Antonio Montanari

Un fiume di erudizione. Iano Planco ed il «Rubicone degli Antichi»

In appendice le tre dissertazioni di Giovanni Paolo Giovenardi scoperte a Camaldoli dal compianto Ezio Lorenzini, con traduzione da lui curata.

15.11.2010. Progetto editoriale a cura di Antonio Montanari per non far dimenticare il prezioso lavoro compiuto da Lorenzini.

Un fiume di erudizione.
Lo scienziato e poligrafo Giovanni Bianchi (Iano Planco, 16931775) identifica il «Rubicone degli Antichi» nel fiume Luso (Uso). Di professione medico1, è stato insegnante di Anatomia umana all’Università di Siena dal 1741 al 1744. Egli è uno di quegli eruditi settecenteschi, i cui interessi spaziano dallo studio dei fenomeni naturali all’Archeologia, dalla cultura classica alla Filosofia. Per lunghi anni tenne in casa propria, sia a Rimini sia a Siena, una scuola privata frequentata da giovani che vi ricevevano una formazione non soltanto umanistica ma pure scientifica. Nel 1745 rifonda a Rimini l’Accademia dei Lincei2, silente dal 1630. Era considerato «professore non solo, ma propagatore della storia naturale»3. Dopo la morte di Bianchi, il suo ex allievo e collaboratore Giovanni Antonio Battarra4 scrive una Istoria dei Fossili dell’Agro Riminese, ed altri siti circonvicini (1780), precisando di non averla composta prima, finché «viveva ancora il nostro celebre Bianchi», per non «entrare in una provincia che parea tutta sua»5. Nel 1739 Bianchi aveva pubblicato a Venezia il De Conchis minus notis6, dove studia anche i Corni d’Ammone7 ritrovati «in terra arenosa cujusdam montis Covignani, qui mons secundo vel tertio lapide circiter a Mari Ariminensi distat». Queste sue scoperte riguardano un tema geologico (l’avanzata della linea del litorale) che avrebbe dovuto suggerirgli osservazioni utili anche per inquadrare correttamente il problema rubiconiano. In un’appendice al De Conchis, poi, Bianchi esamina il comportamento del mare e dei fiumi, e parla pure delle conseguenze che hanno le inondazioni dei corsi d’acqua. A Bianchi, dunque, non mancavano gli strumenti per analizzare, oltre a ciò che avviene sul litorale, anche quanto accade nei territori retrostanti e lungo le rive dei fiumi. A questi strumenti egli però non fa ricorso nelle argomentazioni addotte a proposito del «Rubicone degli Antichi». Anche Bianchi conosceva quello che annota Battarra:
In tutti quei Contorni per una estensione in giro di molte miglia restai molto ammirato nel vedere tutte quelle vastissime Campagne, con una infinità di profondissime lame e vallonacci, che fanno spavento, e per tutti quei siti i quali dalla spiaggia dell’Adriatico, non sono distanti più di 10 miglia all’incirca in linea retta, non si vede che un altissimo strato di Argilla Cenerina parte impietrita, e parte meno sciolta, e sopra d’esso strato molto elevato di pretta arena marittima o sciolta, o resa duro tufo nel cui seno vi sono moltissime dure e grosse pietre idiomorfi, e da per tutto vi si veggono rottami di quelle nostre minute conchiglie littorali, e in diversi siti […] ritrovansi conchiglie ed altre cose marine lapidefatti […]. Un’altra insigne meraviglia produce all’occhio dell’osservatore il vedere in alcun sito altissime fenditure tutte insieme di sassi, ghiaie grosse e minute rotolate come se ivi fosse una qualche volta passato un fiume.

I lenti e continui fenomeni che, sul lungo periodo, avevano determinato questi cambiamenti geologici, dovevano suggerire a Bianchi la consapevolezza che era necessario affidare alla Scienza il discorso sul Rubicone. Egli lo considera,

semplicemente e soltanto, sotto il profilo erudito. Questo particolare non deve meravigliare. Un fatto analogo succede pure per una questione che, al confronto, è molto più seria, e che riguarda l’inoculazione del vaiolo, alla quale era contrario. Egli la considera tra le «cose letterarie» da discutere magari nel «miglior latino», con il quale mandare «al diavolo tutti i pretesi calcoli […] e tutte le altre ragioni sofistiche de’ fautori» dell’inoculazione stessa, «giacché tutti costoro non sono filosofi e meno medici, ma sono sfaccendati»8. In alcune polemiche Bianchi dimostra una sicurezza che nasce dall’arroganza di chi pretende d’aver ragione a tutti i costi, piuttosto che da una certezza derivante dalla Scienza sperimentale, galileiana. E questo avviene perché Bianchi incarna alla perfezione la concezione dogmatica ed aristocratica del dotto, per il quale la dottrina non si acquista con l’esperienza, ma si crea con il proprio sapere, consolidatosi attraverso le letture dei pareri dei grandi filosofi ed eruditi. Non per nulla, nelle «leggi lincee» ideate da Bianchi, troviamo che prima vengono i pareri dei «dottissimi filosofi», poi «l’investigazione della stessa natura»9. Per l’inoculazione del vaiolo, Bianchi alla fine si arrese all’evidenza dei fatti10. Sulla questione rubiconiana egli non arretrò mai d’un passo: non applicò nel caso particolare quanto conosceva in linea generale; e non ricavò le necessarie conseguenze dalle notizie relative ai cambiamenti di corso di fiumi quale il Pisciatello, spostato (come lui stesso scrisse) da certe paludi alle saline cervesi ed infine nel Fiumicino di Savignano11. Il Luso passa nella parrocchia della «ricca Pieve de’ SS. Vito e Modesto» a San Vito12 di cui è titolare dal 6 maggio 1749 un ex alunno di Bianchi, Giovanni Paolo Giovenardi13, il quale nello stesso anno, a novembre, fa porre sulla sponda orientale del fiume, nel terreno del cimitero della medesima chiesa, una lapide con la scritta con parole ricavate da Plinio: «Heic Italiæ Finis Quondam Rubicon». La lapide suscita una lite giudiziaria, promossa dai cesenati nel 1750 e protrattasi sino al 4 maggio 1756. Nel 1743 il matematico modenese Domenico Vandelli aveva sostenuto «la corrispondenza dell’Uso al Rubicone»14. Nello stesso anno Bianchi, dalle Novelle letterarie di Firenze dirette da Giovanni Lami, aveva rivendicato en passant la gloria del «famoso Rubicone» al paese di San Vito15. Nel 1746 Bianchi aveva ribadito che il Luso non andava confuso con l’«Aprusa di Plinio», cioè l’Ausa, come pretendevano i cesenati16, e che esso era «il vero Rubicone degli Antichi»17. Nel 1748 Bianchi ripropose la polemica con una novella di stile boccacciano in cui il fiume Uso, per prosopopea, confessa «che appo tutti gli intendenti sono et sarò sempre per lo vero Rubicone riputato»18. Già nel 1641 monsignor Giovanni Villani19, aveva sostenuto le ragioni dell’Uso, ribadendole nel 1647 con la Dissertatio de Rubicone Antiquo, dove leggiamo questa dichiarazione dei «sei huomini del Regimento della Terra di Sogliano», datata 5 ottobre 1643:
sotto il Castello di Strigara u’è una fonte, ò sorgente d’acqua perpetua, doue pigliano l’acqua quelli di Strigara, e è distante da detto

castello un tiro d’archibugio in circa mà l’acque di detta fonte entrano in un picciolo riuolo chiamato l’Aunsa, quale scorre per spacio di tre miglia incirca, e poi sbocca nel fiume Savio. Più distante da detta fonte sotto Strigara per un quarto di miglio incirca hà principio il Rigone in un luoco detto fondo la Tomba e campo di Bastiano Bondanini, ma però senz’acqua scaturiente ò fonte di sorte alcuna, incominciando come un fosso, che poi si dilata vicino ad una selvetta, e continua detto Rigone per spazio d’un miglio e più con nessuna sorte d’acqua, come hoggidì si vede, essendo in tutto, e per tutto asciutto e non scorre, se non quando piove, venendo anco alimentato da altri fossi convicini similmente quando piove, e non altrimente20.

Poco dopo la collocazione della lapide, l’Accademia dei Lincei riminesi si occupa della questione rubiconiana con due dissertazioni, rispettivamente di G. P. Giovenardi e di Bianchi. Quella di Bianchi è il testo della seconda di due Lettere che nello stesso anno egli pubblica sul periodico di Lami. Nella Lettera prima21, datata 6 marzo 1750, Bianchi sostiene che la questione del Rubicone è relativa ad «un punto erudito di geografia antica», da lasciare non alle dispute legali (come avvenne), ma «piuttosto ai dotti, e alle Accademie degli eruditi». Bianchi definisce falsa l’iscrizione, datata 1476, un tempo posta dai cesenati «sulla ripa occidentale del Pisciatello»22, e racconta che, prima della collocazione della lapide di San Vito, i Conservatori della città di Cesena per il bimestre settembre-ottobre 1749 avevano mandato «un Monitorio, o sia una Inibizione, alla Città di Rimino, acciocché non ponesse una Lapida al Suo fiume Luso». Nella seconda Lettera23, datata 20 marzo 1750, Bianchi porta «i fondamenti che noi riminesi abbiamo di credere che il nostro Luso sia il vero Rubicone degli Antichi». Elenco i principali argomenti da lui esposti: 1) Soltanto il Luso, a differenza del Fiumicino e del Pisciatello, è un vero fiume perché ha origine «dalle vere Alpi dell’Apennino chiamate in oggi Perticaja». Ciò è confermato anche da Lucano che parla di ricche acque invernali «liquefatte da venti australi». Inoltre il Luso ha sassi perlopiù rosseggianti: il che ancora una volta rimanda a Lucano il quale definisce il Rubicone «puniceus»24. 2) Il Luso è il fiume più vicino a Rimini, come attesta Vibio Sequestro, e si trova tra Rimini e Ravenna alla distanza di cui parla la Tavola Peutingeriana25. Al proposito, Bianchi precisa che gli scrittori antichi pongono il Rubicone tra Rimini e Ravenna, e non tra Rimini e Cesena. 3) C’è la conferma di Plinio in quel passo della Naturalis historia [III, xv] che dice: «Ariminum colonia cum amnibus Arimino et Aprusa, fluvius Rubico, quondam finis Italiæ»26. I cesenati (come si è detto) hanno equivocato, identificando il Luso con l’Aprusa. Bianchi spiega che l’Arimino corrisponde al Marecchia, l’Aprusa all’Ausa, ed il Rubicone al Luso. (Il savignanese Basilio Amati aggiunge una virgola dopo «fluvius», facendone un nome proprio: «Arimino et Aprusa, Fluvius, Rubicon»27. Per lui «Fluvius» è il Fiumicino, ed il vero Rubicone è l’Urgone-Pisciatello28. Con Basilio Amati si schiera un altro savignanese, attento interprete dei documenti senza partigianeria di campanile, Antonio Bianchi, il quale stabilisce: «sembra indubitato che il Rubicone degli antichi debba essere il

fiume di Cesena»29). 4) I cesenati ricordavano, proseguiva Giovanni Bianchi, che «al tempo di Federico Barbarossa» (in realtà nel 1205, dopo la sua scomparsa) i riminesi «assentirono» che il Pisciatello «fosse chiamato il Rubicone», quale confine tra i rispettivi territori. Planco osserva: quelli «erano tempi barbarici, ne’ quali non s’era per anche introdotto il costume d’esaminare diligentemente le cose antiche, e di far quistione per punti eruditi di Geografia antica». 5) L’ultimo argomento addotto da Bianchi, avrebbe dovuto suggellare in modo incontrovertibile tutta la sua tesi: il nome latino del fiume, Lusus, indica il gioco, e proprio con il suo attraversamento Cesare giocò tutto il proprio destino: «di restare annientato, o di farsi signore di tutta la Romana Repubblica». Se le posizioni di Giovanni Bianchi rappresentano il lato erudito ed accademico della questione rubiconiana, nelle lettere che a lui inviava da Roma il suo ex allievo (e futuro cardinale) Giuseppe Garampi, allora impegnato all’Archivio Secreto Apostolico, troviamo descritti altri contorni entro i quali si svolge la causa rubiconiana in quei tribunali, dove giravano tanti Procuratori delle singole città, ma anche dei «Mozzorecchi»: «Per mezzo di paraguanti30, poi qui non si finiscono liti, quando uno non s’imbattesse con qualche furfante di mozzorecchio: ma per questa strada non le consiglio giammai di camminare»31. Attraverso gli inediti documenti dell’Archivio Storico Comunale di Rimini32, possiamo ricostruire gran parte della vicenda. Alla Municipalità di Rimini nel 1749 giunge (come si è visto), «una Inibizione» su «istanza della Comunità di Cesena, [la] quale pretende non si possa eriggere una Lapide vicino al Fiume Uso coll’iscrizione indicante esser quello l’antico Fiume Rubicone»33. Alla stessa Municipalità poi perviene una «Citazione», per «la purgazione degl’Attentati, e per la levata d’una Lapide, che dicesi incastrata in altra in vicinanza del Fiume Uso»34. Il primo gennaio 1750, i Consoli uscenti ribadiscono: «questo Pubblico non ha mai avuto la minima ingerenza ne prestato alcun assenso perché sia eretta la nota Lapide, ne tampoco sapiamo per opera di chi sia ciò accaduto, essendo sul territorio di Santarcangelo la detta Lapide eretta. Onde pare a noi, che la nostra Comunità non sia incorsa per ciò in alcuna purgazione d’Attentati». I nuovi Consoli, lo stesso giorno, precisano che non è vero che non si conosca chi sia l’autore della collocazione della lapide incriminata: «una tale novità», sostengono, è seguìta «per opera del Sig. Arciprete medesimo di S. Vito». Ma il «contenzioso», essi sottolineano, non è di competenza del Foro ma del «Tribunale degli Eruditi»35. Ai quali accenna una successiva lettera dei Consoli: «sebbene per parte nostra non si è commesso attentato, ciò non ostante dobbiamo prendere tutta la parte nel sostenere l’Erezione di detta Lapide, che riguarda un Monitorio antico della Città, la quale sebbene non ha creduto proprio di sostenerlo in Foro contenzioso per essere Causa da rimettersi al Tribunale degli Eruditi, e Geografi, è obbligata però di assistere Uno, che si è adossato il pubblico decoro difendendolo

validamente». La lettera però ammette una responsabilità morale di Rimini: dopo che i cesenati «apposero una Iscrizione sulla ripa del lor Pisciatello», nei «mesi scorsi alcuni Eruditi di nostra Patria pensavano di far collocare altra Lapide sulla sponda del nostro Fiume Uso»36. Anche per questo motivo, Rimini si attiva affinché «si sostenga la Lapide nel luogo, ove è posta»37. Pur non essendo stata chiamata in causa, «deve interessarsi per quest’onorifico della Città»38. Nel febbraio il parroco Giovenardi ottiene da Roma un primo decreto favorevole: non deve demolire «la controversa lapide» 39. La Comunità riminese ribadisce che, pur non avendo «avuto mano» all’iniziativa, «pure dovrà […] interessarsi, perché si sostenga detta memoria così gloriosa per la nostra Città […] di cui pretende spoliarci la Città di Cesena»40. Dopo che i cesenati hanno intentato causa a Santarcangelo ed al parroco di San Vito, la Comunità riminese presta a Santarcangelo il proprio agente a Roma, abate Giulio Cesare Serpieri per agire in giudizio. Serpieri, in una lettera a Bianchi del 1753, parla della «risata, non solo del Giudice, ma ancora di tutti quelli che si ritrovarono presenti» alla discussione della causa41. La quale si conclude il 4 maggio 1756, con una sentenza che dà torto ai cesenati e li condanna al pagamento delle spese. Bianchi commenta che la sentenza ha «imposto silenzio alla parte vinta», ponendo oltre le «tante ragioni letterarie, che avevamo», anche quella legale42. Nella sentenza, ovviamente, non si affrontano i problemi della Scienza, ma si decide soltanto che era impossibile sottoporre alla giustizia civile questioni non legate a possessi giudiziari, come sono quelle relative alle «cose di antiquaria» od alle «erudite disquisizioni»43. Ai problemi della Scienza accenna il cesenate padre Gianangelo Serra44, quando scrive che i «fautori» dell’Uso avrebbero dovuto «far vedere come contro il corso naturale di tutti gli altri Fiumi, potessero le sue acque salire su le colline di Castel Vecchio, e di Ribano. Questo sì è quell’impossibile, che fa vedere pazza, e sciocca la question letteraria promossa da i Scioli [saccenti, n.d.r.], col fine di gettar a terra l’antica tradizione favorevole» al Pisciatello. Quale commento alla sentenza romana, appare per opera dei cesenati una Nuova difesa in cui leggiamo che il «nuovo Rubicone» era stato generato da Planco e battezzato da G. P. Giovenardi45. A Rimini invece si esulta con entusiasmi poetici verso Giovanni Bianchi, al quale un ex discepolo, il medico di Bagnacavallo Iacopo Sacchi (originario di Russi), indirizza quattro sonetti46, pubblicati a stampa nello stesso 1756. Nell’ultimo Planco è definito
…………… di virtude altero mostro, di RIMINO, e d’Italia primo onore, ornamento e splendor del secol nostro.

Quasi a concludere idealmente la vicenda del Rubicone con gli stessi toni eruditi usati da Bianchi, Iacopo Sacchi ricorre ad una citazione all’interno della sua invenzione poetica, non per dichiarare le propria insufficienza, bensì per documentare la propria conoscenza: e così inserisce nel sonetto un verso illustre ripreso dall’Orlando Furioso (I, 18), dove quell’«ornamento e

splendor del secol nostro» è riferito al cardinal Ippolito d’Este, a cui l’Ariosto dedica il poema. Il padre Serra reagisce alla sentenza sfavorevole, rilanciando la questione rubiconiana a livello addirittura continentale con un Avviso avanzato alli Signori Accademici delle Reali Accademie di Parigi, di Londra, di Lipsia, e di Berlino47. Ma l’Europa e le nostre città hanno altro a cui pensare. C’è la guerra dei sette anni (1756-1763). E proprio nel 1763, mentre «l’ombra della fame, a causa del misero raccolto, comincia a girare per le contrade» romagnole48, a Rimini «molti Consiglieri» richiedono ai Consoli di «escludere li Matrimonj disuguali di nascita», allo scopo di mantenere «la propagazione delle loro Famiglie di sangue il più purgato e illustre, qual essi trassero dai loro Antenati»; e ci si appresta a varare i «Capitoli per le nuove aggregazioni di Nobili e Cittadini» (1764). Questi Capitoli, oscurando i diritti del sangue e facendo prevalere il peso dei «capitali fruttiferi», approdano a risultati opposti rispetto a quelli desiderati dagli stessi Nobili49. La società tutta stava cambiando. Immutato restava lo spirito erudito attorno alla questione del Rubicone.

Appendici
1. Lettera del 15 gennaio 1750 dei Consoli di Rimini al procuratore romano della città, Filippo Eleuterj.
Sentiamo la risoluzione presa dal Giudice sopra l’Affare dell’Iscrizione fatta imporre dal Sig. Arciprete Giovanardi [recte: Giovenardi] sulle sponde del Fiume Uso; e per darne a V.S. qualche lume per quello che riguarda la Erudizione, o _sia Istoria della Iscrizione medesima, potiamo succintamente dirle essere antichissima controversia fra questa nostra Città di Rimino, e quella di Cesena, qual de due Fiumi, se il nostro Uso, o il loro Pisciatello sia l’antico Rubicone passato da Cesare così chiaro nelle Istorie, e per cui li Geografi antichi, e moderni pendono ancora irresoluti. Benche stiano per noi i migliori autori, nulladimeno li Cesenati già tempo fa apposero una Iscrizione sulla ripa del lor Pisciatello, riputata però da buoni scrittori per apocrifa. Ne’ mesi scorsi alcuni Eruditi di nostra Patria pensavano di far collocare altra Lapide sulla sponda del nostro Fiume Uso, ma penetrando ciò il Pubblico di Cesena fece presentare alla Comunità nostra un Monitorio di codesta Sagra Congregazione per impedirne l’erezione. Contro tal Monitorio non ha innovato, ne ha attentato cosa alcuna questo Pubblico, che non volle rendere Causa pubblica questa tale Controversia litteraria più tosto che contenziosa, che non credette doversi agitare con dispendio della Città, restringendosi, come Ella sa a fare il semplice Nihil fieri; ma siccome il detto Fiume Uso scorre ancora parte del Territorio di Santarcangelo, così gli Eruditi di quella terra impegnati anch’Essi per le glorie di detto Fiume come non inibiti, e compresi in detto Monitorio si prevalsero del Sig. Arciprete Giovanardi, che ha la sua Parocchia sulla sponda di detto Fiume Uso, il quale fece incidere in una Collonna già esistente, ed eretta nel suo Cimitero, situata nelle Pertinenze di Santarcangelo queste Parole di Plinio Hic finis Italiæ quondam Rubicon. Questo fatto del Sig. Don Giovanardi come consumato in Territorio non nostro, e senza nostra intelligenza prova abbastanza non esservi attentato non solo per parte del Pubblico, ma per parte ancora del Signor Arciprete, che fece la innovazione nel Territorio di Santarcangelo senza poi nemeno contravenire al Monitorio, giacche non eresse nuova Pietra, ma sull’antica Collonna fece incidere le surriferite Parole. Dalla narrativa suddetta, oltre la notizia, e storia del fatto potrà Ella rilevare, che sebbene per parte nostra non si è commesso attentato, ciò non ostante dobbiamo prendere tutta la parte nel sostenere l’Erezione di detta Lapide, che riguarda un Monitorio antico della Città, la quale sebbene non ha creduto proprio di sostenerlo in Foro contenzioso per essere Causa da rimettersi al Tribunale degli Eruditi, e Geografi, è obbligata però di assistere Uno, che si è adossato il pubblico decoro difendendolo validamente. Su tal fondamento La preghiamo caldamente a procurare tutte le dilazioni, acciò non venghi aterrata la lapide controversa, dando tempo al Sig. Arciprete di fare que’ passi, ch’Ella medesima ci suggerisce proprj per la manutenzione nel possesso di tener incastrata la suddetta Iscrizione, come sentiamo, ch’Egli voglia fare.

2. Visita di Giovanni Bianchi a San Vito, 15 giugno 1750.
La mattina verso le 13 partij nel mio sterzetto, ed andai a San Vito dal Sig. Arciprete Gian Paolo Giovenardi alla festa di S. Vito titolo della sua Chiesa avendomi egli invitato. Ivi trovai molti conoscenti ed amici, e tra gli altri il Sig. Canonico Mattias Giovenardi uomo dotto in lingue, e in varie scienze, con esso, e con altri si discorse di cose di

scienze, e di erudizione, e con loro andai a vedere il cippo, nel quale il Sig. Arciprete Giovenardi ha fatto incidere queste seguenti parole per segno che il Luso lungo del quale è la sua Chiesa e Parocchia sia il vero Rubicone degli antichi, il qual cippo è una Colonna di marmo greco venato alta quasi un uomo, che è conficcata dentro d’un marmo che le serve per base, e ci ha fatto fare un poco di capitello sopra del quale ci ha posta la Croce perche serve insieme per segno che fin lì arriva il Sagrato della Chiesa; onde il Padre Guastuzzi in una lettera inserita nel tomo 42 degli Opuscoli del Padre Calogerà malamente ha scritto che l’inscrizione è in longo e rozzo sasso conficcato; quando non è un longo e rozzo sasso, ma è una Colonna di marmo greco, e non conficcata in terra, ma in un altro marmo che le serve di base; ed in oltre ha il capitello, e la Croce che le fanno ornamento. Di più non è vero che quella inscrizione fosse incisa di Dicembre, ma fu incisa di Novembre, ne comparve allora solamente conficcata quella Colonna, ma ci era sempre stata per segno della fine del Sagrato, e del Cimiterio della Chiesa. In oltre le parole non stanno così come le scrive il Padre Guastuzzi: Hic finis Italiae quondam Rubicon ma stanno così: HEIC ITALIAE FINIS QUONDAM RUBICON

Dopo aver ascoltato la messa e terminate le funzioni, conclude Bianchi, «s’andò a tavola essendoci molti convitati», tra cui l’abate Mancini, arciprete di Savignano.
(Dai Viaggi 1740-1774 di G. Bianchi, SC-MS. 973, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini.)

3. Rubicone, Arcadia e Filopatridi
Nel 1756 a Rimini operano due accademie laiche. Quella dei Lincei, «restituita» da Planco (come abbiamo già visto) nel 1745, e quella degli Adagiati, fondata più di cento anni prima. Sulle Novelle letterarie di Firenze dello stesso 1756 (n. 31, 30 luglio, coll. 487-490), Bianchi scrive che l’Accademia degli Adagiati era non soltanto di indirizzo filosofico e matematico ma pure poetico, per cui «era stata come assorbita, e confusa da quella degli Arcadi della Colonia Rubiconiana, dedotta (…) in Rimino sessant’anni sono, cioè fino da’ primi anni della fondazione dell’Arcadia di Roma». Osserva ancora Bianchi che «l’Arcadia di Roma fin dal suo principio avea chiamato Rimino col nome di Colonia Rubiconiana» Un ricordo della «Colonia Rubiconiana» riminese, s’incarna nell’Accademia Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di Savignano, essendo il termine «Simpemenia» usato per indicare l’«adunanza dei pastori»50. La Rubiconia Simpemenia nasce in aperto contrasto con Rimini: infatti, proprio nell’invito diffuso il 26 febbraio 1801 alla gioventù savignanese, si definiscono «dotte chimere» le opinioni espresse mezzo secolo prima da Planco sul Rubicone. Proprio a Rimini era stato diffuso, qualche anno prima, il termine di Filopatride in un proclama diretto «Al popolo del Rubicone». In calce al proclama si legge: «Impresso con pubblica approvazione in una Città del Mondo da sincero Filopatride

all’insegna della Verità l’anno primo della Repubblica Cispadana». La Cispadana era stata proclamata il 27 dicembre 1796. La Cisalpina nasce il 29 giugno 1797: di essa la Romagna fa parte dal 27 luglio. Il 3 novembre la Cisalpina viene divisa in venti dipartimenti. Inizialmente il capoluogo del dipartimento del Rubicone è Rimini, poi dal primo settembre 1798 passa a Forlì. Il proclama riminese diretto «Al popolo del Rubicone» esalta «l’invitto liberatore d’Italia, il Distruttore della Oligarchia», Napoleone; condanna la «prostituzione» dei passati governanti che avevano favorito «l’Egoismo, e l’Aristocrazia», mali contro i quali era necessario combattere; e lancia questo grido di battaglia: «A terra Egoisti, Aristocratici, Disturbatori della bella Democrazia a terra». La parola Filopatride, dunque, ha una valenza politica che non poteva non essere presente anche alla mente dei giovani savignanesi che davano vita alla Rubiconia: Girolamo Amati, Bartolomeo Borghesi e Giulio Perticari. Il che è confermato da due fatti: la diffidenza con cui le autorità locali accolsero le adunanze accademiche; e l’esperienza liberale di Bartolomeo Borghesi che si rifugiò a San Marino nel 1821. Come scrisse Augusto Campana (DBI, XII, p. 629), «se il Borghesi e il Perticari si erano procurati fin dal 3 maggio 1818 la cittadinanza nobile della Repubblica di S. Marino non era certamente per puro ornamento». E per Giulio Perticari vorrà pur dire qualcosa l’elogio funebre di Giuseppe Mazzini che lo definì uomo «di cui vivrà bella la memoria tra noi, finch’alme gentili alligneranno in Italia». Bartolomeo Borghesi era figlio di Pietro Borghesi che fu segretario dell’Accademia savignanese degli Incolti (attestata dal 1651e progenitrice di quella dei Filopatridi). Pietro Borghesi intervenne nella disputa sul Rubicone sotto pseudonimo (1755), rivendicando al fiume di Savignano l’onore di quel nome, e polemizzando con il proprio antico maestro, a cui rivolge persino la preghiera di usar «moderatezza» nella discussione. Ma la divergenza sul problema rubiconiano non guastò mai i loro rapporti, come risulta dai citt. Viaggi di Bianchi. Il 27 settembre 1769, ad esempio, Pietro Borghesi invita a cena Planco che ai presenti legge due sue lettere inviate all’ex allievo Clemente XIV,
dove nella seconda io gli dico che egli trae la sua prima origine da Verucchio, dove la trassero i Malatesti, essendo stato concepito il Papa dalla madre in Verucchio, e poi partorito in Santarcangelo, e studiò la Gramatica, l’Umanità, la Rettorica in Rimino ed anche la Filosofia vestendo l’abito religioso di San Francesco in Mondaino, o sia in Monte Gridolfo, dove andava nelle vacanze a villeggiare N. S. quando era giovinetto51.

4. «A Signori Letterati Riminesi per la vittoria ottenuta in Roma nella causa del Rubicone con i seguenti Sonetti dal Sig. Dottor Jacopo Sacchi di Russi Medico di Bagnacavallo, già discepolo del Sig. Dottor Giovanni Bianchi di Rimino. In Arimino MDCCLVI.»
I. Poiché da fieri colpi alfin trafitto Di Bruto istesso per la mano ingrata, Cadde lo Spregiator dell’alto Editto, E Roma rise alla novella grata; Non già pentita di quel rio delitto Sedea l’ombra di Lui trista e sdegnata, Ma sol perché del suo fatal tragitto A noi non lasciò alcuna orma segnata. Ora che Bianchi, e Giovanardi in traccia Del ver n’andar con pensier saggi e nuovi, Disse: ah! l’antico fallo mio si taccia, E ’l Luso solo il nome suo rinnovi Di RUBICONE, e al PISCIATELLO in faccia La stessa Roma il monumento approvi. II. Genghin, Banditi, Bianchelli, Brunori, Richiamate alle menti il furor santo, E voi tutti d’Aprusa almi Pastori Or sciogliete le voci a nuovo canto. All’Arco, al Ponte, agli altri prischi Onori Della vostra Città famosa tanto Al fin ritorna dopo tanti errori Del RUBICONE il contrastato vanto. Voi lo ridite, e a Lei Figli ben degni Vi dimostrate, Madre ognor ferace Di così chiari luminosi ingegni; Che al par di colte Storie, e incisi Marmi Contra l’orgoglio del rio tempo edace Può ancora il Suon de’ gloriosi Carmi. III. E Tu, Cantor de’ più soavi amori, Paci, Tu pur la voce al canto sciogli, E canta sì, che d’ascoltar s’invogli Ogni Ninfa non men, che Fille, e Clori. Sul racquistato RUBICON raccogli L’amabil schiera, e degli augusti Allori Prisco onor degli antichi Imperadori, Lor mostra i primi teneri germogli. Dirai: Di questi svelse un Ramo, e in Roma (Già tratto il Dado, e di sì vasto Impero Cesare Vincitor) cinse la chioma.

Ninfe, dal caso memorando e fero, Onde fu poi tanta superbia doma, Imparate a mostrar cor meno altero. IV. Se interprete fedel d’Attiche Carte, Geometra, Filosofo sedete, E industre Notomista in ogni parte, Bianchi, voi vi mostrate ognor qual siete; Di ciò, che a noi l’antica età comparte, Ardua guerra s’altrui pronto movete O della lunga salutevol arte, Ugualmente, Signor, sempre vincete. O dunque di Virtude altero mostro, di RIMINO, e d’Italia primo onore, Ornamento e splendor del Secol nostro, Alla vostra Città lustro maggiore Deh! accrescete, e all’Italia, e al nome Vostro Dotto, Saggio, Erudito, e Vincitore.

NOTE
1 Bianchi si laureò in Medicina e Filosofia di Bologna il 7 luglio 1719: cfr. A. MONTANARI, La Spetiaria del Sole. Iano Planco giovane tra debiti e buffonerie, Rimini 1994, passim; ID., G. Bianchi studente di Medicina a Bologna (1717-19) in un epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995, ma 1998), pp. 379-394; ID., «Lamore al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo padrone, «Quaderno di Storia n. 2», Rimini 1995, passim. Bianchi pubblicò un’autobiografia nei Memorabilia Italorum eruditione præstantium curati da G. LAMI, Firenze 1742: cfr. A. MONTANARI, Modelli letterari dell’autobiografia latina di G. Bianchi, «Studi Romagnoli» XLV (1994, ma 1997), pp. 277-299. (Tutti i documenti, sia manoscritti sia a stampa, sono riprodotti fedelmente rispetto agli originali. Le integrazioni sono tra parentesi quadra in corsivo.) 2 Di quest’Accademia ho trattato nella comunicazione svolta nel Convegno forlivese su Le Accademie in Romagna dal ’600 al ’900 (maggio 2000), ed intitolata Tra erudizione e nuova scienza. I Lincei riminesi di G. Bianchi (1745), di prossima pubblicazione. 3 Cfr. G. B. PASSERI, Dell’istoria de’ Fossili del Pesarese ed altri luoghi vicini, in Opuscoli del p. A. CALOGERÀ, tomo L, Venezia 1754, pp. 246-247. 4 Battarra collaborò assiduamente con Bianchi, sia nella ricerca scientifica sia come incisore di rami per sue opere a stampa. Nel 1751 fu eletto quale pubblico «Lettor di logica» della città di Rimini. Appartenne all’Accademia planchiana dei Lincei. Il suo piano di studi per la Cattedra di Filosofia al Seminario di Rimini prevedeva anche lo studio dei Fossili: cfr. Per l’apertura della Cattedra di Filosofia etc., Cesena 1763, p. 20. Sulla sua figura di studioso, cfr. G. A. Battarra, Filosofia e funghi, in A. MONTANARI, Lumi di Romagna, pp. 19-26, Rimini 1992-1993; e la cit. comunicazione Tra erudizione e nuova scienza. Di grande importanza, per la comprensione della figura di Battarra, è il saggio di C. DI CARLO, Sulla fortuna delle opere di G. A. B., «Il libro in Romagna. Produzione, commercio e consumo dalla fine del secolo XV all’età contemporanea», Firenze 1998, pp. 659-671. 5 Il testo originale dell’Istoria è in SC-MS. 803, Scritti e documenti miscellanei, op. 5, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini (BGR). Esso è stato pubblicato ne Il Carbone in Romagna. Le miniere di Sogliano al Rubicone, a cura di don E. BERARDI, Sogliano al Rubicone 1916. Mons. M. RUBERTINI nella sua Guida storica ed artistica di Sogliano al Rubicone, a cura di P. SACCHINI, Rimini 1989, p. 42, scrive: «Fino dall’anno 1780 erano noti alcuni frammenti di carbon fossile, trovati nei dintorni di Sogliano e segnalati al celebre Abate Giovanni Battarra di Rimini dal suo alunno, il soglianese Dott. Gaetano Marcosanti. Il Battarra si portò sul luogo e poté verificare l’importanza di quei giacimenti minerali […]». Il libretto di don BERARDI è cit. alla p. 79. 6 L’argomento riguarda i Foraminiferi. Sull’importanza di questo testo, cfr. le Novelle letterarie [in seguito, Nov.], tomo IV, n. 15, 12 aprile 1743, col. 229. 7 I Corni d’Ammone (o Ammoniti) sono molluschi cefalopodi fossili. 8 Cfr. B. FADDA, L’innesto del vaiolo, Milano 1983, pp. 192-193. 9 Cfr. Lynceorum Restitutorum Codex, SC-MS. 1183, BGR, c. 2r. 10 Cfr. A. MONTANARI, Le Notti di Bertòla, Storia inedita dei Canti in memoria di Papa Ganganelli, Rimini 1998, p. 75, nota 85. 11 Cfr. Nov., tomo XI, n. 37, 11 settembre 1750, col. 585. Questo è un passo della Lettera seconda […] intorno del Rubicone di Bianchi, di cui tratto in seguito. 12 Cfr. G. URBANI, Raccolta di Scrittori e Prelati Riminesi, SC-MS. 195, BGR, p. 764. 13 Cfr. le biografie di G. P. Giovenardi (1708-1789) in SC-MS 227, Miscellanea Ariminensis Garampiana, Apografi, BGR; e SC-MS 375, Breve notizia de' letterati della città ed agro riminese viventi a tutto il 1791, in A. B IANCHI (1784-1840), Uomini illustri di Rimini, BGR. (La Breve notizia fu raccolta ma non compilata da A. Bianchi.) Giovenardi fu accademico dei Lincei riminesi e «pubblico Lettore di Scienze» a Santarcangelo. 14 Cf. A. PECCI, Note storico-bibliografiche intorno al Fiume Rubicone, Bologna 1889, p. 25. 15 Cfr. Nov., tomo IV, n. 46, 15 novembre 1743, coll. 731-733: presentando un’iscrizione trovata a San Vito, si scrive che Giovenardi era «uomo erudito, ed eloquente, e nelle Lettere Latine, e Greche molto versato»; e si dichiara che la parrocchia di San Vito sorge «sulle sponde del famoso Rubicone». 16 Del passo di Plinio, mi occuperò più avanti. RUBERTINI, op. cit., p. 22, scrive che i santarcangiolesi identificavano il Rubicone «col fiume Uso, l’antico Aprusa». Tra gli intellettuali riminesi, era costume diffuso identificare il Rubicone nell’Uso, come testimonia questo passo di una cronaca del 1742: «Tutto l’esercito Napolispano fece Campo (…) vicino il Fiume Rubicone trà il Ponte di Bellaria, e Bordonchio»: cfr. U. MARCHI, Memorie Ariminesi, I, 1739-1743, SC-MS. 179, BGR, p. 113. Alla p. 132 delle stesse Memorie, troviamo a proposito del torrente Pisciatello: «con tal nome devesi chiamare, non competendogli quello di Rubicone, come ingiustamente, e con falsità pretendono li Cesenati, [i] quali ridicolosamente attribuiscono ad un Rio, ò sia Torrente, che hà il suo principio da vicino, e non hà fine in mare, il nome di Fiume, e di un Fiume sì rinomato, qual fù il Rubicone. Sù questa indebita ed insussistente pretensione de Cesenati non voglio Io quì fermarmi, ne addurre ragioni in contrario,

riportandomi solamente à quel tanto, che è stato scritto contro essi, e contro il detto Torrente “Pisciatello” non solo da Riminesi, mà ancora da scrittori forastieri. Il nostro celebre Dottore Gioanni Planco, che ha sù ciò scritto qualche cosa, ha promesso di diffondersi lungamente, con altro Libercolo che darà alle stampe». La cronaca di Marchi, come ho detto, è relativa al 1742, ma deve esser stata redatta successivamente, se Marchi accenna al fatto che Bianchi «ha sù ciò scritto qualche cosa», riferendosi probabilmente all’articolo delle Nov, novembre 1743, di cui alla nota 15. 17 Cfr. Nov., tomo VII, n. 50, 16 dicembre 1746, col. 790. 18 Circa il testo planchiano, cfr. G. L. MASETTI ZANNINI, Il mito del Rubicone. Contributo alla «fortuna» di Roma nel Settecento romagnolo, «Bollettino del Museo del Risorgimento», Bologna 1969-1971, p. 19, nota 27. La novella è alle pp. 44-51. 19 Cfr. G. VILLANI, Ariminesis Rubicon in Cæsenam Claramontii, Arimini 1641. Egli attacca il cesenate Scipione Chiaramonti (1565-1652) secondo cui il Rubicone antico era il Pisciatello (cfr. Cæsenæ historia, 1641, pp. 17-45). Chiaramonti fu anche autore di un importante trattato, Della raggione di Stato, Firenze 1625: cfr. A. MONTANARI, Il libertino devoto. A proposito della «biblioteca Agolanti» (1719). Libri e circolazione delle idee a Rimini tra XVII e XVIII secolo, di prossima pubblicazione. 20 Il 10 ottobre dello stesso 1643 il vescovo di Rimini interpella Savignano «an Pisciatellus […] sub alio nomine vocitetur, ac intelligatur, quam Pisciatelli»: cfr. Raccolta di opuscoli sul Rubicone, collettanea curata da Z. Gambetti, SC-MS. 897, BGR. 21 Cfr. Lettera prima, datata 6 marzo 1750 (in Nov., tomo XI, 1750, nn. 20, 21, 22, coll. 311-320, 323-330, 344-349). 22 L’iscrizione, osserva Bianchi, «giaceva negletta in un cortile dell’antico loro pubblico Palagio». Fu poi collocata «solennemente nell’atrio appié delle Scale del loro nuovo magnifico Palagio». 23 La Lettera seconda ad un Amico di Firenze intorno del Rubicone, datata 20 marzo 1750 (fasc. 210, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Bianchi Giovanni, BGR; e Nov., tomo XI, 1750, nn. 37, 39, 41, 43, coll. 583-590, 610-618, 641-651, 678-684), appare poi, assieme alla Lettera prima, nella Nuova raccolta di opuscoli del p. A. CALOGERÀ, tomo II, Venezia 1756, pp. 321-378. 24 In M. A. LUCANO, Guerra civile, I, vv. 213-219, leggiamo: il «rosseggiante Rubicone nasce da una piccola fonte e procede con brevi onde, allorquando brucia la fervida estate»; al momento fatidico di cui è protagonista Cesare (sera dell'11 gennaio 49 a.C.), il Rubicone «è reso più forte dall’inverno; infatti, il suo corso è stato accresciuto dal terzo giorno del novilunio con la sua falce apportatrice di molta pioggia e dalla neve delle Alpi che si scioglieva agli umidi soffi dello scirocco». («Puniceus Rubicon», riprende Sidonio Apollinare, nel V sec. d.C.). 25 Su questo ed altri aspetti del problema, rimando ad A. VEGGIANI, Il Rubicone, a cura di R. ZOFFOLI, Cesena 1997, passim; di tale libro si parla nel volume Antonio Veggiani, Un uomo dai tanti orizzonti, a cura di S. LOLLETTI, Società di Studi Romagnoli, Cesena 2000: qui cfr. R. ZOFFOLI, Gli studi sull’antico Urgòn… , pp. 79-83. 26 Cfr. l’ed. pisana del 1977, vol. I, p. 325. 27 In un «Opuscolo stampato in Pesaro nel 1828»: si tratta dell’Isola del Congresso triumvirale, La Selva Litana, e il Fiume Rubicone; cfr. A. B IANCHI, Storia di Rimino dalle origini al 1832, manoscritti inediti a cura di A. Montanari, Rimini 1997, p. 47. 28 Nell’Isola, cit., pag. 26, leggiamo che per Rubicone deve intendersi «indubitabilmente l’Urgone, che da Montecodruzzo discende a Montiano e sotto l’Emilia prende nome di Pisciatello». Cfr. PECCI, op. cit., p. 48. 29 Cfr. A. BIANCHI, op. cit., p. 49. Egli osserva che «è stato scritto da molti, ma sempre in contraddizione, per motivo di certe male intese glorie municipali, e per quel genio di dispute cavillatorie che regnava ne’ due scorsi secoli». Nella nota bibliografica finale di tale volume, ho elencato i testi degli autori intervenuti nella disputa, e citt. nella Storia di Rimino. Nel cui inizio (pp. 7-8) si tratta del tema geologico e dei ricordati «Corni d’Ammone» (cfr. p. 7, nota 4). 30 I «paraguanti» sono gli oboli, le mance, cioè gli strumenti di una corruzione più politica che giudiziaria. 31 Cfr. 7 gennaio 1750, Fondo Gambetti, Lettere al dottor G. Bianchi (FGLB), BGR, ad vocem. 32 Cfr. AP 479, Copialettere della Municipalità, 1749-1751, Archivio Storico Comunale in Archivio di Stato di Rimini (ASR). Per una trattazione più organica rimando alla mia comunicazione al Convegno sammarinese degli Studi Romagnoli (ottobre 2000), di prossima pubblicazione, intitolata Lettori di provincia nel Settecento romagnolo. Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti. 33 Cfr. 23 novembre 1749, c. 57v, AP 479. Tutte le lettere sull’argomento sono dirette al procuratore romano di Rimini, Filippo Eleuterj. 34 Cfr. 18 dicembre 1749, c. 63r, ibid. 35 Cfr. ibid., cc. 65r e 66r. 36 La lettera (del 15 gennaio 1750, ibid., cc. 69-70r), ripercorre tutta l’«antichissima controversia» sul Rubicone: il testo integrale è riportato in Appendice, 1. (La controversia è riassunta con spirito di parte in L. TONINI, Rimini avanti il principio dell’era volgare, Rimini 1848, ed. an. 1971, pp. 82-94.) 37 Cfr. 29 gennaio 1750, ibid., c. 78v. 38 Cfr. 12 febbraio 1750, ibid., c. 82v. 39 Cfr. 12 e 22 febbraio 1750, ibid., cc. 83r e 86v. 40 Cfr. 26 febbraio 1750, ibid., cc. 87v-88r.

41 Cfr. in FGLB, fasc. Garatoni Gianfelice: allegata alla missiva di questi a Bianchi del 17 marzo 1753, si trova la cit. lettera di Serpieri. Il quale aggiunge che la lite, secondo lo stesso Giudice, «verteva sopra una minchioneria». 42 Cfr. Nov., tomo XVII, n. 25, 18 giugno 1756, coll. 399-400. Una delle ragioni che avevano spinto Bianchi a sostenere con tanto ardore le proprie tesi, è spiegata in una sua lettera pubblicata sulle Nov., tomo XVII, n. 31, 30 luglio 1756, coll. 487-490: essa è la presenza da sessant’anni in città dell’arcadica «Colonia Rubiconiana» («l’Arcadia di Roma fin dal suo principio avea chiamato Rimino col nome di Colonia Rubiconiana»). Sui possibili legami tra questa colonia arcadica riminese e l’Accademia Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di Savignano di Romagna, cfr. in Appendice, 3. Rubicone, Arcadia e Filopatridi. 43 Così scrive PECCI, op. cit., p. 39. Cfr. pure MASETTI ZANNINI, Il mito, cit., p. 37, nota 86. 44 Cfr. G. SERRA, Manifesto del Letterato Bolognese, Faenza 1756, p. 10. 45 Cfr. Nov., tomo XVIII, n. 8, 25 febbraio 1757, coll. 117-121. 46 I quattro sonetti sono in Appendice, 4. Il testo originale è conservato sia in AP 635, VII, Rubicone, ASR, sia nella cit. Raccolta di opuscoli sul Rubicone, BGR. 47 Un esemplare dell’Avviso, redatto in italiano e latino, è nella cit. Raccolta di opuscoli sul Rubicone. 48 Cfr. A. MONTANARI, Il pane del povero. L’Annona frumentaria riminese nel sec. XVIII, «Romagna arte e storia», n. 56/1999, p. 10. Sulle conseguenze politiche della crisi sociale dell’antico regime, cfr. ID. Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» IL (1998); e ID., L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici». Nobili, borghesi e clero in lotta per il «sopravanzo» della contribuzione del 1796. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, per una storia sociale cittadina del XVIII secolo, «Studi Romagnoli» L (1999), entrambi di prossima pubblicazione. 49 Cfr. ID., Per soldi, non per passione. «Matrimonj disuguali» a Rimini (1763-92): tra egemonia nobiliare ed ascesa borghese, «Romagna arte e storia», n. 52/1998, passim. 50 Per la storia dei Filopatridi, cfr. D. MAZZOTTI, Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Note storiche e biografiche, Santarcangelo di Romagna 1975, passim. 51 Cfr. i citt. Viaggi 1740-1774, ad diem .

Addizione (2010).
Nella mia storia dei Lincei riminesi, alla nota 119 ho citato un passo di Giovanni Bianchi che nella Lettera prima sul Rubicone, del 6 marzo 1750, parla di «tre dissertazioni» da Giovenardi «recitate nella nostra Accademia dei Lincei» per dimostrare essere il fiume Uso (o Luso come si diceva allora) «il vero Rubicone degli Antichi». Le «tre dissertazioni» sono state ritrovate dal prof. Ezio Lorenzini nella biblioteca del cenobio di Camaldoli. Lorenzini ne dette notizia il 13 febbraio 2004, in un’intervista apparsa sul “Corriere di Romagna”, a firma di Giorgio Magnani. (La riporto più avanti.) Riproduco dalla mia storia dei Lincei riminesi testo e note relative, che riguardano Giovenardi e Bianchi:

TESTO

Dissertazione n. 11, dell’8 marzo 1750, di Giovanni Paolo Giovenardi 119, De Rubicone, a proposito della «iscrizione da lui fatta per un cippo sulle sponde del fiume Uso, preteso Rubicone degli antichi e dalla quale prese le mosse una celebre controversia in cui il Bianchi ebbe parte preponderante» 120, come dimostra la dissertazione seguente. Dissertazione n. 12, del 21 marzo 1750, di Planco, lettera ad un amico fiorentino, De Rubicone 121.

NOTE Riproduco le note 119, 120 e 121.
In quest’ultima è citato il presente lavoro già allora presente su Internet: <http://digilander.libero.it/monari/spec/rubicone.586.html>.
Nota 119 Bianchi nella Lettera prima sul Rubicone, del 6 marzo 1750, parla di «tre dissertazioni» da Giovenardi «recitate nella nostra Accademia dei Lincei» per dimostrare essere il fiume Uso (o Luso come si diceva allora) «il vero Rubicone degli Antichi». Questa Lettera prima esce a stampa con la Seconda, su cui v. infra. Nota 120 Cfr. le citt. Vicende accademiche, p. 60. In FGLB, nel fasc. Garatoni, Gianfelice, allegata alla lettera di questi a Bianchi del 17 marzo 1753, c’è una missiva dell’abate Giulio Cesare Serpieri (agente della città di Rimini a Roma), diretta allo stesso G. P. Giovenardi, in cui si parla della «risata, non solo del Giudice, ma ancora di tutti quelli che si ritrovarono presenti» alla discussione della causa intentata dai cesenati alla Comunità di Santarcangelo ed a G. P. Giovenardi: la lite, secondo lo stesso Giudice, «verteva sopra una minchioneria». Per quella lite, Serpieri agì come Procuratore di Santarcangelo. Rimini volle tenersene fuori, però avvertì l’obbligo morale di sostenere G. P. Giovenardi che aveva posto «una memoria così gloriosa per la nostra città»: cfr. AP 479, Copialettere 1749-1751, ASRi. In URBANI, Raccolta..., cit., p. 765, leggiamo al proposito, su G. P. Giovenardi: «Eresse da fondamenti la nuova Chiesa parrocchiale della sua pieve, situata sulla sponda del Fiume Uso, e volendo farsi far pompa di sua erudizione, sulle sponde medesime piantò un marmoreo cippo» con la scritta «Heic Italiae Finis Quondam Rubicon». Circa la disputa rubiconiana, in «Nov.», XVIII, 3, 21 gennaio 1757, coll. 39-40, si legge: «I Cesenati se ne furono appellati al tribunale della Sacra Rota Romana». T. SALMON, Lo stato presente di tutti i paesi e popoli del mondo, XXI (G. B. Albrizzi, Venezia 1757), pp. 449-455, rammenta la questione rubiconiana, prendendo le difese di Bianchi: «Vogliono tuttavia gli Ariminesi, e non senza buoni fondamenti, che il fiume Luso, che porta le sue acque in mare, sia il vero Rubicone». Francesco Antonio Zaccaria osserva al proposito nei suoi Annali letterarj d’Italia, I, II, Modena 1762, pp. 188-190: «Per altro ho tal dispetto contro questo malvagio Rubicone, che se Roma ha già decisa la lite per questa rara cosa tra’ Riminesi, e Cesenati, e ha condannati nelle spese quest’ultimi, io vorrei vedere imposta una buona multa a coloro, che con fogli, libri, libercoli, Dissertazioni, Scritture osassero di più infestare l’umana generazione sopra questa controversia, teruntii, flocci, e nihili eziandio». Nota 121 Il testo della dissertazione del 21 marzo 1750 è lo stesso della Lettera seconda ad un Amico di Firenze intorno del Rubicone, datata 20 marzo 1750 (fasc. 210,

FGMB), e pubblicata prima nello stesso 1750 dalle «Nov.» (XI, 37, 39, 41, 43, coll. 583-590, 610-618, 641-651, 678-684), e poi, assieme alla Lettera prima, nel 1756 dagli Opuscoli Calogeriani di Venezia, tomoII, pp. 321-378. (Di questa stampa uscita negli Opuscoli, esiste un estratto con aggiunta, alle pp. 379-383, la sentenza sulla causa rubiconiana, emessa a Roma il 4 maggio 1756, che dà torto ai Cesenati e li condanna al pagamento delle spese: cfr. la Raccolta di opuscoli sul Rubicone, collettanea curata da Z. GAMBETTI, SC-MS. 897-899, BGR, con materiale edito ed inedito appartenuto a Bianchi: qui è conservata, in ms. incompleto, la Lettera prima.) Nella Lettera prima del 6 marzo 1750 (cfr. «Nov.», XI, 1750, nn. 20, 21, 22, coll. 311-320, 323-330, 344-349), Bianchi sostiene che la questione del Rubicone era relativa ad «un punto erudito di geografia antica», da lasciare non alle dispute legali (come avvenne) ma «piuttosto ai dotti, e alle Accademie degli eruditi». La Lettera prima tratta della falsa iscrizione cesenate sulla riva del Pisciatello. A riassumere la questione rubiconiana, valga quest’affermazione di Antonio Bianchi: «è stato scritto da molti, ma sempre in contraddizione, per motivo di certe male intese glorie municipali, e per quel genio di dispute cavillatorie che regnava ne’ due scorsi secoli». (Cfr. A. BIANCHI, Storia di Rimino dalle origini al 1832, manoscritti inediti a cura di A. Montanari, Rimini 1997, p. 43: nella nota bibliografica finale di tale volume, sono elencati i testi degli autori intervenuti nella disputa, e citt. da A. Bianchi.) Cfr. pure G. L. MASETTI ZANNINI, Il mito del Rubicone. Contributo alla «fortuna» di Roma nel Settecento romagnolo, «Bollettino del Museo del Risorgimento», Bologna 19691971, pp. 1-51. Osserva PRUCCOLI, nel cit. L’Alberoni e San Marino, p. 286: «la così detta causa rubiconiana, ai nostro occhi futilissima» era per Bianchi «essenzialmente rivendicazione di antiche giurisdizioni usurpate, di prestigio civico e di tutela delle ragioni storiche di una città che l’ignavia dei suoi nobili e il dinamismo di altre comunità (nella fattispecie Cesena, da Planco cordialmente odiata) relegavano ormai quasi al livello di borgo remoto della provincia legatizia di Ravenna». Sull’intera vicenda rubiconiana, cfr. pure la cit. comunicazione Lettori di provincia, contenente documenti inediti della Municipalità di Rimini; ed A. MONTANARI, Un fiume di erudizione. Iano Planco ed il «Rubicone degli Antichi», consultabile in Riministoria, <http://digilander.libero.it/monari/spec/rubicone.586.html>. Qui ricordiamo soltanto, che dopo la sentenza del 1756, il cesenate Padre Gianangelo Serra rilancia la questione a livello europeo, con un Avviso avanzato alli Signori Accademici delle Reali Accademie di Parigi, di Londra, di Lipsia, e di Berlino (1757), redatto in italiano e latino.

ARTICOLO del 13 febbraio 2004, dal «Corriere di Romagna»
Il prof. Ezio Lorenzini ha colpito ancora nel segno SCOPERTO UN PREZIOSO MANOSCRITTO DEL SETTECENTO

La cultura romagnola si arricchisce di altre 100 pagine
Gambettola - Il prof. Ezio Lorenzini, nato e residente a Gambettola, è conosciuto soprattutto per i suoi studi linguistico-letterari sul vangelo di Giovanni e sulle origini gambettolesi della famiglia di Federico Fellini: queste opere sono apparse in pubblicazioni che hanno segnato un significativo passo in avanti nell’esegesi biblica e nella conoscenza della storia locale. Fidandosi ancora una volta del suo istinto di detective letterario, è giunto a importanti risultati. Prendendo lo spunto da alcuni indizi, ha svolto pazienti e minuziose indagini, ben connaturate con la sua forma mentis, che lo hanno portato a scoprire un prezioso manoscritto nella biblioteca del cenobio di Camaldoli, famosa frazione del Comune di Poppi, in provincia di Arezzo. In esso sono contenute tre dissertazioni che furono recitate tra il 1745 e il 1750 nell’Accademia dei Lincei di Rimini dal parroco di San Vito, don Giampaolo Giovenardi. Sono ben 106 pagine che si aggiungono ad arricchire la conoscenza della cultura romagnola del Settecento. Sei pagine intere sono dedicate alla descrizione del ponte di San Vito, come si presentava nell’anno 1750: questa unica relazione pervenutaci dal passato potrà essere messa a frutto in una imminente campagna di scavi archeologici, che sono stati programmati per studiare i ruderi del famoso ponte: si potrà vedere quanto esso sia cambiato in questi ultimi 250 anni. Inoltre dai testi di Giovenardi si ricaveranno maggiori informazioni sull’origine, la datazione e le successive trasformazioni e ricostruzioni del manufatto. Però nelle tre dissertazioni viene trattata soprattutto la famosa questione rubiconiana e viene sostenuta l’identificazione dell’Uso con il Rubicone degli antichi. Su questo argomento abbiamo posto alcune domande. Come è arrivato alla scoperta? Tutto è partito da Francesco Viroli, studente di architettura presso l’università di Firenze, il quale, gestendo un bagno alla foce del Rubicone a Gatteo Mare, ha realizzato in memoria del famoso passaggio di Cesare un monumento, del quale a suo tempo parlò anche il vostro giornale. Per la frase “Il dado sia tratto” e per un piccolo opuscolo da distribuire ai turisti chiese il mio aiuto, che prestai volentieri, elaborando un breve riassunto dei passi di Plutarco e Svetonio. Spinto da questa circostanza ad approfondire l’argomento, vidi che la polemica raggiunse la massima intensità a metà del Settecento, quando addirittura la questione venne portata a Roma, perché fosse decisa dal tribunale della Sacra Rota. Che c’entra tutto questo col manoscritto? Il fatto è che a metà del Settecento il monaco Gabriello Maria Guastuzzi, dell’ordine camaldolese, scrisse due opuscoli sul tema del Rubicone, nei quali accennò ad “un’erudito Ecclesiastico di Sant’Arcangelo, che per degno rispettoso riflesso non voglio nominare”, e che sapeva “essersi ultimamente comunicate con giusto, e meritato applauso ai Letterati di Rimino alcune sue dottissime ragioni, e ingegnose e diligenti osservazioni tutte tutte favorevoli a Luso-Rubicone”. Lo studioso Alfonso Pecci affermò nel 1889 che “Giovanardi aveva già scritte alcune dissertazioni […] alle quali pure credo voglia alludere il Guastuzzi quando […] fà menzione di alcune dottisssime ragioni svolte a favore dell’Uso e comunicate ai Letterati di Rimini da un’erudito ecclesiastico di S. Arcangelo”. Per approfondire e ampliare le notizie su Guastuzzi mi rivolsi alla biblioteca di Camaldoli, perché il nostro monaco apparteneva proprio a quell’ordine. Allora il bibliotecario Ugo Fossa mi mandò alcuni testi, in uno dei quali si accennava ad una lettera, che Giovenardi aveva composto in versi per chiedere alle autorità di costruire un ponte sull’Uso. La cosa la interessò? Certamente. Infatti mi domandai come mai un tale scritto si trovasse a Camaldoli, e sospettai che ci potesse essere dell’altro: essendo stata richiesta da me una ricerca più approfondita, venne trovato alla fine il manoscritto originario di Giovenardi, contenente le tre dissertazioni: due in latino e una in italiano. Cosa ci può dire sul contenuto? Le due in latino prendono in esame, parola per parola, un passo di Plinio e un altro di Lucano. Il primo affermò che “sulla costa c’è il fiume Crustumio, la colonia di Rimini coi fiumi Rimini e Aprusa, e il fiume Rubicone, un tempo confine d’Italia. Poi i fiumi Savio, Utis e Lamone”; il secondo, parlando del passaggio di Cesare, compose questi famosi versi: “Il purpureo Rubicone sgorga da una modesta fonte / e scorre con deboli onde, quando la fervida estate / riarde, e serpeggia al fondo delle valli e separa, preciso / confine, le terre galliche dai coloni ausoni”. Giovenardi sostiene che senza alcun dubbio queste parole combaciano esattamente con le caratteristiche dell’Uso, e non trova nessuna particolarità, ma proprio nessuna, che si addica al Fiumicino e tanto meno al Pisciatello. La terza dissertazione è una critica serrata, e talvolta aggressiva, al libro Il vero Rubicone, scritto in latino nel 1733 da Braschi, il quale invece parteggiava acriticamente per il Pisciatello.

C’è qualche elemento che vorrebbe presentare ai nostri lettori? Voglio riportare una delle battute sarcastiche che ricorrono nella 3ª dissertazione, dove si afferma che le caratteristiche descritte da Lucano “mancano al Pisciatello, alla Rigossa, et al Fiumicino, i quali appena usciti da’ monti, non anno altro che arena, non anno gorghi, e sono senza pesce affatto, quando per pesce non vogliamo pigliare le ranocchie, le quali ne’ tempi d’estate per mancanza d’acqua si pigliano congedo da detti Rii piuttosto che Fiumi, e lasciano il loro luogo alle Formiche”. Alcune affermazioni sono addirittura offensive. Infatti Giovenardi afferma che Braschi “dice d’aver valicato il Luso; Ma chiamandolo poi uguale al Pisciatello, concluderemo, che o egli il valicò in qualche ora meno acconcia a giudicar delle cose, oppure, che quel buon Prelato in quel tempo fosse privo dell’idea del maggiore, e del minore. È cosa così chiara, e manifesta, che il Luso è del Pisciatello assai maggiore, che mi riputerei più stolto io se volessi provarlo, che non fù il Braschi nel chiamarlo uguale al Pisciatello”; e inoltre: “Io dico, che que’ Scrittori di cui sono o le autorità, o le Tavole geografiche in questo passo di PLINIO anno imitato le pecorelle, le quali vanno tutte sempre dietro alla prima, o per diritta, o per ignota via ch’ella sen vada”. Ci può riportare qualche frase da Lei tradotta? Ne riporto due, anche queste molto polemiche: “Ho fatto accenno a questo ponte, anche perché venga maggiormente smascherata la sfacciataggine dei sostenitori del Pisciatello, perché non si vergognano di ricorrere a menzogne, quando mancano di abbondanza d’argomentazioni”; e inoltre: “Giovanni Battista Braschi, arcivescovo di Nisibi, […] con una faccia di bronzo nega l’esistenza di questo ponte. Dice infatti o che non c’è mai stato un ponte sull’Uso, o almeno che non c’è adesso, e non lo nega sulla base di una relazione di altri, ma dice di aver personalmente attraversato il fiume Uso, dove divide la via Emilia, e di non aver visto le tracce di un ponte magnifico”. Ha trovato conferme e smentite a quanto è già stato sostenuto dagli studiosi? Certamente ho trovato delle conferme, ma per ora vorrei segnalare due errori che mi sembrano significativi. Innanzi tutto la data della 3ª relazione (“Anno MDCCL.VIII Idus Mart.”) è stata interpretata come 1758, alle idi di marzo, cioè il 15 marzo: si veda ad esempio Gian Ludovico Masetti Zannini in un articolo del 1974 e diversi altri studiosi, che si sono posti sulla sua scia. Ma hanno trascurato molti fatti: dopo “MDCCL” si trova un puntino (e sapete che per un punto Martin perse la cappa); l’anno 1758 è certamente sbagliato, come si è accorto anche lo stesso Masetti Zannini; la data delle idi di marzo viene indicata in latino con Idibus Mart., non certo con Idus Mart.; infine il 15 marzo del 1750 era una domenica, mentre le conferenze presso l’accademia avvenivano di venerdì. In seguito ad un esame comparato dei testi e delle vicende di quell’anno sono giunto ad una data precisa: la 3ª dissertazione fu tenuta a Rimini nel 1750, il 6 marzo. Non è un errore alquanto grave per uno storico sbagliare le date? Sì, soprattutto se il fatto è causato da un’errata lettura del testo che si ha sotto gli occhi. Ma c’è di peggio: a volte vengono confusi personaggi e opere senza rendersi conto delle contraddizioni che in questo modo vengono a crearsi. In particolare Piero Meldini in un articolo del 1988 sostenne che Giovenardi compose una 4ª dissertazione (della quale finora non si hanno tracce) di contestazione a Giovanni Bianchi, fondatore e direttore indiscusso dell’Accademia dei Lincei di Rimini, noto soprattutto col nome di Iano Planco. Ma per chi conosce anche solo minimamente il carattere egocentrico, intransigente e combattivo di Bianchi da una parte, e d’altra la devozione e l’ossequio più assoluto di Giovenardi nei suoi confronti, “lo esimio GIANO PLANCO […] luminoso splendore, e singolare ornamento” - uso le sue parole -, risulta incredibile che costui abbia potuto tenere una conferenza non solo critica nei confronti del grande maestro, ma addirittura in una riunione della sua accademia. Ma allora che cosa è successo? Probabilmente Meldini, che è molto capace di elaborare i personaggi della fantasia letteraria, ma non è altrettanto abile nel ricostruire i dati della realtà storica, ha confuso Bianchi con Braschi (il bersaglio di Giovenardi), oppure ha scambiato per opere di Giovenardi le due polemiche Dissertazioni […] sopra alcune lettere del signor dottor Bianchi di Rimini, scritte da Pasquale Amati: la prima nel 1761 e l’altra nel 1763. Un’ultima domanda: dove è possibile consultare il codice? Come ho già detto, l’originale è nella biblioteca del cenobio di Camaldoli, ma, essendo io riuscito a suscitare nella direzione della biblioteca Malatestiana di Cesena e in quella della Comunale di Gambettola il desiderio di procurarsi una copia del manoscritto, è avvenuto che, previ accordi con la biblioteca di Camaldoli, una copia fotografica di ciascuna delle 106 pagine, immessa su dischetto CD-ROM, si trovi dalla metà di gennaio del 2004 presso la Malatestiana a disposizione degli studiosi, mentre una mia trascrizione e traduzione provvisorie saranno presto disponibili su dischetto nella biblioteca di Gambettola: chi vorrà leggerle, potrà dare il suo contributo per arrivare ad una stesura definitiva sia del testo che della traduzione delle dissertazioni latine. Facendo i complimenti al prof. Lorenzini, riteniamo che dalle sue scoperte e dalle sue considerazioni alcuni dei nostri lettori, interessati all’argomento, possano essere stimolati ad approfondire e a interpretare correttamente questa nuova e suggestiva pagina della cultura romagnola. Giorgio Magnani [2004]

Copia della trascrizione delle tre dissertazioni di Giovenardi, inviatami dal prof. Lorenzini, e sinora inedita.
La riproduzione è fedele alla copia ricevuta da Lorenzini, che ho dovuto riformattare per motivi tecnici. Ho sostituito la parola «faire» (?) con [?]. Ho inserito le note automatiche nel testo scrivendo [Nota di Lorenzini:]. 1ª 2ª 3ª da "5 a" fino a "16 a" = 23 pagine (12 fogli). da "19 a" fino a "43 a" = 49 pagine (25 fogli). da "45 a" fino a "61 b" = 34 pagine (17 fogli). Totale = 106 pagine (54 fogli).

Giovenardi trascrizione Parte 1ª Testi originali Premessa 19 Ad Em'um, ac Re'nd.mum Dnum' Dnum' Cardinalem Valentem Gonzagam Romandiolae Legatum Pro Advenis, et Indigenis Ponticulum ligneum petentibus pro tuto, et expedito transitu Fluminis Rubiconis, sive Lusus ad Divi Viti, ubi Viam Aemiliam intersecat. Libellus Supplex [Archivum s. eremi-Camaldoli] / •1 a• Eminentissime, ac Reverendissime Princeps Optime, qui praees non ducis artibus nosti, Quae tibi narrabit missa tabella Valens. Excipe vultu hilari, et pacato perlege, credas, Quod venit e calamo, qui te amat, atque colit non falsa tibi referet, sed vera, palamque, Quae valeas oculis conspicere ipse tuis. Ipse recognosces meditans quaecumque petuntur Curare, ut fiant muneris esse tui. Haec tibi, qui scribit, videt, audit, cogitur esse Assidue sestis? nocte, dieque dolens. Qui quondam Rubicon, nunc dictus nomine Lusus Serpens per Valles in Pelagum Adriacum Montibus ex altis, queis Partigallia nomen Ad Divi Viti dividit Aemiliam. / •1 b• Cum tumet altus aquis, pedes, et nec eques, neque Currus Tranat, cum lenis fertur in Adriacum Denudare pedes, et perdere tempus eundi Cogitur indignans Hospes, et Indigena. Pons, et Cymba deest, Magni Vestigia Pontis Sunt digna, ut videat quisquis Viator iter Huc habet exoptans Veterum monumenta videre Adspicit heic silices, quaeis [?]rivoir Via strata fuit. Alveus heic offert oculis fundamina Pontis Et cum dimidio, qui integer Arcus adest Visitur, unda terens ripas, retegitque sepulta Antiqui heic operis rudera magnifica. Quorum si spectes, quae sit structura, negare Haud licet Aemiliae haec esse coaeva viae Advena Praesidibus Priscis, que cura viai Aemiliae heic cunctis liberum, ut esset iter, Spectata, quae nunc! atque rogat, quis sit modo Praeses? Obstupet audito nomine, et exululat Est Gonzaga Valens isti qui praesidet oris? / •2 a• Est Gonzaga Valens, nec reparare valet? Dedecus hoc magnum est, nec Maiestate ferendum Sexti Magnanimi, heic Hospes, et Indigena Frati? clamant; igitur mutet sibi nomen Praeses hic, aut quod habet, defendat Imperium [?]rivoir. Non decus hoc patitur, nec Magni Gloria Sexti, Et qui nunc praees, non tua Clare Valens

Omnibus ut sit iter tutum noctuque, diuque Praecipuum munus Praesidis esse scias. Ergo tuum munus, quod debeat esse memento. Tuta ut sit conctis postulat Aemilia. Quod petit, est justum, estque palam, fierique necesse est: Quidam obstant, sed ne decipiare, cave. Mitte Peritum hominem (sed honestum) visere Lusum, Si fuerit verax, plurima quam haec referet. Quae ti? [?]rivoir si curae, curabis tollere tantum, ac Iam grave finitimis, Hospitibusque malum / •2 b• Hoc Pedes, hoc Eques, omnisque hoc Auriga precatur, Hoc etiam ut tollas Accola Turba rogat, Cuius in auriculis semper noctesque diesque Infandae voces, et maledicta sonant. Turpe adeo murmur poterit compescere (si vis) Non Pons Marmoreus, ligneus esse satis. Quod non est factum, facias venientibus annis Incola te Aemiliae supplicat, atque rogat. Ergo decus servare tuum, exaudire precoconteis? (percuncteris?) Cura, obsistenteis despice, prosequere. Despice, ne fallant te, ut decepere Priores, Fraudibus illorum, qui adhibuere fidem Prosequere, haud Tiberis, Padus est, haud turgidus Ister Sed parvuus Rubicon Ponticulo est cui opus. Adspice Magnanimi quae sit Vigilantia Sexti Pontina in media tutius ut sit iter, Et brevius cunctis. Cur tu patiare Viator Longius ut per iter vadat ab Aemilia? / •3 a• Utque etiam de te populus, Pastorque queratur, Quod nequeat munus perficere ipse suum. Nam mutuum accessum vetat heic Rubiconis utrisque Unda, probrum magnum! maxime in Aemilia. Est vasta, est pinguis, cui tu Provincia præes, Est impensa levis, publica commoditas. Postulat Imperii decus hoc; Igitur te etiam nunc Aemiliam heic pigeat Ponte carere Viam. Macte animo, et tecum tibi quae sunt scripta revolve, at Pons tibi sit praesto, publicaque utilitas. Ne te dimoveant quorumdam subdola verba Optatum ut cunctis impediatur opus. Fac videant Pontem, fieri quem posse negabunt, Turbaque clamabit caetera Vive Valens. / •3 b• / •4 a• / •4 b• 1ª dissertazione / •5-a• Dissertatio Prima de Rubicone Joannis Paulli Juvenardi NB. Questo manoscritto è di mano dell'Autore [?] io Giulio Bernardino Tomitano [?] l'ò avuto in dono dal Sig. Abate Cesare Montalti di Cesena in quest'anno 1791.

Introduzione Utrum Italiae finis Rubico quondam fuerit nullus est, qui dubitet. Quamobrem de Rubicone verba facturus supervacaneum puto eorum auctoritates congerere, qui a Romanis Italiae limites constitutos ad hoc flumen tegantur? voir[?]. Cum vero Scriptores omnes veteres, qui huiusce mentionem fecerint, Ariminum inter, ac Rhavennam in mare superum fluxisse tradiderint. Cumque nostris temporibus hasce duas inter Urbes multi Fluvii in mare ferantur, quoniam nullus Rubiconis retinet nomen, hinc maxima perque difficilis inter Eruditos orta contentio est horum quisnam veterum Rubico soleat appellari. Cum vero hujusce amnis fama celeberrima semper fuerit, tamdiuque perduratura sit, quamdiu Caesaris nomen perdurabit, qui ab hujusce trajectu Romanae Reipublicae, aggressus est eversionem; duae nobilissimae Civitates, Ariminum, ac Cesena haec in Galliae, altera in Italiae finibus sita de eo contendunt. Ac quemadmodum Homeribus Colophonii civem esse dicebant suum, Chii suum vindicabant; Ita etiam Ariminenses suum esse Rubiconem, Caesenates suum esse confirmant.

Scriptorum quoque (non veterum dico) at recentiorum variae sunt, discrepantesque sententiae. Alii enim Ariminensibus favent, Caesenatibus alii. Eorum vero numerus cum tantus sit, tantaque, ut quibusdam videtur, auctoritas, qui Caesenatium partes tuentur, profecto videri / •5-b• aliquibus possem satis impudens, si de Rubicone verba facturus, eorum nollem rationes amplecti, cum iisque sentire. At vero cum huiuscemodi quaestio et eorum Scripor.s [Scriptores] numero, auctoritate, rationibusque soluta non videatur; cumque de Flumine agatur; Flumina autem omnia publica sunt, quemadmod.m ius piscandi in Fluminibus commune est omnibus, ita etiam jus scribendi de' Fluminibus nulli debet interdici. Igitur integrum mihi quoque esse debet de hac quaestione, quid sentiam, paucis, exponere. Cum vero mihi est.? probabilior sententia videatur, qui Ariminensibus favent, quique Veterum Rubiconem fuisse illum contendunt, qui nunc dicitur Lusus; Hanc quoad ingenui mei imbecillitas patitur Veterum auctoritate, a qua recedere nefas duco, et ratione etiam firmare conabor. Curabo autem, quoad fieri poterit, ne dum pro Flumine pugno, cujus fere juxta ripas nasci Fortuna dedit, dumque Civitatis, cui debeo, quicquid in me est, si tamen aliquid est, bonorum artium scientiae tueor partes, in alterius offenxionem incurram. Quoniam vero haec una ab illis est disputationibus, in quibus non quid quisque scripserit, sed quid cuique scribendum fuisset, opus est diligentissime perpendere, partim solliciti erimus, quid Caesenates Scriptores, aliique, qui pro iis steterunt, adversus Lusum nostrum protulerint, ut Pissatellum Veterum Rubiconem esse probarent; eorum enim figmenta satis abunde a nostris sint [Nota di Lorenzini: Mi sembra “st” con “ns” sopra ] refutata; Nos itaque quibus persuasum est non ex majori recentiorum Scriptorum numero, sed ex eorum, quorum opiniones magis conformes sunt Ve/terum •6-a• testimoniis iudicandum esse, quis horum omnium, qui nunc temporis Ariminum inter, ac Ravennam fluunt, veterum Rubico debeat appellari. In hac quaestione potissimum Veterum testimoniis utemur, iisque rationes aliquas adiungemus, quibus confirmare conabimur, quod probandum suscipimus; nempe Veterum Rubiconem esse Fluvium illum, qui modo Lusus dicitur, non vero Pissatellum, aut Flumicinum. Quod si fecerimus, uti facturos speramini, absque ulla confutatione et se corruet adversariorum sententia. Quoniam vero aliqua praemittenda sunt, quae huic quaestioni magnam possunt afferre lucem, neque omnia unica possunt oratione complecti, paullo enim prolixior esset sermo; nunc solum demonstrare aggredimur, Aprusam Plinii non esse Lusum, nec Caesenatium Pissatellum nec Sabininensium Flumicino Rubiconis nomen convenire, de Lusu vero, sive de' vero Rubicone in altera dissertatione disputabimus, in qua multa etiam alia afferemus, ad Pissatellum, ac Flumicinum spectantia. Il passo di Plinio Ut itaque initium faciamus; Plinius lib. 3. c. 15 ["]Octava inquit Regio determinatur Arimino, Pado, Apennino. In ora fluvius Crustumium, Ariminum Colonia cum amnibus Arimino, et Aprusa, Fluvius hinc Rubico quondam finis Italiae. Ab eo Sapis, et Vitis, et Anemo["]. Quoniam hisce Plinii verbis utuntur Adversarii, ut Pissatellum esse comprobent Fluvium illum, quem prope Aprusam Plinius nominat Aprusam vero esse illum, qui modo Lusus dicitur; omnia fere verba perpendenda sunt diligentissime, potissimum vero Aprusam, quam nos esse / •6-b• contendimus Fluvium illum, qui ad Orientem Ariminum alluit, quique vernacule modo dicitur Lausa. Antequam vero procedat oratio, ut ambiguitatis tollatur occasio, operae pretium est diligentissime illa Plinii verba perpendere. ["]In ora Fluvius Crustumium, Ariminum["]. Quibus ex verbis perspicue constat Plinium in hoc capite Flumina recensere non ex Fontibus, unde cadunt, neque ex Regionibus, quas alluunt, sed ex locis, in quibus eorum cursus perficitur. Ait enim ["]in ora["] nempe in extremitate, sive in littore maris, ["]Fluvius Crustumium, Ariminum Colonia cum amnibus Arimino, et Aprusa["]. Hic vero quemadmodum opinari non licet aliquam a Plinio in hoc capite factam fuisse mentionem eorum Fluviorum, quorum in ora nempe in littore maris non extarent ulla vestigia; ita etiam nefas est opinari praetermissos Fluvios illos fuisse, qui in ora maxime conspicerentur, quorumque esset in ora perpetuus fluvius; praesertim cum ipsos recensere aggressus sit in hoc capite. Quamborem amnem (sic), qui ea quoque aetate ex altissimo monte oriretur, qui alveo naturali, valdeq; [= valdeque] profundo ad usque mare ferretur, quique omnibus anni tempestatibus ad multam etiam ab ora distantiam aquis redundaret profecto a Plinio silentio praetermitti non debuit. Aprusam autem quis ignorat ex altissimo monte oriri qui duodecim fere milliaria distat a mari; quique vulgo dicitur Mons Titanus, sive Sancti Marini, quem montem obtinet celebris Respublica propter recentiores vicissitudines, multo celebrior, cursuque flexuoso, atque alveo non hominum industria, sed aquarum impetu escavato, valdeque / •7-a• profundo ad usque mare fluere, magnaque aquarum copia quavis anni tempestate redundare prope profundos gurgites, quos non procul ab origine ad usque mare habet innumeros, praesertim vero in ora multum semper habet aquarum prope aestum maritimum, quem nostris quoque temporibus ad multam sentit ab ora distantiam; quamvis nunc temporis ab antiquis hujusce Urbis moenibus MMLXXXX pedibus Ariminensibus mare recesserit, uti superiobus annis observavit Vir Clarissimus Ianus Plancus Ariminensis in specimine aestus reciproci maris superi ad littus, portumque Arimini. Quapropter aetate Plinii cum Urbi adeo propinquus esset mare, viaeque Flaminiae semper ad eandem viam, quam Aprusa secat, copiosior esset aquis oportebat illis temporibus. Nunc enim quamvis ab Urbis moenibus, atque ab eadem via Flaminia tantum mare recesserit, tantum accessu magna aquae vis per eund.m [=eundem] Fluvium refluit ad mille passus, uti Plancus idem osservavit, ideoq: [=ideoque] ad eamdem usque viam refluxus pervenit, tantum enim distat ab ora eadem via.

Ex quo fit ut neque etiam per sicciores aestates ipsius alveus propter aestum maritimum exarescat unquam toto illo intervallo, quod viam inter ac mare intersectum est; Sicuti numquam exarescit omnino relliquus alveus ab Urbe ad ipsius originem; fluit enim semper et propter gurgites, quos habet, pisces alit ubique; Quamobrem a pluviis habet quidem augmentum aquarum, a fontibus vero fluvium perpetuum. Cum itaque Aprusa ab altissimo monte originem ducat, cum fluxum / •7-b• perpetuum, alveum naturalem, gurgites innumeros ubique habeat perennium more fluviorum, cumque propter aestum maritimum in ora multum habeat semper aquarum profecto habet rationem veri, ac perpetui fluminis, ac conseqenter dicendum videtur de hac locutum fuisse Plinium, cum dixit ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa["], non vero de Lusu, ut adversarii intendunt; neque enim credere fas est, Plinium cum in octavae regionis descriptione fluviorum, qui extarent in ora, enumerationem sibi proposuisset, voluisse fluvium praetermittere, ut imperfectam faceret enumerationem. Huc accedit etiam, quod cum Urbes fere omnes prope flumina sunt constitutae, tum alias quidem ob causas, praesertim vero propter eximiam utilitatem, quam cives captunt ex Fluminum aquis, cumque Flumina inter praecipua urbium ornamenta, atque etiam propugnacula ad hostium impetus coercenda referantur. Ac denique cum Geographorum mos semper fuerit Urbes cum praecipuis earum munimentis recensere, quarum in numero non immerito habita semper sunt Flumina; Si qua igitur Urbs reperiatur duo inter Flumina ita constituta, ut ab iisdem perpetuo abluatur, atque eorum alveis tamquam fossis, ac vallis utrumque fere tota cingatur; ac si aliquis Geographus non ignobilis quidem, sed bene doctus, ut sua ferebat aetas, eam Urbem una cum duobus amnibus conjunctim recensuerit, non alii profecto amnes, si recte iudicare velimus sunt intelligendi, quam quos una cum Urbe recensuit; eoque magis / •8-a• si fuerint utrique Urbi conjuncti; caetera vero Flumina utrumque sint remotiora. Cum itaque Plinius dicat ["]Ariminum cum amnibus Arimino, ac Aprusa["], cumque reapse Ariminum duo inter Flumina sit constitutum, quorum ambo abluunt Urbem, ac fere circumeunt, nonne ineptire dicendi sunt, quicumque contendunt, Aprusam non esse Fluvium illum, qui Ariminum Urbem ad Orientem alluit, sed alium qui distat ab Arimino octoginta stadia? Quid stultius est unquam excogitari quam Plinium reticere voluisse amnem adeo vicinum Urbi, ut una cum eadem Urbe, ac Arimino Flumine alium amnem conjungeret ab Arimino ita seiunctum; (sic per ? prob.) distat enim in ora Fluvius Lusus, quem Adversarii Aprusam esse volunt octoginta stadia. Quid autem cogebat Plinium hunc amnem cum Arimino coniungere, quem sane poterat seorsim nominare, uti Crustumium fecerat? Quod autem Plinius cum dixit ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa["], Aprusae nomine non Lusum intellexerit, qui distat, ut dixi ab Arimino octoginta stadia, sed illum, qui Lausa dicitur, abluitque Ariminum ad Orientem, manifestissime constat, si diligentius examinentur quae ipse scripta reliquit capitibus 13, ac 14. quaeque subiungit eodem capite 15. lib. 3. Capite enim 13. dicit ["]Incentum (? prob.) cum amne["]; cap. 14 ["]Pisaurum cum amne["], ac postquam dixit cap. 15. 2 [in interriga] ["]Ariminum cum amnibus Arimino, ac Aprusa["] subiungit ["]Ravenna Sabinorum Oppidum cum amne Bedese["]. Flumina autem Incertum, Savius, et Bede/sis, •8-b• quae ipse cum Truento, cum Pisauro, cum Ravenna nominat propinquissima cum sint iisdem Urbibus, ac ea fere alluant; quis adeo stupidus erit, qui non intelligat Plinium, cum dicit capite 13. ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa["] amnes eos significare voluisse, qui Ariminum circumfluunt, ejusdemque moenia utrimque perluunt, non vero alium, qui distat octaginta stadia? Quod si Plinius Aprusae nomine remotiorem Amnem, qui Lusus dicitur, significare voluisset, quod de Arimino dixerat, idem etiam de Ravenna dicere debuisset; Videlicet Ravenna Sabinorum Oppidum cum amnibus Sapi, et Bedese, distat enim Ravenna octoginta stadia Sapi, uti Lusus ab Arimino, quod cum Plinius non dixerit, at Sapim seorsim (? prob.) nominaverit, manifestissimum est, cum Urbes cum amnibus nominavit, amnes tantum propinquiores, quiq: [= quique] earum Urbium, quarum una cum iis mentionem facit, moenia fere alluebant, non vero remotiores significare voluisse. Si vero clarius semper patebit, si considerare velimus, quo in statu esset Ariminum Plinii temporibus. Profecto cum illis temporibus mare tantum ab urbe non recessisset, aestus maritimus, qui nunc per Ariminum, ac Aprusam amnes non ultra milliare progreditur, ac consequenter vix ad Urbem pervenit, tum ad unum fere milium ultra Urbem, qua montes spectat, progredi debebat. Igitur tunc temporis Ariminum Urbs propter maris propinquitatem, ac propter aestum maritimum, qui multum ultra Urbem, qua montes spectat protendebatur per supradictos amnes fere tota a/quis •9-a• circumdabatur, habebat enim uti nunc etiam habet ad Septemtrionem mare, ad Orientem Lausam, ad Occidentem Ariminum, ac consequenter munitissima erat. Hoc autem munimentum habebat ex duobus amnibus eam utrinque alluentibus; Sed horum unus est qui modo Lausa dicitur, non vero Lusus, qui distat ab Arimino octoginta stadia; Lausam igitur complectitur Plinius cum dici Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa, non vero Lusum. Cur enim cum Arimino Urbe conjungere Lusum debebat, qui octoginta stadia distat, nullumq: [= nullumque] nec ornatum, nec munimentum praestabat Arimino; Lausam vero non solum jungere, sed ne ipsius quidem mentionem facere, cum ipsa quoque in ora Fluvius esset, ut Ariminum, licet minor, atq: [atque] ipsa quoque idem Urbi praestaret ad Orientem, quod Ariminum ad Occidentem? Illud etiam animadvertendum est Plinius dicere ["]Ariminum cum amnibus["] urbem veluti totam, amnes vero uti partes praecipuas huiusce totius. Lusus vero pars est quidem Ariminensis agri: Arimini autem pars esse non potest; uti amnes Ariminum, et Lausa partes urbis sunt. Lausa igitur Aprusa Plinii est, non vero Lusus. Obiezione

At Adversarii rursus contendunt Aprusae nomine debere Lusum intellegi; idque hac ratione confirmant quod cum Plinius ab Oriente in Occidentem hisce capitibus Flumina, Urbesque enumeraret, dicens ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa["], si quam Aprusam vocat, non esset Lusus, sed quae modo dicitur Lausa, ordinem avertisset; post Crustumium enim primum occurrit Lausa, quam Ariminum. Sed quam ridicula est cavillatio. Non aliter loqui Plinius debebat. / •9-b• Cum enim non amnium solum, sed et Urbium, quae extarent non enumerationem proposuisset. Cumque post Crustumium in ora occurreret Ariminum Urbs cum duobus amnibus, et ad moenia utrimque alluentibus, Ariminum una cum amnibus, qui in ora erant cum Urbe coniuncti, nominavit. Spectavit igitur amnes uti Urbis partes, cum vero Ariminum amnis maior esset, eiusdemque cum Urbe nominis, hujusce ipsius post Urbem nomen expressit, quam Aprusae, quae pars quidem Urbis erat, sed minor; Nec dici potest fuisse a Plinio Ordinem commutatum; Hic enim Plinius non progreditur, sed fere consistens Arimini partes enumerat, quarum enumeratio postulabat, ut earum potius magnitudinis seu dignitatis, quam situs ratio haberetur. Cum itaque ab Arimino Flumine Urbs ipsa nomen habuerit, cumque Ariminum Flumen latius pateat, quam Lausa, convenientissimum erat, ut statim post urbem majus Flumen nominaret. Nec opus erat, quod multi inepte dicunt, ut Aprusam potius nominaret, atque ab Arimino seiungeret, quid enim seiungeret quod non erat ab Urbe seiunctum? At Adversarii hac solum ratione moventur, quod si Plinius dicens ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa["], Aprusa autem fuisset Lausa, ordinem invertisset; nullo autem moventur scrupulo, quod si Aprusae nomine Lusum adeo ab Urbe remotum intellexisset, ordinem ipsum in capitibus 13. 14, et 15. lib. 3. servatum immutasset omnino, in quibus, ut dictum est supra, cum Urbes nominavit una cum amnibus, amnes iisdem vicinos, sive coniunctos significat. Quod si Plinius Aprusae nomine Lusum significasset, quemadmodum / •10-a• dixerat Truentum cum Amne, Pisaurum cum amne, ita etiam Ariminum dixisset cum amne, Aprusam vero sorsim nominavisset, uti Crustumium antea nominaverat. Cum vero Ariminum dicat cum amnibus Arimino, et Aprusa, cumque Ariminum a duobus amnibus alluatur, quorum alter Lausa dicitur, huic igitur Aprusae nomen congruit, non vero Lusui, uti dictum est supra. Cum itaque satis, superque demonstratum putem amnem illum, qui modo vernacule Lausa dicitur, esse Aprusam Plinii, necessario conseguitur, Fluvium illum, qui modo Lusus dicitur, esse Veterorum Rubiconem. Si enim ex Plinio ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa, Fluvius hinc Rubico"]. Aprusa autem Lausa est, non Lusus; Lusus ergo erit Rubico; est enim primus Fluvius, qui est ab Arimino. Quod si Aprusae nomen Lusui tribui deberet, ut Adversarii contendunt, cum inter Lusum, ac Pisatellum interfluat Fluvius alter, qui Sabinianum Oppidum alluit ad Occidentem, ac Flumicinus dicitur, et antequam in mare effluat recipit Pisatellum; si ex Plinio post Aprusam est Rubico, Aprusa autem esset Lusus, Rubico foret non Pisatellus, sed Flumicinus. At neutrum fuisse inferius demonstrabimus. Sed ad Lusum nostrum redeamus, quem, si quae de eo veteres scripta reliquere, remoto partium studio, specrentur?, perspicui constat esse veterum Rubiconem, cum huic uni perbelle conveniant, quaeqe de eo veteres Scriptores tradidere. Quoniam vero ex Plinio ordiri collibuit, eumdem Scriptorem sequemur; Si igitur, ut patet ex iis, quae dicta sane sunt; Fluvios recenset ex locis, ubi intrant in mare. Cum vero Plinius, qui erat insignis Philosophus, eximiusque / •10-b• Geographus Rubiconem Fluvium vocet, profecto torrentem non intelligit, sive Fluvium temporarium, qui desinente pluvia fluere desinat, cujusmodi in universis Terrae plagis innumeri reperiuntur, sed Fluvium, qui perraro, et in maximis siccitatibus haud fluere desinat. Quos enim amnes ante Rubiconem recensuit perennem habent Fluvium in ora uti etiam alii, quos enumerat post Rubiconem. Rubiconem autem Fluvium habuisse perpetuum constat ex Lucano uti videbimus in altera dissertatione. Il Pisciatello At Pisatellus Torrens potius est, quam Fluvius, tam diu enim habet aquas, quamdiu pluit, ut Torrentibus accidit. Ab Origine enim sua, ad usque Maris littus cum non continua est pluvia, vix etiam per hyemem fluit. Cum vero siccitas est anni tempestas in autumno, per hyemem, vernoque tempore fere semper est sine aqua. Aestate vero a littore ad usque montes ipsius alveus aridissimus est, ac propter aquae carentiam fugiunt ab eo Nymphae, pastoresque cum gregibus, illumque incolunt ex tempore innumeri formicarum huic, illucque per ipsius alveum cursitantium exercitus. Et sane mirum est hunc adeo celebrem Pissatellum, cum adeo obliquo cursu traductus sit, ut universae planitiei aquae commodius in ipsum influerent, nec tamen tot aquarum accessu id obtinere potuisse, ut per omnia anni tempora flueret. Quod si nostris temporibus licet ex universis aquis fossarum ope in ipsum aquae traducantur, nec tamen per omne fluit anni tempus, nec ipsius alveus profundior evadit tot aquarum accessu, qualem fuisse existimemus Plinii temporibus, cum adeo verissimile sit totam illam planitiem, quae a Via Aemilia / •11-a• ad usque mare protenditur fuisse incultam, ac consequenter sine fossis, ac ductibus aquarum? Quamobrem eae omnes aquae, quae modo ductuum, sive fossarum opera ex agris in Pissatellum confluunt per arva effundebantur; Terraeque multum obtegebant, uti nunc etiam multum obtegunt inculti agri intra Caesenaticum, ac Pissatellum, quamvis Pissatellus industrie excavatus, atq: [= atque] oblique traductus avehat in mare multum aquarum, quas procul dubio antiquitus in agris stagnabant, efformabantque aquosas valles, quales nunc etiam conspiciuntur Caesenaticum inter, ac Ravennam, quibus cum fere adhuc etiam communicant inculta arva, quae a Flumicini ostiis ad usque Caesenaticum protenduntur, quaeque per hyemem fere semper iacent aquis obtecta.

Cum igitur adhuc etiam licet tanta industria coepta sint excoli arva, atque aquae in fossas derivari, ac licet mare tantum ad haec quoque loca recesserit, tamen stagnorum adhuc, vel potius parvorum lacuum species quaedam relicta est, quantum terrarum in hisce locis putabimus obtectum fuisse aquis Plinii temporibus, cum profecto nec mare tantum ea tempestate recesserat, nec tot erant per eam planitiem, quae modo iacet Sapim inter, ac Lusum, aquarum ductus, quorum ope magna nunc aquarum vis per Pissatellum, Rigossam, ac Flumicinum in mare devehitur, quae nisi agrorum cultus accessisset, hominumque industria in exsiccandis aquis, alveoq: [= alveoque] Pissatelli profundius excavando (uti in Caesenatium statutis saepe praeceptum invenimus) nunc etiam veteres paludes inhiberent; atque nunc etiam Pissatellus non in mare, sed in Paludas efflueret. Nec vero hoc gratis (? [?]rivoir) dictum videatur, rationes, quae me movent, perpendite. / •11-b• Strabo Ravennae mentionem faciens. ["]Intra Paludes inquit, urbs maxima Ravenna posita est, tota ligneis compacta aedificiis, agris diffusa, pontibusque, ac lumbis peragrata, cum a mari fiunt inundationes, non mediocrem accipit maris partem["]. Erat igitur Strabonis, ac Plinii quoque temporibus intra Paludes posita Ravenna, cumque fiebant a mari inundationes non mediocrem accipiebat maris partem. Nunc vero in sicco haeret, atque a mari tribus fere mille passibus distat. Si igitur Ravennae adeo vicinius erat mare, vicinius esset quoque necesse est vallibus, sive agris, quos modo secat Pissatellus, ac si cum a mari fiebant inundationes contra Ravennam mare recipiebatur, idem quoque ad haec loca contingeret necesse est. Immo contigisse patet ex solo ipso arenoso, valdeque depresso, quod ad multa a mari miliaria conspicitur, tum etiam ex dirutis Urbis ruderibus, quae Cervia vetus obicitur a veteri Pissatelli alveo quinque mille passibus remota, quamque probabile est fuisse olim in mari constitutam, cum nunc etiam sit intra Paludes, licet ab ea multum mare recesserit. Quamobrem si adeo vicinius erat mare antiquitus his quoque locis, ac si quemadmodum nunc temporis valles inter, ac mare tamquam septum intercepti sunt arenosi monticuli, quibus hac a mari dividuntur, sic etiam verosimillimum esset priscis / •12-a• quoque temporibus hujusmodi vallum intercessisse, statuamus quoque oportet multum Terrae spatium in quod reciperentur aquae adjacentium montium, subjectarumque vallium, quae nunc propter colonorum multitudinem, a quibus haec loca coepta sunt excoli per innumeros fere ductus in Pissatellum, et Flumicinum, aliosque minores rivos decurritur (rivoir [?]), ut agrorum cultus liberius haberi possit. Hoc autem spacium, ut exiguum statuamus, fuerit tamen necesse est quattuor saltem miliarium. Bis enim mille passus, ac plus etiam quibusdam in locis circa Pissatellum patet inculta Planities, quae per totam fere hyemem tegitur aquis, quamvis tot fossae ad eas avehendas sint excavatae, quae aquarum receptacula, sive vehicula, cum nullo modo credibile sit tot fuisse illis temporibus, cum nec tanta esset hominum copia, nec tantum agri coleretur in hisce locis; hinc necessario consequitur fuisse antiquitus valde spatiosas lacunas, ubi nunc mira est camporum amoenitas. Quod si nunc temporis licet agrorum cultus accesserit, totque sint fossae ad avehendas aquas excavatae, tantum tamen agri, uti dictum est supra, tegitur aquis, profecto multo plus agri dicamus necesse est obtectum fuisse aquis antequam haberetur ad haec loca cultus agrorum. At denuo dupplex terrae spacium / •12-b• ante agrorum cultum fuisse obtectum agris (rivoir [?]). Quattuor igitur mille passus a mari influebat in stagnantes aquas Pissatellus. At ex iis temporibus bis saltem mille passus mare recessit; quod si bis mille passuum recessus maris, quattuor mille passus stagnantum aquarum adiiciamus, sex mille passus breviorem Pissatelli cursum comperietur. Sed illud etiam animadvertere opus est, propter stagnantes aquas in mare non potuisse Pissatellum influere; Quambobrem necesse est hujusce aquarum accessu mirum in modum auctas fuisse paludes, ac consequenter multo etiam breviorem factum fuisse cursum hujusce Fluvii; At non solum maiores esse debebant Paludes propter Pissatellum, sed etiam propter Rigossam, ac Flumicinum, quorum ne exundent aquae ad multam etiam a mari distantiam vallis [rivoir [?]) nostris quoque temporibus coercentur. Quae cum ita se habeant nemo non videt, quantam fuisse oportet stangnantium acquarum expansionem antequam ad haec loca accederet cultus agrorum, horumque fluviorum aquae in mare excavatis alveis ducerentur; ac consequerentur (irvoir) non solum sex, sed septem, atque etiam octo mille passuum breviorem Pissatelli cursum fuisse, ac nunc est; nec in mare, sed in Paludes tum mari adiacentes habuisse ingressum. Ut enim in mare posset influere? ([?] prob.), tanta / •13-a• esse debebat illius aquae vis, tantoque impetu ferri, ut non solum stagnantium aquarum resistentiam superare posset, sed et profundum sibi alveum excavare, per quem illius aquae ferrentur. At vero tanti vi praeditum non fuisse manifestissime constat, si enim hujusmodi vim habuisset, ea profecto ne nunc quidem careret, immo deberet habere majorem. Fluviorum enim intra Terram fluentium vel in mare, vel in lacus natura haec est, ut quo viciniora sunt ostia, eo minus profundum habeant alveum; quod quidem propter nimiam a montibus distantiam fere solet contingere, praesertim vero propter occurrentium aquarum resistentiam, quibus rebus velocitas imminuitur, ideoque minus excavant, multumque lapidum, ac Luti deponunt. At Pissatellus ubi Aemiliam secat, licet adhuc fere sit contra montem, ac decem mille passibus, ac plus etiam propter cursus obliquitatem modo distet a Mari, tamen adeo elevatum habet alveum, ut in Statutis Caesenatium p. 293 iussum fuerit, ["]quod fiat unus Pons lignaminis supra Pissatellum in bucca viae, per quem cultus, bestiae, et homines transire possint, ne per transitum hominum, et bestiarum Pissatellus deriveretur["]. In eadem quoque pagina cautum fuit, / •13-b• ["]quod lectus Pissadelli cavetur, et reaptetur a Bagnarola usque ad mare, et ab inde supra["]. Quod si post

tantum maris receptum, per sublatas stagnantes aquas indiget Pissatellus, ut cavetur, vallisque coerceatur, ne huc illuc per subiectam planitiem effundatur, qualem fuisse pensabimus ipsius alveum, cum septem aut octo mille passus brevior erat ipsius cursus? Profecto, si recte philosophari velimus, cum hominum industria indigeat, ut ipsius aquae in alveo contineantur, concludamus oportet Plinii quoque temporibus relictis montibus vix aliquid alvei habuisse, ad occursum vero stagnantium aquarum, omnino nullum; quamobrem in valles ipsas sive lacunas effunderetur necesse est. Cumque Plinii temporibus hujusmodi aquosarum vallium, sive Paludum latitudinem septem, aut octo milliarium fuisse demonstraverimus; Non igitur in mare fluebat tum Pissatellus, at in valles ipsas, sive lacunas septem, aut octo mille passibus a mari. Ac consequenter cum Plinius cap. 15 ubi meminit Rubiconis, fluvios spectet fluentes in mare, Pissatellus autem tum in mare non flueret, non igitur Pissatellum intelligit cum dicit c: 15: ["]Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa; Fluvius hinc Rubico quondam finis Italiae["]. Il confine At haec quoque postrema / •14-a• verba ["]qondam finis Italiae["] aliquantulum libet perpendere. Iam supra demonstravimus, quantum quidem assequi conjectura potuimus, Pissatelli cursum, antequam aquae stagnantes tollerentur, ac mare recederet septem, aut octo millia passus fuisse breviorem; At breviorem quoque esse debuisse reperiemus, si ad ipsius originem respiciamus. Montes a pluviis paulatim deteri manifestissimum est; Experientia quoque patet montes eos magis deteri, qui vel arenosi, vel cretacei sunt, quam eos, qui ripei sunt, sive marmorei. Montes quoque omnes etiam qui rupei sunt, praesertim vero cretacei, vel quavis alia materia molliori compacti sint ([?] rivoir) variis ubique scissuris diffisi. Hujusmodi autem risolutae non a montium verticibus incipiunt, sed non procul a basibus, tum quia ea pluviis ad basim plus aquae congeritur, tum etiam quia ea descatere propter montis declivitatem, ac propter molis majorisque, quod in descensu suscipit augmentum, plus habet aqua virium ad excavandum. Hujusmodi autem scissurae, unde omnia oriuntur Flumina, a basi quidem incipiunt, at vero paula/tim •14b• progrediuntur ad verticem, quem etiam secant, fiuntque alternis quoque montis, si post illum extet, basis scissurae, quem etiam eodem modo paulatim scindunt pariter usque ad verticem, nisi montis durities deteritis (deterentis, detergentis? [?]voir) aquae vim superet. Hasce autem inter scissuras aliqua semper excellit, quae alias antecedit, quaeque montes, sive colles antea coniuncta dividit, cumque ex ea innumerae aliae utrimque nascantur, quae in ipsam aquam convehunt, montemque detexunt, paulatim magnus fit Rivus quae prius fuit brevis scissura, amplaeque valles fiunt, ubi antea montes, sive colles conspiciebantur. Quod quidem cernere licet Ariminum inter, ac Caesenam pluribus in locis, ubi conspiciuntur multa montium, sive collium extrema satis latis intervallis disiuncta, quae procul dubio antiquitus fungebantur, altioraque erant, ac magis quoque protendebantur, habebantque breviores scissuras, quae tamen tractu temporis ad ea excreverunt, ut et montes in valles, seque ipsa in minora fere flumina commutarint. Ex quo factum est ut quamadmodum aucta est, augebiturque in dies vallium longitudo, ac latitudo, ita etiam facta sint fiantq: [= fiantque] quotidie quaedam longiora, latioraque Flumina. / •15-a• Ex quo postea consequitur, ut omnia quidem Flumina, maxime vero, quae non a montibus rupeis, solidiorisque alterius naturae, sed arenosis, sive cretaceis oriuntur temporis progressu plus habeant aquarum, remotioresque ([?]) originem, quam antea haberent. Horum autem in numero potissimum est Pissatellus. Montes enim, sive potius colles, qui usque ad Strigariae montem, a quo non procul est illius origo cretacei sunt, molliorisque naturae, non vero lapidei, sive rupei; ideoque magis aquarum corrosionibus obnoxii. Strigariae autem mons adeo mollis est, adeoque corrosionibus obnoxius, ut tota fere illius consumpta sit basis; Flumicinus enim basis illam partem, quaeque (rivgoir [?]) Septemtrionalem spectat, totam corrupit. Rivus autem alter exiguus, qui Sapim ingreditur, partem alteram ad occidentem voravit; ex quo factum est, ut mons iste fere divisus sit omnino a relliquis montibus, quibuscum ad Septemtrionem conjungebatur. Quamobrem ex Strigariae monte nihil aquae nunc defluit in Pissatellum. Vix enim trium pedum intervallo distant scissurae, quae aquam in Sapim ferunt ab iis, quae in Flumicinum respiciunt. At valde probabile est ne antiquitus quidem hujusce montis aquas in hunc fluvium delu/xisse. •15-b• Caesaris enim temporibus procul dubio Pisssatelli origo non ad Strigariae montem pertingebat, at valde infra montem esse debebat, qui nunc vulgo Farneti mons dicitur, quique totus fere ex illa creta compactus est coerulei coloris, quae facile ab aquis emovetur, scinditurque Immo qua meridiem spectat, dirrumpitur in dies, solviturque in quasdam veluti laminas crassissimas; Qua ex disruptione facile colligi potest fuisse olim hunc montem valde majorem, ac cum ipsomet Strigariae monte, qui ad meridiem est, atque cum altero, qui ad Occcidentem est, diciturque mons Cocodrutius, fuisse conjunctum. Cum vero hujusmodi corrosiones, sive scissurae, quotiescumque cadit imber, aliquid capiant augmenti, atque aliquantulum ad verticem progrediantur, cumque saepissime per annum pluviae cadant, valdeque sensibilis esse deberet in singulos annos iste progressus. Hunc autem si unius tantum passus cum dimidio quotannis fuisse constituamus ad tota (rivoir [?]) milliaria excrevisse comperiemus, ex quo Fluvius iste finis Italiae constitutus fuit, si vere esset iste Veterum Rubico. Ac consequenter tribus mille passibus remotior esset nunc illius origo, qui quidem si septem aut octo mille aliis passibus adjungantur, quos modo percur/rit •16-a• propter maris recessum, imminutasque paludes, ut nuper diximus, decem, aut undecim milliaria

conficient. Quare cum nunc temporis ipsius cursus decem octo mille passuum constituatur; erat igitur illis temporibus, septem, aut octo milliarium illius cursus. Cum itaque Plinius capite 15. consideret Flumina in ["]ora["] nempe in littore maris; cumque Pissatellum non in littore ostium habuisse, sed in Paludibus, ipsumque torrentem potius, quam Fluvium demonstraverimus, ac denique cum ab eius origine ad eius ostia vix octo milliaria intercessisse probaverimus; Concludamus oportet eos inepte sentire, qui Plinium putant, cum dicit ["]Fluvius hinc Rubico["], Fluvii nomen Torrenti dedisse, qui solum per hyemem pluviisque temporibus flueret, nec haberet ostium ad mare, cumque adiicit ["]quondam finis Italiae["], Italiam a Gallia divisam a Romanis fuisse tam brevi limite. Quamobrem rejecto Pissatello, ad Lusum nostrum veniendum quem Veterum Rubiconem fuisse ex altera dissertatione manifestius constabit. •17-18• 2ª dissertazione •19-a• Dissertatio Secunda Pro Rubicone Joannis Paulli Juvenardi Introduzione Absurdum sane multis visum esse puto, quod cum in superiori dissertatione de Rubicone agere constituissem verbis quidem satis multis, rationibusque haud fortasse contemnendis demonstraverim nec Aprusam Plinii esse Lusum, nec Pissatello, nec eum, qui vulgo dicitur Flumicinus, veterum Rubiconem esse potuisse, quisnam vero veterum Rubico modo sit habendus, non definiverim. At vero si attentius uti par est, rem perpendere voluerint meum institutum haud improbaturos puto. Cum enim Veterum auctoriatibus hac in quaestione uti proposuerim, cumque Plinii auctoritas paullo caeteris obscurior videretur propter Aprusae nomen, quod Caesenates, eorumque Patroni alteri Fluvio tribuunt, qui modo dicitur Lusus, mihi primum ostendendum fuit Aprusam esse Fluvium illum, qui modo Lausa dicitur, alluitque Ariminum ad Orientem, non vero Lusum, qui ad mare distat ab Aprusa undecim millia passuum. Hac enim ratione id consecutus sum ut Ariminensibus favere Plinii auctoritatem demonstraverim, quae antea videbatur Caesenatium causam promovere, atque firma/re. •19-b• Operae pretium duxi prius ostendere, nec Pissatello, nec Flumicino ea convenire, quae veteres de Rubicone scripsere. Ut hac ratione quicquid erat obscurius cum fuisset elucidatum, clarius possem, expeditiusque demonstrare Fluvium illum, qui Lusus dicitur, Veterum Rubiconem fuisse. Antequam vero ad Scriptorum testimonia veniamus aliqua huiusce Fluvii, de quo disputatur, praemittenda descriptio esset, ex qua constaret ipsum non Torrentem esse, sive Fluvium temporarium, at vero perpetuo fluere more amnium, sive Fluviorum, quae nunquam exsiccantur. Quin etiam aliqua de ipsius origine, de alvei natura, de aquarum, cum tumet, velocitate, eiusdemque in mare ingressu, atque ab Arimino distantia essent adiungenda. Hisce enim ex rebus manifestius futurum puto, an Pissatello, an vero Lusui conveniant, quae Plinius, Strabo, Lucanus, aliique veteres de Rubicone scripta reliquere. Quoniam vero Lucanus Fluvium hunc exquisite descripsit, parvisq: [= parvisque] versiculis, eiusdem originem, perpetuum fluxum, alvei naturam, aquarum, qua fertur, velocitatem, eiusdemque ab Arimino distantiam complexus est, omissa nova alia descriptione, ea solum, quam ipse confecit, contenti erimus, eiusdemque singula fere verba perpendemus, quantum fieri poterit diligentissime, / •20-a• deinde ad aliorum testimonia veniemus. Lucanus itaque Rubiconem ita describit. "Fonte cadit modico, parvisque impellitur undis Puniceus Rubicon, cum fervida canduit aestas, Perque imas serpit valles, et Gallica certus Limes ab Ausoniis disterminat arva Colonis, Tunc vires praebebat hyems, atque auxerat undas, Tertia iam gravido pluvialis Cynthia cornu, Et madidis Euri resolutae flatibus Alpes Primus in obliquum Sonipes opponitur amnem Excepturus aquas, molli tum caesara rumpit Turba vado, fracti faciles iam Fluminis undas, Caesar ut adversam superato gurgite ripam Attigit, Aesperiae vetitis et constitit arvis Hic, ait, hic pacem, temerataque iura relinquo, Te, Fortuna, sequor procul hinc iam foedera sunto. Credidimus fatis, utendum est iudice bello. Sic fatus noctis tenebris rapit agmina ductor Impiger, et torto balearis verbere fundae Ocyor, et missa Parthi post terga sagitta Vicinumque minax invadit Ariminum ut ignes / •20-b• Solis Lucifero fugiebant astra relicto". Quoniam vero Rubiconis origo primum quaerenda videtur, primum igitur ea ex Lucano delibabimus, quae ad hanc potissimum spectant. Ipse igitur Rubiconis originem ex altissimis montibus repetit, dicit enim ad Caesaris adventum auctas fuisse Rubiconis undas non solum ex pluviis, verum etiam ex Alpium nivibus resolutis. "Et madidis Euri resolutae flatibus Alpes".

Alpium aquas in Rubiconem influere falsissimum est. Lucanus igitur cum ex Alpium nivibus resolutis auctum Rubiconem dicit, profecto non Alpes proprie dictas significavit, at montes alios, quos propter altitudinem Alpes appellavit. An Alpium nomine Strigariae mons, a quo non procul oritur Pissatellus, possit appellari Caesenatium esto iudicium. Mihi profecto absurdum videtur. Cum enim inter Ariminum Fluvium, atque Sapim fluere Rubiconem constet, profecto dicendum videtur Alpium nomine montes illos significatos fuisse, qui altiores essent caeteris montibus duo haec inter Flumina constitutis. Perticariae autem mons, ex quo Lusus oritur, cum caeteros omnes montes, quorum aquae duo haec inter Flumina nunc in mare feruntur, altitudine superet, profecto ni desipere velimus, dicamus oportet, Alpium nomine hunc potius, non autem illos significatum fuise. Hujus enim [Nota di Lorenzini: Qui si trova una parola cancellata] sunt alti/sima •21-a• iuga, relliqui autem montes, quorum aquae Lusum inter, ac Sapim in mare feruntur, valde sunt humiliores, ac si cum Perticariae jugis conferantur, videntur colles potius, quam montes. Perticariae vero ex monte non Pissatellus oritur, at Lusus; auctus igitur ex resolutis Alpium nivibus Lusus fuit, non Pissatellus; ac consequenter Perticariæ mons Alpium nomine appellatus est a Lucano, non caeteri, qui uti dictum est valde sunt humiliores. Ex quo illud quoque consequitur Lusum, non vero Pissatellum esse Lucani Rubiconem. Iam vidimus ex Lucano solum Perticariæ montem Alpium nomine propter altitudinem potuisse appellari, soliusque Lusus undas ex hujuscemodi Alpium nivibus resolutis augeri, cum iste solus hoc e monte oriatur, nunc ad alia properemus, quae perpendenda sunt diligentissime. Idem etiam poeta docet nunc Fluvium, fontem, unde cadit, habere, perpetuoque fluere licet minoribus aquis per siccissimas quoque aestates. "Fonte cadit modico, parvisque impellitur undis Puniceus Rubico, cum fervida canduit aestas". Haec autem omnia profecto mirum est, quam bene conveniant Lusui, nihil vero nec Pissatello, nec Flumicino. Ad Perticariae enim radices multi quidem scatent exigui fontes, quales in omnibus / •21-b• fere montibus conspiciuntur; hosce autem inter unus excellit, qui caetero omnes superat aquarum copia, quique ab accolis vulgo dicitur la Fonte del Becco. Manat hic fons in media fere montis regione, illiusque aquae per canalem satis amplum decidunt, non procul ab Aedicula quadam sacra, quae vulgo dicitur la Madonna di Pedemonte, rigatque pratum quoddam exiguum, multumque agri, antequam eo perveniant ubi excoli arva non possunt. Hic si adesset Colonorum industria, nec Montis umbra, qui altissimus est fere semper obtegeret, quicquid agri excoli posset, facile haberetur hortorum amoenitas; nunquam enim aquae deficerent, quibus irrigari posset quicquid foret ibi plantatum. Non enim mediocris est aquarum copia, quae multas in partes posset derivari antequam in scissuram illam decidere, a qua incipit Lusus. Non procul autem ab hoc fonte ad Occidentem manat fons alius, a quo Rivus alter incipit satis ingens, qui post aliquot milliaria prope montem, qui vulgo dicitur Monde Tif, cum Lusu coniungitur, hunc autem inter, ac Lusum non procul ab utrisque origine extat Oppidulum, quod Tornanum dicitur, ubi perhumaniter exceptus fui, cum montem illum inviserem ab Niccolao Gambetta illius Oppiduli Archipresbytero, qui pro sua, qua hospite benevolentia / •22-a• complectimur, ut apud se coenarem, noctemque exigerem, non invitavit solum, sed fere compulit. Nec vero solum Perticariae mons, unde cadit, verum etiam caeteri, quos Lusus interfluit variis scatent fontibus. Ut vero de caeteris taceam, unius tantummodo mentionem faciam nempe montis, qui Sancti Joannis in Gallilaea mons appellatur, ex quo multi fontes emanant, qui una cum caeteris, qui hinc ad Perticariam usque profluunt variis in locis efficiunt, uti Lusus etiam cum fervida canduit aestas non exarescat, ne inter quidem ipsos montes, sed semper parvis licet undis impellatur, uti canit Lucanus. Nam propter Montium altitudinem, atque aquarum impetum, ad usque mare gurgites habet innumeros, qui profundissimi sunt, quique nunquam exarescunt tum propter Fontium aquas, quae per Rivos in Lusum influunt, cum etiam propter occultas scaturigines, quas omnes fere habent in eorum fundis, uti patet ex bullulis, quae ab eorum fundis ad superficiem ferri conspiciuntur, ut in Fontibus accidit. Quod si quibusdam siccioribus aestatibus aliquot milliaria a Perticaria aliquid alvei conspiciatur quibusdam in locis, sine fluxu aquarum, non tamen Lusus dici potest sine fluxu; id enim paucis in locis contingit, iisque brevioribus. Ac si diligentia inspiciatur fluxus detegitur, ubi esse fluxus videtur nullus, qui quidem / •22-b• manifestus evadit, si crassiores lapides removeantur, quibus obtegitur alveus, quosque subter aquae labuntur, uti saepius observari. Id vero, et perraro contingit, paucisque in locis, iisq: [= iisque] brevioribus, uti dictum est supra. Ab Archangelliano vero ad usque mare fluit semper, et quo magis hinc ad mare accedimus ex novarum Fontium accessu manifestior efficitur ipsius fluxus, qui quidem ad ipsius ostia, si tamen ibi congrui? rivoir[?] posset, adeo copiosus est, ut molendini sufficeret. Huc accedit etiam quod gurgites, qui hinc ad Perticariam fere sunt innumerabiles nunquam exarescunt, ac limpidissimas habent aquas, quod profecto fieri non posset, nisi haberetur continuus novarum aquarum accessus. Quod vero magis comprobat nunquam nec aquis, nec aquarum fluxu carere Lusum, est magna Piscium copia, quae a mari, ad ipsius fere scaturiginem in omnibus gurgitibus, qui fere sunt innumerabiles conspiciuntur. Qui enim fluvius quavis anni tempestate pisces alit, aquas quoque habeat necesse est, piscium vitae convenientes; nempe aquas fluentes. Quae hactenus de Lusus Fonte, deque ipsius fluxu perpetuo etiam per sicciores aestates a me sunt dicata, frustra quis quaerat in Pissatello. Nullo enim ex fonte Fluvius iste ducit originem. Mons enim ille, a quo non procul habet originem, quique nunc Strigaria dicitur, fontes quidem habet duos, / •23-a• sed unius aquae ad Flumicinum, alterius

vero in rivulum alterum influunt, qui Sapim ingreditur, uti constat ex testimonio Sevirorum Oppidi Soliani, quod videri potest in dissertatione Jacobi Villanii a Terentiano Ubicola edita. Qui Seviri testantur nullo ex fonte Pissatellum oriri, at ex solis nubibus aquas accipere, ipsiusque fluxum pendere ex pluviis; Quae quidem pluviae cum non perpetuo decidant, aeque potest amnis iste fluxum habere perpetuum. At non solum ex Soliani Sevirorum testimonio constat nullum habere fontem, unde cadat Pissatellum, nullumqu: [= nullumque] fluxum habere, nisi pluviis temporibus, verum etiam ipsius alveum aestivo tempore sine aquis esse confirmant Caesenates ipsi Scriptores. Elchreus enim Dinundas Patricius Caesenas, ut suo Pissatello veteris Rubiconis honorem confirmet, utitur auctoritate Cluverii, cuius verba refert, iisque tantum rubuit, ut rem omnem dicat luculenter ennarrare, comprobare, atque apertissime ostendere. Cluverius vero dicit aestivo tempore Pissatelli fere totum alveum arere. Quamobrem Elchreus ipse Dinundas, qui Cluverii hac in re tanti fecit auctoriatem, verum esse concedit arere aestivo tempore Pissatellum, ac consequenter non esse Veterum Rubiconem: Rubico enim Veterum cum fervida canduit aestas non aret sed... ["]parvis compellitur undis["]. Haec vero Pissatelli auditas rivoir[?] aestivo tempore ab Aemilia ad / •23-b• mare nobis quoque patuit anno superiori sexto Cal. [= Calendas] Sextilis. Ad illum enim profecti, ut nostris oculis videremus, quae de illo eramus scripturi, totum quidem fere alveum sine aquis invenimus, praesertim vero a Bagnarola ad usque mare, quo intervallo, quod quattuor circiter milliaria complectitur, aridissimus alveus erat, ac viae potius, quam alveo simillimus propter pecudum omne genus, quod per ipsum gradiebatur, passimque iacebat super illius frigidiusculas arenas; nihil igitur habebat aquarum, et tamen sex tantum abhinc diebus habuerat eluvionem ex pluvia. Anno vero sequenti bis ad ipius Originem venimus XII Kal Quinct: [= Quinctiles] ac pridie non. [= nonsa] septembris, verumque fuisse comperimus, quicquid a Seviris Solianensibus assertum fuerat; nempe neco rivoir[?] fontem ullum ad ipsius originem esse, neque fluere nisi pluviis temporibus, semper enim siccum invenimus ad multa ab ipsius origine milliaria. sarcastico Quae hactenus a me sunt dicta profecto satis esse deberent ad demonstrandum non Pissatellum, at Lusum esse Lucani Rubiconem. Lusus enim ex montibus altissimis oritur, Pissatellus ex humilioribus. Lusus fonte cadit modico, Pissatellus nullum habet fontem praeter nubes. Lusus, cum fervida canduit aestas, parvis impellitur undis, Pissatellus nullis impellitur undis, sed arescit uti dictum est supra. Hic vero animad/vertere •24-a• deberent Caesenates, eorumque Patroni aliud esse ex montibus altissimis oriri, aliud ex humilioribus, aliud fontem habere, aliud fonte carere; magnam quoque esse discrimen inter parvis impellitur undis, et nullis impelli undis, sed arere cum fervida canduit aestas. Quoniam vero Cluverii, et Elchrei Dinundae facta est mentio, mihi quaeso Auditores, veniam concedite paulisper dimittendi Lucanum, horumque quorum Scriptorum verba ad examen revocandi. Hoc enim fieri postulat caussae nostrae ratio, postulat etiam veritas, quae est inimica mendacii. Ego igitur (pace tanti viri) nego Cluveriii verba luculenter enarrare, nego comprobare, nego denique apertissime ostendere Pissatellum esse veterum Rubiconem; Immo potius dico falso enarrare Cluverium Rubiconem suum, quem ipse ab Accolis Rigone, Rugone, et Urgone dicit appellari, recipere fluvium alterum, qui vulgo Pissatello vocetur, quique tria millia passuum a suo Rubicone distet in via publica, qua Caesena itur Ariminum. Non enim sunt duo Fluvii Cluverii Rubico, et Pissatellus, sed unus est idem qui Urgone, et Pissatello vulgo nominatur. Distat quidem tres circiter millia passuum Rivulus alter exiguus, qui paullo supra mare Pissatellum ingreditur, verum iste non Pissatellus vulgo dicitur, sed Rigossa, vel Argossa. Dico etiam falsum esse, quod Cluverius dicit amnes illos, quos paullo supra mare recipit Pissatellus esse seipso / •24-b• maiores. Rigossa enim ubi Pissatellum ingreditur patere deprehendi [?] Romanos viginti septem; Fluvius alter, in quem Pissatellus ipse ingreditur, latitudinem habet palmorum Romanorum quadraginta quinque prope huius ingressum. Cum ipse Pissatellus paullo supra Rigossae ingressum palmos pateat sexaginta. Hoc autem discrimen non ab alveorum profunditate pendet; Et enim ibi omnium aequalis, sed ab amnium ipsorum inaequalitate. Falsum denique est Pissatellum circa ostium appellari Fiumicino. Qui enim ibi dicitur Fiumicino, est Fluvius ille, qui a Cluverio Borco vocatur; alluitque Sabinianum Oppidum dextra Ripa, et ab Accolis ad usque mare vulgo dicitur Fiumicino, cuius in destra Ripa tribus circiter mille passibus a mari extat aedes Deiparae sacra, quaeque vocatur la Madonna di Fiumicino innumeris fere prodigiis ubique cospicua. Quamobrem non Pissatellus ibi nomen induit Flumicini, sed Flumicinus ipse suum retinet nomen, Pissatellus vero uti alveum, ita nomen amittit suum. Hisce igitur ex verbis Cluverii non quidem colligo luculenter, atque apertissime demonstrari Rubiconis nomen Rugoni, sive Pissatello convenire; at potius quam parum fidendum sit auctoritati Geographorum, praesertim in eorum desciptione locorum, quae nostris / •25-a• possimus oculis explorare. attacco Cluverio tamen venia est danda, quid enim mirum est Germanum hominem hic fuisse deceptum? Magis tamen vituperandus est Eschreus ille Dinundas Patricius Caesenas, qui hac in quaestione nihil suis oculis tribuit, sed pecudis more duci maluit auctoritate Germani Scriptoris, ac cum eo potius errare, quam suis oculis rem omnem explorare, uti commode poterat, utque dignitas postulabat honesti Scriptoris. Sed ad Lucanum revertamur, qui Rubiconis originem fluxumque perpetuum cum descripsisset, ut illum a torrentibus, sive fluviis temporariis distingueret, fluxus quoque

naturam, sive modum voluit exprimere, ut hinc quoque facile posset agnosci. Sic igitur ille prosequitur "Perque imas serpit valles". Profecto aptiori verbo uti non poterat ad exprimendum qualis sit Lusus cursus. Habet enim alveum tortuosissimum, serpentisque viae simillimum propter flexiones, reflexionesque, sive curvaturas, quas facit utrinque ab illius quidem origine, praesertim vero ab Archangeliano, ubi relictis montibus in imas valles ingreditur. Ut vero magis constet Lusum reapse serpere, sive serpentis fursum imitari, hoc unum dicam, ab Archangeliano ad usque mare, a quo distat septem circiter millliaria, curvaturas magnas efficere octuaginta septem, neglectis minoribus, quae / •25-b• fere sunt innumerabiles, nusquam enim rectus est, sed ubique semper obliquus. Quod vero ad alveum spectat, hic non solum ab illius origine, usque ad montium fines, quos dividit, verum etiam hinc usque ad mare naturalis est, non hominum industria, at suarum aquarum vi excavatus. Qui quidem alveus, ab Archangeliano, ubi desinunt extremi colles, atque incipiunt imae valles, quas secat, profundissimus est: Haec autem profunditas licet ab Archangeliano ad Oppidum usque Bellaere, quod distat a mari unum fere milliare, sit inequalis, quindecim tamen pedibus nusquam est minor. Ab Oppido vero Bellaere decrescit quidem riparum altitudo, prout ad mare acceditur, sed tanta tamen ubique est, ut nusquam opus sit vallis, quibus intra alveum aquae contineantur, nec hominum industria, ut ipsius alveus cavetur identidem, uti Pissatello contingit. Ipse enim quemadmodum vi sua alveum sibi antiquitus effodit, ita etiam vi sua conservat, tantamque ubique retinet profunditatem, quanta requiritur ne effundatur in agros, more Pissatelli, ac Flumicini; qui profecto sua aqua in mare non deveherent, sed in agros, sive paludes effunderentur, nisi hominum industria accessisset, uti dicam inferius. In Lusu vero hoc unum cavere oportet, ne nimis profundius effodiat. / •26-a• Quo enim profundior est alveus, eo quoque altiores fiunt utrinque Ripae, ac consequentur ruinae magis obnoxiae. Alveus autem non aeque profundus est ubique. Cum enim non rectus sit, at tortuosissimus, innumerasque habeat reflexiones, ibi profundior est, ubi aquae in Ripa incurrunt, ab iisque reflectuntur. Ripae enim occursu aquae attolluntur, ac reflectuntur, cumque multum aquæ superius occursu ripae reflectitur, multum etiam succedit inferius, ac consequenter valde maior est aquae copia prope ripam, ubi fit occursus, quam in ripa opposita. Cumque ubi fit occursus in ripam plus aquae sit quam in relliquo alveo, plus quoque declivitatis sit necesse est, at propter declivitatem maior quoque est velocitas, maior autem aquae moles cum maiori velocitate conjuncta fortius concutit ripam, atque abradit, altiusque subiectum fodit alveum, profundumque gurgitem efficit. Cumque innumeris fere in locis eiusmodi fiant ab una in alteram ripam reflexiones, innumeri etiam gurgites hisce ex reflexionibus existunt. Cum vero una reflexio ab altera non multum distet, non multum etiam perdurat vis, quicquid ab alvei fundo abrasum est, provehendi; quo enim magis aquae ab una ripa reflexae, alteri fiunt viciniores, eo magis propter alterius Ripae occursum [?] motum. Quambobrem imminuto motu deponunt quicquid longius ferre non possunt, haecque depositio ibi fieri incipit, ubi aquae a Ripa / •26-b• reflexae ampliorem alveum expandunt. Praesertim vero in illa alvei parte, quae alteri reflexioni vicinior est. Qua ex [?] illud evenit, ut licet quot sunt reflexiones, tot etiam sint gurgites, tamen innumeris in locis vadari queat, quicquid enim alvei unum inter, et alterum gurgitem interiectum est, vadum est. Illis autem in locis ubi fiunt hujusmodi reflexiones, cum continua fiat Terrarum abrasio, nisi Dominorum cura accesserit, paulatim utrinque fiunt sinus amplissimi, ubi antea erat camporum nota amoenitas. Ut vero de caeteris taceam, qui fere sunt innumerabiles, duos tantummodo commemorabo, qui expanduntur utrinque, ubi Aemiliam secat. Horum, qui ad Occidentem est, quique est minor undecim circiter Terrae jugera occupat, alter vero illi fere oppositus ad Orientem viginti quinque, ac plus etiam Terrae jugera complectitur. Nec vero quis putet hosce duos sinus, sive curvaturas, quarum feci mentionem esse maiores, sunt enim aliae permultae utrinque latiores. Hasce autem idcirco nominavi tum quia adiacent utrinque Aemiliae, atque ab omnibus conspici possunt, tum etiam quia hasce duas inter curvaturas extat Peninsula quaedam, cujus in parte latiori qua meridiem spectat, existit aedes sacra martyribus Vito, ac Modesto, cui praest (sic) / •27-a• Gaudentius Juvenardus Patruus meus amantissimus, qui secta peninsula illa, qua angustior erat, Fluminis cursum convertit, ac pedetentim magno labore, sumptibusque permultis majorem illam curvaturam recuperavit, atque fecit esse Culturae patientem. Il ponte (27 a-29 b). In extremo vero eiusdem Peninsulae, quae Occidentem respicit, extant Veteris Pontis rudera. Stat enim adhuc integer arcus cum alterius arcus positione rivoir[?]; Cuius altera basis, qua Orientem spectat adhaeret Ripae, totaque est marmoribus instructa, altera vero stat in medio vado, habetque haec quoque sua marmora, licet numero minora. Multa enim hinc avulsa fuere a Figulis, quos etiam memoriae proditum est caetera marmora abstulisse, quae arcus circumferentiam ornabant, apparent enim vestigia ubi erant locata. Illam arcus basim, quae modo Ripae adhaeret, fuisse olim ab eadem Ripam sejunctam patet ex Ripa ipsa, quae ubi arcui adhaeret tota arenosa est, quod apertissime demonstrat fuisse olim impetu Fluminis Pontem illum a Terris utrinque sejunctum, atque in medio alveo remansisse. Ubi autem basis esse debuisset alterius Arcus, cujus initium adhaeret integro arcui, extat massa quaedam ingens ex lapidibus, calce, marmoribusque confecta, at non in eadem cum relliquo Pontis linea. Hanc autem pilam ipsam esse puto contra vim Fluminis aversam.

Integri arcus altitudo supra alveum / •27-b• est palmorum Romanorum 36. latitudo vero palmorum 45. nec minorem fuisse patet alterius arcus latitudinem, altitudinemq: [= altitudinemque]. Pontem istum duos arcus habuisse manifestissimum est, utrum plures habuerit incertum. Valde tamen probabile est habuisse arcus tres. Integri enim arcus basis illa, quae modo Ripae adhaeret, suam habet pilam triangularem ex maioribus? voir[?], quae tamen valde minoris est altitudinis quam sit pila alterius basis, quam fuisse patet fere eiusdem cum arcus circumferentia altitudinis. Haec vero pila triangularis figurae perspicue indicat alterum arcum, per quem aquae ab ea divisae transmitterentur. Huiuce etiam Pontis mentionem feci, ut magis detegatur impudentia Pissatelli Propugnatorum, quod mendaciis uti non pudet, cum deest copia rationum. Ioannes enim Baptista Braschius Archiepu's [= Archiepiscopus] Nisibensis, qui magnum quidem volumen scripsit pro Pissatello, at fuisse Veterum Rubiconem minime probavit, impudentissime negat existentiam huiusce Pontis. Dicit enim vel nunquam fuisse pontem Lusui, vel certe nunc non adesse, [Nota di Lorenzini: Qui si trovano tre parole cancellate neque id negat relatione aliorum, sed ipsum dicit pertransisse fluvium Lusum ubi scindit Viam Aemiliam, nec vidisse vestigia Pontis magnifici, additque supponi •28a• quidem olim fuisse, at revera vel nunquam fuisse, vel certe nunc neutiquam adesse. Profecto mirari vos puto Ecclesiasticum virum, atq: [atque] adeo Epu'm [Episcopum] non puduisse in re adeo manifesta uti mendacis. Ego vero magis miror Braschium, quem Caesenates tanti faciunt non puduisse Carolo Sexto Austriaco Rom. [Romanorum] Imperatori librum inscribere tot mendaciis, ineptisque refertum, ut alio tempore fortasse dmonstrabimus. Extitisse autem Pontem, ubi Lusus scindit Aemiliam patet, ut antea dixi, ex integro arcu, atque ex vestigiis alterius, quae adhuc supersunt. Fuisse vero magnificum constat ex latitudine, atque altitudine integri arcus, qui nunc etiam superstes est, praesertim vero ex magna marmorum copiae rivoir[?] prope huiusce Pontis Rudera iacebant, iacentque nunc etiam. Hinc enim innumera marmora Patrum nostrorum memoria Ariminum fuere delata; quorum permulta in Cathedralis Eccli'ae [Ecclesiae], paucique Palatii constructione fuere adhibita; Permulta denique [?] ciscani etiam hinc in eandem Civitatem translata. Nihil dicam de [?] quae a Figulis fuere combusta; quae per alveum visuntur utri [?] dispersa; quae in vetere alveo iacere memoriae proditum est, quae paulatim deteguntur, prout ad veterem alveum Flumen accedit, [?] contigit anno superiore, quod octo hujusmodi marmora fuere deti [?] atque hinc ad Archangelianum a Canonicis illius Insignis Collegiatae delata concessu, atque munificentia Illm'i D. [Illustrissimi Domini] nostri BENEDICTI XIV, qui cum benignum praebuisset adsensum, ut hoc in Oppido / •28-b• Insignis Collegiata institueretur; Cumque Templum amplioris formae construeretur illis copiam fecit utendi in eiusdem constructione cunctis marmoribus, quae ibi poterunt reperiri, exceptis tamen iis quae adhaerent Pontis ruderibus, ne monumentum pereat adeo magnificae Molis. Haec autem marmora longa sunt singula palmos Romanos decem ultra unum palmum cum dimidio, lata vero palmos quattuor. Haec vero Marmora, quae sunt numero octo, antea quattuor erant; patrum enim nostrorum memoria secta fuisse memoriae proditum est una cum aliis, quae Ariminum fuere translata. At haec, quæ memoravi ab eluvionibus, arena, lapidibusque obtecta fuere una cum aliis innumeris, quae, ut ante dixi, in vetere alveo iacere memoriae proditum est, quaeque pedetentim a Flumine deteguntur. Ubi (rivoir[?]) etiam haud procul a loco ubi iacebant ea marmora, atque ubi etiam conspiciuntur alia permulta in novo alveo, detectum est quoddam vetus munimentum ex praelongis, crassisque palis. Sunt vero hi pali in extremitate ferro armati, ut facilius inter lapides configerentur, suntque in varias series dispositi, ac inter utramque seriem massa ex calce, glarea, laboribusque rivoir[?] lapidibus intercipitur. Pali autem, qui sunt in unaquaque serie non inter se distant, at sese contingunt, tabulisque crassioribus conjunguntur. Horum autem permulti à Flumine abducti fuerunt, permulti in medio alveo superstites manent, permulti quoque latent adhuc in ipsa ripa, ut etiam qui abducti fuerunt impetu Fluminis, quique non •29-a• stant in ipso alveo subtus ripam latebant, antequam haec a Flumine exederetur. Illud autem animadvertendum est ripam illam, ad cuius basim sunt hujusmodi pali altitudinem habere palmorum Romanorum quadraginta sex, neque constare ex arena, et glarea, uti caeterae Ripae ab ipso Flumine olim formatae, sed simillimae esse caeteris ripis, ad quas antea nunquam accessisse Lusus videtur. Quamobrem vetustissimum esse illud opus, natura Ripae, quae illi imminet, clare demonstrat, immo etiam vetustatem confirmant ipsi ei pali, qui nigerrimi sunt inter carbonum fossilium, ac licet extrinsecus in scorias facessant, intus tamen durissimi sunt. Maceries autem, sive massa illa ex calce, lapidibusque, quae inter eos est intercepta, atque ingentia marmora, quae juxta eam iacebant, jacentque adhuc etiam permulta, profecto demonstrant fuisse ibi insigne aliquod aedificium. Cum vero non in eadem cum relliquo Pontis linea sit istud opus, cumque ab eo alliquantulum distet, non videtur spectasse ad pontem illum, cujus extant vestigia, sed ad aliud aedificum, et fortasse etiam ad Pontem alium vetustiorem, ex quo diruto fuerit recentior iste confectus, qui rursus vi Fluminis dirutus fuerit. Neque enim credibile est tantam marmorum copiam, quae hic inventa sunt, quaeque adhuc sepulta iacent ei Ponti adhaesisse, cuius nunc exstant vestigia. Probabile etiam est olim impetu Fluminis dirutum fuisse alterum Pontem, qui nunc ad Oppidum Archangellianum extat, ubi Lusum trajici/mus. •29-b• Pons iste complectitur arcus tres, quorum duo aequales sunt, ac lateritii, solasque habent circumferentias utrinque marbrovibus ornatas, una cum parte inferiori pilarum,

earum enim pars superior lateritia est. Tertius Arcus, qui relliquis duobus valde est minor, totus marmoreus est, uti sunt arcus Pontis Ariminensis. Haec autem omnia licet fortasse ab eo, quod inquirimus videantur aliena, tamen libuit recensere, ut magis pateret qualis sit natura hujusce Fluminis, quantaque cura illius gesta sit ab antiquis, qualem profecto Pissatelli nusquam gessisse constat, ac ut demonstrarem extare vestigia Pontis ubi Lusus Aemiliam secat, eumdemque fuisse magnificum, quae omnia à Braschio impudenter negantur, ut dictum est supra. Ritorno a Lucano Sed ad Lucanum iam revertamur, qui ut naturam hujusce Fluminis clarius exprimeret, illudque a caeteris rivulis distingueret, non solum serpere dixit per imas valles, nempe tortuoso amne moveri, verum etiam magno impetu ferri, cum turget aquis. Sic enim ille describit Caesaris traiectum. "Primus in obliquum sonipes opponitur amnem Excepturus aquas molli tum caetera rumpit Turba vado fracti faciles iam Fluminis undas". An Caesar prope mare, an longius a mari Rubiconem trajecerit, non ausim affirmare, puto autem non longius a mari unc rivoir[?] trajecisse. / •30-a• At de loco, ubi factus trajectus fuit modo non disputamus. Id unum enim nobis propositum est, ut ex Lucani verbis in veri Rubiconis cognitionem venire possimus. Lucanus igitur haud contentus affirmasse Rubiconem serpere per imas valles vocat hic obliquum amnem, ut semper ipsum veluti sub oculos poneret; nusquam enim recto cursu defertur ipsumque dicit magna velocitate devolvi, ait enim à Caesare in obliquum amnem equites immissos fuisse, ut aquarum impetus frangeretur. Hujusmodi aquarum velocitatem Lusui solum convenire, non Pissatello multa dimonstrant. Primum enim Riparum altitudo, quas habet utrinque ad usque mare, atque alveus propter innumeras Curvaturas, sex sinus valde distortus, ac propter innumeros, ac profundissimos gurgites ad usque mare inaequalis profecto sine magna aquarum velocitate fieri non potuerunt. Deinde saxorum magnitudo, quibus ad Oppidum usque Bellaere conspectus alveus ubique conspicitur, magnam demonstrant Fluminis velocitatem. Ancora sul ponte: 2 paragrafi. Haec autem licet ex multis aliis etiam colligi possit, tamen ne longiores simus, hoc unum commemorabo, fuisse videlicet ab eo dejectum Pontem magnificum, cuius fecimus mentionem, ac non solum dejectum fuisse, sed et marmora quoque ingentia, quae ipsum ornabant alia ab aliis disiecta, longiusque per alveum fuisse delata, uti constat ex ipsis marmoribus, quae per alveum ipsum variis in locis dispersa •30-b• conspiciuntur, quaeque longius a Pontis ruinis ferri non otuissent rivoir[?] absque impetu maximo aquarum. Dixi Pontem unum fuisse dejectum. Valde tamen probabile est duos pontes hic fuisse deiectos, alterum vero ad Oppidum Archangellianum, uti dictum est supra; Aquarum autem hujuismodi impetum, quo fertur Lusus, pontisque rudera, quae adhuc extant, si paullo attentius viciniores Galliae populi contemplati fuissent, certe nunquam proposuissent lignei Pontis constructionem reluctantibus tamen Archangellianis, quibus magis est huiusce Fluminis perspecta natura. Huiuscemodi autem velocitate Pissatellum carere quis dubitat? Esse enim nec ubique praealtas habet ripas, nec gurgites habet ne ad Pontem quidem ipsum, ubi secat Aemiliam, neque hinc saxa devolvit, neque glaream, at solum minutissimas, et candidissimas arenas. Cum Lusus non ab hominum industria, at ex vi sua praealtas habeat ripas, saxaque devolvat ingentia, gurgitesq: [gurgitesque] ab Archangelliano ad usque mare habeat nunc octoginta quinque, quorum alii duodecim, alii quindecim, permulti etiam viginti quinque palmos habent profunditatis, quae quidem omnia sine magna aquarum velocitate esse non possunt. Quamobrem, nisi cum Caesenatibus ineptire velimus, dicamus oportet non ad Pissatello, at vero ad Lusus impetum frangendum opus fuisse Caesari equitibus uti, ut pedites facilius tranarent. /•31-a• Id vero, ut [Nota di Lorenzini: Qui si trova “facilius” cancellato] clarius intelligatur, quaeramus a Caesenatibus, utrum profundus esset Pissatellus illis temporibus, haberetque ripas, uti nunc habet post primam Catadupam non procul ab Aemilia, vel ripis careret? Si carebat, non erat [Nota di Lorenzini: Qui si trova “Rubico” cancellato] igitur Rubico, Rubico enim erat profundus, edax, et ripas habebat praealtas uti constat ex Lucani versiculo. Caesar ut aversam superato gurgite ripam Attigit. Rivoir[?]. Si autem ripas habebat, uti nunc habet, non potuisset Caesar equitibus uti ad impetum aquarum frangendum. Ubi enim ripas habet, ac paullo profundior est per angustus quoque est. Vix enim patet plerisque in locis quindecim pedes. Quamobrem cum turget aquis, ut in mediocribus quoque eluvionibus, aquae attollantur necesse est quattuor saltem, aut quinque pedes. Qua vero ratione potuissent equi medio in Fluvio consistere, aquarumque vim sustinere, si propter aquarum altitudinem, ne alvei quidem fundum pedibus potuissent contingere, ac consequenter ne obniti quidem contra aquarum impetum. At non mediocriter, sed maxime turbegat aquis Rubico, cum illum Caesar trajecit. "Tunc enim vires praebebat hyems, atque auxerat Undas... Tertia iam gravido pluvialis Cinthia cornu, Et madidis Euri resolutae flatibus Alpes". / •31-b• At ripas profecto non habebat illis temporibus, quales nunc habet; Nunc enim si per aliquot milliaria ripas habet, profundumque alveum, non haec habet ab aquarum impetu, sed a Caesenatum industria, qui et alveum effoderunt, ac providerunt, qua ratione posset alvei profunditas conservari, ut enim illius aquis uterentur ad molas

frumentarias, duas duobus in locis Catadupas effecerunt, quarum altera, quae lignea quindecim circiter pedum altitudinem habet, altera veri, quae lateritia est, duodecim circiter pedes alta est. Quamobrem aqua, que illas superlabitur in eluvionibus propter magnam illam declivitatem, quam acquirit duobus in locis, magnam quoque accipit velocitatem, ac consequenter vim alveum eradendi. At vero quamvis Pissatellus tantam ab hominum industria declivitatem acceperit non tamen ad usque mare ripas habet, profundumque alveum, duobus enim fere milliaribus a mari latiorem quidem habet alveum, sed vix duos pedes altum, ubi vallis non coercetur. Caesari autem temporibus cum moletrinae aquarum vi vensatibus? rivoir[?] non extarent, profecto non erant ad Pissatellum istae Catadupae, ex quibus declivitatem, vimque reciperet alveum vel esse diendi (sic), vel effossum [Nota di Lorenzini: Qui c’è una parola cancellata] ab hominibus conservandi, suasque aquas in mare devehendi. Quamobrem si / •32-a• ubi paullo profundior est Pissatellus ab hominum industria suam habet profunditatem, nullam igitur, vel fere nullam habebat, cum hominum industria nondum accesserat, ac consequenter nec ripas tum habebat, nec tantam aquarum velocitatem, ut Caesari opus esset Equos opponere, ut aquarum impetus frangeretur; Sed tum paullo infra Aemiliam valde probabile est alveo omnino caruisse, uti in altera dissertatione iam dictum fuit; Uti nunc etiam ad tria, ac fortasse plura milliaria a mari certum alveum non haberet, nisi ipsi alveus excavatus fuisset, cum in Flumicinum abductus fuit, ac nisi tantus illi factus fuisset declivitatis accessus. Vero Lusus profundissimus est; habetque ripas altissimas, uti supra demonstravimus, et nusquam vallo indiget, quo ne effluat contineatur, cursumque habet velocissimum. Quamobrem stulti profecto essemus, si haec Lucani verba Pissatello vellemus naturali alvei profunditate, ripisque carenti tribuere, non vero Lusui qui vi sua profundus est, ripasque habet utrinque altissimas, quale Svetonius quoque declarat habuisse Rubiconem. Ait enim ad Rubiconem Caesari ostentum tale factum. Quidam eximia magnitudine, et forma in proximo sedens repente apparuit, arundine canens, ad quem audiendum cum praeter Pastores, plurimi etiam ex stationibus milites concurrissent, interque eos, et aeneatores, rapta ab uno tuba prosiluit ad Flumen, et ingenti spiritu classicum exorsus, pertendit ad alteram ripam, habebat igitur ex Svetonio etiam ripas Rubico. / •32-b• La previdenza di Lucano Lucanus minime contentus accurata illa, longaque descriptione, qua Rubiconem sive Lusum ita clare, distincteque designaverat, sive potius depixerat, ut nullis hunc inter, ac Sapim Torrentibus, sive Rivulis convenire possit; quin tamen providebat temporis progressu futurum, ut propter adiacentes ad Occidentem Rivulos, dubius evaderet, ut nullum posteritati dubitandi locum relinquere Rubiconem Arimino vicinum dixit "Vicinumque minax invadit Ariminum". Providebat enim vir sagax facile quidem futurum, ut multa post saecula Torrentes evaderent, sive maiores Fluvii, qui tum erant simplices Rivuli, utque iisdem etiam temporis progressu aliqua possunt eorum congruere, quae tum uni Rubiconi ipse tribuisset, idcirco Arimino vicinum dixit. Ut ita ostenderet Rubiconem inter, Ariminumque nullum alium Fluvium interiectum fuisse; hacque ratione innumera quoque post saecula hinc etiam verus Rubico posset agnosci. Licet enim longioris aevi progressu multi Rivuli natura, vel arte in unum confluerent, Fluviumque satis amplum, qualis fortasse Pisatellus evasit novarum aquarum accessu, nunquam tamen Ariminum inter, ac Rubiconem fluere potuisset hujusmodi Fluvius, ac licet hujusmodi Fluvio caetera omnia congruere potuissent, quae ipse uni Lusui, sive Rubiconi tribuisset, esse tamen Arimino vicinum solius Rubiconis fuisset. Ac consequenter illi semper fluvio Rubiconi •33-a• nomen convenisset, qui Arimino vicinior fuisset, non vero cuilibet alteri, qui ab eo valde remotior esset. Et sane fluvium illum, cui Lucanus Ariminum vicinum dixit, revera fuisse Lusum manifestissimum est. A Lusu enim in Aemilia distat septem millia passuum Ariminum ad mare autem decem millia passum. A' Pissatello autem in Aemilia decem octo millia passuum, ad mare vero illis temporibus saltem quindecim millia passuum. Si igitur Lucanus Ariminum dicit Rubiconi vicinum, profecto Fluvius ille pro Rubicone debet intelligi, qui minus distat ab Arimino, non autem ille, qui valde remotior est; Nisi adeo ineptire velimus, ut ea vicina appellare velimus, quae sunt remotiora. Sarcasmo Parole e fatti di Cesare Haec vero omnia clarius quoque patebunt, si quae a Caesare traiecto Rubicone dicta, gestaque Lucanus commemorat, consideremus. "Caesar (inquit) ut adversam superato gurgite ripam Attigit Haesperiae vetitis, et constitit arvis Hic, ait, hic pacem, temerataque iura relinquo Te Fortuna sequor procul hinc iam foedera sunto Credidimus fatis, utendum est judice bello". Haec post Rubiconis traiectum refert Lucanus dixisse Caesarem. Videamus modo quae gesserit. "Sic fatus noctis tenebris rupit agmina Ductor Impiger, et torto Balearis verbere fundae Ocyor, et missa Panthi post terga sagitta / •33-b• Vicinumque minax invadit Ariminum". Nihil ex hisce postremis Lucani versiculis colligitur post Rubiconis traiectum, quam Caesaris velocitas, invasioque Arimini. Nihil igitur Rubiconem inter, Ariminumque interjectum erat, quo Caesaris posset retardari velocitas, at expeditum erat iter,

nullumque rivoir[?] Fluvius traiiciendus supererat, qui ipsi posset moram facere. Qua enim ratione Caesar... torto Balearis verbere fundae Ocyor, et missa Parthi post terga sagittas vicinum Ariminum invadere potuisset, si traiecto Pissatello tres alios amnes superare debuisset, videlicet Rigossam, ac Flumicinum, quos duos amnes tum credere fas est habuisse magnam aquarum copiam, ac consequenter aeque perdifficile debuisse vadum praebere. Post Flumicinum vero superandus illi fuisset Lusus, qui utrisque maior cum sit, altioremque habeat, ac remotiorem Originem, majoremque montium colligat aquas, tum habuisse necesse est multum aquarum. Rapidissimus vero cum sit, ac profundissimus profecto difficillime hunc trajicere potuisset, praesertim cum nondum esset dies, ac consequenter Caesaris velocitas valde retardata fuisset contra, ac canit Lucanus. Quamobrem si Caesar Rubicone superato ...... Balearis verbere fundae / •34-a• Ocyor, et missa Parthi post terga sagitta vicinum invasit Ariminum, nullus alius post Rubiconem traiiciendus Fluvius supererat, cumque Ariminum inter, ac Lusum nullus Fluvius interfluat, cumque Lusus Pissatellum, Rigossa, ac Flumicinum longitudine, amplitudine, profunditate, atque aquarum copia superet, iste igitur ille Fluvius fuit, cujus aquarum impetum, ut frangeret Caesar, opposuit Equites, ideoque non Pissatellus, non Flumicinus, at Lusus Lucani est Rubico. Peridiculum enim esset asserere, nec dicam opinari, minoris Fluvii aquas ex pluviis, ac nivibus resolutis auctas fuisse, majorem vero Fluvium habuisse minus aquarum. Stultissimum quoque esset opinari difficillime quidem minorem Fluvium, facillime vero majorem traiici potuisse. Quae hactenus ex Lucano retulimus adeo clarum est, atque perspicuum Lusui non Pissatello congruere, ut nec dubitare, nec contrarium opinari fas esse videntur. Rubicone confine At vero omnis dubitandi tollatur occasio, opinionesque contrariae refellantur, alia quoque Lucani verba perpendere lubet. Hic igitur postquam dixit Rubiconem serpere per imas valles, addit ...... et Gallica certus Limes ab Ausoniis disterminat arva Colonis. Erat igitur Rubico limes, quo Gallica arva ab Ausoniis Colonis disterminabanur. Nec vero solum limes erat, sed certus limes. Neque putandum est fortuito dictum à Lucano fuisse limitem certum. •34-b• Haec autem verba, quicquid effutiant Caesenates, Lusui quidem conveniunt, Pissatello non item. Vere enim est Lusus limes certus, sive ipsius spectetur origo, sive locus, ubi in mare effluit, sive eius relliquus cursus, inter originem, eiusque ostia interiectus. Quod ad originem spectat, iam supra vidimus oriri a Perticariae iugo, quod et altissimum est, alterumque montium terminus, qui ad hasce partes conspiciuntur, qui enim post Perticariam ad Occidentem visuntur, ac Septemtrionem valde sunt humiliores, ac si cum Perticaria conferantur, colles potius videntur, quam montes. Adeo ut ibi naturalis videatur divisio eorum montium, ac collium, qui Sapim inter iacent, Ariminumque, quorumque aquae duo haec inter Flumina in mare feruntur. Perticariae autem iugum extat supra Strigariae montem, a quo incipit Flumicinus, ac paullo infra Pissatellus decem fere milliaria; Atque ita est constitutum, ut ipsius aquae qua meridiem, orientem, Occidentemque specat vel in Ariminum, vel in Sapim influant, qua vero spectat Septemtrionem in solum Lusum decidant, ac praeter unum Lusum nullus Fluvius hinc oritur, quocum possit iste confundi. Duo enim Fluvii, quorum saepe facta est mentio decem fere milliaria inferius originem ducunt, paullo supra Solianum Oppidum. Ex quo fit, ut Lusus iam Fluvius sit, antequam ipsi nascantur. Cum igitur oriatur Lusus ex Perticariae jugo, quod longe remotius est, ex •35-a• excelsisque caeteris montibus, quorum aquae Ariminum inter, ac Sapim superum in mare feruntur, cumque hoc ex iugo praeter unum Lusum Fluvius nullus oriatur, quis non videt quam iure, ac merito certus limes dici possit, quoad eius Originem? Quod etiam confirmari potest si natura ipsius montis spectetur, non enim solum distinguitur à caeteris montibus propter majorem a mari distantiam, altitudinemque maiorem, verum etiam quia ipse totus ripeus est, ac fere marmoreus, atque ultimus est inter eos, qui ejusdem sunt cum ipso naturae, quales plures extant Ariminum inter, ac Lusum, nullus vero neque Lusum inter, ac Sapim, neque Lusum inter, ac Pissatellum huiusce naturae conspicitur. At non solum certus limes dici potest, si illius Origo spectetur, at certus quoque est ubi in mare effluit, non solum enim nullo cum Fluvio commiscet aquas, cum seorsim non in paludes effluat sed in mare; Et quemadmodum montis altitudo, unde oritur caertum illum facit, ita etiam elevatio soli, prope illius ostia certum efficit. Ad orientalem enim eius ripam sedinunt ipsius maris ripae, quae huc usque ab Arimino protenduntur, ab ipso mari olim formatae, cum ad hoc elevatius solum perveniret, illudque exederet, licet modo ab eo solo sive ripis recesserit, qui quidem recessus ad Lusus ostia vix est unius Stadii. Post ripam vero Occidentalem nullae maris ripae conspiciuntur, neque ullum vestigium extat habuisse unquam ripas. At hinc Caesenaticum versus protenditur satis lata planities, quae vulgo dicitur la Cagnona. Quae quidem planities cum valde depressa sit, licet qua montes spectat, culturae patiens sit, tamen ad mare maxima pars per hye/mem •35-b• pluviisque temporibus abtegitur aquis, fere à Lusu ad usque Flumicini ostia, ita ut tum temporis lacus speciem exhieat rivoir[?]. Ubi vero nunc est superius memorata planities profecto maris sinus edas, cum ipsum mare ripas alluebat, a quibus modo recessit. Nunc vero licet a Colonis ad avehendos agros fossae plures sint

excavatae, tamen propter solum valde depressius hinc avehi nequeunt. Huiusmodi vero stagnantes aquae frustra quis quaerat post Orientalem Lusus ripam, cum tamen post eius Ripam Occidentalem incipiant, ac Rhavennam usque, atque ultra etiam protendantur; Quae quidem manifeste dmonstrant ibi esse solum valde depressius. Sicut igitur Lusus ad ipsius Originem montes habet altiores caeteris montibus, ita etiam ad ipsius ostia habet altius solum. Quibus [?] rebus equidem colligo fuisse Lusum etiam ad eius ostia limitem certum elevatius inter solum, atque depressius, ac consequenter gallica arva ab Ausoniis Coloniis disterminavisse, uti canit Lucanus; Neque enim credibile est Romanos eo limite uti noluisse, quem natura ipsa constituisset. At certus quoque limes dici potest, si relliquus ipsius cursus eius inter Originem, atque ostium spectetur, neque enim a Perticaria ad usque mare amnem recipit ullum, neque ipse in alium ullum ingreditur. At haec omnia dé Pissatello dici non possunt. Oritur enim prope Strigariae montem Pissatellus, oritur etiam ex eodem monte Flumicinus, atque ambo in eandem partem fluunt. Ac licet paullo altius Flumicinus oriatur, paullo vero inferius Pissatel/lus; •36-a• Pissatellus tamen ad eius originem nihil fere distat a Flumicino: Vix enim decem pedum intervallum est, quod solum dividit ex quo aquae in Flumicinum influunt ab eo, per quod in Pissatellum decidunt pluviis temporibus. Quamobrem ad eorum Originem fere conjuncti sunt, quemadmodum nostris temporibus, antequam in mare effluant, conjunguntur. Limes igitur certus esse non potuit Pissatellus, nec quoad eius Originem, nec quoad ostium spectatus, quod etiam verum est licet Lucani temporibus non in Flumicinum influeret; Licet enim non in eundem alveum, at in eandem Paludem confluebant. Il colore rossiccio Reliquum est iam aliqua etiam dicamus de colore Puniceo, quem Rubiconi tribuit Lucanus. Quemadmodum vero caetera omnia, quae in Rubiconis descriptione Lucanus commemorat, Lusui quidem, non vero Pissatello convenire demonstravimus, ita etiam puniceum colorem solius Lusus proprium ostendemus, non Pissatelli. Hujusce enim neque aqua, neque arena punicei quid habet coloris. Lusus vero licet aquam non habeat punicei coloris, alveum tamen habet huiusce coloris. Lapidosum enim habet alveum, ac glareosum. Lapidum vero [?] (conassiorum), glareaeque maxima pars fere •36-b• etiam rubicundior sit huiusce alveus, uti contingit, vel cum plu [?] decidit, vel cum nubilum est coelum; vel paullo post solis occasum, aut illius ortum, quo tempore lapides sunt humidiores. Illud autem animadvertere oportet eundem colorem minus conspici possit eluviones, antequam pluvia decidat, quae lapides expurget a li [?] quo turbida aqua eosdem reliquit obtectos. Eiusdem vero coloris sunt etiam lapides, glareaeque, quae prope fundamenta conspiciuntur arcus illius vetustissimi, qui conspici potest ad Pontem Archangellianum, cuius supra fecimus mentionem. Est igitur Lusus, fuitque semper puniceus, non vero Pissatellus quicquid Braschius effutiat, qui nihil dicit esse in Fluvio Lusu, quod exhibere apparentiam tincturae rubentis. At vero nihil mirum est non vidisse Braschium lapides, glareamque punicei coloris in Fluvio Lusu, qui ne magnifici quidem Pontis vidit integrum arcum; Quod si non vidit, quantum Lusus habeat punicei coloris, qui quidem multum habet, multo minus vidisse putandum est in Pissatello, qui nihil omnino habet huiusce coloris. Illius enim aqua naturalem habet colorem; Lapidibus, et glarea saltem ab Aemilia ad mare caret omnino; Arena vero candidissima est; Uti etiam ripae ad eundem colorem accedunt; Quamobrem puniceus iste color non [?] Pissatello erit, sed in quorumdam imaginatione. Quae hactenus de Lusu diximus Lucani descriptionem secuti, profecto tam apte ei congruunt, ut ineptissimi hominis esse videatur affirmare velle Lucanum non de Lusu, sed de Pissattello fuisse lo/cutum; •37-a• Quod si quem cum Caesenatibus affirmare non pudeat, dicat etiam oportet Lucanum ineptissimum fuisse Poetam. Nihil enim eorum, quae ipse Rubiconi tribuisset, Rubiconi congrueret, si de Pissatello non de Lusu fuisset locutus. Immo ineptiore dicat oportet eos, quicumque Pissatellum primo Rubiconis nomine appellavissent. Cum enim Rubicon a rubicundo colore dictus videatur, Pissatellus autem candidus sit, ut vidimus rubicundum appellavissent, quod candidum erat. Nefas autem est cogitare adeo rudes eos fuisse, qui primi Rubiconis nomen imposuere. Quamobrem cum a rubicundo colore Rubicon sit appellatus, cum puniceum esse debere Rubiconem concedant Caesenates, caeterique omnes Pissatelli Propugnatores, cumque nunc temporis, hosce inter Fluvios, de quibus est disputatio solus Lusus habeat multum punicei, sive rubicundi coloris, profecto concludamus oportet vere [Nota di Lorenzini: Qui c’è una parola cancellata] Lusum esse veterum Rubiconem. Haec autem postrema ratio tanti momenti mihi visa est semper, ut supervacaneas duxerim rationes alias afferrre; Quoniam vero multa attulimus, quae haud necesse fuisset afferre, multa etiam alia adiungemus ex aliis Scriptoribus petitas, quae multum quoque poterunt afferre lucis. Altri autori Plinius c: 15 post illa verba ["]Ariminum cum Amnibus Arimino, et Aprusa["], statim subiungit. ["]Fluvius hinc Rubico quondam finis Italiae["]. Ex Plinio igitur post Ariminum primus, qui occurrit Fluvius est Rubico; Lusus autem post Ariminum primus occurrit, Lusus igitur Plinii •37-b• est rubico. Non esse vero Lusum Aprusam Plinii iam in altera Dissertatione demonstravimus. Ubi etiam ostendimus, quod si Aprusa Plinii fuisset Lusus, falso Plinius dixisset post ["]Aprusam Fluvius hinc Rubico["], post Lusum enim occurrit Flumicinus, atque Argossa, qui ex Cluerio, atque Elchreo Dinunda sunt Pissatello majores.

STRABO etiam Plinii temporibus Geographus excellens lib. 5. bis Rubiconis mentionem faciens, semper addit in Adriaticum Pelagus excurrere, atque intrare. Cur vero addit Strabo in Adriaticum Rubiconem currere, atque intrare? Nonne satis fuisset dixisse fluere Rubiconem Ariminum inter, ac Rhavennam, quae duae Urbes cum maritimae essent illis temporibus, si inter eas erat Rubico, in mare etiam fluere intelligebatur, ideoque opus non erat exprimere etiam in mare Rubiconis ingressum. Sed minime putandum est frustra fuisse a Strabone expressum Rubiconis in mare ingressum. Sed potius manifeste colligi potest tum temporis nullum praeter unum Rubiconem fuisse Fluvium Ariminum inter, ac Rhavennam, qui in Adriaticum Pelagus ingrederetur. Relliqua vero Rivulos, sive Torrentes qui modo Flumicinus, Argossa, et Pissatellus nominantur, extitisse quidem illis temporibus, sed minime habuisse in mare, at in paludes ingressum, nullumque certum nomen habuisse, ignotosque fuisse Geographis, nullam enim eorum mentionem a Geographis factam invenimus. An Sapis etiam illis temporibus Ariminum inter, ac Rhavennam in mare ingrederetur / •38-a• valde dubium est. De Lusus vero in Mare ingressu nullus est dubitandi locus. Alvei enim profunditas, atque obliquitas, aquam usque ad mare retinet impetu aquarum nostris quoque temporibus dubitare non sinit de illius perpetuo in mare ingressu. Quod si Sapis tum temporis in mare excurrisset, profecto STRABO Ariminum inter, ac Rhavennam Rubiconem collocare non debuisset, sed Ariminum inter, ac Sapim. Cum vero nullam hic Sapis mentionem faciat, nulliusque alterius Fluminis, certe multa datur dubitandi occasio nullum tum temporis Fluvium, praeter unum Rubiconem, sive Lusum hasce duas inter Urbes in pelagus habuisse ingressum. Si vero Pissatellus fuisset Rubico, ac Lusus Aprusa Plinii, uti Caesenates contendunt, ac si Sapis excurrisset in mare, certe nunquam Strabo dixisset ["]Rubico inter Ariminum, ac Rhavennam["], sed ["]inter Aprusam, ac Sapin["]. Neque dicas idcirco STRABONEM dixisse Rubiconem inter Ariminum, et Rhavennam in mare excurrere, quod antea dixisset ["]Aesim inter Anconem labi, et Senogalliam["], ac quemadmodum duas inter Urbes Aesim collocarat, ita etiam Rubiconem voluisse duas inter Civitates collocare; Nihil enim Anconem inter, ac Senogalliam praeter unum Aesim intererat; Sed Ariminum inter, ac Rhavennam ex Adversariorum quoque sententia intererant Lusus, Flumicinus, Argossa, Pissatellus, ac Sapis; Si vero omnes isti Fluvii in mare tum excurrissent, uti Rubico, haud bene dixisset Strabo in mare Rubiconem influere Ariminum inter, ac Rhavennam, / •38-b• aeque enim facile dignosci potuisset STRABONIS quoque temporibus quis eorum Fluviorum Rubicon appellari deberet. At minime credibile est Geographum adeo eximium unquam fuisse dicturum Rubiconem Ariminum inter, ac Ravennam in mare excurrere, si tot Fluvii hasce duas inter Urbes in mare excurrissent, quos inter collocare potuisset, ne ulla unquam relinqueretur occasio de vero Rubicone dubitandi, uti nunc dubitatur. Cum igitur STRABO dicat Rubiconem Ariminum inter, ac Rhavennam in mare excurrere, nullumque alium Fluvium hasce duas inter Urbes nominet, vel in mare dicat effluere, nullus igitur alius Fluvius hasce duas inter Urbes effluebat in mare praeter unum Rubiconem. At vero solus Lusus hasce duas inter Urbes semper effluxisse patet in Pelagus hasce duas inter Urbes, uti dictum est supra; Lusus igitur STRABONIS est Rubico, non vero Pissatellus, Argossa, ac Flumicinus, qui nostris quoque temporibus licet hominum industria effossos habeant alveos, atque etiam ex catadupis declivitatem acceperint, omnesque iuxta mare in unum ducti sunt alveum, vix tamen in mare effluunt, nec profecto in Pelagus ingrederentur, nisi hominum industria uti dictum est supra, alveos effodisset, multisque in locis vallis co [?] cuisset, sed effunderentur per amplam planitiem, veteresque paludes conficerent, quarum utrinque apparent manifesta vestigia, quali rivoir[?] profecto Lusum inter Ariminumque nusquam / •39-a• conspiciuntur. Cum enim dicti Fluvii vim non habeant alveum excavandi, semper altiorem faciunt eorum alveum arenarum Lutique depositione, uti manifeste conspicitur ad Pontem Alberonianum, cuius lignae pilae fere sunt in Arena sepultae, valdeque probabile est fore ut tractu temporis sepeliatur in arena pons omnis. Cum enim ibi aquae motum habeant valde imminutum pontis occursu, vicinique maris magnam faciunt relliqui motus iacturam, magisque imminuitur vis lutum, arenamque in mare devehendi, ac consequenter multum ibi deponunt, altiorque fit alveus, quod tamen haud contingeret, si alveum naturalem semper habuissent, suisque viribus in mare excurrissent rivoir[?]; Immo ad Pontem profundiorem alveum haberent, uti habet circa pontem Lusus ad aequalem a mari distantiam. Qui quidem Lusus circa Pontem [?] non deponit, sed potius abradit, efficitque gurgitem quindecim palmas profundum. Cum circa Pontem alberonianum nulla sit gurgitis species, ac tantum ibi sit aquae, quantum est in relliquo alveo, videlicet valde parum per hyemem, nihil vero per aestatem. At vero nihil mirum est hosce Fluvios ad Pontis occursum nullum gurgitem facere, cum nusquam per eorum alveos, ne intra quidem ipsos montes ullam habeant in alveo cavitatem, quae gurgitis nomine possit appellari. Patet etiam in mare naturalem ingressum non habere quod maris aquae in aestu maritimo per eorum alveum non ingrediuntur / •39-b• omnino, immo eorum obsidunt ostium, cum per Lusum ad [?] fere milliaria aestus maritimus valde sensibilis sit, uti etiam in Amnibus Arimino, et Aprusa, qui cum vi sua non hominum industria intrent in mare, ipsum etiam mare in ipsos ingreditur. Iam satis constare puto Lusum esse Rubiconem illum, quem STRABO dixit Ariminum inter, ac Rhavennam in mare excurrere, relliquum est ut alia quoque verba perpendamus eiusdem Scriptoris, quibus Caesenates utuntur ad Pissatelli Causam promovendam. Sic igitur STRABO sequitur. Cis Padum vero, circumque Padum celeberrimae sunt Civitates Placentia, et Cremona, media in regione propinquissimae inter has, et Ariminum sunt Parma, Mutina, Bononia. Prope Rhavennam in harum

medio exigua quaedam iacent Oppida, per quae iter est Romam, Acara, Rhegium, Lepidum, Nacri, Campi ubi quotannis forum conficitur. Cliterna, Forum Cornelium, Faventia, Sina, Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi. Haec proxima sunt Arimino. Ex hisce autem postremis verbis ["]Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi["] duo colligunt Caesenates v.et [videlicet] Sinam esse Caesenam ac Rubiconem esse Pissatellum, cui propinqua dicitur Caesena. At vero utrum quam STRABO Sinam dicit, fuerit Caesena non omnino certum esse videtur. Si enim de Caesena locutus fuisset STRABO cur Sinam dixisset non Caesenam, uti antea a CICERONE appellata fuerat? quam tamen illis temporibus fuisse patet valde ignobile, atque oscurum Oppidum. Sic enim loquitur lib 16 Epist. •40-a• Ep. 27. Nam uti duo vix sunt digni, quibus alteri Caesenam, alteri ["]Cossutiarum tabernarum fundamenta credas["]. PLINIUS quoque qui floruit STRABONIS temporibus Caesenam vocat rivoir[?]. At demus Caesenatibus de Caesena STRABONEM locutum fuisse cum dicit Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi. Sed hinc tamen male inferunt Pissatellum esse Rubiconem, quoniam Pissatellus Caesenae propinquus est. Hic enim STRABO duos Fluvios recenset, quibus propinquam Sinam dicit, sive Caesena, Sapim V. rivoir[?] ac Rubicone. Cum vero dicit Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi, non sequitur Rubiconem esse debere quemcumque Rivulum Caesenae propiorem, sed illum, qui vere sit Rubico, licet ab ea multum remotus. Recte enim dici poterat Rubiconi propinqua, cum illam inter, ac Rubiconem nullus alius Fluminus rivoir[?] certi nominis flueret Rubiconi propinquior. Rubiconis autem nomine solum Lusum appellari potuisse iam supra vidimus. Lusus igitur, non Pissatellus est ille Rubicon, cui Sina dicitur a STRABONE propinqua. Tavola Peutingeriana Quae hactenus a me dicta sunt, confimantur etiam ex celebri tabula Peutingeriana, ex qua manifestissime apparet, quanto in errore versentur, qui Rubiconem esse contendunt vel Pissatellum, vel Flumicinum. In ea enim expressa conspicitur distantia Caesenæ ab Arimino, quae distantia est viginti milliarium, atque ita disposita est, ut Caesena ad Confluentes sint octo milliaria, a confluentibus vero ad Ariminum duodecim. Post confluentes Fluvius describitur, / •40-b• qui ex montibus labitur, atque in mare ingreditur, cui tam versus montes, quam ad mare adscriptum conspicitur nomen Rubico. Rubicon igitur sejunctus erat à confluentibus, uti manifestissime apparet ex illa tabula. Cum vero Confluentes a Caesena distent octo milliaria, et Rubicon non Caesenam inter, et Confluentes, sed Ariminum inter, et confluentes descriptus sit, quis non videt Pissatellum esse non posse Fluvium illum, cui in hac Tabula Rubiconis est nomen appositum? Confluentium autem nomine profecto non alii Fluvii appellabantur, quam ii, qui nunc etiam Caesenam inter, ac Rubiconem fluunt, nempe Pissatellus, Rigossa ac Flumicinus, qui nostris quoque temporibus in unum confluunt alveum, uti fortasse illis temporibus in eamdem paludem confluebant. Haec autem distantia, in Tabula, octo milliarium sumi debet non a primo versus Caesenam, sed ab ultimo Confluentium deorsus Rubiconem, nempe à Flumicino, a quo cum nunc distet Ariminum decem milliaria, decem haec milliaria respondent distantiae duodecim millarium, quae in Tabula ponuntur a Confluentibus ad Ariminum. Lusus vero distat ab Arimino septem millia passum in Aemilia, ac à Flumicino Confluentium postremo tria millia passum, atque ita à Confluentibus seiunctum est uti apparet in Tabula. Lusus ergo est Rubico juxta tabulam Peutingerianam. [?] titolo Haec habui Academici praestantissimi, quae vobis in hac dissertatio/ne •41-a• de vero Rubicone ex veterum auctoritate referrem. Mirum autem vobis non sit, quod solius Lucani, Plinii, Strabonis, Tabulaequae (sic? voir[?]) Peutingerianae auctoriate usus sum. Appiani vero Alexandrini, Plutarchi, Petronii Arbitri, aliorumque veterum nullam omnino fecerim mentionem; quorum tamen auctoritates Ariminenses, Caesenatesque Scriptores hac in quaestione plurimi fecerunt. Horum enim Scriptorum verba mihi visa sunt nihil omnino conducere ad veri Rubiconis cognitionem adipiscendam ea ratione, quam mihi proposueram. Mihi enim id unum propositum est, ut V. [?] eorum Scriptorum verba perpenderem, qui de natura, deque loco Rubiconis scripsere, non autem eorum, qui ea enarrarunt, que à Caesare ad Rubiconem gesta, dictaque fuere. Non enim qua hora ad Rubiconem pervenerit, quid ibi dixerit feceritve, qua illum hora trajecerit, modo inquisivimus, sed quisnam horum Fluviorum, qui modo Ariminum inter, ac Rhavennam, sive Ariminum inter, ac Sapim nunc in mare excurrunt, pro Veterum Rubicone debeat haberi. Quamobrem eorum Scriptorum verba mihi perpendenda fuere, qui de ipso Rubicone scripsere, non autem eorum, qui Caesaris dicta, gestaque ad Rubicone enarrarunt. Ex veteribus autem praeter Tabulam Peutingerianam Lucanus, Plinius, ac Strabo mihi visi sunt aliqua de Rubicone scripsisse, praesertim vero Lucanus, quamobrem trium horum •41-b• Scriptorum testimonia diligenti animadversione visa sunt digna ut ex eorum verborum diligenti consideratione facilius possem in huius Fluvii cognitionem venire. Eorum vero testimonia non inter domesticos Parietes perpendenda suscepi, ut nostri, Caesenatesque Scriptores fecerunt, sed sursum, deorsumque per hosce fluvios v. [videlicet] Pissatellum, Rigossam, Flumicinum, ac Lusum, ex quo id consecutus sum, ut ex eorum diligenti inspectione cognoverim, quam parum accurate tractaverint hanc quaestionem. rivoir[?] Ariminenses, Caesenatesque Scriptores, atque uni Lusui ea omnia convenire posse deprehenderim, quae Plinius, ac Strabo, praesertim vero Lucanus de Rubicone scripta reliquere. Vestrum autem Academici mirum sit nemini, me nullius testimonio confirmavisse ea omnia, quae de Lusu a me sunt dicta; quid enim opus erat testimonia conserere, ut ea probarem, quae ab omnibus conspici possunt? Quamborem si qui sint (erunt autem

fortasse non pauci) qui iis omnibus, quae de Lusu, aliisque Fluviis a me sunt dicta, nullam volent ahibere fidem, non ea ad aliorum testimonia remitto, sed ad ipsam inspectionem Fluviorum; Precor autem illis a Diis immortalibus meliorem visus aciem, quam Braschius habuit, praesertim ubi Lusus scindit Aemiliam, eosque rogo, ut domi relictis recentioribus cunctis Scriptoribus, qui de Rubicone Scripsere (sic), solius LUCANI, PLINII, ac STRABONIS verba, quae scripta retuli/mus •42-a• in horum inspectione Fluviorum diligentissime legant, meditenturque, nec minori diligentia Tabulam etiam Peutingerianam observent. Quod si ab iis etiam praestitum fuerit, qui vivunt adhuc licet senio confecti, spero equidem agnituros errorem Auctorum, qui de Rubicone scripsere postquam omnia miscuit effera barbaries, meamque in sententiam esse venturos. Etimologia del nome Urgone e Luso At quaeret fortasse aliquis cur Pissatellus Rigone, Argone, Urgone dici potuerit, nisi ante Rubico fuisset appellatus? Cui ego respondeo potuisse illum hisce nominibus appellari, lice (sic) Rubiconis nomen antiquitus nunquam habuerit. Sic enim dictum puto, quod cum paullo maior sit caeteris Fluviis, qui Lusum inter, ac Sapim fluunt, quique latine Rivi [?] quam Fluvii dici possunt. Vernacule vero Rii appellantur, coeperit multis abhinc saeculis non communi nomine Rio sed Rione propter eius magnitudinem appellari, quemadmodum nos etiam magnam Portam vernacule Portone, et latam etiam viam non Strada, sed Stradone appellamus. Cum vero in subiecta Planitie facile effunderetur, vallisque coerceretur, eamque vehementer rigaret, a rigando etiam potuit appellari Rigone; cum vero facile apud rudiores etiam vocalis, que sequitur post littera R. praeponatur, cum a littera R. nomen aliquod incipit, facile etiam potuit Rigone in Argone mutari, / •42-b• vel Urgone, quemadmodum rudiores etiam Roberto ecc. dicunt Arberto, Rinaldo, Arnaldo ecc. Id etiam manifestus patet ex viciniori Rivo, qui modo vernacule dicitur Rigossa, et Argossa, quae profecto suum nomen derivat a vocabula Rio. Cum vero haec quoque non exigua sit comparate ad viciniores ductus aquarum, nec vocabulum Rio satis exprimeret eius magnitudinem, facile potuit appellari Ricossa, vel Rigossa, ne cum Pissatello confunderetur, qui Rione, vel Rigone appellabatur. Quemadmodum nostri quoque Coloni, quod nos vulgo dicimus un gran fosso, ipsi dicunt Fossone, et ex vocabulo Fossone efficiunt Fossa, quo vocabulo intelligunt aliquod, quod est valde minus eo, quod vocant Fossone, maius vero est eo, quod vulgo vocant Fosso. Rubiconis vero in Lusum mutationem duabus ex causis puto repeti posse. Vel enim quod propter innumeras curvaturas, vel reflexiones, quas utrinque facit ad usque mare ludere videatur, Lusus est appellatus, vel quod cum Appianus Alexandrinus, Svetonius, Plutarchus, Petronius, aliique scriptum reliquerint ad Rubiconem ea verba a Caesare pronunciata fuisse ["]jacta est alea["] coeptus sit appellari Flumen Lusus, quod vernacule diceremus Fiume del gioco. Quacumque vera ex caussa dictus sit Lusus, certum tamen Omnibus esse debet ipsum esse Veterum Rubiconem: Solus enim inter caeteros Fluvios ipsum inter •43-a• ac Sapim fluentes hisce etiam temporibus omnia servat Rubiconis insignia, ac licet aliud habeat nomen, ipse tamen alius non est. / •43-b• / •44-a• / •44-b• 3ª dissertazione / •45-a•

Terza Dissertazione sopra del Rubicone fatta da D. Gian Paolo Giovenardi
Introduzione: Latino e italiano Molti per avventura saranno frà Voi, Graziosi Uditori, i quali si recheranno a' maraviglia, che avendo io in questo stesso luogo recitato due altre Dissertazioni sopra il Fiume Rubicone latinamente scritte, questa sera mi faccia a favellarvi sullo stesso argomento non più in lingua latina, ma nella nostra volgare; e tanto più vi crescerà la maraviglia, quando intenderete, che questo mio ragionamento non altro comprenderà, che certe critiche riflessioni fatte al libro composto da' Monsig. (rivoir[?]) [Monsignore] Gian Batta' [Battista] Braschi di F. M. [felice memoria] e intitolato de vero Rubicone. Qual libro essendo latinamente scritto, sembra, che gli si dovessero ancor le note nello stesso linguaggio. Molti ancora si maraviglieranno, che io abbia avuto coraggio, o piuttosto ardimento di scrivere sulle carte cose contrarie ad un libro, che tanto favorisce la Causa de' Cesenati, senza temere, che questi non abbiano a risentirsi per questi miei fogli, che forse anderanno per tutta Europa, quando cotanto risentiti si sono per poche linee da me state fatte incidere sù d'un marmo, che non si muove di luogo. [Ironia della sorte]. Ma io però porto speranza, che ogni maraviglia cesserà in Voi, quando la cagione intes'avrete, e dello aver io scritto in volgare piuttosto, che latinamente, e dello aver io pigliato di mira il testè mentovato libro. La cagione adunque dello essermi io indotto a scrivere volgarmente piuttosto, che latina/mente •45-b• è stata questa. Voi ben sapete che la famosa Quistione intorno al vero Rubicone era sinora stata una delle più vaghe delizie de' più ameni studj d'antichità, e stata era solita ad essere agitata nelle più culte Academie fra' Letterati, dov'era ben convenevole, che con latino linguaggio fosse trattata, si perche così fatto

linguaggio è stato sempre grato, e giocondo a' seguaci della più sublime Letteratura, come ancora perchè così sembrava richiedere la dolce, pura, soave lingua latina favella di quel gran Cesare, per cui in ogni parte del mondo fù reso il Rubicone così famoso, o per meglio dire così infame, come più fiate ho udito dire al dottissimo nostro Sig. Bianchi per la total rovina, che dal tragitto di quel Fiume ne venne della più gloriosa republica, che avesse veduto, o sia per vedere mai più la terra. In oggi poi contro il costume di così fatte quistioni essendo questa stata tolta per parte de' Cesenati all'Academie, e collocata frà lo strepito de' Tribunali, con dispiacere credo io non solamente di Letterati, ma ancora del Fiume stesso, il quale avvezzo si nota ad ascoltare al dolce mormorio dell'onde sue, quando placido scorre accoppiarsi il grato suono delle letterarie lingue, che intorno a lui contendevano, di mala voglia, e con degno ancora soffrirà sulle sue rive l'aspro novello strepito, tutto contrario al finadora sentito, e per conseguente essen/do •46-a• lecito nel cassetto de' Tribunali non solamente a' Letterati, ma ancora a tutti quelli, che privi sono di letteratura dir le sue ragioni e per conseguente essendo questa quistione ridotta ancor frà volgari, giacche questi ancora compresi sono nella Civil Comunanza. Per questo motivo adunque ho io voluto volgarmente scrivere; acciocchè, se, siccome è stato vietato alla Città nostra scrivere sul marmo cosa appartenente al Rubicone, così ancora quando vietato non siale scrivere sulle carte, oppur parlare, possano anche' volgari intendere ciò, che da mè intorno al Rubicone si scriverà. Perché il libro di Braschi Le cagioni poi per cui in questo mio ragionamento ho io tolto di mira il libro del Braschi senza tema d'offendere i Cesenati molte sono state. La prima perche non mi è ancor pervenuto a notizia, che per essi sia stata spedita inibizione alcuna acciò niuno ardisca di scrivere contro libri, che favoriscono la loro causa. Lo che piuttosto avrebbono dovuto fare, che inibire, che non si scriva in marmo sulle rive del Luso il nome di Rubicone, che niun pregiudizio avrebbe recato al preteso lor Rubicone; quando i Libri potranno in avvenire far palese al mondo tutto l'errore, in cui sono stati fin ora co' Cesenati molti degli eruditi ingannati la più parte dà quell'Apocrifa Iscrizione posta sulla riva Occidentale del Pissatello. La seconda perche io sò di certo, che la miglior parte degli eruditi non anno quel libro in quella stima, con cui l'anno alcuni volgari, i quali non solamente in oggi dimostrano di non intendere la quistion, che trattasi dall'Autore, / •46-b• ma neppur di saper conoscere dove agitar si debba così fatta quistione, et a chi s'aspetti darne giudizio. La terza perche avendo promesso nell'ultima mia Dissertazione di voler ben considerar questo libro, ho stimato convenevol cosa mantenere la parola datavi; La quarta perche avendomi la Clemenza di Monsig.r Illm'o, e Revm'o [Monsignor Illustrissimo e Reverendissmo] Alessandro Guiccioli Degnissimo Vescovo nostro fatto Successore del Sig.r D. [Signor Don] Godenzo Giovenardi mio zio Paterno di felice memoria nella Chiesa Archipresbiterale di San Vito posta sulle Rive del Luso, che scorre per mezzo suoi beni, ho riputato essere io piucchemai in obbligo di far constare al mondo tutto le ragioni, che mostrano essere il Luso il Rubicone, e l'errore, in cui sono i Difenditori del Pisciatello. La quinta ragion finalmente è stata perchè ho io voluto ubbidire al comando dell'Autore, il quale verso il fine della lettera al Lettore così s'esprime, ["]Tu benignissime Lector, atque in doctrina praestantissime, omnia, et quaecunque in hoc ipsomet libro scripta reperies, tua suscipe humanitate, grataque plurimum habe, ac simul eadem accurate perpende. Judicis namque officio debet in praesenti causa perfungi["]. Per la qual cosa dunque avendo io adempiuta la prima parte del suo comandamento col leggere accuratamente il detto libro, adempirò ora la seconda col farla dà giudice pronunziando quali siano i miei sentimenti intorno a ciò, che dà lui si dice nel libro. Non starò a riferirvi sempre i passi latini, perche sarebbe cosa nojosa, anzi che nò; solamente vi citerò i Capitoli, e parti, giacche in / •47-a• Capitoli, e punti egli ha diviso il libro. Non vi riferirò neppur le parole sue secondo l'ordine, in cui son poste, ma solamente il loro senso. Prima però di cominciare a farla da Giudice io protesto d'avere tutta la stima, tutta la reverenza, tutto il rispetto all'alto legnaggio di quel gran Personaggio di gloriosa memoria a cui fù dall'autore dedicato il libro, et alla nobilissima Città di Cesena, come ancora a tutti i Letterati, che scritto anno a favore del Pisciatello, quali non intendo io d'offendere, se in molte cose sarò contrario a' loro pensieri, intendendo solamente di trattare di un punto di dottrina geografica comune a tutti quelli, che professano le scienze umane, come saggiamente disse lo stesso Monsig.r [Monsignor] Braschi nella sudd.a Pistola [suddetta epistola]. I singoli punti Primo capitolo Per dare cominciamento io dico, che nel primo Capitolo mostra egli di non intendere la Quistione ch'egli prende a narrare. Imperocchè egli toglie à provare con molte autorità di Scrittori che una volta il Rubicone fù termine della Gallia, e della Italia, che era un picciol Fiume, che era di color puniceo, che benchè picciol fosse pure servir potea di confine, ci riferisce varie maniere di confini, di cui si servirono varie Nazioni, ci spiega ancora vari nomi, che ha avuti in vari tempi l'Italia, e finalmente nel punto ventesimo sesto ci racconta come prima vivevano i Romani e rivoir[?] la gran mutazione, che nel governo successe dopo il passaggio del Rubicone, cose tutte, che null'anno che fare colla quistion ch'egli tratta. Secondo capitolo Dopo d'averci detto nel principio del secondo capitolo che fino al 1560 niuno •47-b• mai negato avea, ne rivocato in dubbio, che quel Fiume, che passò Cesare non fosse il Pisciatello, passa egli al terzo punto dove ci dice, che tante ragioni, autorità, e testimonianze di Scrittori antichi, e moderni dimostrano essere questi il Pisciatello, e

non il Fiume Luso, che vuole che non solamente persuadano, ma ancor convincano qualunque uomo, purche sia amante del vero, e capace di legittimo raziocinio; e si protesta di non parlare con chi dell'uno, e dell'altro sia privo. Ma poi fa conoscere, che non ha egli amore del vero, ne raziocinio legittimo. Imperciocchè non sono le sue ragioni e le testimonianze de' Scrittori di quel peso, ch'egli promette, ne da quelle egli trae raziocinj legittimi. Strabone La prima ragione egli la deduce da STRABONE, il quale nel quinto libro della sua Geografia così lasciò scritto secondo il Braschi. ["]Inter has Placentiam, et Cremonam, et Ariminum, sunt Parma, Mutina, Bononia, Forum Cornelium, Faventia, Cesena Isapi Fluvio, et Rubiconi propinqua, haec proxima Arimino["]. Nel riferire questo passo di Strabone, egli si mostra assasi poco amante del vero; Imperciocchè egli porta il passo alquanto diversamente da quello, che si legge sul libro. Egli dice ["]inter has Placentiam, et Cremonam, et Ariminum, sunt Parma, Mutina, Bononia["], et in Strabone così si legge ["]inter has, et Ariminum sunt Parma, Mutina, Bononia["]. Dopo soggiugne il Braschi ["]Sina Isapi Fluvio, et Rubiconi propinqua["], e in Strabone si legge ["]Sina Isapi Fluvio propinqua et Rubiconi["]. E Braschi dice ["]haec proxima Arimino["], et Strabone dice ["]haec pro/xima •48-a• sunt Arimino["]. Ma piacciavi, che io vi porti tutto distesamente il passo di STRABONE, acciocche meglio potiate intendere, che il sudd.o [suddetto] Autore non solamente non è stato fedele nel riportare le parole di STRABONE, ma quel che è peggio neppur lo ha inteso. Così dunque lasciò scritto nel quinto libro della sua Geografia quel valente Scrittore. ["]Cis Padum, circumque Padum celeberrime haec sunt Civitates Placentia, et Cremona, media in Regione propinquissimae, inter has et Ariminum sunt Parma, Mutina, Bononia; Prope Ravennam in harum medio exigua quaedam iacent Oppida, per quae iter est Romam, Acara, Aregium, Lepidum, Nacrilampi, ubi quotannis forum conficitur. Cliterna, Forum Cornelium, Faventia, Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi, haec proxima sunt Arimino["]. Da questa autorità di STRABONE egli primieramente deduce, che sia cosa più chiara della luce del sole sul merigio, che per Sina debbiasi intendersi Cesena. Ma a suo tempo farò vedere, che secondo il suo raziocinio Cesena non sarebbe la Sina di Strabone. Dopo ci riferisce, che STRABONE dice, che Sina è posta tra Faenza, et Arimino, e questo è falso. Imperciocche nomina ordinatamente l'Autore dopo Faenza Sena ma non dice mai in quel luogo, che posta sia trà Faenza, et Arimino per farci poi più chiaramente conoscere ch'egli non ha inteso il di sopra citato passo ci soggiugne, che l'autor dice, che Cesena è vicina ad Ari/mino, •48-b• quando questo pur non è vero. Imperciocchè STRABONE dice ["]haec proxima sunt Arimino["]: Le quali parole si vogliono riferire non alla sola Città di Cesena, ma all'altre ancora, e Fiumi prima di lei mentovati. Imperciocche se STRABONE avesse inteso di dirci essere solamente Cesena vicina ad Arimino avrebbe detto sunav (rivoir[?]) tw/ Arivminw/ cioè proxima est Arimino, e non sunavptesi tw/ Arivminw/ cioè proxima sunt Arimino. Ma se quel buon Prelato fosse stato un poco più amante del vero, e con minor passione avvesse scritto, avrebbe considerato con maggior attenzione quel passo, dal che poi ne sarebbe venuto, che egli in primo luogo avrebbe conosciuto, che se STRABONE avesse detto haec proxima est Arimino relativamente alla sola sua Sina avendola detta Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi, e la voce proxima significando vicinanza maggiore della voce propinqua, ne sarebbe venuto, che la sua Sena sarebbe stata a Rimino più vicina, che al Savio, et al Rubicone Cesenate; lo che sarebbe stato un gradissimo errore quando per Sina vogliasi intender Cesena. In secondo luogo avrebbe inteso, che STRABONE nel riferire più famose Città di [?] e dattorno al Po, stabilisce prima due confini, l'uno Piacenza, e Cremona, e l'altro Arimino; e dopo aver nominate le Città di Parma, Modena, e Bologna più vicine al primo, passa a Ravenna, e successivamente a tutte l'altre, che erano più vicine ad Arimi/no: •49-a• ch'era il secondo da lui stabilito confine e perciò egli conchiude relativamente a tutte queste Città: haec proxima sunt Arimino, e non alla sola Città di Cesena, come spiega malamente il Braschi. Ma passiamo al quinto punto di questo medesimo Capitolo, e sentiamo che dalla conclusione ch'egli cava dal sopracitato passo STRABONE chiama Sena vicina al Savio, et al Rubicone, il Savio è più vicino a Cesena dalla parte dell'Occidente, dunque ancora dalla parte d'Oriente il Rubicone era il Fiume più vicino alla medesima Città, ma il Fiume più vicino alla medesima Città è il Pisciatello, dunque il Pisciatello è quel Rubicone, a cui vicina si dice dà STRABONE Cesena. Ma se il nostro Autore prima di formare così fatto sillogismo avesse pensato meglio alla conclusione ch'egli intendeva cavare dalle premesse, io porto opinione, che non sarebbe venuto a questa conclusione. Imperciocche averebbe conosciuto, che siccome egli voleva conchiudere, che il primo Fiume che è dalla parte d'Oriente a Cesena deve essere il Rubicon di STRABONE, così ancora averebbe potuto un altro rispondergli, STRABONE dopo Faenza nomina Sena, dunque la prima Città, che è dalla parte d'Occidente a Cesena, e la Faenza di STRABONE, Forlì è la prima Città, che s'incontra dopo Cesena, dunque Forlì è la Faenza di STRABONE [?] egli averebbe risposto, che a que' tempi non eravi la Città di Forlì, e se v'era / •49-b• qualche picciolo edificio, non era noto a' Geografi; al che si sarebbe subito risposto, che anche il Pisciatello a' que' tempi non era come ora è, perche scendendo egli da monti cretacei non può a meno di non essere divenuto più lungo dalla parte de' monti, come fanno tutti i Rii, e Fiumi, che scendono da' così fatti monti, e qualunque egli si fosse, non avea nome particolare, ma al più chiamavasi con qualche nome generale, o se avea nome particolare dovea essere un nome noto solamente a vicini abitatori; e essendovi alcune miglia rivoir[?] da tempi di STRABONE in quà ritirato il mare, e le paludi ancora dove anticamente scorrea, avendo seguitato il ritiramento del mare, et a cagion dell'agricoltura essendosi fatte minori, sì perchè il

Pisciatello più dentro non vi scorre, essendo stato guidato con lungo giro nel Fiumicino, e l'altre acque ancora in buona parte guidate per mezzo di profonde fosse o nel Pissatello, o nel mare, egli ha dilungato il suo corso anche dalla parte del mare in guisa, che dove ora si dice avere un corso di diciotto miglia, a que' tempi non poteva avere un corso che di otto in nove miglia; e neppur potea essere grande quanto egli è ora, perche non portava egli quell'acque, che ora riceve da altri Rii stati in lui guidati. Dovea ancor l'Autore considerare, che non basta che il Pisciatello sia vicino a Cesena, per essere il Rubicon di STRABONE, ma bisognava ancora che scorresse dentro al mare trà Rimino, e Ravenna, come disse STRABONE che scorrea al Rubicone. Lo che dir non si può del Pissiatello, il qua/le •50-a• à que' tempi scorrea contro le paludi, come anche ora vi scorrebbe, se non fosse stato guidato dentro il Fiumicino, dal che ne avviene, che neppur ora si può dire che scorra dentro il mare. Faccio poi altre condizioni, che a lui mancano per essere il Rubicone, e quella specialmente in non avere ne acqua, ne ghiaja, ne arena di color rosso, anzi tutto il contrario d'aver egli un arena bianchissima, per cui si dovrebbe più tosto chiamar Biancone, che Rubicone. Sarcasmo. Finalmente, se avesse ben considerato tutto il passo di STRABONE conosciuto avrebbe, che quantunque egli avesse detto Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rubiconi, non era per questo che il Rubicone non potess'essere altro Fiume, che quello, che scorrea più vicino alla detta Città. Mentre ancorchè fosse stato dodici miglia distante dalla sua Sina come lo è il Fiume Luso, potevala ciò nonostante chiamare vicina al Savio, et al Rubicone, perche a que' tempi non eravi tra Cesena, et Arimino altro luogo celebre, e noto fuoriche il Rubicone. E non vuolsi già credere, che quel Geografo pigliasse la voce propinqua in quel senso, che pretende il Braschi. Imperciocchè siccome chiamate avea media in Regione propinquissimae le due Città Piacenza, e Cremona, quantunque siano molte miglia distanti, e siccome aveva detto, che prope Rhavennam in harum medio exigua iacent oppida per quae iter est Romam, Arara, Regium Lepidum quali luoghi erano senz'alcun falso moltissime miglia lontani / •50-b• dalla detta Città, e siccome conclusa avea la narrazion di que' luoghi e Città col dire ["]haec proxima sunt Arimino["]; quantunque Ravenna con tutti que' luoghi fossero parimenti moltissime miglia distanti dà Arimino, così ancora poteva dire ["]Sina Isapi Fluvio propinqua, et Rhubiconi["], quantunque il Rubicon non fosse il Pisssiatello, che le scorre vicino, ma il Luso. E questo costume di chiamare un luogo vicino a due, o à più altri, quantunque questi non siano ugualmente vicini al detto luogo è a' Geografi famigliarissimo anche a dì nostri. Passa l'autore al sesto punto, dove intende di confirmare la sua conclusione col dire, che non essendo il Luso il primo Fiume, che s'incontra dopo Cesena andando a Rimino, ma il quarto, per conseguente non è verisimile che gli abbia circoscritta la Città di Cesena dalla parte d'Oriente ["]per quantum ab ea Flumen distans ab ea undecim circiter mille passibus, quando illam poterat, et rationabiliter debebat describere per coequalem fluvium, primum, et proximiorem videlicet per Riconem, sive Pisciatellum ab ea non distantem ultra milliare unum cum dimidio["]. Ma qui Monsig.r [monsignore] Braschi prese un grande sbaglio, come pigliato l'anno ancor molti altri, che anno scritto a favore del Pisciatello. Egli suppone, che gli altri trè Fiumi, che sono dopo il Luso fossero a' tempi di STRABONE come sono a' tempi / •51-a• nostri, lo che non è certo per le ragioni da me testè mentovate; e quantunque fossero stati come ora sono, non si può così francamente conchiudere STRABONE chiama Cesena vicina al Savio, et al Rubicone; dunque al Rubicone è il Fiume, che scorre più vicino a Cesena dalla parte d'Oriente, essendo il Savio dalla parte d'Occidente. Imperchiocche naturalmente si deve riflettere, che STRABONE non nomina altro Fiume trà Rimino, e Ravenna, trà Rimino, et il Savio fuori, che il Rubicone, dunque o non v'erano altri questi Fiumi, oppure se vi erano non erano considerati come Fiumi, e non avevano il loro proprio nome, come neppur l'anno al presente. Imperciocchè il Pisciatello, o com'essi lo chiamano il Rigone è un nome comune a tutti i Rii, e null'ha che fare col Rubicone, come mattamente si pretende da' Cesenati, e non deriva dalla voce Rubicone, ma dalla voce Rio, appresso noi, o dalla voce Rigo appresso Lombardi. Sicchè Rigone altro non vuol dire, che gran Rigo in Lombardo, e gran Rio in Toscano. E da questo Rigone n'è poi venuto il Rigoncello altro picciol rio, che scorre dentro il Rigone, e finalmente la Rigossa minor del Rigone, e maggiore del Rigoncello. Ora ognun vede, che Rigone, Rigoncello, e Rigossa, o com'altri dicono l'Argone, l'Argoncello, e l'Argossa non anno che fare colla voce Rubicone latina, ma colla voce Rio, da cui derivano. Così ancora quell'altro picciol Fiume, che bagna dalla parte d'Occidente la Terra di Savignano, non ha nome proprio, chiamandosi / •51-b• solamente Fiumicino, che altro non vuol dire che picciol Fiume, che è parimente un nome generale. Che se dunque anche a tempi nostri non anno questi Fiumi il loro proprio nome, ragion vuole che neppur lo avessero ne' tempi antichi, e che per la lor picciolezza non fossero considerati dagli antichi Geografi, non essendo verisimile che fossero stati taciuti. Con la qual cosa dunque fra questi quattro Fiumi, che scorron'ora trà Cesena, et Arimino il solo Luso essendo assai maggior d'ogni altro, avendo veramente ragion di Fiume e conservando un nome proprio, e non comune, parmi di poter conchiudere, che egli solo sia quel Rubicone, a cui fù detta dà STRABONE Sena vicina tanto più ancora che STRABONE non nominando altro Fiume tra Cesena, et Arimino, trà Rimino, e Ravenna, che il solo Rubicone, ch'entrasse in mare, e non v'essendo luogo a dubitare, che il Luso sia sempre entrato in mare, come anche ora rapidamente v'entra, sempre più chiaro si rende, che egli solo sia quello, di cui parlò STRABONE, e quantunque siasi dopo chiamato non più col nome di Rubicone, ma di Luso, non è per questo, ch'egli non sia quel desso che fù sempre in quella maniera, che quantunque dà molti secoli in quà il Fiume Arimino siasi cominciato a chiamare Marecchia, non habbia cessato d'essere il Fiume Arimino;

così ancora il Crustumio, e l'Isauro sono quegli stessi, che furono sempre; quantunque chiamisi quello la Conca, e l'altro la Foglia. Ma riflettiamo un poco ad un altro sbaglio, che nel medesimo punto piglia l'Au/tore. •52a• Egli chiama il Pisciatello uguale al Luso, che bisognerà conchiudere, che il Braschi facendo un grandissimo uso della forma sillogistica in tutta la sua opera avesse imitato que' Filosofi, che dentro' limiti di picciolo Tugurio disputano delle cose solamente come se le immaginano essi. Imperciocchè egli discorre del Luso, e del Pisciatello, e mostra di non aver mai veduto ne l'uno, ne l'altro; eppur egli dice d'aver valicato il Luso; Ma chiamandolo poi uguale al Pisciatello, concluderemo, che o egli il valicò in qualche ora meno acconcia a giudicar delle cose, oppure, che quel buon Prelato in quel tempo fosse privo dell'idea del maggiore, e del minore. È cosa così chiara, e manifesta, che il Luso è del Pisciatello assai maggiore, che mi riputerei più stolto io se volessi provarlo, che non fù il Braschi nel chiamarlo uguale al Pisciatello. [Nota di Lorenzini: Qui c’è il timbro con la scritta “Archivum eremi Camaldoli”] Sarcasmo e offesa. Plinio Finora abbiamo veduto la prima ragione, ch'egli trae da STRABONE; passiamo alla seconda, che dal settimo punto egli deduce da PLINIO, di cui queste son le parole ["]Octava Regio determinatur Arimino, Pado, Apennino. In ora Fluvius Crustumium, Ariminum Colonia cum Amnibus Arimino, et Aprusa. Fluvius hinc Rubico quondam finis Italiae, ab eo Sapis, et Vitis, et Anemo["]. Da queste parole egli deduce che il Fiume Luso sia quello, che PLINIO chiama col nome di Aprusa, e dicendo poi Fluvius hinc Rubico quond.m [quondam] finis Italiae, ab eo Sapis, pretende, che il Pisciatello sia il Rubicone, giacchè dopo lui vien subito il Savio. Quì l'Autore / •52-b• sembra ch'avesse un'occhio solo, e partisse anche un poco di memoria. Egli dunque vuole che il Pisciatello sia il Rubicone, giacche PLINIO dopo lui fa venir subito il Savio, ma non vede poi, che colla stessa ragione, se l'Aprusa di PLINIO fosse il Luso dicendo PLINIO subito dopo l'Aprusa ["]Fluvius hinc Rubico["], ne dee subitamente venire questa conseguenza, che il Rubicon sia quello, che viene immediatamente dopo l'Aprusa, per la qual cosa dunque dopo il Luso scorrendo il Fiumicino in uguale, e forse ancora in minor distanza del Pisciatello dal Savio, il Fiumicino secondo PLINIO sarebbe il Rubicone. Tanto più, che questo Fiumicino nel principio di questo secondo Capitolo l'annovera frà que' quattuor flumina minora, ch'egli dice intersecare la Via Emilia, e tanto più ancora, che il Fiumicino per nulla cede al Pisciatello, avendo anzi la sua Origine un tanto più sù del Pisciatello. Per la qualcosa essendo il Fiumicino anche secondo il BRASCHI un picciolo Fiume, come lo è il Pisciatello, e la Rigossa, avendo detto Plinio, che il Rubicone era dopo l'Aprusa Fluvius hinc Rubico ne verrebbe, che il Fiumicino sarebbe il Rubicone, avendo poi detto ab eo Sapis, ne verrebbe che anche il Pisciatello dovess'essere il Rubicone, ed eccoci all'oscuro se questo passo di PLINIO si dovesse intendere come lo intende il BRASCHI, et altri suoi simili, non sarebbe stato per nulla più certo a' tempi ancor di PLINIO il Rubicone, di quel che sia a tempi nostri. E se qualcuno colla scorta di PLINIO avesse dovuto uscir dall'Italia, / averebbe •53-a• potuto credere d'esser fuor dell'Italia, ed esservi ancor dentro. Ma giacche il BRASCHI pretende nel punto ottavo d'aver cavato dà questo passo di PLINIO una ragion, com'egli dice, fortissima, e pretende, che un certo, com'egli dice, ["]Impugnator veritatis["], abbia parlato assai male, avendo detto, che l'Aprusa di PLINIO, è quella, che volgarmente chiamasi Ausa, e che dalla parte d'Oriente bagna le mura di questa nostra Città; egli è uopo, che quì ci fermiamo un poco per vedere, chi più sia stato conpugnator veritatis o egli, o l'altro. Io ho sempre riputato, che quando un passo alquanto oscuro di un Autore spiegato in una maniera ci conduce ad una oscurità maggiore, et anche in grandi, e spiegato in un altra maniera ci mette le cose in chiaro, et in assurdo alcuno non ci conduce, si debba sempre intendere nella seconda, e non nella prima maniera. Ora il passo di PLINIO, spiegato secondo il BRASCHI ci si rende subito più oscuro, e ci conduce in questo assurdo, che anche a' tempi di PLINIO sarebbe stato incerto il Rubicone. Spiegato poi come lo spiegano i Riminesi con quello impugnatore della verità al dir del BRASCHI, cioè che l'Aprusa sia il Fiume Ausa; il passo è subito chiaro al par del sole. Imperciocche subito s'intende, che il Luso sia quello, che dà PLINIO si dice ["]Fluvius hinc Rubico["]. Subito s'intende, come sia vero ancora, che dopo lui vi trovasi il Savio, ["]ab eo Sapis["]; come in fatti era vero a tempi di PLINIO. Im/perciocchè •53-b• nominando PLINIO i Fiumi in ora, e non tra Rimino, e Cesena, come malamente dice il BRASCHI in questo medesimo punto, non iscorgevansi sulla spiaggia altri Fiumi tra Rimino, e il Savio che il solo Luso, scorrendo questi altri Rii piuttosto che Fiumi nelle Paludi. Che se questi altri piccioli Fiumi avessero avuto nome noto a' Geografi, et avessero portate le lor'acque nel mare, PLINIO, che in quel Capitolo fa la descrizione de' Fiumi, i quali erano sulla spiaggia, non gli avrebbe taciuti se non per altro almeno per meglio poter circoscrivere il Rubicone. Ma per non aggiungere parole a parole in una cosa chiarissima io dirò questo solo. PLINIO nomina la Città di Rimino con due Fiumi. Ariminum cum amnibus Arimino, et Aprusa. È vero che le mura di questa Città sono bagnate da due Fiumi; dunque ha da esser vero ancora che i Fiumi nominati dà Plinio colla Città d'Arimino anno da esser quelli, che ora la bagnano. Questi sono la Marecchia, e l'Ausa; e per conseguente se Fluvius hinc Rubico, questi sarà Luso, che viene immediatamente dopo. Egli poi nel punto nono si fà maraviglia, che Filippo Cluverio abbia inteso il passo di PLINIO in favor dell'Ausa, e non del Luso, e pretende, che se egli avesse più esattamente meditato le parole di PLINIO, e considerato più esattamente il corso de' Fiumi, che scorrono trà Rimino, e Cesena, averebbe abbracciato la contraria opinione. / •54-a• Ma quì veramente se gli può dire, che se Filippo Cluverio avesse considerato meglio il passo

di PLINIO, tutto il corso di questi Fiumi coll'Avesa degli altri, e colla ghiaja del Luso si sarebbe confermato sempre più nella sua opinione, e lo stesso Monsig.r [Monsignor] Braschi se avesse ben ponderato quel passo senza passione, et osservato con vista migliore le cose particolari, che ha il Luso, e che mancano agli altri per aver questo nome spezioso di Rubicone, non averebbe fatte tante disutili chiachere a favore del Pisciatello. Seguita egli a dire nello stesso punto, che tutti gli Autori, che anno scritto intorno al Rubicone anno tenuto, che il Luso sia l'Aprusa di Plinio; eccettuatone Giacopo VILLANI, il qual volle, che l'Ausa, e non il Luso sia l'Aprusa di PLINIO, al qual non vuole che gli uomini saggi debbiano prestar fede, maxime in conspectu variissimorum Scriptorum apertissime statuentium oppositum; Ma vegniamo ora a questi autori ch'egli chiama gravissimi, e consideriamo se in questa Quistione facciano essi quell'autorità, che egli pretende. Al numero decimo comincia egli dà Paolo MERULA, che da lui chiamasi celeberrimus Geographus, et eruditissimus Antiquarius, il quale dopo d'aver fatta menzione di Rimino così lasciò scritto. Interrumpit Aemiliam paullo post Plusa Aprusa PLINIO. Torrens succedit / •54-b• Butrius. Ma poi erra il MERULA, et erra con lui il BRASCHI. Imperciocchè dato anche il Luso fosse l'Aprusa di PLINIO, egli è poi falso, che venga dopo il Luso il Butrio, che è la Rigossa, seguitando dopo il Luso il Fiumicino, e non il Butrio. Ma si vuol perdonare ad un Forastiero com'era il MERULA cosi fatto errore, non merita però tenga un Paesano, che non iscorge l'errore, anzi il seguita, e lo conferma. Da MERULA passa a Filippo FERRARIO, che da lui parimenti si dice insignis, et ipse Geographus, qual FERRARIO avendo, come dice il BRASCHI, diligentemente considerato questa quistione, così pronuncia. ["]Aprusa Fluviolus Galliae togatae viam Aemiliam secans apud Savignanum inter Caesenam, et Ariminum["], et in altro luogo. ["]Et itaque Rubico is, qui inter Aprusam, quae procul dubio Luso, quasi Pluso nunc appellatur, et Sapim in mare delabitur["]. Ma qui sia pur detto con buona pace del BRASCHI il FERRARIO non si fà conoscere meritevole dell'onorato titolo, che gli vien dato. Imperciocche se egli intese di parlare del Luso troppo lo impiccolì chiamandolo col nome di ["]Fluvius["], quando così non lo avesse chiamato comparatamente a maggiori Fiumi delle vicine contrade. Oltre a ciò dicendo che il Luso ["]est Fluviolus Viam Aemiliam secans apud Savinianum inter Caesenam, et Ariminum["], non circoscrisse bene il Luso, non iscorrendo egli solo ["]inter Caesenam / •55-a• et Ariminum["], come ogniun sà, et io piutosto porto opinione, che quando il FERRARIO parlò del Luso intendesse piutosto di parlare del Fiumicino, che scorre a lato a Savignano. Primieramente perche il nome di ["]Fluviolus["] più si conviene al Fiumicino, in secondo luogo perche del Fiumicino con più verità si può dire, che Viam Aemiliam secans apud Savignanum, che del Luso, che Viam Aemiliam secat trè miglia lungi dà Savignano. In terzo luogo dicendo, che taglia l'Emilia inter Caesenam, et Ariminum, et non inter Ariminum, et Caesenam, come doveva dire essendo il Luso assai più vicino a Rimino, che a Cesena, et il Fiumicino più vicino a Cesena, che ad Arimino, sembra senz'altro che del Fiumicino parlasse, e non del Luso. Ma concediamo, che abbia veramente inteso di parlare del Luso. Malamente si persuade il BRASCHI, che l'autorità del FERRARIO favorisca il suo Pisciatello. Imperciocche dicendo egli ["]est itaque Rubico is, qui inter Aprusam, quae procul dubio Luso quasi Pluso nunc appellatur, et Sapim in mare delabitur["], e fra l'Aprusa, et il Savio entrandoci ora, e forse ancora a tempi del FERRARIO il solo Fiumicino, questi sarebbe il Rubicon del FERRARIO, e non il Pisciatello, tanto più che egli dice, che inter Aprusam, et Sapim in mare delabitur, dal che si può dedurre, che avendo posto per primo confine l'Aprusa, e non il Savio, [?] di parlare di un Fiume più vicino al primo, che al secondo confine. Altre autorità porta egli nel [?] [?] parla egli [?] [?] [Nota di Lorenzini: Queste ultime righe sono poco leggibili], ma al •55-b• parer mio in questo luogo così fatte autorità poco, o nulla vagliono. Imperciocchè parlando con tutti i dovuti rispetti al loro merito per altri riguardi io dico, che que' Scrittori di cui sono o le autorità, o le Tavole geografiche in questo passo di PLINIO anno imitato le pecorelle, le quali vanno tutte sempre dietro alla prima, o per diritta, o per ignota via ch'ella sen vada. Nel punto decimo terzo egli non vuole, che in faccia di tanti Scrittori da lui mentovati ne' punti antecedenti abbia alcun luogo l'autorità di Filippo CLUVERIO, che per l'Aprusa di PLINIO intese l'Ausa, e dimanda per che ragione s'abbia a credere unico tantum CLUVERIO, quam Sociis Palatinis, o tantis auctoribus superius memorati? Alle quali domande si puo rispondere che, ad un solo Scrittore tal volta creder si dee piuttosto, che à molti, quando questo solo s'accosta al vero, e gli altri si allontanano. E perche il CLUVERIO più degli altri in questo si è accostato al vero, come più sotto dimostrerò sempre più, per questo egli merita, che sovra ogni altro gli si creda. Soggiugne nel medesimo punto, che il dire, che i dà lui mentovati Scrittori sono stati ingannati dal BIONDO, che volle, che l'Aprusa di PLINIO sia il Luso; sarebbe il fare una grandissima ingiuria ad Uomini benemeriti della Repubblica Letteraria, quasi ch'essi come tante [?] [?] [?] seguitato il Biondo [Nota di Lorenzini: Queste ultime righe sono poco leggibili. A questo punto c’è un asterisco, ci sono 4 righe cancellate, all’inizio della pag. 56 diritto ci sono 7 righe cancellate, dopo le quali si trova un altro asterisco]. / •56a• Qui sembra, che Monsig.r [Monsignor] Braschi avesse in maggiore stima l'onore de' Letterati, che della verità, pretendendo, che portata fosse ingiuria a' Letterati abbiasi piuttosto a seguitar con essi l'errore, che con gloria la verità. Che poi sia un fare ingiuria ad un letterato scorgendoli con desta rivoir[?] machione voir[?] l'errore, io reputo essere una solenne pazzia; Pazzia per loro voir[?], che vegna solamente in quelli, che giovani sono o d'età, e di studio, o vecchi d'età, o sia di studio assai giovani, i quali si

recano a grave offesa, se da' Uomini consumati negli ottimi studj venga loro mostrato un qualche errore. Al contrario de veri Letterati, i quali in vece di chiamarsi offesi, rendono distintissime grazie a chi sempre loro onestamente [?] l'errore, e non [?] insegnato di farne anche pubblica disdetta, se altri ancora [?] [?] [?] con essi, e di questo grazioso portamento ne abbiano un bellissimo esempio assai fresco nel fine del decimo tomo degli Annali d'Italia della felice memoria del Sig.r [Signor] Proposto Lodovico Antonio MURATORI uno de' più celebri Letterati ch'avesse il secol nostro [?] Monsig.r [Monsignor] Braschi avesse [?] [?] [?] in ogni [?] [Nota di Lorenzini: Queste ultime righe sono poco leggibili] pa/rere •56-b• de Letteratura seguiti sono dalle Stampe a' suoi giorni, averebbe veduto che in cose quasi innumerabili siamo costretti tal volta, se vogliamo seguitare il vero, credere piuttosto ad uno, o à pochi Scrittori, che à molti. Pure egli ancor vivesse, e leggesse solamente le novelle letterarie dell'eruditissimo Sig.r Dr. [Signor Dottor] LAMI vedrebbe come or l'uno, or l'altro, che co' propri occhi vanno a visitar le cose d'antichità scuoprono tuttogiorno errori grandissimi, ne' quali sono caduti gli Uomini anche più celebri del nostro secolo, i quali nel compilare grossi volumi d'ogni maniera d'erudizione anno in molte cose appunto come pecore seguitato i primi, e ben s'accorgerebbe, che non è sempre un temerario vaniloquio com'egli disse, se qualcosa dice, che i da lui mentovati Scrittori sono caduti in errore in questo fatto per aver seguitato il BIONDO nell'esporre il di sopra mentovato passo di PLINIO. Nel punto decimo quarto pretende, ch'abbia a creder piuttosto, che siasi ingannato il CLUVERIO, perchè era un Oltramontano de' Danzica nella Prussia, che il BIONDO il quale era nativo della Provincia di Romagna, e che ben mille fiate poteva aver valicato i fiumi, che la bagnano. Poveri Letterati, che intraprendete viaggi lunghissimi fin nelle più remote provincie della Terra per iscuoprire nuove, potreste pur risparmiarvi così fatte fatiche, e di voi si doveva aver quella reputazione, che vorrebbe s'avesse del CLUVERIO il BRASCHI perchè forastiero. Al decimo primo, e decimo sesto punto ritorna egli alle parole di PLINIO, e dice, / •57-a• che annoverando PLINIO i Fiumi dall'Oriente, verso l'Occidente, e facendo prima menzione del Fiume Arimino, e poi dell'Aprusa, se questa fosse stata l'Ausa, egli averebbe invertito l'ordine, essendo questa orientale al Fiume Arimino. Se l'Autore si fosse portato in Rimino, et avesse ben considerato l'Ausa, averebbe veduto, che l'Ausa dalla parte d'Oriente bagna le mura di questa Città, come la Marecchia le bagna dalla parte d'Occidente, et essendo così questa, come quella unita alla Città ogniuna per mezzo di un ponte, et ogniuno di questi due Fiumi avendo da una parte la Città, dall'altra il suo Borgo, questi due Borghi è assai verisimile, che vi fossero anche a' tempi di PLINIO, e per conseguente essendo i Borghi parte della Città, parte ancor della Città vengono ad essere questi due Fiumi, che scorrono in mezzo; Per la qual cosa [Nota di Lorenzini: Qui c’è una parola cancellata] averebbe ancor veduto, che PLINIO per nulla invertì l'ordine, se nominò prima la Città d'Arimino col Fiume del medesimo nome, e poi l'Aprusa; Perche in fatti dopo il suo Crustumio eravi non l'Aprusa, ma il Borgo Orientale principio della Città, e per questo PLINIO nominò colla Città questi due Fiumi, che venivano ad essere parti le più principali, e più riguardevoli della medesima Città. Fiumi, per i quali veniva ad essere questa Città quasi dà ogni parte circondata dall'acqua. Imperciocchè dalla parte di Settentrione era bagnata dal Mare, e dalla parte d'Occidente dalla Marecchia e da quelle d'Oriente dall'Ausa. Se avesse ben considerato il detto Fiumicello avrebbe veduto, che a no' [nostri] giorni ancora l'acque del mare nel flusso, e riflusso entrano per il detto Fiume, e se ne vengono fino verso alla porta di S. [Sant'] Andrea, quantunque ora il Mare siasi allontanato un buon miglio dalla Città; Sicchè ai tempi antichi veniva questa Città ad avere dà quella parte un profondo canale d'acqua continuamente, per cui anche veniva ad essere assai forte dà quella parte, e perche lo stesso flusso, e riflusso diffonde ogni (? voir[?]) / •57b• anche per la Marecchia, ne avveniva, che tutta quella spaziosa campagna, che ora chiamasi li Padulli dovea essere una gran laguna, per cui ne veniva poi che la med.a [medesima] Città era ancor assai più forte da quella parte, e questa forse dovette essere la cagione, per cui tanta cautela adoperò Cesare per sorprenderla, riputato forse, che troppo malagevole sarebbe stato pigliarla per assedio, per cui troppo tempo averebbe dato a' suoi contrarj a premunirsi contro suoi concepiti disegni. Per la qual cosa dunque avendo qta' [questa] Città poi due Fiumi, che assai forte la rendevano ne' tempi antichi, et i Fiumi essendo i maggiori ornamenti delle Città, per i vantaggi, che da essi ne vengono, non si dee credere, che d'altri Fiumi parlasse Plinio, quando disse ["]Ariminum cum Amnibus Arimino, et Aprusa["], che della Marecchia, e dell'Ausa; Nella quale Ausa averebbe veduto il BRASCHI più segni di vero Fiume, che nel suo Pisciatello. Imperciocche l'Ausa, come la Conca, la Marecchia, e il Luso conduce sassi fin verso il mare, scorre sempre ne' tempi d'estate, ha profondi gorghi, et è abbondevolissima di pesci fluviatili fin verso alla sua sorgente; Cose tutte che anno i fiumi di qta' [questa] Riviera, e che mancano al Pisciatello, alla Rigossa, et al Fiumicino, i quali appena usciti da' monti, non anno altro che arena, non anno gorghi, e sono senza pesce affatto, quando per pesce non vogliamo pigliare le ranocchie, le quali ne' tempi d'estate per mancanza d'acqua si pigliano congedo da detti Rii piuttosto che Fiumi, e lasciano il loro luogo alle Formiche. Se l'Ausa non dovess'essere l'Aprusa di PLINIO, perche Plinio averebbe invertito l'ordine, per la stessa ragione [?] Cesena doverebb'essere la Sena di STRABONE. Imperciocche anche STRABONE nominando le città ordinatamente dà Occidente verso Oriente, facendo prima menzione di Sena, e poi del Savio, Sena Isapi fluvio propinqua, et Rubiconi, se la sua Sena fosse stata Cesena, essendo questa di qua del Savio, e non di là, averebbe anch'egli invertito l'ordine, nominandola pri/ma •58-a• del Savio. Ora dunque

siccome i Signori Cesenati pretenderanno, che il Savio sia stato sempre di là dà Cesena, quantunque dà STRABONE sia stato nominato dopo la sua Sena, così ancora bisognasi, che essi abbino pazienza di concedere ai Signori Riminesi, che l'Aprusa di Plinio sia dalla parte d'Oriente prima della Marecchia, che è l'Occidentale. [? Fare] titolo Nel terzo, e nel quarto Capitolo egli pone una lunga filza d'autori, che al Pisciatello anno dato l'onore d'essere il vero Rubicone. Ma perche cosa lunga, e nojosa anzi che nò sarebbe riferire, e confutare ad una, ad una le autorità di questi Scrittori, giacche questi si sono tutti fondati o sull'autorità di FLAVIO BIONDO, o sull'autorità male intesa di PLINIO, o sulla somiglianza del nome Urgone Rugone, o Rigone con quella di Rubicone, o finalmente su quella Iscrizione, che sulla riva Occidental del Pisciatello si legge. Io primieramente dimostrerò, che il Rubicone del BIONDO non è il Rubicone degli antichi; in secondo luogo con documenti autentici farò vedere, che l'Aprusa del Biondo, e di tutti gli altri che l'anno seguitato non è l'Aprusa di Plinio; in terzo luogo farò vedere che la voce Urgone, Argone, e Rigone non viene dalla voce Rubicone, e finalmente, che la Iscrizione, che vi si legge, non è genuina ma apocrifa. Il Biondo Che il Rubicon del BIONDO non sia il Rubicon degli antichi si fà palese dalle stesse parole del BIONDI. Imperocchè il BIONDO del suo Rubicone così favella. ["]Succedit Torrens parvus Rubico terminus olim Galliae Cisalpinae, et Italiaeque Infra Flaminiam Viam Pisatellum vocant supra Rigonem["]. Sicche dunque essendo il Rubicone del BIONDO ["]parvus Torrens["], non può / •58-b• mai essere il Rubicone degli antichi, il quale non era un picciol Torrente, ma era ["]Fluvius["] come fù chiamato dà PLINIO, era ["]Flumen["] come fù chiamato dà CICERONE, e dà SVETONIO, era ["]amnis["] come fù chiamato dà LUCANO; ed ecco così provato colle stesse sue parole l'error del BIONDO nell'assegnare il Rubicone; Vegniamo ora a provare con documenti autentici l'altro suo sbaglio, ch'egli prese nell'assegnare la vera Aprusa di PLINIO, dal quale sbaglio ne venne poi l'altro, che abbiamo mentovato di sopra. Egli stabilisce l'Aprusa di PLINIO dalla parte Occidental di Rimino dopo la Marecchia, e questo è falso, essendo l'Aprusa dalla parte Orientale di Rimino prima della Marecchia, e che sia vero, oltre a quello, che di sopra ho detto, uditene altre prove statemi somministrate dall'erudito Sig.r Cte' [Signor Conte] Giuseppe Garampi. Egli dunque nell'Archivio de' Canonici Regolari di San Marino di questa nostra Città in Plutero Sancti Lazari fascic. XI. ha ritrovato un Testamento fatto l'anno mille dugento vent'otto, in cui si leggono le seguenti parole. ["]Item relinquo pauperibus [?] in Civitate Arimini, et ultra Aprusam permanentibus hunc, et permansuris ibidem ius, et [?] qod habet in una [?] ultra dictam Aprusam["]. Nello stesso fascetto si legge una donazione stata fatta l'anno mille dugento trentatrè alli sette di Maggio. ["]Quoniam ego dn'a Hora volens heremum ingredi, et tradere me Deo, et hospitali S. Lazari de Terio aput quem locum cupio commorari, idcirco ante ingressum meum relinquo pro anima mea loco Ecclesiae B. Francisci ultra Apusam quadraginta sol. Rav.["] Parimenti nel testamento sotto il giorno 8. di Maggio. ["]Item iure Legati pro anima mea heremo Fratrum minorum ultra Apusam d' Arimino triginta sol. Rav.["] •59-a• Questa Chiesa, ed eremo di S. [San] Francesco erano ove presentemente è il Monastero di S.a [Santa] Chiara; Ne' detti Testamenti si dice essere ["]ultra Apusam["] perche furono rogati al Terzo, luogo come sapete trà miglia di là dall'Ausa, e di ragione de' Medesimi Signori Canonici Regolari di San Marino. Al fin qui detto io m'immagino, che ogniun di Voi sia già persuaso, che quel Fiume che fino dà sei secoli in quà chiamasi Apusa, sia l'Aprusa, o l'Aplusa di PLINIO, com'altri vogliono, e non Luso. Io m'immagino, che ogniun di Voi sia già persuaso essere più verisimile, che per evitare la durezza della parola Aprusa ne sia venuta la voce Aplusa, e dall'Aplusa l'Apusa, e così a poco a poco dall'Apisa l'Ausa, che forse così da principio si pronunciava di quello che della voce Aprusa, o Aplusa ne sia venuto il Luso, e che per conseguente questo Fiume di Femina sia diventato maschio, come lo fece il BIONDO, e suoi seguaci divenire. Io m'immagino finalmente, che abbastanza siate già persuasi che l'Aprusa del BIONDO non è l'Aprusa di PLINIO, e che per conseguente errò egli, e con lui tutti quelli, che l'anno seguitato. L'etimologia di Urgone Che poi si sieno ingannati tutti quelli, i quali anno pensato che il Pisciatello abbia ad essere l'antico Rubicone giacche ora chiamasi di sopra l'Emilia Argone, Urgone, Rugone, e Rigone, si farà manisfesto a chiunque leggerà sul Glossario del DUCANGE le voci Rogius, Rugia, Rigola, Rigasol voir[?], Rigus, Rigulus, Rigagnus, voci tutte usate ne' tempi barbarici in significato di Rio. Dalle quali voci disappassionatamente lette, e considerate si farà manifesto ad ogniuno, che piuttosto da Rigus rivoir[?] per esempio latino ne sarà venuto Rogio, o Rogo il volgare, cioè Rio; e siccome dalla nostra voce Rio n'è ve/nuta •59-b• la voce Rione significante Rio grande, così ancora dalla voce Rugo, n'è poi venuta la voce Rugone, parimenti significante gran Rio, come appunto si trova nominato il Pisciatello del 1284., del 1295. del 1518. nell'ottavo, nel nono, e nel decimo monumento pubblicato dal Pre' [Padre] GUASTUCCI assai opportunamente per dilucidare questo sbaglio preso anche dà lui senz'avvedersene. Così dà ["]Rigus["], ne sarà venuto poi Rigo, e dà Rigo Rigone, cioè gran Rio, come parimenti si vede nominato il sudd.o [suddetto] Pisciatello nell'11, e duodecimo monumento dati alla luce dal sudd.o [suddetto] Padre Guastucci, nel primo de' quali si leggono le parole ["]in Plebatu richonis["], e nell'altro ["]in Plebatu Righonis["]. Dal fin quì detto ogniun può vedere, che non dalla voce latina ["]Rubico["], n'è venuta la voce Rogone, o Rigone, ma da alcuna delle voci barbare testè mentovate.

Iscrizione Vegniamo ora alla Iscrizione, che è stata forse la principal cagione, che molti abbiano pigliato il Pisciatello per il vero Rubicone. Che quella sia Apocrifa lo anno asserito l'AGOSTINO, il GRUTTERO Uomini intendentissimi delle cose d'antichità, e con questi per apocrifa credo, che tutti la terranno i migliori intendenti di così fatte cose. Io per me solamente dirò, che non appar verisimile, che se fosse stata fatta dagli Antichi Romani vi fossero state poste quelle parole ["]citra hunc Amnem Rubiconem["], sembrando, che piuttosto vi si avesse dovuto leggere solamente ["]citra hunc amnem["], oppure solamente ["]citra Rubiconem["]. È infatti chi non vede, che se sù di una [Nota di Lorenzini: Qui c’è una parola cancellata] delle porte di qta' [questa] Città si volesse porre una qualche Iscrizione nella quale si vietasse per esempio l'entrar con armi, malamente si direbbe niuno con armi entri in questa Città d'Arimino, bastando dire niuno con / •60a• armi entri in questa Città, oppure niuno con armi entri in Rimino. [?] a questa io mi rimetto a quello, che ne anno detto i sopra mentovati Scrittori, e specialmente l'AGOSTINO, il quale asserì essere quella Pietra una pietra Sepolcrale, et Giacopo VILLANI ancora vi scoperse molti errori d'ortografia segni manifesti dell'Impostura; e finalmente mi rimetto a quello, che ne diranno altri, che tanto vagliono nello studio d'antichità. Aggiugnerò solamente, che non mai indurrommi a credere ch'ella sia genuina, perchè così la giudicano essere gli eruditi di Cesena. Imperciocchè per giudicare della sua antichità egli è mestieri intendere le parole, quali sembra, che essi non abbiano ancora intese. Imperciocchè dà tanti anni in quà ch'ella fù esposta alla pubblica vista, non si sono ancor avveduti, che avendola esposta sulla riva Occidentale del Pisciatello lor preteso Rubicone, e per conseguente sull'ultimo confine della Gallia l'anno collocata tutto all'opposto. Sicchè sembra piuttosto, ch'ella sia un'Iscrizione posta per vietare, che niuno armato entri non dalla Gallia in Italia, ma dall'Italia nella Gallia. Eppure essendo le voci ["]trans["], e citra["] quasi delle prime, che s'insegnano nelle scuole della lingua latina dovevano pur sapere, che ["]citra["] vuol dir di quà, e per consegunte si dovevano accorgere, che quella Iscrizione posta sulla riva Occidentale del Pisciatello, era collocata tutto all'opposto. Ma forse il Biondo, da cui si crede fatta quella Iscrizione à que' tempi non dovette spiegargliela, ne additargli il luogo, ove collocar la dovevano. [Nota di Lorenzini: Qui ci son o due parole cancellate] O egli era pur meglio, che in vece di fare tanto strepito / •60-b• per due righe poste con giusti fondamenti sulla Riva Orientale del Luso, o avessero levata via quella Iscrizione per non comparire approvatori d'un impostura, o almeno trasportata l'avessero sulla riva Orientale del caro lor Pissatello per non comparire poco intendenti della lingua latina, e per non far ridere chi le cose ben considera, e finalmente per non esser cagione coll'landar degl'anni, che se finora si è disputato quale fosse il vero Rubicon degl'antichi, a cagione di quell'apocrifa Iscrizione collocata tutto all'opposto, s'abbia a disputare qual fosse l'Italia e la Gallia degli antichi, e che abbiamo poi a sentire qualcuno a dire coll'autorità di quella Iscrizione, che l'Italia degli Antichi cominciava dalla Riva Occidentale del Pissatello verso Bologna, e che la Gallia cominciava dalla Riva Orientale verso Roma, cioè tutto all'opposto. E che quella Iscrizione che ci ha fatto levare da molti malaccorti eruditi il Rubicone, ci abbia anche a far privar della Italia [sarcasmo]. Ciò che s'è detto della Iscrizione si può dire ancora di quel distico tanto lodato dal Braschi nel principio del primo Capitolo, e tanto stimato ancora da' Signori Cesenati, da quali è stato collocato nella facciata del Palazzo Pubblico, ed è del seguente tenore ["]Hic licet unda brevi Gallorum terminus olim Ausoniaeque fuit Puniceus Rubicon["]. Quel distico non è antichissimo come pretende il BRASCHI; Perche gli antichi sapevano assai bene la prosodia, e certamente non averebbe l'autore, se antico fosse stato, in due versi voluto commettere un errore in Prosodia, dovendo sapere senza fallo, che quell'["]unda["], essendo caso abla/tivo, •61-a• veniva ad esser lunga, e per conseguente caminava male il verso. Oltre di ciò io porto opinione, che un Poeta nativo, avendo detto ["]Gallorum terminus olim["], avrebbe detto piuttosto ["]Ausonidumque fuit["], che ["]Ausoniæque fuit["] corrispondendo meglio alla voce Gallorum, la voce ["]Ausonidum["], che la voce ["]Ausoniae["]; Come manifestamente ancor si vede nella nostra lingua volgare, in cui per esempio malamente si direbbe il Rubicone fù confine de' Galli, e della Italia, ma piuttosto avendo detto de' Galli, si dee dire ancora, e degli Italiani. La qual cosa dunque assai meglio sarebbe, che dalla pubblica vista togliessero via ancor quel distico, si per non comparire poco intendenti ancor di prosodia, come ancora per non mostrare che tutta Cesena sia approvatrice d'un errore in prosodia, e che tutta ancor Cesena siasi ingannata nell'approvare per antichissimo quel distico, che forse è coetaneo alla Iscrizione. Per non arrecarvi questa sera più tedio col mio male acconcio favellare qui farò fine à queste mie critiche riflessioni col dire, che la Iscrizione non è de' Romani, come si raccoglie dalla giacitura delle parole, dalla qualità de' dittonghi, e dalla Ortografia, ma spezialmente dal marmo, sù cui è incisa che è, come dice già l'AGOSTINO un cenotafio; dal che manifestamente si raccoglie non esser elle degli Antichi Romani, quali sarebbe una gran pazzia pensare, che avessero voluto sopra una pietra Sepolcrale, et anche assai meschina incidere quella Iscrizione in caratteri piccioli anzi che nò; se si vuol considerare, primieramente che quella Iscrizione esser dovea in luogo alquanto eminente, in secondo / •61-b• luogo, che averebbe [Nota di Lorenzini: Qui c’è una parola cancellata] dovuto potersi leggere assai bene dall'opposta riva, e per conseguente esser doveva in caratteri assai maggiori di quelli, in cui si legge. Dal fin qui detto si raccoglie, che contando molto il BRASCHI a' Cesenati sulle mal'intese autorità degli antichi, sulle mal fondate autorità de' moderni, sù d'una Iscrizione

apocrifa, e sopra un distico mal fatto non è poi maraviglia se egli con essi è in errore, e se per difendere errori egli è costretto a servirsi d'altri errori, come in altro mio ragionamento farò vedere.

Parte 2ª Traduzioni
[N. B.: a cura dello stesso Lorenzini] Prima dissertazione sul Rubicone Giovanni Paolo Giovenardi •5-a• Introduzione Se il Rubicone sia stato una volta confine dell'Italia, non c'è nessuno che lo possa mettere in dubbio. Per questo motivo, stando per scrivere sul Rubcione, ritengo superfluo raccogliere le autorevoli testimonianze di quanti ([?]) i confini dell'Italia fissati presso questo fiume, ma tutti gli antichi scrittori che ne abbiano fatto menzione e abbiano tramandato che scorre tra Rimini e il mare Adriatico. Siccome ai nostri giorni tra queste due città ci sono molti corsi d'acqua che arrivano fino al mare e nessuno di questi mantiene il nome di Rubicone, per questo motivo è sorta una grandissima e intricatissima polemica tra gli eruditi riguardo all'identificazione del Rubicone degli antichi. Ma, dal momento che la fama di questo fiume è stata sempre enorme, e lo sarà, finché perdurerà il nome di Cesare, che ([?]) presso questo fiume la caduta della repubblica romana, è avvenuto che due famosissime città, Rimini e Cesena, l'una posta ai confini della Gallia, l'altra a quelli dell'Italia, si comportarono riguardo a questo fiume, come avvenne con Omero: gli abitanti di Colofone dicevano che era loro cittadino, quelli di Chio lo rivendicavano come il loro. Allo stesso modo i riminesi sostengono che il Rubicone è il loro, e i cesenati fanno altrettanto. Anche fra gli scrittori - non dico quelli antichi, ma quelli recenti - ci sono vari e contrastanti pareri. Alcuni propendono per i riminesi, altri per i cesenati. Poiché gli scrittori, che parteggiano per i cesenati, sono numerosi e tanto autorevoli (? rivoir[?]), come sembra ad alcuni, certamente agli occhi di qualcuno potrebbe apparire •5-b• che io sia impudente, se, stando per parlare del Rubicone, non volessi esaminare le loro ragioni ed essere d'accordo con loro. Ma, siccome una tale questione non sembra risolta dal numero, dall'autorevolezza e dai ragionamenti di quegli scrittori, e siccome si tratta di un fiume - tutti i fiumi sono pubblici, come il diritto di pescare nei fiumi è a disposizione di tutti, così anche il diritto di scrivere dei fiumi non può essere negato a nessuno -, per questi motivi anche a me deve essere permesso di esprimere con poche parole il mio pensiero riguardo a tale questione. Ma, dal momento che mi sembra più plausibile l'interpretazione di quanti sono a favore dei riminesi e ritengono che il Rubicone degli antichi sia stato quello che ora si chiama Luso, questa (? rivoir[?]), fino al punto che lo permette la debolezza della mia ingenuità, tenterò di confermare con l'autorità degli antichi, dalla quale ritengo che non sia lecito allontanarsi, e anche di attestarlo con motivazioni logiche. E cercerò, per quanto mi sarà possibile, che, mentre mi dibatto per il fiume, presso alle cui rive all'incirca la fortuna mi ha concesso di nascere, e mentre difendo le prerogative di una città, alla quale debbo quel poco che c'è in me delle buone arti della scienza (rivoir[?]), non incorra nel pericolo di offendere l'altra. Ma, poiché questa è una di quelle discussioni, nelle quali è necessario soppesare non quello che ciascuno ha scritto, ma quello che ciascuno avrebbe dovuto scrivere, in parte saremo solleciti di ciò che gli scrittori cesenati e altri, che stettero dalla loro parte, hanno prodotto contro il nostro Uso per dimostrare che il Pisciatello sia il Rubicone degli antichi; infatti i loro ([?] figmenta) sono già stati confutati dai nostri con abbondante sufficienza. Noi pertanto, persuasi che, non basandosi sul maggior numero degli scrittori recenti, ma di quelli, i cui pareri sono maggiormente conformi alle testimonianze degli antichi, •6-a• si debba giudicare quale di tutti quei fiumi, che al giorno d'oggi scorrono fra Rimini e Ravenna, debba essere chiamato il Rubicone degli antichi, in questa ricognizione ci serviremo in modo speciale delle testimonianze degli antichi, ([?]) aggiungeremo alcune motivazioni, con le quali cercheremo di confermare quanto abbiamo intrapreso a dimostrare, cioè che il Rubicone degli antichi è quel fiume che ora si chiama Uso, non già il Pisciatello o il Fiumicino. Se riusciremo a farlo, come speriamo di riuscirvi, senza alcuna confutazione e (rivoir[?]) cadrà il parere degli avversari. Poiché però debbono essere premesse alcune considerazioni, che possono far grande luce su questa discussione, e che non possono essere esaminate tutte in una sola dissertazione - infatti il discorso risulterebbe un po' troppo prolisso - cercheremo di dimostrare unicamente che l'Aprusa di Plinio non è l'Uso, e che al Pisciatello dei cesenati e al Fiumicino di Savignano non s'addice il nome di Rubicone. Invece dell'Uso, ossia del vero Rubicone, discuteremo in una seconda dissertazione, nella quale riporteremo anche molte altre notizie riguardanti il Pisciatello e il Fiumicino. Il passo di Plinio Andiamo quindi ad incominciare: Plinio nel libro 3º, al cap. 15, afferma: "[?] trad.". Poiché gli avversari si servono di queste parole di Plinio per dimostrare che il Pisciatello sarebbe quel fiume che Plinio nomina vicino all'Aprusa, mentre l'Aprusa sarebbe quello che ora si chiama Uso, è necessario che quasi tutte le singole parole siano soppesate attentissimamante, soprattutto la parola Aprusa, che noi sosteniamo sia •6-b• quel fiume che bagna Rimini ad est e che in dialetto ora si chiama Ausa. Prima però che si dipani il discorso, è necessario togliere ogni fondamento all'ambiguità e soppesare molto diligentemente quelle parole di Plinio che dicono: "[?] trad.". Da queste

parole emerge chiaramente che Plinio in questo capitolo enumera i fliumi, non partendo dalle sorgenti dalle quali provengono, né dai territori in cui scorrono, ma dai posti nei quali termina il loro percorso. Dice infatti: "[?] trad.", cioè sul limitare, ovvero sul lido del mare, "[?] trad.". A questo punto però, come non è lecito ritenere che da Plinio in questo capitolo sia stata fatta menzione di quei fiumi dei quali sulla costa o sul lido del mare non esistevano tracce, così non è neanche permesso ritenere che siano stati omessi quei fiumi che avevano una grandissima visibilità sulla costa, e avevano (? rivoir[?]) sulla costa una corrente perenne: questo vale soprattutto perché egli si è proposto di recensirli in questo capitolo. Per questo motivo quel fiume che anche a quei tempi sgorgava da un altissimo monte, che con un alveo naturale e molto profondo scorreva fino al mare, e che in tutte le stagioni dell'anno anche a grande distanza dalla spiaggia abbondava d'acque, certamente non poteva essere passato sotto silenzio da parte di Plinio. Orbene chi ignora che l'Aprusa, la quale scaturisce da un altissimo monte, che dista circa 12 miglia dal mare e viene chiamato popolarmente Monte Titano o di San Marino - monte che è sede di una celebre repubblica, ancor più celebre per le recenti vicissitudini -, e scorre fino al mare con un corso flessuoso e con un alveo scavato non dall'operosità umana, ma dall'impeto delle acque, ed è molto •7-a• profondo e ridonda di una grande quantità di acque in ogni stagione dell'anno (rivoir[?]) presso profondi gorghi, che ha innumerevoli a incominciare da non molto lontano dalla sorgente fino al mare, e soprattuto sulla spiaggia ha sempre abbondanza di acque a causa della marea, che anche ai nostri giorni si sente (rivoir[?]) fino a grande distanza dal mare? Tuttavia al giorno d'oggi dalle antiche mura di questa città il mare si è ritirato per 2.090 piedi riminesi, come negli anni scorsi ha osservato il famosissimo signor Iano Planco di Rimini nello ([?] specimine) dell'alta e bassa marea [?] seguito. Perciò, siccome al tempo di Plinio il mare era tanto vicino alla città e alla via Flaminia, sempre (rivoir[?]) presso la stessa strada, tagliata dall'Aprusa, era giocoforza che fosse più abbondante di acque in questi tempi. Adesso infatti, sebbene dalle mura della città e dalla stessa via Flaminia il mare si sia tanto ritirato, tanto accesso (rivoir[?]) la grande forza dell'acqua lungo lo stesso fiume rifluì di mille passi, come ha ben visto lo stesso Planco, e pertanto il riflusso giunge fino alla stessa via: tanto infatti dista dalla spiaggia la stessa via. Perciò non avviene mai, neanche nelle estati più secche, che il suo alveo - e questo a causa della marea - si inaridisca per tutto quel tratto che separa la via dal mare (? rivoir[?]). Similmente non inaridisce mai del tutto il resto dell'alveo, che va dalla città fino alla sua sorgente: scorre infatti sempre, e con i gorghi, che ha, alimenta pesci ovunque. Per questi motivi ha certamente un aumento delle acque in seguito alle piogge, ma per merito delle sorgenti ha una corrente continua. Pertanto, siccome l'Aprusa trae origine da un altissimo monte, ed ha un flusso •7-b• perpetuo, un alveo naturale, innumerevoli gorghi ovunque come i fiumi perenni, e per la marea sulla spiaggia ha sempre abbondanza d'acque, certamente ha il comportamento di un vero fiume perenne, e di conseguenza sembra che si debba dire che Plinio abbia parlato di questa, quando affermò che: "[?] trad.", non certo dell'Uso, come intendono gli avversari. Infatti non è lecito ritenere che Plinio, essendosi proposto nella descrizione dell'ottava regione di stendere l'elenco dei fiumi che si trovavano sulla costa, abbia voluto tralasciare quel fiume, così da compilare un elenco incompleto. A ciò si aggiunge anche il fatto che quasi tutte le città sono state fondate presso dei fiumi, sia per diversi motivi, sia soprattutto per la grande utilità che proviene ai cittadini dalle acque dei fiumi, e che i fiumi sono fra i principali ornamenti e sono anche ([?] referantur) come i propugnacoli contro gli assalti dei nemici ([?] coercenda), e che infine è sempre stata abitudine dei geografi recensire le città con le loro principali fortificazioni, nel cui numero sono sempre stati calcolati non immeritatamente i fliumi. Pertanto, qualora una città si trovi posta tra due fiumi, in modo tale da essere continuamente lambita dagli stessi, e sia quasi tutta cinta da due parti dai loro alvei come da fossati e da fortificazioni, e se un qualche geografo - non dico un incapace, ma uno ben dotto, per quanto glielo permettevano i suoi tempi - avesse recensito quella città congiuntamente insieme con i due fiumi, certamente questi non debbono essere identificati con altri fiumi, se vogliamo dare una retta interpretazione, ma solamente con quelli che ha recensito insieme con la città, tanto più •8-a• se entrambi sono congiunti alla città, e gli altri fiumi sono ([?] utrumque) più distanti. Pertanto, dal momento che Plinio dice: "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", e che realmente Rimini si trova posta tra due fiumi, entrambi i quali bagnano la città e quasi la circondano, non si debbono tacciare di stupidità quanti pretendono che l'Aprusa non sia quel fiume che lambisce la città di Rimini ad oriente, ma quell'altro che dista da Rimini 80 stadi? (rivoir). Che maggior stupidità può essere mai inventata che Plinio abbia voluto sottacere un fiume così vicino alla città da [?] consurgere assieme con la stessa città e il fiume Rimini un altro fiume così separato da Rimini? Infatti dista 80 stadi sulla costa quel fiume Uso che gli avversari vogliono identificare con l'Aprusa. Ma cosa costringeva Plinio a congiungere con Rimini questo fiume, che certamente poteva nominare a parte, come aveva fatto con il Crustumio? Orbene, che Plinio, quando disse: "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", col nome di Aprusa non abbia inteso l'Uso, che dista - come ho detto - 80 stadi da Rimini, ma quello che viene chiamato Ausa e bagna Rimini ad oriente, riesce una cosa chiarissima, purché vengano esaminate con una certa scrupolosità le parole che egli lasciò scritte nei capitoli 13 e 14, e quelle che aggiunge nello stesso capitolo 15 del libro 3º. Infatti al capitolo 13 dice: "Incerto con il fiume" rivoir[?], al cap. 14: "Pesaro con il fiume", e dopo aver nominato al capitolo 15 "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa"

aggiunge: "Ravenna, città dei sabini (? voir[?]) con il fiume Bedese". Poiché i fiumi Incerto, Savio e Bedese, •8-b• che egli nomina assieme al Tronto, a Pesaro e a Ravenna, sono vicinissimi a quelle città, e quasi le bagnano, chi sarà così stupido da non capire che Plinio, quando dice al cap. 13 "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", abbia voluto indicare quei corsi che scorrono attorno a Rimini e bagnano da due parti le sue mura, non certamente quell'altro che dista 80 stadi? Se Plinio col termine Aprusa avesse voluto indicare quel torrente più lontano, chiamato Uso, avrebbe dovuto dire anche di Ravenna quanto aveva detto di Rimini, cioè Ravenna, città dei sabini con i fiumi Savio e Bedese, dal momento che Ravenna dista 80 stadi dal Savio, quanto l'Uso da Rimini. Ma, siccome Plinio non ha detto ciò , ma ha nominato il Savio, risulta evidentissimo che, quando indicò le città assieme ai loro fiumi, ha voluto indicare soltanto i fiumi più vicini, che quasi bagnano le mura di quelle città, e di cui collegò insieme i nomi, non ha certamente inteso parlare di quelli più lontani. Ma, se diventerà sempre più chiaro, nel caso che ci vogliamo riflettere, in quale posizione fosse Rimini al tempo di Plinio, certamente, dal momento che in questi tempi il mare non si era così allontanto dalla città, la marea, che attualmente lungo i fiumi Marecchia e Ausa non avanza oltre un milio, e di conseguenza fa fatica ad arrivare in città, allora doveva avanzarsi fino ad un [?] oltre la città dalla parte dei monti. Pertanto in quel tempo la città di Rimini per la vicinanza del mare e per la marea, che molto oltre la città, verso la quale si protendeva (rivoir[?]) lungo i suddetti fiumi, era quasi tutta circondata dalle acque, •9-a• avendo, come anche adesso ha, il mare a settentrione, l'Ausa ad oriente, il Marecchia ad occidente: di conseguenza era fortificatissima. Questo baluardo era formato dai due fiumi che la bagnano da entrambe le parti: uno di questi era quello ora è chiamato Ausa, non certamente l'Uso, che dista da Rimini 80 stadi. Dunque Plinio intende l'Ausa, quando dice: "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", non certamente l'Uso. Perché mai avrebbe dovuto congiungere con la città di Rimini l'Uso, che dista 80 stadi e che non offriva a Rimini nessun ornamento e nessuna difesa, e (doveva) congiungere non solo l'Ausa, ma nemmeno farne menzione, essendo anch'essa un torrente sulla costa, come il Marecchia, benché più piccolo, e anch'essa prestava alla città dalla parte orientale quello che il Marecchia le prestava ad occidente? Si deve fare attenzione anche al fatto che Plinio ha voluto (? voir[?]) nel dire "Rimini con i fiumi" indicare la città nel suo insieme e i fiumi come parti essenziali di questa totalità. L'Uso è certamente una parte del contado riminese, ma non può essere una parte di Rimini, come invece sono una parte della città i fiumi Marecchia e Ausa. Dunque l'Ausa è l'Aprusa di Plinio, non certo l'Uso. Obiezione Ma gli avversari sostengono ancora che col nome di Aprusa si deve intendere l'Uso, e trovano un motivo di conferma nel fatto che Plinio, quando in questi capitoli elencava da oriente ad occidente i fiumi e le città, se, dicendo "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", l'Aprusa da lui nominata non fosse l'Uso, ma quella che ora si chiama Ausa, avrebbe invertito l'ordine: infatti dopo il Crustumio si incontra prima l'Ausa che il Rimini (o la Marecchia? voir[?]). Ma quant'è ridicolo questo cavillo! Plinio non ha potuto parlare che così, •9-b• perché non si è proposto soltanto l'elenco dei fiumi, ma anche quello delle città che c'erano. Siccome dopo il Crustumio sulla costa si trova la città di Rimini con due fiumi, che bagnano le mura da entrambe le parti, nominò Rimini insieme con i fiumi che sulla costa si trovano congiunti alla città. Pertanto considerò i fiumi come parti della città, ma, essendo il fiume Rimini più grande e avendo lo stesso nome della città, indicò proprio il nome di questo dopo la città, anziché l'Ausa, che è certamente una parte della città, ma più piccola. Non si può dire che Plinio abbia cambiato l'ordine: a questo punto infatti non è che Plinio prosegue, ma quasi si ferma ad enumerare le parti di Rimini, la cui enumerazione (ri[?]) richiedeva che si tenesse conto della loro grandezza e importanza piuttosto che della loro posizione. Pertanto, avendo la stessa città ricevuto il nome dal fiume Rimini, ed essendo il Rimini un fiume di maggior grandezza rispetto all'Ausa, era una cosa ri[?] veramente azzeccata che nominasse il fiume maggiore subito dopo la città. Non c'era bisogno, come invece affermano stupidamente molti, che nominasse prima l'Ausa e la staccasse da Rimini: perché mai avrebbe dovuto separare quello che non era separato dalla città? Ma gli avversari si attaccano alla sola considerazione che, se Plinio, dicendo (rivoir): "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa", e se l'Aprusa fosse l'Ausa, avrebbe invertito l'ordine: non si smuovono (ri[?]) dalla sottigliezza che, se avesse col nome di Aprusa inteso l'Uso, così lontano dalla città, avrebbe cambiato proprio l'ordine osservato nei capitoli 13, 14 e 15 del libro 3º, nei quali - l'abbiamo detto sopra -, quando nominò le città assieme con i fiumi, intese parlare dei fiumi ad esse vicini o congiunti. Se Plinio col nome di Aprusa avesse indicato l'Uso, come •10-a• aveva detto Tronto col fiume, Pesaro col fiume, così avrebbe dovuto dire anche Rimini col fiume, e avrebbe nominato l'Ausa a parte, come in precedenza aveva nominato il Crustumio. Ma, dicendo Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa, ed essendo Rimini bagnata da due fiumi, dei quali uno si chiama Ausa, per questo motivo a questa si addice il nome di Aprusa, non certo all'Uso: l'abbiamo già detto sopra. Siccome credo di aver dimostrato abbastanza, anzi a iosa, che quel torrente che ora popolarmente si chiama Ausa, è l'Aprusa di Plinio, ne consegue per forza che quel fiume che ora si chiama Uso, sia il Rubicone degli antichi. Se infatti in base a Plinio ("Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa, poi il fiume Rubicone") l'Aprusa è l'Ausa, non l'Uso, ergo l'Uso dovrà essere il Rubicone, perché è il primo fiume che c'è dopo Rimini. Se invece si dovesse attribuire all'Uso il nome di Aprusa, come pretendono gli avversari, e siccome in mezzo tra l'Uso e il Pisciatello scorre un altro fiume, che bagna la città di Savignano ad

occidente e che si chiama Fiumicino e che prima di sboccare in mare imbarca il Pisciatello, se dunque secondo Plinio dopo l'Aprusa c'è il Rubicone, e se l'Aprusa fosse l'Uso, il Rubicone non sarebbe il Pisciatello, ma il Fiumicino: dimostreremo più avanti che nessuno dei due lo fu. Ma ritorniamo al nostro Uso, che, se, quanto ci hanno lasciato scritto al riguardo gli antichi, lontani dallo spirito di faziosità, [?], risulta essere l'antico Rubicone, perché solamente a lui si addicono alla perfezione le caratteristiche che di lui hanno tramandato gli antichi scrittori. Poiché mi è piaciuto partire da Plinio, seguiremo il medesimo scrittore: se pertanto, come resta evidente per quanto è stato detto sono valide? rivoir[?], recensisce i fliumi dai luoghi da dove entrano in mare. Poiché però Plinio, che era un insigne filosofo e un esimio •10-b• geografo, usa per il Rubicone il termine fiume, certamente non intende un torrente o un fiume altalenante, che al cessar della pioggia finisce di scorrere - in tutti gli angoli della terra ne esistono in gran numero -, ma un fiume che molto raramente, anche nei periodi di massima siccità non cessa di scorrere. Infatti i fiumi, che ha recensito prima del Rubicone, hanno una corrente perenne sulla costa, come anche gli altri che elenca dopo il Rubicone. Risulta pure da Lucano che il Rubicone avesse una corrente continua, come vedremo nella seconda dissertazione. Il Pisciatello Invece il Pisciatello è più un torrente che un fiume, perché l'acqua vi scorre solo per il tempo in cui piove, come avviene ai torrenti. Dalla sua orgine fino al lido del mare non è alimentato da pioggia continua: fa fatica a scorrere anche d'inverno. E, quando capita un anno di siccità, non ha quasi mai l'acqua, che sia autunno o inverno o periodo freddo (? voir[?]). D'estate poi il suo alveo è secchissimo dal litorale fino ai monti, e per la mancanza d'acqua fuggono da esso le ninfe e i pastori con i greggi, lasciandolo abitare nel trattempo da infinite schiere di formiche, che caracollano qua e là lungo il suo alveo. E certamente è strano che questo Pisciatello tanto celebre, poiché si snoda per un percorso così obliquo, che tutte le acque della pianura scorrono con facilità in esso, nemmeno col concorso di tante acque ha potuto ottenere di scorrere per tutte le stagioni dell'anno. E, se ai nostri tempi, benché con lo scavo di fossi si convoglino verso di esso il maggior numero di acque possibile, ciononostante non scorre per tutto il periodo di un anno, e il suo alveo non risulta più profondo nemmeno in seguito al concorso di tante acque, come dovremmo ritenere che fosse ai tempi di Plinio, essendo molto verosimile che tutta la pianura, che dalla via Emilia •11-a• si estende fino al mare, fosse incolta e di conseguenza senza fossi né canali di scolo? Perciò tutte quelle acque, che ora tramite canali o fossi affluiscono dai campi nel Pisciatello, si diffondevano nei campi, e ricoprivano gran parte del terreno, come anche ora coprono molto terreno incolto fra Cesenatico e il Pisciatello, benché il Pisciatello, scavato artificialmente e condotto di traverso, porti al mare una grande quantità di acque, che senza alcun dubbio nell'antichità stagnavano nei campi e formavano delle valli acquitrinose, come anche ora si vedono tra Cesenatico e Ravenna, con le quali quasi anche ora comunicano dei campi incolti, che dalle bocche del Fiumicino si estendono fino a Cesenatico, e che durante l'inverno quasi sempre si trovino ricoperte d'acqua. Siccome dunque ancora, nonostante che si sia incominciato a coltivare i campi mediante lo sviluppo dell'agricoltura e a incanalare le acque in fossati, e benché il mare si sia tanto ritirato anche da questi luoghi, tuttavia sia rimasta ancora l'impronta di stagni o piuttosto di piccoli laghi, quanto terreno crederemo che fosse ricoperto in questi luoghi dalle acque ai tempi di Plinio, soprattutto perché né il mare si era tanto ritirato in quel periodo, né per quella pianura, che ora giace fra il Savio e l'Uso, c'erano i canali di scolo, per merito dei quali ora una grande quantità di acque viene convogliata in mare tramite il Pisciatello, la Rigossa e il Fiumicino? Questa (rivoir), se non si fosse sviluppata l'agricoltura e la tecnica di prosciugare le acque e scavando (rivoir) in profondità l'alveo del Pisciatello (come troviamo spesso deliberato negli statuti di Cesena), ancora vi stagnerebbero le vecchie paludi; e ancora il Pisciatello non sfocerebbe in mare, ma si perderebbe nelle paludi. E perché non sembri [?] quanto ho detto, osservate le ragioni che mi spingono a ciò. •11-b• Strabone cita Ravenna così: "Tra le paludi - disse - è posta la grandissima città di Ravenna, formata tutta di costruzioni in legno, sparsa per i campi, attraversata da ponti e [?] lumbi; quando ci sono straripamenti del mare, incamera una parte non piccola delle acque marine". Dunque Ravenna anche ai tempi di Strabone e di Plinio era situata tra le paludi, e, quando avvenivano inondazioni dal mare, incamerava non poche acque marine. Ora invece si trova all'asciutto e dista dal mare circa 3 mila passi. Se dunque il mare era talmente vicino a Ravenna, è inevitabile che fosse ancor più vicina alle valli o ai campi che ora sono attraversati dal Pisciatello, e se, quando avvenivano inondazioni dal mare su Ravenna, veniva incassata l'acqua marina, è inevitabile che questo avvenisse anche per i suddetti luoghi. Anzi, che sia capitato, viene reso evidente dallo stesso suolo arenoso e molto depresso, che si scorge fino a molte miglia dal mare, e ancora dai ruderi decadenti della città , che [?] obicitur Cervia vecchia, distante dall'alveo del vecchio Pisciatello 3 mila passi. È probabile che una volta fosse situata sul mare, mentre anche adesso si trova in mezzo alle paludi, benché il mare si sia molto ritirato da essa. Qiqi rev. volante. Per questo motivo, se il mare in antico era tanto più vicino anche a questi luoghi, e se come al giorno d'oggi tra le valli e il mare a mo' di barriera sono [?] intercepti dei mucchi di arena, che così vengono separati dal mare, così sarebbe molto verosimile che •12-a• anche in quei tempi antichi si interponesse un terrapieno di questo tipo, è anche inevitabile ipotizzare un notevole spazio di terra nel quale venivano accolte le acque dei monti adiacenti e delle valli sottostanti, le quali ora per il gran numero di coloni, dai

quali questi posti hanno incominciato ad essere coltivati scorre (rivoir [?]) tramite condotti quasi innumerevoli nel Pisciatelllo e nel fiumicino e altri minori ruscelli, perché si possa avere una più libera coltivazione dei campi. Orbene questo spazio, per quanto esiguo lo si possa ipotizzare, tuttavia è necessario che fosse almeno di 4 miliari. Infatti per 2000 passi e anche di più in alcuni punti si estente presso il Pisciatello una pianura incoltivata, la quale quasi per tutto l'inverno è ricoperta dalle acque, benché sia stati scavatti tanti fossi per convogliarle, che? rivoir[?] ricettacoli delle acque o canalizzazioni? in nessun modo è credibile che fossero tanti in quei tempi, quando non c'era un così gran numero di abitanti né tanta campapgna venisser coltivata in questi luoghi; di qui deriva di conseguenza che in antico ci fossero lacune molto estese, dove nora si trova una meravigliosa amenità di terreni. Che se al giorno d'oggi, benché si sia aggiunta la coltivazione dei campmi, e siano stati scavati tanti fossi per convogliare le acque, tuttavia tanta parte della campagna - come è stato detto sopra - è ricoperto dalle acque, è necessiario affermare che certamente molto più spazio campestre fosse ricoperto dalle acque prima che si sviluppasse per per questi luoghi l'agricoltura. E rivoir [?] infine un doppio spazio di terreno •12-b• fosse ricoperto dalle acque prima della coltivazione dei campi. Dunque 4000 passi dal mare il Pisciatello sfociava nelle acque stagnanti. Ma da quei tempi il mare si è ritirato almeno per 2000 passi; che se il ritiro del mare fu di 2000 passi e aggiungiamo 44000 passi di acque stagnanti, si troverà che il corso del Pisciatello era 6000 passi più corto. Ma è necessario prendere in considerazione il fatto che a causa delle acque stagnanti il Pisciatello non avrebbe potuto sfociare in mare. Per cui è inevitabile che per l'accorrere delle sue acque le paludi fossere straordinariamente ingrossate, e per conseguneza fosse diventato ancor molto più breve il corso di questo fiume. Ebbene non solo le paludi dovevano essere maggiori a causa del Pisciatello, ma anche a causa della Rigossa e del Fiumicino, le cui acque per prevenire inondazioni sono imbrigliate anche a molta distanza dal mare pure ai tempi d'oggi. Stando così le cose, non c'è nessuno che non che s'accorga di quanto sia necessario che fosse ampia la distesa delle acque stagnanti prima che per questi luoghi si applicasse l'agricoltura e che le acque di questi fiumi fossero condotte al mare attraverso lo scavo degli alvei; e di conseguenza il corso del Pisciatello fosse più corto di quanto lo sia adesso non solo di 6 o 7 mila passi, ma anche di 8 mila passi; e che non entrava in mare, ma nelle paludi che allora erano adiacenti al mare. Infatti, perché potesse confluire in mare, la forza della sua corrente avrebbe dovuto essere tanta, •13-a• e scorrere con tanto impeto, che non solo potesse superare la resisstenza delle afque stagnanti, ma avrebbe dovuto formare un alveo profondo attraverso il quale potessero scorrere le sue acque. Però risulta chiarissimamente non fosse dotato di tanta forza: se infatti avesse avuto una tale forza, non ne sarebbe certamente privo neppure oggi, anzi la dovrebbe avere ancro più grande. Infatti la caratteristica dei fiumi che fra (rivoir) la terra affluiscono o in mare o nei laghi è tale che, quanto più vicine sono le foci, tanto meno profondo sia il loro alveo; ciò di certo suole quasi sempre accadere per la eccessiva distantza dai monti, soprattutto però per la resistenza delle acque correnti, motivi per i quali diminuisce la velocità e perciò scavano di meno e depongono una grande quantità di sassi e di fango. Invece il Pisciatello dove interseca l'Emilia, benché sia ancora quasi di fronte al monte e disti ora dal mare 10 mila passi e anche di più a causa della sua curvatura, tuttavia ha un alveo così elevato, che negli statuti di Cesena a pag. 293 è stato ordinato "che sia costruito un ponte di legno sopra il Pisciatello in bocca alla strada, attraverso il quale possano passare [?] culti, bestie e uomini, perché il Pisciatello non sia [?] deriveretur per il passaggio delle persone e delle bestie". Proprio nella stessa pagina si provvide •13b• "che il letto del Pisciatello sia scavato e sia sistemato da Bagnarola fino al mare e dalla parte superiore". Che se dopo il grande ritiro del marea causa delle sottratte acque stagnanti il Pisciatello ha bisogno di essere scavato e essere imbrigliato da [?] valli, perché non dilaghi qui e là nella sottostante pianura, qaule penseremo che fosse il suo alveo, quando il suo corso era più breve di 7 o 9 mila passi? Certamente, se vogliamo ragionare razionalmente, dal momento che l'attività umana abbia necessità che che le acque siano mantenute all'interno dell'alveo, è inevitabile concludere che anche ai tempi di Plinio, lasciati i monti, abbia avuto appena uno straccio di alveo, mentre all'impatto con le acque stagnanti non ne abbia avuto neppure l'ombra; perciò è necessario che si spandesse nelle stesse valli ossia lagune. Dal momento che abbiamo dimostrato che ai tempi di Plinio la espansione di tali valli acquitrinose ossia plaudi era di 8 o 0 miliari, dunque il Pisciatello non sfociava allora in mare, ma nella stesse valli ossia lagune a 7 o 8 mila passi dal mare. Di conseguenza quando Plinio al cap. 15, dove nomina il Rubicone, considera i fiumi che scorrono fino al mare, Ma allora il Pisciatello non scorreva fino al mare, non intende perciò il Pisciatello, quando dice al cap. 15: "Rimini con i fiumi Rimini e Aprusa; poi il fiume Rubicone, una volta confine dell'Italia". Il confine Anche quest'ultime •14-a• parole "Una volta confine dell'Italia" mi piace? rivoir soppesare un pochino. Gia sopra abbiamo sostenuto, per quanto almeno ci ha permesso di conseguire la supposizione, che il corso del Pisciatello, prima che fossero eliminate le acque stagnanti e che il mare si ritirasse, fosse più breve di 7 o 8 mila passi; ma troveremo che dovette essere ancora più breve, se osserviamo la sua sorgente. È cosa evidentissima che i monti sono erosi un po' alla volta dalla piogge. Per esperienza risulta anche che vengono maggiormente erosi quei monti che o sono di arena o sono di creta, rispetto a quelli che sono [?] ripei o di pietra. Anche tutti i monti, compresi quelli rupei, ma soprattutto quelli di creta sono (o siano) formati da una qualsiasi altra materia più tenere, ovunque segnati da varie spaccature.

Ma [?] risolute di questo tipo non incominciano dalle cime dei monti, ma non lontano dalle falde, sia perché [?] ea dalle piogge si raccoglie più acqua alla base, sia anche perché [?] ea scaturire per la inclinazione del monte e per la maggior maole, che nella discesa aumenta di volume, l'acqua ha maggior forza per scavare. Tutte le scissure di questo tipo, da cui nascono tutti i fliujmi, incominciano in verità dalla base, ma poi un po' alla volta •14-b• risalgono verso la cima, e anche la spaccanto, e avvengono alternativamente al monte, se si trova dopo di quello, la base spaccature rivoir, che anche nello stesso modo un po' alla volta spaccano alle stesso modo sino alla cima, a meno che la compattezza del monte [?] non superi la forza dell'acqua. Fra queste spaccature si segnala sempre qualcuna, che supera le altre e che divide i monti o i colli in precedenza congiunti, e siccome da quella nascono da entrambe la parti innumerevoli altre, che convoglio nella stessa acque e [?] detexunt il monte, un po' alla volta si forma un grande torrente che in precedenza era una pisccola spaccatura e si forma ampie valli dove in precedenza di vedevano monti o colli. È possibile osservare ciò tra Rimini e Cesena in molti luoghi, dove si scorgono molte parti estreme dei monti oppure dei colli disgiunte da intervalli abbastanza larghi, che senza dubbio nell'antichita [?] fungebantur er erano più alte e protendevano anche di più, e avevano scissure più corte, che tuttavia col pasar del tempo accrebbero fino al punto che i monti diventarono valli e esse stesse in fiumi quasi? voir minori. Daa ciò è derivato che, come è aumentata e aumenterà di giorno in giorno la lunghezza delle valli e la larghezza, così anche si siano formati e fsi formino quotidianmente alcuni fiumi più lunghi e più larghi. •15-a• Da ciò poi devica che che tutti i fiumi, soprrattutto qulle che nascono non da monti rupestri o di altra composizone piu solida, ma da quelli di arena oppure di creta, col passare del tempo presenatno acque più abbondanti e sorgente più lontanto di quanto non presentassero in precedenza. Tra il loro numero emerge il Pisciatello. Infatti i monti, o piuttosto i colli, che fino al monte di Strigara, dal quale non è lontano la sua fonte, sono di creta o di materia più morbida, non di pietra o di roccia; perciò sono più soggetti alla corrosione delle acque. Poi l monte di Srriggara è talmente morbido e tanto soggetto a corrosione, che quasi tutte le sue falde sono ridotte al minimo: infatti il Fiumicino ha roso tutta la parte della sua base che guarda s settentrione, mentre l'altro piccolo ruscello, che finisce nle Savio, ha divorato la parte ad occidente; da ciò è avvenuto che questo monte sia quasi del tutto separato dagli altri monti con i quali si congiungeva a settentrione. Per questo motivo dal monte di Strigara adesso non finisce nel Pisciatello un sol goccio d'acqua. Infatti alla distanca scarsa di 3 piedi si trovano le scissure che portano l'accua al Savio, da quelle che guardano verso il Fiumicino. Ma è altamente probabile che nemmeno nell'antichità le acque di questo monti defluissero in questo fiume. •15-b• Infatti ai tempi di Cesare senza alcun dubbio la sorgente del Pisciatello non giungeva al monte di Strigara, ma doveva trovarsi molto più sotto al monte che ora popolarmente viene chiamato il Farneto , il quale è quasi interamente formato di quella creta ci color ceruleo, che facilmente viene trascianata via dalle acque e viene scisso; anzi dove guarda a mezzogiorno, di spacca sempre di più e si scioglie in una specie di lamine [?] crassissime. Da questa dissoluzione si può capire facilmente che una volta questo monte era molto mmaggiore, ed era congiunto con lo stesso monte di Stgrigara, che i trova a mezziogiorno e con l'altro che si trova ad occidente e che si cchiama Montecorduzzo. Poiché però corrosioni di questo tipo o spaccature, ogni volta che cade la piogtgia, tendono ad ingrossarsi e si allungano un pochettino verso la vetta, e siccome durante l'anno cadomo le piogge molto spesso e volto sensibile dovrebbere essere questo aumento di anno in anno. Se stabiliamo che questo ogni anno possa essere stato soltanto di un passo e mezzo, troveremo che sia aumentato a tanti miglia da quando questo fiume è stato costituito come confine dell'Italia, se questo fosse veramente il Rubicone degli antichi. E di conseguneza 3 mila passi sarebbe ora più lontanto la sua origine, la quale appunto, se aggiungiamo altri 7 o 8 mila passi, che ora percorre •16-a• per il ritiro del mare e la diminuzione delle paludi, come sopra dicevano, si raggiungeranno 10 o 11 miliari. Perciò, siccome al giorno d'oggi il suo corso raggiunge 18 mila passi, dunque in quei tempi il suo corso era di 7 o 8 miliari. Pertanto poiché Plinio al cap. 15 considera i fiumi "sulla spiaggi", cioè sul lido del mare; poiché abbiamo dimostrato che il Pisciatello non ha avuto lo sboccoa sul lido, ma nelle paludi, e che esso è piuttosto un torrrente che in fiume, e infine poiché dalla sua sorgente alla sua foce abbiamo domistravo che intercorrevano a fatica 9 mila passi, è necessario concludere che la pensano stoltamente quanti ritengono che Plinio, quando dice "Poi il fiume Rubicon", abbia dato il nome di fiume ad un torrente che scorreva solo d'inverno e nel periodo delle piogge, né aveva lo sbocco in mare, e, quando aggiunge "Un tempo confine dell'Italia", che i romani abbiano diviso l'Italia dalla Gallia con un confine così breve. Per questo motivo, scartato il Pisciatello, dobbiamo ritornare al nostro Uso, che nella seconda dissertazione risulterà più chiaramente essere il Rubicone degli antichi. •17-18• 2ª dissertazione •19-a•

Dissertazione seconda sul Rubicone di Giovanni Paolo Giovenardi
Introduzione [?] trad.

Il ponte (27 a-29 b). •27-a• [...] Invece all'estremità della stessa penisola, quella rivolta ad occidente, rimangono i ruderi di un vecchio ponte. Rimane infatti ancora integro u n arco e un troncone di un altro arco. Una sua base, nel punto in cui è rivolta ad oriente, aderisce alla riva ed è tutta ricoperta di marmi, mentre l'altra rimane in mezzo al guado: anche questa dei propri marmi, benché minori di numero. Infatti molti furono sottratti dai Figuli, di cui si è tramandato anche che abbiano tolto gli altri marmi che ornavano la circonferenza dell'arco, in cui infatti rimangono delle tracce della loro posizione. Quella base dell'arco, che ora aderisce alla riva, era una volta separata dalla medesima riva, come appare dalla riva stessa, la quale, dove aderisce all'arco, è tutta composta d'arena: ciò dimostra molto chiaramente che una volta per l'impeto del fiume quel ponte era separato dalla terra da entrambe le parti e che era rimasto in mezzo all'alveo. E dove ci sarebbe dovuta essere la base del secondo arco, la cui parte inizziale aderisce all'arco intero, si trova una massa veramente enorme, formata di pietre, calce e marmi, ma non si trova sulla stessa linea con il resto del ponte. E credo che questa stessa pila fosse un frangiflutto contro la violenza del fiume. L'arco integro ha dall'alveo un'altezza •27-b• di 36 palmi romani, mentre la larghezza è di 45 palmi: risulta che la larghezza e l'altezza del secondo arco non era minore. È evidentissimo che questo ponte abbia avuto due archi, mentre è incerto se ne abbia avuto di più. Infatti quella base dell'arco intero, che ora aderisce alla riva, ha una propria pila triangolare di maggiore? voir[?], che tuttavia è di molto minore altezza della pila della seconda base, la quale risulta che fosse circa della stessa altezza della circonferenza dell'arco. Ma questa pila di forma triangolare indica? rivoir[?] il secondo arco, per cui fare passare le acque da quella divise. Ho fatto accenno a questo ponte, anche perché venga maggiormente smascherata la sfacciataggine dei sostenitori del Pisciatello, perché non si vergognano di ricorrere a menzogne, quando mancano di abbondanza d'argomentazioni. Infatti Giovanni Battista Braschi, arcivescovo di Nisibi, il quale ha scritto un volume poderoso a favore del Pisciatello, senza però dimostrare afffatto che fosse il Rubicone degli antichi, con una faccia di bronzo nega l'esistenza di questo ponte. Dice infatti o che non c'è mai stato un ponte sull'Uso, o almeno che non c'è adesso, e non lo nega sulla base di una relazione di altri, ma dice di aver personalmente attraversato il fiume Uso, dove divide la via Emilia, e di non aver visto le tracce di un ponte magnifico. Aggiunge che si ipotizza •28-a• certo che ci fosse una volta, ma nella realtà dei fatti o non ci fu mai, o almeno ora non si trova da nessuna parte. Certamente ritengo che voi vi meravigliate che un uomo di Chiesa - e per di più con la carica di vescovo - non si sia vergognato di ricorrere alle menzogne riguardo ad una cosa tanto evidente. Io però mi meraviglio di più che Braschi, tanto stimato dai cesenati, non si sia vergognato di dedicare a Carlo VI, imperatore d'Austria e del Sacro Romano Impero, un libro pieno zeppo di tante menzogne e stupidaggini, come forse dimostreremo in altra occasione. Ma che il ponte sia esistito, dove l'Uso divide l'Emilia, lo si deduce, come dicevo in precedenza, dall'arco intero e dai resti dell'altro, che tutt'ora rimangono. Che fosse anche maestoso risulta dalla larghezza e dall'altezza dell'arco integrale, che rimane ancora in piedi, ma soprattutto dalla grande quantità di marmi che giacevano presso i ruderi di questo ponte e che vi giacciono anche adesso. Di qui infatti numerosi marmi, a quanto tramandono i nostri padri, furono trasportati a Rimini, molti dei quali furono utilizzati nella costruzione della chiesa cattedrale, e pochi in quella del palazzo. Molti infine [?] furono portati di qui nella stessa città. Non dirò nulla dei legni ? voir[?] che furono bruciati dai figuli, che si vedono dispersi da una parte all'altra dell'alveo. È stato tramandato alla storia che giacevano nel vecchio alveo, e che vengono di mano in mano rintracciati quanto più il fiume si avvicina all'antico alveo. È avvenuto che anno scorso otto marmi di tale tipo furono tolti? voir[?] e di qui furono portati a Santarcangelo ai canonici di quella insigne collegiata per concessione e munificenza dell'illustrissimo signor nostro Benedetto XIV, il quale, avendo dato il suo benevolo assenso che in questa città •28-b• fosse istituita una insigne collegiata, e venendo costruito una chiesa di maggior dimensione, diede a loro la facoltà di servirsi per la costruzione della medesima di tutti i marmi che là si sarebbero potuto reperire, fatta ovviamente eccezione di quelli che aderivano ai ruderi del ponte, perché non fosse distrutto un monumento di così grande imponenza. Orbene questi marmi sono lunghi ciascuno 10 palmi romani, più un palmo e mezzo, e larghi 4 palmi. Però questi marmi, che sono in totale 8, in precedenza erano 4, perché è stato dal ricordo dei nostri padri è stato tramandato alla storia che furono divisi assieme a quegli altri che furono trasportati a Rimini. Invece quelli che ho ricordato, furono ricoperti dalle alluvioni, dall'arena e dai sassi assieme con innumerevoli altri che, come ho detto prima, è stato tramandato che giacevano nel vecchio alveo e che un pezzo alla volta vengono scoperti dal fiume. Non lontano al luogo dove giacevano quei marmi, e dove ancora si vedono molti altri nel nuovo alveo, è stato scoperto monumento certamente vecchio con pali molto lunghi e grossi. Questi pali sono all'estremità muniti di ferro, perché potessere essere conficati tra i sassi più facilmente, e sono disposti in diverse serie, e tra ciascuna serie si trova una massa di calce, sabbia [?] e sassi. Ma i pali, che si trovano in ciascuna serie, non sono distanti fra di loro, ma si toccano e sono collegati con tavole più grosse. Però molti di questi furono portati via dal fiume, molti rimangono in mezzo all'alveo, e molti inoltre si trovano nascosti ancora sulla stessa riva, come anche quelli che sono stati protati via

dall'impetuosità del fiume, e che non •29-a• si trovano nello stesso alveo erano nascosti sotto la riva prima che questa fosse mangiata del fiume. Ma bisogna fare attenzione al fatto che quella riva, alla cui base si trovano i pali di questo tipo, ha un'altezza di 46 palmi romani, e non è formata da arena e sabbia, come le altre rive formate in passato dallo stesso fiume, ma sono molto simili alle altre rive, alle quali sembra che l'Uso non si sia mai avvicinato. Perciò che quella fosse una costruzione antichissima, lo dimostra chiaramente la composizione della riva che le è a ridosso, anzi ne confermano l'antichità anche quegli stessi pali, i quali sono i più neri tra i carboni fossili e, benché all'esterno si sbricciolino in squame, tuttavia all'interno sono durissimi. Poi quella macerie (rivoir[?]), ossia massa, di calce e sassi, che è intercalata fra di quelli, e gli enormi marmi, che giacevano presso di essa - molti vi giacciono ache ora certamente dimostrano che c'è stato lì un edificio veramente ragguardevole. Però dal momento che questa opera non è sulla stessa linea con il resto del ponte, e che dista un pochino da quello, parrebbe che non facesse parte di quel ponte, di cui restano i ruderi, ma ad un altro edificio, e forse anche ad un altro ponte più vecchio, dalla cui distruzione sia stato costruito quello più recente, il quale a sua volta è stato demolito dalla furia del fiume. Infatti non è credibile che una così grande quantità di marmi, che vi sono stati trovati, e che ancora vi si trovano sepolti, facessero parte di quel ponte, di cui ora restano le tracce. È anche probabile che in passato dall'impeto del fiume sia stato distrutto l'altro ponte, che ora si trova presso la città di Santarcangelo, dove attraversiamo l'Uso. •29-b• Questo ponte comprende 3 archi, due dei quali sono uguali e in laterizi, e hanno solamente le circonferenze ornate da entrambe le parti da margrovie? voir[?] insieme con la parte inferiore delle pile, perché la parte superiore è in laterizio. Il terzo arco, che è molto più piccolo degli altri due, è tutto di marmo, come lo sono gli archi del ponte di Rimini. Sebbene tutte queste osservazioni sembrino forse estranee all'oggetto della nostra ricerca, tuttavia mi è piaciuto riportarle, perché apparisse maggiormente quale sia la natura di questo fiume, quanta cura gli abbiano tributato gli antichi, che non risulta affatto abbiamo mai usato per il Pisciatello, e perché potessi far vedere che si trovano i ruderi di un ponte, dove l'Uso interseca l'Emilia, e che quello fu magnifico: tutte cose impudentemente negate da Braschi, come si è detto sopra. Ancora sul ponte: 2 paragrafi. Benché queste notizie possano essere anche raccolte da molti altri, tuttavia, per non essere troppo lunghi, accennerò ad un solo fatto, e cioè che fu da esso [l'Uso] distrutto il magnifico ponte, di cui abbiamo fatto menzione, e non solo fu distrutto, ma anche gli enormi marmi, che lo ornavano, furono staccati gli uni dagli altri e furono trascinati per un lungo tratto dell'alveo, come risulta dagli stessi marmi, che si vedono disseminati lungo lo stesos alveo in vari luoghi, e che non avrebbero potuto essere trascinati lontani dalle rovine del ponte se non da un'estrema violenza delle acque. Dissi che un ponte fu distrutto. Tuttavia è molto probabile che qui furono diroccati 2 ponti: uno dei quali si trova presso la città di Santarcangelo, come è stato detto sopra. Se con un po' più di attenzione i popoli più vicini alla Gallia avessero preso in considerazione l'impetuosità delle acque, con cui scorre l'Uso, e i ruderi del ponte, che tutt'ora rimangono, certamente non avrebbero mai proposto la costruzione di un ponte di legno, benché fossero contrari gli abitanti di Santarcangelo, che conoscevano meglio la natura di questo fiume.