1.

Campo elettrico

Il campo elettrico è un’entità vettoriale che può essere
- tempo-variante: ( ) , , , e x y z t

- tempo-invariante: ( ) , , E x y z

Prendiamo due cariche puntiformi
1
q (posta all’origine di un sistema di riferimento scelto
a piacere) e
2
q (ad una certa distanza r dalla prima): possiamo esprimere così la forza
attraente (se le cariche sono di segno opposto) o respingente (se le cariche hanno lo stesso
segno) che
1
q esercita su
2
q :
´ 1 2
2
0
4
r
q q
F i
r πε
=

Dove:
-
´
r
i è il versore che indica la cosiddetta direzione radiale;
-
0
ε è la costante dielettrica (detta anche permettività elettrica) del vuoto:
12
0
F
8,854 10
m
ε

= ⋅
- r è la distanza fra le due cariche.

Se invece prendo una carica sola (chiamiamola Q), posso caratterizzare il campo elettrico
che essa genera nelle vicinanze in questo modo:
( )
´
2
0
4
r
Q
e P i
r πε
=

1

(NOTA: il campo elettrico è funzione del punto in cui ci si pone ad “osservarlo”)
Le grandezze coinvolte sono quelle di prima, ma questa volta r è la distanza dalla carica Q
al punto P.
Una carica q che passasse vicino a Q sentirebbe una forza di attrazione/repulsione
(dipende sempre dai segni), detta forza di Coulomb, pari a
F qe =


Se ora elaboro la relazione trovata poco fa ottengo:

0 2
superficie
della sfera
4
Q
e d
r
ε
π
= =

La quantità d è chiamata (vettore di) induzione elettrica. Si noti che:
2
4 Q d r π = ⋅
e ciò significa che all’aumentare di Q aumenta l’induzione elettrica (così come
quest’ultima cala se aumentiamo r, cioè il raggio della sfera che ha come centro Q e uguale
d sulla sua superficie).

1
Esiste un modo alternativo per definire il campo elettrico, precisamente come grandezza che rappresenta la rapidità di
variazione della tensione. Tale grandezza è misurabile in V/m ed è proporzionale alla derivata dV/dl della tensione lungo
una certa linea l. d
d
l
V
e
l
= −

E se invece di una sfera prendiamo una superficie qualsiasi? La cosa è un pelo più difficile
(non abbiamo più la regolarissima e comoda sfera): tuttavia, se prendiamo un pezzettino
infinitesimo di tale superficie dS e chiamiamo
´
n
i il versore ad esso normale possiamo
tranquillamente esprimere il flusso attraverso questa superficie facendo un bel prodotto
scalare
´
d
n
d S i ⋅

Se poi integriamo su tutta la superficie S, quel che otteniamo è proprio la carica Q
´
d
n
S
d S i Q ⋅ =
∫∫

(integrale del flusso di d attraverso la superficie chiusa S)

2. Campo magnetico

Prendiamo un filo percorso da corrente, come in figura: se ci
mettiamo nella circonferenza, che in figura è tratteggiata e passa
per il punto P, sentiamo una forza (magnetica), pari a
( )
´
2
i
h P i
r
ϕ
π
=

dove:
- r è la distanza dal filo;
- i è la corrente che scorre nel filo;
-
´
iϕ è il versore tangente alla circonferenza e diretto secondo la
regola della mano destra.

Se agiamo come prima e elaboriamo l’espressione della forza
magnetica otteniamo:

( )
lunghezza
circonferenza
2 r h P i π =

Ecco un’importante differenza: mentre prima ragionavamo con un flusso (prodotto da un
vettore attraverso una superficie), ora ragioniamo con una circuitazione (prodotta da un
vettore lungo una linea chiusa). Come prima, tuttavia, generalizziamo il discorso e
prendiamo, invece che una circonferenza, una linea chiusa qualsiasi. Se chiamiamo:
- dl un infinitesimo trattino di questa linea;
-
ɵ
l
i il versore tangente a dl, sempre conforme alla regola della mano destra;
possiamo fare un’integrale di linea (integrale di circuitazione)
ɵ
d
l
l
h l i i ⋅ =

Il campo magnetico e quello elettrico sono intimamente legati; in particolare, il campo
magnetico è generato dalle cariche che si spostano (e la corrente altro non è se non un
movimento di cariche): prendiamo ad esempio una carica q che si sposta con velocità v

nelle vicinanze del filo di cui sopra. Su di essa si imprimerà una certa forza (forza di
Lorentz) pari a

0
b
F q v h µ
=
| |
|
= ×
|
\ ¹

in questa relazione:
-
0
h µ

= b

è il vettore di induzione magnetica e
0
µ la permeabilità magnetica nel vuoto
7
0
H
4 10
m
µ π

= ⋅

3. Densità di carica e densità di corrente

Ignoriamo per ora la natura corpuscolare delle cariche e interpretiamo correnti e cariche
come quantità distribuite e uniformi. La densità di carica volumetrica si esprime in questo
modo:
( )
3
d C
d m
q
P
V
ρ

=


ɶ
dove dq è la quantità infinitesima di carica presente all’interno del volumetto dV .
È ovvio che tale quantità non rappresenta un campo vettoriale (dove sta il verso? E la
direzione che c’entra?) e che si tratta, bensì, di campo scalare. Si parla di campo vettoriale
se invece queste cariche hanno una velocità v(P) [ = velocità della carica nel punto P] e si
definisce, di conseguenza, la densità di corrente come:
( ) ( ) ( ) j P P v P ρ =

ɶ
Prendiamo ora una superficie infinitesima dS e uno “sciame” di cariche che attraversano
queste superficie (poniamo, per semplicità, che in tale primo caso attraversino la superficie
con una velocità v

perpendicolare a quest’ultima). La quantità dq di carica che
attraverserà dS nel tempo dt sarà:
d d d q j t S =
(il segno di vettore, in questo caso, si può omettere visto che d v S ⊥

)
Volendo, manteniamo esplicitato il termine densità di corrente:

d d d
j
q v t S ρ =

ɶ
E dividiamo da entrambe le parti per dt:

d
d d
d
j
q
i v S
t
ρ = =

ɶ
Anche qui compare il concetto di flusso: la corrente è infatti il flusso del vettore densità di
corrente attraverso una certa superficie S.
Possiamo generalizzare questa relazione:
- prima “complicazione”: v ⊥

dS . In tal caso non cambia più di tanto, basta inserire
un simpatico prodotto scalare

d
ˆ
d d
d
n
j
q
i v i S
t
ρ = = ⋅

ɶ
(
´
n
i è il versore normale a dS)
- seconda “complicazione”: la superficie S è qualsiasi e non più infinitesima.
Dobbiamo ricorrere alla notazione differenziale:
ˆ
d
n
S
j i S i ⋅ =
∫∫

 FLUSSO
In questo caso i è la corrente che attraversa tutta la superficie S (NB: è una superficie
aperta!)

4. Forza generalizzata di Lorentz
2


Prendiamo un volume V, all’interno del quale abbiamo un campo elettrico e

e un campo
magnetico h

generici. Immaginiamo che un filo, lungo il quale scorre una carica q, passi
attraverso questo volume e chiamiamo v

la velocità che la carica ha all’interno del filo.
La forza totale che subirà questa particella sarà:
( )
0
F q e v h µ = + ×


(forza generalizzata di Lorentz)
In questa espressione si tiene conto di e

e di h

, della velocità v

, etc… Insomma, è tutto
ben contemplato! Ora portiamo questa formula nella dimensione del molto (ma molto)
piccolo e differenziamo, ottenendo:
( )
0
d d
d d
F q
e v h
V V
µ = + ×

Otteniamo così la densità della forza generalizzata di Lorentz:
( )
0 0
f e v h e v h e j b ρ µ ρ ρ µ ρ = + × = + × = + ×

ɶ ɶ ɶ ɶ
3

Tale forza provoca uno spostamento di cariche e, di conseguenza, una certa densità di
corrente. Si ha infatti che:
j f j e ∝ ⇒ ∝

(a regime)
j e ∝

è detta equazione del trasporto e si esprime in questa maniera:
C
j e σ ∝


In tale espressione:
-
C
j

è la densità di corrente di conduzione, così chiamata per distinguerla da altre
correnti generate per diversa via (ad es. tramite fenomeni elettrochimici);
- σ è la conducibilità elettrica del mezzo, e si misura in
S
m


.

5. Elettromagnetismo macroscopico: equazioni di Maxwell integro-differenziali

L’elettromagnetismo macroscopico riguarda i fenomeni di tipo elettromagnetico che
“possiamo vedere”, ignorando le proprietà corpuscolari della materia e semplificando lo
scenario con l’uso di grandezze continue. Esso si fonda su alcuni importanti postulati:

2
NOTA: Da qui in avanti potremo trovare queste forme alternative per i campi elettrici e magnetici (introdotte solo per
comodità di notazione):
0
b h µ =

,
0
d e ε =


3
Spesso, nei casi di interesse, il termine j b ×

è trascurabile e dunque f e ρ

ɶ ∼
- esiste una densità di carica
( )
3
d C
,
d m
q
P t
V
ρ

=


ɶ in modo che valga la seguente
relazione:
( ) , d
V
Q P t V ρ =
∫∫∫
ɶ
- esiste una densità di forza di Lorentz, che è un campo vettoriale:
( ) ( ) ( ) ( ) ( ) , , , , , f P t P t e P t j P t b P t ρ = + ×

ɶ
- vale il principio della conservazione della carica (elettrica): in un sistema isolato è
infatti costante la carica elettrica;
- valgono le equazioni integro-differenziali di Maxwell. Tramite queste ultime e
importantissime leggi le grandezze elettromagnetiche sono tutte legate fra loro.

Esaminiamo in maniera approfondita l’ultimo punto (equazioni di Maxwell):
- prima equazione: prendiamo una superficie chiusa S, con versore ad essa normale
´
n
i , e – al suo interno – densità di carica ρɶ , campo elettrico e

e campo magnetico h

(generici). Ricordando che
0
b h µ =

e
0
d e ε =

, si ha che
´
d d
n
S V
d i S Q V ρ ⋅ = =
∫∫ ∫∫∫

ɶ

- seconda equazione: essa esprime l’inesistenza delle cariche magnetiche visto il fatto
che le linee del campo magnetico sono sempre chiuse su sé stesse.
´
d 0
n
S
b i S ⋅ =
∫∫

(NOTA: il risultato di prima, col campo elettrico, era invece pari a Q ed –
effettivamente – le cariche elettriche esistono)
- terza equazione: la terza equazione riguarda la circuitazione del campo
magnetico. Prendiamo una superficie S, con versore ad essa normale
´
n
i , e una linea
chiusa l ad essa concatenata (“un suo bordo”, tanto per intenderci) la quale ha a sua
volta versore tangente
ɵ
l
i . Allora si ha che:
d
ˆ ˆ ˆ
d d d
d
l n n
l S S
h i l d i S j i S
t
⋅ = ⋅ + ⋅
∫ ∫∫ ∫∫

Si noti che, in questa equazione,
C I
j j j = +

dove:
-
C
j

è la densità di corrente di conduzione. Si esprime così:
C
j e σ =

;
-
I
j

è la densità di corrente impressa.
- quarta equazione: la quarta equazione di Maxwell è fatta così:
ɵ ´
d
d d
d
l n
l S
e i l b i S
t
⋅ = − ⋅
∫ ∫∫

Il risolvere il sistema fatto di queste quattro equazioni costituisce un problema di Maxwell.
Tuttavia, ai fini del calcolo, queste equazioni sono molto scomode, riferendosi a varietà n-
dimensionali nello spazio. Troviamo quindi le equazioni di Maxwell nella forma
differenziale, facendo in modo che valgano punto per punto (e siano comode per i calcoli).

6. Equazioni di Maxwell in forma differenziale

Per illustrare queste equazioni è necessario introdurre due importanti teoremi:
- teorema di Gauss (o della divergenza): prendiamo un volume V (versore normale
´
n
i ) racchiuso da una superficie chiusa S. Allora:
´
d d
n
V S
A V A i S ∇ = ⋅
∫∫∫ ∫∫

(volume superficie)
- teorema di Stokes (o del rotore): prendiamo una superficie aperta S e una linea l
ad essa concatenata (ad esempio: la superficie è un vaso e la linea è il bordo
dell’imboccatura).
´
n
i è il versore normale ad S e
ɵ
l
i il versore tangente ad l. Allora:
( )
´ ɵ
d d
n l
S l
A i S A i l ∇× ⋅ = ⋅
∫∫ ∫

(superficie linea)

Fatte quindi le opportune premesse teoriche, passiamo alle equazioni di Maxwell:
- prima equazione: prendo la (quarta) equazione di prima
ɵ ´
d
d d
d
l n
l S
e i l b i S
t
⋅ = − ⋅
∫ ∫∫

e faccio collassare la linea l e la superficie S in un punto P che mi interessa, allora
ottengo:
ɵ
( )
´ ´
Stokes
*
*
d
d d d
d
l n n
l S S
e i l e i S b i S
t
⋅ = ∇× ⋅ = − ⋅
∫ ∫∫ ∫∫

.
.

( )
´
d
n
e i S ∇× ⋅

´
d
d
d
n
b i S
t
= − ⋅

e b
t

∇× = −



- seconda equazione: ripeto il ragionamento fatto, questa volta con la terza
equazione di prima:
d
ˆ ˆ ˆ
d d d
d
l n n
l S S
h i l d i S j i S
t
⋅ = ⋅ + ⋅
∫ ∫ ∫

( )
Stokes
d d
ˆ ˆ ˆ ˆ ˆ
d d d d d
d d
l n n n n
l S S S S
h i l h i S d i S j i S d j i S
t t
| |
⋅ = ∇× ⋅ = ⋅ + ⋅ = + ⋅
|
\ ¹
∫ ∫∫ ∫∫ ∫∫ ∫∫

d
h j
t

∇× = +

- terza equazione: prendo la (prima) equazione in forma integro-differenziale…
´
d d
n
S V
d i S Q V ρ ⋅ = =
∫∫ ∫∫∫

ɶ

… applico il teorema di Gauss …
Gauss
ˆ
d d d
n
S V V
d i S d V V ρ ⋅ = ∇ =
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

ɶ

… e faccio collassare la superficie S in un punto P che mi interessa (così gli integrali
scompaiono), allora ottengo:
d d d V V ρ ∇ =

ɶ
d ρ ∇ =

ɶ
- quarta equazione: si attua un procedimento analogo alla terza equazione,
applicandolo alla seconda equazione integro-differenziale
´
d 0
n
S
b i S ⋅ =
∫∫

´
Gauss
d d 0
n
S V
b i S b V ⋅ = ∇ =
∫∫ ∫∫∫

0 b ∇ =

7. Risoluzione di un problema di Maxwell

Supponiamo di voler risolvere un problema di Maxwell all’interno di un volume V racchiuso
da una superficie S.
Prendiamo la terza equazione di Maxwell in forma puntuale:
d ρ ∇ =

ɶ
Deriviamo!
0 d d
t t t t
ρ ρ
∂ ∂ ∂ ∂
∇ = ⇒ ∇ − =
∂ ∂ ∂ ∂

ɶ ɶ
Poi tiriamo in causa la seconda equazione (sempre in forma puntuale):
d
h j
t

∇× = +

Applichiamo il gradiente ambo le parti e sostituiamo il risultato trovato qui d
t t
ρ
∂ ∂
∇ =
∂ ∂

ɶ
nell’ultima relazione scritta:
( )
0 per definizione
0 h j j
t t
ρ ρ
=
∂ ∂ | |
∇ ∇× = ∇ + = ∇ + ∇ =
|
∂ ∂
\ ¹

ɶ ɶ
.

L’equazione 0 j
t
ρ

∇ + ∇ =

ɶ è detta di continuità, in quanto esprime il fatto che, ad una
certa quantità di corrente uscente, corrisponde un calo di carica.

Non è sempre necessario risolvere completamente il problema di Maxwell: si può
circoscrivere la ricerca ad alcuni casi particolari o ad alcune sezioni. Prendiamo ad
esempio la formulazione della densità di forza di Lorentz:
( ) ( ) ( ) ( ) ( )

0
, , , , ,
b
f P t P t e P t j P t b P t e v h ρ ρ µ
| |
|
= + × = + ×
|
\ ¹

ɶ ɶ
La forza di Lorentz è dovuta ad uno spostamento di cariche (velocità v

, densità di carica
ρɶ ); essa compie il lavoro dL e quindi genera una potenza. Proviamo a calcolare la quantità
infinitesima di lavoro compiuto in una sezione di spazio V e in un periodo di tempo dt.

0
prodotto
scalare
d d d d d d
V V
b
L P t f v V t e v h v V t ve v b v ρ µ ρ ρ
| |
| |
| |
|
| |
= = ⋅ = + × ⋅ = + × ⋅
|
| |
|
\ ¹ \ ¹
\ ¹
∫∫∫ ∫∫∫



ɶ ɶ ɶ d d
V
V t =
∫∫∫

d d
V
j e V t = ⋅
∫∫∫

Se quindi divido per dt da entrambe le parti ottengo:
d d
d
d
d d
V
V
j e V t
L
P j e V
t t

= ⇒ = ⋅
∫∫∫
∫∫∫

Abbiamo fra le mani la potenza istantanea legata alla forza di Lorentz o, se vogliamo, alla
densità di corrente. Ora scomponiamo la densità di corrente j

nelle sue due parti
caratteristiche:
C I
j j j = +


( ) ( )
2
termine legato alle
termine legato alla
correnti impresse
conduzione
(es. forze elettrochimiche)
d d d d d
C I I I
V V V V V
e
P j e V j j e V e j e V e e V j e V σ σ = ⋅ = + ⋅ = + ⋅ = ⋅ + ⋅
∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

.
.

Notiamo, come si vede in calce:
- che c’è un primo termine legato alla conduzione;
- che c’è un secondo termine legato alle correnti impresse, che è quella parte di
potenza che l’esterno fornisce al sistema elettromagnetico in questione (potenza
negativa [entrante], in contrasto con la potenza positiva [uscente] che il sistema e.m.
fornisce all’ambiente circostante).

Supponiamo ora che il volume V in cui abbiamo fatto le nostre considerazioni sia
contornato da una superficie S, e proviamo ad estendere S (e dunque anche V) all’infinito.
A quanto è pari il valor medio della potenza impressa?
Potenza impressa d
i I
V
P j e V = ⋅
∫∫∫

Si può dimostrare che (per ragioni legate alla termodinamica) la quantità posta sotto il
segno di limite è sempre inferiore di zero e, cioè, che
1
lim d d 0 sempre
i I
T
T V
P j e V t
T

→∞
| |
= − ⋅ ≥ |
|
\ ¹
∫ ∫∫∫

Ciò vuol dire che nel nostro sistema c’è sempre della potenza “negativa”, e ciò significa
che c’è per forza della potenza impressa (e quindi entrante). Ma non solo: se manteniamo
le ipotesi di sistema infinitamente esteso, ammettendo che è necessario che la potenza
complessiva sia positiva per mantenere il campo, allora possiamo dire che
2
d d 0
I
V V
e V j e V σ + ⋅ >
∫∫∫ ∫∫∫

( )
1
lim d d
i I
T
T V
V
P j e V t
T

→∞
→∞
| |
= ⋅ |
|
\ ¹
∫ ∫∫∫

2
questo termine è certamente se questo è sicuramente
maggiore di zero maggiore o uguale a zero
d d
I
V V
e V j e V σ > − ⋅
∫∫∫ ∫∫∫

. .

Il primo elemento di questa equazione rappresenta potenza che il sistema fornisce
all’esterno (ad esempio irraggiamento di calore per effetto Joule).

Tornando alla densità di corrente impressa, è generalmente possibile scrivere:
( ) ( ) s u
i i i
j j j = +


In questa formula:

( ) s
i
j

corrente impressa dovuta alle sorgenti del sistema (definita sempre minore
di zero e quindi veramente entrante);

( ) u
i
j

corrente impressa dovuta all’utilizzatore del sistema (definita sempre
uscente e quindi positiva).

La densità di corrente di cui fin’ora abbiamo fatto uso ha come dimensione
2
A
m



: infatti,
se prendiamo una superficie qualunque dS [versore normale
ˆ
n
i ] attraverso la quale
passano con velocità v

(orientata come j

) alcune cariche che formano la corrente i, allora
si definisce
ˆ
d d
n
i j i S = ⋅

(flusso)
[ ]
2
2
A
A = m
m





Risulta però possibile definire altri tipi di densità di carica e di densità di corrente.

8. Densità di carica / di corrente superficiale e la densità di carica lineare

Oltre alla densità di carica e di corrente nello spazio tridimensionale esistono:
- densità di carica superficiale: la densità di carica superficiale ha come simbolo
S
ρɶ e si
misura in
2
C
m



. Possiamo immaginarla sforzandoci di visualizzare una superficie
S sulla quale le cariche possono muoversi (senza lasciarla). Se le cariche sulla
superficie si spostano con una velocità v

, allora possiamo definire la…
- densità di corrente superficiale: la densità di carica superficiale ha come simbolo
S
j

e
si misura in
A
m



. Per capire come mai si abbia questo risultato, bisogna fare un
ragionamento analogo a quello del paragrafo 7: se immaginiamo di avere una linea
qualunque dl [versore normale
ˆ
n
i ], giacente sulla superficie dS, attraverso la quale
passano con velocità v

(orientata come j

) alcune cariche che formano la corrente i,
allora si definisce
ˆ
d d
S n
i j i l = ⋅

(flusso “bidimensionale”)
[ ] [ ]
A
A = m
m





- densità di carica lineare: la densità di carica lineare ha come simbolo
L
ρɶ e si misura
in
C
m



. Possiamo immaginarla sforzandoci di visualizzare una linea l (ad es. un
cavo) sul quale scorrono, senza lasciarlo, delle cariche.
NOTA: non ha senso definire la densità di corrente lineare, perché non esiste. Essa è
semplicemente una corrente.

1. Continuità dei campi su una superficie di interfaccia: componenti normali

Prendiamo due regioni adiacenti di spazio,
separate fra loro da una superficie di interfaccia
(per esempio piatta, come in figura, e con versore
normale
ˆ
n
i ). Immaginiamo di intersecare a
questa superficie un cilindretto alto dl con le due
basi (entrambe aventi area pari a ε ∆ ) parallele
alla superficie di interfaccia. Sia dV il volume del
cilindretto, dS la sua superficie laterale e
S
ρ la densità di carica (superficiale) sulla
superficie di interfaccia. Dato questo problema, che relazioni fra i campi impongono le
relazioni di Maxwell?

Facciamo tendere l’altezza dl del cilindretto a zero, così che le sue due facce vadano
(quasi) a coincidere con la superficie di interfaccia, ma facendo in modo che la faccia
superiore senta ancora il campo elettrico presente nel semispazio superiore (semispazio 2)
e la faccia inferiore quello del semispazio sottostante (semispazio 1).
Allora l’integrale di flusso che si potrebbe scrivere nei confronti di tale superficie degenera
in un prodotto scalare:
- la parte riguardante la superficie laterale non la consideriamo neanche, in quanto
la carica superficiale depositata sulla superficie d’interfaccia genererà linee di forza
parallele a dS;
- è invece presente un duplice contributo offerto dalle basi (versore normale alla
base superiore =
ˆ
n
i , lo stesso, cioè, della superficie di interfaccia; versore normale
alla base inferiore =
ˆ
n
i − ).
Il flusso è dunque pari a:
( ) ( ) 2 1 2 1
ˆ ˆ ˆ
n n n
d i d i d d i ε ε ε ⋅ ∆ + ⋅ − ∆ = − ⋅ ∆


(NOTA:
2
d

è il campo elettrico percepito nel semispazio 2,
1
d

è il campo elettrico
percepito nel semispazio 1)
Ora prendiamo la seguente legge (terza di Maxwell in forma differenziale):
flusso
Gauss
ˆ
d d d
n
S V V
d i S d V V ρ ⋅ = ∇ =
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

ɶ

Se, come abbiamo detto primo, facciamo degenerare l’altezza dl del cilindro a zero,
otteniamo che

d del
cilindretto
d d
V
V
V l ρ ρ ε = ∆
∫∫∫
ɶ ɶ passaggio al limite

d 0
d del
cilindretto
lim d
S
l
V
l ρ ε ρ ε

∆ = ∆ ɶ ɶ
Dunque eguagliamo il flusso trovato con il prodotto scalare e quello ricavato con le
equazioni di Maxwell:
( )
2 1
ˆ
S n
d d i ρ ε ε ∆ = − ⋅ ∆

ɶ
( )
2 1
ˆ
S n
d d i ρ = − ⋅

ɶ
Se chiamiamo
1 2
e
n n
d d le componenti normali del vettore d’induzione elettrica sulla
superficie di interfaccia la relazione appena scritta diventa:
n n
2 1 S
d d ρ = + ɶ
Dunque, in assenza di carica superficiale, le componenti normali sono continue:
n n
2 1
d d =
Si tenga presente che ciò non significa che il campo elettrico sia continuo attraverso la
superficie d’interfaccia: dalla relazione seguente

n n
1 2
n n n n
1 2 1 1 2 2
d d
d d e e ε ε = ⇒ =

si capisce che solo se i due materiali presenti nei due sottospazi sono uguali (cioè se hanno
lo stesso coefficiente
1 2
ε ε ε = = ) allora pure il campo elettrico e ha componenti normali
continue.
Un analogo ragionamento può essere fatto per i campi magnetici: con un procedimento
simile si ottiene la continuità del vettore di induzione magnetica nelle sue componenti
normali, peculiarità espressa nella forma
n n
2 1
b b =
Anche questo non significa che i campi magnetici, nelle loro componenti normali, siano
continui:

n n
1 2
n n n n
1 2 1 1 2 2
b b
b b h h µ µ = ⇒ =

ciò avviene, infatti, solo se
1
µ e
2
µ sono uguali (e cioè se il materiale è lo stesso).
NOTA: se, avendo la componente normale del campo, voglio trovare quella tangente,
posso fare così
( )
t
ˆ ˆ
n n
e i e i = × ×

Tale equazione, nel semplice caso bidimensionale, diventa:
t
sin e e ϑ =

2. Continuità dei campi su una superficie di interfaccia: componenti tangenti

Il caso è simile ma non coincide con quello
precedente. Abbiamo questa volta una
piccolissima superficie ∆Σ (aperta e
praticamente piatta), alta l ∆ e larga a ∆ (è
evidente che si ha allora: ∆Σ l a = ∆ ∆ ) la quale si
interseca perpendicolarmente con la superficie
di interfaccia. Definiamo alcuni versori notevoli:
-
ˆ
n
i = versore normale alla superficie di
interfaccia (e parallelo alla superficie ∆Σ);
-
ˆ
t
i = versore tangente alla linea
d’intersezione fra le superfici;
-
ˆ
b
i = versore normale alla ∆Σ, formante
una terna ortogonale con
ˆ
n
i e
ˆ
t
i .
ˆ ˆ ˆ
n t b
i i i = ×
Ricordiamoci ora di un’altra equazione di Maxwell (prima in forma differenziale).
ɵ ´
d d
l n
l S
e i l b i S
t

⋅ = − ⋅

∫ ∫∫

(circuitazione derivata temporale di un flusso)

Anche questa volta distinguiamo fra il semispazio superiore
(numero 2) e inferiore (numero 1) e facciamo tendere l ∆ a zero:
possiamo dunque scrivere che, al limite, l’equazione di Maxwell scritta sopra diventa
( )
´
2 1
0
ˆ
lim d
t b
l
a e e i b i
t
∆ →
∆Σ


∆ − = − ⋅ Σ



∫∫

(NOTA: in questo caso il vettore normale alla linea l, ovvero l’
´
n
i delle equazioni di
Maxwell è
´
b
i . Non si faccia confusione!)
Il primo dei due termini di questa equazione
( )
2 1
ˆ
t
a e e i ∆ −
è la circuitazione concatenata (circuitazione calcolata sulla linea a ∆ in cui si intersecano le
due superfici): il segno meno davanti a
1
e indica il fatto che nel mezzo 1 c’è un verso di
calcolo opposto rispetto a quello del mezzo 2 (il segno della circuitazione dipende dal
verso, ce lo ricordiamo, vero?).
Il secondo termine, quello più simile alla formulazione originale di Maxwell, diventa
invece:
´ ´
0 0
lim d lim 0
b b
l l
b i b i l a
t t
∆ → ∆ →
∆Σ

∂ ∂

− ⋅ Σ = − ⋅ ∆ ∆ =


∂ ∂

∫∫


Quindi significa che
( )
2 1
ˆ
0
t
a e e i ∆ − =
Ricordiamoci ora della terza equazione di Maxwell in forma integro-differenziale (ma
ignoriamo per ora la presenza di correnti superficiali). In pratica, ripetiamo il
ragionamento per il campo magnetico:
d
ˆ ˆ ˆ
d d d
d
l n n
l S S
h i l d i S J i S
t
⋅ = ⋅ + ⋅
∫ ∫∫ ∫∫

(NOTA: anche in questo caso il vettore normale alla linea l,
ovvero l’
´
n
i delle equazioni di Maxwell, è
´
b
i )
ˆ
d d
l b
l
h i l d
t
∆Σ

⋅ = Σ

∫ ∫∫

(NOTA:
b
d

è la componente del vettore di induzione elettrica lungo la direzione di
ˆ
b
i . In
questo modo possiamo “abbreviare” la notazione del prodotto scalare)
( ) ( ) 2 1
0 0
ˆ
lim lim 0
t b b
l l
a h h i d l a j l a
t
∆ → ∆ →

∆ − = ∆ ∆ = ∆ ∆ =



(NOTA:
b
j

è la componente del vettore densità di corrente lungo la direzione di
ˆ
b
i )
Quindi è nulla sia la circuitazione concatenata del campo elettrico che quella del campo
magnetico. Considerando invece la presenza di correnti superficiali, il termine riguardante
il campo magnetico non va banalmente a zero, come abbiamo appena dimostrato. Infatti:
ˆ ˆ ˆ
d d d
l b b b
l
h i l d i J i
t
∆Σ ∆Σ

⋅ = ⋅ Σ + ⋅ Σ

∫ ∫ ∫

( ) 2 1
0
ˆ
lim d d
t b b
l
a h h i d j
t
∆ →
∆Σ ∆Σ


∆ − = Σ + Σ



∫ ∫


( ) ( )

2 1
0 0
superf.
0
ˆ
lim lim
t b b Sb
l l
a h h i d l a j l a j a
t
∆ → ∆ →
=

∆ − = ∆ ∆ + ∆ ∆ = ∆


.

Per la continuità delle componenti tangenti dei campi abbiamo quindi ottenuto due
equazioni importanti:
( )
( )
2 1
2 1
ˆ
0
ˆ
t
t Sb
a e e i
h h i j
¦
∆ − =
¦
´
− =
¦
¹

Se non abbiamo a disposizione le componenti tangenti, posso usare il trucchetto del
prodotto vettoriale e sfruttare il fatto che
ˆ ˆ ˆ
, e
n t b
i i i formano una terna cartesiana
ortogonale:
ˆ ˆ ˆ
n t b
i i i = ×
ˆ ˆ ˆ
t n b
i i i = ×
Posso poi utilizzare la proprietà di circolazione (permutazione ciclica) del prodotto misto:
⋅ × = ⋅ × = ⋅ × u v w w u v v w u
Dunque nelle nostre due equazioni…
( )
( )
2 1
2 1
ˆ
0
ˆ
t
t Sb
a e e i
h h i j
¦
∆ − =
¦
´
− =
¦
¹

… sostituiamo
ˆ ˆ ˆ
t n b
i i i = × …
( )
( )
2 1
2 1
ˆ ˆ
0
ˆ ˆ
n b
n b Sb
a e e i i
h h i i j
¦
∆ − ⋅ × =
¦
´
− ⋅ × =
¦
¹

… e infine applichiamo la permutazione ciclica alla seconda equazione:
( )
( )
2 1
2 1
ˆ ˆ
0
ˆ ˆ ˆ
n b
Sb n b S b
a e e i i
j i h h i j i
¦
∆ − ⋅ × =
¦
´


= × − ⋅ = ⋅
¦

¹

Tutto questo significa che (semplificando
ˆ
b
i nella seconda equazione):
( )
( )
2 1
2 1
ˆ ˆ
0
ˆ
n b
n S
a e e i i
i h h j
¦
∆ − ⋅ × =
¦
´
× − =
¦
¹

Altra regolina (già sfruttata nel paragrafo precedente): è possibile trovare la componente
tangente di un vettore utilizzando un doppio prodotto scalare con il vettore normale
ˆ ˆ
t n n
i i = × × a a
Quindi, se nella seconda equazione facciamo un ulteriore prodotto scalare con
´
n
i :
( )
2 1
ˆ ˆ ˆ
n n S n
i h h i j i × − × = ×


Distribuiamo il prodotto vettoriale e otteniamo le componenti tangenti di
2
h

e
1
h

2 1
ˆ ˆ ˆ ˆ ˆ
n n n n S n
i h i i h i j i × × − × × = ×


t t
2 1
ˆ
S n
h h j i − = ×

t t
2 1
ˆ
S n
h h j i = + ×

Abbiamo ottenuto che le componenti tangenti del campo magnetico sono continue a meno
di un contributo di corrente superficiale.
Una volta giunti a questo importante risultato, possiamo applicare lo stesso identico
ragionamento con la prima equazione del sistema scritto poco fa.
Otteniamo che, per il campo elettrico
t t
2 1
e e =
le componenti tangenti sono sempre continue.

2. Continuità su una superficie di interfaccia: densità di corrente

Prendiamo la solita superficie di interfaccia
che separa due semipiani (versori normali:
ˆ
n
i
[mezzo 2] e
ˆ
n
i − [mezzo 1]); prendiamo una
carica Q e immaginiamola tutta localizzata
all’interno di un cilindretto intersecato con la
superficie di cui sopra (le basi del cilindretto
sono paralleli ad essa). Poniamo inoltre
l’altezza del cilindretto pari a l ∆ .

Ricordiamoci ora della prima equazione di Maxwell in forma integro-differenziale:
Gauss
ˆ
d d d
n
S V V
d i S d V V Q ρ ⋅ = ∇ = =
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

ɶ

(NOTA: sfruttiamo la relazione d ρ ∇ =

ɶ . In questo caso – lo ricordiamo – la Q presente
nell’equazione è la carica dentro il cilindretto)
Dopodiché deriviamo da entrambe le parti:
ˆ
d d
n
S V
d i S V
t t
ρ
∂ ∂
⋅ =
∂ ∂
∫∫ ∫∫∫

ɶ

ˆ
d d
n
S V
j i S V
t
ρ

⋅ =

∫∫ ∫∫∫

ɶ

Ora portiamo l’altezza l ∆ del cilindro verso lo zero (in questo modo vanno a zero anche il
volume e la superficie, così scompaiono gli integrali): la densità di carica ρɶ (volumica)
diventa
S
ρɶ (superficiale), così come superficiale (
S
j

) diventa anche la densità di
corrente. Abbiamo così applicato un metodo simile per ricavare l’equazione di continuità
esaminata nel capitolo 1 (basta applicare la divergenza da entrambe le parti):
0 j
t
ρ

∇⋅ + ∇⋅ =

ɶ j
t
ρ

∇⋅ = − ∇⋅

ɶ
Quello che nel capitolo 1 non avevamo fatto è invece il contemplare la superficie di
interfaccia: quello che si ha in questo caso specifico è che, fatto collassare il cilindretto e
considerate quindi le sole componenti normali, otteniamo
S
S
j
t
ρ ∂
= −

ɶ

n n
2 1
S
j j
t
ρ ∂
− = −

ɶ


1. Il problema della dipendenza dal tempo e i fasori (vettori complessi rappresentativi)

Le equazioni che abbiamo visto fin’ora sono equazioni differenziali che collegano
variazioni temporali e spaziali delle varie quantità del campo in un punto dello spazio. Per
quanto riguarda la dipendenza dal tempo, è interessante notare che – nell’ambito delle
telecomunicazioni – spesso tali quantità variano (nel tempo, appunto), in maniera
sinusoidale. Come per i circuiti, dunque, anche nella teoria delle onde conviene
rappresentare le grandezze che variano in modo sinusoidale (campi elettrici, campi
magnetici, etc…) con delle quantità complesse.

L’artificio teorico che ci permette di effettuare la trasformazione
grandezze sinusoidali che variano nel tempo numeri complessi
è la cosiddetta trasformata di Steinmetz.

Un qualunque numero complesso può essere scritto tramite una grandezza chiamata
modulo (che indica “quanto è lungo” il vettore identificato dal numero complesso sul piano
di Gauss) e una chiamata argomento, che identifica l’angolo che il vettore complesso forma
con l’asse positivo reale (sempre nel piano di Gauss). Se Z è un qualsiasi numero
complesso allora, sfruttando la ben nota identità di Eulero
cos sin
j
e j
α
α α
±
= ±
possiamo sempre scrivere

argomento
arg
modulo
j Z
Z Z e =

Un fasore è un numero complesso fatto di vettori:
parte reale
parte immaginaria
r
r i
i
A
A A jA
A
¦

¦
= +
´

¦
¹

Interessante è osservare che, una volta che una quantità vettoriale tempo-variante è stata
trasformata in un numero complesso (fasore) grazie a Steinmetz, allora la dipendenza dal
punto permane, quella dal tempo scompare.

Passiamo ora al nostro caso di interesse. Come sappiamo, il campo elettrico può essere
espresso come funzione del raggio-vettore r

(che indica la posizione del punto in cui
facciamo la rilevazione rispetto all’origine del sistema di riferimento scelto) e del tempo t
(se il campo è tempo-variante).
Campo elettrico
( )
, e r t


Dividiamo ora un generico campo elettrico
( )
, e r t

nelle sue componenti x, y e z…
( ) ( ) ( ) ( )
ˆ ˆ ˆ
, , , ,
x x y y z z
e r t e r t i e r t i e r t i = + +


… e immaginiamo che il campo elettrico varî in maniera sinusoidale:
( )
( ) ( ) ( )
( )
( ) ( ) ( )
( )
( ) ( ) ( )
( )
, , ,
ˆ ˆ ˆ
, cos cos cos
y x z
e r t e r t e r t
xn x x yn y y zn z z
e r t E r t r i E r t r i E r t r i ω ϑ ω ϑ ω ϑ = + + + + +





Ora sfruttiamo la trigonometria:
( ) cos cos cos sin sin a b a b a b + = −
E raccogliamo tutti i termini che fanno riferimento a cos t ω o a sin t ω


Quella che abbiamo ottenuto è la somma di due vettori reali (o, meglio, campi vettoriali
reali tempo-invarianti):
( )

ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
, cos sin
xn x x xn x x
yn y y yn y y
zn z z zn z z
E i E i
E i E i
E i E i
r i
e r t E t E t
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ω ω
+ +
+ +
= −


Il fasore E

associato al campo elettrico
( )
, e r t

può essere espresso attraverso questi due
vettori (che dipendono solo dal punto):
( ) ( ) ( )
r i
E r E r jE r = +


Oppure, se decidiamo di separare le varie componenti, in questo modo:
( )
( ) ( ) ( )
ˆ ˆ ˆ
cos sin cos sin cos sin
y
x z
E
E E
xn x x x yn y y y zn z z z
E r E j i E j i E j i ϑ ϑ ϑ ϑ ϑ ϑ = + + + + +

ˆ ˆ ˆ
x x y y z z
E E i E i E i = + +

Ovverosia si ha che:
x
y
z
j
xn x
j
yn y
j
zn z
E e E
E e E
E e E
ϑ
ϑ
ϑ
¦ =
¦
¦
=
´
¦
=
¦
¹

(ricordiamoci che, per Eulero: cos sin
j
e j
α
α α
±
= ± )

E se io volessi “tornare indietro”, da E

ad e

? Si usa l’antitrasformata di Steinmetz:
( )
( )
{ }
, Re
j t
e r t E r e
ω
= ⋅



(il campo elettrico tempo-variante è ovviamente reale)

Il campo elettrico non è la sola quantità che può essere tramite fasori: possiamo fare la
stessa cosa con la densità di carica (funzione del punto e del tempo, con andamento
sinusoidale)
( ) ( ) , cos
n
P t t ρ ρ ω ϑ = + ɶ
( ) cos sin cos sin
r i
j
n n r i n n
j j j e
ϑ
ρ ρ
ρ ρ ϑ ρ ϑ ρ ρ ρ ϑ ϑ ρ = + = + = + =
. .

(nota: c’è tempo invarianza. L’informazione sul tempo viene “inglobata”
nella natura di numero complesso)
Anche qui, se voglio tornare al caso tempo-variante:
( ) { }
, Re
j t
P t e
ω
ρ ρ = ɶ
( )
ˆ ˆ ˆ ˆ ˆ ˆ
, cos cos cos cos sin sin sin sin
xn x x yn y y zn z z xn x x yn y y zn z z
e r t E i E i E i t E i E i E i t ϑ ϑ ϑ ω ϑ ϑ ϑ ω

= + + − + +



2. Equazioni di Maxwell con i fasori

Ricordiamoci delle equazioni di Maxwell in forma puntuale (o differenziale):
- prima equazione: e b
t

∇× = −



- seconda equazione:
d
h j
t

∇× = +

con
- terza equazione: d ρ ∇ =

ɶ
- quarta equazione: 0 b ∇ =

Sfruttiamo l’antitrasformata di Steinmetz per esprimere con i fasori:
- il campo elettrico:
{ }
Re
j t
e E e
ω
=


- il campo magnetico:
{ }
Re
j t
h H e
ω
=


- l’induzione elettrica:
{ }
Re
j t
d D e
ω
=


- l’induzione magnetica:
{ }
Re
j t
b B e
ω
=


- la densità di corrente:
{ }
Re
j t
j J e
ω
=


- la densità di carica
{ }
Re
j t
e
ω
ρ ρ = ɶ
E inseriamo il tutto nelle equazioni di Maxwell:
- prima equazione:
{ } { }
Re Re
j t j t
E e B e
t
ω ω

∇× = −



- seconda equazione:
{ } { } { }
Re Re Re
j t j t j t
H e D e J e
t
ω ω ω

∇× = +



- terza equazione:
{ } { }
Re Re
j t j t
D e e
ω ω
ρ ∇⋅ =

- quarta equazione:
{ }
Re 0
j t
B e
ω
∇⋅ =

Ora portiamo dentro gli operatori ∇ e
t


(NOTA: derivare, in questo caso, significa
moltiplicare per jω ).
- prima equazione:
( ) { } { }
Re Re
j t j t
E e j B e
ω ω
ω ∇× ⋅ = −


- seconda equazione:
( ) { } { } { }
Re Re Re
j t j t j t
H e j D e J e
ω ω ω
ω ∇× ⋅ = +


- terza equazione:
( ) { }
{ }
Re Re
j t j t
D e e
ω ω
ρ ∇⋅ ⋅ =

- quarta equazione:
( ) { }
Re 0
j t
B e
ω
∇⋅ ⋅ =

Tutte le uguaglianze scritte devono valere per ogni istante t: dunque, valgono anche
nell’istante
2 1
dato che
4 2
T
t t T
f
π
π
τ
ω
ω
= − = − = =
Perché scegliere proprio quest’istante? In realtà la scelta è furbissima; vediamo ad esempio
cosa accade con un generico fasore:
C I
C
j j j
b h
d e
j e
µ
ε
σ
¦
= +
¦
= ¦
´
=
¦
¦
=
¹




( )
j t j t
r i
Ae A j A e
ω ω
= +


Nell’istante τ si ha:
( )
( )
( )
( )
( ) ( )

2 4 2 2
T
j t j t j j
j t j t
r i r i r i r i
j
A j A e A j A e A j A e e A j A e e
π π π
ω ω ω
ω ω
ω ω
− −
=
+ = + = + = + =


( )
j t
i r
A j A e
ω
= −


{ } { }
Re Im
j t j
Ae Ae
ω ωτ
=


Dunque la nuova parte reale è uguale alla vecchia parte immaginaria. Questo ci permette di
levare l’operatore di parte reale (che è superfluo, perché coincidono parti reali e
immaginarie): le equazioni diventano
- prima equazione: E j B ω ∇× = −


- seconda equazione: H j D J ω ∇× = +


- terza equazione: D ρ ∇⋅ =

- quarta equazione: 0 B ∇⋅ =

Come si nota, è una formulazione molto più snella e sicuramente più elegante.

3. Conducibilità e materiali

Anche con i fasori (lettera maiuscola) si hanno le relazioni già viste per le quantità tempo-
varianti (lettera minuscola):
C
b h
d e
j e
µ
ε
σ
¦
=
¦
¦
=
´
¦
=
¦
¹




C
B H
D E
J E
µ
ε
σ
¦
=
¦
¦
=
´
¦
=
¦
¹




Posso ora andare più nello specifico e studiare il significato dei coefficienti di permettività
(elettrica ε , magnetica µ ):
0
0
r
r
B H
D E
µ µ
ε ε
¦
=
¦
´
=
¦
¹


In queste due equazioni
0
µ e
0
ε sono delle costanti sempre uguali a loro stesse (e cioè
“universali”), qualsiasi sia il mezzo in cui risolviamo le equazioni di Maxwell.
2
12
0 2
C
8,854 10
m N
ε


= ⋅




7
0
H
4 10
m
µ π


= ⋅ ⋅



Per quanto riguarda
r
µ (permettività magnetica relativa) e
r
ε (permettività elettrica
relativa), esse variano di volta in volta in base al materiale di cui è fatto il mezzo che ci
interessa. Precisamente,
r
µ e
r
ε sono i fattori per i quali bisogna moltiplicare
0
µ e
0
ε in
modo da ottenere la permettività magnetica ed elettrica specifica del caso che stiamo
esaminando. Si deve ovvero verificare che:
(del mezzo che ci interessa) (relativa) (assoluta)
0
=
r
µ µ µ ⋅
(del mezzo che ci interessa) (relativa) (assoluta)
0
=
r
ε ε ε ⋅
Detto questo, “spezziamo” il fasore D

e l’espressione della densità di corrente
nell’equazione (terza di Maxwell per grandezze sinusoidali)

C I
C
D E
H j D J j D J J
J E
ε
ω ω
σ
¦
=
¦
∇× = + = + + ⇐
´
=
¦
¹



NOTA: per ora ignoriamo eventuali correnti impresse 0
I
J =

un concetto nuovo
di permettività
complessa
C
H j E E j E j E j j E
j
σ σ
ωε σ ω ε ω ε ω ε
ω ω
| | | |
∇× = + = + = − =
| |
\ ¹ \ ¹

.

Abbiamo definito un nuovo parametro di permettività, che dipende sia delle
caratteristiche del materiale (c’è ε ) sia dalle frequenze di lavoro (c’è ω ). Questo parametro
è in realtà un numero complesso, la cui parte reale è legata alla corrente di spostamento
mentre la parte immaginaria si riferisce a quella di conduzione. Possiamo di conseguenza
introdurre una nuova induzione elettrica (induzione elettrica generalizzata), che tiene conto
della presenza del nuovo coefficiente
C
ε :
C
D E ε ′ =


Fatte queste considerazioni, possiamo classificare i materiali in base al comportamento che
hanno nei confronti della corrente di spostamento e di conduzione.
Se un materiale è un buon conduttore si ha che:
σ
ε
ω
≫ ( ) ( ) Im Re
C C
ε ε ≫
Se un materiale è un buon dielettrico si ha invece che:
σ
ε
ω
≪ ( ) ( ) Im Re
C C
ε ε ≪
In mezzo a conduttori e dielettrici abbiamo poi i semiconduttori, in cui la differenza fra
parte reale e parte immaginaria della permettività complessa non è così marcata come nei
casi estremi testé visti
1
.

In particolare si ha che:
- in un mezzo con perdite (per effetto Joule
2
) 0 σ ≠ ;
- in un mezzo senza perdite (sempre per effetto Joule) 0 σ ∼ .

Prendiamo ora un dielettrico perfetto, in cui
C
ε → +∞, e facciamo l’ipotesi di trovarci in
una zona di spazio senza sorgenti al suo interno. Come diventano la prima e la seconda
equazione di Maxwell?
Prima equazione di Maxwell: E j B ω ∇× = −


Sostituendo B H µ =

ottengo:
E
E j H H
j
ωµ
ωµ
∇×
∇× = − ⇒ − =

.

1
Si noti l’allitterazione. Figo, eh?
2
Infatti le perdite per effetto Joule sono così quantificate:
2
d
V
e V σ
∫∫∫

Si ha dunque che H

è legato in maniera finita al rotore di E

.
Seconda equazione di Maxwell: H j D J ω ∇× = +

(NOTA: continuiamo ad
ignorare le eventuali correnti impresse perché nello spazio che consideriamo,
abbiamo detto, non ci sono sorgenti. 0
I
J =

).
Ci ricordiamo che avevamo ottenuto:
C
H j E ω ε ∇× =

.
Si ha quindi che:
C
H
E
jωε
∇ ×
=

. Ricordandoci dell’ipotesi per cui
C
ε → +∞, possiamo
dire che in un conduttore dielettrico perfetto il campo elettrico tende a zero. Di
conseguenza anche il campo magnetico subisce la stessa sorte, visto che – l’abbiamo
visto poco fa, nella prima equazione – il fasore H

è legato in maniera finita al
rotore di E

.

Alla luce di queste considerazioni abbiamo ottenuto che, nei dielettrici perfetti:
- il campo elettromagnetico è nullo ( 0 E

∼ e di conseguenza 0 H

∼ : è l’ennesima
prova dell’intimo legame fra grandezze elettriche e magnetiche evidenziato e
formalizzato dalle equazioni di Maxwell);
- la potenza dissipata per effetto Joule
2
d
V
e V σ
∫∫∫
è trascurabile, proprio perché
come si è detto 0 E

∼ .

Terminiamo questo paragrafo con alcune elucubrazioni sulla continuità dei campi fra
vuoto e dielettrico. Prendiamo la trita e ritrita superficie di interfaccia piatta, la quale
separa il mezzo 1 (conduttore dielettrico perfetto,
C
ε → +∞) dal mezzo 2 (vuoto). Il
versore
ˆ
n
i , normale alla superficie di interfaccia, “punta” verso il mezzo 2 (vuoto).
Ricordiamoci ora delle equazioni di continuità (capitolo 2), le quali sono tranquillamente
trasferibili al mondo dei fasori:

n n
2 1
b b =
t t
2 1
ˆ
S n
h h j i = + ×

n n
2 1 S
d d ρ = + ɶ
t t
2 1
e e =

n n
2 1
S
j j
t
ρ ∂
− = −

ɶ


diventano ⇓ ⇓

n n
2 1
B B =
t t
2 1
ˆ
S n
H H J i = + ×

n n
2 1 S
D D ρ = + ɶ
t t
2 1
E E =

n n
2 1
S
S
t
J J j
ρ
ωρ
∂ ∂
= −
ɶ
ɶ

Tuttavia, nel mezzo 1 (dielettrico) abbiamo detto che 0 E

∼ e di conseguenza
0, 0 H B

∼ ∼ . Ecco come diventano le nostre equazioni:
n
2
0 B =
t
2
ˆ
S n
H J i = ×

n
2 S
D ρ = ɶ
t
2
0 E =

n n
2 1 S
J J jωρ = − ɶ

Ne deduciamo che il dielettrico crea delle correnti superficiali per bilanciare un eventuale
campo esterno.

4. Potenza complessa

Supponiamo di avere un componente generico ai cui capi d’ingresso si misura una
corrente entrante i e una tensione v (entrambe definite nel dominio del tempo e con
andamento di tipo sinusoidale). A questa tensione e a questa corrente corrisponde una
potenza:
p vi =
(definita nel dominio del tempo)
e una potenza media su un periodo T
( ) ( )
0
1
d
T
m
p v t i t t
T
=


(anche questa è definita nel dominio del tempo)
Ebbene, ai parametri indicati sopra corrisponde una controparte espressa tramite fasori,
un po’ come abbiamo visto che accade per le altre grandezze elettromagnetiche (le quali
hanno un andamento sinusoidale).
I corrente complessa, tale per cui
{ }
Re
j t
i Ie
ω
=
V tensione complessa, tale per cui
{ }
Re
j t
v Ve
ω
=
C
P potenza complessa
La potenza complessa è così definita:
*
1
2
C
P VI =
La parte reale della potenza complessa si chiama potenza attiva e si indica con P
{ } Re
C
P P =
(NOTA: si può dimostrare – e lo faremo fra poco – che la potenza media sul periodo
coincide con la potenza attiva P ( ) ( )
0
1
d
T
m
p v t i t t P
T
= =

)
La parte immaginaria della potenza complessa è invece la potenza reattiva, alla quale si
associa la lettera Q
{ } Im
C
Q P =
Dunque:
C
P P jQ = +
Ora applichiamo la proprietà per la quale
{ }
*
Re
2
z z
z
+
=
e riprendiamo in mano la relazione del valor medio temporale, sostituendo le parti tempo-
varianti con i fasori (dai quali dobbiamo estrarre le parti reali):
( ) ( ) { } { }
* *
0 0 0
1 1 1
d Re Re d d
2 2
T T T j t j t j t j t
j t j t
m
Ve V e Ie I e
p v t i t t Ve Ie t t
T T T
ω ω ω ω
ω ω
− −
+ +
= = = =
∫ ∫ ∫

1
4
j t j t
VIe e
T
ω ω
=
* * j t j t
V I e e
ω ω − −
+
1 1
* *
da qui, invece, il termine esponenziale
questi termini, se integrati sul periodo,
scompare perché
hanno valor medio nullo e quindi
possiamo eliminarli
j t j t j t j t
VI e e V I e e
ω ω ω ω
= =
− −
+ +

.
* *
0 0
in entrambi i casi la
moltiplicazione genera un fattore 1
1
d d
4
T T
t VI V I t
T
= + =
∫ ∫ .

{ }
* * *
*
1
Re Re
4 2 2
VI V I VI
VI P
¦ ¹ +
= = = =
´ `
¹ )


4.1 Potenza complessa generata da correnti impresse

Si definiscono:
- densità di potenza
3
istantanea ( ) p t ɶ :
( )
I
p t j e = − ⋅

ɶ
(NOTA: il meno è frutto di convenzioni)
- potenza
3
istantanea ( ) P t
ɶ
:
( ) ( ) d
V
P t p t V =
∫∫∫
ɶ
ɶ
- densità di potenza
3
media su un periodo T:
( )
{ } { }
0 0 0
1 1 1
d d Re Re d
T T T
j t j t
m I I
p p t t j e t J e E e t
T T T
ω ω
= = − ⋅ = − ⋅ ⋅ ⋅ =
∫ ∫ ∫

ɶ ɶ
* *
0
1
d
2 2
T j t j t j t j t
I I
J e J e E e E e
t
T
ω ω ω ω − −
⋅ + ⋅ ⋅ + ⋅
= − =



* *
0
1
d
4
T
j t j t j t j t
I I
J e J e E e E e t
T
ω ω ω ω − −

= − ⋅ + ⋅ ⋅ + ⋅ =




1
4
j t j t
I
J Ee e
T
ω ω
= −

* * j t j t
I
J E e e
ω ω − −
+

1 1
* *
da qui, invece, il termine esponenziale
questi termini, se integrati sul periodo,
scompare p
hanno valor medio nullo e quindi
possiamo eliminarli
j t j t j t j t
I I
J E e e J Ee e
ω ω ω ω
= =
− −
+ +


.
0
erché in entrambi i casi la
moltiplicazione genera un fattore 1
d
T
t =

.

{ }
* * *
* *
0
1
d Re Re
4 4 2
T
I I I
I I C
J E J E J E
J E J E t P
T
¦ ¹
+ ¦ ¦
= − + = − = − =
´ `
¦ ¦
¹ )




- densità di potenza
3
complessa:
*
2
I
C
J E
p p jq = + = −


- potenza
3
complessa:
*
d d
2
I
C C
V V
J E
P P jQ p V V
¦ ¹
¦ ¦
= + = = −
´ `
¦ ¦
¹ )
∫∫∫ ∫∫∫



3
sottointeso: “generata da correnti impresse”
Se ci ricordiamo quello che abbiamo detto nel capitolo 1, paragrafo 7, la
potenza associata alle correnti impresse, se portiamo V all’infinito, è sempre
maggiore o uguale a zero. Si può quindi scrivere anche che:
se V → +∞ allora 0 P ≥

4.2 Potenza complessa generata da correnti di conduzione

Si definiscono:
- densità di potenza
4
istantanea ( ) p t ɶ :
( )
2
C
p t j e e σ = ⋅ =


ɶ
- potenza
4
istantanea ( ) P t
ɶ
:
( ) ( ) d
V
P t p t V =
∫∫∫
ɶ
ɶ
- densità di potenza
4
media su un periodo T:
(i calcoli e il risultato sono identici al caso del paragrafo 4.1, a parte un segno
diverso e il termine
C
J

)
- densità di potenza
4
complessa:
2
*
è reale
2 2
I
C
E
J E
p p jq
σ
= = = +

.
è reale
.

- potenza
4
totale:
2
d 0
2
V
E
P V
σ
= ≥
∫∫∫


(NOTA: è la potenza dissipata per effetto Joule)

5. Teorema di Poynting (bilancio di potenza in un sistema e.m.)

Si definisce vettore di Poynting (è un fasore) la seguente quantità
*
2
E H
S
×


(NOTA: ha la dimensione di una potenza)
Nella versione dipendente dal tempo, tale vettore si esprime così:
s e h = ×

Calcoliamone la divergenza:
( )
* *
1
2
S H E E H ∇⋅ = ⋅ ∇× − ⋅ ∇×


[REGOLINA:
( )
A B B A A B ∇⋅ × = ⋅ ∇× − ⋅ ∇×

]
Ricordiamoci ora delle due prime equazioni di Maxwell:
- prima equazione: E j B ω ∇× = −



4
sottointeso: “generata da correnti di conduzione”
- seconda equazione:
C I
H j D J j D J J ω ω ∇× = + = + +


Prendiamo la seconda:
C I
H j D J J ω ∇× = + +


Coniughiamo entrambi i membri:
( ) ( )
* *
C I
H j D J J ω ∇× = + +


Moltiplichiamo per E

ambo i membri:
( ) ( )
* *
C I
E H E j D J J ω ∇× = + +


Quindi prendiamo la prima equazione di Maxwell:
E j B ω ∇× = −


Moltiplichiamo per
*
H

da entrambe le parti:
( ) ( )
* *
H E H j B ω ⋅ ∇× = ⋅ −


Ora sostituiamo:
( ) ( )
( ) ( )
* *
* *
C I
H E H j B
E H E j D J J
ω
ω
¦
⋅ ∇× = ⋅ −
¦
´
¦ ⋅ ∇× = ⋅ + +
¹



dentro
( )
* *
1
2
S H E E H ∇⋅ = ⋅ ∇× − ⋅ ∇×

:
( )
( )
( )
( )
*
*
*
*
1
2
E H
H E
C I
S H j B E j D J J ω ω
⋅ ∇×
⋅ ∇×
¦ ¹
¦ ¦
¦ ¦


∇⋅ = ⋅ − − ⋅ + +
´ `


¦ ¦
¦ ¦
¹ )

* * * *
2 2 2 2
C I
J E J E j H B j ED
S
ω ω −
∇⋅ = − − − −

(NOTA: il meno è per via del coniugio)
Quindi integriamo su tutto il volume V in cui lavoriamo (e applichiamo il teorema di
Gauss):
teorema della divergenza (Gauss)
ˆ
d d
* * * *
ˆ
d d d d d
2 2 2 2
n
V S
S V S i S
C I
n
S V V V V
J E J E j H B j ED
S i S V V V V
ω ω
∇⋅ = ⋅
∫∫∫ ∫∫
⋅ = − + − −
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

Ora sostituiamo i risultati, ottenuti nei paragrafi 4.1 e 4.2, e raccogliamo:
*
d
2
2
* * *
ˆ
d d d d
2 2 2
C
V
C
J E
V
P
I
n
S V V V
E
J E H B E D
S i S j V V V
σ
ω
=
∫∫∫
⋅ − ⋅
⋅ = − − −
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

Ricordiamoci quindi che:
B H
D E
µ
ε
¦
=
¦
´
= ¦
¹


Se sostituiamo ci accorgiamo che andiamo incontro a una notevole semplificazione!
( )
( )

*
*
2 2 2
*
ˆ
d d d d
2 2 2
H H
E E
I
n
S V V V
H E E
J E
S i S j V V V
µ
ε
µ ε σ
ω



⋅ + + = −
∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

Abbiamo ricavato una prima forma di bilancio di potenza:
2 2 2
e questo termine, che assomiglia molto potenza delle correnti
ad un "valor medio" di quelli visti fin'ora di conduzione
a cosa corrisponde?
ˆ
d 2 d d
2 2 2
n
S V V
H E E
S i S j V V
µ ε σ
ω

⋅ + +

∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

. .

*
potenza complessa associata
alle correnti impresse
d
2
I
V
J E
V = −
∫∫∫

.

Concentriamoci ora su un termine in particolare:
2 2
2 d
2 2
V
H E
j V
µ ε
ω


∫∫∫

.
Esso ha il significato di variazione (il termine jω ci fa pensare ad una derivata) del valor
medio dell’energia immagazzinata, magnetica ed elettrica.
Infine, rimane l’addendo
ˆ
d
n
S
S i S ⋅
∫∫

: esso rappresenta il flusso del vettore di Poynting
attraverso la superficie che racchiude il volume, cioè il flusso della potenza trasportata dal
campo elettromagnetico che si propaga.

Se ora, onde evitare di scrivere decine di integrali, riscriviamo simbolicamente
l’equazione, ponendo:
• Il termine
*
d
2
I
V
J E
V
∫∫∫

pari a
C
P (potenza complessa). Possiamo scindere questo
termine in
C
P P jQ = + .
• Il termine
2
d
2
V
E
V
σ
∫∫∫

pari a
J
P (potenza legata all’effetto Joule).
• Il termine di valor medio
2 2
2 d
2 2
V
H E
j V
µ ε
ω


∫∫∫

pari a ( ) 2
m m
j T U ω − , dove T ha
il significato di potenza magnetica media e U quello di potenza elettrica media.
• Il termine
ˆ
d
n
S
S i S ⋅
∫∫

pari a
CS
P , che sarebbe la potenza complessa associata al
vettore di Poynting. Possiamo scindere questo termine in
CS S S
P P jQ = + .
Riscrivendo il tutto si ha:
( ) 2
C J m m CS
P P j T U P ω = + − +
( ) 2
J m m S S
P jQ P j T U P jQ ω + = + − + +
Ora dividiamo le parti reali da quelle immaginarie:
( )
p. attiva
p. reattiva 2
S J
S m m
P P P
Q Q T U ω
→ = + ¦
¦
´
→ = + −
¦
¹

Ecco qui una formulazione alternativa del teorema di Poynting. Vediamo che c’è un
termine chiamato “potenza reattiva”, il quale non si riferisce ad un flusso netto di potenza:
il suo significato è quello di potenza scambiata (“palleggiata”) fra l’interno e l’esterno.
Se questo termine è nullo il sistema si dice risonante (condizione di risonanza:
m m
T U = ): si
dice inoltre che la sorgente è adattata al sistema (la presenza di potenza reattiva equivale
ad uno spreco).

Se invece ora
• facciamo tendere all’infinito la superficie S → +∞
• e, di conseguenza, facciamo tendere all’infinito anche il volume V → +∞
allora otteniamo che
S
Q = 0, in quanto – avendo noi inglobato tutto l’Universo – non può
esservi scambio di energia con l’esterno (il “palleggio” di prima) e dunque la componente
reattiva del vettore di Poynting dev’essere per forza nulla.
S
Q , infatti, è legato ai fenomeni
locali che si instaurano nelle vicinanze delle sorgenti.

Se vogliamo scrivere il bilancio energetico nel dominio del tempo? È presto fatto!
CON I FASORI

2 2 2
*
ˆ
d 2 d d d
2 2 2 2
I
n
S V V V
H E E
J E
S i S j V V V
µ ε σ
ω

⋅ + + = −

∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

DOMINIO DEL TEMPO
2 2
2
ˆ
d d d d
2 2
i
n
S V V V
e j h e
s i S V e V V
t
µ ε
σ
⋅ ∂ +
⋅ + + = −

∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫

Le due espressioni hanno lo stesso significato.

6. Teorema di unicità

È importante notare che il teorema di Poynting formulato attraverso i fasori si riferisce a
campi a regime e cioè esistenti da tempo infinito: vi è quindi assenza delle cosiddette
condizioni iniziali. La determinazione del campo elettromagnetico in una certa regione V
dello spazio è ovviamente subordinata alla conoscenza del mezzo che occupa tale
porzione di spazio ed alla corretta individuazione delle sorgenti impresse presenti al suo
interno. Tuttavia, tali informazioni non risultano sufficienti; infatti ciò che accade
all’interno del volume dipenderà altresì dal mezzo e dalle eventuali sorgenti collocate
all’esterno della regione considerata. Si tratta quindi di definire quali sono le ulteriori
informazioni che, in qualche modo, consentano di tenere conto del mondo circostante.
Esse consistono nell’assegnare le condizioni al contorno, cioè nel definire quali sono i
valori assunti sulla superficie S, che delimita V, da certe componenti del campo.

A noi interessa sapere quando un determinato problema di Maxwell formulato in una
certa regione ammette soluzione e quando ammette soluzione unica. Quel che vogliamo
dimostrare (teorema di unicità) è che, se disponiamo delle condizioni al contorno, allora
abbiamo un’unica soluzione per il campo elettromagnetico.
Procediamo nella dimostrazione per assurdo e supponiamo che esistano due campi
elettromagnetici che soddisfano le equazioni di Maxwell in V con le stesse sorgenti e le
stesse condizioni a contorno.
Campo 1: , E H ′ ′


Campo 2: , E H ′′ ′′


Dopodiché definiamo un campo-differenza così formulato:
Campo-differenza:
( ) ( )
, E E E H H H ′′ ′ ′′ ′ = − = −


Se riusciamo a dimostrare che tale campo è nullo, allora avremo dimostrato che il campo 1
coincide con il campo 2 e che quindi esiste un’unica soluzione.

Sempre supponendo l’esistenza di questo campo-differenza, possiamo dire che esso
soddisferà le equazioni di Maxwell (sono lineari) omogenee (cioè senza il termine noto
i
J

): infatti
EQUAZIONI DI MAXWELL EQUAZIONI DI MAXWELL
CAMPO 1 CAMPO 2
C
E j H
H j E J
ωµ
ωε
¦
′ ′ ∇× = −
¦
´
′ ′ ∇× = − +
¦
¹


C
E j H
H j E J
ωµ
ωε
¦
′′ ′′ ∇× = −
¦
´
′′ ′′ ∇× = − +
¦
¹


EQUAZIONI DI MAXWELL
CAMPO DIFFERENZA
( ) ( )
( ) ( )
E H
C
H E
E E j H H
H H j E E J J
ωµ
ωε
′′ ′ ′′ ′ ∇× − = − −
′′ ′ ′′ ′ ∇× − = − − + −



. .

. .
scompare
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
.

Ora prendiamo l’uguaglianza dimostrata nel paragrafo 5:
( )
p. attiva
p. reattiva 2
S J
S m m
P P P
Q Q T U ω
→ = + ¦
¦
´
→ = + −
¦
¹

Scriviamo i termini simbolici per ciò che sono ed eguagliamoli a zero dato che non ci sono
correnti impresse:
2
*
2 2
*
p. attiva
p. reattiva
ˆ
Re d d 0
2 2
ˆ
Im d d 0
2 2
n
S V
n
S V
E
E H
P i S V
H E
E H
Q i S V
σ
µ ε
ω
¦
¦ ¹
¦ ¦ ×
¦
→ = + =
´ `
¦
¦ ¦
¦ ¹ )
´
¦
− ¦ ¹
¦ ¦ ×
¦
→ = + =
´ `
¦ ¦ ¦
¹ )
¹
∫∫ ∫∫∫
∫∫ ∫∫∫

Concentriamoci ora sul termine
*
ˆ
d
2
n
S
E H
i S
×
∫∫

: siccome possiamo sempre scrivere che,
scindendo le componenti tangenti da quelle normali, si ha
ˆ
ˆ
t n n
t n n
E E E i
H H H i
¦
= +
¦
´
= +
¦
¹



Allora avremo che:
( ) ( )
*
ˆ ˆ
ˆ
d
2
t n n t n n
n
S
E E i H H i
i S
+ × +
∫∫

Se sviluppiamo ora il termine
( ) ( )
*
ˆ ˆ ˆ
t n n t n n n
E E i H H i i

+ × +



l’unica parte a sopravvivere è
quella con le componenti tangenti. Se ora teniamo conto delle componenti al contorno e
diciamo che, proprio sul contorno, il componente tangente di E

o di H

deve risultare
identicamente nullo (come ad esempio avviene su un involucro metallico) dato che
t t
E E ′ ′′ =


t t
H H ′ ′′ =


e dunque
0
t t t
E E E ′ ′′ = − =

0
t t t
H H H ′ ′′ = − =


allora il sistema di prima diventa:
*
p. attiva
ˆ
Re d
2
n
S
E H
P i S
¦ ¹
¦ ¦ ×
→ =
´ `
¦ ¦
¹ )
∫∫

2
*
p. reattiva
d 0
2
ˆ
Im d
2
V
n
S
E
V
E H
Q i S
σ
+ =
¦ ¹
¦ ¦ ×
→ =
´ `
¦ ¦
¹ )
∫∫∫
∫∫

2 2
d 0
2
V
H E
V
µ ε
ω
¦
¦
¦
¦
´
¦

¦
+ =
¦
¹
∫∫∫


Da cui si deduce che
0, 0 E H = =


Dunque il campo-differenza non esiste e vi è una ed una sola soluzione che soddisfa le
condizioni al contorno.
NOTA: questo teorema è vero se la conducibilità è non nulla: altrimenti, se il mezzo è
totalmente privo di perdite, esso può essere risonante e l’equazione di cui sopra essere
identicamente soddisfatta qualunque sia il campo elettrico E

. Soluzioni di questo tipo
sono possibili all’interno di domini chiusi, che prendono il nome di cavità risonanti. Una
peculiarità di tali soluzioni è che esse possono esistere solo per particolari valori della
pulsazione, i quali prendono il nome di pulsazioni di risonanza.
Se il mio sistema elettromagnetico, invece di essere finito, è illimitato, come è formulato il
teorema di unicità? Quali sono le condizioni al contorno?
Esse sono le cosiddette condizioni di radiazione: si prende un origine O “al finito” poi si
considera un vettore posizione r

; siccome i campi elettrico e magnetico si devono
attenuare con la distanza, si può dimostrare che i seguenti limiti tendono a zero:
lim lim 0
r r
r E r H
→∞ →∞
⋅ = ⋅ =



Banalmente, per dimostrare l’unicità, si fa ancora come prima (si formula un campo-
differenza, etc… etc…). Dopodiché si applica il teorema di Poynting, ma questa volta non
è banale mandare a zero i termini che abbiamo eliminato prima, perché questa volta la
superficie tende ad infinito (per via del passaggio al limite del termine r

). Come facciamo?
Quello che si fa è prendere il termine
*
ˆ
d
2
n
S
E H
i S

×
∫∫

e considerare una superficie S finita particolare (una sfera) e
riformulare l’integrale su quella particolare superficie:
*
ˆ
d
2
n
S
E H
i S

×
∫∫

sfera
*
ˆ
lim d
2
r
r
S
E H
i S
→∞
×
∫∫

Se ora consideriamo l’angolo solido, questo limite diventa:
*
2
4
ˆ
lim d 0
2
r
R
E H
i R
π
→∞
×
Ω =
∫∫

ed esso tende a zero, per via del fatto che, come abbiamo detto
prima,
lim lim 0
r r
r E r H
→∞ →∞
⋅ = ⋅ =




NOTA: a partire da questo capitolo la notazione di vettore cambia da v

a v

1. Equazioni delle onde nel dominio del tempo

Consideriamo un mezzo isotropo, lineare e stazionario, in cui si abbia
ε = d e µ = b h σ = j e
Ricordiamo ora le equazioni di Maxwell (forma puntuale):
t
µ

∇× = −

h
e
i
t
ε σ

∇× = + +

e
h e j
Se in una certa regione di spazio ipotizziamo che non vi siano sorgenti, e che quindi
i
j = 0
e, inoltre, facciamo l’ipotesi che la costante ε non dipenda dal punto di calcolo, allora
possiamo applicare all’equazione di Maxwell
i
t
ε σ

∇× = + +

e
h e j l’operatore ∇×

da
ambo le parti:
( ) ( )
t
ε σ

∇×∇× = ∇× + ∇×

h e e
Ora ci ricordiamo che
( ) ( )
2 2
∇ = ∇ ∇⋅ −∇×∇× ⇒ ∇ ∇⋅ = ∇ + ∇×∇× h h h h h h
E quindi:
( ) ( ) ( )
0 perché =0
2
t
ε σ
=
∇×∇×

∇ ∇⋅ = ∇ + ∇× + ∇×

b
h
h h e e

.

Ora sostituiamo all’interno della relazione trovata l’altra equazione di Maxwell in
precedenza scritta:
( )
2
2 2
2
t t t t t
ε µ σ µ µε µσ
∂ ∂ ∂ ∂ ∂ | | | |
∇ ∇⋅ = ∇ + − + − = ∇ − −
| |
∂ ∂ ∂ ∂ ∂
\ ¹ \ ¹
h h h h
h h h
Se il mezzo è senza perdite ( )
0 σ = , si ha l’equazione vettoriale delle onde:
2
2
2
t t
µε µσ
∂ ∂
∇ − −
∂ ∂
h h
h 0 =
Tale equazione vale anche per e:
2
2
2
0
t
µε

∇ − =

e
e
Questa tipologia di equazione è detta delle onde vettoriali (o equazione di D’Alembert). Le
soluzioni di queste equazioni sono dette onde (o funzioni d’onda). Se poniamo
1
c
µε
= ha la dimensione di una velocità (è la velocità della luce)
Allora l’equazione d’onda diventa
1

2
2
2 2
1
0
c t

∇ − =

a
a

1
Usiamo il simbolo a per indicare sia e che h .
Se questa equazione la proiettiamo su uno qualunque degli assi di un sistema cartesiano
ortogonale otteniamo l’equazione scalare delle onde:
2
2
2 2
1
0
a
a
c t

∇ − =


Per funzioni dipendenti solo da una coordinata (asse z) e dal tempo t, si ha il seguente
integrale generale come soluzione dell’equazione differenziale appena scritta:
( ) ( ) ( )
parte progressiva parte regressiva
,
p r
a z t f z ct f z ct = − + +
. .

Consideriamo ora il caso per cui
( ) ( )
,
p
a z t f z ct = −
ignorando per un attimo la parte regressiva dell’onda. Allora lo stesso valore di a si ottiene
per due coppie di valori che soddisfano queste equazioni:
( )
1 1 2 2
1 2 1 2
La quantità sotto parentesi sono uguali
Traslazione in avanti dell'onda
z ct z ct
z z c t t c t z
− = − ← ¦
¦
´
− = − = ∆ = ∆ ←
¦
¹

Dunque, dopo un tempo pari a t ∆ tutti i valori di
p
f si
muovono in avanti di z ∆ nel verso positivo della velocità
c (velocità di propagazione dell’onda). Si parla quindi di onda progressiva o diretta (vedi
figura). Ripetendo il ragionamento con
r
f otteniamo un’onda regressiva o riflessa.

2. Funzioni d’onda

Le funzioni d’onda che si propagano (indicate con f nel paragrafo precedente) hanno
quest’aspetto:
TEMPO ( ) ( )
cos A t a t ω ϕ = +
FREQUENZA
j
A ae
ϕ
=
Il termine a è l’ampiezza dell’onda e in genere dipende dalla posizione; la stessa cosa vale
per il termine ϕ , che è la fase dell’onda: in particolare, si possono enucleare delle superfici
sulle quali le oscillazioni di A avvengono in fase (superfici equifase).
Definiamo poi:
• La fase istantanea il valore che la fase assume in un certo istante t e in una certa
posizione r (vettore posizione di un certo sistema di riferimento).
• Il fronte d’onda il luogo dei punti nei quali la fase istantanea assume un valore
costante; tale luogo si sposta nel verso delle superfici equifase con fasi decrescenti.
• Un’onda omogenea è un’onda che ha ampiezza costante su ogni superficie
equifase. Qualora le superfici equifase assumano forme geometriche note (piani,
sfere, cilindri), l’onda viene corrispondentemente qualificata come piana, sferica,
cilindrica.
• Vettore d’onda è una grandezza definita così
[rad/m] ϕ = −∇ β
e, precisamente, è un vettore che risulta essere sempre perpendicolare alle superfici
equifase. Il segno meno consente di orientarlo nel verso di propagazione (fasi
decrescenti).
• Velocità di fase è definita come
Ha le dimensioni di una velocità e coincide con la
un ipotetico osservatore solidale con un fronte d’onda.
• Lunghezza d’onda definita come
ha anche altre formulazioni che vedremo in seguito.

3. Forme d’onda “notevoli”: esempi.

a. Ampiezza costante, fase puramente immaginaria che dipende in modo
da una sola coordinata (
La forma dell’equazione d’onda è questa:
TEMPO: ( ) (
cos A t a t ω ϕ = +
FREQUENZA:
j
A ae
ϕ
=
Si tratta di un’onda piana
risulta costante quando
Si tratta anche di un’onda
costante in tutti i punti di u
In questo caso il vettore d’onda è:
Dunque la direzione di propagazione dell’onda è quella positiva dell’asse
La velocità di fase è:
Infine, la lunghezza d’onda:
Quest’onda è quindi periodica in maniera duplice:
• Nel tempo: è periodica in
• Nello spazio: è periodica in

è definita come
v
ω
β
=
Ha le dimensioni di una velocità e coincide con la velocità con cui si muoverebbe
un ipotetico osservatore solidale con un fronte d’onda.
definita come

λ
β
=
ha anche altre formulazioni che vedremo in seguito.
3. Forme d’onda “notevoli”: esempi.
costante, fase puramente immaginaria che dipende in modo
da una sola coordinata (onda piana uniforme)

forma dell’equazione d’onda è questa:
)
A t a t ω ϕ = + ( )
{ }
(
Re cos
j t
A t Ae a t kz
ω
ω ϕ = = − +
j
A ae
ϕ

( )
a
j kz j jkz
A ae a e e
ϕ − −
= = con k > 0
piana, perché la fase
a
kz ϕ ϕ = −
risulta costante quando z è costante.
Si tratta anche di un’onda uniforme in quanto le oscillazioni hanno ampiezza
costante in tutti i punti di uno stesso piano equifase.
In questo caso il vettore d’onda è:
( )
a z
kz k z k ϕ ϕ = −∇ = −∇ − = ∇ = β i
Dunque la direzione di propagazione dell’onda è quella positiva dell’asse
v
k
ω ω
β
= =
Infine, la lunghezza d’onda:
2 2 2 2
2
v
vT
f
k f
v v
π π π π
λ
ω π
β
= = = = = =
Quest’onda è quindi periodica in maniera duplice:
Nel tempo: è periodica in t con periodo T.
Nello spazio: è periodica in z con periodo λ .
velocità con cui si muoverebbe
costante, fase puramente immaginaria che dipende in modo lineare
)
a
A t Ae a t kz ω ϕ = = − +
in quanto le oscillazioni hanno ampiezza
Dunque la direzione di propagazione dell’onda è quella positiva dell’asse z.

b. Stesso caso precedente, fase con segno opposto.

FREQUENZA:
j
A ae
ϕ
=
Abbiamo un’onda uguale alla precedente, che però ha un verso opposto di
propagazione.

c. La fase dipende in modo lineare da una sola coordinata, ma
costante complessa (onda

FREQUENZA: A a e a e e a e e = ⋅ = ⋅ =
TEMPO: ( )
{
Re cos A t Ae a e t kz = = − +
Parametri:
• Vettore d’onda:
• Velocità di fase:
Notiamo che anche in questo caso l’onda è piana (la fase è costante se
anche stavolta le superfici equifase sono costituite da piani perpendicolari all’asse
Inoltre, in questo caso l’onda è uniforme perché sulle superfici equifase l’amp
è pari a
z
a e
α −
(α è detta
Ancora una volta il verso di propagazione è quello positivo dell’asse
tutte queste informazioni in questa elaborazione grafica:
Siccome frequentemente la potenza associata ad un’onda è proporzionale al
quadrato della sua funzione d’onda, si può definire l’attenuazione in potenza fra
due punti come il rapporto fra le potenze associate all’onda in quelle due posizioni.
Se esse sono distanti d, questa è l’espressione dell’attenuazione:
• In unità lineari:
• In deciBel:

d. Esempio in coordinate sferiche

Stesso caso precedente, fase con segno opposto.
j
A ae
ϕ

a
j jkz jkz
A ae a e e
ϕ + +
= = con k > 0
Abbiamo un’onda uguale alla precedente, che però ha un verso opposto di
La fase dipende in modo lineare da una sola coordinata, ma
onda piana uniforme attenuata)
( ) ( )
a a
jk z j kz j z z
A a e a e e a e e
α ϕ ϕ γ α − + − − −
= ⋅ = ⋅ = con α
}
( )
Re cos
j t z
a
A t Ae a e t kz
ω α
ω ϕ

= = − +
z
k = β i
v
k
ω ω
β
= =
Notiamo che anche in questo caso l’onda è piana (la fase è costante se
anche stavolta le superfici equifase sono costituite da piani perpendicolari all’asse
Inoltre, in questo caso l’onda è uniforme perché sulle superfici equifase l’amp
è detta costante di attenuazione).
Ancora una volta il verso di propagazione è quello positivo dell’asse
tutte queste informazioni in questa elaborazione grafica:
frequentemente la potenza associata ad un’onda è proporzionale al
quadrato della sua funzione d’onda, si può definire l’attenuazione in potenza fra
due punti come il rapporto fra le potenze associate all’onda in quelle due posizioni.
, questa è l’espressione dell’attenuazione:

( )
( )
( )
2
2
2
2 2
z
d
z d
A z
e
e
e
A z d
α
α
α

− +
= =
+


( )
( )
( )
2
2
2 2
10log 10log 10log 8,68
z
z d
A z
e
e
A z d
α
α

− +
= = =
+
Esempio in coordinate sferiche (r, , ϑ ϕ ) (onda sferica)
Abbiamo un’onda uguale alla precedente, che però ha un verso opposto di
La fase dipende in modo lineare da una sola coordinata, ma tramite una
, α k > 0
Notiamo che anche in questo caso l’onda è piana (la fase è costante se z è costante) e
anche stavolta le superfici equifase sono costituite da piani perpendicolari all’asse z.
Inoltre, in questo caso l’onda è uniforme perché sulle superfici equifase l’ampiezza
Ancora una volta il verso di propagazione è quello positivo dell’asse z. Riportiamo

frequentemente la potenza associata ad un’onda è proporzionale al
quadrato della sua funzione d’onda, si può definire l’attenuazione in potenza fra
due punti come il rapporto fra le potenze associate all’onda in quelle due posizioni.

dB
2
10log 10log 10log 8,68
d
e d
α
α
α = = =
.

La fase dipende in maniera lineare dalla coordinata radiale
reale k positiva; il modulo è reale, ma non è costante perché dipende anche delle
due coordinate angolari tramite la funzione
proporzionale alla coordinata radiale
vede non è esponenziale come nel caso precedente).
Non possiamo dire che l’onda è uniforme, perché l’ampiezza
oscillazioni varia con la direzione e quindi non è costante sulla superficie sferica
equifase. Se per qualche motivo
onda sferica uniforme.
In figura è mostrato l’andamento dell’onda.

3. Equazioni delle onde nel dominio della frequenza

Nel paragrafo 1 di questo capitolo abbiamo scritto questa formula
∇ ∇⋅ = ∇ − −
(nel caso generale, visto che vale anche per
cacciando malamente via l’ultimo termine
fosse senza perdite).
Ora vogliamo capire in cosa consiste il caso con perdite, il quale è però più chiaro se si
ricorre alle equazioni di Maxwell nei fasori. Sostituendo
Introducendo la permettività complessa
La fase dipende in maniera lineare dalla coordinata radiale r, tramite una
positiva; il modulo è reale, ma non è costante perché dipende anche delle
due coordinate angolari tramite la funzione ( )
, a ϑ ϕ , oltre ad essere inversamente
proporzionale alla coordinata radiale r (l’onda ha uno smorzamento, che come si
vede non è esponenziale come nel caso precedente).
FREQUENZA:
( )
,
jkr
a
A e
r
ϑ ϕ

= con
In questo caso le superfici equifase sono de
relazione kr = costante. Siccome k
positiva, allora tali superfici coincidono con le superfici
sferiche aventi centro nell’origine. L’onda è quindi
detta sferica.
Parametri:
• Vettore d’onda: = ∇ − = β i
• Velocità di fase: v
ω ω
β
= =
Non possiamo dire che l’onda è uniforme, perché l’ampiezza
oscillazioni varia con la direzione e quindi non è costante sulla superficie sferica
equifase. Se per qualche motivo a è una costante, siamo in un caso particolare di
In figura è mostrato l’andamento dell’onda.
3. Equazioni delle onde nel dominio della frequenza
Nel paragrafo 1 di questo capitolo abbiamo scritto questa formula
( )
2
2
2
t t
µε µσ
∂ ∂
∇ ∇⋅ = ∇ − −
∂ ∂
h h
h h
(nel caso generale, visto che vale anche per e
( )
2
µε µσ ∇ ∇⋅ = ∇ − − e e
cacciando malamente via l’ultimo termine
t
µσ



a
(ipotizzando, quindi, che il mezzo
a vogliamo capire in cosa consiste il caso con perdite, il quale è però più chiaro se si
ricorre alle equazioni di Maxwell nei fasori. Sostituendo
t


con jω si ha:
2 2
2 2
0
0
j
j
ω µε ωµσ
ω µε ωµσ
¦∇ + − =
¦
´
∇ + − = ¦
¹
E E E
H H H

ermettività complessa
C
j
σ
ε ε
ω
= − le equazioni sopra diventano:
2 2
2 2
0
0
C
C
ω µε
ω µε
¦∇ + =
¦
´
∇ + =
¦
¹
E E
H H

, tramite una costante
positiva; il modulo è reale, ma non è costante perché dipende anche delle
, oltre ad essere inversamente
(l’onda ha uno smorzamento, che come si
con k > 0
In questo caso le superfici equifase sono definite dalla
è una costante reale
positiva, allora tali superfici coincidono con le superfici
sferiche aventi centro nell’origine. L’onda è quindi
( )
r
kr k = ∇ − = β i
k
ω ω
β
= =
Non possiamo dire che l’onda è uniforme, perché l’ampiezza ( )
, a r ϑ ϕ delle
oscillazioni varia con la direzione e quindi non è costante sulla superficie sferica
è una costante, siamo in un caso particolare di
2
2
t t
µε µσ
∂ ∂
∇ ∇⋅ = ∇ − −
∂ ∂
a a
)
(ipotizzando, quindi, che il mezzo
a vogliamo capire in cosa consiste il caso con perdite, il quale è però più chiaro se si
si ha:
le equazioni sopra diventano:
Queste equazioni sono le cosiddette
il sistema diventa così:
2 2
2 2
¦∇ + =
¦
´
∇ + = ¦
¹
E E
H H
Se volessimo trovare l’integrale generale di queste equazioni
variabili e proiettando queste relazioni su degli assi cartesiani
2
2
2
2
2
2
2
2
2
d
0
d
d
0
d
d
0
d
A
k A
x
A
k A Y y b e b e A X x Y y Z z
y
A
k A
z
¦
+ =
¦
¦
¦ ¦
+ = ⇒
´
¦
¦
+ = ¦
¹
Notiamo anche qui una duplice presenza di una parte progressiva (ad esempio
di una regressiva (ad esempio
scriviamola prima per x, y e z
In questa relazione:
Si nota bene che i piani equifase sono quelli in cui

Distinguiamo ora due casi:
• Caso 0 σ = (nessuna perdita)
• Caso 0 σ ≠ (perdite)

CASO SCALARE (ci riportiamo nel già introdotto caso di onda piana uniforme attenuata)
Supponiamo di essere in un caso unidimensionale:
Poniamo ora
z z z
jk j α β = + .
Se ci ricordiamo come abbiamo definito il termine
complessi ricaviamo questo piccolo sistema:

2
Non è detto che la superficie equifase sia perpendicolare all
inclinata: per questo rimangono tutte le componenti
Queste equazioni sono le cosiddette equazioni di Helmoltz. Se in esse poniamo
2 2
2 2
0
0
k
k
∇ + =
∇ + =
E E
H H

2 2
0 k ∇ + = A A
Se volessimo trovare l’integrale generale di queste equazioni potremmo
variabili e proiettando queste relazioni su degli assi cartesiani x, y e z
2
:
( )
( )
( )
( )
1 2
1 2
1 2
0
x x
y y
z z
jk x jk x
jk y jk y
jk z jk z
X x a e a e
k A Y y b e b e A X x Y y Z z
Z z c e c e



¦
= +
¦
¦ ¦
= + ⇒ = + +
´
¦
= +
¦
¹
Notiamo anche qui una duplice presenza di una parte progressiva (ad esempio
di una regressiva (ad esempio
1
x
jk x
a e ). Consideriamo per ora solo la parte progressiva e

(
(
(
0
0
0
x y z
x y z
x y z
j k x k y k z
x x
j k x k y k z
y y
j k x k y k z
z z
A A e
A A e
A A e
− + +
− + +
− + +
¦
=
¦
¦
= ´
¦
¦
=
¹
e poi “in un sol colpo” (senza dividere il problema
nelle tre coordinare cartesiane):
(
0
j
e
− ⋅
=
k r
A A
( )
( )
Vettore di fase
Vettore d'onda
, ,
, ,
x y z
k k k
x y z
¦
= →
¦
´
= →
¦
¹
k
r

Si nota bene che i piani equifase sono quelli in cui ⋅ k r è costante.
(nessuna perdita) caso scalare
caso vettoriale
(ci riportiamo nel già introdotto caso di onda piana uniforme attenuata)
Supponiamo di essere in un caso unidimensionale:
0
x y
j k x k y
z z
A A e
− +
=
( )
0
z
z
k z
jk z
z
A e
+

=
Se ci ricordiamo come abbiamo definito il termine k e utilizziamo le proprietà dei numeri
complessi ricaviamo questo piccolo sistema:
Non è detto che la superficie equifase sia perpendicolare all’asse x e parallela all’asse
inclinata: per questo rimangono tutte le componenti
. Se in esse poniamo
2 2
C
k ω µε = ,
potremmo agire separando le

( ) ( ) k A Y y b e b e A X x Y y Z z = + +
Notiamo anche qui una duplice presenza di una parte progressiva (ad esempio
2
x
jk x
a e

) e
). Consideriamo per ora solo la parte progressiva e
)
)
)
x y z
x y z
x y z
j k x k y k z
j k x k y k z
j k x k y k z
− + +
− + +
− + +

“in un sol colpo” (senza dividere il problema
nelle tre coordinare cartesiane):
) − ⋅ k r

(ci riportiamo nel già introdotto caso di onda piana uniforme attenuata):
e utilizziamo le proprietà dei numeri
e parallela all’asse yz. Potrebbe anche essere
Ci ricordiamo ora quali sono i parametri della nostra onda:
• Lunghezza d’onda:
z
β π λ ∆ =
• Velocità di fase: c v f = = =
• Vettore di fase: k
Quest’ultima grandezza (vettore di fase),
(nel caso generale):
Se siamo nel caso scalare, tutto va bene e alla fine si ha:
Possiamo ora esprimere k nel caso vettoriale in funzione di quello scalare? Certo!
C
k j j k j ω µε ω µ ε ω µε ω µ ′ = = + = + = −
A questo punto chiamiamo la quantità
• se R è molto minore di 1 il materiale è un buon dielettrico;
• se R è molto maggiore di 1 il materiale è un buon conduttore.
Le quantità α e β possono essere espresse in funzione di
0
0
2
2
k
k
α
β
¦
= + −
¦
¦
´
¦
= + +
¦
¹

4. Ortogonalità di h, k ed e

Poniamoci nel caso in cui σ =
un’onda piana esprimendo la sua funzione caratteristica. Ad essa, poi, applichiamo la
proprietà seguente:

( )
funzione
scalare
0
vettore
j
e
− ⋅
=
k r
E E


2 2 2
2 2
2
z z z z z
z C
k j
k
β α β α
ω µε
¦ = − −
¦
´
=
¦
¹
La relazione di prima diventa:
( )
0 0
z z a z z
j z j z j z
z z z
A A e A e e e
α β ϕ α β − +
= =
Ecco trovata l’espressione in frequenza della nostra onda
(che comunque avevamo già introdotto nel paragrafo 2)
Nel dominio del tempo l’equivalente è:
( ) (
0
, cos
z
z
z z z a
a z t A e t z
α
ω β ϕ

= − +
Ci ricordiamo ora quali sono i parametri della nostra onda:
2
2
z
z
z
π
β π λ
β
∆ = ⇒ =
f
z
c v f
ω
λ
β
= = =
Quest’ultima grandezza (vettore di fase), sappiamo che possiamo esprimerla anche
2 2
C C
k k ω µε ω µε = ⇒ =
calare, tutto va bene e alla fine si ha:
0
k ω µε = (nessuna perdita)
nel caso vettoriale in funzione di quello scalare? Certo!
0
provare per credere
0
1
k
k j j k j
σ σ σ
ω µε ω µ ε ω µε ω µ
ω ω ωε
| |
= = + = + = −
|
\ ¹

.
A questo punto chiamiamo la quantità
σ
ωε
= R :
è molto minore di 1 il materiale è un buon dielettrico;
è molto maggiore di 1 il materiale è un buon conduttore.
possono essere espresse in funzione di R e di k0 in questo modo:
2
2
1 1
1 1
R
R
= + −
= + +
se R 0 ∼ allora
0
k
k
α
β
= ¦
´
=
¹
0 = e vi è assenza di cariche 0 ρ = . Ricordiamoci com’è fatta
esprimendo la sua funzione caratteristica. Ad essa, poi, applichiamo la
proprietà ( )
f f f ∇⋅ = ∇ ⋅ + ⋅ ∇ A A A
z z z z z
β α β α

a z z
j z j z
A A e A e e e
ϕ α β − −

Ecco trovata l’espressione in frequenza della nostra onda
(che comunque avevamo già introdotto nel paragrafo 2).
Nel dominio del tempo l’equivalente è:
)
z z z a
a z t A e t z ω β ϕ = − +
possiamo esprimerla anche così
(nessuna perdita)
nel caso vettoriale in funzione di quello scalare? Certo!
k j j k j
σ σ σ
ω ω ωε
= = + = + = −

in questo modo:
0
0
k
k

. Ricordiamoci com’è fatta
esprimendo la sua funzione caratteristica. Ad essa, poi, applichiamo la
f f f ∇⋅ = ∇ ⋅ + ⋅ ∇ A A A
Applicando la formuletta, abbiamo ottenuto
Quindi k è perpendicolare a

Occupiamoci ora di H e, ancora una volta, partiamo da un’equazione di Maxwell per
districarci nei nostri calcoli. In particolare, utilizziamo un equazione di Maxwell per i
fasori (riferiti grandezze sinusoidali,
jωµ
∇×
= −
E
H
Ora applichiamo un’altra regoletta:
( )
( ) 0 0
j j
e e
− ⋅ − ⋅
∇× = ∇×
k r k r
E E
Quindi, sostituendo, si ha:
( ) j
e
j j
j j ωµ ωµ µ µ
− ⋅
×
= = = = ×
k r
k E
H k E
Chiamiamo il termine
µ ε
ε µ η
= ⇐ =
relazione diventa:
Moltiplichiamo scalarmente da entrambe le parti per il
versore
Ora risulta evidente che:
Quindi E, H e k sono fra loro ortogonali (come si vede in figura) e formano una terna
destrorsa.
Ora vogliamo capire dove è diretto il vettore di Poynting. Scriviamo anzitutto la
definizione con i fasori:
Applicando la formuletta, abbiamo ottenuto un’equazione di Maxwell:
0 ∇⋅ = E
( )
( )
( )
( ) 0 0 0
j j j
e e e
− ⋅ − ⋅ − ⋅
∇⋅ = ∇⋅ = ∇ ⋅ + ⋅ ∇
k r k r k r
E E E E
Compare una derivata “ordinaria”. Eseguiamola:
( )
( ) 0 0
j j
e j e
− ⋅ − ⋅
∇⋅ = ∇ ⋅ = − =
k r k r
E E k E
( )
0 0
0 0
j
je
− ⋅
− ⋅ = ⇒ ⋅ =
k r
k E k E
0
E (vedi figura).
e, ancora una volta, partiamo da un’equazione di Maxwell per
districarci nei nostri calcoli. In particolare, utilizziamo un equazione di Maxwell per i
fasori (riferiti grandezze sinusoidali, come le onde):
E
assieme a

(
funzione
scalare
0
vettore
j
e
− ⋅
=
k r
E E

( )
( ) 0
j
e
jωµ
− ⋅
∇×
= −
k r
E
H
Ora applichiamo un’altra regoletta:
( )
f f f ∇× = ∇× + ∇ × A A A
( )
0 0
j j
e e
− ⋅ − ⋅
∇× = ∇×
k r k r
E E
( ) (
0 0
questo termine scompare
perché la parte vettoriale
è costante
j j
e j e
− ⋅ − ⋅
+ ∇ × = − ×
k r k r
E k E
.
( )
0 0
ˆ ˆ
j
e
j j
j j
ω µε µε ε
ωµ ωµ µ µ
− ⋅
× × ×
= = = = ×
k r
k E k E k E
H k E
1 µ ε
η
ε µ η

= ⇐ =



impedenza intrinseca del mezzo
1
ˆ
η
= × H k E
Moltiplichiamo scalarmente da entrambe le parti per il
versore
ˆ
k :
1
ˆ ˆ ˆ
η
⋅ = × ⋅ k H k E k

Ora risulta evidente che:
ˆ
0 ⋅ = k H
sono fra loro ortogonali (come si vede in figura) e formano una terna
Ora vogliamo capire dove è diretto il vettore di Poynting. Scriviamo anzitutto la
un’equazione di Maxwell:
( )
0 0 0
j j j
e e e
− ⋅ − ⋅ − ⋅
∇⋅ = ∇⋅ = ∇ ⋅ + ⋅ ∇
k r k r k r
E E E E
costante
0 =
.

Compare una derivata “ordinaria”. Eseguiamola:
( )
0 0
0
j j
e j e
− ⋅ − ⋅
∇⋅ = ∇ ⋅ = − =
k r k r
E E k E
0 0
0 0 ⋅ = k E k E
e, ancora una volta, partiamo da un’equazione di Maxwell per
districarci nei nostri calcoli. In particolare, utilizziamo un equazione di Maxwell per i
)
funzione
scalare
j − ⋅ k r

)
0 0
− ⋅ − ⋅
+ ∇ × = − ×
k r k r
E k E
ˆ
ε
ωµ ωµ µ µ
= = = = × H k E
intrinseca del mezzo. La nostra
Moltiplichiamo scalarmente da entrambe le parti per il
sono fra loro ortogonali (come si vede in figura) e formano una terna
Ora vogliamo capire dove è diretto il vettore di Poynting. Scriviamo anzitutto la
*
2
×
=
E H
S
Poi sostituiamo, all’interno di questa definizione, le espressioni trovate:
• per E:
( )
0
j
e
− ⋅
=
k r
E E
• per H (questo termine sarà coniugato):
1
ˆ
η
= × H k E
L’espressione del vettore di Poynting diventa così:
( )
( ) ( ) ( ) ( )
*
0
*
*
0 0 0 0
1
ˆ
1 1
ˆ ˆ
2 2 2
j
j j j j
e
e e e e
η
η η
− ⋅
− ⋅ − ⋅ − ⋅ + ⋅

× ×



= = × × = × × =

k r
k r k r k r k r
E k E
S E k E E k E
( ) ( )
1
2
j j
e e
η
− ⋅ + ⋅
=
k r k r * *
0 0 0 0
1
ˆ ˆ


× × = × ×

E k E E k E
Ora dobbiamo ricordarci un’altra relazione:
( ) ( )
× × = − A B C AB C AC B
Dunque abbiamo:
( ) ( )
2 2
* * *
0 0 0 0 0 0 0
1 1 1 1
ˆ ˆ ˆ ˆ ˆ
2 2 2 2 η η η η

= × × = − = =

S E k E E E k E k E E k E k
Come si vede nell’ultimo passaggio, abbiamo posto
2 2
0
= E E
in quanto il fattore esponenziale che è presente nell’espressione di E ha modulo unitario e
non incide sull’espressione del modulo.
Osserviamo ora il risultato che abbiamo fra le mani:
2 1
ˆ

= S E k
• si nota che il vettore di Poynting ha una proporzionalità con il quadrato del modulo
del campo elettrico:
2
∝ S E
• tale vettore è diretto come k e quindi ha la direzione del flusso della potenza
elettromagnetica.

5. Integrale generale di onde piane

La soluzione generica di un problema di Maxwell consta nella sovrapposizione di infinite
onde piane di ampiezza infinitesima. Infatti questa è l’espressione della soluzione
generica:
( )
PITAGORA
2 2 2
0
, d d
x y x y
j k x k y k k k z
x y x y
k k e k k
| |
|
− + + − − |
+∞ +∞
|
|
\ ¹
−∞ −∞
=
∫ ∫
E E

Da quest’espressione si vede che abbiamo due gradi di libertà [cioè
( )
,
x y
k k :
z
k lo
troviamo con il teorema di Pitagora] e che le onde infinitesime hanno ampiezza
infinitesima
0
d d
x y
E k k .
6. Riflessione e rifrazione di onde piane

Consideriamo alcune quantità notevoli che si riferiscono al particolare mezzo in cui si
propagano le onde elettromagnetiche
Equazione dell’onda
(consideriamo l’onda come piana perché essa approssima l’onda prodotta da
un’antenna a grande distanza)
Permettività elettrica relativa
Indice di rifrazione
Lunghezza d’onda (nel vuoto)
Costante di fase (nel vuoto)
Costante di fase e indice di rifrazione
(che, siccome il mezzo è senza perdite, risulta anche essere pari a
0
nβ = =
Dunque, la nostra onda può essere espressa così
(
0
j
e
− ⋅
= E E
Consideriamo ora una parete di interfaccia
rettilineo) fra un mezzo 1 e un mezzo 2.
Riflessione e rifrazione di onde piane
Consideriamo alcune quantità notevoli che si riferiscono al particolare mezzo in cui si
propagano le onde elettromagnetiche e alle onde stesse:

( )
0
j
e
− ⋅
=
k r
E E
(consideriamo l’onda come piana perché essa approssima l’onda prodotta da
un’antenna a grande distanza)
Permettività elettrica relativa
0
C
ε
ε


0
C
ε
ε

Lunghezza d’onda (nel vuoto)
0
c
f
λ =
Costante di fase (nel vuoto)
0 0 0 0
0

β ω µ ε
λ
= = =
Costante di fase e indice di rifrazione possono comparire nel parametro costante di fase
è senza perdite, risulta anche essere pari a
0
k ). Se infatti scriviamo:
0
0 0
0 0 0
0
2
2
C
C
C
C
f
c
k
ε π
ε
ε π
ε λ
ε
ω ε µ ω ε µ
ε
¦
¦
¦
= =
´
¦
= =
¦
¹

Dunque, la nostra onda può essere espressa così
( ) j
e
− ⋅ k r

0
ˆ
0
j n
e
β
| |
|
− ⋅
|
\ ¹
=
k
k r
E E
parete di interfaccia, cioè il punto di congiunzione (che consideriamo
rettilineo) fra un mezzo 1 e un mezzo 2. Ed esaminiamo il seguente scenario:
Consideriamo alcune quantità notevoli che si riferiscono al particolare mezzo in cui si
(consideriamo l’onda come piana perché essa approssima l’onda prodotta da

0 0 0 0
k β ω µ ε = = =
possono comparire nel parametro costante di fase
). Se infatti scriviamo:
| |
|
|
\ ¹
k r

, cioè il punto di congiunzione (che consideriamo
Ed esaminiamo il seguente scenario:

Un onda piana, che si sta propagando nel mezzo 1, giunge sulla parete di interfaccia e vi
incide con un angolo
1
ϑ ; da questa onda se ne “generano” altre due:
• un’onda riflessa, che “rimbalza” e torna nel mezzo 1;
• un’onda trasmessa, che arriva nel mezzo 2.
Diamo delle formulazioni matematiche a queste onde:
• onda incidente:
1 0
ˆ
0
i
jn
i i
e
β − ⋅
=
s r
E E
(
1
n perché siamo nel mezzo 1; ˆ
i
s è il versore d’onda incidente
3
)
• onda riflessa:
1 0
ˆ
0
r
jn
r r
e
β − ⋅
=
s r
E E
(
1
n perché siamo ancora nel mezzo 1; ˆ
r
s è il versore d’onda riflessa
3
)
• onda trasmessa:
2 0
ˆ
0
t
jn
t t
e
β − ⋅
=
s r
E E
(
2
n perché siamo nel mezzo 2; ˆ
t
s è il versore d’onda trasmessa
3
)
Le analoghe formulazioni per H sono:
• onda incidente:
1 0
ˆ
0
1
ˆ
i
jn
i i i i
e
β
η
− ⋅
= × =
s r
H s E H
• onda riflessa:
1 0
ˆ
0
1
ˆ
r
jn
r r r r
e
β
η
− ⋅
= × =
s r
H s E H
• onda trasmessa:
2 0
ˆ
0
1
ˆ
t
jn
t t t t
e
β
η
− ⋅
= × =
s r
H s E H

Facciamo ora alcune ipotesi:
• trascurabili correnti superficiali
*
0
S
j =
• componenti tangenti continue attraverso la superficie di interfaccia
i r t τ τ τ
+ = E E E
Condizione che equivale a, esplicitando ed esprimendo le componenti tangenti
attraverso i versori di y e z (che sono gli unici assi a poter dare contributi nella
direzione di z senza componenti in x):
( ) ( ) ( ) 1 0 1 0 2 0
0 0 0
iy iz ry rz ty tz
jn s y s z jn s y s z jn s y s z
i r t
e e e
β β β
τ τ τ
− + − + − +
+ = E E E
Tale uguaglianza (ve n’è una analoga anche per H) deve valere per ogni valore di y
e z: l’unica è che i fattori esponenziali si semplifichino e che si abbia
1 1 2
1 1 2
per
per
iy ry ty
iz rz tz
n s n s n s y
n s n s n s z
= = ← ¦
¦
´
= = ←
¦
¹
versore :

formano la parte
tangente senza
componenti
, ,
x
x y z
s s s
| |
|
|
=
|
|
\ ¹
s
Se ora divido membro a membro ottengo
1 1 2
1 1 2
iy ry ty
iz rz tz
n s n s n s
m
n s n s n s
= = =
iy ry ty
iz rz tz
s s s
m
s s s
= = =


3
Prende il posto di k.
1 1 2 iy ry ty
n s n s n s
1 1 2 iz rz tz
n s n s n s
¦
¦
´
¦
¹
Quindi possiamo scrivere:
n n n
In questa equazione, che non sembra neanche tanto bella da vedere, sono nascoste due
importantissime leggi!
1 1
ˆ ˆ
sin sin
sin sin
1 1 2
ˆ ˆ ˆ
sin sin sin
i z r z
i r
n n
i r
i z r z t z
n n n
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ϑ ϑ ϑ
=
=
=
= =
LEGGE DELLA RIFLESSIONE
i i
i i i

• Legge della riflessione
per gli urti meccanici perfettamente elastici contro una parete).
• Legge di Snell: se
1 2
n n >

L’angolo d’incidenza per cui l’angolo di onda trasmessa è
2
π
è detto angolo critico. Per angoli di incidenza ancora
maggiori dell’angolo critico allora si ha il fenomeno della
riflessione totale (l’onda viene integralmente riflessa con
angolo determinato dalla legge della riflessione
delle fibre ottiche, le quali, essendo fatte di materiali con indice di rifrazione diverso (e
m è un numero puro che ha il significato di
coefficiente angolare di una retta, caso degenere
del piano cui appartengono i versori
detto piano d’incidenza (vedi figura).

Ruotiamo ora l’asse y e l’asse
piano d’incidenza sia coordinato agli assi
diventa il piano d’interfaccia e
d’incidenza). Con questo nuovo sistema di
riferimento rimangono soltanto componenti in
z e quindi l’unica equazione a rimanere è:
1 1 2 iy ry ty
n s n s n s = =
1 1 2
1 1 2
iz rz tz
iz rz tz
n s n s n s
n s n s n s
⇒ = =
= =

Ora, infatti tutti i vettori d’onda sono complanari
(stanno tutti su y) e possiamo scindere i versori nelle
uniche loro due componenti:
compon. compon. z
compon. compon. z
compon. compon. z
ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
i i x i z
x
r r x r z
x
t t x t z
x
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ϑ ϑ
¦
= +
¦
¦
¦
= − +
´
¦
¦
= +
¦
¹
s i i
s i i
s i i
. .
. .
. .
1 1 2
ˆ ˆ ˆ
sin sin sin
i z r z t z
n n n ϑ ϑ ϑ = = i i i
In questa equazione, che non sembra neanche tanto bella da vedere, sono nascoste due
1 1 2
ˆ ˆ ˆ
sin sin sin
i z r z t z
n n n ϑ ϑ ϑ i i i e
1 1 2
ˆ ˆ ˆ
sin sin sin
i z r z t z
n n n ϑ ϑ ϑ = = i i i

Legge della riflessione: l’angolo di incidenza è uguale a quello di riflessione (come
per gli urti meccanici perfettamente elastici contro una parete).
1 2
n n > allora
i t
ϑ ϑ < .
L’angolo d’incidenza per cui l’angolo di onda trasmessa è
. Per angoli di incidenza ancora
maggiori dell’angolo critico allora si ha il fenomeno della
l’onda viene integralmente riflessa con
legge della riflessione). Questo è il principio di funzionamento
delle fibre ottiche, le quali, essendo fatte di materiali con indice di rifrazione diverso (e
è un numero puro che ha il significato di
coefficiente angolare di una retta, caso degenere
del piano cui appartengono i versori , ,
i r t
s s s ,
(vedi figura).
e l’asse z in modo che il
piano d’incidenza sia coordinato agli assi (x = 0
diventa il piano d’interfaccia e y = 0 il piano
d’incidenza). Con questo nuovo sistema di
riferimento rimangono soltanto componenti in x e
e quindi l’unica equazione a rimanere è:
Ora, infatti tutti i vettori d’onda sono complanari
mo scindere i versori nelle
compon. compon. z
compon. compon. z
compon. compon. z
ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
ˆ ˆ
cos sin
i i x i z
r r x r z
t t x t z
ϑ ϑ
ϑ ϑ
ϑ ϑ
s i i
s i i
s i i
. .
. .
. .

In questa equazione, che non sembra neanche tanto bella da vedere, sono nascoste due
1 2
ˆ ˆ
sin sin
1
2
1 1 2
sin
sin
ˆ ˆ ˆ
sin sin sin
r z t z
n n
t
r
i z r z t z
n
n
n n n
ϑ ϑ
ϑ
ϑ
ϑ ϑ ϑ
=
=
= =
LEGGE DI SNELL
i i
i i i

: l’angolo di incidenza è uguale a quello di riflessione (come

. Questo è il principio di funzionamento
delle fibre ottiche, le quali, essendo fatte di materiali con indice di rifrazione diverso (e
studiato ad hoc), riescono con continue riflessioni totali a imprigionare e instradare le onde
elettromagnetiche.
Cerchiamo ora l’espressione dell’onda trasmessa:
0 0
jn x jn z jn x jn z
t t t
e e e
− − − −
= = E E E
Esaminiamo questo termine esponenziale:
Ora scriviamo che:
cos 1 sin sin 1
Quindi il termine esponenziale scritto poco fa diventa:
2 2
2 0 2 0
sin 1 sin 1
t t
jn j x n x
e e
β ϑ β ϑ

− − − − −


=
Dunque:
2
2 0
sin 1
0
questo termine è reale
e fa attenuare esponenzial-
mente l'onda in direzione
n x
t t
e e
β ϑ

− −


= E E
.
L’onda trasmessa è evanescente
ortogonali ai piani equiampiezza

), riescono con continue riflessioni totali a imprigionare e instradare le onde
Cerchiamo ora l’espressione dell’onda trasmessa:
( )
2 0
cos sin
0
t t
jn x z
t t
e
β ϑ ϑ − +
= E E
2 0 2 0 2 0 2 0
cos sin cos sin
0 0
t t t t
jn x jn z jn x jn z
t t t
e e e
β ϑ β ϑ β ϑ β ϑ − − − −
= = E E E
Esaminiamo questo termine esponenziale:
2 0
cos
t
jn x
e
β ϑ −

2 2
cos 1 sin sin 1
t t t
j ϑ ϑ ϑ = − = − −
Quindi il termine esponenziale scritto poco fa diventa:
2 2
2 0 2 0
sin 1 sin 1
t t
jn j x n x
e e
β ϑ β ϑ

− − − − −


=
2
2 0
sin 1
sin
questo termine è reale
e fa attenuare esponenzial-
mente l'onda in direzione
t
t
n x
jn z
x
e e
β ϑ
β ϑ

− −


.

evanescente (i piani equifase sono
ai piani equiampiezza).
), riescono con continue riflessioni totali a imprigionare e instradare le onde

cos sin cos sin
t t t t
jn x jn z jn x jn z β ϑ β ϑ β ϑ β ϑ


7. Onde piane: nomenclatura e classificazioni

Consideriamo un fasore del tipo
A ae ae e ae e = = =
(a = costante reale [ma generalmente è complessa];
Il fasore ha le seguenti caratteristiche:
• è un’onda piana perché le superfici equifase coincidono con i piani ortogonali alla
direzione individuata da
• si propaga nella direzione
• ha ampiezza costante sui piani ortogonali ad
in tale direzione si attenua con la costante di
attenuazione α ;
• non è uniforme, poiché i vettori
coincidenti e dunque l’ampiezza dell’onda non è costante sui piani equifase.
Supponiamo ora che, per ipotesi, il campo elettrico
Sotto quali condizioni esso soddisfa le equazioni di Maxwell?
iniziamo con il calcolare il primo membro delle equazioni di Maxwell:


7. Onde piane: nomenclatura e classificazioni
Consideriamo un fasore del tipo
( ) j j j
A ae ae e ae e
α β α β
′ − + ⋅ ′ − ⋅ − ⋅ − ⋅ − ⋅
= = =
i i r i r i r a r b r

= costante reale [ma generalmente è complessa];
, α β
costanti scalari non negative;
coincidenti, reali e costanti)
Il fasore ha le seguenti caratteristiche:
è un’onda piana perché le superfici equifase coincidono con i piani ortogonali alla
direzione individuata da i ;
si propaga nella direzione i con velocità v
ω
β
= ;
ha ampiezza costante sui piani ortogonali ad ′ i e
in tale direzione si attenua con la costante di
non è uniforme, poiché i vettori i e ′ i non sono
coincidenti e dunque l’ampiezza dell’onda non è costante sui piani equifase.
Supponiamo ora che, per ipotesi, il campo elettrico E sia esprimibile come
A = E p
Sotto quali condizioni esso soddisfa le equazioni di Maxwell? Procediamo per punti e
iniziamo con il calcolare il primo membro delle equazioni di Maxwell:
( )
( )
j
pa e
α β ′ − + ⋅
∇× = − ×∇
i i r
E
costanti scalari non negative; , ′ i i versori non
è un’onda piana perché le superfici equifase coincidono con i piani ortogonali alla
coincidenti e dunque l’ampiezza dell’onda non è costante sui piani equifase.
sia esprimibile come
Procediamo per punti e

1. Generalità

Si ha un problema di Maxwell non omogeneo quando il termine delle correnti impresse
non è nullo:
0
i
≠ J
Se ci ricordiamo com’erano fatte le equazioni delle onde, noteremo che questa volta c’è un
termine in più:
2 2
C i
ω ε µ ∇ + = −∇× H H J
(equazione di Helmoltz non omogenea)
Tale equazione non è molto utile nei casi pratici, perché le sorgenti non sono in genere
caratterizzate da densità di corrente volumetrica, bensì da correnti lineari (antenne lineari)
e superficiali (antenne piane).
Cerchiamo ora una formalizzazione in cui non appaiano le derivate: per farlo definiamo
un nuovo tipo di potenziale, il potenziale magnetico. Esso viene introdotto osservando che,
per l’annullarsi della divergenza di B, e in base alla µ = B H, si può sempre pensare che
Hsia ottenibile come rotazionale di un vettore. In pratica, si suppone che esista un certo
vettore A (potenziale vettore magnetico) tale per cui
( )
1
µ
µ
= ∇× ⇒ = ∇× H A H A
Ora, dalle equazioni di Maxwell noi sappiamo che:
j j ω ωµ ∇× = − = − E B H
Dunque ora possiamo scrivere:
( )
j j ωµ ω ∇× = − = − ∇× E H A
( )
0 jω ∇× + ∇× = E A

( )
0 jω ∇× + = E A
In un dominio semplicemente connesso un vettore a rotore nullo (e quindi conservativo)
può sempre esprimersi come gradiente di uno scalare φ (un potenziale scalare elettrico)
tale che:
jω φ + = −∇ E A
(il meno è dovuto al fatto che la direzione
r
i del versore radiale del campo
è quella in cui esso cala:
r
φ ∂
∝ −

E i
r
)
jω φ = − − ∇ E A
Quindi, facciamo un passo indietro e riscriviamo l’equazione di Maxwell:
j j ω ωµ ∇× = − = − E B H
Applichiamo ambo le parti l’operatore di rotore:
( )
j j ωµ ωµ ∇×∇× = ∇× − = − ∇× E H H
Dopodiché scriviamo un’altra delle equazioni di Maxwell per esprimere il rotore di cui
sopra:
C i
jωε ∇× = + H E J
Da cui:
( )
2
C i C i
j j j j ωµ ωµ ωε ω µε ωµ ∇×∇× = − ∇× = − + = − E H E J E J

A questo punto possiamo esprimere il fasore del campo elettrico nella maniera ricavata
poco fa:
jω φ = − − ∇ E A
Otteniamo un piccolo sistema:
2
C i
j
j
ω µε ωµ
ω φ
¦∇×∇× = −
¦
´
= − −∇ ¦
¹
E E J
E A

Giunti qui, sostituiamo:
( ) ( )
2
C i
j j j ω φ ω µε ω φ ωµ ∇×∇× − −∇ = − −∇ − A A J
Ricordandoci che il rotore di un gradiente è nullo, possiamo scrivere:
( )
2
C i
j j j ω ω µε ω φ ωµ − ∇×∇× = − −∇ − A A J

Ovvero, ponendo
2
C
ω µε uguale a
2
k e dividendo il tutto per jω − :
2
2
C C i
k
j ω µε ωµε φ µ ∇×∇× = − ∇ + A A J

2
i C
k j µ ωµε φ ∇×∇× − = − ∇ A A J

Possiamo ora sfruttare la seguente proprietà:
( )
2
∇×∇× = ∇ ∇⋅ −∇ A A A
( )
2 2
i C
k j µ ωµε φ
∇×∇×
∇ ∇⋅ −∇ − = − ∇
A
A A A J

( )
2 2
i C
j k µ ωµε φ − = − ∇ −∇ ∇⋅ + ∇ + J A A A

( )
2 2
i C
j k µ ωµε φ − = −∇ ∇⋅ + + ∇ + J A A A

Si nota che questa equazione è molto simile a quella di Helmoltz.
Se ora poniamo:
χ ′ = + ∇ A A
j φ φ ωχ ′ = −
dove χ è un campo scalare arbitrario, allora possiamo dire che alle due coppie A, ′ A e ϕ ,
ϕ′ corrispondono gli stessi valori di H e di E. Infatti osserviamo come queste relazioni
sono equivalenti:

CAMPI A, : CAMPI ′ A , ϕ′
( )
1
jω φ
µ
= − −∇ ¦
¦
´
= ∇×
¦
¹
E A
H A

( ) ( )
j j j j ω χ φ ωχ ω ω χ = − + ∇ −∇ − = − − ∇ E A A j φ ω χ −∇ + ∇
( ) ( )
1 1
χ χ
µ µ
= ∇× + ∇ = ∇× + ∇×∇ H A A
¦
¦
´
¦
¹


Questa proprietà è chiamata, in inglese, gauge invariance e risulta utile per la possibilità che
offre di imporre opportune condizioni ai potenziali. Ciò induce quindi ad identificare
quale sia la via più conveniente per risolvere una certa classe di problemi.
Diverse sono le scelte che sono state via via proposte; quella più seguita è stata suggerita
da Lorentz, in quanto consente di disaccoppiare l’equazione del potenziale scalare da
quelle del potenziale vettore. Scegliendo infatti
ϕ
∇⋅ = − A
Abbiamo che: µ ωµε φ − = −∇ ∇⋅ + + ∇ + J A A A
i C C
µ ωµε φ ωµε φ − = −∇ − + J
Quella che abbiamo ottenuto è
L’altra equazione risolvente, quella per il campo scalare
D’altra parte quest’equazione non aggiunge informazioni, perché possiamo operare
direttamente sulla scelta di Lorentz
Dunque, siccome:
Otteniamo:

2. Soluzione in spazio libero
cosiddetta funzione di Green, la quale è funzione della sola variabile
sferica del problema, ha questa forma:
( )
jkr jkr
e e
G r a J V A G r a V r
r r
− −
= =
C
jωµε φ ∇⋅ = − A (scelta di Lorentz)

2 2
i C
C
j
j k
ωµε φ
µ ωµε φ

| |
| − = −∇ ∇⋅ + + ∇ +
|
\ ¹
J A A A

( )
i C C
j j µ ωµε φ ωµε φ − = −∇ − +
2 2
k + ∇ + A A

2 2
i
k µ − = ∇ + J A A

Quella che abbiamo ottenuto è un’equazione di Helmoltz non omogenea
L’altra equazione risolvente, quella per il campo scalare φ , è la seguente:
2 2 i i
C C
k
j
ρ
ϕ ϕ
ε ωε
∇⋅
∇ + = − =
J

D’altra parte quest’equazione non aggiunge informazioni, perché possiamo operare
lla scelta di Lorentz per ottenere l’espressione di E:
C
jωµε φ ∇⋅ = − A
C
j
φ
ωµε
∇⋅
=

A

C C
j j φ φ
ωµε ωµε
∇⋅ ∇⋅ ∇⋅
= ⇒ = ∇
A A

jω φ = − − ∇ E A
( )
C
j j ω
ωµε
∇ ∇⋅
= − −
A
E A


Prendiamo un elemento di corrente
d
i
V J posizionato nell’origine di un
sistema di riferimento ortogonale a
coordinate sferiche. Dopodiché
proiettiamo l’equazione di Helmoltz
2 2
i
µ − = ∇ + J A A
sui vari assi:
2 2
2 2
2 2
ix x x
iy y y
iz z z
J A k A
J A k A
J A k A
µ
µ
µ
¦− = ∇ +
¦
− = ∇ +
´
¦
− = ∇ +
¹
Soluzione di equazioni di questo tipo
, la quale è funzione della sola variabile
sferica del problema, ha questa forma:
( )
d d
jkr jkr
x x i
e e
G r a J V A G r a V r
r r
− −
= = ⇒ = = J A
non omogenea.
la seguente:
D’altra parte quest’equazione non aggiunge informazioni, perché possiamo operare
Prendiamo un elemento di corrente
posizionato nell’origine di un
sistema di riferimento ortogonale a
coordinate sferiche. Dopodiché
proiettiamo l’equazione di Helmoltz
2 2
k − = ∇ + J A A
2 2
2 2
2 2
ix x x
iy y y
iz z z
J A k A
J A k A
J A k A
− = ∇ +
− = ∇ +
− = ∇ +

Soluzione di equazioni di questo tipo è la
, la quale è funzione della sola variabile r vista la simmetria
( )
G r a J V A G r a V r J A
La determinazione della costante
ragionamenti al limite (che saltiamo) per

3. Potenziale vettore di un elemento di corrente elettrica

Abbiamo appena ricavato come
densità volumetrica di corrente. Nei casi reali, tuttavia, non si hanno densità di questo
tipo, bensì cariche lineari o superficiali. Dobbiamo quindi esprimere il potenziale vettore
per questi casi fortemente pratici, a par
• Elemento di corrente superficiale:
• Elemento di corrente lineare
Come si vede, le formulazioni sono molto simili fra loro. In particolare, tutte possiedono
un termine (detto dipolo elettrico
VOLUME
d
i
V J
Tale termine, detto momento della sorgente
Prendiamo ora un sistema di riferimento e orientiamo l’asse
Procediamo quindi al calcolo di
( )
1 1 1
µ µ µ
= ∇× = ∇× = ∇× H A i i
Esplicitiamo ora il termine:
z r r
A M M
r r r r
∂ ∂
∇ = =
∂ ∂

1
Abbiamo già detto qualche capitolo fa che non esiste la densità di corrente lineare, ma semplicemente la
corrente
La determinazione della costante a è la parte più delicata del procedimento. Ricorrendo a
limite (che saltiamo) per r che tende a zero si dimostrare che:
( )
1
4
jkr
x
e
G r J V
r π

=
Tale risultato è generalizzabile per un elemento posto
ad una coordinata generica rispetto all’origine
infatti, che:
( )
1
, d
4
jk
e
J V
π
′ − −
′ =
′ −
r r
A r r
r r
Se poi la sorgente è estesa in un volume
( )
4
jk
i
V
e µ
π
′ − −

=
′ −
∫∫∫
r r
A r J
r r

di un elemento di corrente elettrica
Abbiamo appena ricavato come trovare il potenziale vettore nel caso generale e nel caso di
densità volumetrica di corrente. Nei casi reali, tuttavia, non si hanno densità di questo
tipo, bensì cariche lineari o superficiali. Dobbiamo quindi esprimere il potenziale vettore
per questi casi fortemente pratici, a partire da elementi infinitesimi di corrente
Elemento di corrente superficiale:
4
jkr
Si
e
r
µ
π

| |
=
|
\ ¹
A J
Elemento di corrente lineare
1
: d
4
jkr
e
I l
r
µ
π

| |
=
|
\ ¹
A
Come si vede, le formulazioni sono molto simili fra loro. In particolare, tutte possiedono
elettrico) del tipo:
VOLUME SUPERFICIE LINEA
V d
Si
S J d I l
momento della sorgente, lo chiameremo M.
Prendiamo ora un sistema di riferimento e orientiamo l’asse z in direzione di

4
jkr
z z z
e
A M
r
µ
π

| |
= =
|
\ ¹
A i i
Procediamo quindi al calcolo di H:
( )
1 1 1
z z z z
A A
µ µ µ
= ∇× = ∇× = ∇× H A i i
( )
(
1
z z z z
A A
µ
+ ∇ × = ∇ × i i
4 4
jkz jkz
z r r
e e
A M M
r r r r
µ µ
π π
− −
| | | | ∂ ∂
∇ = =
| |
∂ ∂
\ ¹ \ ¹
i i
Abbiamo già detto qualche capitolo fa che non esiste la densità di corrente lineare, ma semplicemente la
è la parte più delicata del procedimento. Ricorrendo a
che tende a zero si dimostrare che:
d
x
G r J V
Tale risultato è generalizzabile per un elemento posto
ad una coordinata generica rispetto all’origine. Si ha,
, d
x
J V

′ r r

Se poi la sorgente è estesa in un volume V′ , si ha che:
( ) d
i
r V ′ ′ A r J
nel caso generale e nel caso di
densità volumetrica di corrente. Nei casi reali, tuttavia, non si hanno densità di questo
tipo, bensì cariche lineari o superficiali. Dobbiamo quindi esprimere il potenziale vettore
elementi infinitesimi di corrente:
d
Si
S A J
d I l
Come si vede, le formulazioni sono molto simili fra loro. In particolare, tutte possiedono
in direzione di M; si ha
( )
z z z z
A A + ∇ × = ∇ × i i
i i
Abbiamo già detto qualche capitolo fa che non esiste la densità di corrente lineare, ma semplicemente la
Eseguiamo quindi la derivata operando la sostituzione
4 4 4
z z z
z r r r
e M e M e
A M e
r r r r r r
σ σ σ
µ µ µ
π π π
− − −
| | ∂
∇ = = − − = − −
|

\ ¹
Quindi:
4 4
z z
M e M e
r r r r
σ σ
σ σ ϑ
π π
− −

| | | |
= − + × = + =
| |
\ ¹ \ ¹

H i i i i
Abbiamo quindi espresso il campo magnetico assieme al versore
tra l’altro, ci dimostra ancora una volta come le linee di forza del campo magnetico siano
circolari attorno alla carica infinitesima diretta lungo l’asse

Ricordiamo ora che:
C’è quindi da fare un po’ di fatica coi calcoli:
C C C
H H
j j j
ϕ ϕ ϕ ϕ
ωε ωε ωε
∇× ∇×

= = = =
i i
E
1 1 1
C
j r r r ωε ϑ ϑ
= − =
1 1 1 1
2 4
C C
M e M e
j r r j r r r
σ ϑ σ ϑ
ωε π ωε π
¦ ¹ ¦ ¹
| | | |
= + − + + =
´ ` ´ `
| |
\ ¹ \ ¹ ¹ ) ¹ )
Con conducibilità del mezzo diverso da zero anche se piccola si ha il soddisfacimento
delle condizioni di regolarità necessarie per l’unicità: quindi questa è l’unica soluz
possibile.
Ponendo poi
Possiamo sostituire nell’equazione di prima:
Eseguiamo quindi la derivata operando la sostituzione jk σ = (conducibilità elettrica):
2
1 1
4 4 4
z z z
z
z r r r
e M e M e
A M e
r r r r r r
σ σ σ
σ
µ µ µ
σ σ
π π π
− − −

| |
∇ = = − − = − −

\ ¹
i i i
( )
1 1
4
z
z z r z
M e
A
r r
σ
σ
µ π


| |
= ∇ × = − + ×
|
\ ¹

H i i i
A questo punto facciamo qualche considerazione sui
versori. Il versore
z
i , che in figura è l’asse verticale, ha
l’espressione:
cos sin
z r ϑ
ϑ ϑ = − i i i
Dunque:
cos
r z r r
ϑ × = × i i i i ( ) sin sin
r ϑ ϕ
ϑ ϑ − × = − i i i
Ora possiamo inserire il risultato nella
formula scritta poco fa:
( )
1 1
sin
4 4
z z
r z
M e M e
r r r r
σ σ
ϕ ϕ ϕ
σ σ ϑ
π π
− −

| | | |
= − + × = + =
| |
\ ¹ \ ¹

H i i i i
Abbiamo quindi espresso il campo magnetico assieme al versore
ϕ
i : l’espressione trovata,
ancora una volta come le linee di forza del campo magnetico siano
circolari attorno alla carica infinitesima diretta lungo l’asse z.
C
jωε
∇×
=
H
E
C’è quindi da fare un po’ di fatica coi calcoli:
1
sin
4
z
C C C
M e
H
H H r r
j j j
σ
ϕ ϕ ϕ ϕ
σ ϑ
π
ωε ωε ωε



| |
∇× +
|
∇× ∇×
\ ¹


= = = =
i i
( ) ( )
sin
1 1 1
sin
r
H rH
j r r r
ϕ ϕ
ϑ
ϑ
ωε ϑ ϑ
¦ ¹
∂ ∂
´ `
= − =
∂ ∂ ¹ )
i i
2
2 2
1 1 1 1
cos sin
2 4
r r
r
C C
M e M e
j r r j r r r
σ σ
σ
σ ϑ σ ϑ
ωε π ωε π
− −
¦ ¹ ¦ ¹
| | | |
= + − + + =
´ ` ´ `
| |
\ ¹ \ ¹ ¹ ) ¹ )
i i
r r
E E
ϑ ϑ
= + i i
Con conducibilità del mezzo diverso da zero anche se piccola si ha il soddisfacimento
delle condizioni di regolarità necessarie per l’unicità: quindi questa è l’unica soluz
2
j j j
π
σ β ω µε
λ
= = =
Possiamo sostituire nell’equazione di prima:
(conducibilità elettrica):
1 1
z z z
z r r r
e M e M e
r r r r r r
σ σ σ
σ σ
− − −
| |
| |
∇ = = − − = − −
|
\ ¹
\ ¹
i i i
( )
1 1
z z r z
r r
σ

| |
= ∇ × = − + ×
|
\ ¹

H i i i
A questo punto facciamo qualche considerazione sui
, che in figura è l’asse verticale, ha
) sin sin
ϑ ϕ
ϑ ϑ − × = − i i i
Ora possiamo inserire il risultato nella
H
ϕ ϕ ϕ
= − + × = + = H i i i i
: l’espressione trovata,
ancora una volta come le linee di forza del campo magnetico siano
H
ϕ ϕ
σ ϑ



= = = =
i

cos sin
r r
j r r j r r r
ϑ
σ ϑ σ ϑ
¦ ¹ ¦ ¹
= + − + + =
´ ` ´ `
¹ ) ¹ )
i i
Con conducibilità del mezzo diverso da zero anche se piccola si ha il soddisfacimento
delle condizioni di regolarità necessarie per l’unicità: quindi questa è l’unica soluzione
1 2 1 1 4 2 1
2 4
C C
M e M e
j
j r r j r r r
π π π
ωε π λ ωε π λ λ
¦ ¹ | |
| |
= + − − − +
´ `
|
\ ¹ ¹ )
E i i
Questi sono due campi che, man mano che si allontanano dalla sorgente si attenuano in
modo diverso.

Caso r λ ≪ Campo VICINO
(
2 2 2
2 3 2
1 2 1
4 4 4
1 2 1 1 4 2 1
2 4
cos
4 8
z z
r z
j r j r
C C
r
M e M e M
r r r r r
M e M e
j
j r r j r r r
M M
j j
r
σ σ
β β
σ ϑ ϑ
π π λ π
π π π
ωε π λ ωε π λ λ
λ λ
η ϑ η
π π
− −
− −

| | | |
= − + × = + ≈
| |
\ ¹ \ ¹

¦ ¹ | |
| |
= + − − − + ≈
´ `
|
\ ¹ ¹ )
≈ − −
H i i i i
E i i
i
¦
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¦
¦
¹
Dove
1 1 1 1 1
2 2 2 2 2 f c
λ λ µ λ
ωε πε πε πε π ε π
= = = = =

Caso r λ ≫ Campo LONTANO
(
2 2 2
1 2 1
4 4 2
1 2 1 1 4 2 1
2 4
sin
2
z z j z
r z
j r j r
C C
j r
M e M e M e
r r r r r
M e M e
j
j r r j r r r
M e
j E
r
σ σ β
β β
β
ϑ
σ ϑ ϑ
π π λ λ
π π π
ωε π λ ωε π λ λ
η ϑ
λ
− − −
− −


| | | |
= − + × = + ≈
| |
\ ¹ \ ¹

¦ ¹ | |
| |
= + − − − + ≈
´ `
|
\ ¹ ¹ )
≈ =
H i i i i
E i i
i
ϑ ϑ
¦
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¦
¦
¹
i
(con lo stesso significato dei simboli)

In questo ultimo caso possiamo esprimere il campo elettrico in coordinate polari:
sin ,
2
M e e
j r η ϑ ϑ ϑ
λ
= E i E E
( )
{ }
0 0 2
, , Re cos 2 arg cos
j ft
r t e r ft r t
r r
π
ϑ β π β ⇒ = = − + + = − + + =
E E
E E E

2
È il caso principe delle radiocomunicazioni.
2
2 2 2
1 2 1 1 4 2 1
cos sin
2 4
j r j r
r
C C
M e M e
j r r j r r r
β β
π π π
ϑ ϑ
ωε π λ ωε π λ λ
− −
¦ ¹ ¦ ¹ | |
| | ¦ ¦
= + − − − +
´ ` ´ ` |
|
\ ¹ ¦ ¦ ¹ ) \ ¹ ¹ )
E i i
e campi che, man mano che si allontanano dalla sorgente si attenuano in
VICINO rispetto a λ (detto anche campo reattivo
)
2
2
2 2 2
2 3 2
1 2 1
sin sin
4 4 4
1 2 1 1 4 2 1
cos sin
2 4
4 8
z z
r z
j r j r
r
C C
M e M e M
j
r r r r r
M e M e
j r r j r r r
M M
σ σ
ϕ ϕ
β β
π
σ ϑ ϑ
π π λ π
π π π
ϑ ϑ
ωε π λ ωε π λ λ
λ λ
π π
− −
− −

| | | |
= − + × = + ≈
| |
\ ¹ \ ¹

¦ ¹ ¦ ¹ | |
¦ ¦
= + − − − + ≈
´ ` ´ ` |
¦ ¦ ¹ ) \ ¹ ¹ )
H i i i i
E i i
3
sin
r
ϑ
ϑi
1 1 1 1 1
2 2 2 2 2
λ λ µ λ
λ µε η
ωε πε πε πε π ε π
= = = = =
Campo LONTANO
2
rispetto a λ (detto anche campo radiativo
)
2
2 2 2
1 2 1
sin sin
4 4 2
1 2 1 1 4 2 1
cos sin
2 4
z z j z
r z
j r j r
r
C C
M e M e M e
j j
r r r r r
M e M e
j r r j r r r
σ σ β
ϕ ϕ
β β
π
σ ϑ ϑ
π π λ λ
π π π
ϑ ϑ
ωε π λ ωε π λ λ
− − −
− −

| | | |
= − + × = + ≈
| |
\ ¹ \ ¹

¦ ¹ ¦ ¹ | |
¦ ¦
= + − − − + ≈
´ ` ´ ` |
¦ ¦ ¹ ) \ ¹ ¹ )
H i i i i
E i i
ϑ ϑ
i
(con lo stesso significato dei simboli)
In questo ultimo caso possiamo esprimere il campo elettrico in coordinate polari:
( ) ( )
0
sin ,
j r j r
M e e
j r
r r
β β
ϑ
η ϑ ϑ ϑ
− −
⇒ = E i E E
( )
0 0
0
, , Re cos 2 arg cos r t e r ft r t
r r
ϑ β π β
| |

= = − + + = − + + =
|


\ ¹
E E
E E E
(
0
cos r ct
r
β ϕ = − + +

E
Quindi la superficie equifase è fatta come una sfera
centrata nella sorgente.

Sempre in assenza di perdite è utile calcolare il flusso del
vettore di Poynting a partire dalle espressioni esatte
attraverso una sfera di raggio r spiccata dall’origine,
quindi con normale diretta secondo
r
i .
È il caso principe delle radiocomunicazioni.
2 2 2
1 2 1 1 4 2 1
cos sin
j r j r
M e M e
j r r j r r r
β β
ϑ
ϑ ϑ
− −
¦ ¹ ¦ ¹ | |
¦ ¦
´ ` |
¦ ¦ \ ¹ ¹ )
E i i
e campi che, man mano che si allontanano dalla sorgente si attenuano in
campo reattivo)
sin sin
cos sin
j r j r
M e M e
j r r j r r r
ϕ ϕ
β β
ϑ
σ ϑ ϑ
ϑ ϑ
− −
¦ ¹
¦ ¦
= + − − − + ≈
´ `
¦ ¦
¹ )
H i i i i
E i i
radiativo)
sin sin
cos sin
z z j z
j r j r
M e M e M e
r r r r r
M e M e
j r r j r r r
σ σ β
ϕ ϕ
β β
ϑ
σ ϑ ϑ
ϑ ϑ
− − −
− −
¦ ¹
¦ ¦
= + − − − + ≈
´ `
¦ ¦
¹ )
H i i i i
E i i
In questo ultimo caso possiamo esprimere il campo elettrico in coordinate polari:
sin , ⇒
0
arg 2 f
r t e r ft r t
π
β β
| |

= = − + + = − + + =
|


\ ¹
E
)
r
β ϕ = − + +


superficie equifase è fatta come una sfera
Sempre in assenza di perdite è utile calcolare il flusso del
vettore di Poynting a partire dalle espressioni esatte
spiccata dall’origine,
r
i .
Operiamo quindi l’usuale cambio di variabile
* 3
d sin d d ... 1
2 2 3 8
r
S
π π
×
= = = = −
∫∫ ∫ ∫
E Η
S i S

Questo termine si scinde in:
• Potenza attiva:
• Potenza reattiva:
con la distanza)
Ora passiamo ai versori. Prima con
(cos sin cos
r z r r r r
ϑ ϑ ϑ × = × − = × i i i i i i i
E quindi con:
(
r z r r
× × = − × = − i i i i i i
Dunque:
4 2
j M j M
µ η
ω ϑ ω ϑ
π λ
| | | |
= =
| |
\ ¹ \ ¹
E i i

4. Momento equivalente di un’antenna

Abbiamo detto che il problema della determinazione di
*
d
2
S S r
S
P jQ
×
= + =
∫∫
E Η
S i S

Operiamo quindi l’usuale cambio di variabile
2
d dS r Ω = . Otteniamo:
2 * 2 * 3
2
0 0
d sin d d ... 1
2 2 3 8
E H
M
r j
π π
ϑ ϕ
π λ
ϑ ϑ ϕ η
λ π
| |
| |
= = = = −
| |
\ ¹
\ ¹
∫∫ ∫ ∫

2
3
M π
η
λ
| |
|
\ ¹
(non dipende da r, il mezzo è senza perdite)

2
3
3 3
8 3
M
j
r
λ π
η
π λ
| |

|
\ ¹
(dipende da r e si attenua moltissimo
Le espressioni precedenti riguardanti il campo lontano
potevano ricavarsi anche direttamente dal vettore
potenziale magnetico:
r r
jω = − × × E i A i
Il vettore potenziale magnetico è:
4
j r
z z z
e
A M
r
β
µ
π

| |
= =
|
\ ¹
A i i
Quindi:
(
4
j r
r z r
e
j M
r
β
µ
ω
π

| |
= − × ×
|
\ ¹
E i i i
Ora passiamo ai versori. Prima con
) cos sin cos
r z r r r r ϑ
ϑ ϑ ϑ × = × − = × i i i i i i i sin sin
r ϑ ϕ
ϑ ϑ − × = − i i i
) ( )
sin sin
r z r r ϕ ϑ
ϑ ϑ × × = − × = − i i i i i i
sin sin
4 2
j r j r
e e
j M j M
r r
β β
ϑ ϑ
µ η
ω ϑ ω ϑ
π λ
− −
| | | |
= =
| |
\ ¹ \ ¹
E i i
4. Momento equivalente di un’antenna
Abbiamo detto che il problema della determinazione di E ed H si risolve calcolando
( ) ( )
4
i
V
e µ
π

′ ′ =
∫∫∫
A r J r
Vogliamo ora semplificare, sotto certe ipotesi, tale
espressione quando calcoliamo il campo a
distanza considerevole dalla sorgente (situazione
di campo lontano: r D ≫ dove
dimensione lineare della sorgente). Prendi
. Otteniamo:
* 3
3 3
d sin d d ... 1
2 2 3 8
r j
r
π λ
λ π
| |
= = = = −
|
\ ¹

, il mezzo è senza perdite)
e si attenua moltissimo
riguardanti il campo lontano
potevano ricavarsi anche direttamente dal vettore

r
η
×
=
i E
H

z z z
A M
| |
|
\ ¹
A i i
)
r z r
= − × × E i i i
sin sin
ϑ ϕ
ϑ ϑ − × = − i i i
ϑ ϑ
E i i
si risolve calcolando
d
e
V
σ ′ − −
′ ′
′ −
r r
A r J r
r r

Vogliamo ora semplificare, sotto certe ipotesi, tale
espressione quando calcoliamo il campo a
distanza considerevole dalla sorgente (situazione
dove D è la massima
dimensione lineare della sorgente). Prendiamo la
seguente schematizzazione (figura a sinistra). Se raccogliamo dal termine presente
all’interno della relazione soprascritta, e cioè
e
σ ′ − −
′ −
r r
r r

il termine che compare all’interno dell’espressione del momento d’antenna infinitesima,
allora ottengo:
r r
e re
r
σ σ
′ − − − −


′ −


r r
r r

Prestiamo ora attenzione all’esponente (nel quale non posso certo trascurare la presenza di
r): anzitutto applichiamo il teorema di Carnot
2
2 2
2
2 cos 1 2 cos
r r
r r rr r
r r
ψ ψ
′ ′
′ ′ ′ − = + − = + − r r
Dopodiché sviluppiamo e conserviamo il termine al 1° ordine in
r
r

:
2
2
2
" " grande
1 2 cos 1 cos
O
r r r r
r r
r r r r
ψ ψ
| |
|
′ ′ ′ ′
| |
′ − = + − ≈ − − Ο |
|
\ ¹ |
|
\ ¹
r r
.

Il termine
( )
2
r
r

Ο sostituisce tutti gli infinitesimi di ordine superiore o uguale a 2 per
( )
0
r
r

→ ; essi sono trascurabili se
( )
( )
2
2
1 .... 1
r
r
r
r
e r
r
σ
σ

− Ο

≈ − Ο + ≈
Tornando al termine esponenziale:
( ) ( )
2 2
cos cos
r r r r r r
r r r r r r
r r e e re e e
e e
r r r
σ σ σ σ σ
σ ψ σ ψ
| | | | ′ ′ − − − − − − − − ′ ′
′ ′ − − + Ο − − − + Ο
| |
\ ¹ \ ¹

= ≈ =

′ ′ − −


r r r r
r r r r

In questa relazione cos
r
r r ψ ′ ′ = i per le proprietà del prodotto scalare (vedi figura), quindi
posso sostituire ed effettuare un altro sviluppo (ricordiamo infatti che r r′ ≫
)
:
( ) ( ) ( )
2 2 2
cos
da sviluppare
r
r
r r r r r r
r r r r r
r r r
r
e e e
e e e e
r r r
σ σ σ
σ ψ σ σ
σ
| | | | | |
− − − ′ ′ ′
′ ′ − − + Ο − Ο − Ο
| | |

\ ¹ \ ¹ \ ¹
= =
i
i
.

( )
( )

2
2
2
2
da sviluppare
1 1
r
r
r r
r
e r j r
r
r
σ
σ
σ β
| |

− Ο
|
\ ¹


= − Ο = −
.
+ … (questo termine tende ad 1)
Quel che rimane è dunque:
r
r
r
e e
e
r
σ σ
σ
′ − − −

=
′ −
r r
i
r r

Tornando quindi all’integrale di partenza, ora possiamo sostituire il risultato appena
ottenuto:
( ) ( ) ( ) ( ) d d d
4 4 4
r r
r r
r r
i i i
V V V
e e e
V e V e V
r r
σ σ σ
σ σ
µ µ µ
π π π
′ − − − −
′ ′
′ ′ ′
′ ′ ′ ′ ′ ′ = = =
′ −
∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫
r r
i i
A r J r J r J r
r r

Definiamo quindi il termine momento equivalente M come:
( ) ( ) d ,
r
r
i
V
e V
σ
ϑ ϕ


′ ′ =
∫∫∫
i
J r M
Quindi questa diventa l’espressione del vettore potenziale magnetico:
( ) ( )
,
4
j r
e
r
β
µ
ϑ ϕ
π

= A r M (con r D ≫ e
2
2D
r
λ
> )
Dunque:
• Il vettore potenziale magnetico dipende prima dalle coordinate angolari del punto
potenziato…
• … e poi dal momento equivalente, dipendente invece dall’orientazione dell’antenna
rispetto al punto potenziato (è funzione di ′ r e non di r ). A grande distanza,
infatti, la sorgente è vista come puntiforme, concentrata nell’origine e con
caratteristiche di radiazione angolari fissate da M. Si noti anche che M dipende da
dove si è scelta l’origine: cambiando questa cambia M, principalmente a causa
della necessità di riaggiustare le fasi.

A questo punto per calcolare il campo prodotto da un’antenna devo anzitutto calcolare il
momento equivalente; H , infatti, non ce l’ho ancora perché per calcolarlo avrei già
bisogno di
1
µ
= ∇× H A
Tuttavia il vantaggio è che M è una caratteristica propria dell’antenna:
• Per un’antenna volumica (non usata nella pratica): ( ) ( ) d ,
r
r
i
V
e V
σ
ϑ ϕ


′ ′ =
∫∫∫
i
J r M
• Per un’antenna superficiale: ( ) ( ) d ,
r
j r
iS
S
e S
β
ϑ ϕ


′ ′ =
∫∫
i
J r M
• Per un’antenna lineare: ( ) ( )
d ,
r
j r
e
β
ϑ ϕ

′ =

i
I r M


Facciamo ora l’ipotesi di antenna (lineare) corta (disposta lungo l’asse z)
λ ℓ ≪
oltre a quella di corrente costante (dunque I non dipende da z). Allora il momento di
questa antenna è:
( )
d
r
j r
z
e I
β ′
′ = =

i
M I r i

ℓ ℓ
Quindi, ricordando che l’antenna è corta, possiamo dire che il momento equivalente
di un bipolo corto è uguale al momento di corrente infinitesima:
d
z
I L = M i

Tornando a ciò che dicevamo poco fa, se siamo nel caso generale (antenna estesa) e
vogliamo calcolare il campo magnetico, come si può fare?
( )
Primo addendo Secondo addendo
1 1 1 1
4 4 4
j r j r j r
e e e
r r r
β β β
µ
µ µ π π π
− − −
| | | |
= ∇× = ∇× = ∇ × + ∇×
| |
\ ¹ \ ¹
H A M M M



Se esaminiamo ora separatamente:
• Il primo addendo
1
4
j r
e
r
β
π

| |
∇ ×
|
\ ¹
M. Possiamo sviluppare il gradiente; otteniamo:
1 1 1
4 4
j r j r
r
e e
j
r r r
β β
β
π π
− −
| |
| |
∇ × = − − ×
| |
\ ¹
\ ¹
M i M
Ora possiamo trascurare
1
r
− perché:
1 2 1 2
j j j
r r
π π
β
λ λ
− − = − − ≈ − vista l’ipotesi r λ ≫
Quindi:
1 1
4 4
j r j r
r r
e e
j j
r r r
β β
β
β
π π
− −
| |
− − × = − ×
|
\ ¹
i M i M
• Il secondo addendo:
( )
1
4
j r
e
r
β
π

∇×M . Esplicitando il momento equivalente,
abbiamo
3
:
( ) ( ) ( )
1 1 1
d d
4 4 4
r r
j r j r j r
r j r
i i
V V
e e e
e V e V
r r r
β β β
σ β
π π π
− − −
′ ′
′ ′
| |
′ ′ ′ ′ ∇× = ∇× = ∇×
|
\ ¹
∫∫∫ ∫∫∫
i i
M J r J r
Se teniamo conto delle ipotesi di campo lontano ( r λ ≫ ) questo termine scompare e
quindi possiamo tenere conto solo del primo addendo.

Fatte le precedenti considerazioni, ci rimane:
1 1
4
j r
e
r
β
µ π

| |
= ∇× = ∇ ×
|
\ ¹
H A M
Dunque anche se ho un’antenna estesa e se siamo nelle ipotesi di campo lontano:
• Posso definire il momento equivalente.
• L’espressione del campo è uguale a quella dell’elemento infinitesimo di corrente.

5. Momento di un’antenna non nell’origine

Il momento equivalente di un’antenna ( )
0
, ϑ ϕ M
dipende anche dalla scelta del sistema di
riferimento, oltre che dalla posizione di sorgente e
punto potenziante. Come cambia l’espressione del
momento equivalente al variare del sistema di
riferimento?
Esprimiamo, basandoci su ciò che vediamo in
figura a sinistra, il momento equivalente rispetto
al riferimento X Y Z ′ ′ ′ (ipotizzando, inoltre, che
valgano le approssimazioni caratteristiche del caso “campo lontano”)
4
.

3
Si applica il rotore al solo termine esponenziale perché è un rotore rispetto alle coordinate del punto
potenziato, non del punto potenziante.
4
Si faccia attenzione al cambio di notazione rispetto al paragrafo precedente.
( ) ( )
'
, d
r
i
O i
V
e
σ
ϑ ϕ
′ ′
′ ′ ′ ′ ≈
∫∫∫
wi
M J w w
Osserviamo però che:
′ = − ¦
´
′ = −
¹
w w
r r



Quindi ora dobbiamo esprimere in maniera nuova il prodotto scalare:
( )
( )
2
r
r r r
− ′ − − +
′ ′ ′ = = − = =
′ ′ ′
r
r wr w r
wi w w

ℓ ℓ ℓ

2
r r
r r
r r r r
= − − +
′ ′ ′ ′
w
wi i
ℓ ℓ

Se mandiamo , r r′ → ∞ (campo lontano) allora:
r r r
′ ′ = − wi wi i ℓ
Dunque ora possiamo esprimere il nostro momento nel sistema di riferimento nuovo:
( ) ( ) ( )
( )
( )
'
, d d d
r r r r r
i i i
O i i i
V V V
e e e e
σ σ σ σ
ϑ ϕ
− ′ ′ −
′ ′ ′ ′ ′ ′ ′ ′ = = = =
∫∫∫ ∫∫∫ ∫∫∫
wi i wi i wi
M J w w J w w J w w
ℓ ℓ

( ) ,
r
O
e
σ
ϑ ϕ

=
i
M


Se, infine, , r r D ′ ≫ e , r r′ ≫ℓ allora si può assumere che il punto P sia visto sotto la
medesima direzione da entrambi i sistemi di riferimento. Quindi:
( ) ( )
, , ϑ ϕ ϑ ϕ ′ ′ =

1. Grandezze caratteristiche di un’antenna per un mezzo omogeneo e senza perdite

Ricapitolando dal capitolo precedente: se si verifica contemporaneamente che
r λ ≫ e r D ≫
(campo lontano e dimensioni lineari dell’antenna trascurabili rispetto al punto in cui si
calcola il campo)
allora il campo a grande distanza può calcolarsi a partire dal potenziale vettore e dal
momento equivalente:
( ) ( )
,
4
r
e
r
σ
µ
ϑ ϕ
π

= A r M
( ) ( )
( )
, d
r
i
V
e V
σ
ϑ ϕ
′ −

′ ′ =
∫∫∫
r i
M J r
Infatti da qui possiamo determinare:
( )
1
C
jωε
µ
∇× ¦
=
¦
¦
´
¦
= ∇×
¦
¹
H
E
H A

Si dimostra che nella zona lontana l’onda elettromagnetica tende a diventare sferica, con
lunghezza d’onda e velocità di fase pari a quella delle onde piane uniformi. Inoltre, il
campo elettrico e magnetico soddisfano le relazioni:
r
η
×

i E
H e
r
η ≈ × E H i
Se ora esprimiamo il vettore di Poynting abbiamo:
* *
2 2
r
η
× × ×
= =
E i E E H
S
A questo punto sfruttiamo la proprietà:
( ) ( ) × × = ⋅ ⋅ − ⋅ ⋅ A B C A C B A B C
Otteniamo:
*
2
r
r
η


= +
E i
E E
S i

perpend.
2
*
2 2
r
η η
=
E
E i
Data l’espressione del potenziale vettore si ha, per la simmetria sferica
0
j r
e
r
β −
= E E
Quindi:
2
0
2
2
r
r η
=
E
S i
Nella zona lontana il vettore di Poynting è reale ed è diretto radialmente nel verso
centrifugo. Dunque a grande distanza dalla sorgente, si ha un trasporto di energia verso
l’infinito. Poiché il mezzo è senza perdite, alla potenza trasmessa verso l’infinito (potenza
irradiata), corrisponde un’uguale potenza erogata dalla sorgente.
Se scegliamo un sistema di coordinate sferiche, allora possiamo calcolare il flusso del
vettore di Poynting su una sfera di raggio R. Osserviamo che la potenza irradiata non
dipende dalla distanza:
( )

( ) ( )
2
2 2 2
2 4
0 0 0
2
0 0 0 sin d d
, , ,
d d d sin d d
2 2 2
R R
S r irr
S S r
P S S P
r
π π π
ϑ ϑ ϕ
ϑ ϕ ϑ ϕ ϑ ϕ
ϕ ϑ ϑ
η η η
= = = = Ω =
∫∫ ∫∫ ∫ ∫ ∫
E E E
S i
Come si vede, non vi è alcuna dipendenza nemmeno dalla superficie S considerata: per
questo indichiamo tale potenza con il solo simbolo
irr
P .

Risulta inoltre indipendente da r la seguente quantità che indicheremo con
( )
2
0
2
2
0 2
2
2
,
2
r
r r
r
I r
r
η
ϑ ϕ
η
= = =
E
i
E
S i
(intensità di radiazione)
Il significato di questo termine è di potenza irradiata per unità di angolo solido. Risulta:
( )
4
, d
irr r
P I
π
ϑ ϕ = Ω


Indicando ora attraverso il generico punto P la direzione del punto potenziato e attraverso
M una direzione di riferimento (in generale può essere una direzione qualsiasi, ma
spessissimo si sceglie quella di potenza irradiata massima) si può normalizzare
r
I ,
ottenendo ( ) ,
r
i ϑ ϕ :
( )
( )
( )
( )
( )
( )
( )
2
0
ad es.
2
max max
0
,
,
,
r r
r
r r
P I P I
i
I M I
M
ϑ ϕ
ϑ ϕ
ϑ ϕ
= = →
E
E

Tramite l’intensità di radiazione normalizzata (quella che abbiamo appena presentato) si
può definire un diagramma di radiazione. La grandezza:
( ) ( )
, ,
r
f i ϑ ϕ ϑ ϕ =
risulta proporzionale ai moduli dei campi anziché al loro quadrato ed è detta funzione di
radiazione della sorgente. Essa rappresenta la maniera più completa per rappresentare le
proprietà di irradiazione della sorgente dipendenti dalla direzione.
In un sistema di coordinate sferiche l’equazione
( ) , r f ϑ ϕ =
definisce una superficie chiusa che è detta superficie di
radiazione e costituisce la rappresentazione geometrica della
funzione f. L’intersezione di tale superficie con il generico
piano π , passante per l’origine è detta diagramma di
radiazione della sorgente (nel piano π ; vedi figura per un
esempio) .
Una sorgente si dice omnidirezionale in un particolare piano π
se il suo diagramma di radiazione in π è una circonferenza; l’interesse tecnico delle
antenne omnidirezionali è prevalente in quelle applicazioni che richiedono la diffusione di
un segnale su un’intera area. Al contrario, in tutte le applicazioni in cui si vuole effettuare
un collegamento fra due punti fissi, è necessario possedere antenne altamente direttive.
La parte di un diagramma di radiazione che è compresa fra due direzioni di zero
1

consecutive si chiama lobo di radiazione; vengono detti principali i lobi il cui il massimo
relativo vale 1; secondari quelli il cui massimo relativo è minore di 1. Si definisce rapporto
fra i lobi di un’antenna il rapporto 1/a fra il massimo assoluto della funzione di radiazione
( ) ( )
, ,
r
f i ϑ ϕ ϑ ϕ = ed il più grande, a, fra i massimi relativi.

Chiamiamo poi rapporto avanti-indietro il termine
1
b
dove b è la radiazione che va nella
direzione opposta, rispetto a quella del lobo principale.


Per caratterizzare con una quantità adimensionale le proprietà direzionali di un’antenna,
integrate su tutte le direzioni dello spazio, si fa correntemente uso dell’inverso del valor
medio dell’intensità di radiazione normalizzata:
4
0
1
1
d
4
r
d
i
π
π
=



La quantità d è detta guadagno in direttività (o, semplicemente, direttività) dell’antenna. Il
valore massimo della direttività è +∞, quello minimo è 1. È facile capire il significato di
questa quantità se prendiamo un’antenna molto direttiva che ha, cioè, un lobo molto
significativo (e comunque non molto grande), oppure tanti lobi piuttosto piccoli e tutti a
ridosso fra loro, e altri di dimensioni trascurabili. Se facciamo l’integrale presente al
denominatore otterremo un’area piccola; quindi il rapporto (direttività) è, giustamente, un
valore elevato, il che spiega come l’antenna sia fortemente direttiva (e cioè tende ad inviare
una grande percentuale di potenza in una direzione particolare). Si può fare anche un
esempio opposto: un’antenna isotropa (molto poco direttiva), avente f = 1 per ogni angolo
ϕ dà un risultato molto più consistente da porre al denominatore, il che abbassa la
direttività. Se calcoliamo la direttività in quest’ultimo caso, otteniamo:
potenza che emetterebbe l'antenna isotropa
se emettesse in tutte le direzioni l'intensità massima 0 max
4 4 4
potenza irradiata dall'antenna
max 0 0 0
4 1 1
1 1
d d d
4 4
irr r
r r
P I
d
P I
I i
I
π π π
π
π π
= = = = =
Ω Ω Ω
∫ ∫ ∫

Si noti come abbiamo nuovamente ottenuto l’espressione di prima. Dunque d esprime il
guadagno in potenza che un’antenna ha, a parità di massima intensità di radiazione,
rispetto ad un’antenna isotropa.
La direttività si può esprimere in deciBel o in unità lineari:

[dB] 10 [lineari]
10log d d =

1
Qualsiasi sorgente fisicamente realizzabile può avere funzione di radiazione nulla solo per valori discreti
delle coordinate polari e non su intervalli delle stesse. Questo fatto è un corollario del teorema del
prolungamento analitico di funzioni di variabile complessa.
A volte, ma meno frequentemente, si trovano delle direttività riferite ad altre antenne,
diverse dalle isotrope (ad esempio il dipolo elementare). Molto più di frequente si
introduce invece il guadagno in potenza G, definito come:
0
a
P
G
P
=
a
P (potenza di alimentazione) è l’intera potenza assorbita dall’antenna, vista come carico
di un dato generatore. Esso differisce da
irr
P a causa delle perdite
d
P dovute a
dissipazione dell’antenna (perdite Ohmiche); si ha infatti che:
a irr d
P P P = +

Il guadagno può essere anche definito in maniera direzionale, in modo da renderlo
dipendente da δ e ϕ :
( )
( ) ( )
( )
0 0
, ,
, ,
a irr
P P
G d
P P
ϑ ϕ ϑ ϕ
ϑ ϕ δ ϑ ϕ δ = = ⋅ = ⋅
Da cui:
( )
( ) ( ) ( )
( )
( )
0
max
max
,
, 4 , ,
4
, ,
r
r r
r
r
irr irr irr r
i
P I I
I
G d i
P P P I
ϑ ϕ
ϑ ϕ π ϑ ϕ ϑ ϕ
π
ϑ ϕ δ δ δ ϑ ϕ δ = ⋅ = ⋅ = ⋅ ⋅ = ⋅ ⋅

Se la direttività è definita come
0
irr
P
d
P
=

mentre il guadagno in potenza è
0
irr d
P
G
P P
=
+

allora sicuramente il guadagno in potenza sarà inferiore al guadagno in direttività (per la
presenza di un termine in più al denominatore). D’altronde, il guadagno in potenza ha la
proprietà di misurare la bontà dell’antenna sia per quanto riguarda la direttività sia per
quanto riguarda l’efficienza.
Altro parametro importante è il rendimento o efficienza di un’antenna, il quale si rivela
fondamentale in sede di trasmissione:
1
irr irr
a d irr
P P
P P P
δ = = ≤
+

Risulta quindi evidente che
0 irr
irr d irr
P P
G d
P P P
δ = =
+


2. Circuito equivalente di un’antenna

Quando l’antenna si può schematizzare all’ingresso con una coppia di morsetti sui quali è
definita una tensione V e una corrente I, causate dalla connessione di un generatore ai
morsetti medesimi, si può definire un’impedenza di ingresso:
i i i
V
Z R jX
I
= + =
Circuitalmente, l’antenna può essere sostituita da un’impedenza
condizioni di carico del generatore vengano a cambiare. In assenza di perdite (nell’antenna
e nel mezzo), è agevole calcolare
In tal caso essa coincide con la resistenza di radiazione
precisamente va riservata la relazione precedente. In presenza di perdite il circuito
equivalente dell’antenna consta infatti di due resistenze in serie:
si ottiene dalla formula precedente, mentre
Ecco quindi un altro modo per esprimere l’efficienza di un’antenna:
Ecco qui a fianco lo schema di circuito equ
l’antenna
persa per sempre);

irr
R è la resistenza responsab

d
R è la resistenza di “perdita” (tutta la sua potenza è persa per sempre);

irr
R viene posta lì per avere adattamento in ricezione;

L
R è la resistenza di carico (anch’essa adattata).

3. Area efficace ed equazione di Friis

L’area efficace (o di cattura) di un
trasformare la densità di potenza da cui è investita in potenza ricevuta. Tale quantità vale:
eff
A G = = =
Se non tengo conto delle perdite Ohmiche ottengo:
Come per le altre quantità, posso esprimere una
irr
R
Circuitalmente, l’antenna può essere sostituita da un’impedenza
condizioni di carico del generatore vengano a cambiare. In assenza di perdite (nell’antenna
e nel mezzo), è agevole calcolare
i
R attraverso la relazione:
2 1
2
i irr
R I P =
In tal caso essa coincide con la resistenza di radiazione
irr
R dell’antenna, cui più
precisamente va riservata la relazione precedente. In presenza di perdite il circuito
equivalente dell’antenna consta infatti di due resistenze in serie:
i irr d
R R R = +
rmula precedente, mentre
d
R è responsabile della potenza perduta
Ecco quindi un altro modo per esprimere l’efficienza di un’antenna:
irr irr irr
a d irr d irr
P P R
P P P R R
δ = = =
+ +
Ecco qui a fianco lo schema di circuito equ
l’antenna trasmittente:

g
V rappresenta il generatore;

g
R la resistenza interna del generatore;

d
R è la resistenza di “perdita” (tutta la sua potenza è
persa per sempre);
è la resistenza responsabile dell’emissione di radiazione elettromagnetica.
Si ha adattamento (massimo trasferimento di
potenza) quando
g d irr
R R R = +
Il seguente, in vece, è lo schema di un circuito in
ricezione:
• il generatore impone una tensione che
dipende dal campo o, meglio, dalla differenza di
potenziale indotta dalla componente tangente del
campo sulla linea d’antenna;
è la resistenza di “perdita” (tutta la sua potenza è persa per sempre);
per avere adattamento in ricezione;
è la resistenza di carico (anch’essa adattata).
3. Area efficace ed equazione di Friis
area efficace (o di cattura) di un’antenna esprime la capacità dell’antenna
trasformare la densità di potenza da cui è investita in potenza ricevuta. Tale quantità vale:
2
potenza ricevuta
densità di potenza incidente
4
r
in
P
A G
S
λ
π
= = =
go conto delle perdite Ohmiche ottengo:
2
4
r
eff
in
P
A d
S
λ
π
= =
Come per le altre quantità, posso esprimere una funzione area efficace:
Circuitalmente, l’antenna può essere sostituita da un’impedenza
i
Z senza che le
condizioni di carico del generatore vengano a cambiare. In assenza di perdite (nell’antenna
dell’antenna, cui più
precisamente va riservata la relazione precedente. In presenza di perdite il circuito
i irr d
R R R = + , dove
irr
R
è responsabile della potenza perduta
d
P .
irr irr irr
a d irr d irr
P P P R R + +

Ecco qui a fianco lo schema di circuito equivalente per
la resistenza interna del generatore;
è la resistenza di “perdita” (tutta la sua potenza è
ile dell’emissione di radiazione elettromagnetica.
(massimo trasferimento di
g d irr
R R R .
Il seguente, in vece, è lo schema di un circuito in
il generatore impone una tensione che
campo o, meglio, dalla differenza di
potenziale indotta dalla componente tangente del

è la resistenza di “perdita” (tutta la sua potenza è persa per sempre);
antenna in ricezione di
trasformare la densità di potenza da cui è investita in potenza ricevuta. Tale quantità vale:
( ) ( )
2
, ,
4
r
eff
in
P
A G
S
λ
ϑ ϕ ϑ ϕ
π
= =
Per le antenne ad apertura si ha che l’area efficace è approssimabile all’area geometrica di
bocca dell’antenna moltiplicata per il rendimento:
eff g
A A δ =
Fatte queste premesse possiamo finalmente arrivare a scrivere la formula di Friis, o formula
del radio-collegamento:
( ) ( )
2
, ,
4
R T T T T R R R
P P G G
R
λ
ϑ ϕ ϑ ϕ
π
| |
=
|
\ ¹

In questa equazione:
• d è il guadagno in direttività;

T
P è la potenza del trasmettitore

T
G è la funzione guadagno per l’antenna trasmittente, calcolata con gli angoli
relativi all’antenna trasmittente;

R
G è la funzione guadagno per l’antenna ricevente, calcolata con gli angoli relativi
all’antenna ricevente;
• R è la distanza fra le antenne.

Se facciamo ipotesi di idealità, l’equazione del radio-collegamento diventa:
2
4
R T T R
P P d d
R
λ
π
| |
=
|
\ ¹

Di tale formula è molto utile la formulazione in dB:
1 2 10
4
dBm dBm 20log
R T
R
P P G G
π
λ
= + + −



4. Il dipolo corto

Consideriamo un conduttore rettilineo di lunghezza L << λ
come quello rappresentato in figura. Date le dimensioni
ridotte si può ottenere che se in esso la corrente è costante (e
pari a I), allora il suo momento equivalente M è pari a
z
IL = M i
Utilizzando le formule che già conosciamo si ha che, a
grande distanza:
sin
2
j r
IL e
j
r
β
ϑ
η ϑ
λ
= E i
Utilizzando la definizione di intensità di radiazione:
( )
2
2
2
2
, sin
2 8
L
I I
η
ϑ ϕ ϑ
η λ
| |
= =
|
\ ¹
E

Il valore massimo si ha per
2
π
ϑ = , cioè per una direzione qualunque del piano xy.
L’intensità di radiazione normalizzata vale:
( )
2
, sin
r
i ϑ ϕ ϑ =
La funzione di radiazione risulta:
( ) , sin f ϑ ϕ ϑ =
Dunque il dipolo corto non risente della coordinata ϕ ; è dunque omnidirezionale nel
piano xy.
La direttività è:
2
3
0 0
4 3
2
d d sin
d
π π
π
ϑ ϕ ϑ
= =
∫ ∫

Utilizzando poi la definizione:

( )
2
2
2 2
2
0
4 4
1
d sin d
2 8
I
irr r
L
R I I P I
π π
η
ϑ
λ
=
| |
= Ω = Ω
|
\ ¹
∫ ∫

E quindi:
2
2
3
irr
L
R
π
η
λ
| |
=
|
\ ¹

Per trovare l’area efficace, si effettuerà esplicitamente il calcolo della potenza trasferita al
carico adattato. La tensione a vuoto tra gli estremi di un segmento lungo L (<< λ ) è
massima quando il campo elettrico è polarizzato rettilineamente ded è parallelo al
segmento stesso; se l’antenna non perturba il campo vale
0
V EL = − . Questa è la tensione a
vuoto del generatore equivalente all’antenna ricevente, la cui impedenza ha parte reale
data dalla Rirr. La parte immaginaria di detta impedenza è ininfluente perché il carico lo
consideriamo adattato in potenza. Si ha dunque:
2
2
0 2
3
8 16
irr
irr
V
P
R
λ
π η
= = E
Essendo l’area efficace pari a:
r
eff
in
P
A
S
=
Si ha:
2
2
2
2
3
3 16
8
2
eff
A
λ
π η
λ
π
η
= =
E
E

NOTA: in ogni antenna il rapporto tra area efficace e direttività e una costante (uguale per
tutte le antenne). Si ha quindi per ogni antenna:
2
4
eff
A
d
λ
π
=
Anche per il dipolo corto questa relazione è verificata: infatti

2
2
3 2
8 3 4
eff
A
d
λ
λ
π π
= ⋅ =

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