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Chi porta la mia anima?

C hi si è cimentato nella lettura del testo che precede il presente (1) avrà colto e
intuito quello che la sua anima gli ha reso disponibile a cogliere, sicuramente
così come sarrebbe avvenuto per qualsiasi altra lettura che avrebbe approcciato.
Nel leggere ci si può accorgere di intuire e ripercorrere quello che lo scrittore ha
intuito e trascritto e di poter poi anche andare oltre nel movimento, a intuire
ulteriori contenuti, originali, nuovi.
Usando quegli strumenti interiori che si è indicato allora, si è quindi provato
a portare la propria anima a una sua “più che desta e limpida presenza a sè e al
mondo”, a una sua “calda disponibilità accogliente” e la si è temprata portandola
alla sua “prontezza determinante”. Da un tale assetto si ha allora la possibilità
infine di cominciare a distinguere un ambito vivente da uno mortifero, si è capaci
finalmente di cominciare a sostanziarsi di verità. Da tale assetto si avverte poi la
ripercussione di un qualsiasi atto che sia portatore di morte e di menzogna: una
sofferenza accentuata, una deformazione contorcente, è il riverbero avvertibile.
La Luce che un contenuto vivente porta dalla sua sostanza di verità viene co-
stantemente uccisa nel momento in cui passa per la testa e si dialettizza, diven-
tando sapere, articolandosi in pensati. Arte preziosa è quella di chi è capace di
suscitare imagini capaci di andare a risvegliare, a riscaldare e approntare in altri
da sé la stessa Luce: che l’altro infine riconoscerà e riconoscendola sarà capace di
cominciare a nominare.
Del testo che precede il presente ci è stato osservato puntualmente che non è
stato pronunciato un nome, il nome a cui tutto quanto è stato intuito e imaginato
porta e da cui parte.
Nome che avremo quindi l’ardire di pronunciare a breve nel punto in cui le consi-
derazioni che andremo a comporre ce ne indicheranno l’esatta necessità e pertinenza.
Prima di tale momento di ri-conoscimento, volendo forzare la enunciazione di
tale nome, articolando conoscenze solo intellettuali, portandosi di fatto in elucu-
brazioni retoriche, è avvertibile la mortificazione del contenuto vivo che si attua
in quel momento da parte di chi tale contenuto vivo ha “visto risplendere” e ne ha
“sentito pronunciare” il nome.
È il nome che ognuno può pronunciare solo nel silenzio trasformante di Anima
ritrovata, della sua anima che desta, calda e pronta sia capace di portarsi senza
intenzione astratta al sacrificio, alla donazione, alla rinuncia, al ringraziamento:
alle qualità di Dei operanti.
Ogni qualvolta che il frutto di tali “atti degli Dei” l’uomo è capace di portare,
ogni qualvolta egli rende reale tale frutto, allora realizza lo stato di Umanità che lo
sostanzia dell’Uomo che è. Ogni qualvolta questo frutto maturato, questo figlio fio-
risce dalla sua libera conquista, allora può osare nominare ciò “Figlio” de “l’Uomo”.
Prima di ciò l’uomo è preda di animalità, di psichismi, che egli non è ma che
lo dominano.

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I nizialmente è possibile che si sia spinti da un oscuro sentimento verso un percor-
so di ricerca conoscitiva che ci muove e ci porta in luoghi vari, interiori e/o este-
riori, in cui cercare soluzione a quella richiesta pressante e non cosciente dell’anima.
Illuminato che si abbia tale impulso, che quindi dall’oscurità affiora e si porta
alla limpida coscienza, il movimento ulteriore che si è soliti intraprendere è quello
di strutturare, di disciplinare tale impulso, fornendosi di strumenti interiori e di
tecniche atte a dare efficacia operativa a quel movimento di autoconoscenza.
A quel punto molteplici possono essere i tentativi di enucleare un proprio me-
todo che sintetizzi in atti trasformanti delle principiate buone intenzioni di cam-
biamento interiore.
Le persone più operative che frequentano queste pagine hanno già trovato un
comune metodo di formazione che trae la sua principale caratterizzazione in gran-
di uomini e maestri quali Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.
Intrapreso che si abbia un tale metodo, in una fenomenologia che non può che
essere personale, in quanto non vi è uno schema prefissato e rigido a cui adeguarsi,
è facile che subentrino, appresso ai primi entusiasmi, meravigliamenti, intuizioni
o rafforzamenti interiori, delle inevitabili delusioni, degli insuccessi, dei fallimenti.
Le “difficoltà”, ad esempio, che troviamo nel cimentarci nell’esercizio della con-
centrazione, quando i pensieri restano “saltellanti”, “divaganti”, o che rimandiamo
per “troppo stress”, oppure la difficoltà nella precisione di esecuzione dell’atto
puro, sono sintomatici del livello, del tenore, dell’assetto interiore in cui ci trovia-
mo in quel momento: sono lo specchio del nostro “stile” nella vita, la proporzione
più piccola del modo in cui affrontiamo la vita stessa. La disciplina stessa che ci
siamo dati ci rivela in quei momenti di difficoltà la differenza per sottrazione nel
confronto tra quello che realmente siamo capaci di fare, di affrontare, e quello che
avevamo intenzione di voler fare. In quei momenti però si potrebbe cominciare
a chiarire il reale stato di fatto della nostra anima, questa volta realisticamente,
questa volta però oltre i semplici propositi. Nelle difficoltà si comincia a tastare
con mano di che pasta siamo fatti, nella carenza possiamo accorgerci di quello che
non abbiamo veramente, ma anche scoprire quello che abbiamo e che è capace di
aiutarci a risolvere quel nodo problematico: cominciamo ad avvertire una specie
di sostanza qualitativa che ci appartiene e che siamo abituati a chiamare “anima”.
Un tale “avvertire anima”, una tale “animadvertere”, che va attuandosi nel cimento
che un qualsiasi ostacolo ci provoca quando ci si presenta davanti, è ritrovabile dal-
la coscienza desta, calda e pronta che vi si approccia quale reale materia dell’opera.
Con quel simbolo poderoso, quell’atto drammatico o esaltante, quale può es-
sere un qualsiasi evento, in cui ci troviamo coinvolti, ci viene mostrato, ci viene
fornita l’occasione per osservare la nostra anima.
Tutto ciò è possibile nella misura in cui noi non semplicemente “soffriamo” o
patiamo (pathos) quanto ci accade in quel momento, ma sappiamo “soffrirlo” o

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patirlo ponendoci né contro tale evento (anti-pathos) con moti di antipatia verso
quanto ci sta accadendo, né a favore di tale evento (sim-pathos) e cioè con simpa-
tia verso di esso, bensì a favore di quello che tale evento ci offre come occasione
di conoscenza: con-pathos, compassione è il moto pertinente, questo verso “ogni”
evento, a noi antipatico o simpatico che ci sia.
La sofferenza, il dolore, la malattia, la morte, diventano aiuti nella misura in cui
li si affronti e non solo li si patisca.

A ndiamo quindi a scrivere di Anima, non l’anima, poiché ad ogni nome per-
sonale non si danno articoli a precedere, ed è giusto dare anche la maiuscola
a un ambito di cui potremo presto comprendere il reale valore. Andiamo a vedere
questi flussi di marea animica, questi stati fluttuanti in alto e basso, che sembrano
proprio oscillare ritmicamente come la marea. Andiamo a osservare e quindi de-
scrivere quell’ambito virginale che ci permetterà di riuscire così finalmente a pro-
nunciarlo “quel” nome, per cominciare a evocarlo, dove per evocazione si intenda
un portare a realtà, un realizzare.
Ecco che ora è opportuno parlare quindi delle qualità, qualità di ogni uno, di
quelle peculiarità di ogni singola persona che rivelano quell’Umanità di cui è
“sostanzialmente sostanziata”.
Le “qualità dell’anima”, quelle cioè che si vogliono cercare in esercizi quale
quello della “positività”, dove si vuole trovare quella Luce che splende in ogni uno,
sotto tutte le brutture e le deformazioni che si scorgono e che noi alimentiamo
quando non la cerchiamo più, la Luce. “Qualità” che maturiamo quando, volen-
do i nostri pensieri, maturiamo quella libertà che si accorda con quella dedizione
amorosa che si matura quando portiamo coscienza pensante in ogni nostro atto,
germogliando in campi di silenzio, e così accordandosi fiorisce quale conquista di
una saggezza che ci è propria: è nostra, è il nostro vero frutto, è il nostro vero figlio.
Si potrà quindi affermare con Mimma Benvenuti che ci si porterà “…a maturare
il Figlio dell’Uomo”, parlando dell’imponenza di quella meta verso la quale porta
la potenza di quei semplici esercizi fatidici.
Ecco che solo quando tali cimenti vanno a maturare una tale devozione si può
riconoscere il significato di una “Saggezza” che appartenga all’Uomo, di una
“Sophia” propria dell’Uomo: allora si può tentare di nominare ciò Antroposophia,
perché lo si può finalmente fare portandosi a immaginare e realizzare una com-
piutezza dello stato umano.
Non può che essere “saggezza” l’espressione di Anima, ritrovata, luminosa e
illuminante, calda e riscaldante.
L’uomo di questo tempo, che sembra aver raggiunto l’apice della sua evoluzione,
ad uno sguardo più sobrio si rivela non aver realizzato il suo stato di Uomo, non
aver realizzato la sua Sophia.

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Può osare dire ciò quando può dare parola ai versi, sì sublimi, del poeta “Vergi-
ne Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno
consiglio…” come se fosse dalla propria più sacra Umanità che vada a cantarli,
quando li evochi dall’Anima del Mondo che gli si rivela quale propria: dalla più il-
luminata Luna, dalla Vergine, dall’Immacolata, dall’Innocente, dalla “Gratia plena”.
“…In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque
in creatura è di bontate…” …in te…
“Ave” è il saluto, l’esatto opposto di Eva, la prima donna:
“Ave, Maria, piena di grazia” questo è il suo “mantram”, nello splendore splen-
dente del femminile assoluto. (2)

È veramente possibile in imagine che “…si avverta il movimento dell’aria di


quella veste che trattiene il riverbero del « femminile assoluto » e quello che si
rivela in quel momento quale esterno a sè sembra appartenere alla più intima inti-
mità dell’anima, sembra essere l’anima stessa…” e dopo quel piccolo attimo che
deflagra in una commozione infinita, la porta è aperta alla commozione che ritor-
na a ogni meraviglia, a ogni bonarietà, ogni sacrificio che hai il dono, semplice, di
cogliere nei gesti comuni di altri da te, altri te, te. Si è riconosciuta una porta. È
tutta nostra, è nostra realizzazione. Non è cosa quale qualsiasi sapere antroposofi-
cisticamente accumulato e dimenticabile, come è della natura di qualsiasi sapere.
Non è da tenere, da accumulare nulla interiormente, nessuna conoscenza, alcuna
calma, alcuna “virtù”. Qualcosa va a maturare, a trasformare, ad aprire, da un fare
che è sacro, che è un “sa-cri-fi-ca-re”.

Lei balena in un attimo, un attimo di “soluzione”.


Che cosa ha reso possibile che accadesse tale piccolo attimo infinito?
Quale successione di eventi lo hanno preceduto, cosa è accaduto prima, quale
vita è stata?

M are, Maria, Marina nomi che evocano grandiosità di acque in movimento,


di maree e signorie delle acque.
“Al mâr a é me mari — El mar sé mia mare”.
Che magnifiche differenze/comunanze di suoni e sensi portano appresso nella
parlata friulana o veneta la stessa imago: “Il mare è mia madre”.
I vecchi “Lunari” assegnavano all’otto di settembre il giorno dedicato alla ricor-
renza de “Il Nome della Madonna”: un giorno dedicato a un nome!
Lunari dove si riportavano le oscillazioni di marea, dove si segnava la Luna nel de-
terminare l’alzarsi e l’abbassarsi delle acque, dove poeticamente si intravvede il rit-
mico oscillare dell’anima, dove poeticamente si intravvede che se ogni santo giorno è
sacro, bisogna portare molta attenzione a ogni santo giorno per poterlo “sacrificare”.

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È questo sacrificare un’attitudine già in uso nella più semplice quotidianità di
ogni persona, ogni più semplice persona è capace di rinuncia, è capace di portarsi
in un atto di donazione di sé, è capace di ringraziamento.
Addirittura in situazioni molto critiche, ad esempio coinvolgenti l’estrema sa-
lute di una persona a noi cara, una sola persona o meglio un gruppo di persone
accomunate da fraterno sodalizio possono scegliere liberamente e coscientemente
di offrire un sacrificio, come già veri Uomini come M. Philippe di Lione hanno
portato ad esempio e miracolo.

Questo sacrificio deve essere un atto di rinuncia che la persona compie.


La rinuncia è un atto che può essere esteriore o interiore.
Solo per esempio: del cibo, delle abitudini piacevoli tipo il fumare o il vedere la TV o
il comperare cose futili, del riposo o dell’attivismo ecc. Oppure, soprattutto, rinunciare
a pensare, dire o fare male a delle persone, qualsiasi persona. Ognuno sa a cosa può
rinunciare, ognuno ha una capacità di invenzione.
Questo insieme di atti di “rinuncia” la persona li compie liberamente nel corso della
giornata poi, “dopo il tramonto”, si raccoglie in sè, raccoglie questa sostanza di umani-
tà, quasi come tanti piccoli pezzetti di pane tolti dalla sua bocca, a cui ha rinunciato, e
dona, porge il suo sacrificio a quello che può considerare un “Rappresentante dell’intera
umanità”, immaginandolo come una “entità vivente” che rappresenti per noi tutto
quanto possiamo considerare come “pienezza dell’essere uomini”, nella benevolenza,
nel calore, nella considerazione, nella cordialità, in tutto ciò che di positivo l’uomo è
capace di emanare da sè.
Quindi si immagini questo “Rappresentante dell’umanità” assumere le fattezze di
quella cara persona che si trova presso una sua “situazione limite” di salute, che riceve
in dono i nostri sacrifici.
Tutto ciò ha la forma e può avere la denominazione di “rito”.
Tale rito verrà attuato da un gruppo di persone unite dal comune denominatore del-
la volontà di giovare a una persona. Potrà in seguito essere ripetuto anche per altri casi
di pari gravità e importanza, stabiliti di volta in volta. Non viene dato un termine
temporale per il lavoro individuale, termine e intensità dell’operazione scaturiscono
dal libero intuire e agire di ognuno.
È avvertibile la « necessità » di simili iniziative, come non è avvertibile, ne possediamo la
libertà, si abbia comunque « cura » di ciò, anche nel semplice riporla in parte, inutilizzata.

“U manità” deve venire prima di ogni altra considerazione sulle persone che ab-
biamo dinanzi, prima di ogni giudizio di merito, prima di ogni argomenta-
zione sull’uomo e il mondo: nella relazione con l’altro “prima” dovremmo trovare
Umanità in noi, poi ogni altra cosa per portarsi a un incontro con l’altro che sia verace.
All’inizio di un percorso di ricerca interiore si cerca e si desidera la presenza,

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la sapienza, l’esperienza delle persone che noi consideriamo e riconosciamo più
addentro al comune cammino e disciplina e le si cerca quasi in una esclusiva atten-
zione e donazione di sé. Escludendo tutti gli altri, dove Umanità è fondata e soffre
e crea e ricrea da sempre, nascosta “dal” nostro sguardo esclusivo, escludente.
Ma vi è una Umanità che è appannaggio di persone “normalissime”, che non
frequentano alcuna ascesi dichiarata e magnificata, ma che non di meno si porta
sobriamente e schiettamente dove si può incontrare l’Uomo nella realizzazione
della pienezza del suo senso.
È percepibile questo senso di umanità.
È uno schietto sentimento che porta dritto alla commozione, che può portare a
“luciferiche” esaltazioni cariche di ideologia di tipo cattolicheggiante o “new-age” e
mortificanti la sua pura luminosità, come possono sortirne “ahrimaniche” indiffe-
renze cariche di sufficente considerazione di tipo esoteristico.
Sta “esattamente nel mezzo” quella schietta Umanità.

E sattamente nel mezzo ritrovo quella persona che pur avendo problemi di la-
voro, avendo una famiglia e poco tempo trova la forza di rispondere a un
suo amico con gravi problemi finanziari e impegnarsi i giorni, le sere e le notti
a “mettere sù” un colletta fra tutti gli amici dell’adolescenza comune e “sollevare”
l’amico, almeno un poco.
Esattamente nel mezzo ritrovo una signora che pur non conoscendo i due sposi
turisti, in un paesino tra i monti, inventa un gigantesco uovo, lo svuota, lo disin-
fetta, lo decora magnificamente e lo allestisce in un magnifico dono beneauguran-
te per loro e loro lì sbalorditi a cogliere tutto il suo talento, e loro lì a cogliere tutta
la sua vita sposata a lei e al suo talento.
Come esattamente nel mezzo sta in tutto il suo dolore trasfigutrante l’amico che
ci racconta tramortito di quello che ha trovato davanti al suo camion dopo avere
colpito per sempre un piccola vita, uguale a quella del suo di figlio, e ti vedi che
non puoi non sentirti morire con lui, da quel suo dolore trasfigurante.
Oppure alle volte trovi esattamente nel mezzo nei più piccoli e nascosti gesti
quella stessa intonsa Umanità, un braccio che si affianca alle spalle, la rinuncia di un
credito nella comprensione della fatica e dello sbaglio di un lavoro, l’aiuto disinte-
ressato e preciso di persone sconosciute o il semplice scorgere la contentezza di una
famiglia che col suo furgone torna a casa dopo una giornata di lavoro al mercato.
Oppure una mattina presto vi svegliate per il rumore ritmico, giornaliero di
quella macchina che raccoglie ogni mattina, giorno dopo giorno, tutta la nostra
immondizia e commuoversi per l’unica volta, assoluta, nello scorgervi l’uomo, nel
riconoscere che là vi è un uomo che è già in piedi da un po’, per lui e per noi, ora
te ne accorgi come mai prima.
Oppure senti per la millesima volta il solito racconto di madre, che sempre ha

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annoiato e infastidito, che invece ora divampa in te con tutto quel dolore di quan-
do si trovava sola in una città grande lontana dal suo piccolo paese e con la sua
bambina era vicina al letto di ospedale dove un futuro padre si trovava tra vita e
morte, quando chi ascoltava e piangeva in quel momento sarebbe nato di lì a poco.
Ogni atto di spontanea donazione, di gratitudine, di accoglimento, di sacrificio,
va a risuonare in una infinita commozione in un’anima che “compie” il suo ambi-
to benevolo. Come l’accorgersi di quanto si è fortunati a vivere vicino a una don-
na e avvertire il suo accoglierti. Oppure all’inverso accorgersi della mancanza di
considerazione dell’altro, nella sala d’attesa di analisi dell’ospedale, quell’ospedale
dove uomini si portano, portati al limite della loro capacità di resistenza e spesso
non quali uomini sono considerati: quasi la toccate quella indifferenza.

Q uanto si potrebbe ancora dire di Umanità risplendente da ogni Giuliano,


Giorgio, Mario, Dianella, Sandro, Ivano, Concetta, Maria, Stefano, Ugo,
Ennio e tutti gli altri… che appartengono al nostro “incontrare Umanità”, nella
nostra vita. Ogni persona ha un nome che si porta, uno conosciuto ai più ed uno
sconosciuto, indicibile, ma avvertibile a chi muove diritto per le vie degli sguardi
che salgono da cuori liberati che hanno conosciuto gli aliti mortiferi della testa.
Sicuramente non tutti avvertono questa Umanità, non tutti compiono l’ambito
benevolo dell’anima ma restano frammischiati alla parte oscura, e si può restare
voluttuosamente al buio, magnificamente comodi fuori dallo stato umano. Pure
chi avverte la luminosità di Anima non lo può definitivamente, non è conquista-
to una volta per sempre, deve essere sempre conquistato come una volta, poi si
oscura, poi si illumina, e via, ritmicamente buio e Luce. Il quadro che emerge è
quello di qualcuno che combatte con qualcosa di inumano mentre vi è sempre,
sullo sfondo, in secondo piano, rappresentata una figura di donna che fugge… o
si allontana… o aspetta… oppure è legata, a tale Drago.
La Principessa liberata porta nostro figlio, Figlio dell’Uomo, che è, o sarà, il
frutto della nostra conquista.
Chi ha visto il dolore, o il malanno, chi ha intravisto la morte, può più facil-
mente avvertire e commuoversi di queste “storie” di Umanità, poiché la sofferenza
“ammorbidisce aprendola” quella zona interiore dove solamente è possibile cogliere
certi sottilissimi segreti, impercepibili altrimenti. Passata che sia tale sofferenza
trasfigurante vi è un abbandonarsi quasi automatico, immediato, voluttuoso alle
normali abitudini critiche, magari pure sprezzanti.
In realtà vi è un timore di entrare nell’ambito del “sentire”, da parte di chi ini-
zialmente frequenta una ascesi del pensiero, vi è un voler restare esclusivamente
“pensanti” senza accorgersi che in realtà si tende a sopprimere sentire, a denigrare
sentire, a minimizzare sentire ma sostanzialmente quindi a non osservare sentire: a
fuggirlo verso due polarità che sembrano opposte. Poiché invece d’altro canto chi ha

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poca capacità pensante resta preda delle proprie emozioni e sentimenti che portano
pure a una “freddezza”, una assenza di veri vivi sentimenti, che fa scambiare l’astrat-
ta analisi formale e dialettica con il costrutto di pensiero che invece non è presente.
C’è chi si esalta, si entusiasma, si fa prendere dagli stati d’animo allato di chi
invece resta freddo, come disinteressato: entrambi “soffrono” e non “conoscono”
l’ambito del sentire, per eccesso o per difetto…
Il sentimento non può “non” esserci, è caldo o è freddo, qualsiasi situazione,
evento o atto ci coinvolga. Il pensiero può non esserci? Il volere?
È nell’accordare il pensare con la volontà che si crea quell’equilibrio e quella
forza dell’anima che “…è il potere in cui risorge come Vita il sentimento, il più
vasto e liberatore”.
È un pensare che si accorda al volere che rafforza e permette di formare la
qualità interiore che ci permette quindi di approcciarci sobriamente al sentire,
all’anima, il vero lavoro su sé.
Quanto tempo si è già passato in quella unilateralità che ritiene pertinente ad
una ascesi il solo frequentare “i primi due esercizi” della disciplina che si è matu-
rata in questi decenni? Volere nel pensare e pensare nel volere portati ottusamente
in un attitudine meccanica che un caro amico definiva appartenente più ad una
atteggiamento da “ragionieri dell’esercizio” che non da operatori magici.
È quell’unilateralità, ottusa, del solo approccio al pensare-volere, che la vita ci
correggerà: la difficoltà nella vita, oltre che sintomo del livello raggiunto, ne sarà
il cimento salutare.

U n amico a cui si vuole molto bene si sente sempre più spesso “un niente” e ti
chiedi come sia possibile che lui dica ciò se tu lo hai visto e lo vedi ora invece
come “un gigante”, per quello che fa, per quello che riesce a sostenere della sua
vita piena di difficoltà, con tutta la serietà di cui è capace un uomo sobrio, posato,
efficace, entusiasta, generoso quale lui è. Il suo non vedere lo splendore che è ti
commuove e commuove ancora il tuo voler mostrarlo a lui e non riuscirci.
Cosa è che ci fa vedere ciò che valiamo veramente, le nostre qualità, le nostre
reali risorse e cosa invece tende a mortificarle, a creare un clima interiore di sfidu-
cia verso di sé? Così sembra essere per tutti, per la gran parte.
Ma scoperta che si abbia una qualità, sulla quale si riesca a fondare la propria
vocazione intuita, si apre quindi il varco al cominciamento del reale lavoro su sé e
nel mondo. L’attenzione è verso una sobrietà, un equilibrio, che non ci permetta
di sbilanciarci all’opposto, cioè nell’esaltazione, nel millantato credito di sé.
Come controcanto, osservando l’opposto, si può osservare come sia facile pre-
tendere dagli altri quello che non si è capaci di compiere, come il portarsi a volere
che gli altri, una figlia, un marito ecc. siano diversi da quello che sono: non si
vedono le qualità che hanno, li si vorrebbe diversi da quello che sono, li si vor-

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rebbe come non possono essere, li si vorrebbe con altre qualità: non vedendo le
magnifiche qualità che già possiedono!
Le qualità di ognuno, le vocazioni, i talenti, le missioni, come con poco possono
essere letteralmente mortificate o valorizzate. Il vero cominciare a scorgere la Luce
si snoda tra il rivelarsi a noi di tale sostanza di Umanità, di tale elemento luminoso,
positivo appunto, peculiare a “ogni” uno.
La vocazione, la propria missione intuita e resa atto o attuata e basta, porta
missionari cristiani dentro cimenti indicibili e inconcepibili ai più, ma è anche
quella soddisfazione, quella realizzazione, quella compiutezza di sè che porta nel
viso della sua gravidanza una giovane madre in attesa.
Lei, Luce, compiutezza non cosciente però, uguale a quella che canta poi nei
gesti, nelle azioni, nelle parole, negli sguardi dei bambini.

“Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la
propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando
alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti
di spazio, di età e di potenza.
Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di sè stessi. Per ora essi non fanno
che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro
pensiero ogni loro atto è una barra in più alla loro prigione, un velo di più alla loro
visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si at-
taccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse
al suolo ignorando le sue ali…” (3)

V i è una sostanza di incompiutezza, di incoerenza, di inaccessibilità che si rivela


nel movimento interiore che prende la forma della nostalgia, dell’immalinco-
nimento, dell’anelito, della ricerca, dell’approfondimento di quei contenuti inte-
riori che si intuiscono e svaniscono, che si toccano poi sfuggono e non fanno così
che alimentare la tensione incapace di portarsi alla attenzione, a-tensione.
La ricerca si porta combattendo, affaticandoci l’anima come verso un luogo
interiore dove cercare la sostanza capace di dare fondamento e senso a tutto, di
enucleare la sostanza di vita e verità più forte e limpida, più calda e luminosa di
cui siamo capaci e portatori. Il nostro Sole, che non può essere che “interno e
irraggiante”, che non può che riconoscere di essere e di essere Oro che salda ogni
debito, a sé e al mondo.
È lì dove si può affermare “Io sono l’Io sono”, è lì che… †
È dove finalmente si scioglie ogni calcificazione incrostata sulla mortificazione
imperterrita di varie chiese, di un nome che unicamente † è pronunciabile.
Una sola volta sono state pronunciate per sempre le parole “Io sono la Via la
Verità e la Vita” e Colui che può riconoscerle e pronunciarle ancora una sola volta

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per sempre è sempre lo stesso Essere, è sempre lo stesso Ente, é sempre lo stesso
Logos, è sempre lo stesso Uomo vero che può dire di sé Io Sono l’Io Sono, che può
dire di sé non ego, non eo, non io ma Khristós.
Il Rappresentante dell’Umanità.
La Verità che io difendo, come ognuno difende, non è per me solo, ma per
quella Umanità che disvelo mio tramite.
Una delle ultime meditazioni donate da Rudolf Steiner che sembra quasi un
testamento che sintetizza tutto è: “Cristo mi dà la mia umanità”.
Manca proprio l’intuizione del Logos, sia pure minima, fulminante, dove que-
sta Umanità non venga colta, non venga neanche tenuta in considerazione, dove
fredde analisi pensate, antroposoficisticamente corrette, sembrano sortire impec-
cabili esoterismi. È il Logos che nel vero Maestro si rivela al discepolo come una
specie di sentimento che gli sussurra: “Vedi… ce la puoi fare, anche tu”, dove nel
maestro supponente invece si ode: “Vedi… ce l’ho fatta, io”.
Ecco il primo atto, l’intuizione del modo di azione: come noi siamo stati capaci
di costruire la nostra vita quotidiana trovando il nostro lavoro, formandolo, dan-
doci da fare perché porti frutto, come siamo stati capaci di formare una famiglia,
di accudirla, di armonizzarle tutte le qualità, come siamo capaci di portarci in un
cimento per noi sostanziale, essenziale, trasformante: così dovrebbe essere “forma-
tore” il nostro impulso conoscitivo; trasformante, incidente, portatore di frutti.
Realizzare lo stato umano pel tramite di una autoconoscenza operante capace di
trasformare lo stato dis-umano.

…(la buona strada) “…percorrerla implica molti superamenti e molta pazienza. Ciò
che è difficile è vero. La chiave è l’autoconoscenza, ma questa non è dialettica né
psicologica: è azione interiore, e deve essere la giusta azione interiore. L’Io in basso è
l’ego. in alto è il Logos, o Io Superiore individuantesi. Questo Io Superiore dovrebbe
oggi alquanto incarnarsi, minimamente incarnarsi, in un certo numero di uomini:
questo inizio di incarnazione dell’Io è il senso di tutta l’opera. C’è da augurarsi (o
volere) che questo evento si verifichi, per la saggezza o salvezza della Civiltà. La via è
l’autoconoscenza: che dà modo a ciascuno di capire che cosa deve fare di se stesso. Regole,
sì: ma quelle che l’uomo libero intuisce giuste per sè stesso. Perciò il fondamento è la
liberazione del pensiero…”
“…Nel pensiero che pensa fluisce l’Infinito, ma l’uomo lo ignora. L’arte è incontrare
l’Infinito - che giunge nel veicolo dell’etere che ascende dal cuore là ove il sangue si
eterizza [in ogni essere della terra, anche il più abietto] - nel pensiero: non in un deter-
minato pensiero, ma nella sua dynamis predialettica. La via dei nuovi tempi è questa:
conseguire l’estasi, il Nirvana, il Satori, la Pentecoste ecc. da svegli esseri coscienti, con-
seguenti la trascendenza per via di intensificata volontà cosciente. È chiaro che questa
volontà deve aver ragione di ogni ostacolo psichico, che inevitabilmente si presenta:

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l’antica natura, anche la più mistica, è abitata o manovrata dagli Ostacolatori. Essi
possono tutto sull’uomo già fatto, ossia sul passato, sull’organizzazione corporea-psichi-
ca, sul sentire, sul volere: non possono nulla su ciò che non è fatto, ma sempre rinasce
per essere, vivo: esige perennità: ogni volta questa venendo perduta nel sapere, nella
cristallizzazione del pensare, nella dialettica.” (4)

Q uale è il primo semplice moto, impulso, che ci rivela un ambito percettivo


che non appartiene più all’ambito sensibile? È la meraviglia.
Come può venire descritta quella risorsa che ci permette di avvertire l’Uomo
che noi siamo e l’Umanità nell’altro da noi? È la compassione.
Coscienza è invece quel sussurro che ci indica, nell’intonsa capacità di fondarsi
sul vero, l’ambito dove è possibile osare pronunciare la parola “moralità”.

“Osservate, ora, come gli uomini convivano col Cristo. Dal mistero del Golgota fino
al termine dell’evoluzione terrestre, gli uomini si perfezioneranno sempre più, evolven-
dosi verso ciò che può sussistere in loro, in quanto sono degli io. Ma gli uomini si sono
uniti con l’entità del Cristo, che è venuta fra loro, in quanto escono continuamente da
se stessi e fondano, per mezzo della meraviglia e dello stupore, il corpo astrale del Cristo.
Il Cristo non si costruisce il suo proprio corpo astrale; gli uomini contribuiranno alla
formazione del corpo astrale del Cristo, con lo stupore o la meraviglia che sapranno
trovare in sè. Il corpo eterico del Cristo verrà formato dalla compassione e dall’amore
che regneranno fra gli uomini, ed il suo corpo fisico, dalla coscienza che gli uomini
acquisteranno. I peccati degli uomini in questi tre campi, sottraggono al Cristo sulla
terra la possibilità di evolversi compiutamente; in altre parole, rendono manchevole
l’evoluzione terrestre. Gli uomini che passeggiano sulla terra con indifferenza, che non
vogliono conoscere ciò che può loro svelarsi sulla terra, tolgono con la loro indifferenza
al corpo astrale del Cristo la possibilità di compiere la sua evoluzione; gli uomini che
si lasciano vivere senza esplicare compassione, amore, impediscono al corpo eterico del
Cristo di compiere la sua evoluzione, e coloro che sono senza coscienza impediscono
l’evoluzione del corpo fisico. Ma ciò significa che la terra non può affatto pervenire alla
meta della sua evoluzione.” (5)

“…Non ci manca il Cristo, ci manca invece la conoscenza del Cristo, la Iside del
Cristo, la «Sofia» del Cristo.” … “(L’uomo odierno) Deve comprendere di dover anzi-
tutto cercare Iside, affinché il Cristo gli possa apparire. Nell’epoca moderna la sventura
per l’umanità civile non è già di aver perso in qualche modo il Cristo (che sta anzi
di fronte a noi in una gloria maggiore di quanto non fosse Osiride per l’egizio), di
dover andare alla sua ricerca con la forza di Iside. No, quella che abbiamo perduta è
la conoscenza, la visione del Cristo Gesù. Dobbiamo ritrovarla con la forza del Cristo
Gesù che è in noi…” (6)

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“…Non v’è comunione con il Christo senza la Vergine Sophia, perché la Vergine
Sophia è tale comunione. Il Christo è presente nell’uomo, opera nell’uomo, ma l’uomo
invero manca di comunione con Lui. L’uomo non avverte il Christo presente in lui:
l’animadversio della Sua presenza è il più alto conseguimento dell’anima: è la Vergine
Sophia. Quando in taluni momenti dell’anima si accende la corrente dell’Io, grazie
all’elevazione del pensiero e perciò del sentimento, per attimi la Luce del Logos è veduta
al luogo di quella ingannevole di Lucifero…” (7)

Il nome quindi è stato pronunciato, il riconoscimento che si è potuto effettuare


o meno dipenderà dal grado di meraviglia, compassione e coscienza che si è
stati in grado di creare.

Chi porta la mia anima? A chi delego questo compito?


A un “maestro” esterno, più o meno coscientemente, a un amico, o amica, mol-
to in là nel cammino che, non lo vorrebbe mai coscientemente ma di fatto, và
sostituendosi con i suoi atti, con i suoi consigli, a chi dovrebbe portare la mia
anima, amico o amica a cui “Io” delego l’onere, vigliaccamente.
Chi porta la mia anima? La domanda è certo ambigua e sicuramente indica almeno
due contenuti in cui può essere intesa. Il primo è quello appena accennato, quindi
chi “si fà carico” della mia anima, persona o ente che sia. Mentre il secondo è la ri-
sposta stessa: chi “è il carico” della mia anima, chi si porta appresso come suo grave.
Sicuramente “è” tale grave che sarà capace di magnificarci nella consolazione già
promessaci solennemente molto tempo fa.
L’Io deve essere mediato dall’anima: non c’è un astratto spirito che si manifesta!
Come pottrebbe manifestasi? Volando nell’aria? Sospeso? Anima è il teatro della
sua manifestazione.

Come la volta precedente, verso la fine, si scorge già quello che si affaccia ora
come il terzo nostro momento di cimento, sintetizzabile nella nuova domanda
non ancora definita ma che appare pronunciabile così: come è possibile “diventare
fedeli” all’impulso che l’apertura di tale ambito ha rivelato, “restare nella Luce”,
quale ulteriore “essenzialità da sfrondare” è realizzabile per muovere ulteriormente
verso una donazione ancora più radicale, fuori da tenebre?
Ogni cosa è vista diversa, ora è possibile intraprendere a fare tutto, tutto ci è
possibile, ci appare possibile.
Qualora riuscirò ad attuare quello che sembra solo annunciarsi e qualora me ne
verrà data l’occasione si proseguirà a descrivere quello che sembra il terzo momen-
to di questo percorso intrapreso.

Maurizio Barut

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“…e quando le cornamuse erompono dal silenzio
chi mai può trattenere le lacrime?”
Note

Il presente scritto è una traccia ed un ampliamento di una conferenza tenuta


presso il Gruppo Antroposofico di Trieste il 20 gennaio 2005 e pubblicata su la
rivista “L’Archetipo”, luglio-settembre 2005
www.larchetipo.com/2005/lug05

(1) “L’Archetipo”, settembre 2004 - febbraio 2005


www.larchetipo.com/2004/set04/

(2)“Chi vuole ritrovare subito la luce dell’anima, conseguire un immediato rap-


porto con il Divino, uscire dalla tenebra, superare una situazione disperata, può
osare la via più semplice: rivolgersi alla imagine della Vergine, perché essa è la luce
dell’anima, pronta: perché può essere concepita soltanto in quanto « vestita », cioè
vestita di Sole. Ogni figurazione, infatti, è un’espressione della luce solare. Nel corpo
fisico della Vergine, lo Spirito appare come figura materna dispensatrice di vita, di
guarigione, pronta a donare tutta la sua potenza, il segreto radicale del suo essere, sol
che l’uomo conosca il mantram, che è la prima frase della preghiera « Ave, Maria,
piena di grazia…».”
M. Scaligero, Iside-Sophia la dea ignota, p. 12,
Edizioni Mediterranee, Roma 1980.

(3) Leo, alias G. Colazza, Ur 1927 p. 6, Tilopa, Roma 1980.

(4) Da lettere di Massimo Scaligero all’autore del 13 e 31 ottobre 1979.

(5) R. Steiner, La missione della terra, da riv. Antroposofia, p. 206, 1950.

(6) R. Steiner, Il ponte fra la spiritualità cosmica e l’elemento fisico umano.


La ricerca della nuova Iside, la divina Sofia, pp. 187 e 188,
Editrice Antroposofica Milano, 1979.

(7) M. Scaligero, Iside-Sophia la dea ignota, p. 67,


Edizioni Mediterranee Roma, 1980.

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(Ecco una citazione di Novalis in merito alla statua
innalzata dagli antichi Egizi alla dea Iside nel tempio di Sais.
L’iscrizione ai piedi della statua proclamava:

Io sono il tutto
io sono il passato
il presente
e il futuro
nessun mortale
ha finora
sollevato il mio velo

Rudolf Steiner ci narra che in una imprecisata epoca successiva, nella Terra
dei Filistei, venne eretto su un’altura solitaria un misterioso edificio al centro del
quale fu posta una statua che raffigurava un gruppo di entità: il Rappresentante
dell’umanità, quello di Lucifero e quello di Arimane.
Gli uomini che contemplavano quella statua ignoravano che si trattava del
simulacro di una entità invisibile: l’Iside di una nuova epoca.
Ai piedi della nuova Iside una iscrizione dichiarava:

Io sono l’Uomo
Io sono il passato
il presente
e il futuro
Ogni mortale dovrebbe
sollevare il mio velo

Dal ciclo di conferenze di Rudolf Steiner


Antichi miti e loro significato, Dornach 1918)

Qui a lato il gruppo scultoreo del “Rappresentante dell’Umanità”


di Rudolf Steiner, Dornach-Svizzera, dei primi del secolo scorso
realizzato in legno per ca. 12 m. di altezza

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