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Bauman: così la solidarietà ci può salvare

di Randeep Ramesh

in “la Repubblica” del 25 novembre 2010

Benché abbia lasciato il suo incarico di docente di sociologia alla Leeds University nel 1990 per
andare ufficialmente in pensione, l'ottantaquattrenne Bauman continua ad essere un autore prolifico,
sfornando un libro l'anno dalla sua dimora nel verde dello Yorkshire. L'ultimo saggio, intitolato 44
Letters from the Liquid Modern World, raccoglie una serie di articoli scritti su vari fenomeni, da
Twitter all'influenza suina alle élite culturale.
Bauman ha il pubblico di una vera star: quando è stato inaugurato l'istituto di sociologia che
l'università di Leeds ha intitolato a suo nome, a settembre, più di 200 delegati stranieri sono venuti a
sentirlo. Nonostante il plauso che riscuote, pare proprio che Bauman sia profeta ovunque meno che
in Inghilterra. Forse dipende dal fatto che finora non si è prodigato a fornire ai politici teorie
superiori per giustificare il loro operato e le loro motivazioni – a differenza di Lord (Anthony)
Giddens, il sociologo autore della teoria politica della "terza via", sposata dal New Labour di Tony
Blair.
Ma tutto è cambiato da quando alla guida del Labour c'è Ed Miliband che ha mutuato da Bauman la
tesi secondo cui il partito aveva perso di umanità convertendosi al mercato. Così per il sociologo il
nuovo leader offre una possibilità di "risurrezione" alla sinistra a livello morale.
«Mi sembra molto interessante la visione della collettività di Ed. La sua sensibilità ai problemi dei
poveri, la consapevolezza che la qualità della società e la coesione della comunità non si misurano
in termini statistici ma in base al benessere delle fasce più deboli», racconta Bauman.
Il rapporto tra Bauman e i Miliband è di lunga data. Il padre di Ed, Ralph, e Bauman strinsero una
profonda amicizia negli anni '50 alla London School of Economics. Entrambi erano sociologi di
sinistra e ebrei polacchi d'origine. Entrambi fuggiti da regimi tirannici: Ralph Miliband scappò dal
Belgio ai tempi dell'avanzata tedesca nel 1940 e Bauman fu espulso dalla Polonia quando i
comunisti locali attuarono una purga antisemita nel 1968. Decisiva fu la scelta di Ralph Miliband di
entrare a far parte, nel 1972, del dipartimento di scienze politiche dell'università di Leeds, dove
Bauman insegnava sociologia. La casa di Bauman a Leeds divenne una tappa fissa per i figli di
Milliband. Ed e David crebbero guardando i due accademici discutere del futuro della sinistra.
Bauman afferma che i fratelli Miliband già da piccoli erano «validi interlocutori… affascinanti e di
straordinaria intelligenza per la loro giovane età». (...)
Neal Lawson, direttore del think tank della sinistra laburista Compass, afferma che l'appello di Ed
Miliband a mobilitarsi «per chi crede che nella vita non contano solo i guadagni» e la sua energica
difesa della «collettività, dell'appartenenza e della solidarietà» era in puro stile Bauman. Anche
perché a differenza di quanto accade per altri sociologi l'opera di Bauman è accessibile, intellettuale
e spesso polemica. La sua biografia – dalla fede comunista allo status di minoranza perseguitata
all'analisi scientifica della quotidianità – rende difficile inquadrarlo. La sua teoria si fonda sul
concetto che sono i sistemi a fare gli individui, non viceversa. Bauman sostiene che non è questione
di comunismo o di consumismo, comunque gli stati vogliono controllare l'opinione pubblica e
riprodurre le loro élite (...). La sua opera si incentra sulla transizione ad una nazione di consumatori
inconsapevolmente disciplinati a lavorare ad oltranza. Chi non si conforma, dice Bauman, viene
etichettato come "rifiuto umano" e depennato come membro imperfetto della società. Questa
trasformazione «dall'etica del lavoro all'etica del consumo» preoccupa Bauman. Egli ammonisce
che la società è passata dagli «ideali di una comunità di cittadini responsabili a quelli di un'accolita
di consumatori soddisfatti e quindi portatori di interessi personali». Non c'è da stupirsi che i critici
dipingano Bauman come un "pessimista".
Ma davanti ad una tazza di tè e a un assortimento infinito di pasticcini il canuto professore è il
fascino in persona – per quanto pessimista sia. A suo giudizio è emerso tutto un vocabolario politico
come "paravento" per intenti occulti. Così il termine mobilità sociale, ad esempio, è «menzognero,
perché gli individui non sono in grado di scegliere la propria collocazione nella società». L'equità
non è che una copertura per «lo spettro dell'assistenza concessa solo negli ospizi». (...)
Talvolta le scelte di Bauman risultano inquietanti. Dichiara di aver mutuato l'idea fondamentale del
suo importantissimo saggio sull'Olocausto da Carl Schmitt, un politologo considerato vicinissimo a
Hitler. Bauman sostiene che l'"esclusione sociale" di cui oggi si discute non è che un'estensione del
postulato di Schmitt secondo cui l'azione più importante di un governo è "identificare un nemico".
Questo portò Bauman nel 1969 a sostenere che l'omicidio di milioni di ebrei non era il risultato del
nazismo né l'azione di un gruppo di persone malvagie, ma frutto di una moderna burocrazia che
premiava soprattutto la sottomissione e in cui complessi meccanismi nascondevano l'esito delle
azioni della gente. L'Olocausto, afferma, non è che un esempio criminale del tentativo dello stato
moderno di perseguire l'ordine sfruttando il timore degli "stranieri e degli emarginati". «Una volta
escluse dai governi le persone non sono più protette. Le società iniziano a manipolare il timore nei
confronti di determinati gruppi. Nelle fasi di crisi del welfare state dobbiamo preoccuparci di questa
caratteristica della società».
Oggi Bauman è comunque ottimista sulla capacità della sua disciplina di trovare soluzioni per
questi problemi. Con il calo degli iscritti al corso di laurea e la mentalità insulare la sociologia
britannica si dibatte tra statistica e filosofia, ma, ammonisce Bauman: «Il compito della sociologia è
venire in aiuto dell'individuo. Dobbiamo porci a servizio della libertà. È qualcosa che abbiamo
perso di vista», dice.
Nonostante abbia la reputazione di criticare senza offrire soluzioni, Bauman è stato una voce
importante nei dibattiti sulla povertà. La sua proposta di garantire un "reddito del cittadino",
fondamentalmente il denaro sufficiente a condurre una vita libera, è stata una delle poche voci non
conformiste nel dibattito sulle politiche di reimpiego (welfare-to-work). L'erogazione di denaro ai
poveri, scriveva Bauman nel 1999, eliminerebbe «la mosca morta dell'insicurezza dall'unguento
odoroso della libertà». Dieci anni dopo il reddito minimo garantito è entrato nel comune dibattito
politico ed è una causa sostenuta da Ed Miliband.
Bauman si è sempre interessato di politica: il suo primo scontro con l'autorità pubblica ebbe luogo
quando criticò il partito comunista polacco negli anni '50 per la sua burocrazia fossilizzante e la
spietata repressione degli oppositori. «La mia tesi era che il comunismo era animato solo dalla
necessità di restare al potere».
Un decennio di simili eresie gli guadagnò l'espulsione dal suo paese a danno della Polonia e a
beneficio dello Yorkshire. Oggi Bauman non mostra amarezza. È arrivato al punto di ignorare
l'articolo di una rivista polacca di destra che nel 2007 lo accusò di essere stato per un periodo al
soldo dei servizi segreti polacchi e di aver avuto parte nella purga degli oppositori politici del
regime.
«L'accusa si basa su un ragionamento deduttivo. Poiché da adolescente ero membro di un'unità
interna dell'esercito polacco devo necessariamente essere colpevole di qualcosa. Non c'è traccia di
prove. Semplicemente non è vero», dice Bauman.
Nonostante l'esperienza maturata in decenni di attività intellettuale Bauman non si pone volentieri
nel ruolo di vate, dice di non aver intenzione di "calcare i corridoi del potere" dispensando gemme
di saggezza. Augura successo al Labour e resta profondamente pessimista circa il tentativo del
governo di coalizione di dare un volto umano ai tagli alla spesa pubblica. «Ci siamo già passati con
Reagan e la Thatcher», ammonisce.
(Traduzione di Emilia Benghi)