. la sollecitudine al giudizio significa farla al mattino. è più facile che il nemico ti entri dentro casa o dentro la città. il giro di ronda. è al mattino che finisce la notte in cui si attraversa il mare. se puoi. ma come fai a saperlo davvero se è buio e quindi non vedi ? Se non vedi non puoi vedere il pericolo e quindi non puoi organizzarti. Si può anche ragionare sul fatto che in una stanza buia non c’è nessuno e quindi non c’è pericolo. sempre secondo la tradizione biblica. La notte è il tempo dell’angoscia e del dubbio. E questo ti salva. presto. proprio perché ha anche una dimensione liberatoria che apre alla speranza. non vedi gli ostacoli. quando inizialmente Israele vive l’angoscia di essere bloccato davanti alla riva del mare con l’Egitto che lo insegue e Mosè interviene per dare fiducia al popolo: sempre nella notte segue la traversata. anche perché l’alba è l’apparire della luce e quindi metaforicamente della verità. quando la . L’alba è il tempo della salvezza e della giustizia. al momento in cui la notte piano piano scompare e comincia a venire la prima luce. 99 aiuto di Gerusalemme sul far del mattino. senza farsi attendere. perché è la luce che ti consente di vedere la realtà delle cose.

ma Dio interviene e la terra si sgretola e Gerusalemme è salva. riparo per noi. Queste schiere possono essere le schiere celesti (degli angeli. Ora abbiamo non solo il Dio che sta in mezzo in Gerusalemme che è rifugio e forza. egli tuonò. degli astri e delle stelle). la particolarizzazione storica dell’intervento di Dio nel mondo. della propria origine. Il salmo nomina il padre Giacobbe ed in tal modo il salmista fa memoria della propria storia. ma il Dio che combatte con il suo popolo (“egli tuonò”). che trasforma Giacobbe in Israele. poi la pace di Gerusalemme ora di nuovo un altro fragore come di terremoto. . quando anche i soldati sono mezzi addormentati (Gs 8). Nel nostro salmo certamente questo termine ha una forte connotazione militare. Il Dio degli eserciti. 100 salvezza diventa visibile. Alza la voce e combatte. 8 [8]Il Signore degli eserciti è con noi. ovvero le schiere militari (proprio degli eserciti). 7 [7]Fremettero le genti.ssa Bruna Costacurta . Nel ritornello c’è un doppio attributo di Dio che è “con noi” (Immanuel) e Dio che è il Signore degli eserciti (Yhwh [Adonai] sebaot). dell’Alleanza. però provocato da Dio non per distruggere Gerusalemme ma per salvarla. v. Ritornano adesso le immagini di cataclismi ora politici. ed in questo modo Israele dice che Dio è il Dio della storia. un guerriero che però non fa la guerra ma la pace. si sgretolò la terra. ovvero Signore delle schiere.Pag. Prima il fragore del terremoto.Prof. Dio aiuta Gerusalemme nel momento dell’attacco. Dio è poi anche un Dio “con noi”. della fedeltà e dell’amicizia. Ecco l’immagine del Signore come guerriero cosmico. ovvero le schiere dei fedeli di Dio (che si alternano nel tempio e nella preghiera. nostro rifugio è il Dio di Giacobbe. il guerriero cosmico è però anche il Dio della storia. l’alba è infatti il momento dell’attacco. N ella seconda parte del versetto c’è poi il titolo divino di “Dio di Giacobbe”. dell’Alleanza e quindi della fedeltà. quindi Immanuel. Adonai sebaot implica tutto questo. le schiere dei leviti). v. i regni si scossero. Da notare la contrapposizione di suoni ed immagini. Giacobbe vuol dire la storia. perché il modo in cui viene descritto Dio sono le azioni del guerriero.

perché è e per sempre resta il Dio di Giacobbe. il che descrive quello che poi Giacobbe farà nella vita: aggrapparsi al fratello per passargli davanti. Giacobbe è uno che mette dentro la storia della salvezza una dimensione di inganno. vv. Il Dio di Giacobbe entra dentro la storia di inganno dell’uomo per ridonarcela come storia Sua. 101 Giacobbe è colui che permette alla storia iniziata con Abramo di diventare storia di un popolo.Pag. redenta. Giacobbe aveva rubato la benedizione. salvata. . perché spettava ad Esaù. ridonandogliela come storia Sua. al pari di quella che era stata la storia di Giacobbe. romperà gli archi e spezzerà le lance. Adesso Giacobbe non si chiama più “lo storto”. brucerà con il fuoco gli scudi. uno tortuoso. di cattiveria. eccelso [mi innalzo] sulla terra. ma Israele. Quando nasce egli viene fuori aggrappato al calcagno di Esaù. Non a caso il suo nome vuol dire “lo storto”.Prof. vedete le opere del Signore. “con noi”. Questa fedeltà di Dio manifestata in Giacobbe è una fedeltà anche per noi. Il Dio di Giacobbe è colui che interviene in questa storia di inganno e di violenza per prendergliela dalle mani e ridonargliela come benedizione. che vuol dire che Dio è grande. evoca una storia in cui Dio è stato fedele nonostante il peccato dell’uomo. Non è più la benedizione che Giacobbe ha strappato con l’inganno ma quella donata da Dio. che invece entra nella storia dell’uomo e gliela capovolge tra le mani. come nostra vocazione invece che come nostro tentativo di auto-realizzazione. Un Dio capace di tanta fedeltà da non indietreggiare nemmeno davanti all’inganno. è un malfattore che approfitta della cecità del padre per ricevere una benedizione che non gli apparteneva. E’ come se egli stesso si intrufolasse a forza nella storia della salvezza assumendo un ruolo che non gli spettava. entrandovi e trasformandola in grazia. egli ha fatto portenti sulla terra. eccelso [mi innalzo] tra le genti. [11]Fermatevi e sappiate che io sono Dio. 9-11 [9]Venite. storia della salvezza. Il suo nome evoca anche il calcagno. che non va diritto. in quanto padre delle dodici tribù. di ingiustizia. [10]Farà cessare le guerre sino ai confini della terra. perché il Dio di Giacobbe è il Dio anche per noi. anche a noi sempre fedele. Egli però è quanto meno un personaggio problematico: inganna il fratello. “il tortuoso”.ssa Bruna Costacurta . Quando il nostro Salmo evoca il Dio di Giacobbe sa di cosa stanno parlando. ma Dio interviene e gli dona lui la benedizione.

Il termine usato indica i carri trainati dai buoi. a dargli da mangiare. nel senso che finiscono talmente le guerre che non solo non ci sono più le armi ma nemmeno quei carri che servono non per combattere direttamente. tutto ciò che serve a mantenere in vita un esercito. una pace universale in cui tutte le nazioni entrano in questa pace e riconoscono il Signore come Signore ed aprono a questa visione escatologica del Dio portatore di salvezza attraverso quel messia che entra in Gerusalemme non su un carro di guerra ma su di un’asina. fa riposare. 102 Ecco dunque l’invitatorio. ma per trasportare viveri. Il Dio guerriero è il Dio che instaura definitivamente la pace. ma anche ciò che serve a far vivere gli eserciti. anche se non da guerra.Prof. “fa fare sabato alla guerra”. Questo è un problema. che fa smettere. un gran falò. Sembrerebbero carri per trasportare le cose. Vengono spezzate e distrutte le armi potentissime usate per uccidere da lontano: queste armi sono più pericolose. L’idea di bruciare gli scudi sarebbe la distruzione non solo di ciò che offende ma anche di ciò che difende. a. quindi non i carri di per sé da guerra. distruggere tutto. Ed hanno una forza ed un’efficacia tanto maggiore quanto più sono veloci. Queste meraviglie sono la pace.c. acqua. Secondo la Costacurta si può comunque mantenere la lettura dei carri. bruciano definitivamente le guerre stesse. Si utilizza qui il verbo sbt (shabat). così legge la LXX. In questo fuoco brucia tutto. È una possibilità. la fine delle guerre. le armi stesse. (per . farà cessare le guerre.Pag. L’idea del fuoco del resto sembra proprio più adeguata ai carri che agli scudi. ciò quindi che consente ai soldati di vivere. Questo apre la dimensione universale ed escatologica. Alcuni preferiscono modificare il testo ed insieme alla LXX preferiscono leggere “scudi”. ciò che uccide) ed anche i carri. i soldati: l’idea è che per fare scendere la pace non basta distruggere le armi. sono lontane. Insieme a ciò vengono bruciati i carri. È il verbo del sabato. ********************************** QOELET La datazione dell’opera è fatta risalire al III sec.ssa Bruna Costacurta . cioè ciò che serve a far vivere coloro che uccidono. perché non le vedi. Questo implicherebbe un merismo con lance ed archi (cioè armi. A partire da Sion e sul suo modello si inaugura sulla terra la pace voluta e fatta da Dio.

re di Gerusalemme.c. figlio di Davide. ma anche il Cantico dei Cantici).). che vuol dire vuoto. una cosa senza consistenza. ma si tratta evidentemente di una finzione letteraria con lo scopo di accreditare l’opera e di darvi autorità (secondo il diffuso. dice Qoèlet. che niente ha senso. Questa è la visione paralizzante che dà l’inizio del libro: la . Qoelet dice che tutto è vuoto assoluto.Pag.Prof. come il Satan è divenuto Satan e l’Adamo è divenuto Adamo [Gilbert]. vuol dire inutile. alito. proprio perché non c’è. Vanità viene detto con il termine ebraico hebel. L’autore intende presentarsi come Salomone. L’espressione ripetitiva “vanità delle vanità” è un modo per esprimere un superlativo assoluto. L’idea di fondo del libro è quella per cui in realtà nulla serve. vanità delle vanità.ssa Bruna Costacurta . È anche il nome proprio di Abele. [1]Parole di Qoèlet. 103 Gilbert ca. Il nome utilizzato dall’autore – “Qoelet” – a volte è preceduto dall’articolo ed a volte no. Il Qoelet può essere quindi colui che chiama o istruisce un’assemblea o comunità.1) e “re d'Israele in Gerusalemme” (1. indice del suo destino. La traduzione più attuale potrebbe però essere “non senso”: qualcosa che non c’è e che se ci fosse sarebbe meglio che non ci fosse. soffio. Salomone è infatti il sapiente per eccellenza e molti libri sapienziali tendono ad essere attribuiti a lui (Proverbi. [2]Vanità delle vanità. L’autore infatti si dice “figlio di Davide” (1. vapore. La tematica fondamentale del libro è indicata all’inizio. il cui sostantivo significa “assemblea”. appare e scompare subito. vacuità. Se ciò che muove la vita delle persone è proprio la ricerca del senso. L’essere saggio corrisponderebbe così ad una funzione di guida di un’assemblea o comunità. il 250 a.12). Dal punto di vista grammaticale il nome deriva dalla radice qhl (qahal). Ciò è indice del fatto che l’espressione originariamente non indicava un nome proprio ma verosimilmente una funzione (il Qoelet). fenomeno della pseudonomia). bene proprio questo Qoelet dice che non c’è. Ucciso dal fratello. come cantico dei cantici. “comunità”. Hebel. È lo stesso termine usato per indicare gli idoli. tutto è vanità. nell’antichità. man mano divenuto un nome proprio o uno pseudonimo. inconsistente.

. si affretta verso il luogo da dove risorgerà. perché la terra è stabile. [8]Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. poi gira a tramontana. altra affermazione paralizzante di Qoelet. ma questa stabilità è vista come un qualcosa che getta una luce sinistra sulla comprensione dell’uomo. [7]Tutti i fiumi vanno al mare.ssa Bruna Costacurta .Prof. mentre l'uomo no.Pag. gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. [6]Il vento soffia a mezzogiorno. La domanda paralizzante di Qoelet è: e allora ? Per aggravare la situazione Qoelet conclude: “e nessuno sa spiegarne il motivo”. [4]Una generazione va.”: a che serve rifarlo se si continua a fare sempre la stessa cosa ? “Non c'è niente di nuovo sotto il sole”. Qoelet dice che c'è una dimensione di ciclicità. [5]Il sole sorge e il sole tramonta. [3]Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? La domanda è evidentemente retorica. i fiumi riprendono la loro marcia. questa è una novità»? Proprio questa è gia stata nei secoli che ci hanno preceduto. ma le cose girano senza senso. non c'è niente di nuovo sotto il sole. [11]Non resta più ricordo degli antichi. [9]Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà. Non si sazia l'occhio di guardare né mai l'orecchio è sazio di udire. Qoelet riferimento all’esperienza dell’uomo: la terra è stabile. eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro mèta. . “Ciò che è stato sarà .. E allora perché faticare ? C'è una qualche novità per Qoelet? No ! [10]C'è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda. una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. 104 vita è inutile.

[17]Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza. ma in verità se pure ricordiamo non ne abbiamo fatto esperienza.Prof. [16]Pensavo e dicevo fra me: «Ecco. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». ti voglio mettere alla prova . perché non c'è esperienza e non c'è esperienza perché quelli di prima sono morti e dunque non possono testimoniare nulla ed un domani anche noi saremo morti e quindi non potremo passare a loro la vera memoria. [12]Io. io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. come inseguire o pascere il vento. Qoèlet. perché in essa fatichino. follia. come anche la stoltezza e la follia. Ma dopo tutte queste fatiche la conclusione cui Qoelet arriva è ancora una volta che tutto è vanità. viaggiare. Questo dice Qoelet: non c'è memoria vera. chi accresce il sapere. dunque. Solo per questo ti sembra di fare delle scoperte. così dobbiamo sapere che coloro che verranno dopo di noi non avranno nessun ricordo di noi e di ciò che abbiamo fatto. 105 ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito. dice di aver fatto grandi cose e di essersi messo alla ricerca del senso. solo che noi ne abbiamo perduto la memoria. molto affanno.): di certo un'esperienza superiore a tutti quelli che gli sono intorno e che l'hanno preceduto.Pag. [14]Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.ssa Bruna Costacurta . Perché a te sembra che ci possa essere qualcosa di nuovo ? Perché tu non hai il ricordo di quello che è stato già fatto. etc. [18]perchè molta sapienza. [13]Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. [Capitolo 2] [1]Io ho detto in cuor mio: «Vieni. [15]Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare. La visione di Qoelet appare un po' troppo negativa. e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento. E' questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini. entrando in tutte le dimensioni dell'esistenza e quindi facendo esperienza di tutto (sapienza. quindi un assoluto non senso. ricchezza. aumenta il dolore. ma in verità è già tutto rifatto. qualcosa ci ricordiamo. sono stato re d'Israele in Gerusalemme. A questo punto Qoelet comincia a raccontare quello che ha fatto. E come noi non ricordiamo coloro che ci hanno preceduto.

finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo. [9]Sono divenuto grande. nei giorni contati della loro vita. [4]Ho intrapreso grandi opere. [7]Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. Anche questo è vanità! [20]Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole. nella linea del potere. perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia. né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. [19]E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro. con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Qoelet ha continuato a cercare ancora. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. che godeva d'ogni mia fatica. C'è qualcosa che non è vana. «Che farà il successore del re? Ciò che è gia stato fatto».ssa Bruna Costacurta . ma la conclusione è ancora la stessa: “. [17]Ho preso in odio la vita. è la sapienza. ma lo stolto cammina nel buio. Qui Qoelet arriva al cuore della critica alla sapienza. perché dovrò lasciarlo al mio successore.Pag. mi sono fabbricato case. [6]mi sono fatto vasche. più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. E ho concluso: «Anche questo è vanità». [2]Del riso ho detto: «Follia!» e della gioia: «A che giova?». mi sono procurato cantori e cantatrici. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto. per irrigare con l'acqua le piantagioni. né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore. .. Anche questo è vanità e grande sventura. 106 con la gioia: Gusta il piacere!». in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. [16]Infatti. [15]Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d'esser saggio? Dov'è il vantaggio?». la follia e la stoltezza. arrivando anche al successo di quello che faceva. non c'è alcun vantaggio sotto il sole”. [21]perché chi ha lavorato con sapienza.Prof. [18]Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole. ma in realtà della vita. pur conservando la mia sapienza. della ricchezza e della gioia. [13]Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre: [14]Il saggio ha gli occhi in fronte. Ma ecco anche questo è vanità. ricchezze di re e di province. [3]Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino. insieme con le delizie dei figli dell'uomo. [8]Ho accumulato anche argento e oro.. mi sono piantato vigneti. tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole. [11]Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco. Ma so anche che un'unica sorte è riservata a tutt'e due. [10]Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano. questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. [5]Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie. [12]Ho considerato poi la sapienza.

nullificante. 9 c'è una definizione dell'essere morto come non essere più in rapporto con nulla. memoria. non c'è il corpo. chi può mangiare e godere senza di lui? [26]Egli concede a chi gli è gradito sapienza. essere vecchio di duemila anni o un aborto: è tutto la stessa cosa. con la sua forza vanificante. mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d'ammassare per colui che è gradito a Dio. [25]Difatti. È un ripetizione che Qoelet fa diverse volte: l'uomo va.Pag. nella morte finisce tutto. Le differenze “da vivo” Qoelet le considererebbe un'illusione. per poi però scoprire che anche questo è vanità e non serve a niente. perché il mio successore è uno stolto e se pure fosse saggio non servirebbe a niente lo stesso. molto affanno”). consapevoli che stiamo raccogliendo tutto questo dalle mani di Dio. la morte. Anche questo è vanità! [24]Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche. attività intellettuale. etc. in un certo senso. 107 effettivamente dice Qoelet è un bene. che va verso lo Sheol. [22]Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? [23]Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose. ma Qoelet invece continua a dire di no. Questa è la chiave di interpretazione del libro di Qoelet. il suo cuore non riposa neppure di notte.18: “molta sapienza. perché in realtà sia il saggio che lo stolto muogliono allo stesso modo. Quando descrive l'uomo Qoelet lo descrive come colui che va. chiarissimo che la sapienza è meglio della stoltezza. perché anche lui muore e quello dopo di lui non sappiamo se sarà stolto o saggio. ha un senso. serve solo ad aumentare l'affanno (1.Prof. perché la morte è già presente quando sei vivo. accettare la realtà e godere di ciò che la vita ci dà. significa camminare verso la morte. Perché questo ? Perché Qoelet ha un'idea della morte che non è qualcosa che verrà. perché vivere vuol dire andare verso la morte. Tu oggi saggio stai già morendo al pari dello stolto: è . ma qualcosa che sta già succedendo. è come la luce rispetto alle tenebre. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento! L'unica possibilità è allora di godere quel poco che la vita dà. non c'è più nessuna facoltà affettiva. anzi. scienza e gioia. È chiaro. Serve a qualcosa ? No. scendere a patti con la vita. ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. proprio perché mentre tu sei vivo in realtà stai morendo. Finché sono vivo ho un vantaggio se sono saggio rispetto allo stolto. non è vanità. e questo rende ancora peggiore la situazione. Tuttavia dice Qoelet sembra che la sapienza sia meglio. vivere. stare morendo. anche essere uomo e animale: alla fine saranno tutti morti. del buono rispetto al malvagio. vuol dire che la vita dell'uomo.ssa Bruna Costacurta . è una cosa positiva. Al cap.

11-14 [11]Poiché non si dà una sentenza immediata contro una cattiva azione. ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. L’impianto fondamentale della realtà secondo Qoelet è quella di essere insensata perché dominata dal segno della morte.Prof.Pag. solo che. che tolgono solidità alla costruzione. ma abbreviare gli anni della vita. . Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento! 3. tutto è ripetuto. dice. allora questo nulla è già presente oggi.24-26 [24]Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche. Per Qoelet il vivere non è un accumulare anni di vita. alla fine tutto è vanità –. perché è una morte radicale e perché è già presente nella vita. che è all’origine della possibilità per l’uomo di godere quel poco che c’è nell’esistenza e nei confronti del quale l’uomo deve nutrire timore. perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. vanità e non senso. mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d'ammassare per colui che è gradito a Dio. La morte vanifica tutto.16-17 [16]Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al posto della giustizia c'è l'empietà. del ricco che del povero. [25]Difatti. 8. per questo il cuore dei figli dell'uomo è pieno di voglia di fare il male. 108 tutto inutile. Se la morte è nulla totale e non c’è nessun raziocinio o relazione. chi può mangiare e godere senza di lui? [26]Egli concede a chi gli è gradito sapienza. il nucleo esplosivo. del giovane che del vecchio: tutto è uguale. pur dentro questa costruzione apparentemente perfetta appaiono delle crepe. Questa è la visione di Qoelet. scienza e gioia. le ha pure sperimentate. Le crepe di questa costruzione.ssa Bruna Costacurta . Ma sopratutto c’è quello che Qoelet chiama il giudizio di Dio. nell'oggi. E ciò sia nella realtà del saggio che dello stolto. Ma è solo questa o c'è altro ? E' tutto qua il cuore della sapienza e la sapienza di Davide e di Salomone ? Nonostante questa costruzione di Qoelet sembri così perfetta – egli non nega la sapienza la bontà e la felicità. tutto è inutile. ma poiché lo fa in modo onesto non può non tener conto dell’insondabile presenza di Dio. Questa realtà ricorre in diversi punti del libro: 2. [17]Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l'empio. Qoelet assume ed esamina la realtà secondo questa sua prospettiva. è Dio.

anche perché questa idea disturbante di Dio è diffusa in tutto il libro. bene o male. perché questo per l'uomo è tutto. non sapendo come conciliare il giudizio di Dio con l’assoluto non senso di cui Qoelet parla. così come la tradizione ce lo consegna: come libro canonico. perché questo per l'uomo è tutto”: il giudizio di Dio. o giovane. 13-14 [13] Conclusione del discorso. [13]e non sarà felice l'empio e non allungherà come un'ombra i suoi giorni. davanti alla quale non c’è altra possibilità che il timore di Dio. Bisogna quindi tenerne conto.Pag. e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio. “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti.9 [9]Stà lieto. [14] Infatti. normativo per la nostra fede. è un discorso che non inficia il pensiero del libro. incomprensibilità. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio. e vi sono empi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti. diventa il fondamento del timore di Dio e la conclusione del suo percorso. 109 [12]poiché il peccatore. 11. Così finisce infatti il libro di Qoelet: 12. tutto ciò che è occulto. Dio citerà in giudizio ogni azione. La costruzione di Qoelet funziona fintanto che noi non nominiamo Dio. Se questa sia un’aggiunta o no. una dimensione di alterità. se sia stata aggiunta come appendice per rendere più accettabile il libro. anche se commette il male cento volte. di mistero. perché appena lo nominiamo non sappiamo più dove collocarlo all’interno del suo impianto. introducendo dentro questa visione apparentemente razionale della realtà un elemento misterioso. ha lunga vita. [14]Sulla terra si ha questa delusione: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dagli empi con le loro opere. questo elemento destabilizzante del sistema di pensiero mortale di Qoelet.Prof.ssa Bruna Costacurta . nella tua giovinezza. . Io dico che anche questo è vanità. ispirato. e tutto questo barcolla. perché egli non teme Dio. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. appunto perché provano timore davanti a lui. In tutti questi brani si parla del giudizio di Dio.

Qoelet non solo si contrappone alla tradizione sapienziale. non con i miei occhi. alla fine è costretto a dire che la sapienza è vana. la morte taglia tutto. porta in ciò all’estremo la linea di Giobbe: entrambi avvertono che c’è una vecchia sapienza che la realtà sembra però smentire. senza passato e senza futuro.Prof. ma dove nel mio oggi si condensa tutta la storia passata e quella futura. Allo stesso modo il collegamento generazionale opera nel futuro. E la sapienza stessa è già di per . Qoelet in qualche modo vanifica anche quello che lui stesso dice. È per questo che la prospettiva di Qoelet ha bisogno di aprirsi. la sua presenza era mediata dalla carne dei padri che hanno visto il Mar Rosso: è questo che può far dire all’israelita “io ho visto il mar rosso ed allo stesso modo io vedrò venire il Messia. dei figli. che comincia dall’inizio e va avanti fino alla fine senza soluzione di continuità. nel puntuale di un oggi senza ieri e senza domani. ma si contrappone anche alla stessa tradizione originaria di Israele. e questo gli impedisce di andare al di là dell’apparenza del reale. ad una dimensione immediata di esperienza della realtà. dove io continuerò ad essere presente. Qoelet contrappone la vecchia sapienza e la realtà che sembra invece smentirla. Il giro di Qoelet è vizioso. Qoelet contesta tutto ciò: non c’è passaggio o continuità tra le generazioni. che è invece il grande cammino del popolo di Israele e del mondo biblico. ed allora davvero tutto si vanifica. Qoelet si chiude nell’oggi. Io sono il risultato della storia precedente e delle generazioni precedenti. così come lo sono stato nelle generazioni passate. si limita all’apparenza. La vera sapienza non è ciò che si ferma a ciò che si vede. 110 Bisogna quindi cercare di prendere questo libro come punto di partenza. Quando l’israelita nella notte di pasqua dice “io ero presente nel Mar Rosso”. Una storia la cui continuità è assicurata dalla catena delle generazioni permette il passaggio della vita e della storia stessa. perché nel momento in cui dice che tutto è vanità.Pag. ma con quelli dei figli. allora anche dire questo è vanità.ssa Bruna Costacurta . dei figli …”. ma ciò che vede al di là delle apparenze. che quindi non è un qualcosa di riferito e limitato solo al mio oggi. è senza senso. crede davvero a quello che dice. Ci sono diversi elementi particolari di questo libro che pongono problemi. si chiude nella fenomenologia. che consiste in una certa comprensione della storia come un qualcosa di collegato a quanto precede e quanto segue. Proprio perché si ferma all’apparenza. non serve. C’è una vanificazione della parola che è anch’essa contraria a tutta la creazione biblica e mina alle basi il suo stesso discorso.

Dio non è verificabile. dice che l’uomo è fatto per la vita. non può arrivarci. Lui non lo può dire. Proprio ciò che fa barcollare la costruzione di Qoelet trasforma il suo libro in un libro di sapienza. l’orrore del morire. ma con il suo discorso e le contraddizioni che stanno all’interno del suo discorso. Questo è l’unico giudizio che non è vano secondo la costruzione di Qoelet. Allora possiamo dire e pensare che il giudizio di cui Qoelet parla è un giudizio dopo la storia. Ed allora l’unico giudizio a cui in qualche modo Qoelet sembra fare affidamento – anche se non lo dice – non è né prima della morte né dopo la morte. nell’al di là. Questo Qoelet non lo può dire.ssa Bruna Costacurta . Se questo giudizio di cui Qoelet parla è un giudizio nella storia. il vero sapiente non aspetta nulla perché sa che la stessa sapienza è la ricompensa. anche se Dio fa il suo giudizio. al timore di Dio. ma serve che l’intervento di Dio sia una vittoria sulla morte (traduzione in termini cristiani). ma il solo giudizio che può non essere vanità è quello che trasforma la morte. permette al lettore di dirlo. la benedizione. nella morte non c’è nulla ed allora è inutile parlare di un giudizio anche dopo la storia. Dio è altro. Qoelet fa questo parlando del giudizio di Dio ed è in questo contesto che Qoelet dice che c’è altro. della mera fenomenologia. Il vero giusto. che fonda il timore di Dio. è il perdersi che permette di ritrovarsi. non le sue conseguenze. Qoelet non si apre alla sapienza che invece è altro. 111 sé una ricompensa. catalogabile. Qoelet dice solo che c’è un giudizio di Dio. e non dice altro. Perché il giudizio di Dio abbia senso non può essere solo rimandato. La sua ricerca non è dei vantaggi. ma anche questo non serve secondo la prospettiva di Qoelet perché l’aldilà è nulla. i suoi frutti. se non dicendo di temere Dio.Pag. Ma proprio il dover affermare Dio ed il suo giudizio porta Qoelet ad andare al di là del suo discorso. Qoelet non conclude. Salomone chiede la sapienza. Qoelet non trae conclusioni da questo. tanto stiamo tutti morendo alla stesso modo. ma permette al lettore di concludere interrogandosi su questo dato (il giudizio di Dio) che sfugge ad ogni catalogazione fenomenologica. Quando Qoelet parla del giudizio è consentito al lettore di interrogarsi e trarre delle conclusioni.Prof. ma . lo apre ad una sapienza altra. La dinamica della sapienza è la stessa dinamica dell’amore. è disinteressata. ma un giudizio nella morte e sulla morte. L’orrore del nulla e della vanificazione. Il giudizio di cui parla Qoelet non sappiamo cos’è. costringendolo ad aprirsi ad altre dimensioni. Nel momento in cui Qoelet inserisce nel suo discorso il giudizio di Dio. esso non serve assolutamente a niente ed è assoluta vanità.

della laudatio. a Salomone.ssa Bruna Costacurta . a. Il libro di Giobbe la dà parzialmente. È nel mistero pasquale che il libro di Qoelet può trovare una risposta e ricomporre le sue contraddizioni. nella prospettiva di una morte vinta. dell’elogio di una virtù. ********************************** LA SAPIENZA La prospettiva di una nuova sapienza è aperta proprio dal libro della sapienza. è quello dell’encomio. come Qoelet. verso cui tutta la tradizione dell’AT cammina.c. dice che c’è un giudizio di Dio. È l’ultimo libro del pentateuco sapienziale. Anche Qoelet stesso. chiuso nella sua fenomenologia disperante. Il suo genere letterario è fondamentalmente greco.Prof. La sua fenomenologia disperante dice la necessità di sperare. che è quella cristiana che percorre tutto l’AT e che trova il suo compimento nel NT. quella definitiva. ma entrambi ci consentono di aprirci ad essa: Dio deve vincere la morte. Pur se costruito . Se troviamo questo cammino di domanda in Qoelet e Giobbe. Egli come Giobbe pone la domanda in tutta la sua brutalità: che razza di vita è questa se è un vivere morendo ? E che razza di Dio è questo ? E’ solo perché abbiamo capito fino in fondo la domanda che possiamo accedere alla risposta. come capacità di risposta alla domanda del morire e quindi del vivere. non ha versioni anteriori ebraiche. dunque seconda metà del I sec. Questo stesso uomo è anche portatore di un bisogno di andare al di là. ecco la necessità di sperare di un permanere al di là della morte: ecco la speranza messianica che è la speranza di una definitiva vittoria sulla morte. questa è la realtà con cui il libro della sapienza si confronta. 112 mette il lettore in grado di aprirsi alla speranza. ha problemi di sopravvivenza. Ad Alessandria in Egitto. allora abbiamo anche trovato una nuova sapienza. La prospettiva è quella della vita che si consuma nel dono di sé. che ci porta a questa risposta. Israele è perseguitato. L’unica risposta è il mistero pasquale del NT. nella prospettiva di una vita che si dona. Davanti alla disperazione di una vita che muore c’è la necessità impellente di una speranza. Qoelet nemmeno la dà. È il libro più tardivo del pentateuco sapienziale. E’ stato scritto direttamente e solo in greco. attribuito anch’esso. l’unica possibile risposta al libro di Qoelet. che pone anch’esso un problema che parte dalla realtà. all’anno zero.Pag. con una finzione letteraria. La datazione più verosimile è dal 50 a. Il discorso di Qoelet è un discorso universale che riguarda ogni uomo.c.

La sua parte finale contiene ad es. O perché gli ebrei in diaspora sapevano bene di cosa si trattasse oppure perché c’è un’apertura all’umano universale. Israele è salvato. La narrazione dell’esodo contiene così la storia di ogni uomo. pur dentro la particolarità di una storia. Fa dunque da ponte tra le due culture. La presentazione di ciò che avviene per l’empio Egitto e di ciò che avviene per il giusto Israele. Si rilegge la storia di Israele e l’evento dell’esodo. per l’Egitto c’è la tenebra. La sapienza condurrebbe ogni uomo ad entrare dentro quella storia di salvezza. ognuno di noi può metterci il suo nome: questo è sapiente. per concludere con un epilogo. quella che sgorga dalla roccia nel deserto. Il Mar Rosso uccide l’Egitto. Sull’Egitto c’è l’invasione delle cavallette. cioè una rilettura (sapienziale) dell’evento dell’esodo. Sull’Egitto piovono le rane. In Egitto muoiono i primogeniti. per Israele il mar rosso si apre. Si parla ad es. la sua origine. 3) Sap 10-19: con esempi concreti si illustra il discorso fatto e l’importanza della sapienza. con esortazioni al lettore e compare la grande contrapposizione sapienziale tra il giusto e l’empio. mostra come l’agire di Dio sia coerente. che è tipicamente ebraico. né il faraone. su Israele le quaglie. Lo schema è quello della lode di una virtù.ssa Bruna Costacurta . in cui non vengono fatti nomi: né Israele. come se i personaggi fossero senza volto. per Israele c’è il serpente di bronzo che guarisce dal morso dei serpenti velenosi. mentre per Israele c’è un’altra acqua. la sapienza. Viene nominato solo il mar rosso. in un libro peraltro scritto in Egitto. la sapienza del cammino dietro al signore e la stoltezza dell’idolatria. per Israele tutto è illuminato. . 2) Sap 6-9: c’è l’elogio della sapienza. mantiene però degli elementi tipicamente ebraici. riconoscendo la portata universale di questa stessa storia. dell’acqua del Nilo che diventa sangue per l’Egitto. la sua natura. Con riferimento alla sua struttura si possono distinguere in esso tre grandi blocchi: 1) Sap 1-6: si fa riferimento all’elogio che si vuole fare. con la particolarità tipicamente ebraica della rilettura midrashica dell’esodo. il suo agire il suo manifestarsi che termina con la preghiera di Salomome (Sap 9). fatto proprio con il sistema midrashico. si mostra l’amore di Dio per l’uomo. né l’Egitto. il saggio e lo stolto.Prof. Attraverso sette esempi il libro mostra come Dio agisce nei confronti dell’empio e del giusto. secondo una sorta di legge del contrappasso. quella ellenistica ed ebraica. un midrash. 113 secondo gli schemi tipici di una cultura greca.Pag.

È disperso tra genti nemiche d insieme affascinanti e vive al suo stesso interno la defezione di tanti che abbandonano la fede e diventano empi. E' un fumo il soffio delle nostre narici. ma che le proseguono. e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Israele vive una doppia contrapposizione. non c'è rimedio. [5]La nostra esistenza è il passare di un'ombra e non c'è ritorno alla nostra morte. La nostra vita passerà come le tracce di una nube. La rilettura midrashica dell’esodo vuole appunto dare ad Israele la possibilità di aprirsi alla speranza pur in una situazione drammatica. cui corrispondono vari empi. il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. quando l'uomo muore. 114 ha un intento consolatorio. Anche qui si parla della sofferenza dell’innocente e del problema della morte. [4]Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore.Pag. dove il libro introduce la contrapposizione tra i giusti e gli empi. Sap 2 [1]Dicono fra loro sragionando: «La nostra vita è breve e triste.Prof. come il Signore ha liberato Israele dall’Egitto lo farà ancora oggi. di nuovo”. è alle prese con una cultura ellenistica molto potente ed affascinante. Ritornano tematiche non propriamente uguali a quelle di Giobbe e di Qoelet. Tutto il libro della Sapienza vuole consolare Israele. ma assomigliano anche a . Questi sono i discorsi degli empi. che si trova in diaspora. è perseguitato anche dai suoi stessi fratelli apostati e convertiti all’ellenismo. A questo Israele così drammaticamente messo alla prova il libro della sapienza dice “non ti preoccupare. dunque non ha più la terra. [3]Una volta spentasi questa. poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.ssa Bruna Costacurta . Gli empi descritti dal libro sono da identificare forse ancora di più con i giudei apostati e mostra come il giusto li metta in crisi pur andando per questo incontro alla morte. gli ellenisti tout court e gli ebrei ellenizzati. [2]Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. Un esempio di come questa consolazione sia presente nel libro della sapienza si ritrova all’inizio del libro. nemici.

nessun riguardo per la canizie ricca d'anni del vecchio. un godimento che diventa perverso. questa è la nostra parte. fragilità e morte. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta. invece di aprirsi alla Sapienza. quasi onnipotenti. Sono le negazioni della morte: si distrugge l’altro nell’illusione che ciò ti possa far sentire onnipotente. godiamoci i beni presenti. all’amore. schiacciando ciò che è debole ed impotente. [6]Su.Prof.ssa Bruna Costacurta . la loro non è un’esperienza di creaturalità. [8]coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano. perché la debolezza risulta inutile. [9]nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Qua invece c’è una volontà di godere sfrenato.Pag. ma un affermare se stessi distruggendo tutti coloro che ci ricordano debolezza. alla volontà di protezione ed aiuto. Uccidi il vecchio nell’illusione di sentirti immortale. non risparmiamo le vedove. Gli empi infatti si chiudono ad ogni dimensione di trascendenza. come invece è quella del sapiente che si apre al Dio della vita. chiuso ad ogni prospettiva. ecco da parte degli empi il tentativo di negare la morte e la debolezza. [11]La nostra forza sia regola della giustizia. E tutte evocano la morte: per il povero è data dall’assenza dei beni che permettono una vita ragionevole. non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera. Per gli empi la vita è pura immanenza. Il godiamo non è un godere ragionevole. che la vita è come un soffio. ma Qoelet aveva anche detto che tutto ciò che possiamo godere viene dalle mani di Dio. . per se stesso. 115 quelli dei sapienti di Israele. “Godiamoci la vita”: anche Qoelet l’aveva detto. vecchio). facciamo uso delle creature con ardore giovanile! [7]Inebriamoci di vino squisito e di profumi. di Qoelet: che cioè la morte che rende tutto vano. Tuttavia questa fenomenologia del reale è usata dagli empi per negare Dio e qualunque rapporto con Dio. è una droga per dimenticare che si muore. Tutte e tre queste categorie sembrano inutili. L’empio va contro i deboli. vedova. Giobbe e nemmeno Qoelet. mostrandosi potenti. perché continuano a dire: [10]Spadroneggiamo sul giusto povero. Davanti a queste manifestazioni. senza nessuna possibilità di trascendenza. contro le categorie tipiche degli indifesi (povero. di Giobbe. cosa che invece non fanno i sapienti. dei salmi.

ma in questo modo provano soltanto che ciò che c’è per loro è la morte. L’unica realtà che questi empi vogliono provare è che c’è solo la morte. La bontà dell’altro diventa insopportabile per l’empio ed il malvagio. proviamo ciò che gli accadrà alla fine. perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà». La morte diventa il luogo della verità e lo dicono sicuri che Dio non c’è. [14]E' diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti. 116 Ecco allora la decisione degli empi: [12]Tendiamo insidie al giusto. e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. che non solo decide di distruggere il giusto fisicamente. schiva le nostre abitudini come immondezze. Gli apostati si sentono messi in questione dai giusti. Proclama beata la fine dei giusti e si vanta di aver Dio per padre. mentre agli empi rimane la testimonianza del giusto che muore. [18]Se il giusto è figlio di Dio. la testimonianza del . Ma tutto questo è solo apparenza. [16]Moneta falsa siam da lui considerati. [13]Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si dichiara figlio del Signore. [15]perché la sua vita è diversa da quella degli altri. La parte finale del cap. ci è insopportabile solo al vederlo. ma mettendo in questione la sua stessa fede: mettiamolo alla prova.Prof. egli l'assisterà. ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l'educazione da noi ricevuta. [19]Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti. perché la morte non è l’ultima parola e per i credenti si apre la certezza dell’immortalità. Quello che viene messo in gioco è la fedeltà ad una verità che in questo modo viene assolutamente negata. come già visto nel Sal 3 ed alla prova della passione.ssa Bruna Costacurta . che fanno emergere in loro un senso di colpa e la verità della loro empietà. per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione. [17]Vediamo se le sue parole sono vere. perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni. vogliono provocare la morte del giusto per provare che Dio non c’è. [20]Condanniamolo a una morte infame. Dio ha creato l’uomo per l’immortalità: l’uomo è fatto per la vita anche se c’è la morte ed anche nella morte si vede questo. e del tutto diverse sono le sue strade.Pag. 2 dice che questo è un inganno e che bisogna andare al di là delle apparenze.

un’enciclopedia di grandi tesori sapienziali. e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. ma anche perché questa morte può diventare testimonianza di vita. è un insieme di insegnamenti e riflessioni sapienziali. (leggere 1-3. 10-19) ********************************** IL SIRACIDE Si presenta in modo simile al libro dei proverbi. È stato scritto a Gerusalemme in ebraico verso il II sec. Altri sono stati rinvenuti a Qmram e Masada.c. Nella parte finale del libro. attraverso i ritratti dei principali personaggi della storia biblica. poi tradotto in greco dal nipote di Ben Sira verso il 130 a. È una stranezza che pone anche problematiche di tipo teologico in punto di ispirazione: a quale rifarsi. come presentazione di tutta la . eterogenea. È una raccolta di Sapienza.Pag. Dio ha creato l'uomo per l'immortalità. lo fece a immagine della propria natura. E questo è Sapienza. Non entra nel canone ebraico. L’ebraico si è perso. Uno solo dei due o tutti e due ? In Sir 24 c’è l’auto-presentazione della sapienza. la testimonianza del martirio appella alla conversione degli empi. Nel 1896 nel ripostiglio della sinagoga del Cairo sono stati riscoperti manoscritti ebraici del Siracide.. 42 alla fine.ssa Bruna Costacurta . ad Alessandria di Egitto. [24]Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. la loro malizia li ha accecati. Il Siracide era di fatto uno scriba.Prof. [22]Non conoscono i segreti di Dio. come verbo e come parola che è uscita dalla bocca di Dio ed ha posto la sua tenda tra gli uomini. [23]Sì. a.c. come nel caso del libro di Giuditta. ma nel canone greco e poi in quello nostro. Questi manoscritti consentono di recuperare circa il 70% dell’originale ebraico. c’è la presentazione della presenza di Dio nella natura e nella storia. dove il Siracide fa una specie di galleria dei personaggi storici. La morte è vinta perché l’uomo è fatto per l’immortalità. Ha una dimensione antologica. dal cap. È una rilettura sapienziale della storia di Israele. un grande sapiente che presenta questa sorta di grande raccolta. ma si sbagliano. così che anche per loro ci sia salvezza ed anche per loro la morte sia vinta. [21]La pensano così. La questione testuale è così resa ancora più complicata. non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. 117 martirio.

Molto si è discusso e ci si è interrogati su che tipo di amore sia. come quello dell’Eden. le piante. Per rispondere a questa esigenza in passato si è cercato di spiritualizzare il contenuto attraverso l’interpretazione allegorica del testo. Tutto il libro è stato visto come una grande allegoria. il che non esclude la presenza di materiale preesistente rielaborato. fino al secolo scorso. rendendo in questo modo il poema . È il mondo bello di Gn 1. tra Cristo e la Chiesa. l’apparente assenza di Dio ha sempre fatto problema. Solo che questa dimensione allegorica è stata spesso esasperata fino a diventare improbabile. lo Spirito e Maria –.Pag. non solo in ambito cristiano – come allegoria dell’amore tra Dio ed il credente. dove questi due protagonisti si cercano. 118 storia attraverso i suoi principali personaggi. Non è nemmeno sicuro che sia un libro unitario. Si è fatto fatica ad accettare che fosse il canto d’amore di un uomo e di una donna.Prof. canonico. di ogni cosa si è cercato il significato allegorico. Questa è stata quasi unanime. con un coro che di tanto in tanto interviene. Si può anche affermare che si tratti di una composizione unitaria. Tutto incentrato sull’amore. dando a questo lui ed a questo lei una dimensione di divino. In questo libro Israele diventa una specie di giardino. e dove ricreano in un certo modo il giardino dell’Eden che i progenitori avevano pervertito. dove Dio stranamente sembra non comparire. si è cercata tentando di identificare allegoricamente ogni singolo elemento che compare nel cantico. L’autore è ignoto. gli animali. ma anche in ambito giudaico – dove era visto soprattutto come un’allegoria della storia di Israele. Si è andato quindi in varie direzioni. ma anche le immagini. (leggere il cap. e ci si aspetta quindi un discorso religioso. La data di composizione è incerta. risalire allo stesso tempo dei grandi libri sapienziali. trasfigurato dall’amore che recupera ogni male. con un senso esclusivamente spirituale. ********************************** IL CANTICO DEI CANTICI È un libro molto particolare dal punto di vista del contenuto. tra Cristo e l’umanità. Gli amanti attraverso l’amore recuperano il giardino dell’Eden perso dai progenitori. Dal punto di vista del contenuto è il canto dell’amore di un uomo e di una donna. 24 e gli ultimi dal 44 al 50). si trovano e si amano. il grande canto di un lui e di una lei che si amano.ssa Bruna Costacurta . È un libro ispirato. sono loro i due grandi protagonisti. Non solo lui e lei. La datazione deve però essere postesilica.

Anche queste letture sono piuttosto improbabili. tutto del corpo dei protagonisti diventa simbolo di qualcosa. L’amore di un uomo e di una donna permette di parlare metaforicamente . siccome a pasqua in Israele venivano offerte le colombe come sacrificio. le mani diventano le opere buone.Prof. 119 spezzettato. E si va così alla ricerca di storie bibliche che starebbero sotto il testo: e si ritrova quella di Salomone che si innamora della sunammita. È una lettura allegorica che finisce. L’amore divino è punto di riferimento dell’amore umano ed è questo che dà senso all’amore umano. con il diventare sovraccarica e improbabile. È un amore umano che rimanda all’amore divino ed è segno dell’amore divino. un semplice pastore.Pag. Si va alla ricerca esasperata di simboli e significati con il rischio quindi di superare le stessi intenzioni del testo. Il rapporto di Dio con il suo popolo nell’AT. con la consapevolezza però che laddove uomo e donna si amano c’è qualcosa dell’amore divino. che canta l’amore umano e che attraverso una visione serena del libro e di tutta la tradizione biblica capisce che in questo amore umano si rivela l’amore divino. Per es. l’Alleanza tra Dio e Israele. volta a vedere nel testo una vera storia d’amore. in definitiva. questo dire che la sposa è come una colomba. farebbe riferimento al mistero di Cristo perché Maria e Giuseppe hanno offerto una colomba per lui nel tempio. Il fatto è però che si è andato ben oltre: la colomba è stata vista come lo Spirito. le orecchie simboleggerebbero coloro che ascoltano la parola di Dio. poi però nel canto si dice che gli occhi della sposa sono come gli occhi di una colomba e si intende quindi che gli occhi della sposa rappresentano l’intelligenza spirituale della scrittura. questa ricerca dell’amato può essere vista come la ricerca spirituale di Dio. per quanto belle e suggestive queste immagini potessero essere. che prendono il libro per quello che è: un canto di amore di lui e di lei. Senza bisogno di allegorie esasperate (per cui il lui del libro è lo Spirito Santo e lei diventa Maria) i protagonisti del canto restano un uomo e una donna e la storia viene letta come tale. è espresso infatti con due metafore privilegiate: quella della paternità e quella sponsale. sebbene hanno il merito di avere reagito all’interpretazione allegorica fino ad allora dominante ed hanno permesso di aprirsi a visioni più equilibrate e serene. Questo ha condotto nel secolo scorso ad una reazione che ha opposto una lettura storicistica o storicizzante. Ancora. quando lei va in cerca di lui nella notte nella città. E Salomone deve cedere perché l’amore è più forte delle ricchezze. e fin qua le cose possono anche andare. nella notte spirituale appunto.ssa Bruna Costacurta . una pastorella che viene condotta nella casa del re e che però ama un altro.

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dell’amore di Dio, che è modello e svela il vero senso dell’amore umano. E questo in tutto la scrittura, dall’AT all’apocalisse. Ct 2
[8]Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. [9]Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate. [10]Ora parla il mio diletto e mi dice: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! [11]Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata; [12]i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. [13]Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! [14]O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro». [15]Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. [16]Il mio diletto è per me e io per lui. Egli pascola il gregge fra i gigli. [17]Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, ritorna, o mio diletto, somigliante alla gazzella o al cerbiatto, sopra i monti degli aromi.

Questi testi hanno a che fare con Gn 2, il primo giardino, quello iniziale dell’Eden e richiamano anche l’altro giardino, quello del

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sepolcro, dove una donna va in cerca del suo amato (Gv 20, 11 ss.). Quello che è interessante è questa specie di sovrapposizione/fusione delle due voci, perché è lei che parla ed è attraverso quello che lei dice si sente la voce di lui (v. 10: “ora parla il mio diletto e mi dice”). Quando lui parla lo fa attraverso la voce di lei e nella voce di lei ci sono le parole e la voce di lui. Questo dice quello che è il mistero dell’amore come fusione di due persone, questo perdersi dell’uno nell’altro che è un perdersi per ritrovarsi. In Gn 2,23 l’uomo parla la prima volta e lo fa per dire il nome di lei. Egli può dire il proprio nome perché dice il nome di lei: è un riconoscersi l’uno nell’altro. C’è poi l’altro elemento assolutamente determinante dell’amore che è il desiderio, che si nutre nell’attesa e si nutre dell’attesa. Lei si vede come colomba (v. 14) perché lui la vede così; e lui è un cerbiatto perché lei lo vede come un cerbiatto. Tutti e due vivono nell’attesa dell’incontro che è una cosa assolutamente tipica dell’amore. Lui corre ma in un certo modo anche lei corre, non fisicamente, ma con il desiderio, con l’attesa, con gli occhi che guardano lontano per riuscire a vederlo, ed in un certo senso è come se anche lei andasse sui monti per vederlo, per cercarlo, con il desiderio, la cui dimensione va insieme a quella dell’attesa. Ed è per questo che lui non entra subito, ma si ferma. Aspettare dice una dimensione fondamentale dell’amore, l’apertura al senso della continua novità, è l’amore che non si abitua mai all’altro perché l’altro, se è visto con gli occhi dell’amore, è sempre nuovo, è sempre una sorpresa, una meraviglia da ricevere. Lui viene sempre, ma per lei è sempre una novità, è la meraviglia davanti al dono, che non viene mai dato per scontato, di cui non ci si appropria mai. Il desiderio che rimane sempre perché va sempre al di là del possesso. Un possedere senza possedere, sempre accogliendo, sempre riconoscendo l’altro come dono e dunque ogni volta attendendo, meravigliandosi, ringraziando. Tutto questo è vero di lui e di lei, ma è anche vero dell’amore di Dio. Ecco quindi che i due amanti si vedono come animali che corrono, ma che fanno anche tenerezza, con immagini di tenerezza, che muovono istinti di protezione. E quando questo cerbiatto arriva si ferma, resta dietro la parete, guarda dietro la finestra. La dimensione dell’attesa, del rispetto dell’altro, dell’unione che è possibile solo quando non diventa possesso, ma accoglienza e dono reciproco. Non è un lupo che carpisce la preda o un leone, ma l’amante che desidera incontrare lei il prima possibile eppure insieme si ferma per dare tempo all’amore di attendere e desiderare e rispettare ancora di più l’altro, assaporando così il momento di incontrarsi.

Prof.ssa Bruna Costacurta - Pag. 122

Se tu carpisci la cosa bella non è più tale, bisogna prendere coscienza che c’è e che è bella e già questo è un gustarla; ed allora poi si può entrare. Ma bisogna prima dire quanto è bella: ecco allora il giardino trasfigurato, che è la terra di Israele, di cui vengono nominate le piante e gli animali tipici. La terra di Israele è diventato il grande giardino incantato dell’amore, dove tutto è primavera (traducibile anche come “il tempo del canto”) e dice vita nuova, incantata, che rinasce che sboccia, dove si presenta con la forza evocativa dell’assoluta novità. È come se fosse una nuova creazione; è primavera ed allora lui dice vieni e la chiama colomba. L’essere nascosta tra i monti dice la dimensione del mistero dell’inaccessibilità, bisogna saperla trovare. Finalmente allora lui può chiedere a lei di entrare nel suo mondo e nel suo riserbo, può chiederle di sentirla, di toccarla, in quella unione che è l’unione dell’amore. Tutto questo effettivamente si rivela come esperienza del divino. Lettura letterale e lettura spirituale si fondono nel cantico dei cantici. È il libro che apparentemente non parla di Dio ma è il libro dell’amore di Dio. **********************************

SALMO 110 (109)

[1] Di Davide. Salmo. Oracolo del Signore al mio Signore: "Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi". [2] Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: "Domina in mezzo ai tuoi nemici. [3] A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato". [4] Il Signore ha giurato e non si pente: "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek". [5] Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira. [6] Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra. [7] Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa.

Prof.ssa Bruna Costacurta - Pag. 123

È un salmo regale. È molto complicato il v. 3, che può essere tradotto in molti modi. La CEI traduce “io ti ho generato”, seguendo in ciò la LXX, che però non corrisponde al testo ebraico che è invero parecchio complicato. È chiaramente un salmo regale perché è un testo che celebra il re, facendo allusione ad un momento molto particolare, quale quello di intronizzazione ed inizio del suo cammino regale. Si allude infatti ad una giornata particolare, in cui il popolo si raduna intorno al re, sul quale scende questo oracolo. Sembrerebbe proprio il momento festoso e celebrativo dell’intronizzazione del re. Si fanno gli auguri al re e si prospetta un futuro radioso per il re in riferimento alle sue vittorie. Il momento di intronizzazione è un momento delicato nella storia dei popoli in genere e di Israele in particolare, perché vuol dire un cambio, una nuova era che si pare e che rende un po’ debole in quel momento il regno stesso. Il vecchio re è morto ed il nuovo deve ancora cominciare. È un interregno in cui i popoli vassalli potevano approfittarne per emanciparsi. Nel salmo si augura al re vittoria totale sui nemici interni ed esterni. Questo re che viene intronizzato alla destra di Dio è il re messianico dalle dimensioni escatologiche, in una prospettiva che supera l’intronizzazione di un preciso evento e re storico. La possibile datazione del salmo è assolutamente incerta. Chi lo situa al tempo di Davide, chi al momento della rivolta maccabaica. v. 1
"Siedi alla mia destra,

Sedere alla destra di qualcuno è segno di prestigio e di onore. Alla destra di Dio vuol dire assurgere ad una dimensione di massimo onore e di grandissimo privilegio. Quando Betsabea chiede a Davide di nominare come successore Salomone, si prostra davanti a Davide; ma quando Salomone è re, la regina madre ha un ruolo di grandissimo privilegio e non si inginocchia davanti a lui, ma anzi è il re che la fa sedere alla sua destra. Chi diventa una persona da onorare, non si inginocchia più, ma siede alla destra del re. Nel nostro salmo il sovrano re d’Israele viene fatto sedere da Dio alla propria destra in segno di omaggio e privilegio.
finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi".

Non solo siede alla sua destra, ma riceve anche la promessa di una vittoria totale sui nemici. Il re potrà porre simbolicamente il suo piede su di loro, ma forse nemmeno troppo metaforicamente.

È un testo che insegna come si esercita il potere in genere. [16]Ma egli non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli né far tornare il popolo in Egitto per procurarsi gran numero di cavalli. ma soprattutto servono a fare la guerra.Pag. L’idea di regalità di Israele fa sì che ogni vittoria fosse considerata un dono di Dio al re. ma è il Signore che te lo da. Il re rappresenta il Signore sulla terra per un mandato che il re riceve e vive in obbedienza. per imparare a temere il Signore suo Dio. in mezzo a Israele. e dunque tu sei re finché riesci a vivere questa elezione. neppure abbia grande quantità di argento e d'oro. né se lo mette da solo. e prolunghi così i giorni del suo regno. se dirai: Voglio costituire sopra di me un re come tutte le nazioni che mi stanno intorno. si dice come deve essere il re Israele. perché questo ti costringerebbe a tornare in Egitto. scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge secondo l'esemplare dei sacerdoti leviti. ma lo riceve da Dio. 124 Sembra che lo sgabello che veniva posto sotto il trono recasse figure dei nemici. [14]Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti e ne avrai preso possesso e l'abiterai. I cavalli servivano ad apparire anzitutto potenti e ricchi (pensiamo ad Assalonne).ssa Bruna Costacurta . né a sinistra. e non sei tu re che decidi di diventare re.Prof. Costituirai sopra di te come re uno dei tuoi fratelli. perché il suo cuore non si smarrisca. né a destra. ma viene messo sotto i suoi piedi direttamente da Dio. Non bisogna cercare il potere militare. Se tu vuoi rendere potente il tuo esercito per essere potente . non è lì che devi mettere la tua forza. 14 ss. Questo sgabello non lo mettono i servi. [18]Quando si insedierà sul trono regale. Il re è scelto dal Signore. non sei tu che ti dai il re. nonché argento ed oro. non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello. ma è il Signore che ti sceglie. perché il Signore vi ha detto: Non tornerete più indietro per quella via! [17]Non dovrà avere un gran numero di mogli. Egli deve vivere il ruolo come un servizio per i fratelli in obbedienza a Dio. Chi esercita il potere lo deve fare da fratello e non come despota e deve vivere il proprio potere come servizio di un fratello ad altri fratelli. In Dt 17. lui e i suoi figli. a osservare tutte le parole di questa legge e tutti questi statuti. Non è egli che si arrampica nella scala sociale. Non è il re che strappa il potere regale. [15]dovrai costituire sopra di te come re colui che il Signore tuo Dio avrà scelto. ma è il re che viene posto lì da Dio. cosicché simbolicamente li potesse calpestare. Non avere un gran numero di cavalli e di mogli. [20]perché il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi. [19]La terrà presso di sé e la leggerà tutti i giorni della sua vita.

è che se no il tuo cuore si smarrisce. ma questo fa smarrire il tuo cuore. né potere politico: ecco le mogli ! Anche avere molte mogli è segno di ricchezza. Il dominio dell’uomo sul creato è obbedienza al mandato di Dio. dopo aver detto che è Dio che gli dà i nemici nelle mani e che lo insedia sul trono. Il salmo. ma con uno scettro che in realtà tiene in mano il Signore: è lo scettro del “tuo potere”. Sì è il re che domina. Dopo questa promessa di dominio. inevitabilmente finirai per asservirti a quelle nazioni e quei popoli che ti forniscono le armi. Questo è il re del nostro salmo. ora dice che Dio gli affida lo scettro del dominio e del servizio. perché sono tutti e due a dominare. v. si completa così il panorama degli elementi fondamentali. ma lo “stende il Signore da Sion”. insieme. cioè l’uomo. ed il re vive appunto obbedendo. Acab che sposa Getzabea. Cosa cercare ? DT 17 dice che la legge dovrà esser letta tutti i giorni della sua vita.ssa Bruna Costacurta . dal seno dell'aurora. inevitabilmente ne divento servo. ma secondo la prospettiva biblica è Adam. 2 [2] Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: "Domina in mezzo ai tuoi nemici. v. Se io mi faccio armare da un popolo. E qui non si sa se è il re che domina con lo scettro o è Dio: l’immagine vuole volutamente confondere. Non potere militare. Le mogli servivano per fare alleanza: es.Pag. Ma non è questo il punto. ecco la visione di questo . il mandato divino di Adam. io ti ho generato".Prof. il compito. Ed infine niente potere economico. 125 nella guerra. Nella prospettiva di Gn 1-2 Adam è il re del giardino ed il re messianico non fa altro che portare a compimento la vocazione. non solo perché il potere è una malattia che uccide. Il re è colui che medita la legge del Signore giorno e notte e vive obbedendo a quella legge. ma anche perché queste mille alleanze ti portano inevitabilmente a perdere la tua identità. Se vai in Egitto ridiventi schiavo dell’Egitto. per dominare in obbedienza a un comando che gli viene da Dio. Con Getzabea il baalismo diventa infatti religione di Stato insieme allo Jahvismo. come rugiada. 3 [3] A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori.

che vengono per difendere la vita (si può ricordare l’episodio di Qusai che consiglia Assalonne di radunare l’esercito e di prendere Davide alla sprovvista e cadere su di lui come la rugiada. annienterà i re nel giorno della sua ira. i tuoi giovani. vv. v. Siamo davanti ad un altro enigma. C’è forse una visione teocratica della regalità. che sono come rugiada. Questa immagine con la forza evocativa di mistero e di vita rinnovata è usata per dire che così è la tua gioventù. Questa gioventù è inoltre volutamente detta in modo ambiguo perché la tua gioventù. energie e della vitalità. come rinnovamento delle forze. “tra splendori di santità dal seno dell’aurora è per te la rugiada della tua gioventù”. Con il v. 4 [4] Il Signore ha giurato e non si pente: "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek". momento festivo. L’idea era che la rugiada veniva dalle stelle e portava oltre alla fertilità anche la luce delle stelle. come giovani. così da completare la visione del re. legata al mistero delle stelle e del suo nascere. Questa allusione a Melchisedek è di difficile decifrazione. 126 strano e difficile v. “nel giorno della tua potenza militare” richiama il giorno dell’intronizzazione. ma anche la preparazione alla guerra. 3 che sembra descrivere il momento del trionfo: “il tuo popolo è generosità”. ragazzi. soldati. 4 inizia un oracolo che conferisce al re dignità sacerdotale. con generosità. con questa immagine davvero difficile si fa riferimento alla luce del giorno che comincia e si dice che la gioventù è come rugiada.Pag. silenziosa. 5-6 [5] Il Signore è alla tua destra. quando il re può contare sul suo popolo che risponde appunto generosamente al suo appello. che non sai da dove è venuta. che luccica proprio grazie ai raggi dell’aurora. legata all’idea della vittoria e della benedizione. misteriosa).Prof. È connessa con l’idea della fertilità e della vita. Certo rugiada come fecondità e vita. L’immagine resta comunque enigmatica. La luce dell’aurora richiama il luccichio della rugiada. [6] Giudicherà i popoli: . ma anche gioventù come la tua età giovane. Le cose si complicano molto.ssa Bruna Costacurta . cioè risponde generosamente. Abramo offre pane e vino a Melchisedek che lo benedice.

C’è nella scrittura una connessione tra la regalità e l’acqua. In battaglia si combatte tenendo nella mano destra l’arma e con la sinistra si regge lo scudo che deve difendere. rende visibile questa vittoria di Dio sul male. le teste schiacciate e i cadaveri ammucchiati. Adesso le posizioni cambiano. E si capisce bene questa inversione perché quando si diceva che il re sedeva alla destra di Dio si voleva dire che il re era in una posizione di assoluto privilegio. Se io voglio difendere qualcuno me lo devo tenere alla mia sinistra e quindi io difensore mi devo mettere alla destra di chi voglio difendere. In più l’acqua è simbolo di vita. 127 in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra. Ma chi è allora che combatte e che vince. Anche l’ultima visione resta enigmatica. Dio si posiziona come in battaglia per difendere il re. il re o Dio ? Tutti e due. Ancora una volta il soggetto di tutti questi verbi è insieme il re e il Signore. Davide è al fiume Giordano che viene riconfermato come re.ssa Bruna Costacurta . Quando Salomone è unto come re. e questo fa il nostro salmo. reca in sé un mistero: quella del re che beve dal torrente e perciò alza la testa. v. Se prima era il re che stava alla destra di Dio. Alzare la testa è un segno di vittoria. Adesso si vuole dire un’altra cosa e cioè che Dio è il difensore del re.Pag. ma anche di poterlo vedere. C’è una connessione tra l’acqua ed il re. Possiamo tentare alcune linee allusive: bere dal torrente allude a molte cose. Il re difeso da Dio combatte e Dio combatte con lui e per lui e allora appare la grande visione della vittoria con i re nemici schiacciati. questa unzione è fatta alla fonte di Tifon. In Is 7 l’oracolo di Isaia al re Acab è fatta lungo un canale d’acqua. 7 [7] Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa. Una visione brutale che vuole indicare una vittoria totale che il salmista sente il bisogno di rendere visibile. adesso c’è un’inversione e il salmista dice che il Signore Dio è alla destra del re. In guerra l’acqua è ancora più . ancor più in una terra semidesertica come quella di Israele. ma perchè sia in connessione con il bere dal torrente è un enigma. Dopo di questo abbiamo la visione brutale della vittoria del re. C’è un’esigenza di visibilità di un’esperienza reale e visibile che il bene vince il male.Prof. Quando si dice che Dio vince i nemici ed il male l’uomo ha bisogno non solo di poterlo credere. Questa difesa del re che implica da parte di Dio un combattere per il re.

Davide prende la brocca dell’acqua che stava presso Saul insieme alla lancia. Si usa la stessa immagine. come molti altri. chiamato a dominare ma obbedendo all’unico Signore. anche la scena assolutamente brutale di una vittoria e di un potere che si esercita ammucchiando i cadaveri. Così si conclude il salmo. andare nel deserto e fidarsi di Dio e ricevere la vita da Dio e non cercarla da Baal. ci porta ad interrogarci sul problema della violenza. Questo salmo mette Elia nello sfondo. ma anche in molte altre preghiere nella Scrittura (anche nell’Apocalisse. come Melchisedek. Questa visione conclusiva del salmo vede il re in un momento di pausa e di trionfo insieme. però è anche profeta. L’acqua è considerata nella Scrittura come dono di Dio in genere. 128 fondamentale. Mentre la terra diventa deserto.Prof. si fida dell’improbabile e crede nell’incredibile. Elia nel deserto ha invece l’acqua che viene dal torrente. Elia nel deserto fa quello che dovrebbe fare il popolo. Questo bere è segno di un re accompagnato dal dono di Dio. È inutile avere la lancia se non hai l’acqua. La vita di Dio viene da mezzi improbabili. il messia che è sacerdote. Non solo nel salterio. Vive la regalità in obbedienza a Dio. si . Questo salmo. in modo inimmaginabile) e l’acqua dal torrente nel deserto in tempo di siccità: è l’improbabile totale. molto dibattuto. ricevendo il dono da Dio. perché il re è sacerdote.ssa Bruna Costacurta . che si apre in modo esplicito alla dimensione messianica. ed anche per effetto dell’episodio di Elia che al torrente Kerit mangiava il cibo che gli portavano i corvi e beveva dal torrente. Senza acqua si perdono le forze e si muore. re e profeta.Pag. perché Elia riceve il cibo dai corvi (animali impuri. che Elia vive proprio perché accetta l’improbabile. nei testi che dovrebbero essere di preghiera. sacerdote e profeta. su quella che è la vocazione stessa dell’uomo. Racchiude così tutte le grandi dimensioni di autorità in Israele: è re. ********************************** SALMO 83 (82) Il salmo 110 presenta oltre ai suoi misteri insoluti. Il profeta Elia che beve dal torrente è icona di questo e forse anche il re che beve dal torrente nel salmo vuole fare riferimento a questo. È un problema reale e non fittizio. dunque anche all’interno del NT). In particolare della violenza nei salmi. In guerra quella è importante come la lancia. È la regalità del re che diventa re nel momento in cui dà la vita.

[3]Vedi: i tuoi avversari fremono e i tuoi nemici alzano la testa. Di Asaf. [18]Restino confusi e turbati per sempre. [7]le tende di Edom e gli Ismaeliti. o Dio. Moab e gli Agareni. come pula dispersa dal vento. rendili come turbine. diventarono concime per la terra.ssa Bruna Costacurta . 129 chiede a Dio di fare vendetta. richiesta di vendetta. [13]essi dicevano: «I pascoli di Dio conquistiamoli per noi». [1]Canto. [2]Dio. di distruzione e di morte.Pag. [19]sappiano che tu hai nome «Signore». che leggiamo senza studiarlo nello specifico. [16]così tu inseguili con la tua bufera e sconvolgili con il tuo uragano. Signore. Ci sono salmi che sono totalmente imprecatori. [15]Come il fuoco che brucia il bosco e come la fiamma che divora i monti. C’è il problema di una preghiera che diventa imprecazione. e come Zebee e Sàlmana tutti i loro capi. [9]Anche Assur è loro alleato e ai figli di Lot presta man forte. non restare muto e inerte. [12]Rendi i loro principi come Oreb e Zeb. Si chiede a Dio di intervenire e di uscire dal sonno e dal silenzio e di intervenire. Salmo. siano umiliati. periscano. secondo le modalità della natura (invocando una distruzione totale per mezzo di fenomeni naturali) e secondo le . dove non c’è altro. [8]Gebal. cancelliamoli come popolo e più non si ricordi il nome di Israele». come Iabin al torrente di Kison: [11]essi furono distrutti a Endor. [5]Hanno detto: «Venite. tu solo sei l'Altissimo su tutta la terra. Un esempio è il salmo 83. contro di te hanno concluso un'alleanza. [17]Copri di vergogna i loro volti perché cerchino il tuo nome. pregare imprecando. Ammon e Amalek la Palestina con gli abitanti di Tiro. [6]Hanno tramato insieme concordi. [4]Contro il tuo popolo ordiscono trame e congiurano contro i tuoi protetti. [14]Mio Dio. non darti riposo. Il problema è di mettere insieme queste due dimensioni. [10]Trattali come Madian e Sisara.Prof.

alla luce del messaggio globale della Scrittura. vivilo fino in fondo e vediamo . allora destati ed intervieni. che hanno sì fatto alleanza contro di noi. il che è la stessa cosa. Questi popoli invece dicono “noi questa eredità ce la prendiamo”. che mettono in questione lui. Gdc 7-8. non sia più ricordato il nome di Israele. lo dicono con un verbo teologico che si usa per dire che Dio dà in eredità la terra ad Israele. che rifiuta il dono per appropriarsene e che dice che Dio non ricorda. ma che Dio non se lo ricordi più. Il motivo della richiesta è che questi nemici si stanno rivolgendo contro Dio.ssa Bruna Costacurta . Prova a farti toccare da quell’orrore. Gdc 4-5. Questo è contraddittorio e appare inaccettabile. ed i cananei. diventa dunque legittimo dire Dio non c’è o se c’è è impotente. Vogliono interrompere l’alleanza e strappare il dono di Dio come conquista. vuol dire che non te ne importa niente. La preghiera imprecatoria nasce dalla consapevolezza che il male ed il peccato sono anzitutto realtà contro Dio. Cosa possiamo dire davanti a questi testi ? Non è una soluzione dire facciamo finta che non ci siano. quando Sisara viene ucciso da Giaele. Ti costringe a reagire in qualche modo dicendoti che se davanti al male tu rimani fermo e tranquillo e sorridendo inviti al perdono. Ecco la blasfemia. La prima cosa da dire è che questi salmi imprecatori vengono dall’esperienza che colui che viene messo in questione è Dio. Bisogna cercare di capire cosa vogliono dirci. tutti costoro sono tutti i popoli che sono stati nemici di Israele. utilizzano un passivo teologico. non vuol dire solo che nessuno più se lo ricordi. ma sempre con una dimensione blasfema. Questa richiesta è un problema: nella scrittura ci troviamo davanti a preghiere che chiedono morte e la chiedono al Dio della vita. quindi non c’è. ma sono i tuoi nemici. 130 modalità della storia: “come Madian e Sisara” (i madianiti sconfitti da Gedeone. di impedire il realizzarsi del progetto di Dio: sono anzitutto contro Dio. Quello che adesso i nemici dicono ha una forza blasfema. coloro che ti odiano. Nel momento in cui nomina i nemici (dieci). Chi prega questi salmi non è preoccupato per sé. Allora il salmista insorge e dice “intervieni e piantagli il chiodo nella tempia”. ma del fatto che quel male mette in gioco la realtà di Dio. La preghiera imprecatoria prima di tutto si preoccupa di Dio ed aiuta a capire la profondità del male e dell’orrore del male. Se il male trionfa senza che Dio intervenga.Pag.Prof. che sei connivente ed indifferente. con un chiodo conficcato nella testa). il salmo imprecatorio ti dice che se fai questo stai mentendo. combattendo Israele con la volontà di combattere Dio. Il salmista non dice i miei nemici. ma “i tuoi nemici”. Quando dicono “conquistiamo per noi i pascoli di Dio”.

fa vendetta perdonando. mandando suo figlio ad uccidere la morte. Se lasciamo a lui di fare vendetta lasciamo a lui di farla anche a modo suo. il regno di Pasqua. perché finalmente si sia liberati dal male e ci si possa aprire al bene della vita. mentre la vendetta di Dio è quella secondo i suoi criteri. ma te lo fa dire come preghiera. 131 se rimani calmo. perché questa ed il desiderio di vendetta sono dentro di noi. Chiedendo che il male venga distrutto chiediamo anche che venga distrutto il nostro male. ed a distruggere il peccato.ssa Bruna Costacurta .Prof. e poi dando le seconde tavole. Ecco che le immagini di violenza ci aiutano a dire che la violenza non chiude la nostra vendetta. che quei paletti vengano infilati anche nelle nostre teste. però alla fine diciamo che sia Tu a farla e non io. gli chiediamo di farla così. Il salmo imprecatorio ti fa tirare fuori tutto questo. distruggendo il vitello d’oro e polverizzandolo. [3]Lodate il Signore dei signori: perché eterna è la sua misericordia. mostriamo a Dio il nostro desiderio perché lui lo converta e trasformi.Pag. mostrandola a Dio e mettendola davanti a Lui. Il salmo ti fa tirare fuori tutta la tua violenza. che la morte muoia. Se il nostro desiderio di vendetta lo convertiamo in preghiera stiamo al tempo stesso rinunciandoci. Ed il modo di Dio adesso lo conosciamo. permettendo che Dio ci converta. ma venga davvero e venga presto e venga con tutta la forza di Dio. ma il peccato. ********************************** SALMO 136 (135) [1]Alleluia. [2]Lodate il Dio degli dei: perché eterna è la sua misericordia. quella sì. Ecco che ultimamente pregare i salmi imprecatori è chiedere che venga Pasqua. che “venga il Tuo regno”. quello sì. Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia. in modo che il peccato non ci sia più. Chiediamo sì a Dio di fare vendetta e di farla come vorremmo fare noi. lì dove la morte muore ed il peccato è vinto. nella consapevolezza che quando siamo noi a farla la facciamo con i nostri criteri. distruggendo sì. . ma non il peccatore. È il desiderio pasquale del perdono definitivo. se succede a te o a qualcuno che ami. resti ancora calmo ? Il salmo imprecatorio ti dice che davanti al male bisogna reagire e farlo violentemente. ma la violenza del nostro desiderio del regno di Dio.

[8]Il sole per regolare il giorno: perché eterna è la sua misericordia. [9]la luna e le stelle per regolare la notte: perché eterna è la sua misericordia. [5]Ha creato i cieli con sapienza: perché eterna è la sua misericordia. [26]Lodate il Dio del cielo: perché eterna è la sua misericordia. In Mt si dice che Gesù. recitato al termine della cena pasquale ebraica. [14]In mezzo fece passare Israele: perché eterna è la sua misericordia. [15]Travolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso: perché eterna è la sua misericordia. . [6]Ha stabilito la terra sulle acque: perché eterna è la sua misericordia. [21]Diede in eredità il loro paese. [22]in eredità a Israele suo servo: perché eterna è la sua misericordia.Prof. re degli Amorrei: perché eterna è la sua misericordia. [12]con mano potente e braccio teso: perché eterna è la sua misericordia. si recò nel Getsemani: recitò anche questo. 132 [4]Egli solo ha compiuto meraviglie: perché eterna è la sua misericordia. [10]Percosse l'Egitto nei suoi primogeniti: perché eterna è la sua misericordia. [18]uccise re potenti: perché eterna è la sua misericordia. [11]Da loro liberò Israele: perché eterna è la sua misericordia. [19]Seon. finito di recitare gli inni. [23]Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché eterna è la sua misericordia. il grande hallel. perché eterna è la sua misericordia. [20]Og. re di Basan: perché eterna è la sua misericordia. [24]ci ha liberati dai nostri nemici: perché eterna è la sua misericordia.ssa Bruna Costacurta . Questo salmo è la grande lode. [25]Egli dà il cibo ad ogni vivente: perché eterna è la sua misericordia. [13]Divise il mar Rosso in due parti: perché eterna è la sua misericordia. [17]Percosse grandi sovrani perché eterna è la sua misericordia. [16]Guidò il suo popolo nel deserto: perché eterna è la sua misericordia. [7]Ha fatto i grandi luminari: perché eterna è la sua misericordia.Pag.

[2]Lodate il Dio degli dei: perché eterna è la sua misericordia. è cresciuto nella sua storia ed è stato assunto da Israele che prega come qualcosa che si può dilatare. 1-3 [1]Alleluia.ssa Bruna Costacurta . che attraverso la ripetizione della motivazione della lode apre questo salmo ad una qualche eternità. E chi assume il salmo può fare lo stesso. Si comincia con il triplice invito alla lode (vv. se lodi obbedisci a quello che è il tuo compito fondamentale. I nomi dei due re. [3]Lodate il Signore dei signori: perché eterna è la sua misericordia. Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia. Proprio la ripetizione della stessa frase permette a chi prega di essere preso in questo ritmo ed essere così portato a metterci dentro le proprie ragioni di lode. che in qualche modo dà al salmo un ritmo particolare. lodare il Signore. che in quanto tale non finisce nel testo del salmo. ma si estende alla vita di chi prega. 133 È il salmo che termina ad ogni invocazione con la ripetizione “perché eterna è la sua misericordia”. Di solito si pensa invece che la lode debba essere spontanea: ed invece no. Quindi già il salmo stesso comprende elementi aggiunti in diversi momenti. presentano – per motivi piuttosto complessi di esegesi – chiari segni di aggiunte. Ydh indica la lode come rendimento di .Prof. con questo responsorio continuo. Nel salmo stesso ci sono infatti segni precisi di alcune aggiunte posteriori. una monotonia. ma è la risposta al dono di Dio di una persona che vive nell’obbedienza. È una grande litania. Questo “lodate” è detto in modo particolare perché non si usa il verbo che ci si aspetterebbe – il verbo hallel – ma i verbo ydh. da cui il sostantivo todà. È significativo che tutto cominci con questo triplice comando: “lodate”. In questo modo il salo fa fare l’esperienza della lode come qualcosa che non è semplicemente un fatto spontaneo. Questo salmo ci dice che è obbedienza anche la lode. 1-3). vv.Pag. è fatto a strati. È una lode che potrebbe continuare all’infinito. entrando in questo ritmo martellante della lode con la propria esperienza di vita. nella consapevolezza che Dio può essere lodato anche nel pianto e nella sofferenza. il salmo vuole creare in chi legge la percezione di una lode eterna di Dio. È l’obbedienza alla propria verità di fede. nonché la frase sulla memoria dell’umiliazione.

sull’immensità (come nel Sal 8: “[4]Se guardo il tuo cielo. opera delle tue dita. ma se ne differenza perché si ferma alla descrizione della creazione della terra e del mare. [6]Ha stabilito la terra sulle acque: perché eterna è la sua misericordia. luna e stelle). La grandezza di Dio e la miseria dell’uomo si incontrano in questo verbo. che servono per la creazione dei luminari (sole. [5]Ha creato i cieli con sapienza: perché eterna è la sua misericordia. Il mondo non è solo lo scenario in cui si presenta l’agire di Dio. L’inizio del manifestarsi della misericordia eterna di Dio.ssa Bruna Costacurta . la luna e le stelle che tu hai fissate.Pag. vv. [5]che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi ?”). [8]Il sole per regolare il giorno: perché eterna è la sua misericordia. nel duplice riconoscimento che il verbo stesso evoca. È la creazione il primo momento rivelatorio della sua misericordia. C’è un’insistenza sulla dimensione celeste. Si ferma agli astri. ma il segno misericordioso dell’agire di Dio. le prime che vengono nominate sono il grande prodigio della creazione di Dio. la nostra miseria. 134 grazie. ma è insieme anche riconoscere non solo chi è Dio ma anche chi è l’uomo. Le grandi meraviglie. La creazione di cui parla il nostro testo fa ovviamente riferimento a Gn 1. ma con la sfumatura particolare del riconoscere qualche cosa e quindi anche confessare qualcosa. Nel suo significato di base diventa quel riconoscere Dio e la sua bontà. a cui dedica ben tre versetti. che nella creazione fa alleanza eterna con la vita e si manifesta come il Dio della vita.Prof. dei cieli e degli astri. Arriva solo fino al 4° giorno della creazione e non continua con la creazione degli animali e dell’uomo. Nel nostro salmo si insiste ovviamente sull’aspetto di lode e rendimento di grazie. La todà biblica è contemporaneamente la confessione del peccato e la lode a Dio. 4-9 [4]Egli solo ha compiuto meraviglie: perché eterna è la sua misericordia. il nostro peccato e quindi anche confessare. che nella . La funzione degli astri è quella di regolare il giorno. [7]Ha fatto i grandi luminari: perché eterna è la sua misericordia. ringraziare. [9]la luna e le stelle per regolare la notte: perché eterna è la sua misericordia. Questa dimensione è per l’uomo e lo mette in relazione con Dio. ma la sua sfumatura ricorda che chi loda ha bisogno di Dio.

Il Dio anche guerriero capace di vincere. Sono un segno di misericordia per chi le riconosce e le sa accettare. l’uscita dall’Egitto ed il cammino nel deserto. anni. Come si fa sapere quando è pasqua ? Bisogna guardare la luna. Si comincia a raccontare la storia della salvezza che le feste celebrano.Pag. in tempo umano. 13-15 [13]Divise il mar Rosso in due parti: perché eterna è la sua misericordia. Dio si appella alla coscienza dell’Egitto perché riconosca che Dio è Dio e si lasci salvare. [14]In mezzo fece passare Israele: perché eterna è la sua misericordia. paradigma di tutti gli altri: l’esodo. Sono gli astri che determinano il momento della celebrazione delle feste e dunque mettono in contatto l’uomo con Dio. Si comincia con il riferimento al grande tempo pasquale. Dopo di essi si passa alla celebrazione della storia come storia della salvezza. raccontando l’ultima che ricapitola ed evoca tutte le altre. Si evocano le piaghe.Prof. al tempo salvifico. [11]Da loro liberò Israele: perché eterna è la sua misericordia. ma è storia. Ci permette di sapere qual è il momento di seminare e di raccogliere. Cos’è che ci permette di contare i giorni ? Il sole e la luna. Gli astri trasformano il tempo cosmico in tempo storico. sono un rib con cui Dio mette l’Egitto davanti alle conseguenze del suo rifiuto. vv. E non semplicemente perché le piaghe hanno permesso ad Israele di uscire dall’Egitto. [12]con mano potente e braccio teso: perché eterna è la sua misericordia. insieme di giorni che diventano mesi. Dopo le piaghe la grande liberazione dall’oppressione e dalla schiavitù. 10-12 [10]Percosse l'Egitto nei suoi primogeniti: perché eterna è la sua misericordia. 135 prospettiva biblica diventa quella di dare senso al tempo che non è solo alternanza di luce e buio.ssa Bruna Costacurta . in tempo liturgico. vv. [15]Travolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso: perché eterna è la sua misericordia. segnati dalla diversità delle stagioni. che interviene per liberare. considerato che le piaghe sono un atto di misericordia anche nei confronti dell’Egitto. facendo il rib finché si può e poi operando il grande . giorno e notte.

Israele esce a mano alzata. anche se l’Egitto è un luogo di tombe. I due nemici – il mare e l’Egitto –. Israele esce con mano potente e braccio teso. vv. Il Mar Rosso è il grande giudizio. come loro stessi riconoscono. e questo senza che Dio faccia nulla. si distruggono a vicenda. L’azione di misericordia di Dio viene letta dal popolo nel momento della tentazione come un’azione di morte: “Dio ci ha portato fuori per farci morire”. in cui Israele impara a fidarsi di Dio e nel quale Dio continua a manifestarsi come presenza di salvezza e di bene. Dio si manifesta e basta e quando si manifesta l’Egitto torna indietro dove le acque si chiudono. le piaghe. le piaghe. il mare. ma bisognava che Israele facesse esperienza anche della propria debolezza e lì al Mar Rosso si vede. le ossa. È il venir meno della fede. il braccio potente di Dio. ed Israele invece conosce la salvezza. Non è Dio che uccide l’egiziano. Voi avete dimenticato Dio ma Dio non vi ha dimenticato. ma è un Israele che deve assistere ad una vittoria di Dio in cui Israele stesso deve prendere coscienza che l’unico che vince è Dio. a cui Dio risponde richiamando Israele alla fede con Mosè che dice “voi vedrete la salvezza che Dio fa per voi”. Questa è la lettura della storia che l’uomo fa davanti al dolore. tra i quali Israele era stato stretto. ecco quindi la divisione del Mar Rosso. dimentica tutto. e questo “per voi” lo dice due volte. Lì Israele viene meno e crolla nella fede. Questo fa dire la paura.ssa Bruna Costacurta . che porta una dimensione escatologica ed allora si vede il povero liberato e l’oppressore morto sulla riva del mare. il nemico che uccide l’altro nemico.Pag. 17-20 . v. 16 [16]Guidò il suo popolo nel deserto: perché eterna è la sua misericordia.Prof. Ed allora le acque si separano ed il faraone muore. Al Mar Rosso Israele fa l’esperienza davvero di chi è Dio: l’aveva visto. Ecco venire dopo il cammino nel deserto. ed allora Israele che – pure si stava portando dietro le ossa di Giuseppe e che conservava in queste ossa il segno della fedeltà di Dio – appena vede arrivare l’Egitto dimentica tutto. e si lamenta: “tu ci hai portato qui a morire nel deserto”. 136 giudizio. vede arrivare il faraone con i carri. ma è il mostro. alla morte: questo fa la paura: dire che Dio non mi salva e che devo e voglio salvarmi con i miei mezzi.

Dopo il cammino nel deserto ecco la conquista della terra che è appare come eredità. La sua fedeltà.Prof. etc. come non ci vuole niente che il credente si contrapponga a Dio e crolli nella fede. la sua misericordia . vv. mentre è accettazione di un dono.ssa Bruna Costacurta . il rapporto di Israele con tutti i nemici. si contrappone a Dio. 21-22 [21]Diede in eredità il loro paese. non conquista blasfema come quella dei nemici di Israele del Sal 83. la “nostra umiliazione”: qui c’è dentro tutta la storia di Israele. 137 [17]Percosse grandi sovrani perché eterna è la sua misericordia. [22]in eredità a Israele suo servo: perché eterna è la sua misericordia. [24]ci ha liberati dai nostri nemici: perché eterna è la sua misericordia. E Israele sa che nel momento in cui diventa come Og. la distruzione. Ma in questa terra la vita continua ad essere sotto minaccia. Quello che il salmo ci consente di capire è che la salvezza di Dio consiste in un giudizio che riguarda anche Israele. Ecco la perdita della terra. 23-24 [23]Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché eterna è la sua misericordia. come Seon. [18]uccise re potenti: perché eterna è la sua misericordia. dà stabilità. nonostante il quale Dio si ricorda e libera. perché non ci vuole niente a diventare come Seon e gli altri “grandi sovrani”. come se potessimo noi entrare nell’eredità. perché eterna è la sua misericordia. dono ricevuto. re degli Amorrei: perché eterna è la sua misericordia. [20]Og. re di Basan: perché eterna è la sua misericordia. perché consente di vivere. [19]Seon. Lodare Dio è riconoscere che Dio ci ha salvati da una distruzione così facile per l’uomo. Il popolo che canta le lodi di Dio sa di essere stato salvato gratuitamente da quella stessa distruzione.Pag. la figura particolare è l’esilio. In questo salmo i re potenti sono paradigmi di coloro che si contrappongono a Dio. l’umiliazione. La terra diventa sintesi e paradigma di tutti i doni. come il faraone. entra in questo mistero di morte che è la manifestazione della potenza autodistruttiva del peccato. vv.

È un Dio di tutti. e questo Dio dei sapienti è il Dio della Genesi: con questo salmo ritroviamo la scrittura nella pienezza della sua unità. Israele dimentica ma Dio resta invece fedele.Pag. rispondere al nome di Dio nella celebrazione e nella lode (salmi). Essere saggi vuol dire riconoscere Dio nella creazione e nella sua opera di salvezza (Torah). perché questo pane che rivela Dio come Padre ci apre al NT. ci sono i profeti (attraverso la memoria della conquista della terra e dell’esilio). è Padre. a quel pane di vita che accompagna la nostra esistenza e trasforma la vita nella terra nel Regno di Dio. ma il cibo lo dà a tutti. Questo salmo in qualche modo ci presenta una sintesi di tutta la scrittura. perché è tipico del padre dare il pane ai figli e dare l’eredità. In questo pane trova compimento il rivelarsi della fedeltà di Dio. . Ad Israele dà la terra in eredità.ssa Bruna Costacurta .Prof. Questa sembra essere la vera sapienza. vv. ascoltare l’appello alla conversione (profeti). Si comincia da Gn ed in qualche modo si ritorna a Gn attraverso il pane che proviene dalla terra creata da Dio e – mentre il cerchio si chiude – abbiamo il compimento. è in questo pane quotidiano che la storia quotidiana dell’uomo si riempie di Dio e della sua eterna misericordia. Si comincia con Gn 1 e si arriva ai sapienziali. 25-26 [25]Egli dà il cibo ad ogni vivente: perché eterna è la sua misericordia. Questa fedeltà di Dio alla vita si manifesta ultimamente nei versetti finali del salmo. ci sono gli scritti sapienziali (nella cultura universalistica in cui si rivela come Dio di tutti: è la dimensione sapienziale che si apre alla problematiche universali). [26]Lodate il Dio del cielo: perché eterna è la sua misericordia. che ricolma l’universo della sua presenza di bene. 138 sta tutta nella sua memoria. ultimamente credere in un Dio che dà il pane. C’è la Torah (attraverso la creazione e l’esodo). cercare il Dio dell’amore (libri sapienziali). è un Dio per tutti. Mostra il suo volto definitivo. a Dio che dà il pane. è il Dio Padre che mostra la sua misericordia eterna nel piccolo e grandissimo segno del pane che Dio ci dona. Questo Dio che fa gli astri. che si fa pane per essere un Dio per tutti: questa è la sapienza. quando si dice che Dio che “dà il pane ad ogni carne”.